Venezia e i Turchi 8883349474, 9788883349478

La storiografia veneziana dell'età moderna e poi quella europea dell'Ottocento e Novecento hanno rappresentato

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Venezia e i Turchi
 8883349474, 9788883349478

Table of contents :
Copertina
Collana
Frontespizio
Tabula gratulatoria
Indice
Prefazione
I. L’immagine e la conoscenza del mondo turco
1. La gens scythica da un’oscura origine alla «monarchia universale»
2. Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile»
1. Guerra e pace sino a Passarowitz
2. Le profezie sui Turchi
3. Realtà e mito del turco nella società veneziana
1. La conoscenza della lingua turca a Venezia
2. I Turchi nella vita veneziana
3. Religione e potere in uno stato dispotico
4. Un doppio scandalo: un popolo inimicus nobilitati e i rinnegati
5. I vizi di una nazione «barbara»
6. Turcherie nell’arte e nella letteratura del Cinquecento e Seicento
4. La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII)
1. Il «viaggio in Turchia»
2. Gli scritti «turcheschi» del Sansovino e l’Ottomanno di Lazzaro Soranzo
3. Paruta e i pubblici storiografi
4. Sarpi e i «giovani» di fronte all’impero ottomano
5. Altri scrittori di cose «turchesche» nel Cinquecento e Seicento
6. Una visione barocca dei Turchi: le Memorie istoriche de’ monarchi ottomani del Sagredo
7. Un libro nuovo alla fine del Seicento: La letteratura de’ turchi del Donà
II. I Turchi nell’età dei lumi
1. Pace e amicizia tra due potenze al tramonto
1. Decadenza e riforme nella Turchia del Settecento
2. Venezia dalla guerra all’ansia per i «pericoli del turco»
3. Anche la Barbarìa tra i popoli civili?
4. Ultimi nemici di un «popolo senza freno e umanità»
2. L’interesse per le cose «turchesche»
1. Orientalismo, viaggi e avventure a Costantinopoli
2. Le Lettere informative delle cose de’ Turchi del Busenello
3. La cultura veneziana e la civiltà turca
1. Temi turchi nell’arte e nella letteratura del Settecento
2. Il dibattito sull’Islam e il despotismo ottomano
3. La turcofilia veneziana del Settecento
4. La Letteratura turchesca del Toderini
Bibliografia
Indice dei nomi

Citation preview

INTERADRIA

Culture dell’Adriatico 18

Collana diretta da Silvana Collodo e Giovanni Luigi Fontana

Comitato scientifico Gian Pietro Brogiolo, Furio Brugnolo, Renato Covino, Antonio Di Vittorio, Francesca Ghedini, Egidio Ivetic, Rolf Petri, Paola Pierucci, Guido Rosada, Giovanna Valenzano, Guido Zucconi

Paolo Preto

Venezia e i Turchi

viella

Copyright © 2013 - Viella s.r.l. Tutti i diritti riservati Prima edizione: gennaio 2013 ISBN 978-88-8334-947-8 (carta) ISBN 978-88-6728-145-9 (e-book)

Questo volume è pubblicato grazie all’apporto dei sottoscrittori e con il contributo del Dipartimento di Scienze storiche, geografiche e dell’antichità dell’Università di Padova.

viella

libreria editrice via delle Alpi, 32 I-00198 ROMA tel. 06 84 17 758 fax 06 85 35 39 60 www.viella.it

Tabula gratulatoria

Filiberto Agostini Mauro Ambrosoli Cristina Amplatz Bruno Anatra Stefano Andretta Franco Angiolini Livio Antonielli Benjamin Arbel Alessandro Arcangeli Giovanni Assereto Ugo Baldini Salvatore Barbagallo Federico Barbierato Antonella Barzazi Francesco Benigno Giampietro Berti Marina Bertoncin Paolo Bettiolo Ivo Biagianti Antonello Biagini Furio Bianco Biblioteca comunale di Valdagno Biblioteca del civico museo “Correr” di Venezia Biblioteca Universitaria di Padova Carlo Bitossi Roberto Bizzocchi Giorgetta Bonfiglio Dosio Elena Bonora Giorgio Borelli Gian Paolo Brizzi Ivone Cacciavillani Marina Caffiero Orazio Cancila Rossella Cancila Guido Candiani Francesca Cantù

Carlo Capra Dino Carpanetto Michele Cassese Marina Cavallera Centro di ricerche storiche di Rovigno Rita Chiacchella Mirella Chiaranda Salvatore Ciriacono Silvana Collodo Comune di Valdagno Mino Conte Giorgio Cracco Vittorio Criscuolo Michela D’Angelo Fabrizio D’Avenia Maria Grazia Dal Lago Maurizio Dal Lago Angela De Benedictis Antonino De Francesco Piero Del Negro Renato Di Nubila Eugenio Di Rienzo Friederich Edelmayer Antonio Fabris Pierpaolo Faggi Elena Fasano Guarini Ettore Felisatti Massimo Firpo Giovanni Luigi Fontana Marina Formica Silvano Fornasa Irene Fosi Gigliola Fragnito Daniela Frigo Carlo Fumian Luciano Galliani Donato Gallo

Francesca Fausta Gallo Massimo Galtarossa Marina Garbellotti Francesco Gaudioso Antonino Giuffrida Giuseppe Gullino Mario Infelise Pier Cesare Ioly Zorattini Istituto per le ricerche di Storia sociale e religiosa, Vicenza Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Venezia Egidio Ivetic Silvio Lanaro Sergio Lavarda Antonio Lerra Stefano Levati Luciano Libondi Luca Lo Basso Cristian Luca Piero Lucchi Andrea Maccarini Claudio Maddalena Mirella Mafrici Francesco Manconi Alessandro Martin Angelo Massafra Giuseppe Micheli Paola Milani Paolo Militello Francesco Mineccia Mario Mirri Gilberto Muraro Gianni Murgia Giovanni Muto Simona Negruzzo Alberto Neri Ottavia Niccoli Achille Olivieri Lino Olivieri Giuseppe Olmi Daniele Palermo Walter Panciera Alessandro Pastore Bruno Pellegrino Giovanni Perazzolo Leandro Perini

Guido Pescosolido Corrado Petrucco Luciano Pezzolo Gaetano Platania Giuseppe Poli Giorgio Politi Claudio Povolo Paolo Prodi Annamaria Rao Giovanni Ricci Antonio Rigon Gian Paolo Romagnani Mario Rosa Saverio Russo Renzo Sabbatini Biagio Salvemini Piero Sanna Sandra Secchi Olivieri Renata Segre Federico Seneca Giovanni Silvano Angelo Sindoni Emilio Sola Castaňo Carlotta Sorba Antonio Spagnoletti Giovanni Ivan Tocci Rita Tolomeo Gianfranco Tore Mario Tosti Giuseppe Trebbi Ugo e Hannelore Tucci Roberto Tufano Elena Vanzan Marchini Gian Maria Varanini Bianca Varisco Marcello Verga Raffaello Vergani Alfredo Viggiano Giuseppe Viscardi Maria Antonietta Visceglia Giuseppe Zago Patrizia Zamperlin Andrea Zannini Gabriella Zarri Alvise Zorzi Giuliano Zoso

Indice

Prefazione

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I. L’immagine e la conoscenza del mondo turco 1. La gens scythica da un’oscura origine alla «monarchia universale»

13

2. Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile»

19

1. Guerra e pace sino a Passarowitz (p. 19). 2. Le profezie sui Turchi (p. 44).

3. Realtà e mito del turco nella società veneziana

59

1. La conoscenza della lingua turca a Venezia (p. 59). 2. I Turchi nella vita veneziana (p. 71). 3. Religione e potere in uno stato dispotico (p. 89). 4. Un doppio scandalo: un popolo inimicus nobilitati e i rinnegati (p. 99). 5. I vizi di una nazione «barbara» (p. 140). 6. Turcherie nell’arte e nella letteratura del Cinquecento e Seicento (p. 146).

4. La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII)

171

1. Il «viaggio in Turchia» (p. 171). 2. Gli scritti «turcheschi» del Sansovino e l’Ottomanno di Lazzaro Soranzo (p. 176). 3. Paruta e i pubblici storiografi (p. 180). 4. Sarpi e i «giovani» di fronte all’impero ottomano (p. 187). 5. Altri scrittori di cose «turchesche» nel Cinquecento e Seicento (p. 193). 6. Una visione barocca dei Turchi: le Memorie istoriche de’ monarchi ottomani del Sagredo (p. 198). 7. Un libro nuovo alla fine del Seicento: La letteratura de’ turchi del Donà (p. 201).

II. I Turchi nell’età dei lumi 1. Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 1. Decadenza e riforme nella Turchia del Settecento (p. 211) 2. Venezia dalla guerra all’ansia per i «pericoli del turco» (p. 223). 3. Anche la Barbarìa tra i popoli civili? (p. 231). 4. Ultimi nemici di un «popolo senza freno e umanità» (p. 239).

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Indice

2. L’interesse per le cose «turchesche»

247

1. Orientalismo, viaggi e avventure a Costantinopoli (p. 247). 2. Le Lettere informative delle cose de’ Turchi del Busenello (p. 259)

3. La cultura veneziana e la civiltà turca

265

1. Temi turchi nell’arte e nella letteratura del Settecento (p. 265) 2. Il dibattito sull’Islam e il despotismo ottomano (p. 280). 3. La turcofilia veneziana del Settecento (p. 295). 4. La Letteratura turchesca del Toderini (p. 307).

Bibliografia

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Indice dei nomi

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Prefazione

A trentasette anni di distanza, la riedizione di Venezia e i Turchi di Paolo Preto è dettata da una semplice considerazione: si tratta a nostro parere di un’opera fondamentale, da molto tempo esaurita, e che tuttavia appare ancora oggi di grande interesse, per nulla superata. Riproporla oggi in veste semplicemente emendata e corretta costituisce un’opportunità di poter nuovamente disporre di quello che noi consideriamo quasi un classico della storiografia di argomento veneziano e dunque riguardante l’Italia moderna. Naturalmente, dopo la sua apparizione nel lontano 1974, molti altri contributi, magari stimolati proprio da questo lavoro, hanno arricchito le nostre conoscenze, offerto nuovi apporti e nuove interpretazioni sullo specifico versante del lungo, tormentato, periglioso e proficuo rapporto tra il mondo ottomano e la Serenissima. Un incontro/scontro tra culture, mentalità e istituzioni, che mutatis mutandis è ritornato di stringente attualità per non pochi ed evidenti motivi, tra i quali il ventilato ingresso della Turchia nella U.E. o gli effetti nefasti delle frontiere religiose, economiche e culturali. Per questo, si è ritenuto di arricchire il testo originale di una nuova appendice bibliografica che raccoglie le opere apparse successivamente alla prima edizione del libro. Infine, la riedizione di Venezia e i Turchi è l’occasione di rendere omaggio all’autore, in vista del suo collocamento in quiescenza per raggiunti limiti di età, come modesto ma tangibile segno della stima e dell’affetto che ci legano a una persona che ha speso tutta se stessa per l’università e per la crescita culturale del nostro paese. Ringraziamo quanti, condividendo motivazioni e sentimenti, hanno aderito all’inziativa, approvandola e concretamete sostenendola. I promotori Orazio Cancila, Palermo Piero Del Negro, Padova Francesco Manconi, Sassari Walter Panciera, Padova Guido Pescosolido, Roma Giovanni Ricci, Ferrara Renzo Sabbatini, Siena/Arezzo Giovanni Silvano, Padova Mario Tosti, Perugia

I L’immagine e la conoscenza del mondo turco

1. La gens scythica da un’oscura origine alla «monarchia universale»

«Est enim Turcorum patria secus Caspium montem, ducens originem a Turcho, filio Troily, filii Priami regis Troiani, qui post excidium urbis in illis partibus cum sequela maxima fugam arripuit»:1 con queste brevi e favolose notizie il cronista medievale Andrea Dandolo segnala quasi per inciso ai veneziani l’esistenza di una nazione turca nelle desolate steppe dell’Asia. Passano alcuni secoli e nel 1573 il bailo Marc’Antonio Barbaro leggendo in Senato una delle più vivaci e complete relazioni sui Turchi, con cui da poco Venezia ha siglato una pace di dignitoso compromesso, esprime con la sicurezza che deriva da una personale esperienza politica la convinzione che l’impero ottomano «fatto formidabile a tutto il mondo» è ormai alle soglie della «monarchia universale».2 L’accostamento tra l’occasionale e quasi noncurante informazione del Dandolo e una delle più incisive e documentate immagini cinquecentesche del regno del Sultano è esemplarmente indicativo della parabola descritta nell’opinione pubblica veneziana dall’interesse per l’impero della mezzaluna. Ha giustamente osservato il Pertusi che la conoscenza e lo studio dei Turchi si evolvono in Occidente in sincronia con l’attenzione per il mondo bizantino, anche se sono le travolgenti vittorie militari a riacutizzare a Venezia e nel resto d’Europa il desiderio di maggiori informazioni su questa nazione così impetuosamente balzata alla ribalta della storia.3 Nel XVI secolo la letteratura e la storiografia veneziane accumulano un vasto patrimonio di notizie e di giudizi e tracciano le linee essenziali di una interpretazione globale della civiltà turca secondo immagini e schemi destinati a permanere pressoché immutati sino al Settecento. 1. Andreae Danduli, Chronica per extensum descripta, a cura di E. Pastorello, in Rerum italicarum scriptores, t. XII, parte I, Bologna 1932-1958, p. 86; la fonte è Teofilatto Simocatta. Sul Dandolo v. G. Arnaldi, Andrea Dandolo doge-cronista, in La storiografia veneziana fino al secolo XVI. Aspetti e problemi, a cura di A. Pertusi, Firenze 1970, pp. 127-268. 2. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti al Senato, ser. III, vol. I, a cura di E. Albèri, Firenze 1840, p. 301. 3.  A. Pertusi, I primi studi in Occidente sull’origine e la potenza dei Turchi, in «Studi veneziani», XII (1970), p. 465.

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Venezia e i Turchi

Naturalmente gli anni che vanno dalla caduta di Costantinopoli agli inizi del nuovo secolo vedono fiorire in tutta Europa un gran numero di scritti sui Turchi e solo da pochi anni grazie al Pertusi ed al prezioso repertorio del Göllner è possibile orientarsi in mezzo a questa multiforme ed eterogenea produzione.4 Alla fine del Quattrocento un veneziano di media cultura desideroso di farsi un’idea dei Turchi non del tutto approssimativa può attingere alla vasta pubblicistica europea ma solo in misura limitata agli autori veneti che da alcuni anni hanno cominciato a rivolgere la loro attenzione alla giovane nazione asiatica. Lo spoglio degli scrittori «turcheschi» veneziani del secolo successivo rivela molto chiaramente che le fonti di informazione sono per lo più celebri opere stampate nel resto d’Italia e d’Europa, mentre assai scarsi sono i riferimenti a scrittori locali. Andrea Cambini,5 Bartolomeo Georgijevicˇ,6 Johannes Cuspinianus,7 Paolo Giovio,8 Giovantonio Menavino,9 Teodoro Spandugino,10 Uberto Foglieta11 sono per tutto il secolo XVI gli autori preferiti da chi ama una letteratura semplice e non appesantita da ornamenti retorici e da preoccupazioni di decoro formale. Solo alla fine del Cinquecento il mercato librario mette a disposizione le opere più solide e scientificamente fondate del Löwenklau12 e del Lonicer13 che però non riescono a sostituire nei favori del pubblico gli scritti del Ramberti, del Sansovino e di altri storici e compilatori, meno validi per precisione e completezza di notizie, ma più semplici e divulgativi nella forma. Sino alla metà del Quattrocento, nonostante che i Turchi ormai da tempo abbiano esteso il loro dominio sino al mare Mediterraneo e gran parte dei paesi 4. C. Göllner, Turcica. Die europäischen Türkendrucke des XVI Jahrhunderts, I, Band MDIMDL, Bucureşti-Berlin 1961, II, Band MDLI-MDC, 1968. 5.  Libro d’Andrea Cambini della origine de Turchi et Imperio delli, Ottomani, Firenze 1528. Successive edizioni nel 1537 e, col titolo di Compendio della origine de Turchi, nel 1538, 1540 e 1541. 6. B. Georgijevicˇ, De afflictione tam captivorum quam etiam sub Turcae tributo viventium Christianorum, Anterpiae 1544. Per le numerose edizioni, traduzioni e riduzioni in varie lingue cfr. Göllner, Turcica, I, nn. 497, 828-834, 847, 854, 871, 879, 882. 7. Pertusi, I primi studi, pp. 504-507. Si tratta del Turcorum origine inserito nel De Caesari bus atque imperatoribus romanis che circola anche stampato a parte (Göllner, Turcica, I, n. 679; cfr. anche A. Pertusi, Storiografia umanistica e mondo bizantino, Palermo 1967, pp. 29-37). 8. P. Giovio, Commentario de le cose de Turchi, Roma 1531. Seguono numerose altre edizioni di cui tre a Venezia (Göllner, Turcica, I, nn. 413, 433, 520, 595-598, 621-625, 644, 664-665, 686688, 827-828, 865). 9. G.A. Menavino, Trattato de costumi et vita de Turchi, Firenze 1548. 10. T. Spandugino, Delle historie et origine de Principi de Turchi, ordine della Corte, loro rito et costumi, Lucca 1550; nuova edizione a Firenze nel 1551. 11.  U. Foglieta, De causis nequitudinis imperii turcici et virtutis ac felicitatis turcarum in bellis perpetuae lucubratio, Lipasiae 1594; altra edizione nel 1595. 12. H. Löwenklau (Leunclavius), Annales Sultanorum Othomanidorum…, Francofurdi 1588 e Historiae Musulmanae Turcorum de monumentis ipsorum excriptae libri XVIII, Francofurdi 1591. Cfr. anche Pertusi, I primi studi, pp. 514-515. 13. Lonicer, Chronicorum turcicorum in quibus turcorum origo, principes, imperatores, bella, proelia, caedes, victoriae, reique militaris ratio, et caetera huc pertinentia, continuo ordine et perspicua brevitate exponuntur…, Francofurdi ad Moenum 1578.

La gens scythica

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europei abbiano iniziato a commerciare o comunque ad intrattenere con loro relazioni di varia natura, l’Europa rimane quasi completamente priva di serie ed aggiornate informazioni sulla struttura politico-militare del loro stato.14 Anche Venezia, che pure è tra le prime potenze occidentali ad allacciare con loro amichevoli rapporti, partecipa di questa comune carenza e persino nella seconda parte del secolo il livello delle conoscenze rimane incredibilmente basso e continuano ad avere fortuna notizie leggendarie o per lo meno superficiali e generiche.15 La bella e documentata relazione al Senato di Alvise Sagundino del 1496, seguita a pochi anni di distanza da quelle di Andrea Zancani (1499) e Alvise Manenti (1500), rimane ignota al gran pubblico e solo la scrupolosa ed intelligente attenzione del Sanuto ce l’ha conservata quale primo esempio di una lunga serie di analoghi scritti dei baili destinati a costituire una delle più preziose fonti della conoscenza e dell’immagine del mondo ottomano nella classe dirigente veneziana.16 Ad una puntuale conoscenza dell’impero ottomano riporta l’Historia turchesca del vicentino Giovanni Maria Angiolello degli Angiolelli, scritta certamente nella seconda metà del Quattrocento ma parzialmente nota ad un più vasto pubblico solo dopo il 1559 quando viene pubblicata dal Ramusio nella sua celebre raccolta di Navigazioni e viaggi col titolo di Breve narrazione della vita et fatti degli Scià di Persia Ussun Hassan e Ismaele. Prigioniero per molti anni a Costantinopoli, l’Angiolelli traduce la sua lunga esperienza diretta delle struttture politiche ed economiche dello stato turco in un’ampia narrazione, non priva di risvolti leggendari e di ingenue esagerazioni, ma comunque molto più articolata e aggiornata di tanti altri scritti contemporanei. La quantità e qualità di notizie raccolte ed ordinate con attenta curiosità per il popolo turco, la destinazione non letteraria dell’opera, e infine lo spirito critico e «libero da preconcetti» dell’Angiolelli hanno giustamente indotto il Babinger a 14. Pertusi, I primi studi, pp. 466-467. La stessa grafia del nome, oscillante tra Teucri, che rimanda ad una presunta mitica discendenza dai Troiani, e Turci (o Turcae) è indicativa della natura imprecisa e vaga delle informazioni. Su questo problema cfr. L. Cribelli, De expeditione Pii Papae II adversus Turcos, a cura di G.C. Zimolo, in Rerum italicarum scriptores, t. XXIII, parte IV, Bologna 1950, p. 3, nota 1 (con indicazioni bibliografiche), T. Spencer, Turks and Trojans in the Renaissance, in «Modern Language Review», XLVII (1952), pp. 330-332 e la recente aggiornata discussione in Pertusi, I primi studi, pp. 470, 480-483. Negli scrittori veneziani ai termini Turchi, Turci, Turcae si affianca spesso l’aggettivo turchesco derivante dal basso latino turcicus (N. Tommaseo, B. Bellini, Dizionario della lingua italiana, IV, p. 2). 15. Fanno eccezione i dispacci, peraltro prevalentemente centrati su aspetti politici e militari, del greco Giovanni Dario; cfr. F. Babinger, Johannes Darius (1414-1494) Sachwalter Venedigs im Morgenland und sein griechischer Umkreis, München 1961 (Bayerische Akademie der Wissenschaften, Phil. - Hist. Klasse, Sitzungsberichte - Jahrgang 1961, 5). 16. Pertusi, I primi studi, pp. 486-487. Alvise Sagundino era figlio di Nicola, autore di un importante Liber de familia Autumanorum id est Turchorum ad Aeneam Senarum episcopum, 1456. Sul significato ed il valore di quest’opera, nota anche col titolo De origine et gestis turcarum liber, e i suoi rapporti con la storiografia italiana ed europea sui Turchi nella seconda metà del secolo XV cfr. Pertusi, I primi studi, pp. 471-477 e la bibliografia ivi citata.

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Venezia e i Turchi

definire la sua Historia Turchesca «una delle fonti di maggiore importanza» per la storia dei sultanati di Maometto II e Bajazet II.17 Malgrado il suo notevole rilievo come fonte diretta sull’impero ottomano la storia dell’Angiolelli non contribuisce però a creare a Venezia una più corretta conoscenza del mondo turco del Quattrocento e solo nel secolo seguente esercita la sua influenza su storici e uomini di cultura. A cavallo tra i due secoli le Enneades di Marco Antonio Coccio detto Sabellico realizzano il primo tentativo di storiografia ufficiale con un’opera improntata ad un’ottica tutta veneziana che sembra quasi trascurare il complesso intrecciarsi della vita e delle realizzazioni degli altri popoli italiani ed europei. Legato ad un modello «pubblico» e quindi rigidamente venetocentrico nell’esposizione degli eventi, il Sabellico dedica alcune pagine della sua storia alle origini dei Turchi nella convinzione che ormai «res Turcarum adeo crevere ut praeter innumeras gentes in Asia subiectas Europae limitibus transcensis, altero christiani nominis everso imperio (scil. constantinopolitano), non parvam hodie eius terrae partem suae ditionis fecerunt».18 Il retroterra culturale e storico di questo passo del Sabellico, come dell’excursus intitolato De origine Turcarum di Giovanni Battista Cipelli (Egnatius), è stato accuratamente esplorato dal Pertusi che ne ha ricostruito la precisa ascen17. F. Babinger, Angiolello degli Angiolelli Giovanni Maria, in Dizionario biografico degli italiani, 3, Roma 1961, p. 277. La vera identità dell’autore dell’Historia turchesca è stata oggetto di controverse opinioni; pubblicata integralmente per la prima volta nel 1909 l’opera fu attribuita dal romeno Ursu al nobile veneziano Donado da Lezze che avrebbe rimaneggiato le memorie dell’Angiolelli (Donado da Lezze, Historia turchesca (1300-1514), a cura di I. Ursu, Bucure¸sti 1909 e I. Ursu, Uno sconosciuto storico veneziano del secolo XVI (Donado Da Lezze), in «Nuovo archivio veneto», n. s., X [1910], t. XIX, p. I, pp. 5-24). La paternità fu restituita all’Angiolelli dal francese Reinhard che ne curò la prima edizione critica (Angiolello, historien des Ottomans et des Persans, Ire édition annotée par J. Reinhard, Besançon 1913) e dal Di Lenna (Ricerche intorno allo storico G. Maria Angiolello (Degli Angiolelli) patrizio vicentino (1451-1525), in «Archivio Veneto-Tridentino», V (1924), pp. 1-56). Gli studiosi più recenti hanno tutti accettato l’attribuzione al vicentino; cfr. G. Weil, Ein verschollener Wiegendruck von Gio. Maria Angiolello, in Westöstliche Abhandlungen-Rudolf Tshudi zum siebzigsten Geburtstag überreicht, a cura di F. Meier, Wiesbaden 1954, pp. 304-314, F. Babinger, Die Aufzeichnungen des Genuesen Iacopo de Promontorio - de Campis über den Osmanenstaat um 1475, München 1957, p. 12 (Bayerische Akademie der Wissenschaften, Phil-Hist. Klasse, Sitzungberichte, Philos.-hist. Klasse, 8), F. Babinger, Maometto il Conquistatore e gli Umanisti d’Italia, in Venezia e l’Oriente fra tardo Medioevo e Rinascimento, a cura di A. Pertusi, Firenze 1966, p. 439, F. Babinger, Maometto il Conquistatore e il suo tempo, Torino 1957, passim e infine la citata voce del Dizionario biografico degli italiani che raccoglie e sintetizza i risultati di tutte le precedenti ricerche. Qualche ulteriore precisazione in G. Mantese, Aggiunte e correzioni al profilo storico del viaggiatore vicentino Gio. Maria degli Angioielli, in «Archivio veneto», s. V, LXXI (1962), pp. 5-17. 18. Secunda pars Enneadum Marci Antonii Sabellici ab inclinatione Romani Imperii usque ad annum MDIII, Venetiis 1504, f. LXVIIIv. Sul Sabellico cfr. A. Pertusi, Gli inizi della storiografia umanistica nel ’400, in La storiografia veneziana fino al secolo XVI, pp. 319-331, Id., Storiografia umanistica, pp. 19-20 e ora Id., I primi studi, pp. 492-497. Alcune interessanti osservazioni in G. Cozzi, Cultura politica e religione nella «pubblica» storiografia veneziana del ’500, in «Bollettino dell’Istituto di storia della società e dello stato veneziano», V-VI (1963-1964), pp. 220-221.

La gens scythica

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denza a fonti antiche, medievali e umanistiche, con esclusione di qualsiasi ricorso a testi originali Turchi, confermando così la marginalità delle «res Turcarum» nella storiografia veneziana dei primi anni del Cinquecento.19 Nel complesso dunque il secolo XV risulta abbastanza avaro di organiche notizie sullo stato e la civiltà degli ottomani nonostante eventi clamorosi come la caduta di Costantinopoli, le varie guerre e le incursioni in Friuli abbiano richiamato la preoccupata attenzione dell’opinione pubblica e del governo sull’immensa realtà umana e politica di questo nuovo stato destinato a polarizzare per secoli la politica orientale della Repubblica. Il riconoscimento della potenza ormai formidabile dell’impero ottomano, già presente nei brevi accenni del Sabellico e dell’Egnazio, pesa come un incubo sui politici e sugli storici del Cinquecento, che dedicano sempre più ampio spazio alla storia più recente e alla struttura politico-sociale di una nazione che va progressivamente respingendo verso Ovest i confini della Cristianità e costringe Venezia in dimensioni geopolitiche sempre più modeste e circoscritte al Veneto e all’Adriatico.20 Le terribili incursioni in Friuli del luglio 1499 offrono lo spunto a Girolamo Priuli per un’attenta valutazione della potenza «grande et spaventosa» dei Turchi che incute ai Veneziani «grandissima paura et teror» e li spinge ad un’assidua vigilanza e ad un’attiva mobilitazione degli animi e delle forze militari. Malgrado la recente spedizione di Carlo VIII abbia dimostrato in modo sin troppo eloquente la fragilità dell’equilibrio politico italiano i Veneziani hanno fiducia nei propri mezzi («del resto dela Italia et Franza pocho dubitavanno»), ma hanno «legitima causa de far grande existimatione dele chosse turchesche» constatando «il malissimo governo et pocho chore et animo» dei nobili e dei cittadini nelle cose marittime dove «tuto andava a male et tuto procedeva cum pessimimo governo».21 Dopo la pace del 1503, accolta senza «dimonstratione alchuna di festa, nè di campane, nè di fochi» perchè non c’è l’abitudine di «far festa di pace cum imfidelli»,22 i Veneziani continuano a non curarsi di ogni altra potenza cristiana ma «dela potentia turchesca tremavanno, perchè cum veritade il signor Turcho poteva comandare al Stato Veneto».23 19. Sul De origine Turcarum dell’Egnazio inserito nel De Caesaribus libri III cfr. Pertusi, I primi studi, pp. 497-504. Dello stesso Pertusi v. ora anche Giovanni Battista Egnazio (Cipelli) e Ludovico Tuberone (Crijeva) tra i primi storici occidentali del popolo turco (riassunto), in Venezia e l’Ungheria nel Rinascimento, a cura di V. Branca, Firenze 1973, pp. 479-487. 20. Uno sguardo complessivo al problema dell’atteggiamento dell’Occidente nei confronti dei Turchi nel periodo che va dalla presa di Costantinopoli al 1517 in R. Schwoebel, The shadow of the crescent: the Renaissance image of the Turk (1453-1517), Nieuwkokop 1967. 21. G. Priuli, I Diarii, in Rerum italicarum scriptores, n. ediz. a cura di R. Cessi, Bologna 1921, t. XXIV, p. III, fasc. 2-3, pp. 142. 22. Ibidem, pp. 271-272. Cfr. anche F. Chabod, Venezia nella politica italiana ed europea del Cinquecento, in La civiltà veneziana del Rinascimento, Firenze 1958, p. 31. 23. Priuli, I Diarii, pp. 394-395.

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Anche episodi di marginale importanza come la cattura nell’agosto 1506 di una galea sottile veneziana ad opera di una fusta corsara di Modone, reputata da tutti «di grande ignominia et vergogna alo Imperio Venetto», contribuiscono a diffondere nell’opinione pubblica un crescente complesso di inferiorità nei confronti della potenza militare e dell’abilità marinara dei Turchi. Il Priuli si associa alla rabbia di tanti suoi compatrioti («li Turchi sonno valenthomeni, et li Christiani sonno putane») e assicura che il dispiacere dei senatori non è tanto per il danno materiale «quanto perchè li parevanno manchar de reputatione in le chosse maritime appresso tuto il mondo».24 Una anonima relazione sulla guerra tra Turchi e Persiani si conclude nel 1554 con la franca ammissione che ormai «il nome turchesco è fatto così formidabile che al suon di esso pare che tutto ponente si sbigottisca»25 e anche dopo la vittoria di Lepanto, tanto gloriosa e celebrata quanto sterile di concreti risultati, gli storici veneziani sentono spesso la necessità di tributare un aperto riconoscimento, sia pure mescolato ad invidia e dispetto, alla potenza dei Sultani che tanta paura sta incutendo ai popoli dell’occidente. Umili ed oscure sono state le origini dei Turchi, scrive Pietro Giustiniani nel 1576, ma il loro «admirabile incrementum» impone ora di dedicare alcune pagine all’illustrazione del modo con cui una Barbara et infidelis gens in lucem per armorum gloriam emergens, ad tantum imperii fastigium pervenerit, quod hodie adeo late patet, ut quicquid ad Orientem immenso caeli ambitu obtegitur, dominatorem amplissimis terra marique finibus Othomanorum habeat.26

Il senso di un’irrimediabile inferiorità di fronte al nuovo astro della politica mondiale, che il cardinale Agostino Valier dipinge ai suoi nipoti come «orbi formidabilis»,27 si radica così profondamente nella classe dirigente che alla fine del secolo Paolo Paruta, prestigioso esponente del patriziato e convinto sostenitore della «perfezione» della Repubblica, apre la sua Historia Vinetiana con la rassegnata constatazione che Venezia, giunta quasi ad eguagliare Roma per l’«imperio e per la gloria», è stata invece costretta a ridimensionare le sue ambizioni «perciochè l’inclinatione de’ tempi manifestamente piegava a favore della casa Ottomana, la quale uscita da deboli principij, è cosa maravigliosa a narrare, quanto presto sia cresciuta […]».28 24. Ibidem, p. 429. 25. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 268. 26. P. Giustiniani, Rerum venetarum ab urbe condita ad annum MDLXXV historia, Venetiis 1576, p. 393. 27. A. Valier, De adulterinae prudentiae regulis vitandis, sive de politica prudentia cum christiana pietate coniunganda ex Venetorum potissime historiis ad fratris et sororis filios, cap. XVI. L’opera è rimasta manoscritta e si trova attualmente in vari esemplari tra cui tre in BNM, cod. Lat., cl. XXII, n. 234, 235, 236. Fu tradotta in italiano e pubblicata a Padova nel 1787 dal vescovo Niccolò Antonio Giustiniani col titolo Dell’utilità che si può ritrarre dalle cose operate dai Veneziani; cfr. Cozzi, Cultura politica e religione, pp. 244-255. 28. P. Paruta, Historia Vinetiana, Vinetia 1605, p. 3.

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1. Guerra e pace sino a Passarowitz «Experiendum est cunctis viis et modis possibilibus contra statum et personam perfidi Turci hostis nostri»: così si apre il 13 marzo 1477 una deliberazione segreta del Consiglio dei Dieci che dà via libera all’«optima et christiana dispositio» del barbiere Paolo Albanese di uccidere il sultano.1 Poco più di trent’anni dopo, a soli due mesi dal fatale 14 maggio di Agnadello, il Sanuto annota nei suoi Diarii poche righe di asciutto commento alla notizia di una probabile richiesta di aiuto ai Turchi: «Tamen per la terra si diceva sono in chiamar Turchi, et tutti desiderava questo. E Dio volesse fosse stà facto».2 Già il Babinger, riprendendo uno spunto del Kretschmayr, ha sottolineato la difficoltà di risolvere in modo netto e definitivo il controverso problema della politica veneziana verso i Turchi3 e credo che due semplici episodi come questi valgano da soli ad illuminare la complessità dei rapporti tra Venezia e l’impero ottomano, che si snodano in una dialettica ambiguità in cui prevale per lunghi periodi il momento dello scontro armato e della violenta contrapposizione religiosa e politica, ma non con quella assoluta esclusività accreditata dalla pubblicistica veneziana ed europea del XIX secolo. Storici attenti alle vaste dimensioni economico-politiche della presenza veneziana nel Mediterraneo come Romano, Tenenti e Tucci hanno di recente sottolineato il rapido adattamento della Serenissima alla nuova realtà imposta dalla presa di Constantinopoli e dall’irrompere del nuovo stato ai confini dell’Europa e il rapporto da «frères-ennemis» che si viene ben presto a stabilire tra due potenze pronte a riconoscere i reciproci vantaggi di un onesto «modus vivendi».4 Questa 1. V. Lamansky, Secrets d’état de Venise. Documents extraits notices et études servant à eclaircir les rapports de la Seigneurie avec les Grecs les Slaves et la Porte Ottomane à la fin du XV siècle et au XVI siècle, Saint-Petersbourg 1884, p. 24. 2. M. Sanuto, I Diarii (MCCCCXCI-MDXXXIII), Venezia 1879-1903, t. IX, col. 100. 3. F. Babinger, Le vicende veneziane nella lotta contro i Turchi durante il secolo XV, in La civiltà veneziana del Quattrocento, Firenze 1957, p. 51. L’affermazione del Kretschmayr, in Geschichte von Venedig, II, Gotha 1920, p. 635. 4. R. Romano, A. Tenenti, U. Tucci, Venise et la route du Cap: 1499-1517, in Mediterraneo e Oceano Indiano, Atti del Sesto Colloquio Internazionale di Storia Marittima, Venezia, 20-29 settembre 1962, a cura di M. Cortelazzo, Firenze 1970, pp. 110, 129.

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tesi suggestiva e facilmente verificabile con lo studio dell’evoluzione economica delle due nazioni, è stata ribadita con vigore da un esperto turcologo come il Mantran che ha insistito sulla persistente intensità degli scambi commerciali tra Venezia e la Turchia, favoriti e non danneggiati, come spesso si è ritenuto, dall’estendersi della «pax turcica» in Siria, Palestina, Egitto, Irak.5 Venezia non attende il momento delle grandi vittorie militari del Quattrocento per avviare rapporti amichevoli con l’impero ottomano come provano le trattative per la concessione di privilegi avviate ancora durante il regno di Murad I nel 1365, 1368, 1376.6 Già nel 1403 viene sottoscritto un primo trattato ufficiale con Solimano I, rinnovato e completato nel 1408 e nel 1430, con cui il governo veneto si riconosce di fatto tributario della Porta e si obbliga al pagamento dell’hara´c per alcune terre del Levante in cambio del riconoscimento del legittimo possesso dei suoi territori balcanici e della libertà di traffico nelle piazze ottomane.7 Il secolo XV vede un continuo alternarsi di prese d’armi, tregue, paci più o meno durature, fecondi periodi di intensi scambi commerciali interrotti da nuovi conflitti tra i quali un particolare rilievo assume la guerra del 1463-1479 conclusa da un trattato che segna la fine di ogni illusione veneziana di resistere al predominio ottomano in Levante e nella penisola balcanica.8 Isolata diplomaticamente, inferiore sul piano militare, tributaria dei Turchi per l’importazione di grano,9 cosciente dell’aleatorietà degli aiuti promessi dalle potenze cristiane, Venezia intuisce sin dai giorni immediatamente successivi alla caduta di Costantinopoli 5. Intervento di R. Mantran sulla citata comunicazione di Romano, Tenenti, Tucci, p. 133. Dello stesso vedi La navigation vénitienne et ses concurrents au Mediterranée Orientale aux XVII et XVIII siècles, in Mediterraneo e Oceano Indiano, pp. 375-387. 6. F. Thiriet, Régestes des deliberations du Sénat de Venise concernant la Romanie, I, 1329I399, Paris-La Haye 1958, pp. 109, 118, 120, 143. 7. M. Spremic´, I tributi veneziani nel Levante nel XV secolo, in «Studi veneziani», XIII (1971), pp. 223-224; cfr. anche Diplomatarium Veneto-Levantinum sive acta et diplomata res venetas graecas atque Levantis illustrantia a. 1351-1454, II, a cura di G.M. Sathas, Venetiis 1899, pp. 344-345. Sui rapporti diplomatici veneto-turchi oltre il vecchio F.A. Belin, Relations diplomatiques de la République de Venise avec la Turquie, Paris 1867 v. il più recente saggio di C. Villain-Gandossi, Contribution à l’étude des relations diplomatiques et commerciales entre Venise et la Porte Ottomane au XVIe siècle, in «Südost-Forschungen», XXVI (1967), XXVIII (1969), XXIX (1970). Varie notizie sui rapporti tra Venezia e l’impero ottomano nel Quattrocento con particolare riferimento ai fondaci veneziani e agli insediamenti commerciali in Oriente in G. Golubovich, Biblioteca bio-bibliografica della Terra Santa e dell’ordine francescano, III, (1300-1332), Firenze 1919, IV, (1333-1345), 1927, V, (1346-1400), 1927. 8. Babinger, Le vicende veneziane nella lotta, pp. 49-73. Sulla guerra del 1463-1479 cfr. anche R. Lopez, Il principio della guerra veneto-turca nel 1463, in «Archivio veneto», ser. V, XV (1934), pp. 45-131. 9. Sulla dipendenza di Venezia dalle forniture di cereali turchi lo Heyd (Storia del commercio del Levante nel medio evo, Torino 1914, p. 916) ricorda un’acuta osservazione del Guicciardini che attribuisce la pace veneto-turca del 1503 alla penuria di grano orientale (Storia d’Italia, lib. VI, cap. VIII). La libertà di estrazione di grani dalla Turchia è menzionata in una deliberazione del Senato già nel 1344 (Diplomatarium Veneto-Levantinum, p. 273); cfr. anche M. Aymard, Venise, Raguse et le commerce du blé pendant la seconde moitié du 16e siècle, Paris 1966.

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che solo un’accorta e flessibile linea di condotta le consentirà di conservare favorevoli posizioni commerciali in Oriente e da allora sino alla pace di Passarowitz mai essa darà al conflitto un carattere di guerra «totale» come spesso auspicano Pontefici, uomini politici e scrittori occidentali più o meno ingenui e disinteressati. Inizia così a delinearsi quell’atteggiamento cauto e polivalente, che è insieme realismo politico e buon senso, ma che poteva apparire e spesso parve in effetti a tanti europei tiepidezza religiosa, indifferenza alle sorti della Cristianità, egoismo nazionale o addirittura tradimento. Si può avere qualche difficoltà a consentire con la tesi del Petrocchi secondo cui gli aspetti politici ed economici dell’opposizione degli stati europei all’invasione ottomana sono solo «momenti» di una lotta prevalentemente «religiosa, spirituale, morale e culturale» alla cui testa si pone coscientemente e coerentemente il Papato,10 ma è certo che la Repubblica Veneta mai accondiscende ad un’interpretazione eccessivamente rigida del conflitto anti-ottomano. Per Venezia il motivo della crociata, della difesa dell’Occidente cristiano contro le orde islamiche dei Turchi si fonde sempre con la calcolata difesa, in termini di Realpolitik, dei propri interessi di stato proteso verso l’Oriente e vitalmente interessato a salvaguardare ad ogni costo con i rapporti commerciali col mercato ottomano le ragioni stesse della propria esistenza. La Serenissima si mostra sempre molto restia ad accettare proposte di guerra ad oltanza ed in molte occasioni sa trovare da sola accomodamenti soddisfacenti col «perfidus Turca», contro cui si scagliano, più spesso con orazioni e trattati che con risolutive azioni militari, gli altri stati italiani ed europei. Se è vero, come ha osservato il Cessi, che le nazioni europee non seppero mai «piegare nel comune interesse» di fronte ai Turchi, la salvezza delle ragioni essenziali della presenza veneziana nelle terre del Levante più direttamente esposte alle mire ottomane rimane affidata solo all’abilità diplomatica della Repubblica.11 Veneziani semi-turchi e Venezia amancebada (concubina) del Turco sono accuse che nel Cinquecento gli Spagnoli rivolgono spesso con sprezzante orgoglio cattolico e nazionalistico ai prudenti patrizi che evitano accuratamente di irritare il potente nemico, anzi lo blandiscono con doni e cortesie, concedendo tutto quanto non intacca i più vitali interessi economici e territoriali della Repubblica. Politici e scrittori del Cinquecento ereditano questa polemica dal secolo precedente quando frequenti si levano in Italia le voci sulla presunta connivenza veneziana coi Turchi, soprattutto nei momenti in cui le vicende politiche sembra10.  M. Petrocchi, La politica della Santa Sede di fronte all’invasione ottomana (14441718), Napoli 1955, pp. 19-20. Parzialmente diversa l’opinione del Caccamo secondo cui il papa in funzione della guerra anti-turca «elabora una concezione dei rapporti fra gli stati europei che risponde a esigenze politiche» (D. Caccamo, La diplomazia della Controriforma e la crociata: dai piani del Possevino alla «lunga guerra» di Clemente VIII, in «Archivio storico italiano», CXXVIII [1970], p. 271). 11. R. Cessi, La Repubblica di Venezia e il problema adriatico, Napoli 1953, p. 164. Per un un profilo generale dei rapporti tra Europa e impero ottomano nell’età moderna vedi l’ampio saggio di D.M. Vaughan, Europe and the Turk. A Pattern of Alliances (1350-1700), Liverpool 1954.

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no confermare le velleità espansionistiche ed egemoniche di Venezia. Le vibranti accuse di aspirare alla monarchia italiana contenute nella Lettera a’ Vinitiani del fiorentino Benedetto Dei, testimoniano dei rancori campanilisticii e del prevalere della logica regionale tra gli stati italiani ormai pronti a subire senza resistenza l’egemonia straniera, ma sono anche una preziosa spia del clima polemico e risentito in cui matura la convinzione che il Senato segua consapevolmente verso il Turco una linea di condotta blanda e remissiva, o forse di segreta amicizia.12 In realtà mai forse come nel Quattrocento le reciproche accuse tra gli stati italiani di «nefandi» rapporti coi Turchi sono tanto insincere e ispirate a contingenti motivi propagandistici visto che non c’è principe della penisola che in qualche momento non abbia intrattenuto a vario titolo rapporti di collaborazione con l’impero ottomano.13 Francesco II Gonzaga è forse l’esempio più noto e sconcertante di stretti legami con Bâyezîd II,14 ma anche i Visconti, i re di Napoli, la stessa Firenze da cui si levano fiere rampogne anti-veneziane, ricercano di volta in volta l’amicizia, i favori commerciali o addirittura l’aiuto militare dei Turchi contro Venezia, salvo poi ritorcere al momento opportuno l’accusa contro gli avversari.15 Anche la Santa Sede è stata coinvolta nella polemica e non mancano nel Quattrocento e Cinquecento, e di riflesso anche nella storiografia moderna, accuse ora velate ora esplicite ai papi di doppio gioco o comunque di un atteggiamento non sempre lineare e fedele ai conclamati principi della crociata e della lotta agli infedeli. Sin dai tempi del discusso pontificato di Alessandro VI c’è chi denuncia non senza ragione segreti approcci del papa col sultano per metterlo in guardia contro la progettata spedizione in Oriente di Carlo VIII16 e anche più tardi quando, attenuatosi e poi scomparso del tutto «il senso della spedizione penitenziale» tipico secondo il Petrocchi delle crociate medievali, diventano preminenti i motivi della difesa dello «stato» contro l’invasione ottomana e della legittimità 12. Sulla lettera di Benedetto Dei e in generale sulla polemica anti-veneziana nella seconda metà del Quattrocento vedi N. Valeri, Venezia nella crisi italiana del Rinascimento, in La civiltà veneziana del Quattrocento, Firenze 1957, pp. 35-48 e Chabod, Venezia nella politica italiana, p. 35 e sgg. 13. J. Burckhardt, La civiltà del Rinascimento in Italia, Firenze 1962, p. 74. 14. H.J. Kissling, Francesco Il Gonzaga ed il sultano Bâyezîd II, in «Archivio storico italiano», CXXV (1967), pp. 34-68. 15. G. Romano, Filippo Maria Visconti e i Turchi, in «Archivio storico lombardo », XVII (1890), pp. 585-618; E. Pontieri, Venezia e il conflitto tra Innocenzo VIII e Ferrante d’Aragona, Napoli 1969, pp. 21, 23, 66, 67; Documenti sulle relazioni delle città toscane con l’Oriente cristiano e coi Turchi fino all’anno MDXXXI, a cura di G. Müller, Firenze 1879 (ristampa anastatica del 1966), pp. 208-210, 260-262; F. Babinger, Lorenzo de’ Medici e la Corte ottomana, in «Archivio storico italiano», CXXI (1963), pp. 305-361; Id., Spätmittelalterliche fränkische Briefschaften aus dem grossherrlichen Seraj zu Stambul, München 1963, pp. 1-53. Sul complesso e discusso problema dei presunti maneggi di Ludovico il Moro per indurre i Turchi ad assalire Venezia oltre al vecchio G. De Leva, Storia documentata di Carlo V in correlazione all’Italia, I, Venezia 1864, p. 60, nota 2, cfr. P. Pieri, Intorno alla politica estera di Venezia al principio del Cinquecento, Napoli 1934, pp. 14-15 e Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, II, Milano-Messina 19682, pp. 39-40. 16. Kissling, Francesco II Gonzaga, p. 45.

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della lotta anti-islamica come guerra di difesa, i pontefici, pur attivi ed insistenti promotori di leghe cristiane in funzione anti-turca, riescono a fatica a sottrarsi all’accusa di segrete intese con la mezzaluna. Lo storico svizzero Pfeffermann ha tentato di dimostrare che l’opposizione dei papi ai Turchi non è mai stata così totale ed esclusiva come la tradizione e le affermazioni stesse della Santa Sede hanno rivendicato, ma che invece alcuni pontefici hanno intrattenuto con loro svariati rapporti di collaborazione non esitando in talune occasioni a chiamarli in Italia.17 Questa tesi, in radicale contrasto con tutta l’opera del Petrocchi, è stata vivacemente criticata dal Picotti che l’ha accusata di tendenziosità e di scarso appoggio su sicure fonti documentarie,18 ma in fondo questo palleggiamento di responsabilità, che si ricollega anche all’alternanza di «paura» e di «speranza» ed «attesa» del Turco nel mondo occidentale,19 può essere agevolmente superato per quanto riguarda Venezia, la cui condotta improntata ad un realismo che non conosce mai cadute sentimentali o eccessi di fanatismo religioso si delinea con nitida evidenza già nella seconda metà del secolo XV. La guerra del 1463-1479 è per la Repubblica una prova molto dura che ne rafforza la volontà e capacità di resistenza e di difesa ma prospetta anche con spietata crudezza la realtà del pericolo militare ottomano ormai vicino ai confini dello stato e immediatamente visibile a tutti. Le incursioni turche nel Friuli lasciano un’impronta indelebile nella cronachistica e nella sensibilità popolare, che ne tramandano l’eco paurosa e quasi mitizzata nel secolo successivo, ma nello stesso tempo convincono politici e sudditi dell’irrealizzabilità delle imprese anti-ottomane tanto facilmente progettate sulla carta da schiere di entusiasti ma ingenui scrittori e apologisti. A più riprese bande irregolari di Turchi superano i valichi della Slovenia e penetrano in profondità nel Friuli attaccando e saccheggiando i centri abitati e le campagne, invano ostacolati dagli insufficienti presidi veneziani. Particolarmente gravi le incursioni del 1472, quando viene assalita anche Udine e lo spavento della popolazione è così grande «che le donne con i fioli nascenti se redusse in le giesie, e ‘l populo in piaza e in la roca»,20 del 1477, che vede desolati i territori 17. H. Pfeffermann, Die Zusammenarbeit der Renaissancepäste mit den Türken, Winterthur 1946. 18.  G.B. Picotti, recensione al libro del Pfeffermann in «Rivista storica italiana», LXIII (1951), pp. 406-410. 19. Sulla «paura» e, talvolta, sulla «speranza» del Turco in Europa vedi i classici studi di R. Ebermann, Die Türkenfurcht. Ein Beitrag zur Geschichte der öffentlichen Meinung in Deutschland während der Reformationzeit, Halle 1904 e H.J. Kissling, Türkenfurcht und Türkenhoffnung im 1516 Jahrhundert: zur Geschichte eines «komplexes», in «Südost-Forschungen», XXIII (1964), pp. 1-18. Cfr. anche gli spunti di Schwoebel in The shadow of the crescent, pp. 166-171. 20. Annali Veneti dall’anno 1457 al 1500 del senatore Domenico Malipiero ordinati e abbreviati dal senatore Francesco Longo con prefazione e annotazioni di Agostino Sagredo, in «Archivio storico italiano», VII, parte I (1943), p. 77. Sulle invasioni turche in Friuli nel Quattrocento vedi G. Gortani, I Turchi in Friuli: cenni storici, Tolmezzo 1884, F. Musoni, Sulle incursioni dei Turchi in Friuli, Udine 1890, Id., Le ultime incursioni dei Turchi in Friuli, in «Atti della Accademia di

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a ovest del Tagliamento e colpito in profondità il contado di Pordenone, Cordegnano, San Daniele e Sacile21 e del 1478, quando i friulani sono quasi impotenti a fronteggiare l’avanzata di un vero e proprio esercito turco forte di 30.000 uomini che dopo aver attraversato l’Isonzo riduce in rovina il territorio circostante allontanandosi con il cospicuo bottino di 8.000 prigionieri e 10.000 animali.22 Gli ultimi anni del secolo vedono diffondersi nel Veneto un vero e proprio terrore dei Turchi di cui ci ha lasciato un vivace ricordo il Priuli nelle stesse pagine in cui esalta con animato stupore l’invincibile potenza dell’impero ottomano. Nel settembre del 1499 reparti Turchi arrivano in Friuli, sopraffanno facilmente le resistenze alla frontiera e dilagano nella pianura seminando il panico a Treviso e a Mestre dove le popolazioni scavano fossati, sbarrano le porte delle case o addirittura si trasferiscono in massa a Venezia creando una confusione così grande che «veramente saria stato in libertà deli Turchi corer fino a Marghera senza contrasto».23 Queste scorrerie, interpretate da Milanesi e Fiorentini come il giusto castigo di Dio per la condiscendenza veneziana all’occupazione francese di Milano, diffondono nel Veneto un tale incubo dei Turchi che nell’ottobre dello stesso anno lo scherzo di alcuni buontemponi a cavallo che gridano «Turchi, Turchi», getta nel caos il territorio di Castelfranco Veneto e Noale dove gruppi di persone terrorizzate dai racconti delle crudeltà commesse in Friuli si danno alla fuga «sonando campane, martello et cum la roba et cum la facultade corevanno ale citade».24 Il terrore di un’imminente occupazione di terre venete da parte dei Turchi, più che giustificato nel Quattrocento, visto che almeno in un’occasione gli incendi provocati da avanguardie ottomane attestate sul Piave sono visibili anche dal campanile di San Marco, grava pesantemente per tutto il Cinquecento e il Seicento, anche se quasi mai Venezia è veramente minacciata da vicino nella sua integrità territoriale.25 I vari tentativi di far assassinare il Sultano vengono discussi dal Consiglio dei Dieci solo durante le fasi più acute dei conflitti ma sia il loro ripetuto esito neUdine», ser. II, I (1894), pp. 99-123, G. Cogo, L’ultima invasione dei Turchi in Italia in relazione alla politica europea dell’estremo quattrocento, Genova 1901 (Atti della R. Università di Genova, XVII), A. De Pellegrini, Note e documenti sulle incursioni turchesche in Friuli al cadere del secolo XV, in «Nuovo archivio veneto», n.s., XIII (1913), t. XXV, parte I, pp. 230-238, Cessi, Storia della Repubblica, II, p. 43. 21. Annali Veneti, p. 117. 22. Ibidem, p. 120. 23. Priuli, I Diarii, p. 203. Cfr. anche Annali Veneti, pp. 182-183. 24. Priuli, I Diarii, pp. 204-216. 25. In realtà nei secoli XVI e XVII, fatta eccezione per un modesto sconfinamento nel 1554, i timori dei Turchi in Friuli risultano sempre infondati. In occasione del conflitto 1570-1573 la paura di un attacco ottomano degenera ben presto in panico e secondo un cronista secentesco «varii furono, che postergando la obligatione, che tenevano alla Fede, alla Patria, a’ Parenti uscirono dalla Provincia, portandosi chi a Venetia, e chi altrove» (G.F. Palladio degli Ulivi, Historia della provincia del Friuli, Udine 1660, p. 192). Cfr. F. Di Manzano, Annali del Friuli ossia raccolta delle cose storiche appartenenti a questa regione, VI, Udine 1868, pp. 367-374, Id., Aggiunta all’epoca VI degli Annali del Friuli, VII, Udine 1879, pp. 84, 134, 151, 164, 203 e A. De Pellegrini, Timori dei Turchi in Friuli durante la guerra di Cipro, Pordenone 1922.

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gativo sia la preoccupazione di provocare un inasprimento dei rapporti tra le due nazioni, inducono il governo a procedere con cautela e spesso a respingere questa prassi politica così apprezzata dai raffinati sovrani rinascimentali.26 Non appena una tregua o una pace ristabilisce pacifiche relazioni Venezia si preoccupa subito di ripristinare la sua presenza commerciale in Oriente e sebbene l’occupazione turca di punti chiave come Salonicco e Negroponte abbia aumentato i pericoli e i costi delle transazioni ancora alla fine del secolo XV l’attività dei mercanti veneti è assai vivace in tutte le piazze dell’impero ottomano e la pace del 23 maggio 1503 apre un periodo di relativa tranquillità che consente di consolidare i risultati abbastanza favorevoli conseguiti nel secolo precedente.27 Nel frequente e spesso contraddittorio alternarsi di dure contrapposizioni militari e di prolungati periodi di amichevoli rapporti le accuse di un rapporto privilegiato tra Venezia e i Turchi prendono corpo da una serie di fatti che vanno dai doni vistosi e simbolici scambiati in talune occasioni28 a specifiche azioni politiche e diplomatiche la cui esatta valutazione è stata ancora recentemente oggetto di contrastanti valutazioni. Venezia ha concluso da pochi mesi la pace coi Turchi quando nel 1479 si vede offrire dall’ambasciatore di Ahmed Pascià un’alleanza offensiva contro gli altri stati italiani ed il suo rifiuto, osserva il Babinger, ha «un tono di tal cortesia da lasciar presumere un fondo di condiscendenza»29 che giustifica i sospetti sulla controversa spedizione turca ad Otranto dell’anno successivo. L’aspra polemica tra la corte napoletana, che accusa senza mezzi termini la Signoria di aver favorito lo sbarco nel porto pugliese e Venezia che respinge sdegnosamente ogni responsabilità, si è trascinata sino al secolo XIX e XX quando storici come Brosh, Cipolla e Pastor hanno continuato a farsi assertori delle ragioni napoletane, mentre i veneti Piva e Romanin si sono impegnati in un’appassionata difesa dell’innocenza veneziana. L’opinione del Bombaci che sulla scorta di una più vasta ed organica documentazione ha ripreso lo studio di questo contestato episodio, pare oggi la più equilibrata e realistica, perché al di là delle motivazioni ideali e religiose degli opposti contendenti privilegia l’interesse 26.  Sui numerosi progetti quattrocenteschi di avvelenare il Sultano cfr. Lamansky, Secrets d’état, pp. 16-18, 24-25; anche in occasione della guerra di Candia vengono prospettati vari piani per assassinare Ibrahim, ma gli Inquisitori di Stato rifiutano di prenderli in considerazione (pp. 520-529). 27.  F. Thiriet, Les lettres commerciales des Bembo et le commerce vénitien dans l’empire ottoman à la fin du XVe siècle, in Studi in onore di Armando Sapori, II, Milano 1957, pp. 913-933; G. Luzzatto, Storia economica di Venezia dall’XI al XVI secolo, Venezia 1961, pp. 230, 254. Sulla guerra del 1499-1501 cfr. G. Cogo, La guerra di Venezia contro i Turchi (1499-1501), in «Nuovo archivio veneto», IX (1899), t. XVIII, parte I, pp. 5-76; X (1900), t. XIX, parte I, pp. 97-138. 28. Colpisce ad esempio la fantasia di molti osservatori il regalo fatto a Venezia nel gennaio del 1496 di un cavallo turco che viene pubblicamente fatto salire per le scale del palazzo ducale (Annali Veneti, p. 148). Sulla semi-segretezza di cui Venezia ama invece circondare i suoi «doni» o meglio tributi al sultano per il possesso di alcune terre balcaniche cfr. Spremic´, I tributi veneziani, pp. 250-251. 29. Babinger, Le vicende veneziane nella lotta, p. 71.

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veneziano a contrapporre l’imperialismo turco a quello aragonese nell’ambito di una coerente politica di vigile e diffidente neutralità.30 La pubblicistica contemporanea e la moderna storiografia non hanno invece dato un conveniente rilievo alla clamorosa e per taluni aspetti sconcertante richiesta di aiuto ai Turchi in occasione della lega di Cambrai, formulata dai veneziani dopo molte esitazioni e non senza contrasti ma non per questo meno insistente e reiterata anche se le fonti appena posteriori hanno calato sui particolari della vicenda una impenetrabile coltre di silenzio. Sin dal gennaio del 1509, a pochi giorni dalla firma dell’alleanza anti-veneziana, Giulio II confida al cardinale Corner e a Girolamo Donà il suo timore che la Repubblica sia sul punto di avviare pratiche segrete coi Turchi e da politico accorto e spregiudicato capace di parlare di crociata mentre si appresta ad assalire Venezia, giudica improbabile la cosa non tanto per la vergogna destinata a ricadere sulla Serenissima per un così «empio» accordo quanto invece per la debolezza e la prudenza dell’impero ottomano.31 Il 14 maggio 1509 Venezia subisce ad Agnadello una tremenda sconfitta che ne mette in pericolo il predominio nella terraferma e getta patrizi e popolani in uno sconforto ed un’angoscia sempre crescenti mano a mano che le più importanti città del retroterra cadono nelle mani dei francesi e degli imperiali. Il senso di colpa di vasti strati dell’opinione pubblica propensa a vedere nella disfatta militare e nell’imminente rovina dello stato il frutto dei peccati e della dissipata vita morale della città, ispira cerimonie penitenziali e nuovi atteggiamenti spirituali,32 ma non impedisce ai membri più temprati ed esperti della classe dirigente di valutare con realismo la situazione e di mettere in atto tutti i provvedimenti ispirati dalle necessità del momento. La notizia della rotta è giunta a Venezia solo da poche ore e già alcuni patrizi pensano di rivolgersi ai Turchi riscuotendo l’approvazione dell’abile e disincantato Marin Sanuto che annota nei Diarii il suo rammarico per non esser stato presente in Senato ad appoggiare con calore la proposta che viene invece temporaneamente accantonata per l’opposizione del doge e di altri senatori ancora fiduciosi «col potente exercito aver vitoria».33 Anche l’idea di arruolare 5-6.000 fanti non direttamente in Turchia ma tramite il sangiacco di Bosnia, pur ottenendo in Senato ben 50 voti favorevoli da parte di coloro che 30. A. Bombaci, Venezia e l’impresa turca di Otranto, in «Rivista storica italiana», LXVI (1954), pp. 159-203, Schwoebel, The shadow of the crescent, pp. 131-136. Più o meno uguale l’opinione del Babinger (Le vicende veneziane nella lotta, pp. 71, 73, note 23 e 24). D’altra parte in questo stesso periodo Venezia ribadisce ancora una volta la sua opposizione ai progetti papali di crociata: cfr. E. Piva, L’opposizione diplomatica di Venezia alle mire di Sisto IV su Pesaro e ai tentativi di una crociata contro i Turchi 1480-1481, in «Nuovo archivio veneto», n.s., II (1903), t. V, parte I, pp. 49-104; parte II, pp. 422-466; III (1904), t. VI, parte I, pp. 132-157. 31. Dispacci degli Ambasciatori veneziani alla Corte di Roma presso Giulio II (25 giugno 1509-9 gennaio 1510), a cura di R. Cessi, Venezia 1932, p. 213 (R. Deputazione di Storia Patria per le Venezie, Monumenti, ser. I, documenti, vol. XVIII). Sui progetti di crociata di Giulio II cfr. F. Seneca, Venezia e papa Giulio II, Padova 1962, p. 112. 32. Per le preziose annotazioni del Sanuto e del Priuli sul clima spirituale di Venezia nei giorni seguenti Agnadello cfr. infra, pp. 45-46. 33. Sanuto, I Diarii, VIII, col. 251, 266.

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vogliono «ajutar a far ogni cossa avanti che perder il stato», viene bloccata da una forte corrente di oppositori guidata dal vecchio Antonio Tron convinto che «è mal a chiamar turchi».34 La prospettiva di un aiuto militare ottomano non è mera utopia o generosa illusione di pochi disperati ma si fonda sui buoni rapporti tra i due stati e sulle amichevoli parole del sultano che appena ricevuta la notizia di Agnadello si affretta a comunicare al bailo il suo dolore e la meraviglia che la Signoria «havendo tante potentie contra, non habbi scrito al signor turco, qual ama la Signoria, e non vol queste cosse, ne vol altri vicini cha venitiani, offerendosi da mar e di terra».35 Le discussioni sull’opportunità di ricorrere al soccorso turco allargando così su un piano internazionale un conflitto sinora limitato alla penisola, proseguono serrate e accese per tutto luglio e agosto e vedono tra i più convinti fautori dell’intervento ottomano lo stesso figlio del doge Lorenzo Loredan, che grida con rabbia in Senato la sua volontà di mandare sino a 50 oratori al Sultano piuttosto che accettare le umilianti condizioni poste da Giulio II in una «certa scriptura diavolosa e vergognosa».36 Il Sultano ribadisce il suo «bon voler» verso la Signoria ma in realtà non va al di là delle buone parole e il Priuli è convinto che la vera difficoltà dei negozio consiste proprio nella diffidenza turca a spedire in Italia un esercito col rischio di vederlo massacrato da un improvviso ricongiungimento delle forze cristiane, perché è ben chiaro che «chadauno Signor pensa al facto suo et considera li contrarij».37 In attesa di comporre i contrasti tra la fazione moderata favorevole alla prosecuzione delle trattative con Giulio II e quella più oltranzista decisa a «metere infidelli in Ittallia et di voler vedere prima la ruina de altri avanti la sua» già nel luglio del 1509 vengono assoldati e spediti sul fronte di Padova 400-500 cavalleggeri parte turchi parte stradioti vestiti e armati alla turca sotto la guida di Vanis di Poliza.38 L’attesa di un’imminente morte del sultano, le voci di un attacco navale turco ai porti pugliesi già veneziani e soprattutto i perduranti contrasti tra il Senato «gajardo» nell’invocare il soccorso e il più prudente Consiglio dei Dieci, concorrono a formare il 23 luglio una deliberazione interlocutoria che si traduce in una lettera al Sultano «molto moza e secha e di pocho fruto e momento» in cui si colgono le preoccupazioni per le conseguenze di un eventuale intervento militare ottomano in Italia ma anche la segreta speranza che tra i collegati di Cambrai torni ad affiorare l’obiettivo della crociata inizialmente proclamato da Giulio II.39 La situazione militare precipita e induce la classe dirigente veneziana ad un brusco mutamento di umore: l’11 settembre il Senato rompe gli indugi e commet34. Ibidem, col. 284. Cfr. anche Seneca, Venezia e papa Giulio II, p. 120. 35. Sanuto, I Diarii, VIII, col. 509. 36.  Ibidem, VIII, col. 511, 512, 548, IX, col. 100, ASV, Senato, Secreta, reg. 42, c. 29r. Sull’idea di alcuni patrizi di utilizzare il Turco come «nuovo elemento equilibratore dei problemi italici, ora sconvolti a tutto danno di Venezia», cfr. Seneca, Venezia e papa Giulio II, p. 126. 37. Priuli, I Diarii, p. 187. 38. Ibidem, p. 268, Sanuto; I Diarii, IX, col. 124; XI, col. 17, 24, 46 e sgg. 39. Seneca, Venezia e papa Giulio II, pp. 134-135, Sanuto, I Diarii, VIII, col. 548.

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te al bailo di chiedere senz’altro «una quantitade bona de cavalli» prospettando alla Porta i vantaggi di un riequilibrio delle forze in Italia dove certamente non è interesse del Gran Signore che «questo Roy de Franza se dovesse fare tanto potente Signore per molti rispecti».40 La decisione di entrare nella «materia secretissima di turchi», gravida di conseguenze e appunto per questo «dextramente governata» dal Senato, si concreta nella richiesta della fornitura di 25-30.000 staia di frumento e dell’invio di reparti turchi arruolati nei sangiaccati di Morea e Valona.41 L’arrivo di lettere da Costantinopoli «molto bone, imo perfectissime» in cui il Sultano sembra aderire a qualunque richiesta veneziana galvanizza il partito filo-turco che dà battaglia per vari giorni sia nel Consiglio dei Dieci riunito con la Zonta che nel Senato e alla fine riesce a ottenere l’approvazione di una parte «la qual fo comandà secretissima, et sacramentà il conseio».42 Il 18 settembre ormai la «materia magna» dell’aiuto turco è decisa senza possibilità di ripensamenti e il Senato comincia a dare istruzioni al bailo per le trattative indicando come misura preliminare lo spoglio dei mercanti ragusei, fiorentini, genovesi e francesi a Costantinopoli.43 Un’improvvisa scorreria dl reparti ottomani contro castelli austriaci nel contado di Frangipani e Modrusa in Istria solleva l’entusiasmo di molti ma in realtà nei mesi seguenti i negoziati con la Porta si trascinano inconcludenti, per la riluttanza del Sultano ad assumere impegni precisi a causa dell’imminente scadenza della tregua in Ungheria e del timore di un improvviso voltafaccia veneziano.44 È interessante conoscere sia le motivazioni con cui Venezia si volge al Gran Signore per un decisivo intervento militare sia l’entità dell’aiuto richiesto e le contropartite offerte con incalzante insistenza. Nelle istruzioni ad Andrea Foscari del 30 novembre 1509 il Senato suggerisce di mettere in evidenza la finalità anti-turca della lega di Cambrai diretta contro i Veneziani solo perché essi «per la continua et antiqua practica et commerchio hanno cum li prefati turchi, et per la pace et amicitia hanno tenuto et tengono cum quello non voleno assentir ad alcun danno loro», additando quindi nei Veneziani l’unico vero ostacolo ad una generale spedizione europea contro l’impero ottomano.45 Su questo radicale rovesciamento della tradizionale ambizione veneziana ad incarnare il baluardo ad Oriente contro la spinta conquistatrice degli infedeli, il Senato fonda le sue richieste di almeno 10.000 cavalli e invia presso la residenza del 40. ASV, Senato, Secreta, reg. 42, c. 63, Priuli; I Diarii, p. 188. Cfr. anche Seneca, Venezia e papa Giulio II, p. 153. 41. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, busta I, disp. Andrea Foscari del 16 settembre 1509; Senato, Secreta, reg. 42, c. 57-58r. 42. Sanuto, I Diarii, IX, col. 161-162, 164, 170-171. 43. ASV, Senato, Secreta, reg. 42, c. 58v-59v. 44. Sanuto, I Diarii, IX, col. 278; X, coll. 138, 198-199, 202, 245-246, 342, 668, 716; XI, coll. 55, 129, 164, 417-418, 759. 45. ASV, Senato, Secreta, reg. 42, c. 89r. Al dispaccio è allegato un breve del papa che illustra le finalità antiturche della lega (c. 90r).

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sangiacco di Bosnia il nobile Gerolamo Zorzi travestito da mercante con l’incarico di definire i dettagli dell’operazione e curare anche l’eventuale trasferimento delle truppe attraverso il Friuli oppure via mare.46 Venezia in cambio offre 12.000 ducati annui con l’unica condizione che i prigionieri eventualmente catturati dalle truppe bosniache non vengano trasferiti in Turchia e si dichiara disposta a pagare la stessa somma anche per un numero più ridotto di soldati, sino ad un minimo di 4-5.000 cavalli.47 Le esitazioni ed i continui rinvii dei Turchi inducono il Senato a stringere i tempi dell’operazione anche perché l’inconcludenza delle trattative fa riaffiorare dubbi e perplessità su tutto il negozio, al cui lento procedere non sono forse estranee le sollecitazioni di alcuni oratori francesi giunti in Ungheria nel giugno del 1510 proprio quando Venezia, ottenuta ormai l’assoluzione da Giulio II, è attivamente impegnata a risalire la china su tutti i fronti.48 I continui pressanti solleciti rischiano di ottenere l’effetto opposto e il 15 agosto, nel timore che il bailo abbia dipinto la situazione di Venezia così tragica da prospettare come unica soluzione un suo accordo coi collegati in funzione anti-turca, il Senato ordina di dipingere un quadro ottimistico dei fatti, fingendo una relativa indifferenza per l’aiuto richiesto destinato comunque a farsi sentire solo l’anno seguente.49 Solo la notizia della lunga anche se inconcludente missione in Bosnia dell’inviato asburgico Strassoldo50 induce il Senato ad un’ultima offerta, tanto pesante sul piano finanziario (25 mila ducati) quanto gravida di onerose contropartite politiche. L’oratore veneziano Alvise Aximundo è autorizzato il 28 dicembre 1510 non sono ad assicurare le migliori condizioni ai soldati turchi ma anche a sottoscrivere capitoli con cui Venezia si impegna a mettere le sue forze marittime a completa disposizione del Sultano «cadauna fiata l’occorri che contra el stato de sue Excellentia sii tolta impresa».51 Anche questa volta la trattativa non si conclude e l’unico magro risultato è la condotta di 200 cavalleggeri turchi guidati dal voivoda albanese Pernava bey che il 13 settembre 1510 stipula coi Veneziani un regolare contratto d’ingaggio con cui 46. ASV, Senato, Secreta, reg. 42, c. 90r, 94, Sanuto; I Diarii, X, coll. 139, 198-199, 342. Per stimolare il sangiacco all’intervento lo Zorzi deve ricordargli il progetto dei collegati di offrire al re d’Ungheria le terre veneziane della Dalmazia (Senato, Secreta, reg. 42, c. 133v). 47. ASV, Senato, Secreta, reg. 42, c. 94v, Sanuto; I Diarii, X, col. 414. Da una lettera del segretario Ludovico Valdrino dalla corte di Adrianopoli possiamo intuire la ferma volontà dei veneziani di concludere l’accordo: di fronte alle richieste turche di aumentare la somma e di assicurare le vettovaglie ai soldati, egli risponde secco che «tuto ariano» (Sanuto, I Diarii, X, col. 293). 48. Sanuto, I Diarii, X, coll. 355, 716; ASV, Senato, Secreta, reg. 43, cc. 1r, 35r, 42r, 82v. Delle rinascenti opposizioni alla svolta filo-turca della maggioranza del Senato è testimonianza l’intervento del savio di terraferma Sebastiano Giustinian nella discussione del 24 maggio 1510 sulla proposta di scrivere un’ennesima lettera di sollecito al bailo e al Valdrino; la sua posizione ottiene però solo 16 voti contro 116 (Sanuto, I Diarii, X, col. 414). 49. ASV, Senato, Secreta, reg. 43, c. 95v. 50. M. Brosh, Papst Julius II und die Gründung des Kirchenstaats, Gotha 1878, pp. 197-198, 293-294. 51. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, busta I, disp. 15 e 29 ottobre 1510 dell’oratore Alvise Aximundo; Senato, Secreta, reg. 43, cc. 95v-97r, 106r, 167.

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si impegna ad un servizio senza limiti di spazio, dietro un compenso in denaro e la riserva delle taglie dei prigionieri.52 Le fonti cinquecentesche tacciono dell’ulteriore impiego di questo contingente turco ma la sua partecipazione alle operazioni militari è indirettamente testimoniata da un episodio del 13 ottobre 1617 quando l’agà turco Ogras Nasunovich si offre di reclutare per conto di Venezia soldati bosniaci «dicendo voler ciò fare ad imitatione de maggiori suoi, che nelle guerre della Repubblica in Italia et particolarmente da Doda suo avolo condusse doicento cavalli a servire a Signoria nostra in tempi travagliosi et di molto bisogno».53 Notevole impressione suscita invece nell’opinione pubblica l’effettiva comparsa in territorio veneto del contingente misto albanese-turco comandato da Vanissa (Vanis) da Poliza, la cui presenza in vari teatri di operazione è ampiamente documentata proprio a causa dello stupore di molti osservatori e cronisti contemporanei. Guidati da Alvise Loredan, nominato per l’occasione «provedador sora i turchi», essi vengono impiegati in varie azioni militari in territorio padovano e veronese e si distinguono per valore ed audacia in alcuni scontri presso Villanova e S. Martino, ma la loro fama si lega ben presto a numerosi atti di violenza e saccheggio e a ricorrenti episodi di insubordinazione.54 Il 15 ottobre 1510 una parte di loro si stacca dal Vanissa e ottiene il congedo, mentre un residuo contingente di 60 uomini viene inviato a Mestre e poi nel Polesine da dove nell’ottobre rientra in patria carico di prede e portando seco alcuni «puti qualli andavano voluntarie» e si disponevano a rinnegare.55 Gli eccessi di questi soldati «bene visti et acharezatti et subito pagati» dal Senato non destano meraviglia nel popolo e nei nobili abituati da un’ormai consolidata tradizione ad associare l’immagine del Turco all’idea di barbarie e ferocia e d’altra parte il Priuli ci conferma che li populi judichavanno che questi Albanesi fussenno Turchi, perché erano vestiti alo abicto et modo turchesco, et hera al proposito questa famma che fussenno Turchi, aziochè la voce dovesse andar in lo exercito inimico che il Sig. Turcho mandava adiucto ali Signori Venetiani, che faranno ali inimici ad ogni modo avere qualche timore.56

Il governo veneziano è dunque cosciente della funzione simbolica della presenza di reparti militari turchi o creduti turchi e pago di questo importante risultato psicologico e propagandistico lascia correre i loro «danni et robamenti» e tutti i loro «cativi portamenti» nella convinzione che in questo delicato momento è necessario «per forza suportare in patientia».57 52. I libri commemoriali della Repubblica di Venezia. Regesti, a cura di R. Predelli, VI, Venezia 1903, doc. 190; nello strumento notarile è precisato che la Repubblica si riserva il diritto di esaminare la qualità dei soldati durante una parata al Lido. 53. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 12, c. 28r. 54. Sanuto, I Diarii, XI, coll. 17, 24, 46, 260, 298, 340. Fa scalpore il 16 agosto 1510 l’aggressione di due turchi ubriachi ad un frate del convento di S. Giovanni di Verdara (coll. 133-134). 55. Sanuto, I Diarii, XI, coll. 519, 537, 572, 581, 589, 636, 652-655, 835. 56. Priuli, I Diarii, p. 268. 57. Ibidem, p. 366.

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Le polemiche e le fratture all’interno del patriziato a proposito dell’aiuto militare ottomano si riflettono anche nell’atteggiamento dei cronisti contemporanei di fronte ai saccheggi e alle violenze dei soldati di Vanissa, tollerati con dolente rassegnazione dal moderato e accomodante Priuli, denunciati invece con estrema violenza dal nobile vicentino Da Porto che si vanta di «non essere stato testimonio di tante viltà» che da sole dovrebbero indurre a massacrare senza pietà tutti i Turchi.58 Dopo Agnadello l’idillio tra Venezia e i Turchi comincia ben presto a sentire il logorio della mutata situazione internazionale che vede da un lato l’affermazione in Europa dell’egemonia spagnola e dall’altro il rinnovarsi della spinta espansionistica dell’impero ottomano nei Balcani dove la travolgente vittoria di Mohàcs suona come un sinistro campanello d’allarme non solo per gli Asburgo ma anche per la più lontana Venezia. Non si rinnovano più le accese discussioni del febbraio 1514 in Consiglio dei Dieci sull’opportunità di ammettere anche i «papalisti» alla trattazione delle «materie turchesche»,59 ma in compenso la Repubblica sta bene attenta ad evitare qualsiasi provocazione e giunge sino al punto di protestare ufficialmente presso il papa per un discorso del cardinale Sadoleto reo di aver troppo esaltato la funzione antiottomana di Venezia.60 Del resto in un’epoca che vede Lutero a lungo contrario alla «guerra santa» contro i Turchi e convinto sostenitore di una concezione puramente difensiva dello scontro tra Cristianità ed Islam61 e assiste alla spregiudicata politica orientale di Francesco I e al suo impium foedus con Solimano II, Venezia non ha difficoltà a trovare solidi motivi di giustificazione alla sua prudente condotta tesa ad evitare a tutti i costi scontri frontali con la poderosa macchina militare ottomana. Le aspirazioni alla «monarchia d’Italia» se mai erano state coscientemente nella 58. «ed i Turchi che sono al soldo de’ Viniziani, peggio che se fosser nemici, vanno rubando, uccidendo, usando lascivamente e sì sconciamente in ogni turpitudine che per le loro disonestà si possono riputar vergognosi all’esercito nostro, non che allo stato di Vinegia, e dirò quasi fatte in vitupero della fede nostra» (L. Da Porto, Lettere storiche scritte dall’anno MDIX al MDXII, Venezia 1932, p. 194). Sulla visione del mondo e dei fatti storici cui sono ispirate le Lettere storiche del Da Porto, scritte poco dopo il 1509, vedi il recente saggio di A. Olivieri, «Dio» e «fortuna» nelle «Lettere storiche» di Luigi Da Porto, in «Studi veneziani», XIII (1971), pp. 253-273 e la precedente bibliografia ivi citata. 59. Sanuto, I Diarii, XVII, col. 523. 60. Petrocchi, La politica della Santa Sede, p. 57. 61. Sull’esatta posizione di Lutero di fronte al pericolo turco si è polemizzato a lungo. L’opinione cattolica più ostile, riflessa nell’opera del Grisar (Lutero. La sua vita e le sue opere, Torino 1946, pp. 307-308) si fonda su alcuni passi violentemente antipapisti contenuti negli scritti Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca e Della libertà del cristiano, mentre l’opposta interpretazione favorevole di vari autori protestanti si basa sul trattatello Della guerra contro i Turchi scritto nel 1529 sotto lo choc della battaglia di Mohàcs. Sono note le tendenze ireniche di Erasmo, che ritiene più giusto convincere i Turchi con la santità della vita dei cristiani che con la forza delle armi, mentre non meno discusse di quelle di Lutero sono le prese di posizione di Calvino: cfr. J. Pannier, Calvin et les Turcs, in «Revue historique» CLXXX (1937), pp. 268-286. Un recente bilancio critico di questi problemi in K.M. Setton, Lutheranism and the Turkish peril, in «Balkan studies», III (1962), pp. 133-168.

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mente dei patrizi veneziani tramontano senza possibilità di ritorno sulla pianura di Agnadello e la breve guerra contro Solimano del 1537-1540, condotta per la prima volta al riparo della rassicurante alleanza col potente Carlo V, vede infrangersi definitivamente ogni velleità di riconquiste in Oriente nella disastrosa battaglia della Prevesa cui segue una frettolosa pace di compromesso, destinata ad accentuare la sensazione di un’irrimediabile inferiorità militare solo in parte compensata dagli incerti e condizionati aiuti dell’Europa cristiana. In questa situazione di instabile equilibrio tra due imperi e due civiltà, Venezia è logicamente portata a dimenticare, nascondere o addirittura negare lo sconcertante ed imbarazzante «episodio» della richiesta di soccorso dopo Agnadello. Nel clima infuocato della lega di Cambrai esplode una ricca pubblicistica anti-veneziana, tra cui non poca meraviglia e irritazione suscitano un discorso del vercellese Ludovico Eliano che esorta la Cristianità ad una guerra globale contro i Turchi e contro i Veneziani accomunati agli infedeli nello stesso destino.62 Le reazioni veneziane non sono meno aspre e violente ma appena passata la bufera la Repubblica desidera sanare rapidamente le lacerazioni della sua classe dirigente e stendere un imbarazzato silenzio su taluni eccessi polemici, come quella memoria di un ignoto giureconsulto tesa a dimostrare, sul fondamento della Bibbia e del diritto romano e canonico, il buon diritto di Venezia a utilizzare senza peccato il concorso dei Turchi.63 Un colorito e appassionante quadro dello stato d’animo di molti veneziani durante i tormentati dibattiti che precedono l’invocazione di aiuto a Bajazet emerge dalle pagine mosse e vivaci del Priuli, personalmente fautore di una linea più moderata e prudente del Sanuto. Il Priuli è convinto dell’irrimediabile contrapposizione di fede e di civiltà tra Venezia e i Turchi e non crede ad un’intesa fondata sul rispetto e la reciproca fiducia, perché la natura di «infedele» impedisce al Turco di mantenere le promesse e non v’è dubbio «che se li tornerà a propoxito facilmente romperà la fede».64 Le poche e amare parole con cui postilla l’atteggiamento delle potenze occidentali durante la guerra iniziata nel 1499 («mirabile dictu che li christiani non volesseno adiuctar li Venetiani contra infidelli et che dexideravanno la ruina venetta insieme cum la fede de Christo») fanno da premessa e da sfondo alla sua sofferta partecipazione al drammatico scontro di idee e di passioni tra i senatori veneti nel luglio del 1509 quando matura, in un clima di crescente tensione, la decisione di collegarsi all’impero ottomano. Giulio II ormai «grandissimo inimico del nome veneto et totalmente disposto a vedere la ruina 62. Ludovici Heliani Vercellensis Christianissimi Francorum regis Senatoris ac oratoris de bello suscipiendo adversus venetianos et Turcas oratio, Augustae Vindelicorum 1510. Di questa orazione fa menzione anche il Sarpi (Scritti giurisdizionalistici, a cura di G. Gambarin, Bari 1938, pp. 225-226). 63. Di questo scritto, citato dal Lamansky (Secrets d’état, p. 763) non mi è riuscito di trovar alcuna copia. 64.  Priuli, I Diarii, p. 119. Nella pagina seguente il Priuli riporta con evidenza la frase di Andrea Zancani da poco tornato dalla corte del Sultano tutta ritmata sulla cadenza iterativa del concetto di fede: «in la fede deli infidelli no se pol dar fede, né imfidarsi» (p. 120).

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dela citade veneta» rifiuta di ricevere gli ambasciatori veneziani e allora alcuni senatori «alquanto teribilli et fantastici» propongono di farli rientrare in patria e volgersi senz’altro ai Turchi, ma si tratta, osserva il Priuli, di «giovani animosi di pocha experientia» abituati a vivere all’ombra di uno stato «opulente, richo cum tantha reputtatione et famma», che non sanno rassegnarsi a vederlo rovinato per colpa del papa e preferiscono sconsideratamente «ruinarlo et vindicharsi de lui, et metere li Turchi a Roma, et, dipoi che loro heranno ruinati, volevanno ruinare la Ittalia et la Christianitade, desiderando vedere ogni ruina et satiare il loro ingordo apetitto, desiderando veder scampare il Pontefice di Roma, quia solatium est miseris sotios habere penarum».65 Al frenetico cupio dissolvi dei giovani si contrappone la pacata moderazione dei «Padri canuti et anossi» che richiamano i pericoli di un intervento turco destinato a risolversi, a causa della debolezza militare veneziana, in un probabile assalto ai domini levantini e in un definitivo collasso dello stato. Nella dialettica dei due partiti, in cui sembrano prefigurate le posizioni e gli ideali delle fazioni dei «vecchi» e dei «giovani» alla fine del secolo, emergono con chiarezza le ragioni sostanziali di due diverse concezioni della condotta della guerra, l’una decisa e senza scrupoli religiosi e politici, l’altra cauta e moderata, legata all’idea del castigo divino per i troppi peccati veneziani e fiduciosa di poter ancora «plachare cum bone parole il Pontifice et cum humanitade».66 Di questa seconda posizione, «la meglior et piui segura deliberatione et senza charigo alchuno de conscientia», è fervido portavoce il Priuli che delinea in rapide ma suggestive riflessioni le posizioni della minoranza dei «vecchi» e nello stesso tempo anticipa inconsapevolmente le giustificazioni e la menzogna consapevole e «patriottica» del nobile e fiero rifiuto veneziano di ogni aiuto ottomano. Il pensiero del Priuli, la cui puntuale aderenza alle effettive posizioni dei «Padri canuti et anossi» non è oggi possibile verificare, si snoda e si coagula intorno ad alcune considerazioni generali che sconsigliano per diversi e talora opposti motivi un immediato e massiccio ricorso all’alleanza turca. Le preoccupazioni religiose, vivissime in lui come in molti suoi contemporanei da tempo persuasi dell’irrevocabile avversione del Cristianesimo all’Islàm infedele, emergono in primo piano e fanno balenare con nitida lucidità la consapevolezza della «grande offensione divina quale fusse a metere questi imfidelli in Ittallia, perchè potria passare a Roma et ruinar et depredar la Sancta Eclesia Romanna». Già i gravi peccati dei veneziani hanno mosso a giusto sdegno Dio che ha consentito la disgraziata sconfitta di Agnadello e ora questo nuovo «gravissimo peccato» richiamerà senz’altro un’ulteriore e più grave punizione divina, senza contare l’inaudito incharigo et biasimo deli Padri Veneti, quali sempre et in ogni tempo sonno statti diffensori et propugnacolo dela fede christiana contra imfidelli et antemurale, et sparso tanto sangue et auro et arzento in diffensione dela fede christicola, et che 65. Ibidem, p. 141 Cfr. anche Seneca, Venezia e papa Giulio II, p. 135. 66. Priuli, I Diarii, p. 142.

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ahora dovessenno chiamare Turchi in Ittallia a ruinar questa nostra fede cum tanto sudore et faticha sustantatta et mantenuta.67

Ma anche più concrete ragioni politiche sconsigliano un’alleanza col Turco. Sono comprensibili le reazioni psicologiche e sentimentali per cui i signori veneziani, presi dalla disperazione «farebbeno ogni male per adiuctarsi et prenderianno il tosego, zoè il venenno, per medicina» preferendo la sudditanza ai Turchi al dominio francese, ma l’esperienza degli anni passati dimostra che è più facile invocare l’aiuto di una potenza straniera che liberarsene dopo la cessazione del pericolo e come i francesi venuti in Italia per prendere lo stato di Milano si sono rivolti contro Venezia, così i Turchi, popolo infido e menzognero, una volta in Italia diventeranno in poco tempo «Signori del tuto».68 Meglio dunque «non tentare nè metere in fantasia a questi imfidelli de passare in Italia» evitando la tremenda responsabilità di insinuare nei Turchi il pensiero di questa Italia «tropo bella et gentile».69 Questa sollecitudine trepida e generosa per le sorti di un’Italia «bella et gentile» individuata come un’unitaria civiltà di cui il Priuli si sente partecipe e difensore, avrebbe fatto la gioia di tanti storici del nostro risorgimento, ma anche senza caricarla di anacronistici richiami pre-unitari, la espressione del Priuli va collegata ad altre di analoga incisività e pregnanza diffuse nell’area veneta per tutto il Cinquecento in significativo riferimento allo scontro politico ed ideologico con l’impero turco.70 Sulla insistente e pressante richiesta ai Turchi per un decisivo intervento militare in Italia la tradizione e la posteriore storiografia veneziana impongono il silenzio più rigoroso ed anzi già verso la metà del Cinquecento inizia il recupero delle nobili motivazioni religiose e patriottiche espresse dal Priuli per idealizzare e valorizzare la secolare funzione della Repubblica come avamposto cristiano contro la proterva minaccia imperialistica degli infedeli ottomani. Nelle sue Rerum Venetarum Historiae il Bembo traduce fedelmente l’offerta di aiuto da parte del sultano e l’invito di Alvise Loredan ad accettarla senza esitazione per colpire «istum non Pontificem maximum sed carnificem omni crudelitate praeditum», ma dopo un fuggevole accenno alla disparità di vedute su questa proposta si limita a ricordare lo scioglimento della seduta su un generico invito ai senatori a riflettere sul da farsi.71 67. Ibidem, p. 141 68. Ibidem, pp. 140, 187. 69. Ibidem, p. 140. 70. Il 4 maggio 1538 il sindaco di Feltre, esortando i suoi concittadini alla concessione di un sussidio a Venezia, esclama: «Adesso più che mai lo dovemo fare perho che non fassi più guera, come si solea, contra Re di Franza, con lo imperadore, né con altri signori di Cristiniade (sic), ma contra li Crudelissimi et rabiatj Turchi, qualli minazano mandar questa povera Italia a fero focco, et fiama» (Archivio comunale di Feltre, Libri Consiliorum, vol. 36, ff. 119v-120r). Ringrazio il dott. Luigi Corazzol per la segnalazione di questo passo. 71.  P. Bembo, Rerum Venetarum Historiae, in Degl’historici delle cose veneziane i quali hanno scritto per pubblico decreto, II, Venezia 1718, pp. 303-305.

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Il prudente silenzio del Bembo sul seguito della vicenda diventa aperta falsificazione dei fatti e calcolata inversione di prospettive ideologiche e politiche nei Discorsi politici del Paruta, ispirati a una lineare e orgogliosa esaltazione dell’esemplarità ed unicità dell’esperienza politica veneziana. Impegnato a dimostrare che «dagli infelici successi della guerra dopo Agnadello non si può argomentare alcuna imperfezione della Repubblica» il Paruta non esita a indicare all’opinione pubblica l’esempio di Venezia che ha «magnanimamente» rifiutato l’aiuto turco in significativa contrapposizione alla perfida condotta di Federico d’Aragona e Massimiliano d’Austria. Né il «giusto sdegno contra i principi congiurati, nè il desiderio di ricuperare le cose perdute», scrive il Paruta, poterono indurre quei «savissimi e religiosissimi uomini» a invocare il soccorso ottomano, conservando così «immacolata la gloria dell’altre imprese fatte contra Infedeli». Sembra che il realismo politico del Paruta ceda impovvisamente sotto il peso del nazionalismo veneziano ma una breve frase finale, quasi buttata lì per concludere il discorso, ci svela i motivi più autentici e profondi di quel rifiuto: «la ragione di stato bene intesa e considerata nell’esempio d’altri» aveva dissuaso i Veneziani dall’accettare quell’aiuto, considerando anche il caso dei bizantini che dopo aver chiamato gli ottomani si trovarono da loro oppressi.72 La pietosa bugia patriottica del Paruta diventa ben presto versione ufficiale e pochi anni dopo Alvise Contarini scrivendo per conto del governo la sua inedita storia veneziana sviluppa ulteriormente il tema dell’incorrotta «pietas» religiosa e propone all’imitazione di tutti i Cristiani il fulgido esempio dei Veneziani che, pur afflitti da infinite calamità hanno rifiutato con orgoglio gli aiuti offerti dai Turchi, «unica spe sostentati fore ut Christus deus cuius sanctissimam religionem Respubblica sempre coluit Venetum nomen tueretur».73 È curioso notare come alla fine del secolo uno scrittore aspramente ostile al Machiavelli come Tommaso Bozio, in perfetta concordanza col Contarini citi come esempio di nobile atto il rifiuto dei Veneziani di accogliere il soccorso di Bajazet proprio grazie alla mancata applicazione della massima del cap. 18 del Principe sulla dissimulazione.74 L’imbarazzo con cui nel 1617 il Senato accoglie le profferte di aiuto dell’agà turco Ogras Nasunovich è eloquente testimonianza che ancora a distanza di un secolo i patrizi più addentro alle «segrete cose» conoscono bene l’impium foedus invocato nel 1509 e per questo si affrettano a congedare con un ricco donativo e buone parole l’ufficiale ottomano, pur assicu72. P. Paruta, Discorsi politici, a cura di G. Candeloro, Bologna 1943, pp. 267-268. L’opera fu pubblicata nel 1559. 73. A. Contarini, Delineatio historiae quae res gestas Venetorum complectitur, nulla diligentia contexta, iterum atque iterum expolienda et debitis coloribus exornanda, in quatuordecim libros distincta, BNM, mss. It., X, n. 285 (3180), c. 19r. Sul Contarini, che compare anche come uno degli interlocutori del dialogo Della perfezione della vita politica, cfr. M. Foscarini, Della letteratura veneziana e altri scritti intorno ad essa, Venezia 1854, pp. 273-274 e ora Cozzi, Cultura politica e religione, pp. 244-255. 74. T. Bozio, De antiquo et novo statu Italiae. Libri quatuor adversus Machiavellum, Roma 1594; cito il passo da A. Panella, Gli antimachiavellici, Firenze 1943, pp. 65-66.

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randolo che in caso di necessità sarà tenuto nella debita considerazione «come testimonio vero et hereditario in lui della antica dispositione de i suoi maggiori verso la Signoria».75 Sul piano politico-diplomatico gli anni che seguono la lega di Cambrai vedono alternarsi brevi ma violenti conflitti a lunghi periodi di pace e amichevoli relazioni. Dopo la sconfitta della Prevesa e la pace del 2 ottobre 1542 Venezia fa tutti gli sforzi possibili per non riaprire una guerra che si rivela sempre più rovinosa per le sue finanze e in più occasioni rinnova i gesti amichevoli nei confronti del Sultano, ora congratulandosi per le sue vittorie contro altri sovrani cristiani ora rassicurandolo del suo «bianco cor» testimoniato anche dall’offerta di segrete informazioni sui prìncipi occidentali.76 Un episodio clamoroso come quello di Beltrame Sachia che il 2 gennaio 1542 si impadronisce con un colpo di mano di Marano al grido di «Marco, Marco, Franza, Franza, Turco, Turco» e dopo un breve dominio personale ripara a Costantinopoli sperando in un più concreto aiuto del Sultano,77 dà forse un’idea dello stato d’animo di molti sudditi veneziani nei confronti dell’impero ottomano. L’invasione di Cipro e la guerra della Santa Lega culminata nella vittoria cristiana di Lepanto segnano una svolta di notevole importanza sul piano dei rapporti di forza internazionali ma non mutano i termini fondamentali della politica veneziana nei confronti dell’impero ottomano. Giustamente il Tamborra ha definito la giornata di Lepanto «una sorta di spartiacque storico fra i più chiari e definiti» sia per la fine del mito dell’invincibilità del Turco sia per il tramonto della «talassocrazia turca del Mediterraneo»,78 ma la pace del 1573 pone fine ad ogni residua velleità veneziana di recuperare i territori del Levante e con essi un ruolo egemonico in tutto il Mediterraneo orientale. Se a Venezia c’è ancora qualcuno che spera in una fattiva e operante solidarietà del mondo cristiano nei confronti 75. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 12, c. 28v. 76. ASV, Senato, Secreta, reg. 61, c. 110r. 77.  G. Cogo, Beltrame Sachia e la sottomissione di Marano al dominio della Repubblica Veneta (con nuovi documenti), in «Nuovo archivio veneto», XIV (1897), pp. 5-34; cfr. anche ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, busta I, disp. Alvise Renier, 10 gennaio 1547. 78. A. Tamborra, Dopo Lepanto: lo spostamento della lotta anti-turca sul fronte terrestre, in Il Mediterraneo nella seconda metà del ‘500 alla luce di Lepanto, a cura di G. Benzoni, Firenze 1974, pp. 371-391. Il saggio del Tamborra costituisce un ampliamento, arricchito di nuove e interessanti prospettive di ricerca, del suo precedente volume Gli stati italiani, l’Europa, e il problema turco dopo Lepanto, Firenze 1961. Per una valutazione globale del significato di Lepanto nell’ambito dei rapporti Europa-Turchia rinvio ai numerosi saggi contenuti nel citato volume su Il Mediterraneo nella seconda metà del ‘500, ed in particolare a quelli di: F. Braudel, Bilan d’une bataille, pp. 109120, H. Jedin, Papst Pius V, die heilige Liga und der Kreuzzugsgedanke, pp. 193-213, H. Inalcik, Lepanto in the Ottoman documents, pp. 185-192, R. Mantran, L’écho de la bataille de Lépante à Constantinople, pp. 243-256 (già pubblicato in «Annales E.S.C.», 28 [1973], pp. 396-405), A. Tenenti, La Francia, Venezia e la Sacra Lega, pp. 393-408, A. Wandruszka, L’impero, la casa d’Austria e la Sacra Lega, pp. 435-443. Molto utili, per l’ampia utilizzazione di documenti originali ottomani, l’agile volumetto Lépante. La crise de l’empire ottoman, a cura di M. Lesure, Mesnil sur l’Estrée 1972 e l’articolo di A.C. Hess, The battle of Lepanto and its place in Mediterranean History, in «Past and Present», 57 (nov. 1972), pp. 53-73.

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della Repubblica, la più esposta tra le nazioni occidentali all’impeto offensivo ottomano, viene completamente disilluso dalle vicende posteriori a Lepanto. Tra il 1573 e il 1718 la Serenissima si trova impegnata tre volte in conflitti di grandi proporzioni con il colosso ottomano, ma in tutti e tre i casi mai riesce a suscitare intorno a sé uno spirito di crociata capace di unire in una guerra ad oltranza di tipo «ideologico» tutte le nazioni cristiane.79 La breve la aspra contesa dell’Interdetto ed il rovente antispagnolismo dei primi decenni del Seicento sembrano occasioni propizie per una ripresa in grande stile e con più ampie prospettive di quella scelta di collaborazione col Turco adottata nel 1509, ma i mutati rapporti di forza internazionali e l’adozione ormai incontrastata di una politica «turchesca» fondata su una cordiale ma dignitosa «coesistenza pacifica» inducono la Repubblica a ben diverse decisioni. La vertenza dell’Interdetto si apre quando Venezia ha da poco declinato con vaghe ed evasive assicurazioni un ennesimo invito del papa ad una crociata anti-turca e la furibonda polemica tra i fautori dei privilegi ecclesiastici e i difensori dell’autonomia dello stato guidati dalla lucida ed energica personalità di Paolo Sarpi non tarda a spostarsi sul piano politico e militare, inducendo il governo a misure precauzionali sul piano militare e alla ricerca di solidarietà internazionali. Quando la Spagna cerca di provocare una guerra tra Venezia e i Turchi inviando una flotta a saccheggiare la città di Durazzo il bailo Ottaviano Bon cerca di presentare la contesa col papa nel modo più gradito ai Turchi, assicurandoli che è stato il rifiuto veneziano ad accedere ad una lega anti-ottomana a scatenare le ire pontificie contro Venezia, sempre fedele ai suoi amichevoli rapporti con la Porta. Il Primo Visir coglie abilmente i risvolti positivi della situazione, assicura al Bon il totale appoggio ottomano all’amica Repubblica e insiste per dar corso ad un’organica alleanza basata sull’unione delle due flotte in funzione anti-spagnola.80 Il Bon si muove con prudenza e pur riassicurando che Venezia è in questo travaglio per «tener più conto del Gran Signore che de molti altri principi del mondo» lascia cadere il compromettente aiuto ottomano limitandosi a chiedere la autorizzazione ad arruolare soldati nei sangiaccati di confine e ad estrarre 2.000 moggi di frumento.81 Nel settembre del 1606 nelle acque di Corfù si assiste ad una prolungata schermaglia tra il capitano generale dell’armata turca Giaffer bassà ansioso di collegarsi alle navi venete per attac79. Sulle guerre veneto-turche nel Seicento cfr. E. Eickoff, Venedig, Wien und die Osmanen. Umbruch in Südosteuropa. 1645-1700, München 1970 e l’ampia bibliografia ivi citata. Per la guerra di corsa v. F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Torino 1953, pp. 940-971, e A. Tenenti, Naufrages, corsaires et assurances maritimes à Venise, Paris 1959, pp. 2930 e sgg. e Id., Venezia e i corsari 1580-1615, Bari 1961. 80. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 63, cc. 106-108, filza 64, cc. 226v-227r; questi dispacci sono parzialmente pubblicati in C.P. De Magistris, Per la storia del componimento della contesa tra la Repubblica Veneta e Paolo V (1605-1607). Documenti, Torino 1941, pp. 134-138. 81. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 63, cc. 330-333. Da notare che il Senato in un primo momento pensa a condotte di soldati valacchi e transilvani, ma il bailo Almorò Nani suggerisce di servirsi di sudditi bosniaci più ostili agli Uscocchi (Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 84, disp. 30 settembre 1607).

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care insieme i porti pugliesi e calabresi presidiati dagli spagnoli e il Provveditore generale da mar Filippo Pasqualigo pronto a schermirsi e a prender tempo con la scusa della mancanza di precise istruzioni del suo governo.82 Anche ulteriori pressioni del visir per una più stretta collaborazione ottengono dal Bon cortesi ma elusive risposte e allora i Turchi col pretesto di attendere gli sviluppi delle vicende italiane ed ungheresi rinviano sine die la tratta dei grani, temendo «come huomeni ineruditi delle cose di stato et poco osservatori di fede» che il frumento serva a nutrire genti destinate in un immediato futuro a rivolgersi contro di loro.83 La malcelata irritazione del visir di fronte alla rinnovata concordia tra Venezia e Paolo V conferma la cauta e realistica posizione del Sarpi, che pur alieno da fanatismi anti-ottomani è però politico troppo abile e disincantato per non comprendere che «non è utile ad alcun principe ricever aggiuti potenti da maggiori imperi» e che dunque molto accortamente ha operato la Repubblica a procurarsi «più armi italiane che fosse possibile».84 Negli anni che vanno dal ritiro dell’Interdetto alla congiura di Bedmar Venezia consolida ed istituzionalizza la sua politica di moderata e duttile collaborazione con l’impero ottomano, respinge con abilità ma anche con fermezza la insistenti pressioni pontificie per una crociata e in definitiva, come ha osservato Seneca, sente il pericolo turco solo «come riflesso di uno stato d’inquietudine» che turba il mare Adriatico.85 Lo stesso problema degli Uscocchi è visto soprattutto per le perniciose conseguenze che gli eccessi di questa gente abituata a corseggiare «nel più barbaro ed empio modo, che da Sciti, ne da Tartari, nè da altra fiera e inhumana natione fusse fatto giammai»,86 possono avere sui rapporti coi Turchi ormai avviati verso una crescente cordialità. L’accesa polemica tra Spagna e Venezia, divampata nel secondo decennio del secolo in un clima di reciproco sospetto, dà la stura ad un rinnovato scambio di accuse sulle presunte intese segrete col Turco, ma in verità il comportamento ambiguo dei due contendenti giustifica tanto l’insulto del duca d’Ossuna che paragona i veneziani ai «Turchi, Mori et Heretici» quanto l’irosa e risentita risposta 82. ASV, Senato, Secreta, reg. 97, c. 67v, reg. 98, c. 51v, 58r; Provveditore generale da mar, Dispacci, busta 6 (cfr. anche De Magistris, Per la storia del componimento, pp. 138-147). Tutte queste vicende sono narrate con gli stessi particolari dal Sarpi che evidentemente ha visto i dispacci del bailo e altri documenti riservati del governo (P. Sarpi, Istoria dell’interdetto e altri scritti editi ed inediti, I, a cura di M.D. Busnelli e G. Gambarin, Bari 1940, pp. 9, 83, 99-102, 157-158). 83. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 63, disp. 2 dic. 1606. Cfr. De Magistris, Per la storia del componimento, pp. 147-149 e Sarpi, Istoria dell’interdetto, p. 158. Quando tuttavia il frumento viene finalmente concesso il sultano riconosce apertamente che i veneziani sono «ab antico leali, sinceri et costantissimi amici della Porta» (ASV, Dispacci Costantinopoli, filza 64, disp. 27 aprile 1607). 84. Sarpi, Istoria dell’Interdetto, p. 158. 85. F. Seneca, La politica veneziana dopo l’interdetto, Padova 1957, p. 112. Cfr. anche le pp. 64-68. 86. Manifesto delle Ragioni della Serenissima Signoria di Venezia intorno alla mossa d’arme contro Uscocchi, Dalmanzago 1617.

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di un anonimo sostenitore della Serenissima che rinfaccia agli Spagnoli i progenitori di stirpe moresca e le precedenti relazioni amichevoli con i Turchi.87 Per tutto il periodo che va dalla pace del 1573 alla guerra di Candia la buona volontà veneziana nel fornire informazioni al Sultano sulla situazione italiana viene ricambiata con frequenti autorizzazioni a levar soldati nella penisola balcanica, con le consuete esportazioni di grani e talvolta con facilitazioni per il riscatto di schiavi sia in territorio metropolitano che nei cantoni della Barberia.88 Le manifestazioni di buon vicinato sono molte e di vario genere e vanno dal rifiuto di accogliere schiavi fuggitivi e debitori insolventi, all’aiuto per i Mori di Granata espulsi dalla Spagna, alla protezione diplomatica e militare dei mercanti ottomani, anche se Venezia resiste tenacemente alle pretese turche di rendersi garante dell’incolumità di navi o convogli soggetti ad una spietata guerra di corsa da parte di Uscocchi e Maltesi.89 Al desiderio di rafforzare i legami di amicizia rispondono anche i frequenti omaggi a sultani e ministri di doni particolarmente graditi come rari girifalchi, vesti preziose, specchi di Murano, prodotti della tecnologia occidentale, come medicine e vari tipi di orologi, o della raffinata scuola artistica veneziana come i ritratti dei principi di casa ottomana promessi nel settembre 1578.90 Anche il perdurante commercio dell’allume proveniente dalle antiche miniere della Focea svolto sia direttamente sia tramite intermediari ebrei, se risponde a precisi interessi economici reciproci è però anche prova del realismo con cui Venezia interpreta tanto i suoi doveri verso la Cristianità quanto i suoi cordiali rapporti coi Turchi, poiché è noto a tutto il mondo cristiano il divieto papale di estrarre allume turco e non a caso nel dicembre del 1576 la Curia invita il nunzio Giambattista Castagna a pubblicare due bolle contro quei mercanti veneziani che per spirito di guadagno persistono nell’illecito traffico.91 Il caso dell’allume è del 87. I due scritti sono riprodotti in E. D’Ancona, Saggi di polemica e di poesia politica del sec. XVII, in «Archivio veneto», ser. I, III (1872), p. 409. Cfr. anche A. Battistella, Una campagna navale veneto-spagnuola in Adriatico poco conosciuta, in «Archivio Veneto-Tridentino», III (1923), p. 73. 88. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 19 (parte I), cc. 1-3, 48-49; reg. 22, parte I, c. 73, parte II, cc. 36, 74. Sul riscatto degli schiavi veneti detenuti nell’impero ottomano esiste una vasta documentazione in ASV, Provveditori sopra Ospedali e luoghi pii, buste 98-115, 142-143, 165. 89. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 5, c. 79v; reg. 14, cc. 17-18, reg. 39 (parte I), cc. 17-18 (siamo nel 1725 ma l’ordine sembra ribadire precedenti disposizioni); reg. 10, cc. 168v, 42v, 140r. Significativo un episodio del luglio 1588 quando il Sultano ringrazia la Repubblica per la liberazione di 39 musulmani imbarcati su una galera spagnola assalita dai veneziani al largo di Zante (I libri commemoriali della Repubblica, VII, p. 52; un altro caso nell’ottobre del 1610, 129). 90. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 1, cc. 70v-7Ir, 90r; reg. 5, cc. 95r, 99v; reg. 6, cc. 94 142r 161v; reg. 7, c. 161r; reg. 8, cc. 4v-5r, 7v, 13v, 21v, 27v, 21r, 97-98r, 164r, 47v, 49v, 61r 141r, 156r; reg. 9, cc. 82, 123, 161r, 190v; reg. 33, c. 105; reg. 35, c. 169r; reg 36 (parte I), c. 15v; Bailo a Costantinopoli, busta 1, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, busta 5, cc. 73, 77, 79. 91. Nunziature di Venezia, vol. XI (18 giugno 1573-22 dicembre 1576), a cura di A. Buffardi, Roma 1972, pp. 554-555. In realtà la Curia più che del «preiuditio dell’anime» dei Veneziani si preoccupa della diminuzione di introiti delle sue cave della Tolfa; cfr. Tenenti, Naufrages, pp. 147, 159, 177, 193, 253-254, 357, 391, J. Delumeau, L’alun de Rome, XVe-XlXe siècle, Paris 1962, pp.

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resto indicativo della vitale importanza attribuita da Venezia alla conservazione di una posizione di privilegio nei rapporti economici con l’impero ottomano e sono proprio le esigenze dei traffici a costituire il più duraturo ed efficace trait d’union, più forte e tenace di qualsiasi contrapposizione ideologica, tra le due nazioni. La Turchia esporta materie prime (cera, olio, pesce salato, lana, sale, bestiame, pelli) e importa prodotti finiti o semilavorati (panni, utensili, vetreria, carta, sapone) dando vita ad un commercio di notevoli proporzioni, grazie anche all’attiva intermediazione di ebrei, marrani e rinnegati.92 Il Paci ha parlato molto felicemente di una «solidarietà di fatto venetoottomana» da Lepanto alla guerra di Candia fondata sulla comune necessità di «adattare le proprie strutture economiche e sociali alla situazione nuova creata dalla apertura delle rotte oceaniche, dall’affermarsi delle grandi potenze marinare dell’Europa nord-occidentale e dal loro crescente peso sulla scena mondiale e nello stesso Mediterraneo»93 e il fatto che durante le guerre del 1537-1540 e del 1570-1573 la Turchia senta la necessità di conservare rapporti d’affari con l’Occidente tramite la piccola ma neutrale repubblica di Ragusa, ci dice molto sulla reale natura delle relazioni economiche tra gli stati nel Mediterraneo del Cinquecento.94 La guerra di Candia è una vera e propria mazzata dal punto di vista economico-finanziario sia per il vinto che per il vincitore che vede nella seconda metà del Seicento il proprio stato travagliato da rivolte, inflazione e progrediente disordine amministrativo, cause principali delle sconfitte militari di fine secolo contro l’Austria.95 Gli sforzi dl Venezia per reagire ai sintomi sempre più evidenti del declino economico e commerciale trovano dopo Lepanto una concreta realizzazione nel potenziamento della «scala» di Spalato che diventa un punto di riferimento di tutti gli scambi con la penisola balcanica e l’impero ottomano. Il successo dell’iniziativa è notevole e contribuisce a ridare fiato all’economia mercantile veneziana ma non riesce a ristabilire una situazione ormai compromessa dai mutati rapporti 31-32, 53-54 e R. De Roover, Il banco Medici dalle origini al declino (1397-1494), Firenze 1970, pp. 220, 222, 226. Numerose notizie sul commercio dell’allume turco a Venezia nel Cinquecento e Seicento in ASV, V Savi alla Mercanzia, n.s., busta 2. 92.  Mantran, Histoire de la Turquie, Paris 1952, pp. 60-62, Braudel, Civiltà e imperi, pp. 862-871, Ö.L. Barkan, L’Empire Ottoman face au monde Chretien au lendemain de Lépante, in Il Mediterraneo nella seconda metà, pp. 95-107, R. Paci, La «scala» di Spalato e il commercio veneziano nei Balcani fra Cinque e Seicento, Venezia 1971, pp. 14-16 e sgg. 93. Paci, La «scala» di Spalato e il commercio veneziano, pp. 19-20. 94. J. Tadic´, Le commerce en Dalmatie et à Raguse et la décadence économique de Venise, in Aspetti e cause della decadenza, p. 291 e sgg. e P. Braunstein, Venedig und der Türke (1450-1570), in Die Wirtschaftlichen Auswirkungen der Turkenkriege. Die Vortrage des 1. Internationalen Grazer Symposions zur Wirtschafts-und-Sozialgeschichte Südosteuropas (5 bis 10 Oktober 1970), a cura di O. Pickl, Graz 1971, pp. 59-70. 95. F. Braudel, P. Jeannin, J. Meuvret, R. Romano, Le déclin de Venise au XVIIe siècle, in Aspetti e cause della decadenza, p. 38; Ö.L. Barkan, Le déclin de Venise dans ses rapports avec la décadence économique de l’empire ottoman, in Aspetti e cause della decadenza, pp. 275-279.

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politici internazionali, dall’oggettivo indebolimento del ruolo di Venezia come unica e privilegiata intermediaria tra Oriente ed Occidente, dall’ormai definitivo spostamento dell’asse economico europeo dal Mediterraneo all’Atlantico. Anche i mali profondi dell’impero ottomano si vanno acutizzando e la crisi latente da decenni sta per esplodere alla fine del Seicento tanto che il 5 marzo 1696 il dragomanno Paolucci può scrivere tranquillamente che il secolare nemico di Venezia è ormai «decaduto certamente tre quarti da quello ch’era» e che il Gran Signore ha dovuto per conseguenza cambiare «altrettanto il suo primiero furore».96 Sarebbe logico attendersi che i baili, così acuti e attenti osservatori della realtà turca, siano particolarmente generosi di notizie e riflessioni sul malessere economico e il lento processo di degradazione che corrodono l’impero ottomano nella seconda metà del Seicento ed invece proprio questa fonte è per gli storici moderni stranamente elusiva e sfuggente.97 Le relazioni al Senato che precedono la guerra del 1684-1699, scritte da Giovanni Morosini e dal turcologo Giambattista Donà, ripetono vaghe e generiche osservazioni sulle avanie dei funzionari, lo spopolamento delle province periferiche, il diffuso malcontento dei sudditi per la debolezza ed il disordine del governo, secondo uno schema che non si discosta dalle notazioni negative di Agostino Nani, Ottaviano Bon e Simon Contarini che scrivono nei primi anni del secolo.98 È invece interessante rilevare che le più incisive e dettagliate analisi critiche sui motivi di disordine e crisi dell’impero ottomano vengono formulate proprio nel Cinquecento quando più fiorente e vigorosa è l’economia, più salda l’impalcatura burocratica, più compatta e poderosa la macchina militare e grandi personalità di sultani e visir conducono a clamorose vittorie le fresche energie di uno stato ancora in piena salute e in progressiva ascesa. Non c’è dubbio che i germi della debolezza e delle crisi future sono già negli istituti, nelle strutture e nei modi di governo del pieno Cinquecento, ma è evidente che la spietata denuncia dei mali e delle tare del regno della mezzaluna non significa tanto un acuto precorrimento storico di futuri sviluppi quanto invece un segreto e inconfessato auspicio, per il momento confortato solo dalla speranza degli autori e dalla fede nella provvidenza divina, di una inevitabile decadenza e rovina di quello stato che con la sua espansione nel Cinquecento sta creando davvero le premesse storiche, politiche e militari del declino di Venezia. Siamo appena nel 1534, e solo pochi anni prima nella pianura di Mohàcs i giannizzeri e gli spahi di Solimano II hanno fatto a pezzi l’esercito di Luigi II Jagellone proiettando una ombra sinistra sull’Europa occidentale, e già il segretario 96. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 426. 97. Piuttosto sospetta, perché condizionata dai rancori della guerra in corso, l’osservazione del dragomanno Tommaso Tarsia (1687) sull’amarezza del popolo turco che attribuisce le sventure ottomane al «tirannico governo tenuto in questo imperio» (ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 422). 98. Le relazioni degli Stati Europei lette al Senato dagli Ambasciatori Veneziani nel secolo decimosettimo, a cura di N. Barozzi e G. Berchet, vol. I, parte I, pp. 37 e sgg., 117, 160-165, parte II, pp. 263, 297 e seg.

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Daniello de’ Ludovisi dipinge un impero ottomano abitato da popoli «derelitti e distrutti» dal malgoverno e disordine del Gran Signore «il quale non è (per dire il vero) di quella virtù che ad un tanto dominio si converria».99 Ancora più puntuale e negativa è la descrizione dei mali che corrodono il tessuto politico e sociale ottomano nelle due splendide relazioni di Marino Cavalli e Marc’Antonio Barbaro scritte, ironia della sorte, l’una nel 1560 l’altra del 1573 proprio a ridosso della tremenda guerra del 1570-73 che, nonostante la sconfitta di Lepanto, mostra a Venezia uno stato turco tutt’altro che spossato e privo di spinta aggressiva. Il malcontento dei sudditi, le divisioni interne, l’avarizia, l’effeminatezza, la corruzione nella vita privata e pubblica sembrano al Cavalli le più gravi malattie che minano alla base lo stato turco, e il Barbaro aggrava il quadro dipingendo a foschi colori un impero «debole, disabitato e rovinato in gran parte» dalla carestia, dalla carenza di numerario circolante e dalla diminuita bellicosità dei soldati sfibrati dall’«oziosa e viziosa vita» consentita dalle grandi ricchezze».100 I più recenti studi sulle condizioni interne dell’impero turco dopo la rovinosa disfatta di Lepanto confermano la gravità della crisi interna e concordano col Barbaro nella constatazione che una parte dei popoli soggetti della penisola balcanica ridotti all’estrema disperazione dalle vessazioni e dalle estorsioni di denaro desiderano ormai «la ruina di questo insopportabile dominio».101 Il Barbaro si lascia però prendere la mano dai suoi sogni quando immagina un impero incapace di reggere a lungo per l’impossibilità di trovare un adeguato numero di giovinetti cristiani da inquadrare nel corpo dei giannizzeri e indica nei dissensi tra i pascià e nell’eventuale morte improvvisa del Sultano con figli in minore età la scintilla per una rivolta e la «total estirpazione» dello stato.102 L’eccessivo fiscalismo, le ruberie e concussioni dei funzionari e il declino demografico sembrano ai baili il fattore chiave della crisi ottomana e l’arruolamento dei Turchi originari nel corpo dei giannizzeri, contro una prassi invalsa sin dalle origini dello stato, iniziato per la prima volta nel 1586, dopo le gravi perdite subite nella guerra contro i Persiani, sembra confermare le più pessimistiche previsioni.103 99. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 8, 10. 100. Ibidem, pp. 280-281, 307-314. Sulla mollezza dei costumi, il disordine amministrativo e l’inettitudine del sultano richiamano l’attenzione anche le relazioni di Antonio Erizzo (1557), Marc’Antonio Donini (1562), Paolo Contarini (1583). 101. Belle e documentate pagine sulla profonda crisi, ma anche sulla pronta ripresa dell’impero ottomano all’indomani di Lepanto in Lépante. La crise de l’empire ottoman, a cura di M. Lesure, pp. 177-233; cfr. anche Barkan, L’Empire Ottoman face au monde Chrétien, passim. 102. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 329, 331. Non meno generica ed elusiva la speranza di Marc’Antonio Tiepolo (1576) che «sendo governato l’imperio da schiavi, né essendovi alcuna giustizia e salute de’ buoni, ma estorsioni e rapine continue e distruzione de’ poveri, sia finalmente per ridursi a tal mancamento per tutte le cose, che non potranno cavalcare gli eserciti, e nemmeno cavarsi fuori l’armati e quanto più si sforzasse, o per terra o per mare, tanto più presto verria consumarsi […]» (ibidem, p. 173). 103. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, pp. 134, 138, 299. Merita di essere riportata la vivace e colorita immagine del sistema fiscale tracciata nel 1576 da Marc’Antonio Tie-

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Le estorsioni dei ricchi ai danni dei poveri, la scarsa attitudine al comando dei capi civili e militari, le ruberie generalizzate («e però si può dir con verità che tutti in quel governo rubano e sono anche rubati»), la disaffezione dei contadini ridotti dai maltrattamenti ad un’economia di sussistenza, le carestie, la corruzione della milizia, paiono a Giovanni Moro nel 1590 i mali più evidenti e radicati di un impero già fiorente e ben governato, dove invece al presente «è sbandita ogni sorte di virtù e tutto dipende da una certa natural superbia turchesca guidata dai propri affetti».104 Due anni dopo la bella relazione di Lorenzo Bernardo precisa altri elementi di crisi e inquietudine, come il venir meno dell’amore per la guerra in conseguenza della minore credenza in convinzioni fatalistiche, il diffondersi dell’invidia e dell’ambizione e quindi dello spirito di insubordinazione, la venalità delle cariche, la tosatura delle monete e infine la dissolutezza del Sultano considerato da tutti «un Sardanapalo allevato nelli serragli fra buffoni, nani e muti» e alieno dalle imprese militari105. Anche il Bernardo coltiva la speranza che le divisioni interne, la crescente lascivia e avarizia dei sultani e un’alleanza tra Persiani e Occidente cristiano segnino la fine di un impero minato da tante spinte disgregatrici tra cui il suo successore Matteo Zane segnala come particolarmente pericolosa la frequente mutazione dei ministri che fa somigliare quel governo «ad un caos e alla confusione istessa».106 Quando i nuovi equilibri internazionali, il declino economico e il lento ripiegamento politico e militare si impongono nel Seicento alla classe dirigente veneziana come un’amara realtà, si preferisce toccare con minore insistenza il tema del parallelo tramonto dell’impero ottomano perché in fondo sottolineare la crescente debolezza del tradizionale antagonista rischia di rendere più evidente l’impotenza di Venezia a profittarne per ristabilire il predominio in Levante. Anche l’analisi e la riflessione dei baili sulle vicende interne dell’impero ottomano sono dunque influenzate da quella visione esclusivamente politica del problema turco impostata da Venezia sin dagli inizi del Cinquecento e perseguita con coerenza sino alla pace di Passarowitz nella costante obbedienza a realistici calcoli dei rapporti di forza e al riparo da intrusioni sentimentali e velleitarie intransigenze di natura religiosa. polo: «Si può dunque questo governo paragonare a quel corpo debole per natura, o fatto debole da qualche accidente al quale mancando quel calore che bisogna, pare che traendo l’una vena dall’altra, richiami al cuore, principio e fondamento vitale, tutto il sangue degli altri membri, i quali poi freddi ed esangui, non sono atti alle azioni del corpo: così adunque traendo a sè il Gran Signore le ricchezze di tutti i grandi, e questi da’ mediocri, e i mediocri da quei più miseri delle ville (che in questi finalmente tutto il mal vien cadendo) aggiunto questo agli altri mali già detti, restano queste quasi membri senza sangue, vuote d’huomeni, e in conseguenza vuote ancora di quei frutti soliti a darsi dalla terra, ajutata dall’industria di quelli» (ibidem, pp. 135-136). 104. Ibidem, pp. 326, 333, 337, 363-365. 105. Ibidem, pp. 368-373. 106. Ibidem, p. 381; vol. II, p. 415; anche il Moro aveva rilevato come un dato negativo la troppo rapida rotazione dei ministri (vol. III, p. 335).

