Volti, gesti e luoghi: la cristologia di papa Francesco 9788826600338

124 82 7MB

Italian Pages 120 [121] Year 2017

Report DMCA / Copyright

DOWNLOAD FILE

Polecaj historie

Volti, gesti e luoghi: la cristologia di papa Francesco
 9788826600338

Table of contents :
INDICE

Citation preview

[a cristologia di P..aP..a H

LIBRERIA EDITRICE VATICANA

Lucro

CASULA

VOLTI, GESTI E LUOGHI LA CRISTOLOGIA DI PAPA FRANCESCO

LIBRERIA EDITRICE VATICANA

© Copyright 2017 - Libreria Editrice Vaticana 00120 Città del Vaticano Te!. 06.698.81032 - Fax 06.698.84716 [email protected] ISBN 978-88-266-0033-8 www.vatican.va www.libreriaeditricevaticana.va

TIPOGRAFIA VATICANA

COLLANA IA TEOLOGIA DI PAPA FRANCESCO JURGEN WERBICK: La debolezza di Dio per l'uomo. La visione di Dio di papa Francesco Lucm CASULA: Volti; gesti e luoghi. La cristologia di papa Francesco PETER HùNERMANN: Uomini secondo Cristo oggi. L'antropolo­ gia di papa Francesco ROBERTO REPOLE: Il sogno di una Chiesa evangelica. L'ecclesio­ logia di papa Francesco CARLos GALLI: Cristo, Maria, la Chiesa e i popoli. La mariolo­ gia di papa Francesco SANTIAGO MADRIGAL TERRAZAS: "L'unitàprevale sul conflitto". L'ecumenismo di papa Francesco ARISTIDE FUMAGALLI: Camminare nell'amore. La teologia mo­ rale di papa Francesco JuAN CARLos ScANNONE: Il Vangelo della Miseri'cordia nello spirito di discernimento. L'etica sociale di papa Francesco MARINELLA PERRONI: Kerigma e profezia. L'ermeneutica bi­ blica di papa Francesco PIERO CODA: ''La Chiesa è il Vangelo". Alle sorgenti della teologia di papa Francesco MA.RKo IVAN RuPNIK: Secondo lo Spirito. La teologia spiritua­ le in cammino con la Chiesa di papa Francesco

3

ABBREVIAZIONI

AAS CCL DCE DV EG EN ES LF LS

Acta Apostolicae S edis

NMI UR

Novo Millennio ineunte

MV

4

Corpus Christianorum (series latina) Deus Caritas est Dei Verbum Evangelii gaudium Evangelii nuntiandi Esercizi Spirituali Lumen Fidei Laudato si' Misericordiae Vultus Unitatis redintegratio

PREFAZIONE ALLA COLLANA

Sin dal primo apparire in piazza san Pietro, la sera della sua elezione, è stato chiaro ai più che il pontificato di Francesco si presentava all'insegna di una novità di stile. Il vestire sobrio, il chiamarsi vescovo di Roma, il chiedere - nel "silenzio assordante" di una piazza gremita - la pre­ ghiera del popolo, il salutare con un semplice "buonasera" i presenti ... sono stati tutti segni eloquenti del fatto che era in atto un mutamento nel "modo di porsi" e, dunque, nel "linguaggio". I gesti e le parole che da lì in poi sono seguiti non hanno fatto che confermare e consolidare la prima im­ pressione. Si potrebbe anzi dire che, in questi anni, l'im­ magine del papato ne sia uscita decisamente trasformata, in un mutamento che investe anche le omelie tenute, i di­ scorsi fatti e i documenti promulgati. Ciò - com'era prevedibile - ha ingenerato pareri anche molto discordanti tra loro, specie per quel che concerne il suo insegnamento. Se molti hanno infatti accolto con gran­ de entusiasmo e simpatia il suo magistero, sentendovi il fre­ sco soffio del Vangelo, alcuni lo hanno invece accostato con distacco e, talvolta, con sospetto. Non sono mancati giudizi anche molto perentori, giunti a mettere in forse l'esistenza stessa di una teologia nell'insegnamento di Francesco.

5

Un tale sommario giudizio poteva far leva sulla dif­ ferente provenienza tra Francesco e il suo predecessore, Benedetto XVI. Quest'ultimo, lo si sa, è stato uno dei più illustri e rilevanti teologi dd Novecento e ha indubbia­ mente fatto tesoro della sua personale elaborazione teolo­ gica nel ricco magistero papale, di cui non si finisce né si finirà di apprezzare la profondità. Bergoglio ha alle spalle, soprattutto e primariamente, la lunga e radicale esperienza del religioso e del pastore. Ciò non significa, però, che il suo magistero sia privo di teologia. Il fatto che egli non sia stato, per lo più o sol­ tanto, teologo "di professione" non vuol dire che il suo magistero non sia supportato da una teologia. Se così fos­ se, si dovrebbe con rigore dedurne che la maggioranza dei suoi predecessori siano stati privi di teologia, dal momen­ to che Ratzinger rappresenta l'eccezione più che la regola. In ogni caso, il fatto che si sia potuto discutere della portata teologica del magistero di Francesco così come il fatto che, molto spesso, alcune sue espressioni altamente evocative e immediate siano state talmente abusate - in ambiente giornalistico come in quello ecclesiastico - da farne smarrire la profondità, rende sensata un'operazione come quella cui intende rispondere la collana che ho l'o­ nore di presentare. Avvalendosi della competenza e dello studio rigoro­ so di teologi provenienti da diversi contesti e dalla serietà ormai assodata, si è inteso ricercare quale sia il pensiero teologico che supporta l'insegnamento del Papa, quali ne 6

siano le radici, quale la novità e quale la continuità con il magistero precedente. Il risultato è racchiuso negli 11 volumi che vengono a formare la presente collana, dal titolo semplice e imme­ diato: "La teologia di papa Francesco". Essi possono venire letti in modo autonomo l'uno dall'altro, ovviamente; così come in modo autonomo sono stati redatti dai singoli autori. L'auspicio, tuttavia, è che la lettura dell'intera collana possa rappresentare non solo un valido supporto per cogliere la teologia su cui si fonda l'insegnamento di Francesco nei diversi ambiti del sapere teologico, ma anche un'introduzione ai punti cardine del suo pensiero e del suo insegnamento complessivi. L'intento, dunque, non è di tipo "apologetico" né, tanto meno, di aggiungere ulteriori voci alle tante che già parlano del Papa. Lo scopo è quello di cercare di vedere e di aiutare a vedere quale sia il pensiero teologico su cui si basa Francesco e che si esprime, con novità di accento, nel suo insegnamento. Tra le molte scoperte che il lettore potrà fare, leggen­ do i volumi, ci sarà certamente quella di dover constatare come nel magistero di Francesco confluisca tanto la be­ nefica novità dell'insegnamento conciliare, quanto quella della teologia che lo ha preparato e che vi ha fatto seguito. Dal momento che è forse ancora troppo presto perché tutta questa ricchezza costituisca un patrimonio comune, pacifico e pienamente recepito da tutti, non stupisce che 7

l'insegnamento del Papa possa risultare, talvolta, non im­ mediatamente c_omprensibile a tutti. Allo stesso modo, nell'insegnamento di Francesco ap­ pare ormai come un punto di non ritorno ciò che tanto la teologia recente quanto il magistero conciliare hanno inse­ gnato: che la dottrina, cioè, non è né può essere qualcosa di estraneo rispetto alla cosiddetta pastorale. La verità che la Chiesa è chiamata a custodire è quella del Vangelo di Cristo, che deve essere comunicato alle donne e agli uomi­ ni di ogni luogo ed ogni tempo. Per questo il compito del magistero ecclesiale deve essere anche quello di favorire la comunicazione del Vangelo. E per questo, la teologia non potrà mai ridursi ad un asettico esercizio da tavolino, sganciato dalla vita del popolo di Dio e dalla sua missione di far incontrare le donne e gli uomini del proprio tempo con la novità perenne e inesauribile del Vangelo di Gesù. Non sono mancati, in questi anni, coloro che ascol­ tando alcune espressioni critiche di Francesco concernen­ ti la teologia o i teologi, hanno pensato di doverne dedur­ re una sua personale incondizionata svalutazione. Forse, uno studio più puntuale dell'insegnamento del Papa, come quello offerto dalla presente collana, potrà essere anche utile a mostrare che, se occorre rimanere sempre critici rispetto ad una teologia che smarrisse il suo vitale anco­ raggio alla viva fede della Chiesa, è invece indispensabile una teologia che assuma con "fedeltà creativa" il compito di pensare criticamente quella stessa fede, affinché conti­ nui ad essere annunciata. 8

Di una tale teologia non è certo privo l'insegnamento di Francesco; ed una tale teologia è certo auspicata da un magistero come il suo, così desideroso che l'amore miseri­ cordioso di Dio continui a toccare il cuore e la mente delle donne e degli uomini del nostro tempo. Il curatore ROBERTO REPOLE

9

INTRODUZIONE

Perché occuparsi della cristologia di papa Francesco? Egli non ha pubblicato alcun trattato teologico sul mistero di Cristo e della salvezza. Per di più, si è diffusa l'opinione che non sia particolarmente interessato alla teologia e gli sono state rivolte critiche, talvolta anche molto aspre, per contestargli scarsa profondità teologica e carenza di spes­ sore dottrinale. Tutta la sua attenzione sarebbe, invece, ri­ volta solo all'evangelizzazione e alla riforma della Chiesa. In realtà, ciò che anima papa Francesco è una preoc­ cupazione di carattere essenzialmente teologico e cristolo­ gico. Che cos'è infatti l'evangelizzazione, se non l'annun­ cio di Cristo? E qual è il motivo che lo spinge a impegnarsi per la riforma della Chiesa, se non il desiderio di avere una Chiesa più aderente al messaggio e allo stile di Gesù, per­ ché possa compiere la sua missione in modo più credibile ed efficace? Anche una semplice riflessione su questi punti può aiutare a comprendere l'importanza della dimensione cristologica delle motivazioni che caratterizzano tutto il ministero di papa Francesco, compreso l'impegno per l'e­ vangelizzazione e per la riforma della Chiesa. La fedeltà a Cristo rappresenta il nucleo fondamentale del suo inse­ gnamento e di tutto il suo apostolato. 11

Una tale riflessione permetterà anche di intuire il tenore dell'interesse cristologico. La sua "cristologia" non è un trat­ tato teologico, sistematicamente elaborato "a tavolino" e da studiare "a tavolino" (cfr. Evangeliigaudium, n. 133, EG). Al centro della sua spiritualità, della sua teologia e della sua azione pastorale non c'è un nucleo dottrinale statico o un "pacchetto" di valori da custodire e difendere. Ci sono la persona di Cristo e l'esperienza viva dell'incontro personale con Lui nella Chiesa e nella storia. Prima di tutto c'è Gesù Cristo, che è fonte costante dell'eterna novità del Vangelo e la cui ricchezza e bellezza sono inesauribili (cfr. EG, n. 11). È chiaro che la cristologia non è una gesuologia e nem­ meno una "cristografia". Non è una gesuologia, perché non è soltanto uno studio delle notizie che riguardano la biogra­ fia e la storia di Gesù. Non è nemmeno una "cristografia": sia permesso l'uso di questo termine per dire che la cristolo­ gia non è una conoscenza di tutto ciò che nella storia è stato detto e scritto su Gesù Cristo. La cristologia, fondata sull'esperienza personale, è il tentativo di esprimere la fede che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, incarnato, morto e risuscitato per la salvezza di tutti gli uomini. È quella conoscenza di Cristo che, illuminata dalla fede, deve sostenere la missione della Chiesa "in uscita" e guidare i cristiani a vivere con Lui e come Lui, cioè nell'a­ more di Dio e del prossimo, nell'accoglienza degli ultimi e dei poveri, nella cura degli ammalati e degli emarginati, nell'impegno per il rispetto e la custodia del creato. 12

Si capisce che la cristologia non è per sua natura - e tantomeno può esserlo per papa Francesco - una discipli­ na puramente teorica, che pretenda di raccontare e far co­ noscere Cristo soltanto attraverso lo studio dei testi e dei dogmi. Essa, mantenendo ferma la verità della rivelazione storico-salvifica contenuta nella Scrittura e formulata con le proposizioni dogmatiche, deve condurre a una cono­ scenza personale di Cristo, favorendo l'incontro con Lui e la sequela di Lui. Perciò, la cristologia che papa Francesco predilige non si trova integralmente ed esclusivamente nei libri, ma è scritta anzitutto nei volti, nei luoghi e nei gesti di Cristo e degli uomini. Si legge sul volto dei poveri, nelle periferie esistenziali e nei gesti di prossimità verso le per­ sone che soffrono. In sintonia con lo spirito di papa Francesco, nel pre­ sente contributo si metteranno in evidenza alcuni conte­ nuti e aspetti della sua prospettiva cristologica, assumen­ do come punto di riferimento principale l'Esortazione apostolica Evange!ii gaudium, che egli stesso ha presentato come il documento programmatico del suo ministero, senza trascurare però gli altri documenti del suo magistero ed espressioni significative dell'attività precedente la sua elezione a Vescovo di Roma. Nel presentare i temi proposti dal Papa, la scelta è di non fare un'operazione "da tavolino", sezionando i testi per concentrare l'attenzione sul valore dogmatico del lin­ guaggio e dei contenuti riguardanti la persona di Cristo e il suo mistero. Ci si accosterà ai testi, invece, per cogliere 13

alcune tematiche che a lui stanno più a cuore, consideran­ doli nei loro contesti, con le loro connessioni e implicazio­ ni, soprattutto spirituali e pastorali. Lo scopo è di offrire al lettore un'occasione per ap­ prezzare lo spessore umano e la ricchezza spirituale di papa Francesco, alimentate da una profonda fede in Cri­ sto, la cui professione rivela effetti che sono di grande portata per la cristologia e per il modo di fare teologia.

14

I L'EPIFANIA DELLA MISERICORDIA CAPITOLO

Uno dei terni più presenti e caratterizzanti la predicazio­ ne, il magistero e il rrùnistero di papa Francesco è la rniseri­ cordia. Per lui, il messaggio della rnisericordia rappresenta il cuore del Vangelo, che è stato rivelato in pienezza nel rniste­ ro di Cristo e che la Chiesa deve continuare ad annunciare e testimoniare mediante la fede e la vita di ogni cristiano.

1. La "Somma Rivelazione" Gesù Cristo è il "Rivelatore" del Padre, che, venuto nella pienezza dei tempi, ha portato a compimento la mani­ festazione di Dio nella storia della salvezza. Come afferma papa Francesco: «Gesù Cristo è il Rivelatore per eccellenza del mistero di Dio»,1 Colui che ha annunciato il Padre e lo ha fatto conoscere (cfr. Gv 1,18), perché ha detto al mondo ciò che ha udito dal Padre (cfr. Gv 3,3.32; 8,26; 15,15). Il Papa sottolinea che Gesù, il Figlio di Dio venuto nel mondo, aveva piena coscienza « della propria rnissione di Rivelatore del Padre». 2 Lo· dimostrano l'autorità con cui 1

J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro

cuore, Bur Rizzoli, Milano 2014, 122. 2

Ivz'.

15

parlava e la forza con cui operava: erano tali da suscitare stupore, sconcerto e perfino timore. 3 Tuttavia, l'autorità divina che manifestava, nonostan­ te fosse segno di potenza, fu anche causa del suo rifiuto. 4 La luce della sua rivelazione venne rigettata a motivo delle modalità del suo annuncio, perché erano diverse da quelle sperate e immaginate dalla sapienza umana. 5 Perciò Gesù rivolgeva il suo annuncio e comunicava la sua conoscen­ za del Padre alle persone umili (cfr. Gv 14,21), ai poveri pescatori (cfr. Mt 5,3) e alla gente semplice (cfr. Mt 11,27; Gv 14,7-9; Le 10,21-22). A loro Gesù trasmetteva anche la sua gioia e, attraverso la gioia, la gloria di Dio. 6 Gesù Cristo, però, non è solo il rivelatore del mistero di Dio. Egli è anche «la Somma Rivelazione del Padre». 7 Papa Francesco utilizza tale espressione per mettere in evidenza che tutta la storia «tende a Cristo e sfocia in Lui». 8 A questo proposito il Papa fa riferimento alla Scrittura, citando i ver­ setti iniziali del prologo della Lettera agli Ebrei: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato 3

Nella sua meditazione papa Francesco cita i seguenti passi evangelici: Mc 1,22.27-28; Mt28, 18; Le 1,35. 4 Cfr. Mt21,42;At4,14. 5

Cfr. J.M.

BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite

vostro cuore, cit., 123. 6 Cfr. Ibidem, 123-125. 7 Ibidem, 125. 8 Ivi.

