Costruire cattedrali. Il popolo del Duomo di Milano 8821188329, 9788821188329

Per secoli la costruzione del Duomo di Milano è stata attribuita al duca Gian Galeazzo Visconti. Una nuova, dettagliata

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Costruire cattedrali. Il popolo del Duomo di Milano
 8821188329, 9788821188329

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Collana di Saggistica 130

Martina Saltamacchia

COSTRUIRE CATTEDRALI IL P O P O LO D E L DUOMO DI M ILANO

MARIETTI

1820

A Maurizio

Realizzazione editoriale: Arta snc, Genova Stampa e confezione: Rilegatoria Varzi, Città di Castello (PG) I edizione 2011 II ristampa 2014 © 2011 Casa Editrice Marietti S.p.A. - Genova-Milano ISBN 978-88-211-8832-9 www.mariettieditore.it Finito di stampare nel mese di marzo 2014

Indice

I n t r o d u z io n e

11

I. L ’in iz io d e lla c o s t r u z io n e

13

M ilan o m edievale: il d o m in io d ei V isco n ti

14

B e rn a b ò e G ia n G a le a z z o V isco n ti

16

L ’o rga n iz zaz io n e c o m u n ale so tto i V isco n ti

18

A ll’in izio d ella co stru z io n e

19

I L L a r a c c o l t a d e ll e o b la z io n i

25

Il vecch io altare di S a n ta M a ria M a g g io re

26

C a sse tte , c e p p i e b u sso le

28

L e q u e stu e

31

I T rion fi

34

In d u lg e n z e e giu b ilei

36

L e o b laz io n i o b b lig a to rie p e r p a ratici, com u n i e

officiali d u ca li

39

I d o n i in n a tu ra

40

II p ro c e sso d i m o n etizzazio n e

45

I tre anelli d ella p rin c ip e ssa

47

T ab elle

56

III. I d o n a to ri

59

M a rta, la p ro stitu ta p en tita

59

A le ssio , il c ap ita n o d e lle arm i

62

C aterin a, la vecch in a d ella p e lliccetta

67

U m ili e g ra n d i o ffe rte

69

Non nobis, Domine, sed nomini tuo da glonam

IV . M a r c o , il m e r c a n t e c h e d a r i c c o si f e c e p o v e r o

77

V II.

L a ricerca

160 162

G li inizi

79

L a n a , sp ezie, p e rle e sch iave

80

Il sale e V en ezia

82

V en ezian o p e r g raz ia

83

N u m e ro e valo re m o n e ta rio d elle o b laz io n i

167

La nostra benedeta scuola de lombardi

84

Il te m p o d e lle d on a zio n i

172

T ra i D o d ic i di P ro v v isio n e e la F a b b r ic a d e l D u o m o

88

La scelta dell’anno 1400 La trascrizione

162 165

La domenica, il giorno del Signore Lungo il corso dei mesi

173

171

Milia Nam Plusquam Triginta Quinque Ducatum

89

G li u ltim i anni

90

O b la z io n i in natu ra: cere

180

M o rte a V en ezia

91

O b la z io n i in natu ra: vin i

182

U n trio n fale su ffra g io

91

Il

U n co rteo fu n e b re d a V en ezia a M ilan o

93

U n D u o m o co stru ito d a l p o p o lo ?

185

94

T ab elle

190

C o n c lu sio n e

194

R in g r a z ia m e n t i

197

A r c h iv i c o n s u l t a t i

198

B i b l i o g r a f i a e s s e n z ia le

199

In p e rp e tu a m e m o ria U n a m e ssa

usque imperpetuum

113

M u n ifica carità o p ro g e tti in teressati?

115

La

raza e il Sol )ustitiae Ad libitum civium Mediolani

116

Il C o n sig lio d ella F a b b r ic a

119

117

V I . I l la v o r o n e l c a n t ie r e

123

A ssu n z io n i e... ra c c o m a n d a z io n i

124 129

A l servizio d ella F a b b r ic a

131

D a ll’in izio alla fine del la v o ro

135

Festività e assenze Malattie e infortuni Pensioni e sussidi Licenziamenti Remunerazioni in natura Remunerazioni in denaro Aumenti e diminuzioni Salari e senso del lavoro S to ria di u n ’o p era: il to n d o di D io P a d re

e u sc ite della F a b b r ic a

184

97

V II P r i n c ip e e l a F a b b r i c a d e l D u o m o

Favori di duchi?

Liber dati et receptv. en tra te

138 139 141 142 144 146 147 150 151

Introduzione

«La nostra vita è fatta per fare cose grandi, come gli uomi­ ni del Medioevo che vivevano nelle catapecchie e costruivano le cattedrali». L’entusiasmo e la curiosità suscitati in me all’u­ dire questa frase mi hanno portato a intraprendere un lungo la­ voro di ricerca tra i polverosi registri della Fabbrica del Duo­ mo di Milano. Spinta dal desiderio di capire chi davvero aveva finanziato la costruzione del Duomo, mi sono imbattuta in un inedito ma­ noscritto quattrocentesco, il Registro delle Oblazioni. In esso, anno per anno, giorno dopo giorno, i deputati della Fabbrica annotavano minuziosamente ogni donazione, umile o cospicua che fosse: qui trovava posto l’esorbitante legato del ricco mer­ cante come la formaggetta del contadino. Accanto alla descri­ zione del dono, spesso veniva menzionato il donatore, con qual­ che cenno sulla sua vita e il motivo di quella sua elargizione. Trascrivendo e analizzando le infinite colonne di questi re­ gistri, uomini e donne di ogni estrazione e mestiere hanno in­ cominciato a far capolino tra i lunghi elenchi di cifre, svelan­ domi le loro piccole e grandi storie. Seguendo e rintracciando brandelli di episodi disseminati tra registri e annali dei primi centocinquant’anni dall’inizio della costruzione, il cantiere e la piazza della cattedrale si sono popolati di personaggi: scultori, architetti, principi, mercanti, prostitute, predicatori, vecchiet­ te e soldati. Alcune di queste storie, che avevo abbozzato in Milano: Un popolo e il suo Duomo (2007), negli ultimi anni hanno recla­ mato sempre più la mia attenzione. E così mi sono messa a se­ guire le orme del mercante Marco Carelli, ripercorrendo le rot­ te dei suoi viaggi tra Milano, Venezia, Genova e Bruges, per

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cercare di capire di più chi era quest’uomo e cosa lo avesse spinto a spogliarsi di tutto per la costruzione della cattedrale. Mi sono ritrovata ad osservare più da vicino l’ambivalente rap­ porto tra il principe Gian Galeazzo Visconti e la Fabbrica del Duomo, sfociato poi in una completa rottura tra i due. E a guardare chi fossero i personaggi che settimanalmente si in­ contravano nelle riunioni del Consiglio, per scoprire cosa si­ gnificasse per il popolo milanese la costruzione di una catte­ drale al tempo del dispotico ducato visconteo. Man mano che traccia rimandava a traccia, e i tasselli di queste vicende si componevano insieme, gli eventi della co­ struzione della cattedrale si sono arricchiti, di fronte ai miei oc­ chi, di volti, colori, voci. E tutto questo che ho voluto tratteg­ giare nelle pagine che seguono - una storia che ogni giorno per me è sempre più nuova e avvincente. Martina Saltamacchia New York, 10 maggio 2011

I. L’inizio della costruzione

Il Duomo di Milano non è solamente un maestoso monu­ mento di rara perfezione architettonica: agli occhi del visitato­ re attento, che si pone di fronte a queste pietre con atteggia­ mento di umana simpatia, esso appare anche come testimo­ nianza di una devozione spettacolare, segno tangibile di una mentalità religiosa che nel Medioevo permeava profondamen­ te la vita degli uomini. Ma come e chi lo costruì? Di chi fu la paternità dell’idea? Chi la finanziò? Quali motivazioni spinsero chi viveva in pove­ re case di legno a innalzare una cattedrale di marmo? Quello che è più facile dimenticare oggi, mentre dalla piaz­ za ammiriamo guglie e gugliotti, è che furono uomini a impa­ stare calce e sabbia col loro sudore, a estrarre il marmo, bloc­ co per blocco, dalla cava sul lago, a levigare ogni statua, ogni angolo nascosto e a farlo risplendere della luce del suo crea­ tore, ad accorrere al cantiere nei giorni di festa per scavare le fondamenta, a donare le loro immense fortune o le loro pic­ cole monetine di rame per rendere possibile la costruzione di quest’opera. Di alcuni di questi uomini si conserva la memoria, come vuoto nome custodito nell’angolo di un vecchio museo o inci­ so nel marmo di una lapide annerita dal tempo. Ma di quell’innumerevole schiera che con silenzioso lavoro innalzò il Duomo si è perso il ricordo. Protagonisti di queste pagine so­ no loro, uomini che costruirono la cattedrale, con le loro vi­ cende e le loro piccole grandi storie.

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Milano medievale: il dominio dei Visconti L’inizio della grande impresa di costruzione del Duomo di Milano coincide con il consolidamento di tutti i territori della signoria viscontea sotto il governo di Gian Galeazzo Visconti. Per comprendere l’importanza del momento storico e il ruolo giocato nella storia lombarda da questo potente personaggio, occorre fare un passo indietro, oltre un secolo prima, agli inizi del dominio dei Visconti. «La guerra è un giuoco dove, ancor meno che negli altri, è permesso il dormire»: così Cesare Cantù commenta la solenne sconfitta inflitta al partito di Napo Torriani, signore di Milano, colto nel sonno con il proprio esercito, e quindi sbaragliato dal­ l’avversa famiglia dei Visconti nella battaglia di Desio (1277) per il controllo del capoluogo lombardo e dei territori circo­ stanti1. Napo Torriani viene quindi catturato, imprigionato nel­ la torre del Castel Baradello e lì avvelenato a morte. Per Mila­ no non si tratta solamente di una delle numerose battaglie com­ battute nel XIII secolo sul suolo italiano tra fazioni sostenitrici del papato e dell’imperatore. Né il vero risultato della battaglia è semplicemente uno dei tanti passaggi di potere nella sangui­ nosa guerra civile tra le famiglie Torriani e Visconti, a cui i cit­ tadini sono ormai da tempo abituati. La battaglia di Desio se­ gna il tramonto dell’epoca comunale milanese e l’inizio del do­ minio visconteo2. Il popolo milanese, «seguendo la mutazione della fortuna», all’indomani della battaglia corre incontro al vittorioso condottiero Ottone Visconti, implorando pace, salu­ tandolo come signore della città e riconoscendolo arcivescovo3. I superstiti della fazione dei Della Torre, in un ultimo dispera­ to tentativo, rientrano a Milano per cercare alleati con cui op­ porsi al nemico e ristabilire i signori di Milano al potere. Ma di alleati, «sebbene nella torriana felicità fossero molti, nella di­ sgrazia se ne trovarono pochi; manifesto esempio a qualunque posteriore», come amaramente conclude il Corio volgendosi indietro a guardare quegli eventi4. Senza incontrare resistenza alcuna, dopo qualche anno, Matteo Visconti, pronipote di Ot­ tone, viene installato come nuovo Capo del Popolo e la fami­ glia, in breve, inserisce alleati di fiducia nelle principali cariche

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del Comune. I Visconti celebrano sì la vittoriosa sconfitta del­ la fazione nemica, proclamando da lì in avanti la data della bat­ taglia festività cittadina, con tanto di messa solenne in Duomo e dispiegamento di campane a festa. Ma scaltramente sono ben attenti a mostrare agli occhi dei cittadini una sostanziale conti­ nuità istituzionale nelle strutture e negli uffici di chi li aveva preceduti. E così, mentre i milanesi ignari salutano festosi l’ar­ rivo del salvatore dalla tirannia torriana e plaudono la fine del­ le turbolente guerre civili, i Visconti sanciscono la fine definiti­ va dell’esperienza comunale di Milano e danno inizio alla si­ gnoria. La signoria viscontea rimane al governo di Milano per 170 anni, fino all’estinzione della casata per mancanza di eredi nel 1447; ad essa subentra, dopo la breve parentesi della Re­ pubblica Ambrosiana, la famiglia degli Sforza5. Fin dal principio della dinastia, le gravi azioni politiche e militari attraverso cui i Visconti tentano di rafforzare il loro po­ tere provocano le violente reazioni degli avversari. I pontefici che si susseguono in quel periodo, preoccupati che la discesa dei signori di Milano verso l’Italia centrale vanifichi le loro lot­ te per la libertà della Chiesa e il predominio di questa sull’Ita­ lia, scagliano contro i Visconti scomuniche e interdizioni. Ai papi si uniscono i fiorentini, che combattono per la libertà del­ la penisola da forti dominazioni politiche, condizione necessa­ ria perché la comunità di Firenze riesca a imporre il suo pri­ mato economico e politico nell’Italia centrale e nelle regioni vi­ cine. Papi e fiorentini non solo cercano di raccogliere tutte le forze politiche italiane in questa sollevazione, ma si rivolgono all’intera Europa, evidenziando alle monarchie europee i rischi connessi alla formazione di una potente organizzazione politi­ ca nell’Italia del Nord. I Visconti si trovano in breve circonda­ ti da così tanti nemici che non rimane loro altra via che conti­ nuare a combattere. Il fermo dominio dei Visconti - definito tirannico da molti coincide con un periodo di grande espansione territoriale, eco­ nomica e demografica per la capitale lombarda. Alla fine del XIII secolo, Milano con i suoi 90.000 abitanti era uno dei po­ chissimi centri europei con popolazione superiore alle 50.000 unità. Nel secolo successivo, la capitale lombarda raggiunse

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una popolazione di 150.000 abitanti: insieme a Parigi e Granada, anch’esse con 150.000 abitanti, e Venezia e Firenze, con 110.000 abitanti, rappresentava una delle cinque città europee con popolazione maggiore di 100.000 unità6.

Bernabò e Gian Galeazzo Visconti La seconda metà del XIV secolo è dominata a Milano da due figure passate alla storia per la loro tirannia e spregiudica­ tezza: quella di Bernabò Visconti, signore di Milano dal 1354 al 1385, e di suo nipote Gian Galeazzo Visconti, che gli succede e regna sulla capitale lombarda fino al 1402. Bernabò intra­ prende una politica di guerre e offensive, che porta ad un con­ siderevole rafforzamento dei territori viscontei, senza che nulla - neppure una dichiarazione di eresia da parte del papa - lo possa fermare. Sarà proprio la sua ambizione a sancirne la fine: dopo aver dato in moglie una delle figlie al nipote Gian G a­ leazzo, Bernabò mette in atto un elaborato piano di strategie matrimoniali volte ad assicurargli il controllo o l’alleanza dei maggiori sovrani europei. Quando notizia di imminenti nozze tra una delle sue figlie e il re di Francia giunge alle orecchie di Gian Galeazzo, questi decide di intervenire prima che il pote­ re dello zio minacci irrimediabilmente le sue mire e aspirazio­ ni. E così, nel 1385 finge di compiere un pellegrinaggio alla Ma­ donna del Monte sopra Varese e si presenta alla Posteria di Sant’Ambrogio a Milano in abiti da viandante, annunciando l’arrivo allo zio (e suocero), che gli viene incontro festoso ac­ compagnato da due suoi figli. Ma si tratta, in realtà, di un’im­ boscata. E prima che possa realizzare l’accaduto, Bernabò si ri­ trova catturato insieme ai figli e rinchiuso a morire di stenti nel­ la torre di quel castello di Trezzo sull’Adda, punto strategico di passaggio che - ironia della sorte - egli stesso aveva rinforzato, reso inespugnabile, ed eletto a propria stabile dimora7. Gian Galeazzo Visconti, insediatosi come nuovo signore di Milano, porta avanti con spregiudicatezza e temerarietà l’am­ bizioso piano di riunificare in maniera definitiva sotto il suo dominio tutti i territori viscontei - all’epoca suddivisi tra fra­

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telli e cugini, in una divisione fonte di conflitti e continua in­ stabilità. L’opera di accentramento, unificazione e consolida­ mento dei possedimenti lombardi era stata parzialmente inco­ minciata già sotto i Torriani, ed era proseguita con successo ad opera di Azzone Visconti - signore di Milano nel periodo 1302-1339 - e dai suoi successori, in un crescendo di nuovi ter­ ritori conquistati e annessi. Ma solo con Gian Galeazzo nella seconda metà del XIV secolo il piano giunge alla sua piena at­ tuazione: con una serie di guerre culminate in altrettante vitto­ rie, egli diviene il Signore più potente dell’Italia settentrionale, temuto non solo dai confinanti stati, ma anche dai re stranieri8. Suggello dell’eccezionaiità delle proprie conquiste, nel 1395 Gian Galeazzo ottiene con grande sfarzo l’investitura imperia­ le a duca ad opera di un messo dell’imperatore Venceslao, con giuramento solenne dei cittadini di Milano di fedeltà a lui. All’inizio dell’anno 1400 era caduta nelle mani del duca lombardo la città di Perugia, invano difesa da Firenze che ave­ va visto così fallire definitivamente il suo programma di tutela delle libertà comunali italiane dalla tirannide milanese. Dopo Perugia, infatti, cadono a ruota le città di Assisi, Spoleto e Nocera. E queste non sono che le ultime di una serie di vittorie ri­ portate dal signore di Milano negli anni precedenti: Verona e Vicenza (1387), Padova (1388, ripresa poi dai carraresi nel 1390), tutti nuovi satelliti di un’orbita in cui già gravitano i ter­ ritori di Pisa, Pavia, Carrara, Lunigiana, Saluzzo e Monferrato. Alla strategia viscontea di accerchiamento di Firenze manca dunque solo un ultimo tassello costituito da Lucca, in cui la fa­ miglia dei Guinigi tenta di bilanciarsi tra i fiorentini, preoccu­ pati che anch’essi si possano schierare con la signoria di Mila­ no, e il duca, con cui continuano a conservare buoni rapporti9. Da parte sua, Firenze, visto fallire il suo progetto egemoni­ co sulla penisola, e ormai circondata da stati nemici, cerca di ribaltare la situazione levando proteste contro il duca di Mila­ no e il suo comportamento «occulto e malizioso»10. Di ciò ven­ gono incaricati gli ambasciatori inviati a Venezia per dimostra­ re come Gian Galeazzo Visconti sia riuscito ad acquistare «chon segreto modo e pacto tanto e di terreno e di potenzia quanta è quella degli Ubertini e di quelli conti li quali sono tut­

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L’INIZIO DELLA COSTRUZIONE

ti nostri cittadini e raccomandati»11. Ma l’ambasciata non sor­ tisce l’effetto sperato, né fa preoccupare i veneziani, se questi ultimi il 21 marzo 1400 proclamano la fine delle belligeranze sul territorio mantovano, che rimane ai Gonzaga, tra Gian Galeazzo Visconti e la lega antiviscontea esclusa Firenze. Quest'ultima, uscendo vinta dalla guerra e accerchiata dal du­ ca di Milano, si trova obbligata a ratificare la pace. Venezia, da parte sua, ha una visione più ristretta di quella fiorentina, nel­ l’idea che contro Milano le sia sufficiente la protezione strate­ gica dei tre stati clienti di Mantova, Padova e Ferrara. Ma Gian Galeazzo Visconti, al riparo della tregua di Pavia, attira nella sua cerchia i principi a capo di questi stati, promettendo aiuto e assistenza contro eventuali nemici e ottenendo in cam­ bio giuramento di fedeltà12. La lega antiviscontea sembra dunque disgregarsi, e Firenze, perduta intanto l’amicizia dei sovrani francesi e abbandonata da Bologna impegnata nelle sue guerre civili, appare isolata13. Alla morte di Gian Galeazzo (1402), i domini viscontei si esten­ dono, oltre che nei territori dell’attuale Lombardia, a ovest, con i possessi di Novara, Vercelli, Asti, Mondovì, Alessandria e Tortona; a nord, con i possessi di Bellinzona, Valtellina, Bor­ mio e Val Camonica; a est, includendo Riva, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno, e per un breve periodo anche Padova; e a sud, con i territori di Piacenza, Parma, Reggio, Bologna, Lucca, Pi­ sa, Elba, Siena, Perugia e Assisi, arrivando direttamente alle porte degli Stati della Chiesa.

L’assenza di un’autorità suprema del Comune, anche nel set­ tore politico e militare, che rappresenti un corrispettivo alla po­ sizione del Signore, conferma il nuovo assetto autocratico della città. Il potere del Podestà, la principale autorità giudiziaria, di­ viene gradualmente più fittizio, e finisce per diventare un fun­ zionario al servizio del Signore, che ne regolava l’elezione15. Se­ condo le antiche consuetudini cittadine, la scelta del Podestà doveva ricadere su un forestiero, per evitare collusioni e favori­ tismi nello svolgimento del proprio incarico. I Visconti ovviano a questo caveat eleggendo sempre forestieri provenienti dalle città alleate, e quindi loro dipendenti. Anche l’organo più nu­ meroso del Comune, il Consiglio Generale, con compiti politi­ ci e amministrativi, viene ridimensionato di alcune centinaia di unità rispetto al periodo podestarile, e l’elezione dei suoi nove­ cento membri diviene fortemente condizionata dal Signore16. Ciò assume i suoi risvolti più stringenti proprio negli anni che seguono l ’investitura imperiale di Gian Galeazzo Visconti (1395): con essa svanisce l’ultima traccia del libero Comune. I membri del Consiglio Generale, che formalmente figuravano ancora come democratica rappresentanza del popolo, al termi­ ne dell’investitura vengono chiamati davanti a lui a pronuncia­ re un giuramento solenne di fedeltà alla sua persona. Da quel momento, i milanesi devono obbedire al duca di Milano, prin­ cipe assoluto. Gian Galeazzo Visconti trova nella dignità duca­ le il modo di ribadire, rispetto ai suoi predecessori, la suprema­ zia sulle popolazioni lombarde, e in questa direzione si pone l’i­ stituzione del nuovo restrittivo cerimoniale di corte. Ma queste modalità di esercizio del potere lo conducono inevitabilmente a un progressivo allontanamento dai suoi sudditi17.

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I l organizzazione comunale sotto i Visconti In quest’epoca, l’organizzazione comunale di Milano appare immutata rispetto all’ordinamento podestarile precedente. In realtà, le strutture e istituzioni preesistenti vengono svuotate di effettivo potere autonomo e divengono strumento amministra­ tivo nelle mani dei Visconti, che controllano l’operato e deci­ dono le elezioni delle cariche principali. Milano è una città del­ lo stato visconteo, completamente sottomessa al Principe, e i milanesi non sono più considerati cittadini, ma sudditi14.

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A ll’inizio della costruzione È questo lo scenario che fa da sfondo all’inizio della costru­ zione del Duomo di Milano. L’idea dell’edificazione di una nuova, imponente cattedrale per la città si fa strada fin dalla metà del XIV secolo per il concorso di alcune circostanze con­ tingenti - sociali, politiche e religiose.

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L’INIZIO DELLA COSTRUZIONE

Innanzitutto, Γarricchimento e le ambizioni progressive del popolo milanese durante l’età comunale. Milano era allora una grande città popolosa e ricca di palazzi, ma priva di una chiesa di ampiezza sufficiente a poter esser titolata chiesa Maggiore o Duomo. I comuni italiani, nel frattempo, andavano sfidandosi nella costruzione di grandi cattedrali: mirando a ottenere il pri­ mato per maestosità, imponenza e bellezza, in quei decenni ve­ nivano edificate Santa Maria del Fiore a Firenze, San Petronio a Bologna, la Chiesa del Santo a Padova, San Lorenzo a Geno­ va, il Duomo di Orvieto, Santa Maria Gloriosa dei Frari a Ve­ nezia18. In una singolare fusione tra religiosità e spirito civico, per i cittadini dei maggiori comuni italiani era irrinunciabile poter sfoggiare una cattedrale che abbagliasse i visitatori per bellezza e spettacolari dimensioni. E in quella gara gli abitanti di Milano non potevano certo accontentarsi a lungo di rima­ nere semplici spettatori19. Come scrive la storica milanese Gigliola Soldi Rondinini,

cendio nel 1075, Santa Maria Maggiore era stata poi parzial­ mente distrutta dai pavesi nel 1162 per volere di Federico Bar­ barossa. I pavesi avevano abbattuto anche la gigantesca torre campanaria, ricostruita poi nel 1333 da Azzone Visconti. Ma solo vent’anni più tardi, nel 1353, il nuovo campanile, d’aspet­ to possente ma di struttura precaria, era crollato all’improvvi­ so, causando la morte di duecento persone e travolgendo in parte le antiche mura21. All’insieme di queste circostanze si era aggiunta, verso la fi­ ne del XIV secolo, la comparsa di Gian Galeazzo Visconti, che ambiva a celebrare monumentalmente il rafforzamento della sua signoria in ducato. Cosa meglio della costruzione di un im­ ponente Duomo, amplificazione principesca della cattedrale comunale, come degno mausoleo dinastico per la sua stirpe? Al conseguimento dell’immortalità, racconta il Verri a fine Set­ tecento, «mirò con la Fabbrica del Duomo, immaginato e in­ nalzato da lui [...] e il tempio che disegnò Gian Galeazzo e in­ nalzò a Milano, per quei tempi era il più grande; il più ardito e il più magnifico del mondo»22. Tale soluzione gli avrebbe per­ messo, al contempo, di inserirsi nel concerto delle grandi po­ tenze europee e di guadagnarsi il favore popolare, facendo di­ menticare l’inganno giocato allo zio Bernabò per la presa del potere, e le continue vessazioni a cui sottoponeva i milanesi per finanziare le sue guerre e perseguire i suoi fini politici23. L’insieme di tali motivazioni, di natura ben differente, ma accomunate da un unico fine, permette di giungere così alla na­ scita di un’impresa che durerà sei secoli e vedrà la sua definiti­ va ultimazione solo pochi decenni fa. La cattedrale si può dire conclusa a tutti gli effetti, infatti, solo dopo la messa in opera delle cinque porte in bronzo della facciata, tra il 1906 e il 1965, che costituisce l’ultimo contributo apportato alla costruzione. La data di fondazione comunemente accettata è il 1386, at­ testata dalla scritta rinvenuta su una lapide marmorea ritrova­ ta presso la cosiddetta cassina, l’arsenale a lato della chiesetta del Camposanto in cui lavoravano gli scalpellini, che recita: «E L PRINCIPIO DIL DOMO DI MILANO FU NEL ANNO 1386»24. Il Consiglio della Fabbrica, nel secolo successivo alla fondazione del Duomo, delibera l’apposizione di questa lapide comme­

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nelfambito della fusione dello spirito civico con quello religioso, è cosa molto importante, per i cittadini dei comuni, avere una cat­ tedrale che per bellezza e grandezza si imponga all’attenzione e all’ammirazione della gente di fuori: basti pensare all’ambizioso progetto dei senesi, mai condotto a termine, ma le cui vestigia de­ stano stupore anche oggi, o anche a San Petronio di Bologna, la chiesa edificata per iniziativa del Comune, che, in competizione con il Duomo di Milano, avrebbe dovuto superarlo in grandezza. Tali costruzioni testimoniano non solo la ricchezza dei ceti urba­ ni, ma anche la concezione che l’uomo medievale ha della religio­ ne e della spiritualità come ambito nel quale muoversi quotidia­ namente e al quale collegare la propria attività, in una sorta di continua preghiera20. La modesta basilica di Milano, Santa Maria Maggiore, era stata consacrata nell’anno 863 e sorgeva sull’area di una pree­ sistente chiesa paleocristiana. Funzionava come basilica iema­ le, dove cioè il clero maggiore celebrava la liturgia dalla terza domenica di ottobre a Pasqua. Nei mesi successivi alla Pasqua, invece, il Capitolo Metropolitano officiava nella basilica di Santa Tecla, la cosiddetta basilica estiva. Devastata da un in­

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L’INIZIO DELLA COSTRUZIONE

morativa «per conservar la memoria del giorno e dell’anno in cui fu incominciata l’ammiranda opera»25. La stessa data si ri­ trova all’interno di una bolla dell’arcivescovo Antonio da Saluzzo datata 12 maggio 1386, un appello alla carità rivolto a tutta la popolazione milanese in occasione dell’annuncio pub­ blico di inizio della costruzione26. Quel che succede da quel giorno in avanti è raccontato nei prossimi capitoli - andando ad osservare l’immenso cantiere popolarsi di facce, di mani, di nomi, in un brulichio vociante di razze e di lingue, di compiti e mestieri.

7 Sebbene colto di sorpresa, Bernabò probabilmente non fu troppo stupi­ to della trappola, né del fatto che il suo aguzzino fosse il nipote e genero; egli stesso, infatti, aveva partecipato per due volte, assieme ai fratelli, ad una con­ giura per sbarazzarsi dello zio Luchino Visconti, signore di Milano nel decen­ nio 1339-1349. F. NOVATI, Per la cattura di Bernabò Visconti, “Archivio Storico Lombardo”, IX (1906), pp. 129-139. 8 Per una descrizione della strategia di conquista e delle concause che condussero Gian Galeazzo Visconti alle numerose vittorie, si veda Cronica volgare di anonimo fiorentino dall’anno 1385 al 1409, già attribuita a Piero di Giovanni Minerbetti, in L. MURATORI, Rerum Italicarum Scriptores, cit., XXVII, p. 244; Cronaca ... nota con il nome di Diario del Graziani, “Archi­ vio Storico Italiano”, XVI (1851), I, p. 274, cit. in Storia di Milano, a cura della Fondazione Treccani degli Alfieri per la Storia di Milano, t. VI, Il Du­ cato Visconteo e la Repubblica Ambrosiana (1392-1450), Milano 1955, p. 44. 9 I Guinigi, signori di Lucca dal 1392 al 1430, durante la guerra di Man­ tova avevano cercato di instaurare buoni rapporti con Firenze. Ma allorché Pisa entra nell’orbita di Gian Galeazzo Visconti, il capo dei Guinigi Lazzaro si presenta dal duca a Pavia nel 1399 per richiedere la sua protezione. L’an­ no successivo Lazzaro Guinigi è ucciso dal fratello, in un tentativo di impa­ dronirsi del comando della città. Di lì a poco, un suo cugino, Paolo di Fran­ cesco, è nominato capitano di Lucca. Eliminato il Consiglio degli Anziani dal governo, egli diviene signore assoluto della città. Stringe un’alleanza con i fiorentini, mantenendo al contempo buoni rapporti con Gian Galeazzo Vi­ sconti. Cfr. Il Ducato Visconteo, cit., p. 44. 10 Ivi, pp. 44-45. 11 Cronica volgare di anonimo fiorentino, cit. in II Ducato Visconteo, cit., p. 45. 12 La tregua di Pavia viene fatta sottoscrivere nel 1398 da Venezia come pace tra il ducato di Milano e la lega antiviscontea capeggiata da Firenze. Il Ducato Visconteo, cit., p. 46. 13 Firenze aveva perduto l’appoggio del re di Francia a causa del con­ senso alla tregua di Pavia. A Bologna, invece, si impadronisce del governo Carlo Zambeccari, appoggiato dai Maltraversi, che a loro volta salgono al po­ tere dopo la sua morte per peste. Con l’aiuto di Astorre Manfredi di Faenza i Maltraversi riescono a catturare il violento condottiero Giovanni da Barbiano, che imperversava nelle loro terre con stragi e ruberie, e lo fanno de­ capitare. Con l’appoggio di Gian Galeazzo Visconti, il fratello di Giovanni, Alberico, si muove per vendicarsi contro i Maltraversi. Approfittando della situazione, i bolognesi si ribellano ai signori della città, alleandosi con lo stes­ so Alberico, che li aiuta a impadronirsi di Bologna formando un governo po­ polare. Insieme muovono guerra ad Astorre Manfredi, supportati dalle mili­ zie di Firenze, Padova e del marchese d’Este. Alberico, che appare voler ven­ dicare in questo modo la morte del fratello, è in realtà al servizio di Gian G a­ leazzo Visconti, che intanto, ben contento che bolognesi e fiorentini consu­ mino le loro forze in Romagna, appoggia celatamente il signore di Faenza. Cfr. Il Ducato Visconteo, cit., p. 48. 14 Cfr. Il Ducato Visconteo, cit., pp. 467, 475.

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Note 1 C. CANTO, Milano: Storia del popolo e pel popolo, Milano 1871, p. 115. 2 La principale fonte storica per il periodo delle guerre civili (1259-1277) tra la famiglia dei Della Torre (o Torriani) e la famiglia dei Visconti è la cro­ naca Liber de gestis in civitate Mediolanensis ad opera di Stefanardo da Vimercate, teologo domenicano al seguito dell’arcivescovo Ottone Visconti dipinto come un eroe strenuamente in lotta per la libertà del popolo di Mi­ lano e per la Chiesa. Il Liber de gestis è trascritto in L. MURATORI, Anecdota, III, 1713 e I d ., Rerum Italicarum Scriptores ab anno 500 ad 1500, Milano 1723-1751, IX. Altre due importanti fonti degli eventi sono G. FIAMMA, Manipulus Elorum, edito in L. MURATORI, Rerum italicarum Scriptores, cit., IX, coll. 703 s. e Annales Piacentini Gibellini, edito in P. JAFFÈ, Monumenta Germaniae Misterica, SS, XVIII, Hannover 1863, pp. 564 s. 3 B. CORIO, Storia di Milano, I, Milano 1503, p. 596; C . CANTÙ, Milano: Storia del popolo e pel popolo, cit., pp. 114-115. Su Ottone Visconti, si veda E. CATTANEO, Ottone Visconti Arcivescovo di Milano, in Contributi all’Istitu­ to di Storia Medievale, I, Milano 1968 (Scienze storiche, 10), pp. 129-165. 4 B. CORTO, Storia di Milano, cit., p. 597. 5 S. BARBUÒ, Sommario delle vite dei duchi di Milano così Visconti, come Sforzeschi, Venezia 1574; P. GlOVIO, Le vite dei dodici Visconti e di Sforza prencipi di Milano, Venezia 1558. 6 I dati sono desunti da P. MALANIMA, Decline or Growth? European Cities and Rural Economies, 1300-1600, Paper presentato alla conferenza Eco­ nomie Town-Country Relations in Europe in thè later Middle Ages and at thè Beginning of thè Early Modem Period, University of Vienna, 7-9 giugno 2007. Dello stesso autore, si veda anche Italian Cities 1300-1800. A quanti­ tative approach, “Rivista di Storia Economica”, 2 (1998), pp. 91-126, in cui Malanima propone una dettagliata visione d’insieme dell’urbanizzazione italiana in età tardomedievale, supportata da un’appendice in cui vengono raccolti i dati demografici per il periodo 1300-1800 per le città italiane con più di 5000 abitanti.

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15 Per la carica di Podestà a Milano in epoca viscontea, si veda C. SAN­ TORO, Gli Offici del Comune di Milano e del dominio visconteo-sforzesco, Mi­ lano 1968, pp. 67-74. 16 Per gli offici del Comune di Milano in periodo podestarile, si veda A. COLOMBO, Il amministrazione civica di Milano comunale, “Archivio Storico Lombardo”, LX XX V II (1960), ser. V ili, X, pp. 266-293. Facevano parte del Consiglio Generale novecento membri - per cui era detto anche “Consiglio dei Novecento” - scelti tra i cittadini milanesi suddivisi per Porta. Il signore di Milano ne regolava l’elezione dando il beneplacito alla scelta dei membri del Consiglio Generale designati dall’Ufficio di Provvisione - a sua volta or­ gano alle strette dipendenze del Signore. F. COGNASSO, he basi giuridiche del­ la signoria di Matteo Visconti in Milano, “Bollettino Storico Bibliografico Su­ balpino”, 1955, pp. 79-89. 17 II Ducato Visconteo, cit., p. 538. 18 G. S o l d i R o n d in in i , ha Fabbrica del Duomo come espressione dello spirito religioso e civile della società milanese (fine sec. XIV - sec. XV), in Saggi di storia e storiografia visconteo-sforzesche, Bologna 1984, p. 51. 19 «Nelle cattedrali i popoli liberi delle repubbliche italiane mostrarono la loro potenza, il loro amore al grande, al bello, all’ardito, l’aprirsi del gene­ re umano ad una nuova civiltà» (G. A n s e l m i , Rivendicazione al popolo mila­ nese della vera origine del Duomo di Milano finora attribuita a Gian Galeazzo Visconti, Milano 1881, p. 18). 20 G. S o l d i R o n d in in i , ha Fabbrica del Duomo come espressione, cit., p. 51. 21 E. C a t t a n eo , Il Duomo nella vita civile e religiosa di Milano, Milano 1985, p. 10. 22 P. V e r r i , Storia di Milano, II, Milano 1783, cap. XIV. 23 P. BOUCHERON, he pouvoir de bitir. Urbanisme et politique édilitaire à Milan (xive-xve siècles), Roma 1998, p. 177. 24 Non mancano, tuttavia, divergenze d’opinione a riguardo della data di fondazione. Tale incertezza è legata alla mancanza di fonti documentali ri­ guardanti gli inizi dei lavori del Duomo, in quanto il primo volume dei libri mastri della Fabbrica è andato perduto, mentre il primo volume delle ordi­ nazioni capitolari (1390-1444) è stato parzialmente distrutto dall’incendio della Esposizione Internazionale del 1906. Per avere un quadro della que­ stione si vedano B. C o r io , h’historia di Milano, III, Venezia 1554, p. 264; C. T o r r e , Il ritratto di Milano, Milano 1567, p. 398; A. C e r u t i , I principi del Duomo, Milano 1879, p. 23; S. L atu a d a , Descrizione di Milano, I, Milano 1738, p. 25. 25 Annali della Fabbrica del Duomo dall’origine fino al presente, pubblica­ ti a cura dell’Amministrazione della Fabbrica, Milano 1877-1895 (da qui in avanti segnato come: Annali), t. 2, 18 luglio 1456. 26 Annali, Appendici, t. 1, p. 211.

II. L a raccolta delle oblazioni

Meglio ancora che encomio, è dovuta ricono­ scente ammirazione a quei nostri maggiori, che con tanta generosità concorsero a fornire i mezzi per la gigantesca costruzione. Senza differenza di classe, tutti accorrevano a por­ tare il proprio obolo per la grande impresa, con le materiali offerte di denaro e robe. Annali della Fabbrica del Duomo1

La grandezza dell’opera del Duomo risulta chiara, ai mila­ nesi, fin da quando ne vengono gettate le fondamenta; con al­ trettanta immediatezza si manifesta la necessità di raccogliere ingenti somme per far fronte alle spese di conduzione del can­ tiere. Diventa indispensabile, allora, pensare e realizzare ogni possibile sistema e modalità di reperimento fondi. Già dai primi decenni dalla costituzione della Fabbrica del Duomo si comincia a delineare una vera e propria rete di rac­ colta delle donazioni - un sistema organizzato di molteplici strumenti, spesso complementari e sinergici tra loro, con l’o­ biettivo comune di attrarre oblazioni in denaro e di reperire beni che aiutassero, anche nelle necessità più immediate, la vi­ ta del cantiere. Ogni modalità di raccolta rispondeva a criteri precisi, non casuali, finalizzati, nel loro insieme, a individuare tutte le pos­ sibili fonti potenziali di donazione in modo mirato, evitando inutili dispersioni di energie o sprechi di risorse. La stessa bu­ rocrazia amministrativa che indubbiamente appesantiva le atti­ vità di registrazione delle offerte dimostra come, in realtà, re­

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gole, procedure e meccanismi formali dovevano essere pensa­ ti, definiti e rigidamente applicati affinché le donazioni non fi­ nissero nelle tasche sbagliate e fossero destinate al raggiungi­ mento dello scopo originario che aveva spinto il donatore a far­ si avanti, fornendogli al contempo l’opportunità di verificare dove e come la sua oblazione fosse stata utilizzata.

donazione - informazioni, queste, che potevano essere sem­ plicemente sintetizzate in una riga, così come dilungarsi per mezza pagina. Ciò dipendeva soprattutto, oltre che dall’importanza della donazione, da quanto di sé il donatore decideva di raccontare al momento dell’offerta. Numerosi sono i casi di signorotti che chiedono di essere registrati con tutto il loro seguito di appel­ lativi, precisando minuziosamente per effetto di quale volontà hanno recato lì il proprio obolo, mentre intanto sfila silenziosa per le pagine dei registri l’anonima schiera degli umili donato­ ri che non pretendono nessun ricordo. Come il ricco benefat­ tore che s’avvicina all’altare il 7 novembre 1400, portando con sé una somma pari ad almeno trecento volte il denaro che gli ebdomadali erano normalmente abituati a raccogliere6. Agli stupefatti deputati, egli chiede di essere ricordato semplicemente come un «devoto della Beatissima Vergine Maria», che dona i suoi cospicui averi perché «sotto il suo nome sia riedifi­ cata» la chiesa principale della città7. Dopo le informazioni sul donatore, venivano registrate quelle relative all’obolo stesso. Per qualsiasi tipo di offerta, il valore effettivo o stimato era riportato accuratamente in tre co­ lonne, corrispondenti a lire, soldi e denari, con un sistema che permetteva agevolmente ai compilatori di calcolare, a fine gior­ nata, a fine mese e a fine di ogni pagina del Registro la somma del totale raccolto. Quindi, il grado di dettaglio delle specifi­ che e delle descrizioni dell’obolo variava enormemente a se­ conda del tipo di dono offerto8. Il denaro era computato indi­ cando il tipo di moneta e il materiale di conio: oro, argento o rame. Per le cere era precisata la quantità in libbre e once, mentre per i vini la misura di capacità era segnata in carrarie, brente, staia e quartari. Drappi e vesti erano spesso descritti con dovizia di particolari riferiti al tipo e al colore della stoffa, al numero di bottoni e alla foggia dell’abito, tanto da costitui­ re importante fonte per gli storici della moda. Per tutti i beni in natura, inoltre, si specificava la destina­ zione di utilizzo scelta, per esempio gli uffici deH’amministrazione della Fabbrica per donazioni di registri in papiro, oppu­ re il cantiere per offerte di utensili, come picconi e badili.

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Il vecchio altare di Santa Maria Maggiore Il principale luogo di raccolta del denaro offerto era il vec­ chio altare della chiesa di Santa Maria Maggiore, sopra le cui rovine si stava appunto edificando il nuovo Duomo, il luogo di maggior prestigio della città, meta di pellegrinaggi e preghiere. Ad accogliere i donatori all’altare troviamo gli ebdomadali, quattro deputati del Consiglio della Fabbrica, così chiamati perché prestavano servizio a turni di una settimana (ebdoma­ da). Dovevano essere sempre riuniti, almeno in numero di tre, per poter garantire la sicurezza di un maggior controllo reci­ proco, reso necessario dalla delicatezza dei loro incarichi e dalle ingenti somme che quotidianamente si trovavano a ma­ neggiare2. Una lampada era sempre accesa accanto all’altare, giorno e notte, per far sì che chiunque, anche nelle ore notturne, po­ tesse avvicinarsi all’ebdomadale e consegnargli la propria of­ ferta. Il Vicario dell’arcivescovo, in particolare, aveva rincarico di ricordare all’arcivescovo la cura di questo fioco lume che permetteva al donatore di distinguere, nella penombra, la po­ sizione dell’altare e all’ebdotnadale di conteggiare l’ammonta­ re dell’obolo3. Nei Registri delle Oblazioni gli ebdomadali tenevano meti­ colosamente traccia, giorno per giorno, di tutti i doni pervenu­ ti alla Fabbrica4. Le registrazioni erano suddivise in cinque ca­ pitoli relativi al genere dell’offerta: denaro, drappi e vesti, ce­ re, vini e diversarum5. Sotto la data del giorno, gli ebdomadali trascrivevano il no­ me del donatore, a meno che non desiderasse rimanere ano­ nimo, il suo mestiere, la città di provenienza e il motivo della

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Se il bene donato veniva invece rivenduto, perché non tro­ vava un immediato impiego nel cantiere e nella Fabbrica, ve­ niva indicato accuratamente il nome deH’intermediario a cui era affidata la vendita - il gestore della bottega degli incanti, per oggetti di uso comune, così come un formaggiaio per i lat­ ticini offerti - con la data di consegna, la data di vendita e l’im­ porto realizzato.

voratore e di riferirne prontamente. Il caso, però, cade nel vuo­ to, e l’assenza di successivi provvedimenti contro quest’uomo lascia immaginare, dietro l’ingiurioso biglietto, l’invidia di un sottostante o, perché no, lo scherzo di qualche bontempone. La varia provenienza delle monete reperite testimonia l’in­ tensità del flusso commerciale che interessava Milano fin dal­ l’epoca medievale. Alla moneta si assegnava il corso in atto nel giorno della registrazione. Le monete di scarso valore ritrovate tra le oblazioni, dette bolzonalia, venivano consegnate alla zec­ ca perché ne fondesse l’argento, sempre molto richiesto per far fronte alle necessità di circolante; sulla moneta piccola d’ar­ gento si basavano infatti le compravendite della vita di tutti i giorni e il commercio al minuto10. Il contenuto delle cassette veniva suddiviso, in fase di regi­ strazione, a seconda del tipo e del materiale di conio. Per quan­ to concerne il tipo, tra le monete rinvenute con maggior fre­ quenza, oltre alle comuni lire di uso corrente a Milano, con i sottomultipli soldi, 20 per lira, e denari, 12 per soldo, e ai fiori­ ni, di uso pregiato, troviamo anche temoli e medaglie, caratte­ rizzate da bassi volumi di circolazione, e monete provenienti da altre città o stati, come ducati, scudi, franchi, corone. Le mone­ te venivano poi classificate in base al materiale di conio, che po­ teva essere oro, argento o rame, specificazione necessaria a cau­ sa dei cambi diversi di cui erano oggetto, e convertite in liresoldi-denari sulla base del valore di cambio corrente nel giorno di registrazione. Le monete d’oro erano, infatti, quotate e ven­ dute nel giorno stesso in cui erano offerte. I valori di cambio ri­ portati nei registri sono di grande interesse, perché permettono di fotografare in ogni istante l’effettiva realtà monetaria, e di se­ guire al contempo svalutazione e rivalutazione delle monete a seguito delle manovre effettuate dai duchi di Milano11. Ad altrettanta precisione nella registrazione erano tenuti i deputati della Fabbrica preposti alla gestione delle cassette po­ ste fuori Milano, che solitamente rivestivano anche il ruolo di spenditori, come Giovannolo de Magenta, che nei primi anni della costruzione ricopre l’incarico di spenditore della Fabbri­ ca per la cura delle due bussole poste nelle vicinanze del lago Maggiore. Ogni sera doveva aprire le bussole, contarne il con­

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Cassette, ceppi e bussole Per raggiungere tutti coloro che per motivi vari non pote­ vano recarsi nel centro della città o semplicemente transitava­ no altrove, nei punti nevralgici e di maggior passaggio della città e del contado erano posti ceppi, tronconi di legno vuoto in cui riporre elemosine e offerte, bussole e cassette, solita­ mente di metallo. Le cassette erano spesso impreziosite da mi­ niature su pergamena a soggetto sacro. La cassetta principale, posta sopra l’altare maggiore della cattedrale, venne dipinta con una Maestà nel 1395 dal figlio dell’ingegnere della Fabbri­ ca Giovannino de’ Grassi, Salomone, assunto poi in prova dal­ la Fabbrica di lì a tre anni, a seguito della morte del padre per gotta. Cassette e ceppi venivano collocati, oltre che nella catte­ drale stessa, in tutte le chiese e monasteri della città e del con­ tado, presso le porte urbane, agli incroci delle principali stra­ de, nella sala delle udienze del Vicario dell’arcivescovo, nel cantiere cittadino e nelle vicinanze delle cave fuori città. Le cassette poste nelle immediate vicinanze del Duomo era­ no ritirate al tramonto, quasi sempre ricolme. Il loro contenu­ to veniva inventariato e trascritto accuratamente sui registri. Solitamente destinati a donazioni di basso importo, cassette e ceppi finivano talvolta per essere utilizzati per usi curiosi. E il caso del foglietto anonimo ritrovato il 28 agosto 1395 nel cep­ po della Fabbrica, in cui vengono denunciati i difetti e l’insuffi­ cienza di Antonio de Pusterla, sovrastante alla cassina vicino al campanile9. Il Consiglio della Fabbrica decide di prendere sul serio lo sconosciuto delatore, e il giorno seguente incarica alcu­ ni deputati di reperire tutte le informazioni sul conto di tale la­

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tenuto e scrivere immediatamente una relazione ai deputati della Fabbrica dettagliando quantità giornaliera e tipo di mo­ neta. Allo stesso modo, egli era tenuto a inviare una lettera a Milano ai deputati ogni volta che si trovasse a dover prelevare del denaro. Due serrature racchiudevano le preziose bussole, custodite una dallo stesso Giovannolo, e l’altra, quella posta presso Pallanza, da un onesto abitante del luogo. Per ulteriore sicurezza, Giovannolo doveva fornire all’ingegnere della Fab­ brica una copia delle chiavi delle bussole12. La raccolta del denaro attraverso le cassette si rivelava par­ ticolarmente efficace, in virtù della sua semplicità. Da un lato, infatti, le cassette erano poste in tutti i luoghi pubblici, sia nel­ la città sia nel contado, e questo permetteva al donatore di ef­ fettuare la sua oblazione senza doversi appositamente recare in Duomo; dall’altro, l’obolo era anonimo e poteva essere di qual­ siasi entità. Nelle cassette, di fatto, si versavano oblazioni di importo basso e talvolta addirittura trascurabile, dal momento che per donazioni di valore più significativo ci si recava al D uo­ mo presso l’altare, modalità che, tramite la registrazione nomi­ nativa effettuata dagli ebdomadali, prevedeva anche un’eviden­ za pubblica per il benefattore. Di conseguenza, le cassette era­ no utilizzate soprattutto per le donazioni del popolo, che non disponeva di grandi somme né di monete preziose. Se si prende a riferimento l’anno 1400, statisticamente si­ gnificativo in termini di rilevanza delle informazioni, loro ric­ chezza quantitativa e stato di conservazione delle fonti, le regi­ strazioni delle oblazioni rinvenute nelle cassette evidenziano una forte prevalenza quantitativa delle monete in argento e, so­ prattutto, in rame13. Il dato non deve stupire, dal momento che l’argento, largamente utilizzato nei commerci e negli scambi, aveva una circolazione molto ampia, mentre più scarsa era quella delle preziose monete d’oro. Maggiormente interessan­ te è il risultato emerso dalle aggregazioni degli importi delle monete, che mostrano come quelle in rame costituiscano la metà del valore totale delle oblazioni estratte da cassette in quell’anno14. Dal momento che il valore intrinseco delle singole monete decresce nella scala oro-argento-rame, e che è necessaria una

notevole quantità di monete di rame per formare un importo pari a quello di poche monete d’oro, il numero di monete di basso valore donate si può presumere estremamente elevato15. Sorprendentemente, però, l’importo complessivo raccolto dalle cassette, benché formato per la maggior parte da monete di bassa lega (rame), costituisce una somma ragguardevole, pa­ ri per l’anno 1400 a più di un terzo del totale delle oblazioni in denaro (35%), e sottolinea il grande concorso di popolo, an­ che proveniente dai ceti meno abbienti, che con il proprio obo­ lo si adoperò per la costruzione della cattedrale milanese16. Le cassette, inoltre, rappresentarono una modalità di raccol­ ta fondamentale per l’equilibrio finanziario della Fabbrica, in quanto fonte di entrata costante negli importi lungo l’arco dei mesi. Infatti, in virtù del basso valore unitario, le donazioni era­ no scarsamente influenzate da fattori esogeni, climatici, storici e sociali, che condizionavano invece offerte di maggior importo. Nei periodi in cui si verificava una diminuzione delle oblazioni portate all’altare, questa veniva quindi compensata dall’apporto stabile che tale semplice strumento di raccolta garantiva.

