Il Decalogo. Vivere come popolo di Dio 8839920285, 9788839920287

I dieci comandamenti, per secoli un pilastro indiscusso della cultura occidentale, in tempi più recenti sono stati ogget

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Il Decalogo. Vivere come popolo di Dio
 8839920285, 9788839920287

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«Sono cresciuto in una generazione in cui i bambini dovevano imparare a memoria i Dieci Comandamenti. Essi hanno definito la forma dell'etica cristiana comunemente riconosciuta. Negli anni ho visitato molte chiese sulle cui pareti sono iscritti i Dieci Comandamenti ma senza il contesto vitale dell'affermazione introduttiva della grazia redentrice di Dio: "Io sono il SIGNORE tuo Dio che ti ho fatto uscire dalla condizione servile". Legge senza vangelo. Il provvidenziale libro di David Baker ci stimola a riprendere in considerazione il luogo fondativo del Decalogo nell'etica cristiana personale e pubblica. Ma è attento anche all'osserva­ zione del contesto - sia il contesto biblico dell'obbedienza del popolo di Dio come risposta riconoscente alla grazia salvifìca, sia il contesto circostante delle culture e delle leggi del Vicino Oriente antico - utili per il paragone e il confronto. Il risul­ tato è un manuale che merita veramente di essere letto, che esamina l'ambito della cultura biblica in modo completo ma con tocco leggero, che riunisce molti filoni della vasta teologia biblica e riflette sull'importanza dei Dieci Comandamenti nella chiesa e nella società contemporanee».

Christopher J. H. Wright,

direttore di Langham Partnership International Ministries «Davi d Baker conosce l'Antico Testamento, conosce il Vicino Oriente antico e conosce la letteratura accademica: il suo studio dei Dieci Comandamenti è chiaro, accurato, di ampio respiro e aggiornato. Inoltre, se il lettore è interessato ad appro­ fondire i temi, le note e la bibliografia sono un tesoro».

John Goldingay, Fuller Theological Seminary

David L. Baker

IL DECALOGO Vivere come popolo di Dio

Queriniana

Per Meg, Abi e Ivan Tre bambini straordinari!

Titolo originale: David L. Baker,

The Decalogue. Living as the People o/ God

© 2017 by David L. Baker. Originally published by InterVarsity Press,

Downers Grove, IL (USA) © 2019 by Editrice Queriniana, Brescia

via Ferri, 75 - 25123 Brescia (ltalia/UE) tel. 030 2306925- fax 030 2306932

e-mail: [email protected]

Tutti i diritti sono riservati. È pertanto vietata la riproduzione, l'archiviazione o la trasmissione, in qualsiasi for­ ma e con qualsiasi mezzo, comprese la fotocopia e la digitalizzazione, senza l'autorizzazione scritta dell'Editrice Queriniana. - Le fotocopie per uso personale possono essere effettuate, nei limiti del 15% di ciascun volume, dietro pagamento alla SIAE del compenso previsto dall'art. 68, commi 4-5, della Legge n. 633 del 22 aprile

1941. Le fotocopie effettuate per finalità di carattere professionale, economico o commerciale, o comunque

per uso diverso da quello personale, possono essere effettuate a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da CLEARedi (www.clearedi.org).

ISBN

978-88-3 99-2028-7

Traduzione dall'inglese di MARTA PESCATORI

www. queriniana.it Stampato da Mediagraf spa- Noventa Padovana (PD)- www.printbee.it

Prefazione

Per secoli si è dato per scontato nel mondo occidentale che i Dieci Comandamenti fossero importanti per ogni tempo e in ogni luogo. Erano posti sulle pareti e sulle vetrate delle chiese e costituivano una parte essenziale del culto cattolico e di quello protestante. I Canoni Anglicani del 1 604 decretarono che «i Dieci Comandamenti siano posti sull'abside di ogni chiesa e cappella, dove le persone possa­ no ben vederli e leggerli» (§ 82) . Nelle liturgie luterana

e

anglicana

odierne si leggono i Dieci Comandamenti o un compendio della legge per prepararsi alla confessione, perché le persone si rendano conto di essere peccatrici e si rivolgano a Dio per il perdono. In alcune liturgie riformate sono inseriti dopo la confessione dei peccati come guida per la vita cristiana. In ogni caso, la loro importanza per i cristiani è acquisita. Ma che dire dell'etica nazionale e internazionale ? Nelle società occidentali moderne l'importanza dei Dieci Comandamenti è meno ovvia. Le chiese in Gran Bretagna hanno fallito ampiamente nell' op­ porsi alla liberalizzazione delle normative sul lavoro di domenica. Negli Stati Uniti si è discusso vigorosamente sul fatto che i coman­ damenti dovessero essere esposti nelle scuole e nei luoghi pubblici, e in varie occasioni è stato stabilito dai giudici che i monumenti su cui fossero incisi i comandamenti dovessero essere rimossi. I cristiani possono forse rammaricarsi di questi risultati, ma non è realistico aspettarsi che i governi di paesi che stanno diventando sempre più

6

Prefazione

secolarizzati riconoscano l'autorità delle leggi bibliche, nonostante molti dei principi che esse esprimono siano accettati da popoli civi­ lizzati di tutto il mondo. In ogni caso sono convinto che queste leggi siano ancora impor­ tanti per il popolo di Dio, come intendo dimostrare in questo libro. Prenderò in considerazione i comandamenti uno per uno in tre con­ testi: - per prima cosa collocherò ciascun comandamento nel contesto della legislazione e della cultura del Vicino Oriente antico. Questo contesto è citato solo incidentalmente o non è citato per nulla in quasi tutti gli altri libri. - In secondo luogo spiegherò ogni comandamento nel contesto del­ la Bibbia stessa (contesto canonico) . Questo è stato fatto in altri commentari, ma dal mio punto vista è assolutamente essenziale e non lo si può omettere. - Terzo, rifletterò su ciascun comandamento nel contesto mondiale attuale. Molti commentari si limitano all'ambito del contesto bi­ blico, lasciando ai lettori il compito di trarre le loro conclusioni sull'importanza contemporanea del testo. C'è anche una discreta quantità di libri che presentano intuizioni preziose sull'importan­ za dei comandamenti, ma spesso mancano di una base solida di studio del testo. Intendo colmare il vuoto fornendo al contempo una spiegazione e una riflessione. La prima parte del libro introduce i Dieci Comandamenti con un'analisi della loro struttura e forma, origine e scopo. Un altro tema che si sarebbe potuto includere è la storia della ricezione (come il testo è stato interpretato e usato nel corso dei secoli) , ma questo è stato fatto bene altrove, e ripeterlo richiederebbe un libro assai più lungo1•

1 Silll a storia della ricezione dei Dieci Comandamenti s i vedano Slattery 1979; Segai - Levi 1985 ; Brown 2 004, 33 - 12 9; Kuntz 2 004 ; Reventlow - Offman 2 0 1 1 ; G reenman - Larsen 2 0 12 ; Markl 2 0 13b.

Prefazione

7

Spero che questo libro sia utile per insegnanti e studenti, predica­ tori e comunità, e per tutti coloro ai quali interessa comprendere il significato originale e l'importanza attuale di questo testo storico. Per renderlo accessibile a quanti più lettori possibile ho ridotto al minimo le argomentazioni tecniche nel corpo del testo, fornendo invece note a piè di pagina e bibliografie a beneficio dei lettori accademici che desiderano approfondire maggiormente lo studio. Concludo esprimendo grande riconoscenza alla mia famiglia, agli amici e ai colleghi che mi hanno sostenuto e stimolato durante gli anni in cui ho scritto sui Dieci Comandamenti (o Decalogo, come ora gli studiosi li chiamano spesso) . Ho iniziato la mia ricerca sulle leggi dell'Antico Testamento quando ero vicedirettore del Tyndale House a Cambridge, e tenevo prediche sui Dieci Comandamenti nella cappella. Le risorse della biblioteca e il confronto accademico in questo centro unico per la ricerca biblica sono stati immensamen­ te importanti per me. Il congedo sabbatico concessomi dal Trinity Theological College di Perth mi ha permesso ulteriori progressi e ho completato il lavoro dopo essere tornato a Cambridge nel 20 14. Alan Millard, Abigail Patience e Diana Hakala hanno letto varie bozze e mi hanno dato suggerimenti preziosi. Infine, e più importante di tutti, cito mia moglie, Elizabeth . Non solo ha letto il libro e ne ha fatto l' editing per la stampa, ma mi ha anche sostenuto e incoraggiato costantemente nel corso degli anni. Grazie !

'

CHE COS'E IL DECALOGO?

Struttura

Secondo un articolo di The Times di qualche anno fa pochi giovani in Gran Bretagna sanno cosa sono i Dieci Comandamenti, nono­ stante la loro rilevanza storica. Una lettera successiva rivelava che un adulto che affermava di conoscere tutti e dieci i comandamenti era piuttosto confuso sulla numerazione e pensava che «cattolici, protestanti ed ebrei avessero versioni diverse dei comandamenti»' . Dunque che cosa sono esattamente i comandamenti, come funziona la numerazione e come si rapportano fra loro le varie tradizionF?

I Dieci Comandamenti

Il termine Dieci Comandamenti deriva da un'espressione ebrai­ ca che letteralmente significa " dieci parole " . Ricorre solo tre volte nell'Antico Testamento (Es 34,28; Dt 4, 13 ; 1 0 ,4) e non vi sono altre attestazioni fino agli scritti greci di Filone di Alessandria e di Flavio Giuseppe nel I secolo d.C.3• Nel secolo successivo compare in vari

1

Gledhill 2 004; Lloyd 2 004 .

2 I primi quattro capitoli e il capitolo finale di questo libro sono adattamenti di

tre miei articoli pubblicati in precedenza (Baker 2 004; 2 005a; 2 005c) con il permesso dell'editore, tutti i diritti sono riservati. 3 Filone d'Alessandria, De Decalogo; Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, III, lO l.

12

Che cos'è il Decalogo?

scritti cristiani4• Il termine Dieci Comandamenti è piuttosto fuorvian­ te perché il testo è molto più di un elenco di comandi a cui obbedire. Molti studiosi preferiscono il termine Decalogo (dal greco, " dieci parole ") e nel corso del libro userò questo. Spero di dimostrare che queste dieci "parole " contengono i principi fondamentali per la vita del popolo di Dio nell'Antico Testamento e che questi principi sono importanti ancora oggi. Il Decalogo è riportato due volte nell'Antico Testamento, in con­ testi diversi e con formulazioni leggermente diverse. La prima è in Esodo 20, 1 -2 1 , dove Dio parla direttamente al popolo di Israele sul monte Sinai dopo l'esodo dall'Egitto. Questo è integrato da Deute­ ronomio 5 , 1 -22, dove il Decalogo è ripetuto come parte del discorso di Mosè al popolo prima di entrare nella Terra Promessa. Perché dieci? Questo numero ha qualche significato teologico? Probabilmente no. È un numero facile da memorizzare: uno per ciascun dito. Oppure il numero stesso è casuale, semplicemente un risultato del fatto che le questioni di cruciale importanza inserite nell'elenco arrivano a diecP. Mentre tutti concordano che i comandamenti sono dieci, ci sono almeno cinque modi diversi di contarli (si veda la Tabella 1 ) . Nes­ suno è esclusivo di una tradizione religiosa, nonostante alcuni siano seguiti prevalentemente da protestanti, cattolici o ebrei. Le differenze compaiono all'inizio e alla fine dell'elenco, e ci sono tre elementi fondamentali. Prima di tutto, all'inizio dell'elenco, Esodo 20,2 differisce nella forma dalla maggior parte del materiale successivo, essendo una di­ chiarazione più che un comando. Alcune tradizioni lo considerano

4 Per esempio La lettera di Barnaba, 15 , 1 ; Clemente Alessandrino, Il pedagogo, III . 12 . 1 8; Ireneo di Lione, Contro le eresie, IV. 1 6.3 . 5 Nielsen ( 1 965 , 6- 10) esamina possibili ragioni del numero dieci ma non riesce ad arrivare a una conci usione chiara. Lang (2 003 , 2 006) sostiene che nella sua forma presente il Decalogo abbia in realtà dodici comandamenti. Secondo lui c'erano in origine cinque comandamenti religiosi (pentalogo) a cui se ne aggiunsero poi cinque non religiosi per for­ mare un decalogo, e questo fu poi ampliato ulteriormente con l'aggiunta del comandamen­ to del sabato e la divisione dell'ultimo comandamento in due per creare un dodecalogo.

Struttura

13

un prologo storico (A, D) , altre l'introduzione al primo comanda­ mento (B, E) o un comandamento indipendente (C) . Propendo per la seconda possibilità, considerandola un'introduzione al primo co­ mandamento. La forma del primo comandamento è quindi simile a quella dei quattro seguenti, che includono tutti una spiegazione che cita «il SIGNORE tuo Dio». Dio si è rivelato a Israele quando lo ha salvato dalla schiavitù d'Egitto e questa rivelazione è la base della sua richiesta di un culto esclusivo6•

Tabella 1. Strutture di numerazione alternative Contenuto «lo sono il Signore, tuo Dio» (Es 20,2)

Al

&ii

Prologo

cm

Div

1

Prologo

2

1

p

1 Nessun altro Dio (Es 20,3)

1

1 2

2

3

3

3

2

2

Ricordare il sabato (Es 20,8-11)

4

4

4

3

3

Onorare i genitori (Es 20,12)

5

5

5

4

4

Non uccidere (Es 20, 13)

6

6

6

5

5

Non commettere adulterio (Es 20,14)

7

7

7

6

6

Non rubare (Es 20, 15)

8

8

8

7

7

9

9

9

8

8

Nessuna immagine (Es 20,4) Non pronunciare invano il nome di Dio (Es 20,7)

Non pronunciare falsa testimonianza (Es 20,16)

6 Cfr. Gdc 6,8- 10; Sa/ 8 1 ,9-10; Os 13,4 . Mentre propendo per la seconda possibilità, la prima e la terza sono anch'esse plausibili. Sappiamo che i trattati antichi iniziavano spesso con un prologo storico, che potrebbe sostenere la prima possibilità. In alternativa, la terza possibilità potrebbe essere suffragata dal termine ebraico "dieci parole" , che potrebbe accogliere un'affermazione come la prima "parola" . Bid dle (2003 ) esamina la sintassi dei comandamenti e sostiene che sono di fatto tutte affermazioni, dal mo­ mento che non ci sono verbi imperativi. Tuttavia questo non tiene conto del fatto che "l'imperativo" ebraico è usato solo per comandi positivi e che i comandi negativi sono comunemente espressi con l'imperfettoliussivo preced uto da K'?, come qui.

Che cos'è il Decalogo?

14

Non desiderare la casa del prossimo (Es 20,17a) 10

10 20,17b)

giudaiche 111,91-92)

e Origene

(Omelie sull'Esodo, 8).

9

10

10

Flavio Giuseppe

(Antichità

10

Non desiderare la moglie del prossimo (Es

i La struttura A sembra la più antica, compare in Filone

9

(De Decalogo 50-51),

Oggi è comune nella chiesa ortodossa orientale, in

quella anglicana e in quella riformata.

ii La struttura 8 differisce leggermente dalla A, e non si sa se Filone e Flavio Giuseppe abbiano presente la A

o la 8 dal momento che non esaminano la frase introduttiva. Questa struttura è seguita in alcune tradizioni ebraiche (per esempio

Sifre Numeri 112) e nella NRSV. La versione del Decalogo nell'Esodo in BHS, BHQ e

RHB segue questa struttura tranne per il fatto che non c'è divisione tra il primo e il secondo comandamento, quindi il numero totale è solo di nove.

iii La struttura C si trova nel Talmud e nel Targum come pure nel Codex Vaticanus

(Exodu.sj ed è usata comu­

nemente dagli ebrei moderni.

iv La struttura D si trova nella Peshitta come pure in Clemente Alessandrino e Agostino. Oggi è comune nella chiesa cattolica e in quella luterana.

v La struttura E si trova in alcuni testi masoretici ed è seguita in diverse edizioni moderne della Bibbia ebraica (BFBS; Bibbia Koren; si veda anche il

Deuteronomio in BHS, BHQ e RHB). Per un'ulteriore analisi della nu­

merazione si veda Weinfeld 1991, 86-87.243-245; Houtman 1996, 3-5; Hakala 2014, 5-13.

In secondo luogo, i divieti di avere altri dèi (Es 20,3 ) e di fare im­ magini (Es 20,4-6) si possono considerare due comandamenti separa­ ti (A, B) o uno solo (C, D, E) . Mi pare che le due proibizioni coprano due temi distinti - dèi e immagini - pertanto si comprendono meglio come comandamenti separati. Da un lato sarebbe possibile adorare altri dèi con o senza immagini. Nonostante le immagini fossero co­ muni nel culto del Vicino Oriente antico, i Nabatei adoravano i loro dèi senza farne uso. Dall'altro lato la proibizione delle immagini non riguardava solo il culto di altre divinità perché era possibile creare immagini del vero Dio, come fecero di tanto in tanto gli israeliti (per esempio Es 3 2 , 1 -5 ) . Questi punti saranno affrontanti più avanti. La terza questione riguarda la fine dell'elenco: il divieto di desi­ derare è un comandamento (A, B, C) o due (D, E) ? A mio avviso è artificioso dividere questo comandamento in due (almeno nell'Esodo) dal momento che la ripetizione dello stesso verbo crea un legame molto stretto fra le due proibizioni. Come sarà chiaro nell'esame dettagliato che segue, la seconda proibizione è un'elaborazione della prima, non un comandamento separato.

Struttura

In

15

conclusione, il primo e il secondo modo di numerare i comanda­

menti (A, B) si adattano bene al contenuto. Trovano anche maggiori conferme nelle fonti antiche, come si può vedere dalle note della Ta­ bella l. L'unica differenza tra le due è all'inizio dell'elenco e riguarda il fatto che la frase «lo sono il SIGNORE tuo Dio . . . » sia un prologo al Decalogo oppure faccia parte del primo comandamento. Preferisco la seconda ipotesi, come spiegato sopra, per quanto non sia un pun­ to importante. Per quasi tutti i comandamenti questa numerazione coincide con quella familiare ai cristiani ortodossi e riformati e anche agli ebrei. Tranne per il primo comandamento, i cattolici romani e i luterani scopriranno che le numerazioni sono qui leggermente diverse da quelle a cui sono abituati (per esempio, il loro secondo comandamento è contato qui come terzo) .

Due tavole

Le tradizioni bibliche sono unanimi sul fatto che il Decalogo sia stato scritto su due tavole di pietra (Es 3 1 , 1 8; 34, 1 ; 3 4,4; 34,29; Dt 4, 13 ; 5 ,22 ; 9 , 1 0- 1 1 ) . Queste tavole furono incise su entrambi i lati (Es 3 2 , 15 ) e collocate nell'arca dell'alleanza (Es 25 , 1 6; 25 ,2 1 ; 40,20;

Dt 1 0, 1 -5 ; l Re 8,9; 2 Cr 5 , 10) . L'uso della pietra invece dell'argilla può indicare l'importanza di questo documento e della sua futura permanenza7• In generale si è ritenuto che i comandamenti fossero divisi tra le due tavole, anche se Kline ( 1 960) ha sostenuto che le due tavole fos­ sero copie identiche di tutti e dieci i comandamenti. Questo dipende dalla sua interpretazione del Decalogo come testo di un trattato tra Dio e Israele, poiché era convenzione nel Vicino Oriente antico fare

7 Tigay 1 996, 48. Per un ulteriore esame del materiale e delle possibili dimensioni delle tavole, si veda Millard 1994.

16

Che cos'è il Decalogo?

due copie degli atti di un accordo rispettivamente per il sovrano e per il vassallo8• Se ciascuna tavola conteneva tutto il Decalogo, l'arca dell'alleanza sarebbe stato il luogo adatto per depositare sia la copia di Dio, sia la copia del popolo. Tuttavia, mentre fare due copie e conservarle in luoghi separati per sicurezza ha senso, fare due co­ pie e conservarle nello stesso luogo sembra un'imitazione piuttosto pedante della procedura di stesura dell'accordo. Mettere la copia di Dio nell'arca sarebbe stato logico perché l'arca è conservata nel luogo più sacro, ma porre lì anche la copia del popolo l'avrebbe resa inaccessibile e di poca utilità pratica. È quindi possibile che l'arca contenesse una copia dei comandamenti incisa su due tavole. Questa sarebbe stata considerata la copia di Dio, con una o più copie accessibili come riferimento per il popolo e le sue guide. Non c'è testimonianza esplicita che fossero state fatte tali copie del Decalogo, ma Millard (2007 ) suggerisce che «tutte le parole del SIGNORE e tutte le norme» citate in Esodo 24 ,3 -4 siano il Decalogo, trascritto da Mosè per fornire una copia accessibile al popolo dal momento che l'originale doveva essere custodito nell'arca. In seguito Mosè istruisce il popolo su come erigere pietre sul monte Ebal su cui scrivere «tutte le parole di questa legge» (Dt 27 ,2 -4). Questo si riferi­ sce presumibilmente alle leggi di Deuteronomio 12-26 e possono in­ cludere anche il Decalogo. L'istruzione è eseguita da Giosuè ( Gs 8,32). Non sappiamo come fossero divisi i dieci comandamenti sulle due tavole. I documenti antichi tendevano a riempire lo spazio disponi­ bile per risparmiare sui materiali, quindi è possibile che i coman­ damenti siano stati semplicemente stesi sulle tavole in quel modo. Ma è anche possibile che siano stati divisi in due gruppi in base al contenuto.