16

la mente al

ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mon­ do. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla de­ stra della maestà nell'alto dei cieli» (Eb 1,1-3). Il testo della Lettera agli Ebrei presenta Gesù Cristo non soltanto come soggetto mediatore della rivelazione, ma anche come "oggetto" della manifestazione di Dio. Il Papa spiega: «Dio ci manifesta Cristo. Dio ci salva "secon­ do il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall'eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l'incorruttibi­ lità per mezzo del Vangelo" (2Tm 1,9-10)». 9 Secondo tale prospettiva il Papa spiega anche la bea­ titudine di Pietro (cfr. Mt 16,17) e dei primi discepoli che hanno visto, udito e toccato con le proprie mani il Verbo della vita, fatto carne (cfr. 1Gv 1,1; Cv 1,4): la «beatitudine non è dovuta tanto al fatto che essi abbiano potuto vedere fisicamente Cristo, quanto al fatto che è stato il Padre a rivelarlo a loro (Mt 16,17; 1 Pt 1, 12)». 10 Si capisce, dunque, che Gesù Cristo non è soltanto il rivelatore del Padre, ma 9 10

Ibidem, 126. Ivi.

17

è anche colui che il Padre rivela agli uomini. Egli è, insie­ me, rivelatore e rivelato. Gesù Cristo è la "somma manifestazione del Padre", perché è il dono più grande che il Padre ha fatto agli uomi­ ni, cioè il dono della manifestazione del suo amore. Infat­ ti, l'apostolo Giovanni scrive: «In questo si è manifestato l'amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui» (1 Gv 4,9).11 Infine, papa Francesco non dimentica di sottolineare la dimensione trinitaria del dono di Cristo, dato che «la rivelazione di Cristo è un dono del Padre e opera dello Spirito e viene comunicata a chi permette che lo Spirito stesso scenda sulla sua anima (1 Cor 14,26.30; Fil 3, 15)».12 Con la sua opera Gesù apre una breccia al torrente della misericordia che, insieme al Padre e allo Spirito, vuole ri­ versare sulla terra. 13 Tuttavia, la manifestazione definitiva di Gesù Cristo sarà un evento escatologico, perché avverrà in pienezza «oltre il tempo presente». 14 Il giorno della parusia sarà il giorno della manifestazione definitiva, con la rivelazione finale della gloria di Dio. 11 Cfr. Ivi. 12 Ibidem, 126-127. 13 Cfr. PAPA FRANCESCO, Omelia, Messa Crismale, 24 marzo 2016. 14 J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, cit., 127.

18

Alla luce di tali riflessioni, la rivelazione risulta cri­ segnata non solo in senso soggettivo, ma ologicamente st anche in senso oggettivo: Cristo è "soggetto", ma anche "oggetto" della rivelazione. Egli è il rivelatore e insieme il contenuto fondamentale della rivelazione divina. Inoltre, per lo stesso motivo, appare chiaro che la ri­ velazione in Cristo, ha un valore insieme teologico e an­ tropologico, in quanto rivela il mistero di Dio e il suo pro­ getto sull'uomo. 15

2. Il volto della Misericordia La misericordia, pur essendo un tema fondamenta­ le del messaggio biblico e una verità centrale della fede cristiana, per lungo tempo è stata trascurata dalla teolo­ gia e dalla filosofia, rimanendo relegata in una posizione 15 Papa Francesco ha presenti i contenuti del documento fi­ nale di Aparecida; cfr. QUINTA CONFERENZA GENERALE DELL'EPI­ SCOPATO LATINO-AMERICANO E DEI CARAIBI, Documento di Aparecida. Discepoli e missionari di Gesù Cristo qfftnché in lui abbiamo vita, 31 maggio 2007, n. 6: «Ci è stato dato, soprattutto, Gesù Cristo, pienezza della rivelazione di Dio, un tesoro incalcolabile, la "perla preziosa" (cfr. Mt 13, 45-46), Verbo di Dio fattosi carne, via, verità e vita per gli uomini e le donne, ai quali apre un destino di giustizia piena e di felicità. Egli è l'unico liberatore e Signore che, con la sua morte e risurrezione, ha rotto le ferree catene del peccato e della morte; egli rivela l'amore misericordioso del Padre e la vocazione, la dignità e il destino della persona umana».

19

marginale, confinata nell'ambito della morale e della giu­ stizia.16 Papa Francesco, in continuità con i suoi imme­ diati predecessori,17 ha il merito di averla messa al centro dell'attenzione teologica e della vita ecclesiale e di averla assunta come "termine-chiave" del suo pontificato, fin dall'inizio del suo ministero. 18 Il 7 aprile 2013, la domenica della Divina Misericor­ dia, nella basilica di San Giovanni in Laterano, egli ha co­ minciato il suo ministero di Vescovo di Roma parlando dell'esperienza della misericordia fatta dall'apostolo Tom­ maso, e invitando ad avere sempre fiducia nella misericor­ dia di Dio,19 che si rivela in Cristo. 16

Cfr. W

KASPER,

Misericordia. Concetto fondamentale del vangelo

- Chiave della vita cristiana, Queriniana, Brescia 2013, 7-36. 17 Si ricordi in particolare Giovanni Paolo II, che alla mise­ ricordia ha dedicato la sua Lettera enciclica Dives in Misericordia, 30 novembre 1980, in AAS 72 (1980) 1177-1232. In questa enciclica il Papa polacco ha scritto: «L'uomo e il mondo contemporaneo hanno una grande necessità della misericordia, anche se con fre­ quenza lo ignorano» (n. 2); ed ancora: «È necessario che il vol­ to genuino della misericordia sia svelato di nuovo. Nonostante i molteplici pregiudizi, essa si presenta particolarmente necessaria ai nostri tempi» (n. 6). 18 Cfr. W KASPER, La sfida della misericordia, Qiqajon, Magna­ no (BI) 2015, 17-22. 19 Cfr . PAPA FRANCESCO, Omelia, Messa per l'Insediamento del Vescovo di Roma sulla Cathedra Romana, Basilica di San Gio­ vanni in Laterano, 7 aprile 2013.

20

In Lui, come dice la parola stessa "misericordia" (composta con i termini "miseria" e "cuore"), si manife­ sta la capacità di Dio di guardare ai miseri e alla miseria umana; cioè, in Lui si manifesta la capacità di Dio di avere compassione e di prendersi cura dei poveri e dei bisognosi di liberazione. Interpretando i sentimenti e le parole di papa Fran­ cesco, il cardinale Walter Kasper spiega: «L'affermazione: "Dio è misericordia" significa che Dio ha un cuore per i miseri. Egli non è un Dio, per così dire, sopra le nuvole, disinteressato al destino degli uomini, ma piuttosto si la­ scia commuovere e toccare dalla miseria dell'uomo. Egli è un Dio compassionevole, un Dio "simpatico" (nel senso originale di questa parola)». 20 A tal proposito, per comprendere meglio i termi­ ni della misericordia di Dio, può essere utile aggiungere anche una puntualizzazione fatta dallo stesso cardinale Kasper, riguardo alla compassione divina: «Dio non è, in un senso passivo, toccato dal male; in questo senso non ci sono né passione né sofferenza in Dio. A causa della sua perfezione assoluta Dio non si commuove, ma a causa della sua sovranità nella carità in un senso attivo e libero si lascia commuovere e toccare dalla miseria dell'uomo. Non c'è passione, ma c'è compassione in Dio». 21 20

W. KASPER, La sfida della misericordia,

21

Ibidem, 39-40.

cit., 39. 21

La Scrittura rivela che Dio, "ricco di misericordia" (cfr. Ef 2,4), nell'incarnazione del Figlio, per salvare l'u­ manità intera dalla sua miseria, l'ha assunta su di sé come fosse sua propria. Così l'incarnazione del Figlio di Dio è diventata l'evento fondamentale della misericordia. Que­ sta è la prima opera dell'amore misericordioso di Dio, che è avvenuta in Gesù Cristo: 22 Egli è la misericordia fatta carne. La più grande manifestazione della misericordia, dunque, è data nel farsi uomo del Figlio di Dio e nella sua persona. Sant'Agostino diceva: «Poteva esserci misericor­ dia verso di noi infelici maggiore di quella che indusse il Creatore del cielo a scendere dal cielo e il Creatore della terra a rivestirsi di un corpo mortale? Egli che nell'eternità rimane uguale al Padre si è fatto uguale a noi nella natura mortale. Quella stessa misericordia indusse il Signore del mondo a rivestirsi della natura del servo». 23 Nella sua mi­ sericordia Dio non si è accontentato di perdonare i peccati dell'uomo, ma ha preso in sé la condizione umana. «Gesù Cristo è il volto della misericordia del Pa­ dre»: 24 papa Francesco comincia così la Bolla di indizio22 W KASPER, Misencordia. Concetto fandamentale del vangelo, cit., 173. Per approfondire il tema della misericordia nella Scrittura, cfr. anche K. RoMANruK, La misericordia nella Bibbia, Àncora, Milano 1999. 23 S. AGOSTINO, Sermo 207, 1 (PL 38, 1043). 24 PAPA FRANCESCO, Misericordìae vultus (MV). Bolla di indi­ zione del Giubileo Straordinario della Misericordia, Città del Vati­ cano, 11 aprile 2015, n. 1. Si vedano anche i nn. 24 e 25.

22

ne del Giubileo Straordinario della Misericordia. In tale documento il Papa spiega che il Padre, dopo aver manife­ stato la sua misericordia in molti modi e in tanti momen­ ti lungo tutta la storia della salvezza, nella "pienezza del tempo" (Gal 4,4) l'ha rivelata visibilmente in Gesù di Na­ zareth, il suo Figlio nato dalla Vergine Maria. Facendo poi riferimento alla Costituzione del concilio Vaticano II sulla divina Rivelazione, Dei Verbum (DV), afferma: « Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona25 rivela la misericordia di Dio». 26 Nella stessa Bolla, una volta indicate le ragioni pasto­ rali e spirituali del Giubileo e le scadenze della sua apertura e del suo svolgimento, il Papa concentra subito l'attenzio­ ne sulle motivazioni teologiche della celebrazione giubila­ re, in particolare sulla sua dimensione cristologica. Infatti, è soltanto tenendo fisso lo sguardo su Gesù e sul « suo volto misericordioso» che è possibile cogliere l'amore del­ la Trinità, che lui ha rivelato in pienezza. Lui ha rivelato l'amore compassionevole di Dio ai peccatori, ai poveri, ai malati, agli emarginati e a tutti i sofferenti. 27 Il Papa scrive: «Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione»; e ancora: « Ciò che muoveva Gesù in tutte le circostanze non era altro che la misericordia, con la qua25 26 27

Cfr. DV, n. 4. MV, n. 1. Ibidem, n. 8.

23

le leggeva nel cuore dei suoi interlocutori e rispondeva al loro bisogno più vero». 28 Ricorda, inoltre, la compassione manifestata da Gesù nei confronti delle persone stanche e sfinite, che lo seguivano come pecore senza pastore (cfr. Mt 9,36); nei confronti dei malati che gli venivano portati (cfr. Mt 14,14); nei confronti della folla che lo seguiva da tre giorni, per la quale aveva moltiplicato i pani e i pesci (cfr. Mt 15,32-38); nei confronti della vedova di Naim, alla quale aveva risuscitato l'unico figlio (cfr. Le 7,12-15); nei confronti dell'indemoniato di Gerasa, che aveva liberato dalla "Legione" di spiriti immondi (cfr. Mc 5,2-19). In particolare, il Papa ricorda l'episodio della vocazio­ ne di Matteo, quando Gesù, con il suo « sguardo carico di misericordia»,29 aveva perdonato i peccati di quell'uomo e lo aveva scelto per diventare uno dei Dodici. 30 Riguardo a quella scena evangelica il Papa, citando il commento di 28

Ivz'.

29 Papa Francesco afferma che il segreto di Gesù si nasconde nel suo sguardo (cfr. Evangelii gaudium, EG, n. 141): uno sguardo pieno di affetto e di ardore per tutto il suo popolo (cfr. EG, n. 268) e pieno di amore e di misericordia per i peccatori (cfr. EG, n. 269). 30 « Questo è quello che faceva e fa Gesù con ogni persona in particolare con i peccatori e con gli esclusi dalla società: li guardava in modo da farli sentire riconosciuti nella propria dignità ed essi si convertivano, guarivano, venivano accolti e si trasformavano in suoi discepoli» Q".M. BERGOGLIO, « Dignità e pienezza di vita)) - Ome­ lia, Festa di san Gaetano, 7 agosto 2007, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l'amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 197).

24

san Beda il Venerabile,31 osserva che «Gesù guardò Mat­ teo con amore misericordioso e lo scelse: miserando atque eligendo32». Poi, con tono confidenziale, aggiunge: «Mi ha sempre impressionato questa espressione, tanto da farla diventare il mio motto». 33 Il Papa ha presenti anche le numerose parabole che rivelano la compassione, la misericordia e l'amore di Dio, e che insegnano a vivere di misericordia. 34 Egli scrive: «Gesù afferma che la misericordia non è solo l'agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli». 35 A questo proposito papa Francesco ferma l'atten­ zione sulle parabole della pecora smarrita, della moneta per­ duta, del padre e i due figli (cfr. Le 15,1-32) e su quella del "servo spietato", raccontata per spiegare il perdono fino a settanta volte sette (cfr. Mt 18,21-35). «Gesù è tutto mise­ ricordia, Gesù è tutto amore: è Dio fatto uomo. O gnuno di noi, ognuno di noi, è quella pecora smarrita, quella mo­ neta perduta; ognuno di noi è quel figlio che ha sciupato 31 BEDA IL VENERABILE, Omelia 21. · « Vidit ergo publicanum et quia miserando atque eligendo vidit ait i/li: Sequere me» (Homelia 21,55: CCL 122, 149-150). 32

33

MV, n. 8.

34

Cfr. PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELLA NuovA EVANGELIZZAZIONE, Le Parabole della Misericordia, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2015. Cfr. W KASPER, Misericordia. Concetto fondamentale del vangelo, cit., 94-126. 35 MV,n. 9.

25

la propria libertà seguendo idoli falsi, miraggi di felicità, e ha perso tutto. Ma Dio non ci dimentica, il Padre non ci abbandona mai. È un Padre paziente, ci aspetta sempre!». 36 La manifestazione piena della misericordia si ha però nella croce di Gesù, nel mistero della sua morte e risurre­ zione. Per papa Francesco, il crocifisso è l'immagine con­ creta della misericordia di Dio: «Il Venerdi Santo è il mo­ mento culminante dell'amore. La morte di Gesù, che sulla croce si abbandona al Padre per offrire la salvezza al mon­ do intero, esprime l'amore donato sino alla fine, senza fine. Un amore che intende abbracciare tutti, nessuno escluso. Un amore che si estende a ogni tempo e a ogni luogo: una sorgente inesauribile di salvezza a cui ognuno di noi, pec­ catori, può attingere». 37 Sulla croce avviene «il drammatico incontro tra il peccato del mondo e la misericordia divina» (EG, n. 285). Sulla croce di Cristo si manifesta in pienezza 36

PAPA FRANCESCO, Angelus, Piazza San Pietro, 15 settembre 2013. PAPA FRANCESCO, Udienza Generale, Piazza San Pietro, 23 marzo 2016. Si veda anche la seguente riflessione: « Perché la Croce? Perché Gesù prende su di sé il male, la sporcizia, il pec­ cato del mondo, anche il nostro peccato, di tutti noi, e lo lava, lo lava con il suo sangue, con la misericordia, con l'amore di Dio» (Omelia, Domenica delle Palme, XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù, Piazza San Pietro, 24 marzo 2013); cfr. J.M. BERGO­ GLIO - PAPA FRANCESCO, Omelie Pasquali, Libreria Editrice Vatica­ na, Città del Vaticano 2014, 57. 37

26

la grandezza e la gratuità dell'amore di Dio,38 che è all'ori­ gine della sua "compassione" nei confronti degli uomini. Al vertice della rivelazione del mistero di Dio c'è il mistero pasquale di Cristo, che rappresenta la vittoria de­ finitiva della misericordia sulla miseria umana. Nella sua risurrezione infatti, Cristo, avendo accettato la croce, rive­ la pienamente il Dio della compassione e dell'amore mi­ sericordioso, più potente del male e della morte. Vittorio­ so sul peccato e sulla morte, Cristo continua ad agire nel presente, seminando in ogni luogo germi di vita nuova: « La risurrezione di Cristo produce in ogni luogo germi di 38 «Dio ha messo sulla Croce di Gesù tutto il peso dei nostri peccati, tutte le ingiustizie perpetrate da ogni Caino contro suo fra­ tello, tutta l'amarezza del tradimento di Giuda e di Pietro, tutta la vanità dei prepotenti, tutta l'arroganza dei falsi amici. Era una Croce pesante, come la notte delle persone abbandonate, pesante come la morte delle persone care, pesante perché riassume tutta la bruttura del male. Tuttavia, è anche una Croce gloriosa come l'alba di una notte lunga, perché raffigura in tutto l'amore di Dio che è più grande delle nostre iniquità e dei nostri tradimenti. Nella Croce vediamo la mostruosità dell'uomo, quando si lascia guidare dal male; ma ve­ diamo anche l'immensità della misericordia di Dio che non ci tratta secondo i nostri peccati, ma secondo la sua misericordia. Di fronte alla Croce di Gesù, vediamo quasi fìno a toccare con le mani quanto siamo amati eternamente; di fronte alla Croce ci sentiamo "fìgli" e non "cose" o 'bggetti", come affermava san Gregorio Nazianzeno rivolgendosi a Cristo [...] » (PAPA FRANCESCO, Discorso, Via Crucis al Colosseo, Venerdì Santo, 18 aprile 2014).