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Le questue Fin dal primo anno di costruzione Gian Galeazzo Visconti concesse alla Fabbrica la facoltà di questua nei territori di suo dominio, come ulteriore fonte di finanziamento del cantiere, dettandone anche le modalità. I sacerdoti a ciò designati ave­ vano il compito di recarsi, per squadras ordinatas, nei villaggi del contado a celebrare la messa mattutina e, nell’occasione, ad annunciare ai fedeli la grande impresa di costruzione. L’an­ nuncio veniva fatto in conclusione dell’omelia, con il fine di di­ sporre l’animo dei presenti alla generosità. D ’altra parte, per ordine del Principe tutti gli abitanti del contado erano tenuti ad accogliere benevolmente i sacerdoti e i loro collaboratori, e a favorire tutte le condizioni per cui potessero eseguire più agevolmente il loro mandato. Il gruppo formato dai presbiteri, accompagnati da due consoli e due boni homines, passava poi di casa in casa per chiedere alle famiglie oblazioni sotto qua­

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lunque forma, in denaro o, eventualmente, in natura. Oggetti e vettovaglie raccolti venivano conservati dai questuanti e riven­ duti al miglior offerente in un’asta pubblica alla fine di ottobre. Nel giorno di Ognissanti, poi, i collettori offrivano quanto rac­ colto e quanto ricavato dalla vendita nel corso di una solenne funzione in Duomo presieduta dallo stesso Principe17. Il Con­ siglio della Fabbrica poteva stabilire anche una data diversa nella quale le oblazioni raccolte dovessero essere portate alla cattedrale. Così si decreta per i collettori di Castellanza, che a partire dal 1399 portano in Duomo metà di quanto raccolto nel giorno di san Pietro (29 giugno), e la restante parte nel giorno di san Michele (29 settembre)18. In ogni caso, la data prescelta coincideva sempre con una festa liturgica: anche il semplice gesto di consegnare l’obolo raccolto veniva rivestito di solennità e sacralità. Gli incaricati alla questua ricevevano il mandato dall’arci­ vescovo. Non era possibile raccogliere elemosine in mancanza di autorizzazione, ed era considerata reato grave la questua ef­ fettuata contro la volontà dei deputati, ovvero per iniziativa personale. Ne seppe qualcosa quel fraticello che, trovato nel distretto di Lodi a raccogliere oboli per la costruzione del Duomo privo di regolare mandato, fu immediatamente chiuso in carcere a Milano, e liberato solo due mesi dopo19. Misure se­ vere, ma si capisce bene lo spirito dei consiglieri della Fabbri­ ca, ben coscienti della debolezza dell’uomo, specie se messo nelle condizioni di dover maneggiare ingenti somme, e la loro preoccupazione di garantire a tutti i donatori il buon fine del proprio obolo. La vastità del territorio diocesano all’epoca rendeva neces­ saria una precisa programmazione degli sforzi, col duplice fine di raggiungere ogni punto del contado e, al contempo, evitare inutili sprechi di energie. La Fabbrica dettagliava, perciò, con delibera consigliare, la retribuzione spettante a ciascun colla­ tore e il territorio in cui doveva recarsi a questuare. Vediamo per esempio assegnare al collatore don Matteo de Camenago la pieve di Incino, il territorio di Lecco e dei paesi circostanti, con incarico di recarsi a predicare in quei luoghi l’annuncio dell’o­ pera milanese e raccogliere oboli per conto della Fabbrica. Lo

sosterranno nel suo compito due servi, pagati ciascuno 4 soldi al giorno. Al prete sarà poi fornito un cavallo, in ragione dei lun­ ghi spostamenti che un simile tragitto comportava, e gli verran­ no ripagate tutte le spese sostenute nel viaggio20. Lo stipendio dei questuanti, come forma di incentivo, pote­ va anche essere stabilito in percentuale rispetto a quanto rac­ colto. A frate Giovanni Finoli da Romano degli Eremitani di Sant’Agostino del convento di Bergamo, eletto predicatore, confessore, collettore, questuario e officiale della Fabbrica per­ ché ritenuto dal Consiglio «venerabile e prudente», spetta Fincarico di raccogliere donazioni nelle città, terre e castelli situa­ ti fra l’Adda e l’Oglio e il Po e la Valtellina. A compenso «del­ le sue spese e fatiche» gli viene accordata la metà di ogni 3 fio­ rini per oblazione, e 2 soldi per ogni fiorino raccolto nel caso di oboli di valore superiore ai 3 fiorini, con obbligo di tenere accuratamente nota di ciascuna donazione e di relazionarne ai deputati una volta al mese21. Gli obiettivi di una questua potevano essere generici, fina­ lizzati alla raccolta di donazioni di qualsiasi natura, oppure mi­ rati a seconda delle esigenze e necessità più urgenti della vita del cantiere. Questue apposite erano organizzate dalla Fabbri­ ca per reperire materiali da costruzione (in particolare ferro, calce e sabbia), vino e biade22. Era necessario, infatti, pensare anche all’alimentazione dei cavalli, utilizzati nelle mansioni che prevedevano spostamenti per il contado, come questue, ambasciate e incarichi similari23. In questi casi, la Fabbrica provvedeva ad acquistare una bestia per l’incaricato; «un cavallo o un ronzino, pel quale si debba­ no spendere al più fiorini 12», viene per esempio acquistato per i sollecitatori delle cause per l’esazione dei crediti24. Le questue si rivelarono una delle più importanti modalità di raccolta delle oblazioni. Il paziente lavoro degli incaricati alle questue permise di raggiungere, capillarmente e periodicamen­ te, ogni luogo del contado. In un periodo storico segnato da guerre ed epidemie, per molti sarebbe stato complicato e insi­ dioso, quando non impossibile, recarsi in città presso l’altare della cattedrale per consegnare la propria donazione. La ferrea volontà e il senso della missione di chi gestiva la Fabbrica, l’alto

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numero e la dedizione dei frati mendicanti e di volontari incari­ cati in genere, e soprattutto la capacità di organizzarli, non solo fecero sì che tutto il popolo venisse a sapere della grande opera in costruzione, ma soprattutto diedero a ognuno la possibilità di prendervi parte attraverso l’obolo affidato ai questuanti. Un singolare contributo alla raccolta di donazioni veniva, infine, dalle puellae cantagolae, fanciulle biancovestite che, tal­ volta accompagnate da fanciulli, i pueri cantores, sfilavano per la città e per le campagne, danzando e cantando nelle piazze e presso gli incroci principali. Tale usanza, dalle radici pagane, nasceva dall’antico costume milanese della gioventù in età da matrimonio; in epoca cristiana l’esecuzione di cantilenae era stata poi fissata nelle vigilie e nelle feste della Natività di san Giovanni Battista (24 giugno) e degli apostoli Pietro e Paolo (29 giugno). Con il canto si intendeva propiziare la raccolta di elemosine e predisporre gli astanti alla donazione. I giovani cantori, che erano soliti trattenere per sé il ricavato delle esibi­ zioni canore, presi anch’essi dall’entusiasmo per la grande opera di costruzione decisero, alla fine del XIV secolo, di de­ volvere a beneficio della Fabbrica tutte le elargizioni raccolte da lì in seguito25. Le cantagolae, anche dette cantilenis cantantes, furono poi vietate da san Carlo Borromeo, nell’intento di proibire la diffusa mescolanza tra sacro e profano che rischia­ va di minare la religiosità della cattedrale ambrosiana (1569). Alcuni provvedimenti limitativi erano già stati presi più di un secolo prima, nel 1437, dal duca Filippo Maria, intervenuto per reprimere gli abusi perpetrati da alcuni giovani profittatori che cantavano in giorni differenti da quelli designati e rac­ coglievano per sé offerte che il popolo immaginava destinate all’opera del Duomo.

oblazioni delle sei porte cittadine - al tempo, Porta Orientale, Porta Romana, Porta Vercellina, Porta Ticinese, Porta Comasina e Porta Nuova27. Ciascuna Porta gareggiava per essere la più sfarzosa; gli spettacoli allestiti erano chiamati Trionfi. Sui carri in movimento si inscenavano quadri viventi che doveva­ no rappresentare drammi sacri. In realtà, poiché la commit­ tenza di questi sfarzosi apparati era per lo più laica, spesso le storie drammatizzate sui carri erano di carattere profano, trat­ ti dalla mitologia o dalle vicende storiche più recenti. Sarà poi san Carlo Borromeo a intervenire nel 1569 con un atto sancente il carattere religioso e devozionale di tali proces­ sioni, proibendo di conseguenza tutte quelle consuetudini che si erano andate a formare attorno a esse, rischiando di disto­ gliere lo sguardo del fedele da quel punto di memoria che an­ che una cerimonia come quella intendeva perpetuare. I preparativi per i Trionfi cominciavano almeno venti gior­ ni prima, alla presenza degli anziani delle porte, degli officiali della Fabbrica e di tutto il popolo. Il principale contributo eco­ nomico proveniva dai nobili, sia per gli alti costi di allestimen­ to, sia perché solo un letterato era in grado di individuare e stu­ diare dettagliatamente il tema da inscenare. La Fabbrica contribuiva in larga parte all’allestimento del Trionfo. Procurava, infatti, la manodopera specifica (pittori per gli stendardi e falegnami per la costruzione dei carri), gli arredi per tappezzare le strade percorse dai cortei, il celostro processionale e le onoranze, ovvero i boccali di vino da offrire al popolo a fine spettacolo. Spesso, poi, prestava anche dena­ ro, affinché tutto fosse completato nel migliore dei modi, cer­ ta che le offerte recate dai fedeli in quell’occasione avrebbero più che ricompensato le somme anticipate28. I cortei, preceduti da rappresentanti dell’autorità civile, da due stendardi con l’arma della comunità, da sei trombettieri e da sei servitori del Comune, chiamati Bianchi e Rossi dal colo­ re delle livree, corrispondente a quello dello stemma di Mila­ no, si snodavano, a partire da ciascuna porta, in direzione del Duomo29. Al loro arrivo sul sagrato erano attesi dalla folla ca­ peggiata dai duchi e dal loro seguito di cavalieri e dame, per­ ché spesso il trionfo omaggiava la grandezza della famiglia du­

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I Trionfi26 La processione rappresentava un modo per dare risonanza e visibilità ai successi raggiunti nelle operazioni di raccolta del­ le donazioni. Caratteri di grandiosità e spettacolarità rivestiva­ no le solenni processioni con cui si portavano in Duomo le

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cale. All’altare maggiore veniva poi condotto solennemente il celostro, cero di grandi dimensioni su cui venivano appese me­ daglie d’oro con la fronte del Duomo, corrispondenti alle of­ ferte convertite dal tesoriere30.

rappresentava un segno semplice ma concreto di conforto alle umane fatiche. E così la terra diventava più vicina al cielo. La folla reagiva festosamente agli annunci di nuove indul­ genze, con un’affluenza tale da mettere a dura prova l’ordine pubblico. La possibilità di entrare in città per lucrare l’indul­ genza - visitando le chiese di Sant’Ambrogio, San Nazaro in Brolo, San Simpliciano, San Lorenzo - era concessa dal Prin­ cipe a tutti, delinquenti comuni e briganti compresi. Terminati i grossi lavori di escavazione dei primi quattro an­ ni di costruzione, a cui l’intera popolazione aveva partecipato con entusiasmo, le entrate nelle casse della Fabbrica comincia­ rono ad essere via via sempre più rapidamente erose dalle cre­ scenti uscite del cantiere in espansione. Per sollecitare, allora, la magnanimità di tutti, perché incrementassero il flusso delle offerte, si pensò di richiedere a papa Bonifacio IX la conces­ sione di una speciale indulgenza per i benefattori della catte­ drale. Era questa, infatti, una modalità spesso utilizzata al tem­ po per incentivare donazioni per il finanziamento di opere uti­ li alla comunità, come chiese e ospedali32. Papa Urbano VI, al­ la fine del suo pontificato (1389) aveva indetto un giubileo per l’anno successivo, confermato dal nuovo papa Bonifacio IX. I milanesi chiesero al pontefice, tramite l’intermediazione del­ l’arcivescovo Antonio da Saluzzo e di Gian Galeazzo Visconti, la possibilità di lucrare il giubileo anche a Milano. In risposta, il pontefice accordò tale privilegio con la bolla datata 1° otto­ bre 139033. Per poter lucrare l’indulgenza i milanesi dovevano visitare per dieci giorni alcune chiese della città. Inoltre, i fe­ deli più abbienti erano tenuti a versare un terzo della spesa che avrebbero sostenuto per andare a Roma, dove solitamente ci si recava per ottenere un’indulgenza giubilare. Infine, i soggetti colpevoli di appropriazioni indebite, come i ladri e gli usurai, dovevano restituire il maltolto donandolo alla Chiesa, se non era possibile renderlo direttamente ai danneggiati34. L’effetto della concessione papale si palesò ben presto. Nel giugno di quell’anno le casse dell’ente beneficiarono di entrate pari a oltre cinque volte quelle registrate nel mese precedente; nei mesi di giugno, luglio, agosto e dicembre 1391 le donazio­ ni pervenute alla Fabbrica ammontarono ad almeno il doppio

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Indulgenze e giubilei Le autorità religiose si mobilitarono per sostenere il finan­ ziamento della cattedrale emanando atti, delibere, bolle e prov­ vedimenti finalizzati a incentivare i milanesi a erogare un per­ sonale contributo. In occasione dell’annuncio pubblico di inizio della costru­ zione, in data 12 maggio 1386 l’arcivescovo Antonio da Saluzzo rivolge ai milanesi un solenne Appello alla Carità. In sostanza, si invitano i cittadini a elargire «pie elemosine e caritatevoli aiuti con la promessa di ricompense spirituali, cioè remissioni ed in­ dulgenze», pari a quaranta giorni di Purgatorio per ogni obla­ zione versata in grazia di Dio, ovvero «sinceramente pentiti e confessati»31. La prospettiva di poter «pervenire alle gioie della beatitudine eterna» era motivazione assai convincente per i cre­ denti dell’epoca, per i quali era pressante e vivida la paura della dannazione eterna tra le fiamme dell’Inferno. E ad una marcata enfasi su colpe e peccati corrispondeva una ferma fede nel po­ tere redentivo di atti di carità e pratiche di pentimento. È proprio in considerazione di questo che, cinque anni do­ po, si pensa di alimentare le casse della Fabbrica con il ricorso all’elargizione di speciali indulgenze, soluzione particolarmen­ te fruttuosa che sarà più volte adottata negli anni in corrispon­ denza dei periodi di maggiori difficoltà economiche. La con­ cretezza dei termini in cui le indulgenze erano formulate, che ad uno sguardo superficiale può apparire alla stregua di un ma­ terialistico do ut des, mostrava in realtà agli uomini medievali come ogni azione terrena fosse misteriosamente connessa con l’aldilà. Il credente, costretto a fare quotidianamente i conti con la durezza di una vita brutalizzata da frequenti guerre, pe­ stilenze e carestie, aspirava con ansia alle gioie della vita eter­ na, e proprio l’indulgenza, nella sua immediatezza e tangibilità,

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di quanto normalmente raccolto. Tali somme, per di più, co­ stituivano solamente la metà di quanto versato dai fedeli, dal momento che metà delle oblazioni donate in occasione del giu­ bileo era destinata, come da accordo papale, alla Santa Sede, per la manutenzione delle chiese di Roma35. Alla fine del giubileo, coincidente con la Pasqua del 1392, vennero però nuovamente a scarseggiare quei finanziamenti che lo stato dei lavori rendeva sempre più necessari. Per que­ sto motivo, i deputati del Consiglio della Fabbrica chiesero a Gian Galeazzo Visconti di intercedere ancora una volta presso il papa per l’ottenimento di un’indulgenza duratura, di cui po­ tessero beneficiare da lì in avanti tutti i donatori e prestatori d’opera per la cattedrale. L’accoglimento della richiesta, tutta­ via, venne ritardato dalle manovre politiche del Visconti. Egli, infatti, proprio in quegli anni era in trattative con il re di Fran­ cia, che cercava l’appoggio di Gian Galeazzo per sostenere l’antipapa Clemente VII nel suo progetto di costituzione di uno stato vassallo della Chiesa, il regno di Adria. Bonifacio IX ritardò di cinque anni la concessione ai milanesi, accordando l’attesa indulgenza solo quando Gian Galeazzo, al fallimento del disegno di Clemente VII, depose le sue trattative con il so­ vrano francese. Nel 1397 il pontefice esaudì la richiesta dei mi­ lanesi, concedendo un’indulgenza plenaria lucrabile in perico­ lo di morte, estesa poi, due anni dopo, a tutti i benefattori del­ la Fabbrica. Nei successivi quindici anni ciascun donatore po­ teva acquistarla una volta sola, con confessione recente e sin­ cera contrizione per i propri peccati. Dal gennaio 1400 il Consiglio organizzò squadre di incari­ cati, religiosi e laici, che si recassero in ogni luogo del ducato visconteo, per le città come per i contadi, a far conoscere tale grazia. In quei primi mesi dell’anno, nelle sale della Fabbrica si respirava un fervido clima organizzativo che animava tutte le riunioni dei deputati e dei consiglieri, e si traduceva immedia­ tamente in delibere. A gennaio si decide di mandare due copie dell’indulgenza a ogni “casa” dei Frati Minori, dei Predicatori, degli Umiliati, dei Carmelitani, dei Servi di Maria di Sacco e dei Celestini, perché ne parlino in tutte le loro prediche36. A febbraio i consiglieri deliberano di scegliere, insieme con l’ar­

civescovo, i due migliori frati di ogni convento di mendicanti perché rendano pubblica l’indulgenza37. Ad aprile individuano quattro validi personaggi e li investono del ruolo di nunzi per­ ché portino le lettere ducali relative all’indulgenza nelle zone da loro precisamente individuate, come seguendo una precisa strategia di penetrazione del territorio: Bernabò da Niguarda nei vescovadi oltre il Po, nelle città di Piacenza, Bobbio, Ales­ sandria, Tortona, Casale, Valenza «ed altre del Piemonte, se ve ne sono»; Cristoforo Litta nei luoghi intorno a Novara e Ver­ celli; Alvisio de Prestino del borgo di Varese a Como, Berga­ mo, valle Camonica e lago d ’Iseo; Protasio de Foppa nelle città intorno a Brescia e della Geradadda38. A maggio, poi, si invia il nunzio della Fabbrica, Zambello Lanziapanico, dal duca per ottenere lettere di passo per coloro che dovevano girare città e contadi per portare le lettere dell’indulgenza, manovra che avrebbe facilitato di molto gli spostamenti dei nunzi39. Fu l’efficienza di tale rete comunicativa a dare in quel pe­ riodo massima efficacia alla raccolta di oblazioni e delle altre forme di donazione - eredità, proprietà terriere e immobiliari; in meno di un decennio, le entrate nelle casse della Fabbrica erano, infatti, quasi triplicate40.

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Le oblazioni obbligatorie per paratici, comuni e officiali ducali Una forma particolare di raccolta delle donazioni venne de­ finita negli atti ducali che richiedevano il versamento obbliga­ torio di oblazioni ad associazioni di mestieri (paratici), comuni e officiali ducali41. Per decreto di Gian Galeazzo Visconti del 7 febbraio 1387, tutte le oblazioni a cui annualmente erano tenuti i paratici fu­ rono destinate alle casse della Fabbrica42. Gli statuti cittadini del tempo individuano, per ciascuna corporazione di artigiani, il giorno festivo dell’anno solare in cui questi devono portare in processione l’oblazione al proprio altare in Duomo. Insieme, tutti i paratici concorrono poi all’oblazione generale dell’8 set­ tembre, giorno della Natività della Vergine, patrona della catte­ drale. Questo appuntamento non viene sempre rispettato da

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tutte le corporazioni, a causa della cronica mancanza di liqui­ dità da cui spesso i mestieri, specie i più umili, erano afflitti. Ciononostante, le associazioni di mestieri riportate dagli elenchi degli oblatori sono numerose. Dagli elenchi oblatori spunta un colorito bozzetto delle arti e mestieri del tempo: mu­ gnai, venditori di farina, lavoranti di lana sottile e delle tele di lino si accompagnano a barbieri, calzolai, straccivendoli, fab­ bricatori di aghi, pellicciai, insieme con monetieri, pittori, spa­ dai e speronari, fabbri ferrai e venditori di ferramenta, fornai, macellai, pollivendoli, ortolani. Sotto il dominio visconteo ciascun Comune, per decreto ducale del 18 maggio 1395, era tenuto a versare un’oblazione annuale alla Fabbrica, di importo stabilito da Gian Galeazzo Visconti. Per comprendere l’importanza di tale contribuzione basterà segnalare come in quell’anno le oblazioni di Parma, Pa­ via, Bergamo, Cremona, Alessandria e Brescia apportino alla Fabbrica una somma superiore alle 800 lire43. L’obbligo di donazione era sancito anche la categoria degli officiali ducali. Ad ogni officiale dell’apparato burocratico vi­ sconteo era richiesta un’oblazione da portare alla cattedrale con processione solenne il 7 settembre, giorno di nascita di Giovanni Maria Visconti, erede della signoria, tradizione che si mantenne per diversi decenni44. Dopo la morte di Gian G a­ leazzo Visconti (1403), gli officiali ducali continuarono a ri­ spettare l’obbligo di versare l’obolo alla Fabbrica, in una data stabilita di volta in volta dai duchi che si succedettero, per ce­ lebrare gli avvenimenti per loro più importanti. Filippo Maria Visconti, per esempio, decretò nel 1439 che l’anniversario del­ la sua entrata in Milano, in data 16 giugno, venisse celebrato, di lì innanzi, con il versamento a favore della costruzione del Duomo della decima parte del salario mensile degli officiali45.

può avere un valore eterno, così ogni bene, anche il più insi­ gnificante, serve all’edificazione della cattedrale. Al di fuori di questa premessa, rimarrebbero incomprensibili intere pagine del Registro delle Oblazioni riservate all’annotazione delle oblazioni in natura. Esse forniscono evidenza scritta di come davvero ogni cosa diventa occasione di dono: l’anello prezioso come il bottone in madreperla, la botte di vino come il cero, la mantella ricamata come il drappo logoro. Gli oggetti donati con maggior frequenza erano le vesti, so­ prattutto mantelli e giacche, anche appartenute a defunti. In­ fatti, in occasione di grandi morie si andavano a spogliare i morti dei lazzaretti dei loro abiti, che, prima di essere rivendu­ ti, restavano depositati per un anno nella camera superiore del­ l’edificio di Camposanto retrostante il Duomo46. L’usanza di utilizzare le vesti degli appestati defunti era deprecata dagli of­ ficiali della Fabbrica, che si rifiutavano di manezari nec tangi quegli indumenti, propter periculum epidemie nunc vigentis. Eppure così avviene nel 1400, allorché la popolazione milane­ se è colpita da un’epidemia di peste che cesserà a fine anno, in data 12 dicembre47. In realtà, si tratta solo di una tregua mo­ mentanea, perché la peste continuerà a serpeggiare in città an­ che l’anno seguente, quando verrà innalzata la chiesa votiva di San Cristoforo al Naviglio, proprio per implorare la protezio­ ne divina dalla nuova epidemia. Il pregio delle vesti, e la conseguente valutazione, era de­ terminato prevalentemente in base al colore della stoffa e del­ la fodera. Nulla andava sprecato: quando l’indumento offerto non era in condizioni tali da poter essere rivenduto, infatti, si mettevano in commercio i bottoni e i fili d’oro e d’argento in­ tessuti nella stoffa. La biancheria da tavola offerta, come tovaglie e panni, e la biancheria da letto, come lane e coperte, veniva stimata a secon­ da delle dimensioni, e necessitava perciò di una misurazione ac­ curata; ogni giorno veniva quindi portata sopra un disco prepo­ sto a quello scopo48. Anche la cera veniva pesata con lo stesso strumento prima di essere riposta in un cassone presso la came­ ra dello scrigno, dove uno degli officiali della Fabbrica, in qua­ lità di guardiano, aveva il compito di custodirla giorno e notte.

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I doni in natura Non solo il denaro costituiva oggetto di donazione. Il pre­ supposto da cui parte il fedele nel 1400 è che tutto concorre al­ la costruzione: come ogni gesto, per quanto banale e umile,

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I paramenti sacri e gli arazzi donati erano spesso commis­ sionati per la Fabbrica a spese del donatore in occasione di una particolare festa o avvenimento celebrato nella cattedrale, mentre nobili e rappresentanti della famiglia ducale si privava­ no di anelli, perle, ciondoli, pietre preziose e li deponevano pomposamente sull’altare. Non mancavano, tra i doni, materiali da costruzione, come calce, sabbia e piombo, e utensili da lavoro, soprattutto mar­ telli, scalpelli e chiodi, utilizzati nei lavori di cantiere e che tal­ volta diventavano l’obiettivo principale di apposite questue or­ ganizzate in città. Durante la questua nelle campagne, poi, i contadini offriva­ no in oblazione farine, grani, frutta ed eccedenze dei raccolti: era la lode di ringraziamento che questi uomini semplici innal­ zavano a Dio per quanto la terra aveva prodotto per loro du­ rante l’anno. Infine, ad alcuni collatori era assegnato l’incarico precipuo di questuare vino, percorrendo le campagne dell’intero domi­ nio visconteo a metà settembre, in tempo di vendemmia. Era­ no in particolare i frati mendicanti ad essere assegnati per que­ sto compito. Durante le loro prediche dovevano illustrare ma­ gniloquentemente i lavori del cantiere e l’importanza del Duo­ mo, affiggendo poi richiesta scritta di vino sulle porte delle chiese e «dove ritenuto più conveniente»49. II vino era tra i generi di prima necessità del cantiere. Cen­ tinaia di boccali, acquistati all’inizio dei lavori nel 1387, erano distribuiti ricolmi ogni giorno gratuitamente alle maestranze, a integrazione dei salari e come ricompensa per coloro che lavo­ ravano prò nihilo. Il consumo annuale di vino nella Fabbrica era di 400 plaustri carro, equivalenti a più di 310.000 litri50. Quello raccolto e non subito consumato era conservato in una stanza sotterranea, adibita a cantina51. Esso era soggetto a tre differenti tassazioni: in prima istanza, all’imbottatura, ovvero nel momento in cui il liquido veniva posto nei vasi vinari (2 sol­ di per brenta). Nel 1400 Gian Galeazzo Visconti sollevò la Fabbrica dal pagamento di questo primo dazio, concedendole un’esenzione a datio imbotaturae prò vino donato, a condizione che i quantitativi ricevuti in dono fossero segnalati all’Ufficio

delle Entrate52. Il vino veniva quindi tassato al dazio grande al­ le porte della città (1 soldo e 6 denari per brenta), e infine, al dazio della catena, se giungeva per via fluviale sul Naviglio (mezzo denaro per brenta). L’importo totale della tassa in ori­ gine era dunque pari a 3 soldi e 6 denari e mezzo per brenta, con un’incidenza di un terzo sul suo valore reale (equivalente a 10 soldi circa per brenta). Per effetto, invece, dello sgravio ri­ sultante dalla concessione ducale, la Fabbrica doveva corri­ spondere solamente 1 soldo e 6 denari e mezzo per brenta53.

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Alcuni doni in natura venivano impiegati direttamente per soddisfare le esigenze della vita nel cantiere. E questo il caso dei materiali da costruzione, in modo particolare il ferro, un genere di oblazione offerto frequentemente, tanto che accanto all’altare era permanentemente predisposto un disco per deter­ minarne il peso, che andava segnato sul Registro delle Oblazio­ ni54. Simile destinazione avevano gli arnesi da lavoro offerti dalle maestranze, mentre i generi alimentari andavano a sfa­ mare tutti coloro che, a vario titolo, fornivano il proprio ap­ porto alla costruzione. I cavalli, utilizzati dalla Fabbrica nelle più svariate mansio­ ni, si alimentavano con la biada donata, fornita gratuitamente a chi veniva incaricato di compiti che prevedevano spostamen­ ti nei territori circostanti. Altrimenti, una parte a rimborso del­ le «spese fatte per sé, famigliari e cavalli»55 era ricompresa nel­ la retribuzione. Similmente, il vitto per gli ingegneri stranieri che venivano ad arricchire della propria esperienza il cantiere milanese veniva calcolato secondo «le spese del vivere de li ca­ vali et de le persone»56. I doni che, invece, non trovavano un impiego diretto nel cantiere, erano monetizzati attraverso un particolare processo: la vendita all’incanto57. I beni mobili (vesti, stoffe, suppelletti­ li, oggetti di uso domestico, arredi e gioielli), e i beni immobi­ li, come case e terreni, erano stimati in funzione del loro valo­ re reale al momento della donazione58. L’importo stimato veni­ va poi realizzato mediante vendita ai pubblici incanti, aste in cui il bene era proposto ai partecipanti a partire dal valore pre­ cedentemente stimato, e poi aggiudicato dal miglior offerente.

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Gli incanti si tenevano all’interno di una bottega situata vi­ cino al campanile presso l’arengaria del Broletto nuovo, nella piazza adiacente il cantiere del Duomo, alla presenza di uno dei Dodici di Provvisione59. Ambrogio Raverto, officiale depu­ tato dalla Fabbrica alla vendita dei doni, aveva preso in affitto quella botta seu stationa al prezzo di 6 fiorini60. Alla rigattiera Beatrice, che aveva richiesto al Consiglio della Fabbrica che le fosse messa a disposizione una parte del locale per i suoi com­ merci, non ne fu permesso l’utilizzo, poiché in tale luogo, sen­ tenziarono i deputati, non sarebbe stata decorosa la presenza di una donna - quia non licet tenere foeminas ibibl. La grande quantità di oblazioni accumulate in attesa di es­ sere vendute rese necessaria, in seguito, l’apertura di una se­ conda bottega presso la porta della chiesa di Santa Tecla; Gian Galeazzo Visconti ne permise la costruzione nel gennaio 140062. In occasione di fiere importanti, come quella organiz­ zata ogni anno nelle festività dei santi Lorenzo e Bartolomeo, Ambrogio Raverto era incaricato di portare là con sé alcuni be­ ni donati da lui scelti tra quelli «reputati più convenienti a ven­ dersi». Affinché gli incanti si svolgessero regolarmente anche durante le sue assenze, la bottega rimaneva comunque aperta, e le vendite erano gestite da un’«altra persona fidata» designa­ ta dal Consiglio della Fabbrica63. Disposizioni particolari erano stabilite per la vendita di al­ cuni beni. Gli oggetti di valore superiore a 5 lire imperiali ve­ nivano posti all’incanto nei giorni di venerdì e sabato di ogni settimana, previa autorizzazione del Vicario ducale64. I doni pregiati, l’argento, i gioielli erano custoditi nello scrigno e nel cassone, ed erano posti in vendita nel momento in cui, per particolari difficoltà economiche, la Fabbrica necessitava a breve di circolante per pagare i salari e sopperire alle esigenze urgenti del cantiere. Tale decisione doveva comunque essere deliberata in sede di Consiglio. Esemplificativa, a questo pro­ posito, la delibera dei deputati riuniti in Consiglio il 30 di­ cembre 1392: «Doversi vendere tutti gli anelli, perle, bottoni e frisi ora esistenti nel cassone della Fabbrica, ed anche tutto l’argento che si può vendere, ad eccezione però soltanto di quello che non verrebbe comperato che come argento rotto e

non lavorato; questo si conserverà nel cassone fino a nuova determinazione»65. Il prezzo di partenza per la vendita di case, terreni agricoli o edificabili e possessioni veniva reso pubblico tramite «procla­ mazioni alle scale del Palazzo della città, e per le piazze e altro­ ve, e pubblicato in iscritto alle porte del Broletto e delle chiese di Milano, onde a tutti ciò sia manifesto»66. Gli aspiranti acqui­ renti erano tenuti a presentare la loro offerta ai deputati della Fabbrica entro un termine prefissato, solitamente di quindici giorni. In caso di vertenze sorte tra gli offerenti, la disputa era rimessa all’arbitrio del Vicario arcivescovile e di Provvisione67. Se la vendita di case e terreni non andava a buon fine, e nel pe­ riodo stabilito non si fosse trovato chi volesse acquistarli al «giusto prezzo», gli immobili venivano affittati in attesa di un frangente più propizio. Così accadde per la casa donata alla Fabbrica da Giacomolo Lampergi. Nell’agosto 1391 i consi­ glieri deliberarono di venderla «per il suo giusto prezzo», pro­ clamando in città che sarebbe stata ceduta al miglior offeren­ te68. Quindici giorni dopo, tuttavia, non si era fatto avanti nes­ sun compratore; alla successiva seduta del Consiglio, dunque, si decise che si sarebbe accettato come prezzo di pigione anche la cifra di 50 fiorini l’anno, «piuttostoché lasciarla vuota»69.

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Il processo di monetizzazione Per consentire il migliore impiego del patrimonio destinato alla costruzione del Duomo, e, al contempo, per mantenere la Fabbrica e i suoi amministratori al di sopra di qualsiasi sospet­ to di interessi privati o irregolarità, il rationator (ragioniere ge­ nerale della Fabbrica) Beltramolo da Conago attuò un com­ plesso sistema di norme contabili per la gestione delle oblazio­ ni in natura e del loro processo di monetizzazione70. Le procedure che regolavano il processo di monetizzazione erano due, diverse sia per numero di operazioni, sia in relazio­ ne alle figure istituzionali coinvolte. Secondo la prima procedura, Paolino di Osnago, banchiere milanese nominato tesoriere della Fabbrica, aveva pieni poteri

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di ricevere, da qualsiasi fonte di entrata, oblazioni in denaro o in natura, ovvero res mobiles per le quali doveva provvedere al­ la conversione in moneta tramite vendita71. Egli agiva sempre in stretta connessione con il rationator, incaricato di tenere no­ ta, sui propri registri, di ogni operazione eseguita, grazie al controllo favorito dal complicato giro di firme che avallava ogni uscita. Il tesoriere, infatti, una volta ottenuto il denaro ricavato dal­ la vendita dei beni donati, ne firmava ricevuta alla persona che aveva gestito l’incanto. Tale documento era quindi portato dal commerciante al rationator, che lo controfirmava insieme a tre ebdomadali di turno in quella settimana, tra i quali doveva es­ sere presente anche un canonico. Infatti, la partecipazione di più soggetti al processo era fondamentale per evitare il rischio di collusione fra il tesoriere e il rationator. Il tesoriere veniva registrato come debitore di quella somma, e riceveva indietro lo scritto controfirmato. Nel momento in cui avesse poi paga­ to l’importo documentato, il rationator lo avrebbe registrato come creditore della stessa somma, sollevandolo così dal debi­ to in virtù di una doppia scritturazione equivalente ma di se­ gno contrario. Nel caso in cui il tesoriere Paolino si fosse rifiutato, per qualsiasi motivo, di ricevere un dono in natura, i deputati del­ la Fabbrica avrebbero nominato una persona competente co­ me suo delegato con il compito di vendere con profitto al più presto i beni affidatigli, di cui veniva fatto debitore72. Nel mo­ mento in cui il delegato consegnava il ricavato della vendita al tesoriere, egli risultava sollevato dal debito, venendo infatti re­ gistrato lui come creditore, e il tesoriere come nuovo debitore della somma ottenuta. A questo punto era nuovamente messo in atto il complesso sistema di firme e controfirme della rice­ vuta esaminato precedentemente, e il tesoriere risultava infine creditore dell’importo ricavato dalla vendita dell’oblazione una volta pagatone il corrispettivo. Il meccanismo aveva lo scopo di responsabilizzare perso­ nalmente il tesoriere e il rationator della Fabbrica dell’anda­ mento finanziario dell’ente, e di evitare che la loro gestione si trasformasse anche in una fonte di redditi privati.

Il tesoriere aveva il compito di registrare tutte le entrate e uscite da lui effettuate in un libro separato dagli altri registri della Fabbrica, così che le sue operazioni potessero essere chia­ ramente e rapidamente controllate. In tal modo, ogni oblatore poteva verificare facilmente come la sua offerta o il suo dono fossero stati effettivamente utilizzati.

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Un secondo sistema seguiva una logica analoga, ma presen­ tava diversità sostanziali sotto il profilo strettamente procedu­ rale, volte a regolare in altro modo i rapporti intercorrenti tra gli ebdomadali, il gestore dei negozi73 e la persona incaricata di convertire in denaro le oblazioni in natura tramite vendita al­ l’asta74. Nei primi decenni di vita della Fabbrica è deputato a quest’ultimo ufficio Ambrogio Raverto, che, come visto, era af­ fittuario della bottega in cui si effettuavano quotidianamente le vendite all’incanto. Fe oblazioni a lui consegnate per essere convertite in denaro venivano imputate a suo debito dal gesto­ re del negozio per un valore pari alla stima dei beni effettuata dagli ebdomadali al momento della donazione. Quando gli eb­ domadali ricevevano il denaro ottenuto dalle vendite, Ambro­ gio veniva registrato dal gestore del negozio come creditore di se stesso per il medesimo importo. Per ogni fiorino consegna­ to gli erano corrisposti 8 denari, mentre gli oggetti di cui la vendita non era andata a buon fine dovevano essere nuova­ mente posti all’incanto75. Erano gli ebdomadali, dunque, a essere registrati dal gesto­ re del negozio come debitori, nei confronti dello scrigno, della somma ottenuta. Nel momento in cui pagavano in contanti al­ la Fabbrica tale importo, il gestore annotava le scritture inver­ se, facendo risultare infine creditori gli ebdomadali e debitore lo scrigno. Dal 1394 viene posto in essere un tentativo di semplificazio­ ne di tale meccanismo, «e ciò a diminuzione di spese e di scrit­ turazioni»76. La fase di accreditamento e successivo addebitamento allo scrigno viene infatti sostituita con un unico addebitamento ad Ambrogio Raverto di tutti i doni in natura offerti.

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I tre anelli della principessa77 Un percorso alquanto insolito viene seguito da un’oblazio­ ne di tutta eccezione e di grande valore: i tre anelli in diaman­ te, zaffiro e smeraldo donati nel 1395 da Caterina Visconti, moglie di Gian Galeazzo Visconti. Come risulta dal Registro delle Oblazioni, furono stimati rispettivamente 350, 125 e 25 fiorini, per un valore complessivo pari a 500 fiorini. Al fine di «fare le opportune intelligenze colla illustre si­ gnora Contessa», la decisione di procedere alla loro vendita, deliberata il 31 maggio 1395, le fu prima comunicata secondo i proforma dell’epoca78. Due mesi dopo, i membri del Consi­ glio della Fabbrica, visto il valore, anche simbolico, dei gioiel­ li, ritennero inappropriata la vendita secondo le consuete mo­ dalità dell’asta pubblica nell’Arengo, e optarono per l’organiz­ zazione di un incanto «a porte chiuse», alla sola presenza di lo­ ro medesimi, in segno di rispetto e gratitudine per la «eccelsa nostra Signora»79. La domenica successiva i tre anelli furono dunque portati in Consiglio e mostrati agli astanti, «perché tutti li possano vedere e ordinarne la vendita», e una settimana dopo ne fu deliberato l’affidamento alla custodia di Gasparolo de Majno, banchiere di Milano e tesoriere generale della Fabbrica, in attesa di trovare l’acquirente che li potesse trasformare in moneta sonante80. Accadde però che, forse per il loro altissimo prezzo, inac­ cessibile ai più, o forse per il senso di reverenza ispirato da que­ sti tre gioielli di splendida fattura, che impedivano a una sem­ plice donna di ritenersene degna, il compratore non fu mai tro­ vato. E un anno dopo, nel 1396, il diamante e lo zaffiro «dona­ ti dalla duchessa per sua buona volontà» erano ancora custodi­ ti da Gasparolo e dai suoi fratelli, insieme a tutte le altre gioie, perle e pietre preziose di maggior valore donate alla Fabbrica. Una domenica di giugno di quell’anno Bernardo de Majno si presentò in Consiglio, chiedendo nuovamente ai deputati se qualcuno fosse interessato all’acquisto di quei gioielli. Ma di fronte alla loro fattura finissima, alcuni tra i presenti avanzaro­ no perplessità sulla legittimità di una loro vendita. Il fabbro Giovannolo Frotta, presente alla riunione, dopo attenta osser­

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vazione ne aveva stimato il valore, ma per i deputati insorti quei preziosi non avevano prezzo. Perché non incastonarli piuttosto in una tavola d’oro da porre davanti all’altare mag­ giore? La proposta fu subito messa ai voti, e piacque a tutti i convenuti. Ci fu anche chi offrì un «baiaselo legato in oro in forma di anello» per adornare la tavola, e chi donò un gruzzo­ lo di monete da consegnare all’artefice purché si mettesse im­ mediatamente all’opera81. Alla vigilia del Natale del 1396 la tavola, disegnata da Gio­ vannino de Grassi, era pressoché ultimata: rimaneva solo da in­ castonarvi i gioielli. I consiglieri deliberarono allora che il gior­ no seguente, «dalla mattina fino ai vesperi della presente festa, e non oltre», gli anelli fossero esposti «nella chiesa Maggiore di Milano sopra un desco, acciocché tutti li possano vedere», sor­ vegliati a vista da una guardia scelta. Gli anelli della contessa, donati per la costruzione della cat­ tedrale, ne diventarono così parte integrante, andando a orna­ re «un frontale all’altare di detta chiesa» insieme ad altri gioiel­ li che ne fecero corollario82.

Note 1 Annali, Appendici, t. 1, p. 2. 2 Annali, Appendici, t. 1, Regolamento Generale di Amministrazione, 16 ottobre 1387. 3 Annali, t. 1, 23 maggio 1400. 4 Le informazioni relative a ciascun bene pervenuto in dono alla Fabbri­ ca erano riportate, oltre che sui Registri delle Oblazioni, in altri volumi, com­ pilati in parallelo e con sorprendente corrispondenza dei dati. Nell’Elenco Benefattori, compilato anno per anno all’interno degli Annali, venivano menzionati nomi e cognomi, ordinati alfabeticamente, dei donatori di obla­ zioni di una certa entità (solitamente, si trattava di terreni e proprietà). Nel Liber incantum venivano descritti gli oggetti ricevuti in dono e quindi ven­ duti all’incanto, con indicazione della data e dell’importo realizzato. Registri specifici erano tenuti, infine, per le oblazioni per il giubileo, le oblazioni dei paratici (le corporazioni di mestieri milanesi) e le oblazioni dei comuni. 5 Tale capitolo comprende tutti i beni in natura che non rientrano in una delle quattro precedenti categorie, ma per i quali il compilatore non ha ritenu­ to opportuno, vista l’estrema varietà dei loro generi, creare capitoli appositi. 6 La donazione dell’anonimo benefattore ammonta a 1500 lire, e costi­ tuisce l’offerta di maggior valore dell’anno 1400. Per dare un’idea del valore

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di tale dono, si è calcolato un approssimativo valore medio delle oblazioni nell’anno, suddividendo l’ammontare totale delle donazioni nell’anno 1400 per il numero delle stesse, giungendo al risultato di 5 lire, cifra a cui si fa ri­ ferimento dicendo «una somma pari ad almeno trecento volte il denaro che gli ebdomadali erano abituati a raccogliere». 7 Registro delle Oblazioni, 1 novembre 1400. 8 Si vedano, come esemplificazione, la struttura delle pagine del Registro relative alle oblazioni in denaro e alle oblazioni in natura denominate diversarum (cfr. infra, pp. 56-57, Tabelle A e B). 9 Annali, t. 1, 29 agosto 1395. 10 G. S o l d i R o n d in in i , In Fabrica artis: il Duomo di Milano, partecipa­ zione di popolo (e favore di principi?), “ Nuova Rivista Storica”, LX X X V (2001), III, pp. 118-119, e I d ., La Fabbrica delDuomo diMilano neiprimi an­ ni della sua costituzione, Milano 1977, p. 35. 11 Per un approfondimento dell’importanza delle rivalutazioni effettuate quotidianamente nei registri per lo studio del corso della moneta, si veda G. S o l d i R o n d in in i , La Fabbrica del Duomo diMilano nei primi anni, cit., p. 36; Id ., Politica e teorie monetarie nell’età viscontea, “Nuova Rivista Storica” , L X (1975), I-II, pp. 45-72. 12 Annali, t. 1, 11 luglio 1391. 13 Base di partenza per le indicazioni quantitative contenute nel presen­ te volume sono le analisi svolte sui Registri delle Oblazioni dell’anno 1400. Per i criteri all’origine della scelta di tale anno, si veda ultra il paragrafo La scelta dell'anno 1400, pp. 162-165. 14 Nel corso dell’anno 1400 attraverso le cassette vengono raccolte obla­ zioni per un valore complessivo pari a 11.512 lire, di cui il 7 % formato da mo­ nete d’oro, il 43% da monete d’argento e il restante 50% da monete di rame. 15 Considerando che il rapporto tra i valori complessivi di oblazioni in oro (751 lire) e in rame (5794 lire) è di 1:8 circa, e che erano necessarie mol­ te monete di rame per raggiungere il valore equivalente a una moneta d’oro, il numero di monete in rame donato è molto alto, di gran lunga superiore a otto volte tanto il numero di quelle d’oro. 16 II valore complessivo delle oblazioni raccolte nell’anno 1400 è pari a 42.225 lire, di cui 11.512 lire provenienti da cassette. 17 Lettera del duca Gian Galeazzo Visconti concedente facoltà di questua a favore della chiesa Maggiore, 12 ottobre 1386, in Annali, Appendici, t. 1, p. 211. 18 Annali, t. 1, 29 marzo 1399. 19 Annali, t. 1, 7 giugno 1400; t. 1, 11 luglio 1400. 20 Annali, t. 1, 14 settembre 1399. 21 Annali, t. 1, 25 aprile 1402. 22 Annali, t. 1, 6 settembre 1394. 23 Annali, t. 1, 20 aprile 1400. 24 Annali, t. 1, 29 dicembre 1400. 25 Cfr. E . CATTANEO, Il Duomo nella vita civile, cit., p. 84. 26 Per una trattazione completa del tema dei Trionfi, comprensiva anche dello svolgersi di tale tradizione lungo i secoli, si rimanda a: E. C a t ta n eo , Le Porte e i Trionfi, in II Duomo nella vita civile, cit., pp. 78-85; I d ., s.v. Oblazio­

ni, in II Duomo diMilano: dizionario storico artistico e religioso, Milano 1986; G.B. SANNAZZARO, Per san Carlo a Milano: note sulle processioni con particola­ re riferimento al Duomo, in S. Carlo Borromeo in Italia, Brindisi 1986, pp. 299340; I d ., s .v. Feste, in II Duomo diMilano: dizionario storico artistico e religio­ so, cit., pp. 264-268; A. B erta relli , A. M o n t i , Tre secoli di vita milanese 16301875, Milano 1927; P. G h in z o n i , Trionfi e rappresentazioni in Milano (secoli xiv e xv), “Archivio Storico Lombardo”, XIV (1887), pp. 820-831; G. F erra ­ ri , Gli spettacoli all’epoca dei Visconti e degli Sforza: dalla festa cittadina alla fe­ sta celebrativa, in La Lombardia delle signorie, Milano 1986, pp. 219-243. 27 «L e sei porte della città corrispondono al quartiere o sestiere di altre città italiane». E. C a t t a n e o , Le Porte e i Trionfi, in II Duomo nella vita civi­ le, cit., p. 78. 28 Le offerte raccolte in questa occasione sono registrate a parte, nel libro specifico detto delle Onoranze. Per ogni Trionfo viene anche data indicazio­ ne dei nominativi delle persone che si erano maggiormente prodigate per l’allestimento della propria Porta. 29 Cfr. G.B. S a n n a z za r o , Feste, cit., p. 265. 30 II tesoriere aveva la funzione di incassare e pagare per conto della Fab­ brica, attenendosi alle precise disposizioni prestabilite all’atto dell’assunzio­ ne. Era suo compito, inoltre, tenere un esatto giornale per le registrazioni giornaliere di tutti i movimenti, oltre che un libro della cassa, su cui riporta­ re, ogni due mesi, le registrazioni preventivamente scritte sul giornale. 31 «N oi infatti, per spronare i fedeli stessi, attraverso ricompense, in mo­ do per loro salutare, ad azioni meritevoli, per la misericordia di Dio onni­ potente e per l’autorità dei beati Pietro e Paolo suoi apostoli e del beato Ambrogio confessore e dottore, egregio patrone nostro al quale indegna­ mente siamo succeduti nelTufficio pastorale e confidando nei meriti della Vergine sopra nominata a tutti coloro, che siano sinceramente pentiti e con­ fessati, che offriranno il loro aiuto in quest’opera con la loro persona, i loro denari o con altri beni, per tutte le volte che lo faranno oltre alle altre in­ dulgenze concesse a detta chiesa, noi condoniamo misericordiosamente nel Signore quaranta giorni della penitenza loro inflitta, tenendo per certo che la Vergine, nel giorno dell’estremo giudizio, presenterà al cospetto del giu­ sto giudice queste ed altre azioni buone che avrete compiuto» (Annali, Ap­ pendici, t. 1, p. 211). 32 E . CATTANEO, Il Duomo nella vita civile, cit., p. 23 33 La pubblicazione della bolla papale a Milano avvenne il 4 febbraio 1391. E. CATTANEO, Il giubileo per il Duomo, cit., pp. 22-30; E. C azzani , Due bolle del pontefice Bonifacio IX in favore della Fabbrica del Duomo di Milano, “Ambrosius” (1951), pp. 7-16, e V. ROCCO N e g r i , Storia e cronologia del primo giu­ bileo milanese (1390-1392) nei documenti inediti dell’Archivio della Veneranda Fabbrica del Duomo, “Archivio Ambrosiano”, XXVIII (1975), pp. 186-209. 34 Cfr. Annali, Appendici, t. 1, p. 10; G. SOLDI RONDININI, La Fabbrica del Duomo diMilano nei primi anni, cit., p. 18. 35 Le offerte per il giubileo raccolte nell’anno 1391 ammontarono a 34.700 lire, 10 soldi e 6 denari. Considerando che tale cifra rappresentava so­ lo la metà della somma effettivamente versata dai devoti, l’ammontare di

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quanto raccolto a Milano in quell’occasione fu di 69.400 lire. Annali, Ap­ pendici, t. 1, p. 9. 36 Annali, t. 1, 11 gennaio 1400. 37 Annali, t. 1, 15 febbraio 1400. 38 Annali, t. 1, 23 aprile 1400. 39 Annali, t. 1, 3 maggio 1400. Sul nunzio della Fabbrica Zambello Lanziapanico si veda ultra, p. 146. 40 Le entrate della Fabbrica passarono dalle 57.288 lire raccolte nel 1391 alle 148.419 lire nel 1400. 41 Con il termine di paratici vengono indicate genericamente le corpora­ zioni di tutti i mestieri. I lavoratori si associavano, secondo la propria cate­ goria, per tutelare i propri interessi e far progredire la loro arte con una scuo­ la. Mal tollerati, per il loro potere associativo, nell’epoca delle signorie, non vengono però aboliti dai Visconti per il loro importante apporto all’econo­ mia e all’assistenza ai lavoratori. Inoltre, i paratici svolgevano un ruolo fon­ damentale di sovvenzione di chiese, monasteri e luoghi pii, consuetudine sor­ ta spontaneamente per ringraziare Dio, e in particolare il santo patrono del­ la categoria, dei benefici ricevuti nel lavoro. I Visconti sfruttano tale pratica devozionale stabilendo di volta in volta, con decreti particolari, quali chiese, monasteri, avvenimenti della loro signoria devono venire ricordati per mez­ zo delle loro oblazioni. Cfr. E. CATTANEO, Le corporazioni milanesi, in II Duo­ mo nella vita civile, cit., pp. 18-21. 42 «I denari pagati dai paratici di detta nostra città, sia quelli in offerta per la festa di Santa Maria dello scorso mese di settembre, sia quelli da pa­ garsi in futuro nel giorno di detta festa, siano devoluti al lavoro di detta Fab­ brica, ingiungendovi ed ordinandovi, avuta conoscenza di tale disposizione, di far pagare l’offerta ad un banchiere addetto alla raccolta di questi denari» (Annali, t. 1, p. 1). 43 Gli Annali riportano l’Elenco dei paesi limitrofi che dovevano parteci­ pare all’oblazione, e relativa misura (indicazione dell’importo da versare). Cfr. Annali, t. 1, 18 maggio 1395, nota, e infra, p. 58, Tabella C. 44 Annali, t. 1,31 agosto 1389. 45 Archivio di Stato di Milano, Registri Panigarola, Reg. 3, f. 177v, 15 giu­ gno 1439; Annali, Appendici, t. 2, 15 giugno 1439. 46 «Notizie sanitarie. Deliberarono consegnarsi ad Ambrogio Raverto, of­ ficiale deputato alla vendita delle cose mobili della Fabbrica, tutti i drappi di lana o vesti offerti al tempo della morìa dell’anno presente, situati nella came­ ra superiore dell’edificio di Camposanto» (Annali, 1 .1,11 novembre 1400). Si chiamava Camposanto lo spazio in cui, nei primi anni di vita del cantiere, era­ no collocate le botteghe e le trabacche di tagliapietre che lavoravano per la Fabbrica. Su quell’area fu poi eretta una piccola chiesa, incorporata in segui­ to nel complesso di un vistoso fabbricato, ultimato nel 1841, nel quale si svol­ gevano le riunioni del Consiglio, e dove i deputati stabilirono la loro sede. 47 Annali, t. 1, 12 dicembre 1400. 48 Annali, t. 1, 1° febbraio 1400. 49 «Stante la necessità di avere il vino per la Fabbrica, si mandi di nuovo uno scritto ai frati mendicanti, li quali nelle loro prediche annuncino tale ne­

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cessità, e poi affiggano detto scritto alle porte delle chiese, e dove repute­ ranno più conveniente» (Annali, t. 1,25 luglio 1393); «Si ricerchino due one­ sti e valenti officiali che debbano andare pel contado di Milano a fare la que­ stua di vino e biade per la Fabbrica» (Annali, t. 1, 6 settembre 1394); «O s­ servarsi la consuetudine di mandare dei questuarii a raccogliere le offerte di vino per la Fabbrica in tutto il ducato, al tempo della vendemmia, che è alla metà di settembre» (Annali, t. 1, 6 luglio 1399). 50 Ogni plaustro carro, misura milanese di capacità per i liquidi, corri­ spondeva a 775,5 litri. Cfr. G. S o l d i R o n d in in i , In Fabrica artis, cit., p. 118. 51 Annali, t. 1, 13 dicembre 1394. 52 «Concessione ducale d’esenzione dall’imbottato pel vino donato alla Fabbrica, sotto alcune condizioni», in Annali, Appendici, t. 1,5 gennaio 1400. 53 Cfr. Annali, Appendici, 1 .1, p. 11; G. S o l d i R o n d in in i , La Fabbrica del Duomo di Milano nei primi anni, cit., p. 16. 54 Annali, t. 1, 1° febbraio 1400. 53 Annali, 27 giugno 1400. 56 Annali, 12 giugno 1400. 57Annali, 11 settembre 1390. 58 Per le stoffe, si veda Annali, 3 febbraio 1395; per gli arredi, si veda An­ nali, 11 novembre 1394. 59 Annali, Appendici, t. 1, p. 8; t. 1, 12 marzo 1391; t. 1, 25 luglio 1392. Sui Dodici di Provvisione, si veda ultra, p. 88. 60 Annali, t. 1, 5 ottobre 1393. 61 Annali, t. 1, 31 agosto 1393. 62 «Supplicarunt nobis deputati fabricae ecclesiae majoris civitatis nostrae Mediolani, quod cum ipsi construi fecerint quamdam stacionam prope portam ecclesiae Sanctae Teglae dictae nostrae civitatis, in quondam parvo spatio terrae ampio interius circa brachia quinque, eis locato per praepositum et sindicum nomine canonicorum ecclesiae praedictae ad computum florenorum quinque in anno, jam soluto ipso fido prò primo anno, in quo spatio terrae solebat vendi panis per unum posterium, et reaptari subtelares per certos zavaterios, et quod spatium se extendit versus plateam arengi tantum quantum se extendit trahuna dictae ecclesiae Sanctae Teglae, et hoc causa rerum oblatarum accumulatarum, et quas contigit dietim oferri fabricae ecclesiae mayoris praedictae, vendendarum» (Annali, Appendici, t. 1, 8 gennaio 1400). 63 Annali, t. 1, 25 luglio 1392. 64 «Deliberarono che nel venerdì e sabbato di ogni settimana, si debba­ no vendere le cose mobili della Fabbrica, di valore superiore alle lire 5 im­ periali, nella bottega della Fabbrica situata in piazza dell’Arengo, vicino alla chiesa di Santa Tecla, deliberandole al miglior offerente, avendone già avuta prima licenza da Ruggero degli Antignallia di Perugia, Vicario ducale» (An­ nali, t. 1, 21 agosto 1401). 65 Annali, t. 1, 30 dicembre 1392. 66 Annali, t. 1, 20 agosto 1391. 67 Annali, t. 1, 11 novembre 1394; t. 1, 13 febbraio 1396. 68 Annali, t. 1, 20 agosto 1391. 69 Annali, t. 1, 7 settembre 1391.

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70 T. Zerbi, L'ordinamento aziendale della “Fabbrica" del Duomo di Mila­ no secondo i “capitoli" del 1387, Atti del Congresso Internazionale sul Duo­ mo di Milano, Milano 1959; G . S o l d i R o n d in in i , La Fabbrica del Duomo di Milano nei primi anni, cit., p. 26. 71 «Paolino Osnago banchiere di Milano sia e debba essere tesoriere e contabile generale per ricevere il denaro di qualunque entrata di detta Fab­ brica, e qualsiasi bene mobile alla stessa Fabbrica in qualunque modo per­ venuto, per i quali provveda che siano venduti e convertiti in denaro, e di tut­ ti questi il suddetto razionatore generale della detta Fabbrica [Beltramolo da Conago] esegua o riceva un documento contenente la ricevuta di qualsiasi somma convertita, compilato appunto da Paolino; tale documento sia porta­ to allo stesso Paolino tramite colui che pagherà in contanti i suddetti denari o tramite colui che consegnerà la merce da vendere e da convertire in dena­ ro, Paolino sottoscriva di sua mano il documento, e lo restituisca così firma­ to a colui che gliel’ abbia portato, il quale lo riporti poi così firmato al sud­ detto razionatore, che, secondo quanto dichiarato in tale documento, faccia il suddetto Paolino debitore della suddetta Fabbrica secondo quanto con­ viene, parimenti perché paghi tutto il denaro e tutti i beni della detta Fab­ brica secondo le bollette che saranno portate allo stesso Paolino sottoscritte per mano del suddetto razionatore e di tre deputati della suddetta Fabbrica che saranno in quel momento nella squadra al servizio della suddetta Fab­ brica, tra i quali vi sia uno degli ordinari quanto tali bollette saranno scritte; lo stesso Paolino sia ritenuto, come conviene, creditore di tali bollette sottoscritte da detto ragioniere accanto al debito che avrà con la Fabbrica» (Re­ golamento generale di amministrazione, in Annali, t. 1, 16 ottobre 1387). 72 «Se il suddetto Paolino [Osnago, tesoriere della Fabbrica] rifiutasse di ricevere qualcosa altro se non denaro, si nomini in tal caso da parte dei sud­ detti deputati una persona competente, nelle cui mani siano affidati i beni pervenuti alla suddetta Fabbrica da vendere e trasformare in denaro nel mo­ do detto sopra, e questa sia fatta debitrice di tali beni dal suddetto raziona­ tore [Beltramolo da Conago], ma il più presto possibile li venda con profit­ to per conto dei deputati e li converta in denaro; il ricavato subito sia porta­ to al suddetto Paolino, che sia fatto debitore del denaro della vendita degli stessi con un documento ovvero li riceva nel modo soprascritto, e la suddet­ ta persona a cui era stato per prima addebitato sia sollevata dal debito in que­ stione e venga fatta creditrice della vendita di quelle cose» (Regolamento ge­ nerale di amministrazione, in Annali, t. 1, 16 ottobre 1387). 73 II gestore dei negozi doveva sorvegliare l’opera dei sovrastanti durante la distribuzione dei materiali agli operai e compilare, coadiuvato da un no­ taio nominato dalla Fabbrica, i mandati per il pagamento a favore dei forni­ tori. Veniva scelto dal Vicario di Provvisione e dal Consiglio dei Dodici di Provvisione. 74 «Item [Delfino da Corbetta, deputato all’ufficio di gestore dei negozi] scribebat in quaternetis papiri omnes res quae dabantur Ambrosio Raverto prò vendendo, cum eorum extimationibus. Et scriptis ipsis rebus in dictis quater­ netis, de eisdem postmodum faciebat debitorem dictum Ambrosium Ravertum in libro ad hoc ordinato. Cum eas res vendebat idem Ambrosius de ipsis facie-

bat creditorem ipsum Ambrosium in dicto libro, juxta earum rerum venditarum debita, similiterque notabat, in libro oblationum earum rerum, sicut dictae res erant venditae, et quibus earum pretta fuerant numerata, ut semper lucide videriposset qualiter ipsae res processerunt. Item [Delfino da Corbetta] faciebat in scriptis quaecumque percepta tam repositionem rerum quae offerebantur, prò faciendo de eis fieri debitor scripnum et capsonum, prout in eis reponebantur, et creditores dominos ebdomadales et qui de eis rebus apparebuntur debitores, quam venditionem earum rerum, quae vendebantur per Ambrosium Ravertum, ut de earum pretiis fieri possent debitores dominos ebdomadales, qui ipsa pre­ tta recipiebant, et creditor ipsum scripnum et capsonum de ipsis rebus venditis, ubi de eis debite apparebat» (Annali, t. 1, 19 gennaio 1393). 75 «G li [ad Ambrogio Raverto] siano dati denari 8 imperiali per ogni fio­ rino che consegnerà alla Fabbrica, quale prezzo delle cose vendute; quelle che gli sopravanzeranno dovranno peritarsi di nuovo» (Annali, t. 1, 5 otto­ bre 1393); a distanza di sette anni il salario a lui corrisposto non viene modi­ ficato: «Deliberarono consegnarsi ad Ambrogio Raverto, officiale deputato alla vendita delle cose mobili della Fabbrica, tutti i drappi di lana o vesti of­ ferti al tempo della morìa dell’anno presente, situati nella camera superiore dell’edificio di Camposanto. Così pure gli altri che possono venire offerti, siano stimati e poi consegnatigli da vendere, retribuendo per sua mercede denari 8 per ogni fiorino» (Annali, t. 1, 11 novembre 1400). 76 Annali, t. 1, 4 gennaio 1394. 77 Si fa riferimento a Caterina Visconti, moglie di Gian Galeazzo Viscon­ ti, che verrà chiamata, nel paragrafo, alternativamente, contessa, duchessa, principessa. 78 Annali, t. 1, 31 maggio 1395. 79 Annali, t. 1, 25 luglio 1395. 80 Annali, t. 1, 8 agosto 1395. 81 Annali, t. 1, 4 giugno 1396. 82 Annali, t. 1, 24 dicembre 1396.

