Il fascismo e la razza : la scienza italiana e le politiche razziali del regime
 9788815116123, 8815116125

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Table of contents :
Il fascismo e la razza
Indice
Introduzione
Capitolo primo. La questione razziale in Italia: problemi e scenari
1. La centralità della questione «scientifica»
2. Specificità del caso italiano
3. Problemi storiografici e interpretazioni a confronto
Capitolo secondo. Razzismo scientifico e antisemitismo
1. Origini del razzismo
2. Le teorie razziali nei contesti nazionali e il caso italiano
3. La confluenza dell’antisemitismo nel razzismo moderno e l’immagine dell’ebreo
4. Gli ebrei e la scienza
5. Il caso italiano
Capitolo terzo. Teorie della razza nell’Italia fascista
1. Dal nazionalismo al «problema dei problemi»
2. Demografia e statistica
3. Dalla demografia all’eugenetica
4. I contributi dell’antropologia
5. Il coinvolgimento della comunità scientifica: un bilancio
Capitolo quarto. L’antisemitismo di stato
1. Un andamento fluttuante
2. Una scelta di politica razziale
3. Il «Manifesto»: genesi, conflitti, revisioni
4. La campagna razziale contro gli ebrei
5. L'ondata investe la comunità scientifica
Capitolo quinto. Le correnti del razzismo fascista
1. Razzismo spiritualistico-romano «scientifico»
2. Altri razzismi
3. La mostra nazionale della razza e altri sviluppi
4. Il razzismo riscrive la storia della scienza
Capitolo sesto. La comunità scientifica di fronte al razzismo
1. La presenza ebraica nella comunità scientifica italiana
2. La comunità scientifica di fronte all’estromissione degli ebrei
3. La discriminazione
4. Le conseguenze delle politiche razziali
Epilogo
Note
Introduzione
Capitolo primo
Capitolo secondo
Capitolo terzo
Capitolo quarto
Capitolo quinto
Capitolo sesto
Epilogo
Riferimenti bibliografici
Fonti primarie
Fonti secondarie
Indice dei nomi

Citation preview

Le politiche razziali del fascismo furono dettate esclusivamente da scelte di politica estera, e in particolare dall’alleanza stretta con Hitler, oppure ebbero radici e motivazioni autoctone? Razzismo e antisemitismo furono elementi costitutivi dell’ideologia fascista? Quale fu il coinvolgimento della società italiana? E quale il contributo di scienziati e intellettuali? Sono alcuni degli interrogativi cruciali con cui negli ultimi anni si è confrontata la storiografia, nell’intento di fare luce su origini e messa in opera delle leggi razziali antiebraiche volute dal regime nel 1938. Giorgio Israel torna sull’argomento e in questo libro documenta con rigore come il razzismo di Stato trovasse sostegno in talune elaborazioni teoriche della scienza italiana, dall’antropologia all’eugenetica, alla demografia. Quanto al mondo universitario, se per un verso scontò l’espulsione degli scienziati ebrei, per un altro contribuì alla politica razziale del regime, salvo poi, nel dopoguerra, «dimenticarsi» delle compromissioni, in un processo di rimozione che in molti casi dura ancora oggi. Giorgio Israel Insegna Storia della matematica nella Sapienza Università di Roma. Con il Mulino ha pubblicato «Scienza e razza nell’Italia fascista» (con P. Nastasi, 1998), «La questione ebraica oggi» (2002), «La Kabbalah» (2005). Tra i suoi libri recenti: «Chi sono i nemici della scienza?» (2008, Premio Capalbio), «Il mondo come gioco matematico» (2008, con A. Millàn Gasca, Premio Peano).

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Scansione a cura di irmaladolce Ocr e conversione a cura di Natjus Ladri di Biblioteche Progetto fascismo 2019

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Giorgio Israel

Il fascismo e la razza La scienza italiana e le politiche razziali del regime

Società editrice il Mulino 4

I lettori che desiderano informarsi sui libri e sull’insieme delle attività della Società editrice il Mulino possono consultare il sito Internet: www.mulino.it ISBN 978-88-15-11612-3 Copyright © 2010 by Società editrice il Mulino, Bologna. Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fotocopiata, riprodotta, archiviata, memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo elettronico, meccanico, reprografico, digitale - se non nei termini previsti dalla legge che tutela il Diritto d’Autore. Per altre informazioni si veda il sito www.mulino.it/edizioni/fotocopie

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Indice



Introduzione Capitolo primo. La questione razziale in Italia: problemi e scenari 1. La centralità della questione «scientifica» 2. Specificità del caso italiano 3. Problemi storiografici e interpretazioni a confronto Capitolo secondo. Razzismo scientifico e antisemitismo 1. Origini del razzismo 2. Le teorie razziali nei contesti nazionali e il caso italiano

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3. La confluenza dell’antisemitismo nel razzismo moderno e l’immagine dell’ebreo 4. Gli ebrei e la scienza 5. Il caso italiano Capitolo terzo. Teorie della razza nell’Italia fascista 1. Dal nazionalismo al «problema dei problemi» 2. Demografia e statistica 3. Dalla demografia all’eugenetica 4. I contributi dell’antropologia 5. Il coinvolgimento della comunità scientifica: un bilancio Capitolo quarto. L’antisemitismo di stato 1. Un andamento fluttuante 2. Una scelta di politica razziale 3. Il «Manifesto»: genesi, conflitti, revisioni 4. La campagna razziale contro gli ebrei

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5. L’ondata investe la comunità scientifica Capitolo quinto. Le correnti del razzismo fascista 1. Razzismo spiritualistico-romano «scientifico» 2. Altri razzismi 3. La mostra nazionale della razza e altri sviluppi 4. Il razzismo riscrive la storia della scienza Capitolo sesto. La comunità scientifica di fronte al razzismo 1. La presenza ebraica nella comunità scientifica italiana 2. La comunità scientifica di fronte all’estromissione degli ebrei 3. La discriminazione 4. Le conseguenze delle politiche razziali Epilogo Note Riferimenti bibliografici

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Fonti primarie Fonti secondarie Indice dei nomi

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La storia dell’antisemitismo esiste, è un dato di fatto. Ma quello che offusca tale realtà è che questa storia dell’antisemitismo, infine realizzata, non ha in nessun modo eliminato l’antisemitismo dalla storia. Essa continua a drenare nelle sue acque inquinate l’anti mascherato da complementi mutevoli (-giudaismo, -semitismo, -sionismo), ma l’oggetto resta lo stesso: l’uomo ebreo. Anche l’obiettivo è lo stesso: il suo sterminio. Fin tanto che il «termine» non sarà realizzato, l’antisemita non avrà pace. Non si può trarre alcuna lezione dalla storia se non che i suoi protagonisti dispongono di un guardaroba inesauribile: vi trovano la maschera appropriata all’‘hic et nunc del loro folle ruolo. André Neher, Hanno ritrovato la loro anima. Percorsi di Teshuvah, Genova, Marietti, 2006

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Introduzione La storiografìa delle politiche razziali antiebraiche nell’Italia fascista ha subito uno sviluppo straordinariamente rilevante nel corso di mezzo secolo. Negli anni Sessanta le conoscenze su questo tema erano racchiuse quasi interamente nella Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo di Renzo De Felice [1961], opera tanto più rilevante e meritoria in quanto rompeva un lungo silenzio attorno a esso e anche attorno al tema dello sterminio degli ebrei nei lager nazisti. In questo silenzio anche la sinistra antifascista (e, in particolare, comunista) aveva avuto una responsabilità non secondaria. Erano gli anni in cui si tendeva a spiegare il razzismo come una manifestazione dell’odio di classe1. Gli ebrei internati e sterminati nei lager rientravano nella generica categoria di «deportati» e le politiche razziali del fascismo erano viste come una delle tante infamie della dittatura, neppure tra le più efferate. La tendenza a considerare il razzismo antiebraico del fascismo un fenomeno secondario e privo di interesse specifico si sommava all’inclinazione a sottolinearne le differenze con quello hitleriano. Si finiva con il parlare di razzismo «blando». In fondo - si diceva e si scriveva - il fascismo «discriminava, non perseguitava» gli ebrei, quasi che essere cacciati dal posto di lavoro per motivi di razza fosse una innocua penale in un gioco di società. Tutto il male veniva addossato al razzismo germanico. In questa tendenza all’assoluzione o alla minimizzazione hanno 11

giocato un ruolo importante coloro che si erano compromessi non soltanto con il regime - vale a dire la stragrande maggioranza degli italiani - ma anche con le politiche razziali, e che avevano mostrato uno zelo neppure richiesto nel promuovere la campagna razziale. Nel suo libro, De Felice ricordava come l’Italia, negli anni Trenta e Quaranta, avesse visto una produzione di pubblicistica antisemita «vastissima quanto mai si possa immaginare» [ibidem, 359, 444]. Nel 1946 gli autori dei misfatti razziali e quanti si erano compromessi furono assolti con grande generosità. Furono loro restituite le posizioni di potere di cui avevano goduto negli anni del fascismo, al punto che essi si trovarono persino a gestire la reintegrazione di quelli che avevano perseguitato. Vi fu addirittura chi fu epurato soltanto perché non era stato antifascista pur essendo stato vittima del fascismo in quanto ebreo. L’occultamento e il rovesciamento delle responsabilità sono testimoniati dal numero delle aule o istituti universitari che, nel dopoguerra, sono stati intitolati a coloro che si erano quantomeno sporcati le scarpe con la politica razziale del regime. In questa gigantesca opera di «lavacro», destra e sinistra hanno purtroppo attuato tristi forme di connivenza che la letteratura più recente sta portando alla luce non senza suscitare reazioni di fastidio o di ira2. In questo contesto, un capitolo specifico riguarda gli intellettuali che, come osservò lo stesso De Felice, furono la categoria più coinvolta - e massicciamente - nella campagna razziale. Come stupirsi allora se, nell’ambito degli studi storici sulle politiche razziali del fascismo, la «questione degli intellettuali» è stata clamorosamente trascurata? Era ovvio che chi deteneva gli strumenti dell’analisi storica non fosse disponibile a rivolgerli contro se stesso o anche soltanto contro i propri colleghi, che già l’amnistia politica aveva lavato di ogni colpa per i misfatti commessi o per le 12

grandi e piccole viltà. Sotto questo profilo, non deve neppure stupire che il libro di De Felice sia stato allora accolto con scarso favore e abbia anzi destato reazioni di fastidio. Esso rappresentò un atto di coraggio notevole per la denuncia aspra che vi si faceva delle compromissioni degli intellettuali con le politiche della razza: Due settori in particolare […] offrirono all’antisemitismo un certo numero di adesioni non trascurabile: la cultura e i giovani […] Che la cultura italiana, fascista e profascista che essa fosse, abbia aderito su larghissima scala all’antisemitismo non è un mistero per nessuno […] Pochi uomini di cultura, anche tra coloro che godevano di tali posizioni di prestigio da non avere nulla da perdere, seppero mantenersi estranei alla canea di quegli anni. L’unico dei «grandi» che forse più seppe farlo fu Gentile. Tra gli altri, casi come quello di Bontempelli - che osò rinfacciare a Bottai la sua adesione all’antisemitismo - come quello di G.E. Barié5 - che all’università di Milano insorse pubblicamente contro chi voleva vedere nella filosofia di Spinoza una prova del «pervertimento giudaico» -, come anche quello di Marinetti, rimasero casi isolati […] E non si venga a gettare la colpa di questa abiezione sul regime solamente: chi non volle unirsi alla canea lo fece, rinunciando agli onori e alle prebende, è vero, ma salvando il suo onore e la sua dignità di uomo di cultura […] Il fatto è che troppi «uomini di cultura» videro nell’antisemitismo di Stato una maniera per mettersi in mostra, fare carriera, fare danaro, per sfogare i loro rancori e le loro invidie contro questo o quel loro collega [ibidem, 442-4441.

Tuttavia, nel suo libro De Felice decideva di non insistere su questo tema, di non sviluppare un esame esaustivo della letteratura antisemita «colta», per non avviare una sorta di «caccia alla rovescia». Non ci interessa tentare di capire se si sia trattato di un atto di generosità nei confronti dei colleglli. Quel che conta è che qui risiede la maggiore debolezza del libro di De Felice. La sua analisi sorvola completamente, o quasi, sul mondo intellettuale e universitario. Spesso mancano o sono appena menzionati protagonisti di primo piano della politica razziale. Per esempio, quasi non si cita Sabato Visco, che pure fu a capo dell’Ufficio razza del ministero della Cultura popolare. Nel parlare del cosiddetto Manifesto degli scienziati razzisti si compiono 13

clamorosi errori, come quello di menzionare Pende come l’unica «figura di primo piano» tra i firmatari, quasi si trattasse di una lista di «giovani assistenti» o figure modeste, mentre tra di esse vi era il presidente dell’Istat Franco Savorgnan e il patron della psichiatria italiana Arturo Donaggio. Ma la conseguenza più negativa dell’aver omesso un’analisi dell’atteggiamento del mondo culturale e universitario era la riduzione della vicenda del razzismo fascista a una questione meramente politica e persino soltanto di politica internazionale, e quindi l’aver accreditato la tesi secondo cui il fascismo non aveva mai avuto propensioni razziste, tantomeno antisemite, e che la scelta di promulgare una legislazione razziale era stata conseguenza del patto d’acciaio con Hitler, e quindi soltanto una concessione all’alleato nazista. Questa tesi venne in effetti sostenuta da De Felice, anche se poi egli la corresse nella biografia di Mussolini, in cui sottolineava l’esistenza di un filo che legava le politiche pronataliste ed eugenetiche del fascismo con le politiche razziali, ammettendo quindi l’esistenza di correnti razziste autoctone. Ma su questo torneremo nel seguito. Quel che ci preme sottolineare è che l’opera di De Felice, malgrado alcune affermazioni che andavano in senso opposto, mise in discussione solo in parte la diffusa interpretazione riduttiva del razzismo fascista. Poteva così accadere - non per responsabilità di De Felice, ovviamente, ma per l’inesistenza di una letteratura approfondita sull’argomento - che anche uno storico avvertito come George L. Mosse emettesse affermazioni superficiali come questa: L’Italia ha protetto i suoi ebrei ovunque le sia stato possibile. Nell’ottobre 1938 Mussolini aveva promulgato le proprie leggi razziali, che vietavano i matrimoni misti, escludevano gli ebrei dal servizio militare e proibivano loro di avere grosse proprietà terriere; egli però volle che questa legge fosse inoperante nei confronti di quegli ebrei che avevano

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partecipato alla prima guerra mondiale o al movimento fascista e coniò personalmente lo slogan «discriminare, non perseguitare». Le leggi razziali avevano lo scopo di dare al fascismo, ormai invecchiato al potere, un nuovo dinamismo - un compito che esse non avrebbero assolto dato che in Italia non esisteva una tradizione razzista antiebraica. Le leggi razziali intendevano anche rappresentare un gesto di amicizia verso Hitler, ma nemmeno in questo caso diedero risultati migliori, anzi i nazisti si meravigliarono per il fallimento fascista nel far osservare le leggi. Mussolini non era un razzista [Mosse 1985, 214-215].

È bizzarro considerare la promulgazione di leggi razziali «blande» come il miglior modo di proteggere i propri ebrei «ovunque fosse possibile». Di fatto, Mosse si lasciava ingenuamente incantare proprio dallo slogan mussoliniano e ne faceva una chiave di interpretazione storiografica. Quanto al fatto che Mussolini fosse un razzista, era sufficiente ascoltare il dittatore stesso per rendersene conto. È indubbio che il razzismo antisemita ebbe un ruolo costitutivo nell’ideologia nazista, mentre non lo ebbe in quella fascista. È altrettanto indubbio che le leggi razziali fasciste furono meno severe di quelle naziste, che non vi fu una politica di deportazione e sterminio, e la collaborazione con le politiche razziali naziste si limitò al periodo della Repubblica sociale italiana. Ma ciò non autorizza a liquidare la questione del razzismo fascista come una sorta di escrescenza marginale prodotta da scelte opportunistiche in politica estera. L’esistenza di un coinvolgimento del mondo intellettuale, vastissimo al di là di ogni immaginazione - per dirla con De Felice -, imponeva di sviluppare un’analisi più approfondita del ruolo di tale mondo, e in particolare di quello scientifico, che era naturalmente coinvolto in una tematica «scientifica» come quella della razza. Ma una simile ricerca storiografica iniziò soltanto verso la fine degli anni Ottanta, senza volere con ciò togliere nulla all’importanza di contributi come quelli di Roberto Finzi, Michele Sarfatti e Mario Toscano. Un passo decisivo fu rappresentato dal convegno sul cinquantenario 15

delle leggi razziali, promosso nell’ottobre del 1988 dal presidente della Camera dei deputati Nilde lotti4. Tale convegno, sebbene prevalentemente dedicato agli aspetti legislativi, vide alcuni primi tentativi di affrontare la tematica culturale e scientifica; in particolare da parte di Gabriele Turi, sul tema del ruolo e del destino degli intellettuali nella politica razziale del fascismo, e da parte di chi scrive, sul tema del ruolo della comunità scientifica e delle conseguenze subite dalla scienza italiana5. Dopo pochi anni un importante articolo di Mauro Raspanti [1994] propose un’analisi dell’ideologia del razzismo fascista che evidenziava l’esistenza di diversi «razzismi» del fascismo. Il 1998, sessantesimo anniversario delle leggi razziali, ha segnato l’inizio di una nuova letteratura sull’argomento che si è espansa nel decennio successivo a un livello quantitativo sorprendente, anche se non sempre a un livello qualitativo altrettanto elevato. Ogni tentativo di citazione condurrebbe a omissioni e non intendiamo fare torto a nessuno. Il merito di questa nuova letteratura è stato di aver preso di petto le questioni cruciali lasciate aperte dalle interpretazioni precedenti, e che potremmo riassumere nei seguenti interrogativi. Le politiche razziali del fascismo furono dettate esclusivamente da scelte di politica estera, e in particolare dall’alleanza stretta con Hitler, oppure ebbero radici e motivazioni autoctone? Il razzismo fu un elemento costitutivo dell’ideologia fascista? In caso affermativo, quale fu la natura della concezione razzista del fascismo ed è fondato asserire che nel fascismo si confrontarono diverse visioni del razzismo? L’antisemitismo fu un elemento costitutivo dell’ideologia fascista, come lo fu di quella nazista? Quale fu il livello di coinvolgimento della società italiana, nei suoi differenti strati, nelle politiche razziali antiebraiche? In che misura il mondo scientifico si 16

compromise nelle politiche razziali e diede un contributo alla loro formulazione teorica? Quale ruolo ebbero le ricerche nel campo dell’eugenetica e della teoria delle popolazioni nella definizione di un’ideologia razzista in Italia? Le politiche razziali ebbero conseguenze sul mondo della cultura e della scienza paragonabili a quelle verificatesi in Germania? Si potrebbe continuare, ma l’elenco precedente è sufficiente a delineare un programma di ricerca molto vasto e che travalica i limiti ristretti entro cui si erano sviluppate le analisi storiografiche sull’argomento fino a una quindicina di anni fa. Non tenteremo qui di descrivere le caratteristiche di questa nuova letteratura e il tipo di risposte che sono state date alle domande precedenti. Ci limiteremo a dire che un tratto precipuo della storiografìa dell’ultimo decennio è stato il superamento dell’idea secondo cui le politiche razziali del fascismo sono da ricondurre esclusivamente a scelte di politica estera. Ma al di là di questo tratto comune le risposte divergono, e anche di molto, soprattutto sul tema del ruolo della scienza e degli scienziati nonché sulla valutazione delle caratteristiche dell’ideologia fascista della razza. Nel 1998 uscì presso II Mulino un libro, scritto in fruttuosa collaborazione con Pietro Nastasi, dal titolo Scienza e razza nell’Italia fascista. Lo scopo era analizzare il «ruolo che la questione scientifica e gli scienziati hanno avuto nello sviluppo delle politiche razziali», sul quale osservavamo - «pochissimo è stato scritto nel nostro paese» [Israel e Nastasi 1998, 8-9]. La tesi fondamentale del libro era la seguente: Il mondo scientifico italiano si è lasciato coinvolgere in modo assai rilevante nella politica della razza, anche se si è raramente abbandonato a forme di razzismo estremo del tipo di quello germanico. In fin dei conti, il primo documento ufficiale con cui prende le mosse la politica della razza è un Manifesto degli scienziati razzisti. Inoltre, anche in Italia si è sviluppata una tematica scientifica tendente a giustificare il razzismo.

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Tuttavia, essa è servita prevalentemente ad affermarne una visione «italica» (dominata da un approccio «spiritualistico») che è stata sostenuta e difesa di fronte all’alleato germanico, anche nei momenti in cui l’alleanza era strettissima. Ciò dimostra che il razzismo italiano non fu affatto un fenomeno di pura e semplice importazione del razzismo nazista, anche se la scelta razziale fu certamente influenzata dall’alleanza con la Germania. Proprio nel mondo scientifico si levarono voci tese a difendere questa autonomia e specificità italiane e, al contempo, ad affermare la piena adesione ai provvedimenti legislativi antiebraici del regime. Questi aspetti e queste teorizzazioni sono stati finora trascurati del tutto o bollati come marginali e insignificanti. Proprio qui risiede la causa della clamorosa insufficienza della storiografia nell’analisi del razzismo nell’Italia fascista. Si è confusa l’abiezione morale o l’inconsistenza teoricoscientifica con la pura e semplice inesistenza del fenomeno: in altri termini, poiché i razzisti «scientifici» erano immorali e magari sciocchi e ignoranti, le loro teorizzazioni erano irrilevanti e prive di peso6. Purtroppo, la logica che ispira siffatti ragionamenti è banalmente falsa: tanto varrebbe dire che, siccome il Mein Kampf di Adolf Hitler è teoricamente inconsistente, esso fu anche ininfluente. Il razzismo scientifico italiano è esistito, ha avuto consistenza. Anzi, è nella corrente della demografia e dell’eugenetica che è stato allevato l’interesse per la questione razziale, anche come questione politica, e sono state costruite le giustificazioni per le scelte pratiche poi assunte. Ignorando la questione scientifica, la storiografia ha ignorato ipso facto la questione razziale in Italia7.

Queste critiche rivolte alla storiografia, a mio avviso, sono ancora pienamente valide, ma non possono essere più riproposte oggi tal quali, a distanza di un decennio, nel corso del quale è stata pubblicata una gran messe di studi che affrontano la questione scientifica, sia pure, in pochi casi, per ribadire il diniego della sua rilevanza. La ristampa del libro, come se nulla fosse avvenuto, non era possibile. Appariva necessaria una riscrittura completa che tenesse conto delle nuove acquisizioni storiografiche, che si confrontasse con le tesi formulate in questi anni (e anche con talune critiche espresse nei confronti del libro) e che facesse ricorso a materiali bibliografici o archivistici successivamente acquisiti, omettendo invece la trascrizione in appendice di documenti allora difficilmente reperibili e oggi largamente disponibili. Una siffatta riscrittura non 18

poteva non implicare revisioni e raffinamenti interpretativi. Con queste finalità ho realizzato il libro presente, da solo, poiché il collega Pietro Nastasi non era disponibile a questa impresa proposta da Ugo Berti, che ringrazio per l’interesse e la stima8.

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Capitolo primo La questione razziale in Italia: problemi e scenari 1. La centralità della questione «scientifica» Nel 1952, a pochi anni dalla più grande tragedia provocata dal razzismo nella storia, Claude Lévi-Strauss identificava le radici del «peccato originale dell’antropologia» nella «confusione tra la nozione puramente biologica di razza (supponendo, d’altra parte, che, anche questo su terreno limitato, questa nozione possa pretendere all’obbiettività, il che è contestato dalla genetica moderna) e le produzioni sociologiche e psicologiche delle culture umane» [Lévi-Strauss 2001, 32-33]. E aggiungeva che, per aver commesso questo errore, JosephAuguste de Gobineau «si era trovato racchiuso in un cerchio infernale che conduce da un errore intellettuale che non esclude la buona fede alla legittimazione involontaria di tutti i tentativi di discriminazione e di sfruttamento» [ibidem]. Concentriamo l’attenzione su quel che sta scritto fra le parentesi nella prima citazione. Se la nozione di razza non può pretendere ad alcuna obiettività, allora il «peccato originale» dell’antropologia consiste non tanto nella confusione di cui parla Lévi-Strauss, quanto nell’aver accettato acriticamente l’idea che esista un substrato biologico il quale sarebbe la causa delle differenze 20

sociologiche e psicologiche delle culture umane. La modifica non è di poco conto. Difatti, in un caso stiamo dicendo che le razze esistono e sono definite in termini biologici, ma che non esiste alcuna corrispondenza tra le diversità biologiche e le diversità culturali. Nell’altro caso stiamo parlando di una costruzione che si svolge tutta a livello ideologico, senza alcun riferimento coerente a un insieme di fatti. È indubbio che rispetto agli anni in cui scriveva LéviStrauss esista oggi una maggiore consapevolezza del fatto che il concetto di razza è privo di qualsiasi fondamento oggettivo e che non è «scientifico»1. Tuttavia, questa consapevolezza viene per lo più affermata nei seguenti termini: non è possibile ricorrere al concetto di razza perché esso si è rivelato scientificamente inconsistente, ma, se si fosse rivelato fondato, ne faremmo uso. Questa riserva è probabilmente influenzata dalla constatazione che, nel passato, un numero considerevole di scienziati rispettabili ha dato credito al concetto di razza. Non si ha il coraggio di dire apertamente che quando qualche scienziato discettava di razza in lui parlava un ideologo allo stato puro. Proprio trattando di Gobineau, Hermann Keyserling ha sottolineato che quel contava nella sua costruzione era il mito razziale e non il suo fondamento oggettivo: «Non è la verità delle idee che conta dal punto di vista storico, ma la loro corrispondenza e la loro congruenza con delle tendenze oscure e profonde […] Qual è il fermento che Gobineau ha introdotto nell’evoluzione storica? Precisamente la coscienza della razza […] il fatto che la razza in quanto tale ha un valore» [Keyserling 1934, 243]. E Pierre-André Taguieff così commenta: Keyserling dissocia il valore di verità della teoria gobiniana dalla questione pragmatica dell’efficacia simbolica dell’idea gobinista, in quanto essa non si riduce a un concetto. La forza del mito razziale è

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indipendente dalla scientificità dell’analisi razziologica. Poco importa allora che la nozione di razza sia un’idea chiara e distinta. Per esercitare il suo influsso le basta essere oscura e distinta, nel senso che, presente alla coscienza come un’idea distinta, trae la sua potenza dalle forze oscure dell’inconscio [Taguieff 2002, 69].

Un’analisi storica anche sommaria mostra che la nozione di razza è sempre stata un’idea oscura e distinta. Non abbiamo alcuna simpatia per le visioni mitiche dell’oggettivismo scientifico e non riteniamo che esistano rigidi criteri di demarcazione tra «scienza» e «non scienza». Tuttavia, esiste un vero e proprio abisso tra la nozione di razza e concetti di cui pure la scienza si è disfatta, come quelli di flogisto o di etere. Difatti, questi ultimi si riferivano comunque a un insieme di fatti ben definiti e ne offrivano un modello esplicativo abbastanza coerente. Anche l’ipotesi geocentrica si è dimostrata contraddittoria con le osservazioni, ma il sistema tolemaico ha offerto per secoli una soddisfacente descrizione (e previsione) di un insieme di fatti molto ben definito: il moto del sistema dei corpi celesti. A quale insieme ben definito di fatti corrisponde il concetto di razza? A nessuno. Basta a confermarlo il gran numero di definizioni diversissime di razza che sono state date nel corso di due secoli, ognuna delle quali si riferiva a insiemi di «fatti» (ammesso che fossero tali!) assai lontani l’uno dall’altro e spesso totalmente contraddittori. Di più: accade spesso che il riferimento a una «razza» non indichi neppure dei fatti biologici, ma un insieme di atteggiamenti psicologici, spirituali o culturali. In fin dei conti quel che Mosse attribuisce a Galton può essere imputato a chiunque abbia fatto uso, in un modo o in un altro, della parola razza: indicare con essa in modo vago un «gruppo» umano legato da una qualche sorta di affinità o di ereditarietà [Mosse 1985, 83]. Occorre sottolineare che le teorie razziali non sono assolutamente sempre biologiche. Questo fatto è divenuto 22

incomprensibile per molti storici che pensano che ogni razzismo non possa che essere biologico: secondo costoro il razzismo non biologico sarebbe un ossimoro. In tal modo essi si tolgono di torno il problema del razzismo non biologico e dei suoi sostenitori2 affermando che i razzisti spiritualisti si sbagliavano: come il borghese gentiluomo di Molière questi razzisti parlavano in prosa (ovvero in biologia) senza saperlo. Ma le cose non stanno così. Il vero errore consiste nel credere ingenuamente che il concetto di razza abbia una radice nei fatti biologici e, in quanto tale, abbia qualche forma di relazione intrinseca con le scienze naturali. Invece, si tratta di un concetto fluttuante e che si radica, di volta in volta e in modo arbitrario, praticamente dappertutto: in biologia, in etnografia, in antropologia, nelle teorie evoluzionistiche, nella filologia storica e comparata, e via elencando. In conclusione, la nozione di razza non è la rappresentazione, la descrizione o il modello di fatti concreti ben definiti. Essa è piuttosto la proiezione di un’ideologia, è un’idea che si dota di volta in volta, e in modo del tutto arbitrario, di un sistema di rappresentazioni empiriche che non sono necessariamente materiali (biologiche), al fine principale di stabilire in termini oggettivi (scientifici) l’esistenza delle differenze ed eventualmente (quasi sempre) al fine di propugnare la supremazia delle identità «migliori». La natura dell’idea di razza spiega il riproporsi ostinato, persino cocciuto, delle visioni razziali, a onta di ogni insuccesso teorico e di ogni catastrofe morale. In fin dei conti, la fisica si è liberata senza problemi dell’idea di flogisto e chi riproponesse oggi il modello tolemaico verrebbe trattato come uno stravagante. Al contrario, chi ripropone il discorso sulla razza gode di una tolleranza sconosciuta in altri contesti. È vero: oggi è meno usuale parlare di razze e di teorie razziali, dopo quel che è accaduto 23

con lo sterminio degli ebrei e con altre orrende stragi razziali, come la tragedia del Rwanda. Inoltre, le ricerche di Luigi Luca Cavalli-Sforza [1996; Cavalli-Sforza, Menozzi e Piazza 1997] hanno confutato il carattere scientifico del concetto di razza. Dovremmo quindi considerarci al riparo sotto ogni profilo: teorico e morale. Purtroppo non è così. Se la parola razza è screditata e si fa il possibile per evitare di farne uso, l’ideologia che ne ha ispirato l’introduzione è sempre in agguato ed è pronta a riaffacciarsi. La tentazione di stabilire in termini «scientifici» le differenze mentali, psicologiche, culturali e sociali appare incoercibile, quanto lo è la tentazione razzista - ovvero la tentazione di affermare la superiorità di un gruppo rispetto ad altri - e il ricorso a un’oggettivazione di tipo biologico appare la via più comoda. Queste tendenze si riaffacciano ostinatamente perché nessuna delle confutazioni delle teorie razziali ha centrato la questione più importante, ovvero il fatto che la pretesa scientificità di queste teorie è soltanto uno schermo che serve a nascondere la loro natura puramente ideologica. Il punto nodale è che ci si è limitati a confutare il concetto di razza utilizzando l’analisi della discendenza genetica per mostrare che non sono esistite razze originarie diverse e che discendiamo tutti da un unico ceppo; e per mostrare che è possibile seguire i percorsi delle differenziazioni dal ceppo originario ponendole in parallelo con le differenziazioni somatiche, culturali e linguistiche. In tal modo, viene riproposto però uno dei «peccati originali» dell’antropologia - nel senso della nostra versione dell’enunciato di Lévi-Strauss - e cioè l’idea che le formazioni culturali, psicologiche e sociologiche siano riconducibili a un substrato matériale che ha un ruolo causale rispetto a esse. Nella vecchia antropologia si parlava di sangue o si misuravano i crani, oggi si parla di geni e si analizza il Dna, ma concettualmente non cambia nulla. 24

L’idea che «tutto è genetico» e che noi siamo un prodotto dei nostri geni non ha nulla di scientifico: è una pura e semplice credenza metafisica materialistica. Perciò è sempre il vecchio tipo di mistificazione che viene riproposto, nel quadro aggiornato delle conoscenze contemporanee. Ancora una volta la scienza viene usata per contrabbandare come oggettivo e scientifico quel che è soltanto pura ideologia. E non deve stupire se si finisce di nuovo con il parlare di razza come se si trattasse di qualcosa di esistente3. La nostra conclusione è che ogni analisi storiografica e concettuale delle concezioni razziali e delle loro applicazioni pratiche è fuorviante se non aggredisce a fondo la «questione scientifica». Quel che si è in prevalenza fatto finora è ignorare sostanzialmente tale questione, sia considerandola irrilevante (nelle storiografie prevalentemente politiche), sia considerandola «scontata», in quanto appartenente a un altro contesto, quello scientifico per l’appunto, essendo compito dello storico del razzismo occuparsi soltanto delle implicazioni sociali e politiche delle teorie razziali. Occorre invece cessare di dare per acquisito che esista un fondamento scientifico di queste concezioni, o anche soltanto che esse abbiano mai avuto qualcosa a che fare con la conoscenza di fatti reali. Il problema è che ci si deve muovere su un crinale molto sottile che è determinato da un dato oggettivo e da un fattore soggettivo: le teorie razziali sono non scientifiche, secondo un criterio minimale di scientificità, al di sotto del quale non ha senso neppure tentare di definire delle caratteristiche specifiche dell’attività scientifica; ma, al contempo, sono sentite e presentate come tali da coloro che le coltivano. Pertanto la relazione con la scienza delle teorie razziali è interamente fondata sulla convinzione soggettiva della loro scientificità. Tale colossale manifestazione di illusione e giustificazione da parte dei protagonisti nei 25

confronti di se stessi e degli altri, deve essere presa sul serio e non bollata come truffa, espressione di pura malafede o paravento dietro cui viene veicolata un’intenzione meramente politica4. Se si parte da una premessa del genere si perviene alla conclusione che l’aspetto scientifico è irrilevante e di facciata e si costruisce un’analisi storiografica semplificata fino allo schematismo. Se invece si concede qualcosa alla loro scientificità oggettiva, si rischia di rendere impossibile la definizione di qualsiasi criterio di demarcazione dell’attività scientifica, sia pur vago e storicamente determinato, e di giustificare le teorie razziali molto di più di quanto sia ragionevole fare5. In fondo, sono stati gli stessi protagonisti a incaricarsi di confutare entrambi questi punti di vista. Prendiamo il caso del celebre statistico Giorgio Mortara. Egli fece ricorso al concetto di razza e, come è stato notato, «sotto la sua direzione, il “Giornale degli economisti” pubblicò nel 1927 articoli come quello del demografo Franco Savorgnan, uno dei futuri redattori del Manifesto degli scienziati razzisti, dal significativo titolo La composizione razziale della popolazione americana [Savorgnan 1927] nel quale i concetti di razza superiore e inferiore costituiscono la base dell’argomentazione» [Baffigi e Magnani 2008, 14]. Tuttavia, come vedremo, quando Mortara dovette compilare la scheda predisposta dal regime fascista per accertare la razza dei professori universitari, vi appose l’osservazione che egli non poteva dichiarare di appartenere a una razza «della quale scientificamente nega l’esistenza». Insomma, sia pure tardivamente e sotto l’effetto dei provvedimenti razziali, Mortara si rese conto dell’inconsistenza scientifica, oltre della pericolosità, dell’indirizzo assunto dalla ricerca demografica. Gran parte della storiografia è viziata dalla mancata decostruzione del significato ideologico delle concezioni 26

razziali e dal fatto di dare per scontata l’esistenza di una loro relazione con la scienza, invece di riconoscere che questa relazione è piuttosto, ed esclusivamente, una relazione con lo scientismo. Soltanto un approccio di questo genere - libero da soggezioni nei confronti di una scientificità inesistente può pervenire a interpretazioni fondate e utili a indicare la via per liberarsi dall’eterna riproposizione di uno dei più nefasti pregiudizi della storia. 2. Specificità del caso italiano L’impresa scientifica è caratterizzata da un curioso paradosso. Da un lato essa si sviluppa su un terreno culturale specifico ed è inevitabilmente connessa a una realtà nazionale, d’altro lato essa aspira all’universalità e quindi è tendenzialmente internazionalista se non addirittura cosmopolita. Non c’è sviluppo della storia della scienza che possa essere compreso se non in relazione a un contesto culturale, sociale, politico, filosofico e persino teologico che ha precise relazioni con una realtà nazionale. La nascita e i primi sviluppi del calcolo infinitesimale in Europa avvennero nell’ambito del confronto tra due visioni, quella di Newton e quella di Leibniz, che esprimevano culture profondamente differenti legate rispettivamente al contesto inglese e al contesto continentale. Il concetto di legge naturale ebbe la sua più chiara espressione nella filosofia cartesiana e non trovò terreno facile nel contesto culturale inglese in cui Robert Boyle ironizzava sulle «leggi cattoliche del moto»6. L’accettazione o il rifiuto di determinate teorie scientifiche o di determinati approcci metodologici possono essere spiegati soltanto in riferimento a specifiche culture regionali, nazionali, o tutt’al più

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continentali7. Ciò detto, è innegabile che la scienza per sua natura tende all’universalità. Le scienze naturali mirano a ricavare conclusioni oggettive, valide in ogni luogo e in ogni tempo, aspirano a enunciare leggi universali. L’epistemologia scientifica ha assunto a fondamento la visione cartesiana di «legge naturale» e, per quanto la scienza contemporanea abbia abbandonato il mondo delle certezze assolute a profitto di un atteggiamento pragmatico e utilitaristico, l’atteggiamento di tanti scienziati è persistentemente rivolto alla ricerca di risultati riconoscibili come oggettivi, su cui il tempo non possa far presa. Del resto, un pilastro della scienza è la ripetibilità degli esperimenti, il principio secondo cui, a parità di condizioni iniziali, un fenomeno si riprodurrà sempre allo stesso modo. Senza un simile principio non sarebbe possibile neppure una tecnologia. Pertanto, poiché la scienza è il terreno prediletto dell’oggettivismo essa tende all’universale e a superare, sia pure entro certi limiti, le diversità culturali e ad abbattere i confini nazionali (e anche linguistici) entro cui si è sviluppata. Insomma, la scienza è un’impresa che, pur essendo indissolubilmente connessa a realtà culturali particolari, tende al cosmopolitismo e a fornire risultati validi per tutti. Anche qui è possibile cogliere il fossato che separa scienze come la matematica, la fisica, la chimica o la biologia dalle teorie eugenetiche e razziali. Per quanto queste ultime aspirino all’oggettività e dichiarino di presentare conclusioni di valore generale, in realtà non riescono a svincolarsi neanche per un istante dal contesto culturale, ideologico, sociale e politico che le ha ispirate. Beninteso, è facile produrre esempi di teorici dell’eugenetica razziale che hanno avuto influsso in altre culture e in altri paesi, magari assai più che nei loro, come fu il caso di Georges Vacher de Lapouge (apprezzato più in Germania che in Francia), o 28

che hanno avuto un influsso internazionale ampio, come Francis Galton. Ma è impossibile fornire un esempio di una specifica teoria razziale che sia stata universalmente accettata, cui sia stata riconosciuta una validità generale. Insomma, è impossibile indicare un testo di eugenetica o teoria delle razze che sia stato punto di riferimento universalmente riconosciuto al pari di certi testi di fisica o di matematica. La seguente osservazione può ulteriormente chiarire la differenza con le discipline scientifiche tradizionali. Esistono molti testi di storia della matematica e della fisica senza ulteriori aggettivi «nazionali» (mentre le ricerche sulle scuole nazionali appartengono alla letteratura specialistica). Al contrario, si possono citare quanti si vogliano testi che trattano della storia di una specifica tradizione nazionale nel campo dell’eugenetica o delle teorie razziali, ma non esiste una soddisfacente storiografia generale, unitaria e comparata, delle teorie eugenetiche e razziali e forse, per i motivi anzidetti, essa è molto difficile, se non impossibile. Che cosa unisce allora le diverse correnti nazionali nel campo delle teorie razziali? Non esiste un patrimonio condiviso di conoscenze dotate di qualche base oggettiva, un accordo su un insieme di definizioni fondamentali, un confronto sistematico di teorie e di interpretazioni. Quel che unisce le diverse correnti è soltanto un’idea, una convinzione generica: l’esistenza di differenze qualitative tra gruppi umani - dovute a fattori di vario genere - che definiscono una ripartizione dell’umanità in razze. A tale convinzione si associa sistematicamente l’idea che le caratteristiche distintive delle razze, e in particolare della «propria», vadano preservate, accentuate e valorizzate in ogni modo. Come avremo modo di constatare attraverso vari esempi, tale convinzione si manifesta sia quando è accompagnata da quella secondo cui la ripartizione in razze 29

è graduata in base a un ordine di superiorità dell’una rispetto all’altra, sia quando si afferma che non esistono razze superiori e inferiori. In altri termini, che si aderisca o meno a una visione marcatamente «razzista», la visione razziale implica un’idea di isolamento delle diversità. Al di fuori di questo tratto comune le diverse teorie razziali non condividono nulla, neppure le definizioni di base. L’inconsistenza dei fondamenti oggettivi delle teorie razziali è confermata dal fatto che quel che emerge prepotentemente in esse sono i moventi, gli atteggiamenti, le finalità. Limitiamoci a quattro osservazioni. 1) I teprici della razza si ripartiscono in pessimisti e ottimisti. I primi hanno una visione catastrofica del futuro perché, mentre affermano la superiorità di una razza, prevedono l’ineluttabilità del meticciato visto come causa di sicura decadenza8. Al contrario, coloro che ripongono fiducia negli interventi dell’eugenetica confidano di poter preservare e anche migliorare le caratteristiche razziali da loro ritenute positive (in generale quelle della «loro» razza). 2) Questi ultimi si dividono sui provvedimenti da adottare: di qui la distinzione fra eugenetica positiva ed eugenetica negativa?. L’eugenetica positiva era sorretta dalla convinzione che fosse sufficiente facilitare le unioni fra individui di buona «qualità» in modo da produrre il maggior numero possibile di individui ben dotati, nonché mettere in opera programmi di igiene fisica, di assistenza prima e dopo il parto, di cura e «miglioramento» dell’infanzia, di determinazione delle migliori forme di alimentazione. I fautori dell’eugenetica negativa ritenevano che i metodi «positivi» fossero del tutto insufficienti e che occorresse intervenire direttamente sui matrimoni vietando quelli con soggetti «inferiori», sulle nascite e persino sterilizzando gli individui «difettosi». È quasi superfluo dire che gli apparati teorici dei due tipi di eugenisti sono largamente influenzati da 30

queste due diverse visioni operative. 3) Un’altra divisione è quella tra «liberisti» e «pianificatori»: mentre i primi ritengono che il miglior corso degli eventi sia quello che si affida ai processi naturali spontanei, i secondi ritengono che sia preferibile intervenire pilotando le interazioni fra razze e che in tal modo si possano ottenere i risultati migliori. Alla prima categoria appartengono i «darwinisti sociali» ed essa è più diffusa nelle democrazie liberali. Il secondo punto di vista è caratteristico del razzismo dei regimi totalitari e un suo tipico esponente è Georges Vacher de Lapouge, anche se il suo razzismo è tinto di accenti pessimistici, il che mostra come le varie distinzioni si intersechino in modi complicati. 4) Non esiste alcun consenso circa la scala di valutazione delle razze. Ciò è particolarmente evidente nel caso degli ebrei. Per esempio, non si può dire che Gobineau sia antisemita. In taluni casi i teorici della razza sono antisemiti, in altri non lo sono, oppure appoggiano la loro ostilità antiebraica sulla convinzione che gli ebrei siano razzialmente superiori, e proprio per questo più pericolosi. In altri casi, l’antisemitismo più virulento è puramente politico-sociale, come nel caso di Charles Maurras, che rigettava le teorie razziali e razziste. In conclusione, le teorizzazioni razziali sono pesantemente influenzate da fattori culturali e politicosociali che si radicano entro le varie identità nazionali, le quali ne costituiscono pertanto il più forte fattore caratterizzante. Anche quando determinate teorizzazioni vengono trasferite in un altro contesto esse ne risultano profondamente trasfigurate. Per esempio, è indubbio che il razzismo nazista si ispirò largamente (anche per esplicita ammissione dei suoi teorici) alle visioni di Gobineau e di Vacher de Lapouge e all’eugenetica di Galton e di Karl Pearson. Tuttavia, nel nuovo contesto, 31

spariscono il pessimismo di Gobineau, il socialismo antimilitarista e utopistico di Vacher de Lapouge e il liberismo del darwinismo sociale e viene conservato soltanto quel che si accorda con i miti del razzismo germanico nazista. Nel prossimo capitolo tenteremo di delineare i tratti fondamentali delle concezioni razziali prevalenti nei differenti contesti nazionali e, in particolare, i tratti specifici assunti dall’antisemitismo. Qui abbiamo voluto evidenziare il carattere determinante delle culture nazionali per sottolineare come sia inutile parlare delle politiche razziali nell’Italia fascista - e, in particolare, di quelle antiebraiche se non si tiene conto del contesto specifico in cui si sono sviluppate. Molto schematicamente potremmo caratterizzare il contesto italiano mediante quattro aspetti fondamentali. Le due prime osservazioni sono quasi ovvie. L’Italia è un paese di formazione recente e la cui identità nazionale è stata sempre debole. È curioso notare che, a dispetto della secolare frammentazione politica della penisola, la sua identità linguistica è stata sempre forte, persino più che in paesi a forte identità nazionale, come la Spagna. Cionondimeno il sentimento di identità nazionale italiano è stato sempre debole. Difatti, uno dei compiti principali che si diede il fascismo fu proprio quello di sviluppare un intenso sentimento nazionalistico. Inoltre, l’Italia ha avuto una storia coloniale modesta e talora anche sfortunata, ed è noto quanto il colonialismo sia stato un fattore di intensificazione del nazionalismo e anche di sentimenti razzisti in molti paesi europei. Ed ecco il terzo aspetto: la scarsa presa delle teorie razziali «scientifiche» nella cultura italiana è stata conseguenza anche della presenza della Chiesa cattolica che non poteva accettarle senza contraddire la sua visione dell’unicità delle creature umane, tutte derivanti dal medesimo ceppo, e tra cui era possibile porre 32

soltanto discriminanti di carattere confessionale. In effetti, la diffusione delle teorie razziali in Italia è legata all’ingresso del pensiero positivistico e, in taluni casi, esplicitamente antireligioso. L’unica eccezione nel mondo cattolico è rappresentata dalla Compagnia di Gesù in cui, come vedremo, il razzismo scientifico trovò sostenitori. Ciò trova spiegazione nelle tradizionali propensioni scientiste del mondo gesuita. Infine, anche per quanto riguarda l’antisemitismo si può ben dire che in Italia questo sentimento abbia sempre avuto bassa intensità e scarsa diffusione, con una sola notevole eccezione: l’antigiudaismo religioso cattolico. Mentre l’antisemitismo politico e razziale fece ingresso tardi in Italia e non ebbe mai un grado di intensità neppure lontanamente paragonabile a quello verificatosi in Francia ai tempi dell’’affaire Dreyfus, l’antisemitismo religioso (o antigiudaismo10) fu coltivato intensamente e si espresse in forme particolarmente virulente, per quasi un secolo, sulle pagine dell’organo della Compagnia di Gesù «La Civiltà Cattolica» [cfr. Taradel e Raggi 2000]. Questi elementi bastano a far capire le peculiarità del caso italiano e le ragioni per cui più d’uno ha sostenuto che una vera e propria corrente razzista non sia mai esistita in Italia. A fronte della Germania, le caratteristiche ideologiche del razzismo italiano e della campagna razziale sviluppata dal regime fascista sono molto più sfumate e difficili da definire. In Francia e in Germania si sono manifestate correnti razziste e antisemite (non necessariamente, ma molto spesso, collegate fra di loro) aventi caratteristiche precise e di forte intensità. In Italia non si è manifestato nulla di paragonabile, quantomeno sul piano dell’intensità e dell’influenza sul complesso della società. Negli anni del caso Dreyfus la Francia si dilaniava letteralmente in fazioni contrapposte e imponenti correnti antisemite si 33

raggruppavano attorno all’Action française di Charles Maurras o dietro a personaggi come Édouard Drumont. In Germania si preparava il terreno di un razzismo biologico oltranzista che si saldava con un antisemitismo che aveva continuato ad alimentarsi di mai eliminate restrizioni sociali nei confronti degli ebrei. Nulla del genere in Italia. È certamente facile incontrare manifestazioni di ostilità nei confronti degli ebrei, per esempio da parte di personaggi di rilievo come l’economista Maffeo Pantaleoni, ma occorrerà attendere la seconda parte del Ventennio fascista per veder emergere veri e propri propagandisti del razzismo antisemita, come Giovanni Preziosi, i quali tuttavia non ebbero mai in Italia l’influsso di cui godettero in Francia un Maurras o un Maurice Barrés. Un altro dato significativo è il seguente: mentre in Germania si sviluppò fin dall’Ottocento un’intensa polemica attorno all’esistenza di una «scienza ebraica» di natura diversa da quella «ariana», che avrebbe rischiato di inquinarne le caratteristiche positive, nulla del genere si manifestò in Italia, almeno prima degli ultimi anni del fascismo. In conclusione, ripetiamo che l’unica componente coerentemente antisemita in Italia si espresse nel mondo cattolico e, in particolare, negli ambienti gesuiti. È facile comprendere perché qualcuno abbia sostenuto che una questione ebraica in Italia non sia mai esistita, che l’antisemitismo non abbia mai avuto una rilevanza significativa e che non sia mai neppure esistita alcuna corrente razzista. Le leggi razziali del 1938 sarebbero state un incidente di percorso, un’escrescenza estranea al fascismo stesso. Esse sarebbero state una conseguenza accidentale dell’improvvida alleanza di Mussolini con Hitler, un pegno di fedeltà pagato sull’altare del patto d’acciaio. Ma qui ci si sbaglia. Se è vero che in Italia tutto fu più sfumato, che l’antisemitismo ebbe una bassa intensità (ma 34

non fu certamente inesistente!), è falso che il razzismo non abbia avuto corso in Italia e neppure nel Ventennio fascista. Se è innegabile che l’antisemitismo non fu un elemento costitutivo dell’ideologia fascista (a differenza di quella nazista), il razzismo invece lo fu, e fin dai primi anni del regime. La questione della razza fu indicata molto presto da Mussolini come uno dei temi centrali della dottrina e della pratica fasciste. Per molti anni non si trattò di un razzismo antisemita, ma è difficile pensare che la manipolazione del razzismo non possa fecondare il terreno su cui trovano facile sviluppo i razzismi «concreti», quelli che prendono di mira un particolare gruppo umano. Naturalmente, un’analisi storiografica seria deve affrontare il duplice compito di descrivere la natura e gli sviluppi del razzismo fascista e di spiegare in che modo ed entro quali limiti abbiano favorito l’adozione di una legislazione razziale, al di là degli aspetti di mera concessione alle richieste di Hitler. Si tratta della questione più delicata su cui la storiografia si è divisa e si divide, come vedremo nel prossimo paragrafo. Per ora, restiamo all’indicazione generale dei tratti del caso italiano, osservando che anche sugli indirizzi di questo razzismo autoctono non poteva non farsi sentire la presenza della Chiesa e del mondo cattolico. Questa presenza ebbe l’effetto di mitigare in tutti i modi le propensioni verso un razzismo di tipo biologico, per favorire invece un’idea di razza ispirata a una visione più spiritualistica e non basata su differenze materiali tra gruppi umani. Si trattava quindi di stemperare l’idea di razza basandola non tanto su differenze di sangue o genetiche quanto su diversità culturali, sociali, ambientali, religiose che si erano accentuate nel corso dell’evoluzione storica, insomma qualcosa di prossimo al concetto di etnia11. Siamo quindi di fronte a un contesto molto sfumato e articolato che permette di comprendere perché la questione 35

del razzismo e delle politiche razziali nell’Italia fascista presenti un grado di complessità di gran lunga maggiore di quello che si incontra nel caso tedesco e richieda di mettere in opera strumenti analitici raffinati. Ciò spiega e anche giustifica l’esplosione di una così vasta letteratura e di notevoli divergenze interpretative. Non giustifica invece la propensione alla semplificazione, all’enunciazione di tesi drastiche e visibilmente condizionate da pregiudizi politici o ideologici e la tentazione di liquidare senza discussione le tesi diverse o addirittura di ignorarle. 3. Problemi storiografici e interpretazioni a confronto Non ci proponiamo qui di fare una rassegna della letteratura concernente il nostro tema. Una siffatta rassegna rischia quasi certamente di essere incompleta e pertanto ingiustamente omissiva. D’altra parte, il lettore interessato può rivolgersi a un recente articolo di Tommaso Dell’Era [2007] che è dedicato alla storiografia riguardante il cosiddetto Manifesto degli scienziati razzisti ma che di fatto descrive tutte le correnti della storiografia generale: difatti è proprio attorno all’analisi del Manifesto e delle sue vicende che vengono alla luce tutte le differenze interpretative. Essa rappresenta una sorta di pietra di paragone delle diverse visioni storiografiche dell’ideologia razziale del fascismo. Invece di fare un elenco delle differenti posizioni o una ricostruzione storica del loro succedersi (che è quel che fa il citato articolo di Dell’Era), riassumeremo i temi principali attorno ai quali ruotano e si distinguono le varie interpretazioni. Possiamo ridurli a tre: essi, peraltro, non sono nettamente distinti e spesso si intrecciano fra di loro. 36

1) Il tema classico. È possibile riassumerlo nella domanda seguente: è esistito, oppure no, un razzismo fascista autoctono e avente caratteristiche chiaramente distinguibili da quelle del razzismo nazista? A questa domanda si accompagna quella analoga in cui a razzismo si sostituisca antisemitismo”2 e a cui è connessa la questione di importanza centrale se la tematica antisemita abbia avuto un ruolo costitutivo nell’ideologia fascista, analogamente a quanto è accaduto nel caso del nazismo. 2) Sono esistiti più razzismi del fascismo? È evidente che chi risponde negativamente alla prima domanda risponde negativamente anche alla seconda, e cioè afferma che l’unico razzismo conosciuto in Italia è stato quello importato dalla Germania e copiato dal modello nazista. Una risposta affermativa comporta una descrizione analitica e attenta dei differenti punti di vista e la ricostruzione storica delle controversie che li hanno contrapposti. 3) La questione scientifica. Qui si pongono numerose domande. La scienza italiana ha avuto un ruolo nell’elaborazione di una o più ideologie razziali del fascismo ed è stata coinvolta in un dibattito teorico fra approcci differenti? Qual è stato il grado di coinvolgimento degli scienziati nelle politiche razziali? Anche qui è evidente che chi risponde negativamente alla prima domanda ritiene pure che il coinvolgimento (grande o piccolo che sia stato) degli scienziati italiani si sia limitato a un’adesione passiva ai dogmi del razzismo hitleriano. Viceversa, chi ritiene che vi siano state forme di elaborazione autonoma si pone il problema di studiare il ruolo delle discipline coinvolte nella tematica razziale: antropologia, genetica, eugenetica, demografia ecc. Al riguardo si pone una domanda fondamentale: queste discipline scientifiche sono state forzatamente coinvolte in un ruolo di supporto strumentale e quasi propagandistico oppure hanno avuto un ruolo attivo 37

nell’alimentare l’ideologia razziale? Ne discende la questione più dibattuta: esiste un «piano inclinato» che conduce dalla pratica di discipline controverse come l’antropologia fisica e l’eugenetica allo sviluppo dell’ideologia razziale, e addirittura dell’antisemitismo, oppure esistono correlazioni ma non strettamente causali; oppure non esiste alcuna correlazione? Riguardo al tema numero 1 la storiografia ha avuto un andamento univoco. I primi contributi postbellici minimizzarono fortemente la vicenda del razzismo fascista riducendola a un’operazione imposta dall’esterno o a una manifestazione di conformismo13. Il classico volume di De Felice [1961], pur convalidando l’idea che le politiche razziali fossero state imposte da ragioni di politica estera, offrì una panoramica vasta e dettagliata che permise di cogliere, per la prima volta, la rilevanza di tali politiche e del coinvolgimento di tante personalità nella loro difesa, propaganda e attuazione. Tuttavia, la questione ideologica non venne presa in considerazione De Felice. Anzi, egli negò qualsiasi rilievo teorico ai documenti del razzismo fascista e qualsiasi dignità scientifica ai loro estensori. Il primo contributo che considerò seriamente l’esistenza di un’ideologia fascista della razza risale alla fine degli anni Sessanta e fu dovuto allo storico statunitense A. James Gregor [1969]. A partire da questo momento, e passando per i contributi di Meir Michaelis [1978], la questione ideologica assume un peso crescente fino al già citato articolo di Mauro Raspanti [1994] che va oltre, stabilendo esplicitamente l’esistenza di diversi «razzismi» del fascismo. A questo punto, l’analisi s’intreccia con quella del ruolo della questione scientifica. Ma su questo aspetto torneremo dopo. Qui interessa sottolineare l’andamento univoco della storiografia che è contrassegnato dal progressivo isolamento delle tesi «minimizzatrici» e 38

dall’imporsi della convinzione che le politiche razziali del fascismo fossero state qualcosa di autoctono, di rilevante e con caratteristiche di intensità e di durezza sottovalutate. Il pendolo interpretativo è quindi oscillato dalla parte opposta. Ciò ha rappresentato un notevole progresso. Ma è ormai difficile negare che l’oscillazione è andata troppo in là. Si assiste spesso a esagerazioni giornalistiche fuori misura14. Vengono pubblicati libri che sconfinano nell’invettiva. Un esempio emblematico è dato dal volume dedicato da Franco Cuomo [2005] ai firmatari del Manifesto che fa di Nicola Pende un Rosenberg italiano, accusa i dieci firmatari di aver «legittimato» la deportazione di ottomila ebrei italiani e termina addirittura con un ammonimento rivolto ai loro discendenti. Più serio è il volume di Giorgio Fabre [2005] su Mussolini, il cui intento è dimostrare, attraverso la produzione di numerosi documenti, che Mussolini nutriva fin dall’inizio sentimenti razzisti e antisemiti. Tuttavia, anche in questo caso ci si trova di fronte a una tesi estrema che si pretende avvalorata da una massa di prove «documentarie». Al riguardo, non bisognerebbe mai dimenticare che vale per la storia l’ammonimento di Henri Poincaré a proposito della scienza: parafrasando, la storiografia non è un insieme di documenti più di quanto una casa non sia un cumulo di pietre. L’accumulazione di documenti non produce alcuna interpretazione, così come dall’accumulazione di osservazioni non deriva alcuna teoria. Purtroppo, è sempre più diffusa la tendenza a privilegiare una storiografia che ammassa documenti su documenti, quasi fosse suo compito realizzare una cartografia 1:1 che dimostrerebbe in modo inoppugnabile le interpretazioni proposte. Il guaio è che la storia passata non è mai ricostruibile nella sua interezza, per motivi che è superfluo spiegare, tantomeno è suscettibile di interpretazioni univoche e indiscutibili. 39

Pertanto, lo storico deve esibire senza infingimenti le sue tesi storiografiche e il suo compito primario è mostrare che la selezione documentaria che egli adduce come prova della loro validità è seria e fondata. Insomma, egli deve spiegare perché un documento è significativo rispetto alla tesi proposta, e perché lo è più di altri che accrediterebbero tesi differenti. Fabre lamenta che un libro possa essere demolito soltanto per il titolo, ma è indubbio che intitolarlo Mussolini razzista e sottotitolarlo La formazione di un antisemita o è un errore da matita blu oppure rivela l’intento di piegare l’analisi storiografica ad agitazione propagandistica. Come già abbiamo osservato, sono numerosi i casi di razzisti non antisemiti e di antisemiti non razzisti. Mussolini era sia razzista che antisemita? In un precedente libro [Israel e Nastasi 1998] si è proposta una tesi più articolata: Mussolini fu certamente razzista, sia pure in un senso non coincidente con quello nazista, ma non fu antisemita, nel senso che non concepì mai l’antisemitismo come un elemento strutturale e fondante dell’ideologia del regime, come avvenne invece nel caso nazista. Non a caso, Mussolini condannò più volte e duramente la politica razziale antisemita hitleriana tacciandola di barbarie. Non è buona storiografia soffocare questo corposo fatto politico sotto un ammasso di documenti di ineguale peso e significato, i quali oltretutto non si prestano a un’interpretazione semplice e univoca15. Mussolini nutriva pregiudizi antiebraici generici purtroppo molto diffusi e di cui si potrebbe fare un tristissimo inventario che annovererebbe nomi come quelli di Benedetto Croce, per non dire di Agostino Gemelli, al pari di tanti altri fascisti successivamente «redenti»16. Ma ciò non giustifica affatto il presentarlo come l’intellettuale del Novecento - e quanto poco Mussolini fosse un intellettuale lo ha spiegato benissimo De Felice! - che in Italia, e non soltanto, avrebbe 40

pensato e scritto più di chiunque altro in termini di razza, razzismo e antisemitismo. Anche le carte inedite di Claretta Petacci recentemente pubblicate [Suttora 2009] forniscono un’interpretazione ben diversa, che è quella che seguiremo: e cioè di un Mussolini incline a un razzismo generico che egli estremizza alla vigilia del 1938, quando sceglie di calcare la mano su questo tema per imprimere una nuova svolta rivoluzionaria al fascismo, e le cui manifestazioni antisemite più estreme datano dal 1938 e sono chiaramente legate alla definitiva rottura con il movimento sionista. A cosa giova il radicalismo storiografico, la tendenza a mettere sullo stesso piano nazismo e fascismo, a passare da un estremo all’altro, dalla tesi secondo cui le politiche razziali furono un incidente di percorso subito e non condiviso dallo stesso regime fascista alla tesi secondo cui l’Italia non fu seconda a nessuno per la severità delle leggi imposte agli ebrei? A mio avviso, le ragioni sono essenzialmente politiche e hanno a che fare con le vicissitudini del comunismo e del postcomunismo. Non intendo approfondire qui questa tematica17. Mi limiterò a dire che in una prima fase si è teso a minimizzare o a mettere in sordina la questione razziale sia per ragioni ideologiche - l’intento di sostenere che le radici del nazismo e del fascismo erano essenzialmente legate alla lotta di classe e quindi il razzismo era soltanto un fenomeno «sovrastrutturale» - sia per ragioni di opportunità l’esigenza di nascondere i trascorsi imbarazzanti di coloro che erano passati armi e bagagli dal fascismo alla sinistra, in particolare comunista [cfr. Serri 2005; Battista 2007]. In questa fase, l’idea del carattere unico dello sterminio degli ebrei era avversata fortemente in quanto si riteneva che mettesse in secondo piano la caratteristica principale del nazifascismo, e cioè la sua natura di strumento violento della repressione borghese antiproletaria. Il progressivo 41

disgregarsi dell’ideologia marxista e la crisi del comunismo «reale» hanno condotto invece al recupero dell’idea vilipesa del carattere eccezionale della Shoah: il più grande crimine (razziale) della storia si collocava su un piano ben diverso rispetto a quelli compiuti in nome del comunismo. Questa estrema trovata difensiva del comunismo richiedeva, nel contesto italiano, di decretare che il fascismo aveva commesso crimini non minori di quelli del confratello nazista. Di qui l’accanimento con cui le politiche razziali del fascismo sono state valutate come altrettanto gravi (se non di più!) di quelle naziste: identificare il fascismo con il male assoluto costituiva l’estrema linea giustificazionista del comunismo e l’affermazione della necessità imperitura di fondare la democrazia italiana sulla mobilitazione antifascista. Non sorprende quindi che sia la storiografia tendente a minimizzare il razzismo fascista sia quella tendente a esasperarne i contorni fino all’estremo limite abbiano congiurato, e congiurino, a stendere una cortina di silenzio sulle tesi «intermedie», ovvero quelle che sostengono che nel fascismo sono esistiti razzismi autoctoni, i quali si sono combattuti, e che la linea prevalente è stata quella «moderata», pur non volendo sottrarre un’oncia alla drammatica gravità dei misfatti compiuti nei confronti degli ebrei e dei popoli delle colonie africane. Poiché le vicende del Manifesto costituiscono la prova più evidente dell’esistenza di questi fascismi, dei loro antagonismi e svelano chi ebbe la meglio in questo confronto, non stupisce che esse costituiscano l’aspetto più imbarazzante, da eludere a tutti i costi. E non stupisce quindi che il libro di circa un decennio fa [Israel e Nastasi 1998] sia stato progressivamente censurato, evitando persino di citarlo, e soprattutto rifiutandosi di prendere atto delle vicende seguite alla pubblicazione del Manifesto 18. È un 42

atteggiamento condiviso da un gran numero di testi aderenti all’interpretazione radicale del secondo tipo. Ma anche in un’opera più equilibrata, come il recente libro di MarieAnne Matard-Bonucci [2008], si arriva al punto di sostenere che l’opposizione di Nicola Pende al testo del Manifesto «portò al suo isolamento e gli diede l’occasione di sperimentare a sue spese cosa significasse sotto il fascismo l’espressione di un pensiero dissidente, per non aver capito che sul terreno della razza la scienza era chiaramente subordinata alla politica». Al contrario, è platealmente evidente che, nello scontro, Pende l’ebbe vinta, non fu affatto isolato, e mostrò di non essere affatto una voce «dissidente» del regime, bensì una delle sue voci più autorevoli e rispettate19. Una simile falsificazione dei fatti serve all’autrice per dimostrare a tutti i costi che la scienza e gli scienziati non c’entravano nulla e che la svolta del 1938 era dettata da esigenze meramente politiche che suggerirono l’imitazione del modello nazista. Insomma, tra i due modelli storiografici estremi non c’è spazio intermedio: o si asserisce che il fascismo ha adottato per importazione dalla Germania un modello di razzismo biologistico del tutto estraneo alla tradizione culturale e scientifica italiana e senza alcun coinvolgimento significativo degli scienziati (anzi, per Matard-Bonucci, Pende era addirittura un «dissidente»); oppure si asserisce che il fascismo ha elaborato un suo modello razziale autoctono, per certi versi ancor più radicale di quello germanico, e comunque prevalentemente biologistico e strutturalmente antisemita. Si tratta di rappresentazioni radicali che non stanno in piedi e che pretendono di semplificare una realtà molto complicata. Il panorama del razzismo italiano è assai più frastagliato di quello del razzismo germanico e richiede un’analisi più complessa e sottile. In Italia si sono 43

manifestati e combattuti molti razzismi: un razzismo biologico, talora vicino a quello germanico, anche se spesso con pretese di originalità; un razzismo politico e un antisemitismo politico; un razzismo spiritualistico con accenti misticheggianti, come nel caso di Julius Evola; un razzismo spiritualistico ispirato al mito della romanità e attento alle istanze del mondo cattolico. Come vedremo più avanti, la pretesa di dimostrare che la legislazione razziale fascista fosse biologistica20 può essere avanzata soltanto al prezzo di un’arrampicata sugli specchi ed è stata confutata ante litteram dallo stesso Nicola Pende. Ma c’è un elemento che attraversa buona parte della storiografia: la resistenza accanita ad ammettere che la questione scientifica abbia avuto un ruolo importante in tutta la vicenda, che molti scienziati abbiano avuto un ruolo tutt’altro che subordinato e meramente esecutivo, che la genetica, l’eugenetica, l’antropologia e la demografia abbiano contribuito a creare un clima culturale favorevole all’accettazione delle ideologie razziste. Le ragioni di questa resistenza ad aprire le porte alla tematica scientifica e alla storia della scienza sono molteplici e sono certamente anche di natura «territoriale»: una sorta di fastidio degli storici politici a vedere entrare nel «loro» campo altri autori e altre problematiche e a doversi misurare con una tematica inconsueta. Ma c’è un’altra ragione più profonda e meno banale: la difficoltà ad ammettere che un’impresa così nobile, neutrale e positiva come la scienza possa essere stata terreno del male, o comunque abbia contribuito a giustificare scelte efferate. «La scienza è buona, la scienza è progresso, democrazia, razionalità. La scienza è intrinsecamente estranea al fanatismo e al razzismo». In taluni casi, si tratta di uno scientismo di maniera, frutto di luoghi comuni accettati in modo conformistico. In altri casi, si tratta di scientismo ideologico 44

e programmatico e la dichiarazione che eugenetica e razzismo non hanno alcun punto di contatto ha motivazioni addirittura legate a polemiche attuali21. Il cavallo di battaglia di chi sostiene che la scienza e gli scienziati non abbiano avuto alcun ruolo nel razzismo è l’attribuzione della cosiddetta teoria del «piano inclinato» (o dello «scivolamento») a chi è di opinione opposta alla loro. La teoria del «piano inclinato» consisterebbe nel sostenere l’esistenza di un legame causale tra la diffusione teorica e pratica dell’eugenetica e l’adozione di politiche razziali, insomma nell’affermazione che l’eugenetica conduce inevitabilmente a uno scivolamento, come su un piano inclinato, verso il razzismo di stato. Tale teoria è giustamente accusata di rozzezza e di schematismo. L’esempio principe addotto per sostenere l’inconsistenza di questa teoria è dato dal caso dei paesi scandinavi, in cui l’adozione di politiche eugenetiche, talora anche molto brutali, non comportò la promulgazione di leggi razziali, tantomeno di leggi antiebraiche. Si potrebbe osservare che molti di coloro che danno prova di tanto rigore e cura nell’evitare di appioppare etichette razziste quando si parla di scienza, sono invece pronti a qualificare come razziste le più disparate manifestazioni purché suscitino un sospetto anche vaghissimo di intolleranza. Ma non c’è bisogno di trincerarsi dietro argomenti polemici. Il fatto semplicissimo è che la teoria del «piano inclinato» non ha nulla a che fare con le tesi esposte nel volume del 1998 né con quelle sostenute in questo libro. Chi scrive non condivide quella teoria né punto né poco. Ed è troppo facile confutare le tesi altrui presentandole in modo ridicolo. Ritengo, al contrario, che l’adozione di politiche razziali sia sempre stata il frutto di una convergenza di fattori e mai di uno soltanto, e che, in assenza di una volontà di tradurre il razzismo in scelte politiche concrete, tale adozione non 45

possa verificarsi, come dimostra il passato storico. Tuttavia, ciò non è una buona ragione per escludere che i fattori non politici abbiano avuto un ruolo nella creazione del clima adatto per lo sviluppo di un razzismo di stato, né per escludere che determinate teorie «scientifiche» siano state uno di questi fattori22. In breve, la situazione è ben descritta dalle parole di Mosse: «Le correnti principali dell’eugenetica e dell’igiene razziale non portarono direttamente alla politica nazista, ma indirettamente contribuirono a renderla possibile» [Mosse 1985, 85]. Una simile tesi - la convergenza di fattori e il contributo delle teorie eugenetiche allo sviluppo del razzismo di stato non ha nulla a che fare con la teoria del «piano inclinato». Essa ha il merito di non accantonare il fenomeno storico imponente dell’adesione di tanti scienziati eugenisti, demografi e antropologi alle teorie della razza, le quali sono certamente l’unico supporto teorico di cui si è avvalso e può avvalersi il razzismo. Ma ogni protesta e ogni tentativo di argomentare sono stati e saranno inutili: per le tesi «intermedie» e articolate non vi è spazio. La critica principale rivolta al libro del 199823, e che non mancherà di essere rivolta al presente volume, è di aver sostenuto la teoria del «piano inclinato». È ben comprensibile che in una prima fase fosse difficile affrontare la tematica delle diverse sfumature delle concezioni razziali in tutta la sua complessità. Di fronte all’orrore della Shoah appariva difficile discettare di differenze e notare che il razzismo di Rosenberg era diverso da quello di Eugen Fischer, ovvero che persino in campo germanico esisteva una differenza tra una concezione olistica del razzismo (quella di Rosenberg, influenzata dalla visione di Ludwig Ferdinand Clauss) e una radicalmente materialistica (Fischer). Sembrava che il 46

razzismo non potesse che riferirsi a fatti esclusivamente materiali. Anche Gregor, nel già menzionato libro, svolse un’analisi inficiata dall’idea che il razzismo non sia concepibile altro che in termini puramente biologici. Sfuggiva a Gregor che anche nella prima fase del fascismo l’idea di razza non si riduceva a quella di nazione in quanto era basata su una tematica demografica ed eugenetica. D’altra parte, egli sbagliava gravemente identificando l’antisemitismo coerente con il determinismo biologico: l’antisemitismo di Charles Maurras fu tanto radicale quanto privo di motivazioni biologiche. È quindi falso che una legislazione antisemita non possa basarsi altro che sul biologismo. Ragionare in questi termini equivale ad attribuire al razzismo «scientifico» un’oggettività che non ha mai avuto e non può avere. Tutti questi giudizi schematici e grossolani erano comprensibili in una fase iniziale in cui l’analisi dell’ideologia razzista e dei suoi rapporti con la scienza era ai primordi. Oggi non sono più ammissibili e possono essere soltanto frutto di pregiudizi. Per queste ragioni non ci illudiamo: anche questo libro sarà accusato di proporre la teoria del «piano inclinato». Fino a quando la storiografia si baserà su affermazioni impermeabili a ogni argomentazione e dettate da pregiudizi ideologici e politici la produzione di un numero crescente di libri avrà lo stesso risultato sul piano della comprensione dei fatti degli infiniti tentativi di Sisifo di spingere il masso verso la vetta del monte.

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Capitolo secondo Razzismo scientifico e antisemitismo 1. Origini del razzismo La storia mal sopporta le rappresentazioni schematiche e le semplificazioni. Sarebbe velleitario voler identificare in modo preciso il momento e il contesto in cui nasce la tentazione razziale, ovvero la pretesa di classificare l’umanità in gruppi ordinati lungo una scala di superiorità fisica e morale. L’intolleranza per l’«altro» e la tentazione di considerarlo inferiore e disprezzabile ha lasciato tracce in ogni angolo della storia. Nondimeno, l’idea di fondare quella classificazione su princìpi oggettivi e «scientifici», e quindi apparentemente neutrali e indipendenti da ogni forma di intolleranza, appartiene indiscutibilmente alla modernità ed è legata al tentativo di fondare un’antropologia scientifica. Se si guarda alla storia passata è facile constatare che nessuno, prima del Settecento, aveva seriamente pensato di sottoporre l’uomo a un’analisi scientifica analoga a quella messa in atto nella sfera dei fenomeni inanimati e neppure a un sistema di classificazioni analogo a quello messo in atto nel campo del vivente vegetale e animale. Anche il razionalismo greco non si è mai spinto fino al punto di mettere sullo stesso piano lo studio del mondo naturale e la riflessione sulla sfera umana: 48

la posizione affatto speciale e privilegiata dell’uomo nel cosmo non viene mai messa in discussione e ciò si riflette nella concezione della struttura del cosmo stesso. Tale centralità dell’uomo viene straordinariamente accentuata nella concezione ebraica e in quella cristiana. Queste due concezioni si sono divise, e persino contrapposte, circa il valore da attribuire al percorso terreno dell’uomo. Ciononostante esse hanno condiviso il riconoscimento della sua centralità, dell’autonomia della sfera morale dalla natura e dell’esistenza di un «senso» del mondo. Nell’ebraismo biblico la rinuncia a ogni atteggiamento prometeico - la natura viene vista soprattutto come «creazione» divina e osservata con meraviglia e ammirazione - ha come contropartita l’elevazione dell’uomo al di sopra di tutto il creato, la sua collocazione appena un gradino al di sotto di Dio1: Quando contemplo i tuoi cieli, opera delle tue mani, la luna e le stelle che hai disposto… Che è l’uomo da ricordarti di lui, il figlio dell’uomo ché tu ne debba aver cura? L’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di splendore l’hai coronato, l’hai costituito sopra l’opera delle tue mani, ogni cosa hai posto sotto i suoi piedi… Salmo 8,4-7

Anche l’accettazione del razionalismo aristotelico da parte di pensatori come Maimonide e Tommaso d’Aquino non ha intaccato il principio della centralità dell’uomo, che verrà ulteriormente esaltato nel pensiero rinascimentale: il mondo morale e la sfera del pensiero umano restano irriducibili alla naturalità. Eric Voegelin ha individuato un passaggio cruciale quando ha osservato che l’emergere dell’idea di razza «è un 49

epifenomeno di un lungo processo storico caratterizzato dal cambiamento dell’immagine originaria dell’uomo» [Voegelin 1933a, trad. it. p. 19] e ha identificato questo cambiamento nel progressivo abbandono dell’antropologia cristiana che «solleva l’uomo al di fuori della natura» e, «anche se lo presenta come una creatura fra le altre, come un essere finito fra gli altri, non lo giustappone mai al resto; l’uomo sta fra Dio e il mondo subumano. […] In virtù dell’anima l’uomo è unito al pneuma divino; in virtù del suo corpo, la sua sarx, egli partecipa della transitorietà» [ibidem, 20]. Voegelin descrive nel suo libro un percorso che ha inizio con l’affermarsi di una nuova concezione della natura vivente, in conseguenza dei grandi sviluppi della zoologia e della botanica entro cui spicca l’opera di Georges-Louis de Buffon, e che fa crescere con la conoscenza della natura «subumana» anche quella delle caratteristiche fisiche dell’uomo. Tale fase culmina con l’antropologia kantiana che, pur assimilando l’idea della centralità del fenomeno vitale, è ancora «per metà cristiana», per aprire poi la via a una seconda fase che afferma la visione dell’uomo come essere vivente unificato nel significato della sua esistenza terrena. Si perviene così «all’immagine perfetta di figura umana in sé completa che Cari Gustav Carus individua in Goethe - la persona perfetta, nello spirito e nel corpo, dai natali illustri, nel quale salute mentale, attività produttiva, bellezza e vigore si combinano e si fondono […] le questioni della razza potranno quindi affermarsi in tutta la loro portata, supportate da argomenti irrefutabili e incrollabili, solidamente fondati sulla validità acquisita di una certa immagine e dell’esperienza diretta. Carus […] è il primo a sviluppare, ispirato dalla teoria di Goethe, una precisa teoria della razza» [ibidem, 31]. Non seguiremo ulteriormente Voegelin in questa ricostruzione che ha un carattere tendenzioso in quanto 50

mira a enfatizzare una concezione di razza - quella di Carus che egli contrappone in modo vivacemente polemico alle concezioni «scientiste» e alle riduzioni matèrialiste dell’idea di razza di cui attribuisce la responsabilità al liberalismo e al marxismo e che è dominante nel nazismo. Per Voegelin, lo spiritualismo cristiano non può essere sostituito da una visione materialistica: in entrambi i casi si distrugge l’idea che «lo spirito non è una sostanza senza vita così come il corpo non è una mera appendice della persona», mentre «l’uomo, in quanto sostanza spirituale, corporea e storica, non può essere “spiegato” attraverso qualcosa che sia meno dell’uomo stesso, cioè attraverso la sua physis» [ibidem, 47]. Di qui il violento attacco contro l’errore di analizzare l’associazione degli uomini in termini di «organizzazione», contro l’antropologia fisica e il razzismo biologico: «È tremendo pensare di dover riconoscere coloro dai quali discendiamo e coloro di cui ci circondiamo non dal loro aspetto, dalle loro parole e dai loro gesti ma dal loro indice cranico e dalle proporzioni delle loro estremità» [ibidem, 49]. Tuttavia, proprio questa polemica mette in luce i nodi cruciali che caratterizzano l’origine e lo sviluppo storico delle ideologie della razza. Voegelin coglie il punto: la nascita delle teorie razziali è legata alla crisi della concezione antropologica giudaico-cristiana che attribuisce all’uomo una posizione centrale nel mondo, al prevalere di una visione naturalistica che fa degli esseri umani un oggetto di analisi scientifica al pari di qualsiasi altro fenomeno e che è determinata dallo sviluppo delle scienze naturali. Nell’Ottocento, l’irruzione del pensiero romantico produce una biforcazione in questa corrente di pensiero: all’oggettivismo dell’antropologia settecentesca di orientamento materialista e influenzato dal modello delle scienze fisico-matematiche - si contrappone una visione vitalista che trova la sua più chiara espressione nel pensiero 51

di Johann Gottfried Herder e che culmina nella teoria della razza di Carus, la quale, a sua volta, influenzerà Clauss. Pertanto, il pensiero razziale, pur prendendo le mosse da una comune visione naturalistica, si articola in una gamma di posizioni diverse che si caratterizzano per il differente peso attribuito ai fattori materiali e spirituali dell’uomo, e vanno dal biologismo più radicale a posizioni che valorizzano i fattori spirituali, come la visione «per metà cristiana» di Kant (per dirla con Voegelin). È comunque indubbio che il radicale cambiamento di visione antropologica che apre la strada alle ideologie razziali è strettamente legato al diffondersi di una visione scientista che ha come motore l’infatuazione per il newtonianesimo così bene descritta da Alexandre Koyré. Il successo della fisica newtoniana era tale che si ritenne che le sue caratteristiche concettuali e metodiche fossero Punica via possibile per edificare qualsiasi scienza: «tutte le scienze nuove che apparvero nel Settecento - scienze dell’uomo e della società - tentarono di conformarsi al modello newtoniano della conoscenza empirico-deduttiva» [Koyré 1968, 39]. Si presentava tuttavia una seria difficoltà: il mondo naturale appariva dominato da un ordine e da un’armonia inesistenti nel mondo dell’uomo. Pertanto, il compito di costruire le scienze umane era molto più complesso di quello delle scienze naturali. Non si trattava di scoprire le leggi che regolano la sfera umana: ha senso cercare l’ordine nel disordine? Si trattava piuttosto di determinare le norme che possono introdurre nella sfera umana un ordine paragonabile a quello che domina il mondo della natura inanimata. «[…] il disordine e la disarmonia erano opera dell’uomo, risultavano dai suoi tentativi stupidi e ignoranti di interferire con le leggi della natura […] Il rimedio appariva chiaro: torniamo alla natura, alla nostra propria natura, viviamo e agiamo secondo le sue 52

leggi» [ibidem, 41]. Insomma, le scienze umane richiedevano, a differenza di quelle fisico-matematiche, un approccio normativo. Il Settecento è un secolo fondamentalmente riformatore, che pretende di abolire il disordine e l’ingiustizia che deturpano la società imponendo le leggi naturali riscoperte con lo strumento dell’analisi scientifica razionale. Il Settecento è il secolo che vede i primi sviluppi della storiografia moderna: esso assoggetta questo nuovo strumento al fine dell’analisi razionale della natura profonda dell’uomo. La migliore descrizione di questa concezione normativa è data dalla nota sentenza del fondatore della setta dei fisiocratici, François Quesnay: «Non cerchiamo lezioni dalla storia delle nazioni o degli sbandamenti dell’umanità che ci presentano soltanto un abisso di disordine» [Quesnay 1767, 55]. Il Settecento è anche il secolo dell’ottimismo della ragione: esso guarda al futuro e rigetta il passato, convinto di poter rifare ex novo la società e l’uomo. Le società del passato vanno studiate per comprendere le leggi naturali violate e da ripristinare, e non certo per imitarne l’assurdo e caotico regime. L’uomo va esaminato, studiato, classificato e analizzato in tutte le sue caratteristiche per determinare la forma ideale perturbata cui esso deve ritornare e conformarsi. L’interesse per la natura dell’uomo trova un ulteriore stimolo nei viaggi di esplorazione e nei processi di colonizzazione che avevano permesso di entrare a contatto con una varietà impensabile di gruppi umani dotati di caratteristiche fisiche, psicologiche e di costume straordinariamente diverse. Di fronte a tanto materiale empirico inedito l’antropologia illuministica si accinge a studiare l’uomo con lo stesso rigore delle scienze fisicomatematiche, addirittura mutuandone l’approccio quantitativo, come nel caso dell’antropometria: misura 53

crani, nasi, fronti, arti, forma dei capelli, colori delle pelli e, su queste basi, classifica. Inoltre, sotto l’influsso di una visione materialistica inclina a spiegare le caratteristiche psicologiche a partire da quelle fisiche. Così classifica i gruppi umani e apre la strada alla determinazione delle razze. È quasi superfluo dire che, in questo modo, si apre la strada alla considerazione delle diversità, al rilevare che esistono gruppi di individui «inferiori» e «superiori». L’intenzione è oggettiva e «scientifica», ma attraverso questo pertugio s’insinuano i pregiudizi, talora in forme plateali. Sarebbe lungo tracciare un panorama degli sbandamenti di questa antropologia e delle sinistre considerazioni cui essa si abbandonò, per la credenza di tanti pensatori illuministi nel primato dell’uomo bianco e nell’inferiorità delle altre razze. Da Pierre-Louis Moreau de Maupertuis a Georges-Louis Buffon, da Voltaire a Paul-Henri d’Holbach, da David Hume a Immanuel Kant, il coro è quasi unanime e non di rado eccede i toni già infelicissimi della voce «Negro»2 Enciclopedia di d’Alembert e Diderot. Tutti questi pensatori sono universalisti dichiarati, ma il loro universalismo non sempre si dispiega con coerenza. Fra coloro che più seppero resistere alla tentazione del pregiudizio vanno ricordati, come coerenti esponenti di una visione universale dell’uomo e della sua dignità, Charles Secondât de Montesquieu, Etienne Bonnot de Condillac e Marie Jean-Antoine Caritat de Condorcet3. L’ossessione scientista e la pretesa di voler rifare uomo e società dalle fondamenta spiegano il singolare paradosso per cui la concezione politico-culturale più progressiva e liberatrice che si sia proposta nella modernità abbia anche dato una spinta poderosa allo sviluppo di una visione 54

razziale dell’umanità. Per comprendere meglio questa singolare miscela di tolleranza e di razzismo ci si può riferire a un famoso pamphlet settecentesco, il saggio dell’Abbé Grégoire [1789] sulla «rigenerazione fisica, morale e politica degli Ebrei». È difficile sottovalutare il lato nobile di quest’opera che cerca di spiegare gran parte delle caratteristiche dell’ebreo comunemente ritenute deteriori come dovute alla crudeltà delle nazioni che «da diciotto secoli calpestano i rottami di Israele». È difficile non apprezzare lo slancio con cui l’autore propugna l’ingresso degli ebrei a pieno titolo nella vita della nazione e che si realizzò con il conferimento della cittadinanza nel 1792. È altrettanto difficile non trovare irritanti certe caratterizzazioni dell’ebreo: la puzza, il viso pallido, il naso adunco e gli occhi affossati, la barba rada, e i tanti segni di degrado fisico e morale che, secondo l’Abbé, ne rendevano l’immagine spiacevole agli occhi del resto del mondo. Non meno discutibile è la pretesa di voler omologare l’ebreo al modello di cittadino ideale che ha in mente l’Abbé Grégoire. L’arringa che egli fa in favore degli ebrei è basata sull’idea che, se il presente li vede repellenti, il futuro offre loro un’opportunità che la società non deve loro negare. Qui incontriamo alcune manifestazioni di quell’«essenzialismo» indicato come causa del razzismo occidentale. Ma la questione è piu sottile. Noi non troviamo affatto illegittima l’idea che l’Abbé Grégoire difenda i valori della società di cui vuol aprire le porte agli ebrei; né riteniamo sbagliato che egli consideri questa società come la «migliore»; tantomeno che richieda a chi vi entra di conformarsi ai princìpi di convivenza civile che essa si è data, i quali, peraltro, possono evolvere in ragione della dinamica politica e sociale. Se questo è l’essenzialismo che si vorrebbe rigettare, noi non lo rigettiamo. Al contrario, siamo fermamente convinti che, se una simile visione non 55

avesse trionfato, gli ebrei d’Europa sarebbero ancora agli angoli delle strade a vendere stracci con una rotella gialla al collo. Quindi, sotto questo profilo, ci collochiamo all’esatto opposto dei critici postmoderni dell’umanesimo illuminista. Quel che colpisce negativamente nel saggio dell’Abbé Grégoire è la sordità assoluta nei confronti della spiritualità ebraica, nei confronti delle ragioni etiche, morali e religiose della vita dell’ebreo, l’assenza totale di curiosità culturale e antropologica. La religione ebraica è vista come un’accozzaglia di «storie assurde», «uno smarrimento inconcepibile»; l’ebreo è attaccato a «tradizioni burlesche che suscitano al più il sorriso della pietà». È un atteggiamento totalmente chiuso al dialogo e al confronto. Il sostanziale disinteresse per l’altro assomiglia a quello del moderno multiculturalista. Entrambe le visioni sono sorde·, la prima perché mira all’assimilazione totale (non soltanto politica, civile, sociale, ma religiosa, spirituale, mentale e persino fisica), la seconda per un malinteso principio di «rispetto» che si ribalta nell’incomunicabilità e ha come unico sbocco la selezione darwiniana del più forte. Ma non basta, perché il difetto principale dell’approccio dell’Abbé Grégoire è ben rappresentato nel titolo. Non si parla di integrazione sociale e politica degli ebrei, della loro liberazione, o anche di emancipazione (termine assai alla moda in un certo periodo). Si parla di rigenerazione, e questa rigenerazione è non soltanto politica, ma anche morale e persino fisica, con un singolare preannuncio dell’eugenetica. Quindi, la posta in gioco è molto più dell’«assimilazione», che già sarebbe discutibile, ma non è affatto inevitabile conseguenza di un discorso che difenda il primato di un modello di convivenza. La posta in gioco è la «rigenerazione». Non si tratta soltanto di trasformare l’ebreo ghettizzato in un cittadino - con la stipula di un contratto sociale che impone dei doveri e offre dei diritti, 56

tra cui quelli di coltivare la propria spiritualità, la propria religione, e tutti quei costumi che non offendano la libertà altrui - bensì di trasformarlo in un altro tipo di uomo, rigenerandolo in conformità al modello di umanità ideale. Qui sta la pretesa inaccettabile, la matrice di un’idea totalitaria e razzista, a dispetto delle più nobili intenzioni. Difatti, fino a che si propone un ideale di miglioramento individuale, come libera scelta, secondo un modello che ciascuno può darsi entro il quadro delle concezioni sociali, politiche e morali che sono il fondamento del contratto sociale - e senza le quali un contratto sociale non potrebbe esistere - è difficile avanzare obiezioni. Ma quando si prescrive come obbligo la rigenerazione in conformità a un modello generale, e per giunta la si prescrive come obbligo sociale, ci si addentra su un terreno minato. Un’ideologia siffatta ha bisogno di un modello di uomo cui dovrebbe conformarsi il gruppo umano «degenerato» o l’intera umanità destinata a «rigenerarsi». Su questo terreno non si può essere troppo severi con il movimento illuminista. Non bisogna dimenticare che il pensiero illuministico è proiettato verso il futuro, mira alla costruzione di un uomo nuovo il cui modello non è rigidamente definito. Il riscatto degli «inferiori» e dei «degenerati» va visto nella prospettiva della costruzione di un’umanità nuova, libera dalle superstizioni, giusta e dedita a vivere e progredire sulla base della scienza e della conoscenza. Il modello non è quindi rigidamente preconfezionato, ma il progetto è doppiamente gravido di conseguenze pericolose: in primo luogo per il carattere astratto e antiumano di ogni progetto palingenetico, in secondo luogo perché, in fin dei conti, l’ideale di uomo che finisce con l’imporsi è quello dell’uomo bianco europeo emancipato e che fonda la propria esistenza sull’idea di progresso tipica della concezione illuminista. 57

Sappiamo bene che nell’Ottocento il movimento illuminista fu duramente attaccato dal movimento romantico e, se non fu definitivamente sconfitto, il suo influsso venne drasticamente ridimensionato. Esso continuò a mantenere un’influenza significativa nell’ambito delle scienze naturali, la quale fu seriamente messa in discussione anche in questo ambito. Eppure, l’ideale palingenetico e la tendenza verso un ideale di rigenerazione sociale gravido dei rischi che abbiamo appena descritto non sparirono, anzi si riproposero al di là della crisi dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese. Come potè accadere tutto ciò? Koyré ha descritto molto bene l’opposizione fondamentale tra il movimento illuminista e il movimento romantico sul tema della storia. Mentre il primo ha interesse per la storia soltanto in funzione della scoperta della vera natura umana ma non nutre alcuna nostalgia per il passato e guarda all’avvenire, il movimento romantico nutre per il passato un’autentica venerazione. Il pensiero romantico (e ogni storicismo è più o meno erede del pensiero romantico), pensiero «vegetativo» secondo l’ammirevole espressione di Gustav Hübener, opera molto volentieri con categorie, o meglio, con immagini, organiciste e soprattutto botaniche. Si parla di sviluppo, di crescita, di radici; si oppongono le istituzioni formate «da una crescita naturale» (natürlich gewachsen) a quelle che sono «fabbricate artificialmente» (künstlich gemacht), cioè si oppone l’azione incosciente e istintiva delle società umane alla loro azione cosciente e deliberata, le tradizioni alle innovazioni ecc. Questa concezione - o atteggiamento - che considera il processo storico come qualcosa che si sviluppa in modo quasi autonomo, e che vede nell’uomo non un agente, ma un prodotto dell’evoluzione storica e delle sue forze impersonali o transpersonali, non è, necessariamente, legata a una filosofia politica, o a una filosofia della storia, reazionaria: la crescita non è immobilità, l’albero non è la sua radice e il fiore la gemma… Di fatto, e probabilmente perché la crescita vegetale è un processo lento, e un processo che nella fase nuova conserva molto spesso la fase passata, la concezione romantica si accompagna quasi sempre - vi sono stati dei romantici rivoluzionari - a un atteggiamento conservatore o anche reazionario: il grande valore attribuito alla tradizione sfocia presto nell’opposizione al

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cambiamento, all’idealizzazione del passato, all’utopia archeologica [Koyré 1973, 105-106].

Ma proprio perché ha un così grande culto del passato il pensiero romantico è angosciato dall’opera di distruzione che ne vuol fare il progressismo illuminista e rivoluzionario. Di qui il desiderio di restaurarlo, di andare indietro alla ricerca di un’umanità perduta o corrotta. Il movimento romantico sogna un passato da ripristinare o un futuro che sia abitato da uomini simili agli antichi, capaci di far rivivere nella modernità i nobili princìpi di un tempo. Si ripropone così, sia pure in termini di idealità opposte, un mito palingenetico. In una prima fase il movimento romantico esprime soltanto una visione nostalgica che si accontenta dell’espressione letteraria e poetica che esso contrappone alla scienza, sorgente di tutti i mali. Ma questa diffidenza lascia poi il posto a un atteggiamento più aperto che riconosce alla scienza un ruolo importante purché non assoggettato al metodo fisico-matematico. In coerenza con la sua visione «vegetativa», è nelle scienze naturali e umane che il romanticismo vede un nuovo approccio scientifico «vitalistico» estraneo al meccanicismo. L’Ottocento è caratterizzato da una netta separazione fra scienze naturali e scienze umane, in termini di oggetto e di metodo. Purché vi sia indipendenza di metodo un approccio scientifico è possibile anche nella sociologia e nella psicologia. Nell’Ottocento la medicina conosce la sua progressiva trasformazione in «scienza esatta» plasmata sul principio del determinismo. In fin dei conti, lo stesso marxismo rappresenta una visione scientista in campo sociale, influenzata da un lato dal grande esempio del newtonianesimo (che si fa sentire nella propensione a ricorrere a schematizzazioni di tipo matematico) e, dall’altro, dallo storicismo romantico. 59

La ricostruzione palingenetica della società corrotta dal razionalismo settecentesco e dalla rivoluzione individua come strumento fondamentale la ricerca dei miti fondatori capaci di rappresentare in modo stabile e indiscutibile la natura, l’essenza della società da restaurare. Torneremo più in là con maggiore dettaglio su questi miti fondatori così bene descritti da Léon Poliakov e che fanno comprendere come si siano formate le ideologie razziste nell’Europa di fine Ottocento. Qui la scienza ha giocato ancora una volta una parte importante. «Al diffuso razzismo popolare, che si potrebbe definire “naturale”, perché è indubbiamente altrettanto antico del genere umano, si aggiunge un razzismo che tenta di organizzarsi su fondamenti scientifici, un razzismo “razionale” di seconda natura», e che si giustifica con i trionfi della «Ragione geometrica o meccanica che pretende di sottomettere alla sua giurisdizione suprema tanto Dio quanto gli uomini, e che vola di trionfo in trionfo» [Poliakov 1987, 166-167]. Certo, una visione nostalgica del passato, soprattutto se confinata nel contesto letterario o poetico, non è sufficiente a vincere la battaglia contro il progressismo illuminista e a restaurare i valori del passato. Per far questo occorre scendere sul terreno politico e adottare un approccio radicale. Così, nel campo reazionario iniziano a delinearsi i tratti di un movimento che si contrappone punto per punto al progressismo, ma che ne imita i metodi, le parole d’ordine e la tecnica politica, incluso il radicalismo rivoluzionario che, nella sua semplicità, appare lo strumento più efficace per rigenerare il mondo riportando alla vita i miti fondatori delle razze originarie. Così la reazione scopre lo straordinario vantaggio di ciò che François Furet ha definito assai efficacemente il «piantare le tende nel campo della rivoluzione» [Furet 1995,48], nonché di giustificare i propri miti in termini scientifici. Nel passato storico è 60

possibile ritrovare le radici dell’uomo «autentico» con cui vorremmo ricostruire una società ideale, mentre la scienza fornisce la dimostrazione della superiorità e della desiderabilità di quel modello. Furet osserva inoltre che il fascismo - ovvero la metamorfosi rivoluzionaria della reazione - è fin dalle origini inseparabile dal comunismo di cui combatte gli obiettivi imitandone i metodi: la sua originalità è consistita nella «riappropriazione dello spirito rivoluzionario al servizio di un progetto antiuniversalista» [ibidem, 47]. La radice comune è meno oscura di quanto sembri a prima vista. Difatti, Marx è soltanto in apparenza rivolto al futuro, il quale è, per lui, piuttosto una proiezione del passato, di un passato ancor più lontano dei sogni medioevali dei romantici: è il mito di un uomo ideale incorrotto che nulla ha a che fare con l’astratto atomo sociale degli illuministi. Marx guarda all’«infanzia sociale dell’umanità, quando l’umanità si espandeva in completa bellezza», prima che avvenisse il peccato, la caduta, ovvero l’alienazione consistente nell’aver iniziato a scambiare denaro anziché amore: «se presupponi Xuomo come uomo e il suo rapporto col mondo come un rapporto umano, potrai scambiare amore soltanto con amore, fiducia con fiducia» [Marx 1968]. Per restaurare quel mondo di «completa bellezza» serve un progetto escatologico di rifondazione totale della società che ricostruisca dalle fondamenta il paradiso perduto, demolisca la vecchia società per sostituirla con un’altra nuova di zecca: lo strumento di questo progetto è la rivoluzione. Peraltro, a riprova dello scambio di temi tra i due fronti, lo stesso Marx ammise che la teoria della lotta delle classi gli era stata ispirata dalla lettura delle opere di Thierry e di Guizot che spiegavano la storia della Francia con lo schema della «lotta delle razze», ovvero della lotta della razza gallo-romana 61

contro la razza franca4. In conclusione, l’emergere del razzismo è un processo di grande complessità in cui intervengono molti fattori e che ha molteplici sorgenti. Due elementi sono tuttavia di gran lunga preponderanti: il radicale rifiuto da parte dell’uomo borghese per il mondo in cui vive, l’«odio di sé» che conduce al desiderio di azzerare tutto e ricominciare da un ideale che ora viene cercato in un lontano e perduto passato, ora in un futuro mitico da costruire con la forza della ragione; il ruolo del pensiero scientifico nella determinazione di questo futuro o nella giustificazione della superiorità di un particolare passato. È indubbio che l’idea di razza è scaturita da una visione reazionaria volta a cercare la salvezza nella riscoperta delle radici perdute e offuscate dagli errori della modernità. Tuttavia, per individuare le caratteristiche della «propria» razza e affermarne la superiorità - e quindi per propugnare una visione razzista - un ruolo cruciale verrà giocato dalla scienza, a partire da quell’antropologia fisica tanto cara al razionalismo illuminista, fino alla genetica, in un intreccio complicato e fantasioso con le scienze umane e sociali. 2. Le teorie razziali nei contesti nazionali e il caso italiano Anni fa un paragrafo dedicato a questo tema sarebbe stato indispensabile e fortemente innovativo. Oggi molti studi sull’argomento - e altri via via più approfonditi che vengono continuamente pubblicati - lo rendono quasi superfluo se non in quanto sintesi di temi che sono importanti per la nostra analisi, soprattutto con riferimento al caso italiano. Nella letteratura un posto di rilievo è 62

occupato dal volume sul «mito ariano» pubblicato da Léon Poliakov una ventina di anni fa [Poliakov 1987]. Per quanti importanti approfondimenti siano stati compiuti in seguito, a Poliakov resta il merito di aver indicato una linea di ricerca appropriata ed efficace. Come abbiamo già accennato, secondo Poliakov l’obiettivo di una ricostruzione palingenetica della società si è indirizzato in modo spontaneo verso la ricerca di quella natura umana primigenia che era stata successivamente corrotta dai veleni della modernità. Ognuna delle grandi civiltà nazionali europee è andata ossessivamente alla ricerca di queste radici e quindi alla ricostruzione dei suoi miti fondatori. Quanto si trattasse di miti è superfluo dirlo. Poteva forse un paese come la Spagna, che aveva visto per secoli la presenza sulla sua terra di un intreccio di popoli e civiltà, in particolare cristiani, arabi ed ebrei, fregiarsi di una purezza di sangue riconducibile a un ceppo primigenio? Di certo una simile pretesa non aveva senso, ma qui ancor più che liberarsi della corruzione della modernità si trattava di andare indietro allo stesso Medioevo per ricercare un’identità privilegiata e nobile che varie presenze spurie avevano inquinato: questa identità anteriore all’invasione musulmana era rappresentata dalla razza gotica. Come ricorda Poliakov, il dizionario dell’Accademia spagnola riportava ancora all’epoca in cui egli scriveva il suo libro, sotto la voce «Godo»: «Hacerse de los godos, vantarsi di essere nobile: ser godo, essere di antica nobiltà». Uno spagnolo aveva diritto a sentirsi tale nella misura in cui il suo sangue era autenticamente «gotico». Per quanto riguarda la Francia Poliakov ricorda che la ricerca del mito fondatore è stata più complicata e controversa: franchi o galli? Ne nacque la celebre controversia delle «due razze» attorno a cui si arrovellarono tanti intellettuali francesi tra Sette e Ottocento, gli uni 63

propendendo per il nobile ceppo libero e indomito dei franchi, contrapposto ai galli sottomessi e servili, gli altri esaltando la grandezza della razza gallica capace di giocare con la morte come nessuno e la saggezza dei druidi che avevano insegnato al mondo l’immortalità dell’anima. Fu una contesa che si spense attorno all’accettazione dell’idea che la Francia era una miscela razziale e che si era composta in modo unitario, sia pure attraverso lunghe convulsioni. Diversa fu la vicenda inglese che disponeva di quattro grandi mitologie (greco-romana, celtica, germanica e biblica) e si orientò verso un intreccio delle ultime due per costruire il proprio mito d’origine, trasmettendolo anche al di là dell’Atlantico. Ben altrimenti complessa è la mitologia originaria tedesca, sebbene si possa schematicamente affermare che essa finì con l’accentrarsi attorno ai temi dell’unità della lingua e del sangue. Di qui il duplice orientamento del razzismo tedesco in cui un’idea di razza basata su un’antropologia fisica (e che trovava la sua più compiuta espressione nelle idee di Eugen Fischer) conviveva con quella che si basava su un’idea più spirituale in cui «sangue e anima sono solamente differenti espressioni di un’immagine unitaria dell’uomo nordico» [Voegelin 1933b, 15]. Maggiore attenzione va riservata qui al caso italiano che presenta caratteristiche completamente diverse, se non altro perché la componente nazionalistica è apparsa in Italia tardi, per ovvie ragioni storiche, e non ha avuto radici e consistenza neppure lontanamente paragonabili a quelle presenti in altri paesi europei. Per quanto riguarda l’esistenza di sentimenti di appartenenza a un ceppo razziale, va osservato che l’Italia si presenta assai tardivamente all’appuntamento con questa tematica: alla fine dell’era napoleonica, quando tutta l’Europa cominciava a essere affascinata dal concetto di razza, l’Italia 64

non esisteva ancora come nazione. E quando si costituì l’unità nazionale la ricerca di un fattore distintivo e caratteristico non seguì le strade su cui si erano incamminate altre nazioni europee. Mentre si diffondeva impetuosamente il mito dell’uomo nordico, mentre molti spagnoli si lasciavano suggestionare dall’idea di un’antica radice gotica e la Francia si tormentava nella controversia sull’ascendenza franca o gallica, e mentre persino la disincantata Inghilterra si lasciava sedurre da ondate di passione germano-celtica, l’Italia doveva fronteggiare l’inconsistenza della propria identità etnica e il carattere assolutamente peculiare del mito fondatore dell’italianità. Anche qui prenderemo le mosse dall’analisi di Poliakov, sviluppandola. L’Italia fu percorsa e dominata da un numero di popolazioni più elevato di qualsiasi altro paese europeo. Come rivendicare un carattere etnico-razziale distintivo se non attribuendo ad almeno una delle etnie occupanti un ruolo dominante nella definizione di un’identità? Ma nessuna di queste etnie aveva mai assunto un ruolo siffatto nella storia d’Italia. Tutte erano scivolate come acqua sul vetro rispetto all’unica caratteristica sentita come distintiva, quantomeno dai ceti colti: il mito di Roma, derivante dal fatto che l’Italia era stata il centro propulsore della «latinità» e della «romanità». L’unica invasione che poteva dare all’Italia una nuova identità, e quindi rappresentare una possibile radice razziale fondante, era stata quella dei longobardi. Ma essa aveva avuto un effetto marginale e non era mai riuscita a conquistare il nucleo centrale e simbolico dell’identità latino-romana, la Città Eterna, occupata dal papato. Fu difatti proprio il papato a svolgere un ruolo cruciale e attivo nel contrastare l’influsso longobardo e nel marginalizzarlo, utilizzando in varie fasi l’appoggio francese per evitare ogni forma di 65

germanizzazione. Pertanto l’eredità longobardo-germanica non riuscì a proporsi come un fattore significativo in un eventuale processo di definizione di una nuova identità etnica, neppure nell’Italia settentrionale. La storia italiana, pur nello stato di frammentazione del paese, ebbe sempre e soltanto un mito: quello dell’eredità dell’antica Roma. Tutta la letteratura italiana offre una testimonianza di questo fatto. Il mito della romanità ha una genealogia lontana e ben definita: il mito di Enea. Esso fu ripreso fin dal Trecento ed esteso all’indietro, per ricostruire una sequenza di generazioni che da Enea riconduceva fino al patriarca Noè, figura che veniva confusa con quella di Giano. La connessione del culto della romanità con il mito di Enea è testimoniata con estrema chiarezza nella Divina Commedia, dove la figura dominante è l’autore dell’Eneide, Virgilio: Non pare indegno ad omo d’intelletto Ch’e’ [Enea] fu dell’alma Roma e di suo impero Nell’empireo ciel per padre eletto. La quale e ‘l quale, a voler dir lo vero Fu stabilita per lo loco santo U’ siede il successor del maggior Piero. Inferno, II, 19-23

Il mito pagano si salda con il mito biblico e con il messaggio di Cristo per definire il nuovo fondamento di un’Italia che saprà scuotere i gioghi e i vizi per i quali anziché essere «donna di province» non è altro che «bordello» e «nave senza nocchiero in gran tempesta». Non è qui il caso di ripercorrere il filo di una lunga tradizione che va da Dante fino a Leopardi, che Sul monumento di Dante ne rievoca il messaggio. È una tradizione che, da Machiavelli fino a Mazzini, ripropone continuamente il mito della civiltà romana. Del resto, 66

Mazzini alimentava il suo progetto dell’unità nazionale con il sogno di una «terza Roma» che sarebbe stata maestra delle genti. Maestra delle genti, appunto, capace di unificare nel suo seno e sotto il rinascere di una civiltà le cui origini erano più nobili e antiche di tutte le altre, tutti i popoli che l’avevano invasa, occupata e percorsa e che, soggiogati dalla luce del risorto splendore di Roma, avrebbero raccolto la fiaccola caduta. I legami fra questa tradizione e la retorica fascista sono fin troppo evidenti. Eppure, il mito della romanità non era costituzionalmente «razzista». Di certo, non lo era in termini biologici, in quanto non evocava il tema carnale del sangue, e neppure antropologici, in quanto non faceva richiamo a un «uomo romano». Fu il fascismo a dargli una piega esplicitamente razziale. Il mito della romanità definisce un’identità spirituale che assume un carattere unificante e redentore per le differenti popolazioni presenti sul suolo italico. È questo un tema di importanza primaria che permette di comprendere le caratteristiche specifiche che assumerà una corrente importante del razzismo italiano: un razzismo spiritualistico mirante a fondare l’identità italiana sulla base del comune riconoscimento del valore eterno e supremo della civiltà di Roma. Il mito di Enea e di Roma è pagano. Abbiamo visto come Dante per primo lo ripensò nella cornice del nuovo messaggio di Cristo. Tuttavia, quella radice pagana non poteva essere facilmente assimilata nel contesto della tradizione cattolica e papale. Questa è una difficoltà che ha percorso tutta la storia della cultura italiana e del suo legame con l’eredità romana e che si è manifestata nel Risorgimento, con il riproporsi di una polemica anticlericale e antipapale (non necessariamente anticristiana o anticattolica) che, in certo senso, rievoca quella di Dante. Del resto, anche il fascismo della prima fase non ebbe buoni rapporti con il 67

mondo cattolico istituzionale. L’atteggiamento di quest’ultimo era visto come un ostacolo all’affermarsi della nuova identità nazionale, non soltanto perché difendeva il suo potere temporale, ma perché era nemico o quantomeno era estraneo alla tematica del recupero della civiltà dell’antica Roma. In quanto tale, esso era anche nemico della modernità, dato che quel recupero si inscriveva nel contesto di un processo di riunificazione ma anche di modernizzazione del paese sulla base dei nuovi sviluppi della scienza e della tecnica. Al riguardo, vale la pena di rileggere un poema che apparentemente s’ispira soltanto a una tematica classicomitologica: Alle fonti del Clitumno di Giosuè Carducci. Esso inizia riscoprendo la presenza dei miti fondanti nelle immagini di uno dei paesaggi più autenticamente italici (popolato dai «bei giovenchi» che «il mite Virgilio amava»); e, in particolare, il mito di «Giano eterno» che fu vinto di amore per Camesena: […] fu letto l’Appenin fumante: velaro i nembi il grande amplesso, e nacque l’itala gente.

È un mito, si badi bene, non razziale o razzista in senso biologico, perché, nel piantare i segni di Roma, l’«italo nume» Marte «placa, indigete comune, i vincitori ai vinti», unificandoli sotto un comune segno. Due furono gli attentati, secondo Carducci, a questa grande unità spirituale: l’invasione barbarica (impersonata nel poema dal «punico furore» di Annibaie) e poi il cristianesimo. Da allora Roma non trionfa più: Più non trionfa, poi che un Galileo di rosse chiome il Campidoglio ascese, gittolle in braccio una sua croce, e disse - Portala, e servi -.

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L’affronto contenuto nel messaggio cristiano risiede nel suo carattere antitetico all’«opre della vita e de l’amore», al suo far «deserto» dei «campi del lavoro sonanti» e nel dire il deserto «regno di Dio». Il cristianesimo è quindi accusato di arretratezza, di essere ostile alla vita e alle opere dell’uomo. Ecco allora che, nella visione di Carducci, il risorgere della civiltà romana e latina significa un risorgimento innanzitutto spirituale, anima: Salve, o serena dell’Ilisso in riva, o intera e dritta a i lidi almi del Tebro anima umana! i foschi di passaro, risorgi e regna.

Ma significa anche il trionfo della modernità, del progresso tecnico, che viene evocato a conclusione del poema: […] in faccia a noi fumando ed anelando nuove industrie in corsa fischia il vapore.

Di certo, Carducci rappresenta un caso un po’ estremo e il mito modernista è da lui espresso (in particolare nell’Inno a Satana) sotto la forma di un’irreligiosità anticristiana che non può considerarsi rappresentativa di un punto di vista dominante. Ma quel che conta è che la saldatura fra modernità e richiamo ai valori spirituali dell’eredità romana è un tratto caratteristico della ricerca di un nuovo mito fondante per la giovanissima nazione italiana. Proprio il caso italiano indica che nella costituzione dei miti fondanti intervennero molti fattori. L’analisi di Poliakov fornisce uno schema generale fondamentalmente corretto su cui è possibile innestare analisi più approfondite e dettagliate che tengano conto di questi altri molteplici fattori. Proviamo a elencare rapidamente i più significativi. 69

Un fattore di grande importanza è quello religioso che si presenta con caratteristiche assai differenti nei vari paesi europei. Un altro fattore importante è dato dalle relazioni con le popolazioni circostanti: si pensi al rapporto difficile della Germania con il mondo slavo. Vi sono poi fattori demografici: nei primi decenni del Novecento il declino demografico in paesi come la Francia o l’Inghilterra induce a una visione completamente diversa del problema della popolazione rispetto a quanto accade in paesi che conoscono una significativa espansione numerica come l’Italia. I fattori economico-sociali hanno anche un grande peso: si pensi al problema del rapporto fra città e campagna. Al riguardo, è stato messo in evidenza come il razzismo e i progetti eugenetici abbiano trovato ampio spazio di diffusione nel ruralismo nazista [D’Onofrio 1997; 2007]. Come vedremo, anche in Italia il radicarsi di una problematica razzista nel fascismo è andato di pari passo con l’adesione del regime a una visione ruralista e basata sul culto della famiglia tradizionale rispetto ai primi orientamenti di tipo «radical-libertario» di stampo dannunziano. È superfluo dire che una questione centrale è rappresentata dal rapporto con la modernità e, in particolare, con la scienza. Lo si è visto poco fa in relazione al caso italiano: per Carducci il recupero dello spirito antico di Roma si coniuga con la corsa delle nuove industrie, mentre il cristianesimo rappresenta l’arretratezza e la barbarie. Ma, in definitiva, quel che determina la visione del rapporto fra l’anelato recupero del mito fondante e la modernità è l’atteggiamento ottimista o pessimista circa il futuro. Questo vale per ogni aspetto della modernità e, in particolare, per la scienza. Difatti, la scienza come la tecnologia sono imprese volte al futuro e un atteggiamento positivo nei loro confronti mal si concilia con una visione pessimistica circa le sorti della comunità etnica o nazionale 70

di appartenenza. Ove si nutra una simile visione pessimistica la tecnologia può essere vista soltanto come un fattore negativo e persino distruttivo, e della scienza può essere accettato soltanto quanto essa ci svela circa le caratteristiche identitarie in senso antropologico o genetico. In effetti, proprio l’atteggiamento nei confronti delle nuove dottrine genetiche ed eugenetiche rappresenta un metro per comprendere i differenti punti di vista nei confronti della questione razziale e svelare il soggiacente atteggiamento ottimista o pessimista circa le prospettive future della «propria» razza. Forse l’atteggiamento più ottimista è quello di chi aderisce in toto all’idea che la scienza possa fabbricare un’umanità perfetta magari mettendo in opera le tecniche della fecondazione artificiale e che riesca a farlo scegliendo come modello quello della propria razza mitica originaria e incontaminata. Una simile visione è stata certamente presente nel razzismo nazista. Ma può ben accadere che la prospettiva che la scienza sia capace di realizzare un simile exploit sia l’approdo finale di una visione pessimistica. Tale è il caso di Vacher de Lapouge che, in nome del suo materialismo scientista, fa riferimento ai concetti darwiniani di lotta per l’esistenza e di selezione naturale soltanto per demolire le concezioni metafisico-religiose del passato. Ma questo non implica affatto che egli aderisca al darwinismo sociale: Vacher de Lapouge è socialista e accanitamente antiliberista, oltre che anticristiano, e vede nero nel futuro razziale. L’unica prospettiva in cui ripone qualche speranza è quella difficile di un socialismo scientista che imponga il rifacimento dell’uomo dalle basi («refonte de l’homme») con gli strumenti dell’eugenetica. Ben diverso è il punto di vista di Gobineau la cui ideologia Taguieff [2002] ha efficacemente definito come un «razzialismo pessimista». Dalla scienza Gobineau trae la 71

conclusione che si andrà inevitabilmente verso il meticciato, il quale si accompagna al trionfo del nefasto influsso della democrazia, e quindi verso la decadenza della razza. Gobineau è pessimista come Vacher de Lapouge, ma il determinismo biologico congiunto a una visione reazionaria e relativista lo conduce a un esito nichilista. Si noti, al riguardo, che tutte le forme di razzismo sono essenzialmente relativiste, che siano biologistiche o meno: difatti esse fanno dipendere tutto dalla costituzione psicorazziale di cui etica e morale sono quindi una semplice emanazione. Un punto di vista di moderato ottimismo è quello di chi aderisce a una visione procapitalistica e liberalconservatrice, la quale crede nella possibilità di apprestare le condizioni ottimali affinché sia possibile la selezione dei migliori attraverso la lotta per la vita. È un atteggiamento che riconosce una funzione alla scienza in modo meno radicale ed estremo di Vacher de Lapouge, per il quale la prospettiva eugenetica si colloca più nella sfera dell’escatologia che non in quella delle attività concretamente praticabili. A queste visioni potremmo aggiungere quella di un razzismo biologico - di cui sono esponenti figure come Drumont e Barrés - che mira soprattutto a determinare le caratteristiche delle razze «inferiori» o di quelle che hanno una funzione di dissoluzione della comunità nazionale e che trasferiscono il problema della propria autodifesa sul terreno meramente politico. È da questo contesto che nascono le posizioni più radicalmente antisemite. Per Drumont, l’ebreo è il prototipo di una razza inassimilabile e non migliorabile in alcun modo e, per giunta, non segregabile in quanto è capace di infiltrarsi dissimulandosi. Pertanto, qui non è questione di eugenetica - la biologia serve soltanto a identificare le differenze razziali - bensì di scelte politiche: espulsione, 72

sterminio o, fino a che questo non è possibile, identificazione e isolamento in cui il censimento ha un ruolo preliminare fondamentale. Abbiamo già visto che anche il razzismo germanico non può essere ridotto a un approccio strettamente biologistico ed eugenetico. Al suo interno convivono punti di vista diversi. Accanto a quello di Fischer troviamo il punto di vista di Rosenberg secondo cui il fondamento della teoria della razza non è la biologia bensì l’antropologia e non intesa riduttivamente come antropologia fisica. Secondo Rosenberg, «il sapere ultimo di una razza si trova già incluso nel suo primo mito religioso» [Rosenberg 1930, 684] e tale mito religioso non è certamente ebraico-cristiano bensì è il mito dell’uomo nordico quale fondamento di una nuova religione politica5. Si tratta soprattutto di un risveglio spirituale «dell’autocoscienza della razza europea così come si è incarnata nell’uomo tedesco»6. Questo inventario breve e molto parziale delle differenti visioni del razzismo e dei molteplici fattori che intervengono nella loro costituzione ci permette di pervenire a una sintesi che sottolinea alcuni temi già messi in evidenza. Nella formazione di una teoria razziale interviene una concezione dell’identità che si vuole difendere ed esaltare. Abbiamo visto come essa viene quasi sempre identificata nell’esplorazione dei miti fondatori della propria civiltà e del proprio popolo o razza. A partire di qui il problema diviene come difendere tale identità razziale dall’insidia rappresentata dalle altre razze o dai fattori di dissoluzione della modernità. Potremmo anche aggiungere che il come è condizionato dal se, ovvero dalla credenza se tale difesa sia possibile oppure no. È il tema del pessimismo o dell’ottimismo circa tale possibilità. Tutto il resto considerazioni storiche, sociali, economiche, politiche, culturali, e soprattutto scientifiche - è strettamente 73

funzionale a quel che le varie visioni ritengono necessario e possibile fare circa la difesa della razza. La scienza è usata alternativamente per sostenere l’ineluttabilità della decadenza, la possibilità di una manipolazione genetica efficace in varie forme (più o meno brutali), l’inopportunità o l’inevitabilità del meticciato, fino alla necessità dello sterminio. Ma quel che conta sono le posizioni ideologiche che spingono a sostenere l’una o l’altra di queste prospettive facendo credere che esse abbiano una validità oggettiva «perché la scienza lo dimostra». Vedremo questo modo di procedere all’opera nel caso italiano. L’opinione prevalente identifica nella «romanità» il mito razziale fondatore, ma non manca affatto chi si riferisce invece al mito razziale ariano-germanico, e tra le due posizioni vi è una gamma di sfumature. Poi intervengono tutti quei fattori ideologici che già conosciamo: il pessimismo o l’ottimismo circa il futuro, l’atteggiamento nei confronti della modernità e del cristianesimo ecc. E si finisce col dividersi sulle modalità di difesa della razza: praticare forme di eugenetica blanda permettendo in alcuni casi il «recupero», oppure forme di eugenetica violenta? Imporre la separazione razziale o addirittura prospettare la deportazione e la soppressione fisica? La linea prevalente ha caratteri paradossali. Da un lato, la legislazione razziale italiana si segnala come una delle più dettagliate, puntigliose e soffocanti emanate in quel cupo periodo. Dall’altro, essa riflette una visione relativamente «moderata», consentendo anche l’«esenzione» (detta «discriminazione») dalla segregazione razziale nel caso di particolari meriti resi alla nazione, in contrasto con una visione puramente biologistica. Il tema del conflitto tra i differenti «razzismi» del fascismo è centrale in questo libro.