27

questo mondo nuovo; e anche se vengono tagl1atl, ritor­ nano a spuntare, perché la risurrezione del Signore ha già penetrato la trama nascosta di questa storia, perché Gesù non è risuscitato invano» (EG, n. 278). Nella luce del mi­ stero pasquale, dunque, Cristo appare come l'incarnazio­ ne definitiva della misericordia e il suo segno vivente, storico-salvifico e insieme escatologico. 39 La misericordia non è semplicemente una proprietà o un attributo divino, ma è l'essenza stessa dèll'amore di Dio manifestato in Gesù Cristo. Per papa Francesco, la misericordia costituisce «il cuore pulsante del Vangelo», 40 che sgorga e scorre senza sosta come un grande fiume dall'intimo più profondo del mistero divino, cioè dal cuo­ re della Trinità. 41 Nell'Esortazione apostolica EG, mentre spiega che nella dottrina cattolica c'è una "gerarchia" tra le verità del­ la fede, in ragione della loro capacità di esprimere il cuore del Vangelo, il Papa scrive che il nucleo fondamentale è « la bellezza dell'amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto»42 (EG, n. 36). Poi, riguardo agli insegnamen­ ti morali della Chiesa, anch'essi soggetti alla "gerarchia" delle verità, il Papa, con una citazione di san Tommaso 39 Cfr. PAPA GIOVANNI PAOLO II, Dives in misericordia, n. 8. 40 MV, n. 12. 41 Cfr. Ibidem, n. 25. 42 Il corsivo è nel testo del Papa.

28

d'Aquino,43 afferma che la misericordia è la più grande di tutte le virtù (cfr. EG, n. 37). Questi temi ritornano anche nella Lettera apostolica Misericordia et misera, scritta a conclusione del Giubileo,44 dove particolarmente efficace risulta l'icona evangelica dell'incontro tra Gesù e l'adultera (cfr. Gv 8,1-11). Pren­ dendo spunto dal commento che ne ha fatto sant'Agosti­ no, il Papa mostra come «tutto si rivela» e «tutto si risol­ ve» nella misericordia, che si manifesta in modo concreto nell'incontro con Gesù Cristo:«Una donna e Gesù si sono incontrati. Lei, adultera e, secondo la Legge, giudicata pas­ sibile di lapidazione; Lui, che con la sua predicazione e il dono totale di sé, che lo porterà alla croce, ha riportato la legge mosaica al suo genuino intento originario. Al centro non c'è la legge e la giustizia legale, ma l'amore di Dio, che sa leggere nel cuore di ogni persona, per comprenderne il 43

Il testo citato è il seguente: «La misericordia è in se stes­ sa la più grande delle virtù, infatti spetta ad essa donare ad altri e, quello che più conta, sollevare le miserie altrui. Ora questo è compito specialmente di chi è superiore, ecco perché si dice che è proprio di Dio usare misericordia, e in questo specialmente si manifesta la .sua onnipotenza» (Summa Theologiae, II-II, q. 30, art. 4). In nota poi aggiunge anche la citazione di un altro testo di san Tommaso d'Aquino: Summa Theologiae, II-II, q. 30, art. 4, ad 1. 44 Cfr. PAPA FRANCESCO, Misericordia et misera, Lettera aposto­ lica a conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia, Città del Vaticano, 20 novembre 2016.

29

desiderio più nascosto, e che deve avere il primato su tut­ to. In questo racconto evangelico, tuttavia, non si incon­ trano il peccato e il giudizio in astratto, ma una peccatrice e il Salvatore. Gesù ha guardato negli occhi quella donna e ha letto nel suo cuore: vi ha trovato il desiderio di essere capita, perdonata e liberata. La miseria del peccato è sta­ ta rivestita dalla misericordia dell'amore». 45 Al centro del mistero della compassione e della misericordia c'è sempre Gesù Cristo: in Lui si manifesta il primato dell'amore di Dio di fronte all'uomo peccatore e bisognoso di aiuto. Nella prima enciclica firmata da papa Francesco, Lu­ men ftdei (LF),46 la cui prima stesura era stata opera di papa Benedetto XVI, leggiamo: «Al centro della fede biblica, c'è l'amore di Dio, la sua cura concreta per ogni persona, il suo disegno di salvezza che abbraccia tutta l'umanità e l'intera creazione e che raggiunge il vertice nell'Incarna­ zione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo» (LF, n. 54). A questo punto è importante sottolineare ancora la portata teologica e cristologica della misericordia. Mettendo la misericordia al centro della fede e della vita cristiana ed ecclesiale, il Papa offre l'occasione per riflettere sul contenu­ to fondamentale del messaggio biblico e della rivelazione di Dio in Cristo, ma anche per comprendere meglio la novità cristiana, il valore dell'incarnazione e il rapporto dell'uomo Ibzdem, n. 1. 46 PAPA FRANCESCO, Ltimen ftdei, Lettera enciclica, 29 giugno 2013. 45

30

con Dio. L'incarnazione di Cristo, infatti, rispetto alle con­ cezioni filosofiche e alle tradizioni religiose precedenti, ha attuato un radicale capovolgimento del rapporto tra l'uomo e Dio e della logica salvifìca. 47 Nella prospettiva cristiana la salvezza non si ottiene attraverso un cammino faticoso di ascesi verso Dio e le realtà divine, compiuto per iniziativa umana. La novità cristiana è che il Verbo si è fatto carne e si è fatto carico della condizione umana. Dunque, non è l'uomo che deve prendere l'iniziativa di andare verso Dio, perché è Dio che ha preso l'iniziativa e, per la sua compas­ sione e misericordia, con l'incarnazione del Figlio, è disceso verso l'uomo. 48 Chiaramente il motivo che sta all'origine di tale "capovolgimento" che riguarda Dio e l'uomo in Cristo, è l'amore, cioè la misericordia. San Giovanni ha scritto: «In 47 Cfr. R. CANTALAMESSA, Il volto della misen'cordia. Piccolo trattato sulla divina e sulla umana misericordia, San Paolo, Cirùsello Balsamo (MI) 2015, 25-28. 48 «Dalla contemplazione gioiosa del mistero del Figlio di Dio nato per noi, possiamo ricavare due considerazioni. La prima è che se nel Natale Dio si rivela non come uno che sta in alto e che domina l'universo, ma come Colui che si abbassa, discende sulla terra picco­ lo e povero, significa che per essere simili a Lui noi non dobbiamo metterci al di sopra degli altri, ma anzi abbassarci, metterci al servizio, farci piccoli con i piccoli e poveri con i poveri. [...] La seconda con­ seguenza: se Dio, per mezzo di Gesù, si è coinvolto con l'uomo al punto da diventare come uno di noi, vuol dire che qualunque cosa avremo fatto a un fratello o a una sorella l'avremo fatta a Lui» (PAPA FRANCESCO, Udienza Generale, Piazza San Pietro, 18 dicembre 2013).

31

questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. [...] Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo» (1Gv4,10.19). Nell'Esortazione apostolica EG troviamo, inoltre, che l'amore di Dio manifestato in Gesù Cristo è la fonte di tutte le gioie umane (cfr. EG, n. 7). Papa Francesco af­ ferma che il centro e l'essenza dell'annuncio cristiano è «il Dio che ha manifestato il suo immenso amore in Cristo morto e risorto», il «Vangelo eterno» (Ap 14,6), «lo stes­ so ieri e oggi e per sempre» (Eb 13,8), la cui ricchezza e bellezza sono inesauribili (EG, n. 11). Gesù Cristo, infatti, è capace di rompere gli schemi noiosi nei quali gli uomini pretendono di imprigionarlo e di sorprendere con la sua creatività divina. Si tratta di un tema già presente nell'omelia della Mes­ sa celebrata dal cardinal Bergoglio nell'ottobre del 2002,49 in occasione del terzo Congresso dei comunicatori. Con riferimento al buon samaritano, aveva parlato della bellez­ za dell'amore: «Nel Gesù morto sulla croce, che non ha un'apparenza né una "presenza" da offrire agli occhi del mondo o delle telecamere, risplende la bellezza del mera­ viglioso amore di un Dio che dà la sua vita per noi. È la Comunicatore, chi è il tuo prossimo? - Omelia, 3 ° Congresso dei comunicatori, ottobre 2002, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCE­ SCO, È l'amore che apre gli occhi, cit., 112-122. 49

32

bellezza della carità, quella dei santi». 50 La bellezza dell'a­ more di Dio vive in Gesù Cristo morto e risorto e nella sua presenza misericordiosa in mezzo agli uomini.

3. L'epifania nella storia Dal fondamento cristologico della manifestazione dell'amore di Dio e della sua misericordia scaturisce per la Chiesa e per tutti i cristiani l'impegno ad aprire il cuore e a essere compassionevoli nelle situazioni di precarietà e di sofferenza che affliggono il mondo. Nella Bolla di indizione del Giubileo, con riferimento alla scena del giudizio finale basato sull'atteggiamento usa­ to nei confronti degli affamati, degli assetati, dei forestieri, di chi è nudo o malato o in carcere (cfr. Mt25,31-46), papa Francesco raccomanda la pratica delle opere di misericor­ dia corporale51 e spirituale. 52 Egli scrive: « In ognuno di questi "più piccoli" è presente Cristo stesso. La sua carne diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, 50 51

Ibidem, 119.

Le sette opere di misericordia corporale sono: dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ospitare i forestieri, visitare gli infermi, visitare i carcerati e seppel­ lire i morti. 52 Le sette opere di misericordia spirituale sono: insegnare agli ignoranti, consigliare i dubbiosi, consolare gli afflitti, correg­ gere i peccatori, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste e pregare Dio per i vivi e per i morti.

33

flagellato, denutrito, in fuga . . . per essere da noi ricono­ sciuto, toccato e assistito con cura». 53 Poi, commentando il racconto della visita di Gesù alla sinagoga di Nazareth (cfr. Le 4,16-21), quando si alzò a leggere il passo del profeta Isaia sulla missione: «Lo Spiri­ to del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai cie­ chi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l'anno di misericordia del Signore» (Is 61,1-2), il Papa spie­ ga l'impegno cristiano di «portare una parola e un gesto di consolazione ai poveri, annunciare la liberazione a quanti sono prigionieri delle nuove schiavitù della società moder­ na, restituire la vista a chi non riesce più a vedere perché curvo su se stesso, e restituire dignità a quanti ne sono stati privati. La predicazione di Gesù si rende di nuovo visibile nelle risposte di fede che la testimonianza dei cri­ stiani è chiamata a offrire». 54 Il cardinale Kasper osserva che, per papa Francesco, la misericordia non è soltanto una virtù sociale o ecclesiale, ma ha una dimensione cristologica e mistica che affonda le sue radici nella Bibbia e nella tradizione patristica. Egli scri­ ve: «Gesù è venuto per predicare il vangelo, la lieta novella per i poveri (cf. Le 4,18), lui che era ricco si è abbassato e 53 54

34

MV, n. 15. Ibidem, n. 16.

si è fatto povero e debole fino alla croce (cfr. 2Cor 8,9). Questa kenosi, cioè questo autoabbassamento, questa au­ tospoliazione e autoumiliazione continua nel suo corpo mistico che è la chiesa, continua nei poveri. Papa France­ sco spesso ripete che nelle piaghe dei lacerati e dei poveri possiamo toccare Gesù; ciò che abbiamo fatto ai poveri e ai miseri, lo abbiamo fatto a lui stesso (cfr. Mt 25,40) ». 55 Dunque, il Papa presenta la misericordia come «di­ mensione fondamentale della missione di Gesù», ma so­ stiene anche «il primato della misericordia» come regola della vita dei discepoli 56 e di tutta la Chiesa. In EG egli scrive: «La Chiesa dev'essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdo­ nati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Van­ gelo» (EG, n. 114). Il primo compito della Chiesa «è quello di introdurre tutti nel grande mistero della misericordia di Dio, contem­ plando il volto di Cristo. La Chiesa è chiamata per prima ad essere testimone veritiera della misericordia professan­ dola e vivendola come il centro della Rivelazione di Gesù Cristo». 57 «L'epifania di Dio in Cristo, la rivelazione del suo dono, non si è conclusa con l'esistenza terrena di Gesù: 55 56 57

W KASPER, La sfida della misericordia, cit., 55. MV,n. 20. Ibidem, n. 25.

35

continuerà a trasmettersi "di fede in fede", nel corso della storia, grazie a uomini e donne che, avendola accolta nella propria vita, diventano discepoli e apostoli per gli altri». 58 Questo pensiero sostiene l'immagine di Cristo come rive­ latore di Dio nella sua esistenza terrena, ma insiste anche sul fatto che la rivelazione continua grazie agli uomini e alle donne che hanno accolto e accolgono la rivelazione di Cristo. 59 Qui si può cogliere la dimensione cristologica della rivelazione data nella vita e nelle parole di Gesù, ma anche di quella data nella trasmissione della fede di tut­ ti coloro che, partecipi del mistero di Cristo, "diventano discepoli e apostoli per gli altri". Vale per tutti gli uomini e le donne che diventano discepoli e apostoli ciò che san Paolo scrive di sé: « Si compiacque di rivelare in me il Fi­ glio suo» (Ga/1,15-16). Papa Francesco afferma: «Da Cristo stesso, che si ri­ vela a noi, riceviamo la missione di apostoli (Rm 1,5), ed è lo stesso Cristo che parla e agisce per tramite nostro (Rm 15,18), che non è debole bensì potente, grazie alla predicazione nata dentro di noi, quando abbiamo accolto la sua manifestazione (2Cor 13,3)». 60 Gesù rivela agli uoJ.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, cit., 118. 59 Il Papa cita i seguenti testi del Nuovo Testamento: 2Tm 1,5; Ga/1,15-16; Gv 21,1; 1Cor9,1; 15,8; 15,11; Ef3,5 e Rm 16,25-27. 60 J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, cit., 119. 58

36

rrùni, ma rivela anche negli uorrùni e attraverso gli uomini. Nell'ascolto dei discepoli di ogni tempo, dunque, avviene l'ascolto di Gesù stesso. Si può dire che la rivelazione di Dio avviene sempre secondo la modalità dell'incarnazione; ovvero, la rivelazio­ ne di Dio avvenuta con l'incarnazione del Figlio, continua ad avvenire nella carne di uomini e donne di ogni tempo. Papa Francesco dice: «L'epifania di Dio, accolta in noi, si fa carne nella vita del discepolo, in modo da poter essere trasmessa solo attraverso questa "incarnazione", e quindi non attraverso parole di carne e sangue, né grazie alla sa­ pienza umana, ma attraverso lo scandalo, la necessità della croce: può essere trasmessa solo dal marryrion, cioè il testi­ mone». 61 La rivelazione di Dio continua ad essere trasmessa soltanto attraverso la sua "incarnazione" nella vita dei di­ scepoli e di ogni cristiano che rende testimonianza di Cri­ sto con la propria vita, fino alla croce.

61

Ibidem, 119-120.

37

II LA CARNE E LA CROCE CAPITOLO

La carne e la croce rappresentano i due momenti fondamentali del mistero di Cristo: l'Incarnazione e la Pa­ squa, ovvero i due poli entro i quali si compie la missione del Figlio di Dio venuto nel mondo per la salvezza umana. Tutta l'esistenza terrena di Cristo si è svolta tra l'Incarna­ zione e la Pasqua. La carne e la croce, inoltre, sono le componenti neces­ sarie per la realtà e l'autenticità dell'incarnazione. La fede cristiana è fondata sul Figlio di Dio fatto carne e sulla reale concretezza della persona di Cristo e della sua storia. Con­ tro quelli che «vorrebbero un Cristo puramente spirituale, senza carne e senza croce» (Evangelii gaudium, n. 88, EG), la fede cristiana autentica è incentrata sulla verità dell'in­ carnazione del Figlio di Dio e sulla verità della sua carne e della sua croce. "Carne" e "croce", dunque, nella riflessione di papa Francesco assumono una forte rilevanza sul piano teologico, spirituale e pastorale. Costituiscono le coordinate che per­ mettono di comprendere l'identità della persona di Cristo e la sua missione, come anche la vocazione e la missione cristiana. 1. L 1ncarnazione Cristo, la Parola divina per mezzo della quale sono state create tutte le cose, si è fatto carne (Cv 1,14). Nel-

39

la Lettera enciclica Laudato sì (LS) papa Francesco scrive: «Una Persona della Trinità si è inserita nel cosmo creato, condividendone il destino fino alla croce. Dall'inizio del mondo, ma in modo particolare a partire dall'incarnazio­ ne, il mistero di Cristo opera in modo nascosto nell'in­ sieme della realtà naturale, senza per questo ledere la sua autonomia» (LS, n. 99). Gesù Cristo è l'incarnazione del Dio vivente, colui che porta all'uomo la vita di Dio. È colui che, di fronte alla morte, al peccato e all'egoismo, accoglie, ama, perdona e ridona la vita. 1 Nel mistero dell'incarnazione il Papa contempla la venuta del Signore nel mondo e il fatto che Egli«da Crea­ tore è venuto a farsi uomo», ha accettato di passare «da vita eterna a morte temporale» 2 e, nato in povertà, dopo aver patito sofferenze di ogni genere, è morto in croce. 3 Il Natale di Gesù manifesta che Dio si è "schierato" una volta per tutte dalla parte degli uomini, per risollevar­ li dalle miserie e dai peccati. 4 In una riflessione sulla vita 1 Cfr. PAPA FRANCESCO, Omelia, Messa per la Giornata "Evangelium Vitae", Piazza San Pietro, 16 giugno 2013. 2 IGNAZIO DI LoYOLA, Esercizi spitituali, n. 53. Cfr. per esem­ pio la seguente edizione: IGNAZIO DI LoYOLA, Esercizi spirituali, solo testo, Introduzione di P. Schiavone, San Paolo, Cinisello Balsamo 2005, 20146 • 3 Cfr. IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizi spirituali, n. 116. 4 Cfr. PAPA FRANCESCO, Udienza generale, 18 dicembre 2013.