R Si veda anche Kline 1963 , 13-26; Derby 1993b; cfr. Collins 1992; Youngblood 1994. TI sovrano era il re della nazione più potente, quello che di norma dava avvio all'accordo, lasciando al re vassallo di decidere se accettare o rifiutare i termini proposti. Se il Deca­ logo sia da intendere come un documento di un trattato, si veda più avanti il paragrafo «Trattato e alleanza>> (pp. 2 1ss. ) .

Struttura

17

Nell'uso successivo si sono visti in genere due gruppi di comanda­ menti nel Decalogo, uno di quattro e l'altro di sei. Il primo gruppo riguarda il rapporto con Dio e il secondo il rapporto con il prossimo. Questo fu suggerito dall' Ambrosiaster e da Agostino e seguito da Calvino9• Un pregio di questa divisione è che abbina i due grandi comandamenti di amare Dio e amare il prossimo (Lv 1 9 , 1 8 ; Dt 6,5 ; Mt 22 ,34-40; Mc 1 2 ,28-34) . Altri considerano due gruppi di cinque comandamenti. Questa divisione sembra più antica ed è citata da Filone Alessandrino e da Flavio Giuseppe10• Nel primo gruppo ciascun comandamento ha una o più frasi esplicative e sempre vi si trova l'espressione «il SIGNORE tuo Dio»11• Nel secondo gruppo i comandamenti sono divieti sem­ plici e molto più brevi, nonostante l'ultimo sia piuttosto lungo. C'è anche una distinzione nel contenuto di questi due gruppi: il primo riguarda l'amore per Dio e per i genitori, mentre il secondo riguar­ da l'amore per le altre persone. Secondo Ewald ( 1 876, 1 60- 1 62) il primo gruppo specifica i doveri che spettano a persone in posizione subordinata e dipendente verso i loro superiori, mentre il secondo gruppo tratta i doveri reciproci tra gli esseri umani12• Un fattore chiave è l'interpretazione del quinto comandamento. Filone (De Decalogo 1 06- 1 07 ) ritiene che si collochi sulla linea di confine tra i due gruppi perché i genitori stanno tra la mortalità e

9 Istituzione della religione cristiana II. VIII,12. Questa è stata la divisione tradizionale nella chiesa cattolica e in quella luterana, anche se nella numerazione la divisione è di fatto tra i primi tre e gli ultimi sette comandamenti. Si veda anche Nielsen 1965 , 3 3 -34; Durham 1987, 290. 1° Filone, De Decalogo 50; Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche III.lOl. Sono sugge­ rite anche altre divisioni che non esamino qui; si veda in proposito Derby 1993a; Kratz 1994, 2 15-220; Jackson 1995 , 1797-1802; Millard 2000; Motyer 2005 , 2 15-220. 11 Supponendo che Es 20,2 ( Dt 5 ,6) sia parte del primo comandamento, come ho spiegato in precedenza. 12 Weinfeld ( 1991) suggerisce che il primo gruppo sia più tipicamente israelita, men­ tre il secondo contiene principi ampiamente riconosciuti (cfr. Miller 2009, 1 68- 174). In parte è vero, ma rispettare il nome del proprio dio e onorare i propri genitori non erano leggi specifiche di Israele, e il decimo comandamento non è affatto un principio ampiamente riconosciuto. =

Che cos'è il Decalogo?

18

l'immortalità: da un lato sono umani e si possono includere nella categoria delle persone che devono essere amate e protette, come nei cinque comandamenti successivi; dall'altro lato sono partecipi dell'azione del Creatore di dare al mondo i figli, pertanto devono essere onorati come il Creatore stesso è onorato13 • Ne consegue che onorare i genitori rientra nel rispetto per Dio, non è semplicemente una questione di relazioni sociali. La pietà filiale contempla ben più dell'astenersi dal nuocere ai genitori. È piuttosto una virtù fondamentale, espressa positivamente, che deriva natural­ mente dall'onorare Dio, il suo Nome e il suo Giorno. In Levitico 1 9 ,2 -4 onorare i genitori si integra strettamente con l'onorare Dio e osservare il sabato. Naturalmente questo significa che fare del male a un genitore è un crimine particolarmente grave e spesso comporta la pena capitale (per es . Es 2 1 , 15 - 1 7 ) , ma nel Decalogo stesso si dà rilievo all'aspetto positivo. La ricompensa per l'osservanza del quinto comandamento è una vita lunga «nel paese che il SIGNORE, tuo Dio, ti dà» (Es 20, 12) , che integra l'introduzione al primo comandamento (Es 20,2; Dt 5 ,6) creando così una cornice (inclusio) che racchiude la prima metà del Decalogo. Riassumendo, ritengo che il Decalogo consista di due gruppi di cinque comandamenti, uno concernente l'amore verso Dio e l'altro l'amore per il prossimo. Onorare il padre e la madre conclude il pri­ mo gruppo più che introdurre il secondo. Che i coman damenti siano stati scritti effettivamente su due tavole in questo modo non si può dimostrare (a meno che qualcuno trovi un giorno l'arca perduta ! ) . Tavola 2. l due gruppi di comandamenti Amare Dio

Amare il prossimo

1. Nessun altro Dio

6. Non uccidere

2. Nessun'altra immagine

7. Non commettere adulterio

13 Cfr. Blidstein 1975 , 1 -8; Yisraeli 2009, 403 -409.

Struttura

19

3. Non pronunciare invano il nome di Dio

8. Non rubare

4. Ricordare il sabato

9. Non pronunciare falsa testimonianza

5. Onorare i genitori

1 O. Non desiderare

L'ordine è significativo?

Come abbiamo visto, nonostante la numerazione dei comanda­ menti muti nelle diverse tradizioni, l'ordine è piuttosto stabile. L' ec­ cezione principale è che il sesto e il settimo comandamento nei LXX (la traduzione greca antica dell'Antico Testamento) sono spostati, con la proibizione dell'adulterio all'inizio del secondo gruppo. Quando Gesù fa riferimento ai dieci comandamenti, l'adulterio segue l'omi­ cidio in Matteo 1 9 , 1 8 e in Marco 10, 19, ma lo precede in Luca 1 8 ,20. Sembra che il Decalogo sia ordinato secondo la gravità degli illeciti elencati. Principi simili si possono vedere in altre leggi del Vicino Oriente antico e la priorità è data alle questioni che sono considerate più importanti. Per esempio alcune leggi sono ordinate sulla base della condizione socio-economica, trattando prima aspetti riguar­ danti il tempio, poi lo stato, i cittadini liberi, i servi e gli schiavi14• Filone Alessandrino (De Decalogo 12 1 ) , che segue l'ordine greco dei comandamenti collocando l'adulterio prima dell'omicidio, spiega che l'adulterio è all'inizio del secondo gruppo perché è l'oltraggio peggio­ re nei confronti degli altri esseri umani. Lo stesso principio si applica se seguiamo l'ordine più comune, che colloca l'omicidio all'inizio del secondo gruppo. In ciascun gruppo c'è un ordine discendente, che parte dal fatto più grave e si conclude con qualcosa di piuttosto inat­ teso ma comunque importante: dall'apostasia all'onorare i genitori, dall'omicidio alla bramosia.

14 Kaufman 1 979, 1 15 - 1 18; 1987 .

Che cos'è il Decalogo?

20

Infrangere un comandamento del primo gruppo in genere com­ porta la pena capitale (Es 2 1 , 15 . 17 ; 22 , 1 9; 3 1 , 14- 15 ; Lv 20,9; 24, 16; Dt 1 7 ,2-7; 1 9, 1 1 - 13 ; 2 1 , 1 8-2 1 ) . La punizione per la fabbricazione di idoli non è specificata, ma è un'offesa molto grave (Es 20,5 -6; 3 2 , 1 -35 ; Dt 27 , 15 ) e poteva anche avere come esito la pena capitale. Nel secondo gruppo solo il sesto e il settimo sono reati capitali

(Es 2 1 , 12 ; Lv 20, 1 0; 24,2 1 ; Dt 22 ,22 -24) . Per l'ottavo e il nono sono decretate punizioni più lievi (Es 22 , 1 -4; Dt 1 9 , 1 6-2 1 ) . Il decimo è di natura diversa, perché la bramosia riguarda l'intenzione più che l'a­ zione, e le persone difficilmente possono essere condotte in giudizio per questo. Tuttavia il fatto che sia inserito qui è significativo perché dimostra che le persone possono essere moralmente colpevoli al co­ spetto di Dio senza aver commesso alcun reato visibile15• Su un tema leggermente diverso, vari studiosi sostengono che l'or­ dine del Decalogo sia alla base della disposizione delle leggi nella sezione centrale del Deuteronomio, spesso chiamata Codice Deute­ ronomico (Dt 12-26) 16.

È un'idea allettante ma non

del tutto 'con­

vincente. Da un lato ci sono legami ovvi tra Deuteronomio 12-13 e i primi due comandamenti, Deuteronomio 15-16 e il quarto coman­ damento, Deuteronomio 1 9-2 1 e il sesto comandamento. Dall'altro lato è molto più difficile vedere un nesso tra Deuteronomio 14 (cibi puri e impuri, decime) e il terzo comandamento (pronunciare invano il nome di Dio) . Molte delle leggi contenute in Deuteronomio 12-26 spiegano e ampliano principi del Decalogo, pertanto non sorprende che l'ordine

15 Wright 2004, 2 9 1 ; Smith ( 1991) suggerisce una disposizione chiastica dei coman­ damenti in forma di arco, con il divieto di uccidere all'apice, quelli contro l'idolatria e la cupidigia a formare le due basi, e quelli di mezzo accoppiati. Può essere vero che i comandamenti riguardanti l'idolatria e la cupidigia abbiano un significato parallelo (cfr. Col 3 ,5) e che ci sia un elemento di chiasmo in questo, ma il resto è piuttosto artificiale. Per fare in modo che la struttura funzioni, Smith deve contare solo nove comandamenti (trasformando il primo in una dichiarazione di sovranità esclusiva sul modello dei trattati antichi), e questo va contro la fortissima tradizione secondo la quale sono dieci. 16 Così Kaufman 1979; Braulik 199 1 ; Olson 1994, 62- 125 ; Bidelle 2003 ; Walton 2012.

Struttura

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sia stato influenzato dall'ordine in cui quei principi compaiono nel Decalogo. Tuttavia sembra che il redattore del Deuteronomio abbia fatto anche altre valutazioni, perché non tutto il materiale rilevante è inserito dove ci si aspetterebbe in base a questo schema. Per esem­ pio, un gruppo di leggi riguardanti il matrimonio e la sessualità (Dt 22, 13 -23 , 1 8 ; si veda il settimo comandamento) è seguito da leggi che riguardano la proprietà (Dt 23 , 1 9-25 ; si veda l'ottavo comandamen­ to). Questo concorda con lo schema, ma il capitolo successivo torna al matrimonio e al divorzio (Dt 24 , 1 -5 ) prima di riprendere questio­ ni legate alla proprietà (Dt 24,6. 1 0 - 1 5 ; 24 , 1 7-22). C'è anche molto materiale di poca importanza per qualsiasi parte del Decalogo (per esempio Dt 14; 1 7-18; 25-26). Pertanto la somiglianza tra l'ordine delle leggi nel Decalogo e nel Codice Deuteronomico non dovrebbe essere troppo enfatizzata.

Trattato e alleanza

Un ultimo punto sulla forma del Decalogo valuta se sia formulato come un atto scritto di un trattato. In un articolo classico Mendenhall ( 1 954b) dimostra che i patti dell'Antico Testamento sono formulati in modo simile ai trattati di vassallaggio ittiti17• Le componenti prin­ cipali di quei trattati sono ben note: - preambolo che identifica l'autore del trattato (sovrano) - prologo che riferisce la storia delle relazioni tra le due parti (sovrano e vassallo) - clausole concernenti gli obblighi delle due parti (in particolare del vassallo) - disposizioni per l'atto scritto (deposito in un tempio con letture pubbliche periodiche)

17 Si ved a anche Beyerlin 1 96 1 , 50-64 ; Baltzer 1964 ; McCarthy 1 978. Esempi di trattati si trovano in COS 2,17- 18.

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Che cos'è il Decalogo?

- elenco dei testimoni (dèi) - maledizioni e benedizioni sul vassallo, con la minaccia della punizione divina per il tradimento e la promessa di ricompensa per la lealtà. Molte di queste componenti si trovano anche in testi dell'Antico Testamento, come Esodo 1 9-24, Deuteronomio e Giosuè 24. Appare chiaro che gli scrittori usano elementi dell'antica struttura del trattato per esprimere l'idea dell'alleanza, e questo è coerente con il fatto che per indicare il trattato e l'alleanza in ebraico si usa la stessa parola. Tuttavia l'alleanza israelitica è unica nel forgiare una relazione tra Dio e i suoi fedeli. Inoltre include condizioni sul comportamento sia religioso sia sociale, mentre i trattati ittiti tendono a concentrarsi su questioni militari e di sicurezza. Alcune componenti del trattato si trovano nel Decalogo - per esempio, il prologo storico e le clausole - e questo porta Kline ( 1963 ) a sostenere che pure il Decalogo è l'atto scritto di un trattato. Tuttavia il prologo è molto breve e le clausole hanno una portata assai maggio­ re degli ordini dettagliati dei trattati ittiti. Non ci sono maledizioni né benedizioni specifiche, ma le prime sono implicite in Esodo 20,5b.7b e le altre in Esodo 20,6. 12b. Due elementi chiave della formulazione mancano del tutto, cioè le disposizioni per l'atto scritto e l'elenco dei testimoni. Gerstenberger ( 1 965 a, 3 8 ) concorda che i trattati del Vicino Oriente antico usati nelle relazioni diplomatiche fra stati descrivono un patto, un accordo cordiale per promuovere la pace e combattere nemici comuni. Naturalmente le clausole sono necessarie per tale ac­ cordo, per specificare le condizioni per il mantenimento del rappor­ to, e il tutto è protetto da una maledizione. Ma Gerstenberger nega che i Dieci Comandamenti siano clausole di trattato in questo senso. Egli rifiuta l'interpretazione di Mendenhall ( 1 954a, 3 9) secondo cui l'alleanza è fatta da Dio con ciascuna famiglia israelita, e sostiene invece che l'altro partner del trattato sia il popolo d'Israele. Inoltre ritiene che i comandamenti siano universali ed eterni, riflesso di tutta la vita della società e non legati a particolari persone o nazioni. Ger-

Struttura

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stenberger conclude quindi che il Decalogo non è un trattato, ma una raccolta di precetti morali nella forma di ordini e divieti, comune nel Vicino Oriente antico. In conclusione, le testimonianze anticotestamentarie dell'alleanza tra Dio e Israele sono formulate in un modo che ricorda i trattati del Vicino Oriente antico, ma solo alcuni elementi della formula del trattato sono presenti nel Decalogo stesso, mentre altri sono eviden­ temente assenti. Il Decalogo esprime pertanto l'essenza dell'alleanza ,ma non è di per sé l'atto di un trattato.

Forma

Come già accennato, il Decalogo compare due volte nell'Anti­ co Testamento in due versioni diverse. Ci sono anche due versioni leggermente diverse non presenti nell'Antico Testamento. Come si collegano tra loro queste versioni? Ed è possibile ricavare una forma «originale»?

Le due versioni canoniche

Il Decalogo ricorre per la prima volta nel libro dell'Esodo, nel con­ testo di un evento straordinario sul monte Sinai due mesi dopo la fuga degli Israeliti dall'Egitto (Es 19; 20, 1 8-21 ) . Dio appare a Mosè e al popolo in una nube densa accompagnata da tuoni e lampi, fumo e fuoco. Essi odono un forte suono di corno, che cresce sempre più, e sentono il monte tremare violentemente. Infine sentono la voce di Dio (Es 19,9; 20, 1 .22) . Egli si identifica come il loro liberatore dalla schia­ vitù d'Egitto ed enuncia dieci leggi per la vita del popolo di Dio (Es 20,2- 17). Il resoconto di questo episodio di grandissima importanza è seguito immediatamente da una raccolta di leggi nota come il Libro dell'Alleanza (Es 20 ,22-23 ,33 ) , che sviluppa molti dei principi del Decalogo e fornisce esempi specifici di come deve essere applicato1 •

1 Cfr. Sprinkle 1994, 25-27 ; Tappy 2000; Propp 2006, 305-3 06; Williamson 2008, 1 13 -

Forma

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Dopo ciò il popolo conferma di accogliere il rapporto di alleanza con Dio in una celebrazione sul monte (Es 24) . In seguito l'importanza del Decalogo sarà rimarcata dalla rottura e dal rifacimento delle tavole (Es 3 2-34). Quarant'anni dopo il Decalogo è ripetuto all'inizio del secondo discorso di Mosè nelle steppe di Moab (Dt 5-1 1 ) , che è separato dal corpo principale delle leggi in Deuteronomio 12-26. Questo discorso spiega il significato dell'alleanza di Dio con il suo popolo, ricordando ripetutamente agli Israeliti la loro liberazione dall'Egitto e fornisce un'introduzione alle leggi. Si rievoca la consegna originaria del De­ calogo sul Sinai (al quale ci si riferisce qui come Oreb) senza però descrivere l'evento in modo dettagliato (Dt 5 ,2 -5 .22-27 ) . I temi della liberazione e dell'alleanza sono fondamentali sia nell'Esodo sia nel Deuteronomio e forniscono la chiave per comprendere il Decalogo nei suoi contesti biblici2 • Il contenuto delle due versioni è sostanzialmente lo stesso, ma ci sono differenze nei dettagli del quarto, del quinto e del decimo comandamento3 • Il Deuteronomio include ulteriori parole e frasi, la motivazione teologica per il sabato è diversa nelle due versioni e ci sono altre piccole differenze. Gli studiosi hanno tratto varie con­ clusioni da queste differenze. Per esempio Stamm e Andrew ( 1 967 ) ritengono che l'Esodo conservi una versione più antica del Decalogo, nonostante pensino che la forma scritta sia successiva a quella deu­ teronomica perché collegano il comando del sabato al racconto sa­ cerdotale della creazione. Hossfeld ( 1 982) sostiene l'interpretazione opposta, affermando che la versione deuteronomica sia originale e

1 14; Kratz ( 1 994) esamina il Decalogo nel contesto letterario dell'Esodo e conclude che è composto come introduzione al Libro dell'Alle anza. Questo conferma lo stretto rap­ porto tra il Decalogo e il Libro dell'Alleanza, ma l'idea che le leggi specifiche siano più antiche del sommario contrasta con l'intera tradizione biblica sull'origine del Decalogo. 2 Wénin 1997 , 12-20. 3 Per una sinossi dei testi si veda più avanti nell'analisi dei comandamenti in questio­ ne. Un confronto più dettagliato tra le due versioni è fornito da Charles 1926, xxxiv-xliv; Nielsen 1965 , 35-44 .

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Che cos'è il Decalogo?

sia stata rielaborata e incorporata nel racconto sinaitico dell'Esodo da un redattore post-esilico. Questa ipotesi è stata ampiamente confuta­ ta4. Secondo Weinfeld ( 1 99 1 ) entrambe le versioni sono espansioni di una forma originale più breve, benché il racconto dell'Esodo sia più antico. Ammette che ci sono alcune espressioni evidentemente deuteronomiche nella versione dell'Esodo, ma afferma che ciò non dimostra che sia successiva, perché potrebbero derivare da un de­ calogo settentrionale che egli ritiene abbia influenzato la letteratura deuteronomica.

A mio avviso la versione dell'Esodo è precedente5 • È intrinseca­ mente più probabile che sia stato aggiunto materiale supplementare anziché omesso materiale originale. Gran parte del materiale supple­ mentare è tipicamente deuteronomico: per esempio le espressioni «come il SIGNORE, vostro Dio, vi ha ordinato» e «perché siate felici»6• Il termine campo o terra è un'aggiunta naturale al decimo coman­ damento in previsione dell'imminente insediamento in Canaan (Dt 5 ,2 1 ) . In seguito alle aggiunte, il nome di Dio (YHWH) ricorre esatta­ mente dieci volte nella versione deuteronomica del Decalogo, il che potrebbe essere intenzionale.

Due versioni alternative

Il Papiro Nash fu scoperto in Egitto rtel 1 902 e da allora è conser­ vato nella biblioteca della Cambridge University. Contiene il testo del Decalogo e lo Sema ' (Dt 6,4-5 ) e risale al I o II secolo a.C. Fino

4 La proposta di Hossfeld è seguita da Lang ( 1 984) ma rifiutata da molti altri (per es. , Levin 1 985 ; Graupner 1987 , 2000; Weinfeld 199 1 ; Kratz 1 994 ) . 5 Cfr. Cassuto 195 1 , 250-25 1 ; Greenberg 1985 , 9 1 -96; Houtman 1996, 10- 1 1 ; Jung­ bauer 2002, 9- 17; Markl2007 , 209-2 17; Klingbeil 2010. 6 Entrambe le espressioni sono usate più volte nel Deuteronomio; per l'espressione «come il SIGNORE, vostro Dio, vi ha ordinato» si veda Dt 1 ,4 1 ; 5,32-33 ; 6,17; 9, 12 . 16; 12,2 1 . Per l'espressione «perché siate felici» si veda Dt 5 ,29.3 3 ; 6,3 . 18; 12,25.28.

Forma

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alla scoperta dei Rotoli del Mar Morto fu il manoscritto più antico esistente di qualsiasi parte della Bibbia ebraica. Tuttavia, pur essendo un manoscritto molto antico, la forma del testo sembra essere una combinazione di quelle dell'Esodo e del Deuteronomio. Si presume che sia successiva a entrambi, pertanto non fornisce una testimonian­ za indipendente del testo originale.