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3. La confluenza dell’antisemitismo nel razzismo moderno e l’immagine dell’ebreo È noto che il termine antisemitismo è relativamente recente. Esso fu introdotto dal giornalista tedesco Wilhelm Marr [1879] verso la fine dell’Ottocento e si diffuse rapidamente entrando nell’uso comune. Malgrado l’ambiguità del termine semita, esso non è mai stato inteso se non per rappresentare le varie forme di ostilità nei confronti degli ebrei7. Esso è stato accolto e usato in questo senso da gran parte della storiografia senza confini temporali, ovvero anche in relazione alle forme di intolleranza antiebraica di qualsiasi epoca e in qualsiasi luogo8. In tempi recenti si è ritenuto di sottolineare il legame del termine antisemitismo con la forma moderna dell’odio antiebraico e, per distinguere quest’ultima dalle precedenti, si è proposto di riservare alle seconde, soprattutto in quanto caratterizzate da un fattore religioso (in particolare, l’accusa cristiana di deicidio), un termine come antigiudaismo. Le distinzioni terminologiche, quando non producono classificazioni trasparenti, possono essere, ancor più che inutili, fonte di confusione. Non soltanto la distinzione puntigliosa di tutte le possibili situazioni concrete che possono presentarsi è impossibile e risulta essere una pura perdita di tempo9, ma lo stesso termine antisemitismo non è affatto univoco. Sono esistite almeno altrettante forme di antisemitismo quante ve ne sono state di razzismo. Anche l’antisemitismo biologistico non ha per niente caratteristiche unitarie: talora caratterizza l’ebreo per la morfologia esteriore, talaltra per i fenotipi, i genotipi, il sangue ecc. È inoltre esistito un antisemitismo «spiritualistico» mirante a combattere la «mentalità» o la «cultura» ebraica, nonché un antisemitismo puramente politico, come quello di Charles Maurras, in cui sono sostanzialmente assenti riferimenti di carattere razziale. 75

Infine, una distinzione netta tra antisemitismo e antigiudaismo non può essere fatta perché il primo ha molto spesso fatto ricorso alla tematica religiosa di matrice cristiana, mentre, a sua volta, l’antigiudaismo religioso non ha mancato di utilizzare la nuova tematica antisemita di matrice razziale o politica. Insomma, non faremo molto caso alle questioni terminologiche che rischiano di condurre a una sterile logomachia, e useremo liberamente il termine antisemitismo per denotare genericamente l’ostilità e l’odio nei confronti degli ebrei, lasciando agli aggettivi o a specificazioni più dettagliate la caratterizzazione delle sue diverse manifestazioni, proprio come è d’uso fare nei riguardi del termine razzismo™. Ciò detto, è importante sottolineare alcuni dei tratti principali che differenziano l’antisemitismo religioso da quello moderno. Il primo guarda indietro: la condanna dell’ebreo è legata alla sua colpa di aver rifiutato Gesù, di averne negato la divinità e di averlo persino ucciso (la colpa del «deicidio»). La degradazione morale e persino fisica dell’ebreo deriva tutta da questa colpa, e non viceversa: l’ebreo non se ne è macchiato in quanto è intrinsecamente un essere spregevole, bensì è spregevole perché se ne è macchiato. Il leitmotiv di quello che Jules Isaac [1962] ha chiamato l’«insegnamento del disprezzo» si può così riassumere: «Ecco la condizione abietta in cui si riducono coloro che negano Nostro Signore». Ma l’uomo ebreo non è irrevocabilmente condannato. Di fronte a lui resta aperta la porta della redenzione e della reintegrazione nella «nuova Israele» (la Chiesa di Cristo), purché si converta alla vera fede. In tal senso l’ebraicità non è un dato irrimediabile, come lo sarebbe l’appartenenza a una razza «diversa». Infatti la tradizione cristiana ha sempre considerato la conversione di un ebreo come una delle azioni più nobili e apprezzabili che può compiere uh cristiano, in quanto 76

contribuisce al riassorbimento completo e definitivo dell’antica Israele nella nuova Israele e alla cancellazione della secolare obiezione circa la divinità di Cristo. Al contrario, l’antisemitismo moderno si caratterizza per attribuire all’ebreo caratteristiche strutturali negative che non sono eliminabili. Come ebbe a dire il profeta del socialismo Pierre Proudhon, l’ebreo è «il cattivo principio, Satana incarnato nella razza di Sem», per cui l’unica soluzione è fisica: «ricacciare questa razza in Asia, o sterminarla» [cit. in Poliakov 1988, II, 207-209]. Dalla fine del Settecento, e in singolare concomitanza con l’inizio dell’emancipazione degli ebrei dalla loro esclusione e persecuzione secolari, emerge un nuovo modo di concepire l’antisemitismo che assume connotati sempre più marcatamente razziali. L’ebreo non è soltanto un uomo come gli altri che è portatore del peccato di aver negato la vera fede e si è accollato così il fardello di «quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una patria, mentre le conseguenze dell’orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo»11. L’ebreo è un uomo diverso dagli altri. Questa diversità si manifesta non soltanto per caratteristiche psicologiche e culturali ma anche per caratteristiche fisiche, come i capelli ricci e neri, il naso adunco, un odore penetrante e sgradevole, il modo di muoversi, gesticolare e parlare e persino la sessualità, intensa e lasciva. Quindi, gli ebrei non sono soltanto uomini «a parte» dal punto di vista religioso, ma sono membri di una razza diversa da quella dominante in Europa e che viene per lo più chiamata «ariana». Va sottolineato che sebbene la differenza tra l’antisemitismo religioso cristiano (o «antigiudaismo») e l’antisemitismo moderno sia evidente per le ragioni appena esposte, sarebbe avventato tracciare una barriera netta fra i 77

due, e questo è un ulteriore argomento che consiglia di non dare troppa importanza a certe distinzioni terminologiche. In primo luogo, l’antisemitismo moderno eredita gran parte della tematica dell’antisemitismo religioso e manifesta scarsa originalità, traducendo nel nuovo vocabolario temi molto antichi. È nella tradizione dell’antisemitismo religioso che Proudhon trova conforto: «non per nulla i Cristiani li hanno chiamati deicidi. L’Ebreo è il nemico del genere umano» [ibidem, 209]. Ma c’è di più: la tradizione cristiana insegna anche come combattere gli ebrei, come isolarli dal contesto della società, come metterli in condizione di non nuocere. Raul Hilberg ha stabilito una tabella comparativa dei provvedimenti del diritto canonico e di quelli presi nella Germania nazista evidenziando un impressionante parallelismo12 e una tabella analoga può essere stabilita per evidenziare il parallelismo altrettanto impressionante con i provvedimenti presi in Italia dal regime fascista [cfr. Israel e Nastasi 1988, 81-82]. Il processo di transizione dall’antisemitismo cristiano all’antisemitismo razziale moderno appare evidente nel contesto del pensiero di Martin Lutero. Anche qui occorre guardarsi da semplificazioni e collegamenti schematici, ma è difficile negare che Lutero contribuisca in modo evidente alla trasformazione dell’immagine dell’ebreo in una figura infernale, irrecuperabile e strutturalmente incompatibile con la nazione tedesca. In Lutero emerge quello che Poliakov ha chiamato il «trittico infernale»: religione, danaro, razza. Difatti, Lutero non si limita a sottolineare il fatto che gli ebrei sono «deicidi» o a mettere in luce i loro difetti, come la sete di denaro. Egli attribuisce loro un disegno di sottomissione dei «gentili» o «goyim». Secondo Lutero, gli ebrei si vantano di non lavorare, di non far nulla mentre noi «maledetti goyim» lavoriamo per loro, essi ci sottraggono il nostro denaro e così diventano i nostri veri 78

padroni e noi i loro servitori. Anche questi sono temi non nuovi nella tradizione dell’antisemitismo religioso, ma è nuova l’idea secondo cui la congiura ebraica si staglia sullo sfondo di un vero e proprio attentato all’integrità della nazione tedesca. Qui l’antisemitismo di Lutero prefigura i temi di quello moderno in quanto si colloca in una tematica nazionalista politico-razziale: «In verità, gli ebrei, essendo stranieri, non dovrebbero possedere nulla, e quel che possiedono dovrebbe essere nostro. E tuttavia essi detengono il nostro danaro e i nostri beni, e sono diventati nostri padroni nel nostro proprio paese»13. Le contromisure proposte da Lutero vanno al di là dei provvedimenti già enunciati e messi in opera dal diritto canonico cattolico e che erano prevalentemente di isolamento. Egli suggerisce una «soluzione definitiva» a cura dell’autorità politica terrena: bruciare le sinagoghe, vietare l’esercizio del culto ebraico, confiscare i libri degli ebrei, imporre forme di lavoro forzato oppure espellerli direttamente dalle terre che occupano indebitamente. Accanto a ciò vi è un altro aspetto dell’antisemitismo di Lutero che introduce una modificazione in senso razziale della figura dell’ebreo. Abbiamo visto che l’antisemitismo religioso aveva già sollevato il tema dei caratteri fisici ripugnanti dell’ebreo, ma non era andato molto in là su questo terreno, se non per sottolineare lo stato di abiezione fisica e morale cui si riduce chi rifiuta Cristo. Ora l’abiezione dell’ebreo diventa un fatto congenito che si manifesta in una serie di caratteristiche somatiche che ne fanno una razza a parte. L’ebreo è assimilato allo schifo, alla puzza, all’escremento, tutti caratteri fisici prima ancora che morali: Il goy maledetto che sono non capisce come fanno ad essere talmente abili, a meno di pensare che quando Giuda Iscariota si è impiccato le sue budella sono esplose e si sono vuotate: e gli Ebrei hanno forse inviato

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i loro servitori con dei piatti d’argento e delle brocche d’oro, per raccogliere la piscia di Giuda con gli altri tesori, e quindi hanno mangiato e bevuto questa merda e hanno in tal modo acquisito degli occhi talmente penetranti da vedere nelle Scritture delle glosse che non vi hanno trovato né Matteo né Isaia stesso, per non parlare di noialtri, goyim maledetti [Poliakov 1988,1, 367].

Questo tema della ripugnanza che suscita l’ebreo diverrà una componente costitutiva dell’antisemitismo razziale e assumerà forme particolarmente virulente in Germania. È ovvio che l’affermazione della superiorità razziale ha come ingrediente fondamentale la descrizione delle inferiorità dell’altro, di tutto ciò che lo rende repellente: il naso adunco dell’ebreo o quello piatto del «negro», il colore della pelle o la puzza particolare, la mancanza di pulizia o la bruttura rappresentata dai capelli ricci (dell’ebreo) o lanosi (del «negro»). Particolarmente emblematica è la voce «Ebreo» del Dizionario tedesco dei fratelli Grimm, gli autori delle celebri fiabe, i quali sottolineano anche l’esistenza di un verbo tedesco, judeln, che vorrebbe dire parlare, commerciare, puzzare come un ebreo: Ebreo - […] Fra le loro proprietà detestabili si sottolinea in particolare la loro sporcizia, così come la loro sete di lucro e la loro usura. Lurido come un vecchio Ebreo; puzza come un Ebreo; da cui si trae: avere un sapore di Ebreo; e, a fortiori, avere un sapore di Ebreo morto: occorre prima ungersi la gola, altrimenti questo cibo ha un sapore di Ebreo morto, FISCHART, GARG., 216 B; un’erba senza sale ha un sapore di Ebreo morto, LEHMANN, 149; FARE USURA, IMBROGLIARE, PRENDERE A PRESTITO, PRESTARE COME UN EBREO: questo non vale nulla, né un Ebreo né un curato presterebbero nulla per questo, FISCHART, 92 B; […] EBREO, UNA BARBA ISPIDA; COSÌ IN TURINGIA: ho un vero Ebreo nel viso, debbo farmi rasare; in Frigia orientale, si chiama Ebreo un pasto senza piatto di carne, fromm., 4, 132, 82. In Renania, si chiama Ebreo una parte della colonna dorsale di un porco; nel Tirolo, la colonna dorsale in generale, kehr, 212 […] [ibidem, II, 155].

Una significativa testimonianza del ruolo di Lutero in quanto iniziatore di un antisemitismo con tinte razziali e nazionaliste fu data da Alfred Rosenberg. Nel rispondere 80

alle critiche rivolte al suo Mito del XX secolo [Rosenberg 1930] egli non se la prese soltanto con la Chiesa cattolica, accusata di «voler difendere con tutte le forze l’ebraismo» in quanto affermava che «alla Sacra Scrittura appartengono tanto il Nuovo quanto l’Antico Testamento» [Rosenberg 1935b, 20], ma rivolse i suoi strali anche contro parte del mondo protestante accusato di tradire il messaggio di Lutero in quanto interpretava la Riforma nel senso di una rinnovata fedeltà all’Antico Testamento. Secondo Rosenberg, l’autentica interpretazione di Lutero consiste nel rifiuto dell’idea di peccato originale che ispira sentimenti di inferiorità e avvilisce il sentimento di superiorità dell’uomo nordico e germanico subordinandolo di nuovo all’idea di redenzione e a un’«ebraizzazione del cristianesimo» invece di operare per una «germanizzazione del cristianesimo» verso cui la Riforma ha costituito un passo di importanza storica [cfr. Rosenberg 1937]. Anche se in Lutero si possono trovare i primi spunti di un antisemitismo a tinte razziali, il passaggio dall’ostilità antiebraica di tipo essenzialmente religioso all’antisemitismo razziale e politico moderno si ha in concomitanza con l’emancipazione e l’ingresso degli ebrei nelle società europee, a partire dalla fine del Settecento. È uno sviluppo paradossale, ma soltanto in apparenza: la figura dapprima isolata e circoscritta dell’ebreo si presenta sulla scena della società civile a pieno titolo, come qualsiasi altro «cittadino». La «colpa» di questa svolta storica - ciò è ben noto - è della Rivoluzione francese e di Napoleone. Se la Rivoluzione francese decreta l’ingresso degli ebrei nella società in nome dell’«uguaglianza» di tutti i cittadini, Napoleone realizza concretamente tale proposito sotto ogni profilo. In qualsiasi città europea mettano piede le truppe napoleoniche le mura dei ghetti vengono abbattute. Inoltre Napoleone delinea un impianto normativo per le comunità ebraiche che 81

diventa un modello per molti altri paesi europei - in particolare per l’Italia - e avrà lunga vita, al punto che ancora oggi esso è in vigore in modo sostanzialmente immutato in Francia. Esso si fonda sul principio enunciato nel 1789 all’Assemblea nazionale francese: «Si conceda tutto agli ebrei come individui, nulla come nazione». Agli ebrei, «cittadini» al pari di chiunque altro, viene concessa la più ampia libertà di culto, ma non quella di costituire una comunità separata dal resto della società. Ma gli ambienti conservatori e reazionari d’Europa non possono non considerare con sospetto il fatto che siano proprio la rivoluzione e Napoleone - ovvero i più pericolosi agenti di sovversione dell’ordine costituito - ad aver realizzato l’emancipazione degli ebrei. Il sospetto di «collusione» è avvalorato dall’atteggiamento assunto dalla maggioranza del mondo ebraico, che è di entusiastica adesione ai valori di libertà e uguaglianza, all’idea della società come aggregato di «cittadini» - atomi sociali che godono di identici diritti -, agli ideali di progresso del razionalismo illuministico. La nascita di un movimento «illuminista» ebraico è uno dei segni più evidenti di tale orientamento. Ma non basta: moltissimi ebrei gettano addirittura alle ortiche buona parte della loro tradizione per partecipare all’impresa della cultura europea e, in particolare, della scienza. Che pensare di tutto questo, se non sospettare una collusione tra ebrei e movimenti liberali, massonici, illuministi, rivoluzionari, anticristiani e anticlericali, o addirittura una «congiura» in cui gli ebrei operano in quanto componente essenziale di un movimento di disgregazione e distruzione dei valori tradizionali? Non c’è dubbio che l’ingresso di una comunità così gravata di pregiudizi come quella ebraica suscita ostilità in tutti gli ambienti conservatori o retrivi del continente. Al fine di accusare gli ebrei di congiura contro i valori 82

tradizionali e di voler dissolvere i fondamenti della civiltà europea, viene recuperata e attualizzata in un contesto politico tutta la vecchia tematica antiebraica di matrice cristiana. Inoltre, l’ebreo viene visto sotto la nuova luce gettata dalle più recenti teorie antropologiche e genetiche, ovvero sotto il profilo razziale. Non ci si lascia ingannare dal tentativo dell’ebreo di convincere della sua sincera volontà di integrarsi. In realtà egli resta estraneo alla società, e il suo ingresso a pieno titolo in essa viene interpretato come quello di chi lavora esclusivamente per sé e per affermare il proprio potere facendo leva su ogni processo di disgregazione. Il tema della congiura ebraica troverà la sua più completa espressione nel celebre falso confezionato dalla polizia zarista, I Protocolli dei Savi anziani di Sion, che descrive, sotto forma di un documento segreto delle autorità ebraiche internazionali, un piano di conquista del mondo. Questo libello ha conosciuto una fama enorme e ancor oggi è ampiamente utilizzato come strumento di propaganda antisemita. Tuttavia, l’aspetto più sconcertante del nuovo antisemitismo è che esso alligna tanto a destra quanto a sinistra e spesso ricorre alla medesima miscela di argomenti cospirativi, razziali e politici conditi nella vecchia salsa di matrice religiosa. Lo abbiamo già visto nelle frasi dell’apostolo del socialismo Proudhon. Non diversamente si esprimono molti altri esponenti socialisti. Karl Marx - che oltretutto era di origine ebraica - arrivò al punto di definire il dirigente socialista Ferdinand Lassalle come «il più barbaro di tutti i giudei di Polonia», in quanto «la forma della sua testa e dei suoi capelli dimostra che egli discende dai Negri che si sono uniti alla truppa di Mosè nell’esodo dall’Egitto» [Poliakov 1988, II, 234]. È tuttavia indubbio che, a parte queste sparate di becero razzismo, a sinistra si insiste soprattutto sulla onnipresenza ebraica nella finanza 83

mondiale, sul culto ebraico del denaro che spinge gli ebrei a essere protagonisti del capitalismo e quindi nemici naturali del proletariato. Anche in questa tematica primeggia il contributo di Marx, con il suo celebre libello su La questione ebraica14. Qui la descrizione che Marx fornisce della società borghese utilizza l’ebreo «assimilato» del suo tempo come specchio di tutti i mali della società. Anzi, la società è malata perché si è «ebraizzata», in quanto la natura dell’ebraismo è il culto del denaro - «il denaro è lo zelante Dio d’Israele» - e questo culto è anche la natura del capitalismo. La «colpa» metastorica degli ebrei non viene più identificata nel deicidio, come nella tradizione dell’antisemitismo cristiano, bensì nel fatto di esprimere l’essenza del capitalismo. L’ebreo, con la sua zelante adesione ai valori della società borghese, ne è divenuto il prototipo più rappresentativo: esso incorpora in sé tutti gli aspetti peggiori e più disgustosi dell’uomo borghese. In tal modo Marx esprime quello che diverrà il nucleo centrale dell’antisemitismo moderno fino ai giorni nostri, sia nelle sue versioni reazionarie sia in quelle progressiste: l’idea che gli ebrei portino la colpa di rappresentare la quintessenza dell’universalismo astratto del mondo del denaro e dell’ideologia borghese dei diritti dell’uomo. Non soltanto. Egli indica anche la via concreta da seguire per risolvere il «problema». Difatti, la risoluzione della questione ebraica equivale alla liberazione della società dall’ebraismo: «l’emancipazione sociale dell’Ebraismo è l’emancipazione della società dall’Ebraismo». Poiché la critica della società borghese si identifica con la critica dell’ebreo, la distruzione della società borghese equivale alla distruzione dell’ebraismo, il superamento dell’egoismo materialistico del borghese equivale alla scomparsa della sua figura emblematica, quella dell’ebreo. Come ha 84

osservato Sartre [1954], la via indicata dalla borghesia per l’emancipazione ebraica aveva un difetto fondamentale: chiedeva all’ebreo di annullarsi nella figura del cittadino astratto e quindi di rinunziare completamente alla propria storia e alla propria identità. Marx chiede all’ebreo molto di più, e cioè di pensare come necessario l’annullamento della propria identità per eliminare il «male» dalla società. Di fatto, Marx ha prodotto con La questione ebraica uno dei primi testi dell’antisemitismo moderno. A dispetto della diversità stilistica con il Mein Kampf di Hitler il tema centrale è il medesimo: la distruzione della società borghese e capitalistica, la società del denaro, dello scambio, del liberalismo, del progresso illuminato, passa attraverso la soluzione della questione ebraica conseguita con l’eliminazione dell’ebreo. In conclusione, malgrado l’attacco muova da punti di vista simmetrici e i capi d’accusa appaiano per certi aspetti diversi, vi è un tratto comune nell’antisemitismo di destra e di sinistra: gli ebrei sono visti come agenti della modernità e dei suoi aspetti più deleteri. Beninteso, quel che è un pregio a sinistra talora è un difetto e una colpa a destra, e viceversa: per la destra il male è nel progresso, nella democrazia e nel libero pensiero; per la sinistra nel capitalismo e nella finanza. Entrambe rifiutano la democrazia borghese. Entrambe constatano che gli ebrei emancipati, nella loro grande maggioranza, sono entusiasti dei valori della società borghese che li ha accolti e aderiscono agli ideali di progresso, al liberalismo, alla libertà di pensiero, e anche alla società capitalistica di mercato. È significativo il fatto che l’astio nei confronti degli ebrei, in quanto espressione di una modernità detestata, influisce anche sulle caratteristiche del tradizionale antisemitismo cristiano il quale inizia ad assorbire tematiche di natura non esclusivamente religiosa bensì mutuate dall’antisemitismo 85

laico, politico e razziale. In un periodo in cui la Chiesa vede attaccato il suo potere temporale e il mondo cattolico vede insidiati i suoi valori dal liberalismo laico, gli ebrei non sono più visti soltanto come i «deicidi» bensì come gli agenti di una cospirazione massonica e anticattolica. Tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, per circa un secolo, questa tematica trova il suo massimo sviluppo negli ambienti della Compagnia di Gesù e nelle pagine del suo organo, «La Civiltà Cattolica» [Taradel e Raggi 2000], Al riguardo, il ruolo dei gesuiti è cruciale: difatti, il tradizionale orientamento scientista della Compagnia la rende particolarmente permeabile alla tematica razziale, anche di carattere biologico. Vedremo che questo sarà quasi l’unico ambiente cattolico che, nel momento dell’esplosione dell’antisemitismo di stato in Italia, si mostrerà aperto alla considerazione di un antisemitismo di stampo razziale biologistico. In sintesi, l’ingresso degli ebrei nella società europea «arricchisce» l’antisemitismo di una serie di temi politici, sociali, economici e antropologici nuovi rispetto a quelli tradizionali di matrice religiosa. Ora questa complessa e pesante tematica inizia a muoversi sul fondale delle teorie razziali che si sono sviluppate a partire dalla fine del Settecento. La confluenza dell’antisemitismo tradizionale e delle nuove tematiche entro la cornice razziale appare in modo plateale nelle parole di Proudhon, ma anche nei sinistri e sprezzanti accostamenti di Marx tra ebrei e «negri», e inizia a trovare vere e proprie forme di sistematizzazione «scientifica» nel pensiero dei teorici del razzismo come Houston Stewart Chamberlain, Vacher de Lapouge, Jules Soury e tanti altri. La «soluzione» della questione ebraica inizia così a essere inquadrata nel contesto più radicale e pericoloso che si possa immaginare. 86

4. Gli ebrei e la scienza In una lettera inviata a Ernst Nolte nel 1996, François Furet scriveva: Gli ebrei costituiscono, nel mondo moderno, un gruppo di persone dovrei dire un popolo? - particolarmente attratte dall’universalismo democratico, sotto la sua forma politica e filosofica. Le ragioni di ciò sono molteplici, alcune relativamente chiare, le altre più misteriose; è più facile capire perché gli ebrei hanno celebrato con entusiasmo l’emancipazione egualitaria degli individui che non spiegare il loro eccezionale contributo alla scienza e alla letteratura dell’Europa negli ultimi due secoli [Furet e Nolte 2000, 101].

A ben vedere non sembra meno difficile capire il perché dell’adesione di tanti ebrei all’universalismo democratico di quanto non lo sia capire il perché dell’eccezionale contributo degli ebrei alla scienza e alla letteratura europee: quest’ultimo è il problema cui tentò di rispondere Thorstein Veblen in un celebre articolo [Veblen 1919]15. In effetti, sembra che si tratti dello stesso problema. Non a caso Furet parla di contributo degli ebrei alla scienza e alla letteratura «negli ultimi due secoli». Difatti, la presenza ebraica nella scienza è stata certamente significativa in epoche anteriori, ma non ha mai assunto caratteristiche di preminenza: nessuno dei grandi fondatori della scienza moderna - Galilei, Copernico, Keplero, Newton ecc. - era ebreo. Lo stesso può dirsi nel campo letterario. È possibile parlare di preminenza o di «contributo eccezionale» soltanto a partire dall’Ottocento e nel Novecento16. Non a caso l’attrazione per l’universalismo democratico si manifestò nello stesso periodo, in concomitanza con l’ingresso degli ebrei nella vita politico-sociale europea. La prevalente adesione degli ebrei all’universalismo democratico e il loro successo nella vita culturale e scientifica sono fenomeni contemporanei e connessi. 87

Abbiamo già parlato di quel che significò per gli ebrei, dopo secoli di persecuzioni e soprattutto di esclusione dalla società, l’epoca dei Lumi e della Rivoluzione francese. La società spalancava loro le porte in nome della ragione e degli ideali di libertà, uguaglianza e fratellanza. E la società che faceva questo si vantava di fondarsi sulla ragione e sulla scienza. Il progetto illuminista della nuova società democratica voleva trasferire la certezza e il rigore del metodo scientifico newtoniano - che aveva mietuto tanti successi nelle scienze naturali - nell’ambito dei processi sociali. Libertà e razionalità sono due facce della medesima visione cui l’ebreo si trova di fronte nel processo di emancipazione e che accetta con entusiasmo. Il prezzo da pagare, in termini di perdita di identità e di allontanamento dalla propria tradizione religiosa, culturale e sociale, parve piccolo alla stragrande maggioranza degli ebrei, a fronte delle lusinghe del paradiso di cui si spalancavano le porte17. Così come aderire agli ideali della società democratica significava accettare il principio che essa è un aggregato di «cittadini», uomini «astratti» e uguali, la cui figura esprime la dissoluzione delle differenze e delle discriminazioni, aderire agli ideali dell’impresa scientifica significava accettare una visione razionalista e oggettivista del mondo. Naturalmente, sebbene tanti ebrei fossero disposti ad accantonare la loro tradizione, essi si avvicinavano al mondo della democrazia e della cultura europee con il portato di una tradizione secolare di esercizio intellettuale, sia pure esercitato primariamente nello studio della Torah, del Talmud e della Kabbalah e che comunque ne faceva - anche per il ruolo fondamentale attribuito alla «parola» e allo «studio» - un gruppo in cui l’analfabetismo era quasi irrilevante. Inoltre, il tipo di analisi dei testi, ispirato più alla dimensione ermeneutica e logica che non a quella storica, determinava una predisposizione per l’analisi di tipo 88

scientifico. Il segreto del cosiddetto «primato» degli ebrei nella scienza e nella cultura - un tema utilizzato dagli antisemiti contemporanei per giustificare le loro tesi razziste - è da ricercare nella confluenza di tutti questi aspetti. Energie intellettuali e pratiche prima compresse o incanalate in altre direzioni manifestarono la loro vitalità nella via offerta dall’emancipazione. Un esempio caratteristico di quanto precede viene offerto dalla biografia del matematico francese Orly Terquem. Questi possedeva una solidissima formazione negli studi biblici e talmudici, che praticava assiduamente. Il suo biografo Eugène Prouhet racconta che Terquem gli «aveva confessato che questo studio gli aveva dato il gusto delle cose difficili. È per questa ragione che le parti della matematica che richiedono la più forte concentrazione mentale furono sempre per lui le più attraenti» [Prouhet 1862, 82]. Quindi, Terquem aveva appreso a incanalare queste particolari facoltà in una direzione del tutto diversa dall’analisi dei testi sacri. Al contempo, formulava e propagandava i princìpi di una riforma «modernista» del culto ebraico, il che gli costò aspre polemiche con gli ambienti ortodossi. Scrisse del Talmud che «nulla è contagioso come le follie trascendenti: la più forte intelligenza può naufragarvi» e ne definiva lo studio «esclusivo» come «lo studio più sterile, più insulso, più sciocco, inetto e abbrutente» [ibidem]. Terquem era il classico esempio dell’ebreo illuminista che aveva consacrato le proprie capacità analitiche alla scienza pur non rinnegando affatto la propria identità culturale e religiosa ebraica. Ma che cosa avevano effettivamente sacrificato gli ebrei della propria cultura e tradizione sull’altare dell’ingresso pieno nelle società europee? Il problema è complesso, più di quanto appaia a prima vista, perché nei fatti gli ebrei non 89

avevano mai vissuto in una condizione di estraneità rispetto alla storia europea: non a caso abbiamo parlato di ingresso «pieno» per riferirci alle conseguenze dell’emancipazione. Se è vero che, dal punto di vista della vita politica, sociale e civile, gli ebrei erano stati messi da parte in tanti secoli di storia europea, altrettanto non può dirsi della vita culturale; e anche sul piano politico-sociale sarebbe assurdo trascurare l’influsso esercitato dal pensiero ebraico, quantomeno per il tramite della dialettica che esso aveva avuto con il cristianesimo, in particolare sul tema del messianismo [cfr. Scholem 1971]. Abbiamo rilevato, all’inizio di questo capitolo, una caratteristica dell’ebraismo biblico che lo differenzia in modo netto dal pensiero greco18. Ma la storia della civiltà europea non è espressione di una sola componente, bensì risulta dall’intreccio di molti influssi e tra questi spiccano il razionalismo di origine greca e lo spiritualismo monoteistico il cui contributo originale è concentrato sulla dimensione etico-morale. È la storia di un’interazione complessa, talora difficile, che produce un intreccio e frutti assolutamente originali. Quando Maimonide affermava che i segreti della Torah erano ormai smarriti e inconoscibili e il loro posto era stato preso dalla fisica di Aristotele, egli proponeva una sintesi fra etica ebraica e naturalismo scientifico di matrice greca. Il Rinascimento rappresentò un alto momento di sintesi tra la mistica ebraica e l’interesse per la natura, in cui giocò in modo essenziale l’influsso del pensiero kabbalistico [cfr. Israel 2005 a]. È facile capire quanto sia necessario evitare semplificazioni sommarie. È vero che il pensiero greco privilegiava una visione oggettivistica del mondo ed era più attento all’analisi scientifica (oggettiva) della natura, mentre il pensiero ebraico era più marcatamente soggettivista e tendente a concepire i processi cosmici come fenomeni 90

unitari di cui aspirava a cogliere il «significato». Ciò suggerisce di stabilire una polarità fra i due punti di vista e di spiegare l’apporto relativamente modesto degli ebrei alla nascita del pensiero scientifico moderno, almeno in forme dirette e attraverso una presenza immediatamente e personalmente identificabile. Ma ripetiamo che questa contrapposizione, se pure contiene elementi di verità, va presa cum grano salis. Difatti, la scienza moderna è tanto radicata nella riscoperta e nella reinterpretazione del mondo della scienza e della filosofia greca, quanto nella visione rinascimentale della natura come una totalità materialespirituale unitaria, nell’interesse nuovo per il mondo naturale e il suo funzionamento. «Dietro la nascita della scienza si individua un nuovo indirizzo della volontà nei confronti del mondo, delle sue meraviglie, del suo misterioso funzionamento, una nuova volontà e determinazione di comprendere le leggi di quel funzionamento, e di utilizzarle a fini operativi» [Yates 1985, 482], Questo indirizzo non risale soltanto alla scoperta del mondo della scienza e della filosofia greca, ma anche al neoplatonismo, all’«associazione di ermetismo e cabala», all’attenzione sul «numero, inteso come tramite per penetrare i segreti della natura» [ibidem]. Pertanto il rapporto fra pensiero ebraico e pensiero scientifico deve essere considerato come un processo dialettico complesso e non può essere ridotto a una contrapposizione anche se l’incompatibilità del primo con il naturalismo è evidente19. Ed è proprio questo il punto: nel momento storico in cui per gli ebrei diventa possibile partecipare attivamente (socialmente, istituzionalmente) all’impresa scientifica, la scienza ha ormai assunto apertamente connotati oggettivistici e naturalistici molto lontani dall’epoca di Newton. Già con Descartes era avvenuta la rottura con il panpsichismo del pensiero 91

rinascimentale e il movimento illuminista aveva introdotto elementi di vera e propria cesura con la dimensione religiosa fino a proporre una metafisica materialista come fondamento dell’impresa scientifica. Molte cose erano dunque cambiate nel mondo della scienza e della filosofia scientifica dal 1492, l’anno in cui, con il decreto di espulsione degli ebrei dalla Spagna, era finita la più grande esperienza di una libera partecipazione ebraica a una straordinaria esperienza sociale e culturale che aveva posto le basi della cultura europea moderna e, in particolare, di quella scientifica. Certo, l’Ottocento aveva segnato una battuta d’arresto per il materialismo settecentesco, ma non bisogna dimenticare che l’emancipazione ebraica aveva preso corpo proprio all’interno del movimento illuminista e della Rivoluzione francese. Questo spiega perché gli ebrei emancipati si rivolsero verso la cultura illuministica e il razionalismo scientifico come alla stella polare della loro liberazione. Il cosiddetto «Illuminismo ebraico» fu la cornice prevalente entro cui tanti ebrei si gettarono senza riserve nel grande fiume della cultura europea. Essi furono attratti dall’ideale dell’«uomo astratto» e di una società fondata sulla figura del «cittadino», come condizione ideale per sopprimere le cause di discriminazione. E ciò significava anche aderire alla visione scientifica da cui derivava quell’idea di società: il meccanicismo, ovvero la natura concepita come interazione di atomi, che forniva il modello di una società risultante dall’interazione di «atomi sociali». L’ideale illuministico della società egualitaria aveva come fondamento una visione scientifica della società medesima che era fornito dalla scienza meccanicista della natura e la razionalità scientifica garantiva il successo di tale modello. L’ingresso pieno degli ebrei nel mondo scientifico avvenne quindi nel contesto di un’adesione incondizionata 92

alla visione razionalista e oggettivista del mondo e di un abbandono quasi completo di uno degli aspetti più profondi dell’identità culturale ebraica che non era mai stato abbandonato in precedenza: la centralità del rapporto fra uomo e Dio, la centralità del tema della psiche umana e della sua collocazione nel cosmo. Tale adesione fu così forte che, anche quando il processo di riforma razionale non dava segno di realizzarsi o addirittura segnava un regresso, e quando caddero molte illusioni circa la possibilità che l’emancipazione ebraica potesse giungere alla sua completa realizzazione, non pochi scienziati ebrei, pur di non perdere contatto con quella cultura e quella scienza che rappresentavano ormai per loro l’unica espressione perfetta dell’ideale di razionalità, non esitarono ad abbandonare la loro religione e a portare fino in fondo un processo di assimilazione20. In conclusione, l’interesse speciale degli ebrei emancipati per la scienza e anche il loro «primato» in questo ambito possono essere spiegati senza troppa difficoltà. Ma i luoghi comuni diffusi al riguardo fin dall’Ottocento erano invece i seguenti: a) gli ebrei hanno una presenza nel mondo scientifico che eccede largamente la loro consistenza numerica, il che può spiegarsi o con il possesso di doti mentali affatto speciali oppure con una capacità fuori del comune di raggiungere posizioni di potere; b) gli ebrei portano nell’attività scientifica un modo particolare di operare che è caratteristico della loro mentalità e della loro cultura e quindi riconducibile a una specificità antropologica. Questi luoghi comuni hanno alimentato un tema caratteristico dell’antisemitismo del Novecento: l’esistenza di una scienza ebraica, da intendersi nel senso duplice di «lobby ebraica nel mondo scientifico» e di «modo ebraico di fare scienza». Pertanto, quando si parla di scienza ebraica ci si riferisce 93

all’imponente presenza degli ebrei nel mondo scientifico come manifestazione di una congiura volta a impadronirsi di un settore strategico della società moderna, che sia o non sia giustificata dal possesso di speciali qualità intellettuali. Ma ci si riferisce anche a un modo di fare scienza e di «pensare» del tutto caratteristico degli ebrei e che rischia di modificare radicalmente i connotati della scienza europea. È quasi superfluo dire che questa seconda pretesa non aveva il minimo fondamento e proprio per le ragioni illustrate in precedenza. Si pensi al caso di Albert Einstein, che certamente non nascondeva il suo attaccamento all’identità ebraica. Vi era forse qualcosa di ebraico nel suo famoso detto secondo cui «Dio non gioca a dadi con il mondo»? No, di certo. Lo stesso concetto era stato condiviso, prima di lui, dal cattolico Descartes, dal protestante Newton, dall’ateo Laplace. Esso esprimeva soltanto una concezione causalista del mondo conciliabile più o meno difficilmente con diverse forme di pensiero religioso, ma di certo non caratteristica di quello ebraico. Casomai, laddove taluni ebrei hanno portato nella scienza una visione che manteneva un legame con le tendenze più distintive del pensiero ebraico - la ricerca del «significato», l’enfasi sul ruolo della soggettività e della volontà nel cosmo - hanno assunto un atteggiamento critico nei confronti dell’oggettivismo caratteristico della scienza moderna. Tale è il caso del primo Freud che, quando difende le sue ricerche dall’accusa di «magia», assume accenti quasi kabbalistici: «le parole dei nostri discorsi quotidiani non sono altro che magia sbiadita. [… occorre far capire] come la scienza riesca a restituire alla parola almeno una parte della sua primitiva forza magica» [Freud 1890, 93]. Anche Norbert Wiener, il grande matematico ebreo fondatore della cibernetica, per discutere i temi della creazione di automi si è riferito a una tematica mistica, 94

quella del mito del Golem [Wiener 1964]. Ma la letteratura ebraica concernente il mito del Golem [cfr. Scholem 1980; Idei 1990] è centrata attorno al tema della pericolosità dei tentativi di creazione della vita da parte dell’uomo, fino a giungere alla radicale affermazione che tali tentativi segnerebbero l’inizio della «morte di Dio» [cfr. Israel 2004c]. Al contrario, Wiener recupera la tematica del Golem per affermare che il tema dell’attività creativa va considerato entro un unico sistema di concetti non più parcellizzato in pezzi separati appartenenti a Dio, all’uomo e alla macchina, e mira a concludere che non esistono limiti all’attività creativa. In altri termini, Wiener reinterpreta una tematica del pensiero ebraico in senso opposto alla tradizione per propugnare una figura dell’uomoscienziato come creatore onnisciente e onnipotente. Insomma, come è impossibile identificare un modo di far scienza di Einstein rispetto al resto della comunità dei fisici del suo tempo che possa essere ricondotto a un qualche tratto di cultura ebraica, lo stesso può dirsi di Wiener. Anche il Freud della maturità finì con l’essere ossessionato dall’esigenza riduzionista di dare un fondamento fisico, oggettivo e materiale alla psicoanalisi. E allora a cosa si appigliano i razzisti per identificare un «modo ebraico» di fare scienza? Per lo più alla presunta tendenza a privilegiare un approccio astratto e formale nella scienza che si collocherebbe all’opposto della tradizione sperimentale galileiana o del naturalismo concreto della scienza tedesca dell’Ottocento. Inoltre gli ebrei sarebbero portatori di una visione «cosmopolita» della scienza tendente ad abbattere le barriere nazionali e a distruggere le caratteristiche culturali specifiche delle varie scuole nazionali. Il carattere pretestuoso dell’imputazione di «cosmopolitismo» è evidente. La scienza del Novecento è 95

basata su un modo di operare che privilegia gli scambi internazionali, i contatti fra visioni diverse e anche la concreta formazione di istituzioni e aspetti organizzativi (viaggi di ricerca, congressi, soggiorni all’estero, borse di studio) che abbattono le frontiere anguste delle comunità scientifiche nazionali e portano alla formazione di una vera e propria comunità scientifica transnazionale. Tale è oggi la ricerca scientifica - una grande impresa mondiale, in cui le differenze nazionali sono attenuate - e questo è il frutto degli sviluppi che hanno inizio nel primo Novecento. Attribuire tutto ciò all’opera degli ebrei è francamente troppo onore. È tuttavia innegabile che la tendenza internazionalista (più che «cosmopolita») non poteva non trovare un elevato livello di accettazione fra gli scienziati ebrei. Un siffatto modo di vedere l’impresa scientifica non poteva non essere congeniale a chi aveva vissuto, e spesso ancora viveva, in condizioni politicamente incerte ed esposte di continuo alla possibilità della discriminazione, della persecuzione e, in definitiva, dell’emigrazione. Nel descrivere il clima che regnava fra gli ebrei ungheresi dell’inizio del Novecento, Steve J. Heims ha parlato di persone che vivevano psicologicamente «con la valigia in mano» [Heims 1980]. Ne è un esempio John von Neumann, uno scienziato di origine ungherese che ha improntato della sua visione larga parte della scienza del nostro secolo [cfr. Israel e Millàn Gasca 2008; 2009]. Von Neumann fu uno dei più brillanti esponenti della Scuola di Gottinga e lasciò tracce della sua attività ovunque, spostandosi da Gottinga a Vienna, a Berlino, a Zurigo, per stabilirsi definitivamente negli Stati Uniti, dopo l’avvento del nazismo, integrandosi perfettamente in quel paese, partecipando a iniziative cruciali come il Progetto Manhattan (per la costruzione della bomba atomica) e alla realizzazione dei primi calcolatori elettronici. La figura di 96

von Neumann, così come quella di moltissimi altri scienziati ebrei tedeschi o dei paesi mitteleuropei poi trasferitisi quasi tutti negli Stati Uniti, è una figura di scienziato transnazionale che considera la scienza come un’attività contrassegnata da un comune modo di pensare e di operare che travalica confini e lingue. Non c’è dubbio che molti scienziati ebrei - soprattutto nell’Europa centro-orientale - che vivono «con la valigia in mano» e sono quasi forzatamente costretti a concepire in modo transnazionale la propria attività, diventano interpreti della tendenza al superamento delle scuole nazionali che caratterizza la scienza del Novecento rispetto a quella dell’Ottocento, la quale è invece largamente fondata sulle grandi scuole scientifiche nazionali gelosamente attaccate alle loro caratteristiche distintive. Ma di certo gli ebrei non sono i creatori di tale tendenza, la quale è coerente anche con la logica dello sviluppo della tecnologia e dell’industria moderne e delle forme contemporanee del capitalismo avanzato. Tuttavia, il razzismo antisemita fa di questo tema un suo cavallo di battaglia, collegandolo con l’altro tema, ovvero con la constatazione dell’eccesso di presenza ebraica nella scienza che sarebbe riconducibile a un disegno di egemonia su tutta la società. Conviene insistere ancora sulle cause della nutrita presenza degli ebrei nella scienza, certamente sproporzionata rispetto alla consistenza numerica ebraica nelle varie comunità nazionali. Avremo modo di parlarne per quanto riguarda l’Italia. È facile comprendere le radici sociologiche e culturali di questo fenomeno. Secoli di provvedimenti discriminatori antisemiti avevano lasciato gli ebrei liberi di sviluppare soltanto due tipi di attività: il commercio e la lettura dei libri sacri. Tutte le altre attività erano precluse, in particolare le professioni liberali, con la sola eccezione dell’esercizio della medicina praticata fra 97

correligionari che, in ragione della particolare tradizione ebraica in questo campo, spingeva anche i cristiani a usufruire più o meno nascostamente della competenza di medici ebrei: difatti, anche in periodi di persecuzione intensa non pochi papi si avvalsero di quella competenza. A ogni modo, gli ebrei dei ghetti avevano dovuto identificare la loro vita soprattutto con il commercio e con la lettura delle Sacre Scritture. Non è quindi strano che, non appena lasciati liberi di agire nella società alla stregua degli altri cittadini, essi esercitassero soprattutto quelle attività in cui erano naturalmente versati e particolarmente competenti. Per quanto riguarda le attività culturali il caso di Orly Terquem ci è servito a indicare come le capacità di lettura e di ragionamento esercitate sui testi sacri potessero essere efficacemente rivolte in altri contesti. Anche la prima imputazione - la tendenza all’astrazione ha un carattere pretestuoso fin troppo ovvio. È ben noto che la caratteristica fondamentale della scienza del Novecento soprattutto nel campo fisico-matematico - è l’affermazione di un approccio teorico, astratto e formale, in opposizione a quello sperimentalista e concreto del riduzionismo classico [Israel 1996b]. In ciò, gli scienziati ebrei non fecero che aderire alla tendenza dominante. In tal senso, se la fisica di Einstein è una fisica «ebraica», allora ancor più «ebraica» è quella del fisico nazista Werner Heisenberg; e la matematica «ebraica» di Gottinga seguiva scrupolosamente l’orientamento astratto e formale del suo caposcuola David Hilbert, che certamente ebreo non era. Viceversa, all’interno del campo «ebraico» è facile trovare esponenti di orientamento classico, come il celebre matematico berlinese Leopold Kronecker, che detestava le tendenze all’astrazione della Scuola di Gottinga. Pertanto, i teorizzatori (e denigratori) dell’esistenza di una «scienza ebraica» hanno fatto degli ebrei il capro 98

espiatorio di una tendenza della scienza contemporanea che essi detestavano per altre ragioni. Conviene riservare un’attenzione speciale al modo in cui venne trattata la questione della «scienza ebraica» in Germania, in particolare nel periodo nazista ma anche prima. Difatti in Germania più che altrove trovarono spazio le tesi secondo cui esistevano modi differenti di praticare le scienze, anche nel caso di discipline apparentemente neutre come la matematica e la fisica, le quali erano riconducibili alla razza di appartenenza dello scienziato in questione. In altri termini, sarebbe esistita una matematica francese, non nel senso di appartenenza a una tradizione nazionale bensì come riflesso delle caratteristiche della razza francese; e sarebbero esistite una matematica ebraica e una fisica ebraica come espressione del modo di pensare della razza semita. Inutile dire che la scienza ebraica rappresentava un pericolo per l’integrità culturale della Germania, e contro questo rischio occorreva elevare la barriera rappresentata dalla valorizzazione del modo di fare scienza caratteristico dello spirito germanico. Di qui l’esigenza di definire in modo preciso i caratteri della Deutsche Mathematik (matematica tedesca) e della Deutsche Physik (fisica tedesca) e di sviluppare una campagna intesa a uniformare il pensiero scientifico fisico e matematico tedesco a questi caratteri, e a combattere ed espellere le forme inquinanti e bastarde. Questi movimenti non furono affatto marginali. Essi ebbero come campioni un matematico della levatura di Ludwig Bieberbach, fisici come Philipp Lenard (allievo e premio Nobel per la fisica nel 1905) e Johannes Stark (premio Nobel per la fisica nel 1920). A questi occorre aggiungere il fisico e filosofo della scienza Hugo Dingier, apparentemente in secondo piano, in quanto prudente nelle sue manifestazioni pubbliche, ma autore di campagne 99

razziali e di rapporti riservati tra i più duri e incisivi. L’influsso che ebbero i movimenti della Deutsche Mathematik e della Deutsche Physik sulla scienza tedesca è ben noto e studiato21. Ci limiteremo qui a descrivere rapidamente i temi ispiratori di questi movimenti, in quanto ciò permetterà di stabilire un confronto con la situazione italiana. L’affermazione dell’esistenza di una fisica e di una matematica autenticamente germaniche, e come tali da difendere e sviluppare, aveva radici nazionalisticosciovinistiche. Fin dal 1914 Lenard si era distinto per aver scritto un violento libello anti-inglese in cui mescolava temi politici con temi scientifici. Nel 1920 egli sferrò un attacco forsennato contro Einstein in cui metteva in gioco argomenti antisemiti, i quali cominciarono a pullulare talmente nelle sue pubblicazioni da isolarlo dalla maggioranza della comunità scientifica. I temi evocati avevano una radice più antica: si trattava dell’idea secondo cui inglesi, francesi ed ebrei praticano un modo di fare scienza antitetico a quello autenticamente germanico. L’antipatia per il modo di fare matematica dei francesi tacciato di essere formale e privo di concretezza - era un tema che risaliva all’Ottocento. Gli ebrei, anch’essi portatori di un modo «diverso» di fare scienza, erano imputati del grave difetto di non trovarsi al di là dei confini, ma, soprattutto dopo l’emancipazione del 1812, di essere penetrati nella scienza tedesca e di diffondervisi come un cancro malefico. Per intendere in che modo venisse concepita la «diversità» degli ebrei nel fare scienza, ci si può riferire a quanto scriveva nel 1907 Arnold Sommerfeld a Hendrik Antoon Lorentz circa le teorie di Einstein che definiva «infelici nel loro dogmatismo non costruttivo e non intuitivo» il quale, a suo parere, rifletteva «l’approccio concettuale astratto del semita»22. In realtà Sommerfeld non 100

faceva che ripetere temi largamente diffusi da tempo. Già nel 1883 il celebre matematico Karl Weierstrass scriveva alla sua allieva Sonia Kowalewsky a proposito di un altro grande della matematica tedesca, l’ebreo Leopold Kronecker: Kronecker è […] capace di familiarizzarsi velocemente con qualsiasi novità […] ma non in modo penetrante […] Oltre a ciò egli possiede l’inconveniente di molte persone intelligenti, specialmente quelle di ceppo Semitico: non possiede abbastanza fantasia (preferirei dire, intuizione). Ed è vero, un matematico che non è un po’ poeta non sarà mai un matematico completo23.

L’idea che gli ebrei fossero buoni pensatori sul terreno della logica ma privi di qualsiasi dote intuitiva - che era invece caratteristica del pensiero scientifico germanico - era diffusa negli ambienti della scienza tedesca. Essa era accolta persino da Felix Klein, uno dei grandi padri della matematica tedesca, il quale aveva fondato la già menzionata Scuola di Gottinga che - come abbiamo visto - divenne un «covo» di scienziati ebrei, e per questo fu distrutta dai nazisti24. Klein era ossessionato dalle differenze fra il modo di fare matematica dei tedeschi e degli altri popoli e considerava quello tedesco - concreto, intuitivo - largamente superiore rispetto a quello praticato dai francesi, dagli ebrei e da tutti i fautori del metodo assiomatico in matematica. Le cronache riferiscono che, nell’ambito del suo seminario, fu dato spazio a una relazione tenuta da un oscuro studente, tale Steckel, che raccontò delle sue esperienze di insegnamento nell’Europa dell’Est. A suo dire, egli aveva verificato l’esistenza di un abisso fra il modo di pensare i calcoli di un tedesco e di un ebreo. Difatti, per sottrarre 3/4 da 7 1/4, un tedesco avrebbe sottratto da entrambe le frazioni 1/4, e quindi avrebbe calcolato 7 - 1/2 = 6 1/2, seguendo così un procedimento intuitivo. Al contrario, un ebreo avrebbe proceduto in modo astratto e formale: prima avrebbe 101

ridotto entrambi i numeri a una frazione di egual denominatore, convertendo quindi 7 1/4 in 29/4, e poi avrebbe eseguito la sottrazione ottenendo 26/4. Si trattava di un tipo di argomenti che anticipavano quelli che avrebbe usato Bieberbach, quando accusò il matematico ebreo Edmund Landau dell’ignominiosa colpa di aver definito il numero π mediante una serie infinita! Il fatto che Klein non fosse insensibile a tal genere di tematiche è testimoniato da parecchi altri episodi, inclusi alcuni giudizi che egli diede di Leopold Kronecker e di un altro grande matematico tedesco di origine ebraica, Jacobi. Tuttavia, proprio nella conclusione del rapporto che egli consacrò all’opera di Jacobi, e che risale agli anni della prima guerra mondiale, Klein sviluppò considerazioni interessanti e rivelatrici sulla questione della razza: Come è ben noto, il 1812 portò con sé l’emancipazione degli Ebrei in Prussia. Jacobi fu il primo matematico Ebreo a ricoprire un posto di primo piano in Germania, e in tal modo, egli si trovò ancora sul fronte di uno sviluppo grande e significativo per la nostra scienza. Quel provvedimento aprì un ampio serbatoio di nuovi talenti matematici per il nostro paese, le cui capacità, assieme a quelle degli immigranti Francesi, portarono assai presto frutti. Mi sembra che la nostra scienza abbia conseguito un forte stimolo attraverso questa forma di rinnovamento del sangue (Bluterneuerung). Assieme alla legge già menzionata riguardo agli slittamenti di produttività da un paese all’altro, vorrei designare questo fenomeno come l’effetto di un’infiltrazione nazionale [cit. in Rowe 1986, 440].

Questo brano illustra assai bene la peculiarità del razzismo di Klein. Egli è convinto della differenza razziale fra ebrei e tedeschi nel modo di pensare, ma inserisce su questa tela di fondo alcune considerazioni di opportunità. In una fase in cui la scienza tedesca appare corrosa da rischi di isterilimento, poteva esser utile un rinnovamento del sangue (.Bluterneuerung), un rinnovamento razziale. Era qualcosa di utile e forse di necessario, anche se da accettare 102

obtorto collo: infatti Klein vedeva questo processo come la conseguenza di un fenomeno definito negativamente «infiltrazione nazionale». L’antisemitismo si sposava qui, non senza qualche contraddizione, con una visione di eugenetica razziale tollerante e aperta alla mescolanza delle razze, nella convinzione che, per tale via, il ceppo tedesco potesse non perdere ma anzi rinvigorire le sue positive e superiori caratteristiche. Quanto precede permette di capire la politica scientifica e di immissione nei ruoli dell’Università di Gottinga perseguita da Klein, il quale, nonostante le sue idiosincrasie, aprì le porte non soltanto ai matematici e fisici ebrei tedeschi, ma anche a molti provenienti dall’Europa dell’Est. L’ambigua pericolosità di questa visione fu rivelata dagli sviluppi successivi. La distinzione di Klein fra il modo germanico di fare scienza e quello ebraico (da lui formulata ancora in termini vaghi) fu ripresa, resa precisa e «rigorosa» e divenne il leitmotiv della Deutsche Mathematik di Bieberbach, nonché della Deutsche Physik di Lenard e Stark. Fu proprio ispirandosi a Klein - indicato come precursore del razzismo scientifico nonché «educatore Germanico e primo campione della scienza orientata in senso Germanico» - che lo psicologo nazista Erich Jaensch introdusse la distinzione fra S-tipi e J-tipi, poi ripresa da Bieberbach e da tanti altri scienziati razzisti. Secondo la classificazione di Jaensch, un S-tipo considera soltanto gli aspetti delle cose che possono essere derivati per via logica, mentre un J-tipo cerca di comprendere la realtà in tutti i suoi molteplici aspetti concreti ricorrendo a ogni sorta di metodo. Naturalmente gli ebrei apparterrebbero al tipo S. Questa teoria «scientifica» conduceva a paradossi grotteschi. Klein poteva ben essere considerato un J-tipo ma restava da spiegare come mai egli avesse manifestato tanto interesse per l’attività scientifica degli S-tipi, al punto da 103

desiderarne l’incrocio con i J-tipi. Tale contraddizione non sfuggì a Hugo Dingier, che sferrò un violento attacco alla memoria di Klein, sostenendo addirittura che egli fosse un «ebreo» e protettore di scienziati ebrei. Ha quindi forse ragione Rowe nel sostenere che, quando Bieberbach propose Klein come un esempio classico di J-tipo, lo fece anche per difenderne la memoria dalle accuse di Dingier. Resta il fatto che riusciva difficile classificare non soltanto Klein, ma anche l’altro grande «ariano» della matematica tedesca, David Hilbert. Bieberbach detestava Hilbert e mirava a proporre una filosofia della matematica alternativa alla sua. Tentò quindi di precipitare Hilbert nel girone infernale degli S-tipi, ma la sua operazione non sembrò convincente. A ogni modo, Bieberbach utilizzò la distinzione di Jaensch per perseguitare tutti i matematici tedeschi che non gli garbavano per motivi razziali, o anche soltanto (come nel caso di Hilbert) strettamente scientifici e accademici. Si potrebbe continuare con gli esempi. La distinzione fra J-tipi e S-tipi avrebbe dovuto collocare fra i secondi il detestabile francese Henri Poincaré, autorevole esponente di una visione intuizionista e antiformalista della matematica, il che appariva quantomeno ironico. Che dire poi di tutti i matematici intuizionisti tedeschi di razza ebraica, come Kronecker? Occorreva conceder loro la patente di J-tipi? Più lineare era la posizione in cui veniva a trovarsi il padre dell’intuizionismo nella filosofia della matematica, l’olandese Luitzen E.J. Brouwer: a lui spettava un posto fra i J-tipi, e Brouwer era anche un virulento antisemita. In effetti, Brouwer aveva avuto un ruolo fondamentale nel portare alla luce nei termini più aspri il conflitto latente fra la Scuola matematica di Berlino e quella di Gottinga e, più in generale, fra coloro che si opponevano all’ascesa del nazismo, o anche dei movimenti reazionari pre-nazisti, e 104

coloro che si collocavano sul fronte opposto. È da notare che l’opposizione alle tendenze reazionarie e antisemite si era manifestata ben presto nella scienza tedesca, in particolare a Gottinga. Nel 1915 lo stesso Hilbert si era opposto con successo alla chiamata alla cattedra di fisica sperimentale a Gottinga del fisico «germanico» Stark: questi era senz’altro il più qualificato dei concorrenti, ma come disse senza infingimenti Hilbert (riuscendo a trascinare dietro di sé la Facoltà) egli era semplicemente inaccettabile per Gottinga, in quanto nazionalista e in quanto antisemita dichiarato. Non si deve concluderne che l’Università di Gottinga fosse un centro di progressismo o di liberalismo. Al contrario: Gottinga fu una delle punte di lancia delle posizioni reazionarie e dello stesso movimento nazista. Ma al livello della comunità scientifica la situazione era diversa: la politica internazionalista aveva dato i suoi frutti e aveva consolidato una mentalità lontana dalle furie nazionalistiche che preparavano il terreno al nazismo. Lo stesso assurgere di Gottinga a primo centro della scienza tedesca, che soppiantava persino la tradizionale egemonia di Berlino, significava la prevalenza di una cultura scientifica internazionalista. E almeno in questo contesto, persino l’idea della supremazia della scienza tedesca significava riassorbimento del contributo internazionale e non isolamento da esso. «Gottinga - scriveva Adolf Kneser a Ernst Zermelo nel 1909 [Rowe 1986, 423] - ha dimostrato di essere il punto focale del mondo». E ancora nel 1932 Zermelo scriveva a Richard Courant: «Vi sono sempre più fili che si intrecciano insieme a Gottinga, più che in qualsiasi altro luogo» [ibidem]. L’irruzione del nazionalismo germanico e poi del nazismo, delle parole d’ordine della «scienza tedesca», venne per lo più vissuta come una violenta e inaccettabile infrazione a questo spirito di 105

internazionalismo scientifico. Per quanto antisemitismo circolasse negli ambienti della scienza tedesca, l’attacco alla «scienza ebraica» fu visto come un’intrusione dall’esterno e venne generalmente rifiutato: Come osserva David Rowe, «la comunità scientifica di Gottinga aveva un orientamento sociale e politico moderno che scandalizzava molti accademici conservatori». L’opposizione fra la Scuola di Gottinga e la Scuola matematica di Berlino fu il simbolo di tale conflitto. Il matematico olandese Brouwer, vicino alla Scuola berlinese, si inserì in questa opposizione, fino a quel momento più o meno latente, contribuendo a trasformarla in un conflitto aperto. Nel 1925 era nato un contrasto a proposito di un volume commemorativo del grande matematico tedesco Bernhard Riemann, edito dai «Mathematische Annalen», dal quale Bieberbach, spalleggiato da Brouwer, tentò di espungere un testo del matematico francese Paul Painlevé, ritenuto colpevole di aver assunto un atteggiamento antitedesco durante la prima guerra mondiale. Nel 1928, in occasione del Congresso internazionale dei matematici di Bologna, Bieberbach e Brouwer si batterono per annullare la partecipazione tedesca, in polemica con uno degli enti patrocinanti, il Consiglio internazionale delle ricerche (considerato antitedesco) e con l’organizzazione che prevedeva un’escursione nel Sud Tirolo, conquistato dall’Italia alla fine del primo conflitto mondiale. Contro di loro insorsero i matematici di Gottinga, e in particolare Hilbert che capeggiò, assieme a Richard Courant e Edmund Landau, la delegazione tedesca la quale fu la più numerosa ma non vide la partecipazione di alcun matematico berlinese di rilievo. Il 25 ottobre 1928, dopo la conclusione del congresso, Hilbert inviò a Brouwer una lettera sferzante nella quale, 106

dopo aver premesso che «l’incompatibilità delle nostre concezioni su questioni importanti mi mette nell’impossibilità di collaborare con lei»25, gli annunziava di averlo espulso dalla redazione dei «Mathematische Annalen», sulla cui copertina il suo nome non sarebbe più comparso. In un appunto personale, Hilbert si esprimeva in termini assai chiari: Un metodo di ricatto politico della peggior specie ha visto la luce in Germania: non sei un Tedesco, non sei degno di essere nato in Germania, se non parli e agisci come io te lo prescrivo. Vi è un mezzo assai semplice di sbarazzarsi di questi maestri cantori. Basta chieder loro quanto tempo hanno trascorso nelle trincee tedesche. Ma certi matematici tedeschi sono malauguratamente caduti nella trappola di questo metodo di ricatto, come Bieberbach, e Brouwer ha saputo trarre partito da questo stato in cui si trovano i Tedeschi e, senza essere stato egli stesso attivo nelle trincee, ha saputo accendere gli odi e dividere i Tedeschi, in modo da divenire lui stesso il maestro dei matematici tedeschi. Con il successo più completo. Non ci riuscirà una seconda volta26.

L’ottimismo di Hilbert non si rivelò fondato. Queste vicende gettano luce sulle radici profonde del nazionalismo sciovinista e razzista nel mondo scientifico tedesco, che avrebbe condotto gran parte di esso ad allinearsi con il movimento nazista, trasformando contrapposizioni culturali come quella fra intuizionismo e formalismo in matematica in temi fondamentali della campagna razzista. Non ci soffermeremo sugli aspetti di questa campagna concernenti la fisica e, in particolare, la contrapposizione fra Deutsche Physik e «fisica ebraica». Basti dire che il bersaglio centrale della campagna furono Einstein e la sua teoria della relatività, additati come esempio tipico di una scienza da Stipi, una scienza cerebrale e astratta, priva di rapporti con la realtà empirica e che recideva i legami tra fisica teorica e fisica sperimentale. Einstein divenne il responsabile di tutti i mali e di tutte le difficoltà della ricerca in fisica. Se Lenard e 107

Stark condussero questa battaglia apertamente (e anche con toni accesi e volgari), ben più insidiosa fu l’azione di Hugo Dingier che, in privato, si esibì in attacchi e manovre molto violenti, mentre in pubblico mostrò soltanto di voler condurre una critica «obiettiva» e «scientifica» dei guasti prodotti dalla relatività nel corpo «sano» della fisica classica. Così accadde che, mentre le arringhe dei propagandisti più esagitati furono dimenticate o accantonate, le opere di Dingier continuarono a essere lette anche nel dopoguerra [cfr. Dingier 1938], ignorando che la filosofia scientifica contenuta in questi testi era stata usata per fornire supporto alla campagna razziale. Quanto precede non offre un panorama neppure approssimativo di ciò che accadde nella scienza tedesca in rapporto al tema del razzismo. Servirà tuttavia a mettere meglio in luce le differenze con il caso italiano. In quest’ultimo, manifestazioni analoghe alla Deutsche Mathematik e alla Deutsche Physik furono marginali ed ebbero eco soprattutto in ambienti come quelli legati alla rivista «La difesa della razza». Tuttavia, si manifestarono forme più blande ma insidiose di rivendicazione dei caratteri razziali specifici della scienza italica, una sorta di versione nazionale della teoria dei J-tipi e degli S-tipi. 5. Il caso italiano Abbiamo visto in precedenza come alla formazione di un mito della razza in Italia abbia contribuito il mito spiritualistico dell’ «itala gente» e il mito di Roma vista come madre delle genti, capace di ricondurre nel suo seno e riunificare i popoli più disparati. Entro questa visione non si configurava un’idea di esclusione di una minoranza come quella ebraica. A coloro che aprirono le porte del ghetto 108

essa apparve come una turba di persone fisicamente e moralmente prostrate e degradate che destava soprattutto sentimenti di commiserazione27. A questa minoranza reietta andava offerta come opportunità di riscatto il nuovo ideale dell’Unità nazionale. Di certo, il mito della romanità non lasciava spazio all’idea di una sopravvivenza separata dell’identità ebraica. D’altra parte, gli ebrei italiani per lo più non posero questa esigenza e, come tendenza prevalente, non si comportarono diversamente dagli altri ebrei europei. Essi si gettarono con entusiasmo nella nuova prospettiva aperta dalla possibilità di partecipare alla vita della nazione, inclusa l’accettazione dei suoi miti risorgimentali e della sua cultura. Furono soprattutto gli ebrei colti ad accettare in pieno la mitologia e la cultura risorgimentali, fino ai loro aspetti più marcatamente patriottici, inclusi quelli che sfociarono nel fascismo. Non c’era ancora un mito della razza e della sua purezza che ostacolasse l’ingresso degli ebrei alla vita della nazione. Era sufficiente rinunziare alla propria identità o, meglio, mantenere l’identità religiosa rigorosamente nella sfera privata, secondo un modello ispirato ai princìpi della Rivoluzione francese e dello statuto dato da Napoleone alle comunità ebraiche. D’altra parte, l’unica forma di antisemitismo ancora vivo e operante era quella di matrice religiosa, e il carattere fondamentalmente laico (e, in certi casi, persino anticlericale) dello stato e della cultura dominante offriva garanzie. E ne offrì fino al primo periodo del fascismo. È facile comprendere perché, fino al Concordato tra Chiesa e regime fascista, la maggioranza degli ebrei italiani non percepì l’esistenza di un «problema ebraico» e non ritenne che si potessero affacciare nuovi pericoli. Molti di loro potevano anzi scorgere nella concezione «romana» del 109

fascismo quasi uno scudo difensivo. Del resto, Mussolini, nel 1929, riferendosi alle pretese del Vaticano di godere di un’esclusività sul piano religioso, aveva affermato in un discorso alla Camera: Questo carattere sacro di Roma noi lo rispettiamo. Ma è ridicolo pensare, come fu detto, che si dovessero chiudere le sinagoghe o la sinagoga. Gli ebrei sono a Roma dai tempi dei Re; forse fornirono gli abiti dopo il ratto delle Sabine. Erano cinquantamila ai tempi di Augusto e chiesero di piangere sulla salma di Giulio Cesare. Rimarranno indisturbati [cit. in De Felice 1961, 114).

In queste frasi emerge chiaramente l’idea di Roma «madre delle genti», capace di riunificare e proteggere sotto il suo segno di civiltà qualsiasi gruppo o etnia che ne accetti la sovranità spirituale e politica. E ancora nel 1934, di fronte ai provvedimenti razziali tedeschi, Mussolini sferrava un violento e sprezzante attacco: Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine di oltre Alpe, sostenute dalla progenie di gente che ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto [ibidem, 159].28

Quanto precede permette di concludere che la componente nazionalistica, con la sua mitologia della romanità, ha certamente avuto un ruolo nello stimolare la formazione di un’idea di «razza italica», ma non è sufficiente da sola a spiegare l’emergere dell’antisemitismo razziale in Italia; tantomeno si può far risalire a essa l’antisemitismo circolante nel paese, che era invece da ascrivere principalmente alla componente religiosa. Di certo, nelle correnti nazionaliste erano presenti tendenze che conducevano inevitabilmente a tematiche antisemite. Nel periodo delle imprese coloniali, segnatamente nel 1911, si ebbero manifestazioni antiebraiche. Fu un fenomeno grave e, per certi aspetti, premonitore, ma comunque isolato e passeggero. Intanto, nel 1906 la capitale aveva avuto 110

un sindaco ebreo, Ernesto Nathan, che si era persino permesso di sviluppare una polemica anticlericale. Di maggiore consistenza furono le manifestazioni di antisemitismo laico che si ebbero nell’ambito dei movimenti nazionalisti connessi alla prima guerra mondiale: si pensi ad Ardengo Soffici o al già citato Maffeo Pantaloni. Costoro riprendevano il tema di un complotto demo-pluto-giudaicomassonico nello stile de I Protocolli dei Savi anziani di Sion. Ma anche in questo caso si trattò di manifestazioni marginali e che tali rimasero persino nella prima fase del fascismo. Finché restiamo all’epoca risorgimentale, al periodo prefascista e anche al fascismo della prima fase, è difficile identificare una degenerazione della componente nazionalistica paragonabile per caratteri e intensità ai fenomeni che diedero luogo in Francia al caso Dreyfus. Un altro contributo importante, e anch’esso da solo non determinante, alla miscela da cui - con l’intervento di opportuni fattori catalitici - sarebbe emerso l’antisemitismo razziale di stato, derivò dagli studi demografici, antropologici ed eugenetici. Non è sorprendente che un paese giovane come l’Italia, affacciatosi alla scienza e alla tecnica con tanto ritardo, abbia aderito con entusiasmo a una visione incondizionatamente positiva della scienza e all’esaltazione del ruolo liberatore della tecnologia. È assai meno facile comprendere perché questa adesione abbia assunto alcuni tratti molto particolari, specialmente verso la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Il riferimento è al fatto che, mentre gran parte della cultura europea era ancora dominata dall’idea romantica secondo cui il mondo del vivente e dei rapporti sociali non è assoggettabile a un’analisi scientifica mutuata dal modello delle scienze fisico-matematiche, l’Italia pullulava di scienziati convinti che un siffatto approccio riduzionistico potesse essere 111

applicato alla biologia e all’economia, alla demografia e all’antropologia. Per quanto riguarda quest’ultima, alla fine dell’Ottocento assunse uno sviluppo considerevole in Italia e i suoi orientamenti erano coerenti con il formarsi di un’ideologia di tipo razziale: è questo un tema su cui torneremo e cui accenniamo qui per caratterizzare la miscela di cui si diceva sopra. Ma anche questo fattore non basta, da solo, a spiegare il formarsi di una coscienza razzista. Un certo eclettismo tipico della cultura nazionale e lo spiritualismo caratteristico della cultura risorgimentale mitigarono le potenzialità rischiose di questi studi. Espressione di tale eclettismo è, per esempio, la curiosa teoria di Lombroso secondo cui i «negri» sarebbero stati i veri progenitori degli ariani, una teoria che non soltanto Hitler, ma anche i redattori de «La difesa della razza», avrebbero trovato inaccettabile. Analogamente lo spiritualismo risorgimentale «romano-latino» influenzò le concezioni del celebre antropologo Giuseppe Sergi, che attribuiva agli etruschi il merito di aver scacciato gli ariani (quella progenie di selvaggi di cui avrebbe parlato Mussolini), salvando così la cultura mediterranea, vera culla della civiltà mondiale. Malgrado queste contraddizioni le ricerche antropologiche ed eugenetiche ebbero il ruolo di proporre con sempre maggiore insistenza tesi ambigue e pericolose circa la necessità di preservare e migliorare la stirpe e quindi fornirono argomenti alla nascente propaganda razzista del regime che, come vedremo, fu il primo passo verso una politica razziale di stato. Ma occorre sottolineare, ancora una volta, che la realizzazione della miscela (e tantomeno la sua esplosione) non sarebbe stata possibile senza il ruolo di alcuni catalizzatori decisivi. Né l’antropologia né la demografia delle razze, malgrado il carattere ambiguo e pericoloso di certe tematiche che mettevano in circolazione, sarebbero 112

bastate a produrre il risultato nefasto. Si ha come l’impressione di trovarsi di fronte a una serie di binari che convergono verso un risultato ma che sia necessario, affinché il risultato si produca, che qualcosa intervenga a collegare i binari e a stabilire fra di loro i necessari «scambi». A nostro avviso, questi «scambi» furono principalmente tre: il Concordato fra lo stato fascista e la Chiesa cattolica, la nuova fase imperiale e antiborghese del fascismo che ebbe inizio nel 1936 e, infine, lo stringersi del patto d’acciaio fra Mussolini e Hitler29. Quest’ultimo tema è stato spesso indicato come l’unico fattore che ha determinato la scelta di una politica razziale di stato in Italia ed è quindi superfluo indicarne la rilevanza. Tuttavia, per quanto importante, esso è stato un fattore insufficiente a determinare il fenomeno e a comprenderlo. Senza l’intervento di altri fattori non vi sarebbe stata neppure la materia per mettere in piedi una politica della razza e per trovare le complicità, gli argomenti, i sostegni, in breve i mezzi per far camminare questa politica. Nei termini della metafora precedente: se è vero che senza gli «scambi» opportuni forse i binari non avrebbero potuto incontrarsi e convergere a un esito, è altrettanto vero che senza l’esistenza dei «binari» gli «scambi» sarebbero stati inutilizzabili. Dedicheremo una particolare attenzione alla svolta del 1936, legata da un lato ai problemi posti dai rapporti con le popolazioni delle colonie, dall’altro alla scelta del duce di imprimere una nuova svolta rivoluzionaria al fascismo, interrompendo quella che egli considerava una deriva verso uno spirito borghese imbelle e torpido: la politica razziale era uno scossone fondamentale in questa direzione. L’altro «scambio» che stabilì un collegamento fra i «binari» fu il Concordato. Questo evento rimise in circolazione un veleno antisemita da cui la Chiesa cattolica e 113

vasti ambienti del mondo cattolico erano ancora profondamente contagiati. Come in un processo catalitico, esso fece precipitare una serie di elementi. Difatti, non appena la circolazione delle classiche tematiche antisemite fu legittimata, all’ebreo - in quanto unico elemento «eterogeneo» della nazione - potè essere applicata una serie di considerazioni fino a quel momento sviluppate sul terreno meramente scientifico dell’antropologia e della demografia. Si è sottolineato troppo poco il ruolo che ebbe il Concordato nel far arretrare drammaticamente la posizione degli ebrei nella vita nazionale e nel creare di nuovo un «problema ebraico» [cfr. Tas 1987]. Il Concordato fu firmato I’ll febbraio 1929 e poi tradotto in una serie di leggi e provvedimenti emanati fra il 1930 e il 1932. Esso stabiliva che la religione cattolica era la religione dello stato e che gli altri culti erano soltanto «ammessi». Prima del 1930 ogni ebreo poteva aderire o meno a una delle università (o circoscrizioni) ebraiche, senza che ciò implicasse nulla circa il suo sentirsi e dichiararsi ebreo di fronte allo stato. Ora, invece, l’appartenenza ebraica era strutturata in comunità elette dagli iscritti che, a loro volta, eleggevano un Consiglio generale dell’Unione delle comunità israelitiche (sostanzialmente la struttura ancora vigente). L’ebreo non aveva scelta: o aderiva a una di esse, oppure non era riconosciuto come ebreo. Come se non bastasse, ove egli avesse deciso di cancellare la sua adesione alla comunità doveva compiere di fronte a un notaio un atto di «abiura» della religione ebraica e soltanto così cessava di essere ebreo di fronte allo stato30. Difatti, l’art. 5 del Regio decreto del 30 ottobre 1930 stabiliva che l’adesione a una comunità poteva essere ritirata in due soli modi: «cessa di far parte della Comunità chi passa ad altra religione o dichiara di non voler più essere israelita». Se si tiene conto del fatto che alla 114

comunità era riconosciuto il diritto di esazione per un contributo obbligatorio con il quale doveva provvedere ai mezzi per la propria sopravvivenza, si intende bene il carattere coercitivo di tale misura. Non pochi ebrei, ben prima della promulgazione di queste leggi, si erano dichiarati favorevoli a versare somme a scopo di beneficenza alle comunità ma non a essere iscritti in ruoli di contribuzione «perché decisamente avversi al sistema di riunire come casta o razza a parte gli israeliti»31. Pertanto il Concordato metteva gli ebrei di fronte a un’alternativa secca: o dichiararsi tali in un senso strettamente religiosoetnico, assoggettandosi a un sistema di contribuzioni e di organizzazione autonoma e separata, oppure, semplicemente, dichiararsi non ebrei. È indubbio che, da quel momento, gli ebrei furono «un po’ meno eguali» degli altri [ibidem, 123], e il Concordato ne determinò la chiusura in un nuovo ghetto legislativo, dal quale era possibile sottrarsi soltanto abiurando il proprio ebraismo. Non era possibile essere un ebreo «laico», nelle varie sfumature, come era invece possibile per un cattolico: l’alternativa era fra confessionalismo e marranismor32. Inoltre, veniva introdotta una schedatura per legge degli ebrei (almeno di quelli che non accettavano la condizione «marrana» o l’abiura) che definiva nettamente i contorni di una comunità, la cui separatezza dal resto della nazione diveniva nuovamente visibile, a onta di tutti gli sforzi fatti da tanti suoi membri per integrarsi e assimilarsi completamente nella comunità nazionale. È quindi evidente che il Concordato rappresentò il punto di partenza per la riproposizione di una «questione ebraica» in Italia e per la creazione di un terreno propizio allo sviluppo di idiosincrasie antisemitiche. Riferendosi al periodo dell’impresa di Libia, Stefano Caviglia [1996, 124] osserva che «proprio nel momento in cui i cattolici si 115

avvicinano ai nazionalisti si ha la prima manifestazione di antisemitismo politico vero e proprio nella storia dell’Italia unita»33. Negli anni che precedono il 1938 si sviluppa un intreccio fra l’antisemitismo cattolico tradizionale (coltivato soprattutto dalla Compagnia di Gesù), una serie di campagne di antisemitismo «politico» promosse dai circoli fascisti più estremisti e l’aumento dell’interesse per il tema della razza, per la sua crescita quantitativa e il suo miglioramento qualitativo, interesse alimentato dalle ricerche demografiche ed eugenetiche. Descriveremo questo intreccio nel prossimo capitolo, limitandoci ora a osservare che esso fu cruciale per creare un terreno favorevole allo sviluppo di una politica antisemita razziale. Naturalmente la scintilla finale fu l’alleanza fra Mussolini e Hitler che comportò l’adesione di parte dei razzisti italiani all’impostazione biologistica propria del razzismo germanico. Ciò appare evidente nel primo documento ufficiale del razzismo italiano, ovvero il cosiddetto Manifesto degli scienziati razzisti. Il passo fu più lungo della gamba, perché l’antisemitismo razziale biologico era difficile da far accettare in un paese così pervaso di cultura cattolica. Ma su questi temi torneremo in seguito. Proviamo ora ad approfondire l’atteggiamento degli ebrei italiani. Come si è detto, nel periodo che va dall’unificazione del paese all’ascesa del fascismo al potere, gli ebrei italiani, e in particolare gli intellettuali, parteciparono in modo incondizionato e persino entusiasta alla vita nazionale. Gli ebrei italiani erano quasi tutti patrioti, spesso più degli altri, quasi a manifestare gratitudine per essere stati definitivamente liberati dalla segregazione dei ghetti e dalla discriminazione; parteciparono alla Grande guerra del 19151918, ebbero i loro caduti e ricevettero le loro medaglie. In breve, si sentivano italiani. Questo atteggiamento non 116

subì modificazioni di rilievo quando il fascismo salì al potere. In fin dei conti, tra i fascisti non vi erano più antisemiti che fra i cattolici, anzi agli inizi ve ne erano di meno. Non pochi ebrei indossarono la camicia nera e continuarono a partecipare con immutato zelo alla vita nazionale. Quando il regime pretese che i funzionari dello stato prestassero un giuramento di fedeltà, soltanto undici professori universitari si rifiutarono di farlo: visto che gli ebrei rappresentavano circa il 7 per cento del totale dei docenti, non si può davvero parlare di un’opposizione al regime. Dei quattro matematici ebrei di gran rilievo dell’Università di Roma - Vito Volterra, Guido Castelnuovo, Federigo Enriques e Tullio Levi-Civita - soltanto Volterra si rifiutò di prestare il giuramento, mentre gli altri firmarono. Enriques era simpatizzante del regime, Castelnuovo e LeviCivita assunsero una posizione tormentata ma prudente. Non pochi professori ebrei erano autorevoli docenti di diritto corporativo e alcuni di loro parteciparono attivamente all’elaborazione delle prime fasi della politica demografica, eugenetica e razziale del regime. Naturalmente ciò non vuol dire che tale politica non fosse potenzialmente pericolosa per gli stessi ebrei: dimostra soltanto che gli ebrei, non diversamente da tanti altri italiani, non avevano capito dove essa poteva condurre, o quantomeno a che cosa potesse servire. Essi quindi pensavano e agivano come italiani qualsiasi e il loro legame con l’ebraismo si riduceva in molti casi alla conservazione di un cognome che indicava l’antica origine, tutt’al più alla conservazione di legami affettivi. Del resto, data l’assenza di fatti persecutori significativi la situazione degli ebrei italiani era molto diversa da quella degli ebrei dei paesi dell’Est europeo e della Russia, vittime di pogrom terribili e di persecuzioni promosse a livello istituzionale. Era una situazione diversa anche rispetto a 117

quella della Germania (che era stata tanto riluttante a sopprimere la sua legislazione antisemita) e della Francia: l’Italia infatti non aveva conosciuto nulla di lontanamente paragonabile al caso Dreyfus che era stato di stimolo allo sviluppo del movimento sionista. Si trattava quindi di un contesto che favoriva un processo di assimilazione sempre più marcato, soprattutto negli ambienti più evoluti e colti. È altresì significativo il fatto che l’adesione alla pratica religiosa si mantenesse in modo relativamente intenso nei ceti medi e bassi, mentre era ormai insignificante nei ceti intellettuali o inseriti nella classe dirigente. È impossibile identificare qualcosa di ebraico nel modo di pensare, scrivere e agire di personalità come Volterra, Enriques, Bruno Rossi o Emilio Segrè. La lettura delle loro opere e della loro corrispondenza non presenta la minima traccia di riferimenti all’ebraismo. Si ha piuttosto l’impressione di un pudore o di una reticenza a parlare di ebraismo o di ebrei. In conclusione, l’atteggiamento degli intellettuali italiani ebrei nel periodo fascista è quello di laici assimilati, più o meno indifferenti alla questione religiosa, equamente divisi fra sostenitori del regime e antifascisti ripartiti in tutto lo spettro politico - dagli orientamenti liberali a quelli azionisti, socialisti e comunisti - né più né meno come gli altri italiani. È possibile rilevare una maggiore densità di antifascismo (non sempre apertamente militante), ma ciò non modifica sostanzialmente il quadro che abbiamo tracciato. Di particolare importanza è la questione dell’atteggiamento degli ebrei italiani di fronte al sionismo, che rappresentava l’unica opzione suscettibile di creare una potenziale situazione di doppiezza, nel senso di una possibile adesione degli ebrei a una doppia nazionalità. In effetti, uno dei cavalli di battaglia delle prime campagne antisemite condotte da certi ambienti fascisti fu 118

come vedremo nel prossimo capitolo - l’accusa agli ebrei di coltivare una doppiezza. Tale argomento era tuttavia privo di fondamento e puramente strumentale. Difatti, amplificando un problema marginale se non insussistente (dati i sentimenti corali di italianità degli ebrei), esso scatenava paure e reazioni difensive che accrescevano il potere di attrazione dell’opzione sionista, altrimenti assai debole; e, man mano che si diffondeva sempre di più l’idea sionista, veniva alimentato l’argomento della doppiezza e venivano forniti nuovi pretesti per gli attacchi. In altri termini, gli antisemiti fascisti creavano da soli i pretesti per i loro attacchi. Del resto, che il sionismo abbia tratto slancio dalla crisi del processo di emancipazione degli ebrei nelle varie comunità nazionali e dal riemergere dell’antisemitismo è cosa troppo nota perché si debba insistervi. Di fronte a questa situazione il gioco propagandistico consisteva semplicemente nel creare un effetto per inventarne la causa. Le testimonianze dei sentimenti di italianità e di appartenenza radicata alla comunità nazionale diffusi nella comunità ebraica italiana sono numerosissime. Esse sono ancor più fittamente presenti nel mondo intellettuale e scientifico. Per esempio, lo statistico Giorgio Mortara così rievocava i sentimenti della sua famiglia: L’amor di patria era in me assai vivo fin dall’infanzia (avevo cominciato a respirarlo nella casa del nonno Marco) e la mia patria era l’Italia. Il fatto che i miei antenati avessero professato una religione diversa da quella della maggior parte degli italiani non modificava i sentimenti suscitati in me da tutta l’educazione ricevuta a casa e a scuola, rafforzata dall’esperienza del servizio militare. Lo stesso nonno, rabbino, era fervente cultore dell’italianità, tanto che, dopo la liberazione di Mantova, fu onorato con la croce di cavaliere dei santi Maurizio e Lazzaro - distinzione allora assai rara - per l’azione patriottica da lui svolta negli anni della servitù. E mio padre e mia madre, pur rispettando la religione degli avi, dalla quale si erano distaccati, si sentivano completamente ed esclusivamente italiani [Mortara 1985].

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Di particolare interesse è la posizione di uno scienziato ebreo di primo piano, il fisiologo Giulio Fano, senatore del Regno, una delle figure della scienza italiana di quel periodo più illustri e note a livello internazionale. Dalla sua testimonianza, infatti, emerge esplicitamente un atteggiamento nei confronti dell’ebraismo e del sionismo che è rappresentativo di sentimenti diffusi. Fano fu autore di un libro nel quale raccontava le proprie esperienze di viaggio, Un fisiologo intorno al mondo, pubblicato poco prima della sua morte [Fano 1929]. Di particolare interesse per noi è la parte che riguarda il viaggio in Palestina, che fornisce lo spunto per discutere lungamente la questione del sionismo. Fano assume di fronte alla questione ebraica un atteggiamento distaccato e «oggettivo», quasi che essa non riguardasse più gli ebrei come lui, bensì soltanto gli ebrei perseguitati, rifiutati ed espulsi dalla comunità nazionale di provenienza. «Certo - osserva Fano - nessuno pensa oggi che in Palestina possa rifluire tutto il popolo ebraico, tanto più che la grande maggioranza degli Ebrei non accoglierebbe l’invito» [ibidem, 111]. Questi ultimi, «il resto di Israele, gli ebrei della Diaspora» - e qui Fano allude alla maggioranza degli ebrei europei tra cui se stesso - «sono probabilmente destinati a scomparire, assorbiti dalle nazioni presso le quali vivono in molti casi da secoli e delle quali dividono la rispettiva civiltà contribuendovi con spirito patriottico» [ibidem]. Ma l’idea sionista non può essere soltanto ridotta alla creazione di un focolare per i perseguitati, per coloro cui è preclusa tale assimilazione patriottica: «vi saranno sempre molti ebrei che manterranno viva l’idea ebraica». E il sionismo è un movimento non soltanto politico e sociale ma anche culturale e spirituale, come è testimoniato dalla rinascita dell’ebraico come lingua parlata. 120

Tuttavia Fano non manifesta alcun interesse per questo secondo aspetto, mostrando invece soprattutto comprensione per il sionismo - «benché possa temersi che il Sionismo lasci persistere e conduca forse a peggiorare le condizioni dolorose degli ebrei presso le nazioni che li perseguitano o li tollerano malevolenti o sdegnose» [ibidem, 130] - in quanto manifestazione di resistenza all’oppressione, perché «nulla riunisce maggiormente gli animi quanto le sofferenze comuni e la persuasione in una efficace e fedele solidarietà per combatterle» [ibidem, 131]. Dopo aver lungamente descritto con attenta ma distaccata simpatia le molteplici iniziative dei coloni ebrei in Palestina, Fano pone la domanda: «Ma qualcuno osserva: che cosa è questo Ebraismo sionista, è una fede religiosa, o una coscienza nazionale, o una convinzione filosofica, o una aspirazione etica?» [ibidem, 116-117]. E lascia la risposta a un interlocutore sionista che afferma che è un po’ tutte queste cose e nessuna di esse in senso assoluto. Di certo l’individualità storica di Israele ha come nucleo portante il sentirsi «popolo di Dio», l’«elezione» vissuta come compito e non come privilegio, la convinzione di dover realizzare una missione morale nel mondo, che è l’unica ragione di distinzione fra le altre genti. Un sentire che, osserva Fano, «spiega a sufficienza lo stupore e la diffidenza che non solo non ebrei ma anche ebrei di alta intelligenza e di nobile sentire provano verso i Sionisti» [ibidem, 118]. Ma il sionista così prosegue: se l’Europa decadente può sperare di risorgere e di riprendere la sua egemonia nel mondo, soltanto essa potrà raggiungere questo fine supremo ripudiando le gelosie nazionali e assumendo la difesa di una intima fratellanza fra i vari popoli che la costituiscono, facendo della parola profetica il motto della sua bandiera. Per questo l’Europa è ingiusta con gli Ebrei. Di essi non vede troppo spesso che gli accumulatori di denaro e gli sfruttatori di lavoro altrui e non comprende quanto fervore di

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spiritualismo anima, sorregga e sospinga i veri rappresentanti dell’ebraismo e quanto contributo, notevole relativamente al loro numero esiguo, essi portino allo sviluppo delle lettere e di quelle scienze pure che suppongono una completa astrazione da ogni interfesse materiale [ibidem, 119].

E questo è il commento di Fano: Come avrei potuto richiamare a un esame spassionato quegli entusiasti, memori in parte delle persecuzioni subite, naturalmente fanatici per il miraggio di libertà, di pace e di orgoglio al quale affidavano il loro incerto avvenire? Compresi che ogni discussione sarebbe stata inutile e mi separai da quei nobili cuori e da quei fervidi intelletti sempre più persuaso della insuperabile sproporzione fra i mezzi disponibili nel presente e nell’avvenire ed i fini da raggiungere, della inanità quindi di quegli sforzi pure animati da tanto caloroso alito di elevati propositi. Legittimi evidentemente per quanto irraggiungibili per le maggioranze degli ebrei orientali oppressi e perseguitati, ma destinati a infrangersi contro gli ormai tradizionali patriottismi radicati profondamente nell’anima della maggiore e della miglior parte degli ebrei occidentali [ibidem, 119-120].

Non proseguiamo nel riferire il discorso di Fano che si diffonde nell’argomentare contro l’idea di razza - che, a suo avviso, deve essere intesa nient’altro che come una distinzione zoologica nell’ambito della specie umana - e contro l’idea che gli ebrei costituiscano una razza a parte, che anzi nessun gruppo umano come quello ebraico ha conosciuto così tanti incroci diversi. Ma soprattutto egli attacca l’idea che esista un fondamento razziale delle nazioni: qui è evidente che egli è mosso dalla preoccupazione di un diffondersi di visioni razziste e non soltanto dal desiderio di criticare ogni interpretazione dell’ideale sionista in termini razziali. Neppure ci soffermiamo sulle obiezioni al sionismo che Fano riprende da un libro pubblicato ai primordi del movimento sionista a New York, nel 1903, Discourses of Keidansky, se non per menzionare la seguente commossa dichiarazione (tratta da questo libro): Lasciate quindi che l’ebreo rimanga, qualunque sia la nazione che lo ospita, per aiutarla come un buon cittadino a crescere grande e buona

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[…] Il sacrificare al progetto di Herzl le nostre ampie opportunità nel mondo che ci deve tanto e al quale noi dobbiamo tanto, sarebbe vendere la nostra primogenitura per un piatto di lenticchie. Lasciateci quindi rimanere.

In conclusione, Fano riafferma l’ideale di un’integrazione completa e piena nella nazione con l’ostinazione di chi si aggrappa a una speranza che vede messa in pericolo da ogni lato. Di questa illusione un po’ patetica è intriso il tentativo di dichiarare illusorio e fantastico il progetto sionista e, al contrario, reale e concreta l’assimilazione ebraica nelle società europee avanzate. Peraltro, nello sforzo di far intendere agli altri il fondo di ragione e la nobiltà di intenti di quei «pazzi sognatori», di giustificarne le azioni, pur relegandole al di fuori della sfera del possibile per gli ebrei italiani, traspare un’inquietudine neppure tanto nascosta. È il dramma di tanta parte dell’ebraismo italiano, e soprattutto di quello intellettuale, riluttante ad ammettere che si stanno rapidamente allontanando i tempi felici in cui un ebreo poteva sentirsi felice e sicuro della propria partecipazione a pieno titolo alla vita nazionale, alla vita della «propria patria». Erano i tempi in cui l’ebreo Vito Volterra poteva enunciare i seguenti propositi che addirittura esprimono l’adesione entusiastica a una razza, quella «latina», maestra di una civiltà che viene da Roma e che egli contrappone alla criminalità dei «barbari» contro cui l’Italia si è battuta e ha vinto la Grande guerra34: Signori, io vengo dal centro della latinità. Il paese in cui ho passato la mia vita è la culla stessa del popolo Latino. Questo paesaggio e questo cielo, che hanno visto svolgersi nel corso dei secoli eventi tanto importanti della storia, questa stessa aria che vi si respira, tutto ci fa rivivere un passato lontano e mescola a grandi ricordi gli eventi presenti e i sogni del futuro. Dalla mia casa di Ariccia vedo di fronte a me la foce del Tevere, il luogo dove Enea sbarcò in Italia; dietro di me è il Monte Cavo, centro del culto di Giove latino; ai miei piedi Alba Longa, madre e antica rivale di Roma; lungi, nel blu delle colline, la città eterna. La via Appia, con le sue tombe, passa a fianco, dopo aver aggirato il luogo in cui nacque Giulio Cesare, e dopo aver lasciato, più oltre, la tomba di Pompeo. Le cupe foreste che coprono i

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dintorni del lago di Nemi, dove l’antico sacerdote celebrava il culto di Diana, sono nel fondo. Qui si scorgono le piccole case del villaggio di Ariccia che è sormontato dall’antico castello feudale dei Savelli. È il paesaggio cantato da Orazio nelle sue Satire; davanti agli occhi vi è l’immensa pianura in cui Virgilio ambientò le scene più commoventi del suo eterno poema […] Tutti quelli che sono qui hanno, come me, fiducia in questa antica, feconda e vigorosa razza latina. Ma la guerra ha rischiarato molti fatti, molte caratteristiche, e, come tutto ciò che solleva emozioni straordinarie e inattese, ha mostrato, con i suoi terribili lampi, la natura vera degli individui, dei popoli e delle cose. Com’è cambiato il nostro modo di giudicare. Quante sorprese ci hanno causato l’umanità e le nazioni! L’umanità era eroica e non lo sospettavamo. Una gran parte di coloro che credevamo civilizzati non erano altro che barbari e criminali. Si sussurrava che i popoli latini erano antichi, erano invecchiati. Che erano deboli e che nella lotta per la vita un giorno o l’altro avrebbero dovuto soccombere […] Per l’insieme delle nazioni che la costituisce, la razza latina è oggi più forte che in ogni altra epoca della storia. Essa è infinitamente più eroica che nel passato […] Se si da alla parola virtù il senso latino di virtus, è la virtù, la virtus, che oggi è caratteristica della razza latina. L’insieme di quei popoli che vengono oggi chiamati latini, possiedono tutto ciò che è necessario per essere sicuri dell’avvenire.

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Capitolo terzo Teorie della razza nell’Italia fascista 1. Dal nazionalismo al «problema dei problemi» Non è fondato imputare soltanto alla «scienza» o, per meglio dire, all’antropologia, alla genetica, alla demografia e neppure all’eugenetica la responsabilità di aver generato il razzismo e le politiche razziali, tantomeno la persecuzione razziale antisemita. Come spiegare altrimenti il fatto che simili politiche non ebbero alcun corso in paesi in cui veniva praticata l’eugenetica in forme persino brutali e violente, come i paesi scandinavi, gli Stati Uniti o il Regno Unito? Tuttavia, tutto congiura a dimostrare che questi sviluppi scientifici favorirono l’emergere del razzismo e delle politiche razziali fornendo loro una giustificazione teorica. A nostro avviso, speculazioni che nascondevano la mancanza di un serio fondamento dietro la veste nobile della «scienza» contribuirono a mettere in moto sviluppi tanto più gravi in quanto trovarono punti di convergenza con altri fenomeni. Si possono usare varie metafore: quella già introdotta dei «binari» che si incontrarono in virtù di una serie di «scambi» che fecero confluire varie spinte in un unico processo di portata devastante; o quella di una miscela di componenti divenuta esplosiva per la presenza di opportuni fattori catalitici. In estrema sintesi, fu la sinergia 125

tra la «scienza» delle razze e politiche totalitarie che privilegiavano come elemento caratterizzante, o addirittura costitutivo e fondante, il tema della razza, che condusse a conseguenze tanto gravi. Occorre insistere sul fatto che fu necessaria la scelta politica di questo tema come più o meno centrale, perché di per sé neppure una visione totalitaria implica il razzismo. Ne è prova il caso della Spagna franchista che, a parte alcune sortite propagandistiche contro la plutocrazia ebraica, non aderì all’ideologia razzista né la praticò. In fondo, proprio questo caso ci mette sulla strada giusta: difatti il regime franchista, nel suo assetto prevalente che non era quello della corrente falangista, era un regime reazionario più che fascista. Sul piano politico, era la componente nazionalista quella più favorevole a privilegiare la tematica razziale, quanto più il nazionalismo aveva caratteristiche esasperate. Da questo punto di vista, l’esperienza coloniale ebbe un ruolo fondamentale: per un regime nazionalista di stampo fascista il rapporto con gli «indigeni» delle colonie non poteva che porsi in termini fortemente antagonisti, ovvero come un rapporto di padronanza nei confronti di esseri inferiori. Pertanto, ogni supporto teorico alla tesi secondo cui gli «altri» appartenevano a una razza inferiore era benvenuto. In Italia, se l’antisemitismo ha avuto una tradizione di matrice religiosa e non razziale, le prime forme di razzismo nacquero quasi esclusivamente in relazione con la creazione di un impero coloniale1. Pertanto, le prime manifestazioni di un incrocio tra le spinte nazional-razziali e le teorie «scientifiche» antropologiche ed eugenetiche (che conobbero un importante sviluppo in Italia al pari degli altri paesi europei) si ebbero ben prima degli anni Trenta e quando ancora non vi era alcun sintomo di un antisemitismo razziale. Ma anche qui, pur accogliendo l’esigenza di aprire la storiografia a una considerazione più approfondita 126

delle implicazioni razziali delle politiche coloniali prefasciste, bisogna stare attenti a non esagerare. Abbiamo già detto che anche in Italia si sono sviluppate importanti correnti di ricerca nel campo eugenetico, demografico e antropologico-razziale. Non è possibile tuttavia identificare in esse un chiaro orientamento razzista. Anzi, nel capitolo precedente, abbiamo ricordato la teoria di Lombroso secondo cui i «negri» erano stati i veri progenitori degli ariani e le precauzioni del massimo antropologo italiano, Giuseppe Sergi, il quale, per quanto fosse incline a distinguere i ceppi etnici e a stabilire la superiorità dell’uno rispetto all’altro (egli considerava il ceppo etnico mediterraneo superiore a quello ariano), nutriva molte diffidenze nei confronti del concetto di razza. Secondo Sergi il concetto di razza era fonte di grave «disordine» nell’antropologia a causa dell’errato presupposto secondo cui «l’uomo nell’ordine dei primati è una famiglia, unico genere unica specie, e le divergenze constatate morfologicamente nei molteplici gruppi umani costituiscono razze dell’unica specie» [Sergi 1908, 232]. Secondo l’illustre antropologo, occorre ammettere che l’uomo ha origine multipla e che si può «riconoscere maggiore intimità di parentela nelle specie di ciascun genere che non si trovi nelle razze dell’unica specie umana» [ibidem, 242]. È altresì importante notare che le correnti dominanti si avventuravano con molta prudenza nel tentativo di definire le caratteristiche etniche delle popolazioni italiane (per non dire al singolare). È impossibile riscontrare la presenza di una tematica di tipo razziale nelle analisi di uno scienziato autorevole come Luigi Pigorini, che mirava a identificare le caratteristiche e i tipi dei vari ceppi etnici primitivi presenti sul suolo italiano [cfr. Pigorini 1910]. Altri studiosi, come l’archeologo Antonio Taramelli, pur riconoscendo necessari 127

certi tentativi di sintesi, come quelli «nobilmente» tentati soprattutto da Pigorini, dichiaravano «prematuri e pericolosi i giudizi generali, nella incertezza e nella scarsezza di elementi fondamentali, e soprattutto nello stato ancora ipotetico delle questioni inerenti alle origini delle varie stirpi italiane» [Taramelli 1911, 610]. Taramelli riconosceva la necessità dello studio dei caratteri somatici, antropologici del maggior numero possibile degli elementi costitutivi dei singoli aggruppamenti etnici della penisola, dal quale studio o potranno emergere differenze imprevedute, o invece potranno raccogliersi prove in favore di un’unità fondamentale, villanoviana o ligure che sia, la quale rese possibile, in età romana, e renderà forse ancora possibile col progresso della civiltà, con la comunanza di idealità, di fedi, di giustizia, la formazione, in un non lontano avvenire, di un popolo italiano [ibidem].

Quindi il desiderio di stabilire le basi per costruire «in un non lontano avvenire» un popolo italiano unificato spiritualmente, civilmente e idealmente era un movente fondamentale di queste ricerche. Tuttavia, ci si muoveva con grande prudenza, al riparo dalla retorica, e lasciando addirittura aperta l’ipotesi di una sostanziale disomogeneità. In definitiva, per quanto forte fosse la pressione nazionalistica e di una propaganda volta a esaltare il carattere unitario del popolo italiano, le ricerche antropologiche non erano ancora incanalate nella direzione di una finalità politica. Il panorama cambiò molto rapidamente con la prima guerra mondiale e l’ingresso dell’Italia nel conflitto. Si è ripetutamente osservato che la Grande guerra fu un potente fattore di unificazione nazionale: gente proveniente da ogni regione d’Italia si ritrovò fianco a fianco per lunghi mesi nelle trincee condividendo sacrifici e ponendo le basi di nuovi rapporti. Anche le più terribili esperienze possono produrre effetti positivi, ma tra i vari effetti vi fu certamente quello di una imponente crescita dei 128

sentimenti nazionalistici. In questo libro abbiamo fatto largo riferimento a quell’osservatorio di straordinaria importanza che fu l’attività della Sips (Società italiana per il progresso delle scienze): non a caso il suo rifondatore, il celebre matematico Vito Volterra, l’aveva pensata come un luogo di confronto di tutta la scienza italiana e in cui si ponevano le basi per i suoi rapporti con la cultura nazionale e con l’azione politica e sociale2. Ebbene, è difficile non cogliere un mutamento impressionante negli orientamenti del mondo scientifico. I temi dell’identità nazionale, della necessità della mobilitazione della scienza in aiuto della patria, la centralità della questione demografica ed eugenetica in vista della soluzione degli enormi problemi aperti dalla guerra, irruppero in modo impetuoso nella torre d’avorio della scienza. Lo stesso Vito Volterra - uomo di ideali liberaldemocratici e futuro strenuo oppositore del fascismo - fu in prima linea sul fronte interventista e predicò la necessità di un impegno diretto degli scienziati nella guerra. Egli si arruolò a cinquantacinque anni nell’aviazione per realizzare un reparto di artiglieria su dirigibili che usufruiva di sistemi di tiro basati su calcoli matematici da lui elaborati. Fondò l’Ufficio di invenzioni e ricerche - primo embrione del futuro Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) - come istituzione originariamente volta a favorire l’intervento della scienza nell’impresa bellica3. Il mondo scientifico si mobilitò in modo significativo e restò contagiato da questa esperienza al punto da lasciarsi coinvolgere sempre di più nelle questioni economiche e sociali della nazione. I segni di questa nuova sensibilità e di questo nuovo impegno sono evidenti negli anni immediatamente precedenti e successivi alla fine delle ostilità. Il nuovo ruolo sociale cui è chiamata la scienza venne espresso con grande enfasi, nel 1921, da Orso Mario Corbino, ministro della 129

Pubblica istruzione, direttore dell’Istituto di fisica dell’Università di Roma dal 1918 al 1937 e grande protettore della celebre scuola di fisica di via Panisperna: Questa tragica guerra che ha alfine placato le sante antiche aspirazioni nazionali e ci permette oggi di vivere nella realizzazione del portentoso sogno - l’Italia sul Brennero e a Trieste - questa tremenda guerra, che ha seminato stragi e rovine dalle quali sembra che il mondo non possa più guarire, non ha creato ancora la scoperta capace di ristabilire l’equilibrio fra le nuove aspirazioni dell’umanità e le sue effettive risorse. Ecco perché il mondo deve oggi guardare alla scienza con ansia e cura maggiore di quelle che lo animarono nel periodo di guerra ora trascorso. E l’Italia più di ogni altra nazione, perché delle vecchie risorse di altri paesi noi non possediamo abbastanza per i nostri bisogni. Possa la scienza italiana essere ancora una volta degna dei gravi destini della Patria [Corbino 1922, XCI].

La mobilitazione nazionale prodotta dalla guerra aveva mutato drasticamente il panorama: la scienza appare ora presa dal desiderio di mostrarsi degna dei destini della patria e di contribuire alla rinascita del paese. L’adunanza della Sips del 1919 è contrassegnata da un vero e proprio clima di mobilitazione nazionale: si traccia l’inventario delle ricchezze naturali del paese, si esaminano i problemi minerari, la carenza di combustibili, il problema del grano, il ruolo della geologia nello studio scientifico della guerra di posizione, fino al problema (che diverrà un cavallo di battaglia culturale del fascismo) della diffusione e della promozione della scienza italiana all’estero. Torna in campo il problema dell’identità nazionale e gli ambienti scientifici ricorrono a un linguaggio meno prudente e neutrale. Già nel pieno della guerra, nell’adunanza del 1917, il filosofo Francesco Orestano si era cimentato con un «tentativo di definizione scientifica del concetto di nazionalità» in vista di un superamento delle disomogeneità che travagliano l’Italia: «La nazionalità è una formazione spirituale storica, e precisamente quella formazione che rende possibile l’unità di stile dei 130

valori essenziali di tutto un popolo […] la sintesi nazionale è un principium individuationis dei popoli civili, anzi, più precisamente, di quelli produttori di civiltà originali» [Orestano 1917, 473-474]4. Il modello che si offriva spontaneamente era quello di Roma che «fu maestra nell’arte di dare, pur senza espressa coazione, anzi sotto il regime della più larga tolleranza, e solo in virtù del suo prestigio, una coscienza romana al mondo. E fu quello il più grandioso esperimento di nazionalizzazione che abbia visto l’antichità classica e il cui effetto sopravvisse in tutta Europa durante il primo Medio Evo, affascinando gli stessi Barbari» [ibidem, 477]. Orestano così proseguiva esaltando la funzione della guerra: La nazionalità, in quanto è una sintesi spirituale, se ha bisogno del presidio politico del proprio Stato, è indipendente da contingenze territoriali. È lo Stato che non può sussistere se non entro ben delimitati, saldi e sicuri confini geografici e strategici. Da ciò un’importante conseguenza pratica. Le nuove frontiere italiane debbono essere segnate non in base al criterio della storia, della tradizione, della lingua, della discendenza, della etnografia, ecc. […] Le nuove frontiere debbono essere tracciate dallo Stato italiano, oggi, in base alle necessità presenti e future della propria difesa e ai bisogni di uno sviluppo indipendente della novissima Nazione italiana. Né questo è imperialismo […] Una Nazione non vive acquattata dietro alle sue pur sicure frontiere che possono sempre venir violate spiritualmente. Occorre un sano protezionismo della nazione italiana all’estero non meno che all’interno. La politica è previsione e previdenza. E la migliore politica nazionale è quella che prevede più possibilità di conflitti e di espansioni, e se ne assicura di lunga mano l’esito vittorioso […] al compimento di un programma politico italiano in grande stile, degno di tutto il nostro passato, e commisurato alle mirabili prerogative del nostro genio nativo, produttore eminente di tre civiltà, l’Italia dev’essere condotta non solo da un governo romanamente saggio e previdente, ma da una salda e animosa volontà nazionale, emancipata da tutti i pregiudizi e falsi presupposti teoretici, che sin qui l’hanno inceppata e intimidita [ibidem, 481-483].

Non si tratta soltanto di nazionalismo generico. Il mondo scientifico e universitario appare attento alle implicazioni del nuovo clima nell’ambito dell’economia, della demografia 131

e dell’eugenetica. Prima ancora che l’Italia entrasse nel conflitto, l’economista Maffeo Pantaleoni aveva iniziato a discettare degli «insegnamenti economici della guerra» [Pantaleoni 1916a]5. Il demografo Corrado Gini analizza gli «ammaestramenti» che la guerra ha fornito circa il ruolo fondamentale che la demografia e l’eugenetica potranno avere nel processo di ricostruzione della nazione. Anche Gini parte da un’analisi economica delle conseguenze della guerra, ma ne sottolinea gli aspetti positivi: il rinsaldarsi dell’unità nazionale, l’interesse rinnovato per la cura della nazione; e illustra con estrema efficacia i moventi che hanno condotto a un nuovo stato d’animo di cui il mondo scientifico è pienamente partecipe: «la guerra costringe le nazioni a ricercare in fondo all’animo umano i sentimenti più radicati e diffusi, a costruirne un ideale, a stringere attorno ad esso, come intorno a un simbolo di battaglia, tutta la nazione, a fare della sua realizzazione un impegno d’onore» [Gini 1920, 150]6. Di particolare interesse per noi è una questione specifica che Gini mette sul tappeto: il problema dell’emigrazione. Egli avanza un argomento nuovo che la politica fascista stenterà a far suo e considererà come centrale soltanto attorno alla metà degli anni Venti: l’emigrazione è un fattore di depauperamento delle nazioni più deboli e povere (come quella italiana) a favore di quelle più ricche. L’emigrazione, osserva Gini, è un fenomeno da studiare per «frenarlo». Per la prima volta, e sia pure con prudenza, viene messa in discussione l’«imbelle» politica dell’emigrazione della classe dirigente liberale, che ha svenduto e svende l’unica ricchezza della nazione: il fattore demografico. Il tema dei rapporti fra guerra e problemi della popolazione interessa molto Gini in quegli anni. Al tema il demografo dedica un libro [Gini 1921] con l’intento di confutare le opinioni pessimistiche circa l’effetto che la 132

guerra avrebbe avuto sulla struttura costituzionale e sulla razza e di mostrare che, al contrario, la guerra ha prodotto un effetto benefico ed è un fattore di rinvigorimento razziale: la revisione delle teorie correnti in base ai nuovi dati messi in luce dalla recente esperienza, si è appena iniziata; ma i risultati già raggiunti si addimostrano di grande interesse, in quanto vengono per lo meno a infirmare le conclusioni pessimiste che erano comunemente accettate per sicure. La coscrizione militare, almeno in Italia, non sembra invero esercitare alcuna influenza sfavorevole, e forse esercita invece un’influenza piuttosto favorevole, sulla prolificità di coloro che vi sono soggetti. I nati durante la guerra non sembrano di costituzione inferiore e i nati da concepimenti postbellici sono probabilmente di costituzione superiore alla normale. Da una ricerca finora eseguita sui maestri elementari, non parrebbe che i morti per causa di guerra avessero un valore sociale superiore a quello dei sopravvissuti. La eccedenza di mortalità, infine, che si verifica nella popolazione borghese durante e dopo la guerra, non può avere, secondo le correnti teorie biologiche, che un effetto selettivo favorevole. Questi risultati devono riguardarsi come provvisori; da altre ricerche, in parte già intraprese, essi attendono conferma o correzione. Ma essi cominciano a gettare qualche luce sulle complesse influenze che la guerra esercita sulla razza, mostrano come la risultante non debba essere così dannosa come per molto tempo si è creduto, e rendono ragione del fatto che l’estensione del servizio militare e le guerre rinnovatesi durante secoli con tanta frequenza non hanno impedito il progresso, per statura e per vitalità, della razza umana [Gini 1922, 74-751.