40

religiosa, intitolata «Farsi custodi dell'eredità»,5 Bergoglio scriveva: « [...] Il Dio della nostra eredità gesuitica sarà il Dio incarnato: Gesù Cristo, nostro Signore, del quale, per vocazione, siamo compagni. Dio ha piantato la sua tenda in mezzo a noi (cfr. Gv 1,14 [...]) e si è fatto "dei nostri". A salvarci e a convocarci non è soltanto la morte e re­ surrezione di Gesù, come si potrebbe desumere da una cristologia riduzionista, ma la persona stessa di Gesù: il Signore che s'incarna, nasce, cura, insegna, soffre, muore, risorge, resta fra noi». 6 1.1 La carne di Cristo Il Figlio di Dio, facendosi uomo, si è inserito total­ mente nella vita degli uomini: assumendo la carne, ne ha assunto «la cultura, il modo di essere, le categorie del pen­ siero, la lingua, i valori, la storia ... ».7 La presenza di Dio tra gli uomini non si è attuata in modo ideale o idilliaco, ma nel mondo reale, segnato anche da tante divisioni, malva­ gità, povertà, prepotenze, violenze e guerre. 5

Cfr. J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni padre. Alle radici della mia spiritualità, Bur Rizzoli, Milano 2016, 2634. Realizzato dallo stesso Bergoglio nel 1982, il volume raccoglie meditazioni e scritti di carattere prevalentemente spirituale che ri­ velano la radice ignaziana e gesuitica del suo pensiero e della sua spiritualità. 6 Cfr. Ibidem, 29. 7 Ibidem, 257.

41

Nell'incarnazione del Figlio, Dio ha voluto condivi­ dere la condizione umana fino a farsi una cosa sola con gli uomini nella persona di Gesù, vero uomo e vero Dio. 8 Egli si è fatto uomo "sul serio" e "sul serio" ha assunto la missione affidatagli dal Padre, portandola a compimento con umiltà, fino ad "annientarsi". Nella cattedrale di Cagliari, parlando ai poveri e ai de­ tenuti, papa Francesco ha detto: « Guardando Gesù noi vediamo che Lui ha scelto la via dell'umiltà e del servizio. Anzi, Lui stesso in persona è questa via. Gesù non è stato indeciso, non è stato "qualunquista": ha fatto una scelta e l'ha portata avanti fino in fondo. Ha scelto di farsi uomo, e come uomo di farsi servo, fino alla morte di croce. Questa è la via dell'amore: non ce n'è un'altra». 9 Il modo di essere e lo stile di vita di Gesù possono essere rappresentati pienamente proprio con le categorie dell'umiltà e del servizio fino alla morte. 10 La sua vicenCfr. PAPA FRANCESCO, Udienza generale, 18 dicembre 2013. PAPA FRANCESCO, Discorso ai poven· e ai detenuti, Cagliari, 22 settembre 2013. 10 «Q uesta parola ci svela lo stile di Dio e, di conseguenza, quello che deve essere del cristiano: l'umiltà. Uno stile che non finirà mai di sorprenderci e di metterci in crisi: a un Dio umile non ci si abitua mai! Umiliarsi è prima di tutto lo stile di Dio: Dio si umilia per camminare con il suo popolo, per sopportare le sue infedeltà. [ ... ] Questa è la via di Dio, la via dell'umiltà. È la strada di Gesù, non ce n'è un'altra. E non esiste umiltà senza umiliazione. 8

9

42

da, infatti, non è stata il compimento di un destino subìto passivamente, ma un cammino di affidamento fiducioso e di consegna volontaria in risposta all'amore del Padre. 11 Cristo è venuto nel mondo per fare la volontà di Dio e il suo sacrificio è diventato causa di giustificazione e di salvezza. 12 La verità dell'incarnazione, fatta di umiltà e di servi­ zio, non ammette quindi la « mondanità spirituale», che si nasconde dietro apparenze di religiosità e di amore alla Chiesa, perché è un modo per cercare i propri interessi invece che quelli di Cristo (cfr. Fil 2,21). È una monda­ nità che si manifesta sia nell'atteggiamento gnostico di chi, considerando la fede un fatto puramente soggettivo,

Percorrendo fino in fondo questa strada, il Figlio di Dio ha assun­ to la "condizione di servo" (Fil 2,7). In effetti, umiltà vuol dire anche servizio, vuol dire lasciare spazio a Dio spogliandosi di se stessi, "svuotandosi", come dice la Scrittura (cfr. Fil2,7). Questa svuotarsi - è l'umiliazione -più grande» (PAPA FRANCESCO, Omelia, Domenica delle Palme, XXX Giornata Mondiale della Gioventù, Piazza San Pietro, 29 marzo 2015). 11 « Gesù non vive questo amore che conduce al sacrificio in modo passivo o come un destino fatale; certo non nasconde il suo profondo turbamento umano di fronte alla morte violenta, ma si affida con piena fiducia al Padre. Gesù si è consegnato volonta­ riamente alla morte per corrispondere all'amore di Dio Padre, in perfetta unione con la sua volontà, per dimostrare il suo amore per noi» (PAPA FRANCESCO, Udienza generale, 27 marzo 2013). 12 Cfr. PAPA FRANCESCO, Omelia, Messa nella Domus Sanctae Marthae, 27 gennaio 2015. 43

la vive chiuso in se stesso; sia nell'atteggiamento neope­ lagiano, «autoreferenziale e prometeico», di chi, facendo affidamento soltanto sulle proprie forze e sentendosi su­ periore agli altri, in nome di presunte sicurezze dottrinali o disciplinari, «dà luogo ad un elitarismo narcisista e auto­ ritario» (EG, n. 94). Questo è il pericolo della Chiesa eli­ taria, caratterizzata da «funzionalismo manageriale», ma «priva del sigillo di Cristo incarnato, crocifisso e risuscita­ to» (EG, n. 95). Tali atteggiamenti esprimono rappresen­ tazioni riduttive del cristianesimo, che marginalizzano la figura di Cristo e sminuiscono la portata dell'incarnazione. La mondanità, pur con la sua apparenza di bene, rap­ presenta una «tremenda corruzione». Il Papa ammonisce: «Bisogna evitarla mettendo la Chiesa in movimento di uscita da sé, di missione centrata in Gesù Cristo, di impe­ gno verso i poveri. Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali! Questa mondanità asfissiante si sana assaporando l'aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere centrati in noi stessi, na­ scosti in un'apparenza religiosa vuota di Dio. Non lascia­ moci rubare il Vangelo!» (EG, n. 97). 1.2 La fragilità della carne La verità salvifica dell'incarnazione non si manifesta nei segni esteriori della mondanità. Si manifesta, invece, nella fragilità del corpo di Cristo, che si offre come dono

44

per gli uomini. Nella fragilità del corpo di Cristo è racchiu­ so il motivo della salvezza e della condivisione.13 Il tema della fragilità del corpo di Cristo, che viene trattato prevalentemente in contesti eucaristici, ha una forte rilevanza cristologica. Nella predicazione del car­ dinale Bergoglio è presente più volte, specialmente nelle celebrazioni crismali del Giovedì Santo e nelle solennità del Corpus Domini. Nell'omelia tenuta nel Corpus Domini del 2003,14 Ber­ goglio, facendo riferimento al racconto evangelico dell'ul­ tima cena, considerava la fragilità «non come ferita, come debolezza della quale deve farsi carico il più forte, bensì come strumento di vita. La fragilità amorevole dell'Eu­ caristia».15 La definisce: «Fragilità che trabocca amore e condivisione».16 Inoltre, il Signore che si è fatto pane di vita, nella sua fragilità si spezza e si dona proprio nel pane condiviso. In quella fragilità è racchiuso il mistero di Cristo e il segreto della vita di ogni persona e di tutto il mondo. 13 Cfr. J.M. BERGOGLIO, Il tesoro della nostra creta - Lettera ai catechisti, agosto 2003, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È

l'amore che apre gli occhi, cit., 357. 14 J.M. BERGOGLIO, «Lo pezzò e lo diede loro)> - Omelia, Corpus Domini, 2003, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l'amore che apre gli occhi, cit., 314-317. 15 Ibidem, 314. 16 Ivi.

45

Gesù, nell'ultima cena si consegna totalmente, "spezzando" se stesso. Il gesto eucaristico esprime la di­ namica dell'incarnazione di Cristo: si è incarnato e sulla croce ha spezzato la propria vita per consegnarsi inte­ gralmente come pane di vita e come dono di salvezza per tutti gli uomini. Si può dire che la fragilità del pane eucaristico, che in quanto tale è pane di vita, esprime pienamente la potenza salvifica della fragilità della carne assunta nell'incarnazione. B_ergoglio afferma: «Nell'Eu­ caristia, la fragilità è forza. Forza dell'amore che si fa de­ bole per poter essere ricevuto. Forza dell'amore che si scinde per alimentare, dare vita ed essere condiviso in modo solidale. Gesù che spezza il pane con le sue mani! Gesù che si dona nell'Eucaristia! ». 17 Il messaggio di speranza e il dono di salvezza di Gesù sono presenti nell'amorevole fragilità eucaristica del Si­ gnore. In questa luce la fragilità di Gesù diventa forza di salvezza e, in Lui, anche la fragilità umana acquista un sen­ so nuovo. 18 Infatti, come Bergoglio ha precisato in un'altra omelia per la celebrazione del Corpus Domini, 19 con la sua morte sulla croce si è fatto pane vivo, «in grado di trasfor17

Ibidem, 315. Cfr. Ibidem, 316-317. 19 J.M. BERGOGLIO, « Prese aparlare loro del regno di Dio»~ Ome­ lia, Corpus Domini, 2004, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l'amore che apre gli occhi, cit., 318-321. 18

46

mare la moltitudine in comunità»,20 di creare la comunità e di alimentare la speranza e la solidarietà.21 1.3 L'incarnazione "limitata" Nella meditazione «La fede dei nostri padri»,22 tesa al recupero e alla trasmissione della fede integra e feconda che sta alla base dell'identità religiosa e dell'appartenen­ za alla Chiesa, Bergoglio si ferma a ricordare «l'immagine cattolica di Dio». Egli afferma: «Non è una figura assente. È ilpadre che accompagna la crescita, il pane quotidiano che alimenta, il misericordioso che si affianca nei momenti in cui il Nemico usa quei suoi figli. È il padre che, se è il caso, dà a suo figlio ciò che gli chiede, ma comunque e sempre lo accarezza. Questo significa accettare che il no­ stro Dio si esprime limitatamente, e di conseguenza significa accettare i limiti della nostra espressione pastorale (così distanti dalla concezione di chi ha la chiave del mondo, 20 21

Ibidem, 320.

In un'altra omelia del Corpus Domini, Bergoglio afferma che il racconto dell'ultima cena contiene l'invito a percorrere, in­ sieme a Gesù e ai discepoli, due cammini nei quali protagonista è il pane eucaristico: il primo è il cammino che porta all'Eucaristia; l'al­ tro è un cammino di speranza che ha origine dall'Eucaristia (cfr. Il Signore cammina al nostro fianco ~ Omelia, Corpus Domini, 2006, in J.M. BERGOGLlO - PAPA FRANCESCO, È l'amore che apre gli occhi, cit., 326). 22 Cfr. J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni padre. Alle radici della mia spiritualzià, cit., 127-135.

47

che non conosce né attesa né fatica, che vive sospinto da isterismi e illusioni) ». 23 Facendo poi riferimento all'Esortazione apostolica Evangeh"i nuntiandi (EN) di Paolo VI, Bergoglio continua: « Gesù, il quale proclama che Dio si è espresso limitata­ mente nella sua incarnazione, ha voluto condividere la vita degli uomini, e questa è redenzione. A salvarci non è stata soltanto "la morte e resurrezione di Cristo", bensì Cristo incarnato, venuto al mondo, che ha digiunato, ha predicato, ha curato, è morto ed è risorto. I miracoli, le consolazioni, le parole di Gesù sono salvifici. Infatti ha voluto insegnarci che le sintesi sifanno, non giungono già compiute; che servire il santo popolo fedele di Dio signi­ fica accompagnarlo annunciando la salvezza giorno dopo giorno, piuttosto che perderci a guardare vette irraggiun­ gibili per le quali non ci bastano le forze». 24 Particolarmente interessante è il concetto di "incar­ nazione limitata". È un'immagine che non intende denun­ ciare un limite dell'incarnazione, a causa di una qualche carenza o insufficienza; vuole, invece, esprimere l'idea che l'incarnazione è un'espressione "limitata" di Dio e della sua potenza in rapporto alla redenzione umana. Significa che l'incarnazione è un'opera "misurata" sull'uomo, ov­ vero un'opera "a misura" del suo scopo, che è la condi23 24

48

Ibidem, 131-132. Ibidem, 132.

visione della vita umana per la realizzazione del progetto divino della salvezza di tutti gli uomini. Questa opera "li­ mitata" di Dio è l'opera della redenzione umana. L'incarnazione "limitata" è l'espressione dell'amo­ re senza limiti di Dio che, con l'assunzione della carne umana, redime tutti gli uomini e anche le relazioni umane. Per spiegare il legame tra la confessione di fede e l'impe­ gno sociale, papa Francesco afferma: « Confessare che il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne umana significa che ogni persona umana è stata elevata al cuore stesso di Dio. Confessare che Gesù ha dato il suo sangue per noi ci impedisce di conservare il minimo dubbio circa l'amore senza limiti che nobilita ogni essere umano. La sua reden­ zione ha un significato sociale perché "Dio, in Cristo, non redime solamente la singola persona, ma anche le relazioni sociali tra gli uomini" 25 » (EG, n. 178). 1.4 Incarnazione e missione cristiana L'incarnazione è il fondamento teologico e pastorale della missione della Chiesa, che comporta l'uscita da sé per andare verso i fratelli. Gesù, infatti, ha offerto la sua carne per salvare la carne peccatrice. 26 Papa Francesco parla del 25

Qui il Papa cita: PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 52. 26 «Il Verbo fatto uomo rimette i peccati del mondo attra­ verso la sua passione; si carica di ogni sofferenza, di ogni colpa. Gesù si avvicina alla carne peccatrice e per salvarla offre la sua 49

fratello come «il permanente prolungamento dell'Incar­ nazione per ognuno di noi» (EG, n. 179), perché quello che viene fatto al fratello bisognoso viene fatto a Lui. L'incarnazione del Signore è una verità che interpella la fede e che deve avere una reale incidenza sulla vita della Chiesa e di ogni cristiano.27 In particolare, deve caratte­ rizzare l'opera di evangelizzazione della Chiesa, perché «l"'incarnazione" del Vangelo nella vita della Chiesa esige che Cristo sia annunciato e incontrato in modi differenti, secondo la diversità dei Paesi o degli ambienti, tenendo conto delle ricchezze proprie di ciascuno. [...] Dappertutto l'annuncio della Buona Novella esige, per essere effettiva­ mente accolta, non soltanto che le nostre vite testimonino la giustizia alla quale Cristo ci chiama, ma anche che le strutture della riflessione teologica, della catechesi, della stessa carne (Col 2, 14)» a.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, cit., 183). 27 « Per permetterci di conoscerlo, accoglierlo e seguirlo, il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne [ ... ]. La fede cristiana è fede nell'Incarnazione del Verbo e nella sua Risurrezione nella carne; è fede in un Dio che si è fatto così vicino da entrare nella nostra storia. La fede nel Figlio di Dio fatto uomo in Gesù di Nazaret non ci separa dalla realtà, ma ci permette di cogliere il suo significato più profondo, di scoprire quanto Dio ama questo mondo e lo orienta incessantemente verso di Sé; e questo porta il cristiano a impegnarsi, a vivere in modo ancora più intenso il cammino sulla terra» (IF, n. 18).