È vicina alla versione dell'Esodo

dei LXX (la traduzione greca) e potrebbe essere stata presa dal testo ebraico che sta alla base di quella versione. Un'altra versione del Decalogo si tro�a nel Pentateuco Samarita­ no8. Probabilmente è posteriore a quella conservata nel Testo Ma­ soretico (testo ebraico standard dell'Antico Testamento) ed è ca­ ratterizzata dall'armonizzazione di alcune differenze tra l'Esodo e il

Deuteronomio. La numerazione dei comandamenti è leggermente diversa rispetto alle cinque modalità di numerazione citate sopra, e condensa tutto il contenuto ordinario in soli nove comandamenti. Questo lascia spazio a un decimo comandamento tipicamente sa­ maritano: il decreto di costruire un altare sul monte Garizim e di collocarvi pietre su cui fosse incisa la legge9• Entrambe le versioni alternative del Decalogo sono antiche e di grande interesse, ma sono probabilmente posteriori rispetto a quelle presenti nel canone e non c'è motivo di correggere i testi tradizionali che ci sono familiari.

7 Stamm - Andrew 1967 , 13; Greenberg 1 985, 94 . Charles ( 1 926, vii-xliv) , scrivendo non molto tempo dopo la scoperta, trascrive e traduce il testo e confronta le tre versioni in modo dettagliato, sostenendo che il Papiro Nash concorda con i LXX più che con qualsiasi altro testo autorevole, e che è più vicino al Deuteronomio, ma usa anche l'Esodo. Per una descrizione popolare ma aggiornata del papiro si veda Sweeney 2010. 8 Cfr. Bowman 1977 , 16-27; Greenberg 1 985, 9 1 -94. 9 Cfr. Dt 27 , 1 -8. Varie forme abbreviate del Decalogo samaritano sono state trovate in iscrizioni (Bowman 1977 , 9-16) .

Che cos'è il Decalogo?

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Possiamo ricostruire una forma "originale"?

Ci sono stati molti tentativi di ricostruire la forma "originale " del Decalogo. Ewald ( 1 876, 159. 1 63 ) sostiene che se le aggiunte e le spiegazioni che si trovano nell'Esodo e nel Deuteronomio fossero ri­ mosse, ci troveremmo con due serie di cinque leggi che «mostrano perfettamente quella netta brevità che qualsiasi legge dovrebbe pos­ sedere». " Indubbiamente " sono state queste ad essere iscritte sulle due tavole in questo modo: I.

l. Non avrai altri dèi di fronte a me. 2. Non ti farai idolo né immagine alcuna. 3 . Non pronuncerai invano il nome di YHWH, tuo Dio. 4. Ricordati del giorno del sabato per santificarlo. 5. Onora tuo padre e tua madre. II

l. Non ucciderai. 2 . Non commetterai adulterio. 3 . Non ruberai. 4. Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo. 5 . Non desidererai la casa del tuo prossimo. Analogamente Charles ( 1 926, xliv-liv) è convinto che originaria­ mente i dieci comandamenti consistessero in una sola frase concisa. Suggerisce che l'ultimo fosse persino più breve di quello proposto da Ewald - semplicemente: «Non desidererai». Sellin va oltre in questa ricostruzione, sostenendo che i due comandi positivi avesse­ ro in origine una formulazione negativa come divieto di lavorare il sabato e di maledire i genitori10. Altri studiosi hanno fatto tentativi

10

Sellin 1924, 83-84 , seguito da Alt 1934, 1 1 8- 1 1 9; von Rad 1957 , 1 9 1 [ed. it., 223 ].

Forma

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simili e prodotto una serie di ipotetici decaloghi " originali " 1 1 • Wein­ feld in realtà suggerisce tre ricostruzioni diverse in due articoli e in un commentario12• Dall' altro lato Kratz rifiuta la ricostruzione di un Decalogo primitivo. Sostiene che la forma nell'Esodo fosse com­ posta per il suo contesto letterario e che includesse sin dall'inizio la maggior parte di quegli elementi spesso considerati espansioni, pur ammettendo che la base teologica per il comando del sabato possa essere secondaria 13 • Le questioni sembrano due: c'era una forma precedente ( " origi­ nale " ) del Decalogo e , in tal caso, può essere ricostruita? Che ci sia stata un 'evoluzione nella forma del Decalogo appare chiaro dalle diverse versioni nell'Esodo e nel Deuteronomio. La differenza più si­ gnificativa è nella motivazione teologica per il comando del sabato, e potrebbe essere che ciascuna tradizione aggiunga una spiegazione a una forma precedente più breve. Al di là di questo, ci muoviamo nell'ambito della speculazione. Da un lato il Decalogo nell'Esodo è presentato come le parole dirette di Dio, e ci si può chiedere se semplici esseri umani avrebbero osato modificarle. Dall'altro lato Cassuto ( 1 95 1 ) sostiene che l'autore del Deuteronomio non rite­ neva inappropriato farlo14, pertanto potrebbe essersi verificato un

1 1 Cfr. Stamm - Andrew 1967, 18-22 .58; Nielsen 1 965 , 78- 1 18; Cazelles 1969; Le­ maire 1 98 1 ; Harrelson 1997 , 33-34 . Rabast ( 1 949, 35 -38) sostiene che il Decalogo in origine fosse formulato metricamente e fosse di fatto un dodecalogo. 12 Weinfeld 1985 a, 12-14; 1985b, 6-8; 199 1 , 247 -248. Non ci sono rimandi fra i tre, pertanto non è chiaro quale proposta ritenga più probabile. n Kratz 1994; cfr. Graupner 200 1 . Da una prospettiva piuttosto diversa, Kline ( 1 996) sostiene che l'idea di «ampie revisioni successive» sia incompatibile con l'interpretazione del Decalogo come trattato, non essendo «i trattati soggetti a manipolazioni revisioni­ ste>>. Phillip s ( 1 983a) , al contrario, sostiene che gli esempi della reinterpretazione deu­ teronomica e sacerdotale del Decalogo dimostrano che il testo non era inviolabile, ma poteva essere rielaborato per tenere conto di circostanze nuove, proprio come altre leggi ebraiche. Schunck ( 1 984 ) ritiene che il nono e il decimo comandamento fossero stati aggiunti nell'VIII secolo a.C. in risposta all'ingiustizia socio-economica di quel tempo. 14 Scrive: «Secondo il consueto uso letterario seguito nella Bibbia e in altre lettera­ ture dell'antico Oriente, quando si citano le parole pronunciate da qualcuno si spiega che qualcun altro vi ha fatto riferimento, l'affermazione non è ripetuta con le z'psz'ssima verba, ma sono introdotti determinati cambiamenti e variazioni», quindi «quando Mosè

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Che cos'è il Decalogo?

processo di revisione che ha portato alla forma che leggiamo oggi nell'Esodo. La sorprendente differenza di lunghezza e di stile tra i primi cinque comandamenti e i secondi cinque suggerisce che i primi siano stati ampliati: in tal caso un tempo dovrebbe esserci stata una forma più semplice, più breve. Tuttavia questo non si può provare e nemmeno si può dire esattamente che forma fosse. In ogni caso non c'è motivo di credere che la forma precedente dovesse consistere in brevi frasi uniformi, tutte negative. Non si può neppure escludere la possibilità che alcune delle spiegazioni siano originali, incluse fin dall'inizio, per­ ché sembravano necessarie per chiarire il punto. I codici giuridici del Vicino Oriente antico non sono sempre brevi e semplici nella forma; quando è necessario includono spiegazioni ed espansioni. Inoltre «nessuno, nel contesto generale in cui i legislatori ebrei vivevano, avrebbe potuto ordinare a un popolo di servire un solo Dio, di farlo senza immagini e di permettere a uno schiavo l'opportunità pari a quella del padrone di un giorno di riposo, senza una minaccia o una promessa, o entrambe, e un buon motivo per farlo»15•

È quindi possibile che ci fosse una forma precedente del Decalogo,

più semplice e più breve delle forme bibliche. Ma non lo si può dimostrare con certezza e non c'è alcun modo per stabilirne l'esat­ ta formulazione. In ogni caso i testi dell'Esodo e del Deuteronomio sono diventati canonici per l'ebraismo e per il cristianesimo, ed è in questa forma che il Decalogo ha avuto un'influenza senza paragoni nella storia mondiale.

ricorda al popolo le parole di Dio, non le ripete esattamente» (250-25 1 ) . Si veda anche Markl 2013a, 22-24 . 15 Goldman 1 956, 65-66; cfr. Cassuto 195 1 , 23 7 .

Forma

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Altri testi simili

Vari altri testi nell'Antico Testamento mostrano analogie con il Decalogo e si possono trovare paralleli quasi a ciascun singolo co­ mandamento16. Nel Pentateuco, Esodo 34 , 1 1 -26 talvolta è definito «decalogo cultuale» e si concentra sui precetti legati al culto, che in una certa misura coincidono con il Decalogo (in merito per esempio al culto di un solo Dio, all'idolatria e al sabato)17. Levitico 19 sembra una rielaborazione e uno sviluppo del Decalogo legato a casi speci­ fici, con la citazione o il riferimento a otto dei dieci comandamenti in Levitico 1 9 ,4 (primo e secondo comandamento) , 1 9 , 12 (terzo) , 1 9 ,3b.3 0 (quarto), 1 9 ,3 a (quinto), 19, 16 (sesto) , 1 9, 1 1 . 13 (ottavo) e 1 9 , 15 - 1 6 (nono)18• Deuteronomio 27, 15 - 1 6 contiene dodici maledi­ zioni che coincidono nel contenuto con il Decalogo, ma differiscono nella forma e nel carattere.

ll profeta Ezechiele presenta vari elenchi di obblighi morali e re­ ligiosi fondamentali nella sua esposizione sulla responsabilità indi­ viduale (Ez 1 8,5 -9. 1 0- 1 7 . 1 8 ) , alcuni dei quali si trovano anche nel Decalogo (per esempio, l'idolatria, l'adulterio, il furto) . Un altro elen­ co include onorare i genitori, l'osservanza del sabato, l'omicidio e l'adulterio (Ez 22 ,6- 1 2 ) . Osea e Geremia fanno a loro volta due brevi elenchi di reati, la maggior parte dei quali è presente nel Decalogo

16 Cfr. Charles 1926, lix-lxiv; Wenham 1 979, 264 ; Weinfeld 1 985a, 4-9. 18-26; Weiss 1985 ; Harrelson 1997, 2 1 -33; Rodd 200 1 , 82-85 . 17 Goethe ( 1773, secondo Nielsen 1965 , 13- 15 ) e Wellhausen ( 1 889, 85-96 .327 -333) ritenevano che il «decalogo cultuale» fosse più antico del «decalogo etico» di Es 20 e di Dt 5, ma questi termini sono generalizzazioni fuorvianti e la datazione si basa su una concezione evoluzionistica della storia di Israele da tempo superata (Gressman 1 9 13, 473-479; Alt 1 934 , 1 17 n. 95; Durham 1987; Harrelson 1997 , 28) . Inoltre la divisione in dieci comandamenti in Es 34 è incerta; potrebbe analogamente essere considerato un dodecalogo. 18 li settimo comandamento è citato in Lv 20 e si può vedere un'allusione al decimo nel comando di amare il prossimo in Lv 19,18. Sul rapporto tra il Decalogo e Lv 19, si veda Wenham 1979, 264 ; Weinfeld 199 1 , 250-253; Hartley 1 992, 309-3 1 1 ; Milgrom 2000, 1600- 1602 .

Che cos'è il Decalogo?

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( Os 4 ,2; Ger 7 ,9) . Due salmi espongono i requisiti etici che devono soddisfare coloro che adorano Dio (5al 15 ; 24 ,3 -4 ) 19• Queste somiglianze non sorprendono. Il Decalogo è fondamentale per la vita di Israele come nazione e ha influito sulla formulazione di altre leggi, della profezia e della liturgia. Tuttavia nessuno dei testi citati ha una portata tanto ampia quanto quella del Decalogo. Ci sono anche somiglianze con pochi testi del Vicino Oriente anti­ co. Le Istruzioni Sumeriche di Shuruppak contengono ammonimenti su furto, omicidio e adulterio20• Le «Confessioni negative» del Libro

dei Morti egiziano includono frasi che presentano un contenuto simi­ le al terzo, al sesto, al settimo, all'ottavo, al nono e al decimo coman­ damento, nonostante la forma sia piuttosto diversa dal Decalogo2 1 • Tuttavia le somiglianze non dimostrano l a dipendenza letteraria da questi testi del Vicino Oriente antico. Il divieto di uccidere, di com­ mettere adulterio, di rubare e così via è comune in molte culture, e i parallelismi dimostrano semplicemente che il Decalogo ebbe origine in un mondo che riconosceva la distinzione tra giusto e sbagliato in determinate aree cruciali della vita umana. In conclusione, mentre ci sono altri testi nell'Antico Testamento e nella letteratura del Vicino Oriente antico che riassumono la con­ dotta desiderabile ed elencano peccati specifici da evitare, non c'è nulla di simile al Decalogo.

19 Cfr. Sal 50, 14-20; Is 33, 14-16 . Mowinckel ( 1 927 , 14 1 - 156 ; 1962, 177-180) li descrive come «liturgie di ingresso» per la festa del rinnovo dell'alleanza, che preparò la strada per la formazione del Decalogo, ma Weinfeld ( 1 985a, 25 ) rifiuta il confronto perché menzionano solo «richieste morali sofisticate» e omettono peccati gravi come l'omicidio, il furto e l'adulterio. 20 Righe 28-3 1 , 33-34 , 39-40 (COS 1 , 176 ) . 2 1 Capitolo 125 (ANET 34-36, cfr. COS 2 , 1 2 ) : Burney ( 1 908, 35 0-352) cita anche un'antica formula rituale babilonese parallela al sesto, al settimo e all'ottavo coman­ damento.

Origine

Come abbiamo visto il Decalogo è unico. Non ci sono altri testi paragonabili a quello, nella Bibbia o altrove. La sua unicità, tuttavia, non si limita a questioni di struttura e di forma, ma si estende anche alla sua origine e al suo scopo.

Mosè e il Decalogo

Secondo l'Esodo e il Deuteronomio, e anche secondo la tradizione posteriore, Mosè ebbe un ruolo di primaria importanza nel comuni­ care il Decalogo a Israele. Fino al XIX secolo ciò era ampiamente ac­ cettato dagli ebrei e dai cristiani, ma in tempi più recenti è stato messo in discussione. Ci sono state tre grandi fasi nella discussione: prima della seconda guerra mondiale, a metà del XX secolo e dopo il 1970. Nella prima fase, la ricerca storico-critica alla fine del XIX secolo e durante il primo terzo del XX tendeva a rifiutare la visione tradizio­ nale secondo la quale il Decalogo ebbe origine al tempo di Mosè. Fu Wellhausen a sviluppare questa tesi, seguito da molti che accettavano la sua ricostruzione radicale della storia di Israele1• Diversi studiosi ipotizzavano che il Decalogo avesse avuto origine dall'insegnamento

1 Wellhausen 1883, 392-393; 1889, 333; cfr. Budde 1899, 31 -33.

34

Che cos'è il Decalogo?

dei profeti dell'VIII secolo, benché Wellhausen stesso lo datasse più tardi e lo collegasse alla tradizione sacerdotale2• Tuttavia, nonostante la maggior parte degli studiosi accettasse in generale la ricostruzione di Wellhausen, non tutti concordavano con la sua datazione tarda del Decalogo3 • Ewald ( 1 876, 1 9-20) affermava: «Non c'è dubbio fondato che i Dieci Comandamenti siano derivati da Mosè, nel significato generale, nell'ordine presente e perfino nella loro tipica formulazione». Burney ( 1 908, 350-352) faceva riferimento ad analogie con il Libro dei Morti egiziano come prova che Mosè fu il promulgatore del Decalogo. E Charles ( 1 926, xliv-lix) sosteneva che nella sua forma più antica e più concisa risalisse a Mosè e fosse presupposto dal Codice dell'Alleanza. Intorno alla metà del XX secolo ci fu un'inversione nella tendenza ad attribuire una datazione tarda al Decalogo, e la maggior parte degli studiosi sosteneva l'origine mosaica4• Per esempio, Rowley ri­ teneva che ci fosse un «decalogo rituale» ancora precedente, risalen­ te alla religione premosaica, conservato in Esodo 3 4 . Suggeriva che Mosè fosse responsabile - al cospetto di Dio - della esposizione di un decalogo etico più consono al nuovo carattere dello yahwismo di cui fu mediatore con Israele. Mendenhall, contra Wellhausen , riteneva che la federazione tribale fosse la prosecuzione consapevole di una tradizione precedente che risaliva al tempo di Mosè. Era legata da un patto, il cui testo era il Decalogo. Stamm e Andrew ( 1 967 , 3 9) esaminarono varie possibilità, ma preferirono attribuire il Decalogo a «Mosè, personalità preminente, anziché a un autore posteriore sco­ nosciuto». Persino Nielsen ( 1 965 , 139), che dubitava che il Decalogo derivasse da Mosè, ammetteva che «la tradizione genuinamente mo­ saica ebbe realmente un contributo essenziale da offrire al contenuto del decalogo» (corsivo nell'originale) .

2

Per esempio, Kuenen 1885 , 244 -245 ; Addis 1899. 3 Per esempio, Gressmann 1 9 1 3 , 47 1-479. 4 Per esempio, Buber 1946, 1 1 9- 140 [ed . it., 1 14-135 ] ; Cassuto 195 1 , 235 -236; Rowley 195 1 ; Mendenhall 1954a; Goldman 1956 , 36-68.

Origine

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Su una linea leggermente diversa, Beyerlin ( 1 96 1 , 145 - 146) sosten­ ne che una forma primitiva del Decalogo ebbe origine nel periodo mosaico, ma durante la permanenza a Kadesh piuttosto che presso il Sinai. Analogamente Kapelrud ( 1 964) concluse che il patto e il De­ calogo ebbero origine a Kadesh, prima di quanto molti altri studiosi ipotizzavano. Se questo può sembrare relativamente ra�sicurante per chi si aggrappa alla speranza che il Decalogo sia autenticamente an­ tico, diversi interrogativi restano senza risposta. Come si formò di fatto? Lo scrisse Mosè? E se non fu lui a scriverlo, chi fu l'anonimo autore di questo straordinario documento? E perché il racconto so­ stiene che abbia avuto origine sul Sinai se in realtà viene da Kadesh? Dal 1970 la situazione è cambiata ancora una volta e oggi si trovano tra gli studiosi prospettive profondamente diverse sulla datazione del Decalogo. Per esempio, secondo Harrelson «i Dieci Comandamenti come sequenza vengono da Mosè [ . . . ] , una scoperta importante di questo fondatore della religione israelita, e sottolineano e riassumono il cuore stesso e il centro della religione di Israele»5. Durham ritiene che sia impossibile stabilire una data precisa per l'origine del Decalo­ go, ma opta per «una datazione antica piuttosto che recente»6. Kratz colloca temporalmente il Decalogo molto più tardi, fra il tempo di Osea e la composizione di Deuteronomio 5 , mentre Graupner lo consi­ dera un tentativo pre-deuteronomico di generalizzare e ampliare leggi più antichel. Hossfeld ritiene che il Decalogo sia stato compilato nello stesso periodo del Deuteronomio (e solo più tardi inserito nell'Esodo) , sulla base di Esodo 34, 12-26, Osea 4,2 e Geremia 7 ,98. Di altra opinio­ ne ancora Houtman ( 1 996, 9) , il quale pensa che il Decalogo nella sua forma attuale risalga «all'ultimo periodo di esistenza dell'antico Israele come nazione», composto come un'affermazione concisa delle regole fondamentali alla base dell'alleanza tra Dio e il suo popolo.

5 Harrelson 1997 , 35 ; cfr. de Vaux 197 1 , 449. 6 Durham 1987, 282; cfr. Phillips 1984b; Greenberg 1985 , spec. 1 10- 1 1 1 . 7 Kratz 1 994; Graupner 200 1 . 8 Hossfeld 1982, 281-282, seguito d a Otto 1992.

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Che cos'è il Decalogo?

Chiaramente non c'è accordo. Da un lato molti studiosi ritengono che il Decalogo sia antico, addirittura una delle prime patti dell'Anti­ co Testamento; dall'altro ci sono vari tentativi di collocare il Decalogo

molto più tardi. È impossibile valutare in questa sede tutte queste opinioni nel dettaglio. Un problema chiave è se Mosè sia stato effettivamente una figura storica. Alcuni critici oggi ne dubitano e si deve ammettere che non c'è modo di dimostrare la storicità di Mosè al di là di ogni dubbio, dal momento che l'unica documentazione disponibile viene dalle tra­ dizioni stesse dell'Antico Testamento. Cionondimeno questa prova è molto forte e non dovrebbe essere respinta a meno che ci sia una prova più forte del contrario. Molti altri studiosi si rifanno ancora alle tradizioni dell'esodo e del Sinai per avere una base storica9• Questo è espresso bene da Bright ( 1 98 1 , 127 [ed. it. , 143 - 144] ) : Mosè [ . ] fu, proprio come lo ritrae la Bibbia, il grande fondatore della fede di Israele. I vari tentativi di ridimensionarlo sono risultati molto poco con­ vincenti. Gli eventi dell'esodo e del Sinai richiedono una grande personalità alla regia, e una fede così unica come quella di Israele richiede un fondatore, . .

come nel caso della cristianità o dell'Islam. Negare questo ruolo a Mosè costringerebbe a fornire un'altra persona con lo stesso nome !

Dando per scontato che Mosè sia esistito, mi pare del tutto proba­ bile che sia stato lui a comunicare il Decalogo al popolo che guidava - almeno nella sua forma «originale»10• Altrimenti, se Mosè non ha dato il Decalogo a Israele, chi fu la figura sconosciuta - presumibil­ mente ancora più grande di Mosè - capace di farlo e autorizzata a farlo? E perché non è identificata?

