Storia della lingua italiana. Il Trecento toscano. La lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio 9788815088994

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Storia della lingua italiana. Il Trecento toscano. La lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio
 9788815088994

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Storia della lingua italiana

Paola Manni

a cura di Francesco Bruni

Questa serie si propone di fornire agli studiosi, e in particolare agli studenti universitari, un quadro aggiornato su particolari periodi del­ l’evoluzione storica dell’italiano, mettendo a loro disposizione stru­ menti intermedi tra lo specialismo delle ricerche monografiche e le generalità dei manuali. Ogni volume fornisce una chiara e aggiornata ricostruzione storico-linguistica del periodo o dell’autore considerati con un commento di testi legati strettamente alla ricostruzione stessa; oltre a favorire ed attivare l’utilizzazione degli strumenti di base della ricerca linguistica (grammatiche storiche e dizionari storici ed etimo­ logici in primo luogo), questi volumi si propongono di incoraggiare alla consultazione delle grandi opere di riferimento coloro che si ac­ costino almeno una volta allo studio della lingua italiana.

Il Trecento toscano La lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio

Sono usciti: Il Medioevo, di Rosa Casapullo Il Trecento toscano, di Paola Manni Il Quattrocento, di Mirko Tavoni Il primo Cinquecento, di Paolo Trovato Il secondo Cinquecento e il Seicento, di Claudio Marazzini Il Settecento, di Tina Matarrese Il primo Ottocento, di Luca Serianni Il secondo Ottocento, di Luca Serianni Il Novecento, di Pier Vincenzo Mengaldo La lingua di Manzoni, di Giovanni Nencioni

Società editrice il Mulino

Indice

Premessa

P-

7

PARTE PRIMA: IL VOLGARE IN TOSCANA E LA LINGUA DEI SUOI MASSIMI AUTORI

I.

IL

www.mulino.it

Copyright © 2003 by Società editrice il Mulino, Bologna. Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fotocopiata, ri­ prodotta, archiviata, memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo elettronico, meccanico, reprografico, digitale - se non nei termini previsti dalla legge che tutela il Diritto d’Autore. Per altre informazioni si veda il sito www.mulino.it/edizioni/fotocopie

15

1. Lo sfondo storico, economico e sociale 2. Alfabetizzazione e circolazione della cultura 3. Le scritture dei mercanti

15 18 25

La situazione linguistica: profilo fonomorfologico delle varietà toscane

33

1. 2. 3. 4. 5. 6.

I lettori che desiderano informarsi sui libri e sull’insieme delle attività del­ la Società editrice il Mulino possono consultare il sito Internet:

ISBN 88-15-08899-7

La Toscana nel secolo XIV

7.

III.

Premessa Il fiorentino trecentesco Le varietà occidentali: pisano e lucchese

Il senese L’aretino e le altre varietà orientali Cenni ad alcune varietà di transizione: pistoie­ se, pratese, sangimignanese e volterrano Dal Trecento al Quattrocento: i principali tratti evolutivi

La produzione letteraria e il mito delle “Tre Corone” 1. 2. 3.

L’eccezionaiità e il significato della letteratura toscana trecentesca Consapevolezza interna e proiezione esterna: verso il mito delle “Tre Corone” Le voci minori della poesia e della prosa

53 54 41 47 49 53 55

61 61 63 69

4

Ìndice

IV.

Dante 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13.

V.

p.

81 86 101

109 113

135 148 161 165 167 177

185 191

7.

193 203

p. 250 262 266 284 298 314 325 329

PARTE SECONDA: ANTOLOGIA DI TESTI

1.

Il quadro linguistico della Toscana secondo Dante: «De vulgari eloquentia», I XIII 2-3

337

La lirica dantesca dalle «dolci rime» al «parlar aspro»

341

2.1. Da «Donne ch’avete intelletto d’amore» 2.2. Da «Così nel mio parlar vogli’esser aspro»

347 349

Aspetti della prosa dantesca

350

3.1. Dal XXIII capitolo della «Vita nuova» 3.2. Dal primo trattato del «Convivio»

350 355

Aspetti del plurilinguismo della «Commedia»: un dialogo infernale e una visione paradisiaca

360

4.1. Dal XXX canto dell’Inferno 4.2. Dal XXXI canto del Paradiso

360 367

5.

Un saggio di grafia petrarchesca

371

6.

Dai «Rerum vulgarium fragmenta» di France­ sco Petrarca

373

6.1. Il sonetto 100 a sintassi continua 6.2. Il sonetto 180 6.3. Il sonetto 136

373 375 377

2.

3.

4.

211

223 226

Giovanni Boccaccio

231

1. 2. 3.

231 240 246

Il Boccaccio fra volgare e latino Le opere in versi La lingua del «Teseida»

5

125

1. 2. 3.

6.

Le opere in prosa anteriori al «Decameron» L’«Epistola napoletana» Il «Decameron» secondo l’autografo Hamiltoniano 90: l’aspetto grafico e fonomorfologico 7. Il lessico del «Decameron» 8. La sintassi del «Decameron» 9. Livelli stilistici, oralità, espressivismo dialettale e rustico nel «Decameron» 10. Il «Corbaccio» 11. La «Consolatoria a Pino de’ Rossi» e gli scritti di esegesi dantesca

79

185

Il “bilinguismo” del Petrarca Il linguaggio poetico petrarchesco: premessa I «Rerum vulgarium fragmenta» secondo il codice Vaticano latino 3195: l’aspetto grafico e fonomorfologico II lessico dei «Rerum vulgarium fragmenta» Note sulla sintassi e lo stile dei «Rerum vulga­ rium fragmenta» Dal codice degli abbozzi alla redazione defini­ tiva dei «Rerum vulgarium fragmenta»: aspetti della prassi correttoria petrarchesca I «Triumphi»

4. 5. 6.

79

Francesco Petrarca

4. 5.

VI.

Dante e il volgare: premessa La legittimazione del volgare nella «Vita nuo­ va» e nel «Convivio» Il «De vulgari eloquentia» Profilo del linguaggio poetico dalle liriche del­ la gioventù a quelle della maturità L’esperienza del «Fiore» e del «Detto d’amore» La prosa della «Vita nuova» e del «Convivio» La «Commedia» e il suo plurilinguismo: rifles­ sione dantesca e presupposti teorici L’aspetto fonomorfologico della lingua della «Commedia» Il lessico della «Commedia» L’allotropia nella «Commedia»; aspetti stilistici Dialettalità riflessa e inserti alloglotti nella «Commedia» Note sulla sintassi e lo stile della «Commedia» La fortuna trecentesca della «Commedia»

Indice

6

7.

Indice

Nell’officina del Petrarca: il sonetto 194 dal codice degli abbozzi alla redazione definitiva

Premessa p. 380

8.

Dai «Triumphi» di Francesco Petrarca

383

9.

La poesia epica in ottave: dal «Teseida» di Giovanni Boccaccio

390

10.

Un saggio di grafia decameroniana

392

11.

Aspetti della prosa del «Decameron»

395

11.1. Dall’Introduzione alla prima giornata 11.2. Dalla novella Vili 10: ambientazione e avvio della vicenda

395 399

Dal «Trattai elio in laude di Dante» di G io­ vanni Boccaccio '

4Qg

12.

a mio figlio Tommaso

Bibliografia Indice analitico

4^

Indice dei nomi

^

Questo volume sul Trecento toscano, che conclude la serie di «Storia della lingua italiana» diretta da Francesco Bruni, è in massima parte dedicato, come precisa il sottotitolo, alla lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio. È questa una scelta che non necessita di molte spiegazioni, tanto è indiscutibile lo spicco dei tre autori nella produzione toscana trecentesca e la loro centra­ lità nel contesto generale della storia letteraria e linguistica ita­ liana. D ’altro lato il volume di Rosa Casapullo sul Medioevo, che dedica ampio spazio alla tradizione dei testi di natura non letteraria con numerosi riferimenti alla Toscana due-trecentesca (v. in particolare i capp. Ili, IV, VI, VII), mi ha incoraggiato nell’assecondare quest’impostazione, senza costringere entro schemi troppo rigidi il percorso di approfondimento che si an­ dava delineando nel solco dell’esperienza eccezionale delle “Tre Corone”. L’aggancio con la realtà toscana nel suo senso più lato è comunque assicurato dai due capitoli iniziali, il primo dei quali presenta la situazione storica, economica e sociale della Toscana trecentesca, soffermandosi anche sulla ricchissima pro­ duzione di tipo mercantile; il secondo ricostruisce un profilo linguistico delle varietà toscane, avvalendosi anzitutto dei fon­ damentali lavori di Arrigo Castellani. Si terrà conto che questo secondo capitolo, offrendo una sintesi dei fenomeni tipici del fiorentino e delle altre varietà toscane, costituisce un presuppo­ sto importantissimo per affrontare l’intera trattazione ed assu­ me, in particolare, un valore propedeutico nei confronti dei pa­ ragrafi che descrivono l’aspetto fonomorfologico della lingua dei singoli autori. Il libro, come gli altri appartenenti alla collana, presuppone le nozioni di base di grammatica storica italiana, che si potran­ no ricavare da molti validi manuali oggi disponibili, anche di taglio sintetico, quali ad esempio —per limitarci a quelli di più