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2. Le profezie sui Turchi Nel clima ora di paura ora di speranze e di illusioni che segna i momenti ritmici e sinuosi della secolare vicenda di guerra e pace tra Venezia e Turchi, nascono e trovano un loro spazio e una loro peculare collocazione nella cultura e nella società le numerose profezie sull’impero ottomano che costituiscono uno degli aspetti più singolari e caratteristici della presenza «turchesca» nella Repubblica Veneta. Stampe, fogli volanti, pamphlets di vario genere e destinazione, cronache ora succinte ora dense di particolari su battaglie ed eventi reali o immaginari accaduti a Costantinopoli, vengono stampati in gran numero a Venezia da dove rifluiscono in mille rivoli per l’Europa occidentale, soprattutto in Francia e Spagna,107 che diventa così almeno parzialmente tributaria della mediazione veneziana per la sua immagine e conoscenza del mondo ottomano.108 Parallelamente alla pubblicistica più o meno documentata e veritiera sull’impero ottomano continua a fiorire una letteratura favolosa o profetica i cui contenuti si collegano strettamente alle alterne vicende politico-militari della lotta contro l’infedele e al lento mutare della sensibilità culturale e religiosa dei popoli occidentali. Narrazioni mitiche sull’origine dei Turchi, sulla loro rapida avanzata che appare quasi miracolosa, le loro sterminate ricchezze, le vicende crudeli e sanguinose ma sempre cariche di fascino esotico della famiglia del sultano, cui l’inaccessibile mistero dell’harem conferisce un alone di fiaba che giunge senza soluzione di continuità sino alla disincantata e caustica età dei lumi, si sovrappongono con naturalezza alla complessa tematica dell’Oriente favoloso che già nel Medioevo ha alimentato la fervida fantasia di novellieri e poeti. Ma sono la paura e l’angoscia di fronte alle conquiste di quel popolo asiatico e alla sua inarrestabile spinta verso Occidente a creare il terreno favorevole per un genere letterario come quello profetico dai confini labili e sfuggenti. Aleggia la preoccupazione reale di un’invasione turca, permane viva l’eredità medioevale del profetismo di Gioacchino da Fiore, si aggiunge infine agli inizi del Cinquecento una diffusa inquietudine negli animi, delusi e sdegnati per la corruzione della Chiesa. Il tema della conversione dei Turchi, già presente in una profezia antighibellina del 1268, 107. Per la Francia si veda l’ottima appendice al volume di C.D. Rouillard, The Turk in French History. Thought and Literature (1520-1660), Paris 1938, pp. 646-665 e per la Spagna i due repertori di J.S. Díaz, Cien fichas sobre… III. Los Turcos (1498-1617), e Cien fichas sobre… XI. Los Turcos (1618-1650), estr. dal n. 13 di «El Libro Español» (1958) e l’esauriente bibliografia pubblicata in A. Mas, Les Turcs dans la littérature espagnole du siècle d’or (Recherches sur l’évolution d’un thème litteraire), Paris 1967, II, pp. 471-505. 108. Nel corso di una tavola rotonda sul tema Venezia come centro di informazione sui Turchi tenutasi a Venezia il 3 ottobre 1973 nell’ambito del «II Convegno Internazionale di storia della civiltà veneziana. Venezia centro di mediazione tra Oriente e Occidente (secc. XV-XVI): aspetti e problemi» i noti turcologi Kissling, Bombaci e Mantran hanno sottolineato la preminente funzione di Venezia come polo di diffusione di notizie sull’impero ottomano sviluppando un suggerimento del Bataillon (Mythe et connaissance de la Turquie en Occident au milieu du XVIe siècle, in Venezia e l’Oriente fra tardo Medioevo e Rinascimento, a cura di A. Pertusi, Firenze 1966, p. 452).

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assume in Italia alla fine del Quattrocento rilievo più netto nell’infiammata predicazione del Savonarola che identifica nei Turchi l’Anticristo e indica nel loro battesimo un evidente segno profetico.109 Il Cantimori ricorda il fiorire nei primi due decenni del secolo di profezie che annunciano «per l’anno millecinquecento o per gli anni ad esso vicini grandi apocalittici mutamenti», e sottolinea come una di queste, menzionata anche nel discorso di apertura di Egidio da Viterbo ad una sessione del Concilio fiorentino del 1517, accenna ad una conversione in massa dei maomettani dopo la fine della loro religione.110 Colti da sgomento e quasi annichiliti dal dolore per la sconfitta di Agnadello molti esponenti della classe dirigente si rifugiano in una più convinta e sofferta adesione alla fede religiosa dei padri ed esprimono fermi propositi di restaurare nella città un severo rigore di costumi, ma l’intensificazione delle pratiche religiose e la lotta contro l’immoralità non bastano a tranquillizzare gli animi che si rivolgono con trepida speranza alle profezie, in cui confidano di trovare conforto e auspici di un futuro migliore.111 «Et nota, la brigà, al presente atende molto a prophetie et vano alla chiesia di San Marco, vedendo prophetie di musaicho, qual fece l’abe Joachim», annota l’attento Marin Sanuto il 30 maggio, ed egli stesso con molti patrizi si reca a S. Clemente a trovare un frate depositario di scritture profetiche.112 Il vecchio profeta, che è poi un gentiluomo di nome Pietro Nani, mescola sciagure ormai evidenti («questa terra perderà tutto el dominio per li pechati») con una previsione terribile e strana: l’imperador dia andar a Roma e tajerà la testa al papa e poi sarà cazato e si farà uno altro imperador, qual tien sia vivo e sta in heremi, el qual farà un papa bon; e il Turcho si farà christian, et la Signoria reharerà tutto il suo stato; el re di Franza viverà pochi mexi; et questa flagellation durerà do anni e mezo, e poi questo anno sarà phame e peste grandissima tamen Veniexia resterà intacta.

È evidente che il Nani opera una contaminazione di fatti già avvenuti e di avvenimenti che sono nelle sue speranze e nei cuori di tutti i veneziani, con la profezia di Francesco da Meleto sull’imminente conversione del «Turcho» molto diffusa nei paesi dell’Europa occidentale.113 109. D. Weinstein, Savonarola and Florence. Prophecy and Patriotism in the Renaissance, Princeton 1970, pp. 29, 72, 94, 117, 144, 158, 166, 389; per la profezia antighibellina cfr. M. Reeves, The influence of prophecy in the later Middle Age. A study in Joachimism, Oxford 1969, pp. 268, 312; vedi anche Schwoebel, The shadow of the crescent, p. 14. L’identificazione di Maometto II con la bestia a sette teste dell’Apocalisse (= ai sette sultani turchi) e la previsione che la morte del settimo sultano debba coincidere con la fine dell’impero ottomano e la finale conversione di tutti gli infedeli si rinvengono ancora nel 1628 in un manoscritto del fiorentino Marc’Aurelio Scaglia dal titolo Principio e fine della grandezza ottomana turchesca, forse di proprietà di qualche patrizio veneziano e ora conservato in BNM, mss. It, cl. VII, n. 882-8505. 110. D. Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento. Ricerche storiche, Firenze 1939, p. 11. 111. Sanuto, I Diarii, VIII, col. 300, 307; Priuli, I Diarii, p. 141. 112. Sanuto, I Diarii, VIII, col. 326. 113.  Il Cantimori la ritiene di origine ebraica e divulgata in questi anni da Francesco di Meleto, un fiorentino reduce da un lungo soggiorno a Costantinopoli (Cantimori, Eretici italiani,

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Accanto a queste profezie diffuse tra un’opinione pubblica sconvolta dal «trauma» di Agnadello, continuano a circolare altri testi più tradizionali. Nel 1511 un anonimo pubblica una Pronosticatione in vulgare tratta da una stampa modenese del 1482 in cui ad un confuso e prolisso elenco di profezie sui fatti contemporanei di tutti i paesi europei viene aggiunto un albero della famiglia ottomana con 14 rami, come il numero dei suoi imperatori, che contiene la previsione che «i figlioli de sagittario cioè gli spagnoli overo ungari» distruggeranno l’impero turco. L’ignoto autore, probabilmente un suddito austriaco, utilizza anche un vaticinio di Merlino per confermare la sua convinzione che «essi maledicti turchi seranno scacciati» e e non si udirà più fra li catholici el nome delo imperator di turchi».114 Nel novembre del 1517 è ancora Marin Sanuto a registrare «a eterna memoria», parendogli che «sia venuta la verità», una profezia «molto a proposito dil Turcho e dil Soldan» composta nel 1432 sotto forma di sonetto da Antonio di Tempo e attribuita a Gioacchino da Fiore, l’«abas calaber celeberrimus», che l’avrebbe scritta nel 1353: predice per l’anno in corso che il «Gran can prenderà tuto/el regno italian, per lor mal sete/diverse sorte, tal che in fango e luto / lo frate atroverasse con lo prete».115 La presenza in questi anni a Venezia di figure come Paolo Angelo, un prete profugo dall’Albania turca autore di vari scritti profetici in cui Turchi e protestanti appaiono come i nemici più pericolosi e imminenti di una Cristianità sfibrata dalla corruzione morale,116 contribuisce a permeare profondamente di ascendenze profetiche a sfondo «turchesco» la sensibilità popolare. Si spiega dunque il grande successo negli anni tra il 1534 e 1544 del pronostico De eversione Europae dell’astrologo ferrarese Antonio Arquato (latinamente Torquatus), in cui tra le varie predizioni spiccano la fine della «Mahumetica secta» e la conversione di indios americani e musulmani.117 Il favore con cui pp. 14-15). Cfr. anche E. Garin, La cultura filosofica del Rinascimento italiano. Ricerche e documenti, Firenze 1961, pp. 484-485, C. Vasoli, La profezia di Francesco da Meleto, in Umanesimo e ermeneutica, Padova 1963, pp. 27-80, e Id., Studi sulla cultura del Rinascimento, Manduria 1968, pp. 222-223, 238-240. Il testo era ancora diffuso alla fine del Cinquecento: lo raccoglie infatti nel 1585 durante un pellegrinaggio in Terrasanta Ludovico Agostini, che sposta la data di conversione al 1622 (L. Firpo, Lo stato ideale della Controriforma. Ludovico Agostini, Bari 1957, pp. 174 e 175, nota 32). 114. Pronosticatione in vulgare rara et non piu udita la quale expone et dechiara alchuni influxi del cielo: et la inclinatione de certe constellatione: cioe de la coniunctione grande et de la ecclipse: le quale sono state a questi anni quello de male: o de bene demostrano a questo tempo et per lo advenire. Et durera piu anni cioe insino a l’anno MCCCCLXII, Venezia 1511. 115. Sanuto, I Diarii, XXIII, coll. 154-155. 116. G. Tognetti, Note sul profetismo nel Rinascimento e la letteratura relativa, in «Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano», 82 (1970), pp. 150-154. 117.  Bataillon, Mythe et connaissance, p. 453; J. Deny, Les pseudo-prophéties concernant les Turcs au XVIe siècle, in «Revue des études islamiques», X (1936), pp. 205-216. Sulla vita e gli scritti dell’Arquato v. E. Garin, Arquato Antonio, in Dizionario biografico degli italiani, 4, Roma 1962, pp. 299-301, e Reeves, The influence of prophecy, pp. 363-364, 447. Recentemente il Garin ha ripreso lo studio delle profezie dell’Arquato nell’ambito di una più vasta e complessa ricerca sull’attesa dell’età nuova e della «renovatio» tra la fine del Medioevo e gli inizi del Rinascimento;

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l’opinione pubblica accoglie lo scritto dell’Arquato, che sfrutta a favore della sua aperta propaganda anticlericale l’inquietudine e l’incertezza dei fedeli per le fratture e le lotte religiose, ha posto al Cantimori e al Bataillon il suggestivo problema di individuare lo spirito con cui questi testi venivano scritti e interpretati.118 Due brochures veneziane, l’una del 1538, l’altra del 1542, efficacemente illustrate dallo stesso Bataillon, ci aiutano a ricollegare questa fioritura di testi astrologici e profetici alle vicende politiche della guerra col turco.119 Nell’atmosfera di speranza alimentata dalla temporanea alleanza tra papa, Carlo V e Venezia che precede la battaglia della Prevesa (1538) nasce la prima brochure che parla di «cose stupende» avvenute a Costantinopoli e interpretate dagli indovini e astrologi del Gran Signore come presagio di sconfitta per l’impero ottomano,120 mentre l’infelice esito della guerra che costringe Venezia alla cessione di Nauplia e Malvasia (1540) spiega il significato dell’altra scrittura che contiene un lungo elenco di prodigi avvenuti a Costantinopoli nei luglio del 1542. La delusione per la sconfitta si stempera nel finale edificante in cui i dodici indovini che hanno interpretato al Sultano i misteriosi portenti scampano miracolosamente alla morte e si battezzano mentre ben 20.000 persone lasciano precipitosamente la città.121 L’ipotesi del Bataillon che le due stampe siano state ispirate dai servizi di propaganda della Repubblica per infondere fiducia ai combattenti122 mi pare un po’ azzardata anche se molti scritti posteriori mettono in luce la coincidenza tra il riaccendersi della guerra coi Turchi e il fiorire di una vivace letteratura profetica in parte mutuata dall’estero in parte stimolata dalla sensibilità religiosa e politica dei Veneziani. Un testo databile ai primi decenni del Cinquecento e recentemente illustrato dal Dionisotti immagina i Turchi vittoriosi sino a Roma e poi improvvisamente convertiti da un miracolo della Madonna,123 mentre un’altra scrittura chiaramente collegata alla diffusione delle idee protestanti prefigura un’alleanza tra un grande signore degno d’impero e Venezia per sventare la minaccia turca, che però si ripresenta minacciosa perché il papa, parziale verso i veneziani, provoca la rotcfr. E. Garin, L’età nuova. Ricerche di storia della cultura dal XII al XVI secolo, Napoli 1969, pp. 81-111. Ancora nel 1600 alla profezia dell’Arquato si ispira il Campanella per pronosticare la rovina del governo turco in Ungheria (T. Campanella, Della monarchia di Spagna, in Opere, a cura di A. D’Ancona, Torino 1854, p. 93). 118. D. Cantimori, Note su alcuni aspetti della propaganda religiosa nell’Europa del Cinquecento, in Aspects de la propagande religieuse, Genève 1957, pp. 343-346 (Travaux d’humanisme et renaissance, t. XXVIII). Cfr. anche Bataillon, Mythe et connaissance, p. 457. 119. Bataillon, Mythe et connaissance, pp. 457-470. 120. Ibidem, p. 460. 121. Ibidem, p. 461. 122. Ibidem, pp. 468-469. Il Cantimori ha richiamato l’attenzione sulla possibilità che questi testi fossero scritti dai Turchi per infondere un atteggiamento di sfiduciato fatalismo nei combattenti cristiani (Note su alcuni aspetti, 346); l’opinione è condivisa dal Bataillon (p. 467). 123. Questa è la vera prophetia de uno imperadore el quale pacificherà li cristiani e “paganesmo”, Venezia s.d., citata da C. Dionisotti, La guerra d’Oriente nella letteratura veneziana del Cinquecento, in Venezia e l’Oriente, p. 479.

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tura dell’accordo e anche in questo caso la soluzione viene dalla conversione dei Turchi grazie ad un uomo simile a Lutero.124 Una finta lettera da Costantinopoli, finora sconosciuta, riprende, a pochi anni di distanza dalla seconda brochure ricordata dal Bataillon, il tema del sogno meraviglioso del Gran Signore, traendone ancora una volta auspici di una imminente conversione dei Turchi.125 Dalla capitale ottomana il mercante Domenico Fiorentino scrive a Niccolò di Hierarchini raccontando che nei giorni 10-18 novembre non si sono visti sole e luna, venti furiosi hanno sradicato alberi e scoperchiato case, mentre due affocatissime comete con coda bipartita sembravano voler ardere il cielo. Il 12 dello stesso mese il Sultano sogna di essere assalito da una moltitudine di leoni, uno dei quali lo azzanna al petto, e assiste ad una sanguinosa battaglia tra centauri che ha fine per l’arrivo da ponente di una schiera di grifoni guidati da un’aquila: la scena si conclude con un accordo tra i grifoni e una parte dei centauri, nonostante un tentativo di intervento del Gran Turco. L’interpretazione di astrologi e indovini, non difficile da intuire per la trasparente allusività del testo, preannuncia ribellioni di sudditi (centauri), invasioni di cristiani (grifoni) guidati dall’imperatore (l’aquila). Il finale ripete uno schema ormai consueto: imprigionamento e martirio col fuoco degli indovini, loro miracolosa salvezza e innumerevoli battesimi tra la popolazione di Costantinopoli anche se molti «per paura d’esser impalati stanno secreti». Il Bataillon ha osservato come questi scritti malgrado la loro povertà stilistica, abbiano avuto la funzione di sostenere una illusione collettiva, aiutando «le bon peuple chrétien à vivre avec le péril turc à l’horizon sans en être trop démoralisé» e di questo antidoto, come egli lo chiama, avevano certamente bisogno i Veneziani di tutti i ceti, impegnati per tutto il corso del secolo in una serie di estenuanti guerre col Turco. Le visioni profetiche, che hanno una così precisa radice colta nella letteratura classica e nella tradizione medievale, finiscono per dar vita ad un vero e proprio topos letterario quando introducono con puntuale collegamento alle superstizioni popolari il tema delle lotte tra animali caricati di pregnanti allusioni simboliche. Al cadere del secolo XV, quando ancora non si è spenta a Venezia l’eco sinistra delle sanguinose incursioni turche nel Friuli, Domenico Malipiero registra con accenti di preoccupazione la notizia che a l’Aquila «è sta visto in aere una gran 124. Prophetia trovata in Roma, intagliata in marmoro in versi latini, tratta in vulgar sentimento, Roma s.d., citata da Dionisotti, La guerra d’Oriente, p. 479. 125. Copia de una lettera, venuta da Costantinopoli, dove narra gli gran prodigi e spaventevoli segni, apparsi in Costantinopoli e per il paese convicino. Con alcune horribil visioni, apparsi al Gran Turcho, cioe saette, venti, e tempeste, tuoni e la interpretatione et espositione di quelli prodiggi dalli più sapienti astrologi, e indovini del suo impero, et apparition di comette, Venetia 1551. Fu tradotta anche in spagnolo a Barcellona nel 1639 e a Madrid nel 1640 (Díaz, Cien fichas, XI, p. 8). La Rouillard nella sua bibliografia menziona, tra il 1535 e il 1660, ben 20 stampe francesi contenenti notizie di sogni e visioni del Sultano, fiumi d’acqua e di fuoco e altri prodigi, tutti riferentisi ad una probabile conversione dei Turchi o a disastri e imminente rovina del loro impero.

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pugna tra gran quantità de corvi e de avoltoi; de i quali, tra una sorte e l’altra, ne è sta sunadi [raccolti] 12 cara de morti; ma più avoltoi che corvi». Nessuna specifica tradizione ha sinora attribuito all’una e all’altra specie di animali un riferimento ai Cristiani o ai Turchi, ma il Malipiero trova prontamente l’anello di collegamento tra la strana battaglia di animali e la contingenza storica aggiungendo che «simel clade seguì in Borgogna tra queste do specie d’anemali, l’anno che ‘l Duca Carlo fo sconfitto da Turchi su ‘l Danubio», e «Dio vogia che la no sia cosa prodigiosa, e che ‘l no sia pronostico de qualche mal tra Christiani e Turchi!».126 Larga diffusione ha a Venezia la traduzione italiana, curata da Ludovico Domenichi, della Profezia sui Maomettani pubblicata dal Georgijevic´ insieme ad un originale turco.127 La grande fama dell’autore, legata alle dolorose vicende personali che così drammaticamente hanno ispirato la sua produzione turchesca, non basta da sola a giustificare una così larga circolazione della profezia la cui popolarità va invece compresa alla luce della sua peculiare forza persuasiva e propagandistica. La Deny che ha dedicato un breve ma denso saggio alle pseudoprofezie sui Turchi nel Cinquecento, ricorda che a Costantinopoli circolavano molte predizioni imperniate su un temuto ritorno dei Cristiani e sull’inquietudine serpeggiante nel mondo musulmano all’avvicinarsi del millenario dell’Egira. Nel mondo cristiano le profezie assolvono la funzione di un «prosélytisme aggressif», col dichiarato intento di mantenere in continua tensione quell’«esprit des croisades» che rischia di attenuarsi quando diminuisce il pericolo militare ottomano.128 Anche a Venezia è il «concreto» pericolo turco oppure l’inizio di una lega contro gli ottomani che fa rifiorire un genere che ha radici profonde nella sensibilità popolare ma che viene fatalmente trascurato nei momenti di pace quando è più facile guardare con occhio sgombro da inquietanti affanni alle numerose incongruenze o mancate realizzazioni di queste profezie. Naturalmente anche per le profezie come per i canti popolari va rifiutata l’idea cara ai romantici che essi nascano per germinazione spontanea tra le masse incolte. Come nessun genere letterario è stato creato dal popolo ma al popolo è stato offerto da una raffinata elaborazione colta, così profezie e pronostici, anche quando si sforzano di aderire all’immaginazione e alla sensibilità degli strati più umili della società, richiamano la loro origine da quegli ambienti colti dove da secoli speculazioni astrologi126. Annali Veneti, pp. 165-166. 127. B. Georgijevic´, Prognoma sive presagium Mehemetanorum primum de Christianorum calamitatibus, deinde de suae gentis interitu, ex Persica lingua in latinum sermonem conversum, Veteri Vangiorum Vormatia (Worms) 1545; la traduzione italiana del Domenichi, che però non cita l’autore, ha per titolo: Prophetia de Maometani et altre cose Turchesche, tradotte per M. Lodovico Domenichi, Firenze 1548. 128. Deny, Les pseudo-prophéties, pp. 201-220. Sarebbe naturalmente di suggestivo interesse conoscere se anche nel mondo musulmano era così notevole la credulità popolare (e non solo popolare) nelle profezie. Una preziosa anche se isolata indicazione in questo senso ci viene da un colloquio del bailo Jacopo Ragazzoni il 16 agosto 1571 col visir turco che per confermare le sue pressioni su Venezia affinché ceda pacificamente Cipro soggiunge che secondo le loro profezie «dovevano Turchi esser padroni fino di Roma» (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, p. 85).

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che e profezie sono oggetto di studio e di appassionata discussione. A Venezia dove pullulano avvisi e lettere da Costantinopoli pieni di spaventose visioni e prodigi che preannunciano l’imminente rovina dell’impero ottomano, profezie come quelle del Georgijević riscuotono grande successo perché lasciano ai Turchi stessi di pronosticare la loro fine. Il Georgijević sostiene che i Turchi stessi leggendo l’oracolo che si accinge a presentare piangono per la loro prossima fine129 e per rendere più accettabile il testo al pubblico occidentale sostituisce la presa di Roma, uno dei temi più diffusi dei presagi popolari turchi, con quella di Costantinopoli cambiando solo le cifre per rendere plausibili le connessioni cronologiche. La grande prudenza sulla data e le probabilità di realizzazione delle previsioni è forse ispirata al desiderio di non esporsi alle critiche degli ambienti colti italiani che non hanno ancora dimenticato la spietata critica che Pico della Mirandola ha rivolto nelle sue Disputationes adversus astrologiam divinatricem a quella «astrologia giudiziaria superstiziosa» avversata anche dai teologi perché negatrice del libero arbitrio.130 Tra la schiera degli scettici si colloca autorevolmente anche il Paruta che in un dispaccio da Roma del 21 maggio 1594 informa il Senato della diffusione di un pronostico che predice la caduta dell’impero ottomano per il tempo del quattordicesimo imperatore, il regnante Amurat II. Molte persone «a queste concette speranze accomodando forse più facilmente gli avvisi» amplificano le notizie sui moti in Persia e gli imminenti attacchi di Russi e Transilvani all’impero turco ed il papa sonda cautamente il Paruta sulle possibilità di una crociata esclamando per due volte «Oh, se la Signoria volesse!», ma l’accorto diplomatico liquida con abili ed evasive parole le sue insistenze: Il volere, Beatissimo Padre, vi è senza dubbio; ma questo non basta, anzi bisogna che sia regolato dalla ragione; ed è anco precetto evangelico che chi ha da porsi a grandi imprese sedens prius cogitet, an possit cum decem millibus occurrere ei, qui cum viginti millibus venit ad se.131

Disprezzo e noncuranza per le profezie dunque finché regna la pace, ma quando su Venezia incombono tragici avvenimenti riprende vigore la fiducia nell’irrazionale, secondo una parabola che possiamo seguire tra il Cinquecento e Seicento anche in Francia. Qui la graffiante ironia che ispira nel 1533 la Pantagrueline prognostication del Rabelais, tutta una burla degli almanacchi e libri di profezie,132 viene facilmente soverchiata dalla travolgente fortuna dei pronostici 129. Un’esauriente illustrazione di questo oracolo in Deny, Les pseudo-prophéties, pp. 217-220. 130. Interessanti precisazioni sulla letteratura astrologica nella prima metà del Cinquecento in C. Ginzburg, Il nicodemismo. Simulazione e dissimulazione religiosa nell’Europa del ‘500, Torino 1970, pp. 30-43. 131. La Legazione a Roma di Paolo Paruta (1592-1595), II, Venezia 1887, a cura di G. De Leva, pp. 314-316 e 344-347. 132.  Rabelais, Pantagrueline prognostication certaine, véritable et infallible pour l’an perpétuel nouvellement composée au proffict et advisement de gens estourdis et musars de

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di Michele Nostradamus, cui l’azzeccata profezia sulla tragica morte di Enrico II dà per anni fama e prestigio senza limiti. Anche il Mercure de France che nel 1618 ridicolizza gli astrologi che hanno tratto presagi nefasti ai Turchi dall’apparizione di una cometa, appena 3-4 anni dopo deve muoversi con maggiore cautela, quando le violenze e crudeltà avvenute nel 1621-1622 nella capitale ottomana sembrano confermare tutte le previsioni.133 A Venezia il momento centrale di questa esplosione profetica è Lepanto. Prima e dopo la grande battaglia destinata ad avere tanta eco nel mondo cristiano e turco, fiorisce una ricca pubblicistica che adatta, prima alla trepida attesa e alla sofferta preoccupazione poi alla gioia traboccante e alla superba fierezza dei veneziani vincitori, temi e predizioni già largamente ricorsi negli anni precedenti. Già le ultime righe di una ristampa del 1570 del vaticinium della Sibilla Eritrea si prestano ad un’interpretazione positiva per i veneziani; non è difficile infatti identificare in Venezia il leo fortissimus che collegato con l’orso (Spagna o Impero) sta per assalire il draco (impero turco) occupandone la capitale.134 L’imminente scontro militare con i Turchi ispira anche il lungo ed elaborato Discorso della futura et sperata vittoria contra il Turcho che il bresciano Giambattista Nazarri dedica alla sua città il 1 maggio 1570, illustrando con ordine e ricchezza di citazioni un vasto ed eterogeneo materiale profetico.135 Con accorte citazioni di Isaia, Michea, Abacuch, S. Brigida e altri profeti del Vecchio Testamento e dell’età medievale e moderna, l’autore tesse una fitta trama di notizie e prefigurazioni della grande espansione dell’impero ottomano e dell’imminente vittoria cristiana. Uno speciale paragrafo è riservato alla dimostrazione «per via Astrologica» dell’avvicinarsi dell’anno o degli anni (prudenza comprensibile nel 1570) della sconfitta e rovina dell’impero ottomano su cui già si sono pronunciate autorità come Arquato, Nostradamus, Albumazar. Un’illustrazione corredata da figure di «maravigliosi portenti» verificatisi in Caffa nel 1567 (apparizione di soli, archi, croci, stelle, lune bicorni)136 e le consuete considerazioni sull’inevitabile nature par Maistre Alcofribas architriclin dudict Pantagruel, in Id., Oeuvres complètes, Paris 1955, pp. 896-905. 133. Rouillard, The Turk in French, pp. 85 e 409. Sulla diffusione in Spagna dei pronostici dell’Arquato e di altre profezie collegate al timore dei Turchi v. Mas, Les Turcs dans la littérature, II, pp. 198-206. 134.  Verum et celebre Sybillae Erythreae vaticinium datum principibus Graecorum ipsam consulentibus de bello in Troianos suscipiendo in quo non tantum Troiani excidij eventus praedicitur, sed etiam multa alia patescunt ad Christianissimi aliarumque orbis partium amplitudinem pertinentia peculiaterque ad imperii turcici originem, medium et finem unde facile deprehendi potest citissimo a Christianis esse evertendum. Dignum profecto quod legatur et diligenter expendatur. Nuper e Graeco in Latinum sermonem translatum, Venetiis 1570. 135. G.B. Nazarri, Discorso della futura et sperata vittoria contra il Turcho estratto dai Sacri Profeti et da altre Profetie, Prodigij et Pronostici et di nuovo dato in luce, Venetia 1570. Il testo è arricchito di illustrazioni raffiguranti animali simbolici. 136. Una vivace illustrazione di analoghe miracolose visioni comparse questa volta in Costantinopoli in G.F. Camotio, Isole famose, porti, fortezze, terre marittime della Repubblica di Venetia ed altri principi cristiani, II, Venezia 1571, tav. 64.

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decadenza delle umane cose e l’impossibilità di una prolungata vitalità dei regni fondati sull’arbitrio e la violenza, completano questa fortunata silloge di temi del profetismo turco che il Nazarri offre con perfetta scelta di tempo all’opinione pubblica veneziana nel momento del massimo sforzo militare anti-ottomano. In confronto a questo opuscolo ornato di suggestive figurazioni e denso di dotti riferimenti ai testi sacri, ben più scarna e mediocre nell’apparato esteriore e nell’intrinseco contenuto profetico appare l’Oratione che Luigi Groto detto il Cieco d’Adria, poeta e letterato già sospettato di tendenze ereticali, dedica a Luigi Mocenigo, sintetizzando in 7 punti i sicuri pronostici di vittoria sui Turchi.137 Banali trasposizioni all’imminente scontro con gli ottomani di alcuni presentimenti personali e di strane coincidenze di fatti e nomi si mescolano alla profezia del Corano sulla conversione dei Turchi e alla complicata spiegazione di una lunghissima eclissi di luna che «tutta coverta di sangue si raccoglieva in se stessa» quasi a significare il gravissimo colpo che stavano per ricevere gli ottomani. A togliere ogni dubbio sul valore della sua profezia interviene dopo la felice giornata di Lepanto lo stesso Groto che ricorda trionfalmente l’avvenuto compimento delle sue previsioni.138 Alla vittoria delle armi cristiane, cui i Veneziani danno largo contributo di mezzi e di uomini, non segue un affievolirsi della presa dei temi profetici a sfondo turco. Circolano a Venezia scritti anonimi di fattura dotta, come il Pronostico et giudicio universale del presente anno 1572, che teorizzano sulle congiunzioni degli astri e dalla sfavorevole posizione della luna «fautrice di quella gente barbara» desumono la perdita di forza e violenza dei Turchi,139 e contemporaneamente prende vigore un profetismo popolare che coglie una dimensione ed un significato del tutto particolare della sconfitta ottomana. Il Ginzburg, analizzando il processo del S. Uffizio ad un gruppo di artigiani veneti nel settembre del 1573 rileva l’innestarsi di «interpretazioni popolaresche», come ad esempio il tema della sconfitta del Turco «segno del prossimo avvento del figlio dell’uomo», su quello consueto della conversione dei musulmani,140 mentre l’Olivieri sottolinea 137.  Oratione di Luigi Grotto Cieco d’Hadria nella creation del Serenissimo Prencipe di Vinegia, Luigi Mocenigo, Venetia 1570. Sulle sue simpatie ereticali cfr. G. Marchi, La riforma tridentina in diocesi di Adria nel secolo XVI descritta con il sussidio di fonti inedite, Cittadella 19692, pp 190-193. 138.  Oratione di Luigi Groto ambasciator d’Adria fatta in Vinegia, per l’allegrezza della vittoria ottenuta contra Turchi dalla Santissima Lega, Vinegia 1571. Carattere più aridamente antologico e forse anche minore risonanza nell’opinione pubblica ha un’altra raccolta di predizioni anti-ottomane messa insieme da Francesco Sansovino, noto autore di scritture turchesche: F. Sansovino, Lettera o vero discorso sopra le preditioni fatte in diversi tempi da diverse persone le quali pronosticano la nostra futura felicità, per la guerra del Turco l’anno 1570. Con un pienissimo albero della casa Othomana tratto dalle scritture Greche e Turchesche, Venetia 1570. 139. Pronostico et giudizio universale del presente anno 1572 dell’eccellentissimo astrologo Pietro Bianchi da Luccioli discepolo di Nostr’Adamo nel quale secondo la dottrina de gli antichi Magi d’Arabia et del Prencipe de gli Astrologi Tolomeo, si discorre delle grandissime cose, che in detto anno devono succedere, Venetia 1571. 140.  C. Ginzburg, Due note sul profetismo cinquecentesco, in «Rivista storica italiana», LXXVIII (1966), p. 211.

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la «caratterizzazione sociale» del profetismo messo in movimento dal «crollo dell’incanto della potenza turca» all’interno di quella comunità «della piccola borghesia e del popolo» in cui si alimentano le speranze dei gruppi anabattistici. L’indagine dell’Olivieri allarga lo sguardo anche ad alcuni cronisti minori di Padova, per cogliere i riflessi escatologici della grande battaglia e delineare alcuni spunti suggestivi per la comprensione delle «profezie» nella cultura e nella sensibilità popolare veneziana del Cinquecento.141 Vediamo così riemergere il tema della conversione dei Turchi in quel Domenego che «prospetta una unificazione religiosa dell’umanità attraverso un misticismo ispirato ed una estrema semplificazione, dal punto di vista dogmatico, della fede», mentre in un certo Biasio Lancilotto l’esegesi della scrittura «risente profondamente (siamo nel 1573) del ricordo della gioia trascinante di Lepanto nell’immagine della “luna” che inizia a grondar sangue». Ben a ragione l’Olivieri parla di uno «scuotimento interno delle coscienze e delle sensibilità» come conseguenza della vittoria di Lepanto e in questa prospettiva il vigoroso fiorire di scritture profetiche intorno al grande fatto di armi è una conferma dell’eco profonda di questo tipo di produzione nella sensibilità colta e popolare della gente veneta. È facile dunque comprendere come un’opinione pubblica come quella veneziana, esaltata dalla vittoria di Lepanto e assuefatta ad una produzione profetica che conclude immancabilmente nel vaticinio dell’imminente sfacelo dell’impero ottomano, giudichi «scandalosum, contumeliosum, quique populum venetum ad rebellionem commovere queat» il libretto «Antiveneti» che Tommaso Campanella, prigioniero a Castel S. Elmo, dedica nei giorni infuocati dell’Interdetto al papa Paolo V. Rinnovando forse inconsapevolmente vaticini interessati ed amari scagliati contro Venezia nei giorni della lega di Cambrai, il Campanella invoca presunte congiunzioni sfavorevoli degli astri, già usate in funzione anti-turca, per annunciare ai veneziani l’ormai prossima rovina della città rea di ostinata ribellione al pontefice.142 I temi dell’occupazione di Roma da parte dei Turchi e della loro conversione al cristianesimo vengono fusi dall’abate calabrese con l’autorità di S. Caterina da Siena per giungere alla previsione di un totale sfacelo di Venezia contro cui si rivolgono i sinistri influssi della congiunzione magna del 24 dicembre 1603.143 Il periodo agitato della guerra dei trent’anni, che vede l’Europa percorsa e devastata dagli eserciti, sconvolta da ribellioni e spopolata da carestie e pestilenze, è terreno fertile per le profezie. Lo stesso Wallenstein, spregiudicato uomo d’armi e astuto politico, ha paura delle congiunzioni astrali, crede nelle predizioni del futuro e non si vergogna di tenere presso di sé l’astrologo Battista Seni e di richiedere per 141. A. Olivieri, Il significato escatologico di Lepanto nella storia religiosa del Mediterraneo del Cinquecento, in Il Mediterraneo nella seconda metà, 257-277. 142. Sui vaticini anti-veneziani negli anni della lega di Cambrai cfr. A. Medin, La storia della Repubblica di Venezia nella poesia, Milano 1904, pp. 160-163, 512. 143. T. Campanella, Antiveneti, a cura di F. Firpo, Firenze 1945, pp. 159 e 92, nota 1. Cfr. anche L. Firpo, Ricerche campanelliane, Firenze 1947, pp. 137-173. Il 27 settembre 1607 il Senato ordina il sequestro del libello.

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ben due volte l’oroscopo a Keplero. A Venezia sono i drammatici avvenimenti del 1645 quando i Turchi sbarcano di sorpresa a Candia a riaccendere la sensibilità profetica. Già nel 1646 compare la traduzione dal latino di un testo cinquecentesco contenente 30 vaticini di Gioacchino da Fiore e di Anselmo vescovo di Marsico sui papi passati e futuri, in cui è inserito anche un oracolo turchesco «magnae considerationis», accompagnato da una fine illustrazione.144 Il compilatore riprende e sviluppa la profezia ottomana del «pomo rosso» (Kizil Elma) incisa, secondo la tradizione, sulla tomba di Costantino e la cui diffusione nel mondo occidentale avrebbe contribuito a infondere coraggio ai cristiani nelle campagne militari seguite alla battaglia di Lepanto.145 Il testo, nelle normali versioni attribuite all’interpretazione del patriarca Gennadio, preannuncia la venuta di un imperatore «nostro» che si impadronirà del regno di un principe gentile (il Turco) e del «pomo rosso», cioè Roma per i Turchi e Costantinopoli per i cristiani. Segue una storia «divulgata molto e nota a ciascuno» che narra di un sogno di Maometto II, alla vigilia della presa di Costantinopoli, imperniato su sottili allusioni al numero 7, che il Gran Visir interpreta come un invito a prendere la città. La funzione pratica di propaganda ed il collegamento con le vicende contemporanee si colgono facilmente nell’ultima parte quando l’autore ricorda che i Turchi e gli Orientali, soprattutto Egizi e Siriani, «serbano i destini della famiglia Ottomana nel nonagesimo anno del presente centinaio»146 e assicura che un arabo «con parole gravissime» ha fatto questa predizione allo stesso Solimano, come può testimoniare l’ambasciatore veneziano Stefano Tiepolo presente alla scena. Un mediocre spessore profetico e una più disadorna povertà terminologica caratterizzano altri scritti occasionali, come il discorso che il bresciano Richiedei pronuncia nel 1646, ad istanza dell’Accademia Errante di Brescia, alla presenza del vescovo e dei rettori veneziani.147 Banali considerazioni sull’instabilità della Fortuna si intrecciano a scontati richiami agli influssi astrali e a sciocchi presagi desunti dai fulmini e dalle insegne dei generali veneziani mentre la conclusione pone l’accento su temi più realistici fondando le speranze di vittoria su fatti concreti come la scarsa disciplina delle truppe ottomane, «multitudine quasi infinita, non so ben se di Popoli o di Bruti». È la guerra del 1684-1699 ad offrirci la messe più vasta di oracoli, profezie e pronostici in cui la gioia per l’alleanza con gli imperiali e la Polonia si fonde con l’esultanza e lo scoramento che si alternano nell’opinione pubblica veneziana 144. Profetie dell’abbate Gioacchino et di Anselmo vescovo di Marsico con l’imagini in dissegno, intorno à Pontefici passati e c’hanno a vivere con due ruote et un Oracolo Turchesco figurato sopra simil materia, Venetia 1646; la prima edizione è del 1589 e ha per titolo Joachim di Fiore. Vaticinia sive Profetiae abbatis Joachimi et Anselmi Episcopi Massicani. 145. Tamborra, Gli stati italiani, l’Europa, pp. 3-4. 146. Profetie dell’abbate, p. 82. 147. P. Richiedei, Presagi di vittoria nell’uscita dell’armata veneta contro il Turco, Brescia 1646. Ancora più modesto nel contenuto e insopportabile per il suo gonfio stile barocco il Discorso accademico in cui si mostra la vicina caduta dell’Ottomano pronunciato nel 1665 nella chiesa dei Frari da Giovanni Riitano minore conventuale di Messina.

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durante la difficile campagna militare.148 Nel 1684 Giambattista Ghidoni ottiene dai Riformatori dello Studio di ristampare a Brescia, con l’aggiunta di «riflessioni accomodate a’ giorni, e tempi correnti», le predizioni degli imperatori Severo e Leone già pubblicate nel 1596 nella stessa città.149 Si tratta di una delle più celebri profezie sull’impero ottomano attribuita a Leone, figlio dell’imperatore bizantino Basilio il Macedone e da lui lasciata al figlio Costantino intagliata nel Xerolifo, un luogo destinato da Settimio Severo alle predizioni. I disegni, i motti e i 16 epigrammi figurati sono disposti a illustrare il passaggio dell’impero greco nelle mani dei Turchi e le vicende del suo ritorno agli antichi possessori ma rispetto all’edizione del 1596 sono aggiunte delle riflessioni che consistono in un riadattamento dei testi profetici alla mutata situazione storica con l’inserzione di riferimenti simbologici a Carlo V di Lorena, uno dei generali delle truppe imperiali impegnate in Ungheria e vincitore dei Turchi a Nagyharsàny nel 1687. Nel 1596 l’autore del commento dava particolare rilievo alla previsione attribuita allo stesso Maometto di una fine della setta turca mille anni dopo l’Egira ed esprimeva fiducia sulla validità delle profezie estranee al mondo cristiano,150 mentre il compilatore secentesco punta lo sguardo sui condottieri imperiali che guidano la guerra contro il turco imprimendo così un più marcato realismo storico ai suoi slanci profetici. Addirittura nell’ambiente dell’Università di Padova nasce la silloge di scritture profetiche del lorenese Nicolò Arnu, professore di metafisica in via D. Thomae dal 1679 al 1684 e autore di quattro volumi di commento alla Summa Theologiae.151 Uomo colto, esponente della cultura accademica e illustre membro dell’ordine dei domenicani, l’Arnu sente forse come un dovere di riconoscenza verso la Repubblica Veneta che lo ospita la redazione di una profezia che incoraggi l’opinione pubblica in occasione della neonata alleanza anti-ottomana. Partendo dalla premessa che Dio ha concesso anche ai gentili il dono profetico e che dunque non pu essere tolta preliminarmente fede ai testi ottomani, l’Arnu fonde oracoli turchi, profezie bibliche e speculazioni astrologiche in una trama 148. Tra le numerose ristampe di vecchie profezie non risulta comparsa a Venezia in questi anni la predizione di Acham Turuley, composta nel 1200 in Spagna da un Moro (Mas, Les Turcs dans la littérature, II, pp. 205-206) e di cui era uscita una traduzione anche a Lucca (Prognosticon de futura imperii ottomannici ruina). 149. Predizioni figurate di Severo, et Leone Imperadori, dalle quali probabilmente si ricava il fine de’ Turchi nel presente loro Imperadore Mehemet quarto. Con l’aggiunta d’alcune riflessioni addattate à tempi correnti, Brescia 1684. Nell’edizione del 1596 titolo e testo sono bilingui, latino e italiano. Un’edizione francese del 1612 è citata dal Mas (Les Turcs dans la littérature, p. 478) ed una del 1633 dalla Deny (Les pseudo-prophéties, pp. 205-206). 150. Vaticinium Severi et Leonis imperatorum in quo videtur finis Turcarum in praesenti eorum Imperatore una cum aliis nonnullis in hac re vaticinis, Brixiae 1596, pp. 87, 89-95, 105. 151. Sue notizie biografiche in C. Patinus, Lyceum Patavinum sive icones et vitae professorum Patavii 1682 publice docentium, Patavii 1682, p. 121; J. Quetif, J. Echard, Scriptores ordinis praedicatorum recensiti, II, Lutetiae Parisiorum 1721, p. 703; N. Papadopoli, Historia gymnasii patavini, I, Venetiis 1726, p. 379; Fasti Gymnasii Patavini Jacobi Facciolati opera collecti ab anno MDXVII quo restitutae scholae sunt ad MDCCLVI, Patavii 1757, pp. 254, 262.

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compatta e carica di suggestione. La novità è costituita dalla presentazione di una nuova profezia del 1669 che alcuni dicevano ritrovata nel sepolcro di Costantino Magno, altri intagliata in una colonna.152 Una bella illustrazione riprodotta nell’esemplare marciano del testo greco ci aiuta a intendere il valore attribuito dall’Arnu e dai contemporanei a questo scritto. Dopo alcune allusioni abbastanza trasparenti a fatti del passato il Presagio annuncia l’avvento di una «generatione bionda» (probabilmente gli austriaci) alleata dei Parti (Persiani o Russi il cui re compare nell’illustrazione) ed opera una esplicita contaminazione con la celebre profezia di Severo. L’impero ottomano ora all’apice della sua grandezza ma soggetto alla stessa parabola dei corpi umani si sta avviando alla decadenza sia per le rivolte che ne minano la compattezza sia per gli influssi celesti favorevoli alle imprese della lega, e anche alcuni passi dell’Apocalisse opportunamente spiegati assicurano l’imminente successo di Venezia nella guerra destinata a concludersi senz’altro con la presa di Costantinopoli ed il collasso totale della Turchia.153 Un cenno a varie profezie negative per i Turchi si trova, sempre nel 1684, nell’opera di Neriolava Formanti, modesto compilatore di biografie ottomane, che però si mantiene molto prudente nel giudizio sulla famosa predizione del Georgijević limitandosi a «desiderare, che anche da loro medesimi [Turchi] con vero augurio sia predetta la propria rovina».154 Nel 1685 la ristampa della biografia di Maometto di Giovanni Diacono offre l’occasione per pubblicare una Predittione di Mahometto profeta de Turchi venuta alla luce secondo l’editore nella moschea della Mecca vicino alla tomba del profeta in occasione del terremoto del 1680, tradotta in greco dal rinnegato Rustano e poi in italiano da un certo Boleslao Rubrichg Pollsko di Camnietz.155 Il testo è dei più ingenui: Maometto si rivolge non agli Arabi ma ai Turchi e predice loro vittoria sino all’anno 1050 dopo l’Egira (coincidente col 1682 dell’era cristiana), dopo di che un’alleanza di potenze cristiane distruggerà l’impero ottomano e spazzerà via anche la sua tomba e le sue ceneri. Lo stesso Maometto annuncia che la profezia sarà nota dopo il terremoto del 1680 e si abbandona ad una grottesca consolazione dei «fratelli» Turchi ormai privati di tutto. Nel 1686 un anonimo celato sotto lo pseudonimo di Astrologo Svegliato dedica all’ambasciatore cesareo a Venezia Francesco Della Torre un opuscolo che si propone di dimostrare come la monarchia ottomana, paragonata al mitico Briareo, è «ti152. N. Arnu, Presagio dell’imminente rovina e caduta dell’impero ottomanno delle future vittorie, e prosperi successi della Christianità, Padova 1684, cap. IV, pp. 14-18 e V, p. 19. Nel cap. VI (pp. 20-22) dimostra che i fatti preannunciati nella profezia si sono puntualmente verificati. 153. Arnu, Presagio, cap. XV, pp. 42-47. Nella parte finale l’Arnu mescola una lunga dissertazione sulla congiunzione massima e tre comete recentemente apparse con informazioni sulla struttura interna dello stato turco. 154. N. Formanti, Raccolta delle historie delle vite degl’imperatori ottomani sino a Mehemet IV regnante, Venezia 1684, pp. 316-317. 155. La vita di Macometto, de suoi costumi e della sua falsa e perfida dottrina, scritta dal dottissimo Gio. Diacono Vero nell’anno 1320. Aggiuntavi una Predittione del medesimo Maometto, nuovamente ritrovata alla Mecca, Venezia 1685, pp. 44-48.

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tubante sotto gl’influssi delle sue contrarie stelle». Le implicazioni teologiche dello scritto, tutto fondato sull’interpretazione delle congiunzioni astrali, devono apparire tutt’altro che tranquille all’autore che prevedendo, l’accusa di «introdur fatalità od assoluta dipendenza dalle stelle», mette le mani avanti e non solo nega di voler dichiarare «certa prescienza» ma assicura i lettori che il suo intento è solo di «passar due hore di trattenimento civile» rimettendosi in ogni caso all’«arbitrio e censura infallibile della Chiesa cattolica» perché questi discorsi si fondano solo su «congietture ed ombre di cose» e solo Dio, la cui volontà è a tutti ignota, può mutare un impero.156 Fondandosi sulla dottrina di Albumazar157 l’Astrologo Svegliato interpreta alla luce degli influssi celesti l’origine, il progresso, e le stesse strutture politiche e militari dello stato turco per concludere che la corruzione e decadenza degli antichi costumi, prefigurata dal sopraggiunto predominio dei pianeti inferiori, per loro natura legati ai concetti di brevità e fine, preannuncia «vicina alla sua quiete e fine» anche la monarchia ottomana.158 L’allusione ai fatti politici e militari che sono d’occasione e stimolo a questi testi profetici è più trasparente nelle opere di minor impegno culturale, rivolte ad un pubblico poco esigente ma avido di un illusorio conforto nei momenti tristi della guerra.159 Evidenti intenti divulgativi ispirano gli autori di queste scritture che testimoniano della credulità popolare e della riduzione e semplificazione subita dai temi profetici nel passaggio agli ambienti più umili di Venezia. Padre Sebastiano Stefani, un carmelitano osservante della congregazione di Mantova e lettore di Sacra Scrittura a S. Apollinare, riferisce nel 1684 alcuni banali episodi interpre156. Il Briareo fulminato o sia la Monarchia Ottomana titubante sotto gl’influssi delle sue contrare stelle, spiegato a gl’animi curiosi e peregrini dal sign. Astrologo Svegliato, Venetia 1686, pp. 8-9. 157. Abu-ma-’shar, volgarmente chiamato Albumazar, è un astrologo musulmano la cui opera principale, tradotta in latino nel Medioevo da Giovanni di Siviglia con l’inesatto titolo di Albumasar de magnis coniunctionibus et annorum revolutionibus ac eorum perfectionibus, dopo una prima edizione ad Augusta nel 1489 era stata stampata anche a Venezia nel 1515 (voce A. di C.A. Nallino in Enciclopedia Italiana). Nel 1480 alle teorie astrologiche di Albumazar, combinate con la teosofia di Ermete Trismegisto e le profezie di Gioacchino da Fiore, era ricorso il viterbese Giovanni Nanni per comporre il suo De futuris Christianorum triumphis in Saracenos (Genova 1480) che identificava il Turco nella grande bestia dell’Apocalisse e prevedeva per l’anno successivo la disfatta dei Musulmani (Weinstein, Savonarola and Florence, p. 90). 158. Il Briareo fulminato, p. 42. Erano preannunciate anche due altre parti I Giganti di Flegra inceneriti, ò sia il Diadem ottomano caduto e Il Noncio sidereo, ò sia la felice Monarchia del prossimo secolo che però sembra non siano mai state pubblicate. 159. Tipico di questa produzione minore il Breve compendio de notabili vaticinii, che famosi auttori (alcuni con spirito profetico) fecero contro il superbo imperio e casa ottomana, publicati da un soggetto amico d’avertire la verità, nuda d’adulationi, ma ben vestita di chiari disinganni, Venetia 1687. Dell’agosto 1686 è uno strano manoscritto della Querini Stampalia di Venezia (cl. VI, cod. LXXXII, n. 1) intitolato La figlia di Sion con la destruttione del Impero Ottomano posta in libertà dal armi christiane. Opera non meno pia che curiosa composta dal dottore. Ne è autore il napoletano Gregorio Morrilli e contiene complicati calcoli sulle ere e gli anni che mancano alla fine del mondo e riferimenti alle Sibille e a note profezie sulla caduta dell’impero ottomano.

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tati dal volgo come auspici favorevoli alla Lega. Durante una processione va a fuoco l’insegna di un legnaiuolo raffigurante la Vergine che calpesta la mezzaluna e le fiamme divampate con rapidità distruggono la bottega e alcune fabbriche adiacenti con un danno di 100.000 ducati: dal fatto si traggono subito presagi di sconfitta dei Turchi e c’è anche chi scrive un sonetto sull’episodio. Negli stessi giorni all’ingresso del campo S. Geremia il popolo colloca l’immagine di Maometto IV vestito alla turchesca, a figura intera, di fronte al ritratto dell’imperatore e a molti pare che il Sultano esprima sentimenti di dolore e le sue mani incrociate prefigurino «vicine sue confusioni e sconpigli».160 Secondo lo Stefani gli ambienti dotti della città interpretano in senso sfavorevole ai Turchi anche l’oracolo di Gesù Cristo che dice «ubi fuerit corpus congregabuntur aquilae» intendendo per il corpo il Turco stordito come «orgoglioso Elefante» e per le aquile i cristiani che accorrono a dilaniarlo.161 Larga fama ottiene in quei giorni anche la notizia della scoperta in Germania di una croce scolpita su pietra con le cinque vocali A.E.I.O.U. disposte all’intorno in modo misterioso e così interpretata da presunti esperti in vaticini: Austriaci Erunt Imperii Ottomanici Victores, oppure Austriaci Emanuel Dux Bavariae Ioannes Rex Poloniae Odescalcus Pont. Veneti.162 La pace di Carlowitz conclude con la guerra anche l’età del profetismo antiturco. La sensibilità e gli interessi delle classi colte si stanno evolvendo e l’opera di diffusione della cultura turca iniziata nel 1688 con la pubblicazione della Letteratura de’ Turchi di Giambattista Donà contribuisce senza dubbio a diminuire l’interesse per un genere letterario che lo spirito critico del Settecento non potrà trovare che ridicolo e anacronistico.163 Dissoltasi una «visione escatologica» dell’impero ottomano di cui si è nutrito il profetismo italiano e cui i Veneziani hanno dato un contributo carico di drammatici riferimenti ad un pericolo reale e ricorrente, si verifica nel Settecento il passaggio da un atteggiamento di ostile ripulsa e velleità di annientamento nutrite di illusioni astrologiche a quella benevola disposizione nei confronti della civiltà turca che è una delle novità più singolari della cultura veneziana dell’età dei lumi.

160. S. Stefani, Il faro della fede cioè Venetia supplichevole e festiva per la liberatione di Vienna, vittorie e santa lega tra principi Christiani contro Turchi, Venetia 1684, pp. 23-25, 83-85. 161. Stefani, Il faro della fede, pp. 122-125. 162. Ibidem, pp. 128-130. 163. A puro titolo di curiosità ricordo un sonetto intitolato Per l’eclissi della luna seguita il maggio 1715 cade il pronostico sopra l’Ottomano, ora manoscritto in BMC, cod. Cicogna 1081, f. 326.

3. Realtà e mito del turco nella società veneziana

1. La conoscenza della lingua turca a Venezia Nel momento di chiudere nel 1744 le sue Lettere informative delle cose de’ Turchi Pietro Busenello, figura di spiccato rilievo negli studi «turcheschi» del Settecento veneto, osserva con rammarico ma anche con la sicurezza che deriva da una personale esperienza, che «la lingua turca niente s’usa in Europa».1 Poco meno di cinquant’anni dopo l’abate Toderini dà alle stampe la sua celebre Letteratura turchesca senza curarsi di studiare a fondo la lingua mostrando così con un’evidenza che ha del clamoroso e che non manca di sollevare ironie nella critica contemporanea, la quasi totale ignoranza di conoscenze linguistiche turche a Venezia. La «lunga e tenace incomprensione dell’Islàm da parte dei Cristiani» denunciata dal Malvezzi2 condiziona negativamente anche lo studio del turco in tutta Europa e nel caso specifico di Venezia si combina con la natura del tutto particolare dei rapporti col mondo ottomano limitando le possibilità e la convenienza di una diffusa conoscenza linguistica.3 Per l’arabo la situazione è migliore perché lo stimolo a conservare e tramandarne la conoscenza e lo studio si collega sin dal Medioevo al recupero della tradizione filosofica classica mediata da Avicenna ed Averroè e alla traduzione del Corano, strumento a lungo creduto indispensabile, insieme con la redazione di opuscoli controversistici, per ogni azione di proselitismo missionario.4 La 1. G. Stanojevic´, Vijesti o Turskoi (Pietro Busenello: Notizie turchesche), Sarajevo 1960, p. 145. Sul Busenello cfr. parte II, cap. III. 2. V. Malvezzi, L’islamismo e la cultura europea, Firenze 1956, p. 1. 3. Per un panorama degli studi turcologici in Occidente cfr. E. Rossi, Uno sguardo allo sviluppo degli studi di turcologia, Roma 1940, pp. 1-14 (Pubblicazioni dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Annali, n.s., I); più specifico, anche se meno recente, l’altro saggio Gli studi di storia ottomana in Europa ed in Turchia nell’ultimo venticinquennio (1900-1925), in «Oriente moderno», VI (1926), pp. 443-460. Cfr. anche F. Gabrieli, Cinquant’anni di studi orientali in Italia, in Id., Dal mondo dell’Islàm. Nuovi saggi di storia e civiltà musulmana, Milano-Napoli 1956, pp. 228-255. 4. Per lo studio dell’arabo in Italia in età moderna cfr. G.E. Saltini, Della stamperia orientale medicea e di Giovan Battista Raimondi, in «Giornale storico degli archivi toscani», IV (1860), pp. 257-308; A. Bertolotti, Le tipografie orientali e gli orientalisti a Roma nei secoli XVI e XVII, in «Ri-

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mancanza di studi rigorosi e scientifici sulla lingua turca è in parte anche il frutto dell’immagine negativa del popolo e della civiltà ottomani diffusa in Europa nel Quattrocento e nel Cinquecento: se i Turchi sono «barbari» nel significato più deteriore del termine, se la loro religione merita solo disprezzo e derisione e la loro nazione rifiuta tutto quanto attiene alla sfera della cultura letteraria e scientifica, perché studiare il turco se non per le limitate necessità imposte dai rapporti politici e commerciali? Altre e più specifiche ragioni contribuiscono a rendere difficile e poco richiesto l’uso del turco nell’area politica e culturale veneziana. Il Sultano non mantiene nella capitale veneta una missione diplomatica stabile e l’incapacità dell’impero ottomano di organizzare e sviluppare un vasto e duraturo sistema di commercio nazionale5 non consente alla colonia turca di Venezia di raggiungere proporzioni rilevanti. Ridotti di numero i Turchi che per ragioni politiche e commerciali soggiornano a lungo a Venezia, l’occasione e la necessità di parlare e scrivere turco è limitata ai baili e ai mercanti che hanno nella piazza di Costantinopoli il centro delle loro attività. Anche questi ultimi del resto non hanno insormontabili problemi linguistici perché possono facilmente trovare buoni interpreti di origine greca oppure sanno parlare una specie di lingua franca sufficiente per le conversazioni più semplici. La scarsa conoscenza del turco a Venezia oltre ad ostacolare la diffusione della cultura ottomana impedisce anche ai numerosi viaggiatori in Oriente di riportare informazioni esatte e puntuali sui costumi, le leggi, le tradizioni dei popoli islamici.6 Uno dei primi documenti della conoscenza del turco a Venezia è il cosiddetto Codex Comanicus dei primi anni del Trecento (ora alla Marciana) un repertorio di voci di un dialetto turco usato probabilmente da mercanti per il commercio con i Comani, una popolazione abitante sulle rive settentrionali del Mar Nero.7 Secondo il De Gubernatis il primo italiano ad imparare la lingua turca sarebbe stato l’urbinate Bernardino Baldi (1553-1617)8 ma egli intende senz’altro riferirsi ad una conoscenza di tipo letterario, acquisita su libri, perché già nel XV vista europea», IX (1878), pp. 257-268, F. Gabrieli, Gli studi orientali e gli ordini religiosi in Italia, in «Il pensiero missionario», III (1931), pp. 4-5; K.H. Dannenfeldt, The Renaissance Humanists and the knowledge of Arabic, in «Studies in Renaissance», II (1955), pp. 96-117. 5. Mantran, La navigation vénitienne, p. 387. 6. Un semplice episodio può essere indicativo delle modeste conoscenze linguistiche turche anche nelle classi colte: nel 1559 alcuni studiosi veneti tra cui il Ramusio per stampare un mappamondo in lingua turca sono costretti a ricorrere al tunisino Hajgi Ahmed (R. Almagià, A proposito del mappamondo in lingua turca della Biblioteca Marciana, in «Atti Ist. Veneto Sc. Lettere ed Arti», CXVIII (1959-1960), pp. 53-59). 7. G. Golubovich, Biblioteca bio-bibliografica, III, Firenze 1919, pp. 1-28. È significativo che nel 1498 Democrito Terracina chiedendo al Senato il privilegio di stampa per opere in lingua arabica, soriana, armenica, indiana et barbaresca non menzioni affatto il turco (R. Fulin, Documenti per servire alla storia della tipografia veneziana, in «Archivio veneto», XII/23 [1882], parte I, pp. 133-134, 178). 8. A. De Gubernatis, Matériaux pour servir à l’histoire des études orientales en Italie, Paris 1876, p. 295.

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secolo abbiamo la certezza che a Venezia ci sono persone che parlano e scrivono correntemente un turco appreso dalla diretta esperienza, come Angiolello degli Angiolelli, Giosafat Barbaro, Antonio Barbarigo (1471-1560), fatto prigioniero dei Turchi e poi bailo a Costantinopoli, e vari altri che hanno dimorato a lungo in Oriente per ragioni di mercatura, di schiavitù, di politica. Lo studio attento dei prestiti linguistici dal turco nel dialetto veneziano ha rivelato un aspetto sinora inesplorato e quanto mai suggestivo degli scambi e dei legami di lunga durata tra il mondo ottomano e la Repubblica Veneta.9 Le relazioni dei baili, i Diarii del Sanuto, le Lettere e le Rime del Calmo, solo per ricordare alcuni fra i tanti testi spogliati dal Cortelazzo, sono ricchi di termini direttamente mutuati dal turco o assunti tramite il greco o lo slavo.10 Naturalmente è soprattutto nelle regioni nord-orientali, a diretto contatto coi territori slavi soggetti al dominio ottomano e spesso al centro di scambi pacifici o coatti di forti nuclei di popolazione, che il lessico risente in misura maggiore di influenze turche. È interessante ricordare che termini come chiosco o caveè (caffè) hanno avuto la loro prima testimonianza scritta in relazioni diplomatiche veneziane11 e che non pochi turchismi sono passati nelle lingue europee grazie ai rapporti di Venezia con l’Oriente e la penisola balcanica.12 Le relazioni commerciali via mare sono quelle che hanno lasciato traccia più duratura come testimonia la presenza nel Veneto di voci della marineria turca grazie anche ad una vera e propria «moda turchesca» che comincia a diffondersi già nel Cinquecento.13 Del resto la presenza nella commedia il Travaglia di Andrea Calmo di un intero monologo in un turco deformato e semincomprensibile14 prova che ormai nel XVI secolo anche la turcheria letteraria si fonda su una conoscenza, sia pure superficiale, della lingua.15 Ad uso di mercanti di tessuti si pubblica a Venezia nel 1580 (ma forse ve ne sono edizioni precedenti) un vocabolarietto quadrilingue, italo-greco-turcotedesco la cui destinazione ad un pubblico di bassa cultura e interessato ai viaggi e agli scambi commerciali risulta evidente dai luoghi geografici proposti per le 9. M. Cortelazzo, Corrispondenze italo-balcaniche nei prestiti dal turco, in Omagiu lui Alexandru Rosetti la 70 de ani, Bucures¸ti 1965, pp. 147-152. 10. Un esempio significativo in M. Cortelazzo, Contributo alla protostoria dell’it. “casacca”, in «Lingua nostra», XVIII/1 (1957), pp. 35-39. 11. Cortelazzo, Corrispondenze italo-balcaniche, pp. 147 e 150. La prima menzione del termine caffè si trova nella relazione di Giandomenico Morosini (1585) (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, p. 268). 12.  G.B. Pellegrini, Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia, I, Brescia 1972, pp. 30-35 e passim. 13. M. Cortelazzo, Rapporti linguistici fra Mediterraneo ed Oceano Indiano, in Mediterraneo e Oceano Indiano, p. 303 e Id., Voci nautiche turche di origine italiana e greca in antichi lessici bilingui, in «Bollettino dell’atlante linguistico mediterraneo», 2-3 (1960-1961), pp. 165-168. 14. M. Cortelazzo, Il friulano nella commedia pluridialettale veneziana del ‘500, in «Studi linguistici friulani», I (1969), p. 187. 15. Interessante notare che il termine casnà, che in turco indica il tesoro del sultano, nel Cinquecento a Venezia diventa sinonimo di ricchezza smisurata (Cortelazzo, Rapporti linguistici, p. 303).

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varie lingue e dal contenuto delle rubriche.16 Oltre ai numeri e a brevi glossari sui mestieri del calzolaio e del marinaio questo libriccino di sole 45 pagine riporta infatti brevi dialoghi sull’alloggio, i cibi, le bevande, i sistemi di pagamento, acquisto e contrattazione dei panni. Se per mercanti di stoffe o di altre merci possono bastare testi rozzi e sommari come questo o altri ormai perduti ben più elevate sono invece le esigenze dei baili impegnati per un triennio nella capitale ottomana. Quasi nessuno dei nobili designati alla carica possiede qualche rudimento di turco, pochi certamente seguono l’esempio di Giambattista Donà che si affretta a studiarlo nei pochi giorni che intercorrono tra la nomina e la partenza e meno ancora sono quelli che colgono l’occasione del soggiorno alla Porta per acquisirne almeno una sommaria infarinatura.17 Pigrizia mentale, pregiudizi anti-ottomani e anche oggettiva difficoltà di mantenere contatti con il mondo colto della capitale, negano dunque ai baili la preziosa conoscenza linguistica, delegando all’insostituibile opera dei dragomanni la responsabilità delle traduzioni scritte e orali necessarie per i negoziati diplomatici e gli svariati maneggi commerciali e politici.18 Per il normale lavoro di routine alla casa bailaggia e alla Porta sono in servizio dragomanni in pianta stabile, veneziani di nascita e regolarmente stipendiati, mentre per tutta una serie di affari minori o talvolta in supplenza di dragomanni effettivi, prestano saltuariamente la loro opera sudditi turchi, per lo più rinnegati che dividono le loro giornate tra i vari ambasciatori.19 «La lingua che parla, l’orecchio che ascolta, l’occhio che vede, la mano che dona, l’anima che agisce e da cui può dipendere la vita e l’eccidio d’ogni negozio», questa la suggestiva immagine del perfetto dragomanno tracciata agli inizi del Set16. E. Teza, Vocabulario nuovo con il quale da se stessi, si può benissimo imparare diversi linguaggi, cioè, italiano e greco, italiano e turco, et italiano e todesco, E di nuovo con somma diligentia, ricorretto. In Venetia. appresso Pietro Donato MDLXXX, in «Rivista di filologia e d’istruzione classica», XIII (1885), pp. 270-279. 17. È significativo che Marino Cavalli sia stato costretto a commissionare all’interprete della Porta Murad Bey la parafrasi turca del De senectute poiché evidentemente tra il suo seguito nessuno era in grado di eseguire la traduzione. 18.  Dragomanno è voce greca, mentre dall’arabo deriva il suo sinonimo, più raramente usato nei documenti veneziani, turcimanno (Pellegrini, L’elemento arabo nelle lingue neolatine con particolare riguardo all’Italia, in L’Occidente e l’Islam nell’alto Medioevo, II, Spoleto 1965, p. 707 (Settimane di studio del Centro Italiano di studi sull’Alto Medioevo, XII); Cortelazzo, Arabismi di Pisa e arabismi di Venezia, in «Lingua nostra», XVIII/4 [1957], p. 97). 19. A chi si distingue per abilità e fedeltà il Senato concede talvolta il titolo di dragomanno grande; esiste anche una categoria speciale di dragomanni di strada che accompagnano i baili durante il viaggio a Costantinopoli e poi rientrano in patria. Cfr. A. Tormene, Il bailaggio a Costantinopoli di Girolamo Lippomano e la sua tragica fine, in «Nuovo archivio veneto», n.s., IV/7 (1904), pp. 394-395; G. Paladino, Due dragomanni veneti a Costantinopoli (Tommaso Tarsia e Gian Rinaldo Carli), in «Nuovo archivio veneto», n.s., XVII/33 (1917), parte I, p. 183 e T. Bertelè, Il palazzo degli ambasciatori di Venezia a Costantinopoli e le sue antiche memorie, Bologna 1932, pp. 140-141.

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tecento da Carlo Ruzzini che riassume in queste poche ma incisive parole convinzioni e modelli ideali di generazion di uomini politici veneziani.20 Ebrei e ragusei vengono più volte assunti dalla Repubblica Veneta che però diffida della loro correttezza e si adatta a ricorrere alla loro opera solo se costretta dalla «grande urgenza del bisogno» che periodicamente la affligge.21 La ricorrente penuria di dragomanni e la loro modesta preparazione linguistica e culturale si spiega con i disagi ed i rischi di un lavoro che presenta ben poche attrattive per giovani brillanti e desiderosi di una rapida carriera. Nella quasi assoluta impossibilità, almeno sino alla fine del Seicento, di apprendere a Venezia i primi rudimenti di un idioma così diverso dalle lingue neolatine e germaniche, i giovani di lingua sono costretti ad un lungo tirocinio nella capitale ottomana, lontani dalla famiglia, in un ambiente estraneo e spesso ostile e con paghe piuttosto modeste. Quando infine arriva l’ambita promozione al rango di dragomanno con gli onori aumentano gli oneri e si profilano concreti e frequenti pericoli per la stessa incolumità personale. La prassi della corte ottomana è assai incerta ed oscillante nell’attribuire l’immunità diplomatica, che in ogni caso segue gli alti e bassi della situazione politica e non esclude aggressioni personali e anche esecuzioni sommarie.22 Se poi sopraggiunge improvvisa una rottura delle relazioni diplomatiche o una dichiarazione di guerra, la situazione personale dei dragomanni può farsi d’un tratto drammatica perché su di loro ricade la responsabilità di mantenere aperti nei limiti del possibile i canali di informazione tra Costantinopoli e Venezia. Espulso o arrestato il bailo, quel dragomanno che o per abilità personale o per un sottile calcolo del governo turco riesce a sottrarsi alla cattura deve cercare di supplire il rappresentante ufficiale veneziano nella raccolta di notizie che vengono spedite a Venezia, direttamente agli Inquisitori di stato anziché al Senato, attraverso la mediazione dei ragusei o di altre legazioni diplomatiche.23 Talvolta tocca proprio a lui farsi portavoce dei primi cauti sondaggi per una ripresa delle trattative e spianare la strada a più concreti e conclusivi negoziati. Il ricordo dei casi di morte violenta pesa come un incubo sui successori che ce ne porgono spesso un’eco preoccupata nei loro dispacci alle autorità veneziane. Nel dicembre del 1691 il dragomanno Tarsia, unico rimasto durante la guerra, memore delle mortali torture subite dal padre durante il conflitto per Candia, partecipa al governo il suo terrore di divenire l’unico indifeso bersaglio della 20. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. C. Ruzzini, c. 57v. Un energico richiamo alla delicatezza dell’ufficio anche nella relazione di Giovanni Donà del 7 maggio 1746 (b. 7, c. 26). 21. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 16, c. 107v (21 ottobre 1625). 22. Il 20 febbraio 1624 ad esempio un dragomanno si lamenta di essere stato bastonato da un funzionario turco (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 15, c. 181); quattro anni prima un suo collega era stato addirittura fatto uccidere dal primo visir per rappresaglia della preda di una galeotta turca (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 13, cc. 1-3). 23. Di solito è il dragomanno grande o comunque il più anziano e influente che conserva libertà di movimenti; gli altri invece, se non riescono ad imbarcarsi prima dell’inizio delle operazioni militari, seguono la sorte dei funzionari della casa bailaggia. Il Senato quando può cerca di consolarli e aiutarli nelle avversità per evitare scoraggiamenti e defezioni (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 31, c. 35v).

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crudeltà turca24 e circa vent’anni dopo Giovanni Alberto Colombo, descrivendo l’infelice morte del suo collega Giambattista Naon, fatto strangolare dai Turchi, traccia una calda e sofferta descrizione dell’angoscia di tutti i suoi colleghi esposti al «brutale et inumano giuditio» di un governo crudele ed ingiusto.25 Dragomanni esperti e fidati scarseggiano a Venezia già nei primi decenni del Cinquecento se nel gennaio del 1534 può diffondersi la notizia che uno dei motivi per cui il segretario Daniello de’ Ludovisi, inviato a Costantinopoli per scusarsi di un incidente tra una nave turca e una veneziana, ha dovuto condur seco un altro segretario è l’impossibilità di trovare un turcimanno preparato.26 Per tutto il Cinquecento e il Seicento le lamentele dei baili non si limitano alla scarsità dei dragomanni ma investono anche la loro modesta e superficiale conoscenza linguistica, la loro indisciplina, i disordini con donne turche,27 lo scandalo dei ricorrenti casi di passaggio all’islamismo.28 Il 21 febbraio 1551 il Senato delibera di eleggere due notai della cancelleria e altri cittadini originari di età superiore ai 20 anni che devono trattenersi per cinque anni in casa del bailo sino a rendersi perfettamente esperti della lingua e dello stile cancelleresco ottomano.29 L’esigenza di apprendere la lingua dalla viva parlata dei turchi è dunque ben presente nelle autorità venenziane, sollecitate a occuparsi del problema dalle reiterate istanze dei baili che a più riprese nel 1553, nel 1554, 1564 e 1576 fanno pressioni perché si attui concretamente l’invio di abili giovani di lingua in grado di trasformarsi dopo alcuni anni di studio in fedeli ed esperti dragomanni.30 I tentativi di aprire in questo modo una specie di scuola di lingua turca a Costantinopoli danno sempre risultati negativi perché i giovani prescelti tra famiglie di cittadini originari di umili condizioni, considerano il soggiorno nella casa bailaggia una specie di collegio per poveri o addirittura un luogo di punizione per 24. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 424. 25. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 429. 26. Nunziature di Venezia, a cura di F. Gaeta, I, Roma 1958, p. 158. Preoccupazioni per la mancanza di dragomanni anche in una deliberazione del 29 giugno 1547 (ASV, Senato Mar, reg. 29, cc. 86-87). 27. Nel luglio del 1596 il Senato rimprovera aspramente il dragomanno Bonvisi per i suoi rapporti con donne di Costantinopoli assai pericolosi «in paese turchesco» (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 9, c. 42v). Un altro intervento per frenare i «licentiosi costumi» di alcuni dragomanni in Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 33, c. 73r (26 gennaio 1674). L’ambiente dei dragomanni non sfugge naturalmente alle consuete invidie di carriera; ad esempio lunghe beghe per questioni di dignità e precedenza danno origine nell’agosto 1681 ad un voluminoso carteggio (ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 318). 28. Nel 1592 e nel 1641 sono gli stessi baili a segnalare i nomi dei dragomanni o giovani di lingua rinnegati (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 418; Le relazioni degli Stati Europei, parte I, p. 430). Altri casi nel 1630, 1632 e nel 1709 (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 19, parte I, c. 95v, parte II, c. 13; reg. 21, c. 98; reg. 37 parte II, c. 35v; Inquisitori di stato, Lettere ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 148, disp. 56). 29. ASV, V Savi alla Mercanzia, Dragomanni - Dulcigno, b. 61. 30. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 102-106, 180-182; vol. II, pp. 44 e 54, 196-198. Cfr. anche Paladino, Due dragomanni veneti, p. 184.

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i «più discoli e fieri». È quasi impossibile imporre agli alunni lo studio e la disciplina e «la libertà del vivere turchesco, la lussuria di quelle donne turche, colli corrotti costumi delli rinnegati» inducono più d’uno a farsi turco.31 A più riprese nei primi decenni del Seicento il Senato constata con preoccupazione le disfunzioni al normale lavoro diplomatico provocate dalla penuria di dragomanni «sudditi, ben nati, di fede e di devotione»32 e tocca ai baili stessi segnalare le ragioni di fondo di questa cronica crisi cui si provvede saltuariamente con l’aggregazione di elementi stranieri reclutati in varie città dell’Oriente.33 La parte del 21 febbraio 1551 non viene più eseguita da tempo e anche i pochi giovani che effettivamente si recano a Costantinopoli molto di rado compiono progressi apprezzabili nell’apprendimento della lingua perché i baili per liberarsi degli oneri della sorveglianza e sottrarsi alle proteste delle famiglie preoccupate delle frequenti conversioni all’Islàm, li affidano ad un collegio di preti armeni in cui non si parla, non si legge e non si scrive mai in turco.34 In un primo momento il Senato pensa di affidare di nuovo al bailo il compito della loro educazione per non meno di sette anni e nel 1627 tenta senza successo di assumere un maestro di turco che fornisca ai ragazzi già a Venezia una prima infarinatura, ma l’idea è lasciata cadere perché col passare degli anni le aggravate condizioni finanziarie dello stato rendono insopportabile l’elevato onere per il mantenimento del professore e degli alunni. Il 5 ottobre 1642, ritenendo ormai eccessivamente dilatato l’organico dei dragomanni e dei giovani di lingua il Senato ne limita drasticamente il numero rispettivamente a 8 e 14, lasciando peraltro impregiudicato e irrisolto il problema della loro formazione professionale.35 È una decisione affrettata e poco previdente perché di lì a qualche anno la guerra di Candia e i prolungati ritardi nel pagamento degli stipendi assottigliano così rapidamente le fila dei dragomanni che il 2 maggio 1670 Cinque Savi alla mercanzia faticano a trovare in tutta Venezia una sola persona in grado di scrivere il turco.36 Anche in questa occasione si cerca di correre ai ripari progettando, però senza molta convinzione, la riapertura di una scuola a Costantinopoli e, nel 1676, anche a Venezia ma senza alcun seguito pratico.37 31. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, p. 418 e sgg. 32. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci da Costantinopoli, b. 7, c. 129 (22 ott. 1620). Altri richiami al problema il 31 luglio 1621, il 21 febbraio 1623, il 21 ottobre 1625 (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 13, c. 175v, reg. 14, cc. 145-146, reg. 16, c. 107). 33. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 16, c. 107r. 34. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 14, cc. 145-146. 35. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 14, cc. 145-146; reg. 18, c. 78v, reg. 19, parte II, c. 95v, reg. 26, parte II, c. 46r. 36. ASV, V Savi alla Mercanzia, Dragomanni-Dulcigno, b. 61. I dragomanni sono così esasperati per il mancato saldo della retribuzione che nel luglio del 1660 arrivano al punto di esprimere invidia per i Turchi fra i quali «si gode almeno questo sollevo che il creditore, non essendo pagato può rapir la veste liberamente in Divano al suo debitore e si fa pagare a viva forza dalla giustizia di questo paese» (ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 418). 37. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 32, cc. 62v, 93v-94r, reg. 34, cc. 22v-23r. Il 13 settembre 1680 il Senato ordina al bailo di condurre i giovani di lingua insieme ai dragomanni

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È il bailo Giambattista Donà, grande ammiratore della cultura turca e autore di una celebre Letteratura de’ Turchi, che il 3 maggio 1692 suggerisce al Senato di affidare a Ibrahim Achmet, un albanese convertito reduce da un lungo servizio alla Porta, l’incarico di insegnare lingue orientali ai giovani della cancelleria ducale.38 I Riformatori dello Studio propongono che alla sua scuola possano accedere anche privati cittadini desiderosi di acquisire i primi elementi del turco e il 27 giugno 1699 il Senato, volendo dare un assetto stabile e duraturo alla nuova istituzione, verso cui molte famiglie di cittadini originari continuano a nutrire molta diffidenza, delibera che siano prescelti dodici ragazzi tenuti per legge a frequentare le lezioni di un nuovo professore di turco assoldato direttamente dal bailo a Costantinopoli.39 Finalmente il 2 ottobre 1706 è possibile dare inizio alla costituzione effettiva della scuola, con la designazione a direttore di Salomon Negri, un greco di Damasco che si offre di insegnare «con metodo scientifico», potendo vantare una lunga esperienza come docente di arabo, ebreo, latino, greco, italiano in Olanda, Inghilterra, Germania. È abbastanza singolare il fatto che il Negri possieda una conoscenza del turco limitata, per sua stessa ammissione, ai «radicali e fondamentali», tanto che si reputa necessario concedergli il permesso di recarsi per quattro mesi a Costantinopoli a studiare le formalità del Divano e provvedersi dei materiali indispensabili all’insegnamento.40 Confermato il principio che dopo un primo periodo propedeutico a Venezia i giovani di lingua devono effettuare un lungo tirocinio pratico a Costantinopoli sotto la guida del bailo e di un altro maestro, sembra che il problema della formazione linguistica degli interpreti abbia finalmente trovato un’adeguata e organica soluzione. In realtà sin dal 1706 lo stesso Ruzzini, che forse non è stato estraneo all’iniziativa, esprime perplessità e pessimismo rilevando che la scuola, pur «aperta et abbondante», è minata nella sua efficienza dall’età troppo giovanile, dal «genio» non sempre «fermo» degli allievi e soprattutto dalla convinzione che la missione in Oriente costituisca solo una tappa obbligata e un trampolino di lancio per un avanzamento nei gradi della cancelleria ducale.41 Purtroppo disponiamo di poche notizie sui metodi e sugli strumenti di cui si avvale questa scuola di lingua turca nelle due sezioni di Venezia e Costantinopoli. È probabile che siano stati in uso i vocabolari alla Porta, affinché si impratichiscano della «forma del negotiare» con i Turchi e si abituino al loro stile (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 34, c. 162v). 38. B. Cecchetti, L’insegnamento del turco e dell’arabo in Venezia (Documenti storici), in «Rivista orientale», I (1868), pp. 1126-1131. 39. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 36, parte I, cc. 36r, 71v (22 luglio 1702, 3 marzo 1703). 40. Cecchetti, L’insegnamento del turco, p. 1131. In realtà in Negri si intrattiene a Costantinopoli, forse per migliorare la sua conoscenza del turco, almeno sino al marzo del 1708; cfr. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 36, parte I, cc. 209-211; reg. 37, parte I, cc. 3-4. 41. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, rel. Ruzzini, c. 59r. Nel 1706 sono a Costantinopoli per gli studi di secondo grado 3 greci e 6 veneti; nel 1720 i giovani di lingua sono 10 e il 5 febbraio 1724 si stabilisce che la loro scelta spetti al Collegio e che solo dopo sei anni di studio e pratica a Costantinopoli possano essere ammessi alla cancelleria ducale (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 38 (parte II), cc. 76r e 140v).

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di Giovanni Molino,42 che aveva servito nella capitale ottomana come interprete della Francia e di Venezia, del cappuccino francese Bernardo,43 del napoletano Mascis44 o forse anche l’elenco esalingue di Giuseppe Miselli.45 Per lo studio sistematico della lingua, oltre alla grammatica del Maggio,46 nelle due edizioni del 1643 e 1670, vengono utilizzate con tutta probabilità le opere del linguista viennese Francesco Meninski,47 oppure, data la giovane età degli alunni, la Grammaire turque di un anonimo francese residente a Costantinopoli48 e il semplice manualetto dell’armeno Giovanni Agop, per anni governatore della casa dei catecumeni a Venezia.49 Dalla scuola dei futuri dragomanni escono a Venezia anche le prime traduzioni di testi turchi. Nel 1688 un gruppo di giovani di lingua al servizio del bailo Giambattista Donà stampa una raccolta di adagi turcheschi50 che l’editore presenta come un saggio dei loro progressi nella lingua e che per originalità e aderenza alle fonti supera la fama della coeva raccolta dell’Agnellini.51 42. G. Molino, Dittionario della lingua italiana-turchesca, Roma 1641. Contiene anche una brevissima sintesi di storia turca e poche nozioni grammaticali. 43. Bernardo da Parigi, Vocabolario italiano-turchesco, Roma 1665. 44. A. Mascis, Vocabolario turchesco, arricchito di molte voci arabe, persiane, tartare, e greche necessarie alla cognizione della stessa lingua turchesca con l’aggiunta di alcuni rudimenti per impossessarsi del vero idioma turchesco, Firenze 1677. 45.  G. Miselli, Burattino veridico, overo Istruzione generale per chi viaggia, Roma 1682, citato in Cortelazzo, Voci nautiche turche, p. 166, nota 5. Oltre a termini turchi sono riportati anche vocaboli italiani, francesi, spagnoli, tedeschi e polacchi. 46. F.M. Maggio, Syntagmaton linguarum orientalium quae in Georgiae regionibus audiuntur libri duo, Roma 1643. 47. La prima edizione della sua grammatica (Institutiones linguae turcicae cum rudimentis parallelis linguarum arabicae et persicae) è del 1680, la seconda, a cura di A.F. Koller, del 1756. Molto note anche le altre sue due opere, il Complementum Thesauri linguarum orientalium seu onomasticon latino-turcico-arabico-persico, Viennae 1687 e il Lexicon arabico-persico-turcicum, Viennae 17802. 48. Grammaire turque ou méthode courte et facile pour apprendre la langue turque, Constantinople 1730; l’ignoto autore menziona esplicitamente il Meninski ma dichiara di voler offrire al pubblico un testo più semplice e maneggevole. 49. G. Agop, Rudimento della lingua turchesca, Venezia 1685. 50. Raccolta curiosissima di adagi turcheschi trasportati dal proprio idioma nell’italiano e latino dalli giovani di lingua sotto il bailaggio in Costantinopoli dell’illustr. et eccel. Gio. Battista Donado, e indirizzati dai medesimi all’illustriss. sig. Pietro di lui figlio, Venezia 1688. Gli autori sono: Antonio Paoluzzi, Francesco Flangini, Stefano Fortis e Antonio Benetti. Inedita rimase invece la traduzione delle opere storiche di Hassan Vezhì eseguita nel 1675 da Giacomo Tarsia (Codices manuscripti latini Bibliothecae Nanianae a Jacobo Morellio relati, Venetiis 1776, cod. LXXII). Un altro giovane di lingua, Pietro Acerbo, esegue nel 1715 per conto di Andrea Memmo la versione italiana di alcune preghiere turche: Preghiere pubbliche che si fanno ogni giorno in Costantinopoli ed in tutto l’Imperio Ottomano, per comando del Gran Signore e del Muftì per la guerra presente 1715 tradotte in lingua italiana per ordine di S. E. K. Andrea Memmo. L’operetta, che non risulta stampata separatamente, si trova alle pp. XXVIII-XXXI dell’opuscolo Alla Santità del Sommo Pastore Clemente XI ed a tutta la gerarchia de’ venerabili e sacri pastori di Santa Chiesa, s.l. e s.d. 51. T. Agnellini, Proverbi utili e virtuosi in lingua araba, persiana e turca gran parte in versi, con la loro ispiegatione in lingua latina et italiana et alcuni vocaboli di dette lingue, Padova 1688.

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Il mediocre livello intellettuale di quasi tutti i giovani di lingua e dragomanni impedisce negli anni seguenti lo sviluppo dell’iniziativa degli allievi del Donà e sino alla caduta della Repubblica sono assai rare le traduzioni di testi letterari turchi.52 Nonostante il vivace interesse di una parte della classe dirigente e di vasti settori della cultura veneta per la civiltà letteraria ottomana, il Settecento non vede maturare alcun significativo progresso nella conoscenza della lingua turca e la progressiva contrazione del volume dei traffici con il Levante riduce l’importanza del bailaggio a Costantinopoli e toglie ogni incentivo alla già limitata richiesta di conoscenza del turco parlato e scritto. La politica di oculato risparmio e di contenimento delle spese correnti, esplicitamente richiamata nelle istruzioni al bailo Venier il 18 marzo 1745,53 colpisce ancora una volta come nel 1642 la categoria degli interpreti su cui del resto continuano a piovere critiche e accuse di scarso rendimento.54 Il 25 settembre 1745 una serie di disposizione del Senato disciplina in senso restrittivo diritti e doveri dei dragomanni e dei giovani di lingua, fissa l’età di 14-18 anni per l’inizio dello studio, impone un esame preliminare da parte dei Riformatori dello Studio per accertare il possesso di «qualche letteratura», abolisce varie gratifiche e infine riduce da 12 a 10 e da 8 a 6 l’organico, col divieto di istituire posti in soprannumero.55 La renitenza di molte famiglie a inviare i figli a Costantinopoli, la drastica chiusura nell’ammissione alla scuola e la progressiva erosione del potere d’acquisto degli stipendi, provocano ancora una volta una sensibile flessione del numero dei dragomanni e dei giovani di lingua, tanto da porre ben presto il Senato di fronte a problemi di eccezionale gravità che mettono in luce l’imprevidenza e l’errore delle precedenti decisioni. Nel giugno del 1768 con i dragomanni ridotti a 4 diventa impossibile l’invio di un console ad Algeri dopo 52.  Naturalmente l’intensa attività di traduzione di carte diplomatiche turche, firmani e altri scritti da parte dei dragomanni veneziani è ampiamente documentata; cfr. soprattutto l’archivio del Bailo a Costantinopoli conservato all’Archivio di stato di Venezia. V. anche A. Bombaci, La collezione di documenti turchi dell’archivio di Stato di Venezia, in «Rivista degli studi Orientali», 24 (1949), pp. 95-107; in turco, ma con un’ampia illustrazione in italiano di Mahmut Sakiroglu in «Studi veneziani», XII (1970), pp. 665-671, l’articolo di M. Tayyp-Gökbilgin, Venedik Devlet Ars¸ ivindeki visikalar Külliyatinda Kanuni Sultan Süleyman Devri Belgeleri (I documenti turchi riguardanti il periodo del sultano Solimano il Legislatore esistenti allo Archivio di stato di Venezia), in «Belgeler», 1 (1964), pp. 119-220. 53. Scrive il Senato: «perché nei tempi presenti minorati sono gli interessi della Repubblica Nostra co Turchi volontà pure publica è che alle spese del bailaggio sia data qualche regola e moderazione» (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 45, c. 8). L’istruzione è ripetuta nel marzo 1748 e 1751. 54. È frequente il caso di giovani di lingua che non si applicano affatto allo studio o più semplicemente evitano o differiscono con vari pretesti la partenza per Costantinopoli (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 43, c. 20v, 11 giugno 1736, c. 128v, 29 novembre 1738). 55. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 45, parte I, cc. 57-59, V Savi alla Mercanzia, Dragomanni-Dulcigno, b. 61. Queste disposizioni vengono ribadite il 7 marzo 1748 (Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 46, c. 20) e anche in seguito si cerca di resistere alle pressioni per aumentare i posti (reg. 46, c. 44, 21 febbraio 1748, reg. 49, parte II, c. 97v, 5 dicembre 1764).

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la conclusione della pace con i cantoni barbareschi56 e nel 1787 si profila addirittura la difficoltà per il bailo di tradurre tempestivamente i firmani e gli altri documenti trasmessi dalla Porta.57 Una conferenza dei baili tornati da Costantinopoli, dei Savi alla mercanzia e dei Deputati alla provvision del denaro decide il 19 febbraio 1786 di rivalutare le paghe e si impegna a riferire entro quattro mesi sui provvedimenti necessari per ovviare all’impreparazione dei giovani di lingua.58 Le conclusioni di questa conferenza sono strane e contraddittorie: contro il parere del bailo in carica Agostino Garzoni di potenziare la scuola di Costantinopoli con un buon maestro,59 un decreto del 30 novembre 1786 la trasferisce a Venezia in una casa già di proprietà della soppressa Compagnia di Gesù e affida ad Andrea Memmo il compito di stendere un piano di riforma.60 Lontana dalla sua sede naturale la scuola vivacchia per qualche anno senza slancio per la scarsità e l’età troppo avanzata degli allievi e la cronica carenza di buoni insegnanti e infine nel 1790 cessa ogni attività.61 Quando ormai l’attenzione dell’opinione pubblica è rivolta alle sconvolgenti vicende della Rivoluzione Francese la Repubblica trova ancora la forza di occuparsi a fondo, con un franco ed approfondito dibattito, del problema della scuola di turco reso ormai di viva attualità dal fiorire di una vigorosa corrente d’opinione tesa a rivalutare la cultura e la civiltà ottomane. Una conferenza del deputato alla scuola di lingua turca e del bailo ritornato decide agli inizi del 1792 di dare una nuova struttura all’istituto, sceglie un nuovo maestro, stende un piano di studi articolato in due classi distinte per età e grado di conoscenza, sollecita l’uso di «libri classici» sempre trascurati nella scuola di Pera e stanzia 300 ducati per l’acquisto di un primo nucleo di testi arabi, persiani e turchi.62 Nonostante l’attivismo dei promotori solo quattro allievi seguono le lezioni del dragomanno Calavrò e così il 5 maggio dello stesso anno una nuova conferenza dei Savi alla mercanzia e dei baili discute a lungo dell’opportunità, sostenuta da molti senatori già contrari al decreto del 1786, di riaprire la scuola nella 56. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 51, parte II, cc. 27-28. Il 5 marzo 1772 si provvede ad elevarne il numero a 6 proprio per poter scegliere tra loro i futuri consoli in Barberìa (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 52, parte Il, c. 2v, reg. 54, parte I, c. 27). 57. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 58, parte I, cc. 6v, 9, reg. 63, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 226, disp. 25 aprile 1786, filza 227, disp. 6 febbraio 1787. 58. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 56, parte II, cc. 61-64. Nel maggio del 1786 i dragomanni in servizio sono 10 e i giovani di lingua 9; la loro paga varia da un minimo di 244 ad un massimo di 338 zecchini per i dragomanni e da un minimo di 104 ad un massimo di 146 zecchini per i giovani di lingua (ASV, V Savi alla Mercanzia, Diversorum (ser. II), b. 378). 59. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 224, disp. 25 aprile 1785. 60. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 57, cc. 177-178; reg. 58, parte II, cc. 68v-70v. 61. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 58, parte III, cc. 8-9, 37-38, parte IV, cc. 9, 39, 59, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 227, disp. 6 febbraio 1787. Nella sede della scuola di turco viene istituita una scuola di meccanica; cfr. G. Gullino, La politica scolastica veneziana nell’età delle riforme, Venezia 1973, p. 57. 62. ASV, V Savi alla Mercanzia, Diversorum (ser. II), b. 400, doc. n. 80.

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sua sede più ovvia e cioè Costantinopoli.63 Contro l’opinione del Memmo che cerca di dimostrare che la scuola di Pera non ha alcuna utilità perché giovani e dragomanni sono «attaccati più al forestiere che al naturale sovrano» e che solo mantenendo la sede a Venezia è possibile indurre i figli dei segretari e dei nobili di terraferma a frequentarla,64 il savio di settimana sostiene invece che i giovani «ragionevolmente devono apprendere la lingua a Costantinopoli, poiché meglio si apprende dove si parla, scrive ed esercita continuamente, di quello che altrove, ove le teorie non sono sufficienti per ben possederla». Tra le varie proposte merita una segnalazione per la sua audacia e modernità quella di Battista Contarini che suggerisce l’istituzione in via di esperimento di una cattedra di lingua turca all’Università di Padova per uso di tutti i giovani di lingua. Prevale il parere di abolire il decreto del 30 dicembre 1786 e di riaprire la scuola di Costantinopoli affidandola alla diretta sorveglianza del bailo in carica che avrà il compito di acquistare i libri necessari e di accogliere maestro e allievi nella casa bailaggia.65 L’anno successivo da una relazione del dragomanno Giovanni Maria Mascellini, nuovo maestro dei giovani di lingua, apprendiamo che nella scuola di Costantinopoli studiano quattro alunni che però hanno ottenuto scarso profitto perché troppo spesso impegnati in viaggi di lavoro.66 Alla stentata vita della scuola di lingua corrisponde a Venezia per tutto il secolo una quasi assoluta carenza di studi glottologici turchi tanto che dobbiamo attendere sino al 1789 per veder pubblicato un manuale per l’apprendimento del greco e del turco a cura di Bernardino Pianzola.67 Si tratta per di più di un’opera di modestissimo valore, costituita di uno scarno dizionario e di alcuni testi grammaticali mescolati a frasi e proverbi, e non esente da gravi errori come quello, veramente macroscopico e incredibile in un uomo come Pianzola che ha soggiornato in Turchia per almeno 12 anni, di far discendere il turco ed il persiano dall’arabo.68 Verso la fine del secolo i rari studiosi di turco a Venezia, se non vogliono rassegnarsi alla modesta compilazione del Pianzola, sono costretti a rivolgersi a testi stranieri, ai celebri trattati del Meninski o, dopo il 1794, all’ottima e aggiornata 63. Già nell’aprile del 1787 il bailo Gerolamo Zulian aveva proposto di richiamare a Costantinopoli il Calavrò, ormai inattivo, per istruire nelle traduzioni i due giovani di lingua che rimanevano inoperosi (ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 227, disp. 25 aprile 1787). 64. Verbali delle sedute della Municipalità Provvisoria di Venezia 1797. Appendice. Le «Annotazioni» di Francesco Calbo alle sedute del Consiglio dei Rogati (1785-1797), a cura di R. Cessi, Bologna 1942, pp. 118-119, 147-148. 65. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 59, cc. 13, 21 e 85. 66. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 297. Il Mascellini è così deluso del profitto degli alunni che chiede di tornare al suo precedente incarico di dragomanno in Dalmazia (ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 240, disp. 9 agosto 1794). 67. B. Pianzola, Dizionario gramatiche e dialoghi per apprendere la lingua italiana, grecavolgare e turca e varie scienze, Padova 1789. Una prima edizione è forse del 1781 ma è attualmente irreperibile. 68. E. Teza, Libri vecchi e dimenticati. Lettera al professor Bonelli, in «Oriente», II (1897), pp. 3-16 (dell’estratto).

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grammatica di Cosimo de Carbognano, dragomanno della legazione di Napoli.69 Eppure proprio a Padova in questi anni, a partire dal 1785, fiorisce la scuola arabica di Simone Assemani, chiamato nel 1792 dal vescovo Giustiniani a ricoprire la cattedra di lingue orientali nel Seminario e autore di ottimi lavori grammaticali. Il nobile Jacopo Nani lo invita anche a compilare il catalogo e l’illustrazione dei suoi numerosi manoscritti siriani, persiani, arabi e turchi70 e nel 1808 gli offre anche l’occasione di insegnare all’Università Sacra Scrittura e lingue orientali rinnovando così a Padova una mai interrotta tradizione di studi arabici,71 ma il turco non è tra le lingue da lui insegnate al Seminario e all’Università. Chiuse le scuole per i giovani di lingua, cessati o ridotti a poca cosa i contributi mediati dalle relazioni commerciali, dal punto di vista linguistico di secoli di rapporti col mondo turco non resta dunque a Venezia che un’eredità lessicale che solo le più recenti esplorazioni dei glottologi hanno riportato alla luce. 2. I Turchi nella vita veneziana Una parte del patrimonio di idee e pregiudizi che costituisce l’immagine dei Turchi nell’opinione pubblica veneziana in età moderna ha una chiara connotazione «colta» strettamente collegata alla mentalità, agli interessi, alle esperienze umane e sociali di un settore ristretto della popolazione. Chi infatti se non il patrizio esperto della macchina dello stato e attento osservatore della complessa realtà politica dell’Europa può agevolmente far sue le convinzioni diffuse in tanti osservatori e scrittori sulla «esemplarità» dello stato ottomano per quanto attiene all’efficienza militare e alla struttura accentrata ed assoluta del potere, chi se non un individuo del ceto dirigente dotato di un bagaglio culturale almeno discreto, può cogliere le rilevanti implicazioni sociali dell’assenza di nobiltà in Turchia o fissare tra le proprie impressioni di viaggio sentimenti di stupore e di dotta ammirazione di fronte allo spettacolo della vecchia e gloriosa città di Costantinopoli? Ma già quando allarghiamo lo sguardo ai testi profetici, così puntualmente legati alle vicende politico-militari della Repubblica, e alla vasta e proteiforme presenza di temi turchi in tutti i generi della letteratura veneziana, cogliamo un dialettico alternarsi di «realtà» e «mito» dei Turchi nella società veneziana che supera di slancio i confini di una ristretta cerchia di nobili o di una sparuta élite di uomini di cultura per penetrare invece nei sentimenti e nei modi di pensare di più vasti strati della popolazione di Venezia e della Terraferma. Ci mancano fonti adeguate 69. C. de Carbognano, Principii della grammatica turca ad uso dei missionari apostolici a Costantinopoli, Roma 1974. 70. S. Assemani, Catalogo de’ codici manoscritti orientali della Biblioteca Naniana, Padova 1787-1792. È sua la prima illustrazione del mappamondo turco studiato dall’Almagià (Dichiarazione d’una mappa turchesca incisa in quattro tavole di legno nell’archivio dell’eccelso Consiglio di Dieci, s. l. s. d., ma forse 1763). 71. Notizie biografiche nella voce di G. Levi Della Vida in Dizionario biografico degli italiani, 4, Roma 1962, pp. 440-441.

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e moderni strumenti di ricerca per scavare e riportare alla luce idee e atteggiamenti mentali delle grandi masse incolte nei confronti dei vari problemi posti dalla presenza turca nella realtà storica veneziana e non di rado paure, entusiasmi, pregiudizi ci sono pervenuti riflessi dalla penna di uomini colti non sempre attenti e fedeli interpreti della genuina spontaneità dei sentimenti popolari. Sappiamo di feste popolari per le vittorie in cui si improvvisano carri allegorici raffiguranti il sultano, il visir, la mezzaluna, soldati ottomani, sappiamo di improvvise inconsulte «paure» del Turco tra la popolazione, conosciamo casi di adesione alla religione islamica e di tradimento politico, possiamo infine tentare, ma anche questa volte con l’ausilio della letteratura «colta» che ha filtrato e assunto temi e sensazioni riflesse dal popolo, di delineare un quadro del complesso di idee e sensazioni di un qualunque cittadino veneziano nei confronti della molteplice realtà turca nei secoli XVI e XVII. La paura dei Turchi, nemici secolari di straordinaria ferocia e potenza, alimentata dalle guerre continue, dalle numerose sconfitte veneziane, da una ricca pubblicistica a carattere divulgativo, e anche dall’immediato, concreto pericolo di un’invasione attraverso il Friuli, è senza dubbio largamente diffusa a Venezia per tutto il Cinquecento e Seicento, sia pure con sfumature e manifestazioni diverse a seconda del momento storico, della cultura e delle condizioni sociali. Anche l’odio religioso, tenuto vivo da una predicazione contro i «perfidi» seguaci di Maometto che si rinnova periodicamente in concomitanza col riaccendersi del conflitto politico-militare, si interpone come uno spesso diaframma tra i veneziani di ogni classe e livello culturale e i Turchi, per lo più immaginati e detestati come un’uniforme, abominevole «massa dannata» di nemici della fede e della patria. Da questo stato d’animo nutrito di odio religioso e politico traggono origine la trasposizione, riscontrabile un po’ in tutto l’Occidente cristiano, al termine «Turco» del significato di barbaro, malvagio, feroce72 e la rapida fortuna di modi di dire come «giustizia turca», «bestemmiare, bere, fumare come un turco» ben presto entrati nell’uso comune. Tipicamente veneziana, secondo il Boerio, l’espressione «mazzemo un turco» per indicare un brindisi, connessa con vivida ed efficace spontaneità popolare alle vicende militari che per tanti anni contrappongono la Repubblica ai Turchi.73 I rimatori veneziani di Lepanto fanno un uso ampio e linguisticamente unificante del sinonimo Turco-assassino-cane-eretico, spesso colorito e amplificato da una variopinta gamma di termini spregiativi, ma in realtà i poeti della vittoria cristiana e veneziana non fanno altro che tradurre a livello colto un’identificazione Turco = delinquente-uomo di pessima vita già fatta propria dal linguaggio popolare e tramandata poi per tutto il Seicento e Settecento.74 Ma a questo punto è giusto chiederci: che cosa i Veneziani conoscono 72. N. Tommaseo, B. Bellini, Dizionario della lingua italiana, IV, parte II, p. 1632. 73. G. Boerio, Dizionario del dialetto veneziano, I, Venezia 1829, p. 544. 74. In alcuni libelli antinobiliari affissi a Feltre nel 1649 si denunciano la vessazioni de «sti Turchi, de sti Gentilhuomini e Deputati […] che se’ pezo che marani, che se tutti Turchi e cani» (ASV, Capi del Consiglio dei X, Lettere di rettori, Feltre, b. 159, lett. 218-219).

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veramente dei Turchi? Quanti di loro ne hanno mai visto, incontrato, praticato qualcuno in carne ed ossa? Insomma di tutte quelle idee, notizie, pregiudizi, modi di dire che circolano sulle lagune quanti sono fondati su una diretta osservazione e conoscenza e quanti invece su una rielaborazione, riduzione, falsificazione di notizie semi-favolose, scritti e racconti divulgati attraverso molteplici e spesso interessati canali presso un’opinione pubblica avida di sapere e giudicare, ma anche di illudersi, condannare, mitizzare? Per individuare nella giusta prospettiva la reale conoscenza del mondo turco a Venezia è necessario in primo luogo mettere a fuoco l’esatto valore e significato del concetto di «orientale» ed «esotico» nella mentalità corrente dei secoli XVI e XVII. Il veneziano medio che non è mai stato a Costantinopoli e non ha viaggiato in Oriente e nella penisola balcanica, difficilmente è in grado di isolare e individuare i Turchi all’interno del vasto ed eterogeneo mondo dei popoli asiatici, spesso confonde tra di loro razze e nazioni le più diverse assimilate e unificate dalla comune fede islamica e comunque usa con frequenza il termine «turco» come sinonimo di «orientale» e o addirittura di straniero, forestiero, di «altro», per usare un’espressione di Arbasino.75 Nel suo celebre studio sulla diffusione del mais nel Veneto il Messedaglia ricorda che il nome di sorgo turco, nell’accezione di sorgo forestiero, compare nel linguaggio ufficiale della Repubblica Veneta sin dal 1492, ma osserva che nel Cinquecento «la qualifica di Turche, per dire forastiere, straniere, oltramarine, veniva data volentieri dai volghi d’Europa – specialmente quando la Turchia era all’apogeo della potenza, ed empiva della sua fama il mondo – a piante di provenienza lontana e per niente turca».76 «Barba raza et mustacchij rossi», così alcuni testimoni dipingono nel 1585 un certo Rustone, accusato all’Inquisizione di essere un cristiano rinnegato, e nel 1632 un altro testimone descrive il medico Giuseppe Struppiolo, imputato di simpatie filo-turche, come un uomo abbigliato con cravatta, «scarpe alla levantina, con baretta rossa in testa et nel mezzo della testa un pezzo di zuffo longo», ma soprattutto «grande con una barbazza negra et mustachioni grandi, che ha ciera da turco».77 In pieno Settecento Lorenzo Da Ponte mette in bocca a Despina, una delle protagoniste dell’operetta Così fan tutte l’espressione «monsieurs mustacchi» per indicare due strani personaggi vestiti in modo esotico e forniti di lunghi baffi che li individuano come Valacchi o Turchi,78 confermandoci così la fortuna di questa immagine fisica del turco, cui corrisponde la diffusione in alcuni ambienti popolari dell’uso ottomano dei baffi.79 In realtà queste testi75. A. Arbasino, I Turchi. Codex Vindobonensis 8626, Parma 1971, p. 23. 76. L. Messedaglia, Notizie storiche sul mais. Una gloria veneta. Saggio di storia agraria, Venezia 1924, n. 51. Cfr. anche le pp. 21-28 e 60-61. È interessante rilevare che mentre nelle zone più interne o periferiche del Veneto il mais conserva il nome di formenton (Padova e Rovigo) e di sorc (Belluno), ha invece il doppio nome di formenton e sorgoturco a Treviso e Venezia e l’unico di sorgturc o sorturc nel Friuli, zona colpita alla fine del Quattrocento dalle incursioni turche (p. 19). 77. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 55 (processo Rustone turco, 8 marzo 1585) e b. 89 (1632). 78.  L. Da Ponte, Così fan tutte, ossia la scuola degli amanti, dramma giocoso in due atti (1790), musica di W.A. Mozart, atto I, scene XI e XIII. 79. Cortelazzo, Corrispondenze italo-balcaniche, p. 148.

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monianze e molte altre disperse in documenti pubblici e privati confermano la relativa intederminatezza del concetto di «Turco» nell’opinione pubblica veneziana, spesso proclive a cogliere e far propri elementi dell’abbigliamento e del modo di comportarsi tipici dell’«orientale» più che del Turco ottomano in particolare. D’altra parte il veneziano comune non ha a sua disposizione gli elementi per distinguere con sicurezza, tra i Turchi che vede effettivamente a Venezia, gli ottomani e i «bossinesi et albanesi» sudditi della Sublime Porta e sempre più numerosi a partire dalla seconda metà del Seicento. La distinzione è bensì presente nelle scritture dei Savi alla mercanzia nel Cinquecento e nella prima metà del Seicento, facilitata dalla presenza parallela e contemporanea dei due gruppi tra i mercanti operanti a Venezia, ma quando col passare degli anni l’elemento balcanico prende decisamente il sopravvento, il modello di valutazione e di identificazione del Turco diventa ancora più indeterminato sino a sfumare, ancor più che nel Cinquecento, in una vaga e generica categoria di «orientale». La peculiare natura dei rapporti politici tra Venezia e l’impero ottomano rende difficile e raro l’afflusso di cittadini turchi a Venezia, perché il Sultano non ha l’abitudine di mantenere rappresentanze diplomatiche all’estero. Per gli affari correnti basta il bailo a Costantinopoli, mentre per circostanze eccezionali, come una dichiarazione di guerra, un ultimatum, negoziati o sottoscrizione di paci, viene inviata un’ambasceria straordinaria che una volta completata la missione rientra subito in Turchia. D’altra parte Venezia sembra non gradire molto la permanenza nel suo territorio di minoranze turche stabili ed in talune occasioni, come nell’agosto del 1642, di fronte a cauti sondaggi del primo visir, precisa con chiarezza che in ogni caso deve trattarsi di soggiorni temporanei «per ragion di commercio e di negocio», nella convinzione che un uso diverso non avrebbe mancato alla lunga di produrre «effetto cattivo».80 L’arrivo a Venezia di un chiaus turco con il suo seguito costituisce per il governo e per tutta la popolazione un avvenimento di eccezionale rilievo, soprattutto agli inizi del Cinquecento quando l’opinione pubblica è ancora sotto lo choc delle clamorose vittorie ottomane in Oriente e manifesta un impaziente desiderio di vedere in carne ed ossa alcuni esponenti di quella terribile nazione. Per i primi tre decenni del secolo, che vedono susseguirsi abbastanza frequenti le missioni turche sulle lagune, possediamo l’incomparabile testimonianza dei Diarii del Sanuto, osservatore infaticabile, minuzioso e vivace di grandi eventi politici e militari ma anche di quotidiani fatti di cronaca e di costume. Accolto da un’eletta schiera di gentiluomini vestiti di panno scarlatto il chiaus viene alloggiato in una casa patrizia appositamente scelta, si reca con grande solennità all’udienza in Collegio e al momento del congedo viene onorato con ricchi doni e una somma di denaro che varia a seconda delle circostanze e della dignità della persona.81 Il 80. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 27, parte I, c. 31v. 81. Nel Cinquecento si va da un minimo di 300 ad un massimo di 500 ducati per i dignitari di grado più elevato, più le spese per il seguito. Cfr. ASV, Cerimoniali, reg. I, cc. 47, 79, 90-92, 116117, 127, 137; reg. II, cc. 25, 63-64; reg. III, cc. 11, 13, 14, 16, 44, 224, 226.

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Senato ha ben presente, al di là degli aspetti folkloristici della cerimonia, il preminente valore politico della visita, sa che quando il chiaus è, come Alì Mahmut bey nell’ottobre 1517, «homo di gran conto», è regola di buona politica «carezarlo e fargli un bel presente a ziò fazi bona relation»,82 per cui è comprensibile l’indignazione per l’increscioso episodio successo nel dicembre del 1518 quando solo due patrizi gli fanno corona all’arrivo e per di più «vestiti di negro che fu gran vergogna al Stado».83 Se il Senato sta ben attento a valorizzare tutte le implicazioni politiche dell’arrivo di un qualificato rappresentante del Sultano, tanto da compiacerlo persino con la liberazione di banditi a lui cari,84 è logico che gli abitanti di Venezia siano attirati e colpiti dagli aspetti più curiosi e strani di questo misterioso uomo dell’Oriente. Quando Alì bey attraversa piazza S. Marco nel febbraio 1514 «ognun correva a vederlo» e la sua passeggiata in compagnia del seguito «era bel veder», scrive il Sanuto, che indugia con compiacimento a descriverne lo splendido ed esotico abbigliamento, cui fa talvolta da contrappunto l’incedere maestoso e «in ciera molto superbo».85 «È bellissimo homo, grando e grosso biancho et bello di faza, ma è venuto qui per spiar», così il Sanuto sintetizza nel 1522 i sentimenti suoi e della classe dirigente veneziana di fronte ad un oratore turco86 e anche in altre occasioni la sua penna colorita si sofferma ad indagare la cultura, la vivacità e l’esperienza di quei pittoreschi inviati del sultano. Sia che lo reputi uomo di poco conto o addirittura «uno schiavo di pocha reputazion» sia che ne apprezzi l’intelligenza, la civiltà e la pratica delle lingue, il Sanuto non ha mai parole di sprezzo nei confronti del chiaus turco, venuto a Venezia a portare le offerte di pace e la testimonianza di un impero il cui aiuto egli non poteva dimenticare di aver invocato, sia pure vanamente, nei terribili giorni di Agnadello. Ne ricorda con stupore gli usi barbarici, come l’offerta della testa di un nemico vinto in battaglia o le irritanti proteste e lamentele per l’entità del donativo,87 ma se questi aspetti più negativi della loro personalità e dei loro costumi lo confermano nella sua convinzione di appartenere ad una civiltà superiore, il suo pensiero e il suo ricordo vanno anche con una punta di soddisfazione ad alcuni esemplari casi di amicizia tra veneziani e diplo82. Sanuto, I Diarii, XXV, col. 47. 83. Ibidem, col. 275. Già nel passato la Signoria ha dovuto lamentare l’assenza di molti gentiluomini e così con l’occasione viene deciso di imporre delle pene agli assenti. 84. Nel giugno del 1525 il chiaus Heinechen chiede la liberazione di un certo Perin da S. Stefano, che asserisce essere suo parente, e di altri condannati per contrabbando minacciando di non partire se non sarà esaudito (Sanuto, I Diarii, XXXIX, coll. 87, 94). Casi simili nel 1517 e 1518 (I Diarii, XXV, col. 73, XXVI, col. 403). 85. Sanuto, I Diarii, XVII, col. 525, XXXIV, col. 48. 86. Sanuto, I Diarii, XXXIII, col. 441. 87. Nell’agosto del 1516 Mustafà porta in dono al collegio la testa di un capo persiano (Sanuto, I Diarii, XXII, col. 460). Spesso i chiaus di rango meno elevato rifiutano un donativo inferiore a quello concesso al loro predecessore; nel dicembre 1514 il chiaus Mechanets Pachmogam minaccia addirittura di non partire se non verranno soddisfatte le sue richieste e provoca una protesta del bailo a Costantinopoli (I Diarii, XIX, col. 309, 366).

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matici turchi. Nel maggio del 1522 quando il nobile Giovan Francesco Mocenigo apprende che è tornato a Venezia il chiaus Chalil con cui ha stretto amicizia due anni prima, si muove da Mestre dov’è podestà e capitano, e si trattiene qualche giorno con lui. Questo oratore turco, di cui il Sanuto menziona con ammirazione la perfetta conoscenza del latino, doveva essere un uomo aperto e cordiale, ricco di fascino e comunicativa, perché anche un altro patrizio veneziano, Valerio Marcello, allora savio di terraferma, ospitandolo nella sua casa per ordine del Senato, gli si lega con tanta confidenza da cedergli un disegno della Dalmazia e dell’Istria, generoso gesto di amicizia che per poco non gli attira i fulmini del Consiglio dei Dieci.88 L’accoglienza di Venezia ai chiaus più ragguardevoli non si limita all’onorata ospitalità in casa di qualche cospicua famiglia patrizia e alle cerimonie ufficiali in Collegio, ma comprende anche, spesso su richiesta degli stessi oratori, visite a monumenti e palazzi della città e veri e propri ricevimenti che offrono alla nobiltà e, di riflesso anche al popolo, l’opportunità di conoscere più da vicino questi superbi rappresentanti del Gran Signore. La basilica, il campanile di S. Marco e la chiesa di S. Giovanni e Paolo sono le prime mete dei chiaus, desiderosi anche loro, come i viaggiatori europei a Costantinopoli, di profittare di un’occasione quasi unica nella loro vita per ammirare le bellezze artistiche di una città famosa e temuta anche nella loro patria. Nei loro gesti e nelle loro espressioni (S. Marco «è stà fato sì bello», l’Arsenale «li parse una bellissima cossa») sorprendiamo una gamma di impressioni e di sentimenti che sono singolarmente simili a quelli dei veneziani che in quegli anni visitano la splendida capitale dell’impero ottomano.89 La vivace curiosità tipica di persone colte ed esperte di uomini e cose spinge i chiaus ad allargare il loro interesse anche alle parti di Venezia attive e pulsanti di vita, Rialto, rigogliosa di attività commerciale, e l’Arsenale, celebre in tutto il mondo e oggetto di ammirazione e di invidia anche a Costantinopoli.90 Sempre il Sanuto ci ha lasciato alcune pagine di suggestivo interesse sulle esperienze veneziane dei chiaus Alì Mehemet bei nel 1517 e Heinechen nel 1525. Il primo, «homo sagaze, cativo», visitando la città tempesta di domande geografiche e militari i suoi accompagnatori, il secondo assiste da sopra S. Marco, insieme al dragomanno Todaro Paleologo, alla processione del Corpus Domini, cui però preferisce le giostre di cavalli sulla piazza.91 Nonostante il richiamo che esercitano sulla popolazione per lo sfarzo delle vesti, l’atipicità dei costumi esotici e 88. Sanuto, I Diarii, XXXIII, coll. 266, 278-279, 309. Nel febbraio del 1514 viene vietato a Francesco Contarini detto Sophì, già dragomanno a Costantinopoli, di incontrarsi col chiaus Alì bey in visita a Venezia, proprio in ragione dell’amicizia che li unisce (I Diarii, XVII, col. 525). 89.  Sanuto, I Diarii, XXV, col. 73, XXXIX, col. 48. Nell’agosto 1519 Mustafà bey vuole visitare Padova (I Diarii, XXVII, coll. 550, 593). 90. Nel 1525 per la visita del chiaus Heinechen Rialto viene «ben conzata et etiam per draparia, qual tutte le boteghe de pani fo conzà con tapezarie» (Sanuto, I Diarii, XXXIX col. 42), mentre nel 1514 all’Arsenale viene offerto un gran rinfresco con grandiosi addobbi, balli e giochi di buffoni (I Diarii, XVII, col. 543). 91. Sanuto, I Diarii, XXV, col. 73, XXXIX, col. 78.

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l’apparato pubblico che le accompagnano, le visite diplomatiche di chiaus turchi sono troppo rare e fugaci per dare ai veneziani un’immagine sicura e persuasiva della vita e mentalità del popolo turco. Notizie e impressioni sulla nazione ottomana i Veneziani avrebbero potuto assumere dagli schiavi catturati nelle frequenti e lunghe guerre, ma una serie di circostanze politiche impedisce il formarsi nella capitale di una consistente comunità servile. Molti tartari e pochi turchi costituiscono il grosso degli schiavi già nel Medioevo92 ma anche in età moderna l’uso di scambiare per intero i prigionieri di guerra dopo la conclusione delle paci oppure la loro sbrigativa eliminazione, quando si tratta di ufficiali o comunque di quadri dirigenti, limita a qualche anno di permanenza nelle galere, lontano quindi dai contatti con la popolazione, il soggiorno di soldati turchi in terra veneziana.93 La sporadica presenza di qualche schiavo turco in qualche famiglia patrizia passa quasi inosservata così come un’eco assai limitata lascia anche il passaggio in territorio veneto di quella strana figura di avventuriero e pretendente al trono turco che è Dâvûd-Cˇelebi, protagonista di un’esistenza turbinosa e vagabonda dopo la caduta di Costantinopoli e morto in solitudine e miseria a Sacile.94 È invece alla sua funzione di polo di irradiazione del commercio tra l’Europa e l’Oriente che Venezia deve sin dall’inizio del secolo XVI la presenza di una colonia di mercanti turchi che però non raggiunge mai le dimensioni e l’importanza di analoghi insediamenti veneziani a Costantinopoli e in altre città del Levante. La preminenza quasi assoluta esercitata per lungo tempo dai Veneziani nel commercio con l’impero ottomano ha relegato in secondo piano il ruolo dei mercanti turchi, anche perché spesso nel Cinquecento e Seicento una buona fetta del commercio di esportazione dalla Turchia e dalla penisola balcanica è nelle mani di ebrei e slavi. In effetti i mercanti turchi che operano a Venezia sono sempre in numero abbastanza ridotto, sia che teniamo conto solo dei Turchi «asiatici» sia che comprendiamo anche «bossinesi et albanesi», e non riescono mai a costituire 92. V. Lazari, Del traffico e delle condizioni degli schiavi a Venezia nei tempi di mezzo, in Miscellanea di storia italiana, Torino 1862, p. 470. 93. Subito dopo Lepanto il Consiglio dei Dieci ordina al capitano generale da mar di metter le mani sul maggior numero possibile di capi militari turchi e di farli morire «con quel cauto et secreto modo che vi parerà (ASV, Consiglio dei X, Parti secrete, reg. 9, c. 182). In questa occasione però l’ordine non viene eseguito e i prigionieri sono divisi tra i vincitori. Istanze di liberazione, memoriali in turco e altri documenti pertinenti a schiavi ottomani si trovano numerosi nell’archivio dei bailo e in vari altri fondi dell’archivio di stato di Venezia. A titolo di esemplificazione numerica si può ricordare che nel 1699 su tutte le galere e galeazze venete sono imbarcati 894 schiavi turchi (ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 306). 94. Babinger, Dâvûd-Čelebi un pretendente al trono ottomano morto a Sacile, in «Ce fastu?», XXXIII-XXXV (1957-1959), n. 1-6, pp. 11-22, traduzione di Lina Gasparini da «Sudöst-Forschungen», XVI (1957), pp. 297-312. Altro pretendente al trono ottomano protetto da Venezia è quel Jahja figlio di Elena Comnena di Trebisonda e di Maometto III, che al culmine delle romanzesche e complicate vicende della sua vita infaticabile e tumultuosa, serve le insegne di S. Marco durante la guerra di Candia. Cfr. il saggio, agiografico e denso di esagerazioni retoriche, di V. Catualdi (in realtà Oscarre de Hassek), Jahja dell’imperial casa ottomana od altrimenti Alessandro conte di Montenegro ed i suoi discendenti in Italia, Trieste 1889 (in part. le pp. 192, 261-264, 278-286, 535-537).

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una cospicua ed influente colonia come gli Ebrei e i Tedeschi. Comunque la loro attività a Venezia è ampiamente documentata e possiamo seguirla per tutto l’arco dell’età moderna nonostante le frequenti interruzioni causate dalle guerre. I Turchi sono gli ultimi a comparire sulla piazza di Venezia, dove invece sin dall’ambasciata di Caterino Zeno ad Hussun Cassan hanno ottenuto favori e privilegi gli armeni, ma è naturalmente dopo la progressiva avanzata ottomana in Asia Minore e nella penisola balcanica che essi cominciano ad esercitare anche il commercio con l’Europa, individuando sin dall’inizio in Venezia una sede privilegiata per la posizione geografica e l’ininterrotta tradizione di scambi sin dai tempi delle Crociate. La magistratura dei cinque Savi alla mercanzia istituita nel 1506 per rimediare alla decadenza del commercio in conseguenza delle grandi scoperte geografiche, ci ha conservato preziosi documenti sulla loro attività che pone molto presto spinosi problemi religiosi e politici alle autorità veneziane.95 Sin dal 1516 vengono segnalati nel quartiere dei SS. Giovanni e Paolo e poi in Cannaregio mercanti turchi96 che alloggiano presso privati e osterie o «in casa per lo più di donne di malla professione».97 Nel cinquantennio che precede la battaglia di Lepanto le notizie sulla loro presenza a Venezia, pur frammentarie ed occasionali, sono abbastanza numerose: il 14 settembre 1537 sappiamo dell’arresto di un gruppo di loro,98 di un altro nucleo attivo nel periodo precedente la battaglia della Prevesa siamo informati nel 1541,99 il 16 settembre 1546 il Senato accorda protezione ad un mercante reo di alcune scorrettezze100 ed infine il 23 luglio 1563 sono gli stessi Savi alla mercanzia ad occuparsi di una vertenza tra turchi e inservienti veneziani.101 A «Mori et Turchi» accenna genericamente il 22 febbraio 1567 il nunzio Facchinetti riferendo sugli allievi della scuola dei catecumeni, mentre due anni dopo, il 19 ottobre, parla senz’altro, forse con un po’ di esagerazione, di una «moltitudine di Turchi» che capita di continuo a Venezia e potrebbe offrire ai Gesuiti un fecondo terreno di lavoro missionario.102 La più preziosa testimonianza sull’esistenza di una colonia mercantile turca a Venezia ci è offerta all’inizio della guerra di Cipro quando il Senato, avuta notizia dell’arresto del bailo Barbaro e dei mercanti veneziani di Costantinopoli, decide di 95. Sulla magistratura dei cinque Savi alla mercanzia v. M. Borgherini Scarabellini, Il magistrato dei Cinque Savi alla Mercanzia, Venezia 1925. 96. S. Romanin, Storia documentata di Venezia, II, Venezia 1854, p. 365. 97. BMC, mss. P.D., 740, c. II. 98. ASV, Senato Mar, reg 24, c. 69v. Ringrazio il prof. Mahmut Sakiroglu di Ankara per questa segnalazione e per la gentile traduzione dell’articolo di Serafettin Turan, Venedikte Turk Ticaret Merkezi, Fondaco dei Turchi (La colonia mercantile turca a Venezia), in «Belleten», 32, pp. 247283, che peraltro non dà notizie di particolare novità ed interesse. 99. ASV, Senato, Secreta, reg. 61, c. 75. Il 29 marzo di questo stesso anno si prescrive che ai contratti stipulati con i Turchi assista un interprete di fiducia. 100. ASV, Senato Mar, reg. 29, c. 8. 101. ASV, V Savi alla Mercanzia, n. s., b. 186. 102. Nunziature di Venezia, vol. VIII, a cura di A. Stella, Roma 1963, p. 177; vol. IX, Roma 1972, p. 143.