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TABELLA C - Oblazioni obbligatorie per i comuni

III. I donatori

IMPORTO DA VERSARE

IMPORTO DA VERSARE

lire

soldi denari

Papié

19

10

-

-

Novariae

19

10

-

-

-

Vercellarum

19

10

-

-

-

Terdonae

30

-

-

-

-

Bobi

19

10

-

19

10

-

Modoctiae

25

-

-

Cremae

19

10

-

Proleziae

12

10

-

Sonzini

16

-

-

Pontis Curoni

10

18

-

Trivillii

40

-

-

Castrinovi

30

-

-

Caravaggi

9

-

-

Canobi

17

10

-

Vaylate

3

-

-

Aronae

12

10

-

Misani

-

14

-

Birinzonae

10

1

-

Calvesani

2

8

6

Bassignanae

10

-

-

Casirate

1

5

-

Pontremulli

19

-

-

Farae

1

7

-

Cumarum

30

10

-

Ripaltae

10

-

-

Trechate

10

-

-

Placentiae

19

10

-

Alexandriae

19

-

Terrarum Communium

25

Comun. Vallis Camonicae

19

10

soldi denari COM UNE

COM UNE

lire

Romani

48

-

-

Brixiae

49

4

Cremonae

39

Parmae

39

Pergami

39

Landis

Burgi Sancti Donnim

19

4

Marta, la prostituta pentita Tutti possono partecipare alla costruzione della cattedrale. Per concorrere all’opera di Dio non sono richiesti requisiti par­ ticolari, perché è il Signore che decide chi chiamare e da chi farsi aiutare per diventare testimonianza visibile nel cuore del­ la città. Scorrendo i lunghi elenchi di donatori, non sarà strano ri­ trovare, accanto ad arcivescovi e chierici, usurai che offrono al­ la Fabbrica il maltolto di una vita di soprusi se impossibilitati a renderlo agli usurpati, o delinquenti e briganti a cui le porte della città si aprono in occasione dell’annuncio di un’indul­ genza. Non potranno scandalizzare neanche gli oboli delle pro­ stitute milanesi, che terminato il loro giro notturno si appro­ pinquavano al piazzale della chiesa Maggiore, procedevano al­ la conta del gruzzolo appena raggranellato e ne versavano una parte alla Madonna, non esitando a far trascrivere all 'officiale di turno all’altare sul Registro delle Oblazioni il loro nome ac­ compagnato dall’inequivocabile meretrix. Certo, a noi moder­ ni censori della moralità potrebbe apparire paradossale dona­ re in chiesa quello che, in fondo, altro non era se non il frutto di un grave peccato. Ma per l’uomo medievale tutto era infini­ tamente più semplice: ogni azione era in nesso con Dio, non avrebbe avuto senso se non dentro quel rapporto impossibile da obliterare consapevolmente. Non c’era bisogno di essere perfetti per poter servire il Si­ gnore: questo l’aveva capito bene Marta de Codevachi di Pa­ dova. Marta era arrivata a Milano da Padova, e anche lei nel­ la città lombarda aveva cercato fortuna con il mestiere più an-

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I DONATORI

tico del mondo. Arricchitasi in fretta, la fama di Donona - co­ sì come era stata soprannominata - la precedeva nei bordelli dove lavorava. In breve tempo era giunta a possedere case, gioielli e abiti suntuosi come una nobile signora, ad affittare stanze e prestare denaro. Eppure un giorno perle e profumi non riescono più a mascherare l’abisso in cui le circostanze l’hanno trascinata, e in un attimo capisce il male in cui si era trastullata per anni. Ma non è mai troppo tardi per cambiare e per ridare dignità alla vita che si ha davanti, e così Marta de­ cide di abbandonare il bordello e condurre, da lì in avanti, un’honesta esistenza. Gli anni successivi sono punteggiati dai suoi slanci di carità che elargisce verso tutti quelli che incontra. Marta accoglie nel­ la sua casa, ob reverentia Dei, Venturina, una bimbetta che era stata esposta, ovvero abbandonata dalla madre subito dopo il parto in una di quelle ruote all’esterno di chiese e conventi, nella speranza che qualcuno di buon cuore potesse prenderse­ ne cura1. Marta circonda d’affetto la piccola, la nutre e l’alleva con ogni riguardo. La sua generosità si estende al convento delle monache del suo quartiere, le Umiliate di San Pietro. Venuta a conoscenza delle strettezze in cui queste versano, presta loro prima 25, poi 40 fiorini d’oro, e una coppa d’argento finemente lavorata del valore di 6 fiorini, così che quelle potessero impegnarla2. È a questo punto che Marta, forse per l’accanirsi di un ter­ ribile morbo contratto sulla strada, si accorge che ben poco le rimane ancora da vivere. Il suo pensiero corre alla Madonna, la Vergine a cui sempre è stata devota anche nei momenti più tri­ sti della sua vita. Ha visto che nella piazza al centro della città stanno costruendo una chiesa enorme, bellissima, incomincia­ ta qualche anno prima nella festa dell’Assunta e a Lei dedica­ ta. E lì che andranno tutti i suoi averi. Nel febbraio del 1394 fa testamento in favore della Vene­ randa Fabbrica del Duomo3, a cui dona la sua abitazione a Mi­ lano, in parrocchia dei Santi Nabore e Felice, e un’altra casa, in parrocchia di San Zeno al Pasquirolo, che aveva dato in af­ fitto alla signora Caracosta Coradi e al figlio Luigi. Sopo per la Fabbrica anche tutti i suoi averi, i mobili e ogni cosa che si tro­

va nelle due case, così come un grande letto, magnifico e ric­ chissimo, dato in custodia da Marta a uno dei deputati, Anto­ nio de Septara4. Il cuore di una donna a cui tanto è stato perdonato si allar­ ga per includere nel suo abbraccio le facce e i volti più vicini. Così, innanzitutto dispone perché Venturina, la bimbetta di or­ mai cinque anni che alleva in casa sua, possa avere qualcuno che si prenda cura di lei dopo la sua morte. Per questo chiede ad Ambrogio de Galiano, fabbriciere del Duomo, di provvedere perché alla bimba non abbia a mancare nulla di necessario alla sua crescita, e gli affida l’ingente cifra di 100 fiorini d’oro da da­ re a Venturina in dote, reversibile alla Fabbrica in caso di mor­ te prima del matrimonio5. A seguito di queste sue disposizioni, i deputati del Consiglio si tramutano curiosamente in balie im­ provvisate, e si trovano a deliberare, tra un incremento di sala­ rio e una ispezione architettonica, anche dell’acquisto di polizolam, fassas, caligas, camisas et siptulares per l’infante6. Poi Marta affida 200 fiorini d’oro ancora ad Ambrogio de Galiano per conto della Fabbrica, con la richiesta di conse­ gnarli, assieme ai suoi ricchi abiti e a quattro once di perle, al­ la “collega” Margherita detta Novella de Mandello, alla singo­ lare condizione che abbandoni il «bordello, dove si trova al presente», entro il termine di un mese dalla morte di Marta, e si impegni di fronte al Consiglio a condurre una vita «casta e onesta»7.1 consiglieri commutano la condizione nella richiesta alla prostituta di prendere marito, segno inequivocabile di mu­ tata condotta di vita, e nel frattempo, forse dubitando che ella possa davvero convolare a nozze nei termini stabiliti, si affret­ tano a consegnare il gruzzolo ad una persona fidata, come de­ posito fruttifero8. Novella de Mandello, però, commossa forse dalla sorte della donna, o magari più probabilmente allettata dall’ingente somma promessale, si ritrova maritata ad un tale Andrejno de Meda nel giro di soli quaranta giorni dalla morte dell’amica, avvenuta il 3 marzo di quell’anno9. Ed è proprio in tale data che, come richiesto da Marta nel testamento, ogni an­ no da lì innanzi verrà celebrato un annuale officiato dell’intero Capitolo degli Ordinarii della cattedrale, mentre ai poveri ven­ gono distribuite 12 staia di frumento e 2 di ceci, perché tutti

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possano far festa nella memoria della prostituta convertita10. Chi è oggetto di un amore grande non può non desiderare che tutto il mondo possa conoscere la stessa carità che a lei ha cam­ biato la vita, a partire da amici e conoscenti più prossimi, co­ me Venturina e Novella, fino ad arrivare a folle di mendicanti e poveri senza nome. La storia di Marta si conclude come un paradosso evange­ lico. Davvero «le prostitute vi precederanno nel Regno dei Cie­ li», perché per questa donna, vissuta nella lussuria e nel pecca­ to, vengono celebrati gli onori funebri riservati dalla Fabbrica per i personaggi più benemeriti e illustri. Il Capitolo degli Ordinarii del Duomo, insieme al prete della parrocchia di Marta, don Ambrogio, accompagna il feretro lungo le vie della città fi­ no alla cattedrale con tutto un apparato di torce, candele e drappi neri11. E l’Amministrazione della Fabbrica, dopo aver solennemente celebrato il settimo e il trigesimo della sua mor­ te, decide di seppellirla nel cimitero di San Michele suptus domus retrostante il Duomo - un onore accordatole per suscita­ re tra i fedeli nuove donazioni, e al contempo additare loro il suo umile esempio di conversione e redenzione12.

si privavano dei loro averi rincorrendo un lustro, l’onore del­ la fama di una buona reputazione agli occhi degli altri. Ma non è forse più semplice far parlare loro, questi piccoli grandi donatori dei secoli passati, e ascoltarli raccontare la storia del­ la loro donazione? Nell’anno 1480 si presenta ai deputati della Fabbrica il ca­ pitano della corte dell’Arengo, Alessio della Tarchetta, chie­ dendo il permesso di far eseguire a sue spese ornamenti scul­ torei per l’altare della Vergine, all’epoca posto al centro del Duomo13. Non era la prima volta che i fabbricieri si trovavano di fronte a una richiesta del genere, e come soliti in questi ca­ si, si affrettano ad avvertire l’offerente che non gli sarà conces­ so apporre sue insegne o stemmi sopra la decorazione, «perché tali cose disdicono in una chiesa, e servono meglio alla pompa individuale che alla devozione»14. Una delegazione di consi­ glieri della Fabbrica si incontra poi con il capitano nella catte­ drale per concertare il luogo in cui porre le decorazioni e le lo­ ro dimensioni. Ed egli, come riporteranno poi in Consiglio gli officiali presenti, accetta tali condizioni «con animo ricono­ scente»15. Alessio consegna ai versi inscritti su due lapidi, che fa affiggere ai lati dell’altare, il suo dialogo con la Madonna.

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Alessio, il capitano delle armi

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V ER G EN E SACRA FO N T E DE PIETADE DEVO TAM ENTE TUTTI VE PREGHAM O

Uomini di facce, razze e lingue diverse, nobili potenti e umili spiantati diventavano un sol popolo di fronte a quell’al­ tare su cui deporre le proprie offerte. Le loro vite, così diffe­ renti, si fondevano in quell’atto di carità determinato da un unico imperativo: ricostruire presto la nuova cattedrale. Ma cosa spingeva davvero questa gente a donare il proprio obolo? Per amor di sintesi, e forse anche per quel malizioso nostro pensare che cerca di scovare in ogni azione, anche eroi­ ca, un banale secondo fine che la appiattisca quel tanto che basta perché non ci disturbi, saremmo portati a cadere in grossolane schematizzazioni. Saremmo portati a dividere tra ricchi e poveri, a dire che questi ultimi tentavano con le loro monetine di propiziarsi la sorte, un p o ’ come gli antichi con una giovenca immolata sull’altare sacrificale, mentre i potenti

C H E PER LA VOSTRA INFINITA BO NTADE PER N O I INTERCEDATE AD Q UEL C H E ADAMO Q UA NTO PEC CÒ LU I SATISFECE IN CROCE D E L C H E CIASCUN SEMPRE DE ESSE R GRAMO M ISERERE GRIDAND O A D ALTA VOCE.

Il valoroso capitano si fa piccolo di fronte a Lei, «Vergene sacra fonte de pietade», e si accoda umilmente alla schiera de­ gli uomini che in tutti i tempi la pregano devotamente perché interceda presso il figlio, il Cristo che pagò con la sua morte in croce il riscatto dell’uomo dal peccato originale. Di fronte a un prezzo così alto pagato per la sua salvezza, continua Alessio, l’uomo non può che sentirsi gramo, e implorare compassione gridando forte al cielo: «Miserere». La coscienza del proprio

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I DONATORI

male non nasce dall’esame scrupoloso di limiti e mancanze, ma dalla contemplazione della croce. È solo davanti al dono di un amore immeritato, che arriva fino al sacrificio ultimo di una morte atroce, che ci si accorge di aver peccato, di essere venu­ ti meno a quest’amore. Allora, c’è bisogno di qualcuno che ci liberi dal male: Miserere, abbi pietà di me.

cesco Sforza, a cui presta giuramento. La fedeltà e il valore con cui adempie ogni sua mansione lo fanno entrare presto nelle grazie del signore di Milano e dei suoi figli, fino a ricevere sti­ ma e onori secondo lui immeritati rispetto ai suoi servigi e al­ la sua condizione. Il duca lo inizia all’arte gloriosa delle armi, nella quale Ales­ sio si distingue per la generosità e l’indomito coraggio con cui si slancia in azioni eccelse e pericolose, pur di salvare la vita al suo Signore, che per questo ancor più lo ama e lo stima. Ma tutto quello che è la mia vita, dice, da «piccoletto» e «poveret­ to» a capitano della corte dell’Arengo, non è merito mio, né il concatenarsi felice di una serie di occasioni fortuite, ma la te­ nerezza della Madonna che si piega sulle nostre vicende mor­ tali e interviene nelle circostanze. Il Dio in cui Alessio crede non è un’immaginetta astratta che dall’alto dei cieli lancia ogni tanto un’occhiata distratta sulla terra, ma qualcuno che entra nel merito, si inserisce nella carne delle nostre giornate e in es­ se, attraverso la Madonna, agisce.

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QUESTA OPERA A FATO FARE A LEX IO DA LA TARCHETA D E ALBANIA CAPITANEO D E LA CORTE D E LA REN G O N EL ANNO D E L M C C CC LX X X A DÌ XTTII D EL M ESE D E A G O STO . Q UANTO PIU PEN SO IN LI GRAN B E N EFITII IN GRANDEZZA ET H O N O RI ET TU TTI O FFITII TANTO SO PIU O BBLIGATO A TUA FIGURA C H E DALBANIA VINUTO PICCO LETTO PRESSO Q U EL MIO SIG N O R D E TANTA ALTURA DUCA FRANCESCO SFORZA IO POVERETTO

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MALLEVAI PRIMA ET DA LU I FUI EXALTATO PER IL MIO BEN SERVIRE IN O G N I EFFEC TO .

PER LIQ U AL D O N I IO CON F E D E L CORAGGIO

E T DA LI SO I FIG L IO LI SEMPRE H ONORATO

O V ER G EN E BEATA ANCHO R T E PREGO

1 0 STATO SO N O CO N GRAN MIO VANTAGGIO

Q UA ND O FARRO DESTA VITA PASSAGGIO

SOPRE LI M ERITI M EI ET D EL MIO STATO.

A LLA SALUTE MIA NON FACCI N EG O

[ ...] Q UEL N O B ILE M IO SIGN ORE IN LO PRE MIRE

P ER LAQUAL COSA ORNATO H O Q UESTO LO C H O

ME EXERC ITO DE LARM E/G LO R IO SE

D E LA M AG IN E TU A OVE IO ME L E G O

N E MAY IO REFUTAY ALCU N MARTIRE

A LEX IO DEBITO RE BEN CH É SIA POCO.

IN FACTI EX C EL SI E C O SE PERICULO SE ME MISSE SEMPRE P ER LA SUA SALUTE O N D E AN CO R LUI M AGIOR AMOR M E POSE.

11 capitano della corte dell’Arengo prova a spiegare alla donna dalla «infinita bontade» perché, quel 14 agosto 1480, ha deciso di adornare con quelle pregiate sculture il Suo alta­ re: quanto più pensa ai benefici da Lei ricevuti, più si stringe quel legame che lo avvince strettamente alla Sua immagine. Quali benefici ha ricevuto Alessio? Per rispondere a questa domanda, il capitano sintetizza in pochi versi la sua vita. Nato in Albania, in tenera età giunge a Milano presso il duca Fran-

E proprio per l’evidenza dei doni ricevuti Alessio può esse­ re certo che la Madonna lo ascolta e lo esaudisce, e con «fedel coraggio» può domandare ancora. «Fedele», perché forte del­ la sicurezza che può nascere soltanto dalla fede: dentro le cir­ costanze contingenti, riconoscere una presenza. «Non mi ne­ gar la salvezza», implora il capitano delle armi, «quando farò il passaggio da questa vita». Nell’ora della morte ricordati di quest’uomo «debitore» che si consacra alla tua immagine che ha fatto decorare - ben­ ché, certo, qualsiasi prezioso ornamento è ben poca cosa di fronte alle grazie che continuamente elargisci11*16.

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I DONATORI

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E MAY LE MIE PREG H ER E NON FURON M UTE

D U CA FRANCESCO SFORZA IO POVERETTO

VERSO DI TE O MADRE D E PIETATE

MALLEVAI PRIMA E T DA LU I FU I EXALTATO

PO Y CHO NO RANZE GRAN DE Μ HAY RENDUTE

P ER IL MIO BEN SERVIRE IN O G N I EFFEC TO .

C H E SO LAM EN TE PER LA TUA BONTATE

ET DA LI SO I FIG L IO LI SEMPRE HONORATO

O ND E IO PER QUESTA TUA ABONDANZA

IO STATO SO N O CO N GRAN MIO VANTAGGIO

DE TANTO MERTO VERSO ME USATO.

SO PRE LI MERITI M EI ET D E L M IO STATO

VERGIN E PURA E PIENA D E PIETANZA

PER LIQUAL D O N I IO CON F E D E L CO RAGGIO

ALE MIE SPESE H O Q UESTO LU O CH O ORNATO.

O V ER G EN E BEATA ANCH O R T E PREGO

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Q UANDO FARRO DESTA VITA PASSAGGIO

«Madre de pietate, Vergine pura e piena de pietanza», con­ clude Alessio, le preghiere che ti ho rivolto non sono mai state «mute» - cosa di più drammatico di una preghiera muta, che invano si pronuncia perché da nessuno può essere udita? Ma per lui così non è stato, e la bontà della Madonna ha avuto pietà del suo «ver servitore». E la sovrabbondanza dei beni ricevuti che muove Alessio a questo dono nella cattedrale17. La coscienza di essere continuamente oggetto di un amore così non può non diventare carità una carità di cui il ricco e potente capitano della corte dell’Arengo può essere capace solo perché amato lui per primo18.

A LLA SALUTE MIA N O N FACCI N EG O P ER LAQUAL COSA ORNATO H O Q UESTO LO C H O D E LA M AG IN E TUA OVE IO M E L E G O A LEX IO D EBITO RE BEN CH É SIA P O C O 19. V ERGIN E SACRA IMMACULATA E PIA C H E PARTORISTI IL NOSTRO SALVATORE H ABBI MERCÈ DE ME SANCTA MARIA. IO

SO N O A LEX IO IL TUO VER SERVITORE

IN ALBANIA CREATO E DA L GRAN SIRE FRA NCESCO SFORZA HATJTO TN GRAN DE HO NO RE. Q U E L N O BILE MIO SIGN O RE IN LO PRE MIRE M E EXERCITO D E LARME G LO RIO SE

V ERGENE SACRA FO N T E D E PIETADE

N E MAY IO REFUTAY ALCU N MARTIRE

DEVOTAM ENTE TU TTI VE PREGHAM O

IN FACTI E X C E L SI E COSE PERICULO SE

C H E PER LA VOSTRA INFINITA BONTADE

M E M ISSE SEMPRE PER LA SUA SALUTE

PER NOI INTERCEDATE AD Q U EL CHE ADAMO

O N D E ANCOR LU I M AGIO R AM OR M E PO SE.

QUANTO PECCÒ LU I SATISFECE IN CROCE

E MAY LE M IE PREGH ERE N O N FURON M UTE

D E L CHE CIASCUN SEMPRE DE ESSER GRAMO

VERSO DI T E O MADRE D E PIETATE

MISERERE GRIDA ND O AD ALTA VOCE.

P O Y CHONORANZE GRANDE M HAY REN DU TE

QUESTA OPERA A FATO FARE A LEX IO

C H E SO LAM EN TE PER LA TUA BONTATE

DA LA TARCHETA D E ALBANIA

O N D E IO PER QUESTA TUA ABONDANZA

CAPITANEO D E LA CORTE D E LA REN G O

D E TANTO MERTO VERSO ME USATO.

N EL ANNO D E L M C C C C LX X X A DÌ

V ER G IN E PURA E PIEN A D E PIETANZA

XIIII D EL M ESE D E AG O STO .

A LE MIE SPESE H O Q U ESTO LU O CH O ORNATO20.

QUANTO PIU PEN SO IN LI GRAN BEN EFITII CHAI A ME FACTI O V ERGEN E SANTA E T PURA IN GRANDEZZA E T H O NO RI E T TUTTI O FFITII TANTO SO PIU O BBLIGA TO A TUA FIGURA C H E DALBANIA VIN UTO PICCO LETTO PRESSO Q U EL MIO SIG N O R DE TANTA ALTURA

Caterina, la vecchina della pelliccetta La magnificenza dei ricchi lasciti di principi, nobili e mer­ canti non deve far dimenticare tutti quei doni di valore quasi

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insignificante che la gente comune ogni giorno accorreva a portare all’altare. Sono questi il segno più commovente della religiosità che conduceva e dettava le azioni materiali e quoti­ diane di quel popolo di uomini e donne ricchi soltanto di un’incrollabile fede. Come Caterina di Abbiateguazzone, una pauperrima vecchietta che fin dall’inizio della costruzione si adoperava per aiutare gli operai del Duomo, deviando sassi e trasportando mattoni da una parte all’altra del cantiere nel gerletto che portava sulle spalle21. Unica donna presente fra i la­ voranti, non sappiamo per quante ore al giorno si affaticasse nel suo gravoso compito, certo è che riceveva una remunera­ zione assai misera, inferiore a mezzo soldo al giorno, quando un operaio semplice percepiva circa 3 soldi per una giornata di lavoro22. Oltretutto, le poche monete che Caterina guadagnava servivano per pagare la casupola in cui dimorava, e difatti ve­ niva stipendiata dalla Fabbrica poco prima le due scadenze se­ mestrali dell’affitto, san Michele e Pasqua23. Non esageravano gli officiali a descriverla nei registri come donna poverissima, quae valde indigebat2*. Eppure, in una gelida mattina del novembre 1387 va a de­ porre sull’altare, in offerta, la sua unica, logora pelliccetta che la riparava dal freddo. Ma il giorno dopo un uomo, Manuele Zuponerio, sopraggiunto al banco dei pubblici incanti, ricono­ sce il vecchio indumento e subito lo acquista per 1 lira, va a cercare nel tramestio del cantiere la povera donna curva sotto la gerla e le pone nuovamente la pelliccetta sulle spalle25. Commossa di fronte al valore infinito di quel dono che per la vecchietta era tutto ciò che possedeva, l’Amministrazione della Fabbrica decide di premiare Caterina per il nobile esem­ pio. Nel 1390 le dona ben 3 fiorini d’oro per permetterle di pa­ garsi il pellegrinaggio a Roma, dove la donna desiderava ar­ dentemente andare per lucrare l’indulgenza concessa in occa­ sione dell’anno giubilare26. Al suo ritorno, continuerà poi in­ defessa il suo lavoro nel cantiere fino alla morte, sopraggiunta presumibilmente nel 1397, dal momento che a partire da quel­ l’anno non risulta più nessun riferimento alla sua remunera­ zione e all’affitto della sua umile dimora.

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Umili e grandi offerte La generosità totale, al di sopra di qualsiasi tornaconto, dei fedeli più poveri che devotamente si accalcavano per deporre la loro offerta sull’altare maggiore raramente trova menzione nel­ le ordinazioni capitolari o negli Annali della Fabbrica, in cui fanno notizia solo le oblazioni di alto valore. Tuttavia talvolta qualcuno di questi silenziosi donatori esce dall’ombra perché qualche richiesta particolare viene discussa in Consiglio, e il suo nome e la sua storia si fissano indelebili su una pagina ingiallita. E così, veniamo a sapere di Giacomo da Giussano che aveva ce­ duto in vita tutti i suoi beni, crediti e diritti per la costruzione della cattedrale, e si ritrova nel 1397 all’età di 84 anni «infermo, decrepito e in stato di miseria». I deputati della Fabbrica, uo­ mini attenti al risparmio e scrupolosi nei calcoli, ma pur sempre gente di buon cuore, si affrettano nell’esazione a mezzo di offi­ ciali di tutti i crediti del vecchio Giacomo, onde restituirgliene una terza parte27. Un mese dopo fanno in modo di agire presso il Vicario e i Dodici di Provvisione affinché questo trasferimen­ to non venga gravato da imposte comunali, e procedono poi a pubblicare una grida per i beni da lui donati «perché se vi fos­ se qualche creditore, si possa meglio fare la debita difesa du­ rante la vita del donatore»28. Infine stanziano per lui un cospi­ cuo sussidio, di ben 5 fiorini, perché abbia di che sostentarsi29. In un’altra occasione i deputati della Fabbrica vengono a conoscenza dello stato di estrema povertà in cui versa «una certa femmina» di oltre cento anni, che diversi decenni prima aveva devoluto in oblazione la sua dote, del valore di 50 lire imperiali. Caduta poi in miseria, vengono a mancarle i mezzi di sussistenza e l’indispensabile per potersi permettere una ser­ vente che la curi e provveda a lei. Il Consiglio decide perciò di donarle «un letticciuolo, una cassa ed alcune masserizie»30. A un’altra donna, «vecchia, decrepita ed inferma», e priva del ne­ cessario per vivere, i deputati fanno pervenire un sussidio men­ sile di 3 lire al mese vita naturai durante, giacché tempo addie­ tro il figlio della povera signora, Giovanni de Puricelli, aveva istituito la Fabbrica erede dei suoi beni mobili e immobili per un valore di oltre 800 fiorini31.

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I DONATORI

C ’erano poi fedeli avanti nell’età che decidevano di cedere tutti i loro crediti e diritti alla Fabbrica, purché questa conce­ desse loro il necessario per condurre decorosamente gli ultimi anni della loro vita. Zanorino de Marliano, che aveva prestato la sua opera alla Fabbrica come scalpellino per oltre quarant’anni, si dichiara pronto a cedere ai deputati ogni suo cre­ dito se questi acconsentono ad assegnargli una camera in Cam­ posanto dove abitare32. A Bianca de Monetarii, che cede alla Fabbrica tutti i suoi diritti, vengono fornite ogni anno «due brente di vino, due staia di farina di frumento e due di mistu­ ra, od il prezzo corrispondente a detta farina, oppure lire 4 per il suo vitto»33. La Fabbrica prevedeva privilegi speciali per i donatori, allo scopo di facilitare e incrementare i trasferimenti, come l’esen­ zione dalle taglie, richiesta fin dal 1396 all’arcivescovo Antonio da Saluzzo, e l’esonerazione dalle imposte, a quibuscunque taleis, taxis, mutuis, praestitis, impositionibus, subsidiis et aliis oneribus quibuscunque, extraordinariis, impositis, et de coetero imponendis per dominationem et comune Mediolani, che qual­ che astuto riccone si affrettava a richiedere ai deputati nel be­ neficiarli di una lauta donazione34. Altre volte la Fabbrica dimostrava la riconoscenza per le oblazioni ricevute tributando particolari onori: sentito ringra­ ziamento agli offerenti e, al contempo, occasione per additare alla popolazione un esempio di carità da imitare. E questo il senso del gonfalone donato agli abitanti di Mergozzo per aver offerto il legname dei loro boschi, così come gli annuali cele­ brati a spese della Fabbrica negli anniversari di morte dei mag­ giori donatori, con messa cantata a suffragio della loro anima e solenne processione di ordinari, officiali e cappellani da Santa Tecla alla chiesa Maggiore35. I deputati si trovano talvolta a dover soddisfare curiose ri­ chieste dei donatori e precise indicazioni sull’impiego della lo­ ro oblazione, come quelle del maestro della Fabbrica Giovannolo da Trezzo, che dona alla sacrestia un prezioso boccale d’argento chiedendo di farvi incidere le sue insegne e la scrit­ ta: «Questo boccale non potrà essere venduto né alienato in eterno», mentre la nobildonna Maddalena Rossi Mandelli of­

fre alla chiesa Maggiore una ricca corona d’argento dorato con perle, rubini e smalti perché sia posta sul capo della Beata Ver­ gine Maria dell’immagine sopra l’altare maggiore36. Il deputa­ to e giureconsulto Guido Mazenta, invece, lega alla Fabbrica l’ingente somma di 500 scudi chiedendo di impiegarli in case e terreni e di devolverne l’intera rendita annua al miglior sculto­ re della Fabbrica, «da eleggersi in protostatuario da tre dei si­ gnori deputati», con l’obbligo di insegnare il disegno a quattro fanciulli e di iniziarli ai segreti dell’arte scultoria37. Istituzioni e confraternite incarnavano il gesto estempora­ neo dell’oblazione in una pratica continuativa, che diveniva l’emblema della devozione e della carità a cui il sodalizio esor­ tava i suoi membri. Vi erano anche gruppi e confraternite for­ mate con il precipuo scopo di raccogliere donazioni per la co­ struzione della cattedrale. Per citare un esempio, la pia istitu­ zione dei donatori di cera raggruppava ortolani, servitori, offi­ ciali, pescivendoli e panettieri che offrivano cumulativamente ogni anno 565 libbre di cera. Alle confraternite di arti e mestieri di Milano si deve buona parte delle enormi vetrate con cui si decide di chiudere le gran­ di finestre della chiesa e della sacrestia. L’uso delle vetrate isto­ riate, mirabile tratto distintivo delle cattedrali gotiche, costi­ tuiva una singolare edificazione per il popolo, che, anche sen­ za saper leggere, poteva imparare i fatti sacri semplicemente guardando quelle figure: ut qui litteras nesciunt, diceva Grego­ rio Magno, videndo legant quod legere in codicibus non valent. Per primo si era fatto avanti il paratico degli speziali, mani­ festando ai deputati l’intenzione di far eseguire a proprie spe­ se la vetrata «prospiciente verso il corso di Compedo, pel qua­ le si va da Porta Orientale in Broletto». La Fabbrica gli forni­ sce il vetro, il piombo e il telaio, e si riserva di dare l’assenso al­ la scelta del nome dell’artefice e del soggetto della vetrata. A questo proposito, Galdino de Grossi va a nome di tutta la con­ fraternita a conferire dal teologo maestro Pietro da Alzate del­ l’ordine di Sant’Eustorgio, che gli suggerisce di far rappresen­ tare la leggenda di santa Giulietta, dal momento che la vetrata è prospiciente l’altare edificato per ricordare l’ingresso del du­ ca a Milano e dedicato alla santa. Di comune accordo con il

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Consiglio, gli speziali chiedono a Stefano da Pandino, valente artista che da decenni si distingueva nel Duomo di Milano e nella Certosa di Pavia, di eseguire un campo della vetrata per campione, e quindi tutta l’opera38. Due anni dopo, l’esempio del paratico degli speziali è seguito dai droghieri {aromatarii), dagli orefici e dai notai, a cui si aggiungono i frati gesuati e un sacerdote, il reverendo Roffino, canonico in Santa Maria della Scala39. La magnificenza delle vetrate non attirava solo gli sguardi dei fedeli, ma purtroppo anche le sassate dei monelli, che facevano a gara a centrare il maggior numero di personag­ gi dipinti, tanto che la Fabbrica si vede costretta a nominare un officiale con l’incarico di sorvegliante alle vetrate, al salario di un boccale di vino al dì40. La riscossione dei legati a favore della Fabbrica costituiva un delicato compito in cui però i deputati si dimostravano at­ tenti più alle situazioni di ciascuno che all’adempimento delle procedure. Alla vedova ed erede di Porrino de Pirovano, che per circostanze avverse era improvvisamente caduta in miseria, concedono per esempio di dilazionare il legato che il marito prima di morire aveva assicurato alla Fabbrica41. Ai fratelli Gia­ como e Giovanni de Malabarba, figli del defunto Milano de Malabarba, si presentano per riscuotere l’ingente legato di 500 fiorini che quest’ultimo aveva disposto in favore della Fabbri­ ca. Giacomo e Giovanni, però, provano di non essere eredi del loro padre, e sostengono quindi di non essere debitori alla Fab­ brica di oblazione alcuna. E tuttavia, «in pari tempo, dichiara­ no che per riverenza alla madre di Dio, sono disposti a pagare la suddetta somma, se si accorda loro un anno di tempo». Nuo­ vamente i deputati acconsentono alle mutate condizioni42. In alcuni, rari casi gli officiali si trovano a restituire qualche offerta. Poteva capitare, infatti, che il donatore non fosse sano di mente, come la mentecatta Bignola di Pavia che porta all’al­ tare 48 bottoni d’argento dorato e smaltato, obbligando di conseguenza il marito Zoino a presentarsi dai pattavi per ri­ chiedere indietro i preziosi, non senza offrire però ben 3 fiori­ ni d’oro a compensazione dell’imbarazzante situazione43. Qualcosa di simile accade con la donazione di Caterina moglie di Domenico Quadrio, senonché, quando gli eredi si accorgo­

no che l’anziana donna aveva offerto cose di cui non poteva di­ sporre, queste erano già state vendute ai pubblici incanti. I pa­ renti di Caterina si devono quindi accontentare di una com­ pensazione monetaria da parte della Fabbrica44. Proprio per evitare di trovarsi in queste spiacevoli situazioni, i deputati si rifiutavano di ricevere oblazioni che potevano sembrare di dif­ ficile riscossione o «litigiose», cioè non donate di comune ac­ cordo e possibile occasione di lite tra parenti e congiunti. Per questo motivo non vengono accettati gli 11 fiorini che Arnoldino Pozzobonelli voleva versare alla Fabbrica, corrisponden­ ti a un suo credito con Agnesola, figlia di Giovanni Pozzobo­ nelli e moglie di Tomaso de Medici, figlio di Ottorino45. Ana­ logamente, i deputati rifiutano da Pietro de Lodi la donazione di un suo credito del valore di 25 fiorini nei confronti di frate Riccardo de Selvatici, che sette anni prima si era obbligato in solido verso Pietro a nome del Capitolo e del convento dell’o­ spedale di Sant’Ambrogio. Il donatore aveva inoltre proposto alla Fabbrica che 5 fiorini della sua oblazione fossero utilizzati per saldare il debito nutrito verso la chiesa Maggiore dall’ere­ de di Francesco de Carcano, di cui lui stesso era fideiussore, e che dai rimanenti 20 fiorini venissero detratte 4 lire imperiali, corrispondenti al plaustro di vino che si impegnava a conse­ gnare alla Fabbrica. Decisamente troppo complicato, e i depu­ tati pensano bene di prevenire l’insorgere di una qualsiasi con­ troversia declinando l’offerta proposta da Pietro46.

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Note 1 L’esposizione era pratica diffusa al tempo per i neonati che la madre non sarebbe stata in grado di allevare o comunque indesiderati. 2 Archivio della Fabbrica del Duomo di Milano (da qui in avanti segna­ to come: AFD), cart. 42, n. 15. 3 AFD, cart. 42, n. 16. 4 Annali, t. 1, 7 marzo 1394. 5 AFD, cart. 42, n. 16. 6 Annali, t. 1, 1° maggio 1394. Sebbene possa destare qualche perplessità l’utilizzo all’interno del verbale del Consiglio del vocabolo bimbo, al maschile, al posto del nome Venturina, la mancanza di qualsiasi accenno nelle disposi­ zioni testamentarie di Marta de Codevachi, e loro successive modifiche, ad al­

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I DONATORI

tro bimbo all’infuori della piccola di cinque anni fa ragionevolmente imputa­ re la scelta del maschile alla genericità con cui forse i deputati, solitamente im­ pegnati in discussioni d’altra sorta, possono avere deliberato la questione. 7 AFD, cart. 42, n. 16. 8 Annali, t. 1, 12 aprile 1394. 9 Annali, t. 1, 20 maggio 1394; Annali, t. 1, 28 maggio 1394. 10 AFD, cart. 42, f. 16; AFD, cart. 56, f. 1, fo. 9\ Annali, t. 1,3 marzo 1395. 11 Annali, t. 1, 15 marzo 1394. 12 Marta, in realtà, si era limitata a stanziare una somma per la celebra­ zione delle sue esequie e della messa officiata ogni anno nell’anniversario del­ la sua morte. 13 Quell’altare, rammentato spesso come esistente in mezzo alla chiesa, e detto anche del pilone, fu poi trasportato nell’estrema navata settentrionale. Una nota manoscritta del 1566 degli altari del Duomo, che si trova nell’Ar­ chivio della Curia Arcivescovile, rammenta appunto Valtare Assumptionis B.V.M. alias in medio ecclesiae, nuncupatum l’altar de Alexio Albanese, cum statua B.V.M. cum invedriata ante, cum columnis et pyramidi sine invedriata. La Vergine in bassorilievo, che forma l’ancona, e le due statue laterali, sono di recente fattura, nel tempo sostituita all’originale. Rammenta l’altare anche il Carisio, dicendo che il collocamento attuale fu fatto dall’Alessio nel 1480, e il Sitone scrive che hic Alexius fuit capitaneus curtis Arengi, et sub anno 1512 sacram apostolorum historiolam plastices faciendam curavit in vestibulo lateralis januae Sancti Trancisci; marmorea verotabula suprascripta cum versibus nunc est in aedibus comitis Horatii Archinti (Annali, t. 2, 9 novembre 1478, nota). 14 Cfr. Annali, t. 2, 23 gennaio 1424. 13 Annali, t. 2, 10 febbraio 1480. La proposta era stata avanzata e appro­ vata dai deputati della Fabbrica più di un anno prima (cfr. Annali, t. 2, 9 no­ vembre 1478), ma è solo nel 1480 che viene operativamente concretizzata con la scelta del luogo su cui apporre le decorazioni e la loro esecuzione. 16 II 3 giugno 1491, dopo la morte di Alessio della Tarchetta, i deputati della Fabbrica decisero di far celebrare ogni anno, da lì in perpetuo, una messa per la salvezza della sua anima, come da disposizioni lasciate dallo stesso Alessio. L’annuale doveva essere celebrato solennemente in mezzo al­ la chiesa, con messa cantata da un ordinario della Fabbrica, con le turme e le altre orazioni recitate dagli ordinari. Cfr. Annali, t. 3, 3 giugno 1491. 17 Alessio della Tarchetta lega anche alla Fabbrica la sua casa situata presso la corte dell’Arengo, reversibile alla Camera ducale. Ciononostante il duca rinnova la donazione a favore della Fabbrica. Cfr. Annali, t. 2, 22 giu­ gno 1490. 18 Come sintetizzato nei versi di Geremia: «Ti ho amato di un amore eter­ no, ti ho attratto a me, ti ho accolto avendo pietà del tuo niente» (Ger 31,3). 19 Le due lapidi sono tuttora affisse in Duomo, ai lati dell’altare chiama­ to monumento Tarchetta, situato, a partire dall’entrata principale, nella quin­ ta campata della navata di sinistra. Esse sono una copia ottocentesca delle originali, fatte eseguire su disegno di Carlo Pestagalli in occasione del pro­ getto di un nuovo monumento Tarchetta, mai realizzato.

20 La terza lapide, oggi scomparsa, si trovava secondo il Sitone presso il conte Ottavio Archinto, come attestato anche nelle sue Collectanae Antiquitatum. 21 Derlare: voce dialettale, letteralmente “togliere le noci dal mallo”, e, in senso figurato, “pulire il materiale risultante dalle demolizioni al fine di reim­ piegarlo”. Cfr. Glossario di cantiere, in 11 mestiere di costruire, a cura di S. Della Torre, Como 1992. 22 Catherinae de Habiateguazono prò sua mercende Iaborandi ad portandum gerlitum super laborerio fabricae usque a die 8 novembris ritrae, lire 3 soldi 4. AFD, Liber dati et recepii, anno 1389, in Annali, Appendici, t. 1,13 aprile 1389. 23 Annali, t. 1, 16 ottobre 1390; 25 giugno 1391; 8 ottobre 1391; 3 giu­ gno 1392; 6 ottobre 1392; 30 marzo 1393; 21 settembre 1393; 4 aprile 1395; 26 settembre 1395; 19 marzo 1396; 17 settembre 1396. 24 AFD, Liber dati et recepii, anno 1387, in Annali, Appendici, t. 1, 4 no­ vembre 1387. 23 lbid. 26 Annali, t. 1, 27 marzo 1390. 27 Annali, t. 1, 29 aprile 1397. 28 Annali, t. 1, 6 maggio 1397; 21 giugno 1397. 29 Annali, t. 1, 28 dicembre 1397. 30 Annali, t. 2, 5 luglio 1422. 31 Annali, t. 2, 27 settembre 1439. 32 Annali, t. 2, 1° marzo 1450. 33 Annali, t. 2, 4 ottobre 1412. 34 Annali, t. 1, 6 agosto 1396; 16 maggio 1409. 33 Annali, t. 1, 3 agosto 1393; t. 2, 2 settembre 1443. 36 Annali, t. 1, 17 febbraio 1398; 21 gennaio 1399. 37 II legato avviene con testamento in data 24 novembre 1612. «Il primo dei protostatuarj eletti fu Gio. Andrea Biffi. Cessò questi di vivere nel 1631, e dopo lui fu prescelto Gaspare Vismara. Gli subentrò, nel 1664, Dionigi Bussola. Lui morto nel 1687, successe Carlo Simonetta. Nel 1693 fu eletto a protostatuario Giuseppe Rosnati. Nel 1715 gli tenne dietro Carlo Francesco Mellone. Giubilato questo, nel 1739 lo sostituì Giuseppe Puricelli. Venne dopo di lui Elia Vincenzo Buzzi, giubilato nel 1777, ma condividendo l’uffi­ cio di istruttore dei fanciulli col nuovo protostatuario Giuseppe Perego, che rimase solo nel 1780 per l’awenuta morte del Buzzi. Il Perego morì nel 1790, e dopo di lui fu nominato il cavalier Carlo Maria Giudici. Alla morte di que­ sto, fu eletto in sua vece Grazioso Rusca, che pare fosse l’ultimo dei protostatuarii riconosciuti, essendo mancate alla Fabbrica le rendite per mantener la scuola di scultura, obbligata come fu dal volere del primo Napoleone a vendere tutte le sue proprietà stabili per la costruzione della facciata. La di­ sposizione testamentaria del Mazenta ebbe però l’effetto di mantenere sulla nostra città quell’onore nell’arte scultoria, pel quale va meritatamente loda­ ta» (Annali, t. 4, nota a inizio anno 1585). 38 Annali, t. 2, 7 febbraio 1478. 39 Annali, t. 2, 16 gennaio 1480; 13 aprile 1480; 25 maggio 1480; 7 set­ tembre 1480; 23 novembre 1480.

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40 Annali, t. 41 Annali, t. 42 Annali, t. 43 Annali, t. 44 Annali, t. 45 Annali, t. 46 Annali, t.

1, 21 agosto 1407. 1, 10 ottobre 1395. 2, 23 agosto 1415. 1, 4 giugno 1391. 2, 2 giugno 1448. 1, 24 agosto 1392. 1, 30 dicembre 1392.

IV. Marco, il mercante che da ricco si fece povero

Entrando nel Duomo di Milano, i visitatori che si incam­ minano lungo la navata di destra percorrono con lo sguardo l’ampia lastra appesa sulla parete della terza campata. Scolpi­ ti nel marmo, scorrono i nomi degli arcivescovi della «chiesa milanese fondata da S. Barnaba apostolo», come riporta l’i­ scrizione, susseguitisi dalle origini ad oggi - una serie crono­ logica di 144 personaggi, dal santo di origini greche Anatalone, arcivescovo della città lombarda tra il 51 e il 64, al cardi­ nale attuale, Angelo Scola. Più avanti, le guide radunano i tu­ risti nella quinta campata di fronte al bassorilievo che esibisce lo stemma della Fabbrica del Duomo, una Madonna che pro­ tegge sotto il suo manto la Chiesa milanese, iconicamente rap­ presentata dalla sua cattedrale - commemorazione al giovane architetto Giuseppe Brentano, vincitore del concorso mon­ diale indetto a fine Ottocento per il completamento della fac­ ciata del Duomo e morto prematuramente l’anno successivo alla vittoria1. Tra la serie cronologica e il bassorilievo, pochi si soffer­ mano di fronte al sarcofago appoggiato alla parete della quar­ ta campata, raffigurante un uomo in eleganti abiti tardo-me­ dievali - un capuzium in testa, i guanti abbottonati fino al go­ mito, il capo appoggiato su un ricco cuscino nappato, il lun­ go spadone tra le mani e i piedi velati come di consuetudine per deferenza ai defunti. Anche l’elaborata cornice marmorea che fa da base al sarcofago sembra confermare che lì giace qualcuno d’importante: otto statuette di santi ed evangelisti tra arcate che ricordano in parte le guglie del Duomo di Mi­ lano, in parte il neogotico dei palazzi di Venezia. Avvicinan­ dosi meglio al sarcofago, si possono decifrare le lettere anne-

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rite che compongono una piccola semplice lapide affissa alla parete sovrastante: H A C ADMIRANDA MARCUS REQ UIESCIT IN ARCHA

Qui d e

c a r r e l l is g n o m in e d ic t u s e r a t .

H lC TIBI DEV O TU S SANCTISSIM A VIRGO MARIA Pro M

f a b r ic a e c c l e s i e m a x im a d o n a d e d it .

il ia n a m p l u s q u a m t r ig in t a q u in q u e d u c a t u m

C

o n t u l it . e r g o a n im e t u m is e r e r e s u e .

Q

u i d o m in u s m a r c u s o b iit d ie x v iii s e p t e m b r is m c c c l x x x x i ii i .

In poche righe asciutte è fissata a indelebile memoria la ra­ gione per cui quest’uomo ha ricevuto l’onore di venire sepolto nella chiesa cattedrale della città, tra le tombe dei cardinali ve­ scovi e le reliquie dei santi. «In questa splendida urna - ci spie­ ga - riposa Marco che di cognome faceva Carelli». E il suo no­ me viene consegnato ai posteri per il gesto straordinario com­ piuto qualche anno prima di morire: «Questi, per devozione a te, santissima Vergine Maria, elargì doni grandissimi per la co­ struzione della chiesa» - ecco svelata la ragione di tale posizio­ ne d’onore all’interno della cattedrale. E visto che gli uomini medievali non erano affatto astratti, ma tutto per loro assume­ va valore dentro una consistenza concreta, questi «doni gran­ dissimi» vengono pesati, contati, stimati: «Portò più di 35.000 ducati», una cifra ragguardevole per l’epoca, forse la donazio­ ne più ingente mai ricevuta per la costruzione del Duomo di Milano. E infine, alla Madonna viene presentata la richiesta, che si fa portavoce della preghiera del donatore: «Dunque tu abbi pietà dell’anima sua». Ma chi era quest’uomo e quali ragioni stavano dietro al suo gesto munifico? Marco Carelli era un ricco mercante milanese. In epoca tardomedievale non era raro imbattersi in mercanti che morivano senza eredi e nel loro testamento decidevano di destinare il loro patrimonio a enti religiosi e opere pie - il no­ me che subito viene alla mente è quello del celeberrimo mer­ cante pratese di fine Trecento, Francesco di Marco Datini2. Ma ben più straordinario fu il gesto di Carelli, e tra le tante storie di donatori emerge la singolare vicenda di quest’uomo.

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Gli inizi Il mercante Marco abitava a Milano presso Porta Orienta­ le, nell’area parrocchiale della chiesa di San Babila. La sua for­ tuna se l’era costruita trafficando con destrezza e abilità tra Mi­ lano, Venezia, Genova e Bruges, imparando in breve quell’ar­ te mercantile che i Carelli, commercianti di balle di lana, eser­ citavano con profitto sin dalla metà del XIII secolo. Nel 1321, il nonno Albrigolo, alla sua morte, pur racco­ mandando ai tre figli di portare avanti in società gli affari, ave­ va suddiviso tra loro i beni del suo cospicuo patrimonio, de­ cretando così l’indirizzo delle loro carriere: il commercio di drappi a Venezia, quello di lana e l’osteria a Milano, e i terreni nel contado milanese. Il primogenito, Albertolo, aveva eredita­ to alcuni preziosi drappi francesi, milanesi e veneziani, una masseria di ragione a Venezia, e l’attività commerciale avviata da alcuni decenni nella laguna dal padre. A Franzio era tocca­ ta l’attività laniera milanese: centinaia di libbre di lana e drap­ pi tinti, una cloderia, dove stendere i panni di lana dopo la tin­ tura, e inoltre un’osteria e alcune proprietà nella vicina Monforte. A Guidotino, padre di Marco, infine, Albrigolo ave­ va lasciato case e terreni a nord-ovest di Milano, nell’area di Pioltello, per un totale di 228 pertiche di terra - ovvero oltre 15 ettari di possedimenti. Marco era cresciuto abbagliato dal mondo in cui si muove­ vano gli zìi e i cugini Albrigolo e Simonolo, presto iniziati dal padre Franzio ai segreti della mercatura: la varietà delle mer­ canzie che quotidianamente trattavano, le loro superbe cono­ scenze di usi, costumi, pesi e misure tra le diverse genti, i fre­ quenti viaggi per fiere e mercati esercitavano sul giovane Marco un fascino ben maggiore del mestiere di gestire immobili in cui il padre Guidotino cominciava a impratichirlo. E così, appena ventenne rinunciò all’eredità paterna, probabilmente spinto dai parenti con la promessa di far di lui un vero mercante, e due an­ ni dopo, nel 1347, entrò in società con gli zìi e il cugino3. Non molto tempo dopo però, trascorso poco più di un de­ cennio, la società dei Carelli inizia ad accusare alcune brusche battute d’arresto. Gli affari societari subirono un primo tracol­

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lo dopo la morte prematura dello zio Franzio, seguita a breve dal fallimento del suo secondogenito Albrigolo e quindi, nel 1359, dal fallimento del fratello di quest’ultimo, Simonolo4. I generosi prestiti di Marco al cugino Simonolo, infatti, non era­ no stati sufficienti ad evitargli di finire in carcere, la pena pre­ vista all’epoca a Milano per i debitori insolventi5. Scarcerato di lì a poco grazie all’intervento di Marco, dietro pagamento alla Camera dei Mercanti di debiti e interessi maturati, presto Si­ monolo aveva ricominciato a indebitarsi, conducendo quindi Marco alla decisione di separarsi dai cugini per proseguire au­ tonomamente l’attività mercantile6. E in questo periodo, intorno alla metà del XIV secolo, che Marco sposa Giovanna de Septala. Di questo matrimonio, dura­ to trent’anni, fino alla morte di lei nel 1381, poche tracce ri­ mangono: non si hanno notizie di loro discendenti, né prole al­ cuna è indicata tra i beneficiari del testamento di Marco - che accuratamente dettaglia piccoli lasciti per ciascuno dei cugini e nipoti della famiglia Carelli. Ma è l’incipit di una lettera rinve­ nuta tra le pagine del libro di conti del mercante a suggerire l’e­ sistenza di una figlia: «Al sapiente e buon uomo signor Marcolo Carello, padre carissimo. Consegno a voi, carissimo signore...»7.

merceologiche scambiate e nella molteplicità di piazze in cui si trovano a trafficare9. L’attività di Marco, così come quella della società Carelli pri­ ma di lui, è innanzitutto incentrata sulla compravendita della la­ na, ed egli assume una posizione di preminenza tra i mercatores quifaciunt laborare lanam di Milano, tanto da figurare come ca­ polista nella matricola che nel 1393 elencava i trecento del set­ tore laniero milanese10. Ma soprattutto è alla sua abilità nel di­ versificare Fattività in una molteplicità di settori e di piazze che il mercante Carelli deve il suo successo commerciale. Dal com­ mercio di preziose spezie alla vendita di schiave, dall’esporta­ zione della lana all’importazione dell’allume, in pochi decenni egli, pressoché dal nulla, consolida un patrimonio in grado di competere con le ricchezze dei più grandi possidenti di Milano al tempo. Ed è questo variopinto bozzetto che si schiude di fronte agli occhi di quegli uomini che, dopo la sua morte, si re­ cano nella sua grande casa per inventariare i beni rimasti: un atrio semplice e austero, ingombro di balle di panni, fustagni, velluti, cuoi, lino e cotone accatastate dovunque; grossi sacchi il cui forte profumo esotico tradisce il contenuto di noce mosca­ ta e pepe; cassoni di cera impilati accanto ad altri di ferro, rame e allume, splendide perle e armi lucenti nascoste in scrigni pre­ ziosi11. Brillante uomo d’affari, con grandi disponibilità di de­ naro in contanti, si destreggia abilmente anche in operazioni bancarie, investimenti terrieri e finanziari. La fortuna di Carelli sulle piazze straniere si deve in gran parte alla prontezza di adattamento a diversi contesti e usanze, come è evidente guardando ai suoi commerci nella Serenissi­ ma. Fin dall’infanzia, Venezia aveva rappresentato per Marco un luogo familiare, ricorrente nei discorsi degli zìi e cugini, quando ricordavano gli affari del capostipite della famiglia, quel nonno Albrigolo che gestiva un fondaco di lana proprio nella città lagunare, o quando vi organizzavano brevi sortite per verificare l’operato dei loro agenti12. Dalla metà del Tre­ cento Marco aveva soggiornato spesso a Venezia per supervisionare la conduzione dei propri affari. E nel corso degli anni, egli aveva egregiamente fatta propria quella mimesi che era la virtù del mercante medievale. Il successo di un mercante del

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Lana, spezie, perle e schiave Negli anni successivi, all’acme del suo successo mercantile, Marco consolida una fitta rete di rapporti e relazioni com­ merciali tra Milano, Venezia, Genova e Bruges, coadiuvato da un sistema di procuratori e agenti che agiscono per suo conto nelle diverse piazze. Così avviene, ad esempio, nella città fiam­ minga, dove Marco importa e scambia notevoli quantitativi di balle di lana tramite mercanti milanesi risiedenti da tempo nelle Fiandre8. È un nuovo modo di fare affari che in quel pe­ riodo prende il sopravvento in Europa: i mercanti locali tipici dell’Alto Medioevo, che per lo più acquistavano e rivendevano uno specifico prodotto in una determinata area, geograficamen­ te e politicamente delimitata, cedono ora il passo a mercantibanchieri internazionali altamente diversificati nelle varietà

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tempo, infatti, dipendeva largamente dalla capacità di appren­ dere rapidamente come districarsi fra pesi, misure, lingue del­ le diverse regioni in cui si trovava a viaggiare e commerciare e, allo stesso tempo, dalla perspicacia nell’intuire e assimilare tra­ dizioni e maniere, così da guadagnarsi in breve tempo la fidu­ cia degli abitanti del posto13. Diversi elementi spingono a sup­ porre che per Carelli Venezia fosse divenuta una seconda pa­ tria e, lungi dal sentirsi forestiero sulla laguna, fosse riuscito ad adattarsi agevolmente negli anni a usi e costumi locali. Non a caso, il mercante possedeva, tra i suoi abiti, numerose vesti e ornamenti “alla veneziana”, e a Venezia aveva intrapreso una compravendita di schiave greche e tartare - pratica comune sulla laguna, mentre a Milano il possesso di schiave era allora praticamente sconosciuto14.

trabbando della merce. Dal lato della redistribuzione, poi, la sua posizione preminente veniva rinforzata tramite la negozia­ zione con città e stati italiani di trattati con diritto all’esclusiva sull’approvvigionamento17. In questo contesto si vanno ad in­ serire le alterne vicende dei rapporti commerciali tra Milano e Venezia, e se a inizio Trecento la Serenissima riesce a imporre al centro lombardo il monopolio sulla fornitura e sulla riespor­ tazione del sale, nei successivi decenni si trova poi costretta ad allentare la propria morsa commerciale in concomitanza del progressivo consolidamento dei territori lombardi sotto il do­ minio di Azzone, Bernabò e Gian Galeazzo Visconti18. Giunta in un momento in cui la supremazia veneziana era fortemente instabile, la rinegoziazione stipulata nel 1364 da Marco Carelli con il doge Lorenzo Celsi sembra soddisfare egregiamente en­ trambe le parti. Venezia si sarebbe impegnata a fornire a Mila­ no quindici migliaia di sale di mare per cinque anni al prezzo di 11 ducati d’oro il moggio, e per parte sua il centro lombardo avrebbe assicurato alla Serenissima il monopolio della provvi­ gione di sale per Milano e il suo contado durante tale periodo19.