8

Premessa

recente uscita - S erianni 1998, D ’A c h il l e 2001, P atota Il rapporto fra fisionomia linguistica dei testi e situazione ecdotica, al quale è prestata sempre la massima attenzione, rende pure necessaria una dimestichezza con le discipline filologi­ che ed e pertanto consigliabile, anche in questo caso, il suppor­ to di un manuale, come quello di Stu ssi 1994; Per i riferimenti alla metrica, anch essi indispensabili (per quanto volutamente contenuti all essenziale), si terrà presente il manuale di B e l t r a Mi 2002, corredato di un utilissimo glossario. Indicazioni di am­ bito linguistico, filologico, metrico e retorico si possono ricava­ re inoltre dalla consultazione di B ecca ria 1996. Nel considerare la produzione dei singoli autori ho dato il massimo rilievo a quelle opere che hanno assunto un ruolo di canone per la successiva tradizione letteraria italiana {Comme­ dia, Rerum vulganum fragmenta, Decameron), senza però trascurare la produzione “minore”, non solo di Dante, ma anche el 1 etrarca e del Boccaccio (e la disparità quantitativa fra i te­ sti volgari petrarcheschi e la mole di quelli boccacciani spiega a diversa estensione dei capitoli dedicati ai due autori). Ove possibile, e quindi qualora si abbiano a disposizione degli auto­ grafi, I analisi linguistica si è soffermata anche sulla grafia dei testi, oltre che sull’aspetto fonotnorfologico. Pur attenendomi ad una prospettiva prettamente linguistica e perfino ovvio ricordare che la lingua di autori come Dante’ 1 etrarca e Boccaccio non può essere affrontata prescindendo dalle implicazioni stilistiche ad essa connaturate. Il rapporto diviene particolarmente stringente per la sintassi di opere poeti­ che {Commedia e Rerum vulgarìum fragmenta), alla quale ven­ gono infatti riservati alcuni paragrafi, tu tt’altro che esaustivi, di «note sintattiche e stilistiche», dove si ripropone l’usurato bino­ mio di grammatica e stile, certo ineludibile quando si tratti di inguaggio letterario, ma comunque anche favorito dalla mancanza di supporti descrittivi della sintassi antica ampi e sistema­ tici (in attesa che si realizzi il progetto della Grammatica del.Italiano antico, ultimamente presentato con importanti consi­ derazioni da R e n z i 2000 e V in c e n t 2000). La sterminata bibliografia su Dante, Petrarca e Boccaccio che resta estesissima quand’anche se ne estragga quella di inte­ resse linguistico (e quante volte il discrimine è del tutto sfug­ gente!), ha imposto una decisa selezione, portandomi a privile-

Premessa

9

giare, nei limiti del possibile, i lavori più recenti. Non manche­ ranno comunque evidenti omissioni, delle quali mi scuso appel­ landomi alla vastità dell’insieme1. . L’antologia, pur contenuta per motivi di spazio, mira ad integrare la trattazione, soffermandosi sui testi più significativi e illustrando temi e aspetti che nella parte teorica hanno assunto un particolare rilievo. Nell’ambito della produzione boccacciana, si è dato spazio, oltre che al Decameron, alle sole opere au­ tografe. I criteri adottati nel riprodurre i testi coincidono con quelli delle edizioni via via prese come punto di riferimento e delle quali si è a suo luogo specificato il grado di affidabilita, connesso sia ai diversi modi di trasmissione dei testi (autograli o a tradizione plurima) sia alle scelte dei singoli editori. L inevi­ tabile difformità che ne consegue si riflette anzitutto stilla gra­ fia, che solo in alcuni casi resta immune da interventi di norma­ lizzazione ed è quindi valutabile all’interno dell’analisi linguisti­ ca. Relativamente pochi i segni diacritici impiegati che necessi­ tino di una spiegazione: le parentesi quadre per le ricostruzioni dovute a lacune o guasti meccanici; i caratteri corsivi per le pic­ cole integrazioni congetturali e le correzioni editoriali; il punto in alto per la caduta di una consonante o la sua assimilazione alla consonante successiva, e - nei sonetti petrarcheschi - anche per il raddoppiamento in fonosintassi. Talora ho apportato qualche ritocco o lieve modifica editoriale di cui do in genere avvertenza. A parte vanno considerati i testi 5 e 10 che sono ri­ presi da edizione diplomatica o semidiplomatica e consentono quindi un più pieno contatto con la fisionomia grafica degli ori­ ginali autografi (rispettivamente un sonetto dei Rerum vulg,arium fragmenta e l’inizio di una novella decameroniana): 1 insie­ me dei segni speciali che vi ricorrono viene esplicitato nelle ri­ spettive introduzioni. Anche il testo 7, che riproduce contrastivamente il sonetto 194 dei Rerum vulgarium fragmenta dal co­ dice degli abbozzi alla redazione definitiva, ha reso necessario l’uso di particolari espedienti, per i quali si rimanda alla nota introduttiva. . . ., Nelle descrizioni linguistiche si adottano le convenzioni già 1 Resta purtroppo escluso dalla bibliografìa (tendenzialmente ferma alla primavera di quest’anno), il volume La metrica dei Lragmenta, a cura di Mar­ co Praloran, Roma-Padova, Antenore, 2003, che ho potuto vedere solo quan­ do il lavoro era in fase di avanzata redazione editoriale.

Premessa

11

Premessa

10

impiegate negli altri volumi della collana. Sono in corsivo le forme volgari; gli apici racchiudono i significati; il maiuscoletto è riservato alle basi latine (dove possono ricorrere anche i segni J e w per indicare le semiconsonanti rispettivamente palatale e velare). Il segno < significa ‘viene da’; il segno > ‘diviene’. I trattini diversamente collocati distinguono la posizione iniziale (AD-, re-), finale (-AS, -i) o intervocalica (-SJ-, -ar-). I due punti indicano il collegamento in rima (ancora : dimora : fora). Nelle trascrizioni fonetiche le barrette oblique racchiudono i fonemi (/a/), le parentesi quadre i suoni ([a]), mentre le parentesi unci­ nate si riferiscono ai grafemi ((se)). Le trascrizioni fonetiche uti­ lizzano i simboli dell’Alfabeto Fonetico Internazionale. Si ripro­ ducono di seguito i segni che si discostano dalla grafia corrente (i simboli a i u p b t d f v m n l r valgono come le comuni let­ tere dell’italiano): ε e ο ο j w

Ji t[ s z

6. J 3 ts tts dz ddz tf ttf d3 dd 3 k g

e aperta, ital. bene e chiusa, ital. cena o aperta, ital. modo o chiusa, ital. sole sem iconsonante, ital. piena, viene sem iconsonante, ital. buono, equo n palatale, ital. gnomo, agnello n velare, ital. vinco, vengo s sorda, ital. sera, tose, casa s sonora, ital. sgarbo, tose, chiesa I palatale, ital. cigli, famiglia s palatale sorda, ital. sciame, esce v palatale sonora, frane, jour, agent affricata alveolare sorda, tose, zio affricata alveolare sorda intensa, tose, pazzo affricata alveolare sonora, tose, zero affricata alveolare sonora intensa, tose, razzo affricata palatale sorda, ital. cena, pace affricata palatale sorda intensa, ital. cocci affricata palatale sonora, ital. giro, pagina affricata palatale sonora intensa, ital. oggi occlusiva velare sorda, ital. coro occlusiva velare sonora, ital. gatto

Lfo

Sono molti sii amici e i colleghi che desidero ringraziare p er esserm i ”t« i d con il loro incoraggiamento e la loro com petenza. Ricordo anzitutto coloro che hanno letto interi capitoli o singole parti· Arrigo Castellani da cui continuo a trarre 1 insegnam ento piu pre­ zioso· e8 O rnella Castellani Pollidori, Giovanna Frosm i, N icoletta Maraschio, Alessandro Pancheri, Luca Serianm; e poi Breschi e G iuliano Tanturli. Sono stati sem pre generosi di indicaz om e consigli Par Larson e Roberta Cella, che fra l’altro mi hanno avviato a l^ c o n su h a z io n e del T U O e del Corpus T U O (smimentiU t cui mi

Riffi a S Bruni Bettarini, M aria Careri, Domenico D e Robertis BeaS S ^ p £ l £ d l i , Simona M anetti, D om enico Proietti, Cecilia R Ì b u S ; A nna Siekiera, Paolo Trovato. A Francesco 11M cneciale gratitudine per avermi proposto il lavoro, oltre cne per averlo3seguito^ con partecipazione e prem ura. Un pensiero va miei studenti di Firenze e di Chieti, che attraverso i corsi degli ultimi “ S hanno avut0 m odo di “sperim entare” molte parti di questo volu­ me, contribuendo con consensi e interrogativi alla loro stesura.

Parte prima Il volgare in Toscana e la lingua dei suoi massimi autori

Capitolo primo La Toscana nel secolo XIV

1. Lo sfondo storico, economico e sociale

Alle soglie del Trecento la Toscana si presenta come una regione in pieno sviluppo economico e sociale, tale da imporsi non solo in Italia ma in tutta Europa1. Uno dei punti di forza che fin dai secoli precedenti caratte­ rizzano la regione è costituito daU’altissima concentrazione u r­ bana. In un territorio relativamente ristretto, delineato dal baci­ no dell’Arno, e corrispondente a meno della metà della Tosca­ na odierna, si susseguono città come Pisa, Lucca, Pistoia, P ra­ to, Firenze, Arezzo; più a sud Siena, Volterra, San Gimignano; all’estremità orientale, Sansepolcro e Cortona. Mentre fino ai decenni iniziali del secolo XIII avevano primeggiato Pisa e Lucca, l’una come potenza marittima, l’altra come città interna già capitale del potere longobardo e franco, a partire dalla metà del Dugento si assiste all’ascesa di Firenze che nel giro di qual­ che decennio arriva ad essere il maggior centro economico del­ l’occidente. Si è soliti considerare la sconfitta subita da Pisa alla Meloria nel 1284, ad opera dei Genovesi, come l’episodio che sancisce il definitivo declino della potenza pisana e quindi la supremazia di Firenze sulle città toscane. Sul versante della crescita econo­ mica, ha un valore altrettanto emblematico la coniazione del fiorino d ’oro (1252), che in breve tempo mette in ombra le al­ tre monete toscane e diviene uno dei più pregiati mezzi di

1 Fra i contributi sulla Toscana tardomedievale utilizzati per delineare questa sintesi storica, ed indispensabili per eventuali approfondimenti, si se­ gnalano in particolare i saggi raccolti in PlNTO 1982 e CHERUBINI 1991. Per la vita economica di Firenze fra Due e Trecento v. anche M elis 1966.