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fare l’istesso in Vinetia de’ sudditi Turcheschi et delle mercantie loro, che erano in quella città, accioché in ogni caso le persone et facultà di questi rendessero più facile la recuperatione de’ nostri huomini et de’ loro haveri.103

Il loro numero ed il valore delle mercanzie dovevano essere abbastanza cospicuo se nella primavera del 1571 Mehemet Bassà propone a Venezia lo scambio alla pari con i veneziani e i loro beni trattenuti a Costantinopoli, anche se non è da escludere che la Porta fosse in realtà molto più interessata ai rilevanti beni degli ebrei compresi insieme ai turchi nell’operazione.104 In ogni caso la loro condizione di prigionieri non è particolarmenti dura; vengono concentrati nella casa del Barbaro bailo a Costantinopoli, e più tardi, nel maggio del 1571, è loro permesso di riprendere le operazioni commerciali in Rialto probabilmente in cambio di analoga concessione ai veneziani della capitale ottomana.105 Quando giunge la notizia della vittoria cristiana a Lepanto la comunità turca si abbandona a scene clamorose di disperazione, tipicamente orientali nella loro teatralità: i mercanti fuggono da Rialto, si chiudono in casa per quattro giorni temendo di essere lapidati dai bambini, si rotolano per terra, si battono il petto, si radono i mustacchi, si graffiano il viso e le carni.106 Il timore di rappresaglie da parte del governo e della popolazione si rivela del tutto infondato, anche perché la situazione politica evolve ben presto verso la dissoluzione della lega cristiana e la pace del 7 marzo 1573 pone fine ad ogni preoccupazione e apre anzi un periodo in cui la presenza a Venezia di uomini d’affari turchi cresce continuamente tanto che nel dicembre del 1581 il Senato informa il bailo che «si contratta con innumerevoli sudditi di sua maestà per summe importantissime de danari» e nel 1587 si rende necessario aumentare da uno a due i dragomanni addetti ai loro negozi.107 I molteplici problemi posti dal soggiorno di una crescente colonia islamica inducono il governo veneziano a considerare l’opportunità di dotare i Turchi di un fondaco autonomo sull’esempio di quello celebre e da tempo funzionante riservato ai Tedeschi. Secondo una notizia del nunzio Giambattista Castagna i Turchi si sarebbero mossi già nell’agosto 1573, dunque a pochi mesi dalla conclusione della guerra, per ottenere «per commodità delle mercantie un luogo proprio come hanno li Giudei il loro ghetto»108 ed è probabilmente in seguito a questa iniziativa che il 28 set103. P. Paruta, Historia della guerra di Cipro, Venetia 1615, p. 35. Con l’occasione è catturato e trattenuto a Verona nel castello di S. Felice sino alla fine della guerra il chiaus Mamut bey, diretto in Francia; insieme ai Turchi vengono arrestati anche gli Ebrei accusati dai Veneziani di aver promosso la guerra (Nunziature di Venezia, IX, pp. 368 e 226). 104. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 4, c. 27. Particolari sulla trattativa in Nunziature di Venezia, IX, p. 456. 105. Ibidem, p. 502. 106. A. Sagredo, F. Berchet, Il Fondaco dei Turchi a Venezia. Studi storici ed artistici, Milano 1860, p. 24. Cfr. anche G.B. Gallicciolli, Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, Venezia 1795, I, p. 101, II, pp. 277-278. 107. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 6, c. 55, Archivio delle Arti, Senseri, b. 53 (fasc. 40). 108. Nunziature di Venezia, IX, p. 69. L’attiva presenza di una comunità ottomana a Venezia negli anni posteriori al 1573 è testimoniata dalle ricche eredità di alcuni mercanti deceduti nel

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tembre dell’anno successivo il greco Francesco di Dimitri Litino si fa avanti, forte anche della sua conoscenza degli usi e costumi turchi, con una lettera al Doge che sottolinea gli inconvenienti della dispersione dei turchi per la città. Da un lato infatti i mercanti ottomani non mancano di «rubbar, il condur via garzoni, usar con donne christiane», dall’altro essi stessi spesso «alloggiano rubbati et assassinati», per cui sull’esempio di quanto si è fatto in Levante per i mercanti cristiani propone di provvedere la «Nazione Turchesca di un lor ridutto et Albergo particolare». Si offre di aprire e gestire la nuova casa e suggerisce di far fronte alle spese introducendo una tassa ad personam e un diritto fisso di 4 soldi per ogni balla di mercanzia.109 La proposta viene accettata e il 16 agosto 1575 il Senato veneziano, preoccupato che i turchi non siano derubati dei loro averi «da che ne seguirebbe travaglio e forse danno al Pubblico» e soprattutto sollecito dell’«honor del Signor Iddio», delibera di concentrare tutti i mercanti in un’unica casa affidando ai sette savi di Rialto e al dragomanno Michele Membre il compito di reperire un edificio adatto.110 Il 4 agosto 1579 viene scelta l’Osteria dell’Angelo offerta da Bartolomeo Vendramin che per anni diviene la prima sede del Fondaco dei Turchi, ma si rivela subito troppo piccola per dare alloggio ai mercanti carichi di voluminosi bagagli e accompagnati da molti servitori. I modesti locali sono in grado di ospitare solo i Turchi «Bossinesi» e «Albanesi» mentre quelli «asiatici», peraltro già allora in numero inferiore, continuano a prendere alloggio in alberghi e case private della città suscitando lamentele e proteste per il loro comportamento, come si intuisce da due deliberazioni del Senato, rispettivamente in data giugno 1588 e 28 marzo 1589. D’altra parte vivere isolati in una grande città cristiana abitata da una popolazione che non ha ancora dimenticato del tutto le ebbrezze e i momenti di esaltazione antiturca dei giorni di Lepanto non è senza inconvenienti per i mercanti ottomani che talvolta vengono insultati per la strada da «gente popular». Le intemperanze del popolo sono severamente represse dal governo che nell’agosto del 1594 fa emanare dagli Avogadori di Comun un proclama che commina il bando, la galera e la prigione a chiunque darà loro modestia con parole o fatti, riconfermando la volontà della Repubblica che essi «possino vivere et negotiar quietamente et con satisfattione come hanno fatto fin hora».111 Matura così l’idea di reperire un più ampio edificio per soddisfare le crescenti esigenze ma la proposta suscita vivaci polemiche come si desume da un’interessante scrittura anonima presentata al governo il 13 aprile 1602 nell’intento di biennio 1577-1578; cfr. I libri commemoriali della Repubblica, VII, pp. 16, 21. Cfr. anche ASV, Notatorio di Collegio, reg. 42, c. 191v. 109. ASV, V Savi alla Mercanzia, b. 187, n.s., fasc. I. Forse questo Francesco di Dimitri Litino è quello stesso Demetrio Francesco incarcerato per alcuni giorni nell’agosto del 1573 per aver affittato una stanza ad alcuni turchi che stavano per condurre clandestinamente in Oriente un certo Giorgio (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 35). 110. ASV, V Savi alla Mercanzia, n.s., b. 187. Non sembra che tra le preoccupazioni del Senato ci sia stata la possibilità di azioni di spionaggio da parte dei Turchi, da cui invcce era letteralmente ossessionato il nunzio Giambattista Castagna (Nunziature di Venezia, IX, pp. 283, 295). 111. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 8, cc. 156v-157r.

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contrastare il progetto di istituzionalizzazione del Fondaco dei Turchi.112 L’ignoto oppositore chiede che il Senato neghi ai Turchi la concessione del fondaco svolgendo una serie di considerazioni che lo indicano come persona tormentata da scrupoli religiosi ma anche attenta alle vicende politiche ed economiche della Repubblica. L’unione di molti turchi in un unico ambiente sarà molto pericolosa, si assisterà addirittura all’erezione di moschee e si dovrà ammettere l’adorazione di Maometto con scandalo ben maggiore di quello provocato da Ebrei e dai Tedeschi di religione riformata. La condotta dissoluta e immorale dei Turchi trasformerà il fondaco in un «redotto de viziosi et sentina de sporchezzi» ed inoltre questa perniciosa «novità» favorirà le mire politiche dei Turchi che, guidati da un unico sultano e forniti di grande potenza navale, sono in grado di danneggiare Venezia ben più degli Ebrei che sono «senza capo o principe alcuno» e vanno «depressi per il mondo». Infine nessun vantaggio commerciale si aspetti il governo perché da Costantinopoli giungono tramite i Turchi solo mercanzie di scarso valore, anzi questa concessione spingerà altri stranieri a fare analoga richiesta oberando lo stato di nuove spese sino a ridurlo alla rovina. Nonostante queste opposizioni l’idea di destinare una sede più ampia e decorosa ai mercanti turchi di Venezia guadagna i cinque Savi alla mercanzia che sin dal 20 marzo 1608 mettono l’occhio sull’ex palazzo del duca di Ferrara situato in contrà S. Giacomo dell’Orio sul Canal grande. In questa occasione l’interprete dei Turchi Nores, riprendendo l’idea di alcuni veneziani di erigere ex-novo un grande fondaco «con stanzie, volte, magazzeni, appartamenti et altre commodità» sul modello di quello dei Tedeschi, si preoccupa anche di trovare il terreno a ca’ Miliani in S. Giovanni Crisostomo, ma sia per l’eccessivo costo dell’iniziativa sia per i malumori di qualche patrizio forse non insensibile agli argomenti della lettera del 1602, non se ne fa nulla e così l’11 marzo 1621 il Fondaco dei Turchi viene definitivamente stabilito nella nuova sede, dove gradualmente il Senato fa trasferire i mercanti «asiatici» sparsi per la città nonostante il tentativo di alcuni di loro di sottrarsi alle precise disposizioni emanate per l’occasione.113 Ad affrettare la decisione concorrono la preoccupazione di sottrarre i Turchi alle vessazioni cui in alcuni casi vanno soggetti e le proteste del parroco di S. Matteo per gli «eccessi» di quegli «infedeli» che si ridono e beffano del culto cristiano e in occasione della festa del santo patrono della chiesa sparano alcuni colpi di archibugio contro le finestre della chiesa durante la messa solenne ed i vespri.114 La scelta di una sede ampia e adatta alle necessità del commercio offre alla Repubblica l’occasione opportuna per disciplinare in modo organico e definitivo il soggiorno del mercanti turchi a Venezia. Il 28 maggio 1621 i cinque Savi alla mercanzia pubblicano un lungo decreto contenente una serie di minute 112. Attione fatta adì 13 april 1602 che in caso che il Turco richiedesse dalla Signoria che fosse fatto un fontego per li Turchi che habitano a Venetia, che non sia fatto, contra Andrea Dolfin de S. Benetto, BMC, cod Cicogna, 2972/17. 113. ASV, V Savi alla Mercanzia, n.s., b. 187, fasc. II. 114. Ibidem. L’episodio sarebbe avvenuto nel settembre del 1619.

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disposizioni che regolamentano sin nei minimi particolari il funzionamento del fondaco, gli orari della vita quotidiana e le modalità del commercio.115 Il Fondaco, distinto anche nella ripartizione dei locali, nelle due comunità dei «Turchi Asiatici e Costantinopolitani» e dei «Turchi Bossinesi et Albanesi», è dotato di stanza per alloggio, magazzini, servizi, pozzi. Un custode scelto dal governo vigila sull’ordinato svolgimento della vita, tiene le chiavi del palazzo, chiude e apre le porte, effettua la pulizia, tiene i pozzi sempre abbondanti d’acqua «acciò essi Turchi che ne consumano, possino restar soddisfatti», controlla che non vengano introdotte armi, donne, o «persone sbarbate che siano christiani» ed esige dagli ospiti il pagamento di una tassa precisata in una «tariffa» esposta in sede e tradotta in turco. A tutela della sicurezza personale dei Turchi era già intervenuta una legge del 10 gennaio 1612 che comminava pene molto severe a coloro che avessero osato offendere con parole o fatti i mercanti operanti in città, ma dopo l’erezione del Fondaco la politica della Repubblica Veneta nei confronti della comunità ottomana si precisa con estrema chiarezza secondo una linea di interventi che si può emblematicamente riassumere nella celebre frase che conclude il 9 giugno 1637 un’ennesima deliberazione a loro favore: «ogni commodo è dovuto à Turchi mercanti che qui trafficano».116 La volontà della Repubblica Veneta di tutelare in ogni modo i Turchi e di favorirne le intraprese commerciali si può misurare nella frequenza ed incisività dei provvedimenti diretti a snellire e disciplinare le pratiche burocratiche per l’introduzione e lo scambio delle merci in arrivo dall’Oriente. Sin dal marzo 1586 erano state emanate norme precise sulle modalità dell’acquisto, della vendita e della senseria tra veneziani e turchi, successivamente precisate e completate nel 1641 e 1644 col divieto ai Veneziani di spedire merci a commissionari di Spalato «a fin che li turchi et altri sudditi turcheschi venghino loro medesimi in questa città a vender e comprare».117 Ulteriori disposizioni del 1658 e del 1666 non erano però servite ad eliminare gli abusi e le continue lamentele per i frequenti disordini e le continue contraffazioni di mer115. Il decreto in ibidem. Sugli aspetti architettonici ed artistici del Fondaco, oltre al citato lavoro di Sagredo-Berchet, vedi la tesi di laurea di P. Benvegnù, Il fondaco dei Turchi, Università di Padova, facoltà di Lettere, a.a. 1970-71, rel. prof. L. Puppi. Un bel disegno dei Fondaco è riportato nell’appendice del manoscritto Fontego de’ Turchi. Memorie del Fontico de’ Turchi raccolte dal consiglier Giovanni Rossi, BNM, mss. It., cl. VII, n. MDCCLXXIV (7759), c. 33 dove i Turchi, tre mercanti più un moro, sono raffigurati col turbante e i soliti enormi mustacchi. Altre immagini del Fondaco dei Turchi in un’incisione secentesca di Domenico Lovisa e in due dipinti del Settecento, uno, di autore ignoto, conservato nella villa Giovanelli di Lonigo, l’altro di Michele Marieschi, attualmente alla pinacoteca del Museo Nazionale di Napoli. Cfr. P. Molmenti, La storia di Venezia nella vita privata, I, Bergamo 1905, p. 350, III, Bergamo 1906, p. 52, G. Delogu, Pittori veneti del Settecento, Venezia 1930, p. 112, Sagredo-Berchet, Il Fondaco dei Turchi, appendice. 116. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 24, c. 20v, V Savi alla Mercanzia, n.s., b. 186. Per evitare frodi e vessazioni a danno dei Turchi nel 1625 viene vietato ai senseri di condurre con sé bravi armati nel Fondaco per prevalere con la forza nelle trattative e si dispone che le merci vengano estratte solo quando l’acquirente può dimostrare la sua solvibilità (ASV, V Savi alla Mercanzia, n.s., b. 187, fasc. II). 117. ASV, V Savi alla Mercanzia, n.s., b. 162. Cfr. anche Paci, La «scala» di Spalato e il commercio veneziano, p. 108.

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canzie rendono necessario il 18 settembre 1673 un nuovo e più organico intervento legislativo. Per tutti coloro che vendono seta, oro e altre mercanzie orientali viene ribadito l’obbligo di servirsi degli appositi senseri, di cui viene redatto un albo a numero chiuso;118 inoltre tutte le transazioni devono essere trascritte in un Registro de’ contratti turcheschi debitamente bollato. Contemporaneamente entrano in vigore norme rigorose sull’arrivo e l’attracco delle navi turche, il periodo di contumacia in lazzaretto, i rapporti con le magistrature veneziane, le liti e altri particolari.119 Il favore del governo si manifesta in varie circostanze, nella punizione dei veneziani rei di delitti contro i mercanti,120 nella scrupolosa cura con cui vengono inventariati i beni dei Turchi deceduti nel Fondaco, nell’invito ai provveditori in Dalmazia a scortare le merci dirette a Zara «con fede e sicura cautella», nell’impegno a sdrammatizzare le risse e gli incidenti che accadono per motivi di donne o di denaro. Naturalmente il concentramento di tutti i Turchi in un unico locale non soddisfa tutti i mercanti, limitati nella loro libertà di movimento dalle severe norme restrittive del 28 maggio 1621, né elimina d’un colpo i disagi e gli inconvenienti della vita a Venezia di una comunità così diversa per usi e tradizioni dalla popolazione indigena. Il 14 dicembre 1624 il sangiacco di Secsar guida in Collegio una folta delegazione di mercanti che protestano di non voler più rimanere nella casa loro destinta, a causa del pessimo stato di manutenzione, della lontananza dalla piazza, dell’orario di chiusura troppo limitato e delle offese cui sono fatti oggetto da parte di «gente trista» che li copre di insulti, molestie e villanie.121 Il Senato dà una risposta negativa nella sostanza, ma diplomatica ed interlocutoria nella forma, assicura pronti restauri alla casa, punizioni ai colpevoli di molestie, un’attenuazione dell’orario e incarica i Savi alla mercanzia di trovare una soluzione definitiva in collaborazione col dragomanno Salvago e con 3-4 delle persone più influenti del Fondaco, rilevando però nel contempo i pericoli ben maggiori cui i Turchi sarebbero esposti ad opera di «huomini vagabondi et scellerati» in caso di libero soggiorno nella città. Questa vertenza, peraltro rapidamente composta, offre al Senato l’occasione per precisare al nuovo bailo a Costantinopoli Sebastiano Venier le linee direttive della politica veneziana verso i Turchi che «in buon numero» soggiornano a Venezia: le istanze del sangiacco sono «indebite», «nuove» e tanto più inopportune in quanto verso i mercanti ot118. ASV, V Savi alla Mercanzia, n. s., b. 186. 119. I Turchi tra l’altro fruiscono dei servizi dei dragomanni e di un avvocato pagati con un terzo delle senserie, secondo una parte del 15 settembre 1595 (ASV, V Savi alla Mercanzia, Dragomanni - Dulcigno, b. 61, e, n.s., b. 186, Archivio delle Arti, Senseri, b. 53 (fasc. 40). Nuove disposizioni per snellire le transazioni commerciali vengono emanate il 19 gennaio 1638 (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 25, parte I, c. 84v). 120. Tra le carte del bailo c’è ad esempio un bando a stampa del Consiglio dei Dieci, del 19 giugno 1673, contro Benetto Apostoli e Francesco Zerbin di Rialto, rei dell’omicidio di Osman Bernich e Faslì Isamel, negozianti turchi della Bosnia (ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 1). Un caso analogo nel settembre 1633 (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 22, parte I, c. 71). 121. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 16, cc. 139-142.

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tomani la Repubblica usa «amorevoli avvertenze, quello che non si accostuma con altre nationi, che non ci sono così care». Ribadita l’utilità per i Turchi stessi di dimorare nel Fondaco, protetti «dalli insulti, dalli pericoli di vita et dai rubbamenti» che certamente li colpirebbero di notte senza alcun rimedio da parte della giustizia, il Senato conclude invitando il bailo a far presente al Sultano che lo scopo dei promotori della protesta è di recuperare quella dannosa libertà, con fini scandalosi, pregiudiciali ai proprij interessi, per commettere di quelle indecenze scandalose, che si sentivano con nausea a quel tempo, che stavano separati et con li pericoli nella propria vita, che provarono in varie occasioni, con l’asportation furtiva delle loro mercantie et con infiniti altri mali incontri.122

Anche quando le relazioni con l’impero ottomano si interrompono bruscamente e divampa la guerra, la Repubblica procede con cautela e moderazione nei confronti dei mercanti turchi sorpresi a Venezia dallo scoppio delle ostilità, sia per non danneggiare con provvedimenti precipitosi e dettati dall’ira la posizione della ben più numerosa comunità veneziana in Oriente, sia per non tagliare completamente i ponti con un nucleo di negozianti che da un trattamento troppo brusco e violento può essere indotto in futuro a preferire altre piazze dalmatiche o italiane. È sintomatica a questo proposito la reazione del Senato all’improvvisa e in parte imprevista aggressione a Candia nel 1645: ai mercanti turchi che sono a Venezia in numero di 60 non verrà usata alcuna violenza almeno finché altrettanto sarà fatto ai veneziani a Costantinopoli, perché non si desidera essere i primi a interrompere la libera contrattazione.123 Quando però lo scontro tra le due nazioni tende ad inasprirsi le misure restrittive della libertà personale si rendono inevitabili e portano alla completa chiusura del Fondaco che solo qualche tempo dopo la conclusione della pace comincia lentamente a ripopolarsi.124 I lunghi periodi di chiusura provocano però un progressivo sfacelo dell’edificio che già nel 1670 è ormai così vecchio e cadente da far temere un crollo, ma i proprietari, malgrado le ripetute istanze, rifiutano di operare i restauri sostenendo che lo scarso afflusso dei mercanti rende poco fruttuoso l’esercizio del fondaco e si deve arrivare al 1740 perché, di fronte ad una supplica sottoscritta da ben 50 ospiti che lamentano gli eccessivi canoni di affitto e le cadenti condizioni dello stabile, i Savi alla mercanzia effettuino un’ispezione e, dopo una lunga lite con i Pesaro, padroni del locale, riescano a ottenere l’esecuzione di alcuni lavori.125 In 122. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 16, cc. 142-143. 123. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 28, parte II, cc. 63, 64r, 75r. Ancora nel novembre dello stesso anno, quindi a più di tre mesi dall’inizio del conflitto, il Senato assicura al bailo che «li mercanti turchi qui dimoranti godono tuttavia il beneficio d’ogni meglior trattamento» (c. 73v). 124. Durante la guerra di Candia il Fondaco viene destinato ad alloggio dei Persiani che però rifiutano tenacemente di abitarvi; alcuni per sottarsi all’obbligo lasciano addirittura Venezia (ASV, V Savi alla Mercanzia, b. 187, n. s., fase. III). 125. I lavori in effetti vengono eseguiti solo una decina di anni dopo (ASV, V Savi alla Mercanzia, n. s., b. 187, fase. III; cfr. anche mss. P. D., 740/c della Biblioteca del Civico Museo Correr). Altri restauri di minore entità seguono nel 1768 (ASV, V Savi alla Mercanzia, Diversorum, b. 373, f. 131).

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effetti già dalla fine del Seicento l’importanza della comunità mercantile islamica a Venezia va progressivamente diminuendo, in conseguenza della grave depressione economica che nel secolo XVII colpisce contemporaneamente la Repubblica Veneta e l’impero ottomano. L’inflazione galoppante, il pauperismo, le rivolte, le manipolazioni monetarie, il deficit di bilancio hanno profonde ripercussioni anche sull’interscambio veneto-turco e quindi anche sulla vitalità del commercio estero ottomano, sempre più ridotto all’esportazione di materie prime. Il primo campanello d’allarme suona già dopo la pace di Carlowitz, quando a Venezia ci si accorge che il ritorno dei mercanti turchi non è così rapido come nel passato, anche perché alcuni di essi hanno trovato vari espedienti per spedire mercanzie tramite corrispondenti o agenti, evitando così un diretto soggiorno sulla laguna.126 Passato qualche tempo i mercanti Turchi ricompaiono in gran numero sulla piazza di Venezia ma la loro composizione etnica sta mutando sensibilmente. Gli «asiatici» che erano sempre stati una minoranza, scompaiono quasi del tutto e prevalgono invece nettamente gli scutarini, i dulcignotti e i balcanici in genere127 e non sono sempre persone abili e intraprendenti, tanto che il 10 dicembre 1750 il custode del Fondaco nota malinconicamente come «da molto tempo in qua sempre più si accresca la feccia di nuovi Turchi .[…] più servitori che mercanti».128 Il mutamento qualitativo nelle merci e negli uomini ospitati nel Fondaco non tarda a produrre conseguenze negative anche nella vita stessa della comunità islamica: le disposizioni sul soggiorno dei Turchi in città cadono in desuetudine, molti mercanti alloggiano in case private, girano per la Terraferma senza permesso e frequentano liberamente locali pubblici nonostante le esplicite norme in contrario.129 Elementi torbidi ed inquieti provocano incidenti, evadono il dazio, creano difficoltà ai loro connazionali, favoriti dalla carenza di controllo al Fondaco dove spesso manca il custode e penetrano individui disonesti e abituati a vivere d’espedienti.130 L’unica attività praticata in continuazione e grande stile dagli ospiti del Fondaco è per tutto il Settecento il contrabbando di tabacco. Già 126. Un decreto dei Savi alla mercanzia dell’8 giugno 1701 vieta questa pratica (ASV, V Savi alla Mercanzia, n.s., b. 187, fasc. III). 127. Tra i 29 Turchi deceduti a Venezia tra il 1707 e il 1764 neppure uno è «asiatico» (ASV, Provveditori alla Sanità, Necrologi Ebrei-Turchi 1707-1764, b. 998). 128. BMC, mss. P. D., 740/c. Forse la lamentela è da collegarsi alle clamorose contraffazioni operate nel Fondaco l’anno prima (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 46, c. 53v). 129. ASV, V Savi alla Mercanzia, b. 966. Il 13 settembre 1765 marinai ottomani della saica «Santi 40» eludono le leggi che vietano ai legni turchi di avvicinarsi alla città e di giungere a Castello e provovano gravi incidenti con alcuni barcaroli (ASV, V Savi alla Mercanzia, Scritture (17641767), reg. 191, cc. 99r-100). Di un turco che abitava alla Giudecca, fuori quindi del Fondaco, riferisce un procedimento giudiziario del 1775 (P.G. Molmenti, Un curioso processo del sec. XVIII, in «Archivio veneto», XVIII/35 (1888), parte 1, p. 176). Una zuffa tra Turchi e soldati al Lido è ricordata nel luglio 1750 (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 46, cc. 92-93, 95). 130. ASV, V Savi alla Mercanzia, n.s., b. 187 e 966. Un caso particolarmente clamoroso è quello di Aidar Lezzi, individuo «torbido, violento» e di «pericoloso carattere», debitore insolvente e autore di numerose malefatte e «arditi trapassi»; il 24 maggio 1783 i Savi lo fanno arrestare, con l’intenzione di imbarcarlo a forza per Zara e poi consegnarlo al bassà di Scutari (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 55, parte II, cc. 68-69, reg. 56, parte II, cc. 42-43).

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nel maggio del 1729 un’inchiesta dei Savi alla mercanzia accerta «frequenti publiche et abbondanti» introduzioni di tabacco, che viene custodito nelle camere dove se ne fa quasi pubblico smercio giorno e notte, ma neppure lo sfratto dei tre più attivi promotori dell’organizzazione, che provvede addirittura della preziosa foglia le case di privati veneziani, arresta l’illecita attività che continua pressoché indisturbata anche negli anni seguenti.131 Spacciatori scutarini, particolarmente abili e decisi nella loro attività, vanno e vengono per la città, non si curano di consuetudini e di leggi e noleggiano veloci barche per estendere i traffici sino alle bocche del Piave.132 Nel maggio del 1746 l’audacia di un gruppo di contrabbandieri arriva al punto di aggredire con le armi alcune guardie armate lasciando sul campo un ferito e questa volta il fatto è troppo clamoroso (vi è coinvolto anche il dragomanno Volta) perché il pur tollerante governo veneziano non sia costretto ad intervenire. I Savi alla mercanzia convocano il custode del Fondaco a render ragione della sua negligenza, affidano ad un uomo di fiducia l’incarico di far comprendere ai rei «la gravità del trappasso», che alla frode del dazio ha congiunto l’uso di armi contro la polizia, fa loro sottoscrivere una carta in cui ammettono la loro responsabilità e poi li costringe ad imbarcarsi per Senigallia.133 I tentativi di riportare l’ordine e l’antica operosa attività cozzano contro una realtà umana ed economica che non può che riprodurre a distanza di poco tempo gli abusi ripetutamente lamentati, tanto che il 24 settembre 1753 Savi sono costretti ad ammettere che il Fondaco dei Turchi è ormai «sede e asilo sicuro» di ogni genere di contrabbando e soprattutto del tabacco che vi viene quotidianamente venduto «impunemente come se fosse una bottega del partito».134 D’altra parte quei mercanti turchi che continuano ad esercitare un onorato commercio lamentano «indiscretezza» e «mala fede» nei senseri veneziani che consegnano spesso merci in quantità inferiore o danneggiate rispetto al pattuito. I Savi alla mercanzia, una delle magistrature veneziane che dimostra maggior dinamismo anche negli ultimi anni di vita della Repubblica, intervengono più volte per stroncare il contrabbando e rinnovare i decreti sull’obbligo di soggiorno nel Fondaco, e ribadiscono il loro impegno per il restauro dei locali del Fondaco135 e l’accoglimento di alcune ragionevoli richieste dei più attivi operatori economici ottomani.136 Allo scopo di riordinare le 131. ASV, V Savi alla Mercanzia, Risposte (1729-1733), b. 177, cc. 24-25, 33v-34r, 37v-38. 132. ASV, V Savi alla Mercanzia, Risposte (1729-1733), b. 177, cc. 64, 68, 93-95. 133. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 45, parte II, cc. 92-94, 98. Quanto i Turchi si sentano intimoriti dei provvedimenti dei Savi dimostra un episodio accaduto solo tre mesi dopo, l’11 agosto 1746, quando un gruppo di loro rifiuta di esibire le bollette del dazio agli ufficiali di barca e impiega armi da fuoco per impedire i controlli dei doganieri (c. 101). 134. ASV, V Savi alla Mercanzia, Scritture (1753-1755), reg. 184, cc. 21-22. 135. ASV, V Savi alla Mercanzia, b. 966, 8 agosto 1768. Il reiterato divieto di introdurre armi e il continuo ripetersi di misure per prevenire abusi e disordini dimostrano l’inefficacia degli ordini (ASV, V Savi alla Mercanzia, Diversorum, b. 348, c. 12, b. 380, c. 27). Le disposizioni sulla vita nel Fondaco vengono rinnovate per l’ultima volta il 15 settembre 1794. 136. È il caso, il 23 febbraio 1764, delle lamentele di due importatori di bovini per le esagerate pretese dei fanti di sanità e, il 26 settembre dell’anno successivo, delle proteste di alcuni mercanti

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disposizioni sui contratti tra Turchi e Veneziani il 2 settembre 1768 deliberano la decadenza dall’impiego dei senseri che non tengono il prescritto Registro de’ contratti turcheschi, dichiarando nulli tutti i contratti stipulati da altri e il 13 agosto 1773 concedono di vendere a credenza ai Turchi, aumentano a 15 il numero dei senseri e ribadiscono la tariffa del 4 % per la senseria onde stroncare gli abusi di chiedere di più e ciò «a facilità dello smercio delle Venete manifatture, a sollievo e giusta consolazione de’ Turchi».137 La Repubblica Veneta rimane dunque fedele sino alla fine alla sua politica di favore verso la comunità mercantile turca, di cui cerca in ogni modo di incoraggiare lo sviluppo ed il pacifico inserimento tra la popolazione di Venezia. Come si svolge la vita degli ospiti del Fondaco dei Turchi, quali rapporti intrattengono con la gente del luogo, quale influenza ha avuto la loro presenza nella società e nella cultura veneziana? Non è facile rispondere a tutti questi interrogativi, soprattutto per la relativa scarsezza delle fonti su questa colonia straniera, meno numerosa e importante e ovviamente anche culturalmente più isolata dei greci, degli ebrei, dei tedeschi. Pochi di numero, tagliati fuori da intensi e fecondi contatti umani dalla grave barriera linguistica, legati in maggior parte a costumi balcanico-slavi più che propriamente ottomani, i mercanti alloggiati al Fondaco dei Turchi hanno certamente inciso molto superficialmente sull’opinione pubblica veneziana e sul suo livello di conoscenza della civiltà turca. D’altra parte il significato più profondo e duraturo della «presenza» turca nella vita veneziana va colto su piani diversi e complessi, dove si intersecano e mescolano la diretta conoscenza di individui turchi, l’eco delle narrazioni dei viaggiatori, pubblici rappresentanti o privati mercanti reduci dall’impero ottomano, le descrizioni letterarie più diffuse e infine la raffigurazione e trasfigurazione popolare e folkloristica di vari ed eterogenei elementi del mondo ottomano ed orientale in genere. L’adozione a Venezia di vesti turche, come il cafetan, un cappotto con maniche lunghe e larghe o lo zamberluco, un vestito con maniche strette e cappuccio,138 può benissimo spiegarsi con la diretta conoscenza di turchi del Fondaco e con l’imitazione di qualche stravagante servitore di nobili ritornati da Costantinopoli, ma può anche risalire alla conoscenza delle splendide raffigurazioni di abiti turchi della raccolta del Vecellio.139 L’offerta di confetture in figura di Turchi agli invitati al gran ballo in palazzo ducale per l’elezione del nuovo doge il 17 aprile 1618, la presenza tra le maschere del carnevale del «turco» e la grande fortuna popolare a partire dalla metà del Cinquecento del cosiddetto svolo del turco dal campanile di S. Marco, sono episodi modesti ma non per questo per l’eccessiva diminuzione del peso della lana dopo l’espurgo (ASV, V Savi alla Mercanzia, Scritture (1764-1767), reg. 191, cc. 12 e 100v). Viene invece respinta, il 1 settembre 1766, la domanda di esenzione del 10 % del dazio sul caffè importato da Alessandria e Zante (cc. 154-155). 137. ASV, V Savi alla Mercanzia, b. 966. 138. Molmenti, La storia di Venezia, II, p. 495. 139. C. Vecellio, Habiti antichi et moderni di tutto il mondo, Venetia 1589, pp. 358-390. La rassegna del Vecellio comprende tanto le vesti dei Sultani e delle classi abbienti come i modesti abiti quotidiani del basso popolo.

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meno significativi di una presenza multiforme e talvolta complessa di elementi ed influenze turche nella mentalità e nel folklore popolari.140 Di particolare importanza per la comprensione dell’immagine popolare del «turco» come nemico di Venezia e della Cristianità sono i numerosi personaggi e scene allegoriche inseriti nelle processioni augurali all’inizio delle guerre o nelle rappresentazioni teatrali allestite durante le feste per le vittorie militari. Il Dragone, simbolo consueto del Turco, con le corna adornate della Luna e un uomo vestito alla turca dentro una barca guidata da un moro (Caronte) sono due dei personaggi mascherati insediati su una specie di altare che hanno maggiormente colpito l’ignoto osservatore francese di una processione veneziana del 2 luglio 1571 per la proclamazione ufficiale della Santa Lega.141 Il carnevale dell’anno 1571 vede in piazza S. Marco l’eccezionale spettacolo di 140 «Turchi a guisa de schiavi» che seguono un carro trainato da altri otto finti prigionieri incatenati e vestiti di «casacche di seta / de più colori et in testa parte con tulipani et / parte con barette lunghe alla turchesca». Il cocchio trionfale trascina dietro di sé numerosi stendardi turchi mentre un coro di 4 villani canta un dialoghetto centrato sul tema del «Turco sassin, can laro [= ladro], patarin».142 La vittoria di Lepanto suscita a Venezia e nelle città di terraferma un entusiasmo incontenibile e dà il via a grandiosi festeggiamenti che comprendono giochi, processioni, rappresentazioni figurate di cui numerosi scrittori ci hanno lasciato dettagliata documentazione.143 L’abitudine a spettacoli con scene allegoriche a tema «turchesco» si conserva anche per tutto il Seicento ed il tema preferito rimane naturalmente quello del carro trionfale trascinato da finti prigionieri ottomani.144 Sulla simbologia degli spettacoli popolari e sui temi iconografici di molte stampe del Cinquecento e del Seicento hanno certamente influito in misura notevole suggestioni dotte, di ispirazione letteraria e scritturale, ma non si può escludere che anche il diretto contatto con una colonia turca a Venezia abbia contribuito a porgere al pubblico una certa conoscenza esteriore, dei tratti fisici, 140. G. Tassini, Feste, spettacoli, divertimenti e piaceri degli antichi veneziani, Venezia 1890, pp. 128, 153 B. Tamassia Mazzarotto, Le feste veneziane, i giochi popolari, le cerimonie religiose e di governo, Firenze 1961, pp. 116, 128. Lo svolo del turco prende il nome dall’esibizione di un acrobata turco che aveva raggiunto la sommità del campanile su una fune e col solo appoggio di una pertica (p. 34). 141. Le Très Excellent Triomphe fait en la ville de Venise, en la publication de la Ligue, Lyon 1571, Biblioteca della città di Lione, n. 316078. Cito da Lépante, a cura di Lesure, pp. 46-47. 142. Ordine et dechiaratione di tutta la mascherata fatta nella città di Venetia la Domenica di Carnevale M.D.LXXI per la gloriosa Vitoria contra Turchi, Venetia 1572. 143. P. Tiepolo, Storia della guerra di Cipro, BNM, mss. It., cl. VII, n. 224 (8309), cc. 175177; R. Benedetti, Ragguaglio delle allegrezze solennità e feste fatte in Venezia per la felice vittoria di Lepanto, Venezia 1571; Il vero e mirabilissimo apparato over conciero con il glorioso trionfo nell’inclita città di Venetia, in Rivoalto celebrato, per i dignissimi, e integerrimi merchanti drapieri, in essaltation de la Santa Fede con cerimonie sante per la gloriosa vitoria avuta contra lo in’humanissimo Selin imperator di Turchi, s.l. s.d. (in ottave). Su simili festeggiamenti a Padova v. A.B. Sberti, Degli spettacoli e delle feste che si facevano a Padova, Padova 1818, p. 123. 144. Per alcuni spettacoli del periodo 1686-1688 cfr. Tassini, Feste, spettacoli, p. 107, Tamassia Mazzarotto, Le feste veneziane, p. XV.

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della moda del vestire, del comportamento del «Turco», altrimenti immaginato solo nella fantasia come il mitico e barbaro nemico della fede e della patria. In ogni caso è fuori dubbio che i Turchi del Fondaco, per l’atipicità delle vesti, dell’aspetto fisico e dei costumi igienici e matrimoniali hanno contribuito a rinnovare nel Veneziano il mito dell’Oriente e l’irresistibile fascino dell’esotico di cui così evidenti sono le tracce in tutta la tradizione letteraria ed in particolare nella commedia del Seicento e del Settecento. 3. Religione e potere in uno stato dispotico Quando i Turchi si affacciano sulla scena dell’Europa la religione di Maometto è già nota in Occidente da molti secoli e ormai il mondo cristiano medievale ha cristallizzato e fissato nei suoi confronti un atteggiamento di ostilità, di incomprensione, di ignoranza profonda della storia araba, dei dogmi e delle istituzioni religiose musulmane e infine di falsificazioni sistematiche della biografia del profeta.145 È ad esempio significativo l’antislamismo del Milione su cui forse influisce, come ha osservato l’Olschki, la convinzione dell’inutilità di ogni tentativo di conversione dei musulmani, mentre invece con mezzi adeguati Marco Polo ritiene che lo stesso Gran Cane potrebbe essere indotto ad abbracciare la fede di Cristo.146 Anche se l’ambiente colto veneziano non si discosta dall’orientamento generale dell’Europa cristiana nei confronti della religione di Maometto, va però ricordato che proprio a Venezia viene stampato tra il 1533 e il 1537 dal bresciano Paganino de’ Paganini il Corano, probabilmente con l’intento di smerciarlo in Oriente.147 In circoli protestanti tedeschi verso la fine del secolo XVII si diffonde anzi la convinzione che questa edizione sia stata distrutta per ordine del papa, ma pare più realistica l’ipotesi della Nallino che il testo sacro islamico sia stato eliminato perché, contrariamente alle speranze, non era possibile venderlo con profitto nei paesi del Levante.148 Ben maggiore rilievo ha l’altra edizione veneziana del Corano curata nel 1547 da Andrea Arrivabene e di cui il De Frede ha sottolineato la diffusione negli ambienti ereticali o comunque vicini alla Riforma. Il Corano si trova infatti tra i 145. Un quadro esauriente dei pregiudizi e delle idee errate nei confronti dell’Islàm in Malvezzi, L’Islamismo, passim. 146. L. Olschki, L’Asia di Marco Polo, Firenze 1957, pp. 230-249, in part. p. 248. Cfr. anche E. Etiemble, La philosophie, les arts et les religions de la Chine dans l’oeuvre de Marco Polo, in Venezia e l’Oriente, pp. 382-384. Un esempio di ignoranza e incomprensione verso l’Islàm è ad esempio nell’opera di Galvano di Lepanto di recente riproposta all’attenzione degli studiosi (J. Leclercq, Galvano di Lepanto e l’Oriente, in Venezia e l’Oriente, pp. 403-416). 147.  M. Nallino, Una cinquecentesca edizione del Corano stampata a Venezia, in «Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti», CXXIV (1965-1966), pp. 1-12. Cfr. anche Fulin, Documenti per servire alla storia, p. 211. 148. Nallino, Una cinquecentesca edizione, p. 12.

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libri sequestrati all’eretico Guido da Fano nel luglio 1566149 e all’editore Luc’Antonio Giunti, la cui casa viene perquisita il 22 agosto 1570.150 Nel complesso la cultura veneziana per quanto riguarda la religione islamica non propone posizioni diverse rispetto al patrimonio di idee e di convinzioni che l’Occidente cristiano è venuto elaborando nei secoli del Medioevo e che rimane nella sostanza inalterato anche in età moderna, quando il mondo musulmano finisce per identificarsi in larga parte con l’impero ottomano.151 Anche prima che la riforma di Lutero e il lento ma inesorabile processo di laicizzazione e scristianizzazione dell’Occidente nel Settecento e nell’Ottocento togliessero alla Chiesa cattolica il primato tra tutti i cristiani e il monopolio degli orientamenti spirituali e culturali della parte più civile ed evoluta del globo, una frattura religiosa di portata storica si è realizzata con la diffusione dell’Islamismo in vaste regioni del Medio Oriente, ma la cultura cristiana si è sempre rifiutata di riconoscere ai dogmi e alle istituzioni nate dalla predicazione di Maometto la dignità di una vera «religione», abbassandoli invece al livello di una «setta» cristiana deviata dal gregge universale di Roma e avvilita e abbrutita dai barbari e arretrati costumi delle popolazioni tra cui ha fatto i suoi proseliti. In Occidente sono ben pochi a credere agli inizi dell’età moderna a concrete e realistiche prospettive di ricondurre nell’unica fede di Cristo l’«eresia» maomettana, né certo sono destinate a fiorire e prosperare a Venezia audaci utopie di conversione dei Turchi quando sin dalla prima metà del Quattrocento la Repubblica guarda con ostentata diffidenza e freddezza ai progetti di crociata di Pio II e impone persino di spostare la sede della progettata conferenza da Udine a Mantova per non dar ombra al Sultano.152 Logico quindi che quasi nessuna eco abbia negli ambienti culturali veneziani la celebre lettera del Piccolomini a Maometto II per indurlo alla conversione, un testo di evidente ispirazione umanistica tessuto di raffinate 149. A. Stella, Guido da Fano eretico del secolo XVI al servizio del re d’Inghilterra, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia», XIII (1959), p. 226. 150.  C. De Frede, La prima traduzione italiana del Corano sullo sfondo dei rapporti fra Cristianità e Islam nel Cinquecento, Napoli 1967, p. 46. Una preziosa copia del Corano in lingua originale viene donata nel 1604 da Agostino Amulio al Casaubon su richiesta del Sarpi: cfr. P. Sarpi, Lettere ai Gallicani, a cura di B. Ulianich, Wiesbaden 1961, p. 168 e G. Cozzi, Paolo Sarpi tra il cattolico Philippe Canay de Fresnes e il calvinista Isaac Casaubon, in «Bollettino dell’Istituto di storia della società e dello stato veneziano», I (1959), p. 147. 151. Sui rapporti culturali e religiosi tra Cristianesimo e Islam in et medievale cfr. U. Monneret De Villard, Lo studio dell’Islàm in Europa nel XII e nel XIII secolo, Città del Vaticano 1944; Fritsch, Islam und Christentum im Mittelalter, Breslau 1930 e soprattutto N. Daniel, Islam and the West: the Making of an Image, Edimburgh 1960 e R.W. Southern, Western views of Islam in the Middle Ages, Cambridge (USA) 1962. Interessanti osservazioni sull’atteggiamento del mondo occidentale nei confronti del Corano in G.C. Anawati, Nicolas de Cues et le problème de l’Islam, in Nicolò Cusano agli inizi del mondo moderno, Atti del Congresso Internazionale in occasione del V centenario della morte di Nicolò Cusano, Bressanone, 6-10 settembre 1964, Firenze 1970, pp. 141-173. 152. G.B. Picotti, La dieta di Mantova e la politica de’ Veneziani, Venezia 1912 (Miscellanea di storia veneta edita per cura della R. Deputazione Veneta di storia patria, s. III, t. IV) e Babinger, Le vicende veneziane, p. 68.

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anche se ingenue motivazioni teologiche e storiche e sulla cui reale finalità e interpretazione non tutti i dubbi sono stati ancora chiariti.153 La cultura veneziana accetta abbastanza pacificamente ed acriticamente miti ed errori sulle origini della religione di Maometto, senza rifiutare esagerazioni o palesi deformazioni di evidente origine controversistica. La puntuale aderenza di Andrea Dandolo alle degradanti leggende cristiane sulla giovinezza di Maometto e la sua vita peccaminosa e segnata dalla sfrenata ambizione di gloria e dominio temporale, indica molto chiaramente quali informazioni circolino anche a Venezia sui primi anni di vita della religione islamica, né la qualità ed il tono delle notizie sono destinati a mutare sensibilmente in età moderna.154 Alla fine del Quattrocento Bernardo Giustinian, colto umanista allievo del Guarino, del Filelfo e del Trapezunzio e autore di una storia delle origini di Venezia fondata su fonti sicure e depurate dalle favolose incrostazioni popolari, quando arriva all’anno 650 d.C. e deve parlare della setta maomettana, «pestilentior altera superioribus omnibus lues», si attiene alle consuete leggende ma si scusa con i lettori della carenza di buone informazioni attribuendola agli arabi e a quegli scrittori cristiani che hanno trasmesso le notizie «non tam scribendae historiae gratia quam eius confutandi erroris».155 L’avvio di intensi scambi commerciali e la presenza di una rappresentanza diplomatica stabile a Costantinopoli favoriscono nel secolo XVI e XVII l’acquisizione di una più esatta e approfondita conoscenza della religione musulmana, anche se le nuove notizie sui dogmi, le cerimonie del culto, le istituzioni ecclesiastiche rimangono saldamente ancorate agli schemi negativi e denigratori ereditati dalla controversistica medievale. Le relazioni dei baili, proprio perché rispecchiano il pensiero e l’esperienza diretta di uomini che hanno a lungo vissuto a Costantinopoli, possono essere assunte come modello esemplare dell’immagine della «setta» maomettana nella società veneziana del Cinquecento e Seicento, nella misura in cui riflettono una quantità di informazioni di prima mano quasi del tutto assenti in molti altri testi contemporanei. Della qualità della loro falsa religione non occorre dir molte parole, sapendo ognuno che non fu mai ritrovata più apparente favola, e che autore di quella è stato il scel153. Pio II (Enea Silvio Piccolomini), Lettera a Maometto II (Epistula ad Mahumetem), a cura di G. Toffanin, Napoli 1953. Cfr. anche R. Eysser, Papst Pius II und der Kreuzzug gegen die Türken, in Mélanges d’histoire generale, a cura di C. Marinescu, II, Bucarest 1938, pp. 1-134; E. Hocs, Pius II und der Halbmond, Freiburg 1941; F. Babinger, Pio II e l’Oriente maomettano, in Enea Silvio Piccolomini Papa Pio II. Atti del Convegno per il quinto centenario della morte e altri scritti raccolti da Domenico Maffei, Siena 1968, pp. 1-13, F. Gaeta, Sulla «Lettera a Maometto» di Pio II, in «Bullettino dell’Istituto Storico per il Medio Evo e Archivio Muratoriano», 77 (1965), pp. 127-227; Id. Alcune osservazioni sulla prima redazione della «Lettera a Maometto», in Enea Silvio Piccolomini Papa Pio II, pp. 177-186; Schwoebel, The shadow of the crescent, pp. 65-67, 72 e sgg., F. Babinger, Maometto il Conquistatore e gli umanisti d’Italia, in Venezia e l’Oriente, pp. 433-449. 154. Dandolo, Chronica, p. 94. Nel 1367 a Venezia il falso miracolo del sepolcro di Maometto sospeso in aria per forza magnetica era stato addirittura riprodotto su una carta geografica (Gallicciolli, Delle memorie venete, II, p. 46). 155. B. Giustinian, De origine Urbis Venetiarum, Venetiis [1492], p. 52.

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leratissimo Maometto che […] s’immaginò d’andar inventando una sorta di legge che promette libertà di costumi per tirar a sé gli uomini carnali, e che potesse dar soddisfazione così alli cristiani come agli ebrei:

è difficile immaginare una descrizione più incisiva della fede islamica, pur nella scontata adesione a schemi mentali tradizionali, di queste breve notazioni di Gianfrancesco Morosini nel 1585, ma le frasi che seguono chiariscono l’ottica tutta «storica» del suo giudizio, perché il bailo non si sofferma sugli aspetti più propriamente religiosi dell’Islam ma va diritto a cogliere le implicazioni politiche di questa religione, mettendo in evidenza «la sporca e vitiosa vita» dei turchi.156 L’interesse dei baili non va alle origini storiche e alla vera struttura dogmatica dell’Islamismo ma alle sue concrete ripercussioni sull’assetto sociale del mondo turco, spesso confuso con quello arabico delle origini ormai lontano dall’immediata conoscenza dei veneziani. Se la setta dei Turchi è solo «un misto di senso e di ragion di stato» creato dall’accortezza di Maometto è facile convincersi che dalla mescolanza di «contaminata Religione e depravati costumi» può derivare solo «un governo mostruoso, tirannico» e che la credenza in un Paradiso immaginato in funzione di piaceri materiali sottrae l’individuo «dalla pena che seco porta il pensar al morire» aprendo così la via ad una sfrenata licenza e ai peggiori eccessi nella vita terrena.157 Le «ridicole superstizioni dell’Alcorano» colpiscono l’osservatore veneziano per la potente suggestione che esercitano sull’animo degli uomini semplici, imbevuti di una ferrea convinzione nella assoluta predestinazione e di un cieco e totale fatalismo, ambedue premesse indispensabili per l’adesione convinta e fanatica alla «guerra santa» e al totale sprezzo della morte in battaglia.158 Notazioni positive sul comportamento religioso dei Turchi, come la loro scrupolosa osservanza delle pratiche di culto e lo zelo in tutte le manifestazioni esteriori, sono per lo più utilizzate dai baili, come del resto da tutti gli altri osservatori veneziani ed europei contemporanei, in funzione strumentale per deprecare in tono moralistico la trascuratezza e l’indifferenza dei cristiani o per sottolineare l’ipocrisia ottomana che finge grande pietà religiosa per meglio celare le malvage azioni.159 Il grande rispetto per i luoghi di culto, l’osservanza scrupolosa del divieto di bere vino, di giocare, di bestemmiare, il frequente e largo esercizio della carità in156. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, p. 271. 157. Le relazioni degli Stati Europei, parte I, p. 178, parte II, pp. 29, 128. 158. Le relazioni degli Stati Europei, parte I, pp. 105, 118, 180, parte II, p. 209. Frequenti anche le notazioni sul contrasto tra un’interpretazione rigida del «fatalismo» che esclude anche elementari misure igieniche contro la diffusione della peste e i provvedimenti effettivamente presi per evitare alluvioni o siccità (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 452-453). 159. «È ben vero che sanno i Turchi nascondere le loro ribalderie più che non sogliono far li cristiani, perché nelle parole si guardano assai di non parer disonesti», scrive ancora il Morosini. E due anni dopo Matteo Zane rincara la dose assicurando che frequentare le moschee «è fatto propriamente per competere nella ipocrisia e non nella religione, poiché non si vede che sia loro proibita alcuna enormità di costumi e di scelleratezze» (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. II, vol. III, pp. 271, 406).

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dividuale, meravigliano i patrizi veneziani che però si compiacciono di segnalare la contraddizione di molti individui che ostentano una adesione esteriore a tutte le prescrizioni islamiche ma poi privatamente agiscono in modo del tutto contrario e sicuramente scandaloso.160 Incerti si mostrano spesso gli osservatori veneziani sulla compattezza della struttura ecclesiastica islamica ora esaltata ora negata per la presenza di varie sette, sull’assenza di ogni discussione in materia religiosa, secondo alcuni solo apparente, potendo ogni turco «interpretar l’Alcorano a modo suo», e infine sulla sincerità delle offerte alle moschee e ai luoghi pii in evidente contrasto con la supposta universale avarizia.161 Il carattere sincretico della religione islamica, che alimenta nel Cinquecento le speranze di un uomo come il Postel di estendere anche ai Turchi una forma di cristianesimo ridotto a pochi dogmi semplificati e comprensibili a tutti nell’ambito di una cosmopolitica trasformazione integrale della società,162 è colto con interesse dai baili che però si limitano a sottolinearne solo le implicazioni sociali e politiche. La concezione di una religione instrumentum regni nelle mani dei Sultani che se ne servono per tenere in obbedienza i popoli ignoranti e dilatare l’impero con il miraggio della felicità eterna per i morti in combattimento,163 è forse l’unico aspetto che interessa veramente i nobili veneziani che non a caso ci hanno lasciato ampie e brillanti descrizioni della stretta subordinazione del potere religioso a quello politico, secondo una ferrea logica di ragion di stato che solo di rado i Muftì e gli ulema sono in grado di respingere o spezzare. L’uso politico del Corano pare ai Veneziani la carta segreta e vincente della loro formidabile macchina politica e la crescente estensione territoriale dell’impero prova la bontà della formula escogitata dal «sagace» Maometto e prontamente adottata dai Turchi che col sapiente ed accorto uso dei fondamenti sincretici dell’islamismo conservano la fede nei sudditi e riescono ad «ingannare molte particolari persone idiote».164 Se per quanto riguarda la conoscenza e il giudizio sulla religione dei Turchi l’ambiente politico e culturale veneziano non presenta una sostanziale differenziazione rispetto al patrimonio di notizie e di convinzioni tramandato all’Oc160. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 157, 280, 323, 398, 450-451, vol. II, pp. 249-250; Le relazioni degli Stati Europei, parte II, pp. 28-29. 161. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, pp. 272, 379; Le relazioni degli Stati Europei, parte I, p. 114. 162.  Sul pensiero del Postel e il suo celebre scritto De la république des Turcs (1560) v. W.J. Bouwsma, Concordia Mundi: the career and thought of Guillaume Postel, Cambridge (USA) 1957, V. De Caprariis, Propaganda e pensiero politico in Francia durante le guerre di religione, I, (1559-1572), Napoli 1959, pp. 161-162, P. Mesnard, Il pensiero politico rinascimentale, a cura di L. Firpo, II, Bari 1963, pp. 76-78 e ora A. Rotondò, Guillaume Postel a Basilea, in «Critica storica», X (1973), p. 126. 163. Vedi ad esempio questo passo di Giovanni Morosini del 1680: «La religione, in ogni luogo fondamento dei governi, forte legame dell’umana società, qui è serva della politica, e come tale sostenuta dai Monarchi ottomani perché assoggetta il libero arbitrio alla volontà del principe, fa creder predestinazione la cieca obbedienza, martirio la morte in suo servizio» (Le relazioni degli Stati Europei, parte II, p. 263; cfr. anche la relazione di Agostino Nani del 1603, parte I, p. 36). 164. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, relaz. Matteo Zane (1594), p. 405.

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cidente europeo dal cristianesimo medievale, assai più complesso e variegato è invece l’atteggiamento della pubblicistica veneziana nei confronti dello stato turco, del suo governo e delle sue strutture militari e amministrative. Il Curcio e lo Chabod hanno suggerito spunti persuasivi ed illuminanti sull’effetto prodotto dalla comparsa dell’impero ottomano sulla scena politica mondiale e sulla presa di coscienza da parte degli occidentali dell’esistenza di un’entità culturale e spirituale, l’Europa, contrapposta all’Asia imbelle e «barbara», ormai preda dei nuovi invasori.165 Le fulminee conquiste ottomane diffondono in Occidente un generale terrore dei Turchi coloritosi ben presto di accenti religiosi e profetici, che prospettano il successo degli infedeli musulmani come un castigo di Dio per i peccati di cui i Cristiani continuano a macchiarsi, ma ben presto l’attenzione si concentra sulle strutture politiche e militari che sono alla base di un successo così clamoroso. Nasce così una ricca letteratura che esalta gli aspetti positivi dell’impero ottomano, malgrado la tradizionale ostilità religiosa costringa gli autori a moderare e a circondare di riserve e cautele gli entusiasmi e le lodi eccessive. Si ammirano la disciplina e compattezza dell’esercito turco, in confronto al disordine e all’insubordinazione delle truppe cristiane, ma si esalta soprattutto il solido assetto politico centralizzato e dispotico che ha consentito allo stato ottomano una così rapida espansione militare.166 Gli studi dello Sturmberger hanno permesso di valutare con precisione l’influenza dell’esempio ottomano sul processo di formazione della monarchia asburgica che si consolida e aggrega nella sua compatta struttura burocratica e accentrata proprio in funzione della difesa anti-turca.167 Attraverso l’analisi di una serie di scrittori politici europei, da Machiavelli a Bodin a Botero e con l’aiuto di testimonianze di viaggiatori, militari, funzionari austriaci tornati dalla Turchia, lo Sturmberger giunge alla convinzione che l’assolutismo osmano, soprattutto nella forma assunta durante il regno di Solimano II, prospetta un modello di valore esemplare per le grandi monarchie europee, dando un notevole impulso alle tendenze in atto al loro interno verso l’eliminazione dei 165. C. Curcio, Europa. Storia di un’idea, I, Firenze 1958, pp. 178-236; F. Chabod, Storia dell’idea d’Europa, Bari 1964, passim. 166. «Il Turco era, in fondo, l’Oriente, l’Asia, idea e regione di Stato compatto, uniforme, massiccio» (Curcio, Europa, I, p. 206). Lo Schwoebel ricorda un’interessante rappresentazione tedesca del 1456 (Des Turken Vasnachspiel) in cui «the peace and order maintained by the sultan’s strong governement, his justice and light, his toleration of Christians are all emphasized in contrast to the social and political evils of the empire and the corruption of the church and its hierarchy» (The shadow of the crescent, p. 212). 167. H. Sturmberger, Das Problem der Vorbildhaftigkeit des türkischen Staatwesens im 16. und 17. Jahrhundert und sein Einfluss auf den europäischen Absolutismus, in Comité International des Sciences Historiques. XIII Congrès International des Sciences Historiques, Vienne, 29 août-5 septembre 1965, Rapports. IV, Methodologie et histoire contemporaine, Horn-Wien 1965, pp. 201-209. Sul problema dei rapporti tra la storia ottomana e la storia dell’Occidente cfr. anche A. Bombaci, L’impero ottomano, in Nuove questioni di storia moderna, I, Milano 1964, in part. pp. 557-561.

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residui feudali e di tutte le sopravvivenze particolaristiche.168 Un forte esercito permanente, imperniato sui Giannizzeri, un potere assoluto concentrato in forma dispotica nelle mani del Sultano, la mancanza di una nobiltà ereditaria, una relativa tolleranza religiosa, sono gli elementi che maggiormente balzano agli occhi degli osservatori europei e caratterizzano l’influsso esercitato dallo stato ottomano sullo sviluppo dell’assolutismo nell’Europa occidentale. Tema di grande interesse questo prospettato dallo storico austriaco su cui si innestano le precise e feconde osservazioni del Diehl e dello Chabod che rivendicano all’impero ottomano degli inizi del Cinquecento l’eredità della tradizione storica e culturale e della struttura burocratico-amministrativa rispettivamente dello stato bizantino e dell’antica monarchia persiana.169 «Tutta la monarchia del Turco è governata da uno Signore, li altri sono sua servi», con questa lapidaria definizione il Machiavelli individua nel dispotismo totale il tratto essenziale del governo ottomano, la cui rapidità ed efficienza si impongono all’ammirazione di tutti in un’epoca in cui il processo di unificazione amministrativa ed economica è ancor lontano dall’essere concluso in molti paesi europei e l’Italia comincia a pagare duramente con l’invasione ed il dominio straniero l’esasperato frazionamento politico.170 Negli anni a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento quando la Repubblica Veneta comincia ad avvertire i sintomi di una decadenza lenta ma irrimediabile e registra nel seno del proprio patriziato un vivace e tormentato dibattito culturale e politico tra i fautori di due diversi indirizzi, cauto e moderato l’uno (i «vecchi»), più audace e creativo l’altro (i «giovani»), due tra le più vigorose menti del pensiero politico italiano, Giovanni Botero e Traiano Boccalini, pubblicano proprio a Venezia le loro opere in cui spiccano alcune riflessioni di grande rilievo sulle caratteristiche più peculiari dell’impero ottomano. Già nella Ragion di stato il Turco è più volte citato come esempio per alcuni consigli al principe, ma è soprattutto nelle Relazioni universali, uscite nel 1605, che il Botero scrive alcune pagine attente e meditate sui caratteri del popolo turco, la natura dispotica del governo del Sultano, l’importanza fondamentale dei timari (feudi) per una buona coltivazione della terra e infine le varie cause dell’istituto dei rinnegati.171 168. «Diese Türkenbewunderung gehört vor allem dem türkischen Staat in seiner Ganzheit, dem einheitlichen, von einem Willen gelenkten Staat, der Macht und Stärke repräsentiert und den abendländischen Staaten als Beispiel hingestellt wird» (Sturmberger, Das Problem, pp. 203-204). 169. C. Diehl, La civiltà bizantina, Milano 1962, in particolare le pp. 288-289; Chabod, Storia dell’idea di Europa, p. 50. 170. Machiavelli, Il principe, cap. IV. Di notevole interesse il dibattito svoltosi in Francia intorno ai giudizi del segretario fiorentino sull’assetto statale dell’impero ottomano e della monarchia francese (cfr. G. Procacci, Studi sulla fortuna di Machiavelli, Roma 1965, pp. 109-122). 171. G. Botero, Delle relationi universali, parte II, Venezia 1605, pp. 117-129, in part. pp. 120 e 116-118. Interessanti osservazioni sulla diffusione della religione maomettana, nell’ambito di un tentativo di statistica di tutte le religioni, in un altro scritto del Botero, inedito sino al 1895: Del numero dei Christiani, e delle altre nationi, quanto spetta alla religione, per l’Universo. Cfr. A. Magnaghi, La statistica delle religioni ai primi del secolo XVII secondo Giovanni Botero, in

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Nei Ragguagli di Parnaso, che il Boccalini dedica il 21 settembre 1612 proprio da Venezia al cardinal Borghese, l’assunzione cosciente dell’impero ottomano a modello di organizzazione statale è più evidente e marcata, anche se mai supera i confini della rigida ortodossia cattolica. Nella Turchia, ha osservato Meinecke, il Boccalini vede realizzato un ideale a lungo e vanamente perseguito dal pensiero politico del Rinascimento, «un capolavoro di architettura cosciente, mirante a fini determinati, un meccanismo politico che si caricava come un orologio e utilizzava le diverse specie, forze e qualità degli uomini come sue molle e rotelle».172 Durante la sua violenta polemica contro Bodin cui attribuisce l’opinione «non meno empia che falsa» che sia lecito concedere una ampia libertà di coscienza a tutti i popoli, l’impero ottomano, chiamato a discolparsi dell’accusa di aver concesso tale indiscriminata libertà ai suoi sudditi, smentisce recisamente il teorico francese, assicura che l’unità della religione è uno dei pilastri su cui si fonda la saldezza dello stato e giustifica solo con ragioni di opportunità politica la concessione del libero esercizio della propria religione ai popoli soggetti.173 Naturalmente questo riconoscimento non impedisce al Boccalini di formulare poco dopo per bocca dell’imperatore Massimiliano il solito durissimo attacco alla religione islamica fondata da Maometto sulla prevalenza del senso sullo spirito e strutturata nei suoi vari obblighi e divieti su evidenti principi politici.174 Anche in altre occasioni egli riprende temi diffusi nella pubblicistica «turchesca» occidentale come la speditezza del sistema giudiziario ottomano, l’utilità dell’istituto dei rinnegati, l’odio per le scienze e le «buone lettere» attribuito al desiderio di mantenere nella semplicità e nell’ignoranza i sudditi, per meglio predisporli ad una supina accettazione della religione maomettana. Le acute osservazioni del Botero e del Boccalini hanno il pregio di essere inserite in un complesso di coerenti e organiche riflessioni sul valore esemplare del modello statale ottomano e forse per questo ci colpiscono oggi con maggior vigore ed efficacia, ma è quasi superfluo notare che esse si ritrovano con una multiforme varietà di accenti e sfumature anche in molti altri testi della letteratura «turchesca» veneziana del Cinquecento e del Seicento. Su alcuni punti i patrizi veneziani sembrano trovare nel corso dei secoli sorprendenti e significative concordanze o addirittura uniformità di pensiero: il governo ottomano è dispotico e assoluto, rigorosamente accentrato nella persona del Sultano e del primo visir che però a sua volta è poco più che «scimmia» del Sultano e paga con la precarietà della carica e della vita l’illimitata potenza di cui dispone, tutti i sudditi sono ridotti alla condizione di schiavi e hanno col sovrano un rapporto di totale e incondizionata obbedienza fondata più sul timore che sull’affetto e questo tipo «Rivista geografica italiana», XII (1905), pp. 257-266, 369-375, 464-475, 523-530. Botero è anche autore di un Discorso della lega contro il Turco, Torino 1614. 172. F. Meinecke, L’idea della ragion di stato nella storia moderna, Firenze 1942, p. 121. Cfr. anche le pp. 122-124. 173. T. Boccalini, Ragguagli di Parnaso, in Ragguagli di Parnaso e scritti minori, a cura di L. Firpo, Bari 1948, I, pp. 221-229. 174. Boccalini, Ragguagli, II, pp. 237-242.

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di struttura del potere, in cui spicca negativamente l’assenza di una nobiltà di nascita, degenera facilmente in tirannia sanguinaria e violenta che ripugna alle civili e ordinate società dell’Occidente.175 Tirannia e crudeltà sono il binomio che identifica la potenza ottomana, in cui l’autorità del sovrano è così «pura e assoluta», che ognuno dipende dal suo cenno, e si può chiamare propriamente «dominio o imperio, perché egli ha tutti per schiavi» e naturalmente alla base di questo spietato dispotismo sono «la religione, l’obbedienza, la milizia».176 La rassegnata obbedienza dei sudditi è per Bernardo Navagero (1553) causa ed effetto nello stesso tempo del dispotismo dei sultani perché essendo nati tutti in povertà ed in servitù tale, che non solo non hanno gustato il frutto della libertà, ma né anco udito il nome di quella, sarebbe da temersi che altrimenti governati non facessero coll’occasione, come gente ignorante, alcuna sollevazione nel paese.177

Una delle immagini più efficaci e colorite del dominio «totale» del Sultano su ogni aspetto della vita pubblica e personale dei sudditi ci è offerta nel 1641 da Alvise Contarini che in pochi tratti carichi di ridondante esuberanza stilistica dipinge al Senato le pessime regole di un governo «misto di senso, di politica, di fasto e di arroganza», retto da un monarca che esercita «le parti d’una terrena assoluta deità, padrone senza riserva delle coscienze, della vita, dell’onore, delle fortune di ciascheduno», che prevale sulle leggi e tenta persino di controllare l’intimo pensiero dei sudditi. Il «senso» è la regola di condotta in questo stato, dove nell’esercizio dell’arte della politica «tutto è permesso, purché sia utile, senza riflesso di fede, d’onestà o di religione» con l’avallo di una religione ipocrita che è «nel midollo politica soprafina».178 Naturalmente un governo tanto brutale e tirannico presenta anche aspetti positivi, come la tranquillità dell’ordine pubblico, uno scarso numero di risse, furti, omicidi, e in generale il rispetto per la vita e i beni altrui favorito da una giustizia rapida o addirittura sommaria come si conviene ad un regime di tipo militare.179 Un’immagine nel complesso così cupa e negativa dell’assetto statale ottomano non impedisce naturalmente agli osserva175. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 6, 319, vol. II, pp. 33, 200, vol. III, pp. 279-280, 436; Le relazioni degli Stati Europei, parte II, pp. 27, 202. La potenza dei primi visir è definita da Giovanni Correr (1579) «misera e contaminata, perché alfine sono schiavi talora più miseri di quelli che tirano il remo» (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, p. 442). 176. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, p. 365; Le relazioni degli Stati Europei, parte 1, p. 278, parte II, p. 202. 177. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 154. Cfr. anche la relazione di Marc’Antonio Barbaro (1573), pp. 327-328. 178. Le relazioni degli Stati Europei, parte I, p. 329. La stessa immagine nella citata relazione di Alvise Contarini (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, parte I, p. 333). 179. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 328. Quasi per attenuare il quadro nero prima tracciato il Contarini assicura che in Turchia «fiorisce per estremo la carità, ognuno gode il suo con intiera quiete; non donne non roba d’altri si usurpa; ogni uomo coopera all’ajuto del prossimo: tutti spie, tutti sbirri, tutti persecutori dei malfatori» (Le relazioni degli Stati Europei, parte I, p. 337).

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tori veneziani di apprezzare e sottoporre ad attenta considerazione gli elementi di forza di una macchina politica e militare così salda ed efficiente. La disciplina, la bellicosità e il valore dei giannizzeri ottomani diventano addirittura mitici a Venezia, così come oggetto di universale ammirazione è la destrezza dei Turchi nell’uso del cavallo che consente loro di mantenere il dominio in campagna aperta e di superare le disorganiche e lente armate cristiane.180 Eccezionali doti di abilità, una perfetta organizzazione, una robusta costituzione fisica ma soprattutto lo spirito di sacrificio e la resistenza ad ogni privazione e fatica colpiscono la fantasia dello storico Pietro Giustiniani che ce li presenta con una colorita immagine che ricorda le truppe di Annibale descritte da Livio durante il passaggio delle Alpi. I Turchi ci appaiono dunque come essere indomabili: vorticosa et profunda tranant flumina, abrupta inaccessaque scandunt montes, non armatas horrent acies, non machinas, non ferrum; inediae, aestus, frigoris tolerantissimi sunt vereque Romana prisca illa in Turcarum gente militaris disciplinae ratio viget.181

Abbastanza contraddittorie sono invece le osservazioni dei baili e in genere di tutti gli storici occidentali sulla politica del governo ottomano verso le altre confessioni religiose. Tutti sono concordi nel denunciare le oppressioni cui sono soggetti i Cristiani, salvo poi ammettere candidamente che in realtà i popoli sottomessi non fuggono dall’impero «parendo a tutti grandissima moderazione del loro mal destino, quando li porta a cambiar dominio di signor temporale, non mutar religione, e nella perdita della roba e della libertà non perder la coscienza».182 Del resto la fuga in Turchia di tanti dissenzienti religiosi europei è la prova migliore della relativa tolleranza, sia pure ispirata a concreti motivi di ragion di stato, concessa dal Sultano a tutti i culti non musulmani. L’indiscussa superiorità militare, la salda ed efficiente impalcatura burocratica, la sciolteza ed efficienza del potere esecutivo sono pregi così evidenti dell’impero ottomano che sarebbe ben difficile per un acuto ed esperto uomo politico quel’è normalmente il bailo veneziano negarli apertamente e allora forse proprio per contrapposizione e per dar sfogo all’invidia e al dispetto per così notevoli capacità di organizzazione statale egli si sfoga a caricare di tutti i vizi e difetti più odiosi e detestabili i singoli Turchi sino a presentarcene una immagine quasi completamente deforme e sfigurata. 180. G.B. Barpo, Le delitie et i frutti dell’agricoltura e della villa, Venezia 1634, p. 44. Sui giannizzeri esiste una vasta bibliografia; ricordo almeno il recente studio di N. Wiessmann, Les janissaires. étude de l’organisation militaire des Ottomans, Paris 1964. Interessanti osservazioni in rapporto all’Occidente cristiano e alle varie idee di crociata in G. Razso, Una strana alleanza. Alcuni pensieri sulla storia militare e politica dell’alleanza contro i Turchi (1440-1464), in Venezia e l’Ungheria, pp. 79-100. 181. Giustiniani, Rerum venetarum ab urbe condita, p. 394. 182. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, relaz. Jacopo Soranzo (1571), p. 252, vol. III, relaz. Matteo Zane (159), p. 405.

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4. Un doppio scandalo: un popolo inimicus nobilitati e i rinnegati «Inimicus nobilitati, qui principes trucidare, lacerare, discerpere voluptati ducit, non cupit praeesse, sed obesse», questo l’incisivo ritratto del popolo turco nel De rebus turcicis liber del vescovo Gerolamo Balbi.183 Gli fa eco alla fine del Cinquecento il bailo Lorenzo Bernardo che dipinge con accenti di preoccupata meraviglia l’infelice condizione della Cristianità «insidiata da gente tanto fiera ed inumana, come sono li Turchi, li quali ad altro non attendono che alla estirpazione della nobiltà ed alla totale distruzione de’ paesi da loro soggiogati».184 I nobili veneziani conoscono bene le tecniche di dominio dei Turchi nella penisola balcanica e sanno che l’eliminazione fisica dei principali esponenti delle famiglie aristocratiche è uno dei mezzi più frequentemente usati per stroncare alla radice ogni velleità di rivincita delle province soggette, abitate da popolazioni oppresse per secoli dai signori feudali e non di rado ben disposte verso i nuovi padroni ottomani che le liberano da un giogo pesante e insopportabile. Ben diverso è l’atteggiamento delle monarchie europee quando estendono la loro sovranità su nuovi territori: la nobiltà indigena viene cooptata e assimilata nell’apparato dello stato oppure nobili di nuova creazione o provenienti dalla nazione conquistatrice si insediano nella regione riproducendo una struttura stratificata della società secondo il modello universalmente diffuso nell’Occidente cristiano. La stessa Repubblica di Venezia nel suo processo di ampliamento territoriale in terraferma spoglia di ogni potere politico i nobili dei centri via via sottomessi e li esclude rigorosamente dalla gestione degli organi centrali dello stato, ma evita di diminuirne il prestigio e la superiorità economica e giuridica nei confronti dei ceti popolari, e anche in occasione di ribellioni e tradimenti non coinvolge mai tutta la classe aristocratica nelle rappresaglie e nelle repressioni.185 È naturale quindi che i nobili veneziani siano attratti e nello stesso tempo colti da indignato stupore di fronte alla completa mancanza nell’impero turco di un ceto aristocratico e organico compatto, rigidamente chiuso nei suoi privilegi economici e sociali e detentore dell’effettivo potere politico o almeno, come si sta verificando nelle grandi monarchie assolute dell’Europa occidentale, compartecipe insieme al sovrano e alla burocrazia del governo dello stato. Scrittori e politici veneziani condividono le osservazioni dei trattatisti tedeschi e francesi contemporanei sul carattere assoluto e dispotico dello stato turco, ma sono naturalmente alieni dal giudicare con ammirazione e favore la funzione esemplare dell’assolutismo ottomano nei confronti del processo di consolidamento delle grandi monarchie europee. Lo Sturmberger difficilmente troverebbe nella pubblicistica veneziana una convinta ed aperta esaltazione della «Vorbildhaftigkeit» 183.  Hieronymi Balbi Episcopi Gurcensis ad Clementem VII Pont. Max. de rebus Turcicis liber, Romae 1526 (introduzione). 184. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, p. 326 (relaz. del 1592). 185. Esemplare il caso delle rivolte anti-veneziane dei nobili di terra-ferma dopo Agnadello; cfr. A. Ventura, Nobiltà e popolo nella società veneta del ’400 e ’500, Bari 1964, pp. 167-186 e 244-273.

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dello stato ottomano in funzione del rafforzamento del potere regio in Austria, Francia e Spagna, cui anzi la Repubblica guarda con distacco se non con malcelata apprensione. Fedeli al mito della loro costituzione aristocratica, superiore tanto agli stati monarchici cristiani quanto al tirannico impero del Sultano, i baili e in genere tutti gli scrittori veneziani colgono con acutezza il nesso tra l’assolutismo dispotico dell’impero ottomano e le generale schiavitù di tutti i sudditi che sembra loro la più evidente e odiosa caratteristica dello stato turco. Alla fine del Seicento Giovanni Sagredo individua proprio nella «generosità inimica della Tiranide» la virtù più bella dei nobili e proprio per questo, soggiunge, i Turchi non fanno caso della Nobiltà, per ordinario altiera e non così agevole a piegare il collo al gioco perché, se bene aggiungerebbe splendore alla loro Monarchia, reputano che deroghi alla di lei sovranità, che non ammette che schiavi adoratori d’un Dio terreno, Padrone senza riserva, arbitro indipendente, al quale si regge l’arbitrio di tutti gl’altri.186

Quella funzione di corpo intermedio tra sovrano e popolo cui assolve la nobiltà europea e che anche il Montesquieu indicherà come valida garanzia contro il dispotismo, è misconosciuta dal sultano cui compete il privilegio ma anche il disonore di comandare ad un popolo di «pecorai e villani» tra cui non alligna «né maggioranza né illustrezza di sangue», ma dove invece tutti «sono in eguale stato, e sia che si voglia loro stessi si nominano e chiamano schiavi del Gransignore e la loro maggior grandezza quando dicono che sono schiavi del Signore». È proprio la tirannide del sultano a non tollerare intorno a sé gente nobile, afferma perentoriamente nel 1585 Gianfrancesco Morosini, così che neppure i parenti e congiunti vengono ammessi alla dignità aristocratica ma anzi vengono brutalmente decapitati per eliminare ogni pericolo per il sovrano regnante.187 A Venezia la «libertà» di tutti è garantita proprio dalla gestione collegiale del potere da parte di una nobiltà che non ha sopra di sé come negli altri paesi europei un sovrano dai poteri più o meno ampi, ma un doge eletto dalla stessa classe nobiliare rispetto alla quale si pone in una posizione di primus inter pares impedendo così ogni tentazione signorile. L’orgogliosa coscienza di appartenere ad una classe che una lunga tradizione di corretto e pacifico esercizio del potere ha legittimato nel diritto di comandare al popolo, spinge il nobile veneziano ad accreditare senza ombra di dubbi la convinzione, destinata a permanere tenace e resistente ad ogni critica e smentita sino alla fine del Settecento, che l’assenza in Turchia di una nobiltà ereditaria porti come necessaria conseguenza l’inesistenza di un reale ed effettivo diritto di proprietà.188 Nel patrizio veneto il disprezzo e la repulsione 186. G. Sagredo, Memorie istoriche de’ monarchi ottomani, Venetia 1688, pp. 127, 746. 187.  Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, p. 280 (relaz. Gianfrancesco Morosini, 1585), p. 149 (relaz. Antonio Barbarigo, 1558). 188. Scrive Simone Contarini nel 1612: «Di stirpe e di sangue nobile non è fra Turchi cognizione; e perché per lo più tutti hanno bassissimi natali e costumi, senza proprii redditi, sendoché tutto è del re, e perché la sola virtù dell’armi distingue gli uomini, che come nelle nostre parti si onorano i più prestanti di farsi chiamare duchi, marchesi, conti, così in quelle, il nome solo di

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per questo strano ed abnorme ordinamento sociale, attribuito senza esitazione alla natura barbarica dello stato turco forgiatosi tra le rozze ed incivili steppe asiatiche, si sommano talvolta al terrore per l’impetuoso e inarrestabile dilagare della macchina militare ottomana e allora la necessità di contenere l’espansione di un popolo «qui quocumque pervadit nobilitatem omnem vult extinctam»189 diventa valido strumento di propaganda bellica, talmente suggestivo ed efficace da relegare in secondo piano le tanto conclamate motivazioni religiose della guerra contro l’infedele. Nel febbraio del 1571 Sebastiano Venier, colpito da una malattia che gli impedisce di partire da Candia, tiene un vibrante ed appassionato discorso ai nobili della sua flotta riuniti a rapporto, esortandoli ad un impegno totale nell’imminente decisivo scontro. Invano però cerchiamo nelle sue parole un sia pur retorico e convenzionale richiamo allo spirito ed ai valori della crociata cristiana contro gli infedeli, mentre invece l’accento e l’attenzione battono con esclusiva e martellante insistenza sulle implicazioni sociali di una eventuale sconfitta: «li mostrai», scrive il Venier, in qual pericolo si trovavano, et quanto bisognava, che mettessimo tutte le nostre forze per difenderci noi nostre mogli, figliuoli, et beni da un nimico, che non admette conti, ne cavallieri, ne gentilhuomini, ma solo mercanti, et popoli, che facciano buoni li suoi datii, et seguito alla sua corte: admette villani, che lavorano la terra, togliendo all’uno, et all’altro, li beni et figliuoli, et vergognadoli le donne secondo l’appetito loro.190

La società italiana della fine del Cinquecento sente con particolare intensità «il bisogno di definire il concetto di nobiltà e i compiti che ad essa spetta assolvere in un ben ordinato consorzio civile»191 e nel caso specifico della Repubblica si delineano in questo periodo un rafforzamento ed una progressiva chiusura in se stesso del ceto aristocratico delle città di terraferma. L’indagine del Ventura ha seguito concretamente caso per caso il lento e tormentato processo di introduzione di «norme restrittive» che chiudono un po’ alla volta i consigli cittadini mentre contemporaneamente «una nutrita legislazione lungo l’arco di tre secoli provvede in ciascuna città a definire con criteri di crescente rigidezza i caratteri e i privilegi di questa nobiltà».192 In uno stato in cui un uomo così rappresentativo della mentalità della classe dirigente come il Paruta afferma con sicurezza che la nobiltà non è altro che schiavo del Gran Signore è il più vagheggiato titolo che si spenda» (Le relazioni degli Stati Europei, parte I, p. 183). 189. Jacobi Sadoleti cardinalis et episcopi carpectoractensis viri disertissimi opera quae extant omnia, II, Verona 1738, p. 258. 190. P. Molmenti, Sebastiano Venier e la battaglia di Lepanto, Firenze 1899, p. 284. Ringrazio il prof. Ventura per la segnalazione del passo. 191. M. Berengo, Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento, Torino 1965, p. 252. 192.  Ventura, Nobiltà e popolo, pp. 276-277. Cfr. anche il cap. V, La coscienza nobiliare nell’età della decadenza, pp. 275-374.

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«una virtù di maggiori»193 e dove ormai da secoli l’accesso al patriziato dirigente è serrato ermeticamente, la meraviglia e l’ostilità per l’impero ottomano che ignora, anzi distrugge quando l’incontra, la classe che ormai in tutta Europa, pur nella pluralità delle forme istituzionali di governo, costituisce la struttura portante dell’ordinamento sociale, affiorano spesso anche in scrittori appartenenti all’aristocrazia di terraferma o ai ceti intellettuali ormai inseriti per ragioni culturali e professionali nel circuito della classe dirigente. Il vicentino Gualdo Priorato, protagonista di una errabonda esistenza come soldato di ventura in Fiandra, Italia, Francia e Germania, quando tenta di caratterizzare l’atteggiamento dei vari popoli di fronte alle arti militari attribuisce a «Turchi, Mori et altre Nationi Orientali, che non conoscono la chiarezza de’ natali, usi a vilmente vivere schiavi» la capacità di «dar perfettezza ad alcuna impresa» solo grazie all’«ubbidienza», al «destino» e soprattutto alla «moltitudine», dove evidentemente il concetto di «moltitudine», carico di connotati spregiativi, si contrappone alla «chiarezza de’ natali», patrimonio prezioso delle civili nazioni occidentali.194 Il nobile veneziano è talmente persuaso del valore assoluto e del prestigio conferiti dalla nascita privilegiata che spesso si sforza di ricercare nel comportamento dei più elevati funzionari ottomani indizi di un amore per la distinzione delle classi, pur dovendo ammettere che l’unico nobile di tutto l’impero è il figlio del sultano anche se il sangue paterno è ignobilmente mescolato con l’«oscurità del nascimento della madre, nata, si deve credere, dalla feccia della plebe, e come porta la sua fortuna fatta serva e impudicamente allevata, non d’altro conoscitrice che del gioco della vita».195 Vissuto ed educato nei pregiudizi di un patriziato che detesta le nozze infamanti e declassa i figli illegittimi nel ceto dei cittadini originari, il bailo osserva con stupore la convivenza del sultano e degli altri ministri con schiave di qualunque razza e condizione sociale che danno alla luce figli pari in dignità e diritti a quelli nati dalla moglie legittima. L’assenza di un ceto nobiliare, l’indifferenza assoluta per la purezza del sangue, l’indiscriminata assunzione nelle famiglie più cospicue di elementi provenienti dalla plebe si unificano e si fondono agli occhi dell’osservatore veneziano nell’inaudita e scandalosa istituzione dei «rinnegati» che da umilissimi natali ascendono alle più alte cariche dello stato che reggono con abilità ed esperienza degne dei più consumati e raffinati uomini politici dell’Occidente cristiano. Il timore di una flessione delle entrate fiscali nel caso di una conversione forzata dei popoli praticanti una religione fondata su testi scritti rivelati, la scarsezza di popolazione a causa delle guerre incessanti e infine la necessittà di assicurarsi preziosi collaboratori stranieri per lavori di alta specializzazione, sono tra le cause più sicure e storicamente accertate del largo impiego 193. P. Paruta, Opere politiche, a cura di G. Monzani, I, Firenze 1852, p. 315. Cfr. anche G. Candeloro, Paolo Paruta, I, La formazione spirituale e la dottrina morale, in «Rivista storica italiana», V/1 (1936), pp. 91-93. 194. G. Gualdo Priorato, Il guerriero prudente e politico, Venetia 1640, p. 30. 195. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 462 (relaz. anonima del 1579).

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di rinnegati nello stato ottomano, secondo un principio di governo che almeno all’inizio non viene accettato agevolmente dai Turchi nativi.196 L’osservatore veneziano non è però attratto da questi problemi di equilibrio interno dell’impero ottomano ma dall’abnorme e incredibile origine sociale di tanti ministri con cui deve quotidianamente sbrigare affari di grande importanza che a Venezia sarebbero gelosamente riservati a ristretti e selezionati organi del potere nobiliare. Malgrado il disprezzo con cui ne parla il nobile veneziano è costretto ad ammettere che il rinnegato turco guida flotte ed eserciti, amministra province più grandi della Repubblica, ricopre la carica di primo visir dirigendo quindi tutta la politica interna ed estera dell’impero ottomano, spesso con perizia ed astuzia di cui i diplomatici occidentali fanno spesso esperienza a loro spese. Nelle loro relazioni i baili amano attribuire la mancanza di umanità dei rinnegati all’alienazione di religione tipica dei disperati attratti «dalla licenziosa libertà di vita e dal veder riposte nelle lor mani le armi, il governo, le ricchezze, ed in conclusione tutto l’impero».197 Sono i risvolti politici e sociali a colpire e sconcertare il nobile veneziano: convinto che l’esercizio del potere politico sia una gelosa prerogativa della sua classe sociale ormai saldamente insediata da secoli ai vertici dello stato, abituato a pervenire alle più elevate magistrature dopo una lenta e faticosa routine nelle cariche minori, egli non può celare il suo irritato stupore di fronte alle rapide e prodigiose carriere di rinnegati che «senza aver alcun riguardo che siano piuttosto nati di padre nobile che di pescatori e pecorai, sono tutti disciplinati per il medesimo fine, ch’è di ascendere alli primi gradi di quel governo».198 Non potendo disconoscere la loro abilità e potenza il nobile veneto sembra quasi vendicarsi della fortunata ascesa sociale di questi schiavi del sultano («poiché si sa che quello è il dominio o la repubblica de’ schiavi, dove loro hanno da comandare», scrive il Morosini nel 1585), deprimendone l’immagine morale agli occhi dei suoi compatrioti e caricandoli di tutti i più odiosi e degradanti difetti di cui sian capaci la fantasia e l’invidiosa acredine di un orgoglioso aristocratico europeo. «Gente nata ignobile, inesperta, abietta, servile, priva per propria natura di cognizione di governo, di giustizia e di religione, e sopra tutto pieni di arroganza e di superbia» definisce Marc’Antonio Barbaro 1573 i rinnegati di grado più elevato, ma un suo collega, forse Giovanni Correr, quando si riferisce ai militari li dipinge con colori ancora più foschi, come uomini «dediti alle rapine, ai furti, agli omicidi, alle crudeltà, ad una vita inquieta, insolenti, bugiardi, arroganti, am196. H.J. Kissling, Das Renegantum in der Glanzeit des Osmanischen Reiches, in «Scientia», LV (1961), pp. 18-26. 197. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, p. 389 (relaz. Matteo Zane, 1594). 198. Ibidem, p. 264 (relaz. Gianfrancesco Morosini, 1585). Sull’avvilente servilismo dei rinnegati ha lasciato una pungente immagine Giovanni Moro che li descrive come uomini che riconoscendo dal Sultano «l’avere, l’onore e la vita, nel modo che le cose create ricevono vigor dal sole, si girano chiamarsi suoi schiavi» (ibidem, p. 338).

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biziosi e senza conoscimento d’onore».199 Il rimprovero ai nuovi nobili di essere arroganti e superbi è sempre stato buttato in faccia per secoli dal disprezzo misto a risentimento degli esponenti della vecchia aristocrazia e non è un caso che tutti i baili siano unanimi nell’attribuire ai rinnegati conosciuti alla Porta questi due difetti. Leonardo Donà, membro di una delle più cospicue famiglie veneziane e uno dei più brillanti leaders del gruppo dei «giovani» commenta con poche sbrigative parole l’insolenza dei rinnegati turchi: «Quasi tutti sono da infimi et plebei nascimenti et da villissime servitù elevati ad alto stato. Asperius nihil infimo cum fertur in altum».200 I vizi e la bassezza di carattere che li contraddistinguono hanno le loro radici proprio nella mancanza di una tradizione nobiliare che fornisca loro «esempio di virtù» e li stimoli a lasciare in eredità ai figli ricchezze e prestigio sociale. Nella Repubblica Veneta il privilegio sociale è strettamente connesso al possesso di beni e ricchezze, condizione indispensabile per l’esercizio del potere politico, ma trova la sua giustificazione agli occhi del popolo nella «virtù» che orna e distingue il nobile secondo un modello ideale delineato con perfetta coerenza ed armonia dal Paruta. L’impero ottomano sembra incarnare con esemplare specularità un’immagine alternativa di classe dirigente, espressa da rinnegati vili e abietti, di ignobili origini sociali «che entrano in grandezza senza alcun capitale, essendo loro stessi li fabbri della propria fortuna, perché non ereditano dai loro maggiori né virtù, né case, né ricchezze, ma vizi e scellerati costumi».201 «Amorevolissimi, fedelissimi ed obbedientissimi» al Gran Signore cui tutto debbono e che tutto può togliere in qualsiasi momento, i rinnegati non possono sentire, come il nobile veneziano che dai genitori eredita «capitale» e «virtù», il sentimento dell’onore, prerogativa gelosa ed esclusiva dell’aristocratico, e la loro condotta si ispira di conseguenza a principi di viltà e inumanità. Una suggestiva immagine dello sprezzante sentimento di superiorità del nobile veneziano verso i rinnegati turchi ci è offerto da un rapido paragone tracciato dal bailo Giovanni Moro tra i rais di marina turchi e i sopracomiti veneziani in relazione al trattamento riservato ai rematori alle loro dipendenze. I sopracomiti veneziani «conforme alla loro nobiltà e alla loro condizione, hanno davanti agli occhi oltre il timor di Dio, il proprio onore» che li eccita ad assicurare ai propri marinai un trattamento umano, mentre invece i rais turchi «essendo uomini, per l’ordinario, di vil condizione, e di conseguenza poco zelanti dei proprio onore e indegni d’esser paragonati con li sopracomiti della Serenità Vostra nobili d’animo e di costumi» si abbassano a 199. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 315, 462. Nel 1612 Simone Contarini assicura che essi «forman quella specie di gente che non pure fra’ Turchi, ma non credo peggiore si trovi, lasciamo il mondo, nell’inferno ancora» (Le relazioni degli Stati Europei, parte I, p. 161), mentre Agostino Nani (p. 37) ritiene addirittura che essi professino l’ateismo («non credono cosa alcuna»). 200. F. Seneca, Il doge Leonardo Donà. La sua vita e la sua preparazione politica prima del dogado, Padova 1959, p. 297. II giudizio è contenuto nella relazione presentata in Senato nel 1586 dopo un’ambasceria a Costantinopoli. 201.  Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, p. 269 (relaz. Gianfrancesco Morosini, 1585).

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comportamenti vergognosi derubando i rematori delle loro paghe e mirando solo al guadagno in tutti gli uffici in cui sono impiegati.202 Eppure nonostante il disprezzo ed il rifiuto di un’istituzione così lontana dagli schemi sociali e dalle categorie di valore dell’Occidente, i baili veneziani non possono restare insensibili agli effetti positivi dell’uso dei rinnegati nello stato turco. Due tra i più intelligenti e vivaci uomini politici veneziani del Cinquecento, ammirati dell’efficienza di questi ministri ottomani, suggeriscono al Senato di trapiantare, con opportune modifiche e adattamenti, questa esperienza nei domini del Levante dove più grave si fa sentire la carenza di una compatta e fedele classe dirigente filo-veneziana. Marino Cavalli, abile diplomatico e autore di splendidi ritratti di Francesco I, Carlo V, Filippo II, propone nel 1560 di associare agli interessi veneziani gli esponenti del ceto più elevato della Dalmazia e del Levante oppure di dar moglie, ricchezze e gradi a «privati e bravi omini loro sudditi che riescono in guerra»,203 mentre Lorenzo Bernardo una trentina d’anni dopo sviluppa l’idea in un piano organico e completo di cooptazione di elementi abili e geniali provenienti dai ceti più umili. Durante il suo bailaggio a Costantinopoli ha osservato che alle massime cariche dello stato ottomano non sono preposti «né duchi, né marchesi, né conti, ma tutti per origine pastori» e che il Sultano riesce a trasformare i suoi schiavi in ottimi capitani, sangiacchi e beilerbei «dando loro per questa via credito e riputatione», un esempio che Venezia potrebbe imitare curandosi «dei privati e bassi uomini col dar loro gradi et autorità» assicurandosi così servitori esperti e fedeli, alieni dalle fughe e tradimenti che così spesso caratterizzano il comportamento dei nobili sudditi e degli ufficiali stanziati in Levante.204 Il pregiudizio nobiliare e l’immagine fosca dei rinnegati giunti al vertice dello stato tracciata da tanti osservatori impediscono al Senato di dare attuazione alle audaci proposte del Cavalli e del Bernardo e per tutto il Cinquecento e Seicento il rinnegato turco si profila agli occhi dell’opinione pubblica veneziana con contorni spregevoli e irritanti che ispirano talvolta anche la fantasia di scrittori e poeti.205 Baili esperti di politica e di rapporti umani, teorici freddi e disincantati dello stato e della società, religiosi tanto legati ad un’intransigente ortodossia quanto disposti ad una realistica considerazione di uomini e strutture non sanno nascondere il loro ammirato stupore per la sorprendente fortuna di rinnegati elevati ai massimi gradi di responsabilità nello stato ottomano ma sono addirittura colti da un sussulto di incredulità e di sgomento di fronte allo scandalo inaudito del passaggio all’isla202. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, p. 349 (relaz. Giovanni Moro, 1590). 203. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 283. 204. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, p. 358 (relaz. Lorenzo Bernardo, 1592). 205. In una poesia secentesca di Gianfrancesco Busenello spicca la graziosa immagine di un rinnegato che si duole piangendo «d’aver perso la fede e la speranza, quando un turco arabià con un pe in la panza / fa de buttarlo in mar la carità» (A. Livingston, La vita veneziana nelle opere di Gian Francesco Busenello, Venezia 1913, p. 216).

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mismo di singoli cittadini, di interi nuclei familiari o addirittura di gruppi sociali compatti ed omogenei di sudditi veneziani. È un fenomeno che percorre tutto l’arco dell’età moderna e accompagna con sorprendente sincronia, che non esclude scarti e alternanze di livelli quantitativi e qualitativi, la complessa e dialettica evoluzione dei rapporti economici, militari e politici tra la Repubblica Veneta e lo stato ottomano. Il Braudel ha dedicato alcune pagine di suggestivo interesse a questo ininterrotto flusso di uomini non solo da Venezia ma dalla Cristianità tutta verso le terre della mezzaluna: bramosia di guadagno nei tecnici e negli operai qualificati, fascino dell’avventura o «vertigine dell’apostasia» in semplici viaggiatori o addirittura in membri del clero e soprattutto le persecuzioni religiose che infuriano nei paesi cristiani in sconcertante e perciò seducente opposizione alla relativa tolleranza turca, sono alcune delle cause indicate dallo storico francese per le scelte maturate da molti dei protagonisti di questa migrazione di vaste proporzioni.206 Negli osservatori europei prevale per lo più l’interesse religioso: stupisce, addolora o pone inquietanti e tormentosi dubbi a molti sinceri credenti questa corsa di tanti uomini, talvolta anche di discreta condizione economica, verso la religione del «falso» profeta Maometto. Fin dal 1605 Botero anticipa in poche righe la spiegazione globale di questo fenomeno, osservando con tipico realismo da «ragion di stato» che «parte abiurano la fede per uscir da gli stratij e fuggir i tormenti, altri per speranza d’honori e di grandezze temporali», senza contare quelli che sin da giovani sono stati prelevati ed educati «quasi senza avvedersene» alla religione musulmana.207 Per quanto riguarda l’Italia, se si fa eccezione per alcune dense pagine dedicate dal De Frede al proselitismo musulmano nell’Italia meridionale,208 mancano studi dettagliati e complessivi sul fenomeno dei «rinnegati», intendendo per tali non solo i rari e fortunati individui giunti al vertice del potere alla Porta, ma tutto quel multiforme esercito di transfughi che in Turchia o nei paesi barbareschi hanno trovato una stabile e definitava sistemazione, rompendo in modo definitivo con la religione cristiana, la patria d’origine, spesso anche la famiglia. Per Venezia e i territori dipendenti in assenza di studi specifici cercherò di tracciare un panorama il meno possibile sommario ed incompleto dei casi di «abiura», «fuga», «rinnegazione», «tradimento» che punteggiano quasi ininterrottamente deliberazioni del Senato, dispacci di baili e rettori, carte del Santo Ufficio. Chi è il rinnegato della Repubblica Veneta, quali motivi o suggestioni l’hanno spinto al grande passo, come si collocava prima nella scala sociale e come si trova dopo la fatale scelta senza ritorno? E si può veramente parlare di vera e propria «abiura» o «rinnegazione della fede» in tanti casi dove forse una più attenta analisi scopre solo tiepidezza religiosa o temporaneo opportunismo? Purtroppo la natura delle fonti che ci hanno conservato il ricordo di tanti episodi singoli o collettivi di abiura e apostasia solo raramente consente di gettare 206. Braudel, Civiltà e imperi, pp. 808-811. 207. G. Botero, Delle relationi universali, III, Venezia 1615, p. 116. 208. De Frede, La prima traduzione, cap. IV, pp. 49-60. Il caso più famoso è senza dubbio quello di Euludj Alì (Lucciali o Uccialli) rinnegato calabrese, pascià d’Algeri e poi ammiraglio della flotta turca.

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luce sui complessi meccanismi mentali che hanno condizionato le più esemplari e scandalose «scelte di campo» e nella maggior parte dei casi siamo costretti ad accontentarci di registrare e sottoporre ad analisi decisioni maturate sotto la spinta di contingenti ed esteriori fattori emotivi e di immediati richiami di natura economica e sociale. Eppure anche questi casi meritano un’attenta indagine se vogliamo richiamare una complessa ricerca di storia delle idee e della sensibilità religiosa ad un concreto e non evanescente rapporto con la concreta realtà delle strutture sociali che col fenomeno religioso sono pur sempre strettamente connesse. A Venezia non sono tanto le diserzioni di gruppi di soldati al servizio della Repubblica a far scandalo quanto la persistente apatia delle popolazioni greche delle isole, che spesso si tramuta in vera e propria connivenza col Turco o aperto tradimento, con una continuità nel tempo dal Quattrocento alla fine del Settecento che denuncia con chiarezza le profonde motivazioni sociali del fenomeno. Sin dalla tarda età comunale i greci nutrono un odio radicato contro i veneziani, accusati di aver saccheggiato l’economia bizantina e di aver sacrificato al guadagno ogni altro valore. Appunto al loro comportamento di padroni avidi e senza scrupoli, ha ricordato il Cracco, si deve la famosa frase gridata in S. Sofia dopo il concilio di Firenze: «Meglio il turbante dei Turchi che la mitra dei latini».209 Nelle isole popolate da greci Venezia cerca in ogni modo di sottoporre il clero ortodosso a quello veneto,210 favorisce i privilegi dei nobili locali a spese dei contadini alienandosi i secondi senza riuscire a legare stabilmente i primi, pieni di rancore per aver dovuto cedere ai patrizi veneziani l’effettivo esercizio del potere politico. Diaristi e storici veneziani sono pieni di lamentele per la viltà, fellonia e talvolta aperto tradimento dei greci delle isole e non sono neppure eccezionali pagine sincere sulle genuine motivazioni del comportamento apparentemente autolesionista di chi preferisce i Turchi ai «cristiani» Veneziani. Già nell’aprile del 1500 Pietro Dolfin ricorda che i cittadini di Modone e Corone, protestando per le insufficienti difese approntate dai Veneziani, hanno pubblicamente dichiarato che «non voleno essere morti, ma se darano a Turci per salvarsi»211 e nei mesi successivi le pagine del suo diario contengono uno stillicidio di notizie sulla viltà dei sudditi greci delle isole di fronte agli assalti turchi: nel luglio a Lepanto «quelli poltroni» si danno al nemico, nell’ottobre sono i villani dei casali a provocare la 209. G. Cracco, Società e stato nel medioevo veneziano (sec. XII-XIV), Firenze 1967, p. 223. L’espressione citata è del Doukas ed è tolta da G. Ostrogorsky, Histoire de l’état byzantin, Paris 1956, p. 590. 210. Nel 1568 il nunzio a Venezia Giovanni Antonio Facchinetti spinge addirittura i senatori veneziani a indurre i greci a farsi cattolici perché così saranno «più amorevoli et fedeli verso l’imperio d’essi signori» (Nunziature di Venezia, VIII, p. 355; cfr. anche A. Stella, Chiesa e Stato nelle relazioni dei nunzi pontifici a Venezia. Ricerche sul giurisdizionalismo veneziano dal XVI al XVIII secolo, Città del Vaticano 1964, p. 60, nota 1). Sulle condizioni dei greci a Venezia nel Quattrocento e nel Cinquecento v. G. Fedalto, Ricerche storiche sulla posizione giuridica ed ecclesiastica dei greci a Venezia nei secoli XV e XVI, Firenze 1967. 211. Petri Delphini Annalium Venetirum pars quarta, (Diarii veneziani del secolo decimosesto, a cura di R. Cessi e P. Sambin, Venezia 1943, fasc. I), p. 31.

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resa mentre a Nauplia 2000 stradioti vengono tagliati a pezzi per aver rifiutato di arrendersi nonostante il parere contrario della popolazione greca.212 Cipro, la perla dei domini veneziani in Levante, è lo specchio più fedele di queste contraddizioni interne, sociali e religiose, dove il fenomeno della simpatia per i Turchi di larghi strati della popolazione si manifesta con tale intensità ed evidenza da costringere a significative ammissioni anche uno scrittore così fedelmente legato al «mito» di Venezia come Paolo Paruta. Aprendo la sua Historia della guerra di Cipro egli individua nell’«immoderato appetito d’Imperio et di gloria militare de’ Prencipi Ottomani» la causa prima della guerra, ma subito dopo confessa con amarezza che molti abitanti dell’isola desideravano mutare governo in seguito ad una tassa introdotta nel passato per pagare la cavalleria e risoltasi in una grave servitù per i contadini. I Veneziani non hanno avuto il coraggio di abolirla al momento dell’acquisto del regno «per non alienarsi l’animo de’ nobili, alli terreni de’ quali servivano questi schiavi, da loro detti Parini»; da ciò il diffuso malcontento di molti «desiderosi di novità, la quale non sperando d’altra parte poter succedere, ricorrevano a’ Turchi, come quelli a’ quali per la potenza et per la vicinità loro era molto facile et opportuna l’impresa».213 Il favore delle classi più povere dell’isola per i Turchi durante la campagna militare e dopo la pace del 1573 che sancisce la definitiva annessione del regno all’impero ottomano non è un caso isolato, ma lo specchio di una situazione generale in tutti i possessi veneziani in Oriente, di cui la guerra di Candia ci offre un altro e ancor più clamoroso esempio. Quando il 24 giugno 1645 i primi reparti turchi sbarcano nell’isola non tardano ad approfittare del largo favore di una parte consistente della popolazione greca, esasperata dal malgoverno e dall’oppressione dei nobili. Lo storico rodigino Girolamo Brusoni, che descrive le varie fasi delle operazioni militari sulla base di testimonianze dirette raccolte a Venezia negli anni del conflitto, ci porge alcuni esempi veramente clamorosi delle simpatie filo-turche della parte più umile della popolazione. Gli abitanti di Rettimo, «sempre la più cattiva gente del Regno», col pretesto di non poter essere ulteriormente difesi e di non volere essere fatti a pezzi a vantaggio della Repubblica, scrivono direttamente ad Assan bassà professando la propria devozione al Sultano,214 mentre a Casale di Patinà il comandante veneziano, costretto a desistere dal suo progetto di punire gli abitanti convinti di intelligenza con i Turchi, perché «volendo dar luogo a’ buoni con la espulsione de’ cattivi avrebbe convenuto vuotare il paese d’abitatori», sceglie invece la via della persuasione, li esorta a non darsi ai nemici e a difendere la Religione, la Patria, la Libertà, sostanziando queste parole con esenzioni da tasse e concessioni di privilegi, ma tutto senza esito.215 212. Petri Delphini Annalium, pp. 119, 179, 190, 193. Tradimenti a Lepanto, Candia e altre località sono segnalati da altre fonti tra cui il Malipiero (Annali Veneti, p. 112, 114). 213. P. Paruta, Historia della guerra di Cipro, Venetia 1605, p. 6. 214. G. Brusoni, Historia dell’ultima guerra tra Veneziani e Turchi, Venezia 1673, parte I, p. 85. 215. Ibidem, pp. 87-88.

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Il Brusoni è convinto che i Turchi dopo lo sbarco non avrebbero fatto alcun progresso se i villani dell’isola «discendenti per lo più da schiavi, e avvezzi ad essere trattati quasi da schiavi da’ loro padroni» avessero dimostrato una sia pur minima volontà di difendersi; invece molti di loro «abbracciarono fin da principio il giogo della barbarie ottomana, perché portavano il cuore guasto, e roso dal veleno, e dal tarlo dell’avversione, e della infedeltà», tanto da mostrarsi in talune occasioni «più efferati contro di noi delli stessi Turchi».216 Le profonde radici di classe di questa ribellione antiveneziana, solo sfiorate dal Brusoni, sono invece ben presenti nelle pagine di Andrea Valier che attribuisce senza esitazione all’oppressione dei nobili la mancata resistenza della popolazione che «alla comparsa de’ Turchi non fece alcuno sforzo per ributtarli, sperando di migliorar conditione ancor sotto à quei barbari» e riconosce che solo «mille disordini» e «insoffribili trattamenti» possono aver scosso «l’affetto d’un dominio così lungo».217 Anche nel corso dell’ultima guerra veneto-turca del 1714-1718 si moltiplicano gli atti di insofferenza e di aperta simpatia per gli ottomani da parte delle popolazioni greche anche se ormai la perdita delle due grandi isole di Candia e Cipro ha largamente ridimensionato il problema per il governo della Repubblica Veneta.218 Naturalmente il legame tra tensioni sociali e scelte religiose è molto complesso e articolato anche per quanto riguarda il passaggio di alcune popolazioni suddite all’islamismo. Limitando l’indagine all’isola di Cipro, per cui possediamo ora alcuni studi di notevole valore, va innanzitutto rilevato che secondo i termini di resa fissati alla deputazione di Famagosta recatasi a Costantinopoli al seguito di Mustafà Pascià, ai greci viene concesso di conservare il loro culto a condizione che tra di loro non restino cristiani di rito latino. Tutti i dignitari della chiesa latina vengono massacrati, i monasteri chiusi, ai latini è vietato possedere chiese, case, terre e si apre un periodo assai difficile per la nobiltà locale il cui atteggiamento è stato piuttosto incerto durante la guerra.219 L’importante ricerca di Costas Kyrris sulle modalità e sul significato della conversione all’islamismo di alcuni esponenti della classe dirigente cipriota, prospetta stimolanti riflessioni sull’intreccio di motivazioni religiose, economiche, politiche, personali del fenomeno dei rinnegati nell’ex dominio veneziano.220 216. Ibidem, pp. 19, 330, parte II, p. 121. Addirittura un vescovo greco, secondo il Brusoni, sarebbe passato ad Adrianopoli per sollecitare l’intervento della Porta (p. 121). 217. A. Valier, Historia della guerra di Candia, Venetia 1679, p. 21. 218. Nel 1723 Girolamo Ferrari nota con stupore che i greci «si reputarono felici col ritornare nelle braccia de’ Turchi, quantunque da loro oppressi», adducendo a pretesto le angherie subite dai veneziani (G. Ferrari, Delle notizie storiche della lega tra l’imperatore Carlo VI e la Repubblica di Venezia contra il Gran Sultano Achmet III e de’ loro fatti d’armi dell’anno 1714 sino alla pace di Passarowitz, Venezia 1723, p. 44). 219. G. Hill, A history of Cyprus, IV, The Ottoman Province. The british Colony 1571-1948, Cambridge 1952, pp. 305-313. 220. C.P. Kyrris, L’importance sociale de la conversion à l’islam (volontaire ou non) d’une section des classes dirigeants de Chypre pendant les premiers siècles de l’occupation turque (1570 - fin du XVIIe siècle), in Actes du Premier Congrès International des Études Balkaniques et Sud-Est Eu-

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Matrimoni di fanciulle e di vedove nobili con Turchi per conseguire una posizione sociale meno disonorevole della schiavitù, fedeltà delle classi basse alla primitiva scelta filoturca, miseria e sfortuna per i nobili non convertiti, questi i fenomeni più salienti dei primi anni del dominio ottomano, ma soprattutto, sottolinea il Kyrris, netta si delinea la tendenza dei nobili ad esprimere la loro flessibilità di classe, imboccando senza esitazione la strada delle conversions selectives, par lesquelles les rénégats sauvergardaient leur statut sociale et leurs possessions, coopéraient comme égaux avec les classes dirigeantes musulmanes et s’associaient avec elles dans l’exercice du pouvoir politique et économique sur les raias.221

Non esiste in questi anni a Cipro una divisone assoluta tra le due comunità religiose ma una lotta degli oppressi contro gli oppressori senza distinzione di fede, e l’ideologia predominante è basata sull’opportunismo e lo spirito di adattamento a tutte le circostanze, che consente come fine «aussi bien l’hellénisation complete que l’islamisation».222 D’altra parte che il desiderio di una vita migliore spinga a scegliere un’altra patria e tavolta anche un’altra religione il governo veneto comincia nel Seicento ad apprenderlo con un certo rassegnato fatalismo. Già nel febbraio del 1591 «levantini sudditi di quel Ser.mo D.nio absenti per diverse cause» soggiornano in Costantinopoli in numero così elevato da destare la preoccupata meraviglia del bailo Matteo Zane che si affretta ad informare il Consiglio dei Dieci.223 Il 30 giugno 1631 il Provveditore generale in Dalmazia e Albania emana un decreto che vieta ai sudditi di recarsi in paese turchesco senza licenza224 ma la morsa del bisogno e il richiamo di un futuro meno avaro di materiali soddisfazioni sono più forti dell’amor patrio e delle preoccupazioni religiose, come attesta la nota di un funzionario dell’isola di Noxia che nel marzo del 1664 registra con amarezza il comportamento di molti uomini dell’armata e abitanti civili che «si conducono con varij pretesti di mercantia in paesi Turcheschi e dimorano costà senza mai più ritornare alla loro patria».225 Nel Settecento quello che sembrava sino allora un fenomeno grave e depl6revole ma pur sempre circoscritto a gruppi limitati di persone provenienti da regioni particolarmente colpite da carestie o altre calamità, si dilata sino ad assumere vaste dimensioni e richiamare più volte la preoccupata anche se impotente attenzione delle autorità governative veneziane. È naturalmente la struttura sociale classista e solcata da insanabili fratture e inropénnes, III, Histoire, (Ve-XVe, XVe-XVIIe ss.), Sofia 1969, pp. 437-462. Casi analoghi a quelli indicati dal Kyrris sono segnalati dal Babinger in Albania nel Quattrocento (Le vicende veneziane, p. 57). 221. Kyirris, L’importance sociale, p. 449. 222. Ibidem, p. 462. Sulle condizioni religiose dei greci sotto il dominio ottomano cfr. anche T.H. Papadopoulos, Studies and documents relating to the history of the greek Church and people under Turkish domination, Bruxelles 1952. 223. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 6, c. 131. 224. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 20, c. 43. 225. ASV, Cariche da mar, Processi, b. 2, reg. 3.

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tollerabili sperequazioni economiche cui si sommano gli effetti di un persistente malgoverno e di un’incuria ormai secolare, a creare le premesse di una prolungata depressione economica e di un’endemica condizione di precarietà anche ai livelli minimi di sussistenza. Appunto alla miseria senza rimedio ha attribuito il Berengo la causa della massiccia emigrazione di popolazioni dalmatiche verso le province austriache ed ottomane negli ultimi anni del secolo: un flusso ininterrotto di migliaia di nuclei familiari (ben 373 solo verso la Turchia) che lasciano l’ingrata terra nella speranza di migliori condizioni di vita in una nazione per secoli nemica, in cui forse qualcuno non si farà scrupolo di abbandonare la fede dei padri.226 Questo massiccio depauperamento umano a vantaggio dell’islam comincia a manifestarsi sin dai primi anni del Settecento, quando ancora non è subentrata la pace di Passarowitz a dare ai rapporti veneto-ottomani il suggello di un trattato che apre un felice periodo di pacifiche relazioni, ma il Senato non sembra valutare i primi sintomi in tutta la loro gravità. Nell’ottobre del 1700 ben 1000 uomini e 700 donne di Tine lasciano in massa le loro dimore e si recano ad abitare a Smirne, ma il Senato si limita a giudicare «molto stravagante» che il fatto sia venuto a sua conoscenza solo tramite il bailo e pur disponendo indagini per accertare se la clamorosa decisione è stata provocata od affrettata da inopportune vessazioni, liquida l’affare raccomandando al console di trattare i profughi con dolcezza affinché non si abbandonino a «più scandalosi e pregiudizievoli rissolutioni», chiara allusione al pericolo di una conversione in massa all’Islam che avrebbe suscitato enorme scalpore nell’Occidente cristiano mettendo sotto accusa i sistemi di governo veneziano nelle isole.227 L’atteggiamento delle autorità veneziane periferiche e centrali è incerto, esitante, privo di una chiara linea di condotta sia nell’analisi e interpretazione dei fatti sia nelle decisioni immediate e nei provvedimenti di più lungo respiro. I funzionari che vivono a contatto con la popolazione delle isole colgono con lucido realismo le concrete motivazioni economico-sociali di un così massiccio rifiuto della patria, come quei tre sindaci di Cerigo che pur compatendo i pericoli per la vita e per l’anima dei loro isolani che prendono la via della Turchia ammettono che sono gli «struscij et altre vessationi che soffrono» a renderli «impatienti et intollerabili».228 Nel novembre del 1746 il Senato è costretto ancora una volta da un dispaccio del bailo a occuparsi di un flusso migratorio ormai di grandi proporzioni ma non riesce ad andare al di là di una generica presa d’atto delle «pessime conseguenze poi di religione e di stato» e di una retorica deplorazione dell’ingratitudine dei sudditi che non sanno apprezzare la «soavità e giustizia» del paterno governo del226. M. Berengo, Problemi economico-sociali della Dalmazia veneta alla fine del ‘700, in «Rivista storica italiana», LXVI (1954), p. 491. 227. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 35, cc. 232v-233r. 228. ASV, Capi del Consiglio dei X, Lettere di rettori e altre cariche, Cerigo, b. 287, disp. 314 (20 giugno 1732).

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la Serenissima.229 A partire dalla metà del secolo le carte ufficiali della Repubblica non fanno altro che ripetere con monotona insistenza le lamentele ora risentite ora accorate sull’«intollerabile libertà» e l’«ormai troppo osservabile e scandalosa affluenza de sudditi nostri negli stati ottomani», cui fanno da malinconico contrappunto reiterati quanto inefficaci provvedimenti.230 Col declinare del secolo i dispacci dei baili denunciano la comparsa sempre più massiccia a Costantinopoli e nelle altre più importanti città dell’impero di gruppi compatti e omogenei di schiavoni che cercano disperatamente un lavoro e spesso dopo anni di dura fatica riescono a ritornare alle loro case con un modesto gruzzolo.231 Più spesso però si tratta di elementi senza fissa dimora e privi di qualsiasi qualificazione professionale in grado di inserirli nella realtà produttiva del paese ospite. Una parte di quella massa di emigranti ricordata dal Berengo non si stanzia infatti nelle vicine province balcaniche ma si spinge sino ai grandi centri urbani dell’Asia dove spera di vivere d’espedienti ai margini dei traffici dei mercanti veneziani; non si pone problemi etico-politici o religiosi ma si abbandona spesso ad atti di delinquenza comune mettendo in imbarazzo il bailo, costretto ad assumerne contro voglia la protezione e a curarne spesso a sue spese il reimpatrio.232 L’allentamento dei controlli burocratici, il lungo periodo di pace che favorisce la distensione degli animi, la deteriorata situazione economico-sociale cui corrisponde un indebolimento dell’apparato repressivo dello stato, concorrono a convogliare nella capitale ottomana negli ultimi anni che precedono la caduta della Repubblica un nugolo di vagabondi e di malviventi di mezzo calibro che infestano i bassifondi, provocano disordini, importunano il bailo, spesso costretto dalla sua intrinseca debolezza e dall’incerta situazione politica a tollerare e ad 229. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 45, c. 107. Preannunciando un’inchiesta sul problema da parte dei baili ritornati, il Senato trasmette copia del dispaccio al Provveditore generale da mar, invitandolo a scoprire cause e rimedi di un fatto che non può essere «né più grave né più interessante per li più gelosi riguardi del Principato» (cc. 109v, 94v, 106v). Una nuova riunione dei baili ritornati viene tenuta nell’agosto del 1750 (reg. 46, c. 98v). 230. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 46, c. 96, reg. 49, parte II, c. 40v. Il 2 giugno 1764 si vieta di recarsi a Costantinopoli al seguito dei portalettere a coloro che non possono dimostrare di avere specifici affari da sbrigare o di essere «benestanti» (reg. 49, c. 40v), mentre nell’aprile del 1770 viene disposto addirittura l’arresto con la forza dei sudditi che tentano di emigrare clandestinamente. 231. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 432, disp. 7 gennaio 1791 di Nicolò Foscarini. 232. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 101 (1779), 102 (1782). Un massiccio contingente di poveri diavoli senza mezzi viene rispedito in Dalmazia nel dicembre del 1779 (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 55, parte I, c. 123). Insistenti lamentele contro gli Schiavoni «infesti», «molestissimi», «delinquenti e perturbatori» si ripetono per tutto il Settecento; cfr. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 51, c. 176v, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. A. Garzoni, c. 6v, Dispacci Costantinopoli, filza 213, disp. 18 aprile e 1 luglio 1768, 215, disp. 3 giugno 1773, 217, disp. 9 luglio 1776, 223, disp. 8 febbraio 1781, 226, disp. 25 febbraio 1785, 227, disp. 2 luglio 1787, 236, disp. 9 giugno 1792.

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astenersi da energiche e decisive misure.233 Spinto quasi alla disperazione dal numero incredibile di sudditi veneti che si aggirano per Costantinopoli, l’11 aprile 1781 il bailo chiede consiglio al Senato e ci offre in poche righe uno squarcio di rara efficacia sulla drammatica realtà di miseria e di emarginazione sociale di tanti individui tra cui spicca una massa di medici spostati, ex banditi o malviventi (ben 80!), che piombano a Costantinopoli dove dopo solo due mesi di pratica si esercitano «a far straggi sopra Turchi e sopra Cristiani».234 Sarebbe naturalmente far violenza ai fatti cercare in questi massicci trasferimenti di uomini in territorio ottomano spinte o motivazioni religiose che del resto neppure il cauto e spesso anodino linguaggio delle scritture ufficiali si sogna di rilevare, tanto evidenti sono a tutti le immediate e insopprimibili ragioni economiche di una scelta né libera né desiderata. Certo è aliena da queste masse abbrutite e miserabili di contadini una cosciente posizione di relativismo religioso, ma è per lo meno lecito sostenere che in un territorio cristiano dove da secoli la propaganda delle autorità politiche e religiose ha dipinto i Turchi coi più tetri colori della barbarie preferire un’esistenza sicura in partibus infidelium ad un calvario di stenti sotto un governo illuminato dall’unico Dio di salvazione, indica come minimo indifferenza istintiva e forse irriflessa verso un patrimonio di idee e di certezze che si può agevolmente conservare nella tollerante nuova patria ma che comunque non è sentito in una dimensione così assoluta ed esclusiva da farsi preporre alle primordiali esigenze di conservazione della vita. Alla paura fisica dei maltrattamenti e delle torture, alla fragilità di spirito e di corpo o semplicemente all’età puerile vanno ricondotti numerosi casi di conversioni più o meno forzate di cui sono ricche le cronache degli anni di guerra del Cinquecento e del Seicento, che vedono sui mari del Mediterraneo e nelle irrequiete plaghe della penisola balcanica un ininterrotto rimescolio di soldati, schiavi, profughi più o meno volontari, sbandati di ogni genere, per molti dei quali l’abbracciare temporaneamente e con riserva mentale l’islamismo è di volta in volta rimedio di salvezza, ricerca di un migliore avvenire, elezione semiconsapevole e priva di precisi risvolti ideologico-religiosi. Una quindicina di processi del Santo Uffizio si riferisce a persone delle più varie nazionalità, professione e condizioni, casualmente finite nelle mani della giustizia ecclesiastica mentre sostano a Venezia per affari o in attesa di imbarco per l’Oriente. Giovani di Livorno, Roma, Orvieto, Malta, Leopoli, Guastalla, Napoli, Liegi, Goa, sfilano davanti al padre inquisitore raccontando la loro monotona 233. ASV, Inquisitori di stato, Lettere ai baili a Costantinopoli, b. 151, disp. 392, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 55, parte I, c. 123. L’11 febbraio 1793 al bailo che chiede lumi sul comportamento da tenere nei confronti dei «sudditi molesti e vagabondi» il Senato consiglia prudentemente di «non compromettersi per la loro protezione» (Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 59, parte II, c. 72). 234. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 101. Nel dicembre del 1785 il governo turco è costretto a emanare severe norme restrittive per disciplinare l’afflusso di una vera e propria «folla di Empirici» che infestano l’impero. Cfr. «Notizie del mondo», n. 103, 24 dicembre 1785 e «Il nuovo postiglione», n. L, 17 dicembre 1785.

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storia: catturati ancora bambini o adolescenti e costretti ad abbracciare l’islamismo vogliono ora riconciliarsi con la vera religione.235 Una vera odissea religiosa è quella che narra nell’aprile del 1616 un certo Abdone, sensale trentenne di Aleppo: nato cristiano e costretto a farsi turco a 10 anni si arruola nell’esercito ottomano e finisce al Cairo dove si veste da cristiano e vive tranquillamente per sette anni; riconosciuto, fugge in Ungheria dove nel timore di essere scambiato per uno spione vive da turco insieme a una comitiva di mercanti bosniaci, giunge finalmente a Venezia dove torna alla religione cattolica scusandosi dei suoi trascorsi perché «era giovine et in bisogno».236 Altri processi istruiti dal Santo Uffizio di Venezia per presunto «islamismo» sono in realtà poco più che formalità in quanto riguardano soldati albanesi al servizio della Repubblica che hanno scelto la via dell’abiura per sfuggire alle sevizie e alle privazioni della prigionia.237 È probabile che i Turchi in alcune occasioni abbiano maltrattato i prigionieri soprattutto quando si trattava di soldati impegnati in azioni di saccheggio e guerriglia nelle zone di confine del Balcani, ma è da escludere, e tutte le fonti coeve sono concordi in questo, che ci sia stata da parte delle autorità ottomane una sistematica pressione per ottenere il loro passaggio all’islamismo. è logico invece che siano gli stessi prigionieri a compiere spesso un’abiura di comodo, in attesa di «riconciliarsi» con la Chiesa non appena recuperata la libertà, nella fondata speranza che ai musulmani sia riservato un trattamento più umano.238 Il 4 settembre del 1574 ad esempio il Consiglio dei Dieci segnala preoccupato all’ambasciatore a Roma il pericolo che perdurando la detenzione di 39 prigionieri, tra cui parecchi nobili, molti si facciano turchi «per disperatione».239 Forme più o meno conscie di «nicodemismo» sembrano aver interessato persone di ogni condizione ed età, schiavi e prigionieri di guerra, ma anche popolazioni delle isole greche di volta in volta cadute sotto il dominio ottomano.240 L’atteggiamento moderato e conciliante dei padri inquisitori nei confronti di coloro che per debolezza hanno rinnegato esternamente, conservandosi però in ispirito 235. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 90, 101, 73, 98, 82. 236. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 71. 237. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 69, 86, 87, 95, 98, 101. Quasi tutti depongono con l’aiuto di interpreti perché evidentemente parlavano solo lingue slave. 238. Nel 1630 Andrea Rossi della Valcamonica ma residente a Venezia ammette che alcuni anni prima, catturato dai Turchi in Dalmazia, si era circonciso per evitare di essere mandato alla galera (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 87). Sull’abiura di schiavi cristiani nel Seicento cfr. anche A. Tenenti, Aspetti della vita mediterranea intorno al Seicento, in «Bollettino dell’Istituto di storia della società e dello stato veneziano», II (1960), pp. 6, 14-15. 239. M. Rosi, Nuovi documenti relativi alla liberazione dei principali prigionieri turchi presi a Lepanto, in «Archivio della R. Società Romana di storia patria», vol. XXIV (1901), p. 40 (dell’estratto). A schiavi veneziani che si fanno turchi per sfuggire ai maltrattamenti accenna nel 1554 il bailo Domenico Trevisano (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 143). Un caso concreto nel 1501: da Corfù giunge la notizia che la moglie di Polo Contarini, fatta prigioniera, ha abiurato (Petri Delphini Annalium, p. 288). 240. Il Ginzburg ricorda l’affiorare del problema delle conversioni più o meno forzate di cristiani catturati dai corsari nella Postilla di Nicolò da Lira (Ginzburg, Il nicodemismo, p. 69).