Il moltiplicarsi di interventi sulla questione eugenetica mette in evidenza accenti ben diversi da quelli del periodo prebellico e sempre più tesi a sottolineare il problema del «miglioramento razziale» del popolo italiano persino nella versione più dura dell’eugenetica negativa7. È ancora la guerra a ispirare al biologo Ettore Levi la proposta di fondare un Istituto di previdenza e assistenza sociale (Ipas) il cui fine istitutivo dovrebbe essere la lotta scientifica contro le malattie sociali. Difatti, secondo Levi, «la guerra 133

ha agito come un bagno fotografico rivelatore, mettendo bruscamente in evidenza e moltiplicando le infinite miserie latenti nei singoli individui costituenti le masse sociali» [Levi 1921a, 10]. Così, «in conseguenza della guerra», lo stato ha avuto «la rivelazione improvvisa» dell’importanza sociale di una gestione scientifica dei problemi della popolazione che deve essere sostenuta sia dal mondo industriale sia da quello operaio. Levi svilupperà un’azione intensissima per convincere della bontà del suo progetto scientifico volto a migliorare la razza e riuscirà a ottenere la fondazione dell’Ipas8. Egli si ispirava chiaramente ai modelli anglosassoni e aveva particolarmente a cuore la regolamentazione matrimoniale e la disciplina della procreazione, «reprimendo per quanto possibile la produzione di individui disgenici, folli, deboli, ecc. che costituiscono per la società umana un fardello morale ed economico intollerabile» [Levi 1925, 5]. La visione di Levi era ispirata a uno scientismo progressista ma, malgrado qualche riluttanza nei confronti dell’adozione di provvedimenti costrittivi9, era definitivamente orientata verso un’eugenetica negativa che prevedeva l’eliminazione dei soggetti difettosi. In un intervento del 1925 [Levi 1926] egli non si limitava ad affermare genericamente l’importanza del problema della popolazione, ma distingueva in modo preciso due punti di vista diversi: quello quantitativo che riguardava il problema della numerosità della popolazione e dei provvedimenti da adottare per garantire la sua crescita, e quello qualitativo, che affrontava invece il problema del miglioramento della «razza». Essi implicavano due approcci diversi: quello della demografia nella prospettiva quantitativa, e quello dell’eugenetica nella prospettiva qualitativa. ‘L’eugenetica, osserva Levi, è la «scienza biologica che studia i fattori atti a migliorare la razza, trae una ricca messe 134

di insegnamenti dalla statistica demografica, come ne trae del resto tutta l’igiene sociale. Tra demografia ed eugenetica si stabiliscono pertanto numerosi punti di contatto e si stringono legami che agli studiosi del problema della popolazione non debbono sfuggire» \ibidem, 99]. Secondo Levi occorre non fermarsi al punto di vista quantitativo e impostare il problema della «razionalizzazione su basi biologiche, ai fini del miglioramento della razza, in armonia con i dettami dell’eugenica». Egli polemizza indirettamente con Gini, pur riconoscendo l’importanza del suo approccio demografico (quantitativo), ma lo critica per aver concentrato troppo l’attenzione sull’aspetto economico trascurando quello biologico. È «compito dell’igiene sociale (intesa nel suo senso più largo) di rialzare la qualità della razza, in modo da impedirne o arrestarne la decadenza» [ibidem, 119]. A tale scopo occorre riattivare il processo di selezione perché, come ebbe a dire Charles-Robert Richet, «la selezione umana è possibile, desiderabile, necessaria: essa costituirà l’unica preoccupazione e il più grande sforzo delle generazioni future» [Richet 1922, 57]. La selezione si può conseguire battendo sia la via positiva sia quella negativa, ovvero: «1) facilitando le unioni fra individui di buona stirpe, in modo da produrre il maggior numero possibile di individui ben dotati; 2) impedendo quanto più è possibile le unioni fra elementi disgenici, in modo da ridurre quanto più sia possibile il contingente di tali elementi» [Levi 1926, 120]. In questo periodo si manifestano sia posizioni più radicali di quelle di Levi, come quella del già citato Zuccarelli10, sia posizioni che privilegiano l’approccio quantitativo accompagnato da una eugenetica di tipo positivo, come è il caso del direttore dell’Istituto di fisiologia generale dell’Università di Roma Silvestro Baglioni. È comunque indubbio che, in questa fase, il regime 135

fascista, e Mussolini in persona, iniziano a interessarsi sempre di più al problema della popolazione e ciò condiziona fortemente l’atteggiamento degli scienziati che si occupano di demografia e di eugenetica. Tale condizionamento si manifesta in un senso duplice, sia nella speranza di convincere il regime della bontà delle proprie tesi e farle prevalere come tesi ufficiali, sia nel desiderio di identificare l’atteggiamento prevalente nella sfera politica per allinearsi a esso e trarne vantaggio e influenza. Al primo approccio appare manifestamente ispirato l’atteggiamento di Levi che apre un credito di fiducia nei confronti del nuovo regime fascista11. Ma Mussolini non pare disposto ancora ad avventurarsi sul terreno dell’eugenetica qualitativa, tantomeno negativa, ed è certamente ostile a qualsiasi provvedimento che vada nella direzione della limitazione delle nascite. Di qui la scarsa attenzione riservata alle tesi di Levi, mentre le tesi di coloro che sono orientati verso un approccio più blando, soltanto quantitativo o tutt’al più ristretto entro i confini dell’eugenetica positiva, sono in maggiore consonanza con gli orientamenti del regime, almeno in quella prima fase12. Difatti, occorre distinguere due fasi nella storia delle politiche demografiche del regime fascista: la prima è dominata dalla questione quantitativa, ovvero dal tema della crescita numerica della popolazione, mentre la seconda è progressivamente orientata verso la questione del miglioramento qualitativo. Come ebbe a dire lo stesso Bottai, è nel passaggio alla seconda fase che prese le mosse la politica razziale del regime. Da questo punto di vista, si può constatare che il mondo scientifico si adoperò a proporre al regime un ventaglio di politiche demograficorazziali, anche in termini operativi, e quindi non si limitò a recepire soltanto richieste provenienti dalla politica ma in 136

certi casi addirittura assunse una funzione di stimolo a interventi radicali ed energici. Vediamo ora come il problema demografico si impose all’attenzione di Mussolini e del regime come il problema dei problemi. Va ricordato che esso aveva avuto un ruolo fondamentale sin dalla fondazione dello stato unitario che doveva far seguire all’unificazione politica un processo di omogeneizzazione di popolazioni disparate, anzi una vera e propria costituzione di una popolazione italiana, secondo il famoso detto «L’Italia è fatta, ora facciamo gli italiani». Non è certamente un caso se il primo censimento della popolazione dello stato unitario ebbe luogo all’indomani del conseguimento dell’indipendenza. Di qui l’interesse affatto speciale per le tematiche demografiche e il conseguente importante sviluppo che ebbe la scienza demografica. I problemi che si ponevano di fronte alla classe dirigente liberale erano essenzialmente tre: la diminuzione della natalità, l’esigenza di distribuire la popolazione in modo razionale sul territorio, il problema dell’emigrazione per mancanza di lavoro. Il primo non era un problema specificamente italiano ma coinvolgeva tutta l’Europa. Il dibattito sulla questione del declino numerico della popolazione si era sviluppato in Francia fin dagli inizi dell’Ottocento e un poco più tardi in Inghilterra. Agli inizi del Novecento questa tematica si era imposta per il timore quasi ossessivo di un generale declino del continente. Anche in Italia il problema fu avvertito, ma, a differenza del resto d’Europa, non assunse una rilevanza centrale prima degli anni Venti. Difatti, l’attenzione era attratta da altri due problemi, che apparivano molto più gravi e di difficile soluzione: l’unificazione della popolazione e la sua distribuzione razionale sul territorio e, soprattutto, il problema dell’emigrazione. Entrambi avevano caratteristiche specificamente nazionali e il secondo si 137

presentava in forme drammatiche. La statistica fu considerata, fin dal periodo risorgimentale, il metodo migliore per studiare e, in prospettiva, eliminare le disparità sociali, economiche e politiche tra le differenti aree del paese. Era ritenuta importante anche per affrontare il problema dell’emigrazione, indubbiamente il problema più sentito, come è testimoniato dal fatto che le statistiche ufficiali si concentravano soprattutto sui dati dell’emigrazione e della mortalità piuttosto che su quelli della fecondità. Tuttavia, sul piano delle scelte politiche, dal 1861 al 1922 (ovvero fino all’avvento del fascismo) nessun governo riuscì ad affrontare efficacemente tale problema. Tutt’al più, riuscì in alcuni periodi a contenerlo. Inoltre, i governi e le politiche liberali sul tema dell’emigrazione non scelsero mai un indirizzo univoco: spesso la considerarono un fatto negativo, talora invece un processo positivo che non andava contrastato, e forse doveva essere addirittura favorito. Il fascismo ricevette in eredità dai governi liberali i tre problemi sopra menzionati - diminuzione della natalità, distribuzione razionale della popolazione sul territorio, emigrazione - e, per qualche tempo, assunse un atteggiamento oscillante riguardo alla linea da adottare. Intervenivano oltretutto alcuni fattori ideologici: non soltanto la matrice socialista del fascismo - Mussolini, nella sua fase socialista, era favorevole alla limitazione delle nascite -, ma l’ostilità al pronatalismo di alcune correnti intellettuali vicine al fascismo (come quella dannunziana) che erano addirittura contrarie ad attribuire un ruolo centrale alla famiglia nella società ed erano persino favorevoli al libero amore. Tuttavia, dopo la presa del potere, Mussolini cominciò a cambiare atteggiamento e ad assumere una posizione pronatalista e popolazionista. 138

Sulla questione dell’emigrazione egli non si discosto sensibilmente dalle politiche dei governi liberali che lo avevano preceduto. Anzi, in una prima fase, vennero addirittura assunti provvedimenti di liberalizzazione - come la semplificazione delle procedure di rilascio dei passaporti che tendevano ad agevolare l’emigrazione utilizzandola come una soluzione esterna del problema demografico. La recisione delle radici socialiste rivoluzionarie fu assai rapida e, nel 1923, le tendenze pronataliste volte a stroncare il fenomeno dell’emigrazione presero sempre più forza. Abbiamo visto che anche nel mondo scientifico la crescita di sentimenti nazionalisti stimolata dall’esperienza bellica aveva condotto a ritenere centrale il problema della popolazione. Era sempre più diffusa la convinzione che questa unica e preziosa ricchezza della nazione dovesse ricevere la massima cura. All’interno della classe dirigente fascista si sviluppò una critica radicale delle politiche liberali che portò al loro definitivo abbandono. Anzi, si può ben dire che questo divenne uno dei termini di massimo scostamento dalle politiche dei governi prefascisti. Pertanto, non una tematica della razza, come in Germania, ma il problema della popolazione divenne uno dei primi elementi caratteristici di una politica fascista ancora abbastanza nebulosa, e perciò un tassello fondamentale del suo paradigma costitutivo. A fronte di una scarsezza di capitali, la nazione possedeva una grande ricchezza, la popolazione, che stava sperperando regalandola all’estero con l’emigrazione: fu una delle voci più autorevoli del fascismo, Alfredo Rocco, a sottolinearlo già nel 1923. «Molti, troppi in Italia - ricordava Rocco - si acconciano con piacere, con favore a questa soluzione del nostro problema nazionale»13. Egli metteva in evidenza il collegamento fra il problema della natalità e del 139

numero e quello dell’emigrazione. Fino a quel momento la popolazione italiana era rimasta abbastanza al riparo dalle tendenze negative al declino della natalità, e ciò aveva consentito un certo rinnovamento demografico malgrado l’emigrazione; tuttavia ciò non poteva durare a lungo. Rocco attirava quindi l’attenzione sulla necessità assoluta di interrompere il «salasso», perché «il numero è la vera forza delle razze». Questo modo nuovo di porre la questione dell’emigrazione fu favorito dalle crescenti restrizioni all’immigrazione poste dagli Stati Uniti. Politici e demografi cominciarono a insistere sulla necessità di ribaltare i capisaldi delle politiche liberali. Ciononostante, l’organismo preposto all’emigrazione, il Cge (Commissariato generale all’emigrazione) continuò ad applicare le prime direttive mussoliniane tese a incrementare l’emigrazione italiana. Ma nei dibattiti parlamentari del 1924 sul tema, mentre Giovanni Gentile definiva la questione demografica «il problema maggiore, più affannoso della nostra vita nazionale»14, Mussolini dava un primo segnale di un cambiamento di direzione, parlando della possibilità di una «soluzione interna», ovvero della redistribuzione interna delle risorse umane. Seguì un periodo di incertezza, in cui Mussolini da un lato ribadiva la dolorosa necessità dell’emigrazione e dall’altro insisteva sulla soluzione interna. Anzi, nel 1926 egli iniziò a parlare dell’opportunità offerta dalla Libia, accenno che venne prontamente raccolto da Luigi Federzoni e trasformato nello slogan della migrazione sulla «quarta sponda». La vera e propria svolta si ebbe nel corso dei dibattiti parlamentari sul bilancio preventivo del ministero per gli Affari esteri del 1927-1928. Gentile riprese a battere sul tema dello sperpero della «magnifica ricchezza» demografica e il Cge venne messo sotto accusa. Il presidente 140

dell’Opera nazionale mutilati (Onm) Carlo Delcroix pronunciò una violenta requisitoria contro il «sultanato di via Buoncompagni» (il Cge, per l’appunto), che fu accolta da un’ovazione e da un abbraccio di Mussolini, il quale tuttavia non prese la parola e lasciò che Dino Grandi concludesse la discussione accusando il Cge di essere un’istituzione in stridente contraddizione con i princìpi del fascismo. Grandi chiedeva «perché mai la nostra razza deve essere una specie di vivaio umano, destinato ad alimentare la compagine più o meno organica di altre nazioni demograficamente povere o impoverite […] e le nostre madri fare figli che saranno soldati per altre nazioni», e dichiarava che «il Fascismo non intende più incoraggiare un’emigrazione intesa a diminuire la forza della razza e dello Stato»15. A questa raffica di accuse seguì immediatamente la soppressione del Cge e la sua sostituzione con una Direzione generale degli italiani all’estero (Dgie) nell’ambito del ministero per gli Affari esteri. Contemporaneamente, l’organismo preposto alla statistica, la Direzione generale della statistica (Dirstat), fu sostituito con una nuova istituzione, l’Istituto centrale di statistica (Istat), la cui presidenza fu affidata a Corrado Gini. Ma su questo torneremo. Per ora conviene sottolineare che il drastico cambiamento di atteggiamento sulla questione dell’emigrazione - e che giustamente Ipsen [1997, 83] definisce caratterizzante «l’avvento del popolazionismo fascista incondizionato» e «un passo importante verso la dittatura autoritaria» - fu seguito da una serie di misure drastiche, come l’annullamento della validità di tutti i passaporti, il cui rilascio sarebbe stato da quel momento in poi soggetto a restrizioni severissime. La svolta fu sanzionata in modo solenne da due prese di posizione teoriche dello stesso Mussolini: il cosiddetto 141

«discorso dell’Ascensione» del 26 maggio 1927 [Mussolini 1927] e un articolo pubblicato nel settembre del 1928 sulla rivista «Gerarchia» con il titolo Il numero come forza [Mussolini 1928]. Nel «discorso dell’Ascensione» Mussolini considerava il problema demografico un aspetto della salute pubblica e razziale ed equiparava il declino della fecondità alla decadenza morale di una nazione. Egli indicava il rischio di un declino della popolazione italiana per l’azione di due fattori: l’urbanesimo industriale e la piccola proprietà contadina. Di fatto, soltanto la lotta contro il primo fattore divenne un elemento caratterizzante della politica del fascismo, mentre il secondo (la piccola proprietà contadina) fu in seguito addirittura assunto come colonna portante della politica di migrazione interna del regime. La parola d’ordine che Mussolini proponeva era: «curare la razza, a cominciare dalla maternità e dall’infanzia». Al riguardo va ricordato che, nell’anno precedente, era stata fondata l’Opera nazionale maternità e infanzia (Onmi) che, in prima istanza, era preposta alla lotta contro la mortalità infantile, ma venne anche indicata quale strumento per il miglioramento razziale, come ebbero a sottolineare due medici parlamentari, Umberto Gabbi ed Ettore Marchiafava. Gabbi, in particolare, aveva dichiarato che la legge istitutiva dell’Onmi riproduceva «in una maniera perfetta il concetto biologico che dobbiamo avere del fascismo [e…] potrà rappresentare per noi nel futuro […] una nuova sanzione umana, per la protezione della nostra razza»16. Dopo il «discorso dell’Ascensione» Mussolini ritornò sugli stessi argomenti con un articolo anonimo su «Il popolo d’Italia» [Anonimo (Mussolini, B.) 1927], Ma il suo scritto più importante sulla politica demografica fu l’articolo Il numero come forza [Mussolini 1928], che aveva natura più 142

teorica e si richiamava esplicitamente alle concezioni di Oswald Spengler e alle tesi contenute in un saggio di Richard Korherr [1927-1928; 1928], un cattolico che sarebbe più tardi divenuto membro delle SS17. Korherr sosteneva che il declino della fecondità era legato alla caduta del sentimento religioso, a sua volta favorita dal fenomeno dell’urbanesimo, e proponeva come rimedio una profonda trasformazione spirituale guidata da un forte capo politico e da una forte Chiesa18. Mussolini aderiva senza riserve alle tesi spengleriane e vedeva in un’Italia capace di espandersi dal punto di vista demografico, oltre che politico, un fattore di rinascita dell’Europa in declino. Sottolineava con forza il carattere cruciale della questione demografica, che egli stesso ebbe poi ripetutamente a definire il problema dei problemi: Questa è la pietra più pura del paragone alla quale sarà saggiata la coscienza delle generazioni fasciste. Si tratta di vedere se l’anima dell’Italia fascista è o non è irreparabilmente impestata di edonismo, borghesismo, filisteismo. Il coefficiente di natalità non è soltanto l’indice della progrediente potenza della patria, non è soltanto, come dice Spengler, «l’unica arma del popolo italiano», ma è anche quello che distinguerà dagli altri popoli europei il popolo fascista, in quanto indicherà la sua vitalità e la sua volontà di tramandare questa vitalità nei secoli [Mussolini 1928].

La svolta esplicitamente razzista che ebbe luogo un decennio dopo avvenne in perfetta continuità con queste affermazioni. Si noti che la nuova civiltà fascista tendeva a porre al centro del suo pensiero e della sua azione il problema demografico e razziale, ma l’elemento fondamentale per la soluzione pratica di questo problema era la politica della famiglia. La famiglia, nel senso più tradizionale del termine, doveva diventare la cellula fondamentale della nazione. Essa doveva essere tuttavia intesa come una famiglia «fascistizzata». Il suo principale fine etico doveva essere 143

l’incremento numerico ed essa doveva fondarsi su una caratterizzazione molto tradizionale dei ruoli di genere: il maschio doveva essere dedito al lavoro e alla guerra e la donna alla procreazione e all’allevamento della prole. Nella contrapposizione fra urbanesimo e ruralismo il fascismo propendeva per il modello rurale, e considerava un compito pratico prioritario la redenzione delle terre inabitabili (come le paludi) mediante un processo di migrazione interna. Occorreva arrestare l’afflusso di popolazione verso le città, luoghi malsani in cui la natalità decresce o si annulla e i valori della famiglia si sgretolano. Un siffatto approccio basato sulla centralità della famiglia tradizionale costituiva una mano tesa nei confronti del mondo cattolico. Si noti che, due anni dopo, papa Pio XI nell’enciclica Casti connubii avrebbe difeso il matrimonio e la famiglia cristiana attaccando il malthusianesimo, l’aborto, il divorzio, l’eugenetica e la libertà sessuale. È indubbio che il tema della «fascistizzazione» della famiglia - che comportava un intervento totalitario e capillare sulla «cellula costitutiva» - poteva prefigurare futuri attriti. In effetti, questo intervento avrebbe riportato in primo piano anche la questione eugenetica, e non soltanto quella demografica. Di fatto, gli attriti vi furono. Ma, per il momento, la visione mussoliniana aveva il merito di aver rovesciato un diffuso atteggiamento critico nei confronti del mondo contadino in un’adesione completa al modello della famiglia rurale, offrendo così un terreno di conciliazione con i valori tradizionali della concezione cattolica della famiglia. Difatti, le espressioni di consenso da parte del mondo cattolico non si fecero attendere. Giovanni Cazzani, vescovo di Cremona, definì Mussolini il «pilota geniale che ha dato un colpo maestro alla vela» [Cazzani 1929] e il cardinale di Milano lesse una lettera pastorale che riprendeva i temi del «discorso 144

dell’Ascensione» [Tosi 1928]. La teorizzazione mussoliniana delle politiche demografiche e pronataliste rappresenta la prima espressione compiuta di una visione politica di tipo totalitario fascista, volta cioè a restaurare valori tradizionali con metodi rivoluzionari e definitivamente svincolata dai legami primitivi con il socialismo. Di qui il carattere apparentemente contraddittorio di questa politica della famiglia, intesa come famiglia tradizionale e fascistizzata al contempo, la quale, a partire dal 1927, diviene il caposaldo della politica fascista dell’espansione demografica e della difesa della razza. Da un lato, il fascismo esprime una visione decisamente «moderna» e in rottura con la tradizione intimistica e privatistica della società borghese e liberale. Nella sua scelta di intervenire sul ruolo della famiglia nella società, anche in forme capillari, attraverso un condizionamento stretto del suo ruolo sociale e una politica di aiuti e di sostegni molto sviluppata, il fascismo è antitradizionale e rivoluzionario. Ben diverso era l’atteggiamento delle democrazie liberali. Per esempio, in Inghilterra, dopo la guerra anglo-boera si sviluppò un dibattito circa le scarse qualità esibite dalle truppe britanniche, il quale condusse, nel 1904, a un’indagine sul deterioramento fisico della popolazione. Ma questa indagine e altri analoghi censimenti incontrarono accanite resistenze e non ebbero seguito, in quanto considerati lesivi del diritto primario alla difesa della sfera privata della famiglia e dell’individuo. D’altro lato, il fascismo propone una visione tradizionalista dei valori della famiglia: soltanto il maschio deve lavorare e la donna ha il ruolo quasi esclusivo di prolificare per la nazione, di prolificare bene e di allevare la prole. La donna diventa oggetto di estrema attenzione nella politica demografica fascista, ma al contempo il carattere 145

tradizionale e subordinato del suo ruolo viene accentuato in forme estreme, quasi istituzionalizzando e codificando come modello generale le caratteristiche storiche della famiglia contadina del passato19. Tuttavia, queste visioni si inscrivono in un contesto rivoluzionario che sopprime il libero gioco che la società borghese liberale lascia alla dinamica della famiglia e del singolo. In realtà la contraddizione è apparente e deriva, per lo più, dall’errata considerazione dei movimenti fascisti come movimenti «reazionari». Al contrario, come ha osservato François Furet, «non vi è ragione di escludere il fascismo dal privilegio o dalla maledizione dell’idea rivoluzionaria, con il pretesto che esso combatte sotto la bandiera della nazione o della razza» [Furet 1995, 47]. Le concezioni autenticamente reazionarie si erano bloccate di fronte a questo dilemma: Quale «Antico Regime» ristabilire, se quello di cui si vantavano le virtù aveva prodotto gli uomini e le idee del 1789? E come cancellare la rivoluzione senza rifare una rivoluzione? […] A queste impasses del pensiero politico controrivoluzionario, il fascismo fornisce una soluzione piantando la sua tenda sul campo della rivoluzione […] esso ha reinventato il suo mondo politico sulle due grandi figure complementari e antagoniste della cultura democratica, l’universale e il nazionale [ibidem].

Nel nostro caso, l’universale è l’idea dell’intervento generale e capillare dello stato in ogni aspetto della vita civile, anche privato, mentre il nazionale esprime la riscoperta, la valorizzazione e la conservazione dei valori tradizionali, senza affidarsi però alla buona volontà del singolo bensì alla volontà etica dello stato. In questo quadro, un’attenta analisi della politica del fascismo italiano mostra che la questione demografica e razziale - in forme e significati assai diversi da quelli hitleriani - è una grande questione centrale da cui dipendono quasi tutte le altre. Il 1927 è quindi un anno cruciale per il fascismo. Esso riesce finalmente a recidere i residui legami 146

sia con il socialismo sia con il liberalismo borghese e riesce a incardinare la propria concezione politica totalitaria e rivoluzionaria sul tema del nazionalismo razziale. A partire da quel momento questo tema diviene ossessivamente centrale nella mente di Mussolini. Tale ossessione era stimolata da un obiettivo che non lo abbandonò più, sino alla fine del regime: trasformare il popolo italiano, troppo imbelle, pacifico e bonario, in un popolo duro e sicuro di sé e dei propri destini, capace di imporre la propria volontà e il proprio futuro, in breve, per usare le sue stesse parole, in una «razza di padroni» [De Felice 1961, 299]. La questione demografica (e poi eugenetica) non è quindi un aspetto accessorio o marginale della concezione e della politica mussoliniane: ne è, al contrario, un aspetto centrale. E, come si è visto, essa prende quasi subito le sembianze di una politica della razza e non di un complesso di misure blande volte a un generico miglioramento demografico e medico-antropologico degli italiani. Difatti, questa politica si inscriveva nel disegno rivoluzionario e totalitario di cui abbiamo già detto e che conteneva una serie di ingredienti assai pericolosi: espansione territoriale, affermazione della superiorità della razza italiana, spirito di dominazione, carattere positivo della guerra, esaltazione della forza, disprezzo per i deboli, i malati e i «difettosi». È fuor di dubbio che questa politica non implicava all’inizio alcun elemento antisemita, e difatti essa fu persino propugnata da ebrei. Tuttavia ciò non significa nulla. Infatti, un conto è il modo in cui essa venne vissuta soggettivamente dalla maggioranza della popolazione italiana, un altro è ciò che essa significava e implicava oggettivamente, con le conseguenze potenziali cui avrebbe potuto condurre, e cui di fatto condusse. Lo stesso Mussolini, malgrado le sue non poche contraddizioni e 147

oscillazioni, fu per lungo tempo completamente lontano dall’idea di una qualsiasi politica razziale antisemita, anche se coltivò generici pregiudizi antiebraici. La questione è piuttosto se la scelta di quei «binari», e il determinarsi di una serie di convergenze successive, non rendevano probabile (anche se certamente non inevitabile) uno sbocco razzista in senso discriminatorio e persecutorio; quantomeno se non creavano un contesto favorevole al verificarsi di tale sbocco. Probabilmente, in quel momento e in quel contesto, tutto ciò poteva essere difficilmente compreso dai più, ma il compito dello storico non può arrestarsi alla descrizione delle condizioni psicologiche soggettive degli attori del periodo in esame. Del resto, il decennio successivo al 1927 mostra con chiarezza lo slittamento progressivo dalla prima fase demograficoeugenetica «blanda», a una seconda fase razziale più «dura», fino all’adozione dei provvedimenti legislativi sulla razza ebraica. Non è possibile tentare neppure una sintesi delle realizzazioni del regime fascista sul tema della popolazione20. Ci limiteremo a mettere in evidenza alcuni passaggi principali, riservandoci di ritornare in seguito su alcuni aspetti specifici. Una prima fase più «blanda» è racchiusa nel periodo che va dal 1927 al 1936, prima che prendesse corpo la trasformazione coloniale e imperiale del regime. In questo periodo, le scelte di Mussolini e i provvedimenti restrittivi sull’emigrazione danno subito dei frutti: a partire dal 1928, per l’effetto combinato di questi provvedimenti restrittivi e dei blocchi esterni, l’emigrazione declina rapidamente. L’eliminazione dell’emigrazione è un indubbio successo del regime, il quale non manca di sottolinearlo facendo «scomparire» ufficialmente il problema stesso: i bollettini statistici dedicati a questo fenomeno vengono 148

soppressi e delle statistiche del fenomeno migratorio non si parla più. Al contempo prende le mosse la nuova politica della migrazione interna, ovvero del trasferimento di masse ingenti di popolazione in zone disabitate e spesso insalubri: si trattava per lo più delle antiche paludi (in Maremma, nell’Agro Pontino, in certe zone della Sardegna e della Sicilia, del Ferrarese e del Tavoliere delle Puglie). Anche la realizzazione delle zone di bonifica rappresentò uno dei maggiori successi del regime. Importanti contingenti di popolazione provenienti soprattutto dal Nordest (Veneto, Friuli) vennero trasferiti in queste zone, dove si formarono agglomerati urbani di bassa densità e posti al centro di territori dediti all’agricoltura e divisi in piccoli fondi a gestione familiare. Uno dei territori in cui tale politica diede i suoi frutti più consistenti (ancor oggi visibili e riconoscibili dalle denominazioni venete o friulane delle località) fu l’Agro Pontino, in cui vennero creati i centri di Littoria (oggi Latina), Pomezia, Aprilia, Pontinia e Sabaudia. Anche in Sardegna vennero creati ex novo nuovi centri come Mussolinia (Arborea), Fertilia, Carbonia. La struttura agricola per piccoli fondi fu estesa alla Maremma grossetana. Per la realizzazione di questa politica di migrazione interna furono creati due organismi che lavorarono congiuntamente: il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione (Cmc) e il Comitato permanente per le migrazioni interne (Cpmi). La migrazione interna fu non soltanto un laboratorio dei tentativi del regime di sviluppare una politica demografica di crescita della natalità, ma anche un’occasione per applicare princìpi di retti e sani costumi della vita quotidiana e, più in generale, princìpi di eugenetica. Non a caso, Nicola Pende ebbe a parlare di queste colonie interne come di «vivai umani» da cui sarebbe sorta «una stirpe di italiani veramente selezionati e provati 149

per produttività lavorativa e fecondità» [Pende 1933, 241]. In effetti, molte di queste colonie, come Littoria, furono spesso in testa nelle statistiche dei tassi di natalità [Ipsen 1997, 162]. La transizione più marcata verso una nuova fase è rappresentata dal processo di colonizzazione africana. Tale processo di colonizzazione esterna era già iniziato in Libia nel 1928 (abbiamo ricordato lo slogan di Federzoni sulla «quarta sponda») e si intensificò man mano che le aree di migrazione interna venivano saturate. Il salto di qualità si ebbe con la conquista dell’Etiopia: qui la colonizzazione e il trasferimento di lavoratori presero le mosse già all’inizio della guerra di conquista, verso la fine del 1935 e divennero rapidamente molto consistenti. Il legame fra la colonizzazione delle zone occupate dell’Africa e le esigenze della politica di espansione demografica e razziale fu chiaramente enunciato da Mussolini in un discorso dell’agosto 1936 in cui ebbe a dire: «hanno diritto all’impero i popoli fecondi, quelli che hanno l’orgoglio e la volontà di propagare la loro razza sulla faccia della terra, i popoli virili nel senso più stretto della parola» [Mussolini 1951-1963, XXVIII, 29-30]. Tuttavia, la nuova forma di espansione demograficorazziale, condotta non fra italiani ma in un contesto estraneo in cui i coloni entravano a contatto con «razze» diverse, creò nuovi e difficili problemi. Il pericolo più grande era rappresentato dalla tendenza dei coloni a stabilire rapporti troppo promiscui con gli indigeni, forme eccessive di dimestichezza capaci di attenuare le distanze e la gerarchia della diversità, ma soprattutto a stabilire con essi rapporti sessuali o addirittura di convivenza, persino di tipo familiare. Come osserva De Felice, «la presenza in quelle terre di un gran numero di militari e di coloni fece sorgere in Mussolini l’esigenza di evitare, non solo 150

giuridicamente, ma anche con un’opportuna propaganda volta a conferire agli italiani una “coscienza di razza”, che potesse darsi - così come in altri imperi coloniali - un fenomeno di meticciato su larga scala» [De Felice 1961, 280]. Ricorda ancora De Felice che questa esigenza si fece in lui particolarmente viva dopo che cominciarono a venire dall’Aoi [Africa orientale italiana] con sempre più insistenza notizie circa il «contegno pessimo da parte dei nazionali civili e militari nei riguardi delle donne indigene» e circa l’«irresistihile fame sessuale dei nostri nazionali» e sulle gravi ripercussioni che ciò aveva sui rapporti con gli indigeni e sull’ordine pubblico. Ad un certo momento tali preoccupazioni divennero così gravi che Mussolini ordinò persino di controllare la posta dei coloni e dei militari in Aoi in modo da poter scoprire quali di essi si macchiassero di tali colpe contro la razza e arrivò al punto di fare fustigare e condannare a cinque anni in campo di concentramento tre donne italiane che avevano avuto rapporti con indigeni [ibidem, 280-281].

Di qui nasce il primo episodio di legislazione razziale. Nell’aprile del 1937 veniva promulgata una legge che vietava ai coloni italiani di stabilire «una relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Orientale Italiana», pena la detenzione da uno a cinque anni. Si noti che i rapporti sessuali non venivano proibiti, purché fossero di natura assolutamente occasionale e non si accompagnassero ad alcuna forma di convivenza stabile. Allo scopo era fatto divieto all’uomo di condividere in modo abituale il letto con la concubina nera, di consumare sistematicamente dei pasti con lei o di offrirle dei regali. Emblematico fu il caso di un colono accusato di aver stabilito un rapporto d’indole coniugale con un’indigena; egli riuscì a farsi scagionare dall’accusa dimostrando che le dimensioni del suo letto erano troppo ristrette per permettere a due persone di dormirvi insieme un’intera notte. Questi eventi dimostrano che la politica demograficorazziale del regime, entrando a contatto con una 151

popolazione (o «razza») diversa, non poteva non trasformarsi in una politica esplicitamente razzista e che l’adozione di provvedimenti legislativi razziali discriminatori (e persecutori) era un passo assolutamente inevitabile. Del resto, per sottolineare l’evidenza di questa affermazione senza dover spendere troppe parole, è sufficiente rifarsi alle affermazioni quanto mai chiare di Giuseppe Bottai: Era naturale e logico, era necessario che, dopo aver considerato l’aspetto quantitativo del problema e tracciato il piano della battaglia demografica, la politica del DUCE passasse ad impostare e a definire l’aspetto qualitativo dello stesso problema, ora che con la creazione dell’Impero la razza italiana è venuta in contatto con altre razze e deve perciò essere tutelata da ogni pericolosa contaminazione di sangue [Bottai 1938].

Questa transizione è stata rilevata anche da De Felice, il quale ha osservato che, assieme a molte altre cause che stavano cambiando l’atteggiamento di Mussolini nei confronti degli ebrei, «se ne deve aggiungere un’altra che sull’atteggiamento mussoliniano riguardo agli ebrei non incideva direttamente, ma che, indirettamente, pure aveva il suo peso: conquistata l’Etiopia la politica della “razza” entrò in una nuova fase, rispetto a quella sanitaria e demografica ed eugenetica di cui abbiamo parlato» [De Felice 1961, 280]. E, dopo aver illustrato la questione africana, egli conclude: «Il problema non aveva diretta ripercussione sulla politica ebraica, concorreva però a dare un’accentuazione più propriamente razzistica alla politica fascista della “razza”, accentuazione che questa prima d’allora non aveva avuto» [ibidem, 281]. Questa affermazione può essere accolta soltanto con riserva. È difatti innegabile che la svolta coloniale-imperiale determinò una visione più «dura» e radicale della questione razziale che andava al di là dell’approccio quantitativo e demografico-sanitario-eugenetico proprio del periodo precedente. Non è però corretto stabilire una sorta di 152

contrapposizione tra queste due fasi, come se fossero completamente prive di correlazioni. Del resto, lo stesso De Felice corresse la precedente interpretazione nella sua biografia di Mussolini, parlando di un filo logico coerente che collegava la svolta del 1937 con il periodo precedente, il quale era proprio rappresentato dalla questione demografica: «l’idea forza» della svolta razziale mussoliniana del ’37-’38 era di carattere demografico. Ed era pienamente coerente con quel filo logico che abbiamo visto sviluppare da Mussolini […] attraverso il discorso dell’Ascensione e la prefazione al libro di Korherr Regresso delle nascite, morte dei popoli e che ora - appena conclusa la guerra d’Etiopia - egli aveva ripreso a svolgere con una insistenza (tra il maggio ’36 e il gennaio ’38 scrisse per «Il popolo d’Italia» una quindicina di articoli e note, tutti anonimi, sulle vicende demografiche europee e in particolare italiane, francesi e inglesi e ispirò tutta una serie di interventi sugli stessi temi dei maggiori addetti alla «cultura popolare») che già di per sé dimostra l’importanza che egli attribuiva al problema [De Felice 1981, 292].

2. Demografia e statistica Esiste un evidente legame tra lo sviluppo della statistica della popolazione e il processo di costruzione di uno stato nazionale. Un’amministrazione efficiente dello stato ha una necessità assoluta di disporre di cifre precise circa la popolazione, la sua distribuzione territoriale, i tassi di nascita e mortalità e tanti altri dati quantitativi che è superfluo elencare. L’interesse per la statistica della popolazione è stato un elemento caratterizzante della formazione dello stato francese dal 1789 in poi [cfr. Desrosières 2000]. Non stupisce che anche in Italia vi sia stato un impetuoso sviluppo delle «scienze dell’amministrazione» a partire dal Risorgimento [cfr. Patriarca 1996; Favero 2001; 2002]. 153

Quando il regime fascista decise di abbandonare le politiche liberali rinunciatarie, che si erano adattate passivamente al fenomeno dell’emigrazione, per rivalutare la risorsa della popolazione come principale ricchezza della nazione, la statistica tornò al centro dell’attenzione. Protagonista di tale svolta, che dal 1927 in poi fece entrare a pieno titolo la demografia nella politica, fu Corrado Gini, una delle figure più illustri della scienza demografica italiana. Nel 1926 fu Mussolini in persona a presentare in parlamento una legge che istituiva l’Istat. A questo ente venne riconosciuto un ruolo assolutamente speciale reso manifesto dal fatto che esso operava alle dirette dipendenze della presidenza del Consiglio. Il ruolo già rilevante che la demografia aveva avuto in Italia fin dal periodo unitario, venne così accentuato al massimo, ma al contempo si posero le premesse per accrescere le difficoltà di carattere istituzionale che già avevano condotto a conflitti fra la Dirstat e i vari ministeri per il carattere eccessivamente autonomo della statistica. Corrado Gini si era già segnalato, pochi mesi prima della creazione dell’Istat, per aver svolto una relazione sulle questioni demografiche dinanzi al Gran Consiglio del Fascismo. Mussolini lo scelse come presidente del nuovo ente, gli attribuì ampi poteri e stabilì un rapporto diretto e continuo con lui. Il duce era ossessionato dalle statistiche e consultava in continuazione tabelle e dati. Questa sua ossessione contagiò tutto il paese: riviste e giornali erano invasi di cifre e tabelle. Più volte Mussolini ribadì che l’Istat era uno strumento fondamentale dell’azione del governo, e Gini teneva assiduamente al corrente il duce delle sue attività, facendogli visita due volte al mese. Questo rapporto speciale e diretto continuò per i sei anni in cui egli fu alla presidenza dell’Istituto (dal 1926 al 1932) e fu fonte di invidie e ostilità nei confronti dello 154

scienziato, anche a causa della speciale posizione istituzionale dell’ente, che, come si è già detto, dipendeva direttamente dalla presidenza del Consiglio e non dagli altri ministeri, generando in questo modo ambiguità e confusioni di competenze. Tale situazione difficile fu aggravata dal carattere autoritario, polemico e talora violento di Gini. Le cronache raccontano che egli trattava assai duramente i suoi sottoposti e manifestava comportamenti analoghi anche nei confronti dei colleghi, lasciandosi spesso andare a violente scenate, come sperimentò il demografo Livio Livi. Ma soprattutto Gini interpretava il suo rapporto diretto con il duce come garanzia di assoluta autonomia, per cui egli finì con il concepire l’Istat come una sorta di superministero fuori di qualsiasi controllo. Pretese addirittura di presentare leggi al parlamento senza la mediazione di alcun altro ministro. Ciò condusse a una serie interminabile di conflitti che culminarono, nel 1932, in uno scontro frontale con cinque ministeri (Interno, Affari esteri, Lavori pubblici, Economia nazionale e Finanze). La situazione divenne insostenibile anche per Mussolini, il quale non riusciva a contenere l’ira dei suoi ministri di fronte all’invadenza di Gini che, nella sua pretesa di agire come un superministro, entrò in conflitto persino con l’ufficio della presidenza del Consiglio. Il duce fu quindi costretto a imporgli di rassegnare le dimissioni e probabilmente ne avrebbe fatto a meno, perché stimava il presidente dell’Istat ed era in sintonia con lui, anche se - come vedremo - alcune propensioni pessimistiche dello scienziato erano imbarazzanti per il regime. In definitiva, anche se una maggiore moderazione avrebbe potuto consentire a Gini di conservare il suo posto, l’allontanamento dello scienziato rappresentò una forma di «normalizzazione» della demografia di stato. D’altra parte, Gini rimase fedele al regime sino alla fine e manifestò sempre idee fasciste 155

radicali. Quando l’Italia si avvicinò alla Germania e fu stretto il patto d’acciaio, egli esaltò la grande prospettiva di un nuovo ordine mondiale nazifascista. Per quanto attiene la tematica razziale, Gini non firmò il Manifesto degli scienziati razzisti e non si segnalò nella campagna razziale. Il Manifesto fu soprattutto una questione di eugenisti, biologi e antropologi. Difatti, la tematica razziale era ormai passata quasi completamente in mano al settore «biologico», anche se il documento venne firmato dal presidente dell’Istat Franco Savorgnan e la comunità dei demografi collaborò con la politica razzista del regime o, nel migliore dei casi, vi aderì senza fiatare. Le concezioni demografiche di Gini rivestono un particolare interesse per l’influsso che ebbero nel Ventennio sia pure in forme non sempre univoche. Esse, tuttavia, erano state formulate ben prima degli anni Venti e quindi dobbiamo fare un passo indietro. Gli statistici e i demografi italiani del periodo antecedente la prima guerra mondiale avevano un atteggiamento scettico, e talora ostile, nei confronti delle teorie neomalthusiane ed eugenetiche che avevano largo corso in Inghilterra, e ciò era forse dovuto all’assenza in Italia di forme di «panico demografico»: difatti, il rischio di un declino della natalità sembrava assai minore in Italia che non in Francia e in Inghilterra. Nel 1911 lo statistico Giorgio Mortara discusse la situazione francese e concluse che la riduzione della natalità in quel paese era conseguenza di un fenomeno tipico delle aree urbane e cioè della limitazione volontaria delle nascite indotta da ragioni sociali e culturali [Mortara 1911]. Secondo lui, era perfettamente inutile adottare provvedimenti legislativi volti a favorire la fecondità. L’unico modo di sviluppare un’efficace politica nazionale era convincere la popolazione del fatto che il mantenimento della crescita demografica era un dovere 156

collettivo. Mortara riprese questa tematica nel 1929 con accenti mutati, sui quali influiva palesemente il nuovo clima politico: egli insistette con vigore sull’importanza di operare attivamente per frenare la denatalità, e parlò di espansione della stirpe e della civiltà21. A ogni modo, nei primi anni del secolo il ricorso a pratiche eugenetiche per controllare razionalmente le nascite, che si trattasse di eugenetica positiva ma soprattutto di eugenetica negativa (o proibitiva), veniva considerato immorale e ripugnante dalla maggioranza degli studiosi italiani [cfr. Loria 1909]. Verso la fine dell’Ottocento ebbe particolare importanza, nell’indirizzo degli studi demografici in Italia, il contributo di Vilfredo Pareto. Ci riferiamo alla sua teoria della circolazione delle élite, che prese le mosse dall’osservazione secondo cui in ogni società esisterebbe una distribuzione gaussiana dell’abilità che non coincide con la distribuzione della ricchezza e del potere. Di conseguenza, negli strati inferiori a basso e medio reddito si verificherebbe una competizione intensa dalla quale, attraverso un processo di selezione naturale favorito dalla mortalità alta, emergerebbero gli elementi «superiori». Insomma, i ceti inferiori sarebbero il «crogiuolo ove si elaborano le future aristocrazie», la sorgente di «elementi che salgono nella regione superiore» [Pareto 1906, 273]. In questo modo verrebbe a formarsi una nuova élite che sostituisce gli elementi della vecchia élite, la cui decadenza è favorita dalla fecondità più bassa delle classi più elevate22. Questa teoria ebbe un influsso determinante sulla formazione di Gini, che fu allievo di Pareto e ne sviluppò le idee, pervenendo alla formulazione di una teoria ciclica della popolazione che lo rese famoso a livello internazionale e per la quale è ricordato nella storia degli studi statisticodemografici. Il primo mattone di questa teoria fu enunciato da Gini nel 1909, in connessione con la teoria paretiana 157

della circolazione delle élite [Gini 1909]. Il demografo asseriva che nella società esiste una fecondità differenziale che rappresenta un elemento positivo in quanto è un fattore di ricambio sociale: gli elementi migliori delle classi inferiori salgono lungo una corrente ascensionale ed entrano nelle classi più elevate. Secondo Gini, le classi elevate non rappresentano un elemento positivo nella dinamica demografica, a causa del loro minore accrescimento che, pur non conducendo necessariamente al deterioramento della razza umana, ne impedisce tuttavia una rapida evoluzione. Questa osservazione fu il punto di partenza per lo sviluppo della teoria ciclica della popolazione propriamente detta, che lo scienziato iniziò a formulare dal 1912 [Gini 1912] e sviluppò attraverso successivi perfezionamenti fino agli anni Quaranta23. Gini rigettava radicalmente il punto di vista malthusiano, in coerenza con la tendenza prevalente nella tradizione italiana, anche se di Malthus salvava l’idea che la ricerca popolazionista dovesse spostarsi dalla tematica economica a quella demografica. Inoltre rigettava ogni forma di riduzione della dinamica della popolazione a schemi razionalistici economici e politici e ogni approccio deterministico o matematizzante. Gini prendeva le mosse da un’analogia fra popolazioni e individui biologici, così efficacemente descritta dal demografo Paolo Fortunati: Come gli individui, le popolazioni nascono, crescono, maturano, si invecchiano e spesso scompaiono. Come le cellule somatiche nel corso della vita individuale, così le cellule germinali si estinguerebbero nel corso delle generazioni; come l’organismo individuale anche il gruppo demografico che è pure, nella sua complessa funzionalità demografica e nelle sue premesse strutturali biologico-demografiche, un organismo -segue una sua parabola di vita, indebolendosi dapprima l’istinto genetico, rendendosi infecondi i matrimoni [Fortunati 1939, 371].

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Pertanto, in assenza di influssi esterni, la popolazione sparirebbe come un qualsiasi organismo biologico: essa seguirebbe una parabola evolutiva verso l’estinzione. A questo punto interviene la fecondità differenziale tra i differenti gruppi sociali (ovvero il tasso differenziale di natalità), che diminuisce al crescere della ricchezza e della condizione sociale, anche se non dipende soltanto da questa ma anche da variazioni biologiche nella capacità riproduttiva dei singoli filoni demografici. Questa fecondità differenziale determina la corrente ascensionale di cui Gini aveva parlato alcuni anni prima e che aveva appreso dalla teoria di Pareto. La piramide sociale si rinnova attraverso il flusso che sale dal basso verso l’alto e svanisce attraverso il vertice. In conclusione, la «corrente ascensionale» paretiana interrompe l’andamento parabolico e genera un nuovo ciclo. Di qui l’andamento ciclico della popolazione: come entro un singolo gruppo demografico, così nello insieme dei popoli si manifesta, in funzione della riproduttività differenziale, un continuo flusso dai popoli giovani ai popoli vecchi […] una continua compenetrazione di razza entro razza, un improvviso risorgere di popoli che sembravano scomparsi [.ibidem, 372]. In sintesi: La teoria ciclica, così, specie nelle successive e più recenti elaborazioni del Gini, sbocca nella prospettiva - logicamente formulata e non meccanicamente, come negli autori della logistica - di cicli di vita: dell’innesto cioè, proprio nel significato e nella portata biologicodemografica della parola, di un ciclo di vita sul ciclo precedente; innesto provocato da fusioni e commistioni o nell’ambito di una stessa unità somatologica o anche di diverse unità somatologiche geneticamente compatibili, e risolventesi in un vero e proprio fenomeno di reviviscenza [ibidem].

Non vi sono dubbi circa il fatto che Gini aspirasse a fare delle sue teorie la base della politica demografica dello 159

stato. Tutti gli interventi menzionati in precedenza mostrano che tale aspirazione era viva prima dell’avvento del fascismo. Ma dopo la presa del potere da parte di Mussolini e soprattutto dopo la svolta che inizia a maturare nel 1923 e diviene definitiva ed esplicita nel 1927, e dopo l’ascesa al vertice dell’Istat, le aspirazioni di Gini sembrano tradursi in realtà. Del resto, egli espresse la sua identità di vedute con l’indirizzo politico del regime, nel 1927, subito dopo il «discorso dell’Ascensione» di Mussolini, quando sottolineò che la diminuzione della natalità rappresentava uno dei fenomeni più caratteristici e importanti della demografia della razza bianca e che la spiegazione delle sue cause costituiva il massimo problema della scienza della popolazione. Inutile dire che questa spiegazione (e le conseguenti misure riparatrici) potevano trovarsi soltanto nelle sue teorie. Tuttavia, la situazione non era così semplice. Vi erano alcuni aspetti della teoria di Gini che potevano accordarsi con l’ideologia demografica mussoliniana, e anzi è indubbio che Gini stesso aveva considerevolmente contribuito a formare questa ideologia e a stimolare la svolta del regime, in sinergia con l’influsso esercitato su Mussolini dalle tesi di Spengler e Korherr. Ma altri aspetti ponevano non pochi problemi. Difatti non fu facile tenere assieme tutte le implicazioni delle teorie di Gini con le scelte politiche del regime, e questa difficoltà contribuì alla sua emarginazione dalla gestione politica. Su un aspetto centrale esisteva una coerenza completa fra le teorie dello scienziato e la politica demografica totalitaria del regime: la teoria ciclica poteva essere considerata la dimostrazione «scientifica» del fatto che la popolazione dell’Italia «proletaria» era l’unica in Europa che era suscettibile di un processo di rinnovamento e di ripresa. Mentre gli altri popoli rappresentavano gli strati elevati e 160

«vecchi» dell’organismo demografico, il popolo italiano era l’elemento più «basso» e giovane, il fattore di rinnovamento capace di salire lungo la corrente ascensionale verso il vertice della piramide, di interrompere la parabola del declino e innestare un nuovo ciclo di sviluppo. Come ebbe a dire Gini nel 1931, la composizione razziale italiana forniva una giustificazione biologica alla convinzione che l’Italia rinnovata stava entrando in un nuovo grande e glorioso periodo storico. È evidente che la teoria ciclica di Gini poteva essere assunta come la teoria scientifica ufficiale del fascismo e come il fondamento teorico delle sue politiche di sviluppo demografico. In particolare, l’affermazione di Mussolini secondo cui la parabola delle nazioni è «una diretta proiezione del flusso demografico che ne forma la circolazione sanguigna» [Mussolini 1937] riflette in modo evidente le concezioni giniane. D’altra parte, la teoria di Gini conteneva un elemento pessimistico che era in contrasto con l’idea mussoliniana secondo cui il fascismo aveva di fronte a sé un’era storica di espansione e di dominio che Mussolini stesso stimava in almeno seicento anni. Come nascondere la conseguenza prevista dalle teorie di Gini, e cioè che prima o poi la spinta propulsiva si sarebbe esaurita determinando un declino della popolazione italiana? E questo declino era inevitabile, a meno che non intervenissero altre forme di rinnovamento e di rigenerazione biologica, che avrebbero comportato però contaminazioni razziali e fenomeni di meticciato. Come si poteva garantire che le «correnti ascensionali» determinassero una spinta propulsiva su un periodo tanto lungo? Questa delicata questione veniva evitata o taciuta, forse nella speranza che si prospettasse molto avanti nel tempo. Pertanto, la teoria giniana delle correnti ascensionali e del rinnovamento biologico poteva entrare in contrasto con l’idea della purezza razziale. Su questo aspetto, il punto 161

di vista di Gini conteneva un’evidente ambiguità che non mancò di riflettersi anche in una certa contraddittorietà delle sue prese di posizione. Così, nella prima presentazione della sua teoria, nell’ambito di una conferenza tenuta a Trieste nell’aprile del 1911, egli assunse una posizione apertamente razzista, chiedendo provocatoriamente come mai una razza più ricca, più intelligente e con un glorioso passato, come quella degli italiani di Trieste, non riuscisse a espandersi di fronte a una razza intellettualmente ed economicamente inferiore: Chissà quante volte voi, gentili Signore e Signori, vi sarete domandati come mai può darsi che una razza ricca di intelligenza, fornita di censo, nutrita di nobilissime tradizioni, animata da alti ideali, non riesca a espandersi degnamente e a trionfare di fronte a un’altra razza intellettualmente più limitata. Questo problema che così vivamente appassiona voi, Italiani di Trieste, e noi, Italiani del Regno, che con tanta simpatia vi seguiamo nella diuturna lotta contro la minacciosa invadenza degli Slavi, non è che un caso particolare del problema multiforme e complesso sulle cause dell’evoluzione delle Nazioni.

Un’affermazione come questa non era un incidente dovuto a uno scatto d’umore, visto che egli riprodusse il testo della conferenza in un libro pubblicato l’anno seguente [Gini 1912]. Essa destò scalpore, dato che, nella situazione politica e interetnica della Trieste ancora soggetta all’impero austroungarico, equivaleva più o meno al lancio di una bomba incendiaria. Tuttavia, lo stesso Gini, nel 1931, enunciò una tesi ben diversa, asserendo che l’elevato livello di fecondità nel Veneto era probabilmente dovuto alla mescolanza con il sangue slavo, che era considerato uno dei più fecondi dell’epoca [Gini 1931]. Questa affermazione gli costò l’accusa di antifascismo e suscitò una serie di polemiche che si spensero anche per l’intervento in suo favore dell’amico senatore Paolo Fortunati. L’ambiguità era però evidente ed era diretta conseguenza della teoria. In numerose altre occasioni - in particolare a un convegno 162

svoltosi a Uppsala nel 1941 - Gini se la cavò sostenendo che la mescolanza razziale doveva essere evitata dopo il primo periodo favorevole, isolando gli elementi estranei al fine di consentire un’evoluzione positiva. Si comprende che la dose di fatalismo insita nella teoria di Gini sembrava precludere la possibilità di un intervento utile sul piano legislativo. Non a caso lo scienziato ebbe a insistere sul fatto che la legislazione concernente la popolazione introdotta sotto l’impero di Augusto era stata inefficace. Tuttavia, malgrado le sue riserve circa l’utilità di una politica demografica in generale, Gini riaffermò più volte che, date le premesse favorevoli dell’evoluzione demografica e razziale italiana, l’adozione di misure legislative poteva avere successo al fine di stimolare e agevolare le naturali tendenze che conducevano, tramite le correnti ascensionali, al progresso della stirpe. Del resto, egli si impegnò spesso nella difesa dei provvedimenti legislativi del regime. Così fu quando mise in campo la propria autorità per confutare la tesi secondo cui l’incremento demografico avrebbe condotto a un incremento della disoccupazione, e spegnere in questo modo le «malcelate preoccupazioni» che si erano diffuse nonostante il «generale consenso» per la politica del regime [Gini 1929]. Va osservato che la teoria di Gini aveva un carattere marcatamente biologistico e quindi, malgrado la sua ripulsa delle teorie eugenetiche negative di origine anglosassone, era vicina a una concezione biologica delle razze più di quanto lo fosse quella di qualsiasi altro demografo o statistico italiano. Infatti egli attribuiva l’espansione o il declino demografico a un «istinto generico» o fertilità, ovvero alla capacità fisiologica di avere figli. Anche in questa concezione poteva ravvisarsi un elemento di determinismo biologico che non si conciliava bene né con il 163

soggettivismo caratteristico della visione fascista24, né con il punto di vista spiritualistico propugnato dal mondo cattolico e sostenuto con vigore da un genetista come Agostino Gemelli. Tuttavia, Gini e i suoi allievi si adoperarono in ogni modo per scagionare la teoria di ogni accusa di determinismo e meccanicismo e per respingere l’idea che l’evoluzione demografica potesse essere racchiusa entro schemi meccanicistici di tipo matematico. Fortunati, riferendosi alle teorie di Gini, sottolineava con forza che «nello spirito della più recente ricerca scientifica ogni concezione biologica non è necessariamente deterministica», propugnava un approccio soggettivistico e negava «che il fenomeno demografico della riproduttività possa essere trasportato e studiato dalla categoria degli atti istintivi a quella degli atti razionali» [Fortunati 1939, 373]. E così proseguiva: «Nel momento stesso in cui la riproduzione della specie divenisse effettivamente ed unicamente un atto razionale, la specie si annienterebbe. Ogni giustificazione razionale di una condotta demografica è il sintomo preciso di una decadenza demografica» [ibidem]. Abbiamo citato più volte Fortunati perché la sua sintesi delle teorie di Gini, formulata nel 1939 (un anno dopo la promulgazione delle leggi razziali), rappresenta bene l’atteggiamento dominante nella comunità dei demografi nei confronti di teorie che, dopo quasi trent’anni, erano ancora un punto di riferimento fondamentale. Fortunati esaltava Gini come il primo demografo italiano che portava in «tutte le ricerche scientifiche lo spirito dell’indagine quantitativa» [ibidem] e che aveva affermato l’originalità e il primato delle ricerche italiane in questo campo, secondo un punto di vista ben diverso da quello anglosassone, ispirato a un approccio deterministico. Gini, assieme ad altri demografi italiani come Livio Livi, aveva condotto indagini approfondite sugli 164

effetti della guerra sulla demografia e in questa «demografia di guerra» si manifestava uno degli aspetti più originali e fecondi della demografia italiana la quale, con i nuovi apporti della «demografia di famiglia» e della «demografia dell’individuo», sostanziava una corrente di «demografia sperimentale» che avrebbe trasformato «decisamente la vecchia demografia nella nuova “scienza della popolazione” con particolare riguardo alle premesse biologico-razziali delle manifestazioni demografiche» [ibidem, 390]. La corrente della demografia sperimentale sempre secondo Fortunati - s’imperniava sulle attività della Società italiana di statistica e demografia diretta da Livio Livi e del Comitato italiano per lo studio dei problemi della popolazione diretto da Gini (e da lui fondato nel 1934). Ma l’attività della prima non aveva, a giudizio di Fortunati, prodotto risultati significativi e non aveva un programma nettamente configurato, mentre quella del secondo era basata su un programma e su una «superiore concezione demografica […] promettente garanzia della genialità e vitalità del nuovo indirizzo scientifico italiano, che accresce, nel nome di Gini, il prestigio della scienza e della nostra Patria e che a questa conserva l’antico primato» [ibidem, 391]. Ce n’è abbastanza per rendersi conto dell’influenza che le teorie di Gini avevano conservato nel corso degli anni e dell’orientamento sempre più marcato verso le «premesse biologico-razziali» delle manifestazioni demografiche. Del resto, quest’ultima tendenza era in certo senso inevitabile. Nonostante la difficoltà di conciliare gli aspetti fatalistici e pessimistici della sua teoria con il soggettivismo fascista, Gini aveva sempre considerato fondamentale l’intervento diretto e le applicazioni pratiche: tutta la sua attività nell’ambito della politica del regime stava a testimoniarlo. Ma l’intervento pratico, se non si limitava alla 165

compilazione di statistiche e alla loro contemplazione passiva, doveva comportare l’adozione di scelte operative e legislative. Ora, dopo aver agito sulla leva del blocco dell’emigrazione, cosa restava da fare se non adottare provvedimenti eugenetici? Beninteso, quando si dice «eugenetica» si possono intendere molte cose: si può intendere l’eugenetica positiva - che include programmi di igiene fìsica, di assistenza prima e dopo il parto, di cura e «miglioramento» dell’infanzia, di determinazione delle migliori forme di alimentazione - oppure l’eugenetica negativa che comportava un intervento diretto sulle nascite, sui matrimoni, fino alla sterilizzazione degli individui «difettosi». Ogni intervento pratico doveva misurarsi con questa problematica. Non deve quindi stupire che l’interventismo del regime sul tema della popolazione e della razza dovesse finire nel campo dell’eugenetica e che la bandiera del tema razziale finisse nelle mani dei cultori di eugenetica - medici, antropologi, genetisti, biologi - anche se la demografia conservò un ruolo importante, come testimonia la presenza del presidente dell’Istat Savorgnan tra i firmatari del Manifesto degli scienziati razzisti del 1938. La prima fase «quantitativa» poteva contare soprattutto sul ricorso alla demografia o a blande misure di igiene e di corretta alimentazione. La seconda fase, quella «qualitativa», comportava il protagonismo dell’eugenetica. Altro discorso è a quale tipo di eugenetica si decidesse di ricorrere e, come abbiamo accennato, in Italia l’indirizzo eugenetico negativo fu sempre minoritario, anche per l’influenza del mondo cattolico. Abbiamo già visto che Gini nutriva da tempo interessi per l’eugenetica: ne abbiamo parlato in relazione al suo intervento del 1921 sulle conseguenze della guerra [Gini 1921]. Di particolare interesse è un scritto del 1932 in cui lo scienziato presentava i risultati di una ricerca promossa 166

dall’Istat volta a tracciare un’immagine statistica delle famiglie numerose. Nel descrivere i risultati della ricerca, Gini informava che era stata predisposta, oltre alla consueta scheda demografica, una «scheda antropometrica o costituzionalista, destinata a raccogliere dati qualitativi e quantitativi sulla costituzione somatica dei genitori di tali famiglie» [Gini 1932, 9]25. Tale riferimento è particolarmente interessante, in quanto l’idea di introdurre e fare un uso sistematico di una siffatta scheda era il cavallo di battaglia della cosiddetta «scuola di medicina costituzionalista», capitanata da Nicola Pende, che l’aveva denominata scheda «biotipologica». Vedremo che l’iniziativa di Gini si intersecò con le attività di Pende e con analoghe iniziative promosse da antropologi (come Sergio Sergi, figlio di Giuseppe) e fisiologi (come Sabato Visco), tutte concentrate sul «vivaio umano» della bonifica pontina. Pertanto attorno all’idea delle «schede» vi fu un gran fervore di iniziative che non mancò di provocare competizioni e gelosie. Gli interessi di Gini per l’eugenetica sono quindi evidenti e testimoniati non soltanto dal ricorrere di questi temi fin dai suoi primi scritti, ma anche dal fatto che nel 1934 egli assunse la carica di presidente della Società italiana per gli studi di genetica ed eugenetica (fondata nel 1919). Tuttavia, la sua propensione ad attribuire un primato alla demografia nella questione della popolazione si espresse più volte nell’affermazione secondo la quale l’unico modo di conseguire un miglioramento qualitativo della popolazione era la crescita demografica quantitativa. Le sue inclinazioni «fatalistiche» riemergevano nella convinzione dichiarata che i progressi eugenetici richiedessero tempi troppo lunghi per condurre a risultati utili sul piano pratico immediato. E anche qui possiamo scorgere una delle ragioni della progressiva emarginazione di Gini dalla politica attiva, 167

anche se va ribadito che la sua fedeltà al regime restò intatta. Inoltre, malgrado queste contraddizioni, a noi ormai chiare, egli non mancò di operare direttamente sul terreno dell’eugenetica, probabilmente rendendosi conto del fatto che tale terreno sembrava essere l’unico su cui potevano essere formulate politiche popolazioniste coerenti con gli ideali del regime. Prima di passare al tema dell’eugenetica, resta da dire qualcosa circa la collocazione delle teorie di Gini nel contesto della demografia italiana, anche se un’analisi storica di quest’ultima esorbita dalle finalità del presente lavoro. Sotto quest’ultimo profilo, l’opera di Gini non rappresenta l’unico e indiscusso contributo italiano alla demografia e neppure il più importante. Anzi, possiamo dire che l’opera di Giorgio Mortara (emigrato in Brasile dopo le leggi razziali del 1938) è forse più interessante di quella di Gini. Tuttavia, Mortara non può essere inserito nel filone della tematica demografico-razziale. Abbiamo visto che nel 1929, sotto l’evidente influsso del clima politico generale, egli dichiarò che era compito di «un popolo che agogna di espandere la propria stirpe e la propria civiltà» frenare la diminuzione della natalità, e accelerare la diminuzione della mortalità. Ma, nell’anno successivo, egli precisò e limitò il senso di tale affermazione osservando che l’unico modo di combattere la diminuzione della natalità era promuovere un’«azione spirituale». Sul piano economico, egli si limitò a proporre di «far concorrere l’assicurazione sulla vita, trasformata in assicurazione sociale, all’attuazione di una politica demografica diretta a rendere l’Italia più popolosa e più sentita nel mondo», dicendosi consapevole, nel fare questa proposta, «delle punture, che non mi verranno certo risparmiate, di qualche strale intinto di scetticismo e di ironia» [Mortara 1931]. 168

Sul piano teorico, Mortara non condivise le teorie di Gini e non mancò di criticarle. Nel dibattito sulle cause della denatalità verificatasi dopo la prima guerra mondiale, egli avanzò la tesi che esse andassero ascritte alla limitazione volontaria delle nascite e al declino della mortalità che si era verificato già da molto tempo. Tale tesi fu controbattuta dal funzionario dell’Istat Stefano Somogyi, che tuttavia non era d’accordo neppure con Gini [Somogyi 1934]. Le critiche più esplicite alla teoria di Gini furono quelle formulate da Guglielmo Tagliacarne già nel 1928 [Tagliacarne 1928] e, più tardi e ripetutamente, da Felice Vinci [1939]. Questi rifiutava l’approccio consistente nel ridurre tutto il fenomeno del declino demografico a fattori biologici e aderiva alla visione di Mortara, che poneva l’accento sui fattori di scelta volontaria. Anche Livio Livi prese le distanze dalle tesi di Gini - con cui aveva avuto contese di natura pratica nell’ambito delle attività dell’Istat -, preferendo un approccio sociale al problema demografico e sollevando anche critiche e diffidenze negli ambienti fascisti. Ciononostante, egli non può essere considerato un vero e proprio avversario dell’approccio giniano. Anzi, finì con l’allinearsi a Gini su un punto fondamentale, fornendo così un’ulteriore prova del primato scientifico che questi deteneva nella demografia ufficiale. Nel criticare la scuola anglosassone e la sua teoria eugenetica secondo cui la fecondità doveva essere «razionalizzata», ovvero controllata con provvedimenti sia positivi sia negativi, Livi sosteneva che «alla scuola della razionalizzazione delle nascite la scuola italiana risponde affermando che la miglior garanzia per la qualità della popolazione è data proprio dalla attività genetica delle classi più sane, e quelle su cui si innestano le generazioni future» [Livi 1932, 413]. Veniva così ribadito il motivo per cui la scuola demografica italiana nel suo complesso ambiva a presentarsi 169

anche nel campo dell’eugenetica come una scuola autonoma e originale, anche se le forme di tale originalità erano rese nebulose dall’oscillazione fra tendenze spiritualistiche, volontaristiche e biologistiche, approccio sociale e approccio economico. 3. Dalla demografia all’eugenetica Quanto precede ha messo chiaramente in luce come il rigetto dominante del principio della «razionalizzazione» della fecondità rendesse l’ambiente scientifico italiano poco disponibile ad accettare la tematica dell’eugenetica. Un fattore tutt’altro che secondario, in questa resistenza, fu rappresentato dal mondo cattolico, le cui posizioni trovarono l’espressione più autorevole in Agostino Gemelli, il quale attaccò anche il programma eugenetico nazista per ragioni scientifiche, morali e religiose. Anche negli ambienti medici, che pure dovevano essere più aperti alle tematiche eugenetiche, si manifestarono opposizioni esplicite. Come abbiamo visto nel caso di Ettore Levi, fu un certo scientismo - spesso coniugato con posizioni di matrice socialista - a rendere accettabile a taluni l’idea di una gestione «razionale» della popolazione e persino di forme di eugenetica negativa. Nella misura in cui gli inizi del fascismo erano ancora influenzati dalla formazione socialista mussoliniana, chi aderiva a quelle posizioni credette di poterne vedere la realizzazione da parte del nuovo regime. L’illusione si dissipò quando ci si rese conto che l’idea «razionalizzatrice» si inscriveva sempre più chiaramente in una politica che mirava più al primato della razza italica sulle altre razze che non al miglioramento generale della «razza umana». Si può così spiegare l’atteggiamento di alcuni biologi 170

come Paolo Enriques e Carlo Foà, entrambi ebrei. Il primo era fratello del celebre matematico Federigo e il secondo era figlio del noto anatomopatologo senatore Pio Foà. Come ha ricordato Claudia Mantovani [2004], nel 1921 Enriques si pronunciò a favore di una limitazione dei diritti individuali pur di evitare la produzione di soggetti difettosi26, e ribadì questo punto di vista nel 192427. Ma nel 1931 la sua posizione appare mutata: egli tenta di interpretare la politica del regime come necessariamente orientata al rifiuto dell’eugenetica, quantomeno di quella negativa. Non a caso egli si richiama alle radici socialiste del regime, asserendo che l’ideale di «fratellanza umana» del socialismo non è necessariamente vincolato a un’altra serie di errori, come l’abolizione della proprietà individuale, «e perciò può venire ereditato dal regime fascista, che già altri ragionevoli ideali del socialismo ha ereditato, perfezionato, regolamentizzato, statizzato e messo in opera» [Enriques 1931, 38]. Anche Carlo Foà, ispirato, come Enriques, da uno scientismo razionalista, propende all’inizio verso l’accettazione dell’eugenetica negativa e si pronuncia persino a favore della sterilizzazione - sia pur volontaria - dei soggetti «difettosi». Ma nel 1931 egli esibisce un atteggiamento del tutto analogo a quello di Enriques. L’adesione sviscerata alle politiche demografiche del regime28 serve da salvacondotto per interpretare tali politiche come un rigetto dell’eugenetica negativa: Di fronte al bivio che in ogni nazione si presenta fra la soluzione quantitativa e la soluzione strettamente qualitativa del problema demografico, l’Italia fascista ha scelto decisamente la prima, guidata dalla persuasione che numero è forza [Foà 1931, 427].

Pertanto, quando Enriques e Foà scorgono i rischi e gli approdi dell’approccio qualitativo, ne prendono le 171

distanze, modificando la loro posizione, a differenza di Ettore Levi che mantiene una posizione coerente. Se si fosse accettata da tempo l’eugenetica negativa, osserva Foà, l’umanità si sarebbe privata di figure come Napoleone o Leopardi, che erano chiaramente discendenti da famiglie tarate. Ma Foà tenta persino di mettere un freno all’adozione di provvedimenti di eugenetica positiva, asserendo che i tempi non sono maturi per le applicazioni pratiche di un’eugenetica basata esclusivamente sull’redità. Per sostenere questa tesi invoca l’autorità di Gini. Del resto, quest’ultimo avrebbe mostrato la sua sensibilità politico-culturale escogitando una terza via squisitamente nazionale e originale, rispetto all’eugenetica positiva e negativa, coniando la formula dell’eugenica rinnovatrice [Gini 1936], Una simile formula, per quanto vaga, poteva soddisfare chi era alla ricerca di cause diverse da quelle strettamente biologiche per studiare le ragioni del declino demografico e proporre soluzioni. Tale era il caso di padre Agostino Gemelli, che propendeva per il fattore della decadenza morale aggravata da difficoltà economiche e proponeva di attribuire alle donne un salario familiare in modo che non lavorassero e si occupassero soltanto di procreare. Oppure dell’esponente dell’Onmi Giuseppe Grossi, che metteva sotto accusa il fattore dell’«omossessualità sociale» (ovvero l’uguaglianza sessuale e la «mascolinizzazione» delle donne) e giungeva a conclusioni simili a quelle di Gemelli [Grossi 1935]. Il punto cruciale che occorre tenere presente in tale questione, anche per quel che segue, è che l’eugenetica negativa ebbe sempre un ruolo marginale nell’ideologia fascista e non fu mai applicata, così come il razzismo biologistico di stile nazista ebbe un ruolo non marginale ma certamente minoritario. È il fatto di non aver tenuto conto di questi due aspetti che ha dato luogo - e continua a dare 172

luogo - a confusioni interpretative e ha suscitato diatribe senza senso, come quella se Ettore Levi sia stato più o meno «razzista» di Paolo Enriques e Carlo Foà, e altri confronti strampalati di cui parleremo. Enriques, Foà e Levi venivano tutti - sia pure con evidenti differenze - da una posizione di scientismo razionalista prossima a posizioni socialiste e giustificavano in nome di questo ideale di razionalità la gestione della popolazione «umana» con i metodi dell’eugenetica negativa. Tutti sperarono che il fascismo avrebbe adottato questa linea di condotta (talora confidando nella matrice socialista del regime) e manifestarono di conseguenza la loro adesione, più o meno sincera, al fascismo. Poi, quando la scelta del regime si orientò verso un approccio quantitativo tendente a favorire l’incremento demografico, Levi prese le distanze mantenendo ferme le sue posizioni che, non a caso, sarebbero state accusate di neomalthusianesimo; e i suoi colleghi cambiarono nettamente posizione sconfessando l’eugenetica negativa nei confronti della quale avevano nutrito simpatie e addirittura invocarono le origini socialiste del fascismo per valorizzarne la matrice umanistica. Si trattava di un’adesione servile o di una scelta convinta in quanto si erano resi conto degli approdi potenzialmente pericolosi dell’eugenetica negativa? E difficile a dirsi e forse è anche privo d’interesse chiederselo. Quel che è certo è che l’eugenetica negativa era la più coerente con una visione razziale radicale, come quella nazista. È altrettanto certo che quando anche il fascismo passò a una fase «qualitativa», essa assunse caratteristiche molto particolari che non incorporarono mai quel tipo di visione e di pratiche. In definitiva, per vedere affiorare le implicazioni razziste dell’eugenetica negativa occorrerà attendere il 1938 e le pagine de «La difesa della razza» in cui le foto dei degenerati fisici e dei tarati da eliminare figurano accanto 173

alle immagini degli ebrei e dei «negri». Si trattò sempre e comunque di una corrente minoritaria del razzismo fascista. Avremo modo di identificare con esattezza i sostenitori di un razzismo biologistico «puro» e i fautori dell’eliminazione dei tarati. E vedremo che la corrente più consistente fu quella di chi dapprima si allineò con la posizione quantitativa e poi, nel passaggio alla fase qualitativa, propugnò una miscela di razzismo «spiritualistico-romano» e di provvedimenti di eugenetica positiva. Furono certamente posizioni più moderate, adottate per lo più da persone che avevano il polso delle tendenze profonde del regime. Anche quando il progetto di miglioramento degli individui mirava alla loro costituzione biologica esso non si presentava come una posizione biologistica «pura». Ciò appare chiaro se esaminiamo quella che può essere considerata la scuola più importante di eugenetica positiva di tipo biologistico, ovvero la scuola di medicina costituzionalista il cui massimo rappresentante fu il patologo Nicola Pende. Essa può essere considerata una versione italiana dell’eugenetica, in certo senso ispirata a una visione coerente con l’idea di Gini dell’eugenica rinnovatrice, anche se man mano declinò verso posizioni razziste sempre più marcate. Dicevamo che Nicola Pende ne fu senza dubbio l’esponente più importante, ma non pochi altri scienziati vi aderirono, e fra essi va ricordato lo statistico Marcello Boldrini. Secondo Pende, la nascita e la crescita dell’individuo potevano essere sottoposte a un controllo «ortogenetico» tale da produrre individui sani e socialmente utili e così migliorare la razza. Pende aveva sviluppato le sue teorie fin dagli anni Venti e fin dall’inizio le aveva strettamente collegate a un programma di intervento pratico che consisteva nel registrare gli individui mediante una scheda «biotipologica» da lui stesso inventata e a più riprese 174

perfezionata, e nel sottoporli al controllo di una rete di istituti o cliniche ortogenetiche di cui creò un prototipo nel 1926 presso l’Università di Genova [Pende 1923]. Le attività di Pende attirarono l’attenzione di Mussolini, che scrisse al clinico e stabilì con lui un rapporto sempre più stretto. Nel 1929, avendo inteso parlare di una conferenza di Pende su Le radici del male dell’iponatalità, il duce gli inviò un telegramma chiedendo di pubblicarne il testo sulla sua rivista «Gerarchia»29. Nel 1935 Pende si rivolse a Mussolini al fine di ottenere un trasferimento all’Università di Roma, poiché nella capitale egli riteneva di poter meglio esplicare la sua attività di «clinico fascista», e il duce lo accontentò30. Pende divenne uno scienziato ufficiale del regime ed ebbe ogni sorta di riconoscimenti e onori, fino alla carica di rettore dell’Accademia della gioventù italiana del littorio. Come vedremo, le sue concezioni, pur attraverso una serie di conflitti e contrasti, furono una delle colonne teoriche portanti della politica razziale del regime. Un’esposizione organica della visione di Pende si trova nei numerosi articoli e libri da lui pubblicati [cfr. Pende 1933; 1938a; 1939b]. Ai nostri scopi, è forse più illuminante seguire la sintesi da lui datane in un intervento del 1933 al Congresso annuale della Sips, dove egli stabilisce chiaramente e brevemente le connessioni fra le sue concezioni teoriche e le misure pratiche da adottare. Pende definisce la biotipologia umana (o biologia umana individuale) come la scienza unitaria delle scienze biologiche, che tutte le sintetizza e le applica, perché investe il problema della personalità umana. Essa è la scienza dell’uomo individuo, cioè della realtà umana morfologicodinamica concreta, mentre l’uomo-specie «è pura astrazione del pensiero scientifico» [Pende 1934, 173]. Questa scienza unitaria nasce con la tipologia umana morfologica di Achille De Giovanni, cultore dell’antropometria - da lui considerata 175

una scienza di precisione prossima al metodo matematico - e fautore del principio secondo cui a una data morfologia esterna corrisponde una data morfologia interna. Essa poi si sviluppa con la morfologia costituzionale di Giacinto Viola (allievo di De Giovanni), basata su un metodo di classificazione tipologica delle individualità umane. L’impostazione materialistica e l’ispirazione lamarckiana di questa scuola è certamente all’origine del biologismo che pervade, almeno nella prima fase, le concezioni di Pende, il quale ne descrive così la genesi: Fin dal 1912, io applicai per il primo i miei studi endocrinologici alla tipologia umana del De Giovanni e del Viola, dimostrai quale costellazione ormonale e neurovegetativa fosse a base dei tipi costituzionali fondamentali, che il Viola aveva distinti, i longilinei e i brevilinei, e segnai fin da quell’epoca i rapporti causali, fino allora quasi enigmatici, fra tipi di forma e tipi di atteggiamento dinamico e psichico individuale, rapporti chiaramente spiegati, come oggi possiamo ben dimostrare, dal peculiare funzionamento, in ogni singolo individuo, per ragioni ereditarie e condizionali al tempo stesso, del sistema neurormonico-elettrolitico, regolatore al tempo stesso dello sviluppo e dell’equilibrio delle forme e delle funzioni, dell’equilibrio così del corpo come della psiche, e regolatore dei rapporti indissolubili che esistono tra soma e psiche. Nacque così l’endocrinologia costituzionale o individuale [ibidem, 175].

La nuova «biologia umorale» così introdotta studia gli individui sotto i quattro aspetti che generano la personalità individuale completa o biotipo: l’aspetto morfologico, l’aspetto umorale-dinamico, l’aspetto morale, l’aspetto intellettivo. «Sono questi - osserva Pende - i quattro lati indissolubili della figura umana, che io paragono alle quattro facce di una piramide quadrangolare, che sorgono sulla base racchiudente il patrimonio ereditario dell’individuo, con le immancabili modificazioni apportate dall’ambiente durante l’ontogenesi dell’essere» [ibidem, 176]. Gli studi costituzionalistici precedenti erano invece orientati in senso unilaterale, ovvero morfologico o psicologico. Ciò conduce Pende a distinguere quattro 176

biotipi fondamentali: il longilineo stenico, il longilineo astenico, il brevilineo stenico, il brevilineo astenico31. Nel seguito del suo intervento egli passa a descrivere le applicazioni della biotipologia che divide in quattro aspetti. Il primo è rappresentato dalla riforma della medicina clinica, che deve abbandonare ogni approccio riduzionistico e partire invece dal «principio unitario correlazionistico dell’uomo malato». Il secondo aspetto è dato dalla medicina preventiva e ortogenetica e dall’igiene individuale. Per realizzare questa branca occorre ideare una «cartella biotipologica per una razionale ortogenesi dell’individuo» e quindi utilizzarla per ottenere una schedatura capillare della popolazione. Il terzo aspetto è dato dalla biologia e dalla bonifica delle razze. Questo campo di attività era stato da poco tempo promosso - ricorda Pende nell’Istituto biotipologico-ortogenetico di Genova. Nel popolo italiano - a suo dire - esistono diverse razze, tuttavia riconoscibili, sulle quali è possibile effettuare una igiene diversa mediante lo studio biotipologico, per bonificare e ottimizzare le varie stirpi. Si noti l’ammissione da parte di Pende dell’esistenza di diverse stirpi, ceppi o razze nel popolo italiano, anche se egli non è favorevole alla loro amalgama, e a incroci che si rivelerebbero inutili, mentre sostiene che occorre valorizzare queste differenti razze mantenendole separate: Anziché fautore di incroci fra queste varie stirpi, il che non darà mai, come oggi è ben dimostrato, un tipo razziale nuovo omogeneo, ma creerà ibridismi nuovi, che secondo i miei studi, sono, dal lato dinamico, meno produttivi dei tipi puri, io sostengo il principio che occorre conservare a ciascuna delle nostre stirpi, una volta studiate con il metodo biotipologico, il suo patrimonio biologico e psicologico, per perfezionarlo, valorizzarlo, armonizzarlo nell’interesse della nazione unitaria [ibidem, 180].

Occorre piuttosto perseguire l’obiettivo del «miglioramento e utilizzazione dei valori spirituali, così 177

diversi da stirpe a stirpe». Questo aspetto del pensiero di Pende - e cioè l’esigenza di mantenere separate le razze non era generalmente condiviso dai costituzionalisti. Altri, come Boldrini, ne sostenevano l’inconsistenza32. Il quarto campo di applicazione della biotipologia è dato dalla sociologia e dalla politica. La medicina e l’igiene debbono diventare medicina nazionale e igiene nazionale. Il 4 è chiaramente il numero magico di Pende: I quattro grandi problemi che agitano la nostra mente e il grande cuore del nostro Duce, per creare una più grande patria, cioè il problema del fanciullo, il problema della donna, il problema della razza, il problema del lavoratore, non possono prescindere dalla conoscenza, più approfondita che è possibile, dei bisogni individuali di questi 4 pilastri della biologia nazionale [ibidem, 181].

E Pende così concludeva, lanciando una stoccata alle teorie eugenetiche e razziali della Germania nazista e affermando - come avrebbe fatto sempre nel seguito - la specificità e l’originalità della soluzione biotipologica italiana al problema razziale: Nessun uomo di Stato, antico e moderno (basti considerare i recenti errori che commettono condottieri di popoli a noi vicini, riguardo al problema delle razze) ha compreso meglio del nostro Duce il valore di quella che io chiamo biologia politica, per l’avvenire della nazione. In questo momento, il mio pensiero rispettoso si rivolge a Lui, che lontano dalle astrazioni e dalla metafisica dei politici illuministici dell’Ottocento e del primo Novecento, si fonda sui sani princìpi naturalistici per tessere un abito fisico, morale ed intellettuale nuovo, per una nuova grande Patria [ibidem].

Poco prima della promulgazione delle leggi razziali del 1938, Pende ritornerà sugli stessi temi e nella stessa sede. I suoi accenti appaiono un poco mutati e risentono in modo evidente della svolta totalitaria e razziale del regime. È significativo il fatto che egli insista sui nuovi problemi che deve porsi l’ortogenetica di fronte alla nuova fase «qualitativa»: 178

La moderna politica razionale e sociologica, che come io da tempo vado sostenendo non può essere più fondata su basi metafisiche o mistiche od idealistiche, ma sulle basi realistiche della biologia o della biopsicologia umana, deve riconoscere che il problema centrale di ogni Stato che, al pari del nostro, miri all’organizzazione ideale, è il problema della qualità dei cittadini che lo compongono [Pende 1938c, 283-284].

Inoltre, per quanto riguarda gli interventi pratici, egli sottolinea con forza l’utilità della schedatura biotipologica con accenti sempre più ispirati al principio del controllo totalitario: Vuol dire la scheda che registra periodicamente, mercè le visite dell’individuo fatte con i metodi della Biotipologia umana o scienza dell’individualità umana unitaria psicofisica, tutte le caratteristiche somatiche e psichiche, buone e cattive del soggetto, e le sue tendenze ereditarie, e la sua particolare maniera di reagire e di adattarsi all’ambiente cosmico ed all’ambiente sociale e la sua produttività ed i suoi valori, che io classifico in: resistenza vitale generale, attitudini specifiche al lavoro manuale od intellettuale, attitudini specifiche nell’ambito muscolare in genere, valore economico, valore riproduttivo per la specie, valore sociale. E dunque la scheda della personalità completa in azione nell’ambiente sociale e cosmico: è la rivelazione, per quanto è possibile con i modernissimi mezzi di questa scienza biotipologica, del tipo speciale della fabbrica umana e del tipo speciale di rendimento del motore umano fisico-psichico, che ogni individuo rappresenta [ibidem, 284-285].

Occorre individualizzare l’igiene infantile, orientare ogni soggetto verso la vita lavorativa più adeguata per lui e per la nazione, preparare igienicamente le future madri, selezionare i lavoratori e le forze armate, mettendo da parte i «mediocri nel corpo e nello spirito». La schedatura biotipologica potrà divenire «registro indispensabile per lo Stato Fascista, perché esso possa in ogni momento conoscere lo stato del bilancio della sua più grande e solida ricchezza, il capitale umano nazionale» [ibidem, 286]. La «cartella biotipologica ortogenetica individuale» veniva descritta nei seguenti termini che ne sottolineavano la lugubre funzione politica di strumento volto a schedare e controllare capillarmente i cittadini nel contesto di una 179

visione totalitaria dello stato: La cartella deve contenere l’accertamento completo della personalità psico-fisica normale e sub-morbosa o pre-morbosa, cioè il documento personale del biotipo individuale a scopo di ortogenesi. Tale cartella deve diventare il fondamento dell’allevamento nazionale dell’infante, del fanciullo, dell’adolescente fino all’età adulta; sarà insomma il vero serio documento individuale di identificazione, di salute e di valutazione di un cittadino che, come il cittadino del Regime Fascista, deve essere veramente una cellula produttiva ingranata armonicamente e consensualmente nel complesso cellulare unitario dello Stato Mussoliniano [Pende 1938b, LII].

Il programma di schedatura di Pende non conobbe le realizzazioni che il suo autore auspicava. Anzi, esso suscitò persino resistenze. Tuttavia, esperimenti di schedatura vennero fatti e, nel 1938, il governo istituì un Istituto per la bonifica umana e l’ortogenesi della razza che fu poi inquadrato nell’Esposizione universale di Roma del 1942 (E42): ne parleremo più dettagliatamente in seguito. Il punto di vista di Pende suscitò obiezioni, soprattutto negli ambienti che non apprezzavano l’approccio materialistico. Così, nel 1929 Agostino Gemelli sferrò un violento attacco contro le scuole costituzionaliste, sia quella di Tubinga di Ernst Kretschner e Paul Hoffmann, sia quella italiana di De Giovanni, Viola e Pende [Gemelli 1930]. Il tema trattato da Gemelli era di natura teorica e riguardava i fondamenti della «caratterologia». Nel criticare la tendenza alla classificazione dei caratteri in tipi e quindi a irrigidirsi in schemi incapaci di cogliere il dinamismo della vita psichica, Gemelli si chiedeva se non fosse necessario mettere da parte tutte le teorie costituzionaliste sopra menzionate. E la sua risposta era che, anche se queste scuole avevano «messo in luce le relazioni fra i tipi somatici e i tipi psichici con una sicurezza sin qui ignorata», «dal punto di vista della conoscenza della natura e della genesi del carattere […] questi lavori […] non hanno fatto fare alcun progresso 180

reale» [ibidem, 177]. «Compito della caratteriologia proseguiva Gemelli - è lo studio della genesi del carattere e delle sue leggi. Dico genesi e genesi individuale», perché il carattere umano è qualcosa di plastico e di variabile. Questa scienza può ben avvalersi della «constatazione della esistenza di correlazioni somatico-psichiche assai più facili a rilevare dei sintomi psichici» [ibidem, 181], ma il suo compito è ben altrimenti complesso, e per procedere validamente essa deve sostituire all’approccio causale, tipico delle scuole costituzionaliste, l’approccio finalistico, cogliendo la vita psichica nella sua autonomia. È significativo che, nell’attaccare gli aspetti materialistici del costituzionalismo, Gemelli, pur dichiarandosi non freudiano, si richiami esplicitamente all’insegnamento di Freud. Anche se non restasse nulla dell’«immane» opera di Freud - osserva Gemelli -egli ci avrebbe comunque lasciato un insegnamento fondamentale, e cioè che «per fare della psicologia vera bisogna cercare di capire le azioni umane nella loro genesi e nei loro moventi» [ibidem, 185]. Al contrario, le scienze costituzionaliste non hanno fatto fare alcun progresso alla caratteriologia, ed anzi, mentre si può dire che, in un certo grado, la tipologia ha deviato le indagini caratteriologiche rendendole infeconde, invece la psichiatria, illuminando la genesi di alcune caratteristiche neurosi, ha aperto la via per la quale dovrà camminare la caratteriologia per darci la genesi del carattere, le leggi speciali che la regolano e per dirci quali sono le cause che agiscono sulla sua formazione [ibidem, 195].

Al di là della questione specifica, è significativa l’enfasi sui fattori sociali e spirituali, il rifiuto delle «visioni pessimistiche e fatalistiche alle quali il determinismo biologico non poteva non costringerci», l’affermazione del principio secondo cui la libertà è la legge di funzionamento dello spirito umano. E Gemelli non manca di trarre le conclusioni pratiche e politiche di un siffatto punto di vista. 181

Nella prospettiva della rigenerazione della nazione, l’unica via da seguire è quella della rieducazione spirituale dell’individuo: E in un Congresso come questo, nel quale tanto giustamente e tanto bene si è parlato dei valori morali ai quali ci dobbiamo ispirare noi italiani nel preparare la grandezza della Patria nostra, questa conclusione apre l’animo alla più bella delle possibilità: cioè alla possibilità della educazione del carattere umano [ibidem].

Queste diffidenze spiritualistiche nei confronti della biotipologia di Pende non erano prive di fondamento. I suoi accenti biologistici erano evidenti e, malgrado la presa di distanza dalle teorie d’Oltralpe, essa condivideva con queste l’enfasi naturalistica, evidente nel richiamo ai «sani principi naturalistici» necessari a «tessere un abito fisico, morale ed intellettuale nuovo». Tuttavia, Pende non aveva mai aderito a una visione puramente biologistica del concetto di razza, il quale costituiva invece per lui un poliedro di aspetti in cui non era assente quello spiritualistico. Gli fu pertanto relativamente facile accentuare gli aspetti spiritualistici della sua visione costituzionalista e prendere nettamente le distanze dalle visioni basate esclusivamente sull’idea della razza e del sangue, correggendo o chiarendo la sua stessa impostazione in modo tale da suscitare il consenso dello stesso Gemelli. Ciò dimostra che la diffidenza nei confronti di un’eugenetica meramente materialistica era diffusa in Italia e riguardava non soltanto l’approccio negativo ma anche quello positivo, quando esso non era attento alla spiritualità della persona. Polemiche, divergenze e slittamenti di posizione facevano dunque parte di una dialettica tutta interna all’ideologia del regime. Sarebbe quindi perfettamente insensato interpretare l’adesione a un razzismo spiritualistico, o comunque meno biologistico, come l’espressione di un’adesione «debole» al fascismo. In certi casi si può dire 182

esattamente il contrario. Così, le prese di distanza dall’eugenetica negativa dell’illustre biologo Silvestro Baglioni non soltanto non sono in contraddizione con la sua fedeltà al regime, ma esprimono la posizione di una corrente del fascismo non molto lontana da quella di Pende e tuttavia più marcatamente spiritualistica33. Anche qui preferiamo riferirci a un intervento tenuto nel 1937 - alla vigilia dei provvedimenti razziali - al Congresso annuale della Sips, un intervento quindi particolarmente significativo dato che si collocava in un momento storico gravido di sviluppi34. Baglioni si propone di affrontare in modo scientificamente rigoroso il problema dei fondamenti dell’eugenetica per trarre conclusioni sul piano degli interventi pratici. A suo avviso, le teorie finora prodotte si basano su un’applicazione rozza e superficiale delle leggi di Galton e di Mendel. Particolarmente grave e sconsiderata egli giudica «l’applicazione cosiddetta eugenica (sulla quale si basano le leggi dei governi che applicano la sterilizzazione obbligatoria) delle leggi mendeliane» [Baglioni 1938, 366]. Queste applicazioni consistono nell’«eugenica negativa o sottrattiva, ossia nel proporre la limitazione di nascite nei casi in cui si vuole evitare la riproduzione di individui difettosi» [ibidem], la quale può soltanto portare al peggioramento della razza. Difatti, la nòstra ignoranza delle leggi che regolano la trasmissione ereditaria fa correre il rischio di eliminare individui di prim’ordine, visto che nel passato non pochi geni erano figli di alcolizzati, tubercolotici e sifilitici. È da notare, al riguardo, la coincidenza di questo argomento con quello di Carlo Foà prima menzionato. Poiché l’eugenetica deve servire al miglioramento della razza, l’unico approccio degno di considerazione è quello positivo. Ma, per giungere a conclusioni valide, occorre riesaminare i fondamenti 183

scientifici dell’eugenetica: L’eugenica, nel senso più ampio si propone il lodevole scopo di migliorare la razza, i popoli e le nazioni, cercando di agire direttamente sulle doti fisiche e psichiche, corporee e spirituali, della prole; sia coll’impedire che nascano e si sviluppino individui, che, per le loro qualità intrinseche di disposizioni e malattie, abbiano un valore minore, e quindi da considerarsi come menomati o minorati o deteriorati (così ordinariamente sono indicati); sia col favorire e facilitare la nascita e lo sviluppo di figli forti e capaci di essere validi fattori del benessere della Nazione e della sua ascesa. L’eugenica rappresenterebbe quindi una scienza biologica applicata e pratica; essa dovrebbe intervenire con diverse misure e provvedimenti per obbedire ai due fini accennati. Ma evidentemente se questa scienza applicata vuole ottenere fecondi risultati, deve poggiare su un corpo di dottrine pure, edificato, con lo studio lungo e indefesso, sui fatti offerti spontaneamente dalla natura. E questo corpo di scienza pura vorrebbe essere appunto la genetica, ossia quel vasto campo di dottrine scientifiche che, parallelamente agli altri rami di scienze biologiche, si è andato man mano sviluppando nel complesso della biologia; e più specialmente nella zoologia, botanica e antropologia, mediante il metodo sperimentale [ibidem, 367-368].

Baglioni così riafferma il primato dell’analisi scientifica nell’adozione di scelte operative: Per intendere, quindi, la ragione e la portata di ogni provvedimento, proposto o invocato dai sostenitori dell’eugenica, è necessario innanzi tutto risalire alle leggi fondamentali e ai fatti più generali della genetica, oggi noti, e scoperti con applicazione dei diversi metodi scientifici usati nelle varie scienze biologiche; vagliarne la fondatezza e assicurarsi del loro valore. Solo quando queste leggi siano assurte alla dignità di leggi generali, inconfutabili e inoppugnabili, potranno esse costituire la salda base teorica di una pratica applicazione; ciò val quanto dire che l’eugenica potrà essere considerata nei suoi provvedimenti pratici di vera utilità, soltanto a patto che le leggi oggi note sulla genetica rappresentino realmente un corpo unitario di dottrine senza lacune e senza dubbi. Vedremo se questo è il caso da un rapido sguardo delle leggi fondamentali che regolano la riproduzione degli esseri viventi [ibidem, 368].

La prima legge fondamentale è quella dell’ereditarietà dei caratteri dei genitori da parte della prole. Essa rappresenta il fattore della fissità o costanza, ma non ha valore assoluto, 184

come dimostra lo spegnersi di generi, specie, famiglie o razze e il sorgere di nuove. La seconda legge è quella della variabilità di cui però non è ancora facile intendere i fattori e il meccanismo, che alcuni individuano in aspetti esterni e altri in aspetti interni. Osserva Baglioni: «Le due ipotesi, dei fattori esterni e interni, che corrispondono al dualismo che si manifesta in tutte le discussioni generali dei fenomeni fondamentali della biologia sperimentale, sono ancora ben lontane dal trovare una soddisfacente soluzione» [ibidem, 369-370]. Con la scoperta dei meccanismi di trasmissione materiale dai genitori alla prole, si è diffusa l’opinione che i cromosomi siano la sede o sostrato materiale dei caratteri ereditari, «giungendo sino a indicarli brevemente col nome di sostanze ereditarie (geni)». Tuttavia, con questa ipotesi si viene implicitamente a separare il concetto materiale dal concetto funzionale, poiché si considera il sostrato indipendente dalle sue proprietà funzionali, così come si suppone un edificio che si erige sui suoi fondamenti […] Già in altra occasione - prosegue Baglioni ho messo in rilievo l’illogicità o erroneità di un siffatto modo di concepire, nel campo della biologia e della fisiologia, i rapporti esistenti fra struttura morfologica e funzioni» [ibidem, 371-372].

Questo errore deriva dal metodo di ricerca, che è analitico nell’approccio morfologico. Tuttavia, per applicare le conclusioni del metodo morfologico bisogna tener conto delle condizioni di osservazione e integrarle e correggerle alla stregua degli altri dati di osservazione fisiologica. Non si deve separare il concetto di sostrato materiale (cromosomi o sostanze nucleari) dai caratteri ereditari: «non si può pensare che il sostrato materiale sia sede a modo quasi dell’anello che rechi l’impronta del suggello, di particolari proprietà morfologiche, siano esse finissime o impercettibili, che rappresentano i caratteri somatici di eredità». Invece, bisogna tener conto del fatto che «i caratteri 185

ereditari, che sono trasmessi dai genitori alla prole, debbono essere intimamente ed essenzialmente legati alle diverse particolarità del metabolismo». Più precisamente, «l’ereditarietà dei caratteri acquisiti deve dipendere da particolari proprietà del metabolismo materiale ed energetico degli elementi germinali» [ibidem, 372-375]. Baglioni insiste sul concetto che attribuisce al metabolismo i fattori più importanti per la spiegazione dei caratteri ereditari per concludere che, allo stato delle conoscenze, il problema è ancora troppo complesso. Per il momento si possiedono soltanto dati statistici che però sono insufficienti a illuminare la questione. Spesso accade che da genitori deteriorati nascano figli sani e viceversa. Quindi, il panorama resta oscuro e gli orientamenti da assumere nelle politiche eugenetiche risultano problematici. Non potendosi attribuire assoluta certezza al principio dell’ereditarietà dei caratteri degenerativi, «finché non conosciamo esattamente nella loro entità i diversi fattori ereditari e biogenetici, non abbiamo il diritto d’intervenire con leggi limitanti la nascita dei figli che potrebbero essere anche organismi sani e forti per il compenso dei fattori degli organismi dei genitori» [ibidem, 381]. Ma l’adozione di provvedimenti eugenetici non è soltanto resa problematica dalla loro mancanza di fondamento scientifico. Essa dovrebbe comunque basarsi su un’accettazione cosciente e sentita da parte della popolazione: L’intervento dello Stato, che miri al controllo della prole, con scopo eugenico, potrà essere soltanto veramente accettato dal popolo e dai cittadini, se otterrà da loro il consenso del provvedimento, ossia se tutti riconosceranno giusti il fine e i mezzi. Il che val quanto dire che ogni provvedimento di questo genere dovrà essere conciliato coi sentimenti individuali genetici di tutti [ibidem+.

Di qui non deriva l’impossibilità assoluta di qualsiasi tipo di eugenetica. Tuttavia, essa può essere intesa come una 186

semplice conseguenza dell’igiene individuale: Il risanamento individuale conduce eo ipso al risanamento della prole; e l’eugenica non è che un corollario, anzi diremo una implicita conclusione della propaganda igienica e individuale. Non vorrò con questo tuttavia cancellare senz’altro la parola eugenica, col negarle ogni diritto di esistenza autonoma […] Ma i principi di bene intesa eugenica non debbono solo partire dalle scienze biologiche e mediche, ma debbono specialmente trarre origine dalla vita spirituale, del sentimento e dell’arte [ibidem, 391].

Di qui la conclusione: La vera eugenica razionale consiste nel risanamento individuale, al quale contribuiscono insieme a tutte le misure igieniche e fisiologiche i sentimenti morali ed estetici di una vita sana, dedicata al proficuo lavoro e ispirata all’ideale di una numerosa famiglia e di una grande patria [ibidem, 396].

È difficile dare esempi di un’interpretazione più blanda dell’eugenetica tendente ad accentuare gli elementi spiritualistici degli interventi da effettuare, comunque concepiti come interventi di riabilitazione e mai di soppressione dei soggetti «difettosi». E non è difficile individuare i punti di contatto e di divergenza fra la posizione di Baglioni e quella di Pende. Li accomuna l’idea che il compito dell’eugenetica possa derivare, se non addirittura coincidere, con il risanamento individuale e consista nell’adozione di un complesso di regole di igiene. Tuttavia, Pende enfatizza l’approccio biologico, mentre Baglioni conferisce un ruolo primario alla vita spirituale, ai sentimenti morali ed estetici e persino all’arte, assumendo una posizione assai più vicina al punto di vista di Gemelli che non a quello di Pende (quantomeno a quello anteriore al 1938, dopo il quale anche Pende sottolineò sempre di più gli aspetti spirituali). Inoltre, Baglioni si mostra nettamente contrario a provvedimenti coercitivi e parla della necessità di un consenso popolare che si radichi nella coscienza genetica del singolo: un punto di vista che non è in consonanza con una visione totalitaria. Al 187

contrario, Pende si dichiara propenso a un’ortogenesi imposta per decreto, e tale visione, pur enfatizzata nel 1937, è coerente con il suo pensiero precedente. In conclusione, un intervento come quello di Baglioni rappresenta il massimo tentativo possibile di interpretare in senso moderato e lontano dall’approccio biologistico la politica del miglioramento della razza, sulla base di obiezioni di carattere scientifico e di un richiamo a una visione personalistica. Esso dimostra anche che il tema è ormai caldo e che tutti gli scienziati si sentono chiamati a prendere posizione di fronte al profilarsi di una politica razziale dai contorni sempre più marcati. Non a caso, sia l’intervento di Pende sia quello di Baglioni si svolsero nella sezione del Congresso della Sips dedicato a «Il problema biologico nazionale, in alcuni suoi aspetti essenziali». Della mobilitazione degli scienziati su questo tema è testimonianza il gran numero di interventi che affrontarono un vasto spettro di questioni di carattere genetico, medico, demografico e razziale, nel contesto della politica fascista della popolazione [cfr. Balzarmi 1938; Herlitzka 1938; lucci 1938; Jandolo 1938]. Il fatto che le posizioni dominanti nell’accademia scientifica siano prevalentemente orientate a un razzismo non biologistico non significa che non siano presenti posizioni di razzismo biologistico radicale anche a livelli molto elevati, e non soltanto da parte di mediocri assistenti come Guido Landra. Tale è il caso di Alessandro Ghigi, celebre zoologo, ancor oggi considerato il padre dell’ecologismo italiano, e rettore dell’Università di Bologna. Ghigi fu autore di un saggio [Ghigi 1939] in cui veniva proposta una visione del razzismo improntata all’eugenetica negativa radicale, in cui si proclamava la superiorità della razza italiana, si prescriveva la necessità di evitare incroci con razze «evolutivamente inferiori e 188

geneticamente incompatibili» e si esaltavano i provvedimenti legislativi del regime fascista in tema di razza35. Trattasi di un caso abbastanza isolato, per un accademico di tale rilievo, e che tuttavia va menzionato anche perché il suo saggio costituì un punto di riferimento per tutti coloro che erano in cerca di un accreditamento autorevole delle tesi più estreme. Nel contesto di impegno e mobilitazione che abbiamo precedentemente descritto, con particolare riferimento al Congresso della Sips, va menzionato lo sviluppo di una corrente di ricerche di fisiologia dell’alimentazione che si qualifica come un contributo all’eugenetica positiva e quindi alle politiche di miglioramento della razza. I principali promotori di questa corrente sono due fisiologi: Filippo Bottazzi e Sabato Visco. Già nel 1927 Bottazzi aveva sottolineato l’importanza del problema dell’alimentazione che, a suo dire, toccava «i più vitali, i più gelosi interessi della nazione». Dai problemi dell’alimentazione, osservava Bottazzi, «dipendono il benessere del nostro popolo, l’efficienza lavorativa dell’operaio, la pace sociale e la sicurezza della Patria» [Bottazzi 1928, 21]. Egli aveva proposto da tempo l’istituzione di un Laboratorio per lo studio dei problemi dell’alimentazione umana, e lamentava il fatto che tale proposta, da lui avanzata assieme a Gini e al senatore Angelo Menozzi, direttore della Scuola agraria superiore di Milano, non avesse fino a quel momento ottenuto alcuna attenzione. Decideva quindi di ripresentare questa proposta, anche a nome di Gini, sperando in un migliore successo e argomentandone così l’importanza: Opera meritoria ha fatto certamente il Governo Fascista donando alla Nazione l’Istituto centrale di Statistica. Ma in questo campo dell’alimentazione, la Statistica non può esercitare azione veramente utile ed

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efficace, se non le fornisca i dati scientifici fondamentali il Laboratorio di cui si propone la fondazione [ibidem, 23].

Non è dato sapere se Gini Condividesse, oltre alla proposta, anche il tono recriminatorio, espressione caratteristica del metodo della contesa degli spazi istituzionali e dei finanziamenti caro a tutte le cordate e le cosche accademiche di ogni tempo e di ogni luogo. A ogni modo, questa vicenda, come tante altre consimili, testimonia di uno sgomitare impudico per conquistarsi il primo posto nell’attuazione delle politiche di miglioramento della stirpe, vantando l’indispensabilità della propria disciplina, anzi il suo ruolo prioritario. Così, accanto a demografi, statistici, medici e biologi troviamo anche una pattuglia di fisiologi che vuol portare il proprio contributo di teorici della scienza dell’alimentazione al grande processo di rinascita della stirpe. Più che da Bottazzi il ruolo primario in questo contesto fu giocato da Sabato Visco, docente di fisiologia generale (succeduto in questa posizione al celebre fisiologo ebreo Giulio Fano), personaggio di valore scientifico nullo ma di grande influenza politica. Torneremo più in là sulla figura di Visco, ma fin d’ora possiamo dire che i due temi principali che egli cavalcò per fornire il proprio apporto sul piano scientifico alla questione razziale furono il ruolo dell’alimentazione nel miglioramento della stirpe - che gli consentì di ottenere la fondazione dell’Istituto nazionale della nutrizione - e la politica di rivendicazione storiografica della supremazia della scienza italiana (beninteso di una scienza italiana etnicamente ripulita). Quindi, la storia della scienza fu il secondo fronte aperto da Visco, sul quale si precipitò un gruppo di «storici» ansiosi di dimostrare il loro zelo e la loro indispensabilità.

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4. I contributi dell’antropologia Lo sviluppo dell’antropologia in Italia mette in luce in modo ancor più evidente della demografia e della genetica (ed eugenetica) la coesistenza di due tendenze assai diverse fra loro e persino conflittuali. Da un lato, l’influsso del pensiero positivistico che esprime la tendenza per certi versi acritica con cui la giovane scienza nazionale vuol aderire senza riserve all’ideale dell’avanzamento scientifico e del carattere universalmente progressivo della scienza e che la conduce spesso a aderire a forme di materialismo radicale; dall’altro, la presenza del pensiero cattolico che contrasta le propensioni verso un approccio materialistico, ma anche il richiamo alle radici della latinità che pure orientano a una visione che privilegia l’idea di «cultura» e di «civiltà». Pertanto, sebbene dilaghino visioni positivistiche e materialistiche, sarebbe assolutamente sbagliato dire che gli antropologi italiani della seconda metà dell’Ottocento siano tutti allineati su concezioni del genere. Il recente centenario della morte di Cesare Lombroso ha purtroppo messo in luce lo scarso spirito critico con cui ancora oggi è vista la storia della nostra scienza nazionale: dalla condanna di Lombroso come campione di un’antropologia fisica brutale ed estrema, che farebbe di lui nientemeno che il padre del razzismo moderno - il che, ancor più che esagerato, è semplicemente ridicolo -, si è passati alla sua esaltazione come un grande scienziato anticipatore delle moderne visioni naturaliste dell’uomo. Lombroso non fu né questo né quello: la sua teoria fisiognomonica fu uno dei tanti contributi scientificamente modesti che erano tipici di un’epoca in cui il positivismo dava credito alle idee più radicali dell’antropologia fisica di origine settecentesca. Ma, come abbiamo già notato, Lombroso prese le distanze dalle idee razziali e, soprattutto, dall’idea della purezza razziale. 191

Abbiamo ricordato le figure dei due grandi padri dell’antropologia italiana, Luigi Pigorini e Giuseppe Sergi, e rilevato che entrambi erano assai lontani dall’accettare la validità scientifica dell’idea di razza. Nel caso di Sergi giocava un ruolo determinante il richiamo ai valori risorgimentali di tipo «romanolatino» che si imperniavano sull’idea di civiltà più che sui fattori biologici. Ma anche qui, come nel caso della demografia e della genetica, l’accentuarsi di sentimenti nazionalistici e l’esaltazione del mito della guerra condussero a sviluppi dai connotati ideologici radicali. Più che l’antropologia criminale resa popolare dalla scuola di Lombroso, un ruolo decisivo fu giocato dall’antropologia coloniale, resa attuale dalle prime imprese africane. Alla fine la tematica razziale spuntò fuori e in termini assai inquietanti. Difatti, l’antropologia fisica, molto più della demografia e persino della genetica, si prestava ad alimentare il razzismo e, in effetti, essa fu la sorgente più importante del razzismo biologico in Italia. Tuttavia, anche in questo caso, come in quello della demografia e dell’eugenetica, l’elemento spiritualistico contaminò e moderò l’approccio biologistico originario. Anche l’antropologia italiana, come la demografia, fu contrassegnata se non da una figura, da un nome dominante, quello di Sergi. Non un Sergi soltanto, ma due: Giuseppe e suo figlio Sergio, che ne ereditò lo scettro. Ai nostri scopi, per misurare la direzione del cammino percorso, può bastare il confronto tra le posizioni prudenti di Giuseppe (e di Luigi Pigorini) e quelle assunte da Sergio all’inizio degli anni Trenta. Ancora una volta sarà utile rifarsi agli interventi contenuti negli atti della Sips, significativi per il modo diretto con cui vengono espresse le varie posizioni. In un intervento che risale al 1932 [Sergi 1933], Sergio Sergi, dopo aver citato con deferenza i contributi di suo padre e di Luigi Pigorini, affronta il 192

compito di identificare le caratteristiche razziali delle genti italiane per giungere a una conclusione nuova: pur con tutti gli intrecci e sovrapposizioni e stirpi diverse, si è definitivamente formato un ceppo armoniosamente fuso in un tutto unitario, un ceppo di tipo «mediterraneo». Egli inizia con il fornire un quadro dei reperti scheletrici italiani e in particolare laziali, per concludere che «il quadro dei reperti neoeneolitici del Lazio armonizza completamente con quello del resto d’Italia sia per i caratteri fisici della popolazione, sia per la loro cultura. I dominatori della regione furono i mediterranei, tra i quali si infiltrarono elementi eurasici» [ibidem, 43]. Tuttavia, mentre le stirpi indigene si affermavano sugli eurasici, sopravvenne l’elemento etrusco il cui tronco linguistico era lo stesso di quello mediterraneo antropologico. Inoltre, Giuseppe Sergi avrebbe «dimostrato, con l’analisi anatomica l’identità etnica degli Etruschi con gli abitanti primitivi d’Italia». In conclusione, si può dire che «la grandezza romana è il prodotto dell’armonica fusione di questo triplice nucleo originario che la tradizione ci indica con i nomi di Ramnes, Titii e Luceres». Artisti e naturalisti - ricorda Sergio Sergi - hanno studiato con attenzione il cranio degli antichi romani per cercarvi le «impronte delle doti eccezionali dei conquistatori del mondo» [ibidem, 48-49]. Di particolare importanza, secondo Sergi, sarebbero le ricerche dell’antropologo e statistico Ridolfo Livi pubblicate nella sua opera di antropometria militare che hanno permesso di tracciare una mappa antropologica delle popolazioni latine. Per parte sua, Maria Montessori ha invece studiato i caratteri fisici delle giovani donne del Lazio individuando due tipi, il dolicocefalo bruno a statura bassa e il brachicefalo biondo a statura alta. Le donne del primo tipo hanno

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fini e delicati lineamenti del volto, graziosamente elissoidale, nelle seconde volto largo, talora rotondo, talvolta pentagonale, spesso massiccio […] poco formose le dolicocefale, ma tutte piene di grazia, corpo piccolo e flessuoso, invece a curve opime le brachicefale, che hanno vita più sottile, fianchi e sure più ricchi, e insellatura lombare più pronunciata, a scheletro e muscolatura più forti, ma artisticamente armoniche nelle proporzioni del corpo. Queste due razze sembrano essersi divisi tutti i pregi fisici della umana natura (Montessori) [ibidem, 52]36.

La conclusione dell’intervento di Sergi merita di essere riportata per intero e si commenta da sola: L’Italia fu il crogiuolo dove si rese possibile che ogni stirpe sopraggiunta, innestandosi al più vecchio tronco, subisse l’incremento degli attributi più elevati, favoriti dalle condizioni di ambiente. Nessuna regione della terra ha fornito, nel corso della storia, un numero di uomini superiori più grande di quello dell’Italia, nessun paese della terra può vantare una storia come la sua, che mai tramonta e che, sempre rinnovandosi, detta nuove norme di civiltà e di progresso. Nell’Italia non si è spenta la più antica gente che precorse la storia di Roma con la storia di quelle civiltà che illuminarono il Mediterraneo con il genio immortale della stirpe, che più tardi dette vita alla civiltà latina, madre delle civiltà moderne. Oggi le genti d’Italia, pur essendo diverse nelle origini e nei caratteri fisici, formano insieme un’anima sola, che è l’Italiana. Dalla fusione avvenuta, quale prodotto millenario della comune civiltà, è sorta la Nazione. Le grandi correnti umane che si incontrarono nella penisola volta per volta portarono ciascuna, nella formazione della popolazione, un contributo proprio specifico, il quale, col tempo, divenne patrimonio comune, così che questo infine risultò costituito di apporti di diversa origine, fusi in un insieme mirabilmente armonico. Il Lazio è la regione dove le stirpi che prevalgono al nord della penisola e quelle che prevalgono al sud della medesima si equilibrano. È il quadro della Nazione. Roma è oggi il simbolo d’Italia, non soltanto perché è il centro da cui si diffuse la millenaria civiltà cui dette il nome, ma anche perché essa con le sue genti, come nessun altro luogo della penisola, rappresenta la compagine antropologica della Nazione. Il vecchio fondo romano non è mai tramontato. Sotto forme nuove ora esso si rivela, indice di vitalità meravigliosa di questa terra mai esausta di uomini e dove fiorisce ogni grandezza civile [ibidem, 53-54].

Se in questo intervento Sergio Sergi si adopera a realizzare «d’imperio accademico» l’unificazione antropologica degli italiani in un’unica formazione che ha come base unificante il «vecchio fondo romano mai 194

tramontato», in un altro intervento di tre anni dopo egli dà conto di come le scienze antropologiche siano ormai diventate una dottrina imperiale al servizio dei progetti popolazionisti e coloniali del regime. Dapprima Sergi illustra le realizzazioni dell’«antropologia coloniale» [Sergi 1935]. Egli cita in particolare gli studi sulla popolazione dei dauada dei’laghetti del Fezzàn (Libia), condotti nella primavera del 1935 dal Comitato italiano per lo studio dei problemi della popolazione diretto da Corrado Gini. La missione organizzata dal Comitato era composta dallo stesso Gini, da Nora Federici e Dino Camavitto, e dai tenenti medici Giovanni Cirillo e Giacomo Leo. Gli studiosi avevano prelevato le maschere di gesso di ventinove indigeni e avevano determinato il loro metabolismo basale. Lo scopo primario era «approfondire l’esame di tutti gli elementi di una stirpe umana e del suo abitato» e aveva «valore di un’esperienza per conoscere non solo le leggi che regolano i fenomeni biopsicologici umani, ma anche per tracciare su di essi le norme di ordine pratico e contingente» [ibidem, 534]. Quindi Sergi passa a trattare un altro fondamentale settore, l’«antropologia di Stato». In questo ambito, «l’interesse diretto del Capo del Governo per i problemi della popolazione ha portato in primo posto le questioni più fondamentali di antropologia fisiologica e patologica» [ibidem, 540], Sergi descrive quella che considera l’esperienza più importante realizzata dall’antropologia di stato, e cioè un lavoro sul campo nel «vivaio umano» della bonifica pontina. In questo ambiente, del quale abbiamo già visto interessarsi Corrado Gini e Nicola Pende, che lo considerava un terreno di sperimentazione elettivo, incontreremo un’altra figura a noi già nota: Sabato Visco. Evidentemente, la bonifica pontina era un luogo assai affollato di demografi, medici, biologi, fisiologi e antropologi, uniti dal comune e 195

competitivo desiderio di mettere in pratica le loro teorie razziali. Racconta Sergi che, nel maggio del 1933, si era riunita presso l’Istituto di antropologia dell’Università di Roma una commissione di studiosi così composta: Giulio Alessandrini (direttore dell’Istituto di parassitologia dell’Università di Roma e direttore dei servizi tecnici della Croce rossa italiana nell’Agro Pontino), Casu (medico provinciale addetto al Commissariato della migrazione e colonizzazioni interne), Alfredo Niceforo (ordinario di statistica e demografia dell’Istituto superiore di commercio), Mario Ponzo (direttore dell’Istituto di psicologia dell’Università di Roma), Arturo Sabatini (docente di antropologia), il deputato Giuseppe Tallarico e lo stesso Sergi (direttore dell’Istituto di antropologia). L’autorevole consesso formulò il seguente voto: Considerato che l’indirizzo positivo del Capo del Governo oggi ha posto in prima linea i problemi della vitalità della stirpe per il supremo interesse della Nazione; considerato che un eugenismo razionale, cioè la direttiva scientifica per la difesa ed il miglioramento delle stirpi, poggia essenzialmente sulle leggi della genetica e sulla conoscenza dei fenomeni dell’eredità; considerato che la determinazione dei caratteri fisici e psichici dei gruppi familiari costituisce il primo fondamento per le indagini sulla eredità; considerato che mai altra circostanza più favorevole della colonizzazione interna, regolata secondo precise norme di Governo, si è offerta per le ricerche antropologiche, che coinvolgono non solo i problemi scientifici fondamentali, ma le finalità volute dal Duce nell’interesse della nostra stirpe; si fa voto che in un primo esperimento, da compiersi a Littoria e da estendere poi agli altri Comuni, sedi di colonizzazione interna, si proceda ad una sistematica determinazione dei caratteri somatici, psichici e demografici delle famiglie emigrate, per seguire il comportamento di questi caratteri in rapporto alle condizioni dell’ambiente di una nuova residenza, considerando inoltre quei dati, che sarebbero altrimenti perduti e che sono necessari per uno studio razionale e completo, per impostare scientificamente i futuri movimenti migratori;

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che i dati raccolti costituiscano l’archivio comunale delle famiglie; che la scheda anagrafica per le famiglie emigrate sia costituita da una scheda antropografica, in cui si raccolgono le caratteristiche antropologiche principali di ogni individuo [ibidem, 540-541].

Assistiamo così non soltanto a un affollarsi di scienziati e alla competizione per affermare la supremazia e il carattere prioritario della propria disciplina in rapporto agli obiettivi tracciati dal duce, ma anche a un singolare affollarsi di «schede». Accanto alle consuete schede dell’Onmi, alle schede statistiche dell’Istat, alla scheda antropometrica di Gini e a quella biotipologica di Pende, abbiamo la scheda antropografica di Sergi e dei suoi colleghi. Il voto e le proposte contenute nella delibera furono trasmesse al Commissariato per la migrazione e la colonizzazione interne e al Comitato biologico del Cnr. Il segretario del Comitato biologico era Sabato Visco. Non stupisce quindi che il Comitato facesse subito suo il voto degli antropologi e tuttavia consigliasse di tradurlo in atto assieme all’inchiesta alimentare sulle dette popolazioni di cui è stato «tenace propugnatore l’instancabile segretario del Comitato Biologico, on. prof. Visco». Così alle altre schede si aggiunge anche la scheda «nutrizionale». Sergi informa che, nella seduta plenaria del Cnr, presieduta dal duce, nel giorno 8 marzo 1934, il presidente Guglielmo Marconi aveva dato la seguente notizia: Si sta preparando un’inchiesta alimentare sulle popolazioni raccolte in quel grande laboratorio di biologia umana, che sono le paludi pontine bonificate. A questa inchiesta anzi si collega una larga indagine sui caratteri somatici e demografici delle famiglie immigrate, in modo da poter seguire l’adattamento al nuovo ambiente. Una scheda raccoglierà le caratteristiche di ogni individuo, per formare l’archivio comunale delle famiglie [ibidem, 541].

Nella corsa verso la bonifica pontina - ora assurta non soltanto a «vivaio umano» ma addirittura a «laboratorio di biologia umana» - Visco è stato più veloce degli altri. 197

L’inchiesta degli antropologi viene accolta ma come aggiunta collegata all’inchiesta alimentare da lui promossa. È di notevole interesse la descrizione di Sergi della scheda antropografica che lui stesso ha ideato e preparato. Si tratta di una scheda individuale allegata alla relativa scheda di famiglia da cui risulta la data di immigrazione e la provenienza. La schedatura comporta aspetti incredibili, come il prelevamento delle impronte digitali e di un campione dei capelli: Il foglio antropografico dell’individuo, ridotto alle dimensioni minime, è costituito da un cartoncino, facile a rintracciare nello schedario e di colore diverso per il sesso. Esso contiene brevi note anamnestiche e morfofisiologiche del soggetto, alcuni dati antropometrici e antropografici, tra cui il gruppo sanguigno, le impronte digitali, la fotografia. Una piccola busta, incollata al cartoncino, serve a contenere un campione di capelli [ibidem].