50

liturgia e dell'azione pastorale siano adattate ai bisogni che un'esperienza reale dell'ambiente ci avrà fatto cogliere». 28 La missione richiede questo impegno: un impegno che non può essere realizzato utilizzando qualche "ricet­ ta" già pronta o con una "riverniciatura" teologica, ma soltanto rendendosi disponibili ad imparare dal popolo e dai poveri a cui si presta il proprio servizio. È da loro che bisogna imparare il linguaggio e i riferimenti utili per pre­ stare un servizio adeguato e rispondente alla logica dell'in­ carnazione. È possibile aiutare i poveri solo se si accetta di camminare pazientemente e umilmente con loro, e soltan­ to a condizione di accettare di ricevere da loro. 29 La disponibilità a camminare con i poveri esige un atteggiamento di lealtà nei confronti dell'incarnazione del Signore. Bergoglio afferma che «potremo apprendere ad ascoltare la voce dei popoli, che ne hanno una (benché a volte ridotta a un sussurro dall'ingiustizia), invece che at­ tribuire a noi stessi di parlare al loro posto, con una lingua forse lontana chilometri dai desideri e dalle aspirazioni del loro cuore». 30 Questo è il criterio fondamentale e decisivo dell'evangelizzazione, perché è quello che si ispira all'in­ carnazione del Signore e in essa ha il suo fondamento. 28

XXXII

CONGREGAZIONE GENERALE DELLA Cm,fPAGNIA DI

GESÙ, Decreto 4, 54. 29 Cfr. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO,

J.M.

padre. Alle radici della mia spiritualità, 30 Ibidem, 258.

cit.,

Nel cuore di ogni

257-258. 51

Riprendendo i termini dell'Esortazione apostolica

EN di Paolo VI, papa Francesco afferma: «Non si tratta

di "travestirci". Si tratta di assumere a fondo, come mo­ dello di evangelizzazione, l'indivise et inconfuse del Signore. Per essere uomini incarnati "è assolutamente necessario metterci di fronte ad un patrimonio di fede che la Chiesa ha il dovere di preservare nella sua purezza intangibile, ma anche di presentare agli uomini del nostro tempo, per quanto possibile, in modo comprensibile e persua­ sivo"». 31 Il Papa applica all'evangelizzazione una formula ori­ ginariamente e tipicamente cristologica: indivise et inconfuse, cioè "senza divisione e senza confusione". Si tratta di una formula costruita con la traduzione latina di due dei quat­ tro avverbi utilizzati nella definizione della fede cristolo­ gica approvata nel concilio ecumenico di Calcedonia del 451,32 per spiegare l'unione della natura divina e della na­ tura umana nell'unica persona di Cristo: nell'incarnazione l'unione è avvenuta «senza confusione», «senza cambia­ mento», «senza divisione», «senza separazione». 33 Nella 31

Ibidem, 259. Per la citazione contenuta nel testo, cfr. PAOLO VI,EN,n. 3. 32 Cfr. H. DENZINGER - A. SCHONMETZER, Enchiridion Symbo­ lorum Defìnitionum et Declarationum de rebus jìdei et morum, Herder, Bar­ cinone - Friburgi Brisgoviae - Romae 197636, nn. 301-302. 33 I quattro avverbi utilizzati nel testo greco della definizione calcedonese sono: a[Jncrytos, atréptos, adiairétos e acorfstos-, nella versio-

52

spiegazione del mistero della persona di Cristo, i quattro avverbi vennero usati per prendere le distanze dagli erro­ ri di Eutiche e di Nestorio: mentre il primo considerava il risultato dell'unione delle nature come una mescolanza confusa; il secondo, invece, era accusato di mantenere di­ vise e separate le nature. Il Papa utilizza tale formula per spiegare che l'evan­ gelizzazione deve essere compiuta al modo dell'incarna­ zione, senza confusioni e senza divisioni, senza sminui­ re o alterare l'integrità del mistero di Cristo, secondo il modello dell'indivise et inconfuse, che è l'opposto del divise et confuse praticato dal Nemico,34 il quale vuole dividere e confondere. Questo pensiero di papa Francesco chiarisce bene i termini fondamentali della sua azione pastorale e della sua visione teologica. Egli afferma: «L'universalità dell'evan­ gelizzazione [...] sta alla confluenza tra la missione aposto­ lica, l'assunzione della cultura del popolo a cui si è inviati ne latina sono stati tradotti rispettivamente con inconfuse, immutabi­ liter, indivise, inseparabiliter. Cfr. H. DENZINGER - A. ScHONMETZER, Enchiridion Symbolorum Deftnitiorum et Dec!aratiorum de rebus ftdei et mo­ rum, cit., n. 302. 34 Cfr. J.M. BERGOGLIO - PAFA FRANCESCO, Nel cuore di ogni pa­ dre. Alle radici della mia spirituahià, cit., 259. Cfr. anche A. Cozzi, La verità di Dio e dell'uomo in Cristo. Il teologico e !'antropologico nella cristologia di J Bergogh'o, in A. Cozzi - R. REPOLE - G. PIANA, Papa Francesco. Quale teologia?, Cittadella, Assisi 2016, 18-21.

53

e il restare fedeli al messaggio ricevuto». 35 Il paradigm a teologico e pastorale che scaturisce dall'incarnazione deve essere articolato sulla base di questi tre motivi: la fedeltà alla missione apostolica, l'assunzione della cultura del po­ polo e la fedeltà al messaggio ricevuto. 2. L'Unzione In stretto rapporto con il mistero dell'incarnazione, e di grande valore cristologico, è l'unzione di Gesù. Si tratta di un tema su cui Bergoglio è ritornato più volte, soprat­ tutto nelle omelie, che per lui sono sempre occasioni utili per approfondire il valore della missione di Gesù e l'inti­ ma relazione con la sua identità. Nell'omelia tenuta nella celebrazione della Messa Cri­ smale del 2002, 36 prendendo spunto dal racconto evange­ lico della visita di Gesù a Nazareth e del discorso tenuto nella sinagoga (cfr. Le 4,21-30), il cardinale Bergoglio af­ fermava: «Il Padre unge suo Figlio rendendolo un uomo "per" gli altri, per mandarlo ad annunciare la Buona No­ vella, affinché guarisca e liberi. Nel Figlio tutto proviene dal Padre e, allo stesso modo, tutto in lui è "per" noi». 37 J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni padre. Alle radici della mia spiritualità, cit., 260. 36 Cfr. J.M. BERGOGLIO, Lo unge affinché guarisca, affinché liberi . .. ~ Omelia, Messa Crismale, 2002, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCE­ SCO, È l'amore che apre gli occhi, cit., 250-254. 37 Ibidem, 250. 35

54

L'unzione di Gesù da parte del Padre, rappresenta l'inizio della sua missione in favore degli uomini ed è l'atto che lo rende uomo "tutto per gli altri". In Gesù tutto è del Pa­ dre, ma attraverso l'unzione quel "tutto del Padre" diventa "tutto per gli uomini". Bergoglio spiega che l'unzione non riguarda i gesti puramente esteriori della persona, ma riguarda la sua di­ sposizione d'animo. L'unzione non determina soltanto la potenza dei gesti e delle azioni di Gesù, ma penetra in profondità nella persona e gli permette di vivere la sua comunione con il Padre. Questo fa di Cristo un dono di salvezza per gli altri nell'«oggi». 38 L'incontro con Cristo è kairos per gli uomini, cioè diventa per tutti occasione propizia di salvezza. Bergoglio dice: «La sua forza [...] non si misura in base alla quantità di miracoli che l'Unto del Signore compie, né al luogo più lontano dove svolge la sua missione, e nemmeno alla gravità della sua sofferenza: 38 Bergoglio spiega così il compimento attuale della salvezza nell'incontro con Cristo: «La missione si compie "oggi", perché il Signore non si limita a dare il pane: si fa Lui stesso pane. La libera­ zione che dona agli oppressi ha luogo "oggi", in quanto il Signore non si limita a perdonare "pulendo le macchie" sugli abiti altrui: Lui stesso si fa peccato, si insudicia, è ricoperto di piaghe. E così facendo si affida alle mani del Padre, che lo accoglie. La Buona Novella, infine, si realizza "oggi", perché il Signore non si limita ad annunciare che prenderà provvedimenti: diventa Lui stesso il provvedimento che ci aiuta a vedere la luce attraverso ogni sua parola» (Ibidem, 252).

55

la profondità dell'unzione, che penetra fin nelle sue ossa, e l'efficacia grazie alla quale tutto in Lui è salvezza per coloro che gli si avvicinano, affondano le proprie radici nell'unione intima e nell'identificazione totale con il Padre che l'ha mandato tra noi». 39 L'unzione forma e dispone la persona ali'opera della salvezza. 40 In forza dell'unzione che ha ricevuto dal Padre, il Cri­ sto non svolge semplicemente un compito di guarigione e di liberazione da qualche malattia o da qualche oppressione, ma è portato a donare se stesso totalmente. Per compren­ dere ancora meglio questa idea, può essere utile tener con39 40

Ivi.

A motivo dell'unzione sacerdotale, anche il ministero presbiterale esige la stessa dinamica di dono. Infatti, rivolgendosi direttamente ai presbiteri, Bergoglio dice: «Anche noi, cari fratelli sacerdoti, siamo stati unti per poter ungere a nostra volta, ed entrare così in comunione totale con Gesù e con il Padre. Così come per il battesimo, l'unzione sacerdotale agisce dall'interno verso l'esterno. A dispetto delle apparenze, il sacerdozio non è una grazia che viene dal di fuori e che non riesce a penetrare nel nostro cuore peccatore. Al contrario, siamo sacerdoti nel nostro intimo, nello spazio sacro e misterioso della nostra anima, là dove diventiamo figli attraverso il battesimo e dove accogliamo la Tri­ nità. Lo sforzo morale che dobbiamo compiere consiste nell'un­ gere i nostri gesti quotidiani rivolti al prossimo, di modo che tutta la nostra vita si trasformi davvero, grazie al nostro impegno, in ciò che già è diventata in virtù della grazia che abbiamo ricevuto» (Ibidem, 252-253).

56

to del passaggio di un'altra omelia per la Messa Crismale,41 dove Bergoglio diceva: «L'azione del Signore non consiste nel mero svolgimento di un compito [...], bensì in una mis­ sione che, per Lui, implica il dono totale di se stesso e, per i destinatari di tale dono, l'accettarlo senza esitazioni. Pro­ prio in questo risiede il vero significato dell'unzione, che è, appunto, un dono. Solo chi l'ha ricevuta può a sua volta ungere gli altri, e soltanto chi si spoglia di se stesso può essere consacrato. Gesù, il Figlio prediletto, è l'Unto per eccellenza in quanto riceve tutto dal Padre. Non possiede niente e non fa nulla per se stesso: in Lui tutto è unzione e compimento della missione. Così come ha accolto tutto in sé, dà la sua vita attraverso il sacrificio della croce». 42 In forza dell'unzione, nella sua relazione con il Padre, Gesù diventa dono di salvezza per tutti gli uomini. 3. La Croce Il momento culminante della missione di Gesù e del dono totale che Lui ha fatto di se stesso è quello della croce. In quell'evento si realizza e si manifesta la pienezza del mistero dell'incarnazione e di tutto il mistero di Cri­ sto, con le sue implicazioni per l'identità e per la missione cristiana. Finora papa Francesco ha trattato questi aspet41

Cfr. J.M. BERGOGLIO, L'omelia di Gesù fu molto breve - Ome­ lia, Messa Crismale, 2006, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l'amore che apre gli occhi, cit., 266-271. 42 Ibidem, 268-269.

57

ti, in maniera più diffusa e approfondita, negli interventi di carattere essenzialmente spirituale, in particolare nella predicazione. Su tale piano la prospettiva e i contenuti ap­ paiono essenzialmente ispirati dalla spiritualità di sant'I­ gnazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, e soprattutto dai temi e dai toni degli Esercizi spirituali (ES). 3.1 La passione nella carne Meditando gli Esercizi spùituali di sant'Ignazio di Loyo­ la, il gesuita Bergoglio contempla la passione nella carne di Gesù: « quest'uomo Gesù, che è Dio, ma che soffre come uomo, nel proprio corpo, nella propria psiche».43 Gesù ha affrontato realmente la sua passione e la sua morte con di­ gnità e libertà, accettando la sua consegna da parte del Pa­ dre.44 «La sua libertà è tale che accetta sia il disegno del Pa­ dre (essere consegnato), sia lo strumento utilizzato (essere ucciso in un certo modo e da persone concrete). Risplende qui la dignità di Cristo che ci fa esclamare: "L'Agnello [...] è degno" (Ap 5,12). È la dignità di chi si abbandona con ob­ bedienza alla volontà del Padre, di chi accetta tale volontà e 43

J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, cit., 235. 44 Sui temi dell'accettazione della morte da parte di Gesù e della totalità della sua spoliazione, alcune idee sono tratte da H. CousrN, Ilprefeta assassinato: storia dei testi evangelici della Passione, Borla, Roma 1976.

58

anche il modo in cui si concretizza e, allo stesso tempo, fa tutto questo con la massima libertà». 45 Nella piena accettazione della volontà del Padre, Gesù offre se stesso, umiliandosi fino alla totale spoliazione di sé. Si tratta di un «annichilamento» che è arrivato fino alla morte sulla croce. Pur essendo considerato un profeta (cfr. Mt 21,11; Le 7,16; Gv 4,19; 9,17), non è morto lapi­ dato (cfr. Mt 23,37; Le, 13,33), come la legge ebraica pre­ scriveva per i falsi profeti e per i blasfemi. È morto come un cospiratore politico e come un maledetto, un «appeso» fuori dalle mura di Gerusalemme (cfr. Dt 21,22). 46 Questa morte, seppure opera umana, è avvenuta per il compimento del disegno di Dio47 ed è diventata motivo di salvezza. Con riferimento a san Massimo il Confessore, Ber­ goglio spiega la redenzione secondo la teoria patristica del 45 J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Apnfe fa mente al vostro cuore, cit., 238. 46 Cfr. Ibidem, 239-241. 47 «La morte di Gesù è opera degli uomini, ma il suo dise­ gno è divino; l'opera degli uomini a loro volta è "opera" di Dio: "Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà" (Mc 9,31). "Essere consegnato" e "uccidere" hanno un significato tecnico nelle Scritture. "Uccidere" si riferisce all'assassinio del giusto e designa gli uomini come autori della morte. Il verbo "consegna­ re", invece, indica che Dio è l'autore della consegna: "Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi" (Rm 8,32)» (Ibidem, 237).

59

tranello teso al diavolo: nell'umiliazione e spoliazione Gesù diventa «un'esca» per Satana che, credendolo un uomo come gli altri, resta avvelenato dalla divinità. 48 Dio manifesta la sua potenza salvifica proprio nell'impotenza umana. 3.2 Il fallimento della carne La passione e la morte rappresentano il fallimento di Gesù. 49 Tradito da Giuda e lasciato solo dagli altri disce­ poli, Gesù muore da fallito. È stato un fallimento storico, vissuto realmente nella «carne». 50 Si tratta di un fallimento che non può essere dissimulato, nemmeno con interpre­ tazioni di «buonsenso», comuni nelle élite ecclesiastiche. Ignorare il fallimento della croce significherebbe negare la realtà della carne di Gesù e cadere nel neodocetismo. «Sono neodocetisti e, in fondo, non sono nemmeno mol­ to convinti che Gesù, il Cristo, sia vivo con il suo corpo, sia risuscitato. Al massimo accettano una risurrezione più 48

« Così crede di vincere e mangia la carne ... che per lui non è carne ma esca, amo, dentro il quale si trova il veleno che lo uccide definitivamente: la divinità». Bergoglio cita: MASSIMO IL CONFESSO­ RE, Centurie I, 8-13 (PG 90, 1182-1186). Cfr. J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, cit., 239. 49 Sul tema del fallimento di Gesù, Bergoglio ha tratto al­ cune idee dal capitolo terzo dell'opera di J. NAVONE, Teologia del fallimento, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1988. 5° Cfr. J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, cit., 242-245.

60

vicina al concetto bultmanniano o una risurrezione spiri­ tualista, semplicemente perché hanno negato la carne di Cristo non accettandone il fallimento». 51 La passione e la morte di Gesù non sono state una finzione e nemmeno un mito. Egli, in qualità di sommo sacerdote dei beni futuri,52 nel suo annichilamento totale e con l'accettazione del proprio fallimento, ha offerto la sua carne e il suo sangue come sacrificio per i peccati di tutti gli uomini. 53 Bergoglio sottolinea: « Il sacerdozio di Cristo si esercita in tre momenti: nel sacrificio della croce (e in questo senso è stato "una volta per sempre"); attualmente (come intercessore presso il Padre, Eb 7,25); e alla fine dei tempi ("senza alcuna relazione con il peccato", Eb 9,28), quando Cristo consegnerà tutta la creazione al Padre». 54 Soltanto accettando il fallimento della croce nella car­ ne è possibile accedere al Padre. Bisogna partecipare con la propria carne alla passione della carne di Cristo, per par­ tecipare anche alla sua risurrezione e glorificazione: « Nei misteri della risurrezione, Gesù, già costituito Signore, mostra il suo corpo, si lascia toccare le piaghe, la carne 51

Cfr. Ibidem, 244.