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II volgare in Toscana e la lingua dei suoi massimi autori

scambio della finanza internazionale. Nel corso del Trecento Firenze, che pure si affaccia al nuovo secolo con un evento la­ cerante sul piano interno quale l’esilio dei Bianchi, avvia decisa1 unificazione politica della regione, annettendosi Pistoia (1328), Prato (1351), San Gimignano (1354), Arezzo (1384). L espansione verso occidente, lungo la direttrice più importante e attiva dei traffici della regione, si concluderà all’inizio del Quattrocento con la conquista di Pisa (1406) e del tanto ambi­ to sbocco sul mare. Si sottraggono invece all’espansione fioren­ tina Siena (che sarà conquistata nel 1555) e Lucca (che riuscirà a conservare la sua indipendenza fino al 1847). La prosperità delle città toscane si sorregge su alcune indu­ strie (quella della lana, anzitutto, preminente in quasi tutti i centri maggiori, ma anche quella della seta che mette in primo piano Lucca), attorno alle quali ruota tutta una serie di attività manifatturiere e artigianali collaterali e minori. Altro pilastro dell economia è lo scambio internazionale di merci e di denaro, per cui si era precocemente affermata Siena, che poi ne cede iì monopolio a Firenze. Il nucleo fondamentale dell’assetto eco­ nomico è costituito dalla com pagnia , raggruppamento di mer­ canti associati con modalità precise, che mettendo insieme le loro forze raccolgono cospicui capitali destinati ad accrescersi attraverso un continuo processo di investimenti. Ciascuna com­ pagnia svolge i propri affari mediante le succursali dislocate nei centri più importanti del mercato italiano ed europeo. Nella prima metà del Trecento, attraverso un’organizzazione di que­ sto tipo, ormai pienamente consolidata, l’attività mercantile to­ scana è al culmine della sua espansione e promuove una mobi­ lita vivacissima sia aH’interno della regione sia all’esterno, con coinvolgimenti frequenti nella vita politica di altri paesi. Pensia­ mo ad esempio a quanto accade a Napoli, dove i fiorentini, grazie al contributo finanziario dato alla spedizione di Carlo ^ ,-u8ÌÒ’ avevano ottenuto fin dal 1266 il diritto di commercia­ re liberamente nel regno; nella prima metà del Trecento la loro presenza si rafforza ulteriormente (al seguito della compagnia dei Bardi si muove anche il Boccaccio) e acquista un crescente peso politico, culminante con l’ascesa di Niccolò Acciaiuoli a Gran Siniscalco della corte angioina nel 1348. In ambito euro­ peo sono particolarmente intensi i rapporti con la Francia: fin dal secolo precedente le compagnie mercantili toscane (soprat­ tutto fiorentine, senesi e lucchesi) avevano fondato filiali nelle

La Toscana nel secolo X IV

17

principali città e frequentavano assiduamente le fiere di Sciam­ pagna e di Fiandra. A testimonianza dell’attivismo internaziona­ le dei mercanti fiorentini si ricorderà il brano in cui Giovanni Villani, nella Cronica, trattando del fallimento che nel 1338 coinvolge le compagnie dei Bardi e dei Peruzzi, le definisce due colonne che quando erano in buono stato reggevano i commer­ ci della cristianità, ed erano quasi u n o a lim e n to (‘fonte unica di approvvigionamento’) sicché, dopo il crollo, o g n ’altro m ercatan­ te n e f u sospetto e m ale creduto (Porta 1990-1991: III 183). In ­ terprete orgoglioso dell’apogeo della civiltà mercantile fiorenti­ na, il Villani esalta ma non deforma nella sostanza una realtà stòrica di cui abbiamo vasti riscontri. Basterà richiamare il rag­ gio d’azione della compagnia dei Bardi, che - come risulta dal­ la ricostruzione di SAPORI 1983: 48 - fra il 1310 e il 1345 ha succursali ad Ancona, l’Aquila, Bari, Barletta, Castello di Ca­ stro, Genova, Napoli, Orvieto, Palermo, Pisa, Venezia; e fuori d ’Italia ad Avignone, Barcellona, Bruges, Cipro, Costantinopoli, Gerusalemme, Londra, Maiorca, Marsiglia, Nizza, Parigi, Rodi, Siviglia, Tunisi. Più tardi si creeranno organizzazioni ancora più complesse, dove le dipendenze periferiche assumeranno l’auto­ nomia di aziende singole pur ricomponendosi nell’unità: tale il sistema che farà capo alla più grande individualità di mercante medievale, quella del pratese Francesco di Marco Datini. Allo sviluppo economico delle città toscane, e in particolare di Firenze, fa riscontro un’espansione demografica di eccezio­ nale portata. Tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo la Toscana nel suo complesso rappresenta una delle aree e forse, in assoluto, l’area più urbanizzata di tutta l’Europa. I famosi dati statistici del Villani relativi al 1338 attribuiscono a Firenze 90.000 bocche tra u o m in i e fe m m in e e fa n c iu lli, ecclesiastici esclusi, cui si aggiungono 1.500 u o m in i forestieri, e v ia n d a n ti e so ldati (PORTA 1990-1991: III 198); ma si ritiene che agli albori del nuovo secolo la città superi addirittura i 100.000 abitanti: sicuramente è uno dei quattro o cinque maggiori centri d’Euro­ pa, affiancata in Italia soltanto da Venezia e Milano. Alla cre­ scita demografica di Firenze, che dà impulso ad un rinnova­ mento edilizio e rende necessaria la costruzione di una nuova cinta di mura ultimata nel 1333, contribuisce in modo determi­ nante l’afflusso di gente del contado, fenomeno di cui resta te­ stimonianza nella vivace polemica dei cittadini a n tiq u i contro i più rozzi inurbati, riecheggiata da Dante in Par. XVI 49-57 e

18

La Toscana nel secolo X IV

II volgare in Toscana e la lingua dei suoi massimi autori

61-63. Anche Pisa e Siena sono città di rilievo con i loro 40.000 0 50.000 abitanti; di poco inferiore, pare, la popolazione di Lucca. Pistoia, Prato, Arezzo oscillano tra 8.000 e 15 000 abi­ tanti. Verso la metà del Trecento un intreccio di eventi catastrofi­ ci (carestie, guerre epidemie) interessa la Toscana, scuotendone 1 assetto sociale ed economico (un assetto che, comunque, an­ che nei momenti di benessere è caratterizzato da squilibri e la­ cerazioni: a fianco della classe mercantile e di una solida componente di artigiani e bottegai esistono larghe fasce di salariati al limite della sussistenza e di veri e propri miserabili). Il culmi­ ne di questi eventi è rappresentato dalla peste che colpisce la regione nel 1348 (la mortifera pestilenza descritta dal Boccaccio nel Decameron), per rifarsi poi viva a più riprese nei decenni successivi. Il drastico calo della popolazione che ne consegue, insieme con le condizioni di assoluta miseria, innescano impo­ nenti flussi migratori. Le città accolgono masse di gente prove­ nienti dai contado che ovunque si spopola. Il potere di attra­ zione di Firenze è massimo. Se all’indomani della peste essa conta solo 32.000 abitanti, negli anni che vanno dal 1349 al e 13 abbondantemente la sua popolazione arrivando a 70.000 abitanti (cfr. P alermo 1990-1992: 137-138 e bibliogr ivi indie.). Alla mobilità orizzontale fa riscontro una mobilità verticale, un rimescolamento della compagine sociale, con con­ seguenze anche politiche. Nel 1343 il governo fiorentino, già assicurato fin dalla fine del secolo precedente ai ceti medi dagli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella, passa nelle mani dei rappresentanti delle Arti minori, non senza violenti contrac­ colpi da parte della vecchia classe dirigente: si pensi alla con­ giura organizzata nel 1360 da Pino de’ Rossi, al quale il Boc­ caccio invia una lettera consolatoria che ben esprime il diffuso senso di insofferenza verso questa nuova ondata di inurbati ascesi ai vertici della vita sociale e politica. 2. Alfabetizzazione e circolazione della cultura

Sfudi ormai divenuti classici, a partire da quelli di SAPORI (1937; Id 1983) e di B e c (1967; I d . 1983), hanno sottolineato i nesso che lega la civiltà mercantile alla scrittura e, insieme al volgare (e v. ora anche STUSSI 2000; BARTOLI L a n g e l i 2000:

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41-75). Sono le stesse esigenze professionali che spingono il mercante a scrivere per inventariare le merci, registrare la contabilità, comunicare con i soci, ecc., rendendolo al tempo stesso consapevole dell’importanza che tale attività assume ai fini della corretta gestione dei propri affari. Afferma Paolo da Certaldo nel suo Libro di buoni costumi, una specie di summa che riassu­ me mirabilmente la mentalità mercantile trecentesca. Sem pre quando fai fare alcuna carta, abbi uno tuo libro, e scrivivi suso il dì che si fa e ’l notaio che la fa e ’ testimoni, e 1 perche e con cui la fai, sì che, se tu o tuoi figliuoli n avesoro bisogno, che la ritruovino. E a fuggire m olti casi e pericoli de’ falsi uomini, sem pre si vorrebbe fare compiere; e tiellati ne la cassa tua com piuta (SCHIAFFINI

1945: 144). Il continuo ricorso alla penna e la fiducia nei propri docu­ menti porta addirittura i mercanti toscani, con una notevole precocità rispetto a quelli di altre regioni, a gestire autonoma­ mente le loro scritture economiche, senza il ricorso al notaio. Q uest’uso è pienamente affermato nella Firenze trecentesca, dove anche le scritte ossia i contratti compilati dalle parti senza l’assistenza del notaio (distinte dalle carte che erano i veri e propri strumenti notarili) hanno un riconosciuto valore proban­ te ai fini giudiziari (MELIS 1972: 6, 8; C e c c h i 1972: 565-566). L· del resto noto che i mercanti toscani con la loro propensione a scrivere danno un contributo decisivo alla nascita di una tipok)gia grafica nuova: la corsiva mercantesca. Si tratta d una grafia strettamente legata alla tradizione volgare, elaboratasi a poco a poco e fissatasi nelle sue forme canoniche nella Toscana del Trecento, per poi diffondersi oltre la regione e divenire stru­ mento dei ceti artigianali nel loro complesso (cfr. CECCHI 1972; P e t r u c c i , M ig l io 1988: 469-470; Stu ssi 2000: 272-273; B a r t o l i L a n g e l i 2000: 42-43). . La stessa classe mercantile, per far fronte alle proprie esi­ genze, crea un sistema scolastico nuovo, che ha il suo fulcro nelle scuole d’abaco (dove abaco, come già nel titolo della prin­ cipale opera di Leonardo Fibonacci, il Liber abaci, significa ‘calcolo’ con precisa allusione al metodo di numerazione arabo­ indiano che tale opera aveva avuto il merito di divulgare). In queste scuole del tutto laiche, attraverso una didattica per la prima volta imperniata sul volgare, i giovani dell età di 10-11

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anni si addestrano nelle due fondamentali competenze richieste al mercante: il saper far di conto e il saper leggere e scrivere2. Le scuole (o botteghe) d ’abaco sono in piena attività nella oscana del Trecento, talora organizzate dai gruppi mercantili privati (come a Firenze), talora dai comuni (Pisa, Lucca, Siena, l istoia). Esse creano comunque, nei centri urbani, una larga è diffusa alfabetizzazione, che è uno degli elementi più qualifi­ canti dell assetto sociale della Toscana trecentesca, con ampie ripercussioni sulla ricchezza della produzione scrittoria in vol­ gare. Per Firenze è ancora il Villani che ci informa, fornendoci dei dati statistici che ripetutamente si sono proposti al vaglio di studiosi dalle competenze diverse (cfr. H e r l ih y K l a p is c h Zu­ m im i978' 7 6 2 "770; P et r UCCI, M ig l io 1988: 470). Dice dunque f l ™ 1 ln un P ^ so famosissimo della sua Cronica che nel iu aa SU Una P0P°lazione di circa 90.000 abitanti, da 8.000 a 10.000 erano i fanciulli e fanciulle che stavano a leggere' da 1.000 a 1.200 i garzoni che stavano ad aprendere l’abbaco e algonsmo in vi scuole; da 550 a 600 quelli che stavano ad aprendere gramatica e loica in iiii grandi scuole (PORTA 1990-1991: IH i198n · S ? me SÌ Vecle’ 11 numero di studenti che frequentano i tre livelli distruzione è decrescente3: se non stupisce il vantaggio quantitativo che caratterizza il primissimo livello d ’istruzione quello elementare, dove i bambini apprendono i fondamenti del leggere e dello scrivere (e qui gli 8.000-10.000 alunni rap­ presenterebbero, secondo alcuni calcoli, molto più della metà dei bambini maschi in età scolare); fa riflettere il fatto che gli studenti delle sei scuole d ’abaco fiorentine4 siano il doppio di quelli che si dedicano ad approfondire la grammatica (ossia il latino) e la logica, il che ci dà conferma del prevalere di un istruzione finalizzata alle esigenze della classe mercantile e

2 Notizie più ampie sull’organizzazione dell’insegnamento, che aveva duFRANCU98a8; ULm 2000 “ ^ dette SÌ troveranno in 3 Si noti che i tre gradi in cui si articola l’istruzione nella Firenze del pri­ mo I recento sono puntualmente riflessi dalle tre categorie di insegnanti citate in un documento del 1316: Ars magistrorum gramatice, et abaci, et docentium legere et scribere pueros (DEBENEDETTI 1906-1907: 339), 4 La più nota delle quali è la cosiddetta bottega d’abaco di Santa Trinità dove insegnano maestri di alta levatura scientifica come Paolo dell’Abaco e Antonio Mazzingm, che sono anche autori di importanti trattati d ’abaco.

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artigianale. Anche per le altre città toscane (San Gimignano, Siena, Lucca, Pistoia) si hanno numerose testimonianze che ri­ guardano l’attività delle scuole d’abaco nel secolo XIV (e talora anche in epoca più antica), desumibili soprattutto dai libri dei Non bisogna poi dimenticare che all’opera di alfabetizzazio­ ne contribuiscono i tanti maestri privati in servizio presso le fa­ miglie, come pure altri tipi di didattica non istituzionale, maga­ ri più rudimentali e approssimativi, impartiti afl’interno delle associazioni e delle mura domestiche: tutti mezzi, questi, che agiscono oltre gli stessi confini delle città, diffondendo anche nel contado una certa dimestichezza con la scrittura. Un ruolo di stimolo va inoltre riconosciuto ai documenti notarili, che an­ che nel mondo agricolo intervengono sempre più numerosi per ratificare locazioni, contratti, prestiti, ecc.5. Se la capacità di leggere e scrivere interessa larghe fasce della popolazione, coinvolgendo in qualche caso aj l c ,r ! Cetl subalterni6, restano senz’altro ridotte le possibilità di alfabetiz­ zazione che sono riservate alle donne (si parla naturalmente delle laiche, perché le monacate hanno una situazione diversa, certo privilegiata). Il tema è stato impostato anni fa da C a r d in i 1978· 501-502 e poi ripreso e sviluppato, con conclusioni con­ cordi, da P e t r u c c i , M ig l io 1988: 477-482 e T r if o n e 1989: 7072. I d a ti riferiti dal Villani autorizzerebbero a credere che an­ che le fanciulle accedano all’istruzione elementare, per essere 5 Per un approfondimento della situazione del contado fiorentino cfr D e La R onciÈRE 1977: III 1083-1091; più in generale BALESTRACI 1984: 18-31. 6 Non è infatti impossibile cogliere, nella mole dei documenti, testimo­ nianze che, rispetto al livello medio delle scritture congeneri, riflettono una minore padronanza delle risorse grafiche e linguistiche, facendo intravedere quadri di produzione socialmente articolati. A questo tipo di analisi si presta ad esempio la lettera proveniente dal contado senese edita e commentata da P ecoraro 1957. L’autore, un certo Ghezzo, è un semicolto, il cui addestra­ mento alla scrittura è assolutamente imperfetto e approssimativo, come ben si vede dalle incertezze e dagli usi stravaganti che ne caratterizzano la gratia. Ghezzo non scrive mai le nasali preconsonantiche e spesso omette anche le li­ quide preconsonantiche; ma il tratto più anomalo riguarda e consonanti ge­ minate il cui primo elemento viene separato dal secondo dall interposizione della i (quindi ebib = ebbi, Icic = Icci, dodicic = dodicci, tutitt = tutti facico faccio, abiba = abbia, sevigigo = servigio, ecc.). Significativi anche gli ipercorrettismi reattivi alla tendenza senese al passaggio di [kw] a [k] per^cui accan­ to a catro ‘quattro’ si hanno scritture come quotali = cotali, questa - costa.