Nel seguito dell’articolo Sergi presenta un panorama delle più recenti ricerche antropologiche che danno un’immagine di come l’antropologia sia ormai impegnata in prima linea nella tematica razziale. Apprendiamo così delle «Ricerche sulla consanguineità della popolazione delle valli alpestri della Venezia Tridentina» condotte da Giuseppe Cantoni o di quelle di Marcello Boldrini sui «Tipi e attitudini costituzionali e costituzione delle aristocrazie» nonché sulla «Biotipologia delle aristocrazie»; o che Raffaello Maggi si è occupato de «La costituzione degli attori dello schermo», pervenendo alla conclusione che gli attori americani sono longilinei stenici, mentre le attrici sono longilinee asteniche. L’orientamento costituzionalistico delle ricerche di Maggi e Boldrini ispira anche il lavoro di Amintore Fanfani su «I mutamenti economici nell’Europa moderna e l’evoluzione costituzionalistica delle classi dirigenti». L’autore ha esaminato i ritratti di duecentocinqunta individui delle classi dirigenti dal XV al XVII secolo, e ha 198

rilevato l’accentuarsi della prevalenza del tipo longilineo. Ne ha concluso che questo processo potrebbe fornire una spiegazione della decadenza economica della penisola. Infine, Sergi menziona l’attività della Reale Accademia fascista di educazione fisica e giovanile, che pubblica la «Rivista di scienze applicate all’educazione fisica e giovanile», «dove trovano largo posto ricerche e studi antropologici, in diretta relazione con tutte le applicazioni pratiche all’incremento dello sviluppo delle nostre stirpi» \ibidem, 546]. Molti altri contributi - in particolare, nel campo dell’antropologia coloniale [cfr. Camavitto 1937; Landra 1937a; 1937b; Landra e Boccassino 1937] testimoniano del fervore con cui gli antropologi si gettano nei nuovi programmi di ricerca: fra essi si nota la presenza di un giovane assistente di Sergi, Guido Landra, che in seguito si distinguerà per il ruolo di prima linea assunto nella campagna razziale antisemita e come campione del razzismo biologistico di stile germanico. Del resto, non va dimenticato il fatto significativo che la XXV riunione della Sips era stata convocata sul suolo africano, a Tripoli. 5. Il coinvolgimento della comunità scientifica: un bilancio È un luogo comune che il contesto della comprensione di un processo storico e il contesto del giudizio morale debbano essere tenuti rigidamente distinti. Tuttavia è frequente che tale precetto venga disatteso. Talora lo storico tende tanto più a innamorarsi del suo soggetto quanto più ne comprende a fondo le dinamiche che finiscono col sembrargli un meccanismo logico ineluttabile, e rischia di concedere qualcosa alla giustificazione di eventi moralmente discutibili o peggio. Viceversa, il desiderio di non svilire 199

l’immagine di qualcosa o qualcuno per cui si tende a nutrire simpatia o rispetto può spingere a una presentazione dei fatti che li giustifichi moralmente. Abbiamo visto questo meccanismo all’opera nel caso dell’eugenetica e persino delle ideologie razziali. Tanto è forte il prestigio della scienza e la sua immagine di conoscenza obiettiva e incontaminata dalle passioni politiche che il fatto che tanti scienziati praticassero l’eugenetica è sembrato a molti la prova indiscutibile della scientificità e della rispettabilità di questa disciplina. Questa indulgenza si è estesa persino al concetto di razza e alle dottrine razziali. All’opposto, il disgusto suscitato dagli orrori delle politiche razziali del nazismo e del fascismo ha suggerito (e suggerisce) a non pochi di condannare come un essere abietto chiunque si sia occupato di queste tematiche, senza sfumature e distinzioni di sorta. Eppure, anche quando la condanna morale ha un fondamento indiscutibile, non bisogna abbandonare le sforzo di capire e di distinguere. Il nazismo è comunemente considerato uno dei fenomeni più oscuri e terribili della storia, talora denominato con l’appellativo di «male assoluto»: ma anche nel caso del nazismo non è corretto evitare le domande. In particolare, occorre chiedersi per quali ragioni il regime ebbe un così vasto consenso, soprattutto fra gli intellettuali, talora persino tra figure di grande livello culturale. Come mai un musicista raffinato e sensibile come Wilhelm Furtwängler, pur senza compromettersi con le efferatezze del regime, non volle abbandonare la Germania e si piegò anche a dirigere la Filarmonica di Berlino davanti a Hitler? Ho tentato altrove [Israel 1998] di rispondere a questa domanda: in breve, si può dire che Furtwängler era animato dal rigetto della prospettiva di una civiltà in cui la scienza e la tecnica assumessero un ruolo invasivo. Per Furtwängler il pericolo era rappresentato dal copernicanesimo, dalla sua 200

inconciliabilità con una visione antropocentrica, l’unica compatibile con lo sviluppo di un’arte autentica, non ridotta a meri procedimenti tecnici37. Può apparire stravagante che l’impulso a difendere una visione umanistica della cultura e della civiltà possa aver spinto un intellettuale così raffinato a cercare rifugio nel nazismo. Di fatto, il meccanismo era più sottile: la cultura romantica tedesca appariva come l’unica àncora di salvezza di fronte al dilagare di una visione tecnologica frutto dello spirito empiristico anglosassone. Ecco perché bisognava restare in Germania e difendere quella musica che «è governata da principi diversi da quelli con cui ha a che fare il fisico o l’astronomo», ovvero «le leggi che governano la sensibilità e la vita», e condurre una resistenza simile alla «lotta di Wagner, lotta dell’artista moderno contro un ambiente moderno» [Furtwängler 1979, 121, 96]. Tutto ciò comportava dei compromessi con il regime, che tuttavia non arrivarono mai al punto di trasformarsi in collaborazione con il crimine: sebbene Furtwängler considerasse Arnold Schönberg il Copernico della musica, non è possibile rintracciare in lui alcuna frase volta a imputare alla mentalità ebraica la colpa di attentare ai capisaldi della civiltà europea38. Anche se non era un nemico del copernicanesimo, il fisico e filosofo della scienza Hugo Dingier condivideva timori analoghi, e precisamente paventava che la visione scientifica classica del mondo potesse essere messa in discussione da una scienza formalistica, astratta e matematizzante di cui vedeva la massima espressione nella teoria della relatività einsteiniana. È innegabile che le sue opere furono ispirate a grande rigore intellettuale e, in tal senso, facevano (e fanno) legittimamente parte di un importante dibattito scientificofilosofico: non a caso, nel dopoguerra, uno studioso serio come Silvio Ceccato tradusse in italiano l’opera 201

principale di Dingier [1938]. Ma, a differenza di Furtwängler, Dingier si spinse molto più in là: pur essendosi ispirato, per molti aspetti, al pensiero di un filosofo di origine ebraica come Edmund Husserl, Dingier assunse un atteggiamento apertamente antisemita. I tentativi postbellici di mascherare le sue responsabilità non sono riusciti a occultare la sua adesione alla corrente della Deutsche Physik in combutta con il suo massimo esponente, Stark, il campione - come si è già visto - del più accanito antisemitismo negli ambienti scientifici tedeschi. Stark, però, aveva fatto un ulteriore passo in avanti: i testi scientifico-filosofici di Dingier non contenevano espressioni razziste né alcuna allusione all’ebraismo di Einstein, e occorreva guardare altrove per individuare la traccia delle sue idee politiche; Stark, invece, era un puro e semplice propagandista hitleriano, pur essendo anche lui un fisico di tutto rispetto. In conclusione, appare evidente che il bacino di consenso culturale del nazismo era alimentato da una diffusa ostilità nei confronti di una visione empiristica e positivistica, imputata di mettere la scienza e la tecnologia al centro della società, una scienza, oltretutto, vista come una miscela di empirismo e formalismo matematico, una scienza astratta, lontana dall’uomo e dalla natura, e identificata come il prodotto di una cultura cosmopolita, particolarmente in voga nel mondo anglosassone, soprattutto in quello statunitense, e coltivata soprattutto dal popolo cosmopolita per eccellenza, gli ebrei. È superfluo dire che un simile sentimento faceva parte di una reazione ben più ampia, e non circoscritta alla tematica scientifica, contro quello che veniva visto come un attacco esterno disgregatore rivolto contro i cardini della civiltà europea. Il coinvolgimento del mondo scientifico in questa reazione evoca l’immagine di un’area formata da cerchi 202

concentrici. In quelli più lontani dal centro si situano le posizioni più sfumate, esclusivamente ispirate alla preoccupazione «culturale» di difendere un certo modello di pensiero e di civiltà e aliene da un linguaggio razzista. Man mano che ci avviciniamo al centro le preoccupazioni culturali si contaminano di elucubrazioni politiche e anche razziali. La zona centrale consiste di un’area militante che propugna in modo talora fanatico proposte di lotta contro le civiltà «decadenti» e contro la componente giudaica accusata di essere l’agente principale della «corruzione». Questo nucleo attivo trascina, coinvolge nei suoi fini politici, o quantomeno compromette, in modo più o meno accentuato, i vari strati intellettuali e accademici. Questa immagine consente di rendersi conto che non è soltanto la condivisione del proposito di difendere certi princìpi e tradizioni a determinare un coinvolgimento più o meno marcato, ma anche il fattore rappresentato dall’eugenetica e dalle teorie razziali. Quanto più queste sono considerate teorie scientifiche oggettive, e quindi di per sé innocenti, tanto più viene accettata senza alcuno scandalo o rigetto la commistione del discorso scientifico-culturale con un discorso razziale. Insomma, se è lecito e anzi «scientifico» parlare di razze, di miglioramento della razza e anche di razze superiori e inferiori, cosa vi può essere di male nel parlare delle caratteristiche della razza ebraica (o di altre razze come quella «nera» o «gialla») magari per rilevare «scientificamente», s’intende - certi aspetti negativi della loro presenza? Queste osservazioni, messe in relazione con altre sviluppate in precedenza, dovrebbero chiarire definitivamente perché sia perfettamente lecito individuare nell’eugenetica e nelle teorie razziali un fattore che, congiunto con quelli politici, ha avuto un ruolo cruciale nello stimolare le politiche razziste. Tornando alla nostra immagine dei cerchi concentrici, il 203

contesto scientifico-accademico tedesco è caratterizzato dalla presenza di un nucleo centrale - quello degli attivisti razzisti e antisemiti - alquanto esteso e particolarmente virulento. Il contesto italiano - che ci interessa maggiormente - si presenta in termini molto diversi: il nucleo centrale è assai più ristretto, meno attivo, e la tematica razziale-antisemita si presenta con caratteristiche assai meno virulente, salvo un numero ristretto di casi. Una prima differenza salta agli occhi. Nel mondo culturale e scientifico tedesco l’antisemitismo è un fenomeno diffuso, per certi aspetti anche istituzionale, ben prima dell’avvento del nazismo: il caso di Felix Klein, di cui abbiamo parlato in precedenza, e la difficoltà per un ebreo di ottenere una cattedra universitaria ne sono esempi chiari39. Nulla di analogo in Italia, salvo manifestazioni di antisemitismo isolate, personali, ma non istituzionali: nessun ostacolo si frappose alla formazione a Roma di una scuola matematica quasi completamente composta da ebrei, che in quanto tale suscitò reazioni giudeofobiche tutto sommato isolate e sottotraccia40. Anche nel primo periodo fascista non vi furono manifestazioni significative di antisemitismo nel mondo scientifico e universitario. L’antisemitismo militante fu praticato sistematicamente dagli ambienti gesuiti e si manifestò in alcune campagne periodiche promosse da ambienti fascisti - di cui parleremo nel prossimo capitolo - ma non divenne mai, prima del 1938, una scelta di regime. Ben diversa fu la situazione in Germania, non soltanto perché l’antisemitismo era un elemento fondante e strutturale dell’ideologia hitleriana, ma perché con l’avvento del regime nazista le tendenze antisemite all’interno del mondo culturale e accademico vennero alla luce in modo prepotente. La Deutsche Physik e la Deutsche Mathematik ne furono l’espressione militante in termini praticamente istituzionali. Ma in Italia lo slogan di 204

una «scienza italica» prese corpo in termini molto più blandi anche se talora con riferimento all’idea di razza. Soltanto nel 1938 si iniziò a parlare di «scienza ebraica», ma in ambienti ristretti. Prima di allora, come mostra la disamina contenuta in questo capitolo, negli ambienti della demografia, dell’eugenetica, dell’antropologia non si manifestarono forme organizzate di antisemitismo militante. Inoltre, anche quando vedrà la luce quel «nucleo duro» che salderà le teorie razziali «scientifiche» con l’antisemitismo, esso s’ispirerà a una visione assai diversa da quella del razzismo biologico. Quest’ultima troverà pochissimi sostenitori nel mondo scientifico-accademico e il suo principale portavoce sarà la rivista «La difesa della razza». Il tratto comune a tutti i movimenti totalitari di estrema destra europei, e cioè la volontà di difendere le caratteristiche specifiche della tradizione di civiltà e di cultura nazionali contro l’aggressione di civiltà corrotte, ispirate a una tecnocrazia senza ideali e a un egualitarismo che uccide le virtù più elevate, ebbe spazio nel fascismo italiano e trovò espressione esplicita da parte di Mussolini, ma non assunse mai le caratteristiche tipiche della dottrina hitleriana, salvo che in settori marginali. Ciò non toglie che anche tra gli accademici di primo livello vi fu chi aderì al razzismo biologistico più estremo: tale fu il caso già menzionato di Alessandro Ghigi41. In linea generale il coinvolgimento del mondo scientifico, accademico e, più in generale, intellettuale, vi fu e fu imponente, anche se le sue manifestazioni furono tardive. Anche in questo caso è corretto e fondato dire che tale coinvolgimento era stato preparato dalla fermentazione di uno spirito nazionalistico nel periodo successivo alla prima guerra mondiale, dal modo in cui il fascismo aveva esaltato questo nazionalismo con il corteo di retorica sulle «virtù italiche», sul riproporsi storico della supremazia dell’antica 205

Roma e sullo sviluppo demografico come strumento per l’affermarsi della razza italica. E gli sviluppi in tema di demografia, antropologia ed eugenetica di cui abbiamo parlato in questo capitolo avevano arato efficacemente il terreno in modo da rendere del tutto naturale, accettabile, innocente, in quanto «scientifico», parlare di razza, di miglioramento della razza, di lotta per preservarne le caratteristiche distintive, e così via. La scelta politica di dare l’avvio al razzismo e all’antisemitismo di stato avrebbe avuto un ruolo decisivo e imprescindibile. Ma questa scelta non avrebbe incontrato tanto consenso, o quantomeno tanta collaborazione negli ambienti culturali e scientifici, se il terreno ideologico non fosse stato tanto efficacemente preparato. Le politiche razziali erano pur sempre qualcosa che richiedeva una giustificazione «scientifica». Tale giustificazione venne in forme specificamente «italiane» in quanto gli scienziati erano ormai adusi a parlare di razze, di miglioramento delle razze, di eliminazione di soggetti «difettosi» e di come procedere a tale eliminazione.

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Capitolo quarto L’antisemitismo di stato 1. Un andamento fluttuante Nel tentare di capire quando prese forma la decisione di mettere in atto una politica della razza occorre fronteggiare difficoltà già descritte e che non esistono nel caso tedesco. Nessuno si chiederebbe quando nacque nella mente di Hitler l’idea di perseguitare gli ebrei. La risposta sarebbe ovvia: fin dall’inizio. La «soluzione finale della questione ebraica» fu una scelta assunta in un momento determinato che, tuttavia, traduceva nei fatti un aspetto strutturale dell’ideologia hitleriana. La sua implementazione pratica fu oggetto di una serie di decisioni assunte via via, ma non rappresentava una svolta nella politica e nell’ideologia del regime. Al contrario, è difficile dire quando nacque nella mente di Mussolini l’idea di perseguitare gli ebrei. Abbiamo anche visto che si è tentato di sciogliere tale difficoltà equiparando il caso italiano a quello tedesco: Mussolini avrebbe nutrito fin dall’inizio un’ostilità radicale nei confronti degli ebrei e la politica della razza sarebbe stata una inevitabile conseguenza del suo razzismo antisemita [Fabre 2005]. Ma non è così e i fatti addotti sono troppo fragili per dare sostanza a una simile tesi. Mussolini ebbe pregiudizi antisemiti generici 207

come, purtroppo, li ebbero tanti altri; ma, come ha rilevato Antonio Spinosa [1994], negli scritti e nelle dichiarazioni di Mussolini, dal 1910 in poi, si trova tutto e il contrario di tutto: un Mussolini antisemita e uno filosemita1. Le espressioni giudeofobiche che possono essergli attribuite prima del 1938 non raggiunsero mai il livello di virulenza, per esempio, di un Agostino Gemelli, cui nessuno attribuirebbe un progetto di «soluzione finale» malgrado egli si sia augurato esplicitamente la morte di tutti gli ebrei2. La politica popolazionista e demografica di Mussolini inaugurata nel 1927 ha un evidente significato razziale (di «difesa della razza») ma è impossibile qualificarla come un progetto di persecuzione degli ebrei e scoprirvi un’intenzione e accenti antisemiti: non a caso essa fu accettata e difesa anche da demografi ebrei e non suscitò reazioni o divisioni nelle comunità ebraiche. Neppure aiutano a capire le ricostruzioni di parte fascista, le quali tendono per lo più a giustificare il corso dei fatti e cioè a dare per scontato che il susseguirsi degli eventi non potesse non sfociare nelle leggi razziali antiebraiche. Abbiamo visto che Bottai, in una circolare del 6 agosto 1938, definiva «naturale, logico e necessario» che, dopo aver affrontato l’«aspetto quantitativo» della questione demografico-razziale, ne venisse impostato e definito l’«aspetto qualitativo»3. Per parte sua, Giorgio Almirante batteva sullo stesso tasto, non soltanto definendo il razzismo un naturale sviluppo del nazionalismo, ma cogliendo l’occasione per rivendicarne l’originalità italiana: Il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l’Italia abbia mai tentato. Chi teme, ancor oggi, che si tratti di un’imitazione straniera (e i giovani non mancano, nelle file di questi timorosi) non si accorge di ragionare per assurdo: poiché è veramente assurdo sospettare che un movimento inteso a dare agli italiani una coscienza di razza - cioè qualche cosa come un nazionalismo potenziato del cinquecento

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per cento - possa condurre ad un asservimento a ideologie straniere [Almirante 1938a, 47-48]4.

La ricostruzione di Telesio Interlandi, direttore del quotidiano razzista «Il Tevere» e de «La difesa della razza», era di un semplicismo quasi caricaturale: la storia del razzismo è questa. Si inizia la pubblicazione di alcuni articoli di ispirazione razziale su «Quadrivi®». Gli autori di tali articoli sono elogiati dal Duce. Dunque sono quelle le preliminari battute razziali profittevoli al Paese. Si continua, in tal senso, su «Quadrivio» e su «Il Tevere». La chiarificazione di certi principi razziali così compiuta è, attraverso organi di Governo, non soltanto ammessa ma, ufficialmente, per superiori disposizioni, approvata [Interlandi 1942, 3].

Questa è, senza ombra di dubbio, la ricostruzione più lontana dalla realtà dei fatti. Mussolini stette a guardare le successive ondate di campagne antisemite che vennero periodicamente promosse da certi ambienti del fascismo, soprattutto a partire dalla metà degli anni Trenta, senza prendere una posizione né a favore né contro. Si ha l’impressione che egli lasciasse fare o desse un segnale di arresto secondo le sue convenienze, le quali erano soprattutto legate alle alterne vicende dei rapporti tra il fascismo e il movimento sionista. Tuttavia, quando decise di dare avvio alla campagna razziale lo fece scegliendo una linea che era sostanzialmente diversa dall’antisemitismo di stile tradizionale degli articoli menzionati da Interlandi e che piuttosto si ricollegava al filone demografico-razziale del decennio precedente. In tal senso, le testimonianze di Bottai e Almirante contengono un elemento di verità, anche se forzano la continuità in un senso troppo deterministico5. Di fatto, la scelta di Mussolini fu dettata da un complesso di fattori politici e ideologici: ravvivare la fiamma rivoluzionaria del fascismo estremizzando la questione razziale, radicalizzare Patteggiamento nazionalrazziale degli italiani di fronte alle popolazioni africane di 209

cui erano divenuti padroni, punire gli ebrei per i rapporti sempre meno buoni del fascismo con il sionismo internazionale, rafforzare il legame con l’alleato germanico. Il terreno per questo contesto era stato favorevolmente preparato sia dalla decennale campagna sul tema demografico-eugenetico-razziale, sia dal progressivo degradarsi della condizione della minoranza ebraica in Italia, sia dalle campagne antisemite scatenate da alcuni ambienti fascisti e alle quali alludeva Interlandi. Abbiamo già visto come il Concordato avesse rappresentato uno sviluppo molto negativo per la condizione civile e istituzionale degli ebrei italiani6. Non a caso un anno dopo la firma del Concordato, Mussolini conferì un nuovo assetto alle comunità ebraiche italiane con un provvedimento legislativo con cui lo stato assumeva la vigilanza e la tutela delle stesse e le rendeva strumenti del regime7. Un secondo sviluppo importante fu rappresentato dall’esplodere di una violenta campagna di stampa antisemita agli inizi del 1934 dopo una serie di avvisaglie risalenti alla seconda metà del 1933. In questa campagna si distinsero alcuni fogli che erano stati in prima linea sulla «questione ebraica»: «Il Tevere», «Ottobre», «Il regime fascista» di Roberto Farinacci. Il tema prediletto da questa stampa era battere la grancassa sulle tematiche antisemite più comuni e scontate - la sete di potere e di denaro degli ebrei, la loro onnipresenza e sovrarappresentanza, la loro natura di corpo estraneo alla nazione e infedele nei confronti del regime che tuttavia non riuscirono a far presa e a suscitare un interesse diffuso. L’attacco iniziò a diventare più incisivo quando si ebbe l’idea di concentrarlo sul tema dell’italianità dei sionisti, ovvero quando si mise nel mirino non l’ebraismo in generale ma la sua corrente sionista: il sionismo fu posto 210

sotto accusa come un vero e proprio reato di lesa italianità. L’attacco stavolta fece presa. Difatti, esso colpì una faglia già dolente: il dissenso presente nel mondo ebraico italiano fra sionisti, filosionisti, antisionisti e fascisti, e riuscì a trasformare tale dissenso in una polemica aperta. L’Unione delle comunità israelitiche fu costretta a intervenire per ribadire che tutti gli ebrei erano «animati dalla più pura italianità» indipendentemente dal loro atteggiamento nei confronti del sionismo8. Ma la polemica non si spense e produsse lacerazioni profonde all’interno del mondo ebraico, lacerazioni che furono sapientemente enfatizzate e sfruttate dagli organi di stampa antisemiti. Tuttavia, anche così l’attacco rischiava alla lunga di esaurirsi per il suo carattere troppo astratto e di principio. A quel punto si verificò un episodio che contribuì a gettare benzina sul fuoco vacillante e a riattizzare l’incendio. Durante una normale operazione di polizia, l’ll marzo 1934 furono fermati Sion Segre e Mario Levi nella località di Ponte Tresa presso Varese. Essi provenivano dalla Svizzera e tentavano di introdurre in Italia giornali e manifesti antifascisti preparati da membri di Giustizia e Libertà rifugiati in Francia. Sion Segre fu arrestato. Mario Levi, divincolandosi dalla presa degli agenti, si gettò nelle acque del fiume Tresa, riuscì a guadagnare la sponda svizzera e si rifugiò in Francia9. Le abitazioni di Sion Segre e Mario Levi furono perquisite e furono fermati alcuni componenti delle loro famiglie e alcuni amici che le frequentavano: in tutto quattordici persone, tra cui Carlo Vercelli, Leone Ginzburg, Leo Levi, Carlo Levi. Gli eventi dell’11 marzo furono commentati con gran clamore da «Il Tevere» e collegati alla polemica precedente. Il giornale annunciava che era stata finalmente trovata la «pistola fumante», la prova che gli ebrei erano attivamente sionisti e anti-italiani. L’articolo portava un titolo quanto mai significativo, che 211

faceva il verso in modo sprezzante all’antica invocazione che da due millenni chiude la celebrazione della Pasqua ebraica: Lascianà abbà Biruscialaim (Latino prossimo a Gerusalemme), Quest’anno al Tribunale Speciale [Anonimo 1934], Dunque, osservava il giornale, la polemica precedente non era «oziosa»: « la polemica che abbiamo sostenuto in questi tempi […] mirava a stabilire, con documenti ebraici alla mano, che l’ebreo non si assimila […] che l’ebreo esige una doppia nazionalità - diciamo pure una doppia patria […] Tutto questo ha oggi il drammatico suggello dell’Ovra» [ibidem]. Insomma, non si trattava del banale arresto di due sovversivi, ma della scoperta di una congiura ebraica contro il regime e la nazione. La polemica rimbalzò su tutta la stampa e, in particolare, su «Il popolo d’Italia», il che era assai significativo, trattandosi del giornale personale di Mussolini, che dava la linea ufficiale. Tuttavia, anche questa polemica si spense, a riprova che Mussolini, dopo aver lasciato che essa si sviluppasse, non era ancora convinto che questo fosse il terreno giusto e il momento per agire. Il risultato più concreto e più grave fu quello di aver minato dalle fondamenta la compattezza e la solidarietà dell’ebraismo italiano, che ora era apertamente lacerato tra fascisti e antifascisti, fra sionisti e antisionisti. L’Unione delle comunità israelitiche non si trovò quindi soltanto esposta al fuoco della campagna antisemita del 1934, ma dovette far fronte a un conflitto aperto fra ebrei sionisti o filosionisti e fra ebrei antisionisti e fascisti. Le spaccature che iniziarono a prodursi furono gravissime. Questa storia assai complessa esorbita dagli obiettivi del presente libro e, del resto, è stata trattata in modo esauriente da Renzo De Felice [1961], Va tuttavia ricordato l’evento più clamoroso, e cioè la frattura che si produsse nella comunità israelitica di Torino, e la cui principale manifestazione fu la fondazione 212

di un giornale, «La nostra bandiera», da parte di un gruppo che assunse posizioni accesamente fasciste, proclamò l’italianità come dovere prioritario degli ebrei italiani, condannò il sionismo e qualsiasi atteggiamento capace di identificare gli ebrei come un gruppo a parte nella comunità nazionale. Il leader di questo gruppo era Ettore Ovazza, fascista e squadrista della prima ora. Nell’editoriale del 1° maggio 1934 si leggeva: Siamo dei soldati, siamo dei fascisti: ci sentiamo uguali a tutti gli altri cittadini, specialmente nei doveri verso la patria comune […] Benito Mussolini, nella sua multiforme poderosa opera di statista ha dato agli italiani di religione ebraica una legge che è oggi la più equa fra tutte quante regolano la vita delle nostre comunità in tutti i paesi d’Europa […] Abbiamo oggi una situazione giuridica chiara e definita: abusarne o rendersene indegni, costituisce una colpa meritevole della severa giustizia del Regime […] La ricostituzione di una Nazione ebraica in Palestina è un anacronismo storico ed un artificio che deve essere combattuto. Nel 1492 gli ebrei espulsi in massa dalla Spagna si sparsero in tutte le regioni d’Europa e nell’Africa del Nord […] Da allora essi sono cittadini fedeli dei paesi dove hanno trovato rifugio e Patria […] Il sionismo è stato un magnifico mezzo per valorizzare un territorio coloniale coi denari degli ebrei del mondo intero. Noi aiutiamo e aiuteremo queste popolazioni che sorgono a nuova vita, ma mentre affermiamo l’impossibilità assoluta della creazione e della vitalità di una Nazione ebraica indipendente, riconosciamo l’urgenza e la necessità di riesaminare in sede internazionale tutto il problema […] Il miglior alleato della politica razzista è oggi, suo malgrado, il sionismo nazionalista. È nostra ferma convinzione che mai la politica antisemita sarebbe giunta agli estremi che ha toccato, se non avesse avuto fra i suoi principali argomenti probatori, il così detto focolare nazionale […] L’antisemitismo, ove esista, non è un argomento sufficiente a convalidare la necessità di una nazione ebraica.

Il gruppo de «La nostra bandiera», sebbene fosse legato ad ambienti del regime e, in particolare, alla federazione fascista torinese, non era mera espressione di servilismo da parte di un nucleo timoroso o impaurito. I suoi componenti erano persone in buona fede e che sostenevano senza timore la loro posizione. Il gruppo rappresentava l’esistenza all’interno dell’ebraismo italiano di una componente che si 213

sentiva a pieno diritto parte del movimento fascista e che, anche per i suoi legami con alcuni settori del governo e del partito, contava persino di riuscire a mettere a tacere estremisti come Farinacci o Interlandi. Beninteso, «La nostra bandiera» non si faceva scrupolo di spaccare l’ebraismo italiano, anzi dava mostra di volerne perseguire la fascistizzazione, per realizzare la quale riteneva necessario muovere un attacco frontale al sionismo. La crisi del 1934 ebbe come esito principale quello di mettere in luce come la questione sionista avesse un ruolo chiave nel. rapporto fra ebrei italiani e fascismo. Abbiamo detto che la questione sionista non era sentita in modo significativo dagli ebrei italiani prima degli anni Trenta. Ma, con il passare degli anni, il problema dell’atteggiamento nei confronti del sionismo era divenuto sempre più ineludibile. Progressivamente la maggioranza dell’ebraismo italiano si spostò su posizioni che, pur non considerando concretamente l’ipotesi di un trasferimento in Palestina, implicavano un sostegno al sionismo o quantomeno un atteggiamento di simpatia. Tale mutamento di atteggiamento prestava il fianco all’accusa di «doppiezza» nei confronti della nazione. Questa accusa, se sostenuta da fatti, era suscettibile di suscitare sentimenti antisemiti ben più facilmente del riferimento al logoro armamentario dei luoghi comuni antiebraici. La campagna del 1934 rappresentò quindi uno sviluppo molto significativo e pericoloso. Tuttavia, appare evidente che Mussolini non intese imboccare la via che era stata aperta da gruppi, giornali e gerarchi che non interpretavano pienamente le sue intenzioni peraltro ancora confuse. Di nuovo, una delle chiavi principali era il sionismo: la scelta del duce di usare o lasciar cadere quel genere di campagne era legata alle vicende complesse, tortuose e alterne dei suoi rapporti con la dirigenza del movimento sionista internazionale. Furono 214

vicende che videro momenti di convergenza alternati a fasi di freddezza, ma che sfociarono nella rottura finale a partire dal 193710. È da notare che una ricostruzione puntuale degli atteggiamenti ufficiali del regime nei confronti della questione ebraica deve tener conto anche di un altro aspetto delle relazioni con il sionismo: le oscillazioni del duce tra ebrei e arabi in funzione anti-inglese e le sue incertezze circa le scelte diplomatico-strategiche riguardo alla questione palestinese. D’altra parte, Mussolini era ben lontano dalla scelta di una politica antiebraica in stile nazista e, nel 1934, si espresse in forme violente contro l’antisemitismo razzista hitleriano basato sull’idea della comunione del sangue. In fin dei conti, Mussolini non aderì mai a tale idea neppure nella definizione finale della sua politica della razza che - pur con alcune oscillazioni di cui diremo in dettaglio - si richiamò all’identità rappresentata dalla civiltà di Roma. Questa visione era diffusa nel mondo fascista così come la critica alle politiche naziste della razza11. Tuttavia, è indiscutibile che la tematica della razza, sia pure in un senso diverso da quello hitleriano e non ancora ben definito nella mente del duce, facesse parte integrante dell’ideologia del fascismo. Pertanto, se l’anno 1935 e la prima metà del 1936 segnarono bonaccia sul fronte ebraico, quasi che la campagna antisemita fosse stata archiviata, in quel periodo il regime fece pratica di razzismo sul fronte coloniale. Erano gli anni della guerra italo-etiopica che, nelle intenzioni del duce, doveva segnare un nuovo grande trionfo del fascismo. Fino alla proclamazione dell’Impero (9 maggio 1936) la propaganda fascista fu tutta impegnata a esaltare la grande impresa. La fine della campagna antiebraica sembrò addirittura trovare una conferma nel decreto vicereale del settembre 1936 con cui venne costituita la comunità di Addis Abeba per proteggere i 215

«falascià», le popolazioni africane di religione ebraica. Ma questo atto di riguardo non offuscò il fatto che proprio nel periodo della fondazione dell’Impero venne alla luce il razzismo più brutale di Mussolini. Gli indigeni (compresa la loro classe dirigente) furono considerati vile manodopera, trattati come sudditi e non come cittadini. «Il fascismo scrisse Luigi Preti - pretendendo di realizzare nell’Africa orientale un impero di popolamento fondato sul principio dello sviluppo separato della comunità bianca e della nera, non comprendeva di proporsi un obiettivo assurdo e quasi senza precedenti» [Preti 1968, 92]. In questa fase, nella tematica demografico-popolazionista confluì l’idea della superiorità della razza bianca italiana. E il decreto legge del 19 aprile 1937 concernente il divieto di rapporti coniugali, o a essi assimilabili, fra italiani e indigeni, costituì di fatto la prima legge razziale del regime fascista. La breve tregua sul fronte della questione ebraica si interruppe nell’autunno del 1936. E qui intervenne ancora un altro fattore, quello che parte della storiografia ha enfatizzato come l’unico determinante: l’accentuarsi della persecuzione antiebraica nella Germania hitleriana. Dall’8 al 14 settembre si svolse a Norimberga il congresso del Partito nazista: vi parteciparono alcuni esponenti del fascismo e la stampa italiana fece dei servizi dettagliati sui lavori, riferendo con molto rilievo l’intervento di Goebbels, che aveva attaccato implacabilmente il bolscevismo e l’ebraismo. L’occasione venne afferrata al volo dal solito Farinacci. «Il regime fascista» fu l’unico giornale italiano a riattizzare l’incendio contro gli ebrei italiani. Nell’editoriale del 12 settembre 1936 Farinacci riprese i temi dell’adunata nazista per pronunciare una spietata requisitoria contro gli ebrei italiani che per toni e contenuto superava, e di molto, quelli della campagna del 1934: 216

Dobbiamo confessare che in,Italia gli ebrei, che sono solo una infima minoranza, se hanno brigato in mille modi per accaparrarsi posti nella finanza, nella economia e nelle scuole, non hanno svolto opera di resistenza alla nostra marcia rivoluzionaria. Dobbiamo confessare che hanno sempre pagato i loro tributi, obbedito alle leggi, compiuto anche in guerra il loro dovere. Ma essi tengono purtroppo un atteggiamento passivo, che può suscitare qualche sospetto. Perché non hanno detto mai una parola che valga a persuadere tutti gli italiani ch’essi compiono il loro dovere di cittadini per amore, non per timore o per utilità? Perché non dimostrano in modo tangibile il proposito di dividere la loro responsabilità da tutti gli ebrei del mondo, che mirano ad un solo scopo: al trionfo della internazionale ebraica? Perché non sono ancora insorti contro i loro correligionari, autori di stragi, distruttori di chiese, seminatori di odi, sterminatori audaci e malvagi di cristiani? Si sta generando la sensazione che fra poco tutta l’Europa sarà teatro di una guerra di religione. Non se ne accorgono essi? Siamo già sicuri che da più parti si griderà: noi siamo ebrei fascisti. Non basta. Bisognerà dare la prova matematica di essere prima fascisti, poi ebrei [Farinacci 1936a].

L’articolo di Farinacci provocò una serie di proteste e di repliche di parte ebraica. L’intervento più autorevole fu quello del comandante Federico Jarach, presidente della comunità israelitica di Milano. Farinacci, abilmente, pubblicò su «Il regime fascista» l’intera lettera di Jarach [1936], che definì rispettosamente come uno scritto perfettamente intonato allo spirito del fascismo, e liquidò tutte le altre repliche con un violento corsivo dal titolo Non divaghiamo! [Farinacci 1936b]. Peraltro Farinacci non mollò la presa e questo indusse «La nostra bandiera» a fornire una risposta complessiva contenuta in un articolo lunghissimo pubblicato alcuni mesi dopo, all’inizio del 1937 [Anonimo 1937]. Il tono dell’articolo confermava i sentimenti dei componenti del gruppo: tanto convintamente fascisti e antisionisti quanto decisi a difendersi senza timidezza. Da un lato veniva criticata l’ambiguità dell’Unione delle comunità israelitiche, d’altro lato si assumeva una posizione ortodossamente fascista che forniva le basi per un durissimo attacco a Farinacci. Le accuse contro gli ebrei italiani venivano definite «manovre 217

che l’antisemitismo mondiale compie nel folle proposito di trascinare sulla propria scia il Fascismo» ed «eco alla veemente crociata antisemitica e antiebraica bandita da Norimberga», una crociata che trovava rispondenze in Italia «per effetto di altre influenze probabili se non documentabili» che «Il regime fascista» metteva in giro facendosi complice di organi come l’agenzia Oriente «che sembra voler aspirare a divenire l’organo dell’artificiale antisemitismo italiano in fieri». Richiamandosi, contro queste tendenze, alle prese di posizione mussoliniane contro l’antisemitismo, «La nostra bandiera» apriva una contesa interna al fascismo in cui il duce veniva tirato da entrambe le maniche. Tuttavia, Mussolini continuò a tacere, probabilmente ancora incerto sulla direzione definitiva da prendere. Ma l’offensiva del 1936 aveva dato i suoi frutti: non soltanto per l’ulteriore diffusione di veleni antisemiti, ma anche per l’aggravamento della crisi del mondo ebraico, che dava segni di sgretolamento. Agli inizi del 1936 la situazione era così grave che si poteva temere che «veramente l’ebraismo italiano si dibattesse ormai in una crisi insanabile» [De Felice 1961, 272]. Invece, proprio a partire da questa fase drammatica di disgregazione iniziò un processo di ripresa: La profondissima scissura, che si era venuta aprendo negli anni Trenta, a mano a mano che la persecuzione progrediva si richiudeva […] Nella comune resistenza contro l’oppressione, nel reciproco aiuto, nell’orgogliosa difesa del proprio essere contro le calunnie e le sopraffazioni, nella rivendicazione contro il fascismo della propria ebraicità e al tempo stesso della propria italianità, nel vedersi compresi, aiutati, sostenuti dalla stragrande maggioranza degli italiani, molti di questi ebrei assimilati ritrovarono anzi la propria ebraicità e, al tempo stesso, il loro pieno equilibrio di ebrei e di italiani [ibidem].

Ma la partita non era chiusa. Nell’aprile del 1937 si aprì un nuovo capitolo della campagna antisemita. Stavolta l’innesco fu rappresentato dalla pubblicazione di un libro di 218

Paolo Orano, dal titolo Gli ebrei in Italia. Orano riapriva il dossier della fedeltà al regime asserendo che era venuta l’ora della chiarificazione definitiva: Gli italiani di religione ebraica debbono dunque fare intendere di schierarsi contro tutti i correligionari d’Europa. Il buon fascista desidera la caduta del gabinetto socialista Blum che lavora a spingere Francia e Russia contro le alleate Italia e Germania; il buon fascista auspica la piena gloriosa vittoria delle armi cattoliche nazionaliste di Franco in Spagna; il buon fascista augura all’Europa che la forza tedesca unita a quella italiana non soltanto tengano indietro ma abbattano e distruggano la coalizione massonico-ebraica-bolscevica; il buon fascista giudica una minaccia per l’Italia la formazione di uno Stato ebraico britannico in Palestina e crede necessaria la migliore amicizia tra Italiani ed Arabi. Finalmente il buon fascista giura di servire esclusivamente la causa imperiale della nazione eletta che è l’italiana, del popolo privilegiato che è quello di Scipione, di Cesare, di Augusto, di Traiano, di Costantino, di Innocenzo III, di Giulio II, di Machiavelli, di Cavour, di Gioberti, di Mussolini [Orano 1937, 166].

Le tesi di Orano riprendevano e riassumevano tutti i temi delle campagne precedenti e li portavano a una sintesi conclusiva e operativa: agli ebrei era richiesto addirittura di schierarsi «contro l’Israele internazionale, contro il sionismo, contro gli apostoli arcani, i messianismi galvanizzanti». E senza ulteriori indugi: per le comunità ebraiche era «arrivato il giorno del redde rationem». Orano concludeva sinistramente: «È il problema che deve essere abolito. L’Italia fascista non ne vuole. Il dire di più sarebbe superfluo». Il libro di Orano suscitò forti ripercussioni sulla stampa, più o meno come era accaduto nel 1936. Tuttavia, anche questa nuova ondata si sarebbe probabilmente spenta come le altre, pur lasciando tracce e ferite sempre più profonde, se stavolta il duce, pur continuando a tacere, non avesse lanciato un segnale sufficientemente esplicito. Si trattò di un articolo de «Il popolo d’Italia» in cui si affermava che ci si trovava ora di fronte a un «problema nuovo», perché la 219

relazione di armonia degli ebrei italiani con il resto della popolazione italiana appariva mutata nell’ultimo decennio [Gregorio 1937]. Il segnale testimoniava in modo eloquente che qualcosa stava maturando nella mente del duce. Pertanto esso fu raccolto in pieno e il resto della stampa fece a gara per essere in prima linea nel riprendere i temi del libro di Orano e scatenarsi nello zelo antisemita. Lo sconquasso nel mondo ebraico raggiunse l’apice e, mentre ebrei antifascisti e sionisti tacevano (o meditavano di emigrare), le componenti fedeli al fascismo si profondevano in dichiarazioni di fedeltà al regime e di presa di distanza dal sionismo e dall’«internazionalismo ebraico». La stampa fu invasa di lettere di questo tenore e ciò determinò una situazione confusa e persino controproducente. Ancora una volta Mussolini impose la fine della campagna ai primi di giugno del 1937. A partire da questo momento, e fino agli inizi dell’antisemitismo di stato, la campagna antisemita sostanzialmente ristagnò, restando affidata a quei giornali estremisti che se ne erano sempre occupati nel passato12. Questo non significava affatto che la questione fosse chiusa. Al contrario. Era ormai chiaro che Mussolini stava meditando circa il modo migliore di impostare la questione. 2. Una scelta di politica razziale Abbiamo detto e ripetuto, sulla scia delle affermazioni di De Felice, che Mussolini non aveva certamente la stoffa del «teorico». Ne avremo la conferma più chiara nel prossimo paragrafo, quando parleremo della genesi pasticciata del primo documento del razzismo italiano e del successivo andamento a zig-zag circa l’impostazione teorica da dare alla 220

campagna razziale. Tuttavia, occorre riconoscere che Mussolini fu assai lucido nel capire che dei provvedimenti contro gli ebrei non potevano essere presi sulla base di un antisemitismo di tipo tradizionale che mescolava in modo talora incongruo argomenti politici con pregiudizi persino mutuati dall’antigiudaismo cristiano. Appariva chiaro che lungo questa strada si rischiava di finire in un pantano senza via d’uscita. Difatti, le ripetute dichiarazioni di fedeltà alla nazione e al regime che provenivano da parte ebraica rischiavano di avere effetti controproducenti: la popolazione, abituata a convivere con gli ebrei da tempo immemorabile, rischiava di trovare incomprensibilmente persecutorio un attacco ostinato sulla base di argomenti che gli ebrei stessi confutavano efficacemente con il loro stesso comportamento. Per giustificare appieno dei provvedimenti antiebraici occorreva incardinarli nel solco ideologico del fascismo, dar loro il senso di una necessità per il bene della nazione. L’intuizione di Mussolini fu di incardinarli sulla questione della razza, che aveva già assunto un posto importante nell’ideologia fascista fin dalla metà degli anni Venti. Qui intervenne in modo decisivo un altro aspetto della mentalità di Mussolini, e cioè la sua insopprimibile tendenza rivoluzionaria che faceva di lui un politico ben diverso da un semplice «reazionario» come Francisco Franco. In quegli anni Mussolini era preoccupato da una certa tendenza del fascismo a «imborghesirsi», a perdere la sua natura marziale e rivoluzionaria. Bisognava imprimere una svolta molto netta attraverso segnali inequivocabili. La scelta di ravvivare la questione razziale dandole un’impostazione non più limitata agli aspetti demografici e quantitativi e trasferendo su questo terreno la questione ebraica fu uno degli strumenti di questa svolta. Numerosi documenti testimoniano come agli inizi del 221

1938 Mussolini avesse ormai deciso quale indirizzo dare a tutta la questione. Ci riferiremo qui a un documento rilevante in quanto di carattere ufficiale: l’Informazione diplomatica n. 14 del 17 febbraio 1938. Esso testimonia con grande chiarezza la presa di distanza dall’approccio antisemita alla Farinacci e alla Orano, che pure erano stati abilmente utilizzati per attizzare un clima generalmente ostile nei confronti degli ebrei, e fornisce alcune prime indicazioni circa la nuova linea: Recenti polemiche giornalistiche hanno potuto suscitare in taluni ambienti stranieri l’impressione che il Governo fascista sia in procinto di inaugurare una politica antisemita. Nei circoli responsabili romani si è in grado di affermare che tale impressione è completamente errata e si considerano le polemiche come suscitate soprattutto dal fatto che le correnti dell’antifascismo mondiale fanno regolarmente capo ad elementi ebraici. Gli ambienti responsabili romani ritengono che il problema ebraico universale lo si risolve in un modo solo: creando in qualche parte del mondo, non in Palestina, lo Stato ebraico: Stato nella piena significazione della parola, in grado quindi di rappresentare e tutelare per le normali vie diplomatiche e consolari tutte le masse ebraiche disperse nei diversi paesi. Dato che anche in Italia esistono degli ebrei, non ne consegue di necessità che esista un problema ebraico specificatamente italiano. In altri paesi gli ebrei si contano a milioni, mentre in Italia, sopra una popolazione che attinge ormai i 44 milioni di abitanti, la massa degli ebrei oscilla fra le 50-60 mila unità. Il Governo fascista non ha mai pensato, né pensa di adottare misure politiche, economiche, morali contrarie agli ebrei in quanto tali, eccettuato beninteso nel caso in cui si tratti di elementi ostili al Regime. Il Governo fascista è inoltre risolutamente contrario a qualsiasi pressione diretta o indiretta per strappare abiure religiose o assimilazioni artificiose. La legge che regola e controlla la vita delle comunità ebraiche ha fatto buona prova e rimarrà inalterata. Il Governo fascista si riserva tuttavia di vigilare sull’attività degli ebrei venuti di recente nel nostro paese e di far sì che la parte degli ebrei nella vita complessiva della Nazione, non risulti sproporzionata ai meriti intrinseci dei singoli e all’importanza numerica della loro comunità13.

Questa nota è una chiara messa a punto della questione 222

ebraica da parte dello stesso Mussolini14. In essa emergono alcuni elementi nuovi. In primo luogo - come si è detto - una presa di distanza dall’antisemitismo tradizionale. Il regime dichiara di non aver interesse né intenzione di perseguitare gli ebrei in quanto tali. Se mai, saranno altre ragioni a determinare possibili interventi. Si accenna al fatto che le polemiche sbagliate sono state probabilmente suscitate dalla corretta percezione che l’ebraismo internazionale appare troppo spesso implicato nelle correnti antifasciste. Qui si coglie non soltanto un abile sfruttamento dei temi delle campagne precedenti, ma anche un preciso avvertimento politico. Posto che gli ebrei in quanto tali non sono sotto il mirino del regime, vengono però messi sotto il riflettore un gruppo ebraico e un problema. Il gruppo, su cui deve essere esercitata la vigilanza, è quello degli ebrei venuti «di recente» in Italia, ovvero gli ebrei che hanno ottenuto da poco la nazionalità italiana e che non si sono completamente assimilati con gli italiani. Il problema è invece quello della quota che agli ebrei è consentito occupare nella vita della nazione: essa deve essere proporzionata al loro numero e ai loro meriti. Sembra di vedere già in filigrana i due primi provvedimenti della legislazione razziale fascista: l’espulsione degli ebrei stranieri e l’espulsione degli ebrei dalle scuole (troppi e troppo influenti). La nota tende a tranquillizzare l’opinione pubblica, trasmettendo l’idea che in Italia non esiste un «problema ebraico». La questione è tolta dalle mani dei pasticcioni alla Farinacci e presa in mano dal duce in persona15. La «soluzione» ideata da Mussolini - e che prende forma in quei mesi di relativa pausa - è quella che abbiamo detto: non esiste una specifica «questione ebraica» se non nel contesto di una più generale «questione razziale». È bene però che gli ebrei si rendano conto che il loro «problema» è quello di far parte di una razza «diversa» da quella italiana e 223

dell’opportunità di crearsi un’entità nazionale autonoma in qualche parte del mondo, purché non in Palestina. Chi non vorrà adeguarsi a tale necessità dovrà adattarsi a subire provvedimenti di emarginazione dalla comunità nazionale. Discriminare, non perseguitare Questo modo di porre la questione permette di uscire dall’inconcludente chiacchiericcio antisemita dei Farinacci, ridefinendo la questione sul terreno del supremo obiettivo della politica fascista: la rigenerazione del popolo italiano per trasformarlo in una razza forte di dominatori. Si ritorna così nell’alveo della questione popolazionista che era stata al centro del pensiero di Mussolini dalla metà degli anni Venti e che, nella fase imperiale, aveva iniziato a spostarsi dall’aspetto meramente quantitativo a quello qualitativo. Difatti - come si è visto - le vicende della guerra coloniale e della presenza italiana nell’Aoi avevano suscitato nel duce grandi preoccupazioni circa le virtù belliche e dominatrici del popolo italiano, che appariva ancora dominato da atteggiamenti e comportamenti borghesi, molli, imbelli, privi della dignità e del necessario distacco dalle razze soggette16. In generale, Mussolini era ossessionato dalla tendenza della civiltà occidentale alla disgregazione e pensava alle possibili risposte. Vi sono diverse testimonianze circa un suo progetto di scrivere un libro-manifesto che delineasse i caratteri di una «nuova civiltà» che avrebbe ridato linfa all’Occidente. Il titolo avrebbe dovuto essere Europa 2000 e la tematica centrale era demografica e razziale17. Il duce non lo scrisse mai, di certo per la sua difficoltà a formulare una tesi in modo organico, ma l’intenzione testimonia quanto quella tematica fosse al centro dei suoi pensieri. Ciò è confermato da un’annotazione di Galeazzo Ciano nel suo diario, in data 6 settembre 1937:

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Il Duce si è scagliato contro l’America, paese di negri e di ebrei, elemento disgregatore della civiltà. Vuole scrivere un libro: l’Europa nel 2000. Le razze che giocheranno un ruolo importante saranno gli italiani, i tedeschi, i russi e i giapponesi. Gli altri popoli sarano distrutti dall’acido della corruzione giudaica. Rifiutano persino di far figli perché ciò costa dolore. Non sanno che il dolore è il solo elemento creativo nella vita dei popoli. Ed anche in quella degli uomini [Ciano 1990].

Abbiamo detto che la ripresa in termini radicali della questione razziale è legata alla decisione di Mussolini di imprimere al fascismo una nuova svolta rivoluzionaria. Nel 1938 prende le mosse una violenta polemica antiborghese18 che accentua fortemente le caratteristiche totalitarie del regime. Nella sua biografia di Mussolini, De Felice ha analizzato i tratti fondamentali di questa svolta, riferendosi in particolare a un discorso semisegreto che il duce tenne davanti al Consiglio nazionale del Partito nazionale fascista il 25 ottobre 1938, e in cui illustrò i tre «poderosi cazzotti nello stomaco» che «nel sedicesimo anno del regime» aveva inteso dare alla borghesia italiana. Il primo «cazzotto» era l’ abolizione del «servile e straniero» lei e la sua sostituzione con il più virile voi, e questo nel quadro di una campagna di purificazione della lingua e della cultura italiane. Il secondo «cazzotto» era l’introduzione del «passo romano», di cui Mussolini rivendicava l’originalità, sostenendo che esso non era affatto copiato né era la stessa cosa del «passo dell’oca» germanico19. Il terzo «poderoso cazzotto nello stomaco della borghesia» era la politica razziale. Il discorso di Mussolini è assai interessante perché appare evidente che egli aveva riflettuto sulla questione e si era sforzato di elaborare una soluzione originale «italiana» che definisse la coscienza razziale nazionale in modo nuovo rispetto all’approccio germanico e tale da superare le varie 225

difficoltà teoriche e politiche. Queste difficoltà erano soprattutto il carattere composito della popolazione italiana che aveva messo a dura prova le teorizzazioni degli antropologi e degli eugenisti; e l’ostilità nei confronti di un approccio biologistico, estraneo alla tradizione italiana e impopolare nel mondo cattolico. Nel suo discorso Mussolini appare cosciente di questi problemi, dei termini del dibattito e delle divergenze. Egli tenta, con un «colpo d’ala» teorico alquanto claudicante, di tagliare il nodo gordiano e di definire in maniera definitiva il modo di affrontare la questione. Dopo aver ribadito una volta per tutte il carattere centrale e prioritario della questione razziale, egli così pone fine alle diatribe sulla natura razziale del popolo italiano: gli italiani sono ariani sì, perché giunti dalle Alpi, ma di tipo mediterraneo puro. Infatti, da almeno millecinquecento anni essi sarebbero rimasti relativamente isolati, divenendo una formazione razzialmente pura ben distinta da quella ariana non mediterranea. La costituzione di una formazione razzialmente pura non viene così ricondotta a un fatto di purezza di sangue: questa non esiste né si pretende di affermarne l’esistenza. Essa è frutto dell’acquisizione di una «coscienza razziale», ovvero di un fattore spirituale. Del resto, i pochi che erano scesi in Italia si erano rapidamente assimilati alla romanità. Leggiamo le parole di Mussolini: Il problema razziale è per me una conquista importantissima, ed è importantissimo averlo introdotto nella storia d’Italia. I romani antichi erano razzisti fino all’inverosimile. La grande lotta della Repubblica Romana fu appunto questa: sapere se la razza romana poteva aggregarsi ad altre razze. Questo principio razzista introdotto per la prima volta nella storia del popolo italiano è di una importanza incalcolabile, perché, anche qui, eravamo dinanzi ad un complesso di inferiorità. Anche qui ci

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eravamo convinti che noi non siamo un popolo, ma un miscuglio di razze […] Bisogna mettersi in mente che noi non siamo camiti, che non siamo semiti, che non siamo mongoli. E, allora, se non siamo nessuna di queste razze, siamo evidentemente ariani e siamo venuti dalle Alpi, dal Nord. Quindi siamo ariani di tipo mediterraneo, puri. Le invasioni barbariche dopo l’impero erano di poca gente: i longobardi non erano più di ottomila e furono assorbiti; dopo cinquant’anni parlavano latino. Senza risalire alle origini, ai liguri e ai cinque e seimila anni prima di Cristo, ci limitiamo a dire che, da almeno millecinquecento anni, le nostre genti si sono raggruppate fra di loro, ragione per cui la loro razza è pura, soprattutto nelle campagne. Naturalmente, quando un popolo prende coscienza della propria razza, la prende in confronto di tutte le razze, non di una sola. Noi ne avevamo preso coscienza solamente nei confronti dei camiti, cioè degli africani. La mancanza di dignità razziale ha avuto conseguenze molto gravi nell’Amara. È stata una delle cause della rivolta degli amara. Gli amara non avevano nessuna volontà di ribellarsi al dominio italiano, nessun interesse a farlo. Lo prova il fatto che durante l’impresa etiopica cinquemila amara, armatissimi, accolsero il camerata Starace, quando egli scese dall’aeroplano, con manifestazioni di obbedienza e di entusiasmo. Ma quando hanno visto gli italiani che andavano più stracciati di loro, che vivevano nei tucul, che rapivano le loro donne, ecc., hanno detto: «Questa non è una razza che porta la civiltà». E, siccome gli amara sono la razza più aristocratica dell’Etiopia, si sono ribellati. Queste cose probabilmente i cattolici non le sanno, ma noi le sappiamo. Ecco perché le leggi razziali dell’impero saranno rigorosamente osservate e tutti quelli che peccano contro di esse saranno espulsi, puniti, imprigionati. Perché l’impero si conservi bisogna che gli indigeni abbiano nettissimo, predominante il concetto della nostra superiorità [cit. in De Felice 1981, 103-104].

Già qui emergono i capisaldi della concezione razziale del fascismo. L’insistenza sull’idea della «coscienza razziale» più che sull’identità del sangue si fondava sul richiamo al modello della romanità. D’altra parte, appare evidente che il primo riferimento mussoliniano è all’esperienza coloniale. Il razzismo antiebraico verrà subito dopo, e si giustificherà come rivolto all’unica entità razziale presente sul suolo nazionale non assimilata e assimilabile a quella italiana. Esso recupererà l’armamentario antisemita delle campagne degli anni precedenti, ma nel nuovo contesto. E il contesto è 227

decisivo. Perché Mussolini era convinto di due cose: in primo luogo che la politica razziale contro gli ebrei fosse più comprensibile e accettabile da parte della popolazione se era inserita nel quadro dell’esaltazione della superiorità razziale degli italiani; in secondo luogo, che gli italiani si sarebbero trovati faccia a faccia con il problema di «sentirsi» una razza superiore e diversa (mentre non ne erano stati capaci in Africa) e sarebbero usciti temprati come l’acciaio da questa prova. La scelta del contesto implicava la scelta degli interlocutori, i quali non potevano non essere coloro che fino a quel momento si erano occupati attivamente, e in modo «scientifico», del problema della razza: gli scienziati, per l’appunto. Agli scienziati il duce si rivolse per tradurre in termini teorici e anche operativi la svolta sulla politica razziale. Tuttavia, egli lo fece alla maniera sua, e cioè facendo preparare preventivamente il primo documento ufficiale della nuova linea - che venne pubblicato il 14 luglio 1938 da «Il Giornale d’Italia» - e apponendovi la firma di un gruppo di docenti universitari senza neppure chiederla. Tuttavia, delle vicende e del contenuto di questo documento ci occuperemo nel prossimo paragrafo. Ci preme qui concludere osservando che tutte le vicende che abbiamo descritto trovano un coerente esito nella saldatura fra le correnti di pensiero razziali «scientifiche» e le scelte politiche del regime a partire dal 1938. L’influsso dell’alleanza sempre più stretta con la Germania hitleriana ebbe, senza alcun dubbio, un peso rilevante nell’accelerazione delle scelte di Mussolini. Ma è impossibile non vedere la dinamica interna e i problemi specificamente nazionali che condussero il duce all’adozione della politica razziale. A partire dal 1938 prese forma un razzismo italiano autoctono avente caratteristiche specifiche e autonome e le cui radici erano molto più lontane20. È d’altra parte evidente 228

il peso esercitato dal ravvicinamento fra Italia e Germania rappresentato dalla visita di Hitler del 3 maggio 1938 a Roma. È altresì facile produrre esempi di manifestazioni di zelo e servilismo nei confronti dell’alleato germanico da parte dei razzisti italiani. Nel 1940 Guido Landra celebrava così i due anni di pubblicazioni della rivista «La difesa della razza»: La Difesa della Razza può realmente essere orgogliosa del contributo di fede e di scienza che essa ha sempre recato alla causa dell’Asse. Quanto è stato scritto su questa rivista per fare comprendere agli italiani la reale portata del razzismo nazionalsocialista, per chiarire equivoci ed errori sul medesimo, per diffondere i più interessanti risultati della scienza razziale tedesca, rispondeva ad un elementare dovere. Per quanto poi riguarda la comprensione del razzismo italiano in Germania è stato merito de La Difesa della Razza se esso sia stato fin dal primo momento considerato come un movimento d’idee originali ed autonome. Potremmo a questo punto ricordare che i più autorevoli razzisti del III Reich, come il Luogotenente del Führer, Rodolfo Hess, il capo delle S.S. Enrico Himmler, il capo dell’Ufficio Politico Razziale del Reich Walter Gross, il Reichsteiter Alfredo Rosenberg, e, il grande antropologo Eugenio Fischer, in ripetute occasioni hanno espresso la loro ammirazione per l’opera svolta dalla nostra rivista [Landra 1940, 17].

Ma tutto ciò non vuol dir molto, o meglio ci informa di cose note. Le opinioni dei protagonisti vanno prese cum grano salis, che si tratti di quelle di Almirante o di Bottai (che confermano le nostre tesi) o di quelle di Landra (che sembrano andare in altra direzione). Anche se persino Landra, in tanto oceano di servilismo nei confronti dell’alleato germanico, parla del razzismo italiano come di un «movimento di idee originali e autonome». Le opinioni dei protagonisti debbono essere comunque confrontate con i fatti. E i fatti ci dicono che il razzismo italiano ebbe una sua storia e una dinamica autonoma, la cui traiettoria subì un’inflessione e anche un punto di svolta per il saldarsi dell’alleanza nazifascista, ma non fu determinato da questa svolta. 229

La stessa parola d’ordine «discriminare, non perseguitare» indica le caratteristiche originali del razzismo italiano21. Essa non sta a denotare un atteggiamento più riduttivo e blando: in tal senso è stata strumentalmente usata da chi, anche di recente, ha tentato di assolvere il fascismo da ogni colpa razziale. Essa trae origine dalla transizione che abbiamo sopra descritto: il prius non è l’antisemitismo, la persecuzione degli ebrei; la priorità consiste nell’affermazione delle caratteristiche razziali distintive della razza italica e nell’adozione delle misure atte a valorizzare il senso di superiorità razziale e ad affermare tangibilmente la separazione degli italiani dalle altre razze. Gli ebrei sono una di queste, anzi l’unica presente sul suolo nazionale. Sarà necessario quindi separarla, allontanarla dal cuore della vita nazionale, come conseguenza della politica razziale adottata. Del resto, nel sopracitato discorso di Mussolini, degli ebrei non si fa parola, sebbene i primi provvedimenti legislativi razziali antiebraici siano già stati promulgati. L’adozione di una politica di antisemitismo di stato è giustificata dalla sua interpretazione come misura per la difesa della razza italiana. Questo è il senso della distinzione «discriminazionepersecuzione», che si esprime nel fatto che l’antisemitismo in quanto tale - nonostante tutto e malgrado i pensieri sempre più marcatamente antiebraici che circolano nella mente di Mussolini e negli ambienti del fascismo - continua a non essere un elemento costitutivo della politica del regime fascista, come lo è invece della politica hitleriana. Ove si voglia intendere quella distinzione non in termini politici (ovvero con riferimento al contesto storico in cui essa si è formata), ma entrando nel campo delle valutazioni etiche e morali, magari per trovarvi una prova del fatto che il fascismo non perseguitò gli ebrei, ma «soltanto» li discriminò, allora si fa in realtà tutt’altra cosa: si scende sul 230

terreno delle strumentalizzazioni. L’unico invito può essere quello di andarsi a rileggere i testi delle disposizioni razziali italiane e chiedersi, in tutta onestà: davvero un individuo soggetto a leggi come quelle non doveva sentirsi «perseguitato»? 3. Il «Manifesto»: genesi, conflitti, revisioni Il 14 luglio 1938 «Il Giornale d’Italia» pubblica un articolo anonimo dal titolo Il fascismo e i problemi della razza, che viene poi ripreso dal resto della stampa italiana. I nomi dei firmatari di questo testo vengono resi noti soltanto undici giorni dopo, il 25 luglio, quando un comunicato del Pnf annunzia che il segretario del partito Achille Starace ha ricevuto un «gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle Università italiane, che hanno sotto l’egida del Ministero della Cultura popolare22 redatto o aderito alle proposizioni che fissano la base del razzismo fascista». Tra i firmatari vi sono nomi di rilievo: Nicola Pende (direttore dell’Istituto di patologia speciale medica dell’Università di Roma), Sabato Visco (direttore dell’Istituto di fisiologia generale dell’Università di Roma e direttore dell’Istituto nazionale di biologia del Cnr), Franco Savorgnan (presidente dell’Istat e ordinario di demografia nell’Università di Roma), Arturo Donaggio (presidente della Società italiana di psichiatria e direttore della clinica neuropsichiatria dell’Università di Bologna), Edoardo Zavattari (direttore dell’Istituto di zoologia dell’Università di Roma). Gli altri sono personaggi di secondo piano: Lino Businco (assistente di patologia generale nell’Università di Roma), Lidio Cipriani, Leone Franzl, Guido Landra, Marcello Ricci23. Secondo Starace il documento rappresenta il coronamento di una 231

politica del fascismo che è consistita «nel realizzare un continuo miglioramento quantitativo e qualitativo della razza» e che impone il passaggio a una fase dottrinaria e legislativa volta a «guardarsi da ogni ibridismo e contaminazione», la quale peraltro ha già avuto inizio con i provvedimenti elaborati e applicati «con fascistica energia» nelle colonie. Questo testo non è di per sé di grande importanza e non è il più adatto a illuminare le caratteristiche distintive dell’ideologia razziale del fascismo. Tuttavia il suo rilievo è legato al fatto che si tratta del primo documento ufficiale del razzismo fascista, attorno al quale si sviluppò una polemica che consente di capire le dinamiche dei diversi approcci alla questione razziale nell’ambito del fascismo. Esso può essere considerato sotto tre profili (che non possono essere disgiunti): le modalità di stesura del documento e le polemiche seguite alla divulgazione dei nomi dei firmatari, le quali sono strettamente connesse alla definizione della linea ufficiale del fascismo sui problemi della razza; l’analisi dei contenuti del documento; la valutazione della sua portata nel contesto della dottrina e della legislazione razziali del fascismo. È davvero sorprendente che per così tanto tempo siano rimaste oscure le modalità di stesura e persino la lista esatta dei firmatari del documento che, in seguito, fu comunemente chiamato Manifesto degli scienziati razzisti e che, per comodità, chiameremo d’ora in poi brevemente Manifesto. A dissipare tale oscurità non ha contribuito la ricostruzione data da De Felice [1961], il quale ha minimizzato la sua portata e il rilievo dei firmatari, che invece, a parte il gruppo degli assistenti, era di prim’ordine24. Inoltre, De Felice ha sostenuto che il Manifesto era un rimaneggiamento, a opera dello stesso Mussolini e di funzionari del Minculpop e del Pnf, di un 232

primo documento. Secondo De Felice ciò sarebbe provato dalle proteste di Pende e Visco che chiesero inutilmente a Mussolini e Alfieri una «nuova dichiarazione commissione razza», ricevendone in cambio una dura risposta e la minaccia di «far stendere da tutta la stampa nazionale un velo di silenzio su ogni loro presa di posizione scientifica, anche non inerente alla questione della razza» [ibidem, 326]. Seguì uno scontro tra Pende e il giornale «Il Tevere» che portò a definire, in una nota riservata del Minculpop, le idee di Pende «pericolose», «perniciose» e tali da far considerare la sua attività «sempre più in contraddizione con i principi del razzismo, quale è stato impostato ufficialmente dal Regime» [ibidem]. De Felice conclude che fu con tali minacce che venne estorta la firma di Pende e Visco, «il che se non diminuisce la responsabilità morale di tutti i firmatari del manifesto, serve però a spiegare come anche dei veri scienziati finirono per avallare di fatto un testo che sotto tutti i punti di vista, scientifico, politico e morale, rimane una delle cose più meschine e gravi del periodo fascista» [ibidem]. Questa ricostruzione rappresenta una mezza assoluzione per Pende e Visco e porta acqua al mulino dei tentativi (messi in opera da entrambi) di negare ogni coinvolgimento non soltanto in quella specifica operazione ma, più in generale, nella politica fascista della razza. In realtà, è ormai chiaro che le cose andarono in modo assai diverso da come raccontato da De Felice. Era evidente che Mussolini, avendo deciso di dare avvio alla politica della razza sulle basi che abbiamo descritto nel precedente paragrafo, non poteva non rivolgersi agli ambienti scientifici per formularne le basi teoriche. Ma egli era poco propenso a mettersi nelle mani di «luminari» poco malleabili o quantomeno non disponibili a seguire pedissequamente le sue direttive. Scelse così Guido Landra, 233

un giovane assistente dell’antropologo Sergio Sergi, che aveva uno status accademico abbastanza modesto da agire come semplice esecutore. Dalla ricostruzione di Gillette [2001] (basata su documenti dell’archivio Landra25) risulta che Landra avesse un rapporto di conoscenza con Interlandi (direttore de «Il Tevere»), con il quale ebbe l’occasione di discutere dei nuovi orientamenti razziali del duce. Siamo nel gennaio del 1938 e Interlandi incarica Landra di formulare dei consigli tecnici per lo sviluppo della campagna e parla di lui a Mussolini e Alfieri. A questo punto (2 febbraio 1938) Alfieri incarica Landra di stendere un documento e di coinvolgere un gruppo di scienziati. Landra invia la lista degli scienziati dopo due giorni e questa viene approvata da Mussolini l‘11 febbraio. Nei mesi successivi Landra lavorò al documento e, secondo Gillette, cambiò opinione circa l’opportunità di coinvolgere il mondo accademico: in effetti, risulta che le uniche persone della lista che Landra ritenne di coinvolgere, o meglio di informare - perché la stesura del documento rimase nelle sue mani - furono i personaggi di secondo piano: Cipriani, Franzi, Ricci e Businco. Inoltre, nel mese di aprile, egli frequentò il Kaiser-Wilhelm Institut für Anthropologie di Berlino subendo la forte influenza del suo direttore, Eugen Fischer. A quanto risulta, il 24 giugno ebbe luogo un incontro fra Landra, Alfieri e Mussolini in cui si sarebbe concretizzata una stesura quasi definitiva del documento. Di certo, in quella riunione Mussolini diede precise direttive circa le linee portanti della sua politica razziale e quindi indirizzò il contenuto del documento, la cui stesura fu completata da Landra il 28 giugno. Questa ricostruzione è coerente con il fatto che sia Mussolini sia Landra si intestarono la paternità del documento. Secondo Ciano, «Il Duce mi annuncia la pubblicazione da parte del “Giornale d’Italia” di uno 234

statement sulle questioni della razza. Figura scritto da un gruppo di studiosi sotto l’egida della Cultura Popolare. Mi dice che in realtà l’ha quasi completamente redatto lui» [Ciano 1990, 158]. Bottai conferma questa versione raccontando (in data 6 ottobre 1938) che Mussolini gli disse: «Sono io, che, praticamente, l’ò dettato» [Bottai 1989, 136]. A sua volta Landra, in una lettera a Mussolini del 27 settembre 1940, si attribuì il merito di aver redatto il famoso documento, sia pure dietro precise indicazioni del duce. Ancora Bottai (in data 16 luglio 1938) afferma che Mussolini aveva incaricato Lan-dra della redazione del Manifesto addirittura fin dall’ottobre del 1937 - ma di questo non vi è alcuna evidenza - e che Starace e il Pnf erano stati tenuti all’oscuro di tutto. La genesi e la paternità del documento si accordano assai bene con il suo contenuto. Esso rappresenta una sintesi mal riuscita della visione razziale ariano-nordica di stile germanico di Landra e di quella ariano-mediterranea e «romana» del duce: molto razzismo biologico, una miscela di confuse dottrine sulle origini della popolazione italica, un richiamo generico all’originalità del razzismo italico, nessun riferimento alla tradizione della demografia razziale e dell’eugenetica italiana. È evidente che Landra aveva cercato di spingere il pedale nella direzione del razzismo biologistico germanico e, dovendo tener conto delle direttive del duce, aveva finito col comporre un pasticcio incoerente. Il Manifesto è un decalogo di affermazioni apodittiche accompagnate ciascuna da un commento esplicativo26. La prima affermazione stabilisce che «le razze umane esistono» e che tale esistenza non è un’astrazione bensì corrisponde a «una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi». Non si specifica però ancora quali sarebbero questi caratteri, affermando che essi sono sia fisici 235

sia psicologici, il che non si concilia bene con l’affermazione della loro materialità. Si riafferma peraltro che non si può parlare di razze superiori o inferiori bensì soltanto di «razze differenti», e ciò costituisce un sensibile punto di contrasto con i capisaldi del razzismo germanico mentre appare in accordo con il punto di vista dominante nel mondo biologico-antropologico italiano. Invece, il terzo principio entra in piena contraddizione con il punto di vista precedente, affermando perentoriamente che «il concetto di razza è concetto puramente biologico». Si chiarisce che esso è basato «su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose». Viceversa, «alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza». Un simile approccio rappresentava un rovesciamento radicale delle tesi sostenute da Pende, Visco o Nicola Acerbo - definite da Raspanti «nazional-razziste» - che facevano del concetto di razza una miscela di fattori biologici, culturali, psicologici e persino ambientali e alimentari. È da notare tuttavia che il documento non riesce a dire in che cosa consista questa natura biologica della razza, ovvero a precisare in quale struttura dell’organismo vadano individuati i fattori di diversità razziale che determinano le diversità dei popoli e delle nazioni. Il secondo principio (che in un’esposizione dotata di un minimo di rigore logico avrebbe dovuto figurare al terzo posto) asserisce che «esistono grandi razze e piccole razze» e non soltanto i gruppi maggiori individualizzati da alcuni caratteri ma anche gruppi minori, come i nordici e i mediterranei, che anzi, dal punto di vista biologico, sono «individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni» e quindi costituiscono «dal punto di vista biologico 236

le vere razze». Se questo principio fa pensare che l’accentuazione dell’importanza delle «piccole vere» razze preluda a una esaltazione della razza italica in quanto mediterranea, la quarta asserzione lascia completamente delusi: «La popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana». Qui appare evidente che l’approccio filogermanico di Landra si somma con l’atteggiamento fluttuante e confuso del duce sull’argomento. Difatti, in tutti i successivi interventi di Mussolini sull’argomento apparirà chiara la difficoltà di tenere assieme e conciliare varie esigenze contraddittorie: attribuire un crisma di «arianità» al popolo italiano («ariano» è quasi sinonimo di una razza aventi caratteristiche superiori); non rinunciare alla specificità razziale degli italiani che proviene dal ceppo mediterraneo; pur non potendo negare l’esistenza di numerosi apporti di popolazione che escludono l’esistenza di una «pura» razza italica, affermare che gli italiani si sono quantomeno stabilizzati nella loro composizione da almeno mille anni. Difatti, il quinto asserto del decalogo stabilisce che «è una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici»: nessun popolo è venuto a contaminare l’Italia dopo i longobardi e quindi gli italiani avrebbero una composizione razziale persino più pura di quella di altri popoli europei. Se ne conclude (sesto asserto) che «esiste ormai una pura “razza italiana”». Qui l’accento biologistico del documento si fa più netto. Si precisa in che cosa consisterebbe il fondamento fisico della razza: il sangue. Quando si dice che esiste una razza italiana pura non si allude minimamente all’unità storico-linguistica del popolo e della nazione, bensì ci si riferisce alla «purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia». Una «purezza di sangue» che «è il più grande titolo 237

di nobiltà della Nazione italiana». Questo della «purezza del sangue» costituisce un tema nuovo nella tradizione del razzismo fascista e rappresenta il massimo avvicinamento al punto di vista germanico. Lo stesso Mussolini non aveva mai fatto uso di un simile linguaggio quando aveva parlato di razza, fin dal «discorso dell’Ascensione» del 1927, riferendosi piuttosto alla «coscienza» dell’unità razziale come a un fattore spirituale capace di creare un senso di coesione e di superiorità della comunità nazionale. Tuttavia, passando ai punti successivi è facile constatare come le accentuazioni in senso biologistico ed ariano vengano contraddette e il documento si trasformi in un clamoroso pasticcio teorico. «È tempo - proclama il principio settimo - che gli italiani si proclamino francamente razzisti», come punto d’arrivo di un lungo processo per cui «tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo». Dopo aver ribadito che «la questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose», si afferma che questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa». Quel che si vuole è «soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana», dove quel «soprattutto psicologico» contraddice platealmente l’affermazione del terzo principio, secondo cui il concetto di razza è «puramente» biologico. Questa accentuazione spiritualistica è confermata dall’affermazione che la finalità del razzismo è di «elevare l’Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità». Un analogo pasticcio avviene quando si specifica la differenza tra razzismo italiano e teorie germaniche. Si dice che «la concezione del razzismo in Italia deve essere 238

essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico». Tuttavia è assolutamente oscuro che cosa si debba intendere per «concezione italiana», a meno che non si colleghi tale asserzione con quella del successivo ottavo asserto. Vi si afferma che «è necessario fare una netta distinzione tra i Mediterranei d’Europa (occidentali) da una parte, gli orientali e gli africani dall’altra». È evidente la preoccupazione di proscrivere le teorie «pericolose» secondo cui «alcuni popoli europei» avrebbero un’origine africana, affermando la distinzione con i mediterranei «occidentali», che visibilmente hanno a che fare con gli italiani, altrimenti sarebbe bastata la distinzione tra semiti e camiti da un lato e ariani dall’altro a metterli al riparo da ogni confusione. Insomma, gli italiani sono visti come mediterranei e arianonordici al contempo, ben distinti da semiti e camiti, da cui il drastico asserto nono·. «Gli ebrei non appartengono alla razza italiana». Tutti i semiti approdati in Italia, inclusi gli arabi della Sicilia, non hanno lasciato traccia o sono stati assimilati, e in modo rapidissimo. Resta un nucleo ebraico che rappresenta l’unica popolazione in Italia che non si è mai assimilata, e questo proprio perché «è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani». In conclusione - decimo e ultimo comandamento - «i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo». Occorre evitare ogni incrocio con razze extraeuropee (come quella giudaica), che sono portatrici di civiltà diverse da quella «millenaria degli ariani». La campagna razziale prese le mosse a partire da questo documento teorico confuso e incoerente che non poteva non suscitare la reazione negativa da parte di coloro che 239

avevano sostenuto visioni razziali e antropologiche radicalmente differenti e la cui firma era stata apposta senza coinvolgerli nella redazione e addirittura senza neanche consultarli. Il documento non poneva soltanto problemi delicati per il suo approccio segnatamente (anche se non esclusivamente) biologistico e filogermanico e per la marcata omologazione della razza italica con quella arianonordica, ma anche per la singolare assenza di ogni riferimento a uno dei capisaldi dell’identità fascista, ovvero l’eredità di Roma. Esso non conteneva un solo riferimento ai romani, anche quando si riferiva a quelle popolazioni che avevano costituito il nucleo dell’identità razziale italica. Questa ambiguità del Manifesto - il suo eccessivo protendere verso il razzismo biologico di stampo nazista senza rompere i ponti con lo spiritualismo - condizionò le reazioni del mondo cattolico. La rivista dei gesuiti «La Civiltà Cattolica» (da sempre uno degli avamposti dell’antisemitismo cattolico) reagì in modo assai favorevole, sostenendo, con evidente forzatura, che l’impostazione del Manifesto poteva conciliarsi con il rigetto del razzismo nazista, quale era stato espresso nell’enciclica Mit brennender Sorge: Chi ha presenti le tesi del razzismo tedesco, rileverà subito la notevole divergenza di quelle proposte da queste del gruppo di studiosi fascisti italiani. Questo confermerebbe che il fascismo italiano non vuole confondersi con il nazismo o razzismo tedesco intrinsecamente ed esplicitamente materialistico e anticristiano [Anonimo 1938d]

Forse si trattava di un abile suggerimento a interpretare o a rivedere il documento in senso meno filotedesco. Non mancò chi, come il padre gesuita Brucculeri, intonò una lode al Manifesto senza la minima riserva: Intorno al razzismo gli studiosi italiani hanno assunto una posizione netta e precisa cui sotto il rispetto filosofico non c’è nulla da eccepire.

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Mentre sulla nozione di razza si sono ammucchiate nebulosità d’ogni sorta, equivoci grossolani, madornalità cervellotiche, i docenti fascisti delle nostre Università hanno enunciato in poche e limpide tesi tutto un contenuto del razzismo, in cui si fa giustizia sommaria di tutti quei detriti irrazionali, con cui si è costruita una teoria della razza, che documenta il disorientamento e la decadenza del pensiero contemporaneo. «Il concetto di razza - proclamano i nostri scienziati, - è un concetto puramente biologico». In questa affermazione, che non può non essere condivisa dagli studiosi d’ogni scuola e d’ogni credo, si respinge una delle principali cause del confusionismo odierno sulle teorie razziste [Brucculeri 1938].

Questa posizione dei gesuiti, per quanto significativa e influente, deve tuttavia essere considerata estrema e, come si è già detto, può essere spiegata con le inclinazioni scientiste che sono state sempre presenti nelle concezioni teoriche della Compagnia di Gesù. Altri ambienti cattolici coglievano invece il problema che avrebbe posto l’adozione di un razzismo radicalmente biologico: che ne sarebbe stato degli ebrei convertiti al cattolicesimo? Evidentemente essi sarebbero stati accomunati nella discriminazione agli ebrei fedeli alla loro religione. Veniva messo in discussione il caposaldo della secolare politica della Chiesa nei confronti degli ebrei: premere su di essi con ogni mezzo, anche con quelli persecutori, per convertirli, inglobarli ed estinguerne così definitivamente la presenza storica. Di fronte a ciò, appariva più conveniente una posizione razziale spiritualistica, che lasciasse la porta aperta alla possibilità di un «recupero» di cui poteva magari farsi carico la Chiesa stessa: in tal senso, le varie elaborazioni del razzismo italiano, persino quelle costituzionalistiche alla Pende, apparivano più convenienti perché improntate a una visione di eugenetica positiva. Tuttavia, per il momento, i provvedimenti razziali preconizzati dal Manifesto, e subito tradotti in leggi, destarono nella maggior parte del mondo cattolico ufficiale un atteggiamento di benevola comprensione e, come ebbe a comunicare l’ambasciatore 241

italiano presso la Santa Sede, «non trovarono in Vaticano sfavorevoli accoglienze». L’unica riserva, espressa dal sostituto per gli Affari ordinari alla segreteria di stato monsignor Montini (il futuro papa Paolo VI), era, per l’appunto, relativa alla sorte degli ebrei convertiti che avevano contratto matrimonio misto [De Felice 1961, 334338]. Queste difficoltà sarebbero state cancellate, o fortemente attenuate, dalla piega assunta in seguito dalla concezione razziale dominante, in un processo alquanto rapido di presa di distanza dagli eccessi biologistici del Manifesto e di una sua correzione fino alla proposizione di documenti alternativi. Questo processo prese le mosse fin dai quei giorni del luglio 1938 e andò avanti sino al 1942. Esso merita quindi attenzione e riconduce al tema della genesi del Manifesto e dei conflitti connessi. I contrasti nacquero invece immediatamente nell’ambito dei firmatari del documento. In seguito Landra definì così questi contrasti: «Una delle prime deviazioni del razzismo fu quella verso l’ortogenesi e la bonifica della razza, che con il razzismo ben poco avevano a che fare. Tale “deviazione” fu rapidamente eliminata» [Landra 1942b]. Ma questa ricostruzione è falsa poiché, al contrario, la «deviazione» non si lasciò affatto eliminare. Pende - stando alle sue parole27 - protestò immediatamente assieme a Visco per il contenuto del Manifesto. Non è possibile fornire prove documentarie di ciò, ma tutto quel che accadde in seguito ne costituisce una conferma. È chiaro che, fin dalle prime riunioni del Comitato dei dieci (che avrebbe dovuto essere il primo nucleo del futuro Ufficio razza del Minculpop), Pende e Visco sferrarono un’offensiva, protestando vivacemente anche alla presenza del segretario del Pnf Starace, né dovevano essere i soli a dissentire dall’impostazione del 242

Manifesto28 Il carattere teorico del dissenso - approccio spiritualistico-romano contro approccio biologistico-ariano è confermato dai ricordi di Bottai: Ò chiamato Pende, per sapere come si mettono queste faccende della razza. Si cerca di rimettere in sesto le idee: soprattutto di combinare l’idea «razza» con l’idea «Roma». In una riunione, Alfieri interrompe Pende, Visco e Savorgnan, che parlano tra di loro in termini di biologia e di antropologia. «Per carità, mi sembra di essere tornato al Ministero delle Corporazioni, quando tiravano fuori parole e parole, che non riuscivo a capire» [Bottai 1989, 128].

Il 1° agosto Pende invia da Chianciano Terme un telegramma al segretario particolare del duce Osvaldo Sebastiani in cui richiede la diffusione di una nuova dichiarazione: «Pregovi sostenere necessità diramazione stampa nuova dichiarazione commissione razza sottoposta Capo»29. Alfieri risponde negativamente il 3 agosto: «Per superiore incarico vi comunico che non si ritiene opportuno per ora pubblicazione nota dichiarazione»30. In quella fase la linea di Landra prevale. Dopo l’energico intervento di Alfieri il Comitato dei dieci non viene più convocato e il 16 agosto 1938 inizia a funzionare un Ufficio studi e propaganda sulla razza nell’ambito del Minculpop sotto la direzione di Landra31. Ma la storia non si conclude affatto qui. Anzi questo è solo l’inizio. Pende non si perde d’animo e all’inizio di settembre interviene al Congresso della Sips riaffermando i princìpi della sua dottrina razziale. Discuteremo i contenuti di questo intervento [Pende 1939a] nel prossimo capitolo. Per il momento ci limitiamo a dire che Pende contrappone alla visione puramente antropologica e biologica e morfologico-formale della razza, da lui considerata scientificamente insostenibile, una visione dinamica, per cui il biotipo di una razza sarebbe la sintesi di tutti gli elementi morfologici, funzionali, energetici e spirituali degli individui 243

che la compongono. Secondo Pende, la razza di un popolo più che dalle forme corporee degli individui si riconosce dalle forme della sua vita produttiva e spirituale. Ciò non esclude affatto la necessità di assumere provvedimenti contro gli ebrei, in quanto è proprio la spiritualità ebraica che può inquinare la vita della nazione, ma è importante l’approccio teorico che comporta una differenza anche legislativa cruciale rispetto all’approccio germanico, non escludendo la possibilità di recuperare soggetti passibili di assimilazione, ed è quindi compatibile con la visione cattolica. Per parte sua Landra, in data 14 settembre, trasmette al ministro Alfieri un rapporto non firmato. Vi si dice che «l’attività del Sen. Nicola Pende, quale si rileva dai giornali, appare sempre più in contraddizzione [sic] con i principi del razzismo, quale è stato impostato ufficialmente dal Regime», che la sua attività «è molto pericolosa e ha conseguenze perniciose nell’opinione pubblica italiana ed estera» e si suggerisce di «provvedere energicamente affiché la Stampa non esponga più i concetti propugnati dal Sen. Nicola Pende»32. La lunga relazione acclusa alla lettera è una puntigliosa confutazione delle tesi di Pende che rivela ancora una volta la confusione di idee e l’ignoranza di Landra. Per esempio, si contesta la tesi di Pende secondo cui i caratteri antropologici razziali non sono fissi adducendo come prova che gli italiani di oggi sono «identici» a quelli di duemila anni fa. Landra rimprovera a Pende di aver contrapposto le figure di Goethe e di Dante stabilendo un’inaccettabile «distinzione profondissima» tra le due razze e di creare «difficoltà tra il Fascismo e la Chiesa, quasi che il Regime sia in procinto di prendere delle misure ripugnanti». In conclusione, Pende, «pur avendo migliorato il suo atteggiamento in qualche punto, in sostanza non si è ancora inquadrato in quell’ordine di idee 244

che è stato voluto dal Duce». L’ultimo rimprovero è di volersi servire della campagna razziale per potenziare gli studi e gli istituti di ortogenesi che con essa non hanno nulla a che fare. Pende tuttavia non demorde. Il 5 ottobre pubblica un articolo su «Vita Universitaria» dal titolo significativo Noi e gli altri nella difesa della razza [Pende 1938d], in cui riafferma con forza il suo punto di vista ribadendo che esso fornisce la più solida motivazione all’esclusione degli ebrei dalla comunità nazionale, e quindi accreditandolo come la teoria razzista ufficiale del fascismo: «la coniugazione di italiani con gente che, come gli ebrei, gli etiopici, gli arabi, sono tanto lontani soprattutto spiritualmente dalla progenie romana-italica, deve essere severamente vietata». Il numero della rivista è quanto mai sinistro: il contesto e il contenuto dell’articolo dimostrano che Pende non intendeva minimamente opporsi alla campagna razziale come tentò di far credere nel dopoguerra [cfr. Pende e Viterbo 1949] - bensì desiderava porla sotto l’egida delle sue teorie. La rivista anticipa l’elenco dei docenti universitari ebrei che sarebbero stati espulsi pochi giorni dopo e annuncia con grande enfasi che la questione razziale è ormai divenuta uno dei cardini della politica del regime. In questo contesto, lungi dal prendere le distanze dal razzismo antiebraico Pende ne motiva la necessità all’interno della sua visione razzista: non solo è necessario mantenere puro il nostro sangue da inquinamenti con razze diverse, non solo è necessario evitare il depauperamento numerico e qualitativo delle nostre generazioni: occorre pure provvedere […] all’allevamento e la creazione di esseri superiori, degli eletti della razza, dello stato maggiore biologico della nazione italiana […] l’Italia può serenamente attendere che il genio del suo Duce abbia compiuto la grande opera costruttrice di una nuova razza unitaria italiana, come continuatore dell’opera di Roma.

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Non basta. Qualche giorno dopo Pende interviene sulla rivista del duce, «Gerarchia», ribadendo che nella politica matrimoniale biologica è evidente poi la necessità di proibire il matrimonio con razze di colore e con razze che, come l’ebrea, nulla hanno a che vedere con la progenie di Roma, e che dal lato dell’animo soprattutto, differiscono fondamentalmente dal tipo spirituale romanoitalico [Pende 1938e]

Insomma, la campagna razziale non è neppure iniziata e già il regime si divide sul modo di intenderla. E non è questo l’unico dissenso. Già agli inizi di agosto il duce aveva subito la pressione degli antisemiti «politici» che prendevano le distanze dai razzisti «biologici». Farinacci gli aveva scritto nei seguenti termini: A dirti francamente il mio pensiero, il problema razziale, visto da un punto di vista antropologico, non mi ha mai persuaso. Il problema è squisitamente politico; mi convinco ancora una volta che quando gli scienziati vogliono rendere un servizio alla politica, compromettono qualsiasi problema. Sul terreno filosofico e scientifico si può sempre discutere, sul terreno politico, dove ci sono delle ragioni di Stato, si agisce e si vince [De Felice 1981, 248-249].

Tuttavia, in questi giorni, Mussolini sembra schierato con l’ala oltranzista rappresentata da Landra. Il duce legge il rapporto di Landra e probabilmente gli dà credito. Alfieri, in data 16 ottobre 1938, dà disposizione alla stampa di «non occuparsi più di quello che fa e di quello che scrive il Senatore Prof. Pende»33. Il giorno seguente «Il Tevere» sferra un violentissimo attacco all’illustre clinico, manifestamente dovuto alla penna di Interlandi [Anonimo (Interlandi, T.) 1938], in cui Pende è accusato di tradire la politica razzista del regime e di essere di fatto un complice dei «giudei». È il momento più difficile per Pende che, tuttavia, non si perde d’animo e passa ancora una volta al contrattacco. Scrive ad Alfieri il 17 e il 18 lamentando «l’insulto indegno 246

dell’etica fascista» da lui subito, incredulo che il ministro possa «aver autorizzato la pubblicazione» su «Il Tevere»; e chiede perentoriamente: «Vogliate voi dire al Duce che dia ordini all’Interlandi di lasciarmi in pace». Nel frattempo, il 18, egli scrive anche a Sebastiani allegandogli una lettera per Mussolini. Il documento34 costituisce un capolavoro di servilismo e di arroganza accademica al contempo. In nome del fatto che il duce si era «degnato di esprimere a mio riguardo pubblicamente elogi per l’opera mia diuturna di studioso fascista pensoso soltanto di inalzare sempre più in alto il nome del regime mussoliniano», Pende invoca «giustizia piena ed esemplare contro un ingiuriatore che sul numero di ieri di Tevere, credo sia il Direttore, ha coperto il mio nome di contumelie a base di travolgimenti e falsificazioni e menzogne sulle idee mie razzistiche». Al contrario, queste idee, e in particolare «l’eugenica matrimoniale sulla base di matrimoni tra italici ed italici», sono state sancite dalla Dichiarazione della Razza del Gran Consiglio del Fascismo. E qui Pende cala una carta pesantissima: «E posso aggiungere che per bocca di Padre Gemelli ho avuto anche l’approvazione delle autorità dell’altra sponda del Tevere». Aveva ben ragione di dirlo. Difatti, in una lettera inviatagli in data 23 agosto 1938, Gemelli scriveva: «Caro Pende, mi si dice che tu non hai firmato le famose proposizioni sulla razza che - a parte la valutazione politica sulla quale nulla posso dire - sono scientificamente insostenibili. È vero? Se vero, mi fa piacere. E mi si dice anche che tu hai pubblicato due buoni articoli sulla questione»35. Quindi, definendo «buoni» gli articoli pubblicati in quel periodo da Pende - ovvero gli stessi che avevano suscitato la polemica reazione di Landra nel suo rapporto del 14 settembre sopra menzionato Gemelli ne avallava le tesi sulla questione razziale. La lettera di Pende al duce si concludeva così: 247

Duce! Voi non potete permettere che sotto il controllo del Ministro della Cultura e Propaganda, un direttore di giornale fascista ingiuri ed insolentisca contro un uomo, che a parte la qualità sua politica, ha in Italia ed all’estero dato con passione di studioso e di fascista tanta della sua attività, che altri colleghi cattedratici preferiscono spendere per intascare denaro coll’esercizio quietistico professionale. Io sono certo che ad uomini che fanno più male al Regime con articoli offensivi dell’etica fascista, come quello del Tevere, che non mille ebrei uniti insieme, voi insegnerete che il genio morale del Duce della nuova Italia è pari al suo genio politico.

Il messaggio arriva chiaro e forte al duce, il quale matura rapidamente le sue scelte e fa pendere la bilancia dalla parte di Pende e Visco36. Meglio lasciare la gestione scientifica del razzismo alle vecchie volpi dell’accademia e diffidare degli estremisti. Il duce si orienta a pagare l’oltranzismo razzista filogermanico con la stessa moneta con cui aveva pagato l’estremismo fascista rivoluzionario dopo la presa del potere. Non certo con l’eliminazione (sebbene, come vedremo, Landra dovette pagare un duro scotto), ma con un accantonamento nelle retrovie. Già il giorno seguente (19 ottobre) l’atteggiamento di Alfieri appare mutato, visto che Pende gli scrive una lettera di ringraziamento37. Il 20 ottobre un appunto della segreteria particolare del duce documenta la decisione di risolvere la vertenza in corso fra Pende «sostenuto dall’Osservatore Romano» [sic] e «Il Tevere», affidando a uno studente del quinto anno di mèdicina il compito di scrivere una risposta a Interlandi. In una postilla, il duce ordina di procedere attraverso il partito e difatti il provvedimento è rimesso subito a Starace. La guerra lampo di Pende è già finita, e ha inizio un periodo di onori crescenti. Il primo riconoscimento riparatore è, nel novembre successivo, l’approvazione del progetto di Pende di costituire un Istituto di ortogenesi e bonifica della stirpe accompagnato da una Mostra 248

dell’ortogenesi fascista della stirpe, che avrebbe dovuto trovare posto nell’Esposizione universale E42. Il resto è un’apoteosi. Ora il duce riceve Pende per avere in omaggio la sua opera sulla biotipologia umana e sul libretto clinico individuale38. Ora il nuovo titolare del Minculpop Alessandro Pavolini si complimenta con lui per il suo trattato sulla scienza dell’ortogenesi. Nel novembre del 1941, nominato da Mussolini rettore dell’Accademia della gioventù italiana del littorio, Pende scrive al duce ringraziandolo per essere «il solo Rettore d’istituto che è nominato direttamente da Voi»39, mentre «Il Messaggero» informa che «con una lunga acclamazione gli studenti hanno riconfermato la loro devozione al maestro che tanta parte dedica alla formazione totalitaria dei giovani dell’epoca mussoliniana»40. Veniamo ora a Visco. Mentre Pende combatteva la sua battaglia, nell’ottobre del 1938 non è ben chiaro che cosa facesse Visco. È tuttavia probabile che egli - uomo più di apparato politico che di accademia - lavorasse nei corridoi parallelamente a Pende. Quel che è certo è che, nel febbraio del 1939, Landra viene esautorato dalla carica di capo dell’Ufficio razza del Minculpop e il suo posto viene preso da Visco. La storia però non finisce qui. A Visco evidentemente non basta aver ridotto Landra al ruolo di semplice addetto del suo ufficio. In data 26 settembre 1940, a seguito di una precisa accusa rivolta da Visco a Landra, il titolare del Minculpop, Alessandro Pavolini, allontana Landra dal ministero. L’addebito mosso a Landra da Visco era di avere svolto opera contraria al Minculpop, per essere stato il promotore di una violenta polemica scatenata da Preziosi e Interlandi contro il libro di Giacomo Acerbo, I fondamenti della dottrina fascista della razza [Acerbo 1940a]41. È opportuno ricordare che Acerbo era, assieme a Pende e Visco, uno dei principali esponenti della corrente 249

razzista a orientamento spiritualistico. In una lettera-memoriale inviata al duce, Landra ripercorre le fasi della redazione del Manifesto e dell’avvio della campagna razziale in un modo che coincide sostanzialmente con la nostra ricostruzione; si lamenta dell’ostracismo subito, dando mostra di non comprenderne le ragioni (che invece non potevano non essergli ben chiare), e lamenta di essere stato praticamente ridotto sul lastrico. Vale la pena di riportare per intero questa lettera: Roma 27, IX, 40, XVIII DUCE! Nel febbraio del 1938 Voi, avendo approvato alcuni miei appunti contenenti dei consigli tecnici per il razzismo che vi avevo mandato a mezzo dell’Ecc. Sebastiani, mi faceste chiamare dal Ministro Alfieri e mi incaricaste di costituire un comitato scientifico per lo studio e l’organizzazione della campagna razziale. A questo mi dedicai subito e il 24 giugno fui da Voi chiamato, alla presenza del Ministro Alfieri, e Voi mi parlaste a lungo del problema razziale, esaminandolo in ogni suo aspetto. Quanto mi diceste allora è restato indelebilmente impresso nella mia mente e ha costituito la base di ogni mia azione successiva. Voi, DUCE, mi impartiste in questo modo delle direttive precise e mi ordinaste di studiare a fondo sotto l’egida del Ministro della Cultura Popolare il problema razziale e di creare presso lo stesso Ministero uno speciale Ufficio Studi, scegliendomi dei collaboratori in modo da stabilire entro cinque o sei mesi i punti fondamentali per iniziare la campagna razziale in Italia. Lo stesso giorno il Ministro Alfieri mi aggiunse le sue direttive personali e mi incaricò di fissare per iscritto i punti essenziali del Vostro pensiero in materia razziale: questo io feci immediatamente riunendo in una specie di decalogo le Vostre direttive. Nasceva così il Manifesto del Razzismo Italiano (o Carta della Razza) quale poi fu stampato con solo qualche lieve modificazione. In tal modo veniva fatalmente superato il periodo di studio preparatorio, perché il razzismo italiano aveva già trovato la sua espressione più vera e originale, essendosi il Manifesto ispirato direttamente al Vostro pensiero. Il Manifesto stesso veniva pubblicato il 14 luglio sul Giornale d’Italia accompagnato da un mio breve anonimo commento. Com’è noto esso suscitò un’eco immensa in tutto il mondo ed una notevole reazione negli ambienti ebraici e antifascisti.

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Voi mi ordinaste poi nel mese di luglio, a mezzo del Ministro Alfieri, di organizzare un comitato di dieci studiosi. Come Vi comunicò il Ministro Alfieri con i suoi appunti e telefonate, in seno a questo comitato sorsero delle discussioni soprattutto da parte dei professori Pende e Visco, discussioni vivaci che continuarono anche al cospetto dell’Ecc. Starace e che impedirono il funzionamento del comitato stesso. Dobbiamo essere grati all’abilità e all’energia del Ministro Alfieri se fu possibile in quella circostanza non transigere nei riguardi delle direttive dottrinali che Voi stesso ci avevate impartito. Il comitato non fu più riunito; io mi dedicai invece all’organizzazione dell’Ufficio Razza che incominciò a funzionare regolarmente il 16 agosto. Nella mia qualità di Capo dell’Ufficio svolsi un intenso e difficile lavoro, per il quale meritai spesso il Vostro elogio; condussi a termine missioni delicate e mantenni ferma la mia linea di condotta sulle direttive da Voi impartite, difendendo la dottrina razziale con gli scritti e le parole dai numerosi attacchi che le venivano da più parti. Tra le altre missioni ricordo con orgoglio di essere stato il capo della delegazione italiana nel comitato segreto italo-tedesco per le questioni razziali; ricordo ancora che Voi, DUCE, approvaste i risultati del mio lavoro. In tale occasione ebbi anche l’alto elogio di ADOLFO HITLER, che mi insignì della Croce di I Classe dell’Ordine della Croce Rossa Tedesca. Continuava così la mia attività quando nel febbraio 1939, improvvisamente e per cause che non mi è ancora dato di conoscere venivo sostituito nella mia carica di Capo dell’Ufficio Razza dal Cons. Naz. Sabato Visco, restando io presso l’ufficio stesso in semplice qualità di addetto. Questo provvedimento mi addolorò moltissimo, ma il mio spirito di disciplina mi impedì di discuterlo. Continuai pertanto a dedicarmi esclusivamente allo studio e alla propaganda dell’idea razziale come possono esserne testimoni i due libri, i numerosissimi articoli (più di cento) e le lezioni tenute nei corsi di preparazione politica. Nel dicembre del 1939 ebbi il grande conforto di essere da Voi designato a docente di politica della razza nel Centro di Preparazione Politica del P.N.F. A questo nuovo lavoro - completamente gratuito - che mi portava via molto tempo, mi dedicai con grande passione ottenendo ottimi risultati. Arriviamo così al punto straordinariamente doloroso per cui sono stato costretto a rivolgermi alla Vostra illuminata giustizia. Ieri, in seguito ad alcuni addebiti contestatimi dall’attuale Capo dell’Ufficio Razza, Cons. Naz. Visco, ho ricevuto una lettera dal Ministro Pavolini in cui questi mi dichiara libero da ogni impegno verso il Ministero della Cultura Popolare dal prossimo mese di ottobre. Non posso permettermi in alcun modo di discutere questo provvedimento del Ministro Pavolini, Vi prego però, DUCE, di volere esaminare quanto segue:

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1) Nel giugno del 1938 Voi, DUCE, mi deste delle precise direttive per la campagna razziale e all’attuazione di esse ho dedicato ogni mia opera, incurante delle inimicizie inevitabili e meritando spesso il Vostro elogio; 2) Quando mi dedicai alla politica razziale ero un assistente universitario ben avviato alla carriera scientifica; per vostro ordine fui distaccato presso l’Ufficio Razza del Ministero della Cultura Popolare e nominato Capo di esso; 3) La mia attività di razzista mi ha impedito finora di avere qualsiasi incarico di carattere universitario, cui avrei avuto diritto per i miei riconosciuti titoli scientifici; attualmente attendo l’esito del concorso per la cattedra di antropologia nella R. Università di Palermo, senza troppe speranze perché senza dubbio mi nuocerà la mia attività di razzista; 4) Mi trovo quindi, uscito dal Ministero e dopo più di due anni di lotte contro i più accaniti nemici del Fascismo e per gli alti ideali da Voi voluti, nella tragica situazione di non potere più riprendere la carriera universitaria con qualche possibilità di riuscita né di sapere d’altra parte dove indirizzare altrimenti la mia attività; aggiungo che lo stipendio del Ministero mi ha permesso di crearmi una famiglia e di assumermi degli obblighi che prima non avevo. DUCE, vi prego di ascoltare questo sfogo di un giovane di 27 anni, che sulle Vostre parole compilò il Manifesto con cui ebbe ufficialmente inizio la politica della razza del Fascismo, che fu Capo dell’Ufficio Razza nel più aspro periodo di lotte e di polemiche e che insegnò politica della razza nella più alta scuola del P.N.F.! Anche se oggi per questo giovane si pone in tutta la sua rudezza il problema del come vivere, siate certo che in qualsiasi momento e per qualsiasi compito lo troverete al suo posto con lo stesso entusiasmo di un tempo, per nulla diminuito dalle tristi disillusioni di questi due anni. Viva il DUCE! Prof. Doti. Guido Landra

Il giorno dopo interviene a difesa di Landra un altro campione del razzismo, Giovanni Preziosi, con una lettera a Mussolini cui acclude una lettera a lui inviata da Landra42. Questi si lamenta con Preziosi dell’epurazione dei razzisti della prima ora: «dopo essere stato il compilatore del Manifesto Razziale, il Capo dell’Ufficio Razza, e avere ricevuto l’elogio del Duce e del Fuehrer, mi troverò letteralmente come uno spostato e questi due anni di lotta 252

contro i giudei e gli antifascisti mi peseranno come una colpa». È interessante notare che in questa lettera Landra ammette di sapere di essere stato cacciato per essere stato promotore della polemica contro il libro di Acerbo, ma incolpa Preziosi di averlo coinvolto in questa operazione e per questo chiede il suo aiuto: Come ben ricordate difatti, foste Voi tre mesi or sono a convocarmi per elevare delle critiche contro il libro di Acerbo, della cui pubblicazione mi credevate colpevole. Al che io Vi risposi che in essa non ero affatto entrato. In seguito «La vita italiana» pubblicò i Vostri quesiti, ripresi dal «Tevere» e dal «Regime Fascista» e più recentemente ancora la risposta di Acerbo e la lettera di Farinacci. Ora, caro Preziosi, si è verificato il fatto che per avere collaborato alla «Vita Italiana» ed essere stato in buone relazioni con Voi, ho perso il mio posto al Ministero. Nella lettera a Mussolini Preziosi, patrocinando il caso di Landra, muove un durissimo attacco a Visco, accusandolo quasi di essere un filosemita: Duce, se qualcuno a fine del 1936 mi avesse detto che il giorno in cui l’Italia avrebbe col problema razziale affrontato anche quello ebraico, il professor Sabato Visco sarebbe stato messo a capo dell’«Ufficio Studi e Propaganda sulla Razza», avrei qualificato la battuta un «per finire». Non dimenticherò mai con quale accanimento, discorrendo con me, egli negasse la esistenza di un problema ebraico una sera che uscimmo insieme dalla casa dell’oggi Accademico d’Italia Angelo Zanelli (conoscitore sicuro del problema ebraico) del quale, con il Senatore Bastianelli, eravamo stati ospiti. E questo non è tutto. Non vorrei essere indirettamente causa di nuovi danni al Professor Landra. Devotamente, Giovanni Preziosi.

Ma questa lettera non serve a nulla, come a nulla servono le visite di Landra a Bottai, altre lettere di Landra a Sebastiani, la prospettazione di tre possibili vie «di soluzione della disgraziata situazione» in cui egli si è venuto a trovare «per la parte avuta nella politica razziale italiana». La prima soluzione sarebbe nominarlo professore ordinario 253

di biologia delle razze umane. La seconda soluzione nominarlo in un posto statale di grado non inferiore al VI, pari a quello di capo dell’Ufficio razza. Oppure, attribuirgli a titolo di borsa di studio un assegno di 3.360 lire. La lettera risulta passata al duce, ma non vi è traccia di decisioni, e il concorso universitario andò male per Landra. A margine della lettera di Preziosi si legge un appunto: «Il Duce ne ha parlato con Pavolini. Gli sarà dato altro incarico al M° della Cultura Popolare, 30/9/XVIII». Ciononostante Landra non cessò di occuparsi del problema ebraico e razziale soprattutto scrivendo sulla rivista «La difesa della razza». Difatti, è quasi superfluo osservare che questa vicenda non segna la scomparsa della corrente biologistica e filogermanica del razzismo fascista che, anzi, si annida soprattutto ne «La difesa della razza». Essa tuttavia mostra varie cose. In primo luogo conferma che nel fascismo sono esistiti diversi razzismi che si sono confrontati e persino combattuti per affermare la loro egemonia. In secondo luogo, che la corrente biologistica filogermanica ebbe un peso rilevante ma per nulla egemone, come è testimoniato anche dal fatto che il prestigio e la diffusione de «La difesa della razza» declinò rapidamente. In terzo luogo, che la corrente ispirata alle concezioni di Pende, Visco e Acerbo ebbe un notevole influsso, e rafforzò il carattere autonomo e autoctono del razzismo fascista rispetto a quello nazista. Gli esponenti dell’ala vincente (almeno per il momento) non sono, come pretende Preziosi, giudei mascherati o antirazzisti. Sono i fautori di un «altro» razzismo. L’attacco di Preziosi a Visco è una «calunnia» tipica delle faide che di volta in volta dividono le varie baronie del fascismo nell’intento di ingraziarsi i favori del duce e di conquistarlo al loro punto di vista. Si tratta di una dinamica caratteristica dei gruppi dirigenti di tutte le dittature: la libertà di 254

opinione negata alla società si trasferisce tutta nel conflitto per il potere tra le fazioni del gruppo dirigente, le quali hanno come unico strumento di lotta la reciproca accusa di tradimento dell’ortodossia. Non a caso alle accuse di Landra, Preziosi e Interlandi di connivenza con i giudei, Pende aveva risposto simmetricamente accusando costoro di far più danno al fascismo di mille ebrei messi insieme. In realtà, se Visco era un affossatore, lo era del razzismo estremista e filogermanico e in ciò era sostenuto da un gerarca del calibro di Pavolini. Del resto, il libro di Acerbo su cui si era consumata la cacciata di Landra non era affatto tenero con gli ebrei: in esso si affermava la necessità di «separare dalle attività direttive e formative dell’organismo nazionale la minoranza giudaica» [Acerbo 1940a, 56]45. Le reazioni suscitate da questo libro sono quanto mai significative: se quella de «La vita italiana» è negativa e rabbiosa, molto favorevole è invece quella dei gesuiti de «La Civiltà Cattolica». L’attacco più duro è portato da Preziosi nel luglio del 1940 [Preziosi 1940] e da Interlandi [1940], seguito da quello di Farinacci al quale replica Acerbo [Farinacci, Preziosi e Acerbo 1940]. Alcuni mesi dopo, Preziosi ritorna sulla questione accusando Acerbo di essere succube della «scuola ebraico massonica di antropologia» [Preziosi 1941b]. Su «La Civiltà Cattolica» padre Messineo intona un peana al libro di Acerbo, segno del ritrovato accordo fra mondo cattolico e regime sulla questione razziale: Conveniamo pienamente con l’Α., poiché tutte le ragioni storiche e scientifiche convergono in favore della sua tesi, e terminiamo questa rassegna, esprimendo l’augurio che altri lavori simili al presente, ispirati ad un grande rispetto per la vera scienza e contenuti entro i limiti consentiti dal progresso della ricerca oggettiva, vengano ulteriormente a chiarire una questione, che ha bisogno di essere liberata da sovrastrutture fantastiche e risolta in modo conforme alle gloriose tradizioni culturali della

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gens italica, propagatrice nel mondo intero delle più alte conquiste dello spirito umano [Messineo 1940].

Questo stato di cose non poteva non soddisfare il duce. Affidato alle mani salde e autorevoli degli scienziati, il razzismo si proponeva come una dottrina autenticamente e originalmente italica, coerente con le radici della civiltà romana, e al tempo stesso soddisfaceva le esigenze spiritualistiche della componente cattolica44. Non stupisce, quindi, che nel periodo successivo alla pubblicazione del Manifesto le tesi in esso esposte abbiano subito una progressiva correzione almeno in tre sensi: attenuazione dell’approccio biologistico; sottolineatura del carattere specifico e autonomo della «razza italica»; presa di distanza dal razzismo di marca germanica. A nostro avviso, quindi, è privo di fondamento assumere i contenuti del Manifesto come una prova del carattere imitativo del razzismo italiano rispetto a quello germanico e delle sue motivazioni in termini di politica estera: esso è soltanto espressione di uno «scarto» iniziale del razzismo italiano verso posizioni biologistiche di tipo germanico. È quanto mai significativo il fatto che, negli anni in cui Italia e Germania furono unite da una guerra condotta sullo stesso fronte, e cioè nel 1941 e 1942, il Manifesto venne criticato, emendato e corretto fino a produrre una nuova versione coerente con l’impostazione che abbiamo appena detto. Le critiche al Manifesto elaborate dal Consiglio superiore per la demografia e la razza nel 1941-1942 e il nuovo testo approvato dal Consiglio il 25 aprile 1942 sono conservati nel carteggio della segreteria particolare di Mussolini45. Gli unici firmatari del Manifesto che fanno parte del Consiglio sono Visco e Savorgnan. Ora la composizione è più autorevole ed equilibrata: sono presenti anche studiosi delle aree statistico-demografiche, giuridiche, economiche. In 256

particolare, la commissione ristretta incaricata della stesura del nuovo Manifesto è composta da Raffaele Corso (ordinario di etnografia), Arnaldo Fioretti (in rappresentanza del Pnf), Biagio Pace (ordinario di topografia dell’Italia antica), Antonino Pagliaro (ordinario di glottologia), Umberto Pierantoni (incaricato di genetica e biologia delle razze), Giunio Salvi (ordinario di anatomia umana) e Sergio Sergi. Le critiche del Consiglio al Manifesto del 1938 sono espresse mediante puntigliosi commenti a ogni paragrafo del testo. È interessante riportarne le parti più significative. L’illustrazione del primo asserto del Manifesto è definita «ingenua», «alogica» e tale da sottrarsi «proprio al compito di una definizione concreta». Inoltre, la definizione di razza sarebbe vaga e di fatto coincidente con quella di specie, mentre si sottolinea la necessità di stabilire «i caratteri fisici e psichici […] quando dal concetto di specie si vuol passare a quello di razza»46. La distinzione fra razze maggiori e minori (introdotta nel secondo asserto) finirebbe con il negare ai gruppi minori la caratterizzazione di razza, riducendoli a varietà delle grandi razze, con il risultato di escludere l’esistenza di complessi razziali come quello «ariano italiano». Quanto al terzo asserto, ovvero all’affermazione che il concetto di razza è biologico, se ne riconosce la validità e si accetta che la trasmissione dei caratteri morfologici, sia fisiologici che psicologici, avvenga per via ereditaria, ma si afferma significativamente: «Sta di fatto che tali caratteri possono venir modificati nel tempo da fattori endogeni ed esogeni ed allora il patrimonio ereditario presenta nuovi caratteri che arricchiscono o fanno decadere gli individui». Non basta: «Gli AA. dicono che mentre i concetti di popolo e di nazione sono fondati essenzialmente 257

su considerazioni storiche, linguistiche e religiose etc., nello stesso tempo le differenze fra popolo e popolo, fra nazione e nazione sono basate su differenze razziali, il che appare come una contraddizione in termini». Un attacco particolarmente aspro viene condotto al quarto asserto, che afferma l’origine ariana della popolazione italiana. Costituirebbe difatti «una negazione ingiustificata e indimostrabile delle scoperte antropologiche, etnologiche e archeologiche» l’affermazione che ben poco sia rimasto nella penisola delle genti preariane. Al contrario, sono documentati gli «influssi esotici» di razze differenti sulla popolazione autoctona della nostra penisola. Non si vede quindi perché questa dovrebbe essere considerata ariana: in tal caso la civiltà ariana avrebbe avuto uno sviluppo precoce nelle penisole greca e italiana e si sarebbe attardata «in forme addirittura primitive dei paesi scandinavi, anglosassoni, germanici, slavi e celtici». Il ripristino della tradizionale tematica fascista appare qui evidente. E si tratta di una correzione anche del discorso di Mussolini del 25 ottobre 1938, in cui si parlava della civiltà italiana come ariano-nordica. Quanto al quinto asserto (e cioè che sia una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini alla popolazione italiana) se ne ammette la validità, a patto che l’asserzione venga estesa a tempi molto più lunghi del millennio. Non sfugge al Consiglio che gli autori del Manifesto hanno affermato che la popolazione dell’Italia moderna discende dalle famiglie che abitavano la penisola mille anni or sono, mentre dicono, al quarto asserto, che la popolazione a civiltà ariana abita da millenni nel nostro paese. «[L]’enunciazione così com’è accorda implicitamente alle invasioni barbariche una influenza formatrice della razza italiana in verità sproporzionata al numero degli invasori ed alla loro capacità di predominio biologico. È dimostrata, invece, la 258

dominanza biologica degli Italiani su tutti i nuclei allogeni». Ma le correzioni non si fermano qui. Ai commentatori non piace affatto neppure il sesto principio, che asserisce l’esistenza di una pura razza italiana. «Esiste una “razza italiana” - osservano puntigliosamente - non una “pura” razza italiana». È vero che la razza italiana discende «per parentela strettissima, anche se non purissima, di sangue, dalle generazioni che da millenni e millenni popolarono la penisola», ma «non sono più sulla terra razze umane pure ed in questa constatazione concordano tutti gli studiosi». Si prendono così ulteriormente le distanze dal razzismo biologico basato sull’idea della purezza del sangue. Come è da attendersi, il settimo principio solleva critiche molto pungenti ed è definito «manifestamente incoerente». Viene in particolare stigmatizzato il passaggio più filogermanico e cioè che la concezione del razzismo deve essere italiana e l’indirizzo «ariano-nordico». Qui il Consiglio non ha i peli sulla lingua: In sostanza, ciò significa che la concezione italiana deve basarsi sul nordismo, il quale come ognuno sa, nega recisamente qualunque virtù ai mediterranei considerati popoli di schiavi. Ciò significa altresì ripudiare tutta la civiltà italiana, la quale secondo i nordisti avrebbe prodotto imbarbarimento e deviamento culturale nella civiltà culturale dei puri nordici. I quali, viceversa, a malgrado della loro conclamata superiorità, sarebbero in sostanza nel fatto rimasti succubi della civiltà mediterranea in generale e di quella italiana in particolare. Strana contraddizione in termini che i nordisti non si sono dati cura di eliminare dai loro scritti.