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Il sale e Venezia Proprio la dimestichezza di Carelli con l’ambiente venezia­ no aveva spinto nel 1364 il signore di Milano Bernabò Viscon­ ti a nominarlo Procuratore del Sale, affidandogli il compito del delicato rinnovo della convenzione per la provvigione venezia­ na di sale per Milano. Già a partire dal VII secolo la Serenissima aveva comincia­ to lo sfruttamento estensivo delle proprie saline nella laguna e nelle isole limitrofe15. Nel Medioevo, grandi possibilità di gua­ dagno e vantaggio competitivo erano assicurate a chi riusciva a garantirsi il monopolio del sale: a fronte di esigui costi di estra­ zione, infatti, esso rappresentava una merce indispensabile e in­ sostituibile, come condimento di cibi e bevande, per la conser­ vazione degli alimenti e la lavorazione della pelle e del cuoio, oltre che come zavorra per le navi di ritorno16. Nei secoli Ve­ nezia aveva strategicamente consolidato il proprio oligopolio produttivo, distruggendo le saline dei produttori concorrenti, valorizzando quelle locali, incentivando con speciali trattati i maggiori produttori così da ottenerne l’esclusiva sulla vendita, e monitorando strettamente il volume di sale estratto nei propri centri, per evitare che annate abbondanti facilitassero il con­

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Veneziano per grazia La proficua conclusione degli accordi meritò a Marco l’elo­ gio di Bernabò Visconti a Milano e del doge Lorenzo Celsi a Ve­ nezia, offrendogli l’ingresso nella società veneziana e nei suoi circoli di potere per la porta principale. L’ammirazione del do­ ge, infatti, spinse tre anni dopo il suo successore Marco Cornaro a concedergli la cittadinanza veneziana de intus e de extra per privilegio, nonostante i frequenti viaggi all’estero del mercante gli impedissero di soddisfare i termini di residenza minima ri­ chiesti dalla legislazione vigente e nonostante egli detenesse già la cittadinanza milanese e genovese20. La normativa per la con­ cessione della cittadinanza, infatti, prescriveva come requisito minimo la residenza a Venezia per almeno dieci anni consecuti­ vi, con contestuale pagamento di affitto e imposte, e ne vietava la domanda da parte di chi detenesse già duplice cittadinanza. La richiesta di una terza era considerata illegale e passibile di

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denuncia all’autorità giudiziaria, e a questo riguardo il mercan­ te Carelli costituì un caso di tutta eccezione: nell’insieme dei quasi quattromila stranieri beneficiati con cittadinanza venezia­ na fra Trecento e Cinquecento, fu l’unico a ottenerla e detener­ la legalmente in aggiunta a quella milanese e genovese21. Il rafforzamento o allentamento della normativa circa i pri­ vilegi concessi a stranieri in termini di cittadinanza, tassazione e facoltà di transazioni dipendeva fortemente dalla prosperità - demografica e monetaria - della Serenissima, originando un alternarsi tra fasi di protezionismo e liberalismo più o meno pronunciato di cui i mercanti più accorti e meglio informati erano lesti ad approfittare22. Dal successo della richiesta di cit­ tadinanza dipendeva per loro la possibilità stessa di esercitare un’attività nella laguna, dato che solo ai cittadini veneziani era concesso commerciare in città23. Marco, forte della stima acquisita presso il doge, per avan­ zare la sua richiesta si era astutamente avvantaggiato del deli­ cato contesto politico del momento. Venezia in quegli anni si era dovuta occupare di una perniciosa rivolta scoppiata a Cre­ ta. Nel corso del conflitto, molti cittadini per privilegio aveva­ no lasciato la laguna per evitare il pagamento delle imposte di guerra. Sedata la rivolta, Venezia aveva allentato le maglie bu­ rocratiche delle procedure per l’ottenimento della cittadinan­ za, nella speranza fungesse da incentivo per gli stranieri a fare ritorno sulla laguna. Proprio in quel frangente Marco presentò la sua domanda. E nel 1367 il doge Marco Cornaro gli conces­ se il privilegio richiesto, a condizione che risiedesse a Venezia con la sua familia24.

Monza, posta sotto la protezione dei patroni delle due città: la Scuola dei Milanesi di Sant’Ambrogio e San Giovanni Battista26. Venezia annoverava al tempo quasi duecento Scuole - confra­ ternite e corporazioni27. I forestieri, in particolare, si organiz­ zavano in Scuole nazionali, divise per provenienza, punto di ri­ ferimento per i mercanti stranieri di passaggio, così come per gli immigrati residenti a Venezia. La comune provenienza co­ stituiva un collante formidabile per chi si ritrovava per mesi o per anni lontano dalla patria, e la compagnia di altri forestieri forniva un valido sostegno a chi spesso partiva senza la famiglia appresso. Il santo patrono titolare della Scuola rappresentava un fattore coesivo di unità, che andava a ricreare legami che non potevano qui fondarsi sui rapporti di parentela o vicinato. Egli diveniva il capo di quella “famiglia artificiale” che il co­ mune giuramento allo statuto costituiva28. Chi si trovava in ter­ ra straniera doveva poi cercare il modo di tutelare i propri di­ ritti e interessi, e unirsi ad altri connazionali offriva la risposta pratica più immediata a quella necessità29. Le pratiche della Scuola dei Milanesi erano espressione di una pietà tangibile, fatta di oggetti sacri e processioni, di reli­ quie che avvicinavano il divino al quotidiano, di celebrazioni che segnavano il ritmo dell’anno e di pratiche devozionali che esternavano il messaggio della fede in forme spicciole di carità e assistenza ai bisogni più prossimi30. Centro della vita liturgi­ ca della confraternita era la cappella, nella chiesa di Santa Ma­ ria dei Frari, concessa loro dai Frati Minori fin dalla fondazio­ ne della Scuola nel 1361 a condizione che provvedessero alla sua ultimazione e manutenzione, nonché all’erezione di una torre campanaria soprastante31. Nella cappella i confratelli si riunivano ogni prima domenica del mese per la messa cantada in voxe32. Momento di fede, festa e orgoglio civico erano le so­ lenni celebrazioni annuali delle due feste patronali, quando i lombardi vestiti a festa si recavano in processione alla Chiesa dei Frari, segnalando il loro passaggio con tanta solennitade e festa quanto piu se po. Trombe, trombete, nacharini e ciaramelle creavano un giocoso frastuono, mentre tra i busti in legno dei patroni e le bandiere spiccavano i gonfaloni e le livree con l’ar­ ma del duca di Milano33.

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La nostra benedeta scuola de lombardi A Venezia Marco era solito ritrovarsi con i suoi connazio­ nali alla ruga (strada) Mediolanensium, nelle immediate vici­ nanze di Rialto, mentre per trattare affari e contratti si recava presso la Loggia dei Milanesi?5. E forse proprio qui, nei dialo­ ghi con i suoi concittadini, egli maturò l’idea di fondare una confraternita per i mercanti lombardi provenienti da Milano e

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Le celebrazioni pubbliche erano espressione comunitaria di una fede che continuava poi in forme di devozione privata: ogni scolaro era tenuto - ad hec nemo compellitur, sed quisque carita­ tive rogaturM - ad una semplice regola di preghiera, la recita quotidiana di cinque Padre Nostri e Ave Marie, in honore e reverenzia alle cinque piaghe di Cristo sulla croce35. Le stesse pre­ ghiere erano poi recitate da ciascuno alla morte di uno scola­ ro36. In ideale continuazione, anche dopo la morte, di quella co­ munione che aveva unito in vita i membri della Scuola, i com­ pagni si stringevano attorno al confratello nel momento del tra­ passo, che lo meta dio piu tosto a la gloria del santo paradixo3V. La cura di ammalati e moribondi costituiva, insieme all’ele­ mosina ai poveri, uno dei nuclei centrali dell’attività assisten­ ziale svolta dalla Scuola38. All’aggravarsi delle condizioni di un confratello malato, i priori e alcuni compagni si recavano a far­ gli visita, sovvenendolo in tute le cose che fosse necessarie del corpo a spese della comunità, e non lesinandosi nel fare tuto quelo che fosse bene per l’anema de quello infermo, così che po­ tesse giungere al traguardo finale come se apartene a ziaschaduno veraxe cristiano39. La Scuola dei Milanesi era gerarchicamente regolata da un gruppo di Anziani, eletti annualmente, composto da due prio­ ri e dieci decani40. Nel primo nucleo di Anziani fondatori del­ la Scuola, oltre al nome di Marco Carelli spiccava quello di Marco Resta, che si era distinto presso il doge per la negozia­ zione di una pace tra Milano e la Serenissima all’indomani del­ la solenne sconfitta veneziana a capo della lega antiviscontea41. Per gli Anziani, accettare e ricoprire la posizione per cui si era eletti costituiva motivo di prestigio ma ancor più un atto di carità verso gli altri membri della Scuola. Al momento dell’ele­ zione, gli Anziani giuravano di svolgere il loro operato a imita­ zione di Cristo, collui che è soma bontate e soma sapientia e so­ ma possanza e soma vertude42. Ciò concretamente si mutuava nel conformarsi a tre precetti evangelici: avere sempre paxe e amore e caritade verso i fratelli, reputarsi sempre minori agli al­ tri, rimanendo umili a prescindere dalla propria carica (perché chi se exaltara, si sera umiliado e chi se humiliara si sera exaltado), e non guardare al male altrui, ma pensare invece a fare il

bene della Scuola43. Le norme contenute nella mariegola, lo sta­ tuto dell’associazione, erano circondate da un’aura di sacralità, in quanto progedude dal nostro signore m is t e r Jhesu Christo44. L’osservanza delle norme non mirava semplicemente all’effi­ ciente funzionamento del sodalizio, bensì era prescritta come obbedienza a Cristo stesso, attraverso la modalità contingente - la Scuola - con cui egli giungeva a loro. Ogni aspetto della vita della confraternita diveniva un aiuto alla libertà del singolo nel suo percorso verso il raggiungimen­ to della salvezza eterna - anche le reciproche correzioni di pe­ ne e trasgressioni, sanzionate con il pagamento di una penale che, nel costituire un deterrente, simboleggiava anche il rinno­ vato impegno del singolo verso se stesso e tutto il corpo della Scuola45. Il ricavato delle sanzioni era immediatamente distri­ buito ai poveri, per mostrare in modo semplice e tangibile al confratello manchevole come nell’appartenenza al corpo della Scuola anche la trasgressione e il peccato potevano diventare occasione per un bene, per una carità. Allo stesso tempo, l’appartenenza alla Scuola dei Milanesi comportava per Marco e i suoi trecento confratelli anche note­ voli vantaggi economici. Devozione e affari erano per i mer­ canti un tutt’uno inscindibile, e così si trovavano a impetrare insieme Dio, la Madonna e tutti i santi affinché

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conceda [no] gratta de ben fare efaza che le nostre mercadantie ogni di vadano de bene in meglio e [...] cum bon ordene e raxone e con li modi che a dio e al mondo siano boni e laudabili46. Quest’unità si esprimeva nella duplice natura della Scuola: nel tempo, all’interno della confraternita si era costituito una sorta di sodalizio corporativo - caso unico nel panorama delle Scuole veneziane - che coincideva per nome e per membri iscrit­ ti con la Scuola dei Milanesi, ma era regolamentato da una pro­ pria gerarchia, parallela a quella degli Anziani, ed era strettamente legato alla Camera dei Mercanti di Milano47. Attraverso un dettagliato meccanismo di condute e condutori, la Scuola ge­ stiva il monopolio di importazioni ed esportazioni delle merci dei suoi membri sulla tratta Milano-Venezia48. Il sistema preve­

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deva che ogni confratello consegnasse tutte le robe in condotta ad un conduttore designato dalla Scuola49. A fronte del versa­ mento di una tassa alla confraternita, pari a 1 soldo per collo di mercanzia che conducesseno dentro o fora de la dita terra de mil­ lantala scola nostra di sancto ambroxo, il mercante godeva di una serie di vantaggi e garanzie che rendevano altamente proficua la partecipazione al sistema50. Le merci, infatti, venivano affidate a condutori fidati e scelti, con i quali i mercanti potevano far vale­ re i prezzi fissati dal tariffario emanato dalla Scuola51. La con­ fraternita assicurava poi che ogni condotta passasse attraverso una rigorosa procedura di controllo, e, infine, in caso di sinistro ricompensava il mercante con una provvigione adeguata52.

ne fu nominato supervisore dei lavori, e quindi responsabile della raccolta presso Porta Orientale e Porta Nuova di quelle donazioni che annualmente venivano portate alla cattedrale con la celebrazione dei Trionfi57. Inoltre, per il tipo di rapporto che negli anni aveva instau­ rato con Gian Galeazzo Visconti, era spesso scelto come dele­ gato della Fabbrica per porgere al principe di Milano richieste importanti. E così avvenne anche nel 1390, quando un’amba­ sciata della Fabbrica fu inviata a domandare al Visconti che in­ tercedesse presso papa Bonifacio IX per la proclamazione di un giubileo straordinario, così da favorire un rinnovato afflus­ so di donazioni per la costruzione della cattedrale58.

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Tra i Dodici di Provvisione e la Fabbrica del Duomo Di ritorno a Milano, Marco si conquistò presto la stima del nuovo signore della città, Gian Galeazzo Visconti, che lo no­ minò più volte membro dell’Ufficio di Provvisione, la principa­ le istituzione legislativa del Comune53.1 dodici ufficiali di Prov­ visione erano designati ogni due mesi da lettere patenti del Si­ gnore tra cittadini milanesi «buoni, sufficienti ed idonei» di sua fiducia54. Formalmente, il potere amministrativo, legislativo e giudiziario demandato a questi uomini era notevole: essi dete­ nevano piena facoltà di azione per qualsiasi materia riguardan­ te il Comune, e diretto controllo su numerosi altri uffici55. Tut­ tavia, il potere effettivo risiedeva nelle mani del Visconti: ogni decisione dell’Ufficio di Provvisione doveva essere concordata con lui e supervisionata dal Vicario, un forestiero che il Princi­ pe designava a controllo dell’operato dei suoi officiali^. Intanto, dopo la morte della moglie Giovanna intorno al 1380, Marco si era risposato con Flora de Aliprandi nel 1386. Proprio quell’anno, nel centro di Milano erano iniziati i lavori per la costruzione della nuova cattedrale in marmo in sostitu­ zione della modesta chiesa di Santa Maria Maggiore. Marco, insieme ad altri volti noti della scena pubblica milanese, era stato coinvolto all’interno della Fabbrica del Duomo con inca­ richi di prestigio a titolo gratuito. Nei primi anni di costruzio-

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Milia Nam Plusquam Triginta Quinque Ducatum Proprio in risposta all’Indulgenza per i Benefattori concessa per il giubileo del 1390 Marco, che aveva già girato alla Fabbri­ ca alcuni suoi crediti per un valore di oltre 270 lire, decise di le­ gare prò fabrica ecclesiae majoris Mediolani l’intero suo patri­ monio, di valore complessivo stimato oltre 35.000 ducati: una somma superiore a quanto complessivamente la Fabbrica era in grado di raccogliere ogni anno dalle diverse fonti di entrata59. Terminato il giubileo e il rinnovato afflusso di oblazioni, nelle casse della Fabbrica il denaro incominciò nuovamente a scarseggiare, causando un inopportuno rallentamento dei la­ vori per la costruzione. Un gruppetto di deputati della Fabbri­ ca ebbe allora l’ardire di presentarsi a casa Carelli per doman­ dargli un anticipo sull’eredità promessa, in modo da poter far fronte alle necessità immediate del cantiere60. In risposta, il mercante dispose seduta stante, di fronte agli attoniti deputati, la cessione immediata e irrevocabile di tutti i suoi beni alla Ve­ neranda Fabbrica, richiedendo ai deputati di concedergli solo un frugale vitto e una stanzetta presso il cantiere da allora al giorno della sua morte61. E per Ursina, una quandam puellam educata nella sua casa che desiderava far maritare, non tra­ scurò di far alienare un mulino di sua proprietà, detto della Ciresa - visto che a donazione avvenuta non avrebbe avuto più

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nulla da darle in dote62. E così, alla fine di una vita ricca di av­ venture e alterne fortune, dopo aver avviato una fiorente atti­ vità commerciale e aver costituito pressoché dal nulla un soli­ do patrimonio di case e terreni, il ricco mercante si spogliò di tutto quanto possedeva.

tative erano ancora in essere: certamente la sua presenza sulla laguna avrebbe facilitato il rapido recupero di quel denaro che era ora divenuto proprietà della Fabbrica66. Nei due-tre anni successivi, egli si adoperò alacremente per strappare le miglio­ ri condizioni e concludere quegli affari che per i deputati del­ la cattedrale sarebbero stati una inopportuna complicazione.

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G li ultimi anni Morte a Venezia Si era concluso in quel mentre un lungo processo intentato contro il mercante da parte di tali fratelli Meliatii. Nel 1381 que­ sti avevano contratto un debito con un tal Cressino de Munti per l’acquisto di una grossa partita di pepe, del valore di 500 fio­ rini, debito acquistato poi nel 1384 dal mercante Carelli. L’anno successivo, al momento stipulato per la restituzione del denaro, i fratelli erano riusciti a consegnare in moneta solo 200 fiorini, e si erano ritrovati obbligati a cedere a Marco la proprietà della loro casa a saldo, versandogli un lauto corrispettivo per l’affitto, per poter continuare ad abitarvi63. Pare che il processo si fosse concluso nel 1392 con sentenza di usura per le condizioni di af­ fitto imposte ai due fratelli, ma ciononostante il nome del mer­ cante non fu mai cancellato dalla gilda mercantile, come era uso nel caso di un crimine del genere passato in giudicato64. D ’altra parte, non era certo la prima volta che Carelli si tro­ vava a fronteggiare un’accusa di usura - benché ad ogni istan­ za egli fosse sempre riuscito a difendersi abilmente, continuan­ do poi indisturbato i suoi affari. Il mondo mercantile tardomedievale aveva affinato una definizione sempre più puntuale del significato del divieto biblico e patristico del prestito ad inte­ resse - il «ricevere qualcosa in più rispetto a ciò che è stato pre­ stato». Ma, al contempo, assisteva anche a uno scollamento sempre più pronunciato tra dettami della fede, precetti di con­ fessori, e pratiche e strategie messe in atto dai mercanti - che si adoperavano per escogitare accorgimenti volti ad occultare l’interesse nei loro contratti65. Nel frattempo, una volta ufficializzati gli atti relativi alla sua generosa donazione, Marco decise di ripartire alla volta di Ve­ nezia. Il mercante vantava lì, infatti, lauti crediti, e diverse trat-

Lasciata alle spalle la ricca vita milanese, il vecchio mercan­ te trascorse i suoi ultimi anni poveramente - tanto che, come riporta una bolletta di pagamento rinvenuta tra le sue carte, si trovò addirittura a dover chiedere a un amico il denaro per comperare un pezzo di sapone. Intanto egli, assistito dalla cu­ gina Malgarolla che lo aveva raggiunto da Milano, continuava a dedicare gratuitamente le sue energie per la Fabbrica67. La morte sopraggiunse per il mercante ormai settantenne a Venezia, il 18 settembre 1394. La notizia fu rapidamente co­ municata a tutti i confratelli della Scuola dei Milanesi, che nei due giorni successivi accorsero a rendergli onore alla cappella della Chiesa dei Frari, addobbata con i drappi serici di sant’Ambrogio e san Giovanni Battista per sottolineare la sua appartenenza al corpo vivo della confraternita e impetrargli la protezione dei due patroni, a zio che etti [fossero] avocati avan­ ti a dio a pregare per la [sua] anemak%. Secondo la consuetudi­ ne della confraternita, il lungo corteo degli scolari accompagnò la bara del mercante al luogo della sepoltura - un’area del ci­ mitero dei Frari presso il campanile della chiesa69. Ciascuno con in mano una candela accesa, sfilavano silenziosi dietro a priori e anziani, preceduti da una grande croce in rame dorato e quattro torce nere.

Un trionfale suffragio Dopo qualche giorno l’annuncio della morte del mercante raggiunse Milano, e la Fabbrica si diede immediatamente da

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fare per organizzare un suntuoso settimo di suffragio la setti­ mana successiva - non appena, cioè, i deputati della Fabbrica fossero riusciti a diramare notizia della celebrazione all’intera cittadinanza70. La mattina di martedì 29 settembre, il Capitolo degli Ordi­ narli di Santa Maria Maggiore si riunì nella cattedrale per cele­ brare l’ufficio dei defunti assieme con il Capitolo degli Ordina­ rli di Santa Tecla e dei canonici decumani. Il nugolo di presbi­ teri da lì si mosse poi verso la chiesa di San Babila, parrocchia della famiglia Carelli, per celebrare venticinque messe a suffra­ gio. Ad ognuno venne data in mano una candela di due once; fronteggiavano l’altare, drappato di nero, due celostri e due grosse croci, ognuna sormontata da dieci candelotti accesi. Nel pomeriggio i canonici ritornarono processionalmente alla cattedrale per celebrare il solenne ufficio dei defunti alla presenza di una numerosa folla. Davanti, tra i primi, si trova­ vano i congiunti del mercante; la vedova, Flora de Aliprandi, indossava il vestito nuovo fattole fare dalla Fabbrica71. Il mer­ cante aveva disposto nel suo testamento che non fosse fatto mancare un abito nuovo alla sua signora in occasione del fune­ rale, in drappo marrone di 13 braccia, di prezzo compreso tra i 32 e i 36 soldi a braccio72.1 consiglieri, «ad onore della Fab­ brica e per dare il buon esempio a tutti», avevano deciso inve­ ce di acquistarle un abito più ricco e costoso, lungo 15 braccia, del valore di circa 42 soldi a braccio. Dietro di loro si potevano scorgere le autorità cittadine, uf­ ficialmente invitate alla solenne celebrazione dalla Fabbrica del Duomo: il Vicario e i Dodici di Provvisione, di cui Marco stes­ so aveva più volte fatto parte, e il Collegio dei Giudici, la mas­ sima autorità giudiziaria del Comune, assieme con decine di de­ putati della Fabbrica del Duomo. A tutte le autorità venne poi dato in mano un sesino da deporre come obolo all’altare73. Decine di fiammelle illuminavano la scena, a simboleggiare che le tenebre degli inferi non sarebbero prevalse sulla morte dell’uomo timorato di Dio: quattro grossi ceri ardevano di fronte all’altare, mentre gli ordinari tenevano in mano un can­ delotto e le decine di presbiteri, custodi e officiali presenti ave­ vano ricevuto ciascuno un piccolo cero.

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Infine, per onorare la memoria del mercante che con i con­ fratelli della Scuola dei Milanesi si era adoperato nella carità e nell’assistenza dei poveri, vennero portate nelle case di paren­ ti e vicini e nella cattedrale otto moggi di pane di frumento e quattro staia di ceci con la grassa da distribuire ai mendicanti, ai carcerati per debiti della Malastalla, ai carcerati di San Sati­ ro e ai pauperes Christi - quegli stessi a cui Carelli aveva lascia­ to in eredità i suoi drappi di lino perché ne fossero fatte cami­ cie74. E similmente avvenne in occasione del trigesimo della sua morte, celebrato il 17 ottobre, «colle istesse pompe con cui fu fatto il settimo»75.

Un corteo funebre da Venezia a Milano Qualche settimana dopo la trionfale celebrazione del setti­ mo, il Consiglio si riunì per organizzare il trasporto della salma da Venezia a Milano. Si pensò di incaricare della questione il deputato Martino della Croce, che si trovava già a Venezia per conto della Fabbrica insieme al fratello Giovannino, per prov­ vedere alla riscossione di crediti e al pagamento di debiti anco­ ra in essere del mercante, insieme al recupero delle sue merci e beni sulla laguna76. Insorsero subito, però, alcune complicazio­ ni legate a misure sanitarie, e il febbraio successivo si decise di sospendere per il momento il trasporto, lasciando il defunto se­ polto nella basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Vene­ zia77. Un mese dopo, i deputati presentarono a Gian Galeazzo Visconti una formale richiesta di esonero dalle ordinanze vi­ genti per il trattamento dei corpi, che per via del ricorrente di­ lagare di epidemie e pestilenze erano all’epoca particolarmente rigide, specialmente entro le mura della città. Il duca concesse loro un permesso eccezionale per trasportare la bara del mer­ cante da Venezia a Milano, entrando per Porta Orientale78. Nelle successive settimane, gli abitanti delle valli lungo il Po e l’Adda assistettero al passaggio di una sinistra imbarcazione sulle acque tra Venezia e Lodi, una barca drappata di nero con ventiquattro croci e ventiquattro torce, scortata da due tra­ ghettatori rimborsati con 10 fiorini d’oro - una cifra notevole,

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addirittura superiore allo stipendio mensile spettante all’inzignere generale, il maestro d’opera della cattedrale79. D ’altra parte, non si trattava certo di un viaggio di piacere, né le esala­ zioni di un corpo morto ormai da più di sei mesi rendevano il loro compito più lieve80. All’arrivo dell’imbarcazione a Lodi, il beneficiario della chiesa di San Babila, un frate dell’ordine dei Celestini, e altri due chierici andarono incontro al feretro e lo accompagnarono onorevolmente a Milano su un carro ricoper­ to da cima a fondo con un drappo nero ornato con le insegne della famiglia Carelli. Similmente bardati di nero, quattro ca­ valli trainavano la funebre vettura. Tre nunzi erano stati invia­ ti nei giorni precedenti in ogni contrada e parrocchia a porta­ re la notizia dell’imminente arrivo della salma del mercante, e ora il percorso da Lodi a Milano era rischiarato da torce e lam­ pioni, mentre ai bordi della strada una folla di curiosi e devoti salutava con deferenza il passaggio del feretro81. In attesa di ricevere da Gian Galeazzo Visconti il permesso di accesso in città, la bara, ricoperta con preziosissime coperte di seta, venne deposta fuori Porta Romana presso la chiesa dei frati di Sant’Erasmo, mentre alcuni incaricati si curarono di co­ prire il fetore del cadavere con profusione di profumi e odori. Il giorno successivo, un ultimo solenne corteo funebre si snodò per le vie della città, da Porta Romana fino alla casa del defun­ to in Porta Orientale, e da lì lungo Corsia dei Servi e Strada del Compedo fino ad arrivare in Santa Tecla. Una numerosissima folla richiamata dalla città e dal contado dai messi della Fabbri­ ca seguiva la bara, insieme alle autorità cittadine, ai nobili e al clero. Il corpo venne quindi tumulato in San Babila, accanto al­ le tombe degli avi della famiglia Carelli lì sepolti da generazioni.

mentre nella parte inferiore pian piano prendeva forma il resto della costruzione - come a far pregustare un mirabile anticipo della compiutezza dell’opera a fedeli e lavoranti in questo can­ tiere apparentemente senza fine. E, di fatto, gli scultori otto­ centeschi incaricati di approntare le restanti guglie angolari della cattedrale si sarebbero rifatti fedelmente proprio a que­ sto primo pinnacolo, da subito chiamata Guglia Carelli in me­ moria del lauto donatore - e forse anche perché, nella statua di san Giorgio posta in cima, alcuni si spinsero a riconoscere le fattezze dello stesso Marco82. In quegli stessi primi anni del Quattrocento, la Fabbrica del Duomo commissionò l’arca sepolcrale del mercante Carelli a due celebri artisti del cantiere della cattedrale, che avrebbero fatto conoscere il loro nome e la loro maestria al di fuori dei confini del ducato dei Visconti: Filippino degli Organi da Mo­ dena e Jacopino da Tradate83. Il raffinato sarcofago venne scol­ pito da quest’ultimo in quello stesso marmo di Candoglia uti­ lizzato per la cattedrale, secondo il disegno che Filippino degli Organi aveva schizzato dal vero di fronte al defunto mercante deposto su una tavola di legno.

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In perpetua memoria L’anno successivo, si pensò di utilizzare una parte dell’ere­ dità del mercante per innalzare la prima guglia della cattedra­ le, sul fianco destro della costruzione - dieci anni dopo l’inizio degli scavi per le nuove fondamenta. Completata nel 1404, la guglia sarebbe poi rimasta per lungo tempo a svettare solitaria

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Di chi fu l’idea delle solenni celebrazioni funebri nel setti­ mo e trigesimo dalla sua morte, e dell’arca marmorea come ul­ tima dimora dei resti del mercante Carelli? Il suo lungo e det­ tagliato testamento non fa menzione alcuna di cerimonie o luo­ ghi di sepoltura, forse nell’implicita convinzione che la sua ba­ ra sarebbe stata aggiunta a quelle degli altri Carelli sepolti nel­ la chiesa di San Babila in Porta Orientale. Tale era, infatti, la consuetudine della famiglia Carelli da alcune generazioni. Co­ sì, ad esempio, aveva richiesto nel proprio testamento Albertolo, zio paterno di Marco, specificando di voler essere seppelli­ to nella chiesa di San Babila «dove giacciono mio padre, mio figlio Giovannolo e altri miei predecessori»84. E Marco aveva dimostrato più volte il suo personale legame con la chiesa di San Babila. Dopo avervi fatto erigere a sue spese un altare de­

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dicato al santo suo omonimo, venuto a conoscenza della man­ canza di risorse per la costruzione della sacrestia si era adope­ rato per permettere la pronta continuazione dei lavori85. A ta­ le scopo, aveva lasciato in eredità ai parrocchiani di San Babila una casa presso il ponte Cagozario, chiedendo loro di ven­ derla prontamente e di utilizzarne il ricavato entro un anno dalla sua morte per finanziare l’ultimazione della sacrestia86. Così avvenne, e nel 1395, a un anno dalla morte del mercante, ripresero i lavori per la nuova sacrestia pavimentata in marmo rosso, che negli anni successivi il lascito Carelli provvide poi a fornire con una ricca dotazione di pianete, calici e messali87. Non sappiamo se Marco avesse mai avuto occasione di rife­ rire ai deputati della Fabbrica del Duomo sue volontà circa il funerale o il luogo della sepoltura - ma a nulla di simile fanno riferimento i verbali dei consigli dei fabbricieri, solitamente dettagliati e puntuali anche nel riportare accordi orali, nelle deliberazioni sulla gestione del patrimonio del mercante e su­ gli onori da prestare alla sua memoria. Quel che è certo è che il munifico mercante, che in virtù della sua esorbitante dona­ zione avrebbe potuto facilmente ottenere qualsiasi celebrazio­ ne e sito per la propria tumulazione, non fece alcuna specifica richiesta all’interno del proprio testamento. Ciò appare particolarmente significativo andando a compa­ rare le sue ultime volontà con quelle di altri suoi contempora­ nei milanesi, che non disdegnavano di pagare anche parecchio per guadagnare per sé e i propri familiari una sepoltura nei pressi della chiesa cattedrale. Secondo la normativa vigente al­ la fine del XIV secolo, solamente vescovi, arcivescovi e ordina­ rli del capitolo metropolitano potevano essere tumulati all’in­ terno della cattedrale di Milano88. Man mano però che la nuo­ va chiesa si ergeva sempre più come centro della vita sociale e religiosa della città, cresceva il numero di coloro che chiedeva­ no di poter essere seppelliti presso le sue mura, anche dietro versamento di una lauta eredità. Un tale Andriolo de Toscani legò alla Fabbrica 300 fiorini «a patto che gli [fosse] data se­ poltura in camposanto», mentre un «nobile cittadino milanese, devoto alla beata vergine» ne offrì addirittura 1000, chiedendo di poter erigere lì una cappella e di poter scegliere il luogo del­

la sepoltura per sé e per i propri eredi89. E ancora, un ricco mi­ lanese propose alla Fabbrica di dotare a sue spese il Campo­ santo di un cappellano per la celebrazione quotidiana di mes­ se nella chiesa, con un salario annuo di 40 fiorini, purché gli fosse concessa sepoltura in quel luogo.

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Una messa usque imperpetuum Quanto invece il mercante richiese nel testamento con det­ tagliata insistenza fu la celebrazione di una messa quotidiana in remedio et mercede della sua anima e di quella dei suoi familia­ ri usque imperpetuum. Marco aveva provveduto a stanziare le 48 lire di rendita del fitto livellario di uno dei suoi possedi­ menti presso Arcagnago per la costruzione di un altare all’interno della nuova cattedrale, vicino alla sacrestia che dava «sul­ la strada del Compedo di Milano», dove poter officiare gior­ nalmente la messa90. Le richieste di messe da celebrarsi in perpetuo si moltipli­ cavano in tempo di peste. La perpetuazione in eterno della me­ moria del defunto costituiva, infatti, l’antidoto devozionale contro il terrore di cadere nell’oblio, generato dal drammatico senso di caducità e transitorietà che la pestilenza, con la sua ca­ sualità, inevitabilmente portava con sé91. A metà Ottocento lo storico Ambrogio Nava commentò l’osservanza della disposi­ zione testamentaria in questi termini: «Non saprei dire per quanto sia durato l’adempimento di questa sua pia intenzione, quello che è certo si è che ora, anzi da gran tempo prima d’o­ ra, tutto è cessato, non potendovi essere reclami per parte di chi non è più, ed essendo il tutto passato sotto una plenaria e tacita dispensa»92. Nava sarebbe rimasto alquanto sorpreso se, scartabellando tra le carte conservate all’Archivio della Fab­ brica, avesse trovato le note relative ai pagamenti della Fabbri­ ca al Capitolo Metropolitano della cattedrale come remunera­ zione per la celebrazione delle messe di suffragio, debitamente annotate anno dopo anno. In esse, infatti, la celebrazione del­ la messa quotidiana a suffragio dell’anima del mercante Marco è attestata fino almeno alla prima metà del XIX secolo. I de­

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putati della Fabbrica considerarono con la massima serietà la richiesta di una messa da dire ogni giorno «fino all’eternità»: il loro impegno era infatti di fronte a Dio, non semplicemente davanti agli eredi della famiglia Carelli. E così la Fabbrica fece in modo di far celebrare una messa quotidiana, o quasi, fino a quando le fu possibile. A metà Ottocento, il numero di messe quotidiane per i donatori defunti accumulati nei secoli era tale da costituire un costo eccessivo a fronte di entrate in costante diminuzione, e quindi la Fabbrica si vide costretta ad affran­ carsi da simile impegno con una dispensa collettiva che inte­ ressò tutti i beneficiari defunti. Facendo un rapido calcolo, però, le messe dette a suffragio deH’anima di Marco tra il 1394 e il 1834 furono circa 140.755... sufficienti, verrebbe da pensa­ re, a trascinare in Paradiso anche il peggiore dei delinquenti93. Probabilmente però questi non erano i calcoli del mercante nell’atto di redigere il proprio testamento. Per lui, come per i suoi contemporanei, il valore di una pratica di pietà o di una devozione non era generico, ma specifico e concreto. E così, dopo aver destinato 12 lire a sei conventi milanesi di frati per­ ché celebrassero messe e divini uffici in suo suffragio, cinque mesi dopo la redazione del suo testamento mandò nuovamen­ te a chiamare il notaio Primoio Venzago per far redigere un co­ dicillo di aggiunta94. Questa volta, il mercante richiese che ol­ tre alla messa quotidiana fosse anche celebrato un annuale, la messa offerta in suffragio neH’anniversario della morte, al gior­ no 18 di ciascun mese usque in perpetuum95.

completamento del progetto, sia per la «larghezza di mezzi» di cui potevano disporre al tempo «in causa dell’eredità Carelli», sia «perché crescendo la divozione alcuni desideravano esservi sepolti»96. L’arca Carelli nel 1406 venne quindi installata con­ tro la parete della prima cappella eretta all’interno del Campo­ santo, verso la strada detta del Compedo di Milano, «ad ono­ re della Fabbrica, pel buon esempio e perché abbia crescere la divozione di coloro che amano favorire la Fabbrica»97. Qualche tempo dopo il Camposanto con le sue cappelle e loculi venne smantellato, e il sepolcro marmoreo del mercante fu relegato senza troppi complimenti in un oscuro magazzino del Duomo e lì dimenticato, fino al suo ritrovamento a fine Ot­ tocento. Fu allora che si decise di traslare il sarcofago e la lapi­ de annessa all’interno del Duomo, addossato alla parete della quarta campata della navata destra, dove ancora oggi ricorda a visitatori e fedeli il grande dono di uno scaltro mercante che da ricco si fece povero.

Intanto, per soddisfare le crescenti richieste di chi deside­ rava farsi seppellire presso la nuova magnifica cattedrale, all’i­ nizio del Quattrocento i consiglieri stabilirono di impiegare parte del denaro lasciato in eredità dal mercante per la costru­ zione di un Camposanto, con l’erezione di «un muro al di fuo­ ri ed al di dentro», nel retro della chiesa. Una rapida stima dei costi aveva prospettato ai consiglieri spese edilizie per l’opera superiori ai redditi che si sarebbero ottenuti attraverso la con­ cessione dei loculi. Tuttavia, essi decisero di proseguire nel

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Note 1 II concorso mondiale per la nuova facciata del Duomo viene indetto a seguito del lascito del milanese Aristide De Togni, che alla sua morte aveva nominato la Fabbrica del Duomo erede universale del suo patrimonio, die­ tro condizione di utilizzo dell’eredità per la “riforma” della facciata della cat­ tedrale entro vent’anni. Se i termini non fossero stati rispettati, l’eredità sa­ rebbe allora spettata all’Ospedale Maggiore. La morte prematura del giova­ ne Brentano, poco più che venticinquenne, causa un brusco arresto dei la­ vori per la facciata, che riprenderanno solo nel X X secolo, dietro nuovo di­ segno ad opera della Fabbrica del Duomo. Solo il bassorilievo in Duomo ri­ marrà a ricordare l’ardita facciata neogotica proposta dal Brentano. C. RoMUSSI, Il Duomo di Milano nella storia e nell'arte, Milano 1908, pp. 22-37. 2 Come punto di partenza per un approfondimento sulla storia del mer­ cante di Prato, si veda la recente collezione di saggi edita da G. NiGRO, Fran­ cesco di Marco Datini. Duomo il mercante, Firenze 2010. Per un’introspezio­ ne della personalità del mercante, si segnala P. N a n n i , Ragionare tra mercan­ ti: per una rilettura della personalità di Francesco di Marco Datini (1335 ca1410), Ospedaletti 2010. 3 Marco Carelli nasce tra il 1320 e il 1325, e la rinuncia all’eredità pater­ na avviene nel 1345. L’intenzione di non voler collaborare con il padre Guidotino nella gestione di immobili sembra l’ipotesi più plausibile per spiega­ re tale atto. Le fonti a disposizione non permettono di far luce ulteriormen­

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te sulle motivazioni, ma lasciano aperta una seconda ipotesi: un accordo tra i tre fratelli per proteggere i beni della famiglia e diversificare il rischio nel caso di fallimento di uno dei rami di attività, limitando la loro comproprietà e corresponsabilità in solido al patrimonio del padre. 4 La morte di Franzio Carelli, zio di Marco, avvenne tra il 1348 e il 1355, come si evince da un atto datato 1355, in cui Simonolo compare come figlio del fu Franzio Carelli: «In nomine domini anno nativitate eiusdem millesimo trecentesimo quinquagesimo quinto indictione nona die sabati quinto / mensis decembris dominus simonolus carrelus filius quondam domini franzii carreli civis et mercator mediolaniporte horientaliparrochie santi/ babille [...]» (AFD, cart. 67, f. 3). 5 Per evitare l’imprigionamento era necessario versare alla Camera dei Mercanti l’intera somma del debito, con gli eventuali interessi maturati come stipulato nell’accordo contrattuale con il creditore, al quale la Camera avreb­ be provveduto a far pervenire il denaro spettante. I debiti potevano cadere in prescrizione dopo soli 12 anni, ma la fuga per evitare il carcere non era una soluzione praticabile: il debitore contumace veniva infatti messo al bando e segnalato alle autorità dei comuni limitrofi, in modo che potessero rivalersi sul fuggitivo. Nel frattempo, il debitore infamato perdeva la cittadinanza mi­ lanese e rischiava di vedersi confiscare i beni dalla Camera dei Mercanti per soddisfare i suoi creditori. E . V e r g a , La Camera dei Mercanti di Milano nei secoli passati, Milano 1914, pp. 57-58. 6 Solamente trent’anni dopo i nominativi dei due cugini Marco e Simo­ nolo figureranno nuovamente associati - come appare in un numero di ven­ dite, concessioni, transazioni di titoli, investiture livellarie e sentenze arbitra­ rie risalenti agli anni immediatamente precedenti il 1394. AFD, cart. 67. 7 Don Pietro Mazzucchelli, archivista della Biblioteca Ambrosiana a ini­ zio Ottocento, aveva fortunosamente recuperato sui banchi di una drogheria locale alcuni registri trafugati dall’Archivio della Fabbrica del Duomo, tra cui quello di Carelli denominato Liber Albus, in seguito andato perduto. Pri­ ma di consegnare alle autorità quanto rinvenuto, però, l’archivista aveva pre­ so nota di alcune informazioni notevoli contenute nei registri - tra cui, ap­ punto, questa lettera, in latino, da lui ritenuta testimonianza di valore del li­ vello di istruzione delle donne al tempo. A. CICERI, Fonti per lo studio della stona del Duomo di Milano rivenute presso archivi milanesi e lombardi, in II Duomo di Milano, Atti del congresso (Milano, 8-12 settembre 1968), a cura di M.L. Gatti Perer, voi. II, Milano 1969, pp. 169-192. La mancata menzione di figli nel testamento di Marco non ne esclude tuttavia la possibile esistenza: non sarebbero comparsi comunque nel documento figli a lui premorti e figlie già maritate e fornite di dote, uscite quindi dal novero dei diretti discendenti che potevano ambire a una parte del patrimonio paterno. 8 «Balle di mercanzia del fu Marcolo Carelli che furono spedite a Bruges per essere vendute attraverso Tommaso de Sovico», un cittadino milanese lassù risiedente che presumibilmente aveva ricoperto già in precedenza l’in­ carico di agente di Marco nelle Fiandre, sono menzionate nei registri della Fabbrica del Duomo riguardanti la gestione del patrimonio ereditato dal mercante, che inoltre riportano in dettaglio l’attività dei funzionari della Fab­

brica impegnati nel recupero di crediti a Bruges per vendite di significativi quantitativi di lana sui mercati fiamminghi. 9 II passaggio dai mercanti locali tipici dell’Alto Medioevo ai mercantibanchieri internazionali del Basso Medioevo è un drastico mutamento che pone le basi per l’avvento del capitalismo mercantile in Europa. R. D e ROOVER, Money, Banking and Credit in Mediaeval Bruges - Italian Merchant Bankers, Lombards and Money Changers - A Study in thè Origins o f Banking, Cambridge 1948. 10 I mercatores quifaciunt laborare lanam, che dal 1330 si erano costitui­ ti come categoria a sé rispetto agli altri mercatores mediolanensi, nel corso degli ultimi decenni del XIV secolo assunsero un peso crescente tra i mer­ canti di Milano. Segno di questo è la decisione di stilare una nuova matrico­ la, nel 1393, in cui elencare i trecento soci precedentemente iscritti alla ca­ tegoria, e aggiungere poi le nuove iscrizioni. La posizione capolista di Mar­ co Carelli, tra i grandi e piccoli imprenditori del settore laniere milanese, di­ ce chiaramente di come egli fosse considerato «uno dei più tipici rappre­ sentanti del grosso ceto mercantile del Trecento», nelle parole di Caterina Santoro. G. G iu l in i , Memorie spettanti alla storia, al governo, ed alla descri­ zione della città, e della campagna di Milano, ne’ secoli bassi, Cont. I, Milano 1760, pp. 275,277; P. M a in o n i , Il mercato della lana a Milano d alX IV alX V secolo, Prime indagini, “Archivio Storico Lom bardo” , a. CX, ser. XI, I (1984), p. 26. Per l’edizione della matricola dei mercanti di lana sottile del 1393, fonte principale per la storia del mercato della lana a Milano in epoca medievale, si veda C. S a n t o r o , La matricola di mercanti di lana sottile di Mi­ lano, Milano 1940. 11 Non appena la notizia della morte di Marco Carelli fu appresa a Mi­ lano, la Fabbrica incaricò una squadra composta dal notaio Malefici, dal conestabile (il comandante militare delle guardie della città) e da due barneriis di recarsi presso l’abitazione del mercante per custodire per due giorni e mezzo i beni della casa prima che qualcuno approfittasse della situazione e sottraesse quanto divenuto ormai di proprietà della Fabbrica. In quell’occa­ sione, i deputati della Fabbrica stilarono un lungo e dettagliato inventario dei beni rinvenuti nelle stanze dell’abitazione. Annali, t. 1, p. 118, 27 set­ tembre 1394. 12 II termine fondaco (dall’arabo funduq, magazzino) designava una struttura a due o tre piani; spesso al piano terra era stabilita la residenza del mercante fondacario, e ciò rendeva questa struttura veneziana per l’im­ magazzinaggio delle merci particolarmente vantaggiosa per i forestieri. D. CALABI, Foreigners and thè City: An Historiographical Exploration for thè Early Modem Period (September 14, 2006), Fondazione Eni Enrico Mattei Working Papers - Working Paper 15, p. 12. 13 La descrizione che Johannes Fried tratteggia del mercante medievale ben coglie questo aspetto: «Egregiamente istruiti, ricchi di esperienza, poli­ glotti, dotati di conoscenze sicure e di scaltrezza intellettuale, i mercanti del­ l’Occidente si dispongono ad affrontare le sfide del commercio internazio­ nale. [Essi] sapevano [...] adeguarsi ai popoli stranieri e ai loro costumi con grande elasticità e ottimi risultati, [rivelando una grande] capacità di adatta­

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mento» (J. F r ie d , Il Mercante e la Scienza: Sul Rapporto tra Sapere ed Econo­ mia nel Medioevo, Milano 1996, p. 51). 14 La compravendita di schiave a Venezia è attestata da alcuni documen­ ti andati smarriti e di cui l’Archivio della Fabbrica del Duomo conserva at­ tualmente solo le relative cartellette: AFD, Eredità, cart. 67, Marco Carelli, n. 28-33. Una tesi di laurea redatta prima che i documenti andassero perdu­ ti permette di risalire al loro regesto, da cui emerge come nei cinque anni tra il 1373 e il 1378 Carelli acquisti a Venezia un totale di cinque schiave e un bambino. Cfr. M. C o m e t t i , Marco Carelli Mercante Milanese del ’300, Tesi di Laurea, Università Cattolica del Sacro Cuore, 1969. Sulla pratica della com­ pravendita di schiavi nel Medioevo in Italia, si veda S. E p s t e in , Speaking of slavery: color, ethnicity, and human bondage in ìtaly, Ithaca-London 2001. 15 Nel XII e XIII secolo Venezia inizia lo sfruttamento delle saline della vicina Chioggia, e successivamente delTIstria, e allo stesso tempo procede al­ l’acquisto di grosse partite di sale da Puglia, Sicilia e Sardegna. G. L u z z a t TO, Storia economica di Venezia dall'XI alX V I secolo, Venezia 1961, p. 50. Ve­ di anche J.C . H o c q u e t , Il sale e la fortuna di Venezia, Roma 1990. 16 Per facilitare l’importazione del sale, le leggi veneziane imponevano ai mercanti che commerciavano sulla laguna di riempire la propria stiva di sale al ritorno in Venezia. Per uno studio del ruolo svolto dal sale come zavorra per navi e le ricadute di questo suo utilizzo sui traffici commerciali di Vene­ zia, si veda il secondo tomo dell’opera di J.C. HOCQUET, Voiliers et commer­ ce en Méditerranée: 1200-1650, Villeneuve-d’Ascq 1978. 17 Per un’analisi dettagliata nel tempo dei volumi di importazione e rie­ sportazione, si faccia riferimento a J.C. H o c q u e t , Il sale e la fortuna di Ve­ nezia, cit., voi. I, pp. 189-220. 18 Fin dal X III secolo, Milano aveva saputo inserirsi astutamente nel se­ colare conflitto tra le repubbliche marinare di Genova e Venezia, sfruttando a proprio vantaggio l’accesa rivalità tra le due per stipulare con entrambe, al­ ternativamente, trattati a costi inferiori. Ma verso la fine del Duecento, la Se­ renissima era riuscita a negoziare con Milano la fornitura esclusiva del sale, attraverso la stipula di una serie di trattati via via più vantaggiosi. Nel secon­ do decennio del Trecento, conflitti commerciali tra Milano e Venezia erano sfociati nell’embargo sull’importazione dei panni lombardi nella laguna e nell’espulsione di tutti i mercanti milanesi dalla città. Pur di metter fine a queste invalidanti misure, Milano si era trovata nel 1317 a dover accettare le condizioni di Venezia, che imponeva il proprio monopolio sia sulla fornitu­ ra del sale sia sulla sua commercializzazione, con dettagliata specificazione di rotte e mercati in cui ne era consentita la riesportazione da parte di Milano. La morsa monopolistica stretta da Venezia intorno al centro lombardo andò allentandosi nel corso del XIV secolo, in cui si susseguirono frequenti rine­ goziazioni dei trattati per il sale (1349,1353, 1385, 1386, 1393,1401), dove le diverse condizioni negoziate dai procuratori con il doge veneziano erano frut­ to sì dell’abilità diplomatica del negoziatore, ma soprattutto del più ampio contesto delle vicende politiche di Milano, Venezia e Genova. J.C. H o c q u e t , Il sale e la fortuna di Venezia, cit., voi. I, p. 505. P. MAINONI, Milano di fron­ te a Venezia: un’interpretazione in chiave economica di un rapporto difficile

(secoli XIII-XV), in Venezia-Milano, Milano 1984, p. 13. I d ., Venezia, il sale e Milano. A proposito di un’opera recente, “Nuova Rivista Storica”, a. LXV (1981), 431-436, pp. 433-434. Per un commento approfondito a ciascuno dei trattati per il sale, si rimanda a J.C . H o c q u e t , Voiliers et commerce en Médi­ terranée, cit., pp. 294-295, 491. 19 Archivio di Stato di Venezia (da qui in avanti segnato come: ASV), Commemoriali, libro VII. 20 ASV, Grazie, voi. 16. 21 R. M u e l l e r , La banca dati CIVES: privilegi di cittadinanza veneziana, dalle origini all’anno 1500. http://www.civesveneciarum.net/index.php?tipo= pagina&titolo=index&lingua=ita. 22 D. C a la b i , G li stranieri e la città, in Storia di Venezia dalle Origini alla caduta della Serenissima, V, Il Rinascimento. Società ed economia, a cura di A. Tenenti e U. Tucci, Roma 1995, p. 914; G. L u z z a tt o , Storia economica di Ve­ nezia, cit., pp. 165-166, 190-207. 23 G. L u z z a tt o , Storia economica di Venezia, cit., pp. 58 ss. Ottenuta la cittadinanza per privilegio, bisognava rinnovarla ogni cinque anni con giura­ mento di fedeltà alla Repubblica, di possedere una casa di proprietà in Ve­ nezia, e di conferire donazioni alla chiesa di Stato, e a questo punto era concessa la facoltà di commercio, la possibilità di contrarre matrimoni misti, e di essere membri di una confraternita. G. F e d a l t o , Le minoranze stranie­ re a Venezia tra politica e legislazione, in Venezia, Centro di Mediazione tra Oriente e Ocadente, Secoli XV-XVI: Aspetti e Problemi, a cura di H. Beck, M. Manoussacas, A. Pertusi, I, Firenze 1977, pp. 143-162; L. M o l à , R. M u e l l e r , Essere straniero a Venezia nel tardo medioevo: accoglienza e rifiuto nei privilegi di cittadinanza e nelle sentenze criminali, in Le migrazioni in Eu­ ropa secc. XIII-XVIII, a cura di S. Cavaciocchi, Firenze 1994, pp. 839-851; D. C a l a b i , Gli stranieri e la città, cit., pp. 913-946. Il privilegio di cittadinanza non era invece richiesto per poter prendere parte alle corporazioni, e difatti proprio la compresenza di veneziani e stranieri nella stessa associazione connotava le arti di una peculiare multietnicità. P. L a n a r o , Corporations et confrénes: les étrangers et le marché du travati à Venite (XVe-XVIIIe siècles), “Histoire Urbaine” , voi. 21 (2008), pp. 34-35. 24 E noto come nel Medioevo il temine familia designasse il nucleo di conviventi, compresi servi, fantesche e schiavi/e, non implicando dunque ne­ cessariamente la presenza di figli. Tuttavia, il prof. Reinhold Mueller e il suo assistente dr. Stefano Piasentini mi hanno indicato come dal confronto con l’utilizzo del vocabolo in altri simili documenti sembra più plausibile che il termine familia sia qui usato in una accezione più ristretta, limitata solamen­ te al nucleo familiare composto da padre, madre e figli. Tale indicazione po­ trebbe dunque costituire un’ulteriore prova dell’esistenza di una figlia del mercante, come precedentemente menzionato. 25 Fin dal XI secolo, la numerosa presenza di milanesi in Venezia era chiaramente individuabile, tanto da aver dato il nome di strada dei Milanesi al luogo dove questi usavano ritrovarsi. Nella mariegola della Scuola dei Mi­ lanesi viene ordinato a tutti i confratelli di riunirsi solennemente horis et modts atque ordimbus statutis presso la ruga Mediolanensium in occasione delle

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feste dei santi patroni della Scuola, san Giovanni Battista e sant'Ambrogio, per recare processionalmente la loro offerta alla cappella della Scuola in San­ ta Maria dei Frari. ASV, S. Maria Gloriosa ai Frari, b. 100-XIV-l: Mariegola della Scuola dei Milanesi 1361-1790 [da qui in avanti segnato come: Mariegola], ff. 6v-7. Il Cantù tenta di localizzare la ruga riferendosi a un docu­ mento tratto dal registro Cerberus dell’Avogaria de Comun, contenenti le leg­ gi del Maggior Consiglio, che in data 4 ottobre 1237, di comune accordo con il Console dei Mercanti, proibisce ai veneziani di abitare presso la ruga de Ca Vidali, in quanto lì risiedevano i mercanti, e con essi i lombardi. C. CANTÙ, Scorsa di un lombardo negli archivj di Venezia, Milano 1856, p. 179. Sulla ru­ ga Mediolanensium a Venezia vedi anche G. L u z z a tt o , Storia economica di Venezia, cit., p. 59; P. M a in o n i , Mercanti lombardi tra Barcellona e Valenza nel basso Medioevo, Bologna 1982, p. 33; R.H. B r it n e l l , The Towns ofEngland and Northern Italy in thè Early Fourteenth Century, “The Economie History Review New Series”, voi. 44 (1) (1991), p. 22. Loggia era denomina­ ta, nelle città europee, la galleria aperta su un lato dove nobili, cambiavalu­ te, finanziatori e mercanti si aggregavano per condurre i loro affari, lontani dalla confusione e dal trambusto della piazza del mercato. Vedi D. C a l a b i , Il mercato e la città, Venezia 1993, pp. 213-214; D. C a l a b i , Foreigners and thè City, cit., p. 6. 26 La maggior parte dei membri della Scuola dei Milanesi proveniva da Milano e Monza, com’è ragionevole aspettarsi. Tuttavia, non vi erano restri­ zioni di provenienza per l’ingresso alla confraternita: i priori erano liberi di ammettere chiunque ne volesse entrare a far parte, sive sint de lombardia, sive non, fino al raggiungimento del tetto massimo di 300 iscritti stabilito dal Consiglio dei Dieci. 27 Le Scuole veneziane all’inizio del XV secolo si dividevano in tre prin­ cipali categorie: le Scuole piccole, le Scuole artigiane, e le Scuole dei Battuti, cui si aggiungevano le Scuole nazionali. Jacopo d’Albizzotto Guidi annovera a metà Quattrocento più di duecento Scuole. Per una panoramica sul siste­ ma delle Scuole a Venezia, si veda G. D e S a n d r e G a sp a r in i , La pietà laica­ le, in Stona di Venezia dalle Origini alla caduta della Serenissima, II, E età del comune, a cura di G. Cracco - G. Ortalli, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1995, pp. 929-961; P. F o r tin i B r o w n , Le “Scuole”, in Storia di Vene­ zia dalle Origini alla caduta della Serenissima, V, Il Kinascimento. Società ed economia, cit., pp. 307-354. Il termine schola, inizialmente utilizzato per de­ signare l’ambito architettonico di ritrovo di persone con un comune interes­ se, passò in seguito a indicare, per estensione, anche il sodalizio stesso. Du F r e sn e D u CANGE ET AL., Glossarium Mediae et Infimae Latinitatis, Niort 1883-1887, pp. 815-817; M. GAZZINI, Confraternite/corporazioni: i volti mol­ teplici della “schola" medievale, in Corpi, “fraternità”, mestieri nella storia del­ la società europea, a cura di D. Zardin, Atti del Convegno (Trento 30 maggio1 giugno 1996), Roma 1998, pp. 152-153; G. D e S a n d r e G a spa rin i , Il mo­ vimento delle confraternite nell’area veneta, in Le Mouvement confraternel au Moyen Age. France, Italie, Suisse, Roma 1987, pp. 366-367. 28 Β. PuLLAN, Natura e carattere delle scuole, in Le scuole di Venezia, a cu­ ra di T. Pignatti, Milano 1981, p. 16.

29 B. PULLAN, Natura e carattere delle scuole, cit., pp. 9,11-12. A metà XV secolo, erano presenti a Venezia Scuole per i milanesi, i fiorentini, i lucchesi, i tedeschi, e gli albanesi. 30 L’impronta pratica e concreta della religiosità della Scuola dei Milane­ si è caratteristica distintiva del sistema confraternale. La Ortalli cita il ruolo di primo piano rivestito nelle Scuole dal culto delle reliquie per illustrare quella che lei definisce «una devozione tangibile [...] che si basava anche sul­ la esposizione dei materiali di culto, soprattutto durante le processioni» (F. ORTALLI, «Per salute delle anime e detti corpi». Scuole piccole a Venezia nel tardo Medioevo, Venezia 2001, p. 60). Di «pietà tangibile [...], una religione espressa in processioni, reverenza per l’oggetto sacro e la sua suntuosa espo­ sizione» parla invece Brian Pullan descrivendo il carattere delle scuole vene­ ziane (B. P u l l a n , Natura e carattere delle scuole, cit., p. 20). 311 lavori per il campanile, intrapresi dai frati grazie alla promessa dona­ zione di un ricco patrizio che si apprestava ad entrare egli stesso nell’ordine, erano stati, infatti, bruscamente interrotti dalla morte improvvisa del nobile prima di ricevere l’abito minoritico... ed elargire la pattuita oblazione. ASV, Mariegola, ff. 8v, 10-10v, 40v. G. SORAVIA, Le Chiese di Venezia: descritte ed illustrate, II, Venezia 1823, pp. 11-13. Su mecenatismo e patronaggio artisti­ co di Scuole grandi e piccole di Venezia, pratica frequente al tempo, a cui si devono magnifici capolavori di architettura e pittura, si veda P. F o r t in i B r o w n , Le “Scuole”, cit., pp. 336-342. 32 Tutti i confratelli della Scuola dei Milanesi che si trovavano a Venezia era­ no tenuti a partecipare a tale messa mensile, solennemente celebrata dai Frati Minori secondo le intenzioni della Scuola. ASV, Mariegola, ff. 7, 8v, 10-10v, 27. 331 confratelli, a digiuno dalla sera prima per prepararsi alla festa nel cor­ po e nello spirito, erano invitati a radunarsi presso la ruga dei Milanesi con uno bello modo e costume ordenado. Da lì, si recavano processionalmente alla Cap­ pella dei Milanesi presso la Chiesa dei Frari, ciascuno portando uno ziroto de ziera in mano. Le feste patronali (san Giovanni Battista il 24 giugno e sant'Am­ brogio il 7 dicembre) andavano dunque a rappresentare un significativo mo­ mento pubblico per la confraternita, che affermava così la propria presenza e identità all’interno del tessuto cittadino. ASV, Mariegola, ff. 6v, 26v-27. 34 «Nessuno sia obbligato a questa [regola], ma ciascuno venga caritate­ volmente esortato [a rispettarla]» (ASV, Mariegola, f. 6v). 35 ASV, Mariegola, ff. 6-6v, 26. Cfr. D. B o r n s t e i n , Bounds of communi­ ty: Comune, parish, confraternity, and charity at thè dawn of a new era in Cor­ tona, in The politics o f ntual kinship: confraternities and social order in early modem Italy, a cura di N. Terpstra, Cambridge-New York 2000, p. 68. 36 ASV, Mariegola, f. 6v. 37 La recita delle orazioni serviva da supplica per quell’istante di giudizio che credevano avvenisse nelle ore successive al decesso, quando l’anima del defunto si sarebbe presentata al cospetto di Dio per essere giudicata: sulla base di meriti e colpe commesse in vita, si sarebbe decisa la sua destinazione nell’aldilà ed, eventualmente, il tempo da scontare in Purgatorio prima di giungere alla beatitudine del Paradiso. ASV, Mariegola, f. 26; D. BORNSTEIN, Bounds o f community, cit., p . 68; B . P u l l a n , Natura e carattere delle scuole,

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cit. , p. 16; G. A n GELOZZI, Le confraternite laicali. Uri esperienza cristiana tra medioevo ed età moderna, B rescia 1978, p. 58. Sul tem a della celebrazion e e

45 B. P u l l a n , Natura e carattere delle scuole, cit., p. 9; L. SBRIZIOLO, Le confraternite veneziane di devozione. Saggio bibliografico e premesse storio­ grafiche (dal particolare esame dello statuto della scuola mestrina di San Roc­ co), Roma 1968, p. 32. 46 ASV, Mariegola, f. 54. 47 La Camera dei Mercanti di Milano ha origine nella seconda metà del XII secolo, con funzione di sorveglianza sui pesi e sulle misure, e potere giu­ diziario contro i contravventori. Nel tempo, le sue prerogative si andarono notevolmente ad ampliare, includendo la cura delle strade, l’amministrazio­ ne della giustizia contro i debitori e gli usurai, la cura dei rapporti mercanti­ li con i forestieri, il controllo di dazi e pedaggi. E. V e r g a , La Camera dei Mer­ canti di Milano, cit., pp. 6-9, 19-34; M.F. BARONI, Gli atti del Consolato dei Mercanti di Milano nel sec. 13, “Studi di Storia medioevale e di Diplomati­ ca”, 12-13 (1992), pp. 47-69. ASV, Mariegola, ff. 53-59. 48 E ran o chiam ati condutori coloro che erano incaricati di accom pagnare le derrate durante il trasporto. F. ORTALLI, «Per salute delle anime e detti cor­ pi», cit., p. 105. 49 II conduttore era designato a maggioranza dal console della Scuola, coadiuvato nella scelta dai due consiglieri. Egli veniva remunerato dalla Scuola secondo una tariffa fissa. ASV, Mariegola, ff. 54-55v. 50 ASV, Mariegola, f. 39v. 51 ASV, Mariegola, ff. 57v-58, 59v-60. 52 La procedura di controllo prima della partenza di ogni condotta si svolgeva nel modo seguente. Il conduttore svuotava completamente la stiva della nave dalle merci, imbarcava il nuovo carico, stilava una lista dettaglia­ ta, detta cartolina, di tutti i colli imbarcati, e quindi si presentava al console per l’ispezione finale. Il console verificava che la nave non paresse troppo carga, e gli rilasciava infine la licenza di partire, contestualmente al pagamento da parte del conduttore di un ducato d’oro e di un paio di capponi, a spese del padrone della nave. Per schivar li inconvenienti [che] possano occorere dall’avere molteplici conduttori su uno stesso carico, ai condutori era vietato di imbarcare più di una conduta per nave. ASV, Mariegola, ff. 56v-59. La provvigione che veniva versata al confratello in occasione di sinistro a spese della comunità fungeva da assicurazione sul rischio. ASV, Mariegola, f. 58v. 53 I Dodici di Provvisione erano stati inizialmente istituiti dall’arcivesco­ vo di Milano, Ottone Visconti, nella seconda metà del XIII secolo, con l’o­ biettivo di centralizzare la gestione e ramministrazione della città. Al quel tempo i Dodici venivano nominati dal Podestà, l’autorità giudiziaria del Co­ mune. Nel corso del XIV secolo, tuttavia, la famiglia Visconti era riuscita ad assicurarsi il controllo effettivo sull’elezione di tali ufficiali, ottenendo così potere diretto sull’amministrazione cittadina. F. L e v e r o t t i , “Governare a modo e stillo de’ signori...”: Considerazioni sull’amministrazione della giustizia al tempo di Galeazzo Maria Sforza, Firenze 1994, pp. 79, 127-128. C. K l e in h e n z , J.W. B a r k er , G. G e ig e r , R.H. L a n s in g , Medieval Italy: An Encyclopedia, New York 2004, p. 866. 34 La rapida rotazione delle cariche aveva lo scopo di evitare concentra­ zioni di potere nelle mani degli officiali. Per far sì che ciò non andasse a di­

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ritualizzazione della m orte all’interno delle confraternite m edievali italiane si veda J.R . BANKER, Death in thè Community: Memorialization and Confraternities in an Italian Commune in thè Late Middle Ages, A thens 1988.

38 Pratiche di pietà concrete e tangibili erano la modalità con cui le con­ fraternite ottemperavano alla direttiva cristiana di compiere opere buone per guadagnarsi la salvezza eterna. Cfr. F. ORTALLI, «Per salute delle anime e delli corpi», cit., p. 57. Allo stesso tempo, l’associazionismo confraternale svol­ geva un’importante funzione sociale in un mondo che mancava di infrastrut­ ture pubbliche in grado di farsi carico dell’assistenza a malati e defunti. L’ap­ partenenza alla confraternita garantiva servizi di tutto rilievo, prontamente resi per sostenere ogni membro nel momento della malattia e della morte. 39 ASV, Mariegola, ff. 5, 24, 24v, 28-28v. 40 ASV, Mariegola, ff. 38v-39.1 dodici anziani venivano coadiuvati nei lo­ ro compiti da uno scrivano. 41 Le repubbliche di Genova e Venezia erano in guerra con alterne vi­ cende ormai da una decina d’anni, quando nel 1353 i genovesi subirono una seria sconfitta nelle acque della Sardegna, e risolsero di offrire la signoria del­ la loro città all’arcivescovo di Milano Giovanni Visconti per avvalersi della sua protezione. I milanesi provarono allora a mediare per la stipula della pa­ ce tra le due parti, inviando il poeta Francesco Petrarca, di stanza alla corte dei Visconti, come ambasciatore presso il doge Andrea Dandolo. Questo tentativo non ebbe l’esito sperato, e indusse il doge di Venezia alla forma­ zione di una lega antiviscontea insieme con gli Estensi, gli Scaligeri, i Carra­ ra e i Gonzaga. I genovesi, d’altra parte, riorganizzarono la flotta, e, sotto il comando di Paganino e Giovanni Doria, nell’agosto 1354 assestarono una solenne sconfitta ai veneziani, uccidendo oltre quattromila veneziani e fa­ cendone prigionieri circa seimila, tra cui lo stesso ammiraglio. Approfittan­ do quindi del mutato equilibrio tra le due potenze, e dell’instabilità politica interna causata dalla sventata congiura del doge Marin Falier, conclusasi tra­ gicamente con la decapitazione, nel 1355 i Visconti inviarono al doge il mer­ cante Marco Resta, per offrire alla Serenissima condizioni di pace che, seb­ bene umilianti, in quel frangente furono salutate come una benedizione dal cielo. Il Governo veneziano in gratitudine a Marco Resta propose di confe­ rirgli il titolo di civis et fidelis noster - onore successivamente ridimensiona­ to in un dono di 3000 scudi. ASV, Grazie, voi. 16. C. T e n t o r i , Saggio sulla storia civile, politica, ecclesiastica e sulla corografia e topografia degli stati del­ la Repubblica di Venezia, Venezia 1785-90, VI, pp. 151-156; A. FI o r t is , Scrit­ ti inediti di Prancesco Petrarca, Trieste 1874, p. 162. L’elenco dei firmatari del decreto del Consiglio dei Dieci che autorizza la formazione del sodalizio nel­ l’aprile 1361 e la lista dei dodici Anziani di quello stesso anno nel preambo­ lo della mariegola rende possibile risalire al nucleo dei fondatori della con­ fraternita. ASV, Mariegola, ff. 2v-3, 33-33v. 42 ASV, Mariegola, f. 39. 43 ASV, Mariegola, ff. 21v-22. 44 ASV, Mariegola, f. 23v.

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scapito della continuità dell’operato dell’Ufficio di Provvisione, al termine del mandato uno dei Dodici era designato per accompagnare per quindici giorni nel processo di transizione i nuovi dodici eletti. 55 Tra gli uffici alle dipendenze dei Dodici di Provvisione vi erano i due Sindaci con incarico di controllo su entrate e uscite del Comune e sulle con­ danne, gli officiali delle strade e delle acque, gli officiali dei dazi, gli officiali delle vettovaglie, i canevari, i razionatori, l’esattore dei denari di condanne e taglie. Per una trattazione analitica dei singoli offici, con specifiche relative alla loro elezione, attribuzioni, e salari, si faccia riferimento a C. SANTORO, Gli Offici del Comune di Milano, cit., pp. 85-102. Ai Dodici spettava inoltre l’elezione dei Consoli di Giustizia, che esercitavano la giustizia civile nelle questioni private - dall’assegnazione di un tutore a minorenni, alla presenza ad un duello - mentre il Signore si arrogava per sé il diritto di nominare un giureconsulto forestiero alla carica di Capitano di Giustizia, una magistratu­ ra giudiziaria volta a limitare l’esercizio del potere da parte del Podestà. F. LEVEROTTI, Gli officiali nel ducato sforzesco, “Annali della Scuola Normale Superiore”, s. IV, Quaderni I (1997), pp. 25, 27. 56 La posizione del Vicario di Provvisione era stata istituita da Ottone Vi­ sconti nel 1279. Se inizialmente il Vicario esercitava poco più che un ruolo formale di osservatore o moderatore, nei decenni successivi guadagnò cre­ scente autorità, giungendo a esercitare potere di veto sulle decisioni delibe­ rate dagli altri dodici membri. F. LEVEROTTI, “Governare a modo e stillo de’ signori...", cit., pp. 124-128. Fonte principale per ricostruire l’operato del­ l’Ufficio di Provvisione sono i registri in cui i notai trascrivevano le delibere approvate dal Vicario e dai Dodici, e i registri delle lettere ducali dell’ufficio. Per il periodo visconteo, i registri sono stati trascritti (o ricostruiti da altre fonti, nel caso di registri andati perduti o distrutti) da Caterina Santoro e edi­ ti in I Registri dell’Ufficio di Provvisione e dell’Ufficio dei Sindaci sotto la do­ minazione viscontea, a cura di C. Santoro, Milano 1929. 57 Sulla celebrazione dei Trionfi, si veda supra, pp. 34-36. 58 Annali, t. 1, 4 aprile 1390. 59 Annali, t. 1, 18 febbraio 1390; t. 1, 8 ottobre 1391. 35.000 ducati equi­ valgono ad oltre 61.000 lire. Per fare un rapido raffronto, negli anni 1389, 1390 e 1391 le entrate totali della Fabbrica ammontano rispettivamente a 46.337 lire, 29.338 lire, 57.288 lire. 60 Annali, t. 1, 12 gennaio 1393. 61 Quei funzionari della Fabbrica del Duomo che nel 1392 ricevettero fe­ stosi il lascito del mercante Carelli, pensando che quel denaro avrebbe velo­ cizzato enormemente il completamento dei lavori di costruzione, sarebbero certamente rimasti attoniti se fosse stato loro riferito quale sorte sarebbe toc­ cata al cantiere: tra alterne vicende politiche, dominazioni straniere, dispute sulle tecniche architettoniche e nuove operazioni di fund-raising per finan­ ziare le casse della Fabbrica, sarebbero occorsi altri sei secoli prima che i mi­ lanesi potessero ammirare il loro Duomo ultimato. 62 Annali, t. 1, 17 gennaio 1393; 18 maggio 1393. 63 AFD, cart. 67. 64 E. V e r g a , La Camera dei Mercanti di Milano, Milano 1914.

65 G. C e c c a r e l l i , Il gioco e il peccato: economia e rischio nel tardo Me­ dioevo, Bologna 2003. 66 L’elenco di suoi creditori a Venezia in questo periodo è associato a somme ingenti, ciascuna pari ad almeno 700-1000 ducati. 67 Malgarolla era la figlia minore del cugino di Marco Simonolo, figlio di Franzio Carelli. 68 ASV, Mariegola, f. iiiv-iiiiii, 26v. Tutti gli scolari che si trovavano a Ve­ nezia alla morte di un confratello dovevano recarsi a rendere onore a cosi fa­ ti corpi e accompagnare priori e anziani alla sepoltura. Per permettere che tutti avessero tempo de rendere honore a li corpi deffonti, la mariegola vietava le sepolture precoci, fissando un intervallo minimo che doveva decorrere dal momento della notifica del decesso all’accoglienza del corpo presso la Cap­ pella della Scuola, e quindi alle esequie, frenando chi invece si presentava in­ nanzi ai priori dicendo: « l’è manchado uno de li fratelli de la nostra scuola, femello sepellire adesso». ASV, Mariegola, ff. 36, 37v-38v. 69 Un atto del 1422 trascritto all’interno della mariegola, suggellato dalle firme di ventidue frati, sancisce la concessione alla Scuola dei Milanesi di un’area per sepoltura nel terreno del cimitero della chiesa. ASV, Mariegola, ff. 16-19v. 70 Annali, t. 1, p. 117, 27 settembre 1394. Solitamente il settimo veniva celebrato a sette giorni dalla morte del defunto. In questo caso, benché Mar­ co fosse morto il giorno 18 settembre, per la Fabbrica fu possibile organiz­ zare il settimo solo martedì 29 settembre, undici giorni dopo la sua diparti­ ta. La notizia della morte era giunta a Milano con qualche giorno di ritardo, e solo domenica 27 settembre i deputati della Fabbrica, riuniti in Consiglio per l’usuale riunione settimanale, ebbero modo di deliberare circa le cele­ brazioni di suffragio per il munifico donatore. 71 E probabile che la vedova Carelli fosse accompagnata dalle quattro cu­ gine di Marco menzionate nel testamento: le cugine Giovannola e Beltramola, figlie dello zio di Marco Franzio, la cugina Malgarola, figlia dello zio Albertolo, e la figlia del cugino Simonolo, Petrolla detta Muzia. Non era inve­ ce presente alla celebrazione Malgarolla, sorella di Petrolla e figlia minore di Simonolo, in quanto al momento risiedeva a Venezia, dove aveva assistito Marco nei suoi ultimi mesi. 72 AFD, cart. 42, f. 15. 73 II sesino era una moneta corrispondente a mezzo soldo ovvero 6 de­ nari. Può sembrare insolita questa complessa manovra per cui gli officiali del­ la Fabbrica prima procurano che ciascuno dei nobili e delle autorità conve­ nute riceva un sesino, poi fa in modo che ognuno lo versi come offerta sul­ l’altare, e infine raccoglie per sé il ricavato dell’oblazione. In realtà, questo, così come ciascuno dei gesti del cerimoniale, è da leggersi all’interno del pubblico rituale in cui è inserito, dove ogni azione e ogni attore hanno un preciso significato al di sopra del mero scopo del gesto in sé. Il significato di una celebrazione come quella descritta si gioca su due piani, quello della li­ turgia ecclesiastica dei defunti, e quello della celebrazione di riconoscenza della Fabbrica per il suo munifico donatore. Sul piano della liturgia ecclesia­ stica, l’offerta di un’elemosina nel corso della celebrazione ha la funzione

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pratica di prowedere al sostentamento economico della chiesa, e insieme una funzione pedagogica di educazione alla virtù evangelica della povertà, ovvero il non possedere nulla in quanto pienamente soddisfatti e arricchiti dal possesso di Cristo, attraverso un simbolico distacco dalle cose materiali. Sul piano, poi, della celebrazione di riconoscenza della Fabbrica per il mu­ nifico donatore, agli occhi della cittadinanza una processione di decine e de­ cine di autorità che sfilano sull’altare per deporre nel cesto il proprio obolo ha un forte valore di esempio e invito alTemulazione. 74 Annali, t. 1, p. 117, 27 settembre 1394; AFD, cart. 42, f. 14. 75 Annali, t. 1, p. 119, 11 ottobre 1394. L’usanza di distribuire pane e le­ gumi come opera di carità durante le onoranze funebri si ricollegava a tradi­ zioni antichissime, presenti già nell’antica Grecia, quando in occasione della festa dei morti si cuocevano in grandi pentole ceci, fagioli e fave per i defun­ ti, che potevano così rifocillarsi prima di ritornare nell’oltretomba. La tradi­ zione in Italia di consumare ceci e altri legumi il giorno 2 novembre, festa dei morti, ha la stessa origine. I. B u t t i t t a , I morti e il grano. Tempi del lavoro e ritmi della festa, Roma 2006, pp. 94-96; A. C a p a t t i , A. D e B e r n a r d i , A. V a r n i , L alimentazione. In Storia d’Italia, t. XIII, Torino 1998, p. 126; O. C a ­ v a l c a n t i , Cibo dei vivi, cibo dei morti, cibo di Dio, Soveria Mannelli 1995, pp. 81-82; G. PlTRÈ, S. S a l o m o n e -M a r i n o , Archivio per lo studio delle tra­ dizioni popolari, t. V ili, Torino-Palermo 1889, pp. 38-40. 76 Annali, t. 1, p. 143, 11 giugno 1395. 77 Annali, t. 1, p. 131, 14 febbraio 1395. 78 Annali, t. 1, p. 133, 14 marzo 1395. 79 Annali, t. 1, p. 133, 14 marzo 1395. Il confronto tra i salari è calcolato rapportando i 10 fiorini percepiti dai due traghettatori alle 16 lire corrispo­ ste nel 1388 a Simone Orsenigo, inzignere generale e maestro della Fabbrica, come riportato nel Liber Dati e Recepii (1388) trascritto in Annali, Appendi­ ci, t. 1, p. 56. L’importo di 16 lire è stato ottenuto dividendo l’importo an­ nuale da lui percepito per il numero di mesi lavorativi effettuati. Per l’equi­ valenza in lire del fiorino, che corrispondeva nel 1395 a 33 soldi, si vedano le notazioni sul corso del fiorino in T. Z er b i , Le origini della partita doppia; ge­ stioni aziendali e situazioni di mercato nei secoli XIV e XV, Milano 1952. 80 Annali, t. 1, p. 135, 14 aprile 1395. 81 Annali, t. 1, p. 135, 14 aprile 1395. 82 La statua posta in cima alla Guglia Carelli rappresenta un san Giorgio con stendardo, spada e armatura, ed è spesso presentata come statua di Gian Galeazzo Visconti. 83 Per la storia di Filippino degli Organi da Modena, si veda ultra, pp. 129-131; su Jacopino da Tradate, si veda la narrazione di un suo iniziale coin­ volgimento nella fattura del tondo di Dio Padre, ultra, pp. 151-153. Per al­ cuni critici, l’esecuzione delle otto statuette inquadrate dalle nicchie neogo­ tiche della cornice è da attribuirsi a un terzo artista. Carlo Romussi ritiene, invece, assolutamente probabile l’attribuzione delle sculture a Jacopino da Tradate. C. R o m u s s i , Milano nei suoi monumenti, Milano 1875, p. 412. 84 «... ubi jacet pater meus et johannolus quondam filius meus et alti mei predecessores» (AFD, cart. 42).

85 AFD, Serie Testamenti, cart. 42, f. 13. Carelli Marco (1394). Cfr. A. C i ­ V. ROCCO N e g r i , Marco Carelli. Benefattore del Duomo di Milano (sec. XIV), “Archivio Ambrosiano”, X X I (1971), pp. 365-386, p. 374. 86 AFD, Serie Testamenti, cart. 42, f. 13. Carelli Marco (1394). Cfr. A. C i ­ c e r i , V. R occo N e g r i , cit., pp. 374-375. 87 La nuova sacrestia della chiesa di San Babila venne costruita nell’area della cappella dei Quattro Coronati Martiri. 88 Tale normativa viene ribadita con tenore di decreto in una seduta del Consiglio della Fabbrica nel novembre 1401: Annali, t. 1, p. 239, 11 novem­ bre 1401. 89 Annali, t. 1, p. 199, 7 dicembre 1399; t. 1, p. 240, 27 novembre 1401. 90 Carelli provvide anche a indicare che il prete incaricato della celebra­ zioni di suffragio fosse remunerato con parte dei suoi beni e del ricavato dal­ le proprietà in località di Arcagnago, per un valore di 64 lire annuali - all’incirca 3 soldi e 6 denari per messa. AFD, Serie Testamenti, cart. 42, f. 13. Ca­ relli Marco (1394). 91 S.K. J r . C o h n , The cult of remembrance and thè Black Death, Balti­ more 1992, pp. 205-211. 92 A. N ava, Memorie e documenti storici intorno all’origine, alle vicende ed ai riti del Duomo di Milano, Milano 1854, p. 37. 93 L’intervallo è calcolato tra l’anno della morte di Marco Carelli (1394) e l’anno a cui risale il documento più recente di cui ho trovato evidenza pres­ so l’Archivio della Fabbrica del Duomo. Ciò non esclude la possibilità che la celebrazione della messa fosse proseguita anche negli anni successivi al 1834. Certamente, però, ogni suffragio si era interrotto prima del 1854, anno in cui Nava scrive nelle sue memorie che la pratica non è più in atto - e con cogni­ zione di causa, visto che all’epoca ricopriva il ruolo di amministratore della Fabbrica del Duomo, ed era dunque al corrente di tutte le entrate e uscite della stessa. 94 II valore della donazione a ciascun convento è di 25 lire di terzioli in monete di Milano, corrispondenti a 12 lire imperiali e 10 soldi - come si de­ sume dalla delibera contenuta in Annali, t. 1, pp. 118-119, 11 ottobre 1394. L’elenco dei beneficiari comprende i Frati Predicatori, ovvero i Domenicani; i Frati Minori, ovvero i Francescani; i Frati Celestini, un ordine appartenen­ te ai Benedettini, fondato da papa Celestino V nella seconda metà del XIII secolo; i Frati dell’Ordine della Beata Vergine del Monte Carmelo, ovvero i Carmelitani, ordine mendicante sorto in quello stesso periodo in Palestina e da lì diffuso in tutta Europa; i Frati Eremitani Agostiniani, e infine i Frati Ser­ vi di Santa Maria del Sacco, conosciuti anche come Serviti, un ordine mendi­ cante eremitico fondato a Firenze nella prima metà del XIII secolo e presen­ te anche nel centro lombardo. A. C ic e r i , V. Rocco N e g r i , cit., pp. 372-373. 95 Similmente a quanto specificato per la messa quotidiana, Carelli nel codicillo richiese alla Fabbrica di farsi carico della retribuzione del sacerdo­ te preposto alla celebrazione dell’annuale, in ragione di 1 lira e 12 soldi per messa - circa trenta volte la mercede stabilita a ricompensa della messa quo­ tidiana. La disparità di pagamento era dovuta alla maggiore solennità della celebrazione dell’annuale. AFD, Serie Testamenti, cart. 42, f. 15. Carelli Mar-

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co (1394). A scorrere i fogli mensili del primo quaderno degli Annuali della Fabbrica (1394-1508), emerge come la pratica non fosse comune. Nei due se­ coli considerati dal documento sono ricompresi solamente ventisei annuali suddivisi per mese: uno a gennaio, settembre, ottobre e novembre, due a maggio e agosto, tre a luglio, quattro a marzo, sei a febbraio e aprile. Gli an­ nuali venivano registrati in corrispondenza del mese della morte - per la maggior parte, gli annuali venivano celebrati una volta all’anno, il giorno e mese dell’anniversario della morte del beneficiario. La celebrazione dell’an­ nuale per Marco Carelli al giorno 18 di ciascun mese è da considerarsi un’ec­ cezione. AFD, cart. 56, f. 1: Libro Annuali - Capo VI - Par. I (1394-1508). 96 Annali, t. 1, p. 121, 29 novembre 1394. 97 Annali, t. 1, p. 278, 3 ottobre 1406.

V. Il Principe e la Fabbrica del Duomo

La costruzione di una magnifica cattedrale marmorea per la città di Milano in luogo della modesta e diroccata chiesa di Santa Maria Maggiore era stata invocata a più riprese nel cor­ so del Trecento. E sebbene molti richiedessero insistentemen­ te l’inizio dei lavori, fu il sostanziale contributo del principe Gian Galeazzo a darne l’abbrivio effettivo. Senza la comparsa sulla scena di un così potente personaggio, fortemente interes­ sato all’erezione della nuova chiesa, per decenni il tutto sareb­ be rimasto solo un magnifico progetto e nulla più. Innanzitutto, il Principe sostenne finanziariamente l’opera di costruzione della cattedrale. Egli attinse direttamente dalle sue casse personali ogni mese per erogare, a partire dal 1395, una somma prefissata di 3000 fiorini annui1. Nei momenti di maggior difficoltà economica per il cantiere, il Consiglio della Fabbrica non indugiava a indirizzare suppliche a lui, l’uomo più ricco e potente della città, per l’elargizione di donazioni estemporanee. Così avvenne nell’agosto del 1387, quando i de­ putati gli suggerirono di onorare la festa dell’Assunta con un’o­ blazione solenne, così che fossero assicurati i mezzi necessari per la continuazione dell’opera. E in risposta, in quella data Gian Galeazzo Visconti donò 100 fiorini d’oro attraverso l’in­ termediazione del vescovo di Pavia2. Nel 1389, anche i familia­ ri del Principe furono sollecitati dal Consiglio della Fabbrica a un’oblazione diretta: la moglie Caterina Visconti donò alcuni suoi gioielli, mentre la figlia maggiore Valentina colse l’occa­ sione del suo matrimonio con Louis d’Orléans per offrire 320 fiorini d’oro. E il piccolo Giovanni Maria, di soli due anni, portò in dono all’altare 160 lire imperiali - incosciente offerta di cui egli non mancherà poi di rivalersi contro la Fabbrica. A

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morte avvenuta del padre, nel 1403, il ragazzo pretenderà in­ fatti dalla Fabbrica non solo la somma elargita, ma anche la ri­ scossione degli interessi maturati negli anni. Le ragguardevoli somme donate da Gian Galeazzo e dalla sua famiglia rappresentavano solo una parte dell’apporto du­ cale per la costruzione della cattedrale. Come suo principale contributo ai lavori, egli aveva concesso alla Fabbrica del Duo­ mo a titolo gratuito l’usufrutto della cava di Candoglia, che forniva un pregiato marmo rosato3. Secondo suo decreto, inol­ tre, i materiali da costruzione destinati al cantiere della catte­ drale erano esonerati dal pagamento di dazi e pedaggi. I bloc­ chi di marmo provenienti da Candoglia venivano contrasse­ gnati con la sigla AUF, ad usum fabricae, così da consentire ai doganieri un rapido riconoscimento dei carichi esenti4. E parimenti esonerate dalle tasse per il trasporto e dal pagamento dei diritti di pedaggio erano la legna e le pietre di sarizzo prove­ nienti dai dintorni di Locamo, impiegate per le colonne e la muratura della cattedrale5. Per minimizzare costi e tempi di trasporto, gli ingegneri della cattedrale si adoperarono per ampliare e rinforzare la struttura esistente di canali e navigli intorno e dentro Milano6. Nel corso del primo decennio di costruzione, decisioni e prov­ vedimenti messi in atto per il rafforzamento e la manutenzione del sistema di canali erano costantemente al centro delle di­ scussioni del Consiglio della Fabbrica del Duomo7. L’amplia­ mento del Naviglio Grande, in particolare, rese possibile un ef­ ficiente collegamento con la cava, che distava oltre cento chi­ lometri da Milano. E d’altro canto, in un interessante circolo virtuoso, i lavori intrapresi dalla Fabbrica per il rafforzamento delle vie d’acqua ebbero da subito notevoli ricadute sullo svi­ luppo dei trasporti e dei commerci del centro lombardo8. Gian Galeazzo Visconti adottò poi una serie di misure vol­ te a canalizzare l’afflusso delle donazioni verso la Fabbrica. In primo luogo, le accordò protezione dai debitori, assimilandoli a quelli della Camera signorile e comunale e rendendoli così passibili degli stessi pesanti procedimenti giudiziari, che spes­ so prevedevano il carcere9. Inoltre, decretò un’oblazione ob­ bligatoria annuale alla Fabbrica per tutti gli ufficiali del suo ap­

parato burocratico, le corporazioni della città e i comuni sot­ tomessi alla sua dominazione10. Infine, essenziale fu il ruolo del Principe nella concessione delle indulgenze da parte di papa Bonifacio IX per agevolare il finanziamento della cattedrale. Il 4 aprile 1390, un gruppetto di delegati capeggiati dal mercante Marco Carelli aveva porto a Gian Galeazzo Visconti la richiesta ufficiale del Consiglio della Fabbrica affinché ottenesse dal papa un giubileo straor­ dinario per la città, con una speciale indulgenza per i benefat­ tori del Duomo. Di comune accordo con il vescovo Antonio da Saluzzo, il Principe assecondò la loro supplica, chiedendo e ot­ tenendo presso il papa per la Fabbrica il beneficio di metà del prodotto dalla vendita delle indulgenze in occasione del giubi­ leo proclamato per l’anno successivo11.

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Munifica carità o progetti interessati? Uno sguardo alle mosse di Gian Galeazzo nei confronti del­ la Fabbrica negli anni immediatamente successivi, tuttavia, ri­ vela come l’erezione della cattedrale e la carità elargita per la sua costruzione fossero per lui decisamente subordinati al suo ardito piano egemonico. Quest’ultimo non prevedeva interru­ zioni di sorta, nemmeno quando fosse andato a ledere direttamente gli interessi della Fabbrica. Così, se nel 1390 aveva rac­ colto la richiesta dei cittadini, presentando richiesta al pontefi­ ce per una speciale indulgenza per i benefattori della cattedra­ le, due anni dopo incaricò per la domanda di una nuova in­ dulgenza il Vicario e i Dodici di Provvisione in sua vece, senza più intervenire in prima persona. Le relazioni tra lui e Bonifa­ cio IX erano profondamente incrinate, in quel mentre, dalle sue trattative con il re di Francia in appoggio all’antipapa Cle­ mente VII. E pur sapendo che il papa non avrebbe concesso la desiderata indulgenza fino al suo abbandono di tali manovre, il Principe proseguì deciso nel perseguimento dei suoi piani12. In realtà, Gian Galeazzo aveva i propri personali interessi nel supportare e promuovere la costruzione della cattedrale. In quegli anni il Principe aveva vittoriosamente consolidato i

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suoi possedimenti, ma aveva ancora da conquistarsi la stima e devozione dei suoi sudditi. Essi lo deprecavano per il com­ portamento spietato nei confronti dello zio Bernabò, per le crescenti vessazioni fiscali a finanziamento della sua politica di espansione, e ancora per le continue guerre nei territori circo­ stanti. Proprio in quel frangente Gian Galeazzo fece pronta­ mente sua l’istanza di arcivescovo e popolo per l’erezione di una nuova chiesa. Ma nel giro di pochi anni non tardò a manifestare sempre più chiaramente le reali motivazioni che si celavano dietro gli oltre 3000 fiorini versati annualmente alla Fabbrica del Duo­ mo. Quello che il Principe realmente desiderava era l’erezione di un mausoleo dinastico per la casata Visconti. E pian piano si era intromesso, prima discretamente, poi sempre più aperta­ mente, nei piani per la costruzione di quella cattedrale cristia­ na voluta dai fedeli che lui avrebbe desiderato trasformare in un laico monumento a imperitura memoria delle grandezze sue e della sua stirpe. D ’altra parte, il Consiglio della Fabbrica decise di giocare astutamente le proprie carte, mostrandosi inizialmente pro­ penso all’edificazione del Camposanto e della cappella viscon­ tea desiderata da Gian Galeazzo. Ma se in un primo momento sembrò accondiscendere a questo suo progetto, col trascorrere degli anni e il consolidamento progressivo di una forte base popolare al suo interno prese a ridimensionare e anche avver­ sare apertamente i piani del Principe.

metà della vetrata. Quindi, secondo un disegno che fu definiti­ vamente approvato dal Consiglio nel 1403, «nel rispetto della volontà e delle disposizioni del nostro Signore», avanzarono la proposta di sostituire il biscione visconteo con l’altro emblema della casata, la raza, motivo raggiato formato da dieci serpenti ondulati disposti a formare un sole13. Il Visconti non soprav­ visse per vedere ultimata la decorazione scultorea del finestro­ ne absidale, e così fortunatamente non dovette prendere atto dell’astuto tiro giocatogli dai deputati della Fabbrica. La raza viscontea serpeggiava sì al centro della vetrata, ma alla base di una progressione verticale di cui il Padre e lo Spirito Santo sot­ to forma di colomba costituivano i primi due elementi. Agli oc­ chi del fedele medievale le tre figure rappresentavano chiara­ mente la Trinità. Il motivo raggiato, anziché ricordare l’emble­ ma dei duchi, sarebbe stato subito identificato come iconica raffigurazione di Cristo, Sol Justitiae - riferimento metaforico alla descrizione evangelica dell’Incarnazione come momento trionfale di vittoria della luce sulle tenebre14. Quel che Gian Galeazzo aveva concepito come luogo per la celebrazione dei suoi trionfi divenne invece una commemorazione del rifiuto ri­ cevuto da parte dei milanesi, che aveva progressivamente rafforzato il suo controllo sul progetto per la cattedrale. Forse non a caso, il motivo principale del finestrone absidale, un’An­ nunciazione, includeva tra la Vergine e l’angelo Gabriele un vescovo devotamente inginocchiato sotto il Sol Justitiae. Era questi san Galdino, il vescovo che nell’X I secolo aveva guida­ to i cittadini milanesi nella ribellione contro il dispotismo del­ l’imperatore Federico Barbarossa15.

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La raza e il Sol Justitiae Emblematica, al riguardo, fu la vicenda del disegno per il grande finestrone absidale sul retro della chiesa. Secondo le in­ tenzioni di Gian Galeazzo, dalla base alla cuspide della vetrata avrebbe dovuto serpeggiare un biscione visconteo - il serpen­ te con bambino in bocca rappresentato nello stemma dei Vi­ sconti come emblema della casata. I deputati in un primo tem­ po acconsentirono a tale richiesta, riservandosi poi di suggeri­ re un ridimensionamento del biscione pari alla grandezza di

Ad libitum civium Mediolani Nel corso degli anni, il Consiglio della Fabbrica cominciò a contrastare i progetti viscontei e ad allontanare sempre più il Principe, fino a che la rottura tra Gian Galeazzo e la cattedra­ le di Milano si rese insanabile. La mattina del 27 novembre 1401, un gruppetto di delegati della Fabbrica si mosse incontro al Principe mentre, uscito dal

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suo castello nel contado milanese, si dirigeva verso la città. Gli ufficiali si erano risoluti a fronteggiare apertamente il loro si­ gnore a seguito della sua ultima, inaccettabile interferenza nel governo della Fabbrica. Nel 1399 era giunto a Milano un ar­ chitetto francese, Jean Mignot, mandato a chiamare in qualità di esperto per effettuare una perizia sull’elevazione delle vol­ te16. Dopo un esame della costruzione, l’architetto aveva di­ chiarato in una lettera a Gian Galeazzo Visconti che l’edificio sarebbe sicuramente crollato («Dieta fabrica ruetpro certo»), ar­ ticolando le sue argomentazioni in 55 punti. Ciascuno dei pun­ ti, prove alla mano, era stato confutato e respinto con accesi di­ battiti dal Consiglio della Fabbrica, che aveva poi cercato di li­ berarsi dell’indesiderato straniero. Ciononostante Mignot, for­ te dell’appoggio ducale, aveva continuato a prestare il suo ser­ vizio presso il cantiere, distinguendosi presto per l’arroganza e la mancanza di fedeltà ai progetti a lui commissionati. Il Consiglio era riuscito infine a trovare un pretesto per li­ cenziare l’architetto francese: alcuni danni al cantiere causati, secondo i deputati, dal suo lavoro. Il Principe, saputo l’acca­ duto, si era affrettato a scrivere una lettera con ordine di re­ voca di tale provvedimento, facendo adirare con questa inge­ renza i deputati che, fermi nella loro decisione, avevano deci­ so di inviare subito una delegazione a Gian Galeazzo per di­ scutere l’accaduto. Alla vista dei messi, egli non smontò neppure da cavallo per riceverli. Bruscamente, smentì di aver mai spedito quell’ultima lettera con richiesta di riassunzione dell’architetto - rifiutan­ dosi così di fronteggiare o riconoscere le rimostranze dei de­ putati. Troncando in fretta l’alterco, dichiarò di volersi del tut­ to estromettere dalle questioni riguardanti la costruzione del Duomo. Dal quel momento in avanti, proseguì disdegnoso, la cattedrale sarebbe stata esclusivamente nelle mani dei milane­ si, ad libitum et dispositionem suorum civium et hominum Mediolani17. Amareggiato per la sconfitta dei suoi ambiziosi piani, abbandonò effettivamente la costruzione del Duomo alla sua sorte, non venendo meno a questa decisione nemmeno in oc­ casione del testamento, dove la grande opera milanese non fu menzionata in alcuna parte. Da quel momento, Gian Galeazzo

riversò tutte le sue energie e risorse nel finanziamento della co­ struzione di un’altra cattedrale, la Certosa di Pavia, su cui potè ripiegare i suoi vagheggiamenti di mausoleo dinastico.

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Il Consiglio della Fabbrica18 Il Principe si trovò così costretto ad accettare che il Duomo divenisse sempre più una cattedrale progettata, costruita e fi­ nanziata dai cittadini. Ma fino a che punto la Fabbrica rappre­ sentava la voce del popolo e ne costituiva concreta espressione? La Fabbrica esercitava la sua autorità principalmente attra­ verso il Consiglio, che si riuniva settimanalmente per delibera­ re su tutte le questioni riguardanti costruzione, manutenzione e amministrazione della cattedrale19. Ai consiglieri era richiesta la partecipazione a tutte le riunioni, pena un’ammenda pari ad un giorno di paga per ogni assenza20. Ciascuno dei tre maggiori attori della scena cittadina, il Principe, la Chiesa, e il popolo, aveva una propria rappresen­ tanza nel Consiglio. Il Principe non prendeva parte direttamente alle riunioni, ma la presenza del Vicario e dei Dodici di Provvisione ricordava ai presenti la sua autorità21. Alcuni membri delle alte gerarchie della Chiesa Ambrosiana, come il Vicario generale vescovile, erano presenti in Consiglio, assieme a rappresentanti dei principali monasteri, chiese e ospedali mi­ lanesi. Fatta eccezione per questo gruppo di ecclesiastici, il Consiglio era composto innanzitutto (per oltre quattro quinti) da laici. Al principio del XV secolo il numero di consiglieri venne fissato a trecento, eletti in numero di cinquanta per cia­ scuna delle sei porte in cui la città era divisa22. L’elezione dello stesso numero di cittadini per ciascuna porta non era un’in­ venzione della Fabbrica, bensì una pratica consolidata che era stata altre volte utilizzata a Milano in passato23. Prendevano parte al Consiglio anche tutti i «militi, nego­ zianti, ingegneri, maestri e fabbri» che prestavano alla Fabbri­ ca la propria consulenza o la propria opera. Il loro parere era particolarmente determinante nelle decisioni di natura architettonica. Come infatti era il caso per molte delle cattedrali

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erette a quel tempo, i costruttori non avevano nessun detta­ gliato progetto da seguire. I lavori per la costruzione seguivano il piano ideato dall’inzignere generale, talvolta riprodotto in scala con un modello ligneo per facilitare la visualizzazione, e i costruttori procedevano più per tentativi che applicando una scienza esatta fatta di minuziosi disegni e strumenti di precisio­ ne. Di conseguenza, le riunioni del Consiglio spesso comporta­ vano lunghi dibattiti circa lo stato dell’arte della costruzione e le migliori soluzioni per il proseguimento dei lavori. Discussio­ ni del genere potevano anche andare avanti per decenni prima che si riuscisse a giungere a un comune accordo che sbloccasse 10 stallo dei lavori. Un esempio fra tutti, la controversia scop­ piata a riguardo dell’erezione della volta del tiburio, tra il XV e 11XVI secolo. Il Consiglio impiegò quasi sessant’anni per giun­ gere a una decisione, dopo aver ponderato attentamente il pa­ rere di molti illustri architetti del tempo, tra cui Leonardo da Vinci e Donato Bramante24.

5 Annali, t. 1, 24 ottobre 1387; t. 1, 14 febbraio 1387. 6 Sulla costruzione del Naviglio Grande a seguito dell’avvio dei lavori per la Fabbrica del Duomo, si veda G. FANTONI, L’acqua a Milano: uso e gestio­ ne nel basso medioevo (1385-1535), Bologna 1990, pp. 27-33; sul trasporto dei marmi dalle cave alla città, si veda C. MOSCHINI, Il percorso dei marmi. Dalla cave di Candoglia e Ornavasso al Duomo di Milano, Milano 2005. 7 Si vedano al proposito i primi 5-10 anni di delibere delle riunioni con­ siliari, in Annali, t. 1, anni 1387 e seguenti. 8 M. B a r b o t , L o sguardo della storia economica sull’edilizia urbana, Roma 2009, p. 68. 9 Archivio Storico Civico di Milano, Litterarum ducalium, Reg. 2, f. 153, decreto del 10 maggio 1387 confermato il 15 ottobre 1403; Annali, Appendici, t. 1,15 ottobre 1403, nota. Cfr. P. B o u c h e r o n , Le pouvoir de bàtir, cit., p. 184. 10Annali, t. 1, 7 febbraio 1387 - Decreto del 18 maggio 1395; Annali, t. 1, 18 maggio 1395, nota. 11 Sull’indulgenza concessa per il giubileo del 1392, si veda supra, pp. 3637, con note e bibliografia relativa. 12 Per una trattazione dettagliata di tali avvenimenti, si veda supra, p. 38. 13 Annali, t. 1, 14 dicembre 1399, p. 199; 11 gennaio 1400, pp. 202-210; 15 maggio 1401, pp. 224-229; 27 novembre 1401, pp. 240-241; P. M e z z a ­ n o t t e , Il Duomo di Milano, in Storia di Milano, Milano 1954, V, pp. 859896; A.M. R o m a n in i , La fabbrica del Duomo di Milano dalla fondazione agli albori del Quattrocento, in Larchitettura gotica in Lombardia, Milano 1964, I, p. 356; P. F r a n k l , The Gothic. Literary sources and interpretations through Tight Centuries, Princeton 1960,pp. 63-86;P. BOUCHERON, Le pouvoir de bà­ tir, cit., p. 189. 14 P. M e z z a n o t t e , Il Duomo di Milano, cit., pp. 885-896. 15 San Caldino era al tempo compatrono di Milano assieme a sant’Am­ brogio; entrambi sono rappresentati inginocchiati nella vetrata del finestrone absidale. 16 Per un approfondimento di tale dibattito si veda la bibliografia citata in n. 13, infra, p. 121. 17 Annali, t. 1, 27 novembre 1401, pp. 240-241. 18 Sul tema della “sovranità” popolare della Fabbrica del Duomo e del suo conflitto con Gian Galeazzo Visconti si veda M. S a l t a m a c c h ia , The Prince and thè Prostitute: Competing Sovereignties in Fourteenth-Century Milan, in Law and Sovereignty in thè Middle Ages and Kenaissance, a cura di R. Sturges, Turnhout 2011, pp. 173-191. 19 Tutte le delibere raggiunte in quella sede, dalle decisioni di assunzione o licenziamento alla scelta dei fornitori per le materie prime, erano diligen­ temente trascritte nelle minute del Consiglio. AFD, Ordinazioni Capitolari. 20 Annali, t. 1, 23 maggio 1400, p. 214; sull’ammontare della penale, si veda Annali, t. 1, 29 agosto 1402, p. 252; 2 febbraio 1403, p. 255. 21 II Vicario e i Dodici di Provvisione presenziavano alle riunioni del Consiglio in veste istituzionale anche dopo l’abbandono “finanziario” della cattedrale da parte del Principe - benché a questo punto egli avesse perdu­ to quella leva con cui fino ad allora aveva fatto valere i propri interessi.

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Note 1 La rendita ducale di 3000 fiorini l’anno viene rivalutata nel 1398, con effetto retroattivo a partire dall’ottobre del 1397, a 500 fiorini mensili, per un importo complessivo pari, quindi, a 6000 fiorini annui. Si veda A. C e r u t i , I principi del Duomo, cit., p. 112. 2 Annali, t. 1, p. 2. Tra le oblazioni estemporanee offerte da Gian G a­ leazzo Visconti si ricordano le 3700 lire offerte alla cattedrale il 22 gennaio 1396, e l’ultima donazione del duca, ammontante a 320 lire, offerta il 23 no­ vembre 1402. 3 La cava di Candoglia si trova presso la valle del fiume Toce, immissario del lago Maggiore. Lettera di Gian Galeazzo Visconti, in Annali, t. 1, 24 ot­ tobre 1387. Le condizioni giuridiche di tale donazione sono sconosciute, in quanto fin dal 1473 è andato smarrito l’atto relativo. Le cave di marmo di Al­ bo e di Candoglia, da lungo tempo inattive, vengono rimesse in funzione nel 1390; la Fabbrica detiene, da quel momento, il monopolio del loro sfrutta­ mento, ma le spese di attrezzatura delle cave, le strade di accesso, la condot­ ta dei marmi, l’ampliamento e la sistemazione dei canali per i barcheggi sono a carico della Fabbrica, come riportato in II Ducato Visconteo, cit., p. 867. Per un approfondimento tecnico si veda P. B o u c h e r o n , Les matériaux de construction, in Le pouvoir de b&tir, cit., pp. 473-480. 4 Questa è l’origine dell’espressione dialettale “a ufo”, gratis. C. L a p u c CI, Il dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Milano 1993, p. 316.

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22 II Consiglio, in origine formato da ventinove persone (nove ecclesiasti­ ci e venti laici), nel 1387 venne aumentato a cento membri (venti ecclesiasti­ ci e ottanta laici), il cui numero fu progressivamente ampliato fino a giunge­ re a cinquanta per porta a partire dal 1406. Erano presenti al Consiglio, inol­ tre, «tre signori dottori». P. M e z z a n o t t e , Il Duomo di Milano, cit., p. 872; G. S o l d i R o n d in in i , La Fabbrica del Duomo di Milano nei primi anni, cit., pp. 23-24, 29. 23 Per citare un esempio, quando nel 1251 Tininterrotto conflitto tra Guelfi e Ghibellini nella penisola italiana aveva condotto il Comune lom­ bardo sull’orlo del collasso e provocato un incremento preoccupante del de­ bito pubblico, il podestà di Milano riunì un Consiglio Generale formato da cinquanta cittadini per porta, allo scopo di eleggere ventiquattro boni homines incaricati di deliberare provvedimenti a risoluzione della crisi. Similmen­ te, sei anni dopo erano stati nominati venti cittadini per porta con il delicato compito di raccogliere le imposte dai monasteri e dalle chiese che erano riu­ sciti a evadere il pagamento invocando la protezione dei capitani locali. 24 R. SCHOFIELD, Amadeo, Bramante and Leonardo and thè tiburio ofMilan Cathedral, “Achademia Leonardi Vinci: Journal of Leonardo Studies and Bibliography of Vinciana”, 2 (1989), pp. 68-100; L. DA VINCI, The Notebooks o f Leonardo da Vinci, a cura di J.P. Richter, Mineola 1970, p. 60.