9 Cfr. de Vaux 197 1 , 327-472 ; Albright 1976; Coats 1988, 1 1 - 17 ; Beegle 1992; Davies 2004 . 10 Per approfondimenti sulla forma del Decalogo, si veda il capitolo precedente.

Origine

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Israele e il Decalogo

Abbiamo relativamente poche prove sull'uso successivo del Deca­ logo nella vita della nazione. Mowinckel ( 1 927) suggerì che l'antico Israele celebrasse una cerimonia di rinnovamento dell'alleanza in occasione del Capodanno, nella quale era proclamato un compendio della legge che conteneva prototipi del Decalogo. Quindi sosteneva che la forma presente del Decalogo fosse sorta in circoli profetici, probabilmente tra i discepoli di Isaia. Pur non seguendo necessaria­ mente questa visione delle origini del Decalogo, molti studiosi hanno accettato l'idea che abbia avuto un ruolo nel culto di Israele1 1 • Un'altra opinione influente è stata quella d i Gerstenberger ( 1 965a, 1 965b) , che colloca la cornice vitale del Decalogo tra la famiglia al­ largata e i saggi più che tra i sacerdoti e i profeti. Egli ritiene che i comandamenti riflettano la vita quotidiana. A livello più elementare è il padre che si rivolge al figlio, parlando per esperienza e con l'auto­ rità sacra attribuita agli anziani all'interno di una tribù. Queste regole di condotta sociale con il tempo sono incorporate nella legge, secon­ do Gerstenberger, e diventano prerequisito per un culto accettabile, come nelle liturgie di ingresso dei santuari. In seguito un esempio rappresentativo dei comandamenti diventa il centro del culto. Queste intuizioni suppongono un ruolo molto più ampio per il Decalogo nella società che non si limita al semplice culto formale e potrebbero indicare un'origine più antica di quella che Gerstenberger ipotizza. Secondo la Bibbia, l'antico Israele è una famiglia allargata, e Mosè potrebbe essere visto come una figura paterna, anche se il padre fon­ datore della nazione è Abramo. Anzi, Dio stesso talvolta è descritto come il Padre del suo popolo (Es 4 ,22; Dt 1 4 , 1 ; Os 1 1 , 1 ) , benché ciò accada piuttosto raramente.

11

Per es. , Stamm - Andrew 1967, 28-30; Childs 1 974; Greenberg 1 985 , 1 14- 1 16; Collins 1992.

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Che cos'è il Decalogo?

A mio avviso è una semplificazione eccessiva associare la legge anti­ cotestamentaria solo a un gruppo, che si tratti di sacerdoti (Wellhau­ sen), profeti (Mowinckel) o maestri di sapienza (Gerstenberger) . Al contrario, il Decalogo appartiene a tutta la nazione - al popolo e alle sue guide12• Un buon punto di partenza per capire il ruolo del Decalogo nella vita di Israele è fornito da Weinfeld ( 1 99 1 , 262-264 ) . Propone tre grandi fasi dell'utilizzo del Decalogo da parte della nazione: - «All'alba della storia d'Israele il Decalogo fu promulgato nella sua forma originale breve come il testo fondativo della comunità israelita, scritto su due tavole di pietra [ . . . ] collocato nell'Arca dell'Alleanza».

- li Decalogo era letto nei santuari in cerimonie annuali per rinnovare l'alleanza, probabilmente a Pentecoste (la festa tradizionalmente legata alla consegna della legge) . - Nel periodo del Secondo Tempio era letto quotidianamente con lo Sma'. Alla luce della documentazione disponibile, questa proposta sem­ bra ragionevole. Tenendo presente la trattazione precedente, sugge­ risco altri due punti per integrare lo schema di Weinfeld: - Il Decalogo, o almeno i principi che esso esprime, è acquisito dai profeti e ha un'influenza formativa sul messaggio che essi procla­ mano. Il Decalogo fornisce linee guida per la condotta sociale all'interno della famiglia allargata e tali linee sono implicite nella letteratura sapienziale.

12 Cfr. Durham 1 987 , 279-280. Freedman (2000) interpreta la narrazione da Esodo a 2 Re in rapporto al Decalogo, affermando che contiene un modello nascosto di violazione dei comandamenti. Perché funzioni, Freedman deve seguire l'ordine insolito dal sesto all'ottavo comandamento presente in Geremia (furto, omicidio, adulterio) , sostenendo che Baruc fosse lo storico deuteronomico e seguendo quindi questo ordine. È una teoria ingegnosa che presenta intuizioni interessanti, ma Rodd (2001 , 82) la demolisce in un paragrafo.

Origine

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Una questione che merita d i essere citata brevemente a questo punto riguarda le motivazioni e le sanzioni. Le leggi sono inutili senza sanzioni e il codice morale è debole se le persone non sono motivate a seguirlo. Perché dunque Israele dovrebbe obbedire al Decalogo? Come lo si può imporre? Il Decalogo stesso non stabilisce pene per i trasgressori, questo spetta a leggi più specifiche. Per esempio, tutte le esigenze del Decalogo sono ripetute ed elaborate in altre raccolte di leggi (eccetto la proibizione di desiderare, che per sua stessa natura non può essere provata né punita) . Molte di queste leggi specificano la punizione, la cui severità varia a seconda della natura dell'illecito e della circostanza in cui è stato commesso. Ciò porta tuttavia a un altro punto. Oltre alla minaccia della punizione, che è comune nella legge del Vicino Oriente antico, la legislazione dell'Antico Testamento si distingue perché include spie­ gazioni teologiche ed etiche. La più semplice si trova nelle parole che aprono il Decalogo: «lo sono il SIGNORE, tuo Dio» (Es 20,2 ) . Parole simili sono usate nella raccolta di leggi nella seconda parte del Levitico, nota come Codice di Santità (Lv 18-26) . Alcune spie­ gazioni si basano sulla storia della salvezza, in particolare gli inviti a ricordare la liberazione di Israele dalla schiavitù d'Egitto, come nell 'ampliamento deuteronomico del quarto comandamento (Dt 5 , 15 ; cfr. Es 22,2 1 ; 23 , 15 ; Lv 23 ,43 ) . C'è un fondamento teologico per il divieto di spargere sangue umano: «perché a immagine di Dio è stato fatto l'uomo» (Gen 9,6) . Ci sono anche richiami etici, come il divieto di prendere in pegno una pietra della macina per un debito, «perché sarebbe come prendere in pegno la vita» (Dt 24,6; cfr. Es 23 ,8; Dt 25 ,3 ) . Riguardo a queste spiegazioni von Rad ( 1 95 7 , 1 98 [ed. it. , 23 1 ] ) commenta: «Se YHWH vuole ubbidienza, vuole tuttavia uomini che capiscano i suoi precetti e i suoi statuti, uomini che aderiscano ad essi interiormente. [ . . . ] Così il Deuteronomio, in cui più che altrove è evidente l'intento d'illustrare i comandamenti [ . . . ] , può dire a buon diritto: "Vicinissima ti è la parola, l'hai sulla bocca e nel cuore " (Dt 3 0 , 14)».

Che cos'è il Decalogo?

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Parole di Dio

Come abbiamo visto sopra, gli studiosi hanno discusso per più di un secolo se Mosè abbia scritto il Decalogo e hanno soppesato i meriti delle varie teorie. Tuttavia raramente sono state soppesate le affermazioni effettive del testo biblico. Clines ( 1 995 ) fa notare che la Bibbia afferma che Dio ha pronunciato le parole del Decalogo (Es 20, 1 ; Dt 5 ,22) , ma i commentatori non prendono seriamente tale affermazione13 • Anzi, dicono che qualcun altro le ha pronunciate senza riconoscere che ciò implica che Dio non l'abbia fatto (per es. , Hyatt) . Oppure cambiano il soggetto e spostano l'attenzione sul fat­ to che siano state pronunciate o meno da Mosè (per es. , Charles) . Oppure ancora suppongono che nel testo non si sia mai voluto dire che Dio abbia di fatto pronunciato quelle parole (per es. , Barr) . O fingono che Dio abbia realmente pronunciato le parole, pur essendo chiaro che non lo credono (per es. , Patrick) . Clines stesso preferisce considerare seriamente ciò che dice il testo biblico, per poi rifìutarne l'affermazione perché non la ritiene vera, sostenendo che sia stata formulata da persone che per interessi particolari potevano trarre vantaggio dai suoi contenuti. Anch 'io prendo sul serio il testo biblico, e le sue straordinarie pretese mi incuriosiscono, quindi comincerò definendo esattamente quali siano le effettive affermazioni prima di valutare se siano credibi­ li o meno. Sia l'Esodo sia il Deuteronomio identificano ripetutamente

13 Un 'eccezione a questa generalizzazione è Nicholson ( 1 977, 426 ) , il quale riconosce che «il Decalogo, contrariamente all'altra legislazione del racconto del Sin ai nell'Esodo, è presentato come se fosse stato pronunciato direttamente da Dio a Israele anziché mediato attraverso Mosè» (cfr. Philli ps 1984a; 1984b ) . Nicholson ritiene che la posi­ zione attuale del Decalogo sia motivata da intenti teologici, non da mera convenienza editoriale. Dt 4 e 5 «attribuiscono significato teologico e apologetico alla trasmissione diretta del Decalogo a Israele presso l'Oreb>>. Analogamente Es 20,22 fa riferimento a Dio che parla dal cielo a Israele per dare il Decalogo, diversamente da Es 19, in cui Dio parla a Mosè. Un'altra eccezione è Miller (2004b) . Tuttavia né Nicholson né Miller esaminano l'origine effettiva del Decalogo, né se la presentazione biblica sia credibile.

Origine

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il Decalogo come parole di Dio, pronunciate da lui direttamente al popolo (Es 2 0 , 1 .22b; Dt 4 , 1 0 . 12 .33 .36; 5 ,4.22 -27 ; 9 , 1 0b) 14 e da lui scritte su tavole di pietra (Es 24, 12 ; 3 1 , 1 8; 3 2 , 16; Dt 4 , 13 ; 5 ,22 ; 9 , 1 0 ; 1 0, 1 -4 ) 15• Invece Mosè è intermediario per il Codice dell'Alleanza (Es 20,22a; 2 1 , 1 ; 34,3 2 ) , per la Legge di Santità (Lv 1 8, 1 ; 1 9, 1 , ecc. ) e per il Codice Deuteronomico (Dt 4 , 14; 6, 1 ; 3 1 ,9.24-26) . Egli assume questo ruolo in risposta alla richiesta del popolo stesso che ha vissuto la tremenda esperienza di udire la voce di Dio (Es 20, 18-2 1 ; Dt 5 ,23 27 ) . C'è pertanto qualcosa di indubbiamente eccezionale riguardo al Decalogo, dalla prospettiva della narrazione biblica. Al di là del contesto narrativo, che rivendica l'origine divina del Decalogo, ci si chiede se il Decalogo stesso sia formulato come pa­ role di Dio. Così com'è, il prologo e i primi due comandamenti sono espressi come discorso divino che usa la prima persona singolare, mentre i comandamenti seguenti si riferiscono a Dio in terza persona. Nielsen ( 1 965 , 128- 130) suggerisce che il Decalogo fosse in origine una raccolta di leggi con riferimenti a Dio in terza persona e che in una fase posteriore della tradizione le forme in terza persona siano passate alla prima, apparendo oggi come un discorso divino, almeno nella prima parte. Tuttavia, mentre un cambiamento simile è plausi­ bile, sembra che l'uso della prima persona per il discorso diretto sia meno costante nelle lingue orientali antiche che in quelle occidentali

14 Cfr. Dt 18,16. Dt 5 ,5 sembra dire che Mosè sia stato intermediario del Decalogo, e questo è interpretato da alcuni come vestigia di una tradizione precedente che è stata sostituita dalla consegna divina diretta dei comandamenti al popolo e da altre, come un'annotazione armonizzatrice, mentre una terza prospettiva è che Dt 5,4-5 rifletta due tradizioni diverse ma altrettanto antiche. Cfr. Childs 1974, 35 1 -360 [ed. it. , 3 60-369] . 1 5 Non è chiaro se in Es 34 la nuova copia del Decalogo sia scritta da Dio (Es 3 4 , 1 ) o da Mosè (Es 34,28) . Cole ( 1 973, 227 ) afferma che il narratore non vede conflitto tra le due affermazioni, dal momento che sono modi alternativi di descrivere gli stessi eventi, e deduce che non dovremmo interpretare le espressioni letteralmente. Childs ( 1 974) indica che Dt 1 0 , 1 -4 fa riferimento a Dio che scrive le tavole e suggerisce che Dio si debba intendere come il soggetto del verbo in Es 34,28 e anche in Es 3 4 , 1 . Questo è possibile, anche se non è la lettura più naturale nel contesto.

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Che cos'è il Decalogo?

moderne16• Per esempio, l'autorivelazione di Dio in Esodo 34,6-7 usa la terza persona, e il grande re nei trattati di vassallaggio ittiti parla di sé usando la prima o la terza persona17• Pertanto la mescolanza di forme in prima e in terza persona nei comandamenti non confligge con l'affermazione della narrazione che tutte queste parole sono pro­ nunciate da Dio. Se siano state pronunciate direttamente o attraverso un mediatore non si può determinare dal testo del Decalogo stesso. In ogni caso è chiaro che le " dieci parole" - in un senso specifico che non si applica alla maggior parte delle altre parole della Bibbia ­ sono presentate come parole dirette di Dio. Indubbiamente una pre­ sentazione del genere crea problemi a molti lettori oggi, soprattutto nel mondo occidentale. Come intenderla? Da una parte Kline ( 1 996) non ha difficoltà a prendere alla lettera il racconto biblico. Dall'altra, come già accennato, Clines ( 1 995 ) conclude che semplicemente non è vero. Come ha mostrato, si tenta di confondere la questione, di trovare un modo per dire che queste parole vengono da Dio senza che lui le abbia veramente pronunciate. Non mi cimenterò in un ragionamento teologico sul fatto che sia possibile o probabile che si sia potuto udire Dio parlare dal cielo e che il popolo di Israele lo abbia sentito sul monte Sinai. Tuttavia, da un punto di vista esegetico, c'è da notare che sono state fatte affermazioni analoghe in altre tre esperienze di grande importanza nella storia del popolo di Dio: il battesimo di Gesù (Mt 3 , 17 ; Mc l , 1 1 ; Le 3 ,22 ) , la sua trasfigurazione (Mt 17 ,5 ; Mc 9,7 ; Le 9,3 5 ) e la conversione di Paolo (At 9,4-7 18) 19•

16 Nemmeno le lingue moderne sono sempre regolari; per esempio, gli autori talvolta si riferiscono a sé stessi alla terza persona ( " uno") o alla prima persona plurale ( " noi " ) . 1 7 Cfr. COS 2,17- 18. 18 Qui si afferma che i compagni di viaggio di Paolo sentono la voce ma non vedono chi parla, mentre secondo la narrazione paolina successiva dell'evento i suoi compagni videro la luce ma non sentirono la voce (At 22,9) . È ammissibile che incongruenze come questa non sorprendano quando si cerca di ricordare un evento tanto straordinario e tra­ volgente, e le differenze tra i due racconti tendano a confermarne la storicità fondamen­ tale, mentre una testimonianza identica potrebbe più probabilmente essere inventata. 19 Le visioni dell'Antico e del Nuovo Testamento includono voci dal cielo (per es. , Is 6,3 -8; Ez 1 ,25 .28; At 10, 13 - 15 ; Ap 4 , 1 ; 10,4 .8; 1 1 , 12; 14 , 13 ) . M a questo differisce

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Origine

Guardando al di fuori della Bibbia, la letteratura rabbinica spesso parla di bath-qOl (letteralmente "figlia della voce " , ossia un'eco) , che sembra essere un modo di riferirsi al discorso divino senza affermare palesemente che Dio ha parlato in modo percepibile20• Anche oggi ci sono molti richiami a fenomeni analoghi, soprattutto tra le persone che sono state convertite al cristianesimo in una situazione in cui la lettura della Bibbia o l'ascolto del Vangelo è virtualmente impossi­ bile. Se pensiamo a questo, mi pare che non ci sia un buon motivo per rifiutare a priori la possibilità che i racconti biblici si riferiscano a eventi storici reali. Gli autori e i curatori sembrano averli intesi come tali. La narrazione sostiene che le parole non solo furono pronunciate da Dio, ma furono anche scritte da lui sulle tavole; tale affermazione non ha paralleli altrove nella Bibbia, tranne forse nella scrittura sul muro in Daniele 5 ( descritto come tracciata da mano umana, appa­ rentemente indipendente, mandata da Dio; Dn 5 ,5 .24 ) . La maggior parte dei commentatori non tratta nemmeno la storicità di questo punto, e sembra si presupponga che fu di fatto Mosè o qualcun al­ tro a scrivere effettivamente le tavole2 1 •

È

impossibile dimostrare

cosa accadde veramente dal momento che non ci furono testimoni dell'evento oltre a Mosè stesso. Tuttavia, come nel caso di Dio che parla dal cielo, non c'è motivo di escludere la possibilità che il testo stia registrando un evento reale, forse usando un linguaggio figura­ to. Questo sembra senz' altro essere quello che l'autore (gli autori) voleva(no) che i lettori capissero. E non dovremmo pensare che i popoli antichi fossero ingenui e non in grado di distinguere il fatto dalla finzione.

È risaputo che i Babilonesi e gli Egiziani avessero co­

noscenze sofisticate di matematica e ingegneria, storia e letteratura.

parecchio da Esodo 20 e da Deuteronomio 5, dove una voce udibile proveniente dal cielo è riferita in un contesto storico. 2° Cfr. Strack - Billerbeck 1922, 125 - 134. 2 1 Su questo punto c'è ambiguità in Es 34, come accennato in precedenza (si veda la nota 15).

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Che cos'è il Decalogo?

La moderna incredulità sui miracoli si basa sul presupposto che Dio - se esiste - agisce sempre in modo prevedibile e in base alle leggi naturali. Al contrario molta teologia del mondo antico, e anche oggi in gran parte del mondo orientale, ammette la possibilità di un occasionale intervento divino nella vita ordinaria di questo mondo. Clines ( 1 995 ) sembra accettare la prima prospettiva, e di conseguenza conclude che il Decalogo non fu pronunciato da Dio. Io propendo per la seconda prospettiva, e prendo sul serio la rivendicazione del testo biblico che le " dieci parole " siano parole di Dio in senso spe­ cifico, mentre resta aperta la questione di come esattamente siano state comunicate in origine. Si tratta senz'altro di un'affermazione straordinaria: le parole di questo testo sono le parole di Dio ! Ricordo un racconto sul rabbino Zusha di Hanipol: All'inizio, quando il maggid recitò il versetto delle Scritture che avrebbe poi spiegato, ed esordì con le parole «E Dio disse» o «e Dio parlò», Rabbi Zusya fu sopraffatto dall'estasi e urlava e gesticolava in modo talmente esagerato da disturbare la pace della tavola rotonda e dovette essere condotto fuori. Rimase quindi nell'ingresso o nella legnaia, battendo le mani contro le pareti e urlando: «E Dio disse ! »22 •

Il Decalogo è l'unico ad essere ascritto a Dio. Diversamente dal Li­ bro dell'Alleanza, dal Codice di Santità e dalle Leggi deuteronomiche - dove si sottolinea il ruolo di Mosè come mediatore - il Decalogo è presentato come parole dirette di Dio. In qualsiasi modo interpre­ tiamo questo elemento, credo ci sia una buona ragione per accettare la tradizione biblica secondo la quale il Decalogo ha avuto origine ai tempi di Mosè e ha svolto un ruolo fondamentale nella formazione di Israele come nazione, anzi come popolo di Dio.

22 Miskotte 1963 , 12.

Scopo

C'è ancora una questione da chiarire prima di passare allo studio dei singoli comandamenti. Qual è lo scopo del Decalogo? Per essere più precisi, per chi è scritto? E che cosa si propone di fare per loro?

Leggi per il popolo di Dio

A chi si rivolge l'autore del Decalogo? A questa domanda ci sono tre risposte principali. La prima: è stato suggerito che il Decalogo sia rivolto a tutti in

qualsiasi luogo. Westermann ( 1 978, 2 1 [ed. it. , 27 ] ) descrive il primo comandamento come esempio di comando che vale «per tutti e per sempre», diversamente da comandi più specifici come Genesi 12 , 1 . Analogamente Cohen ( 1 994) ritiene che il Decalogo presenti valori ovvi per chi è sensibile alla giustizia naturale, una regola naturale per gli esseri umani creati a immagine di Dio. Una risposta piuttosto diversa è data da Phillips ( 1 97 O) , il quale so­ stiene che inizialmente solo i maschi adulti fossero soggetti al diritto penale israelita, mentre nel Deuteronomio le donne sono considera­ te membri alla pari della comunità dell'alleanza e devono pertan­ to rispondere delle violazioni della legge. Anche schiavi e stranieri residenti non avevano personalità giuridica, almeno in origine. Per

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Che cos'è il Decalogo?

questo motivo Phillips ritiene che il Decalogo si rivolga a Israeliti

maschi adulti liberi. Criisemann ( 1 983 ) sviluppa ulteriormente que­ sta tesi affermando che il Decalogo si applica solo a uomini adulti responsabili dell'amministrazione della giustizia e attivi nel culto, in particolare agricoltori proprietari terrieri e cittadini che possiedono schiavi. Ritiene che il principio fondamentale sia assicurare la libertà agli agricoltori indipendenti e afferma che è per questo motivo che nel Decalogo sono inserite solo alcune leggi, mentre altri elementi centrali della legge e dell'etica anticotestamentarie sono assenti, come tabù (per es. , puritàlimpurità, sangue) , questioni cultuali (per es . , sacrifici, feste) , questioni economiche e sociali e regole per prendersi cura dei deboli nella società. In modo analogo Clines ( 1 995 , 32-3 7 ) , put ammettendo che gli autori del Decalogo intendessero rivolgersi a tutta la comunità, ritiene che il testo esprima di fatto gli interessi di classe dei maschi adulti della società israelitica, proprietari di im­ mobili e residenti in contesti urbani. Benché altri gruppi siano citati incidentalmente (donne, stranieri residenti, schiavi) , non si rivolge a loro direttamente né i loro interessi e le loro responsabilità sono preoccupazione primaria dei comandamenti1• Una terza risposta alla domanda sui destinatari del Decalogo è che si rivolge a tutto Israele, il popolo di Dio2• Detto questo, alcuni studiosi discutono se si rivolga a Israele come popolo o come singoli individui. Zimmerli ( 1 975 , 138) conclude la sua analisi del Decalogo affermando che si rivolge «innanzitutto a Israele come nazione [ . . ] .

non [ . . . ] ai singoli individui». Weinfeld ( 1 99 1 , 249) non concorda, sostenendo che si applica a ciascun individuo della società israelitica, diversamente da altre leggi che dipendono da determinate condizioni personali o sociali. Il Decalogo è formulato alla seconda persona singolare «come se fosse diretto personalmente a ciascuno e a tutti

1 Cfr. Block (20 1 1 , 30-3 3 ) che sostiene che, in senso stretto, il Decalogo si rivolge a «singoli maschi capifamiglia», ma non per i loro interessi. Intende anzi limitare la loro tendenza a maltrattare gli altri, soprattutto i membri delle loro famiglie e anche i vicini. 2 Per es., von Rad 1957, 195 [ed. it., 226-227 ] .