Gli autori del Manifesto hanno affermato peraltro che ciò non significa aderire ai postulati del razzismo tedesco. Ma come? si chiede il Consiglio. «In che cosa l’indirizzo arianonordico si differenzi sostanzialmente dal razzismo tedesco non è dato da vedere». Ove poi si dica che ciò è detto per additare agli italiani un modello che si stacca dalle civiltà extraeuropee, non si vede come ciò potrebbe «elevare l’Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso», 259

perché anzi proponendo il modello ariano-nordico si suggerirebbe una «implicita svalutazione del tipo fisico e psicologico degli Italiani». Questa orgogliosa rivendicazione del razzismo italiano riporta alla mente l’osservazione di Almirante ricordata all’inizio di questo capitolo e di cui è ora possibile apprezzare la pertinenza. Anche l’asserto ottavo viene demolito dal Consiglio. Non è pericoloso - si osserva - discettare circa l’origine africana o meno delle popolazioni europee: per giunta l’Africa non è un continente razzialmente unitario e il suo settore mediterraneo ha caratteristiche diverse dal resto. Quello che è davvero pericoloso è «dimenticare che vi fu un’unità mediterranea, che si realizzò politicamente sotto l’egida di Roma». Quanto agli ebrei, è evidente che essi non sono razzialmente omogenei agli italiani. Ma è contraddittorio e privo di senso affermare che la razza semitica si comporrebbe di due gruppi, quello arabo che si è assimilato e quello ebraico non assimilabile. Infine, anche l’ultimo asserto viene criticato in quanto «mentre nel n. 6 viene proclamata la purezza della razza italiana, qui gli AA. ammettono l’incrocio di essa con le altre razze europee, poiché secondo essi, ma non secondo i razzisti tedeschi, tale incrocio non darebbe luogo ad un vero e proprio ibridismo». La riscrittura del Manifesto da parte del Consiglio superiore per la demografia e la razza si muove nella direzione di rivalutare la centralità del ceppo preariano da cui deriverebbe la civiltà di Roma, ristabilendo nettamente le distanze dal razzismo ariano germanico. Le alleanze politiche non debbono interferire con le questioni teoriche. Infatti, secondo il Consiglio, non si possono confondere le origini razziali e le relazioni ideologiche: anche con gli arabi si potrebbero avere relazioni ideologiche e politiche (in funzione anti-inglese) senza dover invocare una comune 260

origine razziale. Quindi, la politica dell’Asse non può modificare il fatto che la razza italiana è superiore a qualsiasi altra razza nel mondo. La linea del Manifesto di Landra viene quindi implicitamente accusata di aver svalutato la razza e il razzismo italiani. «Si può postulare l’esistenza in Italia, sino dal paleolitico superiore, di una razza dotata di grandi qualità creative ed assimilatrici, destinata a far prevalere il proprio tipo fisico ed il proprio genio etnico e culturale». Si tratta dei protomediterranei d’Italia. L’afflusso molto posteriore di gruppi umani ari o ario-europei ha prodotto interazioni con questa razza, ma ha dato effetti positivi a causa del favorevole ambiente determinato da questa, altrimenti «non si spiegherebbe perché questi gruppi penetrati nel resto d’Europa siano rimasti invece per molti secoli incapaci di creare una civiltà anche lontanamente comparabile con quella della nostra penisola»47. Roma è stata l’espressione «al tempo stesso tipica e grandiosa» di «tale intima compenetrazione tra l’etnos e la civiltà delle popolazioni preesistenti e l’elemento ario sopravvenuto». In conclusione, le caratteristiche della razza italica sono date dal suo radicamento nella civiltà romana e hanno un carattere essenzialmente spirituale. I fondamenti del razzismo fascista vengono esposti con accenti di autentico lirismo: Il popolo d’Italia ci appare quindi, al suo ingresso nella storia, come un popolo unitario; il che prova che alcuni caratteri genetici eletti, sia fisici sia psichici, hanno prevalso del sincretismo degli elementi diversi, ma tuttavia legati da affinità elettiva, generando un tipo umano superiore. Ai principi genetici che esso esprime fisicamente: per nobiltà di volto, soli dità ed armonia di architettura corporea, per sempre rispondente potere di adattamento alle varie condizioni ambientali; spiritualmente: per qualità produttive dello intelletto, per visione chiara ed immediata della realtà, per spiccato senso etico e perspicuo intuito politico e giuridico, creatori ed informatori di civili ordinamenti, la razza italiana deve la sua

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fondamentale originalità, mai smarritasi attraverso le sue svariate, millenarie vicende. Si è determinato fra razza e ambiente generale, naturale, un sinergismo che fa dell’italiano, in tutti i tempi, un elemento nettamente differenziato, nel quadro della vita e della civiltà europea. Ciò dà ragione del succedersi nella penisola di quattro civiltà diverse, tutte a carattere universale e contraddistinte da armonica grande altezza di pensiero, tutte capaci di esprimere dal loro seno personalità umane di risonanza mondiale, creatrici d’epoche storiche, di cui quella Fascista, dovuta al genio di Mussolini, è uno degli esempi più grandiosi. Quando nel 28 a. C. Ottaviano organizza amministrativamente le provincie d’Italia, l’ordinamento non risponde solo ad un’individualità geografica, nettamente percepita dallo spirito realistico di Roma, ma rispecchia ancora un’unità etnica sulla remotissima base della originaria unità delle popolazioni primitive, sempre più perfezionata […] La compagine etnica d’Italia, risultato di questo lungo millenario processo, è nettamente definita nel momento in cui Augusto compie il suo ordinamento; e questo esprime ancor oggi, a circa due millenni di distanza, la sostanziale struttura dell’Italia moderna.

I tentativi susseguitisi nei secoli di annacquare queste nobilissime caratteristiche sono tutti sistematicamente falliti. Le invasioni barbariche sono passate «senza nulla potere su questo blocco adamantino ed omogeneo degli italiani, che Roma ha collaudato». Cessata la funzione politica degli invasori, essi si sono dissolti come neve al sole, come gli arabi in Sicilia. La questione ebraica è liquidata in poche e sentite parole: «Gli ebrei, gruppo etnico estraneo tendenzialmente disgregatore, hanno costituito sempre un’esigua minoranza, che non solo non ha intaccata in alcun modo, ma nemmeno sfiorata l’unità biologica e spirituale della razza italiana». Il risultato, in fin dei conti, è lo stesso, e questo razzismo non è filosemita come pretendeva Preziosi. Il modo di arrivarci è tuttavia significativo. La vicenda della «lite in famiglia» che nasce attorno al Manifesto è importante per mettere in luce le linee caratterizzanti il razzismo fascista, la sua originalità rispetto a quello 262

germanico; e per confermare aspetti e caratteristiche che avevamo già sottolineato in precedenza. Dopo questa analisi che ci ha portato avanti di qualche anno, ritorniamo ora alla descrizione degli eventi che seguirono alla promulgazione del Manifesto. 4. La campagna razziale contro gli ebrei Nei giorni che seguono il 14 luglio, la stampa dà ampia risonanza al Manifesto e inizia una violenta campagna contro gli ebrei. Qualche giornale, come «L’avvenire d’Italia», non si limita a riportare il documento, ma osserva che le differenze razziali, di cui il cattolicesimo non ha mai contestato l’esistenza, devono restare vincolate al primato dello spirito [Anonimo 1938a]. Queste riserve, però, non frenano minimamente la campagna scatenata dal regime. Il 19 luglio l’Ufficio demografico centrale del ministero dell’Interno viene investito della questione razziale e trasformato in Direzione generale per la demografia e la razza, che verrà poi comunemente chiamata Demorazza e che, per oltre cinque anni, sarà il centro propulsivo della politica razziale in Italia. Essa viene posto sotto la direzione del prefetto Antonio Le Pera, affiancato dal sottosegretario agli Interni Guido Buffarini-Guidi, che si distinguerà come uno dei protagonisti della politica antiebraica. La Demorazza nasce come emanazione e sviluppo naturale dell’organismo preposto alla demografia presso il ministero dell’Interno, e testimonia in modo evidente il legame di continuità fra politica demografica (razzismo quantitativo) e la politica razziale inaugurata nel 1938 (razzismo qualitativo). Ciò può anche spiegare la solerzia del nuovo ufficio, che iniziò subito con un censimento di tutti 263

gli ebrei presenti in Italia. Esso doveva partire dai risultati di un censimento di tutti i dipendenti di razza ebraica della pubblica amministrazione, ordinato da Buffarini-Guidi. L’efficienza della Demorazza è sorprendente: nel mese di settembre la relazione contenente i dati del censimento viene già presentata alla presidenza del Consiglio. Nel frattempo, il 5 agosto inizia le sue pubblicazioni una nuova rivista: «La difesa della razza». Il comitato di redazione è formato da nomi ben noti - Guido Landra, Lidio Cipriani, Leone Pranzi, Marcello Ricci e Lino Businco - e ne è direttore quel Telesio Interlandi che, alla guida de «Il Tevere», si era distinto nelle campagne antisemite del 1934 e del 1936-1937. La rivista può contare su un poderoso sostegno finanziario48 e politico. Con una circolare del 6 agosto inviata a tutti i rettori delle università e a tutti i direttori degli istituti superiori, il ministro dell’Educazione nazionale Bottai invitò in modo assai energico le dette istituzioni a contribuire alla diffusione capillare della rivista e all’assimilazione diligente dei suoi contenuti, sottolineando il ruolo centrale che il mondo della cultura e dell’istruzione doveva assumere nella politica della razza: Con l’uscita del primo numero della rivista «La Difesa della Razza», diretta da Telesio Interlandi, e redatta da scrittori e professori delle nostre Università, il movimento razzista italiano, iniziatosi il 14 luglio quando fu resa nota la «dichiarazione» dei docenti fascisti, entra nella fase concreta dell’azione. Il problema razziale, Voi lo sapete, è stato sempre presente allo spirito vigile del DUCE, che incessantemente ha mirato a mantenere ben chiare e distinte le prerogative di razza del nostro popolo - i suoi titoli di nobilità e a potenziarne i valori fisici e morali. Era naturale e logico, era necessario che, dopo aver considerato l’aspetto quantitativo del problema e tracciato il piano della battaglia demografica, la politica del DUCE passasse ad impostare e a definire l’aspetto qualitativo dello stesso problema, ora che con la creazione dell’Impero la razza italiana è venuta in contatto con altre razze e deve perciò essere tutelata da ogni pericolosa contaminazione di sangue.

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La scuola superiore fascista, da cui promana la determinazione scientifica dell’unità razziale, è chiamata dal DUCE a divenire la depositaria di questo canone fondamentale e la tutrice del patrimonio intellettuale e morale che il popolo ripete da Roma. A sua volta, la gioventù studiosa, affidata alle Vostre cure, inquadrata nei Guf [Gruppi universitari fascisti] e temprata nelle competizioni littoriali che tendono a renderne saldo lo spirito e il corpo, rappresenterà l’elemento più idoneo a comprendere l’alto valore etico e biologico di questa decisa presa di posizione del Fascismo. È, pertanto, mio intendimento che il periodico «La Difesa della Razza», l’organo di maggiore importanza del movimento, sia oggetto, da parte dei docenti e dei discenti, del più vivo interesse. Ogni biblioteca universitaria dovrà esserne provvista e i docenti dovranno leggerlo, consultarlo, commentarlo per assimilarne lo spirito che lo informa, per farsene i propagatori e i divulgatori. Anche in questo campo gli Atenei, ne sono certo, saranno in linea e concorreranno al raggiungimento di quelle mete che il Regime si prefigge di conseguire a salvaguardia del genio della razza. Gradirò assicurazione e notizia dei provvedimenti adottati49.

«Determinazione scientifica dell’unità razziale», «canone fondamentale» di «alto valore etico e biologico»: non si sarebbe potuto meglio descrivere il filo di continuità di anni di politica della razza che culminano nella cadenza martellante con cui vengono alla luce i provvedimenti antiebraici. Frattanto, il 5 agosto, Mussolini spara un’altra bordata con l’Informazione diplomatica n. 18, in cui si difende l’originalità della posizione fascista nella questione razziale, richiamandone le radici addirittura al 1919. È evidente che l’accusa di imitazione della Germania rivolta al regime non piace al duce. La nota menziona le sue dichiarazioni del 1921 e afferma che il razzismo italiano potrebbe essere documentato50. Si rileva che la fondazione dell’Impero ha portato in primo piano il problema razziale in quanto, per evitare la piaga del meticciato e la creazione di una razza bastarda, oltre alla legislazione già esistente, occorrono un forte sentimento e una forte coscienza di razza. Dopo 265

aver ribadito che «discriminare» non vuol dire «perseguitare», la nota precisa quale dovrà essere il peso degli ebrei italiani. Essi sono quarantaquattromila in un paese di quarantaquattro milioni di abitanti, quindi la proporzione degli ebrei, nella partecipazione alla vita dello stato, dovrà essere di un ebreo su mille abitanti. La precisazione probabilmente serviva, come realmente accadde, a innescare meccanismi di subentro nelle cariche e negli impieghi. Ecco alcuni dei passaggi più interessanti del documento: la conquista dell’Impero ha posto in primissimo piano i problemi chiamati complessivamente razziali, la cui sconoscenza ha avuto drammatiche sanguinose ripercussioni sulle quali non è oggi il momento di scendere in particolari. Altri popoli mandano nelle terre dei loro imperi pochi e scelti funzionari; noi manderemo in Libia ed in Aoi, con l’andare del tempo e per assoluta necessità di vita, milioni di uomini. Ora ad evitare la catastrofica piaga del meticciato, la creazione cioè di una razza bastarda, né europea né africana che fomenterà la disintegrazione e la rivolta, non bastano le leggi severe promulgate ed applicate dal Fascismo. Occorre anche un forte sentimento, un forte orgoglio, una chiara onnipresente coscienza di razza. Discriminare non significa perseguitare. Questo va detto ai troppi ebrei d’Italia e di altri Paesi, i quali ebrei lanciano al cielo inutili lamentazioni, passando con la nota rapidità dalla invadenza e dalla superbia all’abbattimento ed al panico insensato. Come fu detto chiaramente nella nota n. 14 dell‘Informazione diplomatica e come si ripete oggi, il Governo Fascista non ha alcun speciale piano persecutorio contro gli ebrei in quanto tali. Si tratta di altro. Gli ebrei in Italia nel territorio metropolitano sono 44.000, secondo i dati statistici ebraici che dovranno però essere controllati da un prossimo speciale censimento; la proporzione sarebbe quindi di un ebreo su mille abitanti. È chiaro che d’ora innanzi la partecipazione degli ebrei alla vita globale dello Stato dovrà essere, e sarà, adeguata a tale rapporto51.

Va sottolineato non soltanto l’esplicito richiamo all’Informazione n. 14, ma anche la coerenza con il discorso riservato di Mussolini di fronte al Pnf, tanto che questo documento sembra uscire dalla stessa penna. Esso costituisce un ulteriore chiarimento dei termini in cui il duce 266

e gli organi dirigenti fascisti giustificavano le misure antiebraiche nel quadro della politica razziale generale del regime. Piove quindi una raffica di disposizioni antiebraiche. Per esempio, la presidenza del Consiglio, con una circolare riservata52 diretta a tutti i ministeri, richiama l’attenzione sulla necessità di far partecipare a congressi o manifestazioni analoghe che si tengono all’estero solo elementi di razza italiana, sia che essi partecipino a titolo privato sia che facciano parte di delegazioni ufficiali. Per dare un’idea dello zelo, basti dire che il 20 luglio 1938 Bottai comunica alla Demorazza che «già da qualche mese» egli ha vietato di nominare studiosi ebrei a posti di comando o nelle commissioni giudicatrici di concorsi ed esami e, mancando ancora un censimento degli ebrei dipendenti da quel ministero, il provvedimento era stato rivolto alle persone notoriamente di religione ebraica53. Trascorrono soltanto pochi giorni e il solerte ministro provvede al censimento. In agosto invia a tutte le autorità da lui dipendenti (dai rettori delle università ai presidi degli istituti superiori di scuole pubbliche o parificate) delle schede, distinte secondo le varie categorie del personale, per dare inizio all’accertamento della razza. La scheda riservata agli insegnanti e ai dipendenti statali aveva la seguente struttura: SCHEDA PERSONALE (Cognome e nome dell’insegnante, impiegato od agente) ……………………. (paternità)………………………………….. (maternità) ………………………………… (Data e luogo di nascita) ………………………………………………………………….. (Cognome e nome del coniuge) …………………………………………………………

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(Qualifica e grado gerarchico) ………………………………………………………….. (Città, Ufficio o Istituto in cui l’insegnante, impiegato od agente presta servizio) ……………………………………………………………………………………. a) Se appartenga alla razza ebraica da parte di padre b) Se sia iscritto alla comunità israelitica c) Se professi la religione ebraica d) Se professi altra religione e quale e) Se la conversione ad altra religione sia stata effettuata da lui o dai propri ascendenti, e quali, ed in quale data f) Se la madre sia di razza ebraica’ g) Se il coniuge sia di razza ebraica addì FIRMA DEL TITOLARE DELLA SCHEDA … … … … … … … .

Al contempo Bottai dispone che gli incarichi e le supplenze per l’insegnamento non siano conferiti a docenti di razza ebraica54, e che non siano adottati testi di autori di origine ebraica55. Anche i premi riservati ai maestri elementari saranno attribuiti dopo l’accertamento della razza, da eseguire con discrezione e riservatezza sul coniuge o sulla puerpera56. I prefetti hanno l’obbligo di individuare, presso gli enti dipendenti dal ministero dell’Interno, gli ebrei che ricoprono cariche pubbliche. In tal caso essi devono provvedere alla loro sostituzione. Essi, inoltre, devono vigilare affinché i dirigenti locali non invitino ebrei a tenere conferenze, discorsi e commemorazioni57. Insomma, pur nell’assenza di provvedimenti legislativi, gli apparati dello stato iniziano a stringere in una morsa gli ebrei italiani per via amministrativa. In questo straordinario attivismo si distinguono Bottai e Buffarini-Guidi. La documentazione relativa alla campagna razziale è disseminata non soltanto 268

dei nomi dei responsabili della Demorazza, Le Pera e Buffarini-Guidi, ma anche di quello dello zelante ministro dell’Educazione nazionale. Riferendosi a Bottai e a Buffarini-Guidi58, De Felice ha osservato: «a confronto di questi Machiavelli da strapazzo, di questi vili strumenti della politica mussoliniana, di questi profittatori di essa, si è quasi tentati di guardare con rispetto a un Farinacci o a un Preziosi» [De Lelice 1961, 284]. Poco tempo dopo, il 6 ottobre 1938, il Gran Consiglio del Fascismo emanò una serie di norme che avevano lo scopo di «discriminare» gli ebrei, più che «perseguitarli», allo scopo di isolarli dal resto del paese e costringerli all’esilio. Trattasi della cosiddetta Dichiarazione sulla razza59. Ma tali norme non sortirono gli esiti sperati e non sembrarono smuovere gli italiani - che apparivano poco sensibili all’esistenza di un problema ebraico - per cui furono integrate da regolamenti, interpretazioni giuridiche e, alla fine, da vere e proprie leggi. Dalla pubblicazione del Manifesto in poi tutta la stampa quotidiana italiana sostenne con zelo la campagna antiebraica. Alcuni esempi mostrano a quali livelli di abiezione possa scendere la stampa in un regime totalitario e a quali infamie fosse giunta la campagna contro gli ebrei italiani. Il meccanismo messo in atto era, per lo più, il seguente: «Il popolo d’Italia», cioè il giornale personale di Mussolini, forniva alla stampa qualche spunto che gli altri quotidiani riprendevano e amplificavano. Spesso gli spunti erano suggeriti in privato da Mussolini a Giorgio Pini, caporedattore del «suo» giornale, o apertamente dal duce in occasione delle sue visite e dei suoi discorsi. Per esempio, il 30 luglio 1938 egli visitò a Forlì il campo dei graduati avanguardisti e nel discorso affermò: «Anche sulla questione della razza noi tireremo diritto». Il giorno seguente, «Il popolo d’Italia» titolò a tutta pagina il fatto di 269

cronaca con la massima espressa da Mussolini. Non passava quasi giorno che non venisse pubblicato su «Il popolo d’Italia» un pezzo sulla difesa della razza. Oltre a Giorgio Pini, le firme giornalistiche più accreditate a trattare la tematica razziale erano quelle di Giacomo Prampolini, Franzì, Pende, Carlo Giglio, che si cimentavano nel cercare riferimenti culturali atti a spiegare all’opinione pubblica quanto fosse sacrosanta la campagna in favore della difesa della razza italiana. Il 4 agosto 1938 «Il popolo d’Italia», per dare un’immagine concreta di che cosa fosse la razza italica, pubblicò una foto di gruppo: quattro donne in costume da bagno che ne simboleggiavano la bellezza e la prestanza. L’idea venne ripresa pedissequamente da «L’Illustrazione Italiana», «La difesa della razza», «La Domenica del Corriere». Tutti facevano a gara per pubblicare da un lato fotografie della più bella gioventù italiana e dall’altro immagini di brutti ceffi, rammolliti e goffi, dal labbro pendente o dal naso adunco presentati come espressione della «razza ebraica». Mentre l’antisemitismo stava ormai divenendo un fatto istituzionale presentato nelle vesti di «difesa della razza», i giornali si adoperavano a denunciare le troppe cariche ricoperte dagli ebrei, la loro presenza invadente nelle università, nelle banche, nel commercio, nella stampa periodica. I loro patrimoni in terreni o case venivano sottoposti all’attenzione dell’opinione pubblica. Il 18 settembre «Il popolo d’Italia» diede notizia di alcune centinaia di partenze per Tel Aviv, mostrando che si confidava che gli ebrei lasciassero il territorio nazionale e che si voleva alimentare le speranze di chi bramava occupare i loro impieghi e comprare le loro proprietà a basso prezzo. Insomma, si tentava in tutti i modi di rendere interessante la campagna contro gli ebrei anche a coloro che fino a quel momento erano rimasti indifferenti. 270

Anche «Il Resto del Carlino» di Bologna condusse un’intensa campagna nei mesi di luglio, agosto e settembre del 1938. Così, il 29 luglio Massimo Scaligero, partendo dai temi del Manifesto, iniziò la pubblicazione di una serie di articoli. Presto si orientò verso un razzismo di tipo spiritualistico. Già nel quarto articolo della serie affermava: «Esiste dunque una razza che può definirsi romana sia per caratteristiche somatiche, sia per un modo interiore di concepire la vita che si riflette in uno stile inconfondibile dell’essere e dell’agire […] Quale il destino di tale razza al decadere dell’impero di Roma?». Egli era convinto che la forza della tradizione, trascendendo il tempo, e malgrado le eventuali mescolanze, avesse portato fino ai nostri giorni quella razza romana, che si manifesta attraverso «le maestose figure che l’Occidente ha generato» [Scaligero 1938], In un libro pubblicato l’anno seguente l’impostazione spiritualistico-romana fu ancora più evidente [Scaligero 1939]. Ma quale che fosse l’impostazione, «Il Resto del Carlino» si spendeva in tutti i modi nel denigrare gli ebrei - in una rubrica di prima pagina, firmata «Camicia Nera» - e nel censirli, appurando che a Bologna gli ebrei italiani e stranieri erano ottocentoventisei. Anche «Il Mattino» di Napoli era molto attento alle notizie di agenzia che riguardavano gli ebrei - episodi di truffa, dati circa la loro consistenza numerica e patrimoniale nelle varie città italiane, informazioni sulle loro (auspicate) partenze, informazioni sulle nuove disposizioni di legge - e aveva firme che si occupavano del problema razziale. Ma il giornale - in fin dei conti non molto diversamente da «Il Resto del Carlino» - insisteva sul fatto che la questione ebraica andava inquadrata come un momento della politica di difesa della razza e non come una lotta contro gli ebrei e, in tal senso, tendeva a distinguersi dagli organi che riducevano tutto all’antisemitismo. Mario Musella 271

metteva in guardia contro un rischio: «l’ardita campagna razziale che l’Italia ingaggia, a viso aperto, dinanzi al mondo, per un miglioramento quantitativo e qualitativo della sua popolazione, per dar vita e salute al suo impero, si va trasformando in maschera politica dietro cui si tende a chi sa qual biblica persecuzione» [Musella 1938]. A sua volta, Franco Ciarlantini interpretava tutto in termini di autarchia culturale. Dopo aver denunciato il pessimo vizio della cultura italiana di valorizzare troppo la cultura straniera, auspicava un’inversione di tendenza, in quanto la responsabilità dell’Impero doveva indurre a un’autarchia spirituale e a un’irradiazione della cultura italiana verso quei paesi che vivevano nell’orbita dell’Italia. Alla realizzazione dell’autarchia spirituale si giungerà, si deve giungere, solo se gli Italiani abbiano presente una grande verità e se la ripetano fino a che non ne avranno tratto gli ammaestramenti necessari: dalla realtà dell’impero derivano responsabilità pesanti e inderogabili, responsabilità verso la storia e l’avvenire della Nazione, responsabilità verso gli altri paesi che, bene o male, volenti o nolenti, entusiasti o trascinati da forza maggiore si avviano sulla nostra scia [Ciarlantini 1938].

Peraltro, quando il giornale era pressato da manifestazioni di compassione dei lettori di fronte al fatto che gli ebrei incominciavano a «sloggiare», una velina non firmata e pubblicata integralmente sia il 27 sia il 29 novembre 1938 proclamava: «Ogni manifestazione di pietismo nei riguardi degli ebrei è stupida, perché dimostra una incomprensione inammissibile, ed è debolezza: e, come l’insegnano la storia e la vita, la debolezza si paga sempre e a caro prezzo» [Anonimo 1938c]. Tutta la stampa italiana si mostrava consapevole del fatto che la campagna razziale si inquadrava nei famosi «tre cazzotti» mussoliniani, ovvero era legata strettamente alla politica culturale autarchica, che includeva la «purificazione» della lingua e dei costumi; anche se, come 272

abbiamo visto, c’era chi ne traeva spunto per mettere un po’ in sordina la tematica specificamente antisemita. Così, il quotidiano di Catania «Il popolo di Sicilia» annunciava la campagna razziale riportando il testo del discorso del duce a Forlì, sotto il titolo a tutta pagina: Avviso a chi tocca: - Anche nella questione della razza - Noi tireremo diritto. Nel testo si accomunavano al «terzo cazzotto» anche i primi due: «Ora la Rivoluzione deve incidere profondamente sul costume. A tale riguardo, l’innovazione del passo romano è di un’importanza eccezionale. Lo riprova l’eco nel mondo. Anche l’abolizione del lei, servile, straniero e detestato dai grandi italiani (da Leopardi a Cavour) è del massimo rilievo» [Nicolosi 1988, 90]. E qualche giorno dopo il quotidiano insisteva: «Le strette di mano sono finite presso di noi: il saluto romano è più igienico, più artistico, più breve! La cravatta nera svolazzante non è consentita: è una moda tramontata da un pezzo». Insomma, stava rapidamente diffondendosi l’idea che il passo romano, la sostituzione del lei con il voi, l’abolizione della stretta di mano fossero momenti dell’acquisizione della coscienza della superiorità razziale. Ma anche la battaglia per la purificazione radicale della lingua era un aspetto fondamentale della campagna autarchico-razziale. Dalle locandine dei teatri e dei cinema di tutta Italia scomparivano nomi e parole straniere come Milly, Tom, Jack, Dolly, star, sister, girl, mentre Renato Rascel veniva italianizzato in Renato Rascele, il Trio Leschan in Trio Lescano, Wanda Osiris in Vanda Osiri. Il settimanale femminile «Lei» era costretto ad assumere il nome di «Annabella». Venivano messi al bando film (anzi pellicole) e attori stranieri come Greta Garbo, Charlie Chaplin («Chariot è un dispregevole essere: avaro, codardo, che odia i bambini e tutti gli altri esseri della terra» [ibidem, 91]), Fred Astaire, Bette Davis, Mima Loy, Claudette 273

Colbert (accusati di essere ebrei o, nel caso migliore, amici di ebrei) e si dava spazio quasi esclusivamente a commediole italiane che facevano seguito alla fortunata ma ormai superata serie dell’epoca dei «telefoni bianchi» (Grandi magazzini, Batticuore, Il signor Max, Lo vedi come sei?) oppure dai fermenti patriottici e guerrieri (Luciano Serra pilota, Lo squadrone bianco, Scipione l’africano) interpretati da italiani razzialmente puri quali Amedeo Nazzari, Antonio Gandusio, Elsa Merlini, Nino Besozzi, Laura Solari, Erminio Macario, Renato Cialente, Marta Abba, Enrico Viarisio, Dina Galli, Vittorio De Sica, Assia Noris. Anzi, proprio per frenare il «pericoloso strapotere straniero», un decreto legge del 1935 aveva sancito il monopolio della distribuzione delle pellicole all’Ente nazionale industrie cinematografiche (Enic), un organismo controllato dallo stato, sicché le varie Metro Goldwin Mayer, Columbia, Warner Bros, Twentieth Century Fox e via di seguito, furono costrette a ritirare dal mercato italiano i loro prodotti. Era in questo contesto che il regime giocava la carta razziale. «Gli italiani - sottolineava ancora “Il popolo di Sicilia” unendosi al coro di tutti gli altri giornali d’Italia pilotati dal Minculpop - devono avere una vigile coscienza razziale, non soltanto nei confronti delle popolazioni sottomesse (è vietato fraternizzare con le faccette nere) ma anche nei confronti delle razze inferiori, degli ebrei soprattutto» [ibidem, 92]. Le uniche e rare manifestazioni di presa di distanza dalla campagna razziale si ebbero su alcuni organi di stampa di ispirazione cattolica. Già nella campagna antisemita del 1936, la rivista «L’Università Italiana» diretta dal bolognese Raffaele Gurrieri, nell’annunciare la trasformazione della Pontificia Academia Novorum Lynceorum in Pontificia Academia Scientiarum (con un motu proprio del papa Pio 274

XI del 28 ottobre 1936) sottolineava l’indipendenza di giudizio del pontefice «poiché fra gli Accademici italiani vediamo due israeliti: il prof. Tullio Levi-Civita, ed il senatore prof. Vito Volterra», scelta che a parere della redazione non poteva disgiungersi da quella che qualche anno prima la vecchia Accademia aveva fatto premiando «il pregevole lavoro Le leggi di Mendel e i Cromosomi dell’israelita prof. Paolo Enriques» [Enriques 1932b]. Inoltre, l’Accademia non sarebbe mai venuta meno al suo carattere internazionale e pluralista che strideva con quello nazionalistico e autarchico dell’Accademia d’Italia, accogliendo nel suo seno scienziati di ogni nazione e di ogni «razza». Talvolta le espressioni di dissenso cattolico prendevano spunto da frasi del papa, come nell’occasione dell’udienza concessa da Pio XI agli alunni del Pontificio collegio il 30 luglio 1938. «L’avvenire d’Italia» riportava il discorso pronunciato dal pontefice con il titolo a tutta pagina: La posizione di Pio XI sulla questione della razza. E così commentava: Si può quindi chiedere come mai disgraziatamente l’Italia abbia avuto bisogno di andare ad imitare la Germania. Qui il Santo Padre apriva sorridendo una parentesi, rilevando come qualcuno, e ciò s’era per altri casi già verificato, avrebbe potuto accusare Lui di pregiudizio perché, si sa, il Papa è figlio di milanesi, gli uomini delle Cinque giornate che hanno cacciato i Tedeschi. No, non è per questo, ma è perché i latini non dicevano razza, né qualche cosa di simile. I nostri vecchi italiani hanno altre parole più belle, più simpatiche: gens italica, italica stirps, Japaeti gens [Anonimo 1938b].

Erano manifestazioni di dissenso significative, e anche apprezzabili, ma insufficienti. Si finiva con il riproporre il concetto di «stirpe» al posto di quello di razza, dando l’impressione che, a condizione di non «imitare la Germania», una visione amabile e spiritualistica del razzismo avrebbe potuto essere accettata. In atteggiamenti 275

come questo si esprimevano il malessere e l’ambiguità del mondo cattolico di fronte alla campagna razziale del fascismo60. Tuttavia, malgrado queste ambiguità, in campo cattolico la posizione di Pio XI fu una delle più nette e sinceramente ostili alla campagna razziale e antisemita del regime fascista [cfr. Fattorini 2007]. La sua condanna dell’antisemitismo come inammissibile e la celebre frase pronunciata il 6 settembre 1938 secondo cui «spiritualmente noi siamo semiti» destò le ire del duce61. Ma la sua morte (10 febbraio 1939) diede spazio nel mondo vaticano ad atteggiamenti più pragmatici che restringevano il dissenso con il regime fascista al vulnus rappresentato dal disconoscimento della validità dei matrimoni misti. Un ruolo speciale nella campagna razziale venne svolto da «Il regime fascista» di Cremona, diretto da Farinacci. Proclamava che «lo Stato […] senza chiedere il consenso altrui, si sente in diritto di togliere dai gangli delicati della Nazione uomini infidi» [Farinacci 1938b]. Tuttavia, Farinacci era diffidente sia di fronte al razzismo «scientifico» - ché, come sappiamo, a lui interessava soltanto l’antisemitismo politico - sia di fronte agli atteggiamenti tiepidi di certi ambienti cattolici. Ammoniva che «il problema razzista è squisitamente politico e chi non sentirà questo problema sarà dichiarato nostro nemico al duecento per cento» [ibidem]. L’«Osservatore Romano» del 24 agosto 1938, pubblicando un comunicato sui rapporti tra Azione cattolica e Pnf, controbatteva osservando che il problema della razza non era politico, bensì religioso. Ancora una volta una replica ambigua, che non chiudeva le porte alla questione razziale ma cercava di spostarla sul consueto terreno della conversione. Peraltro, Farinacci era solerte nel promuovere a pieni voti quei cattolici che facevano professione di razzismo antisemita come il vescovo di Cremona Cazzani62 e come padre Agostino Gemelli63, 276

compiacendosi di avere cotanti alleati [Farinacci 1939] e chiedendo addirittura a Mussolini di nominare accademico d’Italia il Gemelli, quest’uomo «veramente nostro» e di cui anche in Germania gli hanno «parlato con molta simpatia»64. Un’altra firma in prima linea sul fronte del razzismo, sempre su «Il regime fascista», era Gianfrancesco Sommi Picenardi. Egli era convinto che i responsabili del «novello e generale orientamento dell’intero popolo italiano verso l’antigiudaismo andassero ricercati fra gli stessi ebrei» [Sommi Picenardi 1938a] e sosteneva che gli ebrei erano stati i primi razzisti [Sommi Picenardi 1938c]. A sua volta, per Maurizio Claremoris, i giudei erano responsabili dei più noti delitti della storia, dei quali faceva un lungo elenco. E della razza dei discendenti di Abramo, diceva: «Questa razza che ha avuto sempre per bandiera la viltà e il tradimento non ha alcuna concezione che possa assimilarsi alla nostra quanto a coraggio e ad onore». E più avanti: «Tale è la loro razza, tale la loro legge. Si può forse impedire ad un cane di essere un cane? Basta prendere le opportune precauzioni per non farsi mordere: mettere loro la museruola come ha incominciato a fare il Governo fascista» [Claremoris 1938]. «Il regime fascista» non trascurava neppure di promuovere inchieste sui patrimoni in terreni e case degli ebrei nelle varie città italiane e nel giugno del 1940 inaugurava una rubrica, «Occhio agli ebrei», in cui si scaricava l’odio degli squadristi nei confronti di coloro che ancora tolleravano la presenza degli ebrei. Vale anche la pena di menzionare il pezzo di un giornalista sportivo, Luigi Cabrini, il quale, dopo l’epurazione degli ebrei fatta dalla Federazione calcio, denunciava l’esistenza di «legami occulti» fra gli ebrei di altre nazioni e avvertiva che era necessaria grande precauzione «nei riguardi di società straniere che iniziano o mantengono relazioni 277

sportive» [Cabrini 1938] con l’Italia. Abbiamo già visto all’opera «La vita italiana» e «Il Tevere». De «La difesa della razza» - la rivista preposta ufficialmente a elaborare e diffondere la teoria razziale parleremo a parte. Per ora ci basti sottolineare attraverso gli esempi forniti finora che nel luglio e nell’agosto del 1938 la stampa riuscì a rovesciare una imponente valanga di veleni razzisti e antisemiti, per cui, allorché il duce decise di passare alla fase legislativa, il terreno era convenientemente arato. Nell’arco di due giorni (tra il 5 e il 7 settembre 1938) il governo fascista emanò due decreti legge per la difesa della razza. Il primo riguardava significativamente il tema dell’istruzione. Si stabiliva che nelle scuole di ogni ordine e grado le persone di razza ebraica non potessero esercitare la funzione di insegnante e non potessero essere iscritte come alunni. Tutti i docenti e gli allievi ebrei venivano espulsi dalle scuole, dalle accademie, dagli istituti e dalle associazioni di scienze, lettere e arti. Veniva inoltre stabilito che era considerato ebreo chi era nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche ove professasse una religione diversa. È quasi superfluo osservare che la definizione era ridicolmente circolare. Nella legislazione successiva tale definizione di ebreo fu estesa ai casi di chi: era nato da un genitore di razza ebraica e uno di nazionalità straniera; era nato da madre ebrea e da padre ignoto; oppure aveva un solo genitore ebreo ma professava la religione ebraica o aveva comunque fatto «manifestazione di ebraismo». Il decreto legge successivo era fondato sulla medesima definizione di ebreo e riguardava gli ebrei stranieri dimoranti nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell’Egeo: si stabiliva che essi dovessero abbandonare il territorio entro sei mesi dalla data di pubblicazione del decreto stesso. Il 278

provvedimento colpiva gli ebrei che dimoravano nel Regno dal 1° gennaio 1919, i quali perdevano l’eventuale cittadinanza italiana acquisita. Coloro che non avessero ottemperato agli obblighi stabiliti sarebbero stati puniti con le pene stabilite dalle leggi vigenti sulla pubblica sicurezza. Entrambi i decreti legge erano inattesi e apparvero sorprendentemente duri. Il primo era il più clamoroso e capace di suscitare le reazioni emotive più intense e a esso ci si riferisce quasi sempre come alla manifestazione più vistosa dell’inizio della campagna legislativa razziale. Conviene però soffermarsi su alcune implicazioni del secondo, che presentano aspetti significativi. Era maggiormente colpito dal decreto concernente gli ebrei stranieri chi non possedeva alcun patrimonio (impiegati, operai, piccoli artigiani) ed era costretto a partire senza avere i mezzi necessari per l’espatrio. Non meno colpiti erano coloro che, lavorando in Italia da vari anni, erano costretti a vendere improvvisamente le officine, gli studi professionali, i laboratori che avevano creato. Inoltre non era chiaro se le somme ricavabili da tali vendite potessero essere esportate, né dove si potesse andare. Questi erano alcuni dei problemi che il provvedimento poneva agli ebrei stranieri. Esso tuttavia creava serie difficoltà anche agli organi dello stato e alle autorità che avevano il compito di eseguire la nuova disposizione. Difatti, se era facile individuare gli stranieri che abitavano in Italia dal 1919 attraverso l’anagrafe, il passaporto e gli elenchi trasmessi dalla Germania al governo italiano in occasione della visita di Hitler del 3 maggio 1938, più difficile risultava stabilire la religione da loro professata o la «razza». Quei dati, infatti, non erano specificati sui documenti e gli organi competenti non sapevano come comportarsi, essendo poco attendibili le informazioni 279

desumibili attraverso i canali normali della pubblica sicurezza. È certo, però, che quanti si preparavano a partire incontravano difficoltà non lievi nel rilascio dei documenti e si trovavano di fronte a comportamenti non uniformi da parte dell’amministrazione. Un’attenzione particolare merita la situazione degli studenti stranieri ebrei, ai quali, già prima della pubblicazione del primo decreto legge, era stata vietata l’iscrizione alle università e agli istituti superiori. Infatti, il 6 agosto 1938, con circolare urgente il ministro Bottai aveva disposto che, per «ordini superiori», fosse vietata l’ammissione ai corsi universitari degli studenti stranieri ebrei, compresi quelli dimoranti in Italia, a decorrere dall’anno accademico 1938-1939. La disposizione riguardava coloro che eventualmente avessero chiesto la prima iscrizione e gli studenti già iscritti negli anni precedenti65. Tre giorni dopo il ministro ne aveva informato il collega degli Affari esteri che, a sua volta, in una nota riservatissima del 20 agosto 1938, aveva comunicato il contenuto della circolare alle ambasciate italiane di Washington, Parigi, Varsavia e alle legazioni di Praga e Bucarest. Soltanto cinque giorni dopo lo stesso ministro degli Affari esteri comunicò alle citate ambasciate e legazioni che «per disposizione di S.E. il capo del Governo gli studenti israeliti che siano già iscritti da uno o più anni presso le RR. Università possono essere ammessi a completare i loro studi in Italia»66. In conclusione, il regime, prima dell’emanazione del famigerato decreto, aveva già limitato, con atti amministrativi, l’afflusso degli studenti stranieri nelle università italiane. Dopo l’emanazione del decreto, Mussolini rivolse la sua attenzione alla situazione patrimoniale degli ebrei, temendo evidentemente la fuga verso l’estero di capitali e di valori. La polizia tributaria e altre autorità politiche chiesero quindi 280

alle filiali della Banca d’Italia e ad altri istituti bancari notizie circa l’esistenza o meno di depositi in contanti o in titoli intestati agli ebrei. Tuttavia, il governatore della Banca d’Italia informò i responsabili delle filiali che «deve rimanere ferma la regola che le Banche non possono assolutamente venir meno alla più rigorosa osservanza del segreto bancario»67. Nella seconda decade di settembre gli effetti dei severi provvedimenti governativi incominciarono a farsi sentire soprattutto a Milano, dove la polizia politica, da fonte confidenziale, apprese che negli ambienti economici essi erano motivo di estrema preoccupazione. Si diceva che, per il trattamento riservato agli ebrei, le industrie italiane avessero ricevuto disdette di ordinativi da parte di clienti esteri, i quali avevano richiamato in patria i loro rappresentanti, e che i mezzi di trasporto e di navigazione venivano boicottati come ritorsione per le persecuzioni antiebraiche. Dal citato documento del governatore della Banca d’Italia si apprende anche che tali voci e la conoscenza della «forza economica» degli ebrei e della «massoneria» nel mondo avevano impressionato l’opinione pubblica, la quale, data la povertà dell’Italia, riteneva di non poter sostenere a lungo l’urto se il governo non attenuava o revocava le disposizioni antiebraiche. Inoltre, la nota riferiva che l’opinione pubblica era convinta che Mussolini avesse ingaggiato la lotta contro gli ebrei per far piacere alla Germania, diffondendo sgomento e panico tra la popolazione ebraica, che si preparava a lasciare l’Italia dopo aver salvaguardato le proprietà con finte vendite e atti notarili, alle quali si sarebbero prestati amici e conoscenti italiani68. Tali resistenze o riluttanze non indussero il governo ad allentare la morsa contro gli ebrei. Al contrario, la persecuzione antiebraica si sviluppò con altri provvedimenti legislativi. L’antisemitismo di stato era 281

ormai una scelta irreversibile. I primi provvedimenti, come si è visto, riguardavano la scuola e gli ebrei stranieri o naturalizzati italiani, che perdevano la nazionalità. Contemporaneamente, in data 5 settembre 1938, fu istituito presso il ministero dell’Interno il Consiglio superiore per la demografia e la razza. Esso era presieduto dal sottosegretario di stato agli Interni e composto da personaggi quasi tutti di affiliazione universitaria e accademica, a sottolineare - se mai ve ne fosse bisogno - il conferimento alla scienza della funzione di guida della politica razziale. Così, limitandoci ai nomi degli scienziati, troviamo nel Consiglio69: Filippo Bottazzi (ordinario di fisiologia umana, R. Università di Napoli), Alessandro Ghigi (ordinario di zoologia, R. Università di Bologna), Raffaele Corso (ordinario di etnografia, R. Università di Firenze), Vito De Blasi (docente di ostetricia e ginecologia, R. Università di Genova), Cesare Frugoni (ordinario di clinica medica e generale, R. Università di Roma), Fivio Livi (ordinario di statistica, R. Università di Firenze), Umberto Pierantoni (ordinario di genetica e biologia delle razze, R. Università di Roma), Giunio Salvi (ordinario di anatomia umana, R. Università di Napoli), Sergio Sergi (ordinario di antropologia, R. Università di Roma), Francesco Valagussa (docente di clinica pediatrica, R. Università di Roma), Franco Savorgnan (presidente dell’Istat), Giovanni Petragnani (direttore generale della Sanità pubblica), Sabato Visco (ordinario di fisiologia generale, R. Università di Roma, designato membro di diritto dal Minculpop)70. Ritroviamo nella composizione del Consiglio una serie di nomi, a noi familiari, di scienziati che finalmente vedono realizzata la loro aspirazione decennale o ventennale a mettere in pratica le teorie con tanto zelo sviluppate e che il regime ha deciso di accettare come base teorica, più o meno 282

corretta e integrata dal duce. Manca all’elenco Nicola Pende. Frattanto, sarà cura di Visco - membro di diritto in quanto personaggio di rilevante stazza politica - portare avanti la linea razziale «spiritualistico-romana» che sta prevalendo. I giorni e mesi che seguono vedono il susseguirsi di una raffica di provvedimenti legislativi cui è persino difficile tener dietro, e che sono accompagnati da una frenetica produzione di circolari ministeriali e di pubblica sicurezza che formano un corpus imponente [cfr. Aa.Vv. 1988]. Anche qui è impossibile spiegare tanto attivismo come una pura e semplice condiscendenza nei confronti dell’alleato germanico. In fondo, se il regime non era davvero convinto, poteva bastare qualche giaculatoria e non un dispiegamento di geometrica potenza che si manifesta come l’applicazione di qualcosa da lungo tempo sentito e preparato e che oltretutto la struttura statale e istituzionale appare perfettamente pronta ad applicare, mostrando un’efficienza sconosciuta in altri campi. Il 23 settembre 1938 un decreto legge istituisce scuole elementari separate per i «fanciulli di razza ebraica»71. Il 15 novembre i provvedimenti già presi per la scuola e l’università vengono «integrati» e «coordinati» in un testo più organico. Il 17 viene promulgata una prima legge complessiva e organica «per la difesa della razza». Sempre il 17 arrivano i provvedimenti relativi ai matrimoni, per i quali è fatto obbligo all’ufficiale dello stato civile di accertare la razza e lo stato di cittadinanza dei richiedenti; vengono altresì definiti gli appartenenti alla razza ebraica, le loro prerogative e chi tra loro può essere «discriminato» (come vedremo, una sorta di «esenzione» dalle leggi razziali)72. Il 21 novembre viene stabilito che la cittadinanza italiana è condizione necessaria per l’appartenenza al Pnf e, di conseguenza, non possono essere iscritti al partito di 283

Mussolini coloro che sono considerati di razza ebraica73. Il 22 dicembre vengono varate le disposizioni relative al collocamento in congedo e al trattamento di quiescenza del personale militare di razza ebraica74. Segue una pausa di poco più di un mese. Ma essa è quanto mai produttiva. Difatti, il 9 febbraio 1939 vengono emanate le norme attuative e integrative delle disposizioni dell’art. 10 del decreto del 17 novembre 1938, ma soprattutto un vasto e complesso provvedimento legislativo che definisce i limiti di proprietà immobiliare, di attività industriale e commerciale per i cittadini di razza ebraica75. A esso segue, il 27 marzo, il provvedimento di istituzione dell’ente di gestione e liquidazione immobiliare delle proprietà ebraiche76. . Non basta. Il 29 giugno 1939 viene promulgato un decreto che disciplina l’esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica. Il 13 luglio si decreta la facoltà del ministro dell’Interno, previo parere di una istituenda commissione, di dichiarare la non appartenenza alla razza ebraica, anche in difformità delle risultanze degli atti dello stato civile77. Lo stesso 13 luglio vengono promulgate norme in materia testamentaria, nonché sulla disciplina dei cognomi nei confronti degli appartenenti alla razza ebraica78. Tralasciamo una serie di altri decreti concernenti l’abrogazione dei contributi statali a favore degli asili ebraici, o la determinazione dei contributi a carico dei professionisti ebrei, per concludere con il 19 aprile 1942, quando, con inutile e vile maramalderia, viene decretata l’esclusione degli elementi ebrei dal campo dello spettacolo (da tempo nei fatti). Nel frattempo, dall’autunno del 1938 all’autunno del 1939, se da un lato la legislazione razziale mette un certo 284

«ordine» nell’intricata matassa degli ebrei profughi residenti in Italia, dall’altra crea notevoli difficoltà fra coloro che improvvisamente, pur avendo acquisito la cittadinanza italiana, si trovano in condizione di dover lasciare il territorio del Regno entro sei mesi, cioè entro il 12 marzo 1939, in quanto ritenuti «stranieri». Gli ebrei stranieri residenti in Italia dopo il 1° gennaio 1919 sono 10.197: a 933 di questi è consentito di rimanere, per aver contratto matrimonio con cittadina italiana di razza ariana prima del 1° ottobre 1938 o per aver compiuto sessantacinque anni entro il 12 marzo 1939. La maggior parte deve quindi lasciare il territorio nazionale. Allo scadere del termine previsto, però, notevoli difficoltà si frappongono allo sfratto. Non è facile disfarsi in pochi mesi dei beni procurati con enormi sacrifici. Gli ebrei polacchi, tedeschi, romeni, ungheresi venuti di recente in Italia non sono in possesso di documenti regolari per il rimpatrio. Di conseguenza, al 12 marzo 1939 solo 3.720 persone lasciano il Regno79; gli altri indugiano per i motivi sopra esposti. A quell’epoca, inoltre, molti ebrei stranieri sono giunti in Italia come turisti oppure per motivi di lavoro, di cura o di diporto. Molti di loro vogliono imbarcarsi nei porti italiani per recarsi in altri paesi extraeuropei. Altri, scaduto il permesso di soggiorno di sei mesi, chiedono una proroga. È un problema, questo, che rende difficile la loro sorveglianza da parte degli organi di polizia. Inoltre, bloccarne definitivamente l’ingresso alla frontiera sembra dannoso per le finanze dello stato. Sarà così fino al 19 agosto 1939, quando il capo della polizia Carmine Senise comunica ai prefetti e alla divisione di polizia di frontiera di vietare l’ingresso agli ebrei stranieri, a eccezione di quanti transitano nel Regno allo scopo di imbarcarsi nei porti italiani e sono muniti di biglietti di imbarco, di visto d’ingresso del paese dove sono diretti, di passaporti validi 285

per un eventuale rientro in patria - qualora non sia possibile l’imbarco - e purché siano forniti di mezzi economici sufficienti. Tali restrizioni rendono assai difficile l’ingresso nel nostro paese80. Questo è il panorama determinato dalla legislazione razziale e dall’antisemitismo di stato. Prima di esaminarlo in maniera più dettagliata in relazione al tema che a noi interessa primariamente - e cioè la scienza - è necessario fare alcune considerazioni di natura teorica. Finora abbiamo fatto costantemente riferimento all’idea di razza ebraica senza chiarire che cosa la legislazione fascista intenda con questa espressione, e abbiamo visto che nel Manifesto la questione era stata posta in termini molto confusi. Riuscì la legislazione fascista a poggiarsi su una chiara definizione di «razza ebraica» che consentisse anche una chiara applicazione normativa? La questione è importante pure sotto il profilo teorico in quanto alcuni storici - in particolare Michele Sarfatti hanno sostenuto che la classificazione fascista aveva come riferimento principale un razzismo di tipo biologico [Sarfatti 2007, 173]. Intendiamo spiegare perché tale tesi è, a nostro avviso, errata. Una premessa importante: se, nel discutere questo tipo di problemi, non si tiene conto del fatto che non è possibile dare una definizione coerente di razza in termini biologici è il tema su cui ci siamo soffermati nel capitolo I - si va incontro a una certa confusione interpretativa. In altri termini, se si prendono sul serio le definizioni di razza in senso biologico, allora l’errore di analisi è sicuro. Poiché non è possibile dare alcuna definizione consistente di razza, ogni definizione di «razza ebraica» è per ciò stesso impossibile e quindi non si tratta di discettare se la definizione cui ci troviamo di fronte sia coerentemente biologica - non può esserlo - ma di capire se essa lo sia 286

intenzionalmente. Pertanto, scontata l’inevitabile circolarità di ogni definizione del genere, il criterio per distinguere se si tratti di una definizione biologica è verificare se essa faccia riferimento a fattori esclusivamente fisici (di sangue, genetici). Una definizione biologica non può che essere formulata nei termini seguenti: «È di razza ebraica chi è discendente di persone di razza ebraica», fissando in modo inevitabilmente arbitrario il livello - la percentuale di sangue o di materiale genetico «ebraico» presente - al di sotto del quale è stabilito che la componente ebraica abbia un peso irrilevante. Ogni definizione che faccia intervenire fattori di altra natura - religiosi, culturali, politici ecc. - non ha un carattere biologico, quantomeno non ha un carattere biologico puro. È perfettamente inutile, al riguardo, impigliarsi nelle diatribe con cui la burocrazia fascista tentava di stabilire l’ebraicità o meno di individui in casi «complessi». Anche i nazisti, che si rifacevano a definizioni seccamente biologiche, si trovarono di fronte a diff$1olta insormontabili. Quel che conta è la natura delle definizioni presenti nella legislazione fascista. La Dichiarazione sulla razza del Gran Consiglio del Fascismo stabiliva appartenere alla razza ebraica: a) i nati da genitori entrambi ebrei e b) i nati da padre ebreo e madre straniera, nonché c) chi, pur nato da matrimonio misto, professava la religione ebraica, mentre d) non considerava ebreo chi, pur nato da matrimonio misto, professava religione diversa da quella ebraica. Il Regio decreto del 17 novembre 1938 riprendeva questi punti specificandoli al seguente modo: il caso a) era confermato con la clausola che si restava ebrei pur professando un’altra religione; il punto b) era ribadito; c) è considerato di razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica qualora sia ignoto il padre; d) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di 287

nazionalità italiana di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione ebraica, o sia, comunque, iscritto a una comunità israelitica, ovvero abbia fatto, in qualsiasi altro modo, professione di ebraismo. Mentre non è considerato di razza ebraica chi, anche se nato da genitori italiani di cui uno solo di razza ebraica, in data 1° ottobre 1938 apparteneva a religione diversa da quella ebraica. È privo di fondamento sostenere che, siccome nei casi non misti la classificazione razziale era data dagli ascendenti, e siccome i cardini del sistema erano i casi a) allora la legislazione era biologistica. In realtà, i casi interessanti e che individuano la natura del sistema sono proprio i casi misti. E se nei casi misti, invece di introdurre un confine in termini di pura ascendenza -pur nella circolarità della definizione - si introduce anche una discriminante in termini di religione, allora non si vede come una definizione del genere possa essere detta puramente biologica. Per la legislazione fascista un figlio di madre ebrea e padre non ebreo - e quindi con metà del sangue ebraico! - che professasse la religione cattolica non era ebreo. È evidente che si trattava di una concessione al punto di vista cattolico, la quale apriva una larga strada alle conversioni, tanto più larga in quanto la data dimostrabile di appartenenza ad altra religione era fissata ben due mesi e mezzo dopo l’inizio della campagna razziale. Sta di fatto che - concessione o no questa definizione era fondata su un’idea di razza ben lontana da quella biologica, in quanto pesantemente «inquinata» dal fattore religioso. Ove poi si pensi che lo stesso decreto del 17 novembre conteneva disposizioni che consentivano di esentare («discriminare») tutti coloro che avevano speciali benemerenze nei confronti della nazione - torneremo in seguito su tale questione - si comprende come l’idea di razza sottostante a questa legislazione fosse tutto fuor che 288

puramente biologica. Non soltanto essa era mescolata con elementi di carattere religioso, ma anche e addirittura con valutazioni relative alla personalità sociale e politica del singolo ebreo e al suo rapporto con la realtà nazionale. Vedremo come, non a caso, Nicola Pende mise chiaramente in luce il carattere molto particolare di questa legislazione e le sue differenze con quella nazista. Pertanto anche nella legislazione troviamo un riflesso chiarissimo del carattere peculiare del razzismo fascista. 5. L’ondata investe la comunità scientifica La data del 14 luglio 1938 e il Manifesto degli scienziati razzisti segnano l’atto di nascita dell’antisemitismo di stato, stabilendo l’estraneità degli ebrei italiani alla comunità nazionale e alla razza italica. Abbiamo visto che la comunità ebraica italiana contava allora un po’ meno di cinquantamila persone, cui andavano aggiunti i circa diecimila ebrei stranieri che da molti anni ormai vivevano e lavoravano in Italia. Gli effetti più immediati furono quelli derivanti dai provvedimenti relativi alla pubblica amministrazione, alla scuola e all’università, seguiti da quelli concernenti le libere professioni e il commercio. Nel giro di qualche mese quasi quattromila persone - tra professori, militari, impiegati pubblici e privati, liberi professionisti e commercianti furono private di ogni diritto e circa seimila studenti furono allontanati dalle scuole. Una parte emigrò. Le leggi razziali vennero applicate con particolare accanimento nel campo dell’istruzione. Ancor prima che fossero promulgate, il giornale razzista «Il Tevere» aveva pubblicato le liste dei docenti e degli assistenti universitari 289

ebrei, chiedendo la loro rimozione dalle cattedre, e la lista dei manuali scolastici di autori ebrei il cui uso doveva essere proibito. Altrettanto aveva fatto «Vita Universitaria». È significativo che gli elenchi utilizzati dal giornale di Interlandi fossero uguali a quelli utilizzati, poche settimane dopo, nell’applicazione dei provvedimenti governativi. Il Regio decreto legge n. 1390 del 5 settembre 1938 decretava l’espulsione di tutte le «persone di razza ebraica» dalla scuola italiana di qualunque «ordine e grado» e la radiazione dei «membri di razza ebraica» dalle accademie e dagli istituti di cultura. Secondo alcuni calcoli i docenti delle scuole secondarie superiori espulsi furono centosettantaquattro e novantanove i professori ordinari universitari, il 7% circa della categoria. Le aree disciplinari più colpite furono la medicina (diciotto espulsi), le scienze matematiche, fisiche e naturali (diciassette), le scienze giuridiche (ventitré), le discipline letterarie e filosofiche (venti). L’elenco di questi docenti può apparire tedioso al lettore. Eppure vale la pena riportarlo in quanto, per la sua ampiezza e per il rilievo dei nomi che contiene, è più eloquente di qualsiasi commento. La lista seguente dei professori universitari ordinari è ricavata da un censimento ministeriale81. Gli espulsi sono elencati per sede, in ordine alfabetico, riportando fra parentesi la data della prima presa di servizio nella qualità di professore straordinario. Università di Bari Bruno Foà, ordinario di Economia politica corporativa (16.12.1933) Università di Bologna 290

Tullio Ascarelli, ordinario di Diritto commerciale (1°.1.1927) Mario Camis, ordinario di Fisiologia generale (1°. 1.1925) Gustavo Del Vecchio, ordinario di Economia politica corporativa (1°.4.1921) Emanuele Foà, ordinario di Fisica tecnica (1°.12.1927) Guido Horn d’Arturo, ordinario di Astronomia (16.2.1925) Beppo Levi, ordinario di Analisi matematica (1°.12.1906) Rodolfo Mondolfo, ordinario di Storia della filosofia (16.10.1910) Maurizio Pincherle, ordinario di Clinica pediatrica (1°. 12.1924) Beniamino Segre, ordinario di Geometria analitica (1°.12.1931) Giulio Supino, straordinario di Costruzioni idrauliche (1°.12.1934) Edoardo Volterra, ordinario di Istituzioni di Diritto romano (16.11.1930) Università di Cagliari Teodoro Levi, straordinario di Archeologia e storia dell’arte antica (16.11.1935) Alberto Pincherle, straordinario di Storia delle religioni (29.10.1937) Camillo Viterbo, straordinario di Diritto commerciale (16.12.1936) Università di Ferrara Angelo Piero Sereni, straordinario di Diritto internazionale (16.12.1936) Università di Firenze 291

Federico Cammeo, preside della Facoltà di Giurisprudenza e ordinario di Diritto amministrativo (1°.2.1901) Enrico Finzi, ordinario di Istituzioni di Diritto privato (16.2.1922) Giorgio Pacifico De Semo*, ordinario di Diritto commerciale (16.3.1925) Ludovico Limentani, ordinario di Filosofia morale (16.10.1920) Attilio Momigliano, ordinario di Letteratura italiana (16.10.1922) Renzo Ravà, straordinario di Legislazione del lavoro all’istituto «Cesare Alfieri» (16.12.1936) Università di Genova Roberto Bachi, straordinario di Statistica metodologica ed economica (1°.12.1934) Nino Levi, ordinario di Diritto e procedura penale (1°.1.1927) Ugo Lombroso, ordinario di Fisiologia umana (1°. 1.1923) Ruggero Luzzatto, ordinario di Diritto civile (1°. 12.1924) Angelo Rabbeno, ordinario di Farmacologia (16.12.1933) Amedeo Volta detto Dalla Volta, ordinario di Medicina legale (1°.2.1927) Università di Milano Abramo Alberto Ascoli, ordinario di Patologia generale e Anatomia patologica (16.10.1915) Guido Ascoli, ordinario di Analisi matematica (1°.11.1932) Paolo D’Ancona, ordinario di Storia dell’arte medievale e moderna e preside (16.10.1915) 292

Mario Donati, preside della Facoltà di Medicina e ordinario di Clinica chirurgica generale e terapia chirurgica (16.10.1912) Mario Falco, ordinario di Diritto ecclesiastico (1°.2.1911) Carlo Foà, ordinario di Fisiologia umana (16.10.1914) Mario Attilio Levi, straordinario di Storia romana o (1 .12.1936) Mario Giacomo Levi, ordinario di Chimica industriale al Politecnico (16.11.1909) Giorgio Mortara, ordinario di Statistica (16.11.1910) Aron Benvenuto Terracini, ordinario di Glottologia (16.12.1924) Università di Modena Benvenuto Donati, ordinario di Filosofia del diritto (1°.1.1921) Marcello Finzi, ordinario di Diritto e procedura penale (1°.1.1927) Leone Maurizio Padoa, ordinario di Chimica generale e inorganica (16.10.1921) Ettore Ravenna, ordinario di Anatomia e istologia patologica (1°.12.1911) Università di Napoli Anna Foà, ordinario di Bachicoltura (l°.11.1920) Ugo Forti, ordinario di Diritto amministrativo (16.11.1910) Alessandro Graziani, ordinario di Diritto marittimo pubblico e privato e Diritto aereo presso il R. Istituto Superiore Navale (1°.12.1927) 293

Ezio Levi D’Ancona, ordinario di Filologia romanza (1°.12.1924) Donato Ottolenghi, ordinario di Igiene (16.10.1914) Università di Padova Donato Donati, preside della Facoltà di Scienze politiche e ordinario di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza (16.1.1911) Marco Fano, ordinario di Economia politica corporativa (16.11.1909) Adolfo Ravà, ordinario di Filosofia del diritto (16.10.1911) Bruno Rossi, ordinario di Fisica sperimentale (1°.12.1932) Tullio Terni, ordinario di Anatomia umana normale (1°.2.1925) Università di Palermo Camillo Artom, ordinario di Fisiologia umana (1°. 12.1930) Maurizio Mosè Ascoli, ordinario di Clinica medica generale e terapia medica (16.10.1910) Alberto Dina, ordinario di Elettrotecnica (16.10.1906) Mario Fubini, straordinario di Letteratura italiana (1°. 12.1937) Emilio Segrè, ordinario di Fisica sperimentale (1°.12.1935) Università di Parma Walter Bigiavi*, ordinario di Diritto commerciale (1°.12.1931) Alessandro Levi, ordinario di Filosofia del diritto (16.10.1920) 294

Enrico Tullio Liebman, ordinario di Diritto processuale civile (1°.12.1931) Guido Melli, straordinario di Patologia speciale medica (1°.12.1935) Università di Pavia Leone Lattes, ordinario di Medicina legale e delle assicurazioni (16.10.1920) Adolfo Levi, ordinario di Storia della filosofia (1°.1.1923) Giorgio Renato Levi, ordinario di Chimica generale e inorganica (1°.1.1927) Arturo Maroni, ordinario di Geometria analitica (1°. 1.1934) Vittore Zamorani, ordinario di Clinica pediatrica (1°. 12.1931) Università di Perugia Gino De Rossi, ordinario di Microbiologia agraria e tecnica (1°. 1.1907) Cesare Finzi, ordinario di Chimica farmaceutica (l°.l 1.1929) Giorgio Todesco, straordinario di Fisica sperimentale (1°. 12.1935) Università di Pisa Enrico Emilio Franco, ordinario di Anatomia e istologia patologica (1°.12.1927) Attilio Gentili*, ordinario di Clinica ostetrica e ginecologica (1°.1.1923) Giulio Racah, straordinario di Fisica teorica (1°.12.1937) Ciro Ravenna, ordinario di Chimica agraria (1o.12.1920) 295

Cesare Sacerdotti, ordinario di Patologia generale (1°.12.1905) Università di Roma Roberto Almagià, ordinario di Geografia (1°.3.1911) Gino Arias, ordinario di Economia politica corporativa (16.10.1909) Riccardo Bachi, ordinario di Economia politica corporativa (6.12.1915) Umberto Cassuto, ordinario di Ebraico e lingue semitiche comparate (16.2.1925) Alessandro Della Seta, ordinario di Etruscologia e archeologia italica (16.10.1912) Giorgio del Vecchio, preside della Facoltà di Giurisprudenza e ordinario di Filosofia del diritto (1°. 12.1906) Federigo Enriques, ordinario di Geometria superiore (1°. 1.1897) Tullio Levi-Civita, ordinario di Meccanica razionale (16.1.1898) Università di Sassari Michelangelo Ottolenghi, straordinario di Anatomia degli animali domestici, con istologia ed embriologia (16.11.1937) Università di Siena Guido Tedeschi, straordinario di Diritto civile (16.12.1936) Università di Torino Zaccaria Santorre De Benedetti, ordinario di Filologia 296

romanza (1°.2.1923) Giorgio Falco, ordinario di Storia medievale (1°.l 1.1930) Gino Fano, ordinario di Geometria analitica (1°.12.1899) Guido Fubini Ghiron, ordinario di Analisi al Politecnico (16.11.1905) Amedeo Herlitzka, ordinario di Fisiologia umana (16.10.1913) Giuseppe Levi, ordinario di Anatomia umana normale (16.11.1910) Arnaldo Momigliano, straordinario di Storia romana, con esercitazioni di epigrafia romana (1°.12.1936) Giuseppe Samuele Vito Ottolenghi, ordinario di Diritto internazionale (1.1.1921) Alessandro Terracini, ordinario di Geometria analitica (16.2.1925) Cino Vitta, ordinario di Diritto amministrativo (16.10.1920) Università di Trieste Ettore Del Vecchio, straordinario di Matematica generale e finanziaria (29.10.1935) Renzo Fubini, ordinario di Economia politica corporativa (1°.12.1932) Mario Pugliese, straordinario di Diritto finanziario e scienza delle finanze (1°. 12.1935) Angelo Segrè, ordinario di Storia economica (16.10.1929) Università di Venezia Gino Luzzatto, ordinario di Storia economica all’Istituto superiore di economia e commercio (6.11.1910) 297

Questo elenco è impressionante per il livello delle personalità coinvolte, ma non fornisce un’idea dell’entità dell’epurazione universitaria. Difatti, esso non contiene le altre figure di docenti: professori fuori ruolo, liberi docenti, incaricati, assistenti. Soltanto i liberi docenti cacciati erano centonovantasei. Per dare un’idea dell’impatto dei provvedimenti razziali può essere interessante riportare l’elenco compilato dal rettorato dell’Università di Torino82: REGIA UNIVERSITÀ DI TORINO Elenco dei Professori di ruolo, degli Aiuti e Assistenti e dei Liberi docenti che, a decorrere dal 16 ottobre 1938-XVI, ai sensi del R. Decreto Legge in data 5 settembre 1938-XVI, N° 1390, dovranno essere sospesi dall’esercizio delle loro funzioni

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Anche tra i docenti non ordinari figuravano nomi di rilievo. Fra i matematici, quelli di Cesare Rimini (professore incaricato di analisi matematica a Bologna), Eugenio Curiel (assistente di meccanica razionale e professore incaricato di matematiche complementari a Padova) e Azeglio Bemporad, che fu dichiarato decaduto dalla carica di direttore dell’Osservatorio astronomico di Catania; e inoltre i liberi docenti Alberto Mario Bedarida, Giulio Bemporad, Bonaparte Colombo e Bruno Tedeschi. Fra i professori fuori ruolo o in pensione vi erano nomi illustri, come quelli di Guido Castel-nuovo, Gino Loria (storico della matematica) e Giulio Vivanti. Altrettanto dicasi per Vito Volterra, che già nel 1931 aveva scelto di non prestare il giuramento di fedeltà al fascismo ed era stato costretto ad abbandonare l’università: ora veniva radiato da tutte le accademie. Inoltre Giorgio de Santillana (famoso storico della scienza) ed Enrico Volterra, allievo già celebre di LeviCivita. Tutti venivano radiati dall’Unione matematica 300

italiana. Nell’ambito delle scienze fisiche, vanno ricordati i nomi di giovani già affermati come Sergio De Benedetti, Lorenzo Emo Capodilista, Ugo Fano, Eugenio Fubini, Nella Mortara, Leo Pincherle, Bruno Pontecorvo, cui aggiungiamo quello della giovane promessa dell’astrofisica italiana Luigi Giuseppe Jacchia. Fra i liberi docenti: Leonardo Cassuto, Bruno Finzi Contini, Augusto Levi, Silvio Magrini, Carlo Tagliacozzo. Inutile dire che la decisione di Enrico Fermi di lasciare l’Italia, pur non essendo ebreo ma essendo sposato con l’ebrea Laura Capon, rappresentò una delle perdite più gravi per la comunità scientifica nazionale. Nell’ambito della chimica ricordiamo i liberi docenti Clari Di Capua, Guido Tullio Levi, Mario Levi Malvano, Alfredo Terni, Nerina Vita, Emilio Viterbi e l’eminente storico della disciplina Giulio Provenzal; e, per la biologia, i liberi docenti Enrica Calabresi, Giorgio Schreiber e Gino De Rossi. Inoltre la cacciata fu molto spesso accompagnata da restrizioni amministrative eccessive e gratuite, al di là del richiesto e del necessario, e persino da atteggiamenti odiosi e persecutori. Limitiamoci a ricordare alcuni episodi. Uno dei più zelanti protagonisti nella concreta applicazione dei provvedimenti razziali fu sempre il ministro Bottai, la cui raffica di disposizioni integrative e circolari è impressionante. Ne abbiamo già viste alcune e qui ne aggiungeremo altre due. La prima riguardava la disposizione a rivedere tutti i libri di testo in modo che vi fossero eliminati non soltanto brani di autori ebrei, ma anche tutte le citazioni e i riferimenti a pensatori di razza ebraica, pena la loro esclusione dall’elenco dei libri passibili di adozione. Analoga attenzione fu riservata da Bottai alle carte geografiche. Poiché molte delle carte esposte nelle facoltà e 301

nelle scuole riportavano il nome del più illustre geografo italiano dell’epoca, Roberto Almagià, una disposizione del ministro impose di sostituire le carte opera di ebrei con carte prodotte da geografi di razza italiana. Il giorno successivo alla promulgazione delle leggi razziali del settembre 1938, ai matematici Castelnuovo, Enriques e Levi-Civita fu fisicamente impedito di entrare nella biblioteca dell’Istituto matematico universitario di Roma. Ciò avvenne per esplicito intervento del loro collega Francesco Severi, che avrebbe ben potuto chiudere un occhio. La cosa risultò particolarmente odiosa nei confronti di Enriques, cui Severi doveva molto sul piano della formazione scientifica e anche della carriera accademica, e che per giunta aveva dato un contributo fondamentale alla costituzione della biblioteca medesima. Lo stesso Severi approfittò subito della legislazione razziale per sostituire i manuali di geometria per le scuole secondarie di cui era autore Enriques, e che avevano una enorme diffusione, con manuali da lui scritti allo scopo. Il rifiuto di dare a Mario Fubini un certificato di servizio che gli consentisse una nuova sistemazione è un altro esempio di un odioso eccesso di zelo. Fubini era giunto a Palermo nel 1937, quale vincitore di concorso alla cattedra di Letteratura italiana. Ebbe appena il tempo di giurare, di essere chiamato a commemorare «il grande Poeta e Soldato Gabriele D’Annunzio» e di tenere un corso su «Fa critica letteraria nel Settecento e il Baretti», che venne espulso a norma delle leggi razziali. Chiese allora alla Facoltà un attestato «sulla qualità del servizio prestato». In un clima di grande imbarazzo la Facoltà scaricò la faccenda al rettore, il quale, a sua volta, scaricò il problema al ministro Bottai. Questi così rispose telegraficamente: «Relazione vostra richiesta […] significo che non ritengo opportuno rilascio certificato richiesto dal professore Fubini»83. 302

F’espressione non opportuno indicava l’inesistenza di divieti e quindi l’accanimento persecutorio. Nel 1946 la stessa Facoltà certificò senza pudore quanto segue: «Studioso di varia cultura e di fine sensibilità, egli fu seguito con particolare interesse e profitto da’ giovani i quali ne apprezzavano l’acuto ingegno e il chiaro fervore. Alla cattedra egli fu tolto dalle infauste leggi razziali tra il rammarico dei colleghi e il disappunto dei giovani»84. Il grande matematico André Weil ricordò che a Roma, nel 1925, aveva avuto spesso l’occasione di incontrare «Fuigi Fantappié, allievo prediletto di Vito Volterra fino al giorno in cui gli andò a tessere le lodi della legislazione antisemita che Mussolini, mettendosi sui passi di Hitler, aveva appena introdotta in Italia. Volterra era ebreo e nessuno ignorava questo fatto. “Come fu possibile, diceva Volterra raccontando l’episodio, che non ebbi la presenza di spirito di buttarlo giù dalle scale?”» [Weil 1992, 48]. Di altri casi ancor più gravi, in quanto ebbero una portata generale e non personale, parleremo nel seguito e altri sono stati documentati nella letteratura. Si ebbero anche molte manifestazioni di solidarietà - e anche di queste avremo modo di parlare - ma il problema dell’indifferenza o addirittura del cinismo con cui molti accolsero le leggi razziali fu molto grave. A questo proposito Arnaldo Momigliano osservò: «Questa strage immensa non sarebbe mai avvenuta se in Italia, Francia e Germania (per non andare oltre) non ci fosse stata indifferenza, maturata nei secoli, per i connazionali ebrei. F’indifferenza era l’ultimo prodotto delle ostilità delle chiese per cui la “conversione” è l’unica soluzione del problema ebraico» [Momigliano 1987, xxxi]. Torneremo nell’ultimo capitolo sugli effetti nefasti che l’epurazione razziale ebbe sulla comunità scientifica e intellettuale italiana. Ma prima ci proponiamo di 303

approfondire le caratteristiche delle varie correnti del razzismo fascista, sempre con particolare riguardo al contesto scientifico.

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Capitolo quinto Le correnti del razzismo fascista 1. Razzismo spiritualistico-romano «scientifico» Abbiamo visto che il razzismo fascista non fu monolitico e anzi è possibile individuare diversi «razzismi» del fascismo, persino in conflitto tra di loro. Questo tema è stato ignorato per molto tempo e, ancora oggi, viene considerato marginale da alcuni storici. Eppure, il razzismo fascista fu molto più articolato in correnti di quello tedesco. A ben vedere, in quest’ultimo si possono individuare soltanto due tendenze principali di cui già abbiamo parlato: quella materialistico-biologica di Eugen Fischer e quella olistico-spiritualistica di Alfred Rosenberg che subiva gli influssi delle visioni di Carus e di Clauss. Non a caso Voegelin, che detestava il razzismo biologistico, era più indulgente nei confronti di quello di Rosenberg1. Ma la divergenza tra questi due punti di vista non ebbe alcuna manifestazione di qualche rilievo. Il razzismo antropologicospiritualistico di Rosenberg non entrò in collisione con quello materialistico-biologistico: li univa il comune riferimento al mito dell’uomo nordico e la concezione del sangue e dell’anima visti come due aspetti della stessa unità. Non era quindi difficile per un Landra riferirsi con pari ammirazione a Fischer e a Rosenberg (sebbene la visione del 305

primo fosse più coerente con le sue vedute) e che un Julius Evola trovasse invece la massima consonanza con la visione di Rosenberg prendendo invece le distanze dal razzismo biologistico. Pertanto, quelle che sul suolo tedesco erano differenze che non produssero contrasti espliciti, sul suolo italiano divennero vere e proprie contrapposizioni, anche aspramente polemiche, che misero in gioco le accuse di «tradimento» e di «resa» al giudaismo. In Italia il razzismo biologistico alla Landra e quello spiritualistico di Evola si guardarono in cagnesco: come vedremo, pur scrivendo sulle stesse riviste di Evola, i razzisti biologici non mancarono di attaccarlo e di deriderlo come avevano fatto e avrebbero continuato a fare con Pende. Con il razzismo dei Pende, dei Visco e degli Acerbo entriamo in un mondo completamente diverso, senza dubbio il più lontano da quello germanico. È un razzismo che mira a precisare con cura i propri fondamenti «scientifici» - almeno nel caso di Pende -, che ha caratteristiche accentuate di moderazione, e per questo appare accettabile alla maggioranza del mondo accademico e intellettuale e, in particolare, del mondo cattolico. Per differenziare questa corrente dalle precedenti e, in particolare, da quella evoliana si è usato talora il termine nazional-razzismo. Non riteniamo utile pignoleggiare sulle denominazioni, ma forse questa ha il difetto di mettere in ombra la propensione spiritualistica di tale corrente razzista e di creare l’impressione sbagliata che essa soltanto avesse attenzione per la dimensione nazionale. Ci sembra preferibile parlare di razzismo «spiritualistico-romano». Questa corrente, che è nettamente contrapposta a quella biologica, ha poco o niente a che vedere con il razzismo «spiritualistico-esoterico» di Evola. Ne approfondiremo meglio tra poco le posizioni teoriche. Qui vogliamo osservare che questa posizione talora si sfuma, in 306

particolare nei suoi sostenitori di formazione non scientifica, nella tesi che il razzismo non implica l’antisemitismo, tesi, quest’ultima, che rappresenta una scelta accidentale - legata più alla necessità di lanciare un avvertimento all’antifascismo straniero - che non l’adesione a una posizione teorica basata sul riconoscimento di una diversità strutturale, addirittura biologica. Tale è, per esempio, la posizione di Vincenzo Mazzei [1942] che non a caso gli costa durissimi attacchi da parte de «Il Tevere», de «La difesa della razza» e de «La vita italiana». Tale è anche la posizione dominante nella rivista «Razza e civiltà», in cui spiccano i contributi del direttore Antonio Le Pera e di Arnaldo Fioretti2. Ma anche in questi contrasti occorre distinguere. Difatti, se Interlandi accusa apertamente Mazzei di contrapporsi all’idea di razza (e, per questa via, di aver dismesso l’antisemitismo), per altri l’imputazione è direttamente e soltanto quella di aver rinunciato all’antisemitismo. Si tratta dei sostenitori di una posizione puramente politica, che diffidano dell’approccio scientifico e quindi sono indifferenti alla problematica razziale. Abbiamo visto come il tipico rappresentante di questa corrente sia Farinacci. Ai sostenitori di un’interpretazione meramente politica delle politiche razziali non interessa la questione scientifica, e anzi la considerano un terreno scivoloso3. Per costoro la questione razziale è soltanto uno strumento per consolidare il consenso politico della popolazione attorno al fascismo, un tema capace di creare coesione ma che tuttavia ha bisogno dell’antisemitismo come pietra di paragone della coscienza fascista rivoluzionaria e non come mero strumento di intimidazione dell’antifascismo. Quindi non è affatto sorprendente che anche in questo ambito, oltre che in quello biologico, si trovino gli accenti antisemiti più virulenti. Sono emblematiche, al riguardo, le parole di Luigi 307

Fontanelli sulla sua rivista «Il lavoro fascista» del 4 settembre 1938: Il problema della razza, ed in modo speciale il conseguente, indispensabile atteggiamento antisemita del Fascismo, costituisce un reagente efficacissimo per discriminare non soltanto gli ebrei, ma tutte quelle zone grigie nelle quali - sotto il segno del più meschino «spirito borghese» - si muovono coloro che provengono dalle vecchie classi dirigenti ed il cui motto potrebbe essere il seguente: «Ho cambiato distintivo, perché mi faceva comodo, ma niente altro» […] Benissimo, dunque, che anche attraverso la questione della razza si intensifichi la vigile e severa attenzione del Fascismo rivoluzionario su quegli ambienti dove ancora serpeggia il più deleterio e corrosivo spirito individualista, cioè antifascista. Giustamente è stato scritto che non meno pericolosi degli ebrei sono gli amici degli ebrei [cit. in De Felice 1981, 250].

Alle varie tendenze di cui abbiamo offerto un quadro riassuntivo occorre aggiungere quella che potremmo definire «reazionaria», che tende a identificare nell’ebraismo il fattore principale di dissoluzione modernista dei valori tradizionali. È una tendenza che si avvale di tutto l’armamentario dell’antisemitismo tradizionale, anche religioso, per denunciare quegli aspetti dell’ebraismo che, nelle sue vedute, ne fanno il cavallo di Troia dell’attacco ai valori tradizionali. È in questo ambito, come in quello del razzismo biologico, che si sviluppa la campagna contro la «scienza ebraica» (e, più in generale, contro la «cultura ebraica») in assonanza con quella in gran voga in Germania. Fra tutte queste correnti Mussolini si destreggia e oscilla con il consueto eclettismo teorico. Abbiamo visto che egli iniziò con il dare credito al razzismo biologico scegliendo come principale collaboratore Landra, ma già con la seconda metà del ’38 sembrò propendere verso l’esistenza di razze spirituali storicamente formatesi e presenti anche all’interno dei vari popoli occidentali, che - a mo’ di corpi e anticorpi - lottavano tra di loro per affermarsi e avevano la prevalenza a seconda delle circostanze storiche e cioè della capacità morale e politica delle élite spirituali (le

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«aristocrazie») di educare le masse, trasfondendo in esse i loro valori: i greco-romani e i giudeo-cristiani [ibidem, 297].

Questa credenza nelle «razze spirituali» era l’effetto di un invaghimento di Mussolini per le tesi di Evola. Ma non soltanto. Già nel 1938 lo stesso Bottai trattò e fece trattare ampiamente del problema razziale nella sua rivista «Critica fascista», inclinando nettamente verso un’interpretazione spiritualistica4 e preparando una via d’uscita ai dissensi nati attorno al Manifesto (con l’approvazione, a suo dire, del duce). È altresì evidente che Mussolini continuava ad attribuire molto peso alla questione scientifica. Così come nella fase quantitativa egli era ossessionato dalla statistica e dalla demografia, allo stesso modo, in questa fase, attribuiva notevole importanza all’antropologia e alla biologia: ciò è del resto evidente nella composizione del gruppo dei firmatari del Manifesto. Abbiamo visto che, dopo una breve infatuazione per Landra, il duce tornò al vecchio e consolidato rapporto con accademici come Pende, i quali assunsero una posizione di crescente influenza nelle politiche razziali: ciò risulta non soltanto dalle vicende dell’Ufficio razza del Minculpop ma anche da altre vicende di cui parleremo, come la preparazione dell’Esposizione universale E42. Più in generale, l’influenza della corrente «spiritualistico-romana» è resa evidente da una serie di fatti: il suo predominio quasi totale nell’ambiente scientifico-accademico, l’occupazione dell’Ufficio razza del Minculpop, il favore che questa linea aveva presso il potente ministro Pavolini, il suo controllo della rivista «Razza e civiltà» in concorrenza con «La difesa della razza» (di cui pure tentò l’occupazione), le relazioni strette fra Acerbo e il capo della Demorazza presso il ministero dell’Interno, prefetto Antonio Le Pera che, come vedremo, ebbe un ruolo di primo piano, assieme a Visco, nella preparazione della sezione razziale dell’E42. È 309

inoltre significativo il fatto che un personaggio del rilievo di Corrado Gini collaborasse con «Razza e civiltà». È difficile non prendere atto che la linea che penetra nelle coscienze della maggior parte dei militanti fascisti è quella spiritualistica. Come ebbe a scrivere il notiziario del Gruppo universitario fascista (Guf) di Catanzaro, nel suo numero del 30 giugno 1939 dedicato al tema della razza, il razzismo oltre che un problema biologico è essenzialmente un elevamento etico, che tocca le coscienze ed acuisce il senso della nazione, il senso di questa comunità umana che si sa stretta da vincoli di lingua, di religione, di storia comuni, ma che trova il più saldo elemento di coesione in quella identità di pensare e di agire dipendenti dalla conformazione psichica di una razza unitaria [cit. ibidem, 250].

Gli equilibri si spostarono di nuovo, con l’infatuazione di Mussolini per Evola e, nel maggio del 1941, Visco fu sostituito da un evoliano come Alberto Luchini alla direzione dell’Ufficio razza del Minculpop. In questi frangenti non pochi slittarono da una posizione all’altra ed è talora arduo incasellare soprattutto i personaggi minori in posizioni ben definite. Ma, in generale, i sostenitori della linea spiritualistico-romana continuarono a mantenere una notevole influenza, soprattutto sul piano istituzionale. Va ricordato che Acerbo divenne ministro delle Finanze nel 1943. Oltretutto, le fortune di Evola, che aveva trovato un alleato in Preziosi, significarono ulteriori difficoltà per la corrente del razzismo biologico5. Occupiamoci ora delle posizioni teoriche degli «spiritualisti-romani» di orientamento scientifico, e soprattutto di quelle di Pende. È opportuno farlo nel contesto di uno sguardo generale sul mondo scientifico all’indomani dell’estate del 1938 e sul modo in cui esso reagì al debutto della campagna razziale. Allo scopo, le attività della Sips costituiscono, ancora una volta, un eccellente osservatorio. La riunione annuale della Società 310

italiana per il progresso delle scienze si svolse a Bologna in giornate roventi: dal 4 all’11 settembre. La campagna razziale era iniziata da un mese e mezzo e i provvedimenti legislativi razziali più organici sarebbero arrivati nel mese di novembre. Tuttavia, il 5 e il 7 settembre, proprio nel mezzo della riunione, furono emanati i primi due decreti legge: quello per la difesa della razza nella scuola e quello relativo agli ebrei stranieri. Il primo riguardava direttamente la vita del mondo scientifico e comportava l’espulsione di tutti i docenti a partire dal 16 ottobre successivo. Questi eventi non potevano non avere un impatto drammatico sull’andamento dei lavori. La presenza ebraica al convegno era drasticamente ridotta, ma non del tutto azzerata. L’assenza di provvedimenti definiti non poteva condurre a un’esclusione formale degli studiosi ebrei, e tuttavia la stragrande maggioranza di costoro si era saggiamente ritirata. Qualcuno però sperava ancora in chissà quale miracolosa scappatoia e continuava a coltivare illusioni persino contro l’evidenza dei decreti legge nuovi di zecca. Così, nel Consiglio di presidenza sedeva ancora Enrico Fermi, la cui situazione personale non aveva ancora determinato la rottura con il regime. Presidente della sezione di geografia era Roberto Almagià, tuttora presentato come direttore dell’Istituto di geografia dell’Università di Roma. Fra gli oratori di «razza ebraica» lo storico della chimica Giulio Provenzal era impegnato nella documentazione del «primato scientifico degli italiani» e Giorgio Del Vecchio, preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma, discettava dell’«autarchia come principio dello stato fascista»6. Malgrado questa situazione di confusa transizione il tema della 27“ riunione della Sips era molto chiaro. Nella breve premessa intitolata «Carattere e significato della riunione», si osservava che la presidenza e il comitato scientifico della 311

Società avevano ritenuto di gettare le basi di uno «studio rigorosamente scientifico delle condizioni materiali e spirituali indispensabili al raggiungimento dell’Autarchia, compendiando il tema fondamentale della Riunione in due sole parole: Scienza e Autarchia»7. Inutile dire che parlare di scienza in termini autarchici significava valorizzare le caratteristiche specificamente nazionali del modo di fare scienza, ovvero le caratteristiche della razza italiana: D’altra parte nell’ateneo bolognese, vetusto faro di civiltà italica, doveva emergere anche il significato e il carattere eminentemente nazionale dei metodi del lavoro scientifico nella battaglia autarchica. È vero che la scienza pura ha per fine la conquista del vero e ha perciò carattere universale, ma gli aspetti con i quali i fenomeni si presentano alla nostra fantasia e i metodi di indagine assumono caratteristiche corrispondenti al genio della razza8.

La connessione fra autarchia e razzismo era chiaramente stabilita. Lo zelo nel lanciarsi su questo nodo tematico e svilupparne tutte le implicazioni conosceva alti e bassi. In estrema sintesi, gli interventi interessanti per il nostro tema erano di tre tipi: alcuni erano direttamente connessi al tema razziale; altri lo affrontavano sotto il profilo eugenetico, genetico, ereditario e alimentare; altri ancora ponevano la questione della rivendicazione dei caratteri razziali specifici del modo di fare scienza italiano. Su tutti e tre i fronti erano impegnati quasi tutti i firmatari del Manifesto e altre personalità del mondo scientifico. Qui ci occuperemo dei primi due, rinviando la considerazione del terzo al prossimo paragrafo. Sul primo fronte si distinse Guido Landra. In un intervento dedicato agli studi di antropologia in Italia nel triennio 1936-1938, Landra collegò tali studi direttamente con la nuova politica razziale del regime e illustrò il nuovo impulso che questa politica poteva dare alle scienze antropologiche, chiamandole a un nuovo e centrale compito. Le connessioni fra la politica razziale, il Manifesto, 312

l’attività della rivista «La difesa della razza» e l’antropologia erano illustrate in modo esplicito da Landra: Con la pubblicazione del manifesto razziale del 14 luglio 1938-XVI, si è iniziato un nuovo movimento per le scienze antropologiche italiane, che sono state chiamate a portare il loro contributo alla base biologica del movimento razzista stesso. Il compito degli antropologi è stato in questa fase essenzialmente quello di divulgare i concetti fondamentali della dottrina razziale nella forma più popolare possibile, tenuto presente che in passato questi studi erano limitati ad un circolo ristretto di scienziati. Questa opera di propaganda ha avuto come strumento di azione la rivista La Difesa della Razza diretta da Telesio Interlandi e comprendente nel comitato di redazione Guido Landra, Lidio Cipriani, Leone Franzì, Marcello Ricci, Lino Businco. L’azione de La Difesa della Razza è stata fiancheggiata da quella di diversi giornali e periodici. Sono stati così lumeggiati in forma comprensibile al grosso pubblico i problemi della origine e formazione della razza italiana, della differenza biologica e spirituale fra italiani e giudei, della necessità di una difesa contro il meticciato e contro l’influenza di razze diverse dalla nostra. Anche i concetti elementari della ereditarietà applicati all’uomo e all’eugenica, sono stati per la prima volta divulgati tra il popolo. A questa opera complessa di divulgazione sulla stampa italiana hanno contribuito quasi tutti gli studiosi di scienze antropologiche ed affini e tra essi è bene ricordare, oltre i predetti, Giulio Cogni, Carlo Magnino, Fabio Frassetto, Giovanni Marro, Ugo Rellini, Giuseppe Genna9. È da ricordarsi ancora come il Governo Fascista abbia in questo periodo rinnovato gli studi antropologici creando nuovi insegnamenti e modificando altri già preesistenti. È certo quindi che in breve tempo, sotto il potente impulso del nuovo movimento, le scienze antropologiche possano dare nuovi importanti contributi ai diversi problemi della razza, portando quindi l’Italia al primo posto in questo importante campo del sapere [Landra 1939b, 508509].

I contributi della sezione di statistica e di scienze demografico-attuariali presieduta da Corrado Gini non mancano di riferimenti più o meno espliciti alla tematica razziale. Ci limiteremo a menzionare l’intervento di Giovanni Ferrari su «mortalità per cause e difesa della razza», in cui si ricordano gli sforzi da fare per preservare la razza, e non si dubita del finale «esito vittorioso», «per la 313

visione totalitaria che, come in tutti gli altri campi, anche in quello della salute della razza, ha il regime Fascista» [Ferrari 1939]; e le tirate apologetiche di Gaetano Pietra sulla demografia imperiale e l’antropometria fascista [Pietra 1939]. Tuttavia, gli interventi più significativi si trovano nella classe di scienze biologiche che è saldamente in mano agli scienziati razzisti: Edoardo Zavattari è presidente della prima sezione (zoologia e anatomia), Sabato Visco della terza (fisiologia e psicologia) e Sergio Sergi della quinta (antropologia e paleontologia umana). Di particolare interesse è un gruppo di interventi tenuti nell’ambito della sezione di patologia sul tema della «profilassi delle malattie ereditarie» e di fatto consacrati all’eugenetica razziale e alla bonifica della stirpe. Il primo di questi interventi è proprio quel famoso discorso di Nicola Pende [1939a] che, poco più di un mese dopo la pubblicazione del Manifesto, aveva suscitato i conflitti di cui abbiamo parlato. L’intervento di Pende è breve e incisivo e il sommario ne mette in luce l’obiettivo polemico: La biologia dell’uomo deve essere intesa oggi, secondo Pende, come biotipologia umana. La profilassi delle anomalie e delle malattie ereditarie del corpo e della mente può essere svolta attraverso tre campi di azione: l’eugenica anticoncezionale a scopo di selezione, l’eugenica famigliare o matrimoniale, l’eugenica ambientale o clinica od ortogenesi postconcezionale e bonifica costituzionale dell’individuo, ma solo le ultime due pratiche eugenetiche meritano di essere attuate [ibidem, 63].

Dunque il bersaglio polemico è l’eugenetica negativa e, se proiettiamo questo riferimento, sullo sfondo della questione del Manifesto, è chiaro che Pende sta prendendo di mira la concezione razziale di stampo nazista. Ma vediamo meglio esaminando in dettaglio i contenuti dell’intervento. Il compito che la genetica deve affrontare nel nuovo contesto della politica razziale è così definito da Pende:

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I problemi dell’eredità biologica sono, oggi più che mai, saliti al primissimo piano delle esigenze pratiche della igiene e della medicina, dalle quali non si richiede più soltanto la prevenzione delle malattie e la cura delle malattie già in atto, ma un compito assai più complesso e d’interesse superindividuale, il compito di provvedere razionalmente ad assicurare allo Stato il numero e la qualità necessaria per la maggiore longevità e la più potente e completa produttività della Nazione, in altri termini il miglioramento sempre maggiore della razza, dei valori biologici corporei e spirituali che costituiscono il sangue vivo della collettività nazionale [ibidem].

Questa missione potrà essere assolta da una nuova branca della biologia umana, che Pende definisce biologia politica, quella che «permette alla politica di fondarsi sui più scientifici, naturali e umanamente etici dei principi di governo dei popoli, i principi della biologia dell’uomo» [ibidem]. E qui il clinico riprende tesi a noi familiari, e cioè che la biologia umana non deve più essere intesa come «la morfologia e la fisiologia e la psicologia dell’uomo astratto od uomo specie o dell’umanità in genere», bensì come «biologia umana, concreta, differenziale od individuale» [ibidem], ovvero biotipologia umana. Questo è il vero fondamento su cui si va costituendo «e per fortuna trionfa e va rapidamente attuandosi in varie Nazioni» [ibidem] la biologia politica. Per realizzare la biologia politica - che è scienza di «perfetta marca italica» discendente direttamente dal «pensiero politico-scientifico-naturalistico della scuola italica di Crotone» [ibidem] - è indispensabile soprattutto la scienza dell’eredità o genetica. Senza soffermarci sull’analisi concernente il problema generale dell’eredità - che riprende temi a noi noti - vediamo quali sono quelli che Pende definisce i «tre campi d’azione della biologia e medicina politica» [ibidem, 69]. Questa è la definizione del primo: Il primo è quello della eugenica anticoncezionale a scopo di selezione, cioè l’impedire (il che è fatto con mezzi coercitivi in alcune nazioni) la riproduzione a soggetti colpiti da alcune gravi malattie

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squisitamente ereditarie, o degenerative, come l’imbecillità congenita, la schizofrenia, la psicosi maniacodepressiva, l’epilessia ereditaria, la cecità e la sordità ereditaria, alcune anomalie corporee e psichiche ereditarie gravi, l’alcolismo grave (elenco dello stato germanico per la sterilizzazione obbligatoria a scopo eugenico) [ibidem, 69-70].

Pende prende nettamente le distanze da questo approccio osservando polemicamente: «In tal modo si crede di liberare per sempre la razza da questa specie di peste trasmissibile, rappresentata dai malati ereditari che inquinerebbero continuamente la salute e la vitalità delle future generazioni se non impediti di procreare» [ibidem, 70], Tale punto di vista è, secondo Pende, sbagliato per due ragioni. In primo luogo, perché «il numero più grande di soggetti pericolosi per la razza è […] rappresentato dai portatori di difetti latenti che sono apparentemente sani e sfuggono quindi all’eugenica coercitiva anticoncezionale e che secondo alcuni arrivano al 10% d’una popolazione» [ibidem]. In secondo luogo, perché il problema non deve essere affrontato su basi esclusivamente biologiche, ma anche su basi spirituali e ambientali. In questa affermazione, per certi versi correttiva delle sue tesi precedenti, Pende si richiama al punto di vista dello psicologo tedesco Walter Jaensch, secondo il quale «l’ambiente è più decisivo dei fattori genetici quando si tratta degli strati superiori della nostra personalità psichica, i più labili e di più recente acquisto» [ibidem]. Dopo aver liquidato l’eugenetica negativa, Pende passa a esaminare il secondo metodo, quello dell’eugenica famigliare o matrimoniale (o bonifica eugenetica matrimoniale della razza), che consiste nel predisporre quegli accoppiamenti che permettano di creare famiglie normali. Si tratta della cosiddetta «eugenica positiva». Pende sottolinea che è noto che «la mescolanza di razze diverse ma affini e civilmente progredite […] dà spesso frutti assai migliori che il matrimonio tra esseri di due famiglie originarie di uno stesso 316

piccolo ambiente […] A questi innesti di sangue da una stirpe etnica ad un’altra pure avanzata di civiltà si è anzi attribuita da alcuni, e tra questi citiamo come favorevole all’ipotesi anche Paolo Enriques, la nascita di uomini di genio» [ibidem, 71]. La portata di tale precisazione viene però subito delimitata. Difatti: Tutto fa credere che l’incrocio tra razze umane diverse non solo per colore, ma per grado e tipo di mentalità e per diverso adattamento ambientale millenario, pur restando nell’ambito stesso delle popolazioni europee, possa dare invece generazioni più scadenti o per lo meno disarmoniche dal lato soprattutto mentale. Cosicché a me sembra si possa conchiudere che per noi italiani debba valere il principio: italici con italici, per poter conservare e migliorare ancora i puri caratteri civilissimi della progenie di Roma e delle componenti etniche varie che quale in un senso quale nell’altro han dato alla nostra supremazia un contributo d’indiscusso valore [ibidem].

Posto che gli ebrei non fanno parte della razza italica, la politica razziale del regime è giustificabile sulla base dei princìpi dell’eugenetica positiva senza dover ricorrere a quelli dell’eugenetica negativa di stampo germanico. Il terzo principio è quello dell’eugenica ambientale o (per usare la terminologia di Jaensch) dell’eugenica clinica, che Pende chiama ortogenesi postconcezionale e bonifica costituzionale dell’individuo. Essa «contempla da un lato il controllo e la cura attenta e precocissima di tutti i possibili errori della fabbrica umana dal momento del concepimento e quindi da tutta la fase intrauterina fino alle fasi postnatali di crescenza, e al completamento dello sviluppo»; il che costituisce la «bonifica ortogenetica». D’altro lato «contempla la diagnosi e la cura preventiva precoce delle debolezze costituzionali e disposizioni morbose degli adulti, al fine di bonificarli nel corpo e nello spirito, scemare il pericolo dell’invalidità lavorativa precoce, della vecchiaia precoce, delle malattie che abbreviano l’esistenza». Questo è, osserva Pende con trasparente polemica contro 317

le posizioni ufficiali germaniche, «il grande campo, che noi in Italia coltiviamo con grande amore, e soprattutto, a differenza degli stranieri, con senso pratico e con applicazioni alla vita concreta della nazione» [ibidem, 7172], La polemica si fa ancor più aspra, proponendo una tematica spiritualistica più accentuata rispetto alle tesi precedenti di Pende: Questo grande campo dell’ortogenesi si vale naturalmente di tutta l’esperienza preziosa degli ambientisti e dei naturisti, non solo nel campo fisiologico, ma quel che forse nessuno degli eugenisti più avventati e più brutali ha mai abbastanza valutato, nel campo morale e intellettuale, perché è innegabile che è assai più facile, in via eugenica anticoncezionale o concezionale, contribuire a creare nelle generazioni corpi purificati da morbi ed anomalie ereditarie, che non cuori e cervelli sani, se non si agisce per varie generazioni sui generatori con un ambiente spiritualmente adatto allo sviluppo dei più nobili sentimenti umani e della vera armonica intelligenza creatrice [ibidem, 72].

Il metodo ortogenetico assicura non soltanto la salute della generazione presente, ma anche la trasmissione alle generazioni future di un patrimonio spirituale che per quanto voglia negarsi l’ereditarietà dei caratteri acquisiti, costituisce il retaggio di sangue più prezioso che si possa trasmettere ai propri figli; perché nessuno ha mai potuto negare la trasmissione di generazione in generazione di alcune elevate qualità dello spirito, che dipendono dall’atmosfera morale e culturale nella quale si fa respirare per lo spazio di varie generazioni tutto un popolo, atmosfera che è il miglior rimedio contro tutte le bassezze e degenerazioni morali e mentali ereditate dall’uomo delle caverne [ibidem].

Altrimenti, esclama Pende, «perché noi dovremmo differire moralmente e mentalmente dall’uomo di Neanderthal o di Cro-magnon?» [ibidem]10. E prosegue con tono lirico: E perché l’italiano di oggi, pur avendo come quello di ieri, nel sangue le virtù della progenie di Roma, non potrebbe sperare, penetrato com’egli è sempre più da quei fermenti di elevazione civile che impregnano l’aria dell’Italia mussoliniana, di divenire ancora più che all’epoca di Roma,

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la prima razza del mondo, per lo meno la più armonica ed equilibrata di corpo e di mente, la più creativa, la più profondamente umana? [Ibidem]

La conclusione merita di essere citata per esteso: Rifiutata, dal lato pratico ed etico, [’eugenica razzistica proibitiva che Sante De Sanctis dichiarò già catastrofica, e che l’americano Jennings dichiara oggi errore biologico madornale, ricondotta l’eugenica matrimoniale al suo giusto valore pratico secondo l’osservazione secolare; noi daremo all’indirizzo preventivo ortogenetico naturistico ed educativo un valore sempre più grande per l’esaltazione e la continuità del patrimonio biologico della nazione, coscienti che la riproduzione umana non può essere trattata cogli stessi mezzi usati nell’allevamento selettivo delle bestie, e che l’evoluzione così del corpo come soprattutto dello spirito dell’uomo ubbidisce fino a un certo punto alla fisica chimica dei genidi la quale è parte, ma non tutto dell’evoluzione emergente e creatrice dell’uomo [ibidem, 73].

Un intervento del genere rappresentava una decisa presa di distanza dall’approccio del Manifesto. Inoltre, esso conteneva un attacco neppure velato alle concezioni naziste della razza e dell’eugenetica. Assumendo una posizione del genere, Pende non soltanto correggeva un certo biologismo delle sue posizioni precedenti ma si avvicinava al punto di vista più diffuso negli ambienti cattolici. Ma qui occorre discutere un altro aspetto di primaria impostanza. Quali implicazioni poteva avere una siffatta presa di posizione circa le scelte pratiche concernenti la questione ebraica? Insomma, Pende, mentre prendeva le distanze dal Manifesto e da ogni forma di avvicinamento con il razzismo nazista, stava anche prendendo le distanze dalla politica razziale del regime nei confronti degli ebrei? Potrebbe anche sembrare che i riferimenti a uno studioso ebreo, come Paolo Enriques, e a uno studioso americano (Jennings) fossero fatti apposta per irritare certi ambienti radicalmente antisemiti. È altrettanto evidente che Pende era infastidito dal fatto che il contenuto del Manifesto avesse dato l’onore del proscenio alle tesi di un mediocre 319

giovane assistente come Landra, oscurando il professore e senatore Pende, che da anni e anni si adoperava a costruire una piattaforma scientifica per la politica ortogenetica e razziale dello stato. Biotipologia politica, cartelle biotipologiche, istituti di ortogenesi: si trattava di un’attività che poteva ben rappresentare il fondamento scientifico originale e solido di una posizione italiana sul tema della razza. Eppure essa sembrava essere stata accantonata a profitto delle tesi di quattro neofiti di scarso rilievo. Ma il punto è: questa irritazione e questo dissenso erano tali da indurre Pende a una sconfessione della politica razziale antiebraica? La risposta è negativa. Difatti, dopo aver osservato che la mescolanza delle razze dà spesso effetti positivi, Pende non sfrutta tale affermazione per rinnegare ogni forma di politica razziale discriminatoria. Anzi, afferma che «tutto fa credere» che l’incrocio di razze diverse, anche restando nell’ambito europeo, sia dannoso; per cui deve essere affermato il principio «Italici con italici». Di ebrei qui non si parla, ma la conclusione non può che collimare con quella contenuta nel punto 10 del Manifesto. Anzi la rafforza, perché se il Manifesto ammette le unioni solo nell’ambito delle razze europee, Pende non considera scontata la positività neppure di queste! A suo dire, occorre evitare di alterare il carattere italiano attraverso l’incrocio con razze diverse e portatrici di civiltà diverse - «Italici con italici» - per «conservare e migliorare i puri caratteri civilissimi della progenie di Roma». La posizione di Pende non contrasta in nulla con la scelta razziale antisemita. Del resto, come abbiamo già visto, questa coerenza sarebbe stata confermata, e in modo assai esplicito, negli articoli pubblicati su «Vita Universitaria» [Pende 1938d] e «Gerarchia» [Pende 1938e] poco dopo l’intervento di cui ci stiamo occupando. Come se non bastasse, egli ritornò sulla questione ebraica in una serie di scritti [Pende 1938f; 1939c; 320

1940a; 1940b; 1940c], in cui prendeva una decisa posizione a favore della legge fascista che proibiva il matrimonio fra ebrei e italiani11. Vale la pena di esaminare rapidamente i contenuti di questi scritti. Il primo - testo di una conferenza tenuta a Cremona [Pende 1938f] - si apre con una definizione di razza: «la razza è la personalità di un popolo» e, si badi, di un popolo, «non come direbbe un antropologo puro, i caratteri biologici comuni di un vasto aggruppamento umano». Per costui, difatti, la razza si riduce a un insieme di caratteri biologici-psicologici che possono mantenersi anche in regioni lontane della terra, mentre per noi, biologi politici e sociali, questo concetto non tien conto del fatto che gl’individui variano di corpo e di spirito a seconda delle influenze cosmiche e sociali, a seconda che respirano questa o quell’altra atmosfera di pensiero, di costumi, di educazione fisica e spirituale, e quindi secondo che vivono in una od in un’altra nazione [ibidem, 3].

Ma la razza non è neppure soltanto Kultur, civiltà di un popolo. Essa è «nel tempo stesso biologia e psicologia di un popolo, e personalità somatica-spirituale, è il biotipo unitario, secondo il principio biotipologico totalitario della personalità da me fissato nella mia biotipologia umana» [ibidem, 4]. Pertanto, in una nazione la convivenza prolungata e la mescolanza di sangue possono condurre alla formazione di un tipo biologico-spirituale-sociologico di razza. Orbene, l’Italia ha avuto la fortuna di una «grande madre, Roma, amalgamatrice sapiente di genti diverse autoctone dell’Italia preromana». Ne è risultato il tipo romano-italico, o tipo razziale italiano che è rimasto sostanzialmente invariato dai tempi antichi di Roma, per cui la personalità biologico-spirituale degli italiani è la razza romano-italica, supremo centro della civiltà mediterranea in cui si sono fusi anche gli influssi del cattolicesimo e del Rinascimento. 321

Ora - si chiede Pende - quale sarà la prassi del razzismo italiano? Il che equivale a dire: come preservare e valorizzare questo patrimonio razziale? Non, di certo, seguendo i princìpi di una genetica biologica che la scienza stessa mostra inutilizzabile. Scrive Pende: Il nostro razzismo, come già dimostra la nostra condotta prudente ed umana verso gli ebrei, non vuole considerare aprioristicamente le altre razze europee ed extra-europee come assolutamente inferiori, quantitativamente parlando, alla nostra, ma solo qualitativamente, per cui noi non vogliamo mescolarci con esse, noi vogliamo serbare puro il patrimonio avito di carni, di cuori, di cervelli ricevuto dai nostri grandi antenati, e soprattutto vogliamo serbare intatta ed elevare sempre più la qualità del nostro spirito, che fu ed è e sarà sempre il motore potente, più che la forma dei nostri crani ed il colore dei nostri occhi, della nostra elevazione di rango nell’assise dei popoli civili [ibidem, 6-7].

Quindi lo scopo non è quello di comandare sulle altre razze, bensì difendere («difesa della razza») quello che gli italiani sono stati e saranno sempre, perché splendano «in eterno i quattro fari più alti di luce di pensiero e di vita civile, il faro della sola divina religione, il cattolicesimo, il faro della scienza di un Leonardo, di un Galilei, di un Marconi, il faro dell’arte di un Dante, di un Michelangiolo, di un Raffaello, il faro della politica di un Mussolini» [ibidem, 7]. Per difendere la razza la chiave è la politica matrimoniale fascista: politica della terra, politica della donna, politica della famiglia, politica dell’alimentazione. Sono i quattro capisaldi che, in piena coerenza, Pende va indicando da anni [cfr. Pende 1934]. Della politica della donna e della terra nel quadro della politica rivolta alla difesa della razza, egli parla proprio in quei giorni12. La politica della famiglia si compendia nella formula «Italici con italici»: non coniugarsi con altre razze che «differiscono profondamente dalla forma mentis della nostra razza», come quella ebraica; e coniugare questo principio con una politica di bonifica umana e 322

ortogenesi del popolo, intesa come «allevamento umano specializzato», «cultura di valori biologici e spirituali superiori», «preparazione biologica degli eletti della nazione» [Pende 1938f, 1]. Nel tornare su questi temi nel maggio del 1940, davanti agli ufficiali e gli allievi del Dipartimento marittimo di Taranto [Pende 1940b], e con completa coerenza che ci esime dal riassumere nuovamente il suo punto di vista sul tema della razza, Pende affronta di nuovo e in termini più concreti e precisi il tema delle applicazioni dei princìpi generali enunciati alla politica fascista della razza. Ciò è chiaramente reso più agevole dall’avvenuto dispiegarsi della legislazione razziale. Tre sono gli aspetti, secondo Pende, della lotta fascista per la razza. Il primo è particolarmente importante perché mostra la coerenza tra la visione spiritualistica della razza e la natura della legislazione fascista: 1° l’epurazione della razza romano-italica da elementi razziali eterogenei pericolosi soprattutto per la loro influenza deformatrice sul volto spirituale della nostra progenie romana-italica. Tale epurazione spiega le leggi antisemitiche, leggi in cui non solo la generosità del Duce ha fatto delle discriminazioni, ma anche il suo alto intelletto scientifico, in quanto egli ritiene che è lo spirito delle varie stirpi eterogenee a noi che soprattutto occorre tener presente, e quindi è lo spirito ebraico che soprattutto può nuocere alla vita della nostra razza anche indipendentemente da incroci di sangue. Dal lato della influenza dannosa di uno spirito ebraico così lontano da quello romano-italico, è chiaro che anche pochi semiti bastano ad inquinare tutta la vita spirituale di una nazione. Ma nel tempo stesso questo principio spiega la grande generosità delle leggi fasciste che risparmiano ogni ostracismo a quei rari casi di ebrei che hanno dato prove lampanti che il loro spirito erasi omogeneizzato in tutto e per tutto con lo spirito della patria italiana [ibidem, 7].

È un’analisi che combacia in toto con quella da noi sviluppata alla fine del paragrafo 4 del capitolo IV. In particolare, si sottolinea come la possibilità della discriminazione sarebbe incompatibile con una legislazione 323

ispirata a princìpi rigorosamente biologici. Il secondo e il terzo principio sono a noi ben noti: la politica matrimoniale eugenetica e l’eugenetica a base di ortogenesi e di bonifica umana. Pervadere corpo e spirito dei giovani della finalità della nostra politica fascista della razza vuol dire formare in loro questo ideale dell’armonia, della bellezza armonica, della bontà armonica, della potenza armonica dei muscoli e dell’intelletto caratteristica della nostra nobilissima e civilissima razza romana mediterranea […] Noi siamo gli arianimediterranei per eccellenza, noi siamo gli antichi e nuovi artefici della più splendida civiltà, la civiltà mediterranea, e per di più romana. Tutto il Mediterraneo dunque deve tornare ai legittimi figli di Roma! [Ibidem, 8]

Tornando al Congresso della Sips del 1938, si può ben dire che in esso Pende emerga come il teorico di una concezione razziale «italiana» contrapposta ai princìpi di un’eugenetica anticoncezionale selettiva, coercitiva e materialistica, quali si erano venuti affermando in Germania. E si presenta anche come il capofila di una visione spiritualistica che non soltanto appare come la più adatta ad attrarre il consenso di larga parte del mondo cattolico, ma anche a rimettere sui giusti binari la politica razziale fascista, fornendo la giustificazione più solida e convincente dei provvedimenti antiebraici13. L’influsso della presa di posizione di Pende è particolarmente evidente nei lavori della sezione di patologia. Gli interventi appaiono tutti più o meno sulla stessa linea, quasi a dare l’impressione di una scelta concordata. In particolare, va menzionato l’intervento del direttore dell’Istituto di clinica medica dell’Università di Catania, Luigi Condorelli (un nome celebre della medicina italiana) [Condorelli 1939]. La posizione assunta da questi è simile a quella di Pende. Dopo aver ricordato che «l’Eugenica aveva da risolvere due importanti problemi: favorire per mezzo di un’eugenetica positiva la fecondità 324

degli individui migliori della razza, ed impedire mediante una eugenetica negativa la riproduzione degli individui di mediocre o di cattiva qualità», egli osserva che, «a prescindere dalle possibilità pratiche cozzanti contro i più puri e potenti sentimenti umani e i più alti principi etici e religiosi, questa direttiva costituirebbe dal punto di vista biologico non una fonte di miglioramento, ma una sicura fonte di invecchiamento della razza» [ibidem, 86]. Condorelli non liquida soltanto l’eugenetica negativa - «è inutile spendere […] parole per ribadire […] il concetto della enormità che rappresenterebbe dal punto di vista biologico la limitazione della fecondità delle cosidette classi mediocri, ove i caratteri ereditari nobili della stirpe in esse contenuti, se pure non manifesti, possono da un momento all’altro, con il gioco imprevedibile delle combinazioni, estrinsecarsi nell’uomo superiore espresso dal popolo» [ibidem, 88] - egli liquida anche l’eugenetica positiva che, anche se fosse praticamente attuabile, «non avrebbe nessun fondamento scientifico» e anzi sarebbe «causa d’invecchiamento della razza» [ibidem, 87]. E tuttavia, al termine di una lunga disquisizione scientifica perviene alle stesse conclusioni di Pende: «si constata nel modo più inequivocabile come l’incrocio di razze umane molto dissimili procrei una prole disarmonica fisicamente e psichicamente scarsamente resistente agli agenti morbigeni. L’incrocio di razze molto dissimili costituisce un danno genetico per l’umanità e un danno specifico per la più evoluta delle due razze incrociate» [ibidem, 100]. E conclude osservando che «la politica demografica, già così vigorosamente iniziata dal nostro Regime, costituisce uno dei fattori fondamentali per il risanamento della razza dalle malattie ereditarie» [ibidem, 102]. L’esigenza enunciata da Pende di sviluppare uno studio della genetica ispirato dai princìpi della «biologia politica» 325

in funzione dello sviluppo della biotipologia razziale era chiaramente già penetrata nella coscienza degli scienziati italiani. Nell’anno precedente, il 1937, la sezione di zoologia e anatomia della Sips aveva approvato la seguente significativa risoluzione: La Sezione di «Zoologia e Anatomia» in occasione della XXVI Riunione della S.I.P.S., richiamandosi ai voti già espressi alle Riunioni di Milano (1931) e di Tripoli (1936), presa conoscenza dell’ordine del giorno approvato dalla Società Italiana di Biologia Sperimentale riunita in Assemblea Generale a Milano nel giugno 1937 in occasione del Convegno dedicato alla Genetica, si associa a quest’Ordine del giorno per affermare che la Genetica deve essere in prima linea tra le scienze mobilitate per il potenziamento imperiale della Nazione, e fa voti perché si fondi un Istituto di Genetica che, svolgendo un’attività continua di ricerche generali, sia in grado di meglio orientare verso una soluzione scientifica dei problemi interessanti l’economia nazionale e di preparare nello stesso tempo gli elementi con i quali il nostro Paese potrà conquistare anche in questo campo un posto degno delle sue gloriose tradizioni e del suo luminoso avvenire. F.to: Brunelli, Ghigi, Cotronei, Pasquini, Montalenti, lucci14.

Politica della terra, della donna, della famiglia, dell’alimentazione: ecco le quattro pietre angolari della difesa della razza, secondo Pende. L’ultima - la politica dell’alimentazione - ebbe il suo campione in Sabato Visco. Il ruolo di questo personaggio nella politica razziale fu assai importante, in termini concreti anche più di quello di Pende. La difficoltà nell’inquadrarne l’azione è legata alla scarsezza della documentazione circa la sua attività, anche in termini di scritti e articoli15. Visco non aveva certamente la stoffa del teorico, in definitiva non era neppure uno scienziato. Va ricordato che egli aveva occupato la cattedra di fisiologia generale dell’Università di Roma che era stata di Giulio Fano, poco dopo la morte di questi, una successione che gli ambienti scientifici consideravano frutto di meriti puramente politici e dei fortissimi legami di Visco con i vertici del Pnf, in particolare con Starace e con lo stesso 326

Mussolini. Inoltre, nella sua attività al Minculpop come capo dell’Ufficio studi e propaganda sulla razza, Visco aveva stretto un solido rapporto con il ministro Pavolini. Sul piano scientifico, il livello di Visco era comunemente considerato men che modesto16. Di fatto, le linee di ricerca promosse da Fano furono distrutte da Visco e sostituite con tematiche di dubbio valore scientifico e di chiara valenza politica come le ricerche sulla «fisiologia della nutrizione» che condussero alla creazione, nel 1936, dell’Istituto nazionale della nutrizione, la cui funzione nella politica razziale risulterà chiara fra poco. È certamente a causa di questo esile spessore teoricoscientifico, accompagnato invece da una indubbia consistenza politica, che Visco appare come un attivissimo propugnatore della politica razziale. Lo abbiamo visto a fianco di Pende, senza conoscere alcuna sua presa di posizione ufficiale, ma trovando traccia della sua energica attività nel Minculpop, tesa prima a scalzare Landra, quindi a prendere nelle sue mani la politica razziale promossa da quel ministero, anche attraverso una serie di iniziative editoriali, come il già citato volume di Acerbo sul razzismo. Abbiamo già avuto modo di conoscere il frenetico attivismo di Visco nella campagna di schedatura antropometricocostituzionalista, in cui era riuscito a inserire la tematica della «nutrizione» sopravanzando persino i suoi colleghi meno dotati di solidi agganci con i vertici del Cnr e dei ministeri. Lo ritroviamo quasi dappertutto, nelle iniziative di politica razziale: dal Consiglio superiore per la demografia e la razza, alla preparazione delle mostre razziali dell’E42, al tentativo di scalzare Interlandi dalla direzione de «La difesa della razza», all’istituzione di un corso annuale di perfezionamento sulla razza presso l’Università di Roma. Parleremo delle sue attività di «storico» della scienza volte a rivalutare il contributo del genio italico in campo scientifico. 327

Per comprendere quanto grande fosse il ruolo del razzismo nella fondazione da parte del Visco dell’Istituto nazionale della nutrizione, è sufficiente rifarsi a due documenti. Il primo è dato dagli Atti del VII Convegno Volta dedicato a «Lo stato attuale delle conoscenze sulla nutrizione» che si tenne nell’autunno del 1937 a Roma. È davvero penoso constatare come un congresso che vide la partecipazione di scienziati stranieri di prim’ordine - basti menzionare il nome di Albert Szent-Györgyi - e di italiani non meno illustri - tra cui Camillo Artom, Silvestro Baglioni, Mario Camis, Carlo Foà, Amedeo Herlitzka e tanti altri fosse già inquinato da un veleno che tendeva a ricondurre la tematica alimentare a quella dell’autarchia e del razzismo. Il «la» viene dal solito ministro dell’Educazione nazionale Bottai il quale «rileva che il tema dell’attuale Convegno ha riflessi sociali, economici, politici, che interessano in sommo grado l’opera di Governo» [Aa.Vv. 1938, 12] in quanto la scienza dell’alimentazione «postula» una politica dell’alimentazione: «basti accennare» - guarda caso, diremmo noi - «ai rapporti tra l’alimentazione e il metabolismo medio di una razza e d’un popolo»17, rapporti di cui «il Duce ha mirabilmente intuito il valore». E con una retorica alquanto comica conclude: La politica del grano e la politica demografica rappresentano infatti le vie tracciate per risolvere nel campo della realtà e della pratica tali problemi, gli uni così strettamente dagli altri dipendenti, come in effetti dalla fecondità del chicco dipende la fecondità della razza [ibidem].