VI. Il lavoro nel cantiere

U n a v o lta aveva lavorato in un a catted rale e all’inizio lo aveva con sid erato un lav o ro com e gli altri. M a p o i aveva cap ito che i m u ri d i un a cattedrale dovevan o essere perfetti p erch é la cattedrale era la casa di D io. D a q u a n d o ave­ va assa g giato q u el vino in ebriante n on p otev a accon ten tarsi d i q u alco sa di p iù m o d esto . K e n F ollett,

I pilastri della terra1

All’inizio del XV secolo, la piazza in cui oggi troneggia il Duomo di Milano appariva come un gigantesco cantiere a cie­ lo aperto, brulicante di operai, maestri e artigiani, a cui si ag­ giungevano lavoratori di ogni classe sociale e mestiere che non disdegnavano di prestare gratuitamente le proprie energie per la costruzione della cattedrale. Se è indubbio il ruolo giocato dalla Fabbrica nella creazione di nuovi posti di lavoro per un altissimo numero di cittadini, e nella parziale diminuzione dei disagi economici per i ceti meno abbienti, sarebbe, però, riduttivo considerare il cantiere mila­ nese esclusivamente in questi termini. «Uomini grossolani, che credete che queste pietre siano delle pietre», scrive lo storico Jumeau di fronte a una cattedrale, «che non sentite scorrere la linfa, cristiani o no, riverite, baciate il segno che esse portano. Qui c’è qualcosa di grande, di eterno»2. Per l’uomo medievale, la partecipazione alla costruzione della cattedrale rappresenta­ va un lavoro sacralizzante, in cui l’aspetto materiale era inscin­ dibile da quello spirituale3. L’edificazione di una chiesa, casa di Dio, era un atto comunitario, non mirato a far emergere le ca-

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pacità del singolo, bensì a che ciascuno, insieme agli altri, po­ tesse essere uno strumento utile al compimento della Sua ope­ ra4. Per questi uomini, «lavorare nel cantiere significava innan­ zitutto adempiere al Compito, apportandovi tutta la loro ener­ gia, la loro fede e il loro cuore», nella ricerca di redenzione per­ sonale e dell’espiazione dei propri peccati5. Papa Bonifacio IX, con la bolla del 1399, aveva concesso plenam indulgentiam et remissionem omnium peccatorum suorum a chi avesse prestato i propri servigi alla costruzione, se «animato da sentimenti di ve­ ra penitenza, con cuore contrito e di recente confessato»6. Sarebbe altrimenti di difficile comprensione, in un periodo segnato da carestie, pestilenze e guerre, l’atteggiamento di colo­ ro che decidevano di rinunciare al proprio salario per richieder­ ne in cambio un’indulgenza, così come la presenza dei numero­ si volontari7. Il laborpro nihilo, pratica assai diffusa soprattutto nei primi decenni del cantiere, solitamente veniva eseguito da chi non era alle dipendenze della Fabbrica, benché accadesse talvol­ ta che operai, scultori e maestri di cantiere devolvessero alla Fab­ brica il proprio stipendio, come il maestro Simone da Orsenigo nel 1387. Cittadini di ogni arte e mestiere, tessitori, mugnai, ma­ cellai, fabbri, pescatori, conciatori di pelli, orefici, giureconsulti, medici, farmacisti, fustagnai, speziali, fornai, procuratori, notai prendevano generosamente parte al lavoro gratuito8.

i deputati chiamati a vagliare le domande dovevano giurare sui Vangeli che avrebbero votato solo chi, in coscienza, ritenevano più utile per la Fabbrica, «senza riguardo a preferenze, amici­ zie o raccomandazioni». Per alcuni specifici incarichi, tuttavia, non era possibile se­ guire questa procedura di assunzione. Nel caso di uffici parti­ colarmente delicati la scelta dell’impiegato, all’interno di una rosa di preselezionati postulanti, era lasciata al caso, con l’e­ strazione di nomi da un bussolotto. Quando invece gli elettori ritenevano due concorrenti ugualmente idonei per lo stesso in­ carico, si procedeva a ballottaggio con fave bianche e nere. La­ voratori da impiegare in compiti particolarmente gravosi, co­ me i robusti tagliapietre delle cave, venivano ricercati in città e nelle campagne dai deputati, mentre a maestri e ingegneri di chiara fama i nunzi recapitavano un formale invito a voler pre­ stare le proprie abilità per la costruzione della cattedrale. Infi­ ne, incarichi di una certa incidenza sulle uscite della Fabbrica, come il trasporto di legname, pietre e marmi, erano concessi al miglior offerente tramite appalti pubblici. Spesso un’assunzione era motivata dicendo che il tale non aveva «nessuno che lo superasse in tale officio», ma talvolta criteri differenti dall’abilità intervenivano a guidare la scelta: c’era chi si offriva di prestar lavoro con salario ridotto, chi ave­ va affinato le proprie capacità nella costruzione di un’altra cat­ tedrale e chi era noto al Consiglio per una particolare fedeltà e devozione alla Beata Vergine, e questo era sufficiente per rite­ nerlo affidabile e degno dell’incarico. Poteva anche capitare che i deputati eleggessero qualcuno nella speranza di riceverne in seguito una cospicua oblazione, come quel Giacomolo no­ minato custode dell’altare maggiore perché «pare voglia dona­ re 50 fiorini d’oro»11. In altri casi l’assegnazione dei posti di lavoro seguiva per­ corsi alquanto curiosi. Un esempio per tutti:

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Assunzioni e... raccomandazioni Le assunzioni avvenivano in seguito ad affissione di cedole di concorso nei luoghi più frequentati della città. Gli aspiranti si presentavano nei tempi stabiliti per le iscrizioni alla Cancel­ leria della Fabbrica, dove fornivano ai deputati le proprie ge­ neralità insieme alla mansione che desideravano svolgere9. Tra­ scorso un mese dalla pubblicazione delle cedole, le domande erano vagliate dal Consiglio della Fabbrica, che, dopo aver ve­ rificato direttamente capacità e moralità di ciascun candidato, deliberava i nominativi degli eletti10. Il sistema dell’affissione pubblica permetteva di ridurre il rischio che i posti di lavoro venissero venduti da funzionari corrotti. Per la stessa ragione,

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D o n a to A m b ro g io , d e tto G io rg io de P o n tu lo di P iacen za, gio v a­ ne can tan te ai divini officii, p re se n ta al C o n sig lio u n a su p p lica , colla q u ale ch ied e gli si c o n c e d a l ’u fficio di alzare ed a b b a ssa re gli in castri d el N a v ig lio d i M ilan o sp ettan ti alla F a b b ric a , in so stitu ­

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zione d i B e rto lo de M a g g i, b a rb ie re , il q u ale d i p resen te h a q u e l­ l’in carico, co l salario e p ro v en ti an n essi, o ffre n d o di fa r esercitare d a te rz o d etto u fficio, p e rsu a so d i m eritarlo p el su o can to e m e lo ­ dia, p e l q u ale h a lo stip e n d io m en sile d i so ld i 2 4 im periali, p r o n ­ to a co n tin u are nel can to gratu itam en te. I d ep u tati, c o n o sc e n d o essere il su o can to e m e lo d ia su p erio re agli altri, e grato e p ro fic u o alla ch iesa, d e lib e ra ro n o d i acco gliere in ogn i su a p arte la d o m a n ­ da, re v o c a n d o l ’in carico ch e o ra tiene il p re d e tto B e rto lo 12.

Le discipline per la nomina prevedevano che gli eletti, pri­ ma di rivestire il loro incarico, prestassero giuramento di «fare tutto per il bene della Fabbrica, facendo esattamente il loro do­ vere». Suggestiva, nella sua semplicità, era la formula che i de­ putati del Consiglio appena eletti dovevano recitare: Io eserciterò in b u o n a fe d e l’u fficio m io nella F a b b ric a di q u esta ch iesa m etrop olitan a, e n ell’am m in istrazion e d i essa, ed in ogn i m ia azion e p ertin en te, e d i p ertin en za d a q u e sto u fficio, n o n m i p ro p o rrò n ell’intenzione, né in nanzi agli occh i alcu n m io in teresse né altro, che il m ag g io r servizio d ’e ssa F a b b ric a , e la su a chiesa. In o ltre q u a n d o si tratterà d ’alcu n m io in teresse o dei m iei p aren ti fino al q u arto g ra d o in clusi, n o n so lo n o n d arò v o to , m a u sc irò d al C a p ito lo e starò fu ori fin tan to ch e sara n n o p igliati e raccolti i voti so p ra tal negozio: e co sì D io m i aiuti e q u esti S a n ti E van geli.

Tutti i lavoratori si impegnavano, inoltre, a rifondere qual­ siasi danno causato per negligenza, depositando una cauzione di importo variabile a seconda della carica ricoperta. Particolarmente onerosa era la garanzia richiesta per la cari­ ca senza salario di tesoriere, in virtù delle ingenti somme che quotidianamente si trovava a ricevere e delle conseguenti re­ sponsabilità: il deposito cauzionale era fissato in 10.000 fiorini, oltre l’obbligo di prestito, all’occorrenza, di altri 1000 fiorini. I familiari e parenti del tesoriere, poi, erano obbligati in solido per la restituzione alla Fabbrica delle entrate amministrate, che doveva avvenire entro tre giorni dalla eventuale richiesta da par­ te dei consiglieri13. Il prestigio del ruolo e la possibilità di gesti­ re grandi importi di denaro rendevano l’incarico di tesoriere il più ambito e desiderato dai milanesi abbienti, che non esitava­

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no a offrire garanzie superiori a quelle richieste pur di ottenere il posto. Così fece, per esempio, Giovanni de Po, offrendosi «di esercitare l’ufficio di tesoriere senza salario, prestando cauzione di fiorini 20.000, e offrendo fin d’ora, nel caso di qualsivoglia sua mancanza, di far donazione alla Fabbrica di ducati 1000»14. I funzionari che ricevevano il mandato annuale per una ca­ rica di controllo deH’amministrazione dovevano giurare, con le mani sulla Santa Scrittura, «che per ottenere l’ufficio non ave­ vano dato né promesso cosa alcuna, e che finito l’anno se ne sa­ rebbero andati»15. Ciononostante, c’era sempre chi, «median­ te l’astuzia e la connivenza di alcuni deputati», riusciva a elu­ dere i sistemi di controllo, rimanendo in carica per più anni16. Se scopo dichiarato delle rigide discipline previste per l’as­ sunzione di lavoratori e impiegati della Fabbrica era la traspa­ renza nell’assegnazione degli incarichi, poco poteva il rigore dei deputati di fronte alle frequenti segnalazioni al Consiglio di nominativi di candidati da parte del duca, della duchessa e dei nobili. Le lettere di raccomandazione mascheravano le richie­ ste di assunzione dietro arditi giri di parole: l’aspirante era sempre un lavoratore di capacità eccelse, che solo nel cantiere della cattedrale avrebbe potuto esprimersi nel pieno delle sue potenzialità, con enorme beneficio da parte della Fabbrica. Scorriamo, per esempio, la lettera con cui il duca Francesco Sforza nel 1459 raccomanda ai deputati di confermare nell’uf­ ficio del magistrato un suo protetto: C a rissim i nostri. F a n o e n e in d u co n o asay le sin gu lare vertute, fe ­ de et in tegritate d el n o b ile M atro n ian o C o rio n o stro d ilecto citad in o m ilan ese, u n o de li d u y m agistri d ep u tati a q u ella glo rio sa Fab rica, che ve lo d e b ia m o recom en d are. E t q u am d iv isd io asay ne m o v a lo am ore, q u ale sin gu lariter gli p o rta m o , n o n m a n c o ne m o ­ ve la utilitate d ’e ssa fab rica, in la q u ale h a servito et se è p o rta to con q u ella d iligen tia, in d u stria, stu d io e su fficien tia, che v e scriveressem o , se voy n o ne fo sti in form ati corno nuy. A d o n c h a haveressem o p ia cere et con tan tam en to asay, e così vi co n fo rtiam o q u an to p iù p o ssim o , che lo vo gliate referm are nel su o o fficio d el m a g i­ strato an co ra p e r duy ann i a ven ire, ren d en d ov e certi che la F a ­ b ric a se p e d icta n e rip o rterà b o n ificatio n e asay, n o b is v ero tan to ne c o m p iac e n ti, q u a n to p e r verum altra c o ssa e p o te sti co m p ia c e re 17.

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Anche la duchessa sua moglie ricorreva volentieri alle rac­ comandazioni, come vediamo in un suo scritto di qualche an­ no dopo: Dilecti nostri. Havendo nuy per persona justa, prudente e da be­ ne Bernabò da Carcano, nostro cittadino de li, et rendendone cer­ te ogni cossa li fusse commissa, la faria diligentemente e con summa cura e studio, maximamente le spirituale e devote; però es­ sendo vacuo uno loco de quelli maestri, per l’absentia de Antonio Oldano; vi confortiamo ad eligere et substituire dicto Bernabò in suo loco ad dicto offitio. Ne sareti ben serviti, et deinde ad nuy fareti cossa grata, et che ne piacerà18. I deputati, nelle lettere di risposta, tentavano di mantenere almeno un minimo di dignità: di un certo nominativo si sareb­ be tenuto conto «per deferenza alla duchessa»; di un altro, per il «rispetto che si deve a un degnissimo personaggio»; di un al­ tro ancora, «a parità di circostanze» con gli altri aspiranti. Ma, nella sostanza, i consigli della famiglia ducale e di influenti cit­ tadini milanesi non erano un suggerimento, quanto un coman­ do a cui prontamente obbedire: Illustrissime et excellentissime princeps. Per lettere de Vostra Il­ lustrissima Signoria, havemo intesi quanto scrive, essergli caro ponessimo et deputassimo el figliolo de magistro Boniforto da Solaro ingignero di questa Fabrica. Unde respondendo dicemo, che sempre siamo prompti et apparechiati ad obedire quella, et maxi­ me essendo questa cossa honesta e ragionevole; per il che è con­ cluso per nuy exequire quanto quella n’ha scripto, ala quale per­ petuo se raccomandemo19. Che cosa sarebbe successo, infatti, se i deputati si fossero ri­ fiutati di ascoltare le esortazioni ducali? Prontamente sarebbe seguita una seconda lettera, e quindi una terza, fino a che il Consiglio non avrebbe più potuto sottrarsi a suggerimenti im­ partiti in tono sempre più perentorio: Ne recordiamo per doe altre lettere nostre haverve scripto et ca­ ricato volessivo tore [assumere] per ingegneri de quella venerabi­

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le Fabbrica magistro Antonio da Fiorenza e magistro Zohanne da Solaro, in lo loco del quondam maestro Filippino degli Organi, et credevamo, ymo tenevamo per certo che vuy li avessivo acceptati et tolti per ingegneri, secondo ne aveamo scripto. Mo siamo advisati che per fin qui li haveti dato bone parole, ma non li haveti vo­ luti acceptare, de la qual cossa ne siamo alquanto maravegliati, perché per uno ingegnerò noy ve ne damo doi, boni, pratichi et intendentissimi al mistero [mestiere] loro. Et pertanto ve dicemo et vogliamo, visis praesentibus, debiate acceptare et metere ala possessione del dito offitio li predicti maestro Antonio et maestro Zovane, et exequire quello che per altre nostre ve havemo scripto senza altra exceptione et replicatione20. Favori di duchi? Trovarsi nelle grazie del duca e poter contare sulle sue rac­ comandazioni, tuttavia, non sempre significava un lavoro facil­ mente ottenuto e una vita di favoritismi e concessioni. Nel gen­ naio 1400 spicca, tra le notizie di assunzione, una nomina par­ ticolare: quella del giovane Filippino da Modena con la man­ sione di scultore. Il Consiglio, motivando la decisione come ob­ bedienza a una raccomandazione ducale, non tralascia di tra­ scrivere la lettera ricevuta in proposito da parte del duca Gian Galeazzo Visconti. La scrittura è un capolavoro di diplomazia: quello che altro non è se non un ordine di immediata assunzio­ ne viene mascherato dal duca con sapienti giri di parole. Del giovane Filippino, figlio di Andrea da Modena «già addetto al servizio del duca», si loda la sottigliezza dell’ingegno dimostra­ ta fin dalla pubertà, e si auspica che possa presto mettere mano a opere più raffinate. Ora, ragiona il duca, qual posto meglio del cantiere della Fabbrica potrebbe permettere a Filippino l’e­ sercizio e il miglioramento delle proprie capacità artigianali? Per questa ragione Gian Galeazzo Visconti si permette di sug­ gerire la sua assunzione, e chiede gli sia corrisposto un congruo salario con cui possa vivere, di modo che non debba avere a de­ sistere dall’opera iniziata costretto dalle necessità21. Il giovane maestro si segnala presto per la sua bravura: due anni dopo viene prescelto il progetto da lui proposto per il finestrone absidale, «specialmente», annotano i deputati, «per­ ché lascia più libera la circolazione dell’aria»22. Il finestrone,

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detto della raza dal grande stemma visconteo che campeggia maestoso sulla vetrata, raffigura il momento centrale della sto­ ria della rivelazione, l’incarnazione, qui colta nell’istante del sì di Maria all’annuncio dell’angelo23. L’ascesa di Filippino da Modena ha poi inizio nel 1406, quando il Consiglio sceglie il suo tra i disegni preparatori per l’arca sepolcrale marmorea del mercante Marco Carelli, morto nel 1394 dopo aver donato il suo intero patrimonio per la co­ struzione della cattedrale24. Da allora aumenta l’autorità dello scultore nel cantiere, tanto che viene insignito del titolo di tnzignere generale, non più sottoposto al controllo del maestro Marco da Carona. I deputati della Fabbrica, preoccupati sola­ mente di trattenere il valente artista al loro servizio, assecon­ dano prontamente ogni sua richiesta di aumento di salario, fat­ to abbastanza inusuale nella gestione dei lavoranti. Assunto con 8 fiorini, nel 1409 Filippino chiede, e ottiene, una merce­ de di 10 fiorini, nonostante «la grandissima penuria di denaro in cui trovasi la Fabbrica»25. Tale è l’ammirazione e la fiducia posta dai deputati della Fabbrica in quest’uomo che, nei de­ cenni successivi, viene continuamente prescelto per dirimere le controversie o per portare a termine gli incarichi più delicati. Si chiede a lui di dare disposizioni per l’escavazione dei marmi di Candoglia, e di verificare, con sopralluoghi alle cave, se i blocchi «sono ben squadrati, appicconati e ordinati»26. Si chie­ de a lui di far luce sulle ragioni degli appaltatori degli scavi a Candoglia nella loro vertenza con la Fabbrica, ed è ancora lui a essere incaricato di indagare sui diritti del monastero di San Celso allorché scoppia una forte controversia tra i monaci e la Fabbrica per l’utilizzo di un bocchello d’acqua27. Ma stranamente, pochi mesi dopo quest’ultimo incarico di­ plomatico, i deputati deliberano di vendere la casa in Compe­ do, vicino ai macelli, concessa in abitazione al valente maestro, e giustificano questo loro agire con riferimento alla «penuria di denaro, in cui attualmente versa la Fabbrica»28. In realtà, ciò a cui i deputati ambivano era disfarsi di Filippino, come emerge chiaramente un mese dopo: l’ingegnere della Fabbrica viene li­ cenziato e il suo salario revocato, «in quanto che la spesa ca­ gionata dallo stesso è vana ed inutile, perché non ebbe mai a

servire la Fabbrica»29. Non si tratta di una grossolana svista: qualcosa nel frattempo era profondamente mutato. Dopo la morte di Filippo Maria Visconti senza disposizioni testamenta­ rie, un gruppo di cittadini milanesi aveva approfittato della confusione successoria per proclamare l’Aurea Repubblica Ambrosiana, retta da un gruppo di «capitani e difensori della libertà» e dai rappresentanti delle porte della città riuniti nel Consiglio Generale dei Novecento. Questi nuovi potenti scari­ carono le loro invidie sul vecchio Filippino, vendicando così la sua fedeltà alla casa viscontea e la raccomandazione ducale con cui cinquant’anni prima era stato ammesso al cantiere. Non potendolo accusare di negligenza o di incapacità nel proprio lavoro, i deputati scagliano contro Filippino una seve­ ra accusa di cattiva condotta morale e «scellerati costumi, che son noti quasi a tutti, e che è meglio passare sotto silenzio, an­ ziché raccontare». Con questa generica quanto infondata sen­ tenza, gli unanimi consiglieri, «senza che uno solo fosse di con­ trario avviso», licenziano bruscamente l’anziano maestro30. Con la fine dell’esperimento repubblicano nel 1450, il neo du­ ca Francesco Sforza e la moglie Bianca insistettero a più ripre­ se presso i deputati per la riammissione del valente Filippino al servizio della Fabbrica, ma i consiglieri tergiversarono, finché nel marzo di quello stesso anno il fedele maestro morì31.

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A l servizio della Fabbrica La maggioranza dei salariati alle dipendenze della Fabbrica era disciplinata da norme di carattere generale che non erano tassative, bensì pronte a recepire eventuali modifiche laddove l’esperienza ne avesse mostrato la necessità. Particolareggiati contratti individuali erano predisposti per i dipendenti di mag­ gior rilievo con funzioni direttive e di fiducia, ma solitamente i lavoratori si impegnavano a rispettare quegli obblighi e mansio­ ni stabiliti dall’ordinamento generale della Fabbrica e precisati in capitolati via via aggiornati nelle deliberazioni del Consiglio. La cura e la minuzia con cui venivano stilate le norme dei capitolati non erano fini a se stesse, per un mero attaccamento

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alle regole e alla loro stretta osservanza, ma intendevano essere un aiuto concreto per trasformare il lavoro dei dipendenti del­ la Fabbrica in un’opera gradita a Dio. L’elencazione di norme e compiti richiesti ai lavoratori veniva preceduta, nei capitolati, da un incipit che suonava pressappoco come il seguente:

Dodici signori patrizi con l’incarico di sorvegliare l’opera dei sovrastanti al momento della distribuzione dei materiali agli operai. Tutto doveva essere precisamente inventariato, dallo scalpello al sacco di calce, dal blocco di marmo al chiodo di ferro. Insieme a un notaio, i gestori di negozio emettevano i mandati di pagamento a favore dei fornitori. Curavano inoltre la vendita delle oblazioni in natura pervenute alla Fabbrica. Oltremodo particolareggiate erano le disposizioni a cui si doveva attenere il tesoriere, l’officiale demandato al delicato compito di incasso e pagamento per conto della Fabbrica. «Per antivenire qualunque possibile frode», infatti, il tesoriere pote­ va fare esazioni solo nella camera dei maestri, e non poteva esi­ gere «alcuna somma da alcuna persona del mondo» se non do­ po averla trascritta nel Registro delle entrate, pena la rimozio­ ne dal suo incarico e da qualsiasi altro ufficio della Fabbrica. A fine mese poteva tenere del denaro presso di sé solo dopo aver corrisposto la mercede agli operai «in effettivo danaro nume­ rato, e non con altri equivalenti, quand’anche gli stessi operai ne fossero contenti». Infine, il tesoriere non poteva allontanar­ si dalla Fabbrica portando con sé il denaro: norma precauzio­ nale non solo per i briganti che infestavano taverne e contrade, ma forse soprattutto per evitare che il tesoriere fosse tentato di simulare un furto a suo danno, per poi chiedere alla Fabbrica la restituzione del maltolto. I materiali per la costruzione venivano acquistati sul merca­ to dall’ufficio dello spenditore. Gli spenditori di Milano erano presenti ogni sera al momento dell’estrazione del denaro dalle cassette, per farne ricevuta e nota giornaliera, così come regi­ stravano ogni debito o credito correlato alle oblazioni donate alla Fabbrica, «in modo che nessuno avesse motivo di querela per pagamenti mal fatti»32. Agli spenditori «nelle parti del lago Maggiore», invece, era demandata la gestione delle cave di marmo e sarizzo. Non solo curavano l’acquisto e il trasporto a Milano delle pietre, ma provvedevano a corrispondere la mer­ cede agli operai, a sostenere i costi dell’osteria dove mangiava­ no ogni giorno i lavoranti, ad acquistare per loro attrezzi, vet­ tovaglie, letti e ogni altra cosa di cui avessero bisogno. La cava era assai distante dalla città, e fornire i lavoranti di tutto il ne-

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E sse n d o che n iu n a h u m an a o p e ra tio n e sì sp iritu a le q u an to c o r ­ p o rale , se n o n è reg o lata d a l divin tim ore, m ala g ev o lam en te p u ò h av er q u ella p e rfettio n e, q u a l si d e sid e ra p e r g lo ria d i n o stro S i­ g n o r D io ; et an c o r c o n sid e ra n d o , c h e se n d o le c o se sacre et d iv i­ n e dalle c o rp o ra li et h u m an e di g ra n lu n ga p iù h o n o ra te et e c c e l­ lenti, alle q u ali p e r c o n seg u en z a le fa b iso g n o d i p iù d iligen te c u ­ ra, acciò in n iu n a lo r p arte p a tisca n o né e c cettio n e n é n o tta; p e r ­ ciò [...] h av e m o fatte le p re se n ti o rd in atio n i, et v e le in tim iam o, acciò co n o g n i v o stro stu d io et o p e ra le o sse rv a te , p rim a p e r hon o r de n o stro S ig n o r D io , p o i a b en efficio d e ll’an im e v o stre; il che facen d o , sare te d a n o i m o lto am ati et h o n o rati, et d a n o stro S i­ g n o r D io p e rfe ttam e n te rem u n erati.

Per la parte amministrativa, la Fabbrica aveva alle sue di­ pendenze personale salariato specializzato, che andava a costi­ tuire i diversi uffici. L’ufficio dei ragionati era composto da un ragioniere gene­ rale, un ragioniere da carta e un ragioniere da papiro, così chia­ mati per distinguere chi aveva il compito di registrare le nota­ zioni di maggior importanza, per le quali si faceva uso della per­ gamena, carta pecudum, e quelle minori, che venivano trascritte su carta comune, papiro appunto. Il ragioniere generale svolge­ va una funzione di controllo del lavoro materialmente eseguito dai ragionieri da carta e da papiro, coadiuvati all’occorrenza da aiutanti. Numerosi erano i loro compiti: dalla compilazione di inventari e registri di beni mobili donati alla Fabbrica, all’emis­ sione delle relative bollette da consegnare al pattaro incaricato della vendita dei beni all’incanto, dalla registrazione giornaliera di entrate e uscite, crediti, debiti e dazi esatti, all’approvazione dei preventivi di spesa e alla predisposizione di bilanci consun­ tivi e preventivi entro il mese di aprile di ogni anno. All’ufficio dei gestori di negozio erano impiegati quegli offi­ ciali nominati dal Vicario di Provvisione e dal Consiglio dei

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cessano era l’unico modo per evitare che si assentassero dal la­ voro con la scusa di acquisti impellenti. L’ufficio esattore svolgeva un incarico, quello appunto di esigere i crediti a favore della Fabbrica, di fondamentale im­ portanza per il mantenimento dell’equilibrio finanziario del­ l’ente e l’accurata programmazione di entrate e uscite. Difatti, uno dei primi privilegi concessi da Gian Galeazzo Visconti per agevolare la costruzione della cattedrale era stato l’equipara­ zione dei debitori della Fabbrica a quelli della Camera signori­ le e ducale33. I debitori morosi, all’epoca, venivano rinchiusi nel carcere della Malastalla, in piazza Mercanti a Milano. La prigionia non era considerata infamante per quei tempi in cui calamità e circostanze avverse potevano ridurre sul lastrico i più facoltosi possidenti; il carcerato veniva rimesso in libertà al pagamento dell’intera somma del debito comprensiva di inte­ ressi maturati, che la Camera provvedeva a restituire ai credi­ tori. Ben più infamante era la situazione del debitore in contu­ macia, che veniva messo al bando e privato della cittadinanza milanese, mentre i consoli provvedevano alla confisca dei suoi beni a vantaggio dei creditori e invitavano le autorità dei luo­ ghi circostanti a perseguitare il malandrino in fuga34. I deputati, comunque, cercavano di agire con magnanimità nei confronti dei debitori, patteggiando a lungo e concedendo dilazioni prima di ricorrere alle sanzioni previste dalla legge, e utilizzando il carcere solo come extrema ratio. Quello che ve­ niva richiesto all’esattore non era solo la sollecitudine e la dili­ genza, ma anche una certa flessibilità nella riscossione dei de­ biti: le sue esazioni non dovevano essere «crudeli e disoneste, come ad esempio verso i poveri e gli impotenti». La stessa generosità orientava poi i comportamenti del Con­ siglio nei confronti dei fornitori inadempienti. Per consentire la restituzione dei debiti a Petropolo Polli, conduttore di mar­ mi per conto della Fabbrica, in carcere per aver perduto pa­ recchi carichi del costoso materiale nella navigazione attraver­ so il Ticino, i deputati decidono di anticipare 5 fiorini d’oro perché con la sua barca possa riuscire a traghettare al Laghet­ to dietro al cantiere i pochi massi recuperati dal fondale, co­ minciando così a saldare i suoi conti35. Similmente, fanno rila­

sciare dalla Malastalla prima che abbia saldato il dovuto Paoli­ no de Cavalieri, debitore alla Fabbrica per fitto livellario della possessione di Arcagnago, richiedendogli solo di obbligarsi con istromento al pagamento del debito e di sottoporre a pegno una sua vigna per maggiore garanzia36. O ancora, se i deputati si accorgevano che il debitore incarcerato versava in condizio­ ni di miseria tali da non poter far sperare all’uomo un rilascio, presi da pietà lo facevano liberare37. La costruzione procedeva sotto lo sguardo vigile e attento di un inzignere generale, detto anche maestro della Fabbrica. Tutte le decisioni di progettazione e organizzazione ruotavano intor­ no a lui, che era la figura più eminente del cantiere, a cui face­ vano capo magistri a lignamine (falegnami), magistriferrai (fab­ bri ferrai), magistri a muro (muratori), magistripicantes lapidos vivos (scultori e scalpellini) e semplici laboratores (operai). La Fabbrica stipendiava pure un maestro di grammatica per i chierici del Duomo e per i giovanetti poveri, mentre un maestro di musica iniziava i cantori della liturgia ai segreti del­ la melodia, «per maggiore ornamento del divin culto, ed affin­ ché si aumenti la devozione nei cuori dei fedeli»38.

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Dall'inizio alla fine del lavoro Al momento dell’assunzione veniva stabilito il salario, che poteva essere computato mensilmente o a giornata, in ragione della mansione svolta. Non mancavano stipendi fissati a titolo d’incoraggiamento, e talvolta, quando lo stipendio era calcola­ to sulla base della maestria del lavoratore, i deputati si riserva­ vano di definirlo in un secondo momento, dopo aver visto l’uo­ mo all’opera39. Lo scultore in figure Andrea da Seregno, per ci­ tare un esempio, viene ammesso a lavorare come maestro del­ la cassina, l’arsenale dove venivano preparate le sculture della cattedrale, «col salario da fissarsi in seguito»40. Altre volte que­ sto trattamento era applicato ai lavoratori di cui la Fabbrica desiderava accertare capacità e abilità sul campo, come Stefa­ no de Rozii, accettato «nel numero dei tagliapietre col salario da determinarsi in seguito», e il maestro Vincenzo Seregno, ar­

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chitetto della Fabbrica, a cui viene fissato il salario dopo aver­ ne «constatata la perizia, diligenza e sollecitudine»41. Retribuzioni straordinarie erano occasionalmente concesse a chi svolgeva il proprio incarico con particolare «sollecitudine e diligenza». Una lauta retribuzione straordinaria viene asse­ gnata al munizioniere della Fabbrica Agostino Rabia per aver portato a termine egregiamente la costruzione della conca di Viarenna42. L’approntamento della conca attraverso un sistema di chiuse si era reso necessario per poter superare il dislivello esistente tra il Naviglio Grande e il porto di Sant’Eustorgio, cruciale per agevolare il trasporto dei pesanti blocchi di mar­ mo dalle cave di Candoglia fino al cantiere della cattedrale. Mansioni di particolare delicatezza potevano prevedere un sussidio subordinato al completamento dell’incarico e corri­ sposto a vita. Così viene remunerato l’archivista assunto a fine Cinquecento, quando negli uffici della Fabbrica si decide di porre ordine tra le centinaia di registri e cartelle accumulate nei primi duecento anni di attività. All’archivista viene affidato l’incarico di «coordinare tutte le scritture della Fabbrica nel termine di un biennio», con la promessa di un cospicuo salario annuale vita naturai durante, dietro la clausola che «effettiva­ mente termini detto lavoro in due anni»43. I deputati contabilizzavano paghe e stipendi suddividendo­ li in spese per le maestranze, ovvero i salari percepiti dai lavo­ ratori in genere, e altri salari, ovvero lo stipendio fisso mensile corrisposto a chi, nel cantiere e nella Fabbrica, rivestiva i ruo­ li di maggior importanza. Rientravano in quest’ultima catego­ ria 1’inzignere generale, ossia il maestro d’opera della cattedra­ le, che percepiva fino a 16 lire al mese, coadiuvato da altri in­ gegneri alle sue dipendenze, a cui venivano pagate 10-12 lire al mese; lo spenditore, il sovrastante e i ragionati, con una remu­ nerazione di 6 lire circa al mese; il distributore di materiali, il cui stipendio ammontava a 5 lire al mese, e il gestore dei nego­ zi, remunerato con 6 lire al mese44. Le spese per le maestranze erano invece computate rispetto al numero di giornate lavorative effettive e al periodo dell’anno in cui veniva prestato servizio. Il lavoro nel cantiere, sia nella piaz­ za della cattedrale sia nelle cave di Candoglia, infatti, seguiva il

ciclo delle stagioni: necessitava di piena luce ed era impedito dalle intemperie. La durata della giornata lavorativa era solita­ mente compresa fra il sorgere e il calare del sole45. In particola­ re, i sovrastanti erano tenuti a presentarsi nel reparto di loro competenza allo spuntare del sole, mentre gli altri officiali si do­ vevano trovare nel cantiere immediatamente dopo la fine della celebrazione della messa mattutina celebrata nella cattedrale. I ritardatari sprovvisti di valida giustificazione erano puniti dal sovrastante generale con una ritenuta sul salario di 12 sol­ di46. L’efficienza di questo sistema era garantita da un incenti­ vo alla delazione tra i lavoranti stessi: metà dell’ingente multa, infatti, veniva corrisposta all’accusatore. Se chi riportava noti­ zia del ritardo era un deputato della Fabbrica, gli si credeva «[stando] alla di lui semplice asserzione; se altra persona, que­ sti doveva prestare giuramento secondo che sembrerà al Con­ siglio»47. I ritardatari recidivi e impenitenti sprovvisti di valida giustificazione incorrevano in sanzioni disciplinari che poteva­ no giungere alla revoca dell’ufficio. Poco si sa a riguardo dell’effettivo orario di termine della giornata lavorativa, eccezion fatta per alcune notazioni sparse che lasciano supporre la pratica del lavoro serale nei primissimi anni del cantiere. Nel 1394, per esempio, alcuni maestri e lapi­ cidi della Fabbrica sono puniti per aver lasciato le loro posta­ zioni alle ore 23, mentre il regolamento prevedeva «che non pos­ sano lasciare il lavoro fino a tanto che non sentano la campanel­ la, che fu ordinato suonarsi alle ore 23 e mezza»48. Normalmen­ te, tuttavia, il lavoro si concludeva al calare del sole. Per questa ragione, la rimunerazione era maggiore nella stagione estiva e minore in quella invernale, in cui vi erano meno ore di luce nel­ la giornata e, quindi, di lavoro. In relazione a ciò, il cambiamen­ to di salario avveniva nelle due date 15 marzo e 15 settembre. Una seconda importante variabile per il computo delle gior­ nate lavorative era rappresentata dalle condizioni meteorologi­ che. La maggior parte del lavoro veniva effettuata all’esterno, a cielo aperto, e le intemperie impedivano il normale svolgimen­ to dei lavori. Le giornate di pioggia in cui veniva decretata l’a­ stensione generale dal lavoro non venivano remunerate49. Non a caso, con l’arrivo della bella stagione aumentava il numero di

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giornate di prestazione dei servizi, che potevano variare da un minimo di 18 a un massimo di 26 giornate al mese50. Maestri e operai lavoravano anche di sabato, ma solo fino a mezzogior­ no, con una retribuzione pari a metà del salario giornaliero51.

Caso particolare era rappresentato dai cantori della cappel­ la musicale, dai prevosti e dai cappellani. Non era raro che qualcuno tra loro non si presentasse a officiare la celebrazione, lo facesse in maniera svogliata o addirittura mancasse per gior­ ni senza alcun preavviso, come quel «prevosto di Santa Tecla, altro dei biscantori della chiesa maggiore, [che] era stato mul­ tato in lire 4 imperiali per tante mancanze alle sacre funzioni» - ammenda poi condonata in seguito quando lo sprovveduto prevosto riuscì a comprovare «di essere stato malato»57. Per questi atipici lavoratori il licenziamento non era mai contem­ plato, sia per la specificità di questi incarichi sia per la diffi­ coltà della loro sostituzione. La punizione prevista era costitui­ ta da una multa pecuniaria trattenuta sul salario mensile, «af­ finché i cantori della cappella musicale non trascurino il loro dovere»58. Le multe erano solitamente esigue, di importo va­ riabile a seconda della frequenza delle assenze e dell’importan­ za della celebrazione non officiata: per una messa ordinaria, venivano trattenuti 6 denari, per la recita dei vespri, 4 denari, per la recita dell’ora terza, 2 denari; chi però non fosse inter­ venuto a cantare il Gloria in excelsis Deo durante la messa di Natale doveva pagare 1 soldo e 8 denari59. Al maestro di cap­ pella spettava di «nottar tutti i delinquenti, quali alli tempi de­ biti et hore non verranno a cantar, et ogni mese habbi a conse­ gnar la notta al tesoriero della fabrica, acciò si possa rattenere la conveniente portione del mancamento che havran fatto». E per evitare che il maestro di cappella chiudesse un occhio, di tanto in tanto, e facesse finta di non accorgersi delle assenze dei suoi protetti, «et perché talhor li cantori non potessero di­ re il maestro di cappella si movesse a passione, di volta in vol­ ta veniva scelto tra uno de’ più provetti in capella il testimone, qual affermasse il detto mancamento»60.

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festività e assenze Tutti erano tenuti ad astenersi dal lavoro salariato «nei gior­ ni di feste ordinate celebrarsi dalla Santa Madre Chiesa, e che dagli artefici di questa città di Milano sono celebrate in comu­ ne, in modo da poter celebrarle in quello stesso modo che fan­ no gli altri artefici, mentre negli altri giorni di festa non solite celebrarsi in comune, possano lavorare come a loro piace». Chi non osservava il riposo domenicale non solo contravveniva al terzo comandamento (Ricordati di santificare le feste), ma ve­ niva punito con un’ammenda «in forza di decreto ducale»52. Fatta eccezione per gli inzigneri generali, che godevano di due settimane di «astensione dal lavoro senza alcuna ritenuta» nel periodo natalizio e di otto giorni in quello pasquale, tutti gli altri dipendenti della Fabbrica dovevano ottenere una speciale autorizzazione scritta per potersi assentare dal lavoro, che ve­ niva solitamente concessa in occasione delle principali festi­ vità, ma mai per un periodo superiore a otto giorni53. Licenze in altri periodi dell’anno si accordavano solo per gravi e fon­ dati motivi, con documento «in iscritto da parte di coloro che devono firmare i mandati»54. Un incaricato aveva il compito di verificare quotidianamente le presenze dei lavoratori e tenere «esatto conto di tutte le assenze dal servizio, affinché non [fos­ sero] pagati gli assenti»55. Le assenze ingiustificate erano punite con una detrazione dal salario che poteva variare da alcuni soldi a diverse lire, a discre­ zione del Consiglio. I provvedimenti disciplinari ed economici contro coloro che si allontanavano «dalla città e subborghi» sen­ za regolare mandato si andarono a inasprire col trascorrere de­ gli anni. Se nel 1397 un’«assenza non permessa dai deputati» ve­ niva punita con la perdita del salario per quindici giorni, nel­ l’anno 1447 era il salario di un intero mese a venire trattenuto come sanzione, sino ad arrivare alla «non più riassunzione al la­ voro subito alla prima assenza» decretata nel 145856.

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Malattie e infortuni Erano i deputati a decidere caso per caso se remunerare, e in quale misura, le assenze per malattia, che dovevano essere notificate immediatamente ai propri superiori61. La decisione era guidata dalla valutazione della situazione economica del malato, dalla sua fedeltà nel servizio della Fabbrica e dalla sua

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bravura nel lavoro. L’assenza di dieci giorni per malattia del so­ vrastante della cava di Candoglia Filippino Reclauso, per esempio, viene retribuita «essendo egli un buono e sufficiente sovrastante, che attende lodevolmente al suo officio»62. La retribuzione degli inzigneri generali non veniva sospesa «se gli occorresse di cadere malato per una malattia che duri infino a due mesi»63. Talvolta poteva succedere che, in circo­ stanze particolari, la retribuzione del malato andasse oltre il termine stabilito di due mesi. Quando l’ingegnere della Fab­ brica Giovanni de Grassi è costretto a lasciare il cantiere per­ ché malato di gotta, si decide di stipendiarlo ugualmente fino alla morte, avvenuta tre anni dopo, dal momento che anche dal letto il valente maestro non smette di guidare i lavori fornendo preziosi consigli sulla costruzione64. Infine, è il Consiglio ad as­ sumersi le spese delle esequie di quest’«uomo giusto e leale e amico della Fabbrica». Capitava raramente che i deputati decidessero di pagare le spese mediche dei lavoratori ammalati, e tale eccezione era det­ tata da ragioni molto pratiche. Il «salario delle medicature» prestate «al fu maestro Giovannolo da Trezzo» viene corrispo­ sto al fisico che ha seguito il corso della malattia «con denari della Fabbrica» semplicemente perché il paziente è morto, e nessun altro potrebbe saldare la parcella65. Senza troppi giri di parole, in un’altra occasione i deputati deliberano di acquistare «le medicine colle quali possa ricuperare la salute» al ragionato della Fabbrica Pietro de Piati che «versa in grave infermità, considerando che se il medesimo abbandonasse questo mondo, ne conseguirebbe un gravissimo pregiudizio, essendo il detto Pietro appieno informato di tutti gli affari della Fabbrica»66. Diverso era il caso di infortunio sul posto di lavoro, eve­ nienza che si verificava con una certa frequenza, visti i rischi a cui gli operai erano continuamente esposti per l’altezza a cui erano alzate le impalcature, le scarse precauzioni adottate e il peso dei materiali adoperati. Ogni situazione era fatta oggetto di un’attenta verifica della gravità e del grado di invalidità del­ l’infortunato. Ad Antonio de Carcano, che si frattura il piede nel cantiere, viene assegnato un salario giornaliero «di un gros­ so e di un quartino di vino»; lo scalpellino Alberto da Carona

riceve 3 soldi al giorno per un anno a seguito della perdita del­ l’occhio e lo stesso riceve Perusino da Mergozzo, per essersi rot­ to una tibia, mentre il maestro Giovanni da Gorgonzola, che si «devasta» un piede trasportando «una campana dalla bombar­ derà alla chiesa» viene r3munerato con 32 soldi, amore Dei67. Le condizioni economiche della famiglia del lavoratore en­ travano in considerazione quando l’infortunio comportava un danno permanente per l’uomo, che quindi non avrebbe più potuto lavorare e sostentare moglie e figli, o quando addirittu­ ra il malcapitato moriva a seguito di un incidente sul cantiere. Così avviene per la tragedia occorsa al falegname della Fabbri­ ca Maffiolo da Gargnano, che «per essere caduto dall’alto re­ stò morto sul colpo». I deputati, mossi a compassione per la vedova e la figliolina di soli cinque mesi, assegnano loro «1 fio­ rino al mese per un anno a titolo di alimenti»68.

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Pensioni e sussidi Sebbene regolata da precise norme di amministrazione e trattamento dei lavoratori, la Fabbrica non seguiva i criteri di una moderna azienda volta al raggiungimento del profitto so­ pra ogni cosa. I costruttori della cattedrale erano il suo popo­ lo, e i deputati agivano nei confronti dei loro impiegati valu­ tando attentamente caso per caso, animati innanzitutto da ca­ rità cristiana. Secundum laudabiles mores fabricae, i vecchi ser­ vitori infermi erano sostentati fino alla morte con un sussidio di importo pari a metà del salario normalmente da loro perce­ pito69. Il maestro Ambrogio da Montenegro, scultore di statue, «diventato vecchio e impotente al lavoro per la Fabbrica», e il fedele Tommaso Amicone, ormai divenuto infermo per la vec­ chiaia, dopo aver trascorso la sua vita «fin da’ più teneri anni» a servizio della Fabbrica come marmorino, vengono entrambi messi «a riposo colla mezza paga»70. Similmente, viene pieto­ samente accettata la supplica del vecchio maestro Antonio de Regrossi, scalpellino nel cantiere per oltre cinquant’anni, che, infermo, «chiede per amor di Dio l’elemosina per poter so­ stentare la sua vita», e si asseconda la richiesta dell’inserviente Giovanni Licurti, che chiede ai deputati «che gli sia continua­ to il salario, quantunque non possa servire, attesa la sua vec­

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chiaia»71. E ancora, il custode dell’altare maggiore don Giaco­ mo de Confalonieri, divenuto con gli anni «decrepito e cieco», viene sostituito nel delicato incarico, ma si decide «a titolo di carità» di assegnargli «mensili lire 2 soldi 8, oltre il vino, per tutto il tempo che vivrà»72. Solo negli ultimi decenni del XVI secolo, a seguito della gra­ ve carestia che sconvolge Milano e segno, probabilmente, del mutato spirito dei tempi, il Consiglio delibera l’abolizione di ta­ li sussidi. I deputati decidono di non accordare «alcuna retri­ buzione od assegno a coloro, che sotto pretesto di vecchiaia e o di altra causa, non possono più lavorare», e sospendono «in­ distintamente» i sussidi corrispondenti alla «mezza paga». Be­ ni e redditi della Fabbrica, argomentano i consiglieri nella deli­ berazione, sono stati donati e offerti «per la Fabbrica, per gli ornati e per tutto ciò che è opportuno e necessario per la chie­ sa, e non per altro uso quantunque pio». A rinforzo di tale de­ cisione, viene aggiunta una pena particolarmente severa: «Se al­ cuno contravvenisse a questo decreto», concludono infatti i consiglieri, «sarà privato dell’essere deputato della Fabbrica ed incorrerà nella pena della scomunica latae sententiae»10.

a titolo personale - come quell’impiegato preposto alla distri­ buzione dei pagamenti settimanali agli scalpellini che, «a dan­ no della Fabbrica e a disonore dei suoi officiali», richiedeva agli stipendiati di versargli una percentuale77. Anche la con­ dotta immorale era punita con il licenziamento in tronco: ai la­ voratori, infatti, veniva richiesto di deporre le armi, «lassare li giochi et le taverne et strepiti», e di comportarsi con rispetto e correttezza nei confronti dei sovrastanti78. Caparbietà, disobbedienza agli ordini impartiti e mendacità erano le motivazioni che potevano giustificare una cessazione del rapporto, se adeguatamente comprovate da un’ispezione dei deputati79. Il Consiglio procedeva ad attenta verifica di ogni denuncia pervenuta, per evitare che si innescassero meccanismi di delazione mossi da invidie o rancori personali. Quando l’ar­ civescovo ordinò alla Fabbrica la cassazione dell’officiale pre­ posto alla cura dell’aitar maggiore Giacomino de Busti per con­ dotta immorale, per esempio, si designò un gruppo di deputati incaricati di vagliare la denuncia e di raccogliere informazioni sul conto del lavoratore. L’accurata ispezione rivelò Vofficiale «buono e sufficiente» per il suo compito; non solo, dall’indagi­ ne emerse che l’arcivescovo «era stato informato soltanto dal suo cappellano». L’insufficienza di prove a carico dell’imputato fece quindi decidere ai consiglieri di respingere la richiesta di li­ cenziamento e di lasciare Giacomino «fermo al suo posto»80. Per ordine del duca, il Consiglio non poteva riammettere al lavoro chiunque fosse stato remosto e casso per suoy mali depor­ tamenti, se non previo consenso a maggioranza dei deputati e con notifica formale da parte del Vicario arcivescovile e del Vi­ cario di Provvisione81. A chiosa di questa norma, è singolare la vicenda che coinvolse l’architetto Vincenzo da Seregno. Nel giugno del 1562 i sovrastanti alla cassina riportarono ai deputa­ ti la scarsa cura, sollecitudine e diligenza con cui l’architetto era solito svolgere il suo incarico. Si procedette, quindi, a un for­ male monito del maestro, rimproverandogli la negligenza usata nell’attendere il suo incarico e minacciandolo di licenziamento qualora non avesse dimostrato una maggiore diligenza82. Il rim­ provero non conseguì il risultato auspicato, se, nell’agosto di quell’anno, l’architetto venne effettivamente rimosso dal suo in­

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Licenziamenti Maestri e gestori di negozio, che erano preposti alla cura e alla sorveglianza diretta del lavoro degli operai, avevano facoltà di licenziare «giornalmente tutti quei lavoranti che mancano al loro dovere»74. Differente era la procedura applicata nei con­ fronti del personale con mansioni specifiche: la decisione di conclusione del rapporto lavorativo a tempo indeterminato spettava, in questo caso, al Consiglio della Fabbrica75. Fa cassazione o giubilazione avveniva, normalmente, per vecchiaia del lavoratore e sua conseguente inabilità e «impo­ tenza a prestare utili servigi»; nel caso degli apprendisti, una loro comprovata «inettitudine all’arte» costituiva ragione suffi­ ciente per il licenziamento76. Il licenziamento sul momento si applicava come sanzione per i reati contro la Fabbrica, contro chi fosse stato sorpreso a rubare materiale di costruzione dal cantiere, avesse tentato di appropriarsi di proventi e donazioni o avesse usato il proprio incarico per conseguirne un vantaggio

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carico. Forse resisi conto della perdita per la Fabbrica che tale licenziamento comportava, i deputati si riunirono in Consiglio e deliberarono la riammissione di Vincenzo da Seregno dopo soli 19 giorni83. Cinque anni dopo, nel luglio del 1567, lo stesso architetto si lamentò con il Consiglio dell’esiguità del suo sala­ rio, e reclamò un aumento immediato come condizione per ri­ manere al servizio. I deputati, questa volta, non concessero al­ l’architetto quanto richiesto, lo cassarono dal suo incarico e gli accordarono tre mesi di tempo, fino alla festa di san Michele (29 settembre), per restituire loro l’abitazione di cui fruiva84. A quattro giorni soltanto da questa deliberazione venne eletto il nuovo maestro della Fabbrica, Pellegrino de Pellegri­ ni, architetto prediletto da san Carlo Borromeo85. In Lombar­ dia aveva dato prova della sua maestria nella costruzione dei santuari di Rho e di Caravaggio, e ora il Borromeo si propone­ va di terminare con il suo aiuto la costruzione del Duomo di Milano. Si trattava, sostanzialmente, di sostituire alla povera facciata in marmi quadrati bianchi e neri una nuova facciata che fosse degna dell’imponente cattedrale. Pellegrino de Pelle­ grini preparò a tal fine due disegni, ma dopo breve tempo, chiamato a lavorare a Madrid, abbandonò la città. Intanto, la terribile peste che si abbatté su Milano obbligò a sospendere i lavori per la facciata, e il denaro originariamente destinato al progetto fu utilizzato per sopperire le più impellenti necessità.

In periodi di carestia poteva avvenire che il salario in dena­ ro degli operai fosse sostituito con cibi e bevande. A fine 1468, per esempio, ritroviamo annotate «molte moggia di farina di mistura [date] ai lavoratori della Fabbrica a conto dei loro sa­ lari», e il compilatore giustamente chiosa: «forse era un anno di fame»90. Ancora, i bifolchi di Mirasole, incaricati di condur­ re al cantiere trecento querce donate alla Fabbrica, vengono remunerati con «50 centinaia di fieno maggengo»; il giorno, poi, in cui effettuano il trasporto dei pesanti tronchi viene loro dato «a spese della Fabbrica vino, pane, carne e brodo»91. Chi rivestiva gli incarichi di maggior prestigio riceveva, in aggiunta al proprio salario, legna, vino e una casa in locazione nelle immediate vicinanze del cantiere, solitamente nella zona del Camposanto retrostante la cattedrale - concessione, questa, spesso giustificata nei verbali del Consiglio dalla motivazione che in questo modo gli impiegati non avrebbero dovuto perde­ re tempo nella ricerca dell’abitazione e si sarebbero potuti met­ tere immediatamente al lavoro. La Fabbrica poneva sempre particolare attenzione al rispetto della moralità dei luoghi di sua pertinenza; per questa ragione, l’usufrutto delle abitazioni era legato al rispetto del divieto di condurre donne nei locali della casa. Curiosamente, perciò, i beneficiari di un’abitazione che desideravano conviverci con la moglie si trovavano di fronte al­ l’alternativa di dover abitare lontani dalla propria consorte, op­ pure rinunciare alla generosa offerta. Così, l’organista Gaspare Costa, benché beneficiario, per contratto, di una «casa d’abita­ zione in Camposanto», chiede di poter ricevere a compenso del mancato utilizzo dei locali la somma annua di 12 scudi, «essen­ do proibito abitarvi colla moglie o con altre donne»92. Un trattamento economico particolare era riservato a chi ri­ ceveva incarichi da svolgere fuori città: messi, nunzi, amba­ sciatori, sollecitatori delle cause, raccoglitori delle offerte e predicatori. Al personale designato per tali incarichi spettava, oltre al normale salario pattuito, un rimborso «per loro e per i loro cavalli», costituito dal pagamento delle spese per i pasti e una balla di fieno o biada per l’animale. In aggiunta a questo, si riconosceva all 'officiale una sorta di indennità di trasferta, corrispondente a un compenso fisso in denaro per ogni giorno

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Remunerazioni in natura Il salario in denaro era spesso integrato da un corrispettivo in natura. Chi lavorava nel cantiere riceveva, in aggiunta alla retribuzione monetaria pattuita, «tre boccali di vino per ogni giorno di lavoro d’estate, e due d’inverno»86. Ai due deputati che avevano il compito di raccogliere le offerte all’altare veni­ va offerto, oltre al vino, un letto nella «camera superiore della Fabbrica», in modo che potessero rimanere a svolgere il pro­ prio incarico giorno e notte87. Lenzuola e sacconi per la notte erano comperati per i tagliapietre che estraevano il marmo dal­ le cave88. «Ritagli di legna per bruciare nell’inverno» erano provvisti al pattaro eletto all’ufficio della vendita di «vesti, drappi e altre cose mobili donate o da donarsi alla Fabbrica»89.

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computato. I giorni effettivi di trasferta erano calcolati in modo che «se [gli incaricati] incominciano a cavalcare prima di no­ na, si paghi l’intera giornata, e se al vespero, soltanto la metà»93. Nel corso del primo secolo di attività della Fabbrica, tuttavia, questo particolare trattamento subì modificazioni in senso restrittivo, fino ad arrivare nel 1479 alla risoluzione che «d ’ora in avanti nessun officiale della Fabbrica debba avere un salario per le andate fuori del paese», riconoscendo agli incari­ cati il normale salario con l’aggiunta solamente di un rimborso spese dell’incaricato e della sua cavalcatura94. Gli officiali, poi, incaricati di missioni diplomatiche e di rap­ presentanza, venivano abbigliati con particolare cura, «affinché dal vestito si conoscesse la sua qualità di servitore della Fabbri­ ca»95. Una volta all’anno, per esempio, i deputati si premuniva­ no di fornire un vestito a Zambello Lanziapanico, nunzio e ser­ vitore della Fabbrica. Zambello era periodicamente inviato in tutto il territorio milanese a raccogliere collette ed esazioni. Non solo: a lui vengono affidati, nei primi decenni di attività del cantiere, tutti gli incarichi diplomatici di maggior delicatezza. E lui il messo che consegna al papa le suppliche per impetrare l’in­ dulgenza nel 1394 e nel 1395, è lui a recarsi nel 1396 a Cam­ pione per convincere da parte dei deputati il valente Zeno da Campione a lavorare alla costruzione della cattedrale e, nello stesso anno, ad andare dal Vicario dell’arcivescovo per ricevere le lettere necessarie per la scomunica di alcuni notai che aveva­ no violato il regolamento della Fabbrica in termini di disposi­ zioni testamentarie. Così, nel 1391 il nunzio viene vestito a spe­ se del Consiglio «di un bel drappo di lana bianca, facendosi una pellanda, un cappuccio, e le calze, come è costume per i servi­ tori della Fabbrica», e, in seguito, ogni anno prima di Natale gli viene firmata una bolletta di pagamento per l’acquisto di «brac­ cia sei di drappo di lana del valore di soldi 24 al braccio, che egli deve comperare per farsi un vestito come al solito»96.

stipendio a giornata di un fabbro ferraio constava, invece, di 4 soldi, mentre i falegnami ne guadagnavano 6 e i muratori 7. Il lavoro di scultori e scalpellini rendeva loro, mediamente, 5 sol­ di al giorno, anche se spesso venivano pagati non in corrispon­ denza delle ore effettivamente prestate al cantiere, bensì a ope­ ra compiuta. Poteva anche accadere, però, che gli scrupolosi deputati della Fabbrica protestassero un capitello o una sta­ tuetta perché difettosa o imperfetta; allo scultore, in tal caso, veniva detratta una parte della paga, o addirittura veniva chie­ sto di ripagare il prezzo del costoso blocco di marmo. Chi per­ cepiva il minimo della paga, circa 6 denari a giornata, erano i fanciulli che desideravano imparare un mestiere: questi picco­ li apprendisti erano ammessi al lavoro nel cantiere con una re­ munerazione simbolica, e in cambio dei loro servigi venivano iniziati dai maestri più esperti nei segreti dell’arte97.