Scopo

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i membri della comunità», per evitare la possibilità che i singoli si sottraggano alla responsabilità, cosa che potrebbe accadere se il co­ mando fosse diretto a un gruppo3 • Prenderò in considerazione queste tre prospettive una dopo l'altra. In merito alla prima, è vero che i principi conservati nel Decalogo hanno rilevanza per tutti gli esseri umani di qualsiasi cultura ed età, e molti di essi si trovano anche nelle leggi e nell'etica di altre nazioni. Tuttavia il contesto del Decalogo chiarisce che questi principi par­ ticolari sono comunicati in un momento particolare a un popolo in particolare: il popolo di Dio, Israele. Alcune leggi sono anche spe­ cifiche di Israele, per esempio il culto esclusivo a un solo Dio, senza immagini, e l'osservanza del sabato. La seconda prospettiva, che afferma che il Decalogo si rivolge in primo luogo ai maschi israeliti titolari di proprietà, è anch 'essa problematica. Per esempio, l'affermazione di Criisemann ( 1 983 ) che gli elementi centrali della legge anticotestamentaria sono assenti dal Decalogo può essere confutata rilevando che le prime due caratteri­ stiche che cita (tabù e questioni cultuali) non sono di fatto centrali nel contesto di tutto l'Antico Testamento, come proclamato ripetu­ tamente dai profeti. Inoltre alle ultime due (questioni economiche e attenzione ai deboli) si /a riferimento nel quarto, nell'ottavo e nel decimo comandamento. L'unica osservanza religiosa inclusa nel De­ calogo è quella del sabato, che potrebbe essere seguita da chiunque senza spesa, spostamenti o dispositivi particolari. Al contrario non sono incluse le feste di pellegrinaggio, e queste avrebbero potuto essere osservate per lo più da israeliti maschi titolari di proprietà che avessero risorse e tempo libero per trascorrere diverse settimane lontano da casa per raggiungere il santuario centrale. Childs ( 1 97 4) sottolinea la semplicità con cui è formulato il Decalogo per indicare che non si rivolge a una porzione specifica della popolazione ma piut­ tosto all'intera comunità. Analogamente McConville (2002a, 122)

3 Come indicato da Filone e da Nahmanide; cfr. Albeck 1 985 , 287-288.

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Che cos'è il Decalogo?

dimostra che, almeno nella sua forma deuteronomica, il Decalogo «non conferma una struttura sociale in cui una classe particolare abbia responsabilità o diritti speciali», dal momento che ciò andreb­ be contro lo spirito del Deuteronomio che tratta tutti i membri del popolo di Dio come uguali (per es . , Dt 15 ,12-18; 17 , 14-18). Penso che l a terza prospettiva sia quella corretta: i l Decalogo si rivolge all'intero popolo di Dio. Questo è sicuramente implicito nel contesto biblico del Decalogo, dove le parole sono pronunciate per «tutto il popolo» (Dt 2 0 , 1 8 ) , «tutto Israele» (Dt 5 , 1 ) , «tutta l'as­ semblea» sul Sinai (Dt 5 ,22) . Altrove donne e bambini sono speci­ ficamente inclusi tra coloro che ascoltano e che devono obbedire alle leggi (Dt 29, 1 0- 13 ; 3 1 ,12-13 ; Gs 8,34-35 ;. Ne 8,2 ; cfr. Esd 1 0, 1 ; Ger 44 , 15 .20) . Analogamente il Decalogo è per il popolo d i Dio, inteso sia come singoli, sia come comunità. I due non si escludono a vicenda, perché le azioni dei singoli hanno effetto sulla comunità e viceversa. Il culto di un solo Dio, senza immagini, e l'osservanza del sabato sarebbero questioni di politica comunitaria, ma l'efficacia della politica dovrebbe dipendere dalla collaborazione dei singoli. Onorare il nome di Dio e i genitori - insieme all'astenersi dal com­ mettere omicidio, adulterio, furto e falsa testimonianza - sarebbero anzitutto aspetti del comportamento individuale. Tuttavia la comu­ nità sarebbe responsabile di assicurare la conformità, poiché gli ef­ fetti di comportamenti sbagliati avrebbero conseguenze sul popolo nel suo insieme. L'uso del singolare tu è in linea con questo, dato che è usato nell'Antico Testamento per rivolgersi ai singoli e anche al popolo come entità collettiva.

La costituzione di Israele

Un altro tema riguarda la natura del Decalogo. Quale ruolo inten­ de svolgere nella vita di Israele, come popolo e come singoli? Ci sono quattro prospettive principali.

Scopo

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Gressman ( 1 9 1 3 , 477) è lo studioso tipico della prima parte del secolo scorso quando descrive il Decalogo come il catechismo ebraico del tempo di Mosè. A quel tempo era ampiamente riconosciuto che fosse un compendio dei punti chiave della religione d'Israele, speci­ ficati in modo che potessero essere contati sulle dita e memorizzati facilmente4• Secondo questa prospettiva il Decalogo ha come primo obiettivo l'insegnamento all'interno della comunità del popolo di Dio. Phillips ( 1 970; 1 983 a) ritiene che il Decalogo costituisca il codice penale dell'antico Israele, applicato attraverso la pena capitale. Inizia con la premessa che il concetto anticotestamentario di alleanza si basa sulla forma dei trattati ittiti e vede Dio come sovrano e Israele come vassallo. Ne consegue che qualsiasi violazione delle clausole equivaleva all'apostasia e implicava un 'azione divina. Un comanda­ mento infranto poteva causare la punizione sia del singolo trasgres­ sore sia della comunità nel suo insieme e poteva anche sfociare nel ripudio del rapporto di alleanza di Israele con Dio. Di conseguenza l'infrazione di un comandamento da parte di un singolo è trattata come reato contro la comunità; in altre parole come un crimine. Sulla scia di Greenberg ( 1 960) , Phillips sostiene che i crimini nella legge ebraica - diversamente dalla legge del resto del Vicino Oriente antico - riguardino atti illeciti verso Dio o verso una persona, mai verso la proprietà. Inoltre la pena è sempre la morte, mentre non è così quando si tratta di reati contro la proprietà. Una terza prospettiva è che il Decalogo stesso non sia prima di tutto una legge, bensì principi morali ed etici fondamentali che trat­ tano temi centrali della vita nazionale di Israele nel corso della sua storia5 • Questo concorda con la ricerca di Mendenhall ( 1 954a) , il quale osserva una distinzione nella legge del Vicino Oriente antico tra ciò che definisce «politica» e «tecnica». La prima è il senso di

4 Per es . , Gunkel, secondo Buber 1946, 130 [ed. it. , 126] .

5 Cr. Bailey 1963 ; Childs 1974; Biddle 2003 .

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Che cos'è il Decalogo?

giustizia in una comunità, determinato e avvalorato dalla divinità e accettato dalla comunità come vincolante e funzionale in quanto fonte della legge. La seconda stabilisce come tradurre la politica co­ munitaria in azioni specifiche. Così anche nella Bibbia il Decalogo è inteso come l'affermazione degli elementi essenziali dell'etica antico­ testamentaria (cioè la politica) , mentre le leggi dettagliate del Libro dell'Alleanza, del Codice di Santità e delle leggi Deuteronomiche spiegano come questi principi debbano essere messi in pratica (cioè la tecnica) . Diversamente da raccolte di leggi come Esodo 34 e Levi­ tico 19, il Decalogo è breve ma completo: «Non aggiunse altro» (Dt 5 ,22) . I comandamenti riflettono la natura fondamentale di Dio e il suo rapporto con il suo popolo, e il Decalogo può pertanto essere descritto come «l'essenza del patto sinaitico», «la quintessenza della legge anticotestamentaria», il compendio autorevole della volontà di Dio espressa nelle leggi di Israelé. Filone e Maometto sono esempi di coloro che hanno interpretato il Decalogo in questo modo7• Un quarto modo di considerare il Decalogo è come costituzione di

Israele8• Che sia una parte centrale del processo attraverso il quale si è formata la nazione è suggerito dall'introduzione al primo comanda­ mento: «lo sono il SIGNORE, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d'Egitto» (Es 20,2 ) . Fornisce linee guida teologiche ed etiche per il popolo liberato dalla schiavitù egiziana, gettando le fondamenta per la vita della comunità liberata che continuano ad essere il modello per il popolo che vive unito e ordina la sua vita al bene comune9• Il Decalogo è dunque il catechismo ebraico, il codice penale, l'etica fondamentale o la costituzione israelitica?

6 Kline 1996; Wenham 1978, 27 ; Graupner 200 1 . 7 Greenberg 1985 , 1 17 ; Houtman 1996, 7-8. Per una panoramica della letteratura

ebraica in cui il Decalogo è visto come compendio della legge, si veda Hakala 2014, 45-46. R Per es., Volz 1932, 25 ; Buber 1946, 135 - 13 6 [ed . it. , 13 1 - 134] ; Houtman 1996, 7; Miller 2009, 6-7 ; Huffmon 1995 , 363-365 . Per uno studio approfondito del Decalogo inteso come costituzione del popolo di Dio, si veda Markl 2007 . 9 McConville 2002a, 12 1 ; cfr. Miller 1989; 2002; 2004b; 2004 c.

Scopo

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In genere ci si aspetta che chi apprende la fede ebraica e quella cristiana debba imparare il Decalogo. Ma ciò non lo rende un ca­ techismo. Il Decalogo non è l'insegnamento per una persona che deve dimostrare di essere pronta a entrare in una comunità religiosa. I catechismi in genere sono formulati come affermazioni dottrinali (terza persona) e confessioni di fede (prima persona) . Ma «l'anima del decalogo» è nel Tu (seconda persona) , come indica Buber ( 1 964, 130 [ed. it. , 126] ) . Nulla è affermato o confessato; sono invece dati dei comandi. C'è del vero anche nell'idea che il Decalogo sia il diritto penale dell'antico Israele, dal momento che i primi sette reati sono crimini contro Dio e contro la società, e la punizione per questi sette in genere è la morte. Tuttavia c'è un problema serio al riguardo: gli ultimi tre comandamenti (come si intendono tradizionalmente) non sono leggi penali ! Phillips ( 1 970, 13 0 - 152) ne è consapevole e ha una soluzione: li adegua interpretando l'ottavo comandamento come divieto di sequestro (cioè sequestrare una persona, come in Es 2 1 , 1 6) , limitando il nono alla falsa testimonianza che porta alla pena di morte (per es. , l Re 2 1 ) e sostenendo che il decimo riguarda la protezione della condizione degli anziani della comunità. Queste interpretazioni però convincono poco; tutt'al più Phillips dimostra che i primi sette comandamenti rientrano nel codice penale. Più verosimile è l'interpretazione del Decalogo come fondamento dell'etica veterotestamentaria. Nel Pentateuco ci sono leggi di tutti i tipi e il Decalogo fornisce un «compendio rappresentativo» dei punti fondamentali per preservare il rapporto di Israele con Dio. Mentre tutte le leggi esprimono la volontà divina, questi sono i principi etici più importanti, ritenuti una rivelazione diretta di Dio e dai quali non si può deviare in alcuna circostanza. A mio avviso, però, la prospettiva più utile è l'ultima: il Decalogo è la costituzione d'Israele. Si apre affermando il fondamento dello straordinario rapporto di Israele con Dio e prosegue elencando i pre­ cetti fondamentali per preservare questo rapporto. Questi precetti includono le responsabilità verso Dio e verso le altre persone. Non è

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Che cos'è il Decalogo?

il caso di tracciare un parallelismo troppo stretto con le costituzioni moderne, ma nel suo contesto biblico il Decalogo è fondamentale per la vita nazionale di Israele. La sua somiglianza formale con i trattati del Vicino Oriente antico può orientare in questa direzione. Come la Magna Charta inglese o la Pancasila indonesiana («cinque principi» ) , il Decalogo pone le basi per l'eternità. Le nazioni più giovani spesso riconoscono queste basi più di quelle che sono libere da molto tempo, e l'Israele dell'Antico Testamento non fa eccezione

(Sal 19, 7 - 1 O; 1 1 9) . Lungi dall'essere un arido documento legale o un peso da sopportare, il Decalogo è una carta della libertà da accogliere e celebrare. Il Decalogo espone i principi fondamentali per il popolo di Dio, validi per la relazione con Dio e la relazione con gli altri. I primi cinque comandamenti attengono a questioni religiose e familiari che sono di grande importanza per Israele e riguardano la sua specificità come nazione. È interessante che questi precetti non includano la circoncisione, considerata così importante dagli ebrei in epoca più recente10• I quattro comandamenti successivi esprimono principi etici che erano ampiamente accettati nel mondo antico. L'ultimo comanda­ mento riguarda i pensieri e probabilmente non doveva essere applica­ to in un tribunale umano, anche se ciò non lo rende meno importante dei primi nove. Chiaramente il Decalogo non vuole rispondere alle necessità dei tribunali. «Se è un codice giuridico, non è scritto perché le persone si guardino alle spalle per paura che un giudice le veda, ma è scritto perché le persone guardino in alto se Dio le vede, o dentro se stesse, perché a Dio interessano anche i loro pensieri»1 1 •

10 La circoncisione è il segno dell'alleanza abramitica ( Gen 17 , 1 0-27 ) e vi si fa ri­ ferimento in alcune delle narrazioni più antiche (Gen 2 1 ,4; 34,13-24; Es 4,25-26; Gs 5 , 1 -9). Tuttavia è citata solo brevemente nei codici (Es 12,44-48; Lv 12,3) e mai altrove nell'Antico Testamento se non in senso figurato (spec. la «circoncisione del cuore»; per es. Lv 26,4 1 ; Dt 10,16; 30,6) e in forma negativa in riferimento ai non Israeliti che sono descritti come «non circoncisi» (spec. i filistei; per es . , Gdc 14,3 ; Is 52, 1 ) . 11 David Instone-Brewer, comunicazione personale.

Scopo

53

In

altre parole il Decalogo esprime la risposta che Dio si aspetta

dalle persone che lui ha portato alla vita. Delinea una prospettiva per la vita d'Israele dopo la sua liberazione dall'Egitto. Come tale, ha un ruolo decisivo nella formazione della nazione e i principi che custodisce continuano a fornire una base etica per il popolo di Dio nell'Antico e nel Nuovo Testamento.

AMARE DIO

l.

Prima di tutto

Nel primo comandamento Dio si presenta e definisce la propria identità come l'unico Dio che sovrasta per importanza tutti gli altri «dèi». Ci dice chi è e quanto sia importante riconoscerlo. Tutti gli altri comandamenti scaturiscono da questa prima dichiarazione fon­ damentale. Questa chiara presa di posizione sull'unicità di Dio è assai diversa se si fa il confronto con i vicini di Israele.

Un solo Dio

Vicino Oriente antico Le società del Vicino Oriente antico erano quasi tutte politeiste. In tali società le persone credevano in molti dèi, maschi e femmine, vecchi e giovani, potenti e relativamente deboli. In generale si rite­ neva fossero giusti e saggi, benché fossero anche fallibili e talvolta incapaci. Le loro attività erano simili a quelle degli esseri umani: mangiare e bere, lavoro e riposo, sesso e guerra. Il politeismo era intrinsecamente tollerante poiché si riteneva che ciascun dio avesse il suo ruolo, e le persone spesso veneravano diversi dèi. Nell'Egitto del XIV secolo, durante il regno di Akhenaton, ci fu una rara eccezione, quando il culto del dio Ra o Aton fu favorito e tutti gli altri esclusi1•

1 Per un utile compendio del politeismo nel mondo del Vicino Oriente antico s i veda

58

Amare Dio

È

affermazione comune che il monoteismo di Israele fu una conquista rivoluzionaria, culmine di un'evoluzione intellettuale e religiosa durata molti secoli2• Secondo von Rad ( 1 95 7 , 208 [ed. it. , 24 1 ] ) , l'insistenza sul culto di un solo Dio a esclusione di tutti gli altri è «un unicum nella storia delle religioni». Tuttavia ci possono essere tracce di un monoteismo molto più antico, dal momento che, secon­ do i loro miti, gli dèi del Vicino Oriente antico erano per lo più nati o creati, e le loro origini possono risalire a una divinità primordiale3 • Mentre ci sono pochi paralleli con la fede israelita in un solo Dio, la pretesa di lealtà esclusiva del primo comandamento si può para­ gonare ai trattati del Vicino Oriente antico in cui il sovrano che avvia un accordo pretende la fedeltà dal suo vassallo a esclusione di tutti gli altri. Questa pretesa spesso ha una base storica nella benevolenza del sovrano verso il suo vassallo, per esempio nei trattati ittiti con i regni amorrei4• Ci sono anche paralleli vicino-orientali antichi della formula di au­ topresentazione con cui inizia il primo comandamento. Per esempio diverse raccolte di leggi sumeriche e babilonesi iniziano o si conclu­ dono con parole simili a queste: Io sono Hammurabi, il p astore, scelto dal dio Enlil, colui che accumula ricchezza e sovrabbondanza, che porta a compimento ogni cosa possibile per la città di Nippur 5 • . . .

Molte iscrizioni reali semitiche occidentali hanno introquzioni analoghe. Per esempio la famosa Stele moabita recita: Io sono Mesha, figlio di Kemosh [yat] , re di Moab, il Dibonita

. . .

6•

Walton 2006, 87- 1 12 . Su Akhenaton si veda Redford 1992 ; 1997 ; Millard 1 993 ; Allen 2006; Higginbotham 2006. 2 Per es., Gnuse 1997 , 129. 3 Walton 2006, 93 -94 . 4 COS 2 , 17 . 5 CH, prologo; cfr. C H , epilogo; LU, prologo; LL, epilogo. 6 COS 2 ,23 . Si vedano anche varie iscrizioni fenicie (COS 2 ,3 0-32) e tardo-aramaiche (COS 2,35-36; 2,38).

Prima di tutto

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In ciascun caso la formula serve per introdurre l'autore e affermare la sua autorità nello stilare la legge o il decreto in questione. Formule analoghe sono usate per introdurre dèi in oracoli rivolti ad Asarhad­ don, il re assiro del VII secolo: lo sono la grande signora divina, sono la dea Ishtar di Arbela, che distruggerà i tuoi nemici ai tuoi piedF.

Primo comandamento In modo simile il Decalogo si apre con una formula di autopre­ sentazione che introduce il Dio che proclama queste dieci «parole» al popolo di Israele sul monte Sinai:

In

alcune tradizioni la prima frase è considerata un prologo, men­

tre la seconda costituisce il primo comandamento. Altri considerano la prima frase il primo comandamento e la seconda frase come parte del secondo comandamento. Altri ancora considerano le due frasi

7 ANET 449-450. 8 Così la maggior parte delle traduzioni e dei commentari, nonostante

NET riporti «lo, il SIGNORE, sono il tuo Dio» (cfr. NJPS) . Zimmerli ( 195.3 ) sostiene diffusamente la correttezza della traduzione tradizionale. 9 Letteralmente «dalla dimora di schiavitù», un termine biblico comune per l'Egitto (cfr. Es 1 .3 ,.3 . 14; Dt 6,12; 7 ,8; 8,14; 1.3 ,6. 1 1 ) . Tigay ( 1 996) suggerisce che potrebbe essere un termine per indicare i quartieri degli schiavi. 10 Letteralmente, «non ci saranno per te altri dèi», un'espressione che ricorda la frase «lo sarò il tuo Dio», nella formula dell'alleanza, che letteralmente è: «lo sarò per voi Dio» (Es 6,7 ; Lv 26, 12; cfr. Dt 26, 1 7 ) . 11 Così NJPS (Es) ; Craigie 1976; Schmidt 1 995 , 79; Houtman 1 996; Lundbom 2013; cfr. LXX (Es) ; Targum. In alternativa «accanto a me» (NJPS Dt) ; «davanti a me» (NlV; NRSV; ESV; NET; Childs 1974; cfr. LXX Dt) ; «alla mia presenza» (Durham 1 987 ; Weinfeld 199 1 ; McConville 2002a; Dozeman 2009); «a competere con me» (NJB) ; let­ teralmente, " rispetto a me/accanto/sopra/al mio cospetto " . GNT riformula tutta la frase come «non adorerai altro dio oltre a me».