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poi escluse dai livelli scolastici successivi. Ma di fatto dal mon­ do femminile emergono testimonianze rare d ’un'effettiva prati­ ca della scrittura che non è richiesta da nessuna delle attività cui la donna e destinata. Anzi Paolo da Certaldo in un passo del suo L ib ro d i b u o n i co stu m i consiglia esplicitamente: lo fanciullo [..,.] ne’ sei o ne’ sette anni, porlo a leggere; e poi o fallo studiare o pollo a quella arte che più gli diletta [...]. E s’elle’è fanciul­ la lemma, polla a cuscire, e none a leggere, che non istà troppo bene a una femina sapere leggere [...] (Schiaffimi 1945: 126-127), precetto che doveva essere ben osservato, se si pensa alla faci­ lita con cui i mercanti, nei loro libri, si soffermano sul curri­ culum scolastico dei figli maschi, mentre, quando si tratta di emmine, tacciono o possono al massimo annotare - come fa Giovanni di Durante nelle sue memorie - che sono state manf j i t a/ “ re e l ett£ della seta ° a fare la frangia (cfr. SAPORI 1937: 67 nota 1; P e t r u c c i , M ig l io 1988: 480). Non dovevano mancare pero le eccezioni. In un contratto fiorentino del 1304 e cltatfa Rnf Clemenza, che in qualità di doctrix puerorum, pròm m t [...] docere et instruere Andream [...] legere et scribere, ita quod convementer sciai legere Psalterium, Donatum et instru­ menta, et scribere [...] (D e b e n e d e t t i 1906-1907: 333). Oltre alla menzione di una donna come educatrice, è rilevante a conferma di un istruzione ben attenta alle esigenze della vita pratica, che 1 apprendimento del leggere e dello scrivere non si associ soltanto agli strumenti tradizionali della didattica mediementd)lSalten0 & ' Donatof ma anche agli atti notarili {instru-

n i„ ttL ? Uant0f ^ - ί man° f“ ile che ci sono noti, “ si appartengono f 1η6ι· e ^eeeriio e al Quattrocento, siano essi modesti e incerti Z c c f S r : Ì f SP7Se ΐρ ™ 56ηε5εΛ Γ ηη3 Bartolomea- segnalato in BaleSTRACCI 1984. 4 nota 7 e P e d u c c i , M iglio 1988: 477-479), siano di livello 6) T efe dl Alessandra, 1M finghi Strozzi ai figli esuli: ediz. 771 V 3 Pena r,cordare che la pratica della scrittura da parte femminile e comunque quasi sempre sollecitata da esigenze concrete e spesso mostra di avere alle spalle un apprendimento di tipo autodidattico. Così acca­ de - per citare un altro esempio famoso - che Margherita Datini moglie del mercante pratese Francesco Datini, in età avanzata, impari a leggere Λ seri G uasti°1

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Gli intensi contatti commerciali con la Francia, la Fiandra, la Provenza potenziano la conoscenza del francese e dei pro­ venzale, lingue che fin dai secoli XII e XIII, grazie alla precoci­ tà della loro letteratura, godevano di grandissimo prestigio ed esercitavano un potente influsso colto II bilinguismo dei mer­ canti toscani costretti a permanenze nelle filiali d Oltralpe porta a forme d’interferenza linguistica, testimoniate nelle scritture at­ traverso prestiti isolati ed effimeri (cfr. MORGANA 1994: 672675· C a s t e l l a n i 2000: 100-101; C ella 2000: 366-373; E a d . 2003: XXVI-XXVII), che pure talora non mancano di corri­ spondenze sul versante letterario (si pensi a quante volte i testi commerciali offrono riscontri ai gallicismi dei^ volgarizzamenti e del Fiore, un’opera che nasce proprio nell ambito della simbiosi mercantile tosco-francese della fine del Dugento o del primissi­ mo Trecento). Ma molti francesismi legati al commercio riesco­ no a fissarsi, come si può vedere dalla terminologia tessile: biffa {biffe) ‘tessuto leggero a righe’; cagnette {caignet) panno di co­ lor grigio cenere’; cam m ellin o o ca m ellin e (ca m eh n dal fiammin­ go cam m elinc) ‘panno fatto con palmella, cioè con lana avanza­ ta dalla pettinatura’; m e m b rin o {m arbrin) ^ panno variegato di più colori’; m ostavoliere o m oscavoliere ‘panno grigio prove­ niente da Montivilliers’; m o steruolo ‘panno fabbricato a Montreuil’; razzese ‘panno di Arras’; tin tilla n a {ta in t en lam e) pan­ no tessuto con lana tinta prima d essere filata . . Una borghesia mercantile fiorente e largamente alfabetizzata come quella toscana non solo è produttrice di una mole straor­ dinaria di documenti di tipo pratico, ma esprime il suo dinami­ smo intellettuale attraverso la volontà di progredire ^ R u ra l­ mente e la capacità di apprezzare e sollecitare le prove deh arte e della letteratura, quando non diviene essa stessa creatrice di opere che si collocano al crocevia fra finalità pratiche e ambi­ zioni letterarie (v. il successivo par. 3). E stato detto che nella Toscana, e fin dal secolo XIII, si possono osservare meglio che altrove «gli inizi della formazione di un pubblico moderno» (AuERBACH 1983: 267). Nella seconda metà del Trecento Paolo da Certaldo eleva a precetto la consuetudine con la lettura, po­ nendo le basi per quell’ambizione dei mercanti al possesso dei libri che è stata rilevata per il Quattrocento, ma che certo si diffonde già prima (cfr. B e c 1983: 274-282; BRANCA 1986: XXVII-XXVIII):

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i Lt / erZa C^*ave ^a sapienzia si è che tu continuam ente leggili molti libri con m olto studio, però che leggere continuam ente fa ’mparare m olte cose; e chi m olti libri legge, m olte e nuove cose truova, e dom andando, m olto impara: e però sem pre leggi e studia con m olta sollecitudine (SCHIAFFINI 1945: 60-61);

Abbi bene a mente di leggere molti libri, e ’mparerai molte cose; e poi che 1ai imparate, ritielle e metti in opera con effetto, le buone cose dico (ivi: 163). L’allargamento del pubblico in direzione borghese ha im­ portanti conseguenze anche sulla tipologia libraria (PETRUCCI 1983 . 508-513). Si afferma il modello del libro-registro, strettamente connesso nella sua fisionomia al mondo delle professio­ ni, diffusissimo nella Toscana trecentesca, con esemplari che vanno dal Vaticano latino 3793, uno dei tre grandi canzonieri cui e affidata la lirica delle origini, trascritto per la maggior parte da una mano che si può definire «protomercantesca» (1 ETRUCCI 2001: 28), fino ai tanti codici del Decameron direttamente esemplati da mercanti entusiasti dell’opera e divenuti quindi appassionati copisti. D ’altro lato la straordinaria fortuna della Commedia si ripercuote sul processo produttivo del libro, facendo avvertire i primi sintomi di industrializzazione. È nota 1 attività di Francesco di ser Nardo da Barberino, notaio e copi­ sta che fonda a Firenze un’officina scrittoria specializzata nella produzione di Commedie dantesche in forma di libro-registro di lusso: da essa escono cento esemplari (i cosiddetti Danti del Cento) che, secondo quanto ci riferisce il Borghini, fruttano alI intraprendente Francesco le doti per maritare un certo nume­ ro di figlie (cfr. C io c io l a 2001: 183-184). In alternativa all’addestramento professionale affidato alle scuole d ’abaco, le scuole di grammatica e logica - di cui pure ci riferisce il Villani - avviano all’istruzione universitaria entro un curriculum di studi che resta saldamente ancorato al latino. Come n d s c d o precendente, anche nel Trecento, nonostante i tentati­ vi di fondare delle università a Firenze e Siena, i toscani continuano ad essere assidui frequentatori di Bologna, sede di uno studio dotato di massimo prestigio soprattutto nel campo del di­ ritto e della retorica (ars dictandi), oltreché città sensibilissima alle esperienze del volgare. Non mancano tuttavia, anche in To­ scana, centri molto attivi di irradiazione della cultura tradizionale laica e religiosa: scuole di notariato, di grammatica, di diritto ca­

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nonico, di teologia. Per Firenze è d’obbligo ricordare l’azione svolta dai domenicani di Santa Maria Novella e dai francescani di Santa Croce, presso i quali si organizzano delle scuole e delle biblioteche che sono fondamentali punti di riferimento per 1 ac­ cesso alla cultura nei suoi livelli più alti e che svolgeranno poi un’importante funzione nell’ambito del movimento umanistico (D avis 1965; A n t o n e l l i 1982; B o l o g n a 1982: 792-797)8. Giudici e notai continuano ad essere figure centrali nell as­ setto socioculturale del Trecento (soprattutto nei primi decenni del secolo): con la loro attività “bifronte”, ossia con la loro disposizione a gestire i due codici linguistici, latino e volgare, essi svolgono un ruolo essenziale nel mediare le due culture e le due lingue (cfr. POGGI SALANI 1992: 412-413; F io r e l l i 1994: 564-571). Tale impegno si manifesta vigorosamente nelle tradu­ zioni di statuti e ordinamenti (di comuni, corporazioni, confra­ ternite, ecc.) che si moltiplicano in tutta la regione (con una di­ stribuzione che tuttavia mette in evidenza Siena, il cui ingente corpus statutario è volgarizzato a partire dal 1309-1310: v. P o p DORI, B a n c h i 1863-1877); ma esponenti della cultura giuridica sono in primissima fila anche nella poderosa opera di traduzio­ ne e divulgazione dei testi classici e medievali. Il nome che in­ carna nel massimo grado questa versatile e instancabile attività è quello di Andrea Lancia, volgarizzatore degli statuti del co­ mune di Firenze, ma anche autore di una parafrasi in volgare delYEneide (senza contare le numerose altre traduzioni - spesso insicure - che gli sono attribuite). Più tardi, a partire dagli anni ’30, col maturarsi della svolta umanistica, saranno invece gli or­ dini religiosi ad assumersi sempre più il compito d avvicinare i classici 5 pubblico borghese. 3. Le scritture dei mercanti

Se l’attitudine dei mercanti alla scrittura e, insieme, all’uso del volgare si manifesta in tutta la penisola, è indubbio che la civiltà mercantile toscana, nel momento della sua piena maturi­ tà trecentesca e col supporto - da essa stessa promosso - di 8 Com’è noto, ad arricchire il patrimonio librario delle istituzioni eccle­ siastiche fiorentine contribuiscono anche i libri latini del Boccaccio, andati m lascito al convento di Santo Spirito (cfr. M azza 1966).