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Remunerazioni in denaro Le remunerazioni in denaro potevano arrivare fino a 8 sol­ di al giorno, percepiti dai mastri, che coordinavano e sovrin­ tendevano squadre di operai, pagati circa 3 soldi al giorno. Lo

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Aumenti e diminuzioni L’importo del salario rimaneva tendenzialmente invariato per molti anni. Leggiamo, per esempio, tra le clausole del con­ tratto stipulato con Yinzignere generale Marco da Carona all’at­ to della sua assunzione, che «per dieci anni d’or innanzi non chieda alcun aumento di salario»98. Non mancavano lamentele da parte dei lavoratori perché fosse accresciuta la loro remune­ razione; ogni richiesta di questo tipo veniva vagliata singolar­ mente dal Consiglio o da un gruppo di deputati prescelti. Tal­ volta l’istanza veniva respinta, come per quel maestro di gram­ matica che «domandava un aumento di mercede» a fronte del crescente numero di scolari: «I deputati, anziché consentire a tale aumento, deliberarono doversi diminuire il numero degli scolari, da non esservene mai più di dodici»99. In altri casi, se la richiesta era ritenuta ragionevole, si procedeva a un aumento del salario. Così avviene per Vofficiale alle munizioni Taddeo de Gradi, che aveva lamentato al Consiglio la gravosità del suo «officio di custodire e governare il vino, le ferramenta di ogni genere, le secchie, le cavagne, il piombo, i cordaggi e simili», e per il sonatore d’organo Petranzino de Pioltello, che si era «la­ gnato che coll’assegnatogli salario versa in grandi strettezze»100. Accadeva anche che qualche salariato minacciasse di licenziar­

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si se la sua richiesta di aumento non fosse stata assecondata: do­ po che il maestro di canto don Ambrogio da Pessano si la­ mentò presso i deputati del fatto che riceveva solamente un ter­ zo dello stipendio del suo predecessore, e minacciò di «andar­ sene altrove, se non si accresce il suo salario», il Consiglio si vi­ de costretto a concedergli un aumento, «considerando non es­ sere conveniente che ai divini offici manchi il canto, mentre vi accorre la quasi totalità dei cittadini»101. Solitamente i deputati deliberavano un aumento di stipen­ dio per due tipologie di motivazioni: il maggior lavoro a carico di quel salariato o la sua esperienza e diligenza. «Considerato il maggior lavoro necessario pel suo officio» venne aumentato il salario del ragionato della Fabbrica e dell’esattore e sollecita­ tore delle cause, mentre l’istruttore dei cantori e i due alzamantici dell’organo ricevettero un aumento «stante le loro mol­ te fatiche»102. Similmente, il Consiglio si accorse di come il sa­ lario retribuito al ragionato della Fabbrica Pietro fosse «scarso per l’opera sua, considerata la sua abilità ed esperienza», e, in un’altra occasione, aumentò la mercede degli operai impegna­ ti nella costruzione del tiburio, «per compensarli della loro sol­ lecitudine e diligenza»103. Anche nei casi di particolare maestria poteva accadere che il lavoratore venisse premiato con un aumento, come avviene per il primo ingegnere della cattedrale, Simone da Orsenigo: V ed en d o ch e sa re b b e sta ta c o sa d eg n a che gli im itatori di cose b u o n e e lo d e v o li sian o c o m p e n sa ti co n d eb ite lo d i e m erced i, p e r­ tan to c o n o sc e n d o p e r lu n g a e co n tin u a e sp e rie n z a il d isin te re ssa ­ to e m irab ile b u o n v o le re e le in n u m erevoli o p e re che il sag g io m aestro S im o n e d a O rse n ig o in gegn ere illu strissim o ha d im o stra ­ to p e r la c o stru z io n e d ella su d d e tta C h ie sa e h a lav o rato in d e fe s­ sam en te e c o n fid a n d o altresì p e r il fu tu ro co m e p er l ’av an ti si a d o p e re rà c o n p iù ferv o re e con p iù atten zion e, [...] d e c re tia m o e d ich iariam o con la p re se n te lettera ch e egli, co m e era so lito p e r­ cep ire p e r su o salario d a detta F a b b r ic a 10 so ld i so lo p e r c ia scu ­ n a g io rn ata lavorativa, invece o ra e p e r il fu tu ro a com in ciare dal 1° d ic e m b re fin o che a n o i p ia ccia, p e rc e p isc a u n salario d i 10 fio ­ rini d ’o ro o g n i m ese d a ricevere d alla ca ssa d i d e tta F a b b r ic a , e in­ g iu n giam o sia al te so rie re e all’ e c o n o m o e al ca ssie re e a tu tti gli

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altri officiali di d e tta F a b b r ic a a c u i sp etti e sp e tte rà in fu tu ro , che co rrisp o n d a n o in teram en te al su d d e tto m a e stro S im o n e l ’ anzidetto sa la rio di 10 fio rin i a te m p o d e b ito 104.

Motivazioni di tipo differente muovevano le decisioni prese nei confronti degli stipendi dei cantori della cappella musicale. Ogni eventuale richiesta di aumento veniva attentamente va­ gliata da un gruppo composto dai signori provinciali della cat­ tedrale, che «pigliavano le informazioni necessarie del suppli­ cante», si riunivano più volte per discutere di ogni singolo ca­ so e quindi redigevano una dettagliata nota a esplicazione del­ la loro deliberazione. Innanzitutto veniva verificata la fedeltà e costanza nel servizio, la capacità («la bontà della voce a suffi­ cienza») o la particolar bravura («non vi è alcuno nella cappel­ la che lo possa eguagliare nel canto di tenore»)105. Il salario di­ pendeva poi dal bisogno della chiesa di quella voce in partico­ lare, e dalla remunerazione che veniva elargita in altre chiese: «considerato ancora che in altre capelle i bassi hanno maggior salario degli altri, per essere più grave la fatica, tanto più in det­ ta chiesa per la sua grandezza, hanno ordinato se gli accreschi il salario». Quindi, un’attenzione di riguardo era riservata ai cantori «per i quali si ha informatione che son ricercati altrove con maggior provisione», come emerge nella ricerca di notizie sul conto del reverendo Lucino, «che ha lasciato molte occa­ sioni di servire ad altre capelle, così fuori della città, come nel­ la città istessa, et in particolare la capella di Sua Eccellenza, et atteso l’informatione havuta del beneficio di lettorato di novo impetrato da Nostro Signore in detta chiesa, per il quale havrebbe occasione di lasciare la musica, il che sarebbe di perdi­ ta notabile nella detta musica, essendo bisogno di bassi»106. Aumenti di salario estemporanei erano previsti nei periodi di maggior carestia, per compensare il rincaro del prezzo dei beni di prima necessità, e di epidemia, come incentivo a conti­ nuare il proprio lavoro per tutti quegli officiali che si licenzia­ vano o si assentavano pel timore della peste107. In queste con­ tingenze, lo stipendio veniva addirittura raddoppiato all’«officiale deputato alla custodia dell’altar maggiore, il quale ha la cura dei drappi, delle vesti e cose simili, che sono donate alla

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Fabbrica, in causa del pericolo cui si espone in questo tempo sospetto per il contagio»108. Anche nelle situazioni di maggior precarietà nulla veniva la­ sciato intentato per provvedere alle necessità del cantiere e per riuscire a mantenere un’adeguata remunerazione ai prestatori di manodopera. I consiglieri cercavano espedienti per reperire nuova moneta, come la fusione di vasi e suppellettili in metal­ lo prezioso delle sacrestie o la vendita di grandi scorte di vino immagazzinate nella cantina della Fabbrica109. Alcuni arrivaro­ no addirittura a bruciare i vessilli ducali conservati in Duomo, per trarne i fili d’oro e d’argento con cui coniar monete110. Ra­ ramente, e solo come extrema ratio, si procedeva a una ridu­ zione forzata delle spese per salari e stipendi, con il licenzia­ mento di «tutti i maestri e lavoranti meno abili e diligenti», co­ me avvenne nel 1464111.

cavano di disincentivare, ponendo come clausola che questi la­ voratori versassero «alla Fabbrica il soprappiù del loro guada­ gno, in confronto del salario che ricevevano dalla Fabbrica stessa»114. L’assenza non concessa era altrimenti punita con il licenziamento, come recitava il regolamento: «E stato prescrit­ to dai deputati della Fabbrica che nessuno degli addetti, mae­ stri o lavoranti, si possa assentare sotto pena di non essere più riammesso». Quando questo accadeva, si rendeva necessario l’intervento di qualche potente personaggio per derogare a quanto stabilito, come avviene per un gruppo di lapicidi riam­ messi al servizio dopo un’assenza senza permesso «per com­ piacere alle richieste dei nobili cittadini di Porta Orientale»115. Nella pratica, la legislazione risultava più clemente nei con­ fronti degli scalpellini, molto richiesti per i lavori di costruzio­ ne in città e remunerati non troppo generosamente dalla Fab­ brica. Per impedire che andassero «a lavorare altrove», il rego­ lamento prevedeva semplicemente una multa di 2 soldi per ogni giorno di assenza senza permesso116. Le motivazioni che spingevano così tante persone a prestare il proprio servizio nel cantiere non potevano essere, dunque, esclusivamente di ordine economico. Da un lato, l’enormità del­ l’impresa, che sembrava non potesse mai aver fine, forniva al­ l’operaio la prospettiva di un lavoro che avrebbe potuto impie­ garlo fino alla fine dei suoi giorni, e dunque la promessa di una sostanziale stabilità economica. Dall’altro, il lavoratore, metten­ do mano all’opera di costruzione della cattedrale, diveniva par­ te del popolo di costruttori della dimora di Dio, a prescindere dalla specificità o meno del servizio prestato. E in un momento ancora fortemente segnato da autentica devozione e religiosità, forse nessun altro compito era più alto e nobile di questo.

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Salari e senso del lavoro Le spese per la manodopera incidevano notevolmente sui costi totali della Fabbrica: esse rappresentavano, infatti, una delle due voci principali di uscita, la seconda essendo costitui­ ta dalle spese per i materiali da costruzione. Dall’esame delle entrate e uscite nel primo periodo di esistenza della Fabbrica emerge che salari e stipendi costituivano circa la metà delle spese, eccezion fatta per il 1387, primo anno di vita del cantie­ re, in cui gli stipendi rappresentano solo un terzo delle spese totali per via degli ingenti costi fissi di investimento iniziale112. Tuttavia, i salari dei dipendenti della Fabbrica non erano complessivamente elevati rispetto alle remunerazioni del tem­ po. Non mancava, infatti, chi si licenziava perché insoddisfat­ to del trattamento economico pattuito, come Bernardo de Me­ da, ragionato da carta, che viene sostituito nel suo incarico per­ ché «non si accontentava dello stipendio mensile», e chi ab­ bandonava il proprio incarico alla ricerca di un’occupazione più redditizia113. La Fabbrica non riassumeva chi si licenziava d’estate per andare a lavorare altrove, pensando poi di ritorna­ re al proprio incarico nel cantiere d’inverno, «eccettuati quelli che si assentavano per servire il Principe perché se richiesti non possono rifiutarsi», pratica che comunque i deputati cer­

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Storia di un’opera: il tondo di Dio Padre La cura nel lavoro di chi prestava la propria abilità al servi­ zio della cattedrale si riverberava nella precisione con cui ogni dettaglio della chiesa veniva progettato e ultimato. Con la stes­ sa dedizione erano preparate le parti di maggior rilievo e quel­

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le più nascoste all’occhio del fedele, perché non rispondevano solamente a criteri estetici, ma erano dettate da accurate nor­ me teologiche: nella cattedrale ogni singolo corpo traeva il sen­ so dalla sua collocazione in essa. Notevole importanza era rivestita dalla chiave di volta, pun­ to focale dell’unità strutturale costituita dalla campata. I cinquantadue piloni, tanti quante le settimane dell’anno, che cor­ rono lungo le navate, il transetto e il tornacoro del Duomo di Milano, rappresentano il cammino della vita quotidiana del­ l’uomo, sublimata dalla luce redentrice di Cristo in un’arrestabile tensione verso l’infinito, come la vertiginosa altezza delle colonne suggerisce117. Lo sguardo dell’uomo che percorre gli slanciati piloni arriva alle volte a crociera, che ridisegnano e ri­ cordano la croce di Cristo, e da lì i costoloni in rilievo lo gui­ dano al cuore dei bracci, dove metaforicamente si trova Cristo stesso. Quel centro, che strutturalmente risolve il corpo di fab­ brica, è la chiave di volta. Lungo e delicato fu il processo di progettazione per il ton­ do da apporre a chiusura della chiave di volta al vertice delle direttrici del catino absidale. Anche se a quell’altezza nessun occhio umano avrebbe mai potuto ammirare l’opera nei suoi fini dettagli, quella chiave di volta chiudeva l’abside: l’abbrac­ cio della cattedrale al tabernacolo, il punto più sacro dell’inte­ ra chiesa. Il processo di progettazione di quest’opera si rivelò più com­ plicato del previsto, e per una decina di anni numerosi maestri nella scultura di pietre e nella doratura a rame si sfidarono per conquistarsi la commissione. Nel 1415, una delegazione com­ posta da due maestri, due fabbri, due lavoratori del rame, due ingegneri e un frate fu invitata a comparire davanti ai deputati e ai gestori del negozio per stabilire quale figura si dovesse scol­ pire in quel tondo: «l’immagine di Dio Padre, o la immagine della Madre di Dio Vergine Maria, oppure quell’altra immagi­ ne, che si reputasse più conveniente per ornamento e decoro della chiesa»118. La commissione di esperti decise che il tondo avrebbe raffigurato l’immagine di Dio Padre, e che si sarebbe dovuta eseguire in rame dorato anziché in marmo, così che po­ tesse risplendere e «aver maggior effetto» benché posta ad al­

tezza «assai discosta dall’occhio del riguardante». La volta absi­ dale in cima alla quale il tondo sarebbe stato posto era alta, in­ fatti, oltre 40 metri. L’esecuzione della scultura venne affidata a Jacopino da Tradate, «maestro di lavori in pietra d’ogni gene­ re», che pochi mesi prima era stato assunto «al servizio della Fabbrica come scultore per tutta la sua vita». La decisione era stata il frutto di un’accurata ispezione condotta da una com­ missione di maestri nella lavorazione di rame, oro e argento. Dopo aver esaminato «moltissimi e diversi lavori formati e scol­ piti dal prenominato maestro Giacobino sì in figure umane che di animali o d’altro», avevano concluso che tali opere rivelava­ no «con chiara evidenza, la sua molta abilità ed ingegno»119. L’anno successivo si fece avanti un fabbro milanese, un tale Beltramino de Zutti da Rho, che si propose di portare a com­ pimento il tondo anticipando le spese e rinunciando a retribu­ zione e ricompensa alcuna se l’opera non fosse stata giudicata eccellente dai consiglieri della Fabbrica120. A lavoro completa­ to, spiegava l’istanza, avrebbe sottoposto il tondo al giudizio insindacabile di una commissione di pittori, maestri cesellatori e altri esperti, «e se i medesimi l’approveranno per ottima e lo­ devole, egli poi la dorerà e terminerà». Per quanto concerneva la mercede, continuava il fabbro Beltramino, egli sarebbe stato «contento di ricevere quel compenso determinato dai sovraindicati esperti», offrendosi anzi «di rilasciare sin d’ora 10 fiori­ ni sul prezzo di detta stima» e di accettare come pagamento «tanti beni della Fabbrica, che ammontino alla somma di sua mercede». Se invece l’opera non fosse stata approvata, Beltra­ mino si dichiarava «contento di non ricevere alcun compenso, di aver perduto la sua fatica e di aver lavorato per nulla». I de­ putati del Consiglio, letta l’istanza, la accettarono di buon gra­ do. Senza tanti riguardi al fatto che la commissione fosse già stata conferita a Jacopino da Tradate, i consiglieri affidarono l’opera al fabbro milanese, «salvo che non si presenti altro ar­ tefice che appaia migliore dello Zutti»121. Numerosi fabbri e scultori si fecero allora avanti per ottene­ re la commissione, tanto che i deputati decisero di istituire un concorso per «chiunque intendesse aspirare ad assumerne l’im­ presa». I contendenti avrebbero dovuto presentare al Consiglio

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Generale della Fabbrica un modello fatto a loro spese, «prepa­ randone lo stampo in cera, in piombo o in qualche altra simile materia», e l’esecuzione sarebbe stata affidata al migliore pro­ getto proposto122. Nel mese di ottobre, il progetto disegnato in papiro del fabbro Giovannolo da Seregno venne respinto dal gruppo formato dall’abate di Sant’Ambrogio, dal Vicario arcivescovile e dal Vicario di Provvisione con l’incarico «di pren­ dere consiglio da persone esperte e di provedere nel miglior modo e colla maggiore economia»123. Senza lasciarsi disanima­ re da questo rifiuto, Giovannolo da Seregno ripresentò il pro­ prio modello l’anno seguente, e molti altri orefici milanesi si fe­ cero avanti proponendo i loro stampi. Per istanza dei cittadini milanesi, nel frattempo, si era stabilito che il tondo avrebbe raf­ figurato «l’immagine del Padre Eterno sedente in mezzo alle nubi, con raggi e nimbi, e nove ordini di angeli tutt’allingiro, portanti istrumenti ed emblemi musicali, da fabbricarsi in buon metallo e da essere poi dorato con oro fino e legale». Esamina­ ti stampi, modelli e petizioni presentate dagli artigiani, i depu­ tati del Consiglio deliberano all’unanimità di affidare a Beltramino da Rho la commissione dell’immagine di Dio Padre con gli angeli, e a Giovannolo da Seregno «i nove ordini di angeli circostanti, colle trombe, chitarre, organi, salterii ed altri istru­ menti musicali, recati dagli stessi angeli»124. I due maestri, non contenti di questa suddivisione del lavoro, incominciarono a ri­ valeggiare tra loro. I deputati del Consiglio decisero perciò di esaminare la perizia dei due artefici confrontando le loro opere. Nel marzo 1418 ebbe luogo il confronto: sulla lunga tavola del­ la camera dei deputati vennero esposte «certe teste di rame non finite, lavorate dal fabbro Giovannolo da Seregno, le quali era­ no gli angioli da porre all’ingiro del trono di Dio Padre». Beltramino da Rho, dal canto suo, presentò una testa di cherubino ultimata. All’esame, tutti i convenuti giudicarono di gran lunga migliore il lavoro di Beltramino, tanto che questi propose ai de­ putati di togliere la commissione al rivale Giovannolo e di affi­ dare a lui l’intera opera. In risposta, Giovannolo replicò di aver già ultimata un’altra testa d’angelo, «al cui confronto quella fat­ ta da Beltramino sarebbe apparsa di nessun valore», e che si trovava presso il duca di Milano nel castello grande di Porta

Giovia. I deputati gli concedettero allora quattro giorni di tem­ po per presentare loro la millantata opera, ammonendolo però che gli sarebbe stata tolta la commissione qualora non si fosse presentato nei tempi stabiliti. Così infatti avvenne, e l’intero progetto fu affidato a Beltramino da Rho, che venne provvedu­ to immediatamente «del denaro occorrente per l’acquisto del carbone, per l’aiuto necessario, per l’argento, pel rame, e per quanto rendevasi necessario alla detta di lui opera»125. A Gio­ vannolo non rimase che accettare la decisione dei consiglieri e restituire loro il denaro anticipatogli sull’opera. Il tondo di Dio Padre fu dunque eseguito dal maestro Bel­ tramino, che lo concluse nel 1425. Sette maestri, scelti tra i cit­ tadini milanesi, si radunarono per stimare l’opera, la giudica­ rono esimia e decretarono di procedere alla sua doratura.

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Note 1 K. F o l l e t t , I pilastri della terra, Milano 1996, pp. 20-21. 2 O. JUMEAU, La tradizione delle cattedrali, in C. JACQ, Il messaggio ini­ ziatico delle cattedrali, Milano 2000, p. 139. 3 C. J acq , Il messaggio iniziatico, cit., pp. 125-128. 4 F. FlGEAC, I costruttori e l’organizzazione dei cantieri, in C . JACQ, Il mes­ saggio iniziatico, cit., pp. 161-175. 5 F. FlGEAC, I costruttori e l’organizzazione dei cantieri, cit., p. 165. 6 «Nos enim de omnipotentis Dei misericordia et beatorum Vetri et Vauli apostolorum ejus auctoritate confisi, singulis vestrum vere poenitentibus et contritis atque confessis, qui ad aedificationem, perfectionem et consumationem operis hujusmodi manus porrexiritis adjutrices, secundum quod cuilibet vestrum sibi conscientia dictaverit, aut Dominus inspiraverit, ut praefertur, vel ordmaveritis verbo vel in scriptis post decessum vestrum dari cum effectu; religiosis vero et pauperibus, qui efficaciter de substantia rerum aliquid in gazofilacium Domini, ad usus videlicet et utilitatem consumationis ejusdem operis memorati, inferre non poterunt, dummodo per labores corporales ad perfectio­ nem dicti operis, secundum quod eis placuerit, et etiam conscientia eorum sibi dictaverit, confluant, et in hoc quantum in eis fuerit, operam dederint efficacem, plenam indulgentiam et remissionem peccatorum suorum, de quibus cor­ de contriti et ore confessi fueritis et fuerint, semel tantum auctoritate apostoli­ ca tenore praesentium indulgemus» (Bolla d’indulgenza papale pegli oblatori in servigio della costruzione del Duomo, in Annali, Appendici, t. 1, 13 no­ vembre 1399). 7 «Retribuzione di lavori con una indulgenza. Delegarono alcuni dei de­ putati a udire la proposta fatta da Balzarolo Scaccabarozzi di servire la Fab­

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brica contro il corrispettivo di una indulgenza da essergli accordata» (Anna­ li, t. 1, 5 agosto 1397). 8 Annali, Appendici, t. 1. 9 Annali, t. 2, 17 dicembre 1441; 23 dicembre 1466. 10 Annali, t. 2, 31 gennaio 1423. 11 Annali, t. 1, 20 gennaio 1409. 12 Annali, t. 2, 14 gennaio 1420. 13 Annali, t. 2, 6 gennaio 1426. 14 Annali, t. 2, 2 gennaio 1424. 15 Annali, t. 2, 2 gennaio 1424. 16 Annali, t. 2, 3 febbraio 1443. 17 Annali, t. 2, 4 agosto 1459. 18 Annali, t. 2, 1 ottobre 1463. 19 Annali, t. 2, 27 settembre 1476. 20 Annali, t. 2, 7 luglio 1451. 21 Annali, t. 1, 8 gennaio 1400. 22 Annali, t. 1, 6 marzo 1402. 23 Sulla storia del finestrone absidale, si veda supra, pp. 116-117. 24 Annali, t. 1, 3 ottobre 1406. 25 Annali, t. 1, 14 aprile 1409; 13 ottobre 1409; 19 ottobre 1410. 26 Annali, t. 2, 14 gennaio 1425; 4 marzo 1425; 26 gennaio 1427; t. 2, 7 febbraio 1434. 27 Annali, t. 2, 29 gennaio 1436. 28 Annali, t. 2, 11 marzo 1448. 29 Annali, t. 2, 11 aprile 1448. 30 Ibid. 31 Annali, t. 2, 11 aprile 1448, nota. 32 Annali, t. 1, 31 dicembre 1392. 33 Annali, Appendici, t. 1, 15 ottobre 1403. 34 E. VERGA, La Camera dei Mercanti di Milano, cit. 33 Annali, t. 1, 5 dicembre 1395. 36 Annali, t. 1, 10 aprile 1397. 37 Annali, t. 4, 13 settembre 1553. 38 Annali, t. 2, 8 maggio 1414. 39 Annali, t. 3, 16 febbraio 1492. 40 Annali, t. 4, 26 febbraio 1554. 41 Annali, t. 4, 5 febbraio 1560; 20 aprile 1553. 42 Annali, t. 4, 30 giugno 1552. 43 Annali, t. 4, 18 dicembre 1595. 44 I salari qui menzionati sono calcolati dividendo gli importi annuali per­ cepiti da ciascun salariato, riportati dal Liber dati e recepii (1388) in Annali, Appendici, t. 1, p. 56, per il numero di mesi lavorativi da questi effettuati. La carica di inzignere generale e maestro della Fabbrica fu ricoperta in quell’an­ no da Simone Orsenigo. 45 Annali, t. 1, 2 giugno 1398. 46 Ibid. 47 Annali, t. 2, 1 gennaio 1447.

48 Annali, t. 1, 12 aprile 1394. 49 Annali, t. 1, 21 settembre 1393. 50 La media di giornate lavorative mensili è calcolata sulla base dei dati disponibili per gli anni 1387, 1389, 1390, 1391. Annali, Appendici, t. 1, pp 13-207. 51 Annali, t. 1, 25 marzo 1392; t. 2, 10 gennaio 1451. 32 Annali, t. 3, 8 luglio 1490. 33 Limitazioni dei permessi di assenze ai lavoranti, in Annali, t. 1, 4 mar­ zo 1397. 34 Annali, t. 2, 1 gennaio 1447. 33 Annali, t. 1,21 settembre 1393. 36 Annali, t. 1, 14 gennaio 1397; t. 2, 1 gennaio 1447; t. 2, 25 maggio 1458. 37 Annali, t. 2, 23 febbraio 1464. 38 Annali, t. 2, 19 novembre 1467. 39 Annali, t. 2, 3 agosto 1480; t. 2, 26 dicembre 1479. 60 Annali, t. 3, 30 giugno 1572. 61 Annali, t. 1, 22 agosto 1395; t. 1, 14 gennaio 1397. 62 Annali, t. 1, 22 agosto 1395. 63 Annali, t. 1,30 maggio 1400. 64 Annali, t. 1, 1 agosto 1395. 63 Annali, t. 1, 21 gennaio 1399. 66 Annali, t. 3, 9 giugno 1491. 67 Annali, t. 1, 18 maggio 1393; 12 ottobre 1399; 20 agosto 1396; t. 2, 27 agosto 1478. 68 Annali, t. 2, 12 febbraio 1447. 69 Annali, t. 3, 16 febbraio 1495. 70 Annali, t. 3, 28 gennaio 1518; t. 3, 23 maggio 1527. 71 Annali, t. 2, 7 marzo 1465; t. 3, 27 settembre 1481. 72 Annali, t. 2, 11 giugno 1420. 73 Annali, t. 4, 12 dicembre 1580 74 Annali, t. 2, 28 gennaio 1448. 73 Annali, t. 1, 2 luglio 1396. 76 Annali, t. 1, 7 aprile 1390; t. 3, 16 luglio 1548. 77 Annali, t. 1, 23 agosto 1394. 78 Annali, t. 3, 16 luglio 1548. 79 Annali, t. 2, 21 luglio 1437; t. 3, 18 novembre 1490; 4 dicembre 1497. 80 Annali, t. 1, 15 agosto 1391. 81 Annali, t. 3, 17 agosto 1498. 82 Annali, i. 4, 25 giugno 1562. 83 Annali, t. 4, 11 settembre 1562; 16 novembre 1562. 84 Annali, t. 4, 3 luglio 1567. 83 Annali, t. 4, 7 luglio 1567. 86 Annali, t. 1, 7 settembre 1406. 87 Annali, t. 1, 12 marzo 1391. 88 Annali, t. 1, p. 44. 89 Annali, t. 1, 6 dicembre 1410; t. 2, 29 settembre 1412. 90 Annali, t. 2, nota a fine anno 1468, p. 265.

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91 Annali, t. 1, 20 marzo 1391. 92 Annali, t. 4, 28 gennaio 1588. 93 Annali, t. 1, 27 maggio 1398. 94 Annali, t. 1, 21 gennaio 1479. 95 Annali, t. 1, 7 dicembre 1392. 96 Annali, t. 1, 7 settembre 1391; 7 dicembre 1392; 14 dicembre 1393; 12 dicembre 1395. 97 Annali, t. 1, 29 dicembre 1400. 98 Annali, t. 1, 30 maggio 1400. 99 Annali, t. 3, 11 marzo 1507. 100 Annali, t. 2, 9 febbraio 1417. 101 Annali, t. 2, 13 gennaio 1418. 102 Annali, t. 3, 3 marzo 1491; t. 4, 23 dicembre 1552; t. 3, 27 maggio 1490; t. 2, 26 agosto 1467. 103 Annali, t. 2, 7 novembre 1454; t. 3, 22 settembre 1496. 104 Annali, t. 1, 6 dicembre 1387. 105 Annali, t. 4, 30 dicembre 1594; t. 3, 1° luglio 1499. 106 Annali, t. 4, 30 dicembre 1594. 107 Annali, t. 1, 11 dicembre 1407. 108 Annali, t. 2, 2 luglio 1424. 109 E . C a t t a n e o , Il Duomo nella vita civile, cit., p. 33. no Jw, p. 55. in Ivi, p. 59. 112 Gli anni considerati per l’esame di entrate e uscite sono 1387, 1389, 1390, 1391. n ell’Appendice I degli Annali, «si sono scrupolosamente estrat­ ti i dati numerici e di fatto dai numerosi e grossi volumi manoscritti, che si conservano nell’archivio dell’Amministrazione, volumi, i quali non sono al­ tro che la materiale registrazione che si verificava giornalmente, eseguita da chi ne aveva incarico ufficiale. Per l’anno 1388, mancando alcuno di quei re­ gistri, non si è potuto adoperare l’identica forma usata per l’anno antece­ dente e pei tre successivi». C . CANTÙ, Introduzione alle Appendici degli An­ nali, in Annali, Appendici, t. 1, p. 7. 113 Annali, t. 1, 4 gennaio 1400. 114 Annali, t. 2, 3 aprile 1463; 29 aprile 1490. 115 Annali, t. 2, 25 maggio 1458. 116 Annali, t. 3, 26 aprile 1492. 117 E . BRIVIO , Itinerari della fede cristiana. Lombardia. Duomo. Milano, Milano 1998. 118 Annali, t. 2, 7 febbraio 1415. 119 Annali, t. 2, 22 gennaio 1415. 120 II fabbro proponeva di eseguire il lavoro «senza domandare alcuna anticipazione e somministrazione di metallo, ma di compiere tutta l’opera a sue spese, esclusa solo la doratura» (Annali, t. 2, 23 febbraio 1416). 121 Annali, t. 2, 23 febbraio 1416. Intanto, proprio in quegli anni Jacopino da Tradate fu chiamato a Mantova dai Gonzaga per proseguire nella loro corte il suo operato. L . CAVAZZINI, ]acopino da Tradate tra la Milano dei Vi­ sconti e la Mantova dei Gonzaga, “Prospettiva”, 86 (1997), pp. 4-36.

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122 Annali, t. 2, 1° maggio 1416. 123 A. N ava, Memorie e documenti storici intorno all’origine, alle vicende ed ai riti del Duomo di Milano, cit., p. 186. 124 II coro dei nove angeli venne eseguito solo successivamente, per ordi­ ne di Carlo Borromeo, che ne commise l’esecuzione a Fabio Mangoni. Ri­ porta Nava: «Mangoni, distinto architetto, ma pessimo scultore, li modellò egli stesso, e così furono eseguiti in lamine battute di rame. Questo coro di angioli giganteschi che faceva già corona al luogo dove trovasi la reliquia del Santo Chiodo, allorquando fu dipinta la volta dell’abside venne levato; non fu più rimesso, essendo stato trovato il lavoro veramente scadentissimo, e non meritevole del gravissimo dispendio d’una nuova doratura» (A. N ava, Memorie e documenti storici..., cit., p. 187). 125 Annali, t. 2, 22 marzo 1418; cfr. A. N ava, Memorie e documenti stori­ ci..., cit., p. 190.

NON NOBIS, DOMINE, SED NOMINI TUO DA GLORIAM

V II. Non nobis, Domine, sed nomini Tuo da gloriam

Ma chi davvero costruì il Duomo di Milano? Si è di fronte a una cattedrale cristiana voluta dal popolo o a un monumento laico costruito dal Principe? Svariate, nei secoli, sono state le posizioni assunte dagli storici all’interno di tale dibattito e nu­ merose le argomentazioni addotte per provare le diverse tesi. Alcuni studiosi milanesi, animati da forte spirito civico, an­ darono a ricercare nei documenti della Fabbrica tracce del ruo­ lo esclusivo del popolo milanese nella costruzione della catte­ drale. La pubblicazione a stampa degli Annali del Duomo nel 1877 rappresentò per molti la possibilità di accedere finalmen­ te alla lettura di fonti di primaria importanza, spesso interpre­ tate, però, attraverso lenti marcatamente apologetiche. Ansei­ mi, nel suo Rivendicazione al popolo milanese della vera origine del Duomo di Milano finora attribuita a Gian Galeazzo Visconti, rigettò vigorosamente la tesi tradizionale secondo cui il Duomo di Milano era stato inizialmente voluto da Gian Galeazzo Vi­ sconti, sostenendo che fu solo grazie all’iniziativa e alle risorse popolari che vennero condotti e portati a termine i lavori della cattedrale1. Tali argomentazioni erano sostenute dall’autore sul­ la base di una puntuale analisi del testamento ducale, edito in versione integrale solo quattro anni prima all’interno degli An­ nali. Nel testamento, osservò l’Anselmi, il Duomo viene men­ zionato solo in quanto luogo desiderato da Gian Galeazzo Vi­ sconti come tomba paterna, e il duca non viene mai nominato come fondatore del Duomo nelle ordinanze ducali o nelle re­ gole di amministrazione della Fabbrica2. Il Consiglio, poi, non prevedeva rappresentanze dei Visconti tra i suoi membri. Altri storici focalizzarono il loro approccio soprattutto sugli aspetti devozionali, intesi come fondamenta spirituali della cat­

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tedrale, sottolineando all’interno della storia della costruzione del Duomo la sua dimensione religiosa. Pur senza arrivare a negare l’apporto di Gian Galeazzo Visconti alla costruzione del Duomo di Milano, il peso del presunto fondatore della cat­ tedrale venne ridimensionato per lasciar spazio all’emergere di un popolo animato da autentico fervore religioso. «L’appoggio ducale», afferma il Cattaneo, «necessario e utilissimo, nulla to­ glie alla principale verità che il Duomo fu pensato, voluto, co­ struito, sovvenzionato dalla città: [...] bisogna prendere atto che la generosità dei milanesi per la Fabbrica del Duomo, pur in mezzo a tante difficoltà, fu molto grande, e qualche volta davvero eccezionale»3. Studi più recenti si sono prefissi di esaminare la questione con distacco critico, nel tentativo di rivalutare, attraverso un attento esame dei documenti storici, quanto tralasciato dalle posizioni precedenti. Lo studio del francese Boucheron pren­ de le mosse dall’intento di rivalutare il ruolo del Principe, il grand oublié nello schema storiografico tradizionale: «questa dimenticanza, al tempo stesso civica ed ecclesiale, non è evi­ dentemente un caso, ma il risultato di una cancellazione pro­ gressiva, di una riappropriazione dell’iniziativa ducale per il popolo milanese»4. Tuttavia, Gian Galeazzo Visconti non è certo l’unico benefattore della Fabbrica, anzi, subisce pesante­ mente la concorrenza della società milanese, altrettanto prodi­ ga nel contribuire con doni e legati. In modo particolare, sot­ tolinea lo storico, sono alcuni grandi personaggi di elevata clas­ se sociale che per le loro laute oblazioni riescono a inscrivere il loro nome nella storia della fondazione della cattedrale, esem­ pio fra tutti quello del mercante Marco Carelli. Il Duomo, con­ clude la sua disamina Boucheron, si afferma così, con un’o­ stentazione quasi insolente, come la cattedrale dei mercanti. Il dibattito è ancora aperto tra chi ritiene il Duomo di Mi­ lano una cattedrale opera delle innumerevoli donazioni dei suoi instancabili fedeli, il progetto di un mausoleo dinastico voluto dal Principe, un monumento finanziato dai lasciti dei ricchi mercanti, o l’orgoglio degli abitanti di una città che mi­ rava a primeggiare sugli altri comuni italiani con una chiesa di proporzioni mai viste5. E unanimemente riconosciuto che il fi­

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nanziamento della costruzione milanese abbia goduto, nel cor­ so dei secoli, della generosità dei suoi cittadini, ma quale rile­ vanza e peso ciò abbia avuto non è tuttora chiaro, innanzitutto per l’estrema varietà e contraddittorietà delle informazioni provenienti dalla letteratura sul tema. Non si comprende, per esempio, chi siano questi cittadini benefattori che hanno in di­ versi modi contribuito aH’edificazione del Duomo, e quanto debba la sua esistenza ai finanziamenti di ricchi mercanti, alle laute donazioni mensili del principe Gian Galeazzo Visconti, o piuttosto alle centinaia di migliaia di monetine di rame offerte dal popolo. Il motivo risiede principalmente nella mancanza di uno studio completo che, a partire dalla trascrizione e dall’a­ nalisi dei manoscritti, registri, carteggi contenuti nell’Archivio della Fabbrica del Duomo di Milano, abbia permesso di far lu­ ce su tali interrogativi. Un contributo singolare per dirimere l’irrisolta questione del finanziamento del Duomo, e, quindi, della sua reale pater­ nità può allora essere rappresentato da un’approfondita anali­ si degli inediti Registri delle Oblazioni in denaro e in natura a favore della Fabbrica del Duomo, corredata da un approfon­ dimento trasversale di documenti, registri e carteggi coevi, mi­ rato a far emergere l’identità dei donatori, le origini e le entità delle oblazioni, fonte principale di finanziamento dell’opera.

Uno studio globale dei Registri delle Oblazioni dall’origine della costruzione al presente condurrebbe a un dispendio di energie non giustificato dall’obiettivo dell’analisi, dal momen­ to che solo i primi decenni della Fabbrica del Duomo sono da considerarsi decisivi per comprendere a chi si deve la costru­ zione e il finanziamento della cattedrale. Cruciale punto di ab­ brivio del lavoro è rappresentato allora dalla scelta dell’anno in cui concentrare le analisi, secondo un criterio di rilevanza del­ le informazioni e loro significatività quantitativa. Innanzitutto, si è proceduto ad una elementare conta delle pagine dei Registri delle Oblazioni dei primi cento anni dalla fondazione del Duomo, per giungere a una indicazione di mas­ sima sul loro contenuto, allo scopo di individuare gli anni in cui il numero di donazioni maggiore poteva permettere un più ampio campione di analisi e migliore accuratezza nei risultati.

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La ricerca La scelta dell’anno 1400 «I compilatori degli Annali - annota Ettore Verga, riordi­ nando l’immenso Archivio della Fabbrica nel 1902 - sfruttaro­ no con molta larghezza i volumi delle ordinazioni capitolari, sfiorando solo di rado i Registri della Fabbrica e limitandosi a pubblicare nei due volumi d’appendice qualche stralcio dai più antichi. Tale pubblicazione lasciò intravedere qual cumulo di notizie, non solo accessorie e complementari, avrebbe potu­ to scaturire da un esame sistematico di quei materiali. Uno spoglio siffatto richiederebbe una somma di lavoro, di tempo, di spesa non indifferente e chi sa quando, e se, potrà attuarsi»6.

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Gli anni in cui il flusso delle oblazioni sembra essere più consistente sono quelli compresi nel secondo decennio consi­ derato (1398-1407), per poi successivamente decrescere7. Tale risultato è coerente con quanto riportato dagli Annali della Fabbrica: ai sedici anni di febbrile e feconda attività nei can­ tieri segue, con la morte di Gian Galeazzo (1403), un periodo di sconforto e di sosta nei lavori. Guerre, pestilenze, carestie, sedizioni e congiure affliggono la città. Nel 1403 l’abate di Sant’Ambrogio viene massacrato sulla pubblica strada e tra sanguinosi tumulti vengono cacciati dalla città i conti Barbava­ ra, familiari di Gian Galeazzo Visconti. Nel periodo di reggen­ za di Gian Maria Visconti, figlio di Gian Galeazzo, Milano sprofonda nel caos; nel 1412 Gian Maria viene pugnalato a morte in una congiura, e si insedia nel castello, a guida della città, il fratello minore Filippo Maria. Nel frattempo, il valore della moneta decade e il denaro scarseggia, con immediato ri­ flesso sulle casse della Fabbrica, in cui il flusso delle elemosine registra una diminuzione preoccupante. I deputati della Fab­ brica, nel gennaio 1413, sono costretti a constatare «quanto continuamente diminuisca il fervore popolare e la fin qui viva devozione che dovrebbe piuttosto sempre più accrescersi in tanto mirabile e singolare tempo»8. Tuttavia, anche allora la

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Fabbrica riesce a rimanere costantemente in pareggio, come si può verificare analizzando i libri mastri di tali anni conservati nell’Archivio, non solo, ma continua la sua funzione di “salva­ danaio di Milano”, erogante prestiti al Comune, ai nobili e per­ fino alla corte ducale9.1 deputati della Fabbrica ricorrono, in­ fatti, a molteplici rimedi ed economie. Si raccolgono esazioni e collette in tutto il ducato, e si procede alla vendita di gioielli, drappi, stabili ricevuti in dono o in eredità. Si tenta di econo­ mizzare sulla manodopera, riducendo la spesa complessiva per i salari, diminuendo il numero degli operai e sollecitando l’in­ venzione di macchinari a uso del cantiere. Per quanto riguar­ da, poi, le oblazioni, per gran parte di esse si tratta più di im­ poste che di donazioni, nonostante sia quest’ultima la defini­ zione che ritroviamo nei registri, dal momento che si impon­ gono frequenti questue nelle parrocchie del ducato. Inoltre, si ordina alla città un’imposta annua di valore retroattivo di im­ porto pari a 100 lire imperiali, da versarsi solennemente in Duomo in occasione dell’anniversario dell’entrata in Milano di Filippo Maria Visconti (16 giugno 1412), del suo onomastico e della festa della Beata Vergine. Infine, si dispone che tutti gli ufficiali e salariati ducali debbano versare una decima del loro stipendio mensile per l’annua offerta di santa Giulietta, mentre ai macellai è richiesta un’offerta di 8 soldi per ogni bestia ab­ battuta nel periodo quaresimale. La Fabbrica arriva addirittu­ ra a comprare le sue offerte, promettendo provvigioni in corri­ spettivo di donazioni da sollecitare o sussidiando vecchi im­ piegati purché la facciano erede dei loro risparmi. Le oblazio­ ni raccolte nel periodo successivo alla morte di Gian Galeazzo Visconti (1403) perdono, in parte, quei tratti di gratuità e profonda devozione religiosa che avevano mosso i milanesi nei primi anni di costruzione. «I primi anni - afferma al proposito la storica Soldi Rondinini - sembrano avere un significato ed uno slancio diversi e più spontanei e sono la testimonianza di una pietà popolare che ebbe, in ogni momento, nel Duomo il suo punto di riferimento ed orgoglio»10. Parallelamente, alla diminuzione di fervore religioso e di oblazioni da parte del popolo si accompagna una riduzione più che proporzionale delle rendite ducali in favore della Fab­

brica. Il successore di Gian Galeazzo Visconti, il figlio G io­ vanni Maria, non solo interrompe qualsiasi donazione viscon­ tea, ma addirittura pretende di farsi ripagare a usura le 160 li­ re imperiali deposte sull’altare delle oblazioni all’età di due anni. Similmente, il fratello Filippo Maria, che regge il ducato alla sua morte, rimane per molti anni il principale debitore in­ solvente della Fabbrica. Alla sua morte, avvenuta nel 1447, Milano precipita nuovamente nei tumulti. L’anno successivo viene proclamata la Repubblica Ambrosiana, esperimento che si concluderà già dopo soli due anni (1450) con la resa a Fran­ cesco Sforza: è l’inizio di una nuova dinastia principesca della città milanese. Dopo aver pomposamente riconfermato alla Fabbrica privilegi ed esenzioni concesse dai Visconti, il neo­ duca informa i deputati che pur desiderando con tutto cuore versare almeno il doppio dei miseri 100 ducati che Filippo Maria offriva periodicamente alla Fabbrica, le ingenti spese del ducato non gli permettono di offrire più di 50 ducati. Le rendite ducali assumono quindi sempre più l’aspetto di una mera formalità.

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Una volta individuato nel periodo 1398-1403 l’arco tempo­ rale all’interno del quale svolgere l’indagine, si è verificato lo stato di conservazione dei volumi. Isolati tre anni specifici (1399, 1400, 1403), la scelta è caduta sull’anno 1400 in quanto anno “normale”, a differenza del 1399, in cui Milano è afflitta da una carestia e da una pestilenza, e del 1403, anno della mor­ te di Gian Galeazzo e di inizio dei disordini sotto il ducato del figlio Gian Maria. La trascrizione La prima fase del lavoro è consistita nella raccolta dei dati e delle informazioni necessarie, grazie a una meticolosa e pun­ tuale trascrizione del Registro delle Oblazioni in denaro e in na­ tura dell’anno 140011. Si sarebbe potuto optare, alternativamente, per una trascrizione sommaria delle donazioni raccolte, riportante esclusivamente i totali per giorno o per pagina, cal­ colati dai compilatori, oppure per una trascrizione analitica delle singole donazioni, giorno per giorno12.

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Si è deciso di seguire questa seconda strada, benché più lun­ ga e complessa, a beneficio della maggior significatività dei da­ ti, che sono stati organizzati su più colonne seguendo la strut­ tura propria del Registro analizzato. Il database di 9000 righe costituito alla fine di questa fase iniziale scende, infatti, al livel­ lo del singolo donatore e della singola donazione, rendendo possibili aggregazioni e analisi che permettono di delineare un quadro sintetico della pratica delle oblazioni a finanziamento della costruzione del Duomo. Tale modalità di approccio al problema, eminentemente quantitativa, costituisce il differen­ ziale del presente studio rispetto ad analisi sull’argomento pre­ cedentemente intraprese, probabilmente con finalità diverse, ma che hanno condotto a risultati spesso troppo sommari.

Il numero e il valore delle donazioni presentano variazioni sostanziali a seconda del genere. In particolare, le donazioni ri­ portate nei primi due capitoli (denaro, drappi e vesti) costitui­ scono la quasi totalità delle donazioni (98,9%: 7799 di 7883 donazioni complessive) e il 99,2% del loro valore (41.868 lire su 42.225 lire complessive)14.

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N o n e ra lieve im p re sa , p e rò , in queU ’Ìm m en so b a r a tr o d i r e g i­ stri, d i c a rte ch e vi so n o a c c u m u la te d a o rm a i c in q u e se c o li, il rin tra c c ia re i d iv ersi fili p r o p r i alle rice rc h e e sc o g ita te , d isc e r n e ­ re fra le m ille sc rittu re in sig n ifican ti, ch e le n e c e ssità fu g g e v o li a c c a ta sta n o [...]. S i a g g iu n g a il latin o b a r b a r o , sc o rre tto ch e d u ­ ra a lm e n o p e r tu tto il p rim o se c o lo d e lla c o stru z io n e ; le v a rie tà c a llig ra fich e d ei n o ta i e d e g li a m a n u e n si ch e vi si s u c c e d o n o q u a si se n z a in te rru z io n e d ’an n o in a n n o ; le e sp r e ssio n i lo ro c o n ­ v en zio n ali, le c a p ric c io se a b b re v ia z io n i, d iv e rse se c o n d o il te m ­ p o e se c o n d o gli scritto ri, e tu tto q u e sto u n ito , n o n d i ra d o , alle in giu rie d e l te m p o , le tte re o b lite ra te , in ch io stri sm a rriti, fo g li in ­ su d ic ia ti, lace ri, e si av rà u n ’id e a e n tro q u a le sp in a lo è fo rz a ch e sia n si d ib a ttu ti c o lo ro ch e i lo ro a m o ri tr a ss e r o a c a cciarv i l ’o c ­ ch io e la m a n o 13.

I dati sono stati poi verificati attraverso il confronto della somma calcolata dai notai dell’epoca a fine giornata o a fine pa­ gina, con quella ottenuta dal computo dei valori trascritti. Le donazioni dell’anno 1400, annotate all’interno del Regi­ stro delle Oblazioni, sono suddivise per genere in cinque capi­ toli: il primo capitolo raccoglie le oblazioni in denaro, i suc­ cessivi quelle in natura: drappi e vesti, cere, vini e diversarum, categoria in cui rientrano tutti gli altri beni donati, dal cavallo alla formaggetta, dallo scalpello al sacco di calce.

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Numero e valore monetario delle oblazioni Le oblazioni in denaro rappresentano il 78% dell’ammonta­ re totale delle donazioni offerte nell’anno 1400 (32.844 lire su 42.225 lire totali) e sono, perciò, la fonte primaria di entrata per le casse della Fabbrica. La grande variabilità dei loro importi, da un minimo di 1 denaro a un massimo di 1500 lire, ha reso necessaria una suddivisione in tre gruppi, a loro volta ripartiti in scaglioni a se­ conda del loro valore, così composti: 1° gruppo: oblazioni di valore inferiore o uguale a 10 lire, suddiviso in un primo scaglione relativo alle donazioni di valo­ re inferiore a 1 lira e in altri sei scaglioni progressivi di 2 lire ciascuno (1-2 lire, 3-4 lire ecc.); 2° gruppo: oblazioni di valore compreso tra 11 e 100 lire, suddiviso in nove scaglioni di 10 lire ciascuno (11-20 lire, 2130 lire ecc.); 3° gruppo: oblazioni di valore superiore a 100 lire, suddivi­ so in dieci scaglioni corrispondenti ciascuno a 100 lire (201300 lire, 301-400 lire ecc.), a cui è stato aggiunto un undicesi­ mo scaglione per le oblazioni di valore superiore a 1000 lire15. Le oblazioni in drappi e vesti rappresentano la tipologia più semplice e diffusa di partecipazione, con il proprio apporto personale, alle necessità del cantiere, come si evince dal nume­ ro dei doni registrati. Nell’anno 1400 sono infatti 5393 le vesti consegnate in Duomo agli ebdomadali, equivalenti al 68% del totale di oblazioni dei cinque capitoli del Registro. Tuttavia, il valore medio delle vesti è basso, e questo spiega come mai, no­ nostante i quantitativi offerti, questo gruppo di donazioni con­

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tribuisca alle entrate della Fabbrica solo per il 21% (valore complessivo delle vesti: 9023 lire), mentre le 2046 oblazioni in denaro ne rappresentano il 78%. Come tutte le oblazioni in natura, i drappi e le vesti donate, se non utilizzate direttamente dalla Fabbrica, erano rivendute nelle aste pubbliche. Gli ebdomadali, al momento dell’offerta, procedevano alla loro stima, e quindi le consegnavano alla per­ sona incaricata della vendita, che li poneva all’incanto utiliz­ zando il valore stimato come prezzo di partenza. Il valore tra­ scritto nel Registro accanto a ogni veste corrisponde all’impor­ to monetario realizzato dalla vendita, come si può verificare cercando il corrispettivo di ogni capo nel Liber dati et recepii, in cui è segnata come entrata la medesima cifra16. Le offerte di drappi e vesti presentano cifre decisamente più modeste rispetto a quelle in denaro. Il valore stimato di cia­ scun drappo o veste varia, infatti, da un minimo di 1 denaro a un massimo di 68 lire. Lo scarso valore delle singole voci è spiegabile principal­ mente col fatto che gli abiti donati erano dismessi, usati e lo­ gori per l’uso, tranne rare eccezioni, come per esempio i para­ menti sacri, che il donatore commissionava appositamente al sarto. Per non sottovalutare il valore di queste donazioni, è be­ ne ricordare come al tempo la compravendita dei beni di se­ conda mano fosse una pratica abituale, sia nella forma elemen­ tare del baratto e dello scambio, sia attraverso la modalità del­ l’incanto e del commercio in genere. Luoghi deputati a tali vendite erano le botteghe chiamate con la voce lombarda di patarie, da cui deriva la denominazione dei registri dell’Archivio contenenti i lunghi elenchi di oblazioni in natura, detti appun­ to Registri a Rataria11. Talvolta le vesti offerte erano apparte­ nute a un defunto o a un morto per contagio di peste, e veni­ vano cedute all’incanto per poche monete. Infine, il secondo capitolo del Registro ricomprende anche entrate relative a bot­ toni, fili intessuti, e, in generale, tutto quanto veniva “estratto” dagli abiti donati per essere posto in vendita - naturalmente, a un prezzo molto contenuto. In considerazione dello spettro in cui sono compresi i valo­ ri corrispondenti a ciascuna oblazione (0-68 lire), si è deciso di

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suddividere in due gruppi gli importi di stima/realizzo di cia­ scuna veste donata: un primo gruppo, per i doni di valore in­ feriore alO lire, e un secondo gruppo, per i doni di valore com­ preso tra 11 e 70 lire. Il numero di oblazioni in denaro, come è ragionevole aspet­ tarsi, diminuisce più che proporzionalmente all’aumentare del loro valore. In particolare, i tre quarti (76%) delle donazioni si collocano nel primo gruppo (0-10 lire), costituito da 1823 do­ nazioni di cui ben 600 di valore inferiore a 1 lira, mentre sono solo 35 le elargizioni del terzo gruppo (di valore superiore a 100 lire), metà delle quali, comunque, al di sotto delle 200 lire. Al di sopra di tale importo si situano poche grandi dona­ zioni isolate (19), che meritano di essere analizzate nello speci­ fico. Nell’intervallo compreso tra 201 e 600 lire troviamo 9 oblazioni provenienti da ricchi mercanti e nobili che, come si può desumere dalle scritture del Registro, una volta all’anno {sua solita annuali oblatione) versavano alla Fabbrica un im­ porto che poteva essere precedentemente pattuito. Essi appro­ fittavano della donazione per trarne anche un vantaggio di im­ magine, dando al loro obolo una certa pubblicità: non dimen­ ticavano, infatti, nel momento della consegna del dono agli in­ caricati della Fabbrica, di far trascrivere accuratamente il pro­ prio nome, cognome e paese d’origine accanto alla somma of­ ferta. Eccezione di tutto rilievo è rappresentata dalla donazio­ ne di maggior importo, pari a 1500 lire, che, invece, si presen­ ta anonima: si tratta dell’offerta già ricordata presentata all’al­ tare da uno sconosciuto «devoto della Beatissima Vergine Ma­ ria» che dona tale esorbitante somma affinché sotto il nome della Madonna venga ricostruita la cattedrale cittadina18. Diversa è la provenienza di altre 9 oblazioni di quest’ultimo gruppo, che corrispondono, per la precisione, a una donazio­ ne di importo pari a 500 lire, una donazione di importo pari a 700 lire e a 7 donazioni da 800 lire. Esse rappresentano l’ap­ porto monetario fornito alla Fabbrica da Gian Galeazzo Vi­ sconti tramite versamento da parte della Camera illustris domi­ ni magnifici, ovvero la Camera ducale, di un sussidio mensile alla cattedrale. A partire dal 1395, infatti, il duca, sollecitato

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dal Consiglio della Fabbrica, si impegna a corrispondere una rendita annuale di 3000 fiorini d’oro, pari a 7200 lire, che ven­ gono rivalutati nel 1398 a 500 fiorini mensili, cioè 6000 fiorini annui pari a 14.400 lire, con effetto retroattivo a partire dal 13 8719. Questo è l’importo che verrà ricordato imperituro dal­ l’epitaffio sepolcrale di Gian Galeazzo Visconti: in eadem urbe fabricae majoris ecclesiae mensuatim quingentos florenos dabat. Ma numerose e ingenti sono, in quegli anni, le spese del du­ cato milanese. Per fronteggiare gli attacchi degli eredi di Ber­ nabò Visconti, coalizzati con l’imperatore, Gian Galeazzo Vi­ sconti cerca la protezione della potente Francia. A sigillo di questa alleanza viene celebrato nel 1387 il matrimonio per pro­ cura tra la figlia Valentina e Luigi d’Orléans, fratello del re di Francia Carlo VI. L’ardita strategia matrimoniale costa cara al signore di Milano, che costituisce la dote di Valentina con 450.000 fiorini e preziosi gioielli per il valore di 75.000 fiorini. Inoltre, Valentina dona allo sposo la contea di Vertus, eredita­ ta dalla madre Isabella di Valois, e la città di Asti, oltre al di­ ritto di successione per i suoi figli allorché Gian Galeazzo Vi­ sconti fosse morto senza eredi maschi. D ’altra parte, notevoli erano le spese militari impiegate dal signore di Milano per domare la città di Verona. Dopo che il popolo veronese lo aveva proclamato Signore nel 1387, la città si era infatti ribellata al dominio visconteo, costringendo le truppe milanesi a un feroce saccheggio e al massacro di 1500 suoi abitanti per la riconquista. Ingenti risorse, inoltre, erano assorbite in quegli anni dal progetto di costruzione delle forti­ ficazioni interne per la città di Milano e dal rifacimento delle sue antiche mura. Le difficoltà finanziarie in cui Gian Galeazzo Visconti ver­ sava erano dunque note e manifeste, ed è probabilmente que­ sta la ragione per cui, nel corso dell’anno 1400, il duca non sembra rispettare né l’ammontare prefissato, né le scadenze mensili decise per la contribuzione monetaria alla costruzione del Duomo. La somma pattuita di 1200 lire viene corrisposta, infatti, con versamenti pari a 800 lire nei mesi di gennaio, febbraio, marzo, maggio, luglio, agosto e settembre di quell’anno, pari a

700 lire nel mese di giugno e di sole 500 lire nel mese di otto­ bre, mentre non risultano oblazioni ducali nei mesi di aprile, novembre e dicembre, per lo meno stando a quanto attestato dal Registro. Inoltre, rispetto alle scadenze, la corresponsione della rendita giunge alle casse della Fabbrica cronicamente in ritardo di uno-due mesi: l’oblazione di fine febbraio è riferita al pagamento della contribuzione per il mese di gennaio; quel­ la di fine marzo, al pagamento della rendita per il mese di feb­ braio, e così gli altri mesi.