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Amare Dio

insieme come primo comandamento, e questa mi pare la scelta più convincente. La prima frase fornisce il contesto e la motivazione per il comandamento vero e proprio che è nella seconda frase. Prima Dio si presenta per nome (Es 20,2a; Dt 5 ,6a) , come nelle occasioni precedenti in cui si rivela a Mosè nel deserto del Sinai (Es 3 , 13 - 15 ) e in Egitto (Es 6,2-8) . Dove ricorre il nome di Dio nell'An­ tico Testamento, la maggior parte delle traduzioni cristiane ed ebrai­ che lo sostituiscono con «il SIGNORE», usando il maiuscoletto per distinguerlo da altri usi della parola "Signore" 12• Qui seguo questa convenzione. Questa pratica risale ai LXX, dove il nome ebraico è tradotto in greco come "Signore " (kyrios) . Il Nuovo Testamento segue il precedente dei LXX usando il titolo " Signore" invece del nome divino. Dal momento che non serve distinguerlo dal nome vero e proprio, che non compare mai, nelle bibbie inglesi è stampato senza maiuscoletto (per esempio Mt 1 ,20.22; 3 ,3 ; 4 ,7 . 10; Gv 1 2 , 13 ; Rm 1 0 , 13 ; Eb 8,8-9; l Pt 3 , 12 ) . Nelle bibbie ebraiche il nome di Dio è scritto con quattro conso­ nanti (YHWH) , in genere con l'aggiunta delle vocali della parola " Si­ gnore " (adonay) per indicare come deve essere letto. Il nome Geova è comune nella letteratura inglese più antica ed è preservato oggi dai Testimoni di Geova. Tuttavia questo nome è un equivoco che ha origine nel Medio Evo con gli studenti di ebraico che cercavano di pronunciare la forma ebraica così come compare ( YaHo WaH) , non capendo che doveva essere pronunciata adonay. La Koren Bible riporta il nome divino senza vocali per eliminare possibili errori di pronuncia di questo tipo. Di conseguenza la pronuncia originale del nome di quattro lettere (Tetragramma) è stata dimenticata, anche se si suppone che fosse "Yahweh " . Al nome di Dio ( " il SIGNORE") è aggiunta una affermazione della sua identità: "tuo Dio " . L'originale ebraico usa la seconda persona

12 Un'eccezione moderna degna di nota è la JB, seguita dalla NJB, che presenta il nome di Dio come " Yahweh " . Un altro sostituto usato spesso dagli ebrei per il nome di Dio è Hashem (in ebraico "il Nome " , come in Lv 24, 1 1 e Dt 28,58).

Prima di tutto

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singolare, rivolgendosi a ciascuna persona singolarmente e al popolo nel suo insieme. Questo Dio santo non è lontano nel cielo, inaccessi­ bile agli esseri umani; egli si fa conoscere a Israele come "tuo Dio " . In questo modo non solo dice agli Israeliti chi è m a anche chi sono loro. Essi sono il popolo di Dio ! Ciò concorda con la formulazione classica del rapporto di alleanza in una delle prime rivelazioni del nome di Dio nell'Esodo: «Vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio» (Es 6, 7 ) . Poi Dio ricorda al popolo che lui è il liberatore, colui che «ti ha fatto uscire» (Es 20,2b; Dt 5 ,6b) . In entrambe le precedenti occasioni Dio rivela il suo nome a Mosè e gli racconta del progetto di liberare il suo popolo dalla schiavitù in Egitto e di portarlo nella Terra Promes­ sa (Es 3 ,7 - 12 . 16.22 ; 6,5 -6.8) . Quella liberazione ora è storia passata anziché speranza futura e diventa la base per una nuova fase della relazione tra Dio e il suo popolo. In seguito il profeta Osea richiame­ rà il legame storico tra la rivelazione del nome di Dio e la liberazione del suo popolo, alludendo al primo comandamento: Io sono il SIGNORE, tuo Dio, fin dal paese d'Egitto, non devi conoscere altro Dio fuori di me, non c'è salvatore fuori di me ( Os 1 3 ,4; cfr. Os 1 2 , 1 0 ) .

Le prime due righe sono identiche alla prima parte del primo comandamento (tranne l'omissione di «che ti ho fatto uscire») . Le righe seguenti alludono alla seconda parte del comandamento. Vari altri testi parafrasano il primo comandamento in modo simile, col­ legandolo sempre all'esodo dall'Egitto (per es. , Dt 6 , 1 2 - 1 5 ; 13 ,4-6; Gdc 6,8- 1 0 ; 2 Re 17,35-3 9; Sal 8 1 , 1 0- l l ) . Tra l'altro queste parafrasi rafforzano il parere qui espresso che l' autopresentazione del Dio dell'esodo e la proibizione di avere altri dèi facciano parte del primo comandamento. Infine, dopo questa introduzione storica e teologica, il comanda­ mento in sé è semplice e intransigente: «Non avrai altri dèi accanto a me» (Es 2 0 ,3 ; Dt 5 ,7 ) . L'espressione tradotta «accanto a me» è

Amare Dio

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stata molto discussa. Weinfeld ( 1 99 1 , 27 6-277) considera sei possibili significati, concludendo che «accanto a me» sia la più accurata. Miller (2009, 1 9-20) elenca quattro significati, sostenendo -che tutti sono . . presenti nel coman d o: " d avanti a me , , " accanto a me " , " oltre a me , , " di fronte a me " . A mio parere, i punti fondamentali sono due. Inter­ pretata letteralmente, l'espressione significa che le immagini di altri dèi non devono essere collocate nel tempio né in alcun altro luogo in cui sia presente Dio ( '' davanti a me " , dinanzi a me " , "accanto a me" ) . Tuttavia non s i limita sicuramente al divieto di immagini pagane, che in ogni caso sono escluse dal secondo comandamento. Più in generale significa che il popolo di Israele non deve adorare altro dio oltre al - o invece del - SIGNORE ( " di fronte a me " , "eccetto me " , "rispetto a me " ) . In pratica il problema sembra non fosse tanto rivolgersi ad altri dèi invece che a Dio (apostasia) , quanto adorare altri dèi oltre al SIGNORE (cioè sincretismo; per es. , l Re 1 1 ,4 -6; 2 Re 1 7 ,33 ; Ger 7 ,9- 1 0; So/ 1 ,4-6) .

Questo è monoteismo? N el mondo anticotestamentario di divinità in concorrenza fra loro era fondamentale determinare la devozione delle persone. Il tema non è elaborato teoreticamente nel primo comandamento. Non si tratta in primo luogo di un interrogativo sull'esistenza di Dio: il SIGNORE è un dio tra molti oppure è il più grande di tutti, oppure è l'unico Dio esistente? Anzi, è molto pratico, invita Israele a decidere chi dovrà adorare come Dio (cfr. Es 15 , 1 1 ; 3 4 , 1 4 ) . I loro antenati erano stati politeisti ( Gs 24,2 ; cfr. Gen 3 5 ,2 ) e i libri storici e profetici citano più volte il culto israelitico di altri dèi. Tale culto è costantemente condannato dagli scrittori biblici come un allon­ tanamento dal culto dell'unico Dio che era praticato da Abramo e insegnato da Mosè. Il primo comandamento presuppone il politeismo e in quel conte­ sto esige che Israele rifiuti tutti gli altri dèi e ne veneri solo Uno. Non è esattamente un'affermazione monoteistica nel senso moderno del

Prima di tutto

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termine (la convinzione che esista un solo Dio)13. Se vogliamo usare un termine tecnico, il più vicino sarebbe monolatria, che indica il culto esclusivo di un Dio senza negare che possano esistere anche altre divinità 14. Verso la fine del primo discorso di Mosè nel Deuteronomio, egli ricorda al popolo gli straordinari eventi vissuti negli anni precedenti e spiega che tali cose sono state mostrate agli Israeliti perché sapessero che «il SIGNORE è Dio e che non ve n'è altri fuori di lui» (Dt 4 ,35 ; cfr. Dt 4,3 9 ) . Tuttavia sembra che Mosè non neghi di fatto l'esistenza di altri dèi (Dt 4,7.34) . Anzi, invita Israele a venerare il SIGNORE invece degli altri dèi perché è quello che ha dimostrato il suo potere e il suo amore per il suo popolo (Dt 4 ,20.3 2 -3 4 .3 6-3 8 ; cfr. 3 2 ,3 6-3 9 ) . Analogamente lo Sema ' (Dt 6,4-5 ) è un invito al culto esclusivo e ge­

neroso del SIGNORE, rifiutando di seguire altri dèi (Dt 6,14). Questo è di fondamentale importanza per la continuazione della comunità dell'alleanza, al punto che la devianza deve essere punita con la morte

(Dt 13 ; cfr. Es 22 , 1 9). Giosuè si rivolge al popolo dopo l'ingresso nella Terra Promessa con la richiesta di impegnarsi con il SIGNORE che l'ha condotto lì, e

1 3 In generale si concorda che il monoteismo sia uno dei contributi più caratteristici di Israele alla civilizzazione. Nondimeno c'è stato un lungo confronto accademico su quando Israele abbia cominciato a essere monoteista. Albright ( 1946, 257 -272) fa risalire l'inizio del monoteismo di Israele a Mosè. Analogamente Kaufmann ( 1 96 1 , 122- 149.2 12-244 ) ritiene che Mosè abbia più o meno sradicato il politeismo e che in seguito gli Israeliti siano stati prevalentemente monoteisti. Ma molti altri studiosi credono che la religione dell'Israele preesilico e quella di Giuda siano state ampia­ mente politeiste, e sostengono una graduale evoluzione dal politeismo al monoteismo. Alcuni sottolineano il ruolo della monarchia in questa evoluzione (per es., Ezechia e Giosia), mentre la maggior parte vede l'esilio come il periodo di formazione. Tuttavia Tigay ( 1 986) adduce prove archeologiche per dimostrare che dal tempo di Mosè la maggior parte degli Israeliti era di fatto monoteista. Sulla crescita del monoteismo, con una gamma di conclusioni differenti, si veda Eichrodt 1 933 : 220-227 . 3 63 -3 64 ; Albright 1 946; Lang 1 983 ; Tigay 1 986; Petersen 1 988; Millard 1 993 ; Gnuse 1 997 ; de Moor 1 997 ; Smith 200 1 ; 2002 ; Assmann 2008; Heiser 2008; MacDonald 2 0 1 2 ; MacDonald - Brown 2014. 14 Un termine alternativo usato talvolta è enoteismo, che indica una forma di politei­ smo che riconosce l'esistenza di varie divinità ma ne venera solo una.

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allo stesso tempo rinunciare a tutte le altre divinità (Gs 24 , 14 -24 ) . Davide prega: «Tu sei davvero grande, SIGNORE Dio ! Nessuno è come te e non vi è altro Dio fuori di te» (2 Sam 7 ,22 ) , ricordando che le altre nazioni e le loro divinità sono state cacciate davanti a Israele (2 Sam 7 ,23 ) . Salomone concorda, · offrendo una prospettiva più universale nella sua preghiera «affinché sappiano tutti i popoli della terra che il SIGNORE è Dio e che non ce n'è altri» ( l Re 8,60). Il tema dell'impe­ gno si vede più chiaramente che altrove nel drammatico scontro di Elia con i profeti di Baal sul monte Carmelo, quando sfida il popolo: «Se il SIGNORE è Dio, seguitelo ! Se invece lo è Baal, seguite lui ! » ( l Re 18,2 1 ) . Da Mosè a Elia, gli scrittori del Deuteronomio e della storia Deu­ teronomistica evidenziano la sfida a scegliere tra Dio e gli dèi. Ma nei profeti, soprattutto nella seconda parte di Isaia, si passa dalla scelta tra l'Uno e i molti all'inequivocabile affermazione che c'è davvero un solo Dio: Prima di me non fu formato alcun dio né dopo ce ne sarà (Is 43 , 1 0 ) . I o sono il primo e i o l'ultimo; fuori di me non c'è dio (Is 44 ,6). Voi siete miei testimoni: c'è forse un dio fuori di me? Non c'è altra Roccia; io non ne conosco (Is 44 ,8) . Io sono il SIGNORE e non c'è alcun altro, fuori di me non c'è dio (Is 45 ,5 ; cfr. Is 45 ,6. 1 8.2 1 ) . I o sono Dio, non c e n'è altri. Sono Dio, nulla è uguale a me (Is 46,9) .

Ne consegue che altri cosiddetti dèi sono semplicemente simulacri senza vita (Is 40, 1 8-20; 4 1 ,7 ;44 ,9-20; 46, 1 -7 ) . Questo è l'equivalente anticotestamentario più vicino al monoteismo. Secondo la concezio­ ne della divinità nel Vicino Oriente antico, però, non si tratta tanto del fatto che non esistano altri dèi, ma che siano impotenti e insignifi­ canti. In altre parole, non sono per nulla dèi. Che siano qualcos' altro è un interrogativo ipotetico che non si pone né trova risposta, perché

Prima di tutto

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nel Vicino Oriente antico il termine esistenza è legato alla funzione, e qualcosa senza funzione di fatto non esiste15 • In ogni caso, non c ' è dubbio che l a visione israelita del mondo divino fosse assai diversa da quella dei suoi vicini. Gli dèi del Vicino Oriente antico appartengono a un pantheon, e spesso interagiscono fra loro. È comune per gli dèi avere consorti. Talvolta le decisioni che riguardano dèi ed esseri umani sono prese nell'assemblea divina, mentre altre volte c'è conflitto, pertanto raggiungono i loro obiettivi gli dèi più potenti o saggi. Al contrario il Dio di Israele non fa parte di un pantheon, né tantomeno ha una consorte. Egli è Uno, si assume tutta la responsabilità dei suoi progetti e delle sue azioni e comunica con il suo popolo attraverso sacerdoti e profeti. Non condivide il suo potere con altri dèi, né è il più potente di tutti gli dèi: lui solo è Dio16•

Riflessione

Legge e vangelo Il rapporto fra i due Testamenti talvolta è espresso come un contra­ sto tra legge e vangelo: la religione dell'Antico Testamento si ritiene sia basata sulla legge, in contrasto con il vangelo dell'amore del Nuo­

vo Testamento. Ma l'insegnamento della Bibbia non è questo. È vero che Paolo oppone la legge alla fede (per es. , Gal 3 ) , sottolineando che

15 Walton 2006, 88-9 1 . Miskotte ( 1 963 , 225) sostiene che l'affermazione «io sono il SIGNORE e non c'è alcun altro» (Is 45 ,5) non sia una dichiarazione metafisica ma «una negazione teologica: oltre a me non c'è nulla che abbia vita e valore, nulla che possa aiutare e dare speranza». I profeti «ci insegnano non tanto che non ci sono altri dèi, ma piuttosto che dobbiamo costantemente scegliere il Signore tra gli dèi» (226) . 16 Non è esattamente lo stesso dire che lui solo è divino. L'Antico Testamento occa­ sionalmente cita altri esseri divini o celesti che fanno parte dell'assemblea o del consiglio divino e sono subordinati a Dio (per es., Gb 1-2; 1 Re 22, 19-22; Sal 82; 89,6-7 ; Is 6,1-8; Ger 23 ,18; Zc 3 , 1-5 ) . Per ulteriori approfondimenti si vedano i commentari relativi a questi testi.

Amare Dio

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è inutile confidare nell'obbedienza alla legge come via per la salvezza perché è solo attraverso la fede in Cristo che possiamo essere salvati. Ciò non significa tuttavia che ci sia qualcosa di sbagliato nella legge, finché la si usa secondo il suo fine originale: come linee guida per la vita nella comunità dell'alleanza. Non ha mai avuto lo scopo di por­ tare la salvezza. L'obbedienza alla legge è la conseguenza dell'alleanza, non la sua condizione. Le persone non ottengono una relazione con Dio attraverso un buon comportamento, la devozione fedele, o lo sforzo continuo. Al contrario Dio salva le persone attraverso la sua grazia, introducendole in una relazione con sé stesso, e ci si aspetta che esse rispondano con gratitudine obbedendo alla sua legge (per es . , Rm 1 ,5 ; 8,3 -4 ; 13 ,8- 1 0 ) . Il vangelo e la legge sono quindi com­ plementari, non antiteticF7 • Uno dei testi chiave relativi a questo tema è i l Decalogo. È par­ ticolarmente chiaro nell'introduzione al primo comandamento: «lo sono il SIGNORE, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d'Egitto, dove eravate schiavi» (Es 20,2 e Dt 5,6 DLB; cfr. Dt 5 , 15 ; 6,20-25) . Si noti che qui Dio dà il Decalogo al popolo che h a già salvato dal­ la schiavitù d'Egitto. Non esige obbedienza come condizione per ottenere quella libertà. Nell'Antico Testamento, proprio come nel Nuovo, obbedire alla legge intende essere una risposta all'amore di Dio, non un modo di persuadere Dio ad amare. Una parabola ebraica illustra questo punto: Uno straniero arrivò in una città e disse agli abitanti: «lo sarò il vostro re». Il popolo rispose: «Che cosa hai fatto tu per noi, per diventare il nostro re?». Così egli cominciò a fare molte cose per il bene della città e del popolo. Co­ struì un muro di difesa, portò l'acqua nella città e li difese dai loro nemici. Poi disse loro di nuovo: «lo sarò il vostro re». E il popolo subito acconsentì. Allo stesso modo Dio condusse gli lsraeliti fuori dalla schiavitù egizia e divise le acque del Mar Rosso; diede loro manna dal cielo, l'acqua e le quaglie;

17 TI tema di Paolo e la legge è troppo complesso per affrontarlo qui. Cito solo qual­ che opera per approfondimenti: Sanders 1983 ; Badenas 1985 ; Westerholm 1 988; Dunn 1996; Rosner 2013 ; Green 2014.

Prima di tutto

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combatté per loro contro Amalek. Poi disse loro: «lo sarò il vostro re» e il popolo subito acconsentì18•

Il Decalogo si apre dunque ricordando al popolo l'amore di Dio per lui, dimostrato agli Israeliti con la liberazione dall'Egitto. Poi espone le leggi che loro come popolo di Dio metteranno in pratica in futuro. Queste " dieci parole " sono comunemente chiamate " co­ mandamenti " , suggerendo che sono regole da osservare o obblighi da realizzare. Questo è vero in parte, ma c'è molto di più. Nel con­ testo della teologia biblica è più esatto vederle come linee guida per rispondere con gratitudine alla grazia di Dio, che ama e salva il suo popolo prima che quello faccia qualcosa. La prima risposta degli Israeliti alla loro liberazione è cantare le lodi di Dio, come vediamo in Esodo 15 . In seguito Dio dà al suo popolo la legge, cominciando con il Decalogo, un altro dono che spinge Israele a lodare e a rendere grazie (Sa/ 19, 7 - 1 1 ; 1 1 9) . Miller

(2009, 1 7 ) commenta: «Se mai dovessimo ritenere questi comandi troppo " impegnativi" , sarebbe perché non sappiamo realmente cosa significa essere schiavi liberati da una terribile schiavitù per svolgere un servizio nuovo». li popolo di Israele è liberato dalla schiavitù per servire Dio (Lv 25 ,42) e il servizio a Dio è "libertà perfetta " , come si esprime mirabilmente il Libro della preghiera comune [Book o/

Common Prayer] 1 9 •

Fede e culto Il primo comandamento è cruciale sia per la fede sia per il culto. Da un lato Martin L utero pone l'accento sulla fede, interpretando il comandamento come un invito a credere solo in Dio. Lo parafrasa in questo modo:

18 Albeck 1985 , 265 -266. 19 «Colletta per la pace», preghiera del mattino l. Per un'ulteriore discussione del tema legge e vangelo con riferimenti bibliografici, si veda Baker 2010, 73 -75 . Sulla legge come dono, si veda Stevens 2004.

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Amare Dio «Bada, lascia che io solo sia il tuo Dio, e non cercarne alcun altro; vale a dire: attendi da me e cerca presso di me i beni che ti mancano e, se soffri sventura e avversità, umiliati e affidati a me. Io, sì io, ti darò quanto ti basta e ti aiuterò in ogni avversità; non lasciare che il tuo cuore dipenda da alcun altro, né che vi trovi pace».

La fede - la fiducia nella grazia di Dio - è l'unico e il solo modo per realizzare il comandamento. Pertanto il comandamento deve essere osservato non solo con le opere esteriori ma con la fiducia interiore, come figli viventi di Dio20• Giovanni Calvino pone invece l'accento sul culto. Si concentra sulla superiorità di Dio, che solo merita di essere adorato e di avere la totale autorità sul suo popolo. Il suo popolo non deve avere altri dèi perché questo vorrebbe dire trasferire ad altri ciò che spetta solo a Dio: adorazione, fiducia, invocazione e azione di grazie21 • L a fede i n u n solo Dio, l'unico degno di culto, è al centro del pri­ mo comandamento. Tuttavia il comandamento non è prima di tutto un'affermazione di monoteismo. È un invito a compiere scelte e a sta­ bilire priorità, a mettere l'unico Dio davanti a tutti gli altri rivali per la lealtà e la devozione delle persone, spirituale o materiale, vera o falsa. La fede non è solo questione di recitare un credo, di sottoscrivere una formulazione dottrinale o di affermare la propria fede in un solo Dio (cfr. Gc 2 , 1 9) . Né il culto si limita a cantare inni, a recitare liturgie, a predicare sermoni e a celebrare i sacramenti. Questi potrebbero essere i requisiti per la partecipazione a una comunità di fede e senza dubbio servono a incoraggiare la fede e ad approfondire la devozio­ ne. Ma il primo comandamento va oltre questi aspetti, inducendo chi ascolta a decidere che cosa è dawero importante per la sua vita. Il rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo richiede l'impegno totale ed esclusivo di entrambe le parti. L'impegno di Dio verso il suo popolo non è mai messo in dubbio nella Bibbia, mentre spesso il po-

2 0 Lutero 1520, 17 -23 [ed. it. , 328-346] ; 1529, 5 - 1 0 [ed. it., 123 - 13 4 ] . 2 1 Calvino 1536- 1559, 379-3 83 [ed. it., 498-503 ] . Sulle interpretazioni di Lutero e Cal­ vino del primo comandamento, si vedano ancora Oden 2005 ; Price 2008; Coetzee 2014.