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fedeli alla Chiesa cattolica, se testimonia della comprensione delle autorità religiose per il dramma di tanti individui è forse anche un riflesso dell’ampiezza del fenomeno.241 Talvolta l’eccessivo lassismo di alcuni religiosi, soprattutto gesuiti, nell’ammettere pratiche e comportamenti nicodemitici non manca di suscitare vivaci polemiche, come nel caso dei 300 rinnegati di Scio che provoca addirittura la pubblicazione di vari libelli. Secondo una versione di parte antigesuitica quando il 15 settembre 1694 l’armata veneziana guidata da Antonio Zeno occupa Scio 300 rinnegati pubblicamente conosciuti per Turchi si rifugiano nella moschea e invocano la misericordia dei vincitori asserendo di essere cristiani. Si tratta per la maggior parte di donne che per sposare con Turchi hanno abiurato nelle mani dei gesuiti che hanno concesso di praticare pubblicamente la religione islamica pur continuando a ricevere segretamente i sacramenti. I gesuiti giustificano apertamente la pratica del «nicodemismo» per queste povere donne, pur negando di averle ammesse ai sacramenti, mentre dal canto loro i nobili di Scio ormai residenti a Venezia cercano di ridimensionare la gravità dei fatti, precisando che dei 300 alcuni erano rinnegati veri che volevano tornare alla fede, altri turchi che desideravano convertirsi altri infine donne cristiane vestite alla turca.242 Il Santo Uffizio di Venezia apre anche una serie di processi contro persone di varia condizione sia della Dalmazia che di Venezia, rapite dai Turchi in tenera età o catturate dai corsari e allevate alla turca e poi tornate a Venezia per varie circostanze della vita.243 In molti casi si tratta di anziane donne slave, sposate sin da ragazze con turchi, che decidono di convertirsi al cristianesimo o perché memori del matrimonio coatto in giovane età o semplicemente perché indotte da conoscenti veneziani desiderosi di tranquillizzare la loro coscienza.244 A queste povere donne, così come ai soldati dalmatici e a tutti coloro che sono stati rapiti o venduti ai Turchi il padre inquisitore concede senza difficoltà la «reconciliazione» alla fede di Cristo, limitandosi ad imporre alcune penitenze, consistenti per lo più nel digiuno e nella recita settimanale del rosario per la durata di tre anni.245 241. Un esempio molto significativo è segnalato da un processo del 22 ottobre 1592: Fiorenza Podacattaro, di nobile famiglia di Nicosia, condotta schiava in Bulgaria convince il padrone di essere già turca, convive con lui per 22 anni e ne ha tre figli continuando a recitare segretamente le preghiere cristiane, finché alla morte del marito fugge a Venezia (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 69). 242.  Sincera dichiarazione de’ nobili di Scio abitanti ora in Venezia, intorno ad un fatto riferito in un libro intitolato Difesa del giudizio formato dalla S. Sede Apostolica etc. a carte 77 e stampato in Torino 1709, Trento 1710. Cfr. anche A. Vecchi, Correnti religiose nel Sei-Settecento veneto, Venezia-Roma 1962, pp. 311-312. 243. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 87. 94, 97. 244. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 95 (1638), 103 (1647). Nel 1622 il tribunale giudica il caso di una certa Elena figlia di Paolo, bosniaca cinquantenne moglie del mercante Martino Carandi, che ha rinnegato dieci anni prima insieme ad uno dei due figli, per sottrarsi ai maltrattamenti della padrona (b. 77). 245. Comprensione il padre inquisitore dimostra nel 1632 anche per alcuni casi come quello di Marco Lombardo e Zaccaria Cavalli il cui racconto lascia più di qualche dubbio sulla effettiva costrizione all’abiura (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 88).

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Nelle inquiete zone di confine della Dalmazia l’attrazione dell’islamismo è molto forte per tutti coloro che per vari motivi non si trovano a loro agio nell’ambiente in cui vivono e la scelta dell’abiura può maturare per i motivi più vari, talora anche futili. Giovanni Tussepich, un ragazzo di dodici anni di Macasca, si fa turco per sfuggire alle ire di alcuni contadini cui ha rubato dei fichi,246 Giorgio Mincovich di Dugopoli ferisce un turco durante una rissa e rinnega per sfuggire alle rappresaglie degli amici dell’avversario,247 un certo Pietro Aderni di Sebenico dice di aver abiurato perché convinto da un vicino della bontà della religione maomettana ma in realtà ha solo seguito la scelta del suo padrone Marino Zed di Bagnaluca costretto a circoncidersi per aver offeso un militare ottomano.248 In alcuni individui la decisione di «prendere il turbante» scaturisce da un semplice calcolo economico, come nel caso veramente esemplare del raguseo Giovanni d’Andrea che trovandosi a Belgrado nell’agosto del 1579 prende a credito una partita di panni da certo Giovanni di Lorenzo e poi rinnega le fede davanti al giudice turco di Crescevar trattenendo così la merce dell’incauto venditore.249 Altri processi del Santo Uffizio di Venezia rivelano con trasparente crudezza le drammatiche condizioni economiche di tante famiglie di contadini dalmatici, rovinate dalle guerre e oppresse dai tributi che ora i Veneziani ora i Turchi impongono in quelle tormentate regioni di confine.250 Un caso del tutto particolare è quello di quei rinnegati che col linguaggio dei primi cristiani si potrebbero chiamare «relapsi», di solito ex schiavi turchi battezzati più o meno spontaneamente che alla prima occasione tornano alla fede primitiva. La scuola dei catecumeni di Venezia abbonda di greci e talvolta di ragazzi di lontane regioni asiatiche o africane ma ben di rado ospita Turchi e del resto la resistenza dei musulmani ai tentativi di conversione è testimoniata dal limitatissimo numero di schiavi che acconsentono a farsi battezzare. Sin dai primi anni del Cinquecento è prassi normale, come abbiamo già visto, restituire tutti i prigionieri di guerra e il Senato dispiega sempre una particolare sollecitudine nel liberare tutti gli schiavi turchi per sottrarsi alle vibranti proteste della Porta.251 Questo non impedisce che masse imponenti di schiavi ottomani restino per anni inchiodati al remo di galere veneziane, sottoposti ad un trattamento non certo migliore di 246. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 91 (1634). 247. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 98 (1643). 248. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 98 (1642). 249. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 46. 250. Alcuni casi significativi: un padre si fa turco e induce a imitarlo il figlio Giovanni Isin per sfuggire al fiscalismo eccessivo, un certo Andrea Marchetti di Pastrovich di religione greco scismatica è venduto ai Turchi dal santolo mentre un Giorgio di Bostara è costretto a farsi turco per l’abbandono in cui è lasciato dai due fratelli sposati (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 101, anni 1644-1645). 251. Già il 27 giugno del 1557 il Senato volendo «che non sia tenuto alcun musulmano sopra le nostre galee in ferri» ordina ai comandanti di fare ricerche e di liberare quelli eventualmente ancora trattenuti (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 1, c. 68). Ordini simili si susseguono numerosi negli anni seguenti.

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quello inflitto ai loro compagni di sventura condannati dai tribunali. Nonostante questa vita terribile le conversioni al cristianesimo sono pochissime, anche se è da supporre che di qualcuna sia sparita la traccia nei frettolosi documenti dei comandanti delle navi.252 In alcuni casi poi le stesse fonti lasciano filtrare tra le righe il sospetto che la fede dei novelli cristiani non scaturisca da profonde meditazioni e da una consapevole adesione al patrimonio dogmatico della Chiesa cattolica, ma solo dal desiderio di sottrarsi agli stenti e ai maltrattamenti. Due schiavi turchi catturati a Lepanto dal conte Silvio di Porcia e Brugnera si fanno battezzare a Bergamo dopo una lunga preparazione di un prete che li ha «sollecitati» e istruiti nella santa fede,253 mentre altri cinque infelici, consunti da trent’anni di remo si fanno cristiani nel novembre del 1600 ottenendo dal Senato di essere ricoverati per il resto della loro vita negli ospedali dello stato «secondo che si è fatto in altre simili occasioni».254 Il padre cappuccino Bartolomeo da Tregnago, celebre e infaticabile operatore di conversioni singole e collettive, si vanta nel 1644 di aver portato alla fede cristiana «senza alcuna costrizione, ma con la sola forza della persuasione» ben 300 turchi, ma poi ammette ingenuamente che per evitare la loro fuga nei paesi d’origine, col pericolo di un ritorno all’islamismo, è stato costretto a farli arruolare nei reggimenti veneti impegnando il governo a non congedarli.255 Non meno aleatorie e legate a sollecitazioni affettive e passionali le fughe in Cristianità di alcune donne turche, spesso causa di spiacevoli incidenti e di moleste implicazione politiche. Il 27 marzo 1586 viene in Collegio, alla presenza di «un numero de turchi delli più honorevoli che si trovino in questa città», suor Dorothea per essere interrogata sulla sua volontà di tornare col marito Ettore Salem pugliese rinnegato o di rimanere nella fede cristiana ormai abbracciata nel monastero delle convertite della Giudecca.256 Un episodio abbastanza normale in tutti i tempi e paesi, la fuga di casa di una ragazza turca di Clissa probabilmente per amore di un cristiano, suscita nel 1621 uno spinoso caso diplomatico e pone il Senato veneziano nella necessità di scegliere tra due alternative altrettanto sgradite, la restituzione della giovane in deroga al dovere cristiano di propagandare la fede e procurare la conversione degli infedeli oppure una ferma resistenza alle proteste dei parenti col rischio di passi ufficiali della Porta e depredazioni e saccheggi ai confini dalmatici.257 Il Senato è tranquillamente convinto che «a quei confini queste sono cose usate et ben spesso avviene che dei nostri vadino a mutar fede in Turchia et dei loro vengano nel stato nostro a farsi Christiani senza 252. Nel 1699 su 849 schiavi turchi imbarcati su galere veneziane si registrano solo 8 battesimi (ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 306). 253. A. De Pellegrini, Di due schiavi turchi del conte Silvio da Porcia e Brugnera dopo la battaglia di Lepanto, in «Nuovo archivio veneto», XXIV, 42 (1921), pp. 232-235. 254. ASV, Senato Mar. reg. 60, c. 119. 255. Arturo da Carmignano di Brenta, L’opera dei cappuccini durante la guerra di Candia (1645-1669), in «Ateneo Veneto», VIII (1970), pp. 12-13. L’elenco dei «convertiti» è conservato all’archivio provinciale capitolare dei capuccini di Mestre. 256. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 7, cc. 31-33r, 36r, 46r. 257. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 13, cc. 216-217, 227, reg. 14, c. 19r.

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che per ciò ne segua alcuna perturbatione», ma coglie l’occasione per impartire ai magistrati di Dalmazia alcune disposizioni generali nel caso si ripetano fatti simili. Il conte di Spalato «se ben portato da Christiano et pio zelo, ha però celermente assentito al battezzare della suddetta giovane» ma alla prudenza politica dei patrizi di Venezia questo pare zelo un po’ eccessivo ed inopportuno e il Senato suggerisce che in futuro quando un turco od una turca si vogliono convertire i funzionari veneziani attendano istruzioni dal centro «affine che per la vicinità de’ Turchi a quei confini non nasca alcun impedimento all’effettuare questo atto di pietà».258 Questo fatterello, di per sé abbastanza modesto, ha però una curiosa appendice che merita di essere raccontata perché getta qualche fascio di luce sui metodi in uso per spingere le giovani turche ad abbracciare la fede di Cristo. Una lettera del sultano, sollecitato dal padre della ragazza, Acmet Agà castellano di Clissa, lamenta che la fuga sia stata in realtà un rapimento e che una volta giunta a Spalato la fanciulla sia stata condotta in una chiesa e qui, «circondata da trenta in quaranta religiosi et da un numero infinito di donne cristiane che li dicevano che la nostra fede non era buona», indotta a baciare la croce e «gli idoli» e ad assumere un nome cristiano mentre fuori «furono sparati molti tiri di canone et fatto grandissima allegrezza».259 La storia ha un lieto fine come in un bel romanzo d’amore e di avventure perché il padre viene accontentato nel suo desiderio di vedere la figlia, visita accuratamente il monastero delle Zitelle alla Giudecca dov’è stata collocata, partecipa a due concerti di voci delle monache e, pur dovendo lamentare la ferrea decisione della ragazza di non tornare alla fede islamica, se ne parte con qualche soddisfazione avendo constatato l’onorevole trattamento e la buona educazione impartita alle allieve.260 Desiderio di sfuggire ai maltrattamenti, aspirazione a migliorare le proprie condizioni personali, semplice opportunismo, le stesse motivazioni dunque di tante temporanee apostasie di cristiani sono anche alla radice di molti ritorni alla fede musulmana che fanno pensare all’esistenza anche fra i Turchi di una sorta di «nicodemismo islamico». Giovanni Maria da Genova ex schiavo battezzato confessa candidamente di essere partito alla volta di Venezia deciso ad imbarcarsi per Costantinopoli dopo aver sorpreso la moglie con un gentiluomo,261 mentre un certo Tommaso d’Angari già battezzato nel 1585 e poi fuggito una prima volta ad partes infidelium, per giustificare la sua ricaduta inventa la strana storia di un chiaus turco incontrato a Poveggia che dopo averlo derubato di un panno gli avrebbe propinato «una artificiosa et nocevole bevanda» soporifera approfittando poi del suo stato di incoscienza per rasarlo e 258. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 13, cc. 229. 259. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 18, c. 38. 260. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 18, cc. 38r-47v. Altri due casi analoghi si verificano nel 1597 e nel 1614 e hanno per protagoniste Elena figlia di Giusuf Agà Cienalelli (reg. 9, c. 75) e una certa suor Dorothea pure figlia di un agà turco che cerca vanamente di farla tornare alla fede islamica (reg. 10, c. 39r e Cicogna, Delle inscrizioni veneziane, VI, p. 801). Ancora un episodio del genere nel 1776 (Deliberazioni Costantinopoli, reg. 53, parte II, c. 88). 261. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 79 (8 ottobre 1624).

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vestirlo alla turca.262 Ancor più esemplare il caso di Mustafà Baliraj, nato a Costantinopoli e fatto prigioniero a Lepanto, che dapprima rifiuta ostinatamente di lasciare la fede islamica poi per amore di una Simona genovese si fa cristiano e pratica regolarmente i sacramenti ma alla fine colto da rimorso o da nostalgia della patria si reca a Venezia, riprende l’abito turchesco nel Fondaco e cerca di imbarcarsi per il Levante.263 Il 13 aprile 1649 esce dal carcere di Venezia per rispondere alle accuse di alcuni mercanti armeni «quidam homo macillentus, carnis albae, pillis nigris, oculis parvis, indutus habitu quasi turcico»: è Assolomamuto Salomon di Rodi, schiavo turco a Malta e poi a Siena, che nega con fierezza ed ostinazione di essere mai stato battezzato e di aver dissuaso alcuni turchi di Candia dal proposito di convertirsi.264 La mobilità della fede si accompagna talvolta alla irrequietezza di una vita peregrina e vagabonda, in cui alle alterne vicende dell’esistenza quotidiana si intrecciano repentini mutamenti di costumi, idee, convinzioni religiose. Nell’agosto del 1759 il Muftì e il Gran Doganiere di Costantinopoli sollecitano il bailo ad interessarsi delle condizioni di Chiassi Iohià, un povero cieco abitante a Venezia in Calle de’ Stagnari nella casa di Antonio Favaro. Le indagini delle autorità veneziane portano alla luce un’esistenza avventurosa ed errabonda nel Levante, a Venezia, Vienna, con il successivo passaggio dall’islamismo alla religione grecoortodossa al cattolicesimo, ultima sponda ideale di un uomo provato dalle disgrazie, che però negli stenti di una vita di mendico in piazza S. Marco va col pensiero al padre turco e ne invoca un aiuto ritenuto non incompatibile con la sua fedeltà alla Chiesa cattolica.265 Le migrazioni individuali e collettive di sudditi disperati e rosi da un’endemica miseria, le conversioni più o meno forzate di militari e bambini, le frequenti e un po’ scontate «ricadute» di turchi male cristianizzati non turbano più di tanto le coscienze di uomini politici e di Chiesa, che sembrano invece quasi increduli di fronte alle innumerevoli, deliberate, fughe in Turchia di singoli cittadini veneziani di tutte le condizioni sociali. Nel 1609, in un periodo in cui più intenso e irrefrenabile sembra il flusso verso la Turchia, Paolo Sarpi si fa portavoce preoccupato dell’angoscia per questo inaudito tradimento della fede in Cristo da parte di tante persone «licet forte non satis credentes» che raggiungono con ogni mezzo i detestati «loca infidelia» dove si spogliano del nome e della professione di Cristo. Spaventa il severo servita, e con lui altri osservatori laici ed ecclesiastici, il numero dei transfughi: «non 262. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 51. 263. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 57 (8 agosto 1586). Un caso che non finisce davanti all’Inquisizione è quello di un giovane schiavo indiano di religione islamica che fugge nell’aprile 1618 dalla casa veneziana di Ottavio dall’Ogio e si rifugia presso il chiaus turco affermando di voler tornare musulmano (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 12, cc. 62-63). 264. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 105. Altri casi in b. 53 (1584), 123 (1683). Nel dicembre del 1662 abiura a Venezia Anna Zerniz, nata da genitori turchi e battezzata da un colonnello calvinista: un bell’esempio di quel crogiuolo di fedi religiose che è il Mediterraneo del Cinquecento (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 110). 265. ASV, V Savi alla Mercanzia, Scritture (1758-1769), reg. 187, cc. 93v-94v.

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enim agitur» scrive al suo corrispondente Leschassier, «de decem, aut duodecim millibus, se de ducenti millibus».266 Valutare l’entità del fenomeno, analizzarne le cause molteplici, disparate e talvolta tra loro contraddittorie, penetrare, quando l’aridità o addirittura la reticenza delle fonti lo consentano, gli impulsi e i meccanismi mentali che ispirano a tanti veneziani l’abbandono della patria e della fede, è obiettivo arduo ma suggestivo di ricerca. Una prima categoria omogenea di potenziali rinnegati si può facilmente individuare negli innumerevoli banditi che infestano le isole e le città del Levante da dove rettori e baili continuano a tempestare il Senato ed il Consiglio dei Dieci perché trovino rimedi ad un’endemica situazione di disagio e di insicurezza. Colpito da una condanna che lo costringe a lasciare la sua città, sradicato dal tessuto sociale in cui è sin’allora vissuto, il bandito, nobile o plebeo, viene destinato molto spesso a qualche località della Dalmazia e del Levante267 e di lì è facile la decisione di raggiungere Costantinopoli alla ricerca di lavoro, di un salvacondotto o, in caso estremo, di un inserimento nella società ottomana. La speranza di un salvacondotto da parte del bailo è in realtà la prima e concreta speranza del bandito che si reca a Costantinopoli sapendo molto bene che gravi considerazioni di ordine religioso e politico impongono al governo veneto di evitare con ogni mezzo lo scandalo dell’abiura dei suoi cittadini. Per tutto l’arco dei tre secoli e mezzo che vanno dall’installarsi degli ottomani a Costantinopoli alla caduta della Repubblica la miseria avvilente dei banditi, la loro disperazione e le continue minacce di passaggio all’islamismo, costituiscono uno dei crucci più amari del bailo. Sin dal 23 giugno 1581 una deliberazione del Consiglio dei Dieci stabilisce la modalità del rilascio dei salvacondotti e negli anni seguenti si susseguono le raccomandazioni ai baili perché si attengano scrupolosamente alle restrizioni fissate che tengono conto della «qualità delle persone et delli bandi di cadauno».268 In realtà sin dall’inizio i baili sono molto larghi nelle concessioni tanto che il 14 maggio 1590 il Provveditore generale del Regno di Candia lamenta che la speranza di ottenere salvacondotti «invita ogn’uno a correr a Costantinopoli per ogni leggier causa» dando così via libera agli eccessi dei malviventi269 e l’anno successivo il Provveditore di Zante Bartolomeo Paruta riferisce con scandalo la vanteria di un malvivente che, appena commesso un delitto, dichiara che se fosse stato bandito avrebbe senz’altro ottenuto un salvacondotto a Costantinopoli.270 D’altronde è lo 266. Sarpi, Lettere ai gallicani, p. 61 (lettera a Jean Leschassier del 10 novembre 1609). 267. Il 28 dicembre del 1542 ad esempio il rettore di Cefalonia lamenta che l’isola sia sempre piena di banditi (ASV, Capi del Consiglio dei X, Lettere di rettori e altre cariche, Cefalonia, b. 287). 268. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 17, cc. 14v-15r. Le istruzioni ai baili vengono ripetute più volte facendo sempre richiamo al decreto del 23 giugno 1581. Un sommario delle disposizioni emanate dal Senato e dal Consiglio dei Dieci in tema di salvacondotti ai banditi è compilato nel 1669 e si trova ora in ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 297. 269. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 297. A Zante c’è addirittura un certo Zandorodi che sbarca il lunario falsificando abilmente i salvacondotti del bailo Giovanni Cappello (ASV, Capi del Consiglio dei X, Lettere di rettori e altre cariche, Zante, b. 296). 270. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 297.

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stesso Senato il 12 marzo 1639 a prolungare a 8-10 anni la validità dei salvacondotti per gli abitanti delle isole e i lavoratori dell’arsenale contumaci, probabilmente nella speranza di por fine allo scandalo di tanti sudditi che vagano per la Turchia rinnegando talvolta la fede.271 La concessione di salvacondotti diventa così una delle occupazioni ordinarie dei baili che a partire dal primo decennio del’600 carteggiano con i capi del Consiglio dei Dieci quasi esclusivamente sul tema dei banditi, chiedendo istruzioni sui casi più delicati in cui è necessario conciliare la ragion di stato, che sconsiglia di esporre Venezia all’umiliazione della pubblica apostasia dei suoi cittadini, con gli indispensabili riguardi al decoro e al prestigio delle leggi. Il numero dei banditi che scelgono la via di Costantinopoli è altissimo già nel Cinquecento ma cresce progressivamente nella seconda metà del Seicento e nel Settecento; allora essi cominciano a sciamare nelle città minori dell’impero, rendendosi talvolta protagonisti di episodi clamorosi come quando nel dicembre del 1783 si battono in gran numero per le vie di Smirne seminando per due giorni il panico tra la popolazione.272 L’archivio del bailo a Costantinopoli ha conservato, purtroppo solo per alcuni periodi, i registri dei salvacondotti concessi ai banditi presentatisi all’ambasciatore spontaneamente o perché sollecitati e ricercati dallo stesso bailo. Essi ci danno innanzitutto la dimensione quantitativa del fenomeno: 55 salvacondotti rilascia dal 1672 al 1675 Giacomo Querini, 22 Alvise Mocenigo dal 1710 al 1714 e 14 Andrea Memmo nel solo anno 1714 e ordini di grandezza simili riscontriamo anche negli anni seguenti anche se spesso il materiale documentario è lacunoso e frammentario e non consente statistiche sicure.273 Nella formula del salvacondotto traspaiono chiare le preoccupazioni religiose e politiche che ispirano la concessione e che sono alla base delle direttive del Senato e del Consiglio dei Dieci. Il bailo fa riferimento alla vita raminga e stentata dei banditi e ai disagi delle famiglie, ma più spesso ai pericoli «della vita e dell’anima ancora», al rischio di «perdersi in questo paese», alludendo chiaramente alla possibilità di un abbandono della fede cristiana. «N’è molesto che molti banditi anco per casi leggieri et altri per causa de banditi vengano a Costantinopoli et si fanno turchi o veramente servono sopra la loro armata», scrive il 23 giugno 1581 il Consiglio dei Dieci al bailo, registrando una situazione che già allora doveva avere il carattere di quasi normalità.274 271. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 25, parte I, cc. 3v, 91v. 272. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 224, disp. 24 dicembre 1783 e 24 febbraio 1784, Bailo a Costantinopoli, b. 102. Per dare un’idea del fenomeno a cavallo tra Cinquecento e Seicento basti ricordare che il 24 gennaio 1601 il bailo parla di 600 banditi solo nell’isola di Zante (ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 6, c. 204). È probabilmente alludendo ai banditi che il 21 aprile 1677 il bailo segnala agli inquisitori di stato la difficoltà di esercitare la carica «in paese tanto barbaro e lontano e frequentato da una certe spetie de’ Christiani più detestabili né costumi e nelle massime che li medesimi Turchi» (ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 419). 273. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 290, 298, 299. 274. ASV, Bailo a Constantinopoli, b. 297, doc. 21.

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Lazzari di Berardino Rimando, custode del bosco del Montello, bandito dal podestà di Cividale, chiede il 12 giugno 1586 un salvacondotto facendo capire senza perifrasi che in caso di rifiuto sarà costretto a procurarsi da vivere «con quel talento che da Dio benedetto li è concesso».275 Un Teodoro Svirò si limita ad implorare il permesso di ritorno solo per non esser costretto a vivere «in paese turchesco»; Gerolamo Moreto che lavora a Costantinopoli ma guadagna poco e, si sa, la «povertà potrebbe partorire de quei scandali che si vegono ogni giorno»,276 il veronese Antonio Bologna è al limite della disperazione, ha il «linguaggio di farsi intendere ne altri mestieri che quello di scrivere potrebbe disperarsi a segno di farsi turco».277 È dunque solo in vista «degli essenziali riguardi che li sudditi veneti non vadano raminghi negli stati ottomani» che se ne procura il rimpatrio, soprattutto quando i banditi oltre che «disperati» sono anche «prattici nelle cose nostre» e facilmente si lasciano tentare dall’idea di mettere al servizio dei Turchi le loro conoscenze e i loro piccoli o grandi segreti.278 In questo paese dove pur troppo, osserva nel 1748 Andrea da Lezze, è pronta l’occasione di tradire il Vangelo e abbracciare il Corano,279 il bailo deve talvolta impegnarsi in logoranti bracci di ferro con autorità turche e aspiranti rinnegati nel disperato tentativo di sottrarre la Repubblica alle conseguenze di atti inconsulti da parte di qualcuno tra i più audaci ed esasperati dei banditi. Nel mese di aprile del 1766 Gregorio Valsamachi relegato a Corfù per gravi colpe fugge a Costantinopoli dove «d’ordinario non cercano rifugio che li tristi», contrae debiti, fa comunella con altri delinquenti e infine presa la «disperata rissolutione» di farsi turco cerca di consegnare un memoriale al Sultano promettendo notizie sulla Morea e offrendosi di suscitare tumulti nelle isole.280 Il bailo riesce a «far abortir prima l’iniqui disperati dissegni del reo, contumace, scellerato», ma il Valsamachi per sfuggire all’arresto grida più volte «Son turco» e giura di chiamarsi Mohammed, ma non riesce ad evitare di essere rimpatriato con la forza, perché in questo caso i funzionari ottomani si convincono trattarsi di un delinquente comune.281 Se il pericolo di abiura da parte di banditi poveri ed esacerbati colpisce l’attenzione del bailo e lo stimola a provvedere al rimpatrio soprattutto in ragione della imponente dimensione assunta da un fenomeno che rischia alla lunga di trasformarsi in un vero e proprio depauperamento di preziose riserve umane, il vagabondaggio senza speranza o peggio ancora la prospettiva di una clamorosa apostasia di nobili veneziani costituisce un caso talmente eccezionale e scandaloso da indurre Senato 275. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 6, c. 87. 276. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 6, c. 134 (8 giugno 1692), c. 177 (24 giugno 1597). 277. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 101, disp. n. 79, 4 aprile 1778. 278. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 298; Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 26, parte II, c. 33r. 279. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 431. La nota del bailo trae spunto dai fastidi che gli sta procurando con le sue violenze un certo Giorgio Campesan di Venezia. 280. ASV, Inquisitori di stato, Lettere ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 151, disp. 365-372. 281. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 432.

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e bailo a perseguire tutti gli sforzi possibili per evitare l’irreparabile decisione. Due significativi episodi, l’uno alla fine del Cinquecento l’altro alla vigilia della caduta della Repubblica, ci illuminano sull’ansia sofferta e preoccupata con cui i dirigenti della Repubblica seguono le vicende dei membri della classe dirigente travolti dagli avvenimenti e sull’orlo di lasciare alle spalle d’un colpo patria, privilegi nobiliari e fede cristiana. Ridotto alla disperazione dall’estrema indigenza in cui vive da anni, Sebastiano Querini, fino a quel momento «constantissimo et lontanissimo» dal pensiero di rinnegare, sta ormai per cedere nel marzo del 1599 alle insistenze di un cugino che gli promette una parte delle sue sostanze se accetta di farsi turco. Il bailo Gerolamo Capello segnala prontamente al Consiglio dei Dieci l’«infamia e il dishonore che ne riceverebbe il nome della nobiltà veneziana» ma temendo che sia fatto abiurare «con fraude» anticipa lo zelo delle autorità veneziane e gli concede subito un salvacondotto per Candia, convincendolo ad imbarcarsi al più presto.282 La preoccupazione per il decoro e l’onore della classe patrizia, tanto più forte e sentita con tenace e puntiglioso esclusivismo quando più evidenti si fanno i sintomi di un’irreparabile decadenza, ispira nel 1794-1795 gli ansiosi dispacci tra il bailo e gli inquisitori di stato sulla sorte del patrizio Domenico Giuseppe Marin, bandito per 20 anni sotto l’accusa di malversazione e ridottosi a vivere «mendico, lacero e bisognoso di tutto» per le strade di Costantinopoli dove si rende il buffone di tutti e commette «vili azioni indegne del patrizio carattere di cui si trova insignito». Il bailo Ferigo Foscari, sollecito della «dignità del patrizio carattere» e inquieto per le «moleste conseguenze» di una sua eventuale abiura, si fa interprete dell’urgenza di «recuperare questo vagante cittadino e di porlo fuori dell’occasione di commettere vili e scandalose azioni» e ottiene naturalmente pronta rispondenza negli inquisitori di stato colti da «terribile rammarico» alla notizia che il Marin non ha esitato a chiedere l’elemosina per le case di Pera.283 Quando non c’è la vergogna e la conseguente rovina economica e sociale di un bando a consigliare una vendetta contro la patria e contro la religione, interviene l’amore dell’avventura, l’ansia di emergere, l’ambizione di percorrere in Turchia una rapida carriera politica preclusa a Venezia dal rigido assetto classista della società. Tutta la storia del secolare rapporto tra Venezia e Turchi è punteggiata da piccoli e grandi tradimenti ma quasi tutti nella direzione Venezia-Costantinopoli forse perché la vertigine del potere e la ferrea volontà di conseguire comunque la gloria terrena, eredità in Italia del prepotente individualismo rinascimentale, può essere soddisfatta meglio in uno stato che unico al mondo ammette un’ampia mobilità della classe dirigente, attingendo uomini ovunque intelligenza, abilità volontà di dominio offrano garanzia di efficienza e di sicura riuscita.284 282. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 6, cc. 182-185. 283. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 432, disp. 25 febbraio 1794; Inquisitori di stato, Lettere ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 151, disp. 407. Il Marin si imbarca da Smirne, dove nel frattempo si era recato, per Corfù nel luglio del 1795. 284. Un po’ a parte mi paiono i casi, numerosi in tutta la storia della Repubblica Veneta, di sudditi che favoriscono con informazioni le operazioni militari dei Turchi. Per alcuni episodi parti-

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Già nel Quattrocento compaiono i primi rinnegati veneti che cercano nella giovane monarchia ottomana la loro personale fortuna a dispetto di una fede che appare solo un odioso legame con una società che li opprime e li tarpa nelle loro aspirazioni di successo. Nel 1462 Geronimo Valaresso diserta dall’esercito veneziano, si presenta dal sultano sperando favori e cariche ma deluso nei suoi propositi è costretto a fuggire da Costantinopoli e finisce la sua esistenza sulla forca.285 Rinnegati veneti troviamo in vari posti di responsabilità in Turchia per tutta la durata della Repubblica: c’è chi fa carriera militare conseguendo la carica di agà di campo286 o di rais di marina a Tripoli,287 c’è un Pietro Venier che si piazza in Serraglio dove diventa potente esplicando i suoi «mali talenti»,288 c’è uno Zaneto che diventa dragomanno del primo visir, c’è il cavalier Mandricardi di Zante che si limita ad offrire i disegni delle fortezze della Morea e le piante dei luoghi minati,289 c’è il dragomanno Salvator Costanzi che come premio dell’apostasia ottiene nell’aprile 1630 il comando di una galeotta col titolo di capitano di armata in Negroponte290 e c’è infine l’«iniquo traditor» Barozzi che riceve rendite e terreni nel regno di Candia per l’abiura e i servigi al primo visir cui fornisce piante della fortezza di Corfù.291 Alcuni casi attirano naturalmente l’attenzione del governo veneziano per la spiccata personalità dei protagonisti che col tradimento portano via un ricco patrimonio di esperienza, di cognizioni tecniche o addirittura di segreti politici estremamente preziosi per i Turchi, sempre alla caccia di uomini abili e spregiudicati disposti a tutto sacrificare per onori, ricchezze e potere politico. Fa scalpore nel novembre del 1630 l’improvvisa risoluzione del dalmata dottor Fasaneo, che in seguito ad un litigio con un convento per la monacazione di alcune figlie, si presenta al pascià della Bosnia e «ponendosi turbante da huomo letterato in capo» si fa turco forse «per coprir qualche maggior insidia et sceleraggine».292 colarmente gravi avvenuti durante la scorreria del 1499 cfr. ASV, Consiglio dei X, Misti, reg. 23, c. 92r, Luogotenente della Patria del Friuli, Processi, filza 112, c. 717. 285. Annali Veneti, pp. 14-17 e 47. Sette anni dopo un certo Callimaco Romano, di origine veneziana, passa al soldo dei Turchi cui fornisce piani per la presa di Scio. 286. A. Tenenti, Schiavi e corsari nel Mediterraneo intorno al 1585, in Miscellanea in onore di R. Cessi, II, Roma 1958, p. 180. 287. ASV, V Savi alla Mercanzia, Diversorum (ser. II), b. 369, 48 (anno 1764). 288. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, z. 417, disp. 23 giugno 1634. 289. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 420, disp. 2 marzo 1684. 290. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 19, parte II, c. 13. 291. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 419, disp. 18 settembre 1673, Inquisitori di stato, Lettere ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 148, disp. 60-62, 66-68, 77r. 292. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 19, parte II, c. 77r. Dopo l’abiura viene attribuito al Fasaneo il proposito di armare una flotta con cui occupare vari luoghi della Dalmazia da sottoporre alla sovranità spagnola, ma è probabile che buona parte di questi progetti sia frutto dell’esagerazione del bailo (ASV, Senato Deliberazioni Costantinopoli, reg. 21, c. 48). Sul Fasaneo cfr. ancora Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 19, parte II, cc. 60-61, 83-86, 93, 97, 100, reg. 20, cc. 19, 38-39, 44v, 50, 60, 88, 94-96, 102, 107, reg. 21, c. 11, reg. 23, reg. 25, 40.

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Verso la metà del Seicento il tradimento e l’apostasia di personaggi abbastanza ragguardevoli e capaci di nuocere in vario modo alla Repubblica assumono proporzioni allarmanti tanto da indurre il segretario Ballarino, dopo l’ennesima fuga nel novembre del 1653 di un certo Navagero, a scrivere tutto preoccupato agli inquisitori di stato che ormai «si va facendo una raccolta considerabile de renegati in Constantinopoli che con la loro prattica e malitiosa insinuation partoriscono pessimi effetti aggregandosene più sempre».293 Il Navagero, convinto di dover sfruttare la sua «congiuntura», è in confidenza col deposto visir, pratica il Serraglio, cerca di abbassare la reputazione delle forze di Venezia, vanta la sua nascita, le cariche ricoperte, la sua pratica del mare e si offre di impiantare una fabbrica di galeoni. Quando i rinnegati sono personaggi intellettualmente elevati ed ambiziosi come il Fasaneo, o politicamente pericolosi come il Barozzi e il Navagero, il bailo inizia per tempo a denigrarne la figura morale e a dipingerli come individui rotti a ogni vizio e nocivi alle buone relazioni tra Venezia e l’impero ottomano, ponendo così le premesse per far apparire meno intollerabile e scandalosa la loro eliminazione violenta per opera di qualche mano «sconosciuta». Tutti e tre i rinnegati sopra ricordati finiscono la loro vita assassinati da sicari prezzolati dal bailo che non esita ad avvalersi della collaborazione di diplomatici di altre nazioni o addirittura, come nel caso del Navagero, del frate guardiano del convento di S. Maria.294 I baili sono fieri di queste operazioni utili agli interessi dello stato e necessarie per vendicare agli occhi di molti dubbiosi e pavidi l’onore della fede cristiana tradita. Il segretario Ballarino dopo aver condotto a termine nel dicembre del 1655, sempre tramite il monastero di S. Maria, l’assassinio di tutti i rinnegati legati al «circolo» del Navagero e di un altro veneziano di nome Attilio Signoretti, partecipa agli inquisitori il suo dispiacere «che queste piante non possin esser sradicate senza qualche spesa» ma assicura che comunque «il vantaggio è molto maggiore al sicuro».295 La «scelerata risolutione» di abbandonare la fede del celebre Bonneval può riuscir «fatale alla Repubblica et alla Christianità», scrivono il 30 luglio 1729 gli inquisitori di stato al bailo stimolandolo «a qualunque più gagliardo ripiego per disfarsi di un fomite che non può se non essere rovinoso e funesto», ma questa volta l’operazione che pure «deve credersi 293. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 417, disp. 28 novembre 1654. 294. Per l’assassinio del Fasaneo, del Barozzi e del Navagero cfr. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 19, c. 97r, 103, reg. 21, cc. 48, 50-51, reg. 34, cc. 193v, 197v; Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 419, disp. 25 agosto 1672, 18 settembre 1673, 30 aprile 1781, b. 417 disp. 1654, b. 418, disp. aprile 1611. Organizzatore dell’avvelenamento del Barozzi è il bailo Giambattista Donà, il colto autore della Letteratura de’ Turchi (ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 420, disp. 4 ottobre 1681). Altro caso clamoroso è l’assassinio di Giambattista da Barletta, disertore dal presidio di Candia, che si era fatto turco e si era offerto al bey di Tunisi di saccheggiare con una flotta l’isola e di uccidere il bailo; la sua testa, troncata da altri due rinnegati veneti, viene spedita al Consiglio dei Dieci per il riconoscimento (ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 7, c. 25). 295. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 418, disp. 20 dicembre 1655.

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protetta dal Cielo perché promossa da motivi di religione e di pietà e diretta ad oggetti egualmente pij e plausibili» non va a segno forse perché la complessa figura del rinnegato francese è troppo nota e un suo assassinio avrebbe un’eco così clamorosa da non lasciare indifferente lo stesso governo ottomano:296 e così il bailo deve limitarsi a seguire con vigile attenzione le tappe della sua rapida fortuna alla corte del sultano sino alla caduta in disgrazia e alla morte che ne rinverdisce in Europa il mito e l’alone di fascino misterioso.297 Da un rapido panorama di tutti i rinnegati veneti di cui abbiamo sicura notizia risulta evidente la quasi assoluta assenza di elementi della nobiltà tanto veneziana quanto di terraferma e anche i pochissimi e talvolta incerti casi di cui siamo informati coinvolgono personaggi minori, emarginati dalla classe dirigente detentrice dell’effettivo potere politico ed economico e privi di una vigorosa personalità e di brillante intelligenza politica.298 È una mancanza non casuale ma perfettamente comprensibile ricordando l’orgoglioso disprezzo di tanti osservatori veneziani per la «barbara» struttura dell’impero ottomano che ignora anzi combatte quel ceto nobiliare che in tutta Europa e a Venezia in modo particolare costituisce l’asse portante dell’organizzazione sociale. Il marinaio o il tecnico attratto dal denaro, il mercante ansioso di operare affari con disinvolta indifferenza religiosa, il povero soldato slavo caduto prigioniero, il dissenziente proteso alla ricerca di una area di tolleranza per la sua fede, magari anche il frate o il giovane inquieto in cerca di nuove sensazioni ed esperienze nel mitico oriente, tutti questi individui spinti da svariate motivazioni più o meno valide e nobili, possono scegliere ad un certo punto della loro vita di fare il grande passo dell’abiura, ma non il nobile, fiero del suo superiore status sociale e ben deciso a vantare nella vita i diritti della preminenza sulla vile «plebe» e sul popolo dei lavoratori delle «arti meccaniche». Ecco un bell’episodio della fine del Quattrocento che dice molto più di ogni astratta considerazione: nel novembre del 1486 i fratelli Marchesoto e Nicolò Zorzi di Negroponte dopo 26 anni di prigionia presso il signore di Damasco affrontano i gravi rischi della fuga e si recano sino a Venezia solo per impetrare dalla Repubblica Veneta il riconoscimento della loro qualifica di nobili.299 L’opinione pubblica veneziana conosce nel ‘500 due soli casi di ram296. ASV, Inquisitori di stato, Lettere ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 150, disp. 315, 321. Gli inquisitori in un dispaccio del 19 dicembre 1738 chiedono anche notizie di un giovane cuoco veneziano che ha seguito il Bonneval a Costantinopoli, imitandone l’adesione all’islamismo (disp. 325). 297.  Sulla leggenda del Bonneval nella cultura del Settecento cfr. parte II, cap. II, par. I. Sull’interesse del Senato per le operazioni di questo personaggio «dall’abilità et esperienza ben conosciuta» cfr. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 39, parte II, cc. 17v-18r, reg. 40, c. 102v, reg. 41, cc. 53r, 127v, 151r, reg. 42, c. 51v, reg. 44, parte I, c. 32r, reg. 45, parte I, c. 107r. 298. Oltre ai casi sopra riportati ricordo una notizia del 26 marzo 1718 secondo cui una figlia di Anzolo Balbi si sarebbe «incontamente portata ad abbandonare la nostra fede e a lasciarsi chiudere nel Serraglio» (ASV, Inquisitori di stato, Lettere di confidenti, b. 189). 299. Annali Veneti, parte II, p. 634. Un terzo fratello, anche lui preso a Negroponte, «picolin da late, è turco su la Natolia, e se cognosseno insieme; e perché el sta ben con quei Signori, el no de ha cura del levarse».

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polli di nobile famiglia che conseguono posti di grande prestigio e responsabilità nell’impero ottomano pagando il prezzo dell’abiura, ed ambedue, circostanza molto significativa, sono figli naturali. Cecilia Baffo, figlia illegittima di Niccolò Venier, parente del vincitore di Lepanto, catturata a dodici anni da Khair ad Dîn detto il Barbarossa, si converte all’Islam e prende il nome di Nûr Bânû. Sposa prediletta di Selim II cui dà l’erede Murad III, influisce notevolmente sulle scelte politiche del marito favorendo nei limiti del possibile un indirizzo filo-veneziano della Porta e la sua figura si avvolge ben presto di contorni mitici e favolosi nell’opinione pubblica veneziana, ammirata e nello stesso sconcertata dall’incredibile ascesa di una fanciulla che la consueta prassi delle famiglie nobili avrebbe destinato, come figlia naturale, al monastero o a un matrimonio dignitoso ma non certo di grande prestigio.300 Senza dubbio il caso più clamoroso di adesione all’islamismo è quello di Alvise Gritti, mercante, avventuriero e uomo politico di grande capacità le cui fortunate imprese e la morte infelice destano a Venezia grande interesse. Figlio naturale del doge Andrea, nasce a Costantinopoli da una donna greca, apprende facilmente varie lingue e mostra sin dalla fanciullezza eccezionali qualità di mercante e uomo d’armi, ma quando torna a Venezia si accorge che né l’intelligenza né i favori del padre valgono contro il pregiudizio della sua origine illegittima. A Venezia per i bastardi e per coloro che contraggono matrimonio infamante c’è la declassazione al rango di «cittadini originari» destinati alla grigia routine della carriera burocratica nella cancelleria ducale e allora Alvise Gritti, robusto di fisico, ardente di carattere e ricco di ambizione, riparte per la Turchia dove si getta in una frenetica attività commerciale e imprenditoriale che lo porta ben presto ad un ruolo di primo piano nella cosmopolita società ottomana.301 Conseguita una straordinaria ricchezza il Gritti, che ormai vive già come un visir turco con un serraglio personale e un largo seguito di servi ed efebi, si fa prendere dall’ambizione politica e mira apertamente a conseguire in Turchia quel potere politico negatogli a Venezia dalla sua origine bastarda. Amico del gran visir Ibrahim, si cattiva la simpatia del Sultano, ottiene il comando di truppe ottomane, il vescovato di Agria e il titolo di governatore dell’Ungheria da re Giovanni e finalmente nel 1531, ansioso di conseguire parità di diritti e di onori con i bassà 300. Nel 1538 il Senato documenta ad un chiaus turco appositamente inviato a Venezia l’origine nobiliare della Baffo. Onorata più volte dalla Repubblica con ricchi doni (nel giugno del 1582 il Consiglio dei Dieci spende ben 2000 zecchini) muore il 7 dicembre 1583. Notizie biografiche in E. Spagni, Una sultana veneziana, in «Nuovo archivio veneto», XXIX (1900), pp. 248-348, E. Rossi, La sultana Nûr Bânû (Cecilia Venier Baffo), in «Oriente moderno», XXXIII, pp. 433-441 e F. Babinger, Baffo Cecilia, in Dizionario biografico degli italiani, 5, Roma 1963, pp. 161-163. 301.  Veramente incredibile l’arco delle attività del Gritti: commercia zafferano, vino, grano, oro, argento, sale, acquisisce forniture all’esercito ottomano, compera appalti di imposte. Un brillante profilo della sua personalità in T. Kardos, Dramma satirico cavalleresco su Alvise Gritti, governatore dell’Ungheria, in Venezia e l’Ungheria, pp. 411-415 che ha utilizzato sia lo scritto di Francesco Della Valle, Una breve narrazione della grandezza, vertù, valore ed della infelice morte dell’illustrissimo signore comte Alvise Gritti, in Magyar Történelmi Tár, III, Budapest 1957, che la monografia di H. Kretschmayr, Gritti Lajos (1480-1534), Budapest 1901.

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turchi, si converte all’islamismo puntando a raggiungere il vertice del potere.302 «Principe rinascimentale dal gran talento senza scrupoli, avido di potere e di lusso e nello stesso tempo uomo dalla mentalità economica che sapeva convertire tutto in moneta»,303 il Gritti coltiva ambizioni e progetti disparati, tra cui quello di conseguire la corona dell’Ungheria, ma la sua morte violenta in Transilvania nel settembre del 1534 proprio quando, ormai caduto in disgrazia, progetta di ritirarsi con la famiglia in Istria, tronca la sua avventurosa esistenza. Di fronte alla disinvolta e fortunata carriera del Gritti che dimostra di saper mettere al servizio dell’odiato infedele turco la raffinata abilità commerciale del mercante e la spregiudicata tecnica del potere del machiavellico principe rinascimentale il ceto patrizio veneziano assume atteggiamenti improntati di volta in volta a rispetto, ammirazione, invidia e rancore. Non privo di una certa infarinatura letteraria il Gritti ama circondarsi di uomini dotti304 e coltiva a Venezia l’amicizia di un eretico colto ed esperto di sacra scrittura come Bartolomeo Fonzio305 e di un poligrafo intelligente e curioso di novità intellettuali come Pietro Aretino, che proprio alla vigilia della morte gli scrive una lettera infarcita di espressioni di servile adulazione ma vivificata da una punta di sincero rispetto per un uomo che grazie al favore del sultano è diventato «speranza et sostegno» dell’impero ottomano.306 Il Sanuto mantiene nei suoi confronti un atteggiamento rispettoso ma distaccato e si limitata nei suoi Diarii a riportare nudamente fatti e relazioni che lo riguardano, senza far cenno ad una vivace polemica che divide i responsabili del governo a proposito della sua lealtà e correttezza verso Venezia. Almeno in due occasioni la Repubblica fa appello alla filiale devozione di Alvise nei confronti del doge per strappare aiuti e favori, il 25 agosto 1529, quando lo prega di sollecitare i Turchi contro l’Austria, e nel settembre del 1533 quando costringe con molte insistenze lo stesso doge, che in un primo momento aveva dichiarato che «in le cose di Alvise Gritti mai si havia voluto impazar», a chiedere «come fiol carissimo» l’invio di partite di frumento per alleviare la carestia.307 Il Gritti non 302. Una esauriente biografia, ricca di spunti interessanti e di nuove fonti austriache e magiare è quella di H. Kretschmayr, Ludovico Gritti. Eine Monographie, in «Archiv fur Österreichische Geschichte», LXXXIII (1896), pp. 1-106. 303. Kardos, Dramma satirico cavalleresco, p. 413. Soleva affermare che «chi vuol governare non deve aver paura dal versare sangue». 304. Nel dicembre del 1532 raccomanda ai veneziani un turco «dottissimo in la soa leze» e in odore di santità che «ha visto il levante, vole andar a veder il ponente» (Sanuto, I Diarii, LVII, col. 378). 305. Il nunzio Girolamo Aleandro ricorda con acredine una visita al Gritti del Fonzio che forse mirava a «infettar non dico Turchi, ma gli maltraversi Christiani» (Nunziature di Venezia, I, p. 242). Sulla figura di Fonzio v. A. Olivieri, Una polemica ereticale nella Padova del Cinquecento: l’«Epistola Camilli Cautii ad Bernardinum Scardonium» di Bartolomeo Fonzio, «Atti dell’Ist. Veneto di sc., lett. ed arti», cl. sc. morali, lettere ed arti, CXXV (1966-1967) pp. 489-535 e il «Catechismo» e «Fidei et doctrinae… ratio…» di Bartolomeo Fonzio, eretico veneziano del Cinquecento, in «Studi veneziani», IX (1967), pp. 339-452. 306. La lettera è stampata in Kretschmayr, Ludovico Gritti, appendice, p. 104. 307. Sanuto, I Diarii, LVIII, col. 299.

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rifiuta di «tuor questo cargo per amor di la patria», ma ciononostante c’è chi diffida di lui e non crede al suo amore per Venezia soprattutto dopo la notizia della sua abiura. Le fonti veneziane sono insolitamente reticenti di fronte all’apostasia di un così illustre personaggio forse perché l’opportunismo politico consiglia di non rinunciare ai favori periodicamente richiesti tramite suo al sultano e di rispettare i sentimenti del doge, legato da grande affetto a questo figlio naturale che ha riscattato con l’intelligenza e la forza della volontà la sua nascita illegittima.308 Nel giugno del 1534 alla notizia che il sultano chiede a Venezia un mandato per nuove capitolazioni con la clausola «amici degli amici e nemici e dei nemici», nasce «non piccola mormoration» ad opera di Pietro Zen e Tommaso Contarini, da poco tornati da Costantinopoli. Mentre un anno prima essi hanno affermato che il Gritti «ha un bonissimo intelletto, et va conducendo le cose honorotamente al suo proposito» ora si scagliano con violenza contro di lui, accusandolo di aver subornato il bailo a formulare quelle richieste e ciò «per qualche suo desegno […] come quelo che cerchi la ruina di questo stato».309 D’altronde è logico che un uomo che ha rifiutato la logica umiliante dell’emarginazione da una classe dirigente cui si sente di appartenere per diritto di intelligenza e di «virtù» se non per quello biologico della nascita e ha scelto la via del successo e della scalata sociale all’ombra della mezzaluna, diventi un vero e proprio «signum contradictionis» in una società rigidamente ancorata alle gerarchie e profondamente convinta dell’indissolubile legame tra la «patria» e la fede cristiana. Abiurare la fede cristiana, tradire consapevolmente la patria veneziana offrendo al nemico la propria intelligenza e la tenace volontà di ascesa sociale e politica è impresa di pochi individui tanto irrequieti e insoddisfatti della propria condizione quanto sorretti da una vivace intelligenza e da concrete capacità culturali e politiche. Per la massa dei veneti di umile condizione e privi di slanci creativi o di appassionate prospettive di carriera politica il richiamo concreto e suggestivo dell’Islam si chiama denaro, posto di lavoro, dignitosa possibilità di guadagnare la vita per sé e per la famiglia. Già nel 1371 il governo veneziano vieta di condurre in partes infidelium «carpentarij seu magistri lignaminum, presertim scientes facere galeas, seu in eis fabricare sive laborare, qui presumantur in partibus infidelium remansuri, vel etiam vi per ipsos infideles retinendi»,310 ma la fame di tecnologia occidentale di cui parla il Braudel fa balenare l’affascinante prospettiva di paghe molto alte e così dal Quattrocento in poi nessun divieto riesce a trattenere in patria gruppi nu308. Il nunzio a Venezia Gerolamo Aleandro scrive il 31 ottobre 1534 che il grande dolore del doge per l’infelice e prematura morte del figlio faceva addirittura temere per la sua vita (Nunziature di Venezia, I, p. 294). 309. Sanuto, I Diarii, LVIII, col. 299; Nunziature di Venezia, I, p. 236. 310. Diplomatarium Veneto-Levantinum, p. 157. Il divieto si estende ai «remigatores seu vogatores, nec non pedote et alii scientes preesse officiis galearum et navium» e a tutti gli artigiani del ferro, cuoio, armi, utensili, cordami, tele e selle. L’inosservanza di queste disposizioni perfino in periodo bellico è generale fino agli ultimi anni del Seicento (ASV, Inquisitori di stato, Lettere ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 149, disp. n. 164).

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merosi di carpentieri e marinai veneziani che si arruolano nella marina ottomana o si recano a lavorare in qualche cantiere.311 Quanto la Repubblica Veneta sia preoccupata di queste continue diserzioni che la privano di personale altamente specializzato e difficilmente rimpiazzabile in tempi brevi, è provato da una serie interminabile di provvedimenti e soprattutto dall’efficace azione dei baili per scongiurare le defezioni e procurare il rientro di qualche rinnegato. Il 27 giugno 1495 il Consiglio dei Dieci accetta senza esitazione la proposta di far segretamente avvelenare il veneziano Benedetto Barbetta «in re maritima solertissimus» che si era da poco fatto turco,312 ma col passare degli anni l’esodo si fa così imponente che nel settembre del 1554 il bailo Domenico Trevisan suggerisce al Senato di vietare l’imbarco di uomini in età inferiore a 16 anni e di obbligare i padroni delle navi a depositare prima della partenza la lista dei membri dell’equipaggio ritenendoli responsabili delle eventuali fughe.313 La diserzione di uomini da remo (detti anche marioli) da Candia o da altre isole del Levante raggiunge proporzioni rilevanti verso la metà del Cinquecento sino ad attirare per ben due volte la preoccupata attenzione dei baili, convinti che si tratti di materia di estrema importanza bisognosa «di gagliarda provvisione» ma di fatto impotenti a suggerire concreti rimedi.314 L’attrazione delle alte paghe offerte dai Turchi è naturalmente il motivo più consueto della fuga ma talvolta il pretesto occasionale è dato da punizioni o condanne, come nel caso di quel Giorgio di Traù che viene multato dagli ufficiali di notte nel 1563 per aver portato ai Turchi «azalinos et alia prohibita» e allora una volta giunto a Costantinopoli si arruola senz’altro in una galera ottomana, o del padovano Domenico Rossi, esperto nell’uso di cannoni e mortai, che si assenta dall’armata e poi cede alle lusinghe dei Turchi, ben felici di sfruttarne le preziose competenze tecniche.315 Anche i divieti di esportare azzali e ferramenta e di costruire o riparare barche per conto dei Turchi, rinnovati con particolare energia nel secolo XVII, lasciano il tempo che trovano e sono anzi di incentivo a far denitivamente espatriare alcuni artigiani che dal traffico traggono lauti anche se pericolosi guadagni.316 I 311. De Frede, La prima traduzione, p. 51. 312. Lamansky, Secrets d’état, doc. XXVI, pp. 30-31. 313. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 548. Questa preoccupazione è viva anche nel Settecento se il 3 aprile 5745 tra le istruzioni al nuovo bailo Venier il Senato inserisce anche l’invito a vigilare per impedire la fuga di membri dell’equipaggio (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 44, parte I, c. 19v). 314. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, pp. 129, 192. 315. Lamansky, Secrets d’état, doc. XIV, pp. 16-17; ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 419, disp. 7 settembre 1670. Interessante un episodio del 1770 quando al bailo Memmo che chiede la consegna di un rinnegato veneto colto in flagrante omicidio il Reis Effendi replica candidamente che «avendo la Porta bisogno di remiganti non credeva di dover condannare a morte un musulmano» e lo fa spedire alla galera a vita (ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 101, disp. 4 gennaio 1779). 316. Dal 1636 al 1691 i divieti si susseguono per ben 5 volte; cfr. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 23, parte I, c. 14v, reg. 24, c. 102v, reg. 25, c. 37, reg. 26, cc. 26r, 36v, Inquisitori di stato, Lettere ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 349, disp. 164.

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carpentieri dell’arsenale sono la preda più ghiotta per i Turchi, sempre alle prese con la carenza di manodopera qualificata per i loro cantieri di Costantinopoli e le autorità ottomane non lesinano premi, lusinghe e vari allettamenti per indurli a venire in Turchia o, se già si trovano a Costantinopoli banditi o per altri motivi, trattenerli con l’offerta di un impiego duraturo e ben remunerato. Nel luglio del 1550 è lo stesso beilerbei della capitale ad avvicinare Domenico Albana, reduce da una vita disgraziata e ridotto alla disperazione dalla miseria, per indurlo ad accettare ottime condizioni di impiego all’arsenale317 e che questo episodio non sia un’eccezione ma diventi tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento quasi ordinaria amministrazione è dimostrato da un decreto del Consiglio dei Dieci del 24 settembre 1590 che impone ai baili di limitare la concessione dei salvacondotti a quelle persone come i lavoratori dell’arsenale che rimanendo in Turchia possono danneggiare lo stato.318 Ed in effetti è così forte nei baili la preoccupazione di salvare dal «precipizio» dell’apostasia le preziose energie degli operai dell’arsenale che nel gennaio del 1600 Vincenzo Gradenigo giunge al punto di trattenere nella sua casa Pietro Zule, ottimo carpentiere bandito dall’ufficio della bestemmia, per sottrarlo alle insistenze del famoso rinnegato Cicala che ne apprezza l’abilità nella costruzione di galere grosse;319 anche in seguito la concessione di visti per il ritorno a Venezia di esperti falegnami e carpentieri segue una prassi estremamente rapida e improntata a criteri di eccezionale indulgenza. Meno ricercati dalle autorità civili e militari ma molto apprezzati dalla popolazione e dai funzionari della Porta sono altri artigiani che pure convergono in numero cospicuo a Costantinopoli, cacciati da un bando, affascinati dal gusto dell’avventura o più semplicemente attirati dalle prospettive di facili guadagni. Barbieri, orefici, tagliapietra, chirurghi, fabbri, artefici di ogni genere sono segnalati spesso dai dispacci del baili che però non sempre precisano quali di loro hanno compiuto semplicemente una scelta economica, esercitando liberamente la loro professione nella metropoli e fruendo della tolleranza religiosa del governo ottomano, e quali invece hanno preceduto o accompagnato il mutamento di patria con l’abbandono della fede cristiana.320 317. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 1, disp. 8 luglio 1550. È abbastanza eccezionale il caso di Giacomo di Giovanni istriano, anch’egli abile costruttore di galee e galeazze, «giovane imprudente, senza denaro, senza habiti» che resiste alle lusinghe dei Turchi confidando in un imminente ritorno in patria (ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 418, disp. 8 agosto 1657). 318. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 299, doc. 26. Questa precisazione è ribadita nel 1606 e 1634 (ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 7, cc. 82, 158). 319. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 6, c. 206. In un registro del periodo 1672-1675 Giacomo Querini giustifica la concessione del salvacondotto all’arsenalotto Domenico Grassi con gli ordini del Senato che ha esplicitamente stabilito «che non deve tal sorta di persone fermarsi in queste parti, havendo massime cognitione della navigazione in Levante»; egli stesso poi ha personalmente constatato che la gente di questa professione è ben vista dai Turchi «et li vien usata ogni agevolezza» (ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 298). 320. Tra questa folla spiccano un barbiere che serve il sultano nel Serraglio (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 34, c. 71r, anno 1677) e un certo Tiberio Luchini maestro di

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La bramosia di guadagno, il sottile calcolo di sfuggire ai debitori, in sostanza una serie di motivi riconducibili tutti all’interesse economico, al culto del «Dio danaro», sono le spinte più immediate e le più facilmente documentate di numerosi casi di abiura. «La povertà fa prendere strane risolutioni talvolta» annota moralisticamente il bailo il 12 febbraio 1681,321 ma l’ovvia osservazione che le difficoltà economiche sono un potente incentivo ad abbracciare l’islamismo cede il posto in molti casi all’amara constatazione che proprio chi più ha o comunque vive i suoi giorni nel maneggio del danaro è tentato di rinnegare la fede per sottrarsi ad una imminente rovina o per frodare il prossimo e accrescere il proprio patrimonio. Casi come quello già ricordato di Giovanni d’Andrea sono abbastanza frequenti nei documenti veneziani e si colorano talvolta di particolari comici e pittoreschi che velano e lasciano sullo sfondo le profonde implicazioni religiose, sociali e politiche dell’abiura. Camillo Pecchiari zaratino trafuga nel 1561 400 ducati di alcuni creditori e al momento dell’arresto dichiara senz’altro di farsi turco; altrettanto deciso è nel 1630 quel suddito veneziano implicato in un fallimento di ben 80.000 ducati che all’arrivo a Costantinopoli dalla Transilvania «ha prontamente mutata la fede», lasciando intuire, per la sicurezza e la tempestività della decisione, di aver meditato da tempo la mossa.322 Più repentina ma non meno abile nella forma l’apostasia di Carlo Mazza falsario di zecchini a Smirne che tradotto davanti al giudice turco vi scorge il dragomanno Tarsia e allora esclama di essere «buon musulmano» e di voler fare «la professione della fede e religione da lui creduta sempre la vera» recuperando così con l’aiuto di altri rinnegati una insperata libertà.323 Talvolta spingono all’abiura le tentazioni dei Turchi su giovani particolarmente brillanti e vivaci, il richiamo della poligamia e della mitizzata lussuria delle donne turche o i dissapori familiari, come nel caso della moglie del console dei Dardanelli che nell’ottobre del 1796 tenta di avvelenare il marito e si rifugia nella casa del cadì dove si fa musulmana insieme con la figlia:324 c’è insomma tutto un ambiente sociale che predispone al cedimento gli elementi più deboli e meno provveduti o, per converso, i più audaci e ambiziosi. Il povero bailo deve passare molti giorni dell’anno a controllare il fiotto di sudditi che arriva a Costantinopoli, individuare gli elementi pericolosi, concedere salvacondotti a banditi preziosi per la loro esperienza professionale, persuadere aspiranti rinnegati a rinunciare ai stampa alla zecca, depositario del brevetto di un olio che non fa arrugginire le armi (ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 2, dispaccio 26 febbraio 1555). 321. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 419, disp. 12 febbraio 1681. Un’espressione analoga in un dispaccio del 24 giugno 1597 (ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 6, c. 177). 322. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 2, disp. 17 dicembre 1561, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 416, disp. 16 agosto 1630, b. 417, disp. 4 giugno 1631. 323. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 162, disp. 7 ottobre 1682. 324. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 276. Dei pericoli per la fede che può correre a Costantinopoli un «giovane di gran spirito» in seguito alle attenzioni dei Turchi fa cenno il salvacondotto per il bandito vicentino Giacomo Floriano del 18 maggio 1674 (Bailo a Costantinopoli, b. 298).

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loro propositi, rispedire a Venezia con le buone o con le cattive quelli che manifestano apertamente la loro disponibilità a cadere nel «precipizio», prevenire la formazione dei veri e propri «clubs» di rinnegati sul tipo di quello del Navagero, tener lontani i sudditi meno colti da strani e ambigui rinnegati carichi di fascino misterioso, come quel Babion chiamato Tucumbazi Bassà, luterano, poi ebreo, poi turco, geniale autore di invenzioni meccaniche e sostenitore di un «fanatismo misto di errori vari» in cui cerca di tirare quanti gli si avvicinano.325 Sottili e meditate motivazioni religiose cariche di emblematici agganci alle tensioni sociali ed ideologiche della società europea sono preminenti in altri «trasfughi» come gli eretici, i religiosi cattolici e il piccolo e sfuggente manipolo di imputati di «islamismo» processati dal Santo Uffizio di Venezia. A partire dalla metà del Cinquecento autorità politiche e religiose segnalano con frequenza il passaggio in Turchia di singoli individui o di interi gruppi di dissenzienti religiosi attratti dalla politica di relativa tolleranza praticata dall’impero ottomano. «Et patitur omnes Turca, quos populus sibi subiectus approbaverit», così nel 1574 il magiaro Srántó commenta la libertà di culto concessa dal governatore turco in Ungheria a sacerdoti cattolici, luterani, calvinisti, antitrinitari, con una larghezza che sorprende persino i gesuiti, costretti, osserva il Caccamo, a dimenticare «l’immagine di maniera diffusa dagli scritti di Enea Silvio Piccolomini, Marino Barlezio, Bartolomeo Georgievic´, e quindi il mito del Turco incolto e incivile, corrotto da costumi degradanti e ordinamenti tirannici».326 Certo le condizioni addirittura di privilegio per il clero cattolico che il Possevino riscontra nei paesi balcanici sono state contingenti e del tutto eccezionali,327 ma è un fatto che anche i più prevenuti tra i missionari in Oriente sono costretti ad ammettere a denti stretti che il governo turco, fatta eccezione per isolate angherie di funzionari periferici o per episodi connessi a ribellioni ed operazioni militari, permette il libero esercizio del culto cristiano. È naturalmente una tolleranza relativa e regolata da leggi ben precise che escludono in ogni caso l’invadente proselitismo 325. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 430, disp. 10 settembre 1724. Alcuni esempi significativi di «interventi» del bailo su veneziani che stanno per rinnegare in ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 32, c. 244 (1672), reg. 33, c. 36r (1673), reg. 36, parte I, c. 10r (1701), Inquisitori di stato, Lettere ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 148, disp. n. 40 (3 agosto 1624), b. 150, disp. 280 (21 settembre 1721). Un aperto tentativo di ricatto al bailo è quello messo in atto nel settembre del 1621 da Bernardo Drusi, uomo «molto ben fornito d’ardire et di tristezza et di altretanta vanità et leggerezza» ma di «poco cervelo», che minaccia di farsi turco se non otterrà i soldi per l’imbarco: il bailo però resiste «per non dar ansa a simil furbi», espressione che fa pensare ad una certa frequenza di espedienti del genere per tornare gratis a Venezia (ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 416, disp. 28 settembre 1621 e 22 giugno 1624). 326. Lettera di I. Srántó a E. Mercurian, Roma 1574, in Monumenta Antiqua Hungariae, a cura di L. Lukas, I, Romae 1969, p. 466, 178 (Monumenta historica Societatis Iesu, CI). Traggo l’indicazione del passo da D. Caccamo, Conversione dell’Islam e conquista nell’attività diplomatica e letteraria di Antonio Possevino, in Venezia e Ungheria, p. 178. 327. Caccamo, Conversione dell’Islam, pp. 168-187. Le affermazioni del Possevino in Biblitheca selecta de ratione studiorum, I, Venetiis 1603, pp. 269-270, 444.

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dei frati, ma questa «regolata» libertà deve comunque apparire di eccezionale larghezza a tanti dissenzienti religiosi che il divampare delle guerre di religione e il progressivo inasprirsi della repressione in tutti i paesi europei spingono alla fuga e alla ricerca di un’oasi di pace dove liberamente vivere la propria peculiare esperienza cristiana.328 Questo è il motivo per cui nel Cinquecento Venezia diventa polo di concentramento e di transito verso l’Oriente di ebrei, eretici di ogni stato e confessione, marrani arricchiti che fanno la spola tra il Veneto e Costantinopoli e che il Senato non si risolve a scacciare nel timore che trasferiscano definitivamente in Turchia i loro ingenti patrimoni.329 Nel 1551 ad esempio un anabattista compare davanti al tribunale dell’Inquisizione ed esprime con molta franchezza il suo rammarico per non aver potuto raggiungere i suoi correligionari già fuggiti in Turchia, non certo per convertirsi all’islamismo, egli precisa, ma per poter liberamente praticare la loro religione.330 Inquietudine sempre crescente, amarezza non dissimulata e sdegno sincero sono i sentimenti che traspaiono a Venezia per tutto il secolo XVI e XVII di fronte alla ricorrente notizia della fuga in Turchia e dell’abiura di membri del clero cattolico, soprattutto regolari.331 Purtroppo per tutto il Cinquecento, ad eccezione di una breve nota del Sanuto sul presunto tentativo di fuga di tre frati dal convento di S. Maria di Grazia nel 1504,332 non mi è stato possibile reperire nelle fonti veneziane notizie puntuali e sicure che valgano a confermare con un congruo numero di casi l’accenno piuttosto vago del nunzio Bolognetti ai frati che scappano in Turchia «con denari dei monasteri».333 Per il Seicento invece numerose dettagliate informazioni, dislocate su di un arco cronologico molto ampio e corredate anche da prese di posizione delle massime autorità politiche veneziane, testimoniano in modo netto e senza ombra di dubbi l’esistenza di un vero e proprio problema politico-religioso rappresentato dall’abiura di molti membri del clero. L’occasione e il motivo della fuga sono i più vari: Marc’Antonio dell’ordine dei 328. Per le condizioni dei cristiani nei paesi islamici cfr. F.W. Hasluck, Christianity and Islam under the Sultans, Oxford 1929 e L. Gardet, La cité musulmane. Vie sociale et politique, Paris 1969, pp. 57-60, 63-66. 329.  C. Roth, Les marranes à Venise, in «Revue des études juives», LXXXIX (1930), pp. 201-223, in part. pp. 204, 206; Paci, La «scala» di Spalato e il commercio veneziano, pp. 304, 206, cap. II, Ebrei e marrani: una classe mercantile che non conosce frontiere, pp. 31-43. Alcuni imprenditori ebrei avevano ideato anche vere e proprie organizzazioni per favorire la fuga dei marrani in Turchia (B. Pullan, Rich and poor in Renaissance Venice. The Social Institutions of a Catholic State, Oxford 1971, p. 514). 330. A. Stella, Anabattismo e antitrinitarismo in Italia nel XVI secolo. Nuove ricerche storiche, Padova 1969, pp. 8 e 87. Altri casi simili a pp. 88 e 94. 331. Un cenno a questo fenomeno su scala europea in Braudel, Civiltà e imperi, p. 809. 332. Non è chiaro dal contesto del passo se i frati, trovati travestiti in una barca, volessero veramente aggregarsi all’oratore turco Mustafà bey allora in visita a Venezia, o desiderassero semplicemente andarsene dal convento (Sanuto, I Diarii, V, coll. 908, 914). 333. Stella, Chiesa e Stato nelle relazioni, p. 187. La notizia del Bolognetti si riferisce genericamente agli anni precedenti al 1581.

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minori, già sospettato prima della partenza per Costantinopoli, invitato a presentarsi dal vescovo di Thine quasi certamente, scrive il bailo, muta «prima del paese la religione»,334 un agostiniano di Scio si stanca del servizio di cappellano dell’armata, se ne va dalla nave, abiura e vive tramando «avanie» contro il vescovo del luogo,335 Francesco Giustiniani, aspirante gesuita, catturato dai Turchi e tradotto a Tripoli si fa turco subito, nella convinzione di doverlo fare comunque in futuro per amore o per forza, e anche per «habilitar meglio» la sua libertà.336 I meno fortunati che non riescono a coronare i loro piani di fuga finiscono davanti al Sant’uffizio dove talvolta lasciano minuziose relazioni delle loro esperienze di vita che aiutano a capire le condizioni ambientali e gli stimoli interiori ed esteriori che li hanno sollecitati a rinnegare la fede cristiana. Fra Giacinto da Foligno, converso dell’ordine dei Mendicanti, «un gran furbo come la cera lo dimostra», sente davvero in maniera irresistibile il fascino della religione islamica se già a Costantinopoli viene trattenuto a stento dall’abiura e qualche anno dopo cerca ancora di farsi turco con esito altrettanto sfortunato.337 Una vita turbinosa e per molti aspetti rivelatrice del complesso rapporto tra disinvolto relativismo religioso e rapida successione di eventi e situazioni negli ampi e agitati spazi del Mediterraneo del Cinquecento, quella che snocciola nel maggio del 1692 l’ambiguo fra Alfonso da Malta: vive da turco ad Alessandria, veste da frate zoccolante durante il viaggio sino al Cairo dove torna al cristianesimo e viene spedito a far penitenza in un convento di Cipro, qui però evade quasi subito e «tentato dal diavolo per alcune chimere» si presenta al governatore dicendo di voler tornare turco, ma preso per pazzo viene consegnato al console francese.338 Il Senato veneziano è molto sensibile ai risvolti politici delle frequenti abiure di frati sudditi e l’8 giugno 1630 richiama il bailo ad un attento controllo «per divertire la mostruosità del farsi turchi de nostri religiosi»,339 uno scandalo continuo che alimenta sfiducia e perplessità nell’opinione pubblica e talvolta apre gravi controversie con la Porta. Nel giugno del 1631 uno scandalo clamoroso scoppia nel Fondaco dei Turchi dove si introducono due frati spagnoli, Giovanni Lopez da Madrid e Giovanni Fecondo Vigna da Barcellona, che indotti dall’«inopia» di mezzi e dalle «altrui sugestioni» si cambiano d’abito e cercano di imbarcarsi per Costantinopoli con l’aiuto dei mercanti turchi.340 334. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 416, disp. 23 gennaio 1609. 335. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 425, disp. 12 luglio 1693. Nel maggio del 1610 «per mala custodia o mal consiglio» evade dalla nave con cui era tradotto prigioniero a Candia e si fa subito turco uno «scandaloso» frate di S. Pietro di Pera (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. II, cc. 2v, 4r). 336. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 94 (agosto 1637). 337. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 77 (1622). 338. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 126. 339. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 19, parte II, c. 29r. Neppure due mesi dopo, il 10 aprile 1630, giunge la notizia che il bailo è riuscito a redimere un «povero frate domenicano» che aveva abbracciato l’islamismo (c. 46v). 340. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 20, cc. 34-35, Santo Uffizio, Processi, b. 88 (giugno 1631).

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L’episodio offre al governo veneziano l’occasione per precisare con estrema risolutezza la sua posizione ferma e decisa sul significato e l’importanza tutta politica di una così inaudita decisione di esponenti del clero cattolico. «Prohibisce la pietà christiana, non consiglia alcuna ragione, ne acconsente alcun rispetto che si pensi a lasciar nelle mani de Turchi costoro», scrive il Senato al bailo, cui viene commesso di farsi interprete presso la Porta del risentimento della Repubblica per le scorrette pretese dei turchi del Fondaco che non devono mai dimenticare che come a Costantinopoli si punisce chi sollecita i turchi a farsi cristiani così a Venezia «quando anco spontaneamente farsi e conservarsi turchi altri volessero disdicevole sarebbe et non tollerabile che su lo Stato nostro, sotto gli occhi stessi della Repubblica Christiana far si volesse simile cambiamento». È dunque la sollecitudine per il prestigio dello stato, gravemente diminuito agli occhi della cristianità da così audaci e provocatori passaggi all’Islamismo, che non dà pace ai senatori veneziani che per l’occasione ribadiscono con dura e ferma determinazione il principio che «in materie sì delicate come quelle della Religione si puniscono gli stessi pensieri, non che le persuasioni, allettamenti et istigationi».341 Sembra quasi che il fantasma di Giordano Bruno e della sua eroica professione di libero pensiero troncata a Venezia poco più di un trentennio prima ricompaia tra le righe di questa asciutta deliberazione del Senato. Passa un decennio e la Repubblica è di nuovo costretta a tornare sul problema dall’abiura di due minori conventuali, per fortuna non veneziani ma calabresi, che si sono fatti turchi con scandalo immenso di tutta Costantinopoli perché uno di loro ha detto messa ancora la mattina dell’apostasia. Nessun motivo umanamente comprensibile e razionalmente spiegabile è alla base dell’improvvisa decisione che dunque, scrivono i senatori, deriva solo da «mera tentatione del Demonio, per diminuire il culto di Dio, la riverenza del suo nome et la divotione della Nostra Fede», ma al cardinale Barberino la saggia prudenza dei politici veneziani suggerisce altri più terreni motivi della ricorrente apostasia di frati. Spesso partono per l’Oriente persone «di non intera sodezza, non esperimentate di bontà et virtù» e dunque il vero rimedio sarà di scegliere per il futuro elementi meglio selezionati, di età avanzata e di esemplare prudenza e bontà e tanto per dare l’esempio il bailo dovrà fare pressioni sui superiori perché rimandino subito indietro tutti coloro che danno «alcuna benché minima ombra».342 Dopo questa panoramica sui molteplici e differenti casi di fuga in Turchia e di conversione forzata, semi-libera e coscientemente spontanea, veniamo infine ad esaminare un mazzetto di processi per «islamismo» del Santo Uffizio di Venezia, tutti compresi tra il 1578 e il 1636. Un esame attento di questi processi consente di avanzare qualche fondata perplessità sull’effettiva volontà degli indiziati di abbracciare la religione musulmana, con la piena cognizione del suo apparato dogmatico e delle sue prescrizioni etico-sociali, mentre più spesso le parole degli imputati ci fanno intravedere più o meno consapevoli 341. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 20, c. 35. 342. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 26, parte II, cc. 36-38, 27, parte I, c. 15r.

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pratiche nicodemitiche o eterogenee commistioni di opinioni religiose eterodosse impropriamente assimilate all’idea storico-religiosa di «islamismo». Se sussiste qualche dubbio sulla spontaneità dell’abiura del chirurgo veneziano Francesco Magnacavalli, titolare nel 1636 di una farmacia in campo S. Tomà, catturato in giovane età dai corsari e portato a Tripoli e poi a Costantinopoli dove vive nel Serraglio per quattro anni,343 sembra invece che tutte le circostanze e i testimoni concordino nell’accusare il mercante Giambattista Flaminio di aver abiurato e contratto matrimonio con una donna turca in Persia per la disperazione di aver perso i suoi capitali.344 Talvolta la pertinace volontà di raggiungere ad ogni costo la Turchia, passando sopra ad ogni considerazione di fede, è legata alla necessità di conseguire una stabile sistemazione familiare come per quella Lucrezia Coltra, probabilmente vedova di uno schiavo a Costantinopoli, che nel marzo del 1578 è accusata da certo Gerolamo Bolanzon di voler «a guisa di smarita agnella perdersi et lasciarsi divorar da rappacissimi luppi et andar in preda d’Infedeli». Tra le righe della denuncia, che tradisce un’animosità personale sfociata nel passato in un agguato a colpi di coltello, non è difficile scorgere la mediocre vicenda di una donna dal passato poco limpido che cerca forse nel matrimonio in Turchia col mercante Agi Pernanà un futuro di tranquilla serenità.345 Colpevole leggerezza innestata su superficiali convinzioni cristiane caratterizza il comportamento del marinaio triestino naturalizzato veneziano Nicolò Speranza, che racconta ingenuamente all’inquisitore che la sua abiura e poi la permanenza per sette anni nella religione islamica hanno tratto origine da una comica avventura capitatagli nel 1630 nel corso di un viaggio su una nave turca.346 Tre altri processi ci conducono invece in un terreno del tutto diverso, dove si mescolano espressioni di razionalismo popolare con forme di sincretismo religioso intriso di scetticismo di origine colta. Giovanni Nasi di Rialto non immaginava forse che per aver affermato nell’autunno del 1591 di voler «disfare un matrimonio in ogni modo sel dovesi farsi turcho et andar a ca’ del diavollo», avrebbe dovuto discolparsi di fronte al santo uffizio a cui lo denuncia certo Zorzi Bergamasco per conto di un amico adirato per la rottura di un contratto nuziale tra i loro due figli. È evidente che la frase buttata lì con leggerezza nel corso di una concitata discussione non indicava una effettiva volontà di adesione all’islamismo, ma è probabilmente un’altra espressione del Nasi ad attirare l’attenzione dell’inquisitore; infatti il Nasi, al padre della ragazza che lo ammonisce con le parole evangeliche «quel343. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 92. 344. Il Flaminio faceva il sensale nel Fondaco dei Turchi e sono alcuni mercanti reduci dalla Persia a denunciarlo, probabilmente per invidia commerciale (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 85, anno 1627). 345. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 43. 346. Secondo l’inverosimile narrazione a Rodi lo Speranza sarebbe stato condotto in una stanza dove, mentre un papas turco leggeva un libro, gli «perlumegavano» gli occhi, per cui quasi inconsciamente alzò il dito, abiurò e si trovò rasato e vestito alla turca. Nonostante la poca credibilità del racconto l’inquisitore lo dimette con le solite penitenze (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 68).

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lo che Dio hà congiunto homo non separet», replica sorridendo che «Dio non se impazza in queste cose, ma il diavollo», una battuta mezzo scherzosa mezzo seria tipica del razionalismo popolare.347 In ambienti cosmopolitici, frequentati da turchi, cristiani, ebrei, marrani e percorsi da facili richiami al sincretismo e da forti tentazioni all’incredulità o a un radicale razionalismo, maturano le esperienze religiose di Giuseppe Struppiolo e di Francesco Abdula. Giuseppe Struppiolo, medico a S. Girolamo in Corte, è accusato nel 1632 di opinioni religiose eterodosse: mangia carne al venerdì e negli altri giorni proibiti, aborre le chiese, disprezza i sacramenti e da quando è tornato dalla Turchia, dov’era fuggito alcuni anni prima, veste vistosamente alla turca e «per pubblica voce et fama è in concetto di esser mal e cattivo christian». In realtà le testimonianze dei denunzianti più che un’adesione ai dogmi e alla morale della religione islamica documentano propensioni a forme superficiali di critica razionalistica al culto dei santi, su cui può aver influito la conoscenza della religione musulmana acquisita durante la permanenza in Turchia.348 Moisè Abdula, ebreo del ghetto di Venezia fattosi turco, poi battezzato, quindi ancora rinnegato, sembra impersonare in forma esemplare il tipo dell’indifferente e dell’opportunista religioso pronto a passare da una fede all’altra a seconda delle circostanze e del momentaneo tornaconto. Nel luglio del 1635 un ebreo realtino commenta con argute parole il suo secondo battesimo: «Havete fatto una bella bota a battizar quel furbo di quell’hebreo, perché è stato battizato anco a Roma», ma questa volta c’è chi si premura di denunciarlo al sant’uffizio che naturalmente si preannuncia tutt’altro che tenero nei confronti di chi si dimostra così disinvolto e indifferente nei confronti della vera religione. L’inchiesta aggrava la posizione dell’Abdula cui si addebitano parole cariche di scetticismo e incredulità nei confronti del battesimo, da lui definito «fiaba» e «minchioneria» che si risolve nel mettere un po’ di sale in bocca e un po’ d’olio e d’acqua in testa.349 Il panorama dei processi per «islamismo» dell’Inquisizione veneziana si può concludere con un caso di suggestivo interesse, per la singolare commistione di idee materialistiche, temi del razionalismo popolare e dotto e probabili influenze islamiche, sullo sfondo di una sicura simpatia dell’imputato per il mondo della Turchia. Nell’aprile del 1625 un gruppo di persone, guidato dai frati di S. Salvador di Sovernigo (Treviso), denuncia per opinioni ereticali Marco De Domo e sua moglie Gemma Aurora, già abitanti nel piccolo centro della Marca e ora residenti a Venezia nella parrocchia di S. Giustina. È difficile districarsi tra le molte e contraddittorie idee eterodosse attribuite ai due anziani possidenti, contro cui evidentemente si sfogano rancori e gelosie di frati e contadini. I due coniugi, accusano 347. Ibidem. Non si conosce l’esito del processo. 348. Lo Struppiolo aveva affermato che una delle figure rappresentate sugli altari di una chiesa somigliava «ad un tal huomo chiamato il folle che stà in Canareggio» mentre un’altra volta ad un predicatore che parlava di alcuni santi che non avevano posto a sedere aveva detto «ecco padre che io gli dò da sedere» abbandonando la chiesa. (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 89). 349. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 92. Il processo non ha seguito perché l’Abdula, fiutato il pericolo, si rende irreperibile.

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alcuni testi, «non credono cosa alcuna», la moglie poi fa professione di ateismo sostenendo che «morto il corpo more anco l’anima, che la legge christiana è cosa ridicolosa, che avanti Adamo et Eva sono morti millioni di persone, che non v’è Paradiso, né Inferno, et nega la S.ma Trinità»; a tali opinioni materialistiche farebbe riscontro il rifiuto di praticare i sacramenti e una vita simile in tutto agli «animali irrationali». Altre testimonianze ci ricreano un quadro più complesso e nello stesso tempo più articolato e comprensibile delle idee dei De Domo che ci appaiono sempre più come dei razionalisti imbevuti alquanto superficialmente di dottrine eterodosse di incerta origine e di oscura formulazione. Il De Domo rifiuta i miracoli come «inventione de preti et frati per cavar dinari», pensa che «tutti gli spiriti grandi et gentilhomini (o gentilini) si danno a seguitare la setta ariana», ritiene che ad un uomo «per esser tenuto homo da bene» basta «sentir messa, che poi può fare quel che li piace nel resto», mentre la moglie avrebbe affermato «che era pazzia grande il prestar fede alla santità di N. Signore perché era huomo et che nella Bibbia Iddio malediva chi havesse creduto in altri che nella sua legge scritta». Quest’ultimo passo di evidente ispirazione luterana comincia a darci la chiave di alcune delle accuse: il primo marito e il fratello della donna erano fuggiti anni prima in Germania a causa delle loro idee ereticali e un prete di Sovernigo, pur confermando l’opinione del parroco di S. Giustina sull’ortodossia e buona condotta cristiana dei De Domo, è costretto ad ammettere che detenevano una Bibbia riformata, portata in Italia dalla Polonia. In questa girandola di accuse emerge però un particolare mai smentito da nessuno e che giustifica l’attenzione del sant’uffizio e la classificazione del processo sotto la dizione di «islamismo»: il De Domo è stato a lungo in Turchia, si insinua anzi che sia nato turco, e comunque una testimone assicura che chi voleva tenerlo allegro bisognava parlar d’altro che di Turchi, perché lui non haveva altro in bocca se non parlar de Turchi et sentiva tanto gusto nel discorrer de Turchi che da dolcezza li venivano le lagrime dalli occhi et diceva di esser stato allevato tra Turchi nella sua gioventù et perciò anco adesso da tutti vien chiamato il turcho.350

Pieno di rimpianti per il ricco padrone che lo trattava come un figlio e l’aveva avviato agli studi, il De Domo è probabilmente vittima di macchinazioni di frati zelanti e dell’ostilità di alcuni vicini di casa; non crede veramente nella religione islamica e neppure nelle eterodosse opinioni tenute in gioventù dalla moglie. Uomo di qualche lettura ha trascorso una giovinezza felice in Turchia, ricorda con nostalgia un mondo ormai lontano nello spazio e nel tempo e mitizza, come spesso succede, un’esperienza legata agli anni più belli della sua vita. Di lui e delle simpatie filo-islamiche un «incidente» con sant’uffizio ci ha conservato una preziosa e vivace testimonianza, di altri come lui che certamente hanno apprezzato la religione islamica e l’aperto ordinamento sociale della Turchia ottomana non ci è rimasto alcun ricordo perché al santo uffizio e alle magistrature veneziane 350. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 80.

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è certamente sfuggita la maggior parte dei transfughi, che di solito si stabiliscono definitivamente in Turchia e se pure in qualche caso decidono di tornare in patria e di riconciliarsi con la Chiesa si premurano in anticipo di farsi assolvere dal peccato di abiura e dal reato di tradimento, per non incappare nelle sanzioni canoniche e civili previste per i rei di così «scellerata risolutione». Il problema dei rinnegati coinvolge direttamente la società veneziana in un rapporto dialettico di incontro-confronto con il modello ideologio-politico della società turca e mette in discussione, nei casi più clamorosi per qualità o quantità, le stesse ragioni dell’affermata superiorità della Repubblica Veneta, civile e cristiana, sull’impero ottomano barbaro e fondato su un’empia religione. Eppure nonostante il ricorrente sentimento di sfiducia e di impotenza di fronte alla crescente fuga in Turchia di tanti veneziani, mai viene meno nella pubblicistica veneziana del Cinquecento e Seicento la ferma convinzione di un’irrimediabile inferiorità morale, culturale, civile del popolo turco rispetto alla più giusta, onesta, raffinata civiltà veneziana. 5. I vizi di una nazione «barbara» Il Sestan ha opportunamente precisato come già prima dell’età rinascimentale la «mondanizzazione della cultura» e «l’allargarsi delle conoscenze geografiche ed etnografiche» abbiano fatto perder al concetto di «barbarie» il suo «rigorismo religioso» attribuendo questa nota negativa solo a «chi non rivive in sé il modo di sentire del mondo romano».351 I Turchi vengono subito compresi dagli europei in questa qualifica che li relega in un gradino inferiore rispetto ai popoli romanizzati dell’Occidente, né la ricorrente ammirazione per la compatta struttura politica dello stato ottomano e i frequenti contatti imposti da ragioni di guerre o di commercio vengono a togliere loro questo attributo negativo che si trascina e sopravvive tenace sino al Settecento quando più vivace e vigorosa si fa la critica contro l’ignoranza e la svalutazione della civiltà turca. La cultura veneziana è anche per questo aspetto partecipe dei pregiudizi comuni a tutta l’Europa del Quattrocento e Cinquecento e non v’é scrittore di cose «turchesche» che abbia esitazione a definire barbaro qualunque fatto, azione o istituzione propria dei Turchi: barbaro è il governo, barbari la lingua, la religione, gli usi e costumi di un popolo cui l’epiteto di Scyta viene lanciato con l’intenzione di caratterizzarne l’assoluta incapacità di superare le primitive costumanze assunte nelle steppe asiatiche da cui è uscito per predare e conquistare terre di antica civiltà. «Immanissimae ferae», «foedissimae vitae consuetudo», «saevitia», sono alcune delle espressioni che infiorano un’orazione di Cristoforo Marcello del 1516352 che da sola può essere 351. Voce barbari dell’Enciclopedia Italiana, VI, pp. 123-124. 352. Merita riportare per intero la sua immagine dei Turchi: «Gens crudelis ab origine et impia ferarum more non inter homines educata virtutem omnem abjicit, omne scelus admittit, justitiam violat, furori cedit, libidini indulget, rapinae, caedibus, proditioni vacat sine certis legibus, sine cer-

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presa come esempio di tutta una vasta produzione di recente documentata nei volumi di Turcica curati dal Göllner. I Veneziani danno un preciso significato spregiativo allo stesso termine turco, volutamente usato in sintonia con quello più dotto di barbaro per caratterizzare negativamente i loro nemici. Infatti nei giorni della guerra di Lepanto il pascià Mehemet mostra vivo dispiacere per l’uso a suo avviso provocatorio fatto dai Veneziani della parola Turchi in alcune lettere di risposta al sultano «perciò che vogliono essi che questa dittione turco sia odiosa et propria di coloro che comandano a ladri».353 Il Babinger si è di recente impegnato in un’opera di chiarimento di «un passato romanticamente deformato» ridimensionando tutte le favole correnti sulla presunta influenza della cultura rinascimentale italiana alla corte di Maometto II, riportando l’attenzione e la simpatia del sultano per gli umanisti italiani alla più concreta e realistica necessità di acquisire «una conoscenza possibilmente esatta e completa dei paesi dell’Occidente, soprattutto dell’Italia».354 Nel Quattrocento e nel Cinquecento nessuno ha mai creduto all’esistenza di un grande tesoro di libri nel Serraglio di Costantinopoli, mito caro alle fantasie romantiche dei secoli posteriori che vi ricamano sopra l’illusione della sopravvivenza delle Deche di Livio, perché in realtà la biblioteca dei sultani conteneva solo volumi di tecnica militare, geografia e narrazioni di gesta dei grandi conquistatori del mondo antico.355 Gli europei di quel tempo, lungi dal favoleggiare di un Maometto II colto ed appassionato bibliofilo che avrebbe salvato dalla rovina un immenso patrimonio librario, sono ben fermi nelle loro convinzioni che il popolo turco nel suo complesso sia privo di qualsiasi cultura356 e al massimo tributano un elogio ai due grandi monarchi Maometto II e Solimano per la loro personale moderazione e saggezza, sulla scia di una tradizione creata dai Turchi stessi e fatta propria ed amplificata dalla tradizione occidentale.357 to Deorum cultu, summum bonum in voluptate, ac humani generis dissipatione constituit. Nulla ei amicitiae, aut affinitatis est ratio, non fratribus, aut parentibus, neque (quod fere incredibile) liberis parcit, qui solent esse carissima vitae pignora, non dominandi gratia, sed immanissimam puto sitim explendi, quod semper humanum genus ex prava consuetudine consectatur» (Cristophori Marcelli Electi Archiepiscopi Corcirensis ad Sanctissimum D. Nostrum D. Nostrum D. Leonem X. de sumenda in Turcas Provincia oratio, Romae 1516). 353. F. Fedeli, Storia della guerra turchesca (1570), Biblioteca Querini Stampalia di Venezia, mss. cl. IV, cod. 107, c. 36. Forse per questo motivo il 16 maggio 1479, quando era giunto a Venezia un ambasciatore turco per sottoscrivere la pace, il Senato aveva emanato un proclama affinché «alcun in la Terra no ardissa de chiamarlo Ambassador del Turco, ma Ambassador del Signor, sotto pena della vita» (Annali Veneti, p. 122). 354. F. Babinger, Maometto il Conquistatore e gli umanisti d’Italia, in Venezia e l’Oriente, pp. 433-449; Id., Maometto il Conquistatore e il suo tempo, Torino 1957, capp. III e IV e in part. le pp. 738-740 e 745 e sgg. 355. Babinger, Maometto il Conquistatore e gli umanisti, p. 435. 356. Il Montaigne riteneva addirittura lodevole l’avversione per le lettere in Turchia (C.D. Rouillard, Montaigne et les Turcs, in «Revue de littérature comparée», apr. giugno 1938, p. 241). 357. Dalla prepotente personalità di Solimano II il Magnifico sono attratti anche uomini di grande equilibrio come Marc’Antonio Barbaro e Paolo Paruta o letterati schivi e alieni dall’impegno politico come lo Speroni che lo reputa «il miglior principe quanto a’ costumi, ed al suo viver sì

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Perché la bellezza dell’ingeno non vale in quel luogo dove gli uomini sono rozzi, non la forza della lingua bisognando in quel luogo valersi dell’interprete, serve a niente la sincerità dell’animo dove non è alcun simulacro di bontà, non val la nobiltà dei costumi avendosi a trattare sempre con persone barbare, è del tutto inutile la cognizione delle cose del mondo con gli turchi i quali sprezzando le nazioni d’altri considerano solamente le loro proprie, né può aver luogo alcuna degna condizione dove s’ha rispetto all’utile non a quello che convenga,

ecco un bell’esempio del giudizio totalmente negativo sul carattere e i costumi dei Turchi scritto da un nobile veneziano della fine del Cinquecento.358 «Il viver loro è sporco e disordinato, apparecchiando in terra senza stomacharsi di cosa alcuna, né vi hanno l’ore destinate, ma mangiano ad ogni ora indifferentemente senza civiltà e delicatezza» nota con disprezzo Jacopo Soranzo;359 l’insistenza sui costumi rozzi e volgari ha la funzione di connotare anche visivamente la sicura appartenenza dei Turchi alla categoria dei popoli «barbari» non ancora toccati dall’influsso civilizzatore del cristianesimo e del superiore mondo occidentale. Nati tra i pastori, educati alla guerra, vivono naturalmente «con poca cerimonia e polizia» e, secondo la tipica mentalità dei nomadi sottosviluppati, non si curano molto di belle cose, né di grandi edificj, e molto meno d’architettura, perché nell’edificare attendono solamente al comodo proprio di colui che fa la fabbrica, non si curano punto che questo abbia da servire alla sua posterità e né meno che abbia alcuna apparenza o ornamento per di fuori.360

Anche semplici differenze di moda o di usi della vita quotidiana, come l’abitudine di non levarsi il berretto durante il saluto, la preferenza onorifica per il luogo sinistro, la sepoltura dei defunti senza luminarie, l’indossare la camicia fuori dei calzoni, sono interpretate come strane manifestazioni di rozzezza e barbarie. Quanto poi alla letteratura e alle arti la posizione dei veneziani, che riecheggia la tradizione degli ambienti colti greci esuli da Costantinopoli dopo il 1453, è ancora più recisa: i Turchi «aborriscono la stampa», sono del tutto ignoranti, tanto che tra di loro chi sa leggere e scrivere «è tenuto per dottore, e viene più degli umanamente che mai regnasse delli ottomani» (S. Speroni, Discorso della precedenza de’ principi, in Id., Opere, II, Venezia 1740, p. 43). Non è un caso che proprio a lui venga offerta nel 1559 dal bailo Marino Cavalli la traduzione del De Senectute di Seneca. Cfr. E. Rossi, Parafrasi turca del «De Senectute» presentata a Solimano il Magnifico dal Bailo Marino Cavalli (1559), in, Roma 1937, pp. 1-77 (Reale Acc. Naz. dei Lincei. Rendiconti della Cl. di Sc. morali, storiche e filologiche, ser. VI, vol. XII, fasc. 7-10); Id., Una parafrasi turca del «De Senectute» datata 1559, in Atti del IV Congresso Nazionale di Studi romani, I, Roma 1938, pp. 497-500. 358. L’autore è Giovanni Moro (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, p. 325). 359.  Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, p. 250. Spesso casi singoli di individui che mangiano con le mani, ruttano o infrangono altre regole del galateo occidentale, sono assunti come esemplari di una generale condizione di rozzezza e inciviltà. 360. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, set. III, vol. III, p. 266. Il bailo Jacopo Soranzo nota con stupore nel 1581 che la casa del primo visir «né per grandezza di fabbriche, né per apparati eccedeva la condizion di qualsivoglia mediocre gentiluomo italiano» (ser. III, vol. II, p. 225).

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altri stimato», mancano completamente di ogni genere di studi, trascurano completamente le scienze e sembrano addirittura farsi vanto della loro arretratezza culturale che li degrada al livello dei popoli meno civili del mondo.361 La convinzione che nell’impero ottomano sia bandita ogni forma di cultura e che addirittura non esista un’autonoma letteratura turca degna di considerazione si trascina nell’opinione pubblica veneziana per secoli, malgrado i frequenti ed intensi legami commerciali che portano a Costantinopoli molti politici e mercanti intelligenti e non privi di una buona educazione. Solo alla fine del Seicento e poi nel Settecento la paziente opera di divulgazione di alcuni studiosi appassionati riuscirà a rimuovere un pregiudizio radicato in profondità e alimentato dalla generale ignoranza della lingua. Naturalmente la «barbarie» ottomana spicca con tanto maggior rilievo quanto più efficamente viene comparata con la superba e raffinata civiltà bizantina, dopo il cui tramonto nelle terre d’Oriente percorse dai cavalli turchi regnano la desolazione, la rovina, la stagnazione economica e culturale.362 Passando ai caratteri e ai costumi dei singoli individui l’immagine negativa del Turco si aggrava e si precisa, con l’attribuzione di una serie incredibile di vizi e difetti che coinvolgono tutti gli aspetti della vita sociale e privata. Il Turco non dimostra mai «né amorevolezza né cortesia», è superbo coi deboli, umile e servile coi potenti, coraggioso e altero nei momenti del successo, vile e strisciante nelle avversità, falso e doppio per principio e per abitudine, sistematico mancatore di parola, infido, pronto all’insidia e al tradimento, ingrato e privo di scrupoli nella trattazione di qualunque affare, rapace e sedizioso per natura ed educazione.363 L’avarizia e la venalità sono al primo posto tra i vizi unanimemente attribuiti ai Turchi di ogni ordine e grado, che sembrano al veneziano una banda di loschi figuri, divorati da una brama sfrenata di denaro e disposti a qualunque crimine per saziarla. Mossi più dall’interesse che dalla coscienza essi sono «avari e senza 361. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 460, vol. II, p. 250, Le relazioni degli Stati Europei, parte I, p. 113. Sulla nascita in circoli greci del mito del turco illetterato e incivile v. Schwoebel, The shadow of the crescent, pp. 152-165. 362.  Al passato romano-bizantino romanticamente rivissuto e volutamente contrapposto all’avvilente barbarie dei suoi tempi si ispirano nel 1579 queste parole di un anonimo osservatore veneziano (forse il bailo Giovanni Correr): «là dove fiorirono la virtù delle armi, l’invenzione delle scienze, la ragione delle arti, la gentilezza dello scrivere, la bontà delle leggi, la prudenza dei savj, ora la natura e la virtù par che abbiano per calamità nostra perduta la giurisdizione loro. Giacciono i regni miserabili, e dati a peregrini e barbari dominatori, ricopre l’erba le città più famose, le opere eccelse, o sepolte, o consumate, o rovinate rimangono, come che la barbara violenza abbia non solo estinto la virtù, le armi e le lettere, ed oscurata ogni sorte di libertà e nobiltà, ma fino da radice svelta ogni memoria di tante opere illustri; lasciando a parte tante e così belle campagne d’ogni coltura ignude, con un lagrimoso proverbio a quelle poche e povere genti, che vi sono ancora sparse ed oppresse, che dovunque il cavallo dell’Ottomano mette il piede, non vi nasce mai più erba» (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 468). 363. «Alle virtù dell’animo non è alcuno che attenda. Onore, fede, giustizia non si conoscono fra’ Turchi che alla sopercheria, alla bugia e alla tirannide sono sempre rivolti», annota nel 1612 Simone Contarini e pochi anni dopo un altro bailo li dipinge come «barbari, prepotenti, senza fede, sempre ambiziosi, sempre altieri» (Le relazioni degli Stati Europei, parte I, pp. 182, 423).

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timor di Dio, intenti per il più alla rapina, non la risparmiano quando possono a qual si voglia persona, sia di che condicion essere si voglia», ammonisce Ottaviano Bon nel 1609364 e tre anni dopo il suo collega Simone Contarini aggiunge malignamente che sogliamo fra noi dire che il denaro sia il secondo sangue, fra Turchi pare a me che sia il primo, poiché la ribalda natura loro così resta soggetta a piegarsi ad ogni abominazione per lui, che gli spiriti del sangue vitale meno li commovono.365

Non a caso l’arte del «donare» ai ministri e ai sultani è una delle preoccupazioni maggiori dei baili che si premurano di descriverla minuziosamente ai loro successori affinché procedano con accortezza e senza errori capaci di pregiudicare la buona conclusione dei negozi diplomatici. Jacopo Soranzo ha visto per esperienza che «non donando, e largamente, non si ottiene cosa alcuna a quella Porta, e andandosi a parlare la prima volta a qualche grande uomo, la seconda volta non si è ammesso se non si porta» e Giovanni Cappello, che scrive sessant’anni dopo, annota maliziosamente che «la desterità ed il cibo opportunamente usati, addomesticano quelle fiere, che nodrite nelle selve dei pini del Serraglio escono ignare, fameliche e furiose».366 È tale l’importanza che i baili attribuiscono al «dono» come strumento di corruzione e di pressione sui ministri turchi che uno di loro traccia addirittura nella sua relazione un breve trattatello dell’«arte del donare» a Costantinopoli, un piccolo capolavoro di consumata esperienza diplomatica e di raffinata tecnica della «persuasione».367 Solo Marino Cavalli nel 1560 si ribella a questa prassi considerata indecorosa per il prestigio veneziano e ammonisce il Senato a non riporre le sue speranze di pace sui doni ma sulla «riputation» dello stato, «le terre forti, il numero delle galere, le armi e il poter esser soccorsi da Spagnuoli e Tedeschi quando occorresse». Donare con abbondanza ha solo l’effetto di mettere in evidenza la propria debolezza, spingendo il nemico a sempre più onerose pretese, mentre solo un più virile ed energico atteggiamento garantito da una maggiore autosufficienza alimentare e da una più salda organizzazione militare, incuterà davvero rispetto e stima ai Turchi che «non conoscono amorevolezza, né cortesia e credono che quel che non si fa non si possa, misurando gli altri da sé stessi».368 364. Le relazioni degli Stati Europei, parte I, p. 104. 365. «Cava un occhio a un Turco, empiglielo d’oro, non si dorrà del colpo» è l’ironica conclusione del Contarini (Le relazioni degli Stati Europei, parte I, p. 183). 366. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, p. 251; Le relazioni degli Stati Europei, parte II, p. 45. 367. Le relazioni degli Stati Europei, parte I, relaz. Cristoforo Valier (1616). Passi simili non mancano, anche se con minore vivacità stilistica, in tutte le altre relazioni. 368. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 276, 286-287. Sulla relazione di Marino Cavalli, di eccezionale importanza per la ricchezza delle notizie, il vigore dei giudizi e le concrete proposte operative v. W. Andreas, Eine unbekannte venetianische Relazion über die Türkei, in Sitzungberichte der Heidelberger Akademie der Wissenschaften. Phil. hist. Klasse, Heidelberg 1914. Notizie biografiche sul Cavalli in Rossi, Una parafrasi turca del «De senectute», pp. 1-4.

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Alla condanna e al disprezzo del «colto» e «civile» veneziano non sfuggono neppure i presunti eccessi nella vita privata, l’ozio infecondo di realizzazioni, la lussuria sfrenata che si manifesta nell’insaziabile desiderio di possedere più donne, la sodomia ritenuta universalmente diffusa ed apprezzata.369 Naturalmente si dà per scontato che alla base del basso livello di moralità personale dei Turchi sia la stessa religione musulmana, fondata su larghe concessioni ai piaceri del senso e orientata verso una concezione edonistica della vita da cui scaturisce ovviamente la giustificazione di qualsiasi disordine.370 Talvolta l’animus polemico e prevenuto dell’osservatore veneziano fa velo anche ad una coerente enunciazione di tutti i vizi attribuibili ai Turchi e allora vediamo emergere curiose contraddizioni. Si erige a dogma l’universale avarizia ma poi si ammette la loro generosità verso i poveri e i pellegrini, si additano all’esecrazione moralistica la poligamia e le frequenti relazioni extraconiugali e contemporaneamente si dà per certa la preferenza di molti per i rapporti omosessuali, si denunciano con parole di fuoco la loro falsità e mancanza di parola, ma poi si ammette che nelle transazioni commerciali sono più scrupolosi e onesti dei cristiani, si critica la loro sporcizia ma poi si sprecano parole di elogio per i loro ampi ed efficienti bagni pubblici. Un’accusa particolarmente violenta che li accompagna sin dall’inizio con la sua carica di odio e di infamia è quella dell’inaudita crudeltà. Nella repressione di disordini interni, nell’esecuzione di rappresaglie in territori d’occupazione o anche durante normali operazioni di rastrellamento vengono attribuite ai Turchi efferatezze incredibili che trasformano addirittura il termine «turco» in sinonimo di «feroce», «crudele», «sanguinario». Basterà citare un paio di esempi nella letteratura veneziana per dare un’idea chiara e persuasiva di questa identificazione pregna dell’odio e dell’incomprensione di una civiltà per tutto il corso di una vicenda secolare. Nel settembre del 1514 Marin Sanuto riferisce dello strano e terribile comportamento di una moltitudine di 40.000 ungheresi che, illusi da Ladislao Szalkán vescovo di Graun col miraggio di una crociata anti-ottomana e vistisi rifiutato nel momento decisivo il capitano promesso, cominciano «a sachizar et brusar el proprio paese, amazando preti e frati e impalando vescovi et altri, vergognando done e donzele; feno pezo che si fusseno turchi».371 Un così incisivo valore esemplare della ferocia turca si coglie anche nelle pagine dello storico padovano Emilio Maria Manolesso, zelante sostenitore delle ragioni cattoliche nella guerra d’Olanda, che nella sua Historia nova del 1572 denuncia con enfatica esagerazione i massacri degli orangisti come i più efferati della storia e per l’occasione si impegna a stilare questa singolare graduatoria di crudeltà tra tutti i popoli storicamente conosciuti: Assiri, Egiziani, Unni, Goti, Sciti, Longobardi e infine «quelle nationi che sono tenute fierissime et inhumanissime Tartari e Turchi»372, un privilegio questo 369. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, p. 389. 370. Alcune interessanti osservazioni su questo tema in Malvezzi, L’islamismo e la cultura, passim e in Curcio, Europa, pp. 194-195. 371. Sanuto, I Diarii, XIX, col. 413. Sulle origini del tema della «atrocità» turca cfr. Schwoebel, The shadow of the crescent, pp. 12-13. 372. E.M. Manolesso, Historia nova nella quale si contengono tutti i successi della guerra turchesca, la congiura del duca di Nortfolch contro la regina d’Inghilterra, la guerra di Fiandra,

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che certamente i Veneziani suoi contemporanei accordano volentieri e in tranquilla coscienza al popolo turco. Questo quadro assolutamente negativo di tutti gli aspetti morali e civili della vita pubblica e privata dei Turchi informa di sé l’immagine costruita dal veneziano medio del Cinquecento e del Seicento sulla base di una larga pubblicistica. L’opinione pubblica si manterrà a lungo abbarbicata a questi pregiudizi nati e cristalizzatisi in secoli di contrapposizione globale di fede e di civiltà e anche nel Settecento, quando matura lentamente una svolta radicale nell’atteggiamento della cultura veneta verso la civiltà turca, non sarà facile neppure per i più «moderni» intellettuali liberarsi d’un colpo e senza riserve di questa tenace eredità del passato. 6. Turcherie nell’arte e nella letteratura del Cinquecento e Seicento Quasi quattro secoli di rapporti politici militari ed economici hanno lasciato una traccia profonda nella storia dell’arte veneziana e nella letteratura colta e popolare in cui temi turchi di diverso rilievo ed incidenza culturale affiorano numerosi e insistenti. La ricerca si presenta difficile solo per quanto riguarda la pittura perché, fatta eccezione per i grandi maestri, le tele dell’infinita schiera di minori sono disperse in gallerie e musei pubblici e privati e si sottraggono così ad un’indagine globale sulle sottili e tenaci permanenze di influssi turchi sullo stile, il disegno, il colore degli artisti veneziani. Altrettanto problematico se non impossibile afferrare nelle sue esatte dimensioni e connotazioni stilistiche l’influenza del mondo turco nelle cosidette arti minori, le stampe, le vetrerie, l’arredamento e le decorazioni.373 Il Gilles de la Tourette ha già osservato che dal mancato assorbimento nella società veneziana di costumi e istituzioni musulmani, come conseguenza del rifiuto e dell’aprioristica chiusura nei confronti della civiltà islamica, è disceso un particolare tipo di influsso dell’arte turca su quella veneziana fondato sugli effetti del folklore e del colore.374 Temi turchi o immagini e figure del mondo ottomano si ritrovano in molti grandi maestri veneziani dal Quattrocento al Seicento: basti ricordare le splendiFlisinga, et Holanda, l’uccisione di Ugonotti, le morti de Prencipi, l’elettioni de novi, e finalmente tutto quello che nel mondo è occorso, da l’anno MDLXX fino all’hora presente, Padova 1572, pp. 85-86. Sull’Historia Nova cfr. F. Stefani, Emilio Maria Manolesso e la sua «Historia Nova», in «Archivio Veneto», VI (1873), parte I, pp. 132-138. 373.  L’unico studio di un certo rilievo è sinora quello di K. Erdmann, Venezia e il tappeto orientale, in Venezia e l’Oriente, pp. 529-545. Un’ampia bibliografia e alcune osservazioni di carattere generale sull’influsso dell’Oriente islamico sull’arte europea e veneziana in E.J. Grube, Elementi islamici nell’architettura veneta del Medioevo, in «Bollettino del Centro Internazionale di Architettura Andrea Palladio», VIII (1966), pp. 231-256. 374. F. Gilles de la Tourette, L’Orient et les peintres de Venise, Paris 1924, pp. 22-23. Cfr. anche il recente saggio di P. Zampetti, L’Oriente del Carpaccio, in Venezia e l’Oriente, pp. 511-526.

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de raffigurazioni di monumenti e scenografie musulmane nel Carpaccio,375 l’effigie di Solimano e il perduto ritratto di Caterina Cornaro intitolato Bella turca del Tiziano,376 la pala di s. Lucilla battezzata da s. Valentino di Jacopo Bassano377 e tanti altri quadri, pale, cicli di affreschi in cui tra le coorti di personaggi spiccano il turco col turbante e cortei di personaggi orientali con gli inconfondibili abiti ottomani. Per chi come Gentile Bellini ha avuto la ventura di soggiornare in Oriente la raffigurazione degli abbigliamenti turchi si fonda su una diretta e puntuale conoscenza, per tutti gli altri suppliscono l’attenta osservazione dei costumi dei chiaus e del loro seguito, lo studio dei mercanti turchi ospitati nel Fondaco e infine, a partire del 1589, l’imitazione delle nitide figure del trattato di Cesare Vecellio. Lo stesso Gilles de la Tourette ha rilevato una brusca caduta del tema orientale nelle opere dei grandi pittori del Cinquecento, nonostante la vittoria di Lepanto, illustrata dai capolavori di Veronese, Tiziano, Tintoretto, Palma il Giovane, stimoli un’intensa produzione in cui però è difficile rinvenire temi e particolari decorativi di stretta influenza turca.378 Per cogliere con nitida evidenza l’atteggiamento del mondo dell’arte e della critica veneta di fronte alla civiltà turca appare di eccezionale interesse l’itinerario storico della fortuna e dell’interpretazione del celebre viaggio a Costantinopoli di Gentile Bellini, il meglio documentato ma anche il più deformato e romanzato tra i molti casi di artisti europei e veneziani chiamati alla corte di Maometto II.379 Ricostruiamo in primo luogo i fatti così come ce li presentano le fonti più autorevoli. Marin Sanuto, Angiolello degli Angiolelli, Marco Guazzo riferiscono molto semplicemente, anche se con particolari diversi, che dopo il trattato di pace dell’aprile 1479 alla richiesta di un ritrattista per la corte del Sultano, viene scelto Gentile Bellini che parte con due fonditori per la capitale ottomana il 13 settembre dello stesso anno e vi si trattiene sino alla fine del 1480.380 Durante la sua permanenza a Costantinopoli il Bellini esegue parecchi ritratti di Maometto II, orna 375. Gilles de la Tourette, L’Orient, pp. 113-161. 376. Molmenti, La storia di Venezia, II, p. 495. 377. Si trova ora al Museo Civico di Bassano. 378. Gilles de la Tourette, L’Orient, p. 169; v. anche A. Pallucchini, Echi della battaglia di Lepanto nella pittura veneziana del ’500 e G. Gorini, Lepanto nelle medaglie, in Il Mediterraneo nella seconda metà, pp. 279-287, 153-162. Una rassegna di quadri e stampe su Lepanto in G.A. Quarti, La battaglia di Lepanto nei canti popolari dell’epoca, Milano 1930, tavv. 29, 30, 31, 46, 52-54, 57, 59, 62. 379. Per un rapido profilo del problema cfr. G. Fiocco, Pittori veneziani a Costantinopoli, Roma 1938 (estratto dagli Atti della XXVI riunione della società italiana per il progresso della scienza, Venezia 12-18 settembre 1937). 380.  L. Thuasne, Gentile Bellini et Sultan Mohammed II. Notes sur le séjour du peintre vénétien à Constantinople (1479-1480) d’après les documents originaux en partie inédits. Avec huit planches hors texte, Paris 1888, passim. Cfr. anche J. Karabacek, Abenländische Künstler zu Konstantinopel im XV und XVI Jahrhundert. I. Italienische Künstker am Hofe Muhammeds II der Eroberers 1451-1481, Wien 1918, p. 24 e passim. Le citazioni da Sanuto in Diarii, VI, col. 552, da Angiolello degli Angiolelli in Historia Turchesca, pp. 119-123 (ed. a cura di I. Ursu), da Marco Guazzo in Cronica, Venezia 1553, p. 333. Una precisa puntualizzazione dei fatti in Babinger, Maometto il Conquistatore e il suo tempo, pp. 562-565, 574, 598, 625-626, 628, 748.

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gli appartamenti del Serraglio con pitture erotiche e conia medaglie, riscuotendo vivi elogi e attestazioni di stima da parte del sultano che prima di congedarlo lo crea cavaliere e lo colma di cortesie e di preziosi doni.381 Angiolello degli Angiolelli aggiunge che tutti i quadri eseguiti dal Bellini sarebbero stati venduti a mercanti dal figlio e successore di Maometto II Bajazet che rimproverava al padre uno scarso rispetto dell’ortodossia islamica che vieta tassativamente la riproduzione di figure umane.382 Su questi fatti che testimoniano solo l’apprezzamento del sultano per la raffinata scuola pittorica veneziana del Quattrocento, lavorano la fantasia e l’immaginazione dei posteri, amplificando e snaturando la sostanza ed i particolari della vicenda, che viene progressivamente trasfigurata sino a comporsi in età barocca in una organica e consapevole immagine anti-turca, secondo i più convenzionali e chiusi schemi di giudizio della cultura occidentale. La narrazione dell’Angiolelli, certamente molto nota perché compresa nella diffusa collana di viaggi del Ramusio, privilegia con efficace rilievo stilistico il topos della crudeltà inaudita di Maometto II di cui si compiace di narrare due esempi terribili, destinati a larga fortuna nelle letteratura veneziana ed europea: il primo ha per protagonista una bellissima fanciulla decapitata a causa del troppo esclusivo amore che ispira al Sultano, il secondo narra di un giannizzero sventrato per verificare l’ingestione di un cocomero rubato nel Serraglio.383 Sottolineando con vigore la stima del sultano per l’opera pittorica del Bellini, che sembra avere «qualche divino spirito addosso», il Vasari, che scrive le sue Vite verso la metà del Cinquecento, non riprende lo spunto dell’Angiolelli sulla crudeltà di Maometto II e attribuisce solo a preoccupazioni religiose l’onorevole licenziamento del pittore veneziano.384 Per tutto il Cinquecento la cultura veneta resta fedele alla primitiva versione dell’episodio e anche la narrazione delle crudeltà del potente sultano non si carica di implicazioni di più ampio respiro. Nel Seicento invece la critica d’arte veneta, nelle persone di Carlo Ridolfi e Marco Boschini, opera una brusca e decisa inversione di tendenza, imponendo all’opinione pubblica un’immagine di maniera di Maometto II, barbaro sovrano che terrorizza il mite e colto Bellini con i suoi inauditi gesti di crudeltà. Nelle sue Maraviglie dell’arte il Ridolfi dà un eccezionale rilievo alla benevola accoglien381.  Sui ritratti di Maometto II del Bellini cfr. Molmenti, Storia di Venezia, I, p. 188, F. Babinger, Ein weiteres Sultansbild von Gentile Bellini?, in «Österreichische Akademie der Wissenschaften», Sitzungberichte Ph. Hist. Klasse, 237, 3 (1961); Id., Ein weiteres Sultansbild von Gentile Bellini aus russischen Besitz, Wien, «Österreichische Akademie der Wissenschaften», 240, 3 (1962); Id., Zwei Bildnissen Mehemeds II von Gentile Bellini, in «Institüt für Auslandbeziehungen», 2-3 (1962), pp. 178-179; Id., Un ritratto ignorato di Maometto Il opera di Gentile Bellini, in «Arte veneta», XV (1961), pp. 25-32. 382. Historia Turchesca, p. 121. Angiolelli aggiunge ancora che «per quello dicono tutti questo Mehemet non credeva in fede alcuna. 383. Ibidem, pp. 121-122. 384. «E se non fusse stato che, come si è detto, è per legge vietato fra’ Turchi quell’esercizio [della pittura], non avrebbe quello imperator mai licenziato Gentile» (G. Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori scultori ed architettori, a cura di G. Milanesi, III, Firenze 1878, p. 167).

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za del Bellini nel Serraglio e insiste sul tema della potenza umanizzatrice della pittura che vince la natura superba e altera del sovrano ottomano insinuandogli sentimenti di sincero affetto per il sublime artista che con tanta maestria sa «cangiar le tele in spiranti figure». Ma ecco che quando il Bellini realizza la testa di s. Giovanni Evangelista riverito dai Turchi come un profeta, scoppia quasi improvvisa e imprevista l’invincibile barbarie di Maometto II che per dimostrare al pittore l’imperfetta realizzazione della contrazione del collo al momento dello stacco dalla testa, fa decapitare all’istante un paggio per esaminarne il capo.385 È un episodio ignoto agli scrittori veneziani del Cinquecento che il Ridolfi riporta per giustificare il timore del Bellini e la sua decisione di affrettare la partenza per Venezia. È probabile che l’eccitazione e l’odio dell’opinione pubblica veneziana per la terribile guerra di Candia, scoppiata da poco per una repentina aggressione dei Turchi, abbiano preso la mano al Ridolfi consigliandogli di aggiungere l’episodio all’esperienza «turchesca» del Bellini. L’immagine del mondo turco che traspare dai pesanti endecasillabi della Carta del navegar pitoresco del Boschini consente di comprendere con sufficiente chiarezza il processo mentale e i condizionamenti storico-politici che sono alla base di un diverso e pesante giudizio sulla personalità di Maometto II, eretta a simbolo della depressione culturale e civile dell’impero ottomano. Pubblicata a Venezia nel 1660 la singolare opera critica del Boschini è percorsa da una vivace acredine anti-turca che si colora del linguaggio offensivo e sarcastico tipico di tante poesie veneziane composte dopo Lepanto e si apre talvolta anche a digressioni patriottiche invocanti l’aiuto divino su Venezia impegnata nello sforzo militare anti-ottomano.386 Il Boschini non può naturalmente dimenticare la singolare e ormai mitizzata vicenda «turchesca» di Gentile Bellini, cui dedica alcune suggestive quartine che fissano in espressioni precise e pregne di implicazioni culturali di ampia portata i termini fondamentali del giudizio critico nei confronti della civiltà turca. Lo spunto per introdurre il discorso gli viene dalla descrizione del quadro del Bellini Udienza del bailo veneziano a Maometto II il Conquistatore che egli illustra con versi sciatti e banali nella forma ma efficaci e coloriti nella connotazione negativa dei personaggi turchi.387 Gentile Bellini ha ricevuto «supremi onori» a Costantinopoli, ma è stato intimorito dai «barbari rigori» e dalle «alte crudeltà» del sultano che fa uccidere come «Nerron crudele» l’efebo reo di aver colto una 385. C. Ridolfi, Le maraviglie dell’arte ovvero le vite degli illustri pittori veneti e dello stato, a cura di D.F. von Hadeln, Berlin 1914, pp. 57-58. L’opera fu pubblicata in due volumi nel 16461648. Cfr. anche Babinger, Maometto il Conquistatore e il suo tempo, p. 628. 386. M. Boschini, La carta del navegar pitoresco, a cura di A. Pallucchini, Venezia-Roma 1966, p. 281. Riferimenti ai Turchi sono particolarmente numerosi nelle descrizioni dei quadri dipinti in occasione della battaglia di Lepanto (pp. 301-302, 466-467, 652). Su Boschini cfr. anche R. Pallucchini, Marco Boschini e la pittura veneziana del Seicento, in Barocco europeo e barocco veneziano, a cura di V. Branca, Firenze 1962, pp. 95-136. 387. Ecco la descrizione del seguito del Visir e del Muftì: «Circonda, come tanti Consegieri, / Nomi turcheschi, a proferir scabrosi, / Che perdo ancuo quel che avea in mente gieri / No i porta mai Turbante per modestia / (Così l’Araba vuoi soa religion), / Nome certe barete de castron, / Che denota però chi ha dela bestia» (Boschini, La carta del navegar pitoresco, pp. 49-50).