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un’alfabetizzazione diffusa, straordinaria per l’epoca, si esprime in una produzione che non ha uguale in nessun’altra parte d ’Italia (cfr. POGGI SALANI 1992: 406-411). Eccezionale, anzitutto, la quantità dei documenti, conside­ rando sia quanto è stato pubblicato sia l’ingente materiale tut­ tora inedito: un’eccezionaìità che non viene meno quand’anche si tenga conto - come pure è doveroso fare - del fatto che nel­ la Toscana un insieme di circostanze, fra cui non ultimo l’inte­ resse per la lingua, hanno favorito rispetto ad altre regioni la conservazione dei testi e la loro pubblicazione. Ma sono anche le tipologie a presentare grande interesse, in quanto accanto alla mole imponente delle scritture più tradizionali e consuete, come lettere, libri di conti e registri (in tutta la gamma delle loro varietà ben riflesse dalla ricchezza dei nomi, dotati di pre­ ciso significato tecnico, con cui vengono designati: libro del dare e dell avere, libro segreto, libro grande o maestro, libro deilasse, libro delle spese minute, quaderno memoriale o memoria/c ecc.)9, emergono generi che, per l’origine o per la speciale diffusione, si configurano come “toscani” per eccellenza. Tali i libri di famiglia, o secondo la denominazione più tradi­ zionale ancora preferita dagli storici, libri di ricordanze, che si sviluppano dal tronco dei libri di contabilità e amministrazione. E proprio la parola di ascendenza provenzale ricordanza equiva­ lente a ricordo, memoria (voci con cui di fatto può alternarsi), che assume un ruolo chiave nell’evolversi del nuovo genere, ca­ ratterizzato dalla progressiva immissione di inserti che, rispetto alla pura registrazione contabile, hanno «una sfumatura di mag­ giore dignità di ricordo, [...] costituiscono di per sé una articola­ zione in nuce, un ampliamento di orizzonti» (PANDIMIGLIO 1987: 12). Nel libro di ricordanze, assolutamente irriducibile a forme canoniche data la grande varietà dei singoli prodotti, alle registrazioni di acquisti, vendite, prestiti, affitti, si intrecciano quindi annotazioni di vicende più “personali”, ma sempre rile­ vanti sul piano economico, come nascite, morti, matrimoni, anqueste scandite, al pari delle prime, da moduli compositivi stabili e ripetitivi (basterà ricordare lo schema a cui è affidata la memoria dei tanti figli nati e prematuramente scomparsi: A dì... Sulle lettere e i libri contabili si sofferma ampiamente CASAPULLO 1999: 68-84, che, pur in una prospettiva generale, fa riferimento a testi in massima parte toscani.

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Iddio ci diè uno fanciullo maschio..., ponemoli nome..., battezzamolo..., chiamollo Iddio a sé...). Il fine è ancora quello praticodocumentario: registrare le vicende economiche che ruotano at­ torno all’inscindibile nesso di patrimonio e famiglia, perché ne resti memoria per sé stessi e per i discendenti, alla cui continua­ zione il libro è aperto. In alcuni casi la registrazione assume però anche il valore di prova da esibire eventualmente di fronte a ter­ zi, come testimonia il ricorrere di formule del tipo Ricordanza e palese sia a chi legiarà o udirà legiare questa scrita..., oppure l’uso ripetuto dell’espressione asseverativa ed è vero che davanti a re­ gistrazioni di debiti o crediti (cfr. PlNTO 1998: 358)10. Il dominio delle istanze economiche e le finalità pratiche non impediscono ad alcuni di questi libri, specialmente fioren­ tini, di accogliere componenti ancora più libere e distese, siano esse squarci autobiografici, osservazioni moraleggianti, prover­ bi, fatti di cronaca esterna, reminiscenze letterarie (cfr. BRANCA 1986· IX-LXXXVIIT, I d . 1996b). Se le prove più mature ed

10 La tradizione dei libri di ricordanze, che è stata oggetto di grande attenzione anche dal punto di vista letterario (CICCHETTI, MORDENTI 1984), prende avvio con le ricordanze di Guido di Filippo dell Antella, scritte dal 1299 al 1312 e proseguite da un suo figliolo fino al 1328 (cfr. PANDIMIGLIO 1987: 15; ediz. in CASTELLANI 1952: 804-813; e v. anche, per la parte iniziale corredata di commento, POGGI SALANI 1994: 427-430). Essa conosce una straordinaria fortuna nella Toscana del Tre-Quattrocento, pur non mancan­ do di manifestarsi in altre parti d’Italia (soprattutto al centro e al nord, mentre tacciono le regioni del Mezzogiorno). La ricchezza della produzione toscana risulta evidente scorrendo il repertorio di PEZZAROSSA 1980 (e v. an­ che I d . 1979), limitato ai testi fiorentini, e quello di CICCHETTI, MORDENTI 1985, aperto alle diverse aree italiane, dove però, specie se si considera la porzione più antica del corpus, i testi toscani dominano nel modo più asso­ luto. I due repertori citati, orientativi e non esaustivi, prendono in conside­ razione solo il materiale che è stato edito (anche se, talora, in modo parziale e scorretto). Ma se anche agli editi si aggiungessero gli inediti, la supremazia della produzione toscana risulterebbe confermata e probabilmente accentua­ ta, data la mole del materiale di questo tipo giacente sia negli archivi di Sta­ to', sia negli archivi di istituti di assistenza come l’Ospedale degli Innocenti di’ Firenze o la Fraternità dei Laici di Arezzo, dove sono confluiti molti ar­ chivi familiari. All’interno della regione, comunque, il genere non è rappresentato in modo uniforme: alla mole dei documenti fiorentini e al considere­ vole numero di quelli aretini e toscani occidentali, fa riscontro la minore consistenza di quelli provenienti da Siena, dove pure le scritture mercantili erano state precocemente avviate dal Libro di Mattasalà di Spinello Lamber­ tini (1231-1243).

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esemplari di questa produzione memorialistica si hanno a cavallo fra Trecento e Quattrocento11, non mancano testi di grande rilievo pienamente trecenteschi, come quello di Donato Velluti giudice e mercante, redatto dal 1367 al 1370 (edito col titolo arbitrario di Cronica domestica dall’originale autografo Lauren- - o Acquisti e doni 713: D e l LUNGO, VOLPI 1914). Caratteri indubbiamente più originali presenta il Libro di buoni costumi scritto nei primi decenni della seconda metà del Trecento dal commerciante di granaglie Paolo di messer Pace da Certaldo (originale autografo Riccardiano 1383), «capolavoro di questa letteratura mercantesca a piega moralistica e gnomica, familiare e pedagogica, di chiara derivazione dai ricordi domestici e au­ tobiografici» (B r a n c a 1986: XXIX), che già abbiamo più volte citato come testimone di atteggiamenti, consuetudini e aspira­ zioni tipiche della borghesia toscana del secondo Trecento. L’autore si rivolge programmaticamente ad un pubblico più largo della famiglia, anche se sempre limitato entro una cerchia confidenziale. Questo infatti l’esordio del libro, da cui gli deri­ va il titolo, condiviso da tutte le edizioni moderne (M o r p u r g o 1921; SCHIAFFINI 1945; BRANCA 1986: 1-99): In questo libro scriveremo m olti buoni assempri e buoni costumi e buoni proverbi e buoni ammaestramenti: e però, figliuolo e fratei mio e caro m io amico, vicino o compagno, o qual che tu sia che que­ sto libro leggi, odi bene e intendi quello che troverai scritto in questo libro, e m ettilo in opera; e m olto bene e onore te ne seguirà a Panima e al corpo (SCHIAFFINI 1945: 57-58).

In una posizione ancora più eccentrica, sia per l’apparte­ nenza alla prima metà del secolo, sia per l’eterogeneità del contenuto, sia anche per 1 aspetto formale codicologico (si conserva nello splendido codice miniato Laurenziano Tempi 3 , trascritto da due mani), è il cosiddetto Libro del Biadatolo o, come lo de­ nomina l’autore, Specchio umano (ediz. PlNTO 1978), singolare esempio di registro d ’interesse finanziario-agrario, ampliato con intendimento artistico e morale. La compilazione del testo risa­ le agli anni 1339-1341, mentre è un poco più tarda la trascri­

11 Così i ricordi di Bonaccorso Pitti, di Goro Dati, di Giovanni di Pagoio Morelli, ecc. per i quali cfr. TAVONI 1992: 26-27, 175-180.