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polo non si impegna totalmente verso Dio. Il primo comandamento può pertanto essere visto come un invito al popolo di Dio a rinnovare il suo impegno verso Colui che lo ha salvato dalla schiavitù e gli ha promesso protezione e benedizione per il futuro. Il suo messaggio costante per gli ebrei è chiaro. Anche i cristiani, in quanto membri del rinnovato popolo di Dio e discendenti spirituali di Abramo, dovreb­ bero riconoscere che il comandamento è rivolto a loro come volontà di Colui che è loro Dio (Rm 4; 1 1 , 1 7 -24) e li ha salvati dalla schiavitù spirituale (Rm 7 , 14.24-25 ; Ga/ 4,3 -8; 5 , 1 ; Eb 2 , 14- 15 )22•

22

Utili rassegne riguardo all'insegnamento anticotestamentario su Dio in : Scullion 1992; Fretheim 2007 . Per una approfondita riflessione teologica, si veda Brueggeman 1997a; Goldingay 2003 . C'è anche un breve ma stimolante articolo intitolato God or Nothingness, di Hart 2005 .

2.

Il culto

Il primo comandamento ammonisce il popolo di Dio a non venera­ re altri dèi; il secondo spiega come rendere culto al vero Dio. L'esposi­ zione dettagliata del secondo comandamento (come del quarto e del decimo) suggerisce che con questo Israele aveva problemi specifici. Una ragione ovvia è che il divieto anticotestamentario delle immagini è piuttosto diverso dalla pratica comune nel resto del Vicino Oriente antico.

Le immagini

Vicino Oriente antico Era assai comune nel Vicino Oriente antico raffigurare dèi e dee con statue e sculture. Le immagini variavano, vi si trovavano rap­ presentazioni di esseri umani, animali, piante e corpi celesti. Tali immagini forse non volevano assomigliare alle divinità, ma piuttosto rappresentarne una o più caratteristiche1 • Le immagini erano centrali in quasi tutto il culto del Vicino Orien­ te antico, ma le opinioni in merito differiscono: i pagani veneravano le immagini stesse o le consideravano simboli della presenza divina?

1

Curtis 1990, 4 1-42; 1992 .

Il culto

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Secondo Weinfeld ( 1 99 1 , 288) non c'era distinzione tra le divinità e le loro immagini nel Vicino Oriente antico, e i pagani non riuscivano a concepire un dio senza un 'immagine. Tuttavia Bernhardt ( 1 956) ha dimostrato che anche i popoli primitivi non identificavano un 'imma­ gine con il dio che essa rappresentava, ma la consideravano il luogo in cui dimorava lo spirito divino2 • Per esempio un racconto egiziano della creazione dice che dopo che Ptah ebbe fatto ogni cosa, «gli dèi entrarono nei loro corpi: fatti di legno di ogni tipo, minerale di ogni tipo, frutta di ogni tipo [ . . . ] »3 • Tuttavia, benché in teoria gli dèi non fossero identificati con le loro statue, può essere che gli idolatri non tenessero conto della distinzione nella pratica e vedessero le imma­ gini come feticci, detentori di poteri magici insiti4• Si praticavano rituali elaborati per trasformare un 'immagine in modo che fosse pervasa dalla presenza divina e diventasse la «pura epifania del suo dio»5• Si riteneva che l'immagine materiale fosse animata dall'essenza divina, non che semplicemente rappresentasse il dio, ma che manifestasse la sua presenza. Pertanto si pensava che l'immagine fosse viva e in grado di mangiare cibo, di bere acqua, ascoltare musica e sentire l'aroma dell'incenso offerto dai fedeli. Tut­ tavia l'immagine e la divinità non erano la stessa cosa: il dio era la realtà rappresentata nell'immaginé. Di conseguenza le immagini fungevano da intermediarie tra le per­ sone e le divinità. Da un lato si pensava che le divinità si rivelassero attraverso le immagini. Dall'altro si collocavano statue nei templi perché comunicassero le preghiere dèi fedeli al dio. Una statua pre­ senta un'iscrizione in cui si afferma che è «vicina all'orecchio della mia signora [la dea] perché possa riferirle la mia preghiera>/.

2 Non ho potuto avere a disposizione Bernhardt, quindi ho usato i compendi in Clines 1968, 8 1 -83 , e Childs 1 974, 408 [ed . it. , 4 1 7 ] . ' Conclusione della "Teologia Menfita" (COS 1 , 15 ) . 4 Tigay 1996, 5 3 ; Propp 2006, 168. 5 Berlejung 1 997 , 72; cfr. Walker - Dick 1 999. 6 Per ulteriori approfondimenti, si veda Morenz 1 960, 150-158 [ed. it., 208-2 17] ; Ja­ cobsen 1987; Curtis 1990, 42-44 ; Lorton 1999; Walls 2005 , 1 -67 ; Walton 2006, 1 14- 1 1 8. 7 Von Rad 1957, 2 14 [ed. it., 248] ; Curtis 1990, 35 .3 9-40.

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Amare Dio

Non sorprende che nel Vicino Oriente antico non ci siano leggi paragonabili al secondo comandamento, almeno non tra quelle che sono arrivate a noi. Tuttavia l'idea del culto senza immagini non è del tutto sconosciuta. Per esempio, il faraone Akhenaton distrusse le immagini nel tentativo di esaltare il culto del dio sole e i Nabatei usavano pietre erette invece di immagini per rappresentare le loro divinità8 •

Il secondo comandamento Contrariamente ad altre religioni in cui le immagini erano usate comunemente nel culto, il comandamento proibisce categoricamente questa pratica al popolo di Dio:

8 Su Akhenaton si veda Redford 1997 . Sui Nabatei si veda Patrich 1990. Per ulteriori esempi dall'area semitica occidentale si veda Mettinger 1995 . Lewis ( 1 998, 50) sottolinea comunque che «il ripudio delle immagini divine è molto raro nel Vicino Oriente antico, eccetto in Israele». 9 Così NIV 201 1 ; RSV; NJB; REB; Childs 1974; Houtman 1996; McConville 2002a; Dozeman 2009; cfr. GNT; Targum; Vulgata. NRSV e NIV 1984 riportano "idolo" (come Lundbom 2013 ; cfr. LXX) . In pratica le immagini erano fatte per essere usate come idoli, ma "idolo" non è il significato essenziale del termine ebraico. 10 Così ESV; NJB; NJPS; NET. In alternativa "in forma di" (NRSV; NIV) . 11 Così la maggior parte delle traduzioni e dei commentari inglesi, benché NJPS ri­ porti "appassionato" (seguito da Weinfeld 199 1 ; Schmidt 1995, 79) . In alcuni contesti la stessa parola ebraica è tradotta con "zelante " (Nm 25 , 1 1 . 13 ; 2 Sam 2 1 ,2; l Re 19,10. 14 ; cfr. Is 9,6) . Secondo Tigay ( 1 996, 65 ) , il termine combina il significato d i "geloso" e di " zelante" ; «riflette il legame emotivo tra Dio e Israele descritto metaforicamente dai profeti come vincolo matrimoniale». 12 Questa è una traduzione letterale, come in ESV, RSV, KJV; cfr. NJPS. L'espressione è difficile da tradurre oggi nell'inglese moderno. Tra i suggerimenti: «punisce i figli per l'iniquità dei padri» (NRSV; cfr. NIV); «punisco le colpe dei padri nei figli» (NJB) ; «risponde alla trasgressione dei padri nei figli» (NET); «applico i peccati dei padri ai figli e tutta la famiglia ne è colpita>> (NLT2) . Per un'insolita interpretazione del verbo "punire" (1j:'!:!) nel secondo comandamento si veda Ararat 1995 , 5 1-53 .

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In alcune tradizioni questo doppio divieto è considerato parte del comandamento precedente sugli altri dèi, mentre altre lo considera­ no un comandamento a sé. La seconda mi pare la scelta preferibile perché ci sono due temi separati: se gli Israeliti possano avere altri dèi e come si debba adorare Dio. La sostanza del comandamento è espressa concisamente nelle pri­ me parole come proibizione delle immagini (Es 20 , 4 a!Dt 5 ,8a) . Il termine ebraico si riferisce a un'immagine scolpita, in genere fatta di legno o di pietra e cesellata15 • In seguito includerà anche figure di me­ tallo (Js 40,19; 44, 1 0; Ger 10,14). La frase seguente sottolinea che non ci sono eccezioni alla regola: immagini di qualsiasi cosa in qualsia­ si forma sono inaccettabili (Es 20 , 4 b!Dt 5 ,8b) . Non solo sono vietate immagini di altri dèi, cosa già esclusa dal primo comandamento, ma anche immagini del vero Dio o di qualsiasi altra cosa16• Si pone la domanda se il problema sia l'azione di costruire un 'im­ magine di per sé o l'uso di tali immagini nel culto (cioè l'idolatria) . In

altre parole: sarebbe accettabile fare un'immagine per scopi pu-

" Così NRSV, ESV; si veda anche " amore fedele " (NJB) ; "fedeltà al patto" (NET ) . Traduzioni meno convincenti sono "amore " (NIV; cfr. GNT); "premura" (NJPS) ; "mi­ sericordia" (KJV) . 14 Così GNT; cfr. Targum; Peshitta. In alternativa "la millesima generazione" (NRSV; NJPS; Childs 1974; Weinfeld 199 1 ; Dozeman 2009) o " un migliaio di generazioni" (NIV; NET; NLT2) . n termine "generazione" è assente nell'ebraico ma forse è implicito alla luce del contrasto con le tre o quattro generazioni di Es 20,5/Dt 5,9 ed è esplicito nei Targum. Si vedano anche i riferimenti alle "mille generazioni" di Dt 7 ,9; l Cr 1 6 , 15 ; Sa/ 105,8. Tuttavia varie traduzioni assumono semplicemente il significato d i "migliaia" (RSV; ESV; NJB; REB; cfr. LXX e la Vulgata) . 15 n sostantivo ebraico è '?Q�. dal verbo '?o� ( "tagliare" , "intagliare " , " sbozzare " ) , usato spesso i n relazione alla pietra (per es. , Es 3 4 , 1 -4). 16 Cole 1 973 ; Durham 1987 ; Miller 2009; cfr. von Rad 1957, 2 15-2 1 6 [ed. it. , 252253 ] ; contra Houtman 1 996. Dozeman (2009) , sulla scia di Obbink ( 1 929) , sostiene che la reazione divina di gelosia ha senso solo se si considerano immagini di altri dèi, e quindi vede il secondo comandamento come una prosecuzione concreta del primo.

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Amare Dio

ramente artistici o educativi? Molti musuhnani e alcuni ebrei inter­ pretano il secondo comandamento come divieto di tutte le immagini per qualsiasi scopo. Ma altrove nell'Antico Testamento i cherubini hanno una collocazione nel santuario, come pure disegni di fiori e di frutta (Es 25 , 1 8-22 .3 1 -3 6 ; 28,3 3 -3 4 ) . Mosè riceve da Dio il comando di fare un serpente di bronzo (Nm 2 1 ,8-9 ) . Salomone usa diffusa­ mente immagini negli arredi del suo tempio, fra cui melagrane, gigli, coloquintidi, tori, leoni, cherubini e palme ( l Re 7 , 13 -3 7 ) . Tornando al Decalogo, il secondo divieto in questo comandamento («Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai», Es 20,5 a!Dt 5 ,9a) riguarda chiaramente le immagini per il culto, pertanto si può concludere che il comandamento non è pensato per escludere la raffigurazione di im­ magini o la creazione di modelli. Divieti analoghi di creare immagini si trovano in tutti i codici legali biblici, sempre legati all'idolatria (Es 20,23 ; 3 4 , 1 7 ; Lv 19,4; 26, 1 ; Dt 4 , 15 - 19; 27 , 15 ) . Come nel primo comandamento, c ' è una motivazione teologica per l'obbedienza (Es 20,5b/Dt 5 ,9b) . Il popolo è avvisato: il SIGNORE è un Dio "geloso " . Una traduzione migliore sarebbe "zelante " , dal momento che geloso ha connotazioni piuttosto negative, anche se non sono certo di quanto questo riduca davvero il nostro disagio di fronte a questo termine. In ogni caso non si tratta tanto di intolleran­ za quanto piuttosto di esclusività. Il rapporto di alleanza di Israele con Dio esige lealtà, come una relazione matrimoniale, come esposto icasticamente dai profeti (Is 54; Ger 3 ; Ez 1 6; Os 1-3 ) . In una rela­ zione del genere la mancanza di lealtà provoca gelosia (Dt 3 2 , 1 6 ; Ct 8,6; Ez 16,3 8 ; Zc 1 , 14 ; 8 ,2 -3 ) . Se l'altra parte del patto sarà infedele, Dio sarà adirato e offeso - non solo temporaneamente ma per tutta la vita (tre o quattro generazioni; cfr. Gen 5 0 ,22 -23 ; Cb 42 , 16). Questo avvertimento si può collegare ai primi due comandamenti, entrambi riguardanti il culto dell'unico Dio17• Altrove la gelosia di Dio è citata

17 TI riferimento immediato a "loro" in Es 20,5/Dt 5,9) è a "immagine o rappresen­ tazione" proibite in Es 20,4/Dt 5 ,8, un'espressione complessa, plurale nel significato ma singolare nella forma (cfr. Schmidt 1 995, 80) . È possibile che si riferisca anche agli

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in relazione al culto di altri dèi (Es 34, 14; Dt 6,13 -15; 32,16-17; Gs 24, 1 9-20) e alla creazione di immagini (Dt 4,23 -25 ; 32,2 1 ; Sal 78,58;

Ez 8,3 .5 . 10). Sono parole dure, mirate a dare al popolo una forte motivazione per obbedire ai comandamenti di Dio. Tuttavia persino una vita in­ tera è relativamente breve rispetto all'estensione dell'amore di Dio - migliaia di generazioni (Es 20,6/Dt 5 , 1 0) . Colpisce che quest'ultima riga si concentri sull'amore reciproco tra le parti dell'alleanza. Diversi altri testi assicurano al popolo che Dio lo ama, ma allo stesso tempo lo ammoniscono che egli punirà il suo peccato. Forse molto impor­ tante è la proclamazione a Mosè sul Sin ai dopo l'episodio del vitello d'oro (Es 34,6-7), spesso citata in seguito nell'Antico Testamento (per es. , Nm 14,18). Deuteronomio 4 combina il richiamo alla gelosia di Dio (Dt 4 ,24) con la rassicurazione della sua misericordia (Dt 4,3 1 ) . La portata quasi infinita dell'amore divino è sottolineata ancora in

Deuteronomio 7 ,9 senza citare l'ira che si ripercuote sulle generazioni successive. Al contrario, Deuteronomio 7 , 1 0 avverte semplicemente della punizione immediata per coloro che rifiutano Dio. Si è discusso molto sulla giustizia (o ingiustizia) della punizione del popolo per i peccati dei padri e dei nonni. Si possono qui definire quattro puntF8. Il primo: l'avvertimento è dato in una società tribale in cui la solidarietà familiare è fondamentale, e l'Antico Testamento offre molti esempi di famiglie intere benedette o punite a seguito di azioni compiute dal capofamiglia (per es. , Noè, Acan). Secondo punto: tre o quattro generazioni di discendenti sono il massimo che ci si possa aspettare di vedere, quindi la punizione può essere intesa come deterrente per i progenitori, che vedranno i loro figli e i loro nipoti soffrire a causa del proprio peccato, invece di implicare un passaggio di colpa sui discendenti stessi. Terzo aspetto: le espressioni

" altri dèi" di Es 20,3/Dt 5 ,7 , nel qual caso collega Es 20,5-6/Dt 5 ,9- 10 ai primi due comandamenti (Tigay 1 996) . 18 Questo paragrafo si basa sull'utile esegesi di questi versetti e sull'excursus di Tigay sulla punizione intergenerazionale ( 1 996, 66-67 .43 6-437 ) .

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conclusive di Es 20,5 -6 («coloro che mi odiano» e «quelli che mi ama­ no») suggeriscono che la punizione si applica solo se i discendenti perpetuano il rifiuto di Dio dei loro antenati. Quarto punto: i principi comuni della giustizia nella società israelita si applicano ai singoli più che ai gruppi: «Non si metteranno a morte i padri per una colpa dei figli, né si metteranno a morte i figli per una colpa dei padri. Ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato» (Dt 24 , 1 6) . Ezechiele 1 8 applica lo stesso principio alla giustizia di Dio verso l'intera nazione (cfr. Ger 3 1 ,29-3 0 ) .

I:idolatria in Israele Non è dato sapere quanto la pratica israelitica sia stata conforme al principio del secondo comandamento. Gli storici biblici danno l'impressione che Israele fosse propenso all'idolatria, con i famigerati esempi dei vitelli d'oro fatti da Aronne (Es 32) e da Geroboamo ( l Re 1 2 ,25 -33 ) . Queste immagini intendevano probabilmente rappresen­ tare il SIGNORE o il suo trono invece di altri dèi, ma in ogni caso sono esplicitamente condannate da Mosè e dall'autore dei libri dei Re. Il serpente di bronzo fatto da Mosè era in origine un aiuto visivo, ma nella storia successiva fu trattato come un idolo e alla fine distrutto da Ezechia (2 Re 18,4 ) . Nel complesso sembra probabile che il culto nel tabernacolo e nel tempio fosse condotto senza immagini e le diver­ genze da questo principio fossero più comuni nei santuari locali come le " alture " (per es. , Lv 26,3 0; 1 Re 3 ,2 ; 1 1 ,7 ; 14 ,23 ) 19• Evidentemente alcuni individui possedevano dei santuari; per esempio Mica designò un sacerdote perché si prendesse cura della sua immagine d'argento, dell' efod e degli dèi della sua casa ( Gdc 1 7 ) . A sostegno dell'esistenza dell'idolatria in Israele sono state addotte le prove archeologiche della scoperta in Giuda di quasi un migliaio di figure di terracotta risalenti al tardo periodo monarchico. Per la

1 9 Cfr. von Rad 1957, 2 15-2 1 6 [ed . it., 253 -254 ] .

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maggior parte hanno forma di donna con larghi seni, e potrebbero rappresentare la dea cananea Ashera20• Gli Israeliti furono tentati di adorarla, come sappiamo da riferimenti frequenti nell'Antico Testa­ mento (per es. , l Re 14, 15.23 ; 15 , 13 ; 2 Re 17, 10; 2 1 ,7 ) . Molte delle figure sembrano essere state danneggiate deliberatamente, forse nelle riforme di Ezechia e di Giosia. Ashera è citata spesso nella Bibbia insieme al dio Baal (per es. , Gdc 3 ,7 ; 6,25 -3 2 ; l Re 16,3 1 -33 ; 18, 1 9) e ritratti di quest'ultimo sono stati ritrovati in siti israeliti antichF1 • Baal è ben noto sin dai testi del Vicino Oriente antico (soprattutto come Dio della tempesta di Ugarit) e sembra essere stato la più grande minaccia alla lealtà di Israele verso il SIGNORE, dalle steppe di Moab (Nm 25 ,3 .5) fino alle riforme di Giosia verso la fine della monarchia (2 Re 2 1 ,4-5 ) . Tuttavia Tigay ( 1 986) h a sostenuto, sulla base della testimonianza di iscrizioni ebraiche, che la maggioranza degli Israeliti fosse jahvista e un numero relativamente esiguo adorasse altri dèi. Inoltre Mettin­ ger ( 1 997 ) ritiene che le immagini non fossero generalmente usate nella religione israelitica ordinaria all'inizio e che i divieti di idolatria nella legge e nei profeti riflettano un periodo posteriore. Sono state scoperte immagini bidimensionali di umani e di animali che risalgono al periodo biblico (per esempio, su avori della Samaria del IX secolo e su sigilli dell'VIII e del VII secolo) , ma non sembrano essere og­ getti di culto. Le raffigurazioni israelitiche di Dio sono estremamente rare22•

20 Sebbene molti studiosi ritengano che queste figure rappresentino la dea Ashera (per es. , Kletter 1996; cfr. Hadley 2000; Johnston 2003 ), altri le considerano amuleti o figure votive in forma umana, forse legate alla maternità (Moorey 2003 , 47-68; Tigay 1986, 9 1 -92 ; Mill ard 2014, 123 - 124 ) . 2 1 Dever 1987 , 226; Keel - Uehlinger 1992 , 195 - 198. 22 Hendel 1997 , 2 1 2-2 19; Tigay 1986, 9 1 ; Uehlinger 1997 , 152; Hendel 1988, 367; Lewis 1 998, 42-43 . Una moneta ebraica del IV secolo raffigura una figura maschile sed uta su un carro alato. Alcuni studiosi antichi lessero l'iscrizione e identificarono la figura con YHWH, confrontandola con la visione di Dio in Ezechiele l . Ora è chiaro che l'iscrizione deve essere letta YHD ( Giuda) e la figura molto probabilmente rappre­ senta Zeus (Meshorer 1982, 2 1-29) . =

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Nei periodi successivi era normale che le sinagoghe ebree fossero decorate con figure umane e di animali. Ma ritrovamenti archeologici dei periodi asmoneo ed erodiano (ca. 140 a.C. - 100 d.C.) presentano pochissime immagini umane o di animali, al contrario dei periodi precedenti e successivi. Questo può suggerire che il secondo coman­ damento era interpretato più rigidamente a quel tempo, come divieto di ogni tipo di immagine, mentre in altri periodi era applicato solo alla proibizione degli idoli (cioè immagini per il culto)23 •

Riflessione

Immagini come idoli Come spiegato sopra, il secondo comandamento non è contro le arti visive in sé stesse ma contro il loro cattivo utilizzo per creare oggetti di culto, in particolare facendo immagini da usare come ido­ li. La prima parte del Sa/ 1 15 può essere vista come riflessione sul comandamento (cfr. Sa/ 135 , 15- 18). La domanda sulle nazioni in Sal

1 15,2 («Dov'è il loro Dio?») sarebbe una reazione comprensibile se visitassero il tempio di Gerusalemme cercando invano un'immagine del dio locale. Forse il salmista ha questo in mente quando mette a confronto la religione di un Dio vivente (Sal 1 15 ,3 ) con le religioni che adorano oggetti senza vita (Sal 1 15, 5 -7 ) . Sottolinea che questi idoli sono «opera di mani umane» (Sal 1 15 ,4), mentre Dio è colui che «ha fatto cielo e terra» (Sa/ 1 15 , 15). Questi punti sono ulteriormente sviluppati dai profeti in una cri­ tica devastante del culto degli idoli. La follia di adorare la creazione di qualcuno è ripetutamente messa in evidenza (per es . , Is 2 ,8; 44,9-

2 3 Konikoff 1973 ; Hurowitz 1994 . Per un'utile rassegna sull'idolatria in Israele si veda Curtis 1992 . Sul secondo comandamento in LXX, Filone e Flavio Giuseppe si veda Tatum 1 986. Sulle leggi rabbiniche riguardanti l'idolatria si veda Urbach 1959.