Il convegno è un incontro scientificamente serio e valido e quindi è tanto più facile distinguere chi già sente nell’aria il clima del razzismo che avanza e si adegua con prontezza servile (o con convinta adesione) e chi invece ignora drasticamente questa tematica. Certo, dati i temi, è facile 328

imbattersi di tanto in tanto nella parola razza, ma è facile distinguere laddove essa è usata in modo magari sbagliato ma neutro e laddove essa riveste un’intenzione ideologicopolitica. Per esempio, anche negli interventi di italiani come Gaetano Quagliariello (che pure tocca un tema spinoso come «Il metabolismo di base degli italiani») o Carlo Foà («La nutrizione del bambino») è impossibile trovare una traccia di una simile intenzione. Ma il presidente del convegno Filippo Bottazzi - peraltro antisemita notorio18 non manca di concludere, con una penosa tirata razziale, che le esigenze della nutrizione, di una razionale alimentazione debbono stare in cima al pensiero di chi ha in pugno il destino dei popoli - e di ciò dà esempio mirabile il nostro Duce -, perché da essa dipendono il vigore fisico e morale degl’individui, il rendimento della loro attività lavorativa, il perfezionarsi della razza, e il suo progredire verso stati di maggiore elevazione somatica e spirituale [ibidem, 21].

Quanto a Visco, egli non ha neppure bisogno di fare professione di razzismo. La relazione tanto modesta quanto pletorica con cui egli conclude il convegno è centrata su un classico tema popolazionista «imperiale»: «L’alimentazione nelle colonie e nei possedimenti italiani: indigeni e coloni» [ibidem, 491-546]. Conviene invece leggere il discorso che Visco pronunciò sul tema «Autarchia alimentare» al Congresso della Sips del 1938 [Visco 1939a]. L’autarchia alimentare non vi era presentata soltanto «come mezzo per evitare le importazioni, ma anche come mezzo che serva al miglioramento della razza», che può educare la gente a scelte alimentari tali da estrinsecare le loro energie al massimo livello «nell’interesse dell’Italia e dell’umanità che dal Genio Italiano è stata per secoli illuminata e guidata»19. «Autarchia alimentare e miglioramento fisico della razza» sono quindi connessi. Visco non trova di meglio 329

che citare il famoso scrittore e gastronomo francese BrillatSavarin: «Il destino delle nazioni dipende dal modo in cui si nutrono» [Brillat-Savarin 1839]. Pertanto, accanto ai fattori ereditari, bisogna considerare quelli alimentari come fattori determinanti nella costituzione di un popolo superiore. Occorrerà quindi fare ogni sforzo: Si troveranno le vie e i mezzi per assicurare a questo grande popolo italiano gli alimenti più adatti a far sì che tutte le sue energie vitali si estrinsechino al più alto livello possibile non soltanto nell’interesse dell’Italia ma anche in quello dell’intera umanità che dal genio italiano è stata per secoli illuminata e guidata [Visco 1939a, 258].

Come nel caso di Pende, anche questo razzismo «alimentare», dai connotati un po’ grotteschi, si vestiva dei veli di uno spiritualismo italico. E, come nel caso di Pende, si può cadere nella trappola di credere che lo spiritualismo di Visco escludesse un atteggiamento razziale antiebraico20. Tuttavia, come Pende, Visco non mancò di rilasciare dichiarazioni che toglievano ogni dubbio circa i suoi reali sentimenti; come quando affermò in Senato, con accenti sprezzanti, che l’esclusione della componente ebraica dalla scienza non aveva prodotto alcun effetto negativo21. 2. Altri razzismi Pende e Visco sono due personaggi particolarmente importanti per la nostra storia non soltanto perché si tratta di due scienziati, ma anche perché sono i primi a scendere in campo contro i razzisti biologici e contro il Manifesto. Sotto questo profilo, però, non è meno importante Acerbo. Il tipo di razzismo da lui propugnato si richiama a tematiche diverse da quelle prettamente scientifiche di Pende e Visco esse sono di natura più antropologica e storica - ma 330

condividono con quelle un importante tratto comune: l’approccio spiritualistico e il richiamo alla romanità quale matrice di civiltà della razza italica. È quindi del tutto appropriato parlare di un’unica corrente - sia pure articolata in approcci differenziati alla questione razziale - come si vede anche dal fatto che essa conduce battaglie comuni e si schiera su un unico fronte contro i biologisti e i razzisti radicali. Un caso emblematico è lo scontro con Landra in merito al libro di Acerbo [1940a], scontro condotto in prima persona e con estrema durezza da Visco e che si conclude con l’emarginazione di Landra dall’Ufficio razza del Minculpop. Contro la corrente «spiritualistico-romana» non troviamo tuttavia soltanto schierati i razzisti biologici alla Landra e alla Interlandi, ma anche coloro che sono interessati al razzismo per motivi esclusivamente politici, come Farinacci, i razzisti esoterici che hanno come rappresentante praticamente esclusivo Julius Evola, e i personaggi alla Preziosi che paiono soprattutto interessati all’antisemitismo, tanto che De Felice si è spinto a dire che Preziosi può essere considerato l’unico autentico antisemita sulla scena nazionale, il che è certamente esagerato ma dà conto dell’estremismo di questo personaggio22. Quel che accomuna questa composita area radicale è la volontà di affermare un razzismo estremo e di combattere nella maniera risoluta il «pietismo», ovvero quei tentativi di proporre interpretazioni blande e edulcorate della campagna e dei provvedimenti razziali. C’è chi crede davvero nel razzismo in versione biologica, come Landra e Interlandi, e chi è interessato soprattutto a promuovere l’anti-semitismo, come Preziosi; c’è chi intende promuovere una linea rivoluzionaria e antiborghese del fascismo (e pertanto si schiera sul fronte del razzismo biologico solo perché è il più radicale, pur non essendo interessato alla 331

problematica scientifica sottesa) e chi si colloca in quest’area soltanto perché nutre idee oggettivamente estreme, come Evola, anche se ben diverse da quelle biologiche. Pertanto, l’area radicale è un’accozzaglia di posizioni differenti e spesso in conflitto aperto fra loro, ma che tuttavia hanno un sicuro terreno di concordia: la lotta contro le posizioni moderate, come quella di Pende, Visco e Acerbo. Lasciando da parte Farinacci e il suo «Il regime fascista» che diffida di qualsiasi posizione che non sia puramente politica, il fronte radicale gravita soprattutto attorno a «La vita italiana» di Preziosi e a «La difesa della razza» di Interlandi. La seconda è la roccaforte dei biologisti, mentre Evola scrive su entrambe le riviste. Invece, sul piano prettamente istituzionale, l’area radicale non riuscirà mai ad assumere posizioni dominanti. Se volessimo riassumere in modo molto schematico l’andamento del conflitto tra le due aree del razzismo sopra delineate, potremmo dire che, dopo l’iniziale successo dei razzisti biologici di cui è testimonianza principale il Manifesto, segue un periodo di forte supremazia della corrente «spiritualistico-romana» che si estende fino a tutto il 1940. Non si tratta soltanto del fatto che l’Ufficio razza cade nelle mani di Visco, con l’appoggio di un gerarca della stazza di Pavolini, ma del fatto che - malgrado «La difesa della razza» abbia ricevuto [‘imprimatur di rivista ufficiale del razzismo fascista - la pubblicistica e le conferenze di Pende e il libro di Acerbo rappresentano un consolidamento teorico molto netto del fronte «spiritualistico-romano». Pende tiene il fronte scientifico mentre Acerbo chiarisce sul terreno storico a lui più congeniale il fondamento del razzismo fascista, enfatizzandone il carattere mediterraneo e spingendosi a dire che l’uso del termine ariano è puramente di comodo e non deve indurre ad alcuna confusione con l’arianesimo 332

nordico di stampo germanico. Si tratta di un uso «convenzionale» e «provvisorio» - è evidente qui l’intenzione di riscrivere il Manifesto - per distinguere la razza italica da quella semitica e camitica e «separare dalle attività direttive e formative dell’organismo nazionale la minoranza giudaica» [ibidem, 56]. Conosciamo la dura reazione di Preziosi [1940] alle tesi di Acerbo, ma sappiamo anche che essa non sortì alcun effetto e accanto alle riviste radicali prese posto la rivista acerbiana «Razza e civiltà» promossa dal Consiglio superiore per la demografia e la razza e sostenuta dalla Demorazza del ministero dell’Interno, tutti luoghi istituzionali che erano punti di forza del razzismo «spiritualistico-romano». Tuttavia, questa egemonia fu messa in discussione da una dura controffensiva del fronte radicale che si sviluppò a partire dal 1941 e fu favorita dall’evolversi della guerra che spingeva su posizioni sempre più radicali e filogermaniche. Si trattava soprattutto di una controffensiva condotta sul piano della pubblicistica, con articoli molti duri, talora veementi di Interlandi, Landra ed Evola e favorita dal fatto che, in quel periodo, Mussolini aveva un’infatuazione per il razzismo spiritualistico-esoterico di Evola. Ne risultarono alcuni successi anche istituzionali del fronte radicale. Visco fu sostituito alla direzione dell’Ufficio razza del Minculpop dall’evoliano Alberto Luchini e nel 1942 Le Pera fu sostituito alla direzione della Demorazza da Lorenzo La Via, che tuttavia aveva una posizione mediana fra le due correnti. Si trattava comunque di persone non legate all’ala biologica dura e resta il fatto che, sul piano istituzionale, la corrente Acerbo-Pende-Visco conservava posizioni dominanti. Nel 1941 Visco la faceva da padrone assieme a Le Pera (con il seguito di mezzo mondo accademico) nella preparazione della sezione razza dell’Esposizione universale E42 e Pende conquistava il suo Istituto biotipologico333

ortogenetico per la difesa della stirpe, oltre ad altre iniziative di cui diremo in seguito. Inoltre, la controffensiva venne condotta in un momento di debolezza de «La difesa della razza» che, partita da una tiratura di centocinquantamila copie (largamente dovuta alle direttive tassative di Bottai), era scesa, nel novembre del 1940, alla misera tiratura di ventimila copie. E non a caso, a riprova del fatto che l’esito della battaglia era tutt’altro che scontato, fu avanzata l’ipotesi di sostituire Interlandi con Visco o con Acerbo. Occorre inoltre sottolineare un altro aspetto di cui abbiamo già parlato. Malgrado gli strepiti di Landra o Preziosi, l’accusa agli «spiritualisti-romani» di flebile adesione ai provvedimenti razziali o addirittura di filosemitismo non reggeva affatto. È vero che Pende e, in certa misura, anche Visco non si produssero in espressioni violente nei confronti degli ebrei ma, nei fatti, la loro adesione ai provvedimenti razziali fu totale. Per Pende lo spirito di un solo ebreo era capace di inquinare tutta la nazione, Visco proclamava la più assoluta indifferenza di fronte all’espulsione dei docenti universitari ebrei, e abbiamo visto che Acerbo giustificava l’uso del termine ariano con la necessità di tenere gli ebrei alla larga. In certi casi, poi, i «moderati» sapevano esprimersi con una virulenza difficilmente eguagliabile. Prendiamo il caso di Giuseppe Maggiore, rettore dell’Università di Palermo e presidente, a partire dal 1943, dell’Istituto di cultura fascista. Nel 1938 si schierò sulla linea spiritualistica sostenendo che proprio a partire da tale punto di vista «oggi lo stacco che più devesi accentuare è quello tra la nostra razza e quella ebraica» [Maggiore 1938a, 309] e, tanto per chiarire la sua considerazione degli ebrei, in un volume pubblicato l’anno successivo sosteneva che l’intellettuale ebreo «se ha da dedicarsi a una disciplina sceglie quelle che 334

hanno un contenuto utilitario: non per nulla egli è quasi dittatore nella economia politica e nel diritto commerciale» [Maggiore 1939, 69]. Altri si sarebbero occupati di denunciare la dittatura ebraica in matematica, in fisica, in biologia. Un altro spiritualista - anche se non alieno da trasformismi opportunistici - fu Carlo Costamagna, autore di una Dottrina ufficiale del fascismo in cui (almeno nella prima edizione) il «nazionalismo razziale» hitleriano veniva aspramente condannato come privo di base scientifica, «atroce», generatore di odio e di lotte cieche tra popoli, tanto da costituire un riferimento per Acerbo. Eppure, di fronte alla questione ebraica, Costamagna assunse posizioni tanto estreme da prendersela addirittura con l’idealismo di Gentile e di Croce, additati ridicolmente come eredi del pensiero matematizzante del giudeo Spinoza: dal giorno in cui Baruch Spinoza è comparso nella scena della filosofia ha fatto un grande balzo in avanti l’opera distruttiva di quella morale tradizionale, fideista e positiva, che aveva sostenuto per millenni la compagine delle nazioni dell’Europa. La morale matematica del pensatore giudaico-olandese ha aperto la via alla morale formale dell’idealismo che oggi ancora, con diverso accento, Benedetto Croce e Giovanni Gentile vorrebbero predicare alla gioventù italiana del Littorio [La Direzione 1938, 490].

È del tutto al di fuori degli obiettivi di questo libro - e forse al di là degli obiettivi di un libro di dimensioni accettabili -compiere una disamina esauriente della pubblicistica razzista nel periodo fascista. In pochi anni dilagò un’autentica valanga di scritti «teorici» - per lo più a forte impronta antisemita - che, sommati a quelli apertamente propagandistici, formarono una letteratura sterminata. È davvero sorprendente che sia stata possibile una simile esplosione, per giunta concentrata nell’arco di pochi anni. Le fonti primarie riportante nella bibliografia alla fine di questo volume potranno servire a 335

tracciare in maniera soltanto approssimativa i contorni di tale fenomeno. Peraltro, per quanto riguarda la rivista razzista più famosa, «La difesa della razza», conviene rifarsi all’efficace presentazione corredata di un’antologia a opera di Valentina Pisanty [2006]. Il lettore potrà farsi un’idea dei temi trattati, della sgangherata volgarità degli argomenti proposti, della loro inconsistenza malamente mascherata, della violenza che percorreva le sue pagine23. Nel contesto di cui qui ci occupiamo, e che è soprattutto quello scientifico, preferiamo limitare la nostra analisi a un aspetto specifico, suggerito da considerazioni come quelle di Costamagna, quando si riferisce alle caratteristiche di una cultura e di una scienza «giudaiche» che rappresenterebbero un pericolo per l’integrità della civiltà europea in generale, e italiana in particolare. Abbiamo visto in precedenza che in Germania questa tematica ebbe uno sviluppo affatto speciale e investi in particolare il tema della visione ebraica della scienza e del pericolo che essa poteva rappresentare per la scienza tedesca. È un’accusa che Costamagna allarga al tema morale, imputando agli ebrei una visione formalistica e matematica capace di sgretolare i princìpi della morale tradizionale. È naturale chiedersi se anche in Italia si affacciò qualcosa di analogo alla contrapposizione tra scienza «ariana» e scienza «giudaica» tanto in voga in Germania. In linea generale si può dire che in Italia non si ebbe un fenomeno analogo, né in estensione né in profondità. La saggistica dedicata a questo tema fu relativamente ristretta e trovò spazio quasi soltanto su «La vita italiana» di Preziosi e su «La difesa della razza». Fra i pochi che vi si appassionarono spicca Evola. Tale tematica, però, ebbe poca presa nel mondo scientifico. Il che non significa che in ambito scientifico non se ne fosse diffusa una versione più blanda e proprio per questo più insidiosa. Ne parleremo in 336

un successivo paragrafo dedicato alla riscrittura razzista della storia della scienza, in cui vedremo all’opera ancora Visco. Ma i toni non raggiunsero mai la virulenza degli attacchi mossi sulle riviste di Preziosi e di Interlandi, in questo del tutto allineate con la propaganda nazista di personaggi come Stark, Lenard, Bieberbach e Dingier, con la differenza non irrilevante che gli autori degli articoli non erano scienziati o non avevano neanche lontanamente il peso scientifico dei loro colleghi tedeschi. Per illustrare attraverso esempi le elaborazioni italiane sul tema della «scienza ebraica» ci limiteremo a esaminare tre articoli rappresentativi. Il primo, firmato dall’esponente di punta del razzismo biologico Guido Landra, fu pubblicato nel 1939 su «La difesa della razza» [Landra 1939a]. Sotto il titolo campeggiava una foto di Einstein circondata dalle scritte «L’internazionalismo sotto le apparenze di “scienza pura”», «Teorie distruttive e sterili cerebralismi», «I settori più delicati dell’insegnamento monopolizzati dagli ebrei». Il testo proponeva la classica tematica del formalismo ebraico contrapposto alla concretezza dello sperimentalismo ariano e italiano: Un gran numero di giudei si dedicavano ancora alle scienze fisicomatematiche, ma chi per poco consideri la loro attività resta colpito dal predominio del puro cerebralismo e della tendenza alle teorie inconcludenti e distruttive rispetto alla serena ricerca sperimentale propria degli scienziati ariani e specialmente dei nostri grandi italiani […] Da un punto di vista semplicemente negativo i giudei occupando numerosi ed importanti posti destinati agli italiani hanno impedito a molti studiosi non giudei di affermarsi e di portare il loro contributo alla scienza del nostro paese. Da un punto di vista positivo i giudei sono poi responsabili di avere deviato molte discipline dal loro vero scopo e soprattutto di avere impedito la collaborazione degli studi alle necessità della vita politica. Sono i giudei che hanno tentato di tenere lontano sempre la scienza dalla politica e che hanno coltivato la vecchia illusione della scienza per la scienza, della scienza

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internazionale e universalistica, che è uno dei tanti mezzi di cui si serve Israele nel suo piano di sterminio mondiale [ibidem].

Non molto diversa fu l’impostazione scelta da Julius Evola [1940a] in un articolo dedicato agli ebrei e la matematica pubblicato sulla medesima rivista. La grafica dell’articolo era nello stesso spirito di quella del contributo di Landra: sotto il titolo campeggiava una losca figura dello stereotipo razzista dell’ebreo circondata rispettivamente a sinistra e a destra dalle figure di Spinoza e Einstein. Quattro sottotitoli riempivano gli spazi vuoti: «Il pitagorismo discende dal ceppo giudaico», «Inguaribile dualismo ebraico», «La Cabala e lo Zohar», «La matematica è una scienza oggettiva?». Evola iniziava ponendosi la solita domanda: perché vi sono tanti ebrei nel campo scientifico e, in particolare, in quello della matematica? Discettando della relatività di Einstein, Evola voleva dissipare un equivoco: vi è chi ha tratto dal termine relatività un motivo per sviluppare una polemica antisemita, credendo che la teoria della relatività serva a confermare il relativismo ovvero «la negazione di ogni punto saldo di riferimento, il caos dei valori e delle visuali, insomma quello stato d’animo moderno al quale l’opera di ebrei in tanti altri domini ha tanto contribuito». Evola aveva dimenticato (o non sapeva) che, una ventina di anni prima, il duce - nel suo eclettismo teorico -, riprendendo una tesi di Adriano Tilgher, aveva associato il fascismo alle filosofie del relativismo e della relatività rappresentate da Spengler, Vaihinger e dallo stesso Einstein. Non solo, ma sulla base di tale riferimenti aveva definito se stesso un «relativista pratico» e il movimento fascista come «super-relativista»! [Mussolini 1921]. Comunque, Evola voleva chiarire che Einstein non era un relativista in senso filosofico: anzi alla relatività egli voleva «porre riparo», introducendo le cosiddette «formule 338

di trasformazione» che permettevano di «venire a degli “invarianti”, cioè ad una determinazione di tali fenomeni completamente indipendente dalla relatività dei punti di riferimento». In che modo ciò consentiva ad Einstein di «riparare» i danni del relativismo? Nella misura in cui distrugge ogni riferimento sensibile, in quanto costruisce una fisica assolutamente astratta, matematico-algebrica, ove non restano più che numeri, equazioni, integrali e differenziali, insomma enti della più rarefatta stratosfera cerebrale e dove non vi è più alcun punto di appoggio per una rappresentazione sensibile, per delle immagini, per qualcosa che rifletta il mondo in cui viviamo. Super-matematizzazione della fisica. Questo è lo specificum di Einstein: ma è anche lo specificum di tutta la corrente moderna dei matematici ebrei, e qui si ha il punto in cui si può abbordare l’argomento su accennato e comprendere che cosa significa questa inclinazione ebraica per la matematica astratta [ibidem].

Ritroviamo così una tematica a noi familiare, che avvicina Evola alla propaganda nazista e che qui sembra quasi scopiazzata senza originalità. Ma vediamo da dove viene, secondo Evola, questa inclinazione ebraica. A suo avviso, bisogna rifarsi alle origini e capire che cosa divide la visione ebraica del mondo da quella ariana. E qui Evola dà la stura al suo spiritualismo esoterico di cui così possiamo vedere all’opera un campionario ed espone la parte più «originale» della sua interpretazione della contrapposizione tra spirito ebraico e spirito ariano. La visione ariana si fonderebbe sulle idee fondamentali di cosmos - vita come ordine, come legge naturale e sovrannaturale al contempo - e solarità - che significa «essere principio a sé e di natura “radiante” e “centrale”», e che comporta la congiunzione dell’individuo con la forza mondiale delle cose. Invece i semiti distruggono la «sintesi ariana fra mondo e supermondo, fra vita e ciò che è superiore alla vita»: il corpo diviene carne e peccato, lo spirito diviene irreale e trascendente «in senso cattivo». Pertanto, «l’anima ebraica oscillerà perennemente fra la maledizione di un crasso materialismo e di una rozza 339

sensualità e l’anelito verso la “redenzione” e l’irraggiungibile “santità”». Ecco l’inguaribile dualismo ebraico che si riflette già nelle forme di scienza sacerdotale che sono «matematico-lunari» e in cui prevale un tema fatalistico, l’idea di «onnipotenza di una legge estranea». Anche il pitagorismo, secondo Evola, deve essere considerato un fenomeno non-ellenico, un ritorno alla civiltà «pelasgicoasiatica». Non a caso Roma mise i pitagorici al bando intuendo quanto costituissero un fattore dissolutivo della solarità ariana. Insomma, l’ebraismo ha sviluppato una visione matematica e «intellettualistico-panteistica», come testimonia l’esempio della Kabbalah, che culmina in Spinoza, per cui «la considerazione sub specie aeternitatis s’identifica alla considerazione more geometrico». Da queste antiche manifestazioni dello «spirito lunare e deterministico ebraico» si viene a quelle moderne, fra le quali la teoria di Einstein rappresenta un caso limite. A essa si è associata la «riforma del calcolo infinitesimale operata da un altro ebreo, il Levi-Civita, così come di nuovo un ebreo, il Weyl24, è quello che l’ha ulteriormente sviluppata». Il declino dell’Occidente ha offerto un terreno sul quale questa visione analitica e dissolutiva dello spirito ebraico ha fatto presa e si è inserito spingendo la crisi fino alle estreme conseguenze. Accade così che lo spirito moderno abbia il timore di colpire se stesso colpendo gli ebrei. Ciò è vero ma si tratta di un «falso se stesso», perché si è persa la coscienza della tradizione ariana. «Si può considerare, in ogni campo, l’ebreo come l’esponente dell’estremismo di una decadenza. Se l’ebreo ci indicherà dunque il pericolo che è da combattere d’urgenza, in pari tempo ci indicherà dunque anche la direzione in cui è avvenuta una deviazione incipiente dell’anima ariana, da eliminare con un’azione interna, con una “rettificazione” che preverrà nuove cadute 340

e immunizzerà dal virus». Difficile immaginare un’accozzaglia di affermazioni più sgangherate e deliranti di queste, per giunta poco originali e malamente assortite, al livello culturale di un’enciclopedia per ragazzi. Questo va detto, visto che tanti hanno speso, e ancora spendono inchiostro per presentare Evola come un pensatore razzista sì, ma originale e profondo23. I temi sopra sintetizzati furono ripresi dallo stesso Evola in un articolo pubblicato qualche mese dopo su «La vita italiana» e firmato con lo pseudonimo Arthos [1940]26. Il tono è ancor più radicale e raccoglie informazioni discretamente accurate sul piano scientifico. L’articolo inizia attaccando il mito dell’oggettività scientifica, asserendo che dietro ogni teoria scientifica è presente una volontà, un’intenzione, insomma un «retroscena» della scoperta e della prassi scientifiche che rende legittime le considerazioni politiche anche nei confronti delle «cosidette» scienze positive. Anzi ciò è fondamentale, perché «bisogna contrastare energicamente ogni tentativo di sottrarre la scienza dalla lotta spirituale dei nostri giorni […] Porre il problema della arianità o della ebraicità di una teoria scientifica non deve sembrar assurdo o da fanatico ed anche il sintomo, contenuto nel fatto che i principali esponenti di una data corrente scientifica siano di un dato sangue, deve esser tenuto nel debito conto» [ibidem, 503]27. Esiste quindi una «scienza ebraica»: è quella di Einstein, degli ebrei Minkowski e Weyl, dell’ebreo italiano LeviCivita. La teoria einsteiniana ha «avuta tutta una clique di ebrei come suoi volgarizzatori, p. es. in Italia l’Enriques e in Germania il Born»28. Ma anche fìsici tedeschi come Werner Heisenberg si sono accodati a Jordan e Dirac nel difenderla, e neppure «il fìsico di famiglia aria e aristocratica tedesca» Max von Laue è riuscito a sottrarsi al suo fascino. Qui Evola 341

estende l’attacco fino alla meccanica quantistica, pur sviluppata da menti germaniche come Heisenberg, il che dimostra «la rapidità con la quale un germe gettato dall’ebraismo può diffondersi e fruttificare in terreno ariano fino a produrre una specie di assimilazione a rovescio» [ibidem, 504]29. Ma qual è il male che alberga nella relatività? Dopo aver discettato a lungo sui fondamenti sperimentali della teoria, aver osservato che «è stato mostrato che» essa «non si impone per nulla, e che altre interpretazioni sono egualmente possibili» [ibidem, 5 11]30, l’autore riprende gli argomenti del precedente articolo, e conclude che la fisica ebraica ha prodotto una «catarsi» che conduce al «mondo del numero come indifferenza di fronte a quello delle qualità, delle forme, delle forze viventi: un mondo spettrale e cabbalistico, estrema esasperazione della facoltà puramente razionalistica e intellettualistica» [ibidem, 507], Questa catarsi è «demonica» perché costituisce una contraffazione del processo di innalzamento dello spirito dall’esperienza sensibile, sostituendolo con «l’assoluto formalismo della fisica matematica, la magia algebrica del puro numero». Qui si manifesterebbe l’istinto di distruzione tipicamente ebraico. Noi non vogliamo dire - osserva Evola che Einstein si sia messo a tavolino «con questo scopo deliberato e diabolico» ma di certo l’istinto ebraico lo ha condotto a questo. L’autore concede che l’ideale della matematizzazione della natura non sia un prodotto assolutamente ebraico. Però «la scienza ebraica rappresenta quasi la reductio ad absurdum di uno sviluppo, di cui però non si può far responsabile il solo ebraismo, perché qui entrano in quistione le premesse e i criteri metodologici generali proprie già agli inizi alle scienze positive moderne» [ibidem, 511]. Contro queste tendenze bisogna riproporre l’esigenza 342

di un «sapere organico» che «non si perda nel labirinto delle conoscenze particolari e non si accontenti di schemi astratti e di numeri, ma mantenga sempre una relazione essenziale col mondo delle qualità». Ideale che informava la philosophia naturalis nel Medioevo occidentale. Come battere questa «catarsi demonica»? Perciò non si potrebbe mai abbastanza metter in rilievo la necessità di instituire un insegnamento di storia delle scienze tradizionali da impartirsi secondo metodi interamente nuovi e rivoluzionari, con piena eliminazione dei pregiudizi propri alla mentalità profana, razionalistica, storicistica e razionalistica moderna. A scienziati, il cui spirito è formato da tutta una carriera, non si può chiedere l’impossibile. Ma la nuova generazione, se si agisce con metodo e intelligenza, può esser ben formata ed orientata secondo nuove direzioni spirituali e portata a compenetrarsi seriamente dello spirito tradizionale ario anche per quel che riguarda i domini della conoscenza detta positiva. Creato un inizio in questo senso, per il suo sviluppo sarà solo quistione di tempo, e ci si potrà attendere il graduale superamento di teorie, come quelle qui indicate, mediante un sistema di scienza che possa dirsi veramente nostra per riflettere il respiro cosmico della luminosa spiritualità aria. A tal punto la rivoluzione avrà vinto anche in quei domini, in cui la maschera della «oggettività» costituisce la più forte difesa del nostro avversario [ibidem, 512].

Non è poi così sorprendente che Mussolini abbia subito il fascino di simili deliri e che abbia trovato le concezioni di Evola abbastanza avanguardistiche da entrare in consonanza con le sue pulsioni rivoluzionarie. Ma sarebbe stato sorprendente che esse avessero potuto fare presa su un mondo tutto sommato conservatore e prudente come quello accademico e scientifico italiano. Come abbiamo visto, altri avevano trovato la chiave giusta per creare il consenso di questo mondo e, più in generale, dell’ambiente culturale italiano attorno alle politiche della razza. Non è agli ambienti del razzismo biologico radicale e del razzismo esoterico che bisogna guardare se si vogliono comprendere i meccanismi che crearono un così vasto consenso attorno a quelle politiche. 343

3. La mostra nazionale della razza e altri sviluppi Si è visto che l’idea di Pende di creare degli istituti volti al miglioramento biologico e psicologico degli individui e l’istituzione di un procedimento di schedatura capillare risale agli anni Venti. In seguito essa si precisò nel progetto della scheda biotipologica e della creazione di una vera e propria rete di cliniche ortogenetiche. Abbiamo anche visto che sul tema della «schedatura» si produsse una vera e propria rincorsa fra antropologi, medici, fisiologi, demografi, in particolare nella bonifica pontina. I risultati non furono molto consistenti, ma certamente qualcosa si fece. A ogni modo, all’indomani delle leggi razziali, i tentativi di sviluppare questo genere di attività si moltiplicarono. Ne troviamo testimonianza in un intervento del 1939 di Ferruccio Banissoni [1939] (professore presso l’Università di Roma) che dimostra come la svolta totalitaria del regime avesse cambiato il modo di vedere la medicina preventiva, indirizzandola nel senso di uno strumento di selezione razziale e di controllo degli individui31. «La rivoluzione fascista continua in tutti i campi […] la Scuola […] si adegua alle modificazioni profonde che il nostro clima fascista ha posto in tutti i settori della vita sociale» [ibidem, 127]. Compito della medicina preventiva, nell’indirizzo autarchico, deve essere non più soltanto quello di contribuire ad alleviare le pene del sofferente e del malato, ma a «realizzare l’italiano di domani», a valorizzare il patrimonio umano, dai punti di vista militare, medicopsicotecnico, igienico-sociale, razziale. Primo compito è quindi, e ancor di più, quello della creazione di un «catasto» della ricchezza demografica e cioè di una schedatura medica la cui necessità è prescritta anche dalla 344

Dichiarazione della Carta della Scuola dove si parla di istituire un «libretto personale ai fini della valutazione individuale negli impieghi e nel lavoro» [ibidem, 135]. Risponde a questa esigenza la scheda medica, «valutativa di tutta la personalità in rapporto al suo rendimento sociale attuale e al suo raggiungibile rendimento ottimale con le indicazioni delle vie e dei mezzi per raggiungerlo» [ibidem] e, su questo terreno, la medicina non si fa trovare impreparata: In questo senso implicito o esplicito sono state già ideate le schede della GIL, il «libretto personale di valutazione dello stato fisico e della preparazione militare» che accompagna il cittadino dagli 11 ai 32 anni, il libretto personale biotipologico sanitario del cittadino dalla nascita all’età adulta ideato dal Sen. Pende e da lui presentato alle massime Gerarchie del.Regime. A queste schede si può aggiungere quella già applicata annualmente su 20-30 mila ragazzi per cura del Ministero dell’Educazione nazionale, rispettivamente del servizio di orientamento professionale della Direzione generale dell’Istruzione media tecnica [ibidem].

Le speranze e le ambizioni di Banissoni non sono modeste: per rispondere alle «richieste dei gerarchi» (che per ora si limitano a centinaia di migliaia di schede) bisogna prepararsi a produrre «8-10 milioni di schede ripartite su almeno 20 mila dei 35 mila medici italiani con una media di 400 schede a testa per anno» [ibidem, 140]. Per far ciò esistono energie ma manca ancora la consapevolezza che compilare una scheda medica non significa fare un elenco di patologie, bensì dar conto del complesso della personalità, sotto il lato somatico ma anche psichico. Ciò comporta l’attribuire un grande rilievo all’insegnamento della psicologia nelle università, mentre questa è ancora considerata materia complementare. Uno stato di cose che ha mosso un grande Clinico, il Senatore Pende ad affermare, con tutto il vigore, la necessità per il patologo, per ogni medico oltre che per il medico sociale, dello studio completo della personalità unitaria, cioè intesa anche nel suo aspetto psichico […]

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Né si dica ancora che la nostra psicologia, la nostra psicotecnica, la nostra biotipologia ci danno pochi reattivi, poche tecniche, pochi sistemi valutativi attendibili [ibidem, 141].

Nel nuovo «rovente» clima politico, la medicina deve dismettere il vecchio atteggiamento individualistico e pietistico. L’individualismo, inteso nel senso di un prevalere dell’arbitrio e non della libera volontà la quale implica meditate ed accettate autolimitazioni nei rapporti con la collettività, è sul finire. È pure sul finire la «borghesia» intesa nel senso di un acquetamento pavido e soddisfatto […] La medicina, se accetta e continuerà ad accettare con pietà l’individualismo egocentrico del malato e del sofferente, tende pure verso le masse di popolo, di lavoratori, di combattenti, verso gli orizzonti più ampi e luminosi, verso il grande compito della preparazione di una generazione sana, efficiente e potente [ibidem, 143].

Questo atteggiamento militante della medicina viene assunto in prima persona dallo stesso Pende. Ricordiamo che l’illustre clinico aveva fondato nel 1926 a Genova un Istituto biotipologico-ortogenetico e che le sue attività in questo campo avevano attirato l’interesse del duce al punto di determinarne l’intervento diretto per il suo trasferimento presso l’Università di Roma. Qui Pende, nel 1935, aveva creato un clone dell’istituto genovese, ovvero l’Istituto biotipologico-ortogenetico dell’Università di Roma e il suo interesse per le questioni eugenetiche aveva avuto un riconoscimento istituzionale nel 1937. Difatti, la riorganizzazione del Cnr aveva previsto la suddivisione del settore biomedico in cinque sezioni che vennero tutte affidate a personaggi che avrebbero avuto un ruolo di primo piano nella politica razziale: per la medicina Cesare Frugoni; per la chirurgia Raffaele Paolucci; Giovanni Petragnani per l’igiene e la medicina sociale; Aldo Castellani per le malattie tropicali; e Nicola Pende per l’eugenetica. La prova che Pende era consapevole, ancor prima dell’inizio della campagna razziale con la pubblicazione del 346

Manifesto, che la questione della razza stava diventando centrale nell’ideologia e nella prassi del regime, è data da un appunto trasmesso alla Direzione dei servizi e Organizzazione delle mostre dell’Eur (Esposizione universale di Roma) nel giugno del 193832. La nota dal titolo Mostra dell’ortogenesi fascista della stirpe con cui il direttore dei Servizi Enrico Luciani trasmette l’appunto di Pende dà conto dell’intenzione di questi di ottenere una sede permanente per un Istituto di ortogenesi: Il Senatore Pende, coll’unito appunto, propone che l’«Istituto di Ortogenesi e Bonifica della Stirpe» trovi la sua sede permanente nella zona dell’Esposizione, lungo la via Imperiale sulle colline verso il mare; zona che egli ritiene la più adatta allo scopo. Tenuto conto della ristrettezza dei mezzi a sua disposizione e del costo dell’edificio, che deve ospitare almeno 250 letti, egli chiede che l’area occorrente di circa 6 ettari gli venga ceduta a prezzo di assoluto favore. Il Senatore Pende propone, inoltre, che accanto a detto Istituto durante la grande Rassegna sia predisposta la «Mostra dell’Ortogenesi Fascista della Stirpe». Tenuto conto dell’importanza della duplice proposta, la cui realizzazione vale a dimostrare al mondo intiero quanto di più modernamente scientifico il Regime compie per la bonifica della razza, l’Ente esprime parere favorevole per l’accoglimento delle proposte del Senatore Pende e lo sottopone all’approvazione del Duce 33.

Le proposte di Pende vennero quindi accolte, ma la loro realizzazione seguì due percorsi diversi. Per quanto riguarda l’Istituto, il governo ne autorizzò la costruzione con un decreto legge del 1938. Il nome fu precisato in «Istituto per la Bonifica umana e l’Ortogenesi della razza». Esso sarebbe dovuto sorgere nell’area desiderata da Pende, e quindi nella zona del nuovo quartiere dell’E42, e doveva essere costruito a cura del Pio Istituto di Santo Spirito in Sassia e degli Ospedali Riuniti in Roma. Tuttavia, la guerra e il crollo del regime fascista interruppero la costruzione che venne ripresa nel dopoguerra a cura dell’Alto commissariato per l’igiene e la 347

sanità pubblica con i fondi internazionali per la ricostruzione. Di fatto, dopo alterne vicende34, l’edificio ospitò quello che ancor oggi è uno dei principali enti ospedalieri romani, l’ospedale Sant’Eugenio. Si tratta peraltro di una vicenda di notevole interesse su cui torneremo nella conclusione del libro. Invece la proposta di una mostra dell’ortogenesi fascista della stirpe venne incorporata in una iniziativa più ampia e più marcata in senso esplicitamente razziale: una Mostra della sanità e della razza, sempre nella cornice dell’E42 e, in particolare, nell’ambito della Mostra della scienza. Tuttavia, prima di descrivere questa iniziativa cui Pende non partecipò direttamente, vogliamo accennare al fatto che, oltre alla pubblicistica e alle conferenze, lo studioso aveva già inserito la tematica razziale come una specifica attività dell’Istituto biotipologico-ortogenetico dell’Università di Roma da lui diretto. Come esempio di tale attività possiamo brevemente considerare un libretto pubblicato a cura dell’Istituto e redatto da un membro del Guf di Perugia, Enzo Rottini [1940]. La monografia è prefata dallo stesso Pende che le conferisce la sua «approvazione completa e ammirazione». E ciò in quanto è la dimostrazione migliore del come e del quanto i nostri giovani abbiano assimilato nei loro cervelli e nei loro cuori, pieni di buon senso romano e di orgoglio fascista, tutti i dati scientifici e politici che si riferiscono al razzismo italiano. Il razzismo italiano è e deve rimanere pertanto il campo di studi e di attuazioni pratiche il più elettivo per i giovani: giovinezza fascista vuol dire infatti per me la giovane razza romana-italica nelle sue più pure, più spontanee, più esplosive e feconde espressioni di potenza alla conquista del rinnovato Impero della Romanità. Il libro del Rottini è come una bandiera di questi germogli robusti dell’eterna stirpe di Roma [ibidem, v].

Non vale la pena di esaminare in dettaglio il contenuto di 348

questo opuscolo, che è una pedissequa e scolastica presentazione delle tesi di Pende corredate di una serie di tabelle statistiche sull’incidenza di malattie a componente ereditaria come la sifilide e l’etilismo, e sulle pratiche ortogenetiche ed eugenetiche connesse. Sono interessanti le pagine finali dedicate alle leggi razziali fasciste, in quanto il loro tono fa giustizia degli argomenti con cui Pende tentò nel dopoguerra di negare qualsiasi suo coinvolgimento nell’antisemitismo: va ricordato che il clinico aveva dichiarato di approvare questo libretto in modo completo e addirittura ammirato. Rottini, per argomentare a sostegno della necessità di una «conservazione integrativa» della razza italica quale era prevista dalle deliberazioni del Gran Consiglio, ricorre ai «principii sanciti dalle stesse consuetudini razziali del popolo di Israele» che escludevano la possibilità di fondersi con «altra gente di origine razziale diversa»: «i legislatori d’Israele condannavano infatti come sacrileghi e passibili di morte le nozze con individuo appartenente ad altre razze». Gli ebrei mirano quindi alla «purità biologica» del «popolo eletto» e alla realizzazione del precetto «replete terram et subiicite eam», altrimenti Dio li avrebbe condannati alla dispersione e alla scomparsa. Quindi il fascismo non avrebbe fatto altro che «carpire il concetto» ebraico applicandolo al popolo ariano. Inutile illudersi alla maniera del Montandon35 - osserva Rottini - di poter assimilare gli ebrei. È da notare che la presa di distanza da Montandon è alquanto singolare dal momento che questi, oltre ad aver dato prova del più virulento antisemitismo - aveva accusato l’«ebreo nilotico» Léon Blum di voler ridurre la Francia a «un enorme letamaio» -, preconizzava la fondazione di uno stato in cui isolare gli ebrei, punendo con la morte coloro che avessero trasgredito la normativa in difesa della razza e sfigurando le femmine ebree «tagliando loro la punta del 349

naso» [Montandon 1938b, 20-21]. Comunque, per non essere da meno di Montandon, Rottini dava sfoggio della seguente prosa antisemita: L’ebreo tale rimane per virtù di fede e di psiche, per entità somatiche e razziali, per concetto di vita familiare e sociale, con finalità diretta al lucro e all’intrigo, che egli estende a spirale tenace e subdola nei diversi strati sociali nei quali egli emigra, vive e lavora, rendendo pertanto se stesso personalità fisica e morale eterogenea e quanto mai repulsiva [Rottini 1940, 47].

Questa era la qualità dei testi «scientifici» che venivano prodotti dall’Istituto di Pende. Veniamo ora alle linee direttive e alle attività relative alla presentazione della questione della razza nella Mostra della scienza nell’ambito dell’E42. Il materiale documentario relativo alla preparazione dell’E4236 mette in luce il grande rilievo che doveva assumere tale questione, in connessione stretta con il tema della rivendicazione del primato italico nella scienza con un’impostazione apertamente antiebraica. Nella mostra, alla tematica ideologica (che era inclusa in un apposito «reparto dottrina») venivano affiancate le tematiche care rispettivamente a Pende e a Visco dell’ortogenesi razziale e dell’alimentazione. In particolare, la proposta di Pende di cui abbiamo parlato in precedenza era riassorbita in un contesto più ampio. L’attività di preparazione della Mostra della scienza universale (poi detta brevemente Mostra della scienza) prese le mosse alla fine del 1938 quando fu nominata, con delibera definitiva del 20 dicembre 1938, la Commissione ordinatrice37. Questa Commissione era presieduta da Francesco Giordani e ne era vicepresidente Visco38, il cui peso si fece subito sentire, poiché il dibattito circa i criteri generali della mostra ruotò attorno a un testo (Lineamenti programmatici) di cui egli era autore e che presentò alla 350

Commissione in data 22 marzo 1939. Ci occuperemo di questo documento nel paragrafo successivo. Qui concentreremo l’attenzione sulle sezioni dell’Esposizione direttamente consacrate alla questione razziale. Apprendiamo dai documenti preparatori che attorno alla tematica della razza si svilupparono principalmente due iniziative: una Mostra della demografia e della razza e una Mostra della sanità e della razza. La realizzazione della prima era compito della Demorazza mentre il Minculpop si doveva occupare della seconda. I temi eugenetico-razziali vennero dapprima inquadrati nel progetto di un padiglione a carattere provvisorio destinato alla seconda mostra, quella della sanità e della razza di cui si occupava una commissione presieduta dal direttore della Sanità pubblica Giovanni Petragnani. Nel programma che definiva il primo embrione di questa mostra39 si affermava che lo scopo era presentare in maniera succinta ma attraente, dilettevole ed istruttiva, od in una visione evolutivo-storica, tutto quanto ai primordi della civiltà romana è stato ideato, ampliato e perfezionato, attraverso i periodi più salienti delle epoche successive in riguardo alla salute degli individui, delle famiglie, delle comunità, fino a raggiungere, e conchiudersi, nella apoteosi della legislazione igienico-sanitaria e sociale del Regime Fascista, nonché in tutte le provvidenze già attuate per tutelare la sanità della razza.

Allo scopo era necessario il contributo delle Commissioni delle Mostre dell’igiene e della sanità pubblica, della Mostra della demografia e della razza, della Mostra della sanità delle Forze armate e di altre. Il visitatore si sarebbe trovato di fronte a un grande atrio d’ingresso, in cui sarebbero stati «scolpiti» accenni sintetici alle attuali «provvidenze igienico-sanitarie e di carattere sociale emanate dal Governo Fascista, per migliorare sempre più la salute e la potenza del popolo italiano». Poi una serie di ambienti ordinati cronologicamente dovevano 351

illustrare l’evolversi dei concetti della cura del corpo fino alla visione fascista della «esaltazione della potenza fisica e psichica della Nazione». Doveva seguire la vasta materia concernente la maternità e l’infanzia, «mettendo in viva luce la vigile e amorosa cura del Regime per seguire passo passo e stimolare l’accrescersi dei nuovi virgulti, rafforzarne i corpi e gli spiriti, perché siano a loro volta fonte di più sane energie, tutte specialmente atte a maggiormente valorizzare e difendere il patrimonio di vite moltiplicantesi nelle nuove generazioni». Ed è qui, proclama il documento, «che potrà esplicarsi l’attività della Sottocommissione per la Demografia e la Razza, in un salone degno di inquadrare l’apoteosi della nuova legislazione Fascista su questa materia». Nella seduta del 20 dicembre 1939 il presidente Petragnani ribadiva lo schema ideale della Mostra della sanità e della razza che, «dopo una premessa storica, sbocca in un punto nodale riassumente - con opportune allegorie, didascalie, citazioni ecc. - tutte le nuove direttive della politica igienico-sanitaria e razziale del Regime»40. Il percorso della mostra veniva descritto così. Da un centro riassuntivo della suddetta premessa storica, il percorso sarebbe iniziato a destra con un’ala dedicata al naturismo, alle stazioni di cura idrotermali, alla storia della farmacia. Dovevano seguire varie sezioni gestite dalle organizzazioni igienico-sanitarie e consacrate a malattie come la tubercolosi, il cancro, la sifilide, la malaria. Nel cortile sarebbe stata collocata la riproduzione di un paesaggio malarico accanto a uno risanato. Di lì il percorso doveva svoltare verso la sezione gestita dall’Onmi. Quindi sarebbe venuto il «settore della demografia e della razza come apoteosi delle provvidenze del Fascismo per le nuove generazioni». E indubbio che non si poteva far di meglio per mostrare 352

la connessione logica fra la politica ortogenetica di stile pendiano e i provvedimenti legislativi razziali del 1938. Fra l’altro la Mostra per la demografia e la razza, che dapprima appariva come dotata di autonomia, veniva ora inclusa come sottosezione della Mostra della sanità e della razza e, come tale, gestita da una sottocommissione. Non ci soffermeremo a lungo sull’analisi dei lavori preparatori della Mostra della sanità e della razza se non per raccontare un divertente episodio. Nella seduta del 1° febbraio 194041 uno dei componenti chiede quale sia la somma fissata per la realizzazione della mostra. Petragnani risponde di non saperlo, ma osserva che «se superiormente si è decisa la preparazione di questa Mostra e se in essa si vuol rappresentare quanto il Regime ha fatto per la sanità e la razza, lo si vuole certamente in forma degna, a quanto si vede già sorgere nell’E42 ed alle alte norme ed opere, con le quali dal Fascismo sono stati genialmente impostati i problemi della sanità pubblica e della razza». Interviene a quel punto il prefetto Antonio Le Pera, direttore generale per la Demografia e la razza, il quale osserva che «per la Mostra della Razza si adopererà ad evitare ripetizioni, specialmente per il pubblico italiano, dato che il 21 aprile 1940 si inaugurerà a Roma una Mostra della Razza, a Napoli - triennale delle Terre d’Oltremare - vi sarà un’altra Mostra della Razza ed infine nell’E42 bisognerà evitare soprattutto di ripetere quanto è stato già fatto nelle due Mostre precedenti, perché il pubblico non si stanchi facilmente». Persino gli zelanti commissari si rendevano conto che la spropositata insistenza sul tema razziale rischiava di essere controproducente. Ciononostante la questione razziale assunse nell’E42 un rilievo ancor maggiore per merito dell’attività della già menzionata Sottocommissione per la demografia e la razza che operava all’interno della Commissione della Mostra. 353

Presidente della Sottocommissione era lo stesso Le Pera e ne erano membri Luigi Cesari, il professor Arnaldo Fioretti, Giuseppe Genna, l’architetto Mario Messina, Emanuele Miceli e Giovanni Pezzali. Un importante supporto a Le Pera venne dato dal capo del Servizio organizzazione Enrico Luciani. Le Pera impresse una direzione molto decisa ai lavori preparatori. In primo luogo rivendicò con fermezza uno spazio ancora maggiore per la problematica fascista della razza, in secondo luogo propugnò un’impostazione razzista più vicina ai temi dell’eugenetica e quindi apparentemente più vicina a quella germanica, anche se sappiamo che Le Pera aderiva alle posizioni del gruppo Acerbo-Pende-Visco. Sta di fatto che, nella seduta del 30 aprile 1941, «la discussione viene a trovarsi spostata sull’opportunità per il settore Demografia e Razza di esser compreso in una Mostra ove è posto a fianco di un complesso di attività sanitarie che le sono, in un senso strettamente specifico, estranee. Parrebbe consigliabile piuttosto che tale settore venisse a costituire una Mostra a sé stante»42. Apparentemente questa discussione sembrava indicare un riemergere delle note polemiche dei razzisti biologici nei confronti del razzismo alla Pende43. Ma questa interpretazione è in contrasto con la composizione della Sottocommissione, del tutto dominata da razzisti dell’ala «spiritualistico-romana» e in larga misura collaboratori della rivista «Razza e civiltà» (tali sono Genna e Fioretti). Un’analisi più attenta conduce a un’altra interpretazione. Difatti, subito dopo, si affermava «la necessità di sostenere validamente il confronto con le analoghe mostre tedesche e l’opportunità anche di far sì che il movimento razzistico italiano, di cui la Mostra dovrebbe essere sintesi ed espressione, venga a trovarsi efficacemente rappresentato di fronte al movimento razzistico tedesco». Quindi, la preoccupazione della Sottocommissione 354

sembrava piuttosto essere quella di non «sfigurare» di fronte ai tedeschi che stavano dando un’enfasi sempre più marcata alla tematica razziale. Anzi, era evidente che la partecipazione tedesca all’E42 sarebbe stata centrata sulla questione della razza. La conferma che questo era il problema è nel verbale della seduta del 27 maggio 1942. Il colonnello Perilli, invitato da Le Pera a partecipare alla riunione per esporre la situazione determinatasi dopo che era stata avanzata l’ipotesi di separare la Mostra della demografia e della razza da quella della sanità, mette in rilievo le difficoltà finanziarie (e allude a un’evidente resistenza da parte di Petragnani). Tuttavia, egli si rende conto «dell’importanza eccezionale che il problema razziale ha assunto in rapporto anche all’evidenza che la Germania dà a tale problema» e che, crede di sapere, essa intende dargli in occasione della sua partecipazione all’Eur44. Interviene allora Luciani, sottolineando le difficoltà economiche e osservando che non gli sembra che questa [la Mostra della razza a sé stante] possa essere consigliata soltanto dalla previsione che altre Nazioni partecipanti all’Esposizione potranno dare particolare risalto al problema razziale, non potendo ciò avvenire nel quadro di una partecipazione totalitaria delle attività delle Nazioni stesse. Non crede che tale particolare risalto possa assumere aspetti così grandiosi da far apparire in tono minore la corrispondente presentazione italiana del problema. Viceversa è d’accordo che occorra esaminare e Superiormente prospettare, l’eventualità o la necessità che, anche a fini polemici, convenga all’Italia di organizzare per l’Eur quella Mostra della Razza che, voluta dal DUCE si stava organizzando in forma grandiosa nel Palazzo delle Esposizioni in Via Nazionale e che fu sospesa per l’inizio della guerra.

Non si vuol dire che quel «anche a fini polemici» sia del tutto trasparente, ma è difficile riferirlo ad altro se non a una questione di concorrenzialità con l’alleato germanico. A ogni modo, risalta con evidenza il ruolo via via più forte che 355

la Sottocomissione della Demorazza ha assunto, fino al punto di imporre la sua volontà alla stessa Commissione. Difatti, nonostante lo stesso Luciani si schieri con Perilli, dichiarando l’inopportunità di una Mostra della razza a sé stante, Le Pera prende atto delle sue osservazioni ma sottolinea l’importanza particolare che la questione della razza ha assunto in Italia; come il concetto razziale costituisca ormai il substrato di ogni attività nazionale e come tale problema possa considerarsi indispensabile premessa a un quadro che voglia dipingere nella sua verità la vita e la civiltà del Paese. Conclude pertanto che si dovrà anzitutto proporre la separazione della Mostra della Demografia e della Razza, o anzi più precisamente della Razza, dato che il settore della Demografia potrebbe benissimo essere unito alla Mostra della Sanità. Ciò non esclude, in ogni modo, che nel contempo si possa procedere allo studio di un programma dettagliato per la Mostra quale essa è attualmente in progetto45.

L’autorità di Le Pera si impone e i presenti esprimono unanimemente il voto che «si prospetti al Presidente della Commissione (Petragnani) e al Presidente dell’Eur la necessità di realizzare una Mostra separata per il settore della Razza data la sua attuale speciale importanza, subordinatamente dichiarandosi in ogni modo pronta ad aderire nella maniera più assoluta a quanto la Commissione ordinatrice vorrà stabilire nel caso che tale voto non venga accolto». Luciani interviene allora sottolineando che, tenendo conto dell’«odierna particolarissima importanza del problema della razza (del quale ancora ieri si occupava il Direttorio Nazionale del Pnf ricordando fra i “valori” creati dalla Rivoluzione delle Camicie Nere l’orgoglio della nostra razza] e per il caso che fosse superiormente decisa una Mostra della Razza a sé stante», si potrebbe disporre la mostra nello stilobato del Palazzo della civiltà italiana. Pertanto se l’idea ora sortagli […] potesse venire accolta, si verrebbe ad attuare una vera e propria congiunzione materiale fra razza e civiltà, secondo il concetto informatore della Direzione Generale della Demografia e

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Razza. Il concetto «razza» verrebbe così a trovarsi materialmente come lo è spiritualmente alla base di tutto lo sviluppo della Civiltà Italiana, quasi ad essere, prefazione indispensabile a tale sviluppo. Sarebbe possibile infatti realizzare il trapasso senza soluzione di continuità dalle premesse razziali ai primi albori delle civiltà italiche e alle direttive fondamentali del mondo romano e italiano. Inoltre, la Mostra della Razza potrebbe in tal caso restare come Museo didattico così come quella della Civiltà [ibidem].

La Sottocommissione «accoglie assai favorevolmente tale idea ritenendola particolarmente adatta alla soluzione delle questioni in esame». Nel 1942 l’impegno sulla questione razziale è ormai assunto all’apice. 4. Il razzismo riscrive la storia della scienza Abbiamo osservato che, rispetto alla Germania, la tematica della contrapposizione tra «scienza ariana» e «scienza ebraica» è confinata entro gli ambienti piuttosto ristretti di cui abbiamo parlato nel paragrafo 2. Ma abbiamo pure osservato che ciò non vuol dire che anche in altri ambienti non fossero rivendicate la specificità e la superiorità della «scienza italica» e, conseguentemente, non venissero sottolineati gli aspetti negativi del modo ebraico di fare scienza che confermavano l’opportunità di allontanare gli ebrei. Certo, questo avviene in toni molto più morbidi di quelli germanici o di quelli di un Evola, ma di certo avviene. Né poteva essere altrimenti perché l’autarchia culturale non poteva non significare razzismo culturale. La modalità con cui si manifesta questa operazione è la riscrittura della storia della scienza nel senso di rivalutare quantitativamente e qualitativamente l’apporto della scienza italiana. Sono i «moderati» ad avere il ruolo più significativo al riguardo. E non sono soltanto gli scienziati a farlo. Persino un giurista come Giuseppe Maggiore non si trattiene dal sentenziare 357

che «le scienze matematiche, se coltivate da un ebreo, non possono essere che semite, e che Lombroso, Freud, Einstein, non possono essere che semiti» [Maggiore 1938b, 357]. Ironica sorte quella di Lombroso, che viene respinto nel calderone della scienza semita pur avendo tutti i titoli per essere considerato uno dei padri della scienza della razza. Preferiamo tuttavia non disperderci in citazioni scelte a caso ed esaminare qualche documento rappresentativo dell’operazione di riscrittura della storia della scienza. Un buon esempio in tale direzione si trova nei materiali di preparazione della Mostra della scienza nell’ambito dell’E42. Il documento che delineava i princìpi costitutivi della mostra è Lineamenti programmatici di Visco trasmesso alla Commissione ordinatrice nel 1939. L’esame di questo documento impone una breve digressione. Si tratta di un testo che taluni hanno considerato un documento importante che esprimerebbe una visione della scienza come conoscenza generale e universale piuttosto che come sapere finalizzato a esiti applicativi. Secondo questa interpretazione esso avrebbe addirittura messo in discussione le tesi di chi individuava il carattere distintivo dell’impegno dello scienziato fascista nelle applicazioni utili alla patria [cfr. Galluzzi 1987]. È vero che tra gli scienziati fascisti si era manifestata una divisione fra chi propugnava una visione della scienza come conoscenza «pura» e chi invece difendeva il ruolo direttamente applicato della scienza al servizio della nazione. Un esempio tipico di tale divergenza si manifestò nelle differenti visioni dei matematici Francesco Severi e Mauro Picone: non a caso Severi fondò, alla presenza del duce in persona, l’Istituto nazionale di alta matematica, che esprimeva una visione pura e disinteressata della ricerca, mentre Picone fu il fondatore e l’animatore dell’Istituto nazionale per le applicazioni del calcolo, 358

nell’ambito del quale difendeva l’idea che il matematico fascista dovesse porsi direttamente al servizio delle esigenze pratiche della nazione. È tuttavia indubbio che il regime seppe ricomporre queste due esigenze e Bottai fu colui che condusse con abilità tale mediazione [cfr. Israel 1984; 1987; 2004b; Israel e Nurzia 1989; Nastasi 1998], In definitiva, posizioni come quella di Severi [1933] o di Visco, se pure non condivise da tutti, non rappresentavano affatto un elemento conflittuale rispetto alle posizioni ufficiali del regime, anzi erano in completa consonanza con esse, e in particolare con quelle più volte espresse da Bottai e che si compendiavano nella sentenza: «La scienza deve essere disinteressata e non servire altri interessi se non quelli definiti dall’oggetto di essa» [Bottai 1939, 143]. La politica fascista della scienza combatteva su due fronti. Da un lato contro ogni visione tendente a legare organicamente scienza e tecnologia, in quanto rischiava di compromettere il controllo politico della seconda: il fascismo aveva già combattuto e vinto questa battaglia attraverso l’emarginazione di Vito Volterra che ne era stato il principale sostenitore, sia in qualità di presidente dell’Accademia dei Lincei sia di presidente della Sips. Ma, d’altro lato, mirava anche a battere ogni concezione astratta e formalistica della scienza, tendente a trascurarne il valore pratico. La via maestra indicata da Bottai era quella della coesistenza in sfere non separate ma chiaramente distinte della scienza pura e della scienza applicata, entrambe indispensabili alla nazione, la prima per promuoverne l’autarchia intellettuale, la seconda per promuoverne l’autarchia materiale. Si trattava di esplicare il medesimo obiettivo autarchico entro sfere distinte cui doveva corrispondere una coerente strutturazione delle istituzioni della ricerca46. Secondo Bottai, il nucleo ispiratore di una siffatta concezione che coniugava la scienza 359

intesa come sapere universale e le applicazioni pratiche, la teoria e la sperimentazione, era connaturale allo spirito del popolo italiano. L’Italia non doveva far altro che riscoprirlo nella sua grande tradizione, nell’insegnamento geniale di Galilei: L’Italia nella sua tradizione galileiana di metodo sperimentale, con la sua ripugnanza agli schemi astratti, soprattutto per la viva presenza dell’uomo in ogni ricerca, si pone nel mondo scientifico con propri evidenti caratteri [ibidem]. @@@ Esiste quindi un modo tutto «italiano» di fare scienza «con propri evidenti caratteri». Essi sono rappresentati dalla visione galileiana, tanto disinteressata e aliena dal piegare la ricerca a una diretta esigenza pratica quanto lontana dagli schemi astratti47. I Lineamenti programmatici di Visco sono in sintonia con questa concezione della scienza italica tendente a esaltarne l’autonomia, la specificità e l’autarchia. Visco inizia chiedendosi: occorre organizzare la Mostra della scienza come una mostra dei principii o delle sue applicazioni tecniche? Egli osserva che la parte applicativa (la più «attraente», «facile» e «spettacolare») domina l’impostazione del Deutsches Museum di Monaco, del Kensington Museum di Londra, del Museo di scienze naturali di New York, ma non permette al visitatore di rintracciare il «filo conduttore» che ricollega le varie applicazioni «ai principi essenziali che ne furono i punti di partenza» [Visco 1939b, 1-2]. Questa è la storia soprattutto delle soluzioni date dalla scienza a numerosi problemi, ma non è la storia della scienza […] I vari gruppi di applicazioni tecniche […] rimangono isolati l’uno dall’altro, sono grandi capitoli trattati ognuno per sé […] L’importanza del pensiero scientifico si perde e rimane occultata dalla complessità degli infiniti meccanismi o ritrovati esposti [ibidem, 2].

Secondo Visco, è inutile ricalcare questa strada che priverebbe la mostra di Roma di ogni originalità. D’altra parte, «l’illustrazione inadeguata della scienza universale nei suoi principi» caratteristica di musei come quelli di Monaco e di Londra ha ispirato la creazione di un museo delle «conquiste del pensiero scientifico considerato di per se stesso»: si tratta del Palais de la Découverte di Parigi. Anche in quest’ultimo, però, «manca quella visione unitaria e spazialmente universale della scienza che ne costituisce l’essenza», la sua presentazione è troppo frammentaria e non riesce a riconnettere le varie esperienze in un filo unitario: «molte delle esperienze superano di gran lunga la sua [del pubblico] preparazione culturale e pochissimi comprendono l’importanza che esse hanno avuto […] e le applicazioni che

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ne sono scaturite» [ibidem, 4]. Quindi, il Palais de la Découverte peccherebbe per il difetto opposto: eccesso di astrattezza e incapacità di connettere le applicazioni alle teorie. La mostra romana, dichiara Visco, «pur ispirandosi agli stessi principi direttivi, vuole evitare gli inconvenienti della Mostra di Parigi, e vuole dare alla soluzione del problema un’espressione più compiuta e organica, oltre che originale» [ibidem]. La via seguita sarà quella suggerita dalla storia della scienza: @ Concepiamo la Mostra della Scienza Universale come l’illustrazione dello sviluppo del pensiero scientifico dai tempi antichissimi ad oggi. Attraverso la sua organizzazione, noi assisteremo alle tappe che ha percorso l’umanità per conoscere ed assoggettare il mondo esterno e le forze della natura, seguiremo mano mano l’evoluzione delle conoscenze, vedremo attraverso i secoli come si sia realizzata la conquista dell’ambiente fisico, come si siano modificate le concezioni dei vari fatti e fenomeni naturali, come siano sorte le leggi scientifiche, come infine queste leggi e questi principi si siano organizzati in un corpo di dottrine, e l’influsso che queste dottrine hanno esercitato sull’umanità. I grandi principii che mano mano hanno aperto nuovi orizzonti al mondo della conoscenza, saranno resi evidenti ed accessibili a tutti e se ne potrà anche seguire l’influsso che essi ebbero sulla vita sociale, economica, politica del loro tempo e dei secoli successivi fino a noi. Larghe puntate che permetteranno all’osservatore di collegare e inserire la ricerca pura nella realtà della vita di ogni tempo, dimostrando la profonda aderenza ai problemi umani di ogni genere che la scienza speculativa ha sempre mantenuto, pur isolandosi apparentemente dalla vita ordinaria e dinamica [ibidem, 4-5].

Fin qui, tutto ciò può apparire nobile (anche se un po’ vacuo e retorico) e Visco sembra persino un epigono di Federigo Enriques e della sua idea della centralità dell’approccio storico per la comprensione della scienza. Ma Visco svela subito a cosa deve servire questa storia della scienza intesa come un trionfale e univoco progresso dall’antichità a oggi: a mostrare la validità della concezione universalistica del sapere scientifico, certo, ma per mettere in luce che essa è caratteristica, anzi precipua creazione del genio italico. La storia della scienza e la mostra dovranno in fin dei conti e in primo luogo servire a dimostrare al 361

mondo la superiorità razziale degli italiani in campo scientifico: Soprattutto, e sarà grande merito, sarà posta nella giusta luce e valutata rispetto ai tempi, l’opera di una lunga schiera di uomini che, o imprimendo al sapere impulsi vigorosi col loro genio, o precorrendo i tempi, ignorati e derisi in vita, hanno tutti contribuito a tracciare degli indirizzi che ancor oggi sono vivi e fecondi o a descrivere ambiti dai quali il pensiero scientifico non è ancora uscito. E in questa funzione creatrice del progresso apparirà in tutta la sua evidenza il genio della nostra razza, al quale hanno largamente attinto in ogni tempo non pochi popoli che, disponendo di mezzi maggiori dei nostri, hanno sul nostro genio costruito la loro fortuna. È troppo frequente il caso che i nostri valori intellettuali cedano il passo nella valutazione delle masse, di fronte alla ammirazione per gli sviluppi tecnici che in altri paesi hanno avuto maggiori impulsi che da noi. Se la scienza si rivela soprattutto agli uomini attraverso le sue applicazioni e alla vastità delle realizzazioni di queste, essa rimane però indubbiamente legata, come qualunque conquista umana, alla scintilla creatrice di uomini quali Galileo, Volta, Avogadro, Leonardo, solo per citare alcuni dei maggiori. Occorre che il nostro popolo, anzi l’umanità sappia quanto il mondo deve a questi ed anche ad altri nomi rimasti pressoché ignorati nella storia, e che si sfati alla luce di una documentazione rigorosa accessibile, logicamente e storicamente coordinata, la pretesa superiorità di genti che anziché creare, hanno soltanto applicato ed esteso ciò che altri avevano creato. Le prove, a posteriori, della priorità di molte scoperte spesso non valgono a modificare l’opinione, radicata delle masse - e non soltanto in quelle - se non attraverso una rigorosa documentazione quale solo una Mostra dell’importanza di quella che ci accingiamo a realizzare può raccogliere [ibidem, 6-7].

Altro che scienza pura e nobili ideali galileiani! Quel che Visco chiede ai visitatori non italiani della mostra, alle «altre genti», è non soltanto di venire a rendere omaggio al grande apporto italiano alla scienza, neppure soltanto di riconoscerne il primato e l’indiscussa superiorità, ma di venire a constatare e ad ammettere che i propri scienziati sono una massa di «praticoni» e di «copiatori», sfruttatori del «genio della nostra razza», sul quale hanno costruito le loro fortune soltanto perché avevano più mezzi. Tutti in ginocchio, umiliati, pentiti e abbagliati di fronte al «genio della razza» italica che finalmente ha infranto le sue catene e posto fine a una lunga era di sfruttamento. A questo dovrà 362

soprattutto servire il Museo della scienza. La storia della scienza serve soprattutto a costruire una dimostrazione di superiorità. Del resto, avremo presto altre significative conferme che questo era per Visco il ruolo primario della disciplina. Le critiche di Visco dei princìpi ispiratori del Museo di scienze naturali di New York, del Deutsches Museum di Monaco, del Kensington Museum di Londra oppure del Palais de la Découverte di Parigi avevano uno scopo primario: contrapporre a due visioni simmetricamente errate - troppo praticistica la prima, troppo teorica e astratta la seconda - il luminoso equilibrio del genio scientifico della razza italica. È significativo il fatto che sotto la critica ai «praticoni» finiscano non soltanto, com’è tradizione, gli anglosassoni, ma anche i tedeschi: se si è superiori lo si è sempre, comunque e a tutti. Visco si propone quindi come una versione nostrana dei Dingier, Lenard e Bieberbach: al pari di coloro che propugnavano l’originalità della Deutsche Wissenschaft e ne codificavano le caratteristiche distintive, Visco tenta di proporre l’originalità della scienza italica e di codificarne le caratteristiche. Certo, il tono è di gran lunga più moderato. A differenza dei campioni della scienza germanica non si parla esplicitamente di ebrei. È una faccenda di stile, ma nella sostanza la questione è definita: gli ebrei non fanno parte della razza italica, non hanno nulla del suo genio. Che cosa hanno essi a che fare con Galilei e con la tradizione della scienza italiana? Vedremo subito come uno dei compiti fondamentali della storiografia alla Visco e della «revisione» storiografica autarchica fu proprio quello di produrre un’immagine della scienza depurata di ogni presenza ebraica e anzi mirante a dimostrare l’irrilevanza del suo apporto. Non c’è bisogno di andare lontano per trovare esempi di 363

questo tipo di produzione storiografica. Basta restare al materiale documentario di preparazione della Mostra della scienza. Prendiamo come esempio emblematico i lavori della Sottocommissione per la matematica48. Nella seduta del 17 novembre 1939 il presidente Ugo Bordoni insedia la Sottocommissione che comprende uno stuolo di matematici di primo piano: Enrico Bompiani, Ettore Bortolotti, Francesco Paolo Cantelli, Giovanni Giorgi, Giulio Krall, Mauro Picone, Giovanni Sansone, Filippo Sibirani, Francesco Severi, Antonio Signorini e Leonida Tonelli. Presenzia all’inizio dei lavori Sabato Visco, i cui Lineamenti programmatici vengono illustrati da Bordoni come la direttiva da seguire. Visco, scusandosi di non poter restare, si ritira invitando la Sottocommissione a un lavoro solerte e veloce e precisando che essa può essere integrata con altri membri. Ciò verrà fatto nella seduta successiva (26 dicembre 1939) in cui la Sottocommissione coopta Attilio Frajese, Fabio Conforto e Roberto Marcolongo. L’invito di Bordoni e Visco viene accolto con uno scatto generale di solerzia. Bompiani dichiara subito che occorrerà «oltre che illustrare i principi, rivendicar priorità di studio agli italiani, quando questo sia possibile senza falsare la storia della scienza» 49. Sansone si fa avanti subito per dimostrare che l’algebra è nata in Italia e i presenti si dividono i vari temi nel quadro di un’impostazione storiografica rivendicazionista. Il primo prodotto dei lavori della Sottocommissione «Indice e norme per la presentazione della Matematica nella Mostra della Civiltà Italica» - ha lo scopo di elencare le persone che «debbono non essere dimenticate». Ma si precisa che l’elenco deve essere compilato in base al principio «che l’apporto italiano alla Matematica costituisce, in più momenti essenziali, una delle manifestazioni più alte del valore intellettuale della razza italica e che quindi va 364

messo in primo piano; tanto più che esso è sistematicamente ignorato nelle opere straniere di storia della Matematica». Il risultato di questo proposito è subito evidente: non un solo nome di matematico ebreo compare nell’elenco, neppure per sbaglio. L’elenco è limitato ai matematici defunti e tuttavia è grottesco vedere espunto dalla geometria algebrica il nome di uno dei principali fondatori della celebre scuola italiana di geometria algebrica: Corrado Segre. Eppure è nel lungo articolo storico del matematico Enrico Bompiani, intitolato Contributi italiani alla Matematica e presentato come un contributo «teorico» alla mostra, che dal grottesco si passa all’indecenza. Anche qui non si trovano di certo esplicite affermazioni antisemite: lo stile è sempre molto diverso da quello della «matematica tedesca» alla Bieberbach. Ma lo sforzo di produrre un’immagine della matematica italiana depurata di ogni contributo ebraico non conosce limiti. La premessa della relazione chiarisce, al di là di ogni dubbio, le intenzioni, quando afferma che «l’apporto italiano alla Matematica costituisce, in più momenti essenziali del pensiero umano, una delle manifestazioni più alte del valore intellettuale della razza italica». Anche in questo testo non compare un solo nome di matematico ebreo, e a costo di rendere farsesca la presentazione di alcuni sviluppi della ricerca. Del resto, se c’era qualcosa di vero nell’Informazione diplomatica n. 15 e in tanti altri documenti antisemiti è che la presenza ebraica nella cultura, nella scienza e nella matematica in particolare, era enorme rispetto all’entità della popolazione ebraica, e certamente non si trattava di una presenza «rubata»: questo, in fin dei conti, non si era spinto a dirlo nessuno. Così, nel campo dell’analisi funzionale, il nome di Volterra (creatore del concetto di funzionale e dei fondamenti di questa disciplina) è omesso. Ancor più clamorosa è l’omissione del contributo di Tullio Levi-Civita alla fondazione del 365

calcolo differenziale assoluto - ovvero al linguaggio matematico della relatività generale - che, secondo il Bompiani, è riconducibile al solo Gregorio Ricci Curbastro. Un vertice è raggiunto nella presentazione del contributo della scuola geometrica italiana la quale, come osserva il Bompiani, deteneva ormai «una posizione di assoluto primato nell’indirizzo algebrico». Un primato che era stato conquistato anche e soprattutto in virtù delle ricerche di matematici ebrei come Corrado Segre, Guido Castelnuovo e Federigo Enriques. I nomi di costoro sono cancellati, e ne viene fuori un’immagine della geometria algebrica italiana come di una proles sine matre creata. Non aveva detto Bompiani che occorreva «rivendicar priorità di studio agli italiani, quando questo sia possibile senza falsare la storia della scienza»? Non soltanto egli dimentica questa promessa ma neppure riesce a evitare una farsesca retorica: «la straordinaria fioritura d’ingegni e messe di risultati per cui l’Italia è stata detta “aquilifera della Geometria” ha preparato il terreno alle ulteriori conquiste raggiunte dall’attuale generazione dei geometri italiani». Ma l’opera di revisione storiografica non si esercitò soltanto nel contesto delle attività preparatorie dell’E42 e Bompiani non fu certamente il solo a fare un’operazione come quella sopra descritta. Anzi, la sua era una microoperazione di revisione storiografica rispetto a quella condotta nella monumentale opera Un secolo di progresso scientifico italiano edita dalla Sips nel 1939 [Aa.Vv. 1939 (Fonti primarie)]. «La forza operante della tradizione scriveva il matematico Annibaie Comessatti nell’intraduzione alla sezione matematica dell’opera - agisce con fatalità storica, quando, come nel caso della scuola geometrica italiana, quella tradizione s’innesta sulle qualità eminenti della razza, creando addirittura una forma di pensiero, prezioso retaggio di autarchia intellettuale» 366

[Comessatti 1939, 53]. Ma qui l’operazione di cancellazione del contributo ebraico si era rivelata tanto difficile che, in un’avvertenza riportata a tutta pagina all’inizio del volume, si dichiarava: Per la migliore intelligibilità degli Articoli che seguono, sono citati anche gli apporti più rilevanti di matematici ebrei, che furono professori nelle Università italiane, in quanto l’opera loro, a causa della posizione ufficiale che occupavano, non poteva non determinare reciproci scambi fra i contributi da essi apportati e quelli dei matematici ariani. Lo stesso criterio è stato adottato per gli Articoli di tutte le altre Sezioni [Aa.Vv. 1939 (Fonti primarie), I, 48].

Seguiva in nota la lista dei nomi di questi matematici ebrei: Emilio Almansi, Alberto Mario Bedarida, Guido Castelnuovo, Federigo Enriques, Gino Fano, Guido Fubini Ghiron, Beppo Levi, Eugenio Elia Levi, Tullio Levi-Civita, Salvatore Pincherle, Giulio Racah, Beniamino Segre, Corrado Segre, Giulio Supino, Alessandro Terracini, Vito Volterra. Una lista da nulla… Le tracce dell’influsso di Visco nell’opera di revisione storiografica si fanno sentire anche nei lavori della 27a riunione della Sips che si tenne a Bologna nel settembre del 1938 attorno al tema «Scienza e autarchia» e di cui abbiamo diffusamente parlato. Nell’ambito di tale riunione venne istituita una sezione speciale di storia della scienza. Le sintesi dei lavori della sezione descrivono in modo inequivocabile la natura delle attività che vi si svolsero e il ruolo della storia della scienza in funzione rivendicazionista e razzista. I contributi sono divisi in due parti. Quelli raccolti nel III volume degli Atti sono preceduti dall’avvertenza che si tratta soltanto di quella parte dei lavori della sezione «riguardante argomenti che si riferiscono a problemi di carattere autarchico». Ma anche quelli di altro genere, raccolti nel VI volume non sono da meno. Diamo una rapida idea di tale «risveglio degli 367

studi storici della scienza» [Testi 1939, 594]. Nella seduta del 4 settembre i professori Prassitele Piccinini e Adalberto Pazzini parlano rispettivamente del primato italiano nel campo delle discipline mediche [Piccinini 1939] e in quello della storia della medicina [Pazzini 1939], mentre Raffaele Giacomelli [1939a; 1939b] si diffonde sul tema del primato italiano nel campo del volo. La seduta si conclude con la decisione di tutelare il retaggio scientifico nazionale, prima base dell’autarchia del pensiero italiano. Nella seduta successiva la scena è occupata dallo storico della chimica Giulio Provenzal che, come si è detto, era uno dei pochissimi ebrei partecipanti alla riunione, uno di coloro che ancora si illudevano di poter conservare uno spazio scientifico manifestando una indefessa fedeltà al regime. Provenzal si diffonde sul primato degli italiani nella scienza in generale [Provenzal 1939a; 1939b], chiudendo penosamente gli occhi di fronte al fatto che egli non è più considerato uno di questi italiani50. Del primato italiano nel campo della chimica si occupa invece Mario Betti [1939a; 1939b]. Le conferenze continuano riproponendo la stessa impostazione anche nel campo della fisica, affidato alle cure di Ferdinando Lori [1939]. Si distingue per eccesso di zelo l’infaticabile «storico» della matematica Ettore Bortolotti [1939a; 1939b; 1939c], che già abbiamo incontrato nell’attività di preparazione dell’E42 e che in altre occasioni si era distinto (e si sarebbe distinto ancora) nel condurre una petulante e instancabile polemica contro lo storico della matematica Gino Loria (ebreo), da lui rimproverato a più riprese per scarsa fedeltà ai valori della scienza nazionale e per la propensione a esaltare le scoperte degli stranieri [cfr. Panza 1987]51. D’altra parte, l’acceso nazionalismo scientifico di Bortolotti aveva radici talmente lontane da meritargli il titolo di fascista «antemarcia» e 368

anticipatore dell’autarchia razziale. Alla fine di questa sagra di italianità52, che è piuttosto una sagra di tristissimo servilismo, Adalberto Pazzini e Gino Testi (segretario dell’Istituto per la storia della chimica) propongono all’approvazione un voto diretto a ottenere che la sezione speciale di storia della scienza divenga definitiva. Dopo ampio dibattito vengono approvate, «con vero entusiasmo», una raffica di mozioni53. In una si propone che la sezione speciale di storia della scienza della Sips «divenga ordinaria, onde costituire in seno alla Sips un centro storico per la difesa del patrimonio scientifico nazionale, troppo misconosciuto dagli autori stranieri e, spesso, anche da quelli italiani». Un’altra considera «che il Fascismo non possa tollerare che in opere scientifiche straniere tradotte in italiano siano sistematicamente dimenticati - per ignoranza o per malafede - i contributi della scienza italiana». E mentre si chiede di istituire un insegnamento di storia della medicina per difendere il «sacro retaggio della Patria», si fanno voti per realizzare un’edizione delle opere dei fisici e dei biologi italiani del Seicento e del Settecento, «considerato che questo momento della vita nazionale è particolarmente rivolto alla rivendicazione dei valori spirituali della stirpe». Tutti questi voti, e in particolare il voto n. XX relativo all’istituzionalizzazione della sezione di storia della scienza, vengono approvati dal Consiglio di presidenza della Società il 25 novembre 1938. Presidente della sezione viene nominato, non a caso, Visco, il quale, a tal fine, cede persino la presidenza della sezione di fisiologia e psicologia (Sezione 3 della Classe B, Scienze biologiche) a Giulio Cesare Pupilli, professore dell’Università di Bologna. È istruttivo scorrere gli Atti della riunione dell’anno successivo, il 1939, celebrata a Pisa «mentre l’Europa era già 369

sconvolta da un gigantesco conflitto di popoli e l’Italia, ancora in pace, attendeva dal suo Capo il segnale per scattare in armi e avviarsi verso i destini vaticinati dai suoi Eroi» [Siila 1940, VII], Nel momento della pubblicazione degli Atti «il popolo italiano, sceso nel campo della lotta immane con tutte le sue forze prepara la grandezza imperiale del suo prossimo domani e partecipa alla costruzione della nuova Europa». Tutto il paese è mobilitato e la scienza «è in prima linea nella preparazione delle armi e nella organizzazione materiale e spirituale della Nazione», quella scienza che «si è rivelata arma possente di lotta e vessillo di vittoria» [ibidem, VII-VIII]. Alla vigilia di questi grandiosi destini, la riunione della Sips, «antica fucina degli Scienziati d’Italia, sempre mobilitati ad operare per le fortune della Patria», si manifesta con connotati indiscutibilmente segnati dal livellamento totalitario. Membro della giunta d’onore è, per la prima volta, Guido Buffarini-Guidi, colui che assieme a Le Pera regge le redini della politica razziale e antisemita del regime. Vincenzo Ussani, Accademico d’Italia, lo definisce «amatissimo ed amantissimo figlio di questa terra», ne antepone il nome a quello di Federzoni, e per loro due soltanto la presidenza, soffocata dai troppi telegrammi, fa l’eccezione di non passare sotto silenzio l’adesione al convegno [Ussani 1940]. Dopo aver dichiarata aperta la prima seduta della sezione di storia della scienza, il presidente Visco «dà lettura al discorso introduttivo sul primato scientifico dell’Italia» e, «data breve relazione sui singoli lavori che verrano letti nella seduta, […] tratteggia il quadro del primato scientifico dell’Italia nelle varie epoche fino alle attuali»54. Brevi cenni dell’universo, come avrebbe detto Giovanni Gentile… Non merita conto diffondersi sull’elevato livello storiografico dei lavori della sezione, che toccano temi come 370

i «nuovi orizzonti della Storia della Medicina nell’Italia Imperiale» [Piccinini 1940], la superiorità italiana nel campo oftalmologico [Scalinci 1940], la «Medichessa Metrodora» o il contributo di Pisa al progresso delle scienze. In generale gli interventi se non per quantità, per qualità appaiono di un livello persino inferiore a quelli del 1938 e i personaggi coinvolti meno autorevoli. Ma non si può essere presenti ovunque. Difatti, una relazione del direttore dell’Istituto di storia della medicina dell’Università di Roma, Pazzini, ci informa dell’attività sempre più intensa nel campo della storia della scienza: La storia delle scienze ha avuto in Italia nell’anno XVII un notevole impulso. […] la facoltà di scienze dell’Università di Roma, essendo preside il cons. naz. prof. Visco, ha riformato il suo corso di perfezionamento di Storia delle Scienze, affidandone la direzione all’Ecc. Severi. Sono insegnanti in questo corso i professori: Baglioni, per la storia della biologia, Pazzini, per la storia della medicina, Conforto, per la storia della matematica, Migliorini, per la storia della geografia [Pazzini 1940, 981]55.

L’articolo prosegue elencando molte altre iniziative universitarie ed extrauniversitarie e si sofferma in particolare sui lavori preparatori dell’E42 che, nel settore scientifico, sono tutti ispirati dal criterio storico «per speciale indirizzo dato dal V. Presidente prof. S. Visco» e che ha già prodotto i pregevoli lavori di Bompiani, Bottazzi, Lo Surdo, Abetti, Quagliariello e tanti altri. Frattanto, nella sezione di fisiologia, lasciata da Visco nelle mani del fido Pupilli, si discute di temi di scienza «pura» come l’« attività svolta dall’Italia negli anni XIV, XV, XVI e XVII E. F. nel campo della Farmacologia», il «metodo di studio sulle condizioni meccaniche e fisiologiche del nuoto» e i «fattori di acclimatazione sull’altipiano etiopico»56. La sezione di antropologia, etnologia e paleontologia 371

umana, sotto la presidenza di Raffaele Pettazzoni, Accademico d’Italia, appare impegnata in un’accanita discussione suscitata dalla relazione di Giovanni Marro sul tema «Nuove concezioni razziali e la razza italiana», la quale pone il problema di un’esatta distinzione fra il concetto di razza e quello di etnia57, e che suscita gli interventi di Sergio Sergi (anche autore di una relazione su «I popoli dell’Italia antica») e di Arturo Donaggio, il quale fornisce alcuni chiarimenti sul significato e l’importanza dei concetti di «forma mentis» e «forma capitis». Si potrebbe continuare, ma ci limiteremo a concludere questa incompleta rassegna menzionando il voto approvato dalla sezione di anatomia, di cui è presidente Edoardo Zavattari, a sostegno di un’iniziativa già promossa da Visco: La Sezione di «Zoologia e Anatomia» della SIPS, considerando che per orientare l’indirizzo delle attuali Scuole e l’attività dei giovani studiosi verso il nuovo insegnamento di «Biologia e Zoologia generale comprese la Genetica e Biologia delle Razze», che si ricollega alle gloriose tradizioni della Scienza italiana occorre potenziare la predetta disciplina nelle Università; fa voto che siano banditi quanto prima i concorsi per l’insegnamento. F.to: Bruno Monterosso, Gustavo Brunelli, Aldo Spirito58.

Politica della razza e autarchia sono ormai strettamente connesse e comportano l’emarginazione completa degli scienziati ebrei. Tutto il mondo scientifico appare felicemente indaffarato nell’opera di difesa dell’autarchia scientifica italiana e della dimostrazione teorica e pratica che la razza italica basta a se stessa per fare la migliore scienza del mondo e che, in tale opera, gli ebrei non hanno avuto, non hanno e non avranno alcun ruolo59. Peraltro i continui ed eloquenti riferimenti ai «nuovi provvedimenti del Regime per la Razza» sono il filo nero che percorre in modo continuo la trama del linguaggio degli ambienti scientifici. Un’osservazione per concludere. È malinconico 372

constatare che, mentre la comunità scientifica si riallineava progressivamente attorno alle nuove direttive autarchicorazziali, taluni studiosi ebrei si attardassero ancora a contribuire alla difesa dei postulati dell’autarchia o persino alla politica della rivendicazione nazionale in campo scientifico. Tale è il caso, non si sa se più penoso o patetico, di Provenzal. Si tratta certamente di situazioni estreme e non rappresentative. Tuttavia, pur nella loro singolarità, forniscono un’ulteriore conferma del consenso che aveva circondato le politiche fasciste, al punto da coinvolgere nella loro costruzione, e magari in prima linea, alcuni di coloro che ne dovevano diventare vittime; e questo persino nel momento in cui i frutti avvelenati di tali politiche si mostravano con tragica evidenza. Per tanti ebrei è il dramma di un tentativo di assimilazione nazionale ancora una volta fallito, che trova la sua espressione emblematica nel suicidio dell’editore e patriota ebreo Angelo Fortunato Formiggini, il quale, all’indomani della promulgazione delle leggi razziali, si gettò dalla torre della Ghirlandina di Modena. Un suicidio che Achille Starace commentò così: «È morto proprio come un ebreo: si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola».

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Capitolo sesto La comunità scientifica di fronte al razzismo 1. La presenza ebraica nella comunità scientifica italiana Abbiamo già parlato della presenza ebraica nella nazione e, in particolare, nella comunità scientifica e culturale. Ora ci proponiamo di fornire alcuni approfondimenti su questo tema. È fuori discussione che la presenza degli ebrei italiani in tutti i settori della vita intellettuale e in particolare nel campo scientifico fosse rilevante sia sul piano quantitativo che qualitativo. Questa presenza si era manifestata subito dopo l’Unità d’Italia, con l’abolizione dei ghetti e il conseguimento della parità di diritti con gli altri cittadini italiani. L’elenco dei professori universitari ebrei epurati a seguito delle leggi razziali è uno dei tanti esempi che testimoniano l’entità di tale presenza. Abbiamo visto nel capitolo I come si possa dare una spiegazione convincente della sua rilevanza. Per dare un’idea della situazione inizieremo con il ricordare alcuni dati significativi1. Il primo è il seguente: a fronte di un analfabetismo che, nel 1861, oscillava attorno al 64,5% dell’intera popolazione italiana, l’analfabetismo 374

all’interno della componente ebraica raggiungeva soltanto il 5,8%. Nel 1901 gli analfabeti in Italia erano scesi al 48,8% della popolazione e nel 1927 al 27%. Parallelamente, nel 1901 l’analfabetismo fra gli ebrei italiani era sceso al 5,2% e, in seguito, era praticamente scomparso. Questi dati appaiono confermare la tesi di Arnaldo Momigliano [1987] - che concorda con quella già da noi esposta - e cioè che gli ebrei italiani erano riusciti, nonostante gli ostacoli legali, a conquistarsi un’ottima educazione moderna (anche attraverso la scuola primaria ebraica ma soprattutto per la tradizionale tendenza allo studio dei testi biblici) anche prima del 1848, quando il re di Sardegna aveva concesso l’uguaglianza di diritti ai sudditi ebrei. La presenza degli ebrei italiani in tutti i campi della cultura nazionale - letteratura, musica e anche arti figurative - è evidente, ma il campo in cui essi portarono i contributi più significativi, talora di livello eccezionale, è indubbiamente quello delle scienze. Un dato quantitativo globale che fornisce un’idea di tale presenza è stato già da noi incontrato: alla vigilia delle leggi razziali i professori universitari ordinari di «razza ebraica» rappresentavano il 7% del contingente totale del settore, mentre gli ebrei italiani erano soltanto lo 0,001% della popolazione italiana nel suo complesso. Per renderci conto del livello qualitativo passiamo ora a citare alcuni dei nomi più noti nel campo scientifico e universitario. Nel campo della matematica è sufficiente ricordare nomi di prestigio mondiale come Corrado Segre, Salvatore Pincherle, Vito Volterra, Guido Castelnuovo, Federigo Enriques, Tullio Levi-Civita. Ricordiamo molto rapidamente alcuni dati fondamentali delle loro biografie. Salvatore Pincherle, professore di calcolo infinitesimale all’Università di Bologna, fu tra i creatori della moderna analisi funzionale, alla quale contribuì con profonde 375

indagini che toccavano uno spettro di temi vastissimo dell’analisi matematica. Fu presidente dell’Umi (Unione matematica italiana) e a lui si deve l’organizzazione del Congresso internazionale dei matematici che si tenne nel 1928 a Bologna. Vito Volterra fu un fisico-matematico e matematico di prima grandezza, le cui ricerche spaziarono dall’analisi funzionale alle equazioni integrali e integro-differenziali, dalla teoria dell’elasticità alla biologia matematica. Egli pose «le basi di un nuovo calcolo - il calcolo funzionale - che costituisce forse l’apporto più importante dell’epoca presente alle scienze matematiche. Volontario nella guerra mondiale, compì ardite esperienze e studi teorici di artiglieria e aeronautica. Dottore honoris causa di molte fra le più illustri università del mondo, socio delle maggiori accademie - fra cui quella Pontificia delle Scienze -, già presidente della Società dei XL, dell’Accademia Nazionale dei Lincei, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, presiedè dal 1921 il Comitato Internazionale dei Pesi e delle Misure. Senatore del Regno dal 1905»2. Corrado Segre, professore di geometria superiore a Torino, è considerato tra i maggiori esponenti, anzi uno dei principali fondatori della «scuola geometrica italiana». Si occupò di geometria iperspaziale, algebrica e differenziale. I suoi allievi furono Guido Castelnuovo e Federigo Enriques i quali, assieme a Francesco Severi, portarono a livelli altissimi la geometria algebrica italiana. Enriques, ordinario di geometria superiore prima a Bologna e successivamente a Roma, si distinse anche per essersi occupato, tra i primi in Italia, di temi della filosofia della matematica. Uomo di cultura nel senso più ampio del termine, si occupò altresì di storia, di epistemologia e di questioni filosofiche generali propugnando un punto di vista, detto anche «positivismo critico», che mirava a superare la contrapposizione fra 376

soggettivismo e oggettivismo. A Enriques si deve anche un’intensa attività nel campo dell’insegnamento della matematica e la redazione di volumi per la scuola secondaria che sono stati adottati nella scuola italiana fino a pochi anni fa. Guido Castelnuovo, figlio del romanziere Enrico, fu professore di geometria analitica e proiettiva a Roma e, oltre a contribuire, spesso in collaborazione con Enriques, alla fondazione di quell’approccio alla geometria algebrica che divenne famoso in tutto il mondo, si occupò di svariati altri temi, e in particolare di calcolo delle probabilità, e manifestò anche la poliedricità della sua mente nell’ambito dell’epistemologia scientifica. Tullio Levi-Civita, ordinario di meccanica razionale prima a Padova e poi a Roma, fu senz’altro uno dei maggiori studiosi di meccanica e di fisica-matematica del Novecento. Legò il suo nome (assieme a quello di Gregorio Ricci Curbastro) alla costruzione di una nuova branca dell’analisi detta «calcolo differenziale assoluto» che divenne il linguaggio principe della teoria della relatività generale di Einstein. È peraltro ben noto che lo stesso Einstein riconobbe il contributo fondamentale dato da LeviCivita alla corretta formulazione delle equazioni del campo gravitazionale, ammettendo persino di rivolgersi a lui con un sentimento di inferiorità, quando si trattava di questioni matematiche: «lei va a cavallo della vera matematica mentre uno come me è costretto ad andare a piedi», ebbe a scrivergli in una lettera [cfr. Cattani e De Maria 1996], «All’attività di ricercatore il Levi-Civita associò sempre quella di maestro, indirizzando numerosi discepoli, italiani e stranieri, sulle vie da lui stesso aperte. Fu più volte chiamato all’estero (in Spagna, in Austria, in Germania, in Francia, in America) a tenere conferenze sui resultati delle sue ricerche. Dottore honoris causa di Tolosa, Aquisgrana, 377

Amsterdam, Parigi, socio nazionale linceo, uno dei LX, membro dell’Institut di Francia, dell’Accademia di Berlino, della Società Reale di Londra, appartenne a moltissime altre Accademie d’Italia ed estere»5. Il lettore perdonerà il carattere un po’ noioso dell’elenco che segue, esso però serve a dare un’idea della presenza ebraica nel campo scientifico. Ricordiamo, per il suo contributo alla statica grafica, Giuseppe Jung, milanese, allievo di Luigi Cremona; Giulio Ascoli, triestino, per i suoi contributi all’analisi matematica; Emilio Almansi, fiorentino, fisico-matematico di vedute profonde, membro dell’Accademia dei Lincei e dell’Accademia dei XL, già insegnante di meccanica razionale a Roma, noto soprattutto per i suoi studi sulla teoria dell’elasticità; Gino Fano, professore di geometria analitica a Torino; Guido Fubini Ghiron, veneziano, anch’egli insegnante a Torino, che diede importanti contributi in diversi settori dell’analisi matematica ed è considerato uno dei fondatori della geometria proiettiva differenziale; Beppo Levi, torinese, prima professore ordinario a Bologna, poi a Rosario in Argentina, dove emigrò a seguito delle leggi razziali; Alessandro Terracini, professore di geometria analitica a Torino, che nella sua città insegnò geometria analitica e poi emigrò anch’egli a Tucuman; Giulio Vivanti di Mantova, studioso di analisi infinitesimale. Sono inoltre da ricordare: Alberto Mario Bedarida; Arturo Maroni, professore di geometria analitica a Pavia; Beniamino Segre, torinese, ordinario di geometria analitica a Bologna; Guido Ascoli, livornese, professore di analisi matematica a Milano. Sempre a Milano Saul Piazza era insegnante di matematica finanziaria e Bruno Finzi lo era di meccanica. Nell’ambito della filosofia della matematica e della logica matematica, va ricordato Alessandro Padoa, allievo e amico 378

di Giuseppe Peano; e Gino Loria, professore di geometria superiore a Genova, che fu anche storico della matematica e fondatore della rivista «Bollettino di bibliografia e storia delle scienze matematiche». All’elenco vanno aggiunti i nomi di Adolfo Viterbi, mantovano, che fu professore di geodesia a Padova; e di Eugenio Elia Levi, torinese, professore di calcolo infinitesimale a Genova, celebre per i suoi contributi alla teoria delle equazioni alle derivate parziali. Viterbi e Levi morirono entrambi combattendo durante la Grande guerra. Circa i caduti in guerra, ricordiamo che la stessa sorte toccò a Giacomo Venezian, triestino, irredentista, professore di diritto civile a Bologna, anch’egli volontario (più tardi convertito al cattolicesimo). Anche Cesare Jarach, studioso di problemi dell’emigrazione, cadde combattendo durante la prima guerra mondiale. Aggiungiamo ancora i nomi di Guido Pardo, membro dell’Ufficio nazionale del lavoro, morto per una malattia contratta in Russia, dove si trovava con la missione Nansen di soccorso; di Aldo Pontremoli, milanese, nipote di Luigi Luzzatti, che si era distinto nel campo della fìsica. Egli fu compagno di Umberto Nobile nella spedizione verso il Polo Nord, nel corso della quale scomparve. Passando ora al campo della fìsica, troviamo una serie non meno impressionante di personalità di origine ebraica. Un eminente fìsico teorico fu Giulio Racah, che insegnò dapprima a Pisa e poi all’Università di Gerusalemme. Di grande rilievo scientifico è la figura del fisico sperimentale Bruno Rossi, considerato uno dei pionieri delle moderne ricerche sui raggi cosmici; e così quella di Emilio Segrè, amico e collaboratore di Fermi, dapprima professore a Palermo e in seguito emigrato negli Stati Uniti, dove sviluppò ricerche in fisica delle particelle, ottenendo il premio Nobel per la fisica; nonché quella di un altro celebre 379

membro del gruppo di via Panisperna, Bruno Pontecorvo, che emigrò nell’Unione Sovietica. Citiamo ancora i nomi di: Emanuele Foà, che insegnò fisica a Palermo e poi a Bologna; Leonardo Cassuto, livornese, docente all’Accademia navale (cui si deve uno studio sullo stato colloidale della materia, tradotto in quattro lingue); Ugo Fano, promettente allievo della scuola romana di Fermi, poi emigrato negli Stati Uniti; Cesare Lattes, che emigrò e fu professore a San Paolo del Brasile; Bernardo Dessau, di origine tedesca, libero docente di fisica sperimentale a Bologna e autore di un noto manuale di fisica; Elia Ovazza, torinese, studioso di meccanica applicata; Giorgio Todesco. Una menzione particolare merita Augusto Levi, che fu assistente di fisica, poi libero docente e quindi professore incaricato di fisica sperimentale dal 1922. Dal 1936 fu preside di liceo prima a Vittorio Veneto, poi a Venezia e svolse un ruolo nell’organizzazione delle scuole ebraiche dopo le leggi razziali; fu deportato ad Auschwitz dove trovò la morte. Ricordiamo inoltre Sergio De Benedetti, allievo di Bruno Rossi e membro della spedizione all’Asmara per lo studio dei raggi cosmici: emigrò dapprima in Francia (dove lavorò all’Istituto Curie) e poi definitivamente negli Stati Uniti [cfr. Arnaldi 1997]. Della persecuzione antisemita fu peraltro vittima lo stesso Enrico Fermi, che ebreo non era ma aveva sposato l’ebrea Laura Capon, il che lo costrinse a emigrare dall’Italia. Già professore di fisica teorica presso l’Università di Roma, si trasferì negli Stati Uniti dove contribuì in modo decisivo agli studi per la fabbricazione della bomba atomica. Nel settore applicativo ricordiamo Moisè Ascoli, goriziano, figlio del grande filologo Graziadio Isaia Ascoli, che fu docente di elettrotecnica a Roma. Alberto Dina fu docente della stessa materia a Palermo. Benedetto Luigi Montel, pisano, fu professore di termotecnica a Torino. Ad 380

Alessandro Artom, astigiano, già assistente di Galileo Ferraris, si debbono notevoli invenzioni nel campo della radiotelegrafia (tra cui il radiogoniometro), le quali resero importanti servigi alle marine alleate durante la Grande guerra. Artom aveva fatto dono allo stato delle sue applicazioni scientifiche, e ciò gli valse più tardi il conferimento del titolo ereditario di barone. Anche Emanuele Jona di Vercelli durante il primo conflitto mondiale mise al servizio dell’esercito le sue competenze in elettrotecnica, che si rivelarono utili nella fabbricazione e nella posa di cavi sottomarini. Jona fu presidente dell’Associazione elettrotecnica italiana e perì nel naufragio della nave posacavi Città di Milano. Attilio Muggia, veneziano, era noto nel campo dell’architettura e dell’ingegneria civile; Enrico Coen-Cagli in quello dell’ingegneria portuale; Giulio Revere era libero docente di scienza delle costruzioni al Politecnico di Milano. Giulio Supino fu insegnante di costruzioni idrauliche a Bologna. Giacomo Fano fu tra i creatori della centrale elettrica milanese, una delle più importanti d’Europa. Infine Leonino Da Zara, uno dei pionieri della navigazione aerea. Passando alla chimica, risaltano i nomi di Ugo Schiff e di suo fratello Roberto, figli del fisiologo Moritz Schiff. Ma una delle figure più prestigiose è quella di Giorgio Errera, veneziano, che ricoprì la cattedra di chimica generale a Pavia. Errera pubblicò un gran numero di lavori e, grazie alla sua intuizione e alla sua cultura scientifica, abbozzò nuove teorie che soltanto in seguito presero una forma definitiva [Errera 1911]. E ancora: il triestino Alfredo Ascoli, insegnante a Milano, direttore della rivista «Biochimica e terapia sperimentale»; Temistocle Jona, libero docente di chimica bromatologica all’Università di Pavia; Giacomo Mario Levi, che fu professore di chimica industriale e direttore della sezione combustibili presso il 381

Politecnico di Milano; Guido Tullio Levi, vicedirettore del laboratorio di ricerche chimiche e chimicofisiche della Pirelli e libero docente al Politecnico di Milano, che emigrò a Santiago del Cile nel 1938; Giorgio Renato Levi, fratello di Guido Tullio, docente di chimica generale a Milano e poi a Pavia, che emigrò nel 1938 a San Paolo del Brasile dove fondò il Central Laboratory of Control and Research; Iginio Musatti, vincitore di un premio al II Congresso nazionale di chimica industriale (Milano, 1924); Leone Maurizio Padoa, ordinario dal 1924 presso la Regia Scuola di chimica industriale di Bologna e poi presso la Facoltà di scienze di Modena, studioso di fotochimica e di biologia vegetale, e ucciso ad Auschwitz; Giorgio Usiglio, di Modena, noto per le sue ricerche sulla composizione dell’acqua marina, assai apprezzate anche in Francia, dove fu direttore scientifico delle vetrerie St. Gobain. Va ricordato infine Emilio Viterbi, scienziato di valore nel campo delle ricerche pionieristiche di chimica fotografica, di cui fu professore presso l’Università di Padova [cfr. Ventura 1996]. Ancora nel settore applicato, ricordiamo Camillo Levi, che fu direttore della Stazione sperimentale per la cellulosa del Politecnico di Milano [cfr. Coppadoro 1961], Furono insegnanti di chimica farmaceutica Cesare Finzi a Perugia ed Enrico Rimini a Pavia, il quale ricoprì anche la posizione di direttore dell’Istituto di chimica farmaceutica in quella città; mentre Alfredo Terni insegnò chimica metallurgica presso la Scuola di ingegneria di Bologna. Giulio Monselise, mantovano, insegnò chimica agraria a Pisa. Ciro Ravenna, ferrarese, professore straordinario (e poi ordinario) nella Facoltà di farmacia di Perugia dal 1929 e professore presso il Regio Istituto superiore agrario di Pisa dal 1920, fu autore di apprezzati studi sui vegetali e anch’egli morì ad Auschwitz. Sempre nell’ambito delle scienze agrarie si distinsero Marco Soave Forti, Anna Foà, insegnante di 382

bachicoltura a Napoli, e Gino De Rossi, insegnante di microbiologia agraria a Perugia. Rodolfo Namias, nato a Modena, fu la massima autorità italiana nel campo della fotografia e della chimica fotografica, e fu direttore della rivista «Il Progresso Fotografico». Va ricordato inoltre Giulio Morpurgo di Gorizia, illustre merceologo e professore presso l’Università commerciale di Trieste. Morpurgo fu anche autore di circa duecento pubblicazioni sulle adulterazioni delle derrate. Concludiamo ricordando il nome di Mario Levi Malvano, libero docente di chimica generale a Roma, che ricoprì posizioni di rilievo nella Società chimica italiana. Veniamo ora al campo delle scienze naturali e biologiche menzionando la figura di primissimo piano di Giulio Fano, professore di fisiologia generale presso l’Università di Roma, il cui volume Cervello e cuore [Fano 1922] ebbe risonanza internazionale e fu tradotto in molte lingue. Il livornese Paolo Enriques - di cui abbiamo menzionato gli interventi sulle questioni dell’eugenetica - era fratello del matematico Federigo e allievo di Giulio Fano: insegnò zoologia, anatomia e fisiologia comparata a Padova, fu autore di opere di grande valore ed è soprattutto noto per la cosiddetta legge sull’«indipendenza della variabilità». Assieme al suo nome va ricordato quello di Carlo Foà, professore di fisiologia umana a Milano (che abbiamo pure incontrato trattando dell’eugenetica). Anche Amedeo Herlitzka, professore di fisiologia umana presso l’Università di Torino, fu collaboratore di Giulio Fano. Un altro nome di grande rilievo nel campo delle scienze mediche e biologiche fu quello di Giuseppe Levi, ordinario di anatomia umana presso l’Università di Torino, il quale era un grande istologo e introdusse in Italia il metodo della coltura dei tessuti in vitro. Allievi di Giuseppe Levi furono i futuri premi Nobel Rita Levi Montalcini e Renato Dulbecco. 383

Studiò con Levi anche il torinese Salvatore Luria, emigrato per le leggi razziali e poi naturalizzato statunitense con il nome di Salvador Edward Luria. Anch’egli conseguì il premio Nobel assieme a Max Delbrück e Alfred D. Hershey per la scoperta della struttura genetica dei batteriofagi. Di grande rilievo fu anche la figura di Mario Camis, professore di anatomia umana presso l’Università di Bologna e allievo del celebre fisiologo Charles S. Sherrington. Egli formò una scuola importante nell’ambito della quale va ricordato Giuseppe Moruzzi, che introdusse lo studio delle neuroscienze in Italia [cfr. Cosmacini 1996]. Né di minor rilievo fu Mario Donati, che può essere considerato il più valente chirurgo italiano fra le due guerre e pioniere della chirurgia fisiologica ricostruttiva. Proseguiamo ricordando una serie di altri illustri fisiologi: Cesare D’Ancona; Cesare Artom, astigiano, che era citologo e fu professore a Pavia; Giorgio Schreiber, prima libero docente di zoologia e poi professore incaricato di anatomia comparata presso l’Università di Padova, il quale emigrò in Brasile [cfr. Ventura 1996]; Enrica Calabresi, che si suicidò nelle carceri di Firenze per sfuggire alla deportazione. E ancora David Levi Morenos, specialista di acquicoltura; Ernesto Manasse, livornese, mineralogista di valore; Enrico Sereni, giovane fisiologo già molto affermato, allievo di Giulio Fano; Felice Supino, professore incaricato di zoologia, fisiologia e anatomia comparata presso la Scuola superiore di medicina veterinaria di Milano; Gustavo Uzielli, livornese, soldato delle guerre d’indipendenza, geologo e geografo di fama, che svolse ricerche su Toscanelli e Leonardo e fu fondatore delle Officine Galileo nel 1868. Va inoltre ricordato Arturo Issel, genovese e professore a Genova: fu geologo e geografo e legò il proprio nome all’insigne opera Liguria geologica e preistorica [Issel 1892]. Suo figlio Raffaele si distinse nel campo della biologia 384

marina. Abbiamo già incontrato il nome di Ettore Levi, biologo, direttore dell’Istituto italiano di igiene, previdenza e assistenza sociale. Assai consistente fu anche la presenza ebraica nell’ambito delle scienze statistiche e demografiche ed economiche. Per queste ultime, basti menzionare Achille Loria e gli storici dell’economia Angelo Segrè, fratello del fisico Emilio ed emigrato anch’egli negli Stati Uniti; Augusto Graziani e Gino Luzzatto. Nel campo delle scienze statistiche, una posizione di primissimo piano ebbe Giorgio Mortara, il cui nome abbiamo già ripetutamente incontrato e che era professore all’Università di Milano; ricordiamo poi Emilio Morpurgo e Riccardo Bachi. Quest’ultimo ricopriva una cattedra di economia politica corporativa a Roma, si trasferì in Palestina nel 1939 e suo figlio Roberto fu uno degli organizzatori dell’Istituto centrale di statistica dello stato di Israele. Altri docenti ebrei di economia politica corporativa furono Renzo Fubini a Trieste, Marco Fano a Padova, Gino Arias a Roma. Quest’ultimo ebbe un ruolo di notevole rilievo nella politica legislativa del fascismo. Passando ad altre discipline incontriamo il nome della papirologa Elisa Norsa e quello di Mario Segre, professore di epigrafia e antichità greche a Milano, ucciso ad Auschwitz. La nostra rassegna è inevitabilmente meno completa sul piano delle discipline non scientifiche, ma non è possibile dimenticare una figura vissuta in un periodo di gran lunga precedente a quello che stiamo considerando: quella di Sansone Valobra. Egli fu commemorato su «Il Vessillo Israelitico»4 al seguente modo: «Il fiammifero la cui invenzione la Germania rivendica a sé (anno 1833) fu inventato a Napoli da Sansone Valobra il quale ivi si rifugiò perché perseguitato e cacciato dalla Toscana, come appartenente alla setta dei Carbonari. A Napoli nel 1829 sperò invano di ottenere la privativa della sua 385

invenzione, e quando si disponeva a recarsi all’estero per raggiungere il suo scopo la sua invenzione era già imitata e perfezionata» [cfr. anche Segrè 1930; Nicolini 1997]. Il precedente elenco, per quanto frammentario e disordinato, è sufficiente per dare un’idea della rilevanza della presenza ebraica nel mondo scientifico italiano. A questo punto si pone una domanda: in che misura questa tanto rilevante presenza ebraica era stata accettata dall’ambiente circostante e, nella fattispecie, da quello accademico e scientifico? Per rispondere occorre richiamare un aspetto che abbiamo già trattato ed è di primaria importanza: l’ebraismo italiano conobbe un processo di integrazione molto sviluppato nella realtà nazionale, al punto di poter parlare di vera e propria assimilazione. Abbiamo visto le posizioni di Giulio Fano: ebbene, esse sono emblematiche dell’atteggiamento generale degli intellettuali ebrei italiani agli inizi del Novecento e nei decenni successivi e, in particolare, degli scienziati. La vera domanda è quindi la seguente: è possibile parlare di «scienziati ebrei» in termini soggettivi e oggettivi (religiosità, senso di appartenenza a un gruppo etnico, culturale, nazionale, o persino razziale) e non soltanto nei termini di un’identificazione che altri fanno di costoro in quanto ebrei? In una recente biografia di Vito Volterra [Goodstein 2007] si parla di un «circolo ebraico di matematici italiani» che sarebbe stato accentrato soprattutto attorno allo scienziato. Nella recensione a questo libro osservavo che «una simile entità non è mai esistita, se non nella mente dei fautori dell’antisemitismo fascista» [Israel 2008b]. Questo almeno durante il regime. In periodi precedenti una simile entità poteva esistere soltanto nella mente degli antisemiti. L’unico senso in cui si può parlare di un Volterra, di un 386

Castelnuovo o di un Enriques come «matematici ebrei» è la loro appartenenza genealogica alla comunità ebraica. Numerosi aneddoti riportati nel citato libro di Goodstein permettono di parlare della persistenza di un legame che non sembra spingersi oltre la tendenza alla frequentazione comune e a combinare matrimoni all’interno del gruppo: una sorta di legame consuetudinario o di una sorta di famiglia allargata. Ma se si tenta di scoprire una traccia di «ebraicità» di qualsiasi genere nella vita, negli scritti e nelle lettere di Volterra, Levi-Civita, Enriques, Castelnuovo e di tanti altri scienziati, in tutti i settori della conoscenza, si resta completamente delusi. Non è possibile trovare un solo riferimento che permetta di desumere un senso di appartenenza e di identità ebraica religiosa, culturale o di qualsiasi altra natura. Un indizio importante è dato dal fatto che molti scienziati ebrei tentarono di avvalersi, nel 1938, della procedura di «discriminazione» che consentiva di essere esentati dalle conseguenze delle leggi razziali antiebraiche, quando si poteva dimostrare di aver acquisito meriti speciali nei confronti della nazione: ne parleremo in un paragrafo successivo. L’integrazione culturale nella nazione era tale che, a differenza di quanto accadde in Germania e in molti paesi dell’Est europeo, pochi emigrarono, anche dopo le leggi del 1938. L’identità ebraica di questi scienziati era così esile che non seppero rivendicarla con orgoglio, ma subirono il marchio di «razza ebraica» quasi come una vergogna. Per dare un’idea della situazione può essere utile fare qualche esempio del modo in cui venne compilata la scheda personale per l’accertamento razziale di cui abbiamo parlato nel capitolo IV5. Un tipico caso di ebreo «assimilato» che sentiva l’appartenenza ebraica quasi come un accidente piovuto dal cielo era quello di Gino Fano, professore ordinario di 387

geometria analitica presso l’Università di Torino. Alla domanda a) («Se appartenga alla razza ebraica da parte di padre») rispose affermativamente; mentre alla domanda b) («Se sia iscritto alla comunità israelitica») cancellò sia il «sì» sia il «no» aggiungendo a fianco che «pregato, ho solo consentito da alcuni anni a pagare una quota annua a puro titolo di contribuzione per le Opere Pie locali». Alla voce c) («Se professi la religione ebraica») rispose «no» e analogamente alla voce d) («Se professi altra religione e quale»). Alla voce e) («Se la conversione ad altra religione sia stata effettuata da lui o dai propri ascendenti») così rispose: «Non convertiti (salvo una sorella, cattolica dal 1921). Abbiamo però abbandonato la religione israelitica gradatamente, nel corso di 2-3 generazioni. Personalmente, già dal censimento 1911 ho dichiarato di non appartenere a nessun culto e l’ho sempre confermato, anche quando ho consentito al pagamento di cui sopra». Ammise però che la madre e il coniuge fossero di razza ebraica. Diversa fu la compilazione della scheda del professore ordinario di statistica a Milano Giorgio Mortara; non meno rappresentativa della condizione di ebreo «assimilato», ma più ferma e dignitosa. Alla domanda a) Mortara rispose «sì» ma cancellò «alla razza ebraica» sostituendolo con «a famiglia italiana di religione israelitica» aggiungendo a fianco: «N.B. Il sottoscritto non può dichiarare di appartenere a una razza della quale scientificamente nega l’esistenza. Fornisce tuttavia gli elementi atti ad una classificazione che parta da criterio opposto». Alla domanda b) rispose «no». Alla domanda c) rispose pure «no». Alla domanda d] non rispose né «sì» né «no» scrivendo a fianco: «Nessuna religione costituita. Credo in un Dio di bontà e di giustizia». Non rispose nulla alla domanda e) mentre nelle domande f) e g) riguardanti la razza della madre e del coniuge cancellò «razza» per scrivere «famiglia italiana di 388

religione israelitica». In altri casi ci troviamo di fronte a risposte secche e dignitose. Così Giulio Bemporad, libero docente di astronomia all’Università di Torino, dichiarò di appartenere alla razza ebraica e di professare la religione ebraica. Altrettanto fecero Bonaparte Colombo, incaricato di matematiche complementari sempre all’Università di Torino, e Alessandro Terracini, professore ordinario di geometria analitica-proiettiva-descrittiva presso la medesima università. Probabilmente anche in questi casi la religione ebraica non veniva praticata, ma quel genere di risposta era suggerito da un moto di sdegno nei confronti dei provvedimenti razziali. Del resto, non si conoscono testimonianze di noti professori universitari ebrei che si recassero alle funzioni religiose in sinagoga con la kippah in testa, così come non è dato trovare riferimenti all’ebraismo nei loro scritti e nelle loro corrispondenze. In conclusione, nella maggior parte dei casi l’atteggiamento complessivo fu dignitoso e fermo, salvo alcuni tentativi illusori di sfuggire all’epurazione con dichiarazioni contorte. In linea generale appare confermato che, quando si parla di scienziati ebrei, non ci si può riferire, almeno nella grande maggioranza dei casi, a un’ebraicità soggettivamente sentita, per motivi religiosi, culturali o di adesione all’ideale nazionale del sionismo, quanto a una «discendenza» da un ceppo familiare ebraico, portata come una caratteristica marginale - come si direbbe di avere ascendenze siciliane o francesi - e molto raramente rivendicata. Insomma, l’ebraicità è soprattutto un’etichetta appiccicata dall’esterno e sono gli antisemiti ad avere,un ruolo predominante in questa operazione. Pertanto, il discorso riconduce al tema dell’estensione e della profondità dei sentimenti antisemiti in Italia, circa i quali abbiamo già dato una valutazione generale. Tale 389

valutazione può essere ulteriormente approfondita con riferimento al contesto accademico e scientifico. In che misura, possiamo chiederci, l’antisemitismo alligna in questi ambienti? Vi sono casi noti di antisemiti accaniti, il più famoso dei quali è quello dell’economista Maffeo Pantaleoni, un vero e proprio antisemita militante, che aveva riempito «La vita italiana» di articoli contro gli ebrei fin dal 19166 [Pantaleoni 1916b] e nel 1921 arrivò al punto di attaccare Mussolini accusandolo di dabbenaggine di fronte alle manovre ebraiche [Pantaleoni 1921]. Tuttavia, non è facile dare esempi di casi altrettanto estremi, quantomeno fuori degli ambienti gesuiti de «La Civiltà Cattolica». Un caso significativo di antisemitismo latente emerge nella corrispondenza del matematico Roberto Marcolongo7. Esso è significativo in quanto conferma le tesi da noi esposte: un’ostilità latente, l’identificazione paranoica di una congiura giudaica da parte di un gruppo di matematici ebrei che non ritenevano minimamente di appartenere a una congrega, e che oltretutto credevano di essere legati da sentimenti di amicizia a coloro che nutrivano nei loro confronti sentimenti tanto ostili. La corrispondenza in oggetto si svolse tra il 1909 e il 1924, e riguardava una tipica contesa di cattedre universitarie in cui emergeva però l’esistenza di un sentimento antisemita condiviso da personaggi accademici che identificavano la scuola matematica dell’Università di Roma come un covo di «giudei» che speravano di poter sgretolare e scalzare. Roberto Marcolongo era un fisico-matematico di indubbio valore che, nel 1897, si era trovato a competere per una cattedra con un astro nascente della fisicamatematica come l’allora ventiquattrenne Tullio LeviCivita8. Questi ottenne un posto di professore straordinario a Padova (da dove si trasferì a Roma nel 1919) e Marcolongo rimase a Messina, dove era già 390

professore straordinario di meccanica razionale. Marcolongo era chiaramente interessato a un trasferimento a Roma come risulta da una lettera inviatagli nel 1909 dal matematico Pietro Burgatti9: «Per la Scuola di Roma è un disastro; penso che tutto andrà nelle mani degli ebrei, se tu non saprai farti valere. La cattedra di Roma toccherebbe a te; ed io l’ho scritto al Tonelli10; ma temo che i giudei ti preparino una guerra spietata. Comunque bisogna lottare e sperare nella vittoria»11. L’allusione di Burgatti non poteva essere che a Vito Volterra e a Guido Castelnuovo, non ancora a Levi-Civita e neppure a Enriques che a Roma si trasferì nel 1922. Non possediamo le lettere di risposta di Marcolongo sicché dobbiamo farci un’idea della situazione e del tenore del dialogo da quanto scriveva Burgatti. Le prospettive non dovevano essere buone visto che questi, due mesi dopo, scriveva: dalla tua lettera comprendo che ti sei avvilito, e ciò mi dispiace. Io ti esorto a rimanere sulla breccia; che la vittoria non può mancarti. L’ostilità degli Ebrei ci era ben nota; non devi dunque scoraggiarti nel momento della battaglia. Essi speravano nel Levi-Civita; e forse ora lo stringeranno con tali ragioni da fargli accettare ciò che aveva rifiutato; ma se egli persiste nel rifiuto […] gli Ebrei dovranno rassegnarsi a vederti a Roma. Questa è la mia persuasione; perché infine non dev’esser difficile far capire a chi non è Volterra o Castelnuovo che il Lauricella12 sarebbe un pessimo insegnante di Meccanica, pur ammesso che sia un valoroso analista13.