52

Cfr. Ibidem, 246-248. 53 Bergoglio sviluppa la sua riflessione sulla Lettera agli Ebrei, con riferimento soprattutto ai seguenti passi: Eb 2,17-18; 7,26-28; 9,11-14; 10,12. 54 J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Apnfe la mente al vostro cuore, cit., 247.

61

(Gv 20,20.27; Le 24,39.42). Quel corpo, quelle piaghe, quella carne sono intercessione. E anzi: non c'è altra via di accesso al Padre se non questa. Il Padre vede la carne del Figlio e la fa accedere alla salvezza ... Troviamo il Padre nelle piaghe di Cristo. Egli è vivo, così, nella sua carne gloriosa, ed è vivente in noi». 55 Di fronte all'impotenza dei mezzi umani, Dio interviene realmente con la forza della risurrezione e, attraverso la carne di Cristo, offre l'accesso alla salvezza: «La risurrezione di Gesù Cristo non è il fina­ le di un film: è l'intervento di Dio sulla totale impossibilità della speranza umana; l'intervento che proclama "Signo­ re" Colui che ha accettato la via del fallimento in modo tale che il potere del Padre si manifesti e sia glorificato».56 3.3 La vita cristiana come "lotta" Seguendo il percorso proposto dagli ES di sant'Igna­ zio di Loyola,57 che sono un vero e proprio cammino di discernimento58 sulle decisioni da prendere e le scelte da 55 56 57

Ivi, 247. Ibidem, 242-243.

Cfr. J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Il desiden·o allarga il cuore. Esercizi spirituali con il Papa, EMI, Bologna 2014; S. RENDINA, L'itinerario degli Esercizi spitituali di sant'lgnazio di Lqyola. Commento introduttivo alle quattro settimane, AdP, Roma 1999, 20042 • 58 Sul discernimento, cfr. F. Rossr DE GASPERIS - I. DE LA PoTIERIE, Il discernimento spirituale del cristiano, oggi, FIES, Roma 1988; M. Rurz J URADO, Il discernimento spirituale, Paoline, Cinisello

62

fare, 59 nella meditazione della seconda settimana, chiamata delle «Due bandiere», 60 Bergoglio spiega che si tratta di scegliere tra Cristo e il Demonio. Più propriamente, biso­ gna scegliere tra due strade: quella proposta da Cristo, che è fatta di povertà, ingiurie e umiltà, e quella del Demonio, che offre ricchezze, vanagloria e superbia. Qui emergono subito l'indole "bellica" della sequela di Cristo e la dimensione "combattiva" della fede, tipi­ che della spiritualità ignaziana: per seguire Cristo occor­ re combattere la sua battaglia, quella battaglia che Lui ha combattuto sulla croce e che ha già vinto, ma che avviene ancora nella storia e nell'intimo di ogni cristiano. La fede è «combattiva», nel senso non di una combattività volta allo scontro, ma della dedizione al progetto dello Spirito. 61 Balsamo (MI) 1997; S. FAUSTI, Occasione o tentazione? Arte di discernere e decidere, Àncora, Milano 1997; P. SCHIAVONE, Il discernimento. Teoria e prassi, Paoline, Milano 2009, 20112 • 59 Il titolo completo del libretto degli Esercizi spirituali è partico­ larmente espressivo: Esercizj spiritualiper vincere se stesso e ordinare fa pro­ pria vita senzaprendere decisioni in base ad alcun effetto disordinato (ES, n. 21). 60 ES, n. 136. Cfr. J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni padre. Alfe radici della mia spiritualità, cit., 162-169. 61 «La nostra fede è rivoluzionaria, è in sé fondante. È una fide combattiva, ma non una combattività rivolta allo scontro in quan­ to tale: piuttosto è dedita a un progetto che la guida dello Spirito ha consentito di discernere per servire di più la Chiesa. E, d'altro lato, riceve il suo potenziale di liberazione non da ideologie, ma proprio dal suo contatto con il santo: è ierofanica» (Ibidem, 128).

63

Nella dimensione agonica della vita, un'importanza determinante acquista dunque il discernimento, che risulta uno strumento di lotta decisivo per seguire il Signore più da vicino, cioè per seguirlo sulla stessa strada che lui ha percorso per primo e per seguirlo con il suo stesso stile di vita. Il discernimento è necessario per non lasciarsi ingan­ nare « dallo spirito cattivo» e per poter seguire « lo spirito buono». 62 Il criterio del discernimento ignaziano, fondato sull'ammonimento dell'apostolo Giovanni, è centrato sul riconoscimento del mistero di Cristo: «Da questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spi­ rito che non riconosce Gesù, non è da Dio» (1Gv 4,2-3). Lo spirito buono porta a confessare l'incarnazione e a proclamare Gesù Cristo, il Verbo di Dio fatto carne; lo spi62 Tra i commentatori del libro degli ES sembra non esserci pieno accordo sul significato del termine "spirito": secondo alcuni autori potrebbe indicare le "mozioni" dell'affettività che muovono ad agire; secondo altri, indicherebbe l' agente che causa le mozioni, cioè lo spirito buono che muove verso il bene ed è riconducibile allo Spirito Santo, oppure lo spirito cattivo ossia il maligno che muove verso il male. Cfr. S. RENDINA, «"Mozioni spirituali" e "discerni­ mento" negli Esercizi spirituali», in ''Mozioni spìn"tuali" e "discerni­ mento" negh" Esercizi spirituali. Atti del Convegno nazionale, autunno 1998. Relazioni, documenti, sintesi del lavoro dei gruppi, (Appuntì dì Spiritualità, 50), Centro Ignaziano dì Spiritualità (C.I.S.), Napoli 2000, 21-22.

64

rito cattivo, con il suo senso divisivo, rifiuta l'incarnazione e l'umiliazione del Verbo, porta a negare l'unità e spinge all'allontanamento da Cristo e dalla sua Chiesa. «È proprio dello spirito di Dio confessare che il Verbo di Dio è venuto nella carne, indivise et inconfuse. Colpisce che qualsiasi devia­ zione avvenuta lungo il corso della storia della Chiesa abbia avuto una forte incidenza sul corpo del Signore o sull'Eu­ caristia o sui poveri (che sono il corpo dolente di Cristo) o sul corpo della Chiesa, specie contro la sua unione col capo. Facciamo il nostro discernimento a partire dalla fede nel Verbo di Dio incarnato, nato da santa Maria Vergine per opera dello Spirito Santo, che ha patito ed è morto sot­ to Ponzio Pilato ed è risorto al terzo giorno. Lo facciamo a partire dalla fede in Cristo, vero Dio e vero uomo, la cui natura umana è indivise et inconfuse unita alla sua divinità». 63 Lo spirito cattivo, invece, tramite la confusione e la divisione (divise et confuse), alimenta la menzogna e la fa crescere fino alla croce, dove viene definitivamente scon­ fitta. 64 La croce è il luogo in cui lo spirito buono si mani­ festa totalmente, perché li diventa palese la verità dell'in­ carnazione del Figlio di Dio. Quando la croce si manifesta con la forza della risurrezione, allora appare la falsità della menzogna, e questa perde tutta la sua forza. 63

J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ognipadre.

Alle radici della mia spiritualità, cit., 163. 64 Ibidem, 167.

65

Questa dimensione che ha segnato la missione di Gesù, caratterizza anche la vita apostolica e l'esistenza cristiana, perché la vita è "lotta". È una lotta che si vince soltanto assumendo "l'armatura di Dio" che è la croce. 65 Nella vita cristiana, dunque, bisogna lottare e bisogna im­ parare a lottare "nel modo divino". Bergoglio dice: «Intui­ re la dimensione belligerante della vita apostolica implica riconoscere che, nel nostro cuore, se vogliamo servire Dio, deve esserci la lotta, intesa come ricerca della croce in quanto unico luogo teologico di vittoria; lotta che com­ prende la capacità di condannare e la generosità di dedi­ carsi ai lavori più duri e faticosi. Procedere lungo questa strada ci farà arrivare, come il Signore, a Gerusalemme». 66 La lotta della vita è considerata nella prospettiva cristolo65 «La vita cristiana è una milizia, comporta la lotta, tuttavia "la nostra battaglia non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tene­ broso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti" (Ef 6,12). Per vincere questa battaglia non ci servono armi fatte su misura: abbiamo bisogno dell"'armatura di Dio"(ibidem) per "resta­ re saldi dopo aver superato tutte le prove" (6,13); e l'armatura di Dio è la croce. È li che il Maligno è stato sconfitto una volta per sempre. Quando assumiamo la croce come salvezza, allora avver­ tiamo nell'intimo che "la guerra non riguarda noi, ma Dio" (cfr. 2Cr20,15), e che proprio Lui combatte per noi» (Ibidem, 194). 66

J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro

cuore, cit., 64.

66

gica della conformazione a Cristo: vivere al modo di Cri­ sto, per arrivare come Lui a Gerusalemme. La croce segna profondamente l'esistenza e la missio­ ne del cristiano nella sua appartenenza ecclesiale, perché è il luogo della nascita della Chiesa. Essa è nata proprio nell'ora della morte del Signore. Dunque, l'origine della Chiesa e il fondamento della vita cristiana sono nella cro­ ce. Senza la croce non c'è vita cristiana. 67 3.4 La "battaglia finale" La prospettiva ignaziana chiamata «il senso bellige­ rante della vita»68 manifesta un'altra dimensione della cro­ ce, che è fondamentale per la misione di Gesù Cristo e per l'esistenza cristiana. La croce è il luogo in cui Dio ha combattuto la guerra per la salvezza dell'uomo: «La croce è la "battaglia finale" di Gesù: in essa sta la sua vittoria definitiva». 69 La croce è il luogo in cui è stato pronunciato il "sì" definitivo dell'ob­ bedienza che ha riscattato la disobbedienza originale; è il luogo in cui è stato vinto "l'antico serpente", che aveva dato origine alla ribellione e al peccato; è il luogo in cui 67

Cfr. A. Cozzi, La ven"tà di Dio e dell'uomo in Cristo. Il teologico cit., 13-67, 36-40. 68 Cfr. J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, cit., 63-70. 69 Ibidem, 63.

e l'antropologico nella cristologia di]. Bergoglio,

67

i cristiani diventano figli nel Figlio, avendo come madre Maria, che era proprio là, in piedi, ai piedi della croce. 70 Nell'Esortazione apostolica EG echeggia così: «Il trionfo cristiano è sempre una croce, ma una croce che al tempo stesso è vessillo di vittoria, che si porta con una tene­ rezza combattiva contro gli assalti del male» (EG, n. 85). 71 Il modo di vivere cristiano prevede di seguire Gesù sulla sua strada, quella strada che inevitabilmente porta alla croce. Gesù stesso lo dice chiaramente: «Chi ama pa­ dre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,37-39). Nella vita cristiana autentica c'è la certezza della croce, la quale si manifesta in tanti modi, con difficoltà, ostacoli e persecuzioni. Sono situazioni che Gesù aveva annun­ ciato ai suoi discepoli e per le quali li aveva incoraggiati a soffrire (cfr. Le 6,22; Mc 8,35; 13,8-13; Mt 10,39), imitan­ do la sua passione (cfr. Mt 10,22-23; Mc 10,38). Bergoglio suggerisce la rilettura del martirio di Stefano (At 6,8-7,60), come paradigmatico per l'esperienza cristiana. Egli spiega: lvi. Così anche: «Il trionfo cristiano è sempre una croce, ma una croce che è stendardo vittorioso» O,M. BERGOGLIO - PAPA FRANCE­ SCO, Nel cuore di ognipadre. Alle radici della mia spiritualità, cit., 129). 70 71

68

« Stefano non solo muore per Cristo, ma muore come Lui, con Lui, e questa partecipazione al mistero stesso della passione di Gesù Cristo è la base della fede del martire: morendo da perseguitato, afferma con la sua vita che la morte non è stata l'ultima parola della vita di Gesù». 72 Quando il cristiano non considera le persecuzio­ ni come castighi umani (cfr. Mt 23,29-36; At 7,51-52) o come il giudizio escatologico sulle opere (cfr. 1Ts 2,15ss.; Mt 5,10-12), ma le affronta al modo di Stefano, allora il suo è un soffrire e morire "per il Figlio dell'uomo". Que­ sto modo di vivere avvicina l'uomo a Cristo e lo rende ca­ pace di gratitudine, della gratitudine eucaristica. Infatti, la celebrazione dell'Eucaristia è rendimento di grazie, per la conformazione alla morte del Signore, nell'appartenenza alla Chiesa. 73 3.5 L'ora della gloria La croce non è soltanto l'ora della passione e della morte del Signore e l'immagine della vita cristiana come lotta, ma è anche l'ora della gloria. « Il Cristo paziente, an­ nichilito, è la gloria di Dio. Il Cristo risuscitato nella carne e nello spirito, glorioso, è la gloria di Dio». 74 7 2

cuore,

J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro

cit., 65-66. 73 Ibidem, 65-67. 74 Ibidem, 249. 69

La gloria di Gesù ha inizio con la sua morte in croce. Bergoglio ricorda a questo riguardo diversi testi del Nuo­ vo Testamento, a partire da un passo del Vangelo di Luca: «Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Le 24,26).75 Per Gesù la cro­ ce è la via della gloria. Non lo è però soltanto per Lui. Lo è anche per ogni cristiano che dona la vita per la sua causa. È significativo che egli citi esplicitamente e material­ mente tre versetti del Vangelo di Giovanni, non di conti­ nuo, ma scandendoli in modo che appaia chiaro che ciò che è vero per Gesù, produce i suoi effetti anche nel cri­ stiano che perde la vita in conformità con Lui. Riguardo a Cristo, cita: «È venuta l'ora che il Figlio dell'uomo sia glo­ rificato. [...] Se il chicco di grano, caduto in terra, non muo­ re, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Cv 12,23-24); poi continua la citazione del versetto se­ guente, con riferimento a tutti i cristiani: « Chi ama la pro­ pria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mon­ do, la conserverà per la vita eterna» (Cv 12,25). Il Papa mette così in stretto rapporto la gloria che scaturisce dalla croce di Cristo, con la perdita della vita da parte di chi nella propria esistenza segue il Signore fino alla croce.76 Questo è vero, ma è difficile da capire. Il Vangelo di Giovanni annota che neppure i discepoli compresero che 75 76

70

Cfr. Ibidem, 67. lvi.

la croce era la gloria di Gesù; lo capirono dopo: « Quan­ do Gesù fu glorificato, si ricordarono che di Lui erano state scritte queste cose e che a Lui essi le avevano fatte» (Gv 12,16). La gloria della croce venne invece subito riconosciu­ ta, accolta ed esaltata da san Paolo. Per lui la croce di Cri­ sto divenne ragione di vanto, perché nella conformazione a Cristo in croce riconosceva il motivo della salvezza e della gioia: « Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6,14). 77 Questo significa fare della croce lo strumento per combattere la presunzione e la vanaglo­ ria degli uomini e arrivare così a ricevere la gloria di Dio. Bergoglio afferma: «L'adesione alla croce come elemento radicalmente centrale è, in ultima istanza, ciò che ispira il criterio di verità del seguace fedele al proprio Maestro». 78 L'adesione alla croce risulta essere il criterio decisivo che manifesta la verità e la fedeltà nella sequela di Cristo. La croce diventa così il«baricentro» della vita cristiana. 79 Non è possibile ignorarla o dimenticarla. È, anzi, necessa­ rio avere«una memoria viva e continua della croce». 80 La memoria della croce del Signore permette di avere sempre 77 78 79

80

Cfr. Ivi. Ibidem, 68. Ivi. Ivi.

