Giorni di mafia. Dal 1950 a oggi: quando, chi, come 8858128680, 9788858128688

Tutta la nostra storia repubblicana può essere letta anche attraverso la chiave dei fatti di mafia perché molti dei nodi

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Giorni di mafia. Dal 1950 a oggi: quando, chi, come
 8858128680, 9788858128688

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i Robinson / Letture

Piero Melati

Giorni di mafia Dal 1950 a oggi: quando, chi, come

Editori Laterza

© 2017, Gius. Laterza & Figli www.laterza.it Prima edizione maggio 2017

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Edizione 5 6

Anno 2017 2018 2019 2020 2021 2022

Proprietà letteraria riservata Gius. Laterza & Figli Spa, Bari-Roma Questo libro è stampato su carta amica delle foreste Stampato da SEDIT - Bari (Italy) per conto della Gius. Laterza & Figli Spa ISBN 978-88-581-2868-8

Indice

Premessa

IX

5 luglio 1950

La morte del bandito Giuliano, p. 3

3 giugno 1951

La fine del separatismo, p. 5

1° ottobre 1951

Salvatore Carnevale e l’occupazione delle terre, p. 6

7 agosto 1952

Guerre di mafia a bassa intensità, p. 7

19 luglio 1954

Il Pistarolo intervista il Gattopardo, p. 8

30 novembre 1954 Il mistero dell’uomo in frac, p. 9 26 novembre 1956 La nascita di Gladio, p. 10 12 ottobre 1957

Il summit dell’Hotel delle Palme, p. 11

6 settembre 1958

Dalla Chiesa arresta Provenzano, p. 12

19 ottobre 1958

La bomba contro «L’Ora», p. 13

30 ottobre 1958

Nasce il governo Milazzo, p. 14

28 novembre 1959 Il sacco di Palermo, p. 15 9 ottobre 1960

Il giorno della civetta di Sciascia, p. 16

11 ottobre 1960

Una portaerei alle elezioni, p. 17

9 settembre 1961

D’Angelo e la prima Commissione antimafia, p. 18

30 gennaio 1962

Una donna (armata) contro la mafia, p. 19

30 giugno 1963

L’autobomba di Ciaculli, p. 20

14 maggio 1964

L’arresto di Liggio, p. 21

17 febbraio 1968

Il giorno della civetta diventa film, p. 22

18 ottobre 1969

Il Caravaggio rubato, p. 23

10 dicembre 1969 La strage di viale Lazio, p. 24 16 settembre 1970 La scomparsa di De Mauro, p. 25 1° ottobre 1970

Il sasso in bocca, p. 26 V

22 marzo 1971

Dalla Chiesa, il primo rapporto sui Salvo, p. 27

19 maggio 1972

Il caso Mattei vince a Cannes, p. 28

2 novembre 1972

Il primo arresto di Tommaso Buscetta, p. 29

9 maggio 1978

«I cento passi» di Peppino Impastato, p. 30

30 maggio 1978

L’omicidio del boss Di Cristina, p. 31

26 gennaio 1979

Mario Francese: il delitto annunciato, p. 32

9 marzo 1979

Da Reina a Mattarella: piombo sulla Dc, p. 33

11 luglio 1979

Sindona ordina il delitto Ambrosoli, p. 34

28 agosto 1980

Uccidete «chi se l’è cercata», p. 35

23 aprile 1981

Il Falco è morto, adesso tocca all’altro, p. 36

11 marzo 1982

La raffineria di Palermo, p. 37

2 maggio 1982

I funerali di Pio La Torre, p. 38

17 giugno 1982

La morte del banchiere Calvi, p. 39

3 settembre 1982

Cento giorni a Palermo, p. 40

13 settembre 1982 Si approva il 416 bis, p. 41 6 febbraio 1983

Sergio Mattarella mette alla porta Ciancimino, p. 42

29 luglio 1983

L’autobomba contro il giudice Chinnici, p. 43

11 marzo 1984

La prima puntata della Piovra in tv, p. 44

24 marzo 1984

Borges in Sicilia, p. 45

8 aprile 1984

La Pizza Connection, p. 46

29 settembre 1984 Il terremoto Buscetta, p. 47 12 novembre 1984 L’arresto dei Salvo, p. 48 17 novembre 1984 Il suicidio di Nicoletti e il rapporto tra Sciascia e i giudici, p. 49 2 aprile 1985

La strage di Pizzolungo, p. 50

21 giugno 1985

In cella Di Carlo, il godfather di Londra, p. 51

28 luglio6 agosto 1985

Cadono Montana e Cassarà, p. 52

10 febbraio 1986

Il Maxiprocesso, p. 53

11 febbraio 1986

Palermo parte civile contro la mafia, p. 54 VI

20 febbraio 1986

L’arresto di Michele Greco «il papa», p. 55

23 maggio 1986

Liggio e il golpe Borghese, p. 56

7 ottobre 1986

Claudio Domino, assassinato a 11 anni, p. 57

10 gennaio 1987

L’articolo sui professionisti dell’antimafia, p. 58

12 gennaio 1988

Quattro pallottole per il sindaco Insalaco, p. 59

26 settembre 1988 La Sicilia di Mauro Rostagno, p. 60 26 maggio 1989

Il Corvo, Contorno e la stagione dei veleni, p. 61

21 giugno 1989

L’attentato dell’Addaura, p. 62

29 giugno 1991

Arriva Matteo Messina Denaro, p. 63

30 gennaio 1992

Maxiprocesso, la Cassazione conferma le condanne, p. 64

24 febbraio 1992

Il pentito che morì come un vagabondo, p. 65

23 maggio 1992

La strage di Capaci, p. 66

19 luglio 1992

La strage di via D’Amelio, p. 67

25 luglio 1992

I nuovi Vespri siciliani, p. 68

24 dicembre 1992 L’arresto di Bruno Contrada, p. 69 15 gennaio 1993

L’arresto di Totò Riina, p. 70

27 aprile 1993

Il processo Andreotti, p. 71

9 maggio 1993

L’anatema del papa contro la mafia, p. 72

27 maggio 1993

L’attentato di via dei Georgofili, p. 73

21 novembre 1993 Lettere dal carcere di Vito Ciancimino, p. 74 20 maggio 1996

L’arresto di Giovanni Brusca, p. 75

14 giugno 1996

Sciascia, Falcone e Gesualdo Bufalino, p. 76

10 gennaio 1999

I Soprano: la mafia in crisi di panico, p. 77

31 luglio 1999

Vito Guarrasi, Mister X esce di scena, p. 78

13 maggio 2001

Elezioni, il 61 a zero di Forza Italia, p. 79

27 agosto 2002

Il primo videogame su Cosa Nostra, p. 80

29 giugno 2004

Nasce Addiopizzo, p. 81

11 aprile 2006

L’arresto di Bernardo Provenzano, p. 82

13 aprile 2006

Il Padrino sale in cattedra, p. 83 VII

14 settembre 2009 Il mistero di Giovannello Greco, p. 84 1° novembre 2009 Camilleri studia Sciascia e Provenzano, p. 85 5 gennaio 2010

Tre bare d’oro per la Sesta Famiglia, p. 86

20 gennaio 2011

Totò Cuffaro a Rebibbia, p. 87

21 gennaio 2012

Consolo e il «mostro» di Marsala, p. 88

12 marzo 2012

Salvo Lima, le foto di famiglia vendute al mercatino, p. 89

22 luglio 2012

Il giudice Scarpinato spacca l’antimafia, p. 90

29 ottobre 2012

Entra in aula la trattativa Stato-mafia, p. 91

28 novembre 2013 Pif, La mafia uccide solo d’estate, p. 92 19 febbraio 2014

La condanna di Lombardo, p. 93

9 maggio 2014

Dell’Utri condannato in Cassazione, p. 94

2 dicembre 2014

Il blitz di Mafia Capitale, p. 95

24 gennaio 2015

La palma si consolida al Nord, p. 96

13 aprile 2015

Contrada, l’Europa condanna l’Italia, p. 97

25 aprile 2015

I 25 anni del film Quei bravi ragazzi, p. 98

9 settembre 2015

Lo scandalo dei beni sequestrati, p. 99

4 novembre 2015

Mannino assolto per la Trattativa, p. 100

19 maggio 2016

Mori, il generale nel suo labirinto, p. 101

24 maggio 2016

L’inaugurazione del museo Falcone-Borsellino, p. 102

13 luglio 2016

La morte di Bernardo Provenzano, p. 103

Bibliografia di riferimento

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Indice dei nomi

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Premessa

Cento date per ripercorrere la storia di Cosa Nostra. Di più: cento date per ricostruire la storia recente del nostro Paese. Se proviamo a tracciare un bilancio sommario, infatti, ci accorgiamo che molti dei nodi irrisolti dell’attualità italiana provengono dalla Sicilia, oppure è nell’isola che sono diventati estremi ed evidenti: l’omicidio come strumento di pressione, il traffico internazionale della droga, la corruzione elevata a sistema, le speculazioni urbanistiche, il rapporto conflittuale tra magistratura e politica, le lotte intestine tra apparati dello Stato, l’uso criminale dell’economia e della finanza, i grandi ricatti, il ruolo delle sètte segrete, la gestione spericolata e senza regole del potere, il voto di scambio, l’uso spregiudicato dei media, il valore civile dei prodotti culturali, il ruolo degli intellettuali, il peso degli equilibri internazionali. Oggi la Sicilia vive una specie di anno zero. La mafia non esiste più nelle forme a noi note e non sappiamo se sia stata distrutta o abbia invece saputo trasformarsi. L’antimafia così come l’abbiamo conosciuta è stata travolta da scandali e polemiche. Eppure ci si aprono enormi opportunità. I risultati acquisiti, la mole di inchieste e di informazioni, la possibilità di intraprendere ricerche non solo accademiche ci consentono di ridisegnare una mappa dei fatti. Non tanto per date ufficiali che facciano ancora una volta la semplice conta delle vittime, ma creando collegamenti trasversali tra mondi. Collegamenti che possano fornirci visioni d’insieme e dimostrare quanto i gradi di separazione tra fatti, personaggi e fenomeni solo apparentemente lontani siano quasi scomparsi. Possiamo, in breve, scoprire una nuova «sincronicità» tra avvenimenti, non più annebbiata dalla superstizione magico-religiosa della «semplice coincidenza». Possiamo tornare al comandamento dei fatti, depurati il più possibile dalle interpretazioni. Quale IX

lo scopo? «Fare memoria» avendo come stella polare non più la schiavitù verso un «passato che non passa», ma la costruzione di un futuro. Forse così, dalla Sicilia, potrà venire qualcosa di buono anche per l’Italia. Qualcosa che si chiama far resuscitare la speranza.

Giorni di mafia Dal 1950 a oggi: quando, chi, come

5 luglio 1950 La morte del bandito Giuliano

La notte tra il 4 e il 5 luglio del 1950 il cadavere di Salvatore Giuliano, il bandito di Montelepre, fu esibito alla stampa «giacente per terra e crivellato di colpi» nel cortile di una casa di Castelvetrano, in provincia di Trapani. Era ritenuto il responsabile della strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947) in cui morirono undici persone (nove adulti e due bambini) e altre ventisette rimasero ferite (tre non sopravvissero). I lavoratori, in gran parte contadini, si erano riuniti in una gola di montagna tra i paesini di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello per festeggiare la vittoria alle recenti elezioni regionali del Blocco del Popolo, sotto il simbolo «Torna Garibaldi». Furono falciati a colpi di mitra. Fu la prima strage dell’Italia repubblicana. «Di sicuro c’è solo che è morto», scrisse sull’«Europeo» il giornalista Tommaso Besozzi in una inchiesta che smentiva la ricostruzione ufficiale, secondo cui Giuliano era stato ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri. «Quel segreto è un buco nero della nostra storia, che ha autorizzato e legittimato altri segreti, altri buchi neri, facendo dell’Italia un paese dai molti buchi neri», ha scritto lo storico siciliano Francesco Renda. Eppure, il bandito di Montelepre è il personaggio più biografato della Repubblica: gli sono stati anche dedicati 5 film e 3 musical. Quando, nel 1961, il regista Francesco Rosi realizzò l’opera cinematografica più famosa, ben 14 libri avevano preceduto la pellicola. Poi ne sono seguiti altri 37. Senza dimenticare le 15 edizioni discografiche, molte delle quali simili ai moderni corridos messicani dedicati alle gesta dei narcotrafficanti. Storie, leggende, cronache, canzoni: eppure ancora oggi il caso Giuliano è un mistero. Non ne sappiamo più di quanto apprese, quel 5 luglio del ’50, lo scrittore americano Truman Capote. Capote era appena arrivato a Taormina, dove in una casa senza luce né acqua avrebbe scritto il suo secondo romanzo, L’arpa d’erba. Nel 1966 avrebbe poi pubblicato il suo libro più famoso, A sangue freddo, sul massacro di una famiglia nel paesino di Holcomb, in Kansas, un testo che ridusse per sempre la distanza tra letteratura e giornalismo. Scrisse Capote: «Un pomeriggio ero appena arrivato in città 3

quando incominciò a piovere. Non vidi anima viva finché arrivai dal tabaccaio. Si era raccolta una vera folla dove i giornali, con i titoli a caratteri cubitali, svolazzavano nella pioggia. Ragazzetti a capo scoperto se ne stavano immobili senza badare all’acqua, con le teste accostate, mentre un ragazzo un poco più grande, il dito puntato all’enorme fotografia di un uomo accasciato in un lago di sangue, leggeva ad alta voce: Giuliano è morto, ucciso a Castedduvitranu. Triste, triste, una vergogna, un peccato, dicevano i vecchi; i giovani non dicevano niente, ma due ragazze entrarono nel negozio, e quando uscirono avevano in mano copie della «Sicilia», un giornale con tutta la prima pagina presa da una gigantesca fotografia del bandito ucciso. Proteggendo i loro giornali dalla pioggia, le ragazze si allontanarono di corsa, tenendosi per mano, scivolando sulla strada lucente». Di sicuro, allora come oggi, c’è solo che Giuliano era morto. Ucciso, magari, a sangue freddo. Dalla mafia.

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3 giugno 1951 La fine del separatismo Le elezioni regionali segnano la fine del sogno separatista siciliano. Il Movimento per l’indipendenza, attivo dal 1943, non ottiene nessun seggio. Finisce così una epopea bagnata di sangue. Una strage, quella perpetrata dall’esercito regio nella palermitana via Maqueda il 19 ottobre del 1944 per reprimere una rivolta per il pane (24 morti, 158 feriti), ne aveva registrato il decollo, sull’onda dell’indignazione. Un’altra strage, quella di Portella, con i suoi misteri, ne decretò il declino. Il Movimento, fondato da Andrea Finocchiaro Aprile al fianco di aristocratici e proprietari terrieri, scelse di essere affiancato da un esercito armato clandestino e indicò nel bandito Salvatore Giuliano il capo militare. I leader separatisti lo incontrarono nelle montagne di Montelepre il 15 maggio del 1945. Nell’occasione, il fuorilegge si presentò con una pelle di montone sulle spalle, che – spiegò – gli faceva da giaciglio e tuta mimetica. All’incontro seguì una serie impressionante di crimini, «come in un western», per usare l’espressione del ministro dell’Interno di allora, il socialista Giuseppe Romita, che decise di mettere una taglia sulla testa del bandito. «Per reazione, Giuliano mise una taglia sulla mia testa: due milioni di lire a chi mi avesse consegnato a lui vivo o morto», confesserà il ministro. La mafia non era estranea alle sue imprese. Si sospettò che fosse stata Cosa Nostra a eliminare il bandito, diventato ormai scomodo. Ma già prima, nel settembre del ’45, un summit nella dimora del barone Lucio Tasca aveva visto la partecipazione di don Calò Vizzini, Giuseppe Genco Russo, Michele Navarra (ucciso poi da Luciano Liggio), Francesco Paolo Bontate (padre di Stefano, «il principe di Villagrazia») e di due giovanissimi Pippo Calò e Tommaso Buscetta. Il rapporto del generale dei carabinieri Amedeo Branca su quel summit mise in luce i rapporti tra separatismo, mafia e istituzioni, per trattare la salvezza dei rampolli della nobiltà siciliana, impegnati nella lotta armata a fianco dei picciotti. Come già, dicevano, aveva fatto Garibaldi.

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1° ottobre 1951 Salvatore Carnevale e l’occupazione delle terre La morte, per il bracciante Salvatore Turiddu Carnevale, arrivò da lontano. Eppure gli fu sempre vicina. Era un capopopolo, nato a Galati Mamertino, un paesino di meno di tremila abitanti infisso nel cuore di un antico feudo, tra una chiesa e un castello, dove tutto da secoli era immobile. Dapprima la morte lo sfiorò sotto forma di imbonimenti: se la smetti, ti facciamo ricco. Poi di minacce: così camperai poco. Infine lo toccò in forma di sogno, quello della madre Francesca Serio, che all’alba del 16 maggio del 1955, prima che lui si recasse al lavoro nella cava di pietra, gli disse: «Turiddu, vedi che un brutto incubo ho fatto, tieni gli occhi aperti». Lui le sorrise, la baciò e replicò: «Mamma, queste superstizioni sono». Subito dopo, la morte lo prese veramente. A colpi di lupara, sfigurandone il volto. Aveva 31 anni. Ma la «sentenza» si era messa in cammino, inesorabile, il 1° ottobre 1951. Quello fu il giorno decisivo. Carnevale aveva guidato l’occupazione simbolica delle terre della principessa Notarbartolo. Una protesta allegra e clamorosa che, grazie a lui, si sarebbe allargata a macchia d’olio in tutta la Sicilia. Era stato arrestato, per quell’atto. Ma lui non si era arreso. Come per la faccenda della raccolta delle olive, che – diceva – andavano divise 60 ai lavoranti e 40 alla principessa feudataria, non tutte a lei. Fu ucciso in mezzo al grano. Per il suo omicidio vennero arrestati quattro mafiosi alle dipendenze della principessa. La madre li accusò: non si era spaventata. Furono condannati in primo grado, poi assolti in appello e Cassazione. A difenderli, c’era nientemeno che il futuro presidente della Repubblica Giovanni Leone. Oggi di lui resta una poesia di Ignazio Buttitta e il capolavoro di Carlo Levi, il cui titolo – Le parole sono pietre – è tratto dalla sua caparbietà e dal coraggio di una madre.

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7 agosto 1952 Guerre di mafia a bassa intensità Il sacrificio di Salvatore Carnevale sembrò replicare quello del segretario della Camera del lavoro di Sciacca, Accursio Miraglia, caduto anche lui per mano mafiosa nel ’47. Allora l’indignazione fu grande. Si disse che un fatto del genere in Sicilia non sarebbe dovuto accadere mai più. Pie illusioni. Dal giugno del 1945 al 1966, le cifre ufficiali dicono che furono uccisi nell’isola 44 sindacalisti, con la cadenza di un omicidio ogni due mesi fino all’ottobre del ’46. Sono cifre ampiamente al ribasso, ammettono gli storici. Bene, ma allora quante sono state veramente le guerre di mafia in Sicilia? E quanti gli omicidi politici? Il senso comune definisce guerre di mafia quella del 1962 (la prima) e l’altra scoppiata nel 1981 (la seconda). E chiama omicidi politici quelli del presidente della Regione Piersanti Mattarella, del segretario del Pci siciliano Pio La Torre, del prefetto di Palermo generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. E poi? La guerra contro contadini e braccianti come possiamo definirla? L’omicidio del segretario della Camera del lavoro di Caccamo, Filippo Intili, avvenuto il 7 agosto del 1952, come chiamarlo se non omicidio politico? Quella volta non usarono lupare o kalashnikov, nelle campagne nei dintorni di Caccamo. Utilizzarono un’accetta, perché lo scempio fosse grande. Fecero in pezzi un uomo di 51 anni, un contadino, sposato, con tre figli, militante del Partito comunista, macchiatosi di una colpa: si batteva perché venisse applicato il decreto del governo che imponeva il nuovo regime per la mezzadria dei campi. Era la stessa battaglia di Salvatore Carnevale: 60% del prodotto al contadino, 40 al feudatario. La mafia voleva invece il 50 e 50. Pena la morte. Gli assassini di Filippo furono arrestati e, secondo copione, poi assolti. Lui, ancora oggi, non è considerato dallo Stato una vittima di mafia.

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19 luglio 1954 Il Pistarolo intervista il Gattopardo A volte gli incontri casuali deragliano in destini incrociati. Al premio nazionale di poesia di San Pellegrino Terme di metà anni ’50 un ancora sconosciuto Giuseppe Tomasi di Lampedusa accompagnò dalla Sicilia il cugino Lucio Piccolo, con tanto di servitore in livrea, a ritirare il premio consegnatogli da Eugenio Montale. In quell’occasione un cronista lombardo alle prime armi, Marco Nozza, avvicinò la singolare compagnia e si intrattenne in chiacchiere con il futuro scrittore. Come poi sia andata è cosa nota: rientrato dal convegno, Tomasi si mise a sgobbare sul manoscritto del Gattopardo, se lo vide respingere, morì senza poter godere della successiva pubblicazione e del successo. Nel frattempo, Nozza si accorse di avere in tasca l’unica intervista mai rilasciata dall’autore del momento e la pubblicò su «L’Eco di Bergamo». Fu uno scoop. Fin qui i fatti. Ma il futuro avrebbe riservato loro ben altre responsabilità. La figura di Tomasi di Lampedusa, autore del libro italiano del dopoguerra più venduto nel mondo, dovette caricarsi presto il peso storico di aver definito la natura del siciliano, la sua (vera o presunta) irredimibilità e, secondo il magistero di Leonardo Sciascia, anche l’imminente «futuro insulare» dell’Italia (la palma che sale al Nord) nella figura letteraria che meglio rappresenta l’ascesa della nuova mafia: il personaggio di Calogero Sedara, iena e sciacallo succeduto ai gattopardi, destinato a diventare la nuova classe dirigente mafioso-borghese che divorerà la cosa pubblica. Marco Nozza, per parte sua, diventerà il re dei cronisti pistaroli: quella banda di giornalisti un po’ donchisciotteschi e dalla schiena dritta che, dalla strage di piazza Fontana in poi, scorrazzerà per i tribunali di tutta Italia, sempre a occuparsi di strategia della tensione, omicidi politici, depistaggi, insabbiamenti. Fino al processo di Palermo a Giulio Andreotti per mafia, che Nozza seguirà prima di morire. Sempre trovando, anche tra quelle carte, l’impronta dei Sedara.

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30 novembre 1954 Il mistero dell’uomo in frac Si chiamava Raimondo Lanza di Trabia, discendente ribelle di nobile casata. Fa vezzo ricordarlo come l’ultimo Gattopardo. Domenico Modugno gli dedicò la canzone L’uomo in frac, facendone un’icona. Amico degli Agnelli, di Onassis, dello scià di Persia, sposò l’attrice Olga Villi e frequentò Hollywood. All’Hotel Gallia di Milano inventò il mercato dei calciatori. Il 30 novembre del ’54 volò da una finestra dell’Hotel Eden di Roma. Al suo funerale c’erano aristocratici (Marzotto, Ciano Mussolini, Borghese, Ruspoli), industriali (Gianni e Susanna Agnelli), comunisti (Antonello Trombadori), scrittori (Curzio Malaparte). Suicidio, si disse. Oggi i parenti, dopo lunghe indagini, rettificano: di omicidio si trattò. Omicidio di mafia. Raimondo nel 1937 era stato in Spagna, durante la guerra civile, facendo il doppio gioco tra le formazioni partigiane e i reparti franchisti. Poi, a «Roma città aperta», aveva mediato tra occupanti tedeschi, Vaticano e partigiani. Sapeva conciliare mondi lontanissimi: nelle trattative per l’armistizio dell’8 settembre sono presenti a fianco degli Alleati il fratello di Raimondo, Galvano, e l’amico Vito Guarrasi, inviati dallo stesso Raimondo. A che titolo? Guarrasi, cugino di Enrico Cuccia, il gran patron di Mediobanca, salotto buono del capitalismo tricolore, verrà poi coinvolto nelle indagini sul rapimento del giornalista del quotidiano «L’Ora» Mauro De Mauro e nel finto sequestro del bancarottiere Michele Sindona in Sicilia. Poco prima di morire, Raimondo fu costretto a cedere i suoi feudi ai capimafia don Calò Vizzini e Genco Russo. Lanza era intenzionato a vendere anche una miniera di zolfo. Il fratello Galvano si opponeva. Dopo la morte di Raimondo, la ristrutturazione della miniera costò miliardi. Di pubblico denaro. Divenne infatti il punto forte dell’Ente minerario siciliano, un carrozzone che faceva da collettore di tangenti. Presidente dell’azienda che gestiva la miniera era Vito Guarrasi.

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26 novembre 1956 La nascita di Gladio Il 18 ottobre 1990 l’Italia apprende dell’esistenza di un esercito armato clandestino, che agiva sul suo territorio da quasi quarant’anni. La notizia si diffonde per mano del presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Il Divo invia alla Commissione parlamentare sulle stragi una relazione titolata Il cosiddetto Sid Parallelo - Operazione Gladio. Le reti clandestine a livello internazionale. Vi si apprende che nel novembre del ’56 un accordo tra il servizio segreto militare italiano (Sifar) e la Cia aveva dato vita a una rete militare segreta in grado di fronteggiare una invasione straniera. Tale struttura, diffusa in tutti i Paesi alleati, aveva preso il nome di Stay Behind (stare indietro, agire dietro le spalle). Qui da noi era stata battezzata Gladio. Questo esercito aveva compiti di raccolta di informazioni, sabotaggio, propaganda e guerriglia. La rivelazione scatenò l’inferno. Quello di Andreotti venne letto come un attacco al presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che infatti difese subito Gladio. Cinque procure si misero in moto. La stampa ipotizzò una presenza di «gladiatori» nello stragismo. Tornarono alla ribalta i nomi di Miceli, Maletti, Spiazzi, De Lorenzo, tutti alti ufficiali implicati in casi come Rosa dei Venti, Sid parallelo, Piano Solo, golpe Borghese. Tutto finì nel nulla: i processi in assoluzioni, le polemiche in fuochi di paglia. Giovanni Falcone aveva già consumato il suo distacco da Palermo. Uno dei suoi ultimi atti era stato la richiesta di una perizia balistica su tutte le armi che avevano sparato in Italia, in delitti di mafia e terrorismo. Cercava collegamenti. A Roma si procurò le liste complete di Gladio. Non passava al setaccio, come fecero tutti gli altri, i grandi nomi. Piuttosto, studiava legami dal basso tra «gladiatori» comuni, terroristi, mafiosi e strane logge massoniche siciliane. O ancora, voleva capire il ruolo del centro operativo di Stay Behind nel Trapanese. Era il tentativo di un primo «vocabolario» che il magistrato ucciso a Capaci provava a redigere, per dare volti e nomi a quelle «menti raffinatissime» e a quel «gioco grande» cui spesso aveva accennato. Non ebbe tempo. Dopo l’eccidio di Capaci, le liste dei «gladiatori» scomparvero dai suoi computer custoditi presso il ministero della Giustizia. 10

12 ottobre 1957 Il summit dell’Hotel delle Palme Nel gioco di prestigio della mafia la Sicilia diventa la nuova Cuba. Vediamo come. Nell’isola caraibica, il 10 marzo del 1952, Fulgencio Batista era salito al potere. Qualcosa come 952 milioni di dollari erano piovuti dal cielo sui cubani. La mafia voleva costruire qui la sua Shangri-la: casinò, night club, sesso, droga a fiumi. Ma in America si era insediata la Commissione Kefauver sul crimine organizzato: 17 milioni di spettatori avevano assistito ai lavori in una formidabile diretta tv. Avevano scoperto la mafia, appreso che la sua testa si trovava in Sicilia e che il top manager del narcotraffico era un certo Lucky Luciano, al secolo Salvatore Lucania. Il nuovo ministro della Giustizia, Robert Kennedy, aveva appena convinto il capo dell’Fbi, J. Edgar Hoover, che Cosa Nostra andava distrutta. Intanto, a Cuba, era scoppiata la rivoluzione di Fidel Castro e Che Guevara. Per la mafia era il disastro. Bisognava correre ai ripari. Il 12 ottobre del ’57 i capi di Cosa Nostra americana sbarcarono all’Hotel delle Palme di Palermo. Vi restarono per quattro giorni. A riceverli c’erano il padrino siciliano Giuseppe Genco Russo e due giovani dottori in narcobusiness: Tommaso Buscetta (diverrà il più grande pentito di mafia della storia) e Gaetano Badalamenti (che già nel ’46, a 23 anni, era di casa a Detroit). Alle Palme si decisero le nuove rotte del traffico planetario, di cui la Sicilia sarebbe stata il porto franco. Il 14 novembre venne organizzato un analogo summit ad Apalachin (New York). Ma finì in barzelletta. Arrivò la polizia e tutti i Vito Corleone del tempo vennero arrestati mentre fuggivano nei boschi. Nell’inverno del 1958 il giornalista del quotidiano «L’Ora» Mauro De Mauro (rapito e scomparso nel settembre del ’70) incontra all’albergo Sole di Palermo un Lucky Luciano già al tramonto e disilluso. Lui, che aveva soppiantato la vecchia mafia, non si fidava della nuova: si «annaca», dice, fa troppo rumore.

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6 settembre 1958 Dalla Chiesa arresta Provenzano Era un capitano piemontese di 29 anni, il futuro prefetto di Palermo. Suo padre Romano, generale dell’Arma, aveva combattuto la mafia ai tempi del fascismo. E Carlo Alberto, in Sicilia, si era già scontrato con il banditismo. Ora stava indagando sulla scomparsa, nel marzo del ’48 a Corleone, del sindacalista Placido Rizzotto (i cui resti verranno poi ritrovati in una rupe di Rocca Busambra). Nei vicoli del paese, Dalla Chiesa aveva adocchiato quel trio: Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano, detto Binnu ’u tratturi. Erano i picciotti di Michele Navarra, il medico capomafia del paese. Dalla Chiesa sospettò che fossero gli autori della sparizione di Rizzotto. Per Liggio, il più anziano del trio, scattò l’ordine di cattura. Latitante, verrà arrestato solo nel 1964. Ma intanto, a fianco di Riina e Provenzano, avrà il tempo di eliminare il suo boss Navarra e di scatenare una guerra di mafia a Corleone. Erano i primi passi di un nuovo gangsterismo, che un giorno sfiderà lo Stato con stragi e bombe. In quei giorni di fuoco Liggio dirà di Provenzano: «Spara come un dio». Nel settembre del ’58 i liggiani scatenano l’ennesima sparatoria durante la processione della Madonna della Catena. Nel marasma che segue, Provenzano cade e sfonda la vetrina di un negozio. Portato in ospedale, sostiene di essere un passante. Nessuno osa riconoscerlo. Verrà assolto. È a questo punto che Dalla Chiesa riesce almeno ad arrestarlo per la prima volta per macellazione clandestina e associazione a delinquere. Ma dura poco. Si dovrà aspettare il settembre del ’63: il giudice Cesare Terranova (ucciso nel ’79) firma il primo mandato di cattura per mafia contro Provenzano. Non basterà ancora. Binnu stabilirà il record di latitanza: oltre quarant’anni. E, dopo l’arresto del sodale Riina, nel gennaio ’93, diventerà il capo assoluto di Cosa Nostra.

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19 ottobre 1958 La bomba contro «L’Ora» Fondato dai Florio nell’aprile del 1900, il quotidiano palermitano della sera viveva «l’anno più carico di destino», secondo il suo storico direttore, Vittorio Nisticò. Aveva da poco reclutato alla testata le firme di Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Michele Perriera, Enzo Sellerio, Danilo Dolci. Si preparava l’avventura politica del governo Milazzo e in una cava di Corleone si stava apprestando la bomba che avrebbe terrorizzato la città. Perché? Sciara, 1955: lo stesso Nisticò e il cronista Mario Farinella sono nel paese, dopo l’omicidio del sindacalista Salvatore Turiddu Carnevale. C’è un clima di paura. Parlano in piazza Sandro Pertini e Carlo Levi. Farinella aveva seguito per anni la lunga «guerra contadina» con il suo carico di morti e di dolore. Ma adesso si avvertiva più forte, dentro quella tragedia, la presenza nuova della mafia. Nella notte, tornando verso Palermo, Nisticò e Farinella decidono di avviare la prima grande inchiesta sulla mafia in Sicilia. Si avvarranno tra gli altri del talento di Felice Chilanti – appena sbarcato a «L’Ora» dal «Corriere della Sera» –, il giornalista che aveva raccontato lo scandalo Montesi e la storia della prima bomba esplosa in Italia nel dopoguerra (31 ottobre ’46, Roma, ambasciata britannica, rivendicazione del gruppo clandestino sionista Irgun). La prima puntata dell’inchiesta esce a nove colonne con il titolo Dà pane e morte. Il 16 ottobre del ’58 arriva la seconda: È pericoloso. A tutta pagina una foto di un uomo mai visto prima sui giornali: Luciano Liggio. Alle 4.52 di domenica 19 un boato e una scossa investono Palermo tra le piazze Politeama e Massimo. Quattro chili di tritolo. Immediate le reazioni di solidarietà da Roma. Il futuro presidente della Repubblica Giuseppe Saragat invia un telegramma: «Ci voleva la bomba per capire che la mafia c’è». Freddezza invece in Sicilia, anche a sinistra. Motivo? Si prepara l’operazione Milazzo.

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30 ottobre 1958 Nasce il governo Milazzo Dalle elezioni del 18 aprile 1948 fino al crollo della Prima Repubblica nei primi anni ’90, la Sicilia ha sempre avuto nella Democrazia cristiana il suo ombelico. Tranne che nel biennio ’58-’60. A quel tempo il partito cattolico era retto con pugno di ferro da Amintore Fanfani. L’isola, nel maggio del ’46, aveva ottenuto una pur parziale autonomia regionale. Ma dentro la stessa Dc il deputato regionale Silvio Milazzo (compaesano di don Luigi Sturzo e Mario Scelba) coagulò il malcontento della borghesia e residui di separatismo, tanto da dar vita a un governo autonomo dalla Dc e appoggiato sia da comunisti e socialisti sia dall’estrema destra monarchica e neofascista. La strana alleanza ebbe l’appoggio di potentati economici (gli esattori Nino e Ignazio Salvo, poi travolti negli anni ’80 da cicloni giudiziari e vendette mafiose) e di Cosa Nostra siciliana. Uno schiaffo inflitto dal boss di Villagrazia Francesco Paolo Bontate a un deputato monarchico «ribelle», nei saloni di Palazzo dei Normanni, sede della Regione, dimostra quanto Cosa Nostra vigilasse su quell’avventura istituzionale. Bontate, padre del futuro boss Stefano che gli succederà al comando della cosca, nel ’54 a Villalba aveva portato in spalla insieme al boss Genco Russo la bara del padrino Calogero Vizzini. Ora portava in spalla la scelta del Pci siciliano, in verità adottata con l’assenso del leader Palmiro Togliatti. Il Sant’Uffizio estese la scomunica ai comunisti, promulgata nel ’49, anche ai cattolici siciliani in combutta con il Pci. Un anno dopo l’operazione Milazzo, alle regionali del giugno ’59, la Dc ottenne il 38% dei voti (in Sicilia nel ’47 aveva ottenuto il 21% mentre nel ’48 aveva più che raddoppiato) nonostante la diaspora dei milazziani (che contarono quasi l’11%), mentre le sinistre, deluse, non progredirono. L’assemblea regionale era spaccata: 45 deputati con Milazzo, altrettanti contro. Il governo cadde il 7 dicembre del ’59 (una seconda coalizione rattoppata sopravvisse poi un altro anno). La Dc venne però terremotata dal milazzismo: Fanfani traballò, Antonio Segni tornò presidente del Consiglio e Aldo Moro divenne segretario dello scudocrociato. 14

28 novembre 1959 Il sacco di Palermo La villa liberty dei principi Deliella, progettata dall’architetto Ernesto Basile in piazza Croci, nel cuore della città, venne abbattuta in una notte. Divenne il simbolo del sacco di Palermo. Sotto quelle ruspe, la Sicilia stava cambiando. Un milione di persone emigrò dall’isola ma, contemporaneamente, la popolazione del capoluogo – dal ’51 al ’61 – crebbe di centomila abitanti. E la città, dal ’56 al ’60, contò 168 omicidi impuniti. Si frantumò il vecchio quadro politico. Al congresso nazionale della Dc di Napoli del 1954, che aveva celebrato la scalata di Fanfani, un avvocato ventottenne, Giovanni Gioia, fece confluire il suo gruppo nella corrente fanfaniana e divenne indispensabile negli equilibri nazionali della Dc. La sua ascesa fu irresistibile: ras siciliano, membro del vertice nazionale, deputato, ministro. Gioia era nipote dell’industriale Filippo Pecoraino e imparentato con gli armatori Tagliavia, i cui fondi terrieri erano nelle mani del clan mafioso dei Greco di Ciaculli. Negli anni ’80 Giovanni Falcone scoprirà il giro di assegni con cui il fratello di Giovanni Gioia, Luigi, vendette quel fondo a Michele Greco, detto «il papa», il capo della Commissione di Cosa Nostra. Nel 1956 il figlio di un barbiere di Corleone, Vito Ciancimino, venne eletto in Consiglio comunale, insieme al bancario Salvo Lima. Ciancimino dal ’59 al ’64 diventa assessore ai Lavori pubblici, Lima prima è assessore, poi sindaco. In sei anni vengono rilasciate 4200 licenze edilizie, l’80% delle quali a cinque persone. Francesco Vassallo, un carrettiere di sabbia e pietre, diventa uno dei più ricchi uomini d’Italia. Nel 1964 il prefetto Tommaso Bevivino consegna alla Regione una relazione in cui documenta «abusi, illegalità, favoritismi». Cade nel nulla. Ma Ciancimino deve defilarsi per un po’. Non così tanto: nel ’70 verrà eletto sindaco. La formula magica del sacco di Palermo era «variante al piano regolatore». Ne furono fatte a centinaia, tanto da abbattere, dopo villa Deliella, tutti gli edifici liberty ottocenteschi.

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9 ottobre 1960 Il giorno della civetta di Sciascia La rivista «Il Mondo Nuovo» anticipa uno stralcio del Giorno della civetta di Leonardo Sciascia, che Einaudi pubblicherà l’anno successivo. È la prima opera letteraria sul fenomeno della mafia, tuttora ineguagliata. Lo scrittore aveva già alle spalle saggi, poesie e il suo esordio letterario, Le parrocchie di Regalpetra, edito da Laterza. L’autore spiegherà: «Sulla mafia esistevano molti studi, addirittura classici... ma nessuno che avesse messo l’accento su questo problema in un’opera narrativa di largo consumo. Io l’ho fatto». E ancora: «Ho cercato di capire perché una persona è mafiosa. Cosa che raramente i giornalisti hanno fatto». Come era maturata la scelta dell’argomento? Da un lato l’esperienza diretta: in quel «gomitolo di vicoli» in cui lo scrittore crebbe e poi insegnò, tra Racalmuto e Caltanissetta, la mafia si assaporava come l’inchiostro del calamaio di scuola. E poi i suoi studi. Sciascia era indignato, pur se convinto della buona fede, per le posizioni beffarde dello scrittore catanese Luigi Capuana nei riguardi della prima inchiesta sul fenomeno, La Sicilia nel 1876, dei deputati Franchetti e Sonnino. E ancor di più per le idee dell’antropologo Giuseppe Pitrè, che relegava la mafia a fenomeno di folclore. Eppure nel 1893 c’era già stato il primo «omicidio eccellente», quello del banchiere e politico Emanuele Notarbartolo. Infine, Sciascia ne faceva una questione letteraria: non capiva come mai scrittori che si rifacevano al realismo rimuovessero un tema così cruciale. Non solo impegno civile, dunque. Ma pura e semplice faccenda di «canone». Negli anni del Giorno della civetta, posizioni «in buona fede» alla Capuana o Pitrè erano ancora diffuse. Indro Montanelli scriveva, a proposito di don Calò Vizzini: «Con una semplice telefonata poteva raggiungere, quando lo voleva, il cardinale arcivescovo, il prefetto, il generale, il presidente, il sindaco, qualunque deputato... in ogni società ci deve essere una categoria di persone che aggiustano le situazioni quando si fanno complicate». La «buona fede» cominciava a essere un problema.

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11 ottobre 1960 Una portaerei alle elezioni Sono elezioni strane, in Italia, le amministrative del 1960. Negli Stati Uniti imperversa il duello Kennedy-Nixon (si voterà a novembre). L’Unione Sovietica ha vinto la corsa nello spazio: nel ’57 ha lanciato lo Sputnik, un mese dopo ha mandato in orbita la cagnolina Laika e si appresta a inviare tra le stelle addirittura il primo uomo (Jurij Gagarin, nel ’61). Altro che vecchi bombardamenti da seconda guerra mondiale: ora gli americani temono missili sovietici a testate nucleari. La Cortina di Ferro doveva essere rafforzata, specie dopo il recente varo del Piano Marshall (gli aiuti americani alla ricostruzione dell’Europa). Le navi militari statunitensi rafforzano il presidio nei mari e nei porti considerati strategici. La Guerra fredda sta per toccare il culmine. In questa cornice generale stava sospesa l’Italia quando, l’11 ottobre, nella trasmissione Tribuna elettorale, il giornalista dell’«Ora» Gino Pallotta chiese al ministro dell’Interno, il siciliano Mario Scelba, cosa mai avesse spinto la Dc a candidare nelle sue liste un «alieno» come il boss dei boss Giuseppe Genco Russo in quel di Mussomeli, in provincia di Caltanissetta. Nelle stesse ore il fotografo siciliano Enzo Sellerio, in seguito fondatore con la moglie Elvira della casa editrice di Palermo che porta il suo nome, fece bottino di uno dei suoi scatti più amati e significativi: «Palermo. L’oste porta il suo asinello a vedere la portaerei americana Indipendence, in rada durante le elezioni del 1960». La foto ritrae un uomo di spalle, che cammina con un asino al suo fianco e, sullo sfondo, in un’alba nebbiosa, la portaerei a stelle e strisce che vigila sulla città. Diventerà una foto simbolica del contesto internazionale in cui, specie in momenti politici delicati come le elezioni, ha vissuto la Sicilia. In questo contesto si sono mossi anche Cosa Nostra e gli uomini che l’hanno consapevolmente combattuta.

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9 settembre 1961 D’Angelo e la prima Commissione antimafia Nel centenario dell’Unità d’Italia (1861), la Democrazia cristiana vara in Sicilia il primo governo di centrosinistra della storia. I socialisti entrano nella stanza dei bottoni. A guidare la coalizione, nel Paese del boom economico al Nord e della Dolce vita di Fellini, è Giuseppe D’Angelo, democristiano di lungo corso. Il suo governo promuoverà la prima Commissione regionale antimafia. D’Angelo (come poi gli darà atto il segretario del Pci siciliano, Pio La Torre, nella sua relazione di minoranza in Commissione parlamentare antimafia del 1976) accetterà la proposta comunista di una indagine sui rapporti tra mafia e Comuni. Ma quando il prefetto Bevivino depositerà l’esplosiva relazione che comprova il «sacco» edilizio di Palermo, e le complicità tra famiglie mafiose e l’ala emergente della Dc, lo stesso presidente ordina lo stop. In una infuocata seduta del Consiglio regionale viene respinta, 43 voti contro 43, la proposta del gruppo del Pci di sciogliere il Consiglio comunale di Palermo. Sono le due facce di un dirigente cattolico che, comunque, seppe navigare la transazione tra le vecchie correnti della Dc al tramonto (quelle dei Restivo, La Loggia, Alessi) e una «mutazione genetica» del potere che lui mal digeriva. Le elezioni del ’63 registrarono un boom della Dc, l’arretramento delle sinistre e la conseguente liquidazione nell’agosto del ’64 dell’esperienza di centrosinistra (il poco affidabile D’Angelo non venne neppure rieletto). Nel corso di quella campagna elettorale il segretario del Pci, Palmiro Togliatti, tenne a Palermo il comizio conclusivo. Alla fine venne portato a rifocillarsi a Mondello, all’Hotel La Torre da poco inaugurato, e interrogò i dirigenti sulla strana «mutazione genetica» del potere in atto in Sicilia. Poco dopo Togliatti sarebbe morto a Jalta. Cominciava un’altra epoca.

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30 gennaio 1962 Una donna (armata) contro la mafia Chiamarla dittatura sarebbe forse troppo. Le libertà costituzionali, formalmente, non erano toccate. Ma quel potere aveva tutte le fattezze dell’assolutismo. Durante e dopo il sacco di Palermo tramontano per sempre i vecchi arnesi di mafia e politica. Attorno alla enigmatica figura di Giovanni Gioia («un mostro palermitano generato da questa mostruosa Palermo, che lo ha segnato e che lui ha segnato», scriverà la giornalista Giuliana Saladino), prima nel capoluogo, poi anche negli altri centri urbani, si afferma un sistema onnivoro che non ammette alcun controllo. Banche, appalti, edilizia, dighe, gestione dei fondi pubblici, prefetture, posti indifferentemente di usciere o di questore vengono assegnati da una immensa rete clientelare che ha assorbito via via ex separatisti, monarchici, baronie, gli stessi vecchi clan mafiosi. Gli uomini dell’Onorata Società diventano essi stessi imprenditori, uomini politici, funzionari, rendendosi insieme indistinguibili dal contesto ma onnipresenti in ogni piega della società. Coda finale di questo infernale meccanismo sarà l’impunità davanti alla legge. Ma come in ogni assolutismo, non potevano mancare le reazioni. La prima arriva – inaspettata – da una donna, Serafina Battaglia, alla quale uccidono dapprima il marito Stefano, un mafioso del paesino di Godrano, e poi il figlio, che lei stessa avrebbe convinto a sfidare i boss per vendicare il padre. «Mio marito era un mafioso, io li conosco tutti. Se ogni donna di morto ammazzato parlasse come farò io, la mafia non esisterebbe da un pezzo», dice nel gennaio del ’62 al giudice Cesare Terranova. Depone al processo contro capibastone di prima grandezza. E gira armata per difendersi anche se, dice, «la mia vera arma è la giustizia». I vertici delle cosche di Alcamo, Baucina e Godrano vengono condannati. Poi, nel ’71, la Cassazione annulla la sentenza. Ma lei continuerà a testimoniare in altri processi, anche se nessun avvocato sarà disposto a rappresentarla.

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30 giugno 1963 L’autobomba di Ciaculli Una Giulietta carica di tritolo esplode nel fondo Sirena, a Ciaculli, borgata di campagna alle porte di Palermo, uccidendo sette uomini delle forze dell’ordine. Come farà anche per l’omicidio del consigliere istruttore Chinnici (1983) e per la strage di via D’Amelio (1992), Cosa Nostra non si fa scrupolo ad usare vetture cariche di esplosivo. Il massacro inaugura il lugubre trentennio di stragi terroristiche e mafiose in Italia, dando anche il via alla strategia del terrore di Cosa Nostra, che culminerà nel ’92-’93. Per reazione, il Parlamento avvia finalmente i lavori della prima Commissione nazionale antimafia, solo formalmente insediata quattro mesi prima. L’autobomba segna l’apice della «prima guerra di mafia», che vede contrapposti i Greco di Ciaculli, clan che ha governato feudi e agrumeti della Piana dei Colli dagli anni ’30 e fino ai ’90, come fosse la monarchia ereditaria di un regno, e i fratelli La Barbera, Angelo e Salvatore, che della Piana controllano invece i quartieri Resuttana, San Lorenzo, Partanna-Mondello e il decisivo territorio di Palermo centro. Angelo rappresenta il prototipo del nuovo tipo di mafioso, più manager che gangster, che ha sostituito la lupara con mitra ed esplosivi e disprezza le virtù cardinali dei vecchi padrini (prudenza, pazienza, accomodamenti). Edilizia e traffico internazionale di droga sono i suoi business. Proprio una partita di droga, sottopagata dal contrabbandiere Calcedonio Di Pisa, apre la faida. Angelo La Barbera vuole la sua testa. Ma la Commissione, l’organismo supremo, allora presieduta da un Greco, Salvatore detto Cicchiteddu, non dà il permesso. La Barbera lo uccide ugualmente. Per i Greco è uno sfregio. Così gli rapiscono e uccidono il fratello. Apriti cielo. Le strade principali di Palermo sono teatro di sparatorie quotidiane e si combatte con tritolo e dinamite. Fino all’autobomba, che sarebbe stata destinata ai Greco. A maggio, prima di venire arrestato a Milano, lo stesso La Barbera sfugge a un attentato. Il suo cacciatore è Luciano Liggio.

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14 maggio 1964 L’arresto di Liggio Quando, nel marzo del ’48, il sindacalista Placido Rizzotto scomparve nel nulla a Corleone, la sua fidanzata, Leoluchina Sorisi, giurò che avrebbe «mangiato il cuore» al suo assassino. Quando l’assassino di Placido Rizzotto, Luciano Liggio, venne arrestato dopo sedici anni di latitanza, il boss venne trovato nascosto proprio in casa di Leoluchina Sorisi, colei che aveva giurato di mangiargli il cuore. La donna venne arrestata con il boss e si fece due anni per favoreggiamento. Poco prima di morire, nel 2011, chiese di non essere giudicata per il suo comportamento. Negli anni di latitanza, intanto, Liggio aveva fondato con l’amico boss di Cinisi Gaetano Badalamenti una società per la costruzione dell’aeroporto di Punta Raisi, aveva ucciso il suo boss, il corleonese Navarra, aveva scatenato una guerra senza quartiere a Corleone, sempre affiancato dai mitra dei fedelissimi Riina e Provenzano, aveva partecipato alla prima guerra di mafia, culminata nell’autobomba di Ciaculli. Dopo quel 1963, diranno negli anni ’80 i pentiti Buscetta e Calderone, la mafia poteva essere distrutta. Invece, le venne dato il tempo di sciogliere la Commissione e di sostituirla con un più agile Triumvirato (composto da Stefano Bontate, figlio di don Paolino Bontate, Badalamenti e Liggio). Dopo l’arresto, Liggio venne assolto a Catanzaro e a Bari, partecipò al tentativo di golpe Borghese e condusse una serie molto particolare di sequestri di persona: rapiva gli «amici degli amici» (Corleo, parente dei Salvo, i figli di Vassallo e Cassina), all’insaputa degli altri capimafia e con l’intento di mettere alla berlina i boss palermitani che dovevano proteggerli. Quando, ridatosi alla macchia, venne di nuovo arrestato a Milano nel 1974, il clan dei corleonesi aveva già ordinato l’omicidio del procuratore di Palermo Pietro Scaglione nel ’71 e del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo nel ’77. Nel 1971 Liggio prende il primo ergastolo, grazie alle inchieste solitarie del giudice Cesare Terranova. Cadrà anche lui nel 1979 per mano corleonese.

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17 febbraio 1968 Il giorno della civetta diventa film Nel 1962 il film-capolavoro di Francesco Rosi Salvatore Giuliano aveva dimostrato quale ruolo avrebbe potuto giocare il nuovo cinema italiano. La pellicola aveva detto sulla strage di Portella, sulla figura del bandito, sugli intrecci con la mafia e sulla spregiudicatezza di certa «ragion di Stato» più di quanto avessero rivelato carte giudiziarie, proclami politici e inchieste dei giornali. Ma ora era tempo di metabolizzare altre novità. Nella Sicilia del terremoto vero (in gennaio il sisma della Valle del Belice), un altro sommovimento scuoteva l’isola alle radici: al posto dei giardini e dei frutteti erano sorti i palazzoni, le aree edificabili passavano di mano in un lampo, l’esplosivo faceva saltare i traghetti per il controllo dei porti, raffiche di mitra distruggevano i banconi della pescheria dei La Barbera in via Sciuti, a Palermo, così come i muri dei palazzi di viale Regina Giovanna, a Milano. Il simbolo dei feudatari di questo nuovo Medioevo era Liggio, nella sua Alfa Romeo 1900 fiammante e con il Rolex al polso. Non c’erano mai stati tanti soldi, grazie al traffico internazionale della droga. Un trapasso d’epoca narrato da Leonardo Sciascia nel Giorno della civetta. Ora il regista Damiano Damiani aveva deciso di farci un film, girato a Partinico, con Claudia Cardinale, Franco Nero e Lee J. Cobb. Durante le riprese (lo racconterà «Repubblica» nel 2005) Damiani venne avvicinato da un ragazzo. «Lei deve cambiare il finale del film», gli disse. Il regista lo guardò sconcertato: «Perché mai dovrei cambiarlo?». «Perché non può vincere la mafia». Nella storia di Sciascia, come è noto, il coraggioso capitano dei carabinieri Bellodi viene trasferito, dopo una scottante inchiesta, grazie alle amicizie politiche del capomafia don Mariano Arena. Damiani liquidò il ragazzo, dicendo che non avrebbe cambiato nulla. Quello, forse, dovette pensare che il brutto finale avrebbe tentato di cambiarlo lui, ma nella realtà. Era il piccolo Ninni Cassarà, destinato a diventare anni dopo il fondatore della prima squadra antimafia della Mobile di Palermo, ucciso da Cosa Nostra nell’estate dell’85, alla vigilia del Maxiprocesso di Palermo. 22

18 ottobre 1969 Il Caravaggio rubato La Natività del Caravaggio, dipinta nel 1609 a Palermo da un Michelangelo Merisi in fuga, viene rubata nell’oratorio di San Lorenzo, in via dell’Immacolatella, nel quartiere Kalsa. Il valore della tela, tagliata dalla cornice con una lametta da barba, scriverà il cronista Mauro De Mauro su «L’Ora», «è incalcolabile». Il capolavoro era circondato da un «teatrino» realizzato da Giacomo Serpotta, considerato uno degli esponenti più significativi del barocco visionario: un «coro di statue» che rappresentano san Francesco che predica al sultano, la tentazione del santo, il martirio di san Lorenzo, le virtù. L’oratorio venne edificato nel 1564 dalla potente confraternita religiosa francescana dei Bardigli e dei Cordigeri, le cui ricche casse non imposero avarizia per arredare il luogo, vocato a seppellire poveri e morti ammazzati. La Natività non è mai stata ritrovata. Per decenni è stato il quadro rubato più ricercato del mondo. Sul suo destino sono fioccate leggende: Sciascia vi dedicò il suo ultimo scritto prima di morire (Una storia semplice), il pentito di mafia Marino Mannoia confessò di averlo rubato egli stesso e poi distrutto, l’altro pentito Giovanni Brusca giurò di aver tentato di scambiarlo con un ammorbidimento del carcere duro, altri collaboratori hanno ipotizzato che la tela sia stata consegnata al boss Badalamenti, poi diventata una permuta per partite di droga, infine esposta nelle stanze dei summit di Cosa Nostra, a lustro dei sovrani del crimine. Più prosaica la teoria secondo cui il raffinatore di droga Gerlando Alberti, detto ’u paccaré, l’avrebbe usata come scendiletto. Secondo altre ricostruzioni sarebbe poi finita in Svizzera, ceduta alla camorra, distrutta in un incendio a Napoli o mangiata dai topi in una stalla. Destino opposto ha avuto un altro quadro dipinto in Sicilia, La Vucciria di Renato Guttuso, realizzato nel 1974. Continua infatti a trovarsi a Palazzo Steri, già sede dell’Inquisizione a Palermo. In compenso, è sparito il famoso mercato che vi è raffigurato.

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10 dicembre 1969 La strage di viale Lazio Anticipò di due giorni la strage di piazza Fontana. Quello era terrorismo, questa mafia. Come se l’autobomba di Ciaculli di sei anni prima avesse riaperto il vaso di Pandora dello stragismo, dopo l’eccidio di Portella. L’Italia, da allora, sarebbe stata seminata di croci per i vent’anni a venire. Dagli attentati sui treni e nelle piazze alla bomba alla stazione di Bologna, Portella avrebbe smesso di essere un’eccezione: massacrare era diventata una opzione praticabile. La strage di viale Lazio significò anche l’inferno che si scatena d’improvviso nei quartieri bene: si ammazzeranno anche fra loro, come si diceva allora, ma ora lo fanno pure in casa nostra, non più esclusivamente nei «loro» quartieri e paesi. In viale Lazio Riina, Provenzano e altri killer, travestiti da poliziotti, irruppero in pieno giorno negli uffici del costruttore Moncada, fecero fuori tre dipendenti dell’impresa, ferirono i figli dell’imprenditore, dovettero trascinare via il cadavere di uno del commando, Calogero Bagarella, ucciso nella sparatoria (anche Provenzano rimase ferito), ma andarono a bersaglio liquidando il boss dell’Acquasanta Michele Cavataio, detto «il Cobra». Cosa Nostra aveva scoperto che l’autobomba di Ciaculli non era stato un attentato dei La Barbera contro i Greco, come si era creduto, bensì il frutto di una cospirazione ideata dallo stesso Cavataio per esacerbare la guerra tra i clan e trarre profitto dal conflitto. Un «gioco di ombre» della cui efficacia si approprieranno gli stessi corleonesi, quando si tratterà di iniziare la seconda guerra di mafia degli anni ’80. In quella guerra, i corleonesi non si limiteranno più a provocare uno scontro tra cosche rivali, ma recluteranno i loro fedelissimi all’interno di ogni singola «famiglia», eliminandone i capi. In tal modo, renderanno a lungo la loro offensiva indecifrabile per gli inquirenti e per gli stessi mafiosi, guadagnando tempo prezioso. Ma intanto l’infido Cavataio era stato eliminato. Pulizia era fatta. Ma non del tutto. Ai giornalisti, per esempio, la bomba a «L’Ora» non era bastata per smettere di «scassare la minchia».

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16 settembre 1970 La scomparsa di De Mauro Il cronista dell’«Ora» fu rapito davanti casa, in viale delle Magnolie, a Palermo, sotto gli occhi della figlia. Stava lavorando al film di Francesco Rosi Il caso Mattei. La sceneggiatura ricostruiva l’incidente aereo in cui era rimasto ucciso il presidente dell’Eni a Bascapè, in Lombardia, nell’ottobre del ’62, di ritorno da Catania. Le perizie dell’inchiesta del giudice di Pavia Vincenzo Calia, a metà degli anni ’90, chiariranno che c’era una bomba a bordo. E una sentenza della corte d’assise di Palermo, 42 anni dopo, scriverà che la sparizione di De Mauro era legata alle «rivelazioni» che il cronista si apprestava a fare su uno dei più grandi misteri della Prima Repubblica. Ci furono ricatti e depistaggi. I giornalisti subirono pressioni perché si trascurasse la pista Mattei e si privilegiassero invece le ipotesi della droga o del passato di De Mauro, in relazione al golpe ideato dal principe Junio Valerio Borghese, ex ufficiale nella Repubblica fascista di Salò. Lo stesso Rosi, anni dopo, parlerà di un «clima di paura» sul set e di minacce «in dialetto siciliano». Nei giorni più neri, tre amici si aggiravano per la città, a caccia di una traccia. Erano il linguista Tullio De Mauro, fratello del giornalista scomparso, Leonardo Sciascia e l’editore Vito Laterza. Laterza, appena saputo del rapimento, era sceso a Palermo per stare vicino a Tullio, suo autore. Sciascia (anche lui autore Laterza) e Tullio gli erano stati presentati proprio da Mauro. I tre passeggiavano e, dopo lunghi silenzi, si arrovellavano. Ogni indizio e ogni parola ascoltata diventavano oggetto di discernimento. Racconterà nel 2001 Tullio De Mauro, in occasione della scomparsa di Vito Laterza: «Giravamo insieme da casa alla questura alla casa di Sciascia. Vito non mi lasciava mai. Cercavamo insieme un indizio, una traccia. Un fratello era perduto e ne trovavo un altro».

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1° ottobre 1970 Il sasso in bocca Il sociologo e saggista Michele Pantaleone pubblica Il sasso in bocca, libro tratto dall’omonimo film-documentario di Giuseppe Ferrara, uscito con successo l’anno prima. Il libro diventerà un best seller, nell’Italia del silenzio di Stato, come già i precedenti pamphlet di Pantaleone: Mafia e politica, Mafia e droga, Antimafia occasione mancata. Ancora una volta, facendo nomi e raccontando fatti, il sociologo denuncia i rapporti tra mafia e politica. Sono gli anni in cui il «tenebroso sodalizio» viene alla ribalta quasi esclusivamente nelle sale cinematografiche, in libreria e nelle edicole (con le inchieste dell’«Ora» e dell’«Espresso») e sempre grazie a pochi temerari. Tre anni dopo Il sasso in bocca, abbeverandosi alle inchieste di Pantaleone, il giornalista Pietro Zullino approfitterà di una collana di guide turistiche dell’editore socialista Sugarco per scrivere una Guida ai misteri e piaceri di Palermo che avrà del clamoroso. Insieme alla storia di Federico II e ai tesori della Cappella Palatina, Zullino parlerà del filo che univa la strage di Portella, l’avvelenamento in carcere del braccio destro del bandito Giuliano, Salvatore Pisciotta (che stava per confessare gli intrecci tra banditismo, mafia e politica al procuratore Pietro Scaglione, poi anch’esso ucciso), e l’attentato al presidente dell’Eni Mattei. E infine, in una fiction nella parte conclusiva del volume (riferendosi a fatti realmente avvenuti, ma modificando i nomi), Zullino ricostruirà i depistaggi del rapimento De Mauro come le sentenze non faranno neppure dopo quarant’anni. La Guida va esaurita in libreria e per anni non verrà ristampata (l’editore Dario Flaccovio l’ha poi ripubblicata nel 2014). Ma proprio in quel difficile 1970, il sasso in bocca del silenzio, a sorpresa, se lo toglie una parte della Democrazia cristiana. Il 17 novembre un documento viene inviato dalla Sicilia ai vertici del partito di maggioranza del Paese: si parla di tesseramento truccato, corruzione, minacce. Tra le firme sul documento, quella di Michele Reina, il segretario provinciale che verrà ucciso nel 1979.

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22 marzo 1971 Dalla Chiesa, il primo rapporto sui Salvo Il colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa invia alla Commissione antimafia uno dei suoi poco ascoltati rapporti, dedicato agli affari di Nino e Ignazio Salvo. Ne ha già redatti sul clan dei corleonesi, sul costruttore Vassallo, sul delitto di Placido Rizzotto. Ne scriverà ancora altri: quando, il 5 maggio di quell’anno, cade il procuratore Scaglione, Dalla Chiesa firma un dossier su 114 mafiosi, nel quale per la prima volta fa i nomi dei boss Gerlando Alberti e Tommaso Buscetta, accanto a Liggio e Michele Greco. Il colonnello, quella volta, riesce almeno a ottenere per molti di essi il provvedimento di confino a Linosa, Asinara e Lampedusa. Stavolta, però, l’ufficiale dell’Arma invia le sue carte più esplosive. Punta il dito sull’anomalia delle esattorie siciliane, gestite dai cugini Nino e Ignazio Salvo di Salemi: un aggio del 10%, a fronte di quello nazionale del 3,30. Le cosiddette «tolleranze» sui tempi di versamento delle tasse, poi, toccavano punte del 20. Risultato? Enormi masse di denaro senza interesse che potevano essere reinvestite dai Salvo. Siamo nel cuore del potere siciliano, quello che tutto condiziona. Subito dopo, come fosse una sfida a Dalla Chiesa, la Regione Sicilia, nelle sedute del 6 e 14 luglio, boccia con 44 voti contrari e 26 favorevoli la mozione che chiede una indagine sullo scandalo delle gabelle esattoriali. Due anni dopo, a Trapani, feudo dei Salvo, si riunisce il congresso provinciale della Democrazia cristiana. Il segretario uscente, Vincenzo Culicchia, storico leader moroteo in Sicilia, accusa per tutta la durata dei lavori i Salvo di avere «comprato» i delegati. Niente da fare. Gli uomini degli esattori stravincono. Il comunista Pio La Torre affermerà, nella sua relazione di minoranza del 1976 alla Commissione antimafia, che quel congresso era stato «il punto di arrivo» della scalata dei Salvo, con i quali «debuttava un nuovo impegno imprenditoriale, dinamico, dei gruppi mafiosi». Siamo alla vigilia della ricostruzione post-terremoto della Valle del Belice. Poteva mai il rapporto di uno «sbirro» frenare i grandi affari?

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19 maggio 1972 Il caso Mattei vince a Cannes Il film al quale aveva lavorato Mauro De Mauro, Il caso Mattei di Francesco Rosi, vince il Festival internazionale del cinema di Cannes. Il presidente dell’Eni è interpretato da Gian Maria Volonté. Il premio contribuisce a rilanciare il caso dell’aereo precipitato. Tornano i fantasmi del passato: il sogno del petrolio in Sicilia, le concessioni date dalla Regione alla compagnia americana Gulf Oil, le proteste di Mattei che chiedeva spazio per l’Eni. Ci si ricorda che Mattei non era solo un manager ma anche uno dei cinque capi del Comitato di liberazione nazionale che, nel ’45, avevano guidato il corteo dei partigiani entrato nella Milano liberata. Per il petrolio siciliano Mattei litigò con il segretario della Democrazia cristiana Fanfani, intrecciò rapporti con l’Unione Sovietica guidata da Nikita Chruščëv, appoggiò l’avventura del governo «autonomista» di Milazzo in Sicilia, consigliato dal suo consulente, l’avvocato Vito Guarrasi. Quest’ultimo lo abbiamo già incontrato nella vicenda del «suicidio» dell’uomo in frac Lanza. Dopo l’armistizio di Cassibile ha fatto di tutto: è stato candidato nel Blocco del Popolo, consigliere del giornale antimafia «L’Ora», massone nella stessa loggia dell’esattore Nino Salvo e del boss Salvatore Greco, azionista o consigliere di 25 società, presidente del Palermo calcio, amico del presidente dell’Ente minerario Graziano Verzotto e del presidente degli industriali siciliani Domenico La Cavera (a sua volta, come Guarrasi, amico degli Agnelli e promotore dell’apertura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese). Guarrasi, caduto Milazzo, aveva rotto con Mattei. Ma dopo l’esplosione dell’aereo diventerà il braccio destro del suo successore all’Eni, Eugenio Cefis.

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2 novembre 1972 Il primo arresto di Tommaso Buscetta Nell’anno in cui Enrico Berlinguer diventa segretario del Pci e, a Milano, viene ucciso il commissario Luigi Calabresi, in Brasile un boss e narcotrafficante latitante viene fermato, estradato in Italia e trasferito nel carcere palermitano dell’Ucciardone. In un deposito blindato custodiva eroina pura per un valore di 25 miliardi. Si chiama Tommaso Buscetta ed è destinato a diventare una figura chiave nella storia della mafia, e non solo perché sarà il grande pentito del Maxiprocesso di Palermo. Buscetta è sempre stato una misteriosa storia a parte, dentro Cosa Nostra. Da semplice «soldato» (mai fatta carriera formale nell’organizzazione) è stato vicino a tutti i grandi padrini dell’epoca: Stefano Bontate, «il principe di Villagrazia», figlio di don Paolino e suo protettore; il boss di Cinisi Gaetano Badalamenti, con cui partecipò al summit siculo-americano dell’Hotel delle Palme; i Greco di Ciaculli; Salvatore Totuccio Inzerillo e gli stessi corleonesi poi suoi acerrimi nemici. Fu Buscetta a inventarsi un vertice della mafia, la Commissione, per mitigare i conflitti interni. A differenza degli «uomini d’onore» siciliani, don Masino Buscetta non è mai stato un insulare, tanto da fregiarsi del titolo di «boss dei due mondi»: prima si trasferisce con tutta la famiglia in Argentina e poi in Brasile; morta la moglie, ritorna nell’isola e fa il contrabbandiere; quindi taglia nuovamente la corda durante la guerra tra i Greco e i La Barbera. Dopo l’arresto del ’72 diventa il rispettato «garante» dei picciotti in carcere: tratta con le autorità, tiene l’ordine, inventa «l’Ucciardone a cinque stelle» (pasti stellari da ristoranti rinomati, infermeria per tutti, celle aperte). Poi grazie a un permesso evade dal carcere di Torino, si rifugia nella villa dell’esattore Salvo e, infine, fa ritorno in Sudamerica.

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9 maggio 1978 «I cento passi» di Peppino Impastato Nel 1974 l’Italia boccia l’abrogazione del divorzio. Un anno dopo, alle amministrative, poco più di 20 milioni di italiani si dividono tra Pci e Dc. Il segretario comunista Berlinguer, dopo aver lanciato ai moderati la proposta del «compromesso storico», impressionato dal golpe in Cile del ’73, chiede di entrare nel governo. Il presidente della Dc Aldo Moro è d’accordo. Ma viene rapito dalle Brigate Rosse il 16 marzo 1978. Giulio Andreotti lo stesso giorno vara un governo di unità nazionale, e il Pci accetta di limitarsi all’appoggio esterno. Il 9 maggio Aldo Moro viene ucciso dai brigatisti. In quelle ore drammatiche viene trovato a Cinisi il cadavere di Peppino Impastato, attivista politico e giornalista. Giace su un binario ferroviario, con una bomba accanto. Una messinscena: doveva sembrare un terrorista. Peppino, proveniente da una famiglia mafiosa, dai microfoni di Radio Aut dileggiava il boss della zona, Gaetano Badalamenti. Nel pomeriggio migliaia di ragazzi sfilano a Cinisi, sostenendo subito che si era trattato di omicidio di mafia. Le denunce della madre, del fratello e, 22 anni dopo, il film I cento passi di Marco Tullio Giordana ripristineranno la verità. Impastato era figlio di un movimento studentesco nato tra il ’76 e il ’77. Sull’onda di quelle proteste, per spezzare il muro di omertà, aveva fondato Radio Aut. L’emittente era stata potenziata grazie a una donazione di attrezzature fatta a Peppino da Maurilio Prestia, uno dei fondatori di un’altra radio «libera», la palermitana Radio Apache. Nei locali di Radio Apache si era rifugiata una notte Lia Cordaro, proprio come Peppino parente di mafiosi. La ragazza era inseguita dai boss dell’Acquasanta, che volevano punirla per aver lasciato il marito. Quel giorno la cercarono fin dentro i locali di Radio Apache. Maurilio Prestia e altri amici la nascosero. Lia verrà uccisa il 23 settembre 1983, con l’assenso dei parenti più stretti, nel corso di una finta rapina.

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30 maggio 1978 L’omicidio del boss Di Cristina Era un boss da rottamare. Ma di alto lignaggio. Aveva ereditato dal padre, e il padre a sua volta dal nonno, lo scettro mafioso di Riesi, nei pressi di Caltanissetta. Giuseppe Di Cristina era detto «la Tigre». Un padrino a capo di una sterminata provincia, rispettato a Palermo e negli Stati Uniti. Grande elettore della Dc: il fratello Antonio sarà sindaco e dirigente del partito. Testimone di nozze di Giuseppe Di Cristina era stato Graziano Verzotto, senatore democristiano e presidente dell’Ente minerario siciliano, nella cui società chimica venne assunto come tesoriere nonostante i processi, le notifiche, il confino. Secondo le rivelazioni di Tommaso Buscetta, Di Cristina mise lo zampino nell’attentato al presidente dell’Eni Mattei e nel rapimento De Mauro. E fu Di Cristina a incontrare a Roma, con Giuseppe Calderone, il principe Junio Valerio Borghese, in vista del golpe del 1970. Venne freddato da un commando corleonese in pieno giorno, nella trafficatissima via Leonardo da Vinci a Palermo. Ebbe il tempo di ferire con la sua Colt uno dei killer, il cognato di Riina Leoluca Bagarella. Poi lo finirono. Le scarne biografie dicono poco dei segreti di un uomo. Ma è certo che la rottura con i corleonesi avvenne quando questi decisero di eliminare il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo. Lui andò su tutte le furie. Aveva già rapporti con i carabinieri? I carabinieri ne avevano con lui? A che titolo? Fatto sta che in aprile Di Cristina convocò i militari nella tenuta del fratello. Non solo confermò quel che aveva detto il piccolo mafioso Leonardo Vitale nel ’73 (fu giudicato «pazzo» e venne ucciso nell’84), ma consegnò all’Arma una profezia: i corleonesi stavano per scatenare una guerra di mafia, avevano infiltrati a loro fedelissimi in ogni «famiglia», il loro intento era prendersi tutto. Il suo omicidio fu l’atto primo della guerra. Il secondo riguardò di nuovo un giornalista.

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26 gennaio 1979 Mario Francese: il delitto annunciato Sembrava un cappotto abbandonato per strada. Invece era il corpo del cronista di punta del «Giornale di Sicilia», Mario Francese, ucciso sotto casa a Palermo, in viale Campania. Si scoprirà poi che il killer era il boss (allora) emergente Leoluca Bagarella, lo stesso del colonnello Russo e del capo della Mobile Boris Giuliano: suo fratello Calogero era caduto «con onore» nella sparatoria della strage di viale Lazio, sua sorella Ninetta aveva sposato Totò Riina. Francese è stato l’unico a intervistare la signora, lui che, sposatosi a Campofiorito, paesino che amava a due passi da Corleone, sapeva (come Sciascia) cos’era sentire la mafia nell’aria che respiri. Ai tempi di Francese, giornalista di razza, non c’erano ancora i professionisti dell’antimafia, non si usava ospitare i figli dei padrini nei talk-show, non c’era la città che protestava per le sirene delle scorte (come avverrà a breve nell’era Falcone). Ma un paio di cose c’erano già: l’annuncio di un delitto eccellente, per esempio. La mafia prima sussurra, poi minaccia, infine colpisce, spiegherà Falcone. E nel caso di Francese avvennero tutte e tre le cose. Durante le prime due fasi, in molti vennero a sapere: colleghi, penalisti, politici. Temettero sinceramente per la sorte del cronista, ma non si sentirono di muovere foglia. La seconda cosa è la cecità faziosa, che ci riguarda tutti: per affermare finalmente che il delitto Francese aprì la sequenza di omicidi politici eccellenti (interrotta solo nel ’93 dopo il delitto di padre Puglisi) si è dovuto attendere una tardiva commemorazione. Per quasi trent’anni quell’uomo assassinato è stato considerato di «attribuzione incerta». Francese parlò per primo di Totò Riina come del nuovo capo di Cosa Nostra. E intuì quanto si preparasse a diventare feroce su affari e politica.

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9 marzo 1979 Da Reina a Mattarella: piombo sulla Dc Cade il segretario provinciale della Democrazia cristiana di Palermo, Michele Reina. È il primo politico di livello nazionale ammazzato da Cosa Nostra. Poi, il 6 gennaio dell’anno successivo, cade anche il presidente della Regione Piersanti Mattarella, democristiano anche lui. In mezzo il capo della Mobile Boris Giuliano (21 luglio ’79) e il giudice Cesare Terranova (25 settembre). Dopo Mattarella, nell’80, toccherà anche al capitano dei carabinieri Emanuele Basile e al procuratore Gaetano Costa. Un vulcano sta esplodendo. Da un lato la mafia colpisce investigatori e magistrati. Ma dall’altro – è una novità – spara sui vertici della politica. E non su quelli di opposizione ma sul partito, lo scudocrociato, tradizionalmente più accusato di infiltrazioni e connivenze. I più saggi faranno notare che dirigenti siciliani della Democrazia cristiana erano stati colpiti già nel ’48, ’51, ’53, ’57. E che non tutta la Dc va scambiata con Ciancimino, Gioia, Lima. Ne sono cambiate di cose dopo che, all’indomani dell’autobomba di Ciaculli, il cardinale Ernesto Ruffini aveva detto: «La mafia non esiste, è una invenzione dei comunisti». Per far nascere la Commissione antimafia la classe politica ci aveva messo tre legislature, più altre tre per completare l’indagine. Un record vergognoso. Ma era anche vero che senza l’assenso della Dc la Commissione non sarebbe mai nata. Michele Reina era stato uno dei principali firmatari di quel durissimo documento del 1970 in cui la Dc accusava la Dc. Per meglio dire: una fetta del partito siciliano puntava il dito contro la sua anima più marcia. Reina e Mattarella sono accomunati da un’altra circostanza: entrambi erano stati a Roma da Aldo Moro, prima del rapimento dello statista, a chiedere di fare quel che lo stesso Moro prefigurava anche sul piano nazionale, un governo con i comunisti. E c’è un’altra circostanza che li lega: a differenza di altri, i loro omicidi non sono mai stati risolti. Non si conoscono i killer, non sono stati identificati i mandanti, si ignorano i moventi. Falcone li cercò in una zona spettrale fatta di ombre, carica di segreti come l’affaire Sindona.

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11 luglio 1979 Sindona ordina il delitto Ambrosoli Bancarottiere, criminale, piduista: solo «dopo» Michele Sindona verrà definito così. Solo quando si scoprirà che era stato il mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore delle sue banche in default. Ma prima (sebbene già ricercato dalla polizia italiana) Sindona abitava nel cuore di New York, intesseva rapporti con il papa, con la banca vaticana Ior, con la Cia, con la politica italiana. Poi, sentendosi perduto, si rifugia in Sicilia, protetto tramite la «famiglia» americana dei Gambino dai boss Stefano Bontate, Salvatore Totuccio Inzerillo e Rosario Spatola, ai quali chiede (come scrive Falcone negli atti del Maxiprocesso) «truppe armate per un golpe separatista». Ma, intanto, inscena un finto rapimento, con tanto di ferita a una gamba. La mafia palermitana, che gli aveva garantito protezione (in virtù della vera attività di Sindona, grande riciclatore di denaro sporco), quando questi verrà arrestato e condannato – morirà nel carcere di Voghera per un caffè al veleno – sarà per sempre macchiata dal naufragio di Sindona. «Mafia perdente»: così sarà considerata dai nemici corleonesi, che si accingono a sterminarla. Ma come potevano prevedere, i Bontate e gli Inzerillo, il grande tracollo del banchiere? Dal ’77 all’80 Sindona aveva perseguitato con disinvoltura persino Enrico Cuccia (di origini siciliane come lui), il più grande banchiere italiano del Novecento, figura di spicco dell’economia mondiale del XX secolo, considerato un «pari» nelle corti planetarie dell’alta finanza. Per fargli accettare i piani di salvataggio delle sue banche, Sindona minacciò di rapirne la figlia. Cuccia dovette avere ben 18 colloqui con il legale del bancarottiere e, infine, fu costretto a incontrare lo stesso Sindona a New York. Alla fine Cuccia decise addirittura di cambiare casa. Ma non bastò. Una notte il boss siculo-americano John Gambino andò di persona a bruciargli il portone. Mai la mafia era stata così vicina al cuore del sistema.

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28 agosto 1980 Uccidete «chi se l’è cercata» Ricapitoliamo. Nell’anno in cui Sindona si nasconde nella tana del lupo della mafia, vengono uccisi il segretario democristiano Michele Reina (marzo ’79), il capo della Mobile Boris Giuliano (in luglio: stava indagando sul traffico di eroina tra Sicilia e Stati Uniti e si era appena incontrato con il liquidatore di Sindona, Giorgio Ambrosoli) e il giudice Cesare Terranova (in settembre). Il 28 agosto dell’anno successivo, invece, cade un uomo «normale»: l’albergatore di Cefalù Carmelo Iannì. Iannì stava collaborando con la polizia per scoprire le raffinerie di eroina che da qualche anno erano spuntate in tutta l’isola. Un fenomeno nuovo, che cambierà il volto della Sicilia. Se oggi si data l’inizio dei rapporti tra Sindona e la mafia al 1957, proprio l’anno del famoso vertice dell’Hotel delle Palme per ridefinire il grande traffico internazionale della droga, forse la sua presenza a Palermo in coincidenza con l’inizio della strategia del terrore mafioso e la decisione di aprire le raffinerie made in Italy può assumere significati nuovi. Oggi possiamo chiederci: dopo il tramonto del bancarottiere, chi ha gestito le enormi masse di narcodollari provenienti dalle raffinerie? Chi li ha immessi nei circuiti dell’economia cosiddetta «sana»? Intanto, l’omicidio di un «uomo comune» come Iannì, accanto a personaggi famosi come Reina, Giuliano e Terranova, significò qualcosa. Giorgio Ambrosoli era stato un esempio di quell’Italia che in fondo «se l’è cercata». Così Giulio Andreotti commenterà il delitto dell’avvocato milanese, lasciandoci una definizione che si attaglierà in futuro per ogni «intransigente», sia esso un procuratore (ad esempio quello di Torino Bruno Caccia, ucciso nell’83), un poliziotto (come Ninni Cassarà, eliminato a Palermo nell’85), o addirittura un governatore della Banca d’Italia: Paolo Baffi venne incriminato e il suo vice Mario Sarcinelli arrestato per mano di magistrati vicini alla Loggia P2 di Licio Gelli. Il motivo? Si erano opposti a Sindona. Ora, con l’albergatore Iannì, si colpivano anche i cittadini comuni. Per chi «se l’è cercata», da allora in poi, chiunque esso sia, la pena sarà la rovina. O la morte. 35

23 aprile 1981 Il Falco è morto, adesso tocca all’altro L’ancella della mafia è l’omertà. Anche nelle rivelazioni dei pentiti non c’è mai riscatto completo: l’alto tasso di elusione rilascia sempre un odore di segreti mantenuti. Ma poi ci sono le «frasi celebri», un po’ pronunciate per annacarsi (vantarsi) e un po’ scappate di bocca. Cronisti, inquirenti, esperti, addetti ai lavori se le sono ripetute per decenni con compiacenza. A volte tali aforismi (spesso spettrali) hanno restituito vita, carne e sangue a un fenomeno sterilizzato dalle logiche inevitabili di attività giudiziarie e narrazioni mediatiche. Le frasi celebri sono state prese per «colore». Ma non lo sono. Tante hanno segnato un’epoca. Qualche esempio? «A me la Noce mi sta nel cuore» (da parte di Riina verso l’amato quartiere palermitano); «tre cose sono certe nella vita: la morte, le tasse, il silenzio di Badalamenti» (l’assicurazione da parte del legale americano che il boss Badalamenti non si sarebbe mai pentito); «troppe invidie, troppi tradimenti, troppe cose tinte» (l’analisi della guerra di mafia fatta per telefono a un Buscetta ancora in Brasile dall’ingegner Ignazio Lo Presti). O ancora, la «sbirritudine», categoria coniata da Riina, o quel «Totuccio, puoi parlare» che Buscetta avrebbe detto all’altro pentito di mafia, Salvatore Contorno. Infine, «la pace eterna» augurata alla corte del Maxiprocesso dal boss Michele Greco, «il papa». Ma la frase più degna di Mario Puzo fu pronunciata dai nemici di Stefano Bontate, il capo dei capi della mafia di Palermo, dopo che venne abbattuto il 23 aprile ’81 nella sua blindata, pistola da boss al fianco. «Il Falco è morto», si disse citando il soprannome di don Stefano, degno di Federico II (anche questo la dice lunga). «Adesso tocca all’altro» era invece riferito a Totuccio Inzerillo, grande alleato di Bontate, ucciso poco dopo. Prima dei due delitti, lo stesso Inzerillo aveva fatto eliminare il 6 agosto dell’80 il procuratore Gaetano Costa, che aveva personalmente firmato i mandati di cattura contro il clan, forzando il parere contrario di alcuni sostituti. Un altro «integerrimo» era caduto. La guerra di mafia era appena cominciata. 36

11 marzo 1982 La raffineria di Palermo Stefano Bontate era detto anche «il principe di Villagrazia». Si diceva che giocasse a poker con poliziotti e magistrati. Il nome del feudo Favarella di Michele Greco, «il papa», era sempre associato a procuratori, aristocratici, politici che partecipavano a favolose battute di caccia con il boss. Ma chi vedeva mai, in concreto, queste cose? La vita quotidiana della mafia, i suoi grandi mutamenti interni che stavano cambiando il volto della Sicilia, sfuggivano sempre. Tranne quel giorno. E da quel giorno a nessuno sfuggirono più. Quel giorno non si vide una mattanza, ma i soldi che nutrivano l’isola di pane e morte. In via Messina Marine, una delle antiche arterie sul mare che dal cuore di Palermo arriva fino a Messina, venne scoperta una delle più grandi raffinerie di eroina del mondo. Intorno i borghi si chiamavano Sperone, Acqua dei Corsari, Bandita. Dentro una palazzina uguale a tante, al primo piano c’erano ancora il sussidiario di un bambino sorpreso dai carabinieri a studiare, il calendario con i santi alla parete, un rosario. Come in una cappella votiva. Al pianterreno c’era la grazia di dio: alambicchi, fornelli, preparati chimici e alcuni chili di droga. Un paio di anni prima erano stati scoperti altri due laboratori, a Punta Raisi e a Trabia. Ma «lavorare» la roba nel cuore della città, come se si fosse nascosti in una foresta amazzonica, era altra cosa. Un segno di arroganza. Erano gli anni in cui in aeroporto veniva arrestata Nonna Eroina, una pensionata riciclatasi narcotrafficante. Nei quartieri popolari le pentole che bollivano patate nelle bettole o le mensole con il vino cattivo delle osterie (simboli di un ciclo produttivo popolare e artigianale) erano stati soppiantati dai ben più lucrosi bilancini, prodotti da «taglio» per le dosi e sacchetti di eroina thailandese. I rioni proletari si erano dati allo spaccio della droga. Il mercato della Vucciria, dipinto da Renato Guttuso nel 1974, aveva cambiato forma. A migliaia, nelle borgate, erano stati reclutati nel traffico di stupefacenti, mettendo in moto una mutazione di stili di vita sfuggita completamente a ogni sociologo. Dissero poi i pentiti che, in quegli anni, chi investiva 200 milioni in droga tornava con 200 miliardi. 37

2 maggio 1982 I funerali di Pio La Torre L’urlo del presidente della Regione Mario D’Acquisto, rivolto alle centomila persone che gremiscono piazza Politeama per i funerali del segretario siciliano del Pci, ucciso il 30 aprile con Rosario Di Salvo, dapprima sembra muto. Lui grida ma nessuno lo sente. Sul palco ci sono il capo dello Stato Pertini, il presidente del Consiglio Spadolini, il leader dei comunisti Berlinguer. Sotto, la folla agita per disprezzo banconote da mille lire verso il democristiano. Prima una, due, tre. Poi cento, mille, diecimila mani. Intanto, dall’aeroporto, sta arrivando in taxi e in gran segreto il nuovo prefetto antimafia Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nel marzo precedente il primo governo laico presieduto da Spadolini lo ha nominato ma senza conferirgli poteri speciali. C’è altro a cui pensare: il 17 marzo dell’81 sono saltate fuori a Castiglion Fibocchi, nella villa di tal Gelli Licio, in una indagine su Michele Sindona, le liste della Loggia P2. L’Italia ne è terremotata. La Torre, prima di quella nomina, aveva voluto incontrare Dalla Chiesa per convincerlo ad accettare. Gli aveva esternato i suoi tormenti: dopo l’omicidio del presidente della Regione Mattarella e l’eliminazione di grandi boss del calibro di Bontate e Inzerillo, qualcuno stava cucinando una minestra velenosa. C’era da leggere – disse La Torre a Dalla Chiesa – i fatti in sequenza, e non isolati. E aveva battuto su due tasti: gli scenari internazionali (come dopo la guerra, dopo la strage di Portella) e il finto rapimento di Sindona. Per La Torre, Sindona era stato la «mente» della mafia. Entrambi, il comunista e il generale, presto sarebbero caduti. La Torre, poco prima, aveva detto al dirigente del Pci Emanuele Macaluso: «Ora tocca a noi». In Sicilia non c’è delitto eccellente che non sia annunciato. Ma qual è la mano che lo compie? L’urlo di Mario D’Acquisto, d’improvviso, rimbombò dagli altoparlanti della piazza. Diceva: «Voi non lo sapete, ma quelli sono tigri». Lo ripeté due volte. Suonava come la confessione di un assedio, come se qualcuno avesse aperto le gabbie delle belve. Ma chi erano le tigri, esattamente?

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17 giugno 1982 La morte del banchiere Calvi Di notte, sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. Trovato impiccato con dei mattoni nelle tasche. Ancora un banchiere importante, come Sindona. E ancora, come Sindona, un bancarottiere. Il crac Calvi era stato un terremoto, proprio come quello dello speculatore siciliano. E anche questo sapeva di mafia. Di certo, era connesso a doppio filo alla banca del Vaticano, lo Ior. Le similitudini con Sindona sono tante. Troppe. Nel 1977 lo stesso Sindona aveva accusato Calvi di irregolarità. Vi indagava il giudice milanese Alessandrini, ma nel ’79 era stato ucciso dai terroristi di Prima Linea. Ad accostare Calvi e Sindona c’è anche la tecnica dell’omicidio. Nel caso di Sindona, viene eliminato Ambrosoli. In quello di Calvi viene quasi ferito a morte il suo vice al Banco Ambrosiano, Rosone, colpito da un uomo vicino a don Pippo Calò, l’ambasciatore di Cosa Nostra a Roma. Dopo l’attentato a Rosone si setacciarono le liste della P2, a caccia dei mandanti. Il loro ritrovamento, era risaputo, aveva travolto Calvi. Il banchiere, arrestato, scarcerato, sotto processo, stava tentando il salvataggio del suo impero. Nel frattempo, sulla base delle liste di Licio Gelli, in tanti puntavano il dito su una «trama» che vedeva alleati massoni, ministri, industriali, generali, mafiosi, faccendieri. Poco dopo il ritrovamento del corpo di Calvi, l’Italia di Bearzot, Zoff, Pertini e, soprattutto, dell’urlo di Tardelli vincerà i Mondiali di calcio. È come se fossimo rimasti prigionieri di quell’urlo: trapassata la gloria, restò il Paese senza verità. L’indagine inglese stabilì che quello di Calvi era stato un suicidio. Forse un po’ scomodo (il ponte, la notte, i mattoni), ma suicidio. Disse il pentito di mafia Nino Giuffrè: «Quando sentimmo in tv che Calvi si era suicidato, ci scassammo dalle risate».

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3 settembre 1982 Cento giorni a Palermo «Chi è senza peccato...» così furono commentati i due finanziamenti elargiti al Pci dal banchiere Calvi, scoperti dopo la sua morte. Ma, stranamente, nell’occasione non venne ricordato che persino Pio La Torre, nella sua relazione di minoranza all’antimafia, aveva difeso l’ambiguo avvocato Vito Guarrasi, che era stato candidato socialista nel Blocco del Popolo alle regionali del 1947. Non fu certo per rispetto alla memoria di La Torre. Piuttosto, perché uno come Guarrasi «non si poteva nemmeno nominare». Ma non era l’unico «innominabile». In quegli anni Giovanni Falcone non rilasciava interviste al giornale antimafia «L’Ora». Perché? A richiesta rispondeva: «Prima smettete di tacere sui Cavalieri». Chi, quelli del Santo Sepolcro? (un potente ordine religioso guidato da un altro «innominato», il conte Arturo Cassina). «No, quelli di Catania». Poi Dalla Chiesa ruppe il silenzio e accese la luce sui nessi tra mafia, politica ed economia. Per la prima volta, nella sua ultima intervista rilasciata a Giorgio Bocca, parlò del ruolo dei Cavalieri del lavoro di Catania; e, denunciando l’isolamento, prefigurò persino la sua imminente esecuzione. Cosa Nostra, per eliminarlo, aveva cambiato le sue regole. Avviò una campagna con tanto di inusuali rivendicazioni («L’operazione Carlo Alberto è quasi conclusa...») facendogli trovare tre, quattro cadaveri al giorno. Poi concepì una strage in autostrada: per sfidarlo, oltre a uccidere il boss catanese Alfio Ferlito massacrò anche i carabinieri che lo scortavano nel trasferimento al carcere di Trapani. Infine, nell’agguato di via Carini, lo uccise insieme alla moglie, Emanuela Setti Carraro. Dopo l’omicidio c’era infatti da aprire la cassaforte della prefettura, per far sparire le carte. Emanuela sarebbe stata un ostacolo. Il 6 aprile del 1984 uscì il film di Giuseppe Ferrara Cento giorni a Palermo, con Lino Ventura, Giuliana De Sio e Giuseppe Tornatore aiuto regista. Vi si vede la prima pagina del quotidiano «L’Ora» raffigurante un mirino e, dentro, il numero 100. Era la conta dei morti della guerra di mafia, che alla fine diventeranno mille. Ma anche una profezia: era il numero dei giorni passati dal generale a Palermo. Cento. 40

13 settembre 1982 Si approva il 416 bis I picciotti giravano per la città e si prendevano in giro a vicenda: «Ora tutte cose ti sequestrano, tutta la rrobba. E per mangiare come fai, l’elemosina chiedi?». Poi si fecero un po’ più seri: «Scusami un minuto, ma se dopo La Torre e Dalla Chiesa l’unica cosa che ci arrivò in collo è questo 416 bis, ma chi minchia ce l’ha fatto fare ad astutare (a spegnere) a questi due?». Dentro Cosa Nostra non era più un mistero: lo scopo di eliminare La Torre e Dalla Chiesa era un segreto custodito da pochissimi. Forse solo da Totò Riina. Ma le conseguenze, per tutti, erano pesanti e cominciava a serpeggiare il malcontento. Il Parlamento, sull’onda dello sdegno nazionale davanti ai due omicidi eccellenti, aveva approvato il reato di associazione di stampo mafioso. C’erano voluti decenni. Prevedeva arresto obbligatorio e pene oscillanti tra sette e quattordici anni. La norma parlava di legami associativi dei singoli affiliati, sottoposti ad assoggettamento e omertà nei confronti di una organizzazione che aveva lo scopo di delinquere per la gestione diretta o indiretta di attività economiche, al fine di ottenerne illeciti arricchimenti. E soprattutto prevedeva la confisca dei beni di provenienza illecita. Il 416 bis passerà alla storia come «legge Rognoni-La Torre», prendendo il nome del ministro dell’Interno dell’epoca e del dirigente comunista che più si era battuto perché la mafia fosse colpita nel suo sommo bene: i patrimoni. Era stata ascoltata anche una delle indicazioni su cui più insisteva il giudice Falcone. Il tipo di reato associativo prefigurato dal legislatore consentirà a Falcone e al pool antimafia dei magistrati del tribunale di Palermo di istruire il Maxiprocesso dell’86. Una vittoria. Ma resterà l’amarezza, più volte espressa dal leader del pool: in Italia solo i delitti eccellenti spingono lo Stato ad alzare la guardia.

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6 febbraio 1983 Sergio Mattarella mette alla porta Ciancimino Salvo Lima è da tempo preoccupato. Sente odore di trappole. L’ex sindaco del sacco di Palermo, ora potente capo della corrente andreottiana, chiese a un certo punto di essere ricevuto dal cardinale Salvatore Pappalardo. Sua Eminenza non aveva ancora scosso il mondo con il grido dal pulpito, ai funerali di Dalla Chiesa: «Mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata». Ma il mondo cattolico era in subbuglio già dal 6 gennaio dell’80, giorno dell’omicidio di Piersanti Mattarella. E quando nell’agosto dello stesso anno era caduto il procuratore Gaetano Costa, il partito si era spaccato: si deve mettere o no la parola mafia nel comunicato ufficiale? Nel frattempo c’era stata l’emorragia di Città per l’Uomo, un influente gruppo cattolico fondato nell’aprile dell’80 che stracciando ogni senso di «appartenenza» (al partito cattolico, alla Chiesa) si era messo in marcia dietro la predicazione di un gesuita, padre Ennio Pintacuda. Lima teme adesso una nuova perdita di voti. Ma Pappalardo lo tratta freddamente: non dipende da me, gli spiega. In questo contesto, nell’83, si prepara il congresso regionale della Dc ad Agrigento. Segretario nazionale è ora Ciriaco De Mita. Si narra di un incontro in aeroporto tra De Mita e Lima, nel quale il leader gli lancia un messaggio: o scaricate Vito Ciancimino o sarà guerra. L’assessore corleonese del sacco di Palermo, alleato storico di Lima, è ormai impresentabile. Lui, don Vito, aveva già offerto i suoi voti ai demitiani, per il «rinnovamento». Invece, al congresso, le correnti si riuniscono di notte e di nascosto per isolarlo. Lima, glaciale, li lascia fare. Dal palco una nuova leva (Giuseppe Campione, Calogero Mannino, Rino Nicolosi) pronuncia la parola mafia. Al tavolo della presidenza c’è l’artefice di tutto questo: il fratello di Piersanti, Sergio, futuro presidente della Repubblica. Non è deputato, non ha incarichi di partito (solo tra un anno diventerà commissario della Dc in Sicilia). Ma tra cinque mesi amaramente scoprirà che ancora non è cambiato nulla.

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29 luglio 1983 L’autobomba contro il giudice Chinnici È un pomeriggio di primavera, in via Pipitone Federico. Mancano tre mesi al giorno in cui la strada, dove sorge l’abitazione del giudice Rocco Chinnici, sarà sventrata da un’autobomba. Palermo come Beirut. Chinnici, quel pomeriggio, riordinava gli appunti per un discorso agli studenti del liceo scientifico Galilei. Era tormentato dall’uso di eroina tra i giovani, dal fatto che non si comprendesse il nesso tra droga e mafia. Il magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto era stato ucciso in gennaio, nel Trapanese. Successivamente, Chinnici era andato dal presidente Pertini, riferendogli l’esigenza di avere un’unica banca dati perché la mafia era un fenomeno unitario e richiedeva azioni concertate. Spiegò al capo dello Stato che aveva fondato un pool di magistrati, per agire in coordinamento. Nella squadra, Falcone e Borsellino mossero i loro primi passi. Ma tirava aria pesante: lui era solito incontrare il procuratore Costa in ascensore, per aggirare talpe e microspie. Aveva intuito il collegamento tra i grandi delitti, si arrovellava su una frase di Piersanti Mattarella tornato da Roma («Se sapessero cosa ci siamo detti col ministro...»), aveva interrogato i presenti alla riunione, poi il verbale era scomparso. Il 9 luglio avrebbe firmato 14 mandati di cattura per l’assassinio di Dalla Chiesa e di sua moglie. Si sapeva che indagava anche sui potenti esattori Salvo, che sarebbero stati poi condannati come i mandanti del suo omicidio. Delitto annunciato, anche questo di Chinnici. Il trafficante di droga libanese e informatore della polizia Bou Chebel Ghassan il 10 luglio aveva avvertito: a Palermo si prepara un attentato. Ma quel pomeriggio di primavera Chinnici lavorava solo per i ragazzi. È stato il primo ad andare nelle scuole. Per fermare la droga. «Se mi accade qualcosa di grave, andate a sentire...», scrisse nel suo diario. Tra i nomi, c’era quello di Paolo Seminara, legale dei Salvo e dei Cassina. L’uomo che, l’anno dopo, avrebbe sfidato La Piovra in tv.

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11 marzo 1984 La prima puntata della Piovra in tv Il commissario Cattani (Michele Placido) entra nelle case degli italiani. Per la prima volta, a firma del regista Damiano Damiani, mafia e lotta alla mafia diventano una fiction da prima serata. L’esperimento avrà tanto successo da essere replicato altre dieci volte. In occasione dell’ultima puntata della prima stagione (15 milioni di spettatori), il giornalista Alberto La Volpe realizza uno speciale, La mafia dal film alla realtà. In studio, tra gli ospiti, lo stesso regista Damiani, che rivendicherà la capacità del cinema di far conoscere la mafia a un pubblico più ampio, a differenza di quanto hanno fatto letteratura e giornalismo. È previsto un collegamento con Palermo: telecamere accese nello storico Circolo Lauria di Mondello. Qui, per la festa in occasione degli ottant’anni del sodalizio, il 24 luglio dell’82, erano passati anche Dalla Chiesa e la moglie Emanuela, nell’unica occasione mondana che aveva visto protagonista il prefetto-generale: d’abitudine, infatti, evitava come la peste i salotti siciliani e le loro spericolate commistioni. E da qui, in diretta, l’avvocato Paolo Seminara aveva detto che «la letteratura aveva creato un clima di sospetto» e che «un terzo livello di intoccabili si legge solo in una letteratura giornalistica che produce riflessi nell’ambito giudiziario. Una tesi che per me è frutto soltanto di scelte politiche ideologiche che non hanno corrispettivo nella nostra società». Diciotto anni dopo, in occasione del centenario del Lauria, lo storico dirigente del Banco di Sicilia Gerlando Miccichè, padre di Gaetano (direttore generale di Intesa Sanpaolo) e di Gianfranco (leader di Forza Italia in Sicilia), rivelerà: «Con me e l’avvocato Seminara quella sera doveva esserci anche il giudice Falcone. Ma non venne. E ci presero tutti in giro. Ma io sono orgoglioso di appartenere alla società borghese palermitana». La stessa che, solo pochi giorni dopo la prima Piovra in tv, inviterà in Sicilia Jorge Luis Borges. Un vate della letteratura in terra di infedeli.

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24 marzo 1984 Borges in Sicilia Nessuno, forse per non infrangere l’idillio, insistette troppo con Borges nel ricordargli, durante il suo viaggio in Sicilia, che due mesi addietro in questa terra era stato ucciso uno scrittore, un poeta, un drammaturgo. Come García Lorca in Spagna nel ’36, come Pasolini a Roma nel ’75. Solo che stavolta a sparare era stata la mafia. Il 5 gennaio dell’84 era caduto a Catania Giuseppe Fava. Considerato, erroneamente, solo un giornalista. Fava indubbiamente era anche quello: nella rivista da lui fondata («I Siciliani») fu il primo a individuare l’avvento di una nuova peste, la mafia imprenditrice, che coniugò sotto l’emblema dei «quattro cavalieri dell’Apocalisse» (gli imprenditori etnei Graci, Rendo, Costanzo e Finocchiaro). Ma quel che forse gli costò la vita fu una intervista in tv a Enzo Biagi, nella quale tracciò i legami tra alta finanza e killer mafiosi con una lucidità addirittura borgesiana. Borges, dal canto suo, era venuto a ritirare un premio. Sarebbe sciocco sostenere che un poeta cieco qual era finì per contagiare la cecità alla «meglio cittadinanza» isolana, che lo accompagnò con dedizione monacale, dimenticando per un attimo la «camera delle torture» in corso dei Mille oppure la testa mozzata lasciata in un’auto nei pressi della stazione. Non c’era maleficio in quei tanti che, saturi di troppo inferno, seguirono con venerazione le giornate del poeta. C’era, semmai, nostalgia di epoche passate. Quella del letterario Gruppo ’63, che da Palermo era decollato, o quella delle visite del filosofo Adorno. Si rimpiangevano l’università di Furio Jesi e di Angelo Maria Ripellino o le lezioni siciliane di Cesare Brandi. Erano stagioni in cui Cosa Nostra restava sotto traccia. Ora, al contrario, le tigri ruggivano all’aperto. E la borghesia siciliana sognava di poter fuggire dentro un quadro di Dalí, un universo parallelo fatto di cultura e illusioni metafisiche, dove poter vivere senza mafia. Purtroppo, a risvegliarla, arrivarono i nuovi narcos.

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8 aprile 1984 La Pizza Connection «Gaetano Badalamenti era una sfinge». Così lo ha definito il pentito Tommaso Buscetta. Morto in un carcere americano, è stato il re dei narcos. Sempre vestito di nero, di poche parole, senza scrupoli. Chi l’ha conosciuto lo definisce doppio, enigmatico, elusivo. Lui, l’uomo che ordinò l’omicidio di Peppino Impastato, è stato l’inventore dei moderni «cartelli» della droga. Senza di lui non ci sarebbero stati il colombiano Pablo Escobar a Medellín e il messicano El Chapo Guzmán a Sinaloa. Fu lui a insegnare alle generazioni future (’ndrangheta compresa) che la droga era un’industria la cui base di partenza era il milione di dollari, e il cui carico medio non doveva essere inferiore a quello del cargo sequestrato nell’83 nel canale di Suez: 233 chili di eroina purissima. Don Tano era stato uno dei capi di Cosa Nostra. Ma poi nel ’78 era stato «degradato». Erano cominciati gli screzi con i corleonesi. Temette di essere eliminato. Così si rifugiò in Brasile, da Buscetta. Da lì aveva dato vita al più grande contrabbando di droga di ogni tempo, la Pizza Connection. Quando gli agenti dell’Fbi lo arrestarono a Madrid, l’8 aprile dell’84, don Tano gestiva infatti una rete di pizzerie che smerciava il 30% della droga degli Stati Uniti. Le navi con il prodotto base arrivavano dall’Oriente nei porti siciliani. Nell’isola la morfina base veniva lavorata nelle raffinerie delle «famiglie» e poi l’eroina pura partiva per l’America. I soldi dell’affare venivano riciclati in Svizzera. Il processo fu uno dei più lunghi della storia americana. Cosa Nostra d’oltreoceano, che ormai prediligeva affari leciti, eliminò gli imputati scarcerati. E non raccolse l’eredità del sistema inventato da don Tano, che infatti nei decenni successivi divenne monopolio dei «cartelli» sudamericani. Ma intanto i clan siciliani nuotavano nell’oro. Il commissario Boris Giuliano, che per primo scoprì la pista della droga, era stato eliminato. Tutto filava liscio. Finché uno di loro decise di distruggerli.

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29 settembre 1984 Il terremoto Buscetta Antonino Caponnetto era un uomo giusto. La sua voglia di esposizione mediatica era pari a zero. Abitava in una caserma, viveva come un francescano. Era venuto in Sicilia a fine carriera solo per raccogliere – a rischio della vita – il testimone di Rocco Chinnici. Rimase alla testa del pool antimafia dei magistrati di Palermo dall’84 al ’90. Nel settembre dell’84 annunciò il pentimento di Tommaso Buscetta. Mai un boss di quel rango aveva scelto di collaborare. Arrestato in Brasile nell’83, concessa l’estradizione in Italia il 15 luglio dell’84, don Masino, il boss dei due mondi, aveva deciso di vuotare il sacco. A lui, considerato dal clan dei corleonesi un nemico interno al pari dei Bontate, di Inzerillo e di Badalamenti, uccisero dodici parenti, compresi figli e fratelli. A lui i potenti esattori Salvo (di cui era stato ospite) avevano chiesto di tornare in Sicilia per porre fine alla guerra. Sempre a lui i «perdenti» guardavano per guidare la riscossa. Buscetta diventerà invece la stele di Rosetta della giustizia italiana. «È stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare con i gesti», dirà Giovanni Falcone. Per giorni il giudice lo interroga a Roma. Poi, nella notte tra il 28 e il 29 settembre, i magistrati firmano 366 mandati di cattura. È il big bang. Presto a Buscetta si accoderanno altri pentiti: Salvatore Contorno, Vincenzo Sinagra, Stefano Calzetta, aprendo la frana del pentitismo che alla lunga (con i Marino Mannoia, i Brusca, i Mutolo) contribuirà a distruggere Cosa Nostra. Le rivelazioni dei pentiti saranno alla base del Maxiprocesso dell’86, insieme al rapporto congiunto di polizia e carabinieri dell’82, detto dei 162, che per la prima volta aveva tracciato l’identikit della nuova mafia e delle guerre in corso. Già in quel rapporto, coperte dai nomi in codice di Fiordaliso e Prima Luce, c’erano le prime indicazioni «confidenziali» di due «gole profonde» della mafia perdente. Puntavano il dito contro i Salvo.

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12 novembre 1984 L’arresto dei Salvo Fu il vero tsunami. In manette i due potenti esattori di Salemi. «Uomini d’onore», li definì Buscetta. Il primo, Nino, lo aveva ospitato nella sua villa, e poi supplicato di tornare dal Brasile per fermare la guerra. Il secondo, Ignazio, verrà ucciso per mano mafiosa, come il democristiano Salvo Lima, dopo la sentenza della Cassazione che confermerà le condanne del Maxiprocesso. Potenti puniti per aver lasciato marcire in carcere i loro vecchi compagni di strada. Gli esattori, è noto, sono fedelissimi di Giulio Andreotti. Il loro arresto diventa un caso politico. Un anno dopo verrà scoperto nel centro di Palermo il tempio di una dozzina di logge massoniche dove erano stati «iniziati» gli stessi Salvo, i boss della famiglia Greco, l’onnipresente avvocato Vito Guarrasi, magistrati, avvocati, il commercialista Nino Buttafuoco, Joseph Miceli Crimi e gli altri protagonisti sia del finto sequestro Sindona sia del vero rapimento De Mauro. Una autentica passione, quella siciliana per le società segrete e le confraternite, dai Beati Paoli in poi. Quello stesso novembre dell’84 il conte Arturo Cassina viene eletto Gran Maestro dei Cavalieri del Santo Sepolcro. Dal dopoguerra e fino all’85 ha avuto il monopolio della gestione di strade e fognature della città, con un ricavo di 23 miliardi l’anno. La sua villa, immersa in un bosco, aveva piscine e uno zoo di animali esotici. Quattro sindaci erano caduti per aver osato discutere i suoi affari. E la confraternita del Santo Sepolcro, con le mantelle da crociato e l’investitura a colpi di spadone, era il baccello in cui il conte cresceva i suoi prefetti, questori, sindaci, onorevoli, rettori, primari, generali, presidenti, tutti affiliati. Ancora nell’autunno del 2016, in una intercettazione, i mafiosi di Corleone confessavano la loro nostalgia per quei bei tempi andati: «Dobbiamo tornare a mascherarci come i Beati Paoli». Forse, visto cosa preparava il futuro, sarebbe stata più adatta una maschera da tragedia greca.

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17 novembre 1984 Il suicidio di Nicoletti e il rapporto tra Sciascia e i giudici Ben prima del famoso articolo sui «professionisti dell’antimafia» (uscito sul «Corriere della Sera» il 10 gennaio ’87), la frattura tra Sciascia e i giudici di Palermo registrò tre antecedenti. Il primo: alla fine dell’82 Falcone convocò lo scrittore. Era stata intercettata una lettera di Sindona a Joseph Macaluso (recalmutese, organizzatore del finto rapimento) nella quale il bancarottiere chiedeva di contattare Sciascia per fare una campagna in suo favore. Sciascia andò in tribunale accompagnato dall’amico avvocato Angelo Perna, salutò il consigliere Chinnici e parlò con Falcone. La circostanza si chiarì (Sciascia era ignaro di tutto), ma entrambi si infastidirono per il comportamento «indelicato» dell’altro. Il secondo: il 18 ottobre dell’84, a ridosso delle rivelazioni di Buscetta, si consumò in una stalla di piazza Scaffa la più grande strage mai avvenuta a Palermo. Otto persone uccise in mezzo a decine di cavalli. Paolo Borsellino istruì il processo, incentrandolo su un racket di carni equine e corse clandestine locali, che avrebbero rotto il tradizionale monopolio catanese del settore. Uno «sgarro», insomma. Secondo l’accusa, i «danneggiati» avrebbero chiesto al boss etneo Nitto Santapaola di intercedere presso i palermitani e chiedere il permesso di vendicarsi. Da qui il massacro. Alla fine gli accusati vennero tutti assolti. Dopo l’87, Sciascia rivelerà di aver scritto l’articolo sui «professionisti dell’antimafia» anche dopo la lettura dell’istruttoria su piazza Scaffa. Quelle carte lo avevano convinto esclusivamente «dal punto di vista letterario». Che, per un atto giudiziario, equivale a dire: non ci sono prove. Infine, il terzo episodio: il 17 novembre dell’84 si suicida, gettandosi dal balcone, l’ex segretario regionale della Dc Rosario Nicoletti. Nel recente congresso di Agrigento aveva appoggiato il rinnovamento. Sciascia dirà: è rimasto schiacciato tra l’incudine delle ambiguità del suo partito sulla mafia e il martello di chi difende a spada tratta le inchieste dei magistrati.

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2 aprile 1985 La strage di Pizzolungo Carlo Palermo, Giangiacomo Ciaccio Montalto. Due giudici legati dal destino. Il primo venne per miracolo soltanto ferito dall’autobomba di Pizzolungo, nel Trapanese, che uccise una ignara automobilista, Barbara Asta, e i suoi due piccoli gemelli, Salvatore e Giuseppe, ad appena 50 giorni dall’arrivo del magistrato a Trapani. Il secondo, deluso, aveva appena lasciato Trapani, ma venne ucciso il 25 gennaio dell’83 a Valderice, sempre nel Trapanese. La mafia temeva la sua presenza anche nella nuova sede di Firenze. Tre settimane prima dell’omicidio di Ciaccio, le due toghe si erano incontrate a Trento. Uno al Nord, l’altro al Sud, stavano lavorando alla stessa inchiesta: armi, droga e grandi affari da Trapani al resto del mondo. Qui, nella terra dove cadrà il giornalista Mauro Rostagno, nella città delle logge coperte e delle cellule «in sonno», con la più alta percentuale europea di sportelli bancari, tutto doveva restare top secret. Carlo Palermo a Trento era diventato noto per l’indagine che partì dal sequestro di 110 chili di morfina base destinati a due mediatori, che agivano con trafficanti turchi e mafiosi siciliani. Da un narco siriano, Henry Arsan, il giudice era risalito a un traffico di armi parallelo alla droga che implicava ufficiali piduisti (Santovito, Pugliese), boss turchi (Bekir Çelenk, implicato nell’attentato a Giovanni Paolo II) e il finanziere socialista Ferdinando Mach di Palmstein. Ciaccio Montalto, dal canto suo, scavando sul clan trapanese dei Minore, aveva trovato analoghi collegamenti tra cosche trapanesi e business degli armamenti. Da qui l’incontro. Le inchieste verranno presto seppellite. Dopo la morte di Ciaccio, Carlo Palermo lascia Trento e chiede il trasferimento a Trapani per proseguire il lavoro del collega. Lo aspetta l’autobomba. Ma c’è un boss, a Londra, che sa tutto delle loro indagini. E ha deciso di «cantare».

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21 giugno 1985 In cella Di Carlo, il godfather di Londra Lo arrestano perché è diventato un caso che scotta. Lui, nato tra l’alta mafia di Altofonte, da latitante sbarcava a Londra con il suo passaporto. E c’era sempre un funzionario che diceva «garantisco io». Troppe coperture misteriose. Meglio intervenire, prima che la situazione diventi imbarazzante. Ora che Francesco Di Carlo è in cella, l’Inghilterra scopre la mafia. Pubblicano le foto con occhiali da sole e Rolex, si appassionano alla sua vita da uomo d’affari con risvolti criminali, tentano di affibbiargli l’omicidio del banchiere Calvi, ma devono proscioglierlo. Diventa un’icona british. Il personaggio, invece, ha un suo spessore affatto folcloristico. È l’uomo che Michele Greco, il padrino della mafia siciliana, manda dal capo del Sismi Giuseppe Santovito (sarà Di Carlo a rivelarlo) per sapere se si vuole che Cosa Nostra «convinca» le Brigate Rosse a rilasciare Aldo Moro. Di Carlo conosce segreti che giudici come Carlo Palermo e Ciaccio Montalto hanno cercato per tutta la vita. Ha saputo stabilizzarsi a lungo in un punto intermedio tra i corleonesi e l’ala perdente. Perché era l’ambasciatore e godeva di grandi protezioni. Non era cresciuto tra le rupi dei monti Nebrodi o nei ghetti urbani, ma tra villa Boscogrande, i nobili e i mafiosi del Castello di San Nicola, e le cene con il generale piduista Santovito. Aveva stretto la mano ai vertici dei servizi, ne aveva appreso vizi e deviazioni, si era immerso nelle pieghe eversive della Repubblica senza scivolare. Così i servizi di mezzo mondo ora andavano in incognito nella sua cella per chiedergli di incontrare Riina. Che scopi avevano? Alla fine, disgustato, si è messo a collaborare. Dai suoi racconti esce uno strano mondo: non melodrammi con barili dove sciogliere cadaveri, ma il volto di un «sistema» dove Stato e mafia si sono frequentati spesso, come buoni conoscenti. Un mondo di uomini dalle menti raffinate e altri esperti in triplo gioco, abituati a lotte di potere e grandi poste sul tappeto. Magari da 328 miliardi, come i famosi «fondi riservati» dei servizi gestiti spesso in allegria. Sembra un universo fatto di club esclusivi e inferni di velluto. Tra un mese, invece, sarà «raccolto rosso». 51

28 luglio-6 agosto 1985 Cadono Montana e Cassarà L’agente Zucchetto era stato ucciso nell’82: originario di Ciaculli, andava a caccia di latitanti. Nello stesso anno l’agguato al medico legale Giaccone: si era rifiutato di truccare le perizie. Nell’83 furono eliminati i carabinieri D’Aleo, Bommarito e Morici. Il primo, a capo della compagnia di Monreale, aveva preso il posto di Basile, un ufficiale che era stato ucciso a sua volta nell’80. Cosa accomunava questi delitti? Non colpivano personaggi simbolo, bensì uomini che mettevano le fondamenta perché ogni vera indagine divenisse solida. Oppure portasse alla cattura dei grandi ricercati. Per questo quella sequenza di omicidi era maledettamente somigliante all’azzeramento della prima squadra di «sbirri antimafia» che Cosa Nostra consumò nell’estate dell’85, alla vigilia del Maxiprocesso, uccidendo il capo della Catturandi Beppe Montana (28 luglio) e il capo della Mobile Ninni Cassarà (6 agosto). Per Cassarà usarono nove kalashnikov. Gli cadde accanto l’agente Roberto Antiochia, tornato dalle ferie per proteggerlo. Si salvò l’agente Natale Mondo, che venne poi ingiustamente accusato di essere una «talpa» e assassinato anche lui nell’88. Fu un’estate ignobile: un indiziato per il delitto Montana, Salvatore Marino, morì in questura durante l’interrogatorio; il ministro dell’Interno Scalfaro ordinò per questo il trasferimento dei vertici di polizia e carabinieri; i magistrati del pool furono nascosti all’Asinara per concludere l’istruttoria. Infine, a novembre, l’auto di scorta dei giudici Borsellino e Guarnotta sbandò su un gruppo di studenti, ne ferì 26 e ne uccise due, Biagio Siciliano e Maria Giuditta Milella. La città si vide affibbiare il nomignolo di Tombstone. Era già in fiamme per il ciclone Buscetta, l’arresto dei Salvo, gli omicidi dei poliziotti. E da mesi, sul «Giornale di Sicilia», impazzava la polemica sul rumore delle sirene, sul rischio-sicurezza costituito dal «protagonismo» dei magistrati, su garantismo e giudici-sceriffo.

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10 febbraio 1986 Il Maxiprocesso Il più grande processo mai celebrato al mondo: 475 imputati, 200 avvocati, 349 udienze (600 giornalisti accreditati alla prima), 1314 interrogatori, 635 arringhe, 35 giorni di camera di consiglio, una sentenza (emessa il 16 dicembre ’87) che infligge 2665 anni di carcere (19 gli ergastoli). Dieci rifiuti a presiedere la corte dentro l’aula bunker, prima del gesto coraggioso del presidente, Alfonso Giordano. Giudice a latere è Pietro Grasso (in futuro procuratore di Palermo, capo della Direzione antimafia, oggi presidente del Senato). Pubblici ministeri Giuseppe Ayala e Domenico Signorino (in seguito si toglierà la vita per le accuse di un pentito). Una ordinanza di rinvio a giudizio, depositata dal consigliere Caponnetto l’8 novembre dell’85, e firmata collegialmente da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, di oltre ottomila pagine. «Un romanzo nero che rattrappisce le ossa e gela il sangue», scriverà Corrado Stajano. Vi si ricostruisce la storia recente di Cosa Nostra, la sua struttura, la divisione territoriale, il traffico di droga, le centinaia di esecuzioni, i delitti eccellenti. Vengono stralciati gli «omicidi politici» ma, anche grazie alle rivelazioni del pentito Tommaso Buscetta, i delitti La Torre, Mattarella e Dalla Chiesa (il più grave della storia della Repubblica dopo Moro) restano al centro della scena. L’interrogatorio di Buscetta, il suo confronto con il «nemico» Pippo Calò, la presenza tra il pubblico di Leonardo Sciascia, la deposizione di Contorno (racconterà in stretto baccagghiu siciliano come scampò all’attentato dei corleonesi; ci vorrà un traduttore per renderlo comprensibile alla corte) saranno tra le pietre miliari nella storia del «processone». Insieme alle parole di Falcone, pronunciate a futura memoria e spesso disattese: «Ho sempre evitato di scambiare ipotesi di lavoro con la realtà. Ho sempre saputo che molte di esse, benché meritevoli di essere esplorate, erano del tutto al di fuori delle mie possibilità e delle forze a mia disposizione. Ho sempre evitato di prendere iniziative che non avessero qualche ragionevole possibilità di successo». 53

11 febbraio 1986 Palermo parte civile contro la mafia L’astronave, come il giornalista Giampaolo Pansa battezzò l’aula bunker del Maxiprocesso, decolla. «Ma c’era un’atmosfera sfavorevole», ricorderà il presidente Giordano. Il «Giornale di Sicilia» aveva guidato una campagna contro il monstrum giuridico. Intanto la mafia deponeva le armi, in attesa della sentenza. Alla vigilia dell’inaugurazione, una decina di parenti delle vittime era pronta a costituirsi parte civile. Deciso a scendere in campo anche il Comune di Palermo del nuovo sindaco Leoluca Orlando. Il commissario della Dc, Sergio Mattarella, aveva fatto il miracolo, riavvicinando al partito cattolico Acli, Cisl e Curia. Alle elezioni della primavera dell’85 la Democrazia cristiana aveva perso, ma era riuscita sostanzialmente a frenare la diaspora. Ora, con Orlando, si trattava di accelerare il «rinnovamento». Per il neosindaco era iniziata la «Primavera di Palermo». Ma la partita sulla mafia era questione di vita o di morte. Su Cosa Nostra si era spaccato l’universo dei credenti: una parte chiedeva alla Chiesa una enciclica di condanna. E sull’antimafia si poteva egemonizzare anche la sinistra. Certo, le contraddizioni erano ancora stridenti. Orlando, eletto sindaco, era andato a ringraziare Salvo Lima («Semplice cortesia», dirà; più tardi rifiuterà di candidarsi con lui e fonderà la Rete). Il Maxiprocesso era visto come il lavacro di ogni male. Nella seduta del 24 marzo, nel frattempo, la corte promulga la sentenza che allarga i criteri di costituzione delle parti civili, consentendo al Comune di entrare ufficialmente nell’aula. A proposito, qui gli arredatori avevano dimenticato il crocefisso. Il presidente Giordano, però, lo fa acquistare di gran carriera. Potrà così deporre ai suoi piedi il più fervente dei boss, Michele Greco, detto «il papa».

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20 febbraio 1986 L’arresto di Michele Greco «il papa» Non era mediatico come Riina, né ascetico come Provenzano, né un gangster da cinematografo come Liggio. Ma era il più simile al don Vito Corleone del film di Coppola. Godette di pessima fama. Buscetta lo indicò come capo della Commissione, però aggiunse: «È un burattino». Eppure non era privo di macabra ironia: «Voi siete come Maradona», disse a Falcone, «per fermarvi vi devono atterrare». Quando era un «signorotto di campagna», la Palermo bene faceva a gara per andare a caccia con «lo zio», nel feudo Favarella dei baroni Tagliavia, che aveva scippato ai proprietari. Peccato che lì, dopo le battute, si riunisse il tribunale della morte. Dapprima «il papa» mediò tra emergenti e vecchia mafia. Poi buttò a mare i perdenti. Quando, in piena seconda guerra, il boss John Gambino sbarcò dall’America per cercare di salvare quel che restava degli Inzerillo, «il papa» intercesse e ottenne l’esilio per il clan. Iniziò così l’esodo degli «scappati», cercati casa per casa e deportati: «Manco il seme ne deve restare». Nel 1982 il suo nome apriva il primo rapporto sulla «nuova» mafia: Michele Greco più 161. Nuova? La presenza dei Greco garantiva che era sempre la stessa. Dopo quattro anni di latitanza, venne arrestato in pieno Maxiprocesso, in un casolare di campagna, come poi sarebbe accaduto anche a Provenzano. La cattura fu preceduta da due telefonate al quotidiano «L’Ora»: «Tenete pronta la prima pagina, parlate con la Benemerita». Si disse che a tradirlo era stato il suo guardiano. E si disse anche che i corleonesi gli avevano imposto di consegnarsi, perché «i picciotti in gabbia si lamentano, mentre voi siete libero». Greco apparve nell’aula bunker l’11 giugno, con un Rolex d’oro al polso. Nell’ultima udienza fu lui ad augurare al presidente della corte «la pace». Come un vero padrino. Morirà nel 2008. Su «L’Ora», all’indomani dell’arresto, il giornalista Alfonso Madeo sollevò dubbi sulla «genuinità» dell’operazione. Da allora ogni cattura dei grandi latitanti si porterà dietro una dose di mistero.

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23 maggio 1986 Liggio e il golpe Borghese Luciano Liggio gioca d’azzardo, alla fine della sua deposizione al Maxiprocesso. «Mi sono opposto al golpe Borghese, nonostante mi avessero promesso la libertà, per non dare all’Italia un regime totalitario». È un colpo di scena, gli avvocati si danno di gomito: «Di questo Buscetta non ha mai parlato». Per tutti Liggio è ancora il capo dei capi: il sigaro tra i denti, i detenuti che lo accudiscono, gli abiti (ora elegantissimi, ora tuta da ginnastica alla Tony Soprano), le interviste da «leader» rilasciate alla vigilia del processone. Quel giorno accusa: «Nella tarda primavera del ’70 vennero dall’America Salvatore Greco Cicchiteddu e Masino Buscetta. In qualità di emissari per me». Si era alla vigilia del colpo di Stato militare della notte tra il 7 e l’8 dicembre (in codice Notte di Tora Tora) guidato dal «principe nero» Junio Valerio Borghese, già comandante della X Mas. «Volevano il mio assenso, ma io feci saltare l’affare. Per questo Buscetta ce l’ha con i corleonesi». Nel pomeriggio arriva la nota di Falcone: la parte dell’interrogatorio di Buscetta sul golpe è stata stralciata, farà parte del Maxi-bis (le cui carte verranno depositate poco dopo). L’uscita si ritorce contro Liggio. Totò Riina gli invia un messaggio: «Pensa a fare il carcerateddu». È il tramonto del fondatore del «cartello» corleonese. Nella sua deposizione dirà anche: «Ci dovevamo mobilitare in ottomila, perché il colpo di Stato apparisse come una necessità. Si doveva creare un clima che determinasse uno stato di bisogno». Tornava così alla mente un misterioso appunto, trovato tra le carte di Mauro De Mauro (che prima di fare il cronista era stato nella X Mas): «Colpo di Stato permanente». C’era una circostanza, emersa proprio dal processo Borghese, che andava nella stessa direzione: non si trattava tanto di rovesciare davvero le istituzioni, quanto di «far rumore». Ma un altro mistero bussava già alla porta del Maxiprocesso.

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7 ottobre 1986 Claudio Domino, assassinato a 11 anni La tregua delle armi viene infranta. Un colpo di pistola alla testa abbatte nel quartiere San Lorenzo a Palermo l’undicenne Claudio Domino. Il padre ha l’appalto delle pulizie nell’aula bunker. Il contesto si fa subito torbido. Arrivano segnali: non è stata la mafia. Chi scrive, all’epoca cronista dell’«Ora», viene convocato da un emissario all’ippodromo La Favorita: «Ti vogliono incontrare». Chi? «Loro». Durante la corsa dei cavalli, si presenta lo stesso mediatore: «Niente incontro, smentiranno in altro modo». Qualcuno autorizza Giovanni Bontate, fratello del boss Stefano, ucciso dai corleonesi, a parlare al Maxiprocesso: «Noi non siamo stati». Verrà ucciso nell’88: la sua smentita aveva implicitamente ammesso l’esistenza della mafia. Chi l’aveva autorizzato gli ha teso una trappola. Più tardi si dirà che il piccolo Domino aveva assistito per caso a una transazione di droga e che il suo assassino è stato giustiziato da Cosa Nostra. Un anno e mezzo dopo, nello stesso luogo di Domino, la polizia trova Mimma Miceli ancora viva. Le hanno sparato sei colpi di pistola. È la fidanzata di Pino Greco Scarpuzzedda, il capo del gruppo di fuoco dei corleonesi, figlioccio di Michele Greco, destinato a diventarne l’erede. È uno dei mastini di fondo Pipitone, un giardino tra i quartieri Arenella e Acquasanta, dove una decina di rampolli mafiosi sono cresciuti con il mito delle moto e delle armi. Da qui sono partiti per compiere decine di omicidi, qui hanno festeggiato il delitto Dalla Chiesa, qui hanno preparato l’attentato a Chinnici e gli agguati a La Torre e ai poliziotti della Catturandi. Nel settembre dell’87, a Bagheria, si appostano in dieci per uccidere uno di loro, Mario Prestifilippo, palermitano come Greco, uno dei killer di Dalla Chiesa. Si dice che Pino e Mario si interrogassero (ma perché Riina ci ha fatto uccidere La Torre e Dalla Chiesa?) e volessero guidare la riscossa dei palermitani. Anche Scarpuzzedda verrà eliminato. E della sua fidanzata, portata in ospedale con un proiettile in testa, sparisce ogni traccia.

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10 gennaio 1987 L’articolo sui professionisti dell’antimafia Leonardo Sciascia, in un articolo sul «Corriere della Sera» in cui recensisce un volume dello storico inglese Christopher Duggan, critica il Consiglio superiore della magistratura per la recente nomina di Paolo Borsellino a procuratore di Marsala, nomina che ha scavalcato i consueti criteri di anzianità in favore di uno «specialismo» antimafia. Inoltre, pur senza nominarlo direttamente, tira le orecchie al sindaco di Palermo Leoluca Orlando, accusandolo di «protagonismo». «L’antimafia come strumento di potere», scrive. Dopo trent’anni, quell’articolo è rimasto un caso. Oggi, a dire il vero, una scorciatoia per affrontarlo ci sarebbe. La scorciatoia vorrebbe che si dicesse: Sciascia fu profeta (e alla luce degli scandali che hanno riguardato l’antimafia non v’è dubbio), non criticava Borsellino ma il Csm (e anche su questo lo stesso Sciascia è tornato in più occasioni), si chiarì con lo stesso giudice (che sui contenuti gli dette poi ragione). C’è persino una variante ammissibile: Sciascia fu profeta ma sbagliò bersaglio. Questa sarebbe la scorciatoia più semplice. Ma qualcosa non quadra. A Palermo, a volte, i fatti «scompaiono». Borsellino (che fu effettivamente imbarazzato dalla polemica con lo scrittore, e che preferì sempre dire «ci chiarimmo») una volta riparlò del caso. In circostanze non banali. Era il 25 giugno del ’92, 24 giorni prima del massacro di via D’Amelio, un mese e due giorni dopo la strage di Capaci, a metà di quel cammino di 55 giorni lungo il quale andrà lucidamente incontro alla morte. Quella sera, nel suo ultimo discorso pubblico in un convegno a Palermo, disse che Falcone aveva cominciato a morire non nell’88 quando, andato in pensione Caponnetto, il Consiglio superiore della magistratura per la successione gli preferì Meli (basandosi sull’anzianità), iniziando così a isolarlo. No, aveva cominciato a morire l’anno prima, disse Borsellino, il giorno dell’articolo di Sciascia. Articolo, aggiunse, «che bollava me come un professionista dell’antimafia». Forse Borsellino fu ingiusto. Ma questi sono i fatti.

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12 gennaio 1988 Quattro pallottole per il sindaco Insalaco Ventisette giorni dopo la lettura della sentenza del Maxiprocesso cade Giuseppe Insalaco, sindaco di Palermo da aprile a luglio dell’84. Insalaco completa la sequenza: ogni vertice delle principali istituzioni è stato decapitato. Regione, questura, prefettura, Arma dei carabinieri, i leader dei partiti di governo e opposizione, i cronisti dei due quotidiani palermitani, il capo dell’Ufficio istruzione e quello della Procura, la medicina legale, l’industria. Mancava solo un inquilino di Palazzo delle Aquile. La scena del delitto è disseminata di messaggi: Insalaco viene ucciso a due passi da casa Ciancimino, i killer utilizzano una Vespa già impiegata per il delitto Cassarà e abbandonano sotto un’auto (senza averla usata) l’arma servita contro il carabiniere D’Aleo, che indagava sulla cosca di San Giuseppe Jato, il paese nativo di Insalaco. C’era un precedente. Nell’80 era stato ucciso il sindaco democristiano di Castelvetrano, Vito Lipari. Insalaco, in quell’occasione, aveva chiesto un incontro al giornalista Corrado Stajano e gli aveva fornito una mappa (sembrata allora farneticante) del «vero» potere siciliano: l’avvocato Vito Guarrasi, gli esattori Salvo, il conte Cassina. Meno di quattro anni dopo era stato sindaco nel periodo di fuoco, tra le rivelazioni di Buscetta e i 366 arresti. Si era dimesso per una accusa di interesse privato. Nell’85 era stato ricercato per peculato, da latitante rilasciò una intervista a «Panorama» e, di nuovo, accusò i Cavalieri del Santo Sepolcro del conte Cassina. Il 23 febbraio dell’85, infine, viene ucciso l’industriale Roberto Parisi (che gestiva gli impianti dell’illuminazione pubblica). Insalaco si consegna alla giustizia. Poi la scarcerazione e l’omicidio. Dopo il delitto, salta fuori il suo memoriale. Insalaco fa nomi e cognomi. E accusa il conte Cassina di bloccare le inchieste giudiziarie, grazie ai magistrati affiliati al Santo Sepolcro. Anche a Trapani è tempo di sètte segrete. Ci indaga un giornalista, Mauro Rostagno.

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26 settembre 1988 La Sicilia di Mauro Rostagno Il giorno prima era stato ucciso il presidente della corte d’appello di Palermo Antonino Saetta con il figlio Stefano. Saetta era candidato a presiedere l’appello del Maxiprocesso e aveva già condannato in secondo grado i tre killer del capitano Basile. Questi, arrestati grazie alla fermezza del procuratore Gaetano Costa, erano stati assolti in prima istanza. Basile, tra l’altro, indagava sulla proliferazione di logge massoniche nell’area tra Altofonte, Monreale, Partinico e San Giuseppe Jato. In questo clima Mauro Rostagno viene ucciso a Trapani, all’ingresso di Saman, una comunità per tossicodipendenti. Era uno dei leader del ’68, poi da dirigente di Lotta Continua (uno dei gruppi politici a sinistra del Pci) era stato inviato in Sicilia. Alla fine degli anni ’70 era andato in India, dove nell’ashram del guru Rajneesh (più noto come Osho) aveva preso il nome di Sanatano. Tornato in Italia, infine, l’impegno antidroga nel Trapanese. Ma la vera passione di Sanatano diventa il giornalismo. Da una tv privata denuncia la mafia e i potenti, con la stessa dissacrante ironia della radio di Peppino Impastato. Il cuore della mafia è Palermo, dice Rostagno, ma la cassaforte è Trapani. Intervista Borsellino, Sciascia, la madre dell’agente Antiochia. Parla del circolo massonico Scontrino, scoperto nell’86 (ancora nel 2016 verranno scoperchiate in città altre 19 logge segrete), dei viaggi del capo della P2 Licio Gelli a Trapani, del Centro Scorpione, legato a Gladio. Scopre un vecchio aeroporto clandestino ancora in uso. Vuole parlare con Falcone, non farà in tempo. Fino al ’92 l’indagine Rostagno resta nel cassetto. Poi i depistaggi: una ipotesi porta agli scheletri nell’armadio della vecchia Lotta Continua, un’altra alla morte della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi. Infine, vengono arrestati la compagna di Sanatano e alcuni ragazzi della comunità. Il caso Rostagno diventa quasi uno scandalo sessuale. Solo nel 2011 il processo di primo grado verrà riaperto e porterà nel 2014 alla condanna dei boss trapanesi.

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26 maggio 1989 Il Corvo, Contorno e la stagione dei veleni La zuppa dei veleni bolliva da più di un anno. Ma a fuoco lento. Entravi nella stanza di un magistrato e ti diceva: «Lo sai che Falcone nasconde certi verbali in cassaforte?». Un altro ti convocava per un caffè: «I servizi mi hanno confidato...». Un clima torbido, reso ancor più letale dalla certezza che «talpe» di Cosa Nostra esistevano davvero, dentro gli apparati dello Stato. L’aria diabolica si propagherà fino al ’93, dopo le stragi, con le rivelazioni di nuovi pentiti che faranno i nomi di magistrati «reclutati» per aggiustare i processi. E non basta. Un anno prima, nel ’92, c’era stato il suicidio di uno dei due pm del Maxiprocesso, Domenico Signorino. E nell’89 lo scandalo del pentito Salvatore Contorno, che il 26 maggio viene arrestato in Sicilia. Nelle cosiddette «lettere del Corvo», un consistente malloppo epistolare anonimo, si legge che Contorno è tornato dall’America (lasciando il programma di protezione) per uccidere Totò Riina. Una «operazione sotto copertura», scrive il Corvo, approvata da Falcone. Dal 13 al 20 luglio il caso Corvo accelera: l’Alto commissario per la lotta alla mafia Domenico Sica preleva una impronta al pubblico ministero antimafia Alberto Di Pisa, per paragonarla con quella trovata sulle buste anonime. Dapprima non coincide, poi è compatibile. Di Pisa, alla fine, verrà scagionato. Ma la nuova strategia antiFalcone ha preso il largo: il 19 gennaio dell’88 il Csm lo boccia quale successore di Caponnetto, il 30 luglio il giudice chiede di cambiare ufficio, in agosto gli preferiscono Sica come Alto commissario, pochi mesi dopo gli gettano tra i piedi un finto pentito, Pellegriti (Falcone lo incriminerà). Infine il creatore del Maxiprocesso va in Procura, lavora alla requisitoria sugli omicidi politici, ma si accorge di essere spiato dal procuratore capo Giammanco. Per non spaccare l’ufficio firma le carte (pur non condividendone l’esito) e lascia Palermo.

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21 giugno 1989 L’attentato dell’Addaura Per anni lo si è chiamato «finto», l’attentato dei 58 candelotti trovati davanti alla villa dell’Addaura di Giovanni Falcone. Il giudice parlò invece di «menti raffinatissime» e aggiunse che si era verificata una «saldatura»: «C’è stata la convergenza di interessi». Che strano. Non usò l’articolo indeterminativo («una») ma quello determinativo («la»). Forse per errore? C’era un singolare precedente. La prima crepa in seno al Palazzo di Giustizia (ben prima dei veleni) si era aperta proprio sull’uso giudiziario di quella espressione. Era la vigilia del Maxiprocesso: tanto la Procura (considerata più moderata) quanto il pool antimafia dell’Ufficio istruzione dovevano depositare due differenti istruttorie, come prevedeva il vecchio codice. Ebbene, esse differivano su un punto: quando si doveva considerare un livello più alto della semplice manovalanza mafiosa la Procura parlava di «contiguità», mentre il pool di Falcone di «convergenza di interessi». Nessuno dei due uffici si era voluto uniformare alle parole dell’altro. Ora, all’indomani del fallito attentato, Falcone usava di nuovo quell’espressione. A breve il Csm lo manderà in Procura. Qui avrà gli ultimi scontri sui delitti politici: lui, Falcone, vuole indagare su Gladio, sul delitto Insalaco, sui rapporti tra ex sindaco e servizi segreti. Il capo Giammanco tergiversa. Intanto, sul giallo dell’Addaura accade qualcosa che forse spiega la formula di Falcone: gli artificieri che erano arrivati sul posto avevano distrutto inspiegabilmente ogni prova; si scopre tuttavia che due agenti del Sisde, Antonino Agostino e Emanuele Piazza, erano intervenuti in segreto per disinnescare l’ordigno. Ma poi verranno uccisi. Il primo insieme alla moglie incinta; dopo il delitto, altri «uomini dello Stato» irromperanno in casa sua per portar via documenti. Piazza, invece, sparì nel nulla. Stavano indagando proprio sulle «convergenze» dell’Addaura.

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29 giugno 1991 Arriva Matteo Messina Denaro Quel 21 febbraio il vicedirettore dell’albergo Paradise Beach di Triscina è indignato. Dirige un gioiellino turistico sul mare, nato tra le 5500 case abusive alzate a ridosso di Selinunte (il parco archeologico più grande d’Europa). Si lamenta con l’impiegata austriaca: «Falla finita con questi mafiosetti sempre in mezzo ai piedi». Poco dopo muore ammazzato. Ucciso da Matteo Messina Denaro. Il 29 giugno viene spiccato il primo mandato di cattura nei suoi confronti. È l’esordio di un boss finora sconosciuto. L’impiegata austriaca era la sua amante. Lui è il figlio prediletto di Francesco Messina Denaro, padrino trapanese cresciuto all’ombra del feudo D’Alì. Era uno di quelli che avevano detto di Mauro Rostagno «è uno scassaminchia». Da allora Matteo è diventato l’astro nascente. Essere stato nella lista dei criminali più ricercati del mondo insieme a Bin Laden ha contribuito alla leggenda. Dargli la caccia è costato allo Stato un investimento simile a una impresa spaziale. E a lui, per sfuggirne, è servito un giro impressionante di complici, faccendieri e parenti (tramite la sorella è legato ai potenti palermitani Guttadauro). «Protetto da una rete massonica», lo definisce la pm Teresa Principato. A Castelvetrano (suo luogo d’origine) le strade sono state costantemente sorvegliate da telecamere. In paese, per anni, il gioco di società è stato scoprire in quale negozio era stato piazzato l’ultimo «occhio elettronico». Elegante, amante delle auto sportive, nelle classifiche di «Forbes» scavalca per patrimonio Miuccia Prada. Gli sono stati sequestrati beni per 3,5 miliardi di euro. Manager di catene di supermercati, appaltatori dell’Expo, titolari di griffe alla moda, responsabili di parchi eolici: tutti prestanome. È stato stragista convinto nel ’92-’93. I suoi scambi epistolari con Antonino Vaccarino (ex sindaco di Castelvetrano, usato dal Sisde per contattarlo) sono diventati un libro. Nelle lettere lui si faceva chiamare Alessio, l’altro Svetonio. Come nell’antica Roma.

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30 gennaio 1992 Maxiprocesso, la Cassazione conferma le condanne I gradi di giudizio del Maxiprocesso di Palermo sono stati una marcia della morte. Dopo il presidente della corte d’appello Saetta, il 9 agosto del ’91 cade in Calabria con due colpi alla testa il giudice Antonino Scopelliti, sostituto procuratore generale alla Suprema corte. Nella sua villetta al mare c’erano ancora le carte del processone, che si avviava a patrocinare per l’accusa. Fu una potente intimidazione, alla vigilia del pronunciamento. Il timore era, comunque, che la sentenza passasse al vaglio della prima sezione penale presieduta da Corrado Carnevale, chiamato a Napoli ’o garantista e nel resto d’Italia «l’ammazzasentenze». Falcone, ormai in forza a Roma, al ministero della Giustizia, promosse un «monitoraggio» delle decisioni adottate nel Palazzaccio. Nel frattempo, il presidente della Cassazione resistette alle pressioni e decise che i processi di mafia da allora in poi sarebbero stati assegnati con il criterio della rotazione tra le diverse sezioni. La corte venne così presieduta dal giudice Arnaldo Valente: tutte le condanne vennero confermate e le assoluzioni maturate nel più acquiescente giudizio d’appello furono rinviate a nuovo dibattimento. L’impianto del Maxiprocesso e la sua sentenza di primo grado ne uscirono rafforzati. Fu una decisione storica. Il monumentale impianto giuridico messo in piedi nell’86 dal pool antimafia dei magistrati siciliani, atto a dimostrare l’unicità di tutti gli omicidi e i traffici di un’organizzazione segreta chiamata Cosa Nostra, si era rivelato l’arma vincente. Mai la mafia aveva ricevuto un colpo simile. Per il clan dei corleonesi che la guidava fu l’inizio della fine. Il prezzo pagato era stato elevatissimo. E non solo per i caduti: il pool era stato smantellato, Falcone costretto a scappare da Palermo, la stessa sentenza della Cassazione cadde in un clima appestato dai veleni. La mafia, ferita a morte, non era abbattuta. Il mostro voleva vendetta.

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24 febbraio 1992 Il pentito che morì come un vagabondo Arriva la stagione dei pentiti. Tra il primo grado e l’appello del Maxiprocesso, viene acquisita la collaborazione di Francesco Marino Mannoia, il chimico delle raffinerie di Cosa Nostra. Dopo di lui, tra la vigilia e il dopostragi del ’92, seguiranno Gaspare Mutolo, il catanese Antonino Calderone (che rivelerà i segreti di mafia e politica nei territori del boss Nitto Santapaola), Gaetano Grado, Salvatore Cancemi, Gioacchino La Barbera, Francesco Di Carlo, Giuseppe Marchese, Giovanni Brusca, Nino Giuffrè, Gaspare Spatuzza e tanti altri. Si dovrà aspettare l’omicidio del giudice Rosario Livatino perché lo Stato vari, nel ’91, una legge specifica sui pentiti. Ma, alla fine, il pentitismo minerà alle basi Cosa Nostra. In questo esercito di difficile definizione, il brutto anatroccolo è stato Stefano Calzetta, finito per caso dentro il Maxiprocesso. Si presentò dal commissario Cassarà dicendo: «Voglio parlare». I suoi fratelli avevano una fabbrica di materiale edile a Brancaccio, regno dei fratelli Graviano. A cento metri c’era la «camera della morte», dove i nemici venivano strangolati e i cadaveri sciolti nei bidoni con l’acido. Stefano vedeva i picciotti entrare e uscire, ogni tanto prendeva con loro un caffè al bar, li ascoltava vantarsi. Ma non riuscì a raccontare nulla di importante. Non lo avevano mai messo a parte di segreti. Appena si pentì, la fabbrica dei fratelli fu distrutta da una bomba. La famiglia chiese protezione. Non l’ottenne. Il fratello Vincenzo piangeva disperato: «Stefano è finito in una storia più grande di lui». Stefano in aula confermò le sue dichiarazioni, poi ritrattò, poi confessò di nuovo. Alla fine, a 53 anni, sparì nel nulla. Una notte ricomparve nei giardini di fronte alla questura. Ci restò per mesi. A dormire e a bere. Vi morì, forse di freddo, forse di cirrosi, forse di entrambi, una notte di febbraio. Nella città che preparava le stragi.

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23 maggio 1992 La strage di Capaci Alle 17.58, al chilometro 5 della A29, nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, viene azionata una carica di cinque quintali di tritolo posizionati in una galleria sotto il manto stradale. Lo scoppio travolge la Croma marrone dove si trovano gli agenti di scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. La Croma bianca, con a bordo il giudice Giovanni Falcone alla guida, la moglie Francesca Morvillo e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza si schianta contro il muro di cemento e detriti causato dall’esplosione. Il giudice muore durante il trasporto in ospedale, a causa di un trauma cranico per l’impatto con il parabrezza e lesioni interne. La moglie Francesca morirà in ospedale intorno alle 22. Giuseppe Costanza rimane illeso, così come gli altri tre agenti a bordo della terza Croma azzurra (Paolo Capuzza, Gaspare Cervello, Angelo Corbo). Paolo Borsellino dirà: «Raccogliendo tra le mie braccia gli ultimi respiri di Giovanni Falcone, pensai che era un appuntamento rinviato». Il giudice Antonino Caponnetto, che era stato capo del pool antimafia per quattro anni e quattro mesi, ricorderà: «Dopo i funerali di Giovanni abbracciai Paolo all’aeroporto. Ci vediamo presto, gli dissi. Lui mi rispose: Nino, ne sei proprio sicuro? Imbarazzato replicai: ma cosa dici? Certo. E lui mi abbracciò, mi strinse così forte fino a farmi male. Fu l’ultima volta che lo vidi».

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19 luglio 1992 La strage di via D’Amelio Alle ore 16.58 una Fiat 126 armata con 90 chili di esplosivo e telecomandata a distanza deflagra sotto il palazzo dove vive la madre di Paolo Borsellino, nel centro di Palermo. L’esplosione dilania il magistrato e i cinque agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina, Claudio Traina. La borsa del giudice, contenente una agenda rossa, verrà prelevata in circostanze mai decifrate. Il consigliere istruttore Antonino Caponnetto torna a Palermo e dice in tv: «È finito, è finito tutto». Poco dopo si reca a Palazzo di Giustizia. Si trova circondato da giovani che lo invocano. «Non ci abbandonare», grida uno. Lui scende dall’auto: «Ho sbagliato, ho sbagliato», dice. Vuole esorcizzare le sue stesse parole. Caponnetto, ormai in pensione, si farà investire così di un secondo mandato, stavolta morale. In occasione del primo, quello giudiziario, dopo aver fatto domanda di trasferimento in Sicilia, a 63 anni, per raccogliere il testimone di Rocco Chinnici, aveva detto: «Sono siciliano, e tra un siciliano e la sua terra c’è un cordone ombelicale che non si spezza mai. Come dice Sciascia, la sicilianità ti obbliga. Dovevo fare qualcosa». Nei dieci anni successivi e fino alla morte, dal 1992 al 2002, Caponnetto si recherà ogni giorno nelle scuole di tutta Italia, come testimone di Falcone e Borsellino. Un pellegrinaggio instancabile. Animato da una sciasciana «corda pazza».

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25 luglio 1992 I nuovi Vespri siciliani Si chiamò così l’operazione delle Forze armate in Sicilia, il cui nome si ispirava alla rivolta popolare del XIII secolo. Scattata dopo le stragi, durerà fino al ’98. In Italia, nel cratere di Capaci, era affondata la Prima Repubblica, già travolta dall’inchiesta Mani Pulite della Procura di Milano. E dai resti straziati di via D’Amelio stava nascendo la Seconda. Quando l’Alto commissario antimafia Emanuele De Francesco aveva detto – dopo l’omicidio di Dalla Chiesa – che le cosche non sarebbero state sconfitte prima del Duemila, era stato dileggiato come un disertore. Oggi, alla luce dei fatti, opinione diffusa vuole che sia stato, al contrario, un ottimista. Ma il punto non è la frase dell’Alto commissario. Il punto è l’aspettativa che, prima delle stragi, davvero si nutrì in Sicilia nella stagione di Falcone e di Borsellino: questa è la volta buona, la mafia può essere sconfitta. E ora? Era tutto finito? Prima dell’attentatuni due delitti portavano un segno opposto: uno, quello dell’andreottiano Salvo Lima (12 marzo ’92), era una vendetta del passato (la mafia puniva i suoi inefficienti «protettori»); l’altro, quello di Libero Grassi (29 agosto ’91), apriva invece al futuro. Grassi si era ribellato alla mafia, rifiutando di pagare il pizzo. Ora il suo esempio cominciava a contagiare. E sembrava più efficace della presenza di un esercito. Dapprima i lenzuoli bianchi, appesi ai balconi. I boss Graviano, mandanti del delitto Grassi, dissero in quei giorni al fedelissimo e futuro pentito Gaspare Spatuzza di andare a «censire» chi osava sfidarli, appendendo quegli stracci. Spatuzza tornò e disse: «Non posso, sono troppi, li hanno appesi quasi tutti». Accanto, ci furono le donne del digiuno: si davano il cambio in piazza Politeama per uno sciopero della fame a staffetta. Poi apparvero le scritte sui muri contro i boss. Infine, la famosa foto di Falcone e Borsellino che sorridono (autore Tony Gentile) che spunta fuori in negozi, scuole, uffici, parrocchie.

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24 dicembre 1992 L’arresto di Bruno Contrada La moglie è la professoressa Contrada. Così la chiamano tutti, a Palermo. Adriana Contrada insegna italiano all’istituto salesiano Don Bosco. Racconta spesso: «Mio marito fa sempre tardi. Poi arriva e mangia solo un piattino di pasta. Si ammazza di lavoro». Il marito è Bruno, il superpoliziotto. Siamo più o meno all’epoca in cui viene scattata una storica fotografia: Contrada è al centro, con Boris Giuliano e tutto il resto della squadra. È lo stesso dream team che nel 1979 becca all’aeroporto di Palermo una valigia con 500 mila dollari, mentre i colleghi di New York trovano in contemporanea eroina per 5 miliardi spedita dal capoluogo siciliano. Questa stessa squadra, poco dopo, scopre a Palermo il primo covo «caldo» della mafia. Da qui cominciano le inchieste che porteranno al Maxiprocesso. Ma c’è un però: dalla foto di quella squadra oggi Contrada è stato «rimosso». Sbirro dal ’58, a Palermo dal ’62, Contrada viene nominato capo della Mobile nel ’73. Il motivo? Un giorno la città si sveglia minata come in guerra. Trovano cariche di tritolo in cinque uffici pubblici. A Roma pensano che la situazione sia grave, che a questo punto ci vuole un poliziotto vero. Contrada scopre che le bombe portano la firma dei Madonia di Resuttana. Così «aggancia» Rosario Riccobono, storico ras della zona. Non ci sono pentiti, all’epoca. Solo confidenti. Ma chi dice cosa a chi? Fino al Maxiprocesso i verbali di Buscetta su Contrada, raccolti da Falcone, reciteranno: Riccobono era confidente di Contrada. Falcone diffidava di Contrada, tuttavia non si lanciò nella pista. Dopo le stragi, Buscetta correggerà: Contrada era «nelle mani» di Riccobono. Ora, nel dicembre ’92, a Contrada – diventato un alto papavero del Sisde – arriva un mandato d’arresto per concorso in associazione mafiosa. Lo firma Gian Carlo Caselli, il nuovo procuratore che viene da Torino. Come Dalla Chiesa. E che come il generale, prima della mafia, ha combattuto il terrorismo. Senza pensare che avrebbe presto incontrato un nuovo esemplare: il mafioso terrorista.

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15 gennaio 1993 L’arresto di Totò Riina L’arresto lo firma un altro uomo di Dalla Chiesa, il generale Mario Mori, e lo gira in dono al procuratore Caselli, appena arrivato a Palermo. Il capo dei capi è latitante dal 1969. Stragi, bombe, omicidi: niente. Lui abita tranquillo con la famiglia in una villetta di via Bernini, nel cuore di Palermo. Prima di uscire di casa, quel mattino, bacia la moglie Ninetta. Poi viene preso. I carabinieri non ne perquisiscono il covo. Più tardi, si dirà, uomini di Cosa Nostra andranno a «ripulirlo». Non tutto torna, come già accaduto per Michele Greco. A tradire Riina è stato il suo autista, Balduccio Di Maggio. Ma perché si era consegnato a Torino, al generale Francesco Delfino? E perché l’appartamento del boss non è stato setacciato? Una vocina suggerisce: a tradirlo è stato l’altro capo, Bernardo Provenzano, stanco delle stragi, nostalgico di una Cosa Nostra invisibile e silente. Poi ci si corregge: Riina si è dovuto consegnare, dopo le stragi lo Stato ha inchiavardato tutti nell’inferno del 41 bis, i picciotti in galera rumoreggiavano. Infatti, prima della cattura, ’u zu Totò voleva rilasciare un’intervista, per parlare al suo popolo. Poi ha dovuto dare l’esempio. E ancora: perché ha fermato all’ultimo il commando che doveva uccidere Falcone a Roma, con una semplice pistola, preferendo invece l’apocalisse di Capaci? A rendere il tutto ancor più teatrale ci si metterà lo stesso boss: le dichiarazioni in aula («Io lavoravo la campagna per campare la famigghia»), i segnali («La strage di via D’Amelio? Sono stati altri»), le fluviali dichiarazioni intercettate in carcere. Mai padrino non pentito aveva parlato tanto. Non bastava ancora: suo figlio ha scritto un libro e lo ha lanciato in tv a Porta a Porta, la figlia ha rilasciato interviste alla tv svizzera e a «Panorama», la moglie si è fatta sentire tramite intercettazioni ambientali. Cosa ci hanno detto? Nulla.

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27 aprile 1993 Il processo Andreotti L’Italia si divise. Come al solito. Guelfi e ghibellini, Peppone e don Camillo, terroni e polentoni. Dopo 31 giorni la Giunta parlamentare per le autorizzazioni a procedere aveva detto il primo sì a favore della richiesta della Procura di Palermo di processare il sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti, cattolico fervente, legato al Vaticano, uno degli uomini più potenti del Paese. Il 27 marzo gli era stato notificato un avviso per mafia. Era cominciata la stagione dei processi eccellenti: Contrada, il braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, il presidente della prima sezione penale della Cassazione, Corrado Carnevale. Il Divo (così anche nel titolo del film di Paolo Sorrentino) viene accusato dai pentiti Francesco Marino Mannoia, Balduccio Di Maggio e Tommaso Buscetta. In particolare, quest’ultimo aveva deciso di violare il tabù dei rapporti tra mafia e politica. Buscetta conferma che Salvo Lima era un «uomo d’onore», controllato da Stefano Bontate, e che Andreotti aveva incontrato mafiosi tramite gli esattori Salvo. Si parla anche di omicidi eccellenti (Moro, Mattarella, Dalla Chiesa). Balduccio Di Maggio aggiunge un particolare all’altezza di Hollywood: Andreotti e Totò Riina si erano baciati sulla guancia. Un saluto tipicamente siciliano. Il 23 ottobre del ’99 Andreotti viene assolto. Il 2 maggio 2003 l’appello riformula il giudizio di primo grado. E la Cassazione, salomonica, conferma: Andreotti ebbe rapporti di «concreta collaborazione» con elementi di spicco della mafia, ma accertati solo fino alla primavera dell’80 (incontrò due volte Stefano Bontate, una in relazione al delitto Mattarella, quando il boss gli avrebbe detto: in Sicilia comandiamo noi). Ma il reato non era più perseguibile per «avvenuta prescrizione». C’è chi esulterà come un ultrà per «l’assoluzione» e chi si intignerà sul passaggio della «concreta collaborazione». La Chiesa non si schiera. Ma prepara il suo colpo di scena.

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9 maggio 1993 L’anatema del papa contro la mafia Quando Karol Wojtyła sbarcò in Sicilia trovò una Chiesa in subbuglio. Capaci e via D’Amelio erano come un Rubicone da traversare. Tollerare ancora oppure combattere? In politica il passato non passava. Alla vigilia delle elezioni amministrative del 6 maggio del ’90 il cattolico Andreotti invitò a non votare il cattolico Leoluca Orlando. L’uomo della Primavera di Palermo ottenne più di sessantamila preferenze. Nonostante questo, nell’agosto successivo, la Democrazia cristiana gli preferì come sindaco Lo Vasco. Orlando, il 24 gennaio del ’91, fondò il suo movimento, La Rete. Ora Andreotti era alla sbarra e Orlando aveva sbattuto la porta. In questo contesto piovve dal cielo la messa celebrata da Giovanni Paolo II ad Agrigento, al tramonto, nella Valle dei Templi. Wojtyła prese la decisione di parlare a braccio. Poco prima aveva incontrato i genitori di Rosario Livatino, il «giudice ragazzino», ucciso a 37 anni proprio ad Agrigento. Il papa tuonò: «Non uccidere: non può qualsiasi umana aggregazione, mafia, non può calpestare questo diritto santissimo di Dio. Lo dico ai responsabili: convertitevi, una volta verrà il giudizio di Dio». La frase fece il giro del mondo. La mafia, fin dalla sua iniziazione (il rito della santina bruciata), nei suoi boss (Greco portava in tasca le figure dei santi, Provenzano usava un linguaggio biblico), nel rispetto dei riti (dal battesimo alle processioni) ha sempre usato la religione come paravento. Wojtyła aveva rotto quel giocattolo con cui la vecchia Chiesa scendeva a patti. Quattro anni dopo un carmelitano, padre Mario Frittitta, venne arrestato. Celebrava due volte a settimana la messa nel covo del latitante Pietro Aglieri, uno degli stragisti di Capaci, invitandolo a non pentirsi. Il suo ordine spiegò che il papa aveva detto ai mafiosi «convertitevi», non ai preti di arrestarli. Non era stato Sciascia a dire una volta che la Sicilia è sempre piena di cartesiani?

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27 maggio 1993 L’attentato di via dei Georgofili Quel giorno la mafia muta completamente pelle. Adotta la strategia che, vent’anni dopo, sarà quella dei terroristi islamici dell’Isis: iconoclastia (ovvero distruzione dell’arte) e massacro di cittadini comuni, al fine di espandere il terrore. Forse è per non fare il loro gioco che le foto dei danni alle opere, causati dalla bomba di via dei Georgofili a Firenze, sono state diffuse soltanto nel 2013, in occasione del ventennale dell’attentato costato la vita a cinque persone. Allo scempio di Firenze era legata una lunga scia di terrore: altre cinque persone morirono il 27 luglio successivo a Milano, in via Palestro. Solo paura dovevano fare, invece, le bombe romane a San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. La sequenza sarebbe dovuta chiudersi il 31 ottobre, con un massacro di carabinieri allo stadio Olimpico. Ma il congegno d’innesco si inceppò. La campagna faceva parte della reazione mafiosa alle condanne del Maxiprocesso confermate in Cassazione, iniziata con l’omicidio Lima (12 marzo ’92), le stragi di Capaci e via D’Amelio, l’esecuzione di Ignazio Salvo (17 settembre ’92), il fallito attentato del 14 maggio del ’93 a Roma contro Maurizio Costanzo e Maria De Filippi. Una finta autobomba a Palazzo Chigi e un blocco delle comunicazioni fecero addirittura pensare all’allora presidente del Consiglio Ciampi ad un colpo di Stato in corso. Questo era il clima. Quei cavalli in marmo divelti nella sala della Niobe agli Uffizi, le statue con le gambe spezzate, i quadri a brandelli, le stanze zeppe di detriti, se mostrati al mondo, avrebbero provato insieme alla fragilità della bellezza anche la debolezza di un Paese sotto attacco. E poi avrebbero posto la domanda: chi mai avrà suggerito ad assassini privi di cultura un piano per colpire arte e gente comune? Chi mai avrà spiegato alla mafia l’efficacia della nuova strategia: colpire al Nord e mirare a statue e ignari passanti? Chissà dove era ubicato il Califfato dei «suggeritori».

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21 novembre 1993 Lettere dal carcere di Vito Ciancimino La Seconda Repubblica decolla con la prima elezione diretta dei sindaci. Orlando supera a Palermo la ex sindaca Elda Pucci (farà il bis nel ’97, sconfiggendo il berlusconiano Gianfranco Miccichè, poi nel ’99 scioglierà la Rete). Nell’anno delle «bombe nel Continente», un Vito Ciancimino sul viale del tramonto scrive lettere dalla sua cella. Nel ’92 è stato condannato in via definitiva per associazione mafiosa. Dopo la strage di Capaci era stato avvicinato dagli uomini del generale Mori. «Una sorta di agente sotto copertura», spiegherà lo stesso generale nel 2016 al processo sulla trattativa Stato-mafia. Una lettera, in particolare, afferma che servirà «a futura memoria». La scrive nei giorni dell’elezione diretta dei sindaci e la indirizza al nuovo governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Silvio Berlusconi non è ancora sceso in campo. Ciancimino ipotizza che sarà Fazio a darsi alla politica. Così lo avverte: l’ondata di sangue era solo una parte del «piano eversivo». Dopo la caduta del muro di Berlino è «venuto a mancare il vero motivo ed anche i presupposti per i quali io stesso ho aderito a tutto questo... tutta la vecchia gerarchia sarà destinata ad allinearsi a questo nuovo corso della storia della nostra Repubblica, che sta buttando le sue basi non più su un semplice imbroglio ma su una vera e propria carneficina». Accusa di «ambiguità» Gianni De Gennaro (l’investigatore di fiducia di Falcone, poi capo della polizia e sottosegretario) e afferma che il generale Mario Mori aveva tentato, per suo tramite, di bloccare le stragi, tentativo al quale Borsellino si sarebbe «sicuramente opposto». Non sfuggirà che la lettera anticipa le «rivelazioni» che, anni dopo, il figlio Massimo consegnerà alla Procura di Palermo, compreso il famoso «papello»: un foglio con le richieste di Riina per fermare le stragi. Dunque lo Stato trattò? Al momento batte un’altra strada: cerca i latitanti.

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20 maggio 1996 L’arresto di Giovanni Brusca La scena non fu istituzionale. Uomini con i passamontagna che agitano le armi dai finestrini delle auto. Intorno, una folla che salta e applaude. Così la squadra Catturandi entra nella questura di Palermo con Giovanni Brusca in manette, l’uomo che aveva premuto il telecomando di Capaci. Era il bis di un’altra istantanea: Riina arrestato e costretto a sedersi sotto il ritratto di Falcone e Borsellino. La cattura nel ’94 a Milano dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, mandanti dell’omicidio del prete di Brancaccio Pino Puglisi, aveva interrotto la stagione del terrore. La Procura di Caselli, intanto, stava incassando il suo risultato più eclatante: l’arresto dei latitanti. A decine. Per giunta, dopo, la maggior parte di essi si pentiva. Leoluca Bagarella, il killer di Boris Giuliano, viene preso mentre ritira un paio di jeans dal sarto. Appena vede le auto civetta della polizia, il boss si tuffa a terra: temeva un attentato da parte dei suoi. Da una parte, sprezzante, abitava ancora di fronte all’edificio superprotetto di due magistrati. Ma dall’altra non si sentiva più sicuro. L’altra «terra di pentiti» era l’ex roccaforte dei Brusca (tra San Giuseppe Jato, Altofonte e Monreale). Così Bagarella, i Graviano e Messina Denaro avevano spinto lo stesso Brusca a rapire il piccolo Giuseppe Di Matteo, per convincere il padre Santino (pentito anche lui) a ritrattare. Per un anno e mezzo il bambino venne spostato in vari covi, poi nell’estate del ’95 rinchiuso in un casolare di campagna: dopo 180 giorni venne strangolato e sciolto nell’acido. La moglie di Bagarella, Vincenzina, già provata dal pentimento del fratello, ora sconvolta dall’uccisione del bambino, si impiccò in casa. La mafia stava implodendo nel suo orrore. Era possibile allora ricominciare, andare avanti?

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14 giugno 1996 Sciascia, Falcone e Gesualdo Bufalino Nel 2016 è passato quasi inosservato il ventennale della morte di Gesualdo Bufalino. Lo scrittore di Comiso, autore di Diceria dell’untore, nel febbraio del ’93 licenziò con Nunzio Zago l’antologia Cento Sicilie. Si tratta di una mappa per orientarsi nell’universo dell’insularità. In cinque tappe principali e in quindici sottostazioni vi si incontra il condensato di quanto scritto sulla Sicilia da autori italiani e stranieri. L’antologia si conclude con una nota di Bufalino, a completamento del brano Pro Sicilia. La nota si intitola Poscritto 1992 ed era stata scritta di getto dopo Capaci e via D’Amelio. «Oggi, dopo mille stragi, dopo Falcone e Borsellino, ogni spazio parrebbe chiudersi, non dico all’idillio, ma alla fiducia più esangue. E tuttavia... finché in una biblioteca mani febbrili sfoglieranno un libro per impararvi a credere in una Sicilia, in un’Italia, in un mondo più umani, varrà la pena di combattere ancora, di sperare ancora. Rinunziando una volta per tutte a issare sul punto più alto della barricata uno straccio di bandiera bianca». Da chi attingere, dunque, per non issare mai più bandiera bianca? Quali libri, tra gli altri, sfogliare febbrilmente? Bufalino ha lasciato una traccia silenziosa. Prima di quel suo scritto, aveva inserito come terzultimo un passo di Leonardo Sciascia e come penultimo un altro di Giovanni Falcone. E li aveva tratti entrambi dai libri di una persona che i due avevano in comune, la giornalista francese Marcelle Padovani, autrice di un volume-intervista sia a Sciascia che a Falcone: l’uno (quello di Sciascia, La Sicilia come metafora) del ’79, l’altro (quello di Falcone, Cose di Cosa Nostra) del ’91. Forse accostarli (e proprio con i libri della stessa autrice) è stato un caso. Ma leggere Sciascia e Falcone in parallelo resta una necessità. Speranza, per la Sicilia, vuol dire sanare lo strappo che li divise in vita.

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10 gennaio 1999 I Soprano: la mafia in crisi di panico Negli Stati Uniti si trasmette la prima puntata dei Sopranos. In Italia andrà in onda su Canale 5 il 22 maggio 2001. La serie tv proseguirà fino al 2007 e in America sarà vista da oltre 18 milioni di spettatori a stagione. Sfonderà presto in tutto il mondo. Protagonista è il carismatico attore James Gandolfini, che morirà in un albergo romano nel giugno del 2013. Accanto a lui, tra gli altri, Steven Van Zandt, il chitarrista di Bruce Springsteen. I Soprano, ideata da David Chase, narra la vita di Tony Soprano, boss della mafia italoamericana del New Jersey. Il perno su cui ruota l’epopea sembra irrealistico: Tony soffre di crisi di panico e per questo si rivolge a una psicanalista. Ma il resto della saga dismette i miti del Padrino di Mario Puzo e va a caccia di particolari realistici, per rappresentarli fedelmente. Presto si scoprirà che neppure le crisi di panico dei boss sono invenzione. Al contrario, la nuova mafia 2.0 è fatta anche di «uomini d’onore» sull’orlo di una crisi di nervi. Un esempio? C’è una conversazione intercettata a Palermo, relativa al caso dei cosiddetti «scappati» siciliani, che sembra scritta apposta per I Soprano. Negli anni ’80 erano stati sterminati gli Inzerillo, i parenti sopravvissuti erano stati «graziati» ed erano fuggiti negli Stati Uniti. Ma ora volevano tornare. E i loro vecchi nemici erano nel panico. «Così noialtri non è che possiamo dormire a sonno pieno, perché nel momento in cui dormiamo a sonno pieno può essere che non ci risvegliamo più. Alzando la testa questi, le prime revolverate sono per noi. Picciotti, non è finito niente. Gli Inzerillo, i morti, li hanno sempre davanti. Ci sono sempre le ricorrenze. Si siedono a tavola e manca questo e manca quello... questa storia non finisce, non finirà mai». Al contrario, un’altra storia degna di una fiction, quella del cosiddetto Mister X, era giunta al capolinea naturale.

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31 luglio 1999 Vito Guarrasi, Mister X esce di scena L’avvocato Vito Guarrasi è il Mister X di ogni mistero siciliano. Ormai non si può più perseguirlo. Ma varrebbe la pena narrarlo. C’è nella sua biografia ben più materia di Mastro-don Gesualdo o dei Viceré. Tanto più che l’avvocato non è mai stato sotto inchiesta per mafia. Mai un’accusa, un processo, un avviso. Solo sospetti. Ogni vicenda capitale lo ha visto brillare di luce oscura: lo sbarco degli americani in Sicilia, l’armistizio con gli Alleati, la morte di Raimondo Lanza di Trabia, il milazzismo, l’attentato al presidente dell’Eni Mattei, il rapimento De Mauro, il finto sequestro Sindona, l’autobomba a Chinnici, i miliardi bruciati dalla Regione Sicilia, gli interessi gangsteristici dei grandi appaltatori (Salvo, Cassina). Per i suoi rami si risalirebbe la storia del potere finanziario italiano. Ancora un anno prima di morire, in aula come testimone al processo Andreotti, gli venne contestata una nota dei servizi del ’93, dedicata al dopostragi, che gli attribuiva «una sorta di occulta regia» nel mutamento di «indirizzi e linee strategiche» di Cosa Nostra. Definito in Sicilia «la testa dell’acqua» (l’origine del bene più prezioso) e dal commissario che arrestò Liggio «la testa del serpente», chi lo conobbe disse che «gli mancava solo la coda per essere un felino». Invisibile, evanescente, elusivo, liquidò così l’inchiesta Mani Pulite che sconvolse l’Italia: «Per essere una rivoluzione le è mancata una cosa: la ghigliottina».

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13 maggio 2001 Elezioni, il 61 a zero di Forza Italia Nei palazzi del potere, governi rovesciati e instabilità. In quelli della giustizia, arresti e assoluzioni. Benvenuti nel rodeo siciliano del decennio post-stragi. Va in scena il teatro dell’assurdo. Tutto e l’opposto di tutto la fanno da padroni. Il corpo elettorale si riversa in sponde opposte con la velocità del fulmine. Nel ’93 Orlando sindaco di Palermo aveva incassato il 75% dei voti. Sembrava eterna Primavera. Ma alle politiche dell’anno successivo Forza Italia vince a man bassa: 34%. A guidarla è Gianfranco Miccichè, cresciuto alla scuola di Marcello Dell’Utri. Alle regionali del ’96 i berlusconiani diventano il primo partito. Nasce l’astro di Renato Schifani. Il nuovo governo forzista dura 18 mesi, lo butta giù l’altra fazione interna alleata con Totò Cuffaro. Nel ’97, a Palermo, lo stesso Miccichè sfida il sindaco. Vince ancora Orlando. Di nuovo Primavera? No, terremoto: nel 2001 Forza Italia nell’isola fa il 61 a zero nei collegi uninominali e in Regione Cuffaro conquista il trono di governatore. Angelino Alfano, intanto, scala posizioni. Alle comunali del 2007 Orlando perde contro il forzista Diego Cammarata. In Sicilia potrebbe nascere un impero del Cavaliere talmente grande da non vedere più il sorgere del sole. Anche perché le varie versioni dell’ex Pci si autodistruggono a ritmo di entropia. E invece: Cuffaro cade per mafia, la faida Miccichè-Dell’Utri da un lato e Alfano-Schifani dall’altro favorisce Raffaele Lombardo, che si prende la Regione ma viene disarcionato anche lui. Il vento è cambiato: nel ’95, quando l’avvocato Francesco Musotto, presidente della Provincia di Palermo, era stato arrestato con il fratello (l’accusa: aver nascosto nel ’93 il latitante Bagarella), i legali avevano occupato la piazza del tribunale per contestare il procuratore Caselli. Musotto verrà assolto nel ’98 (ma il fratello condannato).

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27 agosto 2002 Il primo videogame su Cosa Nostra I segnali sono tanti. Precedenti e successivi. Una pagina Facebook che raffigura il superlatitante Bernardo Provenzano con un «cannone» in mano, come la star giamaicana del reggae Bob Marley. I murales dedicati all’altro «uccel di bosco», Matteo Messina Denaro (ci si metterà un po’ a capire se volessero esaltarlo come Robin Hood oppure denunciarne l’invisibile presenza). Gli accendini, le tazze, le statuette con il volto di Marlon Brando alias don Vito Corleone nel Padrino di Coppola. Le pizzerie chiamate Mafia. E così via. Cosa Nostra diventa un fenomeno ludico. Le cronache più truci si trasformano in «colore». Come la cena dell’82 tra il procuratore di Palermo Vincenzo Pajno e il prefetto Dalla Chiesa in un ristorante di Siracusa, finita nelle guide gastronomiche. L’imminente tragedia scivola via volentieri, in favore dei vermicelli al nero di seppia, della cernia al forno e del Milazzo bianco che gli astanti avrebbero consumato. Ma questa è solo la sezione anziani del reparto «mafia ludica». Si rivolge ai vecchi amanti dei «gossip d’onore» (lo sfarzoso matrimonio di Bagarella a villa Igiea, le feste di Michele Greco al Castello di Cefalù) o ai lettori dei Beati Paoli di Natoli e di Principi sotto il vulcano di Trevelyan. Nel 2002 arriva invece il primo prodotto ludico per nativi digitali figli della post-verità: un videogame su Cosa Nostra. Si chiama Mafia e avrà talmente successo che ne faranno tre edizioni. Lo produce la software house Hangar 13. Nell’ultima versione il protagonista è un criminale di colore. «Linguaggio e comportamenti sono ripugnanti», ammettono i creatori, «ma servono a far riflettere sul tema della discriminazione razziale». Fai la cosa giusta: lo pensavano anche gli organizzatori del tour turistico sulla mafia guidato dal figlio di Bernardo Provenzano. Riflettiamoci, allora.

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29 giugno 2004 Nasce Addiopizzo La ribellione degli stickers comincia nella notte, con un adesivo listato a lutto e la scritta: «Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità». A centinaia sui muri di Palermo. Fanno rumore, allertano la Procura (dove, dopo Caselli, nell’agosto del ’99 si è insediato Pietro Grasso). Torna in mente l’esempio di Libero Grassi, ucciso il 29 agosto del ’91 per non essersi piegato al racket. Si ripensa a padre Pino Puglisi, caduto il 15 settembre del ’93 per aver predicato in terra di mafia. Due vittime della società civile. Il figlio di Libero, Davide, mentre portava la bara del padre in spalla, aveva alzato le dita in segno di vittoria. Puglisi aveva trasmesso il suo esempio a decine di volontari. Quei semi ora germogliano. Il procuratore Grasso riceve i ragazzi degli adesivi. Nasce Addiopizzo, esempio di quell’antimafia sociale che vede in campo (sin dall’80) gruppi come Libera di don Ciotti, il Centro Impastato, le fondazioni Falcone e Caponnetto, il Centro Studi La Torre. Una galassia che contribuirà a spezzare il muro dell’indifferenza, andando nelle scuole, curando archivi, testimoniando. Dal 1996, il 21 marzo di ogni anno, Libera organizza il giorno della memoria delle vittime. Cerimonie, anniversari, navi con scolaresche in rotta per la Sicilia si moltiplicano. Promotrice è una «generazione» di ogni età affermatasi nel dopostragi. Alla lunga, però, arriveranno le storture: retorica, antimafia come lasciapassare, protagonismi, eccessiva credulità verso le procure, incapacità di misurarsi con validi argomenti con un fenomeno parallelo allo sciasciano professionismo dell’antimafia, i «professionisti del garantismo». Nasce anche una sorta di «comandamento del dolore»: il rispetto per il sacrificio delle vittime viene a volte confuso in assegnazione di un automatico ruolo di leadership ai parenti.

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11 aprile 2006 L’arresto di Bernardo Provenzano Tredici anni di pax mafiosa. Tanti ne ha garantiti, dopo l’arresto di Riina e le bombe in continente. In tv compare il volto sconosciuto di Bernardo Provenzano, detto Binnu, ’u zu, ’u tratturi, che «spara come un dio» (Liggio), «pericolosissimo ma meno intelligente di Riina» (Di Cristina), «opprimente: la sua è la mafia della porta accanto, che incontri al bar, dal barbiere, dal dentista» (il pentito Angelo Siino). Viene catturato, dopo 42 anni e sette mesi di latitanza, in una masseria a due passi da Corleone, in una operazione guidata dal capo della Catturandi Renato Cortese, dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone, dai sostituti Michele Prestipino e Marzia Sabella. In paese, sei giorni prima, la moglie Saveria Benedetta Palazzolo aveva riaperto casa. Forse è morto, si disse. Forse, invece, era il segnale per farsi catturare. Fazzoletto al collo e un ineffabile sorriso, l’ignoto Provenzano si mostra alle telecamere come un contadino, tutto formaggio e cicoria. Dentro la masseria, i maglioni di cachemire e il profumo Roland Garros testimoniavano altro stile. Buscetta dice che, negli anni ruggenti, lui e Riina andavano in coppia ai summit, ma Binnu non dava mai pareri: «Forse prima voleva consultarsi». Li aveva lasciati fare con le stragi, si disse, e forse poi aveva impedito altri «botti» in Sicilia. «Fateli, se volete, ma lontano da qui». Sua l’idea di colpire in continente, dunque? Forse, ma solo per bruciare gli irriducibili Graviano e Bagarella. ’U zu Binnu è tutto un forse. La cattura era stata sfiorata nel ’95, su indicazione del «confidente» Luigi Ilardo. Ma forse fu impossibile o forse fu «evitata». Ne nacque un garbuglio. Ilardo (sul punto di pentirsi ufficialmente) fu ucciso un anno dopo, il suo contatto (l’ufficiale dell’Arma Michele Riccio) disse che ’u zu Binnu aveva una talpa.

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13 aprile 2006 Il Padrino sale in cattedra L’americano Nelson Moe, invitato all’università di Palermo dallo storico Salvatore Lupo, tenne – a sole 48 ore dall’arresto di Bernardo Provenzano – una relazione destinata a cambiare (magari a nostra insaputa) la percezione della mafia nell’immaginario collettivo. Aveva come titolo Il Padrino, la mafia, l’America. Moe parlò dell’immigrazione italiana in America, di vecchi film come Piccolo Cesare o Scarface e, infine, passò alla trilogia di Francis Ford Coppola. Disse che la mafia era cambiata, perché gli Stati Uniti si erano trasformati. Prima la mafia era «un opposto oscuro dell’America», ora invece «la rappresentazione del suo lato oscuro». Che differenza c’è? Il primo film della saga, spiegò Moe, era uscito durante la guerra in Vietnam, tra contestazioni razziali, il crollo dei valori e la nascita dell’ultima versione del capitalismo, quella che aveva un solo dio: il consumo. La mafia si stava assimilando, perché non era più una «opposizione ai valori americani». Anzi, era diventata una forma di «equivalenza metaforica», avendo anche lei il profitto come unico comandamento. Faceva un esempio: in Il Padrino - parte prima la scena del matrimonio è disturbata dagli agenti Fbi che annotano le targhe degli ospiti dei Corleone. Questi inveiscono ma la loro famiglia «tribale», in compenso, è ancora unita. In Il Padrino - parte seconda, invece, alla festa di prima comunione vengono offerte bibite agli agenti, che diventano ospiti graditi, mentre il figlio di don Vito Corleone, Michael, allunga un milione di dollari a un senatore. Intanto la sua famiglia ex «tribale», trasformatasi nella moderna holding Corleone Inc., sta andando in mille pezzi, senza rimedio o redenzione. Lo stesso Coppola dirà: «La mafia è una incredibile metafora dell’America. Sono tutti e due fenomeni capitalistici spinti dal profitto». Con una aggravante: l’America ha arricchito i Corleone, ma gli ha rovinato la famiglia.

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14 settembre 2009 Il mistero di Giovannello Greco Giovannello Greco, uomo di fiducia di Stefano Bontate, era il capoguerriglia che doveva guidare la riscossa. Per questo, prima che ne venisse scagionato, era agli atti del Maxiprocesso la sua prima avventura: aveva comandato una speciale task force della mafia perdente, in una notte di pioggia durante le feste di Natale, tra i vicoli della borgata-bunker di Ciaculli. Quella notte i nemici erano distratti: brindavano e giocavano forte a carte. Almeno finché non dovettero gettarsi sotto i tavoli, cercando le pistole, mentre i vetri della casa e gli alberi del giardino venivano crivellati dai colpi di fucile. L’obiettivo era Pino Greco Scarpuzzedda, il capo del commando di killer di Totò Riina. Ma il blitz fallì, Scarpuzzedda si salvò e il commando dovette darsi alla fuga. Non basta. Il pentito Giovanni Brusca ha dichiarato nel 2011 che Giovannello Greco aveva avuto incarichi importanti: avrebbe portato a Milano i narcomiliardi della mafia siciliana da investire nelle imprese di Berlusconi. Ma era stato lui anche a rapire, nell’81, la moglie dell’imprenditore Salvatore Ligresti, ottenendo il riscatto. E c’è ancora un mistero da spy story: è stato l’unico mafioso condannato al Maxiprocesso ad avere ottenuto una revisione della sentenza. Nell’81, dopo il fallito blitz di Ciaculli, scappa dalla Sicilia insieme all’amico Pietro Marchese. Li beccano a Zurigo e li estradano in Italia. Marchese viene portato inspiegabilmente all’Ucciardone, nella tana del lupo, e subito ucciso. Giovannello, invece, viene scarcerato e «si butta latitante». Ricomparirà solo 16 anni dopo, a Ibiza, per farsi stranamente arrestare. Perché? Il pentito Gaetano Grado, all’improvviso, si è autoaccusato dell’unico reato che Giovannello ha sul groppone. «Quella notte a Ciaculli ho sparato io a Pino Greco, Giovannello non c’entra». Giovannello ottiene così la revisione della sentenza, il 14 settembre lascia il carcere e da quel momento scompare nuovamente. Una storia degna di Camilleri.

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1° novembre 2009 Camilleri studia Sciascia e Provenzano Ma chi l’ha detto che il padre del commissario Montalbano non si occupa di mafia? E don Cocò Afflitto, il capomafia della Mossa del cavallo del 1999, il romanzo che fece di Andrea Camilleri «Camilleri»? Non era forse basato sul saggio del 1876 Politica e mafia in Sicilia di Leopoldo Franchetti? E nel 2007 non era uscito Voi non sapete, un dizionario sui «pizzini» trovati nella masseria di Provenzano? Mirabile interpretazione, tra l’altro. Dagli scritti biblici del boss, Camilleri evince la nascita di una figura ascetica, da dentro i vecchi panni di ’u tratturi, come la muta di un serpente. E ora? Sempre di Camilleri non è uscito nel novembre del 2009 Un onorevole siciliano, dedicato alle interpellanze parlamentari di Leonardo Sciascia? E di cosa volete mai che Sciascia abbia parlato, in Parlamento? Vero: nella saga di Montalbano, nelle cronache di Vigata, nei racconti, Camilleri non parla mai di mafia. Il motivo lo ha spiegato: non vuole renderla affascinante. Per lui Il giorno della civetta era stato un trauma. Lo aveva detto a Sciascia: hai sbagliato, hai finito per esaltarla. Dunque, quando scrive fiction, Camilleri non parla di mafia. Ma nei romanzi storici e nei saggi ne parla quasi sempre. Vagliando le 19 «parlate» di Sciascia nei prestigiosi palazzi della rappresentanza elettiva, tra il ’79 e l’83, Camilleri ne ha riprodotte 11, «sicuramente di suo pugno». Ma nel volume si citano anche Il contesto, Todo modo, L’affaire Moro, La Sicilia come metafora (che solo a rileggerne i titoli viene la sindrome di Stendhal): libri che attraversano la vita attiva di Sciascia, e di cui Camilleri mette in luce lo scambio continuo tra letteratura e polis. Cosa ne viene fuori? Lo Sciascia rimosso dagli smemorati, quello che dice dritto per dritto al ministro: se volete cercare la mafia, guardatevi dentro. Essa, aggiungeremmo, c’è anche fuori. Persino nel lontano Canada.

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5 gennaio 2010 Tre bare d’oro per la Sesta Famiglia Quando rimbalzò sui media la foto di sei anziani «mammasantissima» con cappotti e cappelli, che scendevano la scalinata di una chiesa con una bara d’oro tra le braccia, non si credette ai propri occhi. Una bara d’oro. Benvenuti ai funerali di Nick Rizzuto junior, celebrati il 5 gennaio nella chiesa di Notre Dame de la Défense, nella Little Italy di Montréal, Canada. Fuori, ad attendere il feretro, nove limousine, uomini grossi come armadi con cappotti di cachemire, t-shirt, capelli col codino e croci al collo. Gli addobbi floreali superavano il metro di altezza. I sacerdoti, costernati, benedicevano modelle bionde da copertina. Nick jr. era il figlio del boss Vito, il capo della Sesta Famiglia (l’ultima dopo le famose «cinque» americane). Era stato freddato per strada. Stessa sorte toccherà, il 10 novembre, al patriarca Nicola, 86 anni, ucciso con un fucile di precisione dentro casa (Vito morirà il 23 dicembre 2013 per cause naturali). Ma la scena non cambierà: stessa chiesa, stessa cerimonia, bare d’oro comprese. La Sesta Famiglia era al tramonto. Ma tramandava alla modernità i riti antichi della Cosa Nostra d’un tempo. I Rizzuto venivano da Agrigento, alleati con i trafficanti Cuntrera-Caruana, attivi nelle guerre di mafia, un impero da capogiro (il porto di Montréal era di transito per il mercato della droga di New York), promotori del ponte sullo stretto di Messina. Negli anni ’90 avevano aperto nuove strade per Cosa Nostra: uno spericolato «cartello» che inglobava siciliani, russi, irlandesi, colombiani e persino i motociclisti degli Hells Angels. A occuparsi del progetto, con successo, era stato Juan Ramon Fernandez. Nel 2013 Juan sbarcò in Sicilia. Aveva in mente un traffico di droga a Bagheria. Era di maggio. Venne ucciso tra le sterpaglie. Per lui niente bara d’oro.

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20 gennaio 2011 Totò Cuffaro a Rebibbia I cannoli. «A me mi ha rovinato quel fotografo». Salvatore Cuffaro, medico, senatore Udc, presidente della Regione dal 2001 al 2008, condannato a sette anni per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, varca la soglia del carcere romano. Ne uscirà il 13 dicembre 2015. Era diventato famoso grazie ai media. In una di quelle dirette tv tra Michele Santoro e Maurizio Costanzo (che costarono un attentato al popolare showman), dedicata a Libero Grassi, un giovane Cuffaro aveva occupato la scena per inveire contro «il giornalismo mafioso». È rimasto leggendario il siparietto collaterale: Costanzo che chiede all’orecchio di Giovanni Falcone chi mai fosse costui e Falcone che scuote la testa e sussurra «Non lo so». Adesso, a detta di mister 80 mila preferenze, gli stessi media lo hanno rovinato. In particolare quel fotografo che lo immortalò con un vassoio di cannoli per festeggiare lo scampato pericolo: la prima sentenza, il 18 gennaio 2008, lo vedrà condannato «solo» per favoreggiamento semplice e non per mafia. Il merito di aver convertito l’originaria ipotesi di reato di «concorso esterno» nel più percorribile «favoreggiamento aggravato» era stato di Giuseppe Pignatone, di nuovo in prima linea dopo la stagione di Caselli (sarà poi procuratore a Reggio Calabria e a Roma). Grazie a questa diversa contestazione, nell’appello del 2010 Cuffaro viene condannato per mafia. Attenzione: sarà larga la solidarietà nei confronti di chi, a differenza di troppi altri, accetterà di «farsi la galera». Ma il fatto resta: grazie alle «talpe» dentro la Direzione distrettuale antimafia, un presidente di Regione ha informato il boss mafioso e medico all’Ospedale Civico Giuseppe Guttadauro e l’imprenditore sanitario in odor di mafia Michele Aiello di una inchiesta giudiziaria su di loro. Siamo nel cuore dell’alta mafia: Provenzano intuì per primo le potenzialità enormi del business sanità.

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21 gennaio 2012 Consolo e il «mostro» di Marsala Un «mostro» lo aveva incontrato davvero, il più cronista degli scrittori siciliani, morto a Milano nel 2012. Vincenzo Consolo aveva seguito per «L’Ora» il processo di Trapani sul «mostro di Marsala», quel Michele Vinci condannato in primo grado all’ergastolo per aver ucciso la nipotina Antonella e le amichette Ninfa e Virginia. Vinci era stato inchiodato dal giudice Cesare Terranova – poi ucciso dalla mafia nel ’79 – dopo il ritrovamento del cadavere di Antonella. Alla fine il «mostro» aveva confessato, facendo trovare gli altri due cadaveri. Ma Terranova non era convinto. Per lui non si trattava di pedofilia. Tanti particolari portavano a più complici. Vinci negò dapprima di averne, poi ne indicò due ma infine tacque. In aula, quando Consolo vi entrò, c’era il pm Giangiacomo Ciaccio Montalto, anche lui ucciso dalla mafia nell’83. «L’Ora» titolò il pezzo di Consolo A sangue freddo, come il libro di Truman Capote del ’66 sul massacro di una famiglia in Kansas. Consolo descrisse Ciaccio Montalto come un uomo tormentato. Alla fine il giudice gli confiderà: il padre di una delle bambine è un corriere della droga, prima della scomparsa della figlia è fuggito in Germania per paura, c’entra la mafia ma non ho le prove. Nel 1989 il «mostro» Vinci le fornirà dal carcere: ci riunimmo per rapire Salvatore Grillo, ex sindaco di Marsala ed ex assessore regionale all’Industria, ma io e mio cugino ci rifiutammo, lui scappò in Germania e gli altri mi costrinsero a rapire le bambine per farlo tornare. Borsellino era allora procuratore di Marsala. Riaprì l’inchiesta. Grillo era un politico vicino ai cugini Nino e Ignazio Salvo. Borsellino collegò quella storia al sequestro di Luigi Corleo, suocero di Nino Salvo, organizzato dai corleonesi per mettere alla berlina il boss Stefano Bontate, protettore dei potenti esattori. Era seguita una catena di delitti. Compresi quelli di tre bambine. Altro che «mostro» di Marsala.

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12 marzo 2012 Salvo Lima, le foto di famiglia vendute al mercatino Un mucchio di foto di famiglia e il passaporto di deputato europeo, smarriti dai congiunti durante un trasloco dalla villa di Mondello, sono finiti al mercatino di piazza Marina, su una bancarella. Salvo Lima con i figli, Salvo Lima con la moglie, Salvo Lima a Natale. L’uomo più potente di Sicilia in vendita da un rigattiere. La notizia viene data dall’edizione siciliana di «Repubblica» e sembra che un fantasma sia tornato dal passato. Un fantasma che tutti vorrebbero dimenticare. Dimenticare Salvo Lima. Rimuovere quel 12 marzo del ’92, quando venne ucciso a Mondello, come si è visto in tanti film, e Falcone disse ai suoi: «Ora saranno cavoli amari». Dimenticare di averlo riverito, temuto o magari di non averlo combattuto. Era potente al punto che, fedele a Giulio Andreotti fin dal 1968, girava questo indovinello: chi è più utile a chi, dei due, o più ingombrante? Lima era figlio d’arte. Il padre Vincenzo era uomo d’onore della famiglia di Palermo centro. Con Giovanni Gioia aveva inventato le offerte al ribasso nelle gare d’appalto, salvo poi chiedere la revisione prezzi dopo l’aggiudicazione. Un modello che farà scuola. Nel ’54 i due sbancarono il congresso nazionale della Democrazia cristiana, quattro anni dopo Gioia andò in Parlamento e Lima divenne sindaco. Dopo il sacco di Palermo lui e Gioia litigarono, Andreotti venne in Sicilia a fare da paciere e reclutò Lima. Da allora fu parlamentare, sottosegretario, eurodeputato, sempre indifferente alle chiacchiere, alle calunnie dell’antimafia, alle richieste di autorizzazione a procedere. Al fianco aveva i La Barbera, i Bontate, i Riina, i Provenzano, per la mafia. E Vassallo, i Salvo, Cassina, per la cassa. Ma ora Palermo vuole dimenticare e passare ad altro. A breve ci sono le primarie del Pd. Ci saranno brogli, indagherà la Procura, il giovane Fabrizio Ferrandelli batterà Rita Borsellino ma Leoluca Orlando, con un blitz, si ricandiderà. Il 21 maggio sarà sindaco per la quarta volta. Si ritorna al futuro.

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22 luglio 2012 Il giudice Scarpinato spacca l’antimafia Dal palco di via D’Amelio, nel ventennale della strage, il procuratore generale Roberto Scarpinato si rivolge idealmente a Paolo Borsellino e coagula il malcontento che serpeggia da tempo nelle cerimonie di Stato in memoria dei caduti. «Più trascorrono gli anni e più cresce la mia sensazione di disagio», dice. Parla di «autocensura» e di «retorica di Stato», volte a «epurare» ogni «sconveniente riferimento». Poi l’affondo: «Fine della cerimonia e saluti delle autorità, tra le quali siedono, talora in prima fila, anche personaggi dai dubbi trascorsi, ai quali si è costretti a stringere la mano per dovere di ruolo». La mafia è tra noi. Qualcuno, al Consiglio superiore della magistratura, inorridisce e invoca provvedimenti. La vedova di Borsellino, Agnese, solidarizza con il procuratore. C’è una vicenda antecedente: dal 2008 il pentito Gaspare Spatuzza, uomo d’onore di Brancaccio, ha ribaltato con le sue rivelazioni l’impianto processuale sul massacro di via D’Amelio. Un falso pentito, Vincenzo Scarantino, a furia di minacce e verbali da laboratorio, aveva fatto condannare mafiosi estranei all’eccidio. Era saltato fuori uno dei più clamorosi depistaggi della pur ricca storia italiana, promosso dagli apparati investigativi delegati a indagare (nella figura dello scomparso superpoliziotto Arnaldo La Barbera). Ma c’era di peggio: rovesciato il verminaio, si era scoperto che chiunque si fosse a vario titolo occupato del caso si era già detto certo del complotto. Eppure nessuno, dalle istituzioni, aveva lanciato allarmi, neppure dopo che le sentenze erano passate in Cassazione. Due anni dopo il discorso di Scarpinato, Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e fondatore del movimento delle Agende Rosse, attizzerà un altro incendio, abbracciando sul palco di via D’Amelio il figlio di Vito Ciancimino, Massimo. Il motivo? Si è aperto il più scabroso dei processi.

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29 ottobre 2012 Entra in aula la trattativa Stato-mafia Ben arrivati dove tutto brucia. Con la prima udienza preliminare va in dibattimento un emblema. Il patto tra Stato e pool di giudici antimafia, che aveva consentito la celebrazione del Maxiprocesso dell’86, si trasforma nel suo opposto: un processo allo Stato per intelligenza con la mafia. Una ferita che difficilmente si rimarginerà. Di più: è stato detto che lo Stato, per la prima volta, perseguiva se stesso. Minaccia al corpo politico del Leviatano, è la configurazione del reato principale. Alla sbarra dodici ex ministri, boss mafiosi, alti ufficiali. Promosso da Antonio Ingroia (oggi non più in magistratura), il dibattimento ha, nell’immaginario collettivo, il volto del pm Nino Di Matteo sotto minaccia. Alla vigilia è accaduto di tutto. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano viene intercettato mentre l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino gli chiedeva di intervenire. Bobine distrutte, ma il Quirinale promuove ugualmente un conflitto di attribuzione versus Procura di Palermo. Poi Napolitano accetta di deporre al Quirinale, confermando su domanda di Di Matteo la percezione in quegli anni di «un clima di ricatto». Il suo collaboratore Loris D’Ambrosio, amareggiato dalle accuse, muore d’infarto. In una lettera si chiede se sia stato «ingenuo scriba di cose utili a far da scudo per indicibili accordi». Il succo verte su due fatti: si trattò con la mafia per fermare le stragi? Lo Stato attenuò il carcere duro, come chiesero in varie forme i detenuti del 41 bis? Sulla legittimità del reato, infine, il giurista Giovanni Fiandaca e lo storico Salvatore Lupo hanno aperto un fronte con il pamphlet La mafia non ha vinto (sottotitolato non a caso Il labirinto della trattativa). Personaggio chiave del processo è Massimo Ciancimino, insieme imputato e accusatore. Ha esibito il «papello» con le richieste allo Stato, che Riina avrebbe girato al padre Vito. Ma c’era qualche «copia e incolla» di troppo.

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28 novembre 2013 Pif, La mafia uccide solo d’estate La pellicola dell’ex iena Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, è agli antipodi della Gomorra di Roberto Saviano e Stefano Sollima. Ma come quella ha riconciliato ampi strati della società, per varie ragioni (anche generazionali) solitamente refrattari, con il nodo delle mafie. In tutt’altro modo, però. Non la rappresentazione del male puro, come in Gomorra, bensì una mafia «compatibile» con il nostro personale «romanzo di formazione». La mafia in ogni nostro giorno ma vista con gli occhi disincantati di un bambino. Il successo del film (e della fiction tv) dimostra anzitutto che la scelta di Pif di applicare nel cinema la ricetta che lo aveva reso popolare con Il testimone è risultata vincente. Quale? Alleggerire i pesi. L’esempio più vicino al suo «giornalismo d’assalto» con toni da commedia all’italiana è Maurizio Costanzo. Il re del Maurizio Costanzo show è stato il primo a capire che la rivoluzione berlusconiana della tv non sarebbe mai diventata contagiosa se avesse applicato anche nell’intrattenimento il berlusconismo militante. Indubbio l’impegno civile dello showman. Ma per andare a chiudere il cerchio dentro quei vecchi, eterni buoni sentimenti da «italiano brava gente», un po’ di antimafia non guastava. Pif, sgobbone finto scapigliato, ha capito che questa era la pista giusta. Basta con la memoria tragica e afflittiva. Ha rifatto all’infinito la cover di Signor tenente di Giorgio Faletti a Sanremo, sapendo che le ferite di cui parla la canzone non si sono mai chiuse, nell’inconscio italiano. Garanzia, quest’ultima, di facile successo. In più, a differenza di Costanzo, ci ha messo un pizzico di poesia alla Piccolo Principe, l’incantamento da bambini di fronte al primo piccolo grande amore. Ora che la mafia non uccide più nemmeno d’estate si può fare. Zoro, con le sue paradossali telecronache della sinistra, oppure Fazio, con le nostalgie da buon tempo andato, in fondo non hanno fatto lo stesso?

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19 febbraio 2014 La condanna di Lombardo Diventa un caso nazionale negli anni ’90. Raffaele Lombardo acquista per una cifra irrisoria gli archivi del padre degli scrittori siciliani, Giovanni Verga: libri, appunti, diari. Come se fosse un Mastro-don Gesualdo ipnotizzato dal possesso della «roba», quella al centro dell’universo dei Malavoglia. Il rumore che ne segue lo costringe a regalare tutto al Comune. Un passo falso. Perché lui ha saputo sempre essere un sottomarino del potere. Una sfinge. Così, da politico più potente ai piedi dell’Etna, seppe dare a Catania come sindaco il medico di Berlusconi, Umberto Scapagnini. Poi fu contagiato dalla solita peste dei governatori siciliani. Succeduto sul trono a Totò Cuffaro, viene condannato per mafia in primo grado: sei anni e otto mesi per concorso esterno. L’accusa cade in appello ma resta quella di voto di scambio. Avrebbe messo in piedi, secondo la sentenza, una macchina da guerra: promozioni e assunzioni in cambio di preferenze. Catanese, medico, fondatore del Movimento per le autonomie, è stato presidente dal 2008 al 2012. Condivideva con Cuffaro la matrice originaria: una carriera all’ombra di Calogero Mannino, lo sceicco dell’ultimo «rinnovamento» della Democrazia cristiana nell’isola. Prima di traghettare (sempre con Cuffaro e Lombardo) nell’Udc. Epici gli scontri con l’altra corrente dominante, quella di Nino Drago, tra gli stucchi di Palazzo d’Orléans. Da governatore, la popolarità di Lombardo nei sondaggi è di proporzioni bulgare. Nell’urna raccoglie sempre migliaia di preferenze, fino a toccare quota 200 mila alle europee del 2009. Ma deve vedersela con le guerre dell’alleato Forza Italia: la spaccatura tra Gianfranco Miccichè e l’asse Alfano-Schifani ha raggiunto i livelli profondi della divisione dell’atomo. E su tutto si staglia l’ombra di Marcello Dell’Utri.

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9 maggio 2014 Dell’Utri condannato in Cassazione Borsellino, nell’ultima intervista, parla del famoso «stalliere» di Arcore, Vittorio Mangano, dicendo che «cavalli» (quelli di cui Mangano, secondo Dell’Utri, si sarebbe occupato nella villa) sta per «droga», nel linguaggio cifrato dei trafficanti. Per restare ai linguaggi cifrati, nelle famose intercettazioni tra Dell’Utri e Berlusconi, e poi tra Berlusconi e lo stesso Mangano, si parla di un attentato alla Standa, compiuto dalla mafia in Sicilia dopo che il Cavaliere l’aveva acquistata. Lo chiamano «una carezza». Dell’Utri non è affatto preoccupato. E quando chiama Mangano, questi gli chiederà se Berlusconi ha ricevuto la torta, quella «gigante» che gli hanno inviato dalla Sicilia. Torta davvero inviata ad Arcore, contestualmente alla bomba. Nemmeno il vecchio boss è agitato. I toni sono gioviali, umili, giulivi. Lezioni d’alta mafia siciliana. Nel dicembre del 2009 si registra un pellegrinaggio al processo d’appello per Dell’Utri che si celebra a Torino. Sui media si batte la grancassa come per il Super Bowl. Devono deporre i Graviano. C’è anche il pentito Spatuzza, che ha sempre detto: i Graviano mi confessarono che avevano l’Italia in mano, grazie a Berlusconi e Dell’Utri. Ci si attende che stavolta siano i Graviano in persona ad accusare Dell’Utri. E magari anche Berlusconi. Sarebbe clamoroso. E ovviamente non accade. Si registreranno solo queste parole di Dell’Utri: «Mangano era un eroe, non ha mai parlato». Altra gaffe. Oppure una nuova lezione di mafia. Quest’uomo aveva fondato Forza Italia da una agenzia di pubblicità, la Publitalia. Si è fatto quattro legislature e undici processi (pure uno per estorsione a Berlusconi). Quando la Cassazione ha confermato la condanna a sette anni per concorso esterno, lo hanno trovato con molto denaro contante in un ospedale di Beirut, in Libano, paese di cedri e di palmeti. Qui beffardamente è finita la parabola di un palermitano la cui palma (sciascianamente intesa) era cresciuta in Sicilia e aveva poi conquistato prima il Nord degli affari, poi la Roma dei palazzi. Per sfiorire infine tra i palmeti libanesi.

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2 dicembre 2014 Il blitz di Mafia Capitale Doveva arrivare il meno «castigamatti» dei procuratori, il siciliano Giuseppe Pignatone, per fare scandalo nell’Urbe. È lui a contestare per la prima volta il reato di associazione mafiosa in terra di fedeli. E dire che, prima di timbrare il cartellino contro la ’ndrangheta, Pignatone non era stato proprio un beniamino dei colleghi palermitani dell’era Caselli. Ma ora configura – ecco lo scandalo – il 416 bis nella città dove ci si è sempre sforzati di chiamare in altro modo Banda della Magliana, Pippo Calò, P2 e P3. Dopo tanta fatica, arriva lui e affibbia il nome «mafia» ai loro eredi. Sembrerebbe una disputa nominalistica. Ma l’aria da resa dei conti che consegnerà alla storia giudiziaria l’operazione Mondo di mezzo dice che in ballo c’è ben altro. Il blitz prende il nome dalla «teoria» dell’ex terrorista nero Massimo Carminati. Con lui, dal dicembre del 2014 al giugno successivo, vengono arrestati decine di manager, imprenditori, politici, fra cui Salvatore Buzzi, a capo delle coop rosse di ex detenuti. La posizione di 113 indagati (compreso l’ex sindaco di centrodestra Gianni Alemanno) viene archiviata, mentre l’ex collaboratore del sindaco Walter Veltroni, Luca Odevaine, patteggia. «È la teoria del mondo di mezzo, ci stanno i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo»: così parlò Carminati. E disse tutto. I vivi sopra (la Roma che ci aspetteremmo), i morti sotto (come nella Sicilia della mafia) e noi nel mezzo. E se delinqui nel mezzo, che reato è? Per la Procura, la gang non era una «normale associazione». Il perché non è solare. Ma neppure la mafia lo è mai. I critici replicano che a Roma non ci sono lupare. Ma oggi nemmeno in Sicilia, se è per questo. La posta in gioco non è un processo, ma il futuro. Come, in quali circostanze, a chi potrà essere applicato il reato di 416 bis? Che cosa è mafia? E cosa non lo è?

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24 gennaio 2015 La palma si consolida al Nord A meno di cento giorni dall’inizio dell’Expo, il presidente della corte d’appello di Milano, Giovanni Canzio, inaugura così l’anno giudiziario: «La presenza mafiosa al Nord deve essere ormai letta in termini non già di mera infiltrazione, quanto piuttosto di interazione-occupazione». Se le parole hanno un senso significa: le mafie ci hanno occupato, e non solo sono fra noi, ma agiscono con noi. Di più: Canzio definisce la ’ndrangheta «una metastasi» nel territorio lombardo. Lo era almeno dal 2003, quando la maxi operazione Crimine-Infinito condotta dalle Direzioni distrettuali antimafia di Reggio Calabria e Milano (e coordinata dai magistrati Pignatone, Prestipino, Gratteri e Boccassini) aveva iniziato a scoperchiare una rete immensa di legami tra ’ndrine, massoneria e politica, che dal santuario della Madonna di Polsi in Aspromonte (il tempio sacro della ’ndrangheta) portava fino al cuore del potere finanziario meneghino. Il primo segno di metastasi, in realtà, risaliva al 1995, quando venne sciolto per mafia il primo comune del Nord, Bardonecchia, in provincia di Torino. Siamo ben vent’anni prima dell’epitaffio del presidente Canzio. Per giunta, i fantasmi che l’alto magistrato aveva evocato nella stessa sede, a proposito dell’Expo, diventeranno realtà: inchieste giudiziarie, appalti revocati, interventi della nuova Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone. Eppure, ancor più di Roma, Milano non era certo la Corleone dei bei tempi. Presto vivrà un nuovo rinascimento. Ma le sue «coppole storte» vengono da lontano, hanno una storia, sono radicate. Così ti aspetteresti una reazione da unità nazionale. Invece, in quei giorni, Palazzo Chigi litigava con i magistrati, lo stesso Canzio inviava un siluro ai colleghi della Procura di Palermo («Napolitano non andava sentito nel processo sulla Trattativa»), e la stessa Procura milanese, quella che fu di Mani Pulite, era spaccata. Torti e ragioni, tutto sommato, si equivalevano. A meno che non si sia intenzionati ad aggirare in eterno, sempre a colpi di slogan, i casi «sporchi». Tipo quello di Bruno Contrada.

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13 aprile 2015 Contrada, l’Europa condanna l’Italia È il capo della Spectre. No, un perseguitato. Il caso dell’Alta corte europea che ha condannato l’Italia per la sentenza inflitta all’ex alto dirigente dei servizi segreti Bruno Contrada ha mobilitato i giuristi: il reato contestato di concorso esterno non era corretto, poiché all’epoca dei fatti (’79-’88) non era «sufficientemente chiaro». Siamo, ancora una volta, in una «terra di mezzo», come per Mafia Capitale. Impiccati per di più al solito vizio. Non una volta che i «colpevolisti» si siano interrogati su come potesse comportarsi un uomo delegato a vivere su una linea di confine, in tempi in cui c’erano solo «confidenti». Né mai gli «innocentisti» hanno ammesso che la storia della mafia è carica di talpe, doppiogiochisti, spie. Tutto ridotto a dispute tra azzeccagarbugli. Quale sia la storia degli apparati investigativi e delle loro faide interne resta un mistero. Ce la siamo cavata pietrificando posizioni contrapposte. Il dubbio sciasciano, quel «contraddissi e mi contraddissi», è stato espiantato. Nello scontro su chi abbia ragione, di ragione ne è scomparsa una, la ragion di Stato. Quali i suoi confini? Ne ha davvero? Li decide qualcuno? O di volta in volta è stata usata come paravento da collusi e manigoldi? Terreno infido, ma è questo lo scenario. Il superpoliziotto che lavorò con Boris Giuliano è stato inequivocabilmente condannato. Ma il suo caso storicamente non è chiuso. I tempi sono cambiati. Non basta più, come i «negazionisti», fare carta straccia di una sentenza passata in giudicato. E nemmeno è utile archiviarla come l’estremo ancoraggio delle nostre certezze.

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25 aprile 2015 I 25 anni del film Quei bravi ragazzi Per Tommaso Buscetta, uno che di mafia se ne intende, il film Goodfellas (Quei bravi ragazzi) di Martin Scorsese del 1990 è l’unico che ha saputo raccontare gli «uomini d’onore» così come sono veramente. Tratto dal romanzo di Nicholas Pileggi Il delitto paga bene, gli attori Ray Liotta, Robert De Niro, Joe Pesci, Paul Sorvino, Frank Sivero e Lorraine Bracco hanno saputo dare alle «cose di Cosa Nostra» un volto e una credibilità mai più raggiunti. Non a caso, per i 25 anni della pellicola, a Hollywood si è festeggiato. La ricetta del cult? Profondità dei personaggi, ritmo della storia, realismo surreale nei dialoghi e nei comportamenti. Meno epico del Padrino ma più asciutto e hard boiled, il film è decisamente hammettiano, per citare lo stile che ha reso potente un genere grazie all’ex agente della Pinkerton e scrittore Dashiell Hammett (il suo Raccolto rosso è stato citato come metafora siciliana sia da Falcone sia da Sciascia). Dal canto suo il cinema italiano, dopo gli anni ruggenti, ha rinunciato alla sfida. Facendo il paio con la letteratura nazionale, che pure la mafia aveva in casa al pari di registi e sceneggiatori nostrani. Siamo rimasti al palo del Giorno della civetta di Sciascia. Gli studi in proposito (Massimo Onofri, Matteo Di Gesù) non hanno potuto fare altro che aggiornare il lascito sciasciano successivo, rispetto a quanto già trattato in un volume del 1970 su mafia e letteratura di Pietro Mazzamuto. Se l’assenza degli intellettuali è pesata nei dibattiti pubblici sul tema della mafia, e se la pigrizia degli storici ha relegato la materia a poche righe d’accademia, l’assenza di scrittori e narratori ha impedito che un filone potenzialmente epico si sgravasse da eccessi di specialismo e circostanze contingenti (necessarie al giornalismo) per essere ricollocato in ambiti più alti. Peccato.

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9 settembre 2015 Lo scandalo dei beni sequestrati Cinque giorni prima, il Viminale rende noto che nel 2014 sono scattati 14.500 sequestri di beni alla mafia. Il valore è di 5,6 miliardi. Il patrimonio complessivo ammonta a 30 miliardi, il 43% dei quali in Sicilia. In quei giorni la giudice «antimafia» Silvana Saguto, presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, parla alla Commissione antimafia. Nel gennaio 2014 il direttore dell’Agenzia dei beni confiscati, Giuseppe Caruso, aveva sollevato dubbi. Lei aveva ribattuto: mi ostacolano. A un convegno sul futuro dei patrimoni malavitosi era stata ancora più diretta: «Chi fa antimafia è sempre delegittimato» e si era paragonata a Rocco Chinnici. Poi arriva l’avviso dalla Procura di Caltanissetta: corruzione, concussione, abuso d’ufficio. Saltano fuori parcelle da sette milioni e assegnazione delle risorse ai soliti noti. Il caso, anziché circoscriversi, si allarga. Le piccole associazioni accusano quelle grandi di fare man bassa nella corsa al riutilizzo dei beni. Si scopre che gruppi «antimafia» sono sorti come funghi in tutta Italia, per scippare quattrini e vantaggi d’immagine. Confindustria Sicilia, che ha fatto della legalità il suo cavallo di battaglia, inciampa nel caso del presidente siciliano Antonello Montante: si indaga sui suoi legami con la cosca di Serradifalco. Il responsabile di Telejato, Pino Maniàci, paragonato in passato a Peppino Impastato e a Mauro Rostagno, viene filmato mentre intasca una mazzetta. Tutte inchieste ancora in corso ma, in un lampo, la lotta alla mafia come passaporto per carriere crolla con il suo apparato di retorica. Renderà inevitabilmente patetiche anche le posizioni di coloro (giornalisti e magistrati compresi) che nulla c’entrano con il malaffare, ma che hanno scritto per tanti anni (in buona fede) uno spartito contraddittorio e zoppicante, che poi loschi figuri hanno suonato. L’antimafia come professione naufraga per sempre in questa data.

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4 novembre 2015 Mannino assolto per la Trattativa È stato l’ultimo capo della Democrazia cristiana siciliana e uomo politico di primo livello. Più volte ministro (l’ultima l’anno delle stragi), parlamentare per sette legislature, viene assolto dall’accusa di «minaccia al corpo politico dello Stato» nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Chiede e ottiene l’udienza preliminare e ne esce per «non aver commesso il fatto». Ci aveva messo invece 14 anni per liberarsi delle precedenti imputazioni. Arrestato il 13 febbraio del ’95 con l’accusa di concorso esterno, ai tempi dei processi Andreotti, Contrada, Carnevale e Musotto, sconta nove mesi di carcere. Inizia un iter giudiziario complicato che, alla fine, lo vede assolto nel 2010. Alla fine degli anni ’70, da leader della sinistra del partito, aveva guidato il «rinnovamento» dello scudocrociato a fianco di Sergio Mattarella e Rosario Nicoletti. Poi sarebbe stato uno dei politici nel mirino di vendette trasversali, dopo la conferma delle condanne del Maxiprocesso. Il pentito Giovanni Brusca ha rivelato che l’attentato nei suoi confronti era già pronto. Oggi, più dei pentiti che hanno parlato vanamente di collusioni tra lui e la mafia, resta il ricordo di una stagione oscura, tra le stragi del ’92 e gli attentati a Firenze, Milano e Roma del ’93. Quando venne revocato il carcere duro del 41 bis a centinaia di mafiosi. Fu frutto di «accomodamento»? Mannino non ne deve più rispondere. I suoi progetti politici di fine anni ’70 (rinnovare i partiti e la politica) sono stati gli ultimi di un certo spessore nella quasi cinquantennale storia della Dc in Sicilia. Una storia condizionata dalla mafia. Dopo l’elezione a presidente della Repubblica di Mattarella, proprio Mannino ha ricordato quel «terzetto». A Mattarella venne ucciso il fratello Piersanti che contrastò il malaffare, Nicoletti si suicidò dopo l’agguato a Dalla Chiesa, Mannino ha bruciato «un pezzo di vita» nelle inchieste Cosa Nostra-politica.

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19 maggio 2016 Mori, il generale nel suo labirinto All’epoca dei fatti era colonnello, poi è diventato generale. Dal comando dei Ros a numero uno del servizio segreto. Nel 2016 si è scrollato l’accusa di non aver arrestato Bernardo Provenzano 11 anni prima della definitiva cattura. E in precedenza si era liberato dell’altra accusa di non aver perquisito il covo di Totò Riina dopo l’arresto. Ma con l’affaire Trattativa dovrà sempre misurarsi, anche fuori dai processi. I punti di domanda sono molti: il suo «agente sotto copertura», Vito Ciancimino, doveva frenare le stragi? Fu messo a parte, come dice il figlio di don Vito, Massimo, delle richieste che Riina avrebbe fatto allo Stato? Contribuì ad attenuare il carcere duro? Provenzano restò libero in cambio di Riina? Per il procuratore generale Scarpinato, le radici del generale Mori affondano lontano. I felici anni ’60, i cupi ’70, gli edonistici ’80: li avrebbe attraversati tutti, seguendo un filo nero. Da solo? No, era con il generale Dalla Chiesa, un maestro per Mori e un eroe per l’antimafia. In questa storia non torna proprio niente. Il generale stravede per i servizi inglesi, perché devono rispondere a un unico comando, la regina. Preferisce chiamare la guerra italiana «anni di piombo» e non «strategia della tensione». Invidia il Kgb russo per due motivi: aveva uomini e mezzi a dismisura e poi non è mai stato smantellato. Pensa che uomini come lui sono esistiti sin dai tempi degli Egizi. Per necessità. Almeno una cosa inconfutabile l’ha detta: «Dopo la strage di Capaci, i politici si nascosero tutti sotto le scrivanie». Se ne deduce: qualcuno doveva sporcarsi le mani. Allora a chi l’ardua sentenza? Se alla fine non si potranno individuare reati, diremo che l’uomo è troppo complesso per un’aula giudiziaria.

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24 maggio 2016 L’inaugurazione del museo Falcone-Borsellino Il «bunkerino» era il cuore del Palazzo di Giustizia di Palermo. Oggi è diventato un museo. Lo hanno voluto l’Associazione nazionale magistrati, la Procura generale, la presidenza della corte d’appello. Sorge al piano ammezzato del tribunale, nelle stanze dove ha lavorato il pool antimafia. Da questa tolda Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno guidato indagini e istruito processi. A gestire il museo è stato chiamato Giovanni Paparcuri: era l’uomo di fiducia di Rocco Chinnici, sopravvissuto all’autobomba, successivamente è stato il consulente informatico del pool. Ci sono soltanto gli oggetti più semplici: l’ultima scatola di sigari e la collezione di papere di legno di Falcone, gli appunti per l’istruttoria del Maxiprocesso, il portacenere di Borsellino, i mobili, la macchina da scrivere, il sistema di sicurezza. Ci sono i primi assegni bancari le cui tracce Falcone seguì per avviare la prima inchiesta. Tre stanze, una trincea. La vita quotidiana dei giudici antimafia: qui è cominciato tutto. Il piccolo museo ha ogni giorno i suoi visitatori: scolaresche, famiglie, giovani funzionari di polizia che prima dell’insediamento vengono a respirarne l’aria, ragazzi che rinunciano ai selfie perché «è meglio portarsi tutto dentro». La Sicilia ha spesso un rapporto contrastato con la memoria. Targhe, lapidi, stele, persino il monumento sulla A29, svincolo di Capaci, ci dicono che c’è ricordo ma mai conciliazione. Tra noi e i nostri morti e tra noi, il loro sacrificio e la verità. C’è sempre una tensione, una frattura, in questi luoghi. Anche la salma di Falcone, per riposare in pace, nel 2015 ha dovuto essere traslata nella basilica di San Domenico. Vi sono state polemiche. Così come vi sono divisioni tra le varie fondazioni, associazioni e gruppi sul progetto di un museo della memoria. L’aria salubre del museo Falcone-Borsellino, invece, riconcilia.

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13 luglio 2016 La morte di Bernardo Provenzano

Quando, tredici anni dopo la caduta di Riina, cattureranno anche Bernardo Provenzano, la mafia combattuta con il Maxiprocesso non esiste più. Provenzano ha sciolto Cosa Nostra così come l’avevamo conosciuta. Gli stessi arresti dei grandi latitanti come Bagarella e dei futuri pentiti come Brusca, lo smantellamento delle ultime «colonne» dei Nicchi e dei Lo Piccolo, i blitz contro boss ottuagenari (o contro altri definiti tali solo dai media) confermano la frase profetica del consigliere Caponnetto, dopo la morte di Paolo Borsellino: «È tutto finito». Non erano finite la mafia e la lotta alla mafia, ma si avviava al definitivo tramonto una stagione. Basti un dato: la mafia si era sempre fregiata dell’impunità, delle assoluzioni, persino dell’affermazione di non esistere. Dopo le stragi ha chiesto solo l’elemosina: qualche concessione sul carcere duro. «Questo è il processo all’organizzazione mafiosa chiamata Cosa Nostra, una pericolosissima associazione criminosa che, con la violenza e la intimidazione, ha seminato e semina morte e terrore» era l’incipit dell’istruttoria del Maxiprocesso. Con Provenzano morte e terrore (caratteristiche della «anomalia» corleonese) sono scomparsi. Per capire il «padrino», si deve guardare non a Corleone ma a Bagheria. Qui, tra i mostri metafisici di villa Palagonia, Provenzano ha costruito la sua rete autonoma. Una rete segreta all’interno di una società segreta. Riina era stato il dittatore terrorista. Binnu si trasforma invece in un «demiurgo». Veste i panni del grande sacerdote di una sua legislazione personale, fatta di Bibbia e pizzini. Comprende che il governo di nessuno non è un «non governo». Basta che funzioni. E per farlo funzionare ci si deve limitare ad amministrare. Certo, se necessario, questo modello può ancora volgersi in crudeltà. Ma, in linea generale, è un potere che deve «servire» il popolo mafioso, mediare, pacificare, conciliare gli affari. Provenzano non mette sott’acqua Cosa Nostra. La annega. Rimuove il verticismo, si sbarazza dell’unitarietà, blandendo gli adepti li spinge a organizzarsi in singole «famiglie». Non tratta mai Matteo Messina Denaro come un successore: lo rispetta solo in quanto capo della provincia di Trapani. È stato detto che Cosa Nostra con Pro103

venzano diventa Cosa Sua. Piuttosto, non è più una Cosa. Si trasforma in una galassia liquida, vorace, onnicomprensiva. Proprio perché si sparge ovunque, non sarà più riconoscibile. Di qui la difficoltà a stabilire: cos’è la mafia dopo Provenzano? C’è ancora? Lui è caduto perché non era più funzionale a qualche nuova metamorfosi? C’è poi il successivo dilemma: la mafia ha perso oppure ha vinto? Il boss, dal canto suo, diventerà talmente visionario da votarsi alla grafomania. Una volta in carcere (dove è sorvegliato 24 ore su 24 e gli controllano ogni cosa) continuerà ad annotare minuziosamente la sua vita quotidiana. Si prepara a diventare il primo boss nella storia di Cosa Nostra ad essere cremato. Niente bare in spalla, funerali solenni, catafalchi: ormai lo Stato vieta tutto. E allora lui se ne andrà nell’evanescenza. Questo rende difficile individuarne gli eredi. Se ne ha. Può darsi che un nuovo esperimento sia in corso nei laboratori del postCosa Nostra. Oppure che i clan arcaici siano stati irrimediabilmente strangolati. Tutte le ipotesi che si fanno sul post-Provenzano sono bifocali, schizofreniche. Si parla a briglia sciolta, come al bar e nei social. Senza supporti o dati di realtà. La strada per ricominciare resta quella di Giovanni Falcone: segui i soldi. Gli enormi capitali accumulati viaggiano. E il denaro non è mai invisibile. Lo sterco del demonio lascia sempre qualche traccia.

Bibliografia di riferimento

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Indice dei nomi

Adorno, Theodor, 45. Aglieri, Pietro, 72. Agnelli, famiglia, 9, 28. Agnelli, Gianni, 9. Agnelli, Susanna, 9. Agostino, Antonino, 62. Aiello, Michele, 87. Alberti, Gerlando, detto ’u paccaré, 23, 27. Alemanno, Giovanni, detto Gianni, 95. Alessandrini, Emilio, 39. Alessi, Giuseppe, 18. Alfano, Angelino, 79, 93. Alpi, Ilaria, 60. Ambrosoli, Giorgio, 34-35, 39. Andreotti, Giulio, 8, 10, 30, 35, 48, 7172, 78, 89, 100. Antiochia, Roberto, 52, 60. Arsan, Henry, 50. Asta, Barbara, 50. Asta, Giuseppe, 50. Asta, Salvatore, 50. Ayala, Giuseppe, 53. Badalamenti, Gaetano, 11, 21, 23, 2930, 36, 46-47. Baffi, Paolo, 35. Bagarella, Antonietta, detta Ninetta, 32, 70. Bagarella, Calogero, 24, 32. Bagarella, Leoluca, 31-32, 75, 79-80, 82, 103. Bagarella, Vincenzina, 75. Basile, Emanuele, 33, 52, 60. Basile, Ernesto, 15. Batista, Fulgencio, 11.

Battaglia, Serafina, 19. Battaglia, Stefano, 19. Bearzot, Enzo, 39. Berlinguer, Enrico, 29-30, 38. Berlusconi, Silvio, 71, 74, 79, 84, 9394. Besozzi, Tommaso, 3. Bevivino, Tommaso, 15, 18. Biagi, Enzo, 45. Bin Laden, Osama, 63. Bocca, Giorgio, 40. Boccassini, Ilda, 96. Bommarito, Giuseppe, 52. Bontate, Francesco Paolo, detto don Paolino, 5, 14, 21, 29, 47. Bontate, Giovanni, 57. Bontate, Stefano, 5, 14, 21, 29, 34, 3638, 47, 57, 71, 84, 88-89. Borges, Jorge Luis, 44-45. Borghese, Gianfranco, 9. Borghese, Junio Valerio, 10, 21, 25, 31, 56. Borsellino, Agnese, 90. Borsellino, Paolo, 43, 49, 52-53, 58, 60, 66-68, 74-76, 88, 90, 94, 102103. Borsellino, Rita, 89. Borsellino, Salvatore, 90. Bracco, Lorraine, 98. Branca, Amedeo, 5. Brandi, Cesare, 45. Brando, Marlon, 80. Brusca, famiglia, 75. Brusca, Giovanni, 23, 47, 65, 75, 84, 100, 103. Bufalino, Gesualdo, 76. Buscetta, Tommaso, detto don Masi-

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no, 5, 11, 21, 27, 29, 31, 36, 46-49, 52-53, 55-56, 59, 69, 71, 82, 98. Buttafuoco, Antonino, detto Nino, 48. Buttitta, Ignazio, 6. Buzzi, Salvatore, 95. Caccia, Bruno, 35. Calabresi, Luigi, 29. Calderone, Antonino, 21, 65. Calderone, Giuseppe, 31. Calia, Vincenzo, 25. Calò, Giuseppe, detto Pippo, 5, 39, 53, 95. Calvi, Roberto, 39-40, 51. Calzetta, Stefano, 47, 65. Calzetta, Vincenzo, 65. Camilleri, Andrea, 84-85. Cammarata, Diego, 79. Campione, Giuseppe, 42. Cancemi, Salvatore, 65. Cantone, Raffaele, 96. Canzio, Giovanni, 96. Caponnetto, Antonino, 47, 53, 58, 61, 66-67, 81, 103. Capote, Truman, 3, 88. Capuana, Luigi, 16. Capuzza, Paolo, 66. Caravaggio, Michelangelo Merisi, detto il, 23. Cardinale, Claudia, 22. Carminati, Massimo, 95. Carnevale, Corrado, 64, 71, 100. Carnevale, Salvatore, detto Turiddu, 6-7, 13. Caruso, Giuseppe, 99. Caselli, Gian Carlo, 69-70, 75, 79, 81, 87, 95. Cassarà, Antonino, detto Ninni, 22, 35, 52, 59, 65. Cassina, famiglia, 43. Cassina, Arturo, 21, 40, 48, 59, 78, 89. Castro, Fidel, 11. Catalano, Agostino, 67. Cavataio, Michele, detto «il Cobra», 24. Cefis, Eugenio, 28. Çelenk, Bekir, 50. Cervello, Gaspare, 66. Chase, David, 77.

Chilanti, Felice, 13. Chinnici, Rocco, 20, 43, 47, 49, 57, 67, 78, 99, 102. Chruščëv, Nikita, 28. Ciaccio Montalto, Giangiacomo, 43, 50-51, 88. Ciampi, Carlo Azeglio, 73. Ciancimino, Massimo, 74, 90-91, 101. Ciancimino, Vito, 15, 33, 42, 59, 74, 90-91, 101. Ciano Mussolini, Edda, 9. Ciotti, Luigi, 81. Cobb, Lee J., 22. Consolo, Vincenzo, 13, 88. Contorno, Salvatore, detto Totuccio, 36, 47, 53, 61. Contrada, Adriana, 69. Contrada, Bruno, 69, 71, 96-97, 100. Coppola, Francis Ford, 55, 80, 83. Corbo, Angelo, 66. Cordaro, Lia, 30. Corleo, Luigi, 21, 88. Cortese, Renato, 82. Cosina, Walter, 67. Cossiga, Francesco, 10. Costa, Gaetano, 33, 36, 42-43, 60. Costanza, Giuseppe, 66. Costanzo, Carmelo, 45. Costanzo, Maurizio, 73, 87, 92. Cuccia, Enrico, 9, 34. Cuffaro, Salvatore, detto Totò, 79, 87, 93. Culicchia, Vincenzo, 27. Cuntrera-Caruana, clan, 86. D’Acquisto, Mario, 38. D’Aleo, Mario, 52, 59. Dalí, Salvador, 45. Dalla Chiesa, Carlo Alberto, 7, 12, 27, 38, 40-44, 53, 57, 68-71, 80, 100101. Dalla Chiesa, Romano, 12. D’Ambrosio, Loris, 91. Damiani, Damiano, 22, 44. D’Angelo, Giuseppe, 18. De Filippi, Maria, 73. De Francesco, Emanuele, 68. De Gennaro, Giovanni, detto Gianni, 74.

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Delfino, Francesco, 70. Deliella, famiglia, 15. Dell’Utri, Marcello, 71, 79, 93-94. De Lorenzo, Giovanni, 10. De Mauro, Mauro, 9, 11, 23, 25-26, 28, 31, 48, 56, 78. De Mauro, Tullio, 25. De Mita, Ciriaco, 42. De Niro, Robert, 98. De Sio, Giuliana, 40. Di Carlo, Francesco, 51, 65. Dicillo, Rocco, 66. Di Cristina, Antonio, 31. Di Cristina, Giuseppe, detto «la Tigre», 31, 82. Di Gesù, Matteo, 98. Di Lello, Giuseppe, 53. Di Maggio, Balduccio, 70-71. Di Matteo, Antonino, detto Nino, 91. Di Matteo, Giuseppe, 75. Di Matteo, Santino, 75. Di Pisa, Alberto, 61. Di Pisa, Calcedonio, 20. Di Salvo, Rosario, 38. Dolci, Danilo, 13. Domino, Claudio, 57. Drago, Antonino, detto Nino, 93. Duggan, Christopher, 58. Escobar, Pablo, 46. Falcone, Giovanni, 10, 15, 32-34, 4041, 43-44, 47, 49, 53, 55-56, 58, 6062, 64, 66-70, 74-76, 81, 87, 89, 102, 104. Faletti, Giorgio, 92. Fanfani, Amintore, 14-15, 28. Farinella, Mario, 13. Fava, Giuseppe, 45. Fazio, Antonio, 74. Fazio, Fabio, 92. Federico II di Svevia, imperatore, 26, 36. Fellini, Federico, 18. Ferlito, Alfio, 40. Fernandez, Juan Ramon, 86. Ferrandelli, Fabrizio, 89. Ferrara, Giuseppe, 26, 40. Fiandaca, Giovanni, 91.

Finocchiaro, Francesco, 45. Finocchiaro Aprile, Andrea, 5. Flaccovio, Dario, 26. Florio, famiglia, 13. Francese, Mario, 32. Franchetti, Leopoldo, 16, 85. Frittitta, Mario, 72. Gagarin, Jurij, 17. Gambino, famiglia, 34. Gambino, John, 34, 55. Gandolfini, James, 77. García Lorca, Federico, 45. Garibaldi, Giuseppe, 3, 5. Gelli, Licio, 35, 38-39, 60. Genco Russo, Giuseppe, 5, 9, 11, 14, 17. Gentile, Tony, 68. Ghassan, Bou Chebel, 43. Giaccone, Paolo, 52. Giammanco, Pietro, 61-62. Gioia, Giovanni, 15, 19, 33, 89. Gioia, Luigi, 15. Giordana, Marco Tullio, 30. Giordano, Alfonso, 53-54. Giovanni Paolo II, papa (Jozef Wojtyła), 50, 72. Giuffrè, Antonino, detto Nino, 39, 65. Giuliano, Boris, 32-33, 35, 46, 69, 75, 97. Giuliano, Salvatore, 3-5, 22, 26. Graci, Gaetano, 45. Grado, Gaetano, 65, 84. Grassi, Davide, 81. Grassi, Libero, 68, 81, 87. Grasso, Pietro, 53, 81. Gratteri, Nicola, 96. Graviano, Filippo, 65, 68, 75, 82, 94. Graviano, Giuseppe, 65, 68, 75, 82, 94. Greco, famiglia, 15, 20, 24, 29, 48. Greco, Giovannello, 84. Greco, Michele, detto «il papa», 15, 27, 36-37, 51, 54-55, 57, 70, 72, 80. Greco, Pino, detto Scarpuzzedda, 57, 84. Greco, Salvatore, detto Cicchiteddu, 20, 28, 56. Grillo, Salvatore, 88.

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Guarnotta, Leonardo, 52-53. Guarrasi, Vito, 9, 28, 40, 48, 59, 78. Guevara, Ernesto, detto «el Che», 11. Guttadauro, famiglia, 63. Guttadauro, Giuseppe, 87. Guttuso, Renato, 23, 37. Guzmán, Joaquín, detto «el Chapo», 46. Hammett, Dashiell, 98. Hoover, J. Edgar, 11. Iannì, Carmelo, 35. Ilardo, Luigi, 82. Impastato, Giuseppe, detto Peppino, 30, 46, 60, 81, 99. Ingroia, Antonio, 91. Insalaco, Giuseppe, 59, 62. Intili, Filippo, 7. Inzerillo, famiglia, 55, 77. Inzerillo, Salvatore, detto Totuccio, 29, 34, 36, 38, 47. Jesi, Furio, 45. Kefauver, Estes, 11. Kennedy, John F., 17. Kennedy, Robert F., 11. La Barbera, Angelo, 20, 22, 24, 29, 89. La Barbera, Arnaldo, 90. La Barbera, Gioacchino, 65. La Barbera, Salvatore, 20, 22, 24, 29, 89. La Cavera, Domenico, 28. La Loggia, Giuseppe, 18. Lanza di Trabia, Galvano, 9. Lanza di Trabia, Raimondo, 9, 28, 78. Laterza, Vito, 25. La Torre, Pio, 7, 18, 27, 38, 40-41, 53, 57, 81. La Volpe, Alberto, 44. Leone, Giovanni, 6. Levi, Carlo, 6, 13. Liggio, Luciano, 5, 12-13, 20-22, 27, 55-56, 78, 82. Ligresti, Salvatore, 84. Lima, Salvo, 15, 33, 42, 48, 54, 68, 71, 73, 89. Lima, Vincenzo, 89.

Li Muli, Vincenzo, 67. Liotta, Ray, 98. Lipari, Vito, 59. Livatino, Rosario, 65, 72. Loi, Emanuela, 67. Lombardo, Raffaele, 79, 93. Lo Piccolo, famiglia, 103. Lo Presti, Ignazio, 36. Lo Vasco, Domenico, 72. Lucky Luciano (Salvatore Lucania), 11. Lupo, Salvatore, 83, 91. Macaluso, Emanuele, 38. Macaluso, Joseph, 49. Mach di Palmstein, Ferdinando, 50. Madeo, Alfonso, 55. Madonia, famiglia, 69. Malaparte, Curzio (Curzio Suckert), 9. Maletti, Gianadelio, 10. Mancino, Nicola, 91. Mangano, Vittorio, 94. Maniàci, Pino, 99. Mannino, Calogero, 42, 93, 100. Mannoia, Francesco Marino, 23, 47, 65, 71. Maradona, Diego Armando, 55. Marchese, Giuseppe, 65. Marchese, Ninfa, 88. Marchese, Pietro, 84. Marchese, Virginia, 88. Marino, Salvatore, 52. Marley, Bob, 80. Marshall, George C., 17. Marzotto, Giannino, 9. Mattarella, Piersanti, 7, 33, 38, 42-43, 53, 71, 100. Mattarella, Sergio, 42, 54, 100. Mattei, Enrico, 25-26, 28, 31, 78. Mazzamuto, Pietro, 98. Meli, Antonino, 58. Messina Denaro, Francesco, 63. Messina Denaro, Matteo, 63, 75, 80, 103. Miccichè, Gaetano, 44. Miccichè, Gerlando, 44. Miccichè, Gianfranco, 44, 74, 79, 93. Miceli, Mimma, 57.

112

Miceli, Vito, 10. Miceli Crimi, Joseph, 48. Milazzo, Silvio, 13-14, 28. Milella, Maria Giuditta, 52. Minore, famiglia, 50. Miraglia, Accursio, 7. Modugno, Domenico, 9. Moe, Nelson, 83. Moncada, Girolamo, 24. Mondo, Natale, 52. Montale, Eugenio, 8. Montana, Giuseppe, detto Beppe, 52. Montanelli, Indro, 16. Montante, Antonello, 99. Montesi, Wilma, 13. Montinaro, Antonio, 66. Mori, Mario, 70, 74, 101. Morici, Pietro, 52. Moro, Aldo, 14, 30, 33, 51, 53, 71. Morvillo, Francesca, 66. Musotto, Francesco, 79, 100. Mutolo, Gaspare, 47, 65. Napolitano, Giorgio, 91, 96. Natoli, Luigi, 80. Navarra, Michele, 5, 12, 21. Nero, Franco (Franco Sparanero), 22. Nicchi, famiglia, 103. Nicoletti, Rosario, 49, 100. Nicolosi, Rosario Antonino, detto Rino, 42. Nisticò, Vittorio, 13. Nixon, Richard M., 17. Nonna Eroina (Angela Russo), 37. Notarbartolo, Emanuele, 16. Notarbartolo, principessa, 6. Nozza, Marco, 8. Odevaine, Luca, 95. Onassis, famiglia, 9. Onofri, Massimo, 98. Orlando, Leoluca, 54, 58, 72, 74, 79, 89. Osho Rajneesh, 60. Padovani, Marcelle, 76. Pajno, Vincenzo, 80. Palazzolo, Saveria Benedetta, 82. Palermo, Carlo, 50-51.

Pallotta, Gino, 17. Pansa, Giampaolo, 54. Pantaleone, Michele, 26. Paparcuri, Giovanni, 102. Pappalardo, Salvatore, 42. Parisi, Roberto, 59. Pasolini, Pier Paolo, 45. Pecoraino, Filippo, 15. Pellegriti, Giuseppe, 61. Perna, Angelo, 49. Perriera, Michele, 13. Pertini, Sandro, 13, 38-39, 43. Pesci, Joe, 98. Piazza, Emanuele, 62. Piccolo, Lucio, 8. Pif (Pierfrancesco Diliberto), 92. Pignatone, Giuseppe, 82, 87, 95-96. Pileggi, Nicholas, 98. Pintacuda, Ennio, 42. Pisciotta, Salvatore, 26. Pitrè, Giuseppe, 16. Placido, Michele, 44. Prada, Miuccia, 63. Prestia, Maurilio, 30. Prestifilippo, Mario, 57. Prestipino, Michele, 82, 96. Principato, Teresa, 63. Provenzano, Bernardo, detto Binnu ’u tratturi, 12, 21, 24, 55, 70, 72, 80, 82-83, 85, 87, 89, 101, 103-104. Pucci, Elda, 74. Pugliese, Massimo, 50. Puglisi, Giuseppe, detto Pino, 32, 75, 81. Puzo, Mario, 36, 77. Reina, Michele, 26, 33, 35. Renda, Francesco, 3. Rendo, Mario, 45. Restivo, Franco, 18. Reza Pahlavi, Mohammad, scià di Persia, 9. Riccio, Michele, 82. Riccobono, Rosario, 69. Riina, Salvatore, detto Totò, 12, 21, 24, 31-32, 36, 41, 51, 55-57, 61, 70-71, 74-75, 82, 84, 89, 91, 101, 103. Ripellino, Angelo Maria, 45. Rizzotto, Placido, 12, 21, 27.

113

Rizzuto, Nicola, 86. Rizzuto, Nick junior, 86. Rizzuto, Vito, 86. Rognoni, Virginio, 41. Romita, Giuseppe, 5. Rosi, Francesco, 3, 22, 25, 28. Rosone, Roberto, 39. Rostagno, Mauro, detto Sanatano, 50, 59-60, 63, 99. Ruffini, Ernesto, 33. Ruspoli, Alessandro, detto Dado, 9. Russo, Giuseppe, 21, 31-32. Sabella, Marzia, 82. Saetta, Antonino, 60, 64. Saetta, Stefano, 60. Saguto, Silvana, 99. Saladino, Giuliana, 19. Salvo, Antonino, detto Nino, 14, 21, 2729, 43, 47-48, 52, 59, 71, 78, 88-89. Salvo, Ignazio, 14, 21, 27, 43, 47-48, 52, 59, 71, 73, 78, 88-89. Santapaola, Benedetto, detto Nitto, 49, 65. Santoro, Michele, 87. Santovito, Giuseppe, 50-51. Saragat, Giuseppe, 13. Sarcinelli, Mario, 35. Saviano, Roberto, 92. Scaglione, Pietro, 21, 26-27. Scalfaro, Oscar Luigi, 52. Scapagnini, Umberto, 93. Scarantino, Vincenzo, 90. Scarpinato, Roberto, 90, 101. Scelba, Mario, 14, 17. Scorsese, Martin, 98. Schifani, Renato, 79, 93. Schifani, Vito, 66. Sciascia, Leonardo, 8, 13, 16, 22-23, 25, 32, 49, 53, 58, 60, 67, 72, 76, 85, 98. Scopelliti, Antonino, 64. Segni, Antonio, 14. Sellerio, Elvira, 17. Sellerio, Enzo, 13, 17. Seminara, Paolo, 43-44. Serio, Francesca, 6. Serpotta, Giacomo, 23. Setti Carraro, Emanuela, 40, 44. Sica, Domenico, 61.

Siciliano, Biagio, 52. Signorino, Domenico, 53, 61. Siino, Angelo, 82. Sinagra, Vincenzo, 47. Sindona, Michele, 9, 33-35, 38-39, 4849, 78. Sivero, Frank, 98. Sollima, Stefano, 92. Sonnino, Sidney, 16. Sorisi, Leoluchina, 21. Sorrentino, Paolo, 71. Sorvino, Paul, 98. Spadolini, Giovanni, 38. Spatola, Rosario, 34. Spatuzza, Gaspare, 65, 68, 90, 94. Spiazzi, Amos, 10. Springsteen, Bruce, 77. Stajano, Corrado, 53, 59. Stendhal (Henri Beyle), 85. Sturzo, Luigi, 14. Tagliavia, famiglia, 15, 55. Tardelli, Marco, 39. Tasca, Lucio, 5. Terranova, Cesare, 12, 19, 21, 33, 35, 88. Togliatti, Palmiro, 14, 18. Tomasi di Lampedusa, Giuseppe, 8. Tornatore, Giuseppe, 40. Traina, Claudio, 67. Trevelyan, George M., 80. Trombadori, Antonello, 9. Vaccarino, Antonino, 63. Valente, Arnaldo, 64. Valenti, Antonella, 88. Van Zandt, Steven, 77. Vassallo, Francesco, 15, 21, 27, 89. Veltroni, Walter, 95. Ventura, Lino (Angelo Borrini), 40. Verga, Giovanni, 93. Verzotto, Graziano, 28, 31. Villi, Olga, 9. Vinci, Michele, 88. Vitale, Leonardo, 31. Vizzini, Calogero, detto don Calò, 5, 9, 14, 16. Volonté, Gian Maria, 28. Zago, Nunzio, 76.

114

Zoff, Dino, 39. Zoro (Diego Bianchi), 92.

Zucchetto, Calogero, 52. Zullino, Pietro, 26.

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