L’aspetto grottesco della faccenda è che qui si parla di Levi-Civita come se anch’egli non fosse ebreo. Dopo alterne vicende e l’accendersi di alcune speranze, Marcolongo rinunziò al tentativo di trasferirsi a Roma. Burgatti così commentava: Molto mi dispiace che tu abbia rinunciato a Roma. Questa tua ritirata farà gongolare di gioia gli Ebrei. Potevi rinunciare in cuor tuo, ma stare sulla breccia per aver almeno la soddisfazione di dare dei grattacapi ai Giudii. Io non ho nessuna voglia di cavarmi il cappello a loro, che non stimo punto14.

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La questione «giudaica» doveva essere davvero un’ossessione dei due matematici, visto che nel 1912 essa rispuntava fuori nella corrispondenza. Apprendiamo inoltre che dei medesimi sentimenti era partecipe un altro illustre matematico, Cesare Arzelà. Scriveva Burgatti: La notizia della nomina del Tedone15 a corrispondente dei Lincei m’ha recato meraviglia e disgusto. Gli ebrei spadroneggiano in modo indegno, e gli altri li lasciano fare. Vol.[terra], che ambisce alla carica di Presidente16 ha preferito il Tedone a te; ed è naturale; ma che gli altri lo abbiano aiutato a commettere tanta ingiustizia, è cosa veramente incredibile. Tu hai ragione di dolertene; ma non devi dare troppa importanza a coteste bricconate, ché il non essere Linceo nulla toglie ai meriti che tu hai, e che tutti gli uomini dabbene ti riconoscono. A quella canaglia è meglio mostrare il disprezzo, che il proprio dolore. Mi diceva Arzelà un giorno che a cotesta gente (voleva dire gli ebrei) bisogna mostrare apertamente il proprio disprezzo in ogni occasione; ed in quel modo egli ottenne il premio reale, che volevano dare tutto intero al Castelnuovo17.

La corrispondenza proseguì su questo tono per vari anni e riproponeva sempre la stessa tematica. Così, a un certo momento Burgatti diceva che occorrono uomini nuovi […] E voglio farti una confessione: se al presente dovessi scegliere un uomo nuovo, sceglierei il Pincherle18, il quale è stato in questi ultimi tempi strenuo difensore delle buone tradizioni della Scuola matematica italiana, senza badare a persone e ad amicizie. Oltre ad avere idee buone, è fermo nei suoi principi, e sa tener testa ai Volterra, ai Castelnuovo […] e compagnia bella. È un giudio sì; ma molto diverso dagli altri. Almeno tale a me pare19.

Ma l’illusione durò poco: L’altro mese fui messo in ballo per il rettorato. In verità era una bega che non m’andava; ma spinto da molti amici dovetti accettare la candidatura. Per fortuna non sono riuscito (per 7 voti), e me la son cavata con una votazione lusinghiera. Alla quale fortuna contribuirono molto i nostri carissimi (!) matematici; specialmente il Pincherle, che in questa occasione ho pienamente conosciuto, tal quale me lo dipingeva il povero Arzelà. Non ti fidare, amico mio; gratta, gratta, son tutti uguali (s’intende i G…)20.

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Alla fine il giudizio era senza attenuanti: la chiamata in cattedra di Eugenio Elia Levi, forse il maggiore analista italiano della sua epoca, veniva considerata un abuso ed egli veniva ironicamente chiamato «grande»21. Anche il «grande» Castelnuovo propinava «imparaticcio; roba presa qua e là dalle riviste e dai libri di volgarizzazione, e che ormai sanno pure i cani (almeno in quella forma). Si vuol dare l’aria d’un fisico; forse perché ha riconosciuto che la sua geometria non serve a nulla»22. E, dopo aver finalmente chiamato a Roma Levi-Civita, i nostri «giudii» sono accusati di mettere in ballottaggio Pincherle, Severi ed Enriques: «certamente vorranno completare il ghetto e diventare così i dominatori della Matematica»23. L’aspetto più grottesco della faccenda è che Severi non era affatto ebreo e anzi in futuro si sarebbe distinto nella zelante applicazione delle leggi razziali. Ma uno dei documenti più significativi è dato da una lettera scritta nel 1924 dall’ingegner Giuseppe Erede a un altro noto fisico matematico, Gian Antonio Maggi24. Erede trasmetteva a Maggi una nota su una questione di teoria della relatività. Affermava di essersi interessato di questi temi da quando «verso la fine del 1921 mi colpirono le stranezze che si andavano stampando sulla relatività, in libri, riviste e giornali», di aver scritto varie note e di aver incontrato sistematiche resistenze alla loro pubblicazione. Erede dichiarava di scrivere con fiducia a Maggi per aver compreso che egli s’interessava sì alla relatività, ma non ne era perfettamente convinto: Ella non è dunque del gran numero di coloro che si sono fatti relativisti, come ora tanti si fanno fascisti, e non ricuserà d’aiutare la pubblicazione di una critica incontestabile. Forse Ella troverà soverchiamente polemiche le mie osservazioni a pag. 4bis. Ma, dopo letto un articolo, assai difettoso, del prof. Bouasse in Scientia, io gli scrissi per uno schiarimento, ed egli alla risposta aggiunse che la questione in Francia era diventata una questione di religione. Gli israeliti si adoperarono per impedire la

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divulgazione delle sue critiche. «Toute la juïverie a donné». L’anno scorso, nell’estate, mandai un articolo alla Revue scientifique, e poi riscrissi per farvi un’aggiunta. Nessuna risposta. Oltre all’ésprit de corps degli israeliti (temo molto del Volterra) vi sono tutti coloro che si sono compromessi esaltando la relatività e il suo profeta, e la caduta della meccanica di Galilei e di Newton, e dicendo che capivano le teorie dell’Einstein.

La tematica che qui emerge non è affatto originale. Si tratta di quel luogo comune che divenne un leitmotiv della campagna razziale antisemita soprattutto in Germania: la relatività è «scienza ebraica», gli ebrei ce l’hanno messa tutta nel creare e diffondere questa nuova teoria scientifica e, se l’hanno fatto, è certamente per affermare il loro dominio. Un passaggio necessario nell’affermazione di questo dominio sarà sostituire la «loro» scienza con quella dei «gentili». Ma anche a prender sul serio questi discorsi è davvero difficile attribuire ai fisico-matematici italiani ebrei una propensione marcata, anzi propagandistica nei confronti della relatività. La questione è delicata e non è facile tranciarla in modo netto. È ben vero, difatti, che LeviCivita fu colui che apprestò lo strumentario matematico ad hoc per la relatività, peraltro assieme a Gregorio Ricci Curbastro che ebreo non era. Ma egli lo fece mantenendo un atteggiamento «conservatore» che aveva come obiettivo primario la difesa dell’approccio tradizionale della meccanica classica. Del resto, il titolo della conferenza con cui Levi-Civita manifestò il suo interesse per la relatività generale la diceva lunga sul suo atteggiamento: Come potrebbe un conservatore giungere alla soglia della nuova meccanica [Levi-Civita 1919]. Se vi è chi ritiene che, con un siffatto atteggiamento prudente, Levi-Civita abbia favorito l’ingresso della relatività in un ambiente diffidente, vi è anche chi ritiene all’opposto che egli sia stato quasi un affossatore della relatività25. Noi riteniamo che il suo atteggiamento fosse assai aperto, quanto quello di Enriques e Castelnuovo e certamente più di quello di Volterra. Ma 394

sarebbe quantomeno avventato vedere il «ghetto» matematico ebraico di Roma come una sorta di commando di assaltatori in nome della relatività. È difficile pensare a scienziati di concezione più ottocentesca degli esponenti della scuola matematica romana e, più in generale, italiana. Restano alcune considerazioni «sociologiche». Non è chiaro perché una simile lettera sia finita nelle carte di Marcolongo. Probabilmente Maggi gli chiese un parere sulla nota di Erede. A ogni modo, è evidente che la circolazione di tematiche del genere, lo scambiarsi fogli pieni di stoccate antisemite pesanti e volgari contro una pretesa cricca giudaica che avrebbe tentato di trasformare la matematica italiana in un ghetto - e magari in un ghetto relativistico doveva essere abbastanza naturale in ambienti non marginali, come testimonia il coinvolgimento di nomi di rilievo come quelli di Maggi, Marcolongo, Arzelà e altri che ricorrono nella corrispondenza sopra citata. Quale sarebbe stata la sorpresa di Levi-Civita nell’apprendere che il suo collega Roberto Marcolongo, da lui stimato e protetto in più occasioni e al quale scriveva lettere di grande affetto e amicizia (ricevendone risposte improntate ad amichevole e affettuoso rispetto), covava invece sentimenti di quel tipo! Certamente non minore di quella che avrebbero provato Volterra, Castelnuovo o Enriques. Difatti, l’immagine di una scuola matematica romana dominata da un gruppo di ebrei talmente attaccati alla loro identità razziale-religiosa da praticare una politica di reclutamento tesa a escludere tutti i non ebrei è altrettanto attendibile dell’autenticità dei Protocolli dei Savi anziani di Sion. Parlare di «spirito di corpo» ebraico per un Volterra, che della propria appartenenza ebraica non diede mai alcun segno, è una perfetta invenzione; e altrettanto dicasi per personaggi come Enriques, Castelnuovo, LeviCivita, Salvatore Pincherle, Eugenio Elia Levi e tanti 395

altri. Eppure i nostri matematici credevano a quella volgare balla, visto che essa rappresentava l’ossessione dei loro scambi epistolari. Non c’è dubbio che per trovare manifestazioni di questo tipo si è dovuto andare a cercare nel sottoscala di una corrispondenza privata e, sebbene non sia difficile dar conto di consimili fenomeni, non siamo in una situazione paragonabile a quella tedesca, in cui l’antisemitismo dilagava negli ambienti scientifici in modo aperto e militante. Eppure, anche questa fenomenologia è importante. Difatti, essa aiuta a capire perché, all’indomani della promulgazione delle leggi razziali, la solidarietà nei confronti degli ebrei fu scarsa e, in certi casi - come vedremo fra poco -, vi fu anzi l’arrembaggio a spartirsi le spoglie delle posizioni da loro precedentemente occupate. 2. La comunità scientifica di fronte all’estromissione degli ebrei Si sarà trattato di sentimenti infami come quelli che emergono dal carteggio di cui abbiamo appena parlato; si sarà trattato di adesione inossidabile al regime; si sarà trattato di paura; si sarà trattato della cupidigia spudorata di accaparrarsi i posti liberatisi a seguito della cacciata dei docenti ebrei; si sarà trattato di una miscela di tutte o parte di queste cose messe assieme; sta di fatto che la reazione prevalente nel mondo accademico di fronte alle leggi razziali fu invereconda, nel migliore dei casi vile. In fondo, c’era da attendersi il peggio da ambienti accademico-scientifici che erano stati coinvolti in prima linea, e da ormai quasi un ventennio, su tematiche che convergevano verso la questione razziale, quando non la riguardavano direttamente. Ci riferiamo agli ambienti della demografia, 396

della statistica, delle scienze biomediche, della genetica, dell’antropologia, dell’eugenetica. In quegli ambienti, l’adesione alle politiche razziali dei grandi «baroni» dell’accademia lasciava pochi spazi a coloro che, in posizione meno forte, non si sentivano di pagare il prezzo del dissenso. L’opinione prevalente era quella chiaramente espressa da Sabato Visco nel corso di un intervento alla Camera dei deputati sul bilancio del ministero dell’Educazione nazionale: egli affermò che l’università aveva considerato la perdita dei docenti ebrei «con la più serena indifferenza», e anzi ne aveva «guadagnato in unità spirituale». Aggiunse anche che le previsioni catastrofiche di alcuni «ben pensanti» si erano rivelate infondate, «nei riguardi di quelle attività che si riferiscono più direttamente ai problemi dell’autarchia e che venivano svolte da qualcuno dei professori che hanno lasciato le Università»26. Altri non si limitavano all’aulico tono del consigliere nazionale Visco e al suo ipocrita «lasciare», e anzi battevano i piedi dalla gioia accompagnando il tutto con lazzi antisemiti. Ma se il clima in questi ambiti disciplinari era dei peggiori, anche come conseguenza di un lungo e approfondito interesse per le tematiche della razza, laddove la materia disciplinare non conduceva direttamente a pronunciarsi su tale ordine di questioni l’eccesso di zelo risultava ancor più colpevole. Da questo punto di vista, il comportamento della Commissione scientifica dell’Unione matematica italiana rappresenta una delle manifestazioni più vergognose del mondo accademico del periodo. Sebbene non contenesse espressioni antisemite esplicite - del genere di quelle che abbiamo letto negli scritti di Pende o di altri razzisti «moderati» - il comunicato redatto in data 10 dicembre 1938, «dopo amichevole, esauriente discussione», rappresenta uno degli atti più vili di 397

compromissione del mondo scientifico con la campagna razziale antiebraica27: La Commissione Scientifica della U.M.I. si raduna il giorno 10 Dicembre in una sala dell’Istituto Matematico della R. Università di Roma. Sono presenti: Berzolari, Bompiani, Bortolotti Ettore, Chisini, Comessatti, Fantappié, Picone, Sansone, Scorza, Severi. Ha giustificato l’assenza il prof. Tonelli. Presiede il Prof. Berzolari, funge da segretario il Prof. Bortolotti. Dopo amichevole, esauriente discussione, risulta stabilito quanto segue: una rappresentanza della U.M.I. si recherà da S. E. il Ministro della Educazione Nazionale, e gli comunicherà il voto della Commissione perché nessuna delle cattedre di Matematica rimaste vacanti in seguito ai provvedimenti per l’integrità della razza, venga sottratta alle discipline matematiche […] La scuola matematica italiana, che ha acquistato vasta rinomanza in tutto il mondo scientifico, è quasi totalmente creazione di scienziati di razza italica (ariana): Basti ricordare, oltre Lagrangia28, fra gli scomparsi, Arzelà, Battaglini, Bellavitis, Beltrami, Bertini, Betti, Bianchi, Bordoni, Brioschi, Capelli, Caporali, Cesàro, Cremona, De Paolis, Dini, D’Ovidio, Genocchi, Morera, Peano, Ricci Curbastro, Ruffini, Saccheri, Siacci, Trudi, Veronese, Vitali. Essa, anche dopo le eliminazioni di alcuni cultori di razza ebraica, ha conservato scienziati che, per numero e qualità, bastano a mantenere elevatissimo, di fronte all’estero, il tono della scienza matematica italiana, e maestri che con la loro intensa opera di proselitismo scientifico assicurano alla Nazione elementi degni di ricoprire tutte le cattedre necessarie29.

È da notare non soltanto la ridicola sfrontatezza personaggi che in certi casi erano nient’altro che allievi assurgevano al rango di «maestri degni di ricoprire tutte le cariche necessarie» mentre si dichiarava la marginalità dei maestri, degradati al rango di semplici «cultori di razza ebraica» - ma anche il cinismo. Difatti, ci si avventava senza por tempo in mezzo sui posti lasciati scoperti. Infine, il documento era anche sciocco, perché, ovviamente, era assolutamente falso che l’eliminazione dei docenti ebrei non avesse portato danno. Al contrario, il danno arrecato dai provvedimenti razziali alla ricerca matematica italiana e alla sua immagine internazionale era gravissimo. Lo stesso «Bollettino dell’Umi» informava che, per attutire almeno il danno di immagine, il duce «sempre sensibile e sollecito a 398

tutto quanto può riaffermare dinnanzi al Mondo la grandezza della Nazione, ha già assegnato un contributo cospicuo di 50.000 lire per la pubblicazione delle opere del Dini e del Bianchi», ovvero di due grandi matematici dell’epoca risorgimentale. Ma soprattutto il regime istituì precipitosamente (con legge 13 luglio 1939) l’Istituto nazionale di alta matematica (Indam). L’Istituto fu affidato a Severi e inaugurato in pompa magna con la presenza del duce in persona. Le foto dell’inaugurazione - nel corso della quale Severi riuscì a prodursi in una retorica di bellicismo fascista ancor più ridicola che ripugnante [Severi 1940] - ci mostrano, nell’aula principale della Scuola di matematica, il duce che tra Bottai e Severi ascolta il discorso del secondo; e poi ancora il duce che viene accompagnato a visitare la biblioteca da Severi e Bompiani in camicia nera, pantaloni alla zuava e stivaloni. L’Indam divenne il giocattolo di Severi, come l’Istituto nazionale per le applicazioni del calcolo (Inac) fu il giocattolo di Mauro Picone, che, a sua volta, amava definirsi «matematico fascista». I due grandi matematici si contendevano così il primato della rappresentanza del fascismo nella matematica (e viceversa della matematica nel fascismo), litigando sul fatto se fosse da preferire e più conveniente per la nazione la ricerca «pura» (Severi) oppure la ricerca «applicativa» (Picone). È peraltro indubbio che, in un’epoca non certo favorevole alla creazione di enti di ricerca fondamentali, l’Istituto presieduto da Severi costituì una novità nel panorama scientifico internazionale, confrontabile con poche altre istituzioni in tutto il settore della ricerca di base. Esempi di strutture analoghe si trovavano già allora in Francia (in particolare, l’Institut Henri Poincaré), negli Stati Uniti (l’Institute for Advanced Study di Princeton) e neil’Unione Sovietica (l’Istituto Steklov dell’Accademia delle Scienze). Ma, a parte gli stretti collegamenti con il 399

sistema universitario nazionale che lo differenziavano dalle altre istituzioni, l’Indam si distingueva soprattutto per la netta definizione dell’area d’intervento: la matematica. Una considerazione analoga può valere per l’Inac, che certamente apriva la matematica al campo delle applicazioni numeriche mediante macchine calcolatrici. Ciò detto, l’analogia con istituzioni estere come quelle sopra menzionate è puramente formale e tanto l’Inac quanto l’Indam sarebbero stati costretti a vegetare nell’isolamento più totale dal contesto della ricerca internazionale. Istituzioni quali l’Institute for Advanced Study di Princeton erano state pensate proprio per farvi confluire, nel modo più aperto possibile, la ricerca internazionale, favorendo scambi e interazioni di ogni sorta. Tutta la ricerca scientifica di punta si orientava da anni verso un siffatto modello internazionalista. Quale senso poteva mai avere creare istituzioni, in linea di principio interessanti e promettenti, ma basate sul principio del nazionalismo, dell’autarchia, del rifiuto dello scambio, tutte volte ad affermare il primato della scienza italiana e, per giunta, basate sulla discriminazione razziale? Il risultato non poteva che essere l’isolamento provinciale, il prevalere di una gretta mentalità nazionalistica, e il conseguente trionfo dei mediocri. Il che avvenne puntualmente, come era avvenuto in Germania, dopo che il primo modello che aveva ispirato l’istituto di Princeton - ovvero l’Istituto di matematica dell’Università di Gottinga - era stato smantellato dalle leggi razziali [cfr. anche Israel e Millan Gasca 2008]. Era dunque falso che fosse facile «colmare i vuoti». Al contrario, l’applicazione della politica razziale alla ricerca scientifica rappresentava l’estrema espressione di una visione nazionalista autarchica che avrebbe isolato la scienza italiana da quella internazionale, chiudendola in un «ghetto» 400

- è davvero il caso di dirlo! - e danneggiandola in modo difficilmente riparabile. Nonostante la diffusa pavidità e il collaborazionismo dei ceti intellettuali, è questo l’unico caso in cui una comunità scientifica italiana ritenne di dover emettere un comunicato ufficiale circa i provvedimenti che colpivano i suoi membri. Al contrario, i chimici diedero notizia dell’allontanamento dei «loro» docenti ebrei in modo magari un po’ ipocrita ma almeno discreto; come quando si dichiarò che «il prof. Antonio Angeletti […] è stato trasferito alla R. Università di Perugia, a coprire la cattedra che era tenuta dal prof. Cesare Finzi, collocato a riposo»30, e analogamente nel caso di Giacomo Mario Levi. D’altro lato, sappiamo che, nel dibattito sull’organizzazione scientifica dell’E42, gli stessi chimici chiamarono a collaborare, privatamente ma non troppo, Giulio Provenzal [cfr. Galluzzi 1987, 68]31. Alla fine del capitolo IV abbiamo dato conto di varie manifestazioni di eccesso di zelo all’indomani delle leggi razziali in cui abbiamo già visto distinguersi alcuni matematici, tra cui il solito Severi o anche Fantappié che non ebbe il pudore di umiliare il suo maestro Volterra. Ma va segnalato anche il caso di Mauro Picone che, in una lettera del 7 gennaio 1939 al matematico polacco Waclaw Sierpinski32, portava la questione razziale sull’arena matematica internazionale esprimendosi con il seguente inqualificabile linguaggio: Voi conoscete certamente i provvedimenti antiebraici presi dal nostro Governo per le Università e per le Accademie ed urge, pertanto, che gli scienziati di razza ariana collaborino il più attivamente possibile per mostrare come la scienza possa egualmente progredire anche senza l’intervento giudaico, e ciò sarà tanto più efficace quanto più detta collaborazione sarà internazionale. Vi prego quindi, anche per tali ragioni, di volere al più presto possibile inviarmi Vostri lavori inediti, o dei Vostri discepoli, per la pubblicazione di essi nei Rendiconti dell’Accademia dei Lincei e della Società Reale di Napoli. Specialmente occorrono lavori

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provenienti da ariani per l’Accademia dei Lincei, nella quale i soci di razza ebraica raggiungevano una percentuale elevatissima. Sicuro che vorrete senz’altro farVi promotore di un grande incremento della collaborazione scientifica ariano-polacca con le Accademie italiane, in attesa di un Vostro cenno di assenso, Vi invio […] l’espressione del più cordiale saluto.

L’autore di questa missiva, non soltanto spregevole ma anche sciocca - presto i polacchi avrebbero visto in che conto sarebbe stata tenuta la loro arianità -, non fece mai ammenda del suo indegno comportamento. Anzi, ebbe la sfrontatezza di scrivere nel 1946, nel necrologio di Guido Fubini: dopo aver, fin dall’adolescenza, servita la Patria, con la più nobile concezione dei propri doveri di cittadino e di docente e altamente onorata con opere insigni, fu costretto a staccarsene per gli stolti, infami provvedimenti razziali del 1939, eterna vergogna per questa sua Italia ch’Egli amò come di più non è possibile [Picone 1946, IX].

E ancora nel 1958, firmando il necrologio di un altro matematico ebreo italiano, Guido Ascoli, sempre Picone scrisse che la vita universitaria di Guido Ascoli ebbe, purtroppo, dal 1938 al 1945, ben sette anni di dolorosa interruzione, a causa di quegl’insensati provvedimenti razziali che privarono l’Italia, in quel lungo difficilissimo periodo, dell’opera preziosa di cittadini di altissimo valore morale, spirituale ed intellettuale, i quali dimostrarono sempre di amarla nei suoi pericolosi sanguinosi cimenti, strenuamente battendosi in sua difesa, come aveva fatto l’Ascoli stesso nella prima guerra mondiale e, per esempio, anche il grande matematico Eugenio Elia Levi, che, durante la stessa guerra, eroicamente cadde nelle infauste giornate di Caporetto, colpito alla fronte dal nemico, a cui voleva, ignorando che le nostre difese erano state tutte travolte, contendere il passo nell’amato Suolo [Picone 1958, 614].

Altri personaggi che si erano macchiati di razzismo antisemita, come Guido Piovene, avevano almeno avuto il coraggio di non far finta di nulla e di affrontare con dignità la resa dei conti con i propri atti e le proprie parole. Il fatto è che l’ipocrisia di atteggiamenti del genere era proporzionale ai misfatti commessi, i quali non si erano 402

affatto limitati al voto della Commissione scientifica dell’Umi, agli eccessi di zelo di Severi, alla storiografia razziale di Bompiani e Bortolotti e alle lettere di Picone. Tutte queste manifestazioni furono accompagnate da un’iniziativa «internazionale» di eccezionale gravità. Nell’ottobre del 1938 fu deciso di sostituire d’ufficio l’unico rappresentante italiano nella redazione dello «Zentralblatt für Mathematik», che era allora la principale rivista internazionale di recensione delle pubblicazioni matematiche e che veniva pubblicata in Germania: questo unico rappresentante italiano era Tullio Levi-Civita. I vertici della comunità matematica italiana avevano deciso di sostituire Levi-Civita con Enrico Bompiani e Francesco Severi. Ancora una volta si trattava di un eccesso di zelo e ancora una volta di un modo vile di approfittare delle leggi razziali per occupare una posizione scientifica importante. Difatti, nonostante la ben più grave situazione tedesca, lo «Zentralblatt» aveva chiuso un occhio sulla presenza in redazione di alcuni matematici ebrei come Richard Courant, famoso matematico ebreo tedesco, già collaboratore di David Hilbert e da tempo emigrato da Gottinga negli Stati Uniti. Del resto, Courant restò in redazione fino alla fine del 1938. Questa presenza testimoniava come persino in Germania si cercasse di non rompere tutti i residui canali di scambio fra il mondo scientifico tedesco e la comunità scientifica internazionale: lo «Zentralblatt» conservava ancora questo ruolo. I vertici della matematica italiana si comportarono in modo ancor più estremista dei nazisti e ruppero quest’ultimo delicato filo di rapporti internazionali. D’altra parte, era evidente che, quando fosse stato portato alla luce il problema della presenza di scienziati ebrei nella redazione dello «Zentralblatt», le autorità naziste non avrebbero più 403

potuto far finta di nulla. Ma anche questa considerazione non fermò la decisione. La reazione del direttore dello «Zentralblatt», Otto Neugebauer, non si fece attendere. In primo luogo egli chiese conferma a Levi-Civita e all’editore della rivista Ferdinand Springer dell’avvenuta esclusione33. Quando la situazione fu chiara e, soprattutto, quando fu evidente la motivazione razziale della sostituzione, Neugebauer decise di uscire dalla redazione. Con lui si dimisero Courant, i matematici americani Oswald Veblen (di Princeton) e Jacob D. Tamarkin (di Providence, R.I.), il danese Harald Bohr e l’inglese Geoffrey H. Hardy (di Cambridge)34. In una lettera a Springer, Veblen mise in luce la gravità del dramma avvenuto: la solidarietà scientifica internazionale era stata seriamente colpita, i residui legami che legavano il mondo della ricerca matematica internazionale agli ambienti tedeschi e italiani erano stati tagliati, lo «Zentralblatt» non poteva più considerarsi «un’utile intrapresa scientifica». L’attività di recensione doveva ormai trasferirsi altrove, negli Stati Uniti, non per motivi nazionalistici, ripugnando a Veblen il concetto stesso di «matematica nazionale», ma perché solo in quel paese essa poteva godere della necessaria libertà di espressione. Fu l’atto di nascita di una nuova rivista internazionale di recensioni, il «Mathematical Reviews», che ancora oggi conserva il ruolo egemone sottratto alla rivista tedesca. In realtà, si trattò di un «eccesso di zelo» estremo, perché, nel caso di Francesco Severi, quell’espressione è fin troppo blanda. Fin dalle prime avvisaglie dei provvedimenti razziali, Severi aveva cominciato ad agitarsi per «arianizzare» la rivista più prestigiosa della matematica italiana, quegli «Annali di Matematica pura e applicata» che, già diretti da Francesco Brioschi, erano affidati a un comitato di redazione composto per tre quarti da matematici ebrei: 404

Guido Fubini (Torino), Tullio Levi-Civita (Roma), Beniamino Segre (Bologna), Francesco Severi (Roma). Come risulta da una lettera del 16 ottobre 1938 inviata da Beniamino Segre a Tullio Levi-Civita, questa situazione appariva inaccettabile a Severi che si dava da fare, già prima dei provvedimenti governativi, per normalizzarla. Scriveva infatti Segre: Caro ed illustre Professore, suppongo che Lei pure sia stata esonerata dalle mansioni di Condirettore degli Annali. Avendo al riguardo saputo di un poco simpatico retroscena, mi affretto a comunicarglielo affinché Ella possa regolarsi, pregandoLa però di farne uso discreto. L’iniziativa è partita dal S.leveri], il quale - tempo addietro - segnalò al Presidente dell’A.I. [Accademia d’Italia] la situazione in cui si trovava la Direzione degli Annali. Detto Presidente scrisse allora al doit. D.M., richiedendone il parere; e questi rispose rimettendosi completamente alle decisioni del S. In nessun altro caso è stato fatto finora nulla di simile!35

La situazione fu normalizzata con la nomina a direttore (una nuova carica di «capo» che gli Annali non avevano mai conosciuto!) dello stesso Severi, affiancato da Giovanni Sansone (nel ruolo di condirettore), Enrico Bompiani, Michele De Franchis, Antonio Signorini e Leonida Tonelli. È evidente che la nuova composizione ariana era stata concepita con il bilancino del peso accademico della classica tripartizione della matematica italiana: tre geometri (Severi, Bompiani e De Franchis), due analisti (Sansone e Tonelli) e un cultore di meccanica (Signorini). Non fu l’unico colpo ricevuto da Levi-Civita. Dal 12 al 16 settembre di quel 1938 si tenne negli Stati Uniti il V Congresso internazionale di meccanica applicata. LeviCivita non potè, ovviamente, parteciparvi. La sua assenza fu tristemente notata e Dirk Struik gli scrisse una lettera commossa per testimoniare come tutti (vecchi amici e conoscenze come Theodor von Karman, Ludwig Prandtl, 405

Richard von Mises, Jules Drach) avessero «sentito molto la sua mancanza». In quello stesso anno l’Accademia svedese delle scienze invitò Levi-Civita a designare il candidato al premio Nobel per la fisica per il 1939. Per quanto ne sappiamo, l’unico altro italiano che aveva ricevuto un tale invito (e riconoscimento) era stato Vito Volterra, che dal 1903 al 1912 aveva ripetutamente (e invano) proposto le candidature di Augusto Righi e di Henri Poincaré [cfr. Israel 1985]. Avendo saputo che per il 1938 il Nobel era già stato assegnato a Enrico Fermi, Levi-Civita propose Max Born, che l’ottenne poi nel 1954 con la seguente motivazione: «per le sue fondamentali ricerche sulla meccanica quantistica, in particolare per la sua interpretazione statistica della funzione d’onda». Tale motivazione concorda quasi esattamente con quella che Levi-Civita aveva scritto e spedito il 30 dicembre 1938: Il Comitato Nobel per la Fisica mi ha fatto l’onore di invitarmi a proporre un candidato per il premio di fisica del 1939. Nell’ottobre scorso, quando ho ricevuto questo invito, ho pensato al Signor Fermi, e avevo anche raccolto tutta la documentazione necessaria per appoggiare questa proposta. La felice attribuzione a Fermi del premio per il 1938 fa naturalmente rivolgere la mia attenzione verso altri scienziati. Segnalo il Signor Born, attualmente professore all’Università di Edimburgo36, di cui ammiro l’attività geniale, che è diffusa largamente e in modo fondamentale nei domini più fecondi della fisica matematica moderna: relatività; dinamica dei reticoli cristallini e strutture dei corpi solidi; fondamenti algebrici della meccanica quantistica; interpretazione probabilista delle funzioni d’onda di de Broglie; senza trascurare le opere didattiche e di alta divulgazione. Quello per cui mi sembra soprattutto che egli meriti il premio Nobel è la brillante, e al contempo così semplice e naturale, spiegazione dell’elettrone. È noto che le equazioni lineari di Maxwell non ammettono l’elettrone, cioè una carica elettrica che non sia condannata a esplodere. Questo peccato originale è stato corretto dal Signor Born […] L’importanza e la fecondità di questa concezione si manifestano non soltanto nella messa a punto definitiva della teoria classica, ma anche nel progresso notevole che il suo sviluppo ha permesso di realizzare fornendo la chiave per la quantizzazione dell’elettromagnetismo.

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A causa della campagna antisemita che infuria qui, non ho più sufficienti contatti con il mondo accademico italiano, in modo da potermi informare nel modo completo che è richiesto dalla vostra lettera del settembre scorso. Potrei farlo rivolgendomi all’autore medesimo; ma l’iniziativa è delicata; preferisco informarvi preliminarmente, essendo naturalmente sottinteso che il vostro silenzio non costituirà un incoraggiamento a compiere questo passo37.

Quindi, come Enriques - escluso dalla biblioteca che aveva contribuito a creare - Levi-Civita non poteva più aggiornarsi sulla letteratura più recente. «A causa della campagna antisemita che infuria qui, non ho più sufficienti contatti con il mondo accademico italiano»; è una frase drammatica che rappresenta lo sconforto di chi aveva dedicato gli anni migliori della vita alla scienza, l’amarezza di chi si trovava persino impedito del metter piede nella biblioteca dell’Istituto dove aveva lavorato per più di vent’anni ed era costretto a dipendere dalla condiscendenza altrui per poter leggere un numero degli «Annali di Matematica pura e applicata», la rivista di cui era stato a lungo redattore. Già, perché il suo persecutore, Francesco Severi, era anche capace dell’ipocrisia di portargli di tanto in tanto il fascicolo di una rivista quando trovava un momento di tempo38. Si trattava di ipocrisia, di doppio gioco in vista di una possibile piroetta nel caso di caduta del regime, o di «pietismo» a buon mercato e prudentemente esercitato in forma rigorosamente privata? Certo è che di manifestazioni di solidarietà private ve ne furono parecchie, o quantomeno in discreta quantità; di manifestazioni di solidarietà pubbliche nessuna. Il Fondo Levi-Civita presso l’Accademia dei Lincei offre una raccolta di tali manifestazioni di solidarietà. Ne diamo un breve elenco: alcune sono ineccepibili, altre sono rivestite di un manto di ipocrisia. Durante la campagna preparatoria dell’estate 1938, il matematico Giulio Krall così scriveva a Levi-Civita: «Non ti 407

dico quanto sia nauseato per la campagna che si sta facendo. Leggo oggi sul Corriere, riportato dal Tevere, un estratto di un articolo di questo giornale col quale si vuol mettere le mani avanti per combattere anche la solidarietà che agli ebrei può derivare dalle persone oneste. È inconcepibile»39. Lucio Lombardo Radice così scriveva a Levi-Civita: «ero in dubbio se scriverLe o no; so come in momenti difficili le parole non possono essere altro che parole, specie se dette da una persona di poco rilievo, possano anche non far piacere. Ma ho sentito troppo forte il bisogno di dirLe, oggi, tutta la mia devozione e il mio rispetto; vorrei che nella mia voce Lei sentisse anche la voce di mio padre; vorrei che nella mia devozione Lei trovasse la devozione di tanti e tanti suoi scolari miei coetanei o più giovani di me»40. Tuttavia, come vedremo, tanta chiarezza Lombardo Radice non avrebbe avuto nel dopoguerra, quando si sarebbe trattato di prendere le distanze dagli arnesi del razzismo. Antonio Signorini, che era stato chiamato a Roma per occupare il posto lasciato «libero» da Levi-Civita, manifestava così il suo imbarazzo: «Io sono ancora molto turbato dagli avvenimenti recenti e mi domando, con viva apprensione, se verso di Te non ho mancato accettando l’offerta del gruppo matematico romano»41. Signorini si prendeva la cattedra di Levi-Civita e poi se la cavava manifestando l’imbarazzo in privato. Gino Cassinis: «Non Le ho scritto prima perché speravo. Per il momento, le speranze sono cadute ed io Le esprimo tutta la mia affettuosa solidarietà nell’ora triste che attraversa. E La ringrazio per quanto da Lei ho imparato, ricordando l’opera Sua insigne, che tanto ha onorato la Scienza e l’Italia»42. Un epitaffio. Elena Freda: «Nel momento in cui l’Università sta per essere privata dell’opera Sua, mi permetta d’inviarle 408

l’espressione del mio sincero rammarico e insieme di manifestarle la mia viva ammirazione per l’elevatezza e la generosità con cui, ormai da anni, ne ha visto prodigare quell’opera»43. Bruto Caldonazzo: «Permetti che, quale tuo discepolo, ti esprima il mio vivissimo dispiacere nel momento in cui viene stroncata, ma non certo arrestata, l’opera tua di maestro e ti confermi i miei sentimenti di altissima stima e reverente affetto»44. Curioso fenomeno quello di un’opera che pur essendo stroncata non si arresta. Luigi Campedelli: «Mi permetto di inviarLe l’espressione del mio deferente ossequio, in quest’ora in cui l’inizio del nuovo anno accademico fa sentire con maggiore tristezza la Sua assenza dalla Scuola»45. Giovanni Silva: «Inviandoti il volume 1937/38 dell’Accademia delle Scienze di Padova testé uscito e, quale socio e presidente di essa, prendendo con ciò da te il congedo richiesto dalle disposizioni politiche del Governo, desidero affermarti l’espressione personale della mia sempre viva devozione di discepolo e del mio costante affetto di amico»46. Discepolo e amico che però si mette sull’attenti davanti alle disposizioni politiche del governo. Sono manifestazioni flebili, talvolta ambigue, comunque acquiescenti non soltanto nei confronti delle leggi razziali, ma anche dell’eccesso di zelo della comunità matematica ufficiale. Spicca per contrasto l’atteggiamento di persone come Tullio Viola e sua moglie Elba Pacciotti che descrissero il clima della comunità matematica nei confronti dei colleghi come dominato da un gelido silenzio che poi venne giustificato con la paura, e che ebbero almeno il coraggio di offrire a Guido Castelnuovo rifugio per tre mesi dopo la retata nazista del 16 ottobre 1943 [cfr. Terracini 1968, 179]. 409

La massima manifestazione di solidarietà fu quella che gli ebrei riuscirono a esercitare con se stessi, in particolare affrontando il problema dell’istruzione dei ragazzi espulsi dalle scuole statali. L’istituzione delle scuole ebraiche fu affrontata con prontezza e grande impegno, e fu una manifestazione di resistenza dignitosa dell’ebraismo italiano contro le leggi persecutorie del fascismo. Naturalmente, i docenti erano in primo luogo i professori ebrei cacciati, e così i giovani allievi poterono approfittare dell’insegnamento di docenti del livello di Guido Castelnuovo e Giulio Supino. Ma in questo caso si vide chi realmente aveva sentimenti di solidarietà ed era disposto a collaborare concretamente, al di là dell’invio di un biglietto di condoglianze. Al riguardo vanno citati, tra gli altri, i nomi di Giulio Bisconcini, Bernardo Cacciapuoti e Raffaele Lucaroni. Vi fu poi un’opera attiva di collocamento dei docenti che desideravano emigrare, anche se il fenomeno ebbe dimensioni relativamente modeste rispetto a quel che avvenne in Germania e nei paesi dell’Europa orientale caduti sotto il dominio nazista. Il fenomeno fu più rilevante per la fisica e, in certa misura, anche per la biologia, ma fu alquanto ristretto per la matematica. In questa opera Levi-Civita fece leva su tutte le relazioni internazionali di cui era in possesso. Frattanto, il mondo matematico ufficiale continuava a mantenere un triste primato, sempre in riferimento a quei settori scientifici non ricompresi nel nucleo duro delle materie a forte implicazione razziale (scienze demografiche, biomediche e antropologiche). Nell’occasione del II Congresso nazionale dell’Unione matematica italiana del 1940, il presidente Luigi Berzolari inviava al prefetto di Bologna una lettera richiedente aiuti per l’organizzazione in cui si leggevano frasi del genere:

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Tale Congresso avrà interesse veramente nazionale, poiché sarà una rivista della produzione matematica italiana nell’ultimo triennio, e verrà a dimostrare che, anche dopo la dipartita dei professori di razza ebraica, non è venuta meno la produzione scientifica nel nostro paese, anzi, che nel clima fascista essa ha ripreso nuova vita e vigore [cit. in Pucci 1986, 210].

E i congressisti applaudirono Bottai che inaugurava i lavori facendo eco alle parole di Berzolari: S’affermò in quel Congresso47 (e in questo se ne avrà di certo, la solare conferma) il primato dell’Italia nella geometria algebrica, nel calcolo delle variazioni, nella geometria proiettiva differenziale; la sua posizione di primissimo piano nelle teorie delle funzioni, delle equazioni differenziali, delle algebre, della relatività, delle trasformazioni termoelastiche, negli studi di calcolo delle probabilità e attuariale, di storia delle matematiche, di storia dei numeri. Più che un trionfo è una rivelazione: la matematica italiana, non più monopolio di geometri d’altre razze, ritrova la genialità e la poliedricità tutta sua propria per cui furono grandi nel clima dell’unità della Patria, i Casorati, i Brioschi, i Betti, i Cremona, i Beltrami, e riprende, con la potenza della razza purificata e liberata, il suo cammino ascensionale48.

Altro che cammino ascensionale! L’isolamento della ricerca matematica italiana negli anni della guerra è testimoniato dal «Convegno internazionale» tenuto a Roma nel novembre del 1942 e organizzato dall’Istituto nazionale di alta matematica di Severi. Gli Atti del convegno, cui parteciparono solo matematici dei paesi fascisti o fascistizzati, mostrano la totale assenza o la presenza pressoché marginale ed episodica del nostro paese in settori centrali della ricerca matematica: teoria dei numeri, topologia e gruppi topologici, algebra commutativa. Ci si può anche «consolare» dicendo che questi ritardi avevano una matrice principalmente «interna» alla disciplina e che le leggi razziali vennero alla fine di (e quindi non influirono su) un periodo, quello tra le due guerre, in cui all’estero la matematica subiva un vasto processo di rinnovamento nelle tecniche e nei metodi cui l’Italia non seppe partecipare se non in maniera marginale. Ma proprio 411

per questo, le leggi razziali appaiono come il colpo finale che aggravò e rese irreversibile una crisi della matematica italiana che poteva essere curata soltanto da un collegamento più stretto con la ricerca internazionale. In altri termini, a un isolamento di matrice interna che già si stava manifestando, il fascismo diede la copertura ideologica esterna e il sanzionamento definitivo con il suggello della politica dell’autarchia (materiale e intellettuale) e della politica della purezza della razza. 3. La discriminazione La Dichiarazione della razza già affermava la volontà di introdurre una diversificazione all’interno della comunità degli ebrei di cittadinanza italiana, indicando che «nessuna discriminazione di carattere amministrativo, economico, morale» sarebbe stata applicata nei confronti degli ebrei di cittadinanza italiana che avevano avuto meriti particolari: famiglie di caduti nelle guerre sostenute dall’Italia nel Novecento; famiglie di mutilati e invalidi, di decorati e di volontari di guerra, di caduti per la causa fascista, di squadristi degli anni Venti; e comunque famiglie aventi «indiscutibili» titoli di benemerenza. La legge del 17 novembre 1938 n. 1728 recepì in modo formale questa possibilità di «discriminare» all’interno della comunità ebraica. E da notare, tuttavia, che i vantaggi della discriminazione erano limitati. La Dichiarazione precisava che essa non riguardava, in ogni caso, l’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado, per cui, per gli insegnanti, la reintegrazione nel servizio era comunque esclusa. La legislazione successiva precisava e delimitava i confini dei vantaggi riservati ai discriminati. Questa disposizione legislativa può essere considerata 412

un’ulteriore prova della specificità del razzismo antiebraico italiano, del fatto che esso non si basava sull’idea della purezza del sangue, come accadeva invece nel caso germanico. La possibilità della «discriminazione» confermava l’orientamento prevalentemente «spiritualistico» del razzismo fascista. Abbiamo visto49, del resto, che questo aspetto fu colto e sottolineato con forza da uno dei massimi esponenti di quella corrente razzista: Nicola Pende. Difatti, in un discorso tenuto nel 1940 egli aveva osservato che dal principio secondo cui la razza è in primo luogo un fatto spirituale discende «la grande generosità delle leggi fasciste che risparmiano ogni ostracismo a quei rari casi di ebrei che hanno dato prove lampanti che il loro spirito erasi omogeneizzato in tutto e per tutto con lo spirito della patria italiana» [Pende 1940b, 7]. Quindi esisteva una via d’uscita, per quanto parziale e umiliante, per coloro che erano in grado di esibire meriti speciali. Essere stato fascista di prima linea o «antemarcia», valoroso combattente in una delle guerre considerate sacre dal fascismo o comunque un patriota a ventiquattro carati, comportava una rigenerazione razziale capace di reintegrare - almeno in parte - l’ebreo nella comunità nazionale. Ancora una volta occorre osservare che il fatto di lasciare una possibilità di «salvezza» era il riflesso di un modo di vedere la persecuzione antisemita accettabile per la tradizione cattolica. Difatti, la possibilità della «discriminazione» aprì la strada a un fenomeno per molti versi simile a quello del «marranismo» nella Spagna medioevale50. Molti ebrei italiani, pur di sfuggire alle persecuzioni razziali, o almeno subirle in forme attenuate, cercarono appigli, benemerenze, titoli che permettessero di sfruttare la scappatoia offerta dalla «discriminazione»: e quindi accettarono la possibilità di 413

«arianizzarsi», pur continuando a sentirsi ebrei in privato. Per altri non valeva neppure questo sentimento, poiché ebrei non si erano mai sentiti se non per un accidentale fatto di discendenza. Questi differenti atteggiamenti risultavano già in maniera evidente dai modi diversi di compilare le schede di appartenenza razziale, come abbiamo visto in precedenza. Nei fatti, l’opportunità della «discriminazione» divise gli ebrei al loro interno e diede luogo a un indegno mercato delle «discriminazioni», che venivano vendute a carissimo prezzo da un piccolo gruppo di gerarchi corrotti fra cui spiccava Buffarini-Guidi. A livello storiografico, poi, la segretezza delle fonti archivistiche ha comportato che, mentre conosciamo con esattezza i dati relativi alle «discriminazioni», non conosciamo quasi nulla né dei nomi di coloro che presentarono le relative domande né delle motivazioni che li spinsero a tentare la via della distinzione tra perseguitati. In ogni caso, da una relazione di BuffariniGuidi sul primo anno di applicazione dei provvedimenti razziali, sappiamo che le istanze di discriminazione per benemerenze eccezionali erano state in tutto 4.629, di cui 187 accolte, 100 respinte e ben 4.342 giacenti ancora nelle stanze ministeriali in attesa di concludere la fase istruttoria. Alla data del 1° giugno 1942 erano state presentate 8.171 domande riguardanti ben 15.339 persone, a riprova che la scelta del «marranismo» dilagava, come era del resto naturale e comprensibile, anche per le tendenze assimilazioniste tipiche dell’ebraismo italiano e di cui abbiamo diffusamente parlato. Alla data del 15 gennaio 1943 la Demorazza aveva esaminato 5.870 domande, respingendone 3.384 e accogliendone 2.486. Alla fine i discriminati risultarono 6.494, ma, come ha osservato De Felice, la politica della Demorazza con il passare del tempo fu sempre più rigida: una certa «manica larga» si 414

ebbe soltanto nel primo periodo, mentre nel 1942 furono respinte 1.692 domande e ne furono accolte soltanto 7. Frattanto, molti di coloro che non riuscivano a farsi discriminare emigravano: alla data del 28 ottobre 1941 avevano lasciato definitivamente il paese 5.966 ebrei italiani51. La vicenda della «discriminazione» è molto delicata e la storiografia non ha potuto ancora approfondirla adeguatamente. Infatti, questa pratica fu da tutti considerata umiliante (e magari troppo umiliante in relazione ai vantaggi che essa conferiva): per queste ragioni, molti non vollero chiedere la discriminazione, mentre altri la chiesero con la massima discrezione, quasi vergognandosi di averlo fatto. Inoltre, per chi aveva sempre sentito un’appartenenza ebraica forte, la scelta era difficile, per lo più inaccettabile. Per coloro che non avevano mai avuto tale appartenenza (e, come abbiamo visto, era questo il caso di molti intellettuali e scienziati), in linea di principio la scelta poteva essere più naturale. Eppure, non di rado, proprio l’essere posti di fronte a una simile alternativa creava reazioni di rigetto, come se si stesse scegliendo la strada della resa e della viltà. In molti casi, poi, la richiesta di discriminazione non servì a nulla e quindi fu doppiamente umiliante, come nel caso del poeta Umberto Saba52. Si tratta quindi di vicende estremamente complesse e delicate, ancora in buona parte coperte dal riserbo, sulle quali le informazioni sono spesso molto frammentarie e su cui il giudizio deve essere cauto o addirittura sospeso53. Il caso di Vito Volterra è emblematico. Volterra era certamente una persona dall’animo fiero e combattente. Abbiamo visto che, nel 1931, posto di fronte alla richiesta di prestare il giuramento di fedeltà al regime fascista, era stato uno degli undici professori che si erano rifiutati di farlo, inviando al rettore dell’Università di Roma una lettera di 415

memorabile fermezza54. Eppure, di fronte alle persecuzioni razziali del 1938 egli si chiuse in un silenzio imperscrutabile, come se fosse colpito da una degradante malattia. La sua corrispondenza non reca tracce del dramma che egli stava vivendo salvo che in modo indiretto attraverso alcuni fatti. Per esempio, nel 1937 Volterra ricevette una proposta di pubblicare un libro sulla biomatematica in collaborazione con suo genero, lo zoologo Umberto D’Ancona - con cui aveva già collaborato scientificamente e pubblicato un libro -, in una collana del noto teorico dei sistemi Ludwig von Bertalanffy55. Risulta che Volterra si rifiutò di collaborare a questo libro che poi D’Ancona scrisse da solo [D’Ancona 1939]. Le ragioni non emergono esplicitamente dalla corrispondenza salvo un accenno di D’Ancona che risulta alquanto trasparente: «dato il luogo dove il libro dovrà essere pubblicato». Questo luogo era Berlino e non è azzardato supporre che Volterra non gradisse pubblicare in un paese in cui dilagava in modo così violento il razzismo. A conferma di ciò sta la sua richiesta che il suo nome non comparisse neppure nell’introduzione al libro. Eppure protestava D’Ancona - come era possibile evitare di menzionare il nome di Volterra nell’esposizione di ricerche che erano essenzialmente a lui dovute? In una lettera del 29 maggio 1939 D’Ancona dichiarava di non ritenere giustificate certe «preoccupazioni» espresse da Volterra - della cui esatta natura non sappiamo nulla - ma ribadiva: Il Bertalanffy ha voluto un lavoro sui Suoi studi ed è quindi naturale che ciò risulti dalla prefazione […] Si tratta di un lavoro puramente scientifico nel quale è naturale che le cose siano esposte in modo del tutto obbiettivo. Per evitare la possibile impressione (non giustificata però) che io abbia voluto insistere intenzionalmente al Suo nome, nominerò questo 2 sole volte invece di 3 come era finora. Ma il resto lascerò come sta [cit. in Israel e Millan Gasca 2002, 198].

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Tutta la corrispondenza, dal 1937 al 1939, contiene continui riferimenti alla vicenda Bertalanffy, la quale doveva preoccupare moltissimo sia Volterra che sua moglie, al punto che la figlia Luisa si lamentò: «parlate sempre del Sig. Bertalanffy e poco di voi» [ibidem, 189]. Colpisce una certa indifferenza dei coniugi D’Ancona nei confronti della condizione psicologica dei Volterra. È alquanto sorprendente leggere in un periodo così tragico siamo nel maggio del 1939, ormai nel pieno dell’antisemitismo di stato, quando non vi era alcun motivo di nutrire buonumore - frasi come «Bisogna cercare di essere più sereni a questo mondo», e addirittura «Non vi preoccupate per tutto quando non ce n’è motivo!». Di ben diverso tenore sono le lettere che Volterra riceveva da alcuni dei suoi principali collaboratori all’estero. Il professore di farmacia Jean Régnier così si esprimeva in una lettera del 2 dicembre 1938: Caro Signore e cara Signora Viviamo qui in una grande inquietudine per voi e per la vostra famiglia e malgrado tutto il desiderio che debbo avere di incoraggiare il Signor Volterra, non possiamo impedirci di trasmettervi tutti i nostri sentimenti di ansia. È infinitamente triste per una personalità di tale livello come il nostro Maestro che egli debba, in un paese che ha tanto onorato, dubitare del proprio avvenire e di quello dei suoi cari. È una tale ingiustizia, un’incomprensione tanto enorme, che dovrebbe lasciar indifferente il Signor Volterra. Nessuno potrà far sì che i suoi lavori, che le sue concezioni non esistano, nessuno può far sì che egli non sia, secondo il parere di tutti i competenti, il più grande matematico vivente. Questa semplice idea dovrebbe sostenerlo e permettergli di prendere il più filosoficamente che sia possibile tutte le tristezze attuali [ibidem, 333].

Chi pensa al Volterra che pochi anni prima aveva rifiutato con energia e dignità di prestare il giuramento di fedeltà al regime fascista affrontando con coraggio tutte le conseguenze che questa scelta comportava, non riconosce la stessa persona in queste circostanze, ma si trova di fronte a una personalità affranta e piegata che accetta l’elemosina 417

della procedura di discriminazione. Il 21 gennaio 1939 il presidente del Senato Luigi Federzoni gli comunicava con una lettera assai formale che era stata «disposta la discriminazione dei Senatori appartenenti alla razza ebraica» e che «le discriminazioni nei confronti dei parenti degli stessi Senatori sono già in corso»56. Di certo Volterra era ormai un uomo anziano e molto malato, le cui energie erano grandemente affievolite, ma ancora una volta ci sembra si debba porre l’accento sul carattere specifico della disgrazia che lo colpiva. Lui, che si era sempre sentito italiano, anzi il massimo rappresentante della scienza italiana, veniva estromesso senza neppure consentirgli la reazione politica che era stata possibile ai tempi del giuramento. Veniva espulso dalla comunità nazionale in nome di una classificazione razziale che per lui non aveva senso. Tutti i frammenti che possediamo di questi ultimi due anni della vita di Volterra ci consegnano l’immagine di un dolore infinito in grado di spezzare ogni capacità di reazione. Sembra che anche Tullio Levi-Civita avesse l’intenzione di presentare domanda di «discriminazione», mentre è certo che l’abbiano presentata sia Guido Castelnuovo sia Roberto Almagià, entrambi chiedendo esplicitamente l’appoggio di Giovanni Gentile. Così scriveva Castelnuovo a Gentile in data 16 giugno 1939: Caro Senatore, Ella è stata così buono da appoggiare la mia domanda di discriminazione presso il Ministero dell’Interno. Ora di questa domanda non ho più avuto notizie. Posso pregarla di sollecitare, quando le si presenti l’occasione, lo svolgimento delle pratiche? Gliene sarei gratissimo. La cosa non interessa me personalmente, ma interessa la carriera dei miei figlioli. Mi scusi di questa noja che Le dò, facendo assegnamento sulla Sua buona amicizia cui tengo molto, ed accolga i miei ringraziamenti e saluti cordiali […] P.S. La mia domanda di discriminazione è in data 27 novembre 1938, XVII ed è pervenuta al Ministero dell’Interno il 29 novembre [cit. in Guerraggio e Nastasi 1993, 135-136].

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Non dissimili le motivazioni di Almagià, il quale cominciò a interessare Gentile fin dal 20 settembre 1938, anch’egli sottolineando, «anche per riguardo alla mia famiglia», la necessità di non precludersi alcuna via ma, soprattutto, «a fine di ottenere, almeno a titolo di parziale risarcimento morale, un riconoscimento favorevole nel senso di non essere discriminato, ma essere considerato alla pari di tutti i cittadini italiani». Però, ancora in data 28 settembre 1940, insisteva con Gentile avendo «saputo che la Commissione che, al ministero dell’Interno, si occupa di quelle vecchie pratiche cui sono anche io interessato, ha ripreso i lavori proprio in questi giorni» [Nastasi 1991b, 143]. Non sappiamo che esito abbia avuto la richiesta di Almagià, sappiamo però che Gentile si adoperò molto in suo favore, fino a richiamarlo all’Enciclopedia Italiana per la compilazione dell’Enciclopedia minore. Né questo fu l’unico gesto onorevole di Gentile. Conosciamo per esempio la sua nobile lettera di commiato, scritta dalla Normale, quando le leggi razziali gli imposero di costringere alle dimissioni Paul Oskar Kristeller, lo studioso che egli stesso aveva salvato dalle leggi razziali tedesche invitandolo in Italia e che aiuterà ancora quando, trovata una decorosa sistemazione negli Stati Uniti, una serie di difficoltà burocratiche ne impedirono la partenza dall’Italia. E conosciamo altresì il suo interessamento a favore della richiesta di «discriminazione per particolari benemerenze» presentata da Federigo Enriques. Esiste infatti, presso l’Archivio della Fondazione Gentile, un sibillino biglietto di ringraziamento, datato 8 dicembre 1940, che Enriques indirizza a Gentile: «verrò quanto prima a salutarLa e a dirLe a voce la mia gratitudine; ma intanto voglio dirLe subito grazie». In quell’epoca potevano essere molti i motivi che potevano indurre un ebreo italiano a ringraziare i prepotenti (nel senso etimologico del termine); 419

ma il ringraziamento all’avversario di un tempo aveva in questo caso per oggetto l’interessamento a favore della sua richiesta di «discriminazione». Infatti, in data 6 febbraio 1940, il ministero dell’Interno (Demorazza) scriveva una «riservata urgente» a quello dell’Educazione per ottenere un parere «sull’opportunità o meno di far luogo» alla richiesta di discriminazione presentata da Enriques. Soltanto in data 14 settembre 1940 il ministro Bottai si decideva a esprimere il citato parere che qui riportiamo integralmente: L’ebreo Abramo Federico Enriques fu nominato, in seguito a concorso, professore straordinario di geometria proiettiva e descrittiva presso la R. Università di Bologna dal 1° gennaio 1897. Fu promosso ordinario dal 14 giugno 1900. La Commissione esaminatrice dei titoli da lui presentati per tale promozione giudicò che i suoi lavori dimostravano una pregevole operosità scientifica, provando la potenza dell’ingegno e la vasta erudizione dell’autore. Infatti gli argomenti da lui trattati, di indole varia, sono di notevole importanza e talvolta presentano difficoltà che egli riuscì a superare con procedimenti del maggior rigore scientifico. L’Enriques dimostrò inoltre di possedere le attitudini didattiche necessarie ad adempiere con zelo il suo ufficio di insegnante. Dal 16 ottobre 1923 il predetto Enriques fu trasferito alla cattedra di geometria superiore della R. Università di Roma, ove rimase fino all’atto della sua dispensa dal servizio. Il suo nome di scienziato e di insegnante fu noto anche all’estero, ed egli fu invitato fuori d’Italia da Università ed Enti culturali a tenere conferenze (Parigi, Nizza, Lugano, Tunisi, Bucarest, Amburgo, America Latina ecc.) destando con le sue lezioni vivo interesse. In riconoscimento dei suoi meriti l’Enriques fu nominato dottore h.c. delle Università di S. Andrew (Edimburgo) e di Liegi, e membro onorario dell’Accademia argentina di scienze esatte, fisiche e naturali. Risulta, inoltre, insignito della Croce di Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia. Fu iscritto al P.N.F. dal 1933. Considerato quanto sopra e salvo le ulteriori decisioni di competenza di codesto Ministero, si riterrebbe di poter esprimere parere favorevole alla concessione del beneficio in oggetto al predetto docente57.

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È probabile dunque che nell’intervallo tra il settembre e il dicembre del 1940, data del biglietto di ringraziamento di Enriques, vi sia stato un ulteriore intervento di Gentile a favore dell’accoglimento della richiesta. La discriminazione servì a qualcosa? In realtà a poco o niente, tanto che il grande matematico fu costretto a firmare con lo pseudonimo di Adriano Giovannini i suoi articoli su quel «Periodico di matematiche» che egli aveva rilanciato e diretto per oltre venti anni. Ed è con le parole di Enriques che concludiamo questo paragrafo, parole amare che denotano la grande tristezza di essere costretto a camuffarsi da dilettante di matematica, lui che era stato una grande autorità mondiale nel campo della geometria algebrica: L’autore di questo articolo non si presenta con un nome che gli dia autorità di giudicare cose matematiche: tuttavia l’amore che porta a questi studi nel loro aspetto storico, e le osservazioni che ha avuto luogo di fare sulla psicologia dei matematici, trovandosi con alcuni di essi in rapporti d’intima convivenza, gli consentiranno forse di esporre qualche riflessione, non del tutto oziosa, sul grande problema filosofico dell’errore, nella scienza e nella ricerca matematica [Giovannini (Enriques, F.) 1942, 57].

4. Le conseguenze delle politiche razziali Quali furono gli effetti della legislazione razziale sulla scienza italiana e, più in generale, sull’università e sulla cultura? A sentire Visco - l’abbiamo visto - furono irrilevanti poiché il mondo universitario aveva guardato alla loro estromissione «con la più serena indifferenza». Anzi, gli effetti erano stati benefici perché si era «guadagnato in unità spirituale». Era la stessa opinione dell’Umi: secondo Berzolari, dalla cacciata degli ebrei la matematica 421

italiana aveva tratto nuova vita e vigore, e gli aveva fatto prontamente eco Bottai parlando di ripresa del «cammino ascensionale» di una comunità scientifica «purificata e liberata». Il coro in tal senso era nutrito ma vi erano anche alcune voci dissonanti, e non proprio irrilevanti se lo stesso Visco si era scagliato contro i «ben pensanti» che avevano previsto catastrofi derivanti dall’estromissione dei professori ebrei. Fra questi «ben pensanti» c’era pure una voce importante come «Vita Universitaria», la rivista fascista dell’Università di Roma, la quale ospitò l’intervento di Visco ma pochi mesi prima (proprio all’indomani delle leggi razziali) aveva lanciato un monito brutale: «oggi non sarà facile coprire tutte le cattedre con elementi scientificamente ben preparati; e forse in alcune materie, non sarà possibile per alcuni anni». E suggeriva di coprire i vuoti con incarichi provvisori perché, aggiungeva, «non sono stati allontanati dalle università italiane gli antifascisti, i vecchi e gli ebrei per saturarle di impreparati o di furbi». In realtà, era «Vita Universitaria» ad aver ragione e non Visco che assisteva indifferente dall’alto della sua inossidabile mediocrità scientifica, la quale costituiva anzi un incentivo - così come per molti altri «impreparati» e «furbi» - a levarsi di torno colleghi con i quali il confronto era impietoso. E anche nel caso di professori di indiscutibile valore scientifico, come Antonio Signorini (che abbiamo visto vergognarsi di aver occupato la cattedra di LeviCivita), la caduta di livello era fin troppo evidente. Una breve rassegna può dare un’idea della gravità delle perdite. La scuola italiana di fisica, quella dei «ragazzi di via Panisperna» che si era resa famosa nel mondo per le sue ricerche pionieristiche nella fisica nucleare, era cancellata con un tratto di penna. Bruno Rossi, Enrico Fermi (che aveva ricevuto il premio Nobel proprio nell’anno delle leggi 422

razziali), Emilio Segrè, Ugo Fano, figlio del matematico torinese Gino, ed Eugenio Fubini, figlio del grande matematico Guido, emigrarono tutti negli Stati Uniti. Franco Rasetti, il membro più anziano del gruppo di via Panisperna, sebbene fosse «ariano» non volle restare in un paese che compiva tali infamie ed emigrò in Canada. Qui iniziò ad abbandonare gli studi di fisica, «disgustato dalle ultime applicazioni della fisica» e dal fatto che la scienza stesse diventando «un mezzo di oppressione politica e militare» e cominciò a interessarsi di geologia e di paleontologia, manifestando interessi anche per la biologia e la genetica [cfr. Arnaldi 1997, 171-173]. Giulio Racah si trasferì all’Università Ebraica di Gerusalemme. Leo Pincherle, nipote del matematico Salvatore Pincherle, emigrò in Inghilterra; Sergio De Benedetti a Parigi assieme a Bruno Pontecorvo, il quale poi si trasferì in Unione Sovietica. Un altro disastro, forse meno noto ma non meno grave, fu la dispersione della scuola torinese di biologia fondata da Giuseppe Levi (padre del giovane Mario la cui vicende abbiamo già raccontato). Oltre allo stesso Levi, la scienza italiana perse due suoi allievi e futuri premi Nobel: Salvatore (Salvador Edward) Luria e Rita Levi Montalcini. A questi va aggiunto un terzo futuro Nobel «ariano», formatosi alla scuola di Levi: Renato Dulbecco. Sempre restando nel campo delle scienze biomediche, furono espulsi scienziati del valore di Maurizio Mosè Ascoli, Camillo Artom, Mario Camis, Amedeo Herlitzka, Mario Donati. E gli effetti del colpo inferto sarebbero stati in molti casi irreversibili. Così il chirurgo Mario Donati rientrò a Milano alla fine della guerra e riassunse la direzione della clinica chirurgica ma, spossato dalle traversie passate, morì di ictus nel gennaio del 1946. Ancora più emblematica è la vicenda di Mario Camis (che aveva avuto come collega di 423

facoltà il razzista Arturo Donaggio). Egli cedette il posto a Giulio Cesare Pupilli che «sarebbe divenuto uno dei cattedratici più ricchi di prestigio e di potere del mondo accademico postbellico» [Cosmacini 1996, 180] e decise di farsi frate domenicano, dopo essersi convertito. Dopo una missione in Estremo Oriente, rientrò in Italia, alla fine della guerra, e morì di mal di cuore nell’agosto del 1946. La chimica perse due fra i principali cultori del settore industriale della disciplina: Giorgio Renato Levi e Giacomo Mario Levi, che quantomeno ebbe a Milano un sostituto di valore nella persona di Giulio Natta (futuro premio Nobel). Anche per la matematica più che il dato numerico conta la qualità delle perdite. Innanzitutto Vito Volterra, di cui abbiamo più volte parlato. Poi Guido Fubini, creatore della geometria differenziale proiettiva, e i due grandi «cognati geometri» Guido Castelnuovo e Federigo Enriques, i cui nomi erano indissolubilmente legati alla corrente di ricerche matematiche nota all’estero come la «scuola italiana di geometria algebrica». Fra l’altro, Enriques aveva appena svolto la funzione di coordinatore delle voci matematiche della Enciclopedia Italiana. E va soprattutto menzionata la perdita di Tullio Levi-Civita, forse il più grande matematico italiano del periodo. Potremmo continuare ricordando il nome, a noi già ben noto, di Giorgio Mortara che, sul piano della teoria statistica e demografica, non era secondo a Corrado Gini. Mortara decise di emigrare, tentando dapprima di andare negli Stati Uniti e poi trovando una posizione in Brasile. Qui si trovò bene al punto di radicarvi la famiglia. Il suo ritorno in Italia, pochi anni prima della morte, non ebbe mai il significato di un reinserimento completo58. Le mancate citazioni costituiranno certamente dei torti di 424

omissione. Ma qui il punto non è fare un elenco di riconoscimenti quasi a titolo riparatorio, bensì dare il senso di un disastro e di una devastazione i cui effetti furono in buona misura irreversibili. La cacciata di un così alto numero di scienziati di primo piano poneva il problema della loro sostituzione, problema risolto, tutto sommato, senza grandi difficoltà. Altro è il discorso se tali sostituzioni abbassavano o meno il livello qualitativo della ricerca scientifica italiana. La risposta è praticamente obbligata: la caduta di livello era inevitabile. Tuttavia chi obietta che, in definitiva, la sospensione del servizio dei professori ebrei fu breve - soltanto pochi anni, e portò a conseguenze modeste, anche in ragione del fatto che essi furono reintegrati, trascura molti fatti importanti. In primo luogo che, a causa del protrarsi della guerra e dell’occupazione nazista dopo la caduta del fascismo, l’interruzione dal servizio durò di fatto per otto anni circa. In secondo luogo, che molti dei protagonisti, se non erano emigrati, avevano subito un colpo talmente duro da vedere compromessi il proprio equilibrio psicologico e la propria salute, in taluni casi andando incontro a morti premature; per cui il gruppo che fu reintegrato era ormai decimato e scompaginato. In terzo luogo - e si tratta forse di una delle conseguenze più importanti - il reintegro dei professori ebrei espulsi non avvenne sulle cattedre precedentemente occupate, bensì su nuove cattedre create ad hoc e ad personam, ovvero destinate a sparire con il loro pensionamento. In altri termini, si ammetteva la legittimità della sostituzione dei docenti ebrei anche se era avvenuta con una motivazione ignobile ed essi venivano risarciti con cattedre «strapuntino» appositamente create. Una vera umiliazione che oltretutto rappresentava un’enorme perdita di potere accademico, poiché il controllo del reclutamento degli assistenti era ormai in altre mani. Ciò che 425

non veniva scalfito, inoltre, era il nuovo assetto accademico venutosi a creare con le leggi razziali. In alcuni casi tale assetto aveva portato personaggi di livello scientifico discutibile a occupare posizioni dominanti, con la conseguente distruzione di scuole scientifiche prestigiose, la quale veniva completamente legittimata. In quarto luogo, nessuno di quanti avevano collaborato alla campagna razziale e addirittura nessuno di coloro che ne erano stati protagonisti perse la propria posizione: in pochi anni, prima l’opera discutibile delle commissioni di epurazione e poi l’amnistia restituirono a tutti i protagonisti del razzismo fascista i loro incarichi. Che cosa poteva mai rappresentare il reintegro di pochi professori ebrei a fronte della legittimazione totale dell’assetto accademico e scientifico uscito dalle leggi razziali? Come vedremo, i protagonisti del razzismo fascista avrebbero approfittato del ritorno nelle loro posizioni di potere per ripulire la propria immagine, con l’aiuto delle consorterie accademiche e delle forze politiche con cui avevano stipulato un patto di mutua convenienza. Chiudiamo queste considerazioni con l’illustrazione di un paio di casi - se ne potrebbero fare molti altri - che offrono un’idea del modo talora sgangherato e talora drammatico con cui avvenne il reintegro dei professori ebrei nell’università. Guido Tedeschi era stato assunto come professore straordinario all’Università di Siena nel 1936 e, per ottenere questa posizione, aveva anche preso la tessera del Partito fascista: usava scherzare sulle iniziali del Pnf (Partito nazionale fascista) dicendo che per lui significavano: «per necessità familiari» [Cordisco 2001, 35]. Fu addirittura incaricato di lavorare sulla riforma del Codice civile e le sue proposte (elaborate in collaborazione con altri colleghi) furono approvate dalla facoltà e trasmesse al ministero della 426

Giustizia il 10 febbraio 1938. In quegli stessi giorni Tedeschi aveva avanzato la domanda per il passaggio a professore ordinario, a scadenza del triennio come straordinario. Ma il 18 ottobre di quell’anno egli fu espulso a seguito dell’invito ministeriale al rettore ad applicare i provvedimenti razziali. Norberto Bobbio, che fu assunto all’Università di Siena in quei giorni, ricorda come un raro atto di coraggio il messaggio di commiato con cui il rettore Alessandro Raselli rese omaggio a Tedeschi «eccellente collega e apprezzato titolare della cattedra di Diritto civile» costretto a lasciare l’ufficio a causa dei provvedimenti razziali. Anche la Facoltà di Legge testimoniò con una mozione l’affetto e l’apprezzamento per il professore [ibidem, 37]59. Tedeschi decise di emigrare e riuscì fortunosamente a imbarcarsi su una nave per Tel Aviv. Nel giugno del 1944 egli venne riassunto all’Università di Siena come professore straordinario e richiese il passaggio a professore ordinario a decorrere dal dicembre del 1939 in ragione del fatto che l’interruzione del periodo finale del trienno di straordinariato era stata forzatamente imposta dalle leggi razziali. A questo punto intervenne la miseria della burocrazia che non volle intendere ragioni: gli anni dello straordinariato dovevano essere continuativi e non si accettava in alcun modo di tenere in conto il fatto che l’interruzione era stata forzata. Il passaggio a professore ordinario avvenne soltanto nell’aprile del 1946. Senza entrare nei dettagli delle vicende successive60, ci limitiamo a dire che il professor Tedeschi si era ormai stancato e si era assuefatto alla sua nuova collocazione per cui decise di stabilirsi definitivamente in Israele. L’università italiana aveva perso uno dei maggiori esperti italiani in diritto civile (così fu definito dal nuovo rettore dell’Università di Siena Bracci). Se questo è un esempio di gestione miope e sgangherata, 427

il caso di Tullio Terni è invece tragico61. Terni era un biologo, collaboratore di Giuseppe Levi, ed era stato un convinto sostenitore del regime. In quanto ebreo era caduto vittima delle leggi razziali ed era stato rimosso dal posto universitario in data 16 ottobre 1938. In seguito, era stato reintegrato in data 12 aprile 1945. Dopo neanche quattro mesi egli veniva proposto per la radiazione dall’Accademia dei Lincei per le ragioni opposte, ovvero per le sue trascorse simpatie per il regime fascista. E - somma beffa - veniva messo nella stessa lista di proposte di radiazione assieme a uno dei principali attori di quella politica razziale di cui era stato vittima, il collega biologo Sabato Visco. Insomma, persecutore e perseguitato finivano nella stessa lista di proscrizione. La proposta di radiazione venne trasmessa dalla Commissione di epurazione al ministero della Pubblica istruzione in data 27 ottobre 1945, seguì il corso burocratico e, in data 4 gennaio 1946, Tullio Terni venne definitivamente radiato dall’Accademia dei Lincei assieme a Silvestro Baglioni, Francesco Pentimalli, Paolo Vinassa de Regny, Livio Cambi, Giuseppe Bottai e Sabato Visco. L’affronto e l’umiliazione furono per lui insopportabili. Trascinò la vita penosamente per alcuni mesi. Tentò di essere riabilitato chiedendo il reintegro nella sua Università di Padova. Il reintegro nell’insegnamento gli venne concesso ma il rettore dell’università gli scrisse una lettera in cui affermava testualmente: «Come Rettore ti dico di venire, come uomo ti sconsiglio di farlo». Difatti, nell’Università di Padova era attiva una cellula comunista che perseguitava puntigliosamente tutti i personaggi ritenuti anche lontanamente compromessi con il fascismo. Non bisogna dimenticare che rettore dell’università era Concetto Marchesi, militante comunista e stalinista fervente, che fu ritenuto il responsabile morale dell’assassinio di 428

Giovanni Gentile. Questa cellula aveva diffidato l’ex «direttore fascista» (così essa definiva Terni) dal riprendere il suo posto. Terni cadde allora in uno stato di disperazione senza via d’uscita. Il 25 aprile 1946 (primo anniversario della liberazione del paese dal nazifascismo) egli si suicidò con una fiala di cianuro che aveva conservato nel caso in cui fosse stato catturato dai tedeschi per essere deportato in un campo di sterminio. È inutile dire che questa vicenda tragica suscita un altro ordine di considerazioni che svilupperemo nelle conclusioni finali. Per ora ci basti dire, alla luce di tutto quanto osservato, che la reintegrazione dei professori cacciati fu parziale, monca, per certi versi umiliante e non modificò in nulla l’assetto che si era prodotto in quei pochi anni di razzismo di stato. Altro che pochi anni… In quel breve periodo si era prodotto un cataclisma che aveva cambiato in modo irreversibile il volto dell’università, dell’accademia e della scienza italiane, tanto che ancor oggi ne viviamo le conseguenze. Ed è di questo che intendiamo parlare nell’epilogo.

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Epilogo Per provare quanto sia stata e continui a essere persistente la disattenzione nei confronti della vicenda delle leggi razziali vale un esempio. Si tratta della ormai annosa discussione sull’atteggiamento di Pio XII nei confronti della persecuzione antiebraica durante la seconda guerra mondiale. Questa discussione si trascina con alterne vicende fin dal 1963, quando il dramma di Rolf Hochhuth Il Vicario dipinse questo papa come indifferente di fronte alle persecuzioni naziste e allo sterminio nei lager, un’indifferenza che qualcuno interpretò addirittura come complicità. In un libro recente [Vian 2009] questa polemica è stata riesaminata per mostrare come quella immagine fosse una «leggenda nera» probabilmente montata ad arte per rendere poco credibile la figura di una delle personalità più radicalmente anticomuniste del dopoguerra. Concordo sostanzialmente con questa interpretazione a patto che essa si accompagni a un’importante precisazione: e cioè che, se è forzato e infondato attribuire responsabilità a Pio XII in merito alla Shoah, il discorso cambia se parliamo delle politiche razziali fasciste. In altri termini, se per Pio XII e buona parte del mondo cattolico era inaccettabile l’idea di una soppressione fisica del popolo ebraico e, più in generale, di una politica razziale condotta sul principio del sangue, una discriminazione non cruenta che lasciasse aperta la strada alla conversione e alla reintegrazione per chi volesse allontanarsi dall’ebraismo (e che, di fatto, costituisse 430

un incentivo per ottenere tale risultato) non era da rigettare. Fin dal 2003 ho proposto di stabilire una distinzione chiara fra la questione della Shoah (il massacro nazista degli ebrei) e la persecuzione razziale fascista nel valutare l’atteggiamento di Pio XII e del mondo cattolico [Israel 2005b; 2009]: nel primo caso il carattere strumentale e infondato della polemica appare con evidenza, mentre nel secondo la questione si pone in termini diversi. Ma tale invito a distinguere non è stato respinto o contestato: è stato semplicemente ignorato. Pare che la questione dell’atteggiamento della Chiesa e del mondo cattolico nei confronti delle politiche razziali fasciste semplicemente non esista1. In fin dei conti, se di «silenzi» si deve parlare non è di quelli di Pio XII sulla Shoah bensì dei pervicaci silenzi nei confronti della questione delle leggi razziali fasciste. Abbiamo visto quali fossero i sentimenti di padre Agostino Gemelli nei riguardi degli ebrei e della questione ebraica: egli si augurava la sparizione degli ebrei come una «liberazione» per l’umanità, anche se certamente non auspicava tale «soluzione» nei termini di quella «finale» dei nazisti. Eppure, questo capitolo non edificante continua a essere ignorato e, malgrado le prove dell’antisemitismo di Gemelli siano inconfutabili2, si continua ad aggirare la questione adducendo il fatto che egli salvò alcuni ebrei dalla deportazione, del che non abbiamo motivo di dubitare. Anche le celebrazioni del quarantesimo anniversario della morte (2009) non sono state l’occasione per alcuna messa a punto sulla questione. D’altra parte, nel dopoguerra il mondo cattolico fu automaticamente sollevato da qualsiasi responsabilità per la compromissione o il consenso nei confronti delle politiche razziali del fascismo, anche contro l’evidenza e persino sfidando l’assurdo: non soltanto Gemelli non fu chiamato a rispondere delle sue tirate 431

antisemite e del sostegno politico dato alla linea dei razzisti «spiritualistico-romani», ma una sua lettera inviata a Pende nel 1938, in cui ne sosteneva le posizioni, fu prodotta da questi per scagionarsi dalle accuse di razzismo3. Che non vi fosse affatto un atteggiamento di pentimento o comunque autocritico è testimoniato anche dal fatto che padre Riccardo Lombardi (noto con l’appellativo di «microfono di Dio» per i suoi frequenti interventi radiofonici) sempre nel dopoguerra non esitò a riproporre gli stessi argomenti antisemiti di Gemelli con un tono ancor più virulento4. Ma accadde di peggio. Francesco Margiotta Broglio ha ricordato [De Felice, Margiotta Broglio e Scoppola 1989] che Piero Calamandrei annotò nel suo diario, agli inizi dell’agosto 1943, che tutti si rallegravano o fingevano di rallegrarsi della caduta del duce, ma nessuno parlava di abrogazione delle leggi razziali. Anzi, il noto padre gesuita Pietro Tacchi Venturi intervenne nei confronti del governo Badoglio, a nome della Segreteria di stato vaticana, facendo presente la «penosa condizione in cui si trovano non pochi cattolici di famiglie, cosiddette miste, per la stirpe da cui discendono» e l’opportunità di riconoscere la «piena arianità a tutta la famiglia mista» e ai matrimoni fra cristiani di stirpe ebraica contratti dopo l‘8 ottobre 1938. In tal modo - a parte l’imbarazzante riferimento all’arianità - si ribadiva che l’unico interesse del Vaticano era rivolto alle famiglie miste e quindi a un’efficace implementazione di una politica di conversioni. Quanto agli ebrei non battezzati, peggio per loro. Difatti, risulta che Tacchi Venturi, in un colloquio con il ministro dell’Interno Umberto Ricci, si guardò bene dal richiedere l’abrogazione della legislazione razziale fascista e neppure dal sollevare il problema. Anzi, dopo aver riproposto la consueta lamentazione circa il vulnus che le leggi razziali avrebbero portato al Concordato in materia di trascrizione dei matrimoni 432

religiosi, arrivò al punto di sostenere che, «secondo i principi e la tradizione della chiesa cattolica, [la legislazione razziale] ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma» [ibidem, 17 e 26]5. Veniva così data conferma da parte della fonte diretta che le leggi razziali, sotto la forma spiritualistica adottata, pur se non corrispondenti del tutto ai desiderata della Chiesa, in particolare per quanto riguarda il famoso vulnus, non erano state sgradite. Questa «disattenzione» - per usare un eufemismo - nei confronti della problematica razziale fu molto diffusa e una delle sue manifestazioni fu data dalla lentezza esasperante del processo di abrogazione delle leggi razziali in Italia. Un processo non soltanto faticoso ma persino contrastato, con strascichi che coinvolsero diversi organi giudiziari in sentenze a dir poco discutibili, fino a tempi recenti6. La «delegificazione» impiegò quasi mezzo secolo: dal 1943 al 1987! [Ibidem] Il governo Badoglio iniziò a occuparsi delle leggi razziali soltanto verso la fine di settembre del 1943 e si dovette attendere fino al 20 gennaio 1944 per la promulgazione di un testo organico abrogativo. Si trattò di un testo sofferto e insufficiente che diede luogo a interpretazioni giurisprudenziali ingenerose «come ad esempio a proposito della questione se gli ebrei ai quali era stata revocata la cittadinanza italiana in quanto considerati nemici nei territori assoggettati di fatto al governo della repubblica di Salò, potessero usufruire delle agevolazioni che l’articolo 18 del Trattato di pace fra l’Italia e le potenze alleate concedeva alle persone trattate come nemici dalla legislazione in vigore in Italia durante la guerra» [ibidem, 9]. Per porre fine alle interpretazioni restrittive e formali della 433

Cassazione, il parlamento risolse la questione con una legge che riconosceva l’applicabilità della norma anche agli ebrei colpiti da provvedimenti razziali della Repubblica sociale italiana: ma tale legge fu promulgata I’ll gennaio 1971! Così, fu necessario attendere il 1955 (legge 10 marzo 1955 n. 56) per l’estensione ai perseguitati razziali dei provvedimenti già emanati per i perseguitati politici. E nel vagliare questa legge gli uffici della presidenza del Consiglio dell’epoca esitarono molto manifestando il timore che queste norme potessero determinare una discriminazione a rovescio, anzi addirittura «una nuova persecuzione diretta a non israeliti». Ci vollero alcuni anni (decreto 11 maggio 1947 n. 364) per regolare le eredità degli ebrei deceduti per atti di persecuzione razziale, che erano a suo tempo passate allo stato fascista e che vennero finalmente trasferite all’Unione delle comunità israelitiche. Ricordando le numerose sentenze della Cassazione che tendevano a «legittimare» le conseguenze della legislazione antiebraica, in particolare di quella della Rsi, Margiotta Broglio ha osservato che non è facile stabilire fino a dove arrivasse il criterio formale e restrittivo di interpretazione delle norme da parte della Suprema Corte e dove iniziasse, invece, la sottile e forse inconsapevole penetrazione di diffusi residui di ideologia antiebraica assorbita, probabilmente, dai giudici insieme a quella cultura cattolica che fino al Vaticano II si riconosceva ancora nelle posizioni dell’«Osservatore Romano» di fine secolo che chiedeva uno status speciale e diverso per i cittadini italiani di razza ebraica «vista la naturale ripugnanza che ognuno sente per il popolo deicida» [ibidem].

È quindi evidente che la caduta del fascismo non segnò per gli ebrei italiani un trionfale reingresso nella comunità nazionale. Le tormentate vicende della reintegrazione dei professori ebrei di cui abbiamo parlato alla fine del precedente capitolo vanno inquadrate in questo contesto. Tuttavia, per rendersi conto appieno di quanto questo contesto fosse negativo occorre fare riferimento al vero e 434

proprio scandalo postbellico, e cioè il processo di epurazione e il conseguente provvedimento di amnistia, in tutti i loro aspetti, legislativi, materiali, morali e psicologici. Sia ben chiaro: non si vuol sostenere la tesi che fosse necessaria un’opera di «pulizia» radicale di tutti i soggetti compromessi con il regime fascista e, per quel che ci interessa, con le politiche razziali. Al contrario. Quel che doveva essere fatto, e non fu fatto, era di mettere in opera una selezione attenta e calibrata. Non era davvero pensabile che si potesse epurare chiunque si fosse compromesso con il regime: fino al 1938 esso aveva goduto di un livello di consenso talmente elevato che, se si fosse voluta seguire una linea radicale, sarebbe stato necessario epurare quasi tutto il popolo italiano. Di fatto, l’errore fu proprio quello di adottare agli inizi un approccio radicale, oltretutto accompagnato da esecuzioni sommarie, linciaggi e rese dei conti, che tendeva a coinvolgere indiscriminatamente tutti, dall’ultimo degli uscieri, all’alto funzionario, al professore universitario. Il risultato non fu soltanto che tale approccio mostrò presto la sua impraticabilità aprendo la strada al successivo perdono di massa, ma che chi più poteva meglio si difese e chi meno poteva fu punito. Era più facile per chi aveva occupato posizioni di potere - pensiamo in particolare all’ambiente che ci interessa, quello accademico e culturale non soltanto imbastire una difesa dotata di tutto l’arsenale giuridico più raffinato, ma coinvolgere un gran numero di persone come testimoni a discolpa, anche attraverso il ricatto: se non mi aiuti dirò quel che so di te. E proprio perché il livello di compromissione era stato altissimo era facile trovare mani che si lavassero a vicenda. In fin dei conti, non erano tanto numerosi quelli che non avessero da nascondere qualche libello razzista, magari scritto soltanto per compiacere qualche gerarca o qualche superiore, la 435

firma a qualche delibera razzista o a qualche documento compromettente. Negli ambienti accademici e universitari si formò, nel dopoguerra, un solido blocco a difesa dei personaggi compromessi. Gli allievi si prestarono a difendere accanitamente i maestri contro ogni evidenza. Spesso l’argomento assolutorio consisteva nel sostenere che la persona sotto accusa aveva salvato qualche ebreo dalla deportazione, il che in diversi casi era vero e certamente poteva costituire una prova per assolvere dall’accusa di compromissione con l’antisemitismo di stile nazista e da ogni volontà di strage, ma non poteva comunque assolvere dalla colpa di compromissione con le politiche razziali del fascismo, per quanto «spiritualistiche» fossero7. Ricordiamo ancora il caso di Guido Piovene: un’onesta e aperta ammissione di responsabilità e il pentimento per le colpe commesse costituiscono una base sufficiente per non trascinare un processo all’infinito. Ma quando le responsabilità e le colpe non vengono ammesse, ma anzi negate, e talora negate con arrogante protervia, il discorso cambia. E questo avvenne in troppi casi. Anzi, si può ben dire che quell’andazzo perdura ancora oggi: è assai facile trovarsi di fronte a reazioni virulente per aver soltanto osato ricordare i trascorsi razzisti di alcuni «maestri» di cui ancora oggi gli allievi, o gli allievi degli allievi, coltivano un’adorazione intatta. Ed è facile trovarsi ancor oggi di fronte a tentativi di assoluzione in spregio dell’evidenza8. Un esempio dell’arrogante protervia di cui si diceva fu dato da Corrado Gini che, sei anni dopo la guerra, nel corso di una lezione tenuta all’estero, si espresse al seguente modo: È così che noi vediamo oggi gruppi di giovani attraversare l’Atlantico per andare ad apprendere in America procedimenti statistici che, per lo più, non sono altro che applicazioni - non sempre avvedute - delle scoperte

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europee, sotto la direzione di professori che, talvolta, non hanno avuto troppa fortuna nelle Università europee, ma che hanno avuto la fortuna di trovare al momento propizio un rifugio in America e la possibilità di valorizzare - e questo è un loro merito - quella che era allora, dal punto di vista dei metodi statistici, una terra assai poco colta. Tra tutti, forse, il popolo americano, discendente nella sua grande maggioranza dalle classi lavoratrici europee, è quello che è più animato dalla volontà di agire e più sprovvisto di spirito critico, di modo che non è sorprendente che anche nel campo scientifico si sia dedicato con più slancio che riflessione all’uso di procedimenti matematici introdotti nella statistica dalle scuole europee [Gini 1951].

Indipendentemente dalle considerazioni su certi eccessi nell’uso di procedimenti matematici nella statistica, su cui Gini poteva accampare qualche ragione (magari evitando apprezzamenti spiacevoli sui caratteri naturali degli americani), l’osservazione sui professori emigrati lascia di sasso per il suo irridente cinismo. Dunque, essere perseguitati per motivi razziali e trovare così un «rifugio» negli Stati Uniti fu una «fortuna» capitata in un «momento propizio» a persóne che altrimenti non avrebbero fatto carriera dato il loro mediocre livello scientifico? A distanza di sei anni dalla fine della guerra l’uomo che aveva collaborato strettamente con il duce nelle politiche popolazioniste, che aveva disseminato i suoi scritti di considerazioni sulle razze e aveva persino lodato la politica di Hitler, aveva ancora il coraggio di sbeffeggiare i colleghi colpiti dalle persecuzioni razziali. Che cosa consentiva tanta arroganza oltre al proverbiale carattere di Gini? Certamente la sensazione di appartenere a una comunità che si ergeva come un bastione compatto nella propria autodifesa. Nora Federici fu la più fedele allieva di Gini di cui difese accanitamente la memoria e il lascito scientifico. Anche lei non mancò di compromettersi con il razzismo fascista arrivando al punto di definire il razzismo uno dei capisaldi della politica demografica [Federici 1941]. Non fu certamente la sola. Dal 1938 tutti i grandi nomi della 437

demografia, da Marcello Boldrini a Paolo Fortunati, da Franco Savorgnan a Livio Livi, furono favorevoli alle leggi razziali9. Ma, nel dopoguerra, tutta la demografia si difese compattamente senza il minimo accenno di autocritica dall’accusa di razzismo. È sorprendente e triste constatare che, dopo quel che era accaduto fra il 1938 e il 1945, non si affacciasse almeno un embrione di spirito critico a determinare qualche riflessione e un processo di revisione. Ancor meno accettabile è che questo andazzo abbia delle code ancora oggi e che si possa leggere, nel 2001, all’indomani della morte di Nora Federici, che «nel dopo guerra la demografia rischiava di pagare con l’emarginazione dagli studi sociali colpe che non erano sue, ma bensì dell’utilizzo a fine politico che ne era stato fatto durante il fascismo come se le altre discipline sociali e umanistiche non avessero anch’esse avuto le loro compromissioni - spesso assai più gravi - col Regime: la filosofia e la storia, la sociologia e l’antropologia, l’economia e il diritto» [Livi Bacci 2001, 7]. Erano sue colpe, eccome se lo erano. Come definire altrimenti non tanto o soltanto lo sviluppo di una tematica razziale, quanto la partecipazione attiva alla politica razziale e talora persino in posizioni protagoniste? E il fatto che altre discipline avessero consimili responsabilità (mai tanto gravi come quelle del settore demografico e antropologico) non costituisce un’attenuante. In fin dei conti, i capi della demografia italiana non erano infanti: la scelta di scrivere quelle cose, di partecipare al Consiglio superiore per la demografia e la razza e di inserire certi propositi persino nei libri di testo configurava quantomeno un eccesso di zelo. E che dire del silenzio postbellico? Pertanto, affermare che «se l’emarginazione della demografia non è avvenuta si deve, in misura notevole, a Nora Federici, al suo continuato impegno negli studi e alla dirittura della sua 438

persona» [ibidem] è un’affermazione ambigua che nasconde il fatto che l’emarginazione fu evitata mediante una politica di occultamento delle responsabilità di cui paghiamo le conseguenze ancora oggi. Non ci soffermeremo troppo sull’ambiente dei matematici che - come abbiamo visto - dopo essersi prodotto in un vergognoso atteggiamento di fronte alle leggi razziali, prese le distanze da quel che era avvenuto come se nulla fosse e senza la minima autocritica. L’aspetto più grave di queste capriole senza pudore fu che tutti i protagonisti dell’estromissione di personaggi come Levi-Civita, Enriques e Castelnuovo restarono nella loro posizione di capi della matematica italiana. Francesco Severi cambiò prontamente bandiera iniziando a produrre un’intensa letteratura religiosa che fu il salvacondotto per conquistarsi una protezione nel mondo cattolico e democristiano. Non stiamo qui a elencare questi scritti che sono disseminati lungo tutto il periodo che va dalla fine della guerra alla sua morte avvenuta nel 196110, che costituiscono quello che lui stesso definì «l’itinerario di uno scienziato verso la fede» [Severi 1949] e culminati nel volume Dalla scienza alla fede [Severi 1959]. Sta di fatto che Severi rimase presidente a vita del «suo» Istituto nazionale di alta matematica. Il mondo dei geometri italiani si strinse compatto attorno al suo capo che, di fatto, fu anche fino alla morte il massimo esponente della matematica italiana. Persino Beniamino Segre, colpito dalle leggi razziali e autore di una lettera a Levi-Civita in cui denunciava in modo pungente il comportamento di Severi11, avallò la permanenza di questi nel posto di comando e anche alla sua morte, nel commemorarlo, non fece cenno ai suoi trascorsi poco commendevoli [Segre 1962]. Anche Bompiani non patì alcuna conseguenza e negli anni Sessanta era direttore dell’Istituto matematico di Roma. La permanenza di questi 439

personaggi nei posti di comando non fu un bene anche dal punto di vista scientifico. Difatti, anche un matematico di levatura indiscutibile come Severi era difensore accanito della tradizione autarchica della scuola geometrica italiana contro ogni contaminazione con i nuovi approcci algebricotopologici ormai dominanti all’estero. Quanto a Bompiani, era portatore di una visione davvero retrograda. Il risultato fu un isterilimento della ricerca geometrica italiana che ebbe effetti per decenni. Anche l’indirizzo di ricerca matematica applicata promosso da Picone (altro personaggio rimasto in sella senza problemi), sebbene più moderno e aperto di quello della scuola di Severi, fu mutilato dell’interesse per i nuovi campi di applicazione della matematica cui erano sensibili Volterra e soprattutto Levi-Civita [cfr. Battimelli 1984], e quindi finì con il far deperire l’Istituto nazionale per le applicazioni del calcolo e fargli perdere la sua posizione di prestigio internazionale. È quasi superfluo dire che il settore scientifico in cui gli effetti sopra descritti - mancata epurazione dei maggiori responsabili e autodifesa compatta della comunità - si manifestarono nei termini più gravi fu quello delle scienze biologiche e antropologiche. Il primo effetto macroscopico fu una completa falsificazione storica. Malocchi ricordava come ancora nel 1989 Giuseppe Montalenti, proprio nell’ambito di un convegno linceo dedicato alle conseguenze culturali delle leggi razziali [Aa.Vv. 1990], ebbe l’ardire di sostenere che prima del 1938 la cultura scientifica italiana non aveva conosciuto il razzismo, che le politiche razziali furono imposte dal regime e che gli scienziati non si ribellarono perché «non avevano la vocazione eroica» [Malocchi 1999, 3]. Di certo lui non l’aveva avuta, per esempio quando aveva firmato un appello assieme a un razzista fanatico come Alessandro Ghigi12. Quest’ultimo passò indenne attraverso l’epurazione, pur essendo autore di 440

uno dei più imbarazzanti testi del razzismo fascista [Ghigi 1939], e tuttavia ancora oggi è menzionato come «l’antesignano di ogni organizzazione della natura nel nostro paese». L’Istituto nazionale per la fauna selvatica prende il suo nome senza che mai nessuno si sia dato la pena quantomeno di ricordare i suoi trascorsi e di prenderne le distanze. Va osservata, al riguardo, la diversità di trattamento riservata a Giovanni Gentile, di cui tutto si può dire salvo che si fosse compromesso attivamente con le politiche razziali, al quale non si può addebitare alcuno scritto razzista, che fu eliminato con un’esecuzione sommaria e poi persino accusato di compromissione con il razzismo mentre nulla del genere è stato mai fatto nei confronti di personaggi ben più gravemente compromessi13. Forse i casi più scandalosi furono l’assoluzione di Nicola Pende e quella di Sabato Visco. In fin dei conti, il caso meno grave fu il primo perché Pende, a differenza di Visco, non si sottrasse alla polemica pubblica, non lavorò soltanto sottotraccia come il secondo e alla fine pagò il prezzo di una reintegrazione monca14. Nella sua autodifesa egli ricorse ai soliti argomenti: di aver salvato alcuni ebrei dalla deportazione (il che confermava il suo dissenso con le politiche naziste ma non con quelle fasciste), negò spudoratamente il suo coinvolgimento nelle politiche razziali, appigliandosi al fatto di non aver firmato il Manifesto e anzi adducendo il suo dissenso dal contenuto di quel documento. Questo, come si è visto, non significava nulla perché Pende aveva sostenuto un «altro» razzismo, e con toni antisemiti imbarazzanti. Evidentemente egli confidava nel fatto che, nella confusione del dopoguerra, i suoi articoli più compromettenti sarebbero stati dimenticati. Fu Carlo Alberto Viterbo a ritrovarne uno e a contestarne il contenuto a Pende in un vibrante atto d’accusa [Pende e Viterbo 1949]15. Ciononostante, Pende riuscì a cavarsela, 441

avvalendosi anche dell’appoggio di alcuni ebrei come Eucardio Momigliano [cfr. Dell’Era 2009c], Il suo rientro all’università diede luogo a contestazioni, ma egli cercò di riassumere le posizioni precedenti, in particolare richiedendo la ripresa della realizzazione dell’Istituto per la bonifica umana e l’ortogenesi della razza. Di fatto, il progetto era passato sotto la gestione dell’Alto commissariato per l’igiene e la sanità pubblica e si era deciso di accorpare l’indirizzo costituzionalista di Pende con quello nutrizionale di Visco realizzando con fondi Unrra16 un Istituto di scienza della costituzione umana e della nutrizione. In un’approfondita e interessante ricostruzione, Tommaso Dell’Era ha documentato un intervento del senatore comunista Umberto Terracini a favore di Pende (con cui intratteneva, al riguardo, una corrispondenza) e del suo progetto. Terracini addirittura presentò un’interrogazione al Senato, in data 20 luglio 1948, il cui contenuto e stile era decisamente imbarazzante. A leggerla sembra di vivere ancora negli anni del fascismo e della difesa della razza: Al Ministro dell’Interno e all’Alto Commissario per l’igiene e la sanità pubblica, per sapere le ragioni per le quali, nonostante l’avvenuto stanziamento in bilancio ed il parere favorevole dato dai competenti organi del Ministero dei lavori pubblici, non siano ancora stati ripresi i lavori, interrotti dalla guerra, di costruzione e completamento dell’Istituto d’Ortogenesi per i Figli del Popolo, in Roma; e se non ritengano comunque di riaffidarne la direzione a coloro stessi che presero l’iniziativa, gettando le prime fondamenta di un’opera destinata, oltre che ad avvantaggiare in misura imponente la rigenerazione fisica del popolo italiano, anche a dare alla scienza medica del nostro Paese maggiore lustro e nome nel mondo.

A Terracini rispose l’Alto commissario per l’igiene Aldo Spallicci che, dopo aver ripercorso la storia del progetto che era stato modificato associandolo agli studi sulla nutrizione, ironizzava sul carattere di grandiosità imperiale del piano 442

originario che era «la malattia del tempo» e sottolineava l’opportunità di cancellare ogni riferimento alla tematica razziale. È dopo aver descritto il percorso di realizzazione dell’oneroso progetto ricordava a Terracini che il responsabile originario professor Pende era allora generalmente definito come il «clinico fascista», firmatario del Manifesto e che forse a un «così nobile combattente della lotta antifascista» come il senatore comunista era sfuggita l’attività razzista di colui cui proponeva di riaffidare l’Istituto. Terracini rispose al Senato, in data 3 agosto, difendendo Pende con argomenti alquanto fragili: So chi è il prof. Pende, o che cosa sia stata la pazzia del razzismo, trapiantato in Italia per servilità nei confronti di quello che pareva, all’epoca, il padrone del mondo o, quanto meno, di questa parte del mondo in cui noi abitiamo. Ma se guardo in giro, in tutti i campi della vita italiana, nel politico, nello scientifico, in quello culturale, in quello sportivo (per non trascurare il settore che pare stia più a cuore, in questi tempi, alla maggioranza del popolo italiano) vedo che, in tutti, sui più gravi peccati e sui maggiori peccatori del tempo fascista, si sono stesi veli molto indulgenti.

Tralasciamo gli sviluppi successivi, per i quali rinviamo al saggio citato [Dell’Era 2009c]. Ci limiteremo a dire che questa vicenda non giovò né a Terracini, che non fece una gran bella figura, né a Pende, che attirò di nuovo su di sé l’attenzione per i suoi trascorsi razzisti, né al suo progetto che finì (malgrado le sue proteste) per essere definitivamente trasformato in tutt’altra cosa, e cioè nell’ospedale Sant’Eugenio. Ma l’aspetto più interessante e istruttivo della vicenda è che essa mette in luce il carattere ingiusto e scomposto con cui fu condotta la transizione dal fascismo al postfascismo. Invece di assolvere i peccati minori o commessi da persone di scarso rilievo e facilmente ricattabili, vi fu una corsa all’assoluzione dei personaggi più in vista e tra questi dei più potenti, che spesso erano proprio 443

i più compromessi. Tutto ciò aveva come obiettivo l’acquisizione a questa o quella formazione politica di un intero gruppo dirigente che aveva dimostrato le proprie capacità e la propria influenza sotto il fascismo e che era in grado di legare a sé larghi strati di seguaci e consenzienti. Siamo insomma di fronte a quel vasto capitolo che oggi viene classificato sotto l’etichetta dei «redenti»: personaggi compromessi, spesso gravemente, che furono recuperati per formare una nuova classe dirigente e che nel caso degli intellettuali furono soprattutto prevalentemente reclutati a sinistra [cfr. Serri 2005; Battista 2007]. Di certo, Umberto Terracini era persona troppo intelligente, colta e di sicuri sentimenti antifascisti (oltre che di origine ebraica) per non sapere chi fosse Pende: faceva premio su tutto l’esigenza di accaparrare alla propria parte politica personaggi ritenuti capaci di garantirle un’egemonia culturale e istituzionale. Pende non era tuttavia un investimento così redditizio come poteva esserlo Sabato Visco: malgrado fosse scientificamente assai inferiore, questi era certamente molto più avveduto e astuto sul piano politico. Non a caso si era tirato fuori prontamente dalla vicenda dell’Istituto di scienza della costituzione umana e della nutrizione, salvando il suo orticello nutrizionista nella cornice dell’Istituto nazionale della nutrizione da lui fondato nel 1936. Eppure, «lavare» Visco delle sue colpe era molto più difficile perché egli non aveva soltanto fatto professione di razzismo ma era stato capo dell’Ufficio per gli studi e la propaganda sulla razza del Minculpop, membro del Consiglio superiore per la demografia e la razza, ed era stato persino in predicato di divenire direttore de «La difesa della razza». Ma Visco aveva ben altra abilità rispetto a Pende nel cancellare le tracce. E iniziò a farlo accuratamente appena si rese conto che il regime era al tramonto. L’esempio più 444

clamoroso è dato dalla sparizione del materiale dell’Ufficio razza del Minculpop. Esiste una lettera inviata in data 7 settembre 1943 (poco più di un mese dopo la caduta del fascismo) da Sergio Sergi (allora direttore dell’Istituto di antropologia dell’Università di Roma e già membro del Consiglio superiore per la demografia e la razza) al ministero della Cultura popolare, nella quale egli chiedeva che, a seguito dello scioglimento dell’Ufficio razza, il materiale antropologico venisse trasferito nel suo Istituto. Questa lettera era accompagnata da una missiva del rettore dell’Università di Roma che appoggiava la richiesta, per «evitare la dispersione» di quel «preziosissimo materiale scientifico»17. Non è malizioso supporre che Sergi si fosse prestato a rendere un servizio al preside della sua facoltà, recuperando quel materiale - prezioso dal punto di vista della storiografia del razzismo, più che da quello della scienza - che poi sparì, come inghiottito dal nulla. Visco fu uno dei «redenti» più clamorosi [cfr. Israel 2007a]. Se Terni finì suicida, come abbiamo raccontato, Visco invece riuscì con un’accanita opera di autodifesa condotta in modo spregiudicato e senza alcun pudore a farsi finalmente assolvere dalla commissione di epurazione18. Gli argomenti usati - con il corredo di numerose lettere contenenti testimonianze compiacenti - gravitavano attorno all’idea che Visco si era occupato di razza dal punto di vista scientifico, senza alcun risvolto politico. Era la solita scusa, che per giunta faceva acqua da tutte le parti: come se la pubblicazione del libro di Acerbo non rientrasse in un’attività razzista di carattere politico. Quel che è penoso è che la commissione di epurazione abbia preso sul serio e ritenuta credibile una simile distinzione e in particolare che un Ufficio studi e «propaganda» [sic] sulla razza potesse avere scopi puramente scientifici. In tal modo, Visco riuscì non soltanto a tornare alla sua cattedra 445

universitaria, ma a riprendere gran parte delle precedenti posizioni di potere, soprattutto quelle che gli stavano più a cuore, e cioè di preside della Facoltà di scienze matematiche fisiche e naturali e di direttore dell’Istituto nazionale della nutrizione. Egli non trovò alcuna cellula comunista a diffidarlo minacciosamente dal rientrare nell’università e non subì neppure le contestazioni riservate a Pende. Eppure tutti sapevano chi fosse e che cosa aveva fatto. Ma ormai nessuno aveva il coraggio di ricordarlo salvo chi si trovava all’estero e non aveva ragione di essere reticente. Così, quando alla morte di Enrico Fermi, Visco inviò a nome della Facoltà di scienze dell’Università di Roma un telegramma di cordoglio alla vedova19 - proprio a lei, fuggita dall’Italia per motivi razziali - Emilio Segrè inviò al fisico Enrico Persico il seguente pungente messaggio: «Tra i telegrammi ce n’era uno della facoltà di Roma firmato da Visco. Ti comunico che mentre si ringrazia la facoltà, si trova che il firmatario non è gradito e che avrebbe fatto meglio a non farsi ricordare»20. L’ambiente universitario fece muro attorno a lui, sebbene in certi casi con notevole imbarazzo. Ma la sua abilità gestionale faceva comodo a tutti e sicuramente troppe persone - incluse quelle che avevano testimoniato in suo favore - erano sotto ricatto e, ove avessero tentato di prendere le distanze da lui, avrebbero visto messe in luce le loro responsabilità. Così, ancor oggi, negli ambienti in cui Visco esercitò la sua influenza ci si astiene dall’avanzare qualsiasi critica e anzi si ricorda il suo ruolo di fondatore dell’Istituto nazionale della nutrizione, oggi Inran (Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione)21. Da dove proveniva tanto potere? Anche qui si trattò di un interesse politico ad accaparrarsi una persona capace sul piano gestionale, mescolato - almeno in certi casi - al timore del ricatto. Appare evidente che Visco fu abbastanza abile 446

da trovare sostenitori sia a sinistra, negli ambienti del Partito comunista, sia in ambienti della Democrazia cristiana. Pur tralasciando le testimonianze personali22, esiste un documento che rappresenta un indizio evidente della prima connessione politica. In data 17 ottobre 1957 ebbe luogo alla Camera dei deputati un dibattito consacrato allo stato di previsione del ministero della Pubblica istruzione che diede luogo a un’accesa discussione sulla politica universitaria del governo democristiano dell’epoca e, in particolare, del ministro della Pubblica istruzione Aldo Moro. Il più acceso critico fu il dirigente del Pci Mario Alicata, personaggio ormai noto come uno dei «redenti» più illustri [cfr. Serri 2005, 149-177]. Ebbene, in una durissima requisitoria contro la politica universitaria del governo, Alleata citava come massima autorità Sabato Visco: Cito testualmente dalle dichiarazioni fatte a La Stampa di Torino da un autorevole professore dell’università di Roma, non certo sospetto di essere un sovversivo, il professor Visco: «i professori universitari ritengono che si renderebbero responsabili di un tradimento verso il paese se non denunciassero, con un serio gesto di protesta, la pericolosa decadenza nella preparazione dei tecnici e nelle attività scientifiche».

E in un altro intervento parlamentare, sempre di parte comunista, si ricordava al ministro Moro: Signor ministro, so che giorni or sono è venuto da lei Sabato Visco, preside, a Roma, della facoltà di scienze, e che le ha detto onestamente che i professori, stanchi e avviliti […] non intendono più continuare a far finta di adempiere sul serio una missione resasi impossibile; che occorrono nell’aule altri assistenti, che, soprattutto, nei laboratori bisogna far entrare gli strumenti necessari allo studio e alla ricerca, mancando i quali non si va più avanti.

E così via. Dunque, lo stesso Visco.- di cui conosciamo le imprese si recava dal ministro Moro per rappresentare un malcontento della classe accademica che prospettava come 447

giunta al punto di mettere in discussione la possibilità di continuare a adempiere alle proprie funzioni. Una simile certezza di impunità e una tale consapevolezza di potenza non potevano che venire dall’appoggio dei suoi colleghi di «redenzione», come Mario Alleata, a lui legato dall’interesse di seppellire i comuni trascorsi fascisti. Era forse un caso che proprio Alleata avesse indicato Visco come massimo testimone dello stato dell’università e facesse riferimento a lui per argomentare il suo violento attacco politico al governo? Inutile dire che il potere di Visco - che si estese fino alla sua messa a riposo nel 1963 e, di fatto, anche oltre, fino alla morte avvenuta nel 1971, poiché egli continuò a esercitare uno stretto controllo quantomeno sull’Istituto nazionale della nutrizione - ebbe effetti nefasti sulla biologia italiana, in misura assai più grave che in altri settori. Per esempio, come ha documentato Dell’Era [2009b], nel 1952 Visco riuscì a ottenere una cospicua dotazione annua per la sua mediocre creatura, l’Istituto nazionale della nutrizione, a spese di Giuseppe Levi, che non ottenne fondi sufficienti a ricostituire un centro in cui sviluppare le sue ricerche che avevano già raggiunto elevati risultati di livello internazionale. Abbiamo già visto a quali esiti avesse condotto la dissoluzione della scuola di Giuseppe Levi. Pertanto il ruolo di Visco nello stroncare la ricerca biologica in Italia, oltretutto continuando a perseguitare le vittime del razzismo, fu devastante. Tanto più è avvilente rileggere oggi le parole gonfie di inconsistente retorica con cui l’allora ministro della Pubblica istruzione, il democristiano Luigi Gui, salutò l’ex capo dell’Ufficio razza alla vigilia della pensione23. Ma la domanda più importante che occorre porsi in un libro di storia, e al termine del nostro percorso, è la seguente: era mai possibile che coloro che erano riusciti a 448

conservare le loro posizioni o addirittura ad acquisirne di nuove, entrando a far parte della nuova classe dirigente «democratica» del paese, e che avevano tanti scheletri da nascondere, potessero favorire in qualsiasi modo una memoria fedele di quanto era successo e non fossero piuttosto interessati a contrastare una ricostruzione storiografica corretta degli eventi di cui erano stati colpevoli protagonisti? La domanda è ovviamente retorica. È qui che occorre cercare la spiegazione del silenzio storiografico che ha gravato, per decenni, sulle politiche razziali del regime fascista. Ed è qui che si trova la spiegazione del fatto che, nel 1961, un libro pur prudente come quello di Renzo De Felice sia stato accolto con tanta diffidenza. Eppure - l’abbiamo detto - De Felice evitava di mettere sotto accusa il mondo accademico pur accennando alle sue colpe. Oggi quelle colpe - dirette e indirette, in termini di complicità e silenzi - sono sempre più note e documentate. Eppure la «resistenza ambientale» non è sparita. D’altra parte - anche questo va ribadito - far oscillare il pendolo in senso opposto, ovvero attribuendo a queste colpe un livello di gravità identico a quello del razzismo nazista, è un ulteriore contributo alla confusione24. Ci fermiamo qui ricordando un passaggio di una lettera amara inviata in data 1° luglio 1946 dal fisico Enrico Persico al suo amico e collega Franco Rasetti (che, come sappiamo, si era definitivamente trasferito all’estero): Qui come sai abbiamo fatto la repubblica, alla quale io ho dato il mio voto, ma senza farmi troppe illusioni. Il suo primo atto è stata una pazzesca amnistia che rimette in circolazione ladri, spie fasciste, rastrellatoti e torturatori, eccetto quelli le cui torture erano «particolarmente efferate» (sic). Viene proprio il rimpianto di non aver fatto, a suo tempo, il torturatore moderatamente efferato. L’epurazione, come forse saprai, si è risolta in una burletta, e fascistoni e firmatari del manifesto della razza rientrano trionfalmente nelle Università. Ma basta ora con questi disgustosi argomenti [Arnaldi 1997, 176-177].

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Note

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Note Introduzione 1 «L’odio di classe si traveste da odio di razza» recitava un passaggio del noto

film All’armi siam fascisti di Del Fra, Mangini e Micciché su testo di Franco Fortini, per descrivere il senso dei campi di sterminio nazisti. Per un’analisi dell’ideologia sottostante a una simile formula si veda Israel [2002, 110-115] e Israel [2007a] 2

Si veda Serri [2005], Battista [2007], Israel [2007a]. L’intero volume CXXXIX della rivista «Telos» è dedicato alla questione degli intellettuali italiani «redenti». 3 Giovanni Emanuele Barié era un allievo di Filippo Tommaso Marinetti. 4

La legislazione antiebraica in Italia e in Europa. Atti del Convegno nel cinquantenario delle leggi razziali in Italia (Roma, 17-18 ottobre 1988), Roma, Camera dei deputati, 1989. 5 Mi permetto di fare questa autocitazione perché il ruolo pionieristico di

questo lavoro è stato riconosciuto anche da chi, come Roberto Malocchi [1999, 3], gli ha rivolto critiche sulla cui infondatezza torneremo. 6

«Entrare nel merito “scientifico” di questo manifesto [il Manifesto degli scienziati razzisti] è inutile, la sua inconsistenza, da questo punto di vista è stata dimostrata più volte, e […] neppure i più tenaci assertori della campagna antisemita gli diedero da questo punto di vista credito» [De Felice 1961, 326]. 7

Ci si è così rifugiati in luoghi comuni tanto falsi quanto comodi. Per esempio: «Per quanto riguarda la cultura italiana, la diffusione del razzismo nazionalsocialista […] fu un episodio di provincialismo e di miserevole sottomissione ai desideri dei governanti e di ancor più miserevole scodinzolamento intorno a loro per un qualunque vantaggio sperato, grande o piccolo» (D. Cantimori, Prefazione a De Felice [1961, xxi]). Si noti la restrizione del razzismo a quello «nazionalsocialista», come se fosse ovvio che il razzismo in Italia era un puro e semplice fenomeno d’importazione. Su Cantimori cfr. Serri [2005]. Cogliamo inoltre qui l’occasione per osservare che i termini eugenica ed

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eugenetica sono sempre più usati in modo intercambiabile, e noi faremo uso per lo più del secondo. Nella letteratura dell’epoca prevale l’uso del primo, anche se talvolta i due termini vengono usati con significati differenti: con riferimento all’apparato teorico il primo e agli interventi pratici il secondo. 8 È quasi superfluo dire che alcune parti del presente volume sono debitrici

di Israel e Nastasi [1998]. Le parti riportate senza sostanziali variazioni sono esclusivamente quelle già redatte dall’autore del presente libro. Queste, in sintesi, le novità. I capitoli I e II sono interamente nuovi, salvo alcune citazioni. Le diverse posizioni in campo scientifico sui temi demografici, eugenetici, antropologici sono riesaminate e inquadrate più accuratamente con la correzione di alcune interpretazioni e la conferma di altre sulla base di ulteriori dati e argomenti. Le vicende del Manifesto degli scienziati razzisti sono ulteriormente precisate sulla base di documenti di recente acquisizione. È discussa la questione controversa della natura biologica o non della legislazione razziale fascista. Del tutto riscritta è la descrizione delle differenti correnti del razzismo fascista: le varie posizioni sono analizzate e differenziate anche sulla base di testi non precedentemente considerati; in particolare quella della corrente definita in questo libro del razzismo «spiritualista-romano», vista in contrapposizione con il campo composito delle correnti più radicali. La parte finale, che tratta delle conseguenze delle leggi razziali sugli sviluppi successivi e sullo stato della scienza italiana, propone un’analisi basata su documenti e saggi di recente acquisizione, in particolare relativamente al processo di epurazione [Dell’Era 2009a; 2009b; 2009c]. Il libro è infine corredato di una bibliografia molto vasta suddivisa in fonti primarie e secondarie. Capitolo primo 1

Si tratta di una consapevolezza diffusa ma tutt’altro che condivisa. Anche uno studioso serio come George L. Mosse fa tranquillamente uso di questo concetto e anzi considera come «il modello più infausto» di classificazione razziale quello basato su «preferenze estetiche che non potevano non essere estremamente soggettive», il quale, basandosi su una «definizione pseudoscientifica della razza», alimentava pregiudizi [Mosse 1985]; come se fosse possibile dare una definizione «scientifica» di razza che, in quanto tale, sia esente dal rischio di alimentare pregiudizi. 2

Si pensi alle posizioni di Eric Voegelin [1933a], uno studioso di scienze politiche che emigrò dalla Germania nel 1938 e prese la nazionalità americana nel 1944 assumendo posizioni aspramente antinaziste e contrarie alla «teoria contemporanea della razza», considerata «tremenda», un’«immagine di distruzione». In realtà Voegelin propose una teoria della razza equidistante da quella biologistica e da quella spiritualistica offrendo un’ulteriore prova della varietà inquietante dell’elaborazione teorica razziale che si è

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sviluppata in Europa nell’arco di poco più di un secolo [cfr. Israel 2006c]. 3 Certi filoni di «ricerca» attuali non sono meno deliranti di quelli che furono

posti alla base delle teorie razziali tra fine Ottocento e la prima metà del Novecento. Pensiamo, per esempio, alle ricerche che hanno dato luogo a un International Project on Judaism and Genetics volto a stabilire le correlazioni tra identità ebraica e genetica. È triste, ma non sorprendente, constatare che si finisce di nuovo con l’usare la parola razza, come in Enfine [2007], purtroppo lodato da ricercatori «seri» quali Charles Murray, Laurie Zoloth e Elliott Dorff. Come si è già detto, in loro è soltanto l’ideologo che parla. È penoso constatare che si ammette, fra le righe, che il determinismo genetico è privo di qualsiasi fondamento: «Quel che i dati genetici non possono dirci è chi è un ebreo. Le risposte a questa domanda sono varie, halachiche, politiche e culturali. Da un punto di vista strettamente tecnico, non vi è test genetico che possa differenziare un ebreo da un non ebreo […] La genetica può dirci qualcosa circa le origini dei nostri antenati - non altro. Né può dirci cosa vogliamo diventare, come ebrei individuali o come popolo ebraico. Man mano che escono fuori dati dai laboratori di genetica, tuttavia, possiamo saperne di più circa la storia del nostro popolo» (D.M. Applebaum e P.S. Applebaum, Genetics and the Jewish Identity, in «The Jerusalem Post», 11 febbraio 2008). Tuttavia, questa consapevolezza non trattiene dal tentare di «spiegare», per via genetica, la pretesa superiorità culturale degli ebrei. 4 Questa è l’impostazione di Bedarida [1950] e di De Felice [1961] (cfr. nota

6 dell’Introduzione). 5 Tale è il caso di Mantovani [2003]. 6

«Catholic laws of motion». Cit. in Israel [2007b], Sul ruolo dei contesti nazionali cfr. Israel [2008a]. 7 Possono essere fatti moltissimi esempi al riguardo. Uno tra i più noti è

rappresentato dall’accettazione della teoria della relatività. Di particolare interesse sono i diversi atteggiamenti assunti nei contesti nazionali europei, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, rispetto alla prospettiva della matematizzazione dell’economia [cfr. Ingrao e Israel 1987]. 8 Tale è il punto di vista di Gobineau, che crede nella superiorità della razza

bianca e nell’ineluttabilità del meticciato: «Le mescolanze di sangue sono generatrici del male distruttore di ogni civiltà, la democrazia egualitaria» (cit. in Taguieff [2002, 52]). 9

Si noti che nella letteratura le espressioni eugenetica positiva ed eugenetica negativa furono talora usate in modo esattamente rovesciato rispetto a quello definito appresso. Tuttavia, poiché l’accezione prevalente e corrente è quella da noi data, ci atterremo a questa definizione. 10 Su queste distinzioni terminologiche torneremo tra poco. 11

Il termine etnia è stato introdotto nel 1896 da Vacher de Lapouge

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per designare qualcosa di intermedio tra la «razza» intesa come categoria biologica e il concetto di nazione che ha invece un contenuto puramente storico e giuridico. E da notare che spesso il termine razza è stato usato in questa accezione intermedia, in particolare dai razzisti «spiritualisti» di cui parleremo in questo libro. 12

Per il momento non ci occuperemo di diatribe terminologiche (antisemitismo, antigiudaismo, giudeofobia ecc.). 13

Si pensi ai contributi di Eucardio Momigliano [1946], Antonio Spinosa [1952] e Ruggero Zangrandi [1947]. 14

Per esempio A. Foa (Italiani brutta razza, antisemiti per legge, in «Avvenire», 4 luglio 2008, p. 22) sostiene che le leggi del 1938 erano, per certi aspetti, perfino più dure di quelle naziste. 15 Tanto più questo è inaccettabile se, come vedremo, i documenti che vanno

in direzione diversa vengono ignorati e le analisi che propongono interpretazioni più sfumate, come quelle proposte in Israel e Nastasi [1998] non vengono semplicemente citate. 16 Cfr. la nota 2 dell’Introduzione. Il libro di Fabre ha suscitato una polemica

sul «Corriere della Sera» con interventi di G. Belardelli (Antisemitismo, il duce non fu razzista fino alla svolta dell’Etiopia, 21 settembre 2006), G. Fabre (Antisemitismo: Mussolini indirizzava Hitler, 22 settembre 2006), G. Israel (Ma Mussolini non fu antisemita come Hitler, 23 settembre 2006), S. Luzzatto (Mussolini, l’antisemita immaginario, 3 ottobre 2006). 17 Per un’analisi più approfondita cfr. Israel [2002; 2006b; 2006c; 2007a]. 18

Enzo Collotti riconosce che le politiche razziali del fascismo sono state trascurate dalla storiografia e attribuisce questo fatto a non meglio precisate ragioni «complesse» [Collotti 2000; 2004], ma, dopo aver accettato l’idea che un razzismo fascista è esistito, propende per le interpretazioni più radicali non menzionando neppure quelle più sfumate. Analoga censura viene compiuta da Giorgio Fabre [2005]. 19 Si veda in merito la ricostruzione successiva delle vicende del Manifesto nel

par. 3 del cap. IV che Matard-Bonucci ignora totalmente. Vedremo come le polemiche attorno all’epurazione di Pende nel dopoguerra forniscano materia per un’analisi perfettamente coincidente con la tesi di un conflitto tra più razzismi del fascismo in cui quello di Pende e Visco ebbe un ruolo dominante. Cfr. Sedita [2008]. 20 Questa è la tesi di Michele Sarfatti sostenuta in molti suoi testi recenti. Gli

scritti di Aaron Gillette sono invece sostanzialmente vicini alle tesi qui esposte anche se rappresentano un caso imbarazzante sul piano della deontologia professionale. Difatti, l’autore, dopo aver ripreso e completato la descrizione delle vicende del Manifesto contenute in Israel e Nastasi [1998] [Gillette 2001], in un libro successivo [Gillette 2002a] ha omesso la citazione non

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soltanto del nostro libro ma persino del suo stesso articolo del 2001 che la conteneva. Questa «cancellazione delle tracce» è funzionale alla spericolata autopresentazione di Gillette [ibidem] come del «primo libro che esamina in dettaglio i dibattiti sulle teorie razziali nell’Italia fascista nella comunità accademica e scientifica e nella stessa leadership fascista» (dalla quarta di copertina). 21

In particolare, le polemiche sulle tecniche di procreazione assistita e di programmazione della procreazione. Cfr. Cassata [2006] e Israel [2006b]. 22

Per esempio: «Sarebbe tuttavia eccessivo e grottesco presentare queste ricerche [dei demografi italiani] come premesse delle tesi antisemite dell’estate 1938» [Matard-Bonucci 2008, 73]. In tal modo, confutando un asserto mai formulato da nessuno in simili termini estremi, si evacua il problema senza confrontarcisi. 23

Ma rivolta anche a Malocchi [1999]. Questa critica è stata avanzata in particolare in Toscano [2000; 2003] (peraltro in modo pacato e argomentato) e in Mantovani [2004] e Cassata [2006] (con toni polemici e assertori). Capitolo secondo 1 «Per l’Ebreo del Vecchio Testamento la realtà si identifica con la Creazione

[…] Esso è molto lontano dallo spirito greco che indaga obiettivamente tutto quello che si presenta ai sensi ed alla mente, utilizzando la ragione considerata come funzione caratteristica e specifica dell’intelletto. Per il Greco, tutto è oggetto di indagine e di discussione, perfino l’atto del pensare. Invece l’interesse dell’Ebreo si concentra quasi esclusivamente sugli stati d’animo. Sarebbe assurdo affermare che l’Ebreo non si affidi alla ragione; tuttavia per lui i fenomeni tendono ad interiorizzarsi, a presentarsi come concatenazioni di reazioni psichiche più che come fatti collocati in un mondo dove non circola la coscienza. La causa dinamica dei fenomeni egli non sa ritrovarla altro che in una volontà. La logica che egli riesce a scoprire nell’organizzazione della Natura, viene da lui considerata come manifestazione di una volontà suprema che ha sistemato ogni cosa entro un ordinamento davanti al quale l’uomo non può far altro che ammirare e tacere, impressionato dalla rivelazione di una sapienza che lo supera infinitamente e che contiene la sua. Quello che l’Ebreo cerca di conoscere nella Natura non è il meccanismo nascosto che pone tutto in un movimento armonico; ma l’intenzione misteriosa che vuole le cose così come gli appaiono […] Il Greco vede il mondo muoversi e svolgersi in una successione infinita di situazioni e di fatti strettamente condizionati l’uno dall’altro e che si determinano reciprocamente. L’Ebreo vede il mondo muoversi ed agitarsi per l’intervento di una volontà unica e suprema che lo condiziona secondo uno scopo che egli non osa nemmeno indagare. Sente che la ragione lo pone di poco al di sotto della divinità, ma è convinto anche che questa stessa ragione è condizionata e donata da

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Dio. Nel Greco la ragione è lo strumento essenziale di tutto quello che può essere conosciuto; mentre nell’Ebreo la conoscenza ha la sua sorgente fuori di lui; essa gli viene donata insieme alla ragione. Pertanto egli aspetta che tutto gli venga rivelato, perfino il segreto delle proprie capacità intellettive. Per l’Ebreo biblico l’osservazione della natura si risolve regolarmente in contemplazione passiva. Nella natura l’Ebreo si limita ad ammirare la grandezza di un’opera già realizzata prima che egli la potesse contemplare. Sul suo capo si estende il Cielo con le sue schiere innumerevoli di astri, opera di una mano che non è la sua, animati da una voce che non giunge fino a lui. Invece nell’intimo della propria coscienza si apre un mondo altrettanto sconfinato nel quale egli si sente non soltanto esistere realmente, ma si sente molto vicino a Dio; è qui che sa di essere di poco inferiore alla divinità. Anche quando tutto tace egli sente muoversi in se stesso un altro universo di cui riesce ad intuire l’incommensurabilità e le vie più nascoste. È [’Universo etico, il suo universo, quello che percorre insieme agli altri uomini e nel quale Dio non appare come una forma oscura che si limita a muovere le cose; ma soprattutto ed esclusivamente come intelligenza che regola l’armonia suprema nella convivenza degli uomini e che realizza la libertà e la perfetta uguaglianza delle coscienze» (S. Israel, Giobbe, Prometeo in Giudea, inedito, versione ampliata di Israel [1967; 1969]). 2 «Non soltanto il colore li distingue, ma differiscono dagli altri uomini per tutti

i tratti del viso, dei nasi larghi e piatti, delle grosse labbra e della lana invece dei capelli, e sembrano formare una nuova specie di uomini. Se ci si allontana dall’equatore verso il polo antartico, il nero si rischiara, ma la bruttezza resta [‘…] Se per caso si incontrano persone oneste fra i Negri della Guinea (per lo più sono sempre viziosi), la maggior parte è incline al libertinaggio, alla vendetta, al furto e alla menzogna. La loro cocciutaggine è tale che non confessano mai le loro colpe, qualsiasi castigo essi subiscano; anche la paura della morte non li commuove». 3 Quest’ultimo scrisse nella sua Épître aux nègres esclaves·. «Sebbene non sia del

vostro stesso colore, vi ho sempre considerato come fratelli. La natura vi ha formato per avere lo stesso spirito, la stessa ragione, le stesse virtù dei Bianchi». 4

«Contro una visione che considera la lotta delle razze un principio degenerato della lotta delle classi, occorre ammettere al contrario che la lotta delle due razze è alla fonte della lotta delle classi, e questa genealogia illumina la concezione fossilizzata delle classi sociali che s’incontra in certi marxisti come Lenin» [Amselle 1996, 15]. L’ammissione di Marx è contenuta in una lettera a Weydemeyer del 5 marzo 1852. 5 «La nostra anima è stata contaminata dall’ebraismo; i mezzi per fare questo

sono stati la Bibbia e la Chiesa di Roma. Con il loro aiuto il demone del deserto è diventato il “dio” dell’Europa» [Rosenberg 1930, 294], Per un’analisi approfondita cfr. Pavesi [2004]. 6

«Dopo secoli di negazione della natura eterna il movimento völkisch e nazionalsocialista s’inserisce nuovamente nella regolarità del processo vitale eterno. Questa coscienza gli dà la forza e la fede» [Rosenberg 1935a, 112-113]

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7 «Semiti» sono considerati anche gli arabi e non soltanto gli ebrei: per tale

ragione il suo uso è stato contestato e anche usato per descrivere l’intolleranza antiaraba, o addirittura l’intolleranza degli ebrei nei confronti degli arabi. Cfr. Said [1978] e in merito alle sue tesi Israel [2006a] 8 Si pensi a Poliakov [1988], Isaac [1965] o Neher [1979] e a tantissimi altri. 9

«Se le scienze, a ogni loro conquista, dovessero cercarsi nuovi appellativi, quanti battesimi e perdite di tempo nel regno delle accademie» [Bloch 1964, 1]. Occorrerebbe inventare un numero di termini praticamente infinito. 10 Nessuno si sogna di inventare parole nuove per distinguere il razzismo

di Rosenberg da quello di Fischer o quello di Gobineau da quello di Vacher de Lapouge. Si noti, invece, che la distinzione tra razzismo e antisemitismo è assolutamente trasparente, perché un razzista non è necessariamente antisemita e viceversa. 11 Dalla conferenza tenuta da Agostino Gemelli all’Università di Bologna il 9

gennaio 1939 (cfr. «Corriere della Sera», 11 gennaio 1939). 12 Hilberg [1995, 8-9]. Questa tabella è stata riproposta in Kiing [1992, 268-

269]. 13 Dal pamphlet Contro gli Ebrei e le loro menzogne (1542) di Martin Lutero,

cit. in Poliakov [1988, I, 365]. 14 Questo titolo dal titolo Zur Judenfrage fu scritto nel 1843 e pubblicato nel

1844 nei «Deutsch-Französische Jahrbücher» in risposta al libello Die Judenfrage di Bruno Bauer pubblicato nello stesso anno. Tra le edizioni più recenti in italiano cfr. Marx [2007]. 15

Veblen tentò di spiegare la preminenza ebraica nel campo intellettuale avanzando la tesi che l’ebreo, in quanto avrebbe compreso che la sua liberazione era parziale e provvisoria, e nella misura in cui si era però anche liberato dalla stretta adesione alla religione e alla vita ebraica, aveva assunto un temperamento «scettico, estraniato, alienato», tipico di chi erra in una «terra di nessuno intellettuale» e quindi, non avendo vincoli nazionali o culturali particolari, poteva esibire doti di originalità inaspettate. Veblen avanzava a supporto di questa tesi il riferimento al tipo di ebreo emigrante che si era rifugiato in quegli anni negli Stati Uniti: per lo più ebrei mitteleuropei e dell’Est europeo sfuggiti ai pogrom, privi di qualsiasi radicamento nazionale e disillusi del tutto circa l’emancipazione. In realtà Veblen generalizzava in modo indebito una figura particolare parlando di «mentalità ebraica», senza ulteriore specificazione. Alcuni anni fa David A. Hollinger ha discusso criticamente la tesi di Veblen proponendo di considerare il problema «una questione storica come qualsiasi altra» [Hollinger 2002, 163]. Un’ulteriore confutazione della tesi di Veblen è contenuta in Israel [2004a]. 16 La presenza ebraica nella scienza del Novecento è stata indubbiamente di

una consistenza straordinariamente elevata. Essa ha assunto talora dimensioni

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assolutamente sproporzionate rispetto all’esiguità della componente ebraica, anche nei paesi in cui questa era più consistente. Si tratta di un fatto innegabile che occorre spiegare anziché accantonare come «imbarazzante». Di esso è possibile fornire molti esempi. Valga per tutti quello della famosa scuola scientifica di Gottinga, in Germania, che, dalla fine dell’Ottocento agli anni Trenta del Novecento, rappresentò il centro di ricerca più importante del mondo nel campo della matematica, della fisica-matematica e della fisica-teorica. Le cronache raccontano che, nel 1934, il ministro nazista della Cultura Bernhard Rust si recò a presenziare a un banchetto presso l’Università di Gottinga e, rivolgendosi a David Hilbert - che era allora la massima autorità mondiale nel campo della matematica e il gran «patron» della Scuola di Gottinga -, gli chiese se fosse vero quel che si andava dicendo, e cioè che l’Istituto di matematica aveva sofferto dell’espulsione degli ebrei decretata dai provvedimenti razziali del governo. La risposta lapidaria di Hilbert fu: «Sofferto? Non ha sofferto, Signor Ministro. Semplicemente non esiste più» [cfr. Fraenkel 1967, 159]. Di fatto un esame anche sommario degli esponenti di quella scuola traccia il panorama di una presenza ebraica impressionante. Ecco un elenco approssimativo e incompleto in cui abbiamo indicato con un asterisco gli scienziati ebrei. Fra i primi membri della scuola, oltre al fondatore Felix Klein, vanno annoverati: David Hilbert, Hermann Minkowski*, Carl D. Runge, Edmund Landau*, Karl Schwarzschild*, Ludwig Prandtl, Peter J. Debye, Johann E. Wieckert, Paul A. Gordan*. A essi si aggiunsero successivamente Max Noether*, Hermann Weyl*, Arnold Sommerfeld, Constantin Carathéodory, Gustav Herglotz, Hans Lewy*, Erich Hecke, Max Born*, Richard Courant*, Theodor von Karman*, Otto Blumenthal*, Ernst Zermelo, Paul Koebe, Robert K.E. Fricke, Otto Toeplitz*, Paul Bernays*, Alexander M. Ostrowski*, Johann (John) von Neumann*, Willy (William) Feller*, Ernst Hellinger*, Felix Bernstein*, Emmy Noether*. 17

Gershom Scholem ha descritto con efficacia questo processo con riferimento al misticismo e alla Kabbalah: «Quando - verso la fine del secolo XVIII - gli ebrei dell’Europa occidentale imboccarono con tanta decisione la via della cultura europea, la Kabbalah fu una delle prime e più importanti vittime cadute su questa strada. Il mondo del misticismo ebraico, col suo simbolismo intricato e interamente introverso, era ora sentito come estraneo e perturbatore e veniva rapidamente dimenticato […] Per secoli questo mondo aveva avuto un valore vitale per la concezione che gli ebrei avevano di se stessi. Ora scompariva, travolto in certo modo nel vortice dell’età moderna, e in maniera così completa che per intere generazioni si sottraeva quasi del tutto a una conoscenza oggettiva e razionale» [Scholem 1980, 4]. 18 Cfr. in particolare la nota 1. 19

«Un ebraismo vivo, quale che sia la sua concezione di Dio, dovrebbe opporsi risolutamente al naturalismo. Dovrà insistere sul fatto che la nozione così diffusa di un mondo in progresso e che sarebbe lui stesso la fonte di una libera produzione di significato […] può essere evidentemente proposta, ma non può essere sostenuta seriamente» [Scholem 1978, 246]

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Per esempio, tale fu il caso del grande matematico tedesco Karl Gustav Jacob Jacobi che si convertì al cristianesimo per non veder ostacolata la propria carriera scientifica e accademica dalle pesanti restrizioni antiebraiche ancora esistenti nella legislazione che regolava le università tedesche. 21 Si può assumere come riferimento di base Olff-Nathan [1993]. 22

Lettera di A. Sommerfeld a H.A. Lorentz, 26 dicembre 1907, Lorentz Nachlass, Rijsarchief, L’Aia. 23

Lettera di K. Weierstrass a S. Kowalewsky, 27 agosto 1883, cit. in G. Mittag-Leffler, Une page de la vie de Weierstrass, in Compte-Rendu du Deuxième Congrès des mathématiciens, Paris, Gauthier-Villars, 1902, p. 149. 24 La vicenda di Klein e della «matematica ebraica» nella Scuola di Gottinga è

stata efficacemente descritta in Rowe [1986] 25 Cit. in N. Schappacher, Questions politiques dans la vie des mathématiques

en Allemagne (1918-1935), in Olff-Nathan [1993, 76]. 26 Ibidem, p. 77. 27

Circa le politiche nei confronti degli ebrei di Roma e i loro effetti cfr. l’Appendice Les Juifs du Saint-Siège a Poliakov [1988, I]. 28

Queste citazioni potrebbero essere addotte per avallare la tesi di un Mussolini filosemita o comunque protettore degli ebrei. Le numerose prove in senso opposto prodotte in Fabre [2005] mostrano che non è certamente così, ma neppure sono sufficienti a dimostrare la tesi di un Mussolini antisemita fin dai primordi della sua carriera politica. È piuttosto evidente che Mussolini era intriso di un generico antisemitismo spicciolo senza caratteri di organicità e la cui estremizzazione è connessa con la scelta delle politiche razziali. 29 Come ben si vede la nostra tesi storiografica non ha nulla a che vedere con

l’idea di un percorso deterministico che va dalla genetica, dall’antropologia e dalla demografia verso l’antisemitismo di stato. 30 Non cessa di sorprendere il fatto che questa legislazione sia rimasta in

vigore fino al 1984, quando la Corte costituzionale ne smantellò alcuni capisaldi fondamentali. Tuttavia, anche il nuovo Concordato non ha definitivamente eliminato tutti gli aspetti aberranti presenti nella normativa delle comunità ebraiche. 31 Tali furono le parole con cui efficacemente descrisse gli aspetti aberranti di

questo sistema, già prima del Concordato, l’industriale ebreo Oscar Sinigaglia. Analoghe dichiarazioni vennero da Aldo De Benedetti, Ettore Levi Della Vida e da altri ebrei «laici» [cfr. Caviglia 1996], Insistiamo sul fatto che il nuovo Concordato non ha abolito del tutto tale sistema aberrante. 32 «Marrani» erano quegli ebrei di Spagna (nel periodo dell’Inquisizione) che,

per sottrarsi alle persecuzioni, facevano una conversione di facciata al cristianesimo pur continuando a coltivare in segreto il proprio ebraismo.

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Il marranismo è stato un fenomeno di grande rilevanza. Recenti ricerche hanno portato alla scoperta (in particolare nella Francia meridionale) di gruppi che continuavano a praticare alcuni rituali del Sabato ebraico senza ricordarne più neppure l’origine e il significato. 35 «Con quale speranza di successo un qualunque gruppo di interessi inserito

nel gioco politico avrebbe potuto cercare di mobilitare l’opinione pubblica con le parole d’ordine antiebraiche, tanto care alla stampa reazionaria e clericale che in quel gioco non aveva cittadinanza proprio per la sua avversione allo Stato nazionale?» [Caviglia 1996, 124] 34 I passaggi seguenti sono tratti dal testo di un discorso tenuto nel 1922 (in

francese) al Congresso dell’Unione Latina, presso l’Università di Parigi. La bozza manoscritta del discorso è conservata presso l’Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, Fondo Volterra. Capitolo terzo 1 Al riguardo rinviamo ai saggi contenuti in Burgio [1999]. 2

Su Vito Volterra e la sua azione culturale e politica, in particolare in relazione con la Sips, cfr. Israel [1984; 2004b], Israel e Nurzia [1989], Simili [1998] 3 Per una ricostruzione dettagliata di queste vicende e della storia del Cnr cfr.

Simili e Paoloni [2001]. 4 Questa relazione fu riveduta assieme al senatore Vittorio Scialoja e a Pietro

Bonfante, presidente della Sips nel 1923 e nel 1924. 5 Negli stessi anni Pantaleoni diede inizio a una violenta campagna antisemita. 6 Gini era già intervenuto sul tema del rapporto fra guerra e demografia fin

dall’inizio del conflitto con vari saggi pubblicati fra il 1915 e il 1919 sulle riviste «Riforma Sociale» e «Rivista Italiana di Sociologia e Politica» e poi raccolti in Gini [1921]. Ritornò sul tema con i medesimi accenti fino agli anni Quaranta. 7 Per esempio, l’antropologo Angelo Zuccarelli così si esprime: «Non può

mettersi in dubbio la moltitudine grande, allarmante e sempre crescente di deboli, avariati, degenerati di tanti generi, su base di costituzione morbosa ereditaria. A riparare tanta iattura non basta la selezione “naturale”, risultando essa assai lenta e insufficiente […] Fino a quando esiste un vivaio così fecondo e perenne d’individui fisicamente e psichicamente deboli e degenerati, non è a sperare sul serio un’opera di eugenica, cioè di rinvigorimento e rafforzamento della costituzione somato-psichica della razza e della specie. Rendesi, quindi, evidentemente necessaria una selezione artificiale, ponendo un argine, una limitazione, più ch’è possibile, all’aumento dell’umanità gravemente inficiata e difettosa […] Vera e sostanziale eugenica non si potrà ottenere se non

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previa sterilizzazione dell’eccessivo numero di individui difettosi o degenerati già esistenti» [Zuccarelli 1925]. 8 L’Ipas fu fondato nel 1922 e nel 1942 fu trasformato in Istituto fascista di

medicina sociale. Per una descrizione dettagliata delle attività di Levi cfr. Mantovani [2004]. 9 Tali indizi sono messi in luce in Mantovani [2004] e tuttavia si basano su

alcuni scritti anonimi e «verosimilmente» redatti da Levi [cfr. ibidem, 221 e 224]. Preferiamo pertanto basarci su testi sicuramente attribuibili a Levi e che attestano come egli accettasse i metodi dell’eugenetica negativa. 10 Cfr. la nota 7. 11 «Saprà il nuovo Governo imporre che questo sforzo venga realizzato al di

sopra di ogni concetto di classe o di partito, per la grandezza civile e la potenza economica del Paese nostro, in una visione superiore di difesa e di ricostruzione delle energie potenziali, fisiche ed intellettuali degli individui e della collettività?» [Levi 1923, 3]. Cfr. anche Levi [1921b; 1924] 12 Le prospettive dell’eugenetica negativa sono indiscutibilmente più radicali

e devastanti di quelle dell’eugenetica positiva e ancor più di un approccio meramente quantitativo volto all’incremento numerico della popolazione, che fu lo slogan iniziale di Mussolini. Da questo punto di vista è singolare che Mantovani [2004, 353] non si avveda che le tesi di Baglioni - come del resto quelle di Pende e altri - erano e restarono complessivamente più moderate di quelle di Levi, la cui posizione favorevole a scelte coercitive sarebbe stata casomai più consonante con le scelte più radicali verso cui si orientarono alcune correnti del fascismo alla fine degli anni Trenta. L’unico reale punto di divergenza era la difesa del controllo delle nascite da parte di Levi. Il fatto che «La difesa della razza» lo attaccasse su questo punto non vuol dire nulla: cosa si poteva scrivere di positivo su un ebreo in quella rivista nel 1939? La critica di Mantovani alle tesi di Israel e Nastasi [1998] è fondata su una confusione del piano politico con quello scientifico: che Baglioni fosse fascista non è in contraddizione con il fatto che le sue posizioni sulla questione razziale fossero «moderate» e, in certe situazioni, entrassero in contrasto con spinte più radicali. Il fatto che le sue critiche all’eugenetica coercitiva fossero «spendibili» politicamente non dice altro se non che l’orientamento prevalente del regime fascista - come del resto vedremo nel corso del libro - fu meno radicale di quello del razzismo biologistico di stampo germanico. L’atteggiamento soggettivo nei confronti del fascismo è un’altra faccenda. Peraltro, si è visto che anche Levi era aperto alla più totale adesione al fascismo. Una simile confusione di piani analitici - ripresa tal quale in Cassata [2006] - può spiegarsi come conseguenza di un atteggiamento di soggezione sacrale nei confronti della «scienza» che non permette di cogliere quanto l’eugenetica negativa avesse implicazioni di gran lunga più devastanti dell’eugenetica positiva o di un mero programma di incremento numerico della popolazione. Se si vuol entrare sul terreno dei giudizi di valore, si potrebbe dire con una battuta: meglio

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un eugenista fascista moderato che un eugenista non fascista coercitivo, ancor più se quest’ultimo antifascista non è. 15 L’affermazione fu fatta nell’ambito del discorso inaugurale a un congresso

sull’espansione economica e commerciale all’esterno tenutosi a Trieste nel 1923 (cfr. «Bollettino dell’emigrazione», novembre 1923, pp. 821-822, cit. in Ipsen [1997, 73]). 14 Atti della Camera dei deputati, 13 novembre 1924, pp. 420-421. 15 Atti della Camera dei deputati, 30-31 marzo 1927, pp. 7428, 7430. 16 Atti della Camera dei deputati, 25-26 settembre 1925, p. 4623. 17 Korherr divenne capo dell’ufficio statistico delle SS nel 1940. Di lui

è particolarmente noto il «Rapporto sulla soluzione finale della questione ebraica» in cui stima il numero di ebrei assassinati tra il 1933 e il 1943 in quattro milioni. In tale conteggio egli non prende in considerazione le vittime morte nei ghetti e nei campi di raccolta, per cui è riduttivo e al tempo stesso oggetto di critiche vivaci da parte dei negazionisti. L’articolo di Mussolini fu ripubblicato come introduzione all’edizione italiana del saggio di Korherr [1928], mentre l’edizione tedesca conteneva una prefazione dello stesso Spengler. Poco dopo, Mussolini ritornò ancora sull’argomento con un articolo anonimo [Anonimo (Mussolini, B.) 1928]. Come suggerisce Renzo De Felice, il quadro del pensiero mussoliniano sulla questione demografica in questo periodo è completato dalle circolari da lui inviate ai prefetti [cfr. De Felice 1968, 379]. 18 È certamente significativo il fatto che Mussolini si rifacesse a un simile testo

e ne facesse pubblicare una traduzione in italiano un anno prima del Concordato fra lo stato italiano e la Santa Sede. 19 Un documento che, sebbene di parecchi anni dopo, illustra perfettamente

questa concezione della famiglia, è il testo di un discorso tenuto da Nicola Pende il 20 ottobre 1938 sulla «cultura maschile e femminile in regime fascista», in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto fascista di cultura di Reggio Emilia. Il testo è tratto da un fonogramma del ministero della Cultura popolare contenuto nel Fascicolo Pende presso l’Archivio centrale dello stato (Acs), Segreteria Particolare del Duce (fase. 509058 «Pende Sen. Nicola»): «Accennato alle tendenze autarchiche spinte all’estremo limite della donna negli stati democratici liberali e nella Russia bolscevica, e definite tali tendenze come paradossi biologici e degenerazioni viriloidi ed intersessuali del corpo e dell’anima femminile, il Senatore Pende contrappone gli sforzi, ancora però in una fase iniziale, dei due regimi fascista e nazionalsocialista, per riportare la donna all’ubbidienza delle leggi imposte dalla sua natura biologica e psicologica, alla conservazione di tutta intera la sua femminilità e bellezza somatica e spirituale, alla missione naturale di collaboratrice e completatrice delle attività maschili e soprattutto alla missione di generatrice e allevatrice. I tre gravi e crescenti fattori di pervertimento della natura femminile, cioè la volontà di emancipazione economica mediante il lavoro manuale e professionale, la volontà di

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emancipazione famigliare o coniugale mediante acquisizione di diritti in tutto pari a quelli del marito, la volontà di emancipazione spirituale mediante cultura intellettuale e fisica dello stesso genere di quella dell’uomo, sono i tre fronti sui quali si deve combattere nel regime fascista questa nuova grande battaglia, così intimamente connessa colla battaglia per la razza e con quella per l’autarchia economica: la battaglia per la bonifica e la perfetta femminilizzazione della donna. Il prof. Pende ha tracciato brevemente le qualità essenzialmente diverse del corpo e dell’anima femminile rispetto all’uomo, che impongono di mettere la cultura fisica, la cultura morale, la cultura intellettuale della donna italiana sopra un binario del tutto diverso e separato da quello su cui è attuata la cultura maschile. La cultura fisica - ha continuato l’oratore - deve sempre più evitare ogni sforzo di muscoli deformatore della grazia e dell’armonia delle linee architettoniche del corpo femminile. L’educazione morale deve essere diretta contro l’egoismo, l’edonismo, l’indisciplina, il senso di ribellione al giogo famigliare, l’ambizione e la vanità esagerata, e per quanto si riferisce alla cultura intellettuale, è necessario che lo Stato Fascista, con metodo rivoluzionario, decida di separare nettamente le scuole d’ogni grado per le donne e per gli uomini, istituendo, non solo le scuole primarie e quelle d’avviamento esclusivamente femminili, ma un tipo nuovo di scuola media che sia adatto all’intelletto femminile, e che risponda alle future mansioni della donna nello Stato Fascista. Noi - ha detto il prof. Pende - vogliamo che la donna colta abbia una cultura viva e concreta, come si addice alla mentalità deduttiva e sempre inondata di sentimentalità della costituzione femminile. E quanto alle professioni liberali è tempo che lo Stato Fascista metta il veto alla formazione di avvocatesse, architette, medichesse. Anche qui è bene, una volta per sempre, fissare il principio che la donna faccia solo quello che la femminilità comporta. Perciò si dovrebbero lasciare alla donna, ed anche con una certa limitazione, quelle professioni che rientrano nell’insegnamento e nella formazione educativa dei fanciulli e dei giovani, alle quali aggiungerei un tipo speciale di laurea nella scienza che più strettamente interessa la donna allevatrice, cioè la scienza dell’ortogenesi, della puericultura e della ginecologia medica. Programma rivoluzionario - ha terminato il prof. Pende - ma la donna fascista di domani saprà che nessuna confusione è possibile tra le sue attitudini produttive e quelle dell’uomo, che le une e le altre devono non sostituirsi ma completarsi e armonizzarsi, che il Fascismo condanna la donna inutile e che diserta la casa, vuole che la donna lavori, ma che questo lavoro sia fatto con le armi più potenti della donna, la grazia che essa può mettere nelle sue piccole mani in tutti i mestieri d’arte, l’abnegazione e la bontà nel lavoro, governo della sua casa, il sentimento materno nell’allevamento e nell’assistenza dei teneri germogli della grande razza dei figli di Roma». 20 Per un’esposizione esauriente cfr. Ipsen [1997]. 21

«[…] un popolo che agogna di espandere la propria stirpe e la propria civiltà non deve soltanto frenare la diminuzione della natalità, ma deve anche accelerare la diminuzione della mortalità, abbassando questa agli estremi

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limiti possibili» [Mortara 1930, 163]. 22

«Gli umanitari possono bene chiudere gli occhi per volontariamente ignorare questa verità, ma ciò non muta nulla ai fatti. In ogni razza nascono elementi di scarto, che debbono essere distrutti dalla selezione. I dolori di quella selezione sono il riscatto del mantenersi e del perfezionarsi la razza; ed è uno dei tanti casi in cui il bene dell’individuo è in contrasto col bene della specie» [Pareto 1906, 299]. Sulla teoria delle élite cfr. anche Pareto [1916]. 25 Cfr. in particolare Gini [1914; 1924; 1927; 1929; 1930; 1940]. 24

II conflitto tra fatalismo demografico e soggettivismo fascista è bene descritto da Gino Arias. Naturalmente con l’espressione fatalismo demografico (che «riceve sempre nuove condanne, anche dalle indagini scientifiche più esatte») egli non si riferisce alle teorie di Gini ma al malthusianesimo. Arias insiste sulla difficoltà di conciliare le teorie scientifiche «deterministiche» o «materialistiche» con la concezione volontaristica del fascismo che si richiama invece alla «potenza creatrice della volontà collettiva» e così prosegue: «Al binomio malthusiano popolazione stazionaria - benessere individuale crescente si sostituisce il trinomio fascista, maggiore popolazione maggiore ricchezza -potenza della Nazione» [Arias 1930, 276-277]. 25 Della scheda si parla anche in Futrario [1932]. 26 «[…] essendo ben chiaro alla luce dei fatti che è più efficace produr figli

sani e intelligenti e buoni, piuttostoché produrne di malati e stupidi e criminali, e cercar poi di raccomodarli alla meglio» [Enriques 1921]. 27

«L’elevamento morale, la salute, la felicità umana si possono ottenere migliorando la razza, molto più che migliorando gl’individui» [Enriques 1924, 372]. 28 «La posizione del biologo e del medico di fronte al problema demografico

dev’essere dunque oggi nell’Italia fascista quella di collaboratori fedeli ai quali il legislatore, in vista di supreme idealità sociali e politiche, ha tracciato la via. Quando questa è ben tracciata e la meta è ben chiara, il lavorare diviene compito più facile e più sicuro, ed è spettacolo dei più confortanti quello che oggi biologi, medici, statistici e sociologi danno di sé, collaborando col Governo fascista in perfetta unità d’intenti per dare alla Nazione la soluzione migliore del problema demografico» [Foà 1931, 426-427]. 29 Cfr. Acs, Segreteria Particolare del Duce, Carteggio ordinario, fasc. 509058

«Pende Sen. Nicola». Il fascicolo contiene i testi di molte conferenze su temi di eugenetica razziale di cui Pende inviava al duce puntualmente copia. 30

«In relazione all’appunto in data 26 luglio u.s. [1935] n. 16115, si comunica che S.E. il Ministro [dell’Educazione nazionale, all’epoca Cesare Maria De Vecchi] circa l’aspirazione del prof. Nicola Pende, ha conferito con Sua Eccellenza il Capo del Governo e, presi ordini da Lui, sta studiando la possibilità di trasferire a Roma il prof. Pende. F.to Capo di

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Gabinetto di S.E. il Ministro (comunicata a Ciano)» (Acs, Segreteria Particolare del Duce, Carteggio ordinario, fasc. 509058 «Pende Sen. Nicola»). 31 Boldrini applicò queste teorie all’antropometria militare, sostenendo che i

brevilinei sono più fecondi dei longilinei. I primi apparterrebbero a classi sociali inferiori e sarebbero individui attivi, mentre i longilinei sono individui passivi. Esempi del primo tipo sono dati, secondo Boldrini, da «grandi figure della storia» come Mussolini, Hitler, Stalin e Pilsudski. 32

Secondo Boldrini l’unificazione somatica degli italiani era un obiettivo perseguibile che sarebbe stato certamente favorito dalla politica delle migrazioni e delle colonizzazioni interne. E così polemizzava: «Riferito alla sfera del tornaconto individuale, potrà dunque trovare ancora difensori il vecchio adagio tanto ripetuto: “Moglie e buoi dei paesi tuoi”. Ma, dinanzi alla biologia, i cui occhi vedono i vantaggi della tendenza verso l’unità delle forme, ha perduto gran parte del suo prestigio, e non tarderà a raggiungere, nel magazzeno delle cose smesse, gli avversari che ostacolavano un tempo l’unità della cultura e che, come i provincialismi, i campanilismi, il colore locale, le tradizioni allogene, i costumi variopinti, e cose altrettali, quando non formino oggetto di indagine da parte dello scienziato, suscitano ormai a malappena il rimpianto dei vecchi romantici e la disillusione di qualche forastiero, in cerca di facili emozioni» [Boldrini 1933, 106]. È peraltro evidente l’adesione di Boldrini al punto di vista costituzionalista. Egli sostiene che «l’intero ricambio sociale - con le conseguenze demografiche ad esso congiunte - […] finisce con l’apparire, se non dominato, certo influenzato dalla fertilità differenziale dei tipi costituzionali» [Boldrini 1930, 287]. 33 Ancora una volta mi riferisco all’infondatezza delle critiche di cui alla nota

12. L’unico punto su cui può essere corretta l’interpretazione proposta in Israel e Nastasi [1998] riguarda la caratterizzazione delle posizioni di Baglioni in quanto critiche delle posizioni ufficiali del regime. Esse vanno piuttosto considerate come una critica di talune posizioni fasciste nel contesto di una dialettica interna al regime. Peraltro che esse potessero trovare cittadinanza all’interno di una visione liberaldemocratica è, purtroppo, vero: lo trovarono anche quelle assai più estreme dell’eugenetica negativa e occorre piuttosto volgere l’attenzione alla pericolosità intrinseca, a vari gradi, di tutte queste teorizzazioni. Ripeto che la questione degli atteggiamenti soggettivi è un’altra faccenda, che deve tenere conto anche della personalità dei soggetti implicati. Nella fattispecie, la successiva collaborazione di Baglioni a «La difesa della razza» e la sua partecipazione ad alcuni corsi universitari sulla biologia delle razze non possono modificare la constatazione dell’evidente contraddizione tra le posizioni fino a quel momento da lui assunte e la partecipazione a una campagna razziale di tipo biologistico. Baglioni non fu l’unico a cedere in modo umiliante a pressioni politico-accademiche mettendo da parte la sua contrarietà - di cui esistono molteplici testimonianze personali, oltre al fatto che non aderì al Manifesto degli scienziati razzisti - ai provvedimenti legislativi antiebraici. Ringrazio Giampaolo Baglioni per le utili informazioni, in particolare contenute in Baglioni [2007].

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34 Cfr. Baglioni [1938]. Si noti che l’autore dichiara esplicitamente di rifarsi ai

princìpi enunciati in Baglioni [1926]. 35 Inutile dire che Ghigi dichiarò privatamente di avere simpatia per gli ebrei.

Il suo atteggiamento è discusso in Finzi [1994]. 36 Il corsivo è di Sergi. 37 Secondo Furtwängler è impossibile conciliare la visione copernicana del mondo (che riduce l’uomo a un granello di sabbia nel cosmo) con la concezione tolemaica (che ne fa il centro dell’universo): la prima, derivante dalla scienza del mondo fisico, avrebbe prima confinato la seconda entro il mondo psicologico e delle sue forme espressive artistiche e letterarie e quindi l’avrebbe dissolta. Le sue conclusioni sono radicalmente pessimistiche: «Nietzsche per primo ha avuto coscienza dell’abisso che separa queste due dottrine, e della loro incompatibilità mortale. Egli ne ha tratto per primo le terrificanti conseguenze. Comprese il problema in tutta la sua profondità: ne fu come il martire. E il processo che intentò all’antropocentrismo morale lo condusse a fare della cieca “volontà di potenza” il principio di tutto. Ecco quindi affermata la realtà del sovrumano o disumano cosmo, e disconosciuta la realtà umana, spossessata dei suoi diritti. In seguito, abbiamo visto dove conducano, nella realtà della storia, i prolungamenti di questo principio» [Furtwängler 1979, 120-121]. Furtwängler arriva di qui a considerare il dodecafonismo l’espressione di una visione tecnicistica della musica e Arnold Schönberg un discepolo di Copernico. 38

Al contrario, le indagini condotte dopo la guerra dimostrarono che Furtwängler si era adoperato a salvare molti ebrei e lo assolsero da ogni addebito pur lasciando alcune ombre sulla sua figura. 39 Queste forme di preclusione, ovvero la difficoltà per un ebreo di ottenere

una cattedra universitaria, erano presenti anche nell’ambiente austriaco, come testimonia ampiamente Freud nei suoi scritti. 40 Ne daremo conto più in là (cfr. il par. 1 del cap. VI). 41 Un caso quasi più estremo di quello di Ghigi fu rappresentato dal filologo

Goffredo Coppola che il 24 novembre 1943 venne nominato prorettore dell’Università di Bologna e il 24 gennaio 1944 rettore. Coppola fu al contempo un razzista radicale e un antisemita scatenato. Egli fece ricorso a tutta la panoplia dell’odio antiebraico: razziale, politica (il tema del complotto mondiale plutodemo-giudaico-massonico), religiosa (la colpa del deicidio) e all’arsenale completo del pregiudizio (avarizia, cupidigia di denaro ecc.). I suoi articoli antiebraici pubblicati su «Il Popolo d’Italia», il «Corriere della Sera» e «Civiltà Fascista» furono raccolti in un volume [Coppola 1944]. Sulla figura di Coppola cfr. Cinti [2004] Capitolo quarto

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1 D’altra parte, come ha osservato De Felice, «dire che Mussolini non aveva la

stoffa dell’ideologo è quasi un’ovvietà. La sua cultura […] non era certo nutrita di studi sistematici ed organici, ma era quella di un autodidatta formatosi attraverso una serie di letture vaste ma disordinate, frutto di una notevole curiosità intellettuale, non sorretta però da spirito critico e facile a soggiacere a quelle suggestioni che gli sembravano confermare in qualche modo le sue convinzioni di base e servire ai suoi progetti politici» [De Felice 1981, 300]. 2

Le manifestazioni di antisemitismo di Agostino Gemelli, contenute in numerosi suoi scritti, sono ben note e, come vedremo, culminarono nella sostanziale adesione alle leggi razziali fasciste. Valga per tutte l’incredibile commento riservato al suicidio di Felice Momigliano: «Un ebreo, professore di scuole medie, gran filosofo, grande socialista, Felice Momigliano, è morto suicida. I giornalisti senza spina dorsale hanno scritto necrologi piagnucolosi. Qualcuno ha accennato che era il Rettore dell’Università Mazziniana. Qualche altro ha ricordato che era un positivista in ritardo. Ma se insieme con il Positivismo, il Socialismo, il Libero Pensiero, e con il Momigliano morissero tutti i Giudei che continuano l’opera dei Giudei che hanno crocifisso Nostro Signore, non è vero che al mondo si starebbe meglio? Sarebbe una liberazione, ancora più completa se, prima di morire, pentiti, chiedessero l’acqua del Battesimo». Questa frase era contenuta in un articolo pubblicato anonimo nell’agosto del 1924 su «Vita e pensiero», rivista dell’Università Cattolica. Gemelli - che era rettore dell’Università Cattolica e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze - ne rivendicò la paternità nel dicembre del 1924 sulla medesima rivista. Cfr. in merito Finzi [1997b]. 3 Cfr. il par. 1 del cap. III. 4

Questa posizione coincide con quella espressa da Mussolini a Claretta Petacci: «Io ero razzista dal ’21. Non so come possano pensare che imito Hitler, non era ancora nato. Mi fanno ridere. […] Bisogna dare il senso della razza agli italiani, che non creino dei meticci, che non guastino ciò che c’è di bello in noi» (4 agosto 1938, cfr. Suttora [2009]). La continuità è esagerata, ma - come vedremo - la rivendicazione di autonomia da Hitler ha un fondamento, così come è sincera la motivazione di fare degli italiani un popolo dominatore mediante il razzismo. 5

Si potrebbe ben dire che l’interpretazione storiografica del «piano inclinato» è da attribuire a esponenti fascisti come Bottai e Almirante. 6 Cfr. il par. 5 del cap. IL 7

Cfr. il Regio decreto legge del 30 ottobre 1930 n. 1731, pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» del 15 gennaio 1931 n. 11. In particolare, l’art. 56 di detto decreto così recitava: «La vigilanza e la tutela sull’Unione delle Comunità israelitiche, sulle Comunità e sulle istituzioni di culto da esse dipendenti sono esercitate dal Ministero della giustizia e degli affari di culto». 8 Questo documento è del 14 febbraio 1934; cfr. De Felice [1961, 166].

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9

Racconta Natalia Ginzburg: «Di quei viaggi fra Italia e Svizzera, con opuscoli, Mario insieme a quel Sion Segre ne aveva già fatti molti, e gli era sempre andata liscia; e così era diventato sempre più ardito, aveva riempito sempre di più l’automobile di opuscoli e di giornali, aveva messo in disparte ogni regola di prudenza» [Ginzburg 1969, 95]. Natalia Ginzburg era sorella di Mario Levi e figlia del fisiologo Giuseppe Levi e assunse il cognome Ginzburg nel 1938, quando sposò Leone Ginzburg. 10 Le manifestazioni più virulente di antisemitismo da parte di Mussolini sono

largamente collegate alla rottura con il movimento sionista. Se ne sente con evidenza la traccia in questa frase riportata da Claretta Petacci in data 11 ottobre 1938 (cfr. Suttora [2009]): «Questi schifosi di ebrei bisogna che li distrugga tutti. Farò una strage come hanno fatto i turchi. Ho confinato 70 mila arabi, potrò confinare 50 mila ebrei […] Sono carogne, nemici e vigliacchi. Non hanno un po’ di gratitudine, di riconoscenza, non una lettera di ringraziamento […] Dicono che abbiamo bisogno di loro, del loro aiuto, che se non potranno sposare le cristiane faranno cornuti i cristiani. Sono gente schifosa, mi pento di non aver pesato troppo la mano. Vedranno cosa saprà fare il pugno d’acciaio di Mussolini […] E l’ora che gli italiani sentano che non devono essere più sfruttati da questi rettili». 11 Per esempio, il giurista Giuseppe Leonida Capobianco così criticava la

riforma del Diritto penale elaborata dal ministro nazista Hans Kerrl: «Non è nostro compito di esaminare, sia pure sinteticamente, le linee della progettata riforma, ma vogliamo soltanto limitarci a rilevare come, alla base della riforma, ci sia quello che è un dogma per il partito della croce uncinata: lo Stato è il Popolo; e il popolo tedesco è una comunione di sangue-, l’elemento, che vi prevale e da cui esso desume il proprio prestigio, è il sangue nordico. Da questo dogma, discende la difesa penale della razza […] La persecuzione, inflitta, con tanto accanimento, agli ebrei ha commosso tutto il mondo civile e si è visto persino la Turchia offrire cinque posti di professori universitari ai profughi della Germania […] Quo vadis Germania? Ogni popolo è arbitro dei propri destini, e non è dato ad altri ingerirsi nei propri affari interni, ma la lotta, in nome dei principi sorpassati di razza, rischia di rendere ancora più agitato questo periodo, tanto torbido, della vita europea […] ci basta osservare che il principio della difesa della razza, enunciato da Hitler, rappresenta uno sterile conato di megalomania di junkeriana memoria, mentre l’avvenire è nell’intesa della dilaniata Europa, ispirandosi a quei principii su cui il Diritto romano è tuttora vivo ed operante […] L’avvenire, ad onta di tutto, non sarà di isolamento, ma di solidarietà europea» [Capobianco 1934]. 12 Va segnalata, in particolare, la ristampa da parte di Giovanni Preziosi dei

Protocolli dei Savi anziani di Sion che ebbe un’accoglienza entusiastica nei soliti ambienti. Cfr., fra gli altri, Sommi Picenardi [1937], Arthos [1937a; 1937b], Cogni [1937a], Evola [1937]. 15 Cfr. «Il popolo d’Italia», 16 febbraio 1938, p. 1. 14 L’affermazione di De Felice secondo cui l’ Informazione diplomatica n. 14 è

assolutamente

strumentale,

visto

che

468

Mussolini

in

quel

momento

aveva probabilmente già deciso la redazione del Manifesto degli scienziati razzisti [De Felice 1981, 489-490], appare errata e frutto di un’analisi superficiale dei contenuti della nota (cfr. infra]. Il 15 febbraio Ciano annota nel suo diario: «Il Duce ha redatto personalmente il n. 14 dell’Informazione diplomatica sulla questione ebraica. Il Duce stesso ha definito il pezzo, che nella forma è quasi conciliante, un capolavoro di propaganda antisemita» [Ciano 1990, 99]. 15

Secondo Ciano, «il Duce se la prende con Farinacci che, capo della corrente antisemita, ha una segretaria ebrea: Jole Foà. Gli stranieri possono in un fatto simile riconoscere una prova della poca serietà di carattere di molti italiani» [ibidem, 146]. 16 Esistono numerose testimonianze in questo senso. Valga per tutte quella di

Ciano: «Il Capo ha detto che bisogna dare al nostro popolo un più alto concetto razziale, indispensabile anche per procedere all’opera di colonizzazione dell’Impero» [ibidem, 128]; e ancora: «La rivoluzione deve ormai incidere sul costume degli italiani. I quali, bisogna che imparino ad essere meno “simpatici”, per divenire duri, implacabili, odiosi. Cioè: padroni» [ibidem, 156]. 17

Nino D’Aroma (direttore dell’Istituto Luce, confidente e biografo di Mussolini) riferisce del seguente colloquio con il duce avvenuto nel settembre del 1938: «Una rivista inglese è uscita recando la notizia che Mussolini sta per pubblicare un libro razziale e demografico, dal titolo Europa 2000 […] domando sulla veridicità dell’annuncio. Calmo ed ironico risponde: “È verissimo: non so come sia trapelata la notizia. Ma deve essere arrivata a Londra via Palazzo Chigi. Bisognerà che un giorno o l’altro vada con una ramazza a Piazza Colonna per sbarazzare quel palazzo di certa immondizia filobritannica che Galeazzo [Ciano] protegge. Scriverò sì, questo libro, ma per dimostrare che nell’anno 2000 i popoli che domineranno il mondo, saranno solo tedeschi, italiani, russi e giapponesi”» [D’Aroma 1958, 167]. 18 È esemplare, al riguardo, la raccolta di scritti, letti e approvati da Mussolini

in Sulis [1939]. 19

È assai interessante leggere le istruzioni per l’esecuzione del passo: «Istruzioni·. Posizione del corpo durante il “Passo Romano di Parata”·. Testa alta - Sguardo costantemente fisso in avanti - Busto leggermente inclinato in avanti con torace aperto, addome rientrato - Braccio destro portante l’arma nella posizione di spall’arm (Avambraccio orizzontale, gomito aderente al corpo), mano sinistra che stringe l’impugnatura del pugnale, con l’avambraccio ed il gomito portati avanti fino a risultare orizzontali rispetto al busto - Arti inferiori rigidi Punta del piede rivolta in basso - La gamba rigida deve essere lanciata quasi a formare angolo retto per tornare rigidamente in posizione picchiando la pianta del piede energicamente al suolo». Stranamente fu questo secondo «cazzotto» quello che trovò meno consensi e suscitò sconcerto anche tra i fascisti. Nel fascicolo «Passo Romano di Parata» (Acs, Segreteria Particolare del Duce, n. 183708) si trova una lettera di «fascisti antemarcia» che supplicano il duce «di sospendere l’ordine dato ai tuoi legionari di eseguire il passo romano. Troppi,

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come noi, sono coloro che hanno abbassato gli occhi per non soffrire nel vedere i nostri bei militi coprirsi di ridicolo». Esso contiene altresì le lettere di un vecchio soldato e di una «giovane italiana» che lamentano l’atto di asservimento che si è così compiuto nei confronti dei tedeschi. 20 Lo stesso De Felice corresse nettamente, nella sua biografia di Mussolini,

l’interpretazione della genesi della politica razziale fascista rispetto a quella data in De Felice [1961] dove si attribuiva un peso maggiore al fattore della politica estera. 21

Può essere utile al riguardo ricorrere alla categoria deU’«antisemitismo concorrenziale», il quale «non accetta l’assimilazione degli ebrei, ma continua a identificarli come un gruppo particolare, e si oppone al fatto che essi occupino nella cultura una posizione di dominio, non proporzionata alla loro presenza nella popolazione complessiva» [Safranski 1996, 311]. Safranski utilizza tale categoria per caratterizzare l’antisemitismo di Heidegger. 22 All’epoca il ministro della Cultura popolare era Dino Alfieri. 23 Lino Businco era assistente di patologia generale nell’Università di Roma,

Lidio Cipriani incaricato di antropologia nell’Università di Firenze, Leone Franzì assistente di clinica pediatrica nell’Università di Milano, Guido Landra assistente di antropologia nell’Università di Roma, Marcello Ricci assistente di zoologia nell’Università di Roma. 24 La prima ricostruzione attendibile è stata data da Mauro Raspanti [1994]

cui è seguita quella più completa contenuta in Israel e Nastasi [1998]. Quindi sono stati prodotti interessanti documenti inediti provenienti dal fondo Landra in Gillette [2001; 2002b], che hanno completato la predetta ricostruzione senza modificarne la sostanza (cfr. la nota 20 al cap. I). La sintesi più completa ora si trova in Dell’Era [2007; 2008a], che contengono anche una rassegna bibliografica esaustiva. 25 Circa l’archivio Landra cfr. Dell’Era [2007; 2008a]. 26

Per il testo completo e il comunicato del Pnf cfr. Israel e Nastasi [1998], Appendice I, pp. 365-368. 27

Cfr. Pende e Viterbo [1949], riprodotto in Israel e Nastasi [1998], Appendice III, pp. 385-393. 28 Tale era forse il caso di Savorgnan che partecipò alla riscrittura critica del

Manifesto (cfr. infra). Cipriani si schierò nel 1938 sulle posizioni del razzismo biologico malgrado quattro anni prima avesse scritto un articolo dal titolo assai significativo: cfr. Cipriani [1934]. 29 Cfr. Acs, Ministero della Cultura Popolare, fasc. 54, «Pende Sen. Nicola». 30 Ibidem. 31

Nel periodo in cui Landra fu capo di questo Ufficio (fino agli inizi del 1939) si distinse per intessere rapporti sempre più stretti con gli ambienti

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razzisti germanici. Si veda, in merito, la relazione sulla visita che egli fece in Germania nel dicembre del 1938 assieme al suo vice Lino Businco. La permanenza in Germania includeva incontri con Rosenberg, Himmler e Hess e una visita a un campo di concentramento [cfr. De Felice 1961, 652-653]. 32 Cfr. Acs, Segreteria Particolare del Duce, Carteggio ordinario, fasc. 509058

«Pende Sen. Nicola». Cfr. anche Israel e Nastasi [1998, 370-372] 33

Appunto contenuto in Acs, Segreteria Particolare del Duce, Carteggio ordinario, fasc. 509058 «Pende Sen. Nicola». 34

Lettera al duce del 18 ottobre 1938, in Acs, Segreteria Particolare del Duce, Carteggio ordinario, fasc. 509058 «Pende Sen. Nicola». 35

La lettera di Gemelli fu allegata da Pende in un memoriale di difesa dall’accusa di razzismo presentato alla commissione di epurazione nel dopoguerra. Per tutti i dettagli cfr. Dell’Era [2009c]. 36

Questa transazione con «oltretevere» sulla natura di un razzismo «accettabile» per entrambe le parti non contemplava comunque per Mussolini alcun possibile cedimento sul tema dei matrimoni misti che rimase un problema aperto, particolarmente acuto sotto il pontificato di Pio XI. Sintomatiche al riguardo sono le due seguenti annotazioni sul diario di Garetta Petacci [Suttora 2009]: «Oggi abbiamo trattato la questione degli ebrei. Certamente sua Santità solleverà delle proteste, perché non riconosceremo i matrimoni misti. Se la Chiesa vorrà farne, faccia pure. Però noi, Stato, non li riconosceremo, e saranno come amanti. Di conseguenza nemmeno i figli […] Diversamente si farebbero tutti cattolici pur di potersi sposare, e allora la questione della razza non avrebbe ragion d’essere. Questo il Papa non lo vuol capire, quindi faccia come crede» (10 novembre 1938); «Ah no! Qui il Vaticano vuole la rottura. Ed io romperò, se continuano così. Troncherò ogni rapporto, torno indietro, distruggo il patto. Sono dei miserabili ipocriti. Ho proibito i matrimoni misti, e il papa mi chiede di far sposare un italiano con una negra. Solo perché questa è cattolica. Ah no! A costo di spaccare il muso a tutti» (16 novembre 1938). 37 Tutti i documenti che seguono si trovano nel fascicolo Pende di cui alla

nota 32. 38 «Il Messaggero», 23 luglio 1939. 39

Acs, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario, fase. 509058 (Pende Sen. Nicola). 40 Nicola Pende nuovo Rettore dell’Accademia della Gil al Foro Mussolini, in

«Il Messaggero», 17 novembre 1941. 41

Parleremo tra poco di questa polemica. Cfr. Interlandi [1940], Preziosi [1940], Farinacci, Preziosi e Acerbo [1940] 42 Questi documenti si trovano nel fascicolo di cui alla nota 32. 43 Si noti inoltre che Visco propose di sostituire Landra nell’Ufficio razza con

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lo psicologo Mario Canella, fautore di un approccio in termini di «psicologia delle razze» che, se era fermamente contrario all’approccio biologistico, nondimeno era capace di descrivere al modo seguente i «tratti mentali e morali degli ebrei»: «stato di eretismo nervoso e psichico; carattere chiuso, introvertito, sornione; animo utilitarista, mercantile, esoso, con spiccatissime attitudini per gli affari, ciò che è anche dei levantini in genere e degli armeni in particolare; tenacissimo attaccamento alla vita e incrollabile ottimismo; dogmatismo religioso; esclusivismo “razzista”; orgoglio esasperato (reazione, forse, ad un “complesso di inferiorità”); ostinata volontà di dominio ecc.» [Canella 1940a, 234]. Come ha bene spiegato Malocchi [1999, 270-272] Canella è un tipico esempio di un razzista non biologico che, per non avere manifestato un’adesione esplicita alla legislazione antisemita, è stato da taluni considerato estraneo alla campagna razziale. Sta di fatto che non soltanto egli fu capace di ricorrere all’arsenale del peggior pregiudizio antiebraico - come si vede dalle frasi precedenti - ma fu accanitamente razzista: «L’odio di razza, come l’orgoglio di razza, e fra i due la connessione è palese, non sono invenzioni malvagie di nemici del genere umano, ma realtà innegabili, del passato, del presente e, siamone certi, dell’avvenire […] Sono profonde realtà umane, espressioni vitali, per così dire, del nostro spirito, tratti fondamentali e insopprimibili della nostra natura, che nessun umanitarismo retorico, nessun egualitarismo astratto potranno mai cancellare o attenuare» [Canella 1940a, v]. «[L’egualitarismo è una] grottesca utopia […] E l’ineguaglianza comporta di necessità lo stabilirsi automatico di una gerarchia, sia pure non immutabile nel tempo, gerarchia di razze e di etnie dominatrici e di razze e di etnie dominate» [ibidem, 249]. 44

Quanto precede illustra il ruolo avuto da personaggi come Pende e Visco nella ridefinizione dei contorni teorici della politica razziale. I conflitti avuti con la componente estremista servono a definire nei termini più chiari questo ruolo. Essi non possono quindi essere invocati per tentare di scagionare questi protagonisti della politica razziale. Un tentativo siffatto fu messo in opera dallo stesso Pende nel dopoguerra, con varie iniziative e, in particolare, con una lettera inviata al mensile ebraico «Israel», la quale ebbe una ferma, chiara e argomentata risposta di Carlo Alberto Viterbo [Pende e Viterbo 1949]. Osserva Raspanti: «[Pende] ha goduto di un incredibile favore da parte di chi si è occupato della politica razziale fascista, a cominciare dal lavoro pionieristico di Eucardio Momigliano, la cui opinione ha finito per incidere anche sulle ricerche di Spinosa e, seppure in maniera più critica e sfumata, anche su De Felice. Riesce difficile credere che tanti siano caduti nella trappola e nelle falsificazioni operate da Pende nella sua autodifesa […] Se possono essere comprensibili le prese di posizione a suo favore da parte degli ambienti neofascisti, si possono invece considerare dei veri e propri infortuni storiografici i giudizi assolutori nei suoi confronti fioriti nel dopoguerra» [Raspanti 1994]. 45 Questi documenti sono integralmente riportati in De Felice [1981, 868-

877]. 46 Il corsivo è nostro.

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47

Si tratta di un’affermazione in perfetta assonanza con il discorso di Mussolini del 1929. 48

Come ricorda Raspanti [1994], i finanziamenti provennero dalla Banca Commerciale Italiana, dal Credito Italiano, dal Banco di Sicilia, dalla Breda, dalle Officine Villar Perosa, dalla Riunione Adriatica di Sicurtà, dall’Istituto Nazionale delle Assicurazioni. 49

Circolare a firma Bottai del Gabinetto del ministero dell’Educazione nazionale, Ufficio studi comunicati e periodici, 6 agosto 1938, prot. n. 33; oggetto: «Rivista La Difesa della Razza - Diffusione» (Circolare del 6 agosto 1938, in Acs, Roma, Ministero dell’Interno, Direzione Generale Demografia e Razza, 1938-1943, b. n. 4, fase. n. 5). 50

«Il Giornale d’Italia» del 5 agosto 1938 commenta largamente la nota diplomatica, rievocando le dichiarazioni sulla razza di Mussolini, a partire dal 1917. 51 «Il Giornale d’Italia», 5 agosto 1938, p. 1. 52

Circolare riservata del 21 luglio 1938 n. 5111-16.2jl4-3, in Acs, Roma, Ministero dell’Interno, Direzione Generale Demografia e Razza, b. n. 4, fase, n. 15. 53 Lettera riservatissima di Giuseppe Bottai del 20 luglio 1938 n. 11847, ibidem. 54 Ibidem. La circolare, stranamente, porta la stessa data e lo stesso numero

della precedente. 55

Circolare di Giuseppe Bottai del 12 agosto 1938 n. 12380, ibidem. Questa circolare non fu di facile applicazione, in quanto i presidi non conoscevano la razza degli autori. Si spiega così l’impegno del ministro a trasmettere un elenco degli autori ebrei (nota del 24 agosto 1938 n. 12608, ibidem]. 56 Lettera di Giuseppe Bottai del 2 settembre 1938 n. 16890, ibidem. 57 Telegramma del ministro dell’Educazione nazionale del 17 agosto 1938 n.

31105, ibidem. 58 Nei Diari di Ciano e di Carmine Senise si parla di Buffarini-Guidi come di

«un ipocrita e un ladro perché prende soldi per arianizzare degli ebrei», che ha fatto diventare la politica razziale un mezzo per far mangiare «a quattro ganasce» una banda di corrotti [De Felice 1961, 284]. 59 Di questo documento esistono una versione ufficiale pubblicata e un testo

autografo di Benito Mussolini. Esiste inoltre una terza versione intermedia diramata ai membri del Gran Consiglio. Per la trascrizione integrale di queste tre versioni cfr. De Felice [1961]. Come ricorda De Felice, la Dichiarazione sulla razza fu il frutto di una riunione del Gran Consiglio del Fascismo che ebbe luogo a Roma, a Palazzo Venezia, nella notte fra il 6 e il 7 ottobre dalle ore 22 alle 2.45. Coloro che si opposero ai provvedimenti furono De

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Bono, Federzoni e, soprattutto, Italo Balbo, mentre i più decisamente favorevoli e contrari a ogni ammorbidimento furono Bottai, Buffarini-Guidi, Farinacci e Starace. 60 Cfr. l’analisi contenuta in Taradel e Raggi [2000]. 61 In data 8 ottobre 1938 Claretta Petacci annotava queste frasi del duce: «Tu

non sai il male che fa questo papa alla Chiesa. Mai papa fu tanto nefasto alla religione come questo. Ci sono cattolici profondi che lo ripudiano. Ha perduto quasi tutto il mondo. La Germania completamente. Non ha saputo tenerla, ha sbagliato in tutto. Oggi siamo gli unici, sono l’unico a sostenere questa religione che tende a spegnersi. E lui fa cose indegne. Come quella di dire che noi siamo simili ai semiti. Come, li abbiamo combattuti per secoli, li odiamo, e siamo come loro. Abbiamo lo stesso sangue! Ah! Credi, è nefasto. Adesso sta facendo una campagna contraria per questa cosa dei matrimoni. Vorrei vedere che un italiano si sposasse con un negro» [cfr. Suttora [2009]. 62

Abbiamo già incontrato il vescovo Cazzani nella veste di apologeta della politica demografica mussoliniana (cfr. cap. III). In un’omelia dell’epifania del 1939 egli così si espresse: «La Chiesa non ha mai disconosciuto il diritto agli Stati di limitare o d’impedire l’influenza economica, sociale e morale degli ebrei, quando questa tornasse dannosa alla tranquillità e al benessere della Nazione. La Chiesa niente ha detto e niente ha fatto per difendere gli ebrei, i giudei e il giudaismo. La Chiesa, senza nessuna preoccupazione politica, ha condannato una dottrina che nega i dogmi fondamentali della nostra Fede». L’intervento fu riportato su «Il regime fascista» il 7 gennaio 1939. Cfr. anche Cazzani [1939]. 63

Abbiamo già ricordato una manifestazione del becero antisemitismo di Agostino Gemelli nella nota 2 di questo capitolo. Ricordiamo inoltre che, in una conferenza tenuta all’Università di Bologna il 9 gennaio 1939, Gemelli si espresse al seguente modo: «Tragica senza dubbio e dolorosa la situazione di coloro che non possono far parte, e per il loro sangue e per la loro religione, di questa magnifica patria; tragica situazione in cui vediamo, una volta di più, come molte altre nei secoli, attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una patria, mentre le conseguenze dell’orribile delitto lo perseguitano ovunque e in ogni tempo» (cfr. «Corriere della Sera», 11 gennaio 1939). 64

Lettera di Farinacci a Mussolini del 19 marzo 1939, Acs, Segreteria Particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 242/R, sottofasc. 39. ins. E. 65 Acs, Roma, Ministero dell’ïnterno, Direzione Generale Demografia e Razza

(1938-1943), b. n. 4, fasc. n. 15, circolare n. 19153. 66 Ìbidem. 67 Acs, Roma, Ministero dell’Interno, Divisione Affari Generali e Riservati, cat.

A 16. b. n. 1.

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68 Ìbidem. 69 Per l’elenco completo cfr. De Felice [1961, 636-637]. 70 Al Consiglio furono affiancati un Tribunale della razza e una Commissione

per le discriminazioni. Fra gli altri membri va ricordato Giacomo Acerbo. Si noti che Visco fu designato dal Minculpop malgrado l’Ufficio razza di quel ministero fosse ancora diretto dal suo nemico Landra che egli avrebbe estromesso nel giro di qualche mese. 71 Regio decreto legge 23 settembre 1938-XVI, n. 1630. Per il testo di questo,

come per i successivi, rinviamo ad Aa.Vv. [1938]. 72 Regio decreto legge 17 novembre 1938, n. 1728. 73 Regio decreto legge 21 novembre 1938, n. 2154. 74 Regio decreto legge 22 dicembre 1938, n. 2111. 73 Regio decreto legge 9 febbraio 1939, n. 126. 76 Regio decreto legge 27 marzo 1939, n. 665. 77 Regio decreto legge 13 luglio 1939, n. 1024. 78 Regio decreto legge 13 luglio 1939, n. 1055. 79

Appunto per il Duce, in Acs, Roma, Ministero dell’Interno, Direzione Generale Demografia e Razza (1938-1943), b. n. 2, fase. n. 20. 80

Riservata urgente di Carmine Senise del 19 agosto 1939 n. 443/76596, ibidem. 81

Come osserva Roberto Finzi, «i cattedratici identificati come ebrei sono dapprima 99, ma in seguito tre di essi (Walter Bigiavi, Giorgio Pacifico De Semo, Attilio Gentili) videro accolti i loro ricorsi e vennero dichiarati “non appartenenti alla razza ebraica” e quindi riammessi all’insegnamento» [Finzi 1997a, 123]. Accanto a questi nomi abbiamo apposto un asterisco. 82 Questo elenco fu redatto su richiesta della rivista «Vita Universitaria» che

lamentava il fatto che fossero stati «additati come appartenenti alla razza ebraica molti nostri docenti che con l’ebraismo non hanno mai avuto nulla a che fare». La lettera del redattore capo di «Vita Universitaria» al rettore dell’Università di Torino e l’elenco sono conservati negli archivi dell’Università di Torino e sono stati riportati in Rinaldelli [1998]. 83 Cfr. Archivio storico dell’Università di Palermo. 84 Ìbidem.

Capitolo quinto 1 In Razza e Stato, Voegelin, pur osservando che il problema di sviluppare la

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dottrina dello stato a partire da una teoria della natura dell’uomo non era stato ancora risolto, riconosceva al movimento nazionalsocialista di aver perseguito questo tentativo. Egli sottolineava la differenza tra le «forme precedenti dell’idea di razza rappresentata da figure come Hans Günther, Fritz Lenz e Eugen Fischer «e quella che è rappresentata da Rosenberg e dalla giovane generazione del movimento nazionale». Mentre la forma precedente era intrisa del peccato di riduzionismo materialista, in quanto si fondava «su un’antropologia intesa come scienza naturale», la nuova forma si presentava «come “mito”» o «come un’idea della natura generale dell’uomo nordico, che ha come modello un tipo spirituale dell’uomo nordico. Qui corpo e anima non sono più due ambiti separati, che vengono uniti da una metafisica insostenibile, ma un’unità; qui lo spirito non dipende dal corpo, ma sangue e anima sono solamente differenti espressioni di un’immagine unitaria dell’uomo nordico» [Voegelin 1933b, 15]. A conferma delle ambiguità cui conduce l’adesione alle teorie razziste Voegelin, che fu decisamente antinazista, si spinse a rivalutare Rosenberg. Un discorso analogo vale per il razzismo spiritualistico di Clauss, che fu allievo di Edmund Husserl e che rigettò decisamente l’antisemitismo nazista, eppure si trovò a essere punto di riferimento teorico per Rosenberg. 2

Per la critica del concetto di razza e per l’interpretazione riduttiva dell’antisemitismo cfr. Le Pera [1940] e Fioretti [1940a; 1940b]. ’ Cfr. la lettera di Farinacci a Mussolini di cui alla nota 64 del precedente capitolo. 4

«[…] i fondamenti del razzismo italiano sono e devono essere eminentemente spirituali, anche se esso parte, opportunamente, da “dati” puramente biologici» [Anonimo (Bottai, G.) 1938, 290], Si noti che nel 1938 e nel 1939 «Critica fascista» concesse ampio spazio alla tematica razziale, dedicandovi numerosi editoriali e una sezione apposita intitolata «Politica fascista della razza» comprendente articoli di Giuseppe A. Longo, Aldo Airoldi, Vincenzo Buonassisi e Armando Carlini. La sezione «Lettere dall’estero» proponeva commenti di Leone Franzì su «Momenti e sviluppi del razzismo tedesco», «La Germania nazista e il razzismo italiano», «L’eugenica razziale del III Reich», una recensione del libro di Maggiore [1939]. 5

In questa lotta senza quartiere si verificano spesso spostamenti e trasformismi che non hanno alcuna giustificazione se non fattori di carattere meramente politico o persino personale. Tale è il caso di Silvestro Baglioni le cui posizioni teoriche si collocavano nell’area più moderata dell’eugenismo (cfr. cap. III, par. 3) e che iniziò a scrivere su «La difesa della razza» su posizioni biologistiche [cfr. Baglioni 1939a; 1939b; 1939c; 1942] e a tenere corsi di biologia delle razze. La contraddizione e la discontinuità sono stridenti ed è inutile tentare di costruire inesistenti linee di coerenza. Secondo la testimonianza di Saul Israel, che ebbe intensi rapporti con Baglioni, questi non nutrì mai sentimenti antisemiti e anzi manifestava ripetutamente un fermo dissenso con Visco e con Filippo Bottazzi per le loro posizioni razziste e

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antisemite, dichiarando tuttavia di non essere in condizione di contrastare il loro potere accademico-politico. Si noti che Baglioni - la cui nuora Bronislawa Salamonowicz era un’ebrea polacca convertita al cattolicesimo - nel 1941 succedette a Bottazzi nell’Accademia d’Italia. Si tratta di elementi di cui occorre tener conto per inquadrare questa vicenda. 6

Giorgio Del Vecchio (ebreo convertito al cattolicesimo) fu anche rettore dell’Università di Roma negli anni Venti e, in tale veste, fu protagonista di un disgustoso episodio: nel 1926 inflisse la censura al collega ebreo Giorgio Levi Della Vida per essersi questi rifiutato di assistere alla messa per la riapertura al culto della chiesa di S. Ivo alla Sapienza. Cfr. Gregory, Fattori, Siciliani De Cumis [1985]. Il suo zelo cattolico e fascista non lo salvò dai provvedimenti razziali. 7 Cfr. Atti della Sips, 27a riunione, Bologna, 4-11 settembre 1938, Roma, Sips,

1939, vol. I, pp. 25-26. 8 Ibidem. 9

La lista mescola razzisti e antisemiti dichiarati come Cogni con studiosi estranei (quantomeno inizialmente) al razzismo come Frassetto o Rellini e altri che già avevano scritto in merito o risposero prontamente all’appello impegnandosi su questo terreno (cfr. i Riferimenti bibliografici). 10 È facile intuire perché Landra potesse accusare, con qualche fondamento,

Pende di lamarckismo. 11 Un estratto di Pende [1940b] fu inviato dallo scienziato a Mussolini con la

dedica: «Al Duce Fondatore dell’Impero della Razza romana italica, Omaggio devoto di Nicola Pende» (Acs, Segreteria Particolare del Duce, Carteggio ordinario, fase. 509058 «Pende Sen. Nicola») 12 Cfr. la nota 19 al cap. III. 15 Il carattere scivoloso di questa problematica è evidente. Ma lo storico non

deve cadere nella trappola di accettare la tesi inconsistente che l’approccio spiritualistico di per sé implicasse una negazione della politica antiebraica. In questa trappola cade anche il libro (peraltro pregevole) di Giorgio Cosmacini [1996], dove, alle pp. 175-176, l’autore cita un discorso su Come si difende la razza tenuto il 14 gennaio 1939 da Giovanni Petragnani, direttore della Sanità pubblica, secondo cui «una popolazione forma una unità etnica quando i suoi componenti, nati sul suolo della Patria, ne sentono gli stimoli del clima e della tradizione storica, politica e culturale, diventando parte della sua forza e dei suoi valori etici e spirituali». E così commenta: «Gli ebrei non sono nominati, ma l’allusione è trasparente. Essi sono italiani a pieno titolo…». Ma questo è il pensiero di Cosmacini. Petragnani (implicato in pieno nella politica razziale) semplicemente non credeva che gli ebrei facessero parte della tradizione storica, culturale, etica italiana. 14

Atti della Sips, 26a riunione, Venezia, 12-18 settembre 1937, Roma,

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Sips, 1938, vol. I, pp. CIX-CX. Corsivi nostri. Abbiamo già visto che Alessandro Ghigi era un razzista biologistico radicale e, come tale, fu menzionato da Landra e da Pende [cfr. Pende e Viterbo 1949]. 15 Negli archivi della Segreteria Particolare del Duce (Carteggio ordinario,

Acs) figura un fascicolo «Visco, prof. Sabato» (n. 516670). Si noti che ogni persona che richiedeva un contatto con il duce aveva un «raccomandante». Il raccomandante di Visco era il ministro della Cultura popolare Alessandro Pavolini. Il fascicolo è però vuoto, salvo una scheda che annota le date delle visite. L’ultima risale al 1° settembre 1942. La cartella porta l’annotazione: «Passati gli atti al Ris. 1.9.1942-XX» il che significa che gli atti erano stati passati al Carteggio riservato proprio nel giorno della sua ultima visita. Tuttavia, nel Carteggio riservato non esiste alcun fascicolo Visco. Non è difficile immaginare chi possa aver richiesto il passaggio al Carteggio riservato e, in occasione di tale passaggio, abbia svuotato il fascicolo. 16 Un aneddoto riferito concordemente da molti testimoni dell’epoca (e che

mi fu confermato da Emilio Segrè) vuole che Visco si fosse reso famoso per aver definito, nel corso di una lezione, la metemoglobina come la «metà» delTemoglobina. 17

Un tema, questo, che sarà un cavallo di battaglia degli scienziati razzisti: cfr. Genna [1938]. 18

Sono numerose le testimonianze dell’antisemitismo di Bottazzi. Cfr. per esempio Galluzzi [1987, 68]. 19

Si veda il sunto del discorso di Visco in Atti della Sips, 27“ riunione, Bologna, 4-11 settembre 1938, Roma, Sips, 1939, vol. I, pp. 43-44. 20 Si veda, per esempio, Galluzzi [1987]. Per una critica delle tesi di Galluzzi

cfr. Israel [1989] 21 Cfr. cap. VI, par. 4. 22 Su Preziosi cfr. Canosa [1999]. 23

Abbiamo detto che «La difesa della razza» vide la luce il 5 agosto 1938 sotto la direzione di Telesio Interlandi. Nel primo numero si leggeva: «Questa rivista nasce al momento giusto. La prima fase della polemica razzista è chiusa, la scienza si è pronunciata, il Regime ha proclamato l’urgenza del problema. Si può fare qualche cosa di utile chiarendo agli Italiani non i termini di una dottrina, che ha trovato ormai la sua più semplice ed efficace formulazione, ma la sua irrevocabile necessità e la sua vasta portata». E ancora: «Questa rivista, pur avendo stretta unità di concezione e di ispirazione, si divide in sezioni, quanti sono i settori sui quali il razzismo italiano condurrà la sua opera: scienza, documentazione, polemica» («La difesa della razza», anno I, 5 agosto 1938, n. 1, p. 3). Sfogliando la rivista, il progetto non appare realizzato, sia perché l’assunto scientifico si affievolì rapidamente, sia perché la verve polemica dell’orgoglio razziale non trovò interlocutori (ovvero italiani da convincere della

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necessità della dottrina razziale), anche perché dopo un mese l’antisemitismo era già legge dello stato. Né può dirsi che in tale breve lasso di tempo i termini della «dottrina» fossero stati chiariti. Infatti nel Questionario del 5 dicembre 1939, dedicato alla posta dei lettori, si diceva che molte lettere giunte in redazione sollevavano quattro problemi. Il quarto, secondo la redazione, poteva essere così riassunto: «Come si distingue un ebreo da un italiano?». A tale domanda si rispondeva: «Va subito premesso che l’antropologia dispone ancora oggi di mezzi insufficienti per stabilire criteri differenziali completi fra le diverse razze. Tuttavia, come è facile comprendere, ciò non significa che tali differenze non esistono. Il criterio differenziale perché possa dirsi sufficientemente completo deve tenere conto, non soltanto delle diversità grossolane, ma anche di quelle meno appariscenti del sangue, delle funzioni, ecc. Nell’ebreo si riscontra più frequentemente questo complesso di caratteri: statura piuttosto bassa, capo brachicefalo, corto, capelli ricci, naso con la tipica forma a sei, labbro inferiore tumido, pronunziato» (ibidem, anno II, 5 dicembre 1939 n. 3). Il fatto che una risposta del genere fosse data dopo un anno di pubblicazioni indica che i nostri teorici erano alquanto indietro nel perfezionamento del loro «assunto scientifico». 24 Qui Evola si riferisce al matematico italiano Tullio Levi-Civita e al suo

calcolo differenziale assoluto (che divenne il linguaggio matematico della relatività) e a un altro celebre matematico, Hermann Weyl. 25

L’articolo di Evola piacque negli ambienti del nazismo. Difatti, esso fu tradotto in tedesco e pubblicato sulla rivista principale del Partito nazionalsocialista (numero del febbraio 1940 del «NS Monatshefte»). 26 Arthos e Gherardo Maffei erano gli pseudonimi utilizzati da Evola su «La

vita italiana». 27 Il corsivo è nel testo. 28 Ci si riferisce a Hermann Minkowski, Federigo Enriques e Max Bom. 29 Il corsivo è nel testo. 30 Qui Evola si riferisce a Thuering [1937]. 31 Banissoni fu autore, insieme a Landra, di un volume su Antropologia e

psicologia [Banissoni e Landra 1940] che Landra inviò in omaggio al duce l‘11 luglio 1940 (cfr. Acs, Segreteria Particolare del Duce, Carteggio ordinario, fasc. 183505, «Landra doti. Guido»). Tuttavia, Banissoni si presenta come un adepto delle teorie di Pende. 32

Questo e altri documenti successivamente citati si trovano presso l’Acs, nella documentazione relativa alla preparazione dell’E42. 33

L’appunto di Pende, in realtà, riguarda soltanto il programma per la mostra che doveva essere articolata in cinque reparti: dottrina dell’ortogenesi, strumentario e metodi d’indagine, documentario dei risultati, mezzi e cure di ortogenesi, un film sonoro in sette lingue sulla «normalizzazione» del percorso vitale sul piano fisico, morale e intellettuale.

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34 Per tutti i dettagli cfr. Dell’Era [2009c]. 35

George Montandon era un medico svizzero naturalizzato francese. Dal 1928 fu autore di opere sulle razze e direttore della rivista «L’Ethnie française». Studiò l’applicazione delle leggi di Norimberga in Germania (1941). Fu addetto in Francia presso il Commissariato generale per le questioni ebraiche (1942) e direttore dell’Istituto di studi delle questioni ebraiche ed etnorazziali (1943). Montandon fu uno dei massimi esponenti del razzismo antiebraico in Francia e l’accusa di moderazione nei suoi confronti è sconcertante. Rottini si riferisce a Montandon [1933; 1938a]. Cfr. anche Montandon [1935; 1939a; 1939b]. Su di lui cfr. Knobel e Puccini [1991] e Chevassus-au-Louis [2004, in particolare il cap. IX: «Montandon chercheur en antisémitisme»]. 36 Cfr. nota 32. 37 La prima nomina era già avvenuta in data 27 novembre 1937. 38

Gli altri membri erano Ugo Bordoni, Camillo Giordani, Antonino Lo Surdo, Carlo Mazzetti, Federico Millosevich, Giulio Cesare Trabacchi, Gaetano Quagliariello. La Commissione era strutturata in sottocommissioni per la fisica, l’astronomia, la chimica, le onde elettromagnetiche, la mineralogia, geologia e speleologia, la matematica, le applicazioni tecniche alle costruzioni in genere. 39 Programma per il padiglione a carattere provvisorio destinato alle «Mostre

della Sanità e della Razza», Acs, Eur, Som, fasc. OA D/7-0-5. 40

Mostra della Sanità e della Razza, Verbale della riunione del 20 dicembre 1939 della Commissione Ordinatrice, Acs, Eur, Som, fasc. OA D/7-0-3. Vale la pena di menzionare una curiosa polemica riportata nei verbali della detta riunione che vide tutti i componenti della Commissione - e fra essi l’illustre clinico Cesare Frugoni - schierati contro le resistenze manifestatesi da parte delle industrie farmaceutiche e idrotermali a collocare la loro partecipazione alla Mostra all’interno della Sezione sanità e razza. 41

Mostra della Sanità e della Razza, Verbale della riunione del 1o febbraio 1940 della Commissione Ordinatrice, Acs, Eur, Som, fasc. OA D/7-0-3. 42 Mostra della Sanità e della Razza, Sottocommissione sezione Demografia e

Razza, Verbale della riunione del 30 aprile 1941, Acs, Eur, Som, fase. OA D/7-43. 43 Una interpretazione in tal senso è stata avanzata in Israel e Nastasi [1998]. 44 Mostra della Sanità e della Razza, Sottocommissione sezione Demografia e

Razza, Verbale della riunione del 27 maggio 1942, Acs, Eur, Som, fase. OA D/74-3. 45 Il corsivo è nostro. 46 Tale posizione è espressa con estrema chiarezza e in più luoghi da Severi.

«I fini cui si ispirano l’Accademia d’Italia ed il Consiglio delle Ricerche non son dunque divergenti. Lo scopo ultimo è uno solo: quello del progresso culturale,

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tecnico ed economico della Nazione» [Severi 1933, 643]. 47

È quasi superfluo notare quanto tale visione costituisca una falsificazione della concezione matematizzante di Galilei. Cfr. Koyré [1966] e Israel [1996b]. 48

Mostra della Scienza Universale, Sottocommissione per la Matematica, seduta del 17 novembre 1939, Acs. 49 Il corsivo è nostro. 50

Provenzal continuò a collaborare con il regime fino all’ultimo. Egli si prestò a dare il proprio contributo ai lavori di preparazione della Mostra di chimica nell’ambito dell’E42, naturalmente in via del tutto privata, in quanto non poteva essere chiamato a far parte di alcuna commissione. 51

A nostro avviso il giudizio sull’opera di Bortolotti contenuto in questo articolo è troppo generoso. Basti pensare al fatto che Bortolotti si esibì in assurde operazioni come il tentativo di definire irrilevante il contributo arabo alla formazione della scienza moderna. 52 Merita conto anche ricordare Puppini [1939] e Scarpa [1939]. 53

Cfr. i «voti» XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV nei citati Atti del Convegno della Sips del 1938. 54 Cfr. il vol. I, p. 62 degli Atti del Convegno della Sips del 1939. 55 A riprova dell’asservimento quasi totale del mondo accademico, è da

notare come Conforto, già collaboratore di Enriques, abbia preso il posto di questi in una materia da lui considerata fondamentale, la storia della matematica. È anche indicativo che un fisiologo del livello di Baglioni si fosse messo al servizio di un personaggio mediocre come Visco, che apparteneva al suo stesso settore disciplinare ma non era in grado di figurargli neppure come portaborse. 56

Cfr. il vol. I, pp. 55-56 degli Atti del Convegno della Sips del 1939. Tralasciamo di parlare dei lavori di biologia e antropologia presentati nell’anno 1938 in cui la tematica razziale è ovviamente presente. 57 Ibidem, pp. 57-58. 58 Ibidem, p. 123. 59

Una documentazione esaustiva delle innumerevoli iniziative di cultura razzista promosse in quel pur breve lasso di tempo esorbita dai limiti di un volume come questo. Per esempio, il 17 e 18 gennaio 1939 presso l’Università di Milano si tiene un Congresso di studi sulla razza. Presidente del Congresso il magnifico rettore professor Alberto Pepere. Il tema del primo giorno è: «Il problema spirituale e politico del razzismo italiano» (relatore il prof. Renzo Sertoli Salis, dirigente del Centro studi sulla razza del Guf di Milano). Quello del secondo giorno: «Il problema biologico e coloniale del razzismo italiano» (relatore il prof. Giuseppe Cantoni dell’Università di Milano).

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Capitolo sesto 1 Per maggiori dettagli cfr. Milano [1992]. 2 Enciclopedia Italiana, vol. XXXV, pp. 582-583. 5 Ibidem, vol. XXI, p. 17. 4 Nel fase. IV del 1886. 5 Cfr. cap. IV, par. 4. 6

«Se si esaminano i nomi dei tedeschi che si sono messi a capeggiare all’estero imprese bancarie e industriali, terrestri e marittime, è ben difficile di trovarne anche uno solo che non sia quello di un ebreo o di un criptoebreo. A questi tedeschi ebrei hanno aperto le porte, prima dell’attuale crisi mondiale, la massa dei loro correligionari negli altri paesi, anche là dove questi sono ottimi patrioti, come lo sono, di regola, da noi. Hanno loro anche giovato le logge massoniche nazionali, che li hanno accolti quali fratelli, non sospettando il trucco. È noto che i “giovani turchi”, che in Italia i massoni accolsero così festosamente, sono un branco di levantini ebrei legato agli ebrei tedeschi. Enver Pascià, di cui il vero nome è Anuar Pascià, è un ebreo» [Pantaleoni 1916b, 495, cit. anche in Preziosi 1941a, 27-28]. 7 Il Fondo Marcolongo è conservato presso la Biblioteca del Dipartimento di

matematica dell’Università di Roma «Ea Sapienza» parzialmente riordinato a cura dell’autore del presente libro.

ed

è

stato

8 Per una ricostruzione di questa vicenda concorsuale cfr. Bottazzini, Conte e

Gario [1996, 348] 9 Pietro Burgatti si era laureato a Roma nel 1893 con Valentino Cerruti e vi

rimase da assistente e libero docente fino al 1908, quando vinse la cattedra di meccanica razionale a Messina. Si trasferì a Bologna già nel 1909 e vi rimase fino alla morte. I suoi interessi spaziarono dalla meccanica analitica alla meccanica dei continui, dall’analisi complessa alle equazioni alle derivate parziali. Collaborò con Tommaso Boggio e Cesare Burali-Forti alla stesura del volume Analyse vectorielle (1930). 10 Alberto Tonelli fu professore di calcolo all’Università di Roma. 11 Lettera di P. Burgatti a R. Marcolongo, Bologna, 3 settembre 1909, Fondo

Marcolongo, Dipartimento di matematica, Università di Roma «La Sapienza». 12 Giuseppe Lauricella, analista e fisico-matematico, che nel 1910 ottenne il

trasferimento da Roma a Catania. 13 Lettera di P. Burgatti a R. Marcolongo, Bologna, novembre 1909, Fondo

Marcolongo, cit. 14

Lettera di P. Burgatti a R. Marcolongo, Bologna, s.d., probabilmente successiva al 1910, ibidem.

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13 Orazio Tedone, fisico-matematico. 16 S’intende presidente dell’Accademia dei Lincei: Volterra lo diverrà soltanto

nel 1923. 17

Lettera di P. Burgatti a R. Marcolongo, Bologna, 2 gennaio 1912, Fondo Marcolongo, cit. Si fa qui allusione al premio reale del 1905. 18 Salvatore Pincherle, professore di analisi matematica. 19 Lettera di P. Burgatti a R. Marcolongo, Bologna, 1o gennaio 1913, Fondo

Marcolongo, cit. 20

Lettera di P. Burgatti a R. Marcolongo, Bologna, s.d., probabilmente posteriore al 1915, ibidem. 21 Lettera di P. Burgatti a R. Marcolongo, Bologna, 1° febbraio 1913, ibidem. 22 Lettera di P. Burgatti a R. Marcolongo, Bologna, 19 febbraio 1914, ibidem. 23 Lettera di P. Burgatti a R. Marcolongo, Bologna, 8 febbraio 1921, ibidem. 24 La lettera è conservata nel Fondo Marcolongo, cit., ed è inviata da Genova

in data 19 gennaio 1924. 25

Cfr. Malocchi [1985]. Per una critica di questi punti di vista e una panoramica dell’atteggiamento dei matematici italiani, cfr. Nastasi [1996], De Maria e Maltese [1995], De Maria [1981] 26 Cfr. «Vita Universitaria», 20 maggio 1939. 27 Cfr. anche Pucci [1986]. 28

Si tratta di J.L. Lagrange (uno dei più grandi matematici del Settecento), nato a Torino, il quale trascorse la parte più importante della propria carriera scientifica a Berlino e poi a Parigi e il cui cognome fu italianizzato, nel periodo fascista, con il nome di «Lagrangia». 29 Estratti del verbale riportati nel «Bollettino dell’Umi», s. II, anno I, 1939,

n. 1, pp. 89 ss. 30 Cfr. «La Chimica e l’industria», a. XXI, 1939, n. 1, p. 49. 31 Galluzzi [1987, 58] scrive di Provenzal che «in seguito all’emanazione delle leggi razziali sarà […] discretamente rimosso dalla presidenza della Società italiana di storia della chimica». Un altro episodio significativo è l’edizione, senza data (ma disponibile nel 1939), che Cesare Serono fece dei Profili Bio-Bibliografici di Chimici Italiani del Provenzal. 32 Conservata negli archivi dellTndam. 33 L’intera corrispondenza è riprodotta in Nastasi [1991b]. Cfr. anche Reid

[1976]. 34 Al momento dell’espulsione di Levi-Civita (1° dicembre 1938) la redazione

era composta da O. Neugeubauer (direttore), H. Bohr, W. Blaschke, R. Courant, G.H. Hardy, E Hund, G. Julia, H. Kienle, R. Nevannlina, J.D. Tamarkin, H.

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Thirring, O. Veblen, B.L. van der Waerden. Dopo la rottura la redazione fu così modificata (11 gennaio 1939): E. Ullrich (direttore), K. Bechert, W. Blaschke, E. Bompiani, H. Geppert, H. Hasse, F. Hund, G. Julia, H. Kienle, R. Nevannlina, F. Severi, W. Sierpinski, H. Thirring, B.L. van der Waerden. Gli unici matematici non tedeschi erano Bompiani e Severi (italiani), Julia (francese), Nevannlina (finlandese), Sierpinski (polacco), Thirring (austriaco), tutti noti collaborazionisti. Non a caso, e proprio in quei giorni, Picone scrisse a Sierpinski la lettera di cui abbiamo parlato in precedenza. 35 Fondo T. Levi-Civita, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma. 36 Max Born era emigrato dalla Germania in Inghilterra. 37 Lettera del 30 dicembre 1938, Fondo T. Levi-Civita, Accademia Nazionale

dei Lincei, Roma. 3,8 Ricordiamo che la collaborazione di Levi-Civita agli «Annali» era iniziata nel

1896, a soli ventitré anni. Nel 1923, in sostituzione di Giuseppe Jung ritiratosi dall’insegnamento, gli altri tre redattori (Luigi Bianchi, Salvatore Pincherle e Corrado Segre) designarono proprio Levi-Civita. Per quanto riguarda, poi, la vicenda dell’impedimento alla frequenza della biblioteca dell’Istituto matematico, essa è indirettamente confermata da una lettera di Severi del 17 aprile 1940: «Caro Tullio, speravo di poterti portare di persona il fascicolo degli Annali di Matematica, ma siccome vedo che tardo, te lo invio, riservandomi di venire a salutarti appena mi sarà possibile», ibidem. 39 Lettera del 31 agosto 1938, ibidem. 40 Lettera del 3 settembre 1938, ibidem. 41 Lettera del 30 dicembre 1938, ibidem. 42 Lettera del 16 ottobre 1938, ibidem. 45 Lettera del 13 ottobre 1938, ibidem. Elena Freda, una delle prime donne in

Italia a conseguire la libera docenza in matematica (1918), fu allieva di Guido Castelnuovo, di Orso Mario Corbino e di Vito Volterra. 44

Lettera del 14 ottobre 1938, ibidem. Bruto Caldonazzo, fisicomatematico allievo di Levi-Civita e Cisotti, nel 1925 divenne professore di meccanica all’Università di Cagliari da dove, nel corso dell’anno stesso, passò a Catania e nel 1931 all’Università di Firenze. È noto per i suoi studi di idrodinamica piana. 45

Lettera del 28 ottobre 1938, ibidem. Luigi Campedelli, geometra della scuola di Federigo Enriques con il quale collaborò nella stesura delle Lezioni sulla teoria delle superfici algebriche del 1932, è principalmente noto per i suoi esempi di superfici di tipo generale e di genere geometrico zero che da lui prendono il nome. 46

Lettera del 12 maggio 1939, ibidem. Giovanni Silva, astronomo e geodeta, nel 1926 fu chiamato a dirigere l’Qsservatorio di Padova, ove rimase fino

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al collocamento fuori ruolo nel 1952. È principalmente noto per le sue numerose determinazioni di longitudini e di misure gravimetriche. Fu tra i primissimi a calcolare l’orbita del pianeta Plutone (1930). 47 Bottai qui allude al I Congresso dell’Umi del 1937. 48

Cfr. Atti del Secondo Congresso dell’Unione Matematica Italiana, Roma, Cremonese, 1942, p. 5. 49 Cfr. cap. V, par. 1. 50 Si è già ricordato che i «marrani» erano quegli ebrei che, per sfuggire alle

persecuzioni dell’Inquisizione, accettavano di convertirsi alla religione cattolica, ma poi segretamente mantenevano il loro legame con il giudaismo: cattolici di facciata ed «ebraizzanti» in segreto. 51

Per i dati completi, si veda De Felice [1961, 421-424] e Cavaglion e Romagnani [1988, 52] 52

Il 6 dicembre 2006 la casa Bloomsbury ha messo all’asta alcuni documenti di Saba tra cui due lettere autografe. Una di esse (scritta in data 23 dicembre 1938) era indirizzata al duce e richiedeva la discriminazione: «Sono nato italiano di padre ariano (si chiamava Poli; Saba era in origine il mio pseudonimo letterario, che fu poi legalizzato con Decreto Reale) e da madre ebrea. Nell’Ottobre XVI ero però iscritto alla Comunità Israelitica. Senza questo ultimo punto sarei considerato anche dopo le recenti disposizioni, di razza italiana». E aggiungeva: «Per un commerciante la Patria può essere anche là dove guadagna; ma toglierla ad un poeta è per lui una sofferenza atroce; è come togliere la madre a un bambino». Una lettera analoga fu recapitata al gerarca fascista Luigi Federzoni. Tuttavia, la richiesta di discriminazione fu respinta. 53 Oltre ai casi cui accenneremo qui appresso, si hanno prove dirette che una

domanda di discriminazione fu presentata dai professori ebrei dell’Università di Palermo: Camillo Artom, Maurizio Ascoli, Alberto Dina e Mario Fubini. A tutti, con la stessa data del 31 dicembre 1938, il ministero dell’Educazione nazionale restituì i documenti già presentati perché, «a seguito di recenti istruzioni», dovevano essere inoltrati «al Ministero dell’Interno per tramite delle competenti Prefetture» (cfr. Archivio storico dell’Università di Palermo). 54

La lettera datata 18 novembre 1931 recita così: «Sono note le mie idee politiche per quanto esse risultino esclusivamente dalla mia condotta nell’ambito parlamentare, la quale è tuttavia insindacabile in forza dell’Art. 51 dello Statuto fondamentale del Regno. La S.V. comprende quindi come io non possa in coscienza aderire all’invito da Lei rivoltomi con lettera 18 corrente relativa al giuramento dei professori. Con osservanza. Vito Volterra» (Fondo Volterra presso l’Accademia Nazionale dei Lincei, Roma). 55

Su questa vicenda cfr. Israel e Millàn Gasca [2002, 184-198], Purtroppo non sono disponibili le lettere di Volterra bensì soltanto quelle di D’Ancona. La figlia di Volterra, Luisa D’Ancona Volterra, si mostrò a suo tempo

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disponibile a farmi leggere le prime e poi ritirò tale disponibilità per un intervento contrario di Francesco Scudo, amico del defunto Umberto D’Ancona. In seguito sia Luisa D’Ancona sia Francesco Scudo sono deceduti e non è stato più possibile sapere che fine abbiano fatto queste lettere. 56 La lettera si trova nel Fondo Volterra presso l’Accademia Nazionale dei

Lincei, Roma. 57 Cfr. Acs, Fascicoli personali, II vers., I serie, b. 182. 58 Baffigi e Magnani [2008]. Questo articolo riporta una commossa lettera di

Mortara ad Alberto Beneduce, scritta il 15 settembre 1938 (e conservata nell’Archivio della Banca d’Italia): «Ho maturamente riflettuto ed ho concluso che per assicurare ai miei figli la possibilità di una vita dignitosa devo compiere lo sforzo e il sacrifizio di ricominciare da capo l’esistenza negli Stati Uniti o nel Canadà. Non credo che sia facile trovare colà una cattedra; penso di avere capacità sufficiente per poter trovare un impiego di “assistant statistician” in qualche azienda; ma sono disposto - e non per metafora - a fare magari il mestiere del lustrascarpe, piuttosto che vivere qui in un ozio disonorante e vedere i miei figli esclusi da ogni possibilità di lavoro e di studio. La decisione non è precipitosa ed è per me definitiva. Confido che il Governo mi permetterà di espatriare: ho dato sufficienti prove del mio attaccamento all’Italia e della mia fedeltà al regime fascista per sperare almeno questo. E di più non chiedo. Anche nell’inverosimile (e a mio parere impossibile) ipotesi che vi fossero eccezioni ai noti provvedimenti, ciò non risolverebbe la posizione dei miei figli. Tu, che sei padre, puoi intendere il mio animo. Vorrei chiederti di fare fino da ora, se ti è possibile, qualche passo presso i tuoi amici americani per cercare di assicurarmi qualche, pur modesta, possibilità di esistenza oltre Oceano. Ho uno svantaggio notevole: la semi-sordità (ed è questa che mi fa ritenere meno adatta la cattedra, dove si deve non solo parlare, ma discutere). Ma di salute generale sto bene, e benissimo stanno mia moglie e i ragazzi, che vorrei portare subito con me (non posso e non devo lasciarli: resterà Alberto se dovrà fare il servizio militare e poi potrà raggiungerci) […] Non vorrei che la tua amicizia ti inducesse a predicarmi la pazienza. Non mi spaventa la povertà e non ho nessuna ragione di credere imminente il rischio qui; mi fa orrore l’idea di vivere straniero e detestato fra coloro che - per me - sono ancora oggi e saranno sempre i miei fratelli. Tu che mi vuoi bene, fammi questo supremo favore che ti chiedo! Ti abbraccio». 59

Il rettore dell’Università di Siena nel discorso inaugurale all’anno accademico 1940-1941 ammise un drastico declino del reclutamento universitario «seguito alle leggi sugli ebrei». 60 Per tutti i dettagli cfr. Cordisco [2001]. 61

Per una ricostruzione dettagliata della vicenda di Terni che qui riassumiamo cfr. Simoncelli [2003].

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Epilogo 1 Questa reticenza è peraltro in contraddizione con il processo che, nel corso

di qualche decennio, ha condotto la Chiesa e gran parte del mondo cattolico a prendere definitivamente le distanze dalla tradizione dell’antigiudaismo cristiano e da quello che Jules Isaac chiamava l’«insegnamento del disprezzo». 2

Oltre alle citazioni da noi ricordate, va menzionata quella in risposta all’accusa che l’Università Cattolica avesse studenti ebrei. Gemelli asserì che l’università non aveva studenti ebrei né battezzati né non battezzati, perché lui rispettava le leggi dello stato, anche quando non le condivideva come nel caso dei battezzati [cfr. Fattorini 2007], il che conferma la natura della «soluzione» da lui auspicata. 3 Cfr. la nota 35 del cap. IV. 4 In una conversazione radiofonica tenuta il 10 marzo 1947 diceva: «Il popolo

che ufficialmente Lo [Gesù] volle rifiutare, sono venti secoli che giace sotto la condanna divina per questa ostinazione, la sua storia si è spezzata con Cristo e da popolo eletto è diventato reietto […]. Pel rifiuto prestato a Gesù quale inviato di Dio, quasi a contrapporre che Egli era veramente quell’inviato, noi troviamo un complesso minaccioso di annunci profetici negli stessi libri della Bibbia […] Voi avete già intuito l’enormità di un annuncio così universale, esteso senza limiti nello spazio e nel tempo. A dargli credito tutti i tempi e tutti i popoli dovranno essere testimoni d’uno scherno autentico del Cristo: i suoi avversari della prima ora, gli ebrei vaganti e indistruttibili e insieme religiosamente svuotati con un peso misterioso da scontare davanti all’umanità come popolo prevaricatore, salva sempre la libertà dei singoli di convertirsi a Gesù e uscire da quel corpo condannato […] l’annuncio si è verificato alla lettera per venti secoli e continua a verificarsi sotto i nostri occhi […] Né può negarsi un terribile destino che li accompagna di generazione in generazione eco di un grido orribile lanciato dai Padri: “Cada, gridarono, cada il sangue di Gesù su noi e sui nostri figli; se Gesù è l’inviato di Dio, come pretende di essere, si vedrà nel destino che ci accompagnerà per sempre”». 5 Gli autori hanno tratto le citazioni dai documenti diplomatici editi dalla Santa Sede. 6 Il 1° aprile 1998 le Sezioni riunite della Corte dei conti si esprimevano con

sentenza a favore di un’interpretazione estensiva del concetto di violenza, includendovi quello di violenza morale, delimitando però in modo preciso i confini per una corresponsione di indennizzi. Si trattava di un’interpretazione scontata in altro contesto giuridico, ma non in questo caso. Non ammettendola si sarebbe dichiarato che le privazioni e le menomazioni subite dagli ebrei in conseguenza delle leggi razziali non costituivano violenza, bensì soltanto quelle conseguenti all’azione diretta di individui o gruppi. In altri termini, non si sarebbe dovuto considerare come una violenza la perdita del posto di lavoro, l’esclusione dalle scuole, il divieto di pubblicare libri, di frequentare

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biblioteche, luoghi di villeggiatura, e così via. La Corte dei conti riconosceva l’estensione del concetto di violenza a quella morale, ma affermava che la violenza doveva essere stata compiuta da «persone alle dipendenze dello Stato o appartenenti a formazioni militari o paramilitari fasciste» o da «emissari del partito fascista». Con tale limitazione, il riconoscimento veniva di fatto ridicolizzato. In altri termini, per farsi riconoscere come perseguitato non bastava dimostrare di essere stato cacciato dal posto di professore ma provare che ciò accadde per intervento diretto di Buffarini-Guidi, magari con un pugno in faccia; oppure che non si era potuto pubblicare un libro o un articolo, non tanto perché la legge lo vietava, ma per intervento diretto di Bottai o di un suo tirapiedi. Tale pronuncia (già di per sé sconcertante) suscitò una presa di posizione del ministero del Tesoro, attraverso l’Avvocatura dello stato, la quale, se non altro, ebbe il pregio della chiarezza. Vi si affermava che «dalle persecuzioni ammissibili sono da escludere le violenze morali alle quali, ad esempio, vennero sottoposti i cittadini italiani di origine ebraica con disposizioni di carattere generale». In tal modo, lo stato si autoassolveva con stupefacente cinismo da ogni responsabilità concernente le passate disposizioni legislative razziali. E, di fatto, si stabiliva il principio che, ove domani un governo italiano emanasse nuove disposizioni razziali, esse non costituirebbero violenza e nessun risarcimento sarebbe dovuto. Il ministero del Tesoro osservava che «l’allargamento della nozione di violenze e sevizie alle violenze morali sarebbe inammissibile in quanto porterebbe ad estendere il beneficio a tutti gli appartenenti alla razza ebraica, vissuti in quel determinato periodo storico». Viene da dire: e perché no? Perché mai non dovrebbe costituire titolo di risarcimento la sottrazione del posto di lavoro per motivi di razza? Ma il ministero precisava che l’allargamento della nozione di violenza appariva «inammissibile» proprio perché avrebbe portato a un’estensione universale del «beneficio». Il risarcimento materiale non veniva negato per l’insussistenza della questione morale, bensì la questione morale veniva negata per ragioni di quattrini. Tutto ciò in un paese che ha elargito un’infinità di prebende collettive sulla base di giustificazioni etiche infinitamente più esili. Verrebbe da dire che se una delibera di questo tipo fosse venuta da ebrei si sarebbero uditi commenti il cui tenore è facile immaginare. 7 Il discorso è del tutto analogo a quello fatto in precedenza per la Chiesa

cattolica e Pio XII, da assolvere dall’accusa di complicità o indifferenza nei confronti della Shoah ma non per il comportamento tenuto nei riguardi delle politiche razziali fasciste. Viceversa, nella critica delle compromissioni con il razzismo di tanti intellettuali e scienziati non giova assimilare tali compromissioni a un’adesione al programma di sterminio nazista, come si fa incautamente in Cuomo [2005]. Simili eccessi aprono la strada a un’assoluzione generalizzata. 8 Per esempio, in relazione al caso di Mario Canella, cfr. il recente «Ricordo»

di Luigi Boscolo [2007] in cui Canella viene addirittura presentato come contrario a qualsiasi tipo di razzismo. 9

Livi definì gli ebrei stranieri giunti in Italia pieni di «idee

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preconcette», «irriducibili nemici del fascismo» e sospetti di «supponibile colleganza con correligionari italiani», tutte cause gravi che «hanno condotto ai recenti provvedimenti di estirpazione», per cui le critiche provenienti dall’estero «non ci toccano minimamente» [Livi 1938, 159]. 10 Per una bibliografia completa cfr. Segre [1962]. 11 Cfr. la nota 42 al cap. VI. 12 Cfr. la nota 14 al cap. V. 13 Particolarmente indicativo è il seguente paradossale episodio accaduto nel

1999: «La vicenda della lapide che l’Università di Pisa vorrebbe dedicare a Giovanni Gentile, definendolo come “consapevole sostenitore” del “regime autoritario e razzista” è un deprimente caso di ipocrisia che testimonia della cattiva coscienza che ancora circola in certi ambienti intellettuali italiani sulla politica razziale fascista. Gentile fu certamente fascista fino all’ultimo, ma altrettanto certamente fu uno dei pochissimi intellettuali italiani che con atteggiamento coerente nel corso di tutto il Ventennio - non condivise la politica razziale del regime e non si infangò nella sua attuazione, agendo al contrario in difesa di numerosi universitari ebrei. Molti altri suoi colleghi si compromisero invece in nefandezze razziali di ogni genere, e poi, con abile capriola passarono dall’altra parte, magari scrivendo, dopo la caduta del regime, qualche articolo antifascista o qualche libro su “scienza e fede”. Non soltanto costoro evitarono di essere passati per le armi (come accadde a Gentile), ma furono reintegrati con tutti gli onori e conservarono le posizioni e il potere che avevano ricoperto, persino accrescendoli. Infine, ottennero che fossero intitolati al loro nome aule e istituti universitari, senza l’apposizione di alcuna lapide che ricordasse il loro passato di razzisti (e neppure quello di fascisti). Se poi qualcuno riporta alla memoria quel passato, può persino accadere che qualche loro allievo si offenda e si inalberi: ne ho fatto esperienza, assieme al collega Pietro Nastasi, a seguito della recente pubblicazione di un nostro libro su questi temi. Ripensando a quella storia vien voglia di dire che sarebbe stato meglio per l’Università italiana e per il suo futuro (ovvero per il nostro presente) reintegrare un Giovanni Gentile piuttosto che certi arnesi la cui miseria morale era pari soltanto all’esile spessore culturale. Se si volesse dare un segnale che questo passato ipocrita e avvelenato è davvero alle nostre spalle, occorrerebbe riscrivere la lapide a Gentile al seguente modo: “Fu consapevole sostenitore del regime fascista - su cui pesa una condanna storica comunemente sentita - ma non ne condivise le peggiori efferatezze, in particolare quella della politica della razza, a differenza di tanti suoi colleghi voltagabbana, la cui permanenza nei ranghi universitari costituì una vergogna per la nazione”» [Israel 1999, 12]. 14 Va tuttavia ricordato che, mentre vi sono sindaci che si affannano a togliere

l’intitolazione di piazze a Giuseppe Garibaldi, altri intitolano vie a Nicola Pende, ed esiste pure una scuola in Puglia che porta il suo nome. Inoltre, esiste un «Centro studi biotipologici di ortogenetica “Nicola Pende”» (che svolge le proprie attività nell’ambito della Scuola italiana di medicina omeopatica) il cui

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nome richiama l’Istituto di ortogenetica che Pende voleva fondare e delle cui vicende abbiamo parlato e parleremo ancora. 15

Da una delle due sole copie disponibili del periodico «Israel» è stata strappata la pagina «incriminata», a riprova che la questione ancora scotta. Il testo si trova trascritto in Israel e Nastasi [1998, 385-393] 16

La United Nations Relief and Rehabilitation Administration era l’agenzia delle Nazioni Unite per la ricostruzione postbellica. Per maggiori dettagli cfr. Dell’Era [2009c]. 17 Acs, Ministero della Cultura popolare, Gabinetto, b. 54. 18 Per una ricostruzione completa cfr. Dell’Era [2009b]. 19

Dal verbale della Facoltà di scienze matematiche fisiche e naturali dell’Università degli studi di Roma in data 13 dicembre 1954: «La Facoltà ascolta, in piedi, la lettura del telegramma che il Preside ha inviato alla Signora Fermi nella triste occasione della morte del Prof. Fermi. - Signora Laura Fermi - 5327 University Avenue - Chicago 15 - Illinois. “La Facoltà di Scienze mat. fis. e nat.li della Università di Roma esprime il suo profondo cordoglio per la morte di Enrico Fermi che della Facoltà fu illustre componente ed al cui prestigio contribuì con la sua fama di grande ricercatore e di insigne maestro. Preside Visco”». 20

Lettera di E. Segrè a E. Persico in data 6 dicembre 1954 (Fondo Persico, Dipartimento di Fisica, Università di Roma «La Sapienza») 21 Per maggiori dettagli in merito cfr. Israel [2007a] 22 Quando mi iscrissi all’Università di Roma, nel 1963, trovai sul libretto la

firma del preside della Facoltà di scienze Sabato Visco. Chiesi al matematico Lucio Lombardo Radice, che era anche un esponente di rilievo del Pci, come potesse sopportare la facoltà di avere come preside una persona con simili trascorsi razzisti. La risposta indulgente fu: «È tanto bravo a trovar denaro». 23 «Sono sicuro di interpretare il concorde sentimento dell’università italiana

nel farLe direttamente giungere, insieme alla mia, l’espressione del suo più vivo rammarico per il fatto che tra poco Ella lascerà la cattedra che, per lunghissimi anni, ha onorato con rara Dottrina e con illuminato Magistero. Ella continua, per altro, a far parte spiritualmente della Scuola italiana, alle cui fortune ha validamente contribuito, imprimendo una traccia fondamentale nel progresso degli studi di Fisiologia generale. Con le sue numerose pubblicazioni scientifiche, con l’appassionata opera di Preside della Facoltà di Scienze dell’Ateneo romano e di guida dell’Istituto Nazionale della Nutrizione, Ella ha dato un impulso del tutto nuovo agli studi professati: i risultati raggiunti attestano la decisiva importanza della Sua attività di originale studioso e di infaticabile animatore, attività di cui si sono giovate molte generazioni di allievi» [cit. in Dell’Era 2009b]. 24 Sui motivi di carattere ideologico e politico di questa radicalizzazione cfr.

ancora Israel [2005c].

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Riferimenti bibliografici

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