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zione del codice (cfr. MIGLIO 1975). L’autore è un fiorentino12, modesto venditore di biade, ma capace di offrire nelle parti narrative una drammatica ed efficace rappresentazione della mi­ seria e della fame. Egli confessa di essere grosso e ydiota compo­ nitore (PlNTO 1978: 159) e di aver adottato il volgare per igno­ ranza del latino, il che non vuol compromettere però la dignità dell’opera, che viene più volte ribadita: E pognamo che con vol­ gare materno facto, non perciò sia spregiato, ché latino mai lin­ gua non apprese (ivi). Non mancano di affiorare, qui come del resto nei libri di ricordanze, alcune reminiscenze letterarie, che fanno intravedere una diffusa trama di letture di autori classici e moderni: particolarmente significative, in questo caso, le cita­ zioni dantesche, che offrono peraltro una significativa testimo­ nianza della precoce capacità di diffusione della Commedia (v. cap. IV. 13). i i η Fanno capo alla produzione mercantile anche delle opere che potremmo dire pedagogiche, in quanto hanno loi scopo >di fornire informazioni utili all’attività professionale: i libri d aba­ co e le pratiche della mercatura. Si tratta ancora di generi che, pur non potendosi definire esclusivamente toscani, hanno però nella Toscana trecentesca una diffusione assolutamente privile­ giata. Rispetto alle scritture finora considerate, trasmesse per lo più da copie uniche e autografe, questi testi, pur restando quasi sempre affidati a grafie di tipo mercantesco, presentano una tradizione molto più complessa: destinati ad una consultazione continua con passaggi di mano in mano, essi sono soggetti al moltiplicarsi delle copie e a profondi processi di manipolazione testuale (integrazioni, tagli, aggiornamenti, ecc.). La tradizione dei libri d’abaco comprende tutti quei testi che, rifacendosi al Liher abaci del Fibonacci, ne offrono delle traduzioni, ma più spesso degli adattamenti, degli estratti, dei compendi più o meno liberi, sempre comunque caratterizzati dal prevalere di un’impostazione tecnico-pratica, che si manife­ sta sia nei metodi sia nei contenuti: la trattazione procede attra­ verso un susseguirsi di problemi affiancati dalle relative soluzio­ ni; la materia trattata è in massima parte una matematica di tipo computistico-commerciale, anche se non mancano sezioni

12 Domenico Lenzi, secondo la lettura tradizionale, che però è stata re­ centemente emendata da Aldo Rossi (1997) in Domenico Benzi-

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dedicate alla geometria e all’algebra. Il fondamentale volume di Van E gmond (1980), che include un censimento dei libri d’abaco, consente di vedere bene come la distribuzione geogra­ fica dei testi segua la mappa dei centri economici più fiorenti e attivi, e ponga quindi la Toscana in una posizione di assoluto rilievo, assegnandole la stragrande maggioranza dei testimoni trecenteschi inventariati. Grazie a questa produzione la regione assume un ruolo preminente nell’elaborarsi della moderna ter­ minologia scientifica: basterà ricordare che i libri d ’abaco tosca­ ni offrono le prime attestazioni del termine cardine della mate­ matica moderna, zero (zevero), traduzione della voce zephirum con cui il Fibonacci aveva latinizzato l’arabo sifr; e che contri­ buti decisivi vengono anche alla terminologia della geometria e dell’algebra (cfr. Manni 2001)13. Le pratiche della mercatura (che devono questo nome al­ l’erudito settecentesco e editore di alcune di esse Giovan Batti­ sta Pagnini) si configurano come manuali ancora più eteroge­ nei, nei quali a notizie di tipo prettamente merceologico (mone­ te, pesi, misure, cambi, gabelle, descrizioni di mercati e fiere) si assommano rilievi geografici, annotazioni astronomiche, ricette mediche, esercizi di aritmetica, e altro. Anche in questo caso è certo che la tradizione toscana (di cui verosimilmente sono an­ dati perduti certi tasselli più antichi), costituisce fin dalle origi­

13 II primo libro d’abaco noto, ancora dugentesco, è umbro (Livero de l’abbecho, già edito in Arrighi 1989, e ora riconsiderato da Bocchi in stam­ pa, che oltre ad offrirne una nuova edizione, ne ha appurato la provenienza perugina). Fra gli esemplari toscani, ricordiamo il Tractatus algorismi di Iaco­ po da Firenze, datato 1307 e pervenutoci in copia appena posteriore nel codi­ ce Riccardiano 2236 (cfr. Van E gmond 1980: 148; Arrighi 1985; Id . 1988; SlMl 1995), nel quale figura la prima attestazione di ςevero ‘zero’; e il Libro di ragioni di Paolo Gherardi, anch’egli fiorentino, risalente al 1328, che offre la prima esposizione in volgare dell’algebra (cfr. VAN EGMOND 1980: 115; ediz. ARRIGHI 1987). Il più famoso fra gli autori (che restano non di rado anoni­ mi), nonché fra i maestri d’abaco, è il pratese Paolo dell’Abaco (Paolo Dagomari) di cui ci sono pervenute le Regoluzze (ediz. A rrighi 1966) e un Tratta­ to d’aritmetica tramandato però in copia quattrocentesca (ediz. Arrighi 1964). Alla cultura abachistica fanno capo anche alcune opere di argomento più prettamente geometrico, fra le quali è d’obbligo menzionare la traduzione pisana della Rractica geometrie del Fibonacci, contenuta nel codice Vaticano Chigiano Μ V 104, su cui ha richiamato l’attenzione, anni fa, BALDELLI (1965a), fornendone l’analisi linguistica e una parziale edizione. Per tutto cfr. anche C asari il,l,o 1999: 167-173.

ni uno dei filoni maestri, che non a caso troviamo sotteso che in opere analoghe elaboratesi in altre aree, come il venezia­ no Zibaldone da Canal (cfr. STUSSI 1967: introduzione al testo, I d . 1977: 72)14.

14 II più antico rappresentante del genere si ravvisa in una Memoria de

treccio delle tradizioni toscana e veneziana cfr. 1UCCI 19

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Capitolo secondo La situazione linguistica: profilo fonomorfologico delle varietà toscane

1. Premessa

Sarà utile a questo punto soffermarci sul quadro linguistico della regione, che possiamo ricostruire grazie alla straordinaria ricchezza dei documenti pervenuti (e ribadiamo qui il ruolo im­ portantissimo che spetta alle scritture mercantili, non solo per la loro quantità, ma anche per la loro natura di testi di tipo pratico affidati quasi sempre a testimoni unici e autografi: capa­ ci di garantire quindi un buon grado di genuinità linguistica). Si è soliti distinguere nella Toscana medievale quattro fon­ damentali varietà: il fiorentino, il tipo occidentale (pisano e luc­ chese), il senese e il tipo orientale (rappresentato in primo luo­ go dall’aretino e comprendente anche il cortonese e il borghese ossia il dialetto di Borgo Sansepolcro). Si tratta in sostanza del­ le stesse varietà che emergono alla contemporanea coscienza linguistica di Dante nel De vulgari eloquentia (I XIII 1-5), che pure tiene distinti il pisano e il lucchese (i quali, come vedre­ mo, hanno di fatto caratteristiche in parte autonome). A tale partizione, ormai tradizionalmente acquisita, fanno riferimento gli studi che da oltre un secolo hanno concorso a definire l’as­ setto linguistico della regione, dai primi tentativi di ricognizio­ ne di PARODI (1889) fino agli ultimi contributi di Castellani, di cui ricordiamo fin da ora la recente Introduzione alla Gramma­ tica storica, dove l’autore, mettendo a frutto la sua pluridecennale esperienza di studi sull’argomento, offre un quadro lingui­ stico della Toscana medievale che, nella sua ampiezza e siste­ maticità, può definirsi esaustivo (CASTELLANI 2000: 253-457). Le varietà toscane, quali si manifestano nella prima metà del Trecento e quindi in una fase che le vede ancora relativa­ mente salde nella loro fisionomia autonoma, mostrano dunque numerosi elementi di differenziazione, che riguardano prima di

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tutto 1 aspetto fonomorfologico, in misura assai minore quello lessicale. In una sua recente sintesi, S e r ia n n i (1995: 136) ha opportunamente rilevato quanto sia sfuggente l’identificazione di elementi specifici toscani di tipo fonomorfologico che possa­ no dirsi veramente comuni a tutta la regione. Anche fenomeni di solito ritenuti fra i più caratterizzanti del tipo linguistico to ­ scano rispetto agli altri sistemi italoromanzi, come l’anafonesi e il dittongamento di È, ò toniche in sillaba libera, sono condivisi dalla maggioranza, ma non dall’intero insieme delle aree tosca­ ne. Più generalizzato può definirsi invece un carattere di segno negativo, quale la mancanza di metafonesi. Quanto ad un altro fenomeno ritenuto fra i più tipici del toscano, la spirantizzazione delle occlusive sorde intervocaliche (la cosiddetta gorgia), esso non presenta attestazioni sicure anteriori al secolo XVI e resta pertanto escluso da questa trattazione1. Ma vediamo con ordine le diverse varietà toscane nei loro principali tratti distintivi.

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Fissando il fiorentino trecentesco in un quadro unitario non si deve tuttavia dimenticare che siamo di fronte a un sistema al­ tamente dinamico che ha maturato e sta maturando al suo in­ terno, talora già col concorso delle varietà contermini, diversi fatti evolutivi rispetto all’epoca più arcaica (testimoniata a par­ tire dai Frammenti di un libro di conti di banchieri del 1211: CASTELLANI 1958), e altri ne prepara che avranno la più piena manifestazione nel secolo successivo. Alle soglie del Trecento si possono considerare ormai defi­ nitivamente conclusi o in via di conclusione una serie di feno­ meni, messi dettagliatamente in luce nella classica Introduzione di Castellani ai Nuovi testi fiorentini (CASTELLANI 1952: 21166). Eccone qui un riepilogo. - I dittonghi discendenti ai, ei, oi si riducono alla prima compo­ nente (forme come meità, prette lasciano il posto a m età, prete). - I tipi serò, serei passano a sarò, sarei. - Ogne (OMNEM) passa a ogni.

2. Il fiorentino trecentesco

La sostanziale coincidenza, dal punto di vista fonomorfolo­ gico, del fiorentino trecentesco con l’italiano letterario e quindi con la lingua nazionale obbliga naturalmente a prendere le mosse dalla varietà fiorentina, rendendo corretta nel metodo una sua caratterizzazione in rapporto all’italiano moderno. Si tratterà di mettere in luce quegli elementi di discrepanza che pure si riscontrano all’interno di strutture che sono rimaste in buona parte coincidenti. Il fiorentino oggetto della nostra attenzione è il fiorentino trecentesco, delimitato riduttivamente entro un arco cronologi­ co che arriva al terzo quarto del Trecento, ossia al 1375, anno della morte del Boccaccio (l’ultima parte del secolo si presenta infatti caratterizzata da mutamenti strutturali che preludono de­ cisamente al nuovo assetto quattrocentesco: cfr. infra, par. 7).