71

consolazione e pace nella prova. In particolare, consente di abbandonarsi nelle mani di Dio con fiducia, anche nella sofferenza dell'agonia, come fece Gesù. Qui può essere utile ricordare la raccomandazione ri­ volta da san Pietro ai cristiani: « Carissimi, non meraviglia­ tevi della persecuzione che, come un incendio, è scoppiata in mezzo a voi per mettervi alla prova, come se vi accades­ se qualcosa di strano. Ma, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria, che è Spirito di Dio, riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; per questo nome, anzi, dia gloria a Dio. [...] Perciò anche quelli che soffrono secondo il volere di Dio, consegnino la loro vita al Creatore fedele, compiendo il bene» (1Pt4,12-19). Alla luce delle parole dell'apostolo, si capisce ancora di più che l'esistenza cristiana è segnata dalla croce e che da essa non può prescindere. Per il cristiano non ci sono strade alternative o scorciatoie. C'è soltanto la strada che ha percorso Gesù, quella strada che passa attraverso l'e­ sperienza di abbandono nelle mani del Padre, con la di­ sponibilità ad arrivare fino al punto di sentire l'abbandono da parte del Padre. A tale riflessione il Papa aggiunge: « Il senso dell'abbandonarsi nelle mani del Padre e della sen­ sazione di abbandono da parte del Padre che ogni croce 72

porta con sé mostrano l'indole escatologica di questa "pie­ tra miliare" della nostra vita cristiana. Sulla croce bisogna perdere tutto per vincere tutto». 81 Come dice il Vangelo, si tratta di vendere tutto per comprare la pietra preziosa o per comprare il campo nel quale è nascosto il tesoro. Senza dimenticare che Gesù ha detto: « Chi perderà la pro­ pria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25; Mc 8,34ss.; Le 1 7 ,33). Soltanto perdendo tutto, si potrà avere la vita nuova. 82 Per concludere, risultano ancora molto efficaci le pa­ role di papa Francesco: «La croce segna il senso bellige­ rante della nostra esistenza. Con la croce non si può nego­ ziare, non si può dialogare: o la si abbraccia o la si rifiuta. Se decidiamo di rifiutarla, la nostra vita resterà nelle nostre mani, ingabbiata nella meschinità del nostro orizzonte. Se scegliamo di abbracciarla, perdiamo la vita, la rimettiamo nelle mani di Dio, nel suo tempo, e ci sarà restituita solo in un altro modo».83

81 82

83

Ibidem, 69. Cfr. Ibidem, 70. Ivi.

73

CAPITOLO

III IL KERYGMA DELLA VITA

Il kerygma è l'annuncio principale ed essenziale della fede cristiana, destinato a suscitare la conversione e la sal­ vezza, nel riconoscimento che Gesù Cristo morto e risorto è il Signore. Papa Francesco afferma che questo è il primo annuncio dell'infinita misericordia del Padre, comunicata con la morte e risurrezione di Gesù Cristo, e che deve es­ sere «il centro dell'attività evangelizzatrice della Chiesa e di ogni intento di rinnovamento ecclesiale» (Evangelii Gau­ dium, n. 164, EG). Il kerygma però non è semplicemente una verità a cui prestare adesione, ma un contenuto che la Chiesa e ogni cristiano devono accogliere e trasmettere. Inoltre, è un contenuto che non può essere accolto e trasmesso soltan­ to a parole, ma con la vita, in tutti i suoi aspetti materiali e spirituali, puntualmente nelle diverse situazioni e progres­ sivamente in tutto l'arco della storia personale ed ecclesia­ le, attraverso parole, scelte e gesti concreti, nel processo di conformazione a Cristo. Il kerygma, dunque, è la formula che esprime il nucleo essenziale della fede, ma rappresenta anche il paradigma di conformazione dell'esistenza cristiana al mistero di Cristo. In tal senso, il titolo dato al capitolo "Il kerygma della vita",

75

fa riferimento sia alla sua dimensione fontale e costitutiva della vita e della speranza pasquale, sia alla sua dimensione programmatica rispetto alla vita cristiana. Dopo aver considerato gli elementi contenutistici nel momento precedente, ora l'attenzione si volge alla dina­ mica esperienziale della fede cristologica, per cercare di coglierne alcuni motivi fondamentali, in particolare il pri­ mato di Cristo nell'incontro personale con Lui, l'opzione per i poveri e la conformazione al suo mistero. Nella prospettiva di papa Francesco, infatti, per la conoscenza di Cristo e del suo mistero di amore e di sal­ vezza, non si può prescindere dall'esperienza della vita cristiana, nella partecipazione alla missione della Chiesa attraverso il servizio e il dono di sé. 1. Ilprimato di Cristo L'Esortazione apostolica EG comincia così: «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù», perché è dallo stare con Lui che «sempre nasce e rinasce la gioia» (EG, n. 1). Da qui se­ gue immediato l'invito rivolto a ogni cristiano a rinnovare il proprio incontro personale con Gesù Cristo «o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta» (EG, n. 3). In tal modo il Papa mette subito in evidenza il fondamento cristologico della gioia e soprattutto sottolinea l'importanza dell'esperienza cristiana. Il suo centro è l'incontro con Cristo, «l'incontro 76

personale con Gesù Cristo». Inoltre, il Papa aggiunge: «Non c'è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché "nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore". 1 Chi rischia, il Signore non lo delude, e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte» (EG, n. 3). Con queste parole il Papa richiama due motivi fon­ damentali per l'esperienza cristiana. Si tratta di due aspetti non nuovi, sui quali aveva già insistito in precedenza: il primato di Dio e la necessità dell'incontro personale con Cristo. 1.1 Il fiore di mandorlo L'esperienza cristiana ha inizio per l'azione della gra­ zia divina, 2 perché Dio precede sempre l'uomo con la sua 1 È una citazione di PAOLO VI, Gaudete in Domino, Esortazio­ ne apostolica, 9 maggio 1975, n. 22 in AAS 67 (1975), 289-322, 297. 2 Nel n. 112 dell'Esortazione apostoloca EG papa Francesco afferma il principio del primato della grazia anche rispetto all'azione evangelizzatrice della Chiesa, con la citazione di una riflessione di Benedetto XVI: «È importante sempre sapere che la prima parola, l'iniziativa vera, l'attività vera viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire - con Lui e in Lui - evangelizzatori» (Meditazione durante laprima Congregazjone generale della XIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, 8 ottobre 2012, in AAS 104 (2012], 895-900, 897).

77

misericordia e con il suo amore. Lo dice efficacemente san Giovanni: «In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (1Gv4,10). Anche se l'uomo si interroga e cerca Dio in modi diversi, in realtà è Lui che per primo si mette alla sua ricerca e lo attende. È Lui che prende l'iniziativa, perché il suo amore viene sempre prima dell'amore dell'uomo. Papa Francesco ama rappresentare il primato di Dio nella storia del suo popolo e nella vita dell'uomo con un'immagine profetica, quella del fiore del mandorlo,3 l'al­ bero che fiorisce prima degli altri e per primo annuncia la primavera. L'immagine viene utilizzata proprio per dire che Dio, come il «fiore di mandorlo», anticipa ogni inizia­ tiva umana. Nella storia della salvezza, sempre e in molti modi, Dio ha preso l'iniziativa e ha fatto il primo passo per an­ dare incontro al suo popolo, ascoltando le sue grida, soc­ correndolo e liberandolo da ogni forma di schiavitù e di oppressione. Questo modo di agire preveniente ha avuto il suo culmine nel mistero dell'Incarnazione, dato che l'ini­ ziativa di Dio si manifesta pienamente in Cristo. Nell'enciclica Lumen ftdei (LF) il Papa spiega che la salvezza comincia con l'apertura «a qualcosa che prece­ de, a un dono originario che afferma la vita e custodisce nell'esistenza», e che solo attraverso quell'apertura è posCfr. Ger 1,11-12. Cfr. PAPA FRANCESCO, La mia porta è sempre aperta. Una conversazione con Antonio Spadaro, Rizzali, Milano 2013, 98. 3

78

sibile essere trasformati e resi capaci di una vita feconda, ricca di frutti buoni (LF, n. 19). 4 Poi, aggiunge anche: «La nuova logica della fede è centrata su Cristo. La fede in Cri­ sto ci salva perché è in Lui che la vita si apre radicalmente a un Amore che ci precede e ci trasforma dall'interno, che agisce in noi e con noi» (LF, n. 20). Nella solennità dell'Epifania del 2014, commentando il segno della stella che apparve ai Magi per indicare a loro la nascita di Cristo, il Papa ha spiegato che se essi non aves­ sero visto la stella, non sarebbero partiti. La stella apparsa ai Magi, dunque, è stata un segno dell'iniziativa divina per la salvezza degli uomini: «Dio sempre precede, sempre per primo ci cerca; Lui fa il primo passo. Dio ci precede sem­ pre. La sua grazia ci precede e questa grazia è apparsa in Gesù. Lui è l'epifania. Lui, Gesù Cristo, è la manifestazione dell'amore di Dio. È con noi». 5 Gesù Cristo, che è Dio e 4

In questo contesto, il Papa afferma inoltre: «La salvezza at­ traverso la fede consiste nel riconoscere il primato del dono di Dio, come riassume san Paolo: "Per grazia infatti siete stati salvati me­ diante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio"» (Ej 2,8). 5 PAPA FRANCESCO, Angelus, Epifania del Signore, 6 gennaio 2014. Cfr. anche: Omelia, Messa nella Domus Sanctae Marthae, 8 gennaio 2015; cfr. inoltre Discorso al Movimento di Comunione e Li­ berazione, Piazza San Pietro, 7 marzo 2015. La stessa immagine del fiore di mandorlo Bergoglio l'aveva utilizzata precedentemente an­ che in altre occasioni, per esempio, durante l'Omelia della Veglia Pa­ squale, nella Cattedrale Metropolitana di Buenos Aires, il 22 aprile 2000 (cfr. J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Omelie Pasquali, cit., 6;

79

uomo, manifesta l'iniziativa e la precedenza di Dio rispetto all'uomo. Il primato dell'iniziativa del Signore è presente an­ che nell'Esortazione apostolica EG, dove papa France­ sco esprime l'esigenza di una trasformazione missionaria della Chiesa e descrive la Chiesa "in uscita" come una comunità di discepoli capaci di "prendere l'iniziativa" e di "coinvolgersi" nella storia degli uomini (cfr. EG, n. 24). Il Papa espone quest'esigenza con il neologismo primerear, che propone in chiave chiaramente cristologica. 6 Spiega, infatti, che si tratta di un'urgenza che scaturisce dall'espe­ rienza che il Signore è Colui che prende l'iniziativa e sempre «si coinvolge e coinvolge i suoi». Il Papa scrive: «La co­ munità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l'iniziativa, l'ha preceduta nell'amore (cfr. 1Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l'iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un deside­ rio inesauribile di offrire misericordia, che è frutto dell'a­ ver sperimentato l'infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva» (EG, n. 24). 7 cfr. anche J.M. BERGOGLIO, «L'angelo rassicura le donne: ''Non abbiate paura!"», in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l'amore che apre gli occhi, cit., 278). 6 Sull'uso di primerear, cfr. anche il Discorso al Movimento di Comunione e Liberazione, Piazza San Pietro, 7 marzo 2015. 7 Sul primato di Dio e della grazia nell'evangelizzazione, cfr.

80

La connotazione cristologica emerge chiaramente an­ che quando il Papa illustra concretamente i modi in cui la Chiesa deve "coinvolgersi" con gli altri: lo deve fare sull'esempio di Gesù, che si è messo in ginocchio per la­ vare i piedi ai suoi discepoli (Gv 13,17). Il Papa scrive così: «La comunità evangelizzatrice sì mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all'umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo» (EG, n. 24). È così che gli evangelizzatori assu­ mono l'"odore" delle pecore e riescono a farsi ascoltare dalle pecore. Con lo stile premuroso e preveniente di Cristo, la Chiesa deve accompagnare l'umanità, facendo in modo che in ogni situazione concreta la Parola si incarni e porti frutti di vita nuova. Papa Francesco indica la via così: «Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga ac­ colta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice» (EG, n. 24). In funzione di un fondamentale ancoraggio cristo­ logico risuonano anche le citazioni testuali dell'enciclica Ecclesiam suam 8 di Paolo VI e del decreto sull'ecumenismo anche EG, nn. 12 e 112. 8 PAOLO VI, Ecclesiam suam, Lettera enciclica, 6 agosto 1964, nn. 10-12: «La Chiesa deve approfondire la coscienza di se stessa,

81

Unitatis redintegratio 9 del concilio Vaticano II (cfr. EG, n. 26). Infatti, per introdurre la citazione del testo conciliare il Papa scrive: «Il Concilio Vaticano II ha presentato la conversione ecclesiale come l'apertura a una permanente riforma di sé per fedeltà a Gesù Cristo» (EG, n. 26). 1.2 L'incontro personale con Cristo L'esperienza fondante la vita cristiana, il vero disce­ polato e ogni impegno di evangelizzazione, è l'incontro personale con il Signore e lo stare in intimità con Lui. 10 meditare sul mistero che le è proprio [...]. Deriva da questa illumi­ nata ed operante coscienza uno spontaneo desiderio di confronta­ re l'immagine ideale della Chiesa, quale Cristo vide, volle ed amò, come sua Sposa santa ed immacolata (Ej 5,27), e il volto reale, quale oggi la Chiesa presenta. [... ] Deriva perciò un bisogno gene­ roso e quasi impaziente di rinnovamento, di emendamento cioè dei difetti, che quella coscienza, quasi un esame interiore allo specchio del modello che Cristo di sé ci lasciò, ·denuncia e rigetta». 9 « Ogni rinnovamento della Chiesa consiste essenzialmente in un'accresciuta fedeltà alla sua vocazione. [...] La Chiesa peregri­ nante verso la meta è chiamata da Cristo a questa continua rifor­ ma, di cui essa, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno» (UR, n. 6). 10 Il Papa scrive che « non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo, non è la stessa cosa camminare con Lui o camminare a tentoni, non è la stessa cosa poterlo ascoltare o igno­ rare la sua Parola, non è la stessa cosa poterlo contemplare, adora­ re, riposare in Lui, o non poterlo fare. Non è la stessa cosa cercare di costruire il mondo con il suo Vangelo piuttosto che farlo unica-

82

Tale incontro, possibile unicamente nella misura dell'aper­ tura all'azione della grazia divina,11 costituisce l'essenza dell'identità del cristiano e il fondamento di ogni vocazio­ ne.12 Solo a partire dall'incontro con Dio, infatti, è possibimente con la propria ragione. Sappiamo bene che la vita con Gesù diventa molto più piena e che con Lui è più facile trovare il senso di ogni cosa. È per questo che evangelizziamo. Il vero missionario, che non smette mai di essere discepolo, sa che Gesù cammina con lui, parla con lui, respira con lui, lavora con lui. Sente Gesù vivo insieme con lui nel mezzo dell'impegno missionario» (EG, n. 266). Poi, Francesco aggiunge:« Uniti a Gesù, cerchiamo quello che Lui cerca, amiamo quello che Lui ama» (EG, n. 267). 11 A l clero il Papa ricorda che l'incontro con Cristo non di­ pende dalle capacità personali, dalla spettacolarità delle iniziative ecclesiali o dalla genialità dei piani pastorali: «Non è precisamente nelle autoesperienze o nelle introspezioni reiterate che incontriamo il Signore: i corsi di autoaiuto nella vita possono essere utili, però vivere la nostra vita sacerdotale passando da un corso all'altro, di metodo in metodo, porta a diventare pelagiani, a minimizzare il potere della grazia, che si attiva e cresce nella misura in cui, con fede, usciamo a dare noi stessi e a dare il Vangelo agli altri, a dare la poca unzione che abbiamo a coloro che non hanno niente di nien­ te» (Omelia, Messa Crismale, 28 marzo 2013, cfr. J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Omelie Pasquali, cit., 64). 12 A questo tema, che ritorna di frequente l'arcivescovo di Buenos Aires aveva dedicato una bella riflessione nell'omelia del­ la Messa in occasione dell'incontro arcidiocesano dei catechisti nel 2001; cfr. J.M. BERGOGLIO, Lasciarsi trovare perfavorire !'incontro � Lettera ai catechisti, marzo 2001, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, È l'amore che apre gli occhi, cit., 341-348.

83

le essere testimoni autentici di Cristo e svolgere «la diaconia della tenerezza» anche di fronte all'esperienza del dolore e della sofferenza.13 Riprendendo i contenuti della Lettera apostolica Novo Millennio ineunte (NMI) scritta da Giovanni Paolo II al ter­ mine del Giubileo dell'anno duemila, 14 nella lettera indiriz­ zata ai catechisti, in occasione della festa di san Pio X, nel 2001 l'arcivescovo di Buenos Aires esortava a rinsaldare tre aspetti fondamentali della vita spirituale di ogni cristia­ no, indicando modi e luoghi dell'incontro con il Signore: l'incontro intimo e personale attraverso una lettura orante della Parola di Dio, l'incontro intimo e personale attraver­ so l'Eucaristia, l'incontro comunitario e festivo della cele­ brazione domenicale. 15 Nell'Esortazione apostolica EG, papa Francesco ag­ giunge che la reale esperienza dell'amore di Dio nell'in­ contro personale con Cristo è il motivo di fondo che, senza lezioni o istruzioni, spinge all'impegno dell'evan13 Cfr. Ibidem, 345. 14 GIOVANNI PAOLO II, Novo Millennio ineunte, Lettera aposto­ lica, 6 gennaio 2001, in AAS 93 (2001), 266-309. 15 Cfr.J.M. BERGOGLIO, Lasciarsi trovare perfavorire l'incontro Lettera ai catechisti, marzo 2001, inJ.M. BERGOGLIO - PAPA FRAN­ CESCO, È l'amore che apre gli occhi, cit., 346-347. Riguardo ai luoghi di incontro con Cristo, si veda soprattutto: QUINTA CONFERENZA GENERALE DELL'EPISCOPATO LATINO-AMERICANO E DEI CARAIBI, Do­ cumento diAparecida, nn. 246-257.

84

gelizzazione e ad essere "discepoli-missionari". « Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l'amore di Dio in Cristo Gesù» ed è questa esperienza che rende "discepoli-missionari": non "discepoli" e "mis­ sionari", ma "discepoli-missionari" (EG, n. 120). 16 Que­ sto è ciò che è accaduto ai primi discepoli (cfr. Gv 1,41), alla samaritana del Vangelo (Gv 4,39) e anche a san Paolo (At 9,20): tutti hanno incontrato Gesù e hanno conosciu­ to il suo sguardo. Il Papa insiste poi sul fatto che, in forza di quell'espe­ rienza, la predicazione compete ad ogni cristiano nelle. si­ tuazioni quotidiane: « Essere discepolo significa avere la di­ sposizione permanente di portare agli altri l'amore di Gesù e questo avviene spontaneamente in qualsiasi luogo, nella via, nella piazza, al lavoro, in una strada» (EG, n. 127). Ogni cristiano, dunque, ha il compito di portare a tutti "l'annun­ cio fondamentale": «L'amore personale di Dio che si è fatto uomo, ha dato sé stesso per noi e, vivente, offre la sua sal­ vezza e la sua amicizia» (EG, n. 128). A questo punto è forse importante precisare che i temi richiamati non rappresentano uno sconfinamento in aspetti di carattere ecclesiologico, missiologico o spiritua­ le, perché essi hanno anche un prezioso valore cristologi16 La stessa idea la troviamo espressa anche così: «La prima motivazione per evangelizzare è l'amore di Gesù che abbiamo ri­ cevuto, l'esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più» (EG, n. 264).

85

co. Nella prospettiva di papa Francesco, la vita cristiana e l'impegno missionario non sono semplicemente delle conseguenze che derivano dall'esperienza dell'incontro personale con Cristo nella preghiera, nell'Eucaristia e nella celebrazione domenicale, ma sono anche "luoghi" e oc­ casioni di incontro e di conoscenza personale di Cristo. L'impegno cristiano, compiuto a partire dall'esperienza di Gesù Cristo e in conformità con il suo stile, rappresenta un "luogo cristologico" fondamentale per crescere nella conoscenza di Lui e per l'esperienza della sua salvezza. 1.3 Il volto degli altri L'incontro personale con Cristo non può essere inte­ so e vissuto in termini puramente intimistici e ideali, ma in senso reale e concreto. Più volte papa Francesco ha affer­ mato che Cristo non è un'idea. Lo diceva prima di essere eletto Vescovo di Roma 17 e lo ricorda spesso anche ora. 17

«Parallelamente al paradigma del deismo si innesca il pro­ cesso di svilimento delle parole: parole senza peso proprio, che non si fanno carne. Parole che si svuotano dei propri contenuti; a quel punto Cristo non si manifesta più come persona, bensì come idea. Si produce un'inflazione di parole. La nostra è una cultura nominalista. La parola ha perso il proprio peso, è vacua. Le manca sostegno, è priva della "scintilla" che la rende viva e che consiste proprio nel silenzio» CT,M. BERGOGLIO, Educare alla cultura dell'incontro - Discorso all'Associazione cristiana degli imprenditori, settembre 1999, in J.M. BERGOGUO- PAPA FRANCESCO, È l'amore che apre gli occhi, cit., 16).

86

Nel prologo della sua Esortazione apostolica EG, a pro­ posito «dell'amore sempre più grande di Dio che si è ma­ nifestato in Gesù Cristo», citando le parole utilizzate nella Lettera enciclica Deus caritas est (DCE), scrive: «Non mi stancherò di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: ''All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva"» 18 (EG, n. 7). Si tratta di un'indicazione fondamentale per la com­ prensione della reale consistenza di Cristo per la fede cri­ stiana e per il carattere programmatico che essa acquista rispetto al rapporto del cristiano con Lui. Proprio da tale concezione, infatti, scaturisce la coscienza che oggi bi­ sogna superare il pericolo di rinunciare «al realismo del­ la dimensione sociale del Vangelo» e di presentare «un Cristo puramente spirituale, senza carne e senza croce» (EG, n. 88). Il Papa afferma che «il Vangelo ci invita sem­ pre a correre il rischio dell'incontro con il volto dell'altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante 18 BENEDETTO XVI, Deus caritas est, Lettera enciclica, 25 di­ cembre 2005, n. 1. Lo stesso passo dell'enciclica di Benedetto XVI è stato citato anche nel documento di Aparecida, cfr. QUINTA CON­ FERENZA GENERALE DEU'EPISCOPATO LATINO-AMERICANO E DEI CA­ RAIBI, Documento diAparecida, n. 12.

87

corpo a corpo». Poi continua: «L'autentica fede nel Figlio di Dio fatto carne è inseparabile dal dono di sé, dall'ap­ partenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazio­ ne con la carne degli altri. Il Figlio di Dio, nella sua in­ carnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza» (EG, n. 88). 19 Perciò, è urgente che la Chiesa raccolga la sfida di «rispondere adeguatamente alla sete di Dio di molta gente, perché non cerchino di spegnerla con pro­ poste alienanti o con un Gesù Cristo senza carne e senza impegno con l'altro» (EG, n. 89). Nelle società odierne si stanno diffondendo sempre di più forme di «"spiritualità del benessere" senza comu­ nità», di «"teologia della prosperità" senza impegni frater­ ni» o di «esperienze soggettive senza volto, che si riducono a una ricerca interiore immanentista» (cfr. EG, n. 90). È necessario, invece, aprirsi alle relazioni nuove generate da Gesù Cristo, comprese quelle incluse nelle forme proprie della religiosità popolare,20 le quali includono una relazio19 Con grande realismo, papa Francesco denuncia: «A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una pruden­ te distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri» (EG, n. 270). 20 «Le espressioni della pietà popolare hanno m:olto da in­ segnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione» (EG, n. 126).

88

ne personale con Dio, con Gesù Cristo, con Maria, con un santo. Non bisogna cercare contatti con vaghe e indefini­ te «energie armonizzanti», ma occorre stabilire relazioni personali con «carne» e «volti» (cfr. EG, n. 90). Precisan­ do ulteriormente, il Papa aggiunge che «si tratta di impa­ rare a scoprire Gesù nel volto degli altri, nella loro voce, nelle loro richieste. È anche imparare a soffrire in un ab­ braccio con Gesù crocifisso quando subiamo aggressioni ingiuste o ingratitudini, senza stancarci mai di scegliere la fraternità» (EG, n. 91). 21 L'affermazione della concretezza dell'incontro per­ sonale con Cristo, nella realtà della carne, ritorna anche nel quarto capitolo dell'Esortazione apostolica, dove sono proposti i quattro principi 22 utili a orientare la convivenza sociale e la costruzione del popolo (cfr. EG, n. 221). Nella spiegazione del terzo principio, «La realtà è superiore all'i­ dea», attraverso la citazione del versetto scritturistico gio21 I l Papa cita in nota la testimonianza di santa Teresa di Li­ sieux sull'esperienza interiore riguardante la sua relazione con una consorella «particolarmente sgradevole»: Manoscritto C, 29 v 0 30 r0 , in Oeuvres complètes, Paris 1992, pp. 274-275. Cfr. EG, n. 91, nota 69. 22 I q uattro principi sono ì seguenti: 1) «Il tempo è superio­ re allo spazio» (cfr. EG, nn. 222-225); 2) «L'unità è superiore al conflitto» (cfr. EG, nn. 226-230); 3) «La realtà è superiore all'idea» (cfr. EG, nn. 231-233); 4) «Il tutto è superiore alla parte» (cfr. EG, nn. 234-237).

89

vanneo: « In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio» (1Gv 4,2), il Papa lega il criterio di realtà all'in­ carnazione della Parola di Dio (cfr. EG, n. 233). Inoltre, nella stessa Esortazione apostolica papa Francesco scrive: «L'amore per la gente è una forza spiri­ tuale che favorisce l'incontro in pienezza con Dio fino al punto che chi non ama il fratello "cammina nelle tenebre" ( 1Gv 2,11 ), "rimane nella morte" ( 1Gv 3,14) e "non ha co­ nosciuto Dio" (1Gv 4,8)». E, con un'espressione dell'enci­ clica DCE di Benedetto XVI, aggiunge che «chiudere gli occhi di fronte al prossimo rende ciechi anche di fronte a Dio» 23 (EG, n. 272). Da qui, il Papa arriva poi alla se­ guente conclusione: « Pertanto, quando viviamo la mistica di avvicinarci agli altri con l'intento di cercare il loro bene, allarghiamo la nostra interiorità per ricevere i più bei regali del Signore. Ogni volta che ci incontriamo con un essere umano nell'amore, ci mettiamo nella condizione di scopri­ re qualcosa di nuovo riguardo a Dio. Ogni volta che apria­ mo gli occhi per riconoscere l'altro, viene maggiormente illuminata la fede per riconoscere Dio» (EG, n. 272). Guardare il volto degli altri non è un'operazione pu­ ramente sociale o sociologica e nemmeno soltanto eccle­ siale e pastorale, ma è decisivo per la conoscenza di Dio e per l'incontro con Cristo. 23

90

DCE, n. 16.

2. L'opzione "cristologica" per ipoveri Nel capitolo quarto dell'EG, intitolato «La dimen­ sione sociale dell'evangelizzazione», il Papa affronta il tema del rapporto tra fede e impegno sociale. Lo spazio maggiore, ben trentuno numeri (nn. 186-216), è dedica­ to all'inclusione sociale dei poveri. Nella sua riflessione il Papa chiarisce subito che non si tratta di un argomento di carattere soltanto sociale o morale, ma di un tema fonda­ mentale per la fede. 24 Introducendo la sezione, egli scrive: «Dalla nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vi­ cino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società» (EG, n. 186). In questo modo papa Francesco precisa la natura cristologica dell'impegno per la liberazione e la pro24 Vedi anche EG, n. 48: «Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i pove­ ri». Si veda inoltre: «L'incontro con Gesù Cristo nei poveri è una dimensione costitutiva della nostra fede in Gesù Cristo. La nostra opzione per i poveri nasce dalla contemplazione del volto soffe­ rente di Cristo in ognuno di loro, come pure dall'incontro con lui negli afflitti e negli emarginati, la cui somma dignità ci viene rivelata da Cristo stesso. La stessa adesione a Gesù Cristo ci fa amici dei poveri e solidali con il loro destino» (QUINTA CONFERENZA GENE­ RALE DELI.'EPISCOPATO LATINO-AMERICANO E DEI CARAIBI, Documento di Aparecida, n. 257). Cfr. H.M. YANEZ, L'opzione preferenziale per i poveri, in H.M. YMrnz (a cura di), Evangelii gaudium: il testo ci inter­ roga. Chiavi di lettura, testimonianze e prospettive, Gregorian & Biblica! Press, Roma 2014, 249-260.

91

mozione dei poveri, da cui scaturisce per la Chiesa «l'impe­ rativo di ascoltare il grido dei poveri» (EG, n. 193). A que­ sto proposito il Papa cita testualmente alcuni passi biblici dell'Antico e del Nuovo Testamento (Mt 5,7; Cc 2,12-13; Dn 4,24; Tb 12,9; Sir 3,30; 1 Pt4,8) e, con la citazione di un testo di sant'Agosti.no,25 richiama anche l'insegnamento dei Padri della Chiesa sul valore dell'elemosina, in opposizione "all'individualismo edonista pagano" (cfr. EG, n. 193). Il Papa aggiunge che nessuno nella Chiesa ha il diritto di relativizzare il messaggio in favore dei poveri e che esso non può essere in alcun modo oscurato o indebolito (cfr. EG, n. 194). Si tratta di un messaggio che nella fede cristia­ na è centrale allo stesso modo in cui lo è la dottrina. Il Papa scrive: «Perché oscurare ciò che è così chiaro? Non preoc­ cupiamoci solo di non cadere in errori dottrinali, ma anche di essere fedeli a questo cammino luminoso di vita e di sapienza. Perché "ai difensori 'dell'ortodossia' si rivolge a volte il rimprovero di passività, d'indulgenza o di colpevoli complicità rispetto a situazioni di ingiustizia intollerabili e verso i regimi politi.ci che le mantengono" 26» (EG, n. 194). Poiché i poveri hanno un posto preferenziale nel cuo­ re di Dio e tutta la storia della salvezza è segnata dalla loro 25 Cita: SANT'AGOSTINO, De catechizandis rudibus, I, XIV, 22 (PL 40, 327). 26 Il Papa cita: CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DEIJ..A FEDE, Libertatis nuntius, Istruzione, 6 agosto 1984, XI, n. 18, in AAS 76 (1984), 876-909, 907-908.

92

presenza (cfr. EG, n. 197),27 per la Chiesa l'opzione per i poveri non può essere soltanto un fatto culturale, socio­ logico, politico o filosofico, ma è anzitutto e soprattutto una categoria teologica. Citando un discorso di Benedetto XVI,28 il Papa puntualizza che, a motivo dell'incarnazione in povertà, l'opzione per i poveri è implicita nella fede cri­ stologica. Ciò significa che l'opzione per i poveri è prefe­ renziale a motivo della sua natura cristologica. Da qui nasce il desiderio di Francesco di « una Chie­ sa povera per i poveri» e capace di imparare dai poveri (EG, n. 198). 29 Attraverso le loro sofferenze i poveri cono­ scono e permettono di conoscere il Cristo sofferente. Per­ ciò: «Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la 27 In EG, n. 197 papa Francesco cita i seguenti passi biblici: 2Cor 8,9; Le 2,24; Lv 5,7; Le 4,18; Le 6, 20; Mt 25,35s. 28 BENEDETTO XVI, Discorso alla Sessione inaugurale della V Coeferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, 13 maggio 2007, n. 3, in AAS 99 (2007), 445-460, 450. 29 Cfr. anche PAPA FRANCESCO, Vi chiedo dipregare per me. Inizio del ministeropetrino dipapa Francesco, libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2013, 21. L'esigenza di una Chiesa povera e capace di ascol­ tare i poveri, già espressa nel concilio Vaticano II (cfr. LG, n. 8), sotto gli impulsi della Teologia della liberazione è stata ripresa e formulata in termini di "opzione preferenziale per i poveri" dalla Conferenza Episcopale Latino-americana, in particolare nelle assemblee plenarie di Medellin nel 1968, di Puebla nel 1979 e di Aparecida nel 2007.

93

misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (EG, n. 198). 30 L'ascolto dei poveri e dei piccoli è un modo per ascoltare Gesù e per scoprire il suo volto. I poveri, dunque, non devono essere considerati sol­ tanto come pretesto per la condanna dell'inequità sociale, politica ed economica oppure come destinatari di carità e di azioni di promozione e di assistenza, ma come una "categoria teologica" che permette di conoscere Dio, di vedere il volto di Cristo e di comprendere il messaggio evangelico. Questo viene ribadito anche con la citazione di un passo della Lettera apostolica NMI di Giovanni Paolo II. Papa Francesco scrive: « Senza l'opzione preferenziale per i più poveri, "l'annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l'odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone" 31 » (EG, n. 199). I poveri e i piccoli permettono di comprendere il Vangelo, perché Gesù, che è il « Vangelo in persona», si

° Come sostiene Walter Kasper: «Il programma del papa, di una chiesa povera per i poveri, è in primo luogo un programma ecclesiale, pastorale e spirituale» 0Xf. KASPER, Papa Francesco - La n·­ 3

voluzione della tenerezza e dell'amore. Radici teologiche eprospettivepastorali,

Queriniana, Brescia 2015, 107). Cfr. anche M. PAVULRAJ, Una lettura ermeneutica sul discernimento pastorale in Evangelii gaudium: le sfide e le risposte, in H.M. YANEZ (a cura di), Evangelii gaudium: il testo ci inter­ roga. Chiavi di lettura, testimonianze e prospettive, cit., 109-124. 31 NMI, n. 50, in AAS 93 (2001), 303.

94

identifica con loro (cfr. EG, n. 209). I cristiani, dunque, sono chiamati a riconoscere Cristo sofferente nei poveri e nelle nuove forme di povertà e di fragilità: nei senza tet­ to, nei tossicodipendenti, nei rifugiati, nei popoli indigeni, negli anziani soli e abbandonati, nei migranti, nelle donne escluse e vittime di maltrattamenti e violenze, nei bambini nascituri (cfr. EG, nn. 210-213). 32 L'impegno cristologico fonda così la missione della Chiesa "in uscita" (cfr. EG, nn. 20-24): "in uscita" non per fuggire la realtà o per andare in isole disabitate, ma per « raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (EG, n. 20), quelle geografiche e quelle esistenziali. Questi sono i "luoghi" che la Chiesa deve rag­ giungere per svolgere la sua missione di evangelizzazione e per incontrare il Signore nei poveri, negli emarginati, negli esclusi, in tutti quelli che la cultura dello "scarto" riduce a "rifiuti" e "avanzi" (cfr. EG, n. 53). Nei loro volti e nelle periferie umane i cristiani possono vedere Cristo, fare esperienza della sua presenza e scrivere una nuova cristologia. 32 Vedi anche:J.M. BERGOGLIO,