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Anche nell’analisi del numero di oblazioni di drappi e vesti emerge la forte concentrazione di doni nel primo gruppo (0-10 lire), in cui rientra la quasi totalità delle vesti: sono 5275 (98% di 5393 vesti offerte nell’anno 1400) quelle di valore inferiore a 10 lire, e di queste la maggior parte (67%) viene stimata per meno di 1 lira. Da tali dati emerge l’altissima partecipazione del popolo al­ la costruzione del Duomo per mezzo di oblazioni in natura co­ stituite da drappi e vesti. Per la maggior parte, infatti, le offer­ te di ciascun donatore sono rappresentate da un solo capo di vestiario, per cui il numero di donatori è approssimabile all’in­ gente numero di vesti donate. Da queste cifre si può evincere anche un’indicazione sulla classe sociale di afferenza dei dona­ tori: considerato lo scarso valore di drappi e vesti, si trattava soprattutto di persone di estrazione medio-bassa. L’estrema rilevanza dell’apporto fornito dalle donazioni, in denaro o in natura, di importo minore risulta ancora più evi­ dente analizzando i valori monetari delle oblazioni. Le 1823 oblazioni in denaro del primo gruppo (0-10 lire) rappresentano da sole, con un ammontare di 5406 lire, il 16% di quanto rac­ colto nel corso dell’anno sotto forma di oblazione in denaro. Si tratta di una percentuale fortemente sottostimata, in quanto è compresa nel gruppo di donazioni di basso importo una con­ siderevole parte di quelle versate nelle cassette. Esse erano co­ stituite, infatti, dall’insieme di molte piccole oblazioni, regi­ strate però solo come valore aggregato complessivo a fine gior­ nata, spesso superiore a 10 lire.

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Contrariamente a quanto ipotizzabile, l’andamento dei va­ lori delle offerte non è speculare a quello osservato per il nu­ mero di donazioni, che decrescevano all’aumentare dell’im­ porto donato. Anche qui, infatti, in generale, il peso relativo delle oblazioni per ciascun intervallo (0-10,11-20 ecc.) tende a decrescere progressivamente e nettamente all’aumentare del­ l’importo donato, similarmente - benché secondo una propor­ zionalità minore - a quanto si verificava per il numero di do­ nazioni. Nel primo e secondo gruppo, di importo inferiore o uguale a 100 lire, si concentra più della metà (58%) delle en­ trate da oblazioni in denaro dell’anno 1400, mentre il valore complessivo delle oblazioni di importo superiore o uguale a 700 lire rappresenta, in realtà, solo il 23% del totale. Dall’analisi del ricavato dalla vendita di drappi e vesti, inol­ tre, si desume che le 6508 lire ottenute dall’alienazione di beni del primo gruppo (di valore inferiore a 10 lire) rappresentano il 72% delle 9023 lire complessive, e alla metà di queste (3037 lire) vi contribuiscono unicamente le vesti di valore più basso (0-2 lire); mentre il secondo gruppo (importi compresi tra 11 e 68 lire) concorre in maniera molto marginale alla formazione dell’importo complessivo. I dati presentati sottolineano come le casse della Fabbrica fossero alimentate da moltissimi drappi e vesti di valore unitario minimo, come mostra il valore medio per oblazione, pari a 2 lire, e come si può verificare andando a confrontare l’apporto fornito dalle vesti di valore più basso (minore di 1 lira) con quello fornito dalle vesti di valore più al­ to (68 lire)20.

momento distinto da quello di consegna al deputato per la ven­ dita, così come dalla data dell’incanto. Si può presumere, tut­ tavia, che non trascorressero molti giorni dall’inizio alla fine di tale processo di monetizzazione, dal momento che l’incaricato aveva il compito di vendere le vesti ricevute «il più presto pos­ sibile», a eccezione di casi particolari - come nel caso di vesti appartenute ad appestati che, come detto, rimanevano deposi­ tate per un anno prima di essere poste all’incanto21.

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Il tempo delle donazioni L’analisi temporale delle oblazioni è stata svolta con riguar­ do alla loro periodicità e alla loro frequenza temporale nel cor­ so dei giorni della settimana, dei mesi e delle stagioni in cui fu­ rono offerte. In particolare, l’analisi delle donazioni di drappi e vesti è stata condotta a partire dalla data di registrazione di cia­ scuna offerta, che fornisce indicazioni relative esclusivamente al momento in cui il donatore offriva la veste agli ebdomadali -

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La domenica, il giorno del Signore I valori monetari di ciascuna oblazione sono stati aggregati, innanzitutto, a partire dal giorno della settimana (lunedì, mar­ tedì ecc.) in cui è stata versata e registrata l’offerta: l’ammonta­ re di donazioni corrispondenti a lunedì, per esempio, pari a 3401 lire, equivale alla somma degli importi offerti nei 52 lu­ nedì dell’anno 1400. Per le oblazioni in denaro, la media dei sette valori ottenuti è pari a 4962 lire22. Rispetto a tale valore, l’andamento nei diver­ si giorni della settimana presenta alcuni picchi e avvallamenti. In particolare, la variazione maggiormente significativa si regi­ stra in riferimento alla domenica (Δ+ = 3258), giorno in cui vie­ ne raccolto circa un quarto delle donazioni della settimana. Per meglio interpretare tali variazioni, si è suddiviso il tota­ le delle oblazioni in denaro in funzione delle due modalità prin­ cipali di raccolta delle elemosine: l’offerta consegnata agli eb­ domadali all’altare della chiesa Maggiore e le cassette. Questa distinzione si è resa necessaria in considerazione delle numero­ se differenze tra le due tipologie, che inevitabilmente influen­ zano la distribuzione delle oblazioni nei diversi giorni della set­ timana. Le principali sono riscontrabili sul piano dei donatori (soprattutto ricchi e nobili, nel primo caso, e persone del po­ polo, nel secondo), del carattere pubblicistico (tramite regi­ strazione del nome del donatore, nel primo caso; mantenendo l’anonimato del donatore, nel secondo caso), della localizzazio­ ne (nel Duomo medesimo, l’altare; posizionate nei numerosi luoghi di passaggio del territorio cittadino e del contado, le cas­ sette) e della modalità di registrazione (immediata, al momen­ to dell’offerta, nel primo caso; differita al momento dell’estra­

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zione, nel secondo caso). È importante tenere conto, inoltre, del fatto che all’altare confluivano, nel corso dell’anno, le of­ ferte provenienti dalle altre modalità di raccolta, come i Trion­ fi e le oblazioni obbligatorie, che erano effettuate in date pre­ stabilite decretate dalle autorità civili e religiose. Tali peculia­ rità si riflettono sui diversi andamenti settimanali delle oblazio­ ni, che pertanto meritano di essere considerati singolarmente. Le oblazioni estratte da cassette presentano una certa uniformità nei primi sei giorni della settimana. Gli importi si aggiravano infatti intorno alle 1300 lire. Il denaro raccolto at­ traverso le cassette costituiva una fonte di entrata costante per le casse della Fabbrica, poiché il valore unitario di ciascuna oblazione era talmente basso da non risentire dell’influenza di fattori esterni (peste, guerre, svalutazioni monetarie ecc.), co­ me invece accadeva per offerte di importo maggiore. Il verifi­ carsi di circostanze esogene negative, infatti, incideva sulla di­ sponibilità dei singoli a erogare somme consistenti, piuttosto che non su poche monetine da versare nella cassetta. Le oblazioni estratte da cepi, capse et capsetis di domenica presentano invece un valore quasi triplo rispetto a quello degli altri giorni della settimana, e costituiscono quasi un terzo del­ l’intero ammontare raccolto tramite questa modalità, elemento da ricondursi, presumibilmente, alle consuetudini che regola­ vano la gestione delle cassette e delle bussole collocate al di fuori della città e in tutto il contado. Gli incaricati locali depu­ tati alla loro custodia erano infatti tenuti a estrarne periodica­ mente il contenuto, a inventariarlo, registrarlo e quindi portar­ lo alla Fabbrica: e ciò accadeva normalmente di domenica, giorno in cui l’incaricato disponeva del tempo necessario per raggiungere Milano. Nel giorno festivo, dunque, un’entrata supplementare si aggiungeva al denaro quotidianamente offer­ to dai milanesi, provocando un consistente incremento delle offerte raccolte. L’andamento delle oblazioni in denaro reperite attraverso le altre modalità, che confluivano all’altare, si presenta maggior­ mente articolato e di complessa interpretazione. Infatti, l’im­ porto delle donazioni raccolte con questo sistema si presenta sopra la media giornaliera (3047 lire)23 non solo durante il gior­

no festivo (in cui viene raccolto il 21 % delle oblazioni settima­ nali), ma anche il mercoledì (17% dei versamenti settimanali), giovedì (20%) e sabato (18%). Nei restanti tre giorni l’am­ montare delle elemosine raccolte si situa invece ben al di sotto di tale media, con importi che variano da un minimo di 1400 lire circa (venerdì) a un massimo di 2000 lire circa (lunedì). Se riesce difficile provare a spiegare la motivazione dei tre picchi negativi (lunedì, martedì, venerdì), è possibile e interes­ sante, invece, cercare di capire come mai negli altri giorni del­ la settimana la raccolta delle oblazioni presenti tale andamento. Per far ciò, al complesso delle oblazioni in denaro portate all’altare si sono sottratte progressivamente le elemosine di va­ lore più alto24. A ciascun gruppo di donazioni di volta in vol­ ta rimanenti in seguito a ogni sottrazione si è applicato il me­ desimo procedimento utilizzato in precedenza (calcolo delle donazioni in ogni giorno della settimana e analisi delle even­ tuali variazioni). Le indicazioni più interessanti emergono dall’analisi di due blocchi di oblazioni in denaro portate all’altare: oblazioni di valore compreso tra 0 e 499 lire; oblazioni di valore compreso tra 0 e 10 lire. Il primo blocco è formato dall’insieme delle oblazioni di basso e medio valore, ovvero le oblazioni rimanenti dopo aver sottratto dal totale le donazioni di alto (500-800 lire) e altissi­ mo valore (1500 lire). Tale sottrazione intende prescindere dal­ la forte influenza, sui valori medi per giorno della settimana, esercitata dalle pochissime (11) offerte di valore superiore o uguale a 500 lire. Queste donazioni di natura eccezionale ap­ portano, da sole, il 40% della ricchezza raccolta all’altare: il lo­ ro peso falserebbe quindi un’indagine volta primariamente a scoprire le ragioni di un maggior afflusso di donatori in speci­ fici giorni della settimana. L’operazione consente di osservare con chiarezza come un effettivo incremento di donazioni si verifichi solamente di do­ menica (2898 lire, con un incremento del 62% rispetto alla me­ dia giornaliera di 1787 lire). Le motivazioni che spiegano l’origine di tale dato sono mol­ teplici. Innanzitutto, la domenica è il giorno festivo della setti­

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mana, in cui i numerosi fedeli si recavano presso la chiesa Mag­ giore per partecipare alla messa. Il credente medievale conser­ vava un rispetto del tutto particolare per il giorno del Signore, e l’oblazione domenicale, così come l’accostarsi all’eucaristia, rappresentavano per lui un modo semplice e concreto di santi­ ficare la festa. La domenica era il giorno prefissato per la con­ vocazione settimanale del Consiglio della Fabbrica, che delibe­ rava in quell’occasione le decisioni di ordinaria amministrazio­ ne25. I numerosi consiglieri coglievano l’opportunità per por­ tare all’altare il proprio obolo. Infine, di domenica si svolgeva­ no i solenni Trionfi con cui i cittadini delle sei porte recavano processionalmente in Duomo le loro oblazioni. Il secondo blocco di elemosine esaminato è composto dalle donazioni di minor entità (0-10 lire): dall’elenco totale delle donazioni in denaro portate all’altare sono state sottratte quel­ le di importo superiore alle 10 lire. Questo insieme, corrispon­ dente al primo dei tre gruppi in cui sono state suddivise le oblazioni per l’analisi del numero di donazioni e del loro am­ montare, rappresenta, come visto, la maggior parte delle offer­ te (76%), ed è dunque interessante verificare se sussistano, an­ che in questo caso, variazioni nell’andamento settimanale. In realtà, lo scostamento dalla media giornaliera (pari a 367 lire) dell’ammontare totale di oblazioni di basso valore si di­ mostra estremamente basso. Così come si era sottolineato nel­ l’analisi degli importi estratti da cassette, offerte di poco valo­ re risentono poco di fattori esogeni, e costituiscono una base costante di entrata per le casse della Fabbrica. Curiosamente, è in corrispondenza della domenica che si verifica una diminuzione degli importi donati, contrariamente a quanto visto nell’andamento delle donazioni presenti negli altri scaglioni di offerta. Possiamo dunque concludere che le offerte di basso valore venivano donate costantemente lungo l’arco dell’intera settimana, a eccezione della domenica, giorno solitamente deputato a oblazioni di importo più significativo. Alle stesse conclusioni si giunge esaminando le oblazioni di drappi e vesti. Il loro andamento settimanale, infatti, non pre­ senta variazioni particolarmente significative rispetto alla media dei valori giornalieri (1289 lire), fatta eccezione per la domeni­

ca, a cui corrisponde il valore monetario più alto della settima­ na. I medesimi risultati si ottengono focalizzando l’attenzione separatamente sui doni di valore medio-basso (vesti stimate per valori compresi tra 0 e 10 lire) e di valore basso (inferiore a 1 li­ ra). Come per le oblazioni in denaro, dunque, la domenica rap­ presenta il giorno in cui il flusso di doni si intensifica maggior­ mente. Nel caso specifico dei drappi e delle vesti, inoltre, l’in­ cremento si registra sia nei quantitativi monetari corrisponden­ ti al valore dei beni donati, sia nel numero di oblazioni offerte. Infatti, nel giorno festivo vengono portati all’altare soprattutto capi di basso valore (inferiore a 1 lira), che rappresentano il gruppo numericamente più significativo. I risultati confermano ulteriormente la spiegazione fornita per l’analogo picco riscon­ trato, per la domenica, nelle oblazioni in denaro: il giorno festi­ vo rappresentava un momento di maggior afflusso di fedeli in Duomo, dove si recavano per partecipare alla messa o al Consi­ glio della Fabbrica, cogliendone poi l’occasione per consegnare agli ebdomadali il loro obolo in denaro o in natura.

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Lungo il corso dei mesi L’andamento delle oblazioni sull’arco dei dodici mesi del­ l’anno si presenta piuttosto articolato. Mesi come febbraio, giugno e settembre, in cui le donazioni portate all’altare sono particolarmente significative, si alternano a mesi in cui si veri­ fica una drastica diminuzione delle offerte raccolte attraverso questa modalità, come aprile e dicembre. Tale variabilità è da ascriversi all’impatto combinato di molteplici fattori esogeni: climatici, come si evidenzia nello studio dell’andamento sta­ gionale esaminato in seguito, politici e sociali, come gli effetti di un’epidemia di peste, evento che si verifica nella seconda metà dell’anno 1400 e ha termine il 12 dicembre26, l’imposi­ zione di nuove imposte e la svalutazione della lira legata all’e­ missione di moneta bassa nel febbraio 140027. Per valutare l’eventuale influenza delle oblazioni di alto e al­ tissimo valore (300-1500 lire) sull’andamento mensile, si è ap­ plicato il medesimo procedimento seguito nell’analisi della di­ stribuzione settimanale delle donazioni, con la sottrazione, da ciascun mese, delle offerte di importo superiore a 499 lire. La

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conseguente riduzione nell’ammontare complessivo mensile delle offerte interessa tutti i mesi - indice del fatto che le obla­ zioni di maggior importo erano equidistribuite nell’arco del­ l’anno ed erano soprattutto relative a erogazioni fatte dal Prin­ cipe - con la sola eccezione di aprile e dicembre, mesi in cui, in­ fatti, non viene corrisposta la rendita ducale pattuita. Unico pic­ co rimane quello relativo al mese di luglio, in cui le offerte co­ stituiscono ben il 30% del valore sul totale delle oblazioni di importo medio-basso (pari a 12.508 lire) lì considerate. Anche circoscrivendo l’esame alle oblazioni appartenenti al primo gruppo (0-10 lire) l’andamento degli importi nell’arco dell’anno non varia significativamente rispetto a quello com­ plessivo, e dunque non fornisce ulteriori indicazioni per la comprensione. La parte composta dalle donazioni estratte dalle cassette re­ gistra invece un andamento distribuito con maggior uniformità lungo i dodici mesi, dimostrando di rappresentare una fonte di entrata costante, rispetto all’insieme delle altre modalità, mag­ giormente influenzate da fattori esterni. La drastica diminuzio­ ne ad aprile e dicembre delle donazioni raccolte all’altare, che da un valore medio mensile pari a 1780 lire circa si riducono rispettivamente a 361 lire e 395 lire, non viene risentita pesan­ temente dalla Fabbrica, perché a essa non corrisponde una proporzionale diminuzione negli importi versati nelle cassette, che si mantengono sostanzialmente stabili. E significativo sot­ tolineare come in questi due mesi l’ammontare raccolto trami­ te la modalità delle cassette sia superiore a quello delle obla­ zioni consegnate all’altare, benché nell’arco dell’anno questa tipologia di reperimento fondi contribuisca alle entrate mone­ tarie della Fabbrica solo per il 35%. Nei periodi in cui, dun­ que, si verificava una diminuzione nelle oblazioni in denaro, questa veniva compensata, seppur parzialmente, dall’entrata costante che tale semplice tipologia di raccolta rappresentava, permettendo di ridurre l’incidenza sulle finanze della Fabbrica del ridotto introito da oblazioni all’altare.

naio a maggio, la seconda, comprendente i restanti mesi, fino a dicembre. Nella prima parte dell’anno 1400 le donazioni di questo ge­ nere sono contenute e i valori relativi a ciascun mese non si di­ scostano in maniera rilevante dalla media di 169 lire28. Dal mese di giugno, invece, si assiste a un notevole incremento delle obla­ zioni: l’ammontare totale raccolto negli ultimi sette mesi dell’an­ no, infatti, rappresenta il 91% di quanto complessivamente ri­ cavato da drappi e vesti. Inoltre, i valori mensili non sono ten­ denzialmente costanti, come osservato per i primi mesi dell’an­ no, bensì crescenti fino ad agosto, punto di massimo nell’anda­ mento (2030 lire), e vanno quindi decrescendo. La situazione ri­ mane invariata in seguito a sottrazione, dal totale delle oblazio­ ni, di quelle stimate per valori maggiori di 10 lire, ovvero nel­ l’andamento delle donazioni di vesti di valore medio-basso. La differenza sostanziale tra la prima e la seconda parte del­ l’anno non è ragionevolmente imputabile al fattore climatico (mesi freddi/mesi caldi), dal momento che, se questo può es­ sere vero fino a maggio, non si spiegherebbe allora come mai l’ammontare raccolto negli ultimi mesi dell’anno sia da due a sette volte maggiore della media del ricavato della prima parte (mesi da gennaio a maggio). Non è semplice neppure tentare di collegare tali risultati ai fattori che determinavano l’andamento delle oblazioni in de­ naro, poiché dal confronto delle variazioni mensili del valore ricavato dalle oblazioni del primo (denaro) e secondo capitolo (drappi e vesti) non emergono analogie significative: non pare che oblazioni in denaro e oblazioni in natura fossero soggette alle stesse dinamiche. Per non fare che un esempio, una spie­ gazione all’aumento di oblazioni nella seconda parte dell’anno potrebbe essere riconducibile all’epidemia di peste che inte­ ressò Milano negli ultimi mesi del 1400. Infatti, poiché anche le vesti appartenute agli appestati defunti venivano portate al­ l’altare, da un incremento di decessi poteva, paradossalmente, derivare un incremento di donazioni. Questa motivazione è confermata dall’analisi delle scritture del Registro delle Obla­ zioni. Nel mese di agosto, infatti, troviamo ogni giorno lunghi elenchi, fino a 120/125 capi per volta, di vesti donate, senza

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L’analisi delle donazioni in drappi e vesti può essere meglio condotta suddividendo l’anno in due parti: la prima, da gen­

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che sia riportata l’indicazione del benefattore, come invece normalmente avviene; verosimilmente, tali registrazioni si rife­ riscono alle vesti recuperate dagli incaricati nei lazzaretti degli appestati. Le oblazioni in denaro portate all’altare nell’anno 1400 sono state, infine, suddivise per stagione29. Il valore delle oblazioni raccolte nei mesi più caldi (primavera, estate) risulta superiore (58%) a quello delle altre due stagioni (autunno, inverno: 42%), e la primavera, in particolare, rappresenta il momento in cui le donazioni sono riscosse con maggior successo (31%). La correlazione tra l’andamento del valore delle donazioni offerte e i fattori climatici non può essere spiegato esaustivamente a partire dal legame di dipendenza dell’uomo medieva­ le dai ritmi della terra e del lavoro nei campi, discorso affron­ tabile, invece, per alcuni generi specifici di oblazioni in natura, come il vino, le cui quantità donate erano strettamente con­ nesse ai tempi del raccolto.

(12 lire circa) contribuisce in modo del tutto marginale alle ne­ cessità finanziarie del cantiere, costituendo esclusivamente lo 0,03% della ricchezza raccolta nell’anno dalle oblazioni30. Le donazioni erano trascritte con l’indicazione del peso, in libbre e once, della cera donata31. Di conseguenza, il criterio adottato come unità di misura per l’analisi e rappresentazione grafica dei dati non è stato quello del valore monetario in liresoldi-denari, utilizzato per le oblazioni in denaro e in drappi e vesti, bensì quello del peso, calcolato in libbre grosse32. Le donazioni consistono ciascuna in poche libbre di cera: la media, infatti, del peso unitario dell’insieme di oblazioni in esame è pari a 2 libbre e l i once, equivalenti a poco meno di 2 kg. La metà della quantità di cera raccolta nell’anno 1400 è di peso inferiore a 5 libbre, e si ritrova una sola donazione, nel­ la fattispecie pari a 13 libbre, di peso superiore a 7 libbre. Si tratta, quindi, di doni di minima entità, come è evidente se si considera che la cera veniva venduta al prezzo di 45 denari cir­ ca per libbra. La raccolta di questo genere di offerte non era effettuata in un momento specifico della settimana: le 27 oblazioni in cera sono diversamente distribuite su tutti i giorni, dal lunedì alla domenica. Anche per le donazioni in cera la domenica rappre­ senta il momento in cui la raccolta è più abbondante, sia ri­ spetto al numero di benefattori, che in questo giorno sono un terzo del totale complessivo, sia rispetto alle quantità offerte: la metà delle libbre di cera raccolte nell’anno 1400 proviene da oblazioni domenicali. L’andamento mensile presenta numerose analogie con la di­ stribuzione delle offerte in denaro nell’arco dell’anno. Anche in questo caso si osserva un significativo incremento delle oblazio­ ni nel mese di giugno, in cui viene portata all’altare più della metà della cera dell’intero anno (34 libbre). Fatta eccezione per questa significativa variazione, non ci sono periodi particolari dell’anno in cui si concentrino le offerte di questo genere: ogni mese, infatti, tranne ad agosto e a settembre, si ritrova almeno una donazione, per un peso complessivo variabile da un mini­ mo di 1 libbra (dicembre) a un massimo di 8 libbre (aprile).

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Le oblazioni in denaro provenivano per la maggior parte dai cittadini di Milano e dei paesi vicini. Per loro, l’arrivo della pri­ mavera significava il risveglio dei commerci e degli scambi, la ri­ presa dei viaggi e dei pellegrinaggi, che a causa della rigidità del clima erano ridotti, se non sospesi, nei mesi precedenti. Tutto questo comportava una maggior prosperità della città e un in­ cremento nell’afflusso dei fedeli nelle chiese, circostanze che inevitabilmente si riflettevano sul valore delle donazioni.

Oblazioni in natura: cere Le oblazioni del terzo capitolo del Registro apportano un contributo importante alle esigenze della Fabbrica, in conside­ razione del cospicuo utilizzo della cera nella chiesa per l’illu­ minazione e a scopo votivo, ma estremamente esiguo nell’eco­ nomia complessiva delle entrate reperite attraverso le oblazio­ ni in denaro e in natura. Infatti, le 27 donazioni trascritte in questa sezione rappresentano solamente lo 0,3% del numero totale di oblazioni dell’anno 1400, e il loro valore complessivo

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Oblazioni in natura: vini Come le offerte in cera, anche le oblazioni di vini rappre­ sentano, dal punto di vista meramente economico, un contri­ buto minimo nel complesso delle oblazioni raccolte nell’anno 1400: le 80 lire circa di valore stimato totale delle donazioni vi­ narie costituiscono solamente lo 0,2% sull’intero ammontare delle offerte in denaro e natura del 1400. E necessario consi­ derare tale dato, tuttavia, tenendo conto del costo relativa­ mente esiguo di questo genere alimentare, pari a circa 10 soldi al litro. Ne consegue che le quantità donate in quell’anno fu­ rono tutt’altro che irrisorie: il risultato derivante dalla somma delle oblazioni in vino è di circa 160 brente, equivalenti a qua­ si 12.000 litri. I vini costituivano una tipologia di donazione di grande utilità per le necessità del cantiere: il consumo annuale della Fabbrica in quel periodo si stima non inferiore a 310.000 li­ tri33. Tale bevanda, infatti, era largamente utilizzata per ri­ compensare le fatiche quotidiane del lavoro di tutti coloro che prestavano il proprio apporto alla costruzione della cat­ tedrale, a titolo gratuito o dietro corresponsione di salario. Tre boccali di vino per ogni giorno di lavoro d’estate e due d’inverno erano serviti a Paolino da Orsenigo, falegname e muratore della Fabbrica, a integrazione del salario mensile di 6 fiorini, mentre il guardiano che nei giorni festivi sorveglia­ va le vetrate per evitare le bravate dei monelli riceveva un boccale al giorno34. Le quantità riportate in questa sezione del Registro delle Oblazioni sono, per la maggior parte, il risultato della appo­ sita questua effettuata dai frati mendicanti nelle campagne al tempo della vendemmia. Nel caso le quantità raccolte si fos­ sero rivelate scarse, il vino, così come la cera, veniva acqui­ stato sul mercato dagli spenditord5, officiali assunti alle di­ pendenze della Fabbrica con il compito di acquistare, alle mi­ gliori condizioni di mercato, le materie prime necessarie al cantiere. Per ottenere «a miglior mercato le cose da compe­ rare», gli spenditori venivano accompagnati da un servitore

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con un quadretto dipinto della Madonna appeso al collo, «siccome i cuori degli uomini saranno indotti ad accordare migliori condizioni nelle vendite per riverenza all’alma e glo­ riosa Vergine Maria»36. Di conseguenza, le donazioni di tal natura solitamente non venivano vendute all’incanto, a meno che non si trattasse di oblazioni di grande entità, come gli enormi cassoni di cera rin­ venuti nella casa del mercante Carelli37. In considerazione della peculiare modalità di reperimento, le oblazioni trascritte non forniscono precise indicazioni a ri­ guardo del numero di donatori o dell’entità di ciascuna offer­ ta, in quanto spesso sono da considerare risultanti dall’aggre­ gazione di più donazioni singole, che non venivano analiticamente annotate. Per questa ragione, poiché l’adozione del nu­ mero di oblazioni come parametro di riferimento non avrebbe condotto a risultati significativi, le analisi dei dati sono state svolte a partire dall’indicazione quantitativa, espressa in bren­ te, dell’entità di ciascuna offerta38. La media delle quantità di vino donate è pari a quasi 10 brente per registrazione: volume considerevole, se si considera che equivale a circa 750 litri. Il vino veniva offerto alla Fabbri­ ca in pinte, boccali e bottiglie, se si trattava di oblazioni di po­ che staia o quartari, mentre per donazioni di diverse brente si utilizzavano damigiane e botti trasportate su carri - da questo prendeva il suo nome la misura di capacità detta canaria, cor­ rispondente a 9 brente, cioè a quasi 680 litri, che indicava ap­ punto le brente che potevano essere trasportate da un carro di medie dimensioni. Le quantità di vino maggiori sono raccolte di giovedì e ve­ nerdì, giorni in cui viene donato più dell’80% delle brente complessive. Le offerte si concentrano esclusivamente nella prima parte della settimana, dal lunedì al venerdì, e questo rap­ presenta una novità rispetto all’andamento settimanale di tutti gli altri generi di oblazione in denaro e in natura considerati nel Registro delle Oblazioni, che riportavano, invece, un netto incremento legato alla domenica.

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Il Liber dati et recepti: entrate e uscite della Fabbrica Nell’anno 1400 le numerose modalità e forme di raccolta ga­ rantirono alla Fabbrica ingenti entrate monetarie, stimabili in ol­ tre 42.200 lire, risultanti dalla somma delle entrate effettive in moneta (primo capitolo del Registro delle Oblazioni), del ricava­ to dalla vendita di drappi e vesti e dei diversarum posti all’in­ canto (capitoli secondo e quinto del Registro), e, infine, della sti­ ma del valore della cera e del vino offerti (capitoli terzo e quar­ to del Registro). Le oblazioni in cera e in vino solitamente non venivano vendute all’incanto, ma utilizzate direttamente nel can­ tiere. Per favorire il confronto e l’aggregazione dei dati, e per ri­ condurre tutte le donazioni al loro valore monetario, si è ritenu­ to opportuno stimare le quantità di cera e vino offerte utilizzan­ do il prezzo corrente dell’anno39. Stima, però, che non era effet­ tuabile per i beni del capitolo quinto sia direttamente utilizzati dalla Fabbrica che rivenduti all’incanto; ci si è quindi limitati a indicare l’importo monetario ricavato dalla vendita di questi ul­ timi, poiché l’eterogeneità dei diversarum offerti avrebbe facil­ mente condotto a errori nella determinazione del loro valore. Per meglio contestualizzare la rilevanza delle oblazioni ero­ gate nell’anno 1400 si sono esaminate le entrate e le uscite del­ la Fabbrica nei suoi primi cinque anni di vita (1387-1391) e nel 1400. L’analisi delle registrazioni di dati (uscite) e recepti (en­ trate) mostra che, fin dall’inizio del 1387, la Fabbrica mantie­ ne un discreto equilibrio finanziario, in virtù delle ingenti en­ trate provenienti sia da oblazioni sia da altre fonti, come lega­ ti, eredità, possessi foresi e immobiliari. Alla fine del 1390 l’a­ vanzo accumulato dalla differenza tra entrate e uscite è pari a 32.000 lire, esito di un’attenta gestione dei bilanci degli anni precedenti. L’efficienza della rete di raccolta delle oblazioni permette di triplicare, in meno di un decennio, le entrate nelle casse della Fabbrica, che passano rapidamente da 57.288 lire (1391) a 148.419 lire (1400)49. In ciascuno dei 12 mesi dell’anno 1400 i recepti furono su­ periori ai dati, in misura variabile tra il 2% (mese di gennaio) e il 460% (mese di dicembre), determinando a fine anno un avanzo complessivo pari a circa 100.000 lire41.

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Le oblazioni in denaro e in natura, che costituivano poco me­ no di un terzo delle entrate complessive, rappresentavano un ap­ porto fondamentale al sostentamento economico della Fabbrica. Il valore del contributo monetario generato dalle oblazioni (42.133 lire)42, infatti, riuscì, da solo, a coprire quasi totalmente (86%) i costi complessivi dell’ente nell’anno 1400 (49.204 lire).

Un Duomo costruito dal popolo? Nel corso della trattazione è emerso più volte il sostanziale apporto fornito dalla miriade di piccole offerte in denaro e in natura di basso valore (0-10 lire). Esaminando congiuntamen­ te queste donazioni di minor valore nei cinque capitoli del Re­ gistro, appare innanzitutto il loro elevato numero (7154). In va­ lori percentuali rappresentano il 91% del numero totale di of­ ferte registrate nell’anno 1400, mentre il loro valore complessi­ vo è pari a circa 12.000 lire, vale a dire a un terzo del denaro raccolto con le oblazioni in quell’anno43. Si tenga conto, inol­ tre, che le cifre sono fortemente sottostimate, a causa della mo­ dalità di registrazione del contenuto delle cassette. In esse, in­ fatti, come si evince dalla netta predominanza di monete in ra­ me, venivano offerti dal popolo oboli di scarso valore unitario, verosimilmente inferiori, anche di molto, a 10 lire. Tuttavia, poiché le scritture sul Registro riportano unicamente l’importo complessivo estratto dalla cassetta a fine giornata e non le sin­ gole offerte versate, nel 40% dei casi la cifra segnata è supe­ riore alO lire e non è stata dunque inclusa tra le oblazioni di basso valore prima considerate. Se invece anche questo 40% fosse stato considerato nel gruppo delle piccole offerte, come è ragionevole supporre, il loro valore complessivo ammonte­ rebbe a più di 20.600 lire, ovvero la metà di quanto raccolto nell’anno 1400. Il peso delle oblazioni di scarso valore unitario emerge an­ cor più significativamente se comparato con le nove ingenti donazioni del duca Gian Galeazzo Visconti, che, benché di al­ tissimo valore assoluto (500/800 lire), concorrono al finanzia­ mento della cattedrale solo per il 16% (6800 lire)44.

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I dati di sintesi vanno affiancati alla considerazione che il per­ durare nel medio-lungo periodo di un ente dipende non soltan­ to dal semplice equilibrio tra entrate e uscite complessive, bensì soprattutto dalla soddisfazione del suo equilibrio finanziario in ciascun periodo, garantito, come emerso, dalla fonte costante di entrata rappresentata dalle oblazioni estratte dalle cassette. Un Duomo, quindi, costruito dal popolo, perché questo te­ stimonia chiaramente come furono, in realtà, le offerte di mi­ nor valore a rendere concretamente possibile l’opera di chi si affaticava, giorno dopo giorno, nella costruzione della catte­ drale. Doni quasi insignificanti, segno commovente di quella religiosità e gratuità che conduceva e dettava le azioni materia­ li e quotidiane degli uomini del tempo: Non nobis, Domine, sed nomini Tuo da gloriam.

8 Annali, Appendici, t. 1,31 gennaio 1413. 9 Si fa riferimento ai Libri dati et recepii, ai Libri intratarum et expensarum e ai Libri mastri contenuti nel Fondo Registri dell’AFD. 10 G. S o l d i R o n d in in i , La Fabbrica del Duomo di Milano nei primi anni, cit., p. 37. 11 AFD, Registro delle Oblazioni, Fondo Registri, n. 51. 12 In particolare, nel primo capitolo del Registro, contenente le oblazioni in denaro, le somme sono calcolate a fine giornata, mentre nel secondo capi­ tolo, relativo alle oblazioni in natura, il totale è calcolato a fine di ogni pagina. 13 G. ANSELMI, Rivendicazione al popolo milanese, cit., p. 46. 14 Cfr. infra, p. 190, Tabella A. 15 Nel calcolo del numero di oblazioni, l’attribuzione di ciascuna dona­ zione al proprio scaglione è stata effettuata esclusivamente in base al valore “lire”, senza prima convertire soldi-denari all’unità superiore (lire) e arro­ tondare il risultato ottenuto, processo che invece si è utilizzato per le somme dei valori. 16 AFD, Liber dati et recepii, anno 1400, Fondo Registri, n. 52. 17 LArchivio della Fabbrica del Duomo di Milano, cit., p. 4. 18 AFD, Registro delle Oblazioni, cit., 7 novembre 1400. 19 Annali, t. 1,18 maggio 1395; «Camera praefati magnifici domini dom. ducis debet item dare prò adiectione facta prò mensibus octobris, novembris et decembris anni 1397 et mense januarii, februarii et martii anni 1398 ad computum florenorum 250 in mense, 1. 2400. Item debet dare camera praedicta prò dicto subsidio mense aprilis anni praesentis 1398 ad computum florenorum 500 in mense». 20 La media del valore delle vesti donate stimate di importo inferiore a 1 lira è di 7 soldi; sono dunque necessarie circa 200 vesti di importo minimo per accumulare l’ammontare di 68 lire, cioè l’equivalente di quanto ricavato dalla vendita di una veste di importo massimo. Le 1203 lire ricavate com­ plessivamente dalla vendita delle vesti di valore più basso rappresentano il 13 % di quanto raccolto come oblazioni in drappi e vesti. Le 68 lire ottenute dalla vendita dell’unica donazione stimata a tale cifra, che rappresenta il va­ lore massimo realizzato nell’anno 1400 da questo genere di oblazioni, ne co­ stituisce solamente lo 0,7%. Il rapporto tra il denaro ottenuto nell’anno 1400 dalle vesti di importo massimo (68 lire) e dalle vesti di importo minimo (1203 lire) è, dunque, di 1:17. Ciò significa, infine, che per ogni veste di importo massimo (68 lire) donata, ne sono state donate almeno 200 x 17 di importo minimo (inferiore a 1 lira). 21 Regolamento generale di amministrazione, in Annali, t. 1, 16 ottobre 1387. 22 II valore della media è stato calcolato come divisione del totale delle oblazioni in denaro (32.844 lire) per i giorni della settimana (7), ovvero co­ me media dei sette valori risultanti dall’aggregazione delle oblazioni rispetto al giorno della settimana in cui erano state offerte. 23 II valore della media giornaliera è stato calcolato dividendo per i sette giorni della settimana l’importo totale delle oblazioni in denaro raccolte nel­ l’anno 1400 all’altare, pari a 21.332 lire.

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Note 1 «N oi ci sentiamo ora autorizzati a indurre che lo stupendo edificio fu opera di artisti lombardi, e iniziamento del popolo milanese, fu interamente ed esclusivamente il portato della volontà e dell’energia cittadina» (G. A n SELMI, Rivendicazione al popolo milanese, cit., p. 47). 2 «Questo testamento è un’ampia testimonianza della mente di Galeazzo, nel quale avrebbe dovuto avere posto eguale il Duomo, se veramente fosse stata creazione sua, supposizione diniegata dal suo silenzio, e dal silenzio de­ gli scrittori sincroni dello Stato» {ivi, p. 33). 3 E. C a t ta n eo , Il Duomo nella vita civile, cit., pp. 15 e 22. 4 P. BOUCHERON, Le pouvoir de bdtir, cit., p. 155. 5 Anseimi un secolo fa introduceva le motivazioni che lo avevano spinto a scrivere la sua opera a partire dalle stesse considerazioni: «[Il Duomo di Milano] è da considerare riguardo principalmente l’essere rimasti sempre vi­ vi e controversi, come ancora rimangono, due punti cardinali: cui si debba l’onore del concetto artistico del Tempio, cui quello dell’impulso, e del con­ corso principale per l’erezione» (G. A n s e l m i , Rivendicazione al popolo mila­ nese, cit., p. 19). La modalità con cui egli giunge alle sue conclusioni, dichia­ rando con ciò chiuso il dibattito, sebbene adeguate per la sua epoca, difetta­ no della necessaria scientificità e lasciano perciò aperta la questione. 6 l i Archivio della Fabbrica del Duomo di Milano riordinato e descritto dal Dr. Ettore Verga, Direttore dell’Archivio Storico Civico, a cura della Ammini­ strazione della Fabbrica, Milano 1908, p. 7. 7 Si tratta di un calcolo approssimativo, in quanto non tiene conto né del numero di elemosine e doni effettivamente offerti, né del loro valore, bensì solo del numero di pagine dei volumi che contengono la loro registrazione.

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NON NOBIS, DOMINE, SED NOMINI TUO DA GLORIAM

24 Al complesso delle oblazioni in denaro sono state sottratte prima quelle di valore superiore a 1000 lire, poi quelle di valore superiore a 700 lire, e così via, fino ad arrivare a sottrarre tutte le elemosine di valore superiore a 10 lire. 25 Nel 1412 viene presentata in Consiglio una mozione di spostamento nei giorni feriali della convocazione, in quanto peccaminoso in quelli festivi. La mozione viene nuovamente discussa e, quindi, accettata due anni dopo. Annali, t. 2, 3 maggio 1412; t. 2, 17 maggio 1414. 26 Annali, t. 1, 12 dicembre 1400. 27 Annali, t. 1, 15 febbraio 1400. 28 La media di 169 lire è calcolata sugli importi ricavati dalle oblazioni in drappi e vesti relativi ai mesi di gennaio, febbraio, marzo, aprile e maggio. 29 L’analisi dell’andamento stagionale delle oblazioni è limitato a quelle in denaro offerte all’altare, poiché per le donazioni estratte da cassette era già stata evidenziata la sostanziale uniformità degli importi nell’arco dell’anno, mentre per quelle in drappi e vesti le osservazioni sono già state condotte a partire da una suddivisione in due parti dei mesi dell’anno. 30 II valore complessivo della cera donata è stato calcolato a partire dal testo di una delibera del Consiglio della Fabbrica relativo alla vendita all’in­ canto di oblazioni di questo genere: «Prezzo della cera. Vendersi la cera rin­ venuta nella casa di Marcolo Carelli per il prezzo di lire 18, soldi 16 imperiali per ogni cento libbre. Il detto prezzo dovrà essere al netto, cioè senza alcun diritto di cambio, eccettuata la mediazione che si pagherà dalla Fabbrica», contenuto in Annali, t. 1, 30 settembre 1394, da cui si desume che il prezzo della cera equivaleva a 45 denari a libbra. 31 I pesi mercantili erano di due specie, Peso grosso, utilizzato per la seta greggia, la carne, l’olio, il burro e la cera, e Peso piccolo o Peso sottile, utiliz­ zato per la maggior parte delle mercanzie. Le unità di misura, di conseguen­ za, potevano essere grosse o sottili. La libbra grossa corrispondeva a 0,762517 kg ed era formata da 28 once, mentre la libbra sottile corrispondeva a 0,326793 kg ed era formata da 12 once. Cfr. A. M A RTINI, Manuale di metro­ logia, cit., p. 351. 32 II peso delle donazioni, espresso nel Registro in libbre e once, è stato convertito in libbre, arrotondando il valore ottenuto. Non avrebbe avuto senso presentare dati decimali, dal momento che 1 libbra corrisponde a 28 once, e non a 10. 33 G . S o l d i R o n d in in i , In Fabrica artis, cit., p. 118. 34 Annali, t. 1, 7 settembre 1406. 35 Gli spenditori venivano assunti alle dipendenze della Fabbrica in base a un capitolato generale che sanciva obblighi e diritti tra i contraenti (deter­ minazione di salario e cauzione, trattamento economico relativo ai trasferi­ menti, condizioni di spesa per i lavori, il materiale e il personale, rapporti con il sovraintendente i lavori). 36 Annali, t. 1, 8 gennaio 1408. 37 Annali, t. 1, 30 settembre 1394. 38 L’entità di ciascuna oblazione è espressa, nel Registro, in carrarie, bren­ te, staia e quartari, che sono state convertite in brente a partire dal seguente schema di equivalenze:

Carraria = 9 brente = 679,98 litri Brenta = 3 staia = 75,55 litri Staio = 4 quartari = 25,18 litri Quartaro = 8 boccali = 6,29 litri Cfr. Annali, Appendici, t. 1, p. 11. Le cifre trascritte si riferiscono al valore in brente arrotondato. Non avrebbe avuto senso, infatti, riportare dati decimali, dal momento che, per esempio, 1 brenta equivale a 3 staia, e non a 10. 39 Le libbre di cera sono state valutate al costo di 45 denari ciascuna, mentre le brente di vino sono state valutate al costo di 10 soldi ciascuna. 40 N ei raffronto dei valori si tengano in considerazione anche i lievi fe­ nomeni inflattivi che interessarono il corso della lira nell’ultÌmo decennio del XIV secolo, conseguenti alle operazioni di politica monetaria messe in atto da Gian Galeazzo Visconti. Cfr. G. SOLDI RONDININI, Politica e teorie mone­ tarie nell’età viscontea, cit. 41 Cfr. infra, p. 191, Tabella B (da AFD, Liber dati et recepii, anno 1400, cit.). 42 Si fa riferimento al contributo monetario generato dalle diverse tipolo­ gie di oblazioni; l’ammontare di 42.133 lire è stato calcolato sulla base di quanto effettivamente percepito per oblazione diretta (in denaro) o per ven­ dita all’incanto dei beni offerti (in natura), senza considerare l’apporto stima­ to per le donazioni direttamente utilizzate dalla Fabbrica, come quelle in ce­ ra e vino, non monetizzate e quindi non corrispondenti a un’entrata di cassa. 43 Cfr. infra, p. 192, Tabella C, che riporta il numero e il valore delle obla­ zioni comprese tra 0 e 10 lire, ripartite per tipologia. 44 Chi finanziò la costruzione del Duomo? Si veda la ripartizione delle oblazioni dell’anno 1400 riportata qui in Tabella D, p. 193. Si sono indicate come del popolo le oblazioni delle diverse fasce sociali della popolazione del tempo, ovvero sono state sottratte le donazioni ducali all’importo complessi­ vo delle oblazioni.

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TABELLA A - Oblazioni dell’anno 1400 ripartite per capitolo (tipologia)

TABELLA B - Uscite {dati) ed entrate (recepii) nell’anno 1400 DATI

P ER C E N T U A LE VALORE P E R C E N T U A LE N UM ERO SU L TO TA LE D O N A Z IO N I SU L TO T A LE D O N A Z IO N I (IN LIR E ) I. O blazioni in denaro II. Oblazioni in natura (drappi e vesti) SU B T O T A L E

2406

5393

7799

30,5%

68,4%

98,9%

32844

9023

41868

77,8%

21,4%

99,2%

III. Oblazioni in natura (cere)

27

IV. Oblazioni in natura (vini)

17

0,2%

80

0,2%

40

0,5%

266

0,6%

V.

Diversarum

TO TA LE

7883

0,3%

100%

12

42225

G en n aio

AVANZO

7941

140

F eb b raio

8677

12131

3454

M arzo

4983

10339

5356

A prile

3146

10015

6869

M aggio

2947

11387

8440

G iu g n o

4200

14113

9913

L u g lio

2553

12080

9528

A gosto

2541

11130

8589

Settem bre

3203

14706

11502

O tto b re

2831

14902

12071

N ovem bre

3575

14294

10719

D icem b re

2747

15380

12633

T O T A LE

49204

148419

99215

0,03%

100%

7801

RECEPTI

TABELLA C - Oblazioni dell’anno 1400 (0-10 lire) per capitolo

P E R C E N T U A LE V A LO R E P ER C E N TU A LE N UM ERO SU L T O T A L E D O N A Z IO N I SU L TO TA LE D O N A Z IO N I (IN LIR E ) I. O blazioni in denaro II. O blazioni in natura (drappi e vesti)

1823

5275

23 %

67%

5406

6508

15%

27

IV. O blazioni in natura (vini)

18

0,2%

36

0,1%

Diversarum

11

0,1%

24

0,1%

TO TALE O B L A Z IO N I 0-10 LIR E

7154

91%

11986

28 %

7883

100%

42225

100%

V.

TO TALE O B L A Z IO N I

12

V A LO R E

PERCEN TU A LE

(IN LIR E )

SU L T O T A L E O B L A Z IO N I

Donazione ducale (Gian Galeazzo Visconti)

6800

16%

35425

84%

Donazione del popolo (0-10 lire)

11986

28%

TO TALE O B L A Z IO N I

42225

100%

13%

III. O blazioni in natura (cere)

0,3%

TABELLA D - Ripartizione delle oblazioni nell’anno 1400

Donazione complessiva del popolo

0,03%

CONCLUSIONE

Conclusione

La Fabbrica, attraverso le decisioni prese nelle riunioni setti­ manali del Consiglio e le procedure elettive dei suoi membri, esercitava un notevole controllo sulla costruzione della nuova cattedrale di Milano - e in questo rappresentava un singolare luogo di affermazione e salvaguardia della libertà e della volontà popolare all’interno di una città despoticamente governata1. La cattedrale era l’opera del popolo di Milano, l’opera del­ la comunità cristiana cittadina. Il cantiere della cattedrale non offriva spazio alcuno per eccentrici geni: era una costruzione comunitaria, in cui maestri e operai tutti, con il lavoro, pren­ devano parte alla glorificazione di Dio, l’eterno lavoratore. La costruzione della cattedrale fortificava il popolo milanese come corpo più grande della somma dei singoli individui che lo com­ poneva. Unita in quest’opera sacralizzante, la comunità scopri­ va la sua identità e approfondiva i suoi legami. Lavorando nel cantiere, gomito a gomito, con numerose maestranze d’oltral­ pe, operai, architetti e scultori dagli stati vicini, la costruzione acquisì un marcato carattere di internazionalità, ponendo le basi di quello che sarà nei secoli uno dei tratti distintivi della città. E giorno dopo giorno, pietra su pietra, la cattedrale di­ venne un simbolo di identità civica nella quale i milanesi si ri­ conoscevano orgogliosi.

All’inizio del Quattrocento, la vittoria dei milanesi su Gian Galeazzo Visconti e sull’ingerenza dei suoi protetti aveva gua­ dagnato alla Fabbrica pieno controllo e indipendenza sul pro­ getto di costruzione, ma a costo della rinuncia alle laute obla­

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zioni del Principe. Il rafforzamento delle modalità di raccolta delle donazioni, quel sistema efficientemente implementato fin dai primissimi anni di inizio dei lavori, divenne quindi una priorità assoluta per i consiglieri della Fabbrica. Nuove strate­ gie, nuovi canali andarono ad affiancarsi alla rete preesistente di reperimento delle offerte, allo scopo di assicurare un rinno­ vato flusso di entrate in grado di equiparare i cospicui versa­ menti del Visconti con cui i milanesi avevano fieramente ba­ rattato la loro autonomia. E mentre escogitava ingegnose modalità per attirare nuove donazioni, la Fabbrica si dedicava a quello che da sempre era l’eterno compito della Chiesa: l’educazione della religiosità del suo popolo. Chiara espressione di ciò erano le decisioni prese a riguardo di benefici e rituali accordati in gratitudine per quanto versato ad alcuni donatori, scelti tra la miriade di gran­ di e piccoli offerenti per essere ufficialmente onorati. Certamente, nell’additare con gran pompa alla popolazione un munifico donatore come il mercante Carelli, i consiglieri speravano di fornire un esempio da emulare, suscitando così nuove oblazioni2. Similmente, pel buono esempio la Fabbrica aveva deciso di pagare le spese per le esequie, il settimo, il tri­ gesimo e l’annuale della nobildonna Antoniola de Vassalli nel 1395, che aveva nominato la Fabbrica sua erede universale. I suoi beni mobili erano stati stimati 213 lire, e la sua casa 1325 fiorini d ’oro3. Ma l’incremento delle donazioni non era la loro sola preoc­ cupazione - e d’altra parte non avrebbe spiegato, per citare un significativo esempio, il dono elargito a un povera donna come Caterina in ringraziamento per l’offerta di una miserrima pelliccetta del valore di 1 lira soltanto, né di per sé le ricchezze la­ sciate dalla prostituta Marta rendevano conto degli onori a lei accordati di fronte alla cittadinanza intera4. Piuttosto, gli officiali della Fabbrica additarono all’attenzio­ ne della città uomini e donne che con i loro esempi di carità avevano mostrato come non erano necessarie grandi ricchezze e grandi virtù per vivere appieno l’annuncio cristiano. E così, per gli astanti le storie del Vangelo non erano più mitologiche parabole da un passato lontano. Per coloro che nei sermoni e

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nelle grandi celebrazioni cittadine vennero a conoscenza delle loro storie, il ricco mercante Carelli, la prostituta Marta, e la pauperrima vecchietta Caterina, insieme agli innumerevoli altri donatori ricordati nei Registri delle Oblazioni, resero le parole di Cristo presenti e contemporanee.

Ringraziamenti

Note 1 Alcune delle osservazioni qui presentate sono contenute in M. SALTAThe Prince and thè Prostitute, cit. 2 Per la storia del mercante Carelli, vedi supra, pp. 77-112. 3 Dalla vendita della casa di Antoniola de Vassalli la Fabbrica era riusci­ ta a ottenere 1326 fiorini, di cui una parte era stata devoluta poi al fratello di Antoniola, come da suo legato. Annali, t. 1, 8 agosto 1395; 15 agosto 1395; 24 ottobre 1395; 7 novembre 1395; 14 novembre 1395; 16 novembre 1395; 23 gennaio 1396. 4 Per la storia di Caterina, si veda supra, pp. 67-68; per la storia di Mar­ ta, si veda supra, pp. 59-62.

MACCHIA,

Desidero ringraziare per la disponibilità e la cortesia gli ar­ chivisti Roberto Fighetti (Archivio della Fabbrica del Duomo di Milano), Giustina Olgiati (Archivio di Stato di Genova), Noel Geirnaert (Stadsarchief Brugge), e Ilaria Fadda della Bi­ blioteca dell’Università Cattolica di Milano. Un particolare ringraziamento va, inoltre, a Michela Barbot, Rudolph M. Bell, Marco Cattini, Samantha Kelly, Bart Lam­ bert, Thomas F. Madden, Patrizia Mainoni, Jim Masschaele, Maddalena Mongera, Reynold Mueller, Gabriella Papagna, Stefano Piasentini, Marzio Romani e Mariateresa Sillano per le preziose indicazioni e suggerimenti forniti nel corso delle ri­ cerche, a Emanuela Dominici e Grazia Micheletti per la revi­ sione delle bozze.

Archivi consultati

Milano - Archivio della Fabbrica del Duomo di Milano (AFD) Archivio di Stato Archivio Storico Civico Archivio della Camera di Commercio Archivio Diocesano Archivio Parrocchiale della Chiesa di San Babila Genova - Archivio di Stato Venezia - Archivio di Stato (ASV) Bruges (Belgio) - Stadsarchief Brugge Lille (Francia) - Archives Départementales du Nord St. Louis (Missouri, USA) - Knights of Columbus Vatican Film Library

Bibliografia essenziale

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