Per il fenomeno e le discussioni a cui ha dato origine si rimanda a CA­ STELLANI 1959-1960; A gostiniani, G iannelli 1983. Una proposta di anticiPa^ ^ Prlme attestaz'oni della gorgia all’epoca medievale si deve a C alabresi

- Sotto la spinta delle altre varietà toscane, scompare il dittongo in iera, ierano. - Si ha la sincope nei futuri e condizionali della 2a classe (avero, averei passano a avrò, avrei pur senza divenire esclusivi)2. - Le desinenze di l a pers. plur. del pres. indie, -emo, -imo (avemo, perderne, sentirne) lasciano il posto a -iamo in analogia col con­ giuntivo (abbiamo, perdiamo, sentiamo)0. - Le desinenze di 3a pers. sing. del peri, indie, di tipo debole, nei verbi delle classi diverse dalla l a, -co, -io (perdeo, sentio) sono sostitui­ te da -é, -ì (perde, sentì)4. 2 Diversamente il tipo non sincopato viverò è ancora costante. Il fiorenti­ no si rivela inoltre avverso alla sincope fra occlusiva (o spirante labiodentale) e r in altri casi, fra cui comperare, diritto, opera, sofferire, temperare, vespero, che si mantengono dominanti per tutto il Trecento e oltre. 2 Le desinenze -emo, -imo sono le uniche presenti nei testi fiorentini an­ teriori al terzultimo decennio del Dugento (per quanto riguarda i verbi della l a classe mancano esempi utili relativi all’epoca più antica). Il processo attra­ verso cui avviene la sostituzione delle desinenze originarie con la desinenza congiuntivaie -iamo è molto discusso: cfr. Skerlj 1971. 4 Le desinenze -eo, -io continuano gli esiti del latino volgare -EV(i)T, -IV(I)T. Secondo SERIANNI 1995: 144 si deve probabilmente partire dal tipo sentio *SENTIÙT: su di esso si è poi modellato perdeo (i perfetti in -EVIT da cui deri­ verebbe -EÙT sono infatti molto rari). La spiegazione più convincente del pas­ saggio da -eo, -io a -e, -ì è indicata da CASTELLANI 1952: 146: «Nelle forme come rendeone, partiosi i gruppi vocalici eo, io si riducono a e, i (vedi rendést

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La desinenza etimologica di 2a pers. sing. -e < -AS, che in origi­ ne caratterizzava il pres. indie, dei verbi della l a classe (tu ame) e il pres. cong. dei verbi della 2a, 3a e 4a classe (che tu ubbie, che tu facce, che tu parte), tende a scomparire assimilandosi alla -i che era propria delle altre voci del paradigma, ossia la 2a pers. sing. del pres. indie, dei verbi delle classi diverse dalla l a uscenti originariamente in -ES, - ÌS, -IS, e la 2 pers. sing. del pres. cong. dei verbi della l a classe uscente in -ES (si ha quindi: tu ami-, e che tu abbi, che tu facci, che tu parti)5. - La desinenza di l a pers. sing. dell'im peri, cong. -e < -EM (che io potesse) e sostituita da -t {che io potessi) in analogia con la 2a pers. sing. che aveva regolarm ente -i < -ES.

Un altro tratto che si diffonde a Firenze presso le generazioni nate dopo il 1280, messo recentemente in luce dallo stesso Ca ­ st e l l a n i (2002: 10), è il seguente: - nelle preposizioni articolate, il tipo con II doppia, che in origi­ ne ricorreva solo davanti a parola iniziante per vocale tonica, si generalizza a tutti i casi (se prima si aveva dell'oro , ma dela casa, deVamico, si viene ad avere uniformemente dell'oro, della casa, dell’amico). Passiamo ora in rassegna i tratti più rilevanti che si possono considerare distintivi del fiorentino trecentesco. Essenziale punto di riferimento è ancora 1Introduzione ai Nuovi testi fiorentini di Castellani, da integrare con gli altri studi di volta in volta citati. - Il dittongamento si presenta regolarmente anche dopo conso­ nante + r {priego, truovo, ecc.) (cfr. CASTELLANI 1967a: 18-19). Fra le singole forme che presentano il dittongo in opposizione all’italiano moderno citiamo niega (e altre voci rizotoniche di negare)·, alternano dittongo e vocale semplice i tipi verbali lieva e punse (e, modellato su quest’ultimo, rispuose)6. e partisi in Lapo Riccomanni, che pure usa sempre -eo, -io). Quindi, per effet­ to di comperatine, comperassi, si ha rendenne e partissi [...], su cui si ricostrui­ scono rendè e partì». , ,,,. hi 2 pers. sing. del pres. cong. dei verbi della 2a, 3a e 4a classe, fin hcùzio del secolo XIV, si può talora trovare anche la desinenza moderna -a (che tu abbia, che tu faccia, ecc.), dovuta a un conguaglio analogico con la l a e a? 3 uscenf Li ~a < -AM, -AT. Tale desinenza, di cui si hanno attestazioni già in Dante, si imporrà comunque più tardi, fra Trecento e Quattrocento. La sostituzione di niega con nega, che si afferma più tardi (anche se qualche esempio senza dittongo compare già nel Boccaccio: v. infra, cap. V1.6, pp. 273 e 276) sembra legata alla spinta delle varietà toscane occidenta-

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- Si ha la conservazione di e tonica in iato nelle voci del congiun­ tivo presente di dare e stare {dea, stea, ecc.). _ Pur nell’ambito di una spiccata tendenza al passaggio di e pro­ tonica a i, si ha la persistenza di e nelle forme Melano, melanese, pre­ giane, serocchia, nepote, che si possono trovare ancora nel corso del secolo XIV (mentre è un po’ più precoce l’evoluzione di segnare a si­ gnore, megliore a migliore). - È normale an < en protonico in danari, incontanente, sanatore, sanese ; inoltre in sanza. - Il sistema consonantico comprende la variante tenue dell ami­ cata alveolare sorda [ts], che ricorre in parole dotte come grazia e vi­ zio provenienti da basi latine con -TJ- (mentre si ha la doppia in paro­ le provenienti da basi latine con -CTJ-, -PTJ- come elezione, eccezione) (cfr. C astellan i 1963-1964: 215-216; Id . 1961, 1964: 357). - Sussiste anche il grado tenue della sibilante palatale sorda LJJ che, reso di solito con la grafia (sci), rappresenta l’esito di -SJ- (bascio < BASJUM, camiscia < CAMISJAM, ecc.), ben distinto dall affricata palata­ le sorda [tf], che ancora non ha subito la spirantizzazione in posizio­ ne intervocalica. La coincidenza verificatasi fra i due elementi in seguito a quest’ultimo fenomeno (avvenuto a quanto pare nella seconda metà del Trecento)7 li porta a divenire entrambi varianti di posizione del fonema /tf/ e ad adeguarsi alla comune grafia (c)8.

li che avevano fin dalle origini la e chiusa di probabile ascendenza settentrio­ nale (cfr. CASTELLANI 1992: 74). Le forme del tipo pose (rispose), non rare già nel corso del Trecento, sono dovute all’estensione della o chiusa (< O) del presente e dell’infinito di porre (CASTELLANI 1967b: 359) e risentono forse dell’influsso del senese e del toscano orientale in cui è normale pose Per leva in luogo di lieva, entrambi documentati fin dagli inizi, si pensa alla spinta esercitata dalle forme arizotoniche come levare (cfr. CASTELLANI POLLIDORI 196D. , . . ,. r p, . 7 Le prime attestazioni del processo di spirantizzazione di LtJJ intervoca­ lica segnalate da Castellani, a cui si deve la descrizione del fenomeno (CA­ STELLANI 1952: 29-31, 161), si trovano nella Raccolta di segreti di Ruberto di Guido Bernardi, risalente al 1364, che scrive asceto, croscè, dodisci. Cfr. anche M anni 1979: 120 nota 2. . 8 Segnaliamo a parte, in quanto non trova una diretta testimonianza in epoca medievale, l’opposizione consonantica, che pure doveva essere presente nell’antico fiorentino, fra le velari Ad, /g/ e le loro corrispondenti mediopala­ tali. Su di essa si soffermano molti grammatici del Cinquecento, fra cui ti Saiviari che, negli Avvertimenti, dopo aver distinto casi come rocchi (da rocco) e rocchi (da rocchio), vegghi (da veggo) e vegghi (da vegghio), si chiede se tali suoni, insieme con altri non rappresentati dalla grafia, esistessero nel 1 recen­ to. Ma citando la rima occhi-tocchi non vuol pensare che «huomini di tanto senno, e d’avvedimento così profondo» non sentissero «quella difformità di

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eSlt0 d/ e f e a ] Per cui si hanno forme come tegj la K tEG(U)lam , vegghiare < v ig il a r e , non ancora sostituite da te­ glia vegliare per reazione al fenomeno rustico del passaggio di [A(] a LggJJ m a2M°> famiglia, ecc. (cfr. C astellani 1954; I d 1967a- 24-25)9 η , , ' , Τ maggÌOr Parte d e lc a sl Si ha [pp] da -NG- davanti a vocale palatale (gmgnere, tignere, ecc.) (cfr. Castellani 1963-1964: 221). an Γ La sonorizzazione delle occlusive sorde intervocaliche interessa nche voci che oggi hanno la sorda come agata acuto’ e anche chio-