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2 0 ) e all'impotenza degli idoli muti è contrapposto il potere del vero Dio, il Creatore del cielo e della terra (Ger 10,3 - 16). Innumerevoli sono i termini dispregiativi usati per indicare gli idoli; per esempio:

- gillul ( '' idolo " ; cfr. Ger 5 0 ,2 ; Ez 6,4- 13 ; 22 ,3 -4 ) è un probabile gioco di parole sul termine "sterco" (gél) , implicando che gli idoli sono disgustosi. - eli! ( ''idolo " ; cfr. Is 2 ,8. 1 8.20; 1 0 , 1 0- 1 1 ; Ab 2 , 18) significa Ietteraimente " cosa senza val ore " . - shiqquts ( '' cosa detestabile " ; per es. , Ez 5 , 1 1 ; 7 ,20; 20,7 -8) deriva da una radice ebraica associata agli animali impuri. - to 'éva ( " abominio " ; cfr. Is 44, 1 9; Ger 1 6 , 1 8 ; Ez 5 ,9. 1 1 ) si riferisce a qualcosa di assolutamente inaccettabile per il popolo di Dio.

- shékér ( "inganno " , "menzogna") e hével ( "futilità" , "vanità " ) sug­ geriscono che coloro che producono queste cose inutili ingannano chi le venera (per es. , Ger 1 0 , 1 4 - 1 5 ) . Il tema delle immagini e degli idoli nella chiesa cristiana raggiunse il culmine nella controversia iconoclasta nell'Impero Bizantino dei secoli VIII e IX. Ebbe inizio con un editto dell'imperatore Leone III nel 726 che equiparava le immagini agli idoli e ordinava la loro distru­ zione. Imperversò per più di un secolo. Baranov (2007 , 54 1 ) analizza il comandamento in relazione a questa controversia che considera «forse il periodo più importante della storia della chiesa, quando un testo anticotestamentario divenne il punto focale di un dibatto teo­ logico». Egli mostra che entrambe le parti del dibattito accettavano l'autorità del secondo comandamento ma lo interpretavano in modi radicalmente diversi. Questo influì soprattutto sulla chiesa orientale, ma durante il XVI secolo la questione riaffiorò in Occidente, quando i riformatori si opposero alla venerazione delle immagini e molte di quelle furono quindi distrutte24• Nel XXI secolo ci sono ancora diffe-

24 Ci sono vari studi dettagliati sugli atteggiamenti della Riforma verso le immagini: per es., Phillips 1973 ; Eire 1986; Michalski 1993 .

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renze di opinione significative tra ortodossi orientali, cattolici romani e cristiani protestanti sul ruolo delle immagini e delle arti visive, ma nel complesso c'è accoglienza reciproca e l'iconoclastia non è più un tema di rilievo25• Il culto degli idoli potrebbe non essere un problema nel mondo occidentale moderno in termini letterali. Ma c'è ancora la sfida per coloro che ci vivono a mettere in discussione presupposti e impegni, e a considerare la possibilità dell'auto-illusione, come suggerisce Bar­ ton ( 1 999) . È necessario che i teologi vigilino perché la teologia non diventi una forma di idolatria26• Anche se non creiamo immagini fisi­ che di Dio, è possibile trattare le idee umane della realtà divina come se fossero assolute. L'idolatria crea i propri dèi, quindi in un'idolatria indiretta gli idolatri venerano se stessi e le proprie creazioni. In altre parole, l'idolatria porta Dio sulla terra e lo trasforma nell'immagine dell'umanità. A noi conviene perché Dio viene limitato entro confini che ci fanno sentire sicuri; è comodo perché Dio è addomesticato, e questo ci dà l'impressione di poter controllare la nostra vita27• A livello quotidiano, ci sono rotocalchi pieni di immagini di per­ sone e di cose. Ci sono immagini di celebrità che informano lettori curiosi sull'ultimissima storia d'amore, o divorzio o ultimo nato. Ci sono immagini di automobili che insinuano che le persone guadagna­ no prestigio e potere grazie all'auto che guidano, tutto nel tentativo di fare colpo sugli altri. Ci sono immagini di abiti che invogliano

25 Si veda Boldrick et alii (20 13) per un ampio studio dell'iconoclastia dalla preistoria ai talebani . Su questi ultimi, la nota relativa alla distruzione talebana dei Buddha di Bamiyan nel 200 1 è rivelatrice: «La reazione popolare occidentale ai comunicati e alle azioni dei talebani è stata quasi uniformemente di condanna [ . . . ], pochi sono i giornalisti o gli analisti che cercano di trovare un senso a ciò che i talebani stavano facendo. Le dichiarazioni del Mullah Ornar in cui affermava che le statue sarebbero state distrutte perché "sono state usate come idoli [ . . . ] . Solo Allah, l'Altissimo, merita di essere adora­ to, nient'altro e nessun altro" , e il suo ignobile commento, "Non capiamo perché tutti si preoccupano . . . Stiamo solo rompendo pietre" sono stati citati nei media occidentali so­ prattutto come esempi dell'incomprensibile irrazionalità dei talebani» (Elias 20 13 , 150) . 26 Miller 2009, 57-58. 27 Cfr. Stott 1990, 287 .29 1 .

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chi è già ben vestito a concedersi qualcosa di nuovo d a indossare, con la promessa di diventare più attraente degli altri. Questi sono solo alcuni esempi di come le persone e le cose sono idolatrate nelle società secolari, trattate quasi come divinità. C'è persino una serie televisiva intitolata Idoli che è stata popolarissima in tutto il mondo in vari modi e forme. Naturalmente nessuno pensa che i cantanti di questi show siano veramente dèi, ma il titolo implica che sperano di diventare idoli adorati dalle masse.

Ascoltare Dio Il motivo per proibire le immagini, anche le immagini del vero Dio, non è dato nel comandamento in sé, ma la questione è spie­ gata per esteso in Deuteronomio 428• Le parole ebraiche tradotte con "immagine" o "idolo " (Dt 4 , 1 6.23 .25) e "forma" o "figura" (Dt

4,12 . 15 . 1 6.23 .25) sono le stesse del secondo comandamento. Questo brano sottolinea che Dio si è rivelato in una voce, non in una forma, perché il popolo doveva guardarsi dal fare immagini scolpite (Dt 4 , 1 0-12. 15- 18.23 .25 ) . Le altre nazioni credevano che le immagini per­ mettessero agli esseri umani di mettersi in relazione con Dio. Ma le immagini sono una risposta inadatta a un Dio che si è fatto conoscere attraverso la sua parola. Dobbiamo ascoltare Dio, non guardarlo.

È vero

che Dio appare in forma umana diverse volte nella Genesi (Gen 3 ,8-24 ; 18; 32 ,25 -3 1 ) e talvolta anche in seguito, nell'Antico

Testamento (per es. , Es 24 , 1 0- 1 1 ; l Re 22 , 1 9; Is 6, 1 ; Ez 1 ,26) , ma gli scrittori sono reticenti e non apprendiamo praticamente nulla sulle sembianze di Dio29• Sicuramente non implicano che tali esperienze siano o debbano essere normali in questo mondo. Alcuni interpreti suggeriscono che il secondo comandamento ri­ fletta la spiritualità del culto israelitico in contrasto con la religione

28 Per uno studio dettagliato di Deuteronomio 4 e del secondo comandamento, si veda Holter 2003 . 29 Per uno studio dettagliato di alcune di queste sembianze, si veda Satyavani 2014.

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primitiva, altri che Dio sceglie di rivelarsi dinamicamente nella storia anziché staticamente in un'immagine. In queste idee può esserci del vero ma, e forse è più importante, il tema illumina sulla testimonian­ za che Dio dà di sé stesso in quanto distinto da qualsiasi testimone umano. Sostituire la rivelazione di Dio con un'immagine è inevita­ bilmente una falsa testimonianza. Dio non può essere imprigionato nelle forme di questo mondo, ma è libero e sovrano. Nessuna pratica né alcun luogo di culto può garantire la sua presenza. Nessuna istitu­

zione né movimento ha il controllo su di lui. Egli è Colui che È («IO SoNO») e parla («così dice il SIGNORE») , e nessuna immagine scolpita da mani umane può essere all'altezza di rappresentarlo30• L'idolatria è il peccato fondamentale nell'Antico Testamento, secondo Reno (2006). Analogamente in Romani 1 ,2 1 -25 gli esseri

umani senza dio non glorificano Dio e venerano invece immagini che hanno creato loro stessi. Reno esamina la tradizione agostiniana che evidenzia l'orgoglio come il peccato primario dell'umanità, con­ cludendo che la visione agostiniana del "peccato radicato nell'amor proprio " è coerente con l'insegnamento biblico sull'idolatria: Il progetto spirituale dell' Illuminismo è riportare l' umanità [ ] alla sua vera dimora - la nostra dignità interiore, la nostra capacità razionale di diri­ . . .

gere autonomamente la nostra vita e le nostre individualità peculiari. Ecco dunque il motto della modernità: il nostro cuore è inquieto finché non trova riposo in se stesso ( 178).

Siamo però pensati per trovare riposo in Dio, non in noi stes­ si. Queste illusioni di divinità vanno dall'orgoglio all'idolatria: «Il progetto dell'orgoglio di trovare riposo nell'essere troverà sempre espressione concreta nel culto degli idoli» ( 1 80).

3 ° Cfr. von Rad 1957 , 2 17-2 19 [ed. it. , 253 -254] ; Childs 1974; Lochman 1979; Dur­ ham 1987 ; Miller 2009, 5 1-52 .

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Vedere Dio Dunque Dio diventa mai visibile? Sì ! Leggiamo nella Genesi che Dio ha fatto le sue immagini: gli esseri umani (Gen 1 ,26-27 ; 5 ,3 ; 9,6)3 1 • Inoltre, secondo il Nuovo Testamento, Gesù Cristo è l'imma­ gine di Dio (2 Cor 4,4.6; Ca/ 1 , 15 ) . Come dice Lochman ( 1 979), Dio si vede nel dono di sé, nell'amore, nel giudizio e nella grazia - ma in particolare nella vita, morte e risurrezione di Gesù. Possiamo quin­ di vedere come è Dio attraverso Gesù, la Parola fatta carne. Anche attraverso gli esseri umani, se sono fedeli allo scopo divino della loro creazione, le persone possono cogliere una traccia del divino. Poiché siamo immagini di Dio, dovremmo concentrarci a rappre­ sentare bene Dio nella nostra vita invece di fare altre immagini che lo rappresentino. Forse questo fa parte di ciò che significa adorare Dio in spirito e verità (Gv 4 ,23 -24 ) . In ogni caso sarà una buona preparazione per il giorno in cui non ci sarà bisogno di alcun tempio (Ap 2 1 ,22) , tantomeno di immagini, perché il popolo di Dio adorerà davanti al suo trono nella città celeste (Ap 22,3 -4) . Allora si compirà la profezia di Matteo 5 ,8: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (il corsivo è mio) 32•

3 1 li termine ebraico tradotto con "immagine" nella Genesi (o'?�) è diverso da quello presente nel secondo comandamento, ma il significato è fondamentalmente lo stesso (Miller 2009, 58-59). È usato per le immagini in forma neutra (l Sam 6,5 . 1 1 ) e per le immagini usate come idoli (Nm 3 3 ,52; 2 Re 1 1 , 1 8 ; Ez 7,20; 16,17; Am 5 ,26) . Per un valido studio della relazione tra l'immagine di Dio e l'idolatria nella teologia biblica si veda Lints 20 15 (spec. cap. 5 ) . 32 È impossibile trattare qui tutti i temi sollevati dal secondo comandamento. Sull'i­ dolatria nel Nuovo Testamento si veda Marcus 2006. Per uno ampio studio ebraico sull'idolatria si veda Halbertal - Margalit 1992. Per una teologia biblica dell'idolatria in prospettiva cristiana si veda Beale 2008. Goudzwaard ( 1981 ) dimostra che le ideologie moderne (per esempio: rivoluzione, nazione, prosperità materiale, garanzia di sicurezza) tendono all'idolatria. Duff (2006) riflette sulla politica americana contemporanea alla luce del secondo comandamento. Si veda anche Barton 2007 .

3.

La riverenza

Come abbiamo visto, il Decalogo si apre con l'unico Dio che ha creato il mondo, che ha fatto un patto con Abramo, ha liberato i suoi discendenti dalla schiavitù e si è rivelato sul monte Sinai. I primi due comandamenti invitano a una risposta a questo Dio nella fede e nel culto, rifiutando qualsiasi pretesa alternativa di divinità e concen­ trandosi sull'ascolto di Dio anziché sul tentativo di vederlo. Il terzo comandamento riguarda poi il rispetto verso Dio, in particolare l'uso adeguato del suo nome santo.

D nome di Dio

Vicino Oriente antico L'introduzione all'epica babilonese della creazione accresce l'im­ portanza dei nomi al punto che è difficile pensare che qualcuno o qualcosa che non sia ancora stato nominato possa esistere. Alla fine l'assemblea divina attribuisce cinquanta nomi a Marduk, conferen­ dogli pertanto i ruoli e l'autorità richiesti per agire come re degli dèi 1 •

1 Tavole di Enuma EliS

l

e 7 (COS 1 , 1 1 1 ; cfr. Walton 2006, 90) .

La riverenza

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L'importanza del nome di un dio è evidente anche nella letteratura egiziana. Nella leggenda di Iside e del nome di Ra, una strega chia­ mata Iside volle scoprire il nome segreto del "nobile dio " Ra2• Egli è molto riluttante a rivelarlo perché conoscere il suo nome potrebbe dare ad altri potere su di lui. Il racconto illustra la credenza del Vici­ no Oriente antico che un nome non solo identifica una persona, ma definisce anche chi è. Nel Libro dei Morti il defunto arriva nella sala del giudizio e si av­ vicina a Osiride (dio dei morti) con le parole: «Conosco te e conosco il tuo nome e i nomi delle quarantadue divinità che sono con te». Compie una dichiarazione di purità, elencando trentasei peccati non commessi, fra cui la blasfemia. Poi si rivolge attentamente a ciascun dio per nome, dichiarando la sua innocenza per varie trasgressioni, fra cui l'ingiuriare un dio. Infine c'è una declamazione conclusiva in cui il defunto nega ancora una volta di aver imprecato contro un dio3 . Un altro testo egizio che dimostra la gravità dell'uso frivolo o falso

dei nomi divini è la stele delle preghiere di Neferabu , un operaio della necropoli di Tebe. Egli confessa:

Io sono un uomo, che ha spergiurato empiamente nei confronti di Ptah, il signore della verità, egli allora ha fatto sì che per giorni vedessi solo tenebra.

E ammonisce: Guardatevi da Ptah, il signore della verità. A lui non passa inosservata alcuna azione umana ! Bada, chi lo nomina falsamente, vedi, va alla rovina4•

I testi religiosi della Mesopotamia mostrano anch 'essi la premura di evitare l'uso scorretto dei nomi. Per esempio un testo recita:

2 COS 1 ,22. Sui nomi degli dèi della religione egiziana si veda Morenz 1960, 2 1 -24 [ed. it. , 45-48] . ' Cap. 125 §§AB, B3 8,42 e il primo paragrafo di parole da pronunciare da X in ANET, 34-35; cfr. COS 2 , 12 p. 60, colonna l ; p. 62 colonna l . 4 Righe 2-6 in Beyerlin 1975 , 36 [ed. it., 67 -68] . Per altri esempi s i veda Wilson 1948, in part. n. 32-35 .42-46.50-62; Huffmon 1995 , 369-370.

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Amare Dio

Mio dio, non sapevo quanto è severa la tua punizione. Con leggerezza feci un solenne giuramento nel tuo nome. Come uno . . . che . . . distrattamente pronuncia una promessa solenne davanti al suo dio5•

Analogamente nella Preghiera ittita di Kantuzili il supplice dichia­ ra di non aver giurato nel nome del suo dio e di non aver poi infranto il giuramento6. I giuramenti nel nome di un dio erano diffusi nel Vicino Oriente antico e spesso potevano essere imposti da una corte in caso di prove inconcludenti. A una persona accusata che negava la sua colpa si poteva chiedere di giurare in un tempio o davanti a un 'immagine, chiamando il dio a maledire l'accusato se fosse stato di fatto colpevole. La paura del castigo divino poteva rendere questo atto piuttosto efficace nell'appurare la verità, e talvolta le parti in causa sceglievano di trovare un compromesso o di perdere, piuttosto di rischiare le conseguenze di un giuramento7• Gli esempi citati fìnora non sono testi legali. Le uniche leggi note dei vicini di Israele che comprendono l'uso scorretto dei nomi di­ vini vengono dall'Assiria. Nelle Leggi Medio-Assire la blasfemia è menzionata insieme con il furto in un tempio in leggi separate che riguardano sia le donne ( § §A l -2 ) sia gli uomini ( § § N l -2 ) . Ci sono anche due clausole rilevanti nei Decreti Palatini Medio-Assiri in cui si stabilisce la pena capitale per una donna di corte che usi in modo blasfemo il nome di un dio in una lite (§ lO) o per altri scopi impropri

5 Incantesimi di Dingi.sà.dib.ba, sezione l, righe 23 -24 (Lambert 1974, 275 ; cfr. 279, riga 87 ; 289, riga 12); Poema del giusto sofferente, tavola 2, verso 22 (COS 1 , 153 , p. 488, colonna 2). Per altri esempi si veda Huffmon 1995, 3 68-3 69. r, Verso 12 (ANET 400; Beyerlin 1975 , 168 [ed. it., 225 ] ) . 7 I giuramenti sono menzionati spesso nelle leggi: per es., LU §29; SLET § 8 ; LE §§22, 37; CH §§20, 23 , 13 1 , 249, 266; MAL § §A47, C l ; HL §75 . Per un'analisi ulteriore si veda Jasnow 2003 , 3 13 -3 15 ; Lafont - Westbrook 2003 , 194 - 1 96; Oelsner et alii 2003 , 924-925 ; Slanski 2003 , 495 ; Veenhof 2003 , 445 -446; Westbrook 2003 a, 33-34; 2003b, 374-375.

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( § 1 1 )8• Un altro importante documento legale è un trattato ritrovato a Ebla che riporta diverse clausole sulla blasfemia.

È considerata un

reato molto serio, spesso punito con la morte9•

Il terzo comandamento La frase successiva del Decalogo è considerata come secondo co­ mandamento nella tradizione cattolica romana e luterana e terzo nella maggior parte delle altre:

I pronomi di prima persona sono usati per Dio nei comandamenti precedenti ( ''io " , "me " ) , ma nei tre successivi si passa alla terza per­ sona ( " il SIGNORE " , "egli " ) . Alcuni rabbini deducono da questo che gli Israeliti sentono Dio pronunciare solo i primi due comandamen­ ti, ma ciò è contrario all'affermazione del testo secondo cui tutti e dieci sono stati ricevuti senza mediazione umana1 1 • Probabilmente si tratta solo di una variazione stilistica. Una variazione simile si trova nel Libro dell'Alleanza, mentre il Codice di Santità tende a usare la prima persona e le Leggi Deuteronomiche la forma alla terza persona.

È più significativo il fatto che la seconda persona sia usata per chi

ascolta ( '' tu " ) , come in tutti e dieci i comandamenti. Cosa insolita nella legge anticotestamentaria e unica nel Vicino Oriente anticol2• Evidentemente il Decalogo è un discorso personale al popolo, non un manuale per awocati. Il Legislatore divino parla direttamente a

8 Roth 1997 , 201-202; cfr. Greengus 20 1 1 , 260-261 . 9 Catagnoni 2003 , 23 6-237 . 10 Così NIV, NJB, NLT2 ; cfr. «compiere un uso illecito di>> (NRSV) ; tradizionalmente «dire . . . invano» (KJV, RSV, ESV, NET) ; letteralmente «portare a vuoto». NJPS riporta «giurare falsamente " , che fa parte del significato ma limita senza motivo la portata del comandamento. 11 Goldman 1956, 22-24. 12 Cfr. McConville 2002b, 20-25 .

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coloro dai quali si aspetta obbedienza. «La legge data da Dio ha un carattere fondamentalmente personale e relazionale» e