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mela dall’albero proibito del Serraglio. Il Boschini non fa cenno all’altro episodio della decapitazione del paggio ricordato dal Ridolfi,388 ma gli basta questo fatto di sangue certamente preso dalI’Historia Turchesca dell’Angiolelli per mettere in bocca al Bellini parole di trepido ringraziamento a Dio per lo scampato pericolo. È l’irrefrenabile terrore per questo fatto di sangue a indurre il povero Gentile a pregare il sultano di concedergli il ritorno a Venezia, la sua patria e la sua città «dove alberga rason e umanità».389 Il criterio di valutazione introdotto in maniera piatta e incolore dal Ridolfi è dunque perfezionato e concluso in uno schema mentale che configura ai lettori un’immagine del mondo turco già ben conosciuta nella cultura occidentale e anche veneziana e che viene ribadita e canonizzata con l’avallo dell’esperienza esemplare di uno dei più grandi maestri della scuola pittorica veneziana. L’impero turco è la «barbarie», è la terra in cui anche i nomi sono «scabrosi» da pronunciare, i cui abitanti partecipano dei caratteri della «bestia» più che dell’uomo inserito in un civile consorzio, mentre Venezia si erge come simbolo vivente di civiltà, come la terra feconda di artisti dal genio ineguagliabile, di eroi che si fanno carico di una missione di fede contro gli ottomani, di uomini colti depositari dei valori di «rason e umanità». L’idealizzazione dell’impareggiabile civiltà veneziana viene così consacrata dalla storiografia artistica proprio quando in Europa accanto a quello di Venezia comincia a imporsi il «mito» di Costantinopoli, peraltro sin dall’inizio accuratamente depurato di ogni implicazione politica o istituzionale e strettamente limitato agli aspetti storici e letterari.390 È finalmente città per bellezza di sito, per opportunità di posto, per commodità di mare, per moltitudine d’habitanti, per grandezza di traffici, per la residenza del Gran Turco, a cui si deve senza dubbio il primo luogo tra tutte le città d’Europa:

questa la splendida raffigurazione di Costantinopoli di Giovanni Botero, scrittore per altri aspetti alieno dai facili entusiasmi e dagli audaci voli retorici,391 ma le sue espressioni assumono il pregio della modestia in confronto ai ridondanti e verbosi profluvi di aggettivi con cui tanti politici e viaggiatori secenteschi hanno fissato il loro ricordo e la loro immagine della città del Bosforo. La letteratura veneziana è pienamente partecipe di questo «mito» di Costantinopoli e dal Quattrocento al Settecento politici e mercanti, viaggiatori e av388. Ne accenna invece, probabilmente prendendo lo spunto proprio dal Ridolfi, nella Breve instruzione premessa a le ricche miniere della pittura veneziana (Boschini, La carta del navegar pitoresco, p. 707). 389. Boschini, La carta del navegar pitoresco, p. 51. Né la spiegazione del Vasari, né quelle di Ridolfi e Boschini, paiono oggi criticamente accettabili; più attendibile l’ipotesi del Thuasne che attribuisce il ritorno di Bellini alla partenza del sultano per Rodi. 390. Sul «mito» di Venezia cfr. G. Fasoli, Nascita di un mito, in Studi storici in onore di Gioacchino Volpe, I, Firenze 1958, pp. 445-479, F. Gaeta, Alcune considerazioni sul mito di Venezia, in «Bibliothèque d’humanisme et renaissance», XXIII (1961), pp. 58-75 e R. Pecchioli, Il «mito» di Venezia e la crisi fiorentina intorno al 1500, in «Studi storici», III (1962), pp. 451-492. 391. G. Botero, Delle cause della grandezza e magnificenza delle città, in Della ragion di stato. Delle cause della grandezza delle città, a cura di R. Morandi, Bologna 1930, pp. 368-369.

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venturieri si impegnano in una gara di elogi di ogni singolo aspetto della grande metropoli orientale che riuscirà a colpire persino un uomo razionale e anti-tradizionalista come Voltaire.392 Andrea Calmo, che scrive nel Cinquecento e non l’ha mai visitata, non ha dubbi nel definirla «la più honorevole citae, che sia in tutta la Grecia»393 e Giuseppe Sorio, che invece vi ha soggiornato a lungo, esclama nel 1706: Non so che alcuno abbia veduta questa grande Metropoli senza parlarne con meraviglia: non mai letto alcun historico, alcun viaggiatore, che non si fermi a suo tempo con istupore a descriverla per una residenza reale ben degna dell’Impero romano […]. Non sarò il solo, che la ritrovi più bella di quello che sappia descriverla, perché dopo avere molto bene considerato le sue parti alcune nobili, alcune mediocri, vi si ritrova poi nel complesso non so che di specioso e di grande che la preferisce a tutte le altre, che passano per le più nobili […].394

La tradizione imperiale romana trasmessa poi alla raffinata civiltà bizantina che tanti vincoli di commercio e di cultura legavano a Venezia medievale è la radice storica e psicologica dell’alone fantastico e mitico che gli scrittori veneziani proiettano sulla residenza di Costantino e Giustiniano su cui la Serenissima dopo la quarta crociata ha esercitato un diretto anche se effimero dominio. La caduta nelle mani degli ottomani ha modificato i contorni ma non sminuito le ragioni di fondo del fascino di Costantinopoli. Passato il primo momento di sbigottimento non sfugge a qualche osservatore che sotto la nuova dinastia asiatica la vecchia sede imperiale è destinata non a un rapido impoverimento e ad una fatale decadenza ma a secoli di splendore, come capitale di un vasto impero che le grandi personalità di Maometto II e Solimano il Magnifico mostrano non indegno o inferiore ai predecessori. L’avvento dei Turchi induce però i Veneziani a rettificare e precisare i termini dell’ammirazione perché ai loro occhi la natura barbarica del governo ottomano si traduce in una deplorevole trascuratezza degli splendidi monumenti dell’età bizantina e nella carenza di una vigorosa politica di costruzioni, fatta eccezione per le grandi moschee. Molti osservatori veneziani, soprattutti baili ed ambasciatori, si limitano a sottolineare il «bellissimo sito» della città collocata in una posizione geografica tra le più felici e favorite dalla natura, e si dilungano poi in minuziose e dotte descrizioni delle sue ricchezze, degli edifici storici romani e bizantini, delle piazze e dei mercati pulsanti di vita tumultuosa, non senza largo sfoggio di reminiscenze classiche e di stupiti paragoni con la Roma imperiale.395 La sua bellezza esaltata 392. Si veda la sua scintillante descrizione nell’Essai sur les moeurs (ed. a cura di L. Pomeau, Paris 1963, I, pp. 404-405). 393. Le lettere di Andrea Calmo, a cura di V. Rossi, Torino 1888, p. 352. 394. G. Sorio, Descrizione di Costantinopoli, Vicenza 1854, p. 10. Sul Sorio e le sue lettere cfr. parte II, cap. III, par. III. 395. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, relaz. Andrea Badoer (1573), pp. 351-354, Costantino Garzoni (1573), pp. 389-392, vol. II, relaz. Jacopo Soranzo (1581), p. 223, Giovanni Moro (1580), p. 333.

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oltre ogni limite è un ottimo spunto per far risaltare per contrapposizione la fatale decadenza intervenuta col rozzo dominio ottomano che ha trasformato una città «fertile, reale ed abbondante» in un ammasso informe e disordinato di «confusione e sporchezza».396 La constatazione dei guasti veri o immaginari apportati alla splendida capitale dei romani e dei bizantini offre spesso il destro per digressioni moralistiche sul consueto tema dell’avarizia turca, come nella retorica relazione del bailo Simone Contarini che dopo aver inneggiato con accenti boteriani alla preminenza di Costantinopoli su tutte le altre città del mondo, la dipinge ai senatori veneziani come un vaso d’oro pieno di veleno, ed un Paradiso abitato da spiriti dell’Inferno, perché non è vizio nell’Universo che in lei non si trovi, e l’avarizia ci predomina in modo che quello di essa ben si potrebbe dire che camminando alla corruzione disse già Porsenna di Roma pure: Urbs venalis si haberet emptorem.397

Tutte le relazioni sono concordi nel lamentare lo squallore urbanistico della parte turca della città, costituita di basse casupole lignee, accatastate in quartieri percorsi da strade strette e fangose, dove peste e incendi scoppiano con ricorrente frequenza aprendo vuoti paurosi nel convulso crogiuolo di gente di ogni razza e nazione che la popola e la deturpa e costringendo i raffinati diplomatici europei a rifugiarsi nei tranquilli e ridenti soggiorni di Galata e delle Vigne di Pera. Tutto ciò che la città offre di sgradevole e repugnante al «civile» veneziano è attribuito al pessimo governo turco che sdegna per barbara alterigia di conservare il prezioso patrimonio tramandato dai bizantini e mano a mano che dal Cinquecento si passa al Settecento si fanno sempre più frequenti le descrizioni di rovine di vecchi monumenti, che mescolano il nostalgico e romantico rimpianto della grandezza greca con l’esecrazione e lo sdegno per il rozzo e barbarico stato ottomano. Le memorie dei viaggiatori e mercanti e i dispacci e le relazioni dei baili sono anche preziosa fonte di colorite e minuziose notizie sulla vita economica e sociale della capitale turca, il cui quotidiano ritmo di vita balza fuori nitido e aderente alla realtà, come hanno confermato le recenti ricerche del Mantran.398 Accanto alla memorialistica di viaggio e alla generica pubblicistica di argomento turco399 fiorisce a Venezia una produzione artistico-letteraria che ha per oggetto la descrizione iconografica della famosa metropoli. Le raccolte del 396. Le relazioni degli Stati Europei, parte II, relaz. Giacomo Querini (1676), p. 127; Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, relaz. Gianfrancesco Morosini (1585), p. 257. 397. Le relazioni degli Stati Europei, parte I, pp. 153-154. 398.  R. Mantran, Istanbul dans la seconde moitiè du XVIIe siècle. Essai d’histoire institutionelle, économique et sociale, Paris 1962; Id., La vie quotidienne a Constantinople au temps de Soliman le Magnifique et de ses successeurs (XVIe et XVIIe siècle), Paris 1965. 399. Nel Seicento sono molto diffuse vere e proprie guide della città con la descrizione dei suoi monumenti e della sua vita quotidiana. Cfr. ad esempio A. Chierici, Vera relatione della gran città di Costantinopoli et in particolare del Serraglio del Gran Turco, Bracciano 1621 e N. Mussi, Relatione della città di Costantinopoli e Serraglio con i riti de’ Turchi e grandezze dell’Ottomano impero, Bologna-Bassano 1675 ristampata anonima con titolo leggermente diverso a Venezia nel 1684.

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Ballino, del Camocio e del Rosaccio,400 per ricordare solo le più famose, sono ricche di disegni, schizzi, piante e talvolta anche di splendide riproduzioni di palazzi e monumenti, mentre nel Settecento sull’esempio della celebre topografia del Gillius401 il napoletano De Carbognano e l’armeno Ingigi offriranno ai veneziani descrizioni scientificamente più dettagliate, spesso corredate di esatti elementi grafici.402 Memorie di viaggio, saggi storici, studi iconografici e relazioni politiche non sfuggono sino alla fine del Settecento ad una ammirazione carica di struggente nostalgia per il passato della grande metropoli asiatica e neppure il pregiudizio religioso e politico nei confronti del nuovo popolo «barbaro» che ne ha fatto la sua capitale riesce a diminuire l’efficacia di un «mito» destinato a prolungarsi anche nell’800. La civiltà turca non partecipa di questo entusiasmo ed anzi viene caricata di colpe che solo in parte le competono, eppure sarà proprio il vivo desiderio di conoscere la fantastica città simbolo dell’Oriente a indurre nel Settecento gruppi sempre più numerosi e qualificati di viaggiatori a visitarla e conoscerla contribuendo così ad aprire molti veneziani ad una valutazione meno chiusa ed arcigna della civiltà e della cultura turche. A metà strada tra la produzione letteraria tradizionale e gli odierni reportages giornalistici si collocano per tutto il Cinquecento e Seicento narrazioni di fatti d’armi e vicende umane di alto valore esemplare strettamente collegate a significativi episodi politico-militari dei conflitti veneto-turchi. Circolano in gran numero anche a Venezia assolvendo, insieme agli Avvisi, alla funzione dell’odierna stampa quotidiana e periodica e perseguono spesso intenti glorificanti nei confronti di singoli condottieri oppure traggono pretesto da eventi umani o naturali per formulare ingenue considerazioni sulla volontà divina. Meritano almeno un cenno una scrittura della seconda metà del Cinquecento che narra il naufragio di 200 legni turchi e dal conseguente annegamento di molti passeggeri argomenta una sicura vendetta del Signore tramite gli «elementi insensati» scatenati contro la «Barbarie Ottomana»,403 e un’altra stampa del 1656 imperniata sull’edificante conversione al Cristianesimo del figlio del sultano Ibrahim catturato da galere maltesi durante un pellegrinaggio alla Mecca.404 400. G.M. Ballino, De’ disegni delle più illustri città e fortezze del mondo, I, Venetia 1569, pp. 42-44; Camocio, Isole famose forti fortezze, nn. 29-30, 65-66; G. Rosaccio, Viaggio da Venetia a Costantinopoli per mare e insieme quello di Terra Santa, Venetia 1598, p. 77. 401. Petri Gylli de Costantinopoleos libri IV, Lugduni Batavorum 1632. 402. C.C. Carbognano, Descrizione topografica dello stato presente di Costantinopoli arricchita di figure, Bassano 1794; L. Ingigi, Topographia della città di Costantinopoli, Venezia 1794. 403. Vera e distinta relazione del gran naufragio seguito nel porto di Costantinopoli nel Mar Nero et nel Canal Bianco con la perdita di 200 e più legni e annegamento d’incredibile numero di Turchi, e danno estremo delle Mercantie, Venezia s.d., ma probabilmente posteriore a Lepanto. 404. Relation verissima nella quale si contiene com’è venuto alla Santa Fede Usmano figliuolo del Sultan Abraim Gran Signor de Turchi battezzatosi in Malta nel presente anno 1556 con l’aggiunta de’ novi progressi fatti dalle Serenissime Arme Venete nell’isola e fortezza di Tenedo, s.l. s.d. ma 1656.

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Anche per la letteratura veneziana si impone naturalmente una distinzione tra il generico influsso orientale, ampio e multiforme sin dal Medioevo con particolare evidenza nei poemi cavallereschi,405 una più specifica incidenza della leggenda di Maometto,406 e infine il più circoscritto ma non meno ampio terreno delle presenze più genuinamente «turche» connesse in forma diretta e immediata alle alterne vicende dei rapporti politici tra i due stati. Tra l’esercitazione letteraria e la propaganda politica si collocano le numerose edizioni cinquecentesche di finte lettere di Maometto II a vari sovrani europei, tra cui spicca una celebre raccolta in latino edita a Mantova nel 1563 e poi volgarizzata e commentata da Ludovico Dolce.407 È un’opera piuttosto strana, sorretta da un evidente intento polemico nei confronti del sultano turco e destinata sicuramente ad un pubblico di elevato livello culturale, in grado di capire e apprezzare le frequenti allusioni a fatti personaggi idee e valori del mondo classico. Maometto II si rivolge ai suoi corrispondenti proferendo minacce di aggressione, di occupazione di terre, intimidazioni e consigli di resa ed essi replicano con risposte di volta in volta sagge, prudenti, orgogliose, eroiche, mettendo a nudo la «crudeltà e la sceleraggine d’uno immanissimo Tiranno» «pubblico nimico della natura» che non si contenta di infierire sulle sue vittime, mosso da paura, odio o da ira, ma supera tutti nelle sue «empie operationi» dilettandosi di «rimproverare a prigioni le miserie loro».408 Due lettere svolgono il tema delle vittorie miliari di Maometto II a Patrasso, in Morea e Negroponte dovute alla «Fortuna» e ai tradimenti non alla «virtù e prudenza degli uomini» e offrono all’autore lo spunto per un’esaltazione dell’intemerata purezza dei veneziani che mai ricercano «alcun mancamento di fede, ma la sola vittoria».409 Naturalmente è soprattutto la lirica che riflette in modo più diretto e immediato, nei contenuti e nei moduli stilistici, le tormentate vicende del rapporto-scontro tra l’impero ottomano e la Repubblica Veneta. Già la caduta di Costantinopoli offre l’occasione per una fioritura di lamenti che però quasi mai vanno al di là del mero pretesto letterario, sia per la convenzionalità del tema sia perché Venezia supera abbastanza rapidamente lo choc dell’invasione ottomana e si sforza quasi subito di avviare e consolidare con i nuovi padroni concreti ed efficaci rapporti di collaborazione economica.410 405. Un recente contributo su questa linea in R.B. Bezzola, L’Oriente nel poema cavalleresco del primo rinascimento, in Venezia e l’Oriente, pp. 495-510. 406. Malvezzi, L’Islamismo, cap. I-VI, pp. 1-213; A. D’Ancona, La leggenda di Maometto in Occidente, in «Giornale storico della letteratura italiana», XIII (1889), pp. 199-281; A. Graf, Spigolature per la leggenda di Maometto, in «Giornale storico della letteratura italiana», XIV (1889), pp. 204-211. Cfr. anche A. Mancini, Per lo studio della leggenda di Maometto in Occidente, in «Rendiconti della R. Accademia Nazionale dei Lincei», cl. scienze morali, storiche e filosofiche, ser. VI, X (1934), pp. 325-349. 407. L. Dolce, Lettere del Gran Mahumeto imperadore de’ Turchi scritte a diversi re, prencipi, signori, e repubbliche con le risposte loro, Vinegia 1563. 408. Ibidem, p. 18. 409. Ibidem, pp. 19-21. 410. Alcuni esempi di lamenti di questo tipo in Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XVII in appendice alla Collezione di Opere inedite o rare, diretta da G. Carducci,

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Negli anni immediatamente successivi un anonimo poeta imposta il suo Carmen in Venetae urbis laudem sul vaticinio di un imminente trionfo veneziano sui Turchi destinati a venire prigionieri a Venezia e a riempire la basilica di S. Marco con i loro vinti stendardi.411 Le speranze di una positiva realizzazione della crociata promossa da Pio II, se lasciano perplesso e incredulo il cauto governo della Repubblica stimolano però la fantasia del poeta Bartolomeo Pagello che propone ai Veneziani l’esaltante immagine della flotta ottomana condotta prigioniera sulle lagune dove i vincitori, emuli delle gloriose imprese dei duci romani, intonano l’inno «io, laetus, saepe triumphe canet».412 La caduta di Negroponte nel 1470 rinnova una produzione indigena di lamenti, mentre le incursioni turche nel Friuli nella seconda metà del Quattrocento stimolano vari rimatori, come frate Antonio di Padova e lo stesso Pagello, a rinnovate imprecazioni anti-ottomane mescolate a pressanti inviti al Senato perché provveda a salvare le popolazioni venete dalla minaccia barbarica.413 Anche le poesie dotte e popolari che accompagnano con trepido alternarsi di scherno per i nemici e di esortazioni ai difensori le tremende giornate della disfatta di Agnadello vedono affiorare il tema dei Turchi sotto forma di preghiera al Signore perché diverta contro di loro gli orrori della guerra o di ripresa del pronostico di una futura sconfitta e conversione dei pericolosi infedeli, in singolare contrasto con la contingente politica della Repubblica che proprio su di loro conta per superare la china delle sconfitte.414 Una ricca fioritura di testi poetici accompagna dalla metà del Quattrocento al 1571 l’alternarsi di guerra e pace tra Venezia e i Turchi, ma vanamente si cercano nei rimatori veneziani espliciti e pressanti richiami al mito letterario della crociata che proprio a Venezia, sospettata di connivenza coi Turchi nell’impresa di Otranto e decisa a non provocare la potenza militare ottomana, subisce una decisiva battuta d’arresto, tanto che lo stesso Bembo scrivendo il 24 ottobre 1526 un sonetto al vescovo di Verona per la sconfitta di Mohàcs, si limita a descrivere il terrore del «Tedesco» che invano «si pente ch’al ferro corse pigro, a l’oro parco»415 e negli anni seguenti evita di rinverdire il «motivo poetico della crociata», lasciandolo ad un’effimera sopravvivenza nella letteratura popolare.416 Il Dionisotti parla di una sorta di «neutralità letteraria» intorno al 1530 di fronte alle vicende storico-politiche, che si traduce in un ricorrente elogio della pace, in una quasi totale assenza di slanci epici dispensa CCXXVI, Bologna 1888, e in A. Medin, L. Frati, Lamenti storici dei sec. XIV, XV e XVI, Bologna 1887-1894. Cfr. anche Schwoebel, The shadow of the crescent pp. 19-23. 411. A. Medin, La storia della Repubblica di Venezia nella poesia, Milano 1904, p. 203. 412. Ibidem, p. 207. 413. Ibidem, pp. 208-216, 224-225, 489, 494-495, 500. 414. Ibidem, pp. 173, 185, 519. 415. P. Bembo, Opere in volgare, a cura di M. Marti, Firenze 1961, pp. 507-508. Cfr. anche L. Nyerges, Le vicende dell’Ungheria nella epoca dell’espansione turca riflesse nelle opere di Pietro Bembo, in Venezia e Ungheria, pp. 101-117. 416. C. Dionisotti, La guerra d’Oriente nella letteratura veneziana del Cinquecento, in Venezia e l’Oriente, pp. 473-474, 478. Il saggio del Dionisotti era già comparso in «Lettere italiane», XVI (1964), pp. 233-250.

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e guerrieri, in una insistita sottolineatura del ruolo di Venezia garante della pace e della tranquillità, nonostante il rinnovarsi in Oriente della minaccia ottomana cui la guerra del 1538-1540 e le successive spedizioni a Tunisi e Algeri di Carlo V non riescono a opporre un argine robusto e duraturo.417 Le poesie di Bernardo Capello, Girolamo Molino, Jacopo Tiepolo, Ludovico Pascale, Giacomo Zane, naufragano ben presto nell’oblio di fronte all’incredibile eplosione letteraria che provoca a Venezia, come del resto in tutto l’Occidente cristiano, la grande vittoria di Lepanto. Feste, processioni, cicli di affreschi, stampe e infine una quantità innumerevole di composizioni poetiche in latino e in volgare stanno a testimoniare dell’eco eccezionale di questo evento bellico nella letteratura del Cinquecento.418 Tutti i critici, dal Mazzoni al Dionisotti al Turchi, sono concordi nel sottolineare l’assoluta mancanza di vera poesia sia nei poemi che nelle altre composizioni ispirate alla vittoria navale in cui, in mancanza di un’autentica ispirazione ideologica, politica e religiosa, prevalgono lo sfogo retorico e le intenzioni celebrative spesso appesantite da martellanti e freddi artifici verbali. Il fatto che Venezia abbia dovuto stipulare coi Turchi dopo soli due anni una pace di compromesso dettata dalla inesorabile valutazione dei rapporti di forza si fonde nella letteratura veneta ad una tradizione tematica e stilistica in cui, osserva ancora il Dionisotti, la poesia eroica e tragica è profondamente radicata «nel terreno della neutralità e della pace».419 Anche a Venezia, e forse qui più ancora che altrove, Lepanto è dunque solo una grande «occasione» di produzione poetica priva di idee e di fantasia, monotona e generica nelle immagini, scontata nei temi encomiastici, tra cui spiccano i versi dedicati ai due eroi veneziani della campagna, Querini e Bragadin.420 Senza una vivace e sentita partecipazione personale e nella totale assenza di vigorose personalità, le rime veneziane per Lepanto restano ai posteri unicamente come testimonianza dei gusti e della mentalità dell’opinione pubblica di quel tempo al pari dei testi profetici e di tanta altra pubblicistica dl propaganda che dalla grande battaglia trae alimento per un grandioso quanto effimero successo.421 L’unico poeta veneziano che esprime un severo impegno religioso e un 417. Dionisotti, La guerra d’Oriente, pp. 482-487. 418. Tra i numerosi studi sulla letteratura di Lepanto ricordo almeno: E. Masi, I cento poeti della vittoria di Lepanto, in Nuovi studi e ritratti, I, Bologna 1894, pp. 259-273; G. Mazzoni, La battaglia di Lepanto e la poesia politica, in La vita italiana nel Settecento, Milano 1895, pp. 167-207 (fa assommare ad un totale di 133 i soli rimatori in latino); P. Molmenti, La battaglia di Lepanto nell’arte, nella poesia, nella storia, in «Rivista marittina», XXXI/2 (1898), pp. 221-226; Quarti, La battaglia di Lepanto; A. Belloni, Il Seicento, Milano 1929, pp. 206-207 e bibliografia ivi citata (Storia letteraria d’Italia); M. Turchi, Riflessi letterari della battaglia di Lepanto. Nel quarto centenario della battaglia di Lepanto, in «Nuovi quaderni del meridione», n. 36, ott. dic. 1971, Palermo e la recensione a questo saggio in «Giornale storico della letteratura italiana», vol. CXLIX, a. 89 (1972), pp. 461-462 e ora M. Cortelazzo, Plurilinguismo celebrativo e Dionisotti, Lepanto nella cultura italiana del tempo, in Il Mediterraneo nella seconda metà, pp. 121-126, 127-151. 419. Dionisotti, La guerra d’Oriente, p. 489. 420. Medin, La storia della Repubblica, pp. 244-289. 421. Molte delle rime veneziane in latino sono comprese nella Raccolta di varii poemi latini, greci e volgari, fatti da diversi bellissini ingegni nella felice vittoria riportata da Christiani con-

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dignitoso livello stilistico è Celio Magno, autore di rime e canzoni e di un breve dramma sacro, Il Trionfo di Cristo, che mette in scena angeli e santi a raffigurare la gloriosa vittoria della fede contro i Turchi con un generoso profluvio di lodi alla Santa Lega, al doge e alla classe dirigente veneziana.422 Alle rime più direttamente ispirate al tema della vittoria cristiana si affianca una miriade di composizioni minori, epigrammi, alfabeti rimati, bisticci, enigmi in versi, acrostici, poesie intessute di artifici, allitterazioni e complicati anagrammi di nomi Turchi che sono la gioia del pubblico colto dell’epoca.423 Maggiore animazione e vivacità di fantasia si colgono in alcune composizioni che mettono in bocca al sultano o ai suoi generali parole di disperazione per l’irreparabile rovina della armata turca,424 oppure si strutturano in forma di contrasti violenti e sarcastici, come nel famoso dialogo tra il pirata Caracosa e Caronte che gli vuol negare l’accesso all’inferno.425 La fantasia inventiva dei rimatori veneziani se è priva di afflato poetico e di genuine ispirazioni politiche o religiose, è però fervida e feconda nell’inventare situazioni e scenette che coinvolgono il sultano in atteggiamenti incredibili ma edificanti e graditi ai lettori, come in quella lettera profetica che si immagina spedita dal padre di Selin dal profondo dell’inferno426 o nei numerosi sonetti, per lo più in dialetto, che tra Turchi alli 7 ottobre MDLXXI, Venetia 1572; un’altra raccolta di poesie viene curata nel 1571 da Luigi Groto: Trofeo della Vittoria Sacra, ottenuta dalla Christianissima Lega contra Turchi nell’anno MDLXXI valorizzato da i più dotti spiriti de’ nostri tempi, nelle più famose lingue d’Italia con diverse rime, raccolte e tutte insieme disposte da Luigi Groto cieco d’Hadria, Venetia 1571. Altre rime in latino e volgare si trovano stampate separatamente o in piccole raccolte alla Biblioteca Marciana e al Civico Museo Correr. 422. C. Magno, Trionfo di Cristo per la vittoria contr’a’ Turchi rappresentato al Serenissimo Prencipe di Venezia il dì di S. Stefano MDLXXI, Venetia 1571. Per una valutazione critica delle sue composizioni su Lepanto cfr. G. Zanella, Della vita e degli scritti di Celio Magno, in «Atti Istituto Veneto Sc. Lett. Arti», t. VII, ser. II, 1880-1881, pp. 1062-1075; R. Scrivano, Il manierismo nella letteratura del Cinquecento, Padova 1959, pp. 99-108; Turchi, Riflessi letterari in Italia, pp. 12-14. 423.  Medin, La storia della Repubblica, pp. 257, 269-271. Alcuni esempi significativi nel Trofeo della Vittoria Sacra, pp. 95 e alla fine, fuori numerazione. Su altri generi letterari fioriti in occasione di Lepanto, come ad esempio i poemi epico-romanzeschi, oltre al Mazzoni, La battaglia di Lepanto, p. 197, cfr. Medin, La storia della Repubblica, pp. 248-251. Per le musiche veneziane su Lepanto v. G. Barblan, Il Cinquecento musicale veneziano, in La civiltà veneziana del Rinascimento, pp. 72, 80. 424. Lamento et ultima disperatione di Selim Gran Turco per la perdita della sua Armata, il qual dolendosi di Occhiali e di se stesso e d’altri racconta cose degne d’essere intese. Con un dialogo di Caronte e Caracosa e altre composizioni piacevolissime nel medesimo genere, Venetia 1571; Pianto et lamento di Selin, gran imperador de Turchi alla rotta et destruttion della s. Armada. Con un’esortation fatta a Occhialì, Veniexia 1571; Il grandissimo lamento che ha fatto Occhialì, nel scampo della sanguinosissima guerra; ridotto in terza rima novamente posta in luce, s.l., s.d. (BMC, op. P.D. 11837, n. 16). 425. Dialogo di Caracosa e Caronte, il quale gli nega il passo della sua barca. Sul grande pirata turco la cui figura colpì vivamente la fantasia dei Veneziani v. anche L’acerbo pianto della moglie di Caracosa, s.l. s.d. (BMC, op. PD. 11837). 426. Lettera venuta da l’inferno a Selin gran Turco, mandata da Sultan suo padre, British Museum, 1071, g. 7 (83).

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descrivono il Gran Turco che piange, si lamenta, impreca contro Maometto e infine viene esortato a farsi cristiano oppure decide spontaneamente di convertirsi.427 Altri rimatori affidano ad un inconsueto strumento linguistico i loro tentativi poetici, come l’anonimo autore del sonetto Cantico reprehensibile de Sier Alessio de i Disconzi a Selin Imperator de Turchi scritto in dialetto veneziano misto a latino ad imitazione dei Cantici Fidenziani del vicentino Camillo Scroffa428 e quel Nicola Papadopulo, che immagina una spiritosa risposta in turco, tradotta e commentata, del sultano a tutti i sonetti che gli sono stati rivolti in occasione della battaglia di Lepanto.429 Solo nel 1573, quando l’entusiasmo per la vittoria è ormai solo un ricordo e l’amara realtà del presente propone la dura necessità della pace coi Turchi, l’anonimo poeta delle Stanze in dispregio delle sberrettate osa affrontare in tono decisamente scherzoso e satirico il tema dei Turchi, burlescamente elogiati perché portano sempre in testa un gran turbante e hanno «usanze giuste e sante/ ché se lo cavan solo a Macometto/ nelle moschee o quando vanno a letto».430 Dal punto di vista dei risultati poetici e stilistici è forse nella produzione popolare in dialetto che la lirica ispirata alla battaglia di Lepanto riesce a esprimere valori di spontaneità e di vigore espressivo per lo meno decorosi e degni di un’attenzione non meramente erudita. Anche questa poesia «popolare» nasce e matura in ambienti colti, saturi spesso di raffinate esperienze culturali e di sottili mediazioni stilistiche, ma lo sforzo sempre presente nei suoi autori di aderire ai pensieri, alla mentalità, alle immagini degli strati più bassi della popolazione, ne rafforza dal punto di vista storico il valore «documentario». I mesi seguenti al 7 ottobre 1571 vedono sbocciare innumerevoli poeti dialettali che tratteggiano con vivacità e crudezza di mezzi espressivi la visione popolare delle vicende storiche di quegli anni e ci danno un affresco colorito delle passioni, dei rancori, delle veementi ostilità anche esteriori e verbali della popolazione veneta nei confronti dei Turchi. Sono sonetti, frottole, «barzellette», canzonette, rime varie in dialetto friulano,431 bergamasco,432 pavano433 e naturalmente veneziano puro che presen427. Un esempio significativo: Aviso a Sultan Selin de la rotta de la sua Armada e la morte de i suoi Capitani, composta in lingua Vinitiana con un sonetto il qual lo esorta a venir alla fede di Christo, Venezia 1571 (ristampato nel 1596). Cfr. Medin, La storia della Repubblica, p. 533 e A. Segarizzi, Bibliografia delle stampe popolari italiane della R. Biblioteca Nazionale di S. Marco di Venezia, Bergamo 1913, n. 8, pp. 13 e 15. 428. B. Gamba, Serie degli scritti impressi in dialetto veneziano, 2a edizione con aggiunte e correzioni inedite riveduta e annotata da N. Vianello, Venezia-Roma 1959, pp. 84-85. 429. N. Papadopulo, Risposta de Sultan Selin imperator de Turchi a tutti i sonetti a lui fatti da diversi autori, in lingua sua Turchesca, Latina, et Italiana et con il suo commento dichiarando il tutto, s.l., s.d. (BMC, op. P.D. 18837, n. 18). 430. G.A. Quarti, Quattro secoli di vita veneziana nella storia dell’arte e nella poesia. Scritti vari e curiosi dal 1500 al 1900, I, Milano 1941, p. 79. 431.  Quarti, La battaglia di Lepanto, pp. 116, 258-263, 264; Segarizzi, Bibliografia delle stampe popolari, n. 12, pp. 16, 17-18. 432. Zambo del Val Brembana e Selì Gran Turc, cit. in Quarti, La battaglia di Lepanto, p. 189. 433. G. Angarano, Sonagetto in lengua pavana a Selin Sultan; Capitolo della Accademia de Altin detta la Sgionfa corretto per il Zenzega dottor e legislator poveiotto; A. Vicentino, Ration in miezi versuri o veramen canzon in lengua pavana fatta sora la vetuoria di tre fighè che puossegi

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tano una straordinaria molteplicità di motivi satirici, sarcastici, talvolta anche di plebea volgarità. Emerge tra tanti incolori verseggiatori la figura di Antonio Molino detto il Burchiello, mercante in Levante e autore di una piccola letteratura stradiotesca, scritta cioè in dialetto veneziano misto a fonemi e apporti lessicali dei dialetti istriani, dalmatici e greci, che centra il suo interesse non privo di qualche spunto di vivace e appassionata partecipazione, sulle vicende militari in Cipro e sugli eroici fatti dei sudditi veneziani in lotta contro la barbarie ottomana.434 Nelle poesie in vernacolo ispirate a Lepanto la fantasia degli autori sembra attratta soprattutto dall’immagine del sultano, simbolo vivente e personificazione di tutti i vizi e gli obbrobri della sua gente. Con un linguaggio tratto dalla colorita parlata popolare i rimatori coprono di tutti i più pesanti insulti ed epiteti, spesso ispirati all’offensiva terminologia dell’infedeltà coniugale, il Gran Turco e i suoi sudditi avviliti e depressi: Selin è un «grano Turco», un «poltron, can desgratià», «ciera da chietin», «can e sassin», «biestia», «sier minchion», «can fotuo», «sier beco cornuo», i Turchi sono «to tarloc», «minchioni», «mincionazzi», «cani», «seguaci del smerdoso Macometto», «ladri maometani», «bieste scanae», «cagnazi da pagiaro», «bichi scorné». A Selin sono attribuitte una irrefrenabile e repugnante ubriachezza e una inaudita lussuria che giustificano le sollecitazioni a compiere gesti osceni come il «far le fiche» ispirato al dantesco Vanni Fucci o i triviali riferimenti alla degradazione fisica e alle quotidiane funzioni biologiche.435 Talvolta Selin accoglie gli inviti alla conversione ora sarcastici ora semiseri e sdegnato contro «Machometo busaro, iniquo e can» che l’ha abbandonato nel momento del pericolo decide di far abiurare anche tutta la sua gente, soddisfacendo così tanto stare ingroppè a un – in vita d’ogni – e in besecuola d’i besecuoli per honor del roesso mondo fatta da Tognon ambasadore del comun de Pinaman, cit. in Quarti, La battaglia di Lepanto, pp. 206-212, 222-230, 238-241, 250-254, 255-257. Su alcuni di questi poeti dialettali, Giambattista Maganza, Gasparo Angarano, Andrea Vicentino cfr. Turchi, Riflessi letterari, pp. 43-46 e ora anche Cortelazzo, Plurilinguismo celebrativo, in Il Mediterraneo nella seconda metà, pp. 121-126. 434. Un profilo del Burchiello, che si firma con lo pseudonimo di Manoli Blessi, in Medin, La storia della Repubblica, pp. 233-235 e in Turchi, Riflessi letterari, pp. 44-45. Parecchie poesie sue sono stampate in Quarti, La battaglia di Lepanto, pp. 149-151, 156-172, 282-284; una più ampia raccolta nei volumi VII, VIII, IX dei Documents inédits relatifs à l’histoire de la Grèce au Moyen Age, a cura di C.N. Sathas. 435. Ecco i versi integrali delle poesie citate nel testo: «Canzon va da Selin: preghelo che no’l beva tanto vin» (A Selin imperator de Turchi in disperation de la sua armata e gente persa, cit. in Quarti, La battaglia di Lepanto, p. 217); Selin è definito «can e sassin» dedito «al pacchio (sesso), al vin» in Nuova canzone a Selin imperator de Turchi, ibidem, p. 137; «Perché ti è va imbriago in cremesin / chi te volesse far star de qualcossa / doverare essere scritta con el vin / E te l’ho fata a sta foza a quest’efeto / che sentando l’odor; co ti la lezi / te diebi far le fighe a Macometto» (Lettera a Sultan Selin, ibidem, pp. 111-114); «Canzon magna de l’agio / e va a corando dentro del Seragio / dove che sta Selin, e fa sto efeto, / trazi o coreza o peto, / e dì forte in pressentia de chi vede / e la barba di quei che rompe fede» (Nuova canzone a Selin Imperator de Turchi, ibidem, p. 139); «Se ha dunca visto manifestamente / che da paura in le braghe ti ha cagà / e ti è remaso con el culo nuo / perché i t’ha tiolto le braghe ismerdà / con tuto quelo che ti avevai del suo» (Canzonetta a Selim imperator de Turchi, ibidem, pp. 115-117).

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alle profezie cristiane quanto ad una speranza ingenuamente diffusa tra qualche cristiano da alcuni testi di propaganda.436 Una poesia cantata per le strade Sopra la vittoria di Lepanto inneggia alla «gran beccaria» fatta ai Turchi e paragona il massacro dei soldati ottomani al gioco del gatto astuto coll’inerme topo437 e questa è solo una delle molte immagini comiche e scherzose, spesso venate da un pesante tono di scherno, con cui i poeti popolari raffigurano situazioni e momenti della vita dei Turchi contro cui finalmente i veneziani possono sfogare per un attimo timori secolari e paure ancestrali.438 Il sentimento di rivalsa per tante guerre perdute, per tante umiliazioni e per il rabbioso senso di impotenza che per anni ha roso l’animo dei Veneziani, ispira ora idee ed espressioni di rivalsa e di superiorità tecnica e militare, come in quella canzone che rimprovera a Selin di aver erroneamente fatto affidamento sugli dei, mentre invece «ghe bisogna legnami boni e bei, / e maestranze assae, / ancore e framenta, / artelana, vele, gomene, e soldai / remi e galioti usai, / omeni che comanda la galia».439 Un vivace capitolo in dialetto padovano ci porta un attimo all’interno della psicologia e delle figurazioni del mondo popolare che immagina i Turchi desiderosi di venire a Venezia a «far beco ogni marìo» e invece abilmente delusi nelle loro aspettative dagli astuti veneti «gioti e scozonai» che li intrappolano come i sorci e promettono baldanzosi: Ma no se vedarà sto carneval/tanti turchi su i bali, in ste contrae, / 6 che ognun romagnirà quasi un stival […] e che non se farà fiera o marcao/ che non se venda più de un Dulipan / e più de un Giamberluco [fantoccio turco] insanguinato.440

In mezzo all’eccezionale fioritura poetica seguita alla battaglia di Lepanto è stato forse volutamente dimenticato l’anonimo dialogo dei pescatori veneziani, solo da poco riscoperto dal Dazzi, che propone un’immagine inconsueta del Turco invocato e atteso dalle classi più povere di Venezia come strumento di giustizia e di rinnovamento sociale.441 L’anonimo poeta, che scrive alla vigilia della guerra di Cipro, immagina che il «Turco» e il «gran Soldan» siano inviati dalla vendetta divina contro la tirannia del doge e dei patrizi che hanno usurpato ai pescatori i diritti civili e non si fanno scrupolo di profittare anche delle carestie per i loro illeciti arricchimenti. La guerra di Candia vede una fioritura di rime d’occasione assai meno abbondante che nel 1571 e le ottave di Carlo de’ Dottori a Venetia supplicante, vibranti di sincera commozione per la sorte della patria sconfitta dai Turchi e abbandonata dagli altri popoli cristiani, sono tra le poche composizioni soffuse 436. Ibidem, p. 114, 148, 171, 231-237, 241-242. 437. Ibidem, p. 269. 438. Nella sua Essortation a Selin Sultano Giacomo Alessandri dipinge il Gran Turco seduto su una sedia, incatenato come un cane e vestito da vecchia che sta filando (ibidem, p. 124). 439. Ibidem, p. 133. 440. Ibidem, pp. 223, 227-228. 441. Il fiore della lirica veneziana, a cura di M. Dazzi, IV, Venezia 1956, pp. 441-449.

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di un velo di poesia.442 Lo stesso Dottori scade ad un grigio livello declamatorio e retorico quando tenta di adattare nella sua Cretae oppugnatio (1669) le vicende dell’invasione turca allo stile mosso e colorito di Lucano, poco discostandosi dagli infelici risultati narrativi e stilistici del quasi contemporaneo poema di Marino Zane e confermando così l’assoluta incapacità della cultura veneziana ad esprimersi sul metro dell’epica sia essa ispirata alle vicende politico-militari della patria sia ai grandi fatti e personalità del mondo ottomano.443 Gonfie di retorica e di virtuosismi stilistici tipici dell’imperante gusto barocco sono le altre poesie ispirate agli eventi militari seguiti al 1645 e tra di esse, a parte qualche componimento in dialetto come l’Herculana del vicentino Naon, meritano un ricordo, se non altro in omaggio all’interessante satira del costume veneziano che caratterizza il resto della sua produzione, le rime di Gianfrancesco Busenello che ripropongono i consueti lamenti, bestemmie e recriminazioni dei Turchi sconfitti, impastandoli con ricorrenti e logori bisticci di parole sul tema della mezzaluna,444 Poeta d’amore prima che cantore della crociata il Busenello propone una fusione di spunti «turcheschi» con le consuete situazioni sentimentali degli amanti, già tentata alla fine del Cinquecento ma con analoghi desolanti esiti poetici, dal ferrarese Angelo Ingegneri in alcuni versi in dialetto veneziano.445 La guerra della Santa Lega del 1684-1699 favorisce anche una nuova ripresa di poesia celebrativa e declamatoria, che trova una facile punto di riferimento nell’esaltazione dell’eroe della campagna di Morea Francesco Morosini cui vanno lodi turgide di artifici verbali barocchi ma fredde e avare di autentica ispirazione poetica.446 Rispuntano anche i lamenti, ora sarcastici e umoristici, ora in tono serio e con evidenti intenti propagandistici447 ma per la prima volta fanno la loro comparsa composizioni a intonazione scherzosa che traggono pretesto dalla guerra col Turco per divagazioni letterarie nel filone del poema eroicomico. Il poemetto di Pietro Zini La volpe ha lassà el pelo sotto Vienna ambisce a tradurre in chiave allegorica l’entusiasmo degli ambienti veneziani per le prime 442.  Medin, La storia della Repubblica, pp. 546-547, 338; M. Busetto, Carlo de’ Dottori letterato padovano del secolo decimosettimo, Città di Castello 1902, p. 100; F. Croce, Carlo de’ Dottori, Firenze 1957, pp. 90-92. 443. Medin, La storia della Repubblica, pp. 352-354, 547; Busetto, Carlo de’ Dottori, pp. 237, 387. Un tentativo di poema epico ispirato alla figura del sultano Osman I fa il raguseo Gianfrancesco Gondola (1588-1638) col suo Osmanides che però rimane inedito sino al 1826. 444.  Livingston, La vita veneziana nelle opere, pp. 200, 214-216, 266, 308. La più celebre composizione turchesca del Busenello è la Prospettiva del navale trionfo riportato dalla Repubblica Veneta Serenissima contro il Turco, Venezia 1656. Un più recente profilo del Busenello in M. Capucci, Busenello Gianfrancesco, in Dizionario biografico degli italiani, 15, Roma 1972, pp. 512-515. 445. Ingegneri, In occasione della guerra di Cipro contro gli Ottomani. Canzone ad Amore, in Raccolta di poesie in dialetto veneziano d’ogni secolo, Venezia 1845, p. 60. Alcune rime d’amore ispirate a temi «turcheschi» anche ne Il fiore della lirica veneziana, pp. 228-229, 270. 446.  Medin, La storia della Repubblica, pp. 360-370. Un elenco delle poesie ispirate alla guerra del 1684-1699 in Soranzo, Bibliografia veneziana, pp. 220-221. 447. Medin, La storia della Repubblica, pp. 377-378, 559; Segarizzi, Bibliografia delle stampe popolari, n. 7, p. 13.

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sconfitte ottomane ma è opera grezza, monotona, incapace di una felice sintesi di forma letteraria e soggetto storico.448 Più agile e mossa la trama narrativa de La Tartana in Morea, vivace poemetto giocoso in dialetto veneziano che descrive il viaggio immaginario di una tartana nella regione della Morea durante la guerra veneto-turca illuminata dalle eroiche gesta di Francesco Morosini.449 Leggenda poetica chiama il Gamba questa composizione che ad una prima parte imperniata su vicende militari fa seguire un lungo episodio mitologico dedicato agli amori del fiume Alfeo con Aretusa.450 I Turchi sono nominati con i consueti appellativi di barbari, crudeli, traditori, ma spesso l’autore preferisce sfumare la violenza verbale con aggettivi più attinenti alla sfera dello scherzo divertendosi a dare un’immagine dei temuti infedeli più vicina al comico che al truce.451 Tra i personaggi minori fa spicco un giovane agà di Navarino, soldato eroico e coraggioso, che rimprovera aspramente il Bassà per aver vilmente accettato la resa e lo gratifica degli epiteti mezzo seri mezzo comico-popolareschi di «Bassà de merda, un Babuin / un vigliacco, un codardo, un macaron».452 Se dalla poesia lirica, che esprime in modo immediato e istintivo affetti, odi e rancori politici e religiosi del mondo veneziano nei confronti dell’impero ottomano, passiamo agli altri generi letterari è agevole rilevare che le «turcherie» vi assumono una forma più mediata dalla cultura e dalla tradizione e prospettano una più lenta evoluzione dei temi e delle forme stilistiche. L’assenza di una valida civiltà letteraria tra i Turchi non sembra aver colpito la fantasia dei poeti veneti del Cinquecento, salvo un fugace accenno di Giangiorgio Trissino che introducendo nella sua Italia liberata da Gothi l’episodio delle predizioni della Sibilla, suggerisce ai suoi lettori l’immagine di una casa ottomana feconda «di successori, e di richeze immense, / ma poco amica a i studi de le Muse; / onde i lor fatti da i preclari ingegni/ non saran molto celebrati e kiari».453 Il mondo esotico e affascinante dell’Oriente arabo-musulmano è sempre stato uno dei luoghi preferiti dai personaggi della novellistica medievale, ma quando i Turchi occupano Costantinopoli e si affacciano al Mediterraneo imponendo la loro prepotente presenza all’attenzione del mondo cristiano occidentale, nei racconti europei cominciano a comparire temi, personaggi e situazioni riferiti più direttamente e puntualmente a luoghi e figure della storia turca. I novellieri più famosi e raffinati inclinano a cogliere della realtà ottomana gli aspetti più stupe448. P. Zini, La volpe ha lassà el pelo sotto Vienna. Quaderni venetiani per la straggie de’ Turchi e Ribelli fatta dall’arme cesaree e collegate, Venetia 1684. 449.  La Tartana in Morea. Quaderni piacevoli in lingua Venetiana del gran pescatore di Dorsoduro con esatta notitia de tutti i acquisti fatti nel Regno della Morea dalla Serenissima Repubblica di Venetia con gli avenimenti più notabili occorsi nel medesimo ed altre galanti curiosità historiche e favolose, composte in giocoso e faceto stile a trattenimento de curiosi, Venetia 1687. 450. Gamba, Serie degli scritti, p. 147. Cfr. anche Medin, La storia della Repubblica, p. 363. 451.  Ecco come descrive il rifiuto dei Turchi di Navarino di accettare la resa: «Sperar dai Turchi agiunto una fandonia! mentre i vien sempre petuffai in la gobba / Duro el Turco però non inchinava / a ste rason, parendoghe pelose» (La Tartana in Morea, p. 47). 452. La Tartana in Morea, p. 52. 453. G.G. Trissino, La Italia liberata da Gothi, Roma 1547, lib. XXIV, p. 11.

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facenti e diversi dalla mentalità dell’Occidente e si impadroniscono con prontezza di episodi di crudeltà della storia dei sultani, certi che la loro trascrizione letteraria più o meno trasfigurata risponde all’immagine negativa del «barbaro» regno asiatico già diffusa nell’opinione pubblica occidentale. È significativo ad esempio che le due novelle «turche» del Bandello abbiano come protagonista Maometto II, in una appassionato amante e poi crudele assassino della bellissima Irene, nell’altra ateo convinto e barbaro trucidatore di fratelli e nipoti.454 La letteratura veneziana del Cinquecento e Seicento annovera solo due novellieri di un certo livello, Sebastiano Erizzo e Giovanni Sagredo ed ambedue inseriscono nelle loro raccolte racconti ispirati al mondo turco, ma con una così specifica e lucida aderenza alla realtà storica che il lettore ha subito la sensazione netta del peculiare rapporto della civiltà veneziana con l’impero ottomano. La prima novella «turchesca» de Le sei giornate di Sebastiano Erizzo, stampate per la prima volta a Venezia nel 1567, ci trasporta nel mondo meraviglioso e mitico ma anche economicamente vivo e pulsante di attività di Costantinopoli, «città chiarissima e mercantile» dove il nobile Evasto, spinto dalla povertà a esercitare la mercatura, conosce la bellissima Filene con cui vive un’errabonda e lieta avventura d’amore.455 Due novelle della quinta giornata ci portano invece di peso nel vortice delle guerre veneto-turche e porgono all’Erizzo l’occasione per tracciare un’immagine odiosa del Sultano, il cui comportamento alieno dalle norme di virtù e di generosità appare ai lettori in stridente contrasto con quello di tanti re dell’Oriente protagonisti di novelle medievali. Un giovane siciliano si propone coraggiosamente di incendiare la flotta ottomana in Gallipoli ma viene catturato e condotto in presenza di Maometto II «per natura e per costume barbaro» che non imita «l’atto magnifico di Porsenna» «ma dallo sdegno vinto, e dalla crudeltà barbara trasportato» lo fa segare a metà coi suoi compagni.456 L’ultima delle novelle «turchesche» dell’Erizzo ricorda le incursioni in Friuli «con danno e terrore ispaventevole di Forlani» e ritorna sulla figura di Maometto II condottiero di eserciti contro Negroponte e autore di «un’ampia e grandissima crudeltà» che si contrappone all’eroico comportamento del veneziano Pietro Mocenigo comandante della spedizione contro Smirne.457 Temi turchi non possono certo mancare nell’Arcadia in Brenta di Giovanni Sagredo, celebre autore di un ponderoso volume di Memorie istoriche de’ monarchi ottomani che ottiene un buon successo di pubblico alla fine del Seicento. 454. M. Bandello, Le novelle, in Tutte le opere, I, Milano 1952, parte I, nov. X, pp. 129-136, parte II, nov. XIII, pp. 796-804. 455. S. Erizzo, Le sei giornate, Londra 17942, giornata I, avvenimento I, pp. 20-39. Sull’Erizzo e le sue novelle vedi l’edizione a cura di G. Gigli e F. Nicolini in Novellieri minori del Cinquecento (G. Parabosco e S. Erizzo), Bari 1912 con la recensione del Di Francia in «Giornale storico della letteratura italiana», LXIII (1914), pp. 117-127 e inoltre C. Grimaldo, Una novella di Sebastiano Erizzo proibita dalla censura, in «Archivio veneto», ser. V, LXXVI (1965), pp. 35-43. 456. Erizzo, Le sei giornate, giornata V, avvenimento XXIX, pp. 307-314. L’episodio è tratto da un passo degli Annali Veneti del Malipiero (Annali Veneti, pp. 85-86). 457. Erizzo, Le sei giornate, giornata V, avvenimento XXX, pp. 315-316.

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Già nella prima giornata il Sagredo disegna il grazioso quadretto di un turco invitato in Spagna che fa discretamente la corte a un gruppo di donne sole che lo scherniscono con una pronta battuta di spirito, mentre in altre novelle propone una immagine di maniera della società turca, toccando con morboso compiacimento il tema della lussuria delle donne («in Turchia quando le Donne entrano in bagno è argomento ò che vogliono, ò ch’abbiano fatto il peccato», giornata VI) per scadere infine nel gioco di parole equivoco ed osceno del Gran Turco che entra in Costantinopoli.458 Nella settima giornata Francesco I, il re di Francia amico e alleato di Solimano, mostra ad un turco un liutista costretto a interrompere la sonata per poter dare il tono alle corde ed il turco allora fa suonare un colasone, strumento monocorde dal suono bellissimo e uniforme spiegando ai presenti che lo strumento ad una corda raffigura il sultano, che si accorda presto dovendo consultare solo se stesso, mentre invece il liuto a più corde rappresenta i cristiani che hanno bisogno di tempo prima di accordarsi e spesso interrompono la loro armonia.459 È evidente che il Sagredo traduce in questa novella la sua pena per le discordie dei cristiani al tempo della guerra di Candia dando rilievo artistico ad una preoccupazione che ispira anche il complesso disegno delle sue Memorie istoriche de’ monarchi ottomani. Commedia e tragedia del Cinquecento e Seicento sono ricche di temi turchi spesso direttamente mutuati dalle vicende politiche e militari che trovano gli autori pronti a fondere i sentimenti e i pensieri dell’opinione pubblica con l’imitazione dei modelli classici e dei grandi scrittori del rinascimento. La paura del turco ricorre insistente nella commedia italiana del Cinquecento dove ispira alcune battute della Mandragola460 e numerosi spunti del Ruzante che esprime nel dialetto pavano delle sue opere affetti e sentimenti degli strati più umili della popolazione veneta. Nell’Anconitana tratteggia la figura di una donna innamorata di uno schiavo turco e dà contorni poetici al tema della crudeltà e del terrore ispirato dai Turchi descrivendo l’Amore che «per paura de’ Turchi, ch’i no l’impalasse adesso in ste moeste, è partù de Cipro», ed è venuto a Padova dove fa innamorare tutti.461 L’associazione dell’idea di turco a quella di eretico-luterano viene riproposta in un dialogo della Piovana462 che ruota intorno al tema della poligamia, uno degli aspetti dei costumi turchi che più doveva colpire la fantasia popolare. Nel vivace scambio di battute tra Garbinello e Resca si coglie la soffu458. G. Sagredo, L’Arcadia in Brenta, overo la melanconia sbandita, Colonia 1667, pp. 21-22, 346, 397. Sul Sagredo novelliere cfr. C. Jannaco, Il Seicento, Milano 1963, pp. 449-502, 549-550 e G. Barbèri Squarotti, L’«Arcadia in Brenta» del Sagredo fra narrazione e commedia, in «Studi secenteschi», 3 (1962), pp. 45-64. Per il Sagredo storico dell’impero ottomano cfr. le pp. 334-339. 459. Sagredo, L’Arcadia in Brenta, pp. 494-495. 460. Machiavelli, Mandragola, a. III, scena III. 461. Ruzante, Teatro, a cura di L. Zorzi, Torino 1967, p. 871. Sul teatro del Ruzante la bibliografia è vastissima; per un primo orientamento cfr. a G. Toffanin, Il Cinquecento, Milano 1950, pp. 332-337 e 339 (Storia letteraria d’Italia), e M. Baratto, Tre studi sul teatro (Ruzante - Aretino - Goldoni), Vicenza 1964, pp. 11-68. 462. «Tura: Chi ègi questoro? Turchi. / Garbugio: Du de qui de fra Lutrio, due de qui de fra Lutrio!» (Ruzante, Teatro, p. 947).

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sa ironia mista di bonaria comicità del Ruzante che mette in bocca alla donna la trepida preoccupazione per una possibile apostasia del marito e all’uomo la più sensuale e realistica immagine del marito fedifrago circondato da più mogli.463 Anche nella prima Orazione il Ruzzante ritorna con popolaresca spontaneità sul tema della poligamia ottomana augurandosi scherzosamente che ogni uomo possa avere quattro donne così «tute le femene andarà pine, e se impirà la leza de Massier Isesun Dio che dise: ‘Cressì e smultipliché’. Guardè che aròm mé pì paura de Turchi che ne impale: sì, in lo culo!».464 Un più massiccio impiego di temi e situazioni «turchesche» caratterizza Il Travaglia di Andrea Calmo, uno dei personaggi chiave, Alpago, servo fuggitivo vestito «in habito da Turco» pronuncia quella incomprensibile frase in lingua turca studiata dal Cortelazzo e tesa a ribadire agli spettatori la concretezza della sua esperienza di schiavo in terre ottomane. Il Calmo utilizza gli ingredienti consueti della «turcheria», dagli insulti velenosi contro il falso «turcho can mastin», all’equivoco sulle vesti che celano un cristiano ma indicano esteriormente un infedele che come tutti i «sarasì, moro, turchi, hebrei, maccometani» non può conoscere la via del cielo.465 Personaggi turchi, ambientazione a Costantinopoli, azione collocata nell’anno della presa di Nicosia caratterizzano l’Emilia di Luigi Groto, il cieco d’Adria, un poeta molto familiare con la tematica «turchesca», che gli ispira le già ricordate poesie per la battaglia di Lepanto e orazioni di contenuto profetico. Costruita sul tradizionale intreccio di sostituzioni, fughe, riconoscimenti, amori contrastati, l’Emilia è in realtà commedia di imitazione classica contaminata con situazioni, personaggi e strutture linguistiche veneziane e ben poco di «turchesco» vi si può riconoscere al di là della localizzazione ambientale e della cornice storica ispirata alla guerra di Cipro.466 Con La Turca di Gianfrancesco Loredano le scene veneziane vedono la prima commedia interamente «turchesca», che svolge un intreccio ispirato a vicende di schiavi scampati alla battaglia di Lepanto e propone alcuni interessanti spunti 463. «Garbinello: Vostro mario […] / Resca: Che cosa me marìo? Garbinello […] l’ha fato con fa i Turchi. / Resca: (senza fiato) con, mo che diréto? renegò la fè? / Garbinelo: A’ dighe, tolto tante mogiere, con el ghe pò fà le spese. / Resca: Dito da dovera?» (Ruzante, Teatro, «La piovana», atto IV, p. 963). 464. Ruzante, Teatro, p. 1203. Altri due acceni alla «Barbarìa» e alla «Turcarìa» nella prima Oratione, nell’Anconitana (a. II) e nel prologo della Betìa (Teatro, pp. 118 , 151, 815). 465. A. Calmo, Il Travaglia, Vinegia 1556, atto II, scena I, II, a. V, sc. IX, X, XIX (pp. 26, 82v, 83, 89v). In un’altra commedia il Calmo deride la religione turca che crede nel miracolo dell’«arca de quel aseno de Macometo, che quando quelle so bestie de zente lo portava, i vene a passar fra do montagne de calamita» (La Fiorina, Vinegia 1553, p. 15). Sul teatro del Calmo v. L. Zorzi, Tradizione e innovazione nel «repertorio» di Andrea Calmo, in Studi sul teatro veneto fra Rinascimento ed età barocca, a cura di M.T. Muraro, Firenze 1971, pp. 221-240, che si intrattiene anche sul personaggio del «mercante levantino» (il vecchio Demetrio della Rodiana), e D. Valeri, Caratteri e valori del teatro comico, in La civiltà veneziana del Rinascimento, passim e in part. pp. 24-25. 466. L. Groto, La Emilia comedia nova, Venetia 1519. Tradotta in francese nel 1609 offrì a Molière alcuni caratteri e situazioni per l’Etourdì.

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di aggiornamento e revisione dei canoni tradizionali di presentazione del mondo turco.467 Commedia di carattere La Turca si snoda nella complicata vicenda di due fratelli cristiani Aiace e Tutio e delle loro mogli Briseida ed Hersilia che affrontano una lunga serie di peripezie ed equivoci in cui si inserisce la patetica figura del ricco turco Imerale venuto da Costantinopoli in Cristianità per recuperare la moglie Famelica. La commedia si sostiene per lunghi tratti sullo svolgimento in chiave comica di una serie di luoghi comuni e pregiudizi colti e popolari sulla mentalità e sui costumi dei Turchi, di cui sono messi alla berlina la mancanza di fede, il disonesto e immoderato appetito sessuale, l’assurda pretesa di tenere le donne in una barbarica forma di schiavitù e segregazione. Il turco assimilato e confuso con la bestia, la sprezzante affermazione della superiorità del cristiano in genere e soprattutto dell’italiano, apprezzato per la sua «maniera» «di più dolce sangue che quella del Turco» (a. I, p. 12), sono i motivi dominanti della commedia.468 Solo per un momento, all’inizio dell’atto primo, il Loredano fa una limitata concessione di «umanità» al popolo turco quando Tutio invita il servo Scartozzo a riflettere su un suo precipitoso giudizio sui costumi sessuali dei Turchi e gli domanda con tono di rimprovero «credi tu, che tra Turchi non si ritrovino huomini da bene?».469 Dalla Turca del Loredano trae origine un piccolo filone comico: nel 1606 il napoletano Giambattista Della Porta stampa a Venezia una commedia dallo stesso titolo,470 imitato dal pistoiese Giambattista Andreini che dopo aver allestito una prima rappresentazione della sua opera a Casale Monferrato per conto di Francesco II Gonzaga la ripubblica con modifiche ed aggiunte a Venezia nel 1620 dedicandola al podestà di Vicenza Vincenzo Grimani.471 Rilevando alla fine del Cinquecento l’emergere nella drammaturgia di due tematiche tra di loro interdipendenti, l’una turca e l’altra greco-bizantina, il Pertusi ha osservato che «quella turca nasce dalla contingenza, nel clima di lotta contro il Turco, e si presenta subito, come era logico aspettarsi, con argomenti di carattere storico» di cui il Solimano di Prospero Bonarelli è l’esempio più famoso e letterariamente meglio riuscito.472 Ma Venezia nel Cinquecento pur annoveran467. G.F. Loredano, La Turca, Vinegia 1597. Questo Loredano, fecondo autore di mediocri commedie, non da confondere con l’omonimo patrizio fondatore dell’accademia degli Incogniti e collegato ad ambienti libertini. 468. Loredano, La Turca, a. IV, sc. XVIII, p. 50v, a. I, sc. VIII, pp. 15 e 12. 469. Loredano, La Turca, a. I, p. 12. Scartozzo aveva irriso alla presunta verginità delle due serve («Schiave de’ Turchi? Martiri possono essere, ma non Vergini») e anche in seguito impersona la parte dello scettico e caustico conoscitore degli usi dei Turchi («Essendo passate per le picche de i Turchi et de i Spagnuoli, è impossibile che alcuna di esse non vi habbia punto la cresta», p. 31). 470. G.B. Della Porta, La Turca, Venetia 1606; cfr. I. Sanesi, La commedia, in Storia dei generi letterari italiani, I, Milano 1911, pp. 352-358, 488. 471. G.B. Andreini, La Turca. Comedia boschereccia et maritima, Venetia 1620. Cfr. G. Cozzi, Tra un comico-drammaturgo e un pittore del Seicento Giovan Battista Andreini e Domenico Fetti, in «Bollettino dell’Istituto di storia della società e dello stato veneziano», I (1959), pp. 194, 196, 199. Dello stesso Andreini è un’altra commedia intitolata La Sultana. 472. A. Pertusi, Storiografia umanistica e mondo bizantino, Palermo 1967, p. 95.

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do tra le sue glorie la giornata di Lepanto così feconda di produzione poetica non conosce alcun autore che scelga a soggetto delle sue tragedie personaggi e azioni delle guerre coi Turchi o grandi figure storiche dell’impero ottomano. Bisogna arrivate al 1630 perché il rodigino Malmignati ci dia con la sua Ordaura un primo testo ispirato al grande sultano Selin che si esprime in scena col «parlar turchesco» e vien presentato come uomo clemente e generoso, ma sfugge ad un concreto riferimento alla realtà storica perché protagonista con la sua «barbarica pompa» di vicende ambientate nella lontana e mitica Persia.473 Quattro anni dopo durante il carnevale del 1634 l’accademia degli Immobili presenta la prima tragedia storica a tema turco, quel Solimano del Bonarelli ispirato agli usi e costumi ottomani dipinti dal Sansovino nella Historia universale dell’origine ed imperio dei Turchi. Vesti turchesche e persiane, pianelle, «scudi imbraciati et morioni in testa alla turchesca» concorrono a sottolineare «lo spirito barbarico della vicenda» che dà risalto ai caratteri eroici dei personaggi ma anche all’«empia legge» dei Turchi che condanna a morte i figli maschi del sultano.474 Verso la metà del Seicento nasce a Venezia anche il melodramma e sin dall’inizio temi turchi compaiono con frequenza nei libretti configurando un’immagine fatua e di maniera dei Turchi che finirà nel Settecento per eliminare quasi del tutto ogni riferimento preciso e concreto alla realtà storica.475 «Una Turca virtude» che domina col suo valore «un cieco amore» è il tema un po’ inconsueto e anticonformista de Il perfetto Ibraim gran visir di Costantinopoli che ha per protagonisti Solimano e Ibraim e per scena la piazza di Costantinopoli circondata da moschee e cori di soldati turchi476 e lo stesso personaggio, in una scenografia di poco mutata, ispira l’Ibraim sultano di Adriano Morselli, il primo melodramma a soggetto turco.477 A scopi di evasione letteraria e con intenti meramente descrittivi vengono pubblicati sin dalla fine del Cinquecento opuscoli e stampe che illustrano con ridondanza di particolari aspetti esteriori e folkloristici della civiltà turca, vesti, 473.  G. Malmignati, L’Ordaura, Venetia 1630. Cfr. E. Bertana, La tragedia, in Storia dei generi letterari, Milano s.d., pp. 160-163. 474. E. Povoledo, Una rappresentazione accademica a Venezia nel 1634, in Studi sul teatro veneto fra Rinascimento, pp. 119-169. Cfr. anche Bertana, La tragedia, pp. 163-168, A. Belloni, Il Seicento, Milano 1929, pp. 387-389, F. Angelini Frajese, Bonarelli Prospero, in Dizionario biografico degli italiani, 11, Roma 1969, pp. 586-587. 475. Sul dramma musicale veneziano nella seconda metà del Seicento cfr. H.C. Wolff, Die venetianische Oper in der zweiten Hälfte des 17. Jahrhunderts, Berlin 1937 e il più recente studio di S. Towneley Worsthorne, Venetian Opera in the Seventhenth Century, Oxford 1954. 476. Il perfetto Ibraim gran visir di Costantinopoli, Venezia 1679. Di incerto autore non fu mai rappresentato (L.N. Galvani, I teatri musicali di Venezia nel secolo XVII (1637-1700). Memorie storiche e bibliografiche, Milano 1879, p. 126; Pertusi, Storiografia umanistica, p. 96, nota 257). 477. A. Morselli, L’Ibraim sultano, Venetia 1692. Musicato da Carlo Francesco Polaroli fu rappresentato nel teatro Grimano di S. Giovanni Crisostomo (A. Groppo, Catalogo di tutti i drammi per musica recitati ne’ Teatri di Venezia dall’anno 1637 in cui ebbero inizio le pubbliche rappresentazioni de’ medesimi sin all’anno presente 1745, Venezia 1745, p. 2; T. Sonneck, Catalogue of Opera Librettos printed before 1800, I, Title Catalogue, Washington 1914, p. 604).

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cavalli bardati, armi, apparati fastosi del Sultano e della sua corte,478 oppure gettano in pasto all’avido pubblico dei lettori veneziani impressioni e dettagli curiosi sulle nozze delle figlie del gran turco con uno spiccato gusto per le romantiche storie d’amore di re e principi di sicuro successo popolare.479 Gli ultimi decenni del Seicento vedono dilagare in Europa la fortuna del romanzo storico avventuroso e sentimentale in cui l’ambientazione pseudo-orientale è spesso uno degli ingredienti più comuni e apprezzati dal gran pubblico, come prova l’entusiastica accoglienza tributata dai lettori all’Esploratore turco, un lungo racconto di avventure probabilmente ispirato all’History of the Present State of the Ottoman Empire del Rycaut e attribuito a Giovanni Paolo Marana.480 Per alcuni anni in mancanza di un’autonoma produzione indigena il pubblico veneziano legge con passione crescente romanzi tradotti dal francese che mescolano vicende storiche dell’impero ottomano con intricate e appassionanti storie d’amore che si dipanano nei segreti e mitici ambienti del favoloso serraglio di Costantinopoli. Amore, gelosia, rivalità, intrighi politici del visir Mehemet Köprülü e dei sultani Ibrahim e Amurat IV sono gli elementi fondamentali dell’Historia delli due ultimi gran visiri che Gomes Fortuna dedica nel 1683 al patrizio Francesco Morosini481 e del Carà Mustafà Gran Visir, un grosso polpettone storicoromanzesco del francese De Prechac che l’editore Francesco Maria Pazzaglia fa tradurre nel 1686 per il turcologo Giambattista Donà.482 Quasi al cadere del secolo finalmente compare anche il primo romanzo storico a soggetto turco di autore veneziano, La Turca fedele nella presa di Coron di Teodoro Mioni, ispirato alle vicende dell’assedio di Corone caduta nelle mani dei Turchi l’11 agosto 1685.483 Protagonista del racconto è la ricca e nobile Archilda «cuor turco ripieno di fedeltà amorosa», intrepida amazzone che si converte al cri478. Il ragguaglio delle meravigliose pompe con le quali Meemet terzo Imperator di Turchi è uscito fuori di Costantinopoli, Venetia 1596. Col nome di Girolamo Frachetta esce a Venezia l’anno successivo col titolo leggermente modificato. 479.  Feste fatte in Costantinopoli per occasione delle nozze della figliuola primogenita di Sultan Amurat, Imperator de Turchi, in Ibrain Bassà alli 15 maggio 1586, Vicenza 1586 (ristampata per nozze nel 1832). 480. G. Almansi, «L’esploratore turco» e la genesi del romanzo epistolare pseudo-orientale, in «Studi secenteschi», VII (1966), pp. 35-65. Il romanzo, il cui titolo completo è L’esploratore turco e le di lui relazioni segrete alla Porta Ottomana scoperte in Parigi nel regno di Luigi il Grande, comparve nel 1684 in duplice versione, italiana e francese. Sui romanzieri veneziani del Seicento cfr. G. Getto, Il romanzo veneto nell’età barocca, in Barocco europeo e barocco veneziano, Firenze 1962, pp. 177-203. 481. Historia delli due ultimi gran visiri con alcuni secreti intrecci del Serraglio e molte particolarità sopra la guerra di Candia, Dalmatia, Transilvania, Polonia et Ungheria, Venetia 1683. 482. Carà Mustafà Gran Visir. Historia in cui si contiene il suo innalzamento, suoi amori nel Serraglio, la diversità de’ suoi impieghi, la vera ragione che gl’ha fatto intraprendere l’assedio di Vienna e le particolarità della sua morte, Venetia 1686. Il gran visir Qara Mustafà venne strangolato a Belgrado il 25 dicembre 1683 in seguito alla sconfitta subita nell’assedio di Vienna. 483. T. Mioni, La Turca fedele nella presa di Coron e suoi accidenti amorosi, Venezia 1696. Su questo romanzo v. G. Raya, Il romanzo, in Storia dei generi letterari, Milano 1950, pp. 128-129.

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stianesimo e dopo molte peripezie intrecciate alle operazioni militari consegue la meritata felicità col suo amante Lelio. Il romanzo ha andamento spezzettato, spesso interrotto da lunghi racconti di vicende politico-militari e di avventure ed amori di personaggi estranei all’intreccio principale, e riflette un atteggiamento convenzionale e negativo nei confronti della civiltà turca i cui istituti e costumi sono del resto solo un pretesto per una trama narrativa tutta giocata sul colore esotico, l’evasione dal reale e la divulgazione letteraria.484

484. Commentando la decapitazione della donna amata da parte del Sultano il Mioni si abbandona a queste riflessioni sulla «barbarie» turca: «Sono queste consuete operationi di que’ Regnanti, che per essere e nell’opre e nella credenza Barbari, basta dire vengono ammaestrati dall’Alcorano, da cui restano essigliate come eretiche Pravità, la Giustizia, la Ragione, la Realtà e la Clemenza» (La Turca fedele, p. 38).

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1. Il «viaggio in Turchia» Nel 1573 un cugino di Antonio Tiepolo, bailo designato a Costantinopoli, ottiene dal Senato l’autorizzazione a imbarcarsi per la Turchia e nelle sue memorie di viaggio confessa la sua viva soddisfazione per una «così bella occasione, nata in così opportuno tempo» di conoscere quell’impero ottomano di cui tanto si parla a Venezia.1 Pochi anni dopo Jacopo Soranzo, scelto dal Senato a rappresentare la Repubblica nelle cerimonie per la circoncisione del figlio del sultano, fatica non poco a respingere le pressioni dei troppi gentiluomini desiderosi di accompagnarlo a visitare la Porta per curiosità e desiderio di «insinuarsi nella grazia di quel Signore».2 Sono due semplici episodi ma costituiscono un’interessante spia dell’eccezionale interesse delle memorie di viaggio in Oriente per la conoscenza del mondo ottomano e per la storia dell’evoluzione della mentalità occidentale nei confronti dei Turchi.3 Gli itinera e le peregrinationes ad loca sancta così copiosi nel Medioevo continuano anche in età moderna quando i pellegrini diretti a Gerusalemme si spostano dai tradizionali luoghi d’imbarco di Amalfi, Pisa, Napoli, Ancona, a Venezia che fa del trasporto di migliaia di fedeli in Palestina un affare commerciale e un motivo di accresciuto prestigio politico. Tuttavia chi legge la letteratura dei viaggi in Terrasanta alla ricerca di notizie sulle strutture politiche, la vita economica e la civiltà del mondo islamico, rimane completamente deluso. Il pellegrino è la persona meno adatta a osservare con occhio critico e spassionato l’esecrato popolo adoratore del «perfido» Maometto e l’odio secolare per la religione mu1.  Doppo conclusa la pace con li Sig.ri Venetiani con ’l Turco l’anno 1573 li 4 aprile fu concluso d’inviar ambasciator in Costantinopoli il N. H. Andrea Badoaro et bailo il N. H. Antonio Tiepolo, BNM, cod. It., cl. VI, mss. n. LXXVII (5798), f. 1v. 2. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, p. 212. 3. Alcune interessanti osservazioni sulla letteratura di viaggio in Turchia tra Quattrocento e Cinquecento in Schwoebel, The shadow of the crescent, pp. 176-201. È tutt’ora rimasto inattuato il vecchio progetto della Pinto di un’edizione critica delle relazioni dei viaggiatori italiani nell’Oriente islamico (in Actes du XX Congrès International des Orientalistes. Bruxelles 5-10 septembre 1938, Louvain 1940, pp. 307-308).

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sulmana congiunto ai tenaci pregiudizi razziali si rivela una barriera invalicabile per chi va in Oriente con l’unico scopo di visitare il sepolcro di Cristo.4 Una vasta messe di notizie e di giudizi sul mondo turco possiamo trovare nelle molte relazioni di viaggio da Venezia a Costantinopoli che dal Quattrocento alla fine del Settecento fanno da regolare contrappunto alle alterne vicende di guerra e pace tra Venezia e impero ottomano. Sono innanzitutto i baili, gli ambasciatori straordinari «personaggi del loro seguito che per ingannare il tempo, per lasciare un ricordo per sé e per i loro parenti», per imitare modelli classici, descrivono la loro esperienza sulle rive del Bosforo. Spesso queste memorie consistono in semplici notazioni efemeridi dei fatti più importanti della navigazione o del trasferimento nella penisola balcanica,5 talvolta invece comprendono anche la descrizione di città e isole del Levante, si arricchiscono di citazioni da geografi del mondo antico e si concludono con la descrizione dell’ingresso a Costantinopoli e un rapido profilo dei costumi e degli usi della popolazione.6 La conoscenza diretta di uomini e istituti del mondo ottomano raramente condiziona in senso più obiettivo e aperto i giudizi di valore dei viaggiatori che per lo più osservano e descrivono gli istituti politici e religiosi secondo gli schemi mentali della civiltà europea e cristiana.7 L’Itinerario di Ambrogio Contarini, frutto di lunghi anni di missione in vari paesi dell’Oriente,8 il Viaggio di Giosafat Barbaro, tutto imperniato sull’orgogliosa esaltazione della «mercanzia et marinarezza» dei Veneziani artefici dell’allargamento del4.  Sui pellegrinaggi in Terrasanta in età medievale cfr. F. Cardini, Viaggiatori medievali in Terrasanta: a proposito di alcune recenti pubblicazioni italiane, in «Rivista storica italiana», LXXX (1968), pp. 332-339. 5. Diario del viaggio da Venezia a Costantinopoli di M. Paolo Contarini che andava bailo per la Repubblica Veneta alla Porta Ottomana nel 1580, Venezia 1856; G. Morosini, Ephemeridi itinerarie nella missione da bailo dell’Ecc. Signor Cav. Gio. Morosini in Costantinopoli l’anno 1675, BMC, misc. Correr, cod. 2637/82; G. Soranzo, Diario del viaggio a Costantinopoli, Venezia 1866; G. Berchet, B. Cecchetti, Viaggio di un ambasciatore veneziano da Venezia a Costantinopoli nel 1591 di Cavazza Gabriele, Venezia 1886. Per notizie biografiche su questi viaggiatori cfr. P. Donazzolo, I viaggiatori veneti minori. Studio bio-bibliografico, Roma 1927, pp. 152-154, 247248, 152-154. 6.  Itinerario della spedizione dell’ecc. et illustr. Alvise Molin alla corte del Gran Signore, BNM, cod. It., cl. VII, n. DCLI (8580), pp. 101-138; Descrizione del viazo de Costantinopoli 1550 de ser Catharin Zen, ambassador straordinario a sultan Soliman e ritorno, edito in P. Matković, Dva talijanska putopisa po Balkanskom polnotolu iz XVI vieka (Due viaggiatori italiani nella penisola balcanica del secolo XVI), Zagrebu 1878, pp. 3-47 (l’originale è al Correr). Per tutti cfr. Donazzolo, I viaggiatori, pp. 88-89, 241-242, 118-119. 7. Alcune fini osservazioni sulla mentalità europea del Cinquecento nei confronti dei popoli esotici dell’Asia e dell’America in R. Romeo, Le scoperte americane nella coscienza italiana del Cinquecento, Milano-Napoli 1954, p. 14. 8. Itinerario del Magnifico et Clarissimo messer Ambrosio Contarini dignissimo orator della illustrissima Signoria di Venetia mandado nel anno 1472 ad Ussuncassan Re di Persia chiamado modernamente Sophi, Venezia 1524. Cfr. P. Zurla, Di Marco Polo e degli altri viaggiatori veneziani più illustri, II, Venezia 1819, pp. 230-235, N. Di Lenna, Ambrogio Contarini politico e viaggiatore veneziano del secolo XV, Padova 1921 e Donazzolo, I viaggiatori, pp. 50-52.

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le conoscenze geografiche del mondo moderno9 e infine l’Itinerario di Pietro Zeno, pregevole per l’attenta osservazione etnografica e la fresca e spontanea vivacità del linguaggio,10 sono tra gli esempi migliori di queste memorie di viaggio che dovevano esercitare un forte richiamo sul pubblico colto se nel 1543 un editore di raffinata cultura classica come Aldo Manuzio ne cura con successo una celebre raccolta imitata a pochi anni di distanza dall’antologia del Ramusio ristampata ben quattro volte. Nel 1585 esce a Londra, ma circola ben presto a Venezia, la prima edizione dell’Itinerario del vicentino Marc’Antonio Pigafetta, una delle più dettagliate e interessanti testimonianze sulla Turchia del Cinquecento, scaturita da un viaggio a Costantinopoli in compagnia del vescovo d’Angria Antonio Verantio consigliere di Massimiliano II.11 Gli intenti del Pigafetta sono prevalentemente geografici e mirano a colmare le lacune di Strabone, Solino e Plinio sulle terre balcaniche, ma in effetti le sue memorie vanno molto al di là dei propositi iniziali e forniscono un ampio panorama della storia e dell’organizzazione politico-amministrativa dell’impero ottomano negli anni cruciali che precedono lo scontro di Lepanto. Scrittore di spiccata personalità, come dimostrano le vivaci descrizioni della giraffa e della iena e le ampie digressioni sul serraglio e la città di Costantinopoli, il Pigafetta mostra un interesse del tutto particolare per la «vita quotidiana» del popolo turco colta anche nei suoi aspetti più minuti.12 Il Bataillon ha giustamente parlato della Venezia cinquecentesca come della «porta dell’Oriente», un vero e proprio quadrivio delle nazioni cui convergono per ripartire per la Turchia uomini delle più svariate professioni ed esperienze umane.13 Mercanti, missionari, politici, scelgono sempre più numerosi la città 9. Viaggio del Magnifico messer Iosaphat Barbaro Ambasciatore della Illustrissima Repubblica di Vinetia alla Tana, in Viaggi fatti da Vinetia, alla Tana, in Persia, in India, et in Costantinopoli con la descrittione particolare di città, luoghi, siti, costumi et della Porta del Gran Turco e di tutte le intrate, spese et modo di governo suo, et della ultima impresa contra Portoghesi, Vinegia 15452, pp. 3-21, ripubblicato in G.B. Ramusio, Navigationi et viaggi, II, Venetia 1559. Su Barbaro v. N. Di Lenna, Giosafat Barbaro (1413-1494) e i suoi viaggi nella regione russa (1436-51) e nella Persia (1474-78), in «Nuovo archivio veneto», n.s., XXVIII (1914), pp. 5-105, Donazzolo, I viaggiatori, pp. 28-32, Zurla, Di Marco Polo, pp. 205-229 e ora la voce di R. Almagià in Dizionario biografico degli italiani, 6, Roma 1964, pp. 106-109. 10. Itinerario di Pietro Zeno oratore a Costantinopoli compendiato da Marino Sanuto, a cura di R. Fulin, in «Archivio veneto», XXII (1881), pp. 104-136 (l’originale in BNM, mss. It., cl. VI, n. 277). 11. P. Matković, Putovanja po Balkanskom polnotoku. XVI Vieka (Itinerario nella penisola balcanica. XVI sec.), Zagrebu 1890. Il titolo completo è Itinerario di Marc’Antonio Pigafetta gentil’huomo vicentino, luglio 1567-1568 (maggio) e il secondo viaggio di Antonio Vranic (Verantio) a Costantinopoli, a. 1567. Sempre nella seconda metà del Cinquecento un altro Pigafetta, Filippo, compie numerosi viaggi nei paesi musulmani e dell’Africa nera e lascia alcune memorie, pubblicate solo nel Settecento, ricche di notizie sull’amministrazione turca negli stati del Medio Oriente (F. Pigafetta, Relazione del suo viaggio in Egitto, Arabia, Mar Rosso, e Monte Sinai, s.l. s.d.). 12. Notevole curiosità desta il suo preciso elenco dei prezzi delle «speciarie» e di altre mercanzie sulla piazza di Costantinopoli nel novembre del 1567. 13. M. Bataillon, Venise porte de l’Orient au XVIe siècle: «Viaje de Turquìa», in Venezia nelle letterature moderne, Atti del primo congresso dell’Associazione Internazionale di Letteratura Comparata, Venezia, 25-30 settembre 1955, a cura di C. Pellegrini, Venezia-Roma 1961, pp. 11-20.

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delle lagune come punto di partenza per le loro spedizioni orientali e le loro memorie sull’impero ottomano hanno spesso lasciato tracce profonde nella cultura e nella mentalità veneziana. Da Venezia ad esempio parte nel 1502 per il suo lungo viaggio in Egitto, Libia, Siria, Arabia, Goa, Sumatra e Borneo il bolognese Ludovico Varthema il cui Itinerario, pubblicato a Roma nel 1510 e sette anni dopo a Venezia, propone un’immagine per tanti aspetti fantastica ed incredibile del mondo orientale.14 Ancora da Venezia salpano per la Turchia due figure come il Ranzo e l’Alberti profondamente diverse per mentalità ed interessi: se il vercellese Carlo Ranzo, che nel 1575 accompagna a Costantinopoli insieme ad altri 40 gentiluomini l’ambasciatore veneziano Giacomo Soranzo, nella sua esperienza in terra turca coglie quasi esclusivamente la dimensione folkloristica e sfiora solo marginalmente la complessa realtà della macchina statale ottomana,15 il bolognese Tommaso Alberti valorizza la sua formazione e «cultura» mercantile per raccogliere accurate notizie sulla struttura sociale e politica dell’impero ottomano, anche se troppo spesso indulge alla descrizione degli aspetti più «meravigliosi» del mondo orientale.16 Alla Repubblica Veneta è debitore di un importante aiuto per un viaggio a Costantinopoli nel 1679 in compagnia del bailo Pietro Civran il bolognese Luigi Ferdinando Marsili, geografo, naturalista, uomo d’armi, che nel suo État militaire de l’empire ottoman, scritto dopo una lunga prigionia a Costantinopoli, raccoglie una ricca e documentata informazione sulle istituzioni politiche e militari dello stato turco, apprezzata e utilizzata nel secolo successivo da autori come Robertson, Voltaire e il turcologo veneziano Giambattista Toderini.17 Ad una più profonda conoscenza del mondo turco a Venezia contribuisce anche la notevole diffusione di alcune memorie di viaggio sia italiane che stra14.  Itinerario di Ludovico Varthema, a cura di A. Bacchi Della Lega, Bologna 1885; altra buona edizione a cura di P. Giudici, Milano 1929. Per notizie sul Varthema cfr. Amat di S. Filippo, Della vita e dei viaggi del bolognese Ludovico de Varthema, in «Giornale Ligustico di Archeologia, Storia e Belle Arti», 1-2 (genn.-febbr. 1878) e R.C. Temple, The itinerary of Ludovico di Varthema of Bologna, London 1928. 15. Relatione di Carlo Ranzo gentil’huomo di Vercelli d’un viaggio fatto da Venetia in Costantinopoli, Torino 1616. Cfr. Viaggiatori del Seicento, a cura di M. Guglielminetti, Torino 1967, pp. 285-295. 16. T. Alberti, Viaggio a Costantinopoli, a cura di A. Bacchi Della Lega, Bologna 1889. Cfr. anche Viaggiatori del Seicento, pp. 311-325. 17. L.F. Marsili, L’état militaire de l’empire ottoman, ses progrès et sa decadence-Stato militare dell’imperio ottomano, incremento e decremento del medesimo, La Haye-Amsterdam 1732. È stampato a due colonne affiancate, una col testo francese l’altra con la traduzione italiana. Sul Marsili la bibliografia è molto ricca; mi limito a ricordare gli studi di M. Longhena, Il conte L. F. Marsili. Un uomo d’arme e di scienza, Milano 1930; L’opera cartografica di L. F. Marsili, Roma 1933; Luigi Ferdinando Marsili geografo, Bologna 1930; G. Bruzzo, Marsigli. Nuovi studi sulla sua vita e sulle opere minori edite ed inedite, Bologna 1921; P. Ducati, Marsili, Milano 1930. Del suo viaggio del 1679 Marsili ha lasciato due diari inediti zeppi di osservazioni sui costumi, gli studi, le monete, la lingua, le donne e gli edifici dei Turchi: cfr. L. Frati, Il viaggio da Venezia a Costantinopoli del conte Luigi Ferdinando Marsili (1679), in «Nuovo archivio veneto», n.s. IV, VIII (1904), parte. I, pp. 63-94, parte. II, pp. 295-316.

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niere, lette e imitate con crescente curiosità e spesso trasformate in miniera di notizie e osservazioni. Tra gli italiani spiccano gli scritti di Michele Benvenga,18 di Cornelio Magni19 e Pietro Della Valle,20 mentre tra i francesi un rilievo del tutto particolare assumono i viaggi di Nicolas de Nicolay, cameriere e geografo del re di Francia, editi per la prima volta ad Anversa nel 1576 e tradotti a Venezia nel 1580 in una ricca edizione adornata di figure di uomini, abiti, riti e costumi turchi in pace e in guerra.21 Nella seconda metà del Seicento Venezia, ancora vivace centro di produzione libraria, ospita anche la prima edizione o la ristampa di opere sulla Turchia scritte nell’ambiente dei missionari e che proprio per questa loro origine ci offrono il quadro più tenebroso e negativo di questa nazione che così ostinatamente rifiuta di convertirsi alla fede di Cristo. Nel 1683 il padre Filippo della SS. Trinità, generale dei carmelitani scalzi, dà alla luce i suoi Viaggi orientali, frutto del suo lungo soggiorno in Turchia e in Persia, in cui ben poco della civiltà ottomana si salva da una critica violenta e faziosa che nega ai Turchi ogni barlume di civiltà e fa ampio ricorso ad immagini ed amplificazioni retoriche di tipico gusto barocco.22 Lo stesso anno esce a Venezia una ristampa dell’edizione italiana del celebre Théatre de la Turquie, allora attribuito ad un certo Michele Febure e solo nel 1933 rivendicato al cappuccino francese Giovan Battista da SaintAignan.23 Il missionario francese fa del suo Teatro della Turchia una vera e 18. M. Benvenga, Viaggio di Levante con la descrizione di Costantinopoli e d’ogni altro accidente, Bologna 1688. Notizie biografiche in Viaggiatori del Seicento, p. 675. 19. C. Magni, Quanto di più curioso e vago ha potuto raccorre Cornelio Magni nel primo biennio da esso consumato in viaggi e dimore per la Turchia, Parma 1679. Cfr. Viaggiatori del Seicento, pp. 46-49 e G. Mormorio, Cornelio Magni e un esercito turco del ‘600, in «L’universo», 1957, pp. 839-846. 20. Viaggi di Pietro Della Valle il Pellegrino, Roma 1650-1663. Tra gli studi più significativi sul Della Valle, forse il più noto di questi viaggiatori, cfr. I. Ciampi, Della vita e delle opere di Pietro Della Valle il Pellegrino. Monografia illustrata con nuovi frammenti, Roma 1880; G. Pennesi, Pietro Della Valle e i suoi viaggi in Turchia, in «Bollettino della società geografica italiana», ser. II, vol. III, XXVII, XXIV (1890), pp. 950-972, 1063-1101; R. Almagià, Per una conoscenza più completa della figura e dell’opera di Pietro della Valle, in «Rendiconti dell’Acc. Naz. dei Lincei», cl. sc. mor., ser. VIII, VI (1951), pp. 375-381; E. Rossi, Pietro Della Valle orientalista romano, in «Oriente moderno», XXXIII (1953), pp. 49-64; P. Bianconi, Viaggio in Levante di P. Della Valle, Firenze 1942; P.G. Bietenholz, Pietro Della Valle (1586-1652). Studien zur Geschichte der Orientkenntnis und des Orientbildes im Abendlandes, Basem-Sttuttgart 1962. 21. N. de Nicolai, Le navigationi et viaggi fatti nella Turchia, Venetia 1580. Per una valutazione dell’opera del Nicolay cfr. Rouillard, The Turk in French, pp. 212-217. Altri libri di viaggio stranieri largamente noti a Venezia sono quelli del di Loir (Viaggio in Oriente, Venetia 1671), di G.B. Tavernier (Viaggi nella Turchia, nella Persia e nell’Indie, Roma 1682), e di J. Spon, G. Wheler (Viaggi per la Dalmazia Grecia Levante portati dal francese da C. Freschot, Bologna 1688). 22. Filippo della SS. Trinità, Viaggi orientali, Venezia 1683, pp. 405-410. 23. Clemente da Terzorio, Il vero autore del «Teatro della Turchia» e «Stato presente della Turchia», in «Collectanea Franciscana», III (1933) pp. 384-395. Il Saint Agnan è autore anche dell’Estat présent de la Turquie, où il est traité des vices, moeurs et costumes des Ottomans et autres peuples de leur empire, Paris 1675.

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propria requisitoria di tono controversistico contro tutti gli aspetti della civiltà e dello stato turchi:24 dogmi e cerimonie religiose, istituti civili e militari, usi e costumi, abitudini e modi di vita della popolazione sono presi di mira, derisi, attaccati e screditati con il sussidio di un’abbondante anedottica esemplificativa evidentemente desunta dall’esperienza di un lungo soggiorno in terra turca. Nulla di positivo si salva nelle pagine risentite del cappuccino, probabilmente deluso degli scarsi risultati della sua predicazione tra le popolazioni musulmane25 e la sua opera contribuisce non poco ad accreditare non solo negli ambienti missionari cui era primariamente destinata ma anche nei lettori laici un’immagine tutta negativa delle popolazioni turche, anche se le molte informazioni di prima mano, sia pure deformate dall’animus polemico dell’autore, costituiranno una fonte preziosa di notizie per il più] maturo spirito critico degli scrittori settecenteschi. 2. Gli scritti «turcheschi» del Sansovino e l’Ottomanno di Lazzaro Soranzo In un secolo fecondo di volgarizzatori e poligrafi e talvolta di autentici avventurieri della penna, Francesco Sansovino emerge con una sua peculiare personalità, per la vasta e raffinata cultura, la vivace intelligenza e la poliforme produzione letteraria. Figlio naturale di Jacopo, il celebre scultore e architetto, dopo un lungo soggiorno a Roma dov’era nato nel 1521 si trasferisce nel 1527 a Venezia dove, favorito dal felice momento dell’industria editoriale, dà vita ad un’ampia e fortunata attività di traduzione e divulgazione che lo impone ben presto all’attenzione del pubblico colto.26 Vivida testimonianza del suo amore per Venezia e duraturo tributo al «mito» che ormai vigorosamente fiorisce nella letteratura e nella pubblicistica storica, è la sua Venetia città nobilissima, una vera e propria miniera di notizie sulle arti figurative, gli usi, costumi e ordinamenti pubblici, 24.  Teatro della Turchia dove si rappresentano i disordini di essa, il genio la natura ed i costumi di quattordici nazioni che l’abitano. La potenza dell’Ottomani indebolita, le loro tirannie, insulti e perfidie, tanto contro li stranieri quanto verso i suoi popoli. Il tutto confermato con esempi, e casi tragici nuovamente successi. Dato in luce dal Sig. Michele Febure, Milano 1681. L’edizione veneziana del 1683 è uguale a quella bolognese dello stesso anno. 25. Conviene ricordare la franca spiegazione che nel Settecento darà Muratori dell’insuccesso dei missionari in terra musulmana: «Il divieto e le gravissime pene imposte da i Turchi e Persiani, la politica perversa, la pluralità delle mogli, l’odio de’ sacerdoti maomettani o gentili, l’esempio cattivo degli stessi cristiani, l’interesse e simili altre cagioni ed accidenti, o han precluso e precludono l’adito al Vangelo, o non gli lasciano far progressi né alte radici» (Il Cristianesimo felice nelle missioni de’ padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay, Venezia 1752 p. 7). 26.  Secondo il Cicogna (Delle inscrizioni veneziane, IV, pp. 30-91) i titoli delle sue pubblicazioni assommano a ben 96. Un recente profilo del Sansovino inquadrato nell’ambito della storiografia umanistica italiana in P.F. Grendler, Francesco Sansovino and Italian Popular History, 1560-1600, in «Studies in Renaissance», XVI (1969), pp. 139-180; dello stesso autore v. anche Critics of the Italian World. 1530-1560. Anton Francesco Doni, Nicolò Lando, and Ortensio Lando, Madison-Milwaukee-London 1969, pp. 65-68.

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ancor oggi fonte preziosa per la storia della Repubblica.27 Attento lettore di ogni genere di libri mostra una sensibilità tutta rinascimentale per la storia, «la più necessaria scrittura che possa haver l’uomo attivo et preposto al governo de’ popoli et delle città»,28 e proprio due libri dedicati alla storia dei Turchi hanno il destino, tra la sua sterminata produzione, di una lunga e non immeritata fama. Il Sansovino, uomo di cultura ma anche abile editore, sa che l’attenzione del lettore è volta con sospesa ansietà ma anche con avida e insoddisfatta curiosità al minaccioso rumoreggiare delle armi ottomane. La triste sconfitta della Prevesa e lo scacco di Carlo V ad Algeri sono ancora impressi nel ricordo del veneziani della metà del Cinquecento e forse non è coincidenza casuale che la disfatta degli spagnoli alle Gerbe corrisponda cronologicamente (1560) alla prima edizione dell’Historia universale dell’origine ed imperio dei Turchi, un’opera pervasa da un rispettoso sentimento di ammirazione per la crescente potenza dello stato ottomano. «Huomini di valore et non punto rozzi» i Turchi possono vantare ordinamenti militari simili a quelli dei Romani, per l’obbedienza, la disciplina e la resistenza alle fatiche dei loro soldati, ma anche nella vita civile porgono esempi di ordinata convivenza e buon funzionamento della macchina amministrativa, soprattutto grazie all’encomiabile prontezza nelle decisioni.29 Espressioni come queste, non nuove nella pubblicistica europea del Cinquecento, ma pur sempre significative sulla penna di un veneziano così tenacemente legato al mito della superiorità morale e civile della sua «nobilissima» patria, non riescono però a informare con continuità e convizione l’Historia del Sansovino. Pesano sul libro anche circostanze esterne alla personale volontà dell’autore costretto dall’Inquisizione a modificare in vari punti l’edizione del 1582 uscita per i tipi di Altobello Salicato30 e non si può escludere che correzioni e tagli abbiano colpito proprio i punti in cui usi e costumi dei Turchi erano tratteggiati con maggior apertura e simpatia. Nel complesso comunque l’opera non è frutto di ricerche originali ma si presenta come una silloge ordinata e ragionata di vari autori spesso tradotti personalmente dal Sansovino; Menavino, Cambini, Georgijevic´, Spandugino, Giovio sono infatti le fonti più ampiamente utilizzate cui si aggiungono il Bassano, il Barlezio e molti altri nelle successive edizioni progressivamente arricchite ed ampliate. Intelligente e moderna divulgazione dunque l’Historia, «tutta fattura» del Sansovino invece, secondo un benevolo passo del Foscarini,31 sarebbero gli Annali Turcheschi stesi in gran fretta nel 1571 con l’evidente scopo di cogliere nel 27. F. Sansovino, Venetia città nobilissima et singolare descritta in XIIII libri, Venetia 1581. 28. L’affermazione è nella dedica al vescovo di Padova Federico Corner di un sommario della Storia d’Italia del Guicciardini (S. Bertelli, Ribelli, libertini e ortodossi nella storiografia barocca, Firenze 1973, p. 197). 29. G. Sforza, Francesco Sansovino e le sue opere storiche, in «Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Torino», ser. II, XLVII (1897), p. 38. Per la sua produzione storica cfr. le pp. 27-66. 30. Sforza, Francesco Sansovino, p. 37, nota 3. 31. Foscarini, Della letteratura veneziana, p. 473, nota 3.

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mercato editoriale i frutti dell’entusiasmo popolare per la recente proclamazione della Santa Lega.32 Il giudizio del colto patrizio settecentesco è troppo generoso perché in realtà anche gli Annali mancano di una vigorosa impronta di originalità e tradiscono nell’impianto e nelle fonti lo schema tradizionale della divulgazione, sempre dotta e precisa, ma priva di una autonoma linea interpretativa della storia e della civiltà ottomana.33 Il successo dei libri del Sansovino è notevole e di lunga durata: sei edizioni dell’Historia in poco meno di quarant’anni34 sono lì a testimoniare del favore di un pubblico più o meno colto ma certo attento alle novità editoriali legate a temi di bruciante attualità. Il Grendler ha seguito nelle librerie e nelle biblioteche di uomini di varia condizione culturale e sociale la fortuna di molte pubblicazioni del Sansovino e ci offre così una preziosa testimonianza della persistente presenza dei suoi scritti «turcheschi» sin verso la metà del Seicento, quando ancora compaiono tra il patrimonio librario di nobili e plebei.35 Il pubblico è avido di notizie «turchesche» chiare e alla portata di tutti, il Sansovino, vivace e brillante interprete della sensibilità culturale e politica dei veneziani, offre le sue limpide e ordinate compilazioni, organizzate in una struttura unitaria ed organica, in uno stile semplice ma non trasandato che sa farsi efficace strumento di una fortunata opera di divulgazione di buon livello. Mentre il consenso caldo e costante dell’opinione pubblica seconda le fortunate edizioni «turchesche» del Sansovino, un destino arcigno perseguita ed esclude dai circuiti culturali veneziani l’Ottomanno di Lazzaro Soranzo, modesta opera di propaganda anti-turca che solo alle tormentate vicende personali dell’autore e ai tenaci divieti del governo veneziano deve una larga seppur effimera fama. Il libretto ha un’origine occasionale evidente nell’esilità del tema gonfiato al di là del modesto proposito iniziale di dare un quadro quanto più possibile esatto e realistico delle «cose» dei Turchi, «in pubblico ò troppo diminuite o più del vero aggrandite».36 I libri sui Turchi che circolano tra i dotti paiono al Soranzo ormai superati come anche insufficienti sono le relazioni dei baili veneziani del resto per lo più inaccessibili agli storici. Solo una diretta informazione dai viaggiatori tornati dall’Oriente gli sembra un mezzo sicuro per integrare le notizie già conosciute e comporre così un quadro completo e veritiero dell’organizzazione economica, religiosa, militare e politica dell’impero ottomano durante il regno di Maometto III. A così ambiziosi programmi corrisponde un risultato di sconsolante modestia: il libro ha una struttu32. F. Sansovino, Gl’Annali Turcheschi overo le vite de’ principi et signori della casa ottomana, Venetia 1571. Una seconda edizione esce nel 1573. 33. Il Sansovino torna sul tema dello stato ottomano, per tratteggiarne gli ordinamenti politici e amministrativi, in un’altra compilazione, senza peraltro aggiungere nulla di nuovo (Del governo et amministrazione di diversi regni et repubbliche cossi antiche come moderne libri XXII, Vinegia 1583, pp. 37-45). 34. Nel 1561, 1564, 1568, 1573, 1582, 1600. 35. Grendler, Sansovino and Italian, pp. 174-176. Nel 1564 l’Historia viene ripresa ed ulteriormente ampliata dal ferrarese Maiolino Bisaccioni. 36. L. Soranzo, L’Ottomanno, Ferrara 1598, proemio. Lo spunto alla stesura del libro sarebbe venuto al Soranzo da alcune conversazioni sulle condizioni dell’impero ottomano tenute nel 1596 con alcuni prelati di curia ai bagni di Ischia.

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ra molto simile alla relazione di un bailo e si esaurisce in una fiacca descrizione fisica e psicologica del sultano regnante e dei suoi principali collaboratori, cui seguono notizie precise e dettagliate ma tutt’altro che originali sull’ordinamento dei corpi militari ottomani e un panorama dei rapporti dei sovrani turchi con i regni cristiani. Largo spazio riserva il Soranzo ai progetti e alle modalità di una presunta guerra generale dell’Europa cristiana contro i Turchi, per cui enumera prolissamente i mezzi e offre con gratuita dovizia consigli pratici, accodandosi così alle folte legioni di visionari e utopici progettisti di colossali spedizioni in Oriente destinate nella fantasia a capovolgere a favore dei cristiani un equilibrio politico e militare ormai stabilito da decenni.37 Nonostante la sua limitata originalità l’Ottomanno di Lazzaro Soranzo per le buone informazioni sulla struttura interna dello stato ottomano viene quasi subito diffuso e utilizzato come fonte da molti scrittori che ne tralasciano invece tutta la seconda parte impostata come una ennesima versione aggiornata delle ricorrenti «exortationes» alla crociata.38 Proprio per questo suo carattere misto, di repertorio di notizie e strumento propagandistico, l’opera conosce un certo successo, testimoniato dalle quattro successive edizioni italiane e dalla traduzione latina, ma suscita contro il Soranzo i fulmini del Consiglio dei Dieci che ne proibisce immediatamente la vendita a Venezia.39 Secondo il Foscarini a provocare il risentimento del governo veneziano sarebbe stata la divulgazione di notizie che a causa del delicato momento politico avrebbero dovuto restare nei segreti delle cancellerie ma probabilmente i motivi del provvedimento sono più complessi. Conosciuta la notizia del divieto il Soranzo cerca di discolparsi con una lettera in cui da «fedelissimo e devotissimo suddito» nega di aver agito in mala fede e si dichiara disposto a correggere l’opera pur rilevando che molte delle cose da lui scritte sono stampate in libri che circolano liberamente anche a Venezia.40 Tanta severità del Consiglio dei Dieci per un libro tutto sommato abbastanza tradizionale e innocuo si può spiegare più che con la propalazione di presunti segreti di stato con la posizione personale dell’autore e con la situazione politico-diplomatica dell’ultimo decennio del secolo. Il Soranzo, figlio naturale di Benedetto morto nella battaglia di Lepanto,41 è da tempo cameriere d’onore di Clemente VIII e questo fatto mette in sospetto i dirigenti veneziani, da tempo impegnati in una logorante polemica giurisdizionalistica fatta 37. La mania o moda di improvvisare fantastici progetti militari anti-turchi, spesso accompagnati da dettagliati piani militari tanto minuziosi quanto ottimisti nella sottovalutazione della reale forza ottomana, era iniziata subito dopo la caduta di Costantinopoli (cfr. Schwoebel, The shadow of the crescent, pp. 5-8). 38. Tutta l’ultima parte (pp. 87-127) è imperniata sulla solita invocazione ai principi cristiani perché, superate le discordie intestine, realizzino una proficua unità d’intenti e di azione contro la «verga e flagello del divino furore». 39. Le edizioni italiane escono a Milano nel 1599, di nuovo a Ferrara nel 1599, a Napoli nel 1600; quella latina a Roma nel 1600. 40.  G. Sforza, Un libro sfortunato contro i Turchi (Documenti inediti), in Scritti storici in memoria di Giovanni Monticolo, pp. 205-219. 41. Proprio a Ferrara era uscita l’anno prima un’operetta di Achille Tarducci intitolata Il Turco vincibile in Ungaria che anticipa molti punti dell’Ottomanno (è ristampata nel 1600 e poi tradotta anche in latino).

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per il momento di dispetti e piccole punture di spillo ma destinata di lì a qualche anno ad esplodere nella clamorosa vertenza dell’Interdetto. L’azione del governo veneziano è tesa in questi anni a respingere con cautela e moderazione ma anche con decisa fermezza ogni sollecitazione del papa per una lega generale anti-turca la cui unica conseguenza sarebbe di lanciare i Turchi all’attacco dei possessi veneziani in Levante senza valide garanzie di un effettivo aiuto spagnolo. Logico quindi che si guardi con timore e dispetto un libro che con le sue fervide esortazioni alla crociata rischia di fornire pretesti o almeno armi propagandistiche a chi in Italia spinge per una ripresa della guerra in Oriente. Così nonostante le proteste di innocenza del Soranzo, il Consiglio dei Dieci dopo un lungo e contrastato dibattito delibera a maggioranza di bandirlo dallo stato e di far distruggere le copie del libro ancora in circolazione e questa grave decisione, dolorosa per il Soranzo che nonostante tutto si sente veneziano di cuore e di sentimento, assicura la fortuna dell’Ottomanno che per alcuni anni viene letto e discusso da molti, anche veneziani, come il più aggiornato e informato testo di storia ottomana. 3. Paruta e i pubblici storiografi Interprete intelligente e brillante delle tradizioni della nobiltà veneziana Paolo Paruta ne esprime la coscienza civile e sociale e ne interpreta ad un alto livello di saldezza di pensiero e di vigore letterario le aspirazioni più profonde e i più immediati obiettivi politici. Per lui come per tutti i suoi contemporanei i Turchi sono il nemico per eccellenza della Cristianità e di Venezia, sempre pronti a predarne i preziosi possessi del Levante che solo la prudente condotta del Senato e l’incerta e saltuaria solidarietà dell’Europa riescono a salvare da un destino che appare sempre più ineluttabile col passare degli anni. Uomo politico impegnato ed attivo, fecondo autore di storie e trattati che riflettono come in uno specchio la società veneziana dell’epoca con le sue certezze e le sue inquietudini, con i suoi momenti di esaltazione e di fiduciosa speranza nell’avvenire ma anche con i suoi dubbi drammatici e paralizzanti, il Paruta si colloca di fronte allo stato ottomano con un ventaglio variegato e complesso di atteggiamenti che risponde al rapido alternarsi degli eventi politici e militari ma anche alla difficoltà della storiografia veneziana di definire con precisione il significato storico e le conseguenze di lunga durata della presenza turca nel Mediterraneo e nell’Adriatico. L’esordio di Paruta come scrittore avviene con l’orazione funebre in onore dei caduti veneziani di Lepanto, occasione certo poco propizia per un giudizio pacato e penetrante sul potente nemico da poco sconfitto in una battaglia che a molti veneziani sembra l’inizio di una rapida e irrimediabile rovina dello stato ottomano. Il riconoscimento della forza e del valore militare dei Turchi «ferocissimi e bellicosissimi»42 costituisce in 42.  P. Paruta, Orazione funebre in laude de’ morti nella vittoriosa battaglia contra Turchi, seguita alle Curzolari l’anno MDLXXI, alli VII d’ottobre, in Id., Opere politiche, a cura

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questo caso il consueto artificio retorico teso ad esaltare ancor più l’indomito coraggio dei combattenti veneziani, ma assume un ben diverso rilievo e significativo nelle altre sue opere dove costituisce la premessa alla tenace e risentita difesa della pace del 1573 e della costante politica di neutralità degli ultimi anni del secolo. «Gente barbara, potente et armata», inquadrati in uno «Stato tutto ordinato et disposto all’opere et essercitij militari», forti di una «milizia numerosa, ben ordinata et continua» le cui doti migliori sono la «somma obbedienza» e la «sofferenza d’ogni disagio e fatica militare»,43 fanatizzati dalla loro religione, i Turchi costituiscono anche dopo Lepanto una potenza formidabile ed un baluardo pressocché inattaccabile contro cui vanamente si infrangerebbero le isolate forze veneziane. L’abbandono dei collegati, la fiducia nel tempo destinato a lavorare contro gli ottomani ma soprattutto la coscienza di una netta inferiorità militare, sono dunque le vere ragioni che hanno indotto Venezia ad accordarsi col Turco solo due anni dopo la splendida vittoria cristiana e di questa decisione, contrastata a Venezia, deprecata e condannata come un tradimento a Roma e a Madrid, il Paruta stende un’appassionata difesa vibrante di amor patrio.44 Colto e penetrante osservatore della vita politica del tempo il Paruta mette al servizio della Repubblica Veneta lo stesso freddo realismo con cui nel secondo dei suoi Discorsi politici giustifica il mancato ricorso ai Turchi nei giorni amari della rotta di Agnadello45 e nei quattro anni di soggiorno a Roma alla corte di Clemente VIII dal 1592 al 1595 traduce in efficace azione diplomatica le idee e le prospettive politiche che gli hanno ispirato il discorso del 1573. Nei suoi frequenti colloqui col papa torna spesso sul pericolo turco per metterne in evidenza l’immediata attualità e prospettare con fermezza e serenità la drammatica situazione di Venezia vittima predestinata del rinnovato slancio espansionistico ottomano, ma proprio da questa analisi impietosa e aliena da generose e fuorvianti illusioni il Paruta trae la rinnovata convinzione che alla Repubblica Veneta si apre di G. Monzani, I, Firenze 1852, p. 26. Per un’analisi critica dell’opera e del pensiero di Paruta diplomatico e scrittore politico v. il saggio di G. Candeloro, Paolo Paruta, I, La formazione spirituale e la dottrina sociale, in «Rivista storica italiana», ser. V, I/3 (1936), pp. 70-97; II, La vita pubblica. La Storia e i Discorsi politici, I/4 (1936), pp. 51-79. Una fine interpretazione della sua posizione storiografica in Cozzi, Cultura politica e religione, pp. 256-275; un più recente profilo nell’ambito della società veneziana dell’epoca in W.J. Bouwsma, Venice and the Defense of Republican Liberty. Renaissance Values in the Age of the Counter Reformation, Berkeley-Los Angeles 1968. 43. Paruta, Historia Vinetiana, Vinetia 1605, p. 88; Id., Historia della guerra di Cipro, Vinetia 1605, pp. 4, 81; Id., Discorsi politici, a cura di G. Candeloro, Bologna 1943, pp. 367, 371, 375, 379. Da questi e altri passi si desume che il Paruta esclude senza dubbio i Turchi da quella timidezza e viltà che Giovanni Delfino, uno degli interlocutori del trattato Della perfezione della vita politica, attribuisce genericamente ai popoli orientali, in confronto al coraggio e allo sprezzo del pericolo propri delle genti del nord (Id., Della perfezione della vita politica, in Id., Opere politiche, I, p. 80). 44. Paruta, Discorso sopra la pace de’ Veneziani co’ Turchi, in Opere politiche, I. Il discorso rimase inedito. 45. Cfr. parte I, cap. 2, § 1.

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solo la via di una paziente e vigilante neutralità.46 Nell’ambiente romano, che lo vede impegnato in una sottile e abile schermaglia quotidiana col papa, il Paruta matura 1e sue idee moderate e serene, sulla forza, il destino, il ruolo dell’impero ottomano nei rapporti con Venezia. Il buon senso e l’equilibrio nei giudizi, la capacità di afferrare i meccanismi politici che muovono gli stati del ‘500 e soprattutto la lucida coscienza che solo i rapporti di forza determinano le relazioni tra le nazioni, dettano al Paruta pagine di singolare efficacia sulla situazione dell’impero turco al cadere del secolo e sui mezzi più sicuri e gli atteggiamenti più corretti per affrontarlo. In un discorso scritto probabilmente a Roma egli prende di petto il problema su cui a lungo l’ha provocato la sollecitudine di Clemente VIII e cioè le prospettive che la guerra in corso tra Turchi e Persiani sembra aprire al mondo cristiano e naturalmente a Venezia in particolare.47 Il Paruta si dimostra non solo politico acuto e storico di raffinata capacità critica, ma anche buon conoscitore della struttura politica e militare dello stato turco, di cui coglie con finezza di analisi punti di forza ed elementi di debolezza, che cerca di comparare con gli esempi della storia classica per poter formulare qualche ragionevole e realistica previsione almeno per l’immediato futuro. Il nucleo dell’argomentazione è centrato sulla reale situazione dello stato turco che riposa tuttora, nonostante le ingannevoli apparenze, «sopra saldissimi fondamenti di vera forza» indeboliti ma non intaccati in misura decisiva dalla lunga e sanguinosa campagna contro i Persiani. All’ordinanza dei giannizzeri ancor oggi, egli osserva, devono cedere i migliori soldati delle altre nazioni, le finanze pubbliche e private del sultano sono ancora prospere e consentono di pagare il soldo a migliaia di uomini che vengono estratti senza sosta dalle sterminate province asiatiche, ma soprattutto elemento di saldezza e coesione è la presenza di una «milizia ordinaria e con perpetuo stipendio obbligata» che consente grandi e prolungate campagne militari senza grave danno per la compagine dello stato.48 I sintomi di una «notabile corruzione di costumi» nella milizia e negli ordinamenti civili non sono ancora distintamente percepibili, anzi è giusto ricordare agli occidentali che in quelli, in mano de’ quali è posto il goveno, o almeno de’ più d’essi, levata quella prima barbarie, si trova molta intelligenza del giusto e de’ rispetti di stato, con le quali cose vanno più che non solevano regolando i loro consigli.49

Questo inaspettato riconoscimento di un valore di civiltà ai dirigenti turchi non prelude ad una diversa e meno tradizionale valutazione della cultura e della 46. La legazione di Roma di Paolo Paruta, I, pp. 7, 113-114, 214-215, 318-322, II, 102-106, 165-167, 473-479, 35-38, 61-63. Sulla legazione di Roma v. anche la relazione edita in Opere politiche, II, pp. 451-552 e in Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato nel sec. XVI, Firenze 1857, ser. II, vol. IV, pp. 355-448. Cfr. anche Candeloro, Paolo Paruta, II, pp. 57-59. 47. Ha per titolo Se la guerra fatta a’ Persiani da Amurat Secondo Imperator de’ Turchi sia stata di benefizio alle cose della Cristianità. Mai stampato dal Paruta è ora edito integralmente a cura del Pillinini in Un discorso inedito di Paolo Paruta, in «Archivo veneto», ser. V, LXXIV (1964), pp. 4-28. 48. Paruta, Un discorso inedito, pp. 16, 22, 23, 10. 49. Ibidem, pp. 24, 28.

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nazione ottomana, ma è solo il presupposto di un tormentato e involuto tentativo di formulare previsioni sul futuro politico e militare della fiorente monarchia di Selin II. Riallacciandosi alle considerazioni già formulate nel Discorso sopra la pace del 1573 il Paruta affida tutte le speranze del mondo cristiano e di Venezia al «benefizio del tempo, per quella mutazione di cose che ordinariamente veder si suole nelle nostre umane operazioni e principalmente ne’ regni e principati maggiori»50 e si sforza di coagulare in uno schema organico e convincente una serie di idee sulla fortuna e la provvidenza in parte ereditate dal mondo classico in parte frutto delle riflessioni della più recente storiografia umanistica. Come Alessandro Magno si è volto verso l’Asia risparmiando l’Europa così la diversione dei Turchi contro i Persiani può essere interpretata alla luce di un certo «corso quasi naturale» dei regni che, a somiglianza delle cose umane, giunti al colmo della loro fortuna conviene inizino un fatale ed ineluttabile declino. È quindi ragionevole sperare che come la fortuna, per parlare con i simili de’ poeti, abbia ruotato all’insù fino alla parte suprema quest’imperio, che fin ora con maravigliosa prosperità è ito sempre crescendo, è forza che, continuando ella il suo giro, cominci a precipitarlo.51

L’esempio dell’impero romano, il cui declino dimostra che «l’immoderato accrescimento d’un imperio» ne accelera la rovina anziché apportargli «vera sicurtà», è applicabile anche al dominio del sultano che però fiorisce da soli 300 anni e non è quindi prossimo alla senescenza «né è a noi permesso il penetrare a gl’inflniti abissi della divina provvidenza, onde conoscer si possa quali termini, e per quali occasioni, siano al regno di quei principi constituiti».52 Il ricorso così puntuale e martellante a concezioni fatalistiche e cicliche del corso della storia non travolge però il saldo spirito critico del «politico» Paruta sino a relegare in secondo piano concrete osservazioni desunte da una fredda e realistica valutazione della «realtà effettuale delle cose». Già a Clemente VIII aveva scherzosamente ricordato che il buon volere non «regolato dalla ragione» non è sufficiente alle grandi e buone imprese53 ed ora, forse per richiamare i lettori dopo tante digressioni nel mondo della fortuna e della provvidenza, alla dura lezione degli eventi quotidiani, constata il desolante bilancio delle forze cristiane, avvilite dalle sconfitte e dilaniate dai dissensi politici e religiosi e invita a non sottovalutare l’avversario «quasi che l’opinione nostra di non stimare che in quella nazione sia vera virtù di guerra faccia minori i nostri mali».54 Il Paruta non pubblica, forse per riguardi politici, il suo discorso e così ai lettori veneziani rimangono solo le due grandi opere storiche, oltre a isolati accenni nei Di50. Ibidem, pp. 9-10. 51. Ibidem, p. 15. 52. Ibidem, p. 16. Cfr. anche Candeloro, Paolo Paruta, II, p. 58. 53. La legazione di Roma, p. 346. 54. Paruta, Un discorso inedito, pp. 12 e 21.

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scorsi politici e nei dialoghi Della perfezione della vita politica, per conoscere i suoi giudizi di valore sull’impero ottomano. Nella prima pagina dell’Historia Vinetiana egli ci mostra la Repubblica Veneta, «reputata la più fortunata et la più bella di quante altre habbia mai avuto il mondo» che si imbatte in un certo momento della sua storia secolare nell’emulo impero dei Turchi e poiché «già l’inclinazione de’ tempi manifestamente piegava a favore della casa Ottomana» da questo momento le vicende dei due stati si intrecciano in un nodo indissolubile, fatto di lunghe e terribili guerre e di incerti anche se fecondi periodi di collaborazione.55 Nell’Historia Vinetiana il Paruta rimane fedele alla tradizionale immagine dei Turchi popolo «barbaro», spesso macchiato di «scelerità» proprie di genti semicivilizzate, ma non si sottrae, come tanti suoi contemporanei, al fascino della grande figura di Solimano II, «prencipe per quanto in huomo barbaro ponno queste qualità haver luogo, di nobile ingeno et per ordinario amico del giusto et dell’honesto», che in più occasioni dimostra «amorevolezza» verso Venezia offrendosi perfino di far uscire la sua flotta per ripulire il mare dai pirati.56 Sofferta passione per le sorti della patria veneziana e rispettosa ammirazione per la forza ed il valore dei soldati Turchi si compongono in un’unico tessuto narrativo nell’Historia della guerra di Cipro in cui il Paruta riunisce in una trama ordinata di uomini e avvenimenti quelle idee e giudizi sui rapporti tra Venezia e l’impero ottomano che è venuto svolgendo, per lo più episodicamente, negli scritti precedenti. L’ottica dell’opera è quasi esclusivamente veneziana e tutto l’interesse del Paruta è per i sapienti e attivi patrizi impegnati in una disperata lotta per la sopravvivenza dello stato. Solo a tratti l’autore si ricorda dell’impero turco al cui «immoderato appetito d’imperio et di gloria militare» si deve la perdita della perla più preziosa del dominio veneziano in Levante, quell’isola di Cipro facile preda degli ottomani perché «quasi membro lontano dal cuore, di debole virtù».57 Ricordare con cristiano e patriottico orgoglio gli eroici caduti e sdegnarsi per i nefandi massacri dei Turchi che nella loro «ferità» non sanno talvolta risparmiare neppure le tombe dei morti, sembra al Paruta onesto dovere di cittadino e di storico «pubblico», ma in nessun punto delle pagine composte e distese della sua Historia la contrapposizione politica di due stati diventa misconoscimento del valore degli avversari e tanto meno rifiuto di riconoscerli come parte integrante del consorzio umano. A Famagosta assediata tra i difensori incerti se resistere fino alla morte o accettare le offerte di resa si leva qualcuno a ricordare che molti esempi passati hanno dimostrato che i Turchi «benché barbari sogliono amare et honorare la virtù di guerra anco ne’ loro nemici» e il Paruta ricorda ai lettori che la fiducia nell’umanità del nemico non viene delusa perché quando i veneziani escono dalla città ormai semidistrutta, sfiniti, macilenti, pallidi e quasi incapaci 55. Paruta, Hisioria Vinetiana, I, pp. 1, 3. 56. Ibidem, I, pp. 265, 572, 413, II, p. 157. 57. P. Paruta, Historia della guerra di Cipro, Vinetia 1615, pp. 4, 10.

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di reggersi in piedi, i soldati ottomani si commuovono e «stringendoli pure la pietà naturale e la forza della vera virtù, cominciarono a porgere loro diversi rinfrescamenti e con parole cortesi lodando la loro costanza gli confortavano à dover sperar bene».58 A suggello dell’Historia della guerra di Cipro, che prepara il più maturo impegno storiografico deIl’Historia Vinetiana, il Paruta ritorna sullo spunto polemico da cui è nata l’idea dell’opera e ribadisce con una forza ed una convinzione che scaturiscono dall’ampio quadro degli eventi e dalla logica ferrea dei rapporti di forza politico-militari, le ragioni profonde della pace del 1573.59 Il papa si altera, molti biasimano Venezia per l’abbandono della Lega ma gli huomini di più sano et di più maturo giudicio, li quali con l’esperienza delle cose passate andavano i futuri successi misurando, affirmavano costantemente meritare questa operatione laude, ò almeno giusta scusa, così consigliando la ragione di Stato et la prudenza civile per la conservatione del Dominio della Repubblica, il quale si conosceva senza questo unico rimedio della pace restare soggetto à gravissimi incommodi, et pericoli

e la comprensione, improntata a puro realismo politico, di Filippo II taglia corto ad ogni obiezione dei dubbiosi e degli utopisti.60 Quella «ragion di Stato» che nel 1509 aveva sconsigliato di ricorrere ai Turchi, suggerisce ora una pace ispirata alla dura realtà dell’inferiorità militare e proprio tra i due poli dell’assoluta fedeltà al mito della superiorità culturale e civile della Repubblica Veneta e del ragionato ed ammirato riconoscimento di un’altra realtà politica meno «civile» ma più forte e altrettanto ricca di energie vitali e di virtù guerriere, il Paruta costruisce la sua storiografia calata nella vita degli uomini e degli stati che lo circondano. Gli altri storici veneziani che scrivono per pubblico decreto rimangono sempre fedeli ad un modello storiografico teso a privilegiare il ruolo di una classe dirigente che oltre a fare la storia si riserva in esclusiva, come ha osservato il Candeloro, «il diritto di scriverla».61 La finalità «politica» delle Historie colloca al centro della trama narrativa l’esaltazione di Venezia, della paterna saggezza e lungimiranza dei suoi patrizi, della sua secolare missione di civiltà e di baluardo a Oriente dell’Europa cristiana ed esclude o emargina fatti e apprezzamenti sugli altri popoli che pure vivono a stretto contatto politico ed economico con la 58. Paruta, Historia della guerra di Cipro, pp. 193,195. 59. Secondo il Candeloro anzi l’Historia della guerra di Cipro non sarebbe altro che l’amplificazione di un discorso apologetico, quello Sulla pace de’ Veneziani co’ Turchi del 1573 (Candeloro, Paolo Paruta, II, p. 69). 60. Paruta, Historia della guerra di Cipro, p. 314. In questi stessi anni Francesco Longo accentua la carica polemica del Paruta accusando gli Spagnoli di aver boicottato per invidia la vittoria veneziana e il Papa di non aver fatto «dimostrazione alcuna di quello zelo e di quella carità, che era ragionevole in tanta occasione» (F. Longo, Successo della guerra fatta con Selim sultano Imperator de’ Turchi e giustificazione della pace con lui conclusa, Venezia 1846, p. 15). 61.  Candeloro, Paolo Paruta, II, p. 70. Per la «storiografia pubblica» veneziana fondamentale il citato saggio del Cozzi, Cultura politica e religione nella «pubblica» storiografia veneziana del ’500.

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Serenissima. Vanamente dunque si cercano in queste storie informazioni precise e sicure sull’impero ottomano che compare ogni tanto, minaccioso e terribile, a turbare l’ordinato sviluppo della comunità veneta, ma senza una precisa connotazione etnica e statuale, senza il contorno di adeguate notizie sulle interne strutture economiche, religiose e militari. L’intransigente e quasi istintivo patriottismo che ispira la penna dei pubblici storiografi non concede attenzione e spazio ad una nazione ostile e infida, troppo rozza e barbara per meritare l’onore di una trattazione in scritti destinati a fissare per i posteri l’interpretazione ufficiale delle vicende secolari della Repubblica. Nel Bembo, fatta eccezione per pochi accenni ai timori dei Turchi e alle scorrerie in Friuli, le notizie sui rapporti con l’impero ottomano sono quasi insignificanti,62 in Daniele Barbaro solo l’acredine per Giulio II giustifica alcuni accenni ai Turchi accomunati al terribile pontefice nel ruolo di «nemici della tranquillità veneziana»,63 in Alvise Contarini è la preoccupazione di allontanare da Venezia l’accusa infamante di aver chiesto aiuto agli infedeli dopo Agnadello a ispirare una pagina sull’impero ottomano,64 mentre Agostino Valier liquida in poche parole cariche di paura e di ammirazione per quella «formidabile gens» la potente monarchia asiatica.65 In Andrea Morosini, successore del Paruta nella carica di pubblico storiografo, brevi informazioni sulle strutture fondamentali dell’impero ottomano imposte dalla necessità di spiegare la loro espansione rapida e potente, sono precedute da alcuni cenni sulle origini del popolo turco volti a screditare l’immagine di uno stato nato solo per il «tetro e insano desiderio di preda e rapine» di Ottomanno66 mentre Battista Nani è convinto che quella nazione «destinata alla servitù per natura ma resa fiera dall’uso, barbara e rozza, senza lettere e senza costumi» sia destinata «all’esterminio del genere humano, se pe la libidine non si rendesse altrettanto feconda» e con questi lapidari giudizi si esime da ulteriori apprezzamenti rimettendosi fiducioso al giudizio di Dio che saprà castigare i popoli secondo i loro peccati.67 Anche quando i particolari sulle vicende interne dell’impero turco sono più numerosi e meno vaghi ed imprecisi, come nel caso dell’Historia veneta di Michele Foscarini, essi sono pur sempre concepiti in funzione di una migliore comprensione della politica di Venezia e dei fatti militari verificatisi durante le guerre veneto-turche.68 62. P. Bembo, Istoria viniziana, Venezia 1548. L’edizione latina ha per titolo Historiae venetae libri XII, Venetiis 1551 ed è compresa nel t. II della raccolta Degl’Historici delle cose veneziane i quali hanno scritto per pubblico decreto (1718). 63. Per la sua Storia veneta cfr. Cozzi, Cultura politica e religione, pp. 237-238. 64. Per la sua Delineatio historiae. 65. Per la sua storia cfr. Cozzi, Cultura politica e religione, pp. 247-255. 66. A. Morosini, Historiae Venetae, in Degli’Historici, V, pp. 422-427. Il Morosini dedica tre libri alla narrazione della guerra veneto-turca del 1510-73, sfruttando come fonte l’Istoria della guerra de’ Turchi contra Signori Veneziani di Fedeli. 67. B. Nani, Dell’historia veneta, in Degl’Historici, X, p. 24. 68. M. Foscarini, Dell’historia veneta, in Degl’Historici, X, pp. 234-236, 281-286.

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D’altra parte non si può chiedere di più ad una storiografia che solo in presenza di uomini dalla personalità spiccata e prepotente come il Paruta o il Contarini sa allargarsi ad un’attenzione un po’ meno esclusiva e strumentale per uno stato che impersona il nemico più minaccioso della Repubblica. 4. Sarpi e i «giovani» di fronte all’impero ottomano Quando nel 1605 si apre l’aspra controversia culminata nell’Interdetto i rapporti di Venezia con i Turchi, regolati dalla pace del marzo 1573, poggiano su basi quanto mai fragili ma che tuttavia consentono, attraverso vari rinnovi di privilegi e capitolazioni, un periodo di relativa tranquillità fino all’improvviso attacco a Candia del 1645. La foga polemica e l’appassionata partecipazione con cui il Sarpi interviene nella contesa con Paolo V e la curia romana lasciano sullo sfondo e quasi ai margini dei suoi interessi di politico e di scrittore il problema dello scontro di civiltà e di religione tra Venezia e l’impero ottomano; questo rientra nella sfera delle sue considerazioni politiche solo come uno dei protagonisti, e per il momento non il decisivo, della complessa lotta contro i due capitali nemici di Venezia, i gesuiti e la Spagna. A parte un rapido confronto tra Lutero e Maometto nella Istoria del Concilio Tridentino,69 le sue pagine nervose e vibranti di amor patrio veneziano chiamano in causa i Turchi solo in funzione strumentale per agitarne il pericolo, reale o immaginario, contro coloro che osano attentare alla sovranità e all’integrità territoriale della Repubblica. Il suo odio per gli spagnoli e il loro sfrenato imperialismo gli fa apparire i Turchi, per contrapposto polemico, quasi dei santi e in una lettera a Jérôme Groslot de l’Isle del 28 aprile 1609 fa sua l’invocazione di monsignor di Bourg, «Sancte Turca, libera nos».70 È vero, egli osserva, che essi riusciranno a restaurare la disciplina tra le loro truppe nel giro di tre-quattro anni e saranno quindi in grado di procurare «danno infinito» ai cristiani tutti, e in primo luogo ai Veneziani,71 ma il suo realismo politico, tutto teso all’analisi e alla soluzione delle contingenti difficoltà di Venezia, gli fa individuare solo negli spa69.  P. Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino, in Storici, politici e moralisti del Seicento, I, Milano-Napoli 1969, p. 780. Sul pensiero politico e religioso del Sarpi sempre fondamentale F. Chabod, La politica di Paolo Sarpi, Venezia-Roma 1962, ora anche in Id., Scritti sul Rinascimento, Torino 1967, pp. 459-588. 70. P. Sarpi, Lettere ai protestanti, a cura di D. Busnelli, I, Bari 1931, p. 78. Anche il Tassoni era convinto che «se il Turco passasse (che Dio non voglia) in Italia armato, invece di unirci tutti contro di lui, ci troverebbe in gran parte seguaci suoi» (V. Di Tocco, Ideali di indipendenza in Italia durante la preponderanza spagnola, Messina 1926, p. 95, nota 3). 71. Sarpi, Lettere ai protestanti, II, lett. a Francesco Castrino (23 giugno 1609), p. 42. In una lettera a Jean Hotman de Villiers dell’8 febbraio 1613 il Sarpi mostra di condividere le preoccupazioni di tanti suoi contemporanei per la minacciosa potenza ottomana che sta per scatenarsi contro la Transilvania, ma evita ancora una volta di approfondire l’argomento, limitandosi ad osservare che «quando non sia in favor de Christiani la mano divina, si può dubitar di maggior inconvenienti» (Lettere ai gallicani, p. 210). Anche in un’altra occasione esprime ammirazione per la «finezza»

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gnoli l’immediato concreto pericolo per la sua patria. La spregiudicata politica spagnola non si fa scrupolo di operare nell’estate del 1612 continue provocazioni navali nel basso Adriatico col trasparente proposito di turbare le buone relazioni veneto-turche, ma il Sarpi tranquillizza il suo corrispondente Jacques Leschassier ricordandogli l’inconsistenza della flotta ottomana e vantando con compiaciuta ostentazione la conoscenza da parte dei Turchi dei disegni spagnoli.72 E se poi, più forti anche sul mare, i Turchi mostreranno, come nel 1617, di voler reagire con la forza alla presenza di navi spagnole nell’Adriatico, tanto meglio, soggiunge il Sarpi, visto che essi «sono meno cattivi che spagnoli».73 Il 1 settembre 1609 gli giunge notizia che il figlio diciottenne del marchese di Villiena, viceré spagnolo della Sicilia, catturato dagli algerini, appena giunto a Costantinopoli ha abbracciato l’islamismo. Il fatto, di per sé non eccezionale in un’epoca in cui la guerra di corsa imperversa nel Mediterraneo e le conversioni più o meno forzate dei prigionieri sono all’ordine del giorno, gli offre lo spunto per un commento sarcastico («con facilità, o difficoltà, non lo può sapere chi non sappia quanta distanza sia da spagnol a turco») da cui traspare tutto il suo livore per quel mondo spagnolo apparentemente tanto legato alla religione cattolica ma in realtà succube delle ipocrite regole di vita dei gesuiti.74 Due anni dopo la conclusione della vertenza dell’Interdetto, quando il suo animo è ancora bruciante di rancore per le trame dei gesuiti, la notizia dei loro reiterati tentativi di stabilirsi a Costantinopoli con l’appoggio dell’ambasciatore francese, gli ispira alcune acri considerazioni, permeate di pesante e risentita ironia, sulla ipocrisia dei membri della detestata compagnia che certamente troveranno sofismi e cavilli per approvare la poligamia musulmana e la depravazione dei costumi «perché», conclude convinto, «far lo possono far, secondo la loro dottrina, se può servire alla santa chiesa romana».75 L’accenno alla corruzione dei costumi turchi contenuto in una lettera al Castrino rimane generico ed isolato ed il Sarpi invece, compiacendosi della riluttanza del sultano a concedere ai gesuiti il permesso di soggiorno, esce in una espressione che ha tutta l’aria di un segreto augurio: «non la finirà sin che alcuno d’essi non sia impalato».76 Astuti seguaci dell’«arte spagnola di rendersi potenti col dividere le monarchie et stati» i maliziosi seguaci di Ignazio di Loyola seminano dissensi e divisioni nella religione e anche a Costantinopoli il loro indefesso attivismo non è certo a vantaggio dei cristiani ma rivolto invece con proterva malvagità «contra quelli di giudizio dei Turchi e accetta con rassegnato fatalismo «che la pace et la guerra sono in mano de turchi che posson fare quello che vogliono» (Lettere ai gallicani, 12 settembre 1612, p. 207). 72. Sarpi, Lettere ai gallicani, lett. del 14 agosto 1612, p. 116. 73. Sarpi, Lettere ai protestanti, I, lett. CXII a Groslot de l’Isle, 28 marzo 1617, p. 280. 74. Sarpi, Lettere ai protestanti, II, lett. XX a Francesco Castrino (1 settembre 1609). Della liberazione del Villiena, prima che maturasse la decisione di abiurare, si era interessato il bailo ancora nell’agosto del 1609 (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 10, c. 168v). 75. Sarpi, Lettere ai protestanti, II, lett. a Francesco Castrino, 13 ottobre 1609, p. 57. 76. Ibidem, lett. a Francesco Castrino, 25 novembre 1609 e 16 febbraio 1610, pp. 61 e 78.

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che essi sogliono dir esser peggior de Turchi» e cioè i Veneziani.77 Per insinuarsi nelle grazie dei potenti ministri ottomani vanno profondendo decine di migliaia di ducati78 e la loro duttilità diplomatica sorretta da una così larga disponibilità di mezzi finanziari porge al Sarpi l’occasione per una maligna «narratiuncula» al Leschassier in cui accenna con malcelata compiacenza alle reazioni del clero e del popolo greco ai loro tentativi di attirare a sé il patriarca.79 Questo tipo di approccio al mondo turco costretto nei limiti di una esclusiva passione per la patria veneziana è anche il filo conduttore dei suoi scritti sugli Uscocchi, i pirati dell’Adriatico cui va il suo odio aspro e violento per i rischi di rappresaglie cui espongono Venezia. Questi pirati, osserva con disprezzo, «non sono buoni di fare impresa senza superchiaria, né per altro fine che per latrocinare», sono mobili d’animo e costanti solo «in non volere guadagnare il vivere con la fatica, ma col sangue»,80 ed è vergognoso che i loro protettori austriaci osino chiamarli «un propugnacolo della Cristianità» contro i Turchi. In polemica con coloro che ne ricordano le presunte benemerenze nella lotta contro i secolari nemici della fede, replica con una punta di maliziosa cattiveria che proprio Giulio II, il papa che ha fatto correre a Venezia il mortale rischio di Agnadello, «ebbe una squadra de Turchi in Bologna attorno per principal sicurezza della sua persona».81 Quando sulle lagune si diffonde la notizia della presunta congiura tramata dall’ambasciatore spagnolo Bedmar ai cospiratori è attribuito il disegno di ordire «intelligenza e dissegno contra luochi de Turchi in Albania e Morea» e fonti filospagnole aggiungono che il governo ha eliminato i congiurati perché vuole evitare la guerra coi Turchi e anzi medita di congiungere la sua flotta a quella ottomana in funzione anti-spagnola.82 Il Sarpi coglie a volo queste dicerie per sferrare un attacco alla Spagna e nello stesso tempo impostare un’abile difesa della prudente azione veneziana verso l’impero ottomano della cui politica traspare tra le righe un cauto apprezzamento. In primo luogo, egli osserva, la flotta spagnola è inferiore a quella veneziana e quindi non si ravvisa per Venezia alcune necessità di 77. Sarpi, Lettere ai gallicani, 16 novembre 1612, p. 209. 78. Ibidem, lett. a Jean Hotman de Villiers, 22 giugno 1612, pp. 204-205. In un’altra lettera del 27 marzo 1612 sostiene addirittura che i gesuiti a Costantinopoli spingono i Turchi contro Venezia (p. 109). 79. Sarpi, Lettere ai gallicani, lett. a Jean Leschassier, 15 gennaio 1613, p. 119. 80.  Sarpi, Aggionta all’Historia degli Uscocchi di Minuccio Minucci arcivescovo di Zara continuata sin all’anno 1613, in La Repubblica di Venezia, la casa d’Austria e gli Uscocchi, a cura di G. e L. Gozzi, Bari 1965, pp. 53-54. Su quest’opera del Sarpi v. G. Cozzi, Un’opera storica sconosciuta di Paolo Sarpi, in «Critica storica», III (1964), pp. 1-26. 81. Sarpi, Trattato di pace et accomodamento delli moti di guerra eccitati per causa d’Uscocchi tra il re Ferdinando d’Austria e la Repubblica di Venezia per fine dell’Historia principiata da Minuccio Minucci arcivescovo di Zara, in La repubblica di Venezia, p. 216. 82. Sarpi, Trattato di pace et accomodamento, p. 300. Sulla congiura di Bedmar oltre a Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, II, pp. 153-154, cfr. G. Spini, La congiura degli Spagnoli contro Venezia del 1618, in «Archivio storico italiano», CVII (1949), pp. 17-53 e F. Seneca, La politica veneziana dopo l’Interdetto, Padova 1957.

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alleanza coi Turchi, e poi anche in passato i Turchi hanno offerto aiuti a Venezia «in tutte le occorrenze de sinistri avvenuti in guerra» ma «Dio li ha sempre concesso grazia di poter conservarsi senza quelli». Sarpi ha parole di scherno per tutti quegli intriganti che ogni tanto architettano spedizioni anti-turche e sollevazioni nei Balcani «con concetti e dissegni chimerici» di cui i Turchi non fanno alcuna stima e che hanno come unica conseguenza sicura il massacro dei ribelli cristiani. Tutto preso dalla sua vis polemica anti-spagnola e anti-curiale il servita veneziano sembra non trovare tempo per affondare il suo lucido sguardo di storico e politico su quell’immensa realtà politica, economica e anche religiosa che è l’impero ottomano agli inizi del Seicento. I Turchi sono un pericolo in sé forse non più grave della Spagna e della Curia e in fondo si mostrano più chiari e leali degli spagnoli e papisti; essi sono i nemici tradizionali, a tutti noti, che non fanno mistero delle loro intenzioni espansionistiche, mentre gli altri agiscono copertamente con l’intrigo, la corruzione e ogni sorta di trame e congiure. La profonda e duratura influenza esercitata dal pensiero e dall’opera del Sarpi sulla politica giurisdizionalistica veneziana ha un singolare risvolto nell’atteggiamento assunto dalla Repubblica di fronte alla presenza dei Gesuiti nell’impero ottomano. Sembrerebbe quasi che sia stato il Sarpi stesso a vergare di suo pugno le istruzioni al bailo del 13 gennaio 1624, ispirate ad un odio radicato e aggressivo e alla ostinata volontà di procurare comunque, a prezzo anche di trattative col Muftì, «huomo sensato et ben intentionato alle cose nostre», un obiettivo politico fermamente desiderato.83 In questa materia di «somma importanza» il Senato indica al rappresentante veneziano il traguardo finale della sua azione nella loro definitiva espulsione «come dipendenti de’ nemici della Porta» e suggerisce di sensibilizzare opportunamente i ministri turchi, indifferenti alle diatribe interne della Cristianità ma attenti ai pericoli politici della permanenza in Turchia della Compagnia di Gesù. «Con cauta et circospetta maniera» il bailo svelerà ai Turchi le insidie dei Gesuiti, le loro pratiche et adherenze con Spagnoli et che mentre starano nell’Imperio Othomano saranno potissima causa di dannosissimi travagli, che sono esploratori di tutte le cose che passano a quella Porta, le portano alla notitia de Spagnoli, ne si muovono ad alcuna prattica, se non per li consigli dei ministri di Spagna, sempre con fini perniciosissimi et con l’introdurre cose nuove, cercano confondere tutte le vecchie.84

Più volte negli anni seguenti il Senato richiama il bailo al suo dovere di vigilare sulle mosse dei Gesuiti ed in particolare sui loro dissennati propositi di sollevare le popolazioni balcaniche e sui tentativi di aprire chiese in Levante, senza trascurare mai 83. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 14, c. 255r. Sui rapporti tra la Porta e i Gesuiti cfr. Vaughan, Europe and the Turk, pp. 187-191. 84. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 14, c. 254v. Il 4 maggio 1624 il Senato accusa alcuni gesuiti di Vienna di aver banchettato pubblicamente con un chiaus e brindato alla salute del sultano e alla grandezza della casa ottomana (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 15, cc. 42v-44).

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la meta finale della loro totale espulsione dall’impero, ma quando finalmente nel 1632 l’evento tanto bramato dal Sarpi e dalla classe dirigente veneziana diventa realtà, la Repubblica, secondo le buone regole della «ragion di Stato», smentisce categoricamente all’ambasciatore francese di aver mai operato per ottenere il provvedimento.85 Un impegno maggiore di quello del Sarpi nell’approfondire la realtà dello stato turco cogliamo invece in Niccolò Contarini e Leonardo Donà, due esponenti di primo piano di quel gruppo di «giovani» protagonista tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento di un vigoroso tentativo di reagire al declino politico e istituzionale della Repubblica Veneta. Le ricerche del Cozzi86 e del Seneca87 hanno già tratteggiato gli itinerari biografici dei due patrizi nel contesto dell’infuocata vicenda dell’Interdetto. Ci interessa ora riprendere in esame il loro atteggiamento, per alcuni aspetti singolare, di fronte allo stato e alla civiltà turchi. Il Cozzi ha dedicato pagine efficaci a delineare il positivo apprezzamento delle Historie Venetiane per l’impero ottomano che pare al Contarini «un prototipo di perfetta organizzazione statale» nella misura in cui la sua religione ha «accettato e composto in sé vari elementi di altre religioni, dalle politeistiche alle monoteistiche, in modo da appagare le esigenze di molti popoli e da non offendere le credenze e le sensibilità». Contarini apprezza la semplificazione dell’«apparato dogmatico della religione» e l’introduzione di prescrizioni igieniche, centrando la sua ammirazione sulla «perfetta complementarità dello Stato e della Chiesa», anzi, precisa ancora il Cozzi, sulla «organizzazione» e «destinazione di questa ai fini di quello, assunto a valore etico e spirituale».88 Se teniamo presente il suo favore, strettamente limitato alla sfera politica, anche per il mondo protestante, non ci sfugge il significato polemico di netta derivazione sarpiana di questa positiva valutazione dello stato ottomano che va vista in funzione della riconfermata ostilità alla Curia e ai gesuiti.89 Del resto quando passa a tratteggiare altri aspetti della civiltà ottomana il Contarini ricade in schemi di giudizio negativi e segue linee interpretative già ampiamente battute dalla pubblicistica occidentale. Sottolinea la «barbarie» dei Turchi, ne apprezza alcuni costumi positivi come la continenza, l’astensione dal gioco e dalla bestemmia, ma non evita le consuete tirate sulla decadenza militare e amministrativa del loro stato, l’ozio dilagante, la modesta educazione dei giovani del Serraglio, usi al maneggio delle armi ma poco propensi agli «studij di dottrine» e ribadisce la diffusa convinzione che per la mancanza della stampa sia rifiutato «l’immorar nell’otio delle lettere».90 85. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 15, cc. 23-24, 43v-44, reg. 16, cc. 59-60, 65, 182-183, reg. 17, cc. 96v-97, 128, reg. 18, cc. 20, 65r, reg. 21, c. 57v. 86. G. Cozzi, Il doge Nicolò Contarini. Ricerche sul patriziato veneziano agli inizi del Seicento, Venezia-Roma 1958. 87. Seneca, Il doge Leonardo Donà. 88. Cozzi, Il doge Nicolò Contarini, pp. 216-217. 89. Ibidem, pp. 211-21, 218-224. 90. ASV, Miscellanea Codici 1°, Storia veneta, reg. 79: Historie venetiane, lib. II, cc. 112v113r. La parte dedicata all’impero ottomano è nei cc. 99v-119v. Per un giudizio complessivo sulle Historie venetiane cfr. Cozzi, Il doge Nicolò Contarini, cap. V, pp. 197-227.

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Più ricco di dettagli e di riferimenti alle istituzioni civile e religiose ottomane è Leonardo Donà che si reca personalmente in Turchia nel 1585 come ambasciatore straordinario per la conferma della pace col nuovo sultano Maometto III.91 Si prepara scrupolosamente alla sua missione che lo vede attento e curioso osservatore della società turca e ammiratore sincero ma disincantato delle bellezze artistiche della città di Costantinopoli.92 L’occasione per un giudizio complessivo sulla civiltà turca gli è offerto, come di consueto, dalla relazione letta in Senato il 12 marzo 1586, ricca di spunti vivaci e originali che tradiscono una personalità di singolare intelligenza e capacità critica.93 Oltre alle osservazioni sull’assenza di nobiltà in Turchia spiccano le pagine dedicate alla religione di cui sottolinea, come il Contarini, il carattere sincretico e la tolleranza ispirata da evidenti considerazioni politiche. Lo sorprende l’assoluta libertà di coscienza che regna in Turchia dove, purché uno «porti il turbante in capo» esprimendo così una professione puramente esteriore di fede musulmana, può «tenere interiormente quella legge che vuole, senza obbligo di dare di sé conto alcuno, benché seguisse qualsivoglia pazza libertà di costumi».94 È inesatto naturalmente che in Turchia ci fosse davvero sì ampia libertà religiosa, ma importa qui osservare che il Donà, come il Contarini, concentra la sua attenzione su quegli aspetti del mondo ottomano più direttamente collegati alla sua formazione spirituale e religiosa e alla sua ancor breve ma già intensa esperienza politica nella società veneziana. In quel ristretto ma eletto cenacolo di religiosi, filosofi, uomini politici che è alla fine del Cinquecento il «ridotto Morosini» matura il suo pensiero e plasma la sua personalità anche Ottaviano Bon, un altro dei «giovani» destinato ad una brillante carriera politica che lo porta il 19 aprile 1604 alla carica di bailo. Rigorosamente ortodosso sul piano religioso ma critico fermo e coerente della decadenza morale della Chiesa e delle ingerenze ecclesiastiche nella vita politica, assume all’interno dell’ala rinnovatrice della nobiltà un atteggiamento di moderazione ed equilibrio che gli è utile anche in Turchia dove riesce a confermare la pace e a calmare le vivaci proteste ottomane per le continue provocazioni degli Uscocchi.95 Dei suoi amici e colleghi condivide l’acuto interesse per lo stato turco nei cui confronti si colloca in una posizione di totale allineamento ai più consolidati pregiudizi con l’esclusione di qualsiasi apertura di simpatia e di comprensione. Desideroso di portare a Venezia notizie esatte e non deformate dal mito e dalla fantasia sulla vita della corte ottomana sfrutta l’occasione di un’assenza del sultano per 91. Per la sua ambasceria cfr. Seneca, Il doge Leonardo Donà, pp. 221-229. 92. Ibidem, pp. 222-223, nota 2, pp. 224-226. I suoi appunti di viaggio sono contenuti in Libreto di alcune memorie tenute nell’Ambasceria mia di Costantinopoli giornalmente 1° e Libreto di alcune memorie tenute nell’ambasceria di Costantinopoli giornalmente 2°, BMC, Fondo Donà Dalle Rose, n. 23, cc. 108-157, 136-169. 93. Ora integralmente pubblicata in Seneca, Il doge Leonardo Donà, pp. 263-321. 94. Seneca, Il doge Leonardo Donà, p. 313. 95. M. Pasdera, Bon Ottaviano, in Dizionario biografico degli italiani, 11, Roma 1969, pp. 421-424.

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introdursi nell’impenetrabile Serraglio di cui ci lascia una relazione dettagliata e ricca di preziose informazioni.96 L’attenzione è naturalmente rivolta in gran parte agli aspetti folkloristici della vita del Serraglio e agli usi e costumi delle donne e degli eunuchi, all’esistenza quotidiana del sultano e della sua famiglia, con un gusto tutto particolare per i dettagli di colore esotico che tanto attirano l’opinione pubblica del tempo. Passando a formulare un giudizio sui Turchi il Bon si limita a poche notazioni negative: essi sono per natura avari e senza timor di Dio, intenti per lo più alla rapina, seguono principi fatalistici e pur annoverando tra di loro individui molto pii e religiosi, sono in realtà ipocriti, falsi, del tutto privi di ogni barlume di cultura.97 Chiamato a presentare al Senato la consueta relazione riordina le sue osservazioni sul Serraglio e le fa seguire da una breve sintesi di Massime essenziali dell’impero ottomano in cui al di là delle consuete informazioni sulla struttura dello stato e le sue forze militari, riprende il tentativo di formulare un giudizio globale sulla civiltà turca alla luce delle sue più intime convinzioni religiose e politiche. Accostandosi, sia pure con maggior cautela e prudenza del Contarini, al tema dei rapporti tra Stato e Chiesa che tanto sta a cuore al gruppo dei «giovani», egli ammette che in Turchia la religione è stimata «per guida maestra ed infallibile del buon governo della vita e di tutte le operazioni umane» ma sottolinea la sua subordinazione al governo «perché nell’occorrenze importanti l’assoluto dominio dell’Imperatore è moderatore del tutto».98 Manca naturalmente nel Bon, come del resto in Contarini ed in Donà, qualsiasi riferimento diretto alle vicende dell’Interdetto e alla delicata questione dei rapporti Chiesa-Stato; uomini sinceramente cattolici come gli ardenti frequentatori del «ridotto» non osano istituire apertamente un paragone tra la religione cattolica e l’«empia» setta di Maometto sia pure limitatamente al problema delle relazioni tra la sfera del spirituale e quella del temporale, ma è comunque significativo che in tutti e tre questi patrizi la riflessione teorica sull’impero ottomano abbia stimolato una analisi critica dei rapporti tra fede religiosa, struttura ecclesiastica e potere politico, un problema che la coscienza di tanti veneziani è destinata a trascinare tormentato e irrisolto sino al cadere della Repubblica. 5. Altri scrittori di cose «turchesche» nel Cinquecento e Seicento Una gran folla di pubblicazioni accompagna per tutto il Cinquecento e il Seicento le più importanti serie di fonti e di testi di argomento turco contribuendo in vario modo, indipendentemente dal suo valore, a diffondere notizie, osservazioni, magari anche pregiudizi sullo stato ottomano e a soddisfare così le richieste di un’opinione pubblica ogni giorno più avida di informazioni. Il già citato opu96. Fu stampata a fine secolo: O. Bon, Relazione del Serraglio dell’imperatore de’ Turchi, Venezia 1684. È ripubblicata in Le relazioni degli Stati Europei, parte I, pp. 59-115. 97. Le relazioni degli Stati Europei, pp. 104, 105, 111, 113, 114. 98. Ibidem, p. 118.

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scolo de rebus turcicis di Gerolamo Balbi99 dedicato a Clemente VII merita un cenno di ricordo più che altro come esempio tipico della vastissima letteratura di esortazione alla crociata di cui ripete i consueti motivi, il pericolo del «tiranno» turco, una sequela di insulti contro i Turchi, l’esortazione ai principi cristiani perché ritrovino unità di intenti e di azione in vista di una generale mobilitazione dell’Occidente. L’autore aspira anche a dare una sintesi storica, e accumula dati sull’origine, costumi e vicende dell’impero ottomano, che però si risolvono in un confuso zibaldone di notizie sui popoli dell’Asia, di excursus storici, esortazioni e riflessioni talmente prolisse da far talvolta dimenticare il tema dello scritto. Originali nell’informazione e vivaci nell’esposizione sono invece i Libri tre delle cose de’ Turchi di Benedetto Ramberti, una delle più sicure e aggiornate fonti di notizie sull’impero ottomano nella prima metà del secolo XVI. Sensibile al richiamo delle civiltà orientali il Ramberti coglie con prontezza l’occasione di conoscere direttamente l’impero ottomano e il 4 gennaio 1533 si imbarca per Costantinopoli in compagnia del segretario Daniello de’ Ludovisi, facente funzioni di bailo. Amante delle buone lettere, in stretti rapporti di amicizia e di cultura con Pietro Aretino, Aldo Manuzio e Gaspare Contarini, ricopre anche la carica di custode della biblioteca di S. Marco, alternando le missioni diplomatiche in Germania, Spagna, Turchia con un’appassionata attività di collezionista di iscrizioni antiche.100 Il suo trattatello, edito per la prima volta nel 1539 e poi compreso anche nella raccolta di Viaggi del Manuzio,101 si presenta come un’organica esposizione della struttura politica e amministrativa dell’impero ottomano e ricalca per alcuni aspetti la struttura delle reazioni dei baili tra le quali egli poté certamente vedere quella preparata dal Ludovisi e presentata in Senato il 3 giugno 1534.102 Non c’è originalità nei giudizi, ovviamente negativi, che il Ramberti dà della religione, dei costumi e delle istituzioni dei Turchi: vanità, ozio, avarizia e libidine gli sembrano i principali difetti di un popolo in cui manca ogni «studio di lettere» e scarseggia il commercio. Il pregio dell’operetta è nella precisione delle notizie sul serraglio, i giannizzeri, i timari, la religione musulmana, tutti istituti sui quali ha raccolto personalmente dati accurati e sicuri che si sforza di elaborare e fondere in una sintesi armonica e convincente, anche con l’aiuto di trattati e libri già noti a Venezia, come i testi del Sagundino, del Sabellico, dell’Egnazio e del Cuspiniano. Probabilmente a cura di Alvise Gritti viene stampato nel 1537 un libretto dal titolo Opera nova che contiene una descrizione dell’impero ottomano breve 99. Per altre composizioni del Balbi a tema turco cfr. Göllner, Turcica, I, nn. 176-178, 234235, 360, pp. 106-107, 131. Notizie biografiche in G. Degli Agostini, Notizie istorico-critiche intorno alla vita, e le opere degli scrittori veneziani, I, Venezia 1752, pp. 240-280. 100. Per la sua biografia v. Göllner, Turcica, I, n. 647, pp. 309-310, Degli Agostini, Notizie istorico-critiche, II, pp. 556-573 e A. Ceruti, Lettere inedite di Paolo Manuzio, in «Archivio veneto», XII (1882), t. XXIII, parte I, pp. 339-343, in part. p. 339, nota 1. 101. Viaggi fatti da Vinetia, alla Tana, in Persia, pp. 109v-143r. Una seconda edizione autonoma nel 1541. 102. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 3-32.

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e scarna ma ricca di dati, cifre, nomi di cariche civili e militari citati con estrema esattezza. In calce all’ultima pagina se ne indica come autore un greco rinnegato di nome Ianus bei primo dragomanno della Porta, ma si può anche avanzare l’ipotesi che si tratti di un tentativo del Gritti di far conoscere al pubblico veneziano la struttura e l’organizzazione dell’impero di Solimano.103 Brillante nello stile e di suggestivo interesse è il libro di Luigi Bassano su I costumi et i modi particolari della vita de’ Turchi, stampato a Roma nel 1545 e giustamente definito dal Babinger «una delle fonti più pregevoli» per la ricostruzione delle condizioni dell’impero ottomano nell’età di Solimano il Magnifico.104 Grazie ad una buona conoscenza degli usi e costumi del popolo turco, probabilmente acquisita durante un lungo soggiorno a Costantinopoli o in un’altra città forse come prigioniero di guerra,105 il Bassano mette insieme un vasto repertorio di notizie che compongono un quadro vivo e completo della civiltà ottomana ma purtroppo questo libro, edito in pochi esemplari e quasi mai utilizzato dagli scrittori posteriori, è assai poco significativo per la conoscenza del mondo ottomano nella cultura veneta che lo ignora quasi completamente.106 Grande fama e diffusione a Venezia e all’estero conosce invece l’Historia della guerra fra Turchi et Persiani del rodigino Giovanni Tommaso Minadoi (1545-1618) stilisticamente mediocre ma preziosa come fonte storica perché frutto di diretta e personale conoscenza di eventi e istituti acquisita dall’autore durante sette anni di permanenza in Oriente in coincidenza con la guerra del 1577-1585.107 Il Minadoi possiede un buon bagaglio culturale, in parte formato anche sulle opere del Löwenklau, e ha il merito di offrire notizie precise e sicure sulle relazioni tra Turchi e Persiani su cui tanto si parla a Venezia non sempre con cognizione di causa nella speranza che da una vittoria persiana la Repubblica possa trarre un duraturo vantaggio o per lo meno un temporaneo respiro nel secolare conflitto coi Turchi.108 103. Sappiamo infatti dal Sanuto che Ianus (o Iounis o Jonus) rinnegato greco di Corfù e oratore a Venezia era amico del Gritti (Sanuto, I Diarii, LVIII, col. 443, LVI, LVII, LVIII passim), anche se al colmo dell’ambizione e del potere lo accusò di voler essere contemporaneamente «signore e mercante» (Kretschmayr, Ludovico Gritti, p. 12). Non ho trovato a Venezia l’edizione del 1537 citata dal Göllner (Turcica, I, n. 611, p. 293); uso pertanto l’edizione del 1544 intitolata Opera nova composta per Ionubei Bassa in lingua greca et tradutta in Italiano la quale dechiara tutto il governo del Gran Turcho… (segue un lunghissimo sottotitolo contenente l’indicazione di tutta la materia). 104. L. Bassano, I costumi et i modi particolari della vita de’ Turchi, Roma 1545 (ristampa fotomeccanica a cura di F. Babinger, Monaco 1963). La citazione dalla Prefazione del Babinger a p. VII. 105. Babinger, Prefazione, p. VII. 106. Per notizie biografiche sul Bassano v. la citata prefazione alla sua opera; la voce Bassano Luigi del Dizionario biografico degli italiani, 7, Roma 1970, pp. 114-115, non aggiunge nulla di nuovo. 107. Pubblicata a Venezia nel 1588 l’Historia ebbe numerose ristampe e fu tradotta in spagnolo (Madrid 1585), tedesco (Francoforte sul Meno 1592), inglese (Londra 1595) e anche in latino da Jacobus Geuderus che col titolo di Belli turco-persici historia la inserì nella Rerum Persicarum historia, di Pietro Bizzarri (Francofurti 1610, pp. 513-622). 108. Sulle relazioni veneto-persiane cfr. G. Berchet, La Repubblica di Venezia e la Persia, Torino 1865.

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L’eccezionale interesse dell’opinione pubblica veneziana per tutto quanto si pubblica sulla Turchia è dimostrato anche dalla diffusione e dalla fortuna di compilazioni di vario genere e valore spesso stampate a fini divulgativi o propagandistici e quasi sempre insignificanti sul piano delle informazioni. Possiamo cominciare la rassegna con uno scritto di Gherardo Borgogni del 1590, che ricostruisce le origini dello stato ottomano e le vicende politico-militari che lo hanno portato a tanto successo da paragonarne la forza con la Spagna di Filippo II.109 È veramente un peccato che non ci sia rimasta alcuna eco delle reazioni suscitate a Venezia da quest’opera stampata a Bergamo ma dedicata a Danese Filiodoni, gran cancelliere di Filippo II a Milano, in un momento in cui gran parte della classe dirigente veneta fa di una risentita ostilità alla Spagna quasi una costante del proprio pensiero politico e della quotidiana azione diplomatica. Evidente l’intento divulgativo, mantenuto peraltro ad un livello di decorosa serietà, nelle Vite de gl’imperatori de Turchi di Pietro Bertelli che disegnano con garbo e sobria finezza 15 medaglioni di sultani da Ottomano a Maometto II.110 Ogni vita, della lunghezza di due-tre facciate, è preceduta da un ritratto del monarca inciso a rame a tutta pagina, nitido, ben profilato, senza dubbio opera dell’abile mano di un artista di non mediocre talento. Le notizie biografiche sono intercalate da notazioni su usi e costumi della corte ottomana, pratiche religiose, istituzioni civili e militari, sempre molto succinte ma singolarmente chiare e precise a conferma della bontà delle fonti usate dal Bertelli.111 Sommari sulle origini e lo sviluppo dell’impero ottomano che dall’ovvia constatazione dell’inerzia e delle divisioni dei principi cristiani traggono motivo e forza per incitare alla concordia e ad una solidale azione anti-turca si ripetono per tutto il Cinquecento e Seicento con esasperante monotonia di temi ed un progressivo affievolirsi della carica passionale. Alcuni di questi scritti sono di anonimi veneziani, come quel Ragguaglio historico del 1685 dedicato a Marc’Antonio Priuli,112 noioso compendio di fonti eterogenee e talvolta di scarso valore, altri, pur stampati a Venezia come La Cristianità svegliata di Grassino Farra, escono da un’ambiente filo-austriaco e sono da collegarsi al fervore pubblicistico suscitato dalla sacra lega austro-veneto-polacca del 1684.113 109. G. Borgogni, Le discordie christiane le quali causarono la grandezza della casa ottomana, insieme con la vera origine del nome Turco e un breve sommario delle vite e acquisti de’ Prencipi Ottomani et nel fine un Paragone della possanza del Turco e di quella del catol. Re Filippo, Bergamo 1590. 110. P. Bertelli, Vite de gl’imperatori de Turchi, Vicenza 1599. Il Bertelli ha forse imitato nella struttura un’opera uscita l’anno precedente col titolo di Cronica breve de fatti illustri degli imperatori de Turchi, con le loro effigie, Venetia 1598. 111. L’autore le elenca in apertura del libro: vi troviamo tutti i più celebri scrittori di cose «turchesche», Cambini, Giovio, Menavino, Spandugino, e molti altri italiani e stranieri. 112. Ragguaglio historico a prencipi christiani per deprimer la Potenza Ottomana, Venetia 1685. 113. G. Farra, La Cristianità svegliata che con tromba di religione eccita i suoi Principi a moversi in così opportuna occasione contra la potenza ottomana e insieme suona i modi facili per totalmente distruggerla, Venezia 1586 (da correggersi in 1686 come si desume dalla dedica a Innocenzo XI, papa dal 1676 al 1689).

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Altro genere di pubblicazioni che non cessa di produrre una ponderosa quanto prolissa varietà di opere è quello delle storie politico-diplomatiche, sempre ridondanti di particolari sulle vicende militari e sui negoziati delle numerose guerre tra Turchi e Cristiani, ma povere di notizie sulla struttura politica, economica e religiosa dello stato turco. Venezia contribuisce in larga misura a questo tipo di storiografia, sia coi lavori di scrittori membri delle più illustri case patrizie sia offrendo a storici della terraferma o di altri stati della penisola l’opportunità di stampare le loro narrazioni nelle sue numerose tipografie. Pietro Contarini, Emilio Manolesso, Cesare Campana, Marco Guazzo, Alessandro Vianoli, Giambattista Chiarello, Camillo Contarini, sono solo alcuni dei più noti di questi scrittori114 il cui atteggiamento nei confronti della civiltà ottomana assume quasi sempre contorni tradizionali e negativi. La condanna senza attenuanti di una nazione «barbara» degna di menzione solo nella misura in cui lo impongono le vicende militari e diplomatiche si colora di virtuosismi verbali e arditezze sintattiche negli scrittori secenteschi soprattutto quando vengono introdotti i temi della rozzezza e crudeltà dei Turchi. Un ruolo importante nella diffusione a Venezia di informazioni sulla Turchia hanno anche le traduzioni di libri stranieri che spesso raggiungono tra il pubblico colto una fama anche superiore alle opere di autore veneziano. In alcuni casi si tratta di mediocri compilazioni come il Libro dell’origine et successione del imperio de Turchi (Vinegia 1588) dello spagnolo Díaz Tanco Vasco115 o di repertori enciclopedici comprendenti anche capitoli sulla Turchia come Le descrittioni universali et particolari del mondo et delle repubbliche di Luca di Linda pubblicate a Venezia nel 1660 dallo storico ferrarese Maiolino Bisaccioni.116 114.  P. Contarini, Historia delle cose successe dal principio della guerra mossa da Selim ottomano a’ Venetiani fino al dì della gran giornata vittoriosa contra Turchi, Venetia 1572; Manolesso, Historia nova; C. Campana, Compendio historico delle guerre ultimamente successe tra Christiani e Turchi e tra Turchi e Persiani nel quale particolarmente si descrivono quelle fatte in Ungheria e Transilvania, fino al presente, Vinegia 1597; M. Guazzo, Compendio de le guerre di Mahometto gran Turco fatte con Venetiani, con il re di Persia e con il re di Napoli, Venetia 1552; A.M. Vianoli, Historia Veneta, Venezia 1680; G.B. Chiarello, Historia degl’avvenimenti dell’armi imperiali contro a’ ribelli, et ottomani, confederationi e trattati seguiti fra le potenze di Cesare, Polonia, Venetia e Moscovia, Venezia 1687; C. Contarini, Istoria della guerra di Leopoldo primo imperatore e de’ principi collegati contro il Turco dall’anno 1683 fino alla pace, Venezia 1710. Un particolare rilievo nella pubblicistica veneziana del Cinquecento e Seicento hanno anche le numerose traduzioni italiane dell’Historia de vita et gestis Scanderbergi (Romae 1508-1510) dello scutarino Marino Barlezio che narra le gesta di Giorgio Castrioto detto Scanderberg, l’eroe della resistenza popolare albanese contro i Turchi. Cfr. F. Pall, Marino Barlezio. Uno storico umanista, in «Mélanges d’histoire générale, Cluj», II (1938), pp. 135-315. 115. La traduzione italiana, curata da Alfonso Ulloa, semplifica il lungo titolo originale: Libro intitulado Palinodia de la nephanda y fiera nacion de los Turcos y su engañoso arte y cruel modo de guerrear y de los imperios, regnos y provincias que han subiectado, y posseea con inquieta ferocidad, Orense 1547. 116. Il titolo originale è Descriptio orbis et omnium ejus rerum publicarum in qua praecipua ordine et methodice pertractantur, Leida 1654. Ne esiste anche una seconda traduzione accresciuta del 1664. Alcune informazioni di scarso valore in G. La Via, «Le descrittioni universali et partico-

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Tra le numerose traduzioni di opere francesi ed inglesi acquistano una posizione di primo piano, sia per il loro intrinseco valore documentario che per la notevole diffusione tra il pubblico colto, l’Abregé de l’histoire des Turcs del di Verdier117 e la celebre History of Turkish Empire 1640-1677 del Rycaut. Ambasciatore straordinario e poi segretario d’ambasciata a Costantinopoli per cinque anni il Rycaut mette al servizio di un’intelligente curiosità e di una buona cultura la diretta conoscenza dello stato ottomano e un’ampia utilizzazione di documenti e scritti di vario genere. Tradotta in varie lingue gode anche a Venezia di meritata fama e ancora verso la fine del XVIII secolo il grande turcologo Giambattista Toderini la chiama più volte in causa nella sua Letteratura turchesca, sia pure per contestarne alcune affermazioni.118 6. Una visione barocca dei Turchi: le Memorie istoriche de’ monarchi ottomani del Sagredo «Inerme ha debellati gl’armati, ignorante ha confuso i dotti, ed inesperta della navigatione è divenuta potente in Mare», con quest’immagine carica di suggestivi richiami al «paradossale» linguaggio del vangelo cristiano, il Sagredo apre le sue Memorie istoriche de’ monarchi ottomani, complesso e faticoloso tentativo di disegnare sullo scorcio del Seicento un quadro storico del potente impero della mezzaluna. Le Memorie istoriche non nascono da una diretta esperienza della civiltà turca ma dal desiderio di dare al pubblico colto una storia globale e persuasiva di uno stato che la recente guerra di Candia ha riportato alla preoccupata attenzione dei veneziani, non logoro nelle sue strutture civili e militari né esaurito nella sua spinta verso Occidente. Uomo politico di primo piano il Sagredo trae preziose esperienze di popoli e culture straniere nelle importanti ambascerie a Parigi, Londra e Vienna e riesce a superare l’aridità di una vita condotta tra gabinetti di ministri ed estenuanti maneggi diplomatici, riservando il tempo libero ad una attenta e raffinata preparazione letteraria e ad una feconda attività di poeta e novelliere che culmina nella celebre raccolta dell’Arcadia in Brenta.119 lari del mondo et delle repubbliche» di Luca da Linda, in Umanesimo e tecnica, Padova 1969, pp. 63-91. Sul traduttore Bisaccioni, autore anche dell’ampliamento dell’Historia del Sansovino, v. la voce di V. Castronovo in Dizionario biografico degli italiani, 10, Roma 1968, pp. 639-643 e ora anche Bertelli, Ribelli libertini, pp. 208, 211-213). 117. La traduzione italiana dedicata a Giovanni Sagredo (cfr. cap. successivo) porta il titolo di Compendio dell’historie generali de’ Turchi (Venezia 1662); vi sono aggiunte le vicende belliche tra Venezia e gli ottomani dal 1647 al 1662 tratte dalle Istorie del Brusoni. 118. P. Ricaut, Istoria dello stato presente dell’impero ottomano, Venetia 1672 (seconda edizione 1673). A Venezia è molto diffusa anche la versione francese del Briot (1670). 119. Precise notizie biografiche in E.A. Cicogna, Delle inscrizioni veneziane, V, pp. 162-177 e N. Conigliani, Giovanni Sagredo, Venezia 1934. A Parigi si lega d’amicizia col di Verdier, l’autore dell’Abregé de l’histoire des Turcs.

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La sua lunga carriera politica, fallita solo nel massimo traguardo del dogado,120 non lo conduce mai a Costantinopoli a conoscere direttamente quel popolo turco che sarà oggetto della sua vasta ricerca storica e l’impulso iniziale a indagare negli archivi e nelle biblioteche le origini e gli sviluppi della potenza ottomana gli viene forse dall’amara esperienza della guerra di Candia vissuta con trepida e sofferta partecipazione e la cui conclusione negativa per i Veneziani egli accetta con penosa rassegnazione, dopo essersi battuto per una più vivace condotta delle operazioni militari e aver contrastato prematuri propositi di pace.121 Nonostante il consueto richiamo agli interessi della Cristianità le Memorie istoriche si dispongono con lucida consapevolezza in uno schema venetocentrico che privilegia e finalizza vicende e figure del mondo ottomano ad una coerente ed incalzante esaltazione della «virtù» dei patrizi veneziani, i cui atti di coraggio e di valore si stagliano puri e luminosi sullo sfondo della crudeltà e dell’inumana «barbarie» del Turco. Scrittore di mediocre talento il Sagredo risente di un’insufficiente cultura storica e le Memorie istoriche, dettate frettolosamente e senza un vaglio accurato delle fonti ed un’adeguata rifinitura dello stile, mancano nel complesso l’obiettivo di dare un’immagine esatta ed organica della civiltà ottomana. Nonostante un approfondito scavo archivistico e la discreta conoscenza della migliore bibliografia europea, peraltro mai citata esplicitamente, il suo libro non supera il livello di una pigra e pletorica opera di erudizione, anzi, come osserva giustamente la Conigliani, «di erudizione non profonda, quale poteva essere quella di un politico, vissuto più che fra i libri, negli uffici del governo, nei gabinetti diplomatici e nelle Corti».122 Rimaste incompiute all’anno 1640 le Memorie istoriche seguono un rigoroso ordine annalistico che si modella sulla successione cronologica dei sultani, dai primi leggendari capi tribù delle steppe asiatiche sino ai raffinati sovrani del pieno Seicento, con un progressivo ampliamento di notizie mano a mano che ci si avvicina agli eventi contemporanei.123 L’esposizione manca di omogeneità e di una coerente linea di sviluppo, e si disperde in mille rivoli ed episodi che lasciano largo spazio all’anedottica più minuta indulgendo agli aspetti folkloristici o di tono leggero e galante destinati a soddisfare la curiosità del lettore meno esigente e provveduto. L’ammirazione per questa nazione di umili origini resa famosa e temuta da «attioni ardite e guerriere» e l’enfatica comparazione tra l’estensione dell’impero romano e quello 120. Un tumulto popolare scoppiato durante gli scrutini del 1675 e forse suscitato ad arte dai suoi avversari, induce infatti il «galante» Sagredo a rinunciare e a ritirarsi a vita privata. 121. Conigliani, Giovanni Sagredo, p. 148. 122. Ibidem, 140-141. 123. Pubblicate a Venezia per la prima volta nel 1673, vengono ristampate più volte e nel 1688 viene aggiunta un’ampia sezione dedicata al serraglio e ai costumi turchi, che si trova anche manoscritta in B. M. C., Miscellanea Sagredo P.D. 328 c-6. I quattro tomi del 2° volume, dall’anno 1646 al 1671, anch’essi conservati in B. M. C., Mss. P. D. 342.c, pervennero nell’800 allo storico Agostino Sagredo che però non mantenne la promessa di pubblicarli integralmente (Cicogna, Delle inscrizioni veneziane, p. 175; Conigliani, Giovanni Sagredo, pp. 141-142). Sempre al Correr si conserva del Sagredo un altro manoscritto dal titolo Sultano di Costantinopoli. Titoli del Sultano e della sua Corte. Usi e costumi del Serraglio, (BMC, Mss. P.D. 527.c).

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turco creato dall’opera astuta e sapiente del «sagace architetto» Maometto con l’aiuto della religione, dell’obbedienza, della disciplina militare,124 sono forse le due uniche idee a configurarsi come un filo conduttore tra i molti fatti militari e politici. La contaminazione e fusione della storia degli Arabi con quella dei Turchi è l’unica svista di rilievo, forse desunta da qualche fonte medievale, di un’opera che a parte la farraginosa dispersione dei problemi e delle notizie, si segnala per precisione e fedeltà alla reale situazione dello stato ottomano. Il difetto maggiore sta nell’assoluta disorganicità dell’impianto, perché il Sagredo mescola in continuazione le notizie biografiche dei singoli sultani con lunghe digressioni sulle vicende politico-diplomatiche delle loro guerre di espansione, intercalando qua e là in modo del tutto disordinato e irregolare informazioni sulla religione, gli ordinamenti civili e militari, il governo e il serraglio. In perfetta sintonia con gli schemi più tradizionali della cultura veneziana ed europea del suo secolo i modelli interpretativi e gli schemi di giudizio sono improntati ad una acritica incomprensione di usi e costumi di una civiltà conosciuta solo per relazioni indirette e giudicata attraverso un’ottica propagandistica e politica rafforzata da un tenace pregiudizio religioso. La «turchesca religione» non ha altro fine che la «delinquenza impune», il governo dei sultani è «un arbitrio tra infinite volontà» e il sultano stesso è un «signore tra molti schiavi […] padrone senza riserva della vita, dell’honore e delle sostanze» dei suoi sudditi, l’«ottomanica crudeltà» annulla anche le limitate valutazioni positive di usi e abitudini della vita personale ed associata dei Turchi.125 Gli sforzi del Sagredo per dare al lettore un’idea della società ottomana naufragano tra le pieghe di una prosa insopportabile, fiorita e gravata da ricorrenti arditezze lessicali e sintattiche che finiscono per avvolgere nella cappa di una forma tanto scintillante quanto fredda e involuta anche i più genuini spunti di novità. Nonostante 800 lunghe e noiose pagine il profilo dell’impero ottomano nella sua complessa realtà economica, religiosa e politica non riesce ad emergere ed imporsi all’attenzione del lettore, ma lo stile adatto ai gusti dell’epoca, la personalità dell’autore, al centro di aspre polemiche politiche, e soprattutto la fame di notizie sull’oriente musulmano assicurano a quest’opera una fortuna non comune, testimoniata dalle numerose ristampe e dalle traduzioni in francese, inglese, spagnolo e tedesco. Del resto il mercato librario veneziano di questi anni offre un panorama davvero desolante per quanto riguarda la Turchia tanto che circolano per le mani degli avidi lettori le opere ormai vecchie di un secolo del Sansovino che solo dopo il 1662 e 1672 cominciano ad essere soppiantate dalle traduzioni del di Verdier e del Rycaut. Sintomatica dello squallora di alcune pubblicazioni di ar124. G. Sagredo, Memorie istoriche de’ monarchi ottomani, Venezia 16884, pp. 4-5. 125. I giudizi favorevoli sono, come al solito, limitati alla pietà religiosa, all’esercizio della carità e alla sobrietà (Memorie istoriche, pp. 7-8). Non mancano però le consuete espressioni ammirate e rispettose per i grandi sultani ed in particolare per il «formidabile barbaro» Solimano II (p. 144).

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gomento turchesco della seconda metà del Seicento è la Raccolta delle historie delle vite degl’imperatori ottomani sino a Mehemet IV regnante pubblicata da Neriolava Formanti nel 1684 all’inizio della guerra anti-turca, che si riduce ad un’incolore successione di biografie, corredate di notizie generiche e sommarie, prive di riferimenti cronologici ed esposte in una prosa di incredibile sciattezza.126 È proprio considerando la modestia di scritti come questi o registrando la diffusione e popolarità, almeno a livello colto, di altre insignificanti compilazioni, come ad esempio quel fastidioso zibaldone di scritture, lettere e trattati permeati di deteriore moralismo che è la Bilancia historico-politica dell’impero ottomano del Geropoldi,127 che possiamo valutare in tutta la sua portata la «rivoluzione» introdotta negli studi «turcheschi» dalla breve ma suggestiva Letteratura de’ Turchi del bailo Giambattista Donà. 7. Un libro nuovo alla fine del Seicento: La letteratura de’ turchi del Donà Con Giambattista Donà e il circolo di giovani studiosi che lo circonda gli studi «turcheschi» a Venezia subiscono una svolta radicale, di cui i contemporanei non hanno forse esatta coscienza e gli stessi turcologi del secolo successivo non apprezzano in misura adeguata. In realtà la progressiva ma radicale revisione di giudizi nei confronti della civiltà ottomana operata dalla cultura veneziana del Settecento non è frutto solo dell’impatto con le idee illuministiche ma anche della felice riscoperta e del recupero dell’ignoto e misconosciuto mondo della letteratura turca operati dal Donà. Il prestigio dell’illustre casata e le spiccate qualità personali impongono ben presto il Donà come uno dei più dinamici e colti patrizi della nuova generazione, assicurandogli una rapida e brillante carriera al culmine della quale giunge nel 1680 l’incarico di bailo a Costantinopoli in un momento particolarmente delicato delle relazioni veneto-turche.128 Antonio Benetti, un giovane di lingua che 126. Il Formanti è sensibile e attento a tutte le notizie di intrighi amorosi, avvelenamenti, crudeltà e massacri. Un certo rilievo ha nell’ambito dell’opera la tradizionale Relatione del Serraglio che si allarga ad una esposizione sistematica, ma priva di originalità, degli usi e costumi della corte e del governo. 127. A. Geropoldi, Bilancia historico-politica dell’impero ottomano overo arcani reconditi del maomettismo, estratti dalle cose più velate così antiche, come moderne dell’Oriente, Venezia 1686. Il Geropoldi soggiornò anche in Turchia e vi apprese la lingua come testimonia la sua caotica e semincomprensibile Lettera scritta di Costantinopoli dal sig. Angelo Geropoldi all’illustr. Et Eccellent. Sig. G.M. circa varie osservazioni fatte da lui sopra li curiosissimi funerali de’ Turchi, assieme con diverse orazioni tradotte dal medemo dall’Arabo, e dal Turchesco in detta maniera, pubblicata sulla «Galleria di Minerva» del 1696 (pp. 151-159). Secondo il «Giornale de’ letterati d’Italia» (t. 15, 1713, p. 413) la sua opera avrebbe riscosso molto più favore all’estero che in Italia. 128. Nato a Venezia il 6 marzo 1627 da Nicolò e Piuchebella Contarini, il Donà era stato savio di consiglio per molti anni, comandante di galere e piazze durante la guerra di Candia e aveva anche avuto l’importante incarico di sovraintendere alla grande compilazione delle leggi veneziane, in sostituzione dello storico Giambattista Nani (M. Barbaro, Genealogie patrizie, BMC, mss. II, 174

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lo accompagna nel suo viaggio e ne stende una minuta relazione,129 ci assicura che il Donà, appena avuta la notizia della nomina, forse unico tra tanti nobili che l’hanno preceduto, sente come un dovere politico e culturale l’apprendimento del turco e, pur nella ristrettezza del tempo a disposizione, riesce a conseguirne una sia pur sommaria infarinatura con l’aiuto di quel prete armeno Giovanni Agop già ricordato come autore di una grammatica. Il lungo viaggio sino a Costantinopoli lo trova tutto impegnato in osservazioni scientifiche: raccoglie notizie su animali, piante, pietre, correnti marine, aurore boreali e altri fenomeni atmosferici, si documenta su reperti archeologici e sulla vita e costumi delle nazioni balcaniche, confrontando ciò che vede personalmente con le notizie degli autori classici e di altri storici medievali e moderni.130 Studioso competente ed appassionato di astronomia, quando compare nella capitale turca una grande cometa con l’aiuto del Benetti e del dottor Monforte raccoglie numerosi dati che poi trasmette all’astronomo Geminiano Montanari.131 Gli anni di rappresentanza a Costantinopoli sono molto difficili per lo scoppio della guerra in Ungheria (1682) e per il massacro di alcuni cittadini turchi da parte dei Morlacchi. Un forte esborso di denaro per chiudere l’incidente provoca il suo richiamo in patria perché il Senato ritiene che abbia ecceduto nei suoi poteri ma egli sa giustificarsi e viene assolto.132 Impiega il tempo libero dalle occupazioni politiche nella raccolta di informazione sulla civiltà letteraria e sui costumi dei Turchi, riservando al più tranquillo soggiorno veneziano l’elaborazione del materiale.133 Dopo il ritorno in patria insieme al celebre cosmografo Vincenzo Coronelli si fa promotore il 27 dicembre 1684 dell’Accademia degli Argonauti, un cenacolo di appassionati geografi e letterati che viene progressivamente raccogliendo a Venezia, in Italia e anche all’estero un gran numero di appassionati desiderosi di incoraggiare le ricerche di astronomia e geografia.134 È nell’ambito di questo ambiente culturale, ricco di interessi etnografici e avido di notizie sulle civiltà straniere, che matura nel Donà la decisione di scrivere la sua opera sulla (2498-2504), III, c. 171v; G.A. Capellari Vivaro, Il Campidoglio Veneto, BNM, mss. It., cl. II, 1518 (8304-8307), II, cc. 34v-35r; G. Toaldo, Saggi di studj veneti, Venezia 1782, p. 31). 129. A. Benetti, Viaggi a Costantinopoli di Gio. Battista Donado senator veneto spedito bailo alla Porta Ottomana l’anno 1680, Venezia 1688. 130. Benetti, Viaggi, parte I; Toaldo, Saggi, pp. 29-32. 131. Sempre per conto del Montanari, che ricopriva la cattedra di astronomia e metereologia all’università di Padova, calcola con notevole precisione la latitudine di varie località e raccoglie molte altre notizie di carattere geografico (Toaldo, Saggi, pp. 36-39). 132. Cfr. Paladino, Due dragomanni veneti, pp. 189-191; P. Garzoni, Istoria della Repubblica di Venezia in tempo della sacra lega contro Maometto IV e tre suoi successori Gran Sultani dei Turchi, I, Venezia 1705, p. 45; M. Foscarini, Historia della Repubblica Veneta, Venezia 1720, p. 94; Romanin, Storia documentata, VI, p. 483. 133. Del suo soggiorno a Costantinopoli ci è rimasta anche una Relatione dell’audienza del G. S. havuta dall’Ecc.mo Gio. Battista Donado il giorno di 4 agosto 1682, BNM, cod. It., cl. VI, 2592 (=12484), cc. 78b-81a. 134. G. Marinelli, Venezia nella storia della geografia cartografica ed esploratrice, Firenze 1907, pp. 50 e 54; E. Armao, Vincenzo Coronelli, Firenze 1944, pp. 29-30.

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letteratura dei Turchi.135 Il Benetti assicura di aver visto nello studio del Donà già prima del 1688 dei lavori su «interne politiche dell’Ottomano Dominio, osservazioni di modi e usi turcheschi, di religione, di letteratura, di ricchezze» ed è probabile che parte di questo materiale, tra cui una trascrizione della biografia di Maometto di Giovanni Diacono,136 sia servita a preparare la consueta relazione al Senato.137 Pur con le cautele e le limitazioni imposte dalla natura ufficiale dello scritto e dalla consuetudine di rifarsi ai predecessori, il Donà anticipa alcune delle novità più significative e rivoluzionarie della sua Letteratura de’ Turchi. Le concessioni maggiori alla tradizione si notano nelle osservazioni sulla struttura dello stato, dilaniato da rapacità ed avanie e fondato sulla «regola del timore» che rende «successiva ed ereditaria la tirannia», e sulla religione, priva dei connotati spirituali del Cristianesimo e adatta invece all’incolta rozzezza dei Turchi che se ne servono «per sedurre il Popolaccio coll’uso sregolato de’ sensi a renderla infallibile». Nonostante queste limitazioni il Donà traccia un profilo equilibrato e privo di acredine del carattere dei Turchi la cui proverbiale ferocia si è venuta attenuando tanto che ormai «per addattare il nome di Barbaro non basta la diversità dei costumi e la distanza dei paesi, l’opposto della Religione, o l’incolta maniera di vivere».138 Questo tentativo di scrollare di dosso ai Turchi l’odioso peso dell’accusa di barbarie, tanto più interessante perché compiuto da un uomo politico veneziano alla vigilia di un’ennesima guerra veneto-turca, si collega ad una rivalutazione della civiltà letteraria dei Turchi, ancora timida rispetto alla convinta certezza della Letteratura de’ Turchi, ma forse ancor più significativa se teniamo conto della destinazione dello scritto e dello scabroso processo che attende l’autore a Venezia. Nei primi anni della loro storia i sultani hanno effettivamente proibito la stampa e l’accesso universale allo studio e alla lettura dei libri per impedire ai sudditi di notare gli errori della loro religione e la infelice schiavitù in cui vivono, ma ora la dilatazione dell’impero ha reso indispensabile l’istituzione di una magistratura stabile favorendo la diffusione di una «mezzana coltura d’animo» fondata sulla lettura del Corano e l’apertura di una fitta rete di collegi e scuole pubbliche a Costantinopoli e nelle principali città dell’Impero. Da un insegnamento inizialmente fondato solo sullo studio delle lingue persiana ed araba si è passati ad «altre cognizioni di ornamento», a letture di moralità, eleganze dello stile in prosa e in versi, rudimenti di matematica «ed altre buone arti e scienze non speculative ma pratiche e necessarie al ben vivere umano non solamente ma d’istruzione al comando».139 Anche se il Donà attenua la portata 135. Anche il Coronelli non è estraneo a interessi per il mondo ottomano; infatti tra le opere non identificate o non ritracciate l’Armao ricorda una Vita di sultano Achmet Han I imperatore d’Oriente o Vita di Achmet I sultano dei Turchi (Vincenzo Coronelli, p. 229). 136. G.B. Donà, Vita et costumi et perfida dottrina di Maometto, BNM, mss. It. cl. VI, LXXVII (5798), cc. 50-72; si tratta di una semplice trascrizione dell’opera del Diacono, controversistica e violentemente anti-maomettana. 137. Le relazioni degli Stati Europei, parte II, pp. 294-349. 138. Ibidem, pp. 294-295, 297. 139. Ibidem, pp. 296-297.

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del suo riconoscimento imputando a questa diffusione della cultura la nascita di uno spirito critico nei confronti della religione e il progressivo diffondersi di uno scetticismo religioso («sono veramente di niuna religione») le sue affermazioni hanno già il sapore di una piccola rivoluzione di idee che il trattatello Della Letteratura de’ Turchi perfeziona e porta a maturo svolgimento. Pubblicato a Venezia quattro anni dopo il ritorno da Costantinopoli questo libretto ormai raro nelle biblioteche italiane anticipa già nella prefazione la novità del contenuto e la radicale revisione di idee e luoghi comuni sulla Turchia maturata dal Donà nel suo soggiorno sulle rive del Bosforo. Non mancano in Italia ed Europa, egli osserva, numerosi lavori sulle forze militari e le istituzioni politiche dei Turchi, sono invece assai rare le notizie sulla loro letteratura, di cui molti negano addirittura l’esistenza nella convinzione che la nazione ottomana sia «affatto ignara delle buone e belle lettere, incapace della rettorica e della poesia e come lontana dagli studi delle leggi, della medicina, della filosofia e delle mattematiche». Ben sei scrittori si sono impegnati nell’arco di 150 anni, aggiunge l’editore, a insegnare ai principi cristiani la maniera di vincere in guerra i Turchi e cacciarli dall’Europa,140 ora finalmente il Donà sposta la sfera degli interessi e scrive un libro sulla «scienza» dei Turchi con il preciso disegno di recuperare al mondo occidentale il loro patrimonio culturale. Con la Letteratura de’ Turchi il Donà si propone l’obiettivo semplice e nello stesso tempo impegnativo per la novità del tema di delineare un panorama completo della cultura letteraria turca seguendo una partizione in generi desunta dalla tradizione erudita occidentale. È bene precisare subito che né la preparazione linguistica, ancora del tutto insufficiente, né un adeguato vigore intellettuale e doti di brillante scrittore sorreggono il suo ambizioso programma e nel complesso il trattatello risente pesantemente delle inadeguate premesse filologiche e del fiacco impianto espositivo. Eppure ha grande anche se effimero successo perché evidentemente dopo secoli di pubblicistica «turchesca» abbarbicata con ossessionante monotonia ai temi della crociata, della «perfidia», «barbarie», «ferocia» del Turco, molti accolgono quasi con sollievo un libro che pur con mezzi inadeguati fa conoscere il patrimonio letterario di una nazione da troppo tempo creduta incapace di esprimersi come civiltà autonoma e valida. Durante il suo bailaggio il Donà entra in confidenza con individui «qualificati e distinti», soprattutto molti Effendi, uomini di legge, si ritrova spesso «ne’ loro congressi familiari di eruditione» e interviene con frequenza «in riduttioni che si facevano massime in case di diversi per versare in materie di scienze».141 Malgrado queste amicizie con persone di elevato livello culturale in linea di principio egli non è affatto convinto «essere li Turchi al possesso delle bell’arti e scienze in universale, massime essendo privi delle stampe e violentati da una 140. Si tratta di: Gisler Busbecq, Francesco Savary, la Nue, Lazzaro Soranzo, Achille Tarducci, Giobbo Ludolfo. 141.  G.B. Donà, Della letteratura de’ Turchi. (Osservazioni fatte da Gio. Battista Donado senator veneto fù bailo a Costantinopoli), Venezia 1688, p. 4.

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forzata ignoranza»142 e ritiene che solo l’espansione territoriale, la conoscenza dei popoli soggetti e di rinnegati colti e infine la necessità di insegnare il Corano abbiano consentito la diffusione tra di loro di una certa vernice di cultura. Dopo un breve cenno al turco volgare e al persiano egli passa a descrivere le accademie e i collegi di cultura, sottolineando che l’insegnamento privato delle scienze si svolge «ne’ termini solo positivi e non nelle forme speculative e questionanti come da noi».143 La traduzione di alcuni brani di testi turchi, eseguita dal dragomanno Gian Rinaldo Carli, costituisce certamente la parte più nuova e interessante del libro. Oltre al Libro di Ussein Effendi, chiamato delle grandezze della casa ottomana, sono riportate un’orazione turca, alcuni proverbi, la tavola dei muftì e cadileschieri di tutto l’impero, i quesiti presentati al muftì e le preghiere del Ramadan.144 Un rilievo del tutto particolare assumono le osservazioni sulla poesia turca, ornata di «misura, armonia e desinenza» oltre che di «eloquenza» e da lui offerta all’apprezzamento degli occidentali in alcuni saggi di versione, con l’avvertenza però che la traduzione falsa gli aspetti formali dei testi.145 Fiero di appartenere ad una civiltà superiore, il Donà sente la necessità di riaffermare la connotazione eurocentrica del suo metro di giudizio culturale, assicurando che «i Turchi di gran lunga non sono, massime nell’universale, intelligenti et al possesso delle scienze come noi», una concessione che gli consente di formulare con più tranquilla convinzione l’augurio che il lettore si apra fiducioso alla comprensione della civiltà turca ormai non più «sepolta in quella brutale rozzezza di prima» grazie alle «dotte» e «bell’arti» di cui godono i paesi assoggettati al dominio ottomano.146 La Letteratura de’ Turchi non è un fiore nel deserto ma il frutto migliore e fecondo di un’attività di divulgazione culturale di cui il Donà è l’appassionato promotore.147 Ad un lavoro di collaborazione tra quattro dei giovani di lingua che il Donà ha portato con sé a Costantinopoli si deve la già ricordata Raccolta curiosissima di adagi turcheschi dedicata nel 1688 a Pietro, figlio di Giambattista. Spicca tra i traduttori la figura del bellunese Antonio Benetti, studioso di meteorologia e di filosofia naturale, esperto conoscitore del turco e prezioso biografo del bailo che aiuta con fedele dedizione e competenza nella raccolta e sistemazione del materiale linguistico della Letteratura de’ Turchi.148 142. Ibidem, p. 5. 143. Ibidem, p. 11. 144. Ibidem, pp. 94-101. 145. Non trascura neppure le musiche turche, che però gli paiono troppo cariche «dello strepitoso» (ibidem, p. 125). 146. Ibidem, p. 88, 135. 147.  Dietro sua sollecitazione il missionario piacentino Dionigio Carli pubblica a Bassano nel 1687 Il moro trasportato nell’inclita città di Venezia o vero curioso racconto de’ costumi, riti, e religione de popoli dell’Africa, America, Asia ed Europa. 148. Nel 1682 il Donà scrive al Senato che il brillante giovane di lingua «legge bene, scrive assai bene, traduce assai bene et parla ancora sì che ha quasi il possesso della metà dell’idioma» (ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 162, disp. 30 giugno). Per la sua biografia cfr. G.E.

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Una sincera amicizia che diventa ben presto fecondo sodalizio di comuni aperture culturali lega il dragomanno Gian Rinaldo Carli al dinamico bailo che lo sollecita a mettere al servizio della diffusione in Occidente della letteratura turca la rara e perfetta conoscenza della lingua maturata nella lunga attività di interprete.149 Stretto collaboratore del Donà nella traduzione di poesie e lettere comprese nella Letteratura de’ Turchi,150 viene conquistato al suo programma di radicale rinnovamento degli studi turcheschi e accetta l’invito di pubblicare la versione italiana di uno dei più importanti documenti della storiografia ottomana, la Cronologia historica di Hazi Halifè Mustafà.151 Corredata di note paragrafiche in margine al testo e di un vasto apparato erudito l’opera di Hazi Halifè Mustafà mira a colmare la carenza di buone notizie sull’impero ottomano «del corso del quale tra nostri storici siamo così scarsi come d’una potenza insana in rimote provincie». Pietro Donà, intelligente continuatore delle aperture turchesche del padre, e lo stesso Carli delineano, rispettivamente nella prefazione e nella dedica del libro, un vero e proprio programma di revisione della tradizionale impostazione della cultura veneta nei confronti del patrimonio letterario e storiografico ottomano. La Cronologia di Hazi Halifè Mustafà consente al lettore occidentale di apprezzare «in Epitome tutto ciò che d’eroico, di singolare e di grande in cadauno secolo, ha potuto operare l’Oriente», ma quei critici che vogliono sminuirne il valore come fonte, osserva risentito il Donà, dovrebbero essere altrettanto solleciti a mettere sotto accusa la modestia dei nostri cosmografi che assai spesso nei loro globi segnano «basse linee e pochi punti» o addirittura scrivono «Terra incognita» quando non li soccorrono positive notizie geografiche. Il giovane Pietro ha una coscienza nitida, anche se aliena da toni encomiastici, del profondo significato di rinnovamento dell’opera del padre il cui libretto «distinse le opinioni, cangiò il concetto de’ Letterati» aiutando gli uomini colti di Venezia a liberarsi dell’inganno in cui erano inconsapevolmente caduti pensando che i Turchi «non aplicassero ai Studii serii d’Historie, ò agli ameni di belle lettere». Sulle ali dell’entusiasmo il Carli abbandona le cautele del giovane Donà e definisce senz’altro «rea» l’opinione «che non vi conservi tra quei Barbari alcun seme d’erudizione», indicando così ai lettori un modello di accostamento alla civiltà ottomana che rompe in modo netto con gli schemi del passato e apre la strada ad un lungo ma irreversibile processo di revisione storiografica. Ferrari, Benetti Antonio, in Dizionario biografico degli italiani, 8, Roma 1966, pp. 479-481, che ne ipotizza anche una sua collaborazione più o meno diretta alla stesura della Letteratura de’ Turchi. 149. Era a Costantinopoli sin dal 1670 e anche dopo la morte del Donà viene impegnato in delicate missioni diplomatiche a Vienna, Ungheria e poi di nuovo in Turchia. Nel 1716 a coronamento di una lunga carriera ottiene la carica di dragomanno grande; cfr. P. Stancovich, Biografie degli uomini distinti dell’Istria, Capodistria 18882, p. 440; G. Caprin, L’Istria nobilissima, Trieste 1905, parte II, p. 217; Paladino, Due dragomanni veneti, pp. 193-200. 150. Così stretti parvero anche ai contemporanei i suoi rapporti col Donà che qualcuno avanzò l’ipotesi che fosse lui il vero autore della Letteratura de’ Turchi (B. Ienish, De fatis linguarum orientalium, breve trattato che precede il citato Lexicon del Meninski, p. LXXXIV; Stancovich, Biografie degli uomini distinti, p. 279). 151. Cronologia historica scritta in lingua Turca, Persiana ed Araba, di Hazi Halifè Mustafà, traduzione di Gian Rinaldo Carli, Venezia 1697.

La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII)

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Singoli studiosi e anche ambienti culturali tra i più aperti accolgono subito con favore e segnalano ad un pubblico più vasto la «novità» dell’opera del Donà e del suo attivo circolo di amatori della cultura «turchesca». Due anni dopo la pubblicazione il Leibniz, di passaggio a Venezia durante il suo viaggio in Italia, segnala all’amico Antonio Magliabechi la Letteratura de’ Turchi come l’unico libro «nuovo» degno di ricordo trovato sul mercato librario della città,152 mentre nel 1692 è il parmense Aurelio D’Anzi, compilatore modesto ma attento alle più moderne e suggestive notizie in tema di viaggi e conoscenze geografiche, a sottolineare la novità metodologica del libro, che supera di slancio la vecchia impostazione degli studi «turcheschi» e cancella quasi con un colpo di spugna l’«erroneo ed universal inganno» di coloro che ritengono i Turchi immersi in una profonda ignoranza.153 A Venezia è uno dei più importanti organi del nascente giornalismo letterario, la «Galleria di Minerva», a proporre all’attenzione degli intellettuali veneziani la positiva azione di rinnovamento culturale operata dal Donà, che ha dedicato tutte le energie di una vita per «disingannare la falsa apprensione di molti che dicono, non applicare i Turchi a gli studj di erudizione».154 La fortuna della Letteratura de’ Turchi viene rapidamente oscurata nel Settecento dalla vasta fioritura di studi «turcheschi» e soprattutto dall’ampia ed aggiornata Letteratura turchesca del Toderini e solo nel 1782 Alberto Fortis segnala all’attenzione dei lettori del «Nuovo giornale enciclopedico» questo «sensato ed erudito libretto» che per primo ha combattuto «il pregiudizio generalmente invalso della ignoranza di quella nazione».155 In un significativo parallelo con la quasi contemporanea riscoperta del testo originale del Corano che il lucchese Ludovico Marracci pubblica a Padova nel 1698 in una traduzione completa, fedele e condotta secondo una mentalità moderna ed aliena da esasperazioni controversistiche,156 il Donà e il suo circolo realizzano alla fine del secolo un’operazione culturale di grande portata, suggerendo per la prima volta all’opinione pubblica veneziana un modo nuovo e originale di accostarsi alla civiltà turca, studiata nei suoi autonomi valori che l’Occidente deve ancora scoprire. È un’indicazione preziosa che il vivace dibattito culturale e politico del Settecento veneto non lascia cadere ma sviluppa con prontezza anche con l’ausilio dei nuovi interessi proposti dai philosophes e dai loro moderati seguaci veneziani. 152. Egli scrive testualmente il 20 febbraio 1690: «Is certe unicus est liber novus, quem ego Venetiis notatu dignum reperi. Reliqui triobolares aut transcripti» (Clarorum Germanorum ad Ant. Magliabechium nonnullosque alios epistolae, I, Florentiae 1746, p. 10). 153. A. D’Anzi, Il genio vagante. Biblioteca curiosa di cento, e più relazioni di viaggi stranieri de’ nostri tempi, III, Parma 1692, pp. 231-244. 154. «La Galleria di Minerva overo notizie universali», 1696, p. 360. 155.  «Nuovo giornale enciclopedico», agosto 1782, recensione ai Saggi di studj veneti di Giuseppe Toaldo, p. 9. Più riduttivo il giudizio del Tiraboschi che cita l’opinione del Leibniz ma si limita a definire l’opera «di qualche pregio» (Storia della letteratura italiana, VIII, Modena 1793, p. 417). 156.  L. Marracci, Alcorani textus universus, Patavii 1698. V. anche F. Gabrieli, Gli studi orientali e gli ordini religiosi in Italia, in «Il pensiero missionario», III (1931), pp. 6-19.

II I Turchi nell’età dei lumi

1. Pace e amicizia tra due potenze al tramonto

1. Decadenza e riforme nella Turchia del Settecento Uno dei ritratti più penetranti e coloriti del governo e della società ottomani agli inizi del XVIII secolo è la relazione presentata in Senato nel 1706 da Carlo Ruzzini dopo sette mesi di ambasceria a Costantinopoli. Diplomatico abile e colto, capace di giudizi precisi e densi di vigore critico, il Ruzzini ha già avuto l’opportunità di conoscere personalità turche di primo piano durante i negoziati sfociati nella pace di Carlowitz ed è destinato vent’anni dopo a capeggiare la delegazione veneziana alle trattative di Passarowitz. Il suo lucido senso politico coglie con esattezza la lenta e progressiva decadenza dell’impero ottomano, minato dall’abbandono dell’«applicatione alli studij» e della «fierezza degl’animi» e dall’affievolirsi della «cieca obbedienza, la rassegnatione al destino, la stessa fede ai dogmi della lor legge». Abbassato e avvilito il potere del sultano cresce quello del primo visir «per le cui orecchie il re sente, per i cui occhi il re vede, con la cui lingua il re parla, colui che ascolta tutti, decide, arbitra sopra tutto», mirabile esempio della sconcertante onnipotenza del potere esecutivo al vertice di un impero dispotico.1 Il Ruzzini individua i primi sintomi del declino politico ed economico nei primi anni del Seicento quando «confuso il governo, disordinato il consiglio, povero l’erario, torbide le milizie» è iniziato il costante indebolimento dello stato, travagliato dall’inflazione, dalle malversazioni dei funzionari e dallo sfaldarsi della stessa impalcatura morale della società secondo una parabola dal corso e dall’esito finali ineluttabili come l’iter biologico di una qualsiasi specie animale. Alla progrediente rovina nessuno sinora ha opposto rimedi adeguati e tempestivi e la nazione turca continua nel suo inerte e rassegnato sfacelo senza curarsi di acquisire «la notitia dell’ultimo sforzo degl’ingegni nelle moderne dottrine».2 Le splendide raffinatezze della corte ottomana durante l’«età dei tulipani» non celano agli occhi disincantati ed esperti degli osservatori veneziani le crepe sempre 1. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. C. Ruzzini, cc. 6v-8r. 2. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. C. Ruzzini, c. 16v.

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più ampie dell’edificio dello stato, sconvolto da sanguinose ribellioni, da pesanti insuccessi militari e dal cedimento delle strutture finanziarie ed amministrative.3 Se il tramonto ormai imminente dell’impero ottomano predispone l’opinione pubblica veneziana ad osservarne la civiltà più serenamente e senza forzature e drammatizzazioni polemiche, in Turchia il peggioramento delle condizioni economiche dello stato e l’evidente diminuzione di peso politico nella scena internazionale aprono un processo di revisione critica nella classe dirigente più colta e sensibile che cerca di reagire alla decadenza, studia e in parte realizza progetti di riorganizzazione dell’esercito, discute e mette in cantiere riforme di segno moderato, guarda con sempre minore sufficienza e ostilità all’Occidente imitandone le più avanzate scoperte scientifiche. Negli ultimi decenni del secolo quando le disastrose campagne militari contro la Russia evidenziano ancor più bruscamente la profonda crisi dello stato ottomano anche i baili veneziani, come al solito attentissimi a tutto ciò che di nuovo si agita all’interno del loro potente nemico, registrano sempre più spesso il confuso fermento di idee, aspirazioni e progetti di rinnovamento culturale e sociale nel governo turco sempre più apertamente diviso tra tradizionalisti e innovatori. La guerra del 1768-1774 con la pericolosa campagna navale russa nel Mediterraneo trova il bailo Girolamo Ascanio Giustinian troppo impegnato a salvaguardare la neutralità veneziana per offrirgli tempo e occasione di analizzare in profondità la crisi incombente sull’impero ottomano,4 ma quando l’imminente pace di Cuciuk Kainargi sembra funzionare da detonatore delle contraddizioni interne turche e apre un breve e contrastato periodo di riforme, a Costantinopoli è giunto a rappresentare la Repubblica Paolo Renier, energica figura di diplomatico, amico del fallito riformatore Angelo Querini e uno dei più brillanti uomini politici espressi dall’aristocrazia senatoria veneziana negli ultimi decenni del Settecento.5 La sua acuta analisi della situazione interna dell’impero ottomano oscilla tra l’ammirata descrizione degli energici sforzi di occidentalizzazione e di rinascita e la spietata 3. È così chiamato il periodo 1718-1730 dominato dalla figura di Halil Pascià, per la vera e propria mania per il fiore olandese diffusasi tra i dignitari della Porta. Sui dispacci dei baili nei primi decenni del secolo sono fondati i due saggi di M.L. Shay, The Ottoman Empire from 1720 to 1734 as revealed in the Dispatches of the Venetian baili, Urbana 1944 e A. Benzoni, La guerra russo-turca del 1736-1739 come fu vista dalla diplomazia veneziana a Costantinopoli, in «Archivio veneto», XIII (1933), pp. 186-202. Non è senza significato che proprio da fonti veneziane, ed in particolare dall’Istoria del Garzoni, abbia tratto copiosa messe di notizie il Vico per tracciare quel suggestivo excursus sull’ascesa e decadenza dei Turchi inserito nella biografia di Antonio Carafa (G.B. Vico, De rebus gestis Antonj Caraphaei libri quatuor, Napoli 1716, ripubblicata in Id., Scritti storici, Bari 1939, pp. 729-775). Sui problemi della decadenza ottomana nel Settecento oltre alle classiche pagine di Jorga e Hammer, cfr. B. Lewis, Some reflections on the Decline of the Ottoman Empire, in «Studia islamica», IX (1958), pp. 111-127; Bombaci, L’impero ottomano, pp. 575-583, Mantran, La navigation venitienne, pp. 376-387; A.N. Kurat, J.S. Bromley, La ritirata dei Turchi (1683-1730), in Storia del mondo moderno, Milano 1971, VI, pp. 729-775. 4. Non manca però qualche vivace spunto sparso qua e là nei suoi dispacci (ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filze 212, 213, 214). 5. T.M. Marcellino, Una forte personalità nel patriziato veneziano del Settecento: Paolo Renier, Trieste 1959, in part. le pp. 25-42.

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e pessimistica denuncia di una corruzione e decadenza sorde a qualunque sollecitazione riformatrice. Secondo il Renier le guerre sfortunate dei grandi imperi si possono paragonare ai terremoti terrestri: questi «alterano e cambiano la natura degli elementi», quelle «fanno cambiare rapidamente le massime, gli usi e fino gli stessi principj» delle nazioni. L’impero ottomano con la guerra da poco perduta ha subito uno choc salutare e sotto la pressione della Francia e della Svezia si avvia a ricondursi a «ordini buoni», adotta sempre più frequentemente «massime europee» nell’arte bellica e ricorre ampiamente alla tecnica francese per superare la propria arretratezza,6 ma queste velleità riformatrici, effimere e prive di una forte spinta dal basso, si spengono rapidamente con l’avvento del nuovo sultano Abdulhamid con cui sembrano tornati in Turchia i tempi degli «antichi governi asiatici corrottissimi posti fra la potenza delle donne e quella degli eunuchi». Nel 1774 il Renier ormai non ha più dubbi: la corruzione interna ha raggiunto il limite massimo e la libertà di navigazione sui mari e i fiumi ottomani concessa a tutte le potenze straniere combinandosi con le altre clausole della ignominosa pace coi Russi fa presagire vicina la rovina dell’impero.7 In un dispaccio del 4 gennaio egli tratteggia un quadro incisivo e cupo della decadenza ottomana che ormai ha valicato i confini delle strutture economiche e amministrative per attingere i più intimi valori morali della popolazione. Sfibrato da un intenso e precoce sforzo libidinoso e privo della «coltura» dei cristiani, il popolo turco langue in un torpore infecondo e degradante, mentre la classe dirigente, vittima dell’avarizia e della venalità e adusa a considerare ogni carica pubblica un privato apannaggio da sfruttare sino al totale esaurimento, consuma il proprio sfacelo fisico e morale nella vita dissipata degli harem che la riduce ad una «lussuriosa mentale infermità insanabile nell’uomo che lo costituisce inetto alla contemplazione ed azione delle cose necessarie al governo». Ipocrisia negli uomini di legge, inettitudine e viltà nei sudditi, ignoranza colpevole delle arti militari, spopolamento dell’impero sono logiche conseguenze di questo collasso della fibra morale dello stato8 e se nel 1774 il Renier sembra attribuire solo ai Turchi questa generale corruzione morale, nell’aprile dell’anno successivo ammette sconsolato che ormai essa va corrodendo tutta l’Europa.9 La convinzione di uno sfacelo ormai imminente ed il contemporaneo rifiuto di accettare l’idea di una Turchia disposta a convivere pacificamente con Venezia si combinano nella vibrante prosa di Andrea Memmo, la cui relazione del 1781 è documento prezioso del vischioso tradizionalismo di tanti esponenti del patriziato. Ha ragione il Torcellan ad osservare che a Costantinopoli «due tramonti potevano incontrarsi e misurarsi»10 ma è rilevante constatare che la volontà 6. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 215, disp. 17 ottobre 1772, 17 luglio e 3 settembre 1773. 7. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 216, disp. 3 marzo e 3 settembre 1774. 8. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 216, disp. 4 gennaio 1774. 9. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 216, disp. 18 aprile 1775. 10. G. Torcellan, Una figura della Venezia settecentesca: Andrea Memmo. Ricerche sulla crisi dell’aristocrazia senatoria veneziana, Venezia-Roma 1963, p. 143. Dello stesso Torcellan vedi an-

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del Memmo di modellare la sua relazione su una esauriente disanima di tutte le cause della decadenza economica e politica del vecchio «irriducibile subdolo avversario», lo emargina, insieme a tanti altri suoi colleghi patrizi, da una generazione di scrittori che sta avviando proprio in questi anni un coerente tentativo di dare del Turco un’immagine meno stereotipa e deforme. Il suo ritratto dello stato turco è ritmato su toni di nero pessimismo: tutti i ministri sono corrotti, l’interesse privato regola ogni azione, «ignoranza, inerzia, letargo» imperano in ogni ramo dell’amministrazione, il popolo è ozioso, l’evasione fiscale è diffusissima, le avanie dei bassà prassi ordinaria, l’ignoranza delle scienze pervicace e senza rimedio.11 Della letteratura, delle arti, delle scienze, di tutto un patrimonio culturale cui si sta rivolgendo l’appassionato interesse dei giornali e degli intellettuali più avanzati neppure un cenno. Il Torcellan ha sottolineato nel Memmo la compresenza di una sostanziale adesione alla «tradizione» e alla «coscienza della classe aristocratica» e di un’apertura a tutte le «voci» ed «esperienze significative» del Settecento europeo,12 ma certo il suo atteggiamento verso i Turchi, visti ancora come un «popolo senza ragione e che odia tutto ciò che odora di veneziano»,13 lo collega più alla difesa di un passato ricco di gloriose tradizioni che alle moderne posizioni della cultura veneziana del Settecento. È vero che la sua descrizione dei ministri ottomani accredita, come osserva il Berengo, l’immagine di un «pacifico popolo turco» trascinato con la forza dagli europei nella bufera della guerra,14 ma in realtà i motivi ispiratori di tutta la relazione sono ancorati ad una visione conservatrice ed ostile del mondo ottomano. Il «calice troppo amaro» della cessione della Crimea acutizza all’interno del governo ottomano la frattura tra l’ala più conservatrice, ostile a qualsiasi innovazione e quella più progressista, favorevole ad un moderato programma di riforme all’interno e ad un realistico adeguamento ai rapporti di forza in politica estera. Agostino Garzoni, bailo a Costantinopoli nei giorni tumultuosi del «doloroso sacrificio» della Crimea, segue con curiosità e partecipazione l’animato contrasto che oppone nel Consiglio di stato gli uomini di legge e alcuni capi militari, «ripieni di pregiudizi che derivano dalla loro religione ed infatuati dalle idee della passata grandezza e valor musulmano» e decisi a rimettersi ancora all’azzardo delle armi «ed al voler del Destino», al Visir che invece con una «lunga patetica esposizione» della disastrosa situazione militare dello stato convince «con vera e fondata ragione» i fanatici ad accettare una linea di condotta prudente e posche Profilo di Andrea Memmo, in Illuministi italiani, a cura di G. Giarrizzo, G. Torcellan, F. Venturi, VII, Riformatori delle antiche Repubbliche, dei ducati, dello Stato Pontificio e delle isole, MilanoNapoli 1965, pp. 193-204, ora anche in «Settecento veneto e altri scritti», pp. 263-272. 11. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. A. Memmo (in tre dispacci fusi insieme), cc. 24-26. 12. Torcellan, Una figura, p. 19. 13. Da un dispaccio da Buiuk-darà del 3 agosto 1779 citato ibidem, p. 151, nota 2. 14. M. Berengo, Il problema politico-sociale di Venezia e della sua terraferma, in La civiltà veneziana del Settecento, a cura di Vittore Branca, Firenze 1960, p. 73.

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sibilista.15 Passa poco più di un anno e ancora una volta il Garzoni è costretto a registrare la sconfitta della ragione e del buon senso di fronte al fanatismo. Infatti nell’aprile del 1785 sale al potere un nuovo visir di idee tradizionaliste «ripieno dello spirito musulmano e dei pregiudizi della Maomettana Religione» che imprime una sterzata in senso decisamente reazionario alla politica interna ottomana e apre un periodo di governo in cui «par che si voglia reprimere la prudenza e la moderazione ed innalzare il fanatismo e l’ardire».16 Il Garzoni non ha dubbi sul destino imminente dello stato turco e parla senza esitazioni di «rovina irreparabile» e di «vacillante impero»,17 mentre il suo successore Girolamo Zulian, più prudente e riservato, si limita a qualche notazione sulla «superstizione» dominante nel popolo turco.18 La dialettica conservazione/rinnovamento all’interno del governo e dello stato turchi si sviluppa con particolare chiarezza intorno al problema della modernizzazione delle forze armate, ormai ridotte ad una condizione di evidente inferiorità rispetto agli eserciti europei sanzionata in modo clamoroso dalle gravi sconfitte subite nelle guerre con l’Austria e la Russia. Paolo Renier, grande appassionato di cose militari e ammiratore delle iniziative di Giuseppe II e Federico II,19 descrive giannizzeri e spahi come soldati inetti ed imbelli cui è rimasto solo «il nome del valore e della passata ferocia»20 e il Memmo rincara la dose dipingendoli addirittura come una mandra di deboli e vili combattenti, arditi e feroci in caso di vittoria ma rassegnati e pronti alla diserzione e allo sbandamento di fronte alla sconfitta o alla lusinga di un personale vantaggio.21 La coscienza dell’inferiorità tecnica ed umana del proprio esercito induce la Porta a riprendere con audacia e decisione la politica di utilizzazione della manodopera specializzata occidentale già sperimentata nei secoli d’oro dello stato, ma questa volta il Sultano non si rivolge più ai rinnegati ma alla scienza e alla tecnica ufficiali dell’Europa regolarmente negoziate e pagate con accordi a livello diplomatico. Nel 1771 arriva a Costantinopoli il barone de Tott seguito negli anni successivi da altri tecnici e ufficiali francesi che insegnano alle truppe turche la disciplina e le nuove tattiche europee, riattivano con nuovi mezzi e più moderne concezioni gli arsenali e aprono nuove fonderie di cannoni.22 15. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 224, disp. 24 dicembre 1783. 16. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 224, disp. 9 aprile 1785. Sul contrasto tra «fanatici» e «prudenti» nel governo ottomano cfr. anche i dispacci del 10, 25 giugno e 10 settembre 1785. Altre osservazioni sulla politica interna ottomana di questi anni nella consueta relazione presentata in Senato nel 1786 (ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7). 17. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 225, disp. 9 e 24 luglio 1785. 18. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 226, disp. 10 aprile 1786. 19. Marcellino, Una forte personalità, p. 13. 20. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 215, disp. 17 febbraio 1774. 21. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. A. Memmo, cc. 33-35. 22. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 215, disp. 17 ottobre 1772, 17 luglio e 3 settembre 1773, filza 224, disp. 10 luglio, 14 dicembre 1784, 10 febbraio 1785, filza 225, disp. 10 novembre 1785, filza 227, disp. 5 luglio 1787. Cfr. anche le corrispondenze delle «Notizie del mondo», n. 45, 4 giugno 1783, n. 79, 1 ottobre 1783.

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Questo tentativo del governo turco di mettere a profitto la tecnologia occidentale e il prezioso aiuto francese per modernizzare il proprio apparato bellico è seguito con attenzione e curiosità dai baili, sin dall’inizio incerti e dubbiosi sulle possibilità di riuscita dell’esperimento. Abbastanza ottimista il Renier che sottolinea la «pronta e rassegnata obbedienza» dei Turchi alle istruzioni del de Tott,23 pessimisti invece il Memmo24 e il Garzoni che definisce senz’altro «chimerico e fantastico» il progetto di disciplinare le truppe ottomane a causa dei «falsi principij della superstizosa loro religione».25 È vero, osserva ancora il Garzoni, che gli uomini «più illuminati» del governo sono intimamente persuasi che il coraggio, l’impeto e la protezione del Profeta non bastano più a vincere le battaglie e che è invece necessario assoggettare l’orgoglio ottomano ad alcune regole e istruzioni militari, ma lo sforzo generoso dei francesi per «mutare l’indole della Nazione» gli pare del tutto vano.26 Un tentativo del sultano di eliminare le paghe dei giannizzeri inetti e superflui scatena una vera e propria rivolta che minaccia di travolgere lo stesso sovrano e più in generale «il genio di questa nazione intollerante ed impetuosa» si mostra indocile all’ordine e alla disciplina europei.27 Alla fine del 1785 il fallimento dei tecnici giunti da Parigi è ormai evidente e il Garzoni ne attribuisce la causa ai «principij di religione» e alla «educazione che converrebbe intieramente sovvertire» anche se gli sembra non del tutto infondata l’ipotesi che gli stessi francesi, nonostante le apparenze e il frenetico attivismo, desiderino lasciare le cose come stanno nel timore che aggiungendo «l’ordine, la tolleranza e disciplina al loro numero, ferocia ed alterigia» i Turchi divengano troppo potenti.28 L’indole neghittosa e superba dei Turchi che rifiutano di apprendere le discipline di altri paesi fanno apparire anche a Niccolò Foscarini «difficile idea» i progetti di riforma dell’esercito avanzati ancora una volta nell’aprile del 1792 dopo la conclusione dell’ultima guerra con la Russia che ha visto l’impero ottomano toccare il fondo della sua depressione politica e militare.29 Eppure lo stesso Foscarini di lì a qualche mese ha parole di elogio per il nuovo governo che diminuisce l’autorità del primo visir istituzionalizzando le funzioni del Consiglio di stato, limita la durata delle cariche per frenare le malversazioni dei governatori, colpisce il lusso eccessivo, cerca di distruggere o almeno ridurre il dispotismo dei feudatari e stimola una rinascita degli studi scientifici con l’istituzione di una scuola del genio largamente aperta allo studio delle matematiche.30 23. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 215, disp. 17 ottobre 1772. Il 6 gennaio dello stesso anno il Renier allega al suo dispaccio un’ampia relazione, compilata con l’aiuto del capitano Facchinei, sulla nuova fabbrica di cannoni aperta dal de Tott. 24. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, relaz. A. Memmo, c. 33v. 25. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 224, disp. 10 luglio 1784. 26. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 224, disp. 14 dicembre 1784, 10 febbraio 1785. 27. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 224, disp. 10 gennaio, 10 marzo 1785. 28. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 202, disp. 10 novembre 1785. 29. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 236, disp. 22 aprile 1792. 30. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 236, disp. 8 maggio 1792. Un rapido ma efficace profilo delle innovazioni del biennio 1792-1793 viene riproposto dal Foscarini nella sua

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Sulla stessa linea di benevolo apprezzamento delle novità e delle riforme in corso di attuazione si colloca l’ultimo bailo Ferigo Foscari che rileva con soddisfazione la buona riuscita dell’addestramento alla «francese» delle truppe turche e arriva a paventare «il giorno in cui l’Europa avesse a pentirsi di avere illuminata una Nazione che anche nella sua decadenza sarà sempre grande sempre potente».31 Sul trono di Costantinopoli siede ora un sultano convinto della necessità di trarre la sua nazione dall’«ignoranza» e dai «pregiudizi», che comincia a dare concreta attuazione ai propositi riformistici: rinnova l’ordinamento dell’arsenale, riorganizza il corpo del genio, istituisce una scuola di lingua italiana e francese obbligando ministri e ufficiali a frequentarla. Tra la generale sorpresa i sudditi turchi questa volta accettano di buon grado le innovazioni e persino i soldati acconsentono a farsi tagliare la barba e a vestire un abito diverso dal tradizionale mostrando così chiaramente che anche «la Nazione in generale» riconosce la necessità di cambiamenti, un’osservazione significativa e ad un tempo un po’ paradossale in un uomo come Ferigo Foscari, sinceramente legato al suo vecchio mondo aristocratico e destinato di lì a qualche mese ad essere sostituito dal nuovo «cittadino bailo» Francesco Vendramin, rappresentante della neonata municipalità democratica.32 A partire dalla seconda metà del Settecento sulla situazione interna dello stato turco indagano e riferiscono con una viva sensibilità per le crescenti esigenze dell’opinione pubblica anche le corrispondenze dei giornali veneziani ricche di notizie e di temi molto più vasti dei contemporanei dispacci dei baili. È soprattutto grazie alle «Notizie del mondo», il quotidiano diretto da Giuseppe Compagnoni con sincero interesse per tutte le vicende culturali e politiche del secolo dei lumi e nel segno di una semisegreta adesione alle idee «moderne», che i veneziani conoscono l’evoluzione della situazione politica, economica e culturale della Turchia. L’insistenza con cui questo giornale sottolinea l’aspro contrasto che contrappone in Turchia il fanatismo e la superstizione alle idee di progresso e di modernizzazione, risponde all’esigenza di dar sfogo alle inquietudini illuministiche e pre-giacobine del Compagnoni e talvolta allude copertamente alla situazione politica e culturale della Repubblica Veneta, non meno bisognosa di rinnovamento e riforme.33 C’è un tratto in comune ai molti dispacci da Costantinopoli delle «Notizie del mondo» e, in misura minore, de «Il nuovo postiglione», ed è la costante sottolineatura del tenace permanere nella società turca di un cumulo incredibile di superstizioni e pregiudizi che spiegano la condotta «stranissima» della Porta in relazione finale al Senato (ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. Foscarini, cc. 10r-11v, pubblicata in Romanin, Storia documentata, IX, pp. 516-518). 31. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 240, disp. 9 agosto 1794. 32. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 240, disp. 10 aprile 1795. Cfr. anche B. Cecchetti, Scuola di lingua italiana e francese a Costantinopoli e soldati turchi sbarbati, in «Nuovo archivio veneto», XV (1885), t. XXIX, parte I, p. 421. 33. Sul Compagnoni politico e giornalista direttore delle «Notizie del mondo» cfr. Berengo, La società veneta, pp. 178-180 e I giornali veneziani del Settecento, pp. LVIII-LXI.

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occasione delle ultime vicende politiche e inducono a sinistre previsioni sul futuro e la durata dell’impero.34 Il fatalismo musulmano, che scaturisce da un’interpretazione troppo letterale del Corano, un tempo potente strumento di espansione militare per l’impeto fanatico e lo sprezzo della morte che ispirava ai combattenti, si è ora convertito in una vera e propria malattia morale, che corrode la compagine sociale e tarpa ogni iniziativa di civili realizzazioni. Baili e viaggiatori osservano sgomenti l’assoluta mancanza di qualsiasi precauzione da parte del popolo e spesso anche delle autorità nei confronti delle epidemie di peste che periodicamente aprono vuoti paurosi tra gli abitanti di Costantinopoli e delle altre città ottomane. Il «principio di religione» e l’«assuefazione», ambedue ispirati ad una concezione fatalistica della vita, paralizzano ogni provvedimento igienico e profilattico dei Turchi che si offrono come gregge di pecore alla morte,35 fatta eccezione per alcuni ministri e signori «che sono alquanto illuminati».36 La superstizione, nella più ampia accezione del termine e nelle infinite manifestazioni peculiari della società turca, è il vero male oscuro dell’impero ottomano che blocca ogni potenziale progresso, avviluppando uomini e istituti in una plumbea cappa di stagnazione e misoneismo.37 Essa semina la costernazione tra il popolo di Costantinopoli colpito da un rovinoso terremoto,38 fa perdere alla plebe il cervello in occasione delle feste per la nascita dei figli del sultano,39 spinge il volgo nelle braccia del «fanatismo» dei preti che invocano la guerra santa.40 Figlia dell’ignoranza la superstizione incute terrore panico nei popolani interpretando una semplice cometa come «fatale indizio della loro totale rovina e desolazione»41 e talvolta si mescola paradossalmente ai più moderni sviluppi della tecnica europea come quando nel 1797 chiama l’astrologia a fissare il giorno più fausto per la posa della prima pietra di una vasca progettata da un ingegnere svedese.42 Il suo potere insinuante e avvolgente non si limita ad annichilire il volgo idiota e illetterato ma trascina anche gli uomini politici del Divano che con34. «Notizie del mondo», n. 26 gennaio 1782. 35. «Il nuovo postiglione», n. XXXIII, 16 agosto 1783, p. 386, XXXVII, 13 settembre 1783, p. 443, «Notizie del mondo», n. 73, 12 settembre 1795, p. 686. Notizie sulla peste in Turchia in D. Panzac, La peste à Smyrne au XVIIIe siècle, in «Annales. E.S.C.», 28, 4 (1973), pp. 1071-1093. 36. «Giornale enciclopedico», novembre 1780, p. 20 (rec. a D. Sestini, La peste di Costantinopoli, del 1778, Yverdon 1779, pp. 17-27). 37. Un estratto del «Giornale di Buglione» commentando le Mémoires del de Tott assicura che «tutto ciò ch’egli ci racconta della superstizione, e stupidezza Turchesca fa ben chiaramente conoscere che quell’impero non avrebbe bisogno di scosse violentissime per crollare sfasciato» («Nuovo giornale enciclopedico», aprile 1785, p. 75). 38. «Giornale d’Italia spettante alla scienza naturale e principalmente all’agricoltura, alle arti ed al commercio», III (1776), p. 16. 39. «Notizie del mondo», n. 1, 5 gennaio 1782, n. 20, 11 marzo 1786. 40. «Il nuovo postiglione», n. L, 13 dicembre 1783, p. 593. 41.  «Notizie del mondo», n. 19, 1 ottobre 1783, «Il nuovo postiglione», n. XL, 4 ottobre 1783, p. 472. Spunti interessanti sul concetto di barbarie, ignoranza e superstizione in «Notizie del mondo», n. 20, 11 marzo 1786. 42. «Il nuovo postiglione», n. CLXXXIII, 8 novembre 1797, p. 930.

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dividono con gli umili la malinconia ispirata dalla credula convinzione dell’imminente compimento dell’anno 2000 dell’era ottomana foriero di lutti e rovine e forse della fine dello stesso impero.43 L’europeo del Settecento non ammette facilmente che le tenebre della superstizione siano destinate a coprire in eterno la società umana e si nutre dell’ottimistica fiducia che la forza della ragione riuscirà, sia pure dopo travaglio tormentato e contrastato, ad aprire una breccia nel muro dei pregiudizi e dell’ignoranza ereditati dal passato. Anche i gazzettieri veneziani seguono con vigile attenzione la nascita e lo sviluppo, timidi e incerti ma pur sempre significativi, di nuovi atteggiamenti del pensiero e dell’azione volti al superamento del fanatismo e della superstizione. Una semplice festa da ballo nella sede dell’ambasciata francese di Costantinopoli cui il Gran Visir interviene mascherato «alla Maomettana» sembra alle Notizie del mondo un indizio che i musulmani «si spogliano appoco appoco dei loro pregiudizi e si adattano volentieri ai costumi, e gusto europeo»44 e l’ottimismo cresce e si rafforza quando è lo stesso governo a respingere la «grossolana superstizione» del volgo e a progettare in tutto lo stato l’erezione di lazzaretti per l’isolamento della peste.45 Come in Europa la battaglia per la distruzione del fanatismo e un più moderno e civile assetto della società è dura e costellata di sconfitte e ripiegamenti, così anche in Turchia registra le accanite resistenze dei retrogradi e dei conservatori e frequenti battute d’arresto. Nell’aprile del 1786 un muftì per sopperire alla scarsezza di bovini autorizza il consumo della carne suina ma paga con la deposizione la sua audacia innovatrice delle leggi del Corano46 e negli stessi anni quei ministri che pensano di ammodernare la cadente struttura dell’esercito turco con l’aiuto dell’istruzione tecnica europea constatano con amarezza la difficoltà di vitalizzare un organismo vecchio e sclerotico ma fiero e orgoglioso di una tradizione e di un passato venerati e ritenuti intangibili come i dogmi della religione. Il quadro catastrofico dell’esercito ottomano ripetutamente descritto dai baili trova un puntuale riscontro anche nei giornali di cultura e di varia letteratura che si impegnano con disinvolta compiacenza a criticare e svilire le virtù guerriere di una nazione temuta per secoli proprio per la sua invincibile potenza militare. Elisabetta Caminer, colta e raffinata giornalista, ma certo poco adatta al difficile studio dell’arte bellica, si diletta nel 1769 di attribuire ai Turchi una ignoranza della scienza militare pari a quella dei Sibariti47 e qualche anno più tardi il «Giornale enciclopedico» riporta dalla «Gazzetta universale» l’estratto di un libro francese che esalta il valore e la disciplina delle truppe russe polemicamente contrapposti al disordine e all’impeto animalesco dei reparti ottomani.48 43. «Il nuovo postiglione», n. XLV, 5 novembre 1785, p. 534. 44. «Notizie del mondo», n. 27, 2 aprile 1785. 45. «Il nuovo postiglione», n. LI, 24 dicembre 1785. 46. «Il nuovo postiglione», n. XV, 15 aprile 1786, pp. 182-183. 47. «L’Europa letteraria», 1769, t. VI, p. II, pp. 63-66. Cfr. anche t. IV, aprile 1771, p. II, pp. 39-42, settembre 1771, t. I, parte I, pp. 83-91. 48.  «Giornale enciclopedico», marzo 1781, pp. 72-78.

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I giornali veneziani seguono con viva attenzione anche i tentativi del de Tott e degli altri tecnici e ufficiali francesi di disciplinare e modernizzare le truppe turche ma anch’essi come i baili sono costretti a registrare il fallimento dello sforzo ottomano di «paragonarsi all’altre potenze d’Europa nell’arti e soprattutto nel militare»49 con un pessimismo che coinvolge anche i tentativi posteriori al 1792 positivamente apprezzati da Ferigo Foscari.50 Anche la Turchia vive in questi anni il dramma della frattura tra una ristretta minoranza della classe dirigente, illuminata dalla ragione e protesa a diffondere il progresso e l’incivilimento dove regnano oscurantismo e arretratezza culturale e una massa amorfa e indifferente, ostinatamente legata ai pregiudizi religiosi e sociali e refrattaria a qualunque innovazione che comunque scalfisca il patrimonio di idee e conoscenze ereditato dagli avi. I giornalisti si accostano con affettuosa simpatia e comprensione a questa élite di illuminati fautori del progresso e con schietto entusiasmo le corrispondenze di Costantinopoli tratteggiano una vivace galleria di colti e moderni uomini politici ottomani desiderosi di incamminare la loro nazione sulla strada del progresso. Energiche figure di visir, cordiali, educati all’europea, attivi e pronti all’azione, colpiscono la fantasia dei gazzettieri, come quel ministro degli esteri che «contro il costume dei veri Musulmani ricolma di finezze» i diplomatici stranieri51 o quel Rabib Effendi ambasciatore a Vienna, affabile, gentile, colto e spiritoso come gli europei e dal «genio» ben diverso «dalla comune opinione che abbiamo de’ Turchi»52 o ancora quel fiero HassanPascià che ha avuto dalla nascita il «germe del genio» destinato a farne un «uomo meraviglioso se non ne avessero impedito l’intiero sviluppamento lo studio trascurato fino ad una troppo avanzata età e la mancanza delle cognizioni di prima necessità».53 Anche nella famiglia dei sultani i tempi moderni portano una ventata di novità che si riflette nella personalità dei sovrani regnanti. Durante l’«età dei tulipani» Achmet III attira l’attenzione del bailo Francesco Gritti per le sue non comuni doti politiche, l’interesse per la buona amministrazione dello stato, la straordinaria propensione per gli studi storici e la buona cultura54 ma è soprattutto la figura del 49. «Il nuovo postiglione», n. 1, 4 gennaio 1797, p. 7. 50. «Notizie del mondo», n. 83, 15 ottobre 1783; «Mercurio d’Italia storico-politico per l’anno 1797», 3° semestre, p. 174. 51. «Notizie del mondo», n. 1, 3 gennaio 1784. «Persone illuminate, e molto versate nelle buone lettere, sapendo tutti e due l’italiano, il francese e il tedesco», questo il ritratto del muftì e del nuovo primo visir nel 1782 (Notizie del mondo», n. 97, 4 dicembre 1782). Alcuni anni prima, nel novembre del 1774, Paolo Renier aveva manifestato il suo stupore per essere stato ricevuto dal primo visir con modi «che non sono soliti de’ Turchi, ma con quelli che giustamente si direbbero li più politi tra le civilizzate nazioni d’Europa» (ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 216, disp. 3 novembre 1774). 52. «Notizie del mondo», n. 22, 17 marzo 1792. 53. «La Natura dallo studio aiutata e dall’arte avrebbe potuto fare di Hassan-Pascià un uomo prodigioso. La Natura da se sola ne ha fatto un uomo grande» («Notizie del mondo», n. 99, 10 dicembre 1785). Cfr. anche «Il nuovo postiglione», n. XLVIII, 3 dicembre 1785, pp. 590-591. 54. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. F. Gritti, cc. 1v, 41v, 48r.

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giusto, colto e riformatore Achmet IV che trova nell’opinione pubblica veneziana un unanime coro di elogi e di cordiale ammirazione. «Umano e generoso» per l’arcigno turcofobo Andrea Memmo,55 «principe clemente pacifico e compassionevole» per il corrispondente de «Il nuovo postiglione»,56 questo giovane sultano, speranza della Turchia e sicura promessa di un avvenire di riforme e di progresso, è oggetto di un ritratto entusiastico da parte delle «Notizie del mondo». Magnanimo e umano, appena assunto il governo si impegna attivamente a mettere ordine nell’amministrazione dell’impero, punisce i funzionari corrotti e oppressori dei sudditi, si circonda di ministri abili e di idee aperte e moderne che si applicano con passione a rimuovere il principale ostacolo all’incivilimento dei Turchi e cioè l’avversione per gli usi e costumi europei, come dire «l’avversione medesima contro l’introduzione d’ogni specie di Novità e di Riforme, opposte alle antiche loro barbare costumanze». Vissuto in dorata prigionia per molti anni non ha trascorso il tempo nell’ozio infecondo ma nello studio delle scienze e delle lingue europee e si sforza di trasmettere anche ai figli il gusto per l’educazione occidentale affidando il terzogenito alle cure di un istitutore francese.57 Anche il «Giornale enciclopedico» gli dedica un breve medaglione esaltandone il «cuore nobile e generoso», la buona cultura, l’amore per la musica e l’avversione per ogni forma di eccessiva e rigoristica adesione all’islamismo.58 Questa ammirazione per l’attiva opera di modernizzazione di Achmet IV si ripete qualche anno dopo per Selim III, giovane «bollente di temperamento, non ammollito ancora dai piaceri», ma «vissuto consapevole del suo destino, educato in ogni maniera di cognizioni e di lumi» e accolto dai sudditi con grandi speranze purtroppo rapidamente deluse per la sua incapacità di affrontare la decadenza dello stato con misure energiche e radicali.59 I modesti risultati dei tentativi riformistici dei sultani inducono i giornalisti veneziani a giudicare con sfiducia il successo di un autonomo processo di risveglio e di modernizzazione della Turchia e a individuare nella benefica influenza dei lumi della «colta» Europa l’unica possibilità di progresso e di rinnovamento della società ottomana. Solo il contatto con le arti, le scienze e la politica degli europei riuscirà a dissipare i pregiudizi che fanno ancora dell’impero dei Turchi «un deserto fra l’Asia» e sarà soprattutto il libero commercio con le altre nazioni occidentali a insinuare una «nuova maniera d’esistere» capace di intaccare lo spirito nazionale e distruggere l’intolleranza islamica.60 55. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. A. Memmo, c. 32. 56. «Il nuovo postiglione», n. XIII, 29 marzo 1783, p. 147. Il 26 marzo 1788 la «Gazzetta urbana veneta» pubblica la traduzione francese di un elogio alla pace e ad Achmet «l’illustre, il benefico ed il virtuoso» (n. 25, pp. 185-197). 57. «Notizie del mondo», n. 67, 20 agosto 1783, n. 91, 13 novembre 1782. 58. «Giornale enciclopedico», marzo 1774, pp. 15 e 78. 59. «Notizie del mondo», n. 41, 23 maggio 1789, n. 45, 6 giugno 1789, n. 1, 2 gennaio 1790, n. 15, 19 febbraio 1791, «Il nuovo postiglione», n. XXIII, 6 giugno 1789, pp. 352-355. Giusto e generoso ma alieno dagli affari pubblici lo descrive il 22 aprile 1789 il bailo Gerolamo Zulian (ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. G. Zulian, c. 6). 60. «Notizie del mondo», n. 70, 30 agosto 1783, n. 24, 22 marzo 1783.

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Non mancano anche nel Divano uomini ancora «abbacinati dagli antichi pregiudizi dettati dalla legge di Maometto» e ostili alle nuove relazioni con l’Occidente ma ormai lo slogan della nuova Turchia sarà «altri tempi, altre leggi». anche perché la maggioranza dei ministri si è persuasa che grazie al commercio estero le nazioni possono aumentare le loro ricchezze e progredire in tutti i settori della società.61 Questa dichiarata volontà di occidentalizzazione di gruppi influenti della classe dirigente turca spinge i giornali veneziani a seguire attentamente il faticoso cammino della ragione e del progresso attraverso le selve del fanatismo e della superstizione e a dare un singolare rilievo anche ad episodi modesti ma significativi dell’apertura verso la scienza europea. Le «Notizie del mondo» riferiscono con curiosità di alcuni progetti di illuminazione della città di Costantinopoli62 e nel 1784 partecipano ai lettori con un misto di meraviglia e di ammirazione la notizia che la nazione ottomana «creduta una delle più tarde e meno istruite» è seconda solo all’Italia nell’esperimento del pallone aerostatico di Montgolfier, grazie all’audace iniziativa di due funzionari del serraglio assistiti da un fisico persiano.63 Idee nuove e moderne scoperte scientifiche giungono in Turchia quasi esclusivamente dalla Francia, questa «buona e antica amica» dei Turchi sin dal tempo di Francesco I, che ha salvato dalla barbarie un popolo «il quale non principia ad addolcire i propri costumi se non a spese della sua bravura e della sua forza».64 In Francia è emigrato per molti anni e vi ha appreso le «cognizioni ignote all’universale di questa nazione» quell’affascinante figura di Isac-bey descritta dal bailo Niccolò Foscarini come uno dei più influenti ministri del sultano Abdulhamid,65 dalla Francia arriva, non senza contrasti e ripensamenti, la luce della ragione diffusa dall’Enciclopedia,66 dalla Francia infine giungono insieme ai tecnici e agli ufficiali anche idee e proposte di riforme sociali e politiche capaci di seminare nei sudditi inquietudine e amore di pericolose novità. Sin dal 1785 la Porta proibisce severamente la lettura di gazzette straniere67 ma quando in Francia scoppia la Rivoluzione i corrispondenti veneziani sono ansiosi di cogliere le reazioni del popolo turco ad un evento così sconvolgente di cui il governo teme la suggestiva capacità di attrazione. Già nel gennaio del 1791 a Costantinopoli si fa vivo un ardito musulmano autore di discorsi rivoluzionari e la plebe si agita, grida e fa «paragoni disvantaggiosi al Despotismo assoluto», ma il giornalista de «Il nuovo postiglione» la reputa trop61. «Notizie del mondo», n. 35, 30 aprile 1785; «Il nuovo postiglione», n. XXXIII, 14 agosto 1784, p. 392. 62. «Notizie del mondo», n. 6, 21 gennaio 1786. Cfr. anche «Il nuovo postiglione», n. IV, 28 gennaio 1786. 63. «Notizie del mondo», 30, 13 aprile 1785. La notizia riportata anche dal «Nuovo giornale enciclopedico» (agosto 1785, pp. 72-73) che la trascrive dal giornale di Buglione. 64. «Notizie del mondo», n. 70, 30 agosto 1783. 65. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 233, disp. 15 aprile 1790. 66. Sull’introduzione dell’Enciclopedia in Turchia cfr. cap. III, par. III. 67. «Il nuovo postiglione», n. XXVI, 25 giugno 1785, n. XXX, 23 luglio 1785.

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po ignorante e brutale per approfittare del momento propizio al mutamento di questo «abominevole Governo».68 In realtà, come baili e giornalisti veneziani segnalano sin dall’inizio, la Porta sventa il pericolo del contagio rivoluzionario proprio rafforzando i tradizionali legami di amicizia e di alleanza con la Francia e accettando senza difficoltà i rappresentanti di Parigi che si susseguono sulle rive del Bosforo siano essi inviati di Luigi XVI, della Convenzione nazionale o del Direttorio e più tardi confida nell’appoggio diplomatico e militare di Napoleone per resistere alla pressione russa e conservare immobile e senza scosse l’assetto politico e sociale. 2. Venezia dalla guerra all’ansia per i «pericoli del turco» L’immagine di un Turco nemico della fede e della Repubblica condiziona ancora per tutto il Settecento una parte dell’opinione pubblica veneziana che non si lascia facilmente convincere che lo Stato della mezzaluna sia ormai una potenza semi-paralizzata, duramente impegnata in altri fronti e tormentata da crescenti difficoltà interne che le impongono di intrattenere con Venezia rapporti di amicizia sempre più cordiali. La breve guerra del 1714-1718 risuscita per un momento vecchi odi e antagonismi, ma in effetti la formula dell’uti possidetis che chiude il conflitto più che rafforzare l’impero ottomano pone le premesse di un ampliamento dei domini dell’Austria ormai candidata all’egemonia sul mare Adriatico.69 Con l’Istorica relazione della pace di Posaroviz del segretario Vendramino Bianchi la storiografia politica di ispirazione anti-turca esprime l’ultima opera di un certo livello tutta centrata sull’esaltazione di Venezia di fronte a cui per la prima volta «il Turco ha dovuto piegare il suo orgoglio sfrenato» e ha dovuto eseguire i termini di restituzione e di soddisfazione. Il Berengo70 ha rilevato il permanere nel Bianchi di una identificazione «istantanea e quasi elementare» del Turco «col naturale nemico» grazie anche all’uso di una terminologia tipica dei polemisti anti-ottomani del Cinquecento e Seicento; «barbaro» è per lui l’idioma dei Turchi, «barbaro» il loro stile di scrivere, «barbari» il cerimoniale, gli artifici diplomatici, il fasto, la durezza d’animo e la mancanza di parola.71 Solo otto anni dopo la pubblicazione del volume del Bianchi il bailo Francesco Gritti dà per scontato un definitivo rapporto di pace tra Venezia e Turchia a causa della crisi ormai endemica della società ottomana,72 ma la maggior parte 68. «Il nuovo postiglione», n. II, 8 gennaio 1791, n. LVI, 14 luglio 1792. 69. Sulla guerra del 1714-1718 cfr. A.A. Bernardy, L’ultima guerra turco-veneziana (17141718), Firenze 1902. 70. Berengo, Il problema, p. 72. Sul Bianchi cfr. la voce del Torcellan in Dizionario biografico degli italiani, 10, Roma 1968, pp. 176-178. 71. V. Bianchi, Istorica relazione della pace di Posaroviz, Padova 1719, pp. 3, 8, 14, 60, 94, 151. 72. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. F. Gritti, cc. 41v-48r.

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della classe politica veneziana mantiene sino alla fine del secolo un atteggiamento di cauta diffidenza verso le effettive intenzioni della Porta e non esita a cullare ogni tanto effimere velleità di rivincita. Nel frattempo il commercio tra i due stati diminuisce nettamente per quantità e valore, i mercanti ottomani riducono sensibilmente la loro presenza nel Fondaco e il Senato stesso reiterando gli inviti ai baili a moderare le spese di rappresentanza ammette esplicitamente una situazione di ristagno e di progressivo arretramento. La grande attenzione dei baili per lo sviluppo del commercio francese, inglese e scandinavo nelle piazze ottomane e le numerose proposte per recuperare margini di concorrenzialità alle manifatture veneziane se testimoniano del perdurante attivismo della Repubblica anche negli ultimi decenni del secolo sono però anche esplicita ammissione del declino dei rapporti economici con la Turchia.73 Sul piano politico è ormai evidente a tutti il nuovo equilibrio di forze in Oriente in cui Venezia, chiusa in una rigida e impotente neutralità, si ritira progressivamente dalla scena mentre l’impero ottomano sta per essere soppiantato nel suo ruolo egemonico dalle più fresche e dinamiche energie dell’Austria e della Russia. La tenace diffidenza del Memmo o le generose illusioni del Renier, che sogna per un attimo una rinnovata Repubblica lanciata alla riconquista dei territori orientali,74 non impediscono al governo veneziano di consolidare progressivamente le buone relazioni con la Porta. Nonostante i frequenti incidenti di frontiera e le molestie dei pirati dulcignotti, si moltiplicano le dichiarazioni di amicizia e di buon vicinato cui seguono sempre più frequenti atti concreti di collaborazione ispirati ad un lineare indirizzo di governo. Venezia conferma il divieto di ospitare in Dalmazia profughi turchi, restituisce senza esitazioni i malviventi fuggiti dall’impero ottomano, interviene ripetutamente presso le corti europee a favore di singoli o di interi gruppi di mercanti e sudditi ottomani vittime della guerra di corsa cristiana.75 Già nel 1704 il Senato, segnalando al bailo la liberazione di due 73. Nel XVIII secolo i Veneziani esportano in Turchia panni, berretti, porcellane e carta e importano lane, sete, tabacco e bestiame. Sull’interscambio veneto-turco nel Settecento cfr. G. Campos, Il commercio estero veneziano della seconda metà del ’700 secondo le statistiche ufficiali, in «Archivio veneto», LXVI (1936), vol. XIX, pp. 156-159; B. Caizzi, Industria e commercio della Repubblica Veneta nel XVIII secolo, Milano 1965, pp. 52, 60, 64, 73, 77, 122, 138, 140-141, 145, 154, 159, 175, 213, 258; M. Lecce, L’agricoltura veneta nella seconda metà del Settecento, Venezia 1958, pp. 7-8. Particolarmente negative per le esportazioni in Levante le conseguenze della guerra russo-turca del 1768-1774; cfr. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 219, disp. 17 gennaio, 1 giugno, 13 agosto 1768; Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 214, disp. n. 119 e altri; V Savi alla Mercanzia, Lettere del bailo a Costantinopoli, ser. I, filza 556/A, vari dispacci. 74. Marcellino, Una forte personalità, p. 37. Nel gennaio del 1774 il Renier suggerisce di attuare finalmente quel piano di ristrutturazione e potenziamento dell’esercito e della marina elaborato nel 1720 dal feld-maresciallo Schulemburgh; allora era «figlio del timore de’ Turchi», ora, soggiunge ottimisticamente, potrebbe essere «figlio della speranza» (ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 216, disp. 4 gennaio 1776). 75. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 41, c. 82v, 47, c. 28v, 48, parte II, c. 9.

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turchi arrestati dagli spagnoli nel golfo di Napoli si premurava di sottolineare al sultano la sua attenzione per gli «interessi e commercio de’ Turchi» e la sua rettitudine nel conservare le buone relazioni con la Porta,76 ma dopo la pace di Passarowitz episodi del genere si moltiplicano sino a configurare una vera e propria svolta nel «clima» diplomatico tra i due stati. Così nel 1739 la Repubblica si muove per liberare un gruppo di mercanti e pellegrini ottomani catturati da un corsaro maltese77 e ripetute pressioni per la soluzione di casi analoghi esercita nel 1748 a Torino il residente Domenico Maria Cavalli e nel 1781-1783 a Madrid l’ambasciatore Andrea Capello.78 Il progressivo miglioramento dei rapporti con la Turchia non esclude la benevola attenzione per il nascente astro politico della Russia, di cui si intravede la capacità di contrastare le mire dell’Austria nell’Adriatico e nella penisola balcanica.79 Quando nel 1768 scoppia la guerra russo-turca che vede la grande sconfitta delle armi ottomane a Cesnè il governo veneziano si affretta a ordinare al bailo di ispirare il suo comportamento al principio di non «recare giusto motivo di dispiacenza né all’una né all’altra delle suddette potenze», ma sottolinea l’esigenza di un’opportuna distinzione e graduazione di atteggiamento. Falliti i negoziati diretti con la «Moscovia» sarà indispensabile mostrare alla Russia «stima e amicizia» e alla Porta invece rinnovare «le massime costanti dell’amicizia» evitando sospetti per il futuro e dissipando quelli eventualmente introdotti per il passato.80 La pace di Cuciuk Kainargi del 1774 simboleggia così vistosamente il rapido deterioramento del peso politico internazionale dell’impero ottomano che cominciano a circolare progetti di coalizioni generali antiturche con allegati precisi piani di spartizione delle spoglie, preannuncio di un problema politico destinato nell’800 a tenere a lungo occupate le cancellerie europee.81 Nel 1781 Andrea Memmo commenta negativamente uno 76. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 36, parte I, c. 129v. 77. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 190, disp. 22 gennaio 1739. 78. ASV, Senato, Dispacci Torino, filza 5, Spagna, filza 181. 79. Sui rapporti veneto-russi nella seconda metà del Settecento cfr. C. Malagola, L’istituzione della rappresentanza diplomatica di Venezia alla corte di Pietroburgo e una relazione sulla marina russa sotto Caterina II; A.M. Alberti, Venezia e la Russia alla fine del secolo XVIII (1770-1785), in «Archivio veneto», X (1931), pp. 222-283, XI (1932), pp. 287-345 e F. Seneca, Francesco Lorenzo Morosini e un fallito progetto di accordo veneto-russo, in «Archivio veneto», s. V, LXXI (1962), pp. 19-47. 80. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 52, parte I, 7-8, Dispacci Costantinopoli, filza 213, disp. n. 43-44, cc. 418-428. Cfr. anche C. Manfroni, Documenti veneziani sulla campagna dei Russi nel Mediterraneo, in «Atti Ist. Veneto Ss. Lett. ed Arti», LXII, ser. VII (1812-1913), pp. 1143-1176; R. Cessi, Confidenze di un ministro russo a Venezia nel 1770, in «Atti Ist. Ven. Sc. Lett. ed Arti», ser. VIII, XVIII (1914-1915), pp. 1575-1604; E. Monzani, La politica europea in Oriente alla fine del secolo XVIII secondo documenti di fonte veneziana (1789-1792), in «Archivio veneto», XXXIII (1917), pp. 243-280. 81.  Per un panorama della politica estera turca e dei rapporti internazionali in Oriente nel XVIII secolo v. A. Sorel, La question d’Orient au XVIII siècle. Les origines de la triple alliance, Paris 1889; R. Picchio, L’Europa orientale nel secolo XVIII, in Storia universale, a cura di E. Pontieri, VI, parte I, Milano 1969, pp. 319-395 e A.H.L. Fisher, Storia d’Europa, Bari 1971, II, pp. 317-327.

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di questi piani steso da un colonnello russo ma respinge con altrettanta fermezza l’ipotesi di un’alleanza con il cadente impero ottomano e rispolvera per l’occasione la leggenda dell’orgoglioso rifiuto veneziano di un aiuto turco al tempo della lega di Cambrai.82 La nuova guerra russo-turca del 1783-1792 sanziona in modo definitivo il declassamento della Turchia e l’ascesa a grande potenza della Russia, aprendo nei Balcani e nel Mare Adriatico un vuoto politico verso cui si protende sempre più minacciosa e aggressiva la monarchia asburgica. In un dispaccio da Costantinopoli del 4 luglio 1783 un giornalista veneziano rileva l’inquietudine dell’Europa per il «risultato delle tempeste, che mostrano di formarsi contro questo impero, un tempo tanto formidabile» riecheggiando ansie e preoccupazioni ormai diffuse anche nella classe dirigente veneziana, torpida e incapace di reagire all’inerzia che corrode lo stato ma non ignara della mutata situazione politica nello scacchiere orientale.83 La perdita della Crimea nel 1785 sembra al bailo Garzoni un colpo «fatale» per l’impero ottomano la cui sopravvivenza è ormai affidata più che alle proprie forze alla «volontà degli altri principi e alle politiche combinazioni». La Turchia non può più resistere da sola neppure alle truppe di una sola nazione e anche se l’umana intelligenza non è in grado di prevedere se e quando effettivamente si determinerà un nuovo conflitto contro l’impero ottomano è certo però che tutti gli Stati europei hanno già preso adeguati provvedimenti in vista di un così «strepitoso avvenimento» e per la prima volta nel Settecento affiora nel Garzoni la preoccupazione che la scomparsa dello stato turco metta in pericolo i diritti della Repubblica in Levante.84 L’amara realtà di una decadenza contemporanea ai due stati traspare anche nei documenti ufficiali della Repubblica nonostante gli orgogliosi tentativi di celarne le manifestazioni più evidenti e di rifiutare ogni formale riconoscimento della mutata situazione economico-politica. Nel maggio nel 1796 il bailo Ferigo Foscari raccoglie preoccupato la voce dell’istituzione a Venezia di una rappresentanza diplomatica turca al semplice livello di incarico d’affari85 e nel gennaio dell’anno seguente è costretto ad impegnarsi in logoranti negoziati per conservare inalterato il consueto cerimoniale onorifico dell’ingresso alla Porta messo in discussione dal governo ottomano. Se questi due episodi confermano il diminuito prestigio della Repubblica anche la decisione del Reis-Effendi (ministro degli esteri turco) di nominare a Venezia, dopo Vienna, Londra, Berlino, un diplomatico stabile, rompendo così uno sdegnoso isolamento di secoli, equivale ad un’esplicita confessione di decadenza.86 82. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. A. Memmo, cc. 20v, 46r, 58r. 83. «Notizie del mondo», n. 67, 20 agosto 1783. 84. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. A. Garzoni. Analoghe osservazioni in ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 202, disp. 10 novembre 1785. Già il Renier il 3 agosto 1771 aveva sottolineato le «incommensurabili conseguenze» di questo fatto (ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 215, disp. 3 agosto 1771). 85. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 240, disp. 26 maggio 1796. 86. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 60, cc. 31 e 179, Bailo a Costantinopoli, b. 45, disp. 21 gennaio 1797. Cfr. anche J. De Hammer, Histoire de l’empire ottoman depuis son origine jusq’à nos jours, traduit de l’allemand par J.J. Hellert, XIII, Paris 1849, pp. 5-6.

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La rivoluzione francese modifica radicalmente la situazione politica in Oriente e a partire dal 1792 dispacci del bailo e le corrispondenze da Costantinopoli dei due giornali veneziani si concentrano quasi esclusivamente sui rapporti franco-turchi e franco-russi.87 Nel 1796 il «Mercurio d’Italia storico-politico» accennando ai «lontani» avvenimenti della Turchia ritiene suo dovere richiamare l’attenzione del lettore veneziano sull’influenza che essi possono esercitare «sulle cose d’Europa» dando quindi per scontata la fine di un preminente problema di rapporti veneto-turchi.88 La politica di neutralità assunta da Venezia sin dall’inizio della prima coalizione si traduce a Costantinopoli in una reiterata ed abile schermaglia del bailo di fronte alle sollecitazioni del Reis-Effendi e dell’inviato francese per una precisa scelta contro le potenze coalizzate.89 Gli argomenti dei ministri turchi e francesi sono particolarmente suggestivi perché fanno leva su preoccupazioni realmente sentite a Venezia: il Reis-Effendi infatti prospetta al Vendramin, da poco successo al Foscari, l’impossibilità per la Repubblica di sostenere più a lungo una «isolata esistenza politica» se non nell’ambito di un’alleanza con la Francia, la Spagna e la Turchia e una nota dell’abile incaricato d’affari francese Verminac indica nell’Austria e nella Russia, di cui sono note le mire sui domini del Levante, i veri nemici di Venezia.90 Qualche mese dopo l’attento osservatore del Mercurio’ d’Italia pur elogiando l’astuta politica turca di «perfetta neutralità» in mezzo «alle più terribili scosse politiche e alle universali convulsioni d’Europa», rileva che la Porta ha confermato la sua antica amicizia per la Francia, scegliendosi così di fatto un alleato potente che le garantisce l’integrità territoriale.91 D’altra parte a Costantinopoli come nella terraferma veneta la scelta del più assoluto immobilismo in un momento di generale rinnovamento e rimescolamento di valori e di linee politiche si rivela sempre più improponibile e comunque incapace di frenare e dominare le spinte rivoluzionarie. Nel dicembre del 1793 gli inquisitori di stato apprendono con indignazione e sgomento che il segretario della casa bailaggia Niccolò Colombo si è permesso il «criminoso arbitrio» di utilizzare il corriere diplomatico veneziano per spedire alla Convenzione Nazionale i dispacci dell’incaricato d’affari francese esponendo così la Repubblica a una «scabrosa politica situazione nei confronti delle potenze coalizzate».92 Il sospetto per l’infiltrazione giacobina dilaga anche a Costantinopoli 87. Eccezionale il rilievo dato nelle corrispondenze delle «Notizie del mondo» alla cerimonia dell’ingresso a Costantinopoli dei nuovi incaricati d’affari francesi Verminac nel 1795 e AubertDubayet nel 1797 (n. 59, 25 luglio 1795, pp. 478-489, n. 26, 1 aprile 1797, pp. 205-208). 88. «Mercurio d’Italia storico-politico per l’anno 1796», 2° semestre, p. 135. 89. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 46, disp. 6 giugno e 27 agosto 1796. 90. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 432, disp. 7 e 9 luglio 1796. 91. «Mercurio d’Italia storico-politico per l’anno 1797», 3° semestre, p. 167, 174. Anche un dispaccio de «Il nuovo postiglione» del 15 marzo 1794 segnala che dopo la presa di Tolone i Turchi ripongono grandi speranze nei giacobini e confidano anche in un imminente arrivo della flotta francese nell’arcipelago. 92. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 151, disp. nn. 396, 397, 401.

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e dissolve gli ultimi resti del prestigio politico del bailo, secondo una linea di tendenza comune a tutte le cariche pubbliche della Dominante e della Terraferma nei mesi convulsi che precedono la rovina dello stato. Nell’agosto del 1795 il bailo cerca di minimizzare le accuse di giacobinismo rivolte al conte Francesco d’Attimis, un friulano emigrato a Costantinopoli per dissapori con i familiari e spinto dalla frequentazione di persone d’ogni tipo a contrarre «qualche massima moderna»,93 ma è l’episodio di Niccolò Colombo a rivelare retroscena ancora più inquietanti perché a Venezia giungono voci insistenti che anche il bailo Francesco Vendramin sia inquinato di giacobinismo e il nuovo segretario Camillo Giacomazzi è costretto a inviare un dettagliato rapporto che esclude categoricamente questo sospetto, pur ammettendo che la cantina della casa bailaggia è abituale ritrovo di giacobini.94 Il successivo atteggiamento del Vendramin confermerà che le informazioni degli inquisitori di stato hanno colto nel segno, ma ormai i legami tra gli organi centrali dello stato e i diplomatici in missione si stanno allentando sempre di più e nella primavera del 1796 i dispacci del Senato si limitano a scarne informazioni sulla travolgente avanzata delle armate del Bonaparte e sul progrediente sfacelo della sovranità veneziana in terraferma. Il 12 maggio 1797 il maggior consiglio abdica la sovranità e quattro giorni dopo a Venezia si insedia la municipalità che il 21 giugno successivo invia a Francesco Vendramin un dispaccio che comunica l’avvenuta democratizzazione e lo invita a dar prova di «patrio zelo» restando temporaneamente in carica e notificando al Reis Effendi il mutamento istituzionale con l’assicurazione che «una nazione libera essendo guidata dal solo oggetto del comun bene, non può mancare a se stessa nei suoi impegni».95 Il Vendramin palesa subito le sue propensioni «democratiche» e da «ottimo cittadino» si affretta a convocare nella casa bailaggia tutti i veneziani residenti a Costantinopoli per annunciare «la rigenerazione della lor patria» con un bellissimo discorso interrotto da applausi ed evviva alla libertà, alla democrazia, alla Repubblica Francese, all’Italia rigenerata.96 I veneziani convenuti si mostrano a gara «degni figli della libertà» e le «mille voci festose», i «vivi trasporti di giubilo», i «vicendevoli baci di fratellanza» sembrano confermare al Vendramin la loro buona volontà di aiutare lo sviluppo della libertà della patria con l’acquisizione della coscienza dei diritti e dei doveri imposti dal «nuovo carattere».97 In realtà il povero «cittadino bailo» Vendramin 93. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 432, disp. 10 agosto 1795. 94. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 151, disp. n. 404. 95. Verbali delle sedute della municipalità provvisoria di Venezia 1797. Comitati segreti e documenti diplomatici, II, a cura di A. Alberti e R. Cessi, Bologna 1932, pp. 254-256; ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 47, disp. 23 giugno 1797. 96. «Notizie del mondo», n. 97, 24 luglio 1797. Il dispaccio de «Il nuovo postiglione» si limita a dar notizia della presentazione delle credenziali come nuovo ambasciatore alla Porta (n. CXXVII, settembre 1797, p. 706). Cfr. anche Verbali delle sedute, II, p. 63. 97. Verbali delle sedute, II, pp. 264-266, disp. F. Vendramin, 26 giugno 1797.

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naviga in un mare di guai: i mercanti disarmano le navi, la sede dell’ambasciata è invasa da stranieri che si dichiarano cittadini veneti assumendo la coccarda tricolore tra le proteste della Porta, gli schiavoni vengono espulsi, alcuni fanatici vogliono sottoporre a processo l’ex bailo Ferigo Foscari, le spese sono immense e assolutamente superiori all’«attual povertà democratica» e infine a completare il quadro di incertezza e confusione contribuisce la difficoltà di rappresentare un governo «di cui si pone in dubbio l’esistenza politica».98 Il caos seguito alla caduta della Repubblica e all’avanzata delle armate francesi consente all’Austria di occupare senza colpo ferire l’Istria e la Dalmazia ponendo la municipalità provvisoria nella necessità di operare una inversione radicale e clamorosa della tradizionale politica verso l’impero ottomano. Già le istruzioni al Vendramin del 21 giugno 1797 indicano la nuova linea di condotta del governo provvisorio tesa a indicare ai Turchi i pericoli dell’insediamento austriaco nei Balcani, con la prospettiva che una non impossibile alleanza austrorussa porti addirittura all’estinzione dello stesso impero ottomano.99 L’ossessione per l’invasione austriaca dell’Istria e della Dalmazia è così esclusiva nei responsabili della municipalità provvisoria che essi curano anche la pubblicazione di un opuscolo bilingue, italiano e francese, che decanta ai francesi le notevoli risorse agricole e minerarie delle due regioni, esagera i vantaggi dell’occupazione per la Russia e l’Inghilterra e arriva ad immaginare con preoccupazione e orrore la possibilità di una ribellione degli «indocili e sediziosi» popoli balcanici contro il dominio ottomano.100 Il nuovo regime fa ogni sforzo per consolidare i legami di amicizia con la Turchia e giunge al punto di applicare scrupolosamente le clausole dell’ormai lontano trattato di Passarowitz esentando i sudditi ottomani residenti a Venezia dalla tassa straordinaria imposta nel settembre del 1797,101 ma non riesce a superare la fredda diffidenza della Porta che dai rinnovati legami di Venezia con la Francia teme un risveglio dell’«antica energia della Veneta Nazione», dubita della sincerità dello sdegno francese per l’invasione del litorale adriatico e non esclude un accordo segreto tra Napoleone e l’Austria.102 Le insistenze del comitato di salute pubblica si fanno angosciose e pressanti mano a mano che aumenta l’incertezza sulle reali intenzioni del Bonaparte; nel luglio del 1797 il bailo viene invitato a far presente alla Porta che l’occupazione austriaca dell’Istria e della 98. Ibidem, pp. 285-286, 294-295, 331-333, 339-340, 349-351, 383-387, 418. 99. Ibidem, pp. 29, 32, 254-256. Cfr. anche ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 47, disp. 23 giugno 1797. 100. Observations sur… Osservazioni sopra la Dalmazia e l’Istria di un cittadino ingenuo, Venezia 1797. Una copia di questo opuscolo è inserita nel dispaccio del 23 giugno 1797 inviato al Vendramin (ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 47). 101. Verbali delle sedute, I, Bologna 1939, pp. 195-196. 102.  Verbali delle sedute, II, p. 265; ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 47, disp. 1 ottobre 1797. Con un’aperta forzatura dei documenti in chiave esasperatamente nazionalistica il Pesenti è giunto a sostenere addirittura un’aperta connivenza della Porta con la Francia per abbattere la Repubblica Veneta (E. Pesenti, Diplomazia franco-turca e la caduta della Repubblica di Venezia, Venezia 1881).

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Dalmazia configura «una esistenza provvisoria» per lo stesso impero ottomano e sul tema delle funeste prospettive per i Turchi di un insediamento asburgico nei Balcani battono con forza sia il Sopranzi, deputato dello stato di Milano presso il Direttorio che il generale Rocco Sanfermo, anch’egli deputato veneto al Direttorio, che attende con impazienza l’esito di un passo turco, ispirato ad analoghe preoccupazioni, presso il governo di Parigi.103 Passati i tempi del terrore per il pericolo turco ora Venezia trepida, sia pure in un’ottica interessata e nazionalistica, per i rischi di questo popolo e il comitato di salute pubblica, commentando l’espulsione da Costantinopoli degli schiavoni per timore della diffusione di principi democratici ostili al depotismo regnante, ritiene di dover escludere intenzioni ostili della Porta contro Venezia, a causa dell’estrema debolezza interna di uno stato ormai lacerato dalle discordie e sull’orlo del collasso politico e militare.104 Mano a mano che gli avvenimenti evolvono verso l’accordo franco-austriaco le attestazioni di lealtà ed amicizia della municipalità provvisoria verso i Turchi si fanno più incalzanti e affannose e un memoriale dell’ottobre 1797 dipinge i Veneti amanti «degli studi di pace, contenti dei propri limiti, sinceramente attaccati all’Impero Ottomano», desiderosi solo di una pacifica convivenza con tutte le nazioni confinanti.105 La pace di Campoformio tronca ogni dubbio e illusione lasciando Veneto Istria e Dalmazia sotto il dominio austriaco e ponendo così drasticamente fine ad un secolare rapporto di incontro-scontro tra due popoli e due civiltà. Proprio in questi momenti cruciali delle relazioni tra Venezia e Turchia esce alla luce un breve opuscoletto intitolato Lettera ad un amico di Costantinopoli sugli attuali pericoli del Turco. L’ignoto destinatario della lettera, grato dei benefici ricevuti dalla corte turca, ama la morale dei «prediletti Musulmani» e trema insieme all’autore per le sorti dei Turchi dopo l’invasione dell’Istria e della Dalmazia. Finché confinava con i Veneziani, popolo pacifico e fermo nelle sue alleanze «pe’ suoi principii, per la naturale sua buona fede», la Porta non aveva nulla da temere, mentre ora la condotta e le mire dell’Austria destano «ragionevoli gelosie» e «inquietudini» giustificate da una lunga esperienza. Il fiorente interscambio nell’Adriatico assicura a Venezia materie prime e derrate alimentari e alla Turchia le manifatture della «colta» Europa, ma questo commercio sarà danneggiato dalla pirateria e dalle rapine di Uscocchi e Morlacchi, mentre la probabile riattivazione delle antiche strade romane nella penisola balcanica a cura dell’Austria costituirà un vero e proprio cuneo nel fianco della Turchia.106 Attaccato da Austria e Rus103. Verbali delle sedute, II, pp. 336, 369, 375, 404. 104. Ibidem, pp. 332, 417-418. 105. Ibidem, p. 566. 106. Lettera ad un amico di Costantinopoli sugli attuali pericoli del Turco, Venezia 1797, p. 7 e sgg. L’utilità per le nazioni europee di conservare l’impero ottomano in funzione dell’interscambio commerciale è anche la motivazione centrale dell’aperta turcofilia della Lettre d’un voyageur à M. le baron de L. sur la guerre des Turcs di Foucher d’Obsonville che il «Nuovo giornale enciclopedico» recensisce favorevolmente nel 1789 sulla scorta di un estratto del giornale di Buglione (febbraio 1789, pp. 74-83).

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sia, minato all’interno dalla ribellione dei popoli greci e slavi l’impero ottomano sarà costretto «dalla forza delle armi e dell’opinione» a rinunciare per sempre ai suoi stati europei e «che ne sarà allora de’ vostri Turchi?» si domanda angosciato l’anonimo scrittore.107 L’emergere di una preoccupazione per i «pericoli del Turco» in una città che per secoli ha vissuto nel timore del «pericolo Turco» è la più eloquente testimonianza del radicale mutamento di mentalità intervenuto nell’opinione pubblica in seguito ai nuovi equilibri internazionali e ai mutati rapporti economici e politici. Dopo Campoformio il problema delle relazioni con la Turchia diviene del tutto marginale e anche l’interesse per la sua civiltà cade di colpo mentre comincia a profilarsi l’attenzione per la nascente «questione d’Oriente».108 I progetti di spartizione della Turchia cominciano ad apparire preoccupanti a qualche osservatore veneziano, timoroso dello squilibrio di forze che si verrebbe a determinare con la scomparsa dell’impero ottomano dal novero delle grandi potenze. Ideali irenici e cosmopolitici avevano ispirato nel 1777 al «Giornale enciclopedico» una risentita condanna di un «curioso» filosofo francese che aveva proposto «un bizzaro sogno politico-filosofico» di spartizione della Turchia europea consigliando stranamente «la guerra aborrita dai filosofi».109 Da queste vaghe aspirazioni pacifiste filo-turche alla vibrante preoccupazione per la sorte dei Turchi dell’anonimo autore della Lettera ad un amico il passo è molto breve e in mezzo si collocano avvenimenti dirompenti come la campagna d’Italia del Bonaparte e la caduta della Repubblica Veneta. Nell’Ottocento i progetti di mutilazione e smembramento diventano realtà, ma ormai gli anni della Restaurazione, segnati profondamente da fermenti romantici, suggellano il definitivo trionfo di quella «letteratura delle rovine» di cui già il Viaggio in Grecia di Saverio Scrofani dà nel Settecento un saggio di poetica efficacia, portando al centro dell’interesse del viaggiatore l’immagine di una Grecia degradata e rinselvatichita da anni di asservimento al dominio ottomano, un tema che si ricollega alla vecchia polemica contro la barbarie turca ma che ora si colora di accenti e sensibilità del tutto estranei alla secolare paura del turco, come dimostra il contemporaneo fiorire del mito dell’Italia nei romantici tedeschi.110 3. Anche la Barbarìa tra i popoli civili? I rapporti politici e diplomatici tra Venezia e i cantoni barbareschi seguono per tutto il Seicento e Settecento un andamento assai tormentato e in larga mi107. Lettera ad un amico, p. 19. 108. Cfr. F. Cognasso, La questione d’Oriente, I, Dalle origini al congresso di Berlino, Torino 1934. 109. «Giornale enciclopedico», aprile 1777, recens. a Essai. Saggio particolare di Politica, in cui si propone un partagio della Turchia europea, pp. 28-30. 110. L. Mittner, L’Italia nella letteratura tedesca dell’età classico-romantica, in Sensibilità e razionalità nel Settecento, a cura di V. Branca, 1, Venezia 1967, pp. 199-225.

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sura indipendente dalle relazioni con la Porta a causa della crescente autonomia di quelle province dal governo centrale ottomano. Il fallimento della missione del dragomanno Gianbattista Salvago nel 1620 ad Algeri e Tunisi, nonostante le assicurazioni e l’appoggio del sultano, dà l’esatta misura della peculiarità della posizione di questi stati nei confronti della Repubblica Veneta; nel Settecento l’autonomia della Barbarìa diventa progressivamente semi-indipendenza, costringendo Venezia a trattare direttamente con i bey le condizioni di una pacifica convivenza o a reagire con la forza alle ripetute provocazioni dei corsari. Nonostante il trattato di commercio del 1676-1678111 e l’apertura di un consolato veneto a Tripoli è sempre difficile mantenere cordiali rapporti con stati che fanno della pirateria organizzata la più remunerativa attività economica. Prima e dopo la pace di Passarowitz si susseguono i progetti di accomodamento e verso la metà del secolo, di fronte al declino sempre più evidente della marina mercantile e dei traffici con l’Oriente, il Senato si orienta verso una politica di accordi di pace con i bellicosi pirati del nord-Africa nella speranza di sopperire con l’incremento del commercio in quelle regioni alla crescente concorrenza inglese e scandinava sulle principali piazze ottomane.112 Una serie di trattati con le varie reggenze, nel 1763, 1764, 1766, 1792, sembra aprire una fase nuova nella secolare vicenda di guerra di attrito tra le due nazioni, ma in realtà i cantoni che non vogliono o non possono rinunciare alla fruttifera attività della pirateria alzano il prezzo della pace, creano svariati pretesti di rottura e spingono infine Venezia all’azione militare che si traduce nel 1766 e nel 1778 in due campagne navali contro Tripoli e nel 1784-85 nella spedizione dell’ammiraglio Angelo Emo contro Tunisi e nel bombardamento di Susa e di Sfax. L’azione dimostrativa della Serenissima porta ad un’effimera pace, rotta improvvisamente nel 1796, e dà a qualche senatore l’illusione di un ritorno alle antiche glorie navali, mentre in effetti Venezia non riesce a piegare le fiere nazioni della Barbarìa ed è costretta per tutto il secolo a subire con rassegnata impotenza lo stillicidio delle azioni piratesche, pur mantenendo per lunghi periodi relazioni amichevoli e allacciando colle reggenze un traffico commerciale non trascurabile per quantità e valore.113 Il carattere particolare dei 111. D. Levi-Weiss, Le relazioni fra Venezia e la Turchia dal 1670 al 1684 e la formazione della Sacra Lega, in «Archivio Veneto-Tridentino», IX (1926), pp. 121-132. Sulla pirateria nordafricana v. S. Bono, I corsari barbareschi, Torino 1964. 112. G. Cappovin, Tripoli e Venezia nel secolo XVIII, Verbania 1942, capp. I-II, pp. 1-100; Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, II, p. 246, 271; U. Tucci, La marina mercantile veneziana del Settecento, in «Bollettino dell’Istituto di storia della società e dello stato veneziano», II (1960), p. 190. 113. Sui rapporti tra Venezia, Tunisi, Algeri e il Marocco oltre al citato lavoro di Cappovin, cfr. V. Marchesi, Tunisi e la repubblica di Venezia nel secolo XVIII, Venezia 1882; Id., Le relazioni tra Tunisi e Venezia dal 1792 al 1797, in «L’Ateneo Veneto», ser. VII, vol. II (1882), pp. 220-245; Id., Le relazioni tra la Repubblica veneta ed il Marocco dal 1750 al 1797, in «Rivista storica italiana», III (1886), pp. 34-87. Su vari aspetti finanziari delle relazioni con le reggenze v. ASV, V Savi alla Mercanzia, Consoli (Algeri), filze 10 e 31, (Tunisi), filza 168 e Bilanci generali della Repubblica di Venezia, vol. IV, Bilanci dal 1756 al 1783, a cura di A. Ventura, Padova 1972, pp. LIII, XCVII, 44, 124, 146, 374. L’importanza degli affari economici e politici con i paesi nord-

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rapporti veneto-barbareschi ha influito profondamente sull’immagine della Barbarìa nella cultura veneziana del Settecento, che risulta singolarmente sfasata rispetto a quella dei Turchi, destinata nell’arco del secolo ad una radicale trasformazione. La lunga pace, la parallela decadenza economico-politica e la decisiva influenza delle nuove idee illuministiche favoriscono in ampi settori del mondo intellettuale veneto una rivalutazione della civiltà turca ed una nuova più cordiale e disponibile comprensione degli usi, costumi e letteratura di quel popolo, cui si riconosce alla fine un’autonoma dignità etnica. Per quanto riguarda invece i cantoni barbareschi il permanere di incerti e precari rapporti diplomatici, la pirateria tanto più aborrita nel colto e progressivo secolo dei lumi in quanto appare un’eredità dei secoli barbari e bui e l’aperto scoppio di ostilità proprio negli anni chiave per la diffusione del pensiero dei philosophes a Venezia, concorrono a rafforzare nei veneziani la convinzione di una insuperabile barbarie degli abitanti delle reggenze, ormai ultimo ricetto di un’arretrata ferocia in via di superamento persino nella Turchia. Rare e incerte voci si levano a Venezia per rivendicare anche alla Barbarìa la dignità di popoli civilmente organizzati e incamminati sulla via di un moderno progresso e le poche proteste di scrittori o giornalisti decisi a difendere queste genti calunniate ed escluse dal novero delle nazioni «colte» cadono nell’indifferenza e nel silenzio, sopraffatte da un coro irato e variopinto di detrattori. Il confronto tra l’immagine della Barbarìa tracciata nella relazione del 1625 del dragomanno Giovanni Battista Salvago e le riflessioni sui cantoni barbareschi di vari scrittori del Settecento si dimostra di singolare interesse per l’immobile fissità di giudizi di condanna anche nei momenti di più aperto orientalismo e rivalutazione della civiltà ottomana. Quanti Turchi siano per la Turchia malfattori, violatori, homicidi, assassini, truffatori, falliti, falsarii, vagabondi e raminghi, tutti al fine calano in Barbaria come feccia del mondo, et è perciò la Barbaria una sentina et una cloaca dell’Imperio Ottomano;114

questo fosco ritratto degli abitanti delle reggenze ridotti a rifiuti subumani proprio di quei Turchi di cui pure nel Seicento si detestano quasi universalmente la africani è dimostrata anche dalla comparsa di una speciale rubrica intitolata Cantoni di Barbarìa nei registri delle Deliberazioni Costantinopoli a partire dal primo decennio della seconda metà del XVIII secolo; dal 1784 tutti gli atti relativi alle reggenze sono archiviati a parte in 4 registri, 13 filze e una busta di notazioni finanziarie. 114.  «Africa overo Barbarìa». Relazione al doge di Venezia sulle reggenze di Algeri e di Tunisi del dragomanno Gio. Batta Salvago (1625), a cura di A. Sacerdoti, Padova 1937, p. 77. La relazione del Salvago è divisa in tre parti, la prima riferisce della missione, la seconda delle condizioni della Barbarìa, la terza della tratta degli schiavi. È interessante ricordare che un documento anonimo e senza data conservato nell’Archivio Grimani col titolo di Pace coi cantoni di Barberìa rovescia la connotazione polemica dell’origine dei barbareschi definendo le reggenze «congerie di un vile rifiuto della monarchia spagnola la quale, barbaramente operando, ha generato sulla terra i barbari, a danno di tutta la Cristianità» con evidente allusione all’espulsione dei Mori di Granata (Marchesi, Le relazioni tra la Repubblica veneta ed il Marocco, p. 34).

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ferocia e l’incolta barbarie è lo specchio fedele dell’immagine dei popoli barbareschi che passa intatta e semmai arricchita di particolari in molti autori del secolo seguente. A calcare così pesantemente la mano sui popoli nord-africani il Salvago è indotto dal desiderio di giustificare agli occhi del Senato con l’irriducibile ferocia e il disumano carattere dei governanti il fallimento della sua missione, ma certo il suo quadro degli stati barbareschi è così pesantemente negativo e privo di qualunque barlume di comprensione o parziale apprezzamento che deve avere colpito la fantasia dei patrizi veneti contribuendo non poco a perpetuare un odio ed una repulsione istintiva per queste genti simili alle fiere dei deserti africani. Con uno stile elevato e ricco di fiori retorici il Salvago traccia un rapido profilo della storia della regione nord-africana un tempo «magion d’Eroi e campo di giuochi Troiani» e ora invece asilo di «Turchi facinorosi», «spelonca di ladroni pubblici e seminario di barbari costumi». Se i Turchi originari, «popoli di Gog e Magog», nonostante una lunga pratica con le genti civili non sono ancora riusciti a conseguire una «spetie d’urbanità» ma giacciono tutt’ora immersi nell’«original durezza rustica e l’insita ferità non mai deposta né dimenticata», le genti di Barbarìa costituite da «una massa et una masnada di molte razze e generationi» sono bruttate di tutti i vizi e indegne qualità possibili, dedite all’abominevole e incivile attività della pirateria e governate da uno strano regime definito con l’ambigua formula di «Repubblica popolare» e «Democratia militare».115 Nel corso del Settecento nonostante le resistenze tenaci e autorevoli di uomini come il Gorani e il Genovesi116 non manca qualche isolato tentativo di modificare giudizi così drastici e negativi recuperando i popoli della Barbarìa ad un’immagine meno rozza ed incolta e collocandoli nell’ambito della comunità internazionale delle nazioni. Nel 1754 compare a Venezia un’ampia e documentata Istoria degli stati di Algeri, Tunisi Tripoli e Marocco tradotta dall’inglese e divulgata anonima, ma in realtà scritta dall’abate Laugier de Tassy, noto al pubblico veneziano per una celebre storia di Venezia, a cui un plagiaro inglese ha sottratto il manoscritto arricchito di altri testi e pubblicato a Londra nel 1750 col titolo di A complete history of the practical states of Barbary.117 L’approccio del Laugier è di netta impronta illuministica nel rifiuto di qualsiasi valutazione aprioristica degli Algerini, Tunisini e Tripolini meno conosciuti dei selvaggi delle parti più remote dell’America ma in compenso gravati di pesanti e ingiusti pregiudizi diffusi da «creduli viaggiatori che spargono infinite cose non vere per dar pregio al merito de’ viaggi loro nella Barberia».118 Qualche europeo giunge ad un tale eccesso di «fanatismo» da ritenere sinonimi bestia e uomo nato in Barbarìa e negare a quelle genti l’uso della ragione, i sentimenti umani e una positiva idea della 115. «Africa overo Barbarìa», pp. 53-55, 64-65, 67, 71, 77-78. 116. Sul loro atteggiamento nei confronti dei barbareschi cfr. A. Annoni, L’Europa nel pensiero italiano del Settecento, Milano 1959, p. 42. 117. A.A. Barbier, Dictionnaire des ouvrages anonymes, Paris 1783, II, p. 750. 118. [Laugier de Tassy], Istoria degli stati di Algeri, Tunisi, Tripoli e Marocco, Londra (ma Venezia) 1754, prefazione.

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divinità, dimenticando che ovunque e non solo in nord-Africa «si vede l’amor proprio, la non curanza del prossimo, la ingratitudine, la ingiustizia, la superbia e la crudeltà». Rivendicato il diritto di ogni popolo ad una sua dignità e ad una obiettiva valutazione dei suoi usi e costumi, al di fuori di ogni sciocco esclusivismo nazionalistico, il Laugier nega di voler fare un’apologia della Barbarìa e assicura che suo obiettivo è dimostrare che i vizi degli Algerini sono simili a quelli di altre nazioni «che pur vantano Letteratura, virtù, e saviezza» e che basterebbero un po’ più di «arte» e di «Politica» per portarli alla pari delle altre nazioni. Fedele al suo proposito di non «accrescer il merito» né «scemar la malvagità» di questi popoli il Laugier prende a descrivere la storia antica e recente, le istituzioni politiche e religiose e le risorse economiche delle reggenze con un interesse particolare per il cantone di Algeri. I pregiudizi europei hanno additato nei popoli barbareschi un esempio di «ingiustizia, crudeltà, irreligione e anche inumanità», dimenticando che popoli anche più ignoranti e selvaggi abitano tutt’ora il vecchio continente mentre invece ormai da anni nei cantoni si vive sotto un governo «assai umano e regolato».119 Premesse così «filosofiche» fanno pensare ad un quadro della Barbarìa disteso e sereno, ispirato ad un meditato tentativo di comprendere una civiltà da tempo ai margini degli interessi e delle conoscenze degli Europei, ma in realtà la concreta descrizione delle mescolanze razziali, dei torbidi politici e delle deplorevoli condizioni della giustizia e dell’economia delle contrade nordafricane fa riaffiorare nel Laugier parecchie valutazioni negative che rettificano almeno in parte le intenzioni iniziali. I turchi dell’Algeria, «gente meschina e disperata», sono una «ciurma di Pirati», «malfattori», «banditi» fuggiti dalle mani della giustizia, opprimono in modo vergognoso i sudditi, praticano la sodomia, vivono nell’«ignoranza la più rozza e nella licenziosità la più enorme», privano le donne di ogni educazione riducendole al livello di bestie, trattano con insolenza i forestieri, sono tenaci, avari, facili alla sedizione e alla violenta mutazione del governo costituito.120 Questa minoranza incolta e dissoluta che domina spietatamente sulla massa della popolazione costituita da indigeni e schiavi cristiani, non è però priva di qualche buona qualità, come il rispetto del nome di Dio, la carità verso il prossimo debole e deforme, un certo codice d’onore severamente rispettato persino durante la guerra di corsa e almeno i mercanti che viaggiano e trattano con molte nazioni straniere riescono persone trattabili capaci di superare «i pregiudizj della barbara educazione».121 Una rapida e snella amministrazione della giustizia, un moderato e umano trattamento degli schiavi e una totale tolleranza religiosa sono gli aspetti più positivi dello stato di Algeri, cui il Laugier contrappone il «dispotico e rapace e tirannico» governo di Fez e del Marocco, abitato da Mori che si mostrano uomini spiritosi, vivaci e ingegnosi nella giovinezza ma poi si riducono ad essere «storditi e 119. Ibidem, p. 2. 120. Ibidem, pp. 74-77, 89-92, 96-97, 111-112, 192. 121. Ibidem, pp. 98, 109-110, 196.

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balordi» a causa della loro oscena intemperanza, a mala pena temperata da una scrupolosa anche se ipocrita osservanza delle pratiche religiose.122 I cantoni della Barbarìa mettono in chiara luce i guasti prodotti dal «dispotismo», desolazione dell’agricoltura, declino demografico, inaridimento del commercio, noncuranza delle scienze, ma il lettore veneziano è invitato a riandare all’antica storia dell’Italia dove apprenderà che alcune regioni già famose per l’eccellenza del rigoglio artistico sono state ridotte alla rovina da’ maneggi, e dagli eccessi di gente ambiziosa, e di plebi ammutinate, e anche da dissensioni, che pure hanno durato secoli interi, con brevissimi intervalli, soltanto per attendere a qualche guerra di fuori, che lor sopraveniva.123

L’Istoria del Laugier, favorevolmente segnalata a Venezia dalle Novelle della repubblica letteraria per l’anno MDCCLIV, poteva costituire un ottimo punto di riferimento per una revisione di idee da troppo tempo cristallizzate sulle posizioni espresse agli inizi del Seicento dal Salvago, tanto più che a distanza di dieci anni alcuni ufficiali di marina ragusei presentando ai savi alla mercanzia una relazione del loro viaggio a Tripoli prospettano un’immagine del popolo della Barbarìa molto favorevole e ispirata a cordiale comprensione. Marc’Antonio Bubich comandante della nave «Grazia Divina» reduce da una visita alla reggenza tripolina stende un lungo memoriale sullo stato nord-africano (porto, forze armate, palazzi, comerci) privo di qualunque nota negativa. Sotto un governo «polito, ma assoluto» vive un popolo assai umano e che ormai di barbaro conserva solo il nome, accoglie con dolcezza i forestieri, li tutela nelle loro attività commerciali e tratta dolcemente gli schiavi.124 Dallo stesso lazzaretto nuovo di Venezia dove il Bubich scrive la sua relazione viene indirizzata ai cinque savi alla mercanzia una lettera del colonnello Triffon Burovich che si è recato con la stessa nave nelle reggenze di Algeri e Tunisi, di cui riporta un’impressione parimenti favorevole. Gli algerini gli paiono infatti «serij e di spirito», ammiratori degli uomini colti e sapienti, leali e spogli ormai di ogni traccia di barbarie e sudditi felici di un bey di «genio umanissimo» e affabile, amante degli uomini onesti e sinceri.125 Forse è l’entusiasmo per la pace ormai vicina a ispirare al Bubich e al Burovich espressioni così lusinghiere e del tutto eccezionali a Venezia, dove quasi tutti i viaggiatori e gli uomini di cultura continuano ad avere della Barbarìa un’immagine del tutto negativa. Nella stessa città di Tripoli da cui provengono i due ufficiali ragusei soggiorna a lungo il con122. Ibidem, pp. 83, 102, 227, 256-257, 362, 367, 370. 123. Ibidem, pp. 375-376. 124.  Ultimissima relazione del Stato presente della Città di Tripoli, sue fortificazioni Governo, Armi, prodotti ed ogni altro più minuto particolare di tale reggenza, in Cappovin, Tripoli e Venezia, pp. 517-518, 522. L’originale e altri scritti relativi alla missione Bubich in ASV, V Savi alla Mercanzia, Diversorum, ser. II, b. 369. 125. ASV, V Savi alla Mercanzia, Diversorum, ser. II, b. 369, n. 48/B. Anche il bey di Tunisi viene descritto nel giugno del 1792 come «uomo dotato di uno squisito senso di ragionevolezza e di equità e studioso d’imitare i più colti europei» (Marchesi, Le relazioni tra Tunisi e Venezia, p. 227).

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sole Agostino Bellato che invece non riesce ad apprezzare nulla di quella nazione in cui pure trascorre lunghi anni della sua vita e di cui nel 1777 traccia un quadro cupo e deforme. Popolata da «un ammasso di gente vile» esule dalla patria per sfuggire alle pene della propria iniquità, Tripoli di Barbarìa è un paese infelice ove regnano «l’impontualità, la mala fede e la cupidigia del denaro», dove genti avare, feroci e nemiche dell’umanità fanno turpe commercio della prole, distruggono l’agricoltura e il commercio e dopo aver condotto il paese sull’orlo della desolazione e del collasso economico si danno all’infame attività della pirateria sotto la protezione dello stesso governo.126 A partire dal libro del Laugier de Tassy sino alla line del secolo giornali e scrittori veneziani mostrano una quasi compatta uniformità nel rifiuto di applicare alle reggenze barbaresche il nuovo spirito «filosofico» e progressista con cui si stanno accostando alla civiltà turca e, fatta eccezione per alcune timide riserve del «Giornale enciclopedico»,127 solo nella Nuova Geografia del Büsching, ispirata ad un cosmopolitismo etnografico di rara coerenza, possiamo trovare pagine equilibrate e imparziali. Secondo il geografo prussiano non v’è dubbio che la Barbarìa ospiti un popolo in larga misura «brutale, superstizioso, avaro, crudele e profondamente immerso nell’ignoranza» e desta scandalo che l’Europa feconda di soldati coraggiosi e ricca di nazioni «illuminate» e potenti sul mare, si umili a rendersi tributaria di un «pugno di ladroni» annidati nei porti del Nord-Africa. D’altronde se il progetto di distruggere i pirati delle reggenze insediando nelle loro terre coloni europei è di impossibile realizzazione, anche l’idea di rendere civili i Barbareschi diventa «un sogno filosofico».128 Il Büsching descrive i cantoni senza acredine e disprezzo e in mezzo a giudizi negativi sull’economia e l’organizzazione civile inserisce osservazioni improntate a obiettivo ricoscimento di quanto c’è di giusto e moderno in questi popoli. Aprezza l’efficiente ordinamento degli studi a Tunisi che serve a «civilizzare» gli uomini e renderli «religiosi», ragionevoli e capaci di trafficare, esalta la tolleranza religiosa degli algerini superiore a quella di molte nazioni europee, difende vivacemente il diritto dei marocchini a rifiutare il senso dell’onore così come l’intendono in modo troppo esclusivo gli europei e infine si spinge sino a tracciare un profilo equo e senza forzature degli usi e costumi di questo popolo situato agli estremi confini della Barbarìa. I giornali veneziani, strumento di fondamentale importanza della turcofilia del Settecento, ribadiscono con monotona insistenza la loro condanna della feroce e in126. A. Bellato, Descrizione in lettera di Tripoli di Barbaria, in Cappovin, Tripoli e Venezia, pp. 525-526; l’originale in ASV, Miscellanea Soranzo, busta 16. 127. Nel settembre del 1775 il giornale avanza qualche dubbio sulla enormità della barbarie del Marocco descritta in un libro spagnolo («Giornale enciclopedico», settembre 1775, p. 11) e l’anno successivo ammette che in mezzo a molti «tratti ributtanti» quei paesi ne offrono «alcuni di eroismo, che fanno qualche volta respirare» (maggio 1776, p. 50). 128. A.F. Büsching, Nuova Geografia, t. XXVI, Venezia 1778, p. 23. La sezione dedicata alla Barbarìa del t. XXVI del Büsching (pp. 1-202) viene recensita senza commento dal «Giornale enciclopedico» (giugno 1780, pp. 57-64).

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colta Barbarìa, rifiutando qualsiasi correzione di tiro o anche una semplice attenuazione di tono. Presentando nella Nuova raccolta d’opuscoli scientifici e filologici le memorie sugli stati barbareschi del senese Carlo Stendardi, vissuto per sette lunghi anni nella «dura relegazione tra quelle piratiche genti», il Calogerà attira l’attenzione dei lettori sulla mancanza di fede, l’instabilità governativa, il dispotismo pesante e oppressivo e l’«insociabile salvatichezza» dei costumi di quei popoli fieri, ma poveri, arretrati e incapaci di progresso:129 è significativo che un ampio riassunto dell’opera venga ripreso senza modifiche dal «Giornale d’Italia» del Griselini, l’organo veneziano forse più attento alle novità scientifiche dell’Europa settecentesca.130 Quotidiani come le «Notizie del mondo» e «Il nuovo postiglione» cercano di colpire i lettori con colorite descrizioni di episodi di grande barbarie e di ingiustizia tipici di quei governi dispotici131 oppure dipingono la vita delle reggenze barbaresche come un susseguirsi ininterrotto di sanguinosi tumulti provocati dagli «orrori del fanatismo e delle bruttalità di una sfrenata moltitudine»,132 mentre scrittori di economia e di agraria come il Caronelli insistono sul tema caro alla cultura illuministica dell’Africa un tempo granaio dell’Europa e ora invece «sede del dispotismo, dell’abrutito e fiero costume, e quindi pur sede di meritata sterilità».133 L’esempio forse più indicativo dell’atteggiamento della classe intellettuale veneziana verso la Barbarìa viene da Elisabetta Caminer, l’intelligente redattrice del «Giornale enciclopedico», che recensisce senza alcuna reazione di insofferenza un libro di viaggi nei cantoni barbareschi improntato ad una visione molto ostile verso quelle popolazioni. Le persone nate in un secolo «illuminato» e che vivono in un paese «colto», scrive nel 1789, rischiano di guardare agli affari delle nazioni «barbare» come indegni della loro attenzione, mentre invece ogni uomo «in ogni stato ed in ogni condizione della società è un oggetto degno di contemplazione», ma nonostante questa apertura quando si inoltra in qualche osservazione sulla natura dei popoli barbareschi si limita a riconoscere alcuni doti di virtù al loro imperatore mentre per il resto accetta acriticamente le immagini e le riflessioni più negative. Oppressione, miseria, dispotismo regnano incontrastati in un paese abitato da individui «tetri», iracondi, indolenti, privi di qualsiasi spirito d’iniziativa e incapaci di fruire del benefico apporto delle arti femminili.134 129. Nuova raccolta d’opuscoli scientifici e filologici, t. XIII, Venezia 1765, pp. 251-303. 130. «Giornale d’Italia spettante alla scienza naturale, e principalmente all’agricoltura, alle arti, ed al commercio», t. II, agosto 1765, pp. 65-70. Parimenti negativa nella denuncia del governo «monarchico e presso che dispotico nella persona del Bey» la Relazione dello stato presente della città di Tripoli di Barberia, sue fortificazioni, forze, prodotti, governo ecc. scritta da NN. sopra luogo l’anno presente 1766, pubblicata nel t. III (1767), pp. 89-95. 131. «Il nuovo postiglione», n. XXXIII, 14 agosto 1784; «Notizie del mondo», n. 101, 20 dicembre 1786. 132. «Il nuovo postiglione», n. LVI, 14 luglio 1792. 133. P. Caronelli, Dell’influenza del costume sulla pratica agricoltura, in «Nuovo giornale d’Italia spettante alla scienza», t. IV (1792), n. 268. Un accenno a questo argomento anche nel n. XXII de «Il nuovo postiglione» (15 marzo 1794). 134.  «Nuovo giornale enciclopedico», settembre 1789 (recensione a Letters-Lettere scritte dalla Barbaria, dalla Francia, dalla Spagna, dal Portogallo, ecc. da un Uffiziale inglese, Londra

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In questo panorama di desolazione e arretrattezza del tutto marginali e frutto di una moda passeggera di netta impronta letteraria appaiono le rivalutazioni e le «aperture» nei confronti dall’umanità e della giustizia dei barbareschi operate dal Goldoni e dal Chiari135 e solo nel 1788 si leva la voce di un giornalista ad auspicare seriamente una speranza di progresso per queste nazioni. La esprime una breve nota redazionale della Gazzetta urbana veneta diretta da quel romanziere Antonio Piazza che per undici anni porta a Venezia, nota il Berengo, più che notizie di politica l’interesse e l’amore per «cose nuove».136 Commentando nel luglio di quell’anno la probabile liberazione di un capitano albanese caduto schiavo di un corsaro tunisino, il Piazza si augura che la «Politica» riesca a frantumare «i ceppi della barbarie» in cui languono gli uomini di Barbarìa e che la «Filosofia», che nel secolo dei lumi ha fatto tanti progressi sino ad avvicinarsi ai troni dei re, riesca a scuotere «l’indolenza, cui tanto accresconsi l’ardire e il potere di que’ ladroni marittimi, feccia ed obbrobrio del genere umano».137 4. Ultimi nemici di un «popolo senza freno e umanità» Pubblicando giusto a metà del secolo la sua Letteratura veneziana Marco Foscarini intende porgere un omaggio devoto e riconoscente alla sua patria illustrandone in un ampio quadro erudito la produzione poetica e storica sino all’età dei lumi. Quando giunge a trattare degli autori di scritti «turcheschi» si sente in dovere di precisare ai lettori che la storia dei Turchi è solo una parte «del più vasto campo dell’Istoria barbarica» di cui i Veneziani si sono occupati solo per il suo stretto legame con gli interessi dell’Europa e della Repubblica. Già da anni ormai a Venezia singoli scrittori e anche organi di stampa stanno proponendo una nuova immagine dei Turchi che non trova consenziente questo patrizio austero e tradizionalista, sinceramente rammaricato che i Turchi «per soverchia famigliarità il nome di barbaro hanno quasi affatto perduto».138 Questo passo del Foscarini può essere assunto come esempio significativo e illuminante della scissione che si determina a Venezia tra la cultura tradizionale, legata a schemi e parametri di giudizio che affondano le radici in un secolare patrimonio ideale, e le più moderne correnti di pensiero largamente influenzate dalle esperienze illuministiche e tese ad un rinnovamento di idee e di mentalità.139 1789). Un’immagine desolante del Nord-Africa anche nel fascicolo dell’aprile 1787 che riporta un riassunto delle Osservazioni sulla città di Tunisi tratto dal Journal enciclopédique de Bouillon (pp. 92-95). 135. Cfr. infra, pp. 277-278. 136. I giornali veneziani del Settecento, a cura di M. Berengo, p. XLIII. 137. Gazzetta urbana veneta, n. 57, 16 luglio 1788, p. 453. 138. Foscarini, Della letteratura veneziana, p. 471. 139.  Sui caratteri della cultura veneta del Settecento si è aperto un vivace confronto tra il Berengo e il Torcellan; per il Berengo cfr. La società veneta alla fine del Settecento. Ricerche storiche, Firenze 1956, cap. IV, pp. 131-194; del Torcellan v. Giornalismo e cultura illuministica nel

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Il processo attraverso cui la cultura veneziana partendo dalla lezione della Letteratura de’ Turchi del Donà arriva a operare una radicale revisione del giudizio sulla civiltà ottomana, non è né breve né facile. Tra i cauti apprezzamenti dei primi decenni del secolo, le decise attestazioni di simpatia del Fortis e la conclusiva esperienza della Letteratura turchesca del Toderini, si dipana tutto un lungo e tormentato processo di analisi e ripensamenti in cui le posizioni espresse dal «Giornale enciclopedico» e da altri periodici si scontrano e si confrontano con più tradizionali giudizi di altri intellettuali ed organi di stampa. Cercherò nelle pagine seguenti di tracciare le linee, non sempre nitide e rettilinee, com’è naturale in fenomeni culturali e in processi che coinvolgono la storia della mentalità e della sensibilità dei popoli, di questo progressivo emergere di una nuova immagine dei Turchi nel Settecento veneziano, ma mi pare preliminarmente indispensabile delineare un panorama delle posizioni più tenacemente ed esclusivamente anti-turche che continuano ad intersecarsi per tutto il secolo con le nuove correnti di pensiero, persistendo in un globale rifiuto di qualsiasi apprezzamento positivo di una civiltà ancora identificata coi concetti di «rozzezza», «barbarie» e «inhumanità». Posizioni genericamente anti-turche non mancano, come vedremo più avanti, anche in significativi autori illuministi francesi e italiani, ma nel caso specifico di Venezia trovano un terreno favorevole in vasti settori della classe dirigente, educata ai ricordi delle glorie familiari e patriottiche e restia a lasciarsi contagiare dalla turcofilia sempre più di moda nel secolo dei lumi. Il Memmo è certo il caso più significativo di questo atteggiamento proprio per la sua vivacità intellettuale e la pur relativa apertura a tanti altri aspetti del mondo «moderno», ma anche le altre relazioni dei baili rispecchiano una tendenza nel complesso estremamente tradizionale nei confronti dell’impero ottomano, anche se qua e là lasciano trasparire qualche spiraglio di prudente e circospetta ammirazione per talune «novità» introdotte nell’invecchiata macchina politica e amministrativa dello stato turco. Opere modellate su schemi nazionalistici decisamente antiottomani sono quelle del Diedo, del Sandi e del Tentori,140 mentre nella fredda e arida Istoria della Repubblica di Venezia del Garzoni si ritrova quell’interesse per i Turchi limitato alle vicende politico-militari e peculiare della storiografia «pubblica» o comunque allineata ai modelli ufficiali e canonici dello sviluppo storico della Serenissima.141 Più di una volta recensori tradizionalisti denunciano sui giornali ’700 veneto, in «Giornale storico della letteratura italiana», 140 (1963), pp. 234-253 e Un problema aperto: politica e cultura nella Venezia del ’700, in «Studi veneziani», VIII (1966), pp. 493-513, ora ambedue ripubblicati in Settecento veneto e altri scritti, pp. 177-202, 303-321. 140. G. Diedo, Storia della Repubblica di Venezia dalla sua fondazione sino l’anno MDCCXLVII, I, Venezia 1751, pp. 212, 408; V. Sandi, Principj di storia civile della Repubblica di Venezia, Venezia 1772, parte III, vol. I, pp. 450-451, II, pp. 221-225; C. Tentori, Saggio sulla storia civile, politica ecclesiastica e sulla corografia e topografia degli stati della Repubblica di Venezia, II, Venezia 1785, pp. 185-187, VI, Venezia 1786, pp. 55-63, pp. 795-799. 141. P. Garzoni, Istoria della Repubblica di Venezia in tempo della sua lega contro Maometto IV e tre suoi successori Gran Sultani de’ Turchi, I, Venezia 1705. Una lunga e monotona recensione del libro in «Giornale de’ letterati d’Italia», 3 (1710), pp. 417-432.

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del Settecento la dilagante turcofilia e ne traggono pretesto per ribadire idee e pregiudizi sulle origini e i detestabili usi e costumi del popolo turco giustamente escluso per la sua barbarie dal novero dei popoli civili. Presentando nel 1736 il tomo VI dello Stato presente di tutti i paesi e popoli del mondo del Salmon il giornalista delle «Novelle della repubblica letteraria» apprezza la descrizione ostile del popolo turco «selvatico e rozzo» perché originario della Scizia e si dichiara persuaso che l’«uomo saggio che legge» coglierà la sostanza epicurea della religione di Maometto e spregerà il sultano «piuttosto Principe di Mandre di femmine e di fanciulli, che duce di forte popolo e di generosi cittadini».142 Non è un intervento casuale od episodico questo delle «Novelle» perché l’anno successivo un’altra recensione offre lo spunto ad una requisitoria sul carattere dei Turchi, fondato sull’interesse accompagnato da una religione, la quale non suole ammettere in coloro altra onestà, se non quella che nasce o da orgoglio, o da avarizia, o da altra brutale passione de’ loro supremi regnanti, venerati da essi quali numi o Dei viventi sopra la terra.143

Accanto a queste e altre prese di posizione di periodici più o meno conservatori e tradizionalisti fiorisce una serie di scritti deliberatamente improntati alla denigrazione e al misconoscimento della civiltà e del popolo turchi, ricchi di accenti violenti e aggressivi tipici della più chiusa polemica controversistica. Nel 1705 escono a Venezia le memorie di viaggio di Angelo Legrenzi, medico personale di Marco Bembo, console veneto in Siria e Palestina e poi del primo visir cui l’ha segnalato per la sua preparazione professionale Giambattista Donà.144 Dalle sue lunghe peregrinazioni in varie province dell’impero ottomano egli trae un copioso materiale di notizie ed osservazioni che riordina e pubblica al suo ritorno in patria per offrire ai concittadini non un’immagine serena e obiettiva del popolo turco ma «mostruose leggi, governi tiranni, inumanità di popoli, desolazione di province e di regni».145 Incapace di apprezzare civiltà diverse da quella veneziana, esaltata e privilegiata sopra ogni altra, il Legrenzi disegna un ritratto della Turchia carico di tinte fosche, con un linguaggio pesante e senza sfumature, molto simile alle violente invettive del Teatro della Turchia. I Turchi sono rozzi e ignoranti «non solo nelle arti liberali ma nelle meccaniche ancora», oziosi, lascivi, concentrano in sé tutti i vizi e le turpitudini e costituiscono dunque un «popolo senza freno e humanità» retto da un governo tra i più barbari e tiranni del mondo.146 Nei primi anni del secolo circola ampiamente negli ambienti colti l’Ateneo dell’uomo nobile, immenso repertorio di notizie e riflessioni sulla nobiltà e l’ono142. «Novelle della repubblica letteraria per l’anno MDCCXXXVI», n. 49, pp. 395-396. 143. «Novelle della repubblica letteraria per l’anno MDCCXXVII», p. 306. 144. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 162, disp. 10 gennaio 1683. Altre notizie biografiche in P. Amat di S. Filippo, Appendice agli studi biografici e bibliografici sulla storia della geografia in Italia, Roma 1884, pp. 445-447. 145. A. Legrenzi, Il Pellegrino dell’Asia cioè viaggi del dottor Angelo Legrenzi fisico, e chirurgo, cittadino veneto, Venezia 1705, p. 4. 146. Ibidem, pp. 350-367.

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re ideato dal ferrarese Taddeo Agostino Paradisi che il 7 luglio 1715 ottiene dai Riformatori dello Studio il consenso di completare l’edizione di un’opera destinata a diventare patrimonio di larga parte della classe dirigente veneziana.147 Il Paradisi si mostra altamente scandalizzato perché in Turchia «chi è nobile per ricchezze solamente, non si distingue da’ più vili schiavi, che per grandezza di quelle» e ricalca sul consueto livore il giudizio globale sui Turchi, uomini rozzi, senza «civiltà», ignoranti della «cortesia», venali a tal punto da vendere per guadagno i loro capi e gli stessi parenti prossimi.148 Un analogo atteggiamento polemico ed ostile anima la Modern history of the Present State of all Nations di Thomas Salmon tradotta in italiano e pubblicata a Venezia nel 1737-1766 e molto diffusa, nonostante i suoi errori, negli ambienti intellettuali della città.149 Il Salmon, pur ricco di una lunga esperienza di soggiorno in Oriente, attinge molte notizie da altri viaggiatori e fors’anche, dato il tono aspro e risentito delle sue pagine, da relazioni di missionari di cui è nota la totale chiusura nei confronti del mondo turco. I Turchi sono per lui esseri poco diversi dalle bestie, non viaggiano perché privi di curiosità, non coltivano amicizie, si riuniscono non per civili conversazioni ma in silenzio come pecore nella stalla, sono imbroglioni, venali, pederasti, alteri, falsi, vili e ingrati e obbediscono ad un governo oppressore e persecutore dei cristiani.150 Non c’è vizio o disordine che alligna nell’umana natura di cui essi non siano gravati e anche i loro rari istituti o qualità positive come la prontezza nella giustizia ed il genuino senso dell’ospitalità vengono subito smentiti o ridimensionati denunciando una generale corruzione dei giudici oppure insinuando che il loro agire sia ispirato a «pompa ed ostentazione».151 Il Salmon nega recisamente ogni interesse dei Turchi per la cultura e le scienze e rafforza questa sua convinzione istituendo un confronto, naturalmente del tutto sfavorevole, con i Greci antichi sul cui suolo essi si sono da secoli insediati vittoriosamente, senza però apprendere nulla della grande lezione di civiltà dell’Ellade classica ma anzi agendo coscientemente per arrestare qualsiasi progresso letterario e scientifico.152 147. Il primo volume esce nel 1704; una seconda edizione viene pubblicata a Ferrara nel 1740: Raccolta di notizie storiche, legali, e morali per formar il vero carattere della nobiltà e dell’onore pubblicata da Agostino Paradisi col titolo di Ateneo dell’uomo nobile ed ora in nuova forma riprodotta, Ferrara 1740. Notizie sulla sua attività letteraria in F. Venturi, Ritratto di Agostino Paradisi, in «Rivista storica italiana», LXXIV (1962), p. 717 e Id., Agostino Paradisi, in Illuministi italiani, t. VII, Riformatori delle antiche repubbliche, dei ducati, dello stato pontificio e delle isole, Milano-Napoli 1965, p. 435. Il Paradisi di cui parla il Venturi è il padre del nostro Taddeo Agostino. 148. Paradisi, Ateneo dell’uomo nobile, I, p. 141, III, p. 247. 149. Sulla popolarità e gli errori di questa storia v. Biografia universale antica e moderna, L, Venezia (Missiaglia), pp. 364-365 e Nuovo dizionario istorico ovvero storia in compendio, XVIII, Bassano 1796, p. 50. Notizie biografiche del Salmon in Dictionary of national biography, XVII, London 1909, pp. 697-699. 150. Salmon, Lo stato presente, VII, pp. 28-37. 151. Ibidem, pp. 31, 179. 152. Ibidem, pp. 26-27.

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Il tema del Turco incolto e rozzo abitatore delle steppe che distrugge ogni sembianza di civiltà dove passa con il suo cavallo è da tempo popolare nell’Occidente ma nel Settecento viene ripreso e riproposto in forme nuove grazie all’emergere di una viva corrente di simpatia per le antiche civiltà classiche. L’agronomo Caronelli prende come esempio dei guasti prodotti dal «dispotico regno» dei Turchi il caso della «regione felice», l’Egitto, già fertile e ben coltivato e poi spopolato e ridotto alla rovina dall’invasione ottomana153 ma più spesso scrittori e giornalisti preferiscono assumere la Grecia come simbolo particolarmente illuminante del contrasto tra civiltà e barbarie dopo la conquista turca di Costantinopoli e della penisola balcanica. Nel gennaio del 1786 il «Nuovo giornale enciclopedico» pubblica un breve articolo tratto da una lettera dell’abate francese Delille in cui descrive la visita al «bel paese della Grecia» adornato da splendidi monumenti classici che spirano ad ogni passo ricordi del mondo antico. Le preziose reliquie del tempo di Aristotele e Periche sono però minacciate da vari nemici tra cui spicca minacciosa e terribile «la barbara ignoranza dei Turchi» capace di distruggere in un solo giorno ciò che è sopravvissuto a secoli di intemperie, come dimostra la squallida realtà di desolazione e rovina della Grecia contemporanea.154 Altra voce ostile e violenta contro i Turchi è quella del padre Bernardino Pianzola, autore di un dizionario e di una grammatica turchi e certamente uno dei pochi scrittori veneti del Settecento che possa vantare al suo attivo ben dodici anni di permanenza a Gerusalemme dove ha ricoperto la carica di prefetto apostolico delle missioni dei Minori Conventuali. Ricordando i casi esemplari del Teatro della Turchia e dei Viaggi orientali di padre Filippo della SS. Trinità non è difficile individuare nella sua esperienza missionaria le radici del vivace atteggiamento anti-musulmano e anti-turco della Manualis bibliotheca dedicata nel 1779 al doge Paolo Renier. Questo poderoso manuale che si apre con un esplicito riferimento all’autore del Teatro della Turchia mira a colmare un’evidente lacuna della cultura cristiana occidentale impegnata per secoli a confutare le eresie ma troppo spesso dimentica di una combattiva polemica contro Maometto e la sua «impia lex». Destinata ai missionari ecclesiastici e laici operanti ovunque si trovino turchi la Manualis bibliotheca del Pianzola, dopo una sinossi della vita e delle opere di Maometto, inizia una vigorosa confutazione della religione musulmana, nonostante il rifiuto di alcune delle più grossolane leggende e invenzioni occidentali.155 La sezione più specificamente riferita alla Turchia è anche stilisticamente la più vivace ed è costituita da una serie di dispute tra un missionario cristiano ed un turco «non adeo idiota» intorno ad argomenti teologici, secondo uno schema tipicamente controversi153. P. Caronelli, Delle rustiche locazioni e dei principali ostacoli ai progressi dell’agricoltura, in ASV, Provveditori sopra beni inculti, Deputati all’agricoltura, b. 19 (memorie accademiche). La memoria fu pubblicata per la prima volta per nozze a Venezia nel 1884. 154. «Nuovo giornale enciclopedico», gennaio 1786, pp. 72-78. 155. B. Pianzola, Manualis biblioteca historico-ethico-polemica adversus omnes infidelium sectas, Venetiis 1779, prefazione, pp. IX, XXIV-XXV.

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stico probabilmente modellato sulla Cribratio Alcorani di Niccolò Cusano.156 All’inizio di ogni conversazione il Turco espone alcuni aspetti positivi dei costumi ottomani, interviene poi il Cristiano che con l’ausilio del tradizionale repertorio di pregiudizi svaluta e nega assolutamente le asserzioni dell’interlocutore denunciando i lati negativi degli usi e istituti turchi. Talvolta l’animosità del Pianzola si esprime in forme ingenue come nel rimprovero al turco per la presunta difficoltà della sintassi turca o nell’asserzione dell’assoluta inefficacia delle preghiere dei Turchi per i defunti, a causa della loro generale dannazione dopo la morte,157 ma nel complesso le gustose denigrazioni delle credenze e dei costumi esprimono bene una certa mentalità che permane negli ambienti veneti più conservatori anche se la destinazione dell’opera ad un pubblico missionario ne ha probabilmente diminuito l’efficacia sulla opinione pubblica.158 È di particolare interesse per anticipare alcune delle più valide linee interpretative delle correnti turcofile del giornalismo veneziano del Settecento soffermarsi un attimo sulla lunga recensione dedicata a quest’opera pesante e monotoma da Domenico Caminer sul «Giornale enciclopedico». Una prima segnalazione nel luglio del 1779 delude per la sua schematicità contratta nei limiti di un onesto riassunto che si limita a ricordare con un certo compiacimento erudito il ricorso alla solida e documentata fonte del Marracci e l’utilizzazione della recente storia degli arabi del Marigny.159 Nel fascicolo successivo il Caminer tenta invece di abbozzare una più valida e coerente analisi critica dell’opera senza però approdare ad una valutazione positiva della civiltà turca e della religione musulmana. Ridicolizza il Pianzola e il suo maestro Marracci per la sciocca credulità con cui hanno riferito la favola del demonio travestito da angelo Gabriele che avrebbe dettato il Corano a Maometto, ma rientra rapidamente nell’alveo di un prudente giudizio tradizionalistico assicurando i lettori sulla totale adesione dei Turchi a «sì stravagante complesso di assurdità» e additando alla loro simpatia la generosa opera dei missionari che con tanta fatica riescono a condurre alla nostra santa religione qualche anima di turco che suole usare nelle polemiche un linguaggio così violento e grossolano come quello riportato nei dialoghetti del Pianzola.160 Questa posizione del Caminer, ambigua e squilibrata verso una turcofobia tanto in contrasto con l’orientamento generale del «Giornale enciclopedico» e di altri periodici veneziani di quegli anni, esemplifica in modo significativo le 156. Ibidem, p. 74. Cfr. anche Anawati, Nicolas de Cues et le problème de l’Islam, pp. 160-170. 157. Pianzola, Manualis bibliotheca, p. 146. 158. In una specie di enciclopedica portatile compilata qualche anno più tardi il Pianzola definisce i Turchi «sobri» e molto caritatevoli, ma «effeminati», «molli», dediti all’avarizia, ipocrisia, lubricità, lusso (Elementi scientifici ad uso de’ giovinetti o sia biblioteca portatile, Padova 1800, p. 307). 159. «Giornale enciclopedico», luglio 1779, pp. 84-88. Il Marigny aveva pubblicato a Parigi nel 1750 un’Histoire des Arabes sous le gouvernement des Califs accolta molto favorevolmente dalla stampa francese ed italiana. 160. «Giornale enciclopedico», agosto 1779, pp. 17-18.

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incertezze e difficoltà in cui si dibattono non pochi intellettuali del Settecento di fronte ad un problema come quello del giudizio sul Turco. Un perfetto allineamento all’immagine negativa dei Turchi tramandata dalla tradizione politica veneziana ispira le pagine del piacentino Vincenzo Formaleoni, la cui avvenutosa vicenda di animoso e irrequieto diffusore di una personale interpretazione delle idee illuministiche e antiaristocratiche è stata recentemente riproposta all’attenzione degli storici dal Berengo.161 «Barbari» calati dalle terre glaciali della Siberia, rozzi e ignari di virtù, arti, commercio e industria, i Turchi scendono a sud a desolare le feconde terre prospicienti al Mar Nero colonizzate dall’opera civilizzatrice di genovesi e veneziani, le cui secolari vicende in quei lontani lembi di Oriente il Formaleoni ambisce tracciare nel suo ampio lavoro dedicato a Caterina II.162 Fonte del Formaleoni sono le Memorie istoriche del Sagredo la cui deforme e ostile immagine del popolo turco egli traspone nella sua narrazione, integrandola con personali osservazioni sulla politica orientale dei Veneziani e le condizioni presenti dell’impero ottomano. Di fronte alla caotica ma irrefrenabile spinta verso Occidente di queste schiere di selvaggi cavalieri scitici i Veneziani hanno scelto giustamente la strada non della cieca ed irragionevole resistenza ma della pacifica collaborazione e hanno offerto loro «quanto servir poteva ai bisogni, ed agli agi della lor vita» e cioè tutti i prodotti delle moderne e raffinate manifatture delle lagune, riuscendo così con molte «deferenze» e «riguardi» e soprattutto col «continuo dolciume de’ regali» a placarne la fierezza.163 Il timore di perdere gli stabilimenti sul mar Nero ha alimentato una «corrispondenza tanto intima» coi Turchi da diffondere «nere calunnie» e invidie degli altri stati che si sono coalizzati nella terribile lega di Cambrai durante la quale solo «la direzione amichevole» degli stessi Turchi ha salvato la Repubblica dell’estrema rovina.164 Attento e partecipe osservatore delle vicende culturali e politiche contemporanee il Formaleoni non si limita a sottolineare la stupida barbarie dei Turchi che rifiutano agli europei la libera navigazione nel mar Nero, «sorgente inesauribile di ricchezza» per il loro stato, ma avanza anche previsioni per l’immediato futuro escludendo che i Turchi, ancora invischiati nella «superstizione», siano sul punto di incivilirsi e di adottare le scienze, le arti e la politica dell’Europa.165 Nel variegato panorama della cultura veneta del Settecento tra gli autori di cose «turchesche» ancorati a schemi tradizionali e quelli aperti alla simpatia e allo studio sereno della civiltà ottomana si collocano alcune figure di scrittori dalle inquiete esperienze intellettuali e dagli incerti contorni ideologici che spesso assumono l’analisi dello stato turco come pretesto per le loro riflessioni sulla società contemporanea. Un caso singolare e per alcuni aspetti stimolante è quel161. Berengo, La società veneta, pp. 201-207. 162. V. Formaleoni, Storia filosofica e politica della navigazione, del commercio e delle colonie degli antichi nel Mar Nero, Venezia 1788-1789. 163. Formaleoni, Storia filosofica e politica, II, p. 107, 130. 164. Ibidem, pp. 128-131. 165. Ibidem, pp. 149, 151.

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lo di Andrea Rubbi (1738-1817), ex gesuita, poligrafo e giornalista di non mediocre talento, anti-illuminista convinto ma alieno da asprezze e tenaci chiusure ideologiche,166 autore tra tante mediocri compilazioni e disquisizioni filosofiche e politiche, anche di un opuscolo sui Rapporti del lusso colla vita sociale che contiene due vivaci paginette dedicate all’impero ottomano.167 Al centro della sua riflessione è il concetto di lusso politico cioè «un’alterazione inopportuna della costituzione d’uno stato», studiata e discussa con un particolare interesse alle esperienze storiche di due imperi, quello dei Romani e quello dei Turchi, ambedue grandissimi nell’estensione ma approdati a diversi destini, il primo crollato rovinosamente il secondo invece ancor «florido e formidabile». Il giudizio del Rubbi sullo stato ottomano è totalmente negativo: nobiltà, nome ignoto; oro, chiave d’ogni affare; violenza nella scelta de’ ministri, e nella deposizione; letteratura disprezzata; milizia senza premio; comunicazione colle corti non curata; facilità alla ribellione; mollezza nel sovrano; servitù dalla nascita; in una parola dispotismo assoluto;

il «prodigio» della sua durata secolare sta nella mancanza di lusso politico cioè nella permanenza di una costituzione «mai alterata da spirito di riforma», fatto salvo il principio del progressivo ampliamento dei confini dello stato. Sono evidenti i riferimenti alla situazione politica della Repubblica: il Rubbi è contrario ai progetti riformistici che giungono dalla Francia e afferma esplicitamente che «la ragione vuole che in uno stato già vecchio si tollerino le imperfezioni fatte abituali dal tempo, e il cui disordine, non senza utilità fa parte dell’ordine dello stato». Forse il suo pensiero va alla recente correzione di Giorgio Pisani, decisamente reazionaria e involutiva nelle sue intenzioni di riequilibrio interno al patriziato dominante ma pur sempre indirizzata contro un assetto politico-istituzionale ormai troppo pericolosamente minato nelle sue basi sociali per sopportare anche il minimo aggiustamento.168

166. Ne traccia un bel profilo il Berengo nell’introduzione ai Giornali veneziani del Settecento, p. LI. Cfr. anche Natali, Il Settecento, II, pp. 1189-1193. 167. A. Rubbi, Rapporti del lusso colla vita sociale, Venezia 1783, pp. 30-32. 168. Su questa congiura Pisani cfr. E. Vecchiatto, Giorgio Pisani procuratore di San Marco, Padova 1890; C. Grimaldo, Giorgio Pisani e il suo tentativo di riforma, Venezia 1907; Id., Giorgio Pisani perseguitato ed incompreso, in «Archivio veneto», ser. V, LII-LIIl (1953), pp. 169-193, e il giudizio del Berengo in La società veneta, p. 9.

2. L’interesse per le cose «turchesche»

1. Orientalismo, viaggi e avventure a Costantinopoli Una delle manifestazioni più evidenti del rinnovamento della cultura veneta del Settecento è senza dubbio l’aprirsi degli intellettuali e della stampa periodica ad un nuovo e più moderno interesse per le civiltà straniere secondo una linea di tendenza comune anche al resto d’Italia. L’influenza delle idee illuministiche protese a superare la vecchia concezione eurocentrica della storia e della civiltà e ad allargarsi allo studio dei popoli più lontani ed esotici si fa sentire anche a Venezia combinandosi con la naturale propensione di un’élite intellettuale non dimentica del passato mercantile e marinaro della Repubblica a tenersi aggiornata su quanto succede ai confini del mondo, fors’anche nell’illusione di recuperare così una dimensione sopraregionale negatale dalla decadenza e dall’isolamento politico dello stato.1 Un’attenta lettura dei giornali veneziani consente di cogliere nitidamente questa apertura verso le civiltà straniere, particolarmente evidente e significativa nei confronti di popoli lontani e per molto tempo estranei a qualunque legame con la storia veneta. Non c’è numero del «Giornale enciclopedico», solo per ricordare uno degli organi più disponibili alle idee illuministiche e tra i più attenti a selezionare e proporre ai lettori le novità culturali straniere, che non riporti brevi schede o lunghe recensioni di libri sull’Africa, l’Australia, l’Islanda, le Molucche, le terre australi e qualsiasi altra nazione, anche la più lontana e sperduta, magari pressoché ignota alla pubblica opinione.2 In molti giornalisti la consapevolezza della feconda operazione di rottura degli angusti orizzonti culturali operata dallo 1. Si pensi alla grande diffusione di opere di argomento americano e in genere il vivace interesse della cultura veneta non solo per le vicende della guerra d’indipendenza ma anche per la contrastata polemica sulle civiltà precolombiane e la natura dei selvaggi. Su questo argomento vedi ora l’ampio saggio di F. Ambrosini, L’immagine di nuovo mondo nel Settecento veneziano, in «Archivio veneto», s. V, XCVIII (1973), pp. 127-168, XCIX (1973), pp. 31-105. 2. Del tutto preponderanti per numero e qualità le notizie sulla «nuova» potenza in ascesa, la Russia di Caterina II. Cfr. ad esempio «Giornale enciclopedico», ottobre 1778, p. 17, aprile 1780, pp. 76-77; «Nuovo giornale enciclopedico», marzo 1781, pp. 72-78, marzo 1784, pp. 22-26, settembre 1784, pp. 10-13.

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studio di usi e costumi di popoli sconosciuti si trasforma spesso in denuncia delle grette chiusure municipali e nazionali.3 Le stesse esigenze di apertura mentale che sono alla base di una così generale riscoperta dei popoli e delle civiltà straniere costituiscono anche il retroterra ideologico del rinnovato interesse per le notizie «turchesche» da parte dei più importanti giornali veneziani della seconda metà del Settecento. I periodici dei Caminer sono all’avanguardia nella diffusione di informazioni e commenti sui mondo turco e si sforzano di soddisfare la crescente curiosità dei lettori con ampi e frequenti resoconti di libri e articoli tradotti dal «Journal enciclopédique de Bouillon» e dal «Mercure de France». Presentando nel 1768 un estratto dell’Abrégé chronologique de l’histoire ottomane di de La Croix Domenico Caminer si fa portavoce della generale insoddisfazione per le modeste conoscenze sulla civiltà turca, attribuendone tutta la responsabilità agli storici che hanno trascurato di approfondire lo studio delle usanze ottomane, tramandatesi inalterate sin dalla più remota antichità, e hanno invece preferito rimettersi a relazioni «dettate o dal pregiudizio o dall’ignoranza, ed in questa guisa le favole ripetute presero credito e forza di verità». Il pubblico veneziano troverà certamente «piacevole e interessante» quest’opera di de La Croix se non altro perché l’autore ha avuto il buon senso e la buona fede di avvertire i lettori ogni volta che tratta di fatti non bene comprovati, uno scrupolo, osserva polemicamente il Caminer, non sempre dimostrato da altri storici.4 Talvolta scritti «turcheschi» vengono proposti all’attenzione del pubblico sotto il profilo del divertimento del lettore anziché dell’autentico desiderio di approfondimento culturale5 ma quando qualche avvenimento internazionale richiama bruscamente lo sguardo di tutti sull’impero della mezzaluna anche un giornale come «L’Europa letteraria», pur rigettando sugli stessi Turchi che «scrivono poco, stampano ancora meno» la colpa della carenza d’informazioni, si affretta a dare ampio rilievo a tutti i libri di argomento turco che capitano sotto tiro anche se si tratta del manuale di tattica militare di Ybrahim Effendi.6 All’intellettuale ormai consapevole delle «tante favole» pubblicate sul conto dei Turchi e assetato di più moderne conoscenze Elisabetta Caminer offre nel 1770 con l’estratto delle memorie del Porter un primo saggio di autori che avendo avuto «la fortuna di veder meglio, hanno distrutta una parte dei pregiudizj ond’era l’Europa ingombra riguardo a quella nazione», ma auspica che i ministri europei accreditati a Costantinopoli possano operare un 3.  Un bell’esempio di questo atteggiamento è la recensione dedicata dal «Nuovo giornale letterario d’Italia» (n. XXXI, 1788, pp. 484-492) alle Osservazioni sopra i Tartari del Linguet che denuncia la meschina mentalità di molti europei abituati a chiamare «universo la piccola porzione di quel paese in cui si segnalano i loro sforzi e i loro delitti». 4. «L’Europa letteraria», dicembre 1768, t. II, parte II, pp. 54-64. 5. «L’Europa letteraria», novembre 1769, t. II, parte I, pp. 40-43, aprile 1773, t. II, parte II, pp. 40-48. 6. «L’Europa letteraria», agosto 1769, t. VI, parte II, pp. 63-66.

L’interesse per le cose «turchesche»

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ulteriore controllo critico sulle notizie riferite da questo ambasciatore e dalla celebre Lady Montague.7 L’esigenza di un’informazione accurata e scientifica è ripresa e sviluppata con coerenza e continuità dal «Giornale enciclopedico» in cui al tono spesso leggero e distaccato della Caminer si affianca il più rigoroso impegno critico di Alberto Fortis che imprime al mensile un deciso orientamento turcofilo. Nel marzo del 1774 il periodico elogia le «riflessioni certe e filosofiche» di un libro sulle istituzioni militari turche8 e per dare alle numerose recensioni ospitate nei numeri seguenti un’adeguata base conoscitiva pubblica notizie di ogni genere sulla Turchia contemporanea, senza limitarsi alle guerre e agli avvenimenti politico-militari ma con un sistematico rilievo ai fatti culturali. Il rammarico per le favole accumulate e trasmesse acriticamente per secoli sul popolo turco sembra tormentare le coscienze di molti giornalisti che tornano più volte sulle vere ragioni di questa grave arretratezza della cultura occidentale. Riprendendo un articolo del giornale di Buglione il «Nuovo giornale enciclopedico» del 1783 mette sullo stesso piano la responsabilità degli storici orientali ed occidentali mentre il «Giornale letterario» preferisce calcare la mano sulla «differenza dell’idioma, la religione, la generale riserva che caratterizza i Musulmani, l’esclusione delle femmine da ogni società, e la gelosia particolare del governo».9 La guerra russo-turca del 1783-1792 e soprattutto le sconfitte ottomane del biennio 1788-1792 determinano una vera e propria esplosione di interesse per le opere di qualsiasi natura sullo stato ed il popolo turchi. Anche il «libriccino» di un anonimo francese sugli usi e costumi della nazione turca «nelle presenti circostanze sarà bene accolto» scrive nel novembre del 1788 il «Nuovo giornale enciclopedico» che di lì a qualche mese nota senza sorpresa che la Storia ragionata delle guerre de’ Turchi con le potenze cristiane del Becattini e il Dizionario delle Vite de’ Monarchi Ottomani dell’Abbondanza da poco date alle stampe sono state «avidamente» comprati ed applauditi.10 L’interesse e lo studio dei popoli esotici e il crescente desiderio di un approfondimento critico della storia di una civiltà come quella dei Turchi legata a Venezia da un lungo rapporto di guerra ma anche di pacifica collaborazione si alimentano e traggono forza anche da una rinnovata passione per il viaggio in Oriente ora collocato in un contesto culturale che fa del viaggiare uno strumento della ragione per abbattere le barriere dell’ignoranza e dell’oscurantismo. 7. «L’Europa letteraria», novembre 1768, t. II, parte I, pp. 39-42, maggio 1770, t. V, parte I, pp. 3-12. 8. «Giornale enciclopedico», marzo 1774, p. 39. 9. «Nuovo giornale enciclopedico», aprile 1783, p. 47; «Giornale letterario ossia progressi dello spirito umano nelle scienze e nelle arti», n. XLV, 1784, col. 1430 (anche questo articolo tratto dal giornale di Buglione). 10. «Nuovo giornale enciclopedico», novembre 1788, p. 126, maggio 1789, p. 121. Anche le «Notizie del mondo» pubblicando nell’agosto 1788 l’annuncio bibliografico della fortunata Storia del Becattini registrano come un fatto scontato che ormai «tutte le opere che trattano dell’Impero Ottomano possono oggi interessare l’Europa la quale aspetta con impaziente curiosità l’esito della guerra accesa» (n. 69, 27 agosto 1788, p. 556).

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L’Hazard ha osservato che nelle memorie di viaggio ciascuno può versare quello che vuole, ma nel Settecento quando ormai il viaggio trionfa e diventa addirittura una moda e una mania11 ciò che caratterizza questa esperienza umana è la cosciente volontà di confrontare costumi e religioni, abbattere luoghi comuni e pregiudizi radicati da secoli, compiere nuove esperienze intellettuali. Il Moravia ha recentemente indicato nell’esemplare esperienza francese la stretta connessione esistente alla fine del secolo dei lumi tra la letteratura dei viaggi e la philosophie, mostrando con l’ausilio di una persuasiva documentazione che per l’uomo del Settecento viaggiare significa soprattutto «établir de nouveaux rapports avec les hommes et les choses».12 Le sue osservazioni valgono in buona parte anche per l’Italia dove pure nel Settecento si viaggia molto, un po’ per moda un po’ per ampliare gli orizzonti culturali da troppo tempo circoscritti nei limiti di un angusto e ormai anacronistico nazionalismo letterario.13 È soprattutto il critico e giornalista Giuseppe Baretti che traduce in termini puntuali e convincenti l’aspirazione diffusa ad una nuova funzione del viaggio come occasione di arricchimento culturale denunciando l’«inesattezza e la vituperosa negligenza» dei viaggiatori italiani curiosi solo di rovine e di epitaffi e la «stupidezza» dei mercanti attenti solo al «vilissimo lucro» individuale, gli uni e gli altri incuranti di «badare a cose di qualche utile e notarle in carta per poi regalarle al genere umano con le stampe».14 Ancora più radicale e moderna la posizione di Scipione Maffei convinto che «il viaggiare è quasi un leggere i costumi de’ presenti popoli siccome il leggere è quasi un viaggiare per le passate nazioni» e carico di disprezzo per coloro che vivono neghittosi e infecondi nel loro meschino angolo di terra, sempre pronti a chiamare «costume di tutto il mondo ciò che nella loro e nelle vicine città veggiono costumarsi».15 L’apertura della cultura veneziana ai fermenti innovatori provenienti dagli altri centri italiani e dalle più progredite nazioni dell’Europa occidentale si coglie anche nell’immediata diffusione di questa passione per i viaggi. Nelle mani di un 11. P. Hazard, La crise de la conscience européenne 1680-1715, Paris 1961, p. 7. 12. S. Moravia, Philosophie et géographie à la fin du XVIIIe, in «Studies on Voltaire and the eighteenth century», LVII (1967), pp. 937-1011, in part. p. 942. Il tema è stato ripreso in Id., La scienza dell’uomo nel Settecento, Bari 1970, pp. 162-177. Un interessante contributo allo studio delle memorie di viaggio viste come preparazione della mentalità illuministica in G. Atkinson, Les relations de voyage du XVIIIe siècle et l’évolution des idées. Contribution à l’étude de la formation de l’esprit philosophique du XVIIIe siècle, Paris s.d. (però 1924). 13. Sul significato del «viaggio» nel Settecento italiano cfr. G. Sgrilli, Viaggi e viaggiatori nella seconda metà del Settecento, in Miscellanea di studi critici pubblicati in onore di Guido Mazzoni, II, Firenze 1907, pp. 276-308; G. Caraci, I viaggiatori italiani del Settecento e la storia della nostra letteratura, in «Bollettino della società geografica italiana», ser. VIII, LXXXVII, XC (1953), pp. 298-308; L. Vincenti, Introduzione a Viaggiatori del Settecento, Torino 1950, p. 15. 14. 14 G. Baretti, La Frusta letteraria, a cura di L. Piccioni, II, Bari 1932, p. 274. 15. S. Maffei, Della scienza chiamata cavalleresca libri tre, Venezia 1712, pp. 268-269. Cfr. anche Annoni, L’Europa nel pensiero italiano, pp. 31-32. Parole entusiastiche di stampo maffeiano sul valore del viaggio effettuato con animo sgombro di fanatismo e pregiudizi aprono l’Istoria degli stati di Algeri, Tunisi, Tripoli e Marocco del Laugier de Tassy.

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illuminista come Alberto Fortis il «viaggio» diventa agile e fecondo strumento di revisione critica dei pregiudizi e il suo splendido Viaggio in Dalmazia, felice modello di affettuoso e positivo accostamento ad una civiltà come quella dei Morlacchi ricca di toni crudi ma anche fiera dell’incontaminata purezza di istituti e tradizioni, si propone come esempio pressoché unico e irripetuto nella cultura veneta del Settecento.16 I giornali veneziani, non solo quelli che più profondamente sentono il richiamo della lezione dei philosophes ma anche quelli che si dispongono in una cauta e meditata difesa dei valori tradizionali, traboccano di schede, riassunti, e recensioni di memorie di viaggi nell’Oriente islamico. I viaggi in Arabia del Niebuhr17 e soprattutto le memorie del Porter,18 del Guer,19 del de Tott20 e del Savary,21 ricca miniera di notizie sull’economia, la religione, gli istituti religiosi, civili e militari dei Turchi, occupano fitte pagine dei periodici veneziani che li commentano ampiamente e non di rado ne traggono spunto per proporre ai lettori una nuova immagine della civiltà turca. Nel 1776 il «Giornale enciclopedico» riserva un’accoglienza eccezionalmente favorevole ai viaggi in Barberia e Levante del dottor Show, sottolineandone la feroce critica agli antichi viaggiatori che si recavano in Palestina «ignorantissimi» di tutto e quindi incapaci di una serena e obiettiva osservazione dei popoli orientali.22 Anche il libro del Porter è destinato a trovare nell’opinione pubblica colta un’ampia eco non solo per la ricchezza di informazioni su svariati aspetti della civiltà turca da lui direttamente osservata durante un lungo soggiorno a Costantinopoli, ma anche per le vivaci polemiche sollevate dalle sue osservazioni sul «dispotismo» del governo ottomano.23 16. A. Fortis, Viaggio in Dalmazia, Venezia 1774. Sul Fortis v. E. Bonora, Letterati, memorialisti e viaggiatori del Settecento, Milano-Napoli 1951, pp. 975-977 e G. Torcellan, Profilo di Alberto Fortis, in Illuministi italiani, VII, pp. 280-310, ora anche in Settecento veneto, pp. 273-301. 17. C. Niebuhr, Reisebeschreibung nach Arabien, Kopenaghen 1774-1775. La traduzione italiana, condotta sulla versione inglese, viene recensita dal «Nuovo giornale enciclopedico d’Italia» nel dicembre 1794 (pp. 39-52). 18. J. Porter, Observations on the religion, law, governement and manners of the Turks, London 1768. 19. J.A. Guer, Moeurs et usages des Turcs, leur religion, leur governement civil, militaire, et politique, avec un abrégé de l’Histoire Ottomane, Paris 1747. Quest’opera figura nella biblioteca personale di un uomo rappresentativo come Andrea Tron (G. Tabacco, Andrea Tron (1712-1785) e la crisi dell’aristocrazia senatoria a Venezia, Trieste 1957, pp. 201-202). 20. F. de Tott, Mémoires du Baron de Tott sur les Turcs et les Tartares, Amsterdam 1784, pp. 70-71. Viene recensito in «Nuovo giornale enciclopedico», marzo 1785, pp. 70-74, aprile 1785, pp. 72-75, maggio 1785, pp. 105-108, ottobre 1786, pp. 81-84. 21. Le sue Lettres sur l’Egypte, segnalate ai veneziani dal «Nuovo giornale enciclopedico» (agosto 1786, t. VIII, pp. 84-87), vengono richieste alla Marciana di Venezia da Napoleone il 9 settembre 1797 (Verbali delle sedute, I, p. 15). 22. «Giornale enciclopedico», novembre 1776, rec. a Reisen en Aanmerkingen door en over Berbaryennen het Ooste, Utrecht 1775, pp. 39-41. 23. Cfr. infra, parte II, cap. 3, il paragrafo Il dibattito sull’Islam e sul “dispotismo” ottomano.

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L’esigenza di accostarsi al popolo turco non solo con moderna e colta comprensione ma anche con adeguati strumenti di conoscenza induce i redattori del «Giornale enciclopedico» ad una valutazione particolarmente benevola di quei ricordi di viaggio fondati su una buona conoscenza delle lingue orientali che consente di escludere l’uso di interpreti «che spesso non sanno abbastanza le due lingue, onde per lo più ingannano».24 Per tutto il secolo sono sempre numerosi i politici, eruditi, letterati e avventurieri che affollano le navi dei baili in partenza per Costantinopoli e si fermano sulle rive del Bosforo ad ammirare i monumenti della capitale ottomana e a curiosare tra le case basse e umide dell’immensa metropoli,25 ma sarebbe grave errore collocare in una indifferenziata categoria di curiosi e «aperti» viaggiatori tutti coloro che decidono di visitare l’impero ottomano scegliendo la protezione, la compagnia e in definitiva spesso anche una certa «visione delle cose» del bailo veneziano. Non tutti sono veneziani, ma in un ambiente saturo di cultura e mentalità veneziana compiono la loro esperienza in terra turca e le loro memorie di viaggio vengono spesso stampate da tipografie della Repubblica o comunque vi conoscono una larga diffusione. Ormai al culmine della sua fama di scienziato il 23 luglio 1785 Lazzaro Spallanzani s’imbarca per Costantinopoli in compagnia del nuovo bailo Girolamo Zulian alla ricerca di nuove e stimolanti esperienze culturali.26 Il patrizio veneziano cui lo lega da anni una cordiale amicizia lo ospita nella residenza di Pera dal 31 ottobre 1785 al 16 agosto 1786, un periodo più che sufficiente per cogliere dal vivo la decadenza della Repubblica e la realtà dello stato ottomano.27 Del suo lungo e attivo soggiorno in Oriente ci ha lasciato una relazione rimasta a lungo inedita che solo nel secolo scorso le cure di Naborre Campanini ci hanno permesso di conoscere integralmente.28 Prevalgono, com’è ovvio, annotazioni e discussioni sui più svariati argomenti scientifici, ma i ricordi e le osservazioni sul mondo turco, benché frammentari e dettati, come egli stesso conferma, da un «naturalista, che astraendo e generalizzando le cose, guarda sotto un medesimo 24. «Giornale enciclopedico», febbraio 1774, p. 21 (recens. a Journal-Giornale d’un viaggio da Costantinopoli nella Polonia fatto con S. E. il s. Giacomo Porter ambasciatore della Gran Bretagna nel 1762 del p. R. Boscovich, Parigi 1753, pp. 25-25). 25. Pressoché costante è il flusso a Costantinopoli di giovani patrizi al seguito del bailo. Per alcuni casi più significativi cfr. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 191, disp. 243, 7 ottobre 1739, filza 592, disp. 23 marzo 1738, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 46, cc. 21v, 47, c. 50v, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 432, disp. 22 gennaio 1792. 26. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 57, p. I, c. 59; Dispacci Costantinopoli, filza 226, disp. 22 luglio 1785, Il nuovo postiglione, n. LII, 31 dicembre 1785. 27. L. Spallanzani, Lettera inedita di Lazzaro Spallanzani scritta da Pera il 9 maggio 1786, in Opere di Lazzaro Spallanzani, VI, Milano 1926, pp. 579-590. 28. L. Spallanzani, Viaggio in Oriente, a cura di N. Campanini, Torino 1888. Su questa edizione del Campanini è essenzialmente basato il saggio di G. Pighini, Viaggi ed escursioni scientifiche di L. Spallanzani, Bologna 1929.

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angolo e gli animali e l’uomo»,29 conservano per noi un grande interesse. Piacevolmente sorpreso dell’indole pacifica dei Turchi, della loro onestà e gratitudine, ne stigmatizza invece il fatalismo che tarpa ogni slancio di civile progresso, conosce l’opera di imminente pubblicazione del Toderini sulla Letteratura turchesca ma non condivide l’ottimismo dell’abate sulla loro cultura perché ai suoi occhi di colto e attivo scienziato il popolo ottomano appare inerte e immerso in una rassegnata ignoranza che si nutre di orgoglio nazionale e rifiuta i positivi stimoli della conoscenza delle lingue e delle scoperte scientifiche occidentali.30 A differenza del Toderini che cercherà di sfatare il pregiudizio occidentale della totale assenza di cultura letteraria e scientifica in Turchia, lo Spallanzani guarda con occhio disincantato ad una realtà che gli sembra di oggettiva stagnazione. Solo la decisione del governo turco di inviare dei giovani in Francia per completare la loro istruzione gli pare occasione di apertura intellettuale foriera di positivi sviluppi per il futuro della Turchia.31 Più benevolo verso vari aspetti della civiltà turca si dimostra in quegli stessi anni l’abate toscano Domenico Sestini, che non a caso effettua la sua esperienza nella capitale ottomana insieme al Toderini che ce lo ricorda colto e affettuoso amico di scorribande erudite nel Sarci, il mercato di libri e di codici di Costantinopoli.32 In una serie di opuscoli di carattere scientifico pubblicati nel 1785 e nelle Lettere scritte dalla Sicilia e dalla Turchia egli presenta un ricco documentario su particolari aspetti dei costumi civili del mondo ottomano, come il giardinaggio e la caccia, dimostrando sempre equilibrio e soprattutto una buona conoscenza della lingua turca.33 Reduce dall’esperienza russa e da poco allontanato da Vienna per la corrosiva satira del popolo russo del suo Poema tartaro l’abate Giambattista Casti arriva a Venezia da dove il 30 giugno 1788 si imbarca per Costantinopoli al seguito del bailo Niccolò Foscarini. Letterato «puro» e disponibile a tutte le influenze culturali del suo secolo il Casti non si sottrae al fascino dell’esotico e dell’orientale e in questa dimensione vive la sua breve esperienza nella capitale ottomana. In soli venti giorni di permanenza sulle rive del Bosforo raccoglie velocemente «alla rinfusa e senza ordine» i pensieri che gli affollano la mente «senza pretensione o tuono decisivo di critico scrittore» e scrive una vivace Relazione di un viaggio a Costantinopoli di cui meritano di essere sottolineati, al di là dello stile mosso e scintillante, la superficiale adesione a tutti i pregiudizi

29. Spallanzani, Viaggio in Oriente, p. 40. 30. Ibidem, pp. 184-187. 31. Ibidem, pp. 192-195. Per il suo viaggio in Oriente e i suoi giudizi sui Turchi cfr. L. Messedaglia, Costantinopoli e i Turchi secondo Lazzaro Spallanzani (1785-1786), in «Nuova antologia», giugno 1913. 32. Toderini, Letteratura turchesca, I, p. 41. 33. D. Sestini, Opuscoli, Firenze 1785; Id., Lettere scritte dalla Sicilia e dalla Turchia Firenze-Livorno 1779-1784. «Il Giornale enciclopedico» definisce le Lettere «interessantissime» (aprile 1780, pp. 120-121).

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e luoghi comuni.34 Questo scritto è stato oggetto di una diversa valutazione, positiva o almeno di equilibrata comprensione in chi come il Bonora e il Muresu assume come metro di giudizio il valore letterario e giornalistico, considerando l’esperienza «turchesca» del Casti un mero pretesto per una esercitazione stilistica non del tutto astratta dai temi più incisivi della cultura contemporanea,35 più severa invece in chi come il Caraci preferisce sottolineare «l’ispirazione occasionale e burlesca, senza concreta serietà di propositi e senza nessuna preoccupazione scientifica».36 In realtà il Casti è troppo elusivo nei suoi giudizi e malgrado il riconoscimento di alcune doti di bontà e onestà al popolo turco, viste peraltro nei loro risvolti di ingenuità e dabbenaggine, propende per un radicale disconoscimento di ogni valore della civiltà ottomana. Al suo orgoglio di colto esponente della raffinata cultura occidentale la nazione turca pare senz’altro inadatta «a contribuire in cosa alcuna al bene universale» anzi senz’altro «nociva, perniciosa e pessima», oppressa da un governo dispotico, avaro e ignorante, «senza amore di libertà e di patria, senza gusto e senza idea di utili scienze ed arti».37 Mutuando evidentemente le notizie da relazioni di viaggiatori del Cinquecento e Seicento il Casti denuncia la trascuratezza degli studi, dell’industria e del commercio e la disonestà della pubblica amministrazione, ma il suo animo di scrittore à la page, legato alla civiltà dei salotti e delle conversazioni con le donne della buona società, si rivela pienamente quando definisce spiacevole il soggiorno tra i Turchi per l’«essere affatto tronca e interdetta la comunicazione de’ sessi».38 Insieme al Casti giunge a Costantinopoli nel 1788 sulla stessa nave del Foscarini il nobile veneziano Pietro Zaguri,39 mediocre letterato ma vivace figura di intellettuale inquieto e curioso di nuove esperienze umane e sociali. Anche lui come il Casti approfitta del breve soggiorno nella capitale ottomana per raccogliere personali impressioni sul popolo turco su cui tanto si polemizza in quegli anni sulla stampa e traduce il suo pensiero in alcune brillanti lettere all’amico Giacomo Casanova. Desideroso di apprendere la lingua frequenta alcuni popola34. G.B. Casti, Relazione di un viaggio a Costantinopoli, Milano 1822. Su questo viaggio cfr. F. Visconti, Letterati viaggiatori nel secolo XVIII, Ariano 1909, p. 59 e Un viaggio a Costantinopoli. Impressioni di un letterato del sec. XVIII, Rocca San Casciano 1912. 35.  Bonora, Letterati, memorialisti e viaggiatori, p. 1030; G. Muresu, Le occasioni di un libertino (G.B. Casti), Messina-Firenze 1973, pp. 23-24, 114-124. 36. Caraci, I viaggiatori italiani, p. 304. 37. Casti, Relazione, p. 20. 38. Ibidem, p. 11. Cfr. anche Muresu, Le occasioni, pp. 120-121, pp. 120-121, nota 51. Ben diversa è l’impressione riportata alcuni anni prima (1764) dal suo soggiorno a Costantinopoli dal Gorani che nell’impero turco rileva sì le «contradictions les plus frappantes» ma attenua il giudizio negativo di molti viaggiatori europei sui difetti dell’amministrazione e conclude in una valutazione sostanzialmente favorevole ai Turchi «des hommes de bien, généraux, bienfaisants, charitables, sensibles aux bons procédés, résignés à la volontè de Dieu, esclaves de leur parole, justes, tolérants et pleins de vertus» (G. Gorani, Corti e paesi (1764-1766), Milano 1938, pp. 22-23, 35). 39. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 58, parte I, c. 47; Dispacci Costantinopoli, filza 233, disp. 1 maggio 1790.

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ni di Costantinopoli e li trova «più facili, più discreti, più pavidi, più tranquilli» che non nel passato. Il tempo ha evidentemente lavorato sul carattere del Turco che ora gli pare «più politico, più avveduto, più istrutto, più sistematico»,40 un giudizio che traduce in termini sintetici anche se un po’ superficiali i risultati della revisione critica in atto in vasti settori della cultura veneta. Verso Costantinopoli partono nel Settecento non solo letterati e uomini di scienza avidi di nuove conoscenze ma anche politici e rinnegati decisi a vivere un’intensa e straordinaria avventura e a cercare fortuna nell’Oriente islamico. Se l’avventurosa esistenza del nobile magiaro Giuseppe Ragozzi, passato clamorosamente al servizio del sultano dopo un aspro dissidio con gli Asburgo, attira l’attenzione quasi esclusivamente degli organi di sicurezza veneziani e delle cancellerie europee per le pericolose conseguenze politiche del suo gesto,41 le vicende personali e religiose del conte Claude-Alexandre Bonneval suscitano ben presto l’interesse di tutta l’opinione pubblica europea. Dopo una brillante carriera militare al servizio di Eugenio di Savoia l’irrequieto francese lascia l’Austria, si ritira a Venezia e di qui con improvvisa decisione raggiunge la Turchia dove abiura la fede cattolica, assume il nome di Achmed bassà (oppure Osman) e raggiunge rapidamente una posizione di prestigio alla Porta.42 La sua spiccata personalità, l’apostasia pubblica e senza pentimenti o ritorni, l’audacia di un gesto che lo porta dalle glorie anti-turche di Petervaradino alla progettazione di piani antiasburgici nel Serraglio del sultano e infine il rispetto e una punta di simpatia per chi con tanta audacia ha rotto i legami con la fede dei padri e la civiltà dell’Occidente, danno alla sua biografia un’immensa popolarità in tutta l’Europa colta che per anni si appassiona, scrive e polemizza su questa straordinaria esperienza umana. Anche l’opinione pubblica veneziana partecipa intensamente a questo «caso» che per lungo tempo attira la curiosità ora genuina ora un po’ morbosa dei salotti e dei circoli giornalistici, ben attenti a deprecare formalmente l’abominevole gesto dell’ufficiale francese ma in fondo disposti ad ammirarne il coraggio e l’anticonformismo, doti sempre apprezzate in un secolo imbevuto dell’esprit de philosophie. Il governo della Repubblica è naturalmente poco entusiasta del «caso Bonneval», non solo per i suoi piani di sconvolgimento dell’assetto politico dei Balcani ma anche per gli spiacevoli riflessi diplomatici che possono derivare dal suo soggiorno a Venezia proprio alla vigilia della «disperata risoluzione» di prendere il turbante, ma i giornali che non hanno le preoccupazioni del Senato 40. P. Molmenti, Lettere inedite del patrizio Pietro Zaguri a Giacomo Casanova, in «Atti del R. Ist. Veneto di Sc. Lettere ed Arti», t. LXX (1911), p. 11 (ripubblicate in Carteggi casanoviani. Lettere del patrizio Zaguri a Giacomo Casanova, II, Milano 1918), pp. 117-118. Per notizie sullo Zaguri cfr. A. Bozzola, Casanova illuminista, Modena 1965, pp. 136 e sgg. 41. Alcune notizie sul Ragozzi in P.G. Baroni, Missione diplomatica presso la Repubblica di Venezia (1732-1743). Luigi Pio di Savoia ambasciatore d’Austria, Bologna 1973, pp. 167169, 286. 42. Nato nel 1675 muore il 23 marzo 1747. Notizie biografiche in A. Vandal, Le pacha Bonneval, Paris 1885 e H. Benedikt, Der Pascha-Graf Alexander von Bonneval 1675-1747, Graz-Koln 1959.

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mostrano più marcato interesse per i risvolti ideologici e letterari della vicenda umana del Bonneval, la cui conclusione in una tomba musulmana di Costantinopoli colpisce la fantasia dei lettori.43 La pubblicazione nel 1737 degli apocrifi Mémoires du comte de Bonneval scatena un vortice di polemiche negli ambienti letterari di tutta Europa e offre lo spunto ai più severi custodi dell’ortodossia religiosa e politica per puntualizzare il giudizio delle persone di retto sentire nei confronti di un uomo verso cui si rivolge un interesse troppo travolgente per non essere un po’ sospetto se non di eterodossia almeno di indifferentismo religioso. Bonneval è un rinnegato cui non conviene legge di onestà, scrivono le «Novelle della repubblica letteraria», e la scelta di servire il sultano è indegna della sua nascita e dei suoi precedenti militari ed empia nei confronti della religione cristiana.44 D’altronde i romanzati Anedoctes venitiens et turques stampati tre anni dopo dal De Mirone non sono certo atti a calmare le preoccupazioni degli intellettuali più tradizionalisti, cui non garbano molto le lunghe pagine riservate al soggiorno veneziano del Bonneval e ai suoi complicati amori con la nobildonna Giulia Salviati.45 Qualche anno dopo la morte del Bonneval le corrispondenze da Costantinopoli cominciano a riferire ampiamente sulle prodigiose sollevazioni promosse dalla magnetica figura del profeta Seich-Mansur, che inalberato il vessillo di una riforma dell’Islàm scatena le popolazioni caucasiche in una serie impressionante di violenze mettendo in pericolo la stessa stabilità politica dell’impero ottomano. Di origine piemontese Giovan Battista Boetti approda in Turchia dopo un’errabonda esistenza nelle principali città europee, agita l’idea di una radicale rigenerazione della fede musulmana, stende un nuovo codice morale di netta impronta sincretistica, fa leva sul malcontento di vaste masse popolari prospettando audaci misure egualitarie e sfrutta la superstizione e il fanatismo di strati arretrati della società per costruirsi un vasto e potente dominio personale che ha fine solo nel 1791 quando viene catturato dai Russi e deportato sul mar Bianco.46 «Il nuovo postiglione» lo dipinge come un «fanatico» che spinge i suoi seguaci a commettere violenze «col pretesto religionario»47 ma il giornalista delle «Notizie del mondo» ne fa invece un ritratto più complesso ed autentico che ne valorizza le doti intel43. Ampio risalto ha la notizia di un lungo e moraleggiante epitaffio posto sul suo sepolcro; cfr. «Giornale enciclopedico», luglio 1777, pp. 51-52 (notizia tratta dal t. XIX della Nuova geografia del Büsching, p. 50) e «Notizie del mondo», n. 79, 1 ottobre 1783. 44. «Novelle della repubblica letteraria per l’anno MDCCXXXVIII», n. 4, pp. 30-32. 45. D. Mirone, Anedoctes venitines et turques ou nouveaux mémoires du comte de Bonneval depuis son arrivée à Venise jusq’à son exile dans l’isle de Chio, au mois de mars 1739, Francfort 1740. Ancora nel 1748 le «Novelle della repubblica letteraria per l’anno MDCCXLVIII» auspicano la pubblicazione di una nuova vita del Bonneval per por fine a tutte le critiche sollevate dalle memorie apocrife (p. 139). 46. G. De Caro, Boetti Giovanni Battista, in Dizionario biografico degli italiani, 11, Roma 1969, pp. 131-135. Sugli avventurieri settecenteschi passati all’islamismo v. Berengo, Il problema politico-sociale, p. 73. 47. «Il nuovo postiglione», n. LI, 24 dicembre 1785, LII, 31 dicembre 1785.

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lettuali e coglie le profonde implicazioni politiche della sua audace scorribanda nelle pianure dell’Asia. Sin dall’aprile del 1786, quando il Sultano gli invia alcuni messi per informarsi del contenuto della nuova dottrina, il giornale intuisce che al di là di una caotica e semi-incomprensibile riforma del Corano emerge la volontà di minare alle basi l’assetto civile e sociale dello stato e si preoccupa di fornire ai lettori un ampio e dettagliato resoconto dei punti più importanti delle nuove dottrine religiose-politiche imposte ai creduli fedeli per mezzo di vari miracoli che lo accreditano come il Genio dell’Universo e lo Spirito Vigilante.48 In Occidente circolano molte favole su questo famoso «settario» che turba la pace dell’Asia ma al corrispondente delle «Notizie del mondo» pare che il ritratto diffuso a Costantinopoli non sia «né d’un barbaro né d’uno stupido fanatico» ma di un uomo dolce e sempre sensibile ai mali dei suoi simili49 e «Il nuovo postiglione» aggiunge che non a caso egli «ha molto viaggiato e sa molte lingue».50 Al richiamo dell’Oriente misterioso, al desiderio di un’immediato e personale confronto con la civiltà dell’impero ottomano, all’attrazione irresistibile del favoloso mondo femminile degli harem turchi non si sottrae l’inquieta e complessa personalità di Giacomo Casanova, il più discusso e fortunato degli avventurieri del Settecento che di un suo soggiorno a Costantinopoli ci ha lasciato un vivace resoconto in un capitolo delle sue affascinanti memorie.51 Conoscendo le sue tendenze ad amplificare e talvolta ad inventare di sana pianta avventure politiche, intellettuali e amorose, c’è chi ha messo in dubbio la veridicità del suo viaggio in Turchia, ma troppi particolari della sua narrazione coincidono con fatti e persone realmente esistiti perché se ne possa negare l’autenticità, anche se molti dettagli e lo stesso significato ideologico-culturale attribuito al suo soggiorno in terra ottomana vanno giudicati con prudenza e depurati di molte incrostazioni folkloristiche e romanzesche. Partito probabilmente da Venezia insieme al bailo Venier nel settembre del 1745, Casanova compie la navigazione insieme alla colta compagnia dei nobili Annibale Gambara, Carlo Zenobio e un certo d’Anchetti, tutti diretti a Costantinopoli «par curiosité», e si trattiene nella capitale ottomana per un periodo imprecisato, forse poche settimane forse un anno intero, comun48. «Notizie del mondo», n. 27, 5 aprile 1786, n. 30, 15 aprile 1786. Probabilmente a Venezia circola anche qualche copia de La riforma dell’Alcorano e le profezie dell’aggiornante, dell’illuminato, e del vigilante profeta Seich-Mansur. Traduzione dall’arabo, stampata nello stesso anno a Rimini. 49. «Notizie del mondo», n. 41, 24 maggio 1786, n. 34, 29 aprile 1786. «Famoso impostore […] che si fa credere profeta mandato dal cielo per far risorgere la religione e la grandezza ottomana» lo definisce un dispaccio del Garzoni (ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 225, disp. 10 novembre 1785). 50. «Il nuovo postiglione», n. XVII, 29 aprile 1786. 51. Un profilo biografico del Casanova in Letterati, memorialisti, viaggiatori, pp. 707-712. Acute osservazioni sul ruolo dell’avventuriero nel Settecento veneziano in D. Valeri, Il mito del Settecento veneziano, in La civilità veneziana del Settecento, Firenze 1960, pp. 1-26, in part. le pp. 6-7 e in G. Bozzolato, Polonia e Russia alla fine del XVIII secolo (Scipione Piattoli: un avventuriero onorato), Padova 1964, pp. 31-34.

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que sufficiente per un’intensa esperienza di uomini e idee della società turca.52 Il disinvolto libertino evita di porre la sua brillante capacità di osservazione, la sua fede nell’assolutismo illuminato e l’adesione sia pure fragile ed esteriore a molte dottrine dei philosophes al servizio di un coerente sforzo di informazione e riflessione sulla civiltà della Turchia. Quell’«amor del sapere, l’apertura della mente, la molteplicità degli interessi intellettuali, certo spirito critico e indipendenza di giudizio» che gli ha riconosciuto il Bozzola dandogli il riconoscimento, a mio avviso eccessivo e troppo gratificante, di «illuminista»,53 gli servono non per distillare dal suo soggiorno ottomano un giudizio autonomo e coerente sulla nazione turca, ma per proporre ai lettori dei Mémoires un misto di inverosimili avventure sentimentali e di meditazioni religiose sullo sfondo di una società turca osservata attraverso la lente della sua classe dirigente e nei suoi risvolti più intellettuali ed aristocratici. La sua lunga descrizione del soggiorno sulle rive del Bosforo si dipana intorno ad una fitta rete di incontri e colloqui con alcune figure di turchi di alto livello culturale e sociale, dai contorni psicologici e dai quotidiani comportamenti piuttosto irreali. Munito di lettere di raccomandazione del cardinale Acquaviva il giorno dopo l’arrivo si presenta dal Bonneval con cui si intrattiene in un lungo e cordiale colloquio che gli illumina la tolleranza religiosa dei Turchi e l’adesione esteriore all’Islàm di quell’uomo «fattosi turco più per interesse che per convinzione e propenso ad una sorta di ambiguo relativismo religioso».54 Il nucleo centrale dell’esperienza turca del Casanova è però il suo incontro con la strana figura di Joussouff-Alì «homme riche, philosophe, d’une probité reconnue» che si lega a lui di un’amicizia cordiale e affettuosa, anche se non priva di risvolti ambigui ed equivoci, e dà vita a lunghe discussioni sul fatalismo, l’ateismo, i fondamenti essenziali della vita e delle religioni rivelate, in un abile alternarsi dialettico che mette a confronto due uomini colti, spregiudicati e liberi dai pregiudizi del volgo. L’affascinante personaggio di Joussouff-Alì è senza dubbio una creazione romanzesca del Casanova razionalista e illuminista che in lui identifica l’esemplare della vera filosofia orientale tollerante e umanitaria contrapposta alla barbarie europea55 ma la posizione religiosa dell’avventuriero si delinea su piani diversi e intercambiabili. Di fronte all’offerta di Joussouff-Alì di sposare la figlia quindicenne, a condizione di frequentare un anno di tirocinio nella lingua turca e di lasciare la religione cristiana, Casanova ha un sussulto di 52. G. Casanova, Mémoires, texte présenté et annoté par R. Abirached et E. Zorzi, Paris 1958, p. 312. 53. Bozzola, Casanova illuminista, pp. 69, 151, 154. 54. Casanova, Mémoires, I, pp. 314-316. Da ricordare la preziosa indicazione del Ricuperati sulla simpatia di uomini come Bonneval per la letteratura deistica sia pure «con una coloritura conservatrice e con la saggezza dei vecchi libertini» (G. Ricuperati, L’esperienza civile e religiosa di Pietro Giannone, Milano-Napoli 1970, p. 587). 55. È forse per questa sua immagine del Turco che in altra occasione il Casanova ritiene moralmente più grave per un cattolico l’alleanza con i protestanti che coi Turchi, opinione su cui il «Giornale enciclopedico» si astiene prudentemente dal prendere posizione (marzo 1776, pp. 73-74).

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reazione e di rifiuto non tanto per una meditata e profonda adesione alla propria fede quanto piuttosto per un sentimento di avversione e disprezzo per l’Islàm, una religione che deve la sua esistenza al più stravagante degli impostori e porge agli occhi e allo spirito «un tableau désagréable, tant à l’égard de cette vie que pour la vie future».56 È soprattutto l’idea di dover segregarsi ad Adrianopoli per apprendere una lingua barbara per cui prova solo disgusto a distogliere definitivamente dall’apostasia il nostro Casanova, bruciato dal desiderio di rendersi celebre nelle arti, nella letteratura o in altre onorevoli carriere non nella rozza Turchia ma nelle nazioni «policées et polies» dell’Europa.57 Sulla stessa nave del bailo Giovanni Donà che nel 1746 riporta in patria il Casanova viaggia anche il segretario Pietro Busenclio, modesta e schiva figura di funzionario della Repubblica Veneta ma attento e scrupoloso osservatore della realtà ottomana di cui porta da Costantinopoli un piccolo ma prezioso patrimonio di notizie. 2. Le Lettere informative delle cose de’ Turchi del Busenello Una delle opere più complete e originali sulla Turchia del Settecento è rimasta inedita sino ai nostri giorni precludendo così all’autore una fama meritata e la possibilità di influire in modo incisivo sull’atteggiamento dell’opinione pubblica colta nei confronti della civiltà ottomana. Pietro Busenello nasce a Venezia nel 1705 da una delle più cospicue famiglie di cittadini originari e alterna nella giovinezza la pratica negli uffici minori della cancelleria a studi letterari legati all’esperienza e ai gusti dell’Arcadia.58 Una normale carriera burocratica lo porta nel luglio del 1742 a Costantinopoli dove funge da segretario del bailo Giovanni Donà e attende alla raccolta di una grande quantità di notizie sull’impero ottomano che nel 1746, al ritorno in patria, ordina e suddivide in un trattato in forma epistolare dal titolo Lettere informative delle cose de’ Turchi riguardo alla religione ed al governo civile, economico, militare e politico. Dedicate al doge Pietro Grimani, nobile di vasti interessi, astronomo, letterato (in Arcadia Almiro Elettreo) e curioso di novità sui paesi stranieri, sono destinate alla pubblicazione ma il Busenello non compie mai il lavoro di rielaborazione della materia e di ripulitura stilistica necessario per la stampa.59 Cosciente di offrire al Grimani un’immagine dell’impero ottomano ben diversa da quella «ch’è comune in Italia» il Busenello si scusa per la lacunosità di alcune informazioni dovuta alle difficoltà linguistiche e ricorda come fonti 56. Casanova, Mémoires, pp. 325-332. 57. Ibidem, p. 332. 58. Per più ampie notizie biografiche e indicazioni bibliografiche rinvio alla mia voce in Dizionario biografico degli italiani, 15, Roma 1972, pp. 518-519. 59. La prima e unica edizione, per altro alquanto scorretta, di G. Stanojević, Vijesti o Turskoj (Pietro Busenello: notizie turchesche), Sarajevo 1960. Per comodità nelle pagine seguenti cito semplicemente Busenello, Lettere informative, intendendo riferirmi all’edizione dello Stanojevic´.

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del suo lavoro «più scritti originali ed antichi» conservati nella biblioteca di un greco qualificato di Costantinopoli.60 Le Lettere preannunciano il vivace interesse di molti scrittori e viaggiatori della seconda metà del Settecento per la civiltà turca, anche se è aliena all’autore una consapevole volontà di utilizzare questa posizione per una critica radicale della mentalità e delle istituzioni europee sulla falsariga di molti illuministi. Né «parziale» né «avverso» ma spoglio di ogni pregiudizio il Busenello si propone di non addossare alla nazione turca difetti che non ha e neppure di «dipingere con colori più caricati del dovere quelli che certamente la dominano».61 L’opera è animata da vigile spirito critico e si offre ai lettori come testimonianza se non di turcofilia almeno di buona conoscenza ed equilibrato apprezzamento di una civiltà e di uno stato riconosciuti diversi dal proprio ma non per questo ritenuti degni di ignoranza o disprezzo. Le notizie sulla vita di Maometto e sulla religione islamica confermano la serietà con cui il Busenehlo ha operato la raccolta e l’elaborazione delle fonti. Sebbene attinga a testi apologetici cristiani varie favole e inesattezze sul profeta riesce a compiere un notevole passo in avanti rispetto alla totale inconsistenza storica delle precedenti narrazioni occidentali e disegna un quadro complessivo dei dogmi, delle pratiche religiose, dei ministri del culto e delle feste, di notevole rilievo per la precisione del linguaggio e delle informazioni.62 I giudizi negativi sul mancato rispetto di alcuni precetti religiosi, come il digiuno del Ramadan o il divieto di mangiare carne di porco e di bere vino, sono proposti senza astio, con il solo scopo di informare il lettore, mai di scandalizzarlo. I costumi sociali legati alla religione sono esposti con semplicità e naturalezza di linguaggio, senza accenti di disprezzo e di incomprensione anche quando si discostano sensibilmente da quelli abituali nella società cristiana, come nel caso della poligamia e del divorzio. Enumera diligentemente le opere buone compiute dai Turchi, come la costruzione di ponti, acquedotti, case per pellegrini e pur non nascondendo il suo stupore, come tanti altri viaggiatori del Cinquecento e del Seicento, per un esercizio della carità esteso anche agli animali, sottolinea con ammirazione il rispetto e la fiducia in Dio del fedele musulmano.63 Uno spazio notevole è riservato all’elencazione e descrizione degli ordini religiosi, delle rendite e privilegi delle moschee e delle numerose sette in cui si è suddivisa la religione islamica64 tra cui ricorda anche quella dei «cartesiani» che seguono il principio di «dubitare di tutto e mai stabilire niente» e conseguono spesso la suprema carica di muftì adattando le loro decisioni al capriccio del sultano.65 La lettera 10 sviluppa il tema, già accennato dal Rycaut e dal Salmon, della straordinaria fortuna dell’«irreligione» in Turchia e si apre con una precisazione particolarmente interessante perché ci testimonia un Busenello 60. Busenello, Lettere informative, pp. 2, 52. 61. Ibidem, p. 25. 62. Ibidem, lettere 3-11, pp. 28-51. 63. Questo dimostra, secondo Busenello, che anche «nella religione più empia e più sciocca vi è qualche cosa, che può servire a profitto» (ibidem, lett. 4, p. 34). 64. Ibidem, lett. 6-9, pp. 42-47. 65. Ibidem, lett. 11, pp. 49-51.

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attento agli sviluppi delle correnti di pensiero del suo tempo. Infatti egli sottolinea che non di «deismo» si tratta bensì proprio di «lacrimevole ateismo» diffuso da cristiani rinnegati che si fregiano del nome di «muserim» (= «il vero segreto è tra di noi»). Secondo il Busenello è stata la progressiva umanizzazione e civilizzazione dei Turchi, cui si è accompagnata la diffusione della stampa, a favorire la propagazione della setta che non a caso conta numerosi seguaci tra gli uomini colti tra i quali un individuo che in materia di religione «non lasci traspirare il suo dubbio e quell’incertezza di fantasia che non lo lascia tranquillo nella credenza» rappresenta ormai quasi un’eccezione.66 Notevole l’acutezza con cui giustifica con validi riferimenti all’ambiente sociale degli Arabi dell’età di Maometto molte pratiche religiose: così riconosce alle abluzioni finalità igieniche, al divieto della carne di porco lo scopo profilattico e all’obbligo di un’elemosina proporzionale alle sostanze l’obiettivo di accertamento fiscale.67 Un cospicuo gruppo di lettere ha per oggetto la descrizione minuziosa del serraglio per la quale afferma di aver utilizzato testimonianze dirette che gli consentono di arricchire una narrazione che egli sa tra le più attese ed apprezzate dal pubblico meno impegnato. Nessun particolare gli sfugge: le scuderie, il corpo delle guardie, gli eunuchi, i paggi, i muti e i nani, l’appartamento delle donne e la loro vita amorosa, la diffusione dei rapporti omosessuali, tutto è descritto con una dovizia di dettagli, un rigore ed una serietà non minori di quelle impiegate per le materie politiche ed economiche.68 C’è in questa parte senza dubbio l’indulgenza al gusto del lettore medio, ben più appassionato agli intrighi amorosi del serraglio, tema ricorrente nelle turcherie di tutti i tempi, che alle noiose riflessioni sulle strutture economiche e politiche, ma c’è anche la volontà seria e scrupolosa di nulla escludere, neppure gli aspetti più folkloristici del costume, dal suo panorama della società turca. La parte centrale dell’opera è riservata al governo e all’amministrazione dell’impero ottomano: tutte le cariche pubbliche da quella di primo visir ai singoli governatori delle province sono passate in rassegna e di ognuna sono precisate funzioni e attribuzioni, mentre capitoli separati trattano delle nazioni suddite regolate da un ordinamento autonomo e cioè Valacchia, Moldavia, Tartaria, Egitto e le reggenze barbaresche.69 Il Busenello è sempre bene informato, esatto, ricco di notizie e molte sue intelligenti osservazioni sulla struttura e funzionamento dell’impero, sullo sfruttamento delle province, sulle condizioni giuridiche dei popoli sudditi sono confermate dalle più recenti ricerche. Equilibrato e sereno nel giudizio di uomini e istituti, loda l’efficienza della polizia di Costantinopoli, la brevità delle cause giudiziarie, decise dal giudice senza l’intervento degli avvocati e senza «delazioni» o artifici forensi, anche 66. Ibidem, lett. 10, p. 49. Già il Sagredo aveva segnalato la singolare figura del sultano Amurat lettore di Machiavelli e «ateista interno» e aveva anche accennato piuttosto oscuramente ad una «infettione» di ateisti diffusa dai rinnegati (Sacredo, Memorie istoriche, p. 13, 730). 67. Busenello, Lettere informative, lett. 11, pp. 49-51. 68. Ibidem, lett. 12-20, pp. 52-63. 69. Ibidem, lett. 21-31, pp. 64-82.

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se spesso inquinate da testimoni falsi70 e apprezza la pazienza del primo visir che, pur oberato di molteplici impegni politici, non trascura mai di dedicare alcune mezze giornate di Divano ad ascoltare le querele di chiunque, anche delle «femine importune». Non gli sfuggono naturalmente anche i mali da cui è affetto l’impero, le estorsioni dei governatori, l’avarizia dilagante, lo spopolamento e la miseria della Moldavia e della Valacchia a causa del malgoverno ottomano ma anche dell’ambizione di quel po’ ch’è rimasto della vecchia classe dirigente ellenica.71 Le lettere sull’economia ed il commercio dell’impero ottomano, anche se fondate su notizie non di prima mano, rappresentano però una sintesi ordinata ed organica della materia. Dalla sua penna escono limpide pagine sulle casse dello stato (miri) e del sultano (casnà), sui vari tipi di tributi diretti ed indiretti, sui dazi, le miniere d’oro e d’argento e il deficit del bilancio dello stato.72 Efficaci e persuasive anche le osservazioni sulle cause della decadenza economica dell’impero ottomano individuate soprattutto nel pesante deficit della bilancia dei pagamenti, nella corruzione e cattiva amministrazione e nelle eccessive spese militari.73 Non manca naturalmente una sezione dedicata alla descrizione dell’esercito e della marina: artiglieria, fanteria, giannizzeri e spahi, navi ed equipaggi, arsenale e corpi ausiliari, sono descritti con cura e ricchezza di dati tecnici e statistici. Puntuali e storicamente esatte le notizie sul funzionamento del sistema feudale dei timari e zaimi, di cui fornisce anche un preciso elenco con l’indicazione dei contingenti che sono tenuti a fornire in caso di guerra.74 La scrupolosa enumerazione delle cariche militari di terra e di mare e l’abbondanza di dati numerici su argomenti così delicati e tutelati dal segreto militare inducono a pensare che il Busenello abbia potuto servirsi per questa parte di qualche fonte interna all’amministrazione ottomana. Nella quinta ed ultima parte delle Lettere intitolata «sistema politico dei Turchi in generale» il Busenello si propone di definire le caratteristiche di fondo dello stato ottomano, impresa assai ardua, egli afferma, perché trattasi di un governo «soggetto ad incostanza di massime ad improvvisi cambiamenti di direzioni ed a stravaganti idee di regolazione politica», tanto da potersi paragonare ad un mare in cui «navigano numerosi vasseli, ne vi è alcuno di questi, che si lasci dietro orma alcuna del suo passaggio».75 Comunque egli crede di aver individuato alcune delle massime politiche più costanti tra i Turchi: la cautela e prudenza nella riscossione delle tasse, l’avversione per la nobiltà, il frequente cambiamento dei funzionari, la simulazione e l’opportunismo nella 70. Ibidem, lett. 59, p. 122, lett. 61, pp. 123-124, lett. 58, p. 121. La severità delle pene e la quasi nessuna differenza tra di loro si giustifica secondo il Busenello con l’estensione dell’impero fondato sulla violenza e diretto «più che per metodo, per capriccio» (lett. 60, p. 122). 71. Ibidem, lett. 28-29, pp. 77-79. 72. I capitoli dedicati al commercio dei veneziani e dei mercanti di altri paesi ricalcano le notizie e i suggerimenti dei baili e non rivestono oggi un particolare interesse. 73. Busenello, Lettere informative, lett. 40, pp. 95-96. 74. Ibidem, lett. 41-53, pp. 97-114. 75. Ibidem, lett. 54, pp. 115-116.

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stipulazione delle paci e alleanze ed un comportamento sempre adattato alla natura e forze dell’avversario. Le osservazioni conclusive dell’opera, malgrado alcune riserve su singoli aspetti negativi, sono improntate a favorevole comprensione per i Turchi non ignari, come si credeva in Italia, «dell’arte del buon governo» e capaci di dirigersi con la «la ragione e l’interesse» e non «da ciechi dietro la solita traccia delle passioni». Essi stanno ormai maturando la loro evoluzione verso sistemi di maggiore «docilità», anche a causa della decadenza politica ed economica dell’impero che li ha spinti a raffinare le maniere della loro politica e a nascondere «l’ingiustizia e fierezza delle massime loro sotto il manto della ragione».76 Quanto la pace ormai consolidata da anni tra Venezia e la Turchia abbia contribuito al sorgere di un clima più propizio all’osservazione serena e obiettiva dello stato ottomano ci è rivelato dallo stesso Busenello quando descrive con compiaciuta fierezza la stima e l’affezione degli ottomani per la Repubblica Veneta ormai diffuse anche tra il popolo tanto che «al solo nome di veneziano» si manifestano spontaneamente «gentilezza d’accoglimento ed una illarità, che dimostra la buona disposizione ed impressione dell’animo».77 Congedandosi dal suo corrispondente il Busenello ribadisce che la mancanza di una buona conoscenza linguistica e l’istintiva tendenza dei Turchi a mantenere il segreto hanno limitato l’ampiezza della sua informazione, ma si dimostra comunque convinto di essere riuscito ad unire «più lumi» di tanti altri storici che l’hanno preceduto. Malgrado la loro mancata pubblicazione in Italia le Lettere circolano ampiamente negli ambienti colti veneziani del Settecento, come provano i numerosi esemplari manoscritti tuttora conservati.78 Vengono tradotte e stampate ben due volte in Germania, nel 1771-1772 a Ulma a cura del Le Bret79 e di nuovo nel 1778 da Cristoph von Lüdeke.80 Quest’ultimo, predicatore evangelico a Smirne dal 1759 al 1768, aveva utilizzato la sua lunga permanenza in Oriente per raccogliere 76. Ibidem, lett. 62, pp. 124-125. L’ultimo gruppo di lettere (pp. 125-147) ha scarsa importanza: sulla falsariga delle relazioni dei baili disegna un quadro dei rapporti con le altre potenze, dà indicazioni sull’atteggiamento dei Turchi nei confronti dei trattati e degli ambasciatori stranieri e illustra le formalità delle visite al Sultano, al visir e agli altri ministri. Chiude l’opera un elenco delle avvertenze necessarie ai ministri forestieri accreditati presso la Porta. 77. Ibidem, lett. 72, p. 133. 78. Se ne trovano 4 copie alla biblioteca Marciana (mss. It., cl. VI, 317 [5779], 201 [5738], cl. VII, 584 [8498] e 586 [8752]), 3 al Civico Museo Correr (cod. Cicogna/3166/V, 1287, 2596 [1861]), 5 alla biblioteca della Fondazione Querini Stampalia (mss. cl. III, cod. 34, 35, 59, 60, 61), una alla biblioteca del seminario patriarcale di Venezia (mss. n. 307), una all’archivio di stato di Venezia (Miscellanea Codici, III, codici Soranzo, reg. 18), 3 alla biblioteca universitaria di Padova (mss. n. 53, 149, 305) e una alla biblioteca civica di Bassano (mss. 1335-35-1-6). 79. J.F. Le Bret, Magazin zar Gebrauch der Staaten und Kirchengeschichte vornemlich des Staatsrechts Katolischer Regenten in ihrer Geistlickeit, I, Ulm 1771, pp. 52-161, II, Ulm 1772, pp. 107-232. 80.  C.W. Lüdeke, Pietro Businello, Historische Nachrichten von der Regierungsart, Sitten und Gewohneiten des osmanischen Monarchie, Leipzig 1778.

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svariate informazioni sul clima, la natura, il territorio e i popoli della Turchia e la sua pubblicazione dell’opera del Busenello testimonia dell’apprezzamento per l’ottima qualità delle notizie sull’impero ottomano.81 È un vero peccato che una fonte così importante per la conoscenza della Turchia del Settecento sia rimasta confinata in una cerchia ristretta di estimatori veneziani, senza avere la possibilità di raggiungere un pubblico più largo. Le Lettere del Busenello rappresentano senza dubbio il tentativo più ambizioso e meglio riuscito di dare finalmente un panorama completo, scevro da pregiudizi fuorvianti, dello stato e della civiltà turchi. L’unica lacuna importante riguarda la letteratura turca, di cui il Busenello si limita a dare pochi cenni. Parlando dell’educazione dei giovani del Serraglio ricorda tra le discipline insegnate le lingue persiana ed araba, i romanzi e le storie galanti, la poesia e la musica, accenna, ma senza particolari, all’introduzione della stampa, alla diffusione tra i Turchi del «desiderio di sapere» e a una maggiore disposizione a conversare con i Cristiani, mentre invece del tutto ignote sarebbero le altre scienze, come la logica, la fisica, l’aritmetica. Troppo poco indubbiamente per un’opera così complessa e ricca di notizie e comunque molto meno anche di quello che il Busenello poteva trovare nella vecchia ma sempre preziosa Letteratura de’ Turchi del Donà. A questa lacuna del Busenello porgerà rimedio fra qualche decennio la monumentale Letteratura turchesca del Toderini, una tappa miliare negli studi turcologici veneziani.

81. C.W. Lüdeke, Glaubwürdige Nachrichten von dem Turkischen Reiche nach seiner neusten Religions u. Staatsverfassung nebst der Beschreibung eines zu Smyrnen errichteten evangelisten Kirchenwesens, Frankfurt und Leipzig 1771. Per notizie biografiche cfr. Allgemeine Deutsche Biographie, 19, Leipzig 1884, sub voce.

3. La cultura veneziana e la civiltà turca

1. Temi turchi nell’arte e nella letteratura del Settecento Quasi un secolo di pace ininterrotta tra due potenze a lungo rivali sdrammatizza l’ambiente culturale veneziano e fa scomparire dall’arte e dalla letteratura i temi più direttamente legati alle vicende belliche e ispirati ad un odio viscerale e propagandistico contro il turco barbaro e infedele. «Mazza ’l Turco maledetto» invoca una canzone in onore di Angelo Emo, l’eroe della guerra contro i pirati barbareschi1 e qualche altro spunto polemico non manca nelle numerose composizioni ispirate alla fortunata impresa marittima dell’ammiraglio veneziano,2 ma nel complesso la letteratura veneziana del Settecento è del tutto aliena da un impegno politico-religioso in funzione anti-turca e oscilla tra l’aperta e cordiale turcofilia e il tono leggero e superficiale di molte turcherie nell’ambito di una generale fioritura di temi e suggestioni esotiche ed orientaleggianti. Il tono scherzoso e garbatamente ironico con cui nel 1788 un periodico di moda e di varia informazione come «La donna galante ed erudita» descrive alle sue raffinate lettrici le accanite ma inconcludenti conversazioni al caffè di un abate «gran nemico dei Turchi» e sempre pronto a formulare fantasiosi piani di distruzione di «quel popolo feroce che detronizza i suoi Sovrani»,3 è un bell’esempio della nuova prospettiva con cui poeti e letterati del Settecento trattano di quella nazione un tempo temuta, esecrata e vituperata, nelle canzoni, nei poemi, nelle tragedie e nelle poesie popolari. Sparita l’esaltazione della fede cristiana e delle glorie patrie contrapposte alla barbarie della mezzaluna ottomana compare la bonaria presa in giro dei costumi e della lingua turchi. Una canzonetta dialettale intitolata Un turco inamorà, ben presto diffusa nelle calli della città, deride cordialmente e senza astio un 1. A. Dalmedico, Canti del popolo veneziano, Venezia 1857, p. 187. 2. Per un panorama delle composizioni dedicate all’Emo cfr. E.A. Cicogna, Saggio di bibliografia veneziana, Venezia 1847, pp. 416-418, e G. Soranzo, Bibliografia veneziana, Venezia 1885, p. 391. 3. «La donna galante ed erudita, giornale dedicato al bel sesso», II, 8 (1788), pp. 199-201.

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goffo giovanotto turco che tenta vanamente di ottenere l’amore della giovane Caterina promettendole un sollecito matrimonio e un immediato abbandono dei più ridicoli connotati esteriori della sua nazione, come la lunga barba e le babbucce,4 mentre la musa garbata e gentile di Francesco Gritti, ormai dimentica dell’immagine di un Turco fiero e crudele, si accosta con simpatia e vivace novità di accenti ai temi «turcheschi» passando con felice scelta di toni e di situazioni dal filone sentimentale alla satira discreta dei costumi musulmani. Nella graziosa canzone Osman e Momola il Gritti trasporta il lettore veneziano all’interno del mitico serraglio di Costantinopoli dove il giovane e ardente Osmano, annoiato e insensibile alle grazie delle sue bellissime schiave orientali, si lascia sedurre dal fascino di Momola che gli strappa doni favolosi («i caprizi / tuti de Momola / xe per Osman / decreti altissimi / de l’Alcoran») e lo tiene come incantato per ore ad ammirare le stelle in un dolce giardinetto sulle rive del Bosforo.5 In altre poesie la critica agli istituti sociali e politici ottomani si stempera e quasi scompare nell’insistito gioco di parole pseudo-turchesche o nella prevalenza dell’ispirazione leggera e scherzosa. Un accenno alla frequente deposizione dei visir viene risolta dal Gritti in un burlesco pasticcio linguistico6 mentre nei brutti versi de El bassà el papagà e Mimì il tema dell’infelice vita delle giovani del serraglio serve da pretesto per una lunga divagazione tra il comico e il semiserio sulla strana «carità» dei Turchi che si estende sino agli animali ma non alla schiava Mimì.7 Del tema turco s’impadronisce anche il poema eroicomico Baiamonte Tiepolo di Zaccaria Valaresso che conduce i suoi protagonisti alla corte di Tamerlano, il rozzo ma potente sovrano mongolo uscito dalla «rimota Scitia» a mettere a ferro e fuoco l’impero ottomano dell’orgoglioso e strafottente Bajazet ben presto sconfitto e fatto prigioniero nella sua reggia di Costantinopoli. Riprendendo un episodio largamente diffuso nella novellistica occidentale il Valaresso dà un’interpretazione grassamente scurrile della celebre scena di Bajazet chiuso in gabbia ad assistere alla vergogna della moglie nuda che serve il pranzo al vincitore e ai suoi ospiti.8 4. Quarti, Quattro secoli di vita, II, pp. 256-257; V. Malamani, Il Settecento a Venezia, II, La musa popolare, Torino-Roma 1892, pp. 84-86. Il Malamani ricorda anche la diffusione nel carnevale di una maschera raffigurante un turco con pipa e scettro (p. 24). 5. Raccolta di poesie in dialetto veneziano d’ogni secolo, Venezia 1841, pp. 245-247. 6. «Corer el vede el popolo, i spaì / i gianizzeri, agà, cadì, muftì / verso el seragio, e tuti ciga... kalò / sala-mekuca-ke-al koranò / che vol dir ne l’idioma del Talmù; / palme, allori a chi c’è, corna a chi fu» (ibidem, p. 231). 7. Ibidem, pp. 237-238. 8. Dopo un’evacuata formidabile di Bajazet che ammorba l’ambiente il pranzo si conclude senza indugio: «In tal guisa alla Turca una cacata / divertì gl’atti gravi ignominosi: / senza disnar con barba profumata / ben burlati partirono i golosi» (Z. Valaresso, Baiamonte Tiepolo poema eroicomico di Catuffio Panchiano Bubulco Arcade, Venezia 1769, canto III, ott. 113, p. 64 e anche ott. 99-101, 107, pp. 81-82). Sul poema del Valaresso v. Moschini, Della letteratura veneziana, II, pp. 124, 150, C. Privitera, La poesia giocosa e l’umorismo. Dal secolo XVII ai giorni nostri, in Storia dei generi letterari, Milano 1942, pp. 119-120, e Natali, Il Settecento, pp. 951-952, 1038.

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La diversa sensibilità della cultura veneziana del Settecento nei confronti del mondo turco si percepisce con evidente immediatezza anche nelle arti figurative, in cui scompaiono i temi epici collegati alle battaglie e alla lotta contro la setta di Maometto e irrompono invece motivi ispirati ad una contemplazione distaccata e favolosa del mondo ottomano, colto nella fantastica ed irreale vita del serraglio e degli harem, oppure legati ad una descrizione minuziosa delle costumanze religiose e sociali secondo un gusto nuovo e più attento alla verità e alla precisione storica. Il pennello del Tiepolo tratteggia vari tipi di turchi albanesi barbuti e fieri, col capo avvolto da un grande fez9 mentre nelle tele di Francesco e Antonio Guardi compaiono frequenti le «scene turche», modellate su una raffigurazione irreale dell’harem popolato di odalische e del misterioso serraglio dove s’immaginano scene di vita forse ispirate alle esperienze del pittore francese Giambattista van Mour vissuto per quasi quarant’anni alla corte del sultano.10 Il secolo XVIII non conosce una vicenda clamorosa ed esemplare sul piano artistico ed ideologico come il soggiorno di Gentile Bellini alla corte di Maometto II, ma vede la ripresa dei viaggi di artisti veneziani nella capitale ottomana alla ricerca di una più certa e puntuale conoscenza della civiltà turca. Partendo per Costantinopoli nel 1788 Lazzaro Spallanzani conduce con sé come disegnatore il pittore veneziano Ferdinando Tonioli che con l’aiuto di Girolamo Zulian ottiene di poter ritrarre dal vivo il sultano e il primo visir e riporta in patria due grandi tele raffiguranti le visite dei ministri europei alla Porta.11 Il pubblico veneziano si appassiona a queste scene turche fissate dal pennello di abili pittori e le stampe del Giaconi, esemplate sugli originali del Tonioli, insieme ad altre incisioni a rame di Taddeo Viero che descrivono le quattro cerimonie fondamentali dei Turchi, circoncisione, matrimonio, bairan e funerali, sono in libera vendita nei negozi della città.12 Il dilagare dell’orientalismo e dell’esotismo nella letteratura del Settecento è fenomeno ormai troppo noto e studiato perché convenga ritornarvi sopra con più puntuale e limitato riferimento all’area veneta ma non è forse inutile ripercorrere sia pure sommariamente le tappe e i modi con cui la «turcheria» si colloca ed evolve a Venezia nel contesto di una sensibilità ideologica e politica profondamente modificata rispetto al Cinquecento e Seicento. Giornali letterari e scritti in prosa ed in versi abbondano di temi e spunti «turcheschi» introdotti e svolti secondo schemi e finalità artistiche diverse e talvolta contrastanti, ma unificate in due precise linee di interpretazione e di traduzione 9. A. Morassi, Settecento inedito, in «Arte veneta», III (1949), p. 82. 10. F.J.B. Watson, A series of «Turqueries» by Francesco Guardi, in «The Baltimore Museum of Art News», XXIV/1 (1960), pp. 3-13; Mostra dei Guardi, Catalogo della mostra a cura di P. Zampetti, Venezia, palazzo Grassi, 5 giugno-10 ottobre 1965, Venezia 1965, n. 26, pp. 48-49, n. 27, pp. 50-52, 53, 282, 310, A. Morassi, Antonio Guardi, in Sensibilità e razionalità nel Settecento, a cura di V. Branca, II, Firenze 1957, pp. 505, 513. 11. «Nuovo giornale letterario d’Italia», II/1 (1789), p. 76; Bertelè, Il palazzo degli Ambasciatori, p. 311. 12. «Il nuovo postiglione», n. XXII, 31 maggio 1788, «Nuovo giornale letterario d’Italia», II/1 (1789), p. 76.

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artistica, da un lato sviluppando la tendenza a destoricizzare il Turco, progressivamente spogliato di ogni concretezza politica e quindi di ogni polemica contrapposizione di fede e di civiltà, dall’altro soddisfacendo il desiderio dei lettori di conoscere il popolo turco nella sua vera realtà sociale e nella sua quotidiana vita civile e religiosa. Il pubblico legge avidamente le Lettere turche del Poullain de Saint-Foix,13 segue le frequenti «turcherie» di periodici leggeri come «La donna galante ed erudita»14 e di altri più seri ed impegnati come il «Giornale enciclopedico»,15 acquista freneticamente romanzi d’amore e d’avventure ambientati in varie contrade dell’Oriente e infine affolla i teatri in cui personaggi ottomani, umili o grandi, veri o immaginari, popolano le scene di tragedie, commedie, opere liriche con una così spiccata prevalenza dell’immagine del turco «buono» e dotto da suscitare l’irosa reazione del Gozzi. Una delle occasioni più frequentemente sfruttate dalla letteratura per introdurre un riferimento comparativo con il mondo turco è il dibattito sulla condizione femminile che si sviluppa per tutto il Settecento con ampia varietà di toni e di impegno civile e con larga partecipazione di poeti e letterati. È famosa la descrizione dell’harem del Sultano tracciata dal pensoso e umanitario genio poetico del Parini,16 così come ampiamente discusse sono state le prese di posizione di molti illuministi sull’emancipazione, l’educazione e il ruolo sociale della donna, ma forse meno meno note sono 1e specifiche allusioni alla Turchia e al suo ordinamento matrimoniale in molti scrittori veneziani.17 Traducendo dal francese una piacevole «novella orientale» il «Magazzino italiano» introduce nel vivo la polemica sulla «libertà» della donna e critica la retriva mentalità di coloro che ritengono «eccellenti» le usanze della propria nazione e «bizzarre» quelle di altri popoli citando ad esempio la convinzione di molti europei che si debba rifiutare l’esempio dell’Oriente dove le donne sono tenute in totale segregazione, mentre in Europa godono una libertà forse eccessiva.18 L’anno 13. Le Lettres turques del Poullain de Saint-Foix, più volte ampliate e ristampate, conoscono in Italia una grande diffusione per tutto il secolo. Nel 1778 il «Giornale enciclopedico» le definisce «gradite ed appetitose» anche dopo la lettura delle ben più valide Lettere persiane del Montesquieu cui del resto sono unite in molte edizioni (gennaio 1778, pp. 102-103). 14. Il periodico dedica largo spazio all’illustrazione di vesti femminili «alla Turca» («La donna galante ed erudita», 1786, n. II, p. 63, n. III, pp. 95-98, 1787, n. XV, pp. 89-92, n. XIX, pp. 187192, fig. 46, 221, fig. 47, n. XXI, pp. 283, 285). 15. Tra le numerose «turcherie» di importazione francese segnalo la traduzione dal turco di una graziosa canzonetta («Nuovo giornale enciclopedico», dicembre 1784, pp. 76-77, dal giornale di Buglione). 16. G. Parini, Il giorno, in Poesie e prose, Milano-Napoli 1951, parte II, Il Mezzogiorno, vv. 77-89, pp. 68-69. 17. Sull’atteggiamento generalmente conservatore della cultura veneta nei confronti dell’educazione femminile e sulla posizione controcorrente del Gozzi cfr. I giornali veneziani del Settecento, pp. XXXII-XXXIII. 18. «Magazzino italiano», 1767, t. I, n. IV, pp. 119-126. Più o meno negli stessi termini si esprime nel 1774 il «Giornale enciclopedico» che deplora la condizione del «sesso amabile» in Oriente dove «languisce nell’oscurità, e vegeta nell’inutilità, altrettanto lunga quanto la vita stessa» (marzo 1774, p. 49).

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dopo «Il sognatore italiano» tesse un vero e proprio elogio delle donne «anima d’ogni corpo» e «corpo d’ogni anima» e reputate schiave degli uomini solo da «qualche Tedesco, qualche Turco, qualche legale»19 dove i turchi sono accostati ai tedeschi nel triste privilegio di questa barbarica mentalità, forse in un improvviso rigurgito nazionalistico di ascendenza umanistica. La convinzione di una assoluta schiavitù delle donne turche, netta e precisa nel Casti che ne trae motivo per invitare le europee alla moderazione e alla tranquilla accettazione della propria condizione, è invece oggetto di contrastanti e vivaci riflessioni in una delle più intelligenti e colte «femministe» del Settecento veneziano, Elisabetta Caminer, che torna più volte su questo argomento. Dapprima convinta dell’abbandono culturale del sesso femminile in Turchia20 la Caminer modifica successivamente la sua posizione dopo la lettura di una relazione di viaggio di Lady Graven che descrive le turche come «le più felici mogli del mondo» non solo nelle classi sociali più elevate ma anche nel basso popolo e giunge a sostenere di non aver mai visitato paese dove le donne siano più libere e al coperto da qualunque rimprovero.21 La voce della Caminer resta quasi isolata nel panorama della cultura veneziana dove le crescenti influenze della letteratura francese contribuiscono a rafforzare l’idea di un netto divario di condizione culturale e civile tra la donna europea e quella turca. La novella Solimano II del Marmontel, molto conosciuta a Venezia grazie alla traduzione del Gozzi, dipinge un sultano stanco delle sue schiave orientali fredde ed insensibili e invece ardente innamorato dell’intelligente europea Rossellana,22 e contribuisce così ad accreditare a Venezia un’idea pesante e negativa dell’avvilente subordinazione femminile in Turchia cui si associano le «Notizie del mondo» pubblicando una lettera dell’ambasciatore turco a Madrid imperniata sull’ingenuo stupore per l’incredibile libertà personale delle spagnole, ben diverse dalle donne turche, esemplari per «la soavità del tratto, ed il rispetto per i loro mariti».23 Il tema del rapporto tra la donna e la società in Europa ed in Turchia è troppo suggestivo e ricco di sviluppi ora seri ora superficiali e fantastici per non attirare l’attenzione dei romanzieri sempre alla caccia di intrecci e situazioni di facile presa popolare per un genere letterario di sicuro successo anche se ancora trascurato dagli intellettuali più impegnati. La censura impedisce un’ampia diffusione a Venezia del celebre Espion turc di Giampaolo Marana, accomunato nel maggio del 1773 al Dictionnaire del Bayle, all’Emile del Rousseau e ad altre ben più pericolose opere illuministiche in una dura condanna sotto l’accusa di deismo e ostilità ai principi fondamentali 19. «Il sognatore italiano», 1768, in I giornali veneziani del Settecento, p. 320. 20. «Giornale enciclopedico», febbraio 1780, p. 10. 21. «Nuovo giornale eciclopedico», novembre 1789, pp. 65-67. 22. Marmontel, Novelle morali, trad. it. di C. Gozzi, I, Venezia 1762, pp. 41-68. 23. «Notizie del mondo», n. 2, 5 gennaio 1788.

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del cristianesimo e ai sentimenti di pietà e di religione,24 ma temi, personaggi e ambienti turchi compaiono numerosi in molti romanzi francesi come il Candide e Zadig di Voltaire o nelle opere di Madame de Gomez, di minore dignità letteraria ma di non minore presa sul pubblico.25 Notevole successo di pubblico ottengono a Venezia La vedova di quattro mariti e La zingara, due romanzi del bresciano Pietro Chiari ambientati in Barbarìa e ricchi di spunti e riferimenti agli usi e costumi dei popoli musulmani.26 La disinvolta e spregiudicata protagonista della prima storia passando d’amore in amore e di marito in marito giunge a Tripoli dove in un primo momento si convince dei pregiudizi europei sulle condizioni del sesso femminile in queste terre barbare e selvagge e si accasa con un principe barbaresco.27 In Europa molti uomini più illuminati a parole che per intima convinzione invidiano la «donnesca abbondanza» dei serragli orientali e se li creano nella fantasia non potendoseli permettere «tra le donnesche mura», ma nonostante questa ipocrisia le nazioni europee sono pur sempre all’avanguardia anche per quanto riguarda la condizione della donna e la nostra protagonista, conosciuta bene l’indole delle nazioni barbaresche e l’«arbitrario sistema de’ loro governi» e influenzata dai suoi costumi e dalle sue idee occidentali, fugge dal Serraglio di quelle «effeminate nazioni, dove non nascon le donne che per servire vilmente alle altrui compiacenze».28 Il Chiari ritorna su questo tema nella Zingara che contrappone con nitida efficacia «la superiorità intellettuale» delle donne europee «signore e tiranne degli uomini» all’avvilimento di quelle orientali schiave perpetue dei loro mariti.29 Il romanzo d’amore a sfondo turco seduce anche la fantasia di un colto e severo erudito come il bassanese Giambattista Verci che tra le lunghe ricerche d’archivio volte ad illuminare le vicende della Marca Trevigiana e della famiglia d’Ezzelino trova il tempo di scrivere una Istoria di Delj o sia avventure di un tur24. ASV, Riformatori dello Studio di Padova, filza 357. Sulla politica del governo veneziano nei confronti delle opere francesi di impronta illuministica cfr. l’ampio saggio di F. Piva, Cultura francese e censura a Venezia nel secondo Settecento (Ricerche storico-bibliografiche), Venezia 1973 (Istituto Ven. Scienze Lettere ed Arti. Memorie. Classe di scienze morali, lettere ed arti, vol. XXXVI, fasc. III). 25. Anecdoti o sia la storia segreta della famiglia ottomana, Napoli 1729. Un’altra opera della Gomez conosciuta a Venezia è la Storia d’Osman primo di questo nome e XIX Imperatore de’ Turchi e della imperatrice Ashada, negativamente recensita dalle Novelle della repubblica letteraria per l’anno MDCCXXXIV, p. 367. Altre opere narrative a tema «turchesco» molto lette a Venezia sono la Nuova raccolta di novelle arabe e turche e la Storia della Sultana di Persia e de’ Visiri. Novelle turche composte in lingua turca da Cheé Tadé e tradotte dal francese in idioma italiano. 26. Copie dei due romanzi risultano fermate alle dogane nel 1786, non è chiaro se per tutelare gli editori veneziani da ristampe straniere o per considerazioni morali (ASV, Riformatori dello studio di Padova, filza 358). 27. P. Chiari, La vedova di quattro mariti, Venezia 1771, pp. 51-52. 28. Ibidem, pp. 78-79, 88-89, 96. 29. Chiari, La zingara. Memorie egiziane di madama N.N. scritte in francese da lei medesima, Parma 1762, pp. 10 e 181-182. Sugli elementi orientali nei romanzi del Chiari cfr. G.B. Marchesi, Romanzi e romanzieri del Settecento, Bergamo 1903, pp. 47-136 e A. Albertazzi, Il romanzo, in Storia dei generi letterari italiani, Milano 1902, pp. 112-118.

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co, in cui il raffronto polemico tra la fiera e torbida gelosia dei turchi e la libertà serena e consapevole dei parigini si svolge in una insistita contrapposizione tra i costumi della Francia e della Turchia.30 La vicenda si snoda intricata e complessa tra Costantinopoli e Parigi e ha per protagonisti Delj, figlio di una francese e di Delj Bassà Mulej, e la sua innamorata turca Zulima che egli conduce in Francia dove assorbe rapidamente i liberi costumi delle donne francesi sino a ingelosire il marito ancora legato a sentimenti «a dir il vero un poco Turcheschi».31 Da varie battute dei due amanti traspare nel Verci una moderata propensione al relativismo religioso e ad una valutazione tutt’altro che negativa della civiltà turca e infatti il romanzo si conclude con la constatazione che la conoscenza delle lettere di Delj ha disingannato i Francesi «che s’immaginano essere i Turchi poco atti per la galanteria».32 Il motivo ispiratore della condizione femminile prevale anche in altri romanzi come La turca fedele di incerto autore33 e La Turca in cimento o sia le avventure di Zelmira del direttore della «Gazzetta urbana veneta» Antonio Piazza, in cui la vivace protagonista Zelmira dichiara di voler andare in capo al mondo pur di evadere dalla Turchia, «nazione che custodice le Donne ne’ Serragli come le Fiere». Dopo infinite peripezie ricche di particolari sui patimenti e affronti che «ricevono dagli orgogliosi loro mariti le povere donne ottomane» la coraggiosa Zelmira, ribelle alle imposizioni delle leggi e dei costumi turchi e decisa nemica della poligamia, si lascia convincere dall’amore del fido Orcano ad abbandonare l’islamismo.34 L’evasione fantastica e l’ambientazione turca o genericamente orientale sono presenti con toni e contorni diversi anche in generi letterari meno «leggeri» e popolareggianti come la tragedia e la commedia dove più forte e tenace è il peso della tradizione e delle esigenze classicistiche di classificazione e definizione dei caratteri e della forma del prodotto artistico. Scritta per un collegio la Rodi presa di Andrea Rubbi rifiuta l’intreccio amoroso e qualsiasi divagazione fantastica per attenersi alla verità storica, attinta direttamente alle Memorie del Sagredo e ad altri libri «turcheschi», e ambisce a ricreare un quadro completo delle azioni politiche e militari che hanno condotto alla conquista dell’isola nel 1522. I personaggi sono quelli ritagliati da una lunga tradizione pubblicistica come esemplari del confronto religioso e politico tra Cristianesimo e Islàm, Solimano II, potente e bellicoso sultano, un 30. G.B. Verci, Istoria di Delj o sia avventure curiose di un turco pubblicate da uno scrittore imparziale, Venezia 1771. Questa divagazione letteraria del Verci precede di quasi un decennio le impegnative fatiche della Storia degli Ecelini (1779) e della Storia della Marca Trivigiana e Veronese (1786-1791). 31. Verci, Istoria di Delj, pp. 80, 97, 103. 32. Ibidem, p. 114. 33. L’Albertazzi lo attribuisce a Teodoro Mioni (Il romanzo, p. 108) e il Marchesi a Matteo Manin Cagnon (Romanzi e romanzieri, p. 415). Il disprezzo dei letterati del Settecento per il genere del romanzo spiega la mancanza del nome dell’autore in molte opere. 34. La Turca in cimento o sia l’avventure di Zelmira scritte da lei medesima, Venezia 1784, pp. 8-11 e sgg. Il romanzo compare anonimo ma è comunemente attribuito al Piazza; cfr. Marchesi, Romanzi e romanzieri, pp. 139-202, 415.

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rinnegato, Pirro, che per inseguire la gloria tradisce la fede praticando una sorta di arido indifferentismo religioso35 e naturalmente gli eroi cristiani, Zizimo e il gran maestro di Rodi Gabriele Martinengo che si muovono sullo sfondo di un mondo cristiano agitato dalla riforma di Lutero e dalle discordie tra Carlo V e Francesco I. Il nobile gesto di Solimano che salva la vita dei superstiti difensori di Rodi attenua nel finale una generica ostilità anti-turca fatta più che altro di richiami patriottici alla tradizione gloriosa di Venezia, baluardo del Cristianesimo contro la mezzaluna islamica, secondo una linea di interpretazione del mondo ottomano cui si attiene anche l’Anna Erizzo del Formaleoni, nonostante qualche cedimento alla «moda» del secolo di recuperare valori umani e affettivi anche tra i barbari Turchi. Il nazionalismo culturale e politico che ha già indotto il piacentino a negare nella sua Storia l’appartenenza dei Turchi alle nazioni colte e civili ispira ora un freddo e noioso dramma ritmato sulla retorica esaltazione del valore e dell’eroismo dei veneziani, tra cui spicca l’intrepida e pura eroina Anna Erizzo che sacrifica senza esitazioni la sua fiorente giovinezza per non rinnegare la fede e cedere all’amore di Maometto II.36 Lo spettatore è invitato a trarre conferma in ogni momento della «barbarie» turca e a imprimersi nella mente un’immagine totalmente negativa e ripugnante degli usi e costumi del popolo turco. La famiglia di Maometto II, «il più esperto guerriero del suo secolo» e uomo di genio «ardito», è una «nefanda stirpe», la morale turca è fondata sulla dissimulazione e la menzogna e la nazione ottomana non è altro che un gregge informe di oscuri schiavi sottomessi vilmente a un «despota superbo e tiranno».37 Letterato di ampie letture e di molteplici esperienze intellettuali il Formaleoni non ignora che larga parte della cultura veneta sta cancellando una secolare ostilità verso il mondo ottomano riscoprendone gli autentici valori umani e fa una vistosa concessione alla turcofilia ormai dominante, mettendo in bocca a Maometto II una curiosa dichiarazione d’amore, carica di garbato ma fermo rimprovero ai Veneziani che si ritengono unici depositari della virtù, dell’onore, dei più puri affetti umani e li negano con orgoglioso disprezzo ad ogni altra nazione ed in particolare agli «empi» e «barbari» Turchi.38 Questo 35. A. Rubbi, Rodi presa, Venezia 1773 (atto I, sc. II, pp. XIII-XIV). Recensendo la tragedia Gusmano di Cosimo Giotti (Firenze 1786) imperniata su un visir rinnegato che progetta di tornare alla fede cristiana e minaccia di uccidersi se la moglie non condividerà la sua scelta, Alberto Fortis nel 1786 commenta ironicamente: «bella delicatezza di coscienza («Nuovo giornale enciclopedico», luglio 1786, p. 10). 36. L’episodio è storicamente attestato e ricordato tra gli altri dal Formanti e dal Sagredo. Nel XIX secolo l’infelice morte di Anna Erizzo ispira altre due tragedie, di Cesare Della Valle (Torino 1823) e di Francesco Gambara (Brescia 1832). 37. V. Formaleoni, Anna Erizzo ossia la caduta di Negroponte, Venezia 1783, a. III, sc. VI, p. 47. 38. «Incarcerati sotto ingrato cielo / tra l’angusto confin di poche terre, / d’ogni altra nazion, d’ogni altra fede / nemici sempre, barbaro crudele, / spoglio d’ogni virtude, e d’ogni gloria, / tutto il resto del mondo osan chiamare, / che i lor riti non segue, e i lor costumi? / Miserabile orgoglio, ed ignoranza! / Franchi dunque sol per la virtude, / noi pel delitto, e ’l vizio il Ciel produsse? / No, che non son una nazion gli eroi. / Né clima, né regione in sulla terra / il Cielo ha destinato in lor

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appello mezzo sincero mezzo retorico alla cordiale e aperta comprensione dei valori umani del mondo turco è però troppo isolato ed episodico nell’economia della tragedia per configurare un tentativo di introdurre anche sulle scene teatrali veneziane un nuovo modo di conoscere e apprezzare la civiltà ottomana. Più convinta e partecipe degli avvenimenti culturali del suo tempo la simpatia per i «buoni Turchi» della Zulfa di Alessandro Pepoli, imitatore della vita e delle opere dell’Alfieri, che dopo aver modellato la sua Dara sul Maometto di Voltaire, si ispira alla Zaire del grande illuminista per dipingere il carattere di un personaggio turco, Seremeth, «sì benefico, sì clemente, sì magnanimo» che certamente «non incontrerà l’approvazione di chi non trovando Italiani che in Italia non sa trovare in Turchia altro che Turchi».39 Il soggetto turco è in realtà poco più che un pretesto per la mediocre fantasia narrativa del Pepoli, che rivendica l’eguaglianza tra Europei e Turchi nel patrimonio della «bontà» da troppi considerata gelosa prerogativa delle «sole Province della colta insieme, ma orgogliosissima Europa».40 Ciò che unifica nel Settecento veneziano i vari temi e spunti «turcheschi» della produzione drammatica e comica è la volontà di ricercare con pazienza e riprodurre con fedeltà sulle scene la «verità storica» e per questa via in molte commedie si passa dal generico esotismo orientaleggiante o dalla convenzionale turcheria ad una più serena rappresentazione dei costumi e della società turca. Scrivendo nel 1710 il suo libretto per musica Bajazette Agostino Piovene rifiuta di prender posizione sulla favola della prigionia nella gabbia di Tamerlano rivendicando il diritto di rappresentare una tragedia non di scrivere una storia41 ma quando nel 1774 il «Giornale enciclopedico» recensisce la Rodi presa del Rubbi ne auspica una modifica nella direzione di un più preciso ritratto del carattere di Solimano secondo le indicazioni degli storici.42 È forse l’esplicito richiamo alla verità storica preposto da Racine al suo Bajazet,43 e condiviso dai due imitatori italiani del tragediografo francese, Pier Jacopo Martello e Giuseppe dimora. / Anna, credilo pur, un cuor, un’alma / han diversa da voi noi pure abbiamo. / Se i costumi son varj, è vario il clima. / Ogni frutto non cresce in ogni terra. / Son diversi dell’Asia e dell’Europa / prodotti, suol, clima, animali, e piante; / e son diversi ancor costumi e leggi, / ma l’uomo e sempre l’uomo in ogni luogo; / né per cambiar di genio, o passioni / amar può il vizio, e la virtude odiare» (atto IV, pp. 68-69). 39. A. Pepoli, Zulfa, in Id., Teatro, III, Venezia 1787, p. 220. 40. Pepoli, Zulfa, p. 221. 41. [A. Piovene], Bajazette, Venezia 1710, prefazione. Musicato successivamente da Francesco Gasparini, Andrea Bernasconi e Gaetano Marinelli, il Bajazette del Piovene, talvolta intitolato Tamerlano, fu più volte rappresentato a Venezia (nel 1710, 1723, 1742, 1754, 1799) e nel resto d’Italia. Cfr. Wiel, I teatri musicali veneziani del Settecento, n. 220, p. 70, n. 411, p. 138, n. 1219, p. 504, A. Caselli, Catalogo delle opere liriche pubblicate in Italia, Firenze 1969, pp. 14, 15, 141, 149, 203, 235, 447, 497, 247, 93, 115, 149, 273, Pertusi, Storiografia umanistica, p. 96, nota 257. 42. «Giornale enciclopedico», marzo 1774, p. 76. 43. Racine dichiara con sicurezza di non aver nulla cambiato «ni aux moeurs ni aux coutumes de la nation» e di aver tratto ispirazione per l’ambientazione turca dalla storia dell’impero ottomano del Rycaut (Racine, Bajazet, in Oeuvres complètes, Paris 1951, p. 547 [Bibliothèque de la Pléiade]).

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Gorini Corio,44 a ispirare al periodico la vibrata polemica contro gli autori che profanano la storia turca con «informi ed indegne farse» sull’episodio di Bajazet e Tamerlano.45 Uno spiccato e ricorrente interesse per la comparazione della vita femminile in Oriente e a Venezia e il desiderio di conoscere e proporre al pubblico con scrupolosa esattezza gli usi e costumi dei Turchi si fondono nelle numerose commedie orientali del Goldoni, spesso ricche di situazioni e battute «turchesche» sia pure inserite in un quadro narrativo e stilistico finalizzato alla rappresentazione della società veneziana del Settecento. Il desiderio di sfondare col pubblico del teatro di S. Luca indulgendo all’esotismo e orientalismo largamente diffusi a Venezia in quegli anni è all’origine della sua decisione di scrivere e rappresentare la cosiddetta «trilogia d’Ircana», tre commedie ambientate in Persia ma con espliciti riferimenti a costumi civili e religiosi della Turchia che ottengono subito un entusiastico successo.46 Gli spettatori veneziani amano i personaggi turchi, cinesi, genericamente orientali con tanta passione che ancora negli ultimi mesi di vita della Repubblica Domenico Bresciani traduce e diffonde una mediocre e scialba farsa del Saint-Foix imperniata sugli amori e le gelosie delle donne turche già rappresentata a Parigi in due occasioni, nel 1742 e nel 1747, per compiacere Zaid Effendi ambasciatore ottomano alla corte francese.47 Eppure nel caso del Goldoni il favore addirittura imprevisto del pubblico non è certo pari all’intrinseco valore delle sue commedie «orientali» e delle altre a soggetto «turchesco», tutte ben al di sotto dei vivaci affreschi di ambienti veneziani borghesi e popolari della sua migliore produzione. L’intreccio è abbastanza freddo e convenzionale e fastidiosi ed ingenui appaiono oggi i persiani e turchi che si illustrano a vicenda costumi e leggi della propria nazione con una pesante ridondanza di termini tecnici destinati a stupire gli spettatori avidi di immergersi nel mondo favoloso e poco conosciuto dell’Oriente islamico. Il Goldoni non inventa gli ambienti e gli usi dei protagonisti de La sposa persiana, rappresentata nel 1753,48 ma li trae da un’attenta lettura 44. A imitazione del Bajazet del Racine, Martello scrive Perselide e Gorini Corio Meemet (Natali, Il Settecento, II, pp. 945, 956). 45. «Giornale enciclopedico», ottobre 1775, pp. 27-29 (rec. a La Rossana, tragedia di Francesco Ottavio Magnacavallo). Solo in qualche occasione il giornale ammette i buoni risultati della «propensione a maneggiare la realtà» (gennaio 1780, rec, a P. Andolfati, La congiura di Mustafà Bassà contro i Cavalieri Maltesi, Bologna 1779). 46. «Sull’orientalismo letterario e sulle «commedie orientali» del Goldoni v. M. Ortiz, Commedie esotiche del Goldoni, Napoli 1905 (fascicolo unico che raggruppa una serie di articoli pubblicati nei volumi 9 e 10 dell’anno V della «Rivista teatrale italiana», alle pp. 33-47, 73-87, 121139); G. Ortolani, Della vita e dell’arte di Carlo Goldoni, Venezia 1907, pp. 71-73; I. Sanesi, La commedia, in Storia dei generi letterari italiani, II, Milano 1935, p. 366. Tra l’immensa bibliografia goldoniana ricordo almeno i due volumi di Studi goldoniani, a cura di V. Branca e N. Mangini, Venezia-Roma 1960, e Baratto, Tre studi sul teatro, pp. 159-234. 47.  P. de Saint-Foix, Le vedove turche, trad. di Domenico Bresciani, in Il teatro moderno applaudito ossia raccolta di tragedie, commedie, drammi e farse, t. XI, Venezia 1797. Cfr. anche «Mercurio d’Italia storico letterario per l’anno 1797», 3° semestre, p. 375. 48. Le altre due commedie della trilogia sono Ircana in Julfa e Ircana in Ispaan, rappresentate rispettivamente nel 1755 e 1756.

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della Storia moderna del Salmon, un libro a suo avviso «instructif, exact et intéressant» e capace di fornirgli quei nomi di Fatima, Machmut e Tamas e l’idea di quei cuscini «à la Mahométanne» e di quelle vesti e turbanti «dans le costume oriental» che da soli annunciano al pubblico una nazione straniera.49 Il tema della condizione della donna orientale è sviluppato con ampiezza ne La sposa persiana che denuncia la gelosia dei musulmani e «il barbaro costume» del serraglio, con una frecciata di sapore chiariano contro quegli Europei che invidiano in cuor loro questi barbari costumi islamici.50 All’invidia della vecchia schiava Cercuma per le donne occidentali «compagne» e non schiave dell’uomo il Goldoni aggiunge una fiera critica degli usi matrimoniali musulmani che consentono un divorzio equivalente ad un ripudio unilaterale da parte dell’uomo51 e un cordiale invito alle spettatrici veneziane a non abusare della loro libertà con un’eccessiva tirannia nei confronti dei mariti.52 Non ci sono odio ed ostilità preconcetta verso la civiltà musulmana in questa commedia ma neppure una dichiarata e convinta simpatia e comprensione, eppure queste «turcherie» goldoniane attirano i pungenti strali di Carlo Gozzi, indignato per l’eccessivo rilievo concesso ai sozzi eunuchi e alle Curcume nefande. Con le sue fiabe teatrali ambientate in Persia, Georgia e Cina il Gozzi sta dando in quegli anni un’immagine irreale e fantastica dell’Oriente in cui istituzioni tipicamente ottomane come il serraglio o la carica di primo visir vengono agevolmente trasportate a sostenere trame e soggetti di denso spessore moraleggiante a Pechino, Samarcanda, Tiflis o altre famose metropoli dell’Oriente.53 Spirito acre e polemico ma dotato di un’intelligenza brillante e facile all’invenzione satirica, Carlo Gozzi riversa la sua carica di risentimento contro la fortunata accoglienza de La sposa persiana in alcune mordaci ottave della Marfisa bizzarra ispirate a netta e ostile incomprensione della turcofilia dilagante tra poeti e commediografi.54 Durante le sue errabonde peregrinazioni Marfisa assiste insieme al turco Ferraù ad una commedia che mette in scena «molti cristiani / posti in aspetto obbrobrioso e tristo / preti papisti e 49. Goldoni, Mémoires, in Id., Tutte le opere, a cura di G. Ortolani, I, Milano 1954, t. II, cap. XVIII, pp. 321-322. 50. «Donna mirar non sua è al Maomettan vietato. / E pur serba l’Europa fra gli abitanti suoi / chi un serraglio infelice suol invidiare a noi, / come se d’un legame, che a lor molesto è reso, / non si dovesse a noi moltiplicare il peso (Goldoni, La sposa persiana, atto I, scena I). 51. «Che parli di Cadì, di legge e d’Alcorano? / Io son nei tetti miei l’interprete e il sovrano» (Tamas alla moglie Fatima, atto III, scena IV, p. 562). Poco più avanti il finanziere Mahmut, che impersona la parte dei Turco buono e colto, rimproverando Tamas che sta minacciando la moglie col ferro esclama: «Empio, col ferro in mano minacci una donzella? / Ecco perché l’Europa barbari noi appella» (ibidem, atto III, scena VII). 52. Ibidem, atto V, scena ultima (parla Fatima). 53. Si vedano ad esempio il personaggio di Truffaldino, capo degli eunuchi nel serraglio di Turandot in Pechino, o i visir Tognul e Mazaffer protagonisti rispettivamente de La donna serpente e I pitocchi fortunati. 54.  Il «turco» è equiparato ad un certo punto all’«assasino» e al «luterano» (C. Gozzi, La Marfisa bizzarra. Poema faceto, a cura di M. Ortiz, Bari 1911, canto XI, ottava 87, p. 269). Suggestive notazioni sul poema gozziano in M. Dazzi, Testimonianze sulla società al tempo di Goldoni, in Studi goldoniani, I, pp. 72-97.

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frati veneziani / che altro eran ben, che imitator di Cristo» e deride e avvilisce il cristianesimo, raffigurando il caso di un prete avido di denaro che induce un vedovo a copiose largizioni di ceri in onore della moglie defunta.55 Ferraù spiega che queste commedie sono scritte per mettere in ludibrio i cristiani e conservare i musulmani nella fede avita e nell’odio verso il nemico secolare, mentre invece i «più umani» poeti cristiani rappresentano commedie piacevoli che sembrano avere lo scopo di far circoncidere i propri correligionari. Con esplicita allusione alla Sposa persiana del Goldoni Ferraù enuncia i tratti caratteristici di queste commedie cristiane impegnate a dipingere certi Macmud «prudenti, / non molto teneri in cor, molto pietosi / certi bey, filosofi saccenti, / moralisti divoti e generosi; / e per converso cristian malviventi, / marchesi ladri e conti pidocchiosi».56 Se aumentano le conversioni all’islamismo dei «turchi rinegati», compresi alcuni preti e frati, ciò si deve probabilmente non solo alla noia dei paternostri, alla povertà, al vizio e alla disperazione ma anche agli scrittori «mal cauti» e di fronte a questa spietata requisitoria di Ferraù Marfisa si rannicchia nelle spalle «perché quel discorso ha del preciso».57 L’attacco del Gozzi alle «turcherie» della trilogia d’Ircana è solo parte della più vasta battaglia contro il Goldoni e il Chiari responsabili di aver snaturato la genuina commedia italiana con l’imitazione del teatro francese, perché in realtà temi turchi compaiono anche in molte altre opere del Goldoni con ampia varietà di toni e sfumature e in alcuni casi con ben più pesanti risvolti morali. A parte alcuni accenni ad usi e costumi orientali ne La Dalmatina e La bella Giorgiana e l’approccio leggero e superficiale dell’Impresario alle Smirne, in cui il protagonista ottomano è solo un pretesto per descrivere le bizze e le insolenze degli attori di teatro, il Goldoni ritorna in modo puntuale e definito al tema turcobarbaresco (due termini per lui non chiaramente distinti) nel clima fantastico e moraleggiante della commedia-fiaba Il genio buono e il genio cattivo rappresentata nel carnevale del 1768, non a caso solo due anni dopo uno dei più impegnativi trattati tra Venezia e le Reggenze. Trasportato magicamente da Londra a Tripoli di Barbaria il protagonista Arlecchino è colto da un sentimento di paura e di repulsione alla vista delle sciabole e dei turbanti portati da soldati turchi dai lunghi mustacchi ma si lascia sedurre dalle insinuanti parole del genio cattivo che gli propone di tentare la fortuna con le donne turche ricordandogli il suo desiderio di vedere il mondo, «di esaminar nuovi popoli, di apprendere delle nuove leggi, di conoscere dei novelli costumi» e rassicurandolo sulla civiltà della Barbaria, abitata ormai da popoli usciti dalla barbarie e capaci come gli Europei di rispettare «l’umanità e la giustizia». Quando la piccante avventura tra gli harem e i bagni musulmani rischia di finire tragicamente sul palo della giustizia turca interviene il 55. Gozzi, La Marfisa bizzarra, c. XI, ottave 94-103, pp. 270-273. 56. Ibidem, ottava 102, p. 273. II Macmud di cui parla Ferraù è il colto e occidentalizzante Machmut de La sposa persiana, mentre i bey filosofi saccenti, moralisti, devoti e generosi alludono probabilmente a Seremeth, bey di Algeri, protagonista de La Veneziana in Algeri del Chiari (cfr. più avanti le pp. 277-278). 57. Gozzi, La Marfisa bizzarra, c. XI, ottava 104, p. 273.

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bey della città che ordina al cadì di liberare lo sventurato Arlecchino e la moglie Corallina in omaggio all’amicizia che lo lega a Venezia, un’«illustre nazione» di cui ammira lo zelo per i sudditi, il favore per il commercio e la «buona corrispondenza co’ suoi alleati».58 Di nuovo il problema dei rapporti tra uomo e donna è al centro della commedia Le donne de casa soa ma questa volta il confronto tra i costumi dei Turchi e quelli europei non è più proiettato in lontane ed esotiche contrade come nella trilogia persiana ma si radica nell’ambiente popolare veneziano in cui si dipana la storia d’amore di Checchina decisa a rifiutare il matrimonio col levantino Isidoro, ricco ma troppo lontano dai suoi semplici gusti occidentali. La contrapposizione tra la donna orientale sempre soggetta al marito e quella italiana che lo comanda a bacchetta non viene però esasperata dal Goldoni che mette in bocca a Isidoro espressioni di difesa dei «levantini» che solo un’ingiusta generalizzazione dei veneziani identifica globalmente con i corsari della Barbarìa escludendo la presenza tra di loro di «omeni boni».59 Nessuna intenzione seria ispira invece la sguaiata farsa Lugrezia Romana in Costantinopoli ambientata fantasticamente in Turchia e risolta nella sboccata vicenda pseudo-amorosa di Lucrezia e Collatino alla corte del Sultano, in un susseguirsi di buffonate carnevalesche intessute di espressioni onomatopeiche di stampo turco e di frequenti allusioni volgari ed equivoche tutte giocate su termini sessuali.60 Avversario dichiarato del Gozzi e scrittore sensibile a tutte le correnti di pensiero del suo secolo, il bresciano Pietro Chiari esprime con coerenza maggiore del Goldoni una spiccata simpatia per il mondo musulmano, identificato per lo più con 1e reggenze nord-africane, paesi ignoti e barbari agli occhi degli europei, dove capitano e intrecciano le loro amorose vicende i protagonisti de La Veneziana in Algeri.61 Eroi di questa commedia sono alcuni schiavi veneziani del bagno di Algeri, fieri e orgogliosi della loro patria e mai disposti a disonorarla con atti di viltà e tradimento,62 e l’umano e «filosofo» bey Seremeth bersaglio 58. Goldoni, Il genio buono e il genio cattivo, atto IV, sc. I-II, V, IX, XIII. Per quest’opera il Goldoni si è servito di una commedia a canovaccio recitata il 15 gennaio 1765 col titolo di Arlecchino e Camilla schiavi in Barberia (Tutte le opere, VIII, p. 1351). 59. Goldoni, Le donne de casa soa, atto I, sc. IX, atto II, sc. X. atto IV, sc. V. 60. Goldoni, Lugrezia Romana in Costantinopoli (Tutte le opere, vol. X). Musicata da Gioacchino Maccari fu rappresentata al teatro S. Samuele nel 1737 (J.H. Terlingen, La fortuna della commedia goldoniana in Olanda, in Studi goldoniani, II, pp. 405-406). Una farsa giocosa dello stesso titolo scritta da Giulio Artusi con musica di Vittorio Trento fu messa in scena nel 1800 (Wiel, I teatri musicali veneziani del Settecento, n. 1257, pp. 520-521 e Caselli, Catalogo delle opere liriche, pp. 258-259, 476-477). 61. Di argomento e ambientazione «barbaresche» è anche la tragedia Ines de las Cisternas rappresentata nell’ottobre del 1789 («Gazzetta urbana veneta», n. 87, 31 ottobre 1789, pp. 692693). Conviene ricordare che proprio a Venezia, nel teatro S. Benedetto, viene messa in scena ii 22 maggio 1813 l’opera buffa L’Italiana in Algeri di A. Anelli con musica di Gioachino Rossini. 62. «Ghe digo, e che respondo, / che un Venezian no nasce per desonor del mondo. / La gloria è sempre bella per chi l’ha cognossua: né un Venezian la cerca fore de casa sua. / Se voggio farme

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delle critiche gozziane per il suo spiccato occidentalismo nutrito di tolleranza e di illuministica fiducia nel comune destino di eguaglianza e di civiltà di tutti i popoli.63 Chiari conosce bene il precario equilibrio politico di quei paesi ove il potere del bey, assoluto e dispotico per molti aspetti, si piega improvvisamente ai capricci delle soldatesche e ai tumulti della plebaglia, ma attenua l’immagine deforme di queste nazioni contrapponendo con nitida sobrietà di tratti la figura di Zuglano, feroce e tradizionalista musulmano sostenitore delle leggi ottomane più anacronistiche e spietate e nemico della libertà del sesso femminile,64 a quella di Seremet proteso a dimostrare che gli algerini «tutti non son Tiranni» e che anche in un petto africano «il lume della ragione balena».65 Lo stupore del console francese nel vedere la filosofia portare il «turbante» è pari probabilmente a quello degli spettatori veneziani istintivamente abituati a identificare la barbarie con la Barbarìa e restii a concedere anche ai musulmani del nord-Africa quella dignità civile ormai comunemente attribuita ai Turchi.66 L’esigenza di verismo e di esatta informazione storica così viva nel Goldoni e nel Chiari si radicalizza ed esaspera, sino a prevalere sulle ragioni della fantasia e dell’invenzione artistica, nella commedia La schiava nel serraglio dell’agà dei giannizzeri del Griselini, una delle più esemplari «turcherie» della letteratura veneziana del Settecento. Studioso infaticabile e appassionato divulgatore in terra veneta degli studi agronomici attraverso le dense pagine del «Giornale d’Italia spettante alla scienza naturale e principalmente all’agricoltura, alle arti ed al commercio», Francesco Griselini arriva alla commedia «turchesca» dopo la ben più impegnativa esperienza de I liberi muratori «in ossequio alla moda dei drammi orientali» e col deliberato proposito di imitare La sposa persiana del Goldoni.67 «Dipingere i costumi de’ Turchi» è l’obiettivo di questa commedia complicata, fredda e tanto carente di vivacità artistica quanto ricca di riferimenti eruditi agli usi e alla vita di un popolo così vicino a Venezia da giustificare la preoccupazione di acquisire un ampio bagaglio di informazioni attraverso la lettura delle opere del Guendeville e del Picart.68 La volontà di colpire lo spettatore con lo sfoggio di grande, no me farò a ste spese: / Della vera grandezza ze uno specchio e ’l mio paese. / Ghe dono la so sabla, ghe dono el so turbante: / più val ’sti quatro stracci, che un Regno del Levante» (P. Chiari, La Veneziana in Algeri, Bologna 1760, atto II, sc. II, p. 19). 63. Chiari, La Veneziana in Algeri, p. 16. 64. «Sai che la legge nostra sin da principij suoi / insegna, che la Donna fatta ella sia per noi. / S’ella per me fu fatta, posso a mio senno amarla, / a mio senno annojarmene, a senno mio lasciarla» (Chiari, La Veneziana in Algeri, p. 16). 65. Ibidem, p. 45. 66. La commedia ottiene buon successo di pubblico e viene replicata per 13 sere (G. Ortolani, Settecento. Per una lettura dell’abate Chiari, Venezia 1905, pp. 510-511). 67. V. il bel profilo biografico del Torcellan nella Nota introduttiva ai suoi scritti in Illuministi italiani, t. VII, pp. 93-118, ora anche in Settecento veneto e altri scritti, pp. 235-262. 68. Di Bernard Picart Griselini utilizza il Trattato delle cerimonie religiose di tutte le nazioni, a sua volta desunto dai testi di G.F. Bernard e Bruzen de la Martinière, e di Niccolò Guendeville l’Atlante storico o la Nuova introduzione alla storia, tutte opere ricche di notizie sulla vita sociale e religiosa dei Turchi.

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una minuta conoscenza delle pratiche religiose e dei costumi dei Turchi si traduce in un continuo fastidioso ricorso a termini tecnici originali69 che non cela l’incertezza di fondo tra un’adesione convenzionale ai pregiudizi europei e un’aperta e «filosofica» comprensione dei valori di una civiltà diversa da quella occidentale ma capace di esprimere anch’essa esemplari umani ornati di «virtù» e «bontà». L’idea di un potere dispotico del sultano, padrone universale dei beni dei sudditi, le continue allusioni all’ipocrita adesione esteriore alle pratiche della fede islamica e la consueta immagine di Maometto legislatore violento e bellicoso appartengono al bagaglio consueto della polemica anti-turca,70 mentre il motivo della prona e avvilente subordinazione della donna al marito è ripreso, ma senza sviluppi originali, dalle contemporanee polemiche di scrittori e giornalisti.71 L’ammissione di una evidente inferiorità culturale e scientifica dei Turchi viene riscattata dal Griselini con l’attribuzione di singoli esempi di «virtù» a personaggi turchi e soprattutto con la creazione della figura di Ismaele, nemico della superstizione e del fanatismo musulmano e fautore di un’evoluzione «filosofica» della sua nazione nella prospettiva di un definitivo superamento della «barbarie» da troppo tempo dominante nell’Asia.72 Per completare questo rapido panorama delle «turcherie» veneziane del Settecento resta da aggiungere qualche cenno sull’incidenza dei temi turchi nei libretti per musica rappresentati nel corso del secolo nei teatri della capitale e dei centri della terraferma. Esotismo e orientalismo entrano a vele spiegate in questo genere letterario così facilmente pieghevole ai gusti e alle mode dell’epoca e anche sommi musicisti come Mozart legano il loro genio a soggetti di ambientazione turca, spesso scritti da compositori italiani.73 È naturalmente fatica vana cercare in questi scritti dalla trama esile e talvolta evanescente una forte carica di impegno problematico nei confronti della civiltà turca per lo più assunta a mero pretesto fantastico spoglio di ogni concreto riferimento storico. L’atteggiamento del librettista oscilla tra un’immagine truce e 69. Particolarmente insistenti e fastidiosi la contrapposizione religiosa tra Persiani e Turchi e l’uso del tutto gratuito e sovrabbondante di parole turche trascritte per quanto possibile in grafia originale. 70. F. Griselini, La schiava nel serraglio dell’agà dei giannizzeri in Costantinopoli. Commedia turca, Firenze 17612, pp. 7, 12, 40-41, 78 (1a ediz. 1756). 71. «Perfido, e reo costume, che qui spesso una moglie / serva una schiava vile, dipenda da sue voglie; / che soffrir deggia il torto, che del suo amor custole / sia una prigione eterna, o un Nero pien di frode. / Donne d’Europa, oh quanto, quanto felici siete, / voi che la virtù vostra per guardia sola avete; / chiaro provando come puote servarla pura / il nostro sesso, senza ch’Eunuchi, od alte mura / la guardin de’ Serragli, che in onta, che in dispetto / della natura seppe trovar l’empio sospetto» (Griselini, La schiava nel Serraglio, pp. 21-22). Il Griselini ammette peraltro che anche in Turchia regnano «brio e galanteria» e mette sulle labbra di Ismaele, il personaggio che impersona gli aspetti positivi del mondo turco, la convinzione che «Serragli, ed altre pene son freno al licenzioso / costume che deriva da un clima arso e focoso» (pp. 22 e 59) con una significativa allusione alle idee allora assai diffuse di uno stretto rapporto tra clima e costumi dei popoli. 72. Ibidem, pp. 61, 73, 78, 87. 73. Del giovane Mozart da ricordare la musica dell’operetta Die Entführung aus Serail.

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cupa del protagonista turco, come nel Selin di Antonio Lucchini74 o nel Solimano di Giuseppe Migliavacca,75 ed una allegra trattazione del solito motivo dell’infelice schiavitù delle donne negli harem come nel Serraglio di Osmano del Bertati, tutto ritmato su una spassosa mescolanza di finte espressioni in lingua turca e di immagini delle schiave ottomane, paragonate ora a pecore, ora a galline che si beccano tra loro sotto la sorveglianza del gallo.76 La cordiale derisione del turco della già ricordata canzonetta Un turco inamorà è ripresa con lieve e serena comicità nell’intermezzo per musica Il turco deluso, simpatico dialoghetto tra il turco Ciacon e la frizzante Lisetta, fredda alle sue offerte amorose perché già promessa sposa a Martuffo e fiera della sua identità nazionale («inturcar non mi vò son italiana») ma pronta a gabbare il povero spasimante con una maschera alla turca e un falso appuntamento nel Fondaco.77 Da segnalare infine la ricca gamma di soggetti turchi nei balli inseriti come intermezzi tra le rappresentazioni teatrali a testimonianza della popolarità e del gradimento di un tema su cui ampio e problematico si sviluppa il dibattito storico e culturale per tutto il Settecento tanto in Europa come nella Repubblica Veneta.78 2. Il dibattito sull’Islam e il despotismo ottomano Le Lettere informative del Busenello e più tardi la Letteratura turchesca del Toderini offrono ai veneziani del Settecento un’immagine limpida, serena e priva di gravi pregiudizi della religione di Maometto, delle sue pratiche e dei suoi istituti, sgombrando il terreno da numerose deformazioni e leggende. Anche in numerosi altri scritti ispirati ad un’aperta e dichiarata simpatia per la civiltà ottomana non mancano informazioni puntuali e aggiornate sui dogmi e i riti musulmani, ma si tratta per lo più di notizie di seconda mano, desunte dal Reland,79 dal 74. [A. Lucchini], Selin Gran Signor de’ Turchi, Venezia 1730. Fu rappresentata a Venezia nel 1730 al teatro S. Margherita (Wiel, I teatri musicali veneziani del Settecento, n. 308, p. 102). 75. [G. Migliavacca], Solimano, Venezia 1755. Rappresentato a S. Moisè nel 1755 con musica di Domenico Fischietti, fu più volte ripreso in altre città italiane (Wiel, I teatri musicali veneziani del Settecento, n. 582, pp. 204-205, n. 712, pp. 261-262, n. 788, p. 294; Caselli, Catalogo delle opere liriche, pp. 150-151, 158-159, 172-173, 184-185, 312-313, 360-361, 448-449). 76. G. Bertati, I serraglio di Osmano, Vicenza 1786, pp. 12, 29. Messo in scena con musica di Giuseppe Cazzaniga forse già prima (Wiel, I teatri musicali veneziani del Settecento, n. 983, pp. 389-390). 77. Il turco deluso, intermezzo per musica da rappresentarsi nel teatro di S. Luca l’autunno dell’anno 1733. Si conserva manoscritto in BNM, Dramm. 906.17. 78. Ecco l’elenco dei titoli segnalati dal Wiel: Le avventure del Serraglio, o sia la schiava venduta, Ballo di marinai inglesi e turchi, Fuga di un corsaro turco dal serraglio con una schiava greca, Il Serraglio o sia l’equivolo in equivoco, Solimano II, Solimano II all’assedio di Belgrado, Il turco al caffè di Parigi. Un ballo dal titolo Accampamento di Polacchi e Turchi è messo in scena a Brescia nel 1788 («Gazzetta urbana veneta», n. 29, 29 aprile 1788). 79. Hadrianus Reland, un calvinista olandese insegnante all’università di Utrecht, lega la propria fama ad una vita di Maometto e al saggio De religione Mohammedica (Malvezzi, L’Islamismo e la cultura, pp. 309-311).

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d’Herbelot80 o da altre pubblicazioni straniere di ottimo livello per lo scrupolo di verità ed imparzialità, a cui però raramente si aggiunge uno sforzo di personale interpretazione. Solo alla fine del secolo i lavori dell’Assemani e del Calza segnano il tardivo ed effimero risveglio di un interesse «islamico» nella cultura veneta che è quindi costretta a subire in larga misura l’impostazione polemica data al problema di Maometto e dell’Islam dall’illuminismo francese che assume il dibattito su questi temi come occasione di più ampie e generali riflessioni sui rapporti tra stato e chiesa e sulla dialettica tolleranza-persecuzione oppure come mezzo di diffusione di tendenze deistiche e relativistiche. Maometto impostore e fanatico o grande uomo politico creatore dal nulla di una nazione e di imperi destinati ad una plurisecolare vicenda di espansione e di dominio? Il dilemma è più apparente che reale in chi come Voltaire denuncia il fanatismo e l’impostura di Maometto avendo di mira la società europea del XVIII secolo81 mentre d’altra parte chi come il Gibbon crede nel valore e nel significato dell’opera del profeta arabo e ne esalta la «grandezza di eroe» liberatore della vita nazionale degli Arabi «dai ceppi e dalle soprastrutture che ne arrestavano lo sviluppo e ne comprimevano le energie»82 ha in mente un’immagine storica cui non sono estranei e insensibili anche altri illuministi quando esaltano il «politico» Maometto per la sua geniale opera di edificatore di civiltà.83 A Venezia, sia pure con minore lucidità e consapevolezza che in Francia ed in Inghilterra, la discussione su Maometto e la sua religione è per molti poco più che un pretesto per affrontare temi scottanti della vita civile contemporanea e introdurre una critica dei pregiudizi, della superstizione e del fanatismo che da troppo tempo dominano la società. Il dibattito si apre con una serie di prese di posizione sulla Vie de Mahomed del Boulainvilliers, opera pre-illuminista ispirata a presupposti deistici e relativistici che si esprimono attraverso l’idea del cristianesimo e dell’islamismo pari80. D. d’Herbelot, Bibliothèque orientale ou dictionnaire universel, contenant ce qui regarde la connoissance des peuples de l’Orient, 1a edizione 1627, ristampa a Maestricht 1777. Quest’opera scritta alla fine del Seicento ma largamente diffusa negli ultimi decenni del Settecento è stata giustamente definita dal Gabrieli una «pietra militare nello sviluppo degli studi musulmani in Europa» (voce d’Herbelot in Enciclopedia italiana). 81. Il Malvezzi sulla base della voce Alcoran del Dictionnaire philosophique e della tragedia Le fanatisme ou Mahomet le Prophète dipinge un Voltaire sostanzialmente ostile o addirittura ignaro della vera realtà del mondo islamico, dimenticando l’occasione polemica dei due scritti (L’Islamismo e la cultura, pp. 292-308). In realtà in quel grande affresco di «civiltà» che è l’«Essai sur les moeurs» Voltaire si accosta con simpatia agli Arabi e alla loro religione tanto che il Diaz ha giustamente parlato di quest’opera come di una «doverosa difesa della civiltà musulmana» (Voltaire storico, Torino 1958, p. 206). 82. G. Giarrizzo, Edward Gibbon e la cultura europea del Settecento, Napoli 1954, pp. 23, 479-505, 510-512. 83.  Da Diderot a Montesquieu, Rousseau, Condorcet non v’è illuminista francese che non abbia preso posizione su Maometto e l’Islamismo oscillando tra questi due poli di interpretazione.

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mente tesi a realizzare nelle rispettive aree storiche la felicità degli uomini ed il civile ed ordinato sviluppo della società.84 Quest’opera del Boulainvilliers viene segnalata al pubblico veneziano attraverso i canali di un giornale conformista come le «Novelle della repubblica delle lettere» che però non accoglie o trascura deliberatamente le corrosive implicazioni ideologiche e religiose limitandosi ad una moderata presa di distanze. Lo scrittore francese ha ignorato la Vita Mahometi pseudoprohetae, questo il principale rilievo delle Novelle, e si è così precluso la possibilità di un giudizio di condanna dell’«insigne impostore» assumendo atteggiamenti un po’ troppo appassionati verso la nazione e i costumi maomettani sino a paragonare la bellezza della lingua araba con quella greca e latina.85 L’anonimo recensore non è nemmeno sfiorato dal dubbio che Boulainvilliers abbia deliberatamente ignorato l’autorevole Bibliander proprio per piegare l’immagine di Maometto ad una posizione di audace relativismo e più facilmente enunciare il suo ideale di una religione naturale e umanitaria aliena dalla teologia dogmatica e morale e quindi ben lontana dall’ortodossia cattolica. Tredici anni dopo la Vie de Mahomed viene tradotta e stampata proprio a Venezia ma con una serie di aggiustamenti ed edulcorazioni che ne eliminano le punte più apertamente deistiche e anti-cattoliche travisando spesso il senso originale del testo.86 Nonostante la sua vasta fortuna anche in ambiente veneto le «Novelle della repubblica letteraria» le dedicano una scialba recensione attenta agli aspetti tecnici e stilistici dell’opera ma ignara del massacro subito dal testo originale e ferma nell’opposizione ai principi religiosi del Boulainvilliers e nell’adesione all’idea tradizionale di Maometto «uomo fanatico, pieno d’ambizione e di vaste idee».87 Lo stesso periodico solleva dubbi e perplessità sui Moeurs et usages des Turcs del Guer fondati su una diretta esperienza di uomini e istituti, ne critica la volontà di «annotare il bene ed il male che regna tra’ Turchi» ed estrapola alcuni passi per denunciare in Maometto la smisurata ambizione di «regnare fino agli estremi ultimi del Fanatismo» e la responsabilità per gli errori «vergognosi» che ingombrano i costumi dei musulmani.88 Di fronte invece a Le Fanatisme ou Mahomet le prophète il giornale assume un atteggiamento cauto e rispettoso, elogia la bellezza e sublimità dello stile, ammette che Voltaire col solo suo nome eccita curiosità e diletto ma si astiene accuratamente da qualunque intervento sul conte84. La vie de Mahomed avec des réflections sur la religion mahometane et les coutumes de Musulmans par M. le Comte De Boulainvilliers, Amsterdam 17302. Sul pensiero e le opere dello scrittore francese v. ora N.L. Torrey, Boulainvilliers, in Studies on Voltaire and the Eighteenth Century, vol. I, Ginevra 1965, pp. 159-173. 85. «Novelle della repubblica delle lettere», 1732, pp. 36-39. 86.  M. Petrocchi, Il mito di Maometto in Boulainvilliers in Miti e suggestioni nella storia europea (Saggi e note), Firenze 1950, pp. 29-50. Proprio per questa «epurazione» la Vie del Boulainvilliers può ottenere il 5 dicembre 1744 la licenza dei Riformatori dello Studio di Padova; l’edizione veneziana ha per titolo Vita di Maometto cavata dagli autori arabi maomettani da cui si scuopre la sua impostura. 87. «Novelle della repubblica letteraria per l’anno MDCCXXXXVI», n. 13, pp. 97-99. 88. «Novelle della repubblica letteraria per l’anno MDCCXLVIII», pp. 70-71.

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nuto scabroso e polemico dell’opera, contribuendo così allo strano e inspiegabile silenzio della cultura veneta su di un libro che per la sua condanna del fanatismo religioso e la falsa e spregiudicata dedica al colto e «moderno» Benedetto XIV sta sollevando in quegli anni grandi clamori polemici.89 Per quasi vent’anni la stampa veneziana tace quasi completamente su ogni argomento pertinente alla religione islamica e si limita a registrare con brevi asettiche recensioni la pubblicazione di opere francesi di storia arabica che testimoniano dell’ininterrotto interesse degli ambienti d’oltr’alpe per un tema così potentemente vivificato dai polemici interventi del Boulainvilliers e di Voltaire.90 Solo nel 1766 dalla traduzione della Lettera di Lady Montague ad un Nobile Patrizio Veneziano prende l’avvio un periodo di animata partecipazione alla discussione sul Corano. I veneziani apprendono così dalla brillante aristocratica inglese che il vero volto del libro sacro musulmano è stato avvilito e screditato dai preti greci, «gente invidiosa, cattiva e calunniatrice» che ha fabbricato «mille favole assurde, mille aneddoti ridicoli coll’oggetto d’ispirare il maggior de’ dispregj per un libro che ha se non altro dei buoni precetti di morale». Lo spunto per un’appassionata difesa di Maometto è offerto alla scrittrice britannica dal desiderio di smentire l’assurda convinzione diffusa in Europa che il profeta escluda le donne dal paradiso musulmano mentre invece come uomo «galante» le ama troppo ardentemente per «trattarle con questa barbarie».91 L’accenno di Lady Montague all’universale valore delle prescrizioni etiche del Corano costituisce uno dei filoni più interessanti del dibattito europeo sull’Islam perché proprio dal riconoscimento dell’aderenza di molti precetti maomettani alla morale naturale prendono l’avvio alcune delle più fortunate interpretazioni razionalistiche e relativistiche del Corano. Il pericolo per l’ortodossia cattolica implicito nell’esaltazione della religione maomettana non sfugge a Domenico Caminer, giornalista attento a tutte le novità culturali e ideologiche ma saldamente fedele a schemi di giudizio di un rigoroso anche se non fanatico cattolicesimo. Nell’aprile del 1769 presentando ai lettori dell’«Europa letteraria» il breve profilo critico di un libro inglese sulla morale 89. «Novelle della repubblica letteraria per l’anno MDCCXXXXIIII», p. 160. Sulla presunta dedica del Mahomet a papa Lambertini ed il falso breve di risposta cfr. L. Dicastri, Due falsi di Voltaire: la dedica di Mahomet e l’accettazione papale, Napoli 1939. Convenzionale e frettoloso il commento del Cesarotti che all’ammirazione per il genio voltairiano accompagna l’elogio della tragedia che gli pare volta a svelare la verità della religione cristiana e l’impostura di quella musulmana (M. Cesarotti, Ragionamento sopra il Maometto, in Id., Il Cesare e il Maometto del Signor di Voltaire trasportati in versi italiani con alcuni ragionamenti del traduttore, Venezia 1762, pp. 89-94). 90. Nel 1754 le «Memorie per servire all’istoria letteraria» segnalano la pubblicazione a Venezia della Storia degli Arabi sotto il governo de’ Califfi dell’abate Marigny (t. IV, parte IV, ottobre 1754, pp. 17-24) e l’anno successivo elogiano per la sua imparzialità ed il rifiuto di ogni elemento favolistico il Recueil des rits et cérémonies des pèlerinages de la Mecque, au quel on a joint divers écrits relatifs à la religion, aux sciences et aux moeurs des Turcs, stampato ad Amsterdam dal Galland (t. VI, p. V, novembre 1755, pp. 65-69). 91. «Giornale della generale letteratura d’Europa e principalmente dell’Italia», II (1766), p. 19.

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dell’Oriente denuncia la pericolosa moda invalsa in Inghilterra, dopo il risveglio di studi orientali provocato dalla celebre edizione del Corano del Sale nel 1734,92 di vantare la «sublimità della morale Maomettana» sino quasi a trascurare le fonti genuine dell’autentica morale. Un «elogio eccessivo» dell’etica maomettana e un «odioso parallelo» tra alcune cerimonie islamiche e la vita degli antichi monaci cristiani sembrano al Caminer i difetti più gravi di quest’opera che dimostra ancora una volta il prevalere negli inglesi del «pregiudizio» e dello «spirito di partito» in materia di politica e religione, grazie ad una «maniera di osservare particolare ad essi soli» e carica di pesanti notazioni critiche verso gli oppositori.93 L’esplosione di scritti su Maometto e l’islamismo nella seconda metà del Settecento ha un’eco immediata anche a Venezia, grazie alla presenza, a partire dal 1773, di un organo di stampa come il «Giornale enciclopedico» che si fa mediatore intelligente ed accorto delle più audaci posizioni dei philosophes parigini. L’atteggiamento del giornale verso Maometto e l’islamismo non è né univoco né ispirato ad una chiara e definita linea interpretativa perché anche sul delicato tema delle interpretazioni razionalistiche del profeta musulmano le tendenze più caute e conservatrici del Caminer si scontrano con le posizioni meno impegnate ma indubbiamente più aperte ed anticonformiste della figlia Elisabetta.94 L’Histoire de l’Alcoran del Turpin viene salutata positivamente dal giornale che vi ravvisa l’occasione per correggere le false idee sui profeta e la sua opera diffuse da uno zelo eccessivo ed indiscreto che non si è fatto scrupolo di eccedere nell’attacco all’impostore arrivando «qualche volta perfino a calunniarlo»,95 ma a distanza di pochi anni il Caminer interviene pesantemente contro un’altra opera del Turpin, l’Histoire de la vie de Mahomet legislateur de l’Arabie assumendola come pretesto per un duro attacco a Voltaire in aperta contraddizione con la campagna di difesa del filosofo che proprio sulle colonne dello stesso giornale va conducendo la figlia Elisabetta. Turpin ha osato trasformare Maometto da «impostore» a «uomo di buona fede», accusa il Caminer, da ignorante a uomo colto «perché ripugna alla ragione, che un ignorante potesse scrivere l’Alcorano», dimenticando che gli unici veri argomenti del profeta furono l’astuzia, il ferro ed il fuoco e il disprezzo di ogni altra religione, da cui derivarono l’incredibile incendio della biblioteca di Alessandria e il susseguirsi nella storia di atrocità maggiori di tutte quelle che si possono leggere nelle storie delle altre monarchie.96 Il Caminer in realtà non ha come obiettivo polemico il povero Turpin ma il suo maestro Voltaire ed in particolare quel «bizzarro capriccio» dell’esaltazione di 92. L’edizione del Corano del Sale, che era stato correttore della versione araba del Nuovo Testamento, gode nel Settecento di grande fama soprattutto dopo la pubblicazione ad Amsterdam della traduzione francese. 93. «L’Europa letteraria», t. IV, p. II, 1 aprile 1769, pp. 53-54. Un giudizio parimenti negativo in un estratto del t. VI, p. II, 1° agosto 1770, 3-17 e t. VII, p. I, 1 settembre 1770, 22-36. 94. Sull’apporto dei due Caminer e dello Scola alla redazione del «Giornale enciclopedico» cfr. I giornali veneziani del Settecento, pp. LIV-LVIII. 95. «Giornale enciclopedico», agosto 1775, pp. 86-89. 96. «Giornale enciclopedico», marzo 1780, pp. 114-116.

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Giuliano l’Apostata trasformato in «eroe degli eroi, il saggio dei saggi, il filosofo de’ filosofi» sino a falsificare la «purità della storia imparzialissima» trasformata in favola al servizio di «dimostrazioni filosofiche».97 È dunque l’acre e scintillante polemica anticattolica dell’Examen important de milord Bolingbroke il vero bersaglio degli strali del Caminer che forse non ignora che il violento libretto voltariano, centrato sulla condanna del «fanatismo» e l’esaltazione della pura e generosa figura del saggio imperatore pagano, è tra le poche opere severamente proibite dalla blanda e tollerante censura della Repubblica che non esita a farlo bruciare quando compare nelle casse di libri introdotti alle dogame.98 Un’immagine più elusiva ma anche meno polemica e negativa del profeta musulmano porge invece Elisabetta Caminer traducendo due anni dopo il Tableau de l’histoire moderne del Mehegan dove il celebre impostore emerge con la spiccata statura di un uomo «senza nascita, senza ricchezza, senza cultura ma pieno di talenti».99 Alla stessa Caminer o forse alla più vigorosa personalità di Giovanni Scola si deve la decisa rivalutazione del Corano e di Maometto operata dal Giornale enciclopedico in occasione della presentazione al pubblico veneziano della celebre traduzione del Savary, un orientalista francese di grande preparazione e talento le cui numerose opere di argomento musulmano incontrano in questi anni grande successo di critica in tutta Europa.100 Dopo un primo panorama informativo dell’opera tratto come al solito dal giornale di Buglione,101 il Nuovo giornale enciclopedico riserva al Corano del Savary due lunghi estratti, uno antologico e riassuntivo dei punti più significativi del lavoro, l’altro articolato su una linea di interpretazione critica decisamente positiva non solo verso la fatica filologica dell’erudito francese ma anche verso il valore ed il significato storico del profeta musulmano e della sua religione.102 La prima osservazione dell’anonimo giornalista si rivolge alla grande ignoranza del pubblico occidentale sul massimo libro religioso dei Musulmani, di cui molto si parla ma poco si sa e di cui anche le persone colte non sanno dare un’equilibrata valutazione, divise tra chi «lo stima qualche cosa di grande», chi «lo disprezza al di là d’ogni confine» e chi non sapendo esattamente quale posizione prendere «sta in bilancia per riputazione». L’uomo colto del Settecento non dispone di una buona e fedele traduzione ma solo della pessima versione del Du-Ryer, assolutamente negativa per la deformazione stilistica del testo, e del farraginoso volume del Marracci, ricco di note erudite in gran parte superflue e gravato da pesanti prolegomeni e da «una ancora più oziosa e stucchevole confutazione». Merito del Savary è di aver eseguito una traduzione fedele alla lettera e 97. Ibidem, p. 113. 98. ASV, Riformatori dello Studio di Padova, filze 357, 372. Cfr. anche Piva, Cultura francese, p. 66, 194, 211. 99. «Giornale enciclopedico», aprile 1782, pp. 67-85. Il Tableau del Mehegan, pubblicato a Parigi nel 1766, era stato tradotto dalla Caminer nel 1780. 100. Il Corano del Savary viene pubblicato a Parigi nel 1783. 101. «Nuovo giornale enciclopedico», giugno 1783, pp. 61-64. 102. «Nuovo giornale enciclopedico», novembre 1783, pp. 19-31, dicembre 1783, pp. 64-76.

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allo spirito dell’originale senza alcuna alterazione delle figure, delle immagini e del colorito del testo arabo, ricco di entusiasmo, concisione ed energia, nonostante la confusione ed il caotico succedersi di favole, ripetizioni, contraddizioni che ne fanno un’opera che solo grazie all’ignoranza e alla violenza degli antichi Arabi è riuscita ad imporsi a tante nazioni.103 Nonostante l’ostentata volontà informativa il recensore fa trasparire in modo evidente la sua sostanziale adesione al giudizio globale del Savary su Maometto e la sua religione. Il profeta islamico, «uno di quegli uomini straordinari che in forza de talenti superiori accordati loro dalla Natura compariscono tratto tratto sul teatro del Mondo per cambiarne l’assetto», è stato protagonista di «una delle maggiori rivoluzioni» della storia né vale a sminuirne la statura morale la constatazione che egli ha sostenuto con le armi il suo apostolato e ha fatto servire il «fanatismo» alla realizzazione di ambiziosi progetti di espansione, perché in ogni caso un sereno giudizio storico dimostra che nonostante le «stravaganze» del Corano gli Arabi hanno realizzato con Maometto un’importante tappa della loro elevazione civile passando dall’idolatria a «un culto più puro e a costumi più generalmente umani».104 Costretto a sintetizzare in un più stringato giudizio la sua opinione il «Nuovo giornale enciclopedico» confessa il suo imbarazzo nel «tenere la via di mezzo e coglier giusto», consente che Maometto come tutti i novatori non avrebbe mai potuto fare grandi cose senza «una forza particolare di spirito e di virtù sociali» ma si affretta a rientrare nel solco di una valutazione più tradizionale assicurando i lettori che il profeta musulmano era certamente dedito ai vizi e a tutte le «vili malizie dell’Impostore».105 Quasi contemporaneamente al periodico dei Caminer anche il «Giornale letterario» segnala all’attenzione degli uomini di cultura la Morale de Mahomet ou recueil des plus pures maximes de Mahomet dello stesso Savary. Non emergono nuove e autonome posizioni perché i due estratti sono tradotti direttamente dal giornale di Buglione ma la loro stessa pubblicazione a Venezia è un fatto di notevole importanza perché fa da tramite alla diffusione a Venezia di espressioni di aperta e totale simpatia verso la morale musulmana riflessa nel Corano, un libro scritto da un uomo «non meno profondo politico che gran capitano».106 I giornalisti di Buglione trasmettono agli intellettuali veneziani la loro stupita ammirazione per le «poetiche bellezze» del Corano, un’opera che grazie alle fatiche del Savary non è più riguardata dai dotti come «lavoro assurdo» di un maniaco ma come un libro pieno di entusiasmo, vivacità di espressione e di sublimi massime espresse con «pitture piene di vita e di venustà». L’europeo illuminato può constatare personalmente che la morale islamica coincide con quella di tutti i filosofi e legislatori in buona fede, cioè con la morale naturale, ovviamente adattata al clima e alle circostanze storiche e che Maometto può 103. «Nuovo giornale enciclopedico», novembre 1783, pp. 19-21. 104. «Nuovo giornale enciclopedico», novembre 1783, pp. 25-27, dicembre 1783, p. 75. 105. «Nuovo giornale enciclopedico», novembre 1783, p. 31. 106.  «Giornale letterario ossia progressi dello spirito umano nelle scienze e nelle arti», n. XXIV (1783), coll. 282-283, n. XXXV (1784), coll. 1114-1115.

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giustamente aspirare ad un posto di rilievo nella collana degli antichi moralisti, accanto a Socrate, Epitteto e Confucio. L’affiorare a Venezia di un interesse più acuto e convinto per la religione islamica si collega sempre più strettamente all’aprirsi della cultura locale ai fermenti ideologici di derivazione illuminista ed è assai significativo che anche autori ben lontani dall’adesione alla filosofia dei lumi come il Busenello e il Toderini seguano con inquieta attenzione l’emergere all’interno della struttura religiosa islamica di tendenze deistiche o ateistiche già ormai largamente diffuse in Europa. Anche il «Nuovo giornale enciclopedico», infaticabile nella sua opera di trasmissione della cultura d’oltr’alpe, pubblica spesso negli ultimi due decenni del secolo estratti del giornale di Buglione che segnalano il progressivo affievolirsi in Turchia del «fanatismo» cui però corrispondono rapidi progressi di idee materialistiche o apertamente atee.107 Nonostante l’intenso lavoro di divulgazione dei più moderni risultati dell’arabistica francese e la conoscenza, sia pure prudente e aliena da impegnative prese di posizione, dei più vivaci dibattiti ideologici sul valore morale e storico della religione islamica, la cultura veneta non riesce ad esprimere per molti anni alcun lavoro originale su Maometto e la sua fede religiosa, palesando così una mancanza di originalità che ispira una punta di disagio ai più attivi e intraprendenti intellettuali. I saggi sull’Arabia pre-maomettana di Simone Assemani, pur condotti con rigore critico e una buona conoscenza linguistica,108 e la sezione dedicata dal Toderini alla religione musulmana, accurata e scevra delle consuete incrostazioni fantastiche ed apologetiche ma di modesto rilievo nell’economia di un’opera di ben diversa ispirazione, sono ben lontani dal soddisfare le esigenze ormai raffinate di un pubblico da tempo abituato a seguire i pregevoli contributi della scuola orientale francese. In questo ambiente saturo di avida curiosità per il mondo islamico e costretto da troppo tempo a saziarla con la lettura di opere d’importazione è logico che un uomo dalle grandi aperture culturali come il Fortis abbia salutato con gioia la pubblicazione della modesta compilazione del Calza sulla religione maomettana. Segretario a Costantinopoli per cinque anni il Calza imita l’esempio del Busenello e impiega fruttuosamente il lungo soggiorno in terra turca per raccogliere dirette testimonianze sulla legislazione religiosa islamica con l’obiettivo di rimuovere gli indotti dal «volgar pregiudizio» che attribuisce ai Maomettani l’assoluta mancanza di ogni legge e una prona acquiescenza al tirannico capriccio di un despota.109 Nonostante la diretta conoscenza dell’Islam per l’impostazione 107. «Nuovo giornale enciclopedico», gennaio 1785, pp. 69-73; «Nuovo giornale enciclopedico d’Italia», gennaio 1794, pp. 29-46; ambedue gli estratti si riferiscono al libro di Elia Abesci, Stato presente dell’impero ottomano. 108. S. Assemani, Saggio sull’origine culto letteratura e costumi degli arabi avanti il pseudoprofeta Maometto, Padova 1787. Alcuni anni più tardi, su invito del Tiraboschi e dell’Andres impegnati in una polemica letteraria con l’Arteaga, l’Assemani scrive anche un opuscolo dal titolo Se gli Arabi ebbero alcuna influenza sull’origine della poesia moderna in Europa, Padova 1803. 109. G. Calza, Saggio sulla religione de’ Maomettani, Venezia 1794, pp. IV-V della dedica. Cfr. anche Moschini, Della letteratura veneziana, II, pp. 239, 241.

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del lavoro egli preferisce affidarsi al poderoso trattato del Mouradjeia d’Ohsson, ormai un classico sull’argomento, che gli fornisce il supporto di argomentazioni teologiche e giuridiche con cui rimpolpare le sue esperienze dei costumi ottomani.110 Una decisa demolizione di tutti pregiudizi cristiani sulla religione musulmana e una cordiale e affettuosa simpatia per l’etica e le usanze civili e sociali turche costituiscono il filo conduttore della breve operetta da cui l’immagine del «legislatore» Maometto esce pulita e ben profilata, senza suggestioni illuministiche né simbolismi ideologici collegati alle polemiche sulla tolleranza e il fanatismo ma anche senza deformazioni mitologiche o travisamenti di stampo apologetico. Il libretto del Calza si snoda in una descrizione attenta e precisa dei dogmi, riti, preghiere, usi e costumi connessi alla pratica religiosa, usa uno stile piano e semplice non privo di una sua efficacia espositiva e trova le sue impennate più vivaci nel rifiuto sistematico del tono polemico e astioso verso questa religione così diversa dal cristianesimo e nella volontà di stimolare anche i lettori ad una comprensione genuina e completa del mondo spirituale e dei riti di popoli per troppo tempo negletti e disprezzati. Sin dal febbraio 1794 il quotidiano «Notizie del mondo» annuncia l’imminente pubblicazione dell’opera rilevando con soddisfazione l’originalità e l’erudizione di un lavoro che arricchisce la letteratura italiana di una produzione sin’ora mancante111 ma il giudizio più lusinghiero esce dalla penna del Fortis sulle colonne del «Genio letterario d’Europa» con un articolo che riprende e sviluppa con vigore e passione polemica i motivi più originali del saggio del Calza.112 La deplorevole mancanza di notizie sui Turchi, pur vicinissimi geograficamente e legati ai veneziani da stretti vincoli commerciali, ha sinora impedito la comprensione del loro codice religioso ma ora finalmente il Calza ha rotto le tenebre di questa colpevole ignoranza con un’opera di accurata ed esatta informazione che lo stacca radicalmente da quei viaggiatori oltremontani che dopo cinque giorni o magari cinque ore di soggiorno in un capitale straniera riempiono «le loro carte di sviste, e di sciocche credulità, se non anche di qualche peggior cosa, e te le stampano coraggiosamente». L’opinione personale del Fortis su Maometto e la sua religione è serena, equilibrata, ma netta e senza elusioni o risvolti polemici: il profeta è un «astuto impostore», l’islamismo contiene senza dubbio alcune «stravaganze» ma è anche ricco di «dommi sanissimi» attinti alle pure fonti dell’Antico e del Nuovo Testamento, la morale del Corano è «generalmente buona ed umanissima» e la vita quotidiana dei musulmani dimostra un sostanziale prevalere delle buone disposizioni e delle opere di carità.113 110. I. Mouradjea d’Ohsson, Tableau général de l’Empire Othoman, 7 voll., Paris 17881824. Il d’Ohsson era stato segretario, interprete e poi incaricato d’affari del re di Svezia a Costantinopoli. 111. «Notizie del mondo», n. 16, 22 febbraio 1794, p. 144. Un giudizio molto favorevole è anche in una recensione pubblicata in anteprima, nel dicembre del 1793, sul n. VII delle «Memorie per servire alla storia letteraria e civile», pp. 10-21. 112. «Il genio letterario d’Europa», t. XIII, luglio 1794, pp. 66-75. 113. «Il genio letterario d’Europa», t. XIII, luglio 1794, pp. 67, 73-74.

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Studiando l’esotismo italiano del Settecento la Annoni ha avuto occasione di rilevare che in quasi tutti i più autorevoli esponenti della cultura illuministica la condanna della Turchia, simbolo di ferocia, primitività, incapacità di ordinato governo, è «più definitiva e assoluta» che non quella dell’Oriente in generale.114 In realtà per loro come per i loro più illustri colleghi francesi alla polemica su Maometto e la religione musulmana si lega strettamente il dibattito sulla natura e i limiti del «dispotismo» turco, un argomento vecchio e da tempo entrato nella pubblicistica europea ma che nel secolo XVIII diventa uno dei filoni più suggestivi della discussione sul despotismo orientale. Il Wittfogel e il Venturi hanno recentemente rielaborato, da divergenti angolature ideologiche e con diverse prospettive di ricerca, un panorama del vivace confronto di idee apertosi nell’età dei lumi e proseguito nei secoli seguenti sulle strutture sociali e religiose delle civiltà asiatiche assunte come modello esemplare di un’organizzazione dispotica del potere che annichilisce e annulla l’individualità umana e ogni autonoma forza di resistenza all’oppressione del monarca.115 Per quanto attiene ai termini del dibattito ideologico nella seconda metà del Settecento conviene seguire la lucida analisi del Venturi per individuare i punti di riferimento della cultura veneta quando affronta con un’ottica e un taglio del tutto peculiari questo tema di scottante attualità. È solo negli ultimi anni del XVIII secolo che i philosophes usano il termine despotismo per indicare l’opposizione al regime instaurato da Luigi XIV e assumono come esempio emblematico la tyrannie du Turc, distinguendo però nettamente il despotismo legale, caro a fisiocrati e illuministi, dal despotismo orientale proprio dei regimi asiatici dove l’assoluta e preminente autorità regia distrugge qualsiasi corpo intermedio della società ed elimina persino la libera disponibilità della terra.116 Alla schiera di viaggiatori e scrittori politici che sin dal Cinquecento hanno sostenuto l’evidente natura dispotica del potere dei sultani si affianca agli inizi del Settecento il Boulainvilliers che codifica questa convinzione in vivace polemica con le posizioni dell’Anquetil-Duperron che cita «leggi, disposizioni, contratti, usi e costumi» per provare l’indiscutibile esistenza del possesso personale di beni, condizione essenziale per una delimitazione o addirittura negazione del carattere dispotico del potere dei sultani.117 A Venezia i termini della discussione erano stati posti sin dal primo impatto quattrocentesco col vigoroso popolo asiatico ma il vivace dibattito di idee sui rapporti tra il despotismo orientale, assunto come termine negativo e polemico, e il 114. Annoni, L’Europa nel pensiero, pp. 30-40. 115. K.A. Witffogel, Oriental Despotism. A comparative study of total power, New Haven (trad. it. Firenze 1968); F. Venturi, Despotismo orientale, in «Rivista storica italiana», LXXII (1960), pp. 117-126. Alcune interessanti precisazioni anche in K. Koebner, Despot and Despotism: Vicissitudes of a political term, in «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes», 14 (1951), 275-302 e R. Derathè, Les philosophes et le despotisme, in Utopie et institutions au XVIIIe siècle. Le Pragmatisme des Lumières, éd. P. Francastel, Paris-La Haye 1963, pp. 57-75. 116. Venturi, Despotismo orientale, pp. 117-120. 117. Ibidem, pp. 123-124.

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despotismo legale oggetto di speranze e definizioni appassionate da parte di tanti illuministi, trova un’eco singolarmente fioca e quasi del tutto marginale nella cultura veneta. Pochi sono gli scrittori che si impegnano con adeguato vigore critico su temi così vasti e decisivi per il futuro assetto sociale dell’Europa e anche la stampa periodica più curiosa delle novità francesi evita un diretto e puntuale intervento e preferisce spesso riferire senza commento i momenti più significativi di un dibattito che in Francia va assumendo precisi contorni politici. Giovanni Scola dedica un ampio estratto ricco di elogi e consensi ai Principes de la législation universelle del d’Avenstein ma evita accuratamente di discuterne le posizioni sui tema del dispotismo118 e quattro anni dopo riserva un’identica sorte al libro di Pietro Regis Mosè legislatore, ossia dell’eccellenza delle leggi mosaiche centrato su una puntuale confutazione delle Recherches sur les origines du despotisme oriental del Boulanger e sull’elogio della teocrazia radicale nemica di ogni forma di dispotismo.119 Lo scarso interesse per un tema che pure ha molti ed evidenti agganci con la realtà sociale e civile della Repubblica Veneta si spiega con la mancanza di vigorose personalità di scrittori e ideologi ma anche con l’attenta vigilanza delle autorità su ogni forma di dibattito capace di coagulare potenziali oppositori o di fomentare nei sudditi aspirazioni a novità politiche. Non è certo un caso che nell’elenco dei libri contrari alla religione e ai prìncipi allegato ad una lettera del revisore alle dogane Antonio Maria Donadoni figurino proprio le Recherches sur les origines du despotismo oriental del Boulanger e Il vero dispotismo del Gorani, opere proibite per i naturali confronti e suggestioni che possono indurre nei lettori veneziani più attenti alle «novità» filosofiche e politiche.120 In ambiente veneto ben presto il dibattito sul despotismo in generale si incanala e si precisa nei limiti più ristretti e specifici del despotismo ottomano fondendo temi e discussioni già presenti nella pubblicistica e nella storiografia del Cinquecento e Seicento con le più recenti prese di posizione della cultura illuministica francese. Per tutto il secolo una vasta schiera di scrittori di cose «turchesche» accetta abbastanza acriticamente la convinzione che la Turchia sia retta da una forma di governo dispotico guidato da un sultano detentore di un potere senza limiti e freni, padrone dei beni e delle vite dei sudditi, ridotti ad un gregge di schiavi senza onore né dignità e proni con fatalistico servilismo a qualunque capriccio del despota. Nessun dubbio sul «particolare genere del Despotismo Ottomano» in Andrea Memmo, ostile a tutto quanto di «turchesco» ha osservato a 118. «Giornale enciclopedico», dicembre 1776, pp. 49-59, 97-109. 119. «Giornale enciclopedico», febbraio 1780, pp. 49-58. Sul Boulanger cfr. Venturi, L’antichità svelata e l’idea di progresso in N.A. Boulanger (1722-1759), Bari 1947 e Despotismo orientale, pp. 120-121. 120. ASV, Riformatori dello Studio di Padova, filze 356 e 372 e Piva, Cultura francese, pp. 94, 211 e 218. Sull’idoleggiamento del vero desposta in Gorani dopo il contatto col circolo del «Caffè» cfr. F. Venturi, Nota introduttiva in Illuministi italiani, III, Riformatori lombardi, piemontesi e toscani, Milano-Napoli 1958, pp. 481-494.

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Costantinopoli,121 ma anche Foresti, Salmon, Paradisi, Bonaugurio, quattro autori dislocati tra la fine del Settecento e l’inizio del nuovo secolo e divisi tra loro da diversi e talora contrastanti apprezzamenti della civiltà turca, si ritrovano concordi nella denuncia dell’arbitrario e dispotico governo del sultano, privo di qualunque riconoscimento di civile legalità a causa della mancanza di qualunque forma di proprietà privata e di successione ereditaria.122 Anche scrittori disposti ad una serena valutazione del mondo ottomano e ispirati a ideali di umana comprensione verso qualsiasi civiltà extraeuropea non si sottraggono a questo coro di critiche al «tirannico» e «dispotico» regno dei sultani il cui «sistema politico» si ritiene agevolmente conosciuto in Occidente grazie al cospicuo patrimonio di memorie e relazioni di viaggio accumulato a partire dal Quattrocento. La Nuova geografia del Büsching, opera benemerita nella diffusione di una benevola valutazione del mondo ottomano, distingue nelle nazioni dell’Asia tre forme di governo, la monarchica, la repubblicana e la dispotica e assegna quest’ultima senza esitazioni all’impero ottomano, ma riferendosi alla reggenza barbaresca del Marocco dà come scontato che un «assoluto despotismo» non possa esistere in nessuna società umana e ritiene che in Turchia solo il pericolo di una rivolta e deposizione del sultano si configuri come limite all’arbitrio del sovrano.123 Contro un così compatto schieramento di scrittori decisi a riconfermare un giudizio pronunciato nei secoli passati e ribadito dalle polemiche illuministiche si levano a Venezia poche ma autorevoli voci ispirate a nuove e dirette esperienze in terra ottomana, che rielaborano, sia pure senza il conforto di un adeguato vigore speculativo, posizioni e giudizi emersi in alcuni viaggiatori francesi ed inglesi portati all’attenzione del pubblico dai periodici dell’epoca. Già il Pivati nel 1750, in coincidenza con il suo ambiguo e contraddittorio giudizio sul popolo turco, mostra oscillazioni e incertezze nel definire il carattere del governo ottomano, conferma che il Gran Signore è «assoluto padrone delle terre e delle case», ma ammette che la sua «dispotica sovranità» è stata eccessivamente amplificata dagli storici e può essere accettata solo fino al regno di Solimano II il Magnifico.124 Se si eccettua una contorta ed astiosa polemica delle «Novelle della repubblica letteraria» contro un opuscolo di la Beaumelle che traspone in simboli e personaggi asiatici il suo favore per il parlamento francese in lotta contro il centralismo regio125 e una moderata polemica del «Giornale enciclopedico» contro 121. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. Andrea Memmo, c. 24r. 122. A. Foresti, Del mappamondo historico, VI, Venezia 1707, p. 22; Salmon, Lo stato presente di tutti i paesi, VII, p. 46; Paradisi, Ateneo dell’uomo nobile, III, p. 9; G.B. Bonaugurio, Lettere sopra la Turchia, Venezia 1795, pp. 69-70. 123. A.F. Büsching, Nuova geografia, XXVI, Venezia 1778, pp. 34, 142, XIX, Venezia 1777, p. 22. 124.  G. Pivati, Nuovo dizionario scientifico e curioso sacro-profano, IX, Venezia 1750, p. 983, 989. Sulle moderate simpatie «turchesche» del Pivati cfr. p. 511. 125. «Novelle della repubblica letteraria per l’anno MDCCLII», pp. 351-352, recensione a L’Asiatique tolérant. Traité à l’usage de Zéokinizul, roi de Kofirans, surnommé le Chéri, ouvrage traduit de l’arabe du voyageur Bekrinoll, Paris 1748 (autore Laurent Angliriel de la Beaumelle).

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l’eccessiva ammirazione dei viaggiatori occidentali per la rapidità della giustizia turca,126 la stampa veneziana comincia ad interessarsi attivamente della natura del governo ottomano intorno al 1770 in coincidenza con la divulgazione delle notissime Observations del Porter. Domenico Caminer sembra poco persuaso dell’affermazione del Porter sui ristretti confini del dispotismo turco, incomparabilmente inferiore a quello di qualunque altro principe cristiano, ma riferisce con fedeltà le prove addotte dal viaggiatore inglese che sottolinea come un governo «puramente despotico» e dipendente totalmente dal «capriccio, dalla ignoranza, dalla superstizione feroce e dalle altre passioni di un Principe assoluto» non può sostenersi a lungo ed è destinato ad una rapida rovina. L’impero ottomano, aggiunge ancora il Porter, appoggiato sui «fondamenti solidi della religione combinata colle leggi e […] fortificato dal generale entusiasmo, dalla vanità, dall’interesse di ogni cittadino» è destinato a lunghissima durata proprio perché sa frenare l’eccesso del dispotismo attraverso la religione.127 La successiva recensione di Elisabetta allarga il quadro delle argomentazioni del Porter, ne ricorda l’elenco dei difetti e pregi del governo e dell’amministrazione turchi e precisa due punti di notevole importanza, la smentita dell’esistenza di un divieto religioso alla proprietà privata e l’indicazione di una possibilità collettiva di rivolta dei sudditi contro un sovrano troppo tirannico ed oppressore.128 Nel momento di stendere nel 1787 la sua Letteratura turchesca il Toderini tiene presente anche la significativa presa di posizione contro l’identificazione del governo ottomano col dispotismo assoluto espressa in questi anni dal francese de Tott e a lui nota sia nel testo originale che nella segnalazione del «Nuovo giornale enciclopedico» tratta dal giornale di Buglione.129 Il de Tott critica le stravaganti idee correnti sul governo turco, nega qualsiasi ingerenza negli affari privati dei sudditi e nella loro libera disponibilità dei beni e indica nella casta religiosa degli ulema il corpo intermedio tra autorità sovrana e popolo in grado di temperare e mediare il potere dispotico del Sultano. Un fiacco tentativo di misurarsi con questi problemi è quello del conte Alessandro Pepoli col suo Saggio di libertà sopra varj punti che attribuisce genericamente agli imperi dell’Asia la qualifica di «dispotici» ma evita di menzionare la Turchia tra quelli soggetti a questa barbara forma di governo.130 Le numerose e contrastanti indicazioni del Porter, del de Tott e forse anche del Pepoli sono raccolte e sviluppate dal Toderini in un’organica trattazione del 126. «Giornale enciclopedico», maggio 1783, pp. 102-103. 127. «L’Europa letteraria», 1768, t. I, parte II, p. 86, t. Il, parte I, p. 15. 128.  «L’Europa letteraria», 1770, t. V, parte I, pp. 8-10. Un accenno, sempre desunto dal giornale di Buglione, alle «regole fastidiose», e alle «timide circospezioni» cui è assogettato il dispotismo dei sultani, anche in t. II, parte I, pp. 41 (1768). 129. «Nuovo giornale enciclopedico», ottobre 1786, pp. 81-84. 130. A. Pepoli, Saggio di libertà sopra varj punti, Ginevra 1783, pp. 69-80. Sul Pepoli v. G. Bustico, Alessandro Pepoli, in «Nuovo archivio veneto», n.s., t. XXV, parte I (1915), pp. 199-229; Natali, Il Settecento, pp. 1034-1035; Berengo, La società veneta, pp. 196-201.

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problema del potere e del diritto nell’impero ottomano che costituisce uno dei capitoli più interessanti della sua celebre Letteratura turchesca, il più bel monumento della turcofilia veneziana del Settecento. Il Toderini ritiene che le affermazioni del Rycaut e del Montesquieu sull’avocazione al sultano di tutti i beni dei sudditi ottomani siano meramente strumentali e finalizzate a «provare con falso argomento il Dispotismo ottomano» e si sforza di sfatare con l’autorità del Porter questa leggenda circondata di largo credito in una ininterrotta generazione di viaggiatori e scrittori.131 Persuaso che anche a Venezia da troppo tempo baili e viaggiatori abbiano tratto dall’osservazione del carattere dispotico del governo la convinzione dell’inesistenza della proprietà privata il Toderini afferma con decisione che «il diritto di proprietà rispettasi dal Sultano non solamente nei sudditi turchi, ma in quelli ancora d’altre nazioni soggette.132 In realtà il meccanismo mentale con cui molti osservatori veneziani sono giunti a maturare questa errata opinione è abbastanza semplice: se il sultano ha il potere di vita e di morte su tutti i sudditi, se con tanta facilità può privare dei beni e della vita anche potenti ministri e non tollera l’esistenza di una nobiltà ereditaria, sembra logico dedurre che anche la proprietà personale dei beni sia inesistente o ridotta ad una pura finzione. L’incuria dei contadini nella coltivazione della terra e l’indifferenza dei cittadini ottomani a costruire case eleganti o anche a riparare quelle in cui abitano paiono conferme inoppugnabili della mancanza di una libera disponibilità dei patrimoni familiari. Il Toderini sembra non conoscere le brillanti pagine sullo stato turco dell’introduzione alla Storia dell’imperatore Carlo V in cui il Robertson ribadisce con forza, contro tutti i tentativi di negazione o attenuazione, il carattere tutto dispotico dell’impero ottomano, privo di nobiltà, livellatore dei sudditi, senza alcun freno costituzionale all’arbitrio del sultano,133 ma ha invece ben presenti l’Essai sur les moeurs e l’Esprit des lois, opere ambedue animate da un’acre vis polemica contro il despotismo orientale. Il Toderini prende le mosse dal riconoscimento che l’«Ourf» o arbitrio da lungo tempo ammesso nel regno, per cui il sultano può far giustiziare ogni giorno anche quattordici sudditi senza essere accusato di tirannia, e l’abitudine di eliminare al momento della successione i fratelli e gli stretti congiunti sono forme di puro «dispotismo barbaro» imposto alla nazione contro i «diritti della natura e della ragione».134 Il problema del despotismo turco non è però 131. Del Rycaut cita l’edizione francese del 1670 e non le due traduzioni italiane del 1672 e 1673 (Venezia). Dell’eco suscitata nell’ambiente veneziano dalla presa di posizione del Porter è testimonianza l’interesse che ancora nel 1794 suscita nel «Nuovo giornale enciclopedico» l’opera di Elia Abesci che «prova contro il parere di Jacopo Porter e di alcuni autori, che quel governo è assolutamente dispotico» (gennaio 1794, p. 37). 132. G.B. Toderini, Letteratura turchesca, I, Venezia 1787, p. 58. 133. W. Robertson, The History of the Reign of the Emperor Charles V wit A view of the Progress of Society in Europe, from the Subversion of the Roman Empire to the Beginning of the Sixteenth Century, I, London 1769, pp. 197-192, 388-391. 134. Toderini, Letteratura turchesca, I, pp. 38-39.

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così semplice come sembra a prima vista, rileva il Toderini, perché bisogna tener conto dei limiti frapposti al potere sovrano dalla potenza degli ulema e del muftì le cui proprietà sono immuni da sequestri e inoltre solo spostando l’analisi a tutta la «turchesca politica» si riesce a comprendere la vera natura del potere in Turchia.135 Il Toderini fa sua l’espressione del Busenello secondo cui la politica ottomana è un «gran labirinto» in cui non è facile districarsi e richiama l’attenzione sul carattere teocratico della legislazione turca che sulla base del Corano fissa il diritto di guerra, assicura la proprietà, tutela i contratti, impone il testatico e le dogane, dispone dell’amministrazione della giustizia, vieta i giochi d’azzardo e l’usura. Vero è che per dilatarsi la religione maomettana ha approntato leggi indulgenti al libertinaggio e alle passioni sensuali ma ciò che importa è che proprio questa «teocratica polizia» pone un limite invalicabile al dispotismo del sultano, obbligato dalla legislazione musulmana a non infrangere le leggi e i diritti della nazione. Una violazione sistematica di questi diritti significherebbe anche dispregio delle leggi divine sancite dal Corano nella legislazione civile e indurebbe il muftì, dopo triplicate istanze, a disporre in nome del popolo la deposizione del sultano.136 Questo stretto collegamento tra religione e potere statale inculca nei sudditi sin dall’infanzia la persuasione che l’obbedienza al sultano è un dovere religioso, dà alla guerra un carattere sacro eccitando l’ardore dei soldati e in definitiva permette di «giuocare il fantasma della religione e della giustizia in tutte le trame politiche».137 Naturalmente il Toderini non tralascia di illustrare altri princìpi tutti terreni che concorrono a sostenere la macchina statale turca, come la venalità delle cariche e la rapida punizione con la morte di errori anche modesti secondo la logica di una politica «tutto Machiavelliana prima ancora che surgesse il Machiavello» e di tale perfezione che il segretario fiorentino avrebbe potuto prendere lezioni dai Turchi. La notizia della volgarizzazione del Principe per ordine del sultano Mustafà III gli offre lo spunto per una parentesi sul pensiero politico ottomano della seconda metà del Settecento da cui traspaiono nette le sue opinioni in materia di rapporti tra politica e morale. Il Toderini è un rigido anti-machiavellico ma la sua polemica rimane su di un piano moralistico, legata alla tradizionale condanna ecclesiastica di cui anzi cerca un’ingenua conferma nella constatazione che i libri di politica turchi non giungono «alla corruttela e malvagità» del Principe perché più «moderati e 135. Da rilevare che egli cita frequentemente a sostegno delle sue tesi l’opinione del Marsili e del Porter, proprio i due autori con cui polemizza il Robertson. Lo storico inglese infatti contesta che basti rilevare ordine e giustizia in diversi rami dell’amministrazione per negare il carattere dispotico del governo dato che «under governements of every species, unlefs when some frontick tyrant happens to hold the scepter, the ordinary administration must be conformable to the principles of justice, and if not active in promoting the welfare of the people, cannot certainly have their destruction for its object» (Robertson, The History of the Reign, p. 388). 136. Il Toderini dimentica però di dire che il muftì è sempre una creatura del Sultano in carica per cui l’eventualità che egli si faccia promotore della sua deposizione è più che altro teorica. 137. Toderini, Letteratura turchesca, I, p. 67.

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coperti».138 Egli è disposto a riconoscere l’iniquità della prassi politica dei Turchi fondata sulla frode e la calunnia ma attenua questo giudizio negativo esaltando l’accortezza e prudenza che guidano le loro azioni così che anche i visir illetterati sanno supplire con doti di acume e di esperienza pratica alle loro deficienze culturali. I Turchi, assicura in conclusione il Toderini, hanno scritto dei veri e propri trattati di politica «senza usare delle infinite combinazioni, che risultano dall’iniquità e irreligione» e a convalida di questa reiterata polemica anti-machiavellica cita la testimonianza dello stesso traduttore del Principe cui il sultano ha contemporaneamente commissionato la versione dell’Antimachiavelli di Federico II di Prussia. Alcuni dei temi toccati con cautela e riserva dal Toderini ispirano invece nel 1789 un vibrante e battagliero articolo del «Nuovo giornale enciclopedico» che attacca con violenza quei Geniali così affascinati dal mito del nascente astro moscovita da attendere dalla Russia dispotica la liberazione dei greci oppressi dal dominio turco.139 In Grecia i Turchi esercitano legittimamente il diritto di conquista dei più forti come tutti gli altri popoli, ma bisogna riconoscere, incalza l’anonimo giornalista, che i greci sotto quel gioco chiamato Despotismo ottomano non hanno mai cessato di godere legalmente della libertà civile e religiosa e se è vero che nelle province turche regna il malgoverno è altrettanto vero che ogni malversazione viene esemplarmente punita e che lo stato ottomano gode di una stabilità politica e amministrativa del tutto sconosciuta ai paesi europei. Il «Nuovo giornale letterario d’Italia» illustrando alcuni passi della stessa opera va oltre queste posizioni e contesta alle nazioni «reputate colte» la sfrontatezza con cui accusano i Turchi di fondare il loro dominio sul diritto del più forte pur sapendo che questo «atroce diritto» dei masnadieri, «flagello distruttore delle pacifiche società», ha presieduto «alla formazione di tutte quelle presentamente conosciute»,140 Questa dichiarata posizione turcofila, così radicalmente diversa da tanti scritti della prima metà del secolo, dà l’esatta misura del cammino compiuto nell’opinione pubblica veneziana dalle idee di simpatia verso il mondo ottomano sotto la spinta delle sollecitazioni illuministiche e di un’autonoma evoluzione dello spirito e della mentalità. 3. La turcofilia veneziana del Settecento Una corrente di simpatia e comprensione per la civiltà e il popolo turchi percorre la cultura veneta in tutto il Settecento ma si intensifica e si precisa nei suoi 138.  Sulla fortuna del Machiavelli nel Settecento oltre a Procacci, Studi sulla fortuna del Machiavelli, pp. 344-401, cfr. anche M. Rosa, Dispotismo e libertà nel Settecento. Interpretazioni «repubblicane» di Machiavelli, Bari 1964. 139. «Nuovo giornale enciclopedico», febbraio 1789, pp. 74-83, rec, a Lettre. Lettera d’un viaggiatore al sig. Barone di L.***, sopra la guerra dei Turchi, Filadelfia 1788. L’autore della Lettre è Foucher d’Obsonville. 140. «Nuovo giornale letterario d’Italia», 1789, n. 1, pp. 6-7. Il giornale conclude la recensione avvertendo i lettori che si dispensa dal riportare altre riflessioni dell’autore francese perché non ne verrebbe permessa la stampa.

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esatti contorni nella seconda metà del secolo quando l’orientalismo di derivazione illuministica dà rilievo e spessore ideologico ad una tendenza prima presente solo allo stato di aspirazione, di stato d’animo, di timido sviluppo dei semi gettati alla fine del Seicento dalla Letteratura de’ Turchi del Donà. Il 3 aprile 1705 parte per l’Oriente al seguito di Carlo Ruzzini, cui lo lega da tempo una stretta amicizia, il nobile vicentino Giuseppe Sorio, uomo esperto di genti e nazioni straniere, che da Costantinopoli raggiunge Gerusalemme, Nazareth, Alessandria, il Cairo e poi torna a Vicenza il 14 aprile 1709 facendo scalo a Malta ed in Sicilia.141 Una dettagliata relazione del suo lungo viaggio di piacere e d’istruzione è conservata in dodici lettere indirizzate al conte Gaetano Chiericati e pubblicate in varie riprese nel XIX secolo, oggi prezioso documento di una precoce turcofilia in ambiente veneto. La prima reazione all’incontro di alcuni turchi, durante il viaggio da Venezia a Costantinopoli, è di divertimento e stupore per «quelle genti barbute e di abito stravagante da capo a piedi» che gli sembrano «bestie rassomiglianti ad uomini».142 Il Sorio non manca di accennare alla «barbarie turchesca» e lo impressionano negativamente un assalto di predoni alla sua carovana nelle vicinanze di Giaffa e la facilità con cui i cristiani vengono gabbati dai Turchi che se ne fanno un merito, credendosi così «acquistare indulgenza plenaria». Ma al di là di queste notazioni che riflettono problemi e condizioni comuni a tutti i viaggiatori del Settecento in Oriente egli rileva con naturalezza e senza scandalo la diversità delle istituzioni e delle maniere di vivere dei Turchi e solo alla fine del suo soggiorno a Costantinopoli è colto da un sussulto d