Storia dei materiali scrittori e delle forme del libro. Un’introduzione. 3. Le forme del libro 9788861644052

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Storia dei materiali scrittori e delle forme del libro. Un’introduzione. 3. Le forme del libro
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Biblioteca centrale della Regione siciliana Palermo

Carlo Pastena

STORIA DEI MATERIALI SCRITTORI E DELLE FORME DEL LIBRO: UN’INTRODUZIONE v. 3

Le forme del libro

Palermo Regione siciliana Assessorato dei beni culturali e dell’identità siciliana Dipartimento dei beni culturali e dell’identità siciliana 2019

Pastena, Carlo Storia dei materiali scrittori e delle forme del libro: un’introduzione / di Carlo Pastena. Palermo : Regione siciliana, Assessorato dei beni culturali e dell'identità siciliana, Dipartimento dei beni culturali e dell'identità siciliana, 2018- . – volumi 1. Materiali scrittori – Storia. 002 CDD-23 SBN RML0436759 3: Le forme del libro / di Carlo Pastena. - Palermo : Regione siciliana, Assessorato dei beni culturali e dell'identità siciliana, Dipartimento dei beni culturali e dell'identità siciliana, 2020. – e-book ISBN 978-88-6164-405-2 CIP - Biblioteca centrale della Regione siciliana “Alberto Bombace” II

Indice

Premessa VIII La lettera 2 Egitto 2 La spedizione della lettera 2 Assiri e Babilonesi 3 Ebrei 3 Greci e Romani 3 Medioevo europeo 4 Le lettere antiche 5 Il libro mesopotamico: gli incunaboli d’argilla 6 La mise en page 6 I caratteri interni delle tavolette sumero-accadiche 7 L’autore 7 Il titolo 7 Il colophon 7 I richiami 8 Il titolo del dorso 8 Le biblioteche/archivio mesopotamiche 9 Il rotolo 10 Egitto 10 Il colophon nei papiri egiziani 10 La miniatura 11 Cina 12 Il rotolo di bambù 12 Il rotolo di seta14 Il rotolo di carta 15 Il frontespizio nel rotolo 18 Corea 18 Giappone 18 Tibet 19 India 19 Il rotolo di corteccia (tapa) 19 Il rotolo di lino/cotone 19 Indonesia 20 Grecia e Roma 20 Il restauro del rotolo di papiro e i glutinatores 22 Scrittura e decorazione del titolo 23 Il colophon 23 Indici 24 I richiami nel rotolo greco-romano 24 La conservazione dei rotoli 24 La lettura del rotolo presso i romani 25 Vicino Oriente islamico 27 III

Ebrei 28 Maya 29 Libro a soffietto o a concertina 30 Egitto 30 Etruschi 30 Grecia e Roma 30 Cina 31 Giappone 32 Corea 33 Tibet 33 Paesi Arabi e Persia 33 Sud-est asiatico 33 Maya 34 Il codice 35 Il nome 36 Sull’origine del codice 37 Le forme del codice 38 Il passaggio dal rotolo al codice 39 Il codice greco 40 Il codice papiraceo 40 Il codice membranaceo 41 Il codice cartaceo 43 La segnatura dei fascicoli 43 I richiami 43 La paginazione 44 Abbreviazioni 44 Il colophon 45 I palinsesti 45 Il codice latino 47 La fascicolazione 47 La segnatura e la paginazione 47 I richiami 48 La riga e la mise en page 48 Il formato del codice 53 Abbreviazioni 54 L’incipit 55 Intitolazione o titolatura 55 Principi 55 Il frontespizio nel manoscritto e nei primi libri a stampa 55 Il colophon 57 I palinsesti 57

IV

La legatura del codice 59 La legatura dei codici copti d’Egitto 59 Le caratteristiche principali della legatura medievale occidentale 60 I principali tipi di legatura medievale 64 Legatura carolingia 64 Legatura monastica 64 Legatura romanica 64 Il codice arabo-islamico 66 Il formato del codice 66 La composizione del fascicolo 67 La regola di Gregory 68 Il ǧuz’ 68 La segnatura dei fascicoli 68 La paginazione 69 I richiami 69 Segni al centro del fascicolo 69 I palinsesti 69 Il frontespizio 69 Il titolo 70 Indici delle suddivisioni o degli argomenti 70 Incipit 70 La partizione interna 70 Litterae dilatabilis 70 Il colophon 71 Il colophon nei manoscritti persiani 71 Il colophon nei manoscritti arabo-cristiani 72 Abbreviazioni 72 La decorazione 72 La legatura 73 La coperta 75 La cucitura 76 Il capitello 77 I tagli 77 La decorazione della coperta 77 La doratura della coperta 77 La goffratura della coperta 79 La verniciatura 79 Legatura persiana 79 Custodie e astucci 79 Il codice ebraico 80 La segnatura dei fascicoli 80 La numerazione delle pagine 80 I richiami 81 La composizione del fascicolo 81 Il fascicolo misto (pergamena-carta) 81 V

Il colophon 82 Abbreviazioni 82 Litterae dilatabilis 83 La decorazione del codice 83 Il formato del codice 84 La forma del codice 84 La micrografia 84 I nomi del libro nella cultura ebraica 84 Il codice in india, Cina e Tibet 86 India 86 Cina 87 Tibet 87 Giappone 87 Daifuku chō (libro ad album) 87 Retsujōsō (retchōsō) 88 Libro mastro 89 Le altre forme del libro in Asia 90 Il libro di foglie 91 India 91 Il formato del manoscritto 93 I caratteri interni del libro 93 Cartulazione 94 Punteggiatura 94 Abbreviazioni 94 Colophon 95 Miniatura e decorazioni 95 Cina 95 Tibet 97 Sud-Est asiatico 97 Libro a vortice 99 Cina 99 Corea 99 Libro a farfalla 101 Cina 101 I caratteri interni del libro cinese 102 La pagina 102 Il testo 103 Abbreviazioni 104 Il frontespizio 104 Il colophon 104 Corea 105

Caratteri interni del libro 105 VI

Giappone 105 Libro a creste 106 Cina 106 Giappone 107 La conservazione del libro 107 Il frontespizio 107 Il colophon 108 La divisione interna del libro 108 Le dimensioni del libro 108 Libro cucito 109 Cina 109 Corea 110 Libro a fogli sciolti 111 Tibet 111 La conservazione dei libri in Cina e Giappone 113 Opere citate 114

VII

Nella manualistica occidentale, la Storia del libro nella quasi totalità dei casi è limitata al codice medievale e al libro moderno, costituiti da fogli piegati e inseriti uno dentro l’altro, a formare i fascicoli, i quali sono poi cuciti e inseriti tra due piatti. La stessa codicologia comparata è una scienza dedicata esclusivamente al confronto tra il codice Occidentale e quello arabo, quest’ultimo prodotto sotto l’influenza dalla cultura ebraica e cristiana (Pedersen 1984, 9). Nessun cenno o eccezionalmente poche righe sono dedicate allo studio del libro prodotto nell’Asia orientale. Il problema è stato sollevato per primo da Henri-Jean Martin (1984, 13) il quale ha nesso in evidenza come in Occidente non sia conosciuto e studiato il libro prodotto in Asia orientale, che ha caratteristiche differenti dal codice occidentale. Il problema però, non riguarda solo la cultura occidentale perché «malgrado la grande quantità di manoscritti disponibili, la storia del libro cinese resta limitata in gran parte al periodo del libro a stampa» (J-P. Drège 2014, 1). A esempio, sulla nascita della stampa a caratteri mobili nata in Cina nell’XI secolo a opera di Bi Sheng, si trova raramente un semplice rigo, senza nessuna menzione degli sviluppi della stampa tipografica in Cina. E tranne che in alcune riviste di orientalistica, è completamente trascurata la storia della stampa tipografica in Corea e in Giappone. L’obiezione che l’Oriente ha avuto pochi rapporti con l’Occidente durante l’era antica e il medioevo, è errata. Numerosi studi pubblicati negli ultimi cinquant’anni hanno messo in evidenza gli stretti rapporti tra l’Oriente e l’Occidente sicuramente fin dal regno di Alessandro Magno nel IV secolo a.C., il cui impero arrivava fino al Turkestan cinese, dove fondò un'altra Alessandria che chiamò Eschate o Ultima (odierna Chodjend) oggi nel Tagikistan. Gli Egiziani conoscevano la seta, anche se non ci sono testimonianze relativamente al suo utilizzo come supporto scrittorio. A conferma di ciò, si può citare la presenza di seta, probabilmente cinese, frammista ai capelli in una mummia risalente al 1000 a.C. (Lubec et al 1993; Noble Wilford 1993). Nel 101 d.C. gli eserciti dell’impero cinese mossero verso Occidente e, seguendo una rotta già aperta da un avventuroso diplomatico, Chang-k’ien, si impadronirono di una serie di oasi, estendendo il proprio controllo sull’Asia centrale fino alla valle di Jaxartes (l’odierno Syrdaria) nell’Uzbekistan. I cinesi stabilirono così contatti diretti via terra fra la Cina e l’Occidente. Fu questo sviluppo che portò alla nascita di quella via della seta che congiungendo la Cina al mondo mediterraneo, costituì una delle principali rotte commerciali fino all’inizio del XVIII secolo. I rapporti tra l’Europa e la Cina, mediati dall’India, sono testimoniati dai numerosi reperti archeologici. La presenza della seta in Europa risale certamente al VII secolo a.C., secondo alcuni ritrovamenti fatti in Germania nel Land di Bade-Wurtemberg (Noble Wilford 1993). Allo stato attuale la più antica testimonianza sulla lavorazione della seta in Grecia è stata rinvenuta in una necropoli ateniese datata c. 430-400 a.C. La seta era diffusa anche presso i Romani (Nat. VI, 54; XI, 76). Da quello che conosciamo, il primo romano a vestirsi totalmente di seta sembra sia stato l’imperatore Eliogabalo (212-222) peraltro siriano e sacerdote del sole nel suo paese, il meno romano degli imperatori romani (Boulnois 2017, 103). Giulio Cesare nel 46 a.C. generale trionfatore, destò lo stupore della folla facendo stendere stoffe di seta sopra gli spettatori. Nel I secolo d.C. la seta si era talmente diffusa nella società civile romana che nel 14 d.C., pochi mesi prima della morte dell’imperatore Augusto, un rescritto del Senato vietò agli uomini di indossare la seta, “che li disonora”, e ne limitò l’uso per le donne (Boulnois 2017, 30). Durante il periodo dell’impero romano attraverso l’India, la Cina riceveva dall’Occidente vini prodotti in varie parti del Mediterraneo, minerali di vario tipo (stagno, rame), corallo e pietre semipreziose, vetro e medicine, mentre alla stazione di commercio indo-romana di Arikamedu, sulla costa orientale dell’India, nota ai mercanti provenienti dal mediterraneo come Padouke, sede di un fiorente mercato, arrivavano le merci provenienti dalla Malesia e dalla Cina, destinate a continuare VIII

su altre navi il loro viaggio verso l’Estremo Occidente (Abu-Lughod 1989; Cimino e Scialpi 1974; Cimino 1994; Torri 2007, 98-101). Gli Arabi, tradizionali mediatori di cultura tra l’Oriente e l’Occidente, inviarono la prima ambasceria ufficiale araba in Cina nel 651. In quell’occasione una cronaca della dinastia T’ang (618-906 d.C.), descrive gli Arabi «di corporatura possente, scuri di pelle e col viso incorniciato da una folta barba. Le loro donne sono molto belle e di pelle chiara, per legge devono portare un velo sul viso. Per ben cinque volte al giorno onorano le loro divinità celesti» (Foccardi 1992, 55; Rosati 2017). Chiamare oggi la scienza che studia il libro medievale codicologia appare riduttivo: sarebbe più opportuno chiamarla manoscrittologia, neologismo che può riferirsi a tutte le forme di manoscritto, occidentale e orientale. Sulla base di queste considerazioni ho ritenuto di inserire in questo studio sui supporti scrittori e le forme del libro, seppure sinteticamente, anche i supporti scrittori asiatici e descrivendo le forme del libro sia occidentale, cioè il codice, sia orientale, cioè dal libro a vortice a quello a farfalla, da quello a creste al pustaka o poṭhī, ecc., evidenziando similitudini e differenze. Sicuramente gli specialisti troveranno molte lacune, e di questo mi scuso, ma ho cercato di compendiare in poche pagine oltre cinquemila anni storia del libro, dalla Cina alla Mesopotamia, dall’Europa all’America precolombiana.

Natale 2019 Carlo Pastena

IX

Le forme del libro

1

La lettera

Egitto Uno dei modi di utilizzo del papiro nell’antico Egitto, era la lettera. Il foglio scritto sulle due facce era piegato più volte nel senso dell’altezza. Si otteneva così uno stretto rettangolo di papiro, abbastanza per piegarlo ancora una volta nel senso della lunghezza, in modo da lasciare all’esterno la parte lasciata bianca alla fine del testo. Lo scriba quindi attaccava le due estremità del rettangolo con l’aiuto di un filo e scriveva su una delle facce, a destra del filo, l’indirizzo del suo corrispondente, e sull’altra faccia a sinistra del filo poneva abitualmente l’impronta di un sigillo su dell’argilla, con il suo anello o uno scarabeo. Per la scrittura della lettera lo scriba egiziano poggiava il foglio sulle gambe e quindi cominciava a scrivere. Quando riteneva di essere giunto alla metà della lettera, tagliava il foglio scritto, lo ruotava in senso verticale e terminava il suo testo sul verso, avendo cura di conservare uno spazio bianco alla fine. L’inizio della lettera in alto nel recto corrispondeva sempre alla fine del testo sul verso (Naissance 1982, 316). Nella scrittura della lettera su un foglio di papiro non era utilizzato il recto con le fibre orizzontali, ma si girava il foglio in modo che le fibre del papiro fossero verticali. Possediamo numerose lettere scritte su fogli di papiro, piegate e chiuse con un sigillo impresso sull’argilla. Il loro interesse letterario è spesso modesto perché presentano all’inizio e alla fine lunghe formule di cortesia, mentre il motivo della lettera occupa poco spazio ed è esposto spesso in maniera breve e oscura. La lettera più antica che ci è pervenuta risale alla VI dinastia (2350-2190 a.C.) e contiene le proteste di un ufficiale delle truppe che lavoravano nella cava di Tourah. In questa missiva si lamenta dei ritardi amministrativi che avevano fatto trascorrere sei giorni per fornire l’abbigliamento nuovo agli uomini della sua squadra. Il maggior numero di lettere ci proviene dal periodo del Nuovo Regno e le più interessanti sono quelle degli operai del villaggio di Deir el-Medina relative agli incidenti accaduti in questa comunità di artigiani. Le lettere egiziane più antiche sono note in copia: così la lettera del faraone Pjôpe (Pepi) II, che allora aveva otto anni (verso il 2360 a. C.), al governatore di Elefantina Hawwefhor (comunemente chiamato Harchuf) perché gli porti il pigmeo da lui catturato nel paese di Pwêne (Punt). Di epoca più recente sono i formulari epistolari ricopiati o compilati per esercizio dagli scribi. Un dato interessante che emerge, è l’abitudine degli scribi di voler competere in erudizione con i loro interlocutori. La più celebre lettera in questo senso è quella dello scriba Hori, inviata a uno scriba di Amenophi, dove racconta di un viaggio fittizio in Asia, citando nomi geografici dall’ortografia complessa. Le lettere potevano essere inviate anche a parenti o amici defunti, scritte su ciotole di terracotta. Dall’Egitto provengono anche lettere scritte sull’argilla in caratteri cuneiformi, provenienti dal sito di Tell el-Amārnah, le quali risalgono al secolo XIV a.C. Contengono la corrispondenza diplomatica dei faraoni Amenophi III e Amenophi IV (Akenaton) con i sovrani dell'Asia Minore. Sono scritte su tavolette d’argilla, in caratteri cuneiformi e in lingua accadica fatte seccare al fuoco o al sole. Per evitare che venissero lette da estranei, erano involte in uno strato di argilla fresca, sul quale era impresso il sigillo del mittente e il nome del destinatario (Liverani 1998-1999). La spedizione della lettera Non esistendo un sistema regolare di invio della corrispondenza, tranne nel caso di trasmissione di documenti ufficiali, per spedire le lettere era normale chiamare dei messaggeri di cui si aveva fiducia. Un rilievo nel tempio di Dendera mostra quattro uccelli in volo, con un papiro legato al loro collo. Senza voler affermare che gli Egiziani conoscessero l’uso dei piccioni viaggiatori, si può supporre che questi erano utilizzati almeno nella bassa epoca, per portare dei 2

messaggi agli dei durante le celebrazioni religiose (Naissance 1982, 316-317).

Assiri e Babilonesi Gli scavi condotti nel Vicino Oriente antico e in Egitto hanno portato al rinvenimento di lettere incise sull’argilla che risalgono alla fine del III millennio a. C. I testi amministrativi ed epistolografici erano a volte coperti da una busta fatta con una sottile striscia di argilla per mantenere i contenuti nascosti e, al caso, permettere l’apposizione di un sigillo sull’involucro. L’esterno aveva un’iscrizione che rappresentava una sintesi dei contenuti, oppure informazioni sull’identità dello scrivente. Per evitare che le tavolette si incollassero alla busta, forse si aspettava che il testo fosse del tutto seccato prima di confezionare l’involucro (Fales e Del Fabbro 2017, 134).

Ebrei Gli Ebrei nelle diverse epoche hanno utilizzato gli usi epistolografici del paese in cui si trovavano. Si possono così avere lettere scritte su óstraka o su altri tipi di supporto (Pardee 1982). Sulla base dei documenti conservati nella Genîzāh del Cairo, risalenti in gran parte dall’XI al XIII secolo, possiamo trarre alcune utili indicazioni sugli usi ebraici. Nelle lettere, compresa la corrispondenza ufficiale, i margini molto spesso erano interamente coperti di scrittura. Finita la pagina, lo scriba continuava sul margine destro da sotto in su (e spesso anche sul bordo superiore da destra a sinistra), solo allora voltava il foglio per continuare il suo testo. Si lasciava relativamente poco spazio tra una riga e l’altra (in alcune lettere si può dire che lo spazio praticamente non ci fosse); invece in certe occasioni, la spaziatura poteva essere di tre o quattro volte la grandezza del carattere. In entrambi i casi la pagina dava l’impressione di una creazione artistica, che faceva pensare al tappeto o al tessuto a disegni geometrici. Di norma si scriveva un documento su un singolo pezzo di carta allo scopo di prevenire inserzioni o omissioni. Quando si dovevano incollare insieme due, tre o quattro fogli di carta, il copista faceva in modo che i caratteri dell’ultima riga del foglio andassero dall’uno all’altro capo dell’incollatura, a garanzia di continuità. Talvolta il copista scriveva anche la parola emeth (verità) o un’espressione simile, oppure metteva la sua firma sul margine attraverso la giuntura dei due fogli. Con queste precauzioni i vari fogli, se separati, potevano facilmente essere identificati come parti di un unico documento. La carta scartata era riusata, specialmente per i documenti, ma occasionalmente anche per le lettere (Goitein 2002, 363-364). Greci e Romani Il significato primitivo del latino littĕra (gr. grámma) è quello di segno che indica uno dei suoni che compongono le parole di una lingua e uno degli elementi dell’alfabeto. Il plurale litterae, seguendo l'esempio del greco grámmata, serviva a indicare la comunicazione scritta che una persona indirizzava a un'altra, detta in greco con altro nome epistolḗ, invio, messaggio e latino epistŭla. litterae furono poi chiamati gli scritti di ogni genere, quindi la letteratura e anche in questa estensione di significato le lingue neolatine seguirono l'esempio del latino (fr. lettre; sp. carta; ted. Brief; ingl. letter). Nel periodo più antico in Grecia le lettere erano scritte sull’argilla, come testimonierebbe un passo dell’Iliade (VI, 168 segg.) da cui apprendiamo anche che queste erano chiuse in una busta d’argilla alla maniera mesopotamica. In seguito o forse contemporaneamente a quelle in argilla, le 3

lettere furono scritte su tavolette cerate, e quest'uso si mantenne sino alla fine dell'evo antico. Le tavolette cerate erano legate a due (díptycha, it. dittico), a tre (tríptycha, it. trittico) o più (polyptycha, it. polittico) tavolette, e recavano le facce incavate ricoperte di uno strato di cera su cui si scriveva con lo stilo. Erano poi legate con una cordicella su cui era apposto il sigillo del mittente. Un altro supporto utilizzato per scrivere le lettere era il foglio di papiro, su cui si scriveva con il calamo e l’inchiostro. Da quello che conosciamo un modo molto comune di preparare una lettera per la spedizione era quello di arrotolare il foglio in modo da formare un cilindro, estrarre una fibra dalla parte esterna, avvolgere quest’ultima intorno al cilindro e fissarla con un pezzetto di argilla, sul quale si imprimeva il propio sigillo (Turner 2002, 21). Nei trittici di tavolette cerate di Pompei dell’anno 57 d.C., formalmente simili alle lettere ma che contenevano dei contratti, le pagine prima e ultima (1 e 6) erano senza cera, dovendo servire come copertina; la 2 e la 3 contenevano la documentazione del negozio giuridico, la 4 portava i nomi e i sigilli dei testi. In questo e in altri casi i nomi dei testi erano incisi su cera come il resto del documento (ma la colonna dei sigilli non è cerata), mentre in generale la quarta facciata non aveva cera, e i nomi erano scritti in inchiostro su legno. I nomi dei testi erano sempre al genitivo perché è sottintesa la parola sigillum. In altri casi le tavolette 1, 2, 3, 4, erano chiuse, legate e sigillate; nella quinta facciata, rimasta libera, era riassunto il documento, cosicché si può prenderne cognizione senza rompere i lacci dei sigilli. Analoghi metodi erano usati nei dittici bronzei. Un esemplare dell’anno 93 d.C., consta di due lastre di 17 x 14,6 cm, forate lungo un lato per essere legate con fili, probabilmente metallici, e forate pure nel mezzo per la sigillatura. Nel dittico, con due facce interne e due esterne, sulle interne (2 e 3) era scritto il documento, sulla 4 (esterna) erano i nomi dei testi; sull’incontro dei fili che passano nei due fori mediani erano applicati i sigilli dei testi (Camodeca 2007, 103 fig. 1-3). Si dovevano quindi rompere i sigilli o tagliare i fili per aprire il dittico. Ma su una delle facce esterne era ripetuto il testo. La sigillatura dei documenti papiracei era differente. Il testo dell’atto era scritto su una parte del foglio di papiro, alla presenza dei testimoni; questa parte era poi ripiegata e lungo la piega si applicavano i sigilli. Indi sul residuo tratto di papiro si scriveva un riassunto dell’atto ovvero lo si ripeteva integralmente. Contrariamente alle tavolette cerate e ai diplomi bronzei, qui i sigilli non erano vicini ai nomi dei rispettivi proprietari. Questa maniera di sigillare sulla piega del documento proveniva dalla Grecia. Anche qui si trova una scriptura exterior e una interior, ma la parte aperta era più ampia e portava il contratto propriamente detto, mentre la parte chiusa, breve, doveva solo servire, in caso di contestazione, a provare la verità del contratto.

Medioevo europeo L’utilizzo della pergamena come supporto per scrivere le lettere comincia verso la fine dell'antichità. Sulla parte esterna si scriveva il nome del destinatario, raramente il luogo di destinazione; le lettere iniziavano col nome del destinatario e quello del mittente e con un'espressione di saluto. Durante tutto l'alto medioevo le lettere furono scritte quasi esclusivamente su pergamena, ed erano inviate al destinatario, arrotolate o ripiegate, annodate e sigillate. Dal secolo XII circa in Occidente si cominciò a fare uso della carta di cellulosa; la lettera di carta era inviata ripiegata più volte tanto per il lato lungo quanto per il lato largo, in modo da diminuirne l’ampiezza, in un maniera simile ma non uguale alla piegatura della lettera egiziana. La pergamena si continuò a usare per le lettere di sovrani, che dovevano essere conservate a lungo, per il valore giuridico o storico del loro contenuto, ma a poco alla volta l'uso della carta sostituì completamente la pergamena. Fino a tempi recenti le lettere, scritte in generale su carta di grande formato, erano ripiegate quattro o cinque volte in un senso e tre volte in un altro; quindi i 4

lembi rimasti liberi erano chiusi per mezzo di ostie o di ceralacca, e sigillate, mentre sulla faccia esterna si scriveva l'indirizzo del destinatario; in alternativa, la lettera era semplicemente piegata in tre, nel senso della larghezza; e quindi un lembo era incollato all'altro per mezzo di ostie o della ceralacca. Le lettere antiche Per evitare che la lettera si macchiasse durante il trasporto, era avvolta in un robusto foglio di pergamena e in seguito di carta, le così dette lettere antiche, la cui parte interna recava il testo della lettera, mentre la parte esterna il destinatario.

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Il libro mesopotamico: gli incunaboli d’argilla

Le tavolette d’argilla nel Vicino Oriente antico sono la prima forma di libro, che Kilgour (1998, 11-21) chiama incunaboli d’argilla. L’utilizzo dell’argilla come supporto della scrittura è molto vasto, e utilizzato per oltre tremila anni principalmente nel Vicino oriente antico. L’iscrizione in cuneiforme più recente risale al 75 d.C, ma le ricerche condotte portano gli studiosi a ritenere che questa scrittura sia stata utilizzata almeno fino al III secolo d.C. (Geller 1997; George 2007, 64). Appare quindi difficile definire delle regole uniche per tutti i documenti, archivistici e letterari, prodotti per oltre tremila anni da popoli e lingue diversi tra loro. Inoltre le tavolette d’argilla potevano recare i segni della scrittura cuneiforme, ma anche i caratteri geroglifici luvii, ittiti, egiziani, ecc. Alcune tavolette poi, come a esempio quelle provenienti dall’Egitto (Tell elAmārnah), o alcune recenti scoperte in Siria, mostrano una scrittura in caratteri alfabetici aramaici con inchiostro e calamo o pennello, circostanza comunque rara nell’utilizzo di questo tipo di supporto scrittorio (Taylor 2011, 17). La mise en page Parlare di mise en page delle tavolette d’argilla appare forse improprio, riservando questo termine a supporti come la pergamena, il papiro e la carta, mentre le tavolette hanno come caratteristica di possedere tre dimensioni. Le misure delle tavolette mesopotamiche a esempio, variano tra due estremi: la più piccola misura 1,5 x 1,6 cm e ha uno spessore di 1,1 cm, mentre la più grande misura 36 x 33 cm con uno spessore che varia da 4 a 5 cm (Charpin 2008, 108; Taylor 2011, 6-8). Generalmente la faccia superiore è bombata, mentre quella posteriore è piatta, ma sono attestate anche altre configurazioni. Le tavolette tonde sono per la maggior parte di uso scolastico, ma nei testi amministrativi si riscontrano forme più o meno ovali. Nella maggioranza dei casi la scrittura è parallela al lato corto, ma si riscontra anche il contrario. Nel periodo paleo-assiro (ca. 1950-1750 a.C.) poi, le tavolette erano conservate dentro buste d’argilla, per meglio preservare il loro contenuto. Queste recavano inciso, in maniera sintetica, il contenuto del documento conservato (Taylor 2011, 19-21 e fig. 20). Su un ridotto numero di tavolette della biblioteca reale di Ninive, si può vedere la traccia di una cordicella stesa sulla sua superficie e quindi impressa su di essa, sistema di rigatura che ricorda quello orientale della mastara. Le linee tracciate con lo stilo segnavano non solo le righe orizzontali ma anche divisioni verticali o colonne di testo. Nelle tavolette più antiche, lo scriba cominciava sempre con l’incidere la prima colonna della facciata anteriore, procedendo dall’alto verso il basso e all’interno d’ogni colonna, procedendo da destra verso sinistra. Con lo svilupparsi della scrittura cuneiforme, si cominciarono a tracciare i segni da sinistra verso destra in senso orizzontale rispondendo quest'andamento della scrittura, secondo alcuni studiosi, a un’esigenza pratica, poiché in questa maniera lo scriba non rischiava di rovinare con la mano quanto era già inciso sull’argilla fresca. Questa tesi ha trovato l’opposizione di numerosi studiosi, i quali ritengono che il cambiamento del verso della scrittura fosse stato condizionato da altri fattori (Walker 2008, 16-18). Giunti all’ultima colonna della facciata, si ribaltava la tavoletta, seguendo nella scrittura un procedimento opposto, in quanto le colonne andavano dal basso verso l’alto, sicché la prima colonna del verso era in corrispondenza dell’ultima colonna del recto (Walker 2008, 29-31). Da un punto di vista esteriore, in genere le tavolette sumere e assiro-babilonesi sono incise da ambedue le facciate, suddivise dagli scribi in colonne verticali (accadico gunu) di un numero imprecisato di righe, oggi chiamate registri. Fin dall’epoca più arcaica, un testo cuneiforme era diviso principalmente sulla base delle unità di natura grammaticale o di senso, in caselle rettangolari, oppure almeno a partire dal periodo paleo-accadico, in righe di testo separate l’una dall’altra da 6

linee. Inizialmente i segni erano semplicemente scritti nello spazio tra le linee, ma nel periodo di Ur III la prassi di utilizzare quella superiore come guida alla quale appendere i segni sembra essere stata la norma; ed era ancora più comune nel periodo paleo-babilonese (2017-1595 a.C.), specialmente per lettere e testi letterari. Dopo il recto si scriveva il bordo inferiore, poi il verso e infine eventualmente il bordo superiore. Generalmente lo scriba terminava la parola in fine di linea ma più spesso si sforzava di giustificare il testo. Se la linea era troppo lunga, lo scriba praticava una dentellatura, per indicare che la parola continuava nel verso. Questo uso che si riscontra negli scritti mesopotamici, non era generalmente seguito dagli scribi siriani nella seconda metà del II millennio a.C. che non rispettavano questa convenzione. Nelle loro tavolette non è raro che le linee della faccia anteriore si prolunghino al di là della sezione di destra, occupando una buona parte del verso. Il bordo era generalmente utilizzato per imprimere dei sigilli, al fine di attestare l’autenticità del documento. La maggior parte delle tavolette era di forma rettangolare, con scrittura a righe successive lungo il lato breve (solo in Babilonia tarda sul lato lungo). Inoltre la plasticità del supporto consentiva di realizzare forme più varie per apporvi la scrittura; se già in età sumerica sono frequenti i testi a forma di cono o di chiodo, nel I millennio furono creati dei grandi prismi a più lati o cilindri, recanti le gesta dei sovrani assiri e di epoca successiva, mentre contratti di prestito coevi potevano anche essere iscritti su piccole tavolette triangolari. Iscrizioni potevano addirittura essere vergate su decorazioni architettoniche a forma di mano destra, con una riga per ogni dito (Fales e Del Fabbro 2017, 133-134).

I caratteri interni delle tavolette sumero-accadiche L’autore Nella maggior parte delle opere della letteratura mesopotamica il nome dell’autore è sconosciuto. Spesso si ricorreva ad artifici, in cui il nome dell’autore si poteva trovare inserito nella stessa opera. Tale è il caso dell’inno a Gula di Bulluṭsa-rabi, o ancora dell’epopea di Erra. In quest’ultimo caso lo scriba Kabti-ilani-Marduk dichiara di aver ricevuto il poema in sogno direttamente dalla divinità (Charpin 2008, 194). In altri casi si tratta di poemi acrostici (Foster 2005, 821-826, 849-851): se a esempio si prendono le prime sillabe di ciascuna linea del poema intitolato Théodicée, si può leggere: «Io, Saggil-Kinam-ubbib, l’esorcista, io sono devoto di dio e del re» (Lambert 1960, 63). Tra i nomi degli autori che ci sono pervenuti, particolarmente rilevante appare quello di Enheduanna, figlia di Sargon I e alta sacerdotessa del dio della luna Nanna a Ur, una delle donne scriba conosciute in Mesopotamia, e il primo autore della storia di cui si conosca il nome. La sua composizione, denominata dall’incipit nin-me-šár-ra «Signora di tutti gli aspetti della vita», è una celebrazione della dea Inanna. Il titolo Il titolo è generalmente assente. Le opere sono identificate tramite l’incipit, cioè le prime parole del testo, come avviene nei manoscritti medievali occidentali. Un sistema semplice per tenere traccia delle tavolette letterarie consisteva nell’aggiungere al colophon il titolo della serie alla quale apparteneva la tavoletta in questione e il suo numero nella serie. Così il famoso Poema di Gilgamesh, nella sua più recente versione, consisteva di 12 tavolette; la storia del Diluvio era narrata nell’undicesima, ecc. (Walker 2008, 47). Il colophon Le prime testimonianze di colophon si trovano in Mesopotamia nei testi letterari e lessicali di Farah (circa 2600 a.C.), di Abu Salabikh (circa 2500 a.C.), di Ebla (circa 2500 a.C.) (Pettinato 7

1992, 348-349). In genere le tavolette d’argilla d’argomento letterario recano alla fine del testo un colophon, che secondo l’analisi condotta da H. Hunger (1968) può contenere tre generi d’informazioni: 1. dati bibliografici in senso stretto (titolo dell’opera, ecc.); 2. dati personali (il nome di chi aveva scritto la tavoletta); 3. dati di varia natura. In questi colophon non è presente il nome dell’autore del testo, ma solo quello del copista: «per mano di N.N.». Spesso lo scriba precisava da dove aveva copiato il testo e forniva il nome di colui che aveva dato ordine di copiarlo, specificando il motivo del proprio lavoro: «per leggere», «per apprendere», «per la propria istruzione». A volte si trovano delle annotazioni aneddotiche, come nel colophon di Nabu-zupuq-kena, che dichiara che la tavoletta è stata scritta «rapidamente per la lettura». Allorché troviamo il nome di uno scriba, spesso è indicato anche il nome di suo padre o dei suoi antenati, informazioni utili per ricostruire la struttura famigliare del copista. A esempio, in un colophon di una tavoletta d’argilla ritrovata a Ugarit del XIV secolo a.C. si trova scritto: «Lo scriba [è] Ilimilku lo Shubbanite, il pupillo di ’Attanupur(u)linni il capo dei sacerdoti e il capo dei pastori [del tempio], il Tha’ite. [Durante il regno di] Niqwaddu re di Ugarit, Signore di Yargub [e] maestro di Thariman». Particolarmente interessanti sono i colophon presenti nelle tavolette d’argilla della biblioteca reale di Assurbanipal a Ninive (VII secolo a.C.), i quali possono essere divisi in più di venti tipi diversi. In genere cominciano con l’indicare che la tavoletta appartiene al «palazzo di Assurbanipal» e precisano eventualmente che sono state collocate dal re all’interno del palazzo: «per la sua lettura reale», per «leggerle e farle leggere» «perché io le esamini», e ancora alla terza persona «perché riferisca della loro lettura». La conclusione è chiara: Assurbanipal si presenta come un erudito del suo tempo (Charpin 2008, 206). Il colophon più breve che si trova tra queste tavolette è un semplice marchio di proprietà, impresso sull’argilla, con l’aiuto di una matrice (sigillo), che reca la scritta: «Palazzo d’Assurbanipal, re dell’universo, re d’Assiria». Un altro tipo di incisione riporta tutti i titoli del sovrano, la sua genealogia e la devozione del re al Dio Nabu, protettore della scrittura: «Palazzo d’Assurbanipal, re d’Assiria, figlio di Assarhaddon, re dell’universo, re d’Assiria, governatore di Babilonia, re del paese di Sumer e d’Akkad, re dei re di Kuš e Muṣur [=della Nubia e dell’Egitto], re delle quattro rive del mondo, figlio di Sennacherib, re dell’universo, re d’Assiria, che ha la confidenza di Aššur e Mulissu, Nabu e Tašmetu. Colui che ha fiducia in te, non dovrà affrontare la vergogna, o Nabu !» (Charpin 2008, 205-206). Un altro interessante colophon si trova in una tavoletta copiata per la biblioteca di Assurbanipal, che contiene una preghiera per il re e per la sua musa (Foster 2005, 831). Nel colophon si trovano anche forme di benedizione e maledizione rivolte a chi sottrae la tavoletta dalla biblioteca. Va osservato che questo uso si ritrova anche nelle biblioteche medievali, dove alcune pergamene contengono forme di maledizione e scongiuro contro chi sottrae i libri o i documenti. I richiami In numerose tavolette assiro-babilonesi non è raro trovare alla fine di ognuna il primo rigo della tavoletta seguente: questo richiamo, in inglese catchline, è simile a quello che si trova nei manoscritti e nei libri a stampa occidentali, dove alla fine di un fascicolo è posto l’inizio della pagina seguente per fornire un aiuto a chi impagina il manoscritto o il libro a stampa, e nel caso delle tavolette d’argilla, un aiuto per la corretta sequenza delle diverse tavolette. Il titolo del dorso I bibliotecari e archivisti mesopotamici, come i loro successori moderni, necessitavano di metodi per ritrovare le loro tavolette, poste in piedi su degli scaffali di legno. Nel caso di tavolette di grandi dimensioni del periodo di Ur III si possono osservare delle piccole annotazioni sul bordo, 8

proprio come il titolo del dorso nei codici medievali e nei libri moderni, scritte in modo che il bibliotecario/archivista guardando potesse prendere quella che gli serviva. Ciò vale prevalentemente per i testi economici, ma note sul bordo si trovano anche su tavolette che contengono tavole di moltiplicazioni (Walker 2008, 46). Le biblioteche/archivio mesopotamiche In genere le tavolette erano poggiate su scaffali di legno posti sulle pareti. Quando una biblioteca non poteva permettersi scaffalature lignee, queste erano di norma immagazzinate in giare o ceste, con affissa una etichetta che dichiarava il contenuto. L’idea di immagazzinare tavolette in contenitori è riflessa anche nella letteratura: un’epica paleobabilonese su Naram-Sin comincia con le parole: «Apri il contenitore delle tavolette e leggi la stele». Lo scriba così desiderava creare l’illusone che ci si stesse accostando a una storia conservata da un lontano passato e perduta in qualche angolo dimenticato o sepolta in un contenitore di fondazione di un edificio (Walker 2008, 46-47; Pastena 2019, 13-14).

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Il rotolo Il rotolo è una delle forme del libro attestata in tutte le culture antiche. Poteva essere, secondo il luogo di produzione e il periodo, di papiro, seta, strisce di bambù, lino, pelle, pergamena, carta.

Egitto In Egitto per la formazione del rotolo erano utilizzati i singoli fogli di papiro incollati uno dietro l’altro, fino a formare una lunga striscia, la quale poi era arrotolata con la scrittura verso l’interno. Lo scriba in genere teneva sulle gambe la parte di papiro che gli serviva, scrivendo da destra verso sinistra, in colonne o linee; in questo caso, divideva il testo in pagine di larghezza ragionevole, spesso numerate, che si succedevano anch’esse da destra verso sinistra, evitando così una fastidiosa manipolazione del rotolo. A differenza della lettera, nel rotolo di papiro la scrittura procedeva sul recto, cioè sul lato in cui le fibre erano orizzontali. Quando lo scritto non serviva più, il rotolo poteva essere riutilizzato scrivendo anche sul verso (papiro opistografo) o lavato per togliere la scrittura precedente e riscritto (in questo caso si dice papiro palinsesto). Il rotolo era sempre avvolto con le fibre orizzontali all’interno e con quelle verticali all’esterno. Questo rispondeva a due principi: 1. quando arrotolate all’esterno, le fibre verticali, pur sottoposte a tensione, rimanevano distanziate le une dalle altre e comunque ritornavano, dopo lo srotolamento, nella posizione originaria: se fossero state arrotolate all’interno, la compressione dell’avvolgimento avrebbe teso a spingerle l’una contro l’altra causandone il distacco (principio di elasticità); 2. questo tipo di avvolgimento, nel caso di un rotolo scritto, tendeva a salvaguardare il testo che in tal modo veniva a trovarsi all’interno del rotolo chiuso (principio di protezione). Soltanto il primo foglio era incollato al resto del rotolo con le fibre interne correnti in senso verticale e quelle esterne orizzontali. Esso aveva due funzioni principali: a) mettere al riparo il testo, che cominciava a destra di esso da perdite causate da sfilacciamenti cui inevitabilmente la parte iniziale del rotolo, essendo la più esposta, andava soggetto; b) assorbire la tensione esercitata dalle mani del lettore tutte le volte che egli apriva il rotolo. In Egitto gli scribi utilizzavano dei rotoli di papiro di differenti dimensioni, a seconda di ciò che dovevano scrivere. Per un messaggio importante il rotolo era lungo generalmente 44 cm, ma per dei testi più corti, si tagliava il rotolo in due o in quattro, ottenendo dei rotoli più piccoli, di 22 o 11 cm di lunghezza. Il colophon nei papiri egiziani Nei rotoli egiziani la più antica notizia di un colophon proviene dalla XII dinastia (1994-1781 a.C.) anche se non possiamo escludere una sua presenza in documenti anteriori che non ci sono pervenuti. Il colophon, dalla XII dinastia fino al periodo della dominazione romana, subì una evidente evoluzione (Lenzo Marchese 2004). a. In un primo periodo sono attestate tre forme principali: - «è dall'inizio alla fine come ciò che è stato trovato nella scrittura» (intendendo che il documento è una trascrizione fedele di un originale copiato con molta cura); - «fine» (forma abbreviata del precedente); - «è dall'inizio alla fine come ciò che è stato trovato nella scrittura e come scritto dallo scriba N». b. Durante la XVIII dinastia (1543-1292 a.C), il colophon presente alla fine dei testi letterari e nel Libro dei morti, appare come una tappa di transizione ereditata dal Medio Regno, accanto ad aspetti 10

nuovi che si imporranno tra la XIX e la XX dinastia. La formula presente è generalmente: «è arrivato in ordine (lett. in pace) come quello che è stato trovato» c. Durante l’epoca Ramesside (XIX-XX dinastia - 1306-1069 a.C.), intervengono una serie di cambiamenti: - la sottoscrizione finale è d’ora in poi: «è perfettamente in ordine» - è menzionato il nome del copista; - numerosi manoscritti sono dedicati dagli scriba ai loro maestri; - quando il colophon non contiene il nome dello scriba, è spesso opera dell’autore della composizione e non del copista; - in qualche caso, appare la la data nella quale il manoscritto è stato copiato. d. Tra la XXI e la XXVI dinastia (1069-525 a.C.), ci sono pervenuti pochi colophon, che sostanzialmente sono uguali a quelli del periodo precedente. Il solo testo in scrittura ieratica è l’Insegnamento di Amenemope della XXVI dinastia il cui colophon recita:«è arrivato [alla fine] lo scritto di Chemou, i figli del padre di dio Pami […]». e. La letteratura demotica (dal IV secolo a.C.) ha permesso di osservare che gli scribi di questo periodo utilizzavano una parte delle nuove formule, che riflettevano la moda in corso durante quel periodo e contemporaneamente la tradizionale formula finale del paragrafo o del capitolo che serviva probabilmente come riferimento all’opera originale. Un’ulteriore caratteristica dei manoscritti di questo periodo, è la precisione del titolo del libro posto nel colophon, specificità presente anche in alcuni papiri ieratici di quest’epoca. La miniatura La miniatura nasce nell’antico Egitto faraonico. La più antica conosciuta si trova in un rotolo trovato nel Ramesseum vicino Tebe e oggi chiamato Papiro del Ramesseum (fig. 1 in alto). Questo risale al Medio Regno e contiene il cerimoniale scritto per la festa di ascesa al trono di Sesostri I (?-1919 a.C.), secondo re della XII dinastia (1990-1780 a.C.), datato al 1980 a.C. Questo papiro, nell’analisi che ne fornisce Kurt Sethe (1928), era organizzato in modo che il testo, scritto in

1. Miniatura in un papiro egiziano. In alto papiro del XX secolo a.C. In basso altro papiro della XVIII dinastia (XIV secolo a.C.)

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geroglifico, fosse disposto in colonne verticali, così che le illustrazioni in numero di 30, fossero poste alla base del testo occupando solo le ultime cinque colonne (Weitzmann 1970, 57-58 e fig. 44). Un altro papiro miniato ci proviene sempre dall’Egitto faraonico, risalente alla XVIII dinastia del Nuovo Regno durante il periodo di Amenophi III, il così detto Libro dei morti (fig. 1). Nel periodo di Unas, ultimo re della V dinastia, il Libro dei morti era stato inciso in bassorilievi sulle pareti della tomba nella piramide di Saqqara, il che porta a ritenere che quest’opera fosse già conosciuta in epoca anteriore, anche se non ci è pervenuto alcun documento. Il papiro più ricco e più bello nella storia dell’Egitto, è un esemplare del Libro dei morti risalente alla XIX dinastia, in cui le figure occupano un ampio spazio in tutto il rotolo, ma è durante la XXI dinastia che si notano i maggiori cambiamenti con i testi in scrittura ieratica, non più in colonne, ma in righe, da destra verso sinistra, circostanza che secondo Weitzmann (1970, 65) consente un paragone con la posteriore miniatura greca. Sotto questo profilo di particolare importanza è il papiro noto come Papiro di Greenfield, oggi nel British Museum, in cui le illustrazioni corrono sopra il testo scritto in ieratico (Weitzmann 1970, 61-62 e fig. 47a). L’arte egizia di decorare i papiri con miniature durò fino al periodo romano, influenzando la nascita della miniatura in Grecia, probabilmente trovando un punto d’incontro tra le due culture ad Alessandria. Non è comunque un caso che il più antico papiro greco illustrato, conservato al Museo del Louvre, contenga simboli egiziani per indicare alcune costellazioni, come a esempio Osiride per la costellazione di Orione. Cina Se in Occidente e nel Vicino Oriente il rotolo poteva essere di di papiro, pergamena o pelle, in Cina nei tempi più antichi, forse fin dal XVIII secolo a.C.? e fino al II-IV secolo d.C. era realizzato con le strisce di bambù, dal VII secolo a.C. anche in seta per essere infine gradualmente sostituito dal III secolo d.C. dalla carta. Gli storici del libro cinese forniscono questa cronologia: 1. rotolo di strisce di bambù, legate con un filo di canapa o di seta (XVIII secolo a.C.? - III-IV secolo d.C.); 2. rotolo di seta (VII secolo a.C.- IX secolo d.C.); 3. rotolo di carta (III ca. secolo - IX secolo d.C.). Presso i monasteri buddhisti il rotolo di carta fu impiegato anche oltre il IX secolo. Il rotolo di bambù L’origine del rotolo di strisce di bambù resta difficile da determinare. I riferimenti contenuti nel Libro degli scritti (Shujing), fa risalire la sua origine alla dinastia Shang (1520-1030 a.C) ma le più antiche testimonianze che ci sono pervenute non sono anteriori al III secolo a.C. (Drège 1984, 19; Venture 2014b, 351-352)1 . Durante la dinastia degli Han (206 a.C. - 220 d.C.) si sottolinea spesso la difficoltà di maneggiare rotoli composti da dozzine di listarelle di bambù per giustificare il ricorso a supporti più comodi, come il rotolo di seta. Dalle cronache cinesi apprendiamo che i testi erano prima scritti su listarelle di bambù e solo dopo sulla seta (Martinique 1983, 5-6), come conferma Ying Shao nel II secolo a.C., il quale scrive: «Liu Xiang ha servito l’imperatore Xiaocheng [regnante dal 32 al 7 a.C.] per più di venti anni con la custodia e la collezione dei libri. Essi erano prima scritti su bambù perché la scrittura potesse essere cambiata con facilità lavando le tavolette. Quando il testo era pronto per essere copiato, era scritto sulla seta» (Tsien 2004, 142). Il rotolo di strisce di bambù, poteva essere costituito da dieci a cinquecento listarelle (fig. 2). Queste, unite in parallelo le une alle altre da sottili nastri o cordini di seta secondo uno svolgimento che da destra andava verso sinistra, formavano delle piccole unità denominate ce, oppure degli 1

Un elenco dei principali ritrovamenti in Tsien 2004, 233-2387, a cura i E.L. Shaughnessy.

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2. Libro cinese di listarelle di bambù.

insiemi più consistenti che formavano veri e propri libri di varie dimensioni, denominati pian o juan. È raro che le listarelle vengano trovate ancora legate le une alle altre, essendo i cordini di legatura poco resistenti all’usura del tempo; è quindi eccezionale il ritrovamento avvenuto a Juyan (Etsingol), nella provincia del Gansu, nel sito di una guarnigione militare risalente alla fine del I secolo della nostra era, del registro delle armi e dell’equipaggiamento in dotazione a due squadroni di fanteria ivi dislocati, composto da 77 listarelle di legno (23 cm di lunghezza per circa 1,3 di larghezza) ancora legate tra loro: il registro si sviluppa per una lunghezza di circa 122 cm. Le differenze tra pian e juan non sono del tutto chiare: secondo un’interpretazione uno o più pian formavano un juan, secondo un’altra il termine juan conterrebbe una precisazione rispetto al supporto impiegato (seta e in seguito carta) differente dal materiale usato per la compilazione del pian (bambù o legno). Durate il periodo Han pian sembrerebbe riferirsi all’edizione originale di un’opera letteraria compilata su materiale economico come il bambù, mentre juan indicherebbe un testo o una raccolta di testi riportati su un materiale più prezioso e di più agevole consultazione, quale la seta. Per favorire il fissaggio del cordino di legatura, che passava alternativamente sopra e sotto le listarelle, era inciso un leggero solco di forma triangolare a distanza regolare dalle due estremità. In questo modo si dava più stabilità all’insieme e si riduceva il rischio di rottura degli elementi all’altezza dei cordini, qualora sul rotolo fosse stata esercitata un forte pressione. Le listarelle più corte avevano al massimo due solchi, le più lunghe potevano portarne un numero maggiore. Due sistemi diversi erano impiegati per la compilazione di un testo di bambù. Il primo, più diffuso, consisteva nello scrivere le listarelle una per una (con la sinistra si teneva la listarella e con la destra il pennello) per tutta la loro lunghezza prima di legarle insieme: una volta unite, il testo poteva essere letto di seguito scorrendo dall’alto in basso, da destra verso sinistra. Da qui deriva la pratica, riscontrabile fin dalle più antiche iscrizioni su bronzo e manoscritti su seta, e mantenuta fino all’inizio del secolo scorso e in parte ancora oggi in Cina e in Giappone, di scrivere in colonne 13

disposte in successione da destra a sinistra e di impaginare il libro nell’ordine contrario rispetto all’uso occidentale. La scrittura orizzontale da sinistra a destra venne introdotta in Cina solo all’inizio del secolo scorso. Il secondo sistema consisteva invece nel costruire, ancora prima di iniziare a scrivere, un vero e proprio folium di bambù (imitazione economica del folium di seta), calcolando la sua lunghezza, cioè il numero di listarelle necessarie, per non trovarsi poi con uno spazio insufficiente a disposizione, soprattutto se il folium era utilizzato su entrambe le facciate (fatto non frequente ma possibile). Questo sistema meno usato del primo, offriva diversi vantaggi. Innanzi tutto era possibile inserire più agevolmente immagini e diagrammi che si estendessero in orizzontale su più listarelle, come a esempio le due figure umane che appaiono disegnate su uno dei manoscritti di Shuihundi. Il folium poteva inoltre essere diviso in più sezioni o pagine poste in verticale l’una di seguito all’altra, separate da una linea netta orizzontale o dal cordino di legatura: in questo modo il testo disposto su colonne corte più comode da leggere, iniziava nel registro in alto, per poi proseguire sulle pagine successive nella parte centrale e inferiore. La prima listarella di destra poteva essere esclusa da questa suddivisione e recare il titolo del testo. Da questa distribuzione interna delle pagine derivò la pratica, mantenutasi per secoli anche dopo l’introduzione della stampa, di suddividere il foglio di carta in due o più pagine , disposte in successione verticale (Scarpari 2005, 109-111). In epoca imperiale i libri, generalmente scritti su rotoli di bambù (pian), furono accorpati per costituire raccolte più ampie, perdendo inevitabilmente la loro originaria autonomia, trovandosi inseriti in una gerarchia che li vedeva più come capitoli all’interno di opere più corpose (juan= rotolo) che come scritti indipendenti, quali essi erano in origine (Scarpari 2006, 187). Il rotolo di seta I vantaggi della seta rispetto al bambù, come scrive M. Scarpari (2006, 188-189), sono molteplici: «Copiare un’opera su seta equivaleva a riconoscerle una particolare autorevolezza e contribuiva alla sua stabilizzazione, fissando un percorso di lettura che ben poco spazio lasciava a modifiche significative, come avveniva invece con le listarelle di bambù che potevano essere spostate, sostituite, integrate. Numerosi erano i vantaggi rappresentati dalla seta rispetto al bambù: i manoscritti venivano piegati e arrotolati con minore ingombro e quindi si potevano concepire i libri più consistenti (presero così forma le opere, talvolta imponenti, che ci sono state tramandate); il loro trasporto, la conservazione e la consultazione risultavano più agevoli; erano poi adatti a ospitare disegni, dipinti, raffigurazioni di vario tipo, quali mappe topografiche o astronomiche, disegni o diagrammi difficilmente riproducibili su bambù o su tavolette di legno (anche se gli esempi non mancano). Per contro gli svantaggi erano costituiti dall’alto costo del tessuto, dalla sua maggiore delicatezza e deperibilità, dall’impossibilità di intervenire significativamente sul testo una volta copiato, per modificarne i contenuti in modo sostanziale - fatto questo che in realtà rappresenta un vantaggio per tutti coloro che cercano di ricostruire la storia della trasmissione dell’opera». La seta era particolarmente utilizzata per le illustrazioni aggiunte ai rotoli di bambù. Come registrato nella bibliografia degli Han (206 a.C. - 220 d.C.) 790 pian di lavori militari erano scritti su tavolette ma 43 juan erano su seta per l’aggiunta delle illustrazioni. Un’opera di Sun Wu (VI secolo a.C.) include nove rotoli di illustrazioni e un’altra di Sun Bin (IV secolo a.C.) quattro rotoli. Sulla seta erano disegnate le mappe, come conferma una registrazione dello Shiji (Registrazione del grande storico), il quale narra che quando Jing Ke andò per assassinare il re di Qin: «il re di Qin aprì la mappa. Quando la mappa fu completamente aperta, si rivelò il pugnale». Questa descrizione dimostra che le mappe erano disegnate sul rotolo di seta. Pur essendo maneggevole, il libro di seta, a causa della sua complessa fabbricazione e di conseguenza del suo prezzo, era di uso meno corrente rispetto a quello di bambù. La lunghezza del rotolo dipendeva da quella del testo e un pezzo di seta poteva essere tagliato secondo la misura necessaria (Martinique 14

1983, 11). La sua larghezza corrispondeva all’altezza del tessuto definita dai maestri tessitori dell’epoca, ossia circa 50 cm, o alla sua metà. Il libro di seta era conservato piegato nel caso di opere brevi, scritte sul pezzo di seta di massima altezza, o arrotolato per le opere molto lunghe, scritte sulla seta di altezza minima. Il rotolo di seta più antico che ci è pervenuto, è stato rinvenuto durante gli scavi condotti nel 1970, ed è stato datato al 168 d.C. Pur essendo più funzionale del bambù e del legno, la seta era di gran lunga più costosa e più difficile da reperire, non poteva quindi essere impiegata su più ampia scala come supporto per la scrittura. La seta utilizzata a questo scopo, per lo più di colore bianco, poteva essere di varia qualità, dalla più delicata e raffinata al tessuto più grezzo. Il testo procedeva anche in questo caso su colonne, da destra verso sinistra, e un unico folium poteva contenere più testi, diagrammi e disegni. Numerosi erano i vantaggi rappresentati dalla seta rispetto al bambù: i manoscritti potevano comodamente essere piegati o arrotolati con minor ingombro e quindi si potevano concepire libri più consistenti (da qui deriverà la pratica di confezionare rotoli su carta o su carta e seta, lunghi talvolta alcuni metri). Inoltre il trasporto, la conservazione e la consultazione risultavano più agevoli, pesando i rotoli considerevolmente meno. Per contro, gli svantaggi erano costituiti dall’alto costo del tessuto, dalla sua maggiore delicatezza e deperibilità, dall’impossibilità di intervenire sul testo, una volta scritto, e modificare i contenuti. Il più antico manoscritto su seta esistente, risalente al 300 a.C. circa, fu riportato alla luce nel 1942 (secondo alcuni nel 1934) a Zidanku, nei pressi di Changsha, capitale della provincia dello Hunan. Inoltre ritrovamenti archeologici degli ultimi anni hanno consentito di accertare come la seta fosse normalmente utilizzata per la stesura definitiva dei libri, mentre il bambù e il legno lo erano per le bozze preliminari (Scarpati 2005, 112-113). Il rotolo di carta A partire dal III secolo d.C. la seta fu gradualmente sostituita dalla carta, un materiale più adatto a essere arrotolato (Drège 2014, 355-360) (figg. 3-4). Drège (1989, 43-44) ha però osservato nei diversi rotoli di carta cinesi che ci sono pervenuti alcune differenze nella manifattura, nella colorazione ecc., che possono essere classificate secondo due criteri. Il primo è il tipo di opera: se si tratta di un’opera per la biblioteca o per uso personale il rotolo non è lo stesso di quello utilizzato in un sūtra buddhista o taoista o in un commentario di un sūtra, o ancora in un testo Confuciano o in un’opera letteraria. E lo stesso se si tratta di un sūtra canonico o apocrifo. Il secondo criterio è l’epoca. Tra la dinastia Jin (265-420) e la dinastia Tang (618-907), la misura del rotolo non si mantenne fissa ma ciascuna dinastia attribuiva all’unità di misura, il piede, un valore differente, sviluppando il formato di conseguenza. Il progresso nella tecnica manifatturiera della carta e le

3. Rotolo di carta cinese

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4. Rotolo di carta cinese.

citate due condizioni, furono causa di notevoli diversità. Nella forma, il rotolo di carta è erede diretto di quello di seta, di cui mantiene le dimensioni dell’altezza e la disposizione del testo, ma dal quale si differenzia in quanto costituito da fogli rettangolari incollati estremità a estremità. Il numero di colonne per foglio e il numero di caratteri di scrittura per colonna erano soggetti a delle convenzioni precise che variavano solamente secondo l’epoca e il tipo di opera. Il testo, sia sul rotolo di seta sia su quello di carta, era scritto dall’alto in basso e da destra a sinistra e le colonne erano separate da rigature che ricordano le separazioni imposte dalla giustapposizione delle listarelle di bambù. In linea di massima si può dire che la lunghezza del rotolo di carta dipendeva da quella del testo, ma in genere non superava i 40 fogli; le dimensioni del foglio di base erano generalmente da 266 a 300 mm di altezza e da 370 a 520 mm di larghezza (Tsien 2004, 228). La misura della carta subì variazioni durante le diverse dinastie. Infatti durante la dinastia Jin la misura standard del foglio di carta era largo 23-24 cm e lungo 26-27 cm; nell’era Tang le dimensioni erano 25-26 o 26-27 cm largo e 40-43 o 44-51 cm lungo; nel periodo delle Cinque dinastie la carta fu prodotta invece in diverse misure e molto spesso tinta di giallo per proteggerla dagli insetti (From Oracle Bones 2009, 27). Il copista lasciava sempre le prime due colonne del rotolo bianche, eventualmente destinate a recare altri elementi dell’opera. Il testo partiva sempre dalla colonna successiva. Il titolo del libro, il numero dei caratteri, il nome del copista, la data, lo scopo della copia, la quantità di carta utilizzata e il nome del correttore di bozze e del legatore erano sempre inseriti alla fine del rotolo nel colophon (From Oracle Bones 2009, 27). Alla base di ogni colonna di scrittura era riportato il numero di colonne (Edgren 2009, 98), sistema simile alla sticometria nei rotoli greco-romani. Il rotolo terminava con un foglio per l’avvolgimento, spesso tagliato di sbieco e incollato a un bastone intorno al quale si arrotolava il manoscritto. Probabilmente questo sistema non era praticato sin dai primi tempi dell’uso della carta, ma conosciuto a partire dal III secolo, e rimase invariato sino all’VIII secolo, quando si verificarono notevoli trasformazioni contemporaneamente ai primi esperimenti di stampa xilografica. La parte iniziale del rotolo si 16

prolungava in un tessuto o altro materiale che serviva a proteggerlo quando era avvolto e sul cui orlo era fissata una fettuccia per tenerlo chiuso, unito all’ultimo foglio, il cui colore spesso indicava la natura del testo che il rotolo conteneva. Il colore del nastro era lo stesso di quello utilizzato a volte per un’etichetta fissata alla fine che identificava il testo contenuto, consentendo di identificarlo quando era conservato. Il rotolo si avvolgeva generalmente intorno a un sottile bastone di legno, riccamente decorato con materiali preziosi come oro, porcellana, avorio, corallo o corno (Martinique 1983, 12). Sul verso di questo tessuto erano spesso riportati il titolo dell’opera e la numerazione dei capitoli, in modo da essere leggibili quando il rotolo era chiuso. Su questa parte era a volte indicata anche una segnatura di collocazione del manoscritto, secondo il sistema di classificazione adottato dalle diverse biblioteche (Drège 1991). Il rotolo era a volte protetto da una coperta (cinese: shu i o chih), fatta di seta o di una stuoia di bambù, la quale aveva i bordi bianchi o di seta colorata. Un drappo copriva una decina di rotoli posti uno sopra l’altro, con le etichette identificative alla fine di ognuno e un gruppo di rotoli (fig. 5), massimo dieci, potevano essere inseriti in una scaffale (Tsien 1987, 228-229; 2004, 138-141). Ogni rotolo rappresentava una unità

5. La conservazione dei rotoli in Cina. (Da: Tsien 1987, 229, fig. 1157.c).

bibliografica, in cinese chiamata juan, così come avveniva nel mondo latino, in cui ogni rotolo (volumen) costituiva la singola unità bibliografica in cui era diviso il testo, che in Occidente, con la nascita del codice, diverrà equivalente al capitolo. Il rotolo era generalmente scritto solo sul recto (opistografo), ma Drège (1985, 497-499) segnala alcuni rotoli di carta sino-tibetani, i quali sono scritti al recto in cinese e al verso riutilizzati scrivendo in tibetano. Il rotolo ebbe un uso molto lungo, legato alla produzione dei testi canonici buddhisti, sopravvivendo alle altre forme del libro. Appare interessante notare che la maniera di conservazione dei rotoli in Cina è simile a quella utilizzata pressi i Greci e i Romani, come si può vedere da un confronto tra l’immagine n. 5 e 9.

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Il frontespizio nel rotolo Lo studio di alcuni rotoli ha permesso di mettere in evidenza quello che Drège (1999, 44-85) chiama frontespizio, ma che in realtà è una xilografia posta all’inizio del testo con il titolo dell’opera, quindi più vicino alla tipologia di un’antiporta come nel libro occidentale, ma senza essere seguita da un frontespizio tipografico o xilografico. Analizzando i rotoli xilografati del periodo Song (960-1278) si osserva la presenza di una o due o ancora una serie di xilografie all’inizio del rotolo. Lo stesso si può osservare sia nei rotoli sia nei libri di piccolo formato, come anche nel libro a soffietto e in quello a farfalla. In particolare se nel rotolo le scene di predicazione si succedono una dietro l’altra, nel libro a farfalla queste possono occupare da sei a dieci pagine iniziali. L’organizzazione delle illustrazioni nel libro xilografato riprende grosso modo quella del libro manoscritto.

Corea Il rotolo, originariamente di seta, in seguito di carta, fu di uso costante in Corea fino all’VIII secolo d.C. Si avvolgeva intorno a un bastone di legno, come attesta una lettera reale che descrive le regole morali e di condotta in occasione della nomina di un membro della famiglia reale a una funzione o in occasione del conferimento di un titolo onorifico. Questo decreto è costituito da un pezzo di seta che si srotola su un bastone di giada (Minje Byenng-sen Park 2002, 156). Come nel caso del rotolo greco-romano e di quello cinese, un’opera poteva essere costituita da più rotoli; ognuno di essi chiamato con il termine cinese juan. Il rotolo di carta era generalmente costituito da fogli di vario formato, alti da 25 a 30 cm e larghi da 37 a 52 cm. All’inizio del rotolo era incollato un foglio di copertura, consistente in un foglio di carta più spessa o doppia, sovente un foglio piegato in due, a protezione del rotolo stesso. A metà di questo era legato un nastro, sovente colorato; sul lato esterno del foglio di copertura era scritto il titolo dell’opera e il numero di rotolo. L’ultimo foglio era incollato alla fine del rotolo a un foglio bianco, il quale era adeso a un bastone attorno al quale si avvolgeva il rotolo stesso (Minje Byenng-sen Park 2002, 156-157). La Cina ha esercitato una forte influenza sulla Corea, sia per quanto riguarda gli strumenti scrittori (pennello, coltellino, ecc.) (Minje Byenng-sen Park 2003, 169-172) sia per la forma del libro, il quale era simile a quello cinese.

Giappone Verso la fine del II secolo d.C. l’invenzione della carta rese possibile in Cina la produzione del rotolo di carta che derivava dalle strisce di bambù legate insieme, o dalla versione successiva del rotolo di seta (Kornicki 2001, 42). Il rotolo di carta (in giapponese chiamato kansubon) è la forma più antica del libro conosciuta in Giappone, che non mostra particolari diversità rispetto a quello cinese. L'estremità libera del rotolo era generalmente rinforzata con la seta e un laccio ne impediva lo svolgimento accidentale. I rotoli erano spesso conservati dentro sacchi di seta e collocati in casse o conservati in posizione orizzontale in scaffali di legno. Questa forma di libro continuò a essere utilizzata per parecchi secoli, fino a quando entrarono in uso le nuove forme del libro provenienti anch’esse dalla Cina; il rotolo continuò comunque a essere impiegato principalmente per i testi letterari e quelli religiosi, in particolar modo per i rotoli illustrati, conosciuti come emakimono, i quali furono prodotti durante la dinastia Heian (794-1185). Il rotolo fu utilizzato anche per i libri xilografati prima del 1600 particolarmente per i testi buddhisti impressi a Nara e Monte Kōya. Dopo il XVI secolo, questa forma appare solo occasionalmente, 18

come a esempio per il Kan’ei gyōkōki (1626), un rotolo riproducente la processione imperiale e per alcuni altri libri impressi, come le processioni delle missioni diplomatiche coreane a Edo o per viste panoramiche come quella del fiume Sumida nel Sumidagawa ryōgan ichiran pubblicato nel 1781. Inoltre fino al XIX secolo i libri stampati e gli album contenenti materiale effimero o scritti miscellanei erano a volte smontati e rimontati in forma di rotolo dagli stessi proprietari.

Tibet Come osserva De Rossi Filibeck (2006, 296), durante la prima diffusione del buddhismo e fino al IX secolo, i documenti si presentano per la maggior parte sotto forma di rotolo, chiamato in tibetano shog gril. Il rotolo di carta, tipologia di libro presente in Cina ma attestata in tutto il continente asiatico, rimane la forma più diffusa di libro in Tibet fino alla fine del IX-X secolo, come dimostrano i ritrovamenti di manoscritti a Dunhuang, relativamente ai libri religiosi e ai documenti ufficiali. Si tratta di fogli di varia lunghezza incollati l’uno all’altro nel rispettivo bordo superiore e a volte attaccati a un’assicella di legno intorno alla quale sono avvolti. Nei manoscritti di Dunhuang si possono distinguere quelli scritti verticalmente da quelli in cui il testo è disposto in pannelli orizzontali.

India Il rotolo, costituito dalla corteccia d’albero (tapa) prima e di lino poi, è la forma più antica di libro indiano. Il rotolo di corteccia (tapa) I più antichi rotoli realizzati con la corteccia d’albero (tapa) sono stati trovati in Asia centrale, a Khotan. L’uomo che li trovò li divise in due parti e li vendette alla missione francese di Dutriuil de Rhines nel 1892 e al console russo a Kashgar, Petrosky. Questi manoscritti sono costituiti da una lunga striscia di corteccia di betulla, tenuta insieme sui due lati da un filo cucito a un centimetro del bordo. Altri esempi importanti di rotoli di corteccia sono conservati presso la Bibliothèque Nationale de France, come il manoscritto di Bhāgavatgitā lungo 176 cm e largo 4,5 cm (Datta 1970, 137). La scrittura su questo materiale comincia parallela al lato corto e prosegue fino alla fine del rotolo e se è necessario più spazio, continua sul verso. Un esempio si ha nel rotolo di corteccia di betulla del II secolo proveniente da Gandhara. Il rotolo di lino/cotone Il rotolo di lino è una tipologia considerevolmente antica del libro indiano, usato quasi esclusivamente per gli oroscopi e gli almanacchi. Gli indovini convocati da Siddārta (V-IV secolo a.C.) per spiegare il sogno di sua moglie sono mostrati nell’illustrazione del manoscritto Kalpasūtra con un lungo rotolo di stoffa, da cui essi traevano il loro responso (Losty 1982, 6, 59-60 e fig. IX). Come nel rotolo di corteccia, la scrittura cominciava parallela al lato corto e prosegiva fino alla fine del rotolo e se era necessario più spazio, continuava sul verso. L’antica tradizione della pittura su larghi quadrati di stoffa fu continuata nei grandi manoscritti di Ḥamzanāma commissionati dal gran Moghul Akbar intorno al 1570. Questo enorme progetto prevedeva la preparazione di 1.400 dipinti su fogli separati di stoffa, con il testo normalmente scritto sul verso.

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Indonesia Tra i pochi documenti che ci sono pervenuti va segnalato un manoscritto indonesiano costituito da lunghe strisce di palma, cucite sul lato corto e tenute insieme da un’intelaiatura di legno o metallo, sulle quali scorre una sola linea di testo.

Grecia e Roma La testimonianza dell’uso del rotolo nell’antica Grecia può essere fatta risalire sicuramente al V secolo a.C. Una riproduzione su un celebre vaso di Duride (fig. 6) antico ceramografo greco

6. Particolare del vaso di Duride del V secolo a.C.

attivo in Atene tra il 500 e il 475 a.C., mostra alcune scene in cui appare um maestro con un rotolo di papiro aperto mentre istruisce un alunno. Erodoto (484-430 a.C.) ne parla come di un normale supporto scrittorio, utilizzato in modo quasi esclusivo per raccogliere ogni scritto letterario o documentario. Dall’antica Grecia è facile presumere un passaggio del rotolo presso i Romani. Presso i Greci e i Romani il rotolo era ottenuto unendo i fogli di papiro prima e di pergamena poi, incollati uno di eseguito all’altro. Sulle diverse qualità e tipi di papiro e di pergamena si è discusso in precedenza (Pastena 2019, 2.1:14, 22-23). Nel rotolo di papiro greco-romano come in quello egiziano si può identificare il recto, identificato nel lato più liscio, e il verso, quello ruvido. Si è proposto allora, e soprattutto Turner è 20

tornato più volte sull’argomento (Gallo 1983, 25), di abbandonare i termini recto e verso e di chiamare nei papiri il cosiddetto recto con il simbolo →, detta faccia prefiberale, in cui le fibre corrono in senso orizzontale e quindi parallele alla lunghezza del rotolo stesso e perpendicolari alle linee di giuntura dei vari kollemata; nella faccia opposta, chiamata verso, indicata con il simbolo ↓, chiamata faccia transfiberale, in cui le fibre corrono in senso verticale, perpendicolari alla lunghezza del rotolo e parallele alle linee di giuntura. L’unico elemento che fa distinguere, senza alcuna incertezza, il recto dal verso di un papiro è così la kóllēsis, cioè l’incollatura o saldatura dei fogli di papiro, che inequivocabilmente chiarisce l’andamento delle fibre nelle due facciate del rotolo e, di conseguenza, l’esatta posizione della scrittura sia in relazione alle due facciate del papiro, sia in relazione all’andamento di essa rispetto a quello delle fibre sull’una o sull’altra facciata. Se nel frammento esaminato non è presente nessuna giuntura, si può solo dire che la scrittura è «parallela alle fibre» o «corre lungo le fibre», oppure «perpendicolare alle fibre» o «corre contro le fibre». In questo caso si può indicare con le frecce: ⟷ ↑ ↓ (figg. 7-8). Soltanto il primo foglio era incollato al resto del rotolo con le fibre interne correnti in senso verticale e quelle esterne orizzontali.

7. Schema di un rotolo di papiro con scrittura. Nel rotolo di papiro il primo foglio era chiamato in greco, sicuramente dal 537 d.C., protókollon, mentre l’ultimo foglio era detto eschatokóllion, termine che troviamo attestato solo in latino (Marziale, Epigr. II, 6, 3) sicuramente coniato su forme greche che non ci sono pervenute. L’operazione dell’incollatura dei vari fogli di papiro per dare vita al rotolo era designata in latino con il verbo glutinare, cui corrispondevano in greco il verbo kollãn e il sostantivo kóllēsis; quest’ultimo con il significato di incollatura, assemblaggio dei fogli. La protezione del primo kóllēma scritto di un rotolo librario era affidata al prōtokollon, un kóllēma non scritto e per lo più disposto con le fibre verticali, in modo da mantenere compatte le fibre orizzontali del foglio successivo impedendone lo sfilacciamento. Questo sistema faceva anche si che a supportare la trazione dello svolgimento esercitata dalla mano sulla faccia esterna del rotolo fossero le fibre orizzontali del foglio di papiro, le quali erano capaci di assecondarla senza sfilacciarsi, mentre invece le fibre verticali avrebbero perso presto la loro coesione (Puglia 1997, 17). Se in greco kóllēma era il singolo foglio di un rotolo di papiro che, per inciso, non era sempre delle stesse dimensioni, sélis, pl. selídes (latino pagina) era la colonna di scrittura, mentre con omphalós (latino umbilicus = centro, punto centrale) si indicava il bastoncino incollato all’inizio del rotolo. Per una naturale estensione del significato, kóllēma fu utilizzato per indicare i fogli o documenti scritti. Nei papiri del II secolo d.C. si è osservato che nel linguaggio burocratico dell’Egitto romano il termine per indicare la colona di scrittura in un atto ufficiale era kóllēma e non sélis (Lewis 1974, 81). Con il passaggio dal rotolo al codice, cambiò la maniera di indicare il rotolo, che fu chiamato in greco 21

8. Rotolo aperto per la lettura

eilētón, eilētárion, da eiléō, «arrotolare». Un rotolo, per così dire fittizio, era il tómos synkollḗsimos, ottenuto dall’assemblaggio di un determinato numero di fogli generalmente di papiro, contenenti documenti omogenei, riuniti e incollati insieme in modo da potere essere agevolmente archiviati e conservati sia negli uffici amministrativi sia in privato: la consultazione era facilitata dal fatto che ogni foglio conteneva un solo documento, il quale era numerato in alto ed era citato con due numeri, quello del tómos (volume) di cui faceva parte e quello del kóllēma (pagina). A questo proposito non si può fare a meno di ricordare l’uso, anche moderno, di citare il tomo (o volume) nel caso di un’opera in più volumi e la pagina (kóllēma). La differenza principale nell’utilizzo del rotolo di pergamena, in un’epoca imprecisata intorno al IV-III secolo a.C., consisteva nelle due diverse maniere di unire i singoli fogli. La prima era quella di incollare i lembi di ogni foglio, come nel rotolo di papiro, per ottenere un lungo nastro di pergamena; nel secondo modo, si faceva passare una striscia anch’essa di pergamena attraverso la giuntura dei fogli, in modo di unirli tra loro. Il restauro del rotolo di papiro e i glutinatores Il restauro del rotolo di papiro, è ritenuta una mansione parascrittoria dello scriba in un atelier impegnato per lo più, ma non esclusivamente, nell’allestimento di testi letterari, senza considerare la produzione. Manutenzione dell’instrumentum scriptorium, potevano dunque ragionevolmente essere le seguenti, o alcune delle seguenti: a) verifica ed eventuale ripristino dell’integrità dei rotoli prima di scriverci sopra; b) eliminazione delle parti dei rotoli rimaste in bianco dopo la trascrizione e la diorthosis (correzione) del testo; c) rinforzo con le appropriate tecniche delle parti iniziali e finali dei volumen; d) sostituzione di parti dei rotoli prima della loro pubblicazione qualora ciò fosse reso necessario dalla scoperta di gravi sviste o da ripensamenti dell’autore; e) satinatura dei rotoli con sostanze profilattiche dopo che erano stati scritti; f) confezione e sistemazione di eventuali accessori dei volumi quali copertine, cilindretti, etichette; g) 22

restauro ed eventuale satinatura dei rotoli usurati; h) restauro e assemblaggio di vecchi rotoli da riutilizzare sul dorso; i) sistemazione di lettere o documenti sparsi per formare tómoi synkollḗsimoi (Puglia 1997, 105). Un ruolo particolare avrebbe avuto invece a Roma la figura del glutinatores. Secondo alcuni studiosi sarebbe stato uno schiavo addetto a sistemare adeguatamente i fogli di papiro, incollando al margine destro di ciascun foglio il margine sinistro del seguente, così da formare una lunga striscia che arrotolata costituiva il volumen. Secondo altri autori però, la sua funzione era anche quella di restauratore dei rotoli. Doveva infatti occuparsi anche dell’irrobustimento dei rotoli lacerati, per mezzo di toppe applicate al dorso dei manufatti, della sostituzione dei kóllēma danneggiati e del reintegro delle parti del testo mancanti, secondo gli standard grafici del periodo. Molti studiosi ritengono che non sia pensabile infatti che esistesse la figura del restauratore, che si preoccupava di restaurare il rotolo, per fare intervenire poi una seconda persona, che si occupava di reintegrare il testo. Quest’ultima funzione di restauratore, è stata però mesa in dubbio da recenti studi, ritenendola, come detto in precedenza, un’attività parascrittoiria. A proposito della presenza dei glutinatores in Italia, C. Basile (1994) ritiene che a Roma le officine cartarie selezionavano la carta di papiro proveniente dall’Egitto secondo la qualità; i fogli di qualità scadente - se dovevano essere utilizzati per scrivere - erano lavati e sottoposti a particolari trattamento superficiali per togliere i difetti della manifattura (macchie, ineguaglianze, ecc.). Simili laboratori di perfezionamento dei fogli probabilmente esistevano, secondo C. Basile, anche in altre città italiane, fra le quali Napoli. Accertata l’esistenza di officine italiche, quale quella di Fannio nelle quali i rotoli di papiro subivano delicati interventi, il Basile ha implicitamente affacciato l’ipotesi che i lavoratori di tali laboratori prendessero proprio il nome di glutinatores. Compito peculiare di questi lavoratori sarebbe stato quello di selezionare il materiale papiraceo e di sottoporlo ad alcuni opportuni trattamenti superficiali per eliminare i difetti e migliorare la bianchezza, l’uniformità, la levigatezza e la flessibilità (Puglia 1997, 115). Scrittura e decorazione del titolo La miniatura greca, come dimostrato da Weitzmann (1970, 57-81) fu direttamente influenzata da quella egiziana, probabilmente ad Alessandria (Weitzmann 1970, 60). Relativamente ai rotoli di papiro provenienti da Ossirinco, l’analisi condotta da Johnson (2013), ha messo in evidenza l’impossibilità di potere fornire delle regole generali sulla struttura del rotolo greco-romano proveniente dall’Egitto, e sulla sua mise en page, variando questi elementi da scriba a scriba e a secondo dell’opera trattata. Sulla base degli altri rotoli provenienti dall’antichità greco-romana, possiamo affermare che indipendentemente dalla posizione che il titolo assumeva nel rotolo, lo scriba, o il proprietario del rotolo, si adoperava affinché l’epigrafe libraria fosse valorizzata grazie a una serie di accorgimenti grafici, quali la simmetria/centratura, su più linee, delle diverse componenti del titolo, ovvero la disposizione di quest’ultimo nell’agraphon, lo spazio che intercorreva tra l’inizio del rotolo e la prima colonna del testo. Abituale a tale scopo è anche una scrittura che si distingueva da quella del testo, perché più accurata o più veloce, ovvero di modulo maggiore (Caroli 2007, 78). Il colophon Il colophon collocato alla fine del rotolo comprendeva di solito il nome dell’autore al genitivo, il titolo dell’opera, il numero progressivo del libro, se esso era articolato in più libri (rotoli) e, in alcuni casi, l’indicazione dell’anno in cui era stata composta l’opera dall’autore, il numero dei fogli di papiro utilizzati (kollḗmata), il numero delle colonne (selίdes) e il numero complessivo delle linee, dette in greco stίkoi, indicazione quest’ultima importante al fine di quantificare il numero delle righe (sticometria) che serviva per pagare l’opera dell’amanuense. 23

Nei papiri letterari greci e latini alla fine del testo si trovava il titolo dell’opera, chiamato in greco hepigraphḗ e in latino titŭlus, inscriptio; questo in genere era messo a destra dell’ultima colonna all’interno del campo di scrittura destinato al testo oppure sotto di essa e in ogni caso sempre seguito da una porzione di papiro non scritta, detta ágraphon, oppure conteneva solo il nome dell’autore e il titolo del libro ed eventualmente i dati sticometrici (Puglia 1997, 17). Il titolo poteva essere scritto con gli stessi caratteri del testo, o essere vergato in una scrittura più elegante, e in questo caso interveniva un secondo scriba specializzato in questo tipo di scrittura. Nel rotolo romano al principio del testo si usava anche riportare il titolo dell’opera con la formula: Hic incipit liber… che nel codice diverrà la formula d’apertura del manoscritto. Alla fine, invece, si poteva trovare la formula: Explicitus (est) liber… cioè «È stato svolto il rotolo contenente il libro…», che nel manoscritto medievale si chiamerà più brevemente explicit con il diverso significato di fine del libro. Indici Nel caso in cui il rotolo riuniva un certo numero di lavori di uno stesso autore, ovvero libri di una stessa opera, l’epigrafe libraria fungeva anche da indice/sommario, recando i titoli nell’ordine esatto in cui essi si susseguivano all’interno del volume/rotolo (Caroli 2007, 77). I richiami nel rotolo greco-romano Nel rotolo greco-romano non era sufficiente sapere che il tale rotolo era il III o il XII dell’intero ma era importante che il lettore conoscesse in modo immediato quello che precedeva e quello che seguiva. Diodoro Siculo a esempio, mirava a evitare possibili confusioni nella successione dei volumina (rotoli) cominciando un nuovo libro/rotolo con una prefazione nella quale indicava anche il numero d’ordine del volumen precedente, un effetto che nei titoli finali era ottenuto con i richiami o reclamantes, cioè righe di testo contenenti l’incipit del libro successivo, i quali trascritti in prossimità della subscriptio, assicuravano la corretta successione dei volumina. Va infine citato il caso del Pap. Ber. 16985 del I secolo d.C., con il canto XII dell’Iliade, dove una corona indica la fine del canto seguita dalle prime due linee del canto seguente. La conservazione dei rotoli In genere i rotoli erano stipati in magazzini capaci di raccoglierne migliaia, disposti in nicche o nidi. A illustrare il sistema di collocazione dei rotoli, è spesso citata un’immagine che riproduce un rilievo, purtroppo perduto, proveniente da Neumagen sulla Mosella (Blanck 2008, 248; Palombi 2014, 114; Puglia 1997, 151) (fig. 9). La sovrapposizione di rotoli comportava tuttavia uno svantaggio ai fini della loro reperibilità. Accatastandoli, la voluta esterna, ovvero il dorso del volumen con il titolo, tendeva a sporcarsi, a gualcirsi e a contaminarsi con le muffe e i vermi carticoli presenti sugli esemplari contigui. Per ovviare a questo inconveniente, si iniziò a far uso, forse solo per i libri più pregiati, di un foglio di papiro o pergamena, la così detta paenula, che avvolta intorno al rotolo, lo preservava dalla polvere, schermando tuttavia anche il titolo eventualmente tracciato sul verso. Sorgeva comunque la necessità di potere facilmente identificare l’esatta collocazione del rotolo di un autore specifico, in sale dove erano conservati a volte migliaia di rotoli di papiro o pergamena. Il titolo dell’opera contenuta nel rotolo poteva però essere anche scritto sul lato esterno, per una rapida identificazione dell’opera, come dimostrano i ritrovamenti di alcuni rotoli ercolanesi, ma in questo caso la registrazione del titolo era posteriore alla trascrizione del testo, dovuta probabilmente al libraio o proprietario, che intendevano in questo modo rendere riconoscibile dall’esterno il contenuto dei volumi. Una soluzione possibile, per identificare i rotoli dall’esterno, dovette apparire quella di un titolo sporgente materialmente oltre lo scaffale o nicchia in cui era posto, tracciato su strisce di papiro o pergamena fissata al bordo superiore del volumen. In 24

9. Scaffale di rotoli. Disegno di rilievo (scomparso) provenienti da Neumagen sulla Mosella (cfr. fig. n. 5).

questo modo l’etichetta non avrebbe risentito né della sovrapposizione dei rotoli, né dell’eventuale paenula (Caroli 2007, 41-42) la quale, come ha dimostrato Capasso, lasciava libere le due frontes, cioè i due lati superiore e inferiore del rotolo, permettendo al titolo di sporgere liberamente verso l’esterno. Questa etichetta, chiamata in greco síllybos o síttubon o pittakíon (lat. index, titŭlus), recava il nome dell’autore e il titolo (Caroli 2007, 46 e fig. 7-8; Blanck 2008, 248). Informazioni su questa etichetta ci provengono da varie fonti, come a esempio un passo di Ovidio, dove il poeta lamenta l’infelice oscurità cui sono condannati i libri dell’Ars amatoria. Colpiti dalla collera di Augusto, essi saranno costretti a nascondersi «mentre gli altri libri porteranno il titolo in evidenza, mostrando il nome sulla fronte [frontes] scoperta» (Caroli 2007, 44; Capasso 1995a; 1995b; 1999, 145-146). Un altra maniera di conservare i rotoli di papiro, era quella di legali insieme i fasci, dopo essere stati avvolti in un foglio di pergamena o di carta di papiro emporetica. Poi potevano essere riposti in scatole cilindriche dette in latino pandectae (gr. pandékomai, raccolgo, riunisco) o bibliotheca (gr. bibliothḗkē, scatola libraria) che contenevano più volumina (figg. 10-11). Nel mondo latino si utilizzavano due termini per indicare il deposito e la custodia dei libri, intendendo con questo termine sia il rotolo sia il codice: armarium e bibliotheca. La struttura del rotolo di papiro passò quasi immutata nel rotolo di pergamena, sopravvivendo a lungo anche alla nascita del liber quadratus o codex. La lettura del rotolo presso i romani L’analisi di alcune tracce iconografiche e letterarie, esaminate a fondo in una serie di studi degli ultimi anni, hanno consentito di mettere a fuoco la prassi che regolava la lettura del volumen nella società romana. Dopo aver prelevato il rotolo dall’armadio o dallo scaffale in cui era conservato, il lettore lo prendeva nella mano destra e, sollevando con la la sinistra la sua parte iniziale (ovvero il lembo estremo del rotolo, cioè la parte detta protocollo), iniziava a srotolarlo: la 25

10. Raffigurazioni pompeiane con istrumenta scripta, libri e capsa. Napoli, Museo archeologico nazionale.

destra aveva il compito di svolgere la parte ancora da leggere e la sinistra di riavvolgere la parte già letta. Nel corso della lettura il rotolo assumeva una forma bicilindrica (posizione di lettura in atto), caratterizzata da un campo testuale mobile, che variava a seconda delle sue dimensioni ma

11. Virgilio Romano. Ritratto di Virgilio. Accanto a lui la cesta con i rotoli. Città delVaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana (Vat. Lat. 3867).

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anche delle abitudini e dei gusti del lettore; in base ad alcune raffigurazioni iconografiche possiamo dire che la sezione di testo visibile poteva arrivare a comprendere cinque o sei colonne di scrittura; quando si leggevano rotoli illustrati poi, lo spazio riservato al campo visivo tendeva ad aumentare, tanto da potere comprendere diverse immagini (quando erano poste in successione l’una di seguito all’altra). Se si aveva il desiderio o la necessità di commentare un passo o semplicemente di fare una breve pausa, il rotolo era trattenuto con una sola mano ponendo le dita all’interno dei due cilindretti (posizione di lettura interrotta). Le operazioni di avvolgimento e svolgimento dei libri di maggior valore o di uso frequente, come a esempio i testi scolastici, avvenivano intorno all’umbilicus; talvolta si poteva far uso di una seconda asticella congiunta al lembo iniziale del protocollo che, a differenza dell’altra, non era fissata al supporto papiraceo, ma restava sciolta. Giunti al termine del libro, il rotolo, stretto nella mano sinistra, tornava alla conformazione monocilindrica (posizione di lettura conclusa); a quel punto era riavvolto interamente e riportato all’assetto iniziale (Puglia 1997, 74-79) per poi essere rimesso al suo posto (Capasso 2005, 101; Cursi 2015, 89-90; Puglia 1997, 74-79).

Vicino Oriente islamico Il rotolo in arabo chiamato laffa o lifāfah (Gacek 2001, 129), risulta poco frequente. Quello di pergamena è citato nel Corano (sura XXI:104): «Il giorno in cui arrotoleremo i cieli come il suggello arrotola le pergamene scritte». Fisicamente, consisteva in una serie di fogli (waṣl, pl. awṣāl) incollati uno dietro l’altro. La scrittura correva perpendicolare alla lunghezza del rotolo, scritto in colonne parallele. Generalmente era scritto solo su un lato (anopistografo), ma alcune volte su ambedue i lati (opistografo). Grohmann (1952) ha calcolato che il papiro arabo aveva una larghezza media tra i 12,7 e i 37 cm, mentre l’altezza tra i 30 e i 58 cm; i fogli erano lucidati con un brunitoio e uniti a formare un rotolo composto di venti fogli che poteva essere diviso in unità più piccole, indipendenti dai raccordi, come nel caso del ṭumūs (dal greco tómos, sezione), che equivaleva a mezzo rotolo e soprattutto dal ṭūmār (o ṭūmār qirṭās) (dal greco tomárion, o tomárion chártou, piccola sezione), la più piccola unità dei rotoli venduti a taglio, corrispondente a 1/6 di rotolo, un termine una volta impiegato come sinonimo di rotolo di papiro (D’Ottone 2008, 145; Déroche e Sagaria Rossi 2012, 98; Gacek 2012b, 224-226). La quasi totalità dei documenti arabi su rotoli di papiro, proseguendo una pratica anch’essa già in uso in epoca preislamica, hanno il primo foglio, con il testo del protocollo, unito al contrario rispetto al resto dei fogli (kollḗmata) del rotolo. Il testo del protocollo dei papiri arabi fu redatto in greco fino al 74-75 H/693-695 d.C. quando, su istanza del primo califfo omayyade ‘Abd al-Malik (65-86 H/685-705 d.C.), fu adottato un protocollo (ar. ṭirāz) bilingue greco-arabo e successivamente, arabo-greco (Blair 2006, 42). È infine a partire dal secondo quarto dell’VIII secolo che s’impose, per la redazione del testo protocollare, l’esclusivo uso dell’arabo: il più antico esempio di questa pratica datato 114 H/732 d.C., mentre protocolli bilingui sono attestati sino al 110 H/728-729 d.C. Quanto al contenuto i protocolli arabi – la cui lunghezza aumenta col passare del tempo fino a occupare i primi tre fogli del rotolo – generalmente presentano: la basmala, la professione di fede (ar. šahāda); alcune formule religiose (come la taṣliya); citazioni coraniche (sura III, v. 173; IX, v. 33, v. 61; CXII, v. 2); il nome e il titolo del califfo; il nome del governatore dell’Egitto o del capo dell’amministrazione finanziaria, oppure entrambi, e in alcuni casi anche il nome di ministri o alti funzionari; la data e, spesso, il nome della località nella quale il papiro è stato prodotto, nonché il nome del 27

direttore o del responsabile dell’atelier. La menzione dell’atelier e del suo responsabile nel testo del protocollo è stata essenzialmente collegata a istanze economiche e finanziarie finalizzate alla protezione di manifatture statali o al mantenimento del regime di monopolio della produzione o della vendita del papiro (D’Ottone 2008, 145-146). Alla stessa maniera dello scriba greco-latino ed egiziano, quando il rotolo era di papiro, si preferiva scrivere in colonne verticali parallelamente alle fibre, utilizzando il calamo (qalam) e l’inchiostro. Dai documenti che ci sono pervenuti, sappiamo che il papiro era relativamente costoso. Nel IX secolo un rotolo costava un dīnārs e mezzo quando un dīnārs era la resa annuale di un faddā di terra coltivabile. Per questo motivo molto spesso era utilizzato per scrivere anche il verso del papiro. Per esempio quando il califfo al-Mu’taṣim ricevette una lettera dall’imperatore bizantino, rispose scrivendo sul verso dello stesso papiro (Khan 1995, 13-16). I papiri arabi che ci sono pervenuti appartengono a due categorie: la prima è costituita da atti amministrativi e lettere private, in gran parte scritte dai mercanti ai loro partners commerciali. La seconda categoria è invece composta da frammenti di numerosi lavori in arabo, come la biografia del profeta, il Muwaṭṭa’ di Mālik ben Anas, i racconti delle Mille e una notte e poesie arabe (Blair 2006, 43).

Ebrei L’utilizzo del rotolo presso gli Ebrei, di papiro, pelle, pergamena o rame è molto antico e diffusamente citato nella Bibbia. In Geremia 36:1-7, vi è un lungo passo in cui si parla di un libro in forma di rotolo. Un’ulteriore prova della sua antichità proviene dai documenti più antichi, scritti su pelle, papiro, o rame risalenti al III-II secolo a.C. tutti sotto forma di rotolo provenienti dalle grotte di Qumran. La maggior parte di questi documenti è costituita da un rotolo di pelle legato con una fettuccia, anch’essa di pelle e dotato di una fibbia di rame. I rotoli sono stati poi avvolti in delle tele e conservati in giare, usanza questa presente in tutto il Vicino Oriente. I rotoli ebraici trovati in Egitto e datati dal III al IX o X secolo d.C., sono costituiti da frammenti di pelle (quattro), mentre tutti gli altri sono di papiro. Da quello che conosciamo per preparare un rotolo di pelle i fogli erano tagliati tutti della stessa altezza, e dopo avere scritto le singole pagine, queste erano unite a formare il rotolo (Sirat 2002, 112). Un’eccezione all’utilizzo della pelle è rappresentato dal ritrovamento nelle grotte di Qumran di un rotolo costituito da due lunghe strisce di rame arrotolate (García Martinez 1996, 460-463). Presso gli Ebrei ancora oggi è usato il rotolo di pelle per la redazione liturgica del Séfer ha-Tōrāh (il Pentateuco dei Cristiani) (fig. 12) e nella scrittura delle ḥāmesh megillôt (cinque rotoli dei libri biblici: Cantico dei cantici, Rut, Lamentazioni, Qoèlet, Ester), secondo prescrizioni rituali molto dettagliate descritte nel Masseket sofferim (Trattato degli scribi) (Obadja ben Ifa 1977). Le regole per la trascrizione di questi libri discendono direttamente dalla Bibbia dove è scritto (Geremia 36:18): «C’è una tradizione che rimonta a Mosè sul Monte Sinai per il quale il Sefer Torà è scritto su pelli di bestie pure che è cucito insieme con tendini di animali puri, e che è legato con i peli di animali puri. Dovrà essere scritto con l’inchiostro, secondo il versetto: “Io le scrivevo con l’inchiostro su questo libro”». Nei manoscritti di Qumran i rotoli recano spesso una rigatura tracciata con uno strumento dalla punta dura (rigatura a secco), mentre i punti tra cui dovevano essere tracciate le linee sono segnati alle due estremità da punti fatti con l’inchiostro o da piccoli fori che sono poi coperti dalla cucitura tra i fogli.

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12. Rotolo di pelle ebraico con la Torah.

Maya Anche presso i Maya è conosciuto il libro a forma di rotolo, come attesterebbe il glifo amatl, che riproduce un rotolo, anche se, data la deperibilità del supporto, non sono stati rinvenuti esemplari (Sartor 1977).

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Libro a soffietto o a concertina Il libro a soffietto, insieme al rotolo, è la forma di libro presente sia in Asia sia nel Vicino Oriente antico, sia Europa sia nell’America precolombiana.

Egitto Anche se non ci sono giunti documenti, è opinione di alcuni studiosi che il papiro piegato come nel libro a soffietto, fosse diffuso nell’antico Egitto.

Etruschi Il libro a soffietto è presente nella cultura dell’antica Etruria, come mostrato dalle così dette Fasce di Zagabria, scritte su lino ma piegate alla maniere del libro a soffietto, e da alcune statue etrusche dove questa forma di libro è riprodotta (fig. 13).

13. Statua etrusca. Particolare riproducente di un libro a soffietto.

Grecia e Roma Si ritiene che il il libro a soffietto fosse diffuso in ambito greco, anche se non ci sono giunti esemplari, per la naturale deperibilità del supporto papiraceo e pergamenaceo. Nel mondo romano, il libro a soffietto poteva essere anche costituito da tavolette di legno, unite come fossero le pagine di un libro. Una testimonianza è costituita dal ritrovamento a Vindolanda di un polittico di tavolette cerate, che si possono piegare come nel libro a soffietto (fig. 13a) (Blanck 2008, 69-70; Sirat 2006, 166-167). 30

13a. Ricostruzione di un politico ligneo da Vindolandia.

Cina Il libro a soffitto era diffuso in Cina tra l’VIII-IX e il X secolo, derivato dal modello indiano del libro poṭhī. Si tratta del libro definito stile sūtra indiana (jingzhe zhuang) (Drège 2014, 365-367; Historical 198?. 24-25; Martinique 1983, 15-22; Tsien 1984, 24-25; 1987, 229-230). Prendendo a modello il libro indiano con i sūtra buddhisti, il quale era importato in Cina dall’India o dall’Asia centrale per essere tradotto in cinese, s’iniziò a piegare a intervalli regolari i fogli consecutivi dei rotoli di carta, ottenendo una serie di fogli oblunghi ripiegati gli uni sugli altri, con i piatti anteriore e posteriore a proteggere il testo, il quale era scritto soltanto su una faccia, che nel libro a soffietto corrispondeva al verso. Questo tipo di legatura poteva essere di due tipi: nel primo i due piatti, anteriore e posteriore non erano uniti; nel secondo, erano invece fusi in un’unica copertina di carta o stoffa a costituire il dorso del volume, così che, richiuso, il volume si presentava avvolto da una coperta in forma unitaria; le pagine però, collegate le une alle altre, non erano incollate al dorso bensì libere. Alcuni esemplari di questo tipo di libro sono stati rinvenuti a Dunhuang, risalenti al periodo della dinastia Tang (618-907) e delle Cinque dinastie (907-960). Questa tipologia si rinviene, oltre che nei testi buddhisti cinesi e indiani, anche in antiche legature mongole. Questo tipo di libro nasce dal bisogno di consultare e ricercare nei libri, specifici passi e dalla necessità di dover leggere i sūtra buddhisti senza interruzione, evitando continui svolgimenti e riavvolgimenti del rotolo (fig. 14). A oggi non sono state trovate tavolette di legno legate come nel libro a soffietto, ma una pittura presente in una tomba cinese databile al III secolo a.C., mostra un uomo che tiene un libro 31

14. Libro cines e a concertina.

costituito da sei tavolette impilate: questo ha portato a ritenere che dopo essere state legate, potessero essere sciolte e lette come nel libro a soffietto (Tsien 2004, 123).

Giappone Il libro a soffietto dalla Cina passò in Giappone dove era chiamato orihon e dove sopravvisse fino al IX secolo, oltre che per scrivere i sūtra buddhisti, occasionalmente anche per altri tipi di opere come quelle di reference, calendari e mappe ripiegate. Nel libro a soffietto giapponese i fogli di carta congiunti in un’unica lunga fascia e ripiegati a distanza regolare (da una decina a una trentina di centimetri) erano sovrapposti a modo di ventaglio, con una copertina più rigida all’inizio (piatto anteriore, in genere con un cartiglio con il titolo, detto daisen) e alla fine (piatto posteriore) (fig. 15). Per superare gli inconvenienti derivanti da questa costruzione del libro, la cui difficoltà principale era quella di una rapida usura lungo le pieghe, che poteva determinare il taglio di parti del testo, la legatura subì delle modifiche in modo che non si presentassero più le due copertine disgiunte collocate sopra e sotto il lungo testo piegato ma le due parti fossero fuse in un’unica copertina di carta o stoffa a comporre il dorso del volume. Richiuso, il volume si presentava avvolto da una coperta in forma unitaria, tuttavia le pagine, collegate le une alle altre, non erano incollate al dorso, bensì libere. Questa tipologia di libro, chiamata senpūyō, ricorre fino in epoca Tokugawa (1600-1868) negli scritti e sūtra buddhisti dei monaci delle scuole Tendai, Shingon. Una variante prevede invece che le pieghe del foglio che costituiscono il testo siano unite verso il dorso, incollandole (Ikegami 2003, 52-61).

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15. Schema di libro giapponese a concertina (Ikegami 2003, 109).

Corea L’adozione del libro a soffietto in Corea, così come avvenne in Cina, fu sicuramente influenzata dall’importazione di libri dall’India con i sūtra buddhisti. Questa forma di libro si otteneva piegando il foglio a intervalli regolari, prima in un senso e poi nell’altro, così da avere una lunga striscia di carta oblunga di 10 cm d’altezza e da 25 a 30 cm di lunghezza. Nei manoscritti coreani il testo era disposto in gruppi da 5 a 7 colonne, separate da una colonna o semicolonna non scritta, utilizzata per la piegatura del foglio. Il primo e l’ultimo foglio erano riservati alla coperta, oppure più spesso all’aggiunta di un foglio; questa forma di libro è attestata fino al XX secolo, specialmente per la trascrizione dei testi buddhisti (Minje Byenng-sen Park 2002, 157).

Tibet Il libro a soffietto o a concertina è un’altra delle forme del libro tibetano rinvenuta a Dunhuang, che non è comunque attestata posteriormente al X secolo. I due documenti rinvenuti sono attualmente disgiunti, ma la costruzione originale mostra una stretta striscia di carta precedentemente utilizzata per unire i singoli pannelli del libro. Libri a soffietto tibetani sono conservati anche presso la British Library (MS 13092 e MS 12163) (Helman-Ważny 2014, 52-75).

Paesi Arabi e Persia Nei manoscritti arabi e persiani è presente il libro a soffietto, tipologia di legatura generalmente utilizzata per gli album di calligrafia e/o quelli di miniature (murraqqa‛) (Déroche 2006, 13; Gacek 2012b, 6-7).

Sud-est asiatico Il libro a soffietto è attestato in Birmania, Thailandia, Laos e Cambogia, chiamato in thai e laotiano samut khoi o thai samut e in birmano parabaik. La carta, normalmente utilizzata per questa forma di libro, è prodotta con fibre di khoi (Streblus asper). Le pagine sono ripiegate e riunite basetesta/base-testa l’una all’altra in modo da formare un unico blocco-libro. Misura generalmente 30 33

cm di lunghezza e 10-15 cm di larghezza, ma una volta aperto può essere lungo anche 70 cm. La carta è di un naturale color crema, in Thailandia chiamata samut diga thaie, su cui si scrive con inchiostro e penna di bambù. In alternativa la carta è colorata di nero con la lacca, come nel caso più antico della pelle di pecora, ed è detta allora samut khao thai, ed è scritta con una penna di steatite e inchiostro giallo ottenuto dalla gommagutta (ingl. gamboge), una resina da cui si estrae il giallo per tingere anche le vesti dei monaci buddhisti, o con un estratto di orpimento, un minerale giallo, mescolato con linfa di Feronia elephantium. La coperta è spesso laccata e decorata. Di solito questa forma era utilizzata per i testi profani, tra cui cronache reali, documenti legali e opere letterarie. In Thailandia questa forma di libro risale al regno di Ayutthaya (1351 - 1767) (Igunma 2010, 391; Cave-Ayad 2014, 40-41). Un particolare interesse mostra il libro a soffietto prodotto a Sumatra, dove i Batak utilizzavano al posto della carta la corteccia dell’Aquilaria malaccensis.

Maya Il libro a soffietto è presente presso la cultura Maya, dove era chiamato, con termine spagnolo, biombo (paravento). Era formato da una lunga striscia di corteccia o pelle piegata in maniera regolare, come a esempio il così detto Codice di Dresda (fig. 16).

16. Riproduzione facsimilare del manoscritto Maya noto come Codex TroCortesianus (Codex Madrid).

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Il codice Il libro in forma di codice nasce e si sviluppa in Europa e si diffonde nell’Asia occidentale per l’influenza degli Arabi, e nel nord Africa, per la presenza dei Romani ma non è presente nell’Asia orientale. Quando si parla di codicologia o di codicologia comparata, ci si riferisce sempre e solo al libro prodotto in Europa e nell’Asia occidentale, escludendo la ricca produzione dell’Asia orientale (Cina, India, Giappone, Corea, Tibet, Nepal, Sud-est asiatico).

17. Polittico di legno di uno scolaro del VI secolo d.C.

18. Schema di un polittico di legno. 35

Il codice è costituito da un insieme di fogli di papiro, pergamena e in seguito di carta, piegati e inseriti uno dentro l’altro, a formare un fascicolo. Più fascicoli cuciti insieme e inseriti tra due assi di legno, dal XV secolo di cartone, formano il codice. Oggi esiste un generale accordo tra gli studiosi, nel ritenere che l’origine del codex, o liber quadratus, cioè il codice, è da ricercare nei polittici costituiti di tavolette di legno o tavolette cerate greco-romane (Meyer 2007; Ammirati 2013; Boudalis 2018) (figg. 17-18). La struttura più comune di un codex era quella costituita da due elementi (greco: díptychos déltos, díptychos kōdíkillos, díthyron grammateíon, dithyron sanídion, diploũn [scil. deltíon o simili], díptyka; latino: tabella duplex, diptyca). Un codex composto da molte pagine era chiamato in greco polýptychos déltos, oppure polýptychon grammateĩon, in latino polyptyca. Il numero degli elementi era solitamente indicato da un aggettivo: in una lettera privata del VI secolo d.C. lo scrivente chiede al fratello «un libretto quadrangolare di grande formato, fornito di dieci tabelle sottili come foglioline e con al centro un piccolo dado di legno [per evitare che le pagine delle tavolette cerate si toccassero]». (Capasso 2005, 61). Il nome Sull’origine del termine codex, una traccia si ritrova in Seneca (De brevitate vita, 8, XIII) il quale ci informa che le tabulae publicae (di legno), essendo riunite in polittici, erano chiamate anche codices. Prima di lui Varrone aveva dato della parola codex una definizione più generica, estendendola a qualsiasi polittico, indipendentemente dalla natura dei testi in essi contenuti. Nei codices lignei erano contenuti gli acta senatus, bruciati in un incendio durante i funerali di Clodio nel 52 a.C. e il codex ansatus del proconsole Elvio Agrippa, menzionato in un’epigrafe del I secolo d.C. il quale doveva certamente contenere l’insieme degli atti emanati nello svolgimento delle funzioni. I codices, cioè le tavolette lignee, erano munite di un gancio (ansa) con il quale erano appesi alle pareti (da cui codex ansatus); le singole unità o pagine di cui erano composti erano chiamate tabula o cera (nel caso di supporto cerato) in relazione al tipo di specchio scrittorio (Degni 1998, 37-38). Una spiegazione dell’origine del nome la fornisce Isidoro (Etym. VI, XIII): «[1] Un codice si compone di numerosi libri, mentre in libro consta di un unico volume. Il nome codice è stato dato metaforicamente con riferimento ai codices, ossia tronchi, degli alberi e delle viti quasi a dire caudex, che significa appunto tronco, per il fatto di contenere gran numero di libri, che ne costituiscono i rami». Nel mondo latino, si osserva così come il termine codex, dapprima indicava il fusto degli alberi, cioè il legno, poi il polittico di tavolette di legno, cerato e no, a uso di scrittura e infine, per estensione, il libro manoscritto cioè il liber quadratus o codex, costituito da fogli piegati e inseriti uno dentro l’altro a formare il fascicolo, in papiro o pergamena, in opposizione al rotolo (volumen). Oggi sono definiti codici i manoscritti fino al XV secolo, ma in alcuni casi con questo termine sono indicati anche i manoscritti posteriori. Una citazione del codice si trova in un passo attribuito al giurista Ulpiano (170 ca.-228) (Digesta, 3,52 §9): «Nella definizione di libri, rientrano tutti i rotoli [volumen], quelli fatti sia di papiro sia di pelle animale, sia di qualunque altro materiale, ma anche se si trattasse di rotoli fatti di philira o tilia (come alcuni li confezionano) o di qualunque altra scorza d'albero, si dirà la stessa cosa […] per la quale ragione se guardiamo tra i codici, siano membranacei [di pergamena] o cartacei [di papiro] o anche d’avorio o d’altra materia o tra le tavolette cerate, forse che non dovrebbero esser [anch’essi] destinati [alla scrittura] …”. Questo passo di Ulpiano appare di particolare rilievo perché sono chiamati codici, sia le tavolette cerate, di legno o d’avorio, sia i manoscritti di pergamena o di papiro, dalla forma quadrata o rettangolare come i libri fatti con le tavolette di legno. Scrive M. Spallone (2008, 20): «Ulpiano rompe il silenzio su libri e biblioteche dell’Occidente latino più di un secolo dopo che Marziale aveva presentato come una novità del suo tempo il libro letterario in forma di codice pergamenaceo». 36

Sull’origine del codice L’unità fondamentale che costituisce il codice, è il fascicolo. Questo è generalmente formato da due o più fogli di papiro, pergamena o carta piegati un certo numero di volte, e inseriti uno dentro l’altro in modo da consentire il loro fissaggio attraverso la cucitura sul dorso. Il fascicolo può essere costituito da fogli di papiro, pergamena o carta, oppure essere il così detto fascicolo misto. Quest’ultimo è costituito da fogli di papiro e pergamena, o pergamena e carta. In genere, il fascicolo misto di papiro e pergamena è formato da dei fogli di papiro dentro un foglio di pergamena, per ottenere una maggiore resistenza del fascicolo stesso alla cucitura. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, il più antico manoscritto in forma di codice è costituito da un foglio di pergamena (POxy I 30) ritrovato nella città di Ossirinco in Egitto nel 1897, scritto sul recto e sul verso. La scoperta dell’importanza di questo frammento di pergamena, si deve al Mallon (1949), il quale lo data al I secolo d.C., determinando così che questa è la più antica testimonianza di un codice. Secondo Lowe (CLA2, 207), si tratta dell’unico specimen di una scrittura che mischia elementi onciali, capitali e corsivi. La nascita del codice ebbe una grande influenza sull’uso del supporto scrittorio, portando in breve a produrre fascicoli misti di papiro e pergamena e poi solo di pergamena, essendo quest’ultima più resistente del papiro alle piegature richieste per la composizione dei fascicoli che lo componevano. Sull’origine del codice esistono tre teorie principali (Capasso 2005, 113-120): a) origine pagana; b) origine cristiana; c) origine sociologica. a) Origine pagana. L’ipotesi di un’origine pagana tende a rivalutare il ruolo dei polittici di tavolette cerate come origine della nascita del codice; infatti, le tavolette di legno o d’avorio, ricoperte di cera avevano una forma rettangolare, simile a quella del codice, e nel caso di dittici o polittici erano tenute insieme da un filo che passava dai fori praticati sul margine, ma la nuova forma del libro fu fortemente contrastata ancora per parecchi secoli dall’uso del rotolo di papiro o di pergamena. La prima attestazione della nascita del codice, a giudizio di alcuni studiosi, è da ricercare in un passo di Svetonio dove a proposito delle relazioni inviate da Cesare al Senato è scritto «per la prima volta sembra che le epistole furono ridotte in pagina e in forma di libretto di memorie, mentre prima consoli e condottieri le inviavano scritte per tutta la lunghezza del foglio». Altre attestazioni sulla fattura dei codici si hanno in Marziale (XIV, 186, 192) che osserva come le Metamorfosi di Ovidio fossero contenute in così poco spazio (un codice di pergamena). Questo codice fatto di fogli di pergamena cuciti insieme e protetti da un supporto ligneo, una sorta di taccuino o di quadernetto utilizzato per appunti o annotazioni di uso quotidiano, solitamente era scritto solo sulla pagina di destra, lasciando quella di sinistra bianca per eventuali correzioni e aggiunte, come è attestato da un riferimento in Quintiliano nel 90 d.C. (Inst. Orat. X 3, 31-32): «Si scrive orridamente sulla cera, dove è molto facile cancellare, a meno che una vista alquanto debole esiga piuttosto l’uso di pergamene (membranae), che, se da un lato aiutano la vista, dall’altro, con la frequente immersione del calamo nell’inchiostro, ritardano la mano e interrompono lo slancio del pensiero. Nell’uno e nell’altro caso, poi, si dovranno lasciare, di fronte a quelle scritte, pagine in bianco, perché si possano liberamente apportare aggiunte». Infine, un altro riferimento si troverebbe in san Paolo, che in una lettera a Timoteo (2 Tim. IV, 13), chiede di portargli dalla Troade libri e soprattutto tás membránas, che secondo alcuni autori si riferirebbero proprio a questi quadernetti. A un certo punto, queste membranae, arricchite di un certo numero di fogli, furono utilizzate anche per scopi letterari, come attesterebbe un passo di Marziale (Epigr. I 2, 1-4), che rivolgendosi al lettore dice: «Tu che desideri avere ovunque con te i miei libretti e chiedi di averli come compagni del lungo viaggio, compra quelli che la pergamena serra in piccole pagine: riserva le cassette per i grossi [libri cioè i rotoli], me in una sola mano puoi tenermi». E ancora: «Questo ingente Tito Livio, che la mia biblioteca non può contenere per intero, eccolo qua, racchiuso in queste poche pelli». 37

Queste tavolette di pergamena, come le definisce Marziale, erano composte di un numero sempre crescente di fascicoli, passando da taccuini per appunti personali alla forma prevalente del manoscritto. b) Origine cristiana. La seconda teoria, che può essere definita cristiana, ritiene che il passaggio dal rotolo al codice sia nato in ambienti cristiani d’Egitto durante il II secolo d.C. Secondo Roberts and Skeat (1983), probabilmente in origine il testo dei Vangeli fu scritto in un codice, e solo in seguito, data l’autorità di quel testo, questa forma del manoscritto fu adottata anche per redigere il resto della letteratura biblica e quella cristiana. A giudizio dei due studiosi, questo passaggio dal rotolo al codice può essere spiegato in due diverse maniere: 1) Ipotesi romana, secondo la quale l’evangelista Marco, venuto a contatto a Roma con uomini d’affari e negozianti che per le loro esigenze quotidiane usavano quadernetti di pergamena, avrebbe trascritto proprio su tali taccuini i resoconti di Gesù, rivolti a un pubblico ristretto. Una volta giunto ad Alessandria, il Vangelo di Marco sarebbe stato ricopiato su papiro, mantenendo però la forma del codice, e in questo modo si sarebbe dato vita al codice papiraceo, in seguito composto da fogli di pergamena. 2) Ipotesi antiochena, secondo la quale l’influente comunità degli Ebrei cristiani di Antiochia, seguendo l’esempio di altre comunità ebraiche, avrebbe trascritto i propri testi sacri su tavolette di papiro che, successivamente, avrebbero assunto la forma primitiva del codice. Va comunque detto che l’ipotesi romana e quella antiochena hanno trovato molti dissensi tra gli studiosi. c) Origine sociologica. L’ipotesi definita sociologica si deve allo studioso italiano G. Cavallo (1989, 1994), il quale ritiene che in origine il codice fosse un brogliaccio di basso costo, utilizzato per gli usi quotidiani, poi passato alla comunità cristiana, costituita, a giudizio di questo autore, da piccola gente senza ruolo politico, di scarse possibilità economiche e di modesta formazione intellettuale; gente che, insomma, non potendosi permettere il rotolo, eccessivamente costoso, sarebbe ricorsa all’uso del codice, essendo questo «il libro della letteratura popolare, cristiana e anche tecnica». La tesi di G. Cavallo non è oggi accettata dalla maggioranza degli studiosi. Una quarta ipotesi sulla nascita del codice recentemente formulata, ritiene la sua nascita legata alla natura archivistica del codex, connessa con una progressiva burocratizzazione sul modello centrale delle amministrazioni periferiche. In questa prospettiva è stato osservato il carattere di funzionalità del nuovo formato: il libro-codice diventa così la raccolta materiale di forme giuridiche, più precisamente di costituzioni imperiali. Va comunque precisato che negli studi romani, tuttavia, è stato più volte osservato come una decisa spinta propulsiva al passaggio dal rotolo al codice sia stata garantita insieme sia da istanze giuridico-pagane sia cristiane. Un aspetto interessante della questione riguarderebbe, con particolare riferimento a manoscritti di una discreta qualità formale, proprio la concezione autoritativa del testo, comune ad ambito cristiano e giuridico: sia la legge di Dio sia la legge degli uomini necessitano di essere messe per iscritto e la loro autorità scritturale riceve un’ulteriore conferma dall’idea di autorità intimamente connessa con il nuovo formato (Ammirati 2015, 85). Le teorie fin qui proposte sono state sottoposte recentemente a una nuova analisi da B. Harnett (2017), anche con l’ausilio del Leuven Database of Ancient Books (LDAB), il quale ha sottoposto a un esame critico l’opera di Roberts and Skeat (1983) e i riferimenti fatti da Marziale al codice (Roberts and Skeat 1983, 23-34). Attraverso una analisi statistica delle fonti primarie e secondarie, Harnett conclude che gli studi fino a ora condotti si sono basati sui reperti fisici che ci sono pervenuti, mentre è invece necessario procedere a un riesame delle fonti e a una riconsiderazione del lavoro pur fondamentale di Roberts and Skeat (1983) per integrarlo e approfondirlo anche con analisi statistiche (Harnett 2017, 229). Le forme del codice In origine il codice greco aveva la forma quadrata, da cui il nome di liber quadratus. Con il 38

tempo però assunse sempre più la forma attuale, cioè più alto che largo. Dal punto di vista codicologico, il codice greco presenta delle diversità nella sua costituzione da quello romano, specie quello prodotto in Egitto. Ulteriori differenze si riscontrano nei testi giuridici, per i quali la forma preferita, fin dal II-III secolo rispetto al rotolo, è quella del codice (Ammirati 2008-2009, 161-206). Relativamente ai manoscritti greci, gli studi condotti da Turner (1977, 89-94), hanno consentito di potere determinare le misure medie dei codici di pergamena: prima del IV secolo: un numero notevole di codici sono piccoli, meno di 20 cm per la dimensione più grande. I formati più spesso sono quadrati o quasi quadrati. IV e V secolo: i grandi formati fanno la loro apparizione. La maggior parte dei codici presenta ancora il formato quadrato; nel IV secolo s’incontrano i formati 1:1, 7:8, 6:7; nel V secolo cominciano i formati 5:6 e 4:5; VI e VII secolo: il formato 4:5 si generalizza. I formati 3:4, 5:7, 3:3 cominciano a fare concorrenza ai formati più quadrati; IX secolo: codici in minuscola e maiuscola greca. I manoscritti sono di proporzioni 5:7 e 2:3. In cifre assolute, le dimensioni sono: manoscritti dimensioni (mm) grandi 430/350 x 300/260 medi 285/270 x 185/170 piccoli 165/160 x 110/105 X-XV secolo: le proporzioni sono quasi sempre comprese tra 4:5 e 2:3; le eccezioni molto rare valgono la pena di essere segnalate: per esempio Vat. Barba gr. 1365: mm 227 x 117 = 1:2. Il passaggio dal rotolo al codice Per spiegare il sopravvento, lento ma inarrestabile, del codice sul rotolo, sono evocate abitualmente diverse ragioni, forse in parte da ridimensionare (Crisci, 2011, 259): - a parità di testo da trascrivere, il codice poteva consentire un risparmio significativo di materia prima, dovuto al fatto che mentre il testo scritto sul rotolo occupava di norma soltanto la facciata interna (rotolo opistografo) il codice era scritto su ambedue le facce; - il rotolo era inadatto a contenere grandi quantità di testo, mentre era possibile realizzare codici di grandi dimensioni e composti da un elevato numero di fogli, atti ad accogliere anche opere di considerevole estensione; - il rotolo, dovendo essere ogni volta svolto e riavvolto, rendeva laboriosa la ricerca di determinati passi del testo (ragion per cui gli antichi spesso citavano a memoria); il codice, al contrario, essendo strutturato in fascicoli, fogli e pagine spesso ordinatamente numerati facilitava i riferimenti, fatto fondamentale per i testi sacri o di indole giuridica; - il codice era più maneggevole del rotolo, sia da scrivere sia da leggere, perché poteva essere ruotato di fronte allo scriba e letto senza difficoltà, anche tenendolo con una sola mano. Codici datati greci e latini prima del IV secolo d.C., in papiro o pergamena* Secolo Papiro Pergamena Totale II II/III III III/IV

G1 6 14 81 26 127

C2 5 7 44 22 78

G1 C2 3 0 1 0 10 5 7 3 21 8

G1 C2 9 5 15 7 91 49 33 25 148 86

1: Manoscritti greci e latini. 2: manoscritti cristiani. *Da: E. G. Turner. The Typology of the Early Codex. Philadelphia: 1977, 89-94, table 13.

39

Il codice greco

Il codice papiraceo Il fascicolo di papiro nel manoscritto greco è stato oggetto di analisi da parte di numerosi studiosi. Per la sua composizione, si partiva sempre da rotoli già confezionati, i quali erano tagliati in porzioni e successivamente piegati a formare i singoli bifogli che avrebbero poi costituito il fascicolo perché l’unità di fabbricazione, il kollema, in epoca ellenistica aveva un’altezza che variava da 19 a 25 cm, mentre in epoca romana era di 25-33 cm. Tentando di tracciare delle linee generali, si può cercare di delineare quello che in codicologia è definito il fascicolo cardinale, cioè il tipo di fascicolo che più frequentemente si riscontra in un codice, tralasciando i fascicoli dalla composizione eccentrica e dalla presenza occasionale. Nella costruzione del fascicolo del codice papiraceo, particolare attenzione era dedicata alla disposizione dei fogli, che una volta piegati potevano presentare un’alternanza di fibre tutte nella stessa direzione oppure alternando le facce a fibre orizzontali (→) con quelle a fibre verticali (↓). Se si sceglie il primo metodo, una volta piegati i fogli nella pagine a fronte ci sarà l’alternanza di fibre ↓ e →; nel secondo caso le pagine avranno le fibre nella stessa direzione, entrambe ↓ o entrambe →. Questa non è comunque una regola assoluta e possono presentarsi numerose varianti. Il codice papiraceo può essere composto di un unico fascicolo costituito di numerosi bifogli, in questo caso detto codice monofascicolo, o da un insieme di fascicoli costituiti da un numero variabile di bifogli singoli sovrapposti: non sappiamo quale dei due tipi fosse il più antico. Un esempio del primo tipo è il PBodmer XIV-XV, che secondo Turner (1977, 61) è difficilmente posteriore al III secolo d.C., contenente i Vangeli di Luca e Giovanni, originariamente formato di un unico fascicolo di 36 bifogli per complessive 72 carte o 144 pagine. (fig. 18). E ancora il PMorganLibr G 202 contenente l’Iliade XI 886-XVI 499 costituito di un unico fascicolo di 31 bifogli per complessive 62 carte o 124 pagine. Il codice monofascicolo ha lo svantaggio di avere la cucitura che tiene insieme i fogli non molto resistente per cui il documento tende a squadernarsi. Inoltre la lettura non è sempre agevole, specie nelle pagine più interne nella parte più vicina alla cucitura. Questi inconvenienti hanno portato alla nascita del codice plurifascicolare in cui i singoli fascicoli, composti di un numero inferiore di bifogli, potevano più saldamente essere cuciti insieme mediante linguette orizzontali passanti attraverso le cuciture verticali e quindi fissate alle assi della legatura. Il codice plurifascicolare di papiro era composto da 3 a 6 bifogli ma in genere era prevalente quello di quattro bifogli (quaternione). Risulta invece totalmente infondata l’ipotesi che il foglio di papiro fosse piegato in quattro per ottenere due bifogli. Manoscritti greci letterari e scientifici** Secolo

Rotoli

Codici

Totale

I I-II II II-III III III-IV IV IV-V V

252 203 857 349 406 54 36 7 11

1 4 14 17 93 50 99 68 88

253 207 871 366 499 104 135 75 99

**Fonte: Roberts and Skeat 1983, p. 37.

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Percentuale dei rotoli 100 98 98½ 95½ 81½ 52 26½ 9½ 11

Percentuale dei Codici 0 2 1½ 4½ 18½ 48 73½ 73½ 89

19. Schema della legatura del codice P. Bodmer XXIII.

Il codice membranaceo Nella pergamena occidentale si distingue il lato carne o lato fiore e il lato pelo: il lato carne, generalmente più giallo, appare in tensione concavo, mentre il lato pelo convesso. Nella confezione dei fascicoli del codice di pergamena occidentale si aveva cura di far coincidere lato pelo contro lato pelo e lato carne contro lato carne, in modo da evitare l’effetto antiestetico di due pagine contrapposte di colore diverso; questo modo di preparare i fascicoli è chiamato regola di Gregory (1885, 261-268) dal nome dello studioso che per primo la mise in luce studiando i manoscritti greci. La pergamena, rispetto al papiro, ha il pregio di una maggiore flessibilità e resistenza; inoltre può essere piegata a formare i fascicoli che formano il codice ed essere scritta, e solo in seguito tagliata. Sulla costruzione del fascicolo di pergamena esistono numerosi studi e teorie. La prima ipotesi è quella detta della pila, secondo cui per costruire il fascicolo lo scriba partiva da fogli di pergamena indipendenti già tagliati, e li sovrapponeva in pila, sistemando il primo bifoglio con il lato carne al di sotto e quindi sovrapponeva al primo un secondo bifoglio e così via, rispettando la così detta regola di Gregory, cioè le pagine disposte con un’alternanza regolare, il lato carne contro il lato carne e il lato pelo contro il lato pelo (Mazunga 1990). Una seconda ipotesi ritiene invece che la pelle intera non tagliata, fosse prima scritta e poi piegata per formare i diversi fogli che avrebbero costituito il fascicolo. Questa ipotesi troverebbe una conferma dal ritrovamento di alcuni manoscritti con i fascicoli non tagliati. Questa tesi non è comunque condivisa da tutti gli studiosi (Gilissen 1977; 1978, 3-33) (fig. 19). Riguardo la maniera di costruire il fascicolo, una pelle può naturalmente essere piegata in tre modi: in-folio: una sola volta, perpendicolarmente alla spina dorsale dell’animale; in-quarto: due volte (una volta in senso perpendicolare alla spina dorsale e una seconda in senso parallelo a essa); in-octavo: tre volte, a partire dal senso della spina dorsale. La piegatura ideale è comunque rappresentata da quella in-quarto, che da vita a un binione 41

20. Schema di piegatura della pergamena per la costruzione di un fascicolo composto da otto carte (16 pagine).

(fascicolo composto di due bifogli, ossia di quattro carte, ovvero di otto pagine); inserendo un binione dentro l’altro, si da vita al fascicolo. Dalla rinascenza bizantina e con la nascita e lo sviluppo della scrittura minuscola greca, nel IX secolo, il fascicolo fu composto di quaternioni, più raramente di quinioni. Fascicoli composti di tre fogli (ternioni) si trovano invece nei manoscritti greci prodotti in Anatolia e nell’Italia meridionale; il senione è invece sempre un’eccezione. 42

Il codice cartaceo Nei manoscritti greci cartacei, il quaternione, attestato fin dall’VIII-IX secolo, è la struttura più frequente, seguito dal quinione. Piuttosto rari invece i senioni e gli ottonioni. I binioni sono alquanto rari, ma il loro impiego sistematico è attestato dalla metà del XVI secolo mentre sempre dal XVI secolo è testimoniata la presenza di ternioni. Nel caso di manoscritti di grande formato, è anche possibile trovare i fogli singoli non piegati e non uniti in fascicolo, ma semplicemente cuciti insieme, come a esempio il Leidensis Vossianus gr. F. 1 (atlante di Tolomeo del XVI secolo). La segnatura dei fascicoli Il codice greco conosce sin dalle fasi più antiche, la segnatura dei fascicoli. L’esempio più antico si trova, secondo Tuner (1968), in P. Bodmer II, Vangelo di Giovanni, del III secolo. La segnatura dei fascicoli nei codici greci è stata oggetto di un’attenta analisi di B. Mondrain (1998, 21-48) la quale ha osservato che la numerazione era espressa con le 24 lettere dell’alfabeto greco, cui si aggiungevano stigma, con il valore di 6, koppa e sampi, il cui uso era virtuale rappresentando rispettivamente i numeri 90 e 900. A volte le cifre erano ornate di trattini sopra e/o sotto digradanti o di altri elementi decorativi, soprattutto in Italia meridionale, in cornici o svastiche colorate. Un modo di segnalare l’inizio del fascicolo nel codice greco era rappresentato dall’uso di particolari segni indicativi, come crocette o punti o forellini. Altre volte all’inizio del fascicolo il copista inseriva particolari invocazioni, come nel caso delle opere copiate da Demetrio Trivolis nella seconda metà del XV secolo. Tra il XV e il XVI secolo, le cifre erano seguite dalla desinenza -ον e più raramente da -ος; si tratta però di testimonianze non sistematiche a volte mescolate al numero cardinale. A giudizio della Mondrain, probabilmente le segnature spesso sono state tagliate in fase di cucitura e rifilatura del codice. Nei codici greci le segnature compaiono con maggiore frequenza sulla prima pagina del fascicolo, di preferenza nel margine superiore esterno o inferiore interno, ma possono trovarsi anche soltanto sull’ultima pagina nel margine inferiore o contemporaneamente in entrambi le posizioni. A partire dal XIII secolo, per l’influenza evidente di abitudini latine, si osserva occasionalmente anche nei codici greci la comparsa di segnature a registro, ovvero realizzate con un sistema invalso poi nel libro tipografico, che prevede l’uso simultaneo di lettere, numeri e simboli, in combinazioni diverse e più o meno fantasiose, apposte sulla prima metà di tutti i bifogli, che costituiscono il fascicolo, per indicare il numero progressivo del fascicolo del codice e contemporaneamente anche la posizione del bifoglio all’interno del fascicolo. Una curiosità è rappresentata dall’impiego in funzione di segnature, di lettere che lette successivamente da un fascicolo all’altro restituiscono frasi di senso compiuto, come l’inizio del Salmo 103 nell’Ippocrate Marc. gr. 269. Vanno infine ricordati altri usi di segnare i fascicoli come le cifre straniere armene, georgiane, slave, ecc. (Agati 2009, 280-282). I richiami All’incirca tra il XII e il XIII secolo, probabilmente tramite il manoscritto italo-greco, si diffonde anche l’uso latino del richiamo consistente nel riportare le prime parole del fascicolo successivo sul margine inferiore dell’ultimo foglio verso, una pratica affermatasi verosimilmente per la sua funzione tecnica, finalizzata ad agevolare il lavoro del legatore. Il primo esemplare greco datato a testimoniarlo è il Vat. Gr. 296 del 1205, la cui origine è controversa ma secondo molti da attribuire all’Italia meridionale. Tale uso diviene normale nel periodo rinascimentale per i copisti greci che scrivevano in Occidente. Vi è però qualche eccezione come Giovanni Onorio da Maglie, scriptor graecus della Biblioteca Vaticana (1535-1563) che non lo usò mai (Agati 2009, 281).

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La paginazione L’uso di segnare la numerazione delle pagine, come si fa oggi, non era comunemente noto all’artigiano greco. Diffusosi con la nascita dei caratteri mobili nel XV secolo per controllare dopo il taglio l’ordine dei fogli imposti e per agevolare il ritrovamento di un determinato passo, quest’uso si riscontra tuttavia sporadicamente nei manoscritti greci dal III al IV secolo d.C., forse perché derivato dall’abitudine di numerare le colonne di scrittura del rotolo. Tale paginazione, che raramente è posta solo sulle pagine pari, ha posizione variabile dal centro del margine superiore all’angolo superiore esterno (Agati 2009, 279). Abbreviazioni Le abbreviazioni utilizzate nei manoscritti greci sono di cinque tipi (Crisci 2011, 281-286): 1. Troncamento per sospensione. Si ha quando la parola è troncata della sua parte finale. Essa è realizzato in vari modi: a) la prima lettera della parte troncata è posta sull’ultima della parte rimasta. Il procedimento può essere sostituito o completato da un trattino posto sopra o sotto o trasversalmente all’ultima lettera che precede il troncamento; b) la parola compendiata si riduce alle prime due o tre lettere, eseguite con sovrapposizione o inclusione dell’una nell’altra; c) sulla parola troncata o accanto a essa o in legatura sono posti segni abbreviativi e tachigrafici che sostituiscono le sillabe finali o anche parole intere. 2. Simboli e segni convenzionali. In quanto tali, essi non derivano da un processo di riduzione o semplificazione grafica ma sono invenzioni che sostituiscono intere parole. Si tratta di un sistema che interessa per lo più termini adoperati in testi di contenuto tecnico-scientifico (matematica, astronomia, medicina, astrologia). In questo sistema di segni e simboli convenzionali si può far rientrare anche la varia e composita classe dei segni di richiamo, utilizzati nei manoscritti postillati dai copisti-filologi o da eruditi, per segnalare nel testo la posizione delle annotazioni e delle glosse marginali o degli interventi di integrazione o correzione del testo. 3. Tachigrafia. Sistema basato sulla traduzione in segni (sēmeĩa) delle sillabe, delle desinenze e delle parole più comuni. Questo sistema, piuttosto complesso, rimase in uso fino al primo periodo bizantino, allo scopo di risparmiare tempo nelle operazioni di scrittura, soprattutto sotto dettatura, ma divenne sporadico dopo il X secolo. Il principio di fondo che regola il sistema è la continuità del gesto grafico, che deve essere interrotto il meno possibile. La prima testimonianza di sostituzione di vocali e sillabe con segni convenzionali è un’epigrafe dell’Acropoli del IV secolo a.C. Il sistema tachigrafico ebbe però una vasta diffusione nel periodo romano, mediante l’opera di Tirone, e delle così dette notae tironiane. In ambito greco un suo uso è attestato nei papiri rinvenuti in Egitto di età imperiale, ma non sembra che la tachigrafia avesse raggiunto, analogamente all’ambito latino, coerenza e univocità nella corrispondenza tra segno e fonema. Nel periodo bizantino la tachigrafia è attestata assai poco nei manoscritti in maiuscola, limitata alla congiunzione kai, come nella nota tachigrafica per la congiunzione latina et e ad alcune sillabe finali, mentre si diffuse nei manoscritti in minuscola. 4. Brachigrafia. Si tratta di un sistema grafico utilizzato nel X secolo solo in Italia meridionale, dove si ritiene sia stato ideato, ma la cui origine non è nota. Essa è attestata in particolare nei codici in minuscola niliana. A differenza della tachigrafia, inventata per risparmiare tempo nella scrittura, la brachigrafia fu creata allo scopo di risparmiare spazio. Il principio su cui essa si basa è la sostituzione di un simbolo a ogni suono sillabico. I simboli sillabici, più di mille nella brachigrafia italo-greca e distinti in relazione alle sillabe inizianti per vocale e consonante, si scrivevano separatamente secondo regole fisse di organizzazione. Impiegata per vergare interi codici, essa fu principalmente utilizzata nella scrittura delle annotazioni marginali. 44

5. Nomina sacra. Tralasciando la dibattuta questione se la pratica debba intendersi o meno come un sistema abbreviativo, si indica con questa locuzione una serie di termini di contenuto semantico sacro, accomunati dalla contrazione del corpo centrale della parola, che si riduce pertanto alla prima e all’ultima lettera, talora rafforzata da qualche lettera intermedia. Sulla parola così compendiata è posto un tratto orizzontale, con l’evidente scopo di segnalare al lettore l’abbreviazione. Nelle traduzioni greche della Bibbia, il nome proprio di Dio è generalmente tradotto con kýrios (Signore), ma spesso in forma contratta. Sulla sua origine i pareri sono discorsi, ma secondo L. Traube (1907), questa tradizione sarebbe venuta dalle abitudini grafiche dagli Ebrei ellenizzati i quali per le loro traduzioni in greco dell’Antico Testamento avrebbero dapprima forgiato i simboli ΘC (theós, Dio) e KC (kýrios, Signore) contraddistinti da un carattere sacrale, per esprimere l’impronunciabile Tetragramma ebraico, e a questi simboli ne avrebbero aggiunti altri per Cristo, ecc. Quest’uso dal greco, secondo il Traube, sarebbe passato al latino, con abbreviazioni come DS per Deus, DNS per Dominus, ecc. Oggi i pareri sono discordi ma sembra che la tecnica dell’abbreviazione per contrazione dei nomi divini fosse nota e praticata dai greci indipendentemente dall’influenza cristiana ed ebraica. Non a caso l’ampliarsi delle ricerche in quest’ultimo secolo ha mostrato che anche nel caso di lingue differenti dal latino e dal greco, in altre scritture orientali e differenti religioni, i nomi della divinità sono spesso abbreviati. Il colophon Nei codici greci, il colophon, o sottoscrizione com’è preferibilmente chiamato dai codicologi o ancor meglio per quegli ellenici sēmeíoma, si concentra nel periodo che riguarda lo svolgimento della minuscola, mentre in quelli precedenti è molto raro e non contiene la data. Il primo codice in maiuscola noto con il colophon che reca la data è il Vat. gr. 1666, dell’800, mentre il primo esempio in minuscola è il Tetravangelo Uspenskij dell’835. Gli esemplari con il colophon aumentano dal X secolo, raggiungendo una concentrazione assai elevata nel periodo rinascimentale, e con una distribuzione in Italia meridionale maggiore che in altre aree. Il colophon dei codici greci è generalmente molto breve, composto dal nome del copista (sottoscrizione) ed eventualmente anche da quello del committente, il luogo e la data della sottoscrizione. Qualche copista per dimostrare che effettivamente l’opera era giunta al termine, disponeva le ultime righe del testo con simmetria degradante come un trapezio regolare con la base rivolta verso il basso o formando altre figure bizzarre. Le formule finali sono del tipo: «Finalmente la fatica è finita», e nei casi più felici fa seguire il proprio nome dalla carica che ricopre (calligrafo, notaio, diacono, prete). Le sottoscrizioni più comuni hanno formule semplici come: «Fu trascritto per mano di Eutemio peccatore, sacerdote, al 28 maggio, feria terza (=martedì), dell’anno 6508 [anno 1000 e.v.], nell’indizione 13». Nella data, il sistema numerale utilizzato è quello alfabetico greco, consistente nelle 24 lettere più i tre segni: ϛ’ (variazione del digamma) = 6; ϙ (coppa) = 90; ϡ (sampi) = 900. L’indicazione dell’anno segue lo stile bizantino, che parte dalla creazione del mondo il 1° settembre 5508 a.C. I giorni del mese al dativo, sono indicati con il numero ordinale, più raramente con il numero cardinale. I giorni della settimana sono anch’essi espressi al dativo, mentre i mesi, espressi in caso dativo o genitivo, sono quelli del calendario giuliano mentre il giorno, secondo la consuetudine del calendario romano, è diviso in 12 ore temporali diurne e altrettante notturne. L’indicazione della data riporta sempre l’indizione secondo lo stile bizantino: «mese di novembre, indizione 14, anno del mondo 6204 [895 d.C. dell’era cristiana], regnante Leone seguace di Cristo figlio di Basilio di imperitura memoria». I palinsesti La parola palímpsēston poteva nel suo primo significato applicarsi soltanto a manoscritti che fossero grattati o raschiati e che erano perciò di materia così forte da potere sopportare tali 45

operazioni. Nel primo caso poteva così riferirsi a tavolette cerate, nel secondo a manoscritti membranacei, ma in seguito il termine fu esteso anche ai manoscritti papiracei, nei quali il testo era cancellato lavandoli. La causa della distruzione dei manoscritti era la scarsezza del materiale scrittorio, specialmente in certi tempi turbolenti. Per i manoscritti greci tanta fu la strage di codici antichi che un decreto sinodale dell’anno 691 proibì la distruzione dei testi della sacra Scrittura o dei SS. Padri a eccezione dei volumi imperfetti o danneggiati. Uno studio di Canart ha messo in evidenza l’importanza che di volta in volta assumeva l’associazione dei caratteri greci con scritture in altre lingue. In particolare: - scrittura greca inferiore: sostituita da latino, siriaco, arabo, ebraico; - scrittura greca superiore: ha sostituito siriaco, slavo, latino.

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Il codice latino La fascicolazione Nei codici latini papiracei e membranacei prima dell’VIII secolo i fascicoli sono normalmente composti di 4 o 5 bifogli, ma poi i quaternioni diventano la regola (14 attestazioni in papiro e 8 in pergamena). C. Sirat (1998) ha ipotizzato una correlazione tra l’uso del papiro e la composizione dei codici in quinioni. Si osserva invece come negli scriptoria insulari l’uso dei quinioni persista per molto tempo, ma succede anche che la struttura del fascicolo vari all’interno dello stesso volume in funzione della sequenza testuale. Un caso tipico è rappresentato dagli Evangeliari latini della fine del XII secolo, in cui la fine del testo è fatta coincidere con la fine del fascicolo o delle bibbie dell’epoca monastica ove si nota spesso la tendenza a racchiudere entro una quantità esatta di fascicoli determinate sequenze di libri, ma di cui restano da individuare con certezza le motivazioni. Fanno eccezione gli exemplaria che servivano da modello delle pecie universitarie, le quali erano generalmente composte di singoli bifogli. Per quanto riguarda i codici latini occidentali dal IX all’XI secolo, non sembrano esserci particolari mutamenti, risultando il quaternione la struttura principale del fascicolo membranaceo. Infatti su un campione esaminato di 326 codici (100 beneventani, 94 carolini, 61 greci e 60 in romanesca), il quaternione risulta la regola nel 96,06% dei casi, senza apprezzabili differenze tra un gruppo e l’altro dei sottoinsiemi. Una approfondita analisi secondo il metodo della codicologia quantitativa condotto da P. Busonero (1999) ha consentito di avere un quadro più chiaro della costituzione del fascicolo tra il XIII e il XIV secolo. La conclusione della sua analisi può essere così riassunta. Nel XIII secolo, prima in Inghilterra, e poi nelle altre nazioni europee si osserva nella prima metà del secolo una notevole proporzione di codici allestiti con fascicoli diversi dal quaternione, cioè a dire quinioni e senioni, con una netta prevalenza di quest’ultimo. In Francia, nella prima metà del XIV secolo il senione è utilizzato in due quinti della produzione totale. Nella seconda metà del XIV secolo, invece, sia in Francia sia in Inghilterra si assiste a un aumento della produzione di fascicoli in quaternioni, arrivando a coprire quasi la metà dell’effettivo totale, sebbene la percentuale di senioni sia ancora rilevante, per arrivare infine al XV secolo, quando la produzione di quaternioni sia in Inghilterra sia in Francia rappresenta oltre il 70%. Un caso a parte è rappresentato dalle bibbie francesi le quali possono arrivare ad avere fascicoli di sei, otto, dieci, ma soprattutto dodici bifogli. In Italia nella seconda metà del XIII secolo la presenza di senioni è addirittura superiore a quella dei quaternioni, ma dalla prima metà del XIV secolo si assiste al lento affermarsi del quinione, che già ben attestato nel secolo precedente, consolida la sua posizione, fino ad arrivare a coprire quasi i tre quarti della produzione totale nella seconda metà del XV secolo, coincidente con il codice umanistico. Nei paesi di area tedesca la comparsa di quinioni e senioni si coglie solamente dalla seconda metà del XIII secolo, ma il campione preso in esame è troppo piccolo per potere ricavare dei dati definitivi. Nella prima metà del XV secolo si osserva invece una affermazione del senione, abbandonato invece nelle altre nazioni. La conclusione cui giunge la Busonero (1999) è che «il periodo di massimo fulgore del manoscritto in senioni va all’incirca dal 1250 al 1350: esso nasce e si sviluppa in Inghilterra, si diffonde a stretto giro in Francia, per poi raggiungere l’Italia e la Germania. In territorio tedesco il senione, per quanto introdotto con notevole ritardo, non verrà più abbandonato, mentre in Italia dal XV secolo comincia l’ascesa dei codici in quinioni». La segnatura e la paginazione Nei manoscritti latini la forma più antica di segnare i fascicoli è costituita da un numerale posto nell’angolo inferiore interno dell’ultimo foglio verso del fascicolo. Dal V secolo è introdotto anche l’uso di segnarli con lettere dell’alfabeto, sempre nell’ultimo foglio, ma tra il VII e l’VIII 47

secolo si cominciò a preferire il margine inferiore. Tale collocazione rimane la più frequente anche nella variante con numeri romani, i quali possono essere minuscoli, più raramente maiuscoli, apposti non dal copista e ornati con motivi decorativi. Dal X secolo non mancano i casi in cui il fascicolo è segnato all’inizio, al centro del margine inferiore e infine sia all’inizio sia nell’ultimo foglio verso. Nei manoscritti latini d’origine orientale, forse per un influsso di quelli bizantini, è possibile trovare una segnatura all’inizio, nell’angolo inferiore interno. Il numero o la lettera possono poi essere preceduti da una q, abbreviazione per quaternio, nel senso di fascicolo; in diversi casi potevano essere sostituiti da altri segni distintivi come stelle, cerchietti, trattini o croci. La paginazione nei manoscritti latini è quasi ignota e si riscontra solo a partire dal XIII secolo. Sembra comparire in Inghilterra e poi diffondersi nei due secoli successivi, ma può talora essere stata posta di seconda mano (Agati 2009, 279). I richiami Secondo Vezin (1988) l’uso dei richiami nei codici latini sembra scomparire nella prima metà del I millennio d.C., anche se un’eccezione è rappresentata nell’VIII secolo dal ms. 50 della Bibliothèque municipale di Laon, dove accanto alla pagina numerata in numeri romani si trova in basso dell’ultima pagina di ciascun fascicolo una nota tironiana con la lettera corrispondente, nella maggioranza dei casi, alla prima del fascicolo seguente. Dal X secolo si nota una ripresa dell’uso dei richiami nei codici spagnoli, che si moltiplica durante l’XI secolo. In Francia, il più antico documento in cui sono presenti richiami risale al X secolo, copiato nel sud del Paese, circostanza che attesterebbe gli stretti rapporti esistenti tra gli scriptoria francesi e quelli spagnoli. In Italia la più antica testimonianza è invece in un codice in scrittura beneventana databile all’XI secolo. Nel XII secolo l’uso dei richiami si estende all’Inghilterra per generalizzarsi poi nel XIII secolo in tutta l’Europa occidentale. Nei codici in carattere latino i richiami sono scritti ordinariamente in senso orizzontale nel margine inferiore, con la conseguenza di essere spesso tagliati in fase di rifilatura del manoscritto, una volta composto e legato il volume. Secondo E.R. García (2002) si deve agli amanuensi spagnoli l’invenzione di scriverlo verticalmente al centro della piegatura del foglio, preservandolo così da tagli accidentali in fase di rifilatura, sistema poi diffusosi in altre nazioni tra il XIV e il XV secolo. Questo dato è stato confermato da una ricerca condotta su un gruppo di manoscritti di Siviglia da M.L. Pardo Rodríguez e E. E. Rodríguez (1995) dal quale è risultato che il 41,5% del campione esaminato presenta dei richiami verticali. Vezin, che ha per primo segnalato la loro presenza in codici spagnoli del XIII e XIV secolo, ritiene che il loro uso nel XV secolo fosse legato ai manoscritti in scrittura umanistica, circostanza confermata dalle ricerche del Derolez. La riga e la mise en page La riga può essere a riga piena, su due o più colonne di giustezza fissa e/o variabile, con il testo principale al centro della pagina ed eventuali commenti o glosse disposti intorno e/o sopra ciascuna riga. Con mise en page, espressione francese cui corrisponde l’inglese layout, si indica la costruzione della pagina nei mano scritti, ma questa può essere applicata anche al libro a stampa, e più in particolare al rapporto tra il nero, cioè il testo stampato del documento e la superficie della pagina. Già nel medioevo gli amanuensi nell’impostare la pagina che doveva essere scritta cercavano di trovare una forma armonica nell’impaginazione del testo, ma se conoscessero delle formule è ancora oggi oggetto di discussione. Gli studi condotti nel secolo scorso hanno individuato nelle misure del rettangolo stampato e nel suo rapporto con la pagina l’elemento che rende armoniosa la composizione. Infatti, quando il rapporto tra il nero e la pagina ha come risultanza 1,6,

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cioè il numero aureo, diciamo che questo rapporto è perfetto2 . L’applicazione della sezione aurea nella costruzione del rettangolo d’oro dello specchio di scrittura nei manoscritti è stato oggetto di lunghi e documentati studi in particolare di L. Gilissen (1977), il quale ha ipotizzato diversi modelli di impaginazione. La sua analisi ha però sollevato molti dubbi, perché come ha ricordato M.L. Agati (2009, 225): «Le figure di Gilissen, per quanto interessanti, rimangono pura teoria, e il valore delle sue ipotesi viene in realtà sminuito, se solo si pensi che in una normale impaginazione, i rettangoli che vengono fuori partendo da un bifoglio spiegato sul quale si tracci una mise en page nel modo più semplice sono in realtà non solo inevitabili ma addirittura innumerevoli [...] Anzi si potrebbe non arbitrariamente pensare che la costruzione di una mise en page si realizzasse in modo empirico e approssimativo, tanto più che le ricette medievali pervenuteci [...] si esprimono sulle parti meno affidabili nelle procedure sperimentali, quali sono i margini e i lati dei fogli». Nel caso del libro antico a stampa non conosciamo la reale applicazione della sezione aurea nella mise en page. Alcuni studiosi, tra cui tra cui R.M. Rosarivo (1956) e Jan Tschichold (2003) hanno cercato di trovare l’esistenza di un rapporto tra il nero e i margini del libro. J. Tschichold in particolare, dopo aver lungamente esaminato numerosi manoscritti, è arrivato alla elaborazione di un rapporto tra il nero e il formato del libro che ha applicato nell’allestimento della celebre collezione di libri inglesi Penguin Book che oggi si ritrova nei manuali di grafica editoriale ed è spesso utilizzata nell’editoria moderna, specie nella stampa delle opere di particolare pregio. Nella costruzione dello specchio di scrittura secondo la sezione aurea, sono stati postulati quattro rettangoli particolari (Lemaire 1989, 127-149; Garcia 2002, 179-190; Agati 2009, 219-240): 1. Rettangolo del numero d’oro. Se osserviamo la successione nella sequenza dei numeri di Fibonacci, vediamo che ciascuno di essi è la somma dei due precedenti: 1, 2, 3, (=1+2), 5 (=2+3), 8 (=3+5), 13 (=5+8), 21 (=8+13), ecc. Dividendo un numero della serie per il precedente, si avrà un quoziente uguale a 1,6. A esempio: 5:3= 1,666; 8:5 = 1,6; 13:8 = 1,625, ecc. La possibilità di riproduzione all’infinito di tale rapporto può considerarsi perfetto. Applicando pertanto ai lati di un rettangolo, nel nostro caso lo specchio di scrittura queste proporzioni (5:3, 8:5, 13:8) otteniamo il rettangolo d’oro, la cui origine risale agli Egiziani. Per ottenere la costruzione geometrica di questo rettangolo: - si traccia un segmento AB: - si determina sulla retta BX, perpendicolare ad AB, il punto O in modo che BO equivalga alla metà di AB; - si traccia la falsa diagonale AO; - puntando il compasso in O, con apertura OA, si traccia un arco di circonferenza che partendo da A giunga fino alla linea BX. Il punto d’intersezione (D) determina la lunghezza del lato maggiore del rettangolo ABCD (fig. 21). Il rettangolo ABCD ha un quoziente tra lato lungo e lato corto uguale a 1,666. 2. Rettangolo di Pitagora. Ispirato al teorema di Pitagora, tale rettangolo è quello avente un rapporto tra lato lungo e lato corto pari a 4/3, mentre il rapporto tra ogni lato e la diagonale è rispettivamente 4/5 e 3/5. Tutti e tre tali rapporti sono razionali e il valore che si ottiene dividendo i due lati è 1,333 ovvero 0,75.

Nella letteratura matematica specialistica, il simbolo consueto per indicare il rapporto aureo è la lettera greca tau (t) da greco tomé, taglio o sezione. Dall’inizio del XX secolo il matematico americano Mark Barr ha introdotto l’uso, al posto del tau, della lettera greca φ (phi), dall’iniziale dello scultore greco Fidia (Pheidías), vissuto tra il 490 e il 430 a.C., perché secondo numerosi storici dell’arte Fidia aveva spesso applicato, consciamente e con grande precisione, la sezione aurea nella realizzazione delle sue sculture. 2

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21: Rettangolo del numero d’oro

22: Rapporto aureo

3. Rapporto aureo. Consiste nella costruzione di una serie di rettangoli prendendo come lato maggiore la diagonale del rettangolo precedente. In questa maniera, partendo da un quadrato perfetto ABCD e tracciando la diagonale AD, potremo realizzare una nuova figura nella quale AD sarà il lato maggiore del rettangolo seguente. Se al segmento AB diamo il valore di A, la diagonale equivarrà a: Ax √ 2. A ogni nuova diagonale che si traccerà, seguirà in progressione la radice di 3, 4, 5, ecc. Questa figura si può ottenere con l’aiuto di un com- passo, senza la necessità di fare calcoli (fig. 23). 4. Canone segreto. È stato identificato nel 1953 da Jan Tschichold (2003, 37-64), uno dei più grandi grafici del XX secolo che, come detto in precedenza, tra il 1946 ed il 1949 disegnò il nuovo formato dei libri della Penguin Books basandosi sulle sue ricerche sulla sezione aurea. Il Tschichold partendo dall’analisi del carnet di Villard de Honnecourt (XIII sec.) conservato presso la Bibliothèque nationale di Parigi, e dagli studi di van der Graaf e Raúl Mario Rosarivo (1956), ritenne di aver identificato quali dovevano essere le proporzioni ideali tra il nero e la pagina nei manoscritti medievali e negli incunaboli. Sulla base di queste ricerche ha ipotizzato un diverso modello armonico d’impaginazione per i libri a stampa, basato sui canoni classici. Partendo da un foglio con un rapporto base-altezza di 2/3, il modello prevede che l’altezza del testo stampato sia uguale alla base del foglio. I margini dovranno misurare: margine interno, 1/9 della larghezza della pagina; margine superiore (alla testa): 1/9 dell’altezza della pagina; margine esterno: 2/9 della larghezza della pagina; margine inferiore (al piede): 3/9 dell’altezza della pagina (fig. 23-25). La relazione dei margini sarà: 2:3:4:6 (Tschichold 2003, 37-64; Perrosezux 2006, 42).

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Fig.23: Canone segreto determinato da J. Tschichold Fig.24: Suddivisione in nove parti della pagina, secondo van de Graaf, con una pagina di proporzione 2:3. Fig.25: Schema delle proporzioni ideali di un mano- scritto medievale secondo J. Tschichold.

Tra gli studiosi che hanno studiato l’applicazione della sezione aurea nella stampa tipografica, si deve a Raúl Mario Rosarivo (1956) il merito di avere identificato la sua applicazione nella stampa della Bibbia delle 32 linee di Gutenberg (fig. 26-27).

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26: Diagramma della sezione aurea nella composizione della Bibbia delle 42 righe disegnata sulla sopraccoperta del volume di Raùl Rosarivo, Divina proportio typographica, Krefeld, 1961.

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27: Il diagramma tracciato su una pagina della Bibbia di Gutenberg: le proporzioni di colonne e margini di pagina nella progressione di 2:3:4:6, sono sottolineate dall’applicazione del modulo 1:1,5.

Il formato del codice Il testo può essere a riga piena, su due o più colonne di giustezza fissa e/o variabile, con il testo principale al centro della pagina ed eventuali commenti o glosse disposti intorno e/o sopra ciascuna riga. Sul formato del codice medievale ci informa Isidoro (Etym., VI, XII, 1-2): «Presso i Gentili [nome dati ai non ebrei e nel mondo greco-romano ai pagani] i libri erano confezionati secondo misure determinate. Quelli contenenti carmi od epistole erano di forma ridotta. Le storie, invece, erano scritte su libri di maggiore mole, e non solo su fogli di papiro o pergamena, ma anche su omenti di elefanti e foglie di malva o di palma intrecciate … L’abitudine di ritagliare il margine dei libri nacque in Sicilia, poiché all’inizio, lo si levigava, donde anche i versi di Catullo: A chi donare un nuovo elegante librino / or ora pulito con arida pomice». (Catullo, Carmina, I, I.). Un formato particolare è quello dei odici così detti in formato atlantico. La produzione di manoscritti di grande formato, richiedevano un notevole impiego di pelli animali per ottenere tutte le pergamene necessarie. La loro origine va ricercata nelle Bibbie dette Atlantiche, termine 53

quest’ultimo utilizzato la prima volta da Toesca nel 1927 (Tosatti 2011, 117), le quali furono prodotte da un modello originario pianificato per Carlo Magno nel IX secolo. Due secoli dopo, si sviluppò, partendo da Roma, durante la Riforma gregoriana (con riferimento a papa Gregorio VII, 1073-1085) il genere che al tempo costituiva una grande novità, le Bibbie giganti contenenti in un unico volume una nuova grande edizione completa della Bibbia. Questo formato, che si ritrova anche in alcuni rari Corani arabi, nel terzo quarto dell’XI secolo si allargò anche ad altre tipologie di libri (commenti, omelie, scritti dei Padri della Chiesa, libri liturgici). Il formato di alcuni di questi grandi libri con testi liturgici, genericamente definiti corali, continuò almeno fino al XVII secolo anche per alcune edizioni a stampa, per poi diminuire gradualmente fino a scomparire del tutto. Oggi gli studiosi sono concordi nel mettere in relazione questo tipo di manoscritti con le Bibbie atlantiche, da cui spesso mutuano anche i modelli decorativi e grafici. Va infine osservato che se oggi questi manoscritti misurano meno di 500 mm, questo è dovuto a interventi di rifilatura dei codici (Orezzi 2016). Abbreviazioni Il mondo tardo antico latino lasciò in eredità al medioevo un insieme composito di tecniche abbreviative, frutto di un lento processo evolutivo di cui restano tracce all’incirca a partire dal I secolo a.C. La più antica raccolta di abbreviazioni latine che ci è giunta è il De notis iuris di Marco Valerio Probo (metà del I secolo d.C.). Fino al III-Iv secolo d.C. la tecnica compendiaria si basava soltanto sul principio del troncamento. Le sigle più antiche sono quelle usate per i prenomi C = Caius, CN = Gneus; f per filius; L per libertus; COS per consul; AED per aedilis; PR per praetor, ecc. Nel latino classico e medievale erano in uso due principali sistemi abbreviativi: le note tironiane, una sorta di stenografia, e la tachigrafia sillabica. Le note tironiane così chiamate dal nome di Tiro, liberto di Cicerone, che aveva il compito di annotare per iscritto i discorsi del suo padrone, consistevano in un sistema di scrittura veloce composto di due elementi, il primo, detto signum principale, tracciato sul rigo, simboleggiante la parte fondamentale della parola, e il secondo detto signum auxiliare, posto sopra o sotto oppure attraverso il segno principale, per indicare la desinenza della stessa parola. Le note tironiane, dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, riapparvero nei diplomi dei re merovingi e carolingi e nello stesso tempo si manifestò una rinascita dello studio di questo tipo di scrittura che portò alla diffusione di alcuni dei segni di più frequente utilizzo. Il secondo sistema era quello della tachigrafia sillabica, nato durante il VI secolo, consistente in un limitato gruppo di segni, ognuno di essi corrispondenti a una sillaba, e tracciati l’uno di seguito all’altro, seguendo la composizione sillabica della parola. Questo sistema si diffuse specialmente in Italia, fino a cessare completamente nell’XI secolo. Le regole per la formazione dei compendi erano le stesse sia per i materiali duri sia per i papiri letterari e documentari (Cherubini e Pratesi 2010, 142-143): a) troncamento, eseguito mantenendo sempre le prime tre lettere della parola compendiata che ne costituiscono il radicale alfabetico. Nonostante l’apparenza tale norma norma riguarda una delle più antiche abbreviazioni di magistratura, quella per consul, espressa con le lettere COS, che riproduce graficamente la tendenza fonetica antichissima a non pronunciare la nasale davanti alla sibilante, allungando la vocale precedente (Cherubini e Pratesi,, 2010, 142); b) segno abbreviativo. Inizialmente pare che i compendi non fossero indicati da alcun segno abbreviativo. c) per il plurale: per esprimere il plurale le lettere iniziali del termine compendiato sono raddoppiate (più di rado triplicate o ulteriormente moltiplicate per raggiungere il numero degli oggetti indicati). Fa eccezione la parola consul, che al plurale raddoppia la terza lettera invece della prima (COSS). In età arcaica il genere femminile poteva essere espresso da litterae 54

conversae, iniziali di forma speculare rispetto a quella normale, rivolte verso sinistra invece che verso destra o verso l’alto invece che verso il basso; d) compendio di parole composte: quando il compendio è relativo a parole composte si possono avere le iniziali della parola che lo compongono(IS per INFRASCRIPTUS, SS per SUPRASCRIPTUS, e simili). Le abbreviazioni comuni nel latino classico e medievale, possono essere di tre tipi: 1) di provenienza epigrafica, di cui si è parlato prima, in cui talora singole lettere o gruppi di lettere sono sormontati da una linea orizzontale, che serve per indicare al lettore il carattere di abbreviazione, o per distinguere alcune sigle rispetto a altre. Uguale funzione dovrebbe aver avuto l’uso della barra mediana orizzontale (sono anche noti, pur se rari, casi di barra verticale obliqua) che taglia alcune lettere o gruppi di lettere, come in BF = b(ene)f(ciarius) o SS = s(e)s(tertii); 2) di provenienza giuridica, le così dette notae iuris, cioè le abbreviazioni di termini giuridici, contemporanei alla note tironiane occorrenti già nel II secolo, in cui è presente l’influsso dei segni tachigrafici, e quindi abbreviate secondo il sistema della contrazione pura. Questo sistema fu utilizzato fino al V-VI secolo, quando furono vietate nei testi giuridici, ma alcuni segni furono continuati a essere utilizzati; 3) di provenienza religiosa, i così detti nomina sacra. Come detto in precedenza per le abbreviazioni greche, L. Traube (1907) riteneva che l’origine di questa pratica abbreviativa sia da ricercare nei testi cristiani, in particolare nella Bibbia, in cui i nomi di Dio, Cristo, Spirito Santo, Gesù, erano sempre abbreviati (Cencetti 1954, 309-412; Cherubini e Pratesi 2010, 144-149). L’incipit Nel manoscritto e nei primi incunaboli, prima della nascita del frontespizio, l’opera era indicata con le parole iniziali del testo (incipit) senza tenere conto dei principi e dell’intitolazione. L’incipit nei codici è evidenziato attraverso l’uso del minio (talvolta alternato all’inchiostro scuro) per la prima o le prime righe e/o dalla presenza di elementi decorativi come la littera notabilior. Quest’ultima nei manoscritti e nei libri a stampa, era una lettera più larga o più decorata delle altre, usata come apertura di un testo e per marcare l’inizio di una sezione o sottosezione. Intitolazione o titolatura Con questo termine si indica la formula che contiene il nome dell’autore, il titolo o una qualsiasi altra designazione dell’opera, collocata all’inizio del testo del manoscritto, introdotta generalmente dalla parola incipit, o alla fine di esso. Principi Nel manoscritto, indica l’insieme delle pagine che precedono il testo vero e proprio e degli scritti che contiene. Questi elementi nel libro a stampa sono chiamati paratesto (Genette 1989). Il frontespizio nel manoscritto e nei primi libri a stampa Il codice medievale è privo del frontespizio. L’opera comincia direttamente con l’incipit o l’intitolazione. Le informazioni sul copista si trovano generalmente nel colophon, cioè nella parte finale del volume. Fa eccezione un ridotto numero di manoscritti medievali che recano nella prima pagina il nome dell’autore e il titolo dell’opera, circostanza ritenuta assolutamente casuale (Smith 2000, 31-34). I primi frontespizi nel libro occidentale si hanno solo con l’introduzione della stampa tipografica e i primi incunaboli. M.M. Smith (2000, 50), ha effettuato una verifica sulla prima pagina stampata negli incunaboli citati nel Gesamtkatalog (GW 1925-), con questi risultati:

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La prima pagina stampata del primo fascicolo negli incunaboli descritti nel GW: Anno pre-1465 1465-1469 1470-1474 1475-1479 1480-1484 1485-1489 1490-1494 1495-1500

bianche 1 11 148 267 302 254 177 72

incipit e testo 7 23 133 176 141 152 159 178

titolo 0 1 2 4 17 201 493 978

altro 4 8 30 25 21 23 30 71

Emerge chiaramente, come confermano anche le ricerche di L. Baldacchini (2004, 53), che l’affermarsi del frontespizio è cominciato solo con il libro a stampa verso il 1480 e si è sviluppato dopo il 1490. Secondo questa analisi, dei 12.411 titoli del Gesamtkatalog, il 39% dei volumi descritti ha qualcosa di simile a un frontespizio, ma di questi solo il 9% sono anteriori al 31 dicembre 1490. La nascita del frontespizio rappresenta un mutamento nella concezione del libro. Infatti se nel manoscritto l’opera cominciava direttamente con l’incipit del volume, e le informazioni sul copista si trovavano nel colophon, cioè nella parte finale del volume, nel libro a stampa i primi tipografi presero lentamente coscienza del loro ruolo e della loro arte e utilizzarono la prima pagina stampata per indicare in forma sintetica e chiara il nome dell’autore, il titolo del volume e il nome del tipografo o dell’editore, abbandonando definitivamente il modello dell’opera manoscritta cui si erano riferiti nei primi anni dell’arte tipografica. In questo utilizzo, si trova una chiara somiglianza con il fengmianye, cioè il frontespizio del libro cinese, anche se attualmente non sappiamo se esista una relazione tra i due elementi. Se poi nel manoscritto la prima pagina era arricchita da preziose miniature, il frontespizio del libro a stampa le sostituì con xilografie o con eleganti cornici anch’esse xilografate che lo incorniciavano. Un ruolo particolare era svolto dalla cornice xilografata che si trovava prima intorno all’occhiello e poi a incorniciare il frontespizio. Il suo uso rimanda alla memoria l’utilizzo del cartiglio egiziano, entro cui era scritto il nome del faraone o dei dignitari, uso continuato in epoca antica, medievale e moderna nei sigilli e nei bolli. Uno dei primi e più famosi protofrontespizi in un’opera a stampa occidentale si trova nell’opera di J. Regiomontanus (Johann Müller), Calendarium, Venezia, Ratdolt & C., 1476 [ISTC ir00093000]. Accanto a questo devono essere citate altre due opere che recano sulla prima pagina stampata un titolo e rappresentano due esempi di protofrontespizi anteriori all’opera del Regiomontano. Esse sono: Pius II, Pont. Max., Bulla cruciata contra turchos, [Mainz, Johann Fust e Peter Schöffer, 1463] [ISTC ip00655750], in cui per la prima volta il titolo dell’opera, senza altre indicazioni, figura sulla prima pagina e Werner Rolewinck, Sermo in festo praesentationi beatissimae Mariae virginis, [Colonia, Arnold di Hoernen], 1470 [ISTC ir00303000]. In quest’ultimo caso oltre il titolo è riportata anche la data di pubblicazione (Smith 2000, 35-46). Va comunque precisato che questo tre esempi, più che anticipazioni del frontespizio, sono considerate delle eccezioni (Baldacchini 2004, 41). Un altro esempio di protofrontespizio, costituito da un occhiello stampato sul recto della prima pagina bianca con il titolo abbreviato dell’opera e il nome dell’autore si trova nell’opera di Jacobus de Cessolis, De ludo scachorum, stampata a Strasburgo da Heinrich Knoblochtzer nel 1483 [ISTC ic00418000] in cui il titolo nella parte superiore della prima pagina è accompagnato da una xilografia posta subito sotto. Seguendo questi esempi, altri tipografi cominciarono gradualmente a inserire sulla prima pagina il nome dell’autore e il titolo dell’opera, spesso seguito da decorazioni xilografate (Smith 2000, 75-89; Baldacchini 2004, 57-66). Il primo frontespizio occidentale che reca per la prima volta informazioni non solo sul titolo e sull’autore, 56

ma anche sul tipografo e sul distributore, è l’Horae ad usum Romanum, stampato a Parigi da Philippe Piguochet, per conto di Simone Vostre (distributore) nel 1497 [ISTC ih00380495]. Il colophon I manoscritti latini più antichi, non contengono un colophon; infatti già nel I secolo a.C. la copia era affidata agli schiavi essendo considerato l’atto della copia non degno di nota. E.A.Lowe, dalla redazione dell’opera Codice Latini Antiquiores, che raccoglie riproduzioni di manoscritti latini fino all’VIII secolo della nostra era, osserva che il colophon in genere è costituito dalla parola finit e nei manoscritti più recenti dalla parola explicit, termine derivante dall’uso di svolgere il rotolo. In particolare per il periodo che va dal 500 a.C. al 700 d.C. ci sono rimasti pochi manoscritti latini, ma è anche vero che in questo arco di tempo l’autore è più importane dello scriba (Sirat 2006, 447). Nel medioevo occidentale l’opera dei monaci sostituì quella degli schiavi nella copia dei libri, ma questa attività era considerata fisica e di modesta importanza, tale da non meritare una menzione. Molti dei 25.000 colophon latini che ci sono giunti prima del XIII secolo, sono anonimi e consistono solo in formule e preghiere, specialmente quando lo scriba è un monaco o una suora. Questa regola però non vale per tutta l’Europa, come dimostrano i documenti irlandesi e spagnoli del X secolo, dove invece è possibile trovare il nome del copista. Questa circostanza è messa in evidenza dal Derolez che osserva come il nome del copista è una particolarità del basso medioevo, poiché la copia è considerata spesso come un’opera di devozione o di penitenza, ed è quindi priva del nome dell’autore. Infatti le formule spesso riportate sono del tipo: «Laus omnis vere proprio sordescit in ore», oppure «Nomen scriptoris non pono, quia me laudare nolo», o ancora «Hic liber est scriptus qui scripsit sit benedictus», «Scriptor qui scripsit cum Christo vivere possit» (Sirat 2000, 463-474). I palinsesti Per tutta l’antichità, non mancano testimonianze di pergamene cancellate e riscritte relative ai testi di autori classici: Ovidio, Catullo, Cicerone, Seneca, Marziale, Plutarco. Nei documenti riscritti si distingue la scriptio inferior, quella più antica, e la scriptio superior, quella più recente. Come ha sottolineato G. Cavallo, nel medioevo questa pratica rientrava in una generale mentalità del reimpiego, che abbracciava diversi aspetti della vita. I motivi che spingevano a riutilizzare della pergamena o ai criteri selettivi messi in pratica per tale riutilizzazione, potevano essere diversi (Agati 2009, 76): - contenuto caduto in disuso; - lingua non comprensibile; - scrittura divenuta poco o niente leggibile; - sistema di scrittura abbandonato; - esistenza di almeno un altro manoscritto con lo stesso testo. In ambito latino molti palinsesti prodotti tra Trecento e Quattrocento rivelano nella scriptio inferior documenti, atti giudiziari e amministrativi per lo più di poco anteriori alla riutilizzazione, avvenuta con testi volgari o con testi latini classici e autori scolastici. Un palinsesto si individua sia dalle tracce di lettere più visibili ai margini, sia dalla presenza di sistemi di foratura non coincidenti con la struttura d’impaginazione del codice attuale. Per la lettura di tali testi nell’Ottocento ci si è serviti di tecniche distruttive che hanno purtroppo danneggiato irreversibilmente il manufatto, con l’impiego di reagenti chimici quali l’acido gallico, il solfuro di ammonio e il solfato di potassio. Il maggior responsabile di danni irreparabili fu il cardinale bibliotecario della Vaticana Angelo Mai al quale si deve comunque la scoperta di testi come il De re publica di Cicerone. Nel XX secolo con la messa a punto della tecnica fotografica della fluorescenza, messa a punto dal monaco benedettino 57

Kögel fino al più recente avvento della lampada a raggi ultravioletti, i palinsesti possono esser eletti senza creare ulteriori danni al documento (Agati 2009, 77-79).

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La legatura del codice Tra i secoli III e IV si assiste al passaggio definitivo dal rotolo al codice costituito da fogli di papiro o pergamena piegati e inseriti uno dentro l’altro a formare il fascicolo. I fascicoli così costituiti erano cuciti insieme e inseriti in una custodia di pelle con i piatti in legno. Non è tuttavia facile potere stabilire una data di apparizione della legatura nella storia del codice. Gli esempi più antichi provengono dall’Egitto e sono costituiti dai manoscritti copti (Szirmai 2017, 7-31) La legatura dei codici copti d‘Egitto Alcuni dei codici più antichi che ci sono pervenuti, risalgono al II secolo d.C. Di particolare importanza sono i codici copti provenienti da Nag Hammadi, in Egitto (Regenorter 1960), di cui Szirmai (2017, 7-44) fornisce un’ampia descrizione, dividendoli in tre gruppi (fig. 28).

28. Codice II di Nag Hammadi. Esterno della legatura. Il Cairo, Museo Copto.

- Un primo gruppo è relativo ai codici che vanno dal III al IV secolo d.C., tutti monofascicolo, un cui elenco è riportato da Turner (1977, 60). In questi manoscritti il fascicolo è di papiro, e la coperta è in pelle su piatti in legno. I fascicoli non sono uniti al dorso, ma presentano un punto di cucitura al centro. - Il secondo gruppo di manoscritti copti va dal III al VII secolo d.C. In questo caso, i manoscritti sono multifascicolo. Turner (1977, 61-64) elenca un gruppo di 56 codici, di cui 36 sono di papiro e 20 di pergamena, fornendo la struttura dei fascicoli che può essere costituita da ternioni, quaternioni o quinioni. Alcuni di questi codici presentano un interessante sistema di cucitura dei fascicoli, e un altrettanto interessante sistema di ancoraggio al dorso dei piatti, al quale sono uniti tramite alcune fascette in pelle. Infine una lunga striscia di pelle è utilizzata per tenere chiuso il codice. - Un terzo gruppo di codici copti va dal VII all’XI secolo, quando la chiesa copta, già sotto l’influenza della chiesa bizantina, era sotto la sempre crescente oppressione dei governi arabi. I 59

manoscritti di questo periodo presentano un corpo-libro ancorato al dorso tramite lo stesso filo di cucitura utilizzato per cucire i fascicoli. I piatti sono ottenuti dalla compressione di numerosi fogli di papiro, spesso proveniente dal riutilizzo di vecchi papiri (Szirmai 2017, 35), spesso ricoperti di pelle di capra probabilmente con concia vegetale. La chiusura del codice può essere con una striscia interamente in pelle con all’estremità un cavicchio che serve per chiudere, oppure con una specie di piolo posto all’estremità della cinghia di pelle che va fissato sul piatto posteriore. Caratteristica di questa legatura è la decorazione a secco con motivi geometrici: i filetti si dividono in quadrati, rettangoli, rombi e formano un compartimento centrale quadrato, delimitato in testa e al piede da due rettangoli, ornato al centro da un cerchio o da una croce. Le caratteristiche principali della legatura medievale occidentale Gli elementi costituivi di una legatura occidentale medievale sono molteplici. Di seguito le principali caratteristiche (Géhin 2017, 268-278). Il corpo-libro: Il corpo libro del codice è costituito da un insieme di fascicoli di carta, pergamena o papiro o misti (papiro e pergamena o pergamena e carta) piegati e inseriti uno dentro l’altro a formare i fascicoli. I fascicoli sono poi cuciti e inseriti tra due piatti in legno e dal XV secolo in cartone. La cucitura e i nervi. La cucitura consiste nel raccogliere i fascicoli che costituiscono il codice. Il lavoro di cucitura dei fascicoli tra loro è considerevolmente facilitato dall’invenzione del telaio per la cucitura che mantiene in tensione verticale i nervi fissati a un asse. Non sappiamo a quando risale l’uso del telaio per cucire, ma in un manoscritto dell’XI secolo è presente una sua riproduzione (Bamberg, Staatsbibl., Patr. 5, f, f. 1r). Si distinguono due tipi di cucitura dei fascicoli, uno dei manoscritti bizantini e l’altro dei manoscritti occidentali. a) La cucitura alla greca La cucitura alla greca o grecaggio, consiste nel praticare nel dorso dei fascicoli dei solchi a V (grecare) per alloggiarvi i nervi con un foro per far passare il filo di cucitura. In due altri grecaggi, in testa e al piede del corpo-libro, vi sono i nodi della catenella formata dai fili che permettono alla legatura di unire i fascicoli tra loro. Questa tecnica permette di ottenere dei dorsi lisci. La cucitura si realizza in un solo blocco sulla base di ciascuno delle assi. Verso la metà del volume, dov’è la giunzione, si vede un filo di collegamento verticale. b) La cucitura su nervi Con questa tecnica, il dorso dei fascicoli è liscio, privo di solchi, per permettere a un filo di cucitura di attraversare la lunghezza del dorso all’interno del fascicolo uscendo da ogni foro di cucitura per arrotolarsi intorno al supporto corrispondente (nervo, corda, linguetta, ecc.) e rientrando poi nello stesso foro per raggiungere il foro seguente. I nervi sono a rilievo sul dorso. Una volta assemblati, i fascicoli possono essere rifilati. L’osservazione del dorso dei fascicoli (quando è possibile) è di grande interesse, poiché permette di vedere se il manoscritto è ancora conservato nella sua legatura originale. Se i fori di passaggio del filo di cucitura sono effettivamente ancora utilizzati, o se alcuni sono vuoti, significa che la legatura originale è stata sostituita. Il dorso. L’aspetto del dorso della legatura segue direttamente la cucitura. Può essere: - dorso non collato: si presenta liscio, poiché i nervi non sporgono; - dorso staccato: sono evidenti le tracce dei nervi che sporgono leggermente dal dorso; - dorso collato: la coperta è incollata su tutto il dorso. L’osservazione del dorso consente di verificare l’esistenza di una precedente cucitura che attesterebbe l’esistenza di una legatura precedente. Le carte di guardia. Prima di porre la coperta sul blocco-libro, sono posti all’inizio e alla fine dei fogli di pergamena o di carta tra il blocco-libro e la legatura per proteggere il testo dagli 60

sfregamenti contro la legatura. La ragion d’essere delle carte di guardia è anche quella di proteggere i fogli posti all’inizio e alla fine ed evitare che l’assenza delle assi e della coperta li danneggino. Le carte di guardia possono inoltre rinforzare l’insieme della legatura dando una maggiore rigidità al volume. Per le carte di guardia si utilizzavano in genere dei resti di libri in pergamena già scritti o dei frammenti di diplomi. Com’è ancora il caso anche oggi, le carte di guardia rappresentano uno spazio utile alle annotazioni. Se le carte di guardia sono costituite da fogli reimpiegati, la natura dei testi presenti può essere studiata e queste informazioni possono fornire utili indicazioni sulla data della legatura. Una datazione può ugualmente essere fornita dalle filigrane delle guardia di carta, messe all’inizio e alla fine del blocco-libro. Per mantenere insieme il primo e l’ultimo foglio delle carte di guardia, queste possono essere incollate ai piatti, anteriore e posteriore, divenendo cosi delle controguardie. A volte il testo comincia nel secondo foglio, così che il primo foglio del fascicolo, lasciato bianco, può essere incollato direttamente al piatto anteriore; lo stesso potrà essere fatto con l’ultimo foglio del blocco-libro. I pezzi di rinforzo (l’indorsatura). Il blocco-libro cucito è fragile e necessita dell’aiuto di rinforzi posizionati nelle zone più esposte all’usura e al degrado. Per ovviare a questo inconveniente il libro è indorsato. L’indorsatura è costituita da fasce di rinforzo poste sul dorso del blocco-libro costituite da strisce di cuoio, pergamena, stoffa o carta collata, per irrigidire il dorso. Se la legatura è in buono stato l’indorsatura è invisibile. Il capitello. Il capitello serve a rinforzare le estremità del dorso e spesso a sostenere la cuffia. Questa è una cucitura supplementare (semplice o doppia), fatta su un pezzo di pelle intrecciata o fili ricamati (sovente colorati) indipendente dai fili di cucitura generalmente attaccati al dorso del fascicolo. Il capitello può essere di tre tipi: - unisce solamente i fascicoli tra loro. In questo caso è un ricamo a filo, con o senza anima da fascicolo a fascicolo; un cordone di sette fili più o meno grosso serve da supporto alla cucitura dei fascicoli e al capitello; - unisce i fascicoli tra loro e con le assi: il ricamo del filo circonda un’anima fissata alle assi; - unisce, oltre ai fascicoli e alle assi, la cucitura: il ricamo circonda una fascia sottile di sette fili e il bordo della cucitura del dorso. Nella legatura bizantina e nelle legature orientali che sono influenzate da quest’ultima, il capitello trasborda largamente in alto sulle assi, a volte di un centimetro. Questo straripamento del capitello è uno degli elementi che contribuiscono a dare alla legatura bizantina una loro propria fisionomia. I capitelli sono spesso ricamati con dei fili colorati, che presentano frequentemente un motivo caratteristico a lisca di pesce. Le cuffie. Le cuffie sono la ripiegatura o il rigonfiamento del cuoio della coperta, in corrispondenza delle estremità di testa e di piede del dorso, destinate a proteggere i capitelli dall’usura. Nella legatura bizantina, come a volte nella legatura occidentale, la cuffia che protegge il capitello non è indipendente dalla coperta. In questo caso le cuffie e le orecchie, non sono dei pezzi di rinforzo ma delle semplici protezioni. Le orecchie. Le orecchie o contrafforte sono un prolungamento della cuffia del dorso, o lembo di pelle arrotondato a forma di mezza luna, cucito in testa e al piede del dorso, secondo tecniche molto diverse, con il capitello da cui è sostenuto. Costituisce un importante elemento di datazione della legatura perché compare nei periodi carolingio e romanico, mentre è meno frequente in quello gotico. In uso in genere sui libri liturgici di grande formato nel secoli XI, XII e XIII, sono tuttavia noti anche in esemplari del VII secolo. Le orecchie erano destinate a proteggere i capitelli e a rinforzare il dorso della legatura alle due estremità (Macchi 2002, 340) (fig. 29). Le assi. Il corpo dell’opera (il blocco-libro) debitamente rinforzato, è fissato alle assi. Questa è un’operazione fondamentale per la solidità della legatura. La legatura bizantina non ha 61

29. Supportata dall’anima del capitello, l’orecchia protegge la catenella rafforzando il dorso.

unghiatura. In Occidente l’unghiatura appare tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo e solamente nel taglio anteriore. La sua apparizione è legata molto sicuramente al cambiamento nella posizione di conservazione del libro, da orizzontale a verticale. Quando questo era conservato coricato su una tavola il piatto era protetto da chiodi; venendo posto verticalmente, era necessaria una protezione del blocco-libro da pare della legatura, per non danneggiare i fogli. In origine le assi che costituivano i piatti della legatura erano fatte in legno. Il termine di assi è utilizzato in senso estensivo per descrivere la parte rigida del piatto costituita da assi di cartone. Tuttavia il termine di piatto può indicare sia l’asse, sia la coperta sia la controguardia nel caso di piatti staccati. Se si vuole descrivere l’asse, si specifica la sua forma che può essere piatta o bombata, il suo spessore e la forma delle labbra (dritte, arrotondate, smussate verso l’esterno, smussate verso l’interno, ecc.). Nella sua descrizione si segnala la presenza di eventuali unghiature e la loro posizione (in testa, al piede). Le assi della legatura bizantina possono mostrare una scanalatura sull’unghiatura esterna. Un ausilio allo studio delle assi in legno può venire dalla dendrocronologia, che permette di datare l’età del legno e la sua origine. L’unione alle assi. Nascosto dalla coperta sulla faccia esterna, spesso dalle controguardie nella faccia interna, l’unione delle assi non è visibile. Per ottenere una migliore adesione tra il bloccolibro e le assi, e per attenuare il rilievo prodotto dai punti di attacco, i Bizantini avevano preso l’abitudine di attaccare una tela sul dorso e su una parte interna dei piatti (generalmente un terzo della larghezza del piatto). Nei manoscritti bizantini, l’insieme assi/fascicoli è fissato con una stringa continua. Di fronte a ciascun taglio, le scanalature sono scavate a zig-zag nella faccia esterna dell’asse, orizzontalmente nella faccia interna, e sono praticati due fori per permettere il passaggio della stringa da una faccia all’altra. Questo procedimento è a volte inverso. La tecnica di foratura delle assi è molto difficile da osservare. I manoscritti occidentali offrono una maggiore diversità. Il nervo penetra in un canale forato nel labbro prima di essere fissato sul piatto (nervi passanti nel labbro); in alternativa il nervo passa tra il piatto e il dorso per passare poi nel primo foro sul piatto (nervo incartonato). Esistono anche altri tipi di passaggio dei nervi: nervo infilato, nervo piatto, rialzato, staffilato). Il rivestimento delle assi. Le assi della legatura possono essere coperte con pelle, pergamena o stoffa. I tipi di pelli utilizzate nel medioevo per coprire le assi è molto vario. 62

La camicia. La camicia è un secondo rivestimento, distinto dal primo e destinato a proteggere quest’ultimo. Fatta di pelle non rasata, in cui i peli hanno mantenuto la loro rugosità e il loro colore bruno, è generalmente riservata ai volumi di grande formato. Si trovano degli esemplari nelle legature cistercense del XII secolo. Il colore della pelle. Le pelli conciate sono naturalmente biancastre, ma possono anche ricevere una tintura. Il colore della pelle può essere facilmente identificato tenendo conto del suo deterioramento: il verde e il giallo per esempio sono facilmente soggetti ad alterazioni. Anche la pelle di colora rosa, all’origine rosa vecchio o feccia di vino. Per individuare il colore originario della pelle, si può esaminare il suo rimbocco, cioè dove la pelle è stata ripiegata all’interno del piatto o del contropiatto, e più in generale le parti non esposte alla luce, che mantengono meglio di altre parti il colore originario. Il contropiatto. La coperta della legatura va posizionata sul piatto anteriore, sul dorso e su quello posteriore. Una parte è ripiegata all’interno e incollata sul contropiatto per mantenere l’insieme, formando un rimbocco. L’aspetto di questo rimbocco può essere piegato quadrato, ripiegato in diagonale, cucito con un becco. Per cercare di migliorare l’adesione del tra la copertura e il corpo dell’opera, e migliorare la presentazione della legatura, il contropiatto all’interno reca una controguardia in pergamena o in carta. La decorazione. Un tipo di decorazione comune nelle legature con coperta in pelle, e più raramente in pergamena, è quella con filetti a piccoli ferri. I filetti ornamentali, sono posti all’interno di rettangolo costituito nel piatto, da una incorniciatura, delle losanghe o da piccoli rettangoli. I piccoli ferri servono principalmente, dall’epoca carolingia, a enfatizzare il centro o gli angoli delle figure geometriche create dai filetti. A partire dall’epoca romantica, servono a guarnire. La ripetizione dello stesso ferro rettangolare permette di realizzare un quadro. Presso i Bizantini, nella seconda metà del XIV secolo e la prima metà del XV secolo si nota l’apparizione di ferri con il monogramma del Paleologo. La tecnica utilizzata per l’impressione è quella a freddo. I ferri (o i filetti, le placche, le palette, ecc.) sono applicati a freddo cioè senza doratura. Nell’impressione a caldo, il ferro riscaldato è impresso direttamente sul cuoio. Le caratteristiche stesse della tecnica di impressione implicano una grande difficoltà nel riprodurre esattamente lo stesso motivo ornamentale su ciascun piatto. La legatura floscia. La legatura floscia si trova sovente in Occidente nei XIV e XV secolo. Essa è di regola utilizzata per i registri, i libri contabili e altri tipi di registri d’archivio, ma si trova anche in certi libri in biblioteca. In una legatura floscia, la coperta in pergamena o cuoio è unita ai fascicoli per dei fili di cucitura visibili esternamente. Questi passano su dei pezzi di cuoio fissati all’esterno del dorso e desinati a rinforzare la cucitura originale. Per la copertura delle legature flosce sono spesso utilizzati dei fogli di pergamena o di carta (spesso ambedue nello stesso tempo) tratti da altri manoscritti e reimpiegati. Le borchie. A protezione della legatura dai possibili sfregamenti, quando il libro era sistemato coricato sullo scaffale, erano poste delle borchie in metallo (ottone, bronzo, piombo, argento nelle legature bizantine di lusso) sui lati e al centro della legatura o sporgenti, fissate sui piatti la cui punta era rivolta verso l’interno. I manoscritti antichi non presentano le borchie di protezione. Sembra che queste appaiano intorno all’XI secolo. Il fermaglio. Il fermaglio nei manoscritti è composto da tre elementi: una bindella, una graffa e una contrograffa o tenone (corta asta di metallo fissata perpendicolarmente al bordo del piatto, sulla quale è fissata una chiusura). In effetti fino all’inizio del XVI secolo, il libro era poggiato su uno scaffale e l’etichetta con il titolo dell’opera era posta sul piatto che si offriva allo sguardo del lettore. In Francia per esempio, i libri erano riposti sul piatto anteriore e il piatto inferiore era quello che si presentava all’occhio del lettore. 63

Nella legatura bizantina i tenoni sono fissati sul labbro delle assi e i fermagli generalmente partono dal secondo piatto. I cantonali. I cantonali sono costituiti da dei pezzi di metallo usati per rinforzare gli angoli esterni dei piatti al fine proteggerli dall’usura. I principali tipi di legatura medievale Legatura carolingia La legatura che va dall’VIII al X secolo dei manoscritti elaborati nei grandi centri ecclesiastici di Francia, Germania, Svizzera e Italia, teatro della grande rinascita carolingia, è detta appunto carolingia. Questa legatura è sempre montata su assi di legno (faggio, pioppo, olmo, quercia i più usati in Occidente) delle stesse dimensioni del blocco delle carte e pertanto prive di unghiatura: le coperte in cuoio di colore bruno o bianco grigiastro, leggermente vellutato, ma che il tempo ha reso duro e opaco, presentano rimbocchi irregolari ad angoli giustapposti. La legatura carolingia è il più antico esempio di legatura su supporto cucito della tradizione occidentale. Il legno utilizzato è per l’82% quercia. Il piatto in legno è preparato creando dei tunnel e dei canali dove ancorare i supporti della cucitura. Le chiusure sono una caratteristica regolare della legatura carolingia, molto spesso sopravvissuti nelle legature che ci sono pervenute, costituite da strisce di pelle con la punta in metallo. Nel periodo carolingio si verifica un’importante modifica strutturale, la cucitura su nervo, mentre i codici anteriori a questo periodo possedevano un sistema di cucitura a catenelle. Per i nervi sono prevalentemente utilizzati supporti in lino o canapa. I capitelli hanno rinforzi in cuoio a orecchia. La direzione di aggancio dei fermagli è in genere dal piatto anteriore verso quello posteriore. La decorazione di questo tipo di legatura è caratterizzato da una ripartizione geometrica del spazio mediante filetti a secco, così da formare losanghe e triangoli. Negli spazi vuoti sono impressi a secco ferri di piccola dimensione su base geometrica. I motivi offerti dal simbolismo cristiano dell’arte antica sono collocati entro un ferro circolare o a goccia (Macchi 2002, 62-63; Szirmai 2017, 99-139). Legatura monastica Questo tipo di legatura in cuoio tardo medievale è caratteristica soprattutto dei conventi. In Italia la legatura di stile monastico fu eseguita sino ai primi del XVI secolo mentre nei paesi di area nordica rimase in uso sino a tutto il XVII secolo e in alcuni casi fino al XVIII secolo. Questo tipo di legatura è in cuoio su piatti in legno con nervi staffilati, pertanto ben rilevati e un robusto capitello. Le anime dei capitelli e dei nervi sono agganciate ai piatti passando attraverso canaletti e fori praticati nel legno. Le assi sono generalmente fornite di borchie e cantonali metallici e hanno un’unghiatura, adottata dal XIII secolo ma in uso corrente dal XV secolo, che deborda dai fogli. Oltre le legature in pieno cuoio e pergamena vi sono mezze legature con il legno delle assi a vista. La decorazione impressa è a secco mediante ferri così detti monastici che si distinguono per essere incisi in cavo, si da lasciare la decorazione in leggero rilievo su un fondo più o meno scuro (Macchi 2002, 313-314). Legatura romanica La legatura romanica è caratteristica del periodo che va dall’XI al XIII secolo. Escluse le legature preziose di oreficeria o quelle di stoffa sopravvissute in rari esemplari, la lettura romanica è generalmente in cuoio di capra, montone, daino, cervo o vitello, su assi di legno. La cucitura dei fascicoli è generalmente effettuata su doppio nervo di pelle allumata (nervo solcato lungo il dorso detto anche nervo fesso) che viene agganciato alle assi passando attraverso una serie di fori e canaletti, a partire da un foro praticato nel labbro delle assi. I capitelli, eseguiti in vari modi, spesso 64

sono del tipo a orecchia. Le legature romaniche sono dotate di fermagli costituiti da bindelle con graffe che dai piatti si agganciano ai tenoni posti sul labbro o alle contrograffe poste sui piatti. Sono caratterizzate da una decorazione a secco impressa con ferri incisi in cavo. Queste legature presentano una maggiore varietà di ferri rispetto a quelle carolinge e comprendono, oltre i fregi geometrici e naturalistici, motivi riproducenti figure umane e animali. Risale a questo periodo l’uso abbastanza regolare di camicie come seconda copertura, specie in area anglosassone (Macchi 2002, 414-415).

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Il codice arabo-islamico Secondo il filologo arabo Ai-Jah, l’introduzione del libro a forma di codice in India proveniva dall’invasione araba i quali a loro volta l’avevano appresa dagli Etiopi (Arnold e Grohmann 1929, 30; Datta 1970, 140; Szirmai 2017, 51). Infatti alla fine del VI secolo d.C. scoppiò la guerra etiopico-sasanide durante la quale vi furono un insieme di conflitti che contrapposero l'Impero sasanide persiano all'Impero etiope di Axum per il controllo e lo sfruttamento del regno di Himyar (Arabia meridionale), nome che gli arabi musulmani diedero al regno neo-sabeo sud-Yemenita; questa teoria però non ha trovato riscontro in tempi più recenti. Il codice ebbe una larga diffusione nei paesi arabo-islamici, con fascicoli sia di papiro sia di pergamena sia di carta, sia misti (pergamena e papiro o carta e pergamena). Il codice è la forma di libro nata in Occidente e gli Arabi, trovandosi a metà tra la cultura Occidentale e quella Orientale, furono influenzati nella scelta della forma del libro dai popoli a loro fisicamente più vicini, cioè gli Occidentali. Scrive Pedersen (1984, 9): «Non vi è dubbio che ebrei e cristiani provenienti dal nord hanno contribuito alla conoscenza e all’uso della scrittura e dei libri in Arabia». Il manoscritto in forma di codice nasce nel mondo arabo dopo la morte del Profeta Maometto nel VII secolo. Bisogna però considerare che le prime attestazioni della scrittura araba classica risalgono al periodo preislamico, in arabo chiamato Jāhiliyya (=ignoranza), definito così dagli studiosi perché anteriori alla predicazione di Maometto. Il più antico documento in lingua araba, ma in caratteri nabatei, si ha nell’iscrizione sepolcrale del re Imrulqais ibn Amr di al-Hirah, datata al 328 d.C. e rinvenuta a en-Nemarah, a sud di Damasco. Invece, la prima iscrizione in caratteri totalmente arabi è la trilingue greca, siriana e araba trovata a Zebed, presso Aleppo datata 512 d.C. mentre è di poco posteriore una bilingue greco-araba trovata a Ḥarrān, presso Damasco, risalente al 568 d.C. I materiali utilizzati come supporto scrittorio nella costituzione del codice arabo sono il papiro, utilizzato almeno fino al 945 d.C., insieme alla pergamena e alla carta fino a quando verso la metà del X secolo, secondo la testimonianza dei viaggiatori arabi in Egitto il papiro non fu più utilizzato, a totale vantaggio della pergamena e della carta, ma va citato il documento su papiro più recente rinvenuto in Egitto il quale è datato 780 H/ 1378 d.C. (D’Ottone 2008, 146). La pergamena al contrario è rimasta in uso fin quasi ai nostri giorni in alcune zone del nord Africa (Gacek 2012b, 62-64). Il formato del codice La forma del codice arabo è in una fase più antica rettangolare (VII/VIII secolo), che a giudizio di alcuni studiosi richiamerebbe il rotolo. Questo formato si rinviene particolarmente in Iran, ed è detto safinah. È invece probabile che questa forma oblunga sia stata influenzata da quella del manoscritto indiano poṭhī, costituito da foglie; questo formato oblungo fu continuato a essere utilizzata a ovest del mondo islamico per molto più tempo che a est. In accordo con la tradizione araba, il formato del libro nel primo periodo, poteva essere anche quadrato (taqṭī’ murraba’); questo sopravvisse nel Maghreb per i codici coranici e non coranici fino al XIX secolo. Con il passaggio dal papiro alla pergamena, il codice islamico assunse sempre più la forma del codice Occidentale (più alto che largo) (fig. 30). Un altro formato del codice arabo-islamico degno di nota è quello ottagonale. I libri in questa forma recano esclusivamente miniature del Corano, utilizzate come amuleto (Gacek 2012b, 34-35). Dal punto di vista bibliografico, le dimensioni del codice araboislamico possono essere (Gacek 2012b, 35): qaṭ‘ al-nisf (folio) qaṭ‘ al rub‘ (quarto) qaṭ‘ al-thumm (ottavo) qaṭ‘ al-kāmil (folio atlantico) 66

al-kāmil al-kabīr (forse formato elefante). Il codice arabo-islamico ha assunti però anche altre forme. In particolare: Atlante: I libri atlante sono costituiti da singoli fogli di pergamena o carta non piegati. I soli esemplari di questo tipo di libro che ci sono pervenuti dal mondo Islamico sono alcuni Corani della seconda metà dell’VIII secolo. Questi sono formati da 500 a 700 fogli e ogni foglio corrisponde alle dimensioni di una pelle (Déroche 2004, 27-28 e fig. 4; 2006, 14-15). Il formato di questo libri ricorda quello delle bibbie atlantiche europee (Bibbie atlantiche 2000; Togni 2016). Album: Un altro formato è quello ad album, generalmente utilizzato per i lavori di calligrafia, i disegni, ecc. usualmente realizzato in carta, ma occasionalmente anche su cotone o seta montato su fogli di carta assemblati e rilegati. Gli album, comuni nel formato di codice, possono anche avere la forma di un libro a concertina o un formato di codice oblungo (safīna) (Parodi 2015, 96-97).

30. Corano arabo del secolo XVIII.

La composizione del fascicolo Per indicare l’unità costitutiva del manoscritto in forma di codice, cioè il fascicolo, l’arabo impiega i termini daftar (Gacek 2001, 47) (dal gr. diphthéra = pelle) per i codici di piccolo formato, kurrās e anche al-kitāb al-kurrās cioè libro a forma di codice (Gacek 2001, 124). Relativamente al fascicolo nel manoscritto islamico si deve osservare la difficoltà di definire in maniera univoca la sua struttura, dovendo parlare di quello yemenita, turco o persiano, quindi paesi e lingue diverse accomunate da una stessa religione, che mostrano un’estrema varietà di tipologie. A esempio un manoscritto conservato a Berlino (SB Sprenger 517) datato 1066-1067, è costituito di quaranta fogli in un unico fascicolo; probabilmente questo manoscritto è però di provenienza indiana dove è frequente il monofascicolo, il che porta a ricordare un altro manoscritto probabilmente prodotto nel nord-ovest dell’India nel 1770, composto di un fascicolo unico di 224 bifogli. Volendo fornire alcune indicazioni generali, possiamo osservare che i più antichi codici arabi che ci sono pervenuti sono dei Corani che risalgono al VII secolo d.C. In questi documenti il fascicolo cardinale è il 67

quaternione, ma non mancano delle eccezioni. L’analisi di un gruppo di manoscritti coranici che vanno dal VII al X secolo, posseduti dalla Bibliothèque nationale de France e dal Museo delle arti turche e islamiche di Instanbul, ha messo in evidenza l’utilizzo di fascicoli costituiti di 10 bifogli, che sembrano la regola per questo tipo di documenti. Particolarmente interessante è anche l’utilizzo di quinioni costituiti di bifogli e fogli singoli, questi ultimi legati con una brachetta al resto del fascicolo. Nel Maghreb, che ha continuato a utilizzare la pergamena fino al XV secolo, è invece possibile trovare fascicoli composti di quattro bifogli, cioè dei quaternioni o dei ternioni. Sempre relativamente ai manoscritti in pergamena P. Orsatti (1993) ha osservato che mentre nell’area occidentale i fascicoli si compongono prevalentemente di ternioni, in Oriente risultano strutturati prevalentemente in quinioni. Relativamente all’area Yemenita, un’analisi su un gruppo di manoscritti provenienti dallo Yemen condotto da A. D’Ottone (2006, 76-79), ha messo in evidenza la prevalenza dei senioni fino al 1249, mentre nel periodo 1250-1499, i quaternioni costituiscono la tipologia principale fino a costituire nel XV secolo una percentuale che varia dal 77,78% all’88,10% del totale del campione esaminato. Da osservare infine che nei manoscritti islamici con fascicoli misti, composti cioè da fogli di papiro e di pergamena è presente l’utilizzo nello stesso fascicolo di un foglio di pergamena esterna che protegge al suo interno i fogli di papiro più fragili, questi ultimi sostituiti in seguito dai fogli di carta. Nei manoscritti arabi in carta il modello più frequente di fascicolo resta il quinione in circa il 70% dei casi esaminati, ma le altre forme sono altrettanto rappresentate. I senioni sono relativamente numerosi tra il X secolo e la fine del XV secolo; la loro provenienza, quando conosciuta, è molto diversa: Samarcanda, Chiraz, Damasco, Iran, Yemen. Per quanto riguarda i manoscritti persiani, Asia Minore e Impero Ottomano, Asia centrale, India e alcuni in Europa, una ricerca condotta da F. Déroche (2000) e F. Richard ha messo in luce che nei manoscritti in carta il tipo di fascicolo prevalente è il quaternione, ma sono presenti anche quinioni tra i manoscritti provenienti da Azerbaijan, Bursa e dalle zone dell’Asia Minore, Abarqu e Konia. Le irregolarità sono comunque frequenti. La regola di Gregory Nei manoscritti arabi in pergamena del periodo classico (IX secolo) il lato carne si oppone a quello pelo, a differenza dei manoscritti in pergamena occidentale, dove il lato pelo è opposto al lato pelo e quello carne a quello carne (regola di Gregory). Anzi l’analisi di un gruppo di manoscritti arabo-islamici orientali ha presentato quasi sempre il lato pelo sul recto della prima carta del fascicolo ad apertura del libro, così che lato pelo e lato carne sono affrontati (Déroche 2006, 76, 78; Gacek 2012b, 230-231). Il ǧuz’ Con questo termine secondo Gacek (2012a, 11) si può indicare sia il fascicolo, sia la 30aa parte del Corano, o anche il capitolo o una sezione del testo. Fermo restando questo significato, nel caso di manoscritti profani Humbert (1997, 77-86) definisce il ǧuz’: «una unità di lunghezza, fissa per una stessa opera, ma variabile da testo a testo». Per molti versi la funzione del ǧuz’ si avvicina quindi a quella della pecia medievale, così che la studiosa francese ritiene che «aver avuto, per un testo, l’onore di essere stato copiato in un ǧuz’ sembra indicare che il testo (o una certa versione del testo) ha conosciuto in un particolare momento un successo per il quale è stato copiato sotto una forma suscettibile di una facile circolazione e lettura privata e pubblica». La segnatura dei fascicoli Nei manoscritti in caratteri arabi, Déroche (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 109-115; Gacek 2012b, 213-215) ha osservato che nei primi manoscritti coranici i fascicoli non recano nessuna 68

indicazione di segnatura, pur con alcune eccezioni. In generale essa è presente con una certa regolarità già dall’XI secolo ma la sua dislocazione nella pagina varia nel corso del tempo. A partire dal XIII secolo è frequente la pratica di apporre la segnatura nell’angolo esterno del margine superiore sul recto della prima carta; tale collocazione sarà in seguito quella più utilizzata. Questo tipo di segnatura dei fascicoli è simile a quello che si riscontra nei manoscritti greci e latini (Agati 2009, 280-284; Mondrain 1998; Vezin 1998) e in quelli ebraici (Beit-Arie 1981, 61-68; Sirat 2002). La paginazione Benché nei manoscritti arabi la paginazione sia spesso presente sul recto di ciascun foglio, essa è apparsa tardivamente, quasi sempre aggiunta nel corso della storia della copia. Una prima attestazione di paginazione si trova in un esemplare datato 358H/969 (BNF, Arabe 2457), dove appare una numerazione in abǧad, cioè utilizzando le lettere arabe in funzione numerica (Gacek 2012b, 11-13) nell’angolo superiore esterno, nella stessa posizione della segnatura dei fascicoli. Un altro caso risale al 481H/1088 (BNF, Arabe 6913), per arrivare al 684H/1285 (BNF Arabe, 2489), sempre in abǧad. Anche nei manoscritti maghrebini la cartulazione è tardiva, con l’eccezione di qualche caso isolato risalente al XIV secolo. Due sono le serie utilizzate: ġubār, variante arabica occidentale dei simboli numerici, apparsa nel X secolo nel Maghreb e in al-Andalus, e rūmī (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 115). I richiami Il richiamo, in arabo ta‘qīb o ta‘qībah, anche ka‘b (tallone), waṣlah (legamento) o ancora raqqāṣ (danzatore) (Gacek 2001, 57, 100, 126, 151), era apposto sul verso di ciascun foglio in basso a sinistra, spaziato rispetto all’ultima riga di scrittura e tracciato con andamento obliquo, quasi sempre discendente, a eccezione di qualche caso in senso ascendente, datato alla fine del XIV secolo (Déroche e Sagaraia Rossi 2011, 117). I richiami appaiono tardi nei manoscritti arabi, forse sotto l’influenza dei codici occidentali. La prima attestazione risale a un manoscritto copiato nel 1142 e a un altro ancora più antico del 1014. In alcuni manoscritti non vi sono i richiami, ma l’ultima parola del verso è ripresa al recto seguente; in questo caso si dice contro-richiamo (Gacek 2012b, 50-51). Segni al centro del fascicolo Altro dispositivo inserito per indicare il centro del fascicolo è un segno posto, seguendo una linea diagonale, sull’angolo superiore esterno e su quello inferiore esterno delle due facce combacianti del bifoglio centrale, o viceversa esterno della pagina di sinistra, o ancora su uno solo dei due angoli. Indipendentemente dalla loro posizione sul foglio, questi indicatori si trovano soltanto al centro dei fascicoli. Adottati sopratutto dalla fine dell’XI secolo alla metà del XIV secolo, il loro impiego si esaurisce in seguito per declinare; in esemplari tardi del XVII-XVIII secolo essi appaiono aggiunti da una mano diversa rispetto a quella del copista, più spesso con inchiostro grigio pallido e con un tratto comunque tenue (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 119). I palinsesti Ci sono pervenuti alcuni palinsesti. Due degli esemplari più antichi contengono frammenti del Corano (Déroche et al. 2006, 44-45; Gacek 2012, 184-185). Altri palinsesti arabi risultano cancellati e sovrascritti con testi in altre lingue. Il frontespizio Nei manoscritti arabi non esiste generalmente il frontespizio, ma una pagina iniziale, se presente, che precede il testo o una sezione del testo come nel caso del ǧuz’ (Déroche et al. 2006, 69

225). I primi esempi di pseudo-frontespizio si incontrano nei manoscritti di formato orizzontale, dell’inizio del periodo Abbaside (VIII-IX secolo), così come nel manoscritto indiano. Questi sono costituiti da una pagina singola o da una doppia pagina miniata, con vignette sporgenti dai margini. Nel caso di una doppia pagina miniata le due pagine affiancate recano un’immagine speculare. In molti casi il pseudo-frontespizio è costituito da una pagina tappeto, con disegni vegetali e/o geometrici ma senza alcuna iscrizione. Quando nel pseudo-frontespizio su due pagine è presente un’iscrizione, questa consiste nel numero del volume e nella citazione di passi del Corano, i più comuni delle quali sono Corano sura LVI:77-80 («È questo in verità il Corano nobile vergato in un rotolo nascosto: soltanto i puri lo possono toccare, rilevazione del Signore dei mondi») e Corano sura XXVI:192-197 («Ecco ciò che Allah ha rivelato, facendolo venire nell’empireo e con esso è venuto lo spirito di fedeltà proprio sul tuo cuore affinché tu diventassi uno dei mentori in lingua araba chiarissima e tutto ciò si trovava accennato nelle scritture degli antichi. Non è per essi un segno che i saggi fra i Banī Isrā‘il ne siano al corrente?»). Le citazioni del Corano sono inserite in cartigli dentro pannelli rettangolari. Generalmente sono lunghe solo due righe per pagina e l’iscrizione continua nella pagina di fronte. La citazione è spesso il solo riferimento al Corano. Altri tipi di iscrizione possono includere preghiere, massime, tavole del contenuto, ecc. Nei periodi Ottomano, Safavide e durante l’impero Moghul, spesso si possono incontrare due medaglioni (shamsah) su ognuna delle due facciate che recano inscritti i versi citati del Corano o la parte iniziale di una preghiera (Gacek 2012b, 110-111). Il titolo Il titolo, accompagnato o meno dal nome dell’autore, si trova per lo più sul recto della prima carta utile del testo, spesso in caratteri rossi. Può anche apparire nel taglio di testa o di piede, sulla ribalta della legatura, su un’etichetta incollata sul piatto anteriore del volume o ancora nel colophon insieme al nome del committente. Altre volte si trova all’interno della prefazione. Indici delle suddivisioni o degli argomenti Negli esemplari rifiniti la decorazione della facciata che presenta l’opera o i testi racchiusi può contenere anche l’inquadramento di una tavola delle materie, sorta di panoramica sul contenuto dell’opera. Incipit L’incipit canonico di ogni testo, posto generalmente sul verso della prima carta per proteggere il testo stesso, è la formula propiziatoria detta basmalah (Nel nome di Dio, il clemente, il misericordioso), primo versetto delle sure del Corano e porta d’ingresso di ogni testo della tradizione arabo-islamica, quella dossologica ḥamdalah (la lode spetta a Dio). La partizione interna I termini, anche accompagnati da numerazione, indicativi di paragrafi e di partizioni interne del libro sono: kitāb (libro), faṣl (sezione), bāb (capitolo), maqālah (trattato), ǧuz’ (parte), qism (sezione), sifr (libro) specialmente nei manoscritti dell’Antico testamento, maṭlab (questione, quesito), maqṣad (obiettivo, proposito). Marcati spesso in rosso, possono essere evidenziati con un segno di sopralineatura in nero o rosso. L’ampiezza di queste sezioni è variabile (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 203; Gacek 2012b s.v.). Litterae dilatabilis Come nell’ebraico, la parola non si pezza mai alla fine del rigo, ma le lettere vengono allungate fino al margine, senza mai spezzare la parola. 70

Il colophon Il colophon, nei manoscritti arabi è spesso indicato con il termine khatm (sigillo) in quanto chiude il testo e la letteratura tecnica registra anche le locuzioni: ḏayl al-matn (coda del testo), qayd al-farāg (annotazione della fine) e il termine takhtīm (D’Ottone 2016, 298; Gacek 2012b, 19). Il colophon comincia generalmente con un verbo che indica il compimento (tamma, faraġa min...) o sue varianti (waqa‘a al-tafrīg, wāfaqa al-farāg, ṣādafa al- farāg, ecc.), tanto l’atto della stessa copia (kataba, naqala, nasaḫa, ḥarrara, nammaqa, ‘allaqa). Il nome del copista non appare sistematicamente. La formula è in genere lapidaria e si limita all’anno in cui la copia è stata fatta. Nei Corani dell’epoca Ottomana, si forniscono informazioni anche sul maestro calligrafo. Il luogo della copia si trova raramente e quando citato, è assai vago. Spesso è citato il committente del manoscritto, specialmente se si tratta di una persona di rango modesto. In alcuni casi il copista cita succintamente il modello da cui è stato copiato il codice, circostanza che può favorire un maggior pregio della copia. Il colophon si trova generalmente alla fine del manoscritto, ma esistono delle eccezioni a questa regola come nel manoscritto conservato a Instanbul, dove questo è posto all’inizio del testo. Le forme assunte dal colophon sono molteplici: a forma di triangolo, dentro un cerchio, ecc. Inoltre non è raro il caso di copisti che nella loro stesura abbandonano la scrittura utilizzata per scrivere il codice e utilizzano un carattere differente. Le formule adoperate in questi manoscritti sono generalmente consacrate dall’uso e relativamente poco numerose. Come regola generale sono redatte alla terza persona, ma non mancano le eccezioni. (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 215-222; D’Ottone 2016; Gacek 2012b, 19, 71-76; Sirat 2006, 454-457). Il primo colophon conosciuto è dell’anno 815 d.C. il quale recita: «Fine del libro, grato prego Dio. Possa la pace di Dio e la salvazione essere grande la salvezza sopra il Profeta Muhammad e la sua famiglia! Egli [il copista che non fornisce il suo nome] lo ha scritto in Baghdād nel mese di Muḥarram, l’anno 279». Il colophon nei manoscritti persiani Secondo un trattatista persiano il termine colophon corrisponde all’arabo tarqima (punteggiatura, marchiatura tessile, punto di ricamo), corradicale di raqam, ricamo, scrittura. A.M. Piemontese (1995, 488-489) cita un esempio molto esemplificativo di un interessante esempio di colophon a tutta pagina presente in un manoscritto eseguito, per esilio o espiazione, in un rifugio, forse indiano, da un medico che si occupava anche di calligrafia. Nella prima metà quadrata del foglio si legge: «In data del giorno lunedì cinque del mese benedetto di ramadan dell’anno 1035 dell’Egira [A.D. 31 maggio 1626] nel confortante villaggio di Malda, prese forma di sigillatura con il maneggio del calamo, spezzato per ricamo scrittorio, del ribelle, assai colpevole di peccati, il minimo tra gli schiavi di Dio, il povero, umile, svergognato e insolente medico Rukn al-Din Mas’ud noto quale il dottore Rukna, Allah ne perdoni le colpe e ne copra le pecche, per la verità di Maometto e la sua stirpe tutta di buoni e puri». Quindi, in un cartiglio rettangolare segnato da palmette ai margini al centro del foglio, prosegue: «Al suo scriba la tolleranza di Allah circa le trasgressioni». In rettangolo pieno un paio di versi, motti tradizionali di copisti, con alcuni ritocchi personali: «Il mio pennello ha dato una linea d’asta, corrente quale acqua, alla pagina; la mia palma di mano non resterà sopra la terra a mio segno. Si parlerà qui e lì del grado del mio calamo, mentre giaceranno da qualche parte le mie ossa, come canna spezzata». Nella triangolarizzazione è inscritto: «Finì il codice, con l’ausilio del Re munifico, e salute. Finis». A. M. Piemontese (1995; 2016) fornisce una descrizione della struttura dei colophon ornati nei manoscritti persiani, mettendone in evidenza le caratteristiche artistiche: «La caratteristica grafica del colophon in questi manoscritti, è data da una disposizione spesso in una singola pagina propria, come targa distinta, chiusa e esaltata da un variante reticolo di disegno geometrico e vegetale, per un codice sontuoso». E ancora: «Nei libri disadorni, la sagoma particolare del colophon, che quando non 71

rettangolare, ha una frequente conformazione triangolare, si ottiene con il semplice digradare proporzionale dell’ampiezza delle linee entro lo specchio di scritturazione, che si restringe sempre più a vaso, come un imbuto, verso la punta estrema». Il colophon nei manoscritti arabo-cristiani La tradizione dei manoscritti arabo-cristiani, trasmessa in arabo dai cristiani d’Oriente, fa la sua apparizione verso la metà del X secolo, erede delle più antiche tradizioni greco-melchite, coptoegiziane, siriaco-maronite. Rispetto ai manoscritti arabo-islamici, i colophon arabo-cristiani sono composti da formulari in piena regola, regolari nella registrazione dei dati, metodici nella loro progettazione. Il copista è sempre dichiarato, ma non è altrettanto regolarmente svelato il suo nome. Accanto agli attributi dispregiativi - indegno, servo, umile, peccatore e miserabile - egli introduce espressioni che lo denigrano e lo dipingono come il più abbondante in cattive azioni, il più vile dei servitori, immerso nel mare dei peccati, ecc. Il luogo di copia è precisato più raramente: esso può designare una città, un monastero o una chiesa. Il destinatario del codice è menzionato saltuariamente. In calce al colophon si possono trovare due generi di richieste che il copista rivolge al lettore: l’implorazione del perdono dai suoi peccati, in cambio di una ricompensa nella Gerusalemme celeste e la correzione degli errori e delle lacune che incontra nel corso della trascrizione (Déroche e Sagaria Rossi 2011, 215). Abbreviazioni A differenza dei sistemi utilizzati in ambito latino e greco, la tradizione manoscritta araba non dispone di un vero e proprio apparato di abbreviativo per rappresentare brevemente le lettere o gruppi di lettere interne alla parola, ma ha coniato grafemi iniziali o sintetizzati, insieme alle forme contratte, per sostituire termini o gruppi di termini propri di quel testo e invariabili rispetto al suo contenuto. Soggetta a significati ambivalenti e controversi, sia da parte degli autori medioevali sia di quelli moderni, il ricorso a tale pratica non pare affatto costante. Le fonti classiche infatti, non ravvisano la necessità di una terminologia che definisca le diverse modalità abbreviative né chiamano con un nome appropriato il troncamento effettuato durante la scrittura. Tra i primi impieghi di tali espedienti grafici si segnala l’ortografia delle lettere misteriose isolate, poste all’inizio di ventinove sure del Corano, le cui interpretazioni rimangono nell’ombra; questa circostanza probabilmente proviene a imitazione dei così detti Salmi alfabetici della Bibbia ebraica costruiti con la particolarità di incominciare ogni ogni strofa con la lettera successiva dell’alfabeto ebraico (Salmi 25, 34, 37, 111, 112, 119, 145). Disseminati invece con dovizia nelle compilazioni di ḥadīṯ (cioè raccolte di tradizioni religiose), i nomi di autori e di opere sono contrassegnati da segni abbreviativi per troncamento o per troncamento a sigla. Nei trattati di linguistica e nei dizionari, a partire dall’XI secolo, si riscontrano finali o iniziali abbreviate coniate ad hoc per termini chiave. Dal XVI secolo divennero comuni le abbreviazioni per contrazione nelle opere di giurisprudenza, grammatica e teologia (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 195-197; Gacek 2012b, 313-317). La decorazione Come nella tradizione manoscritta occidentale, anche nel libro islamico i lettori sentono il bisogno di indicatori per annunciare l’inizio dei capitoli o di altre unità. Le capitali ornate però, presenti nella tradizione manoscritta dell’Occidente, essendo la scrittura araba priva di caratteri maiuscoli, sono assenti. Nel manoscritto in caratteri arabi l’apparato decorativo può avere natura figurativa o non figurativa; alla seconda categoria appartengono motivi che interagiscono tra loro, come arabeschi vegetali o geometrici. Di particolare rilievo in area iranica, a partire dall’epoca Ilkhanide (1256-1353), è una tendenza spiccata a illustrare con disegni e miniature racconti popolari o favole di contenuto moraleggiante o didattico. Nel caso di immagini figurative destinate a 72

illustrare e spiegare il testo, come nelle opere prettamente scientifiche ed enciclopediche, i due elementi, testo e immagine, si inscrivono in una tradizione antica, in cui sono difficilmente scindibili. Un altro genere di decorazione tutto particolare è rappresentato da elementi calligrafici in forma di figure, effetto della perfetta interazione tra scrittura-testo e scrittura-immagine. Quest’arte è vicina alla micrografia ebraica. Sul recto della prima carta dei manoscritti si trova frequentemente la citazione di un versetto della sura dell’Evento (Corano, sura LVI:79: «Soltanto i puri lo possono toccare») iscritta in una medaglione centrale, dal nome šamsah che evocava il sole (in arabo šams); da esso si dipartono brevi raggi, in persiano tig, lancia, disposti simmetricamente e dotati all’apice di piccoli abbellimenti geometrici o vegetali. Questi raggi, nei primi tempi blu e neri, divengono poi di vari colori; nella miniatura ottomana tardiva, possono avere ciuffi o steli ramificati. Sul verso della prima carta inizia tradizionalmente il testo: a partire dal XIV secolo una percentuale non elevata ma costante di esemplari raffinati e curati nella redazione presenta una miniatura, più o meno elaborata, all’inizio del testo e che con essa coabita. Va infine osservato che come i calligrafi, anche i miniatori non usano sottoscrivere le loro esecuzioni ovvero, cercano di dare al loro nome una forma discreta, abilmente integrata nell’ornamentazione (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 227-245). La legatura Si ritiene che gli Etiopi abbiano trasmesso agli Arabi l’arte della legatura del libro in forma di codice (Szirmai 2017, 51). La più antica fonte la quale descrive la tecnica della legatura araba è il Libro dello staff degli scribi […] e dei dettagli della legatura, scritto nel 1025 da al-Mu‛izza Ibn Badis (traduzione inglese in Levey 1962). I termini con i quali le fonti si riferiscono al processo della legatura o della rilegatura sono taǧlīd, tasfīr, taṣḥīf: il primo invalso in area orientale, il secondo nel Maghreb e l’altro in Persia e nelle regioni di influenza ottomana. In generale la legatura islamica può essere di tre tipi principali (Gacek 2012b, 24-28): I tipo: legatura degli inizi, così detta libro a cofanetto (boxed book o box-books) (fig. 31); II tipo: legatura con alette (fig. 32); III tipo: legatura senza alette (fig. 33).

31. Legatura araba del primo tipo, da: Gacek 2012b, 24.

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Tipo 1: I più antichi esemplari di legatura islamica appartengono a questa categoria. Il formato è spesso oblungo, forse per un’influenza proveniente dalla legatura indiana e dal libro pothi. Si distingue per la presenza di una coperta in cuoio dell’altezza del blocco dei fascicoli, incollata su tre lati del contropiatto inferiore in modo da formare una scatola in cui il dorso forma il quarto lato. Le assi sono formate da molte tavolette di legno messe assieme è incollate tra loro. I legni utilizzati sono vari: pioppo bianco e nero, pino d’Aleppo, fico comune, alloro nobile, tamarisco comune e cedro. Il cuoio più utilizzato per coprire le assi è quello di pelle di capra ma anche di montone o di vitello. L’utilizzo della pergamena è molto più raro che in Occidente ed è costituito principalmente dal riutilizzo di fogli di pergamene di manoscritti smembrati. Al contrario è possibile che in Egitto dal VI H/XIII al IX H/XV secolo, il tessuto sia stato utilizzato molto più del cuoio. I fascicoli sono cuciti su un pezzo di pergamena o di tela. Il capitello è composto da un piccolo rotolo di cuoio o di pergamena (anima) attorno a cui è arrotolato un filo che attraversa il fondo dei fascicoli in prossimità dei bordi. Questo è realizzato con dei fili colorati. È fissato alle assi attraverso un buco praticato nell’angolo del labbro dell’asse principale del contropiatto. L’anima può anche passare in un solco forato sulla superficie esterna dell’asse principale. Le assi sono coperte in cuoio il quale reca impressioni. Tipo 2: La legatura di questo tipo è costituita da due piatti e da un dorso, di fattura occidentale. Questa è stata spesso realizzata nei laboratori di restauro dagli artigiani occidentali, ma gli Arabi

32. Legatura araba del secondo tipo, da: Gacek 2012b, 25.

cristiani sono restati molto fedeli al modello greco e il tipo di legatura senza ribalta è stato in voga in Asia centrale e in Afghanistan (XI H/XVII - . XII H/XVIII secolo).

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Tipo 3: A questo tipo appartengono le legature senza alette. Questo tipo di legatura può essere in pena pelle, in mezza pelle che copre il dorso e gli angoli. Il resto della coperta è coperto con carta colorata o marmorizzata, con o senza mandorla centrale.

33. Legatura araba del terzo tipo, da: Gacek 2012b, 27.

La coperta La coperta delle legature islamiche è generalmente costituita da due piatti in legno e da un dorso in pelle rigida, incollato sui tre bordi dell’asse superiore, attraverso il quale passa un fermaglio o una correggia legata all’asse inferiore. Per un determinato periodo la legatura a cofanetto ha coesistito con quella a ribalta, ma in seguito quest’ultima è divenuta la più diffusa ed emblematica. I piatti, in un primo tempo in legno, furono poi sostituiti da quelli di cartone rivestito. Per la copertura dei piatti è utilizzata la pelle, essenzialmente di capra, ma anche di pecora o di vitello. La pergamena è invece piuttosto inconsueta e limitata al riutilizzo di fogli di antichi manoscritti smembrati, come avveniva anche nella legatoria medievale occidentale. Le carte utilizzate per ricoprire i quadranti sono preferibilmente trattate o decorate; esistono tuttavia coperte in carta dall’apparenza riciclate. Nel corso del XVIII secolo, in ambito ottomano, la carta marmorizzata è elevata al rango di materiale per le coperte ed è impiegata spesso, anche decorata, per legature con il dorso in cuoio. L’impiego di materiali tessili per la coperta si manifesta molto presto; una legatura della collezione Qayrawan datata al X secolo, ha conservato la coperta in seta verde su assi in legno dai bordi arrotondati. Il cuoio delle coperte può essere ornato con un motivo in filigrana, delineato in oro o più raramente in argento, disposto su un fondo in seta. I metalli preziosi sembrano apparsi precocemente sulle legature prodotte nel mondo islamico. Il trattamento dei piatti con tinture e lacche, è associato a legature di pregio: più strati di una speciale vernice trasparente sono stesi sui quadranti di cartone alla colla precedentemente dipinti, o più raramente 75

sul loro rivestimento in pelle, dando vita a coperte dall’aspetto lucido e brillante. La fodera del contropiatto, come elemento di guarnizione, è realizzata generalmente in pelle, di tipo molto sottile e morbido, provvista o meno di decorazione. A questo proposito va osservato che per cercare di migliorare l’adesione tra la coperta e il corpo dell’opera, e migliorare la presentazione della legatura, il contropiatto all’interno reca una controguardia in cuoio molto fine o in tessuto. I dorsi in cuoio sono realizzati anche tramite tecniche di sovrapposizione di lembi di pelle. Per incollare carta, pelle e tessili ai quadranti, due sono le sostanze adesive, citate accidentalmente da una fonte araba del X secolo: l’amido di frumento, molto diffuso in Yemen, e la colla estratta dai bulbi di asfodelo, comune soprattutto in Persia. Un terzo tipo di colla è quello della acacia seyal (ṣamaġ) o gomma arabica, dalla consistenza del miele denso, il cui uso può essere congiunto alla colla di amido di frumento per ottenere una adesione tenace e resistente. La preparazione di tali paste adesive è completata tramite cottura in acqua o in infuso di assenzio, ottimo repellente contro insetti e tarme, ottenuto dall’artemisia absinthium, o dalle radici della coloquintide e dell’aloe, piante note in farmacopea per le loro proprietà purganti (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 258). La colla di pesce è menzionata anche come sostanza garante della persistenza e della compattezza dei colori dipinti sulle coperte in cuoio prodotte in Siria e in Egitto: due sono le varianti riferite da al-Sufyānī, una generica (ġirā’ al-samak) che Ibn Bādīs descrive come una pasta bianca che occorre sbriciolare, immergere in acqua per una notte, impastare fino a ottenere un composto bianco e plasmabile, sciogliere a fuoco basso in un recipiente di rame e filtrare con un panno d’ottone; l’altra è la colla di pesce d’acqua dolce (ġirā al-ḥūt), che allo stato puro è dura e scura e va ammorbidita con acqua, battuta e lavorata su una lastra di marmo fino a diventare gommosa e, al momento dell’uso, sciolta con acqua a fuoco basso. Secondo quanto riferito da Ibn Bādīs e al-Sufyānī, la doratura a pennello sulle coperte è anch’essa costituita da una sospensione di oro in polvere e colla di pesce ma, mentre per l’impiego sulla carta al-Sufyānī raccomanda la gomma arabica, per la pelle egli consiglia la colla di pesce. La coperta può essere contrassegnata con iscrizioni impresse o dipinte, apposte all’esterno o all’interno. La pratica, applicata inizialmente al rivestimento di cuoio, si diffuse poi dal XVIII secolo anche tra i calligrafi delle opere miniate e laccate. Sulla coperta può anche figurare il titolo per esteso, o mediante brevi allusioni; il nome dell’autore può essere indicato nel verso o nella frase impressa. Tra le iscrizioni non decorative, talvolta si trova il nome del proprietario, inscritto o dipinto che indica la persona per la quale era stato confezionato e donato il volume, una sorta di ex libris. Il nome del legatore o del calligrafo dell’iscrizione rimane in prevalenza nell’anonimato. Dal XVII secolo i nomi dei legatori appaiono con maggiore frequenza, per divenire diffusi nel XVIII e nel XIX secolo, specialmente nelle coperte verniciate a lucido, benché non sia sempre chiaro quale ruolo tali artigiani abbiano avuto nelle diverse fasi lavorative. La data è impressa molto di rado sulle coperte di cuoio: circoscritta a determinate regioni, il ricorso a tale pratica è testimoniato nel XVIII e XIX secolo in Asia centrale, Transoxiana e Afghanistan. Occorre tuttavia valutare con attenzione questo tipo di datazione, perché gli stessi ferri potevano essere stati utilizzati sulle coperte anche per un lungo periodo (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 247-263; Gacek 2012b, 22-28). La cucitura È importante notare che nel mondo arabo, gli antichi manuali sulla legatura sembrano concordare nel descrivere una modalità di cucitura dei fascicoli a catenella con un ago, in cui un singolo filo viene utilizzato per cucire l'intero volume. La piega dei fascicoli presenta fori o passaggi di cucitura, attraversati dal filo fatto passare sull’esterno dentro un cappio, formato dallo stesso filo, prima di passare al fascicolo successivo. I fori di attraversamento erano originariamente due, ma possono essere anche tre e più raramente quattro (Gacek 2012b, 247-248). Il filo utilizzato per la cucitura è di cotone ma anche canapa e sebbene con incidenza minore, di seta. Particolarmente interessanti alcune legature rinvenute nella Grande Moschea di Qayrawan, da 76

George Marçais e Louis Poinssot, dove si osservano casi in cui le assi presentano dei fori nella parte centrale e superiore, in prossimità del dorso, entro i quali passano resti di cordicelle: questo tipo di legatura è detto copto e si riscontra anche in alcuni manoscritti etiopici (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 263-265; Szirmai 2017, 45-50) Il capitello Attestato con una certa regolarità dal XIV secolo, il capitello a spina di pesce è la varietà ancora oggi più diffusa e caratteristica dell’area mediorientale, con la sua duplice funzione decorativa, di sostegno e protezione alla cucitura dei fascicoli (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 265-266). I tagli I tagli del blocco-libro possono essere oggetto di trattamenti specifici: dalla più semplice segnalazione del titolo, generalmente sul taglio di piede, alle più sofisticate soluzioni decorative delle tre o più superfici esposte, che possono essere dorate, colorate o dipinte, oppure incise con motivi ornamentali e spruzzate d’oro. La soluzione del titolo inserito sul taglio inferiore, adottata per scopi funzionali di immediato reperimento del volume sullo scaffale, è una pratica antica e molto diffusa che tende a non esaurirsi del tutto; fino al XV-XVI secolo essa appare ancora diffusa, benché la frequente rifilatura delle carte impedisca oggi un rilevamento metodico di tale consuetudine (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 266). La decorazione della coperta Le antiche coperte rinvenute nella Grande Moschea di Qayrawan (X-XI secolo) attestano una tecnica particolare di decorazione a rilievo nella quale il cuoio umido era lasciato asciugare su un disegno formato da cordicelle disposte su delle assi di legno lungo lievi scanalature. Il rilievo poteva risaltare di più spianando il cuoio con il brunitoio o con un altro strumento che sagomasse i contorni dei fili. L’incisione del cuoio mediante uno strumento dotato di una punta acuminata o tagliente non era nota soltanto agli artigiani legatori; con il termine minqāš, Ibn Bādīs chiama sia l’utensile con cui decorare la coperta, sia quello con cui intagliare la pelle, sorta di bulino e di cesello insieme. L’intaglio tramite uno strumento dalla punta affilata è affiancato dall’impressione, dapprima con punzoni lignei e successivamente in metallo; l’impiego di strumenti dalla punta arrotondata ma dura può precedere l’incisione. L’impressione era inizialmente realizzata a freddo su cuoio con ferri di dimensioni contenute e si perfezionava attraverso l’uso di placche di grande formato e una vasta gamma di punzoni. Sul cuoio potevano essere applicati impressi a caldo, entro lo spazio destinato alla decorazione, inserti di pelle o di carta, successivamente ritagliati lungo i contorni, della dimensioni della placca e di un colore in contrasto con il fondo della coperta. Altro artificio ornamentale piuttosto elaborato è quello realizzato attraverso la lavorazione a filigrana, che consiste nell’intagliare il cuoio su un fondo foderato per lo più di tessuto o in carta colorata; il cuoio in primo piano delinea un disegno ad arabesco (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 269-272). Va comunque osservato che la tecnica di impressione delle coperte con punzoni lignei, era praticata anche in Europa fin dal XIII-XIV secolo. La doratura della coperta La doratura sulle legature islamiche nasce a partire dal XIII secolo. Sulla base della loro messa in opera, le tecniche di doratura si possono dividere in due tipologie: doratura tramite impressione a caldo su foglia d’oro e doratura a pannello con oro liquido. L’impressione sull’oro in foglia può essere praticata direttamente sul cuoio della coperta, oppure su un inserto di carta o pelle particolarmente sottile, che rimane incollato sulla decorazione che accoglie la doratura ed è 77

ritagliato dai contorni eccedenti. Secondo la pratica originaria del Medio Oriente, la superficie della pelle subisce una preliminare impressione a secco con i motivi a rilievo della decorazione ed è cosparsa di una miscela di albume d’uovo e di aceto che serve da appretto per fissare l’oro; su quest’ultima è posta una sottilissima foglia d’oro sulla quale sono impressi i ferri o la placca riscaldati (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 272). La tecnica dell’utilizzo dell’albume d’uovo per far aderire la foglia d’oro sulla pergamena, era utilizzata anche dai miniatori europei durante il Medioevo. Oggi è difficile determinare se quest’uso sia nato in Europa o in Oriente, ma la doratura della legatura, come dimostrano numerose ricerche, nasce in Oriente e da qui fu esportata in Spagna e dalla Spagna arrivò a Napoli e quindi a Venezia, ma non prima del 1480 (Dihel 1980, 1:35). A differenza della doratura con foglia d’oro, quella a pennello era semplicemente dipinta sul cuoio

34. Coperta araba con intarsi dorati e mandorla centrale.

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oppure, più raramente, su un motivo ornamentale precedentemente impresso a caldo; in quest’occasione l’oro in sospensione poteva essere steso sull’intera superficie dell’incavo, oppure soltanto sul fondo, mentre le parti in rilievo potevano essere ritoccate con colori di contrasto oppure stagliarsi sullo sfondo tramite l’eliminazione successiva dell’oro in superficie (fig. 34). La goffratura della coperta Nel XIV e XV secolo cominciò l’utilizzo della goffratura, associata soprattutto alle fodere dei piatti delle ribalte; eseguita a secco su pelle molto sottile e scura con un tampone di legno intagliato in incavo, pone in rilievo un motivo a tutto campo, uniforme e ripetitivo, spesso ad arabesco, che emergeva dal piano di base (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 273). La verniciatura La tecnica di verniciatura della coperta, definita erroneamente laccata, è in stretta relazione con l’attività dei miniatori chiamati a dipingere il disegno sui quadranti di cartone. Prima di essere decorate però, la loro preparazione prevedeva la stesura di uno spesso strato di gesso sul quale si fissava la pittura ad acquarello o a tempera o a olio, a sua volta stabilizzata da più mani di vernice trasparente (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 174). Legatura persiana Attualmente per legatura persiana si intende quella posteriore alla conquista mongola del XIII secolo, databile dal 1400 in poi. Essa è particolarmente importante per l’influsso esercitato sulla legatura veneziana del Rinascimento. Eseguita in pelle di capretto di colore bruno, è decorata in oro con tecnica esperta e gusto raffinato. Il motivo più comune è la mandorla caudata posta al centro della coperta, ornata come negli angoli, con arabeschi e viticci. Spesso la legatura persiana è a busta e la decorazione del piatto anteriore si ripete sulla ribalta. Con il tempo questa decorazione diviene sempre più raffinata: si fa ricorso alla punteggiatura, alla spruzzatura dorata, alla pelle ritagliata a filigrana su un fondo di pelle, in carta o in seta dorata o colorata, ai compartimenti a cassoni dorati e laccati, alle doublures decorate. Dal XVI al XVIII secolo, la legatura persiana, per influenza della civiltà dell’Estremo Oriente, è impreziosita con lacche brillanti e reca dipinte sui piatti immagini ispirate alla tradizione locale miniaturistica con scene di caccia o della vita di corte. Dalle legature persiane e, più in generale, dall’artigianato islamico, la cultura occidentale ha mutuato l’uso del marocchino e dei piatti di cartone, la decorazione in oro e tutta la gamma di motivi orientaleggianti ad arabeschi (Macchi 2002, 360-361). Custodie e astucci Nati dall’esperienza primaria di proteggere il manoscritto, erano realizzati diversi tipi di contenitori e custodie. All’inizio semplici sacche in tessuto, divenute poi cofanetti rigidi dalla struttura più articolata per conferire maggior pregio e solennità al manufatto. Le più antiche forme conosciute dovevano essere di grandi dimensioni per contenere esemplari coranici di formato cospicuo. In ambiente ottomano i Corani di piccolo formato sono spesso provvisti di involucro su misura, costituito da due cartoni ricoperti di cuoio, decorati solitamente con un motivo simile alla coperta, da un soffietto di tessuto su tre lati e da una ribalta che si richiude sul taglio superiore del manoscritto; un laccio di stoffa posto all’interno dell’astuccio permette di estrarre il volume. Questo genere di astuccio, molto diffuso per i Corani, è impiegato anche per altri testi. In Africa occidentale sono utilizzate vere e proprie borse di cuoio, anch’esse con correggia, per preservare e trasportare manoscritti coranici o altre opere di argomento religioso (Déroche e Sagaria Rossi 2012, 268-269).

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Il codice ebraico Da un punto di vista storico, con la nascita e diffusione del codice, la storia del libro ebraico è proceduta su due binari paralleli: da una parte il rotolo per la scrittura dei testi rituali: sefer haTōrāh (il Pentateuco dei Cristiani), e Ḥāmesh megillôt (Cinque rotoli dei libri biblici: Cantico dei cantici, Rut, Lamentazioni, Qoèlet, Ester), secondo prescrizioni molto dettagliate, le quali sono adottate ancora oggi; dall’altra il codice, per i testi profani o comunque non destinati al rito. La produzione del codice ebraico presenta alcune differenze rispetto a quello occidentale, che sono state così riassunte da M. Perani (2016, 350): «Assenza nel mondo ebraico di scriptoria e solo produzione individuale o familiare; elevato livello di alfabetizzazione e capacità di leggere e scrivere fra gli ebrei, specialmente maschi, per motivi religiosi; frequenza di copisti che scrivevano manoscritti per proprio uso e interesse personale, ma che non erano scribi professionali». Nei primi due secoli dell’era cristiana, i testi ebraici non fanno nessun riferimento al codice, ma con il temine ebraico diftera si indicano dei piccoli carnet, di pelle o pergamena. Nella Lettera di Aristea (II secolo a.C.) nel riferimento alla Bibbia dei LXX, il termine è utilizzato per indicare delle pelli preziose. Jastrow (2005, 1:304) traduce il termine diftera come «pelle lavorata con sale e farina». Il Talmud babilonese (Shabbat 19a) usa questo termine per indicare la pelle lavorata in maniera incompleta; di conseguenza il suo uso è vietato per la trascrizione dei testi sacri. Dall’VIIIIX secolo con diftera si indica un quaderno, un registro e forse il manoscritto in forma di codice. Un altro riferimento si trova in Bereshit Rabba, I,1: «L’artigiano possiede delle difteraot e dei pinkasaot, al fine di sapere come costruire le parti di un palazzo». In questo passo ci si riferisce ai carnet dell’artigiano, sia di pelle sia di legno (Sirat 1994, 62). A partire dall’VIII o IX secolo è infine attestato il codex scritto in caratteri ebraici, come testimoniato dal ritrovamento di testi biblici papiracei rinvenuti nella Genîzāh del Cairo datati 895 e 916. Il codice poteva essere composto da fascicoli di papiro o pergamena, e in seguito di carta, oppure essere misto. C. Sirat, da un’analisi condotta sulle più antiche testimonianze scritte in ebraico, fornisce questa ricostruzione della nascita del codice ebraico (Sirat 1989, 116, 123-124): 1. Nei primi due secoli della nostra era, né i testi tradizionali né alcuna altra fonte fa allusione al libro in forma di codice; 2. Dal III all’VIII secolo, il termine diftera indica un registro, un carnet, o forse il codice. Le testimonianze conservate provengono quasi tutte dall’Egitto; esse sono molto poche e possono essere utilizzate difficilmente pro o contro l’ipotesi di un utilizzo corrente del codice; 3. A partire dall’VIII o IX secolo, vediamo apparire il codice scritto in caratteri ebraici: un codice di papiro trovato nella Genîzāh del Cairo, poi delle Bibbie datate 895 e 916. La segnatura dei fascicoli Nei manoscritti ebraici (Beit-Arié 1981, 61-65; Sirat 2002) la segnatura dei fascicoli può essere di tre tipi: 1. Nell’angolo destro nel margine superiore sul primo foglio di ogni fascicolo, a eccezione del primo fascicolo. 2. Nell’angolo destro del margine inferiore dell’ultima pagina di ogni fascicolo, eccetto il primo. 3. All’inizio e alla fine di ogni fascicolo. La numerazione delle pagine Nei manoscritti ebraici (Beit-Arié 1981, 60-65) l’uso di numerare in lettere ebraiche le pagine è in genere scarsamente utilizzato durante il medioevo, mentre diviene frequente nei primi libri a stampa. 80

I richiami I richiami possono essere scritti secondo due diverse maniere. La più comune è quella di scrivere la prima o le prime parole dell’inizio del fascicolo che segue al piede della pagina che precede, mentre la seconda è quella di ripetere l’ultima parola del fascicolo o della pagina all’inizio della pagina seguente. Nel primo caso si parla di richiami, mentre nel secondo caso si dice parole ripetute. I richiami alla fine del fascicolo si ritrovano nei codici ebraici membranacei Europei e in quelli del Nord Africa, mentre in Oriente una parte dei codici anteriori al 1222 non ha richiami, ma solo la numerazione delle pagine. A questo proposito è facile ipotizzare un’influenza della codicologia islamica. La composizione del fascicolo

La composizione del fascicolo nel codice ebraico è molto varia, spesso condizionata da usi locali (M. Beit-Arié 1981, 1998, 137-151; Sirat 1998; 2002, 122): Ternione: composizione eccezionale, si trova solo in un piccolo gruppo di manoscritti sefarditi (Ebrei spagnoli); di otto manoscritti noti, cinque sono scritti a Toledo prima del 1300. Quaternione: è la composizione prevalente nei manoscritti ebraici, sia sefarditi sia askenaziti (Ebrei tedeschi e di parte dell’Italia), e in quelli in pergamena bizantini anteriori al 1298, ma presente anche nei manoscritti in carta. Questa struttura è più rara nei manoscritti orientali, a eccezione della Persia e dell’Uzbekistan, dove sembra essere la composizione esclusiva del fascicolo (Busonero 1999, 67). Quinione: questo tipo di struttura è caratteristico dei manoscritti orientali, simile a quello che si ritrova nei manoscritti arabi (a eccezione della Persia e dell’Uzbekistan). Presente anche nei manoscritti italiani dell’epoca medioevale, ma non si ritrova in quelli askenaziti, ed è molto rara anche in quelli sefarditi e bizantini. Senione: attestato in un piccolo gruppo di manoscritti in pergamena copiati in Sefarad (nome ebraico per indicare la Spagna) non prima del 1275, è molto comune nei manoscritti cartacei. Essa è anche la principale composizione dei manoscritti in carta bizantini. In Oriente questo tipo di composizione è molto raro. Settenione: questa composizione è molto rara, presente solo in alcuni manoscritti con fascicoli misti pergamena-carta, scritti in Italia, Spagna e in area bizantina. Ottonione: composizione limitata ai manoscritti in carta o carta e pergamena scritti in Italia, Spagna e area Bizantina, dove è utilizzata come composizione secondaria con fascicoli di 6 bifogli. Fascicolo di 9 bifogli: assolutamente raro, presente solo in pochi manoscritti italiani e spagnoli. Fascicolo di 10 bifogli: rara composizione in manoscritti in pergamena e carta, ma molto rara in quelli di carta, presente solo nei manoscritti spagnoli e italiani. Fascicoli di 11-14 bifogli: Composizione estremamente rara, possibile trovarla in un piccolo gruppo di manoscritti in pergamena e carta scritti in Spagna. 11-12 bifogli si trovano solo nei manoscritti italiani in carta e pergamena; nei manoscritti in carta è possibile trovare 11-13 bifogli in Italia e 12-14 nei manoscritti spagnoli. Il fascicolo misto (pergamena-carta) Il passaggio dalla pergamena alla carta nelle regioni fuori dall’Oriente è ben dimostrato da quei manoscritti che utilizzano ambedue i tipi di supporto scrittorio. La carta sostituì la pergamena, ma la pergamena rimase dentro e fuori nella costituzione del fascicolo del codice. Questa pratica di comporre il fascicolo era utilizzata dai Sefarditi, in Italia e nell’impero Bizantino, ma mai nei manoscritti askenaziti, né in Oriente. Nei manoscritti sefarditi questa tecnica si trova per prima in un manoscritto del 1225 a Bisanzio in un antico manoscritto non datato del XIII secolo, in un 81

manoscritto del 1335-1336 e in Italia per prima in un manoscritto del 1312, ma solo a Bisanzio il fascicolo misto è ampiamente utilizzato. Sembra che questa pratica sia stata introdotta nei manoscritti arabi e latini scritti in Spagna e a Bisanzio, come un compromesso tra la carta, meno costosa ma più fragile, e la pergamena, più cara ma meno fragile. A volte questa pratica è minimizzata nei manoscritti sefarditi e italiani dove invece di utilizzare fogli interi sono impiegate strisce di pergamena incollate lungo la linea di piegatura dei fogli all’esterno e all’interno delle pagine di ogni fascicolo (brachette), al fine di proteggere la carta più fragile nei punti di cucitura (Beit-Arie 1981, 39-40). Il colophon Ci sono arrivati più di 4.200 colophon di manoscritti ebraici medievali (Beit-Arié 1981; Sirat 2002, 208-229; 2006, 457-463). Il più antico è del 903/4. Generalmente è presente il nome del copista, il luogo e la data, una preghiera a Dio e le particolari circostanze in cui la copia è stata eseguita. La particolarità dei colophon nei manoscritti ebraici, è quella che in genere il copista spesso non sminuisce se stesso. A volte chiede l’indulgenza del lettore per possibili errori, confessa la sua incompetenza intellettuale e la sua ignoranza; più frequentemente, dichiara la fretta in cui è stato costretto a scrivere, o la scarsa qualità del modello utilizzato. In genere però i copisti ebrei, tendono a vantarsi del loro lavoro. Quelli copiati da ebrei dei paesi musulmani, sono in genere molto brevi, limitandosi a affermare che il testo è stato corretto. Allo stato delle nostre conoscenze, esiste solo un manoscritto del 929, in cui il copista cita il nome del suo maestro. Una particolarità dei manoscritti ebraici scritti in territorio musulmano è quella che il colophon è poco più di una nota, dove si afferma che il testo è stato controllato (Perani 2016; Sirat 2002, 457). Vale la pena di notare che i codici biblici richiedevano l’intervento di tre persone distinte: la prima per scrivere le lettere, la seconda per la vocalizzazione e gli altri segni grafici, e la terza per verificare l’accuratezza della trascrizione. Nell’Europa medievale il colophon dei manoscritti ebraici acquista una forma differente. Lo scriba inserisce alcuni dettagli personali e informazioni storiche sull’opera. Specie nei manoscritti in cui manca il colophon, il nome del copista si può trovare nel testo. Altre volte i copisti inseriscono non solo il loro nome, ma anche tutta la loro genealogia: «Questa è la fine della copia del Commentario sui Profeti. Io ho copiato con le mie mani, Paula, figlia di R. Abraham lo scriba, figlio di Joab – possa la sua virtù proteggerlo! - che discende da R. Jechel, il padre di R. Nathan, l’autore del Arukh e moglie di Jehiel ben Solomon, il Lunedì, 4 Adar 5048 [1288 e.v.] della creazione del mondo nella città di Roma». Molti colophon di manoscritti ebraici contengono ornamentazioni, benedizioni e invocazioni all’inizio del testo o alla fine del fascicolo o del testo. In questi, lo scriba chiede la divina assistenza o ringrazia Dio per avergli dato la forza di completare il lavoro. L’invocazione più comune è: «L’aiuto mi viene da Dio, che ha fatto il cielo e la terra». Abbreviazioni Le abbreviazioni nella scrittura ebraica sono regolarmente presenti, ma meno frequentemente rispetto alla scrittura latina. A eccezione del nome di Dio, le abbreviazioni utilizzate hanno lo scopo di facilitare la scrittura di un testo. Le abbreviazioni più comuni sono di tre tipi (Sirat 2002, 230-233): a) abbreviazioni per troncamento, in cui sono omesse le ultime lettere della parola; b) abbreviazioni di gruppi di parole, in cui è riportata solo la prima lettera di ogni parola; c) il nome di Dio, il quale è indicato solo da una o due lettere (nomina sacra). Nella Bibbia il nome personale di Dio si trova in Es. 3,14, ma è scritto: «Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano» (Es. 20,7). Per questo motivo nella religione ebraica è assolutamente vietato pronunciare il nome personale di Dio. In alcune antiche testimonianze bibliche ed extrabibliche il nome divino si trova scritto in forma 82

piena (Donner 1962-1964, nn. 181, 18; 192, 2, 5; 193, 3, 9; 194, 1; 195, 1, 8; 196, 1, 12; 197, 1) ma generalmente nella Bibbia in ebraico, per evitare una sua pronuncia accidentale si ricorre a diversi espedienti (Delcor 1955): 1. scrivere il nome di Dio in caratteri paleoebraici. Numerose testimonianze si trovano nei manoscritti di Qumran e in alcuni frammenti della versione greca della Bibbia dell’alessandrino Aquila. 2. nella vocalizzazione della Bibbia ebraica fatta dai masoreti detti naqqdanim il Tetragramma sacro, cioè il nome proprio di Dio di quattro lettere, è scritto con le vocali di Adonai (aoa), altro nome divino che significa Signore: da questo nasce l’ibrido Jehovah (Geova) delle bibbie anglosassoni. 3. il nome divino è sostituito da quattro puntini. Anche questo metodo è attestato nei manoscritti di Qumran. Esistono alcuni repertori di abbreviazioni dei documenti ebraici, di cui i principali sono quelli di Buxtorf (1708) e Händler (1967). Litterae dilatabilis Nella scrittura ebraica, come in quella araba, la parola in fine di riga non si divide mai per andare a capo, ma alcune lettere si dilatano fino alla fine del rigo. In ebraico le litterae dilatabilis sono: < ‫( >א‬aleph), < ‫( >ח‬Het), < ‫( >ר‬resh), < ‫( >ם‬mem) e ת‬taw). Nei manoscritti ebraici sefarditi scritti in semicorsiva e in corsiva, per fare rientrare la parola nel rigo gli scribi spesso ricorrevano a una compressione delle lettere passando dalla semicorsiva alla corsiva alla fine della riga. La decorazione del codice La decorazione del manoscritto ebraico medioevale ha attirato l’attenzione degli studiosi fin dal XIX secolo. Nell’arte ebraica della decorazione è evidente che il secondo comandamento: «Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra» (Es. 20:4 e Dt. 5:8) non è rispettato alla lettera, ma è generalmente permesso riprodurlo, specialmente se bidimensionale. Naturalmente una riproduzione visiva di Dio è strettamente proibita. La decorazione dei codici ebraici presenta alcune differenze tra le diverse regioni. Nei manoscritti askenaziti, le Haggadot e i libri di preghiera sono particolarmente popolari; in questi documenti sono spesso rappresentati uccelli e teste animali, piuttosto di quelle umane, mentre in molti altri codici le persone sono raffigurate con le loro teste girate indietro, esprimendo in questa maniera un rispetto del secondo comandamento. Nei codici prodotti in Oriente, la decorazione astratta è la più comune; gli artisti usualmente si astengono da una rappresentazione della figura umana. Il testo, copiato dallo scriba, è considerato la parte più importante del documento. Vi sono comunque artisti che dichiarano esplicitamente di essere gli autori del testo e della decorazione e solo occasionalmente il nome dell’artista si trova scritto nel colophon, ma in molti casi la sua identità rimane sconosciuta. (Gold 1988; Narkiss 1984; Roth 1971; Schrijver 2009; Sirat 2002). Il formato del codice

Il formato del codice ebraico è vario. In particolare nel codice pergamenaceo le dimensioni variano secondo la grandezza della pelle utilizzata (Sirat 2002, 112). Inoltre i manoscritti ebraici sono spesso rifilati al fine di ottenere margini uguali, rendendo così oggi difficile determinare le dimensioni originali. Possono comunque essere presi a esempio alcuni manoscritti particolarmente importanti. Una Bibbia in tre volumi (Bibliotèque de France, MS hébr. 8, 9, 10), la quale misura 446 mm di altezza per 325 mm di larghezza, ma il foglio 85 del MS 10 misura 500 mm di altezza 83

per 346 di larghezza: ciò porta a concludere che sono stati tagliati 54 mm di altezza della pergamena originale. La maggioranza dei codici di grande formato (più di 350 mm di altezza) sono quasi sempre Bibbie o, nel caso di manoscritti askenaziti, libri di preghiera i quali erano posati su un leggio di fronte alla congregazione. Spesso scritti su pergamena su due o tre colonne, sono vergati con caratteri molto grandi, per essere letti anche a distanza. Queste dimensioni ricordano le Bibbie atlantiche prodotte in Europa scritte su pergamena (Bibbie atlantiche 2000; Togni 2016). La maggioranza dei codici sono di dimensioni medie (in-quarto) e misurano meno di 250 mm. I codici di piccolo formato (meno di 100 mm di altezza), sono invece molto rari e contengono per lo più preghiere, esorcismi e rimedi medici (Sirat 2002, 117-119). La forma del codice La forma del codice ebraico è anch’essa molto varia. Può essere rettangolare, quadrata o oblunga. I codici in formato oblungo o album, sono stati trovati nei territori islamici. A esempio un codice di papiro oblungo risalente all’VIII secolo misura 215 mm di altezza e 230 mm di larghezza (Sirat 2002, 117). Questa forma del libro diviene meno comune con il tempo, ma è stato trovato un manoscritto a Fez in Marocco del 1401, dove il campo scrittorio misura 122-124 mm di altezza e 167-171 di larghezza, diviso in quattro colonne. Il formato quadrato è diffuso in varie parti dell’Oriente, nei manoscritti in pergamena dall’XI al XII secolo, ma molti di questi provengono dall’Europa cristiana. Il più antico è datato 1073 (Biblioteca Vaticana, MS ebreo 31; Codices II, MS 38) il quale misura 214-216 mm di altezza per 195-201 mm di larghezza. Dopo il 1200 è difficile trovare manoscritti quadrati. Probabilmente per il formato originario, i primi manoscritti ebraici su carta sono rettangolari. Un manoscritto cartaceo del 1005 (Cambridge, University Library, T-S 8.1. Codices 1.15) misura 188-190 mm di altezza e 140-145 mm di larghezza; un altro, conservato nella Biblioteca nazionale di San Pietroburgo (Evr.-Ar. 1, 4520, Codices I.16) è alto 210-212 mm e largo 150-153 mm (Sirat 2002, 117). La micrografia

Nei codici ebraici è presente un particolare tipo di arte chiamata micrografia, costituita da disegni geometrici o floreali composti da una scrittura piccolissima (micro), che circonda la pagina, formando un tappeto su cui poggia lo scritto. Nei manoscritti orientali e spagnoli della Bibbia ebraica, la decorazione micrografica forma delle figure animali o grottesche e qualche volta illustrazioni di testo (Avrin 1981) (fig. 35). I nomi del libro nella cultura ebraica

C. Sirat (1989 118-123) dall’analisi dei testi ebraici tradizionali (Mishnà, Talmud, ecc.), ha identificato diversi termini utilizzati per indicare le diverse forme del libro ebraico. - Sefer: letteralmente significa libro. Indica tradizionalmente il rotolo e anche il testo contenuto, cioè la Bibbia. Se si trova scritto ha-sefer (il Libro), questo si riferisce alla Bibbia, il libro per eccellenza. - Neyyar: carta di papiro. L’origine di questo termine è discussa e si trova per la prima volta nella Mishnà. - Tomos: identifica probabilmente un rotolo formato da fogli separati arrotolati uno sopra l’altro, o anche fogli incollati fra loro. Il termine è di evidente origine greca. - Takhrikh o agouda: questi termini, che si trovano nel Talmud di Gerusalemme (Shabbat, XVI, I, 15c), sono l’equivalente del greco tomos. - Louah: si trova nella Torah per indicare le Tavole della legge date a Mosé (Esodo 14,12). Nel libro di Abacuc (2,2) e nella Mishnà (Shabbat, XII, 4-5) indica invece le tavolette di legno. 84

- Pinkas: trascrizione aramaica del termine greco pinax. Indica i dittici di legno, sia con sia senza cera. - Diftera: termine di origine greca per indicare la pergamena. - Mahzor: termine utilizzato per indicare la Bibbia, probabilmente dalla radice hazar, che fa riferimento al ciclo della lettura biblica.

35. Esempio di micrografia ebraica.

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Il codice in india, Cina, Tibet e Giappone India L’introduzione in India dei manoscritti islamici a seguito della conquista musulmana nel XIV secolo, influenzò radicalmente il formato del manoscritto indiano. Nei manoscritti di origine araba e persiana, e quelli in lingua indiana, generalmente in lingua urdu e in caratteri arabi, l’unico supporto scrittorio utilizzato è la carta, mentre il formato è quello del codice arabo-islamico. I primi musulmani alla corte di Delhi utilizzarono presto la carta, prima importata dall’Iran e in seguito prodotta in India nei centri di Daulatabad, Ahmadabad, Lahore e Kashmir. I centri di eccellenza nella sua manifattura producevano nel XVI secolo bella carta di qualità, spessa e resistente, capace di essere decorata con miniature. Fino al XVIII secolo i centri di produzione e le tecniche di manifattura della carta furono differenti per Indù e Musulmani. La produzione di carta per gli Indù era apparentemente molto più localizzata e i fogli di prodotti erano molto più piccoli rispetto alle dimensioni dei fogli richiesti per un manoscritto musulmano. Nei manoscritti persiani di buona qualità, il testo era scritto al centro della pagina e i margini erano colorati in oro con una decorazione intorno al testo che lo incorniciava. Il disegno di questa cornice spesso generava però un distacco della parte centrale con il testo. I manoscritti in lingua e scrittura araba erano legati alla maniera tradizionale, cioè con una legatura in pelle che andava oltre i bordi del manoscritto, in cui i margini coprivano interamente il volume, la così detta legatura a portafoglio. Le più antiche imitazioni di questa legatura sono presenti nei manoscritti Indù che provengono dal Kashmir. Un compromesso tra il libro poṭhī indiano fatto con la corteccia di betulla e il codice musulmano di carta fu raggiunto nel XVII secolo, quando il blocco del libro poṭhī fu piegato in due e cucito in un unico fascicolo (monofascicolo), quest’ultima una caratteristica del codice indiano; poiché ogni bifoglio era largo per nemmeno la metà del monofascicolo, il manoscritto era in formato verticale (più alto che largo). La coperta poteva coprire i bordi con stoffa o pelle ed era unita con il resto del manoscritto da una singola cucitura con un filo abbastanza resistente. Le pagine erano protette in questa maniera rudimentale da diversi risguardi all’inizio e alla fine, con pezzi molto rigidi di carta inseriti sotto il filo di cucitura nel centro (Losty 1982, plate XXXVI). Il testo era ancora inserito tra i margini laterali, non decorati. Il riavvicinamento finale avvenne nei manoscritti del tardo XVIII secolo in alcuni esemplari basati sulla tradizione del nord su quelli del Kashmir, come a Jaipur dove era utilizzata carta di alta qualità. In questa tradizione i fogli erano divisi in fascicoli e cuciti nella parte posteriore, uniti alla coperta per un lembo. Inoltre la cucitura era solo raramente sul lato lungo perpendicolare alla linea del testo, ma più frequentemente il testo correva parallelo al lato lungo della carta e la cucitura era spesso in cima, mantenendo la forma del libro poṭhī, (Losty 1982, 128-129). Occasionalmente la cucitura era lungo il lato corto, il che significava che il testo doveva essere scritto allo stesso modo che nel libro poṭhī sul recto e sul verso. La coperta di questo tipo di manoscritto generalmente includeva le alette chiamate jihvā; spesso un filo attaccato alla punta dell’aletta era destinato a essere avvolto intorno al manoscritto per una sua maggiore sicurezza. La stoffa era generalmente usata per coprire la coperta del libro fatta di broccato, velluto, seta o cotone, spesso splendidamente ricamata con fili colorati d’oro o d’argento. Fin dal XVIII secolo per avvolgere il manoscritto era usata anche la pelle, generalmente di daino, ma qualche volta anche di tipo esotico come la pelle di tigre o di cervo avvolta intorno alle foglie di palma del libro poṭhī. Infine, come ulteriore protezione dagli attacchi di insetti e dalle estreme temperature e umidità, i manoscritti di differente formato erano avvolti in pezze quadrate di cotone e qualche volta inseriti in una scatola. La stoffa tradizionalmente usata era cotone colorato con un prodotto a base di arsenico (orpimento). 86

Cina Nel sito di Dunhuang, città cinese nella prefettura di Jiuquan posta sulla via della seta, e uno degli incroci di culture più significativi del pianeta, sono stati rinvenuti alcuni manoscritti sino-tibetani, impaginati in forma di codice, risalenti all’VIII-IX secolo. Drège (1979, 21-25) ne fornisce la fascicolazione, evidenziando in alcuni casi una costruzione del fascicolo diversa rispetto ai codici occidentali e a quelli islamici. Drège (1979, 28) ritiene comunque che, trattandosi di casi isolati, il ritrovamento di questi manoscritti sia da attribuire a un bibliofilo che sperimentava nuove forme di assemblaggio del libro, non essendo attestato il manoscritto in forma di codice in altre parti della Cina, poiché a quanto pare questa forma non sembra avere avuto nessuna diffusione nel resto del paese. Appare quindi ragionevole ritenere che questi tentativi di assemblaggio del libro provengano probabilmente da un’influenza del codice islamico od Occidentale, trovandosi il sito di Dunhuang al confine con l’India (Drège 2014, 373-376).

Tibet Il libro a forma di codice, chiamato deb ther o ’go tshem (De Rossi Filibeck 2006, 293, n. 10; Drège 1979, 21-25), generalmente cucito sul lato sinistro o in alto, era popolare nel X secolo per i testi religiosi, particolarmente per quelli rituali o di genere liturgico. Helman-Ważny (2014, 62-65 e fig. 26-32) descrive alcuni manoscritti in forma di codice conservati in numerose biblioteche, ma ritiene che questa forma abbia avuto una diffusione molto minore di quella del libro indiano chiamato pustaka o poṭhī. È probabile che questa tipologia di manoscritto sia stata importata dall’India dove era penetrata con i Persiani. Helman-Ważny (2014, 75) conclude dicendo che ogni tipologia di libro suggerisce una differente regione di origine e influenze diverse sulla sua tecnica di produzione.

Giappone Anche se non viene normalmente considerato un codice, in Giappone si svilupparono due forme autonome di legatura, che prevedevano la piegatura dei fogli e il loro inserimento uno dentro l’altro, a formare un fascicolo. Daifuku chō (libro ad album) Questa forma di libro, non più presente in Giappone, durante il periodo Edo (1603-1868) svolse un ruolo essenziale per la realizzazione dei diari di viaggio, dei registri degli ospiti nelle locande e soprattutto per i libri dei conti dei commercianti (fig. 36). I fogli erano piegati doppi, ma la piega era fatta sul lato lungo del libro; il filo di cucitura, dopo essere stato passato nei fori, era legato lasciando libere le estremità (Ikegami 2003, 68-71). Una variante era costituita dal hantori chō, utilizzato dai mercanti per registrare le transazioni. È chiamato anche Libretto delle ricevute di Shokusanjin, perché utilizzato da Ōta Shokusanjin, un famoso artista del tardo XVIII secolo e primi del XIX secolo. In questa tipologia di libro i fogli sono piegati e inseriti uno dentro l’altro, forando il lato della spina per il passaggio del filo di cucitura ma, a differenza del daifuku chō senza tagliare il bordo. Come nel caso precedente, il formato è oblungo (Ikegami 2003, 72-74).

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36. Libro dei conti giapponese (daifuku chō) (Ikegami 2003, 68).

Retsujōsō (retchōsō) In maniera leggermente diversa il retsujōsō (legatura a fascicoli allineati) detto anche retchōsō, prevede di impilare più fogli in gruppi di una decina e, piegandoli dal centro verso l’interno, sovrapporli a combinare più fascicoli, applicarvi una copertina sopra e sotto e, forando i fascicoli in quattro punti dalla parte della piega, rilegarli con due fili. Dal momento che si utilizza una carta più spessa come il torikogami, la scrittura è possibile sia sul recto sia sul verso dei fogli. Questa tipologia di libro è esclusivamente giapponese e non trova un riscontro in Cina (Ikegami 2003, 78). Mentre nel detchōsō di norma - ma non sempre - la legatura è realizzata al termine della scrittura del testo sui singoli fogli volanti e non si presentano dunque fogli bianchi, in genere nel retsujōsō l’operazione di scrittura avviene sull’intero volume già composto e legato anche provvisoriamente ed è quindi frequente riscontrare fogli bianchi. La forma del retsujōsō, con cui sembra aver inizio la legatura a filo è per tradizione ritenuta autoctona, nonostante la presenza anche in Cina di esemplari degli inizi dell’epoca Song (960-1279) realizzati con tale tecnica, poi abbandonata. In ogni caso in Giappone questo sistema ha conosciuto un notevole sviluppo con perfezionamenti, migliorie e varianti fino all’epoca Edo (Ikegami 2003, 78-85; Kornicki 2001, 43-44; Ruperti 2006, 19-20). Sempre legatura a filo è il Yamato toji, in uso forse dalla tarda epoca Heian (794-1185), che consiste nella sovrapposizione dei fogli in fascicoli alla maniera del retsujōsō, a cui forse il termine in origine si riferiva, o più sovente, nell’unione di fogli singoli come nel fukuro toji, fissandoli tra loro e poi rifissandoli con le copertine con un laccio o più fili visibili combinati in quattro punti, due sopra e due sotto, con effetti decorativi (Ikegami 2003, 4-6; Kornicki 2001, 49-51; Ruperti 2006, 20).

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Libro mastro Un altro tipo di legatura tradizionale giapponese, utilizzata per i libri mastri ma non utilizzata dai legatori professionisti e di cui non possediamo una descrizione storica, consiste in un volume monofascicolo, costituito da un certo numero di fogli piegati e inseriti uno dentro l’altro, con un filo di cucitura che passa attraverso due buchi fatti al centro (fig. 37) (Ikegami 2003, 62-66).

37. Libro mastro (Ikegami 2003, 62).

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La altre forme del libro in Asia Se in Occidente i polittici di tavolette di legno hanno dato origine alla nascita del codice, forse a opera della religione cristiana (Roberts and Skeat 1983) o per un’origine pagana, in Cina il passaggio dal rotolo al libro, inteso nella sua accezione più ampia cioè di fogli uniti insieme e inseriti in una coperta, fu determinato principalmente dall’influenza del libro indiano costituito da foglie (libro poṭhī) e dal buddhismo (Martinique 1983, 15-18; Tsien 1987, 230-231), generando forme diverse. Purtroppo come ha osservato J-P. Drège (2014, 1) il libro asiatico e cinese in particolare, è poco conosciuto e studiato: «Oggi, malgrado la grande quantità di manoscritti disponibili, la storia del libro cinese resta limitata in gran parte al periodo del libro a stampa. Certo la maggior parte delle opere generali dedicata alla storia del libro cinese fa risalire l’invenzione del libro alle iscrizioni su guscio di tartaruga o alle iscrizioni su bronzo dell’epoca Shang e degli Zhou, ma non danno spazio ai manoscritti su bambù, seta, legno e su carta rispetto ai documenti che li hanno preceduti».

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Il libro di foglie India In India, il più antico concetto di libro è una raccolta di pagine fatte di foglie di palma o di corteccia lavorata (tapa), in seguito di carta, inanellati da una corda e posti tra due assi di legno in funzione di coperta. Il termine sanscrito per questa forma del libro è pustaka, normalmente tradotto libro; la parola derivata in hindi è poṭhī, ma questo termine è utilizzato per indicare anche libri di altri materiali - corteccia, avorio, metallo, tessuto - ed è stato mantenuto per molti secoli nel nord dell’India anche dopo che la carta aveva sostituito le foglie di talipot (Corypha umbraculifera), cioè di palma. Le foglie possono essere tagliate in diverse forme, dando al manoscritto la forma di una mucca o di un lingam (rappresentazione Indù di Shiva) o di un rosario, spesso con una piccolissima scrittura incisa. La forma tradizionale del manoscritto è costituito da foglie con un foro al centro o nel caso di libri molto voluminosi, da due fori, uno a destra e l’altro a sinistra. Le foglie sono generalmente inserite tra due tavolette di legno mentre una stringa (sūtra o nāḍī) è passata nel foro

38. Saggio indiano che legge un libro di foglie. 91

39. Libro poṭhī

per tenere uniti i fogli. Il manoscritto è poi avvolto in un pezzo di stoffa di cotone o di seta. La coperta in legno (paṭa o paṭlī) è spesso decorata con incisioni di tipo floreale, disegni geometrici o con disegni colorati. Per preservare il manoscritto dagli agenti atmosferici è poi legato con una stringa che impedisce la circolazione dell’aria al suo interno. Un proverbio bengalese dice che se si vuole proteggere un manoscritto come fosse un figlio, bisogna legarlo strettamente come fosse un nemico (Datta 1970, 136). Nel sud dell’India e anche in altre parti del subcontinente indiano la coperta di legno di questo tipo di manoscritti è forata per consentire il passaggio delle stringhe che legano il documento. Nelle biblioteche giainiste nell’ovest dell’India i manoscritti sono conservati in sacchi di cotone poi riposti dentro scatole di metallo. Solo in Nepal le coperte dei manoscritti sono fatte di metallo. Generalmente le assi di legno che coprono il manoscritto sono ottenute utilizzando legno stagionato di Śāl (Shorea robusta) o albero di Seguna (Tectona grandis), ma anche di legno dell’Albero del pane (Artocarpus integrifolia). Nell’Assam i manoscritti che trattano la storia delle divinità dei serpenti (nāga) sono avvolte in pelle di cobra (Datta 1970, 1136). I manoscritti di corteccia di betulla invece, a volte sono a fogli sciolti, come nei manoscritti di carta, con la conseguenza che i fogli possono facilmente essere spostati. Il manoscritto con un solo un foro al centro attraverso cui passa il filo, è detto anche ola o ole; quando invece è praticato un unico foro sul bordo, è detto a ventaglio. I più antichi manoscritti con foglie di palma tendono ad avere un unico foro annodato a circa un quarto del percorso dal margine sinistro. La posizione del foro di questi manoscritti suggerisce che il formato fosse basato su un precedente utilizzo di materiali diversi, probabilmente listelli di legno con fori a un’estremità e tenuti assieme da una corda, come quelli provenienti dal regno di Khotan nel II secolo (antico stato che oggi corrisponde alla regione autonoma cinese di Xinjiang). Questi manoscritti in formato oblungo, in un secondo momento ebbero un simile buco a un quarto del percorso dal margine destro, ma questo secondo foro non sembra avere una funzione. A volte la corda è sostituita da due punte di metallo fissate alla coperta. Nel corso dei secoli il foro nel manoscritto tende a muoversi avvicinandosi sempre di più alla posizione più naturale per esso, cioè al centro della foglia. Il manoscritto indiano, costituito da foglie di palma, può essere così di tre tipi: a) con due fori posti alle due estremità, attraversati da un filo (fig. 39); b) con un unico foro posto ad una estremità, attraverso cui passa un filo, in questo caso è detto a ventaglio (fig. 40);

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40. Libro a ventaglio

Il formato del manoscritto Nel suo Daśavaikālica-sūtra, Satynedra fornisce i nomi di alcuni tipi di manoscritto (Shivaganesha Murthy 1996, 103-104): - Gaṇḍī, è un manoscritto spesso, più ampio al centro che ai margini. - Muṣṭi (pugno) è di piccolo formato e può essere tenuto in un pugno. - Sampuṭa-phalaka è il manoscritto con piatti in legno. - Chedpaṭi è un libro piccolo con pochi fogli. - Poṭhī e photho sono libri che racano la cucitura al centro. Le dimensioni della carta e lo spessore del libro poṭhī sono minori di quello potho. - Guṭka è un libro che misura 15 x 10 cm. - Pānāvalī, a volte chiamato anche poṭhī è oblungo e cucito sul lato corto. I caratteri interni del libro Tutti i manoscritti, sia su foglie di palma sia su carta, utilizzano un layout simile, per cui è possibile formulare dei principi generali. Sia i manoscritti di carta sia quelli di corteccia di betulla, sono scritti con la penna mentre quelli di foglie di palma sono generalmente incisi con un ago appuntito, ma vi sono anche alcuni esempi di foglie di palma scritte con la penna e l’inchiostro. La scrittura è generalmente orizzontale, in linee perfettamente dritte qualunque fosse la scrittura utilizzata per tutta la lunghezza del foglio. Sulla corteccia di betulla, la scrittura è parallela alle lenticelle, mentre quella su carta non ha nessuna regola, ma se il foglio di carta è oblungo come la foglia di palma, la scrittura è orizzontale. Nel foglio è lasciato un margine sufficiente a sinistra su entrambi i lati della foglia/foglio e la scrittura è piena fino in fondo. Se un nuovo testo comincia nella stessa pagina, la scrittura è continua. A volte, l’inizio di un nuovo capitolo è distinto da una linea. In questo caso la linea precedente è riempita dalla ripetizione di una parola come a esempio śrī, fino alla fine del margine della riga. Le linee sono perfettamente allineate nella parte finale 93

(testo giustificato). Uno spazio rettangolare è lasciato vuoto intorno al foro della corda di cucitura, altrimenti la scrittura è continua da sinistra fino al margine destro della pagina. Mentre la foglia di palma è sempre scritta su ambedue i lati, la carta e la corteccia di betulla a volte recano la scrittura solo su un lato. Nell’incisione delle foglie, queste sono poggiate su una tavola di legno che si tiene nella mano sinistra e sono scritte con uno stilo tenuto nel pugno della mano destra. Il foglio di carta/ corteccia invece, è collocato in grembo o su uno sgabello basso posto di fronte. Quasi tutti i manoscritti cominciano con il saluto a Gaṇeśa e/o alla divinità preferita o al guru dello scriba, seguito dal titolo dell’opera e dal testo. A volte il titolo dell’opera è scritto sul margine sinistro del foglio, come il titolo dell’eventuale capitolo. Al-Biruni riferisce invece che il titolo era scritto alla fine del volume, non all’inizio, forse riferendosi al colophon (Sachau 1910, 1:182). In un testo come Rāmāyana, che ha numerosi canti, un particolare segno è notato sul margine sinistro ogni volta che finisce un sarga (canto) e un altro quando comincia. Lo stesso segno è generalmente utilizzato per indicare la fine e l’inizio di una sezione o capitolo. Le lettere (da 7 a 8 per 25 mm) sono tutte di eguale dimensione e altezza e poggiano tutte sulla stessa linea di base. Quando un testo contiene un commento, vi sono tre modi di scriverlo: 1. il testo è prima scritto in maniera continua ed è seguito dal commento; 2. un verso o una linea è seguita dal relativo commento; 3. il testo è scritto nel centro della pagina ed è contornato dal commento, come le glosse nei manoscritti medievali. Un libro manoscritto spesso contiene numerosi testi differenti, caratteristica molto comune nei manoscritti di foglie di palma; in questo caso i testi sono copiati uno dietro l’altro. Comunque il raggruppamento non è eterogeneo. Cartulazione La cartulazione (paginazione) dei manoscritti è a carte, non a pagine, annotata sul margine sinistro, spesso a metà del foglio nei manoscritti cartacei e su quelli su foglie di palma. Punteggiatura La sola punteggiatura che si può trovare nei manoscritti indiani è il tratto verticale chiamato daṇḍa, singolo o doppio. Nei testi in prosa, un singolo daṇḍa indica la fine della frase mentre un doppio daṇḍa la fine del capitolo. Nei testi in versi, il singolo daṇḍa è alla fine della prima metà della strofa e gli altri alla fine. A volta un doppio daṇḍa, una lineetta e il doppio daṇḍa, sono utilizzati per indicare la fine di una sezione. Abbreviazioni Nelle antiche scritture dell’India sono presenti diversi tipi di abbreviazione, la più antica delle quali è quella dell’iscrizione di Aśoka (III-II secolo a.C.). Nelle più antiche iscrizioni, una piccola linea soprascritta, la così detta kākapada o haṃsapada, indica l’omissione di alcune lettere. Nei manoscritti del Sud dell’India la croce, spesso sostituita da una piccola svastica, è utilizzata per indicare una omissione intenzionale, spesso dovuta a una difetto del manoscritto originale che si sta copiando. Altri segni utilizzati per indicare le omissioni sono un puntino o una linea o un tratto sopra la linea della scrittura. Nell’ovest dell’India la prima abbreviazione si trova nell’iscrizione di Andhra, del re Siri-Paḷumāni del 150 d.C. Nel nord-ovest dell’India, le abbreviazioni sono anch’esse molto comuni nelle iscrizioni del periodo dell’impero Kuṣāna (I-III secolo). Dall’XI secolo divennero invece frequenti le abbreviazioni dei titoli e dei nomi di tribù, caste ecc. (Bühler 2004, 110-111).

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Colophon Alla fine dell’opera si trova generalmente, ma non sempre, il colophon, che può essere semplice con la citazione del titolo dell’opera o può fornire informazioni sull’autore/poeta, i suoi titoli, ascendenza, ecc. Alla fine del capitolo/canto di un’opera può esserci un secondo colophon, ma invariabilmente questo è più semplice, citando solo il titolo, il numero e il nome del capitolo, eccetto il colophon del primo capitolo/canto, il quale spesso è completo. Il colophon alla fine di un’opera può contenere uno o più dei seguenti elementi: 1. titolo dell’opera; 2. nome dell’autore; 3. nome dei genitori; 4. nome del maestro; 5. luogo dell’autore; 6. nome del padrone con o senza il nome dei suoi genitori; 7. data di completamento dell’opera. Miniatura e decorazioni L’arte della miniatura fu portata in India dall’invasione musulmana a partire dal XIII secolo (Losty 1982, 37-54). Esistono comunque rare testimonianze di manoscritti miniati indiani risalenti al XII secolo (Shivaganesha Murthy 1996, 108). Diverso il discorso per quanto riguarda la decorazione. I manoscritti su foglie di palma sono generalmente riccamente decorati.

Cina Tra il VI e l’VII secolo il monaco cinese I-Ching (635-713) trascorse parecchi anni a studiare nel monastero indiano di Nalanda in India e una volta ritornato in patria nel 685, trascorse quattro anni a tradurre i testi buddhisti. Dopo di lui altri monaci trascorsero molti anni in India a studiare i testi buddhisti mentre da altri paesi asiatici erano inviati doni all’imperatore cinese, tra cui libri nel tradizionale formato indiano (Martinique 1983, 15-16). Questa forma di libro, detta ole o ola (Drège 2014, 361-364) (fig. 41) o anche legatura classica buddhista (fig. 42), si riferisce al tipo di libro indiano composto di foglie di palma oblunghe (dal tamil olei, «foglia»), il quale fu

41. Legatura classica buddhista. (Historical. 198?, 23) 95

introdotto dalle regioni dell’ovest a imitazione dai manoscritti provenienti dall’India buddhista, il così detto libro poṭhī. Questa legatura dei libri indiani buddhisti, entrò in uso e si diffuse in Cina tra la metà della dinastia Tang (618-907) e il periodo delle Cinque dinastie (907-960). Nel libro cinese le foglie di palma furono sostituite da fogli di carta, ma il libro si presentava sempre in formato oblungo, con uno o due fori che attraversavano tutti i fogli legati con una stringa, come nel libro indiano indiano. Questa legatura fu in seguito definita legatura al modo delle tavole indiane (fanjia zhuang) (Historical 198?, 23). Una evoluzione di questi tipo di legatura in Cina, è rappresentato

42. Ole o Ola cinese

dalla legatura stile sūtra buddhista ovvero a concertina di cui si è discusso in precedenza (jingzhe zhuang) (Drège 2014, 365-367; Historical 198?. 24-25; Martinique 1983, 15-22; Tsien 1984, 24-25; 1987, 229-230). L’uso di questo tipo di libro sembra essersi diffuso a Dunhuang sotto l’influenza dei Tibetani, che occuparono la regione tra il 781 e l’848. La trascrizione del testo su foglietti isolati e destinati in seguito a formare una serie continua impose l’esigenza di numerare i fogli, novità che si sarebbe trasmessa alle forme successive del libro.

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Tibet La scrittura tibetana nasce tardi, intorno al VII secolo d.C. Quando tra il 792 e il 794 anche il Tibet abbraccia il buddhismo, pur continuando a mantenere il libro in forma di rotolo, recepisce anche la forma caratteristica del libro indiano su cui sono scritti i sacri testi. Questa forma di libro, è molto fragile e facilmente attaccabile dagli insetti, motivo per cui i più antichi esemplari che ci sono giunti sono posteriori al XVI secolo, rinvenuti durante gli scavi a Dunhuang. Durante la seconda diffusione del buddhismo, dopo la caduta della monarchia, avvenuta a metà del IX secolo e dopo un periodo oscuro e travagliato su cui le fonti tacciono, l’interesse tibetano ritorna alle fonti del buddhismo portato dal pandit indiano Atīśa (982-1054) nell’ovest del Tibet nel 1042 e nel Tibet centrale nel 1045; in questo periodo il modello di libro indiano (pustaka) si diffonde in tutto il paese.

Sud-Est asiatico Il libro di foglie di palma, simile a quello indiano chiamato pustaka, era prodotto in gran varietà nei monasteri buddhisti e presso le corti birmana, thailandese, cambogiana e laotiana. La produzione di manoscritti di foglie era considerata un’attività di grandi meriti. Il principale tipo di foglie utilizzato per la produzione dei manoscritti era quello della palma (Corypha umbraculifera), la stessa utilizzata in India. I fogli erano lunghi 45-60 cm e larghi 4,5-6 cm; i più corti 25-30 cm. Vi erano normalmente da tre a cinque linee di scrittura su ogni lato della foglia. A volte erano decorate con piccoli disegni. La scrittura era incisa con uno stilo di metallo prima di applicare il nerofumo il quale era poi asciugato, lasciando il nero solo nell’incisione. Un copista scriveva da tre a quattro foglie di palma al giorno (Quigly 1956, 22). Alle due estremità delle foglie di palma passava un filo, come nel manoscritto indiano (Quigly 1956, 14) (fig. 43). I fogli erano poi legati con una stringa e conservati tra due tavolette di legno. Queste tavolette a volte erano laccate e dorate o decorate con intarsi di vetro o madreperla. Generalmente i manoscritti di foglie di palma erano più comunemente usati per i testi religiosi. Molto raramente questi manoscritti erano redatti su listarelle di bambù, come i manoscritti cinesi. Nella tradizione giavanese e balinese la scrittura su foglie di palma è molto popolare, e questa continua ancora oggi, specialmente nell’isola di Bali. La pianta utilizzata è quella della palma lontar (Borassus flabellifer) la stessa utilizzata in India. Nel sud di Sulawesi, in Indonesia, la parola per manoscritto è lontaraq, un chiaro riferimento alla palma utilizzata per i manoscritti (Wieringa 2010, 387). Un tipo particolare di documento è quello chiamato kammavâcâ. Si tratta di un manoscritto utilizzato normalmente in Birmania per i riti monastici buddhisti. Contiene le regole del servizio monastico, inclusi gli scritti (khandaka) sull’ordinazione e le ammonizioni dei nuovi monaci. Questo manoscritto è costituito da un certo numero di foglie non legate, in genere protette da una coperta di legno di teak laccato marrone o arancio, a volte decorata con pannelli ricoperti di foglia d'oro o laccati con intarsi di vetro. Alcuni rari esemplari sono scritti su foglie di avorio. Quando dei ragazzi entrano in un monastero per un periodo, pratica che rimane obbligatoria, i genitori presentano al monaco che presiede, un kammavâcâ concernente l’ordinazione (Igunma 2010, 392; Cave-Ayad 2015, 40-41).

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43. Libro di foglie di palma singalese. Berlin, Museum für Asiatiske Kunst.

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Libro a vortice Cina Tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo, durante la dinastia Tang (618-907), si diffuse il montaggio del libro a vortice o libro a pieghe (hsüan feng chuang) (Drège 2014, 369-372). Questo aveva la forma di un lungo rotolo di carta in cui i fogli erano assemblati uno dietro l’altro, ma uniti da bordo a bordo, dopo essere stati impilati (un foglio supplementare incollava la prima carta e l’ultima). Questo tipo di legatura era riservato soprattutto alle raccolte di rime e alle opere di consultazione e fu sperimentato in diverse formule, che in alcuni casi prevedevano l’incollatura e in altri la cucitura dei fogli. Ciascun foglio era composto da due pagine incollate l’una sul verso dell’altra, scritte ognuna solo sul recto. Le sue dimensioni erano di circa 30 cm di altezza e di 90 cm di lunghezza. I fogli si succedevano come in una scala, da cui il nome di «scala del dragone» (longlin zhuang) o anche, per la sua maniera di svolgerlo, «a vortice» (xuanfeng zhuang).

44. Libro a vortice. (Historical. 198?, 22).

Ci si può domandare se i fogli fossero assemblati prima o dopo essere stati scritti, poiché come nel rotolo solo una faccia risultava scritta, anche se i fogli si presentavano scritti sul recto e sul verso. Questo problema può essere risolto guardando degli esemplari di dizionari xilografati del IX secolo, in cui la stampa precedeva necessariamente l’assemblaggio dei fogli. Questa forma di libro ebbe una vita effimera la quale non andò oltre il X secolo, limitata alla stesura dei glossari. La sua difficoltà di consultazione non era tanto nello svolgimento del volume, quanto nel reperire la sequenza all’interno dell’opera (fig. 44). Corea Questa forma di libro è rara in Corea e si conosce un solo esemplare conservato nell’antico palazzo di Pechino. 99

45. Forme del libro asiatico: Libro a creste (a), Libro a farfalla (b), libro indiano Pothi (c), Libro a ventaglio (d) libro a soffietto (e).

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Libro a farfalla

Cina Intorno al X secolo, con la nascita del libro a farfalla (hu tieh chuang) si diede origine a una lunga serie di varianti in cui erano rappresentati tutti i tipi di formato, certamente riconducibile all’influenza congiunta del montaggio del libro a soffietto e di quello a vortice (Martinique 1983, 31-34). I fogli di carta, che conservavano le stesse dimensioni di quelle dei rotoli, in un primo momento furono tagliati in due parti, a loro volta piegati in due e incollati gli uni agli altri in corrispondenza della piegatura, con aperture alternate di testo stampato e testo bianco. Per libro stampato in Cina, salvo diversa specificazione, si intende sempre il libro xilografato, anche se la stampa a caratteri mobili nasce in Cina nell’XI secolo. Per evitare l’effetto antiestetico delle pagine bianche, le due facciate bianche erano incollate tra di loro in modo da ottenere una sequenza di pagine scritte. Il libro era poi inserito in una copertina rigida, rivestita di stoffa o seta. In Cina questo tipo di libro era costituito da una carta molto sottile, che consentiva la stampa o la scrittura solo su una facciata a differenza del libro giapponese che utilizzava una carta più spessa, ed era scritto o stampato su ambedue le facciate del foglio. Di questo tipo di libro ci sono pervenuti pochi esemplari. Il libro a farfalla ha la particolarità di costituire, nel 90% dei casi, un libro di piccolo formato facilmente trasportabile e per un uso personale. La nascita del libro a farfalla e la riduzione del suo formato, è ritenuto dagli studiosi all’origine di una maggiore diffusione della cultura in Cina. Divenuto un oggetto facilmente trasportabile, il libro si diffuse come un bene personale del lettore (fig. 46).

46. Libro a farfalla.

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I caratteri interni del libro cinese Il libro cinese nella sua forma tradizionale, è sempre stato scritto o stampato su un solo lato, come conferma anche un passo dell’opera del gesuita Matteo Ricci (2000, 17-18) nel XVII secolo: «Come in queste parti è grande l’uso della carta, facendo varie cose di essa oltre i libri e lo scrivere, così si fa essa di varie cose, ma cedono molto alla nostra, e tanto che in nessuna sorte di essa si può scrivere né stampare in ambo le parti, ma di una sola. E così ad ogni nostro foglio rispondono doi dei suoi, e facilmente si rompe e dura poco. Con tutto questo fanno foglia grandissime di doi o tre passi quadrati, et è bianchissima quella che è fatta di bambace [cotone]». La pagina La pagina del foglio cinese è costruita in modo tale per cui ogni parte ha un nome che aiuta a comprendere la sua funzione e natura. Nell’immagine in basso (fig. 47), il formato tradizionale del

47. la pagina del libro cinese.

libro a stampa cinese (un foglio piegato in due pagine) che può essere di un libro a farfalla, a creste o cucito. Anche alcuni manoscritti seguono questo modello a volte con le linee tracciate ma spesso senza recare alcun tipo di linea. L’area di stampa del foglio è chiamata zhimian (la superficie del foglio o margine superiore) . L’area del blocco di legno xilografato è chiamata banmian. Lo spazio intorno l’area di stampa (A) è chiamato tiantou (testa celeste) o anche shumei (sopracciglia del libro) e lo spazio sotto l’area di stampa (B) è chiamata diijao (piede terreno o margine inferiore). Le linee dei bordi (superiore, inferiore, sinistro e destro) o il rettangolo del blocco xilografico è chiamato (C) bianlan. La singola linea è chiamata (D) danbian o danlan, le doppie linee sono chiamate (E) shuangbian o shuanglan. Lo spazio tra le righe verticali del testo è chiamato (F) hang, e le linee verticali che dividono gli spazi (G) sono dette jie (linee di confine). I piccoli rettangoli di carta attaccati nel margine superiore sinistro o nell’angolo in alto a destra dell’area di stampa sono detti (H) shuer (orecchio del libro), erge o semplicemente erzi (orecchia). 102

Il centro di ogni colonna di stampa (l) è detta banxin o bankou. Quando il foglio è piegato e legato con altri fogli come nel libro, l’area è chiamata shoukou (bocca del libro). Il banxin generalmente si divide in tre parti: il mediano è detto (J) zhongfeng (cucitura centrale), può anche fare riferimento al shoukou. La parte bassa e alta del banxin è detta xiangbi (tronco dell’elefante). Se lo spazio è lasciato bianco, è chiamato (L) baikou (bocca bianca); se contiene una colonna nera di larghezza variabile è chiamata (M) heikou (bocca nera). Una sottile linea nera è chiamata xian heikou (filo della bocca nera) o xi heikou; una spessa linea nera è chiamata da heikou (grande bocca nera) o cu heikou (grossolana bocca nera). Un piccoli segmento è chiamato yuwei (coda di pesce), piatto da un lato e a forma di V dall’altro, può apparire sopra il basso xiangbi e/o sotto la parte superiore del xiangbi. Se lasciato bianco (N) è detto bai yuwei (coda di pesce bianco) e se bianco ma delineato da doppie linee, xian yuwei (filo della coda di pesce). Se sono riempiti in nero sono chiamati (O) hei yuwei (coda di pesce nero) (Tsien 2004, 222-223 e fig. 1150; Edgren 1984, 15; 2009, 98). In una stretta colonna sulla piegatura della pagina, possono figurare il titolo del libro, il numero di pagina e a volte il numero e il titolo del capitolo, o il numero dei caratteri nella pagina e il nome dell’incisore (Tsien 2004, 222). Questo formato base della pagina e i termini utilizzati per definire le diverse parti, sono state in uso fino in tempi moderni. Il testo La parte più importante del libro cinese è certamente il testo, il quale è normalmente manoscritto o xilografato, tecnica quest’ultima che risale al VII secolo. Lo stile utilizzato nella stampa xilografica oggi consente, come l’analisi del carattere tipografico nel libro a stampa occidentale, di potere datare il volume e di potere determinare la sua provenienza. Lo stile calligrafico principale è quello derivato da modelli creati dai più famosi calligrafi, ma il carattere più utilizzato durante la dinastia degli Han posteriori (947-950) e stabilito come standard durante la dinastia Tang (618-907) è il lìshū, usato per la stampa fin dalle origini. Infine tre sono gli stili più popolari che furono adottati dagli incisori durante la dinastia Song (960-1279). Questi includono quello di Ou-yang Hsün (557-641), di Yen Chen-Chhing (709-785), e di Liu Kung-Chhüan (778-865). Nei libri xilografati, a volte il testo non era preparato dall’incisore, ma era scritto dall’autore stesso, utilizzando un calligrafo appositamente designato o un membro della famiglia, il quale era considerato un eccezionale scrivano. Fino a quando il testo fu copiato da professionisti, la prefazione del libro era spesso scritta con una calligrafia particolarmente curata. Un’altra particolarità della stampa è quella dei così detti caratteri tabù (hui tzu) dei nomi personali degli imperatori in carica e qualche volta dei loro antenati, che non era permesso utilizzare nella stampa. Il problema posto da questa proibizione era generalmente risolto sia omettendo alcuni tratti del carattere tabù sia sostituendolo con un omonimo o un sinonimo. La presenza o assenza di questi caratteri in un testo, è un ulteriore criterio di datazione, la quale riecheggia l’uso dei nomina sacra nei manoscritti occidentali. Nella formazione del libro cinese, il passaggio dal rotolo al libro a farfalla comportò alcuni adattamenti. Infatti, se nei rotoli manoscritti il testo poteva essere trascritto foglio dopo foglio, sia prima del montaggio, sia sul rotolo già montato, nel caso della xilografia la ripetizione dell’impressione del testo su un certo numero di fogli di carta identici che bisognava conservare prima di procedere all’assemblaggio da cui aveva origine il libro, impose l’esigenza di numerare i fogli e di fornire alcune indicazioni sul testo relative sia al titolo dell’opera sia al numero dei capitoli. Queste indicazioni sono riportate all’inizio di ogni foglio e sono spesso mascherate durante il montaggio, per non spezzare la continuità del testo, come avviene nei rotoli manoscritti. In seguito, con l’adozione del libro a farfalla in cui fogli erano piegati in due, gli stampatori furono indotti a spostare tutte le indicazioni identificative sul bordo destro del foglio, cioè verso il centro, 103

in corrispondenza della piegatura, nel punto definito cuore del tavolo (banxin). Quest’uso ricorda quello presente in alcuni manoscritti europei spagnoli basso-medievali, dove al centro del foglio era riportato il richiamo (Pardo Rodríguez 1995). Abbreviazioni La scrittura cinese, a differenza delle altre scritture contemporanee, non è alfabetica, ma è composta da sillabogrammi, cioè ogni carattere è costituito da un certo numero di tratti che indicano una sillaba che indica una parola. Un sistema abbreviativo non può essere come quelli tradizionali di altre lingue. Nonostante questo molti nomi di luoghi e istituzioni utilizzati frequentemente sono abbreviati mantenendo solo alcuni tratti del sillabogramma, che possono essere quelli iniziali, mediani o finali (Taylor 2014, 66-67). Il frontespizio Il frontespizio nel libro cinese, inteso in senso biblioteconomico come la pagina posta all’inizio del libro contenente il nome dell’autore, il titolo e, di solito, le note tipografiche, è stato oggetto di uno studio di S. Edgren (2004). Il fengmian o fengmianye, inteso come parte fisica del libro cinese, indica il foglio stampato o la pagina che contiene il titolo del libro e altri dati relativi al nome dell’autore, all’editore e alla data di pubblicazione. Usualmente esso si trova come un foglio sciolto posto dopo la copertina o prima dell’inizio del testo del primo volume, ma a volte si trova attaccato all’interno della copertina. La definizione di fengmian o fengmianye per indicare questa pagina del libro è comunque piuttosto controversa. Edgren ha potuto osservare, sulla base di antiche illustrazioni e dall’esame di numerose opere, che il libro cinese tradizionalmente era venduto non rilegato, senza neanche i fori per cucire, con i fascicoli non rifilati (Edgren 2004, 262), così come avveniva in Europa nei primi secoli della stampa tipografica. Il fengmian appare per la prima volta nell’XI secolo (Edgren 2004, 263; 2009, 109), durante la tarda dinastia Song (960-1279), e raggiunge la piena maturità durante la dinastia Yüan (1279-1368). Nato per pubblicizzare il prodotto, simile alla sovraccoperta del libro occidentale nel XIX secolo e alla fascetta pubblicitaria apposta sul libro moderno, questa pagina recava il nome dell’autore in forma più accattivante, spesso sostituito da una combinazione del cognome e del soprannome e spesso con il nome dell’editore e del luogo di pubblicazione. A volte erano anche riportate le pubblicazioni più recenti o quelle in corso di stampa. L’uso di questa copertina durante la dinastia Jin (1115-1234) divenne così diffusa che una sua forma semplificata si trova anche nelle pubblicazioni non commerciali. Secondo J.S. Edgren (2009, 109; 2010: 1, 353-365) è di tutta evidenza che l’origine del fengmian nel libro cinese sia da ricercare nel colophon, da dove migrò all’inizio del volume, così come avvenne nel libro a stampa occidentale nel XV secolo. Il colophon Il colophon è uno degli elementi presenti sia nel libro manoscritto sia nel libro a stampa cinese. A esempio in un documento del III secolo d.C. si trova scritto: «Nel ventiduesimo giorno del primo mese del secondo anno [dell’era] Kang il Bodhisattva [di origine] Yuezi Fahu tenendo in mano impartì [la traduzione orale cinese] a Nie Chengyuan e all’upādhyāya, discepolo e śrama’a Zhu Fashou, che lo con il pennello, ... con l’auspicio che questo sūtra possa circolare diffusamente nelle dieci direzioni [dello spazio], essere trasportato [dappertutto e così] convertire un gran numero di [esseri, in modo che essi] realizzino rapidamente...». Un secondo colophon, scritto due righe immediatamente seguenti il precedente fornisce invece informazioni sull’opera di copiatura: «Terminato di copiare nel diciottesimo giorno del terzo mese del sesto anno [dell’era] Yuankang. In tutto [il manoscritto] consta di trenta [...]-due capitoli, per un totale di 19.596 caratteri». In un altro gruppo di manoscritti risalenti al VI secolo 104

d.C. il colophon riporta le seguenti informazioni: «Terminato di copiare dal copista Linghu Chongzhe nel ventitreesimo giorno del sesto mese del secondo anno [dell’era] , anno guisi [del ciclo sessagesimale] nella zona militare di Dunhuang. Impiegati 21 fogli di carta; [rivisto dal] monaco correttore delle scritture» (Zacchetti 2006, 164-166).

Corea Come in Cina, dal libro a vortice ebbe origine il libro a farfalla (hudiezhuang). Gli esemplari caratteristici di questa forma sono quelli rinvenuti a Karakhoto da P.K. Kozlov, risalenti all’epoca cinese dei Song (960-1279). In questo tipo di libro, ciascun foglio è scritto o impresso separatamente. Caratteri interni del libro Nel libro coreano il numero di colonne della scrittura varia secondo il testo e l’epoca. Il testo comincia con il titolo, seguito dal numero di rotolo o di capitolo nel libro a farfalla o a creste, seguito dal nome dell’autore, del traduttore o del commentatore e termina con il colophon che riporta la data, il luogo di copia e il nome dello scriba.

Giappone In Giappone il libro a farfalla è chiamato detchōsō o kochōsō (legatura a foglie incollate), costituito dalla sovrapposizione di fogli di carta piegati a uno a uno a metà e incollati lungo la piega, come nel libro a farfalla cinese. Nascono in questa fase le forme di legatura con colla o fili che uniscono fogli singoli o piegati in forma di libretto (opuscolo) (sasshibon o sōshi). Se in Cina, con un progressivo assottigliamento della carta, si vide prevalere la scrittura e la stampa su una sola facciata dei fogli con la conseguenza che sfogliandolo si alternavano le pagine scritte a quelle bianche, in Giappone, anche gli esempi più antichi preservati, come a esempio quelli di Kūkai (774-835), mostrano l’utilizzo di una carta più spessa, in cui la scrittura era presente sia sul recto sia sul verso.

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Libro a creste

Cina Durante la dinastia Song meridionale (1127-1279), la forma del libro cambiò ancora, assumendo la forma del così detto libro a creste (Maniaci 1996, 71-72) in cinese chiamato pao pei chuang e in inglese wrapped back. Questo era formato da un insieme di fogli piegati in due incollati gli uni agli altri lungo i bordi laterali, in modo che la serie delle piegature venisse a coincidere con il taglio esterno del volume, venendo così a superare gli inconvenienti che presentava il libro a farfalla. I fogli erano poi inseriti in una coperta rigida, incollata sul dorso del volume. Siccome era difficile la riparazione di questo tipo di legatura senza rovinare ulteriormente il libro, soggetto frequentemente a rottura, si decise di passare attraverso la spina un filo di seta o cotone, per rinforzare il dorso e finalmente, intorno al XVI o XVII secolo, la coperta incollata al dorso fu sostituita da una legatura cucita (hsien chuang) ottenendo così il libro cucito (Nordstrand 1967, 108-112). Questo tipo di legatura rimase comune durante le dinastie Yuan (1279-1368) e Ming (1368-1644). In questa forma di libro erano stampate solo le due facciate esterne, lasciando bianche quelle interne (fig. 48).

48. Libro a creste.

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Giappone L’uso del filo nella legatura vide il suo utilizzo nel fukuro toji (legatura a sacco), corrispondente al libro a creste della tradizione cinese. Questo tipo di legatura in breve dominò il mercato giapponese del libro per oltre il 90% di tutti quelli stampati e manoscritti (Kornicki 2001, 44). Proveniente dalla Cina in epoca Ming (1368-1644 ) o forse antecedentemente e riscontrabile in Giappone almeno dall’epoca Muromachi (1336-1573), perdurò anche in epoca Tokugawa: questa legatura consisteva nel fissare con un filo dei fogli già vergati a mano o stampati sul fronte, piegarli a metà in senso verticale, sovrapporli e legarli sul lato opposto a quello piegato (ossia a destra). Infine erano applicate due copertine (piatti anteriore e posteriore), fissando poi il tutto con il filo (Ikegami 2003, 4-6; Kornicki 2001, 44; Ruperti 2006, 20 La conservazione del libro I pochi viaggiatori europei e americani, missionari e altri che visitarono il Giappone tra il 1850 e il 1860, riconobbero il Giappone come una comunità che amava i libri, nella quale il libro era il principale veicolo di trasmissione dei testi, disponibile a fianco di altri beni commerciali di uso quotidiano (Kornicki 2001, 46). In quest’ottica la conservazione del libro assumeva una grande importanza. Nel periodo Tokugawa, come mostrano le illustrazioni coeve, i libri erano conservati impilati su un fianco per via della copertina floscia. A volte venivano conservati in scatole di cartone rigido con un rivestimento di stoffa, conosciute come chitsu, ma nella maggior parte dei casi si presentavano fragili fino ai primi anni del periodo Meiji (1868-1912). La copertina rigida in cartone divenne di moda solo nel XIX secolo per i libri stampati con i caratteri mobili metallici al fine di dare al volume un aspetto occidentale. Gli Occidentali consideravano comunque il libro giapponese fragile, così che collezionisti e bibliotecari occidentali nel XIX secolo tendevano a sostituire le copertine originali con altre rigide, spesso perdendo il daisen e il okuzuke in questa operazione, fino a che nel XX secolo il libro giapponese non fu prodotto alla maniera occidentale con una copertina rigida. Non è un caso che molti libri giapponesi e cinesi, conservati oggi nelle biblioteche occidentali, non rechino più la copertina originale ma una legatura in pergamena o carta montata su piatti in cartone rigido. Il frontespizio La copertina, in aggiunta alla qualità artistica e al valore informativo, dal XVII secolo in poi reca un foglietto con il titolo (daisen). Spesso questi fogli recano semplicemente il titolo, ma occasionalmente forniscono anche un sommario del contenuto (mokuroku-daisen) o delle illustrazioni (edaisen). In virtù della sua posizione, il foglio è spesso tolto dalla coperta, e quando il volume era ricopertinato, solo raramente era trasferito sulla nuova legatura. Inoltre spesso il daisen, conosciuto come gedai, differisce dal titolo interno: la differenza può essere piccola ma alcune volte quando le matrici di stampa xilografiche passavano a un altro editore, era preparato un nuovo daisen che differiva da quello vecchio, a volte con lo scopo di ingannare l’incauto acquirente facendo credere che si trattava di una nuova e differente opera (Kornicki 2001, 46). Nel libro giapponese era presente una specie di sovraccoperta, che poteva essere di due tipi: il primo era costituito da un foglio di carta più pesante che avvolgeva il libro come un marsupio, conosciuto in Giappone come fukuro-toji; l’esempio più antico conosciuto è del 1731. Il secondo tipo era una sorta di copertina in caratteri rossi e neri, apparsa la prima volta nel 1855 (Edgren 2004, 266; Kornicki 2001, 44, 56).

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Il colophon Alla fine del libro, sia manoscritto sia a stampa, vi è normalmente un colophon. Nel caso dei manoscritti questo può essere di due tipi. Il primo, detto hon-okugaki, è un testo scritto dall’autore relativo alla composizione dell’opera cui è postposto il quale è spesso copiato insieme con il testo quando sono fatte delle copie successive. Il secondo, il shosha-okugaki, è un’ulteriore nota aggiunta dalla persona responsabile della pubblicazione della copia di un manoscritto preesistente, che spesso consiste in un nome e una data, ma che fornisce anche importanti informazioni circa la provenienza del manoscritto originale dal quale la copia è stata tratta. Con il libro a stampa, intendendo con questo termine sia quello xilografato sia quello stampato con i caratteri mobili, sono comuni due tipi di colophon, anche se non sempre distinguibili. Uno è il kanki, il quale si trova alla fine del testo usualmente sull’ultimo foglio stampato; l’altro è l’okuzuke, il quale è posto in un foglio separato all’interno della copertina posteriore e che spesso andava perso quando il libro era rilegato. Nel periodo Tokugawa (1600-1868) poiché i legni xilografati spesso cambiavano mano, era comune stampare il colophon, alterarlo o sostituirlo, ma in molti casi anche il nuovo editore semplicemente lasciava il vecchio kanki e aggiungeva un nuovo okuzuke. La divisione interna del libro Il libro giapponese, in particolare nel periodo Tokugawa (1600-1868), è generalmente costituito da un numero di unità fisiche distinte (satsu), ma queste e la loro divisione interna, non corrispondono con la divisione fisica del volume. I singoli volumi sono generalmente divisi in un numero di maki, un termine che significa rotolo e deriva dal tempo in cui in Giappone il rotolo era la forma standard del libro. Verso la fine del periodo Tokugawa, comunque, la struttura interna del libro diviene più complessa, particolarmente nei casi delle opere narrative più lunghe come lo yomihon e il ninjōbon, i quali sono divisi in hen o shū, ognuno dei quali è a sua volta diviso in cinque o dieci maki. Ciò è in parte una conseguenza del fatto che le opere di questo genere erano spesso pubblicate a cadenze periodiche ma sempre più spesso riflettevano l’immaginario complesso della struttura rappresentata nel testo. Mentre le prefazioni non erano affatto sconosciute prima dell’era Tokugawa, in seguito esse assunsero una grande importanza e non è affatto insolito che un libro contenesse quattro o cinque prefazioni e alla fine una postfazione in aggiunta a un indice dei contenuti e possibilmente altri scritti preliminari come delle pubblicità. Le prefazioni spesso giocavano un ruolo significativo in un mercato che cominciava a diventare sempre più sensibile all’autore per il quale era frequente allegare una prefazione di un autore più o meno conosciuto. Le dimensioni del libro La dimensione standard del libro giapponese si identifica nel minobon, ovvero un volume di dimensioni conformi a quelle della carta fatta con il kōzo (gelso giapponese della carta) della regione di Mino, sin dall’antichità rinomata come area di produzione, piegata in due. In rapporto a questa sono definite le differenti dimensioni, maggiori o minori: ōhon (libro grande), chūhon (libro medio), hanshibon (libro a mezzo foglio), kohon (libro piccolo) e ancora le dimensioni più ridotte, mamekoron (libro minuscolo), shūchinbon (libro da manica, tascabile) o futokorohon (libro tascabile, da giustacuore). La versione sviluppata in senso orizzontale ad album è lo yokohon, mentre altri formati sono ottenuti attraverso il taglio in più parti del foglio di carta: futatsugiribon, chiamato anche makurabon, mitsugiribon, yotsuribon, ecc. (Ruperti 2006, 20).

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Libro cucito

Cina Il Libro cucito (hsien chuang) è una diretta evoluzione del libro a creste della tarda dinastia Song meridionale (1127-1279) generalmente utilizzato durante le dinastie Ming (1368-1644 ) e Qing (1644-1911). In questa forma la coperta è costituita da un singolo foglio di carta avvolto sul dorso. Si procede poi alla rifilatura del blocco-libro e della coperta, a eccezione del lato di piegatura dei fogli, in modo che i fogli siano tutti delle stesse dimensioni (fig. 49).

49. La cucitura del libro cinese (Ikegami 2003, 66). 109

Quindi si creano dei piccoli fori, di solito quattro, collocati lungo il margine. Due ulteriori buchi sono fatti agli angoli dei volumi di grande formato, per contrastare lo sforzo supplementare dovuto al peso e alla dimensione del volume. Quindi le pagine unitamente alla copertina, sono legate insieme da un filo passato attraverso i fori praticati. In questo tipo di cucitura i singoli fogli sono piegati singolarmente, e il loro allineamento è fatto quasi sempre utilizzando dei segni di piegatura al centro del foglio o secondo la linea inferiore. Dopo aver allineato i fogli, i risguardi sono ottenuti piegando verso l’interno la carta della coperta. Sono stati rinvenuti a Dunhuang, alcuni antichi manoscritti ancora con il filo intatto (Luo 1999, 119-120; Martinique 1983, 388-43; Nordstrand 1967, 108-116; Tsien 1987, 231-232; Ikegami 2003, 47-48) (fig. 50). Quello che distingue il libro cucito cinese da quello giapponese dal codice occidentale, è la mancanza della costruzione del fascicolo, cioè i fogli non sono inseriti uno dentro l’altro come nel codice o in alcuni tipi di libro giapponese, ma ogni foglio è cucito singolarmente.

50. Legatura cinese (Ikegami 2003, 47).

Corea L’ultima fase del libro coreano è il libro cucito, anch’esso probabilmente influenzato dalla vicina Cina.

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Libro a fogli sciolti Tibet Il formato tradizionale del libro tibetano(pe cha) è costituito da fogli sciolti rettangolari sviluppati in larghezza e non rilegati. Ogni facciata contiene in generale cinque o sette lunghe righe di testo. Ciascun foglio, una volta letto, è capovolto lungo il bordo superiore e posto in alto sui fogli precedenti per rilevare due nuove facciate di testo. La parte frontale di ciascun foglio, denominata recto (gon ma = superiore) è scritta dunque a rovescio rispetto a quella posteriore, cioè il verso (og ma = inferiore). Il testo vergato su ciascuna facciata è generalmente racchiuso in una semplice cornice che presenta due campi verticali alle due estremità sinistra e destra. Nel capo sul lato sinistro in generale sono presenti sul recto i numero di pagina, uno per carta e non uno per pagina, e sul verso la forma abbreviata del titolo del testo o della sezione corrente. Il lato destro è perlopiù vuoto ed è oggi spesso utilizzato da molti editori per inserire i numeri di pagina in formato occidentale. I fogli sono racchiusi in una coperta di legno con inserzioni di legno e metallo, spesso abilmente intagliata, colorata, riccamente dorata e a volte decorata con inserzioni di metallo. Il legno utilizzato varia a seconda della regione di provenienza. Il testo è vergato con una scrittura calligrafica. Il frontespizio a volte serve come una coperta interna ed è sempre riccamente ornato con bella calligrafia e spesso decorato. Per la conservazione e per impedire lo smarrimento o il rimescolamento dei fogli, i volumi sono strettamente avvolti in grandi teli quadrangolari detti dpe ras e fissati con una corda piatta o talvolta una fibbia. Le misure dei fogli sono varie. Nelle biblioteche i testi sono conservati infagottati e riposti perpendicolarmente in profonde scaffalature; nell’involto è avviluppata un’etichetta visibile all’esterno che riporta i datti bibliografici più rilevanti. Nelle opere in più volumi o nelle raccolte quali il canone, i tomi sono numerati con le lettere dell’alfabeto. Nel caso di serie con più di 30 volumi si ricomincia dalla prima lettera con la prima vocale (Sanders 2016, 3) (fig. 51). I pustaka rinvenuti a Dunhuang sono di due misure: largo

51. Libro tibetano a fogli sciolti. 111

(20,5 x 72-73 cm) e piccolo (7,5-10 x 26,5-46,5 cm), ma sono noti anche libri di 130 cm di altezza e 170 cm di larghezza.

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La conservazione dei libri in Cina e Giappone Una particolarità del libro cinese e giapponese è la mancanza di una legatura rigida. Al fine di una sua migliore conservazione, i libri erano conservati dentro delle scatole. Qui sotto l’immagine di alcune scatole giapponesi, simili a quelle utilizzate anche in Cina. (fig. 52).

52. Diversi tipi di scatole per la conservazione del libro giapponese (Ikegami 2006, 93).

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