Sul teatro di marionette. Aneddoti. Saggi 8877462434, 9788877462435

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Sul teatro di marionette. Aneddoti. Saggi
 8877462434, 9788877462435

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BIBLIOTECA DELLA FENICE

MARIONETTE

ISBN 88-7746-243-4 © 1986 Ugo Guanda Editore S.p.A., Strada Repubblica 56, Parma

UGO GUANDA EDITORE INPARM:A

HEINRICH VON KLEIST SUL TEATRO DI MARIONETTE ANEDDOTI SAGGI A cura di Giorgio Cusatelli Traduzione di Ervino Pacar

ISBN 88-7746-243-4 © 1986 Ugo Guanda Editore S.p.A., Strada Repubblica 56, Parma

UGO GUANDA EDITORE INPARM:A

INTRODUZIONE

INTRODUZIONE

INTRODUZIONE

Datato 1810 e apparso in sede giornalistica (i «Berliner Abendblatter»), il saggio kleistiano Sul teatro di marionette ebbe, all'epoca, un unico riconoscimento, da parte, oltretutto, di chi rischiava, in forza del suo stesso nome, d'orientare unila­ teralmente l'interpretazione: E.T.A. Hoffmann, evocatore d'anti-uomini e d'automi, capofila del fantastico in seno alla co­ stellazione romantica. Poi sarebbero trascorsi in silenzio parec­ chi decenni, sino al 1922, allorché a queste pagine sconcertanti toccò, «per intelligenza e grazia», la lode d'un artista dedito al restauro dei valori formali, Hofmannsthal. 1 Di colpo, invece, a partire dagli anni Cinquanta, ecco puntati su queste marionette tutti i riflettori: ecco il proposito di con­ trapporle, in quanto precoce individuazione di un «inconscio», alle vocazioni etico-pedagogiche del loro tempo; ecco il pro­ gramma, negli scrittori e nei professori, di cercarvi la chiave per un intendimento globale del fenomeno Kleist: fenomeno venu­ to ormai in primo piano, con coinvolgimenti culturali e politici capaci addirittura d'assegnare all'avanguardia e alla contesta­ zione colui che era stato a lungo archiviato come classicista e Junker. Di fronte a simili fervori, spesso disordinati, ci si deve do­ mandare, adesso, preliminarmente, se la pregnanza di questo testo, indiscutibile ed eccezionale, l'altezza del suo tono rispet­ to alla restante, e pur notevole, produzione teorica di Kleist, de­ rivi.DQ da un impianto speculativo organico, o non siano piutto­ sto il prodotto di coincidenze occasionali. A favore della seconda ipotesi stanno le condizioni di lavoro 1 Per questi documenti della critica, cfr. il volume antologico concernente il saggio, a cura di H. Sembdner (in Bibliografia).

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del singolare redattore (bisognava apprestare, con la massima rapidità, materiale soprattutto curioso, stimolante, adatto a te­ nere il pubblico sempre in tensione); poi, direttamente riscon­ trabile nel saggio stesso, la polemica contro Iffland, direttore routinier, dal 1796, del Nationaltheater berlinese. Si tratta, però, di circostanze che, alla lettura, risultano di modesta incidenza: non tanto attenuate per sapienza giornali­ stica, quanto proprio trascurate, spontaneamente neglette. Di modo che la nostra attenzione si sposta sulla qualità più rara di Kleist, la sistematicità, e ci sentiamo invogliati ad esplorare la prima ipotesi. Helmut Sembdner, che ha ricostruito magistralmente il cor­ pus kleistiano, propone 2 che si tenga sempre sott'occhio l'origi­ naria articolazione del saggio in quattro «puntate», apparse, a differenza d'altri casi (p. es. il «Nuovissimo progetto educati­ vo»), in successione immediata (dal 12 al 15 dicembre). Ed ef­ fettivamente, a seguire il consiglio, non solo si scopre la forte esaustività e autosufficienza di ciascuna d'esse (la prima descri­ ve il meccanismo della marionetta; la seconda ne dichiara la su­ periorità sul danzatore; la terza, con l'aneddoto del Cavaspino, centra il tema della perdita dello stato inconscio; la quarta, con il simmetrico aneddoto del duello tra l'uomo e l'orso, imposta le conclusioni estreme), ma si percepisce, all'interno dell'insie­ me, uno sviluppo ascensionale che travolge le non poche im­ precisioni, e che attesta, nel filosofo dilettante che sempre un po' fu Kleist, una coerenza insolita. Per fare il caso più visto­ so, come non riconoscere, nell'ipotizzato concatenamento marionetta-uomo-dio, il ritmo triadico caratteristico degli • idealisti? Se volessimo spingerci, d'altronde, sino all'identificazione di fonti specifiche, incontreremmo sintomatiche difficoltà. Infatti, certi dati kantiani, 3 o anche fichtiani, possono essere spiegati, in chi aveva patito, già nel lontano 1801, una drammatica crisi di sfiducia nel sapere filosofico, come semplici abitudini procedu­ rali, richiamate dall'assunto saggistico; mentre, circa l'inter­ pret�zione della condizione umana delle origini, non c'è biso-

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Cfr. Nachwort al volume sopra citato. Cfr. E. Cassirer Heinrich van Kleist und die Kantische Philosophie, Berlin 1919; L. Muth Kleist und Kant. Versuch einer neuen Interpretation, Kiiln 1954; U. Gall Philoso­ phie bei Heinrich van Kleist, Bonn 1977. 2 3

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gno di citare Rousseau, 4 oggetto d'entusiasmi giovanili (ne ave­ va addirittura raccomandato lo studio alla fidanzata), quando appare evidente il persistere, in forma sia pure secolarizzata, della formazione biblica protestante arroccata sul motivo del peccato originale. Sarà più opportuno, allora, astenersi da una classificazione secondo i parametri storiografici correnti? Probabilmente si, anche perché in tal modo finisce eliminata la banale alternativa tra un Kleist classicista e un Kleist romantico (la forma «classi­ ca», il bello, sempre in lui presentandosi quale metafora d'una alienazione maturata nel contesto ideologico portatore dell'i­ stanza «romantica»). Persistendo nella convinzione d'avere di fronte tutt'altro che una illumination dell'intelligenza teorica, ma piuttosto, come indica lo stesso momento biografico (conclusione del lavoro al Prinz von Homburg; applicazione ai racconti), il bilancio di lun­ ghe tensioni creative, possiamo volgere, a questo punto, un'at­ tenzione più concreta ali'argomento. E sulla base del già osser­ vato ritmo triadico, arriviamo a distinguervi, dal basso verso l'alto (ma sempre anche dall'alto verso il basso, giacché Kleist difende la circolarità), tre livelli, posti tra loro in rapporti che generano caratteristiche interferenze. Anzitutto, la marionetta. Scelta determinata non tanto dalle consuete finalità kleistiane di provocazione (la marionettistica era arte_ «povera», destinata al pubblico indifferenziato della strada), quanto dalla facilità di convertire il fantoccio in un sim­ bolo. Simbolo, poi, per eccellezza contraddittorio, perché ete­ rodiretto e insieme capace d'esprimersi senza residui, con spontaneità associata a piena subordinazione. Simbolo in più, spiegatamente riferibile, per la sua struttura antropomorfica, al fantoccio di creta fabbricato nell'Eden. Al secondo livello, appunto l'uomo. O meglio, gli uomini. Non i due che danno vita al dialogo, esclusi dalla loro funzione di mera didascalia, ma il giovane Cavaspino del primo aneddo­ to e il protagonista del duello con l'orso (lo stesso interlocutore di chi•narra, ma questa volta con ruolo interno alla condizione umana in questione). Entrambi servono a rappresentare, in modo molto nitido e senza effetti patetici, lo scacco della razio4 Cfr. S. Streller Heinrich van Kleist und ]ean-Jacques Rousseau, in «Weimarer Bei­ triige», 8 (1962), S. 541-566.

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nalità, l'inadeguatezza degli strumenti al compito conoscitivo. Al terzo livello, un'entità superiore, atta a sintesi compiute ed investita d'autosufficienza e d'autolegittimazione. Nel finale, grazie ai riferimenti biblici ma con l'imbarazzo derivante dal1'assenza di connotazioni teologiche, possiamo identificarla con quella divina. Ma un ruolo, pur previsto in questa macchina, risulta scar­ tato: il marionettista. La simmetria tra costui e la divinità, pur suggerita dalla metafora iniziale, è lasciata cadere. Ciò al fine, segreto e sommamente nichilistico, di negargli, persino in ambito a sua volta subordinato e per perizia solo meccani­ ca, anche un minimo di facoltà creativa, «poietica». Mentre, nelle ultime righe, sorta di profezia proposta e subito negata, l'affondo utopico, d'evidenza impareggiabile (Leopardi ha simili oscurità lampeggianti, nelle Operette morali), sembra indirizzarsi verso uomini «altri», tornati nelle selve o abitanti città iperuranie. L'ostinazione della critica a interpretare il saggio nella chiave filosofica convenzionale ha portato ripetutamente a circoscrive­ re come contraddizioni simili rapporti interni o esterni al dia­ gramma. A ben vedere, si tratta, invece, d'interferenze, o dis­ sintonie, che offrono, assunte nella totalità, una riproduzione amara e disingahnata del campo prospettico umano. In questa visione che la freddezza del racconto sottolinea, l'incomprensi­ bilità del Tutto, la nebbia impenetrabile del macrocosmo, fron­ teggia specularmente l'incongruenza del microcosmo, l'impo­ tenza generata dalla caduta dei fini. Utilizzato sino alle conclusioni estreme, il paradosso della marionetta promossa a segno di libertà si capovolge sul suo ideatÒre. Il fantoccio riprende il significato antico, esprime inerzia, rinuncia, abbandono: il corpo rifiuta ogni anima indot­ tavi, la letteratura è finita. Resta un solo messaggio, terribile, quello captato da Arnim, una settimana dopo la fine di Kleist: «con forza filosofica, nobile discrezione, smarrito e sprofonda­ to; un suicidio dei più splendidi mai visti, non senza sentore re­ ligioso». Sullo scorcio del pri�o decennio dell'800, mentre la stella napoleonica brillava ancora alta nel cielo europeo, Berlino era la capitale d'un paese sconfitto, ma non certo spento. Le acca10

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demie, i teatri, i caffè, i salotti accoglievano una vita sociale e culturale molto animata; e di essa era importante aspetto anche una produzione giornalistica ormai uscita dai moduli eruditi ed elitari del secolo dei lumi ed avviata verso nuovi scopi e nuove tecniche.' Pubblicati, per complessivi 153 numeri, lungo l'arco di sei mesi "(I.X. 1810 - 31.III.1811), i «Berliner Abendblatter» pro­ posero, sotto la guida di Kleist, appunto innovazioni (edizione quotidiana, domenica esclusa; formato ridotto; tiratura elevata; prezzo minimo), mirando al consenso del più vasto ceto bor­ ghese e adottando una linea conservatrice, di cui sintomo tipico fu l'ostilità al riformismo di Hardenberg. Ma defini;te la portata politica dell'iniziativa, dal successo iniziale al rapido declino, non è facile, giacché rimane controverso l'appoggio del potere (probabilmente riguardò il solo Adam Miiller, collaboratore principale) e la gamma degli articolisti si presenta assai diffe­ renziata, dalla punta reazionaria di Miiller al moderato Wil­ helm Grimm, sino ad Arnim e a Clemens Brentano, entrambi soprattutto in cerca d'occasioni letterarie. Quanto a Kleist stes­ so, il discorso sulle sue posizioni ideologiche, tante volte rico­ minciato dalla critica, non solo non può prescindere dal tono emotivo, o addirittura istintivo, che egli sempre diede alle sue scelte, ma è tutt'uno, evidentemente, con la valutazione del suo lavoro letterario maggiore e minore. Necessità di sistemazione filologica impongono la classifica­ zione dei contributi kleistiani in una serie di generi letterario­ giornalistici più o meno esattamente descrivibili; ma l'aneddoto e la notizia di cronaca (sovente anche commento del fatto in questione), prescelti per la seconda sezione del nostro volume, appaiono i più adatti ad utili approfondimenti. Circa l'aneddoto, prova narrativa vera e propria, occorre ri­ cordare che i tedeschi disponevano da tempo, al livello della tradizione popolare e semi-popolare, della fortunatissima Ka­ lendergeschichte,6 materia, come dice il termine, di calendari, almanacchi, lunari e simili; e che tale Kalendergeschichte stava trova'ndo in quei medesimi anni il suo capofila, Johann Peter 5 Cfr. G. Heinrich Geschichte Preussens. Staat und Dynastie, Frankfurt-Berlin-Wien 1981. 6 Cfr. J. Knopf Geschichten zur Geschichte. Kritische Tradition des «Volkstiimlichen» in den Kalendergeschichten Hebels und Brechts, Stuttgart 1973.

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Hebel (lo Schatzkiistlein des rheinischen Hausfreundes è del 1811). Anzi, tra gli aneddoti kleistiani, quello intitolato Amore materno lo leggiamo, come Terribile lotta con un lupo, proprio in una raçcolta di Hebel (1809). Ora, se è vero che in termini storici né i due scrittori né i due generi sono apparentabili (Hebel operava in ambiente rurale e proletario, Kleist in ambiente urbano e borghese; la Kalender­ geschichte aveva antenati medievali, l'aneddoto vantava ascen­ denze nei greci e nei romani), resta che la coincidenza aiuta a mettere a fuoco, in Kleist, due peculiarità importanti: l'inclina­ nazione verso il dato atipico, eccezionale, trasgressivo rispetto ai valori correnti; la predilezione, anziché per quello convenzio­ nalmente storico, per il livello che oggi diremmo demologico e impiegheremmo per la costruzione d'una «storia delle mentali­ tà». A questo punto, se passiamo ai «trafiletti» di cronaca usciti dalla penna di Kleist, o meglio ancora se proviamo a leggere in­ tegralmente un numero qualsiasi del suo giornale, constatiamo, tra quelli e gli aneddoti, una sorprendente reciprocità, come la cronaca trasmettesse veridicità all'aneddoto e l'aneddoto esem­ plarità alla cronaca. Ciò che nasce soprattutto dal mai abban­ donato riferimento ideale alla condizione d'oralità, di comuni­ cazione spicciola e quotidiana, tradizionalmente prevista per l'una e per l'altra. Conquistato con tanta forza alla letteratura, il reale non può più convogliare altra ideologia che quella delle sue contraddi­ zioni, interne evidentemente alla mente che lo interpreta. E tale r..eductio avviene perché qui, ancora una volta, Kleist ambisce alla determinazione d'una maniera narrativa globale, valida al raggiungimento di risultati accettabili universalmente. Fare il giornalista, fare cronaca, gli offre adesso una formula consona al fine, lontana dall'accademia ma immersa nella vita di tutti i giorni: è la Bearbeitung, il «rimaneggiamento» (si può studiarlo da vicino, nei p�ssaggi dalla fonte al testo kleistiano): unica e vera chiave di queste scritture, che, appunto per la via d'analizzare il reale nei minimi particolari da sempre nuovi punti prospettici, ne compromettono i parametri sino ad allar­ garlo in modo tendenzialmente illimitato. Il fantastico, allora? E quale fantastico? Anzitutto, ma non prevalentemente, il fantastico naturale. Ecco la sirena pescata dai pescatori frisoni; ecco una provoca12

toria teratologia (la donna èhe si lava col piombo fuso e quella che tracanna a dismisura, l'uomo che solleva un cavallo, ecc.). Sono, nelle intenzioni di Kleist, altrettante prove dell'ampiezza e della · complessità della natura 1 patite come pietre confinarie della cono­ scibilità d'essa, moniti ad una scienza sempre incline a fossilizzarsi. Poi, e l'impegno si fa più puntiglioso, il fantastico sociale. Sono casi di clamorosa interferenza tra stato sociale e stato bio­ logico (lo «scandalo» della morte: Un fatto del giorno o Capric­ cio del cielo; quello, simmetrico, del sesso e della generazione: Un fatto curioso che al mio tempo avvenne in Italia). E casi, an­ cora più coinvolgenti, di «esplosione» delle più inveterate ge­ rarchie interindividuali e intercomunitarie (i dialoghi tra umili e potenti: Il magistrato in imbarazzo, Un caso alla Charité; il rap­ porto tra vincitori e vinti: Equità francese; persino quello tra ruolo maschile e ruolo femminile: Indovinello). Mentre i temi variano all'infinito, il mezzo operativo rimane costantemente l'adozione a campo d'indagine dell'eccezionale e insieme quotidiano, secondo l'indicazione appunto favorita dalla coppia aneddoto-cronaca. Il reale, oggetto esclusivo della letteratura, continua ad essere ampliato incontrollabilmente; solo in termine quantitativi, però, grazie all'accumulo d'una se­ rie immaginata come innumerevole, ma sempre minuziosamen­ te documentata, di scarti dalla norma. Deriva da simile procedura, che non è la pertinenza dell'ap­ proccio scientifico ad essere contestata (anzi, se ne incontra la difesa nella Navigazione aerea del 15 ottobre 1810), bensi la ma-. teriale capacità di contenuto dell'intelletto umano di fronte alla quantità e diversità dei fenomeni (sotto sotto sono ancora pro­ blemi kantiani a circolare qui). Kleist, in realtà, non intende so­ stituire all'intelletto la fantasia (qu�sto è ciò che lo trattiene al di qua dei romantici, e che non consente, meno che mai, di farne un precorritore dei surrealisti); semplicemente avverte come insostenibile il compito conoscitivo addossato all'uomo, e come irrealizzabile, dunque, nel suo particolare, il compito interpre­ tativo addossato a lui individuo dalla professione di letteratura. Subisce, insomma, tirati tutti i bilanci, una riduzione alla so­ pravvivenza biologica, sopravvivenza che la psicosi presto in­ terverrà a negare. Alla biologia chiederà coerentemente la solu­ zione finale: i macabri rapporti burocratici del suicidio e del­ l'autopsia, a rileggerli, sembrano vergati da lui medesimo, il suo aneddoto e la sua cronaca estremi. 13

Nell'ambito della produzione saggistica Kleist fu somma­ mente discontinuo, alternando fasi d'attività febbrile a lunghi silenzi; ma non perse mai di vista la necessità che tale produzio­ ne trovasse un impiego concreto e funzionale. Perciò, al propo­ sito, due norme s'impongono al critico: mantenere rigorosa­ mente la prospettiva diacronica e non trascurare le circostanze e gli ambienti che presiedettero alla scrittura. Colpisce, circa i due testi più antichi, che siano stati elaborati al livello del rapporto epistolare: il precettore e la fidanzata, figure dunque della cerchia familiare, risultano destinatari ap­ propriati allo sviluppo, idealmente dialogico, di temi che li ri­ guardano in modo specifico. E non ha rilevanza che entrambi i testi tradiscano scarsa originalità (il primo, con citazioni dal ca­ none dei classici, sconfina nell'esercitazione scolastica; il secon­ do, forse più promettente, convoglia parecchi luoghi comuni del tempo), giacché importa, invece, che qui la concezione illu­ ministica dell'essay come contributo alla socializzazione del sa­ pere venga ad essere temperata, una volta ridotta ai minimi ter­ mini la diffusione, da una spinta verso approfondimenti solita­ ri, tanto più suggestivi, seppure ancora potenzialmente. Si tratta d'uno sviluppo confermato, cinque o sei anni più tardi, dalle pagine «sulla produzione graduale dei pensieri in chi parla». Per intenderle, si deve ricordare l'intercorsa crisi circa la validità d'un programma conoscitivo ancorato alla filo­ sofia kantiana; crisi conclusasi con la caduta d'ogni speranza di globalità, ma che aveva risparmiato, continuando Kleist a fre­ quentare la matematica e le scienze naturali, volizioni isolate e · • tenaci. Di modo che, allorché riprende con la saggistica, lo scrittore riesce ad individuare come finalmente produttiva la dimensione della psicologia: quella, cioè, che gli consente di prevedere una scientificità in fieri, ancora esentata dall'altra «scientificità» del dubbio; e che rimette in gioco gli strumenti, suoi peculiari, dell'espressione, col recuperare, a fianco degli esiti dell'appassionata osservazione diretta, gli exempla della tradizione (è tipico che siano adoperati qui, in ossequio alla portata gnomica tenacemente richiesta alla letteratura, appunto un aneddoto, quello su Mirabeau, e una favola, quella derivata da La Fontaine). A partire dal decisivo 1810, susseguendosi con un ritmo che gli obblighi giornalistici non bastano a spiegare, i nuovi saggi kleistiani vengono destinati esclusivamente ai «Berliner Abend-

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bliitter», così che, ali'apparenza, saremmo indotti a registrare, date le modalità e i fini, l'affermazione, all'opposto, d'una voca­ zione verso il sociale, e persino verso il politico. In realtà, men­ tre solo il Nuovissimo progetto educativo si profila come satira esplicita (satira, poi, degli abusi pubblici contro i diritti privati), gli altri testi vengono a formare, pur sovrapponendosi disordi­ natamente, una sorta di zibaldone vici,nissimo agli interessi spe­ cifici del suo autore, e rimandato alla sua fruizione personale: più di tutto, forse, è sintomatico che, in data 1 ottobre, addirit­ tura il programma del giornale diventi una «preghiera», dun­ que un dialogo interno ali'orante; e che essa sia presentata in veste esotica, non solo en clignotant de l'oeil alla censura, ma per suggerire evasioni e liberazioni altrimenti improbabili. Ci aiuta a comprendere questo punto la ricognizione storica di Hans Mayer, 7 il quale ha decisamente trasferito l'area asse­ gnabile a Kleist dallo ]unkertum, dallo spirito vecchio-prussia­ no in cui lo confinava Lukacs, 8 alle incipienti stratificazioni ideologiche borghesi. Se le cose, come è probabile, stanno dav­ vero così, diventa facile ricordare che la situazione dei ceti emersi dal tracollo dell'ancien régime presentava proprio un violento divaricarsi dell'individuo dalla sua destinazione socia­ le. Assegnando alla sede giornalistica i suoi saggi e insieme, quasi surrettiziamente, dedicandoli solo a se stesso, Kleist scon­ tava dunque quella lacerazione. In effetti, il gruppo dei saggi berlinesi si direbbe istituire un approssimativo equilibrio tra la copiosa pars destruens del con­ fronto con le opinioni romantiche e la scarna pars construens dell'affermazione d'una teoria poetica . Per la prima finalità, anziché ad un attacco frontale che ve­ niva escluso dai troppi elementi in comune con la controparte (un fitto reticolato di ambiguità: con Miiller vigeva un'amicizia «pericolosa», con Arnim e Brentano una convergenza fortuita), Kleist ricorre a una tattica di sabotaggio: ora sposta sul generi­ co, e implicitamente sul negativo, una valutazione ben più riccamente articolata della pittura di Caspar David Friedrich (leggoodo in parallelo il testo kleistiano e l'ampio prototipo di 7 Cfr. H. Mayer Heinrich von Kleist. Der geschichtliche Augenblick, Pfiillingen 1962. 8 Cfr. G. Lukacs Deutsche Realisten des 19. Jahrhundert, Berlin 1952 (trad. ital. Realisti tedeschi del XIX secolo, Milano 1963).

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Brentano, si coglie tutta la malizia dell'operazione); ora, setTu pre in tema di pittura, insinua il sospetto del distaccarsi della generazione giovane dall'indispensabile ingenuità dell'inten­ zione creativa; ora, stavolta in letteratura, indica i rischi di un'esuberanza formale che maschera «insensibilità verso l'essenza e il nocciolo della poesia» (sono parole di quella Lettera di un poeta a un altro che allude, già nel titolo, ad un apocalittico livellamento dei valori); ora, infine, in un fram­ mento fulmineo, castiga la malaugurata parzialità dell'assolu­ tizzare la metafora a danno d'una rappresentazione del reale integrata dalla disposizione scientifica. Certo, ripercorrendo tali proposizioni, constatiamo in Kleist una bella sicurezza nel valutare manifestazioni in cui lo storico odierno riconosce le avvisaglie della maniera sterile e arzigogolata che sarebbe seguita di lì a poco, i prodromi, in­ somma, se non di tutto il Biedermeier, del suo coté filisteo. Tuttavia, vanamente inseguiremmo nei saggi il momento di sedimentazione d'una poetica capace di collegarli ai risultati dei grandi racconti più o meno coevi (i due volumi sono del 1810 e 1811), o almeno all'officina di sperimentazione ali­ mentata, s'è visto, internamente al giornale, dalla coppia aneddoto-cronaca. Qui una struttura teorica affiora soltanto se si risolvono, ma dobbiamo essere noi a farlo, le implicazio­ ni del minuzioso, faticoso lavorio polemico. Ma allora scopriamo che le sue indicazioni di base, soprat­ tutto l'insistere sul potenziale liberatorio del paradosso (Una tesi di critica superiore), tendono, ben più sovente che alla sfera estetica, a quella etica, precisamente a motivo dell'in­ tenzione di vivere come esperienza interna il massimo dell'e­ steriorizzazione (il paradosso, appunto, funziona come molla dell'agognata autocredibilità). In queste pagine, non è che Kleist esca dalla storia, ciò che alcuni critici vorrebbero: solo l'abita nel modo geloso e spaventato di chi sente via via logo­ rate le proprie forze.

NOTA SULL'AUTORE

Giorgio Cusatelli

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NOTA SULL'AUTORE

1777 Il 18 ottobre (Kleist credeva e affermava di essere nato il 10 ottobre) nasce a Francoforte sull'Oder, Bernd Heinrich Wilhelrn von Kleist, primogenito diJoachim Friedrich, capitano di un reggimento prussia­ no e della sua seconda moglie Juliane Ulrique, nata von Pannwitz, di diciotto anni più giovane. Ebbe due sorellastre (Ulrike era la sua be­ niamina), tre sorelle e un fratello. Nella famiglia, con ogni probabilità di origine slava e proveniente dalla Pomerania, la carriera militare era tradizionale: già al tempo di Heinrich annoverava venti tra generali e marescialli, e fu un von Kleist, Franz Kasimir, a consegnare Magde­ burgo (1806) ai francesi, senza combattere. Soldato e poeta fu un suo antenato, Ewald von Kleist (1715-1759), anche lui ufficiale controvo­ glia e fidanzato con una Wilhelmine che non sposò. Morì in seguito a una ferita riportata nella battaglia di Kunersdorf, dove austriaci e rus­ si sconfissero Federico il Grande. E ricordato per le sue liriche, im­ prontate·a un classicismo bucolico alquanto di maniera, e per il poe­ ma La primavera. Fu amico di Lessing, che ne lasciò un ritratto indi­ menticabile nella Minna von Barnhelm, dando al personaggio del maggiore Tellheim i tratti del defunto amico. 1788 Riceve la prima istruzione in casa. Più tardi, Kleist non si espresse molto positivamente sull'educazione ricevuta in famiglia, piuttosto ri­ gida e schematica, ligia ai canoni della tradizione luterano-ortodossa. Il 18 giugno muore suo padre. Una zia si assume il governo della casa. Viene mandato a Berlino, presso il predicatore Catel, per completare l'istruzione elementare. 1792 Il 1° giugno entra come caporale nel reggimento della Guardia di Potsdam, dove le giornate trascorrono monotone, tra severe conven­ zioni che contemplano l'uniforme irreprensibile e l'obbligo del collet­ to alto e rigido. 17

1793 Il 3 febbraio muore sua madre. Ottiene una licenza per poter parteci­ pare ai funerali. Nella prima lettera pervenutaci, scritta alla zia, narra con brillante vivacità le piccole avventure del viaggio in diligenza, an­ che se, dal punto di vista grammaticale, il suo tedesco zoppica. Pren­ de parte alla campagna del Reno e, dopo la pace di Basilea tra Prussia e Francia (1795), ritorna a Potsdam come alfiere. 1797 Il 7 marzo è promosso sottotenente. Ma «la vita militare, che non ha mai" avuto le mie cordiali simpatie perché contiene elementi del tutto dissimili dalla mia indole, mi divenne così odiosa che il dover collabo­ rare ai suoi fini mi fu sempre fastidioso...». Compie un viaggio nello Harz con Riihle von Lilienstern. Si dedica a studi matematici e scien� tifici. S'interessa di musica: suona il clarinetto. Scrive in questo periodo il saggio Del modo di trovare la sicura via della felicità e di goderla indisturbati, anche nelle maggiori calamità della vita, dove, tra le righe, al di là dell'ottimismo del titolo, traspare un sentimento già intriso di tristezza. Conosce Adolphine von Werdeck e la cugina Marie von Kleist, nata von Gualtieri, di sedici anni più anziana di lui, donna assai colta che, dopo il suicidio del poeta, scriverà: «Con Heinrich von Kleist ho perduto colui che divideva con me tutte le mie gioie e tutti i miei dolori». 1799 Tra il 18 e il 19 marzo scrive al suo ex insegnante Ernst Martini una lunga lettera-confessione in cui, tra l'altro, afferma: «Io considero fe­ licità... solo i piaceri insiti nella contemplazione della nostra bellezza morale». Il tono e la maniera sono quelli propri di un'epoca in cui è di moda conversare brillantemente sulla felicità e la virtù. Teso alla ri­ cerca di un suo personale piano di vita, si confida con Ulrike: «Vivere senza, significa stare ad attendere che il caso ci voglia rendere così feli­ ci come noi stessi non sapremmo concepire... Mettersi in viaggio sen­ za disegno vuol dire aspettare che la sorte ci conduca alla meta, che neppure noi conosciamo». Ma la famiglia considera quanto meno biz­ zarre simili idee: se Heinrich intende studiare, deve dedicarsi a qual­ cosa di «utile». Lascia quindi la carriera militare e si iscrive all'univer­ sità di Francoforte sull'Oder. Si ripromette di studiare, oltre che ma­ tematica, fisica, filosofia e lingue antiche, anche giurisprudenza e scienza delle finanze, discipline queste ultime assai di moda in quello scorcio di fine secolo, come dimostra il fatto che vi si dedicarono Cle­ mens Brentano, Achim von Arnim, Novalis, Eichendorff e i fratelli Grimm. Intento com'è a raggiungere il proprio perfezionamento mo­ rale, alla letteratura non pensa ancora, neppure vagamente. Frequen­ ta le lezioni per tre semestri. Studia e contemporaneamente insegna. Si è infatti costruito nella sua camera una specie di cattedra e invita le 18

1793

ragazzine del vicinato ad assistere alle sue lezioni. S'innamora di una delle ragazze, Wilhelmine von Zenge, figlia del comandante la piazza di Francoforte, e, in segreto, si fidanza con lei. Inizia così un epistola­ rio tra i più singolari della letteratura amorosa: sono lettere stupende, a volte lunghissime, in cui d'amore si parla poco e Kleist, rivolgendosi alla fidanzata, parla in realtà con se stesso. Ultima il saggio Del modo di trovare la sicura via della felicità, in cui si avvertono echi quasi te­ stuali delle Simpatie di Wieland e citazioni dal Don Carlos di Schiller. 1800 Irrequieto, insoddisfatto degli studi, si reca a Berlino cercando di im­ piegarsi in qualche ufficio. Improvvisamente, verso la metà di agosto, insieme con l'amico Ludwig Brockes, compagno d'armi di un tempo, parte per un viaggio segreto: dopo aver sostato a Dresda, Chemnitz e Bayreuth, giunge a Wiirzburg, dove rimane fino a ottobre. Molto si è discusso intorno alla causa di questo viaggio. Da alcune esclamazioni contenute nelle lettere alla fidanzata si può arguire che si trattasse di una malformazione che lo rendeva non idoneo al matrimonio: «Lo scopo del mio viaggio è eccellente. Esso mira alla nostra felicità... La probabilità di esito felice è grande... Ancora non sai interamente chi stringi fra le braccia - ma presto, presto! ... Tutto il mio patrimonio non vale, secondo me, ciò che mi sono acquistato con questo viag­ gio...». E certo, se si considerano attentamente le forme patologiche che l'eros assume nella Famiglia Schro/fenstein e in Pentesilea, vien quasi naturale interpretare la furiosa ossessione con cui egli si immer­ se nello studio come una reazione a un impedimento di natura fisica che doveva penosamente ostacolare la sua esistenza. Non per nulla scrive a Wilhelmine che, dopo il viaggio, potrà «soddisfare le sacro­ sante esigenze» di lei. Niente fa supporre che Kleist sia giunto tardi alla maturità virile. Nei racconti e nei drammi non sono rari i perso­ naggi maschili (il giudice Adamo nella Brocca infranta, Giove nell'An­ fitrione) dediti solo al piacere dei sensi. È più probabile che egli sof­ frisse di qualche complesso psichico le cui conseguenze gli procurava­ no difficoltà fisiche. Del resto, i motivi (puntualmente descritti, senza sfumature, nella Famiglia Schro/fenstein) che rendono inquieto questo momento fondamentale della sua vita sono il dissidio, l'ambivalenza dell'amore, diviso tra richiamo fisico e dedizione spirituale. Durante il soggiorno a Wiirzburg avverte la propria definitiva voca­ zione alla poesia e comincia a scrivere delle liriche. Guarito dal suo male, sj sente, almeno momentaneamente, come liberato da un incu­ bo. Le lettere a Wilhelmine si fanno meno problematiche, tutto è vi­ sto con gli occhi di un essere rigenerato: 1'11 ottobre si sofferma su una descrizione di Wiirzburg che è un magnifico esempio di prosa de­ scrittiva. Tornato a Berlino, il 1° novembre comincia a lavorare come impiegato al ministero prussiano dell'economia, ma non riesce a sop­ portare l'ottusa pedanteria della mentalità burocratica. Legge Rous-

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seau; abbozza La famiglia Ghonorez (poi Schroffenstein) e un lavoro drammatico sulle Amazzoni che diventerà Pentesilea.



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1801 Legge Kant e. ne rimane sconvolto. Il 22 e 23 marzo scrive a Wilhelmi­ ne e alla sorella le famose lettere parallele che costituiscono la dram­ matica testimonianza della sua crisi. Alla fidanzata, cui invia una mi­ niatura con il suo ritratto, confessa: «Noi non possiamo decidere se ciò che chiamiamo verità sia veramente verità o soltanto così ci ap­ paia. In questo secondo caso, la verità che qui raccogliamo non c'è più dopo la morte - e ogni sforzo per acquistare una proprietà che ci segua anche nella tomba è vano... Il mio unico, il mio più alto scopo è crollato e non ne ho più alcuno». Concepisce il progetto di un altro lungo viaggio: «Cara Wilhelmine, lasciami viaggiare!». In aprile, con la sorella Ulrike, passando per Dresda, Halberstadt, Gottinga, Ma­ gonza e Strasburgo, giunge a Parigi, dove lavora a Roberto il Guiscar­ do. Ma la città non gli piace, i francesi meno ancora. Il 16 agosto, scri­ ve a Luise von Zenge: «Tradimento, assassinio e furto sono, qui, quasi cose senza importanza. Nessuno se ne preoccupa». Sorgono dissidi abbastanza seri tra lui e Ulrike, un tipo intellettuale e mascolino, privo di una certa spontaneità di cuore. Heinrich se ne lamenta con Wilhel­ mine: «Non c'è persona al mondo che io stimi quanto mia sorella. Ma quale errore ha commesso la natura formando un essere che non è né maschio né femmina e che, per così dire, quasi come un anfibio, esita tra i due sessi. Sorprendente è, in questa creatura, il contrasto tra vo­ lontà e forza». In novembre, mentre Ulrike ritorna a Francoforte sul­ l'Oder, Kleist si trasferisce sul lago di Thun, in Svizzera. Conosce Ludwig Wieland e Heinrich Gessner. 1802 Abbandonate le scienze, preso dall'impetuosa febbre del creare, desi­ deroso di tranquillità per dedicarsi alla poesia e pensando di poter fare il contadino per attuare l'ideale di Rousseau, da febbraio abita in un'isoletta sul fiume Aar. Propone alla fidanzata di raggiungerlo e di vivere con lui, ma Wilhelmine non si sente fisicamente in grado di af­ frontare le fatiche di una simile esistenza. Le risponde: «Cara fanciul­ la, non scrivermi più. Non ho altro desiderio che di morire presto». Sciolto così il fidanzamento, dopo una breve malattia che l'ha colpito mentre si trovava a Berna, lascia la Svizzera e si reca a Jena, dove è ben accolto da Schiller. In ottobre è a Weimar, dove vede Goethe, che non nutre per lui alcuna simpatia. AOssmannstedt è ospite del vec­ chio Wieland, la cui figlia tredicenne, Luise, s'innamora di lui. Scrive a Ulrike: «Ho trovato, qui, più amore di quanto si possa immaginare. Eppure, prima o poi, bisogna che me ne vada. Che strano destino è il mio!». Ma l'inquietudine non lo abbandona; ancora alla sorella confi­ da: «Non so che dirti di me, uomo inesprimibile. Vorrei potermi

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strappare il cuore, incartarlo in questa lettera, e spedirtelo». Recita al­ cune scene del Guiscardo a Wieland che, un anno e mezzo più tardi, così si esprimerà ricordando quella lettura: «Se gli spiriti di Eschilo, Sofocle e Shakespeare si unissero a creare una tragedia, sarebbe ciò che è la morte del Guiscardo qualora tutto il dramma fosse all'altezza di quello che mi fece ascoltare allora. Da quel momento fu per me chiaro che Kleist era nato per colmare nella nostra letteratura dram­ matica una lacuna che, a mio parere almeno, non è ancora stata col­ mata nemmeno da Schiller e da Goethe». E a lui stesso: «Lei mi scri­ ve, caro Kleist, che il peso di svariate condizioni familiari Le ha impe­ dito di portare a termine la Sua opera ... Al genio della sacra Musa che La empie d'entusiasmo nulla è impossibile. Lei deve completare il Suo Guiscardo anche se l'intero Caucaso e l'Atlante Le gravassero addosso». Lavora alla Brocca infranta e prepara nuovi piani per Anfitrione, Leo­ poldo d'Austria re Pietro l'Eremita. 1803 In febbraio esce anonima, a Berna e Zurigo, La famiglia Schrof/en­ stein. Improvvisamente, intorno alla metà di marzo, lascia Ossmann­ stedt e parte per Lipsia e Dresda, sempre pensando al Guiscardo e la­ vorando all'Anfitrione e alla Brocca infranta. Si lega d'amicizia con Henriette Schlieben. Pensa al suicidio. A luglio inizia con Pfuel un viaggio a piedi che lo porta a Berna, Milano, Ginevra e Parigi. Da Gi­ nevra, il 5 ottobre, scrive a Ulrike: «Sarebbe per lo meno assurdo che io volessi impegnare più a lungo le mie forze in un'opera che - non c'è niente da fare, bisogna mi decida a capirlo - è troppo difficile per me. Io mi ritiro davanti a uno che non esiste ancora e mi inchino, un millennio prima, davanti al suo spirito». Due settimane più tardi, a Parigi, distrugge il manoscritto incompiuto del Guiscardo, e poi riprende il viaggio, in solitudine, a piedi, verso Boulogne sur Mer, per arruolarsi nell'esercito di Napoleone, che sem­ bra stia preparando uno sbarco in Inghilterra. Il 26 ottobre scrive a Ulrike: «A Parigi ho riletto, ripudiato e dato alle fiamme quanto della mia opera era stato portato a termine. Ed ora, per me, è finita. Il Cielo mi nega la gloria, il più grande dei beni terreni, ed io, come un ragaz­ zo capriccioso, gli getto in faccia tutti gli altri. Vado incontro alla mor­ te... alla bella morte di chi cade combattendo». Ritorna in Germania. 1804 A Magonza si affida alle cure del dottor Wedekind. Verso la metà di giugno è di nuovo a Berlino e il 22 dello stesso mese l'aiutante di cam­ po del re, von Kèikeritz, lo riceve in udienza a Charlottenburg. In ot­ tobre ottiene un posto di avventizio nell'amministrazione del dema­ nio. Jean Paul è talmente entusiasta della Famiglia Schroffenstein da citarla come esempio nei suoi Preliminari di estetica, accanto a opere di Novalis e Clemens Brentano.

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1805 Viene trasferito a Konigsberg, sempre i:iell'amministrazione demania­ le, ma l'awersione per la routine impiegatizia non tarda a farsi di nuo­ vo sentire. Dopo il lavoro diurno dedica molte ore della notte all'at­ tuazione dei suoi piani letterari. Il 13 maggio comunica al ministro prussiano delle finanze di essere giunto a Konigsberg e di aver ripreso gli studi economici e giuridici. Legge Thomson e Young, ma soprattutto l'Iliade nel testo originale (pare che abbia imparato il greco a Parigi). Incontra l'ex fidanzata che, un anno dopo la rottura, aveva sposato il professor Wilhelm Krug di Francoforte, chiamato all'università di Konigsberg a sostitui­ re Immanuel Kant (morto nel febbraio 1804). È spesso ospite in casa Krug e, malgrado sia tormentato da varie indisposizioni, attraversa un periodo di febbrile attività, specie nel campo narrativo: scrive La mar­ chesa di O. .., Il terremoto nel Cile, progetta Michael Kohlhaas, Il fidan­ zamento a S. Domingo, forse anche Il trovatello, e comincia la tragedia Pentesilea.

1806 Ammalatosi per l'eccessivo lavoro, in agosto chiede e ottiene alcune settimane di licenza per recarsi a Pillau. Al ritorno, abbandona l'atti­ vità nell'amministrazione statale. Scrive a Ulrike: «Faccio poesia solo perché non posso farne a meno. Come sai, ho riabbandonato la mia carriera. Ora voglio trarre il sostentamento dai miei lavori drammati­ ci...».

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1807 All'inizio dell'anno, lasciata Konigsberg, dove si era rifugiata la Corte di Prussia, giunge a Berlino, occupata dai francesi, e qui viene arresta­ to con due amici, perché considerato spia, o forse soltanto perché proveniente da Konigsberg. Viene portato, passando da Magonza, Strasburgo e Besançon, al forte diJoux, in cui sarà trattenuto fino alla pace. Chiarito il malinteso, Kleist e gli amici vengono dimessi dal for­ te e mandati, come gli altri prigionieri di guerra, a Chalons sur Marne. Soltanto in luglio giunge da Berlino l'ordine di rilasciarli. In agosto si reca a Dresda dove, a cura di Adam Miiller, è uscito Anfi­ trione. Per la prima volta, nei giornali si parla della presenza in città del «signor von Kleist, uno dei migliori poeti tedeschi viventi». Entra in contatto con numerosi scrittori e importanti personalità, tra cui Ludwig Tieck, Karl August Varnhagen, Sophie von Haza e Ch. G. Korner, amico prediletto di Schiller, nella cui casa conosceJulie Kun­ ze, che sembra aver ispirato la composizione, risalente all'autunno, della Ki:ithchen van Heilbrbnn. Porta a termine la Pentesilea. Si hanno diverse testimonianze dell'a­ neddoto secondo il quale Kleist, una sera, sarebbe entrato tutto scon­ volto da Pfuel, esclamando: «È morta, ah!, è morta!». Tutti balzarono

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in piedi spaventati, chiedendo chi fosse morto. «Pentesilea, la mia Pentesilea è morta!». Ne scrive alla cugina Marie von Kleist: «C'è dentro la mia più intima natura... tutto il dolore (altri leggono: il sudi­ ciume) e ad un tempo lo splendore dell'anima mia. Ora sono curioso di sentire che cosa dirà della Kathchen van Heilbronn, poiché questa è il rovescio della Pentesilea, il suo altro polo, una creatura altrettanto potente per totale dedizione, come quella per l'azione». Nel dicembre dell'anno successivo scriverà al poeta austriaco Heinrich von Collin: «Chi ama Kathchen, non può non comprendere Pentesilea: esse sono, infatti, strettamente legate, come il più e il meno nell'algebra, sono lo stesso essere visto da situazioni diametralmente opposte». Alla sorella comunica: «Ho osato iniziare con Adam Miiller la pubbli­ cazione di un periodico d'arte intitolato Phobus». Miiller era un otti­ mo pedagogo ed ebbe il merito di sentire in tutta la sua potenza il ge­ nio di Kleist; lo aiutò con ogni mezzo e seppe superare con l'accortez­ za e la pazienza necessarie gli scogli di un'amicizia profonda, a volte messa a dura prova dal volubile e sensibilissimo temperamento di Kleist. 1808 Il 2 gennaio esce il primo numero della rivista mensile. Ma non dura a lungo, un solo anno. All'inizio tutto sembra andar bene. Nella sola Dresda si raccolgono cinquanta abbonamenti. Kleist invita a collabo­ rare Goethe, Wieland e Jean Paul, ma le sue speranze vanno presto deluse. Vi pubblica, oltre a una parte degli scritti postumi di Novalis e a una poesia di Schiller, estratti della Pentesilea, della Brocca infran­ ta, della Kathchen van Heilbronn, del Kohlhaas e, per intero, l'atto del Guiscardo riscritto a memoria, la leggenda in versi L'Angelo al sepol­ cro del Signore e La marchesa di O. .. II 24 gennaio invia una copia del primo numero a Goethe che, il 1° febbraio, risponde osservando, a proposito della Pentesilea: «Non riesco ancora a sentirmi a mio agio... si muove in una regione talmente a me lontana che mi occorrerà del tempo... E poi permettetemi di dirvi (perché, se non si deve essere sinceri, sarebbe meglio tacere) che mi turba e impensierisce sempre vedere giovani di grande intelligenza e talento aspettare un teatro che è ancora di là da venire». Istintivamente, Goethe rifiutava il de­ monismo di Kleist, soprattutto in quei temi che egli conosceva bene ma dai quali si era allontanato per poter attingere il proprio classicismo olimpico. Così come Lessing si mostrò ostile a Goethe, così come Schiller lo fu con Holderlin, Goethe respinse il maggiore drammaturgo del tempo. L'editore Cotta di Tubinga pubblica Pentesilea. Le vittorie di Napo­ leone (imperatore dal 1804), a partire dalla sconfitta inflitta ai prussia­ ni a Jena nel 1806, portano Kleist sul terreno politico: nasce in lui un odio furibondo contro i francesi che, entro l'anno, sfogherà nella Bat­ taglia di Arminio.

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1809 Kleist nutriva poca fiducia nella Prussia. Tutte le sue speranze erano riposte nell'Austria, che aveva potenziato e reso più efficiente l'eserci­ to. Mentre l'Austria si arma e dichiara guerra alla Francia, egli inneg­ gia alla guerra (La Germania ai suoi figli). Con l'amico Dahlmann, alla fine di aprile, parte per l'Austria, ma in attesa degli avvenimenti si fer­ ma a Praga e visita il campo di battaglia di Aspern, dove Napoleone è stato battuto dall'arciduca Carlo. Progetta una rivista dal titolo Ger­ mania. Scrive il Catechismo dei tedeschi in cui gli appelli contro il ti­ ranno napoleonico si alternano ad analisi sul carattere del proprio po­ polo, così come, l'anno prima, aveva fatto Fichte nei Discorsi alla na­

zione tedesca.

La vittoria di Napoleone a Wagram gli procura una grave depressione nervosa. Il 17 luglio scrive a Ulrike: «Mai sono stato sconvolto come ora. Non tanto per l'epoca... quanto per il fatto che il destino mi ha costretto a viverla». Per intere settimane, a Praga, rimane chiuso in un monastero, cercando di recuperare la salute. A Berlino, gli amici non hanno più sue notizie, molti lo ritengono morto. E, in realtà, questi mesi sono tra i più oscuri della sua vita. Di quest'anno sono pure le lettere satiriche che, in parte, avrebbero dovuto uscire su Germania, e le poesie, tra cui la Canzone di guerra dei tedeschi; l'inno A Francesco Primo, imperatore d'Austria, quello A Palafox, il generale spagnolo fa­ moso per la difesa di Saragozza, l'Ode per il ritorno del re a Berlino, La Germania ai suoi figli e, in tre stesure, Alla regina di Prussia, Luise, in occasione del suo compleanno. Le poesie di Kleist, per il loro tono, costituiscono un caso isolato nella letteratura tedesca, quasi per nulla corrispondente ai modi e ai toni della lirica del tempo. Alla fine del­ l'anno ritorna a Francoforte sull'Oder. 1810 Il 29 gennaio è a Berlino: frequenta, tra gli altri, Achim von Arnim e Clemens Brentano. L'editore Reimer pubblica il primo volume dei racconti, comprendente Michael Kohlhaas, La marchesa di O... e Il ter­ remoto nel Cile. Secondo la testimonianza di Ludwig Tieck, Kleist, ri­ tenendosi autore eminentemente teatrale, si sarebbe in un certo senso adattato malvolentieri a scrivere questi racconti, che rappresentano uno dei vertici della prosa tedesca, ma sono molto lontani dall'atmo­ sfera e dallo spirito dei drammi. Il 17 marzo al «Theater an der Wien», per celebrare le nozze di Napo­ leone con Maria Luigia, prima rappresentazione della Kiithchen von Heilbronn. Medita altre opere, tra le quali un romanzo in due volumi la cui stesura, come scrive al suo editore, è in fase avanzata. Ma il ma­ noscritto non è mai stato rintracciato. Fonda con Adam Miiller i «Berliner Abendblatter», un singolare quo­ tidiano che esce dal 1° ottobre e rappresenta una novità in quanto, es­ sendo un giornale della sera, recava i rapporti che la polizia emanava

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nel pomeriggio, con le notizie relative ad assassinii, incendi ed inci­ denti. Insolito era anche il modo di presentarlo con manifesti agli an­ goli delle strade o per mezzo di annunci pubblicitari su altri giornali. Il formato era piuttosto strano: in ottavo, cioè le misure di un libro. Nonostante queste originali innovazioni, le vendite cominciarono a diminuire quando venne drasticamente ridotto lo spazio dedicato alla cronaca nera a vantaggio degli scritti letterari, che interessavano mol­ to meno un pubblico assetato di scand�li. Nei «Berliner Abendblat­ ter», Kleist pubblicò, tra l'altro, gli incantevoli aneddoti, il Nuovissi­ mo disegno educativo, la Preghiera di Zoroastro, La mendicante di Lo­ carno, Santa Cecilia e il saggio Sul teatro di marionette. Tutte le sue ri­ chieste di sussidio volte a favorire la continuità delle pubblicazioni vennero respinte e così il giornale, quale l'aveva pensato Kleist, cessò di esistere col numero 72 del 22 dicembre. In realtà, ciò che compro­ mise il giornale furono le critiche mosse da Kleist al governo liberale di Hardenberg: gli articoli politici furono tolti e le recensioni teatrali, prima redatte da Kleist, furono affidate al suo avversario Iffland. 1811 Compie la sua ultima opera, Il principe di Homburg, il dramma più bello e meglio riuscito, per la serena armonia che regna in ogni sua parte. Il 30 marzo compare l'ultimo numero dei «Berliner Abendblat­ ter», che si erano trasformati in una specie di gazzetta ufficiale, cui collaboravano vari funzionari della burocrazia amministrativa. Viene pubblicato (Reimer, Berlino) il secondo volume dei racconti com­ prendente Il fidanzamento a S. Domingo, La mendicante di Locarno, Il trovatello, Santa Cecilia e Il duello. Attraverso Miiller conosce Henriette Vogel, trentunenne moglie di un impiegato della Banca agricola di Berlino. Probabilmente soffriva di un male incurabile. Quando seppe che non c'era più alcuna speran­ za di guarigione, decise di farla finita. Allorché Kleist, un giorno, le parlò, un po' per scherzo e un po' perché deluso della vita dopo tante traversie, di spararsi un colpo di pistola, lei lo prese in parola. Non si sa molto sul carattere di questa donna. Alcuni la descrissero come particolarmente intelligente e sensibile, altri videro in lei un'isterica che avrebbe avuto a che fare con diversi uomini. Kleist, che senza es­ serne l'amante aveva di lei la massima stima, in una lettera del 9 no­ vembre così la presentò alla cugina Marie: «Durante la tua permanen­ za a Berlino ti ho sostituita con un'altra amica; ma, se ciò può esserti di conforto, non con una che vuol vivere, bensì, poiché ha la sensazio­ ne che non le sarei fedele più che a te, morire con me. I miei rapporti con questa donna non mi consentono di dirti altro. Sappi soltanto che la mia anima, a contatto con la sua, è divenuta pienamente matura alla morte; che ho misurato tutta la magnificenza dell'animo umano alla stregua del suo, e che muoio perché su questa terra non mi rimane più nulla da imparare o da acquisire». Alla stessa scrive, il giorno dopo:

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«Le tue lettere mi hanno straziato il cuore, mia carissima Marie, e se ne avessi avuto il potere, ti assicuro che avrei rinunciato alla risoluzio­ ne che ho presa di morire. Ma, ti giuro, mi è assolutamente impossibi­ le continuare a vivere; la mia anima è così ferita che, direi quasi, quan­ do metto il naso fuori dalla finestra, la luce del giorno che lo colpisce mi fa male... Aggiungi che ho trovato un'amica la cui anima vola come un'aquila giovinetta, tale che nella mia vita non ho ancor trovato nulla di simile; la quale comprende che la mia è una tristezza superiore, sal­ damente radicata e inguaribile, e perciò, pur avendo in mano mezzi sufficienti per rendermi felice quaggiù, vuol morire con me; la quale, per amor mio, abbandona un padre che la adora, un marito che era abbastanza magnanimo da volermela cedere, una bimba bella, anzi più bella del sole mattutino: e capirai che la mia esultante preoccupa­ zione può essere soltanto quella di trovare un baratro abbastanza pro­ fondo per buttarmici con lei». In realtà, il suicidio non costituiva per Kleist una fuga dalla vita, una confessione di impotenza, ma, quasi in modo schopenhaueriano, e solo apparentemente romantico, un supe­ ramento della vita. Il 20 novembre affittano una stanza in una locanda sulle sponde del Wannsee, alla periferia di Berlino. Il 21, pagato il conto, si recano sul­ la riva del fiume. Allontanatisi di una cinquantina di passi, echeggiano due spari. Con un colpo al cuore, Kleist ha ucciso Henriette, poi ha ri­ volto l'arma contro se stesso, sparandosi in bocca. Vengono sepolti, l'uno accanto ali'altra, sul luogo del suicidio. Nell'ultima lettera a Ulrike, «la mattina della sua morte», Heinrich aveva scritto: «In realtà, tu hai fatto per me non dico quanto stava nel­ le forze di una sorella, ma nelle forze di una creatura umana, al fìne di salvarmi: la verità è che per me non c'era soccorso su questa terra. E ora addio; possa il Cielo donarti una morte soltanto a metà così gioio­ sa e indicibilmente tenera come la mia: questo è l'augurio più cordiale e più profondo che io possa concepire per te». 1821 Ludwig Tieck cura, con il titolo Hinterlassene Schri/ten [ «Scritti po­ stumi»], l'edizione delle opere di Kleist, in cui compaiono anche La battaglia di Arminio e Il principe di Homburg, fino ad allora inediti. E.P.

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BIBLIOGRAFIA

Edizioni

H. von Kleist Sà'mtliche Werke und Brie/e, 2 Bde., hrsg. H. Sembd­ ner, Munchen, Karl Hanser Vlg., 19776; Werke und Briefe, 4 Bde., hrsg. S. Streller, Berlin 1977. Letteratura

Documenti biografici: Heinrich van Kleists Lebensspuren. Doku­ mente und Berichte der Zeitgenossen, hrsg. H. Sembdner, Bremen

19572 . Biografie: W. Herzog (1911), J. Maas (1957), C. Hohoff (1978), P. Horn (1980). Storia della critica (antologie): Heinrich van Kleist. Au/siitze und Essays, hrsg. W. Miiller-Seidel, Darmstadt 1967; Heinrich von Kleists Nachruhm. Bine Wirkungsgeschichte in Dokumenten, hrsg. H. Sembd­ ner, Bremen 1967 (ampia bibliografia); Schri/tsteller iiber Kleist. Bine Dokumentation, hrsg. P. Goldammer, Berlin-Weimar 1976. Fondamentali, per l'aggiornamento bibliografico e critico, i «Kleist-Jahrbiicher», editi dalla Heinrich-von-Kleist-Gesellschaft di Berlino: è in pupblicazione, dal 1982 (vol. 1980), la «Neue Reihe», in continua_zione della prima serie (1921-41) e delle «Jahresgaben» (1962-81). Studi di carattere generale, sino al 1945: W. Herzog (1911), H. Meyer-Benfey (1913), F. Gundolf (1922), W. Muschg (1923), F. Braig (1925), G. Fricke (1929), R. Ayrault (1934, in francese), F. Mat­ tini (1940). Dopo il 1945: G. Lukacs (1952), G. Blocker (1960, 19772 ), W. Miiller-Seidel (1961), H. Mayer (1962), M. Kommerell (196�), R. Diirst (1965), E. Catholy u.a. (1965), S. Streller (1966), H. Reske (1969), M. Moering (1972), S. Bartels (1973), J. Schmidt (1974), K. Mommsen (1974), P. Dettmering (1975), U. Vòhland (1976), R. Loch (1978), H. Arntzen u.a. (1980), W. Hinderer u.a. (1981). Circa il «Saggio sul teatro di marionette»: Kleists Au/satz iiber das Marionettentheater. Studien und Interpretationen, hrsg. H. Sembdner, Berlin, 1967 (antologia).

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Circa i «Berliner Abendblatter»: Ed. in facsimile: Stuttgart 1959; H. Sembdner Die Berliner Abendblatter Heinrich von Kleists, ihre Quellen und ihre Redaktion, Berlin 1939; E. Scheibner Zu Kleists poli­ tischen Ansichten zur Zeit der «Berliner Abendblatter», in «Weimarer Beitriige», 23 (1977), H. 9, S. 144-170. Traduzioni italiane Opere, a cura di L. Traverso, Firenze 1959 (voi. I: Teatro; voi. Il: Racconti; vol. III: Saggi: qui Sul teatro di marionette, trad. L. Traver­ so, Aneddoti e Saggi, trad. V. M. Villa). Numerose le edizioni, anche recenti, di singoli testi drammatici e narrativi. Monografie italiane A. Farinelli (1920), I. Maione (1929), L. Traverso (1944), R. Bot­ tacchiari (1947), S. Lupi (1969).

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1. Una sera, mentre passavo l'inverno 1801 a M., 1 vi incontrai in un giardino pubblico il signor C. che da poco lavorava in quella città come primo ballerino dell'Opera e godeva, presso il pub­ blico, di una straordinaria fortuna. Gli dissi la mia meraviglia di averlo trovato già più volte in un teatro di marionette che, montato sulla piazza, divertiva il po­ polino con brevi commediole inframmezzate di canti e danze. Egli mi assicurò che le pantomime di quei fantocci gli procu­ ravano molto spasso e fece capire chiaramente che un ballerino, desideroso di perfezionarsi, vi poteva apprendere parecchie cose. Poiché, per il modo con cui erano espresse, queste parole mi parvero più di una mera trovata, mi sedetti accanto a lui per ascoltare dell'altro intorno alle ragioni con le quali poteva so­ stenere un'affermazione così singolare. Mi domandò se in realtà alcuni movimenti delle marionette, specie delle più piccole, non mi fossero sembrati molto graziosi nella danza. Non lo potei negare. Teniers 2 non avrebbe potuto dipingere con maggior garbo un gruppo di quattro contadini che, a un ritmo veloce, facevano il girotondo. Mi informai del meccanismo di quei fantocci e domandai come fosse possibile governare le loro membra e le articolazioni secondo le esigenze dei movimenti ritmici o della danza, senza aver, avverto mescendo, «beva e sproni il cavallo. Buon pro». «Ancora un bicchiere!» chiede quel bel tipo, mentre gli spari echeggiano tutt'intorno. «Ancora uno?» gli domando. E lui: «Sì, un altro» e mi porge il bicchiere vuoto; «E in buona mi­ sura!» raccomanda forbendosi i baffi e soffiandosi il naso dal­ l'alto del cavallo. Gli riempio il bicchiere di nuovo e, dopo che ha tracannato, una terza volta. E lui: «Si paga in contanti». Gli chiedo se è soddisfatto. «Ah» conferma scrollandosi, di girare una mano, quasi si trovasse nella stessa stanza, risponderebbe «benissimo!» Ora, se all'inventore di questa posta che in modo singolare cavalca sulle ali del lampo si assegna volentieri la corona del merito, pure quest'arte di scrivere loritano presenta ancora un'imperfe­ zione·; vale a dire, con scarsa utilità per i commercianti, consen­ te di spedire solo notizie molto brevi e laconiche, ma non lette­ re, rapporti, allegati e plichi. Per colmare questa lacuna, propo­ niamo quindi, ?1 fine çl'accelerare e moltiplicare le comunica­ zioni commerciali, almeno entro i confini del mondo civile, una posta a lancio o posta a bombe: un impianto, cioè, che giovando­ si di postazioni d'artiglieria, obici o mortai opportunamente collocati entro una gittata, possa scagliare delle palle piene, an­ ziché di polvere, di lettere e di plichi, palle seguibili comoda­ mente con lo sguardo e recuperabili senza difficoltà, a meno non finissero in una palude; queste palle verrebbero aperte ad ogni postazione, e una volta estratte le lettere ad essa destinate, 1 Sorta di lanterna magica, usata per esibire illustrazioni in serie. 2 Era stato realizzato (1809) da Samuel Thomas Sommerring (1755-1830), scienziato autorevole nel campo fisico e medico-biologico.

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verreb�ero richiuse, caricate in un altro mortaio e risparate alla postazione seguente. Il prospetto d'insieme così come la descri­ zione e 1� valutazione degli impianti e delle spese ci riserviamo _ _ una trattazione più ampia e circostanziata. Siccome �h esporli m m questo modo, come risulta da un breve computo matemati­ co, nel giro di mezza giornata e con spesa modesta sarebbe possibile scrivere da Berlino a Stettino Q a Breslavia e �iceversa impiegando dunque un decimo del tempo richiesto dall'odier� na posta a cavalli (sarebbe come se una bacchetta magica spo­ stasse quelle località dieci volte più vicino a Berlino), confidia­ mo d'avere realizzato un'invenzione di massima e decisiva im­ portanza per i citta�ini e i commercianti, atta a far progredire il _ traffico smo al vertice della perfezione. Berlino, 10 ottobre 1810. Lettera di un cittadino berlinese al!'editore dei «Berliner Abendbliitter»

Egregio signore, nel numero 11 �ei «Berliner Abendblatter», Lei ha portato il . discorso, alla rubrica «Invenzioni utili», sul progetto d'una po­ sta a bombe: una posta, cioé, che, data l'insufficienza del tele­ grafo elettrico con cui non si possono inviare che brevi annun­ ci,_ P,oss� �d �s�a ovviare trasmettendo al pubblico, su postazio­ _ m d arugliena opportunamente piazzate, lettere e plichi a mez­ zo di_ bombe e granate. �i permetta d'osservare che tale posta,· s;co�do 9-uant� osserv� il Suo �tesso articolo, presuppone che 1 amico di Stettmo o di Breslavia, alla domanda «Come stai?» del berlinese, abbia da rispondere «benissimo!». Quando inve­ ce il_ medesimo, contrariamente all'ipotesi, dovesse rispondere «così così», oppure «a dire il vero, male», oppure «l'altra notte m�ntre er in viaggio, mia moglie mi ha tradito», oppure «so� coinvolto m processi dei quali non vedo la fine», o anche «ho fatto bancarotta, ho abbandonato casa mia e mi metto a vagare p�r il mondo», be��, per un uomo del genere le nostre poste d oggi_ s�reb�ero gia �bbastanza veloci. Ora, siccome i tempi sono cosi fatti che ogm cento lettere che due città si scambiano ben novantanove sono del suddetto tenore, ci sembra che tant� la fulminea posta elettrica quanto la posta a bombe e granate possano, per il momento, rimanere dove sono; a nostra volta, 71

poi, chiediamo se Lei non sia in grado d'organizzare una po­ sta - non importa se trasportata da buoi o sulle spalle di un uomo a piedi- che, alla domanda «come stai?», rispondesse, dalle varie località, con «beh», oppure «mica male», oppure «be�e, com'è vero che son vivo», oppure «ho ricostruito la mia casa», oppure «le obbligazioni vanno di nuovo alla pari», oppure «ho appena maritato le mie due figlie», o anche «do­ mani, con salve di cannone, celebreremo una festa naziona­ le», o insomma simili risposte. Così Lei s'acquisterà stabil­ mente il favore del pubblico; e siccome siamo convinti del Suo zelo a promuovere comunque il bene ove si possa, non andiamo per le lunghe a scusarci delle libertà che ci prendia­ mo con la presente lettera, e abbiamo l'onore di essere con massima e sincera stima, dev. ecc. Un anonimo

Berlino, 14 ottobre 1810

Risposta al_mittente della lettera precedente

Al mittente della spiritosa lettera precedente facciamo sapere che non possiamo occuparci dell'organizzazione della sua posta a buoi o del suo Eldorado morale e giornalistico. Canzonature e ironie, nel nostro sforzo di promuovere, ove possibile, il be­ nessere del genere umano, non debbono çonfonderci. Anche nel caso, grazie a Dio non ancora frequente, che le lettere siano appesantite da puri e semplici sospiri, dal punto di vista econo­ mico e commerciale resterebbe sempre vantaggioso scambiar­ sele a mezzo di bombe. Pertanto in uno dei prossimi numeri del nostro giornale verrà fornito non solo il progetto della posta a bombe, ma anche il piano per la raccolta delle relative azioni. La Redazione [Della navigazione aerea del 15 ottobre 1810]

Corrispondenza da Berlino ore 10 del mattino 1 Il signor Claudius, fabbricante di tela incerata, per fe1

Karl Friedrich Claudius.

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steggiare il compleanno di S.A.R. il Principe ereditario, 1 oggi, alle 10, intende compiere un'ascensione col pallone del prof. J[un­ gius],2 muovendolo in una direzione determinata, indipendente­ mente dal vento, mediante una macchina. L'impresa si direbbe sconcertante, giacché l'arte di muovere il pallone con la massima facilità e secondo natura, senza macchine, è già stata scoperta. Sic­ come nell'aria, infatti, troviamo tutte le .correnti possibili, una so­ pra l'altra (i venti), l'aeronauta non ha che da cercare, mediante movimenti perpendicolari, la corrente d'aria che lo porti alla meta: esperimento che è già stato fatto, con pieno successo, a Pa­ rigi, dal signor Garnerin. 3 Eppure quest'uomo, che ha riflettuto parecchi anni, in silenzio, sulla scoperta, non appare indegno di particolare attenzione. Ad uno scienziato, incontrato di recente in società, sembra abbia chiesto se gli sapesse dire in quanto tempo una nuvola che stava ali'orizzonte si sarebbe trovata allo zenit della città. Alla risposta dell'erudito che la sua scienza non arrivava a tanto, sembra abbia collocato sul tavolo un orologio, e che poi la nuvola si sia trovata esattamente allo zenit della città nel tempo da lui fissato. Sembra altresì che, all'occasione dell'ultima ascensione del prof. J., si sia recato in anticipo a Werneuchen e vi abbia radunato una folla, ri­ sultandogli con certezza dalle sue conoscenze sull'atmosfera che il pallone avrebbe preso quella direzione e che il prof. J. sarebbe sceso nei pressi di quella città. Se il tentativo odierno, basato su tali conoscenze, riuscirà, sarà deciso entro un'ora. Il signor Claudius intende non solo far cono­ scere, al momento della partenza, con biglietti a stampa, il luogo dove atterrerà, ma si dice che vi abbia persino spedito delle lettere per annunciare il proprio arrivo.-:-- Contro ogni previsione, la gior­ nata è eccezionalmente bella, in conformità al programma. P.S. All'ingresso nella Schiitzenplatz, il signor Claudius aveva fatto distribuire dei biglietti in. cùi prometteva di procedere lungo la Potsdamer Chaussee sino al Luckenwaldscher Kreis, e di per­ correre- in un'ora 4 miglia. Verso le 12, però, il vento s'era fatto tanto forte, che alle 2 non s'era ancora terminato di gonfiare il pal­ lone; e s'era sparsa la voce che egli non sarebbe partito prima del­ le 4. 1

Il futuro Federico Guglielmo IV (1795-1861) Insegnante del Friedrich-Wilhelm Gymnasium di Berlino. 3 AndréJacques Garnerin (1769-1823 ca).

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Edizione straordinaria. Sulla navigazione aerea di ieri

Il signor Claudius non è riuscito nel suo esperimento di diri­ gere a volontà il pallone mediante una macchina. Sia che il ven­ to éomprimendo l'involucro di taffetà ne abbia ostacolato il riempimento, sia che i materiali (cosa più verosimile) fossero di qualità scadente, sta il fatto che verso le 4 il pallone non era an­ cora in grado d'innalzarsi. Il pubblico, in occasioni simili, si comporta sempre come un bambino: e mentre il signor Rei­ chard, incaricatosi della faccenda con sprezzo del pericolo, si offriva di salire, si dovette mettere al sicuro il signor Claudius con intervento della polizia. Reichard, aeronauta esperto e co­ raggioso alla cui avvedutezza s'era dovuto affidare l'impresa, prese posto nella navicella, e il destino volle che, appena inizia­ ta l'ascensione, si intricasse negli alberi del giardino lì accanto: senza quel caso fortunato, gli sarebbe inevitabilmente toccato di farsi trascinare a rotta di collo sopra i tetti della città. Dopo, fatto scendere il pallone e riportatolo al centro della piazza, gli fu chiesto dalle autorità se potesse salire solo, a rischio della vita; avendo il signor Reichard risposto che poteva e voleva sali­ re, ma, date le circostanze, senza rischio, gli fu allora ordinato di scendere assolutamente a terra. E fatto ciò, i signori impren­ ditori offrirono al pubblico, per soddisfarlo, il costoso spetta­ colo di fare ascendere il pallone nel regno dei venti, senza aero­ nauta. In meno di un quarto d'ora era già scomparso dagli oc­ chi della gente, e non si sa se lo si potrà rivedere. Al proposito dobbiamo tornare al tentativo del signor Gamerin di dirigere il pallone a volontà, in modo semplice e spontaneo e senza macchine. Il suo esperimento sembra non fosse adeguata­ mente conosciuto dal signor Claudius. Garnerin si basò, in quel1'occasione, su due risultanze: che nell'aria tutti i possibili venti stanno orizzontalmente uno sull'altro, e che questi venti durante la notte sono soggetti a minime variazioni. Di conseguenza, nello scorso agosto, a Parigi, con l'intenzione di raggiungere Reims, ini­ ziò l'ascensione al crepuscolo, convinto che nel corso degli sposta­ menti in verticale, verso l'alto o il basso, sarebbe riuscito, grazie alla bussola che portava con sé, a trovare una corrente che lo spin­ gesse sino a quella città. Gjuntovi all'alba del giorno successivo, si riposò e rifocillò, per ripartire con lo stesso pallone al calar della notte, avendo per meta Treviri. La meta fu mancata, tant'è vero che il giorno dopo egli si trovò a Colonia: ma l'esperimento basta

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a dimostrare che non c'è bisogno d'alcuna macchina per dirigere il pallone. - Della vicenda il signor Claudius può leggere più det­ tagliata descrizione nelle gazzette ufficiali. Ultimissime

Secondo la testimonianza d'un viaggi;tore, il pallone del signor Claudius sarebbe atterrato a Diiben. Aeronautica

(v. «Haude-u. Spenersche Zeitung», 25 ott. 1810) L'articolo diretto dalla «Haude-u. Spenersche Zeitung» 1 con­ tro i nostri «Berliner Abendblatter» sul problema della manovra dei palloqi, è redatto con tanta intelligenza, serietà e dignità da in­ durci a credere che la frase finale, così poco consona all'insieme, nasca da un semplice malinteso. Di conseguenza, all'anonimo signor Redattore, viste le sue animose censure, competono, a mo' di cordiale risposta, le pre­ cisazioni seguenti: 1) Se il nostro giornale, causa lo spazio limitato, ha formulato senza precisare la tesi che il modo di dirigere i palloni è già stato trovato, non ha affatto voluto dire che a questa invenzione non ci sia più nulla da aggiungere; ma soltanto che la norma d'una arte siffatta è ormai nota, e che, dopo quanto è avvenuto a Pari­ gi, non conviene più cercare nella costruzione d'una macchina collegata col pallone una forza esistente nel pallone stesso e nel1'elemento che lo porta. 2) L'affermazione che nell'aria esistono correnti molteplici e svariate, ha ben poco di sorprendente e di straordinario, in quanto, secondo le conclusioni più recenti della storia naturale, si sa che una delle principali cause del vento è la disgregazione o sviluppo chimico di masse d'aria considerevoli. Ma questa disgregazione o sviluppo deve determinare - basta un po' d'im­ maginazione per intenderlo - una corrente concentrica o ec­ centrica, opposta diametralmente in tutte le direzioni, delle 1 A questo articolo, firmato da Jungius, il giornale della concorrenza ne farà seguire un secondo, anonimo, molto �iù violento, con accuse d'incompetenza e superficialità a Kleist.

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masse d'arie vicine; di modo che, in certe giornate in cui tale processo chimico è frequente, si capisce su un'area determinata e limitata della superficie terrestre, si rendono disponibili se non t1ttte le correnti, almeno quelle bastanti all'aeronauta per basare su di esse la direzione volontaria del suo mezzo. 3) È lo stesso pallone del signor Claudius (nei limiti in cui meri­ ta considerazione un singolo caso), a fornire la prova di tale asser­ zione: infatti, salito alle 5 e mezza in direzione ovest verso Span­ dau e Stenda!, nessuno ha previsto che, nel giro di due ore, sareb­ be atterrato completamente a sud, a Diiben, in Sassonia. 4) L'arte di dirigere verticalmente il pallone abbisogna anco­ ra di notevole sviluppo e perfezionamento, realizzabili peraltro senza grande difficoltà, in quanto, senza dubbio, l'aeronauta, variando non solo il peso assoluto ma anche lo specifico (grazie al calore e all'espansione) potrà salire o abbassarsi e in tal modo ricercare più facilmente la corrente necessaria per un determi­ nato percorso. 5) Certo il signor Claudius ha fatto ben poco per corrispondere all'interesse che aveva suscitato su di sé. Noi vogliamo d'altronde lasciare impregiudicato il fatto che, secondo la voce cittadina, egli sia esperto nell'arte di valutare da terra il gioco delle correnti nelle regioni aeree; mentre dalla direzione iniziale del suo pallone (ad ovest, verso Spandau) e da quella finale (a sud, verso Diiben), par­ rebbe potersi evincere che, se fosse salito, avrebbe mantenuto le promesse, e grazie al suo dispositivo meccanico, in diagonale tra le due direzioni, avrebbe effettivamente trasvolato la Potsdamer Chaussee sino al Luckenwaldscher Kreis. • 6) Se l'idea di eliminare la resistenza di venti al tutto contrari mediante una macchina applicata al pallone incontra difficoltà insuperabili, nel caso di venti moderati µovrebbe essere possi­ bile superare la zona sfavorevole con l'aiuto di forze meccani­ che, e in tal modo, come fanno i naviganti, tirare in gioco anche i venti che non conducano esattamente alla meta fissata. 7) Ancora: se l'aeronauta, a prescindere da tali risorse, deve aspettare giorni e settimane intere il vento che faccia al caso suo, egli può ben consolarsi confrontandosi col navigante, che anche lui, per settimane o addirittura mesi, deve starsene in porto atten­ dendo venti favorevoli; solo.che il primo, trovato il vento, in po­ che ore compie un tragitto ben più lungo di quello che avrebbe coperto servendosi della ruota o del cavallo nel lasso di tempo sprecato.

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8) Infine: anche ammesso - ciò che non facciamo affatto, data la possibilità, persino nella notte più nuvolosa, di ritrova­ re, almeno per pochi istanti, la stella polare - che all'aeronauta di notte manchino completamente mezzi d'orientamento nello spazio, l'errore calcolato dall'anonimo signor R., 6 miglia su un raggio di 30 miglia, lo consideriamo modesto e tollerabile. L'ae­ ronauta, posto un tempo x necessario per percorrere il raggio sino all'asse, avrebbe potuto pur sempre percorrere in un tem­ po x/5 il raggio e la corda. Se non lo ha voluto fare, non impor­ ta per quali motivi, senza il pallone, dovrebbe consolarsi un'al­ tra volta al pensiero del navigante, che spesso anche lui, a causa dei venti contrari, invece d'entrare in porto, deve stare all'anco­ ra in rada o addirittura riparare in un altro porto ben lontano, certo non previsto alla partenza. Per quanto concerne il signor Garnerin, saremo in grado tra breve di riferire fatti più precisi di quelli esposti nel nostro nu­ mero 13: ciò per replicare alle obiezioni fatte. Lettera d'un predicatore all'editore dei «Berliner Abendblcitter» Egregio signore, l'inventore di questa nuova lotteria ha avuto l'illuminato pro­ posito, introducendo polizze fisse distribuite dalla direzione, di sgominare l'aberrante interpretazione dei sogni cui dava prete­ sto, nella vecchia lotteria, la libertà di scegliere i numeri. Ma con rammarico facciamo ora l'esperienza che quel proposi­ to è raggiunto in modo solo incompleto, in quanto la superstizio­ ne rialza la testa in un campo dove non ce la saremmo mai aspettata. È vero che adesso la gente non sogna più numeri; sognano, però, i nomi dei ricevitori presso i quali si può giocare. I prete­ sti più futili, con un'associazione di pensieri di cui nessuno sa­ prebbe individuare i passaggi, li prendono per cenni misteriosi della Provvidenza.. Domenica scorsa ebbi a menzionare Davide dal pulpito, uomo accetto a Dio, non il nostro ricevitore, come Lei può ben capire, ma il re d'Israele, il famoso cantore dei pii Salmi. Bene, il giorno dopo, ecco che il ricevitore, tramite un amico, mi ringrazia scherzosamente per la predica, dato che, come mi fa sapere, ha esaurito tutte le polizze. La prego dunque, signore, di portare questo accaduto a co77

noscenza del pubblico, e d'incoraggiare, mediante il Suo gior­ nale, se possibile, il progetto di un'altra lotteria, che elimini la superstizione in modo più preciso e incondizionato, così come desiderano tutti gli amici dell'umanità. I'

F.

15 ottobre 1810 Notizia al mittente della lettera sopra riportata

Affari di notevole importanza ci impediscono di pensare per­ sino al progetto della menzionata lotteria. Nel frattempo, per raggiungere tale scopo, di tutto cuore vo­ gliamo dare un aiuto, nella misura delle nostre forze. Istituiamo pertanto un premio di 50 talleri per l'inventore di codesta Lotteria. I matematici che intendano concorrere hanno da inviarci i loro progetti, insieme con il motto che li contrassegni. La Redazione

Berlino, 22 ottobre 1810

[Per l'apertura della Clinica universitaria]

Secondo una notifica resa pubblica in data odierna, la Clinica medica e chirurgica dell'Università, diretta dai Signori Profes­ sori Reil e Grafe, viene finalmente inaugurata il 5 novembre [1810]. Un istituto del genere, analogo a quello famoso di Vienna, a Berlino mancava ancora, nonostante le cure dedicate sino ad oggi alla promozione della medicina pratica, e merita la più rispet­ tosa e viva gratitudine del pubblico il fatto che il nostro paterno Sovrano, istituendo con spese rilevantissime tale Clinica e prepo­ nendole tali eccellenti uomini, abbia un'altra volta dimostrato fe­ dele e costante sollecitudine per il bene dei propri sudditi. Novità politica

I giornali francesi recano, in data odierna, la notizia, impor78

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tante per l'intero continente europeo, della Ricaduta del re d'In­ ghilte"a nella sua vecchia malattia, come conseguenza della morte della principessa Amalia. Secondo tutti i bollettini, l'attacco è ri­ sultato violento come quello del 1790. Sua Maestà' non ha potuto prorogare di persona la sessione del Parlamento, e si è mostrato in genere impossibilitato ad occuparsi degli affari. Se il 15 novem­ bre, giorno dell'apertura del Parlamento, non sarà ristabilito, si prevedono gravissimi conflitti tra i partiti, l'istituzione d'una reg­ genza e, con la spinta della grande crisi che il genio di Napoleone ha saputo scatenare sulla Gran Bretagna, una svolta decisiva delle sorti del mondo. Senza dubbio c'è il rischio che l'Inghilterra vada incontro a una rivoluzione: non appena scomparsa la potente diga opposta dalla volontà del re, awerranno l'emancipazione dei cat­ tolici irlandesi e la riforma del Parlamento. C'è il rischio, altresì, che subentrino condizioni sociali e politiche molto diverse; che, caduta la costituzione britannica, scomparsa la struttura interna del paese, emerga l'incapacità dell'Inghilterra di valutare la situa­ zione continentale, di controllarla e d'influire su di essa; e che, di conseguenza, si debba arrivare a negoziati. - Tutto ciò risulterà evidente ai bene informati. Notizia geografica sull'isola di Helgoland

Dalle gazzette ufficiali s'è appreso, qualche tempo fa, che l'isola di Helgoland, situata allo sbocco di tre fiumi (Weser, Elba e Ei­ der) e così favorita, sino ai recenti decreti francesi, per un traffi­ co di contrabbando tra l'Inghilterra e il continente, ospiterebbe prodotti coloniali e manufatti inglesi per un valore di 20 milioni di sterline. Se si considera che massa d'uomini deve concentra­ re su questa piazza un volume d'affari tanto grande, per non dire mostruoso, ecco che appare interessante un articolo sulle caratteristiche geografiche e geologiche dell'isola apparso ulti­ mamente sui «Gemeinniitzige Unterhaltungsblatter» (un gior­ nale che, per alternare materiali istruttivi e divertenti e, in gene­ rale, per il tono serio e insieme faceto che lo distingue, merita d'essere definito «popolare» (attributo invidiabile!) ben più d'ogni altro mirante allo stesso fine). Secondo questo foglio, il perimetro della rupe argillosa su cui si trova il minuscolo inse1 Giorgio ID (1738-1820).

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diamento, esposto per sua natura ad insidie d'ogni genere, non misura più di mezzo miglio; sulla Slla superficie, non superiore pertanto a 1/4 di miglio quadrato, 1 già prima dello scoppio del­ la gu,erra non trovavano spazio sufficiente né le case, di numero 400, né le famiglie, 430, che le abitavano. Già Biisching 2 calcola una popolazione di 1700 anime, cifra incredibile che supera di 1/3 quella già considerevole, 4500 anime per miglio quadrato, dell'Inghilterra e dei Paesi Bassi. Per di più quella rupe alta e ri­ pida, bagnata su tre lati dal mare, su cui sorge la borgata, essen­ do di materiale cedevole e sbriciolabile tra le dita, è esposta, dalla vetta ai piedi, ad essere spaccata e frantumata dalle intem­ perie; di modo che, per timore di frane e rovine, che sono fre­ quenti, già parecchie case sospese sull'orlo del ciglione si dovet­ tero demolire, anzi, diversi anni fa, una di esse che accoglieva il Presidio addirittura precipitò. La preoccupazione di vedere l'intera rupe sbriciolarsi e crollare già da tempo ha indotto quel Consiglio ad esaminare la necessità d'una scarpata; ma lo spa­ zio limitato offerto dalla vetta, in rapporto inverso con l'enor­ me crescita annua della popolazione, differisce d'anno in anno la realizzazione del prowedimento. Ridurre e semplificare l'ar­ redo delle case, o addossarle maggiormente tra loro, o ridurre la larghezza delle strade che vi passano in mezzo, non è possibi­ le; giacché le case, alte un piano, non contengono altro che sog­ giorno, camera, cucina e dispensa, mentre le strade, sin dal pri­ mo impianto, sono così strette che nessun veicolo vi può passa­ re e al massimo vi si può trasportare un morto. È vero che a sud-ovest si trova una sorta di antemurale in forma di duna, mi­ nuscolo, sulle cui cime, contro la parete rocciosa, s'annidano oltre 50 case; ma la marea, quando s'alza, sommerge la duna, e nel caso di burrasca o maltempo, aumentando ancora di più il livello del mare, le case lassù rischiano d'essere spazzate via. Si aggiunga che la roccia è completamente infruttuosa; che l'unica sorgente d'acqua dolce si trova appunto sulla duna, tra le case; che lo stesso abitato maggiore deve ricorrere all'acqua piovana, e che nei giorni torridi d'estate bisogna scendere 191 gradini per attingere; 3 che sulla superficie della rupe non crescono che pochi cespugli di ribes, un po' d'orzo (400 tonnellate, secondo 1 Il calcolo è, però, errato. 2 Anton Friedrich Biisching (1724-1793), autore di un fortunato testo di geografia, «Neue Erdbeschreibung». 3 Notizia contraddittoria alla precedente, per uso impreciso delle fonti.

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Biisching), un po' d'erbe per le bestie; che l'unico albero esi­ stente, un gelso, si trova nel cortile del predicatore, alquanto protetto dalle intemperie; che, di conseguenza, sin dall'origine dell'insediamento, ogni fabbisogno, anche quello primario e urgente, deve essere procurato nei porti continentali distanti da sei a dieci miglia; che, a causa della guerra e del drastico blocco del continente, tali approwigionamen.ti sono interdetti; che quindi, tranne carne, burro, birra, sale e pane, tutto deve essere fatto venire dai porti inglesi, con difficoltà e fatiche incredibili. Tale commercio, insomma, del valore di 20 milioni di sterline, operante in continuità e più vitale e attivo di tutti i mercati del continente, tale commercio che ha aperto i suoi magazzini (e forse farà presto bancarotta) su una zolla in mezzo al mare, de­ solata, nuda, negletta dalla natura, appartiene di certo ai feno­ meni più straordinari e singolari dell'epoca. Esposizione natalizia Una delle più interessanti esposizioni per l'imminente Nata­ le, che meriti d'essere visitata e che vi si facciano acquisti, è for­ se l'esposizione di manufatti in aiuto dei poveri vergognosi d'entrambi i sessi, ma prevalentemente del femminile, organiz­ zata dal negozio Arte & Industria di M.me Henriette Werkmei­ ster, 1 Oberwallstrasse 7. È una cosa commovente, non facile da descrivere, entrare in quelle stanze: pudore, indigenza e zelo, in notti e notti di veglia al lume della lampada, hanno adornato queste pareti, per i bisogni degli abbienti, con tutto ciò che è magnifico o grazioso o utile. Pare di veder muoversi migliaia di manine che, forse per amore infantile di un vecchio padre o d'una madre malata, o per propria arcigna necessità, si sono de­ dicate a simile lavoro; e si vorrebbe essere ricchi per acquistare l'intero assortimento, con tutte le lacrime che vi saranno cadute sopra, e regalarlo in restituzione alle fabbricanti, alle quali i preziosi capi starebbero benissimo. Tra gli oggetti più pregevoli, segnaliamo: 1) un cestino da fiori, ricamato in ciniglia, con cornice, da usare come parafuoco. Il ricamo, su fondo di taffetà, forma una sorta di bassorilievo; un cespo di rose, largo quasi un pollice, viene 1

Suo marito, Rudolph, era proprietario del gabinetto di lettura frequentato da Kleist.

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avanti così pieno e fresco da far credere che effonda il suo pro­ fumo. Resta da desiderare che gli altri fiori e foglie che sporgo­ no dal cestino e vi sono intricati, si facciano anch'essi avanti, ove possibile, e allora s'avrebbe l'immagine di un bel mazzo di fiori vivi. Una gentildonna ha già acquistato per 15 luigi il capo­ lavoro, che si trova ancora qui, dietro preghiera della direttrice, per abbellire la mostra durante il periodo natalizio, quale au­ tentico gioiello d'essa; 2) un completo di cordoni da orologio: i medaglioni terminali, ricamati in seta, rappresentano teste, animali, fiori, così fini e graziosi da far pensare a una sorta di mosaici in miniatura; 3) un tappeto di lana, ricamato, si garantisce, senza disegno. Tutta una primavera di rose vi si sparpaglia sopra, nel più deli­ zioso disordine; e anche la cornice d'arabeschi è garbata e di buon gusto; 4) un mazzo di rose, dipinto su velluto Manchester, con cornice di convolvoli, da usare anche questo come parafuoco; 5) una veste da battesimo, splendida veramente. Per non menzionare tutta una serie di capi, tra i quali, al sommo, un vestito di mussola ricamata, poi, uno più bello del­ l'altro, fazzoletti, cuffie, borse da lavoro, portamonete, borse da tabacco, prodotte nelle varie provincie del nostro regno, per un valore che supera i 10.000 talleri. Invitiamo signore e signorine, benestanti e no, a visitare l'e­ sposizione, e crediamo di poter assicurare che, nell'un caso e nell'altro, non faranno inutilmente la passeggiata. [Delle imposte sul lusso]

Se consideriamo lo scopo delle tasse sul lusso caricate al Paese con l'editto del 28 ottobre u.s., se si pensa che non sono state emesse per mantenere la corte di un principe de­ bosciato o la tavola del suo favorito o il ménage delle sue mantenute e simili, se si tien conto che sono state richieste in ferma fiducia nella nobiltà e nel senso di solidarietà della na­ zione, a mo' di contributo patriottico in momenti di dura e quasi estrema necessità,·bene, allora suscita interesse una let­ tera di mano anonima, fattaci avere con la precisazione che la si era rinvenuta. E dunque la comunichiamo, senza modifica alcuna, ai nostri lettori. 82

Carissimo, perché ti lamenti delle nuove imposte sul lusso, emesse col decreto del 28 ottobre u.s.? Intenzione e concezione d'esse, le lascio da parte: è una questione a sé. Ma l'interpretazione spet­ ta al pubblico; e più ci rifletto sopra, più mi convinco che non ri�ardano né te né me. È vero: ho 2 camerieri e 5 servi, maggiordomo, cocchiere, cuo­ co, giardiniere: in totale 12 individui portano la mia livrea. Ma pensi che per ciò dovrei versare alla cassa di queste imposte, dato che l'editto fissa 20 talleri a persona, 240 talleri? Niente affatto! Il giardiniere, lo sai, propriamente è il mio viceamministratore; il cuoco, che sta con me, era il fornaio del paese: sono dunque giar­ diniere e cuoco solo a latere. Il cocchiere (anche cacciatore), il parrucchiere (anche valletto) e due servitori non sono altro, com'è vero Iddio, che garzoni appartenenti alla masseria, dei quali mi servo, se necessario, per i campi o il bosco. Ora, siccome l'editto (§ II, 10 a) stabilisce che le persone in servizio accessorio non pa­ ghino più della metà e che i garzoni non paghino niente, a mio ca­ rico ai fini fiscali non restano che il maggiordomo e due servi: to­ tale, a 10 talleri, pressappoco 30 talleri. Lo stesso, vedi, per i cani. Nei miei canili, a dir la verità, si trovano due mute scelte: la prima, mastini inglesi, 17 di nume­ ro; la seconda, levrieri da caccia, 30 capi: cani da penna, bassot­ ti e simili, non li conto. Ma credi che l'editto possa impormi 1 tallero per capo? Niente affatto! Le mute appartengono al mio cacciatore. E siccome l'editto (§II, 106) esclude dall'imposta i cani tenuti per un mestiere, a me, come capi imponibili, non re­ stano che un barbone norvegese, un muffola e il cagnetto di mia moglie: totale, a 1 tallero, 3 talleri, e niente di più. Lo stesso per i cavalli. Certo, quando c'è il mercato, mia mo­ glie va in città col tiro a quattro di morelli del Holstein; e i fini­ menti neri d'argento non stanno mica male ai due giovani leardi pomati, e il sauro e il baio filano bene quando hanno me in groppa. Ma credi che siano, senza eccezione, cavalli da sella e da vettura, sui quali pagare 15 talleri a capo? Niente affatto! I cavalli, lo sanno tutti, in primavera e per il raccolto mi servono; e siccome.l'editto (§II, 10c) non menziona i cavalli da lavoro, ecco che la pretesa schizza via da me, e non pago niente. Infine, le vetture. Certo, le due batarde inglesi che ho appena comprato, anche se ne facèio saltuariamente solo un uso locale, dovrò lasciarle tassare 8 talleri l'una. Ma il calesse e i tre barroc83

ci coperti su molle? Niente affatto! Il calesse, ho appena spac­ cato l'asse, o lo brucio o lo vendo; e i barrocci posso dimostrare che l'anno scorso ci ho fatto trasportare fieno e legnetta, dun­ que si tratta di carri agricoli e da trasporto. Pertanto, anche qui l'amaro calice dell'imposta sul lusso passa oltre da me. E in più delle batarde, resta solamente un calessino da caccia a due ruote, su cui pagare 5 talleri, posto che non ammonta di più (§II, lOd). Sta bene! Se i cittadini benestanti che la pensano così, fossero numero­ si, sarebbe meglio che non si emanassero né tasse sul lusso né tasse d'alcun altro genere. Infatti, è assolutamente lo stesso che uno stato composto da simili cittadini sussista oppure sia di­ sperso ai quattro venti dalle tempeste del nostro tempo. Per fortuna, però, non mancano nel paese uomini valorosi, capaci di sacrificarsi, e che comprendono l'urgenza del momento e l'opportunità dell'imposta sul lusso. Poiché la lettera sopra ri­ portata non può essere che il delirio d'una singola e isolata me­ diocrità, a giustificazione del suddetto provvedimento, voglia­ mo tentare la risposta che segue. Egregio signore! Se le autorità che hanno emanato l'imposta volessero essere severe con Lei, mediante un'ordinanza particolare La esente­ rebbero da essa. Farebbero affiggere il Suo nome in un luogo dove, prima o poi, Lei potesse leggerlo, con scritto sotto: que­ sto signore è esente dall'imposta. Siccome, pe,rò, mitezza e bon­ tà da tempo immemorabile caratterizzano tutti i nostri governi, l'unica misura, ritengo, che, in rapporto al Suo ambiente (am­ messo ne abbia uno) possa raggiungerLa, sarebbe: aumentare il numero dei funzionari in modo da intensificare i controlli e da obbligare al pagamento. A quel punto, come ben capisce, le spese causate da tale maggior carico dovrebbero venire addos­ sate all'imposta: invece di 10 talleri per dipendente, di 15 per cavallo, di 1 per cane, Lei verrebbe pertanto a pagare, rispetti­ vamente 12, 16, 3 talleri. Ho l'onore di essere il Suo Anonimo

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Corrispondenza da Berlino

Ieri, alle 4 del mattino, la salma di S.A. la defunta Regina 1 _ venne traslata privatamente da questo duomo, dove si trovava, a Charlottenburg, nella cappella costruita a tal fine. La bara, sormontata dalla corona come al momento della solenne inu­ mazione, dopo essere passata lungo 19 schieramento di guardie del corpo predisposto in chiesa, .fu deposta dai cerimonieri di corte sul carro furn�bre ad otto cavalli, in attesa davanti al porta­ le. S_ua Eccellenza il Governatore, conte von Kalkreuth, 2 gli ad­ dettl alla Camera della defunta Regina e altri dignitari presen­ _ Da qui il corteo, nella notte buia e poi an­ z1ava 1;10 la cer�mo�ia. , che piovosa, si avvio, scortato da una compagnia di fanteria del­ la G:ua:�ia, verso ,la por!a di Brandeburgo, procedendo lungo i filari di tigli,_ per I occasione illuminati entrambi; a fianco caval­ cavano, con fiaccole, uomini delle regie scuderie. Arrivato il corteo a Charlottenburg sul far dell'alba, si procedette all'inu­ mazione dell'augusta salma, e il prevosto signor Ribbeck 3 in presenza di S.M_. il Re venuto da Potsdam con gli augusti 'figli per la consacrazione della cappella destinata alla defunta Regi­ na, tenne un acconcio discorso. I teatri di Berlino rimasero chiusi per tutto il giorno, e l'intera Corte, al pari di parecchie al­ tre che avevano vivo in cuore il ricordo dell'eccellente Madre del paese, prese il lutto. Per il pubblico si dice verranno fissati dei giorni in cui sarà possibile visitare la cappella di Charlotten­ burg, dove riposano le amate spoglie della consorte del Sovrano. Richiesta

È innegabile che la comunità francese di questa capitale si di­ . stmgua per uno spirito di pietà e di devozione che ben vorrem­ mo �u?�ra:e alle comunità germaniche. Di conseguenza, anche nell _ imz�a�i�e ?enefi�he della colonia francese, e in genere in _ og�i attl vita d essa, _ si d�termma una gara esemplare tra grandi e piccoli_ per realizzare il bene ed il meglio. Non è mancato in tal modo d'avvenire, da un lato che la richiesta di eccellenti pre1 La consorte, popolare tra i berlinesi, di Federico Guglielmo III Luise (1776-1810)· ' · ' Kl�ist le aveva dedicato, in vita, un sonetto. Friedrich Adolph von Kalkreuth (1737-1818). 3 Ernst Friedrich Gabriel Ribbeck.

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dicatori da parte della comunità sia stata sempre soddisfatta, dall'altro che molti eminenti membri delle comunità germani­ che, per quanto concerne il servizio divino domenicale, si siano aggre,gati a quello francese. Al proposito vorremmo chiedere perché nella rubrica dome­ nicale Chiese del «Berliner Intelligenzblatt» non siano più ri­ portati, come un tempo, i nomi dei predicatori delle chiese francesi, mentre nello stesso periodico gli elenchi delle sedi di­ sponibili registrano le comunità francesi. Parecchi membri vo­ lontari di tale comunità, desiderosi d'ascoltare il successore del consigliere di stato Ancillon, 1 predicatore esimio, solo con dif­ ficoltà poterono venire a sapere che avrebbe predicato la matti­ na del primo giorno natalizio nella chiesa di Werder. Nota di calendario

10 marzo 18112 L'anno scorso non si ebbero eclissi di sole o di luna visibili: è perciò dopo un periodo insolitamente lungo che se ne verifica una, proprio nel giorno natalizio della nostra indimenticabile Regina. La luna, lasciando il segno della · Vergine, entrerà in eclissi alle sei del mattino ( ora medesima del suo tramonto), e tramonterà oscurata. Inoltre è domenica.

1 Louis Fréderic Ancillon (1740-1814). 2 Errore di stampa; la data esatta è 5 gennaio 1811.

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SAGGI

SAGGI

INTRODUZIONE

Del modo di trovare la sicura via della felicità e di goderla indisturbati� anche nelle maggiori calamità della vita. A Riihle [ von Lilienstern] 1 Noi vediamo i grandi della terra in possesso dei beni di que­ sto mondo. Essi vivono da signori, nell'abbondanza, i tesori dell'arte e della natura pare si radunino intorno a loro e per loro, perciò vengono detti favoriti dalla fortuna. Ma il malumo­ re intorbida i loro sguardi, il dolore sbianca le loro guance, l' af­ fanno parla da tutti i loro lineamenti! Per contro vediamo un povero bracciante che col sudore del volto acquista il suo pane; lo circondano miseria e povertà, in tutta la sua vita non ci sono che apprensioni, sgobbi, stenti. Ma i suoi occhi rivelano la soddisfazione, dal suo viso sorride la gioia, gaiezza e oblio circondano la sua persona. Ciò che gli uomini chiamano dunque felicità e infelicità, Lei lo vede bene, amico mio, - non lo è sempre: in tutti i favo­ reggiamenti della fortuna esteriore abbiamo infatti visto lacri­ me negli occhi del primo, e in tutte le trascuratezze di essa si è veduto un sorriso sul volto del secondo. Se quindi la norma della felicità si fonda con così esigua sicu­ rezza su cose esteriori, su che cosa si fonderà sicuramente e in­ variabilmente? Credo, amico mio, dove unicamente la si gode e se ne sénte la mancanza: nell'interno. In qualche parte della creazione deve avere il fondamento, la totalità delle cose deve conoscere le cause e le componenti 1 Otto August Riihle von Lilienstern (1780-1847), amico e compagno di reggimento di Kleist, che gli dedicò anche la perduta «Storia della mia vita».

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della felicità, poiché, amico mio, la divinità non illuderà la bra­ ma di felicità che lei stessa ha incancellabilmente suscitato nel­ l'anima nostra; non ingannerà la speranza con la quale accenna chiaramente a una felicità per noi possibile. Essere felici è infatti il primo di tutti i nostri desideri, quello che parla forte e vivacemen­ te da ogni vena e ogni nervo dell'essere nostro, che ci accompagna in tutto il corso della nostra vita, che c'era già oscuramente nel pri­ mo infantile pensiero della nostra anima e infine da vecchi porte­ remo con noi nella tomba. E dove può adempiersi questo deside­ rio, dove può avere il suo fondamento la felicità meglio che dove stanno gli strumenti del suo godimento, cioè i nostri sensi, ai quali si riferisce tutto il creato, e dove il mondo con i suoi immensi sti­ moli si ripete in breve? Essa soltanto è nostra proprietà, non dipende da condizioni esteriori, nessun tiranno ce la può rapire, nessun ribaldo turbarla, la portiamo con noi in tutti i continenti. Se la felicità dipendesse esclusivamente da circostanze esterne, se Lei, amico mio, me ne presentasse magari mille esempi: ciò che è in contrasto con la bontà e la sapienza di Dio non può essere vero. Tutti gli uomini sono ugualmente vicini al cuore di Dio, ma soltanto la più piccola minoranza è favorita dal destino, per la maggioranza i godimenti della felicità sarebbero quindi perduti da sempre. No, amico mio, Dio non può essere così ingiusto, deve esistere una felicità che si possa separare dalle circostanze esterne, tutti vi hanno ugualmente diritto, per tutti deve essere possibile in ugual misura. Non leghiamo dunque la felicità a circostanze esterne, dove sa­ rebbe sempre mutevole come il sostegno che la regge; uniamola piuttosto, come ricompensa e incoraggiamento, alla virtù: allora apparirà in forma più bella e su un terreno più fidato. Questa idea Le sembra vera in casi singoli e in determinate circostanze: lo è, amico mio, in tutti i casi, e io sono lieto fin da ora, perché La saprò convincere. Se Le presento la felicità come ricompensa della virtù, la prima apparirà, è vero, come scopo, la seconda come mezzo. Ma mi ac­ corgo che in questo senso la virtù non si presenta nel suo supremo e sublime ufficio, senza che io sappia indicare come sia possibile mutare questo rapporto: Può darsi che alcune poche anime belle siano portate ad amare (e ad esercitare) la virtù soltanto per amore della virtù stessa. Ma il cuore mi dice che l'attesa e la speranza di un'umana felicità, come pure la prospettiva di gioie virtuose, an-

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che se non proprio del tutto pure, non siano punibili o delittuose. Se la base è un interesse personale, questo è il più nobile che si possa immaginare perché è l'interesse della virtù stessa. E poi, amico mio, le due divinità si servono e sorreggono a vi­ cenda - la felicità come incoraggiamento alla virtù, la virtù come avviamento alla felicità - in modo tale che all'uomo può ben essere lecito di pensarle l'una accanto ali'altra, l'una dentro l'altra. Non ci può essere un migliore sprone alla virtù di quan­ to non sia la prospettiva di una felicità prossima né si può pen­ sare una via più bella e più nobile alla felicità che la via della vir­ tù. Ma non è soltanto la più bella e la più nobile - noi dimenti­ chiamo, amico mio, ciò che volevamo dimostrare: che è l'unica! Non abbia quindi riguardo di prendere la virtù per quello che è, vale a dire la guida dell'uomo sulla via della felicità. Sì, amico mio, soltanto la virtù rende felici. Ciò che gli stolti chiamano fe­ licità non è felicità, o insegna loro soltanto a dimenticare l'infe­ licità. Segua il ricco e onorato nella sua cameretta quando attac­ ca al letto onorificenze e nastri e veramente si considera uomo. Sì, lo segua nella solitudine: è la pietra di paragone della felici­ tà. Allora vedrà scorrere lacrime su guance pallide, udirà sospi­ ri levarsi dal petto commosso. Ecco, amico mio, la virtù, unica e sola;Ia virtù è la madre della felicità, e il migliore è il più felice. Lei mi sente discorrere tanto e così vivacemente della virtù, ma so che accompagna questa parola con un significato oscuro; mio caro, a me capita come a Lei, anche se ne parlo tanto. Mi appare come quel che di elevato, di sublime, di innominabile, per il quale cerco invano una parola onde esprimerlo col lin­ guaggio, una forma per poterlo esprimere con un'immagine. Eppure gli vado incontro con la più intima interiorità come se stesse chiaro e preciso davanti al mio spirito. Tutto quanto ne so è che certamente conterrà anche le idee imperfette, le sole che oggi sono capace di pensare; ma suppongo anche qualcosa di più, di più alto, di più sublime: che sarebbe appunto ciò che non riesco ad esprimere e formare. l'vti conforta però il ricordo di quanto più oscuro, più confu­ so di oggi sia stato in altri tempi nel mio spirito il concetto di virtù; e come a poco a poco, da quando ho cominciato a pensa­ re e .ad occuparmi della mia formazione, anche la mia immagine della virtù abbia acquistato in forma e presenza; perciò spero e credo che, come essa immagine viene man mano a chiarirsi nel91

la mia anima, anch'essa mi si presenterà in contorni sempre più distinti, e, quanto più acquista in verità, aumenterà le mie forze ed esalterà il mio volere. Se dovessi indicarle con singoli tratti la imprecisa idea che mi aleggia intorno come ideale della virtù nella visione di un sag­ gio, potrei soltanto radunare le qualità che talora trovo sparse in singoli uomini, e la cui comparsa mi commuove in modo par­ ticolare, p. es. nobiltà d'animo, filantropia, costanza, modestia, sobrietà ecc.: ma ciò, mio caro, non darebbe mai un quadro, e a Lei, come anche a me, rimarrebbe sempre un enigma, sempre privo di quell'importante parola che è la soluzione. Ma ponia­ mo che questi pochi tratti siano sufficienti, io già ora oso affer­ mare che, qualora, nel possibilmente perfetto sviluppo di tutte le nostre energie spirituali, facessimo mettere salde radici nel nostro intimo alle menzionate buone qualità, qualora, dico, nel­ la formazione del nostro giudi7io, nèll'aumento del nostro acu­ me mediante esperienze e studi di ogni genere, stabilissimo col tempo incrollabilmente e indelebilmente nei nostri cuori i fon­ damenti della nobiltà d'animo, della giustizia, della filantropia, della moderazione, della sobrietà ecc., in siffatte circostanze as­ serisco che non diventeremmo mai infelici. Io infatti chiamo felicità soltanto i godimenti pieni ed esube­ ranti che - per esporli a Lei con un sol tratto - consistono nella piacevole contemplazione della bellezza morale della nostra persona. Questi godimenti, la soddisfazione di noi stessi, la co­ scienza di buone azioni, il sentimento della nostra dignità riso­ lutamente affermata, in tutti i momenti della nostra vita, even­ tualmente contro mille attacchi e seduzioni, essi godimenti sono in grado di fissare una sicura, profondamente sentita, indi­ struttibile felicità, in tutte le esteriori circostanze della vita, an­ che quando siano apparentemente le più tristi. Lo so, Lei considera questo modo di pensare un espediente artificioso, e magari indovinato, di scacciare da filosofo le torbi­ de nubi del destino e di sognare lo splendore del sole in mezzo a tuoni e tempeste. Che Lei pensi così male di questa celeste forza dell'anima è un doppio guaio: in primo luogo Lei subi­ sce una perdita immensa, in secondo luogo è difficile, anzi impossibile, portar La a pensarne rneglio. Ma per Sua fortuna auguro e spero che il tempo e il Suo cuore possano donarle, in verità e profondità, ciò che mi animava nel momento in cui ne parlavo.

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L'effetto più alto e più utile che Lei attribuisce a questo modo di pensare, o, meglio, di sentire, è l'idea che esso possa ser­ vire a salvare l'uomo sotto il peso di una sorte avversa, dalla dispe­ razione; e Lei crede che, se anche la ragione e il cuore possono condurre un uomo a tal punto che egli, persino in circostanze esteriormente sfavorevoli, si senta felice, in condizioni esterior­ mente favorevoli debba sentirsi più felice. Contro di ciò, amico mio, non posso addurre nulla, perché sa­ rebbe una polemica vana e male intesa. La felicità della quale par­ lavo non dipende da circostanze esterne, ma accompagna chi la possiede con uguale vigore in tutte le condizioni della vita, e l'oc­ casione di svilupparne il godimento si trova e nelle carceri e sui troni. Sì, amico mio, persino in vincoli e catene, respinto nella notte del carcere più tenebroso, non crede, non sente che anche là il saggio virtuoso prova sentimenti straordinariamente deliziosi? Oh, la virtù contiene una forza segreta, divina, che solleva l'uo­ mo al di sopra della sua sorte, nelle sue lacrime maturano gioie più grandi, il suo stesso dolore alberga una nuova felicità. Essa somi­ glia al sole che non dipinge mai di rosse fiamme l'orizzonte divina­ mente bello come quando lo assediano notti temporalesche. Oh, amico mio, io vado in giro osservando e cercando parole e immagini che possano convincerLa di questa magnifica e beatifì­ cante verità. Soffermiamoci alla figura dell'innocente incatenato­ o meglio dia ancora un'occhiata, nel passato di duemila anni fa, a quell'ottimo e nobilissimo uomo che morì crocifìsso per il genere. umano: Cristo. Egli dormiva in mezzo ai suoi assassini, porse vo­ lontariamente le mani perché lo legassero, quelle care mani che fa­ cevano soltanto del bene, tant'è vero che si sentiva libero, più dei mostri che lo incatenavano, la sua anima era piena di conforto del quale poteva far partecipi i suoi amici; morendo perdonò ai suoi avversari, sorrise amorevolmente ai carnefici, tranquillo e sereno guardò in faccia la morte tremenda e orribile - ah, l'innocenza cammina serena per mondi in rovina. Nel suo petto deve aver al­ bergato un intero cielo di sentimenti, poiché «patire ingiustizie lu­ singa ruiime grandi». 1 Ora, amico, sono esausto, e ciò che potrei anche dire starebbe sbiadito e fiacco accanto a questa immagine. Perciò voglio crede­ re, mio caro amico, di averLa convinta che la virtù rende felice il 1 Citazione da Schiller, «Don Carlos», a.V., v. 2434.

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virtuoso persino nella sventura; e se intorno a questo soggetto devo dire ancora qualcosa, illumineremo quella felicità esteriore con la fiaccola della verità per i cui stimoli Lei dimostra un interes­ se così vivo. A giudicare dalla immagine della felicità interiore, il cui aspetto ci ha deliziato or ora, meritano forse le ricchezze, i beni, le onorifi­ cenze e gli altri fragili doni, del caro nome di felicità? La nostra lingua tedesca non è certo povera di sfumature, anzi vi trovo facil­ mente alcune parole adatte ad esprimere giustamente gli effetti di questi beni: divertimenti e benessere. In vista di questi piacevolis­ simi godimenti i favoriti della Fortuna sono certo più ricchi dei figliastri di lei, benché le sue più vantaggiose componenti siano la novità e l'avvicendamento, di modo che il povero e l'abbandonato non ne sia del tutto escluso. Anzi, io sono perfino propenso a credere che, in questo pun­ to, egli abbia un vantaggio sul ricco e onorato, in quanto il trop­ po frequente avvicendamento ottunde a quest'ultimo il senso del godimento, o egli arriva alla fìne della vicenda e incontra vuoti e lacune; l'altro invece fa economia di godimenti modera­ ti, gusta di rado, ma tanto più profondamente il fascino della novità, e non giunge mai alla fìne degli avvicendamenti, perché anche questi hanno una certa uniformità. Ma, sia pure, abbiano i grandi della terra, di fronte ai più me­ schini, il vantaggio di scialare e gozzovigliare, si offrano tutti i beni del mondo ai loro sensi avidi di piaceri, possano goderseli interamente; soltanto, amico mio, non vogliamo concedere loro il privilegio di essere felici, non devono poter controbilanciare • con l'oro gli affanni, quando li meritano. Vige una grande legge inesorabile per tutti i viventi, ad essa sono soggetti tanto il prin­ cipe quanto il mendicante. La virtù è seguita dalla ricompensa, il vizio dal castigo. Non c'è oro che seduca una coscienza indi­ gnata e se il sovrano vizioso seduce tutti gli sguardi, i volti, i di­ scorsi, quand'anche si appelli a tutte le arti della frivolezza come Medea 1 a tutti i profumi d'Arabia per levarsi il lurido odore; quand'anche aduni intorno a sé tutto il paradiso di Mao­ metto per distrarsi o stordirsi... è invano! La coscienza lo tortu­ ra e angoscia come il più insignificante dei suoi sudditi. Da questo massimo dei mali ci vogliamo proteggere, caro amico, e così ci proteggeremo da tutti gli altri; ma se, data la 1

Riferimento improprio; si tratta invece di Lady Macbeth, nel dramma di Shaj{espeare.

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nel 1798, un breve viaggio. 2 Nel XXIV libro dell' «Iliade».

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virtuoso persino nella sventura; e se intorno a questo soggetto devo dire ancora qualcosa, illumineremo quella felicità esteriore con la fiaccola della verità per i cui stimoli Lei dimostra un interes­ se così vivo. A giudicare dalla immagine della felicità interiore, il cui aspetto ci ha deliziato or ora, meritano forse le ricchezze, i beni, le onorifi­ cenze e gli altri fragili doni, del caro nome di felicità? La nostra lingua tedesca non è certo povera di sfumature, anzi vi trovo facil­ mente alcune parole adatte ad esprimere giustamente gli effetti di questi beni: divertimenti e benessere. In vista di questi piacevolis­ simi godimenti i favoriti della Fortuna sono certo più ricchi dei figliastri di lei, benché le sue più vantaggiose componenti siano la novità e l'avvicendamento, di modo che il povero e l'abbandonato non ne sia del tutto escluso. Anzi, io sono perfino propenso a credere che, in questo pun­ to, egli abbia un vantaggio sul ricco e onorato, in quanto il trop­ po frequente avvicendamento ottunde a quest'ultimo il senso del godimento, o egli arriva alla fìne della vicenda e incontra vuoti e lacune; l'altro invece fa economia di godimenti modera­ ti, gusta di rado, ma tanto più profondamente il fascino della novità, e non giunge mai alla fìne degli avvicendamenti, perché anche questi hanno una certa uniformità. Ma, sia pure, abbiano i grandi della terra, di fronte ai più me­ schini, il vantaggio di scialare e gozzovigliare, si offrano tutti i beni del mondo ai loro sensi avidi di piaceri, possano goderseli interamente; soltanto, amico mio, non vogliamo concedere loro il privilegio di essere felici, non devono poter controbilanciare • con l'oro gli affanni, quando li meritano. Vige una grande legge inesorabile per tutti i viventi, ad essa sono soggetti tanto il prin­ cipe quanto il mendicante. La virtù è seguita dalla ricompensa, il vizio dal castigo. Non c'è oro che seduca una coscienza indi­ gnata e se il sovrano vizioso seduce tutti gli sguardi, i volti, i di­ scorsi, quand'anche si appelli a tutte le arti della frivolezza come Medea 1 a tutti i profumi d'Arabia per levarsi il lurido odore; quand'anche aduni intorno a sé tutto il paradiso di Mao­ metto per distrarsi o stordirsi... è invano! La coscienza lo tortu­ ra e angoscia come il più insignificante dei suoi sudditi. Da questo massimo dei mali ci vogliamo proteggere, caro amico, e così ci proteggeremo da tutti gli altri; ma se, data la 1

Riferimento improprio; si tratta invece di Lady Macbeth, nel dramma di Shaj{espeare.

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sensualità della giovinezza, non possiamo fare a meno di desi­ derare, accanto ai godimenti della prima e suprema felicità inte­ riore, anche quelli dell'esteriore, cerchiamo di essere con questi godimenti almeno così parchi e modesti come si addice a disce­ poli della sapienza. E ora, caro amico, vorrei esporLe una dottrina, della quale il mio spirito è convinto anche se il cuore le contraddice di conti­ nuo. Questa dottrina, considerando le vie tra la più alta felicità e la massima infelicità, insegna a camminare per la via di mezzo e a non dirigere mai i nostri desideri verso le altezze vertiginose. Per quanto anche ora io sia contrario alle vie di mezzo d'ogni specie, perché una tendenza violenta per natura mi guida, intra­ vedo però che il tempo e l'esperienza mi persuaderanno un giorno •che esse sono tuttavia le migliori. Un motivo particolar­ mente importante per augurarci una felicità esteriore soltanto modesta, è che questa è realmente la più frequente nel mondo, dalla quale meno dovremmo temere di essere ingannati. Quanto poco sia piacevole trovarsi su alture straordinarie ho potuto notare sul Brocken. Non sorrida, amico mio, c'è una legge che vige ugualmente per il mondo morale come per quel­ lo fisico. La temperatura ali'altezza del trono è rigida, aspra e così poco adeguata alla natura dell'uomo come la vetta del Blocksberg, e la vista dall'uno è così poco gradevole come quel­ la dall'altro, perché la cima è troppo alta e la loro bellezza e il loro fascino sono troppo in basso. Con piacere molto maggiore ricordo invece la vista dalla media e moderata altezza del Regenstein 1 dove nessun velo copriva il paesaggio e il bel tappeto, nel suo complesso e nell'infinita varietà di particolari, si dispiegava davanti ai miei occhi. L'aria era mode­ rata, non calda e non fredda, proprio come ci vuole per respirare liberamente. Le scriverò l'idea che Omero si era fatta della felicità e dell'infelicità, anche se gliene ho già parlato un'altra volta. All'ingresso dell'Olimpo - così racconta 2 - ci sono due gran­ di recipienti, l'uno pieno di piaceri, l'altro pieno di privazioni. Chi riceve dagli dei una dose dal primo vaso e una dose uguale dal secc1ndo è più felice; chi riceve dosi disuguali è infelice; ma il più infelice di tutti è chi ne prende dà un vaso solo. 1 Cima dello Harz, di altezza molto inferiore a quella del Brocken (il Blocksberg) poco prima menzionato. Per la regione dello Harz, Kleist e Riihle avevano compiuto, nel 1798, un breve viaggio. 2 Nel XXIV libro dell' «Iliade».

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Dunque, piaceri e privazioni, questa sarebbe la norma della felicità esteriore e la via a uguale distanza da ricchezza e pover­ tà, da abbondanza e indigenza, da luce e oscurità, è la via di mezzo, che vogliamo percorrere. · Vero è che ora barcolliamo ancora per le strade irregolari, ma, amico mio, dato che siamo giovani, ci si può perdonare. l L'interno fermento di forze che agiscono l'una dentro al 'altra non concede alla nostra età la calma di pensare e agire. Non co­ nosciamo ancora la formula dello scongiuro; soltanto il tempo la porta con sé per placare e tranquillare le figure meravigliosa­ mente disuguali che frugano nel nostro intimo e lo sconvolgo­ no. E tutti i giovani, che vediamo intorno e accanto a noi, con noi condividono questo destino. Tutti i loro passi e movimenti sembrano soltanto l'effetto di un urto inavvertibile ma potente che li trascina con sé irresistibilmente. A me sembrano comete che in circoli irregolari percorrono l'universo finché trovano un'orbita e una legge del moto. Fino allora, mio caro, ci metteremo ad aspettare e sperare e cercheremo almeno di conservare ciò che di buono e di bello è dentro di noi. In particolare e per più che per questa meta, sarà bene per noi, specialmente per Lei, se della speranza faremo la nostra dea, perché sembra che il godimento ci sfugga. Infatti, mio caro, delle due divinità, una sorride sempre al­ l'uomo: a chi è lieto il Godimento, a chi è triste la Speranza. Si direbbe inoltre che la somma dei casi felici e degli infelici sia in complesso sempre uguale per ogni uomo; a questa osservazione chi non pensa a Policrate, 1 il tiranno di Siracusa, che la Fortuna • accompagnò ad ogni passo, che nessun desiderio, nessuna spe­ ranza mai tradì, cui il caso ridiede persino l'anello che egli ave­ va gettato in mare per fare alla disgrazia un sacrificio volonta­ rio. 2 Così il piatto della sua felicità si era abbassato di molto, ma la sorte lo riportò di botto in equilibrio e lo fece morire sul pati­ bolo. Spesso capita che un giovane scialacqui negli anni giova­ nili l'intera provvista di felicità nella sua vita e nella vecchiaia ne è privo; e siccome i Suoi giovani anni, anche più dei miei, sono trascorsi senza gioie, per quanto nutra una profonda nostalgia di gioia cerchi di continuare a sperare tempi migliori, poiché 1 Errore di Kleist: Policrate fu tiranno di Samo, non di Siracusa (dove regnò Dioni­ sio). Fondò un potente stato marittimo e una grande flotta. Con le ricchezze accumula­ te aiutò poeti e artisti. 2 È l'argomento della celebre ballata di Schiller, «L'anello di Policrate».

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oso pensare, con qualche, anzi con molta certezza, un awenire lieto e colmo di gioie. Ripensi, amico mio, ai nostri progetti bel­ li e splendidi, ai nostri viaggi. Quanto godimento ci offrono, anzi il più ricco, nei casi apparentemente meno favorevoli, per lo meno dopo di essi, mediante il ricordo. O dia un'occhiata al perfezionamento dei nostri viaggi e guardi se stesso, uomo arric­ chito di nozioni, formato nel cuore e ndlo spirito attraverso l'e­ sperienza e l'attività. La cultura infatti dev'essere la meta del nostro viaggio, meta che dobbiamo raggiungere, o il progetto è insensato come l'esecuzione inetta. Allora, caro amico, la terra diventerà la nostra patria e tutti gli uomini nostri compaesani. Noi potremo metterci e girarci dovunque vogliamo e sempre saremo felici. Anzi troveremo in parte la nostra felicità nel fondare quella altrui, e nel formare al­ tri come finora abbiamo formato noi stessi. Quante gioie non ci procura già la vera e giusta valutazio ne delle cose! Quante volte l'infelicità di un uo mo dipende soltan­ to dal fatto di aver attribuito alle cose effetti impossibili e dall'a­ ver tratto da certe situazioni falsi risultati, trovandosi ingannato nelle speranze. Sbaglieremo più di rado, caro amico, co mpren­ deremo allora i misteri del mondo fisico e morale, sin dove be­ ninteso sono coperti dal velo eterno; e ciò che, con l'acume del nostro spirito, ci aspettiamo dalla natura sarà certamente otte­ nuto. Anzi, in senso giusto, è addirittura possibile guidare il de­ stino, e se anche talvolta la grande ruota onnipotente ci trasci­ nerà via con sé, non per questo perderemo il senso di noi stessi, né la consapevolezza del nostro valore. E anche per questa via il savio 1 - come dice il poeta -Succhierà miele da ogni fiore. Egli conosce la grande circolazione delle cose, si rallegra pertant o anche della distruzione come della prosperità, perché sa che essa contiene il germe di nuove e più belle configurazioni. E ora, amico . mio , ancora qualche parola a proposito di un male che, con mio dispiacere, mi è pars o di scoprire in germe nel Su o spirito. Senza cause, a Lei stesso inspiegabili, senza esperienze particolarmente brutte, e forse anche senza conosce­ re un uomo interamente cattivo, pare che Lei abbia in odio e scansi gli uomini. Alla Sua età, mio caro, questo è un grosso guaio, perché fa sen­ tire la mancanza di collegamento col prossimo e del bisogno di 1

Il savio è il filosofo Epicuro, il poeta, Lucrezio.

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soccorrerlo. Non creda, amico, che questo sentimento sia un trat­ to fondamentale della Sua anima, perché distruggerebbe la spe. ranza del Suo perfetto sviluppo, alla quale le Sue inclinazioni ci autorizzano, e deformerebbe inevitabilmente il Suo carattere. Pre­ ferisco credere, come appare in specie dai Suoi discorsi, che_ si tratti di una delle strane sensazioni che non dovrebbero carattenz­ zare nessun'anima umana, men che meno la Sua; quelle sensazio­ ni che Lei, sotto la spinta di qualche spirito di stravaganza e di contraddizione, sedotto da uno stimolo, in Lei evidente, di distin­ guersi, ha trapiantato soltanto con arte e sforzi nella sua anima. I trapianti in genere non vanno bene, perché turbano sempre la bellezza del singolo e l'ordine dell'insieme. Il trapianto di frutti meridionali in paesi nordici si può ancora capire: il clima sterile può magari giustificare gl'infelici abitanti e la loro intro­ missione nell'ordine delle cose; ma l'idea di trapiantare gli stor­ pi prodotti del Nord, privi di forza e succo, nel rigoglioso clima meridionale: qui, mio caro, s'impone subito la domanda: a che scopo? Lo può giustificare dunque soltanto il possibile vantaggi oMa per quanto io pensi e rifletta, il mio spirito non trova nemmeno l'ombra di un vantaggio, trova invece eserciti di guai. So e Lei me l'ha detto più volte, che sente di possedere un vivac� impulso ali'attività. Lei desidera rendere, un giorno, molto e grandi cose. È molto bello, amico mio, è degno del Suo intelletto, anche il Suo campo d'azione si troverà, i concetti re­ lativi di grande e piccolo saranno stabiliti dal tempo. Ma qui cozzo subito contro un'enorme contraddizione che non so risolvere se non cancellando, ad onor Suo, dal Suo pen­ siero la sensazione di odio contro gli uomini. Se infatti vuol la­ vorare e agire, se vuol sacrificare la Sua esistenza per l'esi�tenza altrui, se vuole, dirò così, moltiplicare per mille la Sua vita, se vuol raccogliere per altri e per altri sacrificare energie, tempo e vita, ... a chi potrà offrire questo prezioso sacrificio se non a chi è più caro e più vicino al suo cuore? . . . Vede, amico mio, l'attività esige un sacrificio, il sacrificio esi­ ge amore, e così l'attività deve fondarsi sulla vera e fervida filan­ tropia, altrimenti sarebbe egoista e vorrebbe lavorare soltanto per sé. . . . . ., . hé, amico mio, cio ehe potrei dirLe Qui vorrei chiudere, pere per combattere la misantropia, se fosse davvero così infelice da tenerla nel Suo petto, mi diventa, solo all'idea di questo brutto

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e abominevole sentimento, così antipatico da muovere a sdegno tutto l'essere mio. Misantropia! Un odio contro l'intero genere umano! Dio, è possibile che un cuore umano sia così largo da contenere un odio così vasto? E tra gli uomini non c'è più niente di amabile? E non ci sono più virtù fra loro, niente giustizia, niente beneficienza, niente modestia nella fortuna, niente grandezza e perseveranza nella disgrazia? Non si trovano più padri onesti, madri tenere, figlie pie? Non la commuove la vista d'un paziente rassegnato? d'un anonimo benefattore?. non la scoperta d'una bella innocenza sofferente? d'una innocenza trionfante? E se in tutto il mondo si trovasse un solo virtuoso, questo unico compensa tutto un in­ ferno di malfattori, e per amore di quest'unico... non si può cer­ to odiare l'intera umanità. No, caro amico, il nostro comune te­ nore di vita espone soltanto il lato esterno delle cose, solo effetti forti e violenti attraggono il nostro sguardo, quelli modesti ci sfuggono nel tumulto delle cose. Quanti padri stentano la vita e pensano al benessere dei figli, quante figlie pregano e lavorano per i genitori poveri e malati, quanti sacrifici si fanno e si com­ piono in silenzio, quante mani benefiche operano nelle tene­ bre! Ma gli atti buoni e nobili provocano soltanto impressioni blande, mentre l'uomo ama le violente, egli si compiace del­ l'ammirazione e dell'estasi, e proprio nelle cose grandi e smisu­ rate gli uomini non sono forti. E poi, se Lei cerca proprio so­ prattutto le impressioni del grande e dello smisurato, allora si può provvedere anche a questi godimenti, anche per questo si trova materia nella cerchia delle cose. Le consiglio perciò ancora una volta di attenersi alla Storia, non come studio ma come lettura. Può darsi che la grande allu­ vione di romanzi che, come Lei stesso ha detto, ha messo sot­ t'acqua (scusi la volgarità della frase) anche la Sua fantasia, può darsi che questa lettura troppo frequente sia colpevole della sensazione di odio contro l'umanità, sensazione che così diver­ sa ed estranea viene a trovarsi accanto alle altre Sue sensazioni. Un cuore buono e leggero si eleva volentieri in questi mondi fantastici, la vista di ideali così perfetti lo esalta, e se a un certo punto uno sguardo oltrepassa il libro, la magia scompare, la magra realtà lo circonda, e invece dei suoi ideali gli ghigna in faccia un viso qualunque. Allora noi ci diamo da fare con pro­ getti per realizzare questi sogni, talvolta tanto più profonda­ mente, quanto meno noi stessi vi contribuiamo col nostro com-

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portamento, e allora troviamo gli uomini troppo inetti per il no­ stro sentire, e così nasce la prima sensazione di indifferenza e disprezzo per loro. Quanto invece è diversa, amico mio, la Storia! Essa è la fede­ le esposizione di ciò che è avvenuto tra gli uomini di tutti i tem­ pi. Qui nessuno ha aggiunto né tolto nulla, non vi troviamo ideali fantastici, né poemi, ma soltanto vera e arida storia. Ep­ pure, mio caro, vi s'incontrano magnifici ritratti di uomini gran­ di e sublimi, uomini come Socrate e Cristo, la cui vita fu tutta virtù, gesta come quelle di Leonida, Regolo, e gli innumerevoli greci e romani che raggiunsero e superarono tutto quanto la fantasia può inventare. Qui possiamo vedere realmente a quali altezze l'uomo può innalzarsi, quanto riesca a stare vicino alla divinità. Ciò può e deve empire Lei di ammirazione ed entusia­ smo, ma deve anche infonderle amore per la stirpe della quale quelli furono l'orgoglio; amore per la grande specie alla quale appartennero, il cui valore è stato, con la loro comparsa, infini­ tamente innalzato e nobilitato. In questo istante Lei si guarda forse intorno tra i popoli della terra, e cerca invano un Socrate, un Cristo, e Leonida e Regolo ecc. Non si sconcerti, caro amico! Costoro furono tutti uomini grandi, rari, ma se noi lo sappiamo, se divennero tanto famosi, lo devono al caso che seppe foggiare la loro vita in modo così felice da farne emergere la bellezza come un sole. Senza Melito e senza Erode tanto Socrate quanto Cristo ci sarebbero forse rimasti ignoti, eppure non meno grandi e subli­ mi. Se dunque in questo tempo Lei non incontra nessuna per• sona così degna di ammirazione... non posso che augurarle di non pensare che gli uomini siano scesi dalla loro altezza; ma, a quanto pare, c'è una legge in vigore per l'umanità, la quale in complesso resta in ogni epoca sempre uguale, per quanto spes­ so i popoli possano mutare figura e forma. Per tutte queste ragioni, mio caro amico, se il brutto e sciagu­ rato odio dovesse albergare davvero nel Suo petto, odio ingiu­ stificato, come Le po dimostrato, lo scacci via e lasci il posto al­ l'amore e alla benevolenza. Oh, è così insulso e triste odiare e temere, così dolce e gioioso amare e aver fiducia. In verità, ami­ co mio, senza filantropia la felicità non è possibile, e un essere così privo d'amore come il misantropo non la merita. Un'altra cosa ancora, mio caro; senza filantropia è mai possi­ bile quella cultura alla quale tendiamo con tutte le nostre forze? 100

Tutte le virtù riguardano gli uomini, e sono virtù solo in quanto siano loro utili; magnanimità, modestia, beneficienza, tutte queste virtù contengono una domanda: verso chi? per chi? a qual fine? E c'è sempre una risposta che s'impone: per gli uo­ mini e il loro vantaggio. Particolarmente giovevole sarà il viaggio da noi progettato per farle notare gli uomini da un lato molto amabile. lo ne at­ tendo e spero mille influssi benefici, ma in particolare per Lei quello appena nominato. La qualità del nostro viaggio ci procu­ ra un felice rapporto con gli uomini. Essi non adempiono che malvolentieri quanto da loro si pretende, ma tanto più volentie­ ri perciò realizzano quanto da loro si spera in silenziò. Già nella nostra breve camminata per lo Harz abbiamo fatto di frequente questa lieta esperienza. Ogni qualvolta, stanchi e sfiniti dal viaggio, entravamo in una casa e chiedevamo al pros­ simo un sorso d'aéqua, quella brava gente ci porgeva birra o lat­ te e si rifiutava di accettare un compenso. Oppure interrompe­ vano spontaneamente il lavoro e gli affari per accompagnarci, smarriti com'eravamo, sulla giusta via, ancorché lontana. Siffat­ ti silenziosi desideri sono sentiti spesso, e anche appagati, senza rumore o pretese, e pagati con una stretta di mano, perché le . virtù sociali sono proprio quelle di cui tutti hanno bisogno nel momento della necessità. Ma, s'intende, non è lecito e non si devono chiedere grandi sacrifici. [Sull'istruzione della donna]

[Per Wilhelmine von Zenge] 1 Ogni autentica istruzione della donna consiste in fin dei con­ ti, mia cara amica, in questo: nel poter riflettere ragionevolmente sulla destinazione della sua vita terrena. Il riflettere sulla destinazione della nostra esistenza eterna, l'indagare se il godimento della felicità (come pensava Epicu­ ro), o ,il raggiungimento della perfezione (come credeva Leib­ niz), o l'adempimento dell'arido dovere (come assicurava Kant) sia il fine ultimo dell'uomo, questo, cara amica, è sterile e spes1 Wilhelmine von Zenge (1780-1852), figlia di un ufficiale, per due anni fidanzata con Kleist, restò con lui in rapporto amichevole anche dopo il suo matrimonio con W.T. Krug, successore di Kant sulla cattedra di Konigsberg.

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so rovinoso anche per i maschi. Costoro seguono il malvezzo che io stesso seguii quando mentalmente mi trasferii da Franco­ forte a Stralsund e da Stralsund sempre mentalmente di nuovo a Francoforte. Essi vivono nel futuro e dimenticano ciò che il present� esige da loro. Giudica tu stessa: come possiamo noi, esseri limitati che del1'eternità abbracciamo con lo sguardo un brano così infinita� mente piccolo, cioè la spanna della nostra vita terrena, come possiamo presumere di sondare a fondo il piano che la natura ha delineato? E se ciò non è possibile, come può una giusta di­ vinità pretendere che noi si intervenga nel suo piano eterno, se non siamo nemmeno in grado di pensarlo? Ma la destinazione della nostra esistenza terrena la possiamo indubbiamente scoprire, e che la si adempia, la divinità può certo e a buon diritto esigere. Può darsi, cara amica, che in questo punto la tua religione mi contraddica e ti comandi di far qualche cosa anche per la tua vita futura. Tu avrai certamente motivi in favore della tua fede come io ne ho per la mia; perciò non temo che questo piccolo dissidio religioso debba pregiudicare granché il nostro amore. Dovunque la ragione abbia il predominio, anche le opinioni si tollerano facilmente: e siccome la tolleranza religiosa è già di­ ventata una virtù di interi popoli, non sarà, penso, molto diffici­ le che la sopportazione regni in due cuori innamorati. Se tu dunque, a causa degli influssi della tua precedente edu­ cazione, ti sentissi spinta dall'osservanza di cerimonie religiose a fare qualcosa anche per la tua vita eterna, io non farei altro • che awisarti a non trascurare per ciò la tua vita terrena. Poichè con troppa faciloneria si crede di aver fatto tutto quando si osservano le serie consuetudini della religione, quan­ do si va assiduamente in chiesa, si prega ogni giorno, si fa la co­ munione due volte l'anno. Eppure tutti questi sono soltanto indizi di un sentimento che può esprimersi anche in modi del tutto diversi: con il medesimo sentimento infatti col quale tu prendi il pane dell'eucarestia dalle mani del sacerdote, con lo stesso sentimento, dico, il mes­ sicano strozza il fratello davanti all'altare del suo idolo. Con ciò voglio soltanto farti .notare che tutte queste usanze religiose non sono che precetti umani che in tutti i tempi erano diversi e diversi sono anche in questo momento in tutti i luoghi della terra. L'essenza della religione non può dunque essere 102

questa, perché altrimenti sarebbe molto fluttuante e incerta. Chi ci garantisce che tra breve non sorga in mezzo a noi un se­ condo Lutero, a buttare per aria ciò che quegli edificò. Ma in noi arde un precetto, il quale deve essere divino, perché è eter­ no e universale. Eccolo: adempi il tuo dovere! Parole che con­ tengono le dottrine di tutte le religioni. Tutti gli altri comandamenti derivan.o da questo e in questo hanno il loro fondamento, o non vi sono compresi, e allora sono sterili e inutili. Che ci sia un Dio, una vita eterna, una ricompensa per la vir­ tù, un castigo per il vizio: sono tutte tesi che non hanno un fon­ damento in quello: ne possiamo quindi fare a meno secondo il volere della divinità stessa, perché questa non ci ha concesso la possibilità di comprenderla e intenderla. Se il pensiero di Dio e dell'immortalità non fossero altro che un sogno, tu cesseresti forse di fare ciò che è giusto? lo no. Per la mia onestà non ho quindi bisogno di queste afferma­ zioni; ma talvolta, quando ho adempiuto il mio dovere, mi per­ metto, con tacita speranza, di pensare a una divinità che mi vede, a una lieta eternità che mi aspetta; da entrambe mi sento attratto con la mia fede, che il cuore mi assicura e il raziocinio mi conferma più di quanto contraddica. Ma questa fede sia errata o no, poco importa, un awenire mi aspetti o no, poco importa. lo adempio il mio dovere per questa vita, e se mi chiedi perché, la risposta è facile: appunto perché è il mio dovere. lo mi limito quindi, con la mia attività, interamente a questa vita sulla terra. Non voglio occuparmi della mia destinazione dopo la morte, per il timore di trascurare la mia destinazione per questa vita. Non temo l'infernale punizione del futuro, per­ ché temo la mia coscienza, e non faccio assegnamento su un compenso al di là della tomba, perché me lo posso acquistare già di qua. D'altronde son convinto di appartenere al grande eterno pia­ no della natura, pur di occupare per intero il posto che mi ha assegnato su questa terra. Non per nulla mi ha destinato questa presente cerchia di attività, e quando fo la trascuri sognando e indaghi quella futura... l'avvenire non è forse un presente in arri­ vo, e dovrei perdere sognando anche questo presente? Ma ritorniamo al mio tema. Ti ho. presentato questi pensieri soltanto affinché tu li esamini. Mi sento più tranquillo e sicuro

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se tengo lontana da me l'idea dell'oscura destinazione dell'av­ venire e mi attengo alla certa e univoca destinazione di questa vita terrena. Ad�sso vorrei ancora delucidarti il mio pensiero principale. Destinazione della nostra vita terrena significa scopo di essa o intenzione per la quale Dio ci ha messi su questa terra. Rifletter­ vi razionalmente non vuol dire soltanto conoscere con chiarezza questo scopo, ma scoprire anche, in tutte le circostanze della nostra vita, i mezzi più opportuni per raggiungerlo. Questa, dicevo, sarebbe tutta la vera istruzione della donna e l'unica filosofia che a lei si addica. La tua destinazione, cara amica, o in genere la destinazione della donna, è fuori da ogni dubbio e manifesta, poiché quale potrebbe essere se non quella di diventare madre e di educare alla terra uomini virtuosi? E beate voi che avete una destinazione semplice e limitata! Mediante voi la natura vuole soltanto raggiungere i suoi fini, mediante noi maschi anche lo stato i suoi, e di qui si sviluppano spesso le più funeste contraddizioni. Sulla graduale produzione dei pensieri in chi parla

A R[iihle) v[on) L[ilienstern) Quando vuoi sapere qualcosa e non riesci a trovarla con la meditazione, ti consiglio, mio caro, assennato amico, di parlar­ ne col primo conoscente nel quale ti imbatti. Non occorre pro• prio che sia una testa dal pensiero acuto, né voglio dire che tu debba interrogarlo in proposito: no! Devi invece cominciare a parlargliene tu. Vedo che spalanchi gli occhi e mi rispondi che negli anni giovanili ti si consigliò di non parlare se non di cose che capisci già. Ma allora parlavi probabilmente con l'imperti­ nenza di erudire altri, io voglio invece che tu parli con la ragio­ nevole intenzione di istruire te, e così le due norme di saggezza potrebbero, per casi diversi in modo diverso, star bene l'una ac­ canto all'altra. Il francese dice: l'appétit vien! en mangeant, e questa affermazione empirica resta vera quando se ne fa la pa­ rodia dicendo che l'idée vient en parlant. Spesso sto seduto alla mia scrivania, in ufficio, davanti a un mucchio di pratiche, e in una causa complicata vado cercando sotto quale aspetto la si potrebbe giudicare. Allora guardo di solito la luce, cioè il punto

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più chiaro, nello sforzo, in cui versa tutto l'essere mio, di ar­ rivare alla chiarezza. Oppure se incontro un quesito di alge­ bra, cerco il primo spunto, l'equazione, che esprime i rap­ porti dati, e in base alla quale è poi facile trovare mediante calcolo la soluzione. Ed ecco, quando ne parlo con mia sorel­ la che lavora seduta dietro di me, vengo a sapere ciò che non avrei forse ottenuto con ore e ore di meditazione. Non che me lo dica nel vero significato della parola; non conosce infat­ ti il codice, né ha studiato }'Eulero o il Kastner. E non che con abili domande mi conduca al punto che importa, anche se ciò può avvenire spesse volte. Ma siccome ho una pallida idea che da lontano pur si collega con quello che cerco, ecco che, purché io parta risolutamente da qui, l'animo, mentre il discorso procede, nella necessità di trovare al principio an­ che una fine, porta quell'idea confusa alla perfetta chiarezza, di maniera che, con mio stupore, il conoscimento si compie col periodo. Io vi mescolo suoni inarticolati, tiro in lungo le congiunzioni, introduco talvolta un'apposizione dove non sarebbe necessario, e mi servo di altri accorgimenti che allun­ ghino il discorso, per guadagnare il tempo debito alla costru­ zione della mia idea nell'officina della ragione. E in questo caso niente mi è così vantaggioso quanto un gesto di mia so­ rella come se volesse interrompermi; infatti il mio animo, già per sé affaticato, con questo esterno tentativo di strappargli il discorso nel cui possesso si trova, viene ancora più eccitato, e teso nella sua capacità come un grande generale quando le cir"costanze urgono, di un grado più in sù. In questo senso riesco a capire quanto potesse essere utile a Molière la sua ca­ meriera; egli cioè, come asserisce, la considerava capace di un giudizio che poteva rettificare il proprio, ci troviamo di fronte a una modestia che non credo sia esistita nel suo petto. Chi parla ha una singolare fonte di entusiasmo in un viso umano che gli sta innanzi; e uno sguardo che ci annuncia per già compreso un pensiero espresso per metà ci dona spesso l'espressione di tutta l'altra metà. Credo che qualche grande oratc1te, nel momento in cui apriva bocca, non sapesse anco­ ra che cosa avrebbe detto. Ma la convinzione che avrebbe at­ tinto la quantità di pensieri a lui necessaria già dalle circo­ stanze e dalla risultante eccitazione dell'animo suo, lo rende­ va .abbastanza ardito da cominciare a tutto rischio. Mi viene in mente la famosa «folgore» con la quale Mirabeau sbrigò il

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maestro delle cerimonie che - sciolta l'ultima seduta del re come monarca il 23 giugno, 1 nella quale quest'ultimo aveva co­ mandato agli Stati generali di separarsi - ritornò nella sala delle sedute dove gli Stati indugiavano ancora, e chiese loro se aveva­ no inteso ordine del re. «Sì» rispose Mirabeau, «abbiamo inte­ so l'ordine del re». Sono sicuro che con questo inizio umano non pensava ancora alle baionette, con le quali conchiuse: «Sì signore,» ripeté, «lo abbiamo udito.» Si vede che non sapeva ancora che cosa volesse. «Ma che cosa vi autorizza» continuò, e in quel momento, all'improvviso, gli si apre una sorgente di grandiose idee, «a ricordarci qui degli ordini? Noi siamo i rap­ presentanti della nazione.» Ecco che cosa gli occorreva, «La na­ zione dà ordini, non ne riceve», e si slancia alla vetta della teme­ rità. «E per parlarvi con perfetta chiarezza», e qui soltanto tro­ va tutta la resistenza di cui è corazzata l'anima sua, «dite al vo­ stro re che non abbandoneremo i nostri posti se non alla violen­ za delle baionette». Dopo di che, contento di se stesso, si sedet­ te su una seggiola. Se pensiamo al maestro delle cerimonie, non possiamo figurarcelo, a quella scena, altro che in una completa bancarotta spirituale; secondo una legge simile a quella che vuole che un corpo il cui stato elettrico è uguale a zero, se capi­ ta nell'atmosfera d'un corpo elettrizzato, vi susciti subito l'elet­ tricità opposta. E come nel corpo elettrizzato, dopo un'azione reciproca, il grado di elettricità intrinseca viene rafforzato, così il coraggio del nostro oratore, distrutto l'avversario, passò al più temerario entusiasmo. Può darsi che in tal modo il guizzo del labbro superiore o un ambiguo gioco col polsino abbiano provocato in Francia il rivolgimento dell'ordine delle cose. Si legge che Mirabeau, appena il maestro delle cerimonie si fu al­ lontanato, si alzò e propose 1) di costituirsi subito in assemblea nazionale 2) come tale, inviolabile. Dopo essersi infatti scarica­ to, simile a una bottiglia kleistiana, 2 era ridiventato neutro e ri­ tornato dalla temerarietà all'improvvisa paura dello Chatelet 3 e alla prudenza. È, questa, una notevole concordanza fra i fenomeni del mon­ do fisico e di quello morale, che volendola seguire darebbe, an­ che nelle circostanze secondarie, buoni risultati.

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I 1789. Condensatore, inventato nel 1745 da Ewald Georg von Kleist, detto oggi comune­ mente «bottiglia di Leida». 3 Era a suo tempo il tribunale di Parigi. 2

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Ma ora lascio il mio paragone e ritorno ali'argomento. Anche La Fontaine, nella favola Les animaux malades de la peste, dove la volpe è costretta a fare un'apologia al leone, senza sapere dove prendere la necessaria materia, presenta un singo­ lare esempio di graduale produzione del pensiero da un inizio dettato dalla necessità. È una favola nota. Nel regno animale infierisce la peste, il leone convoca i grandi del regno e comuni­ ca loro che è necessario sacrificare una vittima al Cielo, se lo si vuol placare; nel popolo, dice, ci sono molti peccatori, la morte del più grande deve salvare gli altri; confessino dunque sincera­ mente i loro trascorsi. Per parte sua confessa che, sotto la spinta della fame, ha fatto la festa a qualche pecora; e così al cane, quando gli andò troppo vicino; gli è persino capitato, in mo­ menti di ghiottoneria, di divorare anche il pastore. Se nessuno si è reso colpevole di maggiori debolezze, è pronto a morire. «Sire» dice la volpe, desiderosa di scansare il temporale. «Voi siete troppo magnanimo. Il vostro nobile zelo vi porta troppo oltre. Che conta strozzare una pecora? Oppure un cane, inde­ gna bestiaccia?» E «quant au berger» - continua, poiché questo è il punto più grave - «on peut dire» (e non sa ancora che cosa dire) «qu' il méritoit tout male» esclama a rischio; e così lui è coinvolto; «étant,» brutta frase che però le fornisce tempo, «de ces gens là» e ora trova il pensiero che la trae d'impaccio: «qui sur les animaux se font un chimérique empire>> e ora dimostra che l'asino, avido di sangue (divora tutte le erbe) è la vittima più opportuna, dopo di che tutti gli saltano addosso e lo fanno a pezzi. Parlare così è veramente un pensare ad alta voce. Le file delle idee e del loro nome procedono di pari passo e gli atti psi­ chici per l'una cosa e per l'altra sono congruenti. La lingua non è più un impaccio, come ad esempio un cuneo, alla ruota dello spirito, ma una seconda ruota al suo asse, che con quella corre parallela. Un fatto ben diverso si ha quando lo spirito, prima di qualsiasi discorso, ha già il pensiero pronto. Allora infatti, nella semplice espressione, deve restare indietro, e questa bisogna, ben lontana dall'eccitarlo, non ha invece altro effetto che quello di distoglierlo dalla sua agitazione. Perciò, se un'idea è espressa in maniera confusa, non è detto ancora èhe sia stata anche pen­ sata in modo confuso; potrebbe invece darsi che proprio le più confuse siano pensate più chiaramente. Si vedono spesso, in una società dove una vivace conversazione provoca una conti­ nuata fecondazione degli animi con idee, persone che, reputan107

dosi. padrone della lingua, si tengono di norma in disparte, im­ provvisamente, con un movimento guizzante, infiammarsi, ag­ guantare la lingua e mettere al mondo qualcosa di incomprensi­ bile. Anzi, avendo attirato l'attenzione di tutti i presenti, sem­ bra che con gesti imbarazzati accennino a non sapere essi stessi che cosa volevano dire. È probabile che costoro abbiano pensa­ to qualcosa di indovinato, e ben chiaramente. Ma l'improvviso cambio di argomento, il passaggio del loro spirito dal pensare ali'esprimere, ha fatto ricadere tutta la eccitazione necessaria a trattenere il pensiero, come era richiesta per produrlo. In tali casi è indispensabile avere facilmente il linguaggio a portata di mano, affinché ciò che abbiamo pensato contemporaneamente, ma non siamo in grado di dire contemporaneamente, si susse­ gua almeno con la massima rapidità possibile. In genere, chiun­ que, a parità di chiarezza, parli più velocemente dell'avversario, avrà un vantaggio su di lui, perché, possiamo dire, porta in campo più truppe di lui. Quanto sia necessaria una certa eccita­ zione dell'animo, anche soltanto per produrre di nuovo idee che abbiamo già avuto, appare spesso quando cervelli aperti e istruiti vengono esaminati e si presentano loro, senza precedente introduzione, domande come queste: che cosa è lo stato? op­ pure: che cosa è la proprietà, o simili. Se questi giovani si fosse­ ro già intrattenuti a lungo sul concetto di stato, o di proprietà, avrebbero facilmente trovato la definizione attraverso il con­ fronto, l'astrazione e il riassunto dei concetti. Ma dove questa preparazione dell'animo manca del tutto, si vede che ristagna, e soltanto un esaminatore dissennato ne dedurrà che essi non 'Sanno. Poiché non siamo noi a sapere, ma una certa nostra con­ dizione è quella che sa. Soltanto spiriti banali, persone che ieri hanno imparato a memoria che cosa sia lo stato, e oggi l'hanno già dimenticato, avranno qui la risposta pronta. Non esiste, in genere, un'occasione peggiore di mostrarsi da un lato favorevo­ le di quanto non sia un esame pubblico. Prescindendo dal fatto che è già antipatico e lesivo della delicatezza d'animo, e si è sti­ molati a mostrarsi renitenti, quando un siffatto cavallaro erudi­ to ci passa allo staccio in cerca di nozioni, per comprarci qualo­ ra siano cinque o sei, o per farci ritirare; è molto difficile sonare un animo umano e ricavarne il·suo suono peculiare; si scorda in mani inabili così facilmente che persino il più esperto conosci­ tore di uomini, versato, nel modo più magistrale, in quell'arte che Kant chiamava l'ostetricia dei pensieri, potrebbe prendere

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qualche granchio se non conosce il puerpero. Ciò che a siffat­ ti giovani, anche ai più ignoranti, procura nella maggior parte dei casi un buon attestato, è la circostanza che gli animi degli esaminatori, quando l'esame sia pubblico, sono troppo imba­ razzati per poter formulare un giudizio libero. Spesso infatti sentono non solo l'indecenza di tutto questo procedimento; ci si vergognerebbe già a pretendere che qualcuno vuoti da­ vanti a noi la borsa dei soldi, e meno ancora l'anima; ma è il loro proprio intelletto che deve qui passare un'ispezione pe­ ricolosa, e spesso dovrebbero ringraziare il loro Dio se pos­ sono uscire dall'esame senza aver rivelato mancanze, più di­ sonorevoli forse di quelle del giovane da loro esaminato, ap­ pena uscito dall'università. Favole l) I cani e l'uccello

Due onesti cani da penna, che, fatti scaltri alla scuola della fame, ghermivano tutto quanto appariva al livello del suolo, incontrarono un uccello. Questo, imbarazzato perchè non si trovava nel suo elemento, si scansava saltarellando ora di qua, ora di là, e i suoi avversari erano già trionfanti; ma poco dopo, messo alle strette con troppo impeto, aprì le ali e si lan­ ciò nell'aria; quelli restarono lì di stucco, eroi dei pascoli, e ritirata la coda stettero a guardarlo. 2) Favola senza morale

Avessi te, disse l'uomo a un cavallo che gli stava dinnanzi con sella e morso, e non voleva lasciarlo montare; avessi te come quando, maleducato figlio della Natura, venisti dalle foreste! lo ti vorrei guidare, a correre leggero come un uccel­ lo per monti e valli, a mio piacimento, ed entrambi, tu e io, staremmo bene. Ma ora ti hanno insegnato le arti, delle quali, nudo c6me sto davanti a te, non so niente, e dovrei entrare con te nel maneggio, dal quale Dio mi guardi, se volessimo intenderci.

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Preghiera di Zoroastro (Da un manoscritto indiano, trovato da un viaggiatore nelle rovine di Palmira) Dio, padre mio nel cielo! Tu hai destinato all'uomo una vita così libera, magnifica e rigogliosa. Forze infinite, divine e animali, concordano nel suo petto per renderlo re della terra. Tuttavia, so­ praffatto da spiriti invisibili, è ridotto, in maniera stupefacente e incomprensibile, in vincoli e catene; abbagliato dall'errore, lascia da parte le cose più alte, e va in giro, come fosse colpito dalla ceci­ tà, fra miserie e nullità. Anzi, si compiace delle sue condizioni; e se non fossero i tempi passati e i canti divini, che ce ne informano, non potremmo neanche immaginare da quali vette, Signore! l'uo­ mo può guardare intorno a sè. Di quando in quando fai cadere la benda dagli occhi di uno dei tuoi servi che ti sei scelto, affinchè abbracci con lo sguardo le stoltezze e gli errori della sua stirpe: tu gli fornisci la faretra del discorso, perchè vada in mezzo a loro im­ pavido e amorevole e con le frecce li svegli, ora brusco, ora lieve, dalla strana sonnolenza nella quale sono immersi. Anche me, Si­ gnore, che sono così poco degno, hai eletto, nella tua saggezza, a questo ufficio; e io mi preparo alla mia professione. Compenetra­ mi tutto, da capo a piedi, col senso della miseria, nella quale que­ st'epoca è accasciata, e con l'intuizione di tutte le meschinità, le in­ sufficienze, le inverosimiglianze e ipocrisie delle quali l'epoca è la conseguenza. Temprami con la forza e il vigore a tendere l'arco del giudizio, e nella scelta dei missili con accortezza e senno, affin­ ché possa andare incontro a ciascuno come gli si confa: abbatter per tua gloria i nocivi e gli inguaribili, spaventare i viziosi, ammo­ nire gli smarriti, berteggiare gli sciocchi col solo rumore della pun­ ta al disopra della loro testa. E insegnami, inoltre, a intrecciare una ghirlanda con la quale io possa incoronare alla mia maniera colui che ti è gradito. Sopra a tutto però, Signore, tieni desto l'a­ more per te, senza il quale niente riesce, neanche la più futile ine­ zia; affinché il tuo regno sia glorificato e ingrandito, attraverso tut­ ti gli spazi e tutti i tempi. Così sia. Considerazioni sullo sviluppo del mondo Ci sono persone che si figurano in un ordine molto strano le 110

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epoche nelle quali progredisce la civiltà di una n_azione. �osto­ ro immaginano che da principio un popolo giaccia a terra m be: stiale rozzezza e selvatichezza; che passato qualche tempo s1 debba sentire il bisogno di un miglioramento dei costumi e quindi si debba formare la scienza della �irtù; eh� per ��porre la dottrina di essa, si badi a concretarla m esempi belli, mven­ tando con ciò l'estetica; che, a questo punto, osservando?� le prescrizioni, si fabbrichino simboli belli, donde tragga ongme l'arte; e finalmente mediante l'arte che il popolo venga fatto sa­ lire al sommo gradino della civiltà umana. Queste persone devono sapere che, almeno presso i gr�ci e i romani tutto è avvenuto in ordine inverso. Questi popoli fece­ ro inizi� con l'epoca eroica che indubbiam�nt� è la più alt� �Ila quale si possa salire; quando in nessuna v1�u umana e c1v1ca ebbero più eroi, se li inventarono nella poesia; quando non ne poterono più inventare, trovarono in cambio la regola: quando poi si confusero nelle regole, estrassero la filosofia stessa; e quando giunsero alla fine, divennero cattivi. Sensazioni davanti al quadro di Friedrich 1 «Paesaggio marino» Magnifica cosa è stendere lo sguardo su un illimitato deserto d'acqua, sotto un cielo torbido, in un'infinita so�tudi?e, sull� riva del mare. È necessario però che si sia andati fin la, che st debba tornare indietro, che si desideri di passare di là, che non sia possibile, che si senta la mancanza di tutto quanto o�corre per vivere, e nonostante tutto si avverta la v�xe dell? v1�a n�l mugghiare della marea, nel migrare delle nubi, �el solitario gri­ do degli uccelli. Ci vuole anche una pretesa che il cu?re pone,_ � un pregiudizio, per esprimermi così, che la natura et fa. Ma c10 è impossibile davanti al dipinto, e ciò che _ dovevo tro�a:e nel quadro stesso, lo trovai soltanto fra me e il qu��ro, c1�e una _ pretesa che il mio cuore avanzaya e �D: pregmd1�10 c�e il qua­ dro mi recava: e così io stesso d1venm il cappuccmo, il quadro diventò la duna, ma ciò che ansioso dovevo vedere, il mare, mancava del tutto. Non c'è nulla di più triste e disagevole che questa posizione nel mondo: l\mi�a �cintilla di vi�a ne�'a1:1pio regno della morte, il centro solitario m una cerchia solitaria. Il 1 Il massimo pittore della scuola romantica, Caspar David Friedrich (1776-1840 ca).

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quadro, con i suoi due o tre oggetti misteriosi sta fi pari all'Apoca­ lisse, come se avesse i pensieri notturni di Young, 1 e siccome, nella sua uniformità e mancanze di rive, non ha per primo piano nien­ t'altro che )a cornice, è come se a chi osserva avessero tagliato le palpebre. Ciò non pertanto il pittore ha senza dubbio scavato una via del tutto nuova nel campo della sua arte, e io sono convinto che col suo spirito si potrebbe raffigurare un miglio quadrato di sabbia della Marca, con un arbusto di berberis sul quale una cor­ nacchia rizza le penne, e questo quadro dovrebbe veramente fare un effetto degno di Ossian e Kosegarten2 • Anzi, se si dipingesse questo paesaggio con la sua propria creta e con la sua propria ac­ qua, credo che così si farebbero urlare volpi e lupi; l'effetto più forte, al quale senza dubbio alcuno si possa ricorrere per elogiare questa specie di pittura paesaggista. - Se non che, le mie personali sensazioni davanti a questo meraviglioso dipinto sono troppo con­ fuse; perciò, prima di osare esprimerle interamente, mi sono prefisso di farmi istruire dalle osservazioni di coloro che, a coppie, vi passano davanti, da mattina a sera. Frammento dell'esame di un precettore (da Shakespeare) «La dodicesima notte», a. IV, se. 2. Signor Matthias': Com'è la dottrina di Pitagora a proposito della selvaggina? [ ... ] Tu che ne pensi di questa dottrina? Lettera di un pittore a suo figlio Mio caro figlio, mi scrivi che stai dipingendo una Madonna, e il- tuo senti­ mento per il compimento dell'opera ti sembra così impuro e materiale che ogni volta, prima di impugnare il pennello vorre1 Si tratta del poeta inglese Edward Young (1681-1765), autore dei «Night Thoughts on Life, Death and Immortality» (1744-46). 2 Ludwig Gotthard Kosegarten (1758-1818 ca), poeta e professore all'università di Greifswald: lo aveva reso celebre, all'epoca, ùn'ispirazione malinconica e lugubre. 3 Nella commedia di Shakespeare, il personaggio assunto dal buffone, che interroga n_ializiosamente Malvolio, precettore d'Olivia, sulla trasmigrazione delle anime; Kleist nporta solo le sue domande, ma per alludere alle risposte di Malvolio, che ridicolizzano in lui l'erudito saccente.

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sti fare la comunione per santificarlo. Permetti al tuo vecchio babbo di dire che codesto è entusiasmo falso, rimasto appicci­ cato dalla scuola donde provieni, e che dopo l'avviamento dei nostri vecchi e degni maestri, con un piacere comune, ma d'al­ tronde onesto, il gioco di portare le tue fantasie sulla tela è su­ perato. Il mondo è una curiosa istituzione, e i più divini effetti, caro figlio mio, provengono dalle cause più umili e poco appa­ riscenti. L'uomo, per darti un esempio che salta agli occhi, è certo una creatura sublime; eppure nel momento in cui lo si fa, non occorre che ci si pensi con molta santità. Anzi, colui che si facesse la comunione e si mettesse all'opera col solo proponi­ mento di costruirne il concetto nel mondo percettibile, produr/­ rebbe senza fallo un essere miserevole e fragile; per contro, co­ lui che in una serena notte d'estate bacia una ragazza, senza re­ conditi pensieri, mette al mondo, senza dubbio, un giovanetto che, in seguito, rigorosamente, s'arrampica fra terra e cielo e dà da fare ai filosofi. E così Dio ti guardi! Nuovissimo progetto educativo



A quali avventurose imprese, sia il bisogno di nutrirsi in un modo o in un altro, oppure la semplice smania d'essere nuovi, possono sedurre gli uomini, e quanto allegre siano spesso per conseguenza le missive che arrivano alla redazione di questi fagli, potrà essere un saggio il seguente articolo giuntoci recente­ mente. Spettabile pubblico, la fisica sperimentale, nel capitolo sulle proprietà dei corpi elettrici, insegna che, quando si porta vicino a questi corpi e, per usare un linguaggio tecnico, vicino alla loro atmosfera, un corpo non elettrico (neutro), questo diventa improvvisamente a sua volta elettrico, e precisamente di elettricità opposta. Si di­ rebbe che alla natura ripugni tutto ciò che, per un concorso di circostanze, abbia assunto un valore preponderante e difforme; e per ogni coppia di corpi che si toccano pare sussista una ten­ denza a ricostruire l'equilibrio originale, sospeso tra loro. Se il corpo elettrico è positivo, tutto ciò che vi ha di elettricità natu­ rale fugge dal non elettrico nel suo spazio estremo e più lonta­ no, e forma, nelle parti più vicine, una specie di vuoto, che si ri113

vela incline ad accogliere in sè l'eccedenza di elettricità, della quale in certo qual modo è ammalato; e se il corpo elettrico è negativo, si accumula di botto nel non elettrico, e precisamente nelle parti più vicine ali'elettrico, la elettricità naturale, in attesa del momento di supplire, viceversa, la mancanza di elettricità della quale quello è ammalato. Se si porta il corpo non elettrico nella zona attiva di quello elettrico, scocca la scintilla, sia da questo a quello, sia da quello a questo: l'equilibrio è ristabilito, e i due corpi sono, in quanto a elettricità, perfettamente uguali fra loro. Questa legge sommamente singolare, ancora, per quanto ne sappiamo, poco considerata, trova riscontro anche nel mondo morale; sicchè un uomo, le cui condizioni sono indifferenti, non solo cessa immediatamente d'esserlo non appena viene a contatto con un altro, le cui qualità, non importa in che modo, sono deter­ minate: ma il suo essere viene trasfuso, per così dire, interamente nel polo opposto; egli assume la condizione +, quando l'altro è della condizione-; e la condizione-, quando l'altro è della con­ dizione+. Alcuni esempi, stimatissimo pubblico, chiariranno meglio la questione. Il comune principio di contraddizione tutti lo conoscono per esperienza propria; la legge, cioè, che ci rende inclini a buttarci con la nostra opinione sempre dal lato opposto. Qualcuno mi dice che l'uomo il quale passa ·davanti alla finestra è grosso come una botte. A dir il vero, è di una corpulenza normale. Ma io, affaccian­ domi alla finestra, rettifico l'errore, non solo, ma chiamo Dio a te• stimone che l'individuo è magro come un bastone. Oppure: una donna ha combinato un incontro col suo amante. Di sera il marito va di norma in una bettola per giocare a tavola reale. 1 Tuttavia, per essere sicura, lo cinge con un braccio e dice; caro marito, ho riscaldato la coscia di castrato, quella di mezzo­ giorno. Nessuno viene a farmi visita, siamo veramente soli, passia­ mo una buona volta questa sera in sereno e confidente isolamen­ to. Il marito che il giorno prima aveva perduto nella bettola un mucchio di quattrini, per riguardo alla cassa aveva davvero inten­ zione di restare a casa; ma all'improvviso gli appare la paurosa noia che lo attende in casa con la moglie, e .dice: cara moglie, ho promesso a un amico di concedergli la rivincita a tavola reale nella 1 Gioco che si faceva con pedine, simile alla dama.

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bettola dove ieri ho vinto io. Dammi, per favore, un'oretta nella bettola, domani sarà tutto ai tuoi ordini. Ma la legge, della quale parliamo, non vale soltanto per opi­ nioni e desideri, ma in maniera assai più larga anche per senti­ menti, affetti, qualità e caratteri. Un capitano portoghese, attaccato nel Mediterraneo da tre navi veneziane, comandò, risoluto com'era, presenti tutti i suoi ufficiali e marinai, a un pompiere che, appena in coperta si osasse parlasse di resa, egli entrasse senza ulteriori ordini, nella santabarbara e facesse saltare in aria la nave. Dopo che, invano, fino verso sera, si fu discusso contro lo strapotere e si furono os­ servate tutte le esigenze che si potevano porre per salvare l'ono­ re dell'equipaggio, gli ufficiali al completo affrontarono il capi­ tano e pretesero che consegnasse la nave. Il capitano, senza ri­ spondere, si volse e domandò dove fosse il pompiere; era sua intenzione, come assicurò più tardi, di ordinargli di eseguire immediatamente l'ordine che gli aveva impartito. Ma appena trovò l'uomo con la miccia accesa in mano tra le botti in mezzo alla santabarbara, lo prese subito per il petto, e pallido dallo spavento, dimenticando ogni altro pericolo, lo strappò dalla polveriera, calpestò la miccia tra maledizioni e insulti e la buttò in mare. Agli ufficiali disse poi di issare la bandiera bianca per­ chè voleva arrendersi. Io stesso, per recare un esempio in base alla mia esperienza, vissi alcuni anni or sono, in una cittadina sul Reno, con una so­ rella, tenendo cassa in comune. La ragazza era infatti quello che comunemente diciamo una brava massaia, persino generosa in qualche occasione; io stesso ne avevo fatto la prova. Ma sicco­ me ero di manica larga e leggero, e non badavo affatto al dena­ ro, cominciò a lesinare e a fare la spilorcia; per parte mia sono convinto che sarebbe diventata avara e mi avrebbe messo rape nel caffè e candela nella minestra. Ma, per sua fortuna, il desti­ no volle che ci separassimo. A chi intende bene questa legge non riuscirà più estraneo il fenomeno che dà tanto da fare ai filosofi: il fenomeno cioè che di nofma i grandi uomini discendono da genitori insignificanti e oscuri, e a loro volta allevano figli subordinati e meschini. Sperimentare in che modo l'atmosfera morale agisca in questo riguardo si può effettivamente ogni giorno. Si raccolgano in una sala tutti i filosofi, gli amanti delle belle lettere, i poeti e gli artisti, ed ecco che alcuni diventano immediatamente scemi; e 115

noi ci richiamiamo con assoluta certezza all'esperienza di chiunque sia stato presente a uno di quei tè o punch 1• A quante limitazioni è soggetta la massima che le cattive compagnie guastano i buoni costumi, se già uomini come Base­ dow 2 e Campe, 3 i quali nel loro mestiere di educatori procede­ vano in maniera poco antitetica, consigliavano di procurare tal­ volta ai giovani la vista di cattivi esempi per distoglierli dal vi­ zio. E in verità se si paragona la buona società con la cattiva con riguardo alla capacità di sviluppare i costumi, non si sa quale si debba scegliere, poichè nella buona si può soltanto imitare il costume, nella cattiva invece lo si deve inventare mediante una peculiare forza del cuore. Un buono a nulla può, in mille casi, traviare un animo giovane mediante il proprio esempio e farlo passare alla parte del vizio; ma ci sono mille casi diversi, nei quali, per naturale reazione, esso assume un rapporto polare e, pronto a combattere, al vizio si oppone. E se in qualche luogo del mondo, poniamo un'isola deserta, si adunassero tutti i ribal­ di di questa terra, soltanto un folle potrebbe stupirsi se in breve tempo vi incontrasse anche le più sublimi e divine virtù. Chi reputasse che ciò sia paradossale, visiti una volta un pe­ nitenziario o una fortezza. Nelle casematte stipate di malfattori d'ogni genere, siccome nessuna pena, o se mai incompleta, arri­ va fin là, si commettono scelleratezze innominabili. In siffatta anarchia l'assassinio, l'omicidio e infine la rovina di tutti sareb­ bero la inevitabile conseguenza, se d'in mezzo a loro non sor­ gessero alcuni cultori del diritto e del buon costume. Spesso vengono incaricati dal comandante stesso; e uomini che erano • stati riottosi, contrari a ogni ordine divino e umano, ridiventa­ no qui, con una svolta stupefacente, i pubblici, sacri ammini­ stratori dell'ordine, veri servitori statali della buona causa, insi­ gniti del potere di far osservare la loro legge. Perciò il mondo può giustamente tenere presente lo sviluppo della colonia penale di Botany-Bay.4 La riuscita di codesta gen­ taglia schiumata dal suolo di uno stato, è già visibile nelle re­ pubbliche dell'America settentrionale; e per slanciarci alla vetta della nostra veduta metafisica, rammentiamo al lettore soltanto 1 Riunioni nel corso delle quali veniva servita l'omonima bevanda. 2 Johannes Bernhard Basedow (1723-1790 ca), il più importante pedagogista dell'il­ luminismo tedesco. 3 Joachim Heinrich Campe (1746-1818), scrittore e pedagogista, attivo presso il «Philantropium» di Basedow a Dessau. 4 Colonia penale stabilita dagli inglesi, nel 1787, nella baia di Sidney, in Australia.

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l'origine, la storia, l'evoluzione e grandezza di Roma. Ora, in considerazione* che tutte le scuole di moralità erano finora fondate sulla ten­ denza all'imitazione e invece di sviluppare il buon principio, in modo peculiare; nel cuore, cercavano di agire soltanto con lo statuire così detti buoni esempi;** che queste scuole, come l'esperien�a insegna, non hanno pro­ dotto nulla d'importante e di considerevole per il progresso dell'umanità;'�** * Ora questo strano pedagogo sciorina il suo novissimo proget­ to educativo, (La Redazione) ** Sic! Come se gli istituti pedagogici non offrissero, per dispo­ sizione naturale, abbastanza lati deboli! (La Redazione) *** Infatti! - Questo filosofo potrebbe far perdere al secolo . tutta la sua gloria! (La Redazione). che il bene che hanno fatto pare provenga soltanto dalle circo­ stanze che erano cattive, e qualche volta, contro l'intesa, lascia­ vano passare qualche esempio cattivo; in considerazione, diciamo di tutte queste circostanze, siamo portati a erigere una così detta Scuola del vizio, o meglio una scuola antitetica, una scuola della Virtù mediante il vizio.;,**;, -x-l