Parerga e paralipomena [Vol. 2] 8845914224, 9788845914225

Il libro parallelo al "Mondo come volontà e rappresentazione", dove Schopenhauer parla delle questioni più alt

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Parerga e paralipomena [Vol. 2]
 8845914224, 9788845914225

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Arthur Schopenhauer

Parerga e paralipomena * *

A CURA DI MARIO CARPITELLA

«Il fondamento e il terreno su cui si fondano le nostre nozioni e scienze è Γinspiegabile. Perciò ad esso riconduce ogni spiegazione, mediante un numero maggiore o minore di membri interme­ di: allo stesso modo sul mare lo scandaglio tocca il fondo ora a maggiore ora a minore profondità, ma alla fine deve raggiungerlo, ovunque. Questo inspiegabile riguarda la metafisica». ARTHUR SCHOPENHAUER

In copertina: Axel Leonard Klinckowström, Vista dalla fi­ nestra di Ljungsslott (inizi del XIX see.). Ostergötlands Mu­ seum, Linköping.

€ 32,00 DUE VOLUMI INDIVISIBILI

ISBN 978-88-459-1422-5

9 788845 914225

GLI ADELPHI

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Apparsi nel 1851, i Parerga e paralipomena equivalgono per ampiezza al Mondo come volon­ tà e rappresentazione e, assieme a questo, costi­ tuiscono i quattro quinti dell’intera opera di Schopenhauer. L’autore vi lavorò sei anni, dal 1845 al 1850, e anche dopo la pubblicazione non cessò di apportarvi correzioni e aggiunte. Di Arthur Schopenhauer (1788-1860) sono apparsi presso Adelphi L’arte di ottenere ragione (1981), La filosofia delle università (1992), Sul mestiere dello scrittore e sullo stile (1993), Scritti postumi I (1996) e III (2004), L’arte di essere felici (1997), L’arte di farsi rispettare (1998), L’arte di insultare (1999), L’arte di trattare le donne (2000), Il primato della volontà (2002), L’arte di conoscere se stessi (2003), L’arte di in­ vecchiare (2006) e II mio Oriente (2007).

Arthur Schopenhauer

Parerga e paralipomena TOMO SECONDO

A cura di Mario Carpitella

ADELPHI EDIZIONI

TITOLO

originale:

Parerga und Paralipomena: kleine philosophische Schriften

Traduzioni di Mazzino Montinari (capp. i-xiv) e di Èva Amendola Kuhn (capp. xv-xxxi)

© 1983

ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO

I edizione gli adelphi: novembre 1998 III edizione gli adelphi: novembre 2007 www.adelphi.it ISBN 978-88-459-1422-5

PARERGA E PARALIPOMENA

Scritti filosofici minori

Vitam impendere vero.1

TOMO SECONDO

PENSIERI DIVERSI, , MA ORDINATI SISTEMATICAMENTE SU ARGOMENTI DI VARIO GENERE

Eleusis servai quod ostendat revisentibus. Seneca,

Nat. Quaest.,VII, 312

CAPITOLO PRIMO

SULLA FILOSOFIA E IL SUO METODO

1 La base e il terreno su cui si fondano tutte le no­ stre nozioni e scienze è l’inspiegabile. Perciò ad esso riconduce ogni spiegazione, mediante un numero maggiore o minore di membri intermedi: allo stes­ so modo sul mare lo scandaglio tocca il fondo ora a maggiore ora a minore profondità, ma alla fine deve raggiungerlo, ovunque. Questo inspiegabile riguarda la metafìsica.

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Quasi tutti gli uomini pensano incessantemente di essere questo o queU’uomo (τις άνθρωπος), insie­ me ai corollari che ne risultano: al contrario non viene mai loro in mente di essere un uomo in ge­ nerale (ό άνθρωπος) e quali corollari derivino da ciò: eppure questa è la cosa principale. I pochi che si attengono a quest’ultima più che alla prima pro­ posizione sono filosofi. La tendenza degli altri, pe­ rò, dev’essere ricondotta al fatto che essi, in gene­ rale, vedono nelle cose costantemente solo ciò che è singolo e individuale, e non ne vedono ciò che è universale. Soltanto coloro che sono superiormente dotati vedono sempre più, a seconda del grado della loro eccellenza, l’elemento universale nelle cose sin­ gole. Questa importante differenza compenetra tut­ ta la facoltà conoscitiva in modo tale, che essa si estende fino alla visione degli oggetti più quotidia­ ni; perciò già quest’ultima in un cervello eccellen-

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te è diversa che in uno comune. Questa compren­ sione dell’universale nel singolo che ogni volta si presenta coincide anche con ciò che io ho chiama­ to il soggetto puro, privo di volontà, del conoscere e che ho posto come correlato soggettivo dell’idea platonica; poiché la conoscenza può rimanere priva di volontà solo se diretta all’universale, mentre nel­ le cose singole risiedono gli oggetti del volere; per­ ciò, quindi, la conoscenza degli animali è rigorosa­ mente limitata a questa singolarità e corrisponden­ temente il loro intelletto resta istintivamente al ser­ vizio della loro volontà. Invece quella tendenza del­ lo spirito verso l’universale è la condizione indi­ spensabile per produrre cose autentiche in filosofia, in poesia, in generale nelle arti e nelle scienze. [Per l’intelletto al servizio della volontà, dunque nell’uso pratico, vi sono solo cose singole; per l’in­ telletto che esercita l’arte o la scienza, dunque è attivo per se stesso, vi sono solamente generalità, interi generi, specie, classi, idee di cose; poiché per­ fino l’artista figurativo vuol rappresentare nell’indi­ viduo l’idea, dunque la specie. Ciò si fonda sul fat­ to che la volontà è diretta immediatamente solo su cose singole; queste sono i suoi oggetti veri e pro­ pri; infatti soltanto esse possiedono realtà empiri­ ca. I concetti, le classi, i generi, invece, possono di­ ventare suoi oggetti solo in modo molto indiretto. Per questo l’uomo rozzo non ha il senso delle verità universali, il genio invece trascura e non vede l’in­ dividuale: il doversi occupare per forza di ciò che è individuale in quanto tale, cosa che costituisce il contenuto della vita pratica, è per lui gravosa corvée].

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3 I primi due requisiti del filosofare sono questi: prima di tutto che si abbia il coraggio di non ser­ bare nel proprio cuore alcuna domanda e, in secon­ do luogo, che si porti a chiara coscienza tutto ciò che si capisce da sé per concepirlo come problema. Infine, per filosofare davvero, lo spirito deve essere veramente ozioso: non deve perseguire degli scopi e dunque non deve essere guidato dalla volontà, bensì dedicarsi integralmente all’ammaestramento che gli danno il mondo intuibile e la sua stessa co­ scienza. — I professori di filosofia, invece, pensano al loro utile e vantaggio personale, a ciò che serve in questo senso: qui risiede la loro serietà. Per que­ sto non vedono affatto tante cose che invece sono chiare; anzi non giungono mai alla meditazione, sia pure soltanto sui problemi della filosofia.

4 Il poeta porta le immagini della vita, i caratteri e le situazioni dell’uomo davanti alla fantasia, met­ te tutto ciò in movimento e lascia che ciascuno pensi per queste immagini fin dove lo porta la sua forza intellettuale. Per questo egli può soddisfare in pari tempo uomini dalle capacità più diverse, anzi gli stolti come i saggi. Il filosofo, invece, non offre come il poeta la vita medesima, bensì i pensieri fi­ niti che egli ne ha estratto, ed esige che il suo let­ tore pensi allo stesso modo e fino allo stesso punto che lui ha pensato. Perciò egli ha un pubblico mol­ to scarso. Il poeta, quindi, si può paragonare a co­ lui che offre i fiori, il filosofo a colui che ne offre la quintessenza. Un altro grande vantaggio delle opere poetiche

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rispetto a quelle filosofiche è che le opere di tutti i poeti possono sussistere l’una accanto all’altra senza ostacolarsi, anzi perfino le più eterogenee possono essere godute e apprezzate da uno stesso intelletto; mentre ogni sistema filosofico, appena viene alla luce, pensa alla rovina di tutti i suoi fratelli, simile ad un sultano asiatico quando prende il potere. Infatti, come nell’alveare può esservi solo una regi­ na, così solo una filosofia può essere all’ordine del giorno. I sistemi, cioè, sono di natura così poco so­ cievole come i ragni, dei quali ognuno se ne sta da solo nella sua rete e sta a guardare quante mosche si faranno prendere, ma si avvicina a un altro ra­ gno solo per combatterlo. Dunque, mentre le opere dei poeti pascolano pacificamente l’una accanto al­ l’altra come agnelli, quelle dei filosofi sono animali nati alla lotta, e nella loro furia di distruzione si rivolgono perfino, simili agli scorpioni, ai ragni e ad alcune larve di insetti, precipuamente contro la propria specie. Essi vengono al mondo come i guer­ rieri corazzati dai denti di drago seminati da Gia­ sone, e fino ad oggi, come costoro, si sono distrutti a vicenda. Questa lotta dura già da più di duemila anni: ne risulterà mai un’ultima vittoria e una pa­ ce permanente? In conseguenza di questa natura essenzialmente polemica, di questo bellum omnium contra omnes3 dei sistemi filosofici è infinitamente più difficile far­ si valere come filosofo che come poeta. Giacché l’opera del poeta non pretende da un lettore se non di entrare nella serie degli scritti che lo intrat­ tengono e lo edificano, e che le siano dedicate poche ore. L’opera del filosofo vuole invece sovvertire tut­ to il suo modo di pensare, pretende dal lettore che egli dichiari tutto ciò che ha imparato e creduto in questo campo fino a questo momento come un er­ rore, lo ritenga tempo e fatica perduti e ricominci da capo; tutt’al più essa lascia sussistere alcuni ru­

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deri di un predecessore per farne le proprie fondamenta. A ciò si aggiunga che in chiunque insegni un sistema già esistente egli ha un avversario d’uf­ ficio, anzi talvolta perfino lo Stato prende a pro­ teggere un sistema filosofico a suo piacimento e, mediante i suoi potenti mezzi materiali, impedisce la nascita di ogni altro sistema.* Ancora si aggiun­ ga che la quantità del pubblico filosofico sta a quel­ la del pubblico dei poeti come il numero della gente che vuol essere istruita a quello di coloro che vogliono essere intrattenuti, e si potrà misurare quibus auspiciis un filosofo nasce. D’altra parte è vero che la ricompensa del filosofo è il plauso dei pensatori, degli eletti di lunghe epoche e di tutti i paesi, senza differenza di nazionalità. La folla im­ para un poco alla volta a conoscerne come auto­ revole il nome. Corrispondentemente e a causa del­ la lenta ma profonda influenza del corso della filo­ sofia sul corso di tutto il genere umano, la storia dei filosofi corre da millenni parallela a quella dei re e conta un numero di nomi cento volte minore di questa; perciò è qualcosa di grande assicurare al proprio nome un posto permanente in essa.

5 Lo scrittore di filosofia è la guida, il suo lettore è il viaggiatore. Perché arrivino insieme bisogna prima di tutto che partano insieme: l’autore cioè deve accogliere il suo lettore in un punto di vista che essi abbiano sicuramente in comune: ma que­ sto punto di vista non può essere se non quello del* [Chi è venuto al mondo per istruirlo sul serio e nelle cose più importanti, può dirsi fortunato se salva la pelle].

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la coscienza empirica a noi tutti comune. Qui dun­ que il filosofo lo prenda saldamente per mano, e veda ora fin dove può giungere con lui passo passo al di sopra delle nuvole, per il sentiero della mon­ tagna. Così ha fatto anche Kant: egli parte dalla coscienza assolutamente comune, sia del proprio io, sia anche delle altre cose. Come assurdo invece è voler partire dal punto di vista di una presunta in­ tuizione intellettuale di rapporti o addirittura di procedimenti iperfisici, oppure dal punto di vista di una ragione che percepisce il sovrasensibile, op­ pure da quello di una ragione assoluta che pensa se stessa: infatti tutto ciò vuol dire partire dal pun­ to di vista di nozioni non immediatamente comu­ nicabili, dove quindi fin dalla partenza il lettore non saprà mai se si trova accanto al suo autore o a mille miglia da lui.

6 Il colloquio con un’altra persona sulle cose è, rispetto alla nostra severa meditazione e intima con­ siderazione di esse, nello stesso rapporto di una macchina con un organismo vivente. Infatti solo nella meditazione tutto è come ritagliato da un solo pezzo, o come sonato in una sola tonalità; per­ ciò può raggiungere pieno nitore, chiarezza, e au­ tentica coerenza, anzi unità: nel dialogo, invece, pezzi eterogenei della provenienza più disparata sono incastrati l’uno nell’altro e si raggiunge for­ zatamente una certa unità di movimento che spes­ so, inaspettatamente, si arresta. Si intende perfetta­ mente solo se stessi; gli altri solo a metà: infatti tutt’al più si può raggiungere la comunanza dei concetti, non però quella della concezione intuiti­ va, che sta alla base dei concetti. Perciò verità filo-

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sofìche profonde non vengono mai portate alla luce sulla via del pensiero in comune, nel dialogo. Que­ sto, invece, è assai utile come esercizio preparato­ rio, per scovare i problemi, per ventilarli, e poi per esaminare, controllare e criticare la soluzione trova­ ta. In questo senso sono concepiti anche i dialo­ ghi di Platone, e corrispondentemente a ciò dalla sua scuola la seconda e la terza Accademia prese­ ro le mosse in una direzione sempre più scettica. Come forma di comunicazione dei pensieri filosofi­ ci, il dialogo scritto è opportuno solo quando l’og­ getto permette due o più opinioni completamente diverse, anzi addirittura opposte, a proposito delle quali il giudizio deve essere lasciato al lettore, o che, prese insieme, si completano per una piena e giusta comprensione della questione: nel primo ca­ so rientra anche la confutazione delle obiezioni sol­ levate. La forma dialogica, scelta con questa inten­ zione, deve però diventare veramente drammatica, in quanto venga radicalmente rilevata ed enucleata la diversità delle opinioni: bisogna che siano vera­ mente in due a parlare. Senza una tale intenzione essa è un giuoco ozioso, come per lo più avviene.

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Né le nostre conoscenze né le nostre idee saran­ no mai particolarmente aumentate con il confronto e la discussione di ciò che dicono gli altri: infatti è sempre come se si versasse l’acqua da un vaso in un altro. Solo una considerazione personale delle cose può effettivamente arricchire la comprensione e la conoscenza: essa sola è, infatti, la fonte vivente sempre pronta e sempre vicina. Perciò è strano ve­ dere come coloro che vorrebbero essere filosofi si mettono sempre sulla prima via, e non sembrano

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neppure conoscere l’altra. Come essi sono sempre alle prese con ciò che questi ha detto e che quell’altro può aver pensato; sicché essi, per così dire, rovesciano di continuo detti recipienti per vedere se dentro vi sia rimasta una piccola goccia; mentre ai loro piedi scorre negletta la fonte viva. Niente più di tutto questo rivela la loro incapacità e smen­ tisce l’atteggiamento di importanza, profondità e originalità che essi assumono.

8 Coloro che sperano di diventare filosofi studian­ do la storia della filosofia dovrebbero, piuttosto, ri­ cevere da essa l’idea che filosofi si nasce proprio come avviene per i poeti, anzi assai più di rado.

9 Una definizione singolare e indegna della filoso­ fia, che però è data perfino da Kant, è questa: essa sarebbe una scienza di puri concetti. Eppure tutto quanto i concetti possiedono non è altro che ciò che vi è stato depositato avendolo preso in prestito e mendicato dalla conoscenza intuitiva, che è la vera e inesauribile sorgente di ogni conoscenza. Perciò non è possibile dipanare una vera filosofia da meri concetti astratti, bensì essa deve essere fon­ data sull’osservazione e sull’esperienza, sia interna che esterna. Nemmeno mediante combinazioni di concetti, quali sono state tentate tanto spesso e spe­ cialmente dai sofisti della nostra epoca — dunque da Fichte e Schelling, ma nel modo più ripugnante da Hegel, e nel campo della morale da Schleiermacher

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— sarà mai possibile fare qualcosa di buono in filo­ sofia. Essa, come l’arte e la poesia, deve avere la sua sorgente nella concezione intuitiva del mondo: e, sebbene il cervello debba restare al di sopra, non deve procedere così freddamente da non far giun­ gere, da ultimo, all’azione l’uomo intero, con il cuore e il cervello, da non scuoterlo profondamen­ te. La filosofia non è un esercizio algebrico. [Piutto­ sto ha ragione Vauvenargues quando dice: « Les grandes pensées viennent du coeur »].*

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Nell’insieme la filosofia di tutti i tempi si può an­ che considerare come un pendolo che oscilla tra razionalismo e illuminismo,5 cioè tra l’uso della fonte conoscitiva oggettiva e della fonte conoscitiva soggettiva. Il razionalismo, che ha per organo l’intelletto, originariamente destinato soltanto a servire la vo­ lontà e perciò diretto verso l’esterno, si presenta dapprima come dogmatismo, e come tale si com­ porta in modo affatto oggettivo. Poi cede il luogo al­ lo scetticismo e in seguito a ciò diventa infine criti­ cismo, che cerca di appianare il contrasto tenendo conto del soggetto; il razionalismo diventa cioè fi­ losofia trascendentale. Per filosofia trascendentale intendo ogni filosofia che parta dal principio secon­ do cui il suo oggetto prossimo e immediato non sarebbero le cose ma solo la coscienza umana delle cose, che perciò non dovrebbe mai essere trascurata. Con una certa inesattezza i francesi chiamano que­ sta filosofia méthode psychologique in contrappo­ sto alla méthode purement logique, con cui essi in­ tendono la filosofia che, senza porsi problemi, parte dagli oggetti o da concetti pensati in modo obietti­

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vo, dunque il dogmatismo. Giunto a questo punto, il razionalismo si rende conto che il suo organo af­ ferra solo l’apparenza ma non l’essenza ultima, inte­ riore e autonoma, delle cose. In tutti gli stadi del razionalismo, ma soprattutto qui, l’illuminismo fa valere la sua opposizione. Que­ st'ultimo, rivolto essenzialmente verso l’interno, ha per organo l’illuminazione interiore, l’intuizione intellettuale, la coscienza superiore, la ragione im­ mediatamente conoscente, la coscienza di Dio, l’u­ nificazione e così via, e disprezza il razionalismo in quanto « lume naturale ». Se poi mette a fonda­ mento di tutto ciò una religione, diventa mistici­ smo. 11 difetto fondamentale dell’illuminismo è che la sua conoscenza non è comunicabile; in parte, perché per la percezione interiore non vi è il crite­ rio dell’identità dell’oggetto per soggetti diversi; in parte, perché tale conoscenza dovrebbe pur tutta­ via essere comunicata mediante il linguaggio; ma il linguaggio, essendo nato come ausilio della cono­ scenza intellettuale, che è diretta verso l’esterno, e mediante astrazioni da questa, è assolutamente ina­ datto a esprimere gli stati interiori, radicalmente di­ versi da un processo di astrazione, che formano il contenuto dell’illuminismo. Esso perciò dovrebbe plasmarsi un linguaggio proprio, cosa che, di nuo­ vo, non è possibile per il primo motivo già detto. Ora una tale conoscenza, in quanto non comunica­ bile, è anche indimostrabile; ed ecco di nuovo en­ trare in campo il razionalismo aiutato dallo scetti­ cismo. Tracce sparse di illuminismo si possono tro­ vare già in Platone: ma esso assume una fisionomia più netta nella filosofia dei neoplatonici, degli gno­ stici, di Dionigi Areopagita e anche Scoto Erigena; inoltre si trova tra i maomettani come teoria dei stipi; in India domina nel Vedànta e nel Mîmâmsâ; ma gli illuministi più decisi sono Jakob Böhme e tutti i mistici cristiani. L’illuminismo fa la sua

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comparsa ogni volta che il razionalismo ha percor­ so una fase senza raggiungere la meta: così, verso la fine della filosofia scolastica e in opposizione ad essa, si presentò come misticismo, specialmente tra i tedeschi, in Taulero, nell’autore della Teologia tedesca e in altri; parimenti nei tempi più recenti, come reazione alla filosofia kantiana, in Jacobi e Schelling, come anche nell’ultimo Fichte. — Ma la filosofia dev’essere conoscenza comunicabile, perciò dev’essere razionalismo. Per questa ragione nella mia filosofia ho concluso alludendo al campo dell’illuminismo come a qualcosa che esiste, ma mi sono guardato bene dal muovervi anche un solo pas­ so; anzi non ho nemmeno intrapreso a indicare le soluzioni ultime a proposito dell’esistenza del mon­ do, ma mi sono spinto soltanto fin dove è possibile sulla via oggettiva e razionalistica. Ho lasciato all’illuminismo la sua sfera, dove a suo modo gli può venire la soluzione di tutti gli enigmi, senza per questo attraversarmi la strada o dover polemizzare contro di me. Nondimeno, molto spesso, alla base del razionali­ smo può essere un illuminismo travestito, verso il quale allora il filosofo guarda come verso una bus­ sola nascosta, mentre, per sua stessa ammissione, egli regola il suo cammino solo sulle stelle, cioè sugli oggetti che esistono esteriormente e chiara­ mente, e tiene conto soltanto di questi. Ciò è am­ missibile, perché un tal filosofo non si mette a co­ municare la conoscenza incomunicabile, bensì le sue comunicazioni restano puramente oggettive e razionali. Questo può essere stato il caso di Platone, Spinoza, Malebranche e qualche altro; ma è cosa che non importa a nessuno, perché si tratta di se­ greti del loro cuore. Invece il clamoroso richiamar­ si all’intuizione intellettuale e la sfrontata descri­ zione del contenuto di essa, il tutto accompagnato da pretese di validità oggettiva, come avviene in

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Fichte e Schelling, è qualcosa di spudorato e di spregevole. In sé, del resto, Y illuminismo è un tentativo na­ turale, e in questa misura giustificabile, di attinge­ re la verità. Infatti l’intelletto rivolto verso l’ester­ no, in quanto nudo organo per gli scopi della vo­ lontà e quindi qualcosa di assolutamente seconda­ rio, è tuttavia solo una parte di tutta la nostra na­ tura umana: l’intelletto appartiene all’apparenza, e ad essa soltanto la sua conoscenza risponde, in quanto esso esiste soltanto al servizio dell’apparen­ za. Dunque, sarà più che naturale, se non ci si è riusciti con la conoscenza oggettiva dell'intelletto, mettere in giuoco tutto il resto della nostra natura, che pure deve essere cosa in sé, cioè appartenere alla vera essenza del mondo e quindi portare in qualche modo dentro di sé la soluzione di tutti gli enigmi, onde trovare in ciò qualche aiuto: — come gli antichi tedeschi che, quando avevano giocato tutto per tutto, impegnavano la loro stessa persona. Ma l’unico modo giusto e obiettivamente valido di far ciò è cogliere il fatto empirico di una volontà, che si manifesta nel nostro interno e che anzi ne costituisce l’unica essenza, e applicarlo alla spiega­ zione della conoscenza obiettiva esteriore; come ho fatto io. Invece la via dell’illuminismo non condu­ ce, per i motivi detti sopra, allo scopo.

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La mera sottigliezza può ben fare lo scettico, ma non il filosofo. Del resto lo scetticismo è nella filo­ sofia quel che è l’opposizione in parlamento, esso è altrettanto benefico, anzi necessario. Si fonda sem­ pre sul fatto che la filosofia non è capace di un’evi­ denza come quella propria della matematica, allo

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stesso modo che l’uomo non è capace di istinti mec­ canici animali, che appunto si svolgono con sicu­ rezza, a priori. Perciò, contro ogni sistema si potrà sempre mettere sull'altro piatto della bilancia lo scetticismo: ma alla fine il suo peso diverrà così scarso rispetto all’altro che non lo danneggerà, più di quanto può danneggiare la quadratura aritme­ tica del circolo il fatto che essa è solo approssi­ mativa. [Quello che si sa ha un doppio valore se al tem­ po stesso si confessa di non sapere quello che non si sa. In tal modo infatti ciò che si sa sarà esente dal sospetto al quale invece ci si espone se, come per esempio gli schellinghiani, si pretende di sape­ re anche quello che non si sa].

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Ognuno chiama dettami della ragione certe pro­ posizioni che ritiene vere senza indagarle e delle quali si crede così saldamente convinto che, perfino se volesse, non riuscirebbe a sottoporle a rigoroso esame, in quanto dovrebbe per un momento dubi­ tarne. Esse hanno acquistato presso di lui un così saldo credito perché, quando egli cominciò a par­ lare e a pensare, gli furono continuamente dette e così inoculate da altri; perciò la sua abitudine di pensarle è antica quanto l’abitudine di pensare in generale; sicché avviene che egli non è più in grado di separare le due cose; anzi quelle proposizioni sono cresciute insieme con il suo cervello. Quello che si dice qui è tanto vero che sarebbe da una parte superfluo, dall’altra poco raccomandabile, di­ mostrarlo con esempi.

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Nessuna visione del mondo che sia sorta da una concezione obiettiva, intuitiva, delle cose e che sia stata sviluppata coerentemente può mai essere del tutto falsa, bensì, nel caso peggiore, è soltanto uni­ laterale: così per esempio il materialismo integra­ le, l’idealismo assoluto, e così via. Queste opinioni sono tutte vere; ma lo sono contemporaneamente: di conseguenza la loro verità è soltanto relativa. Ognuna di queste concezioni, cioè, è vera soltanto da un determinato punto di vista; allo stesso modo che un quadro rappresenta il paesaggio soltanto da un punto di vista. Ma se ci si eleva al di sopra del punto di vista di un tale sistema, si riconosce la re­ latività della sua verità, cioè la sua unilateralità. Soltanto il punto di vista più alto, che abbraccia tutto e di tutto tiene conto, può fornire la verità assoluta. — Conseguentemente, per esempio, è veri­ tà che io consideri me stesso come un determinato prodotto della natura puramente temporale, nato e destinato a perire del tutto, per esempio nel mo­ do deìV Ecclesiaste: ma è vero, in pari tempo, che io sono tutto ciò che era e sarà, e che fuori di me non esiste nulla. Parimenti è verità quando, al modo di Anacreonte, ripongo la massima felicità nel godimento del presente: ma è verità anche quando riconosco l'efticacia terapeutica del dolore e la nullità, anzi la nocività, di ogni godimento e concepisco la morte come lo scopo della mia esi­ stenza. La ragione di tutto ciò è che ogni opinione svi­ luppabile coerentemente è soltanto una concezione intuitiva e oggettiva della natura trasferita nei con­ cetti e in tal modo fissata; ma la natura, cioè il re­ gno dell’intuizione, non mente mai, e neppure si contraddice, perché lo esclude la sua essenza. Dove quindi si ha contraddizione e menzogna, là sono

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pensieri che non sono scaturiti da una concezione oggettiva — per esempio nell’ottimismo. Al contra­ rio una concezione obiettiva può essere incompleta e unilaterale: allora essa ha bisogno di integrazio­ ne, non di confutazione.

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Non ci si stanca mai di rinfacciare alla metafisi­ ca i suoi così scarsi progressi rispetto a quelli, così grandi, delle scienze fisiche. Già Voltaire esclama: « O métaphysique! nous sommes aussi avancés que du temps des premiers Druides » (Mél. d. phil., cap. 9). Ma quale altra scienza ha come la meta­ fisica avuto in ogni tempo il continuo ostacolo di un antagonista ex officio, un accusatore'fiscale, un agguerrito King’s champion che l’assale mentre es­ sa è priva di armi e di difesa? Mai la metafisica po­ trà mostrare le sue vere forze, fare i suoi passi di gigante, finché, in mezzo a minacce, si pretenderà da essa che si adegui ai dogmi destinati alle esigue capacità della grande massa. Prima ci legano le mani e poi ci insultano perché non possiamo far nulla. [Le religioni si sono impossessate della naturale disposizione metafisica dell’uomo in parte paraliz­ zandola con una prematura istillazione dei loro dogmi, in parte proibendo e interdicendo tutte le espressioni libere e spregiudicate di questa disposi­ zione, di modo che all’uomo, proprio da quella pa­ ralisi, è stata in parte direttamente proibita, in parte indirettamente ostacolata e in parte soggetti­ vamente resa impossibile la libera ricerca sulle que­ stioni più importanti e interessanti, sulla sua stessa esistenza; e così la più sublime delle sue disposizio­ ni giace in catene].

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Per renderci tolleranti verso le opinioni degli al­ tri e opposte alle nostre, e pazienti quando ci con­ traddicono, niente forse è più efficace che il ricor­ darsi quanto spesso noi stessi abbiamo nutrito suc­ cessivamente sul medesimo argomento opinioni del tutto opposte e come, talvolta perfino in un perio­ do molto breve, le abbiamo ripetutamente cambia­ te, e ora abbiamo respinto e poi di nuovo accolto un’opinione, ora invece il suo contrario, secondo che l’oggetto ci si presentava ora in questa ora in quella luce. Similmente, per accreditare presso qualcuno quel­ lo che sosteniamo contro la sua opinione, niente è più adatto del dirgli: « Anch'io un tempo la pen­ savo così, ma... » e così via.

16 Una teoria errata, sia essa stata accettata per una falsa opinione o sia nata dalla cattiva intenzione, è sempre calcolata soltanto per circostanze specifiche, di conseguenza per un tempo determinato; solo la verità è di tutti i tempi; anche se per un certo pe­ riodo può essere misconosciuta o soffocata. Infatti, non appena dall’interno viene un poco di luce o dall’esterno un po’ d’aria, si trova sempre qualcuno per proclamarla o per difenderla. Perché essa non è nata dall’intenzione di un qualche partito; così, in ogni tempo, ogni testa eccellente ne sarà il di­ fensore. La verità è come la calamita, che sempre e dovunque indica un punto del mondo assolutamen­ te determinato; la teoria errata invece somiglia a una statua che con la mano indica un’altra statua,

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divisa che sia dalla quale, ha perduto ogni signifi­ cato.

17 Il maggiore ostacolo alla scoperta della verità non è la falsa parvenza derivante dalle cose e in­ ducente all’errore, e neppure, immediatamente, la debolezza dell’intelletto; invece è l’opinione pre­ concetta, il pregiudizio che, come uno pseudo-a priori, si oppone alla verità e quindi somiglia a un vento contrario che respinge la nave dalla direzio­ ne nella quale soltanto si trova la terra; talché ti­ mone e vela sono invano operosi.

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Il verso del Faust di Goethe: Ciò che hai in eredità dai padri guadagnalo per possederlo6

io lo commento come segue. Ciò che prima di noi dei pensatori hanno già trovato è molto prezioso e utile trovarlo, indipendentemente da loro e prima di venirne a conoscenza, con mezzi propri. Infatti le cose che pensiamo da noi stessi le intendiamo molto più a fondo di quelle che impariamo; se poi le ritroviamo in chi ci ha preceduto, esse ricevono insperatamente una conferma, che ne testimonia validamente la verità, da parte di un’autorità ester­ na e riconosciuta, e da ciò ricaviamo la fiducia e la tenacia per difenderle contro chiunque voglia con­ traddirle. Invece, se prima si trova qualcosa nei libri, e poi

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con la nostra riflessione si raggiunge lo stesso risul­ tato, non si saprà mai con certezza se questo risul­ tato è stato pensato e giudicato da noi o se invece non è semplicemente ripetuto e risentito prenden­ dolo da quei predecessori. Ma ciò, riguardo alla certezza della cosa, fa grande differenza. Infatti, nel secondo caso ci si potrebbe semplicemente essere sbagliati insieme con quei predecessori, per pre­ concetto; allo stesso modo che l’acqua prende facil­ mente il cammino dell’acqua che l’ha già prece­ duta. Se due persone, ognuna per sé, calcolano e raggiungono lo stesso risultato, la cosa è sicura; non però quando il calcolo dell’uno è semplicemente ripercorso dall’altro.

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È una conseguenza della costituzione del nostro intelletto, [scaturito dalla volontà,] che noi non possiamo fare a meno di concepire il mondo o co­ me scopo o come mezzo. La prima cosa vorrebbe dire che 1’esistenza del mondo è giustificata dalla sua essenza, e quindi sarebbe decisamente da preferi­ re al suo non essere. Ma il riconoscere che il mondo è soltanto un’arena di esseri che soffrono e muoio­ no priva di consistenza questa idea. D’altro lato, l’infinità del tempo già trascorso non permette di concepire il mondo come mezzo, mediante il quale ogni fine da raggiungere avrebbe già dovuto essere stato raggiunto da molto tempo. — Ne consegue che quell’applicazione del presupposto naturale per il nostro intelletto alla totalità delle cose, o al mondo, è un’applicazione trascendente, tale cioè che ha va­ lore nel mondo ma non per il mondo; il che si spiega per il fatto che quel presupposto discende dalla natura di un intelletto, il quale, come ho di­

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mostrato, è nato al servizio di una volontà indivi­ duale, cioè per raggiungere gli oggetti di tale vo­ lontà, e perciò è esclusivamente calcolato tenendo di vista gli scopi e i mezzi, sicché non conosce né comprende altro.

20 Se si guarda verso l’esterno, dove ci si presenta l’immensità del mondo e l’infinità degli esseri, il nostro io, come mero individuo, si riduce a nulla e sembra scomparire. Trascinati appunto da que­ sta preponderanza della massa e del numero, si pensa inoltre che soltanto la filosofia diretta verso l’esterno, dunque la filosofia oggettiva, possa tro­ varsi sulla via giusta: ai più antichi filosofi greci non venne neppure in mente che si potesse dubi­ tare di ciò. Se invece si guarda verso l’interno, si trova pri­ ma di tutto che ogni individuo ha un interesse im­ mediato solo per se stesso, anzi prende a cuore se stesso più di tutte le altre cose messe insieme; — e ciò deriva dal fatto che l’individuo conosce imme­ diatamente solo se stesso, e tutto il resto invece lo conosce soltanto indirettamente. Se si aggiunge an­ cora che esseri coscienti e conoscenti sono pensabili soltanto come individui, quelli privi di coscienza invece hanno un’esistenza dimezzata e solo media­ ta, allora risulta che tutta 1’esistenza vera e propria risiede negli individui. Se, finalmente, si riflette an­ cora che l’oggetto è condizionato dal soggetto, e per conseguenza queirimmenso mondo esterno pos­ siede esistenza solamente nella coscienza di esseri che conoscono, quindi è legato all’esistenza di indi­ vidui che ne siano dotati in modo così decisivo che, in questo senso, può essere considerato addirittura

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come un mero attributo, un accidente, della co­ scienza, che è sempre individuale: — se, io dico, si pone mente a tutto ciò, si giunge all’opinione che soltanto la filosofia diretta verso Yinterno, la filoso­ fia che deriva dal soggetto come dal dato immediato, dunque la filosofia dei moderni a partire da Carte­ sio, è sulla strada giusta, e perciò gli antichi hanno trascurato la cosa principale. Ma ci si potrà convin­ cere pienamente di tutto ciò solo quando, pene­ trando a fondo dentro se stessi, si acquisti coscienza del sentimento di originarietà che risiede in ogni essere dotato di conoscenza. [Ancor più. Forse che perfino l’uomo più insignificante non trova, nella sua semplice autocoscienza, se stesso come l’essere più reale di tutti e non riconosce necessariamente dentro di sé il vero centro del mondo, anzi la sor­ gente originaria di tutta la realtà? E questa coscien­ za originaria dovrebbe mentire?]. L’espressione più forte di tutto ciò sono le parole deYYUpanisad: « Hae omnes creaturae in totum ego sum et praeter me ens aliud non est et omnia ego creata feci » (Oupnekh., I, p. 122) [e qui si ha certamente il passaggio aH’illuminismo, anzi al misticismo. Que­ sto dunque è il risultato della contemplazione ri­ volta verso l’interno, mentre quella rivolta verso l’esterno ci fa vedere lo scopo della nostra esistenza in un mucchietto di cenere]. * * [Finito e infinito sono ambedue concetti che hanno si­ gnificato soltanto in rapporto al tempo e allo spazio; in quanto questi due sono infiniti, cioè senza fine, come pure divisibili all’infinito. Se si applicano quei due con­ cetti ad altre cose, queste devono essere tali che, riem­ piendo lo spazio e il tempo, partecipino mediante essi di quelle loro qualità. Di qui si può misurare fino a che punto filosofastri e ciarlatani di questo secolo hanno abusato di quei concetti].

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21 Sulla ripartizione della filosofia, che è importan­ te specialmente per ciò che riguarda la sua esposi­ zione, direi dal mio punto di vista quanto segue. La filosofia ha invero per oggetto l’esperienza ma non, come le altre scienze, questa o quella determi­ nata esperienza, bensì appunto l’esperienza stessa, in generale e in quanto tale, secondo la sua possi­ bilità, il suo campo, il suo contenuto essenziale, i suoi elementi interni ed esterni, la sua forma e ma­ teria. Che, per conseguenza, la filosofia debba in verità avere fondamenta empiriche e non essere di­ panata da concetti puri, astratti, io l’ho ampiamen­ te detto nel secondo volume della mia opera prin­ cipale (cap. 17, pp. 180-185; 3a ed., pp. 199 sgg.) e anche nel paragrafo 9 di questo volume ho dato un breve riassunto di questo argomento. Dall’og­ getto che si è indicato per la filosofia segue inoltre che essa per prima cosa deve considerare il mezzo nel quale in generale si presenta l’esperienza, non­ ché la forma e la struttura di tale mezzo. Esso è la rappresentazione, la conoscenza, dunque l’intellet­ to. Perciò ogni filosofia deve cominciare indagando la facoltà conoscitiva, le leggi e le forme di questa, come anche la validità e i limiti di esse. Una tale indagine sarà dunque philosophia prima. Essa si suddivide nella considerazione delle rappresenta­ zioni primarie, cioè intuitive, e questa parte può essere chiamata dianoetica, ovvero teoria dell’intel­ letto; viene quindi la considerazione delle rappre­ sentazioni secondarie, cioè astratte, nonché della legittimità del loro impiego, dunque la logica, o teoria della ragione. Ora questa parte generale com­ prende parimenti, o per meglio dire sostituisce, ciò che prima si chiamava ontologia, in quanto teoria delle proprietà più generali ed essenziali delle cose in generale e come tali, giacché per qualità delle

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cose in sé si riteneva ciò che ad esse invece compete solo in conseguenza della forma e della natura del­ la nostra facoltà conoscitiva, in quanto tutte le cose che da tale facoltà debbono essere concepite, bisogna che si presentino conformemente a quella forma e natura; perciò esse portano in sé certe qua­ lità che sono comuni a tutte. Avviene qui qualcosa di analogo a quando si attribuisce il colore di un vetro agli oggetti visti attraverso di esso. La filosofìa in senso più stretto, che vien dopo queste indagini, è quindi la metafisica; perché quest’ultima non soltanto insegna a conoscere, ordina, e considera nel suo contesto ciò che esiste, la natu­ ra, ma lo concepisce come un’apparenza data, però in qualche modo condizionata, nella quale si pre­ senta un essere diverso dalla natura stessa, che sa­ rebbe quindi la cosa in sé. Ora, la metafìsica cerca di conoscere più da vicino questa cosa in sé: i mez­ zi per questo scopo sono, in parte, la connessione dell’esperienza esterna con quella interna, in parte, il raggiungimento di una comprensione dell’appa­ renza nel suo complesso, scoprendone il significato e il nesso — e ciò è analogo alla decifrazione di let­ tere misteriose appartenenti a una scrittura ignota. Per questa via essa giunge dall’apparenza a ciò che appare, a ciò che sta dietro l’apparenza; quindi τά μετά τά φυσικά. Conseguentemente la metafisica si divide in tre parti: metafisica della natura, metafisica del bello, metafisica dei costumi.

Ma la deduzione di questa suddivisione, a sua vol­ ta, presuppone già la metafisica. Questa, cioè, dimo­ stra la cosa in sé, la natura intima e ultima dell’ap­ parenza, nella nostra volontà; perciò, dopo averla considerata così come si presenta nella natura ester­ na, indaga la sua manifestazione, di genere del tut-

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to diverso e immediato, nel nostro intimo, e di qui deriva la metafisica dei costumi: ma prima ancora si prende in considerazione la concezione più per­ fetta e più pura della sua apparenza esterna o og­ gettiva, e questo costituisce la metafisica del bello. Una psicologia razionale o una teoria dell’anima non esiste, perché, come Kant ha dimostrato, l’ani­ ma è un’ipostasi trascendente, ma in quanto tale non dimostrata e ingiustificata, e perciò anche l’anIagonismo « spirito e natura » resta affidato ai fili­ stei e agli hegeliani. L’essenza in sé dell’uomo può essere compresa solo unitamente all’essenza in sé di tutte le cose, dunque del mondo. [Perciò già Pla­ tone (nel Fedro, p. 270) fa porre a Socrate questa domanda in senso negativo: ψυχής ούν φύσιν άξίως λόγου κατανοήσαι οϊει δυνατόν είναι άνευ τής τοΰ δλου φύσεως; (« Animae vero naturam absque totius na­ tura sufficienter cognosci posse existimas? »)].’ Cioè, microcosmo e macrocosmo si spiegano a vicenda e, ima volta spiegati, risultano essere sostanzialmente la stessa cosa. Questa considerazione legata all’interiorità dell’uomo pervade e riempie la metafisica in tutte le sue parti, perciò essa non può di nuovo pre­ sentarsi suddivisa, come psicologia. Invece è possi­ bile supporre un’antropologia come scienza empi­ rica, ma questa è in parte anatomia e fisiologia, in parte pura psicologia empirica, cioè una conoscenza attinta dall’osservazione delle manifestazioni e pecu­ liarità morali e intellettuali del genere umano, co­ me anche della diversità degli individui sotto questo riguardo. Ma gli elementi più importanti di tutto ciò vengono necessariamente anticipati ed elaborati come materiale empirico dalle tre parti della meta­ fisica. Ciò che ancora resta richiede fine osservazione e intelligente comprensione, anzi addirittura una considerazione da un punto di vista piuttosto eleva­ to, intendo dire dal punto di vista di una certa supe­ riorità, e perciò lo si può gustare negli scritti di spi­

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riti eccellenti quali furono Teofrasto, Montaigne, La Rochefoucauld, La Bruyère, Helvétius, Chamfort, Addison, Shaftesbury, Shenstone, Lichtenberg, e altri ancora; ma non si trova e non è tollerabile nei compendi privi di intelligenza, e perciò nemici dell’intelligenza, dei professori di filosofìa.

CAPITOLO SECONDO

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Ogni verità universale sta alle verità specifiche ionie l’oro sta all’argento; in quanto essa può es­ ser cambiata in una notevole quantità di verità specifiche che ne derivano, allo stesso modo che una moneta d’oro in spiccioli. Per esempio, che lutta la vita della pianta sia un processo di disossi­ dazione e quella invece dell’animale sia un proces­ so di ossidazione; — oppure, che dovunque circola una corrente elettrica sorge una corrente magneti­ ca che l’attraversa perpendicolarmente; — [oppure: « nulla animalia vocalia, nisi quae pulmonibus respirant »; — oppure: « tout animai fossile est un animal perdu »; — oppure: « nessun animale ovipa­ ro ha il diaframma » ;] — queste sono verità generali dalle quali se ne possono dedurre molte singole, per applicarle alla spiegazione di fenomeni esistenti [oppure per anticiparli prima che si presentino. Di egual valore sono le verità generali in campo mo­ rale e psicologico; anche qui ogni regola generale è aurea, come pure ogni sentenza di tal genere, anzi ogni proverbio: infatti sono la quintessenza di mi­ gliaia di processi che si ripetono ogni giorno e ven­ gono così esemplificati e illustrati].

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Un giudizio analitico è semplicemente un con­ cetto scomposto; un giudizio sintetico invece è la formazione di un concetto nuovo, partendo da due

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concetti già presenti altrove nell’intelletto. Il colle­ gamento di questi deve però essere mediato e mo­ tivato da una intuizione: secondo che quest’ultima è empirica oppure a priori, anche il giudizio che ne deriverà sarà sintetico a posteriori o a priori. Ogni giudizio analitico contiene una tautologia, e ogni giudizio privo di qualsiasi tautologia è sin­ tetico. Ne consegue che nell’esposizione si possono adoperare giudizi analitici, soltanto a condizione che colui al quale si parli non conosca il concetto che ne è l’argomento così completamente o non lo abbia così presente, come colui che parla. — Ancora, la sinteticità dei teoremi geometrici può essere di­ mostrata con il fatto che essi non contengono una tautologia: in quelli aritmetici ciò non salta egual­ mente agli occhi, ma è pur tuttavia così. Infatti, per esempio, non è tautologia dire che contando da 1 a 4 e da 1 a 5 si ripete l’unità lo stesso numero di volte che contando da 1 a 9; si tratta invece di una intuizione pura del tempo che media questa affer­ mazione, incomprensibile senza tale intuizione.

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Da una proposizione non può conseguire più di ciò che in essa è contenuto, vale a dire più di ciò che essa dice per l’esauriente comprensione del suo significato: ma da due proposizioni, se esse vengo­ no collegate in modo sillogistico come premesse, può seguire più di quel che è contenuto in ciascu­ na di esse presa singolarmente; allo stesso modo che un corpo chimico composto rivela qualità che non competono a nessuno dei suoi componenti pre­ so per sé. Su ciò si fonda il valore dei sillogismi.

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Ogni dimostrazione è una deduzione logica della proposizione affermata da una già stabilita e certa, con l’aiuto di un’altra proposizione come seconda premessa. Quella proposizione, a sua volta, deve o possedere essa stessa una certezza immediata, o me­ glio originaria, oppure derivare logicamente da ima proposizione che possiede tale certezza. Propo­ sizioni di questo genere, dotate di certezza origina­ ria, dunque non mediata da alcuna dimostrazione, quali sono le verità fondamentali di tutte le scien­ ze, sono sempre nate trasferendo ciò che si coglieva in qualche modo nell’intuizione in ciò che veniva pensato e che era astratto. Per questo si chiamano evidenti; e questo predicato propriamente compete soltanto ad esse, ma non alle proposizioni puramen­ te dimostrate, le quali, in quanto conclusiones ex /iraemissis debbono semplicemente chiamarsi con­ seguenti. Questa loro verità perciò è sempre e sol­ tanto mediata, dedotta e presa a prestito: nondi­ meno, esse possono appunto essere certe come una qualsiasi proposizione di verità immediata: quan­ do, cioè, sono rettamente dedotte da una proposi­ zione di quel tipo, sia pure mediante proposizioni intermedie. Anzi, sotto questo presupposto, molto spesso la loro verità è perfino più facilmente dimo­ strabile e comprensibile per tutti che non la verità di una proposizione originaria, che possiede una verità conoscibile solo in modo immediato e intui­ tivo; infatti, per riconoscere una tale proposizione, mancano talora le condizioni oggettive, talora quel­ le soggettive. Ciò ha la sua analogia nel fatto che il magnete d’acciaio, ottenuto per trasmissione, non solo ha una forza d’attrazione eguale ma anzi spes­ so superiore a quella del minerale di ferro magne­ tico originario. Le condizioni soggettive per la conoscenza del-

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le proposizioni immediatamente vere costituiscono quel che si chiama facoltà del giudizio: questa però rientra nelle prerogative delle menti superiori; mentre la capacità di trarre la giusta conclusione da date premesse non è negata ad alcun cervello normale. Infatti la constatazione delle proposizioni originarie, immediatamente vere, richiede che ciò che è stato conosciuto in modo intuitivo venga tra­ sferito nella conoscenza astratta: ma la capacità di far questo è estremamente limitata nei cervelli co­ muni, e si estende solo a rapporti facilmente domi­ nabili, come per esempio gli assiomi di Euclide, oppure anche a fatti assolutamente semplici, ine­ quivocabili, che si presentano loro in modo chiaro. Ciò che va al di là può giungere a convincerli solo per via di una dimostrazione, che non richieda al­ tra conoscenza immediata se non quella che è espressa nella logica mediante le proposizioni di contraddizione e di identità, e che è ripetuta con­ tinuamente nelle dimostrazioni. Dunque, per que­ sta via, tutto per loro dev’essere ricondotto alle ve­ rità più semplici, le sole verità che essi sono in grado di afferrare direttamente. Se si passa dall’uni­ versale allo specifico, si ha la deduzione; nella dire­ zione inversa, si ha invece l’induzione. Invece, le menti capaci di giudizio, ma ancor più gli inventori e gli scopritori, hanno la capacità di passare dall’intuizione all’astrazione, cioè al con­ cetto, in grado molto maggiore; di modo che questa si estende alla penetrazione intuitiva di rapporti molto complicati, per cui il campo delle proposi­ zioni di verità immediata è per essi incomparabil­ mente più esteso, e abbraccia molte cose per le qua­ li gli altri non possono avere se non una convin­ zione più debole e solo indiretta. Per questi ultimi propriamente, quando è scoperta una verità nuova, si cerca la dimostrazione, cioè la riduzione a verità già riconosciute o indubitabili per altre ragioni. —

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Vi sono casi, tuttavia, nei quali ciò non è possibile. Così, per esempio, per le sei frazioni numeriche, mediante le quali ho espresso i sei colori fonda­ mentali e che sole permettono di penetrare l’essen­ za vera e propria di ognuno dei colori e quindi per la prima volta spiegano veramente all’intelletto il colore,8 io non posso trovare una dimostrazione: tuttavia la loro certezza immediata è tale che diffi­ cilmente un cervello in grado di giudicare potrà dubitarne seriamente; per questa ragione, del re­ sto, il professor Rosas a Vienna si è permesso di spacciarle come il risultato della sua intelligenza: su ciò si veda la Volontà nella natura (p. 19).

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La controversia, la disputa su di un argomento teorico può, senza dubbio, riuscire molto feconda per i due partiti in essa implicati se corregge o conferma i pensieri che essi hanno, oppure se ne risveglia di nuovi. Si tratta di una frizione, o colli­ sione di due cervelli, che spesso fa sprizzare scin­ tille, ma è analoga alla collisione dei corpi, anche perché il più debole ne dovrà spesso soffrire, men­ tre il più forte vi si troverà a suo agio e non farà altro che cantar vittoria. Per questo si richiede che i due disputanti siano, almeno in una certa misura, l’uno all’altezza dell’altro sia per le conoscenze sia per intelligenza e abilità. Se all’uno mancano le prime, egli non è au niveau e perciò resta inacces­ sibile agli argomenti dell’altro: si trova, per così dire, fuori tiro. Se gli manca la seconda cosa, l’ac­ canimento che per questa ragione ben presto si farà sentire in lui, lo indurrà un po’ alla volta a ricor­ rere nella disputa a ogni specie di disonestà, sofi­ smi e scappatoie; se poi tutto questo gli venga di­

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mostrato ciò lo farà addirittura diventare grossola­ no. Per questo, [come ai tornei furono un tempo ammessi soltanto coloro che erano di pari natali] prima di tutto una persona colta non discuterà con persone incolte: infatti non potrebbe adoperare contro costoro i suoi argomenti migliori, perché es­ se mancano di quelle conoscenze che permettono di capirli e di prenderli in considerazione. Se poi, in questo imbarazzo, la persona colta cerca tuttavia di farglieli capire, per lo più non ci riuscirà, anzi talvolta le persone incolte sembreranno aver ragio­ ne, agli occhi di ascoltatori altrettanto ignoranti, a causa di un argomento contrario cattivo e grosso­ lano. Perciò Goethe dice: Non ti lasciare in alcun tempo sedurre a contraddire: cadono in ignoranza i saggi, quando contendono con gli ignoranti.’

Ma è ancora peggio quando l’avversario manca di intelligenza e di ragione, a meno che non sostitui­ sca questa deficienza con un desiderio sincero di verità e di ammaestramento. Infatti, egli oltretutto si sentirà offeso nella parte più sensibile; dopodiché colui che discute con lui noterà immediatamente che non ha più a che fare con il suo intelletto, ma con l’elemento radicale dell’uomo, la sua volontà, alla quale importa soltanto di riportare la vittoria per fas o per nefas; per questo ora il suo intelletto non mira ad altro che a scappatoie, trucchi e diso­ nestà di ogni genere, dalle quali dovendo recedere egli finalmente ricorrerà alla grossolanità, onde compensare in un modo o nell’altro il suo senti­ mento di inferiorità e, secondo le condizioni so­ ciali e i rapporti dei contendenti, trasformare la contesa degli spiriti in una lotta dei corpi, nella quale egli può sperare di avere sorte migliore. Quindi, la seconda regola è che non si deve dispu-

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tare con persone di intelletto limitato. Si vede già che non rimarranno molte persone con le quali ci si possa indurre a una controversia. E in verità an­ che questo dovrebbe accadere con coloro che già sono delle eccezioni. Le persone invece, di solito, se la prendono solo perché non si è della loro opi­ nione: ma allora dovrebbero anche fare in modo che le loro opinioni fossero accettabili. Ma in una controversia con costoro, anche se non ricorrono alla ricordata ultima ratio stultorum, non si avran­ no altro che fastidi; infatti ci si troverà a compe­ tere non soltanto con la loro incapacità intellettua­ le ma anche con la loro cattiveria morale. Questa infatti si manifesterà nelle frequenti disonestà del loro modo di disputare. Le scappatoie, i trucchi e i sofismi, ai quali ricorrono solo per aver ragione, sono così numerosi e molteplici, ma anche così re­ golarmente ricorrenti, che in tempi passati furono per me materia di riflessione, rivolta al puro aspet­ to formale, dopo che avevo capito che, per quanto gli argomenti della discussione e anche le persone potessero essere diversi, tuttavia erano proprio gli stessi identici trucchi e sofismi a ritornare e ad es­ sere facilmente riconoscibili. Ciò mi fece pensare allora che fosse possibile separare l’elemento pura­ mente formale di quei trucchi e sofismi dal conte­ nuto, e mostrarlo per così dire come un pulito pre­ parato anatomico. Raccolsi dunque gli artifìci di­ sonesti più ricorrenti nelle dispute, e rappresentai chiaramente ognuno di essi nella sua peculiarità, illustrandolo con esempi e attribuendogli un no­ me; infine aggiunsi anche i mezzi da adoperare con­ tro quegli artifìci, per così dire le parate contro quelle fìnte; e ne venne fuori una vera e propria dialettica eristica. Ora in essa gli artifìci o strata­ gemmi sullodati assunsero come figure eristico-dialettiche il posto che nella logica è occupato dalle figure sillogistiche, e nella retorica da quelle reto-

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riche. Con la logica e la retorica quelle figure han­ no in comune il fatto che in una certa misura sono innate, in quanto la loro prassi precede la teoria, dunque per esercitarle non occorre averle prima im­ parate. L’enumerazione puramente formale di que­ ste figure sarebbe dunque un complemento di quel­ la tecnica della ragione che è spiegata nel nono capitolo del secondo volume della mia opera prin­ cipale, tecnica consistente in logica, dialettica e re­ torica. Poiché, per quanto ne so, non esisteva alcun tentativo di questo genere, non potevo utilizzare alcun lavoro precedente: per il mio scopo ho potu­ to usare soltanto, qua e là, i Topici di Aristotele e alcune delle loro regole per stabilire (κατασκευάζειν) e demolire (άνασκευάζειν) le tesi. Uno scritto vera­ mente rispondente a tale scopo dev’essere stato quello di Teofrasto ricordato da Diogene Laerzio: ’Αγωνιστικόν τής περί τούς έριστικούς λόγους δεωρίας, che è andato perduto insieme a tutti i suoi scritti retorici. Anche Platone (De rep., V, p. 12, Bip.) par­ la di una άντιλογική τέχνη, che insegnava lo έρίζειν, come la διαλεκτική insegnava il διαλέγεσδαι. Tra i libri moderni si avvicina più di tutti al mio scopo quello del professor Friedemann Schneider, che un tempo insegnava all’università di Halle: Tractatus logicus singularis, in quo processus disputandi, seu officia, aeque ac vitia disputantium exhibentur (Halle 1718), in quanto egli, nei capitoli sui vitia, denuncia parecchie disonestà eristiche. Tuttavia egli tiene sempre d’occhio soltanto le dispute acca­ demiche formali: nel complesso, inoltre, la sua trat­ tazione della questione è fiacca e arida, come sono di solito i prodotti di queste facoltà, e per di più è scritta in un latino straordinariamente cattivo. Methodus disputandi di Joachim Lange, uscito un anno dopo, è decisamente migliore, ma non con­ tiene nulla di rispondente al mio scopo. — Nella re­ visione ora intrapresa di quel mio lavoro passato,

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uovo tuttavia che una trattazione così esauriente e minuziosa delle vie traverse e dei trucchi di cui si serve l’ordinaria natura umana per celare i suoi di­ ietti non è più conforme al mio temperamento, e per questo la lascio da parte. Ma, per descrivere me­ glio il modo in cui ho trattato la questione a coloro che in futuro si sentissero di affrontare un tal com­ pito, voglio qui presentare a mo’ di saggio un paio di questi stratagemmi, e prima di tutto, però, far conoscere, prendendoli da quel mio lavoro, i Linea­ menti di ciò che è essenziale a ogni disputa, perché essi forniscono l’armatura astratta, per così dire lo scheletro, della controversia, dunque possono ser­ vire come un’osteologia della controversia in gene­ rale e meritano di figurare qui per la loro chiarez­ za e concisione. Essi dicono: In ogni disputa sia pubblica, come nelle aule ac­ cademiche o nei tribunali, sia privata, come nella semplice conversazione, il procedimento essenziale è il seguente: Si pone una tesi che deve essere confutata: a que­ sto scopo vi sono due modi e due vie. 1) I modi sono: ad rem e ad hominem o ex conces­ sis. Solo con il primo possiamo rovesciare la verità assoluta o oggettiva della tesi, in quanto dimostria­ mo che non corrisponde alla natura dell'argomento in questione. Con il secondo, invece, ne rovesciamo semplicemente la verità relativa, in quanto dimo­ striamo che contraddice altre affermazioni o am­ missioni di colui che difende la tesi, oppure in quanto dimostriamo che i suoi argomenti sono in­ sostenibili; sicché la verità oggettiva della cosa re­ sta indecisa. Per esempio, se in una controversia su argomenti di filosofia o di scienza l’avversario (che per far questo dovrebbe essere un inglese) si per­ mette di addurre argomenti biblici, noi possiamo confutarlo con argomenti dello stesso genere, seb­ bene siano soltanto argumenta ad hominem che

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nulla decidono della questione. È come se si pagasse qualcuno con la stessa moneta che da lui si riceve. In molti casi questo modus procedendo si può para­ gonare a ciò che accadrebbe se in tribunale il que­ relante producesse un falso pagherò, che il quere­ lato a sua volta liquidasse con una ricevuta falsa: il prestito potrebbe ciò nondimeno aver avuto luo­ go. Ma come quest’ultimo procedimento, così anche la pura argumentatio ad hominem ha il vantaggio della brevità in quanto spesso, nell’uno come nel­ l’altro caso, una vera e approfondita spiegazione di merito potrebbe essere estremamente minuziosa e difficile. 2) Le due vie sono quella diretta e quella indiret­ ta. La prima attacca la tesi nelle sue ragioni, l’al­ tra nelle sue conseguenze. La prima dimostra che la tesi non è vera, la seconda che non può esserlo. Vediamole da vicino. a) Con la via della confutazione diretta, dunque attaccando le ragioni, noi dimostriamo che esse non sono vere, dicendo nego majorent, oppure nego minorem; in ambedue i casi attacchiamo il conte­ nuto del sillogismo che dimostra la tesi. Oppure ammettiamo le ragioni ma dimostriamo che non ne deriva la tesi, diciamo dunque: nego consequentiam; e in tal modo attacchiamo la forma del sil­ logismo. b) Se si ricorre alla confutazione per via indiretta, dunque se si attacca la tesi nelle sue conseguenze per dedurre dalla non verità di esse, in forza della legge a falsitate rationati ad falsitatem rationis va­ let consequentia, la non verità della tesi, possiamo servirci o della pura istanza, o della apagoge. a) distanza, ενστασις, è un puro e semplice exemplum in contrarium: essa confuta la tesi indicando cose o circostanze che sono comprese nella sua enunciazione, dunque ne derivano, ma con le quali

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essa evidentemente non quadra, perciò non può es­ sere vera. ß) Adoperiamo Yapagoge quando supponiamo prov­ visoriamente come vera la tesi, ma poi colleghia­ mo con essa un’altra proposizione, riconosciuta ve­ la e non contestata, in modo che ambedue diven­ tano le premesse di un sillogismo la cui conclusio­ ne è evidentemente falsa in quanto contraddice o la natura delle cose in generale, o la struttura cer­ tamente riconosciuta della cosa di cui si parla, op­ pure un’altra affermazióne di colui che sostiene la tesi; dunque l’apagoge può essere, quanto al modus, sia semplicemente ad hominem sia ad rem. Ma se le verità alle quali quella conclusione contraddice sono assolutamente indubitabili, addirittura certe a priori; allora abbiamo ridotto l’avversario ad absurdum. In ogni caso, poiché l'altra premessa ag­ giunta è di verità incontestata, la falsità della con­ clusione deve discendere dalla sua tesi: questa dun­ que non può essere vera. Ogni procedimento di attacco nella disputa sarà riconducibile alle procedure qui descritte formal­ mente: nella dialettica, dunque, esse sono ciò che nella scherma sono i colpi regolari, come la terza, la quarta e così via — invece gli artifici o stratagem­ mi da me raccolti sono forse da paragonare alle finte, e finalmente le escandescenze personali du­ rante le dispute si possono paragonare ai cosiddetti « colpi bassi ». Ecco un saggio con alcuni esempi degli stratagemmi da me raccolti. Settimo stratagemma: ^estensione. L’affermazio­ ne dell’avversario viene allargata oltre i suoi limiti naturali, dunque presa in un senso più ampio di quello che egli intende, o addirittura ha espresso, onde confutarla agevolmente in tal senso. Esempio: A afferma che gli inglesi superano tut­ te le altre nazioni nell’arte drammatica. B fa va­ lere la speciosa instantia in contrarium secondo cui

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nella musica, perciò anche nell’opera, essi sarebbe­ ro inferiori. — [Ne discende, come parata per que­ sta finta, che nel rispondere a un’obiezione bisogna immediatamente limitare la propria enunciazione alle espressioni adoperate, o al senso che ad esse va in buona fede attribuito, in generale restringerla il più possibile. Infatti quanto più un’affermazione è generalizzata a tanto più numerosi attacchi essa è esposta]. Ottavo stratagemma: la consequenziarietà. Alla frase dell’avversario, si aggiunge, spesso senza nep­ pure dirlo, una seconda frase che le è affine per soggetto o per predicato: da queste due premesse si trae una conclusione non vera, per lo più odiosa, che si addossa all’avversario. Esempio: A loda il fatto che i francesi abbiano cacciato Carlo X. B replica subito: « Dunque lei vuol cacciare il nostro re ». — La proposizione che egli ha tacitamente aggiunto come premessa mag­ giore è: « Tutti coloro che cacciano il loro re sono da lodare ». — Ciò può anche essere ricondotto alla fallacia a dicto secundum quid ad dictum simpli­ citer. Nono stratagemma: la diversione. Quando, nel corso della disputa, si nota che le cose si mettono male e che l’avversario l’avrà vinta, si cerca di evi­ tare in tempo questo cattivo esito mediante una mutatio controversiae, dunque deviando la discus­ sione su di un altro argomento, cioè un qualsiasi argomento secondario, magari passando senz’altro ad esso. A questo punto, si cerca di attribuire que­ sto argomento all’avversario per attaccarlo e per sostituirlo all’argomento originario della contro­ versia, di modo che l’avversario deve rinunciare a cogliere l’imminente vittoria e volgersi in questa direzione. Ma se sfortunatamente anche qui ci si imbatte in un forte argomento contrario, allora si fa rapidamente la stessa cosa, si salta ancora una

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volta a qualcos’altro: e ciò si può ripetere una de­ cina di volte in un quarto d’ora, salvo che l’avver­ sario non perda la pazienza. Queste diversioni stra­ tegiche si possono realizzare in modo più abile spo­ stando, senza farlo notare e un po’ alla volta, la controversia su di un argomento affine a quello di­ scusso, se possibile su qualcosa che realmente lo ri­ guarda, ma in un altro senso. È già cosa meno fine conservare semplicemente il soggetto della tesi, por­ tando invece sul tappeto altre relazioni di esso che nulla hanno a che fare con quelle di cui si parla; per esempio, se si parla del buddhismo dei cinesi, saltare al loro commercio del tè. Se però neppure questo si può fare, si ricorre a un’espressione casual­ mente adoperata dall’avversario onde allacciarvi una controversia del tutto nuova e così liberarsi da quella vecchia: per esempio, se l’avversario ha det­ to: « Proprio qui è il mistero della questione », al­ lora si soggiunge immediatamente: « Se Lei mi si mette a parlare di misteri e di misticismo non so­ no il tipo adatto: infatti per ciò che riguarda... » e via dicendo, e così si guadagna terreno. Ma se nep­ pure questa scappatoia è possibile, allora bisogna essere più spudorati e saltare improvvisamente a un argomento del tutto estraneo, dicendo per esempio: « Sì, e del resto Lei anche di recente ha afferma­ to... » e via dicendo. — In generale la diversione, tra tutti gli artifici di cui si servono, per lo più istinti­ vamente, i disputanti disonesti, è il trucco predi­ letto e più usato, quasi inevitabile non appena essi si trovano in imbarazzo. Di questi stratagemmi dunque ne avevo messi in­ sieme e sviluppati una quarantina circa. Ma met­ termi ora a illustrare tutte queste scappatoie della limitatezza e dell’incapacità, sorelle della testardag­ gine, della vanità e della disonestà, mi dà la nausea; per questo mi fermo a questi saggi, e tanto più energicamente sottolineo le ragioni addotte sopra

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perché si evitino le dispute con persone come sono quasi tutti. Forse si potrebbe tentare di soccorrere con argomenti la capacità di comprendere di un’al­ tra persona; ma non appena si nota della testar­ daggine nelle sue obiezioni, si deve smettere imme­ diatamente: infatti ben presto quella persona di­ venterà disonesta, e un sofisma è nella teoria ciò che nella pratica è un sopruso: ma gli stratagemmi di cui si è parlato sono molto più indegni dei sofi­ smi. In essi infatti la volontà assume la maschera dell’intelletto per recitarne la parte; il risultato è sempre abietto; e del resto poche cose suscitano in­ dignazione come il notare che una persona di pro­ posito non capisce. Chi non riconosce il valore del­ le ragioni del suo avversario rivela o un intelletto semplicemente debole, o un intelletto oppresso dal dominio della volontà, dunque indirettamente de­ bole: perciò, solo se lo richiedono il proprio ufficio e il proprio dovere, ci si deve accapigliare con gen­ te del genere. — Con tutto questo devo anche am­ mettere, per riconoscere il diritto dei sotterfugi ac­ cennati, che un argomento pertinente dell’avversa­ rio non deve indurci ad abbandonare affrettatamente la nostra opinione. Noi sentiamo la forza di quell’argomento, ma non ci viene in mente con la stessa rapidità quel che, in altro modo, potrebbe far sussistere e salvare le nostre opinioni. Se in que­ sto caso diamo subito per perduta la nostra tesi, può avvenire che, proprio così, non siamo fedeli alla verità; infatti si potrebbe trovare, dopo, che ciò nonostante avremmo avuto ragione, ma, per de­ bolezza e mancanza di fiducia nella nostra causa, abbiamo ceduto all’impressione del momento. — Può darsi perfino che la dimostrazione da noi data per la nostra tesi fosse realmente sbagliata, ma che ne esista un’altra giusta. È questo sentimento che induce perfino persone sincere e amanti della veri­ tà a non cedere a un buon argomento, ma invece

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a tentare una breve difesa anzi a insistere nella loro tesi anche quando l’argomentazione contraria li ha messi in dubbio sulla sua verità. Somigliano in tal caso al condottiero che non può mantenere una posizione e lo sa ma, sperando nei rinforzi, cerca di temporeggiare. Essi sperano cioè che, mentre si difendono con cattive ragioni, vengano quelle buo­ ne, oppure di afferrare la speciosità degli argomen­ ti dell’avversario. In tal modo si sarà costretti per così dire a una piccola disonestà nel discutere, in (pianto momentaneamente non si deve tanto com­ battere per la verità quanto per la propria tesi. Fi­ no a questo punto tutto ciò deriva dalla non cono­ scenza della verità e dall’imperfezione dell’intellet­ to umano. Ma ora sorge subito il pericolo di spin­ gersi troppo in là, di lottare troppo a lungo in cat­ tiva fede, infine di ostinarsi e, cedendo alla cattive­ ria dell'umana natura, di difendere per fas et nejas, dunque perfino con l’aiuto di stratagemmi disone­ sti, la propria tesi, aggrappandosi ad essa mordicus. Qui ognuno sia protetto dal suo buon genio perché poi non si abbia a vergognare. Intanto una chiara conoscenza dell’argomento qui trattato contribuirà certamente a educare se stessi anche sotto questo riguardo.

CAPITOLO TERZO

PENSIERI RIGUARDANTI L’INTELLETTO IN GENERALE E SOTTO OGNI RAPPORTO

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In filosofia ogni procedimento che pretenda di essere privo di presupposti è pura millanteria: in­ fatti bisogna sempre considerare come data una co­ sa qualsiasi per partire da essa. Ciò significa il detto δός μοί που στώ, che è la condizione indispensabile di ogni agire umano, e anche del filosofare; giacché non possiamo librarci nell’etere né intellettualmen­ te né fisicamente. Un tale punto di partenza del filosofare, una tale cosa assunta come data deve però, in seguito, venire compensata e giustificata. Il dato assunto, infatti, sarà o qualcosa di sogget­ tivo, dunque per esempio l’autocoscienza, la rap­ presentazione, il soggetto, la volontà; oppure qual­ cosa di oggettivo, dunque ciò che di altre cose si presenta nella coscienza, per esempio il mondo rea­ le, le cose esterne, la natura, la materia, gli atomi, anche un dio, anche un puro concetto preso a pia­ cere, come la sostanza, l’assoluto o qualunque esso sia. Per compensare l’arbitrio in tal modo commes­ so e rettificare il presupposto bisogna successiva­ mente mutare il punto di vista e porsi da quello opposto, dal quale si dedurrà quanto in principio era stato assunto come dato in un filosofema inte­ grativo: « sic res accendunt lumina rebus Se per esempio si parte dal soggettivo, come Berke­ ley, Locke e Kant, nel quale questo modo di con­ siderare le cose attinse il suo culmine, si otterrà, sebbene a causa della effettiva immediatezza del soggettivo questa via presenti i maggiori vantaggi, una filosofia in parte molto unilaterale e in parte

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non del tutto giustificata, se non la si integra in questo modo: prendendo a sua volta ciò che in essa è dedotto come punto di partenza in quanto dato, e dunque deducendo, dal punto di vista opposto, il soggettivo dall’oggettivo, come in precedenza !'oggettivo dal soggettivo. Io credo di aver fornito questa integrazione della filosofia kantiana, almeno per l'essenziale, nel capitolo 22 del secondo volu­ me della mia opera principale, e nella Volontà nel­ la natura, sotto la rubrica « Fisiologia delle pian­ te », in quanto, partendo dalla natura esteriore, de­ duco l’intelletto. Ma se, all’inverso, si parte dall’oggettivo e come dato si prendono subito molte cose, per esempio la materia insieme alle forze che in essa si manifesta­ no, si ha ben presto l’intera natura, giacché un tal modo di considerare produce il puro naturalismo, che io più esattamente ho chiamato fìsica assoluta. Qui, infatti, il dato, dunque l’assolutamente reale, concepito in modo generale, consiste nelle leggi della natura e nelle forze della natura insieme al loro supporto, la materia; specificamente conside­ rato, consiste invece in un numero enorme di soli che si librano nello spazio infinito e di pianeti che girano attorno ad essi. Perciò nel risultato non si hanno ovunque se non sfere, in parte luminose, in parte illuminate. Sulla superficie di queste ultime, in seguito ad un processo di corruzione, si è svilup­ pata la vita, che produce in graduale accrescimento gli esseri organici, i quali si presentano come indi­ vidui che cominciano e finiscono nel tempo me­ diante la generazione e la morte conformemente alle leggi che guidano la forza della vita, leggi che, come tutte le altre, costituiscono l’ordinamento do­ minante delle cose di eternità in eternità, senza principio e senza fine, e senza render conto di se stesse. Al culmine di quella scala si trova ’’uomo, la cui esistenza ha parimenti un inizio, nel suo de-

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corso ha molte e grandi sofferenze, poche e avare gioie, e poi come ogni altra cosa ha una fine; e do­ po la fine è come se non fosse mai esistita. La nostra fisica assoluta, che guida qui la nostra considera­ zione e svolge la funzione della filosofia, ci spiega ora come, in seguito a quelle leggi naturali sussi­ stenti e valide in assoluto, un'apparenza genera continuamente l’altra oppure anche la soppianta: tutto vi avviene in modo assolutamente naturale, ed è per ciò perfettamente chiaro e comprensibile; sicché alla totalità del mondo così esplicato si po­ trebbe applicare una frase che Fichte, quando era solito produrre sulla cattedra il suo talento dram­ matico, declamava con profonda serietà, enfasi gran­ diosa e assumendo un’aria destinata a sbalordire estremamente gli studenti: « È, perché è; ed è co­ me è, perché è così ». Da questo punto di vista, allora, sembra un puro capriccio che qualcuno pre­ tenda di cercare ulteriori spiegazioni, per un mon­ do ormai così chiarito, in una metafisica del tutto immaginaria, sulla quale poi si erigerebbe una mo­ rale, che, poiché non è motivabile mediante la fi­ sica, troverebbe il suo unico sostegno in quelle fin­ zioni metafisiche. Su ciò si fonda l’evidente disprez­ zo con cui i fisici guardano la metafisica. — Ma, nonostante l’autosufficienza di quel puro filosofare oggettivo, prima o poi e sotto varie forme e per va­ rie occasioni si faranno sentire l’unilateralità di tale punto di vista e la necessità di mutarlo, dun­ que di porre a oggetto dell’indagine il soggetto co­ noscente insieme alla sua facoltà conoscitiva, nella quale solamente tutti quei mondi sono prima di tutto presenti. Così, per esempio, alla base di ciò che dicono i mistici cristiani — i quali chiamano l’intelletto umano lume naturale che essi reputano incompetente in superiore istanza — sta la consa­ pevolezza che la validità di tutte le conoscenze di questo tipo può essere soltanto relativa e condizio-

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nata, e non incondizionata, quale invece la riten­ gono i nostri moderni razionalisti, che proprio per questo disprezzano i profondi misteri del cristiane­ simo allo stesso modo in cui i fisici disprezzano la metafisica, e per esempio ritengono che il dogma del peccato originale sia una superstizione, perché il loro buon senso da pelagiani è felicemente riu­ scito a dimostrare che un individuo non può essere tenuto colpevole del peccato commesso da un altro individuo seimila anni prima di lui. Infatti il razio­ nalista segue tranquillamente il suo lume naturale, e presume davvero con tutta serietà che quaranta o cinquanta anni prima — prima cioè che il suo papà in berretto da notte lo generasse e la sua mamma lo mettesse felicemente alla luce — egli era pura­ mente e assolutamente un nulla, e addirittura nac­ que da nulla. Poiché solo così egli non è responsa­ bile di nulla. Questo peccatore, anzi, peccatore ere­ ditario!11 Dunque, come si è detto, per una via o per l’altra, ma per lo più per l’inevitabile via filosofica, la speculazione che segue alla conoscenza oggettiva comincerà prima o poi a notare il disordine, a capire cioè che tutta la sapienza raggiunta dal lato ogget­ tivo è stata accettata sul credito dell’intelletto uma­ no, che pur deve avere le sue forme, le sue funzioni e il suo modo di rappresentazione, e dunque è con­ dizionata integralmente dall’intelletto; ne consegue la necessità, anche qui, di cambiare punto di vista e di sostituire il procedimento oggettivo con quello soggettivo, dunque di fare oggetto dell’indagine e di sottoporre a esame i poteri dell’intelletto, che lino ad ora, fidando in se stesso, aveva costruito tranquillamente il suo dogmatismo e aveva giudi­ cato arditamente a priori sul mondo e su tutte le cose che sono nel mondo, e addirittura sulla loro possibilità. Ciò conduce a Locke; poi alla Critica della ragione pura e infine alla conoscenza che il

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lume naturale è esclusivamente diretto verso l’ester­ no, e, se volesse riflettersi e illuminare la sua inte­ riorità, non potrebbe farlo, dunque non può di­ sperdere immediatamente le tenebre che ivi domi­ nano, bensì, per la via traversa della riflessione bat­ tuta da quei filosofi e tra grandi difficoltà, riceve notizie indirette sul suo proprio meccanismo e la sua natura. Ma allora risulta chiaro all’intelletto che esso è per sua natura destinato a concepire mere relazioni, cosa sufficiente al servizio di una volontà individuale, e che proprio per questo è essenzialmente diretto verso l’esterno ed anche qui, è una mera forza di superficie, come l’elettricità, cioè coglie soltanto la superficie delle cose, non però penetra nel loro interno, e proprio per que­ sto poi non riesce, di tutti quegli esseri per lui chia­ ri e reali oggettivamente, a comprenderne del tutto e radicalmente neppure uno e neppure il più pic­ colo e il più semplice, ma piuttosto in ogni e qual­ siasi cosa l’aspetto principale rimane per lui un mistero. Ma in questo modo viene portato a quella conoscenza più profonda che è indicata dalla paro­ la idealismo: che cioè quel mondo oggettivo e il suo ordinamento, quale esso lo concepisce con le sue operazioni, non esiste in modo incondizionato e in se stesso, bensì nasce mediante le funzioni del cervello, e perciò in primo luogo esiste puramente in quest’ultimo e quindi ha in questa forma un’esi­ stenza che è solo condizionata e relativa, dunque è mero fenomeno, mera apparenza. Se fino a quel momento l’uomo aveva cercato le radici della sua esistenza, e in questa ricerca presumeva che le leggi del conoscere, del pensare e dell’esperienza fossero puramente oggettive, esistenti in sé e per sé e asso­ lutamente, e che egli e tutte le altre cose esistessero solo in grazia di esse; adesso riconosce che invece il suo intelletto, e per conseguenza anche la sua esistenza, è la condizione di tutte quelle leggi e di

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< iò che da esse consegue. Infine egli comprende an­ che che l’idealità, ora per lui chiara, dello spazio, del tempo e della causalità fa luogo a un ordina­ mento delle cose del tutto diverso da quello della natura, il quale tuttavia egli è costretto a conside­ rile come il risultato, o il geroglifico, di quell’altro.

28 Quanto l’intelletto umano sia di regola poco adatto alla riflessione filosofica lo si vede tra l’altro nel fatto che ancor oggi, dopo tutto quel che ne è slato detto dai tempi di Cartesio, all’idealismo con­ tinua ad opporsi tranquillamente il realismo con l'ingenua affermazione che i corpi come tali non sarebbero soltanto nella nostra rappresentazione ma esisterebbero realmente e veracemente. Ma proprio questa stessa realtà, questo modo di esistenza con lutto ciò che esso contiene, è quella realtà della quale noi affermiamo che essa è presente soltanto nella rappresentazione e non è riscontrabile al di inori di questa; giacché tale realtà è soltanto un certo necessario ordinamento dei collegamenti delle nostre rappresentazioni. Nonostante quel che in precedenza hanno ilisegnato gli idealisti, e in par­ ticolare Berkeley, ci si convince profondamente di c iò soltanto con Kant, perché egli non liquida la questione d’un colpo, ma entra nei particolari, se­ para l’elemento a priori, tiene conto dovunque del­ l’elemento empirico. Ma, una volta che si è com­ presa l’idealità del mondo, l’affermazione che esso dovrebbe sussistere anche se nessuno se lo rappre­ sentasse appare davvero assurda; essa infatti enun­ cia una contraddizione: giacché il suo esser presen­ te non significa appunto altro che il suo essere rap­ presentato. La sua esistenza stessa risiede nella rap-

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presentazione del soggetto. Ciò appunto è enun­ ciato quando si dice: esso è oggetto.* Per questa ragione le religioni più nobili e più antiche, le re­ ligioni migliori, dunque il brahmanesimo e il bud­ dhismo, pongono a fondamento delle loro teorie ì’idealismo e osano pertanto richiederne il ricono­ scimento perfino al popolo. L’ebraismo invece con­ centra e consolida il realismo. — Nell’espressione « l’io » è insito un sofisma intro­ dotto da Fichte e corrente nelle università a par­ tire dai suoi tempi. Infatti con la forma sostanti­ vata e con l’articolo si trasforma ciò che è essen­ zialmente e assolutamente soggettivo in oggetto. Giacché, in verità, « io » designa il soggettivo come tale che perciò non può mai diventare oggetto, de­ signa cioè colui che conosce in contrapposizione, e come condizione, di tutto ciò che è conosciuto. La saggezza di tutte le lingue ha espresso questa cosa non trattando « io » come un sostantivo: per questo appunto Fichte fu costretto a far violenza alla lin­ gua, onde realizzare il suo intento. [Un sofisma an­ cora più sfrontato, sempre di codesto Fichte, è l’uso spudorato che egli ha fatto della parola « porre », abuso che invece di essere biasimato e confutato è ancora commesso frequentemente da quasi tutti i filosofastri, sull’esempio di Fichte e in forza della sua autorità, come ausilio costante di sofismi e dot­ trine fallaci. « Porre », ponere, da cui propositio, è sempre stata un’espressione puramente logica, la quale significa che, nel nesso logico di una disputa o di una qualsiasi altra discussione, si assume anti* [Se per esempio guardo un oggetto qualsiasi, diciamo un panorama, e poi penso che in questo momento mi venga tagliata la testa, so che l’oggetto rimarrebbe fermo e irremovibile: ma, in ultima analisi, ciò implica che an­ che io esisterei ancora. Ciò sarà chiaro a pochi, ma sia detto per questi pochi].

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cipatamente qualche cosa, la si presuppone, la si afferra, dunque si conferisce provvisoriamente ad essa validità logica e verità formale. Ma con tutto ciò la sua realtà, la sua verità e effettualità mate­ riale rimane assolutamente indecisa, non è messa in questione. Un po’ alla volta Fichte riuscì, però, a far passare in questo porre un significato reale, ma naturalmente oscuro e nebuloso, che gli sciocchi han preso per buono e i sofisti adoperano di conti­ nuo: da quando cioè 1’« io » ha posto se stesso e poi ha posto il « non io », porre equivale a creare, pro­ durre, insomma mettere al mondo non si sa in che modo; e tutto quello che si vorrebbe supporre sen­ za ragioni come esistente e dar da bere agli altri, viene per l’appunto posto, e così sussiste ed è lì, proprio realmente. Questo è il metodo ancor oggi in voga della cosiddetta filosofia postkantiana ed è opera di Fichte].

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L’idealità del tempo, scoperta da Kant, propria­ mente è già contenuta nella legge di inerzia appar­ tenente alla meccanica. Infatti ciò che tale legge enuncia è, in fondo, che il tempo puro non è in grado di produrre alcun effetto fisico; perciò esso di per sé e da solo non muta nulla alla quiete e al movimento di un corpo. Già di qui risulta che il tempo non è qualcosa di fisicamente reale bensì qualcosa di trascendentalmente ideale, cioè non ha origine nelle cose bensì nel soggetto conoscente. Se esso inerisse come qualità, o accidente, alle cose me­ desime e in sé, la sua quantità, dunque la sua lun­ ghezza o brevità, dovrebbe poter cambiare qual­ cosa in esse. Ma è proprio ciò che la quantità del tempo non può fare: piuttosto il tempo scorre

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al di sopra delle cose, senza imprimere su di esse la minima traccia. Infatti efficienti sono solamente le cause nel corso del tempo, ma non il tempo me­ desimo. Perciò appunto, se un corpo è sottratto a tutte le influenze chimiche — come per esempio il mammuth nel lastrone di ghiaccio della Lena, l’in­ setto nell’ambra, un metallo nobile in un’aria per­ fettamente asciutta, gli oggetti antichi egiziani (per­ fino le parrucche) nella loro tomba asciutta — neppure i millenni cambiano qualcosa in esso. Que­ sta assoluta inefficienza del tempo è ciò che in mec­ canica si presenta come legge di inerzia. Se un cor­ po ha assunto una volta un movimento, non vi è tempo che sia in grado di toglierglielo o soltanto di diminuirlo: esso è in assoluto senza fine, salvo che non intervengano in contrario cause fisiche: proprio come un corpo in quiete rimane tale in eterno se non intervengono cause fisiche a porlo in movimento. Già di qui consegue, dunque, che il tempo è qualcosa che non tocca i corpi, anzi che esso e i corpi sono di natura eterogenea, in quanto quella realtà che compete ai corpi non è da attri­ buire al tempo, per cui quest’ultimo è assolutamen­ te ideale, cioè appartiene alla mera rappresentazio­ ne e al suo apparato; mentre invece i corpi, per la molteplice diversità delle loro qualità e dei loro ef­ fetti, rivelano di non essere puramente ideali, e in essi piuttosto si manifesta in pari tempo qualcosa di oggettivamente reale, una cosa in sé, per quanto diversa possa essere dal suo apparire. [Il movimento è innanzitutto un processo pura­ mente foronomico, cioè un processo gli elementi del quale sono presi soltanto dal tempo e dallo spazio. La materia è ciò che è mobile: essa è già og­ gettivazione della cosa in sé. Ma la sua assoluta in­ differenza rispetto alla quiete e al moto, in grazia della quale essa, nella quiete come nel moto, non appena li ha assunti, vi persiste ed è tanto disposta

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a volare per l’eternità quanto a rimanere in quiete per l’eternità, dimostra che lo spazio e il tempo, e quindi i contrari che ne derivano di moto e di quiete, non ineriscono alla cosa in sé, che si pre­ senta come materia e conferisce ad essa tutte le sue forze, ma piuttosto le sono del tutto estranei; che essi perciò non sono venuti da ciò che appare nel­ l’apparenza, bensì sono venuti dall’intelletto che concepisce l’apparenza, al quale intelletto essi ap­ partengono come sue forme]. Chi, sia detto di passaggio, vuole avere una viva intuizione della qui citata legge dell’inerzia, si im­ magini di trovarsi al confine del mondo davanti allo spazio vuoto e di scaricare in esso una pistola. La palla volerà, in direzione immutata, per tutta l’eternità: non vi saranno miliardi di anni di volo che la stanchino, non le mancherà mai lo spazio per volare ancora né avrà fine il tempo a ciò neces­ sario. A ciò si aggiunga che noi sappiamo tutto que­ sto a priori, e proprio per questa ragione lo sap­ piamo con assoluta certezza. Io penso che qui si colga in modo eccezionale l’idealità trascendenta­ le, cioè la fantasmagoria cerebrale, dell’intera que­ stione. Una considerazione, analoga a quella precedente sul tempo e ad essa parallela, a proposito dello spazio potrebbe forse riallacciarsi al fatto che la materia non può né essere aumentata né essere di­ minuita, per quanto la si estenda dividendola o anche la si comprima nello spazio; oppure anche al fatto che, nello spazio assoluto, la quiete e il moto rettilineo [dal punto di vista foronomico] coincido­ no e sono la stessa cosa. Un presentimento della teoria kantiana dell’idea­ lità del tempo si trova in varie sentenze di antichi filosofi; a questo proposito ho già detto il necessario altrove. [Spinoza dice addirittura: « tempus non est affectio rerum, sed tantum merus modus cogitandi »

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(Cogitata metaphysica, cap. 4). Propriamente la co­ scienza dell’idealità del tempo sta perfino alla base del concetto, da sempre esistito, di eternità. Questa cioè è essenzialmente l’opposto del tempo, e in que­ sto senso coloro che avevano una qualche penetra­ zione hanno sempre concepito il concetto di eter­ nità, ma potevano far ciò solo perché sentivano che il tempo risiede solamente nel nostro intelletto, non nell’essenza delle cose in sé. Solo l’inintelligenza delle persone assolutamente incapaci non ha saputo intendere il concetto di eternità se non co­ me tempo senza fine. Ciò appunto costringeva gli scolastici a sentenze perentorie, come: « aeternitas non est temporis sine fine successio, sed Nunc stans »; del resto già Platone nel Timeo aveva det­ to, e Plotino lo ripete, « αίώνος είκών κινητή ò χρόνος »].12 In questo senso si potrebbe chiamare il tempo un pezzo di eternità [e fondare su di ciò l’af­ fermazione che, se non vi fosse eternità, non vi po­ trebbe essere il tempo, anzi che il nostro intelletto può produrre il tempo solo perché noi ci troviamo nell’eternità]. — Dall’epoca di Kant, nello stesso senso, è stato introdotto in filosofia il concetto di essere extratemporale: ma bisognerebbe usarlo con molta cautela, giacché esso fa parte di quei concetti che si possono pensare ma non dimostrare né rea­ lizzare con alcuna intuizione. Il fatto che il tempo scorre ovunque e in tutte le teste in modo perfettamente uniforme lo si potreb­ be assai bene comprendere se esso fosse qualche cosa di puramente esteriore, oggettivo, se fosse qual­ cosa di percepibile mediante i sensi, come i corpi. Ma non è così: non possiamo né vederlo né toccar­ lo. Inoltre esso non è affatto puro movimento o una qualsivoglia mutazione dei corpi: questa piuttosto è dentro il tempo, che dunque è già da essa pre­ supposto come condizione: infatti l’orologio va avanti o indietro, ma non è il tempo che va con es-

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so; bensì quell’elemento uniforme e normale, a cui si riferisce quel presto e quel lentamente, è il reale decorso del tempo. [L’orologio misura il tempo, ma non lo fa]. Se tutti gli orologi si fermassero, se per­ fino il sole restasse fermo, se ogni e qualsiasi movi­ mento o mutamento cessasse: ciò non impedirebbe nemmeno per un attimo il decorso del tempo, ben­ sì esso proseguirebbe il suo corso normale e scorre­ rebbe senza essere accompagnato da mutamenti. Tuttavia il tempo, come si è detto, non è qualcosa di percepibile, di dato esteriormente e di efficiente su di noi, insomma non è qualcosa di propriamen­ te oggettivo. Allora non rimane da supporre altro se non che esso risieda in noi, che sia il nostro pro­ prio processo mentale in continuo progresso, o, co­ me dice Kant, la forma del senso interno e di tutto il nostro rappresentare; sicché esso costituisce l’ar­ matura ultima del palcoscenico di questo mondo oggettivo. Quella uniformità del suo corso in tutte le teste dimostra, più di qualunque altra cosa, che noi tutti siamo immersi nello stesso sogno, anzi che è un solo essere a sognare quel sogno.* [Il tempo ci sembra talmente qualcosa di comprensibile di per sé, che non ne prendiamo chiara coscienza per na­ tura, ma badiamo soltanto al corso dei mutamenti dentro di esso, i quali certo possono essere cono­ sciuti in modo puramente empirico. Perciò è già un notevole passo avanti verso la formazione filo­ sofica riuscire a considerare il tempo puro, e chie* [Se si volesse, data l’origine soggettiva del tempo, me­ ravigliarsi della perfetta uniformità del suo corso in tan­ te teste diverse, alla base di ciò sarebbe un equivoco: infatti l’uniformità dovrebbe significare, qui, che in un dato tempo trascorre una stessa quantità di tempo, dun­ que bisognerebbe assumere l’assurdo presupposto di un secondo tempo nel quale il primo scorrerebbe rapida­ mente o lentamente].

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dersi consapevolmente: « Che cos’è quest’essenza, che non è possibile né vedere né udire, ma nella quale tutto deve entrare per essere reale, e che va avanti con inesorabile uniformità, senza che nulla possa anche minimamente arrestarla o affrettarla, ciò che invece è possibile fare con i cambiamenti delle cose che in essa si verificano, per venirne a capo in un dato momento? ». — Ma il tempo ci sem­ bra talmente qualcosa di comprensibile di per sé che, non che porci queste domande, non possiamo pensare senza di esso alcun esistere: esso è per noi il presupposto permanente di ogni esistenza. Pro­ prio ciò dimostra che il tempo è una mera forma del nostro intelletto, cioè del nostro apparato cono­ scitivo, nella quale tutto deve rappresentarsi, come nello spazio: perciò, se viene a mancare il cervello, cade anche il tempo con tutta l'ontologia degli es­ seri che sul tempo è fondata. Senza considerazioni di questo tipo, a fondamento delle quali è la Cri­ tica della ragione pura, non è possibile alcun serio progresso in metafisica. Perciò non meritano alcun riguardo quei sofisti che le hanno respinte, per so­ stituirvi i sistemi dell’identità e buffonate di tutti i generi e tornare quindi tranquillamente alla filo­ sofia naturalistica]. La stessa cosa si può dimostrare anche per lo spazio, in quanto io posso lasciare die­ tro di me quanti mondi voglio, eppure non posso uscire dallo spazio ma me lo porto dovunque; giac­ ché esso inerisce al mio intelletto, e appartiene alla macchina rappresentativa posta dentro la mia sca­ tola cranica. [Il tempo non è semplicemente una forma a prio­ ri del nostro conoscere, ma ne è anche la base, ossia il basso fondamentale. Il tempo è la prima battuta del telaio che tesse l’intero universo quale ci si pre­ senta, ed è il supporto di tutte le nostre concezioni intuitive. Le altre forme del principio di ragione sono, per così dire, fatte a sua immagine e somi-

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glianza: il tempo è il tipo originario di tutto ciò. Per questo motivo tutte le nostre rappresentazioni riguardanti 1’esistenza e la realtà sono inseparabili dal tempo, e non possiamo fare a meno di rappre­ sentarci ogni e qualsiasi cosa come precedente o susseguente in una successione, e il « quando » è ancor più inevitabile del « dove ». Eppure tutto quanto si presenta nel tempo è mera apparenza]. Ora, il tempo è quel dispositivo del nostro intel­ letto, mediante il quale ciò che noi adesso conce­ piamo come futuro non sembra esistere affatto; il­ lusione che tuttavia scompare quando il futuro è diventato presente. In certi sogni, nel sonnambuli­ smo chiaroveggente e nella seconda vista, quella forma illusoria viene per un momento eliminata, per cui il futuro si presenta come attuale. Si spie­ ga, così, che i tentativi fatti talvolta con l’intenzio­ ne di sventare ciò che il veggente della seconda vista aveva annunciato, sia pure nelle circostanze accessorie, siano dovuti fallire: infatti egli lo ha già visto nella sua realtà, già allora presente, allo stes­ so modo che noi percepiamo soltanto ciò che è pre­ sente: quindi ciò che egli ha preannunciato è im­ mutabile come il passato. (Esempi di esperimenti di questo genere si trovano nell’« Archiv f. thierisch. Magnetism. » di Kieser, voi. Vili, 3, pp. 71, 87, 90). Corrispondentemente a ciò la necessità di ogni accadere che ci si presenta mediante la catena delle cause e degli effetti, cioè la necessità di ciò che si presenta in una successione temporale, non è altro che il modo come noi, sotto la forma del tempo, percepiamo ciò che esiste unitariamente e immuta­ bilmente; oppure, anche, essa è l’impossibilità che ciò che esiste, sebbene venga da noi conosciuto oggi come futuro, domani come presente, domani l’altro come passato, non sia tuttavia identico a se stesso, uno e immutabile. Come nel finalismo dell’orga-

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nismo si rappresenta l’unità della volontà in esso oggettivan tesi, unità che tuttavia nel nostro appren­ dimento legato allo spazio è percepita come una molteplicità di parti e come il loro accordo per uno scopo (cfr. la Volontà nella natura, p. 61), allo stes­ so modo la necessità prodotta dalla catena causale di tutto ciò che accade produce l’unità dell’essen­ za in sé che vi si oggettiva, necessità che, tuttavia, nel nostro apprendimento legato al tempo è con­ cepita come una successione di stati, dunque come passato, presente e futuro; mentre l’essere in sé non conosce tutto ciò, bensì esiste nel Nunc stans. Nella chiaroveggenza del sonnambulo, vengono molto più spesso, e quindi più facilmente, abolite le separazioni mediante lo spazio che non le sepa­ razioni mediante il tempo; in quanto ciò che è sem­ plicemente assente e lontano può essere intuito mol­ to più frequentemente di ciò che è realmente futu­ ro. Nel linguaggio di Kant ciò sarebbe spiegabile per il fatto che lo spazio è semplicemente la forma del senso esterno, il tempo quella del senso inter­ no. — Kant ha insegnato che spazio e tempo ven­ gono intuiti, quanto alla loro forma, a priori; ma che ciò possa avvenire anche quanto al loro conte­ nuto lo insegna il sonnambulismo chiaroveggente.

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La dimostrazione più convincente, e in pari tem­ po più semplice, dell’idealità dello spazio è che noi nel pensiero possiamo abolire tutto meno lo spazio. Possiamo soltanto svuotarlo: possiamo pen­ sare che tutto, assolutamente tutto, sia tolto dallo spazio, e farlo scomparire, possiamo anche imma­ ginarci che lo spazio tra le stelle fìsse sia assolutamente vuoto, e così via. Soltanto dello spazio mede-

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simo non possiamo in alcun modo liberarci: per (pianto facciamo, dovunque ci poniamo, esso è qui e non ha mai fine; lo spazio infatti sta alla base di ogni nostra rappresentazione e ne è la condizione prima. Ciò dimostra con assoluta certezza che esso appartiene al nostro intelletto, ne è parte integran­ te, quella parte cioè che fornisce il primo filo con­ duttore del tessuto su cui poi si riporta il vario­ pinto mondo degli oggetti. Lo spazio, infatti, si presenta non appena dev’essere rappresentato un oggetto, e accompagna poi tutti i movimenti, le gi­ ravolte e i tentativi dell’intelletto intuitivo, come gli occhiali che ho sul naso accompagnano tutti i movimenti della mia persona, o come l’ombra ac­ compagna il suo corpo. Se noto che qualcosa, do­ vunque e in tutte le circostanze, è presso di me, ne deduco che questa cosa mi inerisce: così, per esem­ pio, se un odore particolare a cui vorrei sfuggire si trova dovunque vado. Non altrimenti accade con lo spazio: qualunque cosa pensi, qualunque mondo io mi rappresenti, lo spazio è per prima cosa lì, e non vuole andarsene. Se ora, come evidentemente ne consegue, esso è una funzione, anzi una funzione fondamentale del mio intelletto, l’idealità che ne deriva si estende anche a tutto ciò che è spaziale, cioè a tutto quello che vi si presenta: ciò può anche avere un’esistenza oggettiva in sé, ma, in quanto è spaziale — in quanto cioè possiede una forma, una grandezza e un movimento —, è determinato sog­ gettivamente. [Anche i calcoli astronomici, che so­ no così esatti e ben congegnati, sono possibili solo perché lo spazio è in verità nella nostra testa]. Di conseguenza noi non conosciamo le cose come sono in sé, ma solo come ci appaiono. Questa è la grande teoria del grande Kant. Che lo spazio infinito esista indipendentemente da noi, dunque in modo assolutamente oggettivo e in se stesso, e che attraverso gli occhi giunga nella

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nostra testa una pura e semplice immagine dello spazio come di cosa infinita, è il più assurdo di tutti i pensieri, in un certo senso però è anche il più fertile; perché chi si rende conto chiaramente di tale assurdità, proprio cosi riconosce immediata­ mente la mera esistenza fenomenica di questo mon­ do, in quanto lo concepisce come puro fenomeno cerebrale che, in quanto tale, scompare con la mor­ te del cervello, lasciando come residuo un mondo del tutto diverso, il mondo delle cose in sé. Il fatto che la testa sia nello spazio non impedisce ad essa di comprendere che lo spazio a sua volta è solo nel­ la testa. *

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L’intelletto è per il mondo interiore della coscien­ za quel che è la luce per il mondo esteriore dei corpi. Infatti l’intelletto sta alla volontà, dunque anche all’organismo, che non è altro che volontà intuita oggettivamente, all’incirca come la luce sta al corpo infiammabile e all’ossigeno, dalla cui unio­ ne essa erompe. E, come la luce è tanto più pura quanto meno si mescola al fumo del corpo in com­ bustione, così anche l’intelletto è tanto più puro quanto più perfettamente è separato dalla volontà dalla quale è scaturito. Con metafora più ardita, si potrebbe addirittura dire: la vita è, notoriamente, * [Se dico « in un altro mondo », è grave incomprensione domandare < dov’è l’altro mondo? ». Infatti lo spazio, che solo conferisce significato a ogni « dove », appartie­ ne appunto a questo mondo; al di fuori di esso non vi è un « dove ». — Pace, quiete e beatitudine esistono sol­ tanto là dove non è né dove né quando].

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mi processo di combustione: la luce che se ne svi­ luppa è l’intelletto.

32 Che la nostra conoscenza, come il nostro occhio, veda soltanto verso l’esterno e non verso l’interno, di modo che il soggetto conoscente, quando cerca di dirigersi verso l’interno per conoscere se stesso, guarda in qualche cosa di assolutamente oscuro e cade nella vacuità assoluta — tutto questo è dovuto ai due motivi che seguono: 1) Il soggetto del conoscere non è qualche cosa di autonomo, non è una cosa in sé, non possiede un’esistenza indipendente, originaria, sostanziale; esso è bensì una mera apparenza, qualche cosa di secondario, un accidente, prima di tutto condizio­ nato dall’organismo, che è l’apparenza della volon­ tà; in una parola, esso non è altro che il punto fo­ cale, nel quale convergono tutte le forze cerebrali, come ho spiegato nel secondo volume della mia opera principale (cap. 22, p. 277; terza ed., p. 314). Come potrebbe, ora, questo soggetto del conoscere conoscere se stesso, se in sé non è nulla? Se si dirige verso l’interno, riconosce, invero, la volontà, che è la base del suo essere: ma questa, per il soggetto conoscente, non è una vera e propria autoconoscen­ za, bensì la conoscenza di un’altra cosa, diversa da sé, che ora, tuttavia, se non altro perché è oggetto di conoscenza, è in pari tempo soltanto apparenza, ma un’apparenza che ha per forma solo il tempo e non, come le cose del mondo esterno, anche lo spa­ zio. Ma, a parte ciò, se il soggetto riconosce la vo­ lontà, appunto solo come le cose esterne, nelle sue manifestazioni, dunque nelle singole volizioni, e in altre affezioni del genere che si comprendono sotto

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il nome di desideri, affetti, passioni e sentimenti, conseguentemente il soggetto conosce pur sempre la volontà come apparenza, sia pure non sotto la limitazione dello spazio, come le cose esterne. Ma, per le ragioni dette, il soggetto conoscente non può conoscere se stesso; perché niente vi è da conoscere in esso, se non il fatto che esso è appunto ciò che conosce; ma, proprio per questo, non è mai ciò che è conosciuto. È un'apparenza che non ha altra ma­ nifestazione se non il conoscere: di conseguenza in esso non può esserne riconosciuta altra. 2) La volontà in noi è in verità cosa in sé, sussi­ stente di per se stessa, qualcosa di primario, di au­ tonomo, la cui apparenza si presenta nell’apprendimento del cervello, che intuisce spazialmente, co­ me organismo. Tuttavia, anch’essa non è capace di autoconoscenza, perché in sé e per sé è qualcosa di puramente volitivo, non conoscitivo·, infatti la vo­ lontà come tale non conosce nulla, conseguentemen­ te neppure se stessa. Il conoscere è una funzione se­ condaria e mediata che non compete immediata­ mente alla volontà, la quale è l’elemento primario, nella sua propria essenza.

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La più semplice e spregiudicata auto-osservazione, insieme al risultato anatomico, conduce alla conclusione che sia l’intelletto sia la sua oggettiva­ zione, il cervello, insieme all’apparato sensoriale ad esso inerente, non è altro che una ricettività molto intensificata degli effetti esterni; ma non costituisce il nostro essere originario e veramente interno; dun­ que, che in noi l’intelletto non è quel che sarebbero nella pianta la forza germinale, oppure nella pietra la gravità e le forze chimiche: come tale risulta solo

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la volontà. L’intelletto in noi è, bensì, ciò che nella pianta può favorire o impedire la mera ricettività per gli influssi esterni, per gli effetti fisici e chimici e tutto quel che riguarda la sua crescita e il suo maturare; solo che in noi questa ricettività è così sviluppata che tutto il mondo oggettivo, il mondo come rappresentazione, si presenta grazie ad essa, e conseguentemente ha origine come oggetto in que­ sto modo. Per toccare ciò con mano, ci si rappresen­ ti il mondo senza esseri animali. In tal caso il mon­ do è senza percezione, dunque propriamente non esistente dal punto di vista oggettivo; tuttavia lo si supponga così. Si immagini, ora, un certo numero di piante cresciute da terra molto vicine l’una al­ l’altra. Su di esse agiscono varie cose, come acqua, vento, l’urto di una pianta contro l’altra, umidità, freddo, luce, calore, tensione elettrica, e così via. Col pensiero si aumenti, ora, sempre più la ricet­ tività di queste piante per effetti di tal genere: ecco che, alla fine, essa diventa sensazione accompagnata dalla capacità di riferirla alle sue cause, e così poi, da ultimo, percezione: ma, a questo punto, ecco il mondo che si presenta nello spazio, nel tempo e nella causalità; esso rimane tuttavia un puro risul­ tato degli influssi esterni sulla ricettività delle pian­ te, Questa considerazione immaginaria è molto ap­ propriata a rendere concepibile l’esistenza pura­ mente fenomenica del mondo esterno. Infatti, a chi verrà in mente, dopo tutto ciò, di affermare che i rapporti, i quali hanno la loro esistenza in una tale intuizione derivante da mere relazioni tra influsso esterno e ricettività vivente, rappresentino la vera struttura oggettiva interna e originaria di tutte quelle potenze naturali che per ipotesi agiscono sulla pianta, dunque il mondo delle cose in sé? Possiamo, dunque, in base a queste immagini farci una ragione del perché il dominio dell’intelletto

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umano abbia confini ristretti come quelli che Kant dimostra nella Critica della ragione pura. Cosa in sé invece è soltanto la volontà. Perciò essa è la causa e il supporto di tutte le proprietà dell’apparenza. L’elemento morale viene senz’altro messo a suo carico, ma anche la conoscenza e la sua forza, l’intelletto, appartiene all’apparire della vo­ lontà, dunque le appartiene indirettamente. — Il fatto che individui limitati e stupidi siano sempre oggetto di un certo disprezzo può almeno in parte essere dovuto a ciò: che in essi la volontà si è sob­ barcata un peso molto leggero e, per i suoi scopi, li ha caricati di appena due granelli di forza cono­ scitiva.

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Non solo, come ho detto sopra al paragrafo 25 e prima anche nella mia opera principale (vol. I, par. 14) ogni evidenza è intuitiva, ma lo è anche ogni vera e autentica comprensione delle cose. [Lo testimoniano se non altro gli innumerevoli tropi in tutte le lingue, i quali sono tutti insieme sforzi di ricondurre ogni cosa astratta a qualcosa di intui­ bile]. Infatti i meri concetti astratti di una cosa non ne forniscono alcuna reale comprensione, sebbene mettano in grado di parlarne come molti parlano di molte cose: anzi taluni per far questo non hanno bisogno neppure di concetti, ma ci riescono con pu­ re e semplici parole; per esempio espressioni tecni­ che che hanno imparato. — Invece, per comprende­ re realmente e veracemente una cosa qualsiasi, si richiede di afferrarla intuitivamente, di riceverne un’immagine chiara, se possibile tratta dalla realtà stessa, oppure mediante la fantasia. Persino ciò che è troppo grande o troppo complicato per essere

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abbracciato con uno sguardo solo deve, per essere compreso veramente, essere rappresentato parzial­ mente o mediante un sostitutivo abbracciabile con lo sguardo; quanto a ciò che non ammette neppure quest’ultimo processo, bisogna cercare almeno di renderlo afferrabile mediante un’immagine o una similitudine dell’intuizione. Tanto l’intuizione è la base del nostro conoscere. Lo si vede anche dal fat­ to che in astratto noi comprendiamo numeri molto grandi e anche distanze immense esprimibili solo mediante tali numeri, come le distanze astronomi­ che; ma non le comprendiamo realmente e imme­ diatamente, bensì ne abbiamo un mero concetto proporzionale. Ma, ancor più di qualsiasi altro, il filosofo deve attingere da quella fonte originaria, la conoscenza intuitiva, e perciò aver di mira sempre le cose, la natura, il mondo, la vita; esse e non i libri porre a testo dei suoi pensieri; esaminare e controllare con esse tutti i concetti tramandati; utilizzare dunque i libri non come fonti della conoscenza, ma solo co­ me sussidio. Giacché tutto ciò che i libri danno egli lo riceve solo di seconda mano, e per lo più già in qualche modo falsato: è infatti solo un riflesso, una riproduzione dell’originale, cioè del mondo, e di rado lo specchio fu veramente puro. Invece la na­ tura, la realtà, non mente mai: è essa che rende ogni verità tale. Perciò il filosofo deve fare i suoi studi sulla natura, e invero sono i suoi grandi c vi­ sibili tratti, il suo carattere principale e fondamen­ tale, ciò da cui deriva il problema del filosofo. Egli perciò farà oggetto della sua considerazione le ap­ parenze essenziali e generali, ciò che si trova sempre e dovunque, invece lascerà le apparenze specifiche, particolari, rare, microscopiche o transeunti, al fisi­ co, allo zoologo, allo storico, e così via. Il filosofo si occupa di cose più importanti: la totalità e la grandezza del mondo, l’essenziale del mondo, le ve-

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rità fondamentali sono il suo nobile scopo. Per que­ sto egli non può occuparsi anche di singolarità e micrologie; allo stesso modo che colui il quale guar­ da il paese da un’alta vetta non può indagare e de­ terminare le piante che crescono là in fondo nella valle, ma lascia che lo faccia il botanico laggiù. — Per dedicare se stessi e tutte le proprie forze a una scienza specifica bisogna invero amarla grandemen­ te, ma anche nutrire una grande indifferenza per tutte le altre, poiché ciò si può fare solo a condi­ zione di restare ignorante in tutte le altre; come uno che si sposa deve rinunziare a tutte le altre donne. Intelletti di prim’ordine non si dedicheran­ no quindi mai a una scienza specifica: essi hanno troppo a cuore la comprensione della totalità. Essi sono condottieri, non capitani; direttori, non or­ chestrali. [Come potrebbe un grande spirito trovar soddisfazione nell’imparare a conoscere, della tota­ lità delle cose, una loro determinata diramazione, un unico campo, con tutta esattezza e nei suoi rap­ porti con gli altri, lasciando però tutto il resto fuori della sua considerazione? Egli piuttosto si rivolge evidentemente alla totalità, la sua aspirazione va all’intero complesso delle cose, al mondo in gene­ rale, e qui nulla può essergli estraneo: quindi non può trascorrere la sua vita a esaurire le micrologie d’una singola disciplina].

35 Se fissa a lungo un oggetto, l’occhio diventa ottu­ so e non vede piti nulla: parimenti l’intelletto, pen­ sando continuamente alla stessa cosa, diventa inca­ pace di cavarne qualcosa di più e di afferrarlo, di­ venta ottuso e confuso. [Come i contorni si fanno vaghi e tutto diventa poco chiaro, se si fissa troppo

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a lungo un oggetto, cosi succede anche quando si rimugina troppo a lungo su di una cosa: tutto si confonde. Bisogna lasciarla per poi ritornarci quan­ do la si ritroverà fresca nei suoi netti contorni. Perciò, quando Platone racconta nel Simposio (p. 268) che Socrate, riflettendo su qualcosa che gli era venuto in mente, era rimasto fermo e rigido come una colonna per ventiquattr’ore, non solo bisogna dire non è vero ma aggiungere è mal trovato}. — Da questo bisogno di quiete dell’intelletto si spiega an­ che il fatto che quando, dopo una certa pausa, guar­ diamo come se fossimo nuovi ed estranei nel corso quotidiano delle cose di questo mondo, e cosi rivol­ giamo a esse uno sguardo fresco e veramente spre­ giudicato, il loro nesso e il loro significato ci si chia­ riscono nel modo più puro e profondo; di modo che, allora, vediamo e tocchiamo con mano cose delle quali l’unico aspetto che non comprendiamo è come mai tutti coloro che vi si muovono dentro non le comprendano. Un tale attimo di lucidità può essere paragonato perciò a un lucidum inter­ vallum.

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In un senso superiore perfino le ore di entusia­ smo con i loro attimi di illuminazione e di vero e proprio concepimento non sono altro che i lucida intervalla del genio. Si potrebbe dire, perciò, che il genio abita semplicemente al piano di sopra della follia. Ma perfino la ragione dell’uomo ragionevole agisce in verità soltanto in lucidis intervallis: in­ fatti egli non sempre è così. Anche l’uomo accorto non sempre è tale; perfino colui che è soltanto dot­ to non lo è in ogni momento: giacché di tanto in tanto non riuscirà a richiamare e a mettere in bel-

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l’ordine le cose che gli sono più familiari. Insom­ nia: nemo omnibus horis sapit. Tutto ciò sembra alludere a una tal quale alta e bassa marea degli umori del cervello o alla tensione e distensione del­ le sue fibre. * Se, ora, in una marea di questo tipo, improvvisa­ mente si presenta a noi una nuova e profonda idea, nella quale naturalmente i nostri pensieri raggiun­ gono un alto grado di vividezza, ogni volta l’occa­ sione di ciò sarà di tipo intuitivo, e una conoscenza intuitiva si troverà alla base di ogni grande pen­ siero. Infatti le parole risvegliano, negli altri, pen­ sieri, in noi, immagini.

37 Va da sé che bisogna scrivere il prima possibile le proprie meditazioni che abbiano un certo valore: infatti, se qualche volta dimentichiamo ciò che ab­ biamo vissuto, quanto più dimenticheremo ciò che abbiamo pensato. I pensieri, però, non vengono quando vogliamo noi, bensì quando vogliono loro. Invece quel che riceviamo bell’e pronto dall’ester­ no, ciò che semplicemente si impara, che in ogni caso si può ritrovare nei libri, è meglio non trascri­ verlo, dunque non si devono fare estratti: infatti, trascrivere qualcosa significa consegnarlo all’oblio. Con la propria memoria, invece, bisogna procedere * [Nella misura in cui l’energia dello spirito è esaltata o rilassata (in seguito alle condizioni fisiologiche dell’orga­ nismo) esso prende il volo ad altezze molto diverse, ora librandosi nell’etere e guardando giù verso il mondo, ora sfiorando le paludi della terra, per lo più tra questi due estremi, ma sempre più vicino a questo o a quel­ l’estremo! La volontà non ci può far nulla].

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in modo rigido e dispotico, affinché essa non di­ simpari a ubbidire; per esempio, quando non si riesce a richiamarsi alla mente una cosa, o un ver­ so, o una parola, bisogna non andarla a cercare nei libri, bensì per settimane intere tormentare perio­ dicamente la memoria con questa richiesta, finché non avrà fatto il suo dovere. [Infatti, quanto più a lungo siamo costretti a pensarci, tanto più poi ci rimarrà in mente. Ciò che si è dovuto con tanta fa­ tica recuperare dalle profondità della memoria, si troverà in altra occasione molto più facilmente a disposizione che non se l’avessimo rinfrescato con l’aiuto dei libri]. * La mnemonica invece si basa, in fondo, sul fatto che si ha più fiducia nella propria ingegnosità che nella propria memoria, e quindi ad essa se ne affidano i compiti. L’ingegnosità infat­ ti deve sostituire a una cosa difficilmente ritenibi­ le un’altra facilmente ritenibile, per poi tradurre quest’ultima in quella. [Ma questa mnemonica sta alla memoria naturale come una gamba artificiale alla gamba vera, e, come tutto, ricade sotto la sen­ tenza di Napoleone: « Tout ce qui n’est pas naturel est imparfait È opportuno servirsi della mnemo­ nica per cose o per parole imparate da poco, come * [La memoria è un essere capriccioso e bizzarro, para­ gonabile a una giovane ragazza: ora rifiuta in modo del tutto inaspettato ciò che ha dato cento volte, e poi, quando non ci si pensa più, ce lo porta da sé. Una parola rimane più ferma nella memoria, se ad essa si è collegata un’immagine della fantasia e non un puro e semplice concetto]. [Sarebbe una bella cosa, se si sapesse una volta per tutte e per sempre ciò che si è imparato; ma le cose stanno in modo diverso: ogni cosa imparata dev’essere di tanto in tanto rinfrescata con la ripetizione, altrimenti un po' alla volta sarà dimenticata. Ma, siccome la mera ripetizione annoia, bisogna aggiun­ gervi sempre qualcosa di nuovo: perciò aut progredì, aut regredì].

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di una stampella provvisoria, fino a quando esse non siano assimilate dalla memoria naturale, im­ mediata. Come la nostra memoria riesca subito a estrarre dal patrimonio spesso enorme delle sue provviste ciò che ogni volta le si richiede, come la ricerca talvolta lunga e cieca di ciò avvenga, come quel che prima si cercava inutilmente per lo più ci venga in mente quando scopriamo un tenue filo che ad esso si riallaccia, ma se no si presenti anche dopo un paio d’ore, talvolta dopo giornate, da sé e senza richiesta, come se ci fosse sussurrato all’orec­ chio: tutto ciò è per noi stessi che vi siamo impe­ gnati un indovinello; ma mi sembra indubitabile che queste operazioni così sottili e misteriose, data l’enorme quantità e molteplicità del materiale mne­ monico, non possono mai essere sostituite da un giuoco artificioso e consapevole a base di analogie, nelle quali la memoria naturale deve pur sempre rimanere il primum mobile, ma in questo caso, in­ vece di una sola cosa deve ricordarne due: il segno e ciò che è segnato. In ogni caso una tale artificiosa memoria può immagazzinare una quantità relativa­ mente assai piccola di materiale]. — Ma in generale vi sono due modi nei quali le cose si imprimono nella nostra memoria: cioè per proposito, quando le mandiamo intenzionalmente a memoria, e allora se si tratta di semplici parole o di numeri ci pos­ siamo servire anche di artifici mnemonici; oppure si imprimono senza il nostro contributo, grazie al­ l’impressione che ci fanno: e allora le chiamiamo indimenticabili. [Ma, allo stesso modo che per lo più una ferita non si sente quando la si riceve, ma più tardi, così certi processi o certi pensieri uditi o letti fanno su di noi un’impressione più profonda di quanto ci rendiamo immediatamente conto: ma più tardi ci tornano sempre in mente; la conseguen­ za di ciò è che noi non li dimentichiamo, bensì essi vengono incorporati nel sistema dei nostri pensie-

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ri, per emergere al momento giusto]. Evidentemen­ te, a tale scopo, bisogna che essi ci interessino sotto un qualsiasi rapporto. [Ma a ciò è necessario uno spirito vivace che accolga avidamente l’oggetto, che aspiri alla conoscenza e alla penetrazione. La stupe­ facente ignoranza di molti dotti nelle cose della loro disciplina ha come ultima ragione la loro man­ canza di interesse oggettivo per gli oggetti di tale disciplina, per cui le percezioni, le osservazioni, le conoscenze e così via che li riguardano non fanno su di loro alcuna viva impressione, di conseguenza non si attaccano loro; come del resto, in generale, essi non studiano con amore,14 ma per autocostri­ zione]. — Ora, quante più sono le cose per le quali l’uomo nutre interesse vivace, oggettivo, tante più se ne fisseranno nella sua memoria in questo modo spontaneo; ciò avverrà, quindi, per lo più nella gio­ vinezza, come l’epoca nella quale la novità delle cose aumenta l’interesse per esse. Questo secondo modo è molto più sicuro del primo, e oltre tutto sceglie da sé ciò che per noi è importante; anche se nelle persone ottuse si limiterà alle questioni per­ sonali.

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La qualità dei nostri pensieri (il loro valore for­ male) viene dall’interno: ma la loro direzione, e quindi la loro materia, dall’esterno; di modo che ciò che noi pensiamo in ogni momento dato è il prodotto di due fattori radicalmente diversi. Con­ formemente a ciò, gli oggetti sono per lo spirito semplicemente quel che è il plettro per la lira: di qui la grande diversità dei pensieri che la stessa vista risveglia in teste diverse. Quando, all’epoca in cui il mio spirito fioriva e le sue forze erano al cui-

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mine, circostanze favorevoli producevano il mo­ mento in cui il cervello subiva la massima tensione: quale che fosse l’oggetto che i miei occhi incontrava­ no, questo oggetto mi si rivelava in pieno, e si di­ spiegava una serie di pensieri che valeva la pena di trascrivere, e furono trascritti. Ma nel prosieguo del­ la vita, soprattutto negli anni del declino delle ener­ gie, quelle ore sono diventate sempre più rare; in­ fatti è vero che il plettro sono gli oggetti, ma la lira è lo spirito. Che questa sia bene intonata e altamente intonata: ecco dove risiede la grande differenza del mondo che si presenta in ogni cer­ vello. Se, da un lato, ciò dipende da condizioni fi­ siologiche e anatomiche, d’altro lato, il plettro è in mano al caso, in quanto è il caso che porta gli og­ getti che ci debbono occupare. Ma, anche qui, una gran parte della cosa si trova alla nostra mercé, in quanto noi possiamo, almeno in parte, determinare il caso a piacere mediante gli oggetti dei quali ci occupiamo o ci circondiamo. Dovremmo quindi de­ stinare una certa cura a tutto ciò, e procedere con metodica deliberazione. L’eccellente libretto di Locke On the conduct of the understanding (sulla guida dell’intelletto) ce ne fornisce un’indicazione. Buoni e severi pensieri a proposito di argomenti degni, non è possibile evocarli di proprio arbitrio in ogni momento: tutto quel che possiamo fare è di serbar loro via libera, cacciando tutte le rumina­ zioni futili, stupide o volgari, e distogliendoci da ogni inezia e buffoneria. Si può dire, dunque, che per pensare qualcosa di buono il primo mezzo sia quello di non pensare cose scipite. Si lasci posto li­ bero ai pensieri buoni, essi verranno. Per la stessa ragione non si deve neppure, ogni volta che non si è occupati, metter subito mano a un libro, bensì si lasci che nel cervello si faccia silenzio; allora è fa­ cile che qualcosa di buono vi venga. È molto giusta l’osservazione, fatta da Riemer nel suo libro su

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Goethe, secondo cui i pensieri originali vengono (piasi sempre quando si cammina o si sta in piedi, estremamente di rado da seduti. Poiché, dunque, in generale il sopravvenire di pensieri vivaci, pene­ tranti, preziosi, è la conseguenza di condizioni favo­ revoli interiori piuttosto che esteriori, si spiega che di questi pensieri ne possano venire per lo più pa­ recchi, riguardanti oggetti disparati, in rapida suc­ cessione, spesso addirittura nello stesso momento, e in tal caso si incrocino e si nuocciano a vicenda come i cristalli di una drusa, e allora ci può acca­ dere come a quello che corre dietro a due lepri in una volta.

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Quanto limitato e misero sia il normale intellet­ to umano e quanto scarsa la chiarezza della coscien­ za, lo si può ricavare dal fatto che, nonostante la brevità effimera della vita umana proiettata nel tempo infinito, nonostante la miseria della nostra esistenza, nonostante gli innumerevoli enigmi che ovunque ci assalgono, nonostante il carattere signi­ ficativo di molti fenomeni, e l’eppur assoluta insuf­ ficienza della vita — tuttavia non tutti si dedicano costantemente e instancabilmente alla filosofia, anzi neppure molti, e nemmeno soltanto alcuni o sol­ tanto pochi: solo di quando in quando uno, e solo le vere eccezioni. — Gli altri vivono in questo sogno non molto diversamente dagli animali, dai quali essi in fondo si distinguono solo perché prevedono in anticipo di alcuni anni. Per il bisogno metafisico che eventualmente si faccia sentire in essi è già provveduto, dall’alto e in anticipo, dalle religioni; e queste, comunque siano, bastano. — Tuttavia po­ trebbe essere che in silenzio si filosofeggi molto di

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più di quel che sembri; anche se poi i risultati son quelli che sono! [Infatti la nostra situazione è dav­ vero miserevole! Un brevissimo tempo per vivere, pieno di fatica, miseria, angoscia e dolore, senza minimamente sapere da dove veniamo, dove andia­ mo e perché viviamo, e per soprammercato anche preti di tutte le razze con le loro rispettive rivela­ zioni in proposito, accompagnate da minacce con­ tro i miscredenti. A ciò si aggiunga che ci guardia­ mo in volto e abbiamo rapporti reciproci come ma­ schere con maschere, giacché non sappiamo chi sia­ mo; — ma come maschere che non conoscono nep­ pure se stesse. E allo stesso modo ci guardano gli animali; e noi loro].

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Verrebbe quasi da credere che la metà di tutta la nostra attività cogitante si svolga inconsapevolmen­ te. Per lo più la conclusione viene senza che le pre­ messe siano state pensate chiaramente. Ciò si può ricavare se non altro dal fatto che, talvolta, un even­ to del quale non scorgiamo per nulla le conseguen­ ze, e ancor meno possiamo misurare chiaramente l’eventuale influsso sulle nostre questioni, esercita tuttavia su tutto il nostro stato d’animo un’influen­ za inequivocabile in quanto lo modifica verso la serenità o verso la tristezza: ciò può essere soltanto la conseguenza di una ruminazione inconsapevole. Ancor più evidente essa è in quanto segue. Mi so­ no impadronito di nozioni riguardanti i dati di fatto di una questione teorica o pratica: spesso, sen­ za che io ci abbia ripensato, dopo qualche giorno, il risultato mi viene in mente e mi si presenta chia­ rissimo da sé, come cioè stiano le cose o che cosa io debba fare; e qui l’operazione mediante la quale

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esso è giunto mi rimane nascosta come quella di una macchina calcolatrice: è stata proprio una ru­ minazione inconsapevole. [Proprio allo stesso modo, se poco fa ho scritto su di un tema e poi mi sono dimenticato della questione, mi viene talvolta in mente, quando non ci penso affatto, un’aggiunta. Parimenti, posso per giorni interi cercare nella me­ moria un nome che mi è sfuggito: poi, quando non ci penso affatto, mi viene improvvisamente in men­ te, come se qualcuno me lo bisbigliasse]. Anzi, i no­ stri pensieri migliori, più significativi e più profon­ di emergono improvvisamente nella coscienza, co­ me un’ispirazione [e spesso già in forma di ponde­ rata sentenza]. Evidentemente essi sono, però, i ri­ sultati di una lunga e inconsapevole meditazione [e di innumerevoli, spesso assai lontane intuizioni, di cui si sono dimenticati i particolari]. Rimando in proposito a ciò che ho già scritto nella mia opera principale (vol. II, cap. 14, p. 134; 3a ed., p. 148). — Quasi quasi si oserebbe fare l’ipotesi fisiologica se­ condo la quale il pensiero cosciente si svolge alla superficie del cervello e quello inconsapevole all’in­ terno del suo midollo.

41 Data la monotonia della vita e la vacuità che ne deriva, si troverebbe insopportabilmente noiosa la vita stessa dopo che fosse durata per un certo tem­ po, se il continuo progredire della conoscenza e della penetrazione, nel suo complesso, e la com­ prensione sempre migliore e sempre più chiara di tutte le cose e le circostanze non continuasse ad avanzare, in parte come frutto della maturità e del­ l’esperienza, in parte anche come conseguenza delle modificazioni che noi stessi subiamo nelle varie età

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della vita, e che perciò ci pongono, in un certo sen­ so, su punti di vista sempre nuovi, dai quali le cose ci appaiono diversamente e ci mostrano lati ancora sconosciuti; ragion per cui, nonostante la diminui­ ta intensità delle forze intellettuali, il dies diem docet continua sempre instancabilmente, e diffon­ de continuamente nuovo fascino sulla vita, in quan­ to ciò che è identico si presenta costantemente co­ me qualcosa di diverso e di nuovo. Perciò ogni vegliardo che pensi ha per suo motto il γηράσκω δ’ άεί πολλά διδασκόμενος di Solone.'5 Tra l’altro, in ogni periodo, ci presta lo stesso servizio il multiforme mutare del nostro umore e stato d’animo, per il quale vediamo quotidianamen­ te le cose sotto una luce diversa: esso pure dimi­ nuisce la monotonia della nostra coscienza e del no­ stro pensiero, ottenendo lo stesso effetto di un’illu­ minazione sempre mutevole su di un bel paesaggio; questa infatti, con i suoi effetti di luce inesauribil­ mente uniformi, fa sì che il panorama visto centi­ naia di volte ci affascini sempre di nuovo. Così quello che è conosciuto appare nuovo a uno stato d’animo modificato, e risveglia nuovi pensieri e opinioni nuove.

42 Chi vuole stabilire a posteriori, dunque median­ te esperimenti, qualcosa che potrebbe capire e de­ cidere a priori, per esempio la necessità di una cau­ sa per ogni modificazione, oppure delle verità ma­ tematiche, oppure proposizioni della meccanica e dell’astronomia riconducibili alla matematica, op­ pure anche quelle che discendono da leggi della natura assai note e indubitabili — costui si rende degno di disprezzo. [Un bell’esempio di questo tipo

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ce lo danno i nostri recentissimi materialisti, che partono dalla chimica, la cui erudizione estrema­ mente unilaterale già altrove mi ha indotto a os­ servare che la pura chimica certamente fa il farma­ cista ma non il filosofo. Costoro, infatti, credono di aver fatto per via empirica una nuova scoperta circa una verità a priori già enunciata migliaia di volte prima di loro, che cioè la materia persiste, e la proclamano arditamente in faccia al mondo, il qua­ le non ne saprebbe nulla, come una sfida, dimo­ strandola in buona fede per via empirica. (« La prova di ciò ce la poterono dare soltanto le nostre bilance e storte », dice il signor dottor Louis Büch­ ner nel suo libro Kraft und Stoff, 5“ ed., p. 14, che è l’eco ingenua di questa scuola). Ma ciò facendo, sono così impacciati, o anche così ignoranti, da non adoperare la sola parola giusta e valida, cioè Mate­ rie, bensì la parola Stoff, a loro più familiare, e perciò la proposizione a priori « la materia (Mate­ rie) persiste, quindi la sua quantità non può mai essere né aumentata né diminuita » la esprimono così: « la materia (Stoff) è immortale », e nel far questo si sentono nuovi e grandi, scilicet per la lo­ ro nuova scoperta: infatti che da secoli, anzi da millenni, si discuta sulla preminenza e sul rapporto della materia persistente rispetto alla forma sem­ pre presente, questa gentucola naturalmente non lo sa: essi vengono quasi modo geniti e soffrono gravemente di όψιμαόία, che Gellio descrive come « vitium serae eruditionis, ut, quod nunquam didiceris, din ignoraveris, cum id scire aliquando coeperis, magni facias quocunque in loco et quacunque in re dicere Bisognerebbe che qualcuno dotato di pazienza da madre natura si volesse pren­ dere la briga di spiegare la differenza tra Materie e Stoff a questi garzoni di farmacisti e di barbieri che, venendo dalle loro chimiche friggitorie, non sanno nulla. La differenza è che Stoff è materia già qua-

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lifìcata, cioè il collegamento della materia (Mate­ rie) con la forma, le quali possono di nuovo sepa­ rarsi, di modo che ciò che persiste è soltanto la ma­ teria (Materie) ma non l’oggetto materiale (Stoff), in quanto quest’ultimo può sempre diventare qual­ cosa di diverso — non esclusi i vostri sessanta ele­ menti chimici. L’indistruttibilità della materia non potrà mai essere stabilita mediante esperimenti; perciò rimarremmo necessariamente in un’eterna incertezza, se essa non sussistesse a priori. Che la conoscenza dell’indistruttibilità della materia e del suo passare attraverso tutte le forme sia integral­ mente e decisamente una conoscenza a priori, dun­ que sia indipendente da ogni esperienza, lo attesta un passo di Shakespeare, che pure doveva sapere pochissimo di fisica e in generale non sapeva molte cose; egli, però, fa dire ad Amleto (atto quinto, scena 1): The imperial Caesar, dead, and turn’d to clay, might stop a hole to keep the wind away: o! that that earth, which kept the world in awe, should patch a wall t’ expel the winter’s flaw!17

Egli dunque compie già la stessa applicazione di quella verità che i nostri odierni materialisti ci han­ no spesso servito attingendo dalla farmacia e dal clinicum, menandone evidentemente un certo van­ to e ritenendola, come si è detto sopra, un risultato dell’empiria]. — Chi invece, all’inverso, vuol spie­ gare a priori ciò che è possibile sapere soltanto a posteriori, dall’esperienza, fa il ciarlatano e si ren­ de ridicolo. Esempi ammonitori di questo errore ce li hanno dati Schelling e gli schellinghiani quando, come si è espresso molto graziosamente qualcuno, tiravano a priori verso un bersaglio nascosto a po­ steriori. Le imprese di Schelling, in questo genere di cose e in quest’arte, si potranno assai chiaramen­ te vedere nel suo Erster Entwurf einer Naturphi-

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losophie. Qui salta agli occhi che egli, senza dir nulla e in modo assolutamente empirico, estrae per sé alcune verità generali dalla natura quale ci è dinanzi, e in tal modo ha formulato alcune espres­ sioni riguardanti la struttura complessiva della na­ tura. Con queste, ora, egli si presenta come se fos­ sero princìpi, trovati a priori, della possibilità di pensare una natura in generale, dai quali poi de­ duce di nuovo felicemente lo stato di fatto preesi­ stente e che propriamente è alla base di essi, e in tal modo dimostra ai suoi scolari che la natura non può essere diversamente da come è: Ecco interviene il filosofo, e vi dimostra: così dev’essere.”

Come esempio ameno di tutto ciò si legga, alle pp. 96, 97 del libro suddetto, la deduzione a priori della natura inorganica e della gravità. Mi sembra d’assistere ai giochetti di prestigio di un bambino: io vedo chiaramente come egli nasconde le palline sotto il bicchiere dove poi dovrei stupirmi di ritro­ varle. — Dato il procedimento del maestro, non ci meraviglierà di incontrare ben più avanti progre­ diti su questa strada i suoi scolari, e di vedere co­ me costoro, da vaghi concetti tratti dall’esperienza, per esempio la forma ovale, la forma sferica, e da analogie sbagliate e arbitrariamente stabilite, come gli ovipari, gli animali del tronco, gli animali del petto, gli animali del ventre e altre quisquilie del genere, vogliano dedurre a priori il procedimento della natura; mentre in queste loro seriose dedu­ zioni si vede chiaramente che sempre guardano di sbieco verso l’unica certezza dell’a posteriori, e tut­ tavia spesso usano violenza tremenda alla natura per poi modellarla a loro capriccio. — Qual dignità rivelano rispetto a costoro i francesi con il loro one­ sto empirismo; essi ammettono chiaramente di aspi­ rare soltanto a imparare dalla natura e a indagarne

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il corso, senza voler prescrivere ad essa delle leggi. Solo per via di induzione hanno trovato la loro pro­ fonda, quanto pertinente, suddivisione del regno animale, che i tedeschi non sanno neppure apprez­ zare e perciò mettono in seconda linea per far mo­ stra della loro originalità con idee singolari e stra­ vaganti come quelle citate, che saranno poi l’og­ getto della reciproca ammirazione di questi acuti ed equi giudici dei meriti intellettuali. Che fortuna esser nato in una tale nazione!

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È del tutto naturale che, rispetto a ogni nuova opinione sull’oggetto della quale noi abbiamo già fissato per noi stessi un giudizio, ci comportiamo in modo difensivo e negativo. Essa infatti penetra ostilmente nel sistema provvisoriamente concluso delle nostre convinzioni, scuote la tranquillità così raggiunta, pretende da noi nuovi sforzi, e dichiara vani i vecchi. Perciò una verità che ci distolga da errori è paragonabile a una medicina, sia per il suo gusto amaro e nauseante, sia anche perché mani­ festa il suo effetto non nel momento in cui è inge­ rita bensì dopo qualche tempo. Se dunque vediamo che già l’individuo persiste ostinatamente negli errori, ciò avverrà in misura tanto maggiore per la massa degli uomini: l’espe­ rienza e l’ammaestramento possono, talvolta per se­ coli, affaticarsi inutilmente contro le opinioni da essi una volta abbracciate. Perciò vi sono certi er­ rori amati, e saldamente accreditati presso la gene­ ralità degli uomini, che tutti i giorni sono ripetuti da innumerevoli persone con sufficienza, e dei quali ho cominciato un elenco che prego altri di pro­ seguire.

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11 suicidio è un’azione vile. Chi non si fida degli altri è egli stesso disonesto. 11 merito e il genio sono sinceramente modesti. I pazzi sono estremamente infelici. Non è possibile imparare la filosofia ma solo il filosofare (è vero il contrario). 6) È più facile scrivere una buona tragedia che una buona commedia. [7) La seguente sentenza, ripetuta sull’autorità di Bacone da Verulamio: un po’ di filosofia allon­ tana da Dio; molta riconduce a lui. Davvero? Allez voir! (Bacone, De augrn. scient., 1. I, p. 5). 8) Knotuledge is power·.'9 al diavolo! Uno può ave­ re moltissime nozioni senza per questo possede­ re il benché minimo potere; mentre un altro ha il massimo potere e le minime conoscenze. Per­ ciò dice molto bene Erodoto (IX, 16) il contrario: έχϋίστη δέ οδύνη έστί. των έν άνόρώποισι αίίτη, πολλά φρονέοντα μηδενός κρατέειν.20 Che talvolta le nozio­ ni conferiscano a una persona potere sugli altri, per esempio se egli sa un loro segreto, oppure se essi non riescono a penetrare il suo, e così via, non giustifica ancora quella sentenza]. La maggior parte di queste sentenze vengono ri­ petute dall’uno all’altro, senza pensarci su, e sol perché si è trovato che sonavano molto sagge quan­ do furono ascoltate per la prima volta.

1) 2) .3) 4) 5)

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Quanto dura e fossile sia la mentalità della gran­ de massa, e come sia difficile modificarla, lo si può notare specialmente in viaggio. Infatti, chi ha la fortuna di vivere con i libri più che con gli uomini ha sempre e soltanto dinanzi agli occhi la facile co­ municazione dei pensieri e delle conoscenze, insie­

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me alla rapida azione e reazione degli spiriti; tanto che egli facilmente dimentica che le cose vanno in modo del tutto diverso nel mondo, per cosi dire unicamente reale, degli uomini, e alla fine giunge a pensare che ogni conoscenza acquisita apparten­ ga immediatamente aU’umanità. Ma basta viaggia­ re un giorno in ferrovia per notare che dove ci si trova oggi dominano certi pregiudizi, idee pazze­ sche, costumi, usi e mode, che si conservano anzi da secoli, e che là dove si era ieri sono ignoti. Non diversamente accade con i dialetti regionali. Di qui si può ricavare quanto ampio sia l’abisso tra il po­ polo e i libri e come lentamente, seppure sicura­ mente, le verità conosciute giungano al popolo, sic­ ché riguardo alla rapidità della propagazione nien­ te più della luce intellettuale è dissimile dalla luce fisica. Tutto ciò deriva dal fatto che la grande massa pensa assai poco perché le mancano il tempo e l’esercizio necessari. Ma, così, conserva molto a lun­ go i suoi errori; d’altra parte, però, non è, come il mondo dei dotti, una banderuola in balia di tutta la rosa dei venti, quotidianamente mutevole, delle opinioni. Ed è bene che sia così: infatti pensare la grande, pesante massa in così rapido movimento è un pensiero spaventoso, tanto più se si riflette quante cose essa potrebbe trascinar via e sovvertire nei suoi mutamenti.

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La brama di conoscenze se è diretta all’universale si chiama brama di sapere, se alla cosa singola bra­ ma di novità, curiosità. — I ragazzi per lo più dimo­ strano desiderio di sapere, le bambine una mera cu­ riosità, ma questa in grado stupefacente e spesso con

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una ingenuità urtante. [Qui si annuncia già la ten­ denza specifica del sesso femminile alla cosa singola e la sua insensibilità per l’universale].

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Un cervello felicemente organizzato, quindi dota­ to di fine capacità di giudizio, ha due privilegi. In primo luogo, questo: che, di tutto ciò che vede, spe­ rimenta e legge, si deposita in lui quel che è im­ portante e significativo e rimane impresso da sé nella sua memoria, per riemergere quando ce ne sarà bisogno; mentre tutto il resto defluisce via. La sua memoria perciò somiglia a un fine crivello, che conserva soltanto i pezzi più grossi; altri somiglia­ no a crivelli grossolani, che lasciano passare tutto ad eccezione di quel che può rimanervi per caso. Il secondo privilegio, affine al primo, di un tale spirito è: che ogni volta gli viene in mente al mo­ mento giusto ciò che è pertinente a una cosa, o analogo, o insomma affine, per quanto lontano. Ciò è dovuto al fatto che egli nelle cose coglie ciò che è veramente essenziale, sicché riconosce immediata­ mente l’identico e l’affine nelle cose altrimenti più diverse.

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L’intelletto non è una grandezza estensiva bensì intensiva: perciò un solo individuo può tranquilla­ mente opporsi a diecimila, e un’assemblea di mille imbecilli non fa una persona intelligente.

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Ciò che sfugge ai cervelli banali, di cui il mondo è pieno, sono due capacità molto affini, quella, cioè, di giudicare e quella di avere pensieri propri, ma ambedue mancano ad essi in un grado del qua­ le chi non appartiene a quella schiera non si fa facilmente un’idea, e proprio per questo non si fa neppure un’idea della desolazione della loro esi­ stenza, del fastidium sui, quo laborai omnis stultitia.2' Con quella deficienza, però, si spiega, da un lato, la povertà, in ogni nazione, di tutto quel lct­ teratume che per i contemporanei si spaccia come la loro letteratura, e, d’altro lato, il destino di chi è autentico e vero, quando si trova tra gente simi­ le. Ogni vero poetare e pensare, infatti, è in un certo senso un tentativo di mettere una testa grossa sulle spalle della gente piccola, e non dobbiamo meravigliarci se non ci riesce. Il piacere dato da uno scrittore esige sempre un certo accordo tra la sua mentalità e quella del lettore, e sarà tanto più grande quanto più tale accordo è perfetto: perciò un grande spirito è goduto interamente e perfetta­ mente soltanto da un altro grande spirito. Proprio su ciò si fonda anche la nausea e la ripugnanza che suscitano scrittori cattivi o mediocri in cervelli pen­ santi: addirittura la conversazione con la maggior parte delle persone ha questo effetto: ad ogni passo si sente l’insufficienza e la disarmonia. — Ma, a questo punto, deve trovare il suo posto Γammonimento che non si deve dispregiare una sentenza o un'idea nuova, e forse vera, solo perché si trova in un libro cattivo o viene dalla bocca di un imbecille. Il libro l’ha rubata, l’idiota l’ha col­ ta a volo, e certo lo nascondono. Inoltre, si tenga presente ciò che dice il proverbio spagnolo: « mas sabe el necio en su casa, que el cuerdo en la agena » (ne sa di più lo stolto a casa sua che il saggio in

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< asa altrui): dunque nella sua disciplina ognuno ne sa più di noi. Infine è noto che anche la gallina < ieca talvolta trova un granello; anzi è addirittura vero che « il y a un mystère dans l’esprit des gens qui n’en ont pas ». * [Avviene anche che si è colta un’osservazione ο un'esperienza molto tempo prima sulla bocca di una persona insignificante e incolta, ma non la si è dimenticata; però, a causa della fonte, si è inclini a disistimarla oppure a considerarla come una cosa conosciuta da tutti e da moltissimo tempo: ci si domandi allora se in quel lungo periodo la si è mai risentita oppure letta: se non è così, bisognerà tener­ la in onore. — Si stimerà poco un diamante, perché lo si è tratto fuori da un mucchio di spazzatura?]. 49

Non può esservi strumento musicale che non me­ scoli al suono puro, il quale consiste solo delle vibra­ zioni dell’aria, anche un’aggiunta estranea, a causa delle vibrazioni del materiale di cui è fatto, vibra­ zioni che per il loro impulso causano quelle del­ l’aria e producono un minimo suono accessorio, di modo che, appunto, ogni suono riceve il suo carat­ tere specifico: dunque ciò che, per esempio, distin­ gue il suono del violino da quello del flauto. Ma * Perciò, dunque, Πολλάκι καί κηπωρός άνήρ μάλα καιρών είπε (« Et hortulanus saepe opportunissima di­ xit »), da Gellio II, 6; è citato dal Gaisford a p. xxx della prefazione a Stobeo, Florilegium. In Stobeo, Fiorii., vol. I, p. 107, si trova sotto il nome di Eschilo, il che è messo in dubbio dall’editore, in questo modo: Πολλάκυ τοϊ καί μωρός άνήρ κατακαίριον είπεν. (« Saepe etiam stupidi non intempesta loquuntur »). Esiodo, secondo Ugo Grozio.

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quanto minore è questa mescolanza accessoria tanto più puro il suono: per questo la voce umana ha il suono più puro, poiché non vi è strumento artifi­ ciale che sia pari allo strumento naturale. Parimen­ ti, non può esservi intelletto che non mescoli a ciò che è essenziale e puramente oggettivo nella cono­ scenza un elemento soggettivo estraneo, derivante dalla personalità che possiede e condiziona l’intel­ letto, dunque qualcosa di individuale; e ciò deter­ mina ogni volta un offuscamento di quell’elemento oggettivo. L’intelletto nel quale questo influsso è minimo sarà dunque il più puramente oggettivo, quindi il più perfetto. Che in seguito a ciò le sue produzioni contengano e riproducano solo ciò che nelle cose ogni intelletto afferra uniformemente, dunque ciò che è puramente oggettivo, è appunto il motivo per cui quelle produzioni dicono qualcosa a ognuno, appena le intende. Perciò ho detto che la genialità consiste nell’oggettività dello spirito. Tuttavia, un intelletto assolutamente oggettivo, quindi perfettamente puro, è altrettanto impossi­ bile quanto un suono assolutamente puro: que­ st’ultimo, perché l’aria non può vibrare da se stes­ sa bensì deve ricevere un qualche impulso; il pri­ mo, perché un intelletto non può sussistere di per sé ma presentarsi soltanto come strumento di una volontà, o (per parlare in modo concreto) un cer­ vello è possibile solo come parte di un organismo. Una volontà irrazionale, anzi cieca, che si presenta come organismo, è la base e la radice di qualsiasi intelletto; di qui le deficienze di ognuno e i tratti di stoltezza e di stravaganza senza i quali non esiste uomo. Dunque anche qui « non vi è loto senza pic­ ciuolo », e Goethe dice: Ancora c’è il fantasma della torre di Babele, impossibile metterli d’accordo! Ogni uomo ha il suo tarlo e Copernico ha il suo.22

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Alle impurità della conoscenza dovute alla costi­ tuzione, data una volta per tutte, del soggetto, al­ l'individualità, si aggiungono ancora quelle deri­ vanti direttamente dalla volontà e dal suo stato mo­ mentaneo, dunque dall’interesse, dalle passioni, da­ gli affetti del soggetto che conosce. Per misurare appieno quanto di soggettivo si è aggiunto alla no­ stra conoscenza bisognerebbe vedere più volte un medesimo processo con gli occhi di due persone con idee e interessi diversi. Ma, poiché ciò non è possi­ bile, deve bastarci l’osservare la grande diversità con cui a noi stessi, in tempi diversi, in stati d’ani­ mo diversi e in diverse occasioni, si presentano le stesse persone e gli stessi oggetti. Certamente sarebbe una cosa magnifica se il no­ stro intelletto sussistesse di per sé, dunque fosse in­ telligenza originaria e pura e non una facoltà pura­ mente secondaria, la quale è radicata necessaria­ mente su di una volontà, ma, a causa di questa ba­ se, deve subire la contaminazione di quasi tutte le sue conoscenze e i suoi giudizi. Se infatti non fosse così, l’intelletto potrebbe essere un puro organo della conoscenza e della verità. Ma, cosi come stan­ no le cose, quanto raramente vedremo chiaro in una questione nella quale siamo in qualche modo interessati! Ciò non è possibile: giacché, per ogni argomento e ogni dato che sopravvenga, immedia­ tamente la volontà dice la sua, e ciò in modo tale che non si riesce a distinguere la sua voce da quella dell’intelletto, in quanto ambedue sono fusi in un solo io. Ciò diventa chiarissimo se vogliamo prono­ sticare l’esito di una cosa che ci sta a cuore: qui l’interesse falsifica quasi ogni passo dell’intelletto, ora come paura, ora come speranza. È pressoché impossibile veder qui in modo chiaro: l’intelletto infatti assomiglia, in questo caso, a una fiaccola con la quale si deve leggere, mentre il vento della notte

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la fa vacillare violentemente. Proprio per questa ragione, in circostanze di grande agitazione, un amico fedele e sincero ha un valore impagabile; poiché egli, stando al di fuori, vede le cose così co­ me sono, mentre esse si presentano falsificate al no­ stro sguardo per il giuoco illusorio delle passioni. — Un giudizio giusto su cose accadute, un pronostico equo su cose avvenire possiamo darlo soltanto quando esse non ci riguardano affatto, dunque non toccano per nulla il nostro interesse: altrimenti, in­ fatti, noi non siamo incorrotti, ma piuttosto il no­ stro intelletto è inficiato e inquinato dalla volontà senza che ce ne accorgiamo. Di qui [e poi anche dal­ l’incompletezza o addirittura dalla falsificazione dei dati] si spiega il fatto che persone dotate di cervello e di istruzione talvolta errano tato coelo nel pre­ dire l’esito di affari politici. Negli artisti, nei poeti e negli scrittori, in gene­ rale, appartiene alle contaminazioni soggettive del­ l’intelletto anche ciò che si è soliti chiamare le idee dell’epoca, oggigiorno la « coscienza dell’epoca », dunque certe opinioni e concetti correnti. Lo scrit­ tore, intonacato del loro colore, si è lasciato impres­ sionare da esse, invece di trascurarle e respingerle. Quando, dopo un periodo più o meno lungo di an­ ni, quelle opinioni sono del tutto scomparse e sva­ nite, le sue opere nate in quel tempo mancano del­ l'appoggio che vi avevano trovato e spesso appaio­ no straordinariamente insipide, o in ogni caso fan­ no l'effetto di un vecchio almanacco. Solo il poeta o il pensatore veramente autentico sta alto, al di sopra di tali influenze. Perfino Schiller aveva guar­ dato dentro la Critica della ragione pratica, e se ne era lasciato impressionare: ma Shakespeare aveva guardato solo nel mondo. Perciò in tutti i suoi drammi, ma nel modo più chiaro in quelli di sto­ ria inglese, troviamo i personaggi costantemente

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mossi dai motivi dell’egoismo, o della malvagità; vale anche per le bel­ le arti. I buoni pittori scelgono come modelli per i loro quadri storici esseri umani reali, e per le loro teste prendono visi reali incontrati nella vita, che poi idealizzano, per quello che riguarda sia la bel­ lezza sia il carattere. Credo che proprio nello stesso modo procedano i buoni romanzieri: essi sottendo­ no schematicamente ai personaggi delle loro inven­ zioni esseri umani veri e propri, scelti fra i loro conoscenti, e poi li idealizzano e completano secon­ do le loro intenzioni. [Un romanzo sarà di un genere tanto più alto e nobile quanto più esso rispecchierà la vita interiore e meno quella esteriore, e questo rapporto, come segno caratteristico, accompagnerà tutte le grada­ zioni del romanzo dal Tristram Shandy fino al più

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grossolano e avventuroso romanzo di cavalleria o di briganti. Il Tristram Shandy, a dire il vero, qua­ si non contiene vicende; ma quanto poche sono le vicende della Nuova Eloisa e del Wilhelm Meister! Perfino il Don Chisciotte ha relativamente poche vicende, ma soprattutto assai insignificanti e che si risolvono nello scherzo: e i quattro romanzi suddetti rappresentano la corona di questo genere letterario. Si consideri, poi, come i bellissimi romanzi di Jean Paul fanno svolgere una così ricca vita interiore su un fondamento assai esile di vita esterna. Perfino i romanzi di Walter Scott presentano ancora un con­ siderevole predominio della vita interiore su quella esterna e in realtà questa subentra soltanto per met­ tere in movimento quella; mentre nei cattivi ro­ manzi le vicende esterne esistono di per sé. L’arte consiste nel saper mettere nel movimento più in­ tenso possibile la vita interiore, impiegando un mi­ nimo di vicende esterne: perché la vita interiore è in realtà l’oggetto del nostro interesse].

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Confesso sinceramente che la grande fama della Divina Commedia mi sembra esagerata. In gran parte, senza dubbio, essa è dovuta all’eccezionale assurdità dell’idea fondamentale, a causa della qua­ le nell’inferno ci viene subito presentato, con cru­ dezza, il lato più rivoltante della mitologia cristia­ na; per una certa parte, anche, all’oscurità dello stile e delle allusioni: Omnia enim stolidi magis admirantur, amantque, inversis quae sub verbis latitantia cernunt.155

Tuttavia sono estremamente ammirevoli la conci­ sione e l’energia dell’espressione che spesso giunge

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alla laconicità, e ancora più la forza impareggiabi­ le della fantasia di Dante. Grazie ad essa egli confe­ risce alla descrizione di cose impossibili una verità evidente, che è perciò affine a quella del sogno; in­ fatti, dato che non poteva aver esperienza di queste cose, sembra che le avesse dovute sognare, perché potessero essere ritratte in modo così vivo, preciso e perspicuo. — Che cosa si deve invece dire, quando alla fine deU’undicesimo canto deM’Inferno Virgi­ lio descrive il sorgere del giorno ed il tramonto delle stelle, dimenticando, dunque, di trovarsi nel­ l’inferno sotto terra, e che soltanto alla fine di que­ sta cantica sarebbe quindi uscito a riveder le stelle? Lo stesso sproposito si trova anche alla fine del ven­ tesimo canto. Dobbiamo, dunque, supporre che Virgilio avesse un orologio e sapesse ciò che avve­ niva in cielo? Questa mi sembra una dimenticanza peggiore di quella, ben nota, riguardante l’asino di Sancho Panza, che Cervantes commise. Il titolo dell’opera di Dante è assai originale e appropriato ed è difficile mettere in dubbio che es­ so abbia un senso ironico. Una commedia! Davve­ ro, ciò sarebbe il mondo: una commedia per un dio la cui insaziabile avidità di vendetta e raffinata crudeltà, aH’ultimo atto, si gode lo spettacolo delle infinite torture senza scopo degli esseri che ha ozio­ samente chiamato in vita, e ora punisce, perché non sono, appunto, riusciti secondo il suo piano e per­ ciò nella loro breve vita, hanno agito o pensato di­ versamente da come egli voleva. In confronto con la sua inaudita crudeltà, del resto, tutti i delitti così duramente puniti all’inferno non meriterebbe­ ro nemmeno di essere nominati; anzi, lui stesso sa­ rebbe di gran lunga peggiore di tutti i diavoli che incontriamo all’inferno; questi ultimi, infatti, agi­ scono soltanto per suo ordine e in forza della sua onnipotenza. Perciò il padre Zeus rifiuterà di essere

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identificato con lui così senz’altro, come stranamen­ te avviene in certi passi (p. es. canto XIV, v. 70; can­ to XXXI, v. 92) [e fino a raggiungere il ridicolo nel Purgatorio (canto VI, v. 118): « o sommo Giove, che fosti in terra per noi crocifisso ». Che cosa ne direb­ be Zeus? — "Ω πόποι!]. Assai ripugnante è l’effetto che ci fa la servilità da schiavi russi propria di Vir­ gilio, di Dante e di ogni altro verso gli ordini di quel loro Dio e l’ubbidienza tremante con la quale tutti ascoltano i suoi ukase. Questo atteggiamento da schiavi viene da Dante addirittura spinto nella sua stessa persona fino al punto che egli si dichiara colpevole di una clamorosa mancanza d’onore e di coscienza in una certa occasione, che lui stesso narra vantandosene (canto XXXIII, vv. 109-150). Onore e coscienza non hanno più alcun valore per lui, appe­ na interferiscono in qualche modo con i crudeli decreti di Domeneddio: Dante ha promesso ferma­ mente e solennemente di versare una goccia di sol­ lievo nelle torture inventate da Dio e così crudel­ mente eseguite, pur di avere risposta a una doman­ da; dopo che il dannato martirizzato ha adempito la condizione postagli, Dante, dimenticando onore e coscienza, rompe sfacciatamente la promessa fat­ ta, in majorem Dei gloriam; e questo perché, seb­ bene non gli sia stato formalmente proibito, Dante considera cosa del tutto illecita alleggerire minima­ mente una pena inflitta da Dio, sia pure, come qui, togliendo una lagrima congelata: dunque egli non lo fa, sebbene un momento prima l’abbia promes­ so con un giuramento. Può darsi che in cielo un si­ mile modo d'agire sia usanza degna di lode: io non lo so, ma sulla terra colui che agisce così vien chia­ mato furfante. — Tra l’altro, ciò dimostra quanto sia precaria ogni morale che non abbia altro fonda­ mento se non la volontà di Dio; in questo caso, in­ fatti, con la stessa rapidità con la quale si possono invertire i poli di un elettromagnete, si può anche

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trasformare il male in bene e il bene in male. — L’intero Inferno di Dante rappresenta in realtà un’apoteosi della crudeltà e qui, nel penultimo can­ to, come si è detto, viene per giunta glorificata la mancanza d’onore e di coscienza. Ciò che dovunque è vero, ecco lo dico con parole goffe.1“

Del resto per gli esseri creati si tratta di una divina tragedia, e senza fine alcuna. Seppure il preludio che la precede possa magari talvolta riuscire diver­ tente, esso è di una brevità irrisoria in confronto con la durata infinita della parte tragica. Non si può far a meno di pensare che in Dante stesso si celi una segreta intenzione satirica verso un simile capolavoro di ordinamento del mondo; ci vorrebbe, altrimenti, un gusto del tutto singolare per pren­ dere piacere a dipingere assurdità rivoltanti e con­ tinue scene da carnefice. Fra tutti gli altri poeti italiani prediligo il mio amato Petrarca. Nessun poeta al mondo l’ha mai superato per profondità e intimità di sentimento e per la sua espressione immediata che sull’istante af­ ferra il cuore. Perciò i suoi sonetti, [trionfi] e can­ zoni mi sono incomparabilmente più cari delle buf­ fonaggini fantastiche dell’Ariosto e delle orripilanti frottole di Dante. Il flusso naturale del suo discor­ rere che scaturisce direttamente dal cuore agisce su me ben diversamente dalla povertà di parole stu­ diata, anzi affettata, di Dante. Petrarca è stato sem­ pre e rimarrà il poeta del mio cuore. Che l’eccellentissima « epoca moderna » osi parlare di Petrar­ ca con un certo disprezzo è qualcosa che mi confer­ ma nel mio giudizio. Per una dimostrazione, del resto superflua, di tutto ciò, si può far anche un paragone fra Dante e Petrarca per così dire in veste da camera, vale a dire in prosa, confrontando i bei libri ricchi di pensieri e di verità del Petrarca

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(De vita solitaria, De contemptu mundi, Consolatio utriusque fortunae, eccetera) nonché le sue lettere con la sterile e noiosa scolastica di Dante. — Il Tas­ so, infine, non mi sembra essere degno di occupare il posto di quarto accanto ai tre grandi poeti d’Ita­ lia. Cerchiamo di essere giusti come posteri, anche se non riusciamo ad esserlo come contemporanei.

230 Che in Omero le cose ricevano sempre quei pre­ dicati che ad esse si adattano in modo semplice e as­ soluto, e non già quei predicati che presentino qual­ che relazione o analogia con ciò che sta succedendo proprio in quel momento; che, per esempio, gli Achei siano sempre gli Achei dai begli schinieri, la terra sempre quella che nutre la vita, il cielo sempre vasto, il mare sempre di color vino scuro, è un trat­ to àe\V oggettività che in Omero si esprime in modo così singolare. Egli lascia gli oggetti, come la natura stessa, non sfiorati dalle vicende e dagli stati d’ani­ mo umani. Sia che i suoi eroi giubilino oppure sia­ no addolorati, la natura continua imperturbabile il suo cammino. Alle persone soggettive, invece, sembra, quando sono tristi, che tutta la natura sia tetra, e così via. Non così la pensa Omero. Fra i poeti del nostro tempo Goethe è il più og­ gettivo, Byron il più soggettivo. Quest’ultimo parla sempre e soltanto di se stesso e perfino nei generi di poesia più oggettivi, il dramma e l’epopea, egli descrive nell’eroe se stesso. Goethe sta a Jean Paul come il polo positivo al polo negativo.

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231 L’Egmont di Goethe è un uomo che prende la vita alla leggera e deve scontare questo errore. In compenso questa sua indole gli rende anche legge­ ra la morte. [Le scene col popolo nelYEgmont sono il coro]. [Sia fatto qui posto a una congettura riguardante il capolavoro di Shakespeare* che è, a vero dire, assai audace, ma che io tuttavia vorrei sottoporre al giudizio dei veri conoscitori. Nel celebre mono­ logo « to be, or not to be » l’espressione: « when we have shuffled off this mortal coil » è stata sem­ pre trovata oscura e perfino enigmatica, e non è sta­ ta mai chiarita del tutto. Non vi sarà stato, forse, scritto in origine shuttled offl Questo verbo non esiste più; ma shuttle significa la spola del tessitore e coil significa gomitolo (o groviglio), e perciò il senso sarebbe: « quando noi saremo riusciti a svol­ gere questo gomitolo di mortalità ». Un errore or­ tografico poteva essere facilmente commesso].

232 A Venezia, nell’Accademia delle Arti, tra gli af­ freschi trasportati su tela, vi è un quadro che in modo del tutto singolare rappresenta gli dèi, men­ tre, su in alto fra le nuvole, siedono alle mense d’oro, su sedie d’oro, e intanto giù in basso gli ospi­ ti, precipitati nell’abisso oscuro, vi stanno disprez­ zati e scherniti. È assolutamente certo che Goethe * [La storia, che si trova in Apuleio,157 della vedova, alla quale apparve il marito ucciso durante la caccia, è del tutto analoga a quella dell'Amleto].

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ha visto questo quadro, quando, durante il suo pri­ mo viaggio in Italia, scrisse l’Ifigenia.

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La storia, che volentieri colloco accanto alla poe­ sia, come suo contrario (ίστορούμενον - πεποιημένον) è per il tempo ciò che la geografia è per lo spazio. Perciò essa, come quest’ultima, non è una scienza nel senso vero e proprio della parola; perché anch’essa ha per oggetto non verità generali, bensì sol­ tanto cose singole; — rimando in proposito alla mia opera principale (vol. II, cap. 38). [La storia è stata sempre lo studio prediletto di coloro che hanno vo­ glia di imparare qualcosa, senza sottomettersi allo sforzo, che esigono le altre scienze vere e proprie, le quali richiedono la partecipazione dell’intellet­ to. Ma più che mai è lo studio prediletto dei nostri tempi, come attestano gli innumerevoli libri di sto­ ria che annualmente si pubblicano. Chi come me, non può far a meno di scorgere nella storia sempre la stessa cosa, allo stesso modo che nel caleidosco­ pio, ad ogni giro, si vedono sempre le stesse cose sotto configurazioni diverse, non può nutrire quell’appassionato interessamento per la storia, tuttavia non lo biasimerà. Ma è cosa ridicola e insulsa da parte di alcuni voler fare della storia una parte del­ la filosofia, anzi la filosofia stessa, e illudersi che la storia possa prendere il posto della filosofia. La pre­ dilezione per la storia, propria della maggioranza del pubblico di tutti i tempi, si può spiegare osser­ vando la conversazione in società come di solito si svolge nel mondo: questa di regola consiste nel fat­ to che una persona racconta una certa cosa, subito dopo un’altra racconta qualcos’altro, e a questa condizione ciascuno è sicuro dell’attenzione degli

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altri. Come nella conversazione, così anche nella storia, vediamo lo spirito occuparsi di cose affatto singole in quanto tali. Ma, come nella scienza, an­ che in una conversazione più nobile lo spirito si eleva verso le cose universali. Ciò tuttavia non to­ glie il suo valore alla storia. La vita umana è cosi breve e fuggevole, ed è suddivisa tra milioni innu­ merevoli di individui, i quali a sciami precipitano senza tregua nelle fauci spalancate del mostro del­ la dimenticanza, che è una impresa degna di gran­ de riconoscenza voler salvare dall’universale naufra­ gio del mondo almeno qualche cosa, la memoria delle cose più importanti e interessanti, gli avveni­ menti e i personaggi principali]. D’altro lato la storia potrebbe anche essere consi­ derata come una continuazione della zoologia, in quanto, mentre per tutti gli animali basta prendere in considerazione la specie, per l’essere umano, in­ vece, perché ha carattere individuale, dobbiamo studiare anche gli individui con gli avvenimenti individuali che li condizionano. Da ciò discende senz’altro l’essenziale imperfezione della storia; per­ ché gli individui e gli avvenimenti sono innumere­ voli ed infiniti. [Nello studio della storia, la somma di quello che rimane ancora da studiare non risulta affatto diminuita da tutto ciò che si è potuto impa­ rare. In tutte le vere scienze si può almeno preve­ dere un sapere completo. — Quando ci sarà aperta la storia dell’india e della Cina, quel materiale sterminato renderà evidente l’errore fatto a battere una tale strada e costringerà i desiderosi di sapere a riconoscere che bisogna cercare nell’uno i molti, nel caso dato la regola, nella conoscenza della natu­ ra umana le vicende dei popoli, e non già enumera­ re fatti all’infinito]. [La storia, da un capo all’altro, racconta sem­ pre di guerre, e lo stesso tema è l’oggetto di tutti i monumenti, antichissimi come moderni. L’origine

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poi di ogni guerra è la voglia di rubare; perciò Voltaire dice non senza ragione: « Dans toutes les guerres il ne s’agit que de voler ».,58 Appena, cioè, un popolo sente in sé un eccesso di forze, invece di vivere del proprio lavoro, attacca i suoi vicini per appropriarsi dei frutti del loro lavoro, sia semplicemente di quelli attuali, sia anche di quelli futuri, se riesce a soggiogarli. Questo fornisce il materiale alla storia universale, e alle prodezze dei suoi eroi. In modo particolare nei dizionari francesi sotto la pa­ rola gioire pare che si tratti prima della gloria arti­ stica e letteraria, e poi sotto gloire militaire si trova soltanto: voyez butin. Intanto sembra che due popoli molto religiosi, gli indù e gli egiziani, quando sentivano in sé un eccesso di forze, di solito le impiegavano non in scorrerie o in eroiche prodezze, ma piuttosto in co­ struzioni che sfidano i millenni e fanno onore alla loro memoria]. — Alle suddette, fondamentali imperfezioni della storia si aggiunge che la musa della storia, Clio, è tutta quanta infetta di menzogne, come una pro­ stituta di sifilide. La moderna indagine storico­ critica si affatica, a dire il vero, per guarirla del suo male, ma, coi suoi rimedi locali, riesce soltan­ to a vincere alcuni sintomi che affiorano qua e là; e purtroppo viene impiegata più di una me­ dicina da ciarlatano che fa peggiorare il male. [Più o meno cosi stanno le cose per ogni storia — ad eccezione di quella sacra, s’intende. Io credo che gli avvenimenti e i personaggi della storia so­ miglino a quelli realmente esistiti, come di solito i ritratti degli scrittori nell’incisione sul frontespi­ zio somigliano agli scrittori: dunque sono per così dire appena tratteggiati nel loro contorno, di modo che rivelano una somiglianza molto debole, oppure deformata da un solo tratto falso, e alle volte non vi è somiglianza alcuna].

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I giornali quotidiani sono la sfera dei secondi dell’orologio della storia. Quest’ultima non soltan­ to è stata fabbricata di solito con metalli meno no­ bili di quelli delle altre due sfere, ma ben di rado indica il tempo giusto. — I cosiddetti « articoli di fondo » dei giornali rappresentano il coro che ac­ compagna il dramma dei veri avvenimenti. — L’esa­ gerazione in ogni senso è il tratto essenziale del giornalismo come dell’arte drammatica: bisogna, infatti, ricavare il più possibile da ogni avvenimen­ to. Per questa ragione, tutti i giornalisti sono, dato il loro mestiere, degli allarmisti: è il loro modo di rendersi interessanti. Essi somigliano in ciò a dei bo­ toli, che, appena sentono un rumore, si mettono ad abbaiare con impeto. Bisogna perciò badare ai loro squilli d’allarme quel tanto che basta a non guastarsi la digestione [e, in generale, si deve sape­ re che il giornale è una lente d’ingrandimento, e anche ciò soltanto nei casi migliori, perché spessis­ simo non si tratta altro che di un giuoco d’ombre sulla parete]. In Europa la storia universale viene accompagna­ ta da un altro indicatore quotidiano cronologico sui generis, che nelle rappresentazioni visive degli avvenimenti fa riconoscere ogni decennio al pri­ mo sguardo: esso è guidato dai sarti. [Per esem­ pio, un presunto ritratto di Mozart giovane, espo­ sto nel 1856 a Francoforte, è stato da me subito riconosciuto come falso; perché l’abbigliamento ap­ partiene a un’epoca anteriore di 20 anni]. Soltanto nell’attuale decennio questo indicatore non funzio­ na più, perché il nostro decennio non possiede nemmeno uno spirito sufficientemente originale per riuscire a inventare la propria moda, come ha fatto ogni altro decennio: esso presenta, invece, soltanto una mascherata, nella quale la gente si aggira in vari abbigliamenti messi da parte già da un pezzo e che appartengono a tempi passati [dando lo spet­

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tacolo di un anacronismo vivente]. Perfino il perio­ do precedente al nostro decennio ha avuto ancora quel tanto di spirito originale necessario a inventa­ re il frac. A ben vedere, le cose stanno così. Come ogni in­ dividuo ha la propria fisionomia, in base alla quale se ne può dare un giudizio provvisorio, così ogni epoca ha la propria fisionomia, che non è meno ca­ ratteristica. Lo spirito di un’epoca somiglia, infatti, al pungente vento dell’est che entra dappertutto. Perciò ne troviamo la traccia in ogni azione, pen­ siero, scritto, nella musica e nella pittura, nella fio­ ritura di questa o quell’arte: su tutto e su tutti lo spirito del tempo lascia la sua impronta; così, per esempio, l’epoca delle frasi senza senso doveva esse­ re anche l’epoca delle musiche senza melodia e del­ le forme senza scopo né intenzione. Al massimo, soltanto le grosse mura dei conventi riescono a im­ pedire l’ingresso a quel vento dell’est; salvo che poi non butti giù le mura stesse. Appunto perciò lo spirito di ogni epoca conferisce ad essa anche la sua fisionomia esterna. Il modo di costruire di ciascu­ na epoca è come il suo basso fondamentale: su di esso si orientano in primo luogo tutti gli ornamen­ ti, recipienti, mobili, utensili di ogni genere e infi­ ne anche l’abbigliamento, insieme con l’acconcia­ tura dei capelli e della barba.* L’epoca attuale, * [La barba, essendo quasi una maschera, dovrebbe es­ sere proibita dalla polizia. Inoltre, come distintivo del sesso in mezzo al viso, è oscena e per questo piace alle donne. È stata sempre il barometro della civiltà intellet­ tuale, presso i greci e i romani. Presso questi ultimi Sci­ pione l’Africano fu il primo a radersi (Eichhorn, Hist, antiq.) e sotto gli Antonini la barba fece di nuovo capo­ lino. Carlo Magno non la poteva soffrire: ma il Medio­ evo, fino a Enrico IV compreso, fu l’età d’oro della bar­ ba. — Luigi XIV la abolì].

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come già abbiamo detto, con l’assenza di origina­ lità in tutte queste cose rivela la sua mancanza di carattere. [Ma la cosa più deplorevole è che essa abbia scelto a suo modello il rozzo, stupido e igno­ rante Medioevo, e ogni tanto, passi a imitare l’epo­ ca di Francesco I di Francia e perfino quella di Luigi XIV]. Quale sarà il suo effetto sulla posterità per quel che riguarda la sua facciata esterna in ope­ re figurative ed edifici! I suoi venali adulatori la chiamano col nome caratteristicamente altisonante di « epoca attuale », come se essa fosse il presente κατ’ εξοχήν, preparato da tutto il passato e finalmen­ te raggiunto. Con quanta venerazione la posterità ammirerà i nostri palazzi e le nostre ville costruite nel più miserabile stile rococò del tempo di Lui­ gi XIV! — Ma difficilmente la nostra posterità saprà che farsene dei ritratti e dei dagherrotipi, delle fi­ sionomie da lustrascarpe con barbe alla Socrate, e dei bellimbusti nel costume dei trafficanti ebrei della mia giovinezza! — [Nella generale mancanza di gusto dell’epoca at­ tuale rientra anche il fatto che nei monumenti che vengono eretti a uomini grandi, questi sono rap­ presentati in abbigliamento moderno. Siccome il monumento viene eretto alla persona ideale e non a quella reale, all’eroe come tale, al rappresentante di questa o quella virtù, all’artefice di certe opere o imprese, e non all’essere umano che una volta si era aggirato in questo mondo, affetto da tutte le de­ bolezze e tutti gli errori inerenti alla nostra natu­ ra: come queste debolezze non dovrebbero essere glorificate, così neppure la sua giubba e i suoi cal­ zoni come egli li aveva portati. In quanto uomo ideale, dovrebbe essere presentato nella sua figura umana, vestito soltanto come vestivano gli antichi, dunque quasi nudo. E soltanto così si corrisponde alle esigenze della scultura che, non avendo altro campo che la pura forma, richiede la forma umana

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integra e senza meschinità. — E già che parlo di monumenti, voglio ancora rilevare che è un’eviden­ te mancanza di gusto, anzi una vera e propria as­ surdità, collocare una statua su un piedistallo alto da 10 a 20 piedi, dove nessuno la può mai vedere chiaramente, tanto più che di regola essa è di bron­ zo, dunque di un colore nerastro: vista da lontano, infatti, diventa indistinta: se poi ci avviciniamo ad essa, essa sale così in alto, che la vista rimane abba­ gliata dal suo sfondo di cielo chiaro. Nelle città ita­ liane, specialmente a Firenze e a Roma, si trova un gran numero di statue sulle piazze e per le vie, ma tutte hanno un piedistallo molto basso, affinché si possa vederle distintamente: perfino i colossi sul Monte Cavallo hanno un piedistallo basso. Anche in ciò dunque si rivela il buon gusto degli italiani. Invece i tedeschi amano un trionfo da pasticceria, con dei rilievi che illustrano le imprese dell’eroe rappresentato].

234 Alla fine di questo capitolo sull’estetica, può tro­ vare posto anche il mio parere relativo alla colle­ zione di pittura Boisserée, che si trova attualmente a Monaco. Si tratta di opere d’arte appartenenti alla vecchia scuola della Bassa Renania. Una vera opera d’arte, a dir la verità, non ha bi­ sogno per essere goduta, del preambolo di una sto­ ria dell’arte. Ma per nessun genere di quadri ciò è così necessario come per quelli in questione. Al­ meno si potrà misurarne, nel modo giusto, il va­ lore soltanto dopo aver visto come si dipingeva prima di Jan van Eyck, cioè, secondo il gusto proveniente da Bisanzio, fondo oro, tempera, con figure senza vita e senza movimento, rigide e pie-

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trificate, inoltre con massicce aureole di santi, che contengono anche il nome del rispettivo santo. Van Eyck, da vero genio, tornò alla natura, conferì ai suoi dipinti un fondo, alle figure una posizione, un atteggiamento e un raggruppamento conformi alla vita, alle fisionomie espressione e verità, e alle pieghe dei vestiti le linee giuste: inoltre egli intro­ dusse la prospettiva e, in generale, raggiunse nel­ l’esecuzione tecnica la massima perfezione. 1 suoi successori, in parte, come Schoreel e Hemling (o Memling), continuarono su questa via, in parte tor­ narono alle vecchie assurdità. Perfino Van Eyck era stato costretto a conservare di queste assurdità quel tanto che era obbligatorio secondo il parere della Chiesa: egli fu costretto, ad esempio, a dipingere ancora aureole ed enormi raggi di luce. Ma è eviden­ te che cercò di strappare la maggior libertà possi­ bile. Egli perciò si mantiene in lotta contro lo spi­ rito del suo tempo; così pure Schoreel e Hemling. Per conseguenza essi debbono essere giudicati pren­ dendo in considerazione la loro epoca. Bisogna met­ tere in conto all’epoca, che i loro soggetti siano per la maggior parte insignificanti, privi di gusto, sem­ pre triti e ritriti e di carattere sacro, per esempio, i re Magi, la morte di Maria, san Cristoforo, san Lu­ ca che ritrae Maria, e così via. Altresì è colpa del­ l’epoca, se le loro figure non hanno quasi mai una posa e un’espressione libere, puramente umane, ma senza eccezione assumono un’espressione bigotta, vale a dire un atteggiamento da mendicante, sfor­ zato, studiato, umile e strisciante. — Inoltre bisogna aggiungere il fatto che quei pittori non conosceva­ no l’arte antica: perciò le loro figure di rado hanno bei visi, per la maggior parte brutti, e i corpi non sono mai belli. — Manca la prospettiva aerea; in­ vece la prospettiva lineare è di solito giusta. Essi hanno attinto tutto dalla natura, com’era loro no­ ta: perciò l’espressione dei visi è vera e onesta, tut-

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tavia mai significativa, e nessuno dei loro santi ha una sia pur minima traccia di quell’espressione su­ blime e sovraterrena di autentica santità nel volto, che soltanto gli italiani sanno conferire, soprattut­ to Raffaello, e Correggio nei suoi primi quadri. Oggettivamente si potrebbe dare il seguente giu­ dizio in merito ai dipinti in questione: per la mag­ gior parte essi rivelano nella rappresentazione del­ la realtà, sia delle teste, come dei vestiti e dei tes­ suti, la massima perfezione tecnica; quasi nella mi­ sura, che più tardi, nel diciassettesimo secolo, fu raggiunta dai veri e propri pittori olandesi. Per contro l’espressione più nobile, la bellezza più alta e la vera grazia sono rimaste loro estranee. Ma, sic­ come queste ultime qualità sono il fine, rispetto al quale la perfezione tecnica è il mezzo, non abbiamo qui opere d’arte di prim’ordine; anzi, non si posso­ no gustare incondizionatamente, bisogna infatti sempre detrarne e mettere in conto all’epoca i di­ fetti suddetti, insieme coi soggetti insignificanti e i continui atteggiamenti chiesastici. Il loro pregio principale, tuttavia soltanto di Van Eyck e dei suoi migliori discepoli, consiste nell’imi­ tazione più fedele della realtà, ottenuta mediante una chiara visione della natura e un’accanita dili­ genza nel dipingere; poi consiste anche nella viva­ cità dei colori — che è il loro merito peculiare. Nes­ suno prima di loro né dopo di loro ha dipinto con simili colori: questi colori cosi splendenti, che ri­ velano la massima energia del colore. Perciò questi quadri, dopo quasi quattrocento anni, sembrano essere stati dipinti ieri. Se Raffaello e il Correggio avessero conosciuto questi colori! Invece sono rima­ sti un segreto della scuola e perciò sono andati per­ duti. Bisognerebbe analizzarli chimicamente.

CAPITOLO VENTESIMO

SU GIUDIZIO, CRITICA, APPLAUSO E GLORIA

235 Kant ha esposto la sua estetica nella Critica del giudizio; anche io, come lui, aggiungerò in que­ sto capitolo, alle suddette osservazioni estetiche, una piccola critica del giudizio, ma soltanto di quello che ci è dato empiricamente, principalmen­ te per dire che di solito questa facoltà non esiste affatto, essendo una avis quasi altrettanto rara del­ la Fenice, la cui apparizione si deve aspettare cin­ quecento anni.

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Con la parola gusto, parola scelta senza gusto, si definisce la scoperta o semplicemente il riconosci­ mento di ciò che è esteticamente giusto, cosa che avviene senza la guida di una regola, dato che non c’è regola che giunga fino a quel punto oppure essa non era nota a colui che praticava l’arte o a colui che soltanto la giudicava. — Invece di dire gusto si potrebbe dire senso estetico, se questa espressione non contenesse una tautologia. Il gusto che afferra e giudica è, per così dire, l’elemento femminile rispetto all’elemento maschile del talento produttivo o del genio. Esso è del tutto incapace di generare e consiste nella capacità di concepire, vale a dire, di riconoscere il giusto, il bello, l’adatto come tale — nonché anche il contra-

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rio di ciò; dunque esso è anche la capacità di di­ scernere il buono dal cattivo, di trovare e apprez­ zare il primo, e di rigettare il secondo.

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Gli scrittori si possono dividere in stelle cadenti, pianeti e stelle fisse. — I primi producono i momen­ tanei effetti fragorosi: si guarda in su, si grida « guarda, guarda » e poi scompaiono per sempre. — I secondi, cioè le stelle che vagabondano per il cie­ lo, hanno assai più consistenza. Brillano, benché sol­ tanto grazie alla loro vicinanza, assai più delle stelle fisse e vengono con esse scambiati dagli incompe­ tenti. Ma anche i pianeti debbono ben presto sgom­ berare il loro posto, inoltre ricevono la loro luce in prestito e hanno una sfera d’azione limitata ai loro compagni di cammino (contemporanei). Essi si spostano e si alternano: un’orbita della durata di qualche anno è il loro destino. — Soltanto le stelle fisse non cambiano: stanno ferme nel cielo, hanno luce propria, agiscono su ogni epoca, giacché non cambiano ascendente secondo il cambiamento del nostro punto di vista, non avendo una parallasse. Esse non appartengono, come gli altri corpi celesti, a un solo sistema (nazione), ma all’universo. Ma appunto a causa dell’altezza della loro posizione, la loro luce di solito richiede molti anni prima di di­ ventare visibile all’abitante della terra.

SU GIUDIZIO, CRITICA, APPLAUSO E GLORIA

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238 Come metro di un genio non bisogna prendere i difetti delle sue produzioni né le più deboli delle sue opere al fine di collocarlo secondo tal metro in basso; bisogna scegliere, invece, soltanto le sue ope­ re più eccellenti. Infatti anche all’elemento intel­ lettuale sono inerenti la debolezza e la stoltezza della natura umana e in modo tale che perfino lo spirito più brillante non ne è sempre e in ogni caso immune. Perciò vi sono grandi difetti, che possono essere rilevati perfino nelle opere dei più grandi geni e, come dice Orazio, « quandoque bonus dor­ mita! Homerus Ciò che invece distingue il ge­ nio e dev’essere adoperato come suo metro è l’altez­ za alla quale egli è riuscito a elevarsi quando il tempo e l’atmosfera gli erano propizi, quell’altezza che i talenti comuni non attingeranno in eterno. [Parimenti è assai sbagliato confrontare fra loro uomini grandi della stessa specie, per esempio, grandi poeti, grandi musicisti, filosofi, artisti, per­ ché è quasi inevitabile che nel far ciò, almeno per un momento, si sia ingiusti. Proprio questo con­ fronto fa sì che l’occhio colga i pregi peculiari del­ l’uno e trovi subito che mancano all’altro; motivo per cui quest’ultimo viene sminuito. Se poi si parte dai pregi peculiari e di tutt’altro genere che distin­ guono l’altro, inutilmente li si cercherà nel primo, sicché ora anche questi subisce una diminuzione parimenti immeritata].

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La cattiva stella dei meriti spirituali è che essi debbano aspettare finché coloro che producono sol-

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PARERG A E PARALI POMENA

tanto roba scadente comincino a lodare ciò che è buono; che, anzi, in generale essi debbano ricevere le loro corone dalle mani dell’umana capacità di giudizio, qualità che la maggioranza possiede tanto quanto un individuo castrato possiede la capacità di generare, cioè come qualcosa di analogo ma as­ sai debole e sterile; talché la capacità di giudizio dev’essere annoverata fra i doni rari della natura. Perciò è purtroppo tanto vero quanto espresso gra­ ziosamente ciò che dice La Bruyère: « Après l'esprit de discernement ce qu’il y a au monde de plus rare, ce sont les diamants et les perles ».“° Capacità di di­ stinguere, esprit de discernement, e quindi capacità di giudizio, ecco che cosa manca. I critici non san­ no discernere il genuino dal falso, né l’avena dalla pula, né l’oro dal rame e non s’accorgono dell’enor­ me distanza intercorrente fra una testa comune e quella più rara. [Nessuno vale per ciò che è, bensì per ciò che gli altri giudicano di lui. Questo è lo strumento per reprimere spiriti eccel­ lenti con spiriti mediocri; costoro finché è possibile non permettono ai primi di emergere]. Il risultato ne è l’inconveniente deplorevole che un versetto antiquato esprime nel modo seguente: È destino dei grandi, sulla terra, quando ormai più non sono, d’esser noti.161

Ciò che è genuino e perfetto è ostacolato, al suo apparire, da ciò che è scadente, che già ha occupato il suo posto e si fa passare per buono. Anche se, dopo un lungo tempo, riesce realmente al buono di rivendicare il suo posto e di farsi rispettare, non passerà gran tempo e costoro arriveranno trascinan­ dosi appresso un qualche manierato imitatore gros­ solano e privo di spirito per metterlo tranquilla­ mente sull’altare accanto al genio: non vedono, in­ fatti, la differenza, ma credono seriamente che l’imi-

su

giudìzio, critica, applauso e gloria

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tatore sia anch’egli un genio. Appunto perciò Iriarte inizia così la sua ventottesima favola letteraria: Siempre acostumbra hacer el vulgo necio de lo bueno y lo malo igual aprecio. *

Così anche i drammi di Shakespeare, subito dopo la sua morte, dovettero far posto a quelli di Ben Johnson, Massinger, Beaumont e Fletcher e lasciar­ glielo per cent’anni. Parimenti, la rigorosa filosofia di Kant fu soppiantata dalla evidente ciarlataneria di Fichte, dall’eclettismo di Schelling e dalle chiac­ chiere disgustosamente dolciastre e bigotte di Jaco­ bi, finché si arrivò al punto che un miserabile ciar­ latano, Hegel, venne posto alla pari di Kant, anzi molto al di sopra di lui. Perfino in una sfera acces­ sibile a tutti vediamo come l’impareggiabile Walter Scott ben presto viene, da indegni imitatori, allon­ tanato dall’attenzione del grande pubblico. Questo, infatti, non ha, in realtà, alcuna sensibilità per le opere perfette e perciò non ha idea di quanto infi­ nitamente rare siano le persone davvero capaci di qualcosa di notevole nella poesia, nell’arte oppure nella filosofia, e che quindi solo ed esclusivamente le loro opere sono degne della nostra attenzione, perciò il mediocribus esse poëtis non homines, non Dì, non concessere columnae,1“

dovrebbe essere messo sotto il naso, ogni giorno e senza riguardo, ai guastamestieri in poesia e in tut­ te le altre discipline elevate. ** Non sono costoro, forse, la malerba che non lascia crescere il grano, invadendo tutto il terreno? Perciò avviene appunto * « Il buono e il cattivo hanno trovato in tutti i tempi l’uguale apprezzamento dello stupido volgo ». ** In Jacques le Fataliste, Diderot dice che tutte le arti sono esercitate da guastamestieri — un detto verissimo.

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ciò che ha descritto in modo originale e bello Feuchtersieben, poeta prematuramente scomparso: Nulla e poi nulla gridano, sfrontati, è in quest’opera! E la grandezza matura intanto silenziosa. Ed ora appare: nessuno la vede, nessuno l’ascolta nel tumulto: con umile cordoglio, se ne va silenziosa.163

Non meno si manifesta quella mancanza deplo­ revole di capacità di giudizio nel campo delle scien­ ze, vale a dire nella tenace sopravvivenza di teorie false che sono state confutate. Una volta ottenuto credito, esse sfidano la verità per mezzo secolo, anzi per interi secoli, come un molo di pietra sfida le onde del mare. Dopo cent’anni Copernico non ave­ va ancora soppiantato Tolomeo; Bacone da Verulamio, Cartesio, Locke si sono fatti strada con estre­ ma lentezza e con ritardo. (Basta leggere la celebre prefazione di d’Alembert all’Encyclopédie). [Non meno di loro dovette aspettare Newton: si osservi soltanto con quanto accanimento e scherno Leib­ niz combatte il sistema di gravitazione di Newton, nella sua controversia con Clarke, particolarmente nei paragrafi 35, 113, 118, 120, 122, 128]. Benché Newton fosse sopravvissuto per quasi quarant’anni all’apparizione dei suoi Principia, la sua dottrina, quand’egli morì, era stata riconosciuta, parzialmen­ te e in una certa misura, soltanto in Inghilterra; mentre fuori della sua patria egli non contava nem­ meno venti seguaci, secondo la prefazione all’espo­ sizione che Voltaire scrisse della sua dottrina. Pro­ prio questa esposizione contribuì più di tutto alla conoscenza del suo sistema in Francia, quasi vent’anni dopo la sua morte. Fino a quel tempo si era creduto fermamente, costantemente e patriottica-

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mente ai vortici di Cartesio; mentre soltanto qua­ rantanni prima la stessa filosofia cartesiana era sta­ ta proibita nelle scuole francesi. Ora, invece, il can­ celliere d’Aguesseau negava, a sua volta, a Voltaire Y imprimatur per la sua esposizione del newtonianesimo. Per contro, oggi l’assurda teoria newtoniana dei colori domina perfettamente il campo quaran­ tanni dopo la pubblicazione della Teoria dei colori di Goethe. Hume, benché avesse iniziato molto pre­ sto la sua attività e scrivesse in modo affatto popo­ lare, è rimasto sconosciuto fino a cinquant’anni. Kant, sebbene avesse scritto e insegnato per tutta la vita, divenne celebre soltanto dopo i sessantan­ ni. — Artisti e poeti hanno, a dir vero, un giuoco assai più facile dei pensatori, perché il loro pub­ blico è almeno cento volte più grande. Tuttavia, che cosa valevano, al loro tempo, Mozart e Beetho­ ven? che cosa Dante? che cosa, perfino Shakespeare? Se i contemporanei di quest’ultimo avessero cono­ sciuto il suo valore, noi avremmo, da quell’epoca di fioritura della pittura, almeno un suo buon ri­ tratto di sicura autenticità, mentre attualmente esi­ stono di lui soltanto un dipinto assai dubbio, una pessima incisione e un busto ancora più brutto sul­ la sua tomba.* Parimenti vi sarebbero centinaia di suoi manoscritti rimasti; invece, non abbiamo che un paio di firme su atti legali. — Tutti i portoghesi sono ancora fieri di Camòes, il loro unico poeta: egli, però, viveva dell’elemosina che un ragazzo ne­ gro, ch’egli si era portato con sé dall’india, racco­ glieva per lui di sera, per le strade. — Realmente, col tempo si fa piena giustizia a ognuno (tempo è galantuomo),'6* ma ciò avviene così lentamente e co­ sì tardi, come in passato avveniva per gli atti del * A. Wivell, An inquiry into the history, authenticity and characteristics of Shakespeare’s portraits; with 21 engravings (London, 1836).

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Reichskammergericht, e la tacita condizione è che l’individuo in questione non sia più vivo. [Si obbe­ disce facilmente, infatti, alla prescrizione dell’EccZesiastico (11, 30): « ante mortem ne laudes hominem quemquam »]. Perciò colui che ha creato opere im­ mortali deve per sua consolazione applicare ad esse il mito indiano, secondo il quale i minuti degli im­ mortali, sulla terra, appaiono come anni e parimenti gli anni sulla terra sono soltanto minuti de­ gli immortali. La mancanza della capacità di giudizio, che noi qui deploriamo, si manifesta anche nel fatto che in ogni secolo, a dir il vero, si stimano le cose eccel­ lenti dell’epoca precedente, mentre quelle della propria epoca rimangono sconosciute, e l'attenzio­ ne che esse meriterebbero è riservata a cattive opere di mestieranti, di cui ogni decennio fa pompa e che poi sono derise dal decennio seguente. Il fatto, dunque, che gli uomini così difficilmente riconosco­ no il merito vero, se esso appare nel loro tempo, dimostra, però, che essi né comprendono né godo­ no, né apprezzano realmente le opere del genio, riconosciute già da tempo, che essi venerano in base al principio di autorità. E la prova del nove di quest’affermazione è che la roba cattiva, per esem­ pio, la filosofia di Fichte, una volta che abbia acqui­ stato del credito, mantiene la sua validità per un altro paio di generazioni. Soltanto se il suo pub­ blico è molto vasto, la caduta sarà tanto più rapida.

240 Come tuttavia il sole ha bisogno di un occhio per risplendere, la musica di un orecchio per risonare, così anche il valore di tutti i capolavori, nell’arte e nella scienza, rimane condizionato da uno spirito

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affine che sia della loro stessa statura e al quale essi parlino. Soltanto un simile spirito è in possesso della parola magica mediante la quale gli spiriti rinchiusi in simili opere cominciano a muoversi e a farsi vedere. La testa comune rimane dinanzi ad esse come dinanzi a un magico armadio inchiavar­ dato, oppure come dinanzi a uno strumento che non sa sonare e dal quale riesce a cavare soltanto note disarmoniche, per quanto ami illudersi a que­ sto riguardo. E come lo stesso dipinto a olio, visto in un angolo buio oppure illuminato dal sole, fa una diversa impressione, così pure è diversa l’im­ pressione prodotta da uno stesso capolavoro secon­ do la capacità della testa che l’afferra. Per conse­ guenza una bella opera ha bisogno di uno spirito sensibile, un’opera pensata di uno spirito che pensi, per poter esistere e vivere realmente. Purtroppo, spessissimo, colui che manda nel mondo una tale opera, si deve sentire, in seguito, come un fabbri­ cante di fuochi artificiali, che alla fine ha bruciato con entusiasmo tutta la sua produzione, preparata con assidua fatica, e poi si accorge di esser capitato nel posto sbagliato e che tutti quanti i suoi spetta­ tori appartenevano a un istituto per ciechi. Eppu­ re la sua sorte è sempre migliore che se gli fosse ca­ pitato un pubblico composto di soli fabbricanti di fuochi artificiali; perché in questo caso la sua pre­ stazione, se fosse stata straordinaria, avrebbe potuto costargli la testa.

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La fonte di ogni compiacimento in qualche cosa è l’omogeneità. Già al senso per la bellezza la pro­ pria specie, e in essa la propria razza, risulta indub­ biamente la più bella. Anche nelle relazioni sociali

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ognuno preferisce decisamente colui che gli somi­ glia; di modo che a un imbecille la compagnia di un altro imbecille è senza paragone più gradita di quella di tutti i grandi spiriti messi insieme. A ognuno, per conseguenza, debbono piacere più di tutte le altre in prima linea le proprie opere, per­ ché esse non sono, appunto, che il riflesso del suo spirito e l’eco dei suoi pensieri. In secondo luogo, però, a ognuno piaceranno le opere di coloro che gli sono omogenei; dunque: lo spirito piatto, insi­ pido, contorto, amante delle parole vuote, tributerà il suo plauso veramente sentito e sincero alle cose piatte, insipide, contorte, alle vane parole; invece accetterà le opere degli spiriti grandi soltanto in base al principio di autorità, vale a dire costretto dalla soggezione; mentre, nel suo cuore, non gli piaceranno. « Non gli dicono nulla », anzi gli ripu­ gnano; ma questo egli non lo confesserà nemmeno a se stesso. Soltanto teste già privilegiate riescono a godere realmente le opere del genio; ma per poterle riconoscere prima che siano sostenute dall’autorità, occorre una considerevole superiorità di spirito. Considerato tutto ciò, non v’è, quindi, da stupirsi se esse raggiungono così tardi la gloria; piutto­ sto v’è da stupirsi che mai la raggiungano. Ma ciò avviene, appunto, per un lento e complicato processo; in quanto, cioè, ogni testa scadente a poco a poco riconosce, sia pure a ciò forzata e come do­ mata, la superiorità di colui che vale immediata­ mente più di lei e così via sempre più in alto, fin­ ché a poco a poco avviene che il semplice risultato del peso dei voti sconfigge quello del loro numero; e questa è appunto la condizione di ogni vera, cioè ben meritata, gloria. Ma prima che si giunga a ciò, il più grande genio, anche dopo aver superato le sue prove, è simile a un re fra la folla del suo stesso popolo, che però non lo conosce personalmente e non gli obbedirà, se i suoi funzionari più alti non

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lo accompagnano. Infatti nessun funzionario subal­ terno è in grado di ricevere direttamente i suoi or­ dini. Un funzionario subalterno conosce appunto soltanto la firma del suo superiore, come quest’ulti­ mo conosce quella del suo diretto superiore e così via sempre più in alto fino al segretario di gabinetto che certifica la firma del ministro, e quest’ultimo quella del re. Da analoghi gradini intermedi la glo­ ria del genio è condizionata in mezzo alla folla. Perciò è anche più facile che la sua avanzata si in­ terrompa all’inizio, perché le autorità superiori, il cui numero è necessariamente scarso, mancano più spesso delle altre: quanto più, invece, si scende in basso, tanto più grande è il numero dei funzionari che nello stesso tempo ricevono un ordine, e perciò esso non subisce interruzione. Di questo andamento delle cose dobbiamo conso­ larci pensando che, dopo tutto, bisogna considerare come una fortuna che la stragrande maggioranza degli uomini non giudichi in base alle proprie ca­ pacità, ma soltanto in base all’autorità altrui. Poi­ ché, quali sarebbero i giudizi relativi a Platone e Kant, a Omero e Shakespeare e Goethe, se ognuno giudicasse in base a ciò che realmente ne ha avuto e goduto e non fosse costretto dall’autorità altrui a dirne quel che è giusto anche se non lo pensa! Se le cose non stessero così, non sarebbe possibile la gloria per veri meriti di alta qualità. Inoltre vi è anche un’altra circostanza fortunata: ognuno ha, dopo tutto, proprio quel tanto di criterio necessa­ rio a riconoscere la superiorità di colui che è diret­ tamente al di sopra di lui e a obbedire alla sua autorità; grazie a ciò la maggioranza da ultimo si sottomette all’autorità dei pochi, e in tal modo sor­ ge quella gerarchia di giudizi, sulla quale è basata la possibilità di una gloria ben stabilita, e infine estesa a una vasta cerchia. Per la classe più bassa, alla quale i meriti di un grande spirito sono del tut-

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to inaccessibili, vi è, infine, il solo monumento che, agendo sui sensi, risveglia un’oscura intuizione di quei meriti.

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Tuttavia, non meno della mancanza di capacità di criterio, alla gloria dei meriti di alta specie si oppone l’invidia; l’invidia che vi si oppone fin dai primi passi, perfino quando si tratta di meriti di infimo grado e non si ritira fino all’ultimo; perciò appunto l’invidia contribuisce parecchio a peggio­ rare il corso del mondo, e Ariosto con ragione defi­ nisce la vita come questa assai più oscura, che serena vita mortai, tutta d’invidia piena.1“

L’invidia è appunto l’anima dell’alleanza dovun­ que fiorente e tacitamente stipulata, senza previa intesa, di tutti i mediocri contro il singolo indivi­ duo eccellente di qualsiasi specie. Nessuno vuol sa­ perne nella propria cerchia d’azione, né vuol tolle­ rarlo nel proprio dominio; bensì « si quelqu’un excelle parmi nous, qu’il aille exceller ailleurs è dovunque l’unanime divisa della mediocrità. Al­ la rarità dell’eccellenza e alla difficoltà che essa tro­ va di essere compresa e riconosciuta, si aggiunge dunque l’azione concorde dell’invidia di innumere­ voli persone, diretta a reprimerla e, se possibile, a soffocarla. [Vi sono due modi di comportarsi verso i meriti: o averne o impedire che si impongano. Que­ st’ultimo modo, per la sua comodità, è quello di gran lunga preferito]. Perciò, appena in un campo qualsiasi si fa sen­ tire un talento eminente, tutti i mediocri dello stes­ so campo si sforzano unanimemente di celarlo, di

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togliergli ogni opportunità e di impedirgli in tutti i modi di diventare noto, di mostrarsi, di venire alla luce; è come se esso fosse un atto di alto tradi­ mento commesso nei riguardi della loro incapacità, volgarità e insipienza. Di solito, il loro sistema di repressione ha successo per un bel po’ di tempo; perché proprio il genio, che offre loro la sua opera con fiducia fanciullesca affinché possano goderne, non è all’altezza delle mene e degli intrighi di ani­ me perfide che si trovano perfettamente a loro agio soltanto nella volgarità, anzi il genio non ha la ben­ ché minima idea di questo loro modo di procedere né lo può capire, e perciò rimane costernato per l’accoglienza che gli fanno, forse perfino comincia a dubitare della propria opera e perciò anche di se stesso, e può darsi che rinunci alla sua causa, se non gli si aprono gli occhi in tempo sulle mene di quelle persone indegne. Si osservi — per non cercare gli esempi troppo vicini, ma neanche in una lontananza mitica — co­ me l’invidia dei musicisti tedeschi, per un’intera generazione, si è rifiutata di riconoscere il merito del grande Rossini; io stesso ho sentito cantare, presso una grande società corale ufficialmente rico­ nosciuta, la lista delle vivande sulla melodia del suo immortale « Di tanti palpiti », per farne scher­ no. Invidia impotente! La melodia ebbe il soprav­ vento e fece sparire le parole volgari. Così, sfidando l’invidia, le bellissime melodie di Rossini si sono diffuse per l’intero globo terrestre e hanno ralle­ grato ogni cuore, come allora, cosi anche oggi e in saecula saeculorum. Si osservi ancora come i medici tedeschi, in particolare quelli che scrivono recensioni, s’infuriano terribilmente, se un uomo come Marshall Hall osa far vedere di essere consa­ pevole di aver fatto qualcosa. — L’invidia è il segno sicuro del difetto, dunque se è rivolta ai meriti al­ trui è il segno del difetto di meriti propri. Il con­

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tegno dell’invidia nei riguardi degli spiriti eccelsi è stato rappresentato dal mio ottimo Baltasar Grá­ cián in modo egregio, in una lunga favola: essa si trova nel suo Discreto, ed è intitolata « Hombre de ostentación ». Vi figurano tutti gli uccelli in con­ giura contro il pavone, con la sua ruota. « Se potes­ simo far sì » dice la gazza « che non potesse più fare la sua maledetta parata con la coda, la sua bel­ lezza sarebbe del tutto offuscata: ciò che nessuno vede, infatti, è come se non esistesse », e così via. — In conformità con ciò, è stata inventata anche la virtù della modestia come arma di protezione con­ tro l’invidia. Ho dimostrato nella mia opera prin­ cipale (vol. II, cap. 37, p. 426, 3* ed., p. 487) che so­ no sempre i pezzenti a dar peso alla modestia e si rallegrano di cuore della modestia di un uomo di merito. Il ben noto detto di Goethe, che urta molte persone: « soltanto i pezzenti sono modesti »“’ ha già un antico predecessore nel Cervantes, il quale, fra le regole di comportamento per i poeti, aggiunte al suo Viaggio nel Parnaso, dà anche la seguente: « Que todo poeta, á quien sus versos hubieren dado á entender que lo es, se estime y tenga en mucho, ateniendose á aquel refran: ruin sea el que por ruin se tiene ». (« Ogni poeta, che abbia capito dai pro­ pri versi che egli è poeta, deve stimare e apprezzare se stesso altamente, attenendosi al proverbio: pez­ zente è colui che si considera pezzente »). — Shake­ speare in molti dei suoi sonetti [nei quali soltanto poteva parlare di sé] dichiara con altrettanta sicu­ rezza, quanta disinvoltura, che ciò che egli scrive è immortale. Il Collier, il curatore della moderna edi­ zione critica, scrive in proposito nella sua introdu­ zione ai sonetti (p. 473): « In molti di essi si trova­ no notevoli manifestazioni di orgoglio e di fede nell’immortalità dei propri versi, e, riguardo a ciò, l’opinione del nostro autore rimane ferma e costan­ te. Non si fa mai scrupolo di esprimere questa fede,

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e può darsi che, né nei tempi antichi né nell’epoca moderna, vi sia mai stato uno scrittore il quale, nei riguardi degli scritti di questo genere da lui lascia­ ti, abbia espresso, cosi spesso e in modo così reciso, la sua ferma fiducia che il mondo non avrebbe la­ sciato perire quel che lui aveva scritto in questo ge­ nere di poesia ». Un mezzo spesso usato dall’invidia per denigrare opere buone, mezzo che non è altro che il suo ro­ vescio, è la lode disonesta e in mala fede di ciò che è cattivo; basta infatti che quest’ultimo cominci a ottenere il riconoscimento, perché ciò che è buono sia perduto. Per quanto efficace questo mezzo possa essere per un certo tempo, particolarmente se viene impiegato su larga scala, alla fine viene, però, sem­ pre il momento della resa dei conti, e il credito passeggero, conferito alle cattive produzioni, viene scontato con il discredito permanente dei vili loda­ tori: perciò essi preferiscono mantenersi anonimi. Siccome questo stesso pericolo minaccia la deni­ grazione diretta delle opere buone, benché già a una distanza maggiore, molti critici sono troppo accorti per ricorrere a questo mezzo. Perciò la con­ seguenza più ovvia del fatto che un merito eminente emerga è che tutti quanti i concorrenti, che ne ri­ mangono profondamente offesi, come gli uccelli dalla coda del pavone, cadono in un silenzio pro­ fondo e così unanime da sembrare che vi sia stata un’intesa fra loro: hanno tutti la lingua paralizza­ ta: e questo è il silentium livoris di Seneca.168 Que­ sto silenzio maligno e insidioso, il cui terminus technicus è la parola « ignorare », può durare per molto tempo, se, come avviene per le scienze più elevate, il pubblico immediato di una simile presta­ zione consiste di soli concorrenti (o specialisti) e per conseguenza il pubblico più vasto esercita il suo diritto di voto solo indirettamente, attraverso costoro, e non si mette a indagare esso stesso. Ma

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una volta che quel silentium livoris sia, alla fine, interrotto dalla lode, questa lode solo di rado viene data senza secondi fini da parte di coloro che fanno giustizia: Perché nessuno riconosce né un singolo, né molti pregi, se non per esibir qualcosa ond’egli stesso tragga vanto.16’

Ognuno, insomma, deve in sostanza sottrarre a se stesso la fama che tributa a un altro che appar­ tenga al suo campo o a un campo affine: egli può lo­ dare solamente a spese del proprio prestigio. Per questa ragione la gente non è affatto disposta a esprimere lode né a glorificare, invece tende sempre a denigrare e a calunniare e, con ciò, a lodate se stessa indirettamente. Se, tuttavia, dovesse avvenire che la gente lodi e glorifichi, in tal caso predomi­ nano altre considerazioni e altri motivi. Poiché in questo caso non può trattarsi dell’infamante via delle consorterie, la considerazione qui operante è che ciò che più si avvicina al merito delle proprie opere è il giusto riconoscimento e apprezzamento dell’opera altrui; e questo avviene secondo la tri­ plice gerarchia dei cervelli formulata da Esiodo e da Machiavelli (cfr. la Quadruplice radice del prin­ cipio di ragione sufficiente, 2“ ed., p. 50). Ora colui che rinuncia alla speranza di veder realizzata la sua pretesa di appartenere alla prima classe, afferrerà volentieri l’occasione di occupare un posto nella se­ conda. Quasi unicamente su ciò è basata la sicu­ rezza, che ogni merito può nutrire, di essere alla fine riconosciuto. Da ciò deriva, inoltre, che, una volta riconosciuto, l’alto valore di un’opera non può essere più né tenuto nascosto né negato, e al­ lora tutti quanti fanno a gara a lodarla e onorar­ la; poiché, appunto, nella consapevolezza di ciò che dice Senofane col suo aocpòv eivai Sei tòv èmYva>ffóp.Evov

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o-ocpóv,170 essi procurano così onore a se stessi; perciò si affrettano ad afferrare ciò che più si avvi­ cina al premio, per loro irraggiungibile, di un me­ rito originale, vale a dire il giusto apprezzamento di esso. Avviene allora come in un esercito costretto a ritirarsi, quando, come prima nella lotta ora nella fuga, ognuno vuol essere in prima fila. Ormai in­ fatti, ognuno si affretta a offrire il suo plauso a co­ lui che è stato riconosciuto degno del premio, spin­ to anche qui dal riconoscimento, di solito incon­ scio, della legge di omogeneità, della quale si è par­ lato nel paragrafo 241, affinché sembri che il suo modo di pensare e di vedere è affine a quello del­ l’uomo glorificato, e gli sia possibile salvare almeno l’onore del proprio gusto, dato che null’altro gli rimane. Da questo punto di vista è facile capire che la gloria, benché molto difficile da raggiungere, una volta ottenuta, è facile da conservare; parimenti, una fama raggiunta rapidamente, si estingue ben presto, [e anche qui vale il detto: « quod cito fit, cito perit »]; perché, com’è facilmente comprensi­ bile, opere il cui valore è stato riconosciuto così fa­ cilmente da gente di livello comune, e che i con­ correnti hanno potuto ammettere così volentieri, non potranno superare di molto la capacità di pro­ durre di costoro. Infatti: « tantum quisque laudai, quantum se posse sperai imi tari ». Inoltre, se non altro a causa della spesso menzionata legge di omo­ geneità, una fama che subentra rapidamente è un sintomo che risveglia sospetti: essa è, invero, l’ap­ plauso immediato della massa. Ma che cosa ciò si­ gnificasse, lo sapeva Focione, quando, sentendo il grande applauso tributato dalla folla al suo di­ scorso, chiese agli amici che gli stavano vicini: « Forse ho detto, senza accorgermene, qualcosa di male? » (Plut., Apophth.).'1' Per ragioni opposte una fama che debba essere di lunga durata matutòv

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rerà molto tardi, e i secoli della sua durata debbo­ no di solito essere conquistati a spese del plauso da parte dei contemporanei. Ciò che deve conser­ vare il suo valore per molto tempo, deve avere in­ fatti una perfezione che difficilmente si raggiunge e che solo per essere riconosciuta richiede teste sem­ pre piuttosto rare, e tanto meno sufficienti a farsi intendere, mentre l’invidia, sempre all’erta, farà tutto il possibile per sovrastarne la voce. Invece i meriti mediocri, che vengono riconosciuti presto, corrono in cambio il pericolo che chi li possiede so­ pravviva ad essi e a se stesso, di modo che, in cambio della fama della giovinezza, in vecchiaia l’attende l’oscurità; mentre, quando si tratta di grandi meri­ ti, si rimarrà ài contrario per lungo tempo ignoti, ottenendo in compenso splendida fama nella vec­ * chiaia. Se, invece, la fama dovesse addirittura su­ bentