Critica della ragione artificiale. Una difesa dell’umanità 9788861054189

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Critica della ragione artificiale. Una difesa dell’umanità
 9788861054189

Table of contents :
Critica della ragione artificiale
Indice
Introduzione. Il Super-io del xxi secolo
L’insorgenza di una aletheia algoritmica
Una potenza ingiuntiva
Il tempo esponenziale
Il vitello d’oro del nostro tempo
La ristrettezza “etica”
Agonia del politico e avvento di una “data-driven society”
L’atto di forza retorico
Per un conflitto di razionalità
Capitolo 1. La svolta ingiuntiva della tecnica
1.1 Una breve storia dell’informatica [da un aumento di controllo all’assistentato automatizzato dell’azione umana]
1.2 Il divenire antropomorfico
1.3 Il machine learning: verso le tecnologie della perfezione
1.4 Interfacce ergonomiche ai dispositivi relazionali
Capitolo 2. Il potere di enunciare la verità
2.1 L’insorgere di un nuovo regime di verità
2.2 Lo stadio incentivante della verità: il più possibile vicino ai corpi e alle menti
2.3 Lo stadio imperativo della verità: dispositivi per sradicare il dubbio
2.4 Lo stadio prescrittivo della verità: ippocrate sotto il giogo del privato
2.5 Lo stadio coercitivo della verità: una potenza di siderazionei
Capitolo 3. La mano invisibile automatizzata
3.1 Un leviatano algoritmico
3.2 L’essere umano messo al bando
3.3 Il regno del comparativo
3.4 Bitcoin e blockchain: l’ultimo stadio della società del contratto
Capitolo 4. Il paradiso artificiale
4.1 La necessità fa la legge o la liquidazione dei politici
4.2 L’amministrazione automatizzata delle condotte
4.3 Teoria dell’automobile autonoma
4.4 L’avvento di un “potere-kairos”
4.5 Il sequenziamento e la scomparsa del reale
Capitolo 5. Manifesto dell’azione nell’epoca dell’esponenziale
5.1 Il fallimento della nostra coscienza
5.2 Per un conflitto di razionalità
5.3 Adesso abbiamo bisogno di armi
5.4 Il canto delle divergenze”
Epilogo. Io, polpo scettico

Citation preview

PENSIERO
LIBERO

Éric
Sadin

Critica
della
ragione
artificiale Una
difesa
dell’umanità

Traduzione
di
Francesca
Bononi

Critica
della
ragione
artificiale Questo
libro
è
stato
originariamente
pubblicato
in
Francia da
Éditions
L’échappée
con
il
titolo L’Intelligence
artificielle
ou
l’enjeu
du
siècle.
Anatomie
d’un
antihumanisme radical ©
Éditions
L’échappée,
Paris,
2018 Per
questa
traduzione
italiana
©
LUISS
University
Press Prima
edizione:
2019 Prima
edizione
digitale:
2019 ISBN:
978-88-6105-418-9

Indice

Introduzione Il
Super­io
del
XXI
secolo L’insorgenza
di
una
aletheia
algoritmica Una
potenza
ingiuntiva Il
tempo
esponenziale Il
vitello
d’oro
del
nostro
tempo La
ristrettezza
“etica” Agonia
del
politico
e
avvento
di
una
“data­driven
society” L’atto
di
forza
retorico Per
un
conflitto
di
razionalità Capitolo
1 La
svolta
ingiuntiva
della
tecnica 1.1
 Una
 breve
 storia
 dell’informatica
 [da
 un
 aumento
 di
 controllo all’assistentato
automatizzato
dell’azione
umana] 1.2
Il
divenire
antropomorfico 1.3
Il
machine
learning:
verso
le
tecnologie
della
perfezione 1.4
Interfacce
ergonomiche
ai
dispositivi
relazionali Capitolo
2 Il
potere
di
enunciare
la
verità 2.1
L’insorgere
di
un
nuovo
regime
di
verità 2.2
Lo
stadio
incentivante
della
verità:
il
più
possibile
vicino
ai
corpi
e
alle menti 2.3
Lo
stadio
imperativo
della
verità:
dispositivi
per
sradicare
il
dubbio 2.4
Lo
stadio
prescrittivo
della
verità:
ippocrate
sotto
il
giogo
del
privato 2.5
Lo
stadio
coercitivo
della
verità:
una
potenza
di
siderazione Capitolo
3 La
mano
invisibile
automatizzata 3.1
Un
leviatano
algoritmico 3.2
L’essere
umano
messo
al
bando 3.3
Il
regno
del
comparativo 3.4
Bitcoin
e
blockchain:
l’ultimo
stadio
della
società
del
contratto Capitolo
4

Il
paradiso
artificiale 4.1
La
necessità
fa
la
legge
o
la
liquidazione
dei
politici 4.2
L’amministrazione
automatizzata
delle
condotte 4.3
Teoria
dell’automobile
autonoma 4.4
L’avvento
di
un
“potere-kairos” 4.5
Il
sequenziamento
e
la
scomparsa
del
reale Capitolo
5 Manifesto
dell’azione
nell’epoca
dell’esponenziale 5.1
Il
fallimento
della
nostra
coscienza 5.2
Per
un
conflitto
di
razionalità 5.3
Adesso
abbiamo
bisogno
di
armi 5.4
Il
canto
delle
divergenze Epilogo Io,
polpo
scettico

INTRODUZIONE

Il
Super-io
del
XXI
secolo

Si
chiama
Audrey,
Kaylee,
Jasmine
o
Kimiko.
Quarant’anni,
divorziata,
due figlie
 in
 affidamento
 condiviso,
 entrambe
 iscritte
 al
 liceo.
 Abita
 in
 una cittadina
 francese
 di
 medie
 dimensioni,
 in
 una
 capitale
 del
 Nord
 Europa,
 a Johannesburg,
 a
 Chicago
 o
 in
 una
 qualche
 megalopoli
 asiatica.
 Per
 una decina
 d’anni
 ha
 ricoperto
 l’incarico
 di
 consulente
 finanziario
 presso
 un gruppo
 bancario
 internazionale.
 Ma
 la
 pressione
 concorrenziale
 e
 la crescente
razionalizzazione
dei
metodi
manageriali
hanno
costretto
le
risorse umane
 a
 ridurre
 gli
 effettivi
 e
 a
 darle
 il
 benservito
 nonostante
 il
 lodevole servizio
e
le
eccellenti
valutazioni
annuali.
La
sua
vita,
fino
a
prima
che
ciò accadesse,
è
sempre
stata
piuttosto
confortevole:
un
trilocale
alle
porte
della città
 acquistato
 grazie
 a
 un
 prestito,
 un’alimentazione
 sana,
 uscite
 con
 le figlie
 e
 con
 gli
 amici,
 e
 tutte
 le
 estati
 qualche
 settimana
 al
 mare.
 Ma
 da quando
 è
 stata
 licenziata
 la
 sua
 quotidianità
 è
 diventata
 più
 austera.
 Ha iniziato
a
inviare
centinaia
di
CV
e
ha
ricevuto
molte
risposte
che
elogiavano le
sue
competenze,
sì,
ma
segnalavano
che
il
suo
profilo
non
corrispondeva
al cento
per
cento
ai
requisiti
ricercati.
Ha
cominciato
a
nutrire
qualche
dubbio sul
 suo
 futuro
 professionale
 e
 sulla
 possibilità
 di
 assolvere
 le
 proprie responsabilità,
 e
 piano
 piano
 si
 è
 ritrovata
 schiacciata
 da
 una
 lenta depressione. Ma,
 si
 sa,
 dietro
 ogni
 inverno
 rigido
 si
 nasconde
 sempre
 una
 primavera radiosa.
 Un
 bel
 giorno
 riceve
 via
 SMS
 la
 convocazione
 per
 un
 colloquio
 di lavoro
 che
 avrà
 luogo
 l’indomani.
 Dopo
 un
 primo
 momento
 di
 agitazione, inizia
 a
 riordinare
 le
 idee
 sforzandosi
 di
 repertoriare
 e
 sintetizzare
 alcuni punti
 fondamentali.
 Il
 mattino
 seguente
 comincia
 a
 prepararsi
 di
 buon’ora, assistita
 dalla
 figlia
 maggiore,
 grande
 esperta
 di
 look.
 Al
 colloquio
 viene accolta
con
cordialità
da
due
donne
e
un
uomo.
Il
posto
consiste
nel
vendere polizze
vita
a
privati.
I
tre
le
rivolgono
molte
domande,
per
lo
più
di
carattere tecnico.
Lei
risponde
in
modo
non
sempre
sicuro,
a
volte
rimane
in
silenzio per
 un
 po’,
 ma
 le
 sue
 parole
 si
 rivelano
 sempre
 sensate
 e
 appropriate.
 Un improvviso
raggio
di
sole
le
illumina
il
volto,
rivelando
tutta
la
sua
affabilità. Terminato
il
colloquio,
le
dicono
che
la
richiameranno
a
breve.
Rimasti
soli,
i recruiter
discutono
il
suo
caso.
Due
di
loro
l’hanno
trovata
spenta
e
temono che
 quella
 sua
 riservatezza
 possa
 rivelarsi
 controproducente
 all’interno
 del gruppo.
 Secondo
 il
 terzo,
 invece,
 quell’aspetto
 non
 costituisce
 affatto
 un problema,
perché
le
sue
risposte
si
sono
rivelate
sempre
coerenti;
anzi,
a
suo parere,
 potrebbero
 essere
 segno
 di
 buona
 capacità
 di
 ascolto
 e
 di
 apertura

verso
 gli
 altri,
 esattamente
 quello
 che
 viene
 richiesto
 lì,
 ossia
 la
 capacità
 di intrattenere
 una
 relazione
 autentica
 ed
 empatica
 con
 i
 potenziali
 clienti;
 e poi
la
donna
ha
un
ottimo
percorso
alle
spalle.
Alla
fine
le
viene
assegnato
il posto.
Lei
festeggia
la
splendida
notizia
insieme
alla
famiglia
in
un
ristorante del
quartiere,
uno
dei
suoi
preferiti,
e
insieme
brindano
alla
rinascita. Ancora
lei.
Stesso
scenario,
ma
questa
volta
i
fatti
si
svolgono
più
di
recente, o
 addirittura
 nel
 futuro.
 In
 questo
 caso,
 però,
 non
 è
 la
 nostra
 “lei”
 a prendersi
 la
 briga
 di
 inviare
 lettere
 di
 motivazione;
 ci
 pensa
 infatti
 il
 suo assistente
virtuale,
che
ormai
la
conosce
alla
perfezione,
a
dialogare
con
gli agenti
 conversazionali
 e
 a
 trasmettere,
 su
 richiesta,
 qualsiasi
 tipo
 di informazioni
sulla
sua
protetta.
Quasi
contemporaneamente
la
donna
riceve una
 notifica
 che
 la
 invita
 a
 iscriversi
 immediatamente
 alla
 piattaforma Pymetrics.
Sulla
home
page
trova
una
sessione
di
dodici
giochi
ai
quali
dovrà prestarsi
successivamente.
Uno
di
questi
consiste
nel
toccare
lo
schermo
non appena
 compare
 una
 sfera
 rossa;
 un
 altro
 nel
 muoversi
 con
 l’indice all’interno
di
un
labirinto;
un
altro
ancora
nel
riordinare
delle
carte
da
gioco seguendo
 regole
 da
 scoprire
 intuitivamente.
 Una
 volta
 portate
 a
 termine
 le varie
missioni,
compare
un
messaggio:
“I
nostri
esercizi
sono
elaborati
sulla base
 di
 studi
 in
 scienze
 comportamentali
 unanimemente
 riconosciuti.
 Ci permettono
 di
 raccogliere,
 in
 tempo
 reale,
 centinaia
 di
 migliaia
 di
 dati
 che rilevano
 con
 obiettività
 novanta
 tratti
 caratteristici
 della
 sua
 personalità, come
 creatività,
 adattabilità,
 reattività,
 flessibilità,
 livelli
 di
 attenzione, perseveranza
 o
 capacità
 decisionali.
 Questi
 test,
 frutto
 della
 nostra
 cultura dell’innovazione
 permanente,
 rendono
 quindi
 possibile
 un
 recruiting efficace,
 predittivo,
 non
 distorto
 e
 perfettamente
 adeguato.
 A
 fronte
 del punteggio
da
lei
ottenuto,
abbiamo
il
piacere
di
comunicarle
che
è
invitata
a passare
alla
prova
successiva”. A
quel
punto
davanti
a
lei
compare
l’immagine
digitale
di
un
pinguino
che con
 un
 grande
 sorriso
 e
 una
 voce
 leggermente
 bambinesca
 le
 comunica
 di chiamarsi
 Recrutello.
 Il
 pinguino
 comincia
 a
 farle
 domande
 sui
 suoi
 gusti, sui
 suoi
 hobby,
 sulle
 sue
 aspirazioni,
 persino
 sui
 suoi
 sogni
 più
 intimi.
 Le domanda
 di
 ripetere
 rapidamente
 e
 senza
 intoppi
 le
 lettere
 dell’alfabeto,
 di cantare
una
melodia
a
sua
scelta
e,
infine,
di
usare
tutto
il
potere
seduttivo
di cui
 è
 capace
 per
 convincerlo
 a
 raggiungerla
 all’istante
 utilizzando
 le
 parole giuste
e
sfoggiando
il
suo
sguardo
più
ammaliatore
di
fronte
alla
fotocamera del
 suo
 smartphone.
 Il
 colloquio
 si
 interrompe
 improvvisamente
 con
 una formula
 che
 la
 ringrazia
 per
 la
 disponibilità
 e,
 in
 modo
 allegro,
 conclude: “Cerchiamo
 la
 migliore
 concordanza
 in
 ogni
 cosa”.
 Lei
 è
 spiazzata,
 prima d’ora
non
le
era
mai
capitato
di
avere
a
che
fare
con
un
simile
sistema.
Poco

dopo
 le
 viene
 inviata
 una
 relazione
 di
 valutazione:
 “In
 seguito
 alla prestazione
 da
 lei
 fornita
 nel
 corso
 di
 questa
 conversazione
 aumentata, siamo
spiacenti
di
comunicarle
che
nonostante
il
suo
grado
di
partecipazione e
 le
 sue
 innegabili
 capacità
 proattive,
 non
 è
 stata
 selezionata
 perché giudicata
 Recrutello-incompatibile.
 La
 sua
 sensibilità
 troppo
 spiccata
 le impedirebbe
di
affrontare
con
la
giusta
determinazione
gli
obiettivi
operativi definiti
 giorno
 per
 giorno
 durante
 le
 war
 rooms
 mattutine
 e
 di
 integrarsi appieno
nella
task
force.
Per
questa
ragione,
le
consigliamo
di
lavorare
sulla neutralizzazione
delle
sue
inclinazioni
espressive”.
Una
lacrima
di
tristezza
le scende
dagli
occhi
mentre
riceve
la
proposta
di
una
start
up
che
le
offre
un mese
 di
 abbonamento
 gratuito
 a
 un
 coach
 virtuale
 specializzato
 nel miglioramento
delle
competenze
emotive.

L’INSORGENZA
DI
UNA
ALETHEIA
ALGORITMICA

Di
 recente,
 da
 neanche
 un
 decennio,
 si
 sarebbe
 di
 fatto
 cristallizzato
 un fenomeno
destinato
a
rivoluzionare
le
nostre
esistenze.
Non
riusciamo
però
a coglierlo
 ancora
 del
 tutto,
 quasi
 fossimo
 rimasti
 scioccati
 dalla
 sua subitaneità
e
dalla
forza
del
suo
impatto.
Non
facciamo
che
parlare
delle
sue possibili
 conseguenze,
 di
 quelle
 che
 sollecitano
 la
 parte
 più
 emotiva
 di
 noi, ma
non
cerchiamo
mai,
come
invece
dovremmo,
di
identificarne
le
cause
e
di comprenderle
nei
loro
concatenamenti
successivi,
in
una
prospettiva
globale. È
possibile,
tuttavia,
individuarne
l’origine,
che
è
legata
al
cambiamento
 di status
delle
tecnologie
digitali.
Più
esattamente,
il
cambiamento
di
una
delle loro
ramificazioni,
la
più
sofisticata,
ora
investita
di
una
funzione
che,
fino
a poco
 tempo
 fa,
 non
 avremmo
 mai
 pensato
 di
 attribuirle.
 Non
 solo
 perché essa
 non
 faceva
 parte
 del
 nostro
 immaginario,
 ma
 anche
 perché
 esistevano dei
limiti
formali.
Ora,
infatti,
certi
sistemi
computazionali
sono
dotati
–
noi li
abbiamo
così
dotati
–
di
una
singolare
e
inquietante
vocazione:
enunciare la
 verità.
 È
 il
 caso
 dei
 metodi
 di
 valutazione
 con
 cui
 si
 confronta
 la
 nostra Audrey,
 Kaylee,
 Jasmine
 o
 Kimiko,
 capaci,
 sulla
 base
 di
 tutta
 una
 serie
 di criteri,
 di
 determinare
 l’idoneità
 del
 suo
 profilo.
 O
 degli
 assistenti
 virtuali personali,
 in
 grado
 di
 consigliare
 la
 dieta
 alimentare
 più
 adatta;
 o
 di
 un sistema
 di
 diagnosi
 dermatologica,
 concepito
 per
 identificare
 un
 tumore della
 pelle;
 o
 di
 una
 procedura
 di
 sorveglianza
 di
 polizia,
 finalizzata
 a prevenire
un
pericolo
in
una
zona
identificata. Oramai
 il
 compito
 della
 tecnologia
 digitale
 non
 è
 più
 soltanto
 quello
 di agevolare
lo
stoccaggio,
l’indicizzazione
e
la
manipolazione
di
raccolte
di
dati

cifrati,
testuali,
sonori
o
iconici,
ma
quello
di
rivelare
in
modo
automatizzato la
 composizione
 di
 circostanze
 di
 ogni
 tipo.
 Il
 digitale
 si
 erge
 a
 potenza aletheica,
 un’istanza
 destinata
 a
 mostrare
 l’aletheia,
 la
 verità,
 nel
 senso definito
 dalla
 filosofia
 greca
 antica,
 inteso
 come
 lo
 svelamento,
 la manifestazione
della
realtà
dei
fenomeni
al
di
là
della
loro
apparenza.
Esso
si vuole
 organo
 abilitato
 a
 valutare
 il
 reale
 in
 modo
 più
 affidabile
 di
 noi
 e
 a rivelarci
 dimensioni
 rimaste
 fin
 qui
 celate
 alla
 nostra
 coscienza.
 In
 questo prende
la
forma
di
una
techne
logos,
un
dispositivo
“artefattuale”
dotato
del potere
 di
 dire,
 con
 sempre
 maggiore
 precisione
 e
 immediatezza,
 lo
 stato teoricamente
 esatto
 delle
 cose.
 Si
 potrebbe
 affermare
 che
 stiamo
 entrando nello
 stadio
 ultimo
 della
 tecnologia,
 intesa
 non
 più
 come
 discorso
 sulla tecnica,
ma
in
quanto
termine
che
prende
atto
della
sua
facoltà
di
proferire verbo,
proferire
logos,
al
solo
scopo
però
di
garantire
il
vero.
Questo
potere costituisce
 la
 principale
 caratteristica
 di
 quella
 che
 viene
 definita “intelligenza
artificiale”
e
che
determina
poi
tutte
le
funzioni
che
le
vengono attribuite. L’assegnazione
di
questa
facoltà
non
è
la
conseguenza
di
una
congiunzione casuale,
 di
 un
 susseguirsi
 non
 premeditato
 di
 eventi.
 Al
 contrario,
 essa
 è stata
 condizionata
 da
 un
 fattore
 determinante:
 un’ampia
 fetta
 delle
 scienze algoritmiche
 ha
 fatto
 proprio
 un
 orientamento
 risolutamente antropomorfista
 cercando
 di
 attribuire
 ai
 processori
 qualità
 umane,
 in particolare
 quelle
 legata
 alla
 capacità
 di
 valutare
 situazioni
 e
 trarne conclusioni.
Nel
corso
della
storia
nessun
artefatto
è
mai
nato
dalla
volontà di
 riprodurre
 in
 modo
 identico
 le
 nostre
 attitudini,
 ma
 piuttosto
 dal desiderio
 di
 compensare
 i
 nostri
 limiti
 corporei
 al
 fine
 di
 elaborare dispositivi
dotati
di
una
potenza
fisica
superiore
alla
nostra.
Nessuno
di
essi era
 il
 risultato
 di
 una
 riproduzione
 scrupolosamente
 mimetica,
 ma
 di
 una dimensione
 protetica
 allo
 scopo
 di
 riscattare
 le
 mancanze
 della
 nostra condizione;
 altri,
 invece,
 vennero
 fondati
 su
 referenti
 naturali
 o
 principi teorici
 completamente
 differenti.
 Quello
 che
 oggi
 determina
 un
 numero sempre
 crescente
 di
 architetture
 computazionali
 è
 che
 esse
 sono
 modellate sul
cervello
umano,
considerato
una
forma
organizzativa
e
sistemica
perfetta di
elaborazione
dell’informazione
e
di
apprensione
del
reale. La
 sua
 struttura,
 fatta
 di
 neuroni,
 sinapsi,
 segnali
 elettrici
 e
 reti
 di trasmissione,
 diventa
 un
 modello
 da
 replicare.
 Molte
 ricerche
 condotte
 in laboratori
sia
pubblici
che
privati
si
sviluppano
in
questa
prospettiva
e
sono accompagnate
 da
 un
 impianto
 retorico
 che
 intende
 trarne
 un
 prestigio simbolico.
Viene
dunque
a
costituirsi
tutto
un
lessico
che,
senza
vergogna
e senza
preoccuparsi
della
precisione
terminologica,
fa
proprio
il
registro
delle

scienze
 cognitive.
 Ecco
 che
 si
 parla
 di
 chip
 “sinaptici”,
 “neuromorfici”,
 di “reti
 neurali
 artificiali”,
 di
 “processori
 neurali”.
 Ormai
 assegnare
 a
 dei sistemi
 una
 struttura
 teoricamente
 analoga
 a
 quella
 del
 nostro
 cervello
 è
 il nuovo
Graal
tecno-scientifico
da
raggiungere. A
quanto
pare
stiamo
entrando
nell’era
antropomorfica
della
tecnica.
Ma non
dobbiamo
considerarlo
un
antropomorfismo
in
senso
letterale
e
stretto, perché
le
tre
caratteristiche
di
cui
è
dotato
gli
conferiscono
una
logica
tutta sua.
 La
 prima:
 è
 un
 antropomorfismo
 aumentato,
 estremo
 o
 radicale,
 che cerca,
sì,
di
modellarsi
sulle
nostre
capacità
cognitive,
ma
le
usa
come
leve
al fine
 di
 elaborare
 meccanismi
 che,
 traendo
 ispirazione
 dai
 nostri
 schemi cerebrali,
sono
destinati
a
essere
più
rapidi,
efficaci
e
affidabili
di
quelli
che ci
 costituiscono,
 rimanendo
 tendenzialmente
 inalterati.
 La
 seconda:
 è
 un antropomorfismo
 frammentario,
 che
 non
 tende,
 cioè,
 ad
 abbracciare
 la totalità
 delle
 nostre
 facoltà
 cognitive
 e
 a
 trattare,
 come
 le
 nostre
 menti, un’infinità
 di
 questioni,
 ma
 è
 destinato
 unicamente
 a
 svolgere
 compiti specifici.
 La
 terza:
 è
 un
 antropomorfismo
 intraprendente,
 dotato
 non soltanto
 di
 attitudini
 interpretative,
 ma
 anche
 della
 capacità
 di
 avviare,
 in modo
 automatico,
 azioni
 in
 funzione
 di
 esiti
 prestabiliti.
 Questo
 triplice divenire
 antropomorfico
 della
 tecnica
 porterà,
 alla
 lunga,
 a
 una
 perfetta gestione
della
quasi
totalità
dei
settori
della
società.

UNA
POTENZA
INGIUNTIVA

L’intelligenza
 artificiale
 non
 è
 un’innovazione
 come
 tante
 altre;
 essa rappresenta
 più
 che
 altro
 un
 “principio
 tecnico
 universale”
 fondato
 su
 un modello
 di
 identificazione
 delle
 relazioni:
 l’analisi
 robotizzata
 –
 il
 più
 delle volte
 condotta
 in
 tempo
 reale
 –
 di
 circostanze
 di
 diversa
 natura,
 la formulazione
istantanea
di
equazioni,
presumibilmente
le
più
adeguate,
con il
fine
in
genere
di
avviare
le
corrispondenti
azioni
appropriate,
o
mediante interventi
 umani,
 o,
 in
 modo
 autonomo,
 attraverso
 i
 sistemi
 stessi.
 Questa logica
 è
 pensata
 per
 essere
 applicata,
 sul
 lungo
 periodo,
 a
 tutti
 gli
 aspetti della
 vita
 individuale
 e
 collettiva,
 nel
 rapporto
 con
 il
 nostro
 corpo,
 con
 gli altri
 e
 con
 l’ambiente,
 nell’organizzazione
 della
 città,
 nelle
 reti
 di
 trasporti, negli
 spazi
 professionali,
 nella
 sanità,
 nelle
 attività
 bancarie,
 nella
 finanza, nella
 giustizia,
 nelle
 pratiche
 militari,
 nel
 futuro
 funzionamento
 dei cosiddetti
veicoli
“autonomi”;
la
lista
potrebbe
continuare
a
lungo
e
la
verità è
 che
 è
 potenzialmente
 infinita.
 Perché,
 a
 ben
 guardare,
 stiamo
 assistendo all’emergere
di
una
tecnologia
dell’integrale.

I
 dispositivi
 aletheici
 sono
 destinati,
 per
 via
 della
 loro
 crescente sofisticatezza,
a
imporre
la
loro
legge,
orientando
dall’alto
della
loro
autorità le
situazioni
umane.
E
questo
non
in
modo
omogeneo,
ma
a
differenti
gradi, da
un
livello
incentivante,
come
nel
caso
di
un’applicazione
per
il
fitness
che suggerisce
un
certo
integratore
alimentare,
a
un
livello
prescrittivo,
come
nel caso
 della
 concessione
 di
 un
 prestito
 bancario,
 fino
 a
 raggiungere
 livelli coercitivi,
in
particolare
nel
campo
del
lavoro,
con
sistemi
in
grado
di
dettare i
 gesti
 da
 compiere.
 Da
 questo
 momento
 in
 poi
 la
 tecnologia
 riveste
 un “potere
 ingiuntivo”;
 il
 libero
 esercizio
 della
 nostra
 facoltà
 di
 giudizio
 e
 di azione
 viene
 sostituito
 da
 protocolli
 destinati
 a
 modificare
 le
 nostre
 singole azioni
o
i
singoli
impulsi
del
reale
al
fine
di
“infonderci”
la
giusta
traiettoria da
 seguire.
 L’umanità
 si
 sta
 rapidamente
 dotando
 di
 un
 organo
 che
 la spossessa
 di
 sé
 stessa,
 del
 suo
 diritto
 di
 decidere,
 con
 coscienza
 e responsabilità,
 le
 cose
 che
 la
 riguardano.
 Prende
 forma
 uno
 statuto antropologico
e
ontologico
inedito
che
vede
la
figura
umana
sottomessa
alle equazioni
 dei
 suoi
 stessi
 artefatti,
 con
 l’obiettivo
 primario
 di
 rispondere
 a interessi
 privati
 e
 instaurare
 un’organizzazione
 della
 società
 in
 funzione
 di criteri
principalmente
utilitaristici.

IL
TEMPO
ESPONENZIALE

L’intelligenza
 artificiale
 è
 la
 punta
 dell’iceberg
 di
 tutte
 quelle
 tecnologie chiamate
 “esponenziali”,
 che
 vedono
 la
 loro
 elaborazione
 e
 la
 loro immissione
 sul
 mercato
 effettuarsi
 a
 cadenze
 sempre
 più
 fitte.
 Questa impennata
 è
 oggi
 favorita
 da
 due
 fenomeni
 congiunti.
 Il
 primo
 trae
 origine dal
 processo
 di
 informatizzazione
 della
 società,
 cominciato
 agli
 inizi
 degli anni
 Sessanta,
 che
 ha
 progressivamente
 fatto
 germogliare
 l’idea
 che
 le macchine
 calcolatrici
 fossero
 talmente
 efficaci
 da
 apportare
 benefici indiscutibili
 in
 tutti
 i
 campi,
 facilitando
 l’esistenza
 degli
 individui.
 Questo modo
 di
 intendere,
 presto
 entrato
 a
 far
 parte
 del
 sentire
 comune,
 ha condotto
alla
generalizzazione
della
nozione
acritica
di
“rivoluzione
digitale” e,
conseguentemente,
al
movimento
in
corso
di
digitalizzazione
integrale
del mondo.
 Gli
 attori,
 tanto
 economici
 quanto
 politici,
 vi
 hanno
 scorto
 infatti l’opportunità
storica
di
intensificare
in
modo
continuo
i
cicli
di
rotazione
del capitale
tra
aziende,
tra
aziende
e
persone
e
tra
le
persone
stesse
attraverso l’economia
 dei
 dati
 e
 delle
 piattaforme,
 ma
 anche
 la
 possibilità
 di ottimizzare,
alla
lunga,
il
funzionamento
della
quasi
totalità
degli
enti
privati o
 pubblici,
 riscontrabile
 nell’espressione
 emblematica
 “trasformazione

digitale”,
 ovvero
 l’obiettivo
 di
 raggiungere
 un’amministrazione indefinitamente
massimizzata
delle
cose. Il
secondo
fattore
che
favorisce
questa
diffusione
inarrestabile
trae
origine dal
fatto
che
la
produzione
industriale
attuale
non
rispetta
più
tutta
una
serie di
 fasi
 fino
 a
 poco
 fa
 segnate
 da
 forme
 di
 indeterminatezza
 nella
 ricerca, dall’accettazione
del
fallimento
come
rischio
consustanziale
all’elaborazione di
 ogni
 prototipo
 o,
 ancora,
 dall’esigenza
 di
 procedere
 a
 molteplici
 e minuziosi
test
di
qualità
–
che
notiamo
appunto
essere
sempre
più
carenti. Oggi
 la
 tendenza
 è
 quella
 della
 quasi
 assenza
 di
 scarto
 tra
 progettazione
 e commercializzazione.
 La
 pressione
 concorrenziale
 e
 il
 primato dell’immediato
 ritorno
 sugli
 investimenti
 impediscono
 il
 benché
 minimo periodo
 di
 latenza,
 così
 come
 qualsiasi
 valutazione
 concertata
 sul
 valore
 e sulla
 pertinenza
 dei
 prodotti.
 Le
 unità
 di
 ricerca
 e
 sviluppo
 devono
 infatti dare
prova
senza
indugi
e
senza
sosta
di
essere
leve
di
profitto.
È
il
momento dei
 “cicli
 d’innovazione”
 sempre
 più
 ravvicinati
 che
 favoriscono
 una dinamica
 di
 esaltazione
 perenne,
 autorizzata
 dai
 dogmi
 della
 crescita
 e dell’aumento
 del
 comfort
 delle
 persone,
 che,
 per
 il
 bene
 della
 società,
 non devono
mai
smettere
di
intensificarsi. D’ora
in
poi
le
tecnologie
digitali
scandiscono
il
tempo
delle
nostre
esistenze, danno
il
ritmo
alla
nostra
epoca.
Questa
frenesia
si
trova
convalidata,
quasi normalizzata,
 nelle
 nozioni
 di
 “tecnologie
 di
 rottura”
 e
 di
 “disruption”,
 o “disrupzione”,
 conformemente
 alla
 neolingua
 iconoclasta
 dell’“innovazione” contemporanea.
 È
 venuto
 a
 costituirsi
 un
 vocabolario
 guerriero,
 come
 se
 la verità
del
nostro
rapporto
con
il
tempo
consistesse
in
una
forma
di
violenza, nello
sposarne
il
“corso
naturale”
che,
come
tutti
sanno,
è
fatto
di
ininterrotti flussi
 eraclitei.
 La
 cadenza
 delle
 evoluzioni
 tecniche
 farebbe
 dunque miracolosamente
 tutt’uno
 con
 le
 mutevoli
 fluttuazioni
 della
 vita
 e
 sarebbe obbligata
di
fatto
a
imporsi
sul
nostro
orologio
interno
e
sulla
nostra
psiche, comportando
 la
 conseguenza
 di
 una
 adattabilità
 permanente.
 I
 computer quantistici
 non
 faranno
 che
 consolidare
 e
 istituzionalizzare
 questa aspirazione
a
identificare
la
società
con
la
physis
 eruttiva
 del
 mondo;
 si
 sta lavorando
 in
 questa
 direzione,
 principalmente
 con
 l’aiuto
 di
 fondi
 pubblici. Quest’impennata
 esponenziale,
 che
 lascia
 intravedere
 un
 orizzonte teleologico,
riprende
l’ideologia
del
progresso
tanto
denigrata
a
partire
dalla fine
dei
“gloriosi
anni
Trenta”,
e
dà
nuovamente
corpo
alla
prospettiva
di
una sorta
di
compimento
della
Storia,
secondo
la
visione
escatologica
occidentale dell’avvento
di
un
regime
compiuto
di
perfezione. Infine,
 la
 misura
 indefinitamente
 precipitosa
 dei
 “cicli
 d’innovazione”
 è partecipe
di
una
naturalizzazione
dello
sviluppo
tecnico-economico
in
corso,

che
 si
 arriva
 persino
 a
 equiparare
 a
 uno
 “tsunami”,
 ossia
 a
 un
 fenomeno quasi
 impossibile
 da
 arginare
 per
 via
 di
 una
 forza
 asimmetrica
 nata
 da un’analogia
 inappropriata
 che
 contribuisce
 a
 imporre
 la
 doxa dell’ineluttabile.
 Ebbene
 la
 peculiarità
 degli
 artefatti
 è
 che
 essi
 non appartengono
 ad
 alcun
 ordine
 naturale,
 ma
 sono
 il
 prodotto
 dell’azione umana
 e
 interferiscono
 nelle
 questioni
 umane.
 Utilizzare
 il
 termine esponenziale
 permette
 ai
 nuovi
 “rivoluzionari”
 del
 nostro
 tempo,
 gli imprenditori
supereroi
e
altri
startupper
visionari
che
a
quanto
pare
hanno capito
 tutto
 della
 verità
 della
 nostra
 epoca
 e
 sono
 persino
 riusciti
 a personificarla,
 di
 banalizzare
 l’idea
 secondo
 cui
 le
 evoluzioni
 tecniche,
 e
 in particolare
 l’intelligenza
 artificiale,
 si
 inscriverebbero
 in
 una
 traiettoria inevitabile
 e
 virtuosa
 delle
 cose
 alla
 quale
 sarebbe
 bene
 adattarsi, nell’interesse
 di
 tutti.
 Gli
 altri,
 gli
 scettici,
 i
 critici
 e
 in
 generale
 tutti
 quelli che
 aspirano
 a
 stili
 di
 vita
 non
 per
 forza
 fondati
 su
 protocolli
 di
 guida automatizzata,
 non
 sono
 altro
 che
 degli
 scorbutici
 retrogradi,
 incapaci
 di cogliere
il
carattere
eccezionale
e
messianico
della
nostra
era,
nella
misura
in cui
 è
 a
 essa
 che
 tocca,
 al
 cospetto
 del
 grande
 libro
 della
 Storia,
 eliminare tutte
 le
 scorie
 del
 reale.
 Nei
 fatti,
 ciò
 che
 caratterizza
 l’esponenziale
 è
 che esso
marginalizza,
e
alla
lunga
annichilisce,
il
tempo
umano
necessario
alla comprensione
e
alla
riflessione,
privando
gli
individui
e
le
società
del
diritto di
 valutare
 i
 fenomeni
 e
 di
 manifestare
 o
 meno
 il
 loro
 assenso;
 in
 altre parole,
 li
 priva
 del
 loro
 diritto
 di
 decidere
 liberamente
 del
 corso
 delle
 loro vite.

IL
VITELLO
D’ORO
DEL
NOSTRO
TEMPO

Dal
2010
l’intelligenza
artificiale
rappresenta
la
sfida
economica
più
decisiva in
 cui
 investire
 con
 determinazione
 e
 senza
 esitazioni.
 Oltre
 alle
 aziende, sono
gli
stessi
Stati
a
impiegare
tutti
i
mezzi
in
loro
potere
per
posizionarsi
in prima
 linea;
 questo
 obiettivo
 è
 diventato
 per
 ognuno
 di
 essi
 una
 grande priorità
 nazionale.
 Primi
 fra
 tutti
 gli
 Stati
 Uniti,
 che
 elaborano
 piani strategici
di
grande
portata,
sostenuti
in
particolare
dalla
Darpa
(Agenzia
per i
progetti
di
ricerca
avanzata
di
difesa),
dalla
NSA
(Agenzia
per
la
sicurezza nazionale),
 dal
 dipartimento
 della
 Difesa,
 e
 da
 una
 miriade
 di
 università
 e istituti
 di
 ricerca
 che
 beneficiano
 di
 sovvenzioni
 federali.
 Sulla
 scia
 del dominio
pressoché
egemonico
che
esercita
su
internet
dalla
metà
degli
anni Novanta,
 il
 Paese
 ha
 come
 obiettivo
 quello
 di
 conquistare
 un
 ruolo
 di leadership
anche
nel
campo
delle
tecnologie
cosiddette
“cognitive”.
Ma
molte nazioni
non
sono
più
disposte
ad
arrivare
seconde
e
manifestano
la
volontà È

di
 impegnarsi
 anima
 e
 corpo
 in
 questa
 feroce
 competizione
 planetaria.
 È
 il caso
 della
 Cina,
 che
 ambisce
 a
 salire
 “sul
 podio”
 entro
 il
 2030
 grazie
 a programmi
 pianificati
 nei
 minimi
 particolari:
 “Ecco
 la
 tabella
 di
 marcia
 del governo
cinese:
‘Innanzitutto
mantenere
lo
slancio
delle
nuove
tecnologie
e delle
 applicazione
 di
 intelligenza
 artificiali
 da
 qui
 al
 2020,
 poi
 compiere progressi
 significativi
 entro
 il
 2025
 e,
 infine,
 diventare
 il
 leader
 mondiale indiscusso
nei
cinque
anni
successivi’”.1 Il
Canada
pretende
di
ergersi
a
“polo
mondiale
dell’IA”
e
sostiene
aziende
e laboratori
con
l’aiuto
di
generosi
fondi
pubblici.
La
Russia,
da
decenni
quasi inesistente
 nel
 panorama
 dell’industria
 elettronica,
 conta
 di
 diventare
 uno dei
 protagonisti
 di
 questo
 settore
 che
 ai
 suoi
 occhi
 ha
 anche
 una
 portata geopolitica.
 Vladimir
 Putin
 ha
 infatti
 dichiarato
 che
 “la
 nazione
 leader
 in questo
 campo
 dominerà
 il
 mondo”
 e
 che
 quindi
 “bisognerebbe
 evitare
 di lasciare
 il
 monopolio
 in
 mano
 a
 un’unica
 nazione”.
 La
 lista
 dei
 Paesi
 che desiderano
cimentarsi
in
questa
promettente
epopea
è
molto
lunga
e
conta, tra
 i
 più
 attivi,
 Israele,
 Giappone,
 Corea
 del
 Sud…
 Gli
 Emirati
 Arabi
 Uniti sono
 arrivati
 persino
 a
 istituire
 un
 ministero
 per
 l’Intelligenza
 artificiale: “L’intelligenza
artificiale
sarà
la
prossima
grande
rivoluzione.
E
noi
vogliamo farci
trovare
pronti”.2
Dal
canto
suo,
la
Francia
si
vanta
di
essere
in
possesso di
tutti
i
requisiti
necessari
per
diventare
un
attore
di
rilievo:
ottima
scuola di
matematici,
“incubatrici
di
start
up”,
efficace
sistema
di
cooperazione
tra settore
 pubblico
 e
 privato…3
 L’Île-de-France
 ha
 riconosciuto
 in
 questo settore
“un
asse
portante
dello
sviluppo
in
materia
di
innovazione
e
intende diventare
 la
 ‘regione
 europea
 leader
 del
 settore’”.4
 Emmanuel
 Macron, fervente
 evangelista
 della
 digitalizzazione
 integrale
 della
 società,
 guarda
 a essa
 come
 all’unico
 orizzonte
 politico
 ed
 economico
 radioso
 del
 nostro tempo,
e
intende,
con
l’aiuto
di
consistenti
fondi
pubblici,
fare
del
Paese
un “hub
mondiale
dell’IA”
e
“attirare
i
migliori
ricercatori
stranieri”. L’ebbrezza
 provata
 davanti
 a
 tutte
 le
 prospettive
 annunciate
 scatena
 una quantità
 di
 discorsi
 di
 varia
 natura.
 Mai
 fenomeno
 tanto
 determinante
 ha generato
 un
 tale
 profluvio
 di
 sciocchezze.
 È
 il
 grande
 offuscamento
 della nostra
 epoca:
 sentiamo
 di
 essere
 di
 fronte
 a
 delle
 evoluzioni
 decisive,
 ma invece
 di
 sciogliere,
 come
 dovremmo,
 la
 complessità
 delle
 questioni
 e munirci
dei
giusti
strumenti
di
comprensione
e
azione,
lasciamo
esprimersi, senza
mai
contraddirle,
persone
che
si
erigono
a
massimi
esperti,
per
lo
più mossi
 da
 interessi
 personali,
 e
 che
 pretendono
 di
 illuminare
 la
 società prodigando
 consigli
 ai
 responsabili
 politici
 ed
 economici
 in
 cambio
 di
 laute ricompense.5
 Questa
 approssimazione
 generalizzata
 contribuisce
 ancora
 ad alimentare
 un
 gran
 numero
 di
 elucubrazioni.
 Come
 quella
 formulata

dall’astrofisico
 Stephen
 Hawking
 che
 nel
 2014
 aveva
 affermato,
 insieme
 a molti
 altri
 scienziati,
 che
 l’intelligenza
 artificiale
 era
 destinata,
 alla
 lunga,
 a estirpare
 il
 genere
 umano,
 rifacendosi
 allo
 stesso
 immaginario
 catastrofista che
 vagheggiava
 una
 fantasmagorica
 ribellione
 delle
 macchine.
 O
 come quella
 dell’imprenditore
 Elon
 Musk,
 che
 nel
 2017
 aveva
 scritto,
 insieme
 ad altri
centoquindici
industriali
e
ingegneri,
una
lettera
aperta
indirizzata
alle Nazioni
 Unite
 nella
 quale
 affermava
 che
 “la
 corsa
 alla
 supremazia
 nell’IA degli
 Stati
 potrebbe
 causare
 la
 Terza
 guerra
 mondiale”.
 Tali
 affermazioni insensate
 escono
 dalla
 bocca
 di
 personaggi
 che,
 nella
 stragrande maggioranza
 dei
 casi,
 lavorano,
 avvalendosi
 delle
 proprie
 capacità intellettuali
 o
 economiche,
 all’implementazione
 di
 queste
 stesse
 tecnologie, dando
 prova
 di
 una
 schizofrenia
 patente
 e
 di
 una
 malafede
 che,
 a
 tratti, sembrano
incontrollabili. Dal
 canto
 suo,
 il
 fondatore
 di
 Facebook
 Mark
 Zuckerberg
 non
 condivide questo
 allarmismo
 di
 bassa
 lega
 e,
 anzi,
 vede
 nelle
 virtù
 miracolose dell’intelligenza
 artificiale
 l’incredibile
 opportunità
 di
 “costruire
 nuove comunità”,
 acquisire
 una
 conoscenza
 sempre
 più
 approfondita
 delle aspirazioni
 delle
 persone
 e
 dei
 loro
 comportamenti,
 e
 offrire un’amministrazione
benevola
e
continua
della
vita.6
Al
di
là
della
povertà
di argomentazioni
 e
 del
 gusto
 sensazionalistico,
 ciò
 che
 caratterizza
 tutte queste
 dichiarazioni
 è
 la
 convinzione
 secondo
 cui
 si
 starebbe
 profilando
 un nuovo
 orizzonte
 economico
 e
 si
 starebbero
 prospettando
 un’infinità
 di progressi
 vantaggiosi,
 soprattutto
 nel
 campo
 della
 medicina,
 che
 non bisognerà,
 per
 il
 “bene
 dell’umanità”,
 imbrigliare,
 a
 patto
 di
 saper “correggere
 gli
 eventuali
 difetti”
 e
 “prevenire
 i
 possibili
 pericoli”, conformemente
 all’usuale
 equazione
 social-liberista.
 La
 panacea
 consiste infatti
 nell’introdurre
 una
 “dose
 di
 etica”
 e
 di
 “regolamentazione”,
 come un’iniezione
 che
 di
 tanto
 in
 tanto
 è
 bene
 somministrare
 per
 calmare
 una creatura
bellissima
ma
dalle
velleità
potenzialmente
pericolose.

LA
RISTRETTEZZA
“ETICA”

Quando
 ci
 si
 vuole
 mostrare
 vigili
 nei
 confronti
 delle
 tecnologie
 digitali,
 si ricorre
 sempre
 all’“etica”,
 come
 se
 brandire
 questo
 vessillo
 potesse
 fare
 da scudo
supremo
contro
le
loro
principali
deviazioni.
In
realtà
si
tratta
di
uno dei
 grandi
 malintesi
 dell’epoca.
 Come
 dobbiamo
 intendere
 l’etica?
 Forse partendo
 dalla
 base,
 ossia
 dal
 rispetto
 incondizionato
 dell’integrità
 e
 della dignità
 umane.
 In
 altre
 parole,
 dal
 fatto
 di
 poterci
 avvalere
 senza impedimenti
 della
 nostra
 autonomia
 di
 giudizio,
 di
 poter
 decidere

liberamente
e
in
coscienza
delle
nostre
azioni,
di
poter
beneficiare
di
parti
di noi
 al
 riparo
 dallo
 sguardo
 altrui
 o,
 ancora,
 di
 non
 essere
 continuamente ridotti
 a
 un
 mero
 oggetto
 commerciale.
 Generalmente,
 invece,
 quando
 ci riferiamo
all’etica,
pensiamo
a
una
nozione
vaga,
a
un
calderone
confuso,
a referenti
 astratti
 che
 variano
 a
 seconda
 dei
 tropismi
 di
 ciascuno.
 Più precisamente
 si
 è
 imposta
 una
 forma
 di
 etica
 tutta
 particolare,
 limitata
 a un’unica
e
arida
aspirazione
a
una
“libertà
negativa”,
per
dirla
con
il
filosofo politico
 Isaiah
 Berlin,
 intesa
 come
 una
 libertà
 difensiva,
 unicamente protettrice
 del
 diritto
 dei
 cittadini
 di
 fronte
 alle
 pretese
 potenzialmente abusive
del
potere.7 È
 opinione
 comune
 che
 la
 libertà
 dell’individuo
 coincida
 con
 l’assenza
 di ostacoli
esterni
alle
sue
azioni;
e
per
questo
la
libertà
politica
è
intesa
come lo
 spazio
 all’interno
 del
 quale
 ognuno
 può
 agire
 senza
 che
 nessuna
 forza coercitiva
 intervenga
 per
 impedirglielo.
 Montesquieu
 aveva
 esplicitato
 e difeso
 questo
 principio
 facendo,
 secondo
 Pierre
 Manent,
 di
 questa opposizione
tra
individuo
e
autorità
il
“cuore
del
problema
politico”,
e
aveva così
 fissato
 “quello
 che
 potremmo
 chiamare
 il
 linguaggio
 definitivo
 del liberalismo”.8
Tutto
un
glossario
falsamente
“critico”
del
digitale
è
venuto
a stabilirsi
in
funzione
di
questa
diffidenza
fondamentale
e
mai
attenuata
nei confronti
 della
 classe
 dirigente.
 Ecco
 spiegato
 come
 mai,
 non
 appena
 ci
 si preoccupa
dell’etica,
si
approda
sempre
alle
eterne
questioni
della
protezione dei
 dati
 personali
 e
 della
 “difesa
 della
 vita
 privata”.
 Queste
 pose,
 che
 si riducono
all’unica
preoccupazione
di
preservare
l’interesse
del
singolo
e
che confinano
con
una
forma
facile
di
buona
coscienza,
hanno
il
grande
difetto
di celare
 altre
 questioni
 altrettanto
 decisive.
 Dietro
 questa
 concezione
 si nasconde
 ciò
 che
 è
 veramente
 in
 gioco,
 ovvero
 modi
 di
 vivere
 individuali
 e collettivi
 nuovi,
 destinati
 a
 essere
 sempre
 più
 orientati
 da
 sistemi
 che
 ci spossessano
 della
 nostra
 capacità
 di
 giudizio
 e
 che
 non
 si
 trovano
 mai sottomessi
 a
 una
 visione
 etica,
 quando
 invece
 dovrebbero
 esserlo
 nella misura
 in
 cui
 costituiscono
 un’offesa
 ai
 principi
 giuridico-politici
 che
 ci fondano.
 Invece
 di
 un’etica
 ridotta
 alla
 sola
 sfera
 personale,
 sarebbe
 ora
 di coltivare
 un’etica
 della
 responsabilità
 che
 abbia
 a
 cuore
 la
 difesa
 del
 diritto all’autodeterminazione
dei
singoli
come
anche
dell’intera
società. Per
 calmare
 gli
 animi
 va
 di
 moda
 riunire
 commissioni
 che
 non
 fanno
 che limitarsi
 a
 questi
 sempiterni
 assiomi
 riduttori
 e
 affidarsi
 a
 presunti
 esperti, organizzando
consultazioni
pubbliche
online
per
dare
la
sensazione
di
essere all’ascolto
 dei
 cittadini.
 In
 generale
 la
 loro
 unica
 funzione
 è
 quella
 di convalidare,
con
il
pretesto
di
esami
scrupolosi,
scelte
già
adottate.
È
quello che
 accade
 a
 cadenza
 regolare
 in
 Francia
 che,
 dopo
 il
 rapporto
 “France
 IA”

voluto
dal
governo
Valls
nel
2016,
ha
visto
il
presidente
Macron
richiedere
la stessa
 cosa
 subito
 dopo
 essere
 stato
 eletto.
 L’esecutivo
 ha
 incaricato
 per questo
 il
 matematico
 e
 deputato
 della
 maggioranza
 presidenziale
 Cédric Villani.
 Lo
 stesso
 Villani,
 ancora
 prima
 che
 avessero
 inizio
 le
 audizioni,
 ha continuato
a
ripetere
quanto
fosse
auspicabile
realizzare
un
“ecosistema
per una
 ricerca
 agile
 ed
 espansiva,
 […]
 un
 humus
 favorevole
 per
 lo
 sviluppo dell’IA,
 […]
 non
 ostacolare
 la
 ricerca”
 e
 quanto
 essa
 avrebbe
 rappresentato un
“fattore
di
democrazia”!9
 Parole
 che,
 alla
 luce
 dei
 risultati
 del
 rapporto, sono
state
poi
portate
avanti
anche
da
altri,
non
meno
subordinati
al
credo tecnoliberale:
 “Se
 non
 facciamo
 niente,
 le
 nostre
 aziende
 perderanno competitività
 e
 l’economia
 crollerà
 ancora.
 […]
 C’è
 bisogno
 di
 più
 ricerca
 e questa
 ricerca
 deve
 essere
 molto
 più
 attrattiva
 in
 Francia.
 […]
 L’IA
 non
 è altro
che
intelligenza
umana
extra,
si
tratta
di
tecnologie
che
si
inseriscono
in tutti
i
settori,
con
a
volte
un
fortissimo
valore
aggiunto”.10
Questo
è
il
chiaro esempio
di
un
ricercatore
trasformatosi
nel
ventriloquo
di
un
governo
e
che ha
chiaramente
rinunciato
a
esprimere
una
qualsiasi
distanza
critica.
Questo allineamento
 di
 scienziati
 e
 ingegneri
 alla
 dottrina
 tecnico-economica dominante
 rappresenta
 un
 vizio
 del
 nostro
 tempo
 nella
 misura
 in
 cui
 a trovarsi
 d’ora
 in
 avanti
 asfissiate
 saranno
 le
 forme
 di
 pluralità
 nel
 campo della
ricerca. Il
 colmo
 del
 grottesco
 lo
 raggiungono
 i
 grandi
 gruppi
 dell’industria
 del digitale
che,
vedendo
l’opinione
pubblica
dare
segni
di
inquietudine,
cercano di
 farsi
 belli
 dando
 vita
 a
 “nuclei
 di
 riflessione
 etica”.
 È
 il
 caso
 del
 gruppo “The
Partnership
on
Artificial
Intelligence
to
Benefit
People
and
Society”,11 fondato
su
iniziativa
di
Google,
Amazon,
Facebook,
IBM
e
Microsoft:
i
criteri presi
in
considerazione
rimandano
principalmente
al
presunto
rispetto
della “vita
privata”,
come
anche
ai
principi
più
vaghi;
peccato
che
queste
aziende siano
 tra
 gli
 agenti
 più
 attivi
 del
 vasto
 movimento
 di
 automatizzazione
 del mondo.
 Come
 la
 clamorosa
 conferma
 che
 la
 miope
 ossessione
 per
 la
 sola “libertà
personale”
rappresenta
una
ineluttabilmente
chiamata
a
spianare
la strada
 a
 un
 indirizzo
 che
 prevede
 la
 sempre
 maggiore
 robotizzazione
 delle attività
umane.

AGONIA
DEL
POLITICO
E
AVVENTO
DI
UNA
“DATA-DRIVEN
SOCIETY”

Quello
 che
 caratterizza
 l’intelligenza
 artificiale,
 al
 di
 là
 dei
 discorsi
 confusi che
 le
 girano
 intorno
 e
 delle
 sempiterne
 litanie
 sulla
 fine
 del
 lavoro,
 sui vantati
progressi
della
medicina
o
sull’ottimizzazione
ormai
quasi
totale
del funzionamento
 delle
 aziende,
 è
 l’estensione
 di
 una
 “sistematica”,
 o
 scienza

della
 classificazione
 e
 delle
 relazioni,
 destinata
 a
 essere
 applicata
 a
 tutti
 gli ambiti
della
vita
umana.
Ogni
enunciazione
automatizzata
della
verità
è
così destinata
 a
 produrre
 “l’evento”,
 a
 far
 scattare
 un’azione,
 principalmente
 a scopi
 commerciali
 o
 utilitaristici,
 procedendo
 a
 una
 sorta
 di
 stimolazione artificiale
 e
 ininterrotta
 del
 reale.
 Prendiamo
 il
 caso
 di
 uno
 specchio connesso
 al
 web:
 la
 sua
 funzione
 non
 è
 solo
 quella
 di
 riflettere
 ad
 esempio l’immagine
 di
 un
 individuo,
 ma
 anche
 di
 raccogliere
 i
 dati
 relativi
 al
 suo volto
 e
 al
 suo
 corpo,
 per
 suggerire
 i
 prodotti
 o
 i
 servizi
 ritenuti
 più appropriati
in
funzione
dell’analisi
avanzata,
e
più
o
meno
affidabile,
del
suo stato
 fisiologico
 e
 persino
 psicologico.
 La
 presenza
 preponderante
 del digitale
si
pone
dunque
come
un’istanza
di
orientamento
dei
comportamenti, destinata
 a
 offrire,
 attimo
 per
 attimo,
 i
 modelli
 di
 esistenza
 individuale
 e collettiva
 considerati
 i
 migliori
 applicabili;
 e
 ciò
 avviene
 quasi impercettibilmente,
 con
 fluidità,
 tanto
 da
 dare
 la
 sensazione
 di
 un
 nuovo ordine
naturale
delle
cose. Ecco
perché
il
tecnoliberismo
ha
fatto
delle
tecnologie
dell’aletheia
il
suo principale
 cavallo
 di
 battaglia;
 in
 esse
 ha
 visto
 la
 realizzazione
 delle
 sue ambizioni
 egemoniche,
 grazie
 all’insorgere
 di
 una
 “mano
 invisibile automatizzata”,
 in
 un
 mondo
 retto
 dal
 regime
 della
 retroazione,
 del feedback:
 una
 “data­driven
 society”,
 dove
 ogni
 manifestazione
 del
 reale
 si trova
a
essere
assoggettata
a
una
serie
di
operazioni
in
vista
di
prendere
di volta
in
volta
la
giusta
direzione,
seguendo
criteri
puntualmente
definiti.
In altri
termini,
un
progetto
continuamente
teso
sia
a
evitare
qualunque
forma di
 inerzia
 sia
 a
 perseguire
 il
 profitto
 in
 ogni
 cosa,
 nato
 dalla
 fantasia
 di matematici,
 ingegneri
 e
 ricercatori
 –
 gli
 ideatori
 della
 cibernetica
 –
 allo scopo
 di
 lottare
 contro
 il
 male
 supremo,
 l’entropia,
 e
 messo
 in
 atto
 oggi, dopo
 mezzo
 secolo,
 non
 più
 al
 solo
 scopo
 di
 correggere
 forme
 di
 disordine, ma
anche
con
l’obiettivo
di
trarre
vantaggio
dall’interpretazione
robotizzata di
qualunque
circostanza.
Una
fantasia
tecno-scientifica
nata
nel
dopoguerra e
 diventata
 oggi
 un
 assioma
 economico
 e
 antropologico
 che
 pretende
 di edificare
una
governance
infallibile
e
indefinitamente
dinamica
delle
vicende umane. In
questo
senso,
l’intelligenza
artificiale
contribuisce
a
preparare
la
fine
del politico,
 inteso
 come
 l’espressione
 della
 volontà
 generale
 di
 prendere
 delle decisioni,
attraversando
le
contraddizioni
e
giungendo
a
deliberare,
in
vista di
 rispondere
 al
 meglio
 all’interesse
 comune.
 Come
 non
 rendersi
 conto
 che essa
 dipende
 anche
 da
 un
 fenomeno
 psicologico
 scaturito
 dalla
 nostra angoscia
 fondamentale,
 indotta
 dall’incertezza
 che
 è
 intrinseca
 alla
 vita,
 e che
 ci
 obbliga
 continuamente
 a
 determinarci,
 presupponendo
 in
 ogni

momento
 il
 dubbio
 e
 la
 possibilità
 di
 commettere
 errori?
 L’intelligenza artificiale
 neutralizzerebbe
 dunque
 la
 nostra
 vulnerabilità
 e
 ci
 libererebbe dalle
 nostre
 affezioni
 a
 vantaggio
 di
 un’organizzazione
 ideale
 delle
 cose;
 in altre
 parole,
 farebbe
 scomparire
 la
 resistenza
 del
 reale
 grazie
 alla
 sua influenza
 sulla
 totalità
 dei
 fenomeni
 puntando
 all’orizzonte
 con
 una
 forma compiuta
e
perpetua
di
perfezione. Più
che
una
“singolarità
tecnologica”
–
vale
a
dire
l’avvento
di
una
rottura antropologica
dovuta
all’insorgere
ormai
prossimo
di
una
“superintelligenza onnipotente”
e
alla
fusione
tra
cervelli
e
processori,
secondo
la
tesi
grottesca e
 sensazionalista
 di
 Ray
 Kurzweil
 –,12
 quella
 che
 è
 destinata
 a
 realizzarsi
 è una
 “singolarità
 ontologica”,
 che
 ridefinirebbe
 la
 figura
 umana,
 il
 suo statuto,
 i
 suoi
 poteri,
 i
 suoi
 diritti,
 ovvero
 tutto
 ciò
 che
 fino
 a
 questo momento
 le
 ha
 teoricamente
 garantito
 la
 possibilità
 di
 essere
 libera
 e realizzarsi.
 È
 il
 motivo
 per
 cui
 la
 natura
 dell’intelligenza
 artificiale,
 i
 suoi campi
 di
 applicazione,
 gli
 interessi
 in
 gioco,
 la
 vastità
 accertata
 e
 quella presumibile
 dei
 suoi
 effetti
 rappresentano
 una
 delle
 principali
 questioni civilizzazionali
 e
 filosofiche
 del
 nostro
 tempo,
 forse
 la
 più
 importante, nonostante
 poi
 di
 fatto
 non
 sia
 oggetto
 di
 indagini
 teoriche
 all’altezza
 della sfida.

L’ATTO
DI
FORZA
RETORICO

A
 tal
 fine
 sarebbe
 utile
 rimettere
 in
 discussione
 la
 nozione
 di
 “intelligenza artificiale”
 alla
 radice,
 a
 partire
 dal
 suo
 stesso
 nome,
 perché
 i
 termini
 che utilizziamo
 contribuiscono
 a
 forgiare
 le
 nostre
 rappresentazioni. L’espressione
 venne
 utilizzata
 per
 la
 prima
 volta
 dal
 matematico
 John McCarthy
nel
1955
in
occasione
di
un
convegno
estivo
al
Dartmouth
College di
 Hanover,
 nel
 New
 Hampshire,
 che
 inaugurò
 il
 movimento
 della cibernetica.
L’ordine
del
giorno
prevedeva
di
definire
i
termini
di
una
nuova disciplina
 destinata
 a
 simulare
 e
 a
 riprodurre
 artificialmente
 alcuni
 dei processi
 del
 cervello
 umano.
 Fra
 i
 partecipanti
 vi
 erano
 scienziati
 e informatici,
ma
nessuno
di
loro
possedeva
una
formazione
in
neuroscienze. La
 loro
 conoscenza
 della
 struttura
 cerebrale
 era
 alquanto
 lacunosa
 e
 i modelli
collegati
alle
loro
ipotesi
piuttosto
sommari
e
grossolani.
In
realtà,
il principio
 di
 un’intelligenza
 computazionale
 modellata
 sulla
 nostra
 è sbagliato,
 in
 quanto
 tra
 l’una
 e
 l’altra
 non
 esiste
 praticamente
 nessun rapporto
di
similitudine. Questo
per
due
ragioni.
La
prima
è
che
queste
architetture
computazionali sono
prive
di
corpo;
esse
non
sono
altro
che
delle
macchine
calcolatrici
la
cui

funzione
si
limita
alla
semplice
elaborazione
di
flussi
informazionali
astratti. E
nel
caso
in
cui
esse
si
trovino
collegate
a
dei
sensori,
non
fanno
altro
che ridurre
 certi
 elementi
 del
 reale
 a
 dei
 codici
 binari,
 trovandosi
 escluse
 da un’infinità
 di
 dimensioni
 che
 invece
 la
 nostra
 sensibilità
 coglie
 e
 che sfuggono
ai
principi
di
una
modellizzazione
matematica.
Abbiamo
a
che
fare con
 una
 concezione
 tronca,
 ristretta
 e
 distorta
 di
 ciò
 che
 presuppone
 il processo
 dell’intelligenza,
 il
 quale
 è
 inseparabile
 dalla
 sua
 tensione all’apprendimento
 multisensoriale
 e
 non
 sistematizzabile
 dell’ambiente esterno:
“Per
dirla
semplicemente,
cervello
e
corpo
sono
nella
stessa
barca
e insieme
rendono
possibile
la
mente”.13 La
 seconda
 ragione
 è
 che
 non
 esiste
 intelligenza
 che
 viva
 isolata,
 chiusa nelle
 proprie
 logiche;
 e
 penso
 al
 principio
 di
 progressione
 che
 consiste nell’esercitarsi
 da
 soli
 “contro
 sé
 stessi”
 come
 in
 una
 bolla,
 conformemente alla
 logica
 detta
 “per
 rafforzamento”,
 in
 atto
 nel
 programma
 AlphaGo Zero,14
 che
 ha
 giocato
 milioni
 di
 partite
 di
 Go
 “contro
 sé
 stesso”.
 Perché l’intelligenza
è
indissociabile
da
rapporti
aperti
e
indeterminati
con
gli
esseri e
 le
 cose,
 da
 un
 contesto
 epigenetico,
 da
 un
 ambiente,
 cioè,
 composito
 nel quale
evolvere
e
distinguersi.
Essa
non
si
caratterizza
solo
per
la
capacità
di adattamento,
come
viene
spesso
ripetuto
a
partire
da
un
semplicistico
cliché darwiniano,
ma
anche
perché
è
in
grado
di
modificarsi
grazie
all’integrazione di
 nuove
 conoscenze,
 di
 mettersi
 in
 discussione
 a
 seguito
 di
 avvenimenti imprevisti
o
di
affermazioni
contrastanti
formulate
da
altri,
fino
ad
arrivare, attraverso
 l’ascolto
 attento
 dell’eterno
 canto
 delle
 differenze,
 ad
 affrancarsi da
certi
schemi
nei
quali
era
erroneamente
imprigionata. Facoltà,
 queste,
 che
 non
 riguardano,
 né
 mai
 riguarderanno,
 sistemi
 che dipendono
 soltanto
 da
 dimensioni
 funzionalistiche
 e
 che
 sono
 strutturati unicamente
per
rispondere
a
scopi
prefissati;
niente
a
che
vedere
con
ciò
che costituisce
 noi
 esseri
 umani,
 sempre
 proiettati
 verso
 una
 gran
 quantità
 di aspirazioni
 diverse.
 C’è
 un’irriducibilità
 della
 vita,
 così
 come
 c’è un’irriducibilità
 dell’intelligenza
 umana,
 entrambe
 refrattarie
 a
 qualsiasi definizione
circoscritta
e
a
qualsiasi
categorizzazione
rigida.
Come
del
resto c’è
un’irriducibilità
dei
nostri
sentimenti
che
resiste
a
qualsiasi
iniziativa
di schematizzazione
integrale.
L’intelligenza
artificiale
non
è
in
alcun
modo
una replica
della
nostra
intelligenza,
nemmeno
parziale;
è
l’abuso
del
linguaggio che
 ci
 fa
 credere
 che
 essa
 potrebbe
 essere
 in
 grado
 di
 sostituirsi
 con naturalezza
alla
nostra
intelligenza
al
fine
di
garantire
una
migliore
gestione delle
 cose
 che
 ci
 riguardano.
 In
 realtà
 si
 tratta
 più
 esattamente
 di
 un metodologia
 della
 razionalità,
 fondata
 su
 schemi
 restrittivi
 e
 volta
 a soddisfare
qualsiasi
tipo
di
interesse.

PER
UN
CONFLITTO
DI
RAZIONALITÀ

Ecco
 perché
 è
 necessario
 non
 cedere
 a
 queste
 logiche
 il
 monopolio
 della razionalità;
 ecco
 perché
 è
 necessario
 opporre
 a
 una
 metodologia
 normativa della
 razionalità,
 che
 promette
 la
 presunta
 perfezione
 in
 tutte
 le
 cose,
 delle metodologie
 della
 razionalità
 fondate
 sull’accettazione
 della
 pluralità
 degli esseri
umani
e
dell’incertezza
intrinseca
della
vita.
Ci
ritroveremo
a
vivere
un conflitto
di
razionalità
in
quanto
ognuna
di
esse
richiama
valori
e
determina modi
 di
 vita
 opposti
 in
 tutto
 e
 per
 tutto.
 Questa
 deve
 essere
 una
 delle principali
 lotte
 politiche
 del
 nostro
 tempo.
 Ma
 com’è
 possibile
 che
 in
 un momento
 tanto
 decisivo
 per
 la
 storia
 dell’umanità,
 una
 simile
 svolta
 di portata
 civilizzazionale
 non
 susciti
 una
 mobilitazione
 proporzionata
 alla posta
 in
 gioco?
 Come
 siamo
 giunti
 a
 questa
 forma
 di
 ebbrezza
 e
 di abnegazione
 collettive
 che
 lasciano
 agire
 indisturbato
 chi
 si
 ostina
 a
 voler instaurare
 una
 sorta
 di
 guida
 automatica
 delle
 vicende
 umane?
 Perché
 “il pericolo,
per
la
specie,
non
è
quello
di
andare
dove
va,
ma
di
andarci
a
occhi chiusi,
con
le
gambe
impazzite
e
il
cervello
ubriaco”.15 Contro
 questa
 formulazione
 robotizzata
 della
 verità,
 dobbiamo appropriarci
 della
 nostra
 capacità
 di
 far
 valere
 un
 altro
 spirito
 della
 verità, dando
 prova,
 per
 dirla
 con
 Michel
 Foucault,
 del
 nostro
 “coraggio
 della verità”.16
 È
 necessario
 rivendicare
 che,
 a
 differenza
 dell’esattezza,
 la
 verità non
 si
 presenta
 sotto
 nessun
 referente
 stabile
 ed
 esige
 un
 esercizio
 di apprendimento
 che
 non
 prevede
 fine;
 questo
 è
 ciò
 su
 cui,
 insieme,
 nella diversità
 delle
 soggettività,
 dobbiamo
 metterci
 provvisoriamente
 d’accordo, al
fine
di
sforzarci
di
agire,
individualmente
e
collettivamente,
nel
modo
più giusto,
 lontani
 da
 qualsiasi
 imposizione
 unilaterale
 che
 metta
 il
 bavaglio
 al nostro
 diritto
 di
 parola.
 Una
 teoria
 critica
 dell’intelligenza
 artificiale
 –
 ora più
che
mai
assente
–
richiede
che
vi
sia
una
filosofia
non
solo
della
tecnica ma
 che
 contempli
 anche
 tutto
 quel
 composto
 eterogeno
 che
 è
 andato consolidandosi
 dall’inizio
 degli
 anni
 Duemila.
 Un
 insieme
 che
 vede l’implacabile
 alleanza
 di
 potenze
 industriali
 ed
 economiche,
 responsabili politici,
 un’ampia
 fetta
 del
 mondo
 universitario
 e
 scientifico
 e
 gruppi
 di influenza
di
varia
natura
che,
con
il
pretesto
di
inserirsi
nella
“direzione
della storia”
 e
 di
 rappresentare
 le
 forze
 “progressiste”,
 lavora
 al
 rapido sradicamento
 dei
 nostri
 principi
 fondatori
 e
 alla
 diffusione
 di
 un antiumanesimo
radicale.
Ecco
perché
il
titolo
di
questo
libro
strizza
l’occhio a
La
 Technique
 ou
 l’Enjeu
 du
 siècle
 di
 Jacques
 Ellul,17
 che
 già
 nel
 1954,
 in tempi
non
sospetti,
lontano
dallo
sproloquio
metafisico-marxista
dell’epoca, era
stato
in
grado
di
comprendere
appieno
l’insieme
tecnico-industriale
del dopoguerra,
 che
 senza
 sosta
 si
 adoperava
 a
 intensificare
 le
 logiche

produttivistiche,
a
creare
modalità
di
organizzazione
sempre
più
ottimizzate, a
investire
budget
spropositati
in
campo
militare
e
nucleare,
contribuendo
a imporre
scelte
strutturanti
alla
società
senza
accertarsi
del
consenso
dei
suoi membri. Il
merito
di
Ellul
consiste,
in
particolare,
nell’aver
individuato
un
certo
tipo di
sviluppo
tecnico,
allora
predominante,
che
non
si
limitava
alla
produzione delle
 merci
 e
 a
 favorire
 la
 rapida
 fioritura
 della
 “società
 dei
 consumi”,
 ma contribuiva,
per
sua
natura,
a
instaurare
modi
di
vita
sempre
più
sottomessi a
 schemi
 razionali
 che
 incoraggiavano
 lo
 sviluppo
 di
 strutture
 di
 potere asimmetriche.
 Non
 è
 un
 caso
 che
 quest’opera
 lucida
 e
 ragionata,
 che
 si poneva
 deliberatamente
 controcorrente,
 non
 abbia
 avuto,
 alle
 soglie
 dei frenetici
“gloriosi
anni
Trenta”,
l’eco
che
meritava,
ritrovandosi
anzi
a
essere addirittura
 denigrata
 in
 certi
 ambienti
 che
 erano
 stati
 chiamati
 in
 causa, perché,
come
notava
Günther
Anders
in
quello
stesso
periodo:
“Non
c’è
nulla di
 più
 scabroso
 oggi,
 nulla
 che
 renda
 una
 persona
 tanto
 prontamente inaccettabile
 quanto
 il
 sospetto
 che
 sollevi
 delle
 critiche
 nei
 confronti
 delle macchine.
 […]
 Non
 sorprende
 dunque
 che
 […]
 la
 critica
 della
 tecnica
 sia diventata
 ormai
 una
 questione
 di
 coraggio
 civile”.18
 Oggi,
 testi
 alla
 mano, possiamo
 constatare
 che
 molte
 delle
 sue
 analisi
 sono
 confermate;
 inoltre
 le sue
opere
trovano
finalmente
un
grande
seguito
di
lettori
e
sono
riconosciute nel
loro
giusto
valore. Ma
la
differenza
tra
l’epoca
di
Jacques
Ellul
e
la
nostra
è
che
ai
suoi
tempi
la tecnica,
pur
tenendo
gli
esseri
umani
sotto
scacco
con
il
suo
potere
seduttivo o
 coercitivo,
 continuava
 comunque
 a
 essere
 una
 forza
 esterna,
 che
 alla
 fine aveva
effetto
solo
in
certi
momenti
del
quotidiano.
Da
allora,
però,
sono
state varcate
 tre
 soglie,
 di
 cui
 Ellul
 in
 un
 certo
 senso
 aveva
 percepito
 i
 primi fremiti.
 In
 primo
 luogo,
 la
 portata
 totalizzante
 delle
 tecnologie
 digitali, votate,
alla
lunga,
a
interferire
in
tutti
gli
ambiti
della
vita.
In
secondo
luogo, il
 loro
 potere
 di
 modificare
 i
 comportamenti,
 essendo
 per
 la
 maggior
 parte destinate
a
orientare
le
azioni
umane.
E,
infine,
la
scomparsa
della
tecnica
in quanto
 campo
 relativamente
 autonomo.
 Esiste
 oggi
 infatti
 solo
 un
 mondo tecno-scientifico
asservito
alle
istanze
economiche
che
dettano
le
traiettorie da
 seguire.
 Resta
 solo
 il
 tecno­economico.
 Storicamente
 scienziati
 e ingegneri
 hanno
 sempre
 beneficiato
 di
 forme
 più
 o
 meno
 ampie
 di indipendenza.
 Dall’inizio
 del
 XX
 secolo,
 però,
 il
 settore
 industriale
 li
 ha
 a poco
 a
 poco
 integrati
 al
 suo
 interno,
 sottoponendo
 le
 loro
 ricerche
 agli obiettivi
 definiti
 dalle
 divisioni
 marketing
 o
 dalle
 agenzie
 di
 coolhunting. Sono
 lontani
 i
 tempi
 in
 cui
 Alexandre
 Grothendieck,
 matematico,
 vincitore

della
 medaglia
 Fields,
 scopriva
 con
 indignazione
 che
 l’Institut
 des
 Hautes Études
 Scientifiques
 (IHES),
 presso
 il
 quale
 lavorava
 e
 alla
 cui
 fama internazionale
 contribuiva
 con
 le
 sue
 ricerche,
 beneficiava
 di
 fondi provenienti
 dalla
 Nato
 tramite
 il
 ministero
 francese
 della
 Difesa
 nazionale. Grothendieck
si
adoperò
per
far
annullare
questa
fonte
di
finanziamento,
ma la
 sua
 iniziativa
 si
 scontrò
 con
 il
 netto
 rifiuto
 dei
 suoi
 superiori
 e
 decise dunque
di
dare
le
dimissioni
da
tutti
gli
incarichi
da
lui
ricoperti
all’interno dell’istituzione.
 In
 seguito,
 nel
 1970,
 fondò,
 insieme
 ad
 altri,
 il
 gruppo Survivre
 et
 vivre
 da
 cui
 nacque
 una
 rivista19
 che
 ha
 sempre
 dimostrato un’ammirevole
sensibilità
per
la
questione
delle
responsabilità
di
scienziati
e ingegneri
 e
 a
 cui
 questa
 categoria,
 che
 per
 la
 stragrande
 maggioranza
 ha venduto
l’anima
al
diavolo,
farebbe
bene
a
ispirarsi.20 Yann
 LeCun,
 per
 esempio,
 specialista
 del
 deep
 learning,
 ingaggiato
 da Facebook
per
dirigere
l’unità
francese
di
ricerca,
non
perde
mai
occasione
di vantare
 gli
 inestimabili
 benefici
 dell’intelligenza
 artificiale.
 È
 chiaro
 che questo
individuo
non
può
dare
prova
della
benché
minima
distanza
critica:
il suo
 discorso
 è,
 tanto
 consapevolmente
 quanto
 inconsapevolmente, imbavagliato,
prigioniero
degli
interessi
che
incombono
su
di
lui
e
dirigono
il suo
operato.
Perché
il
mondo
della
ricerca,
un
tempo
abitato
da
attori
mossi da
 curiosità,
 interessi,
 tropismi
 di
 ogni
 tipo
 e
 aperto
 al
 libero
 apporto
 di ognuno
 –
 condizioni,
 queste,
 necessarie
 alla
 sua
 vitalità
 –
 oggi
 è
 diventato una
 distesa
 di
 rovine
 dell’inventiva,
 popolato
 com’è
 di
 individui diligentemente
 piegati
 a
 capitolati
 d’appalto
 stabiliti
 in
 anticipo.
 È
 per questo
motivo
che
il
concetto
di
pharmakon,
secondo
cui
la
tecnica
sarebbe al
 contempo
 rimedio
 e
 veleno,
 è
 errato
 e
 sterile.
 Forse
 era
 così
 quando
 gli artefatti
 nascevano
 da
 intenzioni
 molteplici
 e
 contenevano
 forme
 di ambivalenza;
 ma
 ormai
 quasi
 tutte
 le
 produzioni
 rispondono
 a
 funzionalità precisamente
 circoscritte
 e
 a
 rigidi
 intenti
 utilitaristici
 che
 non
 offrono alternativa
alcuna
nel
loro
utilizzo. L’influenza
crescente
esercitata
sulla
società
dal
complesso
tecno-economico contemporaneo
ci
obbliga,
mi
obbliga,
a
riprendere
da
zero
il
lavoro
analitico e
 critico
 intrapreso
 da
 Jacques
 Ellul.
 Una
 simile
 impresa,
 che
 rientra
 nel campo
 della
 filosofia
 politica,
 esige
 di
 identificare
 le
 discendenze genealogiche,
 gli
 interessi
 in
 gioco,
 gli
 effetti
 prodotti
 sulle
 nostre
 vite,
 il substrato
ideologico
che
intende
consolidare
una
visione
igienista
delle
cose e
la
dimensione
psicologica,
per
non
dire
quasi
nevrotica,
che
si
manifestano nell’aspirazione
 a
 costruire
 un’“intelligenza
 artificiale”.
 Tuttavia,
 visto
 il rapido
 consolidarsi
 delle
 traiettorie
 in
 corso,
 la
 sola
 elaborazione
 di
 corpus critici
 si
 rileverebbe
 alquanto
 inefficace
 se
 parallelamente
 non
 ci
 dessimo

anche
 da
 fare
 per
 tessere
 legami
 fruttuosi
 e
 possibilmente
 reciproci
 tra theoria
e
praxis. Mentre
 i
 predicatori
 dell’automazione
 del
 mondo
 non
 la
 smettono
 di attivarsi
 e
 raccogliere
 consensi,
 noi
 ci
 siamo
 lasciati
 andare
 all’apatia
 e abbiamo
rinunciato
alla
possibilità
di
ricorrere
alla
nostra
capacità
di
agire. Un
movimento
avverso,
che
affermi
altri
principi,
non
può
più
limitarsi
alle sole
 critiche
 –
 per
 quanto
 fondate
 e
 ragionate
 –,
 ma
 esige
 una manifestazione
 concreta
 delle
 nostre
 differenze
 e
 delle
 nostre
 opposizioni. Viste
le
potenze
egemoniche
in
azione,
è
necessario
sviluppare
strategie
che diano
 prova
 prima
 di
 tutto
 della
 reale
 situazione
 e
 facciano
 emergere controperizie
 che
 smentiscano
 la
 marea
 di
 tecno-discorsi
 inventati
 di
 sana pianta
 e
 venduti
 a
 destra
 e
 a
 manca.
 Soltanto
 i
 racconti
 delle
 esperienze vissute
saranno
capaci
di
esporre
i
fatti
nella
loro
cruda
verità
e
incentivare forme
 di
 mobilitazione
 a
 tutti
 i
 livelli
 della
 società.
 Probabilmente
 abbiamo anche
 perso
 la
 capacità,
 a
 volte
 così
 salutare,
 di
 reagire
 di
 riflesso,
 di manifestare
 il
 nostro
 rifiuto,
 in
 questo
 caso
 verso
 certi
 dispositivi,
 quando riteniamo
 che
 questi
 violino
 la
 nostra
 integrità
 o
 la
 nostra
 dignità.
 Perché questo
atteggiamento,
sia
quando
è
frutto
di
una
decisione
individuale,
sia
– e
 soprattutto
 –
 quando
 è
 espressione
 di
 una
 collettività,
 riveste
 l’efficacia immediata
 tipica
 della
 manifestazione
 sconcertante
 di
 un
 rifiuto
 senza appello:
“Se
Pier
Paolo
avesse
qualcosa
da
lasciarci
in
eredità,
quel
qualcosa sarebbe
 una
 miriade
 di
 ‘no’
 acidi,
 teneri
 o
 messianici,
 il
 gusto
 amaro
 della lotta
 contro
 tutto
 ciò
 che
 ci
 fa
 accontentare
 di
 essere
 quello
 cui
 cerca
 di ridurci
il
‘nuovo
Potere’”.21 Ma
oltre
a
manifestare
il
nostro
disappunto,
dovremmo
anche
sforzarci
di
far emergere
 degli
 immaginari
 completamente
 diversi,
 dei
 contro-immaginari, che
 si
 accontentino
 della
 tragica
 e
 felice
 contingenza
 del
 divenire,
 in opposizione
 a
 quel
 costante
 desiderio
 di
 esercitare
 un
 controllo
 totale
 sul corso
delle
cose.
Da
essi
dipende
la
possibilità
di
costruire
modi
di
vita
che
si rassegnino,
senza
rancore,
all’imperfezione
fondamentale
dell’esistenza,
che celebrino
 la
 diversità
 degli
 individui,
 l’autonomia
 della
 volontà,
 la
 nostra capacità
 di
 apprendimento
 multisensoriale
 della
 realtà,
 e
 che
 cerchino
 di edificare
modalità
di
stare
insieme
senza
ledere
nessuno.
È
questa
la
messa in
 pratica
 dell’agire
 umano
 a
 cui
 faceva
 appello
 Hannah
 Arendt,
 l’unica
 in grado
di
renderci
pienamente
artefici
dei
nostri
destini,
fondata
sul
rispetto di
principi
giudicati
intangibili. In
 particolare,
 la
 difesa
 della
 nostra
 facoltà
 di
 giudizio,
 considerata
 da Arendt
 come
 la
 principale
 questione
 politica,
 nella
 misura
 in
 cui
 essa determina
 la
 possibilità
 di
 azioni
 individuali
 e
 collettive
 libere
 da
 qualsiasi

forma
 di
 normatività
 infondata
 e
 da
 giochi
 di
 potere
 illegittimi:
 “La
 facoltà del
 giudizio,
 che
 potremmo
 anche
 definire,
 con
 qualche
 ragione,
 la
 più politica
 delle
 capacità
 umane.
 […]
 Il
 giudizio
 realizza
 il
 pensiero,
 lo
 rende manifesto
 nel
 mondo
 delle
 apparenze
 […].
 La
 manifestazione
 del
 vento
 del pensiero
 non
 è
 la
 conoscenza,
 è
 la
 capacità
 di
 distinguere
 il
 giusto dall’ingiusto,
 il
 bello
 dal
 brutto.
 E
 ciò,
 davvero,
 può
 evitare
 la
 catastrofe, almeno
per
me
stesso,
nei
rari
momenti
in
cui
le
cose
vanno
a
rotoli”.22
E
in questo
 momento
 in
 cui
 le
 cose
 vanno
 a
 rotoli
 è
 decisivo
 dire
 quello
 che
 è giusto
 e
 quello
 che
 è
 ingiusto,
 quello
 che
 è
 bello
 e
 quello
 che
 è
 brutto
 e, potremmo
aggiungere,
quello
che
è
degno
e
quello
che
è
indegno,
quello
che libera
 le
 potenzialità
 umane
 e
 quello
 che
 invece
 le
 irreggimenta
 in
 confini limitati
e
sclerotizzanti.
Questo
libro
tenta
di
chiarire
i
termini
di
alternative di
 portata
 civilizzazionale
 da
 ogni
 punto
 di
 vista
 inconciliabili,
 e
 intende offrirsi
 come
 uno
 strumento
 utile,
 nella
 piacevole
 sensazione
 della
 carta stampata
e
al
riparo
dal
baccano
del
mondo,
per
meglio
autodeterminare
sé stessi,
in
tutta
coscienza
e
responsabilità.

1.
 Sarah
 Zhang,
 “La
 Chine,
 laboratoire
 du
 monde”,
 The
 Atlantic,
 16
 febbraio
 2017,
 in
 Courrier international,
nn.
1395-96-97,
27
luglio
–
16
agosto
2017. 2.
Pieter
Van
Nuffel,
“Les
Émirats
arabes
unis
créent
un
ministère
de
l’Intelligence
artificielle”,
Le
Vif, 20
ottobre
2017. 3.
Cfr.
il
rapporto
“France
IA”
richiesto
dal
governo
Valls
nel
2016
e
sotto
la
direzione
di
Christophe Sirugue. 4.
“Intorno
al
2020,
all’interno
del
campus
di
Parigi-Saclay,
dovrebbe
essere
inaugurato
un
complesso apposito
di
60.000
m2
per
il
quale
è
stato
predisposto
un
budget
di
100
milioni
di
euro.
Secondo
la sua
 presidente,
 Valérie
 Pécresse,
 ‘l’unico
 criterio
 che
 deve
 contare
 è
 la
 creazione
 di
 posti
 di
 lavoro’”. Vincent
Fagot,
“Au
CES
de
Las
Vegas,
Valérie
Pécresse
courtise
les
start-up
étrangères”,
Le
Monde,
11 gennaio
2018. 5.
 Cfr.
 le
 coraggiose
 dichiarazioni
 della
 ricercatrice
 in
 informatica
 Huyen
 Nguyen:
 “Devo
 confessare una
 cosa.
 Mi
 sento
 un
 po’
 una
 impostora.
 Ogni
 giorno
 ricevo
 email
 da
 amici,
 da
 amici
 di
 amici,
 da aziende
 X,
 che
 chiedono
 il
 mio
 parere
 sull’intelligenza
 artificiale.
 […]
 Mi
 domandano:
 ‘Avrebbe qualche
consiglio
da
darci
sui
nostri
prodotti
di
IA?’…
Parlano
dell’intelligenza
artificiale
come
fosse
la fonte
della
giovinezza
nella
quale
tutti
vorrebbero
immergersi
perché
se
non
lo
faranno
diventeranno vecchi
 e
 finiranno
 i
 loro
 giorni
 soli
 e
 abbandonati.
 Pensano
 che
 io
 sappia
 come
 raggiungere
 questa fonte.
[…]
Forse
un
giorno
le
persone
si
renderanno
conto
che
molti
esperti
di
IA
in
realtà
non
sono altro
 che
 impostori.
 Forse
 un
 giorno
 gli
 studenti
 capiranno
 che
 farebbero
 meglio
 a
 imparare
 le
 cose che
contano
veramente”.
Huyen
Nguyen,
“Confessions
d’une
soi-disant
experte
en
IA”,
Le
Monde,
30 agosto
2017. 6.
Cfr.
Nicolas
Lellouche,
“Elon
Musk
et
Mark
Zuckerberg
s’opposent
sur
l’intelligence
artificielle”,
Le Figaro,
26
luglio
2017. 7.
Cfr.
Isaiah
Berlin,
Quattro
saggi
sulla
libertà,
trad.
it.
di
Marco
Santambrogio,
Feltrinelli,
Milano 1989
e
In
libertà.
Conversazioni
con
Ramin
Jahanbegloo,
trad.
it.
di
Emanuele
Antonelli,
Armando, Roma
2012. 8.
 Pierre
 Manent,
 Storia
 intellettuale
 del
 liberalismo,
 trad.
 it.
 di
 Lorenza
 Caracciolo
 di
 San
 Vito, Rubbettino
Editore,
Soveria
Mannelli
2010,
p.
96. 9.
 “Agir
 pour
 que
 l’intelligence
 artificielle
 soit
 utile
 à
 tous”,
 intervista
 a
 Cédric
 Villani,
 di
 Christophe Alix,
Erwan
Cario
e
Fabrice
Drouzy,
Libération,
20
ottobre
2017. 10.
 “Il
 faut
 plus
 de
 recherche
 dans
 l’intelligence
 artificielle”,
 intervista
 a
 Cédric
 Villani,
 di
 Vincent Fagot
e
Morgane
Tual,
Le
Monde,
28
marzo
2018. 11.
Cfr.
“Intelligence
artificielle:
Google
DeepMind
se
dote
d’une
unité
de
recherche
sur
l’éthique”,
Le Monde,
4
ottobre
2017.
Dal
canto
suo,
l’università
di
Stanford,
pilastro
della
Silicon
Valley,
ha
eretto
la “questione
etica”
ad
asse
centrale
di
un
rapporto
intitolato
Artificial
Intelligence
and
Life
in
2030. 12.
Cfr.
Ray
Kurzweil,
La
singolarità
è
vicina,
trad.
it.
di
Virginio
B.
Sala,
Apogeo,
Milano
2010. 13.
Antonio
Damasio,
Lo
strano
ordine
delle
cose,
trad.
it.
di
Silvio
Ferraresi,
Adelphi,
Milano
2018,
p. 274. 14.
Programma
sviluppato
dall’azienda
DeepMind,
acquisita
da
Google
nel
2014. 15.
Georges
Duhamel,
L’Humaniste
et
l’Automate,
Hartmann,
Parigi
1933,
p.
27. 16.
Cfr.
Michel
Foucault,
Discorso
e
Verità,
edizione
italiana
a
cura
di
Adelina
Galeotti,
Donzelli,
Roma 2005
(I
ed.
1996). 17.
Jacques
Ellul,
La
Technique
ou
l’Enjeu
du
siècle,
Armand
Colin,
Parigi
1954. 18.
Günther
Anders,
L’uomo
è
antiquato.
Considerazioni
sull’anima
nell’era
della
seconda
rivoluzione industriale,
trad.
it.
di
Laura
Dallapiccola,
il
Saggiatore,
Milano
1963,
pp.
12-13. 19.
 Per
 un
 quadro
 critico
 ampio
 accompagnato
 da
 un’antologia
 cfr.
 la
 straordinaria
 opera
 curata
 da Céline
 Pessis,
 Survivre
 et
 Vivre.
 Critique
 de
 la
 science,
 naissance
 de
 l’écologie,
 L’échappée,
 Parigi 2014. 20.
 Per
 un
 sano
 e
 raro
 controesempio
 cfr.
 il
 Manifeste
 pour
 une
 formation
 citoyenne
 des ingénieur.e.s,
 redatto
 dal
 collettivo
 Ingénieurs
 sans
 frontières,
 consultabile
 al
 seguente
 link: https://www.isffrance.org/Manifeste_pour_une_formation_citoyenne_des_ingenieur%C2%B7e%C2%B7s. 21.
Philippe
Gavi
e
Robert
Maggiori,
prefazione
a
Pier
Paolo
Pasolini,
Écrits
corsaires
(Scritti
corsari), Flammarion,
“Champs”,
Parigi
2009,
p.
16.

22.
Hannah
Arendt,
Responsabilità
e
giudizio,
trad.
it.
di
Davide
Tarizzo,
Einaudi,
Torino
2010
(I
ed. 2004),
p.
163.

CAPITOLO
1 La
svolta
ingiuntiva
della
tecnica

1.1
UNA
BREVE
STORIA
DELL’INFORMATICA
[DA
UN
AUMENTO
DI
CONTROLLO ALL’ASSISTENTATO
AUTOMATIZZATO
DELL’AZIONE
UMANA] La
 storia
 è
 fatta
 di
 corsi
 e
 ricorsi.
 Ogni
 evento
 del
 passato
 può
 diventare oggetto
 di
 un’abbondante
 storiografia
 in
 funzione
 delle
 sensibilità individuali,
 delle
 recenti
 scoperte
 o
 dello
 spirito
 dell’epoca.
 Le
 ricerche condotte
 sugli
 avvenimenti
 storici,
 da
 quelli
 più
 grandi
 a
 quelli apparentemente
più
irrilevanti
–
la
caduta
dell’Impero
romano,
la
vita
di
un villaggio
 occitano
 nel
 Medioevo,
 la
 quotidianità
 di
 un
 contadino
 durante
 la Prima
 guerra
 mondiale,
 la
 lotta
 delle
 suffragette
 nel
 Regno
 Unito
 o
 il movimento
 controculturale
 negli
 Stati
 Uniti,
 per
 citare
 alcuni
 esempi
 – generano
 una
 moltitudine
 di
 dibattiti
 che
 non
 possono
 mai
 essere considerati
chiusi.
Nella
maggior
parte
dei
casi,
ben
più
che
illuminarci
sulla mentalità
 generale
 di
 una
 società,
 tali
 ricerche
 ci
 rivelano
 alcune
 loro dimensioni
più
o
meno
sconosciute
o
che,
per
una
serie
di
ragioni,
sono
state occultate.
 A
 volte
 intendono
 sottolineare
 la
 loro
 risonanza
 con
 alcuni fenomeni
del
presente.
Quello
di
cui
si
fa
testimone
la
disciplina
storica
è
la natura
irriducibile
dell’esperienza
umana,
che
non
può
essere
imbrigliata
in una
 schematizzazione
 univoca
 e
 definitiva
 ed
 esige
 di
 essere
 indagata
 con modalità
e
prospettive
indefinitamente
rinnovate
e
molteplici. Per
quanto
riguarda
l’informatica,
invece,
è
importante
segnalare
che
non esiste
 un’abbondante
 storiografia.
 In
 compenso
 è
 venuto
 a
 costituirsi
 una sorta
 di
 grande
 racconto,
 ripetuto
 in
 modo
 sempre
 identico,
 che
 viene
 a formare
un
quadro
dall’aspetto
statico,
focalizzato
su
una
successione
di
fatti considerati
 determinanti
 e
 che
 rivestono
 il
 ruolo
 di
 un
 catalogo
 quasi ufficiale.
 Quello
 che
 lo
 rende
 singolare
 è
 che,
 nella
 maggior
 parte
 dei
 casi, esso
si
trova
come
isolato,
lontano
dal
contesto
economico,
sociale,
politico in
cui
i
suoi
protagonisti
si
sono
evoluti.
La
ragione
è
presto
spiegata:
questo romanzo
 unico
 è
 indissociabile
 dal
 principio
 della
 neutralità
 della
 tecnica che
 prevale
 da
 così
 tanto
 tempo.
 Perché
 questo
 assioma,
 ideologicamente orientato,
 permette
 di
 fare
 astrazione
 dagli
 interessi
 in
 gioco
 e
 dalle
 varie intenzioni
formalizzate
nei
dispositivi. Allora,
per
una
sorta
di
riflesso
incondizionato,
vengono
citati
un
po’
sempre gli
 stessi
 avvenimenti,
 raccontati
 generalmente
 negli
 ambienti
 scientifici
 di

appartenenza,
 talvolta
 con
 un
 vago
 contesto
 culturale
 di
 sfondo.
 Tra
 gli esempi
più
lontani
e
più
conosciuti
dell’epoca
moderna,
che
hanno
costituito una
 grande
 novità
 e
 comportato
 effetti
 di
 varia
 natura,
 non
 manca
 mai
 la macchina
 calcolatrice
 costruita
 da
 Wilhelm
 Schickard
 nel
 1623
 la
 quale, grazie
 a
 righelli
 scorrevoli
 e
 dischi
 rotanti,
 avrebbe
 dovuto
 effettuare addizioni
 e
 sottrazioni.
 O
 la
 pascalina,
 elaborata
 nel
 1642
 da
 Blaise
 Pascal, che
 fu
 la
 prima
 macchina
 a
 poter
 essere
 effettivamente
 utilizzata
 e
 sarebbe servita
 da
 riferimento
 per
 molti
 modelli
 successivi.
 O
 quella
 di
 Gottfried Leibniz,
risalente
al
1694,
dotata
di
un
tamburo
a
denti
scalati
che
rendeva possibile
 la
 moltiplicazione.
 Per
 quanto
 riguarda,
 invece,
 l’antenato
 diretto del
 computer,
 gli
 esempi
 immancabili
 sono
 la
 macchina
 differenziale inventata
 da
 Charles
 Babbage
 nel
 1820
 seguita,
 nel
 1834,
 dalla
 macchina analitica;
 entrambe
 dovevano,
 in
 teoria,
 permettere
 di
 inserire
 dati, raccogliere
 risultati,
 stamparli
 e
 conservarli.1
 Oppure,
 per
 quanto
 concerne gli
 inizi
 della
 programmazione,
 ci
 si
 rifà
 sempre
 alle
 note
 sul
 principio dell’algoritmo
 scritte
 da
 Ada
 Lovelace
 nel
 1843
 a
 partire
 dai
 lavori
 del matematico
 Luigi
 Federico
 Menabrea:
 quasi
 un
 secolo
 dopo
 queste
 note costituiranno
la
base
delle
scienze
del
calcolo.
Tra
gli
esempi
continuamente citati
non
manca
mai
nemmeno
la
logica
binaria
teorizzata
da
George
Boole che,
nella
sua
opera
del
1854
Indagine
sulle
leggi
del
pensiero,4
dimostra
la possibilità
di
codificare
la
totalità
delle
operazioni
con
l’aiuto
di
formule
che possono
assumere
solo
due
stati:
lo
zero
e
l’uno,
stabilendo
così
gli
assiomi che
 hanno
 strutturato
 il
 pensiero
 computazionale
 per
 tutto
 il
 XX
 secolo
 e fino
ai
giorni
nostri.
Ecco
dunque
tutta
una
serie
di
fatti,
certo
decisivi,
come del
 resto
 molti
 altri,
 che
 potrebbero
 essere
 declinati
 per
 pagine
 e
 pagine
 e formerebbero
gli
annali
citati
all’infinito
di
una
certa
storia
dell’informatica. La
 dimensione
 prettamente
 fattuale
 di
 questo
 tipo
 di
 narrazione
 fa
 sì
 che
 i suoi
protagonisti
appaiano
sempre
e
soltanto
come
dei
“topi
da
laboratorio” intenti
 unicamente
 a
 occuparsi
 delle
 loro
 attività
 e
 a
 dare
 sfogo
 alle
 loro passioni.
 Questa
 modalità
 di
 rappresentazione
 ha
 caratterizzato
 l’odissea dell’informatica
moderna,
come
nel
caso
dell’emblematica
biografia
di
Steve Jobs,
uomo
dall’aura
mitica,
che
dal
suo
“garage”
e
guidato
unicamente
dal proprio
genio
creativo
avrebbe
messo
a
punto
l’unico
personal
computer
in grado
di
far
entrare
gli
utenti
nell’era
di
un’emancipazione
globale
allora
già avvenuta.
 Tutto
 il
 resto
 –
 gli
 interessi
 economici
 che
 hanno
 determinato
 la traiettoria
 delle
 ricerche
 nel
 settore,
 la
 natura
 del
 complesso
 tecnoscientifico
 californiano
 e
 statunitense
 dell’epoca,
 le
 lotte
 industriali
 che hanno
cominciato
a
contrapporre
tra
loro
i
vari
produttori
di
PC
–
non
viene minimamente
menzionato,
e
questo
per
privilegiare
l’immagine
di
un
essere

quasi
autistico,
mosso
unicamente
dall’incontenibile
desiderio
di
dare
corpo alle
sue
visioni
destinate
a
“cambiare
il
mondo”.
Questo
status,
letteralmente straordinario,
 viene
 attribuito
 anche
 a
 Bill
 Gates
 e,
 guardando
 a
 figure
 più recenti,
 a
 Mark
 Zuckerberg
 o
 Elon
 Musk.
 L’aura
 eroica
 che
 circonda
 i principali
 attori
 scientifici
 e,
 da
 qualche
 decennio,
 alcuni
 imprenditori dell’industria
 del
 digitale,
 conferisce
 alle
 loro
 produzioni
 un’“innocenza virginale”:
esse
vengono
viste,
infatti,
come
il
risultato
del
fervore
creativo
di questi
 individui
 –
 i
 quali
 si
 ritrovano
 così
 a
 essere
 sollevati
 da
 qualsiasi forma
 di
 responsabilità
 –
 e,
 per
 via
 dell’inventiva
 e
 delle
 novità
 folgoranti che
 apportano,
 vengono
 percepite
 come
 assolutamente
 benefiche
 per
 tutti. Questa
modalità
di
percezione
è
indissociabile
dall’ideologia
del
progresso
in voga
 per
 tutto
 il
 XIX
 e
 XX
 secolo
 e
 dalla
 retorica
 del
 “miglioramento
 del mondo”
 grazie
 alle
 virtù
 inesauribili
 dell’“innovazione”
 che
 sin
 dalla
 metà degli
anni
Ottanta
costituisce
uno
dei
mantra
della
Silicon
Valley.   Spetterebbe
a
una
storiografia
non
sottomessa
a
un’ideologia
positivista
né
a principi
 restrittivi
 smentire
 questa
 doxa,
 una
 storiografia
 attenta
 a
 mettere in
 relazione
 le
 scoperte
 e
 le
 invenzioni
 con
 le
 loro
 condizioni
 generali
 di insorgenza.
Gli
episodi
possono
essere
esaminati
da
molti
punti
di
vista.
Per esempio
 privilegiando
 un
 fattore
 determinante,
 come
 quello
 che
 ha permesso
 a
 un
 certo
 tipo
 di
 sviluppo
 tecnico,
 diffusosi
 rapidamente,
 di favorire,
sin
dalla
rivoluzione
industriale,
la
razionalizzazione
crescente
della società.
 O
 quello,
 conseguente,
 e
 altrettanto
 capitale,
 dei
 fattori
 economici che
 hanno
 orientato
 le
 ricerche
 e
 dettato
 i
 loro
 campi
 di
 applicazione.
 O quello
 del
 progressivo
 assoggettamento
 di
 scienziati
 e
 ingegneri
 alle
 mire dell’industria.
O,
ancora,
quello
dei
nuovi
lessici
che
vengono
continuamente inventati
e
arrivano
a
costituire
delle
neolingue,
accompagnano
le
evoluzioni e
 fissano
 le
 rappresentazioni
 collettive.
 Queste
 scelte
 strategiche
 non
 si escludono
 reciprocamente
 e
 non
 rappresentano
 un
 insieme
 esaustivo; l’indagine
 genealogica
 può
 seguire
 una
 moltitudine
 di
 sentieri
 allo
 scopo
 di mostrare
la
natura
composita,
e
la
derivazione
da
molteplici
giochi
di
forza, che
caratterizza
qualsiasi
fatto
storico. Visto
 e
 considerato
 il
 potere
 di
 cui
 godono
 oggi
 le
 tecnologie
 digitali,
 è
 più che
mai
necessario
comprendere
in
cosa
le
loro
proprietà
e
le
loro
funzioni rappresentino
 una
 rottura
 con
 quelle
 che
 le
 hanno
 precedute,
 sin
 dal momento
 della
 loro
 comparsa
 e
 fino
 ai
 giorni
 nostri,
 e
 individuare
 i
 fattori che
vi
concorrono.
Per
più
di
un
secolo,
la
vocazione
dell’informatica
è
stata quella
 di
 facilitare
 la
 salvaguardia
 e
 il
 trattamento
 delle
 informazioni,
 e
 di fornire
una
visibilità
dettagliata
di
vari
fenomeni,
portando
a
un
aumento
di

controllo
da
parte
di
enti
o
persone
nell’esercizio
di
un’attività
professionale o
 privata.
 Da
 poco
 la
 situazione
 si
 è
 ribaltata
 e
 l’informatica
 è
 diventata,
 in modo
tanto
impercettibile
quanto
massiccio,
un’istanza
destinata,
più
che
a dare
informazioni,
a
orientare
l’azione
umana. È
 possibile
 individuare
 con
 precisione
 il
 momento
 che
 ha
 inaugurato
 il desiderio
di
gestire
al
meglio
certe
situazioni
tramite
processi
automatizzati. Trattasi
 della
 gara
 di
 appalto
 lanciata
 nel
 1888
 dall’Ufficio
 del
 censimento degli
 Stati
 Uniti
 che,
 vista
 la
 rapida
 crescita
 demografica
 dovuta
 alla massiccia
 immigrazione,
 ambiva
 a
 perfezionare
 i
 metodi
 impiegati
 fino
 a quel
 momento.
 L’ingegnere
 Herman
 Hollerith
 aveva
 concepito
 per l’occasione
 una
 macchina
 statistica
 a
 schede
 perforate
 che
 codificava
 le caratteristiche
degli
individui:
età,
sesso,
professione,
situazione
familiare… La
 macchina
 consentiva
 la
 registrazione
 immediata
 dei
 dati
 e
 ne
 facilitava l’indicizzazione.
 Inoltre
 le
 operazioni
 venivano
 effettuate
 in
 tempi estremamente
 rapidi
 e
 necessitavano
 di
 un
 numero
 limitato
 di
 persone.
 Il progetto
 andò
 in
 porto.
 Forte
 del
 suo
 brevetto,
 Hollerith
 fondò
 nel
 1896
 la Tabulating
 Machine
 Company
 di
 cui
 diventò
 l’ingegnere
 capo.
 In
 seguito l’azienda
 avrebbe
 preso
 il
 nome
 di
 International
 Business
 Machines
 (IBM) che
 avrebbe
 elaborato
 apparecchi
 destinati
 alla
 raccolta
 di
 dati:
 “L’effettiva giustificazione
per
la
raccolta
di
grandi
quantità
di
dati
sta
nella
capacità
di trarre
 conclusioni
 […]
 e
 garantire
 una
 stima
 sicura
 degli
 avvenimenti presenti
 e
 futuri”.3
 Questi
 principi
 determinarono
 la
 traiettoria dell’informatica
nel
corso
dei
decenni
successivi. Tuttavia,
 durante
 la
 Seconda
 guerra
 mondiale,
 tutt’altro
 tipo
 di responsabilità
 è
 stato
 attribuito
 ad
 alcuni
 strumenti
 di
 calcolo.
 Non intrattengono
 legami
 diretti
 con
 il
 meccanismo
 elaborato
 da
 Alan
 Turing
 – che
 per
 mezzo
 della
 macchina
 Enigma
 permetteva
 di
 decifrare
 i
 messaggi scambiati
 dalle
 truppe
 naziste
 contribuendo,
 in
 parte,
 alla
 vittoria
 degli Alleati
–,
ma
sono
il
risultato
di
un
apparato
di
nuovo
genere,
realizzato
in quello
 stesso
 periodo,
 meno
 conosciuto
 ma
 testimone
 di
 un’evoluzione decisiva.
In
seguito
alla
richiesta
del
segretario
alla
Difesa
degli
Stati
Uniti, l’ingegnere
 informatico
 John
 Eckert
 e
 il
 fisico
 John
 William
 Mauchly concepirono
 un
 sistema,
 messo
 in
 campo
 a
 partire
 dal
 1945,
 che
 effettuava calcoli
balistici
su
base
probabilistica.
Il
sistema
raccoglieva
informazioni
di varia
 natura,
 in
 particolare
 quelle
 fornite
 dai
 radar
 che
 seguivano
 la traiettoria
 e
 la
 velocità
 degli
 aerei
 nemici,
 e
 verificava
 le
 condizioni meteorologiche.
 La
 sua
 funzione
 era
 quella
 di
 indicare,
 in
 tempo
 reale,
 il momento
più
opportuno
per
attivare
il
lancio
di
un
missile,
venendo
così
a

sostituirsi
 improvvisamente
 alle
 centinaia
 di
 persone
 che
 fino
 a
 quel momento
avevano
lavorato
sulle
tavole
di
tiro.
Questo
complesso
dispositivo, contrariamente
a
quello
di
Turing
che
raccoglieva
informazioni
per
poi
agire di
conseguenza,
era
guidato
da
un
procedimento
capace
di
indicare,
in
modo affidabile,
l’istante
propizio
nel
quale
avviare
una
data
manovra.
È
lo
stesso principio
che
una
decina
di
anni
dopo
avrebbe
guidato
le
ricerche
di
Claude Shannon,
 uno
 dei
 teorici
 della
 cibernetica,
 che
 intendeva
 mettere
 a
 punto una
 “macchina
 destinata
 a
 valutare
 le
 situazioni
 militari
 e
 a
 determinare
 la mossa
 migliore
 da
 fare
 in
 ogni
 particolare
 momento”.4
 Da
 lì
 in
 poi,
 la missione
 dell’informatica
 non
 sarebbe
 stata
 più
 solo
 quella
 di
 esporre
 la cartografia
 di
 certi
 Stati
 al
 fine
 di
 decidere
 le
 migliori
 azioni
 da intraprendere,
ma
anche
quella
di
comunicare
la
natura
e
l’opportunità
dei gesti
da
compiere. Ciononostante,
 al
 termine
 della
 guerra,
 l’assistentato
 automatizzato,
 basato sulla
 capacità
 predittiva
 dei
 sistemi
 e
 considerato
 utile
 nell’ambito
 di
 un conflitto
mondiale
dall’esito
incerto,
non
sembrava
più
rispondere
ai
bisogni dell’epoca.
 Davanti
 a
 società
 e
 paesaggi
 in
 rovina,
 la
 priorità
 era
 quella
 di ricostruire
nel
minor
tempo
possibile
le
nazioni
su
basi
solide.
Nel
corso
dei vent’anni
successivi,
e
nonostante
le
velleità
della
cibernetica
di
voler
erigere il
 feedback
 (retroazione)
 a
 principio
 tecnologico
 e
 organizzativo
 cardine,
 la tendenza
 che
 prevalse
 fu
 quella
 più
 modesta
 e
 pragmatica
 di
 gestire
 con efficacia
certi
settori
di
attività
tramite
processi
ad
hoc.
Questa
propensione riprendeva
la
vocazione
iniziale
dell’informatica,
considerata
uno
strumento di
controllo
nell’amministrazione
delle
cose.
È
seguendo
questo
scopo
che
le macchine
 calcolatrici
 furono
 progressivamente
 utilizzate,
 all’interno
 di
 enti pubblici,
 come
 quelli
 previdenziali
 o
 l’agenzia
 delle
 entrate,
 o
 nelle
 grandi aziende.
 Il
 movimento
 di
 informatizzazione
 crescente
 che
 seguì,
 favorì
 la gestione
 ottimizzata
 delle
 informazioni
 relative
 a
 certe
 abitudini
 della popolazione,
 alla
 produzione
 industriale,
 alle
 transazioni,
 al
 personale,
 al controllo
 delle
 relazioni
 con
 gli
 operatori
 e
 con
 i
 clienti,
 e
 contribuì
 alla progressiva
introduzione
di
nuove
tecniche
di
management. Tutti
 fattori
 che
 hanno
 portato
 ai
 fenomeni
 congiunti
 della razionalizzazione
 progressiva
 della
 società
 e
 dello
 sviluppo
 dell’economia capitalista.
 Questi
 processi
 si
 caratterizzavano
 per
 il
 fatto
 di
 basarsi
 su
 un accesso
ai
dati
immediato,
ma
fondato
su
una
forma
di
distanza
che
separava i
 numeri,
 i
 diagrammi
 e
 le
 descrizioni
 dalle
 persone,
 permettendo
 loro
 in teoria,
 previa
 consultazione,
 di
 agire
 a
 loro
 piacimento
 e
 con
 tempi
 diversi. L’introduzione
dei
primi
personal
computer
si
inserisce
in
quest’ottica:
essi offrivano
agli
individui
la
possibilità
di
usare
fogli
elettronici,
redigere
testi
e

impaginarli
grazie
ai
primi
programmi
per
la
composizione
di
testi,
o
giocare a
 videogiochi
 rudimentali.
 Più
 tardi,
 la
 conversione
 del
 suono
 in
 codici binari,
 avvenuta
 nel
 corso
 degli
 anni
 Ottanta,
 e,
 nel
 decennio
 successivo, quella
 dell’immagine
 fissa
 e
 animata,
 estesero
 all’insieme
 dei
 campi simbolici
 la
 gestione
 facilitata
 dell’informazione
 per
 mezzo
 di
 software specifici.
Quello
che
emergeva
era
la
capacità
degli
utenti
di
intrattenere
un rapporto
 personale
 e
 ludico
 con
 le
 loro
 macchine,
 benché
 all’interno
 di contesti
 tecnici
 circoscritti.
 Anche
 in
 questo
 caso
 le
 persone
 disponevano della
 libertà
 di
 agire
 come
 preferivano
 di
 fronte
 al
 loro
 schermo,
 ed
 era proprio
 questo
 a
 esaltarle
 e
 a
 generare
 progressivamente
 un
 entusiasmo diffuso
quasi
su
scala
mondiale. La
metà
degli
anni
Novanta
venne
segnata
da
un
avvenimento
decisivo,
ma molto
più
discreto
di
quanto
non
fu
la
contemporanea
nascita
di
internet,
e che
 solo
 più
 tardi
 –
 solo
 oggi
 potremmo
 dire
 –
 si
 sarebbe
 rivelato
 di importanza
capitale,
al
pari
di
quei
“grandi
avvenimenti”
che,
per
dirla
con Nietzsche,
 “incedono
 con
 passi
 di
 colomba”:
 mi
 riferisco
 alla
 diffusione
 dei “sistemi
 esperti”.
 Erano
 dispositivi
 destinati
 a
 dedurre,
 in
 modo
 rapido
 e teoricamente
affidabile,
alcuni
fatti
a
partire
da
un
insieme
di
informazioni di
base.
I
primi
sistemi
esperti
erano
apparsi
una
trentina
di
anni
prima;
è
il caso
di
Dendral,
comparso
nel
1965
e
concepito
per
identificare
i
componenti chimici
 di
 un
 materiale,
 o
 di
 Mycin,
 elaborato
 agli
 inizi
 degli
 anni
 Settanta per
formulare
diagnosi
di
alcune
malattie
del
sangue
e
suggerire
prescrizioni mediche
 considerate
 appropriate;
 questi
 prototipi
 non
 vennero
 mai
 usati nella
 pratica
 per
 via
 della
 loro
 incerta
 efficacia.5
 Si
 dovranno
 aspettare vent’anni,
e
i
progressi
delle
tecniche
euristiche
e
di
inferenza,
perché
queste procedure
comincino
a
diffondersi.6
Vennero
utilizzate
per
scopi
ben
precisi, come
 la
 possibilità
 di
 stabilire
 valutazioni
 di
 architetture
 informatiche
 o
 di certi
 aspetti
 della
 manutenzione
 aerea,
 prima
 di
 diventare
 strumenti comunemente
 impiegati
 in
 banca,
 nel
 settore
 assicurativo,
 in
 finanza,
 per valutare
il
comportamento
di
un
cliente,
per
determinare
la
sua
solvibilità
in caso
di
richiesta
di
finanziamento,
per
quantificare
il
livello
di
rischio
di
un assicurato,
o
per
anticipare
il
valore
di
certi
titoli. Alcuni
 sistemi
 informatici
 si
 vedevano
 investiti
 di
 una
 competenza
 che, fino
a
quel
momento,
non
rientrava
nell’ambito
né
delle
loro
prerogative
né delle
loro
capacità:
quella,
cioè,
di
valutare
le
proprietà
di
certe
situazioni.
A questa
 funzione
 se
 ne
 aggiungeva
 poi
 un’altra,
 ancora
 più
 sconcertante: rivelare
fenomeni
celati
alla
nostra
coscienza.
Questa
predisposizione
prese
il nome
 di
 data
 mining,
 letteralmente
 “estrazione
 di
 dati”,
 e
 riguardava
 la capacità
 acquisita
 dai
 programmi
 di
 scovare
 correlazioni
 all’interno
 di

database
al
fine
di
individuare
legami
significativi
tra
diversi
fatti.
Uno
degli esempi
 più
 noti,
 risalente
 alla
 fine
 degli
 anni
 Novanta
 e
 che
 potremmo considerare
 inaugurale,
 fu
 l’iniziativa
 di
 Walmart,
 gigante
 americano
 della distribuzione,
 che
 volle
 analizzare
 con
 precisione
 le
 abitudini
 dei
 suoi consumatori.
 L’integrazione
 di
 questo
 sistema
 aveva
 permesso
 di
 rilevare che
le
vendite
di
pannolini
e
quelle
di
birra
aumentavano
di
pari
passo
e
in modo
 sostanziale
 il
 sabato,
 dalle
 prime
 ore
 del
 mattino
 fino
 a
 metà pomeriggio,
 nelle
 ore
 cioè
 che
 precedevano
 le
 partite
 di
 baseball.
 La conclusione
 a
 cui
 si
 giunse
 fu
 che
 i
 clienti,
 principalmente
 uomini, effettuavano
 acquisti
 in
 vista
 dei
 bisogni
 del
 weekend
 e
 in
 previsione
 delle trasmissioni
 in
 programma.
 Resisi
 conto
 di
 questa
 correlazione,
 i
 negozi decisero
 di
 collocare
 i
 prodotti
 in
 questione
 su
 scaffali
 vicini.
 Se
 è
 vero
 che non
fu
il
dispositivo
a
cogliere
la
causa
di
tale
concordanza,
è
vero
anche
che esso
permise
di
svelare
comportamenti
fino
a
quel
momento
mai
rilevati.
Da allora
 questa
 attitudine
 interpretativa
 non
 ha
 smesso
 di
 perfezionarsi
 e costituisce
l’asse
principale
delle
ricerche
condotte
nelle
scienze
del
calcolo
e dei
dati.
È
la
stessa
che
oggi
permette
di
calcolare
in
tempo
reale
i
percorsi stradali
meno
trafficati,
di
identificare
le
persone
considerate
più
adatte
a
un dato
“profilo”
nei
vari
siti
di
incontri,
di
individuare
anomalie
all’interno
di un
 gruppo,
 o
 di
 diagnosticare
 certi
 tipi
 di
 cancro,
 per
 citare
 solo
 alcuni esempi.
 Questa
 funzionalità
 testimonia
 la
 facoltà
 cognitiva
 di
 cui
 oggi
 le tecnologie
digitali
sono
dotate. Prende
 corpo
 un
 nuovo
 modello,
 quello
 che
 vede
 i
 sistemi
 computazionali assumere
 una
 posizione
 di
 superiorità
 nella
 conoscenza
 delle
 cose.
 La volontà
 di
 detenere
 un
 controllo
 maggiore
 grazie
 all’informatica
 si accompagnava
inevitabilmente
alla
pluralità
di
orientamenti
e
fini
degli
enti o
 delle
 persone
 che
 si
 confrontavano
 con
 i
 risultati
 dei
 calcoli.
 Potevano servirsene
come
semplici
banche
dati
o
per
avviare
azioni
che
rispondessero ai
loro
interessi
e
su
basi
temporali
variabili.
L’intelligenza
artificiale
elimina questa
duttilità
a
beneficio
di
equazioni
che,
per
il
valore
di
verità
che
è
loro riconosciuto
 e
 per
 la
 conseguente
 aura,
 si
 impongono
 senza
 ambiguità,
 in pochissimo
 tempo
 e
 in
 modo
 sempre
 più
 automatizzato
 sullo
 svolgimento delle
 vicende
 umane.
 Quello
 che
 rende
 possibile
 l’avvento
 di
 questa sistematica
è
l’orizzonte
antropomorfico
a
cui
punta
d’ora
in
avanti
il
mondo tecnoscientifico,
 che
 conduce
 all’elaborazione
 di
 dispositivi
 dotati, analogamente
a
noi,
della
capacità
di
valutare
e
prendere
decisioni,
facendo emergere,
attraverso
gli
standard
e
gli
interessi
di
cui
essi
si
fanno
portatori, una
nuova
era
della
razionalità
economica
e
sociale.
Questa
linea
si
inscrive perfettamente
 nella
 continuità
 della
 storia
 dell’informatica,
 ma
 supera
 una

soglia;
 la
 sua
 ambizione
 iniziale
 assume,
 infatti,
 oggi
 una
 misura virtualmente
 integrale,
 conformemente
 alla
 concezione
 di
 Norbert
 Wiener che,
 grazie
 al
 principio
 della
 modellazione
 dei
 sistemi
 sulla
 figura
 umana, intendeva
 imprimere
 il
 migliore
 corso
 possibile
 all’ordine
 generale
 del mondo:
“La
macchina,
così
come
l’organismo
vivente,
può
essere
considerata come
 un
 dispositivo
 che
 sembra,
 localmente
 e
 temporaneamente,
 resistere alla
tendenza
generale
all’aumento
dell’entropia.
Per
via
della
sua
capacità
di prendere
decisioni,
può
produrre
attorno
a
sé
una
zona
di
organizzazione
in un
mondo
in
cui
la
tendenza
generale
è
quella
di
disorganizzarsi”.7

1.2
IL
DIVENIRE
ANTROPOMORFICO L’uomo
 è
 da
 sempre
 animato
 da
 un’inquietante
 passione:
 generare
 doppi artificiali
di
sé
stesso.
Sin
dall’Antichità,
la
storia
è
disseminata
di
episodi
in cui
gli
esseri
umani
cercano,
sotto
diverse
forme,
di
concepire
creature
con
la loro
 stessa
 conformazione
 e
 dotate,
 a
 seconda
 dei
 casi,
 di
 qualità cinestetiche,
sensomotorie,
propriocettive
e,
soprattutto,
cognitive.
Da
dove viene
 questa
 particolare
 fame
 di
 generare
 una
 replica
 di
 noi
 stessi?
 Nasce forse
 dal
 desiderio
 di
 lanciarci
 in
 un’avventura
 estrema,
 di
 sfidare l’impossibile,
 di
 provare
 una
 forza
 demiurgica?
 Nonostante
 esista un’abbondante
 letteratura
 a
 sostegno
 di
 tali
 rappresentazioni,
 sarebbe
 un errore
fermarsi
qui.
A
ben
guardare,
la
vera
aspirazione
è
creare
qualcosa
di molto
più
potente
di
noi,
a
partire
però
dalla
nostra
costituzione,
considerata un’armatura
 biologica
 e
 intellettiva
 perfetta.
 Dietro
 l’ambizione
 di
 una riproduzione
 antropomorfa,
 si
 nasconde
 sempre
 il
 desiderio
 di
 far
 sorgere un’entità
dotata
di
poteri
superiori. Nella
 Genesi
 è
 scritto
 che
 “Dio
 ha
 creato
 l’uomo
 a
 sua
 immagine
 e somiglianza”.
 La
 formula
 può
 essere
 rovesciata
 per
 affermare,
 in
 senso areligioso,
che
sono
stati
gli
uomini
a
concepire
la
figura
divina
monoteista “a
 loro
 immagine
 e
 somiglianza”
 secondo
 un
 progetto
 che
 radicalizza all’estremo
 il
 principio
 per
 il
 quale
 quando
 si
 esprime
 la
 volontà
 di
 dare corpo
 a
 un
 essere,
 reale
 o
 immaginario,
 tendenzialmente
 analogo,
 questi
 si trova
 immancabilmente
 gratificato
 da
 una
 potenza
 senza
 eguali. Probabilmente
 questo
 è
 il
 frutto
 di
 una
 doppia
 passione,
 apparentemente incompatibile,
che
vede,
da
una
parte,
la
percezione
di
noi
stessi
come
situati al
 primo
 posto
 della
 gerarchia
 delle
 sostanze
 del
 mondo,
 conformemente
 a una
 visione
 antropocentrica,
 e,
 dall’altro
 l’odio
 nei
 confronti
 della
 nostra condizione,
 sottoposta
 a
 dei
 limiti
 e
 ai
 rischi
 del
 mondo,
 eminentemente vulnerabile
e
infine
corruttibile.
Dare
vita
a
una
creatura
similare
risponde
al

desiderio,
 più
 o
 meno
 consapevole,
 di
 sbrogliare
 questa
 tensione inestricabile,
 di
 scongiurare
 la
 tragicità
 della
 nostra
 esistenza.
 L’intento
 è quello
 di
 vedere
 delle
 esistenze,
 in
 parte
 simili
 a
 noi
 ma
 dalle
 facoltà moltiplicate,
 dare
 corso
 a
 varie
 azioni
 con
 un’efficacia
 amplificata
 e
 una costanza
infallibile,
al
fine
di
garantire
una
migliore
gestione
delle
cose
che
ci riguardano.
Qualsiasi
desiderio
di
dare
vita
a
degli
artefatti
che
si
ispirino
ai nostri
tratti
mira,
in
fin
dei
conti,
all’instaurazione
di
un’organizzazione
più affidabile
e
perfetta
delle
cose. È
 proprio
 in
 risposta
 a
 questo
 desiderio,
 più
 o
 meno
 riconosciuto,
 che
 al termine
 della
 Seconda
 guerra
 mondiale
 alcuni
 ricercatori
 provenienti
 da varie
discipline
si
riunirono.
Alcuni
di
loro,
o
dei
loro
familiari,
erano
fuggiti dall’Europa
nazista
negli
anni
Trenta
ed
erano
andati
a
rifugiarsi
negli
Stati Uniti.
 Il
 grave
 bilancio
 di
 morti,
 così
 come
 il
 trauma
 che
 il
 conflitto
 aveva generato
 a
 livello
 mondiale,
 unitamente
 ai
 notevoli
 progressi
 scientifici
 da esso
determinati
soprattutto
nel
campo
dell’informatica,
alimentò
in
loro
la volontà
di
costruire
dispositivi
destinati
non
più
a
seminare
la
morte,
ma
a prevenire
nuovi
tracolli.
Questa
fiducia
è
inscindibile
da
un
momento
storico che
 vede
 l’emergere
 di
 una
 tecnologia
 diventata
 così
 potente
 da
 trovarsi investita
 di
 una
 forza
 distruttiva
 virtualmente
 totale
 che
 i
 bombardamenti atomici
 di
 Hiroshima
 e
 Nagasaki
 rivelarono
 al
 terrore
 del
 mondo.
 La tecnoscienza,
 mossa
 da
 velleità
 demiurgiche,
 aveva
 creato
 le
 condizioni
 per una
possibile
estinzione
dell’umanità
che
Günther
Anders
aveva
denunciato con
forza
nel
suo
libro
Die
Atomare
Drohung
(La
minaccia
nucleare).8
Ma una
 padronanza
 dell’alta
 tecnologia
 ispirata
 da
 intenzioni
 radicalmente diverse
 dovrebbe
 condurre
 all’esatto
 contrario
 e
 contribuire
 a
 far
 emergere un
mondo
pacifico
e
meglio
organizzato. Il
 nuovo
 male
 era
 identificato:
 l’entropia.
 Una
 nozione
 improntata
 alla termodinamica,
che
indica
la
tendenza
di
qualsiasi
sostanza
fisica
ad
andare verso
 la
 disintegrazione
 e
 a
 provocare
 forme
 di
 caos:
 “Il
 mondo
 intero obbedisce
 al
 secondo
 principio
 della
 termodinamica:
 l’ordine
 diminuisce,
 il disordine
 aumenta”.9
 In
 realtà,
 l’uso
 del
 termine
 trae
 origine
 da
 una metonimia
 e
 si
 riferisce
 solo
 ai
 modi
 di
 organizzazione
 sociale,
 cercando
 di far
 evitare
 loro
 irregolarità
 potenzialmente
 nefaste.
 Insieme
 fondarono
 una nuova
 disciplina
 che,
 di
 proposito,
 fu
 chiamata
 “cibernetica”
 da
 Norbert Wiener
 nel
 1948:
 “Fino
 a
 poco
 tempo
 fa
 non
 esisteva
 una
 parola
 che indicasse
questo
complesso
di
idee,
e
per
poter
indicare
l’intero
campo
con un
unico
termine
sono
stato
costretto
a
inventarmene
uno.
Donde
la
parola ‘cibernetica’
 che
 ho
 derivato
 dalla
 parola
 greca
 kubernetes,
 ossia
 ‘pilota’,
 la stessa
parola
greca
da
cui
deriva
anche
il
termine
‘governatore’”.10
Sin
dalle

sue
origini
questa
corrente,
questo
“complesso
di
idee”,
intendeva
instaurare un
 ordine
 che
 rivestisse
 un’efficacia
 politica
 resa
 possibile
 grazie all’elaborazione
di
appositi
apparecchi. La
 conformazione
 antropomorfa
 avrebbe
 conferito
 loro
 proprietà
 umane, strettamente
 cognitive,
 e
 alla
 lunga
 sarebbero
 stati
 dotati
 di
 attitudini aumentate.
 Questo
 principio
 teorico
 nasceva
 da
 un
 articolo
 scritto
 alcuni anni
prima,
nel
1943,
dal
ricercatore
in
neurologia
Warren
McCulloch
e
dal matematico
 e
 psicologo
 Walter
 Pitts;
 McCulloch
 e
 Pitts
 affermavano
 che
 il “cervello
 rappresenta
 una
 bella
 macchina”,
 e
 che
 si
 poteva
 immaginare
 di riprodurlo
 in
 parte
 o
 integralmente.11
 Ne
 identificarono
 alcune caratteristiche
principali,
come
il
fatto
di
essere
costituito
principalmente
di neuroni
 connessi
 tra
 loro
 da
 sinapsi
 e
 la
 cui
 intensità
 di
 attività
 varia
 a seconda
 degli
 stimoli
 ricevuti
 secondo
 uno
 schema
 che
 costituirebbe
 il fondamento
 della
 teoria
 connessionista
 nelle
 scienze
 dell’informazione. Questa
 tesi
 fu
 oggetto
 di
 convegni
 e
 dibattiti
 che
 si
 tennero
 a
 intervalli regolari
tra
il
1946
e
il
1953
a
New
York
nell’ambito
delle
Macy
Conferences che
riunirono
matematici,
logici,
antropologhi,
psicologi
ed
economisti
che
si erano
 dati
 come
 obiettivo
 quello
 di
 fondare
 una
 “scienza
 generale
 del funzionamento
della
mente”.
Il
ciclo
di
conferenze
gettò
le
basi
per
la
prima conferenza
 di
 Dartmouth,
 nell’estate
 del
 1956,
 che
 rappresentò
 il
 momento inaugurale
del
movimento
cibernetico
la
cui
ambizione
iniziale
era
analizzare una
 per
 una
 le
 funzioni
 del
 cervello
 umano
 e
 coglierne
 lo
 schema procedurale
 per
 poi
 riprodurlo
 all’interno
 di
 meccanismi
 artificiali: “Teoricamente,
 se
 potessimo
 costruire
 una
 struttura
 meccanica
 in
 grado
 di assolvere
tutte
le
funzioni
della
fisiologia
umana,
otterremmo
una
macchina dalle
capacità
intellettuali
identiche
a
quelle
degli
esseri
umani”.12
 Secondo questa
convinzione,
più
questa
macchina
fosse
stata
simile,
nell’architettura, al
 suo
 modello
 naturale,
 più
 col
 tempo
 avrebbe
 garantito
 una
 buona organizzazione
generale
della
società. Questa
disposizione
non
poteva
essere
formalizzata
se
gli
enti
evolvevano in
 modo
 isolato;
 al
 contrario,
 essi
 dovevano
 essere
 concepiti
 come
 sistemi aperti,
come
“organi
sensibili”
–
al
pari
di
qualsiasi
altra
sostanza
vivente
–, capaci
 di
 essere
 “influenzati”
 dal
 reale,
 di
 cogliere
 certe
 sue
 manifestazioni, di
scomporle
con
il
calcolo,
in
modo
che
poi
i
risultati
delle
analisi
potessero essere
 utilizzati
 per
 diversi
 fini,
 conformemente
 al
 principio
 cardinale dell’input
e
dell’output:
“La
prima
cosa
è
che
queste
macchine
per
svolgere determinati
compiti
devono
essere
dotate
di
organi
effettori
(equivalenti
alle braccia
e
alle
gambe
degli
esseri
umani)
grazie
ai
quali
questi
stessi
compiti possono
 essere
 svolti.
 La
 seconda
 è
 che
 devono
 essere
 in
 relazione
 con
 il

mondo
 esterno
 attraverso
 organi
 di
 senso
 (come
 cellule
 fotoelettriche
 o termometri)
 che
 non
 solo
 dicono
 loro
 quali
 sono
 le
 circostanze
 esterne,
 ma consentono
 anche
 di
 registrare
 l’adempimento
 o
 il
 non
 adempimento
 dei loro
compiti”.13
“In
altre
parole
l’intero
sistema
corrisponderà
in
tutto
e
per tutto
all’animale,
con
organi
di
senso,
effettori
e
propriocettori,
e
non
come nella
macchina
calcolatrice
ultrarapida
a
un
cervello
isolato
le
cui
esperienze ed
efficacia
dipendono
dal
nostro
intervento.”14 Donde
 l’importanza
 del
 feedback,
 ossia
 della
 retroazione,
 nel
 progetto cibernetico,
che
intende
ridurre
ogni
fenomeno
a
un’informazione
chiamata a
 essere
 raccolta
 e
 interpretata
 dalle
 macchine
 affinché
 le
 conclusioni permettano,
alle
macchine
stesse,
in
modo
automatizzato,
o
alle
persone,
di mettere
 in
 atto
 le
 soluzioni
 considerate
 migliori.
 Questa
 aspirazione
 al controllo
virtuoso
e,
alla
lunga,
infallibile
del
funzionamento
del
mondo,
ha costituito
il
cuore
dell’obiettivo
cibernetico,
e
questo
in
ragione
del
fatto
che l’alta
 tecnologia
 del
 dopoguerra
 doveva
 rivestire
 una
 funzione
 regolatrice, essere
 dotata
 di
 poteri
 omeostatici:
 “Il
 processo
 attraverso
 cui
 noi
 esseri viventi
 resistiamo
 al
 flusso
 generale
 di
 disfacimento
 e
 decomposizione
 è conosciuto
con
il
nome
di
omeostasi”.15
“L’ossigeno,
l’anidride
carbonica
e
i sali
 presenti
 nel
 nostro
 sangue,
 così
 come
 gli
 ormoni
 rilasciati
 dalle
 nostre ghiandole
 endocrine,
 sono
 tutti
 regolati
 da
 meccanismi
 che
 tendono
 a opporsi
 a
 qualsiasi
 cambiamento
 indesiderato.
 Questi
 meccanismi, conosciuti
 con
 il
 nome
 di
 omeostasi,
 sono
 meccanismi
 di
 retroazione esattamente
 come
 quelli
 che
 possiamo
 trovare,
 in
 modo
 certo
 amplificato, negli
automi
meccanici.”16 Alla
fine,
lo
stato
ancora
parziale
delle
tecniche
a
disposizione
ridusse
questo programma
ambizioso
a
un
semplice
insieme
di
formulazioni
teoriche.
Dopo un’iniziale
fase
di
progressi,
si
concluse
verso
la
metà
degli
anni
Sessanta
con un
fiasco
totale.
Quello
che
avvenne
non
fu
tanto
la
realizzazione
di
cervelli artificiali
superiori
e
inalterabili
o
l’avvento
di
un
mondo
interamente
retto dal
 feedback,
 quanto
 un
 aumento
 dell’informatizzazione
 della
 società
 con l’unico
obiettivo
di
tendere
verso
un’amministrazione
sempre
più
ottimizzata delle
 cose.
 Tuttavia,
 per
 via
 della
 sua
 importanza,
 della
 sua
 audacia
 e
 della sua
 folle
 smisuratezza,
 l’aspirazione
 cibernetica
 avrebbe
 lasciato un’impronta
 potente
 e
 indelebile
 nella
 storia
 dell’informatica
 e,
 più
 in generale,
in
quella
delle
idee.
Essa
aveva
fatto
germogliare
nelle
coscienze
la convinzione
che
le
macchine
calcolatrici
potessero
contribuire
a
stabilire
un buon
ordine
generale
in
tutto
ciò
che
riguardava
la
vita
dell’uomo,
superando di
molto
le
semplici
attitudini
di
classificazione,
indicizzazione
e
trattamento facilitato
delle
informazioni.17
Per
questo
motivo,
nel
corso
dei
decenni
che

seguirono,
 si
 tentò
 più
 e
 più
 volte
 di
 rianimare
 il
 suo
 spirito,
 ma
 a
 ogni tentativo
 di
 ripresa
 i
 suoi
 promotori
 si
 scontravano
 con
 nuove
 fasi
 di disillusione
 alle
 quali
 fu
 poi
 dato
 il
 nome
 di
 “inverno
 dell’intelligenza artificiale”.
Dal
2010
in
poi,
abbiamo
assistito
al
ritorno
massiccio
di
questa aspirazione,
 sostenuta
 non
 più
 da
 un
 numero
 ristretto
 di
 persone,
 ma
 da eserciti
 di
 tecno-scienziati
 che
 portano
 avanti
 le
 loro
 ricerche
 in
 tutti
 e cinque
i
continenti
e
beneficiano
di
finanziamenti
cospicui. Oggi
 l’ambizione
 di
 costruire
 processori
 modellati
 sul
 cervello
 umano rappresenta
 l’asse
 portante
 che
 guida
 le
 ricerche
 condotte
 nei
 laboratori
 di scienze
 computazionali,
 contribuendo
 così
 alla
 costituzione
 di
 un “neurolessico”
 direttamente
 ispirato
 a
 quello
 originariamente
 forgiato
 da Norbert
 Wiener
 e
 dai
 suoi
 amici.
 La
 IBM,
 per
 esempio,
 sostiene
 di
 aver messo
 a
 punto
 dei
 “chip
 sinaptici”;
 Intel,
 leader
 mondiale
 dei semiconduttori,
 ha
 elaborato
 un
 chip
 detto
 “neuromorfico”,
 che “imparerebbe”
 ed
 evolverebbe
 grazie
 a
 qualche
 centinaia
 di
 migliaia
 di “neuroni”
e
centinaia
di
milioni
di
“sinapsi”,
e
annuncia
di
voler
introdurre sul
 mercato
 un
 “processore
 neurale”.
 Le
 architetture
 funzionerebbero
 alla maniera
 dei
 “processi
 cellulari”
 e
 sarebbero
 gestite
 da
 “algoritmi
 genetici”. La
 lista
 dei
 termini
 improntati
 alle
 scienze
 neurali,
 ma
 anche
 a
 quelle
 del vivente,
 non
 smette
 di
 crescere.18
 Questa
 terminologia,
 che
 dipende
 da
 un “atto
 di
 forza
 retorico”
 vista
 la
 struttura
 molto
 schematica
 dei
 sistemi rispetto
 al
 loro
 modello
 di
 ispirazione,
 si
 inscrive
 nella
 tendenza contemporanea
 ad
 accordare
 una
 posizione
 preminente
 alle
 neuroscienze cognitive
e
comportamentali,
come
se
la
comprensione
degli
ingranaggi
del cervello
e
la
conseguente
presa
in
considerazione
dei
suoi
circuiti
altamente dinamici
 dovessero
 servire
 da
 parametro
 a
 molte
 delle
 attività
 umane.
 È
 il motivo
 per
 cui
 diverse
 discipline
 aggiungono
 di
 buon
 grado
 il
 prefisso “neuro”
 al
 loro
 nome.
 Ecco
 dunque
 che
 si
 parla
 di
 “neuroeconomia”, “neuromanagement”,
 “neuropolitica”
 o,
 ancora,
 “neuroeducazione”,
 alcuni dei
tanti
casi
che
mostrano
una
certa
attrazione
per
la
“plasticità
cerebrale”, la
quale
deve
servire
da
modello
per
qualsiasi
comportamento
individuale
o collettivo
mosso
da
ribollenti
flussi
energetici
ininterrotti
che
tendono
verso la
sua
espressione
migliore.19 Di
tutto
questo
apparato
verbale
addobbato
per
così
dire
di
fronzoli
fanno un
uso
spropositato
l’industria
del
digitale
e
i
ricercatori
ad
essa
sottomessi, e
ciò
al
solo
scopo
di
dare
alle
loro
opere
un’aura
di
prestigio
simbolico.
In realtà
esso
nasconde
l’instaurazione
sempre
più
incalzante
di
un
ordine
delle cose
 in
 linea
 con
 il
 sacrosanto
 principio
 della
 massima
 reattività
 e
 del massimo
 rendimento
 al
 quale
 tutte
 le
 componenti
 della
 società
 devono

rispondere
 –
 gli
 individui,
 il
 loro
 stile
 di
 vita,
 la
 loro
 forza
 lavoro,
 le istituzioni
pubbliche,
gli
ospedali,
le
scuole,
le
aziende,
le
reti
di
trasporti
–, d’ora
 in
 poi
 chiamate
 a
 sottoporsi
 continuamente
 al
 vincolo
 della
 minima “perdita”
 e
 del
 massimo
 guadagno.
 È
 chiaro
 dunque
 che
 la
 metafora
 del cervello
 sconfina
 dal
 semplice
 ambito
 della
 scatola
 cranica
 o
 da
 quello
 dei processori
 per
 estendersi
 a
 livello
 mondiale
 –
 essendo
 il
 mondo
 da
 poco considerato
 un’unità
 simile
 al
 nostro
 organo
 cerebrale,
 che
 simbolizza
 lo stadio
 supremo
 di
 una
 struttura
 reticolare
 omeostatica
 –,
 il
 cui funzionamento
 generale
 deve
 essere
 come
 regolato
 da
 un
 programma perfettamente
 incorporato
 che
 procede
 continuamente
 al
 migliore adeguamento
tra
tutti
i
suoi
neuroni
o
le
sue
“monadi
umane”,
o
ancora
ogni frammento
del
reale.
Questo
modello,
acme
del
vigore
energetico
del
vivente, è
 infatti
 compatibile
 con
 un
 altro
 modello,
 quello
 dell’economia
 ultraliberale,
 fondato
 sull’identificazione
 in
 tempo
 reale
 di
 qualsiasi
 occasione virtualmente
vantaggiosa
che
deve
senza
indugio
e
senza
fine
a
generare
cicli crescenti
di
rotazione
del
capitale. In
questo
senso
l’intelligenza
artificiale
non
rappresenta
solo
una
tecnologia, ma
incarna
più
esattamente
una
tecno­ideologia
che
permette
di
mescolare processi
 cerebrali
 e
 logiche
 economiche
 e
 sociali
 aventi
 come
 base
 comune uno
slancio
vitalistico
e
una
struttura
connessionista
altamente
dinamica.
La conformazione
 dal
 grossolano
 aspetto
 antropomorfico
 attribuita
 alle architetture
 computazionali
 è
 dovuta
 a
 un
 abile
 e
 tutto
 sommato
 brillante raggiro
che
non
deve
trarci
in
inganno;
esso
contribuisce
a
generalizzare
una specifica
metodologia
della
razionalità
fondata
sulla
destinazione
utilitarista e
lucrativa
di
ogni
momento
della
vita
e
modellata
su
una
sostanza
organica che
 lo
 inscriverebbe
 in
 un
 “ordine
 naturale
 delle
 cose”.
 Non
 solo
 la
 tecnica non
è
neutra
–
è
ridicolo
pensarlo!
–
e
non
dipende
dalle
nostre
abitudini
– che
 fantasia
 piena
 di
 prospettive
 di
 “riappropriazione
 positiva”!
 –,
 ma costituisce,
 ora
 più
 che
 mai,
 nel
 suo
 divenire
 prevalente,
 il
 supporto
 di schemi
 organizzativi
 che,
 nascondendosi
 dietro
 un
 lessico
 pomposo,
 sono chiamati
 a
 disciplinare
 la
 società
 seguendo
 un’efficienza
 continuamente amplificata
 dalla
 facoltà
 di
 auto-apprendimento
 di
 cui
 sono
 dotati
 i
 sistemi nutriti
di
“principi
educativi”
destinati
–
non
c’è
da
dubitarne,
soprattutto
se sono
 impregnati
 di
 “regole
 etiche”
 definite
 dal
 mondo
 social-liberista
 –
 ad amministrare
sempre
meglio
le
situazioni
umane.

1.3
IL
MACHINE
LEARNING:
VERSO
LE
TECNOLOGIE
DELLA
PERFEZIONE È

C’è
una
sedia
in
primo
piano.
È
di
legno
e
la
seduta
è
di
paglia
intrecciata.
Il punto
 di
 vista
 è
 rialzato,
 ad
 altezza
 d’uomo.
 La
 sedia,
 posta
 di
 traverso rispetto
 al
 disegno
 geometrico
 del
 pavimento
 formato
 dall’allineamento
 di mattonelle
 quadrate
 in
 cotto,
 conferisce
 all’insieme
 una
 sorda
 tensione.
 Il giallo
 ocra
 della
 sedia
 è
 complementare
 al
 pezzo
 di
 muro
 azzurro
 alle
 sue spalle
 e
 a
 un
 frammento
 della
 porta,
 dello
 stesso
 colore,
 posta
 alla
 sua sinistra,
che
non
fa
che
accentuare
questa
sensazione
di
dinamismo.
Nessun corpo
animato
prende
parte
alla
scena
che
colpisce
invece
per
la
sua
staticità e
 la
 sua
 immutabilità.
 Ma
 alcune
 foglie
 di
 tabacco
 che
 spuntano
 dal
 loro imballaggio
accanto
a
una
pipa
spenta
adagiata
su
un
fianco
oppongono
una vaga
 sensazione
 di
 effimero.
 Perché,
 nonostante
 la
 sua
 apparente immobilità,
 La
 sedia
 di
 Vincent,
 dipinta
 nel
 1888
 da
 Van
 Gogh
 (National Gallery,
Londra),
sembra
anche
testimoniare
la
continua
mutevolezza
a
cui
è costantemente
sottoposta
ogni
sostanza
fisica.
Al
pari
delle
tele
di
Cézanne, che
 nonostante
 la
 prevalenza
 di
 motivi
 immobili,
 come
 case,
 strade
 e montagne,
 sembrano
 animate
 da
 un
 movimento
 interno
 conferitole
 dalla pittura
a
coltello
e
dalle
pennellate
nervose.
Forse
è
perché
ogni
materia,
sia essa
organica,
vegetale,
persino
minerale,
subisce
processi
di
trasformazione più
 o
 meno
 sensibili
 e
 rapidi,
 secondo
 un
 principio
 confermato successivamente
 e
 in
 tutto
 il
 mondo
 dalla
 fisica
 quantistica,
 che
 Van
 Gogh, così
 come
 ognuno
 di
 noi,
 sente
 il
 bisogno
 di
 confrontarsi
 di
 tanto
 in
 tanto con
 quadri
 e
 ambienti
 pieni
 di
 stabilità,
 nonostante
 la
 necessaria effervescenza
che
agita
ogni
particella
dell’universo. È
una
forma
di
tranquillità
che
scaturisce
dalla
contemplazione
delle
cose
o dalla
familiarità
che
abbiamo
con
esse.
Al
di
là
della
loro
immediata
utilità, questa
sarebbe
una
delle
virtù
di
cui
ci
farebbero
godere,
smentendo,
con
la loro
 allure
 imperturbabile
 e
 perenne,
 i
 flussi
 indefinitamente
 fugaci
 della vita.
 Essendo
 in
 ogni
 momento
 sottomesse
 all’impermanenza
 del
 reale,
 le cose
 ci
 garantiscono
 la
 presenza
 confortante
 di
 un
 ordine
 apparentemente contrario,
conformemente
a
un
bisogno
segreto
che
aveva
analizzato
Hannah Arendt:
 “È
 questa
 [durevolezza]
 che
 dà
 alle
 cose
 del
 mondo
 la
 loro
 relativa indipendenza
dagli
uomini
che
le
producono
e
le
usano,
la
loro
‘oggettività’ che
le
fa
resistere,
‘contrastare’
e
sopportare,
almeno
per
qualche
tempo,
le esigenze
 e
 i
 bisogni
 voraci
 degli
 esseri
 viventi
 che
 le
 fanno
 e
 le
 usano.
 Da questo
punto
di
vista
le
cose
del
mondo
hanno
la
funzione
di
stabilizzare
la vita
 umana,
 e
 la
 loro
 oggettività
 sta
 nel
 fatto
 –
 in
 contrasto
 con
 il
 detto eracliteo
 che
 lo
 stesso
 uomo
 non
 può
 mai
 bagnarsi
 due
 volte
 nello
 stesso fiume
–
che
gli
uomini,
malgrado
la
loro
natura
sempre
mutevole,
possono

ritrovare
 il
 loro
 sé,
 cioè
 la
 loro
 identità,
 riferendosi
 alla
 stessa
 sedia
 e
 allo stesso
tavolo”.20 Tuttavia
 questa
 sensazione
 di
 permanenza
 è
 chiamata
 ad
 attenuarsi
 nel nostro
ambiente,
perché
ci
ritroveremo
a
vivere
con
dei
nuovi
tipi
di
artefatti d’ora
in
poi
sottratti
alla
stabilità
e
caratterizzati
da
una
ritmica
in
continua trasformazione
o,
più
precisamente,
da
infiniti
margini
di
miglioramento
nei compiti
 che
 gli
 sono
 assegnati.
 Questo
 principio
 oggi
 è
 possibile
 grazie
 alla messa
a
punto
di
sistemi
dotati
di
un
inquietante
potere
–
auto-apprendenti –,
 risultato
 delle
 tecniche
 del
 machine
 learning
 (letteralmente “apprendimento
macchina”).
Ciò
che
caratterizza
questi
dispositivi
è
che
essi sono
 capaci
 di
 “migliorarsi”
 grazie
 agli
 algoritmi
 che
 li
 guidano,
 destinati
 a far
 “assimilare”
 loro
 nuovi
 elementi
 nel
 corso
 delle
 operazioni
 effettuate
 e degli
 effetti
 prodotti,
 al
 fine
 di
 arricchire
 costantemente
 il
 loro
 livello
 di competenza.
 È
 il
 caso
 degli
 assistenti
 vocali
 come
 Google
 Home,
 che dovrebbero
 essere
 in
 grado
 di
 affinare
 continuamente
 le
 loro
 proposte
 di ascolto
 o
 le
 loro
 offerte
 in
 funzione
 dei
 dialoghi
 intrattenuti
 con
 l’utente
 e delle
richieste
formulate. Questa
 capacità
 è
 il
 risultato
 della
 conformazione
 antropomorfica attribuita
 alle
 tecnologie
 computazionali
 che,
 al
 pari
 della
 vita
 degli
 esseri umani,
 non
 si
 fermano
 a
 uno
 stadio
 iniziale
 costante
 ma
 si
 modificano
 a seconda
 delle
 “esperienze
 vissute”
 e
 delle
 nuove
 conoscenze
 acquisite,
 che consentono
 loro
 di
 trarre
 degli
 “insegnamenti”
 e
 di
 vedere
 costantemente perfezionate
 le
 proprie
 competenze.
 Tale
 diposizione
 è
 parte
 integrante
 di questi
 nuovi
 “individui
 tecnici”,
 per
 riprendere
 l’espressione
 di
 Gilbert Simondon,21
 qui
 più
 appropriata
 che
 mai,
 i
 quali,
 data
 la
 natura
 del
 loro “codice
 genetico”,
 diventano
 in
 qualche
 modo
 degli
 “esseri
 temporali”, realizzando
così
uno
degli
assiomi
della
cibernetica:
“Se
questo
principio
di trasformazione
è
soggetto
a
un
certo
criterio
di
merito
sul
funzionamento
e se
il
metodo
di
trasformazione
è
organizzato
in
modo
da
tendere
a
migliorare il
 funzionamento
 del
 sistema
 secondo
 questo
 criterio,
 si
 dice
 che
 il
 sistema impara”.22 Ma
 all’epoca
 si
 trattava
 di
 una
 teoria
 soggetta
 a
 limiti
 formali,
 e
 questo
 in ragione
della
forte
lacunosità
dell’infrastruttura
tecnica
a
disposizione.
Oggi questa
 ambizione
 prende
 corpo
 grazie
 alla
 messa
 a
 punto
 di
 architetture composte
 di
 unità,
 chiamate
 “neuroni”,
 che
 effettuano
 operazioni
 in
 un primo
 “strato
 di
 calcoli”
 il
 quale,
 una
 volta
 completato,
 viene
 “ritrasmesso” da
 uno
 strato
 successivo
 in
 vista
 di
 portare
 a
 termine
 altri
 compiti
 e
 il
 cui numero
 può
 arrivare
 fino
 a
 qualche
 decina,
 permettendo
 così
 di
 tendere

verso
livelli
di
complessità
sempre
più
elevati,
nella
prospettiva
di
riuscire
a effettuare
 trattamenti
 di
 confronto,
 di
 identificare
 similitudini
 con
 modelli determinati
 e
 di
 integrarli.
 Procedimenti
 come
 questi,
 funzionanti
 per “mattoni
di
calcoli”,
possono
per
esempio
essere
utilizzati
per
individuare
un oggetto
all’interno
di
un’immagine:
la
“rete
di
neuroni
artificiali”
definisce
la sua
discriminazione
degli
elementi
rappresentati
tramite
un
processo
simile alla
 messa
 in
 relazione
 continua,
 “pezzo
 per
 pezzo”,
 tra
 un
 riferimento
 di base
e
il
motivo
analizzato.
Questi
schemi
costituiscono
il
fondamento
della tecnologia
 del
 deep
 learning,
 basata
 in
 particolare
 su
 un
 “apprendimento” detto
“supervisionato”,
perché
sottoposto
allo
svolgimento
di
compiti
definiti i
quali
per
“allenamento”,
con
le
varie
operazioni,
le
ricorrenze,
le
verifiche
e le
convalide,
“approfondiscono”
la
conoscenza
di
cui
è
provvisto
un
sistema rispetto
a
un
insieme
di
dati
e,
conseguentemente,
a
un
ambito
particolare,
e consolidano
 la
 sua
 capacità
 di
 valutare
 con
 rapidità
 la
 natura
 di
 certe situazioni
e
procedere
“da
solo”
alla
realizzazione
di
azioni
ad
esse
connesse. È
questo
il
principio
all’origine
di
quell’evento
spettacolare
che
nel
2016
ha visto
 il
 programma
 AlphaGo,
 concepito
 da
 DeepMind,
 filiale
 di Alphabet/Google,
sfidare
e
vincere
il
sudcoreano
Lee
Sedol,
considerato
fino a
quel
momento
uno
dei
più
grandi
giocatori
di
Go
al
mondo.
Per
funzionare, il
 dispositivo
 ricorreva
 a
 un
 database
 di
 milioni
 di
 partite
 storiche;
 la
 sua struttura
gli
permetteva
di
comparare
in
tempo
reale
le
mosse
dell’avversario con
 esempi
 passati
 simili,
 di
 valutare
 i
 risultati
 allora
 verificatisi
 e
 di determinare
 così
 in
 modo
 estremamente
 rapido
 la
 mossa
 migliore
 da compiere.
Al
di
là
di
questo
esempio
specifico,
è
evidente
che
è
in
corso
un movimento
 che
 suppone
 che
 queste
 architetture,
 sia
 per
 la
 loro
 struttura tecnica
 sia
 per
 l’aumento
 continuo
 delle
 capacità
 di
 calcolo,
 devono
 essere dotate
 di
 competenze
 e
 poteri
 decisionali
 sempre
 migliori.
 Perché
 la caratteristica
 dei
 sistemi
 di
 divulgazione
 della
 verità
 è
 che
 essi
 sono ineluttabilmente
 votati
 ad
 assumere
 la
 forma
 delle
 tecnologie
 della perfezione
 e
 a
 imporre
 con
 sempre
 maggiore
 fermezza
 la
 loro
 autorità
 alla comunità
degli
esseri
viventi.
Una
dimensione
che
noi
non
cogliamo
ancora del
 tutto
 –
 forse
 è
 ancora
 troppo
 presto
 –
 vedrà
 l’intelligenza
 artificiale marginalizzare
 l’intuizione
 umana
 con
 la
 sua
 efficacia
 indefinitamente provata
 e
 con
 lo
 splendore
 della
 sua
 aura
 e,
 alla
 lunga,
 delegittimarla, rendendo
 vana
 o
 inoperante
 qualsiasi
 presa
 di
 decisione
 dipendente
 dalla nostra
coscienza. La
 concessione
 che
 viene
 fatta
 ai
 codici
 di
 vivere
 una
 sorta
 di
 “esistenza autonoma”
 comporta
 un
 nuovo
 tipo
 di
 “autoincremento
 della
 tecnica”,
 per riprendere
l’espressione
di
Jacques
Ellul,23
che
produce
un
effetto
singolare:

una
 forma
 di
 allontanamento
 dagli
 esseri
 umani.
 Non
 siamo
 di
 fronte
 a creature
 che
 rischiano
 di
 “sfuggirci”
 e
 rivoltarsi
 un
 giorno
 contro
 i
 loro “genitori”,
 ma
 a
 entità
 destinate
 a
 diventarci
 estranee.
 Al
 punto
 che
 gli “scambi
 comunicativi”
 tra
 protocolli
 ci
 potrebbero
 risultare incomprensibili.24
Compare
un
nuovo
tipo
di
“scatola
nera”,
non
più
quella indotta
dei
database
o
degli
algoritmi
che
di
fatto,
per
via
della
loro
opacità strutturale,
impediscono
agli
utenti
di
cogliere
la
loro
costituzione,
ma
quella tipica
 delle
 stringhe
 la
 cui
 evoluzione
 delle
 combinazioni
 ci
 risulterebbe sempre
più
oscura:
“Una
volta
che
la
rete
neurale
ha
imparato
a
riconoscere qualcosa,
uno
sviluppatore
di
software
non
riesce
a
vedere
come
ha
fatto.
È come
il
cervello:
non
si
può
tagliare
la
testa
e
vedere
come
funziona”.25 Entriamo
 nell’era
 della
 “post-programmazione”;
 la
 programmazione allineava
 sequenze
 di
 codice
 al
 fine
 di
 condurre
 all’esecuzione
 di
 compiti definiti
e
sistematizzati.
Perché
non
viviamo
più
solo
l’epoca
delle
istruzioni da
seguire
alla
lettera
date
a
dei
protocolli,
ma
quella
di
script
che,
una
volta scritti,
 sviluppano
 la
 loro
 grammatica
 personale,
 a
 seconda
 della
 “vita”
 di ciascuno
 di
 essi,
 facendogli
 quasi
 acquisire
 una
 “personalità”.
 È
 una
 nuova forma
 di
 autonomia
 quella
 che
 va
 via
 via
 manifestandosi,
 non
 più semplicemente
quella
indotta
dalle
capacità
autodecisionali
–
come
accade, per
esempio,
nei
veicoli
cosiddetti
“autonomi”,
in
grado
in
ogni
momento
di prendere
da
soli
molte
decisioni
e
di
varia
natura
–,
ma
quella
attualmente in
divenire
che
risulta
dall’autorizzazione
concessa
alle
intelligenze
artificiali di
 tracciare
 la
 “propria
 strada”
 e
 di
 distinguersi
 a
 seconda
 della
 loro “esperienza”.
 C’è
 bisogno
 di
 un
 concetto
 inedito
 per
 indicare
 questa incredibile
 conformazione,
 e
 quello
 di
 “agente
 computazionale
 autonomo” sembra
fare
al
caso
nostro,
essendo
al
contempo
concepito
dai
suoi
creatori
e destinato
 a
 progredire
 con
 modalità
 libere
 da
 forme
 di
 tutela
 perenne. Questa
“liberazione”
è
destinata
ad
aumentare:
i
sistemi
saranno
in
grado
di creare
 da
 soli
 altri
 sistemi,
 secondo
 una
 logica
 che
 convaliderebbe
 il principio
di
una
distanza
alla
lunga
incolmabile
tra
agenti
computazionali
e esseri
 umani
 e
 che
 ci
 porterebbe
 ad
 avvalerci
 delle
 loro
 competenze indefinitamente
 perfezionate
 senza
 tuttavia
 comprenderne
 a
 fondo
 le logiche.26 L’apprendimento
 “non
 supervisionato”
 e
 “per
 rinforzo”,
 che
 indica
 la capacità
di
perfezionare
continuamente
la
propria
abilità
a
partire
da
regole iniziali
 implementate,
 si
 inscrive
 in
 questo
 stesso
 spirito.
 Esso
 determina l’architettura
 all’interno
 della
 quale
 si
 è
 evoluto
 AlphaGo
 Zero,
 la
 versione immediatamente
successiva
a
quella
che
aveva
sconfitto
Lee
Sedol,
concepita

per
 giocare
 “in
 solitaria”
 milioni
 di
 partite
 “contro
 sé
 stessa”
 senza
 fare riferimento
a
degli
esempi,
ma
semplicemente
a
partire
dalla
conoscenza
dei precetti
 del
 gioco,
 secondo
 un
 principio
 chiamato
 di
 “apprendimento antagonista”.
 Due
 reti
 neurali
 si
 “affrontano”,
 ognuna
 nel
 tentativo
 di scalzare
 l’altra,
 in
 un
 primo
 tempo
 scambiandosi
 colpi
 casuali,
 per
 poi affinare,
 partita
 dopo
 partita,
 le
 loro
 visioni
 d’insieme
 e
 le
 loro
 strategie,
 e ritrovandosi
nel
giro
di
poco
a
possedere
una
profonda
padronanza
del
gioco “senza
 essere
 al
 corrente
 delle
 partite
 storiche”.27
 Dopo
 soli
 tre
 giorni
 di “allenamento”,
AlphaGo
Zero
avrebbe
sconfitto
AlphaGo
con
un
punteggio
di 100
 a
 0.
 Al
 di
 là
 del
 caso
 specifico
 del
 Go,
 stiamo
 assistendo
 a
 una ramificazione
 di
 queste
 tecniche,
 con
 sistemi
 in
 grado
 di
 “istruirsi”
 e
 di incrementare
 velocemente
 le
 loro
 competenze
 nel
 corso
 delle
 operazioni effettuate,
 senza
 che
 sia
 prima
 necessario
 far
 ingoiare
 loro
 raccolte
 di
 dati. Essi
 sono
 destinati
 a
 operare
 in
 diversi
 settori,
 in
 particolare
 quelli appartenenti
 all’ambito
 dell’elettronica
 cosiddetta
 “di
 decisione”,
 che richiede
 qualità
 interpretative
 e
 continuamente
 reattive
 necessarie,
 ad esempio,
alla
messa
a
punto
di
veicoli
senza
pilota. Bisogna
 prendere
 alla
 lettera
 il
 nome
 di
 AlphaGo
 Zero
 che
 può
 essere inteso
come
una
sorta
di
territorio
vergine
aperto
a
tutte
le
virtualità
e
che,
a partire
 dall’istituzione
 di
 un
 insieme
 formale,
 autorizzerebbe
 l’adozione tramite
 gli
 “agenti
 computazionali
 autonomi”
 di
 un’infinità
 di “comportamenti”
 possibili
 che
 li
 renderebbero
 sempre
 più
 efficaci
 nei compiti
che
gli
sono
stati
assegnati,
arrivando
fino
a
desiderare
di
dotarli
di una
“curiosità
artificiale”
che
riprenderebbe
ancora
una
volta
un’aspirazione allora
 molto
 fantasmatica
 della
 cibernetica:
 “Credo
 che
 la
 brillante
 idea
 di Ashby
 di
 un
 meccanismo
 che
 agisca
 a
 caso
 e
 senza
 scopo
 e
 che
 cerchi
 il proprio
scopo
attraverso
un
processo
di
apprendimento,
non
solo
sia
uno
dei maggiori
 apporti
 alla
 filosofia
 attuale,
 ma
 possa
 anche
 condurre
 a
 sviluppi tecnologici
 utilissimi
 nel
 campo
 dell’automatizzazione.
 Non
 solo
 possiamo dare
uno
scopo
alle
macchine,
ma
nella
maggior
parte
dei
casi
una
macchina inventata
 per
 evitare
 certe
 situazioni
 catastrofiche
 cercherà
 altri
 scopi
 da adempiere”.28 La
 facoltà
 di
 auto-apprendimento
 non
 si
 riferisce
 solo
 alle
 nuove
 facoltà
 di cui
 sono
 dotati
 questi
 “individui
 tecnici”,
 indefinitamente
 capaci
 di perfezionarsi,
ma
anche
a
un
movimento,
di
carattere
etnico-antropologico, destinato
 a
 non
 interrompersi
 mai
 e
 a
 esercitare
 un
 potere
 crescente
 sulla coscienza
 umana.
 La
 vittoria
 di
 AlphaGo
 su
 un
 giocatore
 altamente qualificato
 va
 considerata
 in
 una
 prospettiva
 più
 globale:
 questi
 sistemi, operanti
a
tutti
i
livelli
della
società,
cercheranno
non
solo
di
“batterci”,
ma

anche
 di
 soppiantarci
 con
 la
 loro
 competenza
 e
 la
 loro
 estrema
 reattività, generalizzando
metodologie
di
razionalità
alle
quali
sarà
sempre
più
difficile, per
 non
 dire
 impossibile,
 sottrarci,
 nella
 misura
 in
 cui
 ci
 diventeranno sempre
 più
 familiari
 e
 si
 fonderanno
 all’ambiente
 che
 ci
 circonda,
 fino
 a confondersi
con
lui.
Perché
invece
di
affrontarci
di
petto,
invece
di
suscitarci paura
 e
 spavento
 con
 la
 loro
 impressionante
 autorità,
 questi
 sistemi prendono
 sembianze
 che,
 al
 contrario,
 ce
 li
 fanno
 apparire
 più
 vicini
 e devoti,
che
discretamente
li
integrano
al
reale,
fino
a
dare
forma
a
un
nuovo reale
 che,
 a
 differenza
 di
 quello
 che
 abbiamo
 conosciuto
 fin
 dall’alba dell’umanità,
 non
 è
 più
 disseminato
 di
 ostacoli
 da
 superare,
 ma
 diventa
 a poco
a
poco
malleabile,
ci
oppone
meno
resistenza,
risponde
con
flessibilità
e grazia
 ai
 nostri
 bisogni,
 ai
 nostri
 desideri,
 alle
 nostre
 difficoltà,
 alle
 nostre preoccupazioni,
 aprendoci
 in
 ogni
 momento
 le
 porte
 su
 paesaggi
 giudicati adatti
e
sicuri.

1.4
INTERFACCE
ERGONOMICHE
AI
DISPOSITIVI
RELAZIONALI La
 scena
 è
 ben
 nota.
 Fu
 oggetto
 di
 una
 registrazione
 video.
 Inizia
 con l’immagine
di
un
foglio
bianco
rettangolare
sul
quale
sono
stampate
alcune lettere
 maiuscole
 nere,
 scritte
 con
 un
 carattere
 simile
 a
 quello
 usato
 in passato
per
i
telegrammi.
Compongono
il
titolo
di
un
progetto,
il
nome
degli autori
 e
 una
 data:
 “A
 RESEARCH
 CENTER
 FOR
 AUGMENTING
 HUMAN INTELLECT
 BY
 DOUGLAS
 C.
 ENGELBART
 AND
 GILLIAM
 R.
 ENGLISH, DECEMBER
9,
1968”.
A
questo
primo
pannello
ne
segue
un
altro
che
indica istituto
di
provenienza,
ubicazione
e
sponsor:
“PRODUCED
AT
STANFORD RESEARCH
 INSTITUTE,
 MENLO
 PARK,
 CALIFORNIA,
 UNDER
 THE JOINT
 SPONSORSHIP
 OF:
 THE
 ADVANCED
 RESEARCH
 PROJECT AGENCY,
 THE
 NATIONAL
 AERONAUTICS
 AND
 SPACE
 AGENCY,
 THE ROME
AIR
DEVELOPMENT
CENTER
(AIFORCE)”. Il
pannello
successivo
segnala
poi
che
il
film
visionato
è
il
risultato
parziale di
quello
che
compariva
allora
sullo
schermo
di
un
computer
il
cui
contenuto era
 videoproiettato
 in
 grande
 formato
 in
 una
 sala
 congressi,
 il
 Convention Center
 Arena
 di
 San
 Francisco,
 e
 che
 i
 suoni
 corrispondono
 a
 quelli amplificati
emessi
dalla
macchina.
Poco
dopo
appare
in
primo
piano
il
viso di
 un
 uomo,
 Douglas
 Engelbart,
 con
 indosso
 una
 camicia
 bianca
 e
 una cravatta,
munito
di
microfono
ad
archetto,
che
fino
a
poco
prima
si
trovava
a destra
di
un
palco,
visto
dalle
gradinate,
proprio
sotto
la
proiezione. Con
 voce
 sicura,
 l’uomo
 annuncia
 di
 voler
 presentare
 i
 risultati
 di
 una ricerca
riguardante
le
nuove
interazioni
uomo-macchina,
ma
avverte
di
non

volersi
 dilungare
 in
 informazioni
 esplicative
 alle
 quali
 preferisce
 una dimostrazione
 pratica.
 A
 quel
 punto,
 in
 un
 modo
 fino
 ad
 allora
 inedito, Engelbart
inizia
a
utilizzare
un
cursore
con
il
quale
si
inserisce
tra
i
caratteri, copia
 le
 parole,
 le
 sposta
 da
 una
 parte
 all’altra,
 o
 le
 mette
 in
 colonna.
 Nel corso
 di
 ognuna
 di
 queste
 azioni,
 ripete
 sempre
 una
 stessa
 parola: “controllo”.
 Non
 intesa
 in
 senso
 restrittivo,
 ma
 al
 contrario
 come
 un
 più ampio
 margine
 di
 azione
 offerto
 nel
 rapporto
 con
 il
 dispositivo.
 Sembra essere
 questo
 l’obiettivo
 principale
 della
 sua
 impresa,
 al
 punto
 che
 egli afferma:
“Questa
presentazione
potrebbe
anche
intitolarsi:
‘You
control’”.
Lo strumento
 che
 gli
 dà
 questo
 potere
 è
 una
 console
 divisa
 in
 tre
 sezioni.
 A sinistra,
 dei
 pulsanti
 di
 comando;
 al
 centro,
 una
 tastiera
 alfanumerica;
 a destra,
 una
 scatolina
 di
 legno
 montata
 su
 due
 rotelline
 poste
 una perpendicolare
all’altra,
a
proposito
del
quale
Engelbart
dice
con
un
sorriso
e un
tono
spiritoso:
“Ormai
tra
di
noi
ci
siamo
abituati
a
chiamarlo
‘mouse’”. Quello
 che
 caratterizza
 l’insieme
 del
 meccanismo,
 è
 che
 esso
 permette
 di manovrare
 spontaneamente
 le
 informazioni
 visualizzate
 senza
 bisogno
 di conoscere
 un
 linguaggio
 di
 programmazione.
 Inoltre,
 viene
 a
 stabilirsi
 un rapporto
 tra
 corpo
 e
 apparecchi,
 fondato
 sulla
 libertà
 gestuale
 e
 sulla praticità
di
utilizzo;
la
console
è
infatti
legata
al
processore
tramite
un
filo
e può
essere
posata
sulle
ginocchia,
come
quella
utilizzata
con
entusiasmo
da Engelbart.
 La
 presentazione,
 a
 buon
 diritto,
 ha
 come
 titolo
 “La
 madre
 di tutte
le
demo”,
perché
costituisce
uno
dei
perni
della
storia
dell’informatica moderna
 ed
 è
 in
 parte
 all’origine
 dell’assioma
 dell’emancipazione
 degli individui
grazie
ai
PC,
i
quali
dovrebbero
permettere
loro
di
gestire
i
propri documenti
e
offrire
nuovi
spazi
favorevoli
alla
creatività. Questa
ricerca
di
maggiori
praticità
e
padronanza
nell’uso
dei
computer
ha costituito
 il
 nucleo
 di
 molti
 ulteriori
 studi,
 dai
 quali
 è
 nato
 in
 particolare l’Apple
 I,
 apparso
 nel
 1976,
 e
 si
 è
 poi
 cristallizzata
 in
 modo
 esemplare
 nei primi
 Macintosh
 commercializzati
 a
 partire
 dal
 1984.
 Steve
 Jobs,
 infatti, aveva
intuito
quasi
subito,
già
dall’inizio
degli
anni
Settanta,
che
il
successo dell’informatica
 personale
 sarebbe
 dipeso
 da
 una
 dimensione
 decisiva:
 la qualità
 ergonomica,
 orientata
 verso
 l’“esperienza
 d’uso”
 (user
 experience). Essa
 richiedeva
 la
 messa
 a
 punto
 di
 interfacce
 “intuitive”,
 secondo
 un principio
diffusosi
molto
in
fretta
e
divenuto
un
assioma
tecnico-industriale fondamentale
nel
corso
dei
decenni
successivi.
Tuttavia
in
questa
interazione più
naturale
con
i
dispositivi
c’era
ancora
qualcosa
che
ne
impediva
la
piena realizzazione:
 una
 forma
 di
 incanto
 provata
 nell’uso
 che
 sarebbe
 dovuta dipendere
 da
 una
 diversa
 attenzione
 rivolta
 al
 design.
 Nel
 1997
 Steve
 Jobs torna
 in
 Apple
 associandosi
 con
 il
 designer
 Jonathan
 Ive,
 con
 il
 quale concepisce
 l’iMac,
 un
 computer
 caratterizzato
 da
 un
 guscio
 traslucido
 dai colori
 aciduli
 che
 permetteva
 di
 scorgere
 continuamente
 i
 suoi
 elementi

interni
 incaricati,
 dal
 loro
 abitacolo
 asettico,
 di
 rispondere
 in
 modo impeccabile
e
rapido
a
tutti
i
comandi
dell’utente.
Qui,
la
grazia
formale
del meccanismo
 e
 la
 sua
 potenza
 si
 confondono
 con
 la
 condizione
 d’ora
 in
 poi attribuita
 all’utente,
 libero
 di
 compiere
 i
 suoi
 gesti
 senza
 incontrare
 la benché
 minima
 resistenza,
 all’interno
 di
 un
 rapporto
 in
 cui
 il
 prefisso
 “i” convalida
 la
 presa
 di
 potere
 definitiva
 dell’individuo
 sulla
 macchina.
 Tutto ciò
 accadeva
 in
 contemporanea
 all’avvento
 di
 internet
 che
 all’improvviso consentiva
di
accedere
a
un
gran
numero
di
documenti
e
scambiare
messaggi immediati
 a
 costi
 irrisori
 e
 a
 dispetto
 delle
 distanze
 fisiche.
 Ciascuno diventava
sovrano
del
suo
nuovo
regno,
governava
sul
suo
computer
come
su tutte
 le
 informazioni
 del
 mondo,
 a
 suo
 piacimento
 e
 in
 un
 ambiente
 che
 si piegava
ormai
a
tutti
i
suoi
desideri. Esattamente
 dieci
 anni
 dopo
 viene
 varcata
 una
 soglia
 nella
 storia
 delle “interazioni
 uomo-macchina”:
 compare
 l’iPhone,
 risultato
 di
 una
 brusca miniaturizzazione,
 che
 generalizza
 l’interfaccia
 tattile,
 instaura
 un
 rapporto fondato
 su
 una
 maggiore
 vicinanza,
 permette
 una
 più
 ampia maneggevolezza,
 può
 essere
 tenuto
 nel
 palmo
 di
 una
 mano
 e
 invita continuamente
 al
 tocco,
 quasi
 alla
 carezza.
 Qui
 non
 è
 più
 questione
 di controllo,
come
auspicava
Engelbart,
ma
di
“contatto
carnale”
tra
due
corpi, quasi
 una
 forma
 di
 intimità.
 Inoltre,
 tramite
 le
 applicazioni,
 lo
 smartphone offre
 funzionalità
 inedite
 segnando
 l’inizio
 di
 un
 rovesciamento
 tanto impercettibile
 quanto
 decisivo.
 L’autorità
 fino
 a
 quel
 momento
 esercitata sugli
 apparecchi
 scivola
 verso
 la
 loro
 disposizione
 a
 essere
 “all’ascolto” dell’utente
e
a
offrirgli,
grazie
alla
connettività,
alla
potenza
e
alla
velocità
di elaborazione
 dei
 processori,
 alla
 geolocalizzazione
 e
 alla
 conoscenza evolutiva
 dei
 suoi
 comportamenti,
 non
 solo
 qualsiasi
 tipo
 di
 informazione personalizzata,
 ma
 anche
 e
 soprattutto
 suggerimenti
 giudicati
 appropriati all’esperienza
di
ciascuno.
La
qualità
ergonomica
e
funzionale
raggiunge
un tale
livello
di
sofisticatezza
che,
invece
di
concedere
all’utente
un
aumento
di controllo,
eleva
il
dispositivo
a
entità
capace
di
modificare
surrettiziamente la
decisione
e
di
avvalersi
di
un
potere
incentivante. Alla
 fine
 degli
 anni
 Duemila
 emerge
 una
 nuova
 attitudine
 delle
 tecnologie che,
 grazie
 alla
 loro
 capacità
 interpretativa,
 cominciano
 ad
 assumere
 una funzione
di
consiglio
e
assistenza
quotidiani;
è
il
caso
dell’applicazione
Waze, introdotta
 nel
 2008,
 in
 grado
 di
 mappare
 in
 tempo
 reale
 la
 condizione
 del traffico
e
suggerire
gli
itinerari
più
rapidi
e
scorrevoli.
Il
rapporto
tra
l’uomo e
i
protocolli
digitali
va
via
via
trasformandosi:
dal
mero
azionamento
della tastiera
 si
 passa
 a
 un
 legame
 vero
 e
 proprio
 nel
 quale
 i
 sistemi
 illuminano

l’uomo
 con
 le
 loro
 conoscenze
 e
 lo
 esortano
 ad
 agire
 in
 un
 modo
 piuttosto che
 in
 un
 altro.
 Tale
 disposizione,
 sempre
 più
 efficace,
 è
 indissociabile
 dal ricorso
 all’intelligenza
 artificiale,
 divenuta
 ormai
 capace
 di
 analizzare situazioni
di
qualsiasi
tipo
e
formulare
seduta
stante
le
soluzioni
ritenute
più adeguate.
 È
 sconcertante
 notare
 che
 una
 tecnologia
 destinata
 a
 rivelare
 la verità
emerge
e
si
generalizza
guarda
caso
nell’esatto
momento
in
cui
emerge e
 si
 generalizza
 anche
 l’interfaccia
 vocale,
 utilizzata
 in
 particolare
 dagli assistenti
 vocali
 i
 quali,
 proprio
 per
 via
 della
 manifestazione
 della
 voce,
 si rivelano
idonei
a
dirci
la
verità
relativamente
a
un
gran
numero
di
fenomeni. È
difficile
dire
se
questa
concomitanza
sia
il
frutto
di
un
progetto
deliberato o
se
si
tratti
di
un
concorso
di
circostanze
che
fanno
confondere
la
funzione (enunciare
 la
 verità)
 con
 le
 sue
 proprietà
 (l’interpretazione
 del
 linguaggio naturale
e
la
capacità
di
usarlo). Ma
più
che
un’interfaccia,
intesa
come
un’istanza
che
permetta
a
un
utente e
a
un
sistema
di
comunicare
tra
loro
in
vista
di
realizzare
operazioni
di
ogni tipo
 per
 mezzo
 delle
 loro
 interazioni,
 quello
 che
 viene
 a
 costituirsi
 è
 una nuova
forma
di
scambio,
finalizzato
non
più
unicamente
a
rispondere
a
scopi funzionali
e
che
prende
l’aspetto
singolare
di
una
struttura
relazionale.
Essa è
 il
 risultato
 della
 conformazione
 antropomorfica
 attribuita
 ai
 sistemi,
 ora capaci,
 sull’esempio
 della
 nostra
 principale
 peculiarità
 di
 esseri
 viventi,
 di proferire
 verbo,
 parlare,
 parlarci,
 persino
 capire
 le
 nostre
 parole.
 Questa abilità,
 sfruttata
 per
 rispondere
 ai
 nostri
 bisogni,
 ai
 nostri
 desideri,
 alla nostra
 comodità,
 trasforma
 i
 sistemi
 in
 “esseri”
 premurosi,
 al
 pari
 di
 una madre
amorevole
o
di
un
angelo
custode,
e
al
principio
della
comunicazione –
che
necessariamente
presuppone
obiettivi
utilitaristici
–
sostituisce
quello della
 comunione.
 I
 sistemi
 assumono
 così
 un
 carattere
 esclusivo
 e
 intimo, non
fosse
altro
che
per
la
conoscenza
di
tante
richieste
e
frasi
fatte
e
per
la comprensione
indotta
indefinitamente
approfondita
che
permettono
loro
di pronunciare,
 per
 il
 bene
 superiore
 e
 in
 qualsiasi
 occasione,
 le
 parole
 più adatte
 e
 benintenzionate.
 Una
 voce
 che
 si
 rivolge
 a
 noi,
 che
 ci
 fa
 l’onore
 di rivolgersi
 soltanto
 a
 noi,
 dotata
 di
 un
 livello
 di
 conoscenza
 e
 competenza senza
 eguali
 e
 che
 ci
 dispensa
 continuamente
 buoni
 consigli,
 si
 vedrà investita
di
un’autorità
e
di
un’aura
tali
per
cui
sarà
sempre
più
difficile,
visti i
 continui
 perfezionamenti,
 non
 percepire
 questi
 dialoghi
 come
 “naturali”
 e non
prendere
per
“oro
colato”
qualsiasi
sua
parola. È
 in
 questa
 prospettiva
 che
 abbondano
 le
 chatbot,
 gli
 “agenti conversazionali”,
progettati
per
informarci,
rispondere
alle
nostre
domande e,
più
in
generale
e
alla
lunga,
guidarci
con
il
loro
sapere
evolutivo,
grazie
al machine
 learning,
 nelle
 circostanze
 più
 disparate
 delle
 nostre
 esistenze.

Queste
creature
sono
chiamate
a
essere
presenti
diffusamente
all’interno
dei nostri
 ambienti
 abituali.
 In
 bagno,
 per
 esempio,
 quando
 ci
 daranno
 il
 loro parere
 sulla
 nostra
 urina
 grazie
 a
 dei
 sensori
 incorporati
 nel
 water,
 o
 sui nostri
cambi
di
peso
tramite
una
bilancia
collegata,
o
sul
nostro
alito
grazie
a sensori
 olfattivi,
 o
 sui
 tratti
 del
 nostro
 viso
 per
 mezzo
 di
 focali
 video integrate.
 Ce
 le
 ritroveremo
 anche
 in
 cucina,
 attivamente
 partecipi all’ideazione
 di
 ricette
 golose,
 dietetiche
 o
 improvvisate,
 ma immancabilmente
 personalizzate.
 E
 non
 mancheranno
 certo
 nella
 futura automobile
“autonoma”,
che
si
occuperà
di
condurci
da
un
punto
a
un
altro, sì,
ma
anche
di
intrattenerci
durante
i
tragitti,
principalmente
attraverso
gli scambi
 vocali
 che
 riempiranno
 con
 un’infinità
 di
 suggestioni
 tutte
 quelle parentesi
 in
 cui
 la
 nostra
 attenzione
 è
 in
 calo
 e
 che
 a
 quel
 punto
 saranno aperte
a
tutte
le
ricchezze
del
mondo. Stiamo
entrando
in
un’era
in
cui
saremo
circondati
dalle
parole
dei
sistemi. Alla
lunga,
tutto
è
destinato
a
parlare,
tutti
gli
oggetti
e
tutte
le
superfici;
o forse
 gli
 assistenti
 virtuali
 personali
 occuperanno
 l’intero
 campo
 e
 si erigeranno
 a
 interfacce
 quasi-esclusive
 non
 soltanto
 tra
 i
 sistemi
 e
 noi
 ma, più
in
generale,
con
il
reale,
perché
saranno
capaci
di
segnalarci
in
qualsiasi momento
 la
 complessità
 di
 ogni
 situazione
 e
 l’azione
 più
 opportuna
 da compiere.
 All’inizio
 degli
 anni
 Cinquanta
 Alan
 Turing
 aveva
 affermato
 che una
macchina
avrebbe
potuto
essere
definita
“intelligente”
solo
quando
non sarebbe
più
stato
possibile
stabilire
la
natura
dell’interlocutore
durante
una conversazione
indifferentemente
sostenuta
con
una
persona
o
una
macchina. Se
 è
 vero
 che
 il
 timbro
 di
 una
 voce
 artificiale
 oggi
 tende
 ad
 avvicinarsi sempre
di
più
al
nostro
tanto
da
confondersi
del
tutto
con
esso
in
certi
casi, come
 in
 quello
 del
 motore
 di
 sintesi
 vocale
 Tacotron
 2
 sviluppato
 da Google,29
 è
 vero
 anche
 che
 ci
 sono
 una
 miriade
 di
 temi
 che
 l’elocuzione automatica
 non
 è
 ancora
 in
 grado
 di
 affrontare
 e
 che
 la
 rendono,
 per
 ora, inferiore
 rispetto
 all’essere
 umano.
 Ma
 lo
 “spettro
 conversazionale”
 non smette
 di
 ampliarsi
 e
 il
 livello
 di
 competenza
 evolve
 secondo
 una
 curva destinata
 a
 salire,
 a
 differenza
 del
 nostro
 che,
 nell’insieme,
 rimane tendenzialmente
 stabile.
 Questa
 logica
 fa
 emergere
 uno
 scarto
 di competenza,
 destinato
 ad
 aumentare,
 tra
 noi
 e
 le
 “macchine
 parlanti”, conseguenza
diretta
dell’equazione
antropomorfica
che
erige
la
figura
umana a
 modello
 teoricamente
 perfetto
 destinato
 a
 prendere
 forma
 in
 un’entità artificiale
 dotata,
 inizialmente
 o
 alla
 lunga,
 di
 una
 potenza
 diversamente superiore.

Stiamo
 assistendo
 all’emergere
 di
 un
 ambiente
 nuovo;
 non
 si
 tratta
 di
 un ambiente
 reattivo,
 nel
 quale
 cioè
 le
 cose
 reagiscono
 continuamente
 alla nostra
presenza,
conformemente
a
quanto
annunciato,
in
gran
parte
a
torto, a
 metà
 degli
 anni
 Duemila
 con
 il
 presunto
 avvento
 di
 un’informatica cosiddetta
“ambientale”
(ubiquitous
 computing),30
 ma
 di
 un
 ambiente
 che interpreta
i
nostri
gesti
per
dirci
delle
cose.
Il
corpo
non
è
più
posizionato
di fronte
alla
macchina
–
sul
modello
di
Douglas
Engelbart
che
teneva
fiero
la sua
 console
 posata
 sulle
 ginocchia
 e
 si
 sentiva
 libero
 di
 giocare,
 davanti
 al suo
schermo,
con
tutte
le
possibilità
offerte
dalla
tastiera
e
dal
mouse
–,
ma
è chiamato
 a
 evolvere
 all’interno
 di
 un
 ambiente
 che,
 ovunque
 e
 sotto
 varie forme,
lo
afferra,
analizza
i
suoi
stati
d’animo
e
retroagisce
per
vari
scopi.
Il corpo
diventa
–
noi
diventiamo
–
il
centro
dell’attenzione
dei
sistemi. L’“economia
 dell’attenzione”,
 fondata
 sulla
 tracciabilità
 delle
 nostre ricerche
 internet
 allo
 scopo
 di
 ottenere
 una
 mappatura
 approfondita
 dei nostri
 interessi
 per
 poi
 trarne
 guadagno,
 si
 trasforma
 in
 un’economia dell’attenzione
 delle
 macchine
 nei
 nostri
 confronti
 al
 fine
 di
 garantirci
 una “buona
 gestione”
 della
 vita.
 I
 sistemi
 di
 riconoscimento
 facciale,
 da
 poco utilizzati,
 per
 esempio,
 per
 sbloccare
 lo
 smartphone
 o
 per
 effettuare transazioni
 economiche,
 si
 inscrivono
 in
 questa
 dimensione.
 I
 processori sono
 dotati
 di
 qualità
 multisensoriali,
 associate
 ad
 attitudini
 cognitive
 e interpretative
 regolarmente
 incrementate,
 che
 li
 trasformano
 in
 entità perfettamente
 in
 grado
 di
 capirci
 e
 conferiscono
 loro
 un
 potere
 che
 non cesserà
 di
 impressionarci
 e
 al
 quale
 ci
 sottometteremo
 senza
 resistenza
 né senso
 di
 colpa,
 nella
 misura
 in
 cui
 esso
 ci
 assicura
 di
 agire
 nel
 nostro interesse. Vorremmo
 arrivare
 a
 cancellare
 la
 sensazione
 di
 presenza
 costante
 della tecnica
 e
 farle
 prendere,
 nel
 momento
 stesso
 in
 cui
 essa
 diventa onnipresente
 e
 interferisce
 nelle
 nostre
 vite,
 una
 forma
 evanescente.31
 Ne L’arte
 della
 guerra,
 Sun
 Tzu
 afferma
 che
 “ciò
 che
 è
 familiare
 non
 desta attenzione”.
 Non
 c’è
 più
 niente
 che
 impedisca
 di
 pensare
 alle
 tecnologie dell’aletheia
non
come
a
delle
entità
artefattuali
nate
dalla
nostra
volontà
e dal
nostro
sapere,
ma
come
a
degli
agenti
vivi,
esistenze
vere
e
proprie
che
si integrano
con
naturalezza
e
grazia
nel
nostro
ambiente
domestico,
urbano
e lavorativo.
 Ci
 sono
 tutte
 le
 condizioni
 per
 guardare
 a
 loro
 con
 la
 massima apertura,
 per
 via
 della
 loro
 potenza,
 della
 fiducia
 che
 nutriamo
 nei
 loro confronti
 e
 del
 rapporto
 sempre
 più
 spontaneo
 che
 intratteniamo
 con
 esse, affinché
 d’ora
 in
 poi
 riceviamo
 da
 loro
 le
 nostre
 istruzioni,
 quelle
 che
 ci indicano
il
gesto
migliore
da
compire
in
ogni
situazione.

1.
Lo
stesso
Charles
Babbage
che
nel
1833
pubblica
il
suo
Traité
sur
l’économie
des
machines
et
des manufactures
 nel
 quale
 sono
 esposti,
 in
 centinaia
 di
 pagine,
 i
 metodi
 concepiti
 per
 ottimizzare,
 in varie
 forme,
 l’organizzazione
 generale
 delle
 aziende,
 secondo
 uno
 schema
 che
 può
 essere
 definito prefordista. 2.
 George
 Boole,
 Indagine
 sulle
 leggi
 del
 pensiero,
 su
 cui
 sono
 fondate
 le
 teorie
 matematiche
 della logica
e
della
probabilità
(1854),
a
cura
di
Mario
Trinchero,
Einaudi,
Torino
1976. 3.
Articolo
comparso
nell’agosto
del
1934
nella
pubblicazione
aziendale
Hollerith
Nachrichten
e
citato da
Edwin
Black
in
L’IBM
e
l’Olocausto,
trad.
it.
di
Roberta
Zuppet
e
Sergio
Mancini,
Rizzoli,
Milano 2001,
p.
112. 4.
 Norbert
 Wiener,
 The
 Human
 Use
 Of
 Human
 Beings:
 Cybernetics
 and
 Society
 (1950),
 Free Association
Books,
Londra
1989,
p.
178. 5.
 Il
 sistema
 esperto
 Dendral
 fu
 elaborato
 dagli
 informatici
 Edward
 Feigenbaum
 e
 Bruce
 Buchanan, dal
 medico
 Joshua
 Lederberg
 e
 dal
 chimico
 Carl
 Djerassi;
 Mycin
 venne
 sviluppato
 da
 Edward Shortliffe
per
conto
della
Stanford
Medical
School. 6.
 Se
 il
 problema
 da
 risolvere
 non
 è
 troppo
 grande,
 con
 qualche
 assioma
 e
 qualche
 regola
 il
 sistema può
dedurre
tutte
le
conclusioni
possibili
in
maniera
meccanica;
ma
se
la
combinatoria
si
rivela
troppo complessa,
diventa
impossibile
esplorare
tutte
le
possibilità
in
un
tempo
ragionevole.
In
questo
caso bisogna
introdurre
delle
euristiche
che
scartino
il
maggior
numero
di
casi
possibili
permettendo
così
di focalizzarsi
sulle
ipotesi
più
promettenti. 7.
Norbert
Wiener,
The
Human
Use
Of
Human
Beings:
Cybernetics
and
Society,
cit.,
p.
34. 8.
Cfr.
Günther
Anders,
Die
Atomare
Drohung,
Radikale
Überlegungen
zum
atomaren
Zeitalter,
 C. H.
Beck,
München
1981. 9.
Norbert
Wiener,
The
Human
Use
Of
Human
Beings:
Cybernetics
and
Society,
cit.,
p.
36. 10.
Ivi,
p.
15. 11.
 Warren
 Sturgis
 McCulloch
 e
 Walter
 Pitts,
 “A
 Logical
 Calculus
 of
 the
 Ideas
 Immanent
 in
 Neural Nets”,
Bulletin
of
Mathematical
Biology,
vol.
52,
1943. 12.
Norbert
Wiener,
The
Human
Use
Of
Human
Beings:
Cybernetics
and
Society,
cit.,
p.
57. 13.
Ivi,
pp.
32-33. 14.
Ivi,
p.
157. 15.
Ivi,
p.
95. 16.
Ivi,
p.
96. 17.
 Questo
 proposito
 fu
 particolarmente
 all’opera
 nel
 progetto
 Cybersyn,
 lanciato
 nel
 1970
 dal presidente
 cileno
 Salvador
 Allende
 in
 collaborazione
 con
 il
 ricercatore
 britannico
 Stafford
 Beer;
 si trattava
di
un
sistema
informatico
destinato
a
controllare
in
tempo
reale
l’economia
nazionale
e,
più
in generale,
a
garantire
una
migliore
governance
del
Paese.
Avrebbe
dovuto
trovare
spazio
all’interno
di una
grande
sala
di
controllo
dall’aspetto
futurista,
ma
in
seguito
al
colpo
di
Stato
del
1973
non
fu
mai realizzato.
Su
questo
progetto
cfr.
Eden
Medina,
Cybernetic
Revolutionaries:
Technology
and
Politics in
Allende’s
Chile,
MIT
Press,
Cambridge
2011. 18.
 Sulla
 cecità
 manifestata
 nei
 confronti
 di
 questo
 “neurolessico”
 cfr.
 il
 libro
 di
 Catherine
 Malabou Métamorphoses
 de
 l’intelligence.
 Que
 faire
 de
 leur
 cerveau
 bleu?,
 PUF,
 Parigi
 2017,
 che
 prende
 per oro
 colato
 questa
 terminologia
 e
 ne
 deduce
 una
 supposta
 “metamorfosi
 dell’intelligenza”.
 Per
 una teorizzazione
 rigorosa
 dell’intelligenza
 artificiale
 è
 necessario
 essere
 al
 corrente
 delle
 strutture tecniche
 e
 non
 dimostrarsi
 ingenui
 di
 fronte
 al
 vocabolario
 addobbato
 di
 fronzoli
 utilizzato dall’industria
del
digitale. 19.
 Sulla
 “mitologia
 cerebrale”
 che
 dà
 il
 capogiro
 a
 molte
 discipline,
 cfr.
 Alain
 Ehrenberg,
 La Mécanique
des
passions.
Cerveau,
comportement,
société,
Odile
Jacob,
Parigi
2018. 20.
 Hannah
 Arendt,
 Vita
 activa.
 La
 condizione
 umana,
 trad.
 it.
 di
 Sergio
 Finzi,
 Bompiani,
 Milano 2017
(I
ed.
1964),
p.
156. 21.
Cfr.
Gilbert
Simondon,
Du
mode
d’existence
des
objets
techniques
(1958),
Aubier,
Parigi
2012. 22.
Norbert
Wiener,
Dio
&
Golem
s.p.a.
Cibernetica
e
religione,
trad.
it.
di
Federico
Bedarida,
Bollati Boringhieri,
Torino
1991,
p.
22. 23.
 Cfr.
 Jacques
 Ellul,
 Il
 sistema
 tecnico.
 La
 gabbia
 delle
 società
 contemporanee,
 trad.
 it.
 di Guendalina
Carbonelli,
Jaca
Book,
Milano
2009.

24.
 Cfr.
 Enrique
 Moreira,
 “Quand
 l’intelligence
 artificielle
 invente
 un
 langage
 incompréhensible
 par l’homme”,
Les
Échos,
24
giugno
2017. 25.
 “‘È
 come
 il
 cervello:
 non
 si
 può
 tagliare
 la
 testa
 e
 vedere
 come
 funziona’,
 riassume
 Andy
 Rubin, cofondatore
 di
 Android,
 oggi
 molto
 impegnato
 nella
 questione
 dell’intelligenza
 artificiale”,
 in
 Céline Deluzarche,
“Deep
Learning,
le
grand
trou
noir
de
l’intelligence
artificielle”,
Maddyness,
13
novembre 2017. 26.
Cfr.
Yohan
Demeure,
“L’intelligence
artificielle
de
Google
a
créé
sa
propre
IA
et
celle-ci
surpasse celle
de
l’Homme”,
SciencePost,
5
dicembre
2017. 27.
Cfr.
David
Silver,
Julian
Schrittwieser,
Karen
Simonyan,
Ioannis
Antonoglou,
Aja
Huang,
Arthur Guez,
Thomas
Hubert,
Lucas
Baker,
Matthew
Lai,
Adrian
Bolton,
Yutian
Chen,
Timothy
Lillicrap,
Fan Hui,
Laurent
Sifre,
George
van
den
Driessche,
Thore
Graepel,
Demis
Hassabis,
“Mastering
the
Game of
Go
without
Human
Knowledge”,
Nature,
19
ottobre
2017. 28.
Norbert
Wiener,
The
Human
Use
Of
Human
Beings:
Cybernetics
and
Society,
cit.,
p.
38. 29.
 Cfr.
 Dave
 Gershgorn,
 “Google’s
 Voice-generating
 AI
 Is
 Now
 Indistinguishable
 from
 Humans”, Quartz,
26
dicembre
2017. 30.
Cfr.
per
esempio
Adam
Greenfield,
Every[ware].
La
révolution
de
l’ubimédia,
Fyp,
Limoges
2007. 31.
Cfr.
Manuel
Moragues,
“Snips,
la
start-up
française
qui
veut
faire
disparaître
la
technologie,
lance son
assistant
vocal”,
L’Usine
nouvelle,
14
giugno
2017.

CAPITOLO
2 Il
potere
di
enunciare
la
verità

2.1
L’INSORGERE
DI
UN
NUOVO
REGIME
DI
VERITÀ Verso
 la
 metà
 del
 2010
 si
 è
 prodotto
 un
 avvenimento
 strabiliante,
 di proporzioni
 mondiali.
 Nessuno
 l’aveva
 visto
 arrivare.
 Ci
 ha
 colti
 alla sprovvista
e
si
è
diffuso
rapidamente
con
una
forza
di
impatto
sulla
società che
 ci
 ha
 lasciati
 a
 bocca
 aperta.
 Tutto
 d’un
 tratto
 chiunque
 poteva,
 senza difficoltà,
 con
 estrema
 naturalezza,
 o
 come
 massima
 manifestazione
 della “libertà
di
espressione”,
annunciare
fatti
senza
essere
certo
che
fossero
veri, senza
 che
 fosse
 necessario
 verificarli,
 fatti
 che
 più
 inverosimili
 sembravano più
 venivano
 ingigantiti,
 diventando
 così
 i
 rivelatori
 dell’incoerenza
 della percezione
 comune
 o
 “dominante”
 delle
 cose,
 esibiti,
 nonostante
 le apparenze,
come
acclarati
ma
che
in
pochi
erano
in
grado
di
vedere.
Questa “chiaroveggenza”
 diventava
 appannaggio
 dei
 più
 avveduti
 a
 fronte dell’accecante
 inflazione
 informazionale
 del
 nostro
 tempo
 e
 di
 tutte
 le rappresentazioni
 confuse
 e
 normate
 indotte.
 La
 nozione
 di
 “post-verità”
 si imponeva
 nella
 nostra
 epoca
 offuscata,
 diventava
 un
 sintomo
 patente
 dei nostri
 malesseri,
 un
 segnale
 inquietante
 della
 nostra
 perdita
 di
 punti
 di riferimento.
 Il
 fenomeno
 ha
 assunto
 proporzioni
 tali
 per
 cui
 l’Oxford Dictionary
lo
ha
eletto,
nel
2016,
a
parola
dell’anno. Ci
 sono
 stati
 due
 avvenimenti,
 quell’anno,
 che
 ne
 hanno
 confermato
 la portata
storica:
innanzitutto
il
voto
della
Brexit,
che
ha
decretato
l’uscita
del Regno
 Unito
 dall’Unione
 europea,
 seguito,
 qualche
 mese
 dopo, dall’inaspettata
elezione
di
Donald
Trump
a
presidente
degli
Stati
Uniti.
Si
è presto
 compreso
 come
 sia
 l’uno
 sia
 l’altro
 sono
 stati
 in
 parte
 favoriti dall’ampia
 diffusione
 di
 testi
 e
 immagini
 che,
 nella
 maggior
 parte
 dei
 casi, cercavano
 intenzionalmente
 di
 deformare
 la
 realtà,
 imponendosi
 come seminatori
di
scompiglio
nella
veridicità
di
quello
che
veniva
comunemente veicolato,
 in
 particolare
 dagli
 organi
 di
 stampa.
 D’un
 tratto
 le
 società
 si trovavano
a
essere
destabilizzate
da
un
relativismo
che
sfuggiva
alla
ragione, prive
 di
 riferimenti
 comuni,
 necessari
 ai
 dibattiti,
 all’espressione
 della pluralità
 dei
 punti
 di
 vista
 e
 al
 buon
 funzionamento
 della
 democrazia,
 in particolare
nel
caso
di
consultazioni
importanti. La
 colpa
 è
 ricaduta
 subito
 sui
 social
 network,
 accusati
 di
 non
 aver provveduto
a
un
doveroso
lavoro
di
controllo
e
di
aver
finto
di
non
accorgersi

del
proliferare
di
account
falsi,
aperti
al
solo
scopo
di
fare
propaganda,
e
di gruppi
 intenzionati
 a
 disseminare
 “fake
 news”
 per
 manipolare l’informazione.
Di
certo
questi
fattori
hanno
contribuito,
ma
considerarli
la causa
di
tutto
sarebbe
sbagliato;
essi
non
sono
altro
che
gli
effetti,
perché
la questione
importante
non
è
tanto
la
diffusione
virale
delle
informazioni
false su
 internet,
 quanto
 la
 nuova
 posizione
 occupata
 dall’individuo contemporaneo.
 Egli
 si
 considera
 al
 centro
 del
 mondo,
 riconduce
 gli
 eventi alla
 sua
 personale
 visione
 delle
 cose
 ed
 è
 a
 tal
 punto
 inebriato
 dalla sensazione
 di
 essere
 l’unico
 da
 rifiutare
 qualsiasi
 enunciato
 divergente.
 La verità
si
definisce
a
partire
da
lui,
dalle
sue
convinzioni
e
dai
suoi
tropismi; propensione
 che
 risulta
 emblematica
 nelle
 teorie
 del
 complotto,
 a testimonianza
 della
 disintegrazione
 crescente
 delle
 nostre
 basi
 comuni
 e dell’estrema
 atomizzazione
 della
 società.
 È
 interessante
 notare
 che
 la questione
 della
 “post-verità”,
 per
 quanto
 importante,
 è
 considerata
 una rottura
che
interferisce
con
il
nostro
rapporto
storico
con
la
verità,
quando
in realtà
 si
 tratta
 semplicemente
 dell’esattezza
 di
 fatti,
 e
 non
 della
 verità
 in senso
 stretto,
 e
 nonostante
 un’altra
 rottura,
 ben
 più
 decisiva,
 anch’essa legata
 alla
 questione
 della
 verità
 e
 chiamata
 a
 determinare
 la
 forma
 delle nostre
 esistenze,
 sia
 totalmente
 ignorata.
 Eppure
 essa
 ha
 una
 dimensione molto
 più
 ampia
 e
 dipende
 da
 un
 fenomeno
 di
 portata
 civilizzazionale determinante:
quello
dell’insorgenza
di
un
nuovo
regime
di
verità. I
 sistemi
 di
 intelligenza
 artificiale
 sono
 chiamati
 a
 valutare
 una
 miriade
 di situazioni
di
vario
tipo,
i
bisogni
delle
persone,
i
loro
desideri,
il
loro
stato
di salute,
le
modalità
di
organizzazione
e
un’infinità
di
altri
fenomeni
del
reale. Ciò
che
caratterizza
i
risultati
di
queste
analisi
è
che
essi
non
si
accontentano di
produrre
semplici
equazioni
teoricamente
esatte,
ma
rivestono
un
valore di
verità
nella
misura
in
cui
a
partire
proprio
dalle
loro
conclusioni
vengono stabilite
 delle
 azioni
 da
 intraprendere.
 Ecco
 cosa
 distingue
 l’esattezza
 dalla verità:
la
prima
pretende
di
restituire
uno
stato
obiettivo,
mentre
la
seconda, per
 il
 solo
 principio
 della
 sua
 enunciazione,
 chiama
 a
 conformarsi
 a
 lei attraverso
 gesti
 concreti.
 Perché
 ogni
 verità
 enunciata
 ricopre
 alla
 fine
 una dimensione
performativa. Emerge
 dunque
 un
 nuovo
 regime
 di
 verità,
 dotato
 di
 cinque caratteristiche.
 È
 destinato,
 alla
 lunga,
 a
 riferirsi
 alla
 quasi
 totalità
 delle situazioni
umane
e
a
esercitarsi
in
ogni
circostanza.
Proviene,
in
ogni
ambito di
 applicazione,
 da
 un’unica
 fonte,
 eliminando
 così
 il
 principio
 di
 una valutazione
 plurale
 delle
 cose.
 Si
 inscrive
 per
 lo
 più
 in
 una
 logica
 di
 tempo reale,
 rivelando
 le
 situazioni
 nel
 momento
 stesso
 in
 cui
 avvengono
 e, conseguentemente,
spingendo
ad
agire
tempestivamente
e
delegittimando
il

tempo,
specifico,
dell’esame
umano.
Ha
acquisito
uno
status
di
autorità
che gli
 deriva
 da
 un’efficacia
 continuamente
 amplificata
 in
 grado
 di
 stroncare alla
 radice
 qualsiasi
 velleità
 di
 contraddizione.
 Dipende
 da
 uno
 spirito utilitaristico
 che
 risponde
 tanto
 a
 obiettivi
 di
 ottimizzazione
 quanto
 a interessi
privati. A
 rischiare
 di
 essere
 marginalizzati
 o
 sradicati
 dall’insorgenza
 di
 un
 ordine diverso
 sono
 i
 principali
 status
 storici
 occidentali
 della
 verità,
 che
 si
 sono imposti
nel
tempo,
che
a
volte
sono
coesistiti
tra
loro
e
che,
per
la
maggior parte,
sono
ancora
presenti
nel
nostro
episteme.
Questi
diversi
regimi,
più
o meno
 ancora
 in
 vigore,
 possono
 essere
 identificati.
 C’è
 innanzitutto
 quello della
 verità
 rivelata
 dei
 monoteismi,
 in
 cui
 il
 rispetto
 delle
 Leggi
 detta
 uno stile
di
vita
individuale
e
collettivo
conforme
alla
morale
divina;
questa
verità giunge
da
una
figura
assoluta
che
impone
una
condotta
agli
uomini,
liberi
in teoria
 di
 farvi
 affidamento
 e
 sottomettervisi.
 C’è
 poi
 quello
 della
 verità platonica
che,
diversamente
dalla
prima,
non
viene
rivelata
all’interno
di
una scena
 inaugurale
 o
 di
 un
 testo
 fondatore,
 ma
 che
 esorta
 a
 non
 fidarsi
 più delle
ombre
della
caverna
e
a
liberarsi
dalle
apparenze
ingannevoli
del
reale esigendo
uno
sforzo
per
elevarsi
al
di
sopra
del
sensibile
e
cogliere,
al
di
là
di tutte
 le
 variazioni
 continue,
 le
 essenze
 pure
 ed
 eterne
 che
 manifestano l’evidenza
 eclatante
 del
 vero:
 “E
 una
 volta
 giunto
 alla
 luce,
 gli
 occhi abbagliati
 dal
 suo
 splendore,
 potrebbe
 vedere
 una
 sola
 delle
 cose
 che
 ora chiamiamo
vere?”.1 Più
 tardi
 Aristotele
 affermerà
 che
 la
 ricerca
 platonica
 si
 perde
 in
 un soprasensibile
che
non
intrattiene
alcun
rapporto
con
la
realtà
e
che
il
vero dipende
da
un
criterio
logico,
quello
della
non-contraddizione,
senza
il
quale noi
diremmo
tutto
e
il
suo
contrario:
“È
da
ingenui
attenersi
ugualmente
alle opinioni
 e
 alle
 immaginazioni
 di
 quelli
 che
 sono
 in
 disaccordo
 tra
 loro giacché
 gli
 uni
 e
 gli
 altri
 sono
 necessariamente
 caduti
 in
 errore”.2
 Ogni ambito
del
sapere,
l’astronomia,
la
botanica,
lo
studio
dell’anatomia
umana, deve
sviluppare
metodi
propri
fondati
sull’esperienza
e
sulla
necessità
della verifica,
 dai
 quali
 la
 verità
 scaturisca
 come
 “adeguamento
 alla
 realtà”.
 Nel Medioevo,
in
contrasto
con
l’autorità
imposta
tanto
dal
feudalesimo
quanto dalla
 gerarchia
 sclerotizzata
 della
 Chiesa,
 il
 teologo
 cattolico
 Tommaso d’Aquino
farà
dell’esercizio
rigoroso
dell’intelletto
la
condizione
dell’accesso alla
verità.
La
stessa
cosa
che
Cartesio
proclamerà
nel
XVII
secolo,
a
partire dalla
certezza
del
cogito,
ossia
la
capacità
che
un
individuo
ha
di
discernere, la
 stessa
 che
 gli
 permette
 di
 ricercare
 le
 verità
 dando
 prova
 di
 metodo, attraverso
deduzioni
e
“lunghi
concatenamenti
logici”.

Durante
l’Illuminismo
venne
piano
piano
abbandonata
la
necessità
di
isolare la
 verità
 in
 quanto
 concetto
 assoluto
 o
 di
 avvalersi
 di
 un
 procedimento esclusivo
 per
 afferrarla.
 Da
 lì
 in
 avanti
 la
 verità
 avrebbe
 costituito
 un principio
plurale
presente
in
diversi
modi
nei
vari
campi
del
mondo
e
della vita,
 che
 avrebbe
 richiesto
 dunque
 lo
 studio
 minuzioso
 dei
 fenomeni
 legati alla
 natura,
 alla
 fisica,
 alla
 medicina,
 alla
 biologia,
 ma
 anche
 alla
 politica, all’economia,
 al
 diritto
 e
 alla
 morale.
 In
 Occidente
 emerge
 una
 civiltà
 che vuole
 allontanarsi
 dalle
 speculazioni
 astratte
 giudicate
 inutili
 e
 fino
 a
 quel momento
 riservate
 a
 un’unica
 casta
 di
 filosofi
 e
 dottori
 delle
 religioni,
 per privilegiare,
a
beneficio
di
quante
più
persone
possibili,
il
lavoro
del
sapere,
i progressi
 dell’insegnamento,
 la
 libera
 diffusione
 di
 libri
 e
 giornali, l’elaborazione
 di
 opere
 enciclopediche
 a
 vocazione
 pedagogica,
 la costituzione
di
istituzioni
dedicate
alla
conoscenza
e
alla
cultura.
Tutti
ambiti che
 dovrebbero
 condurre
 a
 una
 migliore
 intelligenza
 del
 reale,
 grazie
 al processo
individuale
e
comune
di
enlightenment,
alla
base
di
una
nuova
era dell’umanità
 che
 celebra
 i
 lumi
 della
 ragione
 e
 la
 formazione
 di
 coscienze illuminate. Tuttavia,
dopo
tutti
gli
sforzi
compiuti
per
tracciare
i
solchi
che
avrebbero condotto
 la
 società
 sul
 cammino
 del
 “progresso”
 senza
 fine,
 sul
 volgere
 del secolo,
 all’acme
 della
 rivoluzione
 industriale
 e
 del
 trionfo
 dello
 “spirito borghese”,
 giunse
 l’ora
 del
 sospetto
 meditato
 da
 Nietzsche,
 che
 fece coincidere
il
principio
di
verità
con
la
fonte
di
tutte
le
credenze
inculcate,
la quale
 imponeva
 il
 rispetto
 obbligato
 di
 una
 morale
 piatta
 che
 negava
 e sclerotizzava
 le
 possibilità
 virtualmente
 offerte
 dalla
 vita.
 Questa
 idea
 della forza
normativa
della
verità
fu
ripresa
da
Michel
Foucault,
il
quale
si
sforzò di
individuare
tutte
quelle
rappresentazioni
che,
in
modo
più
o
meno
visibile, determinavano
 la
 forma
 generale
 delle
 società
 e
 il
 cui
 aggiornamento avrebbe
dovuto
incoraggiare
sane
velleità
di
liberazione:
“Quello
in
cui
sono impegnato
–
in
cui
ho
voluto
impegnarmi
da
molti
anni
–
è
un
lavoro
volto
a rendere
 manifesti
 alcuni
 degli
 elementi
 che
 potrebbero
 servire
 a
 una
 storia della
verità.
Una
storia
che
non
doveva
essere
quella
di
ciò
che
ci
può
esser
di vero
nelle
conoscenze,
ma
un’analisi
dei
‘giochi
di
verità’,
dei
giochi
del
vero e
 del
 falso
 attraverso
 i
 quali
 l’essere
 si
 costituisce
 storicamente
 come esperienza,
 vale
 a
 dire
 come
 essere
 che
 può
 e
 deve
 essere
 pensato”.3
 I
 suoi lavori
 contribuirono
 all’avvento
 di
 quello
 che
 fu
 nominato “postmodernismo”
che
rifiutava
qualsiasi
nozione
di
verità,
considerata
una fonte
 di
 regole
 coercitive,
 dotata
 di
 un’autorità
 tale
 da
 necessitare
 di
 una “decostruzione”
 destinata
 a
 liberare
 da
 tutti
 i
 gioghi
 imposti,
 la
 stessa
 che condusse
 Jacques
 Derrida
 ad
 affermare:
 “La
 verità,
 è
 nel
 suo
 nome maledetto
 che
 ci
 siamo
 perduti”.4
 Affermazione
 che
 Jean
 Baudrillard radicalizzerà
 fino
 a
 raccomandare
 l’esilio
 del
 principio
 stesso
 di
 verità:
 “La

verità
 è
 ciò
 di
 cui
 occorre
 sbarazzarsi
 al
 più
 presto,
 rifilandola
 a
 qualcun altro.
 Come
 con
 la
 malattia,
 è
 il
 solo
 modo
 per
 guarirne.
 Chi
 resta
 con
 la verità
in
mano
ha
perso”.5 Tuttavia
 a
 essere
 in
 discussione
 non
 era
 tanto
 lo
 sforzo
 di
 discernimento individuale
 e
 collettivo
 richiesto
 da
 ogni
 decisione
 sensata
 e
 tesa
 verso
 il giusto
–
di
cui
Jean-François
Lyotard
aveva
sottolineato
il
carattere
“locale”, supponendo
 di
 determinarci
 continuamente
 secondo
 coscienza,
 secondo alcuni
 principi
 intangibili
 ma
 in
 funzione
 di
 circostanze
 sempre
 variabili
 e specifiche
 –,6
 quanto
 la
 possibilità
 di
 rinforzare
 giochi
 di
 potere
 attraverso convenzioni
 stabilite
 che
 favorissero
 forme
 di
 irreggimentazione
 delle condotte.
È
esattamente
questa
dimensione
sistematicamente
circostanziale ad
 essere
 all’opera
 con
 l’aletheia
 algoritmica,
 per
 la
 quale
 la
 verità
 non costituisce
più
l’oggetto
di
un
sapere
riflessivo,
di
una
ricerca
mai
conclusa
a testimonianza
 dell’apertura
 indefinita
 del
 reale,
 ma
 viene
 enunciata
 da sistemi
 dotati
 di
 una
 potenza
 di
 expertise
 considerata
 superiore
 e
 votata
 a essere
 esercitata
 in
 qualsiasi
 occasione.
 Quello
 che
 distingue
 tale
 regime dagli
 altri
 che
 l’hanno
 preceduto
 è
 che
 questi,
 nessuno
 escluso
 –
 anche
 nel quadro
normativo
edificato
dai
monoteismi
o
in
quello
dei
regimi
autoritari, come
quello
fittizio
presente
in
1984
di
George
Orwell
per
esempio
–,
erano ancora
 esposti
 a
 gesti
 di
 riappropriazione,
 o
 a
 tentativi
 di
 negoziazione, oppure,
 nel
 caso
 dei
 rifiuti
 più
 categorici,
 a
 generare
 manovre
 più
 o
 meno evidenti
 di
 opposizione.
 Qualunque
 fosse
 il
 loro
 ascendente
 simbolico
 o formale,
 concedevano,
 quasi
 loro
 malgrado,
 margini
 di
 azione
 così
 come
 la possibilità
di
preservare
certe
parti
di
sé
e
tenerle
in
questo
modo
al
riparo dalla
loro
autorità. Contrariamente
 a
 queste
 forme
 di
 libertà
 più
 o
 meno
 concesse,
 l’aletheia algoritmica
dovrebbe
essere
dotata
di
un
tale
livello
di
specializzazione
che
la sfida
 non
 consisterebbe
 più
 nel
 mettere
 in
 atto
 eventuali
 strategie
 di soggettivazione
 o
 di
 elusione
 nei
 suoi
 confronti,
 ma
 nel
 trovare
 i
 mezzi
 per conformarvisi
al
meglio.
Al
pari
di
una
procedura
di
sorveglianza
di
polizia finalizzata
 a
 prevenire
 un
 pericolo
 in
 una
 zona
 identificata
 che
 determina l’immediato
invio
sul
posto
delle
volanti.
Mai
nella
storia
un
regime
di
verità si
 è
 imposto
 in
 questo
 modo,
 non
 per
 la
 sua
 forza
 seduttiva
 o
 per
 la
 sua influenza
costrittiva,
dunque,
ma
per
il
sentimento
condiviso
di
un’evidenza, per
 la
 produzione
 di
 equazioni
 considerate
 le
 più
 appropriate, conformemente
 al
 principio
 che
 vuole
 che
 i
 sistemi
 cognitivi
 siano
 degli “Evidence­Based
 Systems”,
 ossia
 sistemi
 fondati
 sul
 principio
 della rivelazione
 di
 fatti
 che
 si
 espongono
 alla
 nostra
 coscienza
 con
 un’evidenza tale
 da
 garantirsi
 il
 nostro
 accordo.
 Perché
 l’aletheia
 algoritmica
 deriva
 da

un
principio
di
rivelazione
ed
è
destinata
a
esercitare
il
suo
genio
lungo
un continuum
 che
 va
 dal
 minimo
 dettaglio
 delle
 nostre
 vite
 fino
 a
 situazioni collettive,
come
nessun’altra
istanza
simbolica
tutelare
aveva
fatto
fino
a
quel momento. Nietzsche
 aveva
 denunciato
 la
 volontà
 di
 edificare
 una
 verità
 che
 si pretendeva
 essere
 assoluta
 e
 obiettiva
 riguardo
 alle
 cose,
 era
 questa
 la
 sua principale
 battaglia;
 se
 vedesse
 quanto
 potere
 conferiamo
 oggi all’intelligenza
 artificiale
 probabilmente
 sarebbe
 colto
 dalla
 stessa
 crisi
 di follia
che
lo
colpì
a
Torino
nel
1889.
Forse
quella
che
si
sta
verificando
è
la fine
hegeliana
della
Storia,
resa
evidente
dal
nostro
rapporto
in
divenire
con la
 verità
 che
 si
 distanzia
 dalle
 molteplici
 forme
 a
 cui
 gli
 umani
 avevano sempre
guardato
e
che,
qualunque
fossero
la
loro
natura
e
le
promesse
che potevano
 annunciare,
 non
 riuscivano
 mai
 a
 venire
 a
 capo
 del
 nostro smarrimento
 ontologico
 di
 base.
 Ormai
 assistiamo
 compiaciuti
 all’agonia della
nostra
“coscienza
infelice”,
per
vedere
sopraggiungere
l’era
del
“Sapere assoluto”
 descritto
 da
 Hegel
 come
 il
 momento
 in
 cui
 “la
 verità
 è
 in
 sé perfettamente
 uguale
 alla
 certezza”,
 nella
 quale
 io
 posso
 dire:
 “So
 di
 avere vissuto
 e,
 a
 forza
 di
 esperienze
 e
 lacerazioni,
 ho
 finito
 per
 contenere l’universo”.7 E
 allora
 diventiamo,
 tanto
 individualmente
 quanto
 collettivamente,
 i Bouvard
 e
 Pécuchet
 del
 XXI
 secolo
 e
 per
 evitare
 di
 “cadere
 nell’abisso spaventoso
 dello
 scetticismo”8
 tentiamo
 continuamente
 di
 afferrare
 una verità
 indubbia,
 esattamente
 come
 i
 due
 protagonisti
 flaubertiani
 che, quando
 decidono
 di
 addentrarsi
 in
 un
 campo
 del
 sapere,
 si
 mettono
 alla ricerca
 del
 manuale
 che
 potrebbe
 consegnargliela
 per
 poter
 poi
 agire impeccabilmente
sulle
cose
–
che
poi
altro
non
è
che
quello
che
ci
aspettiamo noi
 dall’intelligenza
 artificiale.
 Ecco
 perché
 al
 termine
 di
 ogni
 lettura
 ne verificano
 sistematicamente
 il
 contenuto
 attraverso
 degli
 esperimenti
 che nella
maggior
parte
dei
casi
falliscono
o
a
volte
hanno
successo,
ma
solo
per puro
caso.
Flaubert
distruggeva
con
derisione
questo
positivismo
scientifico che
intendeva
venire
a
capo
di
ogni
fenomeno;
è
sua
la
formula
divenuta
poi celebre:
 “la
 sciocchezza
 consiste
 nel
 voler
 concludere”.9
 Egli
 non
 credeva, infatti,
 nell’esistenza
 di
 verità
 definitive,
 ma
 nel
 pullulare
 delle rappresentazioni,
 e
 affermava
 che
 Dio
 poteva
 forse
 afferrare
 la
 causa principale
di
tutte
le
cose,
ma
non
certo
gli
umani;
Bouvard
e
Pécuchet
nella loro
 ricerca
 di
 assoluto
 e
 nel
 desiderio
 di
 acquisire
 un’erudizione enciclopedica
 a
 fini
 utilitaristici,
 proiettano
 una
 speranza
 smisurata
 e
 vana relativamente
 a
 tutti
 i
 testi
 consultati.
 Chissà
 quale
 formula
 piena
 di
 ironia

mordace
userebbe
Flaubert
per
riferirsi
ai
sistemi
aletheici
che
dovrebbero, in
teoria,
darci
la
risposta
giusta
per
ogni
situazione
della
nostra
vita. Per
 questa
 ragione
 quel
 luogo
 comune
 secondo
 cui
 avremmo
 costruito
 un nuovo
Golem
–
come
il
rabbino
Jehuda
Löw,
detto
il
“Maharal
di
Praga”,
che creò
una
creatura
dotata
di
poteri
quasi
identici
ai
nostri
e
capace,
un
giorno, di
“sfuggire
al
nostro
controllo”,
fino
a
diventare
una
potenza
distruttrice
–
è errato.
 Perché
 il
 Golem,
 secondo
 la
 leggenda,
 era
 sottomesso
 al
 potere
 del suo
 creatore
 che
 gli
 dettava
 ordini
 e
 poteva,
 in
 qualsiasi
 momento, interrompere
 l’alito
 di
 vita
 che
 lo
 animava
 infilandogli
 un
 foglio
 di
 carta
 in bocca.
 Il
 giorno
 dell’inaugurazione
 del
 centro
 di
 ricerca
 in
 informatica
 di Rehovot
 in
 Israele,
 il
 filosofo
 Gershom
 Scholem
 pronunciò
 un
 discorso
 che derivava
da
questa
analogia:
“Quella
che
abbiamo
il
privilegio
di
inaugurare oggi
è
la
più
recente
incarnazione
di
questa
magia,
il
golem
di
Rehovot.
E
il golem
 di
 Rehovot
 può
 senz’altro
 competere
 con
 il
 golem
 di
 Praga”.10
 In realtà
 il
 Golem
 non
 è
 quello
 che
 crediamo,
 siamo
 noi
 che
 attribuiamo all’intelligenza
 artificiale
 tutta
 una
 serie
 di
 qualità
 e
 assumiamo
 il
 ruolo
 di Golem
 perché
 siamo
 sottomessi
 a
 una
 potenza
 che,
 dall’alto
 del
 suo
 sapere sempre
 più
 onnisciente,
 ci
 ordina
 le
 azioni
 da
 compiere.
 Perché,
 sempre secondo
 Scholem:
 “Dio
 poté
 creare
 l’Uomo
 da
 un
 mucchio
 di
 argilla
 e infondergli
 una
 scintilla
 della
 Sua
 forza
 vitale
 (è
 questa,
 in
 definitiva, l’‘immagine
divina’
a
somiglianza
della
quale
l’Uomo
fu
creato).
Senza
questa intelligenza
 e
 la
 creatività
 spontanea
 della
 mente
 umana,
 Adamo
 non sarebbe
stato
nient’altro
che
un
golem”.11 A
 questo
 proposito
 non
 è
 un
 caso
 che
 un
 ex
 manager
 di
 Uber,
 Anthony Levandowski,
abbia
annunciato
nel
2017
la
creazione
di
una
Chiesa
chiamata Way
of
The
Future
che
intende
“tributare
un
culto
all’intelligenza
artificiale
e favorire
la
realizzazione,
l’accettazione
e
l’adorazione
di
una
divinità
basata sull’intelligenza
artificiale,
più
capace
rispetto
agli
esseri
umani
di
fare
scelte razionali
per
guidarli.
[…]
Mi
piacerebbe
che
questa
divinità
ci
considerasse
i suoi
 adorati
 antenati,
 che
 ci
 rispettasse
 e
 si
 prendesse
 cura
 di
 noi.
 Se arriviamo
a
un’entità
un
miliardo
di
volte
più
intelligente
del
più
intelligente degli
 esseri
 umani,
 come
 volete
 chiamarla?
 Non
 avremo
 altra
 scelta
 che sottometterci
a
quella
nuova
divinità”.12
Guardare
a
queste
affermazioni
con disprezzo
 e
 deriderle
 sarebbe
 sbagliato:
 esse
 sono
 la
 testimonianza
 di
 una forma
 di
 perspicacia
 riguardo
 alla
 condizione
 auratica
 che
 attribuiamo
 alle tecnologie
dell’aletheia
e
alla
loro
autorità,
sotto
il
cui
vincolo
siamo
sempre più
chiamati
a
porci,
rispondendo
a
schemi
di
competenza
della
psichiatria, dei
 quali
 Anthony
 Levandowski
 non
 sarebbe
 altro
 che
 il
 rivelatore,
 nella

misura
 in
 cui
 come
 mai
 prima
 nella
 storia
 “le
 cose
 fanno
 la
 parte
 degli uomini,
e
gli
uomini
quella
delle
cose;
questa
è
la
radice
del
male”
(Simone Weil).13

2.2
LO
STADIO
INCENTIVANTE
DELLA
VERITÀ:
IL
PIÙ
POSSIBILE
VICINO
AI
CORPI
E
ALLE MENTI

È
 già
 stato
 detto
 quasi
 tutto
 quello
 che
 c’era
 da
 dire
 a
 proposito
 dello smartphone.
Si
è
parlato
della
possibilità
che
offre
di
connettersi
a
internet in
qualsiasi
momento
e
in
qualsiasi
luogo,
della
circolazione
esponenziale
di messaggi
e
immagini
che
genera,
del
narcisismo
che
favorisce,
in
particolare attraverso
 l’uso,
 spesso
 compulsivo,
 del
 selfie;
 ci
 siamo
 allarmati
 per
 la dipendenza
provocata
dalle
sue
attrattive,
lo
abbiamo
lodato
per
le
sue
virtù ubiquitarie
e
per
il
potere
che
ci
dà
di
essere
nomadi.
Sin
dalla
sua
comparsa e,
 soprattutto,
 a
 mano
 a
 mano
 che
 abbiamo
 imparato
 a
 utilizzarlo,
 tutti abbiamo
avuto
chiaro
che
si
trattava
di
un
fenomeno
importantissimo,
dalla portata
 sociale,
 economica
 e
 civilizzazionale
 decisiva.
 Ma
 come
 spesso accade
per
gli
avvenimenti
relativamente
improvvisi,
vissuti
nell’istantaneità e
 nel
 flusso
 precipitoso
 delle
 circostanze,
 accade
 che
 certi
 discorsi
 si impongano
più
di
altri
e
diventino
gli
argomenti
di
conversazione
principali; essi
 fungono
 da
 rappresentazioni
 dominanti,
 mentre
 il
 punto
 saliente continua
 a
 essere
 ignorato;
 generalmente
 deve
 trascorrere
 un
 certo
 tempo affinché
 questo
 venga
 colto
 appieno,
 perché,
 per
 quanto
 decisivo,
 risulta apparentemente
meno
impressionante
ai
nostri
occhi. Nella
fattispecie,
quello
che
per
molto
tempo
è
passato
inosservato
è
che, con
 questi
 apparecchi,
 le
 persone,
 come
 per
 miracolo,
 hanno
 smesso
 di dipendere
da
sé
stesse
e
dalla
loro
capacità
intuitiva
e
hanno
iniziato
a
farsi guidare
in
ogni
esperienza
quotidiana.
A
permetterlo
sono
stati
dei
dispostivi fino
 ad
 allora
 inediti,
 ossia
 le
 applicazioni
 integrate
 ai
 sistemi
 di
 gestione, che
 non
 solo
 offrivano
 una
 navigazione
 facile
 e
 “intuitiva”
 grazie
 alle interfacce
 ergonomiche
 e
 perfettamente
 adattate
 alla
 dimensione
 ridotta dello
schermo,
ma
prodigavano
anche
tutta
una
serie
di
consigli
calibrati
su ciascuno.
 L’origine
 di
 questa
 logica
 può
 essere
 ricondotta
 all’uscita dell’iPhone
 nel
 2007,
 che
 ha
 inaugurato
 l’era
 dell’affiancamento
 degli individui
per
mezzo
di
procedimenti
incaricati
di
facilitarne
la
vita
fornendo la
giusta
informazione
in
qualunque
situazione.
Che
poi
altro
non
era
che
lo slogan
pubblicitario
di
Apple
di
quel
periodo,
ossia
“c’è
un
applicazione
per tutto”;
anche
se
all’epoca
questo
non
era
ancora
del
tutto
vero,
già
attestava

pienamente
 la
 vocazione
 per
 cui,
 nel
 lungo
 periodo,
 si
 sarebbe
 arrivati
 a integrare
ogni
nostro
più
minimo
gesto. Tuttavia,
 nonostante
 il
 salto
 da
 un’informazione
 offerta
 a
 tutti
 a un’informazione
 destinata
 al
 singolo,
 per
 perfezionare
 questa
 architettura mancava
 ancora
 una
 dimensione:
 una
 sorta
 di
 interlocutore
 unico
 con
 il quale
 poter
 stringere
 un
 sodalizio
 familiare
 e
 fedele,
 che
 ci
 permettesse
 di rimetterci
 completamente
 alle
 sue
 parole
 premurose
 e
 personalizzate.
 Ecco perché
 ben
 presto
 fu
 creato
 un
 nuovo
 modello,
 spuntato
 quasi
 dal
 nulla: l’assistente
 digitale
 personale.
 Il
 primo
 a
 essere
 integrato
 in
 uno smartphone
 fu
 Siri,
 sviluppato
 a
 partire
 dal
 2003
 dallo
 Stanford
 Research Institute,
in
seguito
a
una
richiesta
della
Darpa
(Defense
Advanced
Research Projects
Agency),
e
più
tardi
da
una
start
up
eponima,
che
Apple
acquisì
nel 2010.
 La
 sua
 efficacia
 era
 inizialmente
 limitata,
 ma
 grazie
 al
 machine learning
 e
 ai
 vari
 progressi
 dell’intelligenza
 artificiale
 il
 dispositivo
 non
 ha mai
 smesso
 di
 migliorare.
 Il
 suo
 impiego
 non
 doveva
 limitarsi
 a
 un
 unico settore,
come
accade
nel
caso
delle
applicazioni,
ma
rivestire
una
posizione “generalista”,
 una
 sorta
 di
 guida
 di
 un
 genere
 completamente
 nuovo,
 in grado
di
illuminarci
con
le
sue
conoscenze.
Questo
prototipo
ispirò
Samsung che,
nel
2012,
immise
sul
mercato
la
sua
versione,
S
Voice,
progressivamente sostituita
da
Bixby,
prima
che
Microsoft,
nel
2014,
lanciasse
la
sua,
Cortana, come
 fecero
 altri
 attori
 in
 quello
 stesso
 periodo
 e
 nel
 corso
 degli
 anni successivi.
Quello
a
cui
si
puntava,
senza
che
i
risultati
ancora
oggi
abbiano pienamente
 soddisfatto
 le
 aspettative,
 né
 che
 gli
 intenti
 sino
 mai
 stati realmente
esplicitate
in
questi
termini,
era
il
Graal
del
rapporto
tra
marchi
e consumatori:
una
relazione
ultrapersonalizzata
e
ininterrotta
con
il
cliente. I
recenti
progressi
nella
tecnologia
delle
chatbot
 migliorano
 continuamente la
qualità
dei
“dialoghi”
tra
dispositivi
e
persone,
dando
così
una
dimensione nuova
 a
 questo
 “sodalizio”.
 Essi
 contribuiscono
 a
 marginalizzare progressivamente
 l’uso
 delle
 applicazioni
 che
 funzionano
 “in
 silos”,
 per privilegiare
 interazioni
 più
 fluide
 e
 destinate
 a
 rapportarsi
 con
 soggetti sempre
più
diversificati.
Stiamo
entrando
nell’era
“post-app”,
in
cui
i
sistemi di
 messaggistica
 istantanea
 come
 Messenger
 o
 WeChat,
 per
 citarne
 solo
 un paio,
si
presentano
come
“complici”
capaci
di
rispondere
a
qualsiasi
tipo
di richiesta
 e
 suggerire
 le
 offerte
 considerate
 più
 adatte.
 Se
 da
 un
 lato
 il
 loro utilizzo
non
è
ancora
maturo,
dall’altro
l’obiettivo
consiste
nel
volersi
erigere a
 “porta
 d’entrata
 del
 Web”
 in
 vista
 di
 assumere
 il
 ruolo
 di
 piattaforma globale
 in
 tutte
 le
 società
 desiderose
 di
 stringere
 legami
 diretti
 e
 sempre aperti
con
i
consumatori.

Le
interfacce
cosiddette
“conversazionali”
stanno
guadagnando
sempre
più terreno.
 Ma
 sarebbe
 ingenuo
 prendere
 l’espressione
 alla
 lettera
 e
 pensare che
 avremo
 a
 che
 fare
 con
 quello
 stesso
 tipo
 di
 “conversazioni”
 che, normalmente,
 mettono
 in
 relazione
 gli
 esseri
 umani
 che
 dialogano
 tra
 loro per
 vari
 scopi.
 Si
 tratta
 di
 un
 abuso
 di
 linguaggio
 in
 quanto,
 nel
 caso
 delle chatbot,
 l’analisi
 in
 tempo
 reale
 delle
 parole
 formulate
 dalle
 persone,
 così come
 la
 loro
 memorizzazione,
 avviene
 solo
 per
 rispondere
 a
 scopi strettamente
commerciali
o
utilitaristici
e,
sotto
l’apparenza
di
conversazioni dai
toni
familiari,
cercare
di
sostituire
il
senso
con
il
segnale.
Quest’ossatura rappresenta
 lo
 zoccolo
 di
 quello
 che
 viene
 definito
 “commercio conversazionale”
 condotto
 da
 agenti
 intelligenti
 “che
 perseverano
 senza sosta
nel
loro
essere”
per
dare
i
consigli
migliori
su
film,
ristoranti
o
prodotti in
 funzione
 del
 profilo
 di
 ciascuno
 e
 delle
 circostanze,
 arrivando
 perfino
 a farsi
carico
di
procedere
alle
transazioni.14 Tuttavia,
 vista
 la
 velocità
 delle
 evoluzioni,
 questo
 “commercio conversazionale”
rappresenterà
solo
una
fase
momentanea;
la
nuova
sfida
è sopprimere
 il
 principio
 stesso
 del
 “commercio”,
 che
 presuppone
 una distanza
 tra
 due
 entità.
 Dover
 prendere
 in
 mano
 lo
 smartphone
 o
 doversi mettere
davanti
a
un
computer
per
utilizzare
delle
interfacce
che
mobilitano principalmente
 lo
 scritto
 è
 già
 di
 per
 sé
 uno
 peso.
 Ciò
 che
 caratterizza l’universo
digital-industriale
è
che,
non
appena
intravede
un
ostacolo,
ha
la straordinaria
capacità
di
aggirarlo
trovando
la
soluzione
migliore.
L’obiettivo è
individuare
le
modalità
più
reattive,
che
necessitino
del
minimo
sforzo
da parte
 dell’utente;
 a
 tal
 fine,
 esse
 devono
 inscriversi
 in
 una
 cornice
 priva
 di qualsiasi
 ostacolo,
 affinché
 tra
 la
 formulazione
 di
 un
 enunciato
 e
 il
 fatto
 di rispondervi
 si
 inserisca
 il
 minor
 numero
 possibile
 di
 interferenze
 e l’immediatezza
funga
da
interazione
quasi
naturale
e
dotata
di
evidenza. Questo
è
il
motivo
per
cui
i
rapporti
con
i
processori,
così
carichi
di
intimità, sono
 chiamati
 a
 essere
 vissuti
 dagli
 individui
 in
 primis
 nella
 sfera
 privata, considerata
 un
 ambiente
 propizio
 all’instaurazione
 di
 legami
 premurosi
 e basati
su
un
ascolto
attento.
Gli
oggetti
all’interno
delle
nostre
case
avranno per
vocazione
quella
di
assicurarsi
del
nostro
benessere.
Nelle
nostre
camere, per
esempio,
è
già
possibile
beneficiare
delle
virtù
rasserenanti
promesse
da Dreem,
 una
 fascia
 di
 simulazione
 sensoriale,
 messa
 a
 punto
 dalla
 start
 up francese
Rythm,
da
indossare
sulla
testa
al
momento
di
andare
a
letto
e
che mette
insieme
“i
metodi
più
efficaci,
dal
biofeedback
alla
neuromodulazione, per
 migliorare
 la
 qualità
 del
 sonno”.15
 Il
 dispositivo
 sorveglia
 i
 movimenti notturni
dell’utente,
il
suo
ritmo
cardiaco
e
l’attività
cerebrale
attraverso
un sistema
 di
 elettroencefalogramma.
 Emette
 suoni
 che
 si
 propagano
 per

conduzione
 ossea
 allo
 scopo
 di
 favorire
 l’addormentamento
 e
 che
 si trasformano
 poi
 in
 “rumori
 rosa”
 destinati
 ad
 amplificare
 l’attività
 del talamo
che
regola
il
livello
delle
onde
delta
favorendo
il
sonno
profondo.
Per finire,
 in
 quello
 che
 considera
 il
 momento
 ideale
 rispetto
 all’attività cerebrale,
 aziona
 una
 sveglia
 cosiddetta
 “intelligente”
 fatta,
 a
 seconda
 delle circostanze,
 di
 canti
 sintetici
 di
 uccelli
 o
 di
 cicale,
 per
 esempio.
 Un
 vero “coach
 del
 sonno”,
 come
 lo
 definiscono
 orgogliosamente
 i
 suoi
 ideatori.
 Al mattino
un’applicazione
dedicata
rivela
lo
“sleep
score”
e
rilascia
una
serie
di commenti
 che
 suggeriscono
 i
 servizi
 e
 i
 prodotti
 da
 abbinare.
 Nei
 nostri bagni,
 invece,
 per
 chi
 lo
 desidera,
 la
 vasca
 può
 diffondere
 oli
 essenziali
 in funzione
 dell’umore
 attraverso
 cartucce
 in
 grado,
 poco
 prima
 di
 terminare, di
 ordinare
 da
 sé
 le
 proprie
 ricariche.
 A
 questo
 punto,
 tutti
 belli
 rilassati
 e avvolti
 nell’accappatoio,
 possiamo
 ascoltare,
 davanti
 alla
 nostra
 cabina armadio,
 i
 suggerimenti
 di
 stilisti
 virtuali
 come
 Echo
 Look,
 un
 dispositivo intelligente
sviluppato
da
Amazon,
pronto
a
consigliarci
l’outfit
del
giorno
o
i vestiti
 da
 comprare
 offrendo
 simulazioni
 effettuate
 per
 mezzo
 di
 sistemi
 di realtà
aumentata.16 Per
farsi
carico
del
nostro
benessere,
questi
“smart
agents”
ci
entrano
dentro con
 tutti
 i
 loro
 sensori,
 con
 tutta
 la
 loro
 scienza,
 fino
 alle
 profondità
 della nostra
 psiche,
 grazie
 ai
 progressi
 dell’informatica
 cosiddetta
 “emotiva” (“affective
computing”)
che
è
già
oggetto
di
numerose
applicazioni.
Ne
sono un
 esempio
 i
 cosiddetti
 “robot
 sociali”,
 ai
 quali
 siamo
 soliti
 attribuire
 la straordinaria
capacità
di
leggere
la
nostra
anima
e
essere
pieni
di
“empatia” nei
 nostri
 confronti
 al
 fine
 di
 dispensarci
 le
 migliori
 attenzioni.
 La
 “cura
 di sé”,
 formalizzata
 dall’antica
 Grecia
 come
 una
 pratica
 volta
 a
 tendere
 verso una
vita
retta
e
sana
grazie
a
esercizi
morali
e
fisici
regolari,
si
trova
a
essere supportata
 dalle
 tecnologie
 dell’aletheia
 che,
 in
 ogni
 circostanza,
 ci prospettano
 la
 cornice
 ideale
 per
 il
 nostro
 pieno
 appagamento.
 Inoltre l’exagoreusis,
 ossia
 l’“esame
 ininterrotto
 di
 sé”
 guidato
 giorno
 dopo
 giorno da
un
monaco
che
raccoglie
i
pensieri
degli
individui
portandoli
a
compiere un’opera
 di
 ammissione
 permanente17
 volta
 a
 favorire
 la
 conoscenza
 di
 sé per
il
tramite
dell’espressione
verbale,
si
trova
a
essere
rilanciata
dai
sistemi che
decrittano
gli
stati
delle
persone
e
si
ergono
a
nuovi
direttori
di
coscienza del
 nostro
 tempo,
 capaci
 di
 impadronirsi
 di
 noi
 e
 imporci
 la
 condotta considerata
 migliore.
 Il
 tecnoliberismo
 tenta
 di
 fregiarsi
 del
 titolo
 di
 prete comprensivo
 e
 compassionevole,
 comunicandoci
 i
 precetti
 necessari
 alla “vita
buona”,
l’eudaimonia,
teorizzata
da
Aristotele
come
un’esistenza
felice e
 realizzata;
 i
 suoi
 detentori
 si
 presentano
 ormai,
 con
 fede
 ed
 entusiasmo, come
i
“fornitori
ufficiali
di
eudaimonia”.

Una
 vita
 impercettibilmente
 e
 letteralmente
 messa
 sotto
 tutela
 emerge
 per grazia
 dell’intelligenza
 artificiale
 che,
 con
 il
 suo
 dito,
 ci
 indica
 la
 via
 da prendere,
 come
 fosse
 il
 Cristo
 Pantocratore,
 o
 il
 Cristo
 in
 Maestà.
 È importante
notare
che
nell’epoca
antropomorfica
della
tecnica
non
si
tratta solo
 di
 riprodurre
 in
 modo
 schematico
 alcuni
 meccanismi
 del
 cervello,
 ma anche
 di
 cogliere
 i
 suoi
 stimoli,
 al
 fine
 di
 creare
 un
 processo
 neuroenergetico
 generato
 ogni
 volta
 da
 un
 input
 derivante
 dall’attuazione
 di
 una situazione
 favorevole
 e
 dalla
 formulazione
 di
 enunciati
 che
 suscitano l’eccitazione
e
conducono,
come
accade
nei
sistemi,
a
un
output
espresso
da un
gesto
sottoposto
alle
intenzioni
definite
dal
processo.
D’ora
in
poi
quello che
 ci
 aspettiamo
 dai
 processori
 è
 che
 ci
 governino
 con
 maestria,
 che
 ci liberino
da
quel
fardello
che
sin
dall’alba
dei
tempi
ci
portiamo
sulle
spalle
e che
però,
fino
a
poco
fa,
costituiva
il
sale
della
vita
e
del
nostro
rapporto
col mondo,
 e
 cioè
 doverci
 continuamente
 esprimere,
 impegnare;
 insomma, assumerci
la
nostra
responsabilità.

2.3
LO
STADIO
IMPERATIVO
DELLA
VERITÀ:
DISPOSITIVI
PER
SRADICARE
IL
DUBBIO Ognuna
delle
nostre
azioni
prende
corpo
all’interno
di
un
orizzonte
fatto
di un
 nugolo
 di
 arborescenze
 dal
 numero
 virtualmente
 infinito.
 Per
 quanto possiamo
 decidere
 di
 agire
 in
 questo
 o
 in
 quell’altro
 modo,
 nelle
 situazioni insignificanti
 come
 in
 quelle
 decisive
 esistono
 sempre
 molte
 alternative possibili,
e
questo
perché
non
siamo
dotati
del
sapere
assoluto
di
Dio
che
ci permetterebbe
 di
 prendere
 ogni
 volta
 la
 decisione
 giusta.
 L’indefinita apertura
 del
 reale
 presuppone
 l’incertezza
 e
 la
 persistenza
 del
 dubbio.
 È
 il destino
 tragico,
 e
 fino
 ad
 ora
 considerato
 insormontabile,
 dell’esistenza.
 Se esiste
un
campo
nel
quale
questo
ventaglio
di
possibilità
–
e
la
conseguente ansia
 –
 costituisce
 un
 vettore
 di
 insicurezza
 e
 rischio
 permanente,
 è
 quello delle
 attività
 professionali,
 qualsiasi
 esse
 siano.
 L’eccesiva
 presenza dell’indecisione,
 del
 continuo
 interrogarsi
 le
 ricondurrebbe
 alla
 metafisica, quando
 invece
 appartengono
 a
 una
 delle
 sfere
 più
 concrete
 della
 vita, talmente
 concrete
 che
 rispondono
 solo
 a
 dimensioni
 utilitaristiche
 e
 non vogliono
né
devono
caricarsi
di
interminabili
speculazioni
e
inutili
esitazioni che
 intralcerebbero
 il
 raggiungimento
 dei
 loro
 obiettivi
 e
 minerebbero
 alla base
la
loro
praticabilità. È
per
questo
che
il
mondo
del
lavoro,
più
di
qualsiasi
altro
settore,
è
retto da
 leggi,
 regole,
 norme,
 certificazioni,
 ed
 è
 per
 questo
 che
 si
 inscrive
 in ambiti
 che
 gli
 permettono
 di
 fondersi
 in
 un
 corso
 libero
 da
 continue
 e pericolose
fluttuazioni.
A
differenza
di
quanto
accade
nelle
nostre
vite
–
più

sottoposte
 ai
 brancolamenti
 della
 soggettività
 –,
 nel
 mondo
 del
 lavoro devono
essere
fissati
degli
obiettivi
determinati
e
i
mezzi
utili
a
raggiungerli. È
 per
 questo
 che
 i
 livelli
 di
 responsabilità
 e
 la
 distribuzione
 interna
 dei compiti
 vengono
 definiti
 con
 precisione:
 affinché
 non
 intervenga
 la confusione
a
turbare
il
buon
funzionamento
delle
cose.
Ogni
assembramento di
competenze
richiede
un
sistema
organizzativo
che,
nella
maggior
parte
dei casi,
 vorrebbe
 essere
 dei
 più
 rigorosi,
 ma
 le
 cui
 caratteristiche
 variano
 in base
 ai
 settori
 di
 attività,
 alla
 storia
 di
 ogni
 singolo
 ente,
 alla
 personalità degli
individui,
e
in
particolare
dei
loro
dirigenti,
generalmente
responsabili di
stabilire,
dall’alto
della
piramide,
la
struttura
generale.
Ma
per
quanto
ci
si sforzi
 di
 cercare
 l’organizzazione
 migliore,
 di
 ricorrere
 alle
 competenze
 più qualificate,
 di
 avere
 una
 buona
 visione
 strategica,
 il
 dubbio
 sotto
 sotto rimane
 sempre,
 l’errore,
 trascurabile
 o
 madornale
 che
 sia,
 è
 sempre
 dietro l’angolo.
 E
 così
 il
 mondo
 del
 lavoro,
 soprattutto
 quando
 dispone
 di
 mezzi finanziari,
non
manca
mai
di
mettere
in
atto
procedimenti
e
tecniche
volti
a fare
in
modo
che
le
decisioni
che
prende
siano
sempre
quelle
migliori
e
le
più sicure. Ecco
perché
a
partire
dal
dopoguerra,
agli
albori
di
quel
periodo
che
avrebbe condotto
 al
 rapido
 sviluppo
 della
 “società
 dei
 consumi”
 e
 al
 conseguente incremento
 della
 pressione
 concorrenziale,
 le
 grandi
 imprese
 cominciarono ad
 avvalersi
 sistematicamente
 dell’aiuto
 di
 esperti
 nei
 vari
 processi decisionali.
 Nel
 giro
 di
 poco,
 sul
 volgere
 degli
 anni
 Settanta,
 le
 aziende presero
 l’abitudine
 di
 avviare
 collaborazioni
 con
 istituti
 di
 consulenza
 che mettevano
a
disposizione
squadre
specializzate
considerate
particolarmente aggiornate
 sugli
 ultimi
 sviluppi,
 affinché
 valutassero
 il
 loro
 andamento generale
 e
 i
 loro
 assi
 strategici,
 ed
 eventualmente
 contribuissero
 a
 definirli meglio.
Questi
esperti
proponevano
nuovi
metodi
organizzativi,
risultato
dei progressi
 dell’informatica,
 che
 permettevano
 una
 gestione
 ottimizzata
 di certi
settori.
Le
aziende
cominciarono
così
a
destinare
parte
del
loro
budget all’assunzione,
 più
 o
 meno
 temporanea,
 di
 collaboratori
 esterni
 destinati
 a migliorare
il
loro
livello
di
competenza
e
a
portare
una
boccata
d’aria
fresca. A
 partire
 dagli
 anni
 Novanta
 parallelamente
 a
 queste
 pratiche
 vennero proposti
degli
strumenti
di
aiuto
alla
decisione
elaborati
grazie
ai
progressi di
lavori
matematici
incentrati,
in
particolare,
sulle
arborescenze
decisionali, che
 tenevano
 conto
 di
 un
 contesto
 ampio,
 di
 una
 pluralità
 di
 fattori
 e
 del ventaglio
delle
alternative
che
si
presentavano
a
ogni
tappa.
Essi
si
offrivano come
 strumenti
 capaci
 di
 guidare
 le
 scelte,
 ma
 alla
 fine
 l’ultima
 parola spettava
 sempre
 alle
 persone
 che
 potevano
 scegliere
 di
 seguire
 o
 meno,
 del tutto
o
in
parte,
le
raccomandazioni
formulate.

L’efficacia
di
queste
tecniche
non
ha
mai
smesso
di
crescere,
e
questo
per via
 del
 regolare
 aumento
 delle
 potenze
 di
 calcolo,
 della
 crescente sofisticatezza
degli
algoritmi
e
del
trattamento
di
volumi
di
dati
sempre
più grandi
 e
 riguardanti
 settori
 di
 attività
 sempre
 più
 diversificati.
 Dieci
 anni dopo,
 questi
 sistemi
 diventavano
 il
 cuore
 di
 un
 nuovo
 business
 model, adottato
 in
 modo
 radicale
 dalla
 IBM,
 per
 esempio,
 che
 nel
 2005
 ha
 ceduto alla
 cinese
 Lenovo
 tutto
 il
 suo
 settore
 di
 assemblaggio
 computer
 per focalizzarsi
 unicamente
 sull’attività
 di
 consulenza
 alle
 aziende
 e sull’introduzione
 di
 sistemi
 di
 organizzazione
 e
 di
 aiuto
 alla
 decisione. Questa
 mutazione
 strategica
 era
 la
 testimonianza
 di
 un
 cambiamento
 di funzione
 dell’informatica.
 Nel
 secondo
 decennio
 del
 XXI
 secolo
 questi dispositivi,
che
fino
a
quel
momento
avevano
rappresentato
degli
strumenti di
visibilità
e
di
controllo
dell’andamento
generale
delle
aziende,
divennero capaci
 di
 interpretare
 in
 tempo
 reale
 un
 gran
 numero
 di
 situazioni
 e, conseguentemente,
 di
 indicare
 le
 azioni
 da
 effettuare;
 queste
 dovevano essere
eseguite
immediatamente
dalle
persone
o
dai
sistemi
stessi.
I
sistemi si
 trasformavano
 dunque
 in
 software
 “cognitivi”,
 tra
 i
 quali
 il
 più emblematico
fu
Watson,
concepito
dalla
stessa
IBM
e
immesso
sul
mercato nel
2011. Sono
 molti
 i
 settori
 professionali
 che
 fanno
 ricorso
 a
 questo
 tipo
 di dispositivi.
 Le
 banche,
 per
 esempio,
 principalmente
 nei
 casi
 di
 richiesta
 di finanziamento,
 allo
 scopo
 di
 verificare
 il
 livello
 di
 rischio
 di
 un
 cliente
 e determinarne
 la
 solvibilità.
 Anche
 le
 assicurazioni
 ne
 fanno
 uso,
 in
 genere per
 tarare
 le
 tariffe
 dei
 contratti
 in
 base
 al
 profilo
 degli
 assicurati
 e, addirittura,
in
base
al
loro
comportamento,
tenuto
sotto
controllo
tramite
il posizionamento
 di
 sensori
 sul
 corpo
 o
 nell’automobile.
 La
 valutazione
 dei dossier,
realizzata
dalle
persone
sulla
base
di
un
gran
numero
di
criteri,
tanto determinati
 quanto
 informali,
 e
 sottomessa
 alla
 loro
 soggettività,
 va sfumando
 a
 favore
 di
 una
 misura
 algoritmica
 che,
 senza
 mezzi
 termini, impone
 le
 sue
 idee.
 Dal
 canto
 loro
 molte
 società
 ricorrono
 ad
 “agenti conversazionali”
 per
 fornire
 ai
 candidati
 le
 informazioni
 relative
 alle posizioni
 aperte
 e
 per
 giudicare
 la
 qualità
 delle
 affermazioni
 da
 loro pronunciate
 durante
 i
 colloqui.18
 Nel
 caso
 di
 video
 colloqui,
 oltre
 al
 livello della
 conversazione,
 gli
 agenti
 intelligenti
 sono
 in
 grado
 di
 analizzare
 i movimenti
della
testa
dei
candidati,
quelli
degli
occhi,
le
espressioni
facciali, fino
a
rilevare
eventuali
sorrisi,
al
fine
di
“stabilire
il
livello
di
interesse
o
di entusiasmo”
 di
 un
 aspirante
 e
 di
 “definire
 meglio
 la
 sua
 personalità”.19 L’intenzione
 dichiarata
 mira
 a
 proporre
 “valutazioni
 aumentate”
 e
 a migliorare
 “l’esperienza
 del
 candidato”,
 conformemente
 alla
 neolingua

digital-manageriale
 contemporanea.
 D’ora
 in
 avanti
 la
 sfida,
 più
 che nell’esaminare
 CV,
 consisterà
 nel
 far
 sviluppare
 ai
 sistemi
 dei
 “test
 della personalità”,
“della
motivazione
e
del
grado
di
intelligenza
emotiva”.
Devono essere
 valutate
 le
 soft
 skills
 (attributi
 personali),
 generalmente
 in
 una prospettiva
predittiva,
al
fine
di
intuire
le
capacità
dei
candidati
di
evolvere all’interno
di
uno
specifico
ambito
e
di
“interagire”
con
le
altre
competenze,
e al
fine
di
stimare
i
futuri
margini
di
miglioramento
delle
persone. Nel
 parlare
 di
 queste
 tecniche,
 viene
 spesso
 segnalata
 la
 presenza
 di storture
dovute
al
fatto
che
i
criteri
di
valutazione
sono
inizialmente
stabiliti da
 esseri
 umani,
 suscettibili,
 più
 o
 meno
 consapevolmente,
 di
 essere
 mossi da
pregiudizi
e
di
privilegiare
o
sfavorire
certe
appartenenze
etniche,
sociali o
 di
 genere.
 La
 preoccupazione
 legata
 alle
 possibili
 discriminazioni
 da qualche
tempo
costituisce
oggetto
di
una
voluminosa
letteratura.
Quello
che non
 viene
 mai
 detto,
 però,
 è
 che,
 al
 di
 là
 delle
 eventuali
 storture,
 le
 norme segretamente
applicate
prediligono
la
giovane
età,
la
capacità
di
reattività
e adattamento,
 il
 corpo
 sano,
 il
 temperamento
 conciliante,
 tutta
 una
 serie
 di imperativi,
 dunque,
 che
 mirano
 alla
 creazione
 di
 un
 ambiente
 lavorativo sempre
dinamico,
costituito
da
individui
docili
e
spogli
da
qualsiasi
forma
di asperità.
 Se
 per
 ora
 questi
 metodi
 non
 sono
 altro
 che
 strumenti complementari
 pensati
 per
 assistere
 le
 persone,
 pare
 si
 stia
 piano
 piano andando
 verso
 l’imposizione
 di
 procedimenti
 rigidi
 basati
 su
 un
 registro uniformato
 di
 esigenze,
 a
 scapito
 della
 selezione
 di
 qualità
 fondate
 su
 ben altri
valori. Oggigiorno
 più
 le
 decisioni
 si
 rivelano
 delicate
 o
 difficili,
 più
 si
 desidera ricorrere
 a
 sistemi
 capaci
 di
 istruire
 l’azione
 umana.
 La
 giustizia,
 ambito particolarmente
 soggetto
 a
 rigorose
 procedure
 di
 controllo,
 che
 intende
 far alternare
gli
argomenti
dell’accusa
e
quelli
della
difesa,
che
esige
l’imperativo della
prova
e
tiene
conto
della
storia
di
ognuno
e
delle
eventuali
circostanze attenuanti,
 fa
 da
 qualche
 tempo
 appello
 a
 dispositivi
 automatizzati utilizzando
 metodi
 cosiddetti
 “attuariali”,
 basati
 su
 “elementi
 oggettivi
 e statistici”.
 Per
 esempio
 negli
 Stati
 Uniti
 alcuni
 giudici
 usano
 protocolli destinati
 a
 valutare
 i
 rischi
 di
 recidiva
 di
 un
 accusato
 o
 a
 pronunciarsi
 a proposito
 dell’opportunità
 di
 liberare
 una
 persona
 in
 attesa
 di
 giudizio
 in funzione
delle
probabilità
che
nel
frattempo
commetta
un
crimine
o
della
sua predisposizione
 a
 voler
 sfuggire
 alla
 legge.
 In
 molti
 stati
 stanno
 già sperimentando
 dei
 software
 capaci
 di
 aiutare,
 o
 addirittura
 sostituire,
 i giudici
nei
casi
considerati
ordinari.
Peraltro
esistono
già
programmi
dotati di
 facoltà
 falsamente
 predittive
 che
 accompagnano
 la
 convalida
 di determinati
arresti,
rovesciando
così
la
funzione
della
giustizia
fino
a
questo

momento
 incaricata
 principalmente
 di
 giudicare
 a
 posteriori
 i
 reati commessi,
 per
 partecipare
 all’edificazione
 di
 un
 ordine
 politico,
 e
 anche poliziesco,
volto
a
neutralizzare
qualsiasi
eventualità
di
rischio
futuro. Il
motivo
per
cui
la
logica
della
“robotizzazione
della
giustizia”
è
così
vantata, è
 che
 essa
 risponderebbe
 alle
 necessità
 di
 prevenire
 qualsiasi
 minaccia,
 di ridurre
i
costi
e
tendere
alla
massima
efficacia.
Come
tutte
le
altre
attività
del settore
 pubblico,
 anche
 la
 pratica
 giudiziaria
 deve
 piegarsi
 inevitabilmente alla
 doxa
 della
 “trasformazione
 digitale”
 che
 non
 smette
 di
 diffondersi attraverso
 la
 forza
 del
 potente
 lavoro
 di
 lobbying
 svolto
 dal
 mondo
 digitalindustriale
 tra
 i
 responsabili
 politici.
 Al
 di
 là
 di
 tutti
 i
 discorsi
 possibili, l’effetto
più
rilevante
di
questa
grande
impresa
utilitaristica
consiste
in
una moltitudine
 di
 norme
 che
 subdolamente
 invadono
 procure
 e
 tribunali.
 È come
 se
 fossimo
 giunti
 allo
 stadio
 avanzato
 della
 classificazione
 delle tipologie
 comportamentali
 “devianti”,
 di
 cui
 la
 serie
 Mindhunter20 testimonia
i
primi
sforzi
metodici
intrapresi
verso
la
fine
degli
anni
Settanta, e
 ormai
 non
 potessimo
 far
 altro
 che
 impiantarla
 all’interno
 di
 sistemi incaricati
 di
 riportarla
 a
 equazioni
 statistiche
 e
 probabilistiche
 e
 così
 dotati della
 facoltà
 di
 pronunciarsi,
 con
 grande
 affidabilità
 e
 dubbio
 minimo,
 su ogni
 caso
 specifico.
 Jeremy
 Bentham,
 a
 suo
 tempo,
 intendeva
 ottenere un’efficacia
 massima
 dal
 principio
 dell’utilità,
 prendendo
 in
 considerazione l’ipotesi
 di
 “trovare
 i
 procedimenti
 di
 un’aritmetica
 morale
 con
 cui
 poter arrivare
a
risultati
uniformi”.21 Dove
si
colloca
allora
il
diritto
degli
imputati
e
della
difesa
a
far
valere
la
loro parola
 all’interno
 dei
 contraddittori?
 Dove
 si
 colloca
 il
 principio
 della singolarità
 di
 ogni
 caso
 ed
 eventualmente
 quello
 di
 vedersi
 accordare l’alternativa,
 da
 sempre
 considerata
 capitale,
 del
 beneficio
 del
 dubbio? Ancora
 una
 volta
 questi
 dispositivi
 vengono
 presentati
 come
 coinvolti unicamente
nell’ambito
di
funzioni
complementari,
ma
non
bisogna
perdere di
 vista
 il
 percorso
 in
 atto,
 quello
 cioè
 che
 vede
 alcuni
 sistemi
 contribuire, attraverso
la
loro
capacità
di
produrre
conclusioni
presumibilmente
rigorose, alla
 relativizzazione
 e
 forse,
 col
 tempo,
 al
 soppiantamento
 della
 percezione umana
 e
 inevitabilmente
 plurale
 delle
 cose.
 È
 chiara
 la
 regressione
 che
 si cela
 sotto
 la
 maschera
 dei
 “miglioramenti
 organizzativi”
 e
 degli “aggiornamenti
tecnologici”?
In
Francia
il
recente
progetto
di
legge
destinato a
far
giudicare
certi
delitti
non
più
dalla
corte
d’assise
–
composta
da
giurie popolari
 –
 ma
 da
 giudici,
 partecipa
 di
 questa
 tecnicizzazione
 della
 giustizia che
 intende
 marginalizzare
 qualsiasi
 valutazione
 soggettiva,
 e
 di conseguenza
 la
 parte
 di
 incertezza
 tipica
 del
 processo
 decisionale,
 per

avvicinarsi
all’ideale
di
un
preciso
discernimento
dei
fatti
grazie
al
sapere
dei soli
esperti,
aiutati
sempre
di
più
da
protocolli
cui
viene
concesso
il
diritto
di enunciare
una
verità
“oggettiva”
e
“indubitabile”. Sono
molti
i
settori
della
società
ormai
controllati
da
sistemi
che
ci
mettono sotto
la
loro
tutela.
È
il
caso
del
settore
dell’istruzione,
che
da
qualche
tempo fa
 ricorso
 all’intelligenza
 artificiale
 allo
 scopo
 di
 “facilitare
 l’accesso
 a
 un insegnamento
 personalizzato
 per
 tutti”.
 Come
 una
 piattaforma
 che
 offre strumenti
in
grado
di
stabilire
al
volo
“diagnosi
cognitive”,
le
risposte
fornite dagli
 studenti
 vengono
 analizzate
 in
 tempo
 reale
 e
 i
 professori
 possono prendere
 ispirazione
 per
 “personalizzare
 i
 propri
 corsi”.22
 D’ora
 in
 poi ciascuno
merita
di
vedersi
offrire
quello
che
ha
il
“diritto
di
aspettarsi”
senza che
 vengano
 formulate
 proposte
 di
 apprendimento
 che
 lo
 costringano
 a evolvere;
 ciò
 che
 conta
 è
 che
 ognuno
 sia
 “preservato
 nelle
 sue caratteristiche”,
 contrariamente
 al
 principio
 storico
 della
 scuola,
 fino
 a
 qui vista
 come
 un’entità
 destinata
 ad
 aprirsi
 all’alterità
 sotto
 molteplici
 forme. Inoltre
 i
 programmi,
 concepiti
 da
 società
 private
 secondo
 criteri generalmente
 poco
 chiari,
 vengono
 accolti
 con
 entusiasmo
 nella
 scuola pubblica
in
nome
dell’inesorabile
“trasformazione
digitale”. Quello
 che
 caratterizza
 le
 tecnologie
 di
 divulgazione
 della
 verità
 è
 che
 esse eliminano
 l’ambiguità
 propria
 a
 qualsiasi
 situazione,
 alle
 relazioni
 umane
 e al
 linguaggio.
 Perché
 c’è
 una
 ricchezza
 dell’ambiguità
 che
 ci
 permette
 di confrontarci
 con
 gli
 altri
 e
 con
 il
 reale
 senza
 fermarci
 a
 un’unica
 opzione. Essa
 rappresenta
 un
 serbatoio
 inesauribile
 di
 possibilità
 e
 inventiva.
 È esattamente
ciò
che
intende
essere
sradicato
da
quello
che
Schopenhauer
ha identificato
 come
 un
 conformismo
 sociale
 abile
 nell’“arte
 di
 produrre l’apparenza
 della
 verità”.
 Di
 solito
 la
 società
 trova
 la
 propria
 vitalità nell’irriducibile
abbondanza
delle
soggettività,
nella
pluralità
contraddittoria degli
interessi,
nell’imperativo
della
negoziazione,
a
testimonianza
del
diritto di
ognuno
di
far
valere
la
propria
singolarità
che
condiziona
la
perennità
di qualsiasi
 collettività
 degna
 e
 valida.
 Una
 relazione
 mortifera
 si
 instaura ogniqualvolta
 una
 logica
 divenuta
 maggioritaria
 “cerca
 di
 espellere
 ciò
 che non
quadra
con
la
sua
identità”
(Elias
Canetti).23 A
 dover
 essere
 rivalutata
 è
 tutta
 la
 filosofia
 politica
 del
 rapporto
 con
 la norma,
la
verità,
le
istanze
decisionali.
Storicamente,
fino
a
oggi,
le
norme,
le convenzioni,
i
pregiudizi
abitano
una
moltitudine
di
luoghi,
il
linguaggio,
le istituzioni,
 i
 regimi
 giuridici.
 Ma
 localizzarli
 non
 è
 semplice,
 perché
 essi
 si fondono
 in
 una
 sorta
 di
 soffice
 nebbia
 che
 rende
 difficile,
 per
 non
 dire

impossibile,
la
loro
individuazione.
Rappresentano
punti
di
appoggio
a
modi di
 organizzazione
 sociale,
 favoriscono
 la
 continuità
 di
 strutture
 di
 potere
 di qualsiasi
 tipo,
 influiscono
 sui
 comportamenti,
 fino
 a
 determinare
 in
 modo impercettibile
gli
stessi
atteggiamenti
del
nostro
corpo.
Data
l’autorità
più
o meno
insidiosa
che
esercitano
sulle
nostre
vite,
cercare
di
distinguerle
è
un dovere.
 Questo
 lavoro
 ha
 rappresentato
 una
 delle
 principali
 missioni assegnate
 alla
 modernità
 filosofica,
 dall’Illuminismo
 a
 Nietzsche,
 fino
 a Foucault,
 che
 ne
 ha
 fatto
 il
 punto
 centrale
 dei
 suoi
 lavori.
 Se
 questo necessario
sforzo
di
discriminazione
è
parte
di
un’impresa
che
non
potrà
mai essere
 interrotta,
 è
 probabile
 che
 essa
 si
 complichi,
 perché
 siamo
 giunti
 a una
nuova
fase
nella
storia
della
normatività
che
vede
all’opera
meccanismi inediti,
 dotati
 di
 tre
 caratteristiche:
 quella
 di
 prendere
 forma
 all’interno
 di dispositivi
 che
 agiscono
 in
 modo
 automatizzato,
 senza
 bisogno
 della
 nostra approvazione
e
in
tempi
brevissimi;
quella
di
essere
chiamati
a
intervenire
in un
 numero
 sempre
 maggiore
 di
 azioni
 individuali
 e
 collettive,
 assumendo una
 portata
 virtualmente
 integrale;
 quella
 di
 vedersi
 attribuire
 un
 valore presumibilmente
 oggettivo,
 che
 li
 fa
 sembrare
 spogli
 di
 qualsiasi
 intento
 e concepiti
per
farci
approfittare
della
loro
incomparabile
efficacia. Questa
 struttura
 non
 fa
 altro
 che
 consolidare
 l’influenza
 di
 una
 miriade
 di norme,
tanto
che
il
semplice
fatto
di
individuarle
e
poi
contrastarle
non
basta più,
 è
 un
 modo
 di
 intervenire
 che
 al
 giorno
 d’oggi
 si
 rivela
 quanto
 mai insufficiente.
 Come
 insufficiente
 sarebbe
 sviluppare
 una
 teoria
 critica
 della normatività
indotta
dagli
algoritmi,
che
non
farebbe
altro
che
constatare
che esistono
 criteri
 poco
 chiari
 che
 determinano
 e
 agiscono
 sui
 nostri comportamenti.
 Queste
 osservazioni,
 già
 trite
 e
 ritrite,
 non
 solo
 sono diventate
 banali
 nell’analisi
 dell’influenza
 degli
 algoritmi
 sulle
 nostre
 vite, ma
 hanno
 anche
 il
 grave
 difetto
 di
 non
 rimettere
 mai
 in
 discussione
 il principio
 stesso
 del
 loro
 potere
 decisionale.
 A
 dispetto
 di
 queste
 posizioni passive
 e
 ormai
 assodate,
 ciò
 che
 conta
 è
 definire
 il
 principio
 stesso dell’estrema
 normatività
 formalizzata
 all’interno
 di
 sistemi
 cui
 è
 concesso definire
la
verità
e
avviare
una
serie
di
azioni,
come
qualcosa
di
inconciliabile con
i
valori
che
ci
costituiscono.
Non
si
tratta
di
cercare
di
sapere
quali
siano i
 principi
 operanti,
 o
 di
 allarmarsi
 continuamente
 per
 le
 distorsioni riguardanti
 i
 risultati,
 ma
 di
 decretare,
 alla
 base,
 che
 i
 protocolli
 che
 ci tolgono
il
potere
di
giudizio
e
di
decisione
sostituendosi
alla
nostra
coscienza e
 alla
 nostra
 libertà
 di
 azione,
 devono
 essere
 considerati
 inammissibili.
 In altre
 parole,
 in
 nome
 della
 nostra
 eredità
 umanistica,
 è
 nostro
 dovere disporre
 del
 diritto
 di
 opporci,
 ovunque
 ci
 troviamo,
 ai
 meccanismi
 che mirano
a
imporre,
a
tutti
i
livelli
delle
nostre
esistenze,
un
ordine
unilaterale

e
 infondato
 delle
 cose.
 Possiamo
 definirla
 un’etica
 in
 atto
 delle
 nostre convinzioni;
 o
 una
 salutare
 messa
 in
 pratica
 di
 una
 politica
 di
 legittima difesa.

2.4
LO
STADIO
PRESCRITTIVO
DELLA
VERITÀ:
IPPOCRATE
SOTTO
IL
GIOGO
DEL
PRIVATO È
 un
 dato
 di
 fatto.
 Se
 esiste
 un
 campo
 sufficiente,
 da
 solo,
 a
 legittimare l’esistenza
dell’intelligenza
artificiale
e
che
di
certo
beneficerà
di
tutto
il
suo potere
–
del
quale
tutti
prima
o
poi
usufruiremo
–,
è
quello
della
medicina.
È opinione
 comune
 credere
 che
 l’intelligenza
 artificiale
 dovrebbe
 permettere alla
ricerca
medica
di
superare
confini
dalla
portata
storica
smisurata.
È
un regalo
 quello
 ci
 viene
 fatto
 e
 non
 accettarlo
 significherebbe
 dare
 prova
 di diffidenza.
Tale
prospettiva
costituisce
l’argomento
inconfutabile
a
favore
del suo
sviluppo.
E
se
in
certi
settori
le
prassi
in
vigore,
o
in
procinto
di
esserlo, suscitano
preoccupazione
o
disapprovazione,
i
benefici
annunciati
in
questo ambito
segnalano
che
le
cose
sono
complesse
e
che
è
sempre
bene
mostrarsi equilibrati
 nelle
 valutazioni.
 Il
 presunto
 apporto
 dell’intelligenza
 artificiale alla
medicina
costituisce
il
punto
d’incontro
dei
suoi
sostenitori
che
in
ogni minimo
 dibattito
 non
 perdono
 mai
 occasione
 di
 sfoderare
 orgogliosamente questa
infallibile
arma. Yann
 LeCun,
 impegnato
 nel
 perfezionamento
 del
 servizio
 clienti
 di Facebook,
non
fa
che
ripetere,
in
modo
quasi
caricaturale,
che
“l’intelligenza artificiale
salverà
delle
vite”,
pur
riconoscendo
che
essa
“rappresenta
anche un
 pericolo”.24
 Allora,
 visto
 che
 è
 chiamata
 a
 “salvare
 delle
 vite”,
 al
 pari della
scommessa
di
Pascal,
l’infinita
distesa
delle
sue
promesse
vale
la
pena del
 nostro
 rischio;
 naturalmente,
 essendo
 tutti,
 all’interno
 di
 questa equazione,
 tenuti
 all’obbligo
 della
 “vigilanza”,
 la
 possibilità
 di
 determinarci sin
 d’ora
 e
 in
 coscienza
 su
 tali
 questioni
 è
 rimandata
 alle
 calende
 greche. Bisogna
 saper
 identificare
 i
 ragionamenti
 destinati
 a
 paralizzare
 qualsiasi posizione
 divergente.
 Ebbene,
 dato
 che
 non
 si
 fa
 altro
 che
 dire
 che
 la medicina
 trarrà
 un’infinità
 di
 vantaggi
 dalle
 presagite
 virtù
 dell’intelligenza artificiale,
sarebbe
bene
andare
a
vedere
da
vicino
come
funzionano
le
cose, al
di
là
dei
discorsi
prefabbricati
che
cercano
di
bloccare
qualunque
impresa critica. La
 progressiva
 introduzione,
 a
 partire
 degli
 anni
 Novanta,
 di
 strumenti digitali
 destinati
 agli
 esami
 medici,
 nella
 radiografia,
 nella
 cardiologia
 o nell’oculistica,
 per
 citare
 solo
 alcune
 branche,
 unita
 alla
 registrazione
 degli esami
 su
 server,
 ha
 trasformato
 la
 medicina
 in
 una
 pratica
 generatrice
 di volumi
di
dati.
Queste
nuove
consuetudini
hanno
permesso
un
monitoraggio

continuo
 dei
 pazienti
 oltre
 che
 una
 conoscenza
 approfondita
 di
 molte situazioni
individuali
e
collettive
da
parte
di
vari
organismi,
come
gli
enti
di previdenza
sociale,
i
ministeri
della
Salute
o
l’Organizzazione
mondiale
della sanità
(OMS).
La
IBM,
tra
le
altre
società,
ha
voluto
subito
trarre
vantaggio dall’emergere
 di
 una
 medicina
 “informazionale”
 mettendo
 a
 punto
 un programma
dedicato,
Watson,
che
risponde
a
tre
funzioni.
La
prima
consiste nel
 raccogliere
 e
 analizzare
 qualsiasi
 tipo
 di
 dati.
 Questi
 provengono
 dalle cartelle
cliniche
delle
pazienti
e
si
riferiscono
all’evoluzione
del
loro
quadro clinico,
 all’efficacia
 delle
 terapie
 e
 agli
 eventuali
 effetti
 collaterali.
 Inoltre
 il sistema
 si
 informa
 dei
 vari
 focolai
 di
 infezione
 nel
 mondo
 ed
 è
 persino
 in grado
 di
 “leggere”
 e
 sintetizzare
 articoli
 scientifici
 disponibili
 online, affinando
 continuamente
 il
 suo
 livello
 di
 competenza.
 Costituisce
 un
 facile strumento
 di
 accesso
 a
 una
 miriade
 di
 informazioni
 per
 i
 medici
 che possono,
in
questo
modo,
valutare
meglio
le
decisioni
da
prendere. La
 seconda
 funzione,
 sviluppatasi
 in
 un
 secondo
 momento,
 è
 decisamente più
sorprendente
rispetto
alla
storia
della
disciplina.
Watson,
così
come
altri programmi
 simili,
 è
 dotato
 della
 capacità
 di
 stabilire
 diagnosi.
 Può,
 ad esempio,
individuare
un
tumore
della
pelle
con
gradi
di
precisione
giudicati superiori
a
quelli
degli
esseri
umani.
Emerge
dunque
una
nuova
abilità,
che corrisponde
 esattamente
 alla
 funzione
 aletheica
 dell’intelligenza
 artificiale, ossia
 quella
 di
 rivelare
 situazioni
 generalmente
 celate
 al
 nostro
 intelletto. Siamo
 di
 fronte
 a
 una
 svolta
 di
 portata
 storica
 che
 vede
 i
 sistemi
 capaci
 di identificare
eventuali
patologie
ed
esercitare
le
loro
competenze
in
specialità diverse.25
 A
 caratterizzarli
 è
 il
 fatto
 che
 essi
 sono
 il
 risultato
 di
 ricerche condotte
non
dal
mondo
della
medicina,
ma
da
attori
industriali.
Sono
loro ad
avviare
e
sviluppare
i
protocolli
e
poi
a
proporli
ai
vari
centri
diagnostici. Qui
 siamo
 di
 fronte
 a
 una
 forma
 di
 disgiunzione
 tra
 il
 mondo
 tecnicoeconomico
e
quello
della
medicina,
che
non
lavorano
di
concerto,
all’interno dei
partenariati,
in
quanto
il
primo
tenta
di
imporre
le
sue
“innovazioni”
al secondo. Ma
 il
 personale
 medico
 non
 ha
 certo
 bisogno
 di
 essere
 convinto:
 la
 doxa della
 “trasformazione
 digitale”
 come
 fonte
 di
 miglioramento
 costituisce un’assoluta
priorità
in
questo
settore.
Invece
di
difendere
il
campo
delle
sue prerogative,
 di
 dare
 prova
 di
 una
 necessaria
 distanza
 critica,
 di
 far
 valere l’importanza
 di
 un’attenta
 valutazione
 prima
 di
 adottare
 tecniche
 che
 la vincolino,
 la
 medicina
 sceglie
 di
 procedere,
 per
 così
 dire,
 a
 testa
 bassa, convinta
 di
 essere
 di
 fronte
 a
 un’evoluzione
 inevitabile
 alla
 quale
 è necessario
 adeguarsi
 con
 vivacità
 per
 il
 presunto
 bene
 della
 pratica
 e
 dei pazienti.
 Va
 da
 sé
 che
 l’eterno
 cliché
 della
 complementarità,
 che
 dovrebbe

essere
all’opera
nella
diagnostica,
è
destinato
a
fermarsi
a
delle
vane
formule nella
 misura
 in
 cui
 ciò
 che
 è
 destinato
 a
 prevalere
 è
 la
 verità
 indubitabile enunciata
 dai
 sistemi.
 L’ipotesi,
 certo
 costosa,
 di
 una
 controdiagnosi automatizzata
rappresenterebbe
un
contrappeso
tale
da
relativizzarla. L’aura,
 destinata
 a
 essere
 sempre
 più
 luminosa,
 concessa
 all’aletheia algoritmica,
trova
la
sua
conseguenza
diretta
in
una
terza
funzionalità:
quella di
 ricettare,
 prescrivere
 ricette
 mediche
 sulla
 base
 delle
 diagnosi
 fatte
 sia dagli
umani
sia
dai
sistemi
stessi.
Fino
a
poco
tempo
fa
la
prescrizione
di
una ricetta
era
di
stretta
competenza
dei
medici
che
per
formazione
conoscevano alla
 perfezione
 le
 molecole
 e
 che
 dunque
 potevano,
 in
 caso
 di
 dubbio
 o
 in determinate
 circostanze,
 fare
 riferimento
 a
 opere
 specifiche,
 come
 per esempio
il
dizionario
Vidal,
uscito
in
Francia
nel
1914
e
consultabile
online, che
 repertoria
 le
 caratteristiche
 dei
 farmaci
 prodotti
 dai
 laboratori farmaceutici.
 Grazie
 alla
 grande
 quantità
 di
 informazioni
 che
 mettono
 a disposizione,
 questi
 glossari
 rendono
 possibile
 al
 medico,
 laddove necessario,
di
pronunciarsi
con
maggiore
sicurezza
e
di
vedersi
così
restituire il
suo
potere
di
decisione.
Ciò
che
induce
alla
disposizione
automatizzata
è, ancora
 una
 volta,
 l’attenuazione
 della
 libera
 valutazione
 in
 favore
 di
 una verità
 letteralmente
 prescrittiva
 che
 si
 impone
 alla
 coscienza
 umana.
 Tra corpo
 sanitario
 e
 mondo
 farmaceutico
 vengono
 così
 a
 insinuarsi
 dei dispositivi
 elaborati
 da
 compagnie
 private;
 lungi
 dal
 rivestire
 il
 semplice ruolo
 di
 intermediari,
 essi
 si
 pongono
 come
 veri
 e
 propri
 interlocutori
 dai quali
presto
dovrebbe
dipendere
la
più
perfetta
corrispondenza
tra
diagnosi e
terapia. Le
 società
 farmaceutiche
 da
 tempo
 mettono
 in
 atto
 metodi
 volti
 a indirizzare
 le
 scelte
 dei
 medici
 e
 a
 invogliarli
 a
 preferire
 i
 loro
 prodotti. Nonostante
 le
 carte
 deontologiche,
 è
 risaputo
 che
 questi
 spesso
 vengono invitati,
 con
 costi
 elevatissimi,
 a
 convegni
 o
 beneficino
 di
 elargizioni. Tuttavia
 l’integrità
 rimane
 una
 virtù
 cardinale
 della
 professione.
 Alla
 lunga diventerebbe
 vana,
 perché
 si
 sposterebbe
 sui
 progettisti
 di
 sistemi
 che,
 in caso
 di
 diffidenza
 nei
 loro
 confronti,
 potrebbero
 sempre
 addurre
 come argomento
 la
 loro
 buona
 fede,
 “protetti”
 dall’“obiettività
 matematica”
 delle equazioni.
 Si
 preannuncia
 una
 “lotta
 industriale
 della
 prescrizione”,
 nella quale
 ogni
 azienda
 pretenderà
 di
 arrogarsi
 il
 ruolo
 di
 piattaforma indispensabile
che
collega
tra
loro
le
varie
parti
interessate.
Ma
al
di
là
della volontà
di
occupare
una
posizione
terza,
quello
a
cui
assistiamo
è
la
messa
in atto
 di
 una
 strategia
 parallela
 da
 parte
 di
 queste
 società
 che
 cercano
 di collocarsi
 in
 modo
 permanente
 all’interno
 della
 catena
 sanitaria
 sottraendo

al
 personale
 medico
 il
 suo
 ruolo,
 da
 sempre
 centrale,
 e
 ignorando
 le
 varie esigenze
storiche
pazientemente
definite
dalla
disciplina
nel
corso
del
tempo. Una
delle
principali
mire
dell’industria
del
digitale
è
infatti
la
conquista
del settore
 sanitario,
 considerato
 uno
 dei
 più
 decisivi
 insieme
 a
 quello
 della macchina
a
guida
autonoma,
della
casa
connessa
e
dell’istruzione.
Il
progetto richiede
l’adozione
di
molti
assi
strategici
che
devono
incastrarsi
gli
uni
agli altri.
Il
primo,
che
costituisce
in
un
certo
senso
la
base,
sta
nel
raccogliere
il maggior
numero
di
dati
possibili
sui
corpi.
È
il
motivo
per
cui
gli
smartphone oggi
 integrano
 meccanismi
 in
 grado
 di
 misurare
 i
 passi
 effettuati
 nel
 corso della
 giornata,
 per
 esempio,
 esattamente
 come
 i
 braccialetti,
 i
 letti,
 gli specchi,
 le
 bilance
 e
 altri
 dispositivi
 connessi
 e
 destinati
 non
 solo
 a rispondere
 alla
 loro
 funzione
 principale,
 ma
 anche
 a
 captare
 i
 nostri
 flussi fisiologici.
 Fino
 a
 poco
 tempo
 fa
 la
 raccolta
 e
 l’analisi
 di
 tutte
 queste informazioni
permettevano
la
formulazione
di
offerte
personalizzate
da
parte del
mondo
della
salute,
certo
suscettibile
di
generare
profitti
colossali;
ma
a questo
 mondo
 non
 è
 possibile
 non
 affiancarne
 un
 altro,
 come
 una
 sorta
 di “articolazione
 naturale”,
 dalla
 portata
 altrettanto
 colossale:
 quello
 della prevenzione
e
delle
cure
terapeutiche. Il
 secondo
 asse
 strategico
 prevede
 il
 ricorso
 alle
 competenze
 di
 medici
 e biologi
 affinché
 diventino
 parte
 integrante
 nell’elaborazione
 delle competenze
automatizzate.
Come
ha
fatto
con
ingegneri
e
programmatori,
il tecnoliberismo
 intende
 ora
 appropriarsi
 delle
 competenze
 dei
 medici
 per utilizzarle
 nei
 dipartimenti
 di
 ricerca
 creati
 agli
 inizi
 degli
 anni
 2010
 e dedicati
 alla
 salute,
 come
 Google
 Health
 e
 Calico
 (Alphabet/Google), HealthKit,
 CareKit,
 ResearchKit
 (Apple),
 o
 in
 molte
 start
 up
 che
 operano nella
 biotecnologia.
 Ne
 sono
 nate
 applicazioni
 per
 smartphone
 in
 grado
 di formulare
 diagnosi
 attraverso
 la
 misurazione
 della
 temperatura,
 l’analisi delle
 frequenze
 vocali,
 della
 tosse,
 del
 viso,
 della
 sudorazione,
 fornendo addirittura
 dei
 kit
 per
 il
 prelievo
 del
 sangue.
 La
 sfida
 è
 infatti
 quella
 di
 far saltare
 il
 passaggio
 della
 visita,
 di
 renderla
 obsoleta,
 per
 instaurare
 una pratica
 di
 controllo
 costante,
 una
 specie
 di
 monitoraggio
 perenne
 offerto
 a tutti,
libero
dal
tradizionale
pagamento
a
prestazione
e
fondato
sul
principio dell’abbonamento,
 a
 garanzia
 di
 un’attenzione
 assidua
 in
 qualsiasi circostanza. In
 questo
 modo
 le
 misure
 di
 intervento
 vengono
 messe
 in
 atto
 senza soluzione
 di
 continuità:
 gli
 attori
 industriali
 raccolgono
 lo
 stato
 di
 salute delle
 persone
 attraverso
 oggetti
 connessi
 e
 applicazioni
 dedicate, propongono
 loro
 prodotti
 e
 servizi
 di
 benessere,
 possono
 prescrivere
 esami

complementari
 da
 fare
 presso
 i
 loro
 laboratori
 o
 presso
 quelli
 che
 hanno acquistato
le
parole-chiave
corrispondenti,
e
chiudono
il
cerchio
proponendo loro
stessi
delle
terapie,
insieme
a
eventuali
partner
del
mondo
della
salute. Medici,
ospedali
e
altri
operatori
sanitari
si
vedono
così
detronizzati,
per
non dire
 marginalizzati,
 dall’arrivo
 di
 questi
 “novellini”
 che
 pretendono
 di trasformarsi
 negli
 interlocutori
 più
 adatti
 a
 monitorarci,
 a
 metterci
 in guardia
quasi
in
tempo
reale
da
rischi
o
patologie
imminenti,
e
a
farsi
carico della
 nostra
 assistenza,
 in
 qualunque
 situazione.
 È
 il
 caso
 della
 start
 up Forward
che
ambisce
a
mettere
a
punto
l’“ambulatorio
del
futuro”.
Si
tratta di
 uno
 spazio
 destinato
 a
 raccogliere
 il
 maggior
 numero
 di
 informazioni possibili
su
ogni
“cliente”
il
quale,
in
fase
di
registrazione,
viene
sottoposto
a tutta
 una
 serie
 di
 esami:
 controllo
 di
 peso,
 altezza,
 temperatura,
 ritmo cardiaco
e
pressione
arteriosa,
TAC,
prelievo
di
sangue
e
saliva
per
procedere a
 un
 test
 del
 DNA
 e
 stabilire
 i
 rischi
 di
 cancro
 di
 origine
 genetica. Un’intelligenza
 artificiale
 dovrebbe
 spiare
 le
 conversazioni
 tra
 paziente
 e medico
 al
 fine
 di
 rilevare
 tutti
 gli
 elementi
 utili
 a
 delinearne
 il
 profilo. Forward
 fornisce
 dispositivi
 connessi
 al
 paziente:
 braccialetti,
 bilance, strumenti
per
monitorare
il
sonno
ed
effettuare
l’elettrocardiogramma.
I
dati raccolti
 vengono
 studiati
 a
 distanza
 da
 un
 algoritmo
 che
 può,
 in
 caso
 di anomalia,
programmare
in
tempi
rapidi
una
visita
per
procedere
ad
analisi
e test.
In
cambio
di
un
abbonamento,
la
società
offre
ai
pazienti
la
possibilità di
usufruire
di
un
numero
teoricamente
illimitato
di
visite
e
vaccinazioni,
di poter
contattare
nutrizionisti
e
di
ricevere
una
scorta
di
farmaci
generici.
Il fondatore
 di
 Forward
 spera
 di
 aprire
 questi
 ambulatori
 in
 molte
 città
 negli Stati
Uniti
e
all’estero
e
afferma
di
“voler
ricostruire
tutto
da
zero”.26 Di
recente
Google
ha
inaugurato
un’unità
specializzata
nelle
biotecnologie, Verily,
 che
 nel
 2017
 ha
 reclutato
 10
 mila
 volontari
 ai
 quali
 ha
 chiesto
 di indossare
dei
sensori
e
sottoporsi
per
quattro
anni
a
prelievi
regolari
al
fine di
 monitorare
 l’evoluzione
 del
 loro
 stato
 di
 salute
 e
 determinare
 i biomarcatori
 in
 grado
 di
 indicare
 i
 segni
 premonitori
 delle
 patologie. Quest’iniziativa
 è
 emblematica
 della
 volontà
 da
 parte
 dell’industria
 del digitale
di
conquistare
il
campo
della
medicina
e
abbattere
le
strutture
che
la reggevano,
grazie
al
monitoraggio
costante
che
permette
una
gestione
iperindividualizzata
 e
 tendenzialmente
 predittiva
 delle
 nostre
 vite.
 La
 filiale
 ha elaborato,
 per
 esempio,
 delle
 lenti
 a
 contatto
 capaci
 di
 rilevare
 il
 livello
 di zuccheri
 nel
 sangue
 dei
 diabetici
 grazie
 alla
 partnership
 con
 la
 casa farmaceutica
svizzera
Novartis
che
può
così
essere
presente
nelle
varie
fasi, quella
 di
 diagnosi,
 di
 prescrizione
 e,
 infine,
 di
 fornitura
 di
 soluzioni terapeutiche.

Oltre
 alla
 semplice
 intensificazione
 dell’intervento
 del
 privato
 nel
 campo della
medicina,
quello
a
cui
punta
l’industria
dei
dati
è
una
vasta
impresa
di confisca.
 Ma
 non
 avrà
 questa
 apparenza,
 o
 almeno
 non
 da
 subito:
 la promessa
 principale
 è
 infatti
 quella
 di
 una
 somministrazione
 altamente reattiva
 ed
 efficace
 delle
 cure,
 lontana
 da
 sale
 d’attesa
 e
 ospedali sovraffollati,
 preservata
 dalle
 eventuali
 negligenze
 o
 fallibilità
 dei
 medici.
 È importante
 comprendere
 la
 regressione
 che
 avviene
 nel
 rapporto
 tra personale
 medico
 e
 paziente,
 nella
 misura
 in
 cui
 quello
 che
 viene
 a instaurarsi
 è
 un
 nuovo
 tipo
 di
 verticalità,
 che
 impone
 una
 verità
 obiettiva delle
 competenze
 e
 delle
 raccomandazioni,
 le
 quali
 assumono
 il
 valore
 di enunciati
 prescrittivi
 superiormente
 qualificati.
 Viene
 eliminata,
 dunque, l’ipotesi
della
pluralità
delle
competenze
volte
a
formulare
giudizi
sulla
base del
proprio
sapere
e
della
propria
esperienza,
quella
delle
controvalutazioni che
in
certi
casi
si
rivelano
necessarie,
e
quella
della
consultazione
tra
i
vari specialisti
 interessati
 per
 stabilire
 un
 determinato
 approccio
 terapeutico.
 È chiaro
 quanto
 questa
 logica
 dell’iper-individualizzazione,
 retta
 dall’uso dell’intelligenza
artificiale,
indebolirà,
tanto
nei
fatti
quanto
nelle
mentalità, l’esigenza
 umanistica
 della
 solidarietà
 a
 vantaggio
 di
 rapporti
 stretti privatamente
tra
persone
e
organismi?
La
società
del
contratto
è
destinata
a diffondersi
 fin
 dentro
 i
 confini
 del
 settore
 medico,
 a
 scapito dell’instaurazione
 di
 un
 regime
 comune
 e
 con
 la
 conseguenza
 che
 saranno soprattutto
 i
 ceti
 sociali
 più
 agiati
 a
 godere
 dei
 servizi
 offerti.
 Inoltre
 la grande
quantità
di
informazioni
raccolte
alimenterà
una
conoscenza
sempre più
 approfondita
 delle
 persone
 che
 potrà
 essere
 sfruttata
 per
 diversi
 fini, principalmente
commerciali. Queste
nuove
pratiche
prendono
piede
senza
che
nessuno,
né
il
mondo
della medicina
 né
 la
 società,
 reagisca
 e
 si
 mobiliti.
 La
 doxa
 del
 miglioramento della
 diagnostica
 e
 della
 terapia
 ha
 sempre
 la
 meglio,
 mentre
 i
 processi effettivamente
 in
 atto
 continuano
 a
 essere
 ignorati.
 Questi
 improvvisi cambiamenti
 dovrebbero
 spronarci
 a
 comprendere
 e
 ad
 agire
 se
 vogliamo che
 la
 pratica
 resti,
 per
 quanto
 possibile,
 fondata
 sul
 principio
 storico,
 ed etico,
 della
 cura
 non
 finalizzata
 al
 profitto.
 Quello
 che
 manca
 è
 una
 teoria critica
del
divenire
della
medicina.
Dovremmo,
prima
di
tutto,
appropriarci del
 nostro
 diritto
 di
 fare
 una
 cernita
 e
 renderci
 conto
 che
 la
 diagnosi automatizzata
 può
 presentare
 dei
 vantaggi,
 sì,
 ma
 solo
 in
 certi
 casi;
 essa dovrebbe
 infatti
 essere
 utilizzata
 con
 parsimonia
 se
 non
 vogliamo
 che l’industria
 si
 piazzi
 in
 modo
 permanente
 all’interno
 della
 catena
 sanitaria. Arrogarci
 questo
 diritto
 o,
 meglio,
 obbligarci
 a
 questo
 dovere,
 significa

affermare
 a
 gran
 voce
 che,
 viste
 tutte
 le
 conseguenze
 che
 comporta,
 la prescrizione
automatizzata
è
una
rivoluzione
inaccettabile. Dato
che
la
gravità
di
questi
temi
non
sortisce
alcun
effetto
sui
legislatori
e, peggio
 ancora,
 dato
 che
 molte
 di
 queste
 evoluzioni
 trovano
 appoggio
 nei dispositivi
 giuridici,
 risultanti
 da
 un
 intenso
 lavoro
 di
 lobbying,
 mirando unicamente
 alla
 crescita
 economica,
 è
 dovere
 di
 tutte
 le
 persone
 coinvolte, tanto
 di
 quelle
 che
 difendono
 il
 principio
 di
 una
 medicina
 al
 riparo
 dalle logiche
 di
 mercato
 quanto
 dell’intera
 società
 civile,
 far
 valere
 delle
 sane posizioni
 divergenti.
 È
 giunto
 il
 momento
 di
 distinguere
 con
 coscienza
 i fenomeni
 e,
 ancora
 una
 volta,
 decretare
 congiuntamente
 che
 quando tecniche
e
procedure
ci
privano
del
nostro
potere
decisionale,
devono
essere considerate
 inammissibili.
 Se
 vuole
 rimanere
 fedele
 ai
 suoi
 valori,
 il
 corpo sanitario
dovrà
imparare
a
portare
avanti
delle
battaglie,
così
come
fecero
gli operai
 nel
 corso
 della
 rivoluzione
 industriale
 e
 negli
 anni
 Settanta,
 per esempio.
Non
tanto
esercitando
il
proprio
diritto
a
scioperare,
ma
essendo
in un
certo
senso
neoluddista,
ossia
avvalendosi,
quando
necessario,
del
diritto imprescrittibile
di
rifiutare
certi
metodi
con
il
fermo
intento
di
difendere
la perennità
 di
 quei
 principi
 considerati
 intangibili.
 Se
 rimarremo
 immobili, assisteremo
 all’avvento
 di
 una
 medicina
 la
 cui
 presunta
 qualità
 dipenderà dalla
 potenza
 aletheica
 dei
 sistemi
 e
 dalla
 capacità
 del
 mondo
 privato
 di avvalersi
 di
 tutti
 i
 mezzi
 logistici
 e
 persuasivi
 necessari
 per
 erigersi
 a principale
 interlocutore,
 sradicando
 così,
 in
 meno
 di
 una
 generazione,
 lo zoccolo
 umanistico
 sul
 quale
 si
 è
 costituita
 a
 partire
 dall’antichità.
 Forse questa
può
essere
considerata
la
lente
di
ingrandimento
di
ciò
che
è
in
atto
in altri
settori,
e
dato
che
si
tratta
di
un
argomento
molto
delicato
che
dovrebbe in
teoria
attirare
la
nostra
attenzione,
possiamo
almeno
sperare
che
la
nostra beata
ingenuità
si
attenui.
Se
così
non
sarà,
più
che
un
segno
di
ignoranza,
la nostra
 sarà
 l’espressione
 di
 una
 colpevole
 irresponsabilità
 nei
 confronti
 dei valori
che
ci
fondano.

2.5
LO
STADIO
COERCITIVO
DELLA
VERITÀ:
UNA
POTENZA
DI
SIDERAZIONE Le
 nostre
 valutazioni
 riguardo
 alla
 tecnica
 possono
 essere
 di
 natura
 molto diversa:
 esse
 vanno
 dall’entusiasmo
 più
 cieco
 al
 raccapriccio
 più
 profondo. Lo
 spettro
 è
 molto
 ampio
 tanto
 che
 ai
 suoi
 estremi
 è
 possibile
 riscontrare due
 visioni
 diametralmente
 opposte.
 La
 prima,
 immersa
 nelle
 tenebre, rimanda
all’immagine
di
una
macchina
onnipotente
che
sottomette
gli
esseri umani
 con
 la
 sua
 forza
 implacabile
 e
 i
 cui
 ingranaggi
 sfuggono
 alla

percezione
 comune.
 Prenderebbe
 forma
 in
 modo
 emblematico
 nelle fabbriche
del
Nord
Europa
al
momento
della
rivoluzione
industriale.
Ne
è
un esempio
 la
 Londra
 sudicia
 e
 fumosa
 scoperta
 con
 sgomento
 nel
 1842
 da Friedrich
 Engels
 che
 nell’opera
 La
 situazione
 della
 classe
 operaia
 in Inghilterra27
 denuncia
 i
 danni
 causati
 dai
 nuovi
 processi
 standardizzati
 di produzione
 sui
 corpi
 e
 sulla
 psiche
 degli
 operai
 i
 quali
 diventano,
 secondo Marx,
 le
 “viventi
 appendici”
 di
 un
 “meccanismo
 morto”:
 “Nella
 fabbrica esiste
 un
 meccanismo
 morto
 indipendente
 dagli
 operai,
 e
 questi
 gli
 sono incorporati
come
viventi
appendici”.28
Più
tardi,
nel
1927,
Fritz
Lang
mostra in
Metropolis,
film
dai
toni
distopici
e
dalle
consonanze
premonitrici,
come la
 costruzione
 di
 megastrutture
 architettoniche
 associate
 a
 un
 meccanismo generalizzato
 dei
 modi
 di
 vita
 porti
 inevitabilmente
 a
 rapporti
 di
 potere asimmetrici
 che
 incatenano
 gli
 esseri
 umani
 in
 dinamiche
 opprimenti
 dalle quali
è
impossibile
sfuggire. La
seconda
visione,
invece,
è
intrisa
di
luce,
come
fosse
sotto
incantesimo. Raggiunge
 l’apice
 con
 una
 certa
 iconografia
 della
 società
 dei
 consumi veicolata
 sul
 volgere
 degli
 anni
 Sessanta.
 Era
 evidente,
 infatti,
 che
 essa contribuisse
 al
 comfort
 degli
 individui
 attraverso
 la
 produzione
 di
 nuovi artefatti
 concepiti
 per
 facilitare
 la
 vita
 quotidiana
 e
 realizzati
 con
 forme bombate
 e
 superfici
 morbide
 e
 confortevoli.
 Questa
 opulenza
 trovava
 la massima
 espressione
 nella
 Citroën
 DS,
 automobile
 dotata
 di
 sospensione idraulica,
che
non
appena
veniva
messa
in
moto
sollevava
delicatamente
da terra
 o
 verso
 il
 cielo
 chiunque
 fosse
 seduto
 al
 suo
 interno.
 Era
 provvista
 di sedili
 in
 pelle,
 accessori
 in
 legno
 massiccio
 o
 acciaio
 splendente
 e
 poteva essere
 dotata
 di
 autoradio.
 Era
 la
 testimonianza
 su
 quattro
 ruote dell’esistenza
di
un
mondo
ideale,
e
la
sua
presenza
suscitò
lo
stupore
degli spettatori
 presenti
 al
 Salone
 parigino
 dell’automobile
 raccontato
 da
 Roland Barthes
 nel
 1957
 nel
 saggio
 Miti
 d’oggi.29
 Il
 suo
 corrispettivo
 domestico poteva
 essere
 la
 villa
 del
 film
 Mio
 zio
 di
 Jacques
 Tati
 (1958),
 un
 insieme coerente
 nel
 quale
 ogni
 singolo
 pezzo
 era
 studiato
 nei
 minimi
 dettagli,
 fino quasi
 alla
 caricatura,
 per
 garantire
 il
 massimo
 comfort
 in
 ogni
 momento della
 vita.
 La
 cucina
 era
 equipaggiata
 con
 tutta
 una
 serie
 di
 comodità,
 il salotto
 si
 presentava
 come
 un’oasi
 di
 relax,
 il
 giardino
 era
 dotato
 di
 un impianto
 di
 irrigazione
 automatico.
 La
 casa
 sfarzosa
 come
 stadio
 supremo dello
standing,
potremmo
dire.
La
“padrona
di
casa”
non
perdeva
occasione di
 manifestare
 la
 propria
 gioia
 agli
 invitati
 che
 rimanevano
 a
 bocca
 aperta davanti
 a
 tutto
 quel
 lusso
 e
 a
 tutte
 quelle
 incredibili
 funzionalità
 che
 però confondevano
 lo
 zio
 del
 bambino,
 un
 uomo
 che
 apparteneva
 ancora
 al “mondo
di
prima”.

Queste
due
diverse
percezioni
corrispondono
in
parte
a
certe
realtà
vissute, ma
 più
 in
 generale
 dipendono
 da
 due
 concezioni
 opposte
 del
 mondo.
 Una rinvia
all’infelicità
rousseauiana
di
esserci
dovuti
liberare
un
giorno
dai
limiti imposti
dalla
nostra
condizione
e
di
aver
cominciato
a
piegare
la
natura
e
le cose
 al
 nostro
 impietoso
 dominio.
 L’altra
 risalirebbe
 al
 pensiero
 positivista dell’Illuminismo
 che
 più
 tardi
 avrebbe
 trovato
 la
 sua
 massima
 espressione nelle
 aspirazioni
 dei
 sansimoniani,
 i
 quali
 vedevano
 nei
 “progressi”
 della tecnica
 il
 requisito
 indispensabile
 per
 il
 miglioramento
 della
 vita
 delle persone
e
del
funzionamento
della
società.
Sin
dalla
loro
origine,
queste
due visioni
 sono
 agli
 antipodi.
 Ma
 da
 qualche
 tempo
 emerge
 un
 termine
 che opera
 una
 specie
 di
 sintesi
 inaspettata
 tra
 queste
 rappresentazioni
 fin
 qui considerate
 inconciliabili
 in
 quanto
 attive
 in
 due
 settori
 di
 attività
 distinti che
 non
 intrattengono
 rapporti
 diretti
 tra
 loro,
 ma
 assistono
 entrambi
 alla messa
 in
 atto
 di
 processi
 che
 impongono
 un
 ordine
 implacabile
 e
 al contempo
sembrano
sollevare
gli
individui
da
qualsiasi
sforzo
inutile.
Questi due
 ambiti
 sono
 quello
 del
 management
 d’impresa
 e
 quello
 delle
 pratiche militari
 che,
 da
 qualche
 decennio,
 hanno
 regolarmente
 e
 quasi simultaneamente
istituito
metodi
nuovi
governati
da
logiche
analoghe. Quello
che
caratterizza
l’avvento
della
grande
industria
a
partire
dalla
metà del
XIX
secolo
è
che
essa
si
dedica
alla
costruzione
di
imponenti
manifatture al
 solo
 scopo
 di
 incrementare
 i
 volumi
 di
 produzione,
 generalmente
 senza preoccuparsi
 di
 offrire
 anche
 condizioni
 di
 lavoro
 giuste
 e
 dignitose.
 È
 da questo
divario
tra
aspirazione
esclusiva
al
profitto
e
disprezzo
nei
confronti della
 classe
 operaia
 che
 nasce
 la
 teoria
 critica
 del
 capitalismo.
 Tuttavia,
 sul volgere
 del
 secolo
 successivo
 le
 cose
 prendono
 una
 forma
 più
 insidiosa,
 in quanto
le
fabbriche
perdono
l’aspetto
di
macchine
spietate
che
riempiono
gli operai
 di
 fuliggine,
 per
 acquisire
 quello
 di
 entità
 tutto
 sommato
 asettiche, organizzate
in
modo
razionalizzato
e
dotate
di
dispositivi
che
impongono
la loro
logica
formale
e
le
loro
cadenze.
Quest’ordine
nuovo
viene
applicato
in particolare
 nella
 fabbrica
 fordista,
 direttamente
 ispirata
 al
 paradigma industriale
 tayloristico
 il
 quale
 aveva
 istituito
 la
 parcellizzazione
 e
 la meccanizzazione
 dei
 processi
 di
 lavorazione
 che
 Chaplin
 si
 impegna
 a descrivere,
con
un
misto
di
ironia
e
freddezza,
in
Tempi
moderni
 (1936).
 È proprio
 per
 entrare
 in
 contatto
 diretto
 con
 la
 realtà
 e
 scontrarsi
 con
 questi processi
di
disumanizzazione
che
nel
1934
Simone
Weil
decide
di
impiegarsi come
manovale
nelle
fabbriche
metallurgiche
di
Parigi,
un’esperienza
di
cui darà
conto
nell’opera
La
condizione
operaia.30
Ed
è
proprio
in
opposizione al
 tenace
 persistere
 di
 questi
 processi
 di
 disumanizzazione
 che
 vengono condotte
 le
 lotte
 operaie
 degli
 anni
 Settanta,
 per
 sottrarre
 gli
 individui

all’alienazione
 –
 alienazione
 a
 cui
 il
 sociologo
 Robert
 Linhart
 sceglie
 di sottoporsi
in
prima
persona
andando
a
lavorare
nelle
catene
di
montaggio
e raccontando
 poi
 l’esperienza
 da
 un
 punto
 di
 vista
 clinico
 nell’opera
 Alla catena.
Un
intellettuale
in
fabbrica.31
 Tuttavia
 all’inizio
 degli
 anni
 Ottanta vengono
introdotte
delle
macchine
utensili
automatiche
che,
a
poco
a
poco, si
sostituiscono
agli
operai
nei
lavori
considerati
più
faticosi,
all’interno
di
un contesto
storico
che
vede
il
rapido
sviluppo
di
un’economia
dei
servizi. Queste
evoluzioni
erano
il
risultato
della
diffusione,
avvenuta
nello
stesso periodo,
di
logiche
cosiddette
“neoliberiste”
che
intendevano
massimizzare
i processi
 di
 produzione
 grazie
 all’instaurazione
 di
 nuovi
 metodi
 di management.
 Esse
 volevano
 trarre
 insegnamento
 dai
 conflitti
 passati
 e integrare
 altri
 assiomi
 –
 permeati
 da
 un
 certo
 spirito
 dell’epoca caratterizzato
 dall’individualizzazione
 delle
 condotte
 –
 che
 in
 teoria avrebbero
 dovuto
 coinvolgere
 maggiormente
 le
 persone
 e
 che
 si
 sarebbero dovuti
 fondare
 sul
 primato
 dell’iniziativa,
 della
 creazione
 di
 cellule decisionali
ridotte,
dell’esigenza
di
una
reattività
continua.
Tutta
una
serie
di schemi
 che
 vennero
 descritti
 con
 precisione
 ne
 Il
 nuovo
 spirito
 del capitalismo32
 e
 che
 traevano
 origine
 nel
 management
 cosiddetto “all’americana”
 la
 cui
 impresa,
 affermavano
 alcuni
 dei
 suoi
 teorici,
 “ormai deve
essere
distribuita,
decentralizzata,
collaborativa
e
adattiva”.33
In
realtà, dietro
un’apparenza
“cool”
e
“orizzontale”,
queste
nuove
modalità
di
gestione del
 lavoro
 nascondevano
 forme
 di
 pressione
 altrettanto
 coercitive,
 basti pensare
alla
continua
mobilitazione
dei
dipendenti,
alla
messa
in
discussione costante
 del
 loro
 valore,
 alla
 messa
 in
 concorrenza
 delle
 competenze
 e all’incessante
 instillazione
 di
 quel
 sentimento
 di
 permanente
 instabilità
 e conseguente
 precarietà
 che
 è
 causa
 di
 così
 tante
 sofferenze
 fisiche
 e psicologiche,
e
a
volte
persino
di
suicidio. Contemporaneamente,
 nelle
 pratiche
 militari
 venivano
 istituiti
 processi modellati
su
principi
in
gran
parte
simili.
Perché
molto
prima,
praticamente in
 origine,
 l’organizzazione
 degli
 eserciti
 era
 stabilita
 secondo
 strutture gerarchiche
 che
 incastravano
 con
 rigore
 e
 dal
 basso
 verso
 l’alto
 le
 varie assegnazioni
all’interno
di
una
struttura
piramidale.
Essa
imponeva
la
totale obbedienza
a
tutti
gli
anelli
della
catena
di
comando,
costituita
alla
base
dalla massa
 di
 soldati
 e
 in
 cima
 dai
 generali
 e
 dai
 capi
 di
 stato
 maggiore.
 Tale conformazione
 era
 in
 vigore
 in
 particolare
 durante
 la
 Prima
 guerra mondiale,
un
conflitto
in
cui
le
condizioni
di
vita
e
di
combattimento
erano talmente
dure
da
imporre
l’assoluta
sottomissione
agli
ordini,
col
rischio
di assistere
a
insurrezioni
o
diserzioni
che
dovevano
essere
severamente
punite, persino
 con
 la
 pena
 capitale,
 se
 necessario.
 Era
 esattamente
 ciò
 che
 veniva

mostrato
 nel
 film
 di
 Stanley
 Kubrick
 Orizzonti
 di
 gloria
 (1957),
 che denunciava
 apertamente
 i
 rigidi
 ingranaggi
 di
 questa
 macchina
 che
 doveva funzionare
 senza
 intoppi
 nonostante
 tutte
 le
 sofferenze
 vissute
 all’interno delle
trincee. Oltre
 mezzo
 secolo
 dopo,
 alle
 soglie
 degli
 anni
 Ottanta,
 questo
 rigido ordinamento
 ha
 progressivamente
 lasciato
 il
 posto
 a
 forme
 più
 flessibili basate
 sulla
 trasmissione
 istantanea
 delle
 informazioni
 tra
 le
 vare
 unità, sull’esigenza
 dell’immediata
 reattività
 degli
 individui
 coinvolti
 e sull’istituzione
 di
 cellule
 di
 azione
 dotate
 di
 margini
 di
 autonomia.
 Questo slittamento
 nella
 gestione
 delle
 operazioni
 verso
 un’organizzazione
 in “bottom­up”,
 ossia
 “ascendente”,
 come
 viene
 detto
 in
 gergo
 manageriale, venne
intensificato
all’inizio
del
decennio
successivo
grazie
all’uso
di
sistemi di
 comunicazione
 che
 integravano
 dispositivi
 mobili,
 telefoni
 cellulari
 e computer
 interconnessi,
 e
 attraverso
 l’inserimento
 di
 microchip
 su
 un
 gran numero
 di
 dispositivi,
 come
 veicoli,
 carri
 armati,
 elicotteri
 e
 aerei,
 questi ultimi
 già
 seguiti
 dai
 radar,
 e
 sui
 soldati
 stessi,
 permettendone
 così
 la localizzazione
 in
 particolare
 grazie
 al
 GPS,
 il
 cui
 utilizzo
 in
 origine
 era destinato
unicamente
all’ambito
militare. Questo
 nuovo
 scenario
 inaugurò
 l’era
 di
 quella
 che,
 all’epoca,
 venne denominata
“digitalizzazione
del
campo
di
battaglia”,
teorizzata
dalla
Darpa e
 dai
 vari
 centri
 di
 ricerca
 di
 tutto
 il
 mondo.
 Questi
 metodi,
 fondati
 sul doppio
 assioma
 dello
 scambio
 continuo
 di
 informazioni
 e
 della
 presa
 di decisioni
coordinata
e
immediata,
furono
sperimentati
per
la
prima
volta
nel 1991,
 durante
 la
 guerra
 del
 Golfo,
 e
 condussero
 alla
 vittoria
 lampo
 della “coalizione
 internazionale”
 sul
 regime
 di
 Saddam
 Hussein. Quest’architettura
concettuale
e
operativa,
così
come
il
conflitto
nel
quale
fu applicata,
 rappresentarono
 una
 rottura
 storica
 nell’“arte
 della
 guerra”.
 Al pari
 delle
 tecniche
 messe
 in
 atto
 nelle
 aziende,
 la
 gestione
 degli
 eserciti richiedeva
 la
 mobilitazione
 di
 ognuno,
 ovunque
 si
 trovasse,
 e
 la
 capacità
 di saper
 interpretare
 rapidamente
 qualsiasi
 tipo
 di
 informazione,
 di
 saper reagire
 in
 tempo
 reale
 agli
 avvenimenti,
 di
 dare
 prova
 di
 “agilità”,
 di assumersi
in
qualsiasi
momento
la
propria
responsabilità
anche
a
rischio
di passare
 per
 un
 mero
 esecutore,
 una
 specie
 ormai
 passata
 di
 moda
 davanti all’incedere
 della
 nuova
 figura
 cardine
 dell’epoca:
 l’“agente
 autonomo proattivo”. Queste
 pratiche,
 diffusesi
 parallelamente
 nelle
 aziende
 e
 negli
 eserciti, presumibilmente
 “collaborative”
 e
 dipendenti
 dalla
 “creatività”
 di
 ciascuno, sono
 state
 in
 uso
 dall’inizio
 degli
 anni
 Novanta
 fino
 agli
 inizi
 degli
 anni Duemila.
Poi,
all’inizio
del
secondo
decennio
del
XXI
secolo,
si
è
operato
un

ulteriore
 rovesciamento,
 in
 apparenza
 discreto:
 il
 movimento
 di digitalizzazione
 progressiva,
 che
 fino
 a
 quel
 momento
 aveva
 favorito
 forme apparenti
di
“orizzontalizzazione”,
portava
nuovamente
alla
sottomissione
a ordini
unilaterali,
questa
volta
non
più
impartiti
da
intrattabili
capireparto
o da
 rigidi
 capi
 coperti
 di
 medaglie
 dalla
 testa
 ai
 piedi,
 ma
 da
 sistemi
 di intelligenza
 artificiale.
 Per
 quanto
 riguarda
 il
 mondo
 del
 lavoro,
 questi
 usi derivano
 dalla
 rapida
 generalizzazione
 dei
 “data­driven
 manufacture” (l’“azienda
 guidata
 dai
 dati”),
 costruita
 sul
 principio
 dell’applicazione
 di sensori
sulla
quasi
totalità
degli
anelli
della
catena
industriale,
dalle
unità
di progettazione
 a
 quelle
 di
 produzione
 e
 logistica,
 i
 quali
 generano
 grandi masse
 di
 dati
 trattati
 da
 macchine
 capaci
 di
 interpretare
 in
 tempo
 reale
 un gran
numero
di
situazioni
e
di
indicare
immediatamente
a
certe
categorie
del personale
le
azioni
da
compiere. Qui
gli
individui
non
agiscono
più
secondo
il
loro
“spirito
d’iniziativa”
e
la loro
 “inventiva”,
 ma
 si
 limitano
 a
 reagire
 a
 un
 comando,
 come
 accade
 per esempio
 nei
 magazzini
 “drive-in”,
 in
 cui
 personale
 equipaggiato
 di
 cuffie riceve
 istruzioni
 da
 sistemi
 che
 gli
 indicano
 continuamente
 quale
 articolo andare
 a
 prendere,
 in
 quale
 scaffale
 trovarlo
 e
 in
 quale
 carrello depositarlo.34
In
questo
caso
gli
individui
ricevono
informazioni
che
devono essere
 immediatamente
 trasformate
 in
 azioni
 corrispondenti,
 secondo
 il mantra
liberal-manageriale
attuale
che
esige
“continua
plasticità”
da
parte
di ognuno;
in
altre
parole,
gli
individui
devono
seguire
il
ritmo
delle
situazioni, soggette
 alle
 continue
 fluttuazioni
 del
 mercato:
 “Le
 aziende
 stanno investendo
 negli
 strumenti
 e
 nelle
 tecnologie
 necessari
 per
 tenere
 il
 passo con
 il
 cambiamento
 continuo
 tipico
 dell’era
 digitale.
 Ma
 di
 solito
 esiste
 un elemento
importante
che
rimane
indietro:
la
forza
lavoro.
Alle
aziende
serve ben
più
che
la
tecnologia
giusta:
devono
poterla
sfruttare
per
consentire
alle persone
 giuste
 di
 fare
 le
 cose
 giuste
 come
 parte
 di
 una
 ‘Liquid
 Workforce’ adattabile,
 pronta
 al
 cambiamento
 e
 reattiva”
 (passaggio
 tratto
 da “Technology
Vision
2016
Trends”,
rapporto
annuale
di
Accenture).35 In
quello
stesso
periodo
nel
settore
militare
si
comincia
a
ricorrere
a
droni
di ultima
generazione
in
grado
di
volare
a
lungo,
dotati
di
sistemi
di
visione
ad alta
 definizione
 e
 capaci
 di
 individuare
 gli
 obiettivi,
 principalmente attraverso
 l’intercettazione
 dei
 segnali
 emessi
 dai
 telefoni
 cellulari
 delle persone
a
terra
e
attraverso
dispositivi
di
riconoscimento
di
forme
e
visi.
Gli apparecchi
 sono
 telecomandati
 a
 distanza
 da
 un
 nuovo
 tipo
 di
 “pilota”
 che, sulla
 base
 delle
 informazioni
 trasmesse
 in
 tempo
 reale,
 deve
 decidere
 in pochissimi
 secondi
 se
 colpire
 o
 meno.
 Questo
 principio
 venne
 applicato
 in particolare
 nella
 cosiddetta
 politica
 degli
 “omicidi
 mirati”
 inaugurata
 da

George
 W.
 Bush
 e
 intensificatasi
 durante
 la
 presidenza
 di
 Barack
 Obama all’inizio
 del
 2010,
 nel
 quadro
 della
 lotta
 contro
 i
 gruppi
 jihadisti
 in Afghanistan,
Yemen
e
Somalia,
per
i
quali
si
fece
ricorso
ai
modelli
Reaper
e Predator
 che
 causarono
 un
 gran
 numero
 di
 “danni
 collaterali”,
 secondo
 la terminologia
 impiegata
 dai
 portavoce
 degli
 eserciti
 altamente tecnologizzati.36 Quello
che
caratterizza
questi
procedimenti
è
che,
in
nome
della
presunta tutela
dei
propri
soldati
e
di
una
maggiore
efficacia,
non
fanno
più
appello
a un’acquisizione
 sensibile
 dei
 fatti
 risultante
 dal
 contatto
 diretto
 con
 il terreno;
così
facendo
essi
contribuiscono
a
istituire
il
credo
dell’eliminazione come
 imperativo
 quasi
 esclusivo
 e
 limitano
 qualsiasi
 azione
 all’unica equazione
 binaria:
 sferrare/non
 sferrare
 un
 colpo
 mortale.
 Tutte
 le alternative
 usuali,
 come
 le
 manovre
 di
 infiltrazione,
 di
 neutralizzazione
 in varie
 forme,
 oppure,
 perché
 no,
 i
 tentativi
 di
 dialogo,
 venivano
 esclusi d’emblée
a
vantaggio
dell’uso
o
no
di
un
joystick
azionato
da
qualche
sala
di controllo
generalmente
situata
dall’altra
parte
del
mondo.
Gli
stessi
individui che,
 fino
 a
 qualche
 anno
 prima,
 si
 desiderava
 gratificare
 con
 margini
 di iniziativa,
 si
 trovano
 ora
 a
 dover
 rispondere,
 nella
 precipitazione
 o nell’isteria
 temporale
 e
 senza
 essere
 in
 grado
 di
 manifestare
 una
 qualsiasi distanza
 critica,
 a
 delle
 conclusioni
 stabilite
 alla
 velocità
 della
 luce
 da
 dei processori. Quello
 che
 caratterizza
 tutte
 queste
 logiche,
 sia
 nel
 settore
 aziendale
 che
 in quello
 militare,
 è
 la
 subordinazione
 simbolica
 e
 formale
 degli
 individui
 a delle
 equazioni.
 Ma
 sta
 per
 emergere
 un
 regime
 di
 natura
 inedita,
 che
 non appartiene
 a
 nessuna
 categoria
 nota
 e
 non
 dipende
 né
 da
 un
 presunto aumento
di
iniziativa
né
dal
suo
contrario
teorico,
ovvero
la
formulazione
di un
 ordine;
 esso
 infatti
 rientra
 in
 una
 sfera
 completamente
 diversa:
 quella della
siderazione.
Amazon
ha
brevettato
un
braccialetto
elettronico
destinato non
 tanto
 a
 indicare
 con
 precisione
 dove
 si
 trovano
 gli
 oggetti
 in
 un
 dato spazio
–
come
accade
nei
suoi
depositi
o
più
in
generale
nelle
varie
aree
della data­driven
 manufacture
 –,
 quanto
 a
 guidare
 le
 mani
 del
 dipendente nell’esercizio
 dei
 suoi
 compiti.37
 Il
 dispositivo
 emette
 delle
 vibrazioni quando
queste
si
muovono
in
una
microzona
giudicata
impropria
o
quando si
 avvicinano
 a
 un
 articolo
 che
 non
 corrisponde
 a
 quello
 richiesto,
 per indirizzarle
 verso
 un’altra
 direzione.
 Non
 si
 tratta
 più
 di
 far
 valutare
 a
 dei sistemi
 le
 azioni
 che
 devono
 essere
 compiute
 dalle
 persone;
 si
 tratta
 di valutare
la
pertinenza
di
un
gesto
alla
base
ed
eventualmente
riorientarlo
nel caso
in
cui
si
riveli
inadeguato.
Abbiamo
a
che
fare
con
una
funzionalità
in divenire
 e
 radicale
 delle
 tecnologie
 dell’aletheia,
 incaricate
 di
 esaminare
 in

tempo
 reale
 alcune
 nostre
 azioni,
 di
 verificarne
 la
 regolarità
 e,
 in
 caso
 di eventuale
 inadeguatezza,
 di
 riportarle
 immediatamente
 in
 carreggiata. Nonostante
questo
braccialetto
non
sia
ancora
entrato
in
uso,
esso
è
la
prova evidente
 del
 fascino
 che
 l’intelligenza
 artificiale
 esercita
 sulla
 società:
 ci fidiamo
così
tanto
di
lei
e
la
consideriamo
così
tanto
portatrice
di
verità
da concederle
il
permesso,
nelle
circostanze
più
disparate,
di
correggerci,
quasi di
riportarci
sulla
strada
giusta. Nei
droni
manovrati
a
distanza
l’uomo
risulta
comunque
essere
“in
the
loop”, ossia
all’interno
del
processo
decisionale;
ma
da
qualche
tempo,
ormai,
si
sta profilando
 l’ipotesi
 di
 elaborare
 dispositivi
 in
 cui
 l’individuo
 sia
 “out
 of
 the loop”,
fuori
cioè
dal
processo
ultimo
di
assestamento
del
colpo,
a
quel
punto appannaggio
di
armi
letali
autonome
(lethal
autonomous
weapons
systems), i
 cosiddetti
 “robot
 assassini”.
 Questi
 sistemi,
 dotati
 della
 capacità
 di identificare
le
persone
e
valutarne
in
tempo
reale
l’eventuale
appartenenza
al “campo
 nemico”,
 in
 futuro
 arriveranno
 a
 uccidere
 “di
 loro
 iniziativa”. Nonostante
non
siano
ancora
in
uso,
sono
oggetto
di
molte
ricerche
condotte soprattutto
dalla
Darpa
e
da
numerosi
laboratori,
pubblici
e
privati,
in
tutto il
mondo.38 Il
 solo
 fatto
 che
 si
 stiano
 progettando
 sistemi
 simili
 la
 dice
 lunga
 circa
 il nostro
 stato
 di
 siderazione
 di
 fronte
 all’ineguagliabile
 potenza
 dei
 sistemi aletheici,
 ai
 quali
 un
 giorno
 verrà
 quasi
 “naturale”
 attribuire
 il
 potere
 di decidere
 dell’atto
 più
 sensibile
 che
 esista:
 dare
 la
 morte.
 Vista
 l’esigenza
 di “guerre
 pulite”
 affermatasi
 dalla
 guerra
 del
 Golfo
 e
 in
 continua intensificazione
per
via
della
pressione
dell’opinione
pubblica,
l’intenzione
è certo
quella
di
rispondere
all’imperativo
degli
“zero
morti”,
per
lo
meno
nei confronti
 delle
 proprie
 truppe,
 ma
 soprattutto
 a
 quello,
 più
 recente,
 degli “zero
 errori”.
 È
 importante
 cogliere
 la
 portata
 sintomatica
 di
 questi dispositivi
concepiti
per
correggerci
o
per
tirarci
fuori
dal
“loop”:
essi
sono
la dimostrazione
estrema
della
nostra
ambizione
di
vedere
formarsi
un
mondo privo
 di
 intoppi,
 nel
 quale
 le
 cose
 accadono
 solo
 e
 unicamente
 per
 una questione
di
“necessità”.
No,
le
macchine
non
si
rivolteranno
contro
di
noi,
e no,
 i
 robot
 non
 cercheranno
 di
 eleminarci
 come
 fanno
 i
 cattivissimi
 cani
 di metallo
che
inseguono
e
massacrano
uno
dopo
l’altro
tutti
gli
esseri
umani
in un
episodio
apocalittico
della
serie
Black
Mirror.39
Quello
che
faranno
sarà sradicarci,
 simbolicamente
 e
 nei
 fatti,
 spogliandoci
 della
 nostra
 capacità
 di confrontarci
 con
 il
 reale
 e
 generando
 tutta
 una
 serie
 di
 logiche
 autoritarie fino
a
qui
inedite.

Sarebbe
un
errore
pensare
che
questa
potenza
si
limiterà
ai
settori
aziendale e
 militare
 senza
 intaccare
 anche
 altri
 ambiti
 della
 nostra
 vita.
 Con
 tutta probabilità
 essi
 si
 situano
 infatti
 all’avanguardia
 di
 un
 ordine
 destinato
 a ispirare,
o
ad
“aspirare
dietro
di
sé”,
anche
tutti
gli
altri.
È
molto
probabile, infatti,
 che,
 visto
 l’estremo
 utilitarismo
 che
 instaurano,
 le
 dimensioni incitativa,
 imperativa
 e
 prescrittiva
 saranno
 destinate
 a
 salire
 di
 livello,
 ad avvicinarsi
allo
stadio
siderante
e
coercitivo
al
fine
di
raggiungere
l’obiettivo ultimo,
 quello
 cioè
 di
 assistere
 alla
 realizzazione
 di
 un
 mondo
 perfetto,
 di stampo
 igienista,
 privo
 di
 errori,
 dove
 tutto
 sarà
 disciplinato,
 come
 nella visione
 leibniziana
 del
 migliore
 degli
 universi
 raggiungibile
 attraverso
 i calcoli
operati
dalle
macchine
che
saranno
in
grado
di
rivelarci,
in
qualsiasi circostanza,
 la
 verità,
 una
 verità
 sistematica
 che,
 secondo
 Hannah
 Arendt, finisce
 inevitabilmente
 per
 ricoprire
 una
 funzione
 tirannica,
 perché
 le “affermazioni
 […]
 una
 volta
 percepite
 come
 vere
 e
 dichiarate
 tali,
 [esse] hanno
 in
 comune
 il
 fatto
 di
 essere
 al
 di
 là
 dell’accordo,
 della
 discussione, dell’opinione
 o
 del
 consenso”;
 “[…]
 considerata
 dal
 punto
 di
 vista
 della politica,
la
verità
ha
un
carattere
dispotico”.40

1.
Platone,
La
Repubblica,
Libro
VII. 2.
Aristotele,
Metafisica,
Libro
XI. 3.
Michel
Foucault,
L’uso
dei
piaceri.
Storia
della
sessualità
2,
trad.
it.
di
Laura
Guarino,
Feltrinelli, Milano
2004,
p.
12. 4.
Jacques
Derrida,
La
cartolina.
Da
Socrate
a
Freud
e
al
di
là,
a
cura
di
Silvano
Facioni
e
Francesco Vitale,
Mimesis,
Milano
2017,
p.
82. 5.
 Jean
 Baudrillard,
 Cool
 memories.
 Diari
 1980­1990,
 trad.
 it.
 di
 Andrea
 Cossu
 e
 Lidia
 Breda, SugarCo,
Milano
1991,
p.
10. 6.
Cfr.
Jean-François
Lyotard,
Au
juste,
Christian
Bourgois,
Parigi
1979. 7.
Georg
Wilhelm
Friedrich
Hegel,
Fenomenologia
dello
spirito
(1807),
“Il
Sapere
assoluto”. 8.
 Gustave
 Flaubert,
 Opere,
 II,
 Bouvard
 e
 Pécuchet,
 trad.
 it.
 di
 Bruno
 Schacherl,
 Sansoni,
 Firenze 1953,
p.
1052. 9.
Gustave
Flaubert,
Corrispondenza,
volume
primo,
trad.
it.
di
Giovanni
Battista
Angioletti,
Carabba Editore,
Lanciano
1931,
p.
86. 10.
Gershom
Scholem,
“Il
‘golem’
di
Praga
e
il
‘golem’
di
Rehovot”
in
L’idea
messianica
nell’ebraismo
e altri
saggi
sulla
spiritualità
ebraica,
trad.
it.
di
Roberto
Donatoni,
Adelphi,
Milano
2008,
p.
328. 11.
Ivi,
pp.
328-329.+ 12.
 Mark
 Harris,
 “God
 Is
 a
 Bot,
 and
 Anthony
 Levandowski
 Is
 his
 Messenger”,
 Wired,
 27
 settembre 2017. 13.
Simone
Weil,
La
condizione
operaia,
trad.
it.
di
Franco
Fortini,
SE,
Milano
1994,
p.
266. 14.
 Cfr.
 Juliette
 Raynal,
 “Voyages-sncf.com
 veut
 se
 faire
 une
 place
 dans
 l’ère
 du
 commerce conversationnel”,
L’Usine
digitale,
24
ottobre
2017
e
“L’intelligence
artificielle
à
tous
les
étages
dans
le e-commerce”,
L’Usine
digitale,
9
novembre
2017. 15.
Cfr.
https://dreem.com/fr. 16.
Cfr.
Morgane
Tual,
“Echo
Look,
l’algorithme
qui
vous
dit
comment
vous
habiller”,
Le
Monde,
 29 luglio
2017. 17.
Cfr.
Michel
Foucault,
Histoire
de
la
sexualité
IV.
Les
aveux
de
la
chair,
Gallimard,
Parigi
2018. 18.
 Cfr.
 per
 esempio
 “Thibot”,
 la
 chatbot
 utilizzata
 dalla
 società
 di
 consulenza
 specializzata
 in innovazione
tecnologica
e
ingegneristica
Alten,
o
“Sam”,
utilizzata
dal
gruppo
specializzato
in
audit
e consulenza
Mazars. 19.
Cfr.
i
sistemi
di
video
colloquio
utilizzati
dalle
società
EasyRecrue
o
HireVue. 20.
 Mindhunter,
 serie
 ideata
 da
 Joe
 Penhall,
 basata
 sul
 libro
 eponimo
 di
 John
 Douglas
 e
 Mark Olshaker
(Longanesi,
2017,
trad.
it.
di
Barbara
Piccioli),
prodotta
da
Netflix
nel
2016. 21.
Jeremy
Bentham,
Traité
de
legislation
civile
et
pénale
(1802). 22.
Marine
Miller,
“À
Madrid,
des
étudiants
sous
l’œil
du
big
data”,
Le
Monde,
2
novembre
2016. 23.
Elias
Canetti,
Massa
e
potere,
trad,
it.
di
Furio
Jesi,
Adelphi,
Milano
2009. 24.
 Morgane
 Tual,
 “Yann
 LeCun,
 de
 Facebook:
 ‘L’intelligence
 artificielle
 va
 sauver
 des
 vies’”,
 Le Monde,
23
settembre
2017. 25.
Per
esempio
un’équipe
di
Stanford
(Stati
Uniti)
ha
concepito
un
software
destinato
a
identificare
i tumori
maligni
cutanei
più
frequenti,
i
carcinomi,
e
quelli
più
aggressivi,
i
melanomi.
Il
sistema
è
stato alimentato
 da
 un
 database
 di
 130mila
 immagini
 rappresentanti
 più
 di
 2000
 patologie
 della
 pelle. Un’équipe
 cinese
 ha
 messo
 a
 punto
 un
 programma
 capace
 di
 diagnosticare,
 con
 un’uguale
 efficacia, pare,
 a
 quella
 di
 un
 oculista,
 una
 malattia
 rara
 come
 la
 cataratta
 congenita.
 Cfr.
 Lise
 Loumé,
 “Une intelligence
artificielle
capable
de
détecter
les
cancers
de
la
peau”,
Sciences
et
avenir,
8
febbraio
2017. 26.
Jérôme
Marin,
“Bienvenue
dans
le
cabinet
médical
du
futur”,
Le
Monde,
31
marzo
2017. 27.
 Friedrich
 Engels,
 La
 situazione
 della
 classe
 operaia
 in
 Inghilterra
 (1845),
 trad.
 it.
 di
 Raniero Panzieri,
Editori
Riuniti,
Roma
1978. 28.
Karl
Marx,
Il
capitale,
Libro
primo,
a
cura
di
Aurelio
Macchioro
e
Bruno
Maffi,
Utet,
Torino
2009 (I
ed.
1974),
p.
561. 29.
Roland
Barthes,
Miti
d’oggi,
trad.
it.
di
Lidia
Lonzi,
Einaudi,
Torino
2006. 30.
Simone
Weil,
La
condizione
operaia,
trad.
it.
di
Franco
Fortini,
SE,
Milano
1994. 31.
Robert
Linhart,
Alla
catena.
Un
intellettuale
in
fabbrica,
trad.
it.
di
Sabine
Valici
e
Luciano
Bosio, Feltrinelli,
Milano
1979. È

32.
 Luc
 Boltanski,
 Ève
 Chiapello,
 Il
 nuovo
 spirito
 del
 capitalismo,
 trad.
 it.
 di
 Matteo
 Schianchi, Mimesis,
Milano
2014. 33.
 Kevin
 Kelly,
 Out
 of
 control.
 La
 nuova
 biologia
 delle
 macchine,
 dei
 sistemi
 sociali
 e
 del
 mondo dell’economia,
trad.
it.
di
Corrado
Poggi,
Apogeo,
Milano
1996. 34.
 Sulla
 guida
 robotizzata
 dei
 gesti
 nelle
 aziende
 cfr.
 Marie
 Gueguen,
 “Les
 damnés
 de
 l’hyper”, Philosophie
Magazine,
n.
90,
giugno
2015
e
Naïké
Desquesnes,
“Cours
Rebecca.
Entretien
avec
deux ex-préparateurs
de
commande
chez
Chronodrive”,
Z,
n.
9,
primavera
2015. 35.
Accenture,
Technology
Vision
2016
Trends. 36.
Sulla
politica
cosiddetta
degli
“omicidi
mirati”
cfr.
Jeremy
Scahill
e
il
team
della
testata
online
The Intercept,
La
Machine
à
tuer.
La
guerre
des
drones,
Lux,
Montréal
2017. 37.
Anaïs
Cherif,
“Bientôt
un
bracelet
pour
surveiller
les
employés
d’Amazon?”,
La
Tribune,
5
febbraio 2018. 38.
 Per
 esempio
 il
 Pentagono
 esorta
 ad
 “accelerare
 l’adozione
 delle
 capacità
 autonome
 da
 parte
 del ministero
della
Difesa”.
Il
generale
Paul
J.
Selva,
vicepresidente
dello
stato
maggiore
degli
Stati
Uniti, affermava
che
entro
una
decina
di
anni
gli
Stati
Uniti
avrebbero
potuto
concepire
dei
robot
capaci
di decidere
da
soli
di
procedere
a
delle
esecuzioni.
Le
aziende
statali
cinesi
sviluppano
già
dei
robot
che tendono
 a
 essere
 autonomi.
 La
 Russia
 avrebbe
 testato
 il
 sistema
 Unicum,
 che,
 secondo
 l’agenzia governativa,
 “dota
 i
 veicoli
 di
 capacità
 intellettuali
 che
 permetteranno,
 in
 futuro,
 di
 escludere l’intervento
dell’uomo”.
Il
produttore
russo
Kalashnikov
ha
annunciato
di
stare
lavorando
a
un
modulo di
combattimento
basato
sulle
reti
neurali
“in
grado
di
individuare
bersagli
e
prendere
decisioni”.
Sulle ricerche
 in
 corso
 cfr.
 Toby
 Walsh,
 It’s
 Alive!:
 Artificial
 Intelligence
 from
 the
 Logic
 Piano
 to
 Killer Robots,
La
Trobe
University
Press,
Melbourne
2017. 39.
Black
Mirror,
“Metalhead”,
scritto
da
Charlie
Brooker,
diretto
da
David
Slade,
stagione
4,
episodio 5,
prodotto
da
Netflix
nel
2017. 40.
Hannah
Arendt,
Verità
e
politica,
trad,
it.
di
Vincenzo
Sorrentino,
Bollati
Boringhieri,
Torino
2004 (I
ed.
1995),
pp.
44-45.

CAPITOLO
3 La
mano
invisibile
automatizzata

3.1
UN
LEVIATANO
ALGORITMICO Stiamo
 assistendo
 a
 un
 miracolo:
 la
 città
 perfetta
 non
 esiste
 più
 soltanto nella
 fantasia
 di
 un
 filosofo
 o
 di
 qualche
 fanatico
 visionario,
 ma
 sta effettivamente
diventando
realtà.
Per
molti
aspetti,
essa
si
apparenta
a
quella sognata
 nel
 Rinascimento
 da
 Thomas
 More
 che
 non
 la
 situava
 in
 nessun luogo
 in
 particolare
 perché,
 vista
 la
 sua
 immensa
 perfezione,
 non
 doveva ispirarsi
 a
 nessuna
 terra
 conosciuta
 che
 avrebbe
 potuto
 corromperne l’idealità.
Doveva
sorgere
su
un’isola
immaginaria,
per
poi
un
giorno
essere forse
 edificata.
 Tutto
 in
 questa
 città
 doveva
 rispondere
 a
 un
 ordine scrupoloso
e
a
un
principio
di
armonia
pensato
per
contribuire
al
benessere collettivo.
Questa
armonia
universale
non
sarebbe
scaturita
né
della
volontà di
 un
 tiranno
 visionario
 né
 della
 determinazione
 di
 un
 popolo
 ispirato,
 ma dall’instaurazione
di
un
nuovo
metodo
di
governo
basato
su
uno
strumento che
garantiva
un’eccellente
amministrazione:
la
matematica.
Tutto
in
quella città
veniva
definito
nei
minimi
dettagli,
persino
la
larghezza
delle
strade.
Le 54
 città
 di
 cui
 era
 composta
 dovevano
 essere
 tutte
 costruite
 in
 base
 a
 un piano
 identico,
 includere
 gli
 stessi
 edifici
 ed
 essere
 situate
 a
 meno
 di
 una giornata
di
viaggio
l’una
dall’altra,
in
modo
da
essere
al
contempo
autonome e
in
grado
di
commerciare
tra
loro.
Il
romanzo
di
More,
L’Utopia,
pubblicato nel
 1516,
 descrive
 un’organizzazione
 politica,
 economica
 e
 sociale minuziosamente
regolamentata
e
pianificata.
Questo
mondo
troverebbe
una forma
compiuta
in
quanto
conforme
in
tutto
e
per
tutto
alla
Ragione,
la
cui massima
espressione
consiste
nel
ridurre
gli
elementi
del
reale
a
dei
numeri al
 fine
 di
 possederne
 un’intelligenza
 perfetta,
 tale
 da
 permettere
 una migliore
gestione
delle
cose. L’ambizione
 di
 governare
 un
 Paese
 non
 tanto
 in
 modo
 ideale
 quanto appoggiandosi
 più
 pragmaticamente
 su
 basi
 razionali
 ha
 animato
 le
 grandi nazioni
 europee
 all’inizio
 del
 XVII
 secolo.
 C’era
 in
 questa
 ambizione
 un rapporto
 non
 dichiarato
 con
 la
 fiducia
 che
 More
 nutriva
 nelle
 virtù
 di un’apprensione
numerica
dei
fenomeni.
Toccava
allo
Stato
definire
i
metodi per
 riuscire
 in
 un
 simile
 intento.
 Uno
 di
 questi,
 considerato
 prioritario, prevedeva
 la
 progettazione
 di
 strumenti
 utili
 a
 offrire
 una
 conoscenza dettagliata
 della
 situazione
 del
 territorio
 relativamente
 all’agricoltura,

all’allevamento,
all’artigianato,
ai
fiumi,
alla
flotta
mercantile,
alle
abitudini degli
abitanti,
al
pagamento
delle
tasse,
alla
lista
delle
proprietà
del
regno
e di
quelle
dei
suoi
membri.
Nel
concreto
questo
si
traduceva
nella
raccolta
sul campo
 di
 tutte
 le
 informazioni
 inerenti
 alle
 risorse
 umane
 e
 materiali.
 A occuparsene
 sarebbero
 stati
 dei
 nuovi
 funzionari:
 i
 censori.
 Nel
 1663
 JeanBaptiste
 Colbert,
 intendente
 delle
 Finanze
 di
 Luigi
 XIV,
 fornisce
 ai funzionari
 del
 suo
 ministero
 un
 documento
 direttivo
 intitolato
 Instruction pour
 les
 maîtres
 des
 requêtes,
 commissaires
 départis
 dans
 les
 provinces, destinato
ad
accertare
le
ricchezze
della
regione.
Da
lì
in
poi
l’intenzione
dei governanti
 è
 quella
 di
 avere
 una
 visione
 completa
 e
 precisa
 del
 Paese
 per poter
 prendere
 decisioni
 che
 tengano
 conto
 delle
 varie
 realtà
 e
 dei
 vari bisogni.
 Il
 documento
 condizionerà
 l’attuazione
 di
 una
 buona
 governance politica
perché
“prima
di
agire,
lo
Stato
doveva
indagare,
farsi
sociologo”.1 Da
 allora
 questo
 principio
 divenne
 una
 costante
 nell’amministrazione pubblica
 sostenuta
 da
 tecniche
 che
 non
 smisero
 di
 perfezionarsi
 nel
 tempo fino
a
essere
raggruppate,
a
partire
dal
XIX
secolo,
all’interno
di
una
stessa pratica
 riconosciuta
 come
 “scienza”:
 la
 statistica.
 Essa
 cominciava
 a
 essere oggetto
di
metodi
che
venivano
insegnati
e
via
via
raffinati.
Il
volume
sempre crescente
 delle
 informazioni
 raccolte
 necessitava
 di
 strumenti
 di rappresentazione
capaci
di
dare
conto
di
tutta
la
loro
diversità
e
consistenza. Questo
 apparato
 prese
 l’aspetto
 di
 curve,
 istogrammi,
 diagrammi,
 circolari, grafici,
mappe
colorate
secondo
una
specie
di
visione
speculare
della
società: “Nel
XIX
secolo
la
statistica
ha
un
livello
di
consapevolezza
collettivo”.2
Essa permise
di
redigere
una
cartografia
in
movimento
della
vita
delle
nazioni
e
i suoi
impieghi
ne
accompagnarono
l’espansione,
tanto
che
sul
volgere
del
XX secolo,
 in
 Europa
 come
 negli
 Stati
 Uniti,
 si
 assistette
 a
 un’“esplosione statistica”.3 Alla
fine
della
Seconda
guerra
mondiale
la
statistica
avrebbe
contribuito
allo sviluppo
delle
democrazie
social-liberiste
e
della
società
dei
consumi
grazie alla
 creazione
 di
 organismi
 dedicati,
 come
 l’INSEE
 (Institut
 national
 de
 la statistique
 et
 des
 études
 économiques),
 nato
 in
 Francia
 nel
 1946
 in contemporanea
 a
 quelli
 di
 Regno
 Unito
 e
 Stati
 Uniti,
 poi
 seguiti
 anche
 da altri
 Paesi.
 Da
 quel
 momento
 due
 fattori
 decisivi
 modificarono
 la
 natura
 e, soprattutto,
 gli
 utilizzi
 della
 statistica.
 Innanzitutto
 essa
 non
 era
 più destinata
 unicamente
 a
 sostenere
 le
 politiche
 pubbliche:
 anche
 gli
 attori economici,
infatti,
cominciavano
a
voler
essere
informati
sulle
abitudini
dei “cittadini-consumatori”.
 Istituzioni
 come
 queste
 funzionano
 un
 po’
 come delle
 “agenzie
 di
 coolhunting”
 che
 danno
 conto
 dello
 spirito
 di
 un’epoca; sono
 grandi
 dispensatrici
 di
 informazioni,
 utili
 a
 definire
 al
 meglio
 le

strategie
 industriali
 e
 a
 concepire
 nuovi
 prodotti
 più
 in
 linea
 con
 le aspettative
delle
persone. Il
 successivo
 movimento
 di
 digitalizzazione,
 iniziato
 negli
 anni
 Sessanta, ha
 contribuito
 a
 dare
 ampia
 testimonianza
 delle
 attività
 della
 società
 e
 ha facilitato
 lo
 stoccaggio,
 l’indicizzazione
 e
 la
 manipolazione
 delle informazioni.
 In
 un
 simile
 contesto,
 nel
 1978
 venne
 redatta
 in
 Francia
 la legge
 Informatique
 et
 libertés
 (“Informatica
 e
 libertà”)
 che
 desiderava prendere
 atto
 della
 recente
 possibilità
 delle
 amministrazioni
 di
 disporre
 di informazioni
 relative
 a
 certi
 aspetti
 della
 vita
 dei
 cittadini.
 Molti
 settori hanno
 via
 via
 generato
 dati
 digitali
 che
 potevano
 diventare
 oggetto
 di raccolta
 da
 parte
 degli
 organismi
 statistici;
 a
 partire
 dagli
 anni
 Novanta questa
 raccolta
 venne
 poi
 favorita
 dalla
 diffusione
 dell’interconnessione. Oggi
 disponiamo,
 in
 teoria,
 di
 numeri,
 diagrammi,
 grafici
 relativi
 a
 una miriade
di
settori,
e
il
tutto
a
livello
mondiale.
Questa
topografia
dettagliata
e globale
 è
 evidente
 nelle
 risorse
 dell’ONU,
 per
 esempio,
 che
 espongono informazioni
di
ogni
tipo
riguardo
la
quasi
totalità
dei
Paesi.
Eppure,
proprio nel
 momento
 in
 cui
 parrebbero
 esserci
 tutte
 le
 condizioni
 affinché
 le statistiche
 vivano
 la
 loro
 età
 d’oro,
 ci
 ritroviamo
 a
 vivere,
 all’alba
 del
 terzo decennio
del
XXI
secolo,
la
fine
del
periodo
della
preponderanza
statistica. Una
 nuova
 configurazione
 è
 infatti
 chiamata
 a
 prendere
 il
 suo
 posto,
 e questo
per
via
di
un
doppio
fenomeno:
quello
della
generalizzazione
dell’uso di
protocolli
digitali
–
tanto
da
parte
dei
singoli
quanto
delle
entità
collettive –
 e
 quello
 dell’integrazione
 di
 sensori
 su
 tutto
 ciò
 che
 viene
 utilizzato dall’uomo.
 Questa
 configurazione
 organizza
 il
 passaggio
 dalla
 conoscenza della
 componente
 di
 stati
 e
 comportamenti,
 principale
 funzione
 della statistica,
alla
messa
a
punto
di
macchine
capaci
di
trattare
masse
di
dati
e,
a seconda
 delle
 analisi
 effettuate,
 avviare
 da
 sole
 le
 relative
 operazioni
 sulla base
 di
 criteri
 precedentemente
 stabiliti.
 Questo
 slittamento
 dalla
 statistica alla
 gestione
 automatizzata
 delle
 informazioni
 garantita
 da
 sistemi specializzati
 di
 intelligenza
 artificiale
 appare
 particolarmente
 emblematico negli
smart
grids.
Il
principio
consiste
nel
monitorare
i
consumi
di
elettricità grazie
 a
 dei
 contatori
 intelligenti,
 sul
 modello
 del
 francese
 Linky
 concepito da
 Enedis
 per
 generare
 una
 produzione
 just­in­time
 in
 base
 ai
 bisogni,
 sia attraverso
 centrali,
 sia
 attraverso
 strutture
 dotate
 di
 pannelli
 solari
 o
 altri dispositivi
messi
in
rete,
in
modo
da
redistribuire
l’energia
secondo
i
bisogni del
 momento.
 Fino
 a
 poco
 tempo
 fa,
 la
 disponibilità
 dei
 volumi
 di
 energia dipendeva
 dalle
 statistiche
 stagionali
 che,
 a
 volte,
 in
 caso
 di
 improvvise irregolarità,
causavano
guasti
repentini,
come
accade
ogni
anno
da
qualche parte
 del
 mondo.
 Questa
 logica,
 che
 consiste
 nel
 far
 misurare
 a
 dei

dispositivi
 certe
 condizioni
 e
 sulla
 base
 di
 queste
 fargli
 eseguire
 delle operazioni,
si
estende
ora
a
molti
settori. I
grandi
aeroporti,
per
esempio,
oggi
sono
strutturati
come
delle
gigantesche macchine
 integrate
 dotate
 di
 sistemi
 in
 grado
 di
 orchestrarne
 il funzionamento
 generale.
 Questi
 sistemi
 calcolano
 in
 tempo
 reale
 arrivi
 e partenze
 degli
 aerei
 in
 base
 al
 traffico
 e
 alle
 condizioni
 meteorologiche, gestiscono
la
consegna
dei
bagagli
e
il
loro
eventuale
reindirizzamento
verso altre
 destinazioni,
 segnalano
 il
 numero
 di
 pasti
 necessari
 alle
 unità
 di preparazione
 a
 seconda
 dei
 bisogni
 giornalieri,
 gestiscono
 i
 flussi
 di passeggeri
ai
vari
controlli
disponendo
la
formazione
di
squadre
in
funzione dei
livelli
di
intensità,
elaborano
i
segnali
emessi
dagli
aerei
e
li
trasmettono alle
 unità
 di
 manutenzione
 affinché
 queste
 procedano
 ad
 analisi
 predittive degli
 interventi
 da
 programmare
 per
 ogni
 fascia
 oraria…
 Ormai
 queste megastrutture
architettoniche
e
logistiche
procedono
al
ritmo
dei
processori pensati
per
far
funzionare
il
loro
equilibrio.
È
lo
stesso
principio
che
ispira
la “smart
city”,
concepita
come
un
insieme
composito
in
cui
ogni
ingranaggio
– spostamento
 dei
 corpi,
 reti
 di
 trasporti,
 sistemi
 di
 fornitura
 energetica, negozi,
servizi,
dispositivi
di
sorveglianza
e
sicurezza
ecc.
–
genera
tutta
una serie
 di
 dati
 continuamente
 sottoposti
 ad
 analisi
 che
 devono
 essere prolungate
 con
 la
 realizzazione
 di
 azioni
 regolatrici
 automatizzate
 e,
 più
 di rado,
tramite
manipolazioni
operate
da
esseri
umani. Questa
 sembra
 essere
 la
 dinamica
 all’opera
 nel
 progetto
 sviluppato
 da Sidewalk
Labs,
filiale
dedicata
all’“innovazione
urbana”
di
Alphabet,
la
casa madre
 di
 Google,
 che
 intende
 “rivitalizzare”
 un
 quartiere
 di
 Toronto riempiendolo
di
sensori,
telecamere,
radar
e
altri
apparecchi
di
misurazione. I
dati
raccolti
grazie
alle
persone
e
a
quasi
tutte
le
unità
materiali
della
zona alimenterebbero,
 in
 teoria,
 dei
 sistemi
 incaricati
 di
 interpretare continuamente
 lo
 stato
 di
 tutte
 le
 componenti
 della
 città,
 per
 poi eventualmente
 agire
 su
 di
 esse
 e
 organizzare
 al
 meglio
 la
 loro armonizzazione,
come
farebbe
un
software
di
simulazione
3D
nel
quale
ogni operazione
 effettuata
 in
 un
 dato
 punto
 produce
 effetti
 visibili
 su
 altri
 punti più
o
meno
adiacenti.4
Quella
che
è
destinata
a
imporsi
è
una
concezione
di ispirazione
 biologica
 e
 vitalistica
 che
 vede
 data
 scientist
 e
 programmatori concepire
 i
 programmi
 e
 marginalizzare
 –
 e
 probabilmente
 presto estromettere
 –
 urbanisti
 e
 architetti,
 fino
 a
 rendere
 del
 tutto
 superflui
 i rappresentanti
 eletti
 del
 Comune.
 Al
 di
 là
 dei
 singoli
 casi
 citati,
 sta emergendo
 a
 gran
 velocità
 una
 sistematica
 destinata,
 alla
 lunga,
 a
 essere applicata
all’intera
società.

Stiamo
 assistendo
 a
 un’equiparazione
 tra
 il
 nostro
 mondo
 e
 una
 macchina perfettamente
 regolata
 e
 in
 grado
 di
 controllare
 al
 meglio
 e
 in
 qualsiasi momento
 tutti
 i
 suoi
 ingranaggi.
 Il
 Leviatano
 di
 Hobbes,
 pensato
 nel
 XVII secolo
 come
 un
 orologio
 politico
 e
 sociale
 nel
 quale
 ogni
 componente
 era collegata
 a
 tutte
 le
 altre
 e
 lavorava
 di
 concerto
 al
 suo
 funzionamento,
 oggi diventa
realtà.
Sin
dalle
prime
righe
del
Leviatano,
l’ipotesi
del
buon
governo deriva
 da
 una
 modellazione
 su
 una
 macchina:
 “[Poiché
 dall’ARTE
 viene creato]
quel
grande
LEVIATANO
chiamato
COMUNITÀ
POLITICA
o
STATO (in
latino
CIVITAS)
il
quale
non
è
altro
che
un
uomo
artificiale,
sebbene
di statura
 e
 forza
 maggiore
 di
 quello
 naturale,
 alla
 cui
 protezione
 e
 difesa
 fu designato.
 In
 esso
 la
 sovranità
 è
 un’anima
 artificiale
 in
 quanto
 dà
 vita
 e movimento
all’intero
corpo;
i
magistrati
e
gli
altri
ufficiali
della
giudicatura e
 dell’esecuzione
 sono
 le
 giunture
 artificiali”.5
 L’ideale,
 risalente all’antichità,
di
un
mondo
in
cui
l’agire
umano
può
essere
impeccabile
grazie alla
manipolazione
di
segni
astratti
–
dato
che
“tutto
è
numero”
come
diceva Pitagora
seguendo
un
assioma
ripreso
più
tardi
da
Platone
e
che
abbevererà gran
 parte
 del
 pensiero
 occidentale
 per
 più
 di
 due
 millenni
 –
 troverebbe oggi,
come
per
miracolo,
il
suo
compimento. La
matematica,
storicamente
considerata
la
conditio
sine
qua
non
per
una buona
 intelligibilità
 del
 mondo
 e
 per
 il
 suo
 conseguente
 controllo, rivestirebbe
oggi
un’efficacia
assoluta,
non
più
relegata
a
un
corpus
fatto
di linee
 astratte
 o
 sfruttate
 per
 un
 numero
 limitato
 di
 applicazioni,
 ma
 dotata dei
mezzi
per
rendere
conto
di
ogni
particella
del
reale,
grazie
a
tecniche
che permettono
di
ridurle
in
codici
e
sistemi
capaci
di
darne
una
interpretazione e
di
modificarne
il
corso
in
base
alle
necessità.
La
sfida
è
quella
di
riuscire, alla
lunga,
ad
abbracciare
la
totalità
dei
fenomeni
facendo
emettere
loro
dei segnali
in
modo
da
averne
una
perfetta
e
completa
“intelligenza”,
una
“vasta intelligenza”
 per
 dirla
 con
 il
 matematico
 Laplace,
 formata
 dalla
 conoscenza della
 globalità
 degli
 stati
 del
 mondo
 in
 un
 dato
 momento,
 in
 grado
 di dedurre
 la
 totalità
 dei
 movimenti
 passati
 e
 di
 quelli
 futuri:
 “Dobbiamo dunque
 considerare
 lo
 stato
 presente
 dell’universo
 come
 l’effetto
 del
 suo stato
anteriore
e
come
la
causa
del
suo
stato
futuro.
Un’intelligenza
che,
per un
 dato
 istante,
 conoscesse
 tutte
 le
 forze
 da
 cui
 la
 natura
 è
 animata
 e
 la situazione
 rispettiva
 degli
 esseri
 che
 la
 compongono,
 se
 per
 di
 più
 fosse abbastanza
 vasta
 da
 sottoporre
 questi
 dati
 ad
 analisi,
 abbraccerebbe
 nella stessa
 formula
 i
 movimenti
 dei
 corpi
 più
 grandi
 dell’universo
 e
 quelli dell’atomo
 più
 leggero:
 per
 essa
 non
 ci
 sarebbe
 nulla
 di
 incerto,
 e
 il
 futuro, così
come
il
passato,
sarebbe
presente
ai
suoi
occhi”.6
È
proprio
per
questa ambizione
di
dotarsi
di
un
potere
assoluto
che
Laplace
aveva
elaborato
una teoria
 delle
 probabilità
 destinata
 a
 fare
 deduzioni
 relativamente
 a
 molti fenomeni
viziati
da
incertezza,
grazie
al
calcolo
di
tutti
i
loro
possibili
effetti.

Solo
ora,
dunque,
il
termine
ordinateur
(utilizzato
in
francese
per
definire
il computer,
 N.d.T.)
 acquisterebbe
 tutta
 la
 sua
 dimensione,
 ossia
 quella
 di “ordinare”,
“mettere
ordine”,
il
giusto
ordine,
d’ora
in
poi
non
più
all’interno di
ambiti
circoscritti,
ma
a
livello
mondiale.
Nel
1955
la
IBM
aveva
chiesto
al filologo
 Jacques
 Perret
 di
 coniare
 un
 nuovo
 vocabolo
 adatto
 a
 definire
 i nuovi
 apparecchi
 prodotti.
 Dopo
 averci
 riflettuto,
 Perret
 era
 giunto
 a
 una conclusione
 e
 aveva
 così
 risposto
 al
 responsabile
 del
 marketing
 della
 IBM France:
 “Egregio
 Signore,
 che
 ne
 direbbe
 di
 ordinateur?
 È
 una
 parola correttamente
formata,
che
si
trova
anche
nel
Littré
in
quanto
aggettivo
per indicare
 Dio
 come
 colui
 che
 mette
 ordine
 nel
 mondo.
 Una
 parola
 come questa
 ha
 il
 vantaggio
 di
 darci
 un
 verbo,
 ordinare,
 e
 un
 nome
 d’azione, ordinamento”.
Ciò
nondimeno
nel
nostro
caso
non
avremmo
a
che
fare
con una
 macchina
 unica
 e
 onnipotente,
 bensì
 con
 una
 serie
 crescente
 di macchinari
regolatori
e
ordinatori
 che
 non
 si
 fonderanno
 mai
 in
 un
 unico macchinario
perché
la
loro
efficacia
è
indissociabile
dalla
logica
liberale,
dal principio
 della
 concorrenza,
 che
 certo
 aizza
 l’ambizione
 di
 dominare
 il mercato,
 ma
 si
 trova
 inevitabilmente
 di
 fronte
 all’ambizione
 simile
 che anima
una
miriade
di
altri
attori.
È
esattamente
questo
il
terreno
della
nuova lotta
 economica,
 che
 chiede
 alle
 aziende
 di
 ergersi
 a
 potenze
 capaci
 di organizzare,
grazie
alla
creazione
di
sistemi
di
raccolta
e
interpretazione
dati, il
 miglior
 ordine
 delle
 cose
 e
 commercializzare
 prodotti
 o
 servizi
 che rispondano
 alle
 necessità
 reali
 o
 presunte
 di
 ogni
 circostanza spaziotemporale
a
livello
mondiale. Il
Leviatano
postulava
una
sovranità
assoluta
incarnata
da
un
principe
o
da un’assemblea
 la
 cui
 autorità
 riconosciuta
 dava
 fondamento
 a
 una
 comunità politica
 e
 garantiva
 la
 pace
 civile.
 Una
 delle
 principali
 funzionalità dell’intelligenza
 artificiale
 è
 l’istituzionalizzazione
 di
 una
 modalità organizzativa
 delle
 questioni
 comuni.
 Ma
 a
 differenza
 della
 concezione hobbesiana
 che
 puntava
 all’incoronazione
 di
 un
 potere
 al
 quale
 veniva volontariamente
concesso
il
monopolio
della
violenza
al
fine
di
assicurare
la vitalità
 delle
 attività
 umane
 messe
 così
 al
 riparo
 dall’ingiustizia,
 nel
 caso dell’intelligenza
artificiale
sono
le
logiche
tecnico-economiche
a
determinare, alla
base,
un
principio
di
governo
avente
valore
di
costituzione
politica.
Esso è
 guidato
 unicamente
 da
 scopi
 lucrativi
 e
 utilitaristici
 realizzando,
 in
 un certo
 senso,
 quella
 che
 era
 l’ambizione
 originaria
 dell’informatica
 –
 ossia razionalizzare
certi
settori
della
società
–
ma
conferendole,
un
secolo
dopo, una
portata
quasi
universale
che
ha
consentito
una
transizione
verso
un’“era della
razionalità
estrema”.
Quello
che
dà
potenza,
per
non
dire
onnipotenza, a
questa
dinamica,
è
il
fatto
che
essa
opera
in
maniera
automatizzata.
Ecco

chiarito
 come
 mai
 il
 tecnoliberismo
 si
 sia
 dato
 tanto
 da
 fare,
 nelle
 sue manovre
 apparentemente
 soft
 di
 propaganda,
 per
 diffondere
 il
 termine “ecosistema”,
 lasciando
 supporre
 che
 dietro
 ogni
 azione
 dipendente
 da protocolli
 digitali
 ci
 siano
 schemi
 biologici
 e
 neurali.
 Assistiamo
 qui
 a un’altra
 forma
 di
 spossessamento:
 quello
 che
 vede
 gli
 esseri
 umani intrappolati,
 in
 nome
 di
 una
 maggiore
 efficacia,
 nella
 rete
 di
 un
 Leviatano del
nostro
tempo
–
questa
volta
algoritmico
–,
formalizzato
in
meccanismi
ai quali,
per
il
presunto
bene
di
tutti,
viene
concesso
il
diritto
di
agire
“da
soli”, senza
bisogno
del
nostro
consenso
e
senza
che
noi
possiamo,
in
un
numero sempre
maggiore
di
situazioni,
opporre
resistenza. Affinché
quest’ordine
non
smetta
di
consolidarsi,
affinché
realizzi
appieno
il proprio
 potenziale,
 occorre
 affrontare
 un
 tema
 importante:
 l’essere
 umano. Per
 sua
 natura,
 infatti,
 l’uomo
 entra
 in
 contraddizione
 con
 l’intelligenza artificiale;
 tra
 i
 due
 esiste
 una
 forma
 di
 incompatibilità
 strutturale:
 non evolvono
allo
stesso
ritmo
e
non
puntano
sempre
agli
stessi
obiettivi.
Questo dà
 all’uomo
 il
 potere
 di
 far
 cigolare
 la
 macchina;
 egli
 esercita
 una
 forma
 di gravità
che
ostacola
il
suo
ritmo
vitale
e
che
porta
questa
o
a
ricorrere
a
lui solo
 quando
 è
 necessario,
 o,
 opzione
 più
 drastica
 ma
 più
 proficua,
 ad escluderlo
dalle
proprie
questioni.
Ma
non
bisogna
preoccuparsi,
perché
alla fine
 egli
 riuscirebbe
 comunque
 a
 ritagliarsi
 il
 proprio
 spazio,
 un
 po’
 come all’interno
di
un
giardino
inglese
simile
a
quello
immaginato
da
Rousseau
in Giulia
 o
 la
 nuova
 Eloisa,7
 descritto
 come
 un
 insieme
 nel
 quale
 tutto
 è coltivato
 artificialmente
 per
 assumere
 un
 aspetto
 naturale,
 in
 modo
 che l’uomo,
nonostante
sia
intervenuto
per
organizzarlo,
finisca
per
fondervisi
e lasciarsi
cullare
dalle
onde
armoniose
che
animano
questo
biotopo.
In
questo modo
 non
 dovrebbe
 più
 subire
 le
 maledizioni
 originali
 dello
 sforzo
 e
 degli accomodamenti
continui
con
il
reale
e
con
gli
altri,
e
potrebbe
godere
in
tutta tranquillità
 delle
 inesauribili
 ricchezze
 offerte
 dall’utopia
 finalmente realizzata
 di
 un
 mondo
 perfetto,
 non
 più
 grazie
 a
 un
 Leviatano
 dalle spaventose
 sembianze
 di
 un
 Pantocratore
 imperioso,
 ma
 grazie
 a
 flussi incorporei
 che
 completano
 la
 folle
 ambizione
 di
 Laplace
 e
 garantiscono
 il miglior
funzionamento
della
società
in
ogni
circostanza.

3.2
L’ESSERE
UMANO
MESSO
AL
BANDO Nel
2013
si
verificò
un
sisma
le
cui
scosse
furono
avvertite
in
tutto
il
mondo. La
 società
 di
 consulenza
 manageriale
 McKinsey
 pubblicò
 uno
 studio
 nel quale
 valutava
 l’impatto
 delle
 tecnologie
 cosiddette
 “disruptive”,
 in

particolare
dell’intelligenza
artificiale,
sul
lavoro.
I
risultati
erano
allarmanti. Molti
lavori
erano
destinati
a
scomparire
e
a
essere
sostituiti
da
robot
o
da macchine
 cognitive.
 Il
 fenomeno
 interessava
 sia
 le
 professioni
 che richiedono
 poca
 formazione
 –
 come
 quella
 del
 cassiere,
 dell’autista
 di
 taxi, del
 fattorino
 o
 del
 portiere
 –
 sia
 quelle
 basate
 su
 competenze
 acquisite
 in anni
di
studio
–
come
per
esempio
quella
del
matematico,
del
contabile,
del funzionario
di
banca,
del
grafico,
del
genealogista
o
del
trader
–,
fino
a
quel momento
 considerate
 meno
 soggette
 ai
 rischi
 provocati
 dalle
 mutazioni tecnologiche.
 Facevamo
 il
 nostro
 ingresso
 nell’era
 della
 sostituzione
 dei lavoratori
 con
 i
 robot,
 secondo
 una
 profezia
 di
 Bill
 Gates,
 fondatore
 di Microsoft. Lo
studio
della
McKinsey
fu
immediatamente
ripreso
dalla
stampa
di
tutto il
 mondo
 scatenando
 una
 valanga
 di
 commenti
 allarmisti.
 Tutto
 d’un
 tratto sembrava
 palesarsi
 una
 terribile
 verità:
 l’evoluzione
 sempre
 più
 accelerata delle
 tecnologie
 digitali,
 da
 lì
 in
 avanti
 capaci
 di
 assumere
 le
 funzioni
 più disparate,
 metteva
 in
 pericolo
 la
 nostra
 sussistenza.
 In
 seguito
 vennero condotte
 altre
 indagini
 prospettiche,
 come
 per
 esempio
 quella
 richiesta
 nel 2016
 dal
 governo
 americano,
 che
 stimava
 che
 la
 percentuale
 crescente dell’intelligenza
artificiale
nell’economia
del
Paese
avrebbe
potuto
portare
al licenziamento
 di
 metà
 della
 popolazione
 entro
 il
 2050.
 Queste
 previsioni arrivarono
 come
 un
 fulmine
 a
 ciel
 sereno:
 uno
 dei
 pilastri
 della
 società moderna,
 il
 lavoro,
 rischiava
 l’estinzione,
 nessun
 settore
 escluso.
 Era
 come se
 avessero
 annunciato
 la
 fine
 del
 mondo.
 E
 tutto
 questo
 per
 colpa
 di prodotti
creati
dall’uomo. Questi
 studi
 hanno
 influenzato
 molto
 la
 nostra
 visione
 dell’intelligenza artificiale,
 al
 punto
 che
 non
 appena
 si
 procede
 alla
 sempiterna
 equazione binaria
 che
 ne
 valuta
 i
 vantaggi
 e
 i
 rischi,
 tra
 questi
 ultimi
 spicca
 sempre l’imminente
 e
 massiccia
 distruzione
 dei
 posti
 di
 lavoro.
 Siamo
 talmente spaventati
 che
 non
 riusciamo
 a
 vedere
 nient’altro,
 limitando
 così
 la
 nostra percezione
 delle
 cose.
 Da
 allora
 ci
 sono
 stati
 altri
 studi
 che
 hanno ridimensionato
 le
 indagini
 condotte
 dall’agenzia
 McKinsey
 inserendole
 in una
 prospettiva
 storica,
 facendo
 presente
 che
 ogni
 sostituzione
 era
 di
 certo destinata
 a
 trovare
 una
 contropartita
 attraverso
 la
 creazione
 di
 nuovi impieghi,
 e
 facendo
 ricorso
 all’espressione,
 diventata
 un
 cliché
 del
 nostro tempo,
“distruzione
creatrice”,
coniata
dall’economista
Joseph
Schumpeter. Ma
 il
 terrore
 planetario
 suscitato
 da
 queste
 previsioni
 è
 la
 prova
 di
 una sorprendente
forma
di
ingenuità.
A
ben
guardare,
ci
si
accorgerà,
infatti,
di come
 esse
 si
 inscrivano
 senza
 soluzione
 di
 continuità
 nella
 storia
 del capitalismo
 industriale
 e
 delle
 sue
 aspirazioni,
 ininterrottamente
 all’opera

dalla
 fine
 del
 XVIII
 secolo.
 Perché
 quello
 che
 le
 caratterizza,
 o
 perlomeno quello
 che
 si
 è
 imposto
 a
 partire
 dalla
 rivoluzione
 industriale,
 è
 che
 i
 suoi principali
 artefici
 non
 hanno
 mai
 smesso
 di
 considerare
 l’uomo
 una variabile,
 mettendolo
 sistematicamente
 in
 relazione
 con
 i
 tassi
 di
 profitto
 e cercando
continuamente
di
ridurre
gli
incarichi
svolti
dalla
manodopera.
Per raggiungere
questo
scopo
si
è
proceduto,
da
un
lato,
a
meccanizzare
i
sistemi di
 produzione
 al
 fine
 di
 aumentare
 i
 volumi
 e,
 dall’altro,
 ad
 abbassare
 i salari.
Fu
proprio
questa
la
logica
analizzata
da
Marx,
la
stessa
che
prevedeva uno
 sfruttamento
 sistematico
 della
 forza-lavoro
 a
 vantaggio
 di un’accumulazione,
giudicata
illegittima,
del
capitale. Sul
 volgere
 del
 XX
 secolo
 si
 cominciarono
 ad
 applicare
 metodi
 basati
 su principi
 tayloristici,
 volti
 a
 massimizzare
 la
 produttività.
 Emergeva
 una scienza
nuova
che
puntava
a
una
distribuzione
razionalizzata
di
dispositivi
e corpi
 all’interno
 delle
 manifatture
 al
 fine
 di
 eliminare
 le
 perdite
 e
 tendere alla
massimizzazione
del
profitto.
Questa
scienza
si
chiamava
management. I
suoi
teorici
e
sostenitori
proliferarono
dapprima
negli
Stati
Uniti,
a
partire dagli
anni
Venti,
e
poi
in
diversi
Paesi
del
Nord,
contribuendo
a
modificare
le condizioni
 generali
 della
 produzione.
 Tuttavia,
 qualsiasi
 fossero
 i procedimenti
messi
in
atto,
i
costi
legati
al
lavoro
non
accennavano
a
calare, e
questo
per
via
delle
continue
rivendicazioni
salariali,
avanzate
con
ardore dai
sindacati,
che
scatenavano
conflitti
onerosi. Verso
 la
 fine
 degli
 anni
 Settanta
 vennero
 proposte
 soluzioni
 nuove, destinate
a
risolvere
in
parte
questa
equazione:
furono
introdotte
macchine utensili
robotizzate,
in
grado
di
svolgere
azioni
ripetitive,
che
si
sostituivano all’uomo
in
molti
lavori
di
fatica
e
favorivano
l’incremento
della
produttività. Esse
 furono
 inizialmente
 impiegate
 nell’industria
 automobilistica,
 in particolare
in
Giappone
che
inaugurò
questo
momento
storico.
Se
è
vero
che per
tutto
il
decennio
successivo
queste
macchine
non
smisero
di
guadagnare in
efficacia
e
di
svolgere
mansioni
sempre
più
diversificate,
è
anche
vero
che rispondevano
a
un
ventaglio
tutto
sommato
ristretto
di
compiti,
e
al
tempo stesso
 erano
 solo
 le
 grandi
 aziende
 a
 disporre
 dei
 mezzi
 necessari
 ad acquistarle.
Nello
stesso
periodo
ebbero
inizio
le
manovre
di
delocalizzazione della
 produzione
 verso
 unità
 subfornitrici,
 situate
 per
 lo
 più
 in
 Cina
 e
 nei Paesi
 del
 Sud-Est
 asiatico,
 con
 il
 conseguente
 aumento
 sostanziale
 dei margini.
 Tuttavia,
 indipendentemente
 dalle
 modalità
 organizzative,
 c’è sempre
 un
 fattore
 che,
 oltre
 a
 generare
 costi,
 oppone
 forza
 di
 inerzia, commette
 errori
 e
 contesta
 le
 decisioni:
 l’essere
 umano.
 Sin
 dall’inizio
 del capitalismo
 industriale,
 l’uomo
 ha
 rappresentato
 l’agente
 con
 cui
 bisogna

continuamente
 venire
 a
 patti
 e
 che
 inevitabilmente
 finisce
 per
 rallentare
 la grande
macchina
economica. Oggi
la
soluzione
a
tutte
queste
difficoltà
è
a
portata
di
mano
e
consiste
nel concedere
a
dei
meccanismi
automatizzati
lo
statuto,
tanto
simbolico
quanto formale,
di
metro
campione.
L’obiettivo
non
è
più
solo
quello
di
far
sì
che
i gesti
 rispondano
 al
 comando
 imposto
 dal
 lavoro
 cosiddetto
 “in
 catena”
 (in vigore
 nella
 fabbrica
 di
 ispirazione
 fordista),
 o
 quello
 di
 sopprimere
 a qualsiasi
 costo
 l’uomo,
 che
 in
 fondo
 può
 essere
 ancora
 utile;
 lo
 scopo
 è determinare
 il
 valore
 di
 ogni
 atto
 produttivo
 rispetto
 a
 quello,
 giudicato ottimale,
 dei
 sistemi.
 Questo
 assioma
 diventerà
 ben
 presto
 il
 principale criterio
su
cui
si
baserà
qualsiasi
struttura
organizzativa
o
logistica;
è
fondato sul
postulato
secondo
cui
là
dove
l’efficacia
delle
macchine
sarà
considerata superiore
 ed
 esse
 saranno
 disponibili,
 finiranno
 per
 imporsi.
 Questa strategia
prende
forma
in
quattro
modalità
differenti. La
prima,
quando
il
confronto
non
caldeggia
la
scomparsa
delle
persone
e certe
 tecniche
 ambite
 non
 si
 trovano
 sul
 mercato,
 si
 avvale
 del
 principio
 di “co-presenza”.
È
il
caso
di
Amazon
che,
all’interno
dei
suoi
depositi,
assegna ai
 robot
 un
 numero
 sempre
 maggiore
 e
 sempre
 più
 vario
 di
 mansioni;
 gli unici
 casi
 in
 cui
 ricorre
 ai
 dipendenti
 sono
 quelli
 in
 cui
 le
 operazioni
 non posso
ancora
essere
affidate
a
dei
processi
automatizzati.
Si
preannuncia
un nuovo
movimento
di
sostituzione
massiccia
all’interno
delle
fabbriche,
e
per calmare
 gli
 animi
 le
 società
 che
 producono
 questi
 dispositivi
 parlano
 di complementarietà:
 “La
 caratteristica
 dell’uomo
 è
 quella
 di
 essere
 un
 homo faber
 che
 si
 è
 sempre
 fabbricato
 da
 solo
 gli
 strumenti
 e
 le
 macchine
 utili
 a facilitare
 e
 migliorare
 il
 suo
 lavoro.
 Il
 robot
 porta
 avanti
 questa
 tradizione, libera
 l’uomo
 dai
 compiti
 faticosi,
 lo
 rende
 meno
 schiavo.
 In
 questo
 modo l’uomo
 potrà
 svolgere
 soltanto
 le
 mansioni
 degne
 di
 lui”.8
 Ora
 andate
 a chiedere
a
un
operaio
che
deve
sottostare
ai
ritmi
imposti
da
un
processore che
 gestisce
 in
 tempo
 reale
 gli
 ordini
 dei
 clienti
 se
 questa
 architettura organizzativa
 gli
 permette
 davvero
 di
 “migliorare
 il
 suo
 lavoro”
 e
 “svolgere soltanto
le
mansioni
degne
di
lui”! Il
 mito
 della
 liberazione
 dall’“asservimento
 del
 lavoro”
 grazie
 alla robotizzazione
prevale
e
i
discorsi
pullulano,
in
particolare
a
proposito
delle società
 di
 servizio:
 “Il
 fatto
 di
 delegare
 alla
 macchina
 permette
 ai collaboratori
di
concentrarsi
su
attività
più
creative”.9
Emerge
una
finzione volta
a
predisporre
“l’accettazione
sociale”
di
queste
tecniche:
la
“cobotica”, ossia
 la
 “robotica
 collaborativa”.
 Si
 passerebbe
 “dal
 robot
 che
 lavora parallelamente
 all’Uomo,
 al
 robot
 che
 lavora
 insieme
 all’Uomo.
 In
 un
 certo senso,
 non
 c’è
 niente
 di
 più
 ‘umano’
 di
 un
 cobot.
 […]
 La
 prossima

generazione
 sarà
 quella
 dei
 ‘cognitive
 natives’
 che
 troverà
 normale
 essere accompagnata
 ogni
 giorno
 da
 robot
 e
 lavorare
 ‘mano
 nella
 mano’
 con loro”.10
 In
 realtà
 siamo
 di
 fronte
 a
 una
 retorica
 ingannevole:
 quello
 che avverrà
 non
 è
 un
 “accompagnamento
 mano
 nella
 mano”
 comportante
 un presunto
“upgrade
delle
competenze”,
ma
un
allineamento
delle
prestazioni delle
persone
a
quelle
dei
sistemi. Ormai
l’efficacia
delle
macchine
rappresenta
infatti
il
modello
da
imitare
con la
 conseguenza
 che
 gli
 individui,
 sia
 nelle
 fabbriche
 che
 negli
 uffici,
 sono continuamente
 messi
 a
 confronto
 con
 un
 referente
 dalla
 resa
 superiore
 e inevitabilmente
 destinato
 a
 estrometterli
 non
 appena
 le
 tecniche
 lo permetteranno.
 Ora
 più
 che
 mai
 le
 affermazioni
 di
 Gilbert
 Simondon formulate
nel
1958
in
Du
mode
d’existence
des
objets
techniques
si
rivelano errate.
Secondo
lui:
“L’uomo
ha
per
funzione
quella
di
essere
il
coordinatore e
 l’inventore
 permanente
 delle
 macchine
 che
 lo
 circondano.
 Egli
 è
 tra
 le macchine
 che
 operano
 con
 lui.
 […]
 Man
 mano
 che
 la
 macchina
 si
 fa ‘individuo
 tecnico’,
 essa
 diventa
 autonoma
 nei
 confronti
 dell’uomo,
 il
 quale smette
 di
 essere
 il
 suo
 semplice
 aiutante
 per
 svolgere
 altre
 attività
 meno faticose”.11
 Simondon
 ha
 voluto
 vedere
 la
 tecnica
 semplicemente
 come
 il prodotto
 del
 genio
 umano,
 l’ha
 essenzializzata,
 senza
 cogliere
 i
 contesti
 nei quali
viene
prodotta
e
si
evolve
né,
in
particolare,
la
pressione
esercitata
da due
 secoli
 dal
 mondo
 industriale
 affinché
 essa
 si
 pieghi
 alle
 sue
 esigenze
 e risponda
 ai
 suoi
 interessi,
 con
 la
 conseguente
 imposizione
 di
 modi
 di
 vita generati,
nella
maggior
parte
dei
casi,
da
rapporti
asimmetrici
di
potere.
In contrapposizione
 a
 questa
 postura
 alquanto
 naïf,
 in
 quello
 stesso
 periodo Jacques
 Ellul,
 in
 La
 Technique
 ou
 l’Enjeu
 du
 siècle,12
 aveva
 rilevato
 a
 che punto
 gli
 sviluppi
 tecnologici,
 nella
 stragrande
 maggioranza
 dei
 casi, puntassero
soltanto
a
soddisfare
obiettivi
di
profitto
e
rappresentassero
dei vettori
 di
 assoggettamento
 secondo
 una
 logica
 che
 da
 allora
 non
 ha
 mai smesso
di
consolidarsi,
con
il
risultato
che
oggi
l’uomo
non
si
colloca
affatto “tra
 le
 macchine”,
 ma
 deve
 o
 sottomettersi,
 in
 molti
 casi,
 al
 loro
 ritmo
 –
 e ormai
 al
 loro
 diktat
 –
 o,
 senza
 mezzi
 termini,
 essere
 messo
 al
 bando
 non appena
un
dispositivo
è
in
grado
di
svolgere
le
sue
funzioni. È
 esattamente
 a
 tale
 schema
 che
 risponde
 il
 secondo
 livello
 di
 questo ordinamento
 logistico-manageriale.
 Esso
 consiste
 nel
 fare
 in
 modo
 che
 i centri
di
produzione
si
configurino
come
“luoghi
di
vita”
nei
quali,
però,
non risiede
 alcun
 corpo
 organico.
 È
 ciò
 che
 accade
 in
 una
 compagnia
 di spedizioni
cinese
che
ha
affidato
a
dei
robot
il
compito
di
smistare
i
pacchi postali:
 i
 robot
 si
 muovono
 su
 delle
 rotaie,
 sopra
 una
 grande
 scacchiera;

dopo
aver
recuperato
il
pacco,
quasi
alla
cieca,
procedono
alla
scansione
del relativo
 codice
 e
 si
 spostano
 per
 andare
 a
 depositarlo
 in
 una
 delle
 tante buche
 vuote
 presenti
 nella
 scacchiera
 in
 fondo
 alle
 quali
 si
 trovano
 delle vaschette
 corrispondenti
 alla
 destinazione.13
 Ogni
 movimento
 è strettamente
necessario;
fatica
ed
errori
sono
azzerati.
Quella
che
si
verifica
è una
 forma
 di
 silenziosa
 concordanza
 tra
 masse
 di
 dati
 continuamente elaborate
e
corrispondenti
operazioni
fisiche,
conformemente
al
concetto
di fabbrica
d’ora
in
poi
considerata
un
“gemello
digitale”
(digital
twin)
che
fa
sì che
 ogni
 gesto
 risponda
 immediatamente
 e
 senza
 errori
 a
 un’equazione prodotta
 dai
 sistemi.14
 Un
 essere
 umano
 non
 sarebbe
 mai
 in
 grado
 di operare
a
un
simile
ritmo
e
con
un
simile
livello
di
regolarità
ed
efficacia.
Se è
 vero
 che
 in
 molti
 settori
 si
 desidera
 attribuire
 a
 delle
 persone
 il
 ruolo
 di “gemello
 digitale”,
 è
 vero
 anche
 che
 la
 dimensione
 di
 stretta
 equivalenza contenuta
 nel
 nome
 presuppone
 che,
 alla
 lunga,
 in
 tutti
 quei
 casi
 in
 cui
 il posto
 potrà
 essere
 occupato
 da
 un
 “vero
 gemello”,
 la
 loro
 revoca
 si
 rivelerà inevitabile.
 A
 differenza
 della
 meccanizzazione
 delle
 catene
 di
 montaggio, che
presupponeva
il
continuo
avanzamento
dei
moduli
nelle
varie
macchine che
operavano
a
mano
a
mano
che
questi
passavano,
quello
che
caratterizza questi
 nuovi
 dispositivi
 industriali
 è
 che
 le
 macchine
 si
 muovono
 da
 sole come
un
corpo
di
ballo
in
una
coreografia
perfettamente
studiata. Lo
 scopo,
 ora,
 è
 infatti
 dotare
 i
 dispositivi
 di
 qualità
 sensomotorie
 e cinestetiche
identiche
a
quelle
degli
esseri
umani,
in
base
alle
attuali
ricerche nell’ambito
 della
 robotica
 che
 aspirano
 a
 concepire
 conformazioni antropomorfiche
 in
 stretto
 contatto
 con
 quelle
 all’opera
 nelle
 scienze computazionali.
 Questa
 traiettoria
 fa
 entrare
 la
 robotica
 in
 una
 fase ulteriore:
 ora
 gli
 ingegneri
 non
 si
 accontentano
 più
 di
 mettere
 a
 punto
 dei meccanismi
 in
 grado
 di
 eseguire
 operazioni
 dalle
 possibilità
 gestuali illimitate,
 ma
 progettano
 macchine
 capaci
 di
 rispondere,
 alla
 lunga,
 a
 un numero
 virtualmente
 illimitato
 di
 operazioni,
 attribuendogli
 così
 lo
 statuto di
 “gemelli
 propriocettivi
 di
 noi
 stessi”.
 I
 robot
 di
 oggi,
 contrariamente
 a quelli
 delle
 “generazioni”
 precedenti,
 eseguono
 tutta
 una
 serie
 di
 azioni
 e sono
dotati
di
reattività,
addirittura
di
spirito
di
iniziativa,
incarnando
così
il sogno
dei
teorici
del
management:
la
cosiddetta
“robolution”.
Essa
dipende da
macchine
“abili”,
ricoperte
di
sensori
e
obiettivi
per
catturare
le
immagini, e
 “animate”
 da
 programmi
 di
 intelligenza
 artificiale.
 Come
 YuMi,
 robot munito
di
braccia
e
mani
flessibili,
che
può
individuare
i
pezzi
a
lui
vicini
e procedere
 all’assemblaggio
 di
 dispositivi
 elettronici.15
 Amazon
 intende produrre
dei
“robot-fattorini”,
droni
in
grado
di
effettuare
consegne
volando a
 bassa
 quota.
 Il
 robot
 Tug
 è
 stato
 definito
 dai
 suoi
 ideatori
 un
 “aiuto infermiere”:
 si
 presenta
 come
 un
 carrello
 al
 quale
 è
 stato
 integrato
 un occhio-obiettivo,
 simile
 al
 personaggio
 R2-D2
 di
 Guerre
 stellari;
 è
 già

presente
in
molti
ospedali
americani
dove
si
occupa
di
distribuire
medicinali, bicchieri
d’acqua
o
pasti.16
In
realtà,
alla
lunga,
questi
robot
–
sia
quelli
di metallo
 che
 quelli
 incorporei
 –
 arriveranno
 a
 svolgere
 qualsiasi
 mansione. Richiedere
 indagini
 prospettiche
 sul
 futuro
 del
 lavoro
 è
 inutile:
 questa volontà
irrefrenabile,
da
parte
del
mondo
industriale,
di
spingere
la
ricerca
a mettere
a
punto
dispositivi
destinati
a
eseguire
la
quasi
totalità
delle
nostre operazioni
cognitive
e
materiali
ci
dà
già
la
risposta. Il
 terzo
 livello
 di
 questa
 dinamica
 manageriale
 procede
 attraverso l’evanescenza
 e
 il
 vuoto.
 Prende
 forma
 in
 modo
 particolarmente emblematico
 nei
 recenti
 negozi
 senza
 cassiere,
 come
 quelli
 aperti
 da Amazon,
 per
 esempio.
 Grazie
 a
 una
 miriade
 di
 sensori
 e
 a
 sistemi
 di intelligenza
 artificiale,
 è
 possibile
 procedere
 in
 tempo
 reale all’identificazione
dei
clienti,
alla
lista
dei
loro
acquisti,
all’incasso
e,
infine, alla
 segnalazione
 dello
 stato
 degli
 stock
 alle
 unità
 logistiche.
 Questa configurazione
è
esattamente
sulla
stessa
linea
dei
distributori
automatici
da tempo
presenti
nelle
stazioni
della
metropolitana
di
varie
città
del
mondo
o in
quasi
tutte
le
strade
del
Giappone.
Presto
ci
ritroveremo
a
camminare
in mezzo
 a
 scaffali
 senza
 personale,
 con
 voci
 sintetizzate,
 sistemi
 di
 realtà aumentata
 o
 assistenti
 virtuali
 che
 ci
 orienteranno
 verso
 i
 prodotti
 di
 cui abbiamo
bisogno
e
verso
le
nostre
voglie
del
momento
e
si
occuperanno
del buon
andamento
di
tutte
le
operazioni. Il
 quarto
 livello,
 quello
 più
 discusso
 e
 che
 suscita
 più
 preoccupazioni
 – probabilmente
 perché
 minaccia
 lavori
 “altamente
 qualificati”
 –
 consiste nell’affidare
a
dei
sistemi
un
numero
sempre
maggiore
di
compiti
cognitivi. Viene
messo
in
pratica
soprattutto
nel
campo
dei
servizi,
come
per
esempio l’introduzione
 di
 una
 versione
 specializzata
 di
 Watson,
 battezzata
 Explorer, all’interno
 di
 una
 compagnia
 assicurativa
 giapponese,
 la
 Fukoku
 Mutual Insurance,
che
ha
comportato
il
licenziamento
di
una
parte
dell’organico.17 Il
 sistema
 si
 occuperà
 di
 “leggere”
 autonomamente
 migliaia
 di
 certificati medici
 e
 calcolare
 le
 liquidazioni
 sanitarie
 da
 erogare
 agli
 assicurati
 a
 una velocità
 senza
 precedenti.
 Le
 professioni
 minacciate
 da
 questa
 pratica
 sono molte:
gestori
di
conti
correnti,
consulenti
finanziari,
revisori
legali,
analisti giuridici,
persino
presentatori
tv
del
meteo…
e
la
lista
potrebbe
continuare
a lungo. Oggi
 più
 che
 mai
 il
 liberalismo
 trae
 profitto
 da
 un’instabilità
 permanente ricorrendo
a
un’arma
implacabile:
adattare
le
sue
strategie
in
base
alla
sola dinamica
 suprema
 dei
 processori,
 sottoponendo
 così
 corpo
 e
 psiche
 a
 un continuo
 confronto.
 Ma
 sarebbe
 sbagliato
 credere
 che
 questa
 logica
 resti

circoscritta
 alla
 sola
 questione
 della
 sostituzione
 dei
 lavori;
 sono
 infatti all’opera
 ben
 altre
 forme,
 più
 subdole,
 di
 negazione
 delle
 nostre
 facoltà. Come
per
esempio
il
fatto
di
avvalersi
della
nostra
intelligenza
e
del
nostro intuito
 in
 professioni
 come
 quella
 dell’infermiere
 o
 dell’aiuto
 infermiere assunti
nelle
unità
di
cure
palliative,
che
devono
dare
prova
di
attenzione
ed empatia
verso
i
malati,
o
in
tutti
quei
mestieri
che
richiedono
un
know-how specifico,
come
quello
del
giardiniere,
del
fornaio
o
del
cuoco,
dei
quali
si
sta a
poco
a
poco
cercando
di
automatizzare
i
gesti.
Ne
è
un
esempio
il
sistema concepito
 dalla
 start
 up
 Zume
 per
 la
 preparazione
 delle
 pizze:
 il
 disco
 di pasta
viene
steso
su
un
nastro
trasportatore,
un
primo
robot
versa
la
salsa
di pomodoro,
un
secondo
robot
farcisce
e
un
terzo
robot
inforna.18
O,
ancora, la
 pratica
 in
 uso
 nell’agricoltura
 cosiddetta
 “di
 precisione”
 che
 attraverso sensori,
 droni
 e
 sistemi
 di
 intelligenza
 artificiale
 propone
 applicazioni
 di supporto
alla
decisione
che
contribuiscono
a
spezzare
il
rapporto
diretto
con gli
 elementi
 imponendo
 pratiche
 omogenee
 che
 favoriscono
 l’esecuzione delle
azioni
considerate
le
più
pertinenti
in
ogni
circostanza
spaziotemporale finendo
con
lo
spossessare
le
persone
delle
loro
competenze.
Proprio
perché in
molte
attività,
specialmente
in
quelle
che
permettono
di
far
fruttare
tutte quelle
 capacità
 che
 andrebbero
 difese
 con
 le
 unghie
 e
 con
 i
 denti,
 esiste
 un gusto
per
il
lavoro
fondamentale
per
la
dignità
umana.
Questo
movimento
di sostituzione
 dei
 lavori
 che
 mobilitano
 le
 nostre
 qualità
 costituisce
 un affronto
 alla
 nostra
 condizione.
 L’umanesimo
 che
 noi
 difendiamo
 consiste infatti
 nel
 favorire
 la
 piena
 espressione
 di
 ciascuno
 nell’esercizio
 delle proprie
mansioni. Anche
nell’eliminazione
di
certe
dimensioni
inerenti
alla
socialità
esiste
una forma
 di
 messa
 al
 bando
 dell’essenza
 di
 noi
 stessi.
 Le
 operazioni automatizzate
 si
 sostituiscono
 al
 contatto
 umano,
 all’azione
 condotta
 in comune,
comportando
l’abolizione
progressiva
dello
scambio,
delle
relazioni interpersonali
 e,
 conseguentemente,
 dell’accordo,
 del
 disaccordo,
 del conflitto,
 della
 negoziazione,
 persino
 dell’amicizia,
 insomma,
 della
 socialità fondata
 sulla
 somma
 di
 tutte
 le
 soggettività
 che
 ci
 costringe
 a
 fare
 opera
 di comunità
e
a
fare
appello
alla
nostra
intelligenza
condivisa.
Quella
che
è
in gioco
è
la
marginalizzazione
della
parola,
dei
legami
indotti
dal
linguaggio
e, più
 in
 generale,
 della
 necessaria
 contemplazione
 di
 quell’alterità
 che
 ispira molte
 delle
 nostre
 azioni.
 La
 nostra
 pluralità
 viene
 negata
 a
 favore
 di
 un mondo
 dove
 tutto
 riveste
 un
 valore
 utilitaristico
 e
 dove
 anche
 noi
 finiremo per
 essere
 ridotti
 a
 questa
 equazione.
 E
 allora
 ci
 troviamo
 a
 essere
 meri strumenti,
semplici
ingranaggi
di
una
macchina
impersonale,
utilizzati
solo se
le
circostanze
lo
richiedono;
l’eccezionalità
di
ogni
individuo
viene
negata,

la
 figura
 umana
 diventa
 di
 colpo
 obsoleta,
 secondo
 una
 logica
 analizzata
 a suo
 tempo
 da
 Günther
 Anders
 e
 giunta
 oggi
 a
 compimento:
 “la
 macchina [che]
costringe
noi
contemporanei
a
funzionare
come
pezzi
di
macchina”.19 Dato
che
l’individuo
ormai
non
è
altro
che
una
variabile
e
dato
che
d’ora
in poi
qualunque
altra
variabile
–
umana
o
materiale
che
sia
–
può
sostituirsi
a lui,
 è
 opportuno
 trovare
 la
 congiuntura
 migliore,
 che
 è
 esattamente
 quello con
 cui
 ci
 gratifica
 l’intelligenza
 artificiale:
 la
 messa
 in
 comparazione
 delle varie
 unità
 che
 istituisce
 la
 comparatologia
 integrale
 quale
 principio determinante
 di
 questa
 nuova
 civiltà
 che
 si
 sta
 instaurando
 a
 gran
 velocità lasciandoci
completamente
disarmati.

3.3
IL
REGNO
DEL
COMPARATIVO Il
 consumatore
 è
 un
 essere
 volubile:
 può
 lasciarsi
 tentare
 da
 un
 articolo
 e abbandonarlo
subito
dopo
averlo
testato,
per
insoddisfazione,
per
capriccio, o
 per
 il
 semplice
 desiderio
 di
 volerne
 provare
 un
 altro.
 Fa
 di
 testa
 sua.
 La libertà
 di
 camminare
 tra
 gli
 scaffali,
 di
 tenere
 in
 mano
 un
 prodotto,
 di leggerne
le
caratteristiche,
di
riposarlo
se
lo
desidera,
fa
parte
di
quel
fascino che
la
società
dei
consumi
esercita
sugli
individui
dal
dopoguerra.
Essa
offre al
 consumatore
 ripetute
 occasioni
 di
 sentirsi
 padrone
 delle
 sue
 azioni, nonostante
poi,
nella
maggior
parte
dei
casi,
l’effettiva
realtà
dei
suoi
mezzi lo
freni.
La
missione
da
sempre
affidata
alla
pubblicità
allora
è
stata
quella
di tentare
di
riportarlo
sulla
retta
via,
di
convincerlo,
attraverso
tutta
una
serie di
 strategie
 evolutesi
 nel
 tempo,
 a
 cedere
 a
 una
 determinata
 marca,
 ad approfittare
degli
straordinari
vantaggi
che
questa
era
in
grado
di
dargli.
Ma non
c’è
niente
da
fare:
per
quante
manovre
di
seduzione
la
pubblicità
possa mettere
 in
 atto,
 ciascuno
 può
 in
 qualsiasi
 momento
 riprendersi
 la
 propria libertà.
 Una
 lotta
 infinita
 ha
 visto
 opporsi
 la
 disposizione
 del
 cliente
 ad ascoltare
 solo
 le
 sue
 voglie
 alla
 volontà
 delle
 imprese
 di
 adescarlo.
 Tuttavia d’ora
 in
 poi
 la
 scelta
 non
 è
 più
 un
 privilegio
 soltanto
 degli
 individui,
 ma anche
degli
attori
del
mercato
che
possono
avvalersi
a
loro
piacimento
della facoltà
di
sottoporre
persone,
enti
privati
e
regimi
giuridici
a
degli
esami
al fine
di
optare
per
l’alternativa
giudicata
più
vantaggiosa.
E
tutto
questo
oggi, a
 un
 livello
 mai
 visto
 prima
 d’ora,
 principalmente
 perché
 esistono
 dei processi
che
lo
permettono. La
 natura
 di
 un’economia
 è
 determinata
 in
 parte
 dalle
 tecniche
 sulle
 quali poggia.
 Durante
 l’epoca
 moderna,
 la
 generalizzazione
 delle
 macchine calcolatrici,
 come
 per
 esempio
 i
 registratori
 di
 cassa,
 capaci
 di
 eseguire
 le

varie
operazioni
algebriche
–
addizioni,
sottrazioni,
moltiplicazioni
–,
era
la prova
 della
 preponderanza
 del
 commercio,
 in
 particolare
 degli
 scambi
 tra aziende
e
persone.
Per
più
di
un
secolo,
dalla
rivoluzione
industriale
fino
al dopoguerra,
 il
 nucleo
 centrale
 del
 modello
 era
 fondato
 sulle
 transazioni commerciali.
Accanto
a
questa
dimensione,
che
non
cessò
di
amplificarsi,
a partire
dagli
anni
Sessanta
se
ne
aggiunse
un’altra:
la
gestione
ottimizzata
di certi
 compiti
 grazie
 all’introduzione
 dei
 computer
 che
 più
 che
 essere utilizzati
 per
 eseguire
 operazioni
 contabili,
 favorivano
 l’instaurazione
 di nuove
 modalità
 amministrative
 e
 aiutavano
 a
 pianificare
 strategie.
 Iniziava l’era
 dell’organizzazione
 e
 del
 management
 sostenuta
 dai
 progressi dell’informatica,
 molto
 presto
 analizzata
 da
 James
 Burnham
 nel
 suo
 libro The
 Managerial
 Revolution.20
 Più
 tardi,
 verso
 la
 metà
 degli
 anni
 Ottanta, parallelamente
 all’intensificarsi
 di
 queste
 pratiche,
 cominciò
 a
 prevalere
 un altro
 schema
 che
 vedeva
 beni
 manifatturieri
 e
 flussi
 finanziari
 circolare
 tra un
numero
sempre
crescente
di
regioni
del
pianeta
e
che
ben
presto
prese
il nome
di
globalizzazione.
L’avvento
dell’interconnessione
globale,
dieci
anni dopo,
 favorì
 l’espansione
 di
 queste
 logiche
 anche
 grazie
 alle
 strutture
 di comunicazione
 messe
 in
 rete.
 Oggi
 l’economia
 entra
 in
 una
 fase
 nuova
 che non
si
contrappone
a
quelle
precedenti,
ma
fa
prendere
loro
un
corso
diverso grazie
alla
nuova
capacità
di
cui
si
trova
dotata:
quella
di
poter,
in
qualsiasi momento,
 comparare
 le
 cose
 tra
 loro.
 Questa
 disposizione
 è
 resa
 possibile dalla
principale
tecnologia
del
nostro
tempo:
l’intelligenza
artificiale. Perché
anch’essa
procede
per
comparazione.
Si
fonda,
di
base,
sulla
codifica binaria
 che
 scompone
 gli
 elementi
 in
 unità
 minimali,
 i
 bit,
 permettendo
 di ridurre
i
composti
simbolici,
e
ormai
i
frammenti
del
reale,
a
dati
numerici. Da
 qui
 vengono
 concepiti
 degli
 algoritmi
 in
 grado
 di
 effettuare
 a
 gran velocità
 delle
 comparazioni
 tra
 i
 volumi
 di
 dati
 trattati
 e
 un
 modello determinato
 per
 stabilire
 il
 loro
 livello
 di
 similitudine.
 È
 quello
 che
 accade con
 i
 sistemi
 di
 riconoscimento
 facciale
 che
 identificano
 in
 tempo
 reale
 il viso
 di
 una
 persona
 a
 partire
 da
 un’immagine
 catalogata
 misurando
 il
 loro grado
 di
 compatibilità.
 Se
 i
 sistemi
 potranno
 discriminare,
 grazie
 a
 un confronto,
certi
oggetti
o
certe
parole,
sarà
soltanto
grazie
a
una
descrizione matematica.
Con
questi
continui
confronti,
l’intelligenza
artificiale
riprende in
 un
 certo
 senso
 la
 tradizione
 epistemologica
 del
 Rinascimento
 che comprendeva
 il
 mondo
 attraverso
 lunghe
 catene
 di
 analogie
 tra
 le
 sue componenti;21
 la
 differenza,
 però,
 sta
 nel
 fatto
 che
 l’intelligenza
 artificiale non
dipende
da
una
dimensione
metaforica,
ma
prende
corpo
all’interno
di dispositivi
tecnici
incaricati
di
rivelare
tali
analogie.

Storicamente
le
aziende
includevano
l’intera
catena
di
produzione.
Erano costituite
da
diverse
branche
che
si
intersecavano
le
une
alle
altre
all’interno di
 un
 processo
 verticale
 che
 andava
 dai
 reparti
 di
 progettazione
 e fabbricazione,
 agli
 uffici
 personale,
 contabilità,
 logistica,
 consegne…
 Erano fatte
 di
 corpi
 uniti.
 Con
 l’avvento
 del
 neoliberismo,
 all’inizio
 degli
 anni Ottanta,
il
doppio
fenomeno
dell’incremento
della
pressione
concorrenziale
e dell’indebolimento
dei
codici
del
lavoro
favorì
un
principio
che
si
generalizzò rapidamente:
 l’esternalizzazione.
 In
 altre
 parole,
 le
 imprese
 o
 gli
 enti pubblici
 ricorrevano
 a
 società
 esterne
 (fornitori)
 per
 lo
 svolgimento
 di attività
fino
a
quel
momento
affidate
ai
propri
dipendenti,
come
per
esempio lavori
di
pulizia,
giardinaggio,
contabilità,
o
spedizione
merci.
L’obiettivo
era quello
di
ridurre
i
costi.
Questo
comportò
tutta
una
serie
di
gare
d’appalto
– e,
di
conseguenza,
di
esami
comparativi
–
in
vista
di
stringere
accordi
che
si inscrivevano
 in
 temporalità
 divenute
 fluttuanti.
 Questi
 metodi
 furono facilitati
 dalla
 digitalizzazione
 delle
 scritture
 relative
 al
 funzionamento
 dei subappaltatori
 che
 permetteva
 di
 avere
 una
 visione
 dettagliata
 delle
 loro pratiche.
L’intensificazione
della
globalizzazione,
avvenuta
alla
fine
di
quello stesso
 decennio,
 ampliò
 lo
 spettro
 dei
 fornitori
 a
 livello
 teoricamente mondiale.
Ma
tali
procedimenti
richiedevano
la
mobilitazione
di
competenze impegnate
in
queste
consulenze. Oggigiorno
 questi
 compiti
 possono
 essere
 svolti
 da
 sistemi
 capaci,
 in funzione
 di
 numerosi
 criteri,
 di
 soppesare
 le
 diverse
 offerte
 e
 selezionarle senza
 bisogno
 dell’intervento
 umano.
 Ne
 è
 un
 esempio
 Retail
 Link, sviluppato
 dalla
 IBM
 a
 seguito
 di
 una
 richiesta
 della
 multinazionale Walmart,
che
seleziona
il
fornitore
in
grado
di
offrire
il
servizio
richiesto
alla tariffa
 più
 vantaggiosa
 e
 nei
 tempi
 stabiliti.
 La
 natura
 di
 una
 tecnologia basata
 sul
 calcolo
 comparativo
 si
 confonde
 con
 un
 disegno
 economico
 che intende
mettere
a
paragone
qualsiasi
cosa
con
qualunque
altra
al
fine
di
fare continuamente
 intervenire
 la
 concorrenza
 e
 trarre,
 in
 ogni
 operazione,
 il massimo
beneficio.
Non
evolviamo
nel
“mondo
piatto”
descritto
da
Thomas Friedman,22
 che
 immaginava
 l’esistenza
 di
 un
 mercato
 improvvisamente allargato,
 grazie
 alle
 virtù
 di
 internet
 e
 di
 infrastrutture
 logistiche
 e
 di trasporto
 sempre
 più
 sofisticate
 e
 reattive.
 Perché
 il
 regno
 del
 comparativo non
corrisponde
più
a
una
Terra
presumibilmente
“liscia”,
ma
a
un
reale
che si
 trova
 ovunque
 raddoppiato
 da
 codici
 misurati
 in
 ogni
 momento
 da algoritmi
per
rispondere
a
bisogni
indefinitamente
circostanziati.
La
priorità data
 alla
 circolazione
 di
 beni
 e
 informazioni
 lascia
 posto
 al
 primato
 della valutazione
 comparativa
 allo
 scopo
 di
 stringere
 legami
 effimeri
 con interlocutori
situati
tanto
nelle
vicinanze
quanto
dall’altra
parte
del
mondo.

La
velocità
dell’epoca,
più
che
alla
comunicazione,
rimanda
alla
possibilità
di identificare
in
tempo
reale
la
soluzione
più
vantaggiosa.
Potremmo
dire
che stiamo
passando
dalle
logiche
di
flussi,
linee
e
strade,
alle
logiche
dei
grani esaminati
 nel
 dettaglio
 da
 sistemi
 capaci
 di
 valutare,
 alla
 velocità
 dei processori,
la
loro
qualità
rispetto
a
tutti
gli
altri
per
poi
indirizzarsi
su
uno di
essi.
Assistiamo
al
passaggio
da
un’organizzazione
basata
su
una
struttura geometrica
 che
 privilegia
 la
 figura
 della
 rete,
 a
 schemi
 ispirati
 a
 una geometria
non
euclidea
che
si
riferisce
a
una
topografia
non
più
catalogata
e stabile,
ma
costituita
da
piani
continuamente
ondeggianti
e
fugaci. Questo
 principio,
 però,
 non
 si
 applica
 solo
 ai
 rapporti
 tra
 le
 imprese,
 ma anche
alle
attività
svolte
al
loro
interno:
i
sistemi
valutano
le
prestazioni
del personale
 attraverso
 il
 controllo
 dei
 computer
 e
 l’integrazione
 di
 sensori
 in catena
di
montaggio
e
negli
spazi
di
lavoro,
al
fine
di
osservare
gesti
e
ritmi
e poter
ottenere
così
delle
cartografie
comportamentali
granulari
ed
evolutive. Più
che
a
comparare
gli
individui,
esse
puntano
a
valutare
la
loro
capacità
di adattarsi
a
modelli
dati
come
norma
di
riferimento,
sull’esempio
dei
metodi sviluppati
 dalla
 Toyota
 nel
 corso
 degli
 anni
 Settanta,
 che
 ogni
 giorno assegnava
alle
squadre
di
operai
gli
obiettivi
da
raggiungere
comportando,
di fatto,
una
classifica
comparativa
tra
loro.
Questa
pratica
rientra
nell’ambito del
 benchmarking
 che
 consiste
 nel
 mettere
 in
 atto
 processi
 pensati
 per condurre
ai
risultati
migliori,
usati
dunque
come
parametri
(benchmark)
che i
 dipendenti
 devono
 prendere
 a
 riferimento
 e
 con
 i
 quali,
 grazie
 a
 tecniche specifiche,
sarà
possibile
giudicare
le
loro
capacità
di
conformarvisi. Quello
che
va
via
via
imponendosi
è
una
nuova
fase
del
management
che fissa
 obiettivi
 a
 breve
 termine
 ricorrendo
 a
 contratti
 sempre
 più
 precari
 i quali,
 una
 volta
 giunti
 al
 termine,
 diventano
 oggetto
 di
 nuove
 richieste
 di candidatura
 (per
 la
 stessa
 mansione
 o
 per
 un’altra)
 presso
 le
 varie
 agenzie interinali.
 Questo
 implica
 che
 gli
 individui
 vengano
 continuamente sottoposti
 a
 esami
 comparativi:
 “Nel
 quadro
 di
 questo
 nuovo
 regime
 di lavoro,
inerente
alla
governance
con
i
numeri,
[gli
individui]
devono
tenersi pronti
a
rispondere
ai
bisogni
del
mercato
valutati
dai
loro
datori
di
lavoro
o –
 se
 sono
 disoccupati
 –
 dal
 loro
 ufficio
 di
 collocamento.
 In
 altre
 parole, devono
 essere
 pronti
 a
 mobilitarsi
 in
 qualsiasi
 momento
 e
 quando
 questo momento
 è
 giunto
 mobilitarsi
 per
 realizzare
 gli
 obiettivi
 che
 vengono
 loro assegnati”.23
 Vengono
 messi
 tutti
 continuamente
 in
 competizione
 gli
 uni con
 gli
 altri
 sulla
 base
 di
 criteri
 definiti
 da
 studi
 specializzati,
 criteri
 a
 noi incomprensibili,
che
seguono
quella
logica
ultraliberale
secondo
cui
l’essere umano
 sarebbe
 una
 variabile
 dalla
 quale
 poter
 trarre,
 per
 mezzo
 di

procedimenti
 ad
 hoc,
 il
 maggiore
 dell’intercambiabilità
continua
delle
persone.

profitto


dal


principio

Questa
posizione
non
è
poi
così
distante
dalla
dottrina
del
“Law
 shopping” che
incoraggia
gli
attori
economici
a
mettere
a
paragone
tra
loro
vari
territori per
decidere
poi
quale
sia
il
migliore
nel
quale
insediarsi.
Questa
dottrina
è figlia
 della
 teoria
 del
 “Law
 and
 Economics”
 che
 procede
 alla
 valutazione comparativa
dei
vari
regimi
giuridici
nazionali
al
fine
di
selezionare,
per
ogni settore
di
attività,
il
luogo
considerato
più
vantaggioso.
A
tal
scopo
la
Banca Mondiale
 ha
 istituito
 un
 rapporto
 chiamato
 Doing
 Business,
 una
 base
 dati che
valuta
le
economie
di
183
Paesi
e
le
classifica
in
10
aree
di
applicazione delle
normative:
“È
illustrata
con
un
mappamondo
che
rappresenta
la
Terra come
 uno
 spazio
 di
 competizione
 tra
 legislazioni
 ed
 è
 dotata
 di
 un
 cursore temporale
 che
 permette
 di
 visualizzare
 l’avanzata
 del
 progresso
 della razionalità
 economica.
 Questo
 archivio
 di
 dati
 deve
 aiutare
 gli
 investitori
 a scegliere,
 sulla
 mappa
 del
 mondo,
 i
 Paesi
 più
 accoglienti.
 E
 deve
 anche spingere
 questi
 ultimi
 ad
 attirare
 a
 sé
 gli
 investitori
 riformando
 le
 leggi
 in funzione
 di
 ciò
 che
 essi
 desiderano”.24
 Alla
 fine
 il
 progetto
 di
 “isole galleggianti”
 pensato
 dal
 Seasteading
 Institute
 –
 fondato
 da
 uno
 degli esponenti
del
libertarianismo,
Patri
Friedman25
–
rivolto
all’emancipazione dalle
 leggi
 e
 dagli
 obblighi
 statali,
 risulta
 del
 tutto
 irrilevante:
 è
 molto
 più vantaggioso
piantare
le
tende
là
dove
sembra
più
remunerativo
e
essere
poi in
grado
di
spostarsi
a
seconda
delle
evoluzioni
osservate
a
livello
mondiale. Quella
 che
 va
 via
 via
 profilandosi
 è
 un’economia
 in
 perpetua
 “fissione
 e fusione”
 per
 la
 quale
 il
 principio
 della
 concorrenza
 non
 mette
 più
 in competizione
 soltanto
 le
 aziende,
 ma
 anche
 le
 loro
 componenti
 e
 i
 loro interlocutori,
 configurandoli
 come
 degli
 “elettroni
 liberi”
 amministrati
 da sistemi
 di
 intelligenza
 artificiale
 incaricati
 di
 optare
 per
 l’alternativa migliore.
 Per
 esempio,
 Inditex,
 leader
 mondiale
 dell’industria
 della confezione
 tessile,
 proprietario
 del
 marchio
 Zara,
 effettua
 continue comparazioni
tra
i
campionari
di
numerose
marche,
tra
i
subappaltatori,
così come
 tra
 i
 comportamenti
 delle
 persone
 a
 livello
 mondiale,
 al
 fine
 di allineare
la
produzione
alle
tendenze
del
momento.
La
stessa
predisposizione alla
 comparazione
 è
 presente
 anche
 nel
 Marketplace
 di
 Amazon
 o
 di Facebook
in
cui,
alla
luce
di
numerosi
criteri,
vengono
messe
a
paragone
una miriade
di
offerte
rivolte
a
società
o
consumatori.
O
nei
siti
di
comparazione dei
 prezzi
 che
 si
 sono
 moltiplicati
 dal
 2010
 in
 poi,
 come
 Liligo,
 Kayak
 o Skyscanner,
che
mettono
a
confronto
tra
loro
le
tariffe
di
biglietti
aerei,
notti in
hotel,
noleggio
di
macchine,
contratti
assicurativi…

Questa
possibilità,
dunque,
non
è
offerta
soltanto
alle
aziende,
ma
anche
agli individui
 che
 così
 possono
 beneficiare
 di
 sistemi
 che
 danno
 loro
 un’infinità di
 suggerimenti;
 essa
 oltrepassa
 il
 ristretto
 ambito
 commerciale
 per insinuarsi
anche
in
altre
dimensioni
dell’esistenza,
con
la
conseguenza
che
la comparazione
 diventa
 il
 principio
 a
 monte
 della
 realizzazione
 delle
 nostre azioni.
 È
 il
 caso
 delle
 applicazioni
 che
 ci
 suggeriscono
 in
 tempo
 reale
 il miglior
itinerario
da
seguire,
o
dei
portali
di
recensione
dei
ristoranti,
o
delle applicazioni
di
incontri
che,
a
differenza
di
quanto
accade
con
gli
incontri
in carne
e
ossa,
permettono
di
veder
sfilare
i
“profili”
con
un
semplice
tocco
sul display,
 sempre
 sulla
 base
 del
 famoso
 principio
 di
 comparazione
 (a
 volte compulsiva),
per
poi
decidere
con
chi
entrare
in
contatto.
Forse
siamo
giunti a
un’antropologia
del
confronto
e
stiamo
assistendo
di
conseguenza
all’apice di
 un
 rapporto
 utilitaristico
 con
 il
 reale,
 all’ultimo
 stadio
 dell’utilitarismo, quello
teorizzato
da
Jeremy
Bentham
il
quale
riteneva
che
l’utilità
prevale
su ogni
 altra
 considerazione,
 e
 che
 troverebbe
 la
 sua
 completa
 realizzazione negli
assistenti
virtuali
che
rappresentano
macchine
ultrasofisticate
capaci
di mettere
tutto
a
confronto
“per
il
nostro
interesse”. Si
sta
profilando
una
nuova
era
della
concorrenza,
nella
quale
a
contrapporsi non
sono
più
soltanto
le
aziende
e
gli
individui,
ma
tutti
i
corpi
organici
e
i beni
materiali,
al
fine
di
trarne
il
massimo
beneficio.
Ogni
sostanza
è
infatti ridotta
 a
 un
 valore
 oggettivato;
 essa
 non
 vale
 più
 in
 sé
 e
 per
 sé,
 ma
 solo
 in funzione
 della
 valutazione
 dei
 suoi
 attributi.
 Più
 in
 generale
 possiamo
 dire che
è
l’intera
società
a
essere
allineata
a
questi
imperativi.
I
legami
vengono stretti
sulla
base
dei
benefici
previsti
e
in
modo
indefinitamente
provvisorio, possono
essere
infranti
in
qualsiasi
momento
per
intrecciarne
altri
con
altri interlocutori,
secondo
le
logiche
postmoderniste
che,
da
una
trentina
di
anni a
 questa
 parte,
 “invitano”
 tutti
 a
 viversi
 come
 delle
 “monadi
 nomadi”.
 Un regime
 di
 razionalità
 tecnico-economico
 diventa
 un
 regime
 di
 razionalità intersoggettivo
 e
 sociale.
 Non
 è
 possibile
 non
 accorgersi
 che
 è
 l’inconscio collettivo
 a
 essere
 come
 paralizzato
 da
 questa
 dinamica
 che
 mette continuamente
a
paragone
le
persone
–
nel
lavoro,
nei
gruppi
di
affinità,
nei rapporti
 umani
 –
 e
 le
 riduce
 a
 valori
 assegnabili,
 cancellando
 il
 principio giuridico-politico,
 fondamento
 della
 nostra
 civiltà,
 secondo
 il
 quale
 ogni essere
 umano
 è
 irriducibilmente
 unico.
 Non
 è
 possibile
 non
 accorgersi
 dei processi
di
interiorizzazione
che
insidiosamente
si
producono;
ognuno
infatti è
dotato
di
una
sorta
di
“punteggio”
e,
volente
o
nolente,
consapevolmente
o inconsapevolmente,
si
attiva
per
incrementarlo
e
capitalizzarlo. Non
 è
 possibile
 non
 vedere
 in
 questa
 comparatologia
 integrale
 una violenza
 simbolica
 estrema
 che
 si
 fa
 beffe
 dell’“autostima”
 e
 della
 “dignità

umana”,
perché:
“Nel
regno
dei
fini
tutto
ha
un
prezzo
o
una
dignità.
Ciò
che ha
 un
 prezzo
 può
 essere
 sostituito
 con
 qualcos’altro
 come
 equivalente.
 Ciò che
invece
non
ha
prezzo,
e
dunque
non
ammette
alcun
equivalente,
ha
una dignità”.26Oggigiorno
 ci
 sentiamo
 “utili”
 solo
 quando
 veniamo
 scelti
 dopo essere
stati
comparati,
e
ci
sentiamo
vivi
solo
quando
noi
stessi
compariamo prima
 di
 scegliere,
 in
 una
 civiltà
 in
 divenire
 che
 riduce
 ognuno
 di
 noi
 a un’unità
indifferenziata,
finendo
per
confonderci
con
lo
statuto
del
denaro
la cui
 caratteristica,
 secondo
 Georg
 Simmel,
 è
 quella
 di
 rendere
 ogni
 cosa equivalente
 a
 qualsiasi
 altra.27Ecco
 un’altra
 forma
 di
 ripercussione dell’ideologia
 tecnoliberale
 sulle
 nostre
 vite:
 la
 generalizzazione
 di
 una sistematica
 destinata
 unicamente
 a
 soddisfare
 l’obiettivo
 egoista
 di
 tutti
 gli interessi
 privati,
 che
 rimanda
 alla
 diagnosi
 fatta
 da
 Adorno
 e
 Horkheimer nell’immediato
dopoguerra
e
che
oggi
acquisisce
una
dimensione
universale –
e
radicale
–
secondo
cui
“l’uguaglianza
diventa
essa
stessa
un
feticcio”.28

3.4
BITCOIN
E
BLOCKCHAIN:
L’ULTIMO
STADIO
DELLA
SOCIETÀ
DEL
CONTRATTO Una
passione
comune
avvicina
il
liberalismo
economico
radicale
a
un
certo spirito
libertario:
l’odio
verso
tutte
le
istanze
intermediarie,
qualunque
sia
la loro
natura.
Esse
hanno
la
faccia
dello
Stato,
delle
istituzioni,
delle
leggi
che impongono
 un
 ordine
 delle
 cose
 e
 restringono
 il
 margine
 di
 azione
 delle persone.
Per
primo,
esse
cercano
soltanto
di
contenere
abusivamente
la
loro forza
 di
 iniziativa
 e
 applicare
 imposte,
 redistribuendo
 le
 ricchezze
 a vantaggio
 dell’andamento,
 giudicato
 vano
 e
 inefficace,
 delle
 questioni comuni.
 Per
 secondo,
 la
 politica
 ufficiale
 non
 emana
 dalla
 volontà
 del popolo,
ma
nasce
da
strutture
gerarchiche
che
determinano
norme
e
tengono in
 vita
 alcuni
 privilegi
 impedendo
 così
 una
 piena
 e
 libera
 espressione
 degli individui.
 È
 sulla
 base
 di
 questa
 ostilità
 condivisa
 che
 si
 è
 prodotta
 una sintesi
 ideologica
 molto
 singolare
 cui
 è
 stato
 dato
 il
 nome
 di “libertarianismo”. Esso
ha
origine
negli
Stati
Uniti
negli
anni
che
seguono
la
crisi
del
1929.
I suoi
padri
fondatori,
non
dichiarati
come
tali
e
vissuti
prima
del
suo
avvento, sono
 Herbert
 Spencer
 e
 la
 sua
 teoria
 del
 darwinismo
 sociale,
 Henry
 David Thoreau
 e
 la
 sua
 feroce
 pretesa
 di
 far
 valere
 l’autonomia
 delle
 persone,
 e Ralph
 Waldo
 Emerson
 e
 il
 suo
 trascendentalismo
 secondo
 cui
 ogni
 entità, religiosa
 o
 politica,
 corrompe
 la
 società
 e
 nuoce
 all’indipendenza
 degli individui.
 Molto
 tempo
 dopo,
 è
 stato
 ispirato
 da
 diversi
 teorici
 del liberalismo,
 attivi
 sul
 volgere
 degli
 anni
 Sessanta,
 in
 particolare
 Friedrich Hayek,
 autore
 di
 La
 società
 libera,29
 e
 Milton
 Friedman,
 autore
 di

Capitalismo
 e
 libertà,30
 due
 opere
 che
 ebbero
 un’ampia
 eco
 e
 che sollecitavano
 l’imperativo
 della
 regolamentazione
 minima
 come
 condizione per
una
vitalità
economica
a
beneficio
di
tutti. Riconosce
 come
 suo
 nume
 tutelare
 Ayn
 Rand,
 mentre
 come
 proprio teorico
 Robert
 Nozick.
 La
 prima
 è
 autrice
 de
 La
 rivolta
 di
 Atlante,31 pubblicato
 nel
 1957,
 in
 cui
 le
 menti
 “più
 brillanti”
 –
 gli
 imprenditori
 più dinamici
degli
Stati
Uniti
–
decidono
di
smettere
di
prendere
parte
alla
vita del
Paese
e
si
rifiutano
di
finanziare
il
“racket
del
fisco”.
Riunitisi
in
una
valle isolata,
 questi
 “esseri
 liberi”
 vivono
 in
 autarchia
 sfuggendo
 ai “saccheggiatori”
e
lasciando
così
lo
Stato
sociale
a
sprofondare
nella
povertà. Il
 secondo
 è
 l’autore
 di
 Anarchia,
 stato
 e
 utopia,
 che
 afferma
 che
 lo
 Stato, indipendentemente
dalla
natura
del
suo
regime,
presuppone
in
una
qualche misura
la
negazione
di
una
parte
della
nostra
libertà,
e
questo
è
considerato inaccettabile:
 “Le
 nostre
 conclusioni
 principali
 sullo
 Stato
 sono
 che
 uno Stato
 minimo,
 strettamente
 limitato
 alle
 funzioni
 di
 protezione
 contro violenza,
furto
e
frode,
di
tutela
dei
contratti
ecc.,
è
giustificato;
che
qualsiasi tipo
 di
 Stato
 più
 esteso
 finisce
 con
 il
 violare
 i
 diritti
 delle
 persone
 a
 non essere
costrette
a
fare
certe
cose,
ed
è
ingiustificato”.32 Questo
 movimento,
 o,
 per
 meglio
 dire,
 questa
 corrente
 di
 pensiero,
 che
 ha innervato
 lo
 spirito
 della
 Silicon
 Valley,
 dominante
 dagli
 anni
 Novanta,
 è stato
oggetto
di
numerosi
studi
e
articoli.
Spesso
è
stato
denigrato,
deriso,
e lo
 sono
 state
 in
 particolare
 le
 grandi
 figure
 imprenditoriali
 californiane
 che lo
 hanno
 sostenuto,
 spesso
 percepite
 come
 personaggi
 deliranti
 in
 preda
 a visioni
 megalomani
 e
 stravaganti.
 Cionondimeno,
 al
 di
 là
 di
 tutte
 queste manifestazioni
 sensazionaliste,
 stiamo
 assistendo,
 in
 modo
 ancora
 discreto ma
sempre
più
deciso,
al
momento
della
sua
consacrazione.
Questa
sarebbe il
risultato
non
tanto
della
conquista
del
potere
politico,
ma
della
diffusione di
 un’ideologia
 che
 a
 poco
 a
 poco
 impregnerà
 discorsi,
 pratiche,
 modalità organizzative,
incarnando
un
nuovo
orizzonte
utopico
che
ora
diventerebbe realizzabile.
 Prenderebbe
 corpo
 in
 una
 conformazione
 perfetta,
 in
 quanto libera
da
qualsiasi
intermediario,
decentralizzata
e
interamente
trasparente. Per
 alcuni,
 realizzerebbe
 il
 sogno
 di
 un
 mercato
 fluido
 e
 finalmente
 senza barriere;
 per
 altri,
 aprirebbe
 le
 porte
 del
 paradiso,
 ossia
 la
 possibilità
 di navigare
 sui
 social
 al
 riparo
 da
 sguardi
 indiscreti
 e
 godere
 di
 tutte
 le ricchezze
 del
 mondo.
 Queste
 due
 correnti
 apparentemente
 opposte
 trovano oggi
il
loro
punto
di
congiunzione
in
una
tecnologia
che
soddisfa
pienamente le
loro
aspirazioni
convergenti:
il
bitcoin.

Nasce
 dall’utopia
 dei
 social
 affermatasi
 sul
 volgere
 degli
 anni
 Novanta,
 che immaginava
 la
 creazione
 di
 un
 “villaggio
 globale”,
 così
 come
 lo
 aveva teorizzato
 Marshall
 McLuhan,
 allora
 molto
 in
 voga
 nel
 settore dell’informatica
e
dei
programmatori,
di
cui
la
rivista
Wired,
nata
nel
1993, si
fece
paladina.
Ben
presto
ai
suoi
ideatori
non
bastò
più
potersi
esprimere sui
forum
riguardo
agli
argomenti
più
disparati
o
scaricare
illegalmente
file musicali
 con
 una
 libertà
 da
 pirati
 in
 bandana
 e
 sprezzanti
 delle
 regole,
 no, quell’incredibile
 emancipazione
 non
 era
 più
 sufficiente,
 perlomeno
 negli Stati
 Uniti,
 dove
 ognuno
 ha
 fatto
 proprio
 il
 principio
 cardine
 secondo
 cui bisogna
 trarre
 vantaggio
 da
 ogni
 situazione.
 Era
 necessario
 che
 anche
 quel “mondo
orizzontale”,
ben
presto
liberato
da
qualsiasi
istanza
terza,
trovasse un
 prolungamento
 di
 tutti
 quegli
 scambi,
 che
 sarebbero
 potuti
 restare soltanto
linguistici,
ma,
in
un
modo
o
nell’altro,
dovevano
essere
tradotti
in commercio
 tra
 le
 persone
 sulla
 base
 di
 assiomi
 ridefiniti.
 Esso
 doveva mettere
 gli
 individui
 in
 contatto
 diretto
 tra
 loro,
 in
 conformità
 ai procedimenti
 esposti
 nel
 Whole
 Earth
 Catalog33
 che
 aveva
 forgiato
 una retorica
 celebrativa
 del
 primato
 libertario
 della
 “riparazione
 sommaria”
 e della
 collaborazione,
 ripresa
 molto
 tempo
 dopo
 dall’economia
 cosiddetta “della
condivisione”.
Questa
aspirazione
è
sostenuta
dai
crypto-idealisti
e
dai cypherpunk
 che
 vedono
 nella
 crittografia
 dei
 dati
 lo
 strumento
 della
 nuova lotta
 globale,
 quella
 ingaggiata
 per
 proteggere
 la
 propria
 “privacy”
 dal nemico
giurato,
ossia
lo
Stato
e
tutti
i
suoi
“intermediari
coercitivi”,
primi
fra tutti
 gli
 organi
 di
 controllo.
 Si
 ispiravano
 al
 Manifesto
 crypto­anarchico scritto
 nel
 1992
 dall’ingegnere
 informatico
 Timothy
 C.
 May,
 un
 testo
 di riferimento
 anarco-capitalista
 nel
 quale
 May
 affermava
 che:
 “la
 cryptoanarchia
 permetterà
 di
 far
 circolare
 liberamente
 i
 segreti
 nazionali
 e
 di vedere
 materiali
 illeciti
 o
 rubati”,
 e
 che
 “i
 metodi
 crittologici
 altereranno sostanzialmente
la
natura
dell’interferenza
del
governo
e
delle
grandi
società nelle
transazioni
economiche”.34 La
nuova
grande
utopia
consisteva
dunque
nel
gettare
le
basi
di
una
moneta costituita
 da
 codici
 numerici
 che
 avrebbe
 potuto
 circolare
 senza
 dipendere da
una
banca
centrale.
Il
desiderio
comune
degli
hacker
libertari
californiani e
degli
ultraliberali
di
eliminare
qualsiasi
“intermediario
parassita”
avrebbe preso
 corpo
 nelle
 azioni
 commerciali;
 il
 potere
 assoluto
 di
 battere
 moneta sarebbe
 sprofondato
 insieme
 a
 molti
 altri
 principi
 che
 internet
 stava distruggendo.
 Alla
 fine
 degli
 anni
 Novanta
 vennero
 sperimentati
 progetti come
 Hashcash,
 Bit
 Gold,
 B
 Money,
 ma
 senza
 raccogliere
 ampi
 consensi. L’impresa
 fu
 ritentata
 una
 quindicina
 di
 anni
 dopo,
 all’epoca
 della
 crisi finanziaria
del
2008
dei
subprime,
che
vide
banche
e
trader
comportarsi
da

irresponsabili
 e
 assumere
 rischi
 sconsiderati
 che
 minarono
 la
 fiducia
 dei risparmiatori
e
confermarono
la
diffidenza
dei
crypto-idealisti
nei
confronti degli
 enti
 finanziari,
 i
 quali
 agivano
 in
 una
 tale
 assenza
 di
 trasparenza
 che era
chiaro
stessero
favorendo
delle
malversazioni. Un
 personaggio
 enigmatico
 che
 risponde
 al
 nome
 di
 Satoshi
 Nakamoto
 e sulla
cui
identità
si
è
molto
discusso
–
nessuno
sa
se
sia
una
persona
in
carne e
 ossa
 o
 una
 strategia
 che
 si
 nasconde
 dietro
 una
 mascherata,
 abitudine molto
 in
 voga
 tra
 gli
 hacker
 –
 cominciava
 a
 teorizzare
 partendo
 da
 zero
 il concetto
di
una
“moneta
virtuale”.
Si
fece
aiutare
da
codificatori
specializzati in
crittografia
che
fissarono
il
principio
di
un’emissione
limitata
a
21
milioni BTC
con
lo
scopo
di
conferire
valore
alla
moneta.
Il
procedimento
funziona peer­to­peer,
 grazie
 all’aiuto
 di
 persone
 che
 mettono
 a
 disposizione
 i
 loro computer
per
garantire
il
buon
funzionamento
di
tutte
le
operazioni
in
rete
– secondo
 un
 meccanismo
 definito
 “mining”
 (“estrazione”)
 –
 e
 che
 vengono ricompensate
 con
 dei
 crediti.
 Tutte
 le
 transazioni
 sono
 decentralizzate, sicure
 e
 tracciabili
 e
 non
 necessitano
 di
 alcuna
 mediazione
 bancaria.
 Il Bitcoin
Market,
primissima
piattaforma
di
scambio
dove
convertire
il
dollaro in
bitcoin,
venne
lanciato
nel
2010. Ben
presto
la
moneta
fu
utilizzata
da
dei
cripto-anarchici,
come
i
fondatori
e utenti
 della
 piattaforma
 Silk
 Road
 (“via
 della
 seta”),
 i
 quali
 intendevano approfittare
di
queste
nuove
vie
acentrate
per
effettuare
acquisti
anonimi
di stupefacenti
 o
 operazioni
 di
 riciclaggio,
 all’interno
 di
 una
 “darknet”,
 una sorta
di
mercato
“libero”,
o
più
esattamente
“nero”,
al
riparo
da
ogni
forma di
controllo.
Dopo
indagini
approfondite,
a
partire
dal
2013
l’FBI
procedette alla
chiusura
di
numerosi
siti
e
a
molti
arresti.
Tuttavia,
in
seguito
a
questi avvenimenti,
gli
ambienti
della
finanza,
del
capitale
di
rischio
e
della
Silicon Valley
 colsero
 la
 portata
 delle
 potenzialità
 promesse
 da
 questa
 architettura tecnico-monetaria
 in
 grado
 di
 consentire
 un’istantaneità
 degli
 scambi
 e adatta
 alla
 struttura
 dinamica
 dei
 social.
 E
 così,
 nel
 giro
 di
 pochissimo tempo,
essa
diventò
oggetto
di
investimenti
privati,
così
come
era
avvenuto per
 internet
 vent’anni
 prima.
 Lo
 spirito
 “cypherpunk
 libertario”
 da
 una parte,
 e
 il
 liberalismo
 digitale
 “disruptivo”
 dall’altra,
 avrebbero
 iniziato
 a collaborare
 per
 creare
 un
 mondo
 finalmente
 libero
 da
 sterili
 restrizioni
 e conseguenti
 inerzie.
 Le
 quotazioni
 salirono
 bruscamente
 e
 cominciarono
 a comparire
 nuove
 criptovalute,
 come
 l’ether,
 il
 monero,
 il
 ripple
 o
 il
 dash. Oggigiorno
questo
metodo
di
pagamento
è
accettato
in
centinaia
di
migliaia di
 siti.
 Ma
 è
 bene
 precisare
 che
 questo
 nuovo
 universo
 monetario
 non potrebbe
realizzarsi
appieno
se
non
fosse
collegato
a
una
tecnica
della
quale

condivide
 l’ossatura,
 e
 che
 rappresenta
 il
 suo
 “pendant
 naturale”:
 la blockchain. D’ora
in
poi,
anziché
transitare
da
un’unità
centrale,
i
dati
possono
essere ripartiti
 tra
 vari
 server
 che
 formano
 una
 “catena
 di
 blocchi”.
 Tutte
 le
 parti chiamate
in
causa
hanno
accesso
alle
stesse
informazioni
criptate
e
possono tenere
traccia
della
cronologia.
Un
grande
registro
digitale,
non
modificabile e
 non
 falsificabile
 a
 garanzia
 dell’integrità
 delle
 operazioni
 effettuate,
 è
 a disposizione
 di
 tutti.
 Il
 sogno
 di
 un
 mondo
 orizzontale
 sembra
 diventare realtà.
 Esso
 sarebbe
 libero
 da
 qualsiasi
 intermediario,
 in
 particolare
 dalle piattaforme
 che
 hanno
 rappresentato
 il
 modello
 dominante
 dell’industria digitale
 nel
 corso
 del
 secondo
 decennio
 del
 XXI
 secolo
 e
 che
 ora
 sono destinate
 a
 occupare
 un
 posto
 secondario,
 o
 addirittura,
 alla
 lunga,
 a scomparire.
 La
 capacità,
 fino
 ad
 ora
 concessa,
 di
 memorizzare
 volumi
 di informazioni
 riguardanti
 i
 comportamenti
 degli
 utenti,
 indipendentemente dagli
 utenti
 stessi
 che
 hanno
 ormai
 capito
 di
 quali
 discutibili
 elaborazioni sono
 oggetto,
 si
 trova
 come
 improvvisamente
 dequalificata.
 Inoltre
 la possibilità
 di
 certificare
 le
 transazioni
 senza
 bisogno
 di
 un
 intermediario
 di fiducia
 si
 riallaccia
 al
 desiderio
 iniziale
 di
 formare
 delle
 “comunità”
 e
 di scambiare
 tutto
 quello
 che
 è
 possibile
 scambiare,
 senza
 cattive
 intenzioni
 o secondi
fini,
neutralizzando
qualsiasi
velleità
di
sfruttamento
sleale. Alcuni
ospedali,
per
esempio,
intendono
utilizzare
la
tecnologia
blockchain
a servizio
dei
programmi
di
test
clinici
di
nuove
molecole
al
fine
di
permettere a
 tutte
 le
 persone
 coinvolte
 di
 seguire
 l’evoluzione
 dello
 stato
 di
 salute
 dei pazienti.
Oppure
alcuni
distributori
stanno
mettendo
a
punto
dei
sistemi
di tracciabilità
 degli
 alimenti:
 Walmart,
 ad
 esempio,
 ha
 instaurato
 delle partnership
 con
 alcuni
 grandi
 marchi
 del
 settore
 agroalimentare,
 tra
 cui Nestlé
 e
 Unilever,
 allo
 scopo
 di
 “migliorare
 la
 sicurezza
 dei
 prodotti”
 e autorizzare,
 a
 beneficio
 dei
 clienti,
 l’accesso
 ai
 dati
 storici
 grazie
 alla tecnologia
 blockchain
 sviluppata
 dalla
 IBM.
 Stratumn,
 “leader
 delle tecnologie
 blockchain
 che
 reinventa
 le
 relazioni
 tra
 le
 imprese”,35
 ha concepito
 un’architettura
 di
 sistema
 capace
 di
 seguire
 il
 percorso
 di
 tutti
 i pezzi
di
ricambio
che
compongono
un
apparecchio.
In
cantieri
complessi
che presuppongono
 numerosi
 subappaltatori,
 la
 blockchain
 dovrebbe teoricamente
facilitare
l’identificazione
delle
varie
responsabilità
giuridiche. Maersk,
leader
mondiale
del
trasporto
marittimo,
ha
intenzione
di
ricorrervi nell’ambito
della
gestione
logistica
dei
suoi
container
al
fine
di
monitorarli
e ridurre
le
formalità
amministrative. Il
 sogno
 dei
 crypto-idealisti
 di
 un
 mondo
 basato
 sul
 continuo
 contatto diretto
si
concretizza
in
un
mercato
fluido,
trasparente,
sicuro
e
globale.
Quei

sostenitori
 di
 un’“Internet
 libera
 e
 aperta”
 che
 hanno
 molto
 sofferto
 la regolamentazione,
principalmente
quella
relativa
alla
proprietà
intellettuale, oggi
si
prendono
una
rivincita.
Questo
accesso
all’indipendenza
degli
scambi manda
in
estasi
i
cypherpunk
e
gli
ultraliberali.36
Ma,
a
ben
guardare,
non
è solo
la
loro
visione
a
realizzarsi,
perché
questi
precetti,
che
loro
difendono
a spada
tratta
da
anni,
non
corrispondono
più
a
un
movimento
tutto
sommato marginale,
 ma
 stanno
 diventando
 un
 principio
 universale
 chiamato
 a imporre
 un
 nuovo
 ordine
 nell’andamento
 generale
 delle
 cose: un’organizzazione
libertariana
delle
questioni
umane. L’associazione
 criptovaluta/blockchain
 imprime
 una
 nuova
 dinamica
 al denaro.
Essa
agisce
a
più
livelli,
dagli
enti
finanziari
che
vogliono
sfruttarla per
 creare
 prodotti
 complessi,
 semplificare
 le
 operazioni
 bancarie
 e borsistiche
e
accelerare
i
pagamenti
internazionali,
alle
ONG,
come
la
Croce Rossa
 o
 Greenpeace,
 che
 vi
 fanno
 ricorso
 allo
 scopo,
 per
 esempio,
 di incentivare
 le
 piccole
 donazioni.
 Ci
 troviamo
 di
 fronte
 al
 primo
 strumento monetario
che,
in
teoria,
può
essere
impiegato
da
tutti
a
proprio
vantaggio. Esso
 determina
 nuove
 modalità
 di
 organizzazione
 sociale
 in
 cui
 i
 rapporti commerciali
 sono
 destinati
 a
 essere
 stretti
 non
 tanto
 tra
 le
 aziende
 e
 le persone,
 ma
 tra
 le
 persone
 stesse.
 È
 il
 caso
 di
 Share&Charge,
 una piattaforma
 lanciata
 da
 Innogy,
 filiale
 della
 compagnia
 elettrica
 tedesca RWE,
 che
 permette
 ai
 privati
 di
 installare
 davanti
 casa
 una
 stazione
 di ricarica
per
veicoli
elettrici;
ognuno
stabilisce
la
propria
tariffa
e
quando
una stazione
 viene
 utilizzata
 genera
 un
 credito
 che
 può
 essere
 speso
 in
 un’altra stazione
 o
 convertito
 in
 euro.
 O
 delle
 abitazioni
 dotate
 di
 pale
 eoliche
 che possono
 mettere
 a
 disposizione
 delle
 altre
 abitazioni
 il
 proprio
 surplus energetico
 alle
 proprie
 condizioni
 tariffarie.
 O,
 ancora,
 di
 Stratumn
 che, nell’ambito
degli
affitti
per
brevi
periodi,
permette
ai
privati
di
sottoscrivere online
 micro-assicurazioni
 autenticate
 e
 convalidate
 all’istante
 e
 a
 costi irrisori. La
 piattaforma
 aperta
 Arcade
 City,
 attiva
 in
 molte
 città
 americane,
 mette direttamente
 in
 contatto
 passeggeri
 e
 conducenti:
 gli
 utenti
 scelgono dall’applicazione
 i
 conducenti
 che
 soddisfano
 i
 loro
 requisiti,
 come
 per esempio
 l’importo
 giudicato
 adeguato
 a
 raggiungere
 la
 destinazione desiderata.
Assistiamo
alla
fine
della
società
dei
consumi,
quella
che
metteva le
persone
di
fronte
alle
marche,
e
alla
nascita
di
un’economia
peer­to­peer, o
 per
 meglio
 dire
 “pro-sumer”,
 una
 sorta
 di
 “produttore-consumatore”, secondo
 la
 neolingua
 delle
 agenzie
 di
 coolhunting.
 Gli
 individui
 non sarebbero
 più
 soltanto
 “imprenditori
 di
 sé
 stessi”,
 ma
 potrebbero
 anche approfittare
 di
 tutti
 gli
 altri
 individui-imprenditori
 secondo
 un’equazione

“win­win”
 (“vincitore-vincitore”)
 senza
 terzi,
 spingendo
 i
 costi
 al
 ribasso
 e procedendo
 in
 modo
 automatizzato
 e
 istantaneo.
 Ma
 al
 di
 là
 dell’azione deliberata
 che
 presuppone
 ogni
 transazione,
 è
 ora
 possibile
 istituire
 degli “smart
contract”,
protocolli
informatici
in
grado
di
effettuare
“da
soli”
azioni commerciali.
 Per
 esempio,
 un
 posto
 auto
 appartenente
 a
 un
 privato
 può indicare
 a
 un’altra
 macchina,
 tramite
 un
 sensore,
 la
 possibilità
 o
 meno
 di essere
 occupato
 per
 un
 tempo
 definito.
 Nel
 caso
 in
 cui
 fosse
 possibile,
 la macchina
 pagherebbe
 il
 parcheggio
 con
 il
 suo
 “portafoglio
 blockchain” integrato. Il
mercato
liberale
nasceva
da
una
logica
frontale
che
metteva
in
relazione
le imprese
con
la
moltitudine
degli
esseri
umani,
in
base
a
un’organizzazione
a senso
 unico.
 Quello
 che
 avviene
 ora
 non
 è
 tanto
 l’inversione
 di
 questo modello,
 quanto
 l’emergere
 di
 un’altra
 configurazione
 chiamata
 a
 evolversi parallelamente
 e
 che
 vede
 gli
 scambi
 intrecciarsi
 tra
 un’infinità
 di
 attori
 di ogni
 tipo.
 D’ora
 in
 poi,
 qualsiasi
 bene
 o
 servizio
 può
 far
 parte
 del
 grande orologio
automatizzato,
trovandosi
in
concorrenza
con
qualsiasi
altro
bene
o servizio,
 ed
 essere
 repertoriato
 all’interno
 di
 un
 catalogo
 accessibile
 a
 tutti, come
 una
 sorta
 di
 libro
 contabile
 universale.
 La
 filosofia
 politica
 di
 John Locke,
 che
 aveva
 ispirato
 il
 liberalismo
 economico
 e
 secondo
 la
 quale
 gli uomini
si
trovano
naturalmente
in
“uno
stato
di
perfetta
libertà
di
regolare
le proprie
 azioni
 e
 disporre
 dei
 propri
 beni
 e
 persone
 come
 meglio
 credono, entro
 i
 limiti
 della
 legge
 naturale,
 senza
 chiedere
 l’altrui
 benestare
 o obbedire
alla
volontà
d’altri”37
è
destinata
a
trionfare.
È
esattamente
ciò
che avviene
 con
 l’avvento
 dell’era
 della
 contrattualizzazione
 generalizzata,
 in cui
 le
 persone
 si
 associano
 tra
 loro
 al
 fine
 di
 vedere
 realizzati
 i
 propri interessi
 privati,
 secondo
 una
 logica
 che
 ormai
 si
 configura
 come
 il
 nuovo orizzonte
provvidenziale
del
nostro
tempo. La
 concorrenza
 costante
 diventa
 la
 regola
 dei
 rapporti
 umani,
 ma all’interno
 di
 una
 collettività
 nella
 quale
 tutto
 avviene
 senza
 violenza simbolica,
 in
 modo
 sempre
 consensuale
 e
 fluido,
 secondo
 un
 principio benefico
 per
 la
 società.
 Il
 liberalismo,
 in
 cui
 la
 divisione
 tra
 vincitori
 e perdenti
è
inevitabile,
prende
una
piega
diversa,
più
complessa,
o
forse
più contorta.
 Gli
 individui
 non
 subiscono
 più
 i
 suoi
 effetti
 nocivi,
 ma
 se
 ne appropriano,
 lo
 integrano
 nel
 loro
 comportamento,
 gli
 permettono
 di impregnare
 la
 loro
 psiche,
 in
 conformità
 al
 nuovo
 spirito
 dell’epoca
 che spinge
 a
 trovare
 sempre
 l’opportunità
 più
 vantaggiosa.
 La
 globalizzazione, nella
 sua
 forma
 fino
 a
 qui
 predominante,
 non
 esiste
 più.
 Stiamo
 entrando nell’era
del
comparativo
e
della
messa
in
relazione
nella
quale
è
sempre
tutto in
 continuo
 adeguamento
 e
 sincronizzazione
 indipendentemente
 da

un’istanza
 centrale.
 In
 un
 simile
 contesto
 le
 istituzioni
 politiche
 non
 hanno più
alcuna
utilità,
o
forse
sì,
ma
solo
quella
provvisoria
di
sostenere
questo movimento
affinché,
grazie
ai
progressi
dell’intelligenza
artificiale
e
alla
sua generalizzazione,
prenda
forma
l’aspirazione
libertariano-californiana,
d’ora in
poi
adottata
surrettiziamente
dalle
democrazie
social-liberiste.
Facevamo male
 a
 deridere
 quelle
 persone
 e
 a
 non
 prenderle
 sul
 serio.
 Grazie
 ai
 loro sforzi
 e
 alla
 tecnologia,
 riusciranno
 a
 far
 trionfare
 la
 loro
 visione,
 quella secondo
 cui
 lasciando
 agire
 i
 meccanismi
 da
 soli
 sarà
 possibile
 vedere realizzata
la
massima
quantità
di
operazioni
ogni
secondo,
al
massimo
della velocità
 e
 a
 livello
 mondiale.
 Il
 dogma
 della
 “mano
 invisibile”,
 che
 oggi
 ha raggiunto
lo
stadio
dell’automazione,
prende
la
forma
di
una
verità
istituita. Questa
 lavorerebbe
 nell’interesse
 del
 singolo
 e
 della
 collettività, introducendoci
nel
migliore
dei
mondi
o
in
un
“paradiso
artificiale”
destinato a
prevalere
continuamente.

1.
 Pierre
 Rosanvallon,
 Il
 popolo
 introvabile.
 Storia
 della
 rappresentanza
 democratica
 in
 Francia, trad.
it.
di
Andrea
De
Ritis,
il
Mulino,
Bologna
2005. 2.
Gérard
Jorland,
Une
société
à
soigner.
Hygiène
et
salubrité
publiques
en
France
au
XIXème
siècle, Gallimard,
Parigi
2010,
p.
87. 3.
Cfr.
Olivier
Rey,
Quand
le
monde
s’est
fait
nombre,
Stock,
Parigi
2016. 4.
Olivier
Mougeot,
“Google
invente
avec
prudence
la
cité
du
futur
à
Toronto”,
Le
Monde,
4
febbraio 2018. 5.
Thomas
Hobbes,
Leviatano
(1651),
Introduzione,
trad.
it.
di
Gianni
Micheli,
BUR,
Milano
2011,
p.
5. 6.
Pierre-Simon
de
Laplace,
Essai
philosophique
sur
les
probabilités
(1814). 7.
Jean-Jacques
Rousseau,
Giulia
 o
 la
 nuova
 Eloisa
 (1761),
 trad.
 it.
 di
 Piero
 Bianconi,
 BUR,
 Milano 1998. 8.
 Affermazione
 di
 Bruno
 Bonnell,
 ex
 CEO
 di
 Atari,
 che
 fu
 responsabile
 del
 progetto
 “Objets connectés”
(Oggetti
connessi)
durante
il
governo
Valls,
oggi
a
capo
del
fondo
specializzato
Robolution Capital,
in:
Frédéric
Joignot,
“Robotisation
générale”,
Le
Monde,
4
gennaio
2016. 9.
 Affermazione
 di
 Laurent
 Stefani,
 direttore
 del
 dipartimento
 IA
 presso
 Accenture
 Technology,
 in: “L’entreprise
à
l’épreuve
de
l’intelligence
artificielle”,
Le
Monde,
16
ottobre
2017. 10.
Jean-Philippe
Desbiolles,
“Le
cobot,
du
robot
collaboratif
au
robot
cognitif”,
Les
Clés
de
demain,
1 maggio
2017. 11.
Gilbert
Simondon,
Du
mode
d’existence
des
objets
techniques
(1958),
Aubier,
Parigi
2001,
p.
12. 12.
Jacques
Ellul,
La
Technique
ou
l’Enjeu
du
siècle,
cit. 13.
 Robots,
 le
 meilleur
 des
 mondes?,
 film
 documentario
 di
 Martin
 Mischi
 e
 Vincent
 Lepreux, trasmesso
su
“Envoyé
spécial”,
France
2,
11
gennaio
2018. 14.
 Michael
 Grieves,
 “Le
 jumeau
 numérique
 est
 un
 intéressant
 moteur
 de
 l’innovation”,
 Les
 Clés
 de demain,
17
settembre
2017. 15.
 Cfr.
 Liz
 Alderman,
 “Robots
 Ride
 to
 the
 Rescue
 Where
 Workers
 Can’t
 Be
 Found”,
 The
 New
 York Times,
16
aprile
2018. 16.
Cfr.
Matt
Simon,
“Tug,
the
Busy
Little
Robot”,
Wired,
11
ottobre
2017. 17.
 Justin
 McCurry,
 “Japanese
 Company
 Replaces
 Office
 Workers
 With
 Artificial
 Intelligence”,
 The Guardian,
5
gennaio
2017. 18.
Jérôme
Marin,
“En
Californie,
les
robots
s’invitent
au
restaurant”,
Le
Monde,
9
marzo
2018. 19.
 Günther
 Anders,
 Noi
 figli
 di
 Eichmann,
 trad.
 it.
 di
 Antonio
 G.
 Saluzzi,
 Editrice
 La
 Giuntina, Firenze
1995,
p.
79. 20.
 James
 Burnham,
 La
 rivoluzione
 manageriale,
 trad.
 it.
 di
 Camillo
 Pellizzi,
 Bollati
 Boringhieri, Torino
1992. 21.
Cfr.
Michel
Foucault,
Le
parole
e
le
cose,
trad.
it.
di
Emilio
Panaitescu,
Rizzoli,
Milano
1978. 22.
Cfr.
Thomas
Friedman,
Il
 mondo
 è
 piatto.
 Breve
 storia
 del
 ventunesimo
 secolo,
 trad.
 it.
 di
 Aldo Piccato,
Mondadori,
Milano
2006. 23.
Alain
Supiot,
La
Gouvernance
par
les
nombres,
Fayard,
Parigi
2015,
p.
356. 24.
Ivi,
p.
210. 25.
 Cfr.
 “Reimagining
 Civilization
 with
 Floating
 Cities”,
 The
 Seasteading
 Institute
 –
 Opening humanity’s
next
frontier. 26.
 Immanuel
 Kant,
 Fondazione
 della
 metafisica
 dei
 costumi,
 trad.
 it.
 di
 Filippo
 Gonnelli,
 Laterza, Bari
2007
(I
ed.
1997),
p.
103. 27.
 Cfr.
 Georg
 Simmel,
 Filosofia
 del
 denaro
 (1900),
 a
 cura
 di
 Alessandro
 Cavalli
 e
 Lucio
 Perucchi, UTET,
Torino
1984. 28.
 Max
 Horkheimer,
 Theodor
 W.
 Adorno,
 Dialettica
 dell’illuminismo
 (1944),
 trad.
 it.
 di
 Renato Solmi,
Einaudi,
Torino
2010
(I
ed.
1966),
p.
24. 29.
 Friedrich
 Hayek,
 La
 società
 libera,
 trad.
 it.
 di
 Marcella
 Bianchi
 di
 Lavagna
 Malagodi,
 Vallecchi, Firenze
1969. 30.
Milton
Friedman,
Capitalismo
e
libertà,
trad.
it.
di
David
Perazzoni,
IBL,
Torino
2010. 31.
 Ayn
 Rand,
 La
 rivolta
 di
 Atlante,
 trad.
 it.
 di
 Laura
 Grimaldi,
 Garzanti,
 Milano
 1958;
 Atlas Shrugged,
Random
House,
New
York
1957. 32.
 Robert
 Nozick,
 Anarchia,
 stato
 e
 utopia,
 trad.
 it.
 di
 Giampaolo
 Ferranti,
 Il
 Saggiatore,
 Milano 2008,
p.
17.

33.
 Whole
 Earth
 Catalog,
 creato
 da
 Stewart
 Brand;
 uscì
 regolarmente
 dal
 1968
 al
 1972,
 poi sporadicamente
fino
al
1998. 34.
 Timothy
 C.
 May,
 The
 Crypto
 Anarchist
 Manifesto,
 reperibile
 unicamente
 online
 sul
 sito https://activism.net/,
22
novembre
1992. 35.
Cfr.
https://stratumn.com/. 36.
 Cfr.
 l’eloquente
 e
 grottesca
 Dichiarazione
 di
 indipendenza
 monetaria
 redatta
 da
 un
 gruppo
 di persone
 sotto
 l’egida
 dell’informatico
 libertariano
 Team
 McAfee,
 The
 Declaration
 of
 Currency Independence. 37.
 John
 Locke,
 Trattato
 sul
 governo
 (1690),
 cap.
 2
 §
 4,
 trad.
 it.
 di
 Lia
 Formigari,
 Editori
 Riuniti, Roma
2000,
p.
5

CAPITOLO
4 Il
paradiso
artificiale

4.1
LA
NECESSITÀ
FA
LA
LEGGE
O
LA
LIQUIDAZIONE
DEI
POLITICI La
 politica
 istituzionale
 non
 ha
 mai
 creduto
 ai
 politici.
 Indipendentemente dalle
loro
appartenenze.
Ha
sempre
saputo
abilmente
operare
in
due
tempi. Il
 primo,
 quello
 delle
 campagne
 elettorali,
 procede
 a
 una
 sorta
 di
 fuoco d’artificio
di
promesse,
per
lo
più
destinate
ad
accontentare
i
più.
Il
secondo vede
 le
 forze
 al
 potere
 ritrovarsi
 al
 comando
 e
 confrontarsi
 con
 il
 reale.
 In linea
 generale,
 in
 quello
 stato
 di
 grazia
 che
 segue
 le
 vittorie,
 alcune
 delle grandi
 misure
 annunciate
 vengono
 messe
 in
 pratica.
 Ma
 nel
 giro
 di
 poco sorgono
 le
 prime
 difficoltà,
 i
 simpatizzanti
 iniziano
 a
 manifestare
 le
 prime insoddisfazioni,
le
critiche
dell’opposizione
si
fanno
più
aspre
e
allora,
come per
una
sorta
di
riflesso
condizionato
che
coglie
tutti
i
dirigenti
poco
dopo
il loro
 insediamento,
 l’unica
 preoccupazione
 è
 quella
 di
 garantire
 la
 gestione degli
affari,
e
gli
ambiziosi
progetti
iniziali,
che
si
rivelano
molto
più
costosi del
 previsto
 e,
 alla
 fin
 fine,
 troppo
 rischiosi,
 vengono
 abbandonati.
 È
 un automatismo
che
è
uguale
ovunque,
sin
dal
dopoguerra.
Un
esempio
su
tutti: l’elezione
 di
 François
 Mitterrand
 alla
 presidenza
 della
 Repubblica
 francese nel
 1981.
 Con
 lui,
 molte
 delle
 speranze
 in
 gioco
 da
 decenni
 prendevano finalmente
forma.
Il
suo
governo
approfittò
dei
“primi
cento
giorni”
per
far votare
alcune
riforme
coraggiose.
Ma
ben
presto,
alla
luce
dei
grossi
deficit pubblici,
ci
si
decise
a
seguire
una
rotta
completamente
diversa,
a
optare
per una
politica
del
“rigore”
che
voltava
le
spalle
alle
promesse
passate
e
che
per molto
tempo,
fino
ai
giorni
nostri,
avrebbe
fuorviato
lo
spirito
della
corrente cosiddetta
“socialista”. Tuttavia
sarebbe
da
ingenui
pensare
che
tutti
questi
fallimenti
avvengono per
forza
di
cose
e
con
la
morte
nel
cuore.
No,
essi
corrispondono
piuttosto
al tormento
 che
 da
 sempre
 affligge
 le
 democrazie,
 divise
 tra
 l’aspirazione
 di attuare
 misure
 politiche
 –
 ossia
 di
 cercare
 di
 modificare
 il
 corso
 delle
 cose grazie
 alle
 proprie
 convinzioni
 e
 a
 un
 progetto
 –
 e
 l’obbligo
 morale
 di garantire
 una
 buona
 gestione
 senza
 troppo
 allontanarsi
 da
 certi
 limiti,
 col rischio
di
alterare
gli
equilibri
finanziari.
Perché
un
conflitto
perenne
oppone la
politica
agli
obblighi
amministrativi,
le
velleità
riformiste
alla
necessità
di rispondere
 alle
 questioni
 comuni.
 Ma
 dato
 che
 l’essere
 umano
 è
 abile
 e
 sa trarre
 profitto
 dalle
 costrizioni
 che
 gli
 vengono
 imposte,
 una
 corrente relativamente
 recente
 vuole
 fare
 di
 questa
 tensione
 la
 propria
 bandiera,

dichiarando
 forte
 e
 chiaro
 di
 inscriversi
 nell’azione
 riformatrice
 pur nell’osservanza
 parallela
 di
 una
 conduzione
 di
 governo
 rigorosa.
 Questa corrente
 prende
 il
 nome
 di
 social­liberismo,
 poi
 incarnata
 a
 partire dall’inizio
 degli
 anni
 Novanta
 da
 Bill
 Clinton,
 Tony
 Blair,
 Lionel
 Jospin, Gerhard
 Schröder,
 Barack
 Obama
 o
 François
 Hollande.
 In
 realtà,
 anziché contribuire
 al
 progresso
 sociale,
 questa
 corrente
 di
 pensiero
 si
 è
 affidata soprattutto
 ai
 diktat
 del
 mondo
 economico
 e
 delle
 istituzioni
 internazionali che
 imponevano
 di
 deregolamentare
 il
 mercato
 del
 lavoro,
 alleggerire
 la pressione
fiscale
sulle
aziende,
ridurre
la
spesa
pubblica,
insomma,
sostenere in
 tutti
 i
 modi
 la
 crescita,
 diventata
 l’unico
 progetto
 politico
 onorevole dell’epoca,
che
naturalmente
sarebbe
andata
a
beneficio
di
tutti.
Oggigiorno questa
 tendenza
 trova
 le
 condizioni
 ideali
 per
 realizzarsi
 grazie
 a
 delle configurazioni
tecniche
capaci
di
rispondere
a
molte
aspettative
della
società e
al
contempo
garantire
la
migliore
gestione
delle
questioni
pubbliche. La
crescente
digitalizzazione
della
società
va
di
pari
passo
con
quella
delle amministrazioni,
 capaci
 oggi
 di
 raccogliere
 direttamente
 i
 dati,
 elaborarli
 e offrire
utilizzi
nuovi.
Primo
fra
tutti
quello
che
permette
di
stabilire
rapporti “diretti”
 con
 i
 cittadini,
 i
 quali
 possono
 procedere
 a
 svariate
 operazioni “online”.
 Essi
 sono
 il
 risultato
 del
 grande
 progetto
 “politico”
 delle democrazie
 social-liberiste,
 ossia
 quello
 di
 lavorare
 a
 una
 “trasformazione digitale
 dello
 Stato”,1
 la
 quale
 prende
 parte
 da
 un
 lato
 alla
 riduzione
 del personale
 nel
 settore
 pubblico,
 verificatasi
 in
 tutti
 quei
 Paesi
 in
 cui
 questi regimi
 hanno
 attecchito,
 e
 dall’altro
 alla
 “facilitazione”
 delle
 procedure, contribuendo
 così
 a
 una
 migliore
 gestione
 generale.
 In
 secondo
 luogo,
 essa prende
 forma
 nell’“open
 data”,
 ovvero
 nel
 principio
 della
 visibilità
 e accessibilità
 dei
 dati
 pubblici
 o
 parapubblici
 generati
 da
 ministeri, amministrazioni,
collettività
territoriali
o
grandi
aziende
di
cui
alcune
quote del
 capitale
 sono
 detenute
 dallo
 Stato.
 L’obiettivo
 dichiarato
 non
 è
 solo quello
 di
 rendere
 accessibili
 le
 informazioni
 relative
 alla
 loro
 attività,
 ma soprattutto
 quello
 di
 autorizzarne
 l’utilizzazione
 per
 stimolare
 l’offerta
 di nuovi
 servizi.
 Lo
 Stato,
 infatti,
 ormai
 pensa
 a
 sé
 stesso
 come
 a
 una “piattaforma”
 di
 congiunzione
 tra
 cittadini
 e
 attori
 privati
 con
 lo
 scopo
 di favorire,
 grazie
 a
 un’inedita
 struttura
 tripartita,
 un
 funzionamento
 fluido della
società.
Questa
logica
implica
non
solo
che
il
mondo
economico
non
sia più
alla
giusta
distanza
dalle
questioni
comuni,
ma
anche,
e
soprattutto,
che goda
 del
 sostegno
 dello
 Stato;
 i
 legami
 delle
 persone
 verrebbero
 così
 a intensificarsi
 e
 le
 missioni
 fino
 a
 questo
 momento
 di
 competenza
 pubblica diventerebbero
 di
 competenza
 del
 mondo
 economico
 il
 quale
 si
 vedrebbe improvvisamente
investito
da
una
serie
di
attributi
inediti.
Perché
il
governo È

automatizzato
di
ambiti
collettivi
finisce
sempre
per
generare
profitti.
È
una costante
che
non
dobbiamo
mai
perdere
di
vista. Tuttavia,
 questa
 netta
 vicinanza,
 questo
 strano
 intreccio,
 lungi
 dal rappresentare
 una
 rottura,
 trova
 la
 propria
 origine
 in
 una
 tradizione ideologico-politica
identificabile
che,
dalla
sua
nascita
fino
a
poco
tempo
fa, era
 rimasta
 relativamente
 confinata
 ai
 margini
 e
 che
 oggi,
 per
 una
 sorta
 di stratagemma
 della
 Storia,
 trova
 le
 condizioni
 favorevoli
 al
 suo
 avvento: quella
 di
 Saint-Simon
 e
 dei
 sansimoniani.
 Questi
 consideravano l’industrializzazione
 delle
 nazioni
 un’occasione
 per
 infondere
 un
 salutare dinamismo
al
loro
funzionamento
contribuendo,
in
un
modo
o
nell’altro,
al “progresso
sociale”,
e
questo
in
maniera
molto
più
efficiente
di
quanto
non sarebbe
 stata
 in
 grado
 di
 fare
 qualsiasi
 volontà
 politica.
 Accaniti
 oppositori del
 feudalesimo
 terriero
 e
 dei
 rentiers,
 pensavano
 fosse
 giusto
 privilegiare coloro
 che
 investivano,
 inventavano,
 fabbricavano
 merci,
 partecipavano attivamente
 alla
 crescita
 del
 Paese.
 Un
 giudizio
 chiarito
 dalla
 famosa metafora
 dell’alveare
 in
 cui
 gli
 “industriali”
 che
 producono
 ricchezza
 per
 il bene
comune
vengono
paragonati
alle
api
che
producono
il
miele;
così
come i
 calabroni
 minacciano
 il
 lavoro
 delle
 api
 operose,
 la
 casta
 del
 “mondo
 di prima”,
 costituita
 da
 clero,
 nobiltà
 ed
 esercito,
 minaccia
 quello
 degli industriali
 tentando
 di
 impossessarsi
 del
 capitale
 e
 godere
 di
 rendite immeritate:
 “L’arte
 di
 governare
 […]
 si
 è
 ridotta
 a
 dare
 ai
 calabroni
 la porzione
maggiore
di
miele
prelevato
sulle
api”.2
Il
“miele-denaro”
non
deve essere
 dirottato
 in
 favore
 dei
 governanti,
 ma
 deve
 circolare
 per
 irrorare
 la società
che
in
questo
modo,
grazie
alla
mobilitazione
di
tutte
le
sue
forze,
è
in grado
 di
 provvedere
 a
 sé
 stessa
 senza
 bisogno
 di
 terzi.
 A
 queste
 condizioni diventerà
 quindi
 possibile
 programmare
 il
 grande
 passaggio
 “dal
 governo degli
uomini
all’amministrazione
delle
cose”,
secondo
la
formula
di
uno
dei discepoli
di
Saint-Simon,
Barthélemy
Prosper
Enfantin. È
esattamente
questa
la
dimensione
in
atto
nella
smart
city,
il
cui
obiettivo
è quello
 di
 fare
 in
 modo
 che
 il
 funzionamento
 generale
 delle
 città,
 e
 più
 in generale
dei
territori,
evolva
in
modo
sempre
più
autoregolato.
Ma
al
di
là
di queste
sempiterne
metafore
biomorfiche,
il
suo
principio,
nei
fatti,
conduce alla
 delega,
 non
 dichiarata,
 dei
 servizi
 pubblici
 al
 regime
 privato, prolungando
 sotto
 un’altra
 forma
 le
 logiche
 di
 esternalizzazione
 in
 vigore nelle
 aziende
 sin
 dall’avvento
 del
 neoliberismo.
 Gli
 eletti
 sono
 infatti sottoposti,
 da
 un
 lato,
 al
 recente
 dogma
 che
 intende
 stringere
 in
 qualsiasi occasione
 “partnership
 pubbliche-private”
 e,
 dall’altro,
 all’influsso
 della doppia
lobby
dei
fornitori
di
tecnologie
e
delle
società
di
servizi
che
aspirano a
diventare
parti
integranti
del
quotidiano
dei
cittadini.
A
ben
guardare,
gli

assiomi
 della
 “trasformazione
 digitale
 delle
 amministrazioni”,
 dello
 “Stato piattaforma”
e
della
smart
city
implicano
un
cambio
di
status
dei
cittadini. Questi
ultimi,
fino
a
questo
momento
vincolati
a
diritti
e
doveri
all’interno
di un
assetto
comune,
diventano
utenti
con
il
diritto
di
beneficiare
delle
offerte migliori
–
esattamente
come
dei
consumatori
–,
in
conformità
a
uno
spirito che
deriva
sì
da
logiche
commerciali,
ma
ancor
prima
da
un
adeguamento
a logiche
 di
 soddisfazione.
 Ultimamente,
 infatti,
 la
 politica
 si
 riduce
 a garantire
la
soddisfazione
dei
cittadini. Fino
 a
 poco
 tempo
 fa
 la
 politica,
 o
 perlomeno
 quella
 fondata
 sull’esigenza minima
di
cercare
di
lavorare
alla
realizzazione
delle
persone
e
preservare
la dignità
 umana,
 presupponeva
 di
 perfezionare
 l’uguaglianza
 dei
 diritti, lavorare
 al
 progresso
 sociale,
 sostenere
 l’istruzione,
 consentire
 l’accesso universale
 alla
 sanità
 e
 favorire
 la
 cultura.
 Oggigiorno,
 invece,
 la
 sfida consiste
nel
ridurre
i
costi,
lasciar
agire
i
sistemi
e
fare
in
modo
che
ognuno possa
 beneficiare
 di
 servizi
 relativamente
 a
 ogni
 momento
 della
 vita quotidiana.
 Un
 po’
 come
 nel
 caso
 delle
 biblioteche,
 destinate
 a
 non
 essere più
luoghi
di
lettura
nei
quali
fare
scoperte
e
acquisire
nuove
conoscenze
in un
 ambiente
 favorevole
 alla
 riflessione
 e
 all’attenzione
 distesa,
 ma
 spazi
 in cui
proporre
corsi
di
yoga,
in
cui
fare
il
resoconto
delle
vacanze,
in
cui
bere caffè
 e
 succhi
 di
 frutta,
 in
 cui
 chiacchiere,
 conformemente
 alla
 nuova dottrina
 della
 vita
 sociale
 fondata
 sul
 primato
 del
 benessere
 e dell’espressione
 di
 sé.3
 Gli
 utenti
 non
 sono
 più
 lettori,
 ma
 consumatori
 di varie
“attività”
che
devono
essere
accontentati
secondo
uno
spirito
destinato a
 prevalere
 nell’ambito
 delle
 nostre
 relazioni
 con
 l’insieme
 dei
 servizi pubblici.
 E
 nel
 caso
 in
 cui
 non
 fossimo
 soddisfatti,
 possiamo
 segnalarlo immediatamente
 tramite
 piattaforme
 dedicate,
 esattamente
 come
 un prodotto
o
una
marca
sui
“social
network”.
I
dipendenti,
o
quel
che
resta
di essi,
 devono
 infatti
 gestire
 lamentele
 e
 malcontenti
 e
 trasformarsi
 in “amministratori
di
sistemi”
o
in
“community
manager”. Questo
tipo
di
configurazione
dà
la
possibilità
di
mettere
a
segno
un
doppio colpo:
oltre
a
permettere
la
realizzazione
dell’aspirazione
di
inscrivere
la
vita pubblica
 nella
 massima
 reattività
 e
 fluidità,
 contribuisce
 infatti
 anche
 alla crescita,
 dando
 corpo
 all’equazione
 sansimoniana
 secondo
 cui
 le
 ricchezze prodotte
dagli
industriali
contribuiscono
al
buon
funzionamento
degli
affari comuni.
 Cionondimeno
 assistiamo
 a
 un
 rovesciamento
 impercettibile
 che vede
 la
 “buona
 amministrazione
 delle
 cose”
 produrre
 autonomamente fatturato
secondo
uno
schema
inedito
che
si
rivelerebbe
“vincente-vincente”. “Stato
 piattaforma”
 è
 il
 nome
 dell’istituzione
 politica
 che
 lavora,
 quasi
 in

disparte,
affinché
tutto
funzioni
al
meglio,
come
una
sorta
di
processore
che regola
l’attività
pubblica
e
allo
stesso
tempo
sostiene
lo
sviluppo
di
un
nuovo ethos
economico.
La
dimensione
organica
si
erge
a
principio
fondante
e
con esaltazione
 passiamo
 dall’inerzia
 degli
 organi
 di
 gestione,
 dal
 peso
 della “burocrazia”,
 a
 un
 ambiente
 sempre
 dinamico
 e
 mai
 sottomesso
 al
 caos. Perché
 l’intelligenza
 artificiale,
 nella
 sua
 applicazione
 collettiva,
 dovrebbe permettere
di
organizzare
le
cose,
di
generare
dividendi,
offrendo
a
tutti
ciò che
hanno
il
diritto
di
aspettarsi.
In
questo
essa
opera
una
perfetta
sintesi
tra le
aspirazioni
liberiste
e
quelle
che
si
professano
di
“sinistra”. È
 per
 questo
 che
 Emmanuel
 Macron,
 per
 esempio,
 intende
 istituire
 “una nazione
 che
 pensi
 e
 agisca
 come
 una
 start
 up”,
 perché
 i
 capisaldi
 della reattività
 –
 tipici
 del
 settore
 privato
 e
 in
 particolare
 delle
 start
 up
 –
 e dell’“agilità”,
parola
chiave
della
neolingua
manageriale,
ispirano
ormai
tutti i
 discorsi
 politici,
 di
 qualsiasi
 orientamento,
 che
 affermano
 di
 stare lavorando
 all’instaurazione
 di
 una
 società
 pronta
 a
 rispondere
 alle circostanze
 in
 modo
 rapido
 e
 impeccabile.
 In
 realtà,
 il
 disegno
 condiviso
 di stampo
social-liberista
non
fa
altro
che
soddisfare
l’ambizione
ultraliberista che
 vede
 in
 questa
 automatizzazione
 l’occasione
 storica
 per
 ridurre
 le prerogative
dello
Stato,
percepito
come
un
vettore
di
scompiglio
dell’ordine spontaneo
 del
 mercato:
 “una
 volta
 data
 licenza
 ai
 politici
 di
 interferire nell’ordine
 spontaneo
 del
 mercato,
 essi
 […]
 iniziano
 così
 quel
 processo cumulativo
che,
per
necessità
intrinseca,
porta,
se
non
a
quanto
immaginano i
 socialisti,
 tuttavia
 a
 un
 crescente
 dominio
 della
 politica
 sul
 sistema economico”.4
 Questa
 sistematica,
 al
 di
 là
 delle
 petizioni
 di
 principio, permette
 di
 conferire
 “pieni
 poteri”
 al
 tecnoliberismo,
 che
 può
 così,
 senza ostacoli,
trarre
profitto
dal
suo
contributo
alla
“buona
gestione
algoritmica” della
cosa
pubblica. L’intelligenza
artificiale
rappresenta
prima
di
tutto
una
potenza
dinamica di
organizzazione,
qualcosa
che
il
mondo
imprenditoriale
ha
saputo
cogliere quasi
 subito,
 e
 una
 potenza
 dinamica
 di
 governance.
 In
 essa
 ritroviamo
 la concezione
cibernetica
che,
un
secolo
dopo,
si
sarebbe
intrecciata
al
pensiero sansimoniano
 con
 il
 quale
 condivideva
 il
 desiderio
 di
 bandire
 ogni
 azione risultante
 dalla
 concertazione,
 ritenuta
 una
 inevitabilmente
 fonte
 di
 apatia: “Possiamo
sognare
un
tempo
in
cui
la
machine
 à
 gouverner
 supplirà
 –
 nel bene
 o
 nel
 male,
 chissà?
 –
 all’evidente
 inadeguatezza
 del
 cervello
 quando quest’ultimo
è
coinvolto
nella
consueta
macchina
della
politica”.5
La
grande machine
 à
 gouverner,
 che
 oggi
 prende
 forma,
 rende
 obsoleta
 qualsiasi volontà
 politica,
 facendo
 posto
 a
 una
 società
 retta
 da
 impulsi,
 che
 liquida qualsiasi
 progetto
 deliberato,
 conformemente
 a
 quella
 fantasia
 umana,
 mai esplicitamente
formulata
in
quanto
tale,
di
veder
prevalere
un
mondo
senza promotori,
 che
 lavori
 da
 solo,
 in
 modo
 organico,
 al
 suo
 miglior

funzionamento:
“Non
abbiamo
forse
la
fantasia
profonda,
da
sempre,
di
un mondo
che
funzioni
senza
di
noi?
La
tentazione
poetica
di
vedere
il
mondo in
nostra
assenza,
esente
da
qualsiasi
volontà
umana,
troppo
umana?”.6 Si
sta
via
via
imponendo
un
nuovo
modello
di
società.
Essa
sarebbe
dotata
di poteri
omeostatici,
permetterebbe
a
tutti
di
avere
il
proprio
tornaconto
e,
in molti
dei
suoi
ingranaggi,
sarebbe
pilotata
da
sistemi.
A
suo
tempo
Margaret Thatcher
lo
aveva
affermato:
“La
società
non
esiste”
(“There
is
no
such
thing as
 society”).7
 Aveva
 difeso
 il
 principio
 di
 un
 ordine
 innervato
 dalle
 logiche organiche
del
mercato,
le
quali
avrebbero
invaso
tutto
e,
con
la
loro
potenza, paralizzato
qualsiasi
progetto
divergente.
Se
è
vero
che
in
parte
la
sua
feroce ideologia
si
concretizzò,
causando
gravi
danni
nella
società,
è
vero
anche
che incontrò
 molte
 forme
 di
 resistenza.
 Soltanto
 ora,
 a
 trent’anni
 da
 quella dichiarazione
 e
 come
 conseguenza
 dello
 sfruttamento
 ingegnoso
 e
 a
 tutto campo
 dell’intelligenza
 artificiale
 messo
 in
 atto
 dalle
 forze
 tecnoliberiste,
 è possibile
 affermare
 che
 la
 società
 sta
 scomparendo.
 La
 politica
 non
 è
 più rilevante,
 non
 ha
 più
 ragione
 d’essere.
 Non
 esiste
 più,
 o
 commettiamo
 il grave
 errore
 di
 abbandonarla
 ai
 regimi
 autoritari,
 focalizzati
 sull’unica preoccupazione
 di
 delegare
 a
 meccanismi
 impersonali,
 che
 offendono
 il nostro
diritto
di
pronunciarci
liberamente
e
lo
stesso
compito
di
organizzare le
cose:
“La
burocrazia
è
il
governo
di
nessuno,
e
forse
proprio
per
questo
si può
 scorgere
 in
 essa
 la
 forma
 di
 governo
 meno
 umana
 e
 più
 crudele”.8 Questa
 svolta
 avviene
 nel
 momento
 esatto
 della
 crisi
 contemporanea
 della democrazia
 e
 della
 rappresentatività.
 In
 questo
 nostro
 periodo
 confuso, vorremmo,
 consapevolmente
 o
 inconsapevolmente,
 demandare all’intelligenza
 artificiale
 il
 compito
 di
 risolvere
 le
 nostre
 difficoltà.
 Più
 la società
è
ingovernabile,
più
aumenta
il
desiderio
di
affidare
a
una
tecnologia il
compito
di
guidare
le
nostre
vite. È
 qui
 che
 la
 necessità
 si
 fa
 legge.
 Ebbene,
 la
 caratteristica
 del
 regime
 della necessità
 è
 quella
 di
 limitarsi
 a
 constatare
 lo
 stato
 delle
 cose
 e
 reagire, principalmente
rispondendo
alle
mancanze
e
tappando
le
falle,
contribuendo di
fatto
a
perpetuare
l’ordine
delle
cose.
La
vocazione
dei
politici
consiste
nel credere
 che
 sia
 possibile
 cambiare
 certe
 situazioni
 e
 compiere
 sforzi, generalmente
 in
 vista
 di
 promuovere
 condizioni
 di
 vita
 migliori
 e
 più dignitose.
Sotto
questo
aspetto
tali
modalità,
contrariamente
alle
apparenze e
 a
 quello
 che
 viene
 affermato,
 sono
 eminentemente
 conservatrici.
 Francis Fukuyama
si
è
sbagliato:
la
fine
della
storia
non
è
avvenuta
con
la
caduta
del Muro
di
Berlino
nel
1989
e
con
il
trionfo
planetario
del
liberalismo
politico ed
 economico,
 ma
 si
 sta
 compiendo
 oggi,
 con
 la
 generalizzazione
 dell’uso

dell’intelligenza
 artificiale.
 La
 sua
 funzione
 principale,
 infatti,
 è
 quella
 di gestire
 un
 numero
 teoricamente
 infinito
 di
 situazioni
 e
 mettere
 in
 pratica soluzioni
 presumibilmente
 efficaci,
 viste
 come
 scontate.
 Quella
 che
 cercano di
 annientare
 è
 la
 nostra
 ostinata
 volontà
 di
 edificare
 altri
 modi
 di
 vivere. L’automatizzazione
segna
la
rinuncia
del
principio
speranza,
quello
che
dalla notte
dei
tempi
ci
sprona
a
non
accontentarci
di
ciò
che
esiste
e
a
cercare,
nel rischio
 e
 nell’incertezza,
 di
 dare
 corpo
 alle
 aspirazioni
 più
 inaspettate
 e coraggiose,
 grazie
 al
 potere
 trasformatore,
 salutare
 ed
 esaltante
 dell’azione umana.

4.2
L’AMMINISTRAZIONE
AUTOMATIZZATA
DELLE
CONDOTTE C’è
 un’inquietudine
 fondamentale
 che
 ci
 agita
 sin
 dalla
 notte
 dei
 tempi: quella
 di
 essere
 osservati
 senza
 rendercene
 conto.
 È
 in
 qualche
 modo collegata
 al
 desiderio
 altrettanto
 fondamentale
 di
 poter
 agire
 come
 meglio crediamo
 in
 certi
 momenti
 della
 nostra
 quotidianità,
 senza
 dover
 rendere conto
a
nessuno.
Questa
angoscia
si
fa
strada
non
appena
qualcuno
ci
scruta da
lontano
in
aperta
campagna,
per
esempio,
o
da
una
finestra.
E
ci
assale
in modo
 ancora
 più
 minaccioso
 quando
 certi
 regimi
 politici,
 generalmente autoritari,
 intendono
 spiare
 le
 nostre
 azioni.
 Nell’epoca
 contemporanea
 è riaffiorata
 potentemente
 in
 seguito
 agli
 attentati
 del
 settembre
 2001, avvenuti
per
mano
di
un
piccolo
gruppo
di
individui
capaci,
da
soli,
di
colpire la
 prima
 potenza
 economica
 e
 militare
 del
 pianeta.
 Questo
 conflitto asimmetrico,
 di
 un
 genere
 tutto
 nuovo,
 ha
 comportato
 il
 monitoraggio
 dei comportamenti
 dei
 cittadini:
 le
 agenzie
 di
 intelligence
 tenevano
 sotto controllo
 navigazioni
 internet,
 conversazioni
 telefoniche,
 movimenti
 delle carte
di
credito,
e
tutto
questo
a
livello
sia
nazionale
che
mondiale.
Nel
2013 le
 rivelazioni
 di
 Edward
 Snowden
 sulle
 intercettazioni,
 spesso
 illegali, riguardanti
i
metadati
e
praticate
dagli
organi
statali
diedero
la
misura
della vastità
della
sorveglianza
digitale
contemporanea. Di
colpo
diventava
chiaro
a
chiunque
che
i
propri
strumenti
digitali
erano fonti
di
informazioni
riguardanti
azioni
e
interessi;
e
così
l’opinione
pubblica di
 tutto
 il
 mondo
 ha
 cominciato,
 giustamente,
 a
 ribellarsi
 contro
 questi procedimenti
 invasivi
 giudicati
 illegittimi.
 L’indignazione
 era
 generalizzata, si
misero
tutti
a
leggere
o
a
rileggere
1984
di
George
Orwell,
che
conobbe
una nuova
 impennata
 delle
 vendite,
 e
 a
 manifestare
 contro
 la
 violazione
 della privacy.
 Vennero
 approntati
 e
 votati
 veri
 e
 propri
 arsenali
 giuridici
 a sostegno
 di
 politiche
 di
 intrusione
 nella
 vita
 privata;
 ci
 si
 appellava
 alle minacce
che
incombevano
sulle
libertà
fondamentali
e,
più
in
generale,
sulla

democrazia.
La
colpa
veniva
attribuita
agli
Stati,
senza
capire
che
in
realtà
il primo
 anello
 della
 catena
 era
 occupato
 dagli
 attori
 economici,
 situati
 agli avamposti
 della
 raccolta
 dei
 dati.
 Inquadrarli
 diventava
 la
 grande
 sfida politica
 dell’epoca,
 che
 incontrava
 il
 consenso
 universale.
 Ma
 quello
 che caratterizza
 le
 mobilitazioni
 di
 massa
 è
 che
 esse
 procedono
 fuori
 tempo: questi
 metodi,
 infatti,
 erano
 già
 in
 atto
 da
 almeno
 una
 decina
 di
 anni, dall’inizio
degli
anni
Novanta;
c’era
soltanto
voluto
del
tempo
per
coglierne la
 natura
 e
 la
 portata.
 Tuttavia,
 nel
 momento
 in
 cui
 la
 sorveglianza
 digitale raggiunge
 il
 suo
 apice,
 si
 trova
 a
 essere
 a
 poco
 a
 poco
 rimpiazzata
 da
 una nuova
 forma
 di
 rastrellamento
 messa
 in
 atto
 dai
 governi,
 volta
 non
 tanto
 a spiare
 e
 a
 individuare
 comportamenti
 “sospetti”,
 quanto
 a
 sviluppare tecniche
 destinate
 ad
 agire
 sulle
 persone,
 a
 incitare
 tutti
 a
 partecipare
 al “buon
 ordine
 generale
 delle
 cose”.
 Accanto
 a
 queste
 misure
 ancora embrionali,
 in
 Cina
 già
 esiste
 un
 dispositivo
 che
 funge
 da
 laboratorio
 e rappresenta
 la
 spia
 del
 passaggio
 dalla
 sorveglianza
 stricto
 sensu
 a un’amministrazione
 automatizzata
 delle
 condotte:
 il
 sistema
 di
 credito sociale. Si
 tratta
 di
 un’iniziativa
 pensata
 dal
 governo
 cinese
 per
 “valutare scientificamente”
i
comportamenti
delle
persone.
Questo
sistema
è
rivolto
ai cittadini
–
a
eccezione
di
quelli
in
possesso
di
precedenti
penali
–
cui
viene assegnato
 un
 punteggio
 iniziale
 di
 mille
 punti
 destinati
 ad
 aumentare
 o
 a diminuire
in
base
alle
azioni
quotidiane.
Per
esempio:
comportarsi
male
sui mezzi
di
trasporto,
pagare
in
ritardo
le
bollette,
non
rispettare
un
divieto
di fumare,
non
andare
a
trovare
i
propri
genitori,
tutto
questo,
e
molto
altro,
fa perdere
 punti,
 impedisce
 di
 beneficiare
 di
 determinati
 vantaggi
 e
 rovina
 la reputazione.
 Per
 recuperare
 punti
 bisogna
 dare
 prova
 di
 “senso
 civico”,
 e quindi
 donare
 il
 sangue,
 comportarsi
 da
 “lavoratore
 modello”,
 o
 compiere qualche
 “buona
 azione”.
 Tutti
 gesti
 che
 se
 realizzati
 non
 tanto
 per “riscattarsi”
quanto
per
dare
sfogo
a
uno
“slancio
volontario”,
aumentano
il “credito”.
 Un
 punteggio
 alto
 dà
 diritto
 all’accesso
 prioritario
 in
 ospedale,
 a un
alloggio
sociale
o
a
certi
impieghi
pubblici. Questo
piano
va
via
via
concretizzandosi
anche
grazie
ai
numerosi
progetti che
 prendono
 vita
 in
 tutto
 il
 Paese.
 Sono
 molte
 le
 città
 che
 installano dispositivi
 di
 riconoscimento
 facciale
 lungo
 le
 arterie
 di
 comunicazione
 per riconoscere
i
cittadini
ricercati
o
scomparsi;
come
molti
sono
i
poliziotti
che si
 aggirano
 per
 le
 stazioni
 più
 grandi
 muniti
 di
 occhiali
 con
 le
 stesse funzionalità.
 Anche
 le
 università
 fanno
 ricorso
 a
 questi
 apparecchi
 negli studentati
 per
 controllare
 gli
 spostamenti
 degli
 studenti.
 L’azienda
 cinese SenseTime,
 specializzata
 nei
 video
 cosiddetti
 “intelligenti”,
 non
 smette
 di

espandersi
e
collabora
sia
con
ditte
che
con
amministrazioni
e
servizi
segreti. Sono
sempre
di
più
i
comuni
che
ricorrono
a
sistemi
di
videosorveglianza
per acciuffare
 i
 pedoni
 che
 attraversano
 con
 il
 rosso.
 Quando
 questo
 accade,
 il loro
 viso
 e
 il
 loro
 nome
 compare
 su
 una
 miriade
 di
 schermi
 piazzati
 agli incroci
delle
strade.
L’amministrazione
locale
non
fa
che
ripetere
a
gran
voce lo
 slogan
 lanciato
 dal
 Consiglio
 di
 Stato
 nel
 2014:
 “Le
 persone
 di
 fiducia possono
camminare
tranquillamente
sotto
il
cielo,
quelli
che
non
sono
degni di
 fiducia
 non
 possono
 fare
 neanche
 un
 passo”.9
 Il
 programma
 implica inoltre
 la
 stesura
 di
 liste
 nere
 esposte
 pubblicamente
 che
 possono comportare
il
divieto
di
prendere
treni
e
aerei
e
di
soggiornare
in
determinati hotel.
 Vengono
 redatte
 a
 partire
 da
 informazioni
 trasmesse
 dalla
 giustizia relativamente
a
frequenti
scoperti,
debiti
insoluti,
comportamenti
a
rischio
o certi
 tipi
 di
 infrazioni,
 come
 ad
 esempio
 il
 mancato
 pagamento
 di
 un pedaggio. Ma
 non
 sono
 soltanto
 i
 cittadini
 a
 essere
 sottoposti
 a
 queste
 misure
 di sorveglianza.
Anche
alle
aziende,
infatti,
viene
assegnato
un
codice
di
credito sociale.
 Una
 serie
 di
 dispositivi
 tiene
 sotto
 controllo
 il
 monitoraggio
 della fiscalità
 e
 della
 gestione
 e
 la
 conformità
 delle
 pratiche
 con
 i
 regolamenti “sociali
 e
 ambientali”,
 e
 individuano
 le
 truffe
 o
 i
 mancati
 pagamenti
 dei contributi.
 Ci
 sono
 società
 specializzate
 in
 questo
 genere
 di
 controlli,
 che verificano
il
rispetto
dei
criteri
stabiliti
e
mettono
un
voto
che
va
da
“AAA”
a “D”,
 da
 cui
 dipende
 la
 possibilità
 di
 rispondere
 a
 gare
 d’appalto
 o
 contratti pubblici.
Anche
eletti
e
funzionari
sono
soggetti
a
questi
stessi
metodi
che,
se necessario,
 possono
 essere
 accompagnati
 da
 denunce
 pubbliche
 senza giudizio
 preliminare.
 Il
 “credito
 sociale”
 dovrebbe
 in
 teoria
 favorire
 “il miglioramento”
dei
comportamenti
e
“far
regnare
la
fiducia
in
una
società
di persone
 oneste”.
 L’obiettivo
 è
 quello
 di
 limitare
 il
 ricorso
 alla
 giustizia
 per lasciare
 a
 dei
 meccanismi
 automatizzati
 il
 compito
 di
 garantire
 il mantenimento
 dell’ordine.
 Il
 progetto
 prevede
 di
 raccogliere
 il
 maggior numero
 possibile
 di
 informazioni
 da
 qui
 al
 2020
 all’interno
 di
 un
 database centralizzato
 relativo
 all’intera
 popolazione
 e
 a
 tutti
 i
 settori
 della
 società, allo
scopo
di
instaurare
una
“cultura
dell’onestà
e
dell’integrità”. C’è
chi
si
dice
molto
spaventato
dall’instaurazione
di
una
“controllocrazia”. È
 il
 caso
 dell’analista
 politico
 norvegese
 Stein
 Ringen,
 o
 di
 Maya
 Wang, dell’organizzazione
 non
 governativa
 Human
 Rights
 Watch,
 che
 denuncia
 la “raccolta
senza
limiti
di
dati
relativi
ai
cittadini
a
scopo
di
sorveglianza
e
di controllo”.10
 Come
 dar
 loro
 torto?
 Tuttavia
 questi
 metodi
 di
 valutazione continuano
a
fare
riferimento
a
modelli
in
vigore
fino
a
poco
tempo
fa
e
ora in
 procinto
 di
 decadere.
 Perché
 non
 è
 più
 tanto
 una
 questione
 di

“sorvegliare”
 o
 di
 raccogliere
 abusivamente
 “dati
 personali”,
 ma
 di influenzare
 i
 comportamenti,
 di
 fare
 in
 modo
 che
 grazie
 a
 un’architettura tecnica
 prevalga
 una
 buona
 organizzazione,
 che
 il
 funzionamento,
 tanto microscopico
 quanto
 macroscopico,
 delle
 cose
 prenda
 in
 ogni
 momento
 la direzione
 desiderata,
 o,
 per
 meglio
 dire,
 la
 direzione
 programmata.
 La sorveglianza
presuppone
il
fermo
e
l’isolamento
di
tutti
quegli
individui
che hanno
 commesso
 reati
 o
 che
 potrebbero
 commetterne;
 l’amministrazione automatizzata
 delle
 condotte
 intende
 generalizzare
 il
 principio
 di interiorizzazione
 di
 tutti
 quei
 precetti
 considerati
 “fondamentali”
 affinché, un
po’
come
accade
con
le
recinzioni
elettriche
che
circondano
certi
terreni, vengano
 inviate
 delle
 scariche
 a
 tutti
 quegli
 elementi
 del
 gregge
 che, inavvertitamente
 o
 volutamente,
 si
 azzardano
 a
 uscire
 dal
 recinto,
 ma
 non più
di
questo,
l’architettura
della
matrice
basta
da
sola
a
contenere
qualsiasi velleità
divergente. Un
altro
degli
obiettivi
perseguiti
è
un
ordine
economico
destinato
a
evolvere senza
 intoppi
 e
 a
 ritmo
 sempre
 sostenuto.
 Nella
 dichiarazione
 di
 intenti viene
 affermato
 che
 questo
 sistema
 permetterà
 in
 particolare
 di
 “ridurre
 i costi
 delle
 transazioni
 e
 prevenire
 i
 rischi
 economici,
 una
 necessità
 urgente finalizzata
a
limitare
le
ingerenze
governative
nell’economia
e
a
perfezionare il
 sistema
 di
 economia
 socialista
 di
 mercato”.
 In
 tal
 senso,
 questa organizzazione
 cerca
 di
 allineare
 il
 regime
 politico
 e
 quello
 economico
 agli stessi
 schemi
 fondati
 sugli
 imperativi
 dell’autoregolamentazione
 e
 della fluidità
 al
 fine
 di
 garantire
 a
 ciascuno
 di
 essi,
 e
 a
 tutto
 l’insieme,
 un andamento
efficace.
Forse
il
“capitalismo
guidato”
decretato
dai
responsabili cinesi
 trova
 qui
 le
 condizioni
 perfette
 per
 la
 sua
 attuazione,
 e
 questo
 anche grazie
 all’abilità
 di
 saper
 sfruttare
 tutte
 le
 funzionalità
 offerte dall’intelligenza
artificiale.
Più
che
con
un
controllo
statale,
avremmo
a
che fare
 con
 un
 “monitoring
 algoritmico”
 finalizzato
 alla
 costruzione
 di
 una società
 igienista
 e
 vitalistica.
 Questo
 sistema
 risulta
 tanto
 più
 legittimo
 in quanto
può
essere
paragonato
alla
figura
di
un
imperatore
che
non
deve
mai farsi
 vedere
 e
 che,
 grazie
 a
 una
 forma
 di
 autorità
 simbolicamente onnipresente,
 fa
 continuamente
 prevalere
 gli
 ideali
 confuciani
 dell’armonia sociale. Cionondimeno,
questa
logica
non
viene
applicata
solamente,
e
in
modo
più
o meno
 rivendicato,
 dalle
 nazioni
 –
 prima
 tra
 tutte
 la
 Cina
 –
 ma
 anche
 dagli individui
 che
 ormai
 fanno
 ricorso
 alla
 tecnica
 per
 governare
 la
 propria quotidianità.
Le
prime
manifestazioni
di
questa
tendenza
risalgono
alla
fine degli
 anni
 Novanta
 quando,
 a
 poco
 a
 poco,
 si
 è
 diffusa
 l’abitudine
 di

“googlare”
 il
 nome
 di
 una
 persona
 appena
 incontrata,
 o
 da
 incontrare,
 al lavoro
 come
 nel
 privato,
 quello
 di
 un
 prodotto
 o
 di
 una
 meta
 turistica. Qualche
 tempo
 dopo,
 con
 l’avvento
 delle
 applicazioni,
 queste
 abitudini hanno
 assunto
 un’altra
 proporzione,
 basti
 pensare
 ai
 servizi
 di
 coaching sportivo
 o
 alla
 gestione
 a
 distanza
 di
 certe
 funzionalità
 della
 propria abitazione.
In
teoria,
il
passaggio
successivo
dovrebbe
essere
il
collegamento di
 tutti
 i
 nostri
 gesti
 ad
 assistenti
 virtuali
 preposti
 a
 rispondere
 a
 qualsiasi nostro
 bisogno
 o
 desiderio.
 Un
 apparato
 che
 continua
 a
 evolvere
 e
 a diventare
 sempre
 più
 sofisticato,
 e
 che
 da
 poco
 ci
 permette
 anche
 di determinarci
“meglio”,
di
vivere
una
vita
più
sicura,
di
ottenere
vantaggi,
di evitare
sforzi
inutili,
di
raccogliere
informazioni
sul
profilo
di
un’azienda
o
di una
persona,
di
entrare
in
graduatorie,
di
difendere
la
nostra
reputazione,
di evitare
di
farci
penalizzare
simbolicamente
o
nei
fatti. Forse
ben
presto
cominceremo
ad
adottare
comportamenti
a
metà
strada tra
 quelli
 che
 si
 possono
 vedere
 nel
 film
 Anon,
 in
 cui
 gli
 individui
 hanno, impiantati
 nella
 retina,
 sistemi
 di
 realtà
 aumentata
 capaci
 di
 raccogliere
 in tempo
 reale
 una
 miriade
 di
 informazioni
 sulle
 persone
 o
 sugli
 oggetti
 che incrociano
allo
scopo
di
guidarne
il
comportamento,11
e
quelli
di
un
episodio della
 serie
 Black
 Mirror
 intitolato
 Caduta
 libera,
 che
 mette
 in
 scena
 una società
 in
 cui
 i
 membri,
 che
 hanno
 interiorizzato
 i
 principi
 di
 un’impietosa taratura
 universale,
 sono
 continuamente
 sottoposti
 a
 valutazione
 e
 si sforzano,
 senza
 tregua
 e
 con
 più
 o
 meno
 successo,
 di
 fare
 bella
 figura.12 Vengono
 dunque
 a
 instaurarsi
 nuovi
 rapporti
 con
 il
 reale
 e
 con
 gli
 altri
 nei quali
 si
 cerca
 di
 eliminare
 il
 rischio
 e
 trarre
 profitto
 da
 ogni
 situazione,
 in linea
 con
 lo
 spirito
 del
 “credito
 sociale”,
 solo
 con
 un’apparenza
 più
 soft
 e cool,
 ma
 derivando
 comunque
 da
 un’ingegneria
 sociale
 che,
 esattamente come
 il
 modello
 cinese,
 intende
 ostracizzare
 i
 comportamenti
 “devianti”
 e premiare,
in
un
modo
o
nell’altro,
quelli
“più
meritevoli”. E
 allora
 diventiamo
 tutti
 idealisti,
 diffidiamo
 delle
 apparenze
 e
 vogliamo essere
sempre
al
corrente
dello
stato
delle
persone
e
delle
cose
per
evitare
di commettere
 errori
 o
 di
 essere
 indotti
 in
 errore.
 Stanchi
 della
 nostra condizione
e
dei
nostri
simili,
rinunciamo
all’esercizio
delle
nostre
facoltà
e diamo
prova
di
nichilismo,
quello
identificato
da
Nietzsche
come
il
risultato del
 desiderio
 di
 affidarci
 a
 una
 verità
 assoluta,
 che
 contribuisce
 a
 negare
 la parte
 irrinunciabile
 di
 ognuno
 di
 noi,
 quella
 che
 costituisce
 la
 nostra singolarità
 e
 la
 nostra
 ricchezza
 e
 che
 fa
 nascere
 il
 desiderio
 di
 andare incontro
 all’altro:
 “Ad
 ogni
 anima
 appartiene
 un
 mondo
 diverso;
 per
 ogni anima,
ogni
altra
anima
è
un
mondo
dietro
il
mondo”.13
 Forse
 ora
 più
 che mai
è
chiaro
l’impatto
che
le
produzioni
tecnico-economiche
hanno
non
solo

sul
 nostro
 modo
 di
 vivere
 ma
 anche
 sul
 rapporto
 con
 le
 persone,
 stando
 a una
 constatazione
 fatta
 a
 suo
 tempo
 dallo
 storico
 della
 tecnica
 Lewis Mumford
 e
 che
 oggi
 prenderebbe
 una
 dimensione
 completamente
 diversa: “Solo
sul
piano
della
religione
è
possibile
capire
il
carattere
costrittivo
di
una evoluzione
meccanica
che
era
completamente
indifferente
agli
sviluppi
delle relazioni
umane”.14
Stiamo
passando
dallo
stadio
dell’individualizzazione
– che
dal
dopoguerra
ha
in
gran
parte
caratterizzato
la
modernità
–
allo
stadio della
 penetrazione
 dei
 corpi
 e
 delle
 cose.
 È
 chiaro
 quanto
 questo
 ordine partecipi
di
un
isolamento
generalizzato?
Lo
stesso
isolamento
di
cui
Orwell aveva
 analizzato
 i
 possibili
 meccanismi
 di
 asservimento,
 e
 che
 Hannah Arendt
aveva
indagato:
“[Giacché]
la
società
di
massa
è
appunto
quel
tipo
di organizzazione
 che
 si
 determina
 automaticamente
 tra
 gli
 esseri
 umani ancora
legati
l’uno
all’altro
ma
privi
ormai
di
quel
mondo
un
tempo
comune a
 tutti”.15
 Tuttavia
 oggigiorno
 lo
 sradicamento
 dei
 riferimenti
 comuni
 non sarebbe
 più
 la
 conseguenza
 di
 una
 logica
 di
 massa,
 ma
 di
 quella
 pratica attuata
volontariamente
dagli
individui
che
consiste
nel
mettere
filtri
tra
sé stessi
e
gli
altri
per
mantenere
la
distanza
e
potersi
così
determinare
meglio in
qualunque
circostanza. La
teoria
della
“fisica
sociale”
si
ritroverebbe
così
a
essere
chiamata
in
causa; Auguste
 Comte
 la
 indicava
 come
 la
 “scienza
 delle
 società”,
 precedente
 alla “scienza
 dei
 fatti
 sociali”
 poi
 denominata
 “sociologia”.
 La
 prima
 avrebbe creduto
 nella
 possibilità
 di
 redigere
 una
 cartografia
 quasi
 integrale
 dei fenomeni
umani
che
avrebbero
potuto
così
essere
classificati
in
base
a
certe regole;
 la
 seconda
 prenderebbe
 atto
 dell’impossibilità
 di
 ridurli
 a
 delle tabelle,
 cosa
 che
 portò
 Émile
 Durkheim
 a
 parlare
 di
 “leggi
 sociali”
 fatte
 di incertezze.
 Viviamo
 nell’era
 della
 volontà
 di
 modellizzare
 di
 nuovo
 i
 fatti sociali.
Questa
propensione
sarebbe
emblematica
nei
lavori
di
Alex
Pentland, informatico
 e
 creatore
 del
 MIT
 Media
 Lab
 e
 autore
 dell’opera
 Fisica sociale,16
 il
 quale
 afferma
 che
 un’utilizzazione
 appropriata
 dei
 dati permetterebbe
 di
 elaborare
 una
 teoria
 computazionale,
 a
 dimensione predittiva,
 del
 comportamento
 umano
 e
 di
 procedere
 a
 un’“ingegneria sociale”
 provvidenziale,
 attraverso
 le
 virtù
 regolatrici
 e
 omeostatiche dell’intelligenza
artificiale. Non
ci
sarebbe
più
allora
alcuna
opposizione
tra
l’“olismo”,
che
considera la
 società
 un
 insieme
 indivisibile
 le
 cui
 leggi
 determinano
 le
 condizioni
 di esistenza
dei
suoi
membri,
e
l’“individualismo
metodologico”,
che
considera
i fenomeni
 collettivi
 come
 il
 risultato
 delle
 caratteristiche
 e
 delle
 azioni
 dei singoli
e
delle
relazioni
che
questi
intrattengono
tra
loro.
Assisteremmo
alla verifica
congiunta
di
questi
due
metodi
di
valutazione
basata
su
una
sintesi

inedita.
 Perché
 ciascuno
 cercherebbe
 scientemente,
 dotandosi
 di
 mezzi
 ad hoc,
 di
 integrarsi
 a
 questo
 ordine
 tecnico-igienista-liberista
 –
 che
 deriva dalla
nostra
paura
fondamentale
del
reale
e
mira
a
far
sì
che
tutto
funzioni secondo
il
nostro
istinto
a
privilegiare
la
sicurezza,
la
comodità
e
il
vantaggio –
 chiamato,
 con
 la
 sua
 annunciata
 generalizzazione,
 il
 suo
 peso
 e
 la
 sua potenza,
a
rendere
illusoria
e
insensata
qualsiasi
aspirazione
divergente.

4.3
TEORIA
DELL’AUTOMOBILE
AUTONOMA Certi
fenomeni
e
certi
oggetti
testimoniano
qualcosa
che
va
ben
al
di
là
delle loro
 semplici
 manifestazioni
 o
 funzioni.
 Con
 quello
 che
 inaugurano
 e
 che implicano,
 essi
 sono
 lo
 specchio
 della
 condizione
 di
 una
 società,
 delle
 sue aspirazioni,
dei
suoi
errori.
In
altre
parole,
incarnano
lo
spirito
di
un’epoca. Se
 guardiamo
 all’età
 moderna,
 quella
 cioè
 iniziata
 alla
 fine
 della
 Prima guerra
 mondiale,
 uno
 degli
 esempi
 più
 emblematici
 è
 rappresentato dall’introduzione
 delle
 ferie
 retribuite,
 che
 davano
 corpo
 a
 una
 speranza popolare
manifestatasi
da
tempo
e
che,
a
poco
a
poco,
avrebbe
istituito
l’era del
tempo
libero.
O
dal
campeggio,
che
rispondeva
allo
stesso
spirito
e
che
in origine
dava
la
possibilità
di
non
dipendere
da
nessuna
struttura
e
spostarsi liberamente
 a
 seconda
 dei
 propri
 desideri.
 Quasi
 cinquant’anni
 dopo
 sono comparsi
 contemporaneamente
 due
 oggetti
 i
 cui
 effetti
 sul
 nostro
 modo
 di vivere
 si
 fanno
 sentire
 ancora
 oggi:
 innanzitutto
 lo
 skateboard,
 ispirato
 al surf
hawaiano,
che
permetteva
di
scivolare
sull’asfalto
e
provare
per
le
strade della
 città
 la
 stessa
 sensazione
 di
 libertà
 avvertita
 sulle
 onde
 dell’oceano;
 e poi
il
Walkman,
lettore
di
musicassette
dotato
di
cuffie,
immesso
sul
mercato nel
1979
dalla
Sony,
che,
leggero
e
senza
fili,
consentiva
di
andare
in
giro
al ritmo
della
propria
musica
preferita.
Skateboard
e
Walkman
sono
andati
di pari
 passo
 generando
 nuovi
 comportamenti
 che
 intendevano
 rompere
 con tutta
 una
 serie
 di
 convenzioni
 e
 celebrare
 l’autonomia
 degli
 individui.
 Gli esempi
da
citare
sarebbero
molti,
ma
nessuno
di
essi
ha
prodotto
l’impatto né
riveste
il
valore
simbolico
di
quello
strumento
che
ha
riconfigurato
i
centri abitati,
 i
 territori,
 il
 nostro
 rapporto
 con
 lo
 spazio,
 fino
 a
 ridefinire completamente
le
nostre
esistenze:
l’automobile. Al
di
là
della
sua
funzione
principale
–
ossia
trasportare
le
persone
in
modo meccanizzato
 sulla
 terraferma
 all’interno
 di
 un
 abitacolo
 –,
 l’automobile inaugurava
 anche
 uno
 stile
 di
 vita:
 quello
 di
 godere
 della
 libertà
 di
 andare dove
si
voleva
quando
si
voleva.
Da
soli,
in
coppia,
in
famiglia,
in
compagnia di
amici,
l’automobile
permetteva
di
raggiungere
il
paese
vicino
come
anche

un
 altro
 continente.
 Si
 presentava
 come
 un
 contenitore
 curato
 in
 ogni minimo
 dettaglio,
 capace,
 se
 necessario,
 di
 viaggiare
 con
 il
 baule
 carico
 di bagagli,
 il
 tettuccio
 occupato
 da
 bici
 o
 mobili
 e
 una
 roulotte
 al
 seguito.
 Ha contribuito
 alla
 nascita
 della
 società
 dei
 consumi,
 in
 particolare
 ha
 favorito l’apertura
 dei
 centri
 commerciali
 nelle
 periferie,
 con
 la
 loro
 fiumana
 di persone
 aggrappate
 al
 carrello
 della
 spesa,
 a
 zonzo
 tra
 corsie
 chilometriche piene
 zeppe
 di
 prodotti.
 Ha
 generato
 la
 costruzione
 di
 viali,
 strade
 e marciapiedi
 negli
 spazi
 urbani,
 così
 come
 quella
 di
 autostrade
 e
 cavalcavia faraonici,
 equivalenti
 moderni
 delle
 piramidi,
 ha
 lasciato
 la
 sua
 impronta
 a terra,
 ha
 trasformato
 la
 geografia.
 Ha
 rappresentato
 un
 nuovo
 mezzo
 per recarsi
 al
 lavoro,
 contribuendo
 all’espansione
 delle
 periferie
 e
 all’aumento del
 traffico,
 in
 particolare
 quello
 vacanziero,
 lo
 stesso
 raccontato
 in
 modo quasi
caricaturale
da
Godard
nel
1967
nel
film
Week­end
–
Una
donna
e
un uomo
 da
 sabato
 a
 domenica.
 Perché
 non
 è
 tutto
 oro
 quello
 che
 luccica: anche
l’automobile
aveva
una
sua
zona
d’ombra,
quella
dei
continui
incidenti e
degli
innumerevoli
drammi,
quella
dei
corpi
straziati
e
delle
vite
spezzate. Ancora
 oggi
 è
 una
 delle
 principali
 cause
 di
 inquinamento
 nel
 pianeta
 e
 di distruzione
 dei
 paesaggi.
 Ma
 nonostante
 tutto,
 nell’immaginario
 collettivo l’automobile
 rimane
 il
 mezzo
 che
 ha
 permesso
 all’uomo
 di
 disfarsi
 di strutture
 comuni
 obbligate
 –
 partecipando
 in
 gran
 parte all’individualizzazione
 della
 società
 –,
 o
 di
 percorrere
 grandi
 spazi ascoltando
sulla
sua
autoradio
La
Traviata,
 Elvis
 Presley
 o
 Charles
 Trenet, per
 esempio,
 dandogli
 quasi
 la
 sensazione
 di
 non
 avere
 più
 alcun impedimento
 e
 di
 godere
 di
 un’autonomia
 illimitata.
 È
 arrivata
 persino
 a rappresentare
 un
 simbolo
 di
 massima
 libertà,
 come
 mostrato
 nel
 film Thelma
 &
 Louise
 (Ridley
 Scott,
 1991)
 che
 nella
 scena
 finale
 vede
 le
 due protagoniste
lanciarsi,
dopo
lunghe
peregrinazioni,
dall’alto
di
un
canyon
per sfuggire
 a
 una
 flotta
 di
 volanti
 e
 tutte
 quelle
 costrizioni
 che
 non
 avrebbero potuto
 sopportare.
 Nessun
 altro
 oggetto
 moderno
 potrà
 mai
 rappresentare da
solo
il
simbolo
di
un
così
lungo
periodo
storico
–
con
le
sue
aspirazioni,
le sue
 contraddizioni,
 i
 suoi
 eccessi
 –
 fino
 al
 punto
 di
 dargli
 persino
 il
 suo nome:
civiltà
dell’automobile. Questo
 oggetto,
 la
 cui
 struttura
 in
 oltre
 un
 secolo
 è
 rimasta
 più
 o
 meno inalterata,
è
destinato
ora
a
prendere
una
direzione
completamente
diversa. Se
nell’aspetto
e
nella
forma
rimarrà,
in
parte,
simile
–
ovvero
una
scocca
su quattro
 ruote
 che
 trasporta
 passeggeri
 –,
 il
 funzionamento,
 la
 natura
 dei percorsi
 e
 la
 vita
 al
 suo
 interno
 evolveranno
 secondo
 modalità
 nuove.
 Fino ad
 oggi
 l’uomo,
 una
 volta
 salito
 a
 bordo,
 ha
 dovuto
 impugnare
 il
 volante
 e manovrarlo;
 ma
 ben
 presto
 ci
 penserà
 un
 apparato
 tecnico
 altamente È

sofisticato
 a
 prendere
 il
 comando
 e
 occuparsi
 della
 guida.
 È
 concepito affinché
 si
 comporti
 come
 un
 organo
 sensibile
 capace
 di
 scandagliare l’ambiente
circostante,
sia
nell’immediato
che
in
prospettiva,
e
dotato
di
una serie
di
dispositivi
che
lo
fanno
assomigliare
più
a
una
navicella
spaziale
che alla
 classica
 automobile
 cui
 siamo
 da
 sempre
 abituati:
 un
 sistema
 di
 lidar (telerilevamento
 tramite
 laser),
 trasmettitori
 radar
 e
 sonar,
 sensori, telecamere,
laser
scanner,
ricevitori
GPS… Tutte
 queste
 dotazioni
 gli
 permettono
 di
 raccogliere
 informazioni
 di
 ogni tipo
 e
 di
 analizzarle
 in
 tempo
 reale
 per
 poi
 procedere
 a
 una
 miriade
 di comandi
 relativi
 alla
 direzione,
 al
 controllo
 della
 velocità,
 al
 mantenimento della
 distanza
 di
 sicurezza,
 alle
 fermate…
 Il
 veicolo,
 esattamente
 come l’essere
umano,
si
trova,
da
una
parte,
a
dover
sottostare
a
una
serie
di
regole e,
 dall’altra,
 a
 dover
 prendere
 continuamente
 iniziative
 e
 reagire
 in
 modo adeguato
 agli
 avvenimenti.
 Gestisce
 quasi
 simultaneamente
 un’infinità
 di informazioni,
 da
 quelle
 relative
 alle
 sue
 componenti
 interne
 a
 quelle riguardanti
l’ambiente
circostante
e
le
condizioni
generali,
come
ad
esempio traffico
 o
 meteo.
 Grazie
 a
 una
 visione
 sia
 microscopica
 che
 macroscopica, l’automobile
è
dunque
perfettamente
in
grado
di
svolgere,
“in
coscienza”
e
in modo
 “sovrano”,
 la
 funzione
 di
 pilota.
 Una
 simile
 autonomia
 trova spiegazione
 nel
 fatto
 che
 essa
 è
 elaborata
 secondo
 la
 struttura
 tecnologica tripartita
 determinante
 del
 nostro
 tempo
 che
 coniuga
 sensori,
 sistemi
 di elaborazione
dati
e
di
intelligenza
artificiale.
In
questo,
e
con
i
compiti
che
le vengono
 assegnati,
 essa
 costituisce,
 più
 di
 qualunque
 altro
 dispositivo,
 la prova
 della
 recente
 dimensione
 interpretativa
 e
 autoapprendente
 della tecnica. Ma
non
dobbiamo
pensare
che
le
automobili
siano
corpi
isolati.
Al
contrario, esse
 evolvono
 all’interno
 di
 un
 insieme
 nel
 quale
 interagiscono
 con
 una marea
di
elementi,
come
gli
altri
veicoli,
il
suolo,
l’arredo
urbano,
un’infinità di
database…
Lo
scopo
è
quello
di
far
prevalere
la
sicurezza,
l’ottimizzazione energetica
 e
 la
 fluidità.
 Per
 fare
 questo,
 tale
 sistematica
 impone
 un
 ordine generale,
riconfigura
quello
che,
da
vicino
o
da
lontano,
la
circonda,
perché vista
la
sua
natura
e
la
sua
futura
preponderanza,
non
darà
altra
scelta
che quella
 di
 adeguarsi
 a
 logiche
 che
 diventeranno
 uguali
 per
 tutti.
 Perché
 a differenza
 del
 modello
 precedente,
 a
 essere
 all’opera
 qui
 non
 è
 più
 una civiltà,
ma
una
fantasia
di
civiltà
desiderosa
che
tutto
funzioni
all’unisono
in vista
 di
 edificare
 un
 universo
 privo
 di
 difetti,
 indefinitamente
 dinamico
 e perfettamente
 autoregolamentato.
 Essa
 contribuirebbe,
 in
 particolare, all’avvento
del
regno,
o
del
paradiso,
della
non-proprietà,
quello
del
noleggio ad
vitam
æternam
 promosso
 dal
 leasing,
 del
 car
 sharing
 generalizzato,
 dei

taxi-robot,
 in
 cui
 ciascuno
 sarebbe
 libero
 da
 tutta
 una
 serie
 di
 pesantezze. Verrebbe
 così
 a
 realizzarsi
 l’utopia
 di
 una
 città,
 e
 di
 un
 mondo,
 in
 cui
 ogni componente
 si
 impegnerebbe
 a
 mantenere
 una
 ritmica
 ottimale,
 in
 cui niente
sarebbe
più
sottomesso
all’inerzia
e
tutto
evolverebbe
alla
cadenza
di flussi
ondulatori;
qualsiasi
fissità
–
dalla
segnaletica,
ai
semafori,
allo
stesso traffico
 –
 sarebbe
 superata
 e
 la
 rigidità
 diventerebbe
 obsoleta
 in
 favore
 di tutta
 una
 serie
 di
 segnali
 che
 non
 smetterebbero
 mai
 di
 interagire garantendo
in
ogni
momento
il
buon
funzionamento
delle
cose. In
 questo
 modo
 i
 parcheggi
 sotterranei
 in
 centro
 città
 diventerebbero inutili:
 ogni
 entità,
 infatti,
 sarebbe
 potenzialmente
 inarrestabile
 e
 potrebbe essere
 messa
 al
 servizio
 di
 tutti;
 inoltre,
 nel
 caso
 in
 cui
 la
 domanda
 fosse inferiore,
 i
 veicoli
 andrebbero
 a
 parcheggiarsi
 da
 soli
 in
 periferia.
 Tutto procederebbe
 in
 modo
 automatizzato,
 a
 compimento
 –
 indubbiamente radicale
–
della
visione
cibernetica.
Assisteremmo
così
all’inizio
dell’era
delle feste
 in
 tutti
 quegli
 spazi
 improvvisamente
 “liberi”
 dalle
 auto,
 come
 ha promesso
 il
 comune
 di
 Parigi,
 per
 esempio,
 nuova
 capitale
 delle
 start
 up
 e della
“rivitalizzazione
degli
spazi
pubblici”,
che
vuol
fare
in
modo
che
corpi
e merci
 non
 smettano
 di
 circolare,
 in
 direzione
 di
 un
 migliore
 sviluppo economico,
offrendo
ai
suoi
abitanti
la
possibilità
di
passeggiare
lungo
viali asettici.
 Verrebbe
 dunque
 ad
 avverarsi
 l’incubo
 di
 una
 società
 felice
 nella quale
business
e
svaghi
evolverebbero
di
concerto,
a
pieno
regime
e
in
tutta armonia
 in
 quanto
 sintesi
 di
 esigenze
 fino
 a
 questo
 momento
 considerate contraddittorie:
 “‘In
 futuro
 le
 automobili
 autonome
 potranno
 funzionare quasi
 di
 continuo.
 Bisogna
 dunque
 riflettere
 sin
 d’ora
 su
 come
 riutilizzare tutti
quegli
spazi
nascosti
nei
quali
oggi
ammassiamo
le
nostre
automobili,
e instaurare
un
nuovo
dialogo
tra
la
città
di
sopra
e
la
città
di
sotto’,
afferma entusiasta
 Jean-Louis
 Missika,
 assessore
 all’urbanistica
 del
 comune
 di Parigi”.17 In
 realtà,
 contrariamente
 a
 questa
 visione
 distorta
 e
 ingenua,
 quello
 che verrà
 a
 costituirsi
 sarà
 un
 nuovo
 tipo
 di
 zonizzazione
 ispirata
 a
 quella sostenuta
 dal
 modernismo
 della
 Carta
 di
 Atene
 che
 intendeva
 stabilire
 una rigida
 suddivisione
 tra
 vie
 di
 circolazione
 e
 strade
 pedonali.
 In
 quello
 che annuncia,
 essa
 deriva
 da
 un
 arretramento
 rispetto
 ai
 principi
 divergenti attuati
 successivamente,
 in
 particolare
 quelli
 teorizzati
 dal
 gruppo
 Team
 X che
 difendeva
 le
 virtù
 della
 mescolanza
 funzionale
 e
 sociale.18
 Se
 oggi
 è ancora
 possibile
 rifiutarsi
 di
 avere
 una
 macchina,
 in
 futuro
 questa
 scelta implicherà
un
nuovo
tipo
di
zonizzazione,
visibile
quanto
impercettibile,
che escluderà
 i
 refrattari
 da
 molte
 nuove
 dimensioni
 chiamate
 a
 ritmare
 le arterie
urbane.

Tuttavia,
al
di
là
dell’ideale
di
un
coordinamento
integrale
provvidenziale,
la funzione
principale
del
veicolo
è
tutta
giocata
al
suo
interno.
È
sull’abitacolo che
si
è
concentrata
l’industria
del
digitale
ed
è
l’abitacolo
che
si
è
riproposta di
ridefinire.
Non
dobbiamo
dimenticare,
infatti,
che
in
origine
il
progetto
di autovettura
“autonoma”
non
è
stato
concepito
dall’industria
automobilistica, ma
 da
 quella
 dei
 dati,
 nella
 fattispecie
 da
 Google
 che
 il
 9
 ottobre
 2010, attraverso
 la
 voce
 di
 uno
 dei
 suoi
 ingegneri,
 il
 roboticista
 Sebastian
 Thrun, ha
annunciato
di
volersi
lanciare
in
questa
nuova
impresa.
La
stessa
azienda che
 ambiva
 a
 “organizzare
 tutta
 l’informazione
 del
 mondo”
 e
 a
 metterla
 a nostra
 disposizione,
 dietro
 la
 concessione
 di
 accedere
 alla
 conoscenza
 di molti
 dei
 nostri
 interessi,
 ora
 capiva
 per
 prima
 che,
 vista
 l’architettura
 di sensori,
 sistemi
 di
 elaborazione
 dati
 e
 di
 intelligenza
 artificiale
 che cominciava
a
delinearsi,
era
possibile
elaborare
un
nuovo
organismo,
capace di
 occuparsi
 in
 modo
 automatizzato
 della
 guida
 –
 facoltà
 già
 di
 per
 sé impressionante
 –
 e,
 al
 tempo
 stesso,
 grazie
 al
 contesto
 particolarmente favorevole,
di
monitorare
i
comportamenti
umani. Prima
di
tutto
perché
l’automobile
è
un
luogo
nel
quale
trascorriamo
molto tempo,
e
poi
perché
al
suo
interno
svolgiamo
svariate
attività:
ascoltiamo
la radio
 o
 la
 musica,
 parliamo
 con
 gli
 altri
 passeggeri,
 i
 bambini
 giocano
 o guardano
 video
 su
 schermi
 integrati
 nei
 sedili
 o
 su
 tablet;
 a
 volte,
 quando non
 siamo
 occupati
 nella
 guida,
 la
 usiamo
 persino
 come
 pensatoio
 o dormitorio.
E
poi
grazie
a
lei
andiamo
da
un
punto
a
un
altro
ed
effettuiamo tragitti
 tracciabili
 tramite
 GPS
 che
 forniscono
 informazioni
 sulle
 nostre abitudini,
sui
nostri
interessi,
sulle
nostre
preferenze.
Allora,
per
conoscere tutti
 questi
 momenti
 vissuti
 chiusi
 dentro
 un
 guscio,
 che
 rappresentano
 un riflesso
 condensato
 delle
 nostre
 personalità,
 è
 necessario
 creare
 sistemi
 di rilevamento
 dei
 nostri
 gesti.
 Innanzitutto
 utilizzando
 le
 funzionalità
 offerte dall’interfaccia
 vocale
 che
 permette
 di
 analizzare
 sia
 le
 conversazioni intrattenute
 con
 altre
 persone
 che
 quelle
 intrattenute
 con
 i
 sistemi.
 Poi scomponendo
i
tratti
del
viso
tramite
microcamere,
ma
anche
monitorando l’alito,
la
temperatura
del
corpo,
la
pressione
sanguigna,
il
battito
cardiaco,
il sudore,
l’attività
elettrodermica,
fino
ad
arrivare
alle
onde
Alfa
del
cervello, tramite
una
gran
varietà
di
sensori
integrati
nei
sedili
o
nelle
altre
superfici.
I dati
 generati
 alimentano
 dei
 dispositivi
 incaricati
 di
 sondare
 le
 nostre emozioni
 e
 rilevare
 se
 siamo
 preoccupati
 o
 rilassati,
 il
 nostro
 livello
 di entusiasmo,
 di
 stress,
 di
 gioia
 o
 di
 tristezza…
 A
 quel
 punto,
 dopo
 essere penetrata
in
ogni
minimo
poro
della
nostra
pelle
e
dopo
aver
scandagliato
la nostra
mente,
l’automobile
è
perfettamente
in
grado
di
pilotarci.

Ci
stiamo
avvicinando
allo
stadio
non
tanto
ultimo,
visto
che
a
quanto
pare
è possibile
 spostarne
 all’infinito
 i
 limiti,
 quanto
 estremo
 della
 radiografia
 dei comportamenti,
e
più
ancora
degli
animi,
delle
profondità
della
coscienza
e dell’inconscio.
 Così
 tra
 noi
 e
 l’automobile
 non
 ci
 sarà
 più
 quasi
 alcuna distanza;
essa
si
configurerà
come
un
oggetto
onnisciente
e
benevolo
che
non solo
ci
terrà
al
riparo
nel
suo
abitacolo,
ma
ci
circonderà
con
il
suo
plasma, riversandoci
 addosso
 tutte
 le
 sue
 attenzioni
 e
 instaurando
 con
 noi
 una relazione
 fusionale,
 quasi
 materna.
 Quel
 commercio
 che
 prima
 tentava
 di sollecitare
la
nostra
attenzione
si
appresta
a
essere
superato;
d’ora
in
poi
si tratterà,
come
all’interno
di
un
utero,
di
parlarci
con
parole
rassicuranti,
di impostare
 la
 giusta
 temperatura,
 di
 diffondere
 effetti
 odoriferi,
 sonori, cromatici,
 luminosi
 adatti
 al
 nostro
 stato
 psicofisico
 al
 fine
 di
 metterci
 di buon
 umore.
 Se
 per
 come
 era
 stata
 concepita
 in
 origine
 l’automobile suscitava
 un
 sentimento
 di
 libertà,
 l’autovettura
 “autonoma”
 sarà completamente
dedita
a
noi,
ad
ascoltare
i
nostri
stati
d’animo
e
a
prevenire ogni
 nostro
 minimo
 bisogno.
 Oltre
 a
 essere
 quello
 che
 è,
 l’autovettura “autonoma”
 è
 la
 testimonianza
 di
 un
 nuovo
 ethos,
 quello
 della
 gestione, destinata
a
essere
totale,
delle
nostre
vite. Il
 termine
 “autonoma”,
 però,
 è
 inappropriato
 e
 fuorviante:
 il
 veicolo, infatti,
 è
 pilotato
 dall’industria
 dei
 dati
 e
 dell’intelligenza
 artificiale
 che, durante
 i
 nostri
 spostamenti
 e
 in
 base
 al
 nostro
 stato,
 intende
 offrirci
 la possibilità
 di
 scegliere
 in
 quale
 ristorante,
 hotel
 o
 centro
 benessere
 andare, quale
film
vedere,
chi
incontrare
e
in
quale
bar…
È
il
riflesso
del
mondo
che verrà.
 Forse
 così
 è
 più
 facile
 capire
 come
 mai
 l’obiettivo
 dell’industria
 del digitale
 non
 sia
 tanto
 quello
 di
 fabbricare
 automobili,
 quanto
 di
 essere
 al loro
 interno,
 sempre
 al
 nostro
 fianco.
 L’automazione
 non
 consiste
 soltanto nella
 progressiva
 eliminazione
 dell’uomo,
 ma
 anche
 in
 presenze
 e
 fantasmi che
 ci
 circondano,
 ci
 accerchiano,
 ci
 ossessionano.
 La
 lotta
 industriale
 del futuro
 vedrà
 una
 competizione
 della
 presenza,
 nella
 quale
 ognuno
 si impegnerà
a
imporre
il
proprio
impero
spettrale
e
a
fare
fuori
tutti
gli
altri. Sarà
una
sorda
ma
spietata
guerra
tra
fantasmi.

4.4
L’AVVENTO
DI
UN
“POTERE-KAIROS” Autorità.
Costrizione.
Paura.
Sono
questi
i
tre
fondamenti
su
cui
si
basa
ogni potere.
È
grazie
a
questo
imperioso
trittico
che
Dio
o
le
divinità
si
assicurano la
 venerazione
 delle
 comunità
 umane.
 È
 poggiandosi
 a
 questi
 pilastri
 che
 i capi
tribù
o
i
re
possono
regnare,
o
che
i
tiranni
impongono
la
loro
volontà. Questi
tre
principi
categorici
producono
i
loro
effetti
in
vari
modi
e
a
diversi

gradi,
 a
 seconda
 dei
 casi.
 Sono
 anche
 alla
 base
 dei
 regimi
 democratici moderni
 fondati
 sulla
 legge,
 sui
 regolamenti
 e
 su
 un
 apparato
 di
 polizia finalizzati
a
garantire
un
certo
ordine
delle
cose.
Ogni
potere,
infatti,
riveste una
 superiorità
 simbolica
 e
 formale
 che
 gli
 consente
 di
 sottomettere
 gli individui
e
genera
in
loro
la
sensazione
che,
non
piegandosi
ai
suoi
codici
e
ai suoi
 costumi,
 incorreranno
 in
 qualche
 rischio.
 Se
 questa
 armatura
 ha prevalso
 a
 lungo,
 sul
 volgere
 del
 XX
 secolo
 si
 è
 verificato
 un
 progressivo cambio
di
rotta
nella
nostra
rappresentazione,
quando
cioè
le
scienze
umane hanno
cominciato
a
svelare
gli
innumerevoli
giochi
di
potere
che,
sotto
varie forme
e
al
di
là
del
tradizionale
ambito
politico,
costellavano
le
nostre
vite. Il
potere
non
si
limiterebbe
a
essere
incarnato
da
un
principe
o
da
un’altra figura
simbolo,
umana
o
istituzionale,
ma
si
estenderebbe,
manifestandosi
a più
livelli:
nella
coppia,
in
famiglia,
sul
posto
di
lavoro,
in
certe
usanze,
nella caratterizzazione
dei
generi,
nel
linguaggio
–
che
con
la
sua
struttura
e
il
suo uso
corrente
contribuisce
a
fissare
delle
norme
–,
ma
anche
in
maniera
del tutto
inaspettata
in
mezzo
alla
calca,
sulla
banchina
della
metropolitana,
o
in una
fila,
per
esempio.
Ad
ogni
modo,
indipendentemente
dalle
sue
forme,
la struttura
 tripartita
 autorità-costrizione-paura
 rimane
 invariata.
 Nonostante l’evoluzione
 delle
 definizioni,
 essa
 continua
 a
 determinare
 la
 nostra concezione
e
le
nostre
esperienze
del
potere.
Ma
d’ora
in
poi
ci
troveremo
di fronte
a
una
configurazione
completamente
nuova,
la
cui
natura
inedita
sfida le
nostre
categorie.
Si
fa
strada,
infatti,
un
nuovo
tipo
di
sovranità
che,
per
la prima
volta
nella
storia,
non
è
il
frutto
di
queste
tre
dimensioni,
ma
di
una composizione
 completamente
 diversa.
 Essa
 deriva
 dall’onniscienza
 e dall’onnipresenza
e
prende
il
nome
di
potere­kairos. La
 sua
 caratteristica
 non
 è
 obbligare,
 ma
 detenere
 un
 sapere
 superiore destinato,
alla
lunga,
a
riferirsi
alla
totalità
del
reale,
cosa
che
gli
attribuisce una
certa
importanza
e
un
certo
ascendente.
Questa
facoltà
non
è
comparsa ex
 nihilo,
 ma
 nasce
 da
 una
 “visione”
 che
 non
 era
 a
 portata
 di
 tutti
 e inizialmente
 ha
 avuto
 bisogno
 di
 cogliere
 un
 nuovo
 ethos,
 che un’architettura
tecnologica,
allora
in
nuce,
poteva
generare.
Google
è
stato
il primo
 ad
 averlo
 percepito
 e
 ad
 avere
 poi,
 dagli
 inizi
 degli
 anni
 Duemila, progressivamente
 perfezionato
 il
 modello;
 dobbiamo
 riconoscergli
 questa forma
di
prescienza,
questa
capacità
di
intuire
in
anticipo,
prima
di
chiunque altro,
 che
 l’interpretazione
 algoritmica
 delle
 situazioni
 associata
 alla descrizione
 delle
 conseguenti
 azioni
 da
 intraprendere
 avrebbe
 istituito
 un nuovo
 ordine
 delle
 cose.
 Quello
 che
 ha
 fatto
 è
 stato
 dunque
 sfruttare
 i dispositivi
esistenti
a
tal
fine
e,
al
contempo,
elaborare
dei
processi
destinati a
dare
corpo
a
questa
disposizione.

Il
disegno
esige
la
costruzione
di
un
edificio
a
due
piani.
Nel
primo
trovano posto
 tutta
 una
 serie
 di
 strumenti
 sofisticati
 volti
 a
 guidare
 i
 nostri comportamenti;
 questi
 strumenti
 rappresenteranno
 le
 armi
 in
 grado
 di collocare
 il
 loro
 detentore
 agli
 avamposti
 della
 nuova
 lotta
 economica
 del nostro
 tempo:
 la
 conquista
 del
 comportamentale.
 Questa
 funge
 da
 base indispensabile
 per
 il
 piano
 superiore,
 incaricato
 di
 raggiungere
 l’obiettivo finale,
 ossia
 essere
 continuamente
 parte
 integrante
 dei
 nostri
 gesti, individuali
 e
 collettivi,
 sempre
 al
 nostro
 fianco,
 sui
 nostri
 corpi,
 mentre facciamo
 l’amore,
 mentre
 dormiamo,
 quando
 siamo
 al
 bagno,
 in
 macchina, sui
mezzi
di
trasporto,
sul
posto
di
lavoro,
al
ristorante,
in
mezzo
agli
amici, nei
momenti
di
gioia
e
in
quelli
di
dolore.
L’industria
del
digitale
deve
ormai dare
 prova
 di
 una
 scienza
 del
 chronos;
 è
 impegnata
 a
 essere
 presente
 su tutta
la
linea
del
tempo
delle
nostre
vite
e
pretende
di
dotarsi
di
tutti
i
mezzi utili
per
apparire,
in
ogni
circostanza,
come
l’unica
entità
adatta
a
garantirci, meglio
di
noi
stessi
e
di
chiunque
altro,
il
buon
funzionamento
delle
cose.
A tal
 scopo
 è
 fondamentale
 coltivare
 un
 acuto
 senso
 dell’occasione
 (kairos), saper
 anticipare,
 prima
 di
 tutti
 gli
 altri,
 le
 aspirazioni
 dichiarate
 o
 non dichiarate,
 reali
 o
 simulate,
 delle
 persone,
 e
 rispondervi;
 in
 altre
 parole,
 è fondamentale
ergersi
a
maestro
nell’arte
del
kairos. È
 necessario
 allora
 occupare
 l’intero
 campo
 di
 battaglia:
 la
 casa
 connessa, l’automobile
 senza
 pilota,
 il
 tempo
 libero,
 il
 benessere,
 la
 salute, l’istruzione…
Risulta
più
facile
capire
perché
gli
attori
abbiano
sviluppato
dei consorzi
 –
 come
 Alphabet,
 casa
 madre
 di
 Google
 –
 destinati
 non
 tanto
 a offrire
 gamme
 diversificate
 di
 riferimenti,
 quanto
 a
 mettere
 a
 disposizione beni
 e
 servizi
 che
 possano
 rapportarsi
 alla
 quasi-totalità
 delle
 sequenze
 del nostro
 quotidiano.
 Sta
 tutta
 qui
 la
 differenza
 con
 le
 grandi
 aggregazioni storiche,
come
General
Motors
o
Mitsubishi,
fondate
sulla
moltiplicazione
di attività
 industriali
 e
 commerciali
 senza
 collegamenti
 diretti
 le
 une
 con
 le altre.
 Dato
 che
 è
 impossibile
 coprire
 tutti
 i
 bisogni
 della
 vita,
 la
 strategia complementare
consiste
nell’ergersi
a
piattaforma,
nello
svolgere
il
ruolo
di interfaccia
 principale,
 per
 essere
 in
 grado,
 eventualmente
 e
 in
 qualsiasi occasione,
 di
 mettere
 in
 contatto
 le
 persone
 e
 gli
 altri
 marchi.
 Anche
 in questo
 caso
 Google
 si
 è
 mostrato
 perfettamente
 all’altezza
 tramite
 il
 suo motore
 di
 ricerca,
 e
 lo
 stesso
 vale
 per
 Amazon,
 e
 in
 minima
 parte
 per Facebook
 con
 Marketplace.
 È
 la
 ragione
 per
 cui
 si
 formano
 nuovi
 tipi
 di alleanze,
 che
 vedono
 i
 grandi
 distributori
 come
 Walmart
 o
 Carrefour associarsi
a
Google
per
conquistare
una
posizione
egemonica
nel
commercio online.19
 Gli
 altoparlanti
 intelligenti
 e
 gli
 assistenti
 virtuali
 rappresentano altri
mezzi
utili
a
consolidare
la
presenza;
la
loro
unica
missione,
per
quanto

riguarda
 gli
 industriali,
 è
 quella
 di
 svolgere
 la
 funzione
 di
 piattaforma universale,
ragion
per
cui
gli
attori
maggiori
–
primi
tra
tutti
Google,
Apple
e Amazon
 –
 intendono
 controllare
 in
 prima
 persona
 sia
 l’ideazione
 che
 la gestione. Ed
è
anche
la
ragione
per
cui
ora
è
meglio
evitare
qualsiasi
“interruzione
di connessione”
 nella
 relazione
 con
 i
 clienti,
 tanto
 da
 cercare
 un
 modo
 per consegnare
gli
articoli
anche
quando
in
casa
non
c’è
nessuno.
A
tal
scopo,
nel 2018
 Amazon
 ha
 rilevato
 la
 start
 up
 Ring,
 specializzata
 in
 serrature
 e campanelli
 connessi
 e
 in
 telecamere
 piazzate
 nelle
 vicinanze
 o
 all’interno delle
 abitazioni
 per
 garantire
 le
 consegne
 in
 qualsiasi
 circostanza.20
 Alla lunga
 sarà
 possibile
 fare
 la
 spesa
 tramite
 Echo,
 l’altoparlante
 smart
 di Amazon;
 gli
 ordini
 saranno
 gestiti
 da
 Whole
 Foods
 Market,
 società alimentare
specializzata
in
prodotti
biologici
(acquisita
da
Amazon
nel
2017), e
 poi
 verranno
 disimballati
 da
 noi
 grazie
 ai
 procedimenti
 messi
 a
 punto
 da Ring.
 L’azienda
 madre
 si
 trova
 così
 all’interno
 di
 un
 processo
 nuovo,
 nel quale
si
articolano
disposizione
al
suggerimento,
registrazione
degli
ordini
e organizzazione
della
logistica
generale.
Donde
tutta
una
serie
di
acquisizioni realizzate
al
fine
di
essere
sempre
più
presente
in
tutti
gli
anelli
della
catena dei
 consumi.
 Oggigiorno
 l’industria
 “tech”
 più
 che
 ingegnarsi
 a
 concepire prodotti
 in
 senso
 stretto,
 si
 sforza
 di
 sviluppare
 rami
 d’azienda
 collegati
 ai vari
 settori
 di
 attività:
 FoodTech,
 CleanTech,
 HealthTech,
 BeautyTech, FinTech,
 CivicTech,
 HappyTech…
 E
 “LifeTech”,
 potremmo
 aggiungere
 noi, conformemente
 al
 recente
 emergere
 di
 una
 “industria
 della
 vita”.21 Potremmo
legittimamente
stupirci
di
fronte
a
queste
dimensioni
faraoniche; eppure
si
tratta
di
una
strategia
elaborata
con
pazienza
e
nel
corso
di
anni; l’intenzione,
 più
 o
 meno
 dichiarata,
 non
 è
 tanto
 vendere,
 quanto
 fare
 da collegamento,
ben
presto
in
modo
imprescindibile,
tra
il
mondo,
gli
altri
e
il nostro
 corpo,
 da
 una
 parte,
 e
 le
 nostre
 coscienze
 e
 tutte
 le
 fatiche
 del quotidiano,
dall’altra. Il
paragone
con
gli
Stati,
ormai
trito
e
ritrito,
risulta
quanto
mai
fuori
luogo, fuorviante
 e
 miope,
 perché
 le
 modalità
 in
 vigore
 e
 i
 rispettivi
 scopi
 non possono
 essere
 equiparati.
 Si
 tratta
 più
 propriamente
 di
 un
 cambiamento nella
nozione
di
potere
il
quale
non
presuppone
più
di
delegare
la
paura
a
un sovrano
 che
 incarni
 lo
 Stato
 e
 protegga
 i
 cittadini
 con
 la
 sua
 autorità, secondo
la
concezione
hobbesiana,
e
neppure
di
istituire
delle
“tecnologie
del potere”
(Foucault)
al
fine
di
imporre
un
ordine,
come
il
“biopotere”
che
cerca di
domare
più
o
meno
surrettiziamente
i
corpi.
Quello
con
cui
abbiamo
a
che fare
 sono
 le
 tecnologie
 di
 un
 potere
 nuovo,
 che
 però
 portano
 un
 nome

diverso:
 tecnologie
 dell’amministrazione
 della
 vita
 e
 della
 premura.
 La distinzione
aristotelica
tra
polis
e
oikos,
 città
 e
 casa,
 politica
 e
 economia
 va sfumando
per
via
di
una
serie
di
potenze
che
si
impegnano
a
essere
sempre presenti,
 e
 solo
 e
 soltanto
 per
 noi.
 A
 quanto
 pare
 stiamo
 passando,
 con
 lo stesso
 entusiasmo
 del
 XIX
 secolo,
 dallo
 stadio
 del
 feticismo
 delle
 merci analizzato
da
Marx
allo
stadio
del
feticismo
dell’istante
meglio
governato. Dovremmo
 smetterla
 di
 dare
 credito
 a
 quel
 fenomeno
 sensazionalista
 dalla portata
sopravvalutata
che
è
il
transumanesimo,
e
renderci
conto
che
quella che
si
sta
via
via
instaurando
è
un’umanità
completamente
diversa,
non
una “postumanità”,
ma
un’umanità
accudita,
covata,
teleguidata
da
server,
che ha
 come
 conseguenza
 la
 subdola
 irruzione
 di
 una
 regressione
 della
 civiltà. Certo,
i
processi
che
si
stanno
formando
hanno
contorni
ben
più
subdoli,
ma sono
destinati
ad
avere
una
portata
diversamente
determinante.
Cosa
stiamo cercando?
Cosa
stiamo
inseguendo,
in
modo
quasi
sconsiderato,
da
un
po’
di tempo
 a
 questa
 parte?
 Stiamo
 forse
 tentando
 di
 soddisfare
 la
 nostra propensione
 alla
 pigrizia,
 il
 nostro
 bisogno
 di
 sicurezza
 e
 di
 comodità, affidandoci
 a
 forze
 dotate
 di
 capacità
 sempre
 più
 elevate?
 A
 questa situazione
 fanno
 eco
 in
 modo
 inquietante
 le
 riflessioni
 di
 Dominique Dubarle,
religioso
e
filosofo
francese
appartenente
all’ordine
dei
domenicani, comparse
nel
1948
su
Le
Monde22
e
così
commentate
da
Norbert
Wiener:
“Il pericolo
 con
 la
 machine
 à
 gouverner
 di
 padre
 Dubarle
 non
 è
 che
 possa esercitare
 un
 controllo
 autonomo
 sull’umanità:
 è
 troppo
 rudimentale
 e imperfetta
 perché
 possa
 mostrare
 anche
 solo
 un
 millesimo
 della
 condotta indipendente
 e
 risoluta
 tipica
 degli
 esseri
 umani.
 Il
 vero
 pericolo,
 ben diverso,
è
che
macchine
come
queste,
per
quanto
impotenti
da
sole,
possano essere
 utilizzate
 dall’essere
 umano
 o
 da
 un
 gruppo
 di
 esseri
 umani
 per aumentare
il
loro
controllo
sul
resto
dell’umanità”.23 Qualcosa
di
questa
asimmetria
radicale
è
di
certo
destinato
a
prevalere,
ma è
 fondamentale
 individuare
 bene
 i
 fenomeni
 per
 evitare
 che
 la
 confusione regni
 ovunque
 sovrana:
 non
 siamo
 di
 fronte
 a
 delle
 forme
 di
 controllo
 o, come
 si
 sente
 spesso
 dire
 in
 giro,
 di
 “ipercontrollo”,
 no.
 È
 importante cogliere
 la
 differenza
 decisiva
 tra
 “controllo”
 e
 “influenza”,
 le
 loro
 finalità sono
 ben
 diverse.
 Il
 controllo
 intende
 restringere
 il
 margine
 di
 azione
 e assicurarsi
il
dominio;
l’influenza
cerca
di
essere
presente,
di
instaurare
una relazione
teoricamente
ininterrotta
in
vista
di
un
obiettivo
determinato.
A
tal scopo,
 è
 opportuno
 ricorrere
 a
 strategie
 sottili,
 avere
 un
 volto,
 poter
 essere riconosciuto,
avere
un
nome
e,
al
tempo
stesso,
sapersi
cancellare,
ogni
tanto scomparire
 per
 dare
 la
 sensazione
 di
 lasciare
 un
 po’
 di
 respiro,
 rassicurare riguardo
 il
 persistere
 di
 una
 distanza,
 per
 quanto
 piccola.
 È
 su
 questa

tensione
continua
che
si
regge
l’intimità
algoritmico-industriale,
in
equilibrio tra
 realtà
 tangibile
 e
 distanza
 rispettosa,
 tra
 entità
 rassicurante
 e
 soffio spettrale.
 Una
 presenza
 eccessiva
 sarebbe
 inquietante;
 un’assenza
 evidente spezzerebbe
il
legame. Quello
 che
 caratterizza
 il
 potere-kairos
 è
 il
 fatto
 di
 essere
 polimorfo
 e adattativo
 e
 di
 non
 limitarsi
 a
 un
 registro
 ristretto
 di
 funzioni
 ma
 di rispondere
 a
 tutte
 le
 circostanze
 della
 vita;
 il
 suo
 scopo
 è
 quello
 di proteggerci,
farsi
carico
della
nostra
igiene
e
del
nostro
benessere,
sollevarci dalle
 fatiche,
 fare
 in
 modo
 di
 farci
 godere
 di
 ogni
 situazione,
 distrarci…
 Sa gestire
 le
 nostre
 paure,
 le
 nostre
 angosce,
 le
 nostre
 mancanze,
 le
 nostre aspirazioni
 segrete,
 i
 nostri
 limiti.
 È
 dotato
 di
 una
 conoscenza
 emotiva
 che non
smette
mai
di
affinarsi,
al
confine
con
il
sapere
psicanalitico.
Per
di
più sembra
condensare
virtù
fino
a
qui
considerate
in
antitesi
tra
loro,
offrendo
a tutti
 il
 meglio,
 pretendendo
 al
 contempo
 di
 prendere
 parte
 alla
 buona organizzazione
 generale,
 di
 costruire
 “comunità
 di
 interesse”,
 di
 ridurre l’“impronta
 di
 carbonio”,
 di
 permettere
 alle
 popolazioni
 povere
 di
 uscire dalla
 miseria,
 di
 arricchirci
 in
 un
 modo
 o
 nell’altro…
 In
 questa organizzazione
 la
 soddisfazione
 dei
 propri
 bisogni
 e
 desideri
 sconfina
 dal semplice
 ambito
 personale
 per
 partecipare
 al
 “migliore”
 assetto
 comune, all’interno
di
una
logica
“solidale”
nuova
che
però
si
riallaccia
all’aspirazione hegeliana
 analizzata,
 in
 ottica
 marxista,
 da
 Alexandre
 Kojève,
 che
 puntava all’avvento
 di
 uno
 “Stato
 universale
 e
 omogeneo
 nel
 quale
 la
 vita
 collettiva […]
coincida
completamente
con
la
‘vita
personale’
che
smette
così
di
essere puramente
 ‘privata’”.24
 Due
 livelli
 di
 potere
 vengono
 così
 a
 intersecarsi, agendo
 in
 molti
 modi
 sulla
 vita
 di
 ognuno
 e
 sull’intero
 tessuto
 sociale.
 In questo
 senso
 ci
 troviamo
 di
 fronte
 a
 una
 dimensione
 totalizzante
 ma
 soft, perché
 incaricata
 di
 lavorare
 soltanto
 al
 perfezionamento
 dello
 stato
 sia particolare
che
generale
delle
cose. Non
è
tanto
il
fatto
che
l’ambito
economico
prenda
il
potere,
quanto
che
esso diventi
 la
 condizione
 per
 la
 buona
 gestione
 di
 tutte
 le
 circostanze
 umane. Non
 era
 mai
 stata
 questa
 la
 sua
 prerogativa;
 fino
 a
 poco
 tempo
 fa
 aveva sempre
risposto
a
una
vocazione
unicamente
funzionale;
ora,
invece,
ci
porta ad
adottare
un
modo
di
stare
al
mondo
che
emana
da
uno
stesso
spirito.
Il potere-kairos
 agisce
 su
 di
 noi,
 plasma
 sempre
 più
 in
 profondità
 le
 nostre esistenze,
 deriva
 da
 una
 governance
 più
 o
 meno
 sensibile
 del
 nostro quotidiano,
ma
non
prende
l’aspetto
di
una
forma
di
potere
e
si
configura
più come
una
sostanza
non
identificata,
di
natura
inedita.
Che
nome
potremmo dare
 a
 una
 creatura
 che
 cerca
 in
 ogni
 occasione
 di
 aprirci
 delle
 porte,

rassicurarci,
 accudirci,
 gratificarci,
 cavandoci
 contemporaneamente
 il sangue?
 Vampiro
 benevolo?
 Ma
 la
 vera
 abilità
 di
 questo
 vampiro
 sta
 nel trasmetterci
 la
 sensazione
 che,
 prima
 o
 poi,
 ci
 lascerà
 la
 mano,
 sta
 nel presentarsi,
 in
 un
 modo
 o
 nell’altro,
 come
 un
 meraviglioso
 sostegno
 delle nostre
azioni
e
mai
come
un
mentore
che
ci
sottrae
il
potere. In
 questo
 senso
 la
 trilogia
 autorità-costrizione-paura
 viene
 estromessa
 in favore
 di
 una
 tetralogia
 che
 mette
 insieme
 potenza
 interpretativa, constatazione,
sottigliezza
suggestiva
e
soddisfazione
provata
per
il
risultato prodotto
da
ogni
azione
corrispondente.
Nessun
potere
prima
d’ora
era
mai derivato
 da
 una
 simile
 struttura.
 A
 essere
 ridefinito
 è
 dunque
 il
 nostro rapporto
storico
con
il
potere
che
ci
impedisce,
di
fatto,
di
avere
con
lui
un rapporto
 distanziato
 e
 critico
 per
 poi
 eventualmente
 cercare
 di
 affrancarci dal
 suo
 giogo
 usurpatore.
 Forse
 un
 giorno
 ci
 renderemo
 conto
 che
 la
 forza suprema
 del
 potere-kairos
 –
 con
 la
 sua
 multiformità
 inafferrabile,
 la
 sua dinamica
 permanente
 e
 la
 sua
 volontà
 di
 essere
 sempre
 presente
 –
 sta
 nel fatto
che
non
possiamo
mai
averlo
di
fronte
a
noi
e
sapere
in
tutta
lucidità
di cosa
si
tratti
esattamente;
sta
nel
fatto
di
non
mostrare
mai
per
intero
il
suo volto
 e
 di
 fuggire
 continuamente,
 libero
 di
 esercitare
 i
 suoi
 pieni
 poteri, lontano
da
qualsiasi
forma
di
opposizione
conseguente.

4.5
IL
SEQUENZIAMENTO
E
LA
SCOMPARSA
DEL
REALE Ci
ritroveremo
a
celebrare
dei
funerali
mondiali.
Saranno
di
una
portata
mai vista
 prima,
 a
 testimonianza
 dell’importanza
 della
 perdita
 che
 avremo subito.
 Ma
 non
 avranno
 nulla
 dell’imponenza
 delle
 esequie
 che
 seguono
 la scomparsa
 di
 una
 figura
 reale
 o
 di
 una
 star
 del
 cinema
 o
 del
 rock:
 saranno discreti,
e
non
ci
saranno
lacrime,
piagnistei
o
lamenti.
Anzi,
saranno
festosi e
ci
riempiranno
di
gioia
perché
detestavamo
il
defunto
e
quel
modo
spietato che
aveva
di
obbligarci
a
sottostare
alle
sue
leggi,
sin
dalla
notte
dei
tempi. Le
 nostre
 vite
 saranno
 finalmente
 libere.
 L’irremovibilità
 delle
 cose, l’asprezza,
 la
 crudeltà,
 l’inafferrabilità
 del
 destino
 stanno
 ormai scomparendo.
Tra
qualche
tempo
tutta
questa
pesantezza
non
sarà
altro
che un
vago
ricordo.
Presto
faremo
fatica
anche
solo
a
immaginarla,
a
ricordare tutto
quello
a
cui
ci
costringeva
e
a
cui
ci
esponeva.
Sarà
soltanto
una
reliquia e,
 chissà,
 forse
 non
 ne
 conserveremo
 alcuna
 traccia.
 Questa
 entità agonizzante
e
prossima
alla
morte
è
il
reale,
 quella
 forza
 sorda
 e
 fino
 a
 qui inevitabile
 che
 è
 fonte
 di
 tutte
 le
 nostre
 difficoltà,
 dei
 rischi,
 dei
 conflitti, degli
incontri
fortuiti,
delle
gioie
e
dei
dolori,
dei
cambiamenti
contini
e
degli eventi
imprevedibili,
e
che,
senza
avvertire,
cambia
quasi
a
caso,
nel
bene
o

nel
 male,
 il
 corso
 dei
 nostri
 destini.
 Quel
 reale
 contro
 cui,
 per
 dirla
 con Jacques
Lacan,
non
smettiamo
mai
di
“andare
a
sbattere”,
perché
non
esiste una
 legge
 integrale
 che
 ci
 permetta
 di
 coglierlo
 in
 ogni
 circostanza,
 o
 delle istruzioni
valide
per
l’infinità
dei
suoi
ambiti.
E
ora
ci
troviamo
ad
assistere alla
sua
estinzione. Il
motivo
per
cui
sta
morendo
è
che,
in
modo
abbastanza
inaspettato,
siamo riusciti
a
farlo
a
parlare.
Non
è
più
fatto
di
pieghe
e
zone
d’ombra,
ma
mostra frazioni
sempre
più
estese
di
sé.
Questo
perché
siamo
riusciti
a
sequenziarlo, a
 conoscerlo
 in
 maniera
 dettagliata
 grazie
 all’applicazione
 di
 sensori
 sulle sue
superfici,
in
grado
di
generare
dati
interpretati
da
sistemi
di
intelligenza artificiale.
Siamo
riusciti
ad
avere
una
visione
sempre
più
ampia,
e
alla
lunga quasi
 integrale,
 delle
 cose,
 della
 “natura”,
 delle
 persone,
 dei
 loro
 gesti.
 In trent’anni
 –
 meno
 di
 una
 generazione
 –
 siamo
 passati
 dallo
 stadio
 della società
 cosiddetta
 dell’“informazione”
 a
 un’episteme
 dotata
 di
 una comprensione
 in
 tempo
 reale
 dei
 fenomeni
 del
 mondo.
 E
 allora
 possiamo determinarci
 di
 conseguenza
 e
 raggiungere
 lo
 stadio
 della
 coscienza
 e
 del controllo
assoluto
delle
nostre
azioni.
Non
c’è
più
alcun
limite
al
rilevamento dei
fenomeni
e
alla
nostra
volontà
di
procedere
in
ogni
occasione
nel
modo più
opportuno. L’azienda
 SpaceKnow,
 per
 esempio,
 attraverso
 immagini
 satellitari
 e sistemi
di
intelligenza
artificiale,
intende
analizzare
dal
cielo,
come
una
sorta di
divinità
celeste,
la
quasi
totalità
dei
movimenti
che
avvengono
sulla
Terra. Punta
 a
 stabilire
 il
 livello
 di
 attività
 di
 una
 fabbrica
 automobilistica attraverso
il
calcolo
del
tasso
di
occupazione
dei
suoi
parcheggi;
quello
di
un porto
 commerciale
 attraverso
 l’inventario
 degli
 spostamenti
 delle
 navi; quello
 di
 una
 raffineria
 dal
 calcolo
 dei
 camion
 che
 vi
 scaricano
 il
 petrolio grezzo;
 e
 potremmo
 andare
 avanti
 all’infinito.
 Il
 suo
 fondatore,
 Pavel Machalek,
 afferma
 di
 poter
 presto:
 “rilevare
 e
 comprendere
 tutta
 l’attività umana”.25
 Questi
 discorsi,
 che
 fino
 a
 una
 ventina
 di
 anni
 fa
 ci
 sarebbero sembrati
 completamente
 deliranti,
 trovano
 nei
 fatti
 la
 loro
 giustificazione, nella
 misura
 in
 cui,
 nel
 caso
 di
 certi
 settori,
 è
 diventato
 tecnicamente possibile
controllare
con
estrema
precisione
il
loro
corso
evolutivo. Deteniamo
 ormai
 un
 controllo
 sempre
 maggiore
 sul
 reale;
 possiamo piegarlo
 ai
 nostri
 desideri,
 alle
 nostre
 esigenze,
 sottometterlo
 alle
 nostre categorie;
 presto
 non
 ci
 opporrà
 più
 alcuna
 resistenza.
 Stiamo
 entrando nell’era
 della
 potenza,
 non
 nucleare
 o
 chissà
 quanto
 prodigiosa,
 ma relativamente
discreta,
attribuita
a
tutti
i
settori
della
società
e
a
ognuno
di noi.
 A
 essere
 ridefinito
 è
 dunque
 il
 senso
 dell’azione
 umana
 e,
 più
 in

generale,
 il
 senso
 della
 nostra
 umanità,
 libera
 dal
 dubbio
 e
 dal
 peso
 della responsabilità.
 Ci
 sembrerà
 di
 essere
 in
 totale
 fusione
 con
 il
 mondo;
 una sensazione,
questa,
appartenente
a
una
dimensione
messianica,
che
riprende la
dichiarazione
di
San
Paolo
il
quale
annunciava
l’unione
di
tutti
gli
uomini tra
 loro
 e
 con
 il
 cosmo
 grazie
 all’avvento
 della
 fede
 universale
 e riconciliatrice
 in
 Cristo.
 Arriviamo
 così
 al
 “Punto
 Omega”
 –
 concetto elaborato
 da
 Pierre
 Teilhard
 de
 Chardin
 in
 Il
 fenomeno
 umano26
 –,
 che rappresenta
l’ultima
tappa
dello
sviluppo
della
complessità
verso
la
quale
si dirigeva
inevitabilmente
l’universo,
intrattenendo
un
rapporto
diretto
con
la retorica
 cristiana
 del
 fine
 ultimo.
 L’ideologia
 del
 progresso
 inaugurata dall’Illuminismo
e
nata
in
gran
parte
da
un
movimento
anticlericale
e
laico desideroso,
 nel
 suo
 primo
 impulso,
 di
 liberarsi
 di
 un
 ordine
 religioso sclerotizzante,
sfocerebbe
a
più
di
due
secoli
di
distanza
nella
realizzazione
di una
 visione
 millenaristica.
 Cristo,
 San
 Paolo,
 d’Alembert,
 Saint-Simon, Teilhard
 de
 Chardin,
 Norbert
 Wiener,
 la
 visione
 siliconiana
 che
 aspira
 a “rendere
 il
 mondo
 un
 posto
 migliore”,
 oggi
 si
 fonderebbero
 grazie all’istituzione,
su
scala
mondiale,
di
un
nuovo
ordine
tecnico-economico
che opererebbe
una
sintesi
inaspettata
e
starebbe
producendo,
già
da
ora,
i
suoi effetti. Di
 fronte
 alla
 scomparsa
 del
 reale,
 sentiamo
 il
 bisogno
 compulsivo
 di illuderci
 sul
 suo
 conto,
 di
 raccontarci
 delle
 storie.
 Questa
 continua propensione
a
non
volerlo
accettare
in
quanto
tale,
a
immaginare
che
le
cose abbiano
un
tenore
diverso
da
quello
che
hanno
nei
fatti,
è
stata
definita
da Clément
 Rosset
 “doppio”.27
 Nel
 corso
 di
 tutta
 la
 sua
 opera,
 Rosset
 ha cercato
 di
 rammentarci
 che
 il
 reale
 non
 è
 portatore
 di
 alcun
 doppio
 di
 sé stesso,
che
non
esistono
elementi
all’infuori
di
quelli
in
cui
siamo
immersi
e che
 è
 inutile
 immaginare
 delle
 scappatoie,
 perché
 il
 reale
 è,
 e
 questo
 è tautologico
e
inevitabile.
Si
manifesta
ovunque,
in
ogni
momento
e
in
modo sempre
 particolare,28
 impedendoci
 di
 applicare
 soluzioni
 già
 pronte;
 in questo
 dà
 prova
 di
 una
 spietata
 crudeltà29
 e,
 nonostante
 tutte
 le
 nostre costruzioni
e
chimere,
non
possiamo
sfuggire
alla
sua
legge.
Ormai
abbiamo messo
 a
 punto
 un’altra
 strategia
 che
 non
 consiste
 più
 nel
 correre
 dietro
 ai miraggi,
ma
nel
torcere
il
reale,
nell’adattarlo
ai
nostri
canoni,
per
aprire
le porte
 al
 migliore
 dei
 mondi,
 quello
 teorizzato
 da
 Leibniz
 ed
 emanante
 da Dio,
e
che
oggi
sarebbe
il
risultato
della
miracolosa
potenza
dell’intelligenza artificiale. Quello
 che
 emerge
 è
 un
 ambiente
 trasparente
 e
 libero
 da
 costrizioni.
 I territori
 stranieri
 non
 vengono
 più
 percepiti
 come
 distanti,
 ma
 come

improvvisamente
 vicini,
 e
 questo
 grazie
 a
 sistemi
 di
 traduzione
 vocale istantanea,
come
Travis
Translator
o
Google
Pixel
Buds,
in
grado
di
metterci in
contatto
con
qualsiasi
individuo
della
Terra
senza
bisogno
di
imparare
la sua
lingua
o
fare
alcuno
sforzo,
riportandoci
così
al
nostro
stato
prebabelico. Oppure
 è
 possibile
 continuare
 a
 fare
 quello
 che
 stiamo
 facendo
 mentre
 un lovebot,
come
per
esempio
l’assistente
virtuale
Tinder
Box,
seleziona
profili per
noi,
chatta
usando
un
linguaggio
naturale,
mette
“like”
a
foto
e
post
e,
se necessario,
 fissa
 persino
 appuntamenti.
 Se
 invece
 preferiamo
 non sbarazzarci
 del
 tutto
 dell’essere
 umano,
 possiamo
 sempre
 relazionarci
 con un
“essere
virtuale”
come
Azuma,
un
“ologramma
da
compagnia”
per
uomini single,30
 o
 avere
 rapporti
 sessuali
 con
 delle
 sex
 doll,
 bambole
 a
 grandezza naturale,
come
quelle
fabbricate
dalla
società
RealDoll,31
dotate
di
un
corpo in
silicone
e
di
uno
scheletro
snodato
che
le
rende
capaci
di
assumere
diverse posizioni.
 I
 “proprietari”
 possono
 “programmare
 la
 loro
 personalità”, modificarne
 il
 volto,
 scegliere
 la
 forma
 e
 la
 misura
 del
 seno,
 regolare
 il timbro
 della
 voce
 e
 dar
 loro
 un
 nome
 che
 poi
 le
 bambole
 ricorderanno durante
le
“conversazioni”
per
rispondere
più
docilmente
a
tutti
i
desideri. Forse
 stiamo
 raggiungendo
 lo
 stadio
 doppiamente
 psichiatrico
 secondo
 il quale
 diamo
 un
 senso
 a
 ogni
 cosa
 e
 ci
 determiniamo
 di
 conseguenza.
 Ogni significato
formato
deve
infatti
trovare
immediatamente
un
prolungamento in
 un’azione
 corrispondente.
 La
 conseguenza
 è
 che
 ci
 ritroviamo
 a
 essere affetti
 da
 apofenia,
 disturbo
 mentale
 derivante
 da
 un’alterazione
 della percezione
 e
 che
 consiste
 nell’attribuire
 un
 senso
 inappropriato
 alle
 cose
 o nello
 stabilire
 connessioni
 immotivate
 tra
 i
 fatti.
 È
 a
 questo
 ordine
 che appartengono
 tutti
 quei
 sistemi
 pensati
 per
 “conversare”
 con
 una
 persona scomparsa,
 come
 il
 dispositivo
 sviluppato
 dalla
 start
 up
 Luka
 Inc,
 che riunisce
i
messaggi
e
i
post
di
un
defunto,
raccoglie
tutti
gli
articoli
usciti
sul suo
 conto
 e
 progetta
 una
 chatbot
 che
 presenta
 i
 suoi
 stessi
 “tic
 linguistici”, permettendo
 così
 all’utente
 di
 “parlare”
 con
 lui
 quando
 ne
 ha
 voglia.
 La società
 Replika,
 che
 ha
 concepito
 un
 sistema
 simile,
 propone
 di
 ritrovare
 il “sosia
di
un
morto
in
un’app
dello
smartphone”.32
Ma
c’è
chi
ha
ambizioni ancora
più
grandi,
come
il
professor
Hossein
Rahnama,
del
MIT
Media
Lab, che
 lavora
 su
 chatbot
 cosiddette
 di
 “eternità
 aumentata”
 che
 si
 nutrono
 di tutte
le
tracce
disponibili
relative
a
figure
storiche
con
le
quali
sarà
possibile “dialogare”,
come
per
esempio
Giulio
Cesare,
Caravaggio
o
Molière. Siamo
 talmente
 tanto
 esaltati
 dall’idea
 di
 incontrare
 sempre
 meno
 ostacoli che
 desideriamo
 che
 questa
 condizione
 prenda
 una
 dimensione
 totale
 e definitiva.
La
soluzione
potrebbe
essere
a
portata
di
mano,
e
mi
riferisco
agli

impianti
 intracerebrali
 attualmente
 oggetto
 di
 numerose
 ricerche nell’ambito
 delle
 “interfacce
 neurali”
 (brain­computer
 interface, letteralmente
“interfacce
cervello-computer”).
Come
quelle
che
si
dice
siano sviluppate
 da
 Neuralink,
 una
 società
 creata
 dal
 multimprenditore
 Elon Musk,
 famoso
 per
 la
 sua
 propensione
 compulsiva
 a
 spingersi
 sempre
 oltre qualsiasi
 limite.
 Il
 progetto
 consiste
 nell’intrecciare
 minuscole
 componenti elettroniche
tra
i
nostri
miliardi
di
neuroni
al
fine
di
“aumentare”
le
capacità cerebrali
e
poter
“un
giorno
scaricare
o
salvare
i
nostri
pensieri”.
In
quanto, afferma
 Musk,
 “è
 proprio
 perché
 subiamo
 la
 concorrenza
 delle
 intelligenze artificiali
che
dovremmo
anche
noi
diventarne
una,
nella
speranza
di
restare in
gara”,33
affinché
ognuno
di
noi
riesca,
dall’alto
del
suo
prossimo
controllo totale,
a
dominare
in
qualsiasi
momento
il
corso
degli
eventi.
Così,
dato
che viviamo
il
tempo
di
tutte
le
possibilità,
che
generalmente
portano
a
sequele di
 deliri
 e
 a
 forme
 estreme
 di
 ingenuità,
 Bryan
 Johnson
 ha
 creato
 Kernel, una
start
up
destinata
ad
aumentare
la
nostra
“capacità
cognitiva”
e
a
“farci provare
 cosa
 significa
 essere
 qualcun
 altro,
 così
 forse
 riusciremo
 a distruggere
 il
 concetto
 di
 nemico”.34
 Esiste
 forse
 testimonianza
 più
 chiara della
 nostra
 recente
 volontà,
 risultato
 delle
 condizioni
 della
 tecnica,
 di sradicare
qualsiasi
scoria
e
immergerci
in
uno
stato
di
soddisfazione
e
pace perpetue? Un
 altro
 modo
 per
 riuscirci
 consiste
 nel
 lavorare,
 già
 da
 ora,
 alla progettazione
di
future
intelligenze
artificiali
cosiddette
“generali”,
delle
AGI –
acronimo
di
Artificial
General
Intelligence
–,
delle
“superintelligenze”
che avrebbero
 la
 meglio
 su
 tutto.
 Delle
 IA
 “forti”
 (strong
 AI)
 opposte
 a
 quelle attuali
considerate
invece
“deboli”
(weak
AI)
e
“limitate”
(narrow
 AI).
 Una simile
prospettiva
sarebbe
“ragionevolmente”
possibile
grazie
in
particolare al
 machine
 learning
 destinato
 a
 generare
 tecnologie
 della
 perfezione
 che portano
 all’instaurazione
 di
 un
 mondo
 fatto
 di
 una
 stessa
 perfezione.
 La società
 Nnaisense,
 per
 esempio,
 intende
 mettere
 a
 punto
 una
 “percezione sovraumana
 costituita
 da
 intelligenze
 artificiali
 polivalenti”,35
 dotate
 della stessa
 varietà
 di
 capacità
 di
 cui
 è
 dotato
 l’essere
 umano,
 ma
 superandole infinitamente,
in
conformità
di
ogni
aspirazione
antropomorfica.
Risulta
più chiaro,
 forse,
 come
 mai
 c’è
 chi
 pensa
 che
 la
 nostra
 realtà
 sia
 “simulata”.36 Perché,
 contrariamente
 alle
 nostre
 convinzioni
 ancestrali
 sbagliate,
 il
 reale non
 sarebbe
 il
 prodotto
 di
 un’infinità
 di
 forze
 di
 ogni
 genere,
 ma
 di
 un processo
universale
perfettamente
strutturato
e
del
quale
noi,
per
ignoranza, avremmo
 sempre
 contrastato
 il
 corso;
 i
 recenti
 sviluppi
 tecnologici permetterebbero
finalmente
di
svelare
il
suo
tenore,
fino
a
qui
rimasto
celato

alla
nostra
coscienza,
e
di
godere
del
suo
pieno
potenziale
concedendoci
a
lui senza
limiti. Stiamo
 assistendo
 alla
 rapida
 abolizione
 di
 qualsiasi
 distanza
 con
 il
 reale, quella
 che
 aveva
 sempre
 prevalso
 sin
 dalla
 notte
 dei
 tempi,
 in
 direzione
 di una
 fusione
 con
 il
 nostro
 ambiente
 circostante
 che
 funge
 da
 plasma regolatore.
 Nel
 1637,
 nelle
 Meditazioni
 metafisiche,
 Cartesio
 racconta
 lo sforzo
 metodico
 del
 pensiero,
 di
 cui
 ognuno
 di
 noi
 in
 teoria
 è
 capace,
 con l’obiettivo
di
munirsi
dei
giusti
strumenti
per
la
comprensione
del
reale.
Per ritrovare
 le
 basi
 della
 certezza
 e
 rifondare
 la
 conoscenza
 scientifica,
 egli ritiene
 sia
 utile
 isolarsi,
 ritirarsi
 lontano
 dai
 suoi
 contemporanei,
 in
 una forma,
 giudicata
 salutare,
 di
 distacco.
 Da
 allora
 essere
 lucido
 significherà dedicarsi
al
ritiro,
all’esplorazione
attiva
e
alla
distanza
critica.
La
cosiddetta “intelligenza
 artificiale”
 produce
 una
 “luce
 bianca”
 che
 illumina
 ogni fenomeno
 affinché
 niente
 rimanga
 più
 all’interno
 di
 zone
 oscure
 ed enigmatiche,
le
stesse,
cioè,
che
mobilitano
la
nostra
intelligenza
e
ci
danno l’opportunità
 di
 sviluppare
 legami
 aperti
 e
 potenzialmente
 fecondi
 con
 gli esseri
e
le
cose. Nietzsche
 riteneva
 che
 la
 volontà
 di
 trovare
 un
 senso
 a
 tutto,
 di
 avere ragione
di
tutto,
fosse
il
sintomo
di
un
rifiuto
dell’irriducibile
complessità
del reale.
 Ai
 suoi
 occhi
 era
 una
 pura
 follia,
 riconducibile
 al
 razionalismo socratico
che
pretendeva
di
fornire,
con
la
dialettica,
gli
strumenti
necessari a
 superare
 le
 contraddizioni
 del
 sensibile,
 ad
 affrancarsi
 dai
 tormenti
 della vita
 e
 ad
 accedere
 alla
 verità,
 in
 conformità
 di
 una
 propensione
 che
 egli denunciava
in
un
capitolo
del
Crepuscolo
degli
idoli
 intitolato
 “Il
 problema di
 Socrate”.
 È
 proprio
 per
 questo,
 per
 questa
 nostra
 pulsione
 a
 volerci continuamente
 affrancare
 dalla
 vulnerabilità
 e
 a
 volerci
 dotare
 di
 un controllo
 totale,
 che
 saremmo
 arrivati
 a
 disfarci
 di
 noi
 stessi,
 delle
 nostre facoltà,
generando
un
nuovo
tipo
di
vulnerabilità,
ad
oggi,
però,
non
ancora evidente.
 È
 ancora
 presto
 per
 renderci
 davvero
 conto
 delle
 sue
 prime manifestazioni.
 Si
 starebbe
 annunciando
 un
 crudele
 contraccolpo:
 le
 tanto agognate
 logiche
 organico-dinamiche
 destinate
 a
 farci
 accedere
 a
 tutte
 le ricchezze
 del
 mondo
 presto
 ci
 porteranno
 a
 evolvere
 secondo
 schemi devitalizzati
 che
 non
 faranno
 più
 appello
 alle
 forze
 del
 nostro
 corpo
 e
 della nostra
 mente.
 Forse,
 nonostante
 tutti
 i
 nostri
 sforzi,
 non
 riusciremo
 a disfarci
così
facilmente
del
reale
che
finirà
inevitabilmente
per
manifestarsi: noi
 lo
 metteremo
 alla
 porta
 e
 lui
 entrerà
 dalla
 finestra.
 Come
 è
 accaduto
 a Platone
che,
nonostante
continuasse
ad
affermare
che
l’uso
della
ragione
ci mettesse
al
riparo
dal
fato,
si
è
ritrovato,
di
dialogo
in
dialogo,
a
essere
colto dalla
parte
inevitabile
di
ognuno
di
noi,
ossia
l’amore,
l’amicizia,
le
relazioni

passionali
 tra
 le
 persone,
 tutta
 una
 serie
 di
 forze
 vitali
 che,
 in
 un
 modo
 o nell’altro,
 contrastano
 con
 l’ideale
 di
 una
 razionalità
 assoluta
 chiamata
 a dominare
le
nostre
vite. Perché
 quello
 che
 è
 in
 gioco
 è
 il
 rifiuto
 della
 nostra
 vulnerabilità,
 quella fragilità
 costitutiva
 della
 nostra
 umanità,
 la
 stessa
 che
 ha
 fatto
 dire
 ad Aristotele
 che
 “una
 vita
 così
 vulnerabile
 è
 comunque
 la
 migliore”.37
 La stessa
che
ci
spinge
continuamente
ad
andare
incontro
all’esistenza
e
ai
suoi imprevisti,
 insegnandoci
 a
 far
 fronte
 al
 flusso
 degli
 eventi,
 ad
 affrancarci dalla
sola
necessità
per
comportarci
da
esseri
attivi
che
si
avvalgono
di
tutto il
potere
della
propria
sensibilità
e
del
proprio
intelletto.
Martha
Nussbaum ha
 lavorato
 a
 lungo
 sul
 principio
 della
 vulnerabilità
 e
 ha
 affermato
 che
 la consapevolezza
della
propria
fallibilità
è
la
base
per
una
società
immune
da qualsiasi
 forma
 di
 sfruttamento
 simbolico
 ed
 effettivo
 delle
 debolezze
 di chiunque.38
 Dall’odio
 per
 la
 nostra
 condizione
 e
 dall’odio
 per
 il
 reale (Nietzsche),
 ci
 siamo
 lanciati
 nell’insensata
 impresa
 di
 voler
 sradicare
 la vulnerabilità
connaturata
nell’esistenza,
quella
che
stimola
la
linfa
del
nostro essere.
Tocca
quindi
a
noi
–
a
tutti
coloro
che
intendono
confrontarsi
senza paura
 con
 la
 concretezza
 inesauribile
 del
 mondo
 e
 che
 sono
 pronti
 a provarne
i
tormenti
e
le
gioie
e
non
si
nutrono
del
nichilismo
dell’odio
di
sé
e degli
 altri,
 ma
 al
 contrario
 hanno
 fede
 nelle
 infinite
 capacità
 umane
 di coltivare
i
propri
valori
fondanti
e
inventare
liberamente
forme
plurali
di
vita –,
tocca
a
noi,
dunque,
difendere
il
reale. Il
 reale
 è
 quello
 che
 deve
 essere
 difeso
 perché
 condiziona
 la
 possibilità
 di provare
la
gamma
virtualmente
infinita
delle
nostre
facoltà,
di
perfezionarle e
 di
 inscriverci
 come
 individui
 singoli
 che
 evolvono
 all’interno
 di
 una collettività.
 Il
 reale
 è
 l’instaurazione,
 nell’incertezza,
 di
 legami
 con
 gli
 altri che
ci
fanno
accettare
la
contraddizione
e
ci
fanno
aprire
a
rappresentazioni e
immaginari
differenti.
Il
reale
è
il
linguaggio,
la
lingua,
le
nostre
lingue
che ci
ordinano
continuamente
di
giocare
con
loro,
di
rischiare
combinazioni
che spezzano
la
routine
e
fanno
scivolare
la
mente,
offrendoci
l’occasione
di
non ridurre
 il
 nostro
 ordinario
 a
 delle
 formule
 preconfezionate.
 Il
 reale
 è
 il destino
 collettivo
 che
 cerchiamo
 di
 migliorare
 nel
 dissenso
 e
 nell’accordo possibilmente
 fruttuosi.
 Il
 reale
 è
 l’amore
 inverosimile
 che
 non
 avremmo mai
conosciuto,
il
bambino
che
non
sarebbe
mai
nato,
le
ferite
che
ci
fanno crescere.
Il
reale
è
l’inaspettato,
le
sorprese
che
ci
sconvolgono
e
suscitano
il fascino
 per
 l’istante
 che
 verrà.
 Il
 reale
 è
 quello
 che
 fa
 dire
 a
 Cervantes
 con gioiosa
insolenza
che
“per
la
libertà,
così
come
per
l’onore,
si
può
e
si
deve mettere
 a
 rischio
 la
 vita”.39
 Il
 reale
 è
 la
 fantasticheria,
 la
 poetica
 della

fantasticheria,
l’accettazione
del
silenzio
e
l’ipotesi
spesso
sana
dell’inazione. In
 nome
 di
 tutte
 queste
 palpitazioni
 che
 ci
 legano
 alla
 vita,
 il
 reale
 deve essere
 difeso
 con
 le
 unghie
 e
 con
 i
 denti.
 Difendere
 il
 reale
 è
 la
 principale lotta
politica
del
nostro
tempo.
E
voi
che
intendete
sradicarlo,
siate
pur
certi che
noi
lo
difenderemo
e
che
metteremo
in
atto
tutti
gli
sforzi
necessari
per salvaguardare
 questo
 reale
 che,
 sì,
 si
 riduce
 sempre
 più,
 ma
 continua
 a sopravvivere.
Il
reale
che
mi
fa
scrivere
queste
pagine,
il
reale
che
costituisce la
 sostanza
 e
 il
 sale
 della
 nostra
 vita,
 il
 motore
 delle
 nostre
 speranze,
 sì, sappiate
che
combatteremo
con
tutte
le
nostre
forze
per
preservare
il
nostro reale
che
è
il
campo
di
espressione
della
nostra
libertà,
il
campo
d’azione
dei nostri
 destini,
 il
 nostro
 terreno
 comune.
 In
 suo
 nome
 affiliamo
 sin
 d’ora
 le nostri
armi,
il
combattimento
si
annuncia
feroce,
e
siamo
soltanto
all’inizio.

1.
Cfr.
“la
legge
per
una
Repubblica
digitale”,
promulgata
dall’Assemblea
nazionale
francese
il
7
ottobre 2016.
 Questa
 legge
 di
 stampo
 tecnoliberista
 punta
 in
 particolare
 a
 “liberare
 l’innovazione
 facendo circolare
 le
 informazioni
 e
 le
 conoscenze,
 per
 preparare
 la
 Francia
 alle
 sfide
 mondiali
 dell’economia dei
dati”.
http://www.economie.gouv.fr/republique-numerique. 2.
Claude-Henri
de
Rouvroy,
conte
di
Saint-Simon,
L’Organizzatore,
Parigi
1819. 3.
 Cfr.
 il
 rapporto
 commissionato
 dallo
 Stato
 a
 Erik
 Orsenna
 e
 Noël
 Corbin,
 ispettore
 generale
 degli affari
 culturali,
 “Voyage
 au
 pays
 des
 bibliothèques.
 Lire
 aujourd’hui,
 lire
 demain”,
 ministero
 della Cultura,
febbraio
2018.
Sulle
conclusioni
di
questo
rapporto
leggere
l’articolo
di
Éric
Dussert
e
Cristina Ion,
“Bonne
sieste
à
la
bibliothèque”,
Le
Monde
diplomatique,
n.
771,
giugno
2018. 4.
Norbert
Wiener,
The
Human
Use
Of
Human
Beings:
Cybernetics
and
Society,
cit.,
p.
179. 5.
Jean
Baudrillard,
Perché
non
è
già
tutto
scomparso?,
trad.
it.
di
David
Santoro,
Castelvecchi,
Roma 2013,
p.
35. 6.
Jean
Baudrillard,
Perché
non
è
già
tutto
scomparso?,
trad.
it.
di
David
Santoro,
Castelvecchi,
Roma 2013,
p.
35. 7.
 Margaret
 Thatcher
 pronuncia
 questa
 frase
 durante
 un’intervista
 per
 la
 rivista
 Woman’s
 Own
 nel settembre
1987. 8.
Hannah
Arendt,
Responsabilità
e
giudizio,
cit.,
pp.
26-27. 9.
Simon
Leplâtre,
“En
Chine,
des
citoyens
sous
surveillance”,
Le
Monde,
15
giugno
2018. 10.
Brice
Pedroletti,
“En
Chine,
le
fichage
high-tech
des
citoyens”,
Le
Monde,
11
aprile
2018. 11.
Anon,
regia
di
Andrew
Niccol,
Netflix,
2018. 12.
 Black
 Mirror,
 “Caduta
 libera”
 (“Nosedive”),
 scritto
 da
 Charlie
 Brooker,
 diretto
 da
 Joe
 Wright, stagione
3,
episodio
1,
Netflix,
data
di
messa
in
onda
originale
21
ottobre
2016. 13.
 Friedrich
 Nietzsche,
 Così
 parlò
 Zarathustra,
 Parte
 terza,
 “Il
 convalescente”
 (1884),
 trad.
 it.
 di Mazzino
Montinari,
Adelphi,
Milano
2017,
p.
255. 14.
Lewis
Mumford,
Tecnica
e
cultura,
trad.
it.
di
Ettore
Gentilli,
il
Saggiatore,
Milano
1961,
p.
376. 15.
Hannah
Arendt,
Tra
passato
e
futuro,
trad.
it.
di
Tania
Gargiulo,
Garzanti,
Milano
1991,
p.
129. 16.
 Alex
 Pentland,
 Fisica
 sociale.
 Come
 si
 propagano
 le
 buone
 idee,
 trad.
 it.
 di
 Bernardo
 Parrella, Università
Bocconi
editore,
Milano
2015. 17.
Jessica
Gourdon,
“Libérés
des
voitures,
les
sous-sols
deviennent
le
terrain
de
jeu
des
start
up”,
Le Monde,
6
ottobre
2017. 18.
Team
X,
gruppo
di
architetti
composto
da
Aldo
van
Eyck
e
Alison
e
Peter
Smithson,
oppostosi
alle concezioni
razionaliste
del
modernismo.
Si
è
occupato
di
dare
forma
a
dei
principi
che
tenessero
conto del
 contesto,
 della
 storia
 degli
 abitanti,
 dei
 loro
 desideri,
 prediligendo
 la
 diversità
 in
 varie
 forme.
 È stato
attivo
dagli
anni
Cinquanta
fino
all’inizio
degli
anni
Ottanta.
Sulla
sua
storia,
i
suoi
scritti
e
le
sue relazioni
cfr.
in
particolare
Team
10,
1953­1981,
In
Search
of
a
Utopia
of
the
Present,
NAI
(Nederlands Architectuurinstituut),
Rotterdam
2008. 19.
Cfr.
Jérôme
Marin,
“Face
à
Amazon,
Walmart
s’allie
avec
Google
dans
le
commerce
en
ligne”,
Le Monde,
 23
 agosto
 2017
 e
 Cécile
 Prudhomme,
 Alexandre
 Piquard,
 “Carrefour
 s’allie
 à
 Google
 pour contrer
Amazon”,
Le
Monde,
11
giugno
2018. 20.
Nick
Wingfield,
“Amazon
Buys
Ring,
Maker
of
Smart
Home
Products”,
The
New
York
Times,
 27 febbraio
2018. 21.
 Nozione
 che
 avevo
 sviluppato
 in
 La
 siliconizzazione
 del
 mondo.
 L’irresistibile
 espansione
 del liberismo
 digitale
 (trad.
 it.
 di
 Daniele
 Petruccioli,
 Einaudi,
 Torino
 2018)
 e
 che
 dava
 il
 titolo
 a
 un capitolo
del
libro. 22.
Dominique
Dubarle,
“Vers
la
machine
à
gouverner?”,
Le
Monde,
28
dicembre
1948. 23.
Norbert
Wiener,
The
Human
Use
Of
Human
Beings:
Cybernetics
and
Society,
cit.,
pp.
180-181. 24.
 Dominique
 Auffret,
 Alexandre
 Kojève.
 La
 philosophie,
 l’État,
 la
 fin
 de
 l’histoire,
 Grasset,
 Parigi 1990,
p.
98. 25.
Martin
Untersinger,
“SpaceKnow,
l’entreprise
qui
analyse
le
monde
en
croisant
images
satellites
et intelligence
artificielle”,
Le
Monde,
12
marzo
2017. 26.
 Pierre
 Teilhard
 de
 Chardin,
 Il
 fenomeno
 umano,
 trad.
 it.
 di
 Ferdinando
 Ormea,
 il
 Saggiatore, Milano
1968. 27.
Cfr.
Clément
Rosset,
Le
Réel
et
son
double,
Gallimard,
Parigi
1976. 28.
Cfr.
Id.,
L’Objet
singulier,
Minuit,
Parigi
1979.

29.
Cfr.
Id.,
Le
Principe
de
cruauté,
Minuit,
Parigi
1988. 30.
 Morgane
 Tual,
 “Azuma,
 l’hologramme
 de
 compagnie
 destinée
 aux
 célibataires”,
 Le
 Monde,
 22 luglio
2017. 31.
Yves
Eudes,
“La
poupée
gonflable
de
demain
sera
bavarde
et
connectée”,
Le
Monde,
7
agosto
2017. 32.
Yves
Eudes,
“Replika,
le
double
d’un
défunt
dans
une
appli
mobile”,
Le
Monde,
23
luglio
2017. 33.
 Steven
 Levy,
 “How
 Elon
 Musk
 and
 Y
 Combinator
 Plan
 to
 Stop
 Computer
 from
 Taking
 Over”, Backchannel,
11
dicembre
2015. 34.
Alexandre
Piquard,
“L’intelligence
artificielle,
star
inquiétante
du
Web
Summit
à
Lisbonne”,
cit. 35.
 Cfr.
 https://nnaisense.com/.
 È
 alquanto
 significativo
 che
 le
 diciotto
 fotografie
 dei
 responsabili presenti
sulla
home
page
del
sito
della
società
ritraggano
soltanto
volti
maschili. 36.
 Kevin
 Loria,
 “Neil
 Degrasse
 Tyson
 Thinks
 There’s
 a
 ‘very
 High’
 Chance
 the
 Universe
 Is
 Just
 a Simulation”,
Business
Insider,
22
aprile
2016. 37.
Aristotele,
Etica
Nicomachea. 38.
Martha
C.
Nussbaum,
La
fragilità
del
bene:
fortuna
ed
etica
nella
tragedia
e
nella
filosofia
greca, trad.
it.
di
Merio
Scattola
e
Rosamaria
Scognamiglio,
il
Mulino,
Bologna
1996. 39.
Miguel
de
Cervantes,
Don
Chisciotte
della
Mancha
(1615),
seconda
parte,
capitolo
LVIII,
trad.
it.
di Barbara
Troiano
e
Giorgio
Di
Dio,
Newton
Compton,
Roma
2017
(I
ed.
2007),
p.
715.

CAPITOLO
5 Manifesto
dell’azione
nell’epoca
dell’esponenziale

5.1
IL
FALLIMENTO
DELLA
NOSTRA
COSCIENZA Le
 rappresentazioni
 collettive
 evolvono
 lentamente
 e
 quasi
 senza
 fare rumore.
 È
 difficile
 identificare
 i
 processi
 che
 sono
 all’origine
 di
 questi cambiamenti,
 nella
 maggior
 parte
 dei
 casi
 sono
 impercettibili
 e
 sfuggono
 a una
netta
discriminazione.
Ciò
che
caratterizza
queste
trasformazioni
per
lo più
silenziose
è
che,
a
differenza
delle
esperienze
personali,
è
generalmente impossibile
 datare
 con
 precisione
 i
 primi
 segni
 delle
 loro
 manifestazioni, perché
 non
 è
 mai
 un
 unico
 evento
 a
 provocarle
 ma
 una
 serie
 di
 fatti
 che, agendo
più
o
meno
di
concerto
e
seguendo
durate
diverse,
contribuiscono
a rinnovare
surrettiziamente
le
percezioni.
Queste
mutazioni
hanno
bisogno
di tempo
 per
 cristallizzarsi
 e
 anche
 quando
 sembrano
 avere
 preso
 finalmente corpo
continuano
a
mostrarsi
reticenti
all’idea
che
se
ne
possa
stabilire
una genealogia.
 Un
 esempio:
 agli
 inizi
 del
 2010
 si
 è
 prodotta
 una
 discreta
 ma progressiva
metamorfosi
nel
nostro
rapporto
con
le
tecnologie
digitali.
Fino a
 quel
 momento
 oscillavamo
 tra
 la
 soddisfazione,
 per
 non
 dire
 la fascinazione,
 verso
 le
 nuove
 facoltà
 di
 cui
 ci
 facevano
 dono,
 e
 una
 certa indifferenza
 nei
 confronti
 di
 alcuni
 dei
 loro
 effetti.
 Ma
 principalmente suscitavano
 in
 noi
 entusiasmo
 e
 approvazione.
 Poi,
 ad
 un
 tratto,
 la
 nostra serena
 approvazione
 è
 stata
 minata
 da
 alcuni
 avvenimenti.
 Sarebbe
 inutile sciorinarli
 tutti,
 ma
 è
 vero
 che
 ce
 ne
 sono
 stati
 alcuni
 più
 rilevanti
 di
 altri. Come
 l’affermazione
 dell’allora
 amministratore
 delegato
 di
 Google
 Eric Schmidt
 che
 nel
 2010
 dichiarò
 che
 l’azienda
 intendeva
 “organizzare
 tutta l’informazione
del
mondo”,
dando
prova
di
un’ambizione
tanto
sorprendente quanto
preoccupante. Lo
stesso
anno
Nicholas
Carr
pubblicò
un
libro
che
ebbe
un’eco
in
tutto
il mondo,
 Internet
 ci
 rende
 stupidi?
 Come
 la
 rete
 sta
 cambiando
 il
 nostro cervello,1
 e
 che
 intendeva
 esporre
 i
 diversi
 impatti
 negativi
 sui
 nostri comportamenti
 e,
 singolarmente,
 sulle
 nostre
 capacità
 cognitive,
 causati dall’utilizzo
abituale
di
internet.
La
rapida
e
contestuale
diffusione
dei
social network,
 e
 in
 particolare
 di
 Facebook,
 cominciava
 a
 dare
 origine
 a
 slanci compulsivi
 di
 espressività
 che
 arrivavano
 a
 rasentare
 l’esibizionismo
 con
 la pubblicazione
 continua
 di
 foto
 favorita
 anche
 dal
 fenomeno,
 diventato
 ben presto
 popolare,
 del
 selfie.
 Inoltre,
 in
 tutte
 le
 fasce
 di
 età
 e
 di
 popolazione, andava
 via
 via
 diffondendosi
 una
 nuova
 patologia:
 la
 dipendenza
 da

schermo.
 Un
 movimento
 ancora
 relativamente
 sconosciuto
 ai
 nostri
 occhi cominciava
 a
 far
 parlare
 di
 sé;
 dalle
 bocche
 dei
 suoi
 adepti,
 tutti
 per
 lo
 più concentrati
 nella
 Silicon
 Valley,
 uscivano
 affermazioni
 alquanto
 strane
 e preoccupanti:
 dicevano,
 per
 esempio,
 di
 avere
 in
 mano
 il
 controllo
 delle logiche
della
vita
e
che
un
giorno
non
molto
lontano
sarebbero
stati
in
grado di
sconfiggere
la
morte
attraverso
il
“download
dei
nostri
cervelli”
su
dei
chip in
silicio.
Prenderli
sul
serio
non
era
facile,
ma
con
loro
si
faceva
strada
un limite
 che
 dava
 conto
 di
 una
 forma
 di
 eccesso,
 per
 non
 dire
 di
 disturbo psichiatrico,
 che
 colpiva
 le
 persone
 coinvolte
 nella
 realizzazione
 di
 queste innovazioni,
 sulle
 quali
 diventava
 legittimo
 interrogarsi.
 Allo
 stesso
 modo, cominciavano
 a
 venire
 a
 galla
 le
 complesse
 macchinazioni
 che
 la
 maggior parte
 di
 loro
 metteva
 in
 atto
 per
 sfuggire
 al
 fisco
 di
 molti
 Paesi
 e
 che contribuivano
 a
 infangare
 la
 loro
 immagine
 e
 a
 porre
 una
 distanza
 nei
 loro confronti.
 Tutti
 questi
 fenomeni
 suscitavano
 legittimamente
 delle preoccupazioni,
 ma
 ci
 fu
 un
 avvenimento
 che,
 più
 di
 altri,
 rappresentò
 il culmine
 di
 questo
 graduale
 ma
 sempre
 più
 massiccio
 movimento:
 le clamorose
 rivelazioni
 di
 Edward
 Snowden
 nel
 giugno
 del
 2013.
 Snowden rivelò
 al
 mondo
 la
 portata
 colossale,
 e
 in
 gran
 parte
 illegale,
 della sorveglianza
 digitale
 condotta
 dalle
 agenzie
 di
 intelligence
 americane
 e
 di molti
 altri
 Stati.
 Di
 colpo
 era
 evidente
 che
 la
 nostra
 percezione
 a
 livello mondiale
 andava
 via
 via
 modificandosi
 e
 che
 bisognava
 cominciare
 a preoccuparsi
di
una
nuova
questione:
la
protezione
dei
nostri
dati
personali e,
di
conseguenza,
della
nostra
privacy. Si
trattava
di
una
sfida
estremamente
delicata
visto
che
a
essere
in
gioco
era niente
meno
che
la
tutela
della
nostra
intimità,
alla
quale
tutti
teniamo,
e
che rischiava
 di
 essere
 minacciata
 dalla
 cosiddetta
 “rivoluzione
 digitale”, risvegliando
 i
 ricordi
 di
 spietate
 pratiche
 passate.
 Se
 nel
 corso
 degli
 anni precedenti
 questi
 argomenti
 venivano
 soltanto
 evocati
 di
 tanto
 in
 tanto, presto
divennero
le
cause
di
un’ansia
globale.
Un’ansia
certo
peggiorata
dalla serie
 di
 attentati
 perpetrati
 dallo
 Stato
 Islamico
 a
 partire
 da
 quello
 stesso periodo,
che
comportarono
un
rafforzamento
delle
misure
di
sicurezza
e
dei sistemi
di
controllo
sulle
persone.
Un’ansia
che
non
ha
smesso
di
aumentare, al
 punto
 di
 diventare
 l’unico
 oggetto
 delle
 nostre
 preoccupazioni relativamente
 alle
 tecnologie
 digitali
 e
 di
 sovradeterminare
 le
 nostre modalità
di
percezione.
Non
appena
un
nuovo
protocollo
o
l’installazione
di un
 dispositivo
 sembrano
 destare
 qualche
 sospetto
 e
 dare
 dei
 problemi, vengono
 immediatamente
 e
 sistematicamente
 ricondotti
 alla
 questione
 dei dati
 personali,
 della
 sorveglianza
 e
 della
 tutela
 della
 privacy.
 Questa preoccupazione
 è
 diventata
 quasi
 un
 riflesso
 generalizzato
 che
 ormai
 copre

tutto
 il
 resto
 nascondendo
 gli
 altri
 fenomeni.
 Oggigiorno
 assumere
 una posizione
“critica”
significa
focalizzarsi
su
questi
argomenti,
pare
non
esserci niente
 di
 più
 scottante.
 Alla
 fine
 questo
 atteggiamento
 non
 dovrebbe sorprenderci
più
di
tanto:
esso
riflette
il
liberismo
politico
delle
democrazie attuali
 e
 la
 nostra
 intenzione
 di
 restringere
 la
 questione
 della
 libertà unicamente
 alla
 nostra
 sfera
 personale,
 conformemente
 alla
 formula
 di Benjamin
Constant
secondo
cui
l’ideale
della
libertà
consiste,
in
fin
dei
conti, in
 “una
 parte
 dell’esistenza
 umana
 che
 resta
 necessariamente
 individuale
 e indipendente
e
che
è
di
diritto
fuori
da
ogni
competenza
sociale”.2 Esistono
 istituzioni
 politiche
 incaricate
 di
 assicurare
 l’applicazione
 della legge
sulla
tutela
dei
dati
personali,
come
la
CNIL
(Commission
nationale
de l’informatique
et
des
libertés)
in
Francia,
i
corrispettivi
organismi
europei
o altre
istituzioni
sparse
per
il
mondo
dai
compiti
più
o
meno
simili.
Le
prime vennero
 create
 alla
 fine
 degli
 anni
 Settanta,
 quando
 la
 progressiva informatizzazione
 della
 società,
 e
 di
 conseguenza
 quella
 delle amministrazioni,
 cominciava
 a
 mostrarsi
 potenzialmente
 capace
 di intraprendere
 la
 stessa
 vasta
 opera
 di
 schedatura
 che
 era
 stata
 in
 vigore anche
nel
blocco
comunista,
e
a
cui
si
opponevano
le
democrazie
liberiste.
Se all’epoca
il
loro
ruolo
era
positivo,
in
quanto
facevano
da
freno,
con
il
tempo si
sono
evolute
non
tanto
negli
obiettivi
quanto
nella
natura
dei
loro
compiti che
 dovevano
 estendersi
 all’esame
 di
 tutti
 gli
 strumenti
 nuovi
 che continuavano
 ad
 apparire,
 seguito
 dalla
 stesura
 di
 valutazioni
 fatte unicamente
 sulla
 base
 della
 tutela
 delle
 libertà
 personali.
 Questi
 organismi dovrebbero
svolgere
il
ruolo
di
guardiani
e
tenere
sotto
controllo
le
derive
di certi
utilizzi
del
digitale
così
come
il
rispetto
di
alcuni
principi
fondamentali. In
 realtà
 l’ideologia
 liberista
 che
 da
 sempre
 li
 anima,
 li
 rende
 ciechi
 nei confronti
di
altre
sfide
altrettanto
importanti.
L’unica
cosa
che
li
preoccupa
è il
 rispetto
 della
 privacy.
 Non
 c’è
 nient’altro
 che
 li
 mobilita,
 né
 la mercificazione
 della
 vita
 indotta
 dalle
 infinite
 velleità
 predatrici
 dei
 giganti dell’economia
 digitale
 e
 dal
 continuo
 proliferare
 di
 start
 up,
 né
 l’estrema razionalizzazione
 delle
 società
 sostenuta
 dall’“innovazione
 disruptiva”,
 né l’involuzione
 della
 facoltà
 di
 giudizio
 causata
 dall’istallazione
 di
 sistemi,
 in particolare
 sul
 posto
 di
 lavoro.
 No,
 niente
 di
 tutto
 questo
 è
 oggetto
 di indagini
o
rapporti.
Anzi,
i
loro
procedimenti
mirano
soltanto
a
sostenere
lo sviluppo
 dell’economia
 dei
 dati
 e
 delle
 piattaforme;
 i
 responsabili
 di
 tutte queste
 CNIL
 non
 fanno
 che
 rivendicare
 l’importanza
 di
 un
 “corretto inquadramento
 dei
 dati”
 per
 riuscire
 a
 ottenere
 la
 fiducia
 degli
 utenti
 e aiutare
lo
sviluppo
dell’industria
digitale.

Per
 tradizione,
 infatti,
 all’interno
 dei
 regimi
 politici
 che
 hanno
 concepito questi
organismi,
lo
Stato
di
diritto
deve
avere
come
scopi
primari
assicurare la
proprietà
privata
e
il
libero
mercato.
Nati
nel
XVIII
secolo
in
Germania
e Inghilterra,
 questi
 due
 principi
 dovevano
 aiutare
 a
 contenere
 l’esercizio arbitrario
del
potere
in
grado
di
ostacolare
le
iniziative
provenienti
dalle
élite illuminate,
in
particolare
dagli
attori
economici.
Nel
corso
del
tempo,
giuristi e
 politologi
 li
 hanno
 affinati
 elaborando
 un’architettura
 legale
 destinata
 a controllare
 l’azione
 delle
 autorità:
 separazione
 dei
 poteri,
 uguaglianza davanti
 alla
 legge,
 indipendenza
 della
 giustizia.
 Il
 costituzionalismo
 ha tradotto
 la
 volontà
 di
 sottomettere
 i
 governanti
 a
 delle
 regole
 definite
 in anticipo
 e
 trascritte
 all’interno
 di
 un
 documento
 ufficiale:
 la
 Costituzione. Sembra
 dunque
 naturale
 che
 nel
 maggio
 del
 2018
 l’Assemblea
 nazionale francese
abbia
inserito
nella
Costituzione
la
protezione
dei
dati
personali,
in conformità
della
tradizione
politica
liberista
maggioritaria
del
Paese,
che
qui, visto
 quanto
 deriva
 da
 un
 chiaro
 rifiuto
 di
 altre
 dimensioni
 altrettanto decisive,
prende
la
forma
di
un
travestimento
tecnico-social-liberista.3 In
 queste
 ventate
 di
 buona
 coscienza
 si
 concentra
 tutta
 la
 doxa
 liberista,
 a cui
 si
 unisce
 ormai
 l’iconoclastia
 libertariana.
 La
 CNIL
 organizza
 “dibattiti sugli
 algoritmi”
 e
 sulla
 “lealtà”
 auspicando,
 senza
 il
 minimo
 senso
 del ridicolo,
 la
 costituzione
 di
 una
 “piattaforma
 nazionale
 di
 auditing
 degli algoritmi”!
Un’assurdità!
Come
se
gli
algoritmi,
nel
loro
groviglio
e
nella
loro abbondanza,
 potessero
 essere
 oggetto
 di
 “auditing”,
 e
 su
 quale
 base?
 Il rispetto
della
privacy,
come
sempre?
D’altronde
tutto
il
resto
non
rientra
nel radar
 concettuale
 e
 programmatico
 di
 questi
 enti
 che,
 nonostante
 le
 loro buone
 intenzioni,
 lavorano
 alla
 rapida
 instaurazione
 di
 un
 antiumanesimo per
ora
ancora
mascherato.
E,
a
riprova
di
questo,
di
fronte
al
proliferare
di dispositivi
di
raccolta
dati,
il
“‘laboratorio
di
prospettiva’
della
CNIL
auspica la
creazione
di
‘comitati
consultivi’
sulla
privacy”
nelle
collettività.4
Ancora
e sempre
 e
 soltanto
 questo,
 è
 il
 regno
 del
 fumo
 negli
 occhi
 e
 del
 sostegno deliberato
 da
 parte
 delle
 istituzioni
 pubbliche
 a
 un
 modello
 economico
 e civile
 indegno.
 Il
 Regolamento
 generale
 sulla
 protezione
 dei
 dati
 (RGPD), nato
 in
 gran
 parte
 dall’operato
 dei
 vari
 CNIL,
 entrato
 in
 vigore
 nel
 maggio del
 2018,
 che
 ha
 fatto
 saltare
 di
 gioia
 i
 “difensori
 della
 privacy”,
 ha
 come unico
interesse
quello
di
rispondere
alle
sfide
economiche
con
il
pretesto
di “restituire
 il
 controllo
 agli
 internauti”.
 Un
 dispositivo
 che
 i
 suoi
 ideatori hanno
 presentato
 come
 basato
 sui
 “valori
 europei”,
 certo,
 quei
 valori
 che hanno
 ispirato
 l’assillo
 per
 il
 mercato
 unico,
 forgiati
 dalle
 storiche
 figure europee
liberali,
come
John
Locke,
Montesquieu
o
Alexis
de
Tocqueville
per esempio,
 ma
 che
 avrebbero
 rinnegato
 altre
 figure
 non
 meno
 europee
 ma

diversamente
preoccupate
di
difendere
la
dignità
e
l’integrità
umane:
George Orwell,
Simone
Weil,
Günther
Anders,
o
Hannah
Arendt,
per
citarne
alcuni. Perché
 queste
 organizzazioni
 incarnano
 in
 modo
 esemplare
 la
 gretta ossessione
 della
 libertà
 personale,
 la
 mediocrità
 avvilente
 della
 propria piccola
libertà
personale.
Ne
sono
un
esempio
le
varie
associazioni
di
“difesa di
un’‘Internet
libera’”,
come
La
Quadrature
du
Net
che,
sulla
home
page
del suo
sito,
dichiara
l’obiettivo
principale
della
sua
lotta:
“Internet
&
Libertés”,5 o
 l’Electronic
 Frontier
 Foundation
 che
 accoglie
 i
 visitatori
 del
 suo
 sito
 con una
 frase
 di
 stampo
 apertamente
 siliconiano:
 “The
 leading
 non
 profit defending
 digital
 privacy,
 free
 speech,
 and
 innovation”6
 (“La
 principale organizzazione
 non
 profit
 di
 difesa
 della
 protezione
 della
 privacy
 digitale, della
libertà
di
espressione
e
d’innovazione”).
Questi
gruppi,
così
come
altri, conformemente
 al
 loro
 spirito
 geeko-libertariano,
 cercano
 soltanto
 di navigare
 al
 riparo
 dallo
 sguardo
 altrui
 e
 delle
 autorità,
 per
 esempio
 per scaricare
 “liberamente”
 file
 per
 lo
 più
 sottoposti
 al
 regime
 storico
 e inalienabile
del
diritto
d’autore
che
loro,
però,
si
vantano
di
violare.
Questa pratica
 viene
 infatti
 percepita
 ormai
 come
 un
 diritto
 acquisito,
 qualcosa
 di cui
 non
 è
 necessario
 parlare,
 magari
 consultando
 tutte
 le
 parti
 interessate, perché
 tanto
 fa
 parte
 dell’“etica”
 di
 un’“Internet
 libera”.
 Un
 altro
 successo consiste
nell’aver
sostenuto
l’elaborazione
di
servizi
di
messaggistica
criptata o
nel
procedere
a
scambi
commerciali
esenti
da
qualsiasi
tassazione
grazie
ai miracoli
della
blockchain.
Tutte
queste
“comunità”
non
riescono
a
guardare più
in
là
del
chiodo
fisso
della
tutela
della
privacy,
emblematica
dell’egoismo diffuso
dell’epoca;
non
si
preoccupano
mai
delle
modalità
di
organizzazione indotte
dai
sistemi,
dell’utilitarismo
crescente,
delle
logiche
di
potere
in
atto, no:
 sono
 obnubilate
 unicamente
 dall’ansia
 della
 protezione
 dei
 dati personali.
 La
 libertà
 si
 riduce
 infatti
 a
 una
 dimensione
 strettamente individuale
 ma
 difesa
 all’interno
 di
 una
 “causa
 comune”,
 alleviando
 così l’eventuale
 senso
 di
 colpa
 di
 sentirsi
 chiusi
 nel
 proprio
 soffocante
 universo personale.
Questa
concezione,
a
dir
poco
restrittiva,
non
è
forse
moralmente e
politicamente
colpevole
proprio
perché
non
presuppone
più,
per
dirla
con Castoriadis,
“che
abbiamo
accettato
l’alienazione
o
l’eteronimia
politica,
che ci
 siamo
 rassegnati
 all’esistenza
 di
 una
 sfera
 statale
 separata
 dalla collettività,
e
che
abbiamo
finito
con
l’aderire
a
questa
visione
del
potere
(e anche
della
società)
come
un
‘male
necessario’”?7 Questa
 “etica”
 fondata
 sulla
 sempiterna
 ed
 esclusiva
 questione
 dei
 dati personali
e
della
privacy
oggi
funge
da
panacea;
si
ricorre
a
lei
di
continuo, nonostante
 crei
 confusione,
 nasconda
 le
 questioni
 davvero
 scottanti
 e
 lasci campo
libero
ai
vari
sviluppi
tecnologici
e
a
coloro
che
vi
si
applicano,
primi

tra
 tutti
 i
 ricercatori,
 gli
 ingegneri
 e
 i
 roboticisti,
 ai
 quali
 ultimamente sembra
che
non
riesca
a
uscire
altra
parola
dalla
bocca.
Dato
che
la
maggior parte
di
loro
è
incapace
di
comprendere
l’impatto
di
ciò
che
producono,
dato che
ormai
va
di
moda
esprimere
qualche
“dubbio
critico”,
e
dato
che
la
loro percezione
è
così
tanto
miope,
non
fanno
altro
che
ripetere
in
coro
in
modo meccanico
 lo
 stesso
 ritornello,
 sperando
 in
 questo
 modo
 di
 pulirsi
 la coscienza
e
fare
bella
figura
agli
occhi
dell’opinione
pubblica.
Alcuni
di
loro
a volte
scrivono
libri,
generalmente
di
bassa
qualità,
di
poco
interesse
e
fermi su
 questa
 doxa.
 Intervengono
 in
 congressi
 nei
 quali
 inevitabilmente
 arriva sempre
 il
 momento
 fatale
 in
 cui
 attaccano
 a
 parlare
 di
 certe
 loro “preoccupazioni”
 che
 però
 verranno
 controbilanciate
 dall’affermazione secondo
 cui
 è
 fondamentale
 “mettere
 l’uomo
 al
 centro
 del
 processo”
 e
 altre fesserie
del
genere,
dando
la
sensazione
che,
con
intenzioni
simili,
le
cose
si aggiusteranno
da
sole.
Peccato
dimentichino
regolarmente
di
menzionare
gli interessi
 economici
 in
 gioco,
 quelli
 che
 guidano
 davvero
 le
 danze;
 del
 resto come
potrebbero
farlo,
dal
momento
che
ne
dipendono
direttamente.
Come se
 non
 bastasse,
 a
 volte
 entrano
 a
 far
 parte
 di
 “comitati
 etici”
 composti
 da ricercatori
 di
 tutto
 il
 mondo,
 come
 l’IEEE
 Standards
 Association,8
 o
 altri creati
dalle
società
stesse,
veri
e
propri
covi
nei
quali
non
si
fa
che
pontificare sul
fatto
che
è
necessario
“utilizzare
bene”
l’intelligenza
artificiale,
sfruttarla secondo
 logiche
 di
 “complementarità”
 affinché
 venga
 messa
 finalmente
 “a servizio
 dell’uomo”.
 In
 poche
 parole,
 un
 festival
 perenne
 di
 stupidaggini
 e luoghi
comuni
animato
da
scienziati
con
la
faccia
da
boy-scout
scrupolosi. Come
 Lionel
 Prevost,
 per
 citarne
 solo
 uno,
 direttore
 del
 laboratorio Learning,
 Data,
 Robotics
 all’École
 supérieure
 d’informatique,
 électronique, automatique
 (ESIEA),
 che
 in
 modo
 tanto
 ingenuo
 quanto
 irresponsabile dichiara:
“Presto
i
nostri
assistenti
virtuali
si
trasformeranno
in
confidenti
ai quali
raccontare
le
nostre
emozioni,
in
coach
che
ci
aiuteranno
a
preparare
i nostri
 colloqui
 di
 lavoro
 e
 accompagneranno
 i
 bambini
 o
 gli
 anziani
 in difficoltà.
 La
 tecnologia
 è
 qui,
 dobbiamo
 solo
 farne
 buon
 uso”.9
 O
 come Cédric
 Villani,
 che
 sarà
 pure
 un
 bravo
 matematico,
 ma
 non
 appena
 apre bocca
 sull’intelligenza
 artificiale
 non
 è
 in
 grado
 di
 mettere
 insieme
 mezza riflessione
sensata
e
non
fa
che
parlare
per
frasi
fatte,
intrise
di
scientismo
e tecnoliberismo.
 Villani
 sembra
 corrispondere
 perfettamente
 al
 ritratto corrosivo
 che
 Alexandre
 Grothendieck
 fece
 degli
 scienziati
 arruolati
 dagli amministratori
 politici
 e
 dai
 media:
 “Accade
 abbastanza
 di
 rado
 che
 gli scienziati
 si
 interroghino
 sul
 ruolo
 della
 loro
 scienza
 nella
 società.
 Ho l’impressione
 molto
 netta
 che
 più
 sono
 in
 alto
 nella
 gerarchia
 sociale
 e,
 di conseguenza,
 più
 sono
 identificati
 all’establishement,
 o
 comunque
 sono

soddisfatti
 della
 loro
 sorte,
 meno
 rimettono
 in
 discussione
 questa
 religione che
 ci
 è
 stata
 inculcata
 sin
 dalla
 scuola
 elementare,
 secondo
 la
 quale
 ogni conoscenza
scientifica
è
buona,
qualsiasi
sia
il
suo
contesto;
ogni
progresso tecnico
è
buono.
E
di
conseguenza:
la
ricerca
scientifica
è
sempre
buona”.10 Perché
 lui,
 come
 tanti
 altri,
 si
 inscrive
 nella
 scia
 di
 una
 lunga
 tradizione francese
che
da
sempre
integra
una
certa
categoria
di
scienziati
e
ingegneri all’interno
 dei
 grandi
 corpi
 dello
 Stato
 e
 che
 hanno
 contribuito
 a
 forgiare
 il paesaggio
 industriale
 del
 Paese.
 Quelli
 che
 hanno
 studiato
 all’École
 des Mines
 o
 al
 Politecnico
 costituiscono,
 infatti,
 una
 sorta
 di
 aristocrazia specifica
 che
 si
 è
 sviluppata
 in
 stretta
 vicinanza
 con
 il
 potere
 politico
 e
 ha manifestato
una
forma
di
sdegno
nei
riguardi
del
resto
del
consesso
sociale. Probabilmente
 avrebbero
 dovuto
 prestare
 attenzione
 alle
 dichiarazioni
 di padre
 Dubarle
 uscite
 nel
 1948
 su
 Le
 Monde
 a
 proposito
 della
 cibernetica: “Forse
 non
 sarebbe
 male
 se
 le
 squadre
 creatrici
 della
 cibernetica affiancassero
ai
loro
tecnici
venuti
da
tutti
gli
orizzonti
possibili
della
scienza anche
qualche
antropologo
serio
e,
perché
no,
anche
un
filosofo
interessato
a questi
argomenti”.11
È
desolante
constatare
che
non
possiamo
più
aspettarci alcuna
vigilanza
o
presa
di
coscienza
da
parte
di
coloro
i
quali
lavorano
agli sviluppi
tecnologici.
Le
cose
sono
cambiate,
e
da
tempo
ormai.
I
matematici e
 gli
 scienziati
 di
 oggi
 non
 hanno
 nulla
 dell’integrità
 di
 un
 Alexandre Grothendieck,
 eppure
 ne
 avremmo
 così
 tanto
 bisogno.
 In
 realtà
 tutti
 questi ricercatori
 così
 intrisi
 di
 “etica”
 farebbero
 meglio
 a
 smetterla
 di pavoneggiarsi
 con
 i
 loro
 buoni
 principi
 e
 a
 riflettere
 in
 coscienza
 sulle ricadute
 delle
 loro
 “innovazioni”
 non
 soltanto
 sulle
 nostre
 vite
 private,
 ma anche
sui
nostri
modi
di
vivere;
 temo,
 però,
 che
 non
 sarebbero
 in
 grado
 di cogliere
nemmeno
il
senso
di
questa
frase. Sul
 podio
 dei
 vari
 paladini
 dell’etica
 vale
 la
 pena
 citare
 la
 categoria
 dei “sociologi
dei
media
digitali”.
A
caratterizzarli,
nella
stragrande
maggioranza dei
casi,
è
la
limitatezza
del
loro
campo
di
indagine.
La
maggior
parte
di
loro pensa
di
fare
opera
di
“critica”
lavorando,
ancora
una
volta,
sulla
questione dei
 dati
 personali,
 oppure
 avviano
 tutta
 una
 serie
 di
 ricerche
 psicocomportamentali
sugli
utenti
di
Facebook,
per
esempio,
analizzando
i
clic,
la durata
 e
 la
 frequenza
 degli
 accessi,
 i
 “like”,
 le
 “condivisioni”
 ecc. Generalmente
 i
 risultati
 di
 questi
 studi
 non
 solo
 rimangono
 a
 un
 livello puramente
 osservativo,
 ma
 vengono
 subito
 sfruttati
 da
 marchi
 e
 agenzie
 di marketing,
 e
 addirittura
 dallo
 stesso
 social
 network
 per
 adeguare
 le
 sue funzionalità.
 Un’altra
 particolarità
 della
 professione
 consiste,
 da
 qualche anno,
nell’interessarsi
alle
“bolle
dei
filtri”,
termine
coniato
da
Eli
Pariser
nel suo
 libro
 Il
 filtro.
 Quello
 che
 internet
 ci
 nasconde,12
 che
 indica
 il
 fatto
 di

essere
 continuamente
 rimandati
 alle
 proprie
 preferenze
 durante
 la navigazione,
ingenerando
così
presunte
logiche
di
avvitamento
sulle
proprie categorie
e
abitudini.
O
alle
“distorsioni”,
diventate
nel
giro
di
poco
il
nuovo oggetto
 di
 osservazione
 sociologica
 alla
 moda.
 Quelli
 che
 vi
 indagano intendono
 portare
 alla
 luce
 i
 tropismi
 e
 i
 pregiudizi,
 consci
 o
 inconsci,
 che impregnano
 gli
 algoritmi
 per
 eventualmente
 arginarli;
 ma
 –
 anche
 se riescono
 ad
 agire
 su
 alcuni
 di
 questi
 –
 essi
 rimangono
 indifferenti all’influenza
abusiva
dei
sistemi
su
un
numero
sempre
crescente
di
situazioni che
 per
 questo
 non
 smetterebbero
 di
 presentarsi.
 Di
 questi
 affronti
 i sociologi
del
digitale
non
si
curano:
non
mettono
mai
in
discussione
il
cuore del
 modello,
 ma
 soltanto
 alcuni
 fenomeni
 più
 o
 meno
 significativi
 di superficie,
 in
 quanto
 è
 proprio
 del
 loro
 esame
 che
 la
 maggior
 parte
 di
 loro vive. In
fin
dei
conti
non
fanno
altro
che
convalidare
i
movimenti
in
corso,
nella misura
in
cui
gli
oggetti
stessi
delle
loro
ricerche
si
mantengono
al
margine delle
 questioni
 scottanti
 del
 nostro
 tempo.
 Quando
 mai
 un
 sociologo
 ha trascorso
 un
 periodo
 in
 fabbrica
 per
 osservare
 da
 vicino
 il
 modo
 in
 cui
 i sistemi
dirigono
i
gesti
e
i
ritmi
di
lavoro
degli
operai?
Studiare
le
pratiche
di Facebook
 è
 molto
 più
 comodo
 e
 molto
 meno
 compromettente.
 In
 realtà l’analisi
 degli
 utilizzi
 del
 digitale
 non
 sembra
 essere
 più
 di
 grande
 utilità; vista
la
portata
delle
cose,
questi
programmi
di
osservazione
non
hanno
più alcun
senso.
Sarebbe
molto
più
saggio
esaminare
da
vicino
le
intenzioni
degli ideatori;
a
questo
proposito,
sarebbe
opportuno
procedere
a
una
sociologia dei
laboratori,
come
quella
condotta
ormai
molto
tempo
fa
da
Bruno
Latour e
Steve
Woolgar;13
sarebbe
evidente
a
tutti
la
sottomissione
degli
scienziati al
 potere
 economico.
 O
 ancora
 a
 una
 sociologia
 dei
 comportamenti
 delle grandi
figure
dell’industria
digitale
o
degli
startupper,
che
farebbe
luce
sulle loro
motivazioni.
Capiremmo
meglio
che
traiettoria
sta
prendendo
la
tecnica da
 una
 ventina
 di
 anni
 a
 questa
 parte
 e
 quali
 sono
 gli
 interessi
 che
 la determinano.
 Ma
 è
 vero
 che
 molti
 sociologi
 sono
 dipendenti
 di
 aziende, come
per
esempio
Orange
o
Microsoft,
e
in
quanto
tali
sono
sottoposti
ai
loro ordini,
 il
 che
 li
 porta
 a
 preferire
 di
 entrare
 in
 cantieri
 che
 non
 creino problemi
e
i
cui
lavori
possano
essere
utilizzati
a
fini
strategici.
Sì,
una
parte della
 sociologia
 contemporanea
 è
 diventata
 questo,
 perché
 se
 è
 vero
 che
 in Francia,
 per
 esempio,
 essa
 ha
 preso
 il
 volo
 grazie
 all’appoggio
 di
 istituti
 di istruzione
 superiore
 (École
 pratique
 des
 hautes
 études,
 Conservatoire national
 des
 arts
 et
 des
 métiers,
 Collège
 de
 France…),
 è
 vero
 anche
 che
 è stata
 poi
 progressivamente
 integrata
 all’interno
 di
 istituti
 privati
 e
 i ricercatori
hanno
visto
così
diminuire
la
loro
autonomia
e,
di
conseguenza,
la loro
capacità
critica.

Rimangono
 poi
 i
 cosiddetti
 “pensatori
 di
 internet”
 –
 tra
 i
 quali
 spicca
 il giurista
Lawrence
Lessig,
autore
in
particolare
dell’opera
Cultura
libera14
– che,
da
una
decina
di
anni,
si
fanno
carico
di
narrare
la
storia
della
distopia causata
 dallo
 sviluppo
 dei
 social
 –
 quella,
 cioè,
 della
 terribile
 delusione
 nei confronti
 delle
 nostre
 ardenti
 speranze
 iniziali
 –
 e
 che
 negli
 accesi
 discorsi pronunciati
 nel
 corso
 delle
 messe
 geek,
 incitano
 a
 recuperare
 quella meravigliosa
ventata
di
libertà
che
ci
offriva
il
web
ai
suoi
inizi.
Ma
a
noi
non servono
“pensatori
di
internet”:
a
noi
serve
un
pensiero
della
digitalizzazione del
 mondo,
 di
 quella
 che
 sarà
 a
 lungo
 andare
 la
 sua
 automatizzazione
 e
 di tutte
le
sue
conseguenze
sulle
nostre
vite.
Ma
forse
qui
tocchiamo
una
sorta di
 soffitto
 di
 cristallo
 della
 coscienza
 “critica”
 predominante.
 Non
 che
 si debba
essere
a
tutti
i
costi
radicali,
non
è
questo
il
punto;
ma
è
nostro
dovere cogliere
 la
 radicalità
 dei
 mutamenti
 in
 corso
 che
 portano
 con
 loro
 un cambiamento
 civilizzazionale
 i
 cui
 ingranaggi
 più
 determinanti
 fatichiamo ancora
ad
afferrare.
Tim
Berners-Lee,
uno
dei
fondatori
del
web,
si
dice
lui stesso
preoccupato
delle
derive
della
sua
creatura
e
intende
mettere
a
punto un
 progetto,
 sviluppato
 all’interno
 del
 MIT,
 chiamato
 Solid,
 che
 mira
 a progettare
 una
 nuova
 architettura
 destinata
 a
 “restituire
 il
 potere
 agli internauti”
e
a
fare
di
ogni
individuo
il
“proprietario
dei
suoi
dati”.15
Questo è
 il
 chiaro
 esempio
 di
 un
 grande
 informatico
 rimasto
 bloccato
 in
 schemi vecchi
di
trent’anni,
che
non
vuole
vedere
che
il
web
si
è
spinto
ben
oltre
lo schermo
 e
 non
 si
 limita
 più
 a
 offrire
 un
 accesso
 all’informazione;
 la
 sua infrastruttura
 è
 oggi
 sempre
 più
 sfruttata
 al
 fine
 di
 instaurare
 un orientamento
algoritmico
dei
comportamenti
che
rappresenta
un’offesa
alle nostre
facoltà.
Il
desiderio
di
“dare
potere
agli
internauti”
deriva
al
contempo da
 un’intenzione
 assai
 ingenua,
 eminentemente
 restrittiva
 e
 che
 non contraddirà
 in
 alcun
 modo
 l’assalto
 antiumanista
 in
 corso.
 Limitati
 come siamo
dalla
nostra
ristrettezza
di
vedute,
l’unica
cosa
di
cui
ci
preoccupiamo è
 questa
 benedetta
 storia
 della
 “libertà
 personale”,
 senza
 scomporci minimamente
 invece
 per
 quella
 che
 rappresenta
 la
 principale
 questione etico-politica:
 la
 tutela
 della
 nostra
 autonomia
 di
 giudizio
 e
 della
 nostra incondizionata
 libertà
 di
 esercitarla,
 quella
 libertà
 che
 è
 il
 “coraggio
 di servirci
della
nostra
intelligenza”,
per
riprendere
la
famosa
formula
di
Kant, così
 emblematica
 dell’Illuminismo.
 Anziché
 stare
 in
 ansia
 per
 la
 nostra libertà
personale,
faremmo
meglio
a
preoccuparci
per
la
perdita
progressiva e
più
o
meno
insidiosa
di
questo
coraggio,
per
il
nostro
rifiuto
a
dare
prova
di coraggio,
 per
 questo
 dovremo
 mobilitarci
 in
 qualche
 modo,
 o
 ci
 renderemo colpevoli
di
un
gigantesco
errore
individuale
e
collettivo.

A
rivelarsi
imperioso
non
è
tanto
il
fatto
di
“riprendere
il
controllo
dei
nostri dati”
 e
 di
 tutta
 questa
 etica
 gretta,
 fumosa
 e
 improduttiva,
 quanto
 di costruire
un’etica
della
responsabilità
che
faccia
da
punto
di
appoggio
a
una politica
 dell’azione
 capace
 di
 far
 fronte
 alla
 varietà
 delle
 sfide
 in
 atto. Un’etica
della
responsabilità
preoccupata
del
modo
in
cui
i
nostri
principi,
i fondamenti
della
nostra
umanità
e
della
nostra
civiltà,
vengono
sradicati.
A tale
 scopo
 dovremmo
 fare
 appello
 all’etica
 della
 responsabilità
 invocata
 da Hans
 Jonas
 che
 aveva
 capito
 che
 la
 costruzione
 di
 un
 nuovo
 ambiente tecnologico
 ci
 coinvolge
 in
 modo
 completamente
 diverso,
 in
 particolare rispetto
 alle
 possibili
 conseguenze
 che
 ci
 impongono
 di
 dare
 prova
 di scrupolosa
 attenzione
 e
 continua
 vigilanza.
 Perché
 con
 le
 nostre rappresentazioni
 restiamo
 legati
 a
 paesaggi
 che
 invece
 sono
 cambiati
 e
 si sono
 trasformati
 a
 una
 velocità
 tale
 per
 cui
 dovremmo
 ripensare
 i fondamenti
 di
 quella
 che
 noi
 consideriamo
 essere
 l’“etica”:
 “Nessuna
 etica tradizionale
ci
ammaestra
quindi
sulle
norme
del
‘bene’
e
del
‘male’
alle
quali vanno
 subordinate
 le
 modalità
 interamente
 nuove
 del
 potere
 e
 delle
 sue possibili
 creazioni.
 La
 terra
 vergine
 della
 prassi
 collettiva,
 in
 cui
 ci
 siamo addentrati
 con
 l’alta
 tecnologia,
 è
 per
 la
 teoria
 etica
 ancora
 terra
 di nessuno”.16
 Oggigiorno
 urge
 prendere
 la
 misura
 delle
 cose,
 capire
 che instaurando
un’infrastruttura
tecnico-economica
inedita,
vengono
a
istituirsi nuovi
giochi
di
potere,
metodi
organizzativi
degradanti,
involuzioni
sociali
e culturali.
 Ecco
 perché
 è
 importante
 rivendicare
 a
 gran
 voce
 le
 nostre esigenze
 fondamentali,
 sforzarci
 di
 salvaguardale
 e,
 soprattutto,
 dare
 loro corpo;
 la
 nostra
 responsabilità
 sta
 tutta
 qui,
 è
 essa
 che
 deve
 fondare
 l’etica del
 nostro
 tempo,
 che
 di
 fatto
 esige
 di
 trovare
 una
 concretizzazione
 nelle azioni,
 visti
 i
 violenti
 assalti
 che
 le
 nostre
 richieste
 devono
 subire.
 È
 una battaglia
 di
 portata
 civilizzazionale
 e
 deve
 essere
 combattuta
 se
 non vogliamo
 vedere
 crollare
 inesorabilmente
 tutto
 quello
 per
 cui
 ci
 siamo battuti
a
lungo,
e
per
cui
continueremo
a
batterci.

5.2
PER
UN
CONFLITTO
DI
RAZIONALITÀ L’importanza
 crescente
 assunta
 dalla
 tecnologia
 nella
 società
 ha
 generato due
 categorie
 di
 persone,
 situate
 l’una
 agli
 antipodi
 dell’altra:
 i
 tecnofili
 e
 i tecnofobi.
 Esse
 danno
 conto
 di
 due
 modalità
 di
 percezione
 radicalmente opposte:
 da
 una
 parte,
 c’è
 chi
 considera
 la
 tecnologia
 il
 presupposto imprescindibile
per
il
miglioramento
delle
condizioni
di
vita
e
prova
piacere nel
 circondarsi
 di
 novità;
 dall’altra,
 c’è
 chi
 pensa
 che
 la
 produzione
 di artefatti
contribuisca
a
sviare
stili
di
vita
sobri
e
“autentici”
e
a
deteriorare
il

nostro
ambiente,
generando
profitti
destinati
a
un’élite.
Queste
due
posizioni sono
fondamentalmente
inconciliabili.
Sarebbero
apparse
per
la
prima
volta all’inizio
della
rivoluzione
industriale,
sul
volgere
del
XIX
secolo,
e
da
allora non
 avrebbero
 più
 smesso
 di
 offrire
 terreno
 fertile
 per
 accesi
 dibattiti. L’accelerazione
 della
 digitalizzazione
 della
 società,
 avvenuta
 verso
 la
 metà degli
 anni
 Novanta,
 le
 avrebbe
 portate
 a
 esprimersi
 con
 ancora
 maggiore forza,
tanto
da
portare
a
una
netta
divisione
nel
campo
del
dibattito,
cosa
che chiarisce
gran
parte
delle
opinioni
e
delle
forze
in
gioco. Questo
 antagonismo
 si
 è
 imposto
 in
 modo
 evidente;
 tuttavia,
 nella
 sua stessa
denominazione,
ha
il
difetto
di
essersi
focalizzato
sui
soli
costituenti, senza
 tenere
 sufficientemente
 conto
 del
 contesto
 che
 li
 determina. Presuppone
 che
 gli
 oggetti
 siano
 la
 causa
 principale,
 senza
 cercare,
 come sarebbe
 bene
 fare,
 di
 metterli
 in
 relazione
 con
 le
 intenzioni
 che
 sono
 alla base
 della
 loro
 concezione.
 In
 tal
 senso,
 questa
 divisione
 nasce
 da
 una essenzializzazione
 della
 tecnica,
 che
 la
 riduce
 alle
 sue
 funzioni
 primarie
 e occulta
 il
 fatto
 che
 essa
 non
 ha
 mai
 smesso
 di
 offrirsi
 come
 uno
 strumento per
 la
 messa
 in
 atto
 di
 modalità
 organizzative.
 Quello
 che
 caratterizza
 la tecnologia
 della
 modernità
 occidentale,
 e
 in
 particolare
 quella
 del
 nostro tempo,
è
che
al
di
là
dei
dispositivi
che
genera,
essa
rappresenta
il
fulcro
per l’instaurazione
 di
 logiche
 economiche,
 sociali
 e
 politiche
 e
 fa
 da
 trama preponderante
 di
 governance.
 È
 la
 ragione
 per
 cui
 questa
 classificazione risulta
quanto
mai
fiacca
e
inoperosa:
essa
perde
di
vista
il
fattore
decisivo,
e cioè
che
la
tecnologia,
strutturando,
come
fa,
la
forma
delle
nostre
esistenze individuali
e
collettive,
coinvolge
di
fatto
dei
valori. Sarebbe
bene,
dunque,
ampliare
lo
spettro
percettivo.
L’opposizione,
infatti, non
 sta
 tanto
 tra
 quelli
 che
 apprezzano
 gli
 oggetti
 e
 quelli
 che
 li
 aborrono, quanto
 tra
 quelli
 che
 sostengono
 certi
 valori
 e
 quelli
 che,
 nel
 cuore
 e
 nella mente,
 ne
 hanno
 altri
 e
 ci
 tengono
 a
 preservarli.
 In
 questo
 modo
 non assisteremmo
 più
 alla
 manifestazione
 di
 disaccordi
 incentrati
 sugli
 oggetti, ma
 su
 uno
 spirito
 della
 tecnologia,
 che
 è
 poi
 quello
 che
 si
 è progressivamente
 messo
 a
 predominare,
 che
 alimenta
 un
 tipo
 specifico
 di razionalità:
 una
 ragione
 strumentale
 estrema.
 Ma
 questa
 non
 genera controversie
 all’altezza
 delle
 sfide
 nonostante
 si
 sia
 imposta
 in
 modo massiccio
e
sia
diventata
egemonica. Nella
 misura
 in
 cui
 ci
 opponiamo
 ai
 suoi
 fondamenti
 ed
 essa
 riesce
 a neutralizzare
tutte
le
altre
modalità
possibili,
è
nostro
dovere
affermare
che la
 sua
 posizione
 dominante
 è
 illegittima
 e
 difendere
 una
 razionalità
 aperta, inventiva
 e
 rispettosa
 dell’assioma
 intangibile
 della
 pluralità
 umana.
 In
 tal senso,
 ci
 troviamo
 a
 essere
 coinvolti
 in
 un
 conflitto
 di
 razionalità,
 perché

pretendiamo
 di
 fare
 opera
 di
 razionalità,
 ma
 di
 una
 razionalità
 basata
 su principi
 diversi
 in
 tutto
 e
 per
 tutto.
 Ecco
 perché
 il
 conflitto
 –
 l’agone dell’antica
Grecia
–
deve
essere
ripristinato;
esso
condiziona
la
perennità
di certi
modi
di
vivere
ai
quali
teniamo;
potremmo
dire
che
a
essere
in
gioco
è un
conflitto
di
aspirazioni.
Esso
ci
impone
di
esprimere
le
nostre
divergenze e
i
nostri
rifiuti:
sta
tutta
qui
l’etica
in
atti,
la
politica
che
intende
agire
sulla realtà,
 quella
 di
 cui
 vorremmo
 disfarci
 così
 come
 quella
 di
 cui
 ci
 siamo
 a poco
a
poco,
e
quasi
nell’indifferenza,
disfatti.
A
tal
fine
diamo
prova
di
una razionalità
sottile,
analitica
e
determinata
adatta
a
identificare,
uno
per
uno, i
 valori
 che
 respingiamo
 e
 a
 confrontarli
 con
 quelli
 che,
 invece,
 vogliamo coltivare. All’opposto
 di
 una
 razionalità
 volta
 a
 fare
 di
 ogni
 fatto
 e
 gesto
 l’oggetto
 di transazioni
commerciali
e
a
spostare
continuamente
i
limiti
del
mercato,
noi intendiamo
mettere
le
nostre
vite
al
riparo
da
queste
ambizioni
totalizzanti
e, soprattutto,
 trasferire
 l’atto
 di
 consumo
 dal
 centro
 alla
 periferia
 e
 farvi appello
solo
quando
necessario.
All’opposto
di
una
razionalità
che
pretende di
 sradicare
 il
 disordine,
 lottare
 contro
 l’entropia
 e
 rafforzare
 un
 controllo sempre
più
esteso
sul
corso
delle
cose,
noi
difendiamo
le
imperfezioni
della vita
 che
 stimolano
 il
 nostro
 desiderio
 di
 realizzarci
 e
 lavorano
 senza
 sosta alla
 costruzione
 di
 un
 mondo
 comune
 fondato
 sull’assioma
 cardinale consistente
 nel
 non
 ledere
 nessuno.
 All’opposto
 di
 una
 razionalità
 che considera
l’uomo
un
concentrato
di
difetti
e
conta
di
compensarli
attraverso l’utilizzo
 di
 macchine
 infallibili
 e
 iperproduttive
 che
 lo
 rendono
 “superfluo” (Hannah
 Arendt),
 noi
 celebriamo
 i
 poteri
 virtualmente
 infiniti
 di
 ogni individuo
 e
 vogliamo
 fare
 in
 modo
 che
 tutti
 possano
 beneficiare
 delle migliori
 condizioni
 che
 sovrintendono
 alla
 loro
 fioritura
 e
 alla
 loro espressione.
 All’opposto
 di
 una
 razionalità
 che
 genera
 di
 una
 “furia” innovatrice
 che
 contribuisce
 all’ascesa
 del
 suo
 impero
 e
 all’instaurazione
 di un
 utilitarismo
 generalizzato,
 noi
 ci
 rifiutiamo
 di
 aspettarci
 continuamente un
tornaconto
dal
rapporto
con
la
realtà
e
con
gli
altri
e
coltiviamo
i
poteri della
 nostra
 inventiva
 in
 modo
 da
 sperimentare
 la
 molteplicità
 dei
 modi
 di vivere
che
parteciperanno
della
nostra
fioritura
individuale
e
collettiva. All’opposto
di
una
razionalità
che
brama
in
ogni
circostanza
di
assecondarci, anticipare
 i
 nostri
 desideri
 e
 istituire
 un
 assistentato
 algoritmico
 del
 nostro quotidiano,
 noi
 facciamo
 nostra
 la
 formula
 di
 Kant
 –
 “abbi
 il
 coraggio
 di servirti
della
tua
propria
intelligenza”
(Sapere
aude!)
–
per
portare
avanti
le cose
 che
 ci
 riguardano,
 perché
 contiamo
 di
 darci
 da
 soli
 (autos)
 la
 nostra legge
(nomos),
avvalendoci
pienamente
della
nostra
autonomia
che
fonda
il

dovere
 di
 responsabilità,
 l’imperativo
 che
 costituisce
 l’onore
 del
 genere umano.
 All’opposto
 di
 una
 razionalità
 sempre
 insoddisfatta
 che,
 in
 modo nevrotico,
aspira
a
rettificare
continuamente
il
corso
degli
eventi
e
a
condurli a
una
condizione
falsamente
superiore,
noi
viviamo
il
presente
in
una
forma sana
di
soddisfazione,
senza
per
questo
rinunciare
a
modificare
lo
stato
delle cose,
 ma
 al
 solo
 scopo
 di
 contribuire
 alla
 salvaguardia
 dei
 valori
 che giudichiamo
 fondamentali
 e
 alla
 realizzazione
 delle
 nostre
 aspirazioni
 più importanti.
All’opposto
di
una
razionalità
che
pretende
di
essere
esercitata
in maniera
 esclusiva
 e,
 conseguentemente,
 di
 liquidare
 la
 politica,
 noi rispondiamo
 che
 intendiamo
 definire
 liberamente
 il
 corso
 delle
 questioni pubbliche
 nella
 pluralità
 e
 nella
 contraddizione,
 senza
 che
 questa
 impresa possa
 mai
 finire.
 All’opposto
 di
 una
 razionalità
 sostenuta
 da
 un
 gruppo ristretto
 di
 persone
 attratte
 dall’idea
 di
 decidere,
 da
 sole,
 di
 gran
 parte
 del destino
 dell’umanità,
 noi
 rimandiamo
 al
 fenomeno
 dell’Antropocene
 che oggi,
con
molto
ritardo,
è
fonte
di
una
desolazione
unanime
e
che
in
origine
è dipeso
 solo
 da
 un
 piccolo
 gruppo
 di
 individui
 che
 avevano
 imposto
 l’uso generalizzato
 del
 carbone,
 a
 dispetto
 di
 tutte
 le
 sue
 conseguenze,
 al
 solo scopo
di
soddisfare
la
loro
sete
di
guadagno,
secondo
un
processo
analizzato con
 precisione
 da
 Andreas
 Malm
 nel
 suo
 libro
 L’Anthropocène
 contre l’histoire.17 All’opposto
di
una
razionalità
sempre
insoddisfatta
che
ambisce
a
spingere un
 po’
 più
 in
 là
 i
 limiti
 per
 sfamare
 i
 propri
 appetiti
 di
 onnipotenza
 dando prova
 di
 una
 hỳbris
 che
 mette
 in
 pericolo
 l’equilibrio
 degli
 elementi,
 noi coltiviamo
 le
 virtù
 della
 sobrietà
 e
 glorifichiamo
 la
 coscienza
 del
 limite, quello
 che
 ci
 fa
 accontentare
 delle
 ricchezze
 inesauribili
 del
 reale
 e
 ci
 fa tenere
 conto
 della
 fragilità
 del
 nostro
 ambiente
 e
 delle
 vulnerabilità
 di ciascuno.
 All’opposto
 di
 una
 razionalità
 proiettata
 verso
 un
 futuro immaginario
–
nel
quale
provare
presto
la
beatitudine
dei
fini
ultimi
–,
che deriva
 dalla
 negazione
 dei
 nostri
 valori
 fondanti
 e
 determina
 una
 via
 già tracciata
 che
 stroncherebbe
 sul
 nascere
 le
 virtualità
 offerte
 dal
 tempo
 e dall’espressione
 di
 tutte
 le
 soggettività,
 e
 che
 è
 arrivata
 fino
 a
 coniare
 un termine
 che
 nel
 linguaggio
 convalida
 questa
 direzione
 –
 disrupzione
 –,
 noi affermiamo
l’importanza
di
certi
principi
che
ci
vengono
dal
passato,
ai
quali teniamo
 e
 che
 continueranno
 a
 ispirare
 le
 nostre
 azioni.
 Perché
 grazie
 a Simone
 Weil
 sappiamo
 che
 “il
 passato
 distrutto
 non
 torna
 mai
 più.
 La distruzione
 del
 passato
 è
 forse
 il
 delitto
 supremo.
 Ai
 giorni
 nostri,
 la conservazione
 di
 quel
 poco
 che
 resta
 dovrebbe
 diventare
 quasi
 un’idea fissa”.18

All’opposto
di
una
razionalità
che
si
ostina
a
ridurre
ogni
singolo
elemento
e ogni
 singolo
 gesto
 a
 dei
 codici,
 secondo
 un
 miserabile
 riduzionismo
 che dovrebbe
d’ora
in
poi
disciplinare
i
nostri
rapporti
con
il
reale,
noi
contiamo di
ricorrere
ai
poteri
che
ci
vengono
dalla
nostra
sensibilità,
l’unica
in
grado di
metterci
pienamente
in
contatto
con
le
emozioni
più
indefinibili
della
vita. All’opposto
 di
 una
 razionalità
 che
 non
 ammette
 l’incertezza
 e
 teme l’imprevisto,
 noi
 conosciamo
 il
 potere
 creativo
 del
 caso
 –
 in
 particolare quello
 che
 ha
 condizionato
 la
 nostra
 venuta
 al
 mondo
 –,
 e
 adoriamo
 le sorprese
 che
 ci
 riserva
 la
 vita,
 che
 spezzano
 la
 routine
 quotidiana
 e contribuiscono
a
farci
uscire
dalle
nostre
abitudini
e
ad
ampliare
l’orizzonte delle
 nostre
 esperienze.
 All’opposto
 di
 una
 razionalità
 che
 si
 nutre
 di
 una velocità
isterica
destinata
a
ottimizzare
sempre
ogni
singola
circostanza
del reale,
 noi
 preferiamo
 procedere
 al
 ritmo
 di
 una
 temporalità
 che
 non
 punta mai
a
uno
scopo
e
opera
in
maniera
ciclica,
perché
essa
è
l’unica
valida
e
ci riporta
 al
 ritmo
 degli
 astri
 e
 dei
 vegetali
 i
 quali,
 in
 una
 forma
 di
 saggezza immutabile,
 non
 offrono
 mai
 nulla
 di
 diverso
 da
 quello
 che
 la
 stagione permette
loro
di
offrire. All’opposto
 di
 una
 razionalità
 che
 usa
 enunciati
 formattati,
 si
 fa
 in
 quattro per
 impoverire
 il
 linguaggio
 e
 fa
 parlare
 le
 macchine
 unicamente
 a
 fini funzionali,
noi
sappiamo
che
una
lingua
che
cerca
di
nominare
precisamente le
cose
spiana
la
strada
a
un
rapporto
più
ricco
con
gli
altri
e
con
la
realtà,
e ci
divertiamo
a
giocare,
fino
all’ironia,
con
le
parole,
facendo
sì
che
la
nostra irriducibile
 singolarità
 si
 manifesti
 all’interno
 di
 un’eredità
 comune. All’opposto
di
una
razionalità
che
si
aspetta
che
i
sistemi
ci
rivelino
la
verità, noi
vogliamo
fare
opera
di
parresìa
–
il
termine
greco
che
indica
la
libertà
di “dire
tutto”,
ma
anche
il
coraggio
e
la
franchezza
nell’esprimersi
–,
la
stessa che
ci
sollecita
a
continuare
a
denunciare
questa
razionalità
che
deriva
da
un rifiuto
di
noi
stessi
e
istituisce
a
grandi
passi
un
antiumanesimo
radicale
al quale
ci
opponiamo
con
tutte
le
nostre
forze.
Difenderemo
questi
valori
a
noi tanto
 cari,
 con
 i
 nostri
 metodi
 di
 razionalità
 plurali,
 rigorosi
 e
 inventivi, armati
 fino
 ai
 denti
 per
 restituire
 a
 questa
 metodologia
 della
 razionalità
 il posto
 che
 merita
 –
 all’estremo
 margine
 delle
 nostre
 vite,
 il
 più
 possibile distante
 dalle
 nostre
 realtà.
 È
 questa
 la
 nostra
 missione,
 e
 la
 perseguiremo con
metodo
e
determinazione.

5.3
ADESSO
ABBIAMO
BISOGNO
DI
ARMI

Forse
 solo
 oggi
 riusciamo
 a
 cogliere
 l’acutezza
 del
 pensiero
 tradizionale cinese
 nei
 confronti
 dei
 processi
 evolutivi.
 La
 metamorfosi
 continua
 che colpisce
 ogni
 particella
 organica
 o
 inanimata
 della
 Terra
 non
 avverrebbe
 in modo
evidente
e
rumoroso,
ma
impercettibilmente
e
senza
preavviso.
Questa consapevolezza
 delle
 “trasformazioni
 silenziose”,
 a
 lungo
 analizzata
 da François
 Jullien,19
 è
 in
 grado
 di
 discernere
 i
 movimenti
 infinitesimali
 ma continui
 che
 sono
 alla
 base
 di
 qualsiasi
 cambiamento.
 Tuttavia,
 lungi dall’operare
 un’unica
 constatazione,
 essa
 ispira
 un’etica
 dell’azione
 che presuppone
 che
 qualsiasi
 impresa
 desiderosa
 di
 cambiare
 un
 certo
 stato delle
 cose
 non
 debba
 per
 nessuna
 ragione
 procedere
 bruscamente
 e
 con
 il desiderio
 di
 vedere
 compiersi
 un
 cambiamento
 radicale
 in
 poco
 tempo.
 Si rivelerebbe,
infatti,
un
fiasco
totale
in
quanto
contraddirebbe
la
progressione inevitabilmente
 graduale
 di
 qualsiasi
 sostanza.
 Molto
 meglio
 agire
 con modestia
e
costanza,
per
dare
corpo
al
desiderio
di
lavorare
a
un
qualunque rinnovamento.
 Da
 secoli,
 infatti,
 ogni
 volta
 che
 attraversiamo
 un
 momento di
 insoddisfazione
 o
 di
 crisi,
 il
 nostro
 istinto
 –
 intrisi
 come
 siamo
 di mitologia
rivoluzionaria
–
è
quello
di
fare
tabula
rasa
in
attesa
di
un
domani migliore.
 Ma
 la
 storia
 ci
 insegna
 che
 quando
 gli
 sforzi
 puntano
 a
 un cambiamento
 repentino
 e
 definitivo,
 non
 conducono
 mai
 alla
 realizzazione delle
 aspirazioni
 iniziali
 e,
 anzi,
 si
 portano
 appresso
 soltanto
 grandi frustrazioni.
Inoltre,
questa
tendenza
ha
l’enorme
difetto
di
focalizzarsi
su
un unico
obiettivo,
il
solo
contro
il
quale
concentrare
le
proprie
forze
e
opporsi. Perché
 ogni
 slancio
 sedizioso
 indica
 un
 nemico
 esclusivo.
 Come
 la
 poetica insurrezionale
 del
 Comité
 Invisible,
 per
 esempio,
 ossessionato
 dall’idea
 di “insorgere
 contro
 il
 potere”
 e
 incitare
 alla
 sommossa,
 all’innalzamento
 di barricate
e
agli
scontri
di
piazza
con
la
polizia:
“Chi
si
ferma
alle
immagini
di violenza
si
preclude
la
possibilità
di
comprendere
le
ragioni
che
spingono
a correre
 tutti
 insieme
 il
 rischio
 di
 sfasciare,
 imbrattare
 i
 muri,
 affrontare
 la polizia”.20 Ci
 hanno
 bombardati
 di
 utopie
 che
 pretendevano
 di
 fornirci
 la
 chiave
 per risolvere,
 dall’oggi
 al
 domani,
 quasi
 tutte
 le
 nostre
 difficoltà.
 È
 giunto
 il momento
di
procedere
a
una
sana
critica
dell’utopia,
quella
che
presuppone l’esistenza
di
modelli
ideali,
uguali
per
tutti.
Le
tante,
terribili
delusioni
che abbiamo
subìto
ci
hanno
insegnato
a
essere
modesti,
non
tanto
riguardo
alle nostre
 aspirazioni,
 quanto
 riguardo
 ai
 processi
 destinati
 a
 dare
 loro
 forma. Ora
che
l’utopismo
messianico
tecnoliberista
ha
vinto
la
battaglia
delle
idee
e prodotto
i
suoi
effetti
terribili
sulle
nostre
vite,
l’unico
modo
per
opporci
non è
 certo
 costruire
 un’altra
 utopia,
 ma
 procedere
 con
 metodo,
 stilando
 un elenco
 plurale
 e
 aperto
 delle
 azioni
 da
 compiere
 sul
 campo,
 lì
 dove
 le
 cose

succedono,
 lì
 dove
 gli
 abusi
 sono
 perpetrati,
 lì
 dove
 ogni
 giorno
 vengono commesse
indegnità
nell’ombra.
Questa
soluzione
necessita
di
una
praxis,
e non
 certo
 di
 sermoni
 di
 “piazza”,
 dove
 la
 politica
 è
 ridotta
 alla
 sola
 parola, risponde
 a
 una
 funzione
 catartica
 e
 non
 producendo
 quasi
 alcunché
 di concreto.
 Manifestare
 “debout”
 non
 significa
 lamentarsi
 in
 pubblico
 delle proprie
difficoltà
o
di
quelle
della
propria
epoca;
l’“etica
della
discussione”
di spirito
social-liberista
promossa
da
Jürgen
Habermas21
si
è
mostrata
in
tutti i
suoi
limiti
e
in
tutta
la
sua
inefficacia. A
essere
necessaria
non
è
una
“convergenza
di
lotte”,
ma
una
simultaneità di
operazioni
condotte
ovunque
sia
necessario
e
ispirate
da
principi
comuni. “Una
 sommossa
 organizzata”,
 secondo
 il
 Comité
 Invisible,
 “è
 in
 grado
 di produrre
 quello
 che
 la
 società
 non
 è
 capace
 di
 generare:
 legami
 vivi
 e irreversibili”.22
 Ebbene,
 questi
 legami
 sarebbe
 bene
 stringerli
 non
 tanto nell’esaltazione
provvisoria
delle
barricate
innalzate
per
venire
alle
mani
con un
 avversario
 unico,
 quanto
 all’interno
 di
 sforzi
 pazienti,
 continui,
 tenaci, coordinati,
 in
 grado
 di
 ostacolare
 le
 cattive
 intenzioni
 di
 tutti
 quegli
 attori che
 intendono
 privarci
 di
 noi
 stessi.
 È
 solo
 scegliendo
 di
 essere
 attivi
 nel corso
 delle
 nostre
 esperienze
 vissute
 che
 avremo
 la
 speranza
 di
 vedere manifestarsi
 il
 primo
 respiro
 di
 una
 “auto-istituzione
 della
 società”,
 quella rivendicata
 da
 Cornelius
 Castoriadis,
 che
 invita
 ognuno
 di
 noi
 a
 fare
 leva quanto
 più
 possibile
 sulle
 regole
 che
 sovrintendono
 alla
 nostra
 vita quotidiana. Se
ogni
tanto
veniamo
colti
da
improvvisi
slanci
di
foga,
forse
è
perché
essi
si alternano
a
lunghi
momenti
di
apatia.
Come
quello
che
ci
ritroviamo
a
vivere oggi
nei
confronti
dell’alleanza
tra
industria
del
digitale,
mondo
della
ricerca, social-liberismo,
 istituti
 di
 insegnamento
 superiore
 e
 altri
 think
 tank.
 Di fronte
 a
 questa
 potente
 coalizione
 che
 sta
 pianificando
 un
 crollo civilizzazionale,
 l’unico
 modo
 che
 abbiamo
 trovato
 per
 mobilitarci
 è difendere
 la
 tutela
 dei
 dati
 personali
 e
 trovare
 continuamente
 da
 ridire
 in materia
di
“etica”.
Questo
per
dire
a
quale
livello
di
letargia
siamo
arrivati
e
a che
punto
“il
popolo
è
muto,
vegeta
lontano
dalle
alte
sfere
in
cui
si
decide
il suo
destino”23
 (Auguste
 Blanqui).
 O
 al
 massimo
 ci
 ostiniamo
 a
 esigere
 più regolazione,
 convinti
 che
 possa
 fare
 da
 parafuoco
 contro
 eventuali
 derive. Beh,
 è
 un’illusione
 sperare
 di
 poter
 contare
 sui
 legislatori
 visto
 che
 sono
 i politici,
 in
 primo
 luogo,
 a
 sostenere
 lo
 spirito
 tecnologico
 dominante attraverso
 ingenti
 fondi
 pubblici,
 attraverso
 la
 sottomissione
 al
 lobbismo
 e attraverso
 testi
 di
 legge
 redatti
 a
 tal
 fine,
 in
 conformità
 di
 un “ordotecnolibertarismo”
 diventato
 di
 norma
 nelle
 grandi
 democrazie,
 in risposta
a
quello
che
Ivan
Illich
dichiarava
più
di
quarant’anni
fa:
“Lo
scopo

di
 gran
 lunga
 predominante
 dell’attività
 legislativa
 e
 del
 Diritto,
 nelle
 loro forme
attuali,
è
di
sorreggere
una
società
tesa
verso
l’espansione
indefinita. […]
 La
 perversione
 del
 Diritto
 è
 il
 terzo
 ostacolo
 a
 una
 attualizzazione politica
 dei
 limiti”.24
 Inoltre
 quello
 che
 caratterizza
 gli
 sviluppi
 tecnologici in
 corso
 è
 che
 gran
 parte
 di
 essi
 si
 sottrae
 alla
 possibilità
 stessa
 di inquadrarli.
 No,
 anziché
 illuderci
 su
 un
 “controllo”
 esercitato
 da un’assemblea
 di
 eletti,
 è
 giunto
 il
 momento
 di
 opporre
 rapporti
 di
 forza, difendere
un’etica
dell’azione. Abbiamo
 abbandonato
 la
 volontà
 di
 “essere
 padroni
 delle
 nostre
 azioni” (Cartesio,
 Le
 passioni
 dell’anima),
 quella
 che,
 grazie
 all’esercizio
 del
 libero arbitrio,
 intende
 far
 rispettare
 i
 principi
 ai
 quali
 teniamo,
 rendendoci
 così “degni
 di
 stima
 agli
 occhi
 degli
 altri
 come
 di
 noi
 stessi”.
 Se
 tutti
 ci mettessimo
a
coltivare
questa
virtus,
 questa
 forza
 d’animo,
 avverrebbe
 una mobilitazione
 a
 tutti
 i
 livelli
 della
 società
 per
 ostacolare
 i
 progetti
 delle potenze
che
ci
stanno
di
fronte.
Tuttavia,
questa
risoluzione
rischia
di
essere smorzata
 dalla
 valanga
 di
 discorsi
 che
 nascondono
 i
 fatti,
 che
 vengono ripetuti
 dappertutto
 e
 contribuiscono
 ad
 annebbiare
 le
 nostre
 percezioni.
 A questa
 falsificazione
 generalizzata
 bisogna
 rispondere
 con
 il
 racconto
 delle esperienze
individuali,
con
le
testimonianze
di
vite
vissute
esposte
agli
occhi di
 tutti.
 È
 nostro
 dovere
 ordinare,
 ovunque
 siamo,
 delle
 controperizie
 che smentiscano
le
parole
degli
esperti
e
gli
interessi
di
cui
si
fanno
portavoce,
al fine
di
suscitare
un’“intolleranza
attiva”.
L’espressione
era
comparsa
nel
1971 su
 un
 volantino
 del
 Groupe
 d’information
 sur
 les
 prisons
 (GIP),
 nel
 quale aveva
militato
anche
Michel
Foucault,
il
cui
obiettivo
consisteva
nel
rendere pubbliche
le
condizioni
del
mondo
penitenziario:
“Non
bisogna
più
lasciare in
pace
le
prigioni,
in
nessun
posto.
[…]
La
nostra
inchiesta
non
è
fatta
allo scopo
di
accumulare
conoscenze,
ma
per
accrescere
la
nostra
intolleranza
e farne
 un’intolleranza
 attiva”.25
 La
 neolingua
 tecnoliberista
 riuscirà,
 con
 le sue
formule
preconfezionate,
a
generare
un
immaginario
comune,
a
imporre una
 linea
 direttrice
 tracciata
 in
 anticipo
 e
 illustrata
 in
 modo
 emblematico dall’espressione,
 diventata
 ormai
 usuale,
 “trasformazione
 digitale”.
 Ci spaventiamo
 per
 le
 fake
 news,
 ma
 nessuno
 mette
 in
 guardia
 su
 questa retorica
confusa
e
usurpatrice
che
plasma
le
rappresentazioni
e
contribuisce a
banalizzare
i
dibattiti
e
a
neutralizzare
la
presa
di
coscienza
e
le
iniziative che
potrebbero
derivarne. Nel
 saggio
 Politics
 and
 the
 English
 Language
 (La
 politica
 e
 la
 lingua inglese),
George
Orwell
ci
aveva
avvertiti
dei
rischi
di
un
impoverimento
del linguaggio,
 invitandoci
 a
 riallacciare
 i
 rapporti
 con
 un’“igiene
 della
 lingua” che
rifuggisse
da
qualsiasi
ampollosità
suscettibile
di
camuffare
i
fenomeni,

visto
 che
 “pensare
 chiaramente
 costituisce
 un
 primo
 passo
 verso
 la rigenerazione
 politica”.26
 Tocca
 allo
 scrittore
 combattere
 “il
 cattivo linguaggio”,
 “die
 Gaunersprache”
 come
 lo
 chiama
 Ingeborg
 Bachmann, “quello
 che
 riproduce
 e
 fissa
 il
 mondo
 in
 rappresentazioni
 riduttrici”.27 Perché
 ricorrere
 a
 una
 lingua
 precisa
 e
 ricca,
 soprattutto
 quando
 è
 fatta
 di chiarezza
 e
 cortesia
 –
 la
 chiarezza
 è
 la
 cortesia
 del
 filosofo
 (José
 Ortega
 y Gasset)
–,
è
uno
scudo
enorme
contro
il
volgare
lessico
tecnoliberista
–
che poi
 altro
 non
 è
 che
 quello
 che
 mi
 sforzo
 di
 fare
 io
 in
 questo
 libro,
 come
 in quelli
precedenti
del
resto,
e
che
considero
un’arma
teorico-letteraria. “La
 questione
 del
 lavoro
 è
 di
 un’importanza
 suprema;
 non
 ce
 n’è
 di
 più rilevanti”
 (estratto
 di
 un
 decreto
 del
 governo
 provvisorio
 della
 Repubblica del
1848),28
ed
è
per
questo
che
merita
tutta
la
nostra
attenzione.
Perché
il lavoro
–
sia
per
chi
ne
ha
uno,
sia
per
chi
colleziona
contratti
precari
o
non riesce
a
trovarlo
–,
occupa
gran
parte
del
nostro
tempo
e
dovrebbe,
in
teoria, offrire
 a
 ciascuno
 la
 possibilità
 di
 esprimere
 le
 proprie
 qualità.
 Oggi
 come oggi,
però,
esso
rappresenta
per
lo
più
quell’ambito
nel
quale
sono
in
gioco rapporti
 di
 potere
 di
 ogni
 tipo
 che,
 nei
 casi
 più
 estremi,
 avviliscono
 le persone
che
li
subiscono,
causando
la
paralisi
delle
loro
capacità.
Certo
tali poteri
 sono
 all’opera
 da
 tempo,
 ma
 oggi
 si
 trovano
 a
 essere
 esaltati
 dalla crescente
 diffusione
 dei
 sistemi
 di
 guida
 dell’azione
 umana.
 È
 importante parlare
di
questi
scenari
emergenti
–
“che
non
bisogna
più
lasciare
in
pace, in
nessun
posto”,
per
dirla
ancora
una
volta
con
Foucault
–,
delle
condizioni imposte
 da
 queste
 “fabbriche
 4.0”,
 “pilotate
 dai
 dati”,
 vantate
 tanto
 da società
 come
 Microsoft,
 SAP
 o
 IBM,
 che
 concepiscono
 queste
 architetture, quanto
 dagli
 azionisti
 e
 dai
 politici
 felici
 dell’avvento
 di
 una
 nuova
 epoca industriale
 presto
 libera
 da
 scorie
 e
 resa
 fluida
 grazie
 alla
 “trasformazione digitale
 delle
 aziende”.
 Tocca
 alle
 persone
 trasformate
 in
 robot
 di
 carne
 e ossa,
 che
 vivono
 in
 prima
 persona
 queste
 situazioni,
 che
 si
 vedono
 private della
loro
spontaneità
e
alle
quali
viene
negata
la
propria
individualità
–
ma anche
 a
 quelle
 che
 operano
 nei
 servizi
 e
 si
 trovano
 sotto
 l’autorità
 di equazioni
 matematiche
 che
 hanno
 ragione
 di
 tutto,
 che
 le
 privano
 dell’uso della
loro
capacità
di
giudizio
e
della
loro
intuizione
–,
tocca
a
loro,
dunque, far
 sapere
 il
 modo
 in
 cui
 questi
 meccanismi,
 che
 puntano
 soltanto
 a rispondere
 a
 degli
 imperativi
 di
 produttività,
 operano.
 Dovrebbero
 portarci ad
affermare
insieme
a
Ivan
Illich
che
“a
cominciare
da
adesso,
bisogna
che noi
assicuriamo
collettivamente
la
difesa
della
nostra
esistenza
e
del
nostro lavoro
contro
gli
strumenti
e
le
istituzioni
che
minacciano
o
misconoscono
il diritto
delle
persone
a
utilizzare
la
loro
energia
in
maniera
creativa”.29

Sarebbe
ora
che
i
sindacati
la
smettessero
di
interessarsi
solo
ai
salari
o
a certe
condizioni
di
lavoro,
e
si
preoccupassero
anche
di
tutti
quei
sistemi
che si
fanno
beffe
della
dignità
umana
e
che
è
nostro
dovere
morale
combattere. Faremmo
bene
a
ricorrere
al
diritto
all’astensione
dalle
attività
lavorative
in caso
 di
 pericolo,
 riconosciuto
 dal
 codice
 del
 lavoro,
 fintantoché
 questi sistemi
non
cesseranno
di
essere
in
funzione.
Più
ancora
spetta
a
noi
fare
in modo
 che
 la
 proscrizione
 di
 questi
 processi
 diventi
 legge,
 come
 del
 resto incita
a
fare
la
Costituzione
della
Repubblica
francese,
nella
forma
che
le
ha dato
nel
1789
la
Dichiarazione
dei
diritti
dell’uomo
e
del
cittadino:
“La
Legge è
 l’espressione
 della
 volontà
 generale.
 Tutti
 i
 Cittadini
 hanno
 diritto
 di concorrere,
 personalmente
 o
 mediante
 i
 loro
 rappresentanti,
 alla
 sua formazione”.
 Un
 progetto
 di
 società
 ben
 diverso
 da
 quello
 che
 invita
 a redigere
 testi
 di
 legge
 destinati
 a
 favorire
 “l’innovazione”,
 la
 stessa
 che conduce
 a
 estendere
 queste
 logiche
 disumane
 e
 a
 dare
 corpo
 a
 un antiumanesimo
radicale.
Nella
sua
opera
Il
faut
sauver
le
droit
du
travail,30 Pascal
Lokiec
ha
analizzato
i
processi
di
subordinazione
oggi,
e
più
che
mai, in
vigore
nei
rapporti
professionali
mostrando
le
molteplici
strategie
messe in
atto
dalle
aziende
per
aggirare
certi
vincoli
del
diritto,
che
però,
da
un
po’ di
 tempo
 a
 questa
 parte,
 vengono
 ostacolate
 dai
 dipendenti
 attraverso
 il ricorso
 a
 giudici
 e
 l’appello
 ai
 diritti
 fondamentali.
 Tutti
 casi
 esemplari
 di una
 politica
 dell’azione
 esercitata
 sul
 campo,
 che
 porta
 i
 suoi
 frutti
 e contribuisce
a
stroncare
velleità
illegittime. Anche
 in
 altri
 settori
 della
 società
 dovremmo
 far
 valere
 il
 nostro
 legittimo diritto
alla
parola,
chiedere
controperizie
e
dire
no
quando
pensiamo
che
le circostanze
 lo
 impongano.
 Il
 settore
 dell’istruzione,
 per
 esempio,
 che esattamente
come
il
lavoro
è
uno
dei
ambiti
capitali
delle
nostre
vite,
quello in
 cui
 i
 giovani
 –
 verso
 cui
 gli
 adulti
 sono
 responsabili
 –
 dovrebbero
 nel corso
 degli
 anni
 acquisire
 conoscenze,
 imparare
 a
 esprimere
 il
 proprio giudizio,
 evolvere
 all’interno
 di
 un
 gruppo
 e
 costituirsi
 in
 quanto
 individui singoli
 dotati
 di
 spirito
 critico
 e
 pienamente
 capaci
 di
 esprimere
 le
 proprie attitudini.
 Dagli
 anni
 Dieci
 del
 Duemila,
 i
 politici,
 inebriati
 dai
 discorsi tecnoliberisti
e
sottomessi
al
lobbismo,
fanno
della
“trasformazione
digitale” della
scuola
pubblica
una
priorità
assoluta;
sono
in
estasi
di
fronte
ai
nuovi modelli
 pedagogici
 derivanti
 dall’uso
 di
 tablet,
 applicazioni
 didattiche
 e intelligenza
artificiale
che
permettono
di
inaugurare
l’era
dell’“insegnamento personalizzato”.
 Sostenuti
 da
 provveditori
 preoccupati
 soltanto
 di
 stare
 al passo
 coi
 tempi,
 continuano
 a
 investire
 fondi
 pubblici
 a
 questo
 scopo, stringendo
 partnership
 con
 gruppi
 dell’industria
 del
 digitale
 che,
 vista
 la grande
offerta
di
mercato,
non
fanno
che
sventolare
soluzioni
miracolose
per

risolvere
 la
 crisi
 della
 scuola
 che
 da
 una
 trentina
 d’anni
 ormai
 colpisce
 le grandi
democrazie. È
responsabilità
dei
professori
e
dei
genitori
non
asserviti
a
questa
misera doxa
affermare
che
la
scuola
non
deve
rappresentare
il
riflesso
della
società, che
essa
deve,
sì,
essere
inserita
nel
suo
tempo,
ma
deve
anche
coltivare
una sana
 forma
 di
 distacco
 che
 preservi
 determinati
 principi
 considerati indispensabili
 alla
 formazione
 delle
 coscienze
 illuminate,
 come puntualmente
 analizzato
 da
 Hannah
 Arendt
 in
 Tra
 passato
 e
 futuro:
 “Non vorrei
 essere
 fraintesa:
 secondo
 me
 il
 conservatorismo,
 o
 meglio
 ‘il conservare’,
è
parte
essenziale
dell’attività
educativa,
che
si
prefigge
sempre di
 custodire,
 proteggere
 qualcosa:
 il
 bambino
 dal
 mondo,
 il
 mondo
 dal bambino,
 il
 nuovo
 dal
 vecchio,
 il
 vecchio
 dal
 nuovo”.31
 Di
 fronte
 al relativismo
 dell’epoca,
 la
 sfida
 non
 è
 relegare
 il
 professore
 al
 rango
 di “coach”
spronando
gli
studenti
a
utilizzare
le
piattaforme,
a
marginalizzare
il suo
sapere
e
a
privarlo
della
sua
autorità.
E
tantomeno
cercare
di
attrezzare bambini
 e
 adolescenti
 affinché
 possano,
 in
 futuro,
 “trovare
 il
 loro
 posto”
 di fronte
all’annunciata
onnipresenza
dell’intelligenza
artificiale,
convalidando ancora
una
volta
gli
sviluppi
in
corso.
No,
l’urgenza
è
offrire
loro
tutti
i
mezzi necessari
per
costruirsi
in
quanto
esseri
autonomi,
in
particolare
attraverso la
regolare
frequentazione
dei
libri
stampati,
che
favoriscano
l’attenzione
e
la maturazione
 della
 riflessione,
 al
 fine
 di
 prepararli
 all’uso
 della
 distanza critica
 e
 dell’inventiva
 in
 ogni
 circostanza
 e
 per
 tutta
 la
 vita.
 Sono
 queste abilità
 che
 li
 renderanno
 capaci
 di
 determinarsi
 all’interno
 di
 una
 società governata
da
sistemi,
e
non
delle
qualsiasi
attitudini
utilitaristiche
derivanti da
una
visione
tanto
meccanica
quanto
riduzionista
delle
cose. E,
 ancora,
 spetta
 a
 noi
 denunciare
 la
 progressiva
 messa
 al
 bando
 delle competenze
dei
medici
e
delle
loro
facoltà
sensibili
a
beneficio
di
dispositivi chiamati
 a
 svolgere
 non
 più
 una
 funzione
 complementare,
 ma
 esclusiva, convalidando
 così
 l’opera
 di
 confisca
 della
 medicina
 messa
 in
 atto dall’industria
del
digitale
in
combutta
con
il
mondo
farmaceutico.
Sta
tanto al
corpo
sanitario
quanto
a
ciascuno
di
noi
reagire
a
dei
processi
che
violano l’integrità
 della
 professione
 e
 minano
 i
 principi
 dell’accesso
 universale
 alle cure
mediche
e
della
solidarietà.
A
tal
proposito
è
fondamentale
opporre
un netto
rifiuto
all’introduzione
di
“robot
da
compagnia”
all’interno
di
ospedali e
 case
 di
 riposo
 che
 deriva
 da
 una
 vergognosa
 riduzione
 del
 personale, comporta
 una
 disumanizzazione
 delle
 cure
 e
 ci
 offre
 una
 scappatoia
 per sfuggire
dagli
obblighi
che
abbiamo
verso
i
nostri
cari. È
 forse
 ammissibile
 che
 in
 certi
 tribunali
 i
 sistemi
 si
 sostituiscano
 ai giudici
 e
 che
 il
 principio
 del
 contraddittorio
 venga
 liquidato
 attraverso

perizie
automatizzate
sempre
più
votate
a
dispensare
verità?
Sta
a
tutti
noi,
a ogni
cittadino
suscettibile
di
avere
a
che
fare
con
la
giustizia,
mobilitarci
per pretendere
la
tutela
di
certi
valori
fondanti
della
nostra
civiltà
e
che
da
qui
ai prossimi
 vent’anni
 rischiano
 di
 essere
 sradicati.
 Se
 non
 lo
 faremo,
 forse
 un giorno
 ci
 ritroveremo,
 come
 Josef
 K.,
 protagonista
 del
 Processo
di
Kafka,
a essere
arrestati
da
una
macchina
presumibilmente
infallibile
e
alla
quale
non potremo
 ribattere
 in
 alcun
 modo.
 In
 nome
 della
 nostra
 eredità
 comune
 e delle
nostre
convinzioni,
dobbiamo
esprimere
con
le
parole
e
con
i
fatti
tutto il
 nostro
 disaccordo
 nei
 confronti
 di
 una
 tendenza
 che
 vuole
 estrometterci dalla
gestione
delle
nostre
cose
e
che
sta
prendendo
sempre
più
piede
in
vari settori
della
società. Mostrarci
attivi
nella
vita
individuale
è
altrettanto
importante.
Innanzitutto rifiutando
 di
 riempire,
 il
 nostro
 corpo
 e
 le
 nostre
 case,
 di
 sensori:
 il rilevamento
 delle
 informazioni
 riguardanti
 i
 nostri
 flussi
 psicologici,
 la nostra
 attività
 sessuale,
 il
 nostro
 sonno,
 i
 nostri
 stati
 emotivi
 e
 le
 nostre abitudini
genera
una
quantità
di
dati
poi
utilizzati
a
scopi
commerciali.
E
poi opponendoci
 all’uso
 degli
 “assistenti
 virtuali”
 e
 dei
 veicoli
 pilotati dall’industria
digitale,
che
rappresenteranno
il
compendio
o
il
colmo
di
tutto quello
che
non
vogliamo,
ossia
una
vita
assistita
in
ogni
circostanza,
sempre pronta
a
offrirci
una
comodità
rassicurante
e
a
fare
del
rilevamento
di
ogni nostro
 minimo
 gesto
 l’occasione
 per
 generare
 profitti.
 Inoltre
 possiamo esercitare
 un
 nuovo
 tipo
 di
 pressione
 attraverso
 i
 nostri
 atti
 di
 consumo, scegliendo
 prodotti
 provenienti
 da
 piccole
 aziende
 e
 cooperative
 che rifiutano
i
metodi
di
gestione
degradanti
e
non
cercano
di
soffocare
i
talenti umani,
 ma
 al
 contrario
 puntano
 a
 favorirne
 la
 libera
 espressione.
 Questo atteggiamento
richiede
certo
un
dovere
di
informazione,
attenta
non
soltanto alla
 composizione
 dei
 prodotti
 o
 allo
 sfruttamento
 del
 lavoro
 minorile,
 ma anche
allo
spirito
che
prevale
e
ai
metodi
utilizzati;
è
anche
attraverso
queste azioni
 che
 facciamo
 opera
 di
 una
 razionalità
 metodica.
 Contro
 un
 mondo economico
perennemente
affamato
e
che
non
esita
a
negare
le
capacità
degli individui
fino
a
eliminare,
in
nome
del
primato
della
produttività,
qualsiasi presenza
 umana,
 noi
 contiamo
 di
 sostenere,
 attraverso
 i
 nostri
 acquisti, sperimentazioni
 imprenditoriali
 volte
 a
 garantire
 la
 dignità
 e
 la
 salute
 di tutti,
 a
 favorire
 la
 convivialità
 e
 a
 preservare
 l’integrità
 dell’ambiente
 e
 dei paesaggi
del
mondo. Far
fallire
questo
assalto
antiumanista
è
possibile,
attraverso
una
miriade di
gesti
concreti,
costanti
e
cumulativi,
a
tutti
i
livelli
della
vita
individuale
e collettiva.
 Gli
 sproloqui
 di
 chi
 dice
 che
 questa
 traiettoria
 è
 inevitabile dipendono
dall’ideologia,
perché
non
è
mai
successo
che
un
movimento
che

violi
 la
 libertà
 umana
 si
 sviluppasse
 senza
 essere
 prima
 o
 poi
 investito
 da venti
 contrari.
 E
 dato
 che
 qualsiasi
 risoluzione,
 anche
 la
 più
 determinata, rimane
relativa
e,
tutto
sommato,
abbastanza
triste
se
procede
in
modo
solo negativo,
 intendiamo
 affermare
 il
 potere
 della
 nostra
 positività,
 dare
 prova della
nostra
capacità
di
far
nascere
altri
modi
di
vita
e
di
stare
insieme
che siano
 plurali,
 creativi
 e
 gioiosi,
 perché
 è
 esattamente
 da
 questa
 duplice tensione
 che
 traiamo
 la
 nostra
 forza,
 e
 soprattutto
 i
 motivi
 della
 nostra speranza.

5.4
IL
CANTO
DELLE
DIVERGENZE Non
mancano
casi
di
figure
storiche
che,
ispirate
da
una
visione
o
da
lavori teorici
 più
 o
 meno
 elaborati,
 sono
 arrivate
 a
 proporre
 modelli
 di organizzazione
politica
capaci
di
risolvere
tutte
le
contraddizioni,
considerati perfetti
 e
 validi
 per
 tutti.
 Generalmente
 queste
 costruzioni
 sono
 rimaste ferme
 allo
 stadio
 intenzionale
 o
 sono
 diventate
 oggetto
 di
 dibattiti.
 Più raramente
 hanno
 ingenerato
 azioni
 destinate
 a
 dar
 loro
 corpo.
 Sappiamo bene
che
quando
è
accaduto
che
gruppi
di
persone
si
sono
dotate,
nei
fatti, degli
strumenti
per
realizzarle,
i
risultati
non
solo
non
hanno
corrisposto
alle aspettative,
 ma
 hanno
 portato
 a
 una
 serie
 di
 situazioni
 disastrose. Cionondimeno
queste
posizioni
continuano
a
manifestarsi,
come
se
la
storia non
 insegnasse
 nulla
 e
 come
 se
 dalla
 mente
 di
 un
 unico
 individuo
 potesse giungere
 la
 verità
 circa
 il
 modo
 migliore
 di
 vivere
 insieme.
 In
 realtà
 non appena
 un
 soggetto
 ha
 la
 presunzione,
 la
 tracotanza
 –
 la
 follia,
 dovremmo dire
 –
 di
 proporre
 alla
 comunità
 umana
 un
 modo
 di
 vivere
 universalmente valido,
bisognerebbe
che
qualcuno
gli
facesse
presente
che
sta
oltrepassando quelli
 che
 sono
 i
 suoi
 diritti
 e
 lo
 allontanasse.
 Al
 giorno
 d’oggi,
 la
 lista
 dei profeti
 che
 sperano
 di
 vedere
 applicata
 la
 loro
 tesi
 sull’intera
 faccia
 della Terra
si
è
di
molto
ristretta,
soprattutto
se
consideriamo
la
proliferazione
che invece
 ce
 n’è
 stata
 nei
 due
 secoli
 che
 ci
 precedono;
 qualche
 esemplare
 in circolazione,
 però,
 resta
 sempre;
 alcuni
 hanno
 persino
 un’eco
 presso
 il pubblico
e
la
stampa,
ed
è
proprio
lì
che
andrebbero
semplicemente
ignorati o
 messi
 in
 ridicolo.
 Il
 caso
 più
 emblematico
 –
 e
 più
 caricaturale
 –
 è
 senza ombra
di
dubbio
quello
di
Alain
Badiou
il
quale,
conformemente
alla
figura
a dir
 poco
 obsoleta
 dell’intellettuale
 che
 dal
 suo
 ufficio
 riparato
 e
 nella
 totale rimozione
 degli
 eventi
 passati
 dà
 in
 pasto
 al
 suo
 gregge
 soluzioni preconfezionate,
continua
imperterrito
a
ripetere
che
il
comunismo,
“quello vero”
 e
 non
 quello
 “imborghesito”,
 rappresenta
 l’unico
 e
 irrinunciabile orizzonte
dell’umanità.

Se
queste
visioni
unilaterali
e
totalizzanti
raccolgono
un
certo
consenso
è perché
rispondono
alla
nostra
percezione
dominante
delle
cose,
quella
che,
a dispetto
 dell’abbondanza
 conclamata
 delle
 soggettività,
 presuppone
 che l’esistenza
 di
 un
 modello
 esclusivo
 sia
 la
 chiave
 per
 regolamentare
 le questioni
comuni,
che
la
pluralità
di
vedute
dia
luogo
soltanto
al
disordine
e che
 la
 modalità
 considerata
 superiore
 alla
 fine
 debba
 trionfare
 su
 tutte
 le altre.
 Questa
 concezione
 viene
 dalle
 profondità
 della
 nostra
 psiche,
 dalla nostra
paura
del
reale,
che
ci
spinge
a
rimetterci
a
un
ordine
trascendente,
a un
Dio
monoteista
o
a
un
modello
ideale
di
carattere
platonico,
per
esempio. È
il
risultato,
in
un
senso
o
nell’altro,
della
nostra
volontà
di
trovare
il
modo migliore
 per
 difenderci
 dalle
 incognite
 dell’esistenza.
 La
 ricerca
 di
 una soluzione
idonea
e
duratura
sarebbe
in
fin
dei
conti
una
questione
di
vita
o
di morte.
 La
 nostra
 sfortuna
 consiste
 nell’aver
 ceduto
 alle
 nostre
 angosce
 e
 a questa
 pigrizia
 di
 pensiero;
 consiste
 nell’aver
 optato
 per
 uno
 schema preminente,
 quello
 che
 apre
 la
 porta
 a
 tutte
 le
 forme
 di
 dominazione,
 di irreggimentazione,
 che
 limita
 le
 capacità
 degli
 individui,
 paralizza
 il
 loro desiderio
 di
 imboccare
 strade
 divergenti,
 portandoli
 inevitabilmente all’abbattimento.
 Perché
 qualsiasi
 vita
 che
 si
 rassegni
 a
 sottomettersi passivamente
a
un
modello
maggioritario
è
condannata
alla
tristezza. Quello
 che
 caratterizza
 il
 modello
 tecnoliberista
 è
 il
 fatto
 di
 imporsi
 con forza,
 di
 soffocare
 a
 poco
 a
 poco
 qualsiasi
 alternativa,
 di
 plasmare
 sempre più
in
profondità
i
nostri
modi
di
vivere,
ma
senza
dare
nell’occhio,
abile
nel giocare
 con
 il
 fascino
 dell’estrema
 individualizzazione dell’accompagnamento
 delle
 condotte
 pur
 nascendo
 da
 logiche
 uniformi. Tuttavia,
 di
 fronte
 a
 questa
 egemonia,
 sarebbe
 un
 errore,
 così
 come affermato
 da
 Gramsci,
 cercare
 di
 opporre
 un’altra
 egemonia,
 una
 controegemonia.
 Sarebbe
 meglio,
 piuttosto,
 esprimere
 senza
 riserve
 la
 nostra pluralità,
 tentare
 di
 istituire
 una
 moltitudine
 di
 schemi,
 perché
 più
 questi saranno
 numerosi,
 meno
 sarà
 in
 vigore
 la
 preponderanza
 di
 un
 ordine. Difendere
 la
 molteplicità
 non
 significa
 optare
 per
 il
 relativismo,
 ma
 farla valere
sulla
base
di
una
comunità
di
principi
dai
quali
può
fiorire
un’infinità di
stili
di
vita.
Tuttavia,
la
pluralità
non
dipende
da
una
condizione
data
né da
 un
 vago
 desiderio,
 ma
 dalla
 volontà
 di
 andare
 incontro
 alle
 cose
 e
 alla vita,
 di
 osare
 intraprendere
 delle
 azioni
 allo
 scopo
 di
 staccarsi
 da
 norme
 e abitudini
 giudicate
 nocive,
 di
 incamminarci
 in
 sentieri
 inesplorati
 che sentiamo
potrebbero
portarci
a
situazioni
benefiche
tanto
per
noi
quanto
per gli
 altri.
 Insomma,
 esige
 da
 noi
 convinzioni
 e
 un
 fermo
 desiderio
 di sperimentare.

Perché
 la
 sperimentazione
 permette
 di
 manifestare
 nei
 fatti
 una
 distanza dalle
 regole
 che
 ci
 vengono
 imposte,
 cercando
 di
 mettere
 in
 opera,
 in tantissime
forme
e
a
vari
livelli,
modi
diversi
di
portare
avanti
i
nostri
destini individuali
e
collettivi.
Certo
l’impresa
ha
la
sua
buona
dose
di
rischi,
come per
 esempio
 quello
 di
 uscire
 dalla
 propria
 zona
 di
 comfort
 o
 di
 perdere
 la propria
 posizione
 professionale,
 ma
 è
 guidata
 dal
 bisogno
 di
 non sottometterci
più
a
un
ordine
che
giudichiamo
illegittimo
o
inadatto
a
noi.
Fa allora
da
atto
politico
fondatore
che
deriva
da
un
doppio
movimento:
rifiuto di
una
data
situazione
e
tensione
verso
un’altra
che
pensiamo
essere
giusta ma
di
cui
ignoriamo
la
validità.
Essa
riflette
il
nostro
rapporto
con
il
mondo, fatto
 di
 preoccupazioni,
 diffidenza,
 ricerca,
 voglia
 di
 rivendicare
 la
 nostra libertà
 e
 la
 nostra
 possibilità
 di
 sbagliarci.
 E
 se
 ognuno
 di
 noi
 scegliesse
 di sperimentare,
 di
 occuparsi
 della
 propria
 esistenza
 e
 di
 dare
 forma
 alle aspirazioni
custodite
in
fondo
al
suo
cuore,
allora
emergerebbero
un’infinità di
 proposte
 che
 allontanerebbero
 qualsiasi
 modello
 dominante
 e svelerebbero
l’effervescenza
della
vita,
fatta
di
imprevisti
e
incroci
indefiniti di
forze
di
varia
natura. Se
 esiste
 un
 settore
 nel
 quale
 gli
 schemi
 in
 vigore
 sono
 sempre
 più uniformi,
 questo
 settore
 è
 proprio
 quello
 del
 lavoro.
 Lo
 stesso
 che,
 dalla rivoluzione
 industriale,
 ha
 visto
 la
 generalizzazione
 di
 processi standardizzati
 di
 produzione,
 il
 fordismo
 e
 l’instaurazione
 di
 modalità
 di gestione
 che
 derivavano
 da
 queste
 stesse
 logiche,
 che
 facevano
 appello
 alla mobilitazione
continua,
ergevano
la
concorrenza
a
modello
di
emulazione
e usavano
l’insicurezza
e
la
precarietà
come
armi
con
cui
fare
pressione.
Se
è vero
 che
 è
 un
 dovere
 analizzare
 queste
 modalità
 che
 schiacciano
 i
 corpi
 e opprimono
 le
 menti,
 comprenderne
 gli
 ingranaggi
 e
 denunciarne
 abusi
 e indegnità,
 è
 vero
 anche
 che
 non
 basta
 lamentarsi
 del
 modello
 liberista, conformemente
 a
 quel
 riflesso
 tipico
 dell’epoca
 che
 ricorre
 continuamente alla
 lamentela
 ma
 di
 fatto
 non
 fa
 nulla
 per
 opporsi.
 Decidere
 di
 attivarsi presuppone
prima
di
tutto
di
avere
coraggio,
coraggio
di
impegnarsi
in
una vita
 che
 “deve
 essere
 vissuta,
 in
 gran
 parte,
 in
 termini
 di
 sforzi”
 (George Orwell,
La
strada
di
Wigan
Pier),
coraggio
di
spezzare
le
catene
e
rischiare avventure
che
potrebbero
aprirci
cammini
di
libertà. Assumersi
 questo
 rischio
 assomiglierà
 meno
 a
 un
 salto
 nel
 vuoto
 e spaventerà
 meno
 se
 verranno
 istituiti
 dei
 dispositivi
 destinati,
 più
 che
 a sostenerlo,
a
favorirlo.
Perché
se
in
certi
Paesi
esistono
sistemi
mutualistici che,
in
caso
di
licenziamento,
garantiscono
un
aiuto
finanziario
per
un
certo periodo
 di
 tempo,
 dovrebbero
 essere
 istituiti
 anche
 dei
 sistemi
 rivolti
 a coloro
i
quali
desiderano
abbandonare
un
posto
di
lavoro
che
non
li
soddisfa

per
 impegnarsi
 in
 un
 progetto
 –
 possibilmente
 non
 l’ennesima
 impresa
 o start
 up
 che
 riproduca
 il
 modello
 dominante
 –
 che
 cerchi
 di
 sperimentare nuove
 modalità
 organizzative
 e
 produttive.
 La
 definizione
 dei
 criteri
 si rivelerebbe
 decisiva,
 dovrebbe
 poggiare
 su
 una
 base
 rispettosa
 del
 diritto fondamentale
 delle
 persone,
 incoraggiando
 la
 parte
 creativa
 di
 ognuno
 e tenendo
 conto
 dell’ambiente.
 Un
 progetto
 di
 società
 ben
 diverso
 da
 quello che
 punta
 a
 trasformarci
 tutti
 in
 pittori
 della
 domenica
 o
 in
 amatori
 della pesca
 con
 la
 lenza,
 grazie
 al
 reddito
 universale
 di
 base
 –
 nuovo
 dogma dell’epoca
 potentemente
 sostenuto
 dall’industria
 del
 digitale
 –
 che
 non
 fa che
convalidare
l’eliminazione
progressiva
delle
persone
dai
luoghi
di
lavoro lasciando
mano
libera
all’incessante
espansione
tecnoliberista. È
un’eresia
pensare
che
il
lavoro
sia
in
sé
e
per
sé
una
maledizione;
è
ciò che
è
diventato
a
essere
una
maledizione.
Invece
di
cercare
di
bandirlo
dalle nostre
 vite
 conformemente
 all’antifona
 secondo
 cui
 “la
 macchina
 è
 il redentore
dell’umanità,
il
Dio
che
riscatterà
l’uomo
dalle
sordidae
artes
e
dal lavoro
 salariato,
 il
 Dio
 che
 gli
 farà
 dono
 dell’ozio
 e
 della
 libertà”
 (Paul Lafargue,
Il
diritto
all’ozio),
dobbiamo
sforzarci
di
modificarne
la
natura,
le condizioni,
 perché
 può
 contribuire
 alla
 pienezza
 e
 alla
 creatività
 delle persone.
Possiamo
realizzare
noi
stessi
svolgendo
certi
compiti,
quelli
che
ci permettono
 di
 esprimere
 le
 nostre
 capacità,
 di
 ampliare
 le
 nostre competenze
 e
 di
 perfezionare
 le
 nostre
 qualità.
 Visti
 gli
 improvvisi cambiamenti
 in
 atto,
 sarebbe
 bene
 confrontarsi
 con
 queste
 sfide
 senza cedere
 alla
 facilità
 social-libertariana,
 quella
 che
 per
 esempio
 fa
 dire pigramente
 e
 grottescamente
 a
 Benoît
 Hamon,
 candidato
 “socialista”
 alle elezioni
presidenziali
francesi
del
2017:
“Il
reddito
universale
rappresenta
il diritto
di
scegliere
autonomamente
cosa
fare
della
propria
vita”.32
Di
fronte a
 queste
 questioni
 di
 importanza
 decisiva
 non
 possiamo
 accontentarci
 di soluzioni
 immediate
 e
 sbrigative
 che
 mirano
 a
 “tassare
 i
 robot”
 e
 ad abbandonare
l’esigenza
di
costruirci
nell’acquisizione
di
competenze
e
nella pratica
di
un
mestiere. Invece
 di
 batterci
 in
 favore
 di
 un
 reddito
 di
 base
 degradante
 e
 che
 non farebbe
altro
che
condurre
all’ignominia
di
una
società
degli
svaghi
perenne, faremmo
 meglio
 a
 sostenere
 tutte
 quelle
 iniziative
 che
 intendono riappacificarci
 con
 il
 piacere
 del
 lavoro,
 favorire
 l’espressione
 del
 talento, instaurare
 uno
 spirito
 di
 convivialità
 e
 aiuto
 reciproco
 in
 grado
 di
 generare legami
di
comunità
tra
pari,
in
netta
contrapposizione
con
quella
tendenza, quanto
 mai
 attuale,
 alla
 concorrenza
 continua,
 all’imposizione
 di
 strutture gerarchiche
 vane
 e
 incoerenti
 e
 all’assoggettamento
 a
 capi
 innamorati
 del potere.
 A
 queste
 condizioni
 avremmo
 la
 speranza
 di
 vedere
 instaurarsi
 una

“république
dans
l’atelier”,
per
utilizzare
un’espressione
di
Henri
Feugueray, autore
 de
 L’association
 ouvrière,
 industrielle
 et
 agricole
 (1851).33
 Queste iniziative,
 fondate
 sul
 principio
 della
 cooperazione,
 sono
 strutturalmente contrarie
a
qualsiasi
modello
unico;
esse
si
ispirano,
anzi,
a
principi
comuni, tra
 i
 quali
 quello
 di
 privilegiare
 prima
 di
 tutto
 la
 qualità
 del
 lavoro
 – l’estrema
qualità
del
lavoro
–,
quella
per
cui
ci
facciamo
in
quattro
e
che
poi sottoponiamo
all’apprezzamento
altrui.
Quella
a
cui
si
dedica
in
particolare l’artigiano,
e
che
lo
rende
orgoglioso.
L’artigiano
che,
come
ricorda
William Morris,
 conosce
 tutte
 le
 tappe
 della
 fabbricazione,
 che
 può
 affermare
 che l’oggetto
 che
 crea
 è
 “la
 sua
 opera”
 e
 che
 non
 viene
 privato
 dei
 suoi
 poteri, all’opposto
invece
di
tutti
quei
processi
di
impersonalizzazione
in
vigore
oggi per
colpa
di
modalità
di
gestione
che
frazionano
i
compiti. Altro
 che
 i
 fab
 lab
 e
 gli
 hackerspace;
 altro
 che
 la
 “filosofia
 del
 fare”
 tanto decantata
 da
 certi
 sociologi
 che
 si
 meravigliano
 davanti
 all’incredibile movimento
di
emancipazione
che
permette
agli
individui
di
trasformarsi
in tuttofare
 liberi
 dal
 giogo
 del
 capitalismo
 e
 capaci
 di
 dare
 forma
 a
 qualsiasi tipo
 di
 oggetto
 grazie
 a
 una
 stampante
 3D,
 conformemente
 all’ideologia hacker
 felice
 dell’avvento
 di
 un
 “modello
 alternativo”
 fondato
 sulla
 farsa
 di uno
spirito
“di
squadra”
che
in
realtà
punta
soltanto
a
soddisfare
gli
interessi individuali.
Altro
che
“economia
circolare”,
“economia
solidale”
o
“economia del
 bene
 comune”,
 di
 cui
 il
 discutibile
 “premio
 Nobel”
 per
 l’economia
 Jean Tirole
–
che
si
meriterebbe
piuttosto
il
premio
della
doxa
e
della
neolingua social-tecnoliberista
 –
 si
 fa
 cantore.
 Riciclare,
 comprare
 un
 passeggino
 di seconda
mano,
puntare
tutto
sul
“chilometro
zero”…
non
sono
queste
le
cose che
 fanno
 la
 differenza.
 Quello
 che
 conta
 davvero
 è
 la
 volontà
 decisa
 e risoluta
di
creare
forme
di
lavoro
dignitose
e
creative.
Questo
è
il
più
grande progetto
politico,
etico
e
civilizzazionale
che
si
possa
concepire. Tuttavia
 questa
 risoluzione
 presuppone
 di
 non
 superare
 una
 certa
 scala. Tornano
 alla
 mente
 le
 parole
 dell’ebanista
 austriaco
 nel
 film-documentario Nessun
uomo
è
un’isola:34
l’uomo
–
mentre
si
trova
in
mezzo
al
bosco
a
cui è
affezionato,
loda
le
virtù
di
quella
natura
incontaminata,
evoca
con
amore gli
alberi
che
lo
nutrono
e
di
cui
si
vanta
di
rispettare
i
cicli
di
vita
–
afferma che,
vista
la
qualità
dei
prodotti
fabbricati,
la
sua
struttura
non
ha
smesso
di ingrandirsi,
ma
che
non
vuole
superare
il
limite
delle
dieci
persone
per
non snaturare
lo
spirito
che
l’ha
ispirato
sin
dall’inizio.
Perché
la
questione
della scala
riveste
una
portata
etica
e
politica
fondamentale,
determina
la
forma
di una
società
e,
più
ancora,
di
una
civiltà,
conformemente
a
quello
che
aveva già
 sottolineato
 a
 suo
 tempo
 Ernst
 Friedrich
 Schumacher
 nel
 suo
 libro
 dal

titolo-manifesto
 Piccolo
 è
 bello:
 “Qual
 è
 la
 giusta
 proporzione?
 Dipende
 da ciò
 che
 vogliamo
 fare.
 La
 questione
 della
 scala
 è
 assolutamente fondamentale
 oggi,
 negli
 affari
 politici,
 economici
 e
 sociali,
 come
 in
 ogni altra
cosa”.35
Per
tentare
di
rispondere
a
questa
esigenza
è
bene
rimettere
in discussione
 le
 norme
 pedagogiche
 che,
 dal
 dopoguerra,
 hanno progressivamente
 denigrato
 le
 discipline
 umanistiche
 e
 l’apprendimento delle
pratiche
a
vantaggio
della
matematica
e
di
un
insegnamento
astratto
e utilitaristico.
 E
 oggi,
 come
 è
 normale
 che
 sia,
 ci
 ritroviamo
 a
 pagarne
 il prezzo.
Sta
a
noi
cercare
di
invertire,
senza
ulteriori
indugi,
questa
tendenza. Dobbiamo
 rivedere
 la
 nostra
 idea
 del
 sociale
 che
 non
 deve
 più
 essere considerato
 unicamente
 dal
 punto
 di
 vista
 dei
 vantaggi
 che
 dà, dell’adeguamento
salariale
o
delle
condizioni
di
lavoro,
ma
anche
in
quanto rivendicazione
 legittima
 di
 beneficiare
 della
 possibilità
 di
 esprimere
 al meglio
le
proprie
capacità
durante
lo
svolgimento
delle
proprie
mansioni. La
volontà
di
sperimentare
–
che
può
essere
considerata
un
bisogno
vitale
e un
dovere
morale
–
deve
sconfinare
dal
solo
ambito
del
lavoro
e
manifestarsi anche
 in
 altri
 settori
 della
 società.
 Nella
 scuola
 pubblica,
 ad
 esempio,
 dove chiunque
 ne
 abbia
 il
 desiderio
 e
 la
 capacità
 dovrebbe
 cercare
 di
 dare
 vita
 a piccole
 strutture
 qualificate
 per
 dispensare
 un
 insegnamento
 fondato
 sulla fame
 di
 sapere,
 sul
 gusto
 per
 i
 libri
 e
 per
 la
 lettura,
 sullo
 sviluppo
 della creatività
 e
 sull’apprendimento
 di
 attività
 manuali
 che
 favoriscano
 un rapporto
sensibile
con
le
cose
e
ci
riportino
ai
nostri
grandi
principi
fondanti. O
nella
sanità,
dove
medici
e
infermieri
potrebbero
riunirsi
in
collettivi
per difendere
una
diversa
filosofia
delle
cure,
al
riparo
dagli
assalti
dell’industria dei
 dati
 e
 dall’onnipresenza
 annunciata
 dell’intelligenza
 artificiale.
 O
 nelle case
di
riposo,
dove
a
prevalere
sarebbe
l’attenzione
totale
nei
confronti
del paziente
e
dove
gli
unici
robot
“da
compagnia”
ammessi
sarebbero
quelli
nati dalla
fantasia
dei
nipotini
che,
dopo
averli
disegnati,
li
appenderebbero
alle pareti,
 per
 esempio.
 Ognuno
 di
 noi
 dovrebbe
 poter
 elaborare
 dei
 progetti alternativi
considerati
virtuosi
per
la
comunità
e
beneficiare,
in
tal
senso,
del sostegno
 della
 collettività.
 In
 questo
 modo
 saremo
 in
 grado,
 ovunque saremo,
di
lavorare
all’instaurazione
di
un
regime
democratico
altro,
non
più fondato
sul
primato
della
scheda
elettorale,
ma
sul
diritto
–
e
il
dovere
–
di sperimentare
e
costruire
zone
da
difendere
di
varia
natura,
fino
a
mettere
in atto
 la
 giurisprudenza
 quando
 lo
 riteniamo
 necessario,
 guidati
 dalla convinzione
che
“il
moto
dei
popoli”
è
il
risultato
dell’attività
di
“tutti,
senza esclusione,
 gli
 uomini
 che
 hanno
 partecipato
 a
 un
 dato
 avvenimento”36 (Tolstoj).

Quello
di
cui
abbiamo
bisogno
non
sono
tanto
dei
“beni
comuni”
fondati
sul godimento
 –
 e
 vantati
 ogni
 due
 per
 tre
 da
 una
 certa
 confusa
 ideologia dell’epoca
–
ma
di
modi
di
stare
in
comune,
che
rifuggano
qualsiasi
struttura asimmetrica
di
potere,
favoriscano
la
realizzazione
di
ciascuno
e
rispettino
il principio
inalienabile
della
nostra
pluralità.
Come
definire
l’umanesimo
che dovremmo
 difendere?
 Non
 come
 quello
 che
 ambisce
 a
 fornirci
 un
 potere illimitato
 sulle
 cose,
 derivato
 da
 un
 antropocentrismo
 dominatore
 e devastatore;
ma
come
quello
che
ci
ordina
di
coltivare
le
nostre
capacità,
le sole
in
grado
di
renderci
pienamente
padroni
del
nostro
destino,
di
favorire lo
schiudersi
di
un’infinità
di
possibili,
senza
usurpare
i
diritti
di
nessuno
e dando
voce
al
canto
polifonico
e
ininterrotto
delle
divergenze. Forse
 fare
 della
 propria
 vita
 un’opera
 d’arte
 –
 individualmente
 e collettivamente
 –
 significa
 questo:
 cercare
 di
 liberarci
 dalle
 norme
 e
 dalle costrizioni
 che
 ci
 paralizzano
 grazie
 all’esercizio
 continuo
 del
 nostro
 potere creativo
 –
 considerato
 da
 Bergson
 come
 quello
 che
 condiziona
 alla
 base l’espressione
 della
 nostra
 libertà
 –,
 quello
 che
 testimonia
 lo
 “slancio
 vitale” di
un
mondo
che
“si
inventa
senza
sosta”
e
che,
grazie
a
questa
fiamma,
non subisce
più
gli
avvenimenti
in
maniera
passiva,
rassegnata
e
triste:
“ovunque c’è
 gioia,
 c’è
 creazione;
 più
 ricca
 è
 la
 creazione,
 più
 profonda
 è
 la
 gioia”.37 Perché
collocare
il
nostro
rapporto
con
gli
altri
e
con
il
reale
sotto
il
vincolo dell’inventiva
 significa
 tracciare
 passo
 dopo
 passo
 il
 nostro
 sentiero
 e contribuire,
 ognuno
 secondo
 le
 proprie
 possibilità,
 all’opera
 comune,
 senza frustrazione,
 risentimento
 o
 invidia,
 perché
 mossi
 da
 tutte
 le
 facoltà
 del nostro
 corpo
 e
 della
 nostra
 mente
 e
 dal
 nostro
 amore
 sconfinato
 nei confronti
della
vita.

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Internet
ci
rende
stupidi?
Come
la
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sta
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 des
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37-38. 28.
Bulletin
de
la
République,
Giornale
ufficiale
del
governo
provvisorio,
decreto
del
28
febbraio
1848, pubblicato
in
data
1
marzo
1848,
citato
da
Michèle
Riot-Sarcey,
in
Le
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la
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Une
histoire souterraine
du
XIXème
siècle
en
France,
La
Découverte,
Parigi
2016,
p.
23. 29.
Ivan
Illich,
La
convivialità,
cit.,
pp.
29-30. 30.
Pascal
Lokiec,
Il
faut
sauver
le
droit
du
travail,
Odile
Jacob,
Parigi
2015. 31.
Hannah
Arendt,
Tra
passato
e
futuro,
cit.,
p.
250. 32.
 “Le
 travail
 n’est
 pas
 une
 valeur!”,
 dialogo
 tra
 Benoît
 Hamon
 e
 Pierre-Yves
 Gomez,
 moderato
 da Martin
Legros
e
Samuel
Lacroix,
Philosophie
Magazine,
n.
108,
aprile
2017. 33.
Citato
da
Michèle
Riot-Sarcey,
in
Le
procès
de
la
liberté,
cit.,
p.
47. 34.
Nessun
uomo
è
un’isola,
documentario
di
Dominique
Marchais,
Zadig
Films,
Parigi
2017.

35.
 Ernst
 Friedrich
 Schumacher,
 Piccolo
 è
 bello.
 Uno
 studio
 di
 economia
 come
 se
 la
 gente
 contasse qualcosa,
trad.
it.
di
Daniele
Doglio,
Mursia,
Milano
2011,
p.
71. 36.
 Lev
 Tolstoj,
 Guerra
 e
 pace,
 volume
 secondo
 (1869),
 trad.
 it.
 di
 Enrichetta
 Carafa
 d’Andria, Einaudi,
Torino
1942,
p.
1390. 37.
Henri
Bergson,
L’energia
spirituale,
trad.
it.
di
Giuseppe
Bianco,
Raffaello
Cortina
Editore,
Milano 2008,
p.
19.

EPILOGO

Io,
polpo
scettico

Siamo
 così
 vicini
 eppure
 così
 lontani.
 La
 differenza
 sostanziale
 è
 che
 noi,
 a differenza
vostra,
per
far
fronte
ai
rischi
della
vita,
ai
pericoli,
alle
malattie, alla
 corruzione
 non
 mettiamo
 a
 punto
 strumenti
 per
 tutelarci
 e
 difenderci, non
 impugniamo
 balestre
 o
 chissà
 quali
 armi,
 non
 alziamo
 muri,
 non costruiamo
case
di
pietra
né
fortezze,
non
ci
affidiamo
a
re
e
sistemi
politici per
garantirci
la
sicurezza
o
la
sopravvivenza.
Tutte
iniziative
che
vi
tengono più
o
meno
al
sicuro,
ma
che
spesso
vi
costringono
a
evolvere
all’interno
di contesti
 limitati,
 a
 volte
 persino
 incatenandovi.
 Nel
 corso
 dei
 secoli
 avete elaborato
 molte
 tecniche
 a
 tal
 scopo.
 Eppure,
 nonostante
 gli
 sforzi
 e
 i successi,
 la
 vostra
 vulnerabilità
 persiste,
 non
 esiste
 nessun
 espediente
 in grado
 di
 sradicarla
 e
 dalla
 notte
 dei
 tempi,
 e
 fino
 a
 poco
 tempo
 fa,
 vivete questa
 condizione
 come
 una
 fatalità.
 Noi,
 invece,
 all’opposto
 di
 voi,
 non intendiamo
fare
della
preoccupazione
per
i
rischi
della
vita
il
perno
di
tutte
le nostre
azioni:
preferiamo
piuttosto
sviluppare
delle
capacità
che,
di
volta
in volta,
sul
momento
e
nel
miglior
modo
possibile,
ci
aiutino
a
far
fronte
alle circostanze.
 Ultimamente
 ci
 è
 giunta
 una
 notizia:
 corre
 voce
 che
 voi
 umani siate
stati
toccati
da
un
miracolo.
E
pare
che
non
sia
frutto
del
Cielo
o
di
una scoperta
avvenuta
per
caso,
ma
della
vostra
stessa
mente
e
della
vostra
stessa volontà.
 Ad
 ogni
 modo,
 qualcuno
 dei
 vostri
 si
 è
 messo
 di
 buona
 lena
 e
 si
 è inventato
uno
scudo
definitivo
contro
ogni
vostro
dubbio,
che
ha
risolto
tutte le
 vostre
 contraddizioni,
 preservandovi
 dall’incertezza
 e
 dalle
 disgrazie,
 e presto
vi
condurrà
alla
beatitudine
eterna. Io
vengo
dall’oceano,
dai
fondali
sabbiosi.
Mi
chiamano
Virgilio,
in
onore
del vostro
principe
dei
poeti.
Voi
e
io
discendiamo
da
una
stessa
stirpe
che
poi, circa
650
milioni
di
anni
fa,
ha
preso
traiettorie
diverse:
durante
una
tappa decisiva
del
processo
evolutivo,
infatti,
i
miei
lontani
antenati
si
sono
rifiutati di
 imboccare
 la
 vostra
 stessa
 strada;
 non
 gli
 sorrideva
 l’idea
 di
 vedersi costituiti
di
strutture
simmetriche,
ripartizioni
delimitate
e
forme
omogenee; avevano
la
sensazione
che
una
simile
ossatura,
intrisa
di
un’armonia
soltanto apparente,
 avrebbe
 limitato
 l’orizzonte
 della
 loro
 esperienza,
 del
 loro rapporto
con
gli
elementi,
con
i
loro
simili
e
con
le
altre
specie.
Perciò
hanno preferito
 chiedere
 alla
 natura
 di
 dotarci
 di
 corpi
 proteiformi,
 di conformazioni
 malleabili,
 di
 arti
 rigogliosi,
 di
 organi
 che
 ignorano
 le frontiere.
 Con
 questo
 non
 vogliamo
 certo
 asserire
 che
 la
 nostra
 posizione
 è

migliore
della
vostra:
anche
voi,
a
partire
dalla
vostra
costituzione
singolare, siete
 in
 contatto
 con
 molte
 ricchezze
 del
 mondo.
 È
 solo
 che
 le
 percepite
 da angolature
differenti,
ne
provate
le
gioie
dal
vostro
punto
di
vista,
e
questo
fa parte
della
sconfinata
varietà
dell’universo. Ma
 allora
 –
 mi
 chiedo
 –
 cosa
 vi
 è
 successo?
 Io
 e
 i
 miei
 simili
 non smettiamo
 di
 chiedercelo.
 Per
 quale
 ragione
 vi
 siete
 messi
 a
 fare
 come Amleto,
 avete
 preso
 in
 mano
 un
 cranio
 e
 avete
 iniziato
 a
 rimuginare
 sulla vostra
 tragica
 condizione?
 Come
 siete
 arrivati
 a
 convincervi
 del
 fatto
 che riproducendo
quell’oggetto
–
quella
parte
di
voi,
la
stessa
che
secondo
voi
vi rende
capaci
di
tanti
prodigi,
di
imprevedibili
equazioni,
di
opere
fantasiose, di
sonate
emozionanti,
insomma,
di
tutto
quel
genio
che
a
vostro
parere
fa
la differenza
 tra
 voi
 e
 qualsiasi
 altra
 creatura
 –
 e
 attribuendogli
 una
 potenza infinitamente
 superiore
 avreste
 ottenuto
 la
 panacea
 a
 tutte
 le
 vostre difficoltà?
 Questa
 passione
 per
 voi
 stessi
 vi
 avrebbe
 condotto
 a
 trovare dentro
di
voi
il
rimedio
definitivo
ai
vostri
tormenti
immemori. Ci
 tenevo
 a
 parlarvi,
 e
 sappiate
 che
 lo
 faccio
 anche
 a
 nome
 dei
 miei.
 Avrei potuto
scegliere
di
starmene
coricato
su
un
letto
di
alghe
scure,
di
vagare
in mezzo
 a
 polpi
 luminescenti
 o
 di
 amoreggiare
 con
 qualcuna
 delle
 mie pretendenti;
e
invece
scelgo
di
ascoltare
la
voce
che
mi
ordina
di
parlare
con voi
 in
 nome
 della
 nostra
 origine
 comune.
 Prendete
 le
 mie
 parole
 come
 un consiglio.
 Fatene
 quel
 che
 volete,
 del
 resto
 voi
 siete
 quelli
 della
 libertà eternamente
 rivendicata;
 ma
 io
 non
 potevo
 non
 parlarvi.
 Siete
 sicuri
 che
 i mezzi
che
avete
adottato
per
salvarvi
dai
vostri
mali
e
dalle
vostre
angosce
– e
penso
a
tutti
quei
dispositivi
ai
quali
concedete
così
tante
prerogative
e
così tanto
 potere
 –
 non
 contribuiranno,
 invece,
 al
 deperimento
 delle
 vostre capacità
 mentali,
 all’impoverimento
 delle
 vostre
 facoltà
 sensibili,
 a
 una pigrizia
 generale?
 È
 un
 peccato,
 siete
 creature
 della
 natura
 e
 in
 quanto
 tali potreste
dare
prova
di
maggiore
ingegnosità
e
inventiva,
di
essere
capaci
di più
grandi
prodezze.
Siete
certi
che
non
esistano
altri
modi
per
vivere
meglio che
non
siano
ispirarsi
a
modelli
piegati
alla
vostra
costituzione?
Non
trovate che
 questo
 progetto
 manchi
 di
 respiro
 e
 di
 audacia
 –
 quella
 stessa
 audacia che
 invece
 vi
 caratterizza?
 Non
 lo
 sapete
 che
 voler
 superare
 sé
 stessi
 per sottrarsi
 alle
 proprie
 imperfezioni,
 impuntarsi,
 come
 certi
 eroi
 antichi attratti
dalla
dismisura,
a
voler
uguagliare
gli
dèi,
equivale
scavarsi
la
fossa da
 soli?
 Avete
 letto
 Sofocle
 e
 la
 tragedia
 greca
 –
 peraltro
 li
 abbiamo
 letti anche
noi,
perché
siamo
molto
incuriositi
dalle
vostre
opere
e
cerchiamo
di imparare
 da
 tutto:
 lo
 sapete
 che
 non
 c’è
 modo
 di
 sfuggire
 al
 destino.
 Non credete
 che
 forse,
 visto
 lo
 stato
 così
 sofisticato
 della
 vostra
 scienza,
 avreste fatto
 meglio
 a
 cercare
 di
 staccarvi
 da
 certi
 schemi
 e
 adottare
 disposizioni

nuove
 che
 avrebbero
 generato
 pensieri
 inediti,
 vi
 avrebbero
 fatto
 provare sensazioni
 sconosciute,
 vi
 avrebbero
 aperto
 a
 un
 nugolo
 di
 dimensioni inimmaginabili?
 Non
 avete
 mai
 pensato
 che
 invece
 di
 farvi
 divorare
 dalla strana
 ambizione
 di
 sviluppare
 un’“intelligenza
 artificiale”,
 avreste
 potuto concepire
un’“intelligenza
extraterrestre”
o
subacquea,
per
esempio? In
 questo
 modo
 anche
 voi,
 come
 noi
 cefalopodi,
 potreste
 percepire
 i
 colori oltre
che
con
gli
occhi
anche
con
la
pelle,
grazie
ai
cromatofori
presenti
nello strato
superiore;
e
la
vostra
impressione
delle
cose
ne
avrebbe
guadagnato
in profondità
e
in
rilievo.
Addirittura
potreste
essere
ornati
di
tinte
che
variano in
funzione
dei
fiori,
dei
frutti,
degli
animali,
di
tutti
gli
oggetti
che
sfiorate,
e con
il
vostro
aspetto
caleidoscopico
sareste
la
testimonianza
del
mosaico
del mondo.
 Oppure,
 in
 caso
 di
 inutili
 attacchi,
 invece
 di
 combattere,
 potreste optare
per
la
mimetizzazione,
confondendovi
nell’ambiente
e
godere
di
ogni circostanza
del
presente.
Lo
sapete?
E
non
avreste
più
un
solo
cuore,
ma
tre, che
è
la
quantità
perfetta;
grazie
al
sapere
che
ci
contraddistingue,
abbiamo capito
 subito
 infatti
 che
 due
 attributi
 del
 sentimento
 generano
 passioni contrastanti
 difficili
 da
 sopportare,
 mentre
 un
 numero
 troppo
 ampio
 ci
 fa uscire
di
testa.
Ragion
per
cui
abbiamo
implorato
la
provvidenza
di
dotarci di
 una
 composizione
 ternaria,
 l’unica
 in
 grado
 di
 garantirci
 una
 perfetta attenzione
 a
 tutti
 gli
 oggetti
 del
 nostro
 affetto,
 evitandoci
 così
 di
 versare
 in un
 romanticismo
 eccessivo
 e,
 quasi
 certamente,
 distruttivo.
 Vi
 lascereste andare
 a
 esperienze
 amorose
 di
 ogni
 tipo,
 non
 esclusive,
 senza
 mai pregiudicare
la
dignità
di
nessuno,
né
provare
senso
di
colpa
o
gelosia. A
seconda
delle
vostre
voglie
o
delle
vostre
necessità,
sareste
provvisti
di
una costituzione
apparentemente
priva
di
una
forma
definita,
senza
articolazioni e
angoli
naturali,
che
vi
garantirebbe
il
massimo
della
flessibilità;
ognuno
di voi
 potrebbe
 trasformarsi
 in
 Nadia
 Comaneci,
 la
 ginnasta
 rumena
 che
 nel 1976,
per
la
prima
volta
nella
storia,
ottenne
il
massimo
punteggio
ai
Giochi olimpici
 di
 Montréal
 per
 quanto
 il
 suo
 corpo
 sembrava
 non
 incontrare alcuna
 resistenza,
 elastico
 e
 snodato
 come
 quello
 di
 un
 mollusco.
 Potreste ripiegarvi
 su
 voi
 stessi,
 prendere
 la
 forma
 di
 una
 palla
 compatta,
 riuscire
 a entrare
in
un
carrello
della
spesa
o
viaggiare
comodamente
nel
baule
di
una macchina,
 per
 esempio.
 Avreste
 otto
 braccia
 attorno
 alla
 bocca
 che
 vi permetterebbero
 di
 sperimentare,
 in
 contemporanea,
 un’infinita
 di combinazioni
 culinarie
 personalizzate,
 e
 i
 vostri
 chef
 stellati
 finirebbero relegati
 al
 rango
 di
 studentelli
 diligenti.
 E
 voi
 che
 siete
 così
 affezionati
 ai vostri
neuroni
e
alle
vostre
sinapsi,
tanto
da
volerli
riprodurre
a
miliardi
su chip
 in
 silicio
 allo
 scopo
 di
 ottimizzare
 ogni
 congiuntura
 conformemente
 a

una
gretta
mira
connessionistica,
rimarreste
soddisfatti,
non
solo
all’interno del
vostro
cervello,
ma
anche
nella
parte
superiore
del
tubo
digerente
e
nelle braccia.
Comprendereste
il
reale
lontano
da
inoperanti
categorie
binarie
nate dalla
 separazione
 di
 corpo
 e
 mente;
 vedreste
 le
 vostre
 capacità
 sensibili
 e concettuali
 evolvere
 di
 concerto
 e
 vi
 aprireste
 con
 gioia
 a
 tutti
 gli
 spessori della
vita. Per
 tornare
 a
 un
 punto
 non
 prendereste
 mai
 la
 stessa
 strada
 che
 avete
 già percorso
 all’andata,
 e
 in
 ognuna
 delle
 vostre
 evasioni
 scoprireste
 territori nuovi.
La
reattività,
l’adattabilità
e
la
flessibilità,
da
voi
tanto
decantate,
non sarebbero
più
delle
attitudini
che
imponete
a
voi
stessi
per
ottimizzare
tutto, ma
 predisposizioni
 naturali
 che
 vi
 consentirebbero
 di
 essere
 liberi,
 di allontanarvi
senza
indugi
da
tutte
quelle
situazioni
che
vi
urtano
e
di
vibrare in
piena
armonia
con
gli
elementi
del
cosmo.
Potreste
avere
tutte
queste
cose e
 molte
 altre
 ancora
 che
 io
 per
 primo
 ignoro,
 visto
 che
 tutte
 queste disposizioni
 verrebbero
 ad
 aggiungersi
 alle
 qualità
 di
 cui
 siete
 già
 in possesso;
restereste
umani
ma
con
una
certa
tendenza,
a
seconda
dei
vostri capricci
 o
 delle
 circostanze,
 a
 diventare
 dei
 polpi.
 Sarebbe
 una
 bellissima occasione
per
scambiare
le
vostre
angosce
e
la
vostra
meschina
passione
per il
 potere
 con
 le
 gioie
 della
 scoperta,
 con
 il
 desiderio
 dell’ignoto,
 con
 la curiosità
 dell’altrove,
 trovandovi
 così
 nella
 condizione
 di
 rispondere
 senza riserve
 all’esortazione
 di
 Victor
 Hugo
 di
 “andare
 al
 largo”.
 E
 allora
 forse evolvereste,
 non
 tanto
 in
 una
 società
 pacificata,
 quanto
 in
 un
 mondo
 nel quale
potersi
aggirare
senza
continuamente
cercare
di
tutelarsi,
di
superare gli
altri
e
di
tesaurizzare. Sono
qui
di
fronte
a
voi,
noi
vi
vogliamo
bene
e
parliamo
spesso
di
voi;
siete quelli
che
vengono
sempre
a
trovarci
per
osservarci
o
capirci
meglio,
a
volte anche
 per
 catturarci
 e
 sbatterci
 sulla
 griglia
 o
 in
 padella
 col
 pomodoro.
 Ma non
ce
l’abbiamo
con
voi.
Sì,
forse
non
è
troppo
tardi.
Siete
ancora
in
tempo per
 abbandonare
 il
 miraggio
 di
 una
 replica
 onnipotente
 di
 voi
 stessi
 e tornare,
 dopo
 centinaia
 di
 milioni
 di
 anni,
 a
 delle
 dimensioni
 che
 vi libererebbero
 dalle
 vostre
 catene
 e
 vi
 permetterebbero
 di
 realizzarvi
 in quanto
 esseri
 costituiti
 da
 molteplici
 intelligenze.
 Un
 mito
 hawaiano,
 per l’appunto,
 considera
 il
 sottoscritto
 –
 il
 polpo,
 dunque
 –
 il
 “superstite solitario”
 di
 un
 mondo
 anteriore.
 Posso
 dirvi
 una
 cosa?
 Questo
 “mondo anteriore”
è
meraviglioso,
non
tanto
per
via
dei
fondali
marini,
quanto
per
la sua
ostinazione
a
non
perdere
mai
di
vista
quel
primo
respiro
di
vita
di
cui noi
 continuiamo
 a
 essere
 i
 garanti.
 Volerlo
 provare
 di
 nuovo
 amplierebbe improvvisamente
 il
 vostro
 orizzonte
 di
 vita
 –
 all’infinito
 –,
 mettendovi,
 per

tutto
 il
 tempo
 che
 vorrete,
 come
 di
 fronte
 al
 “mare,
 il
 mare,
 sempre rinnovato”
(Paul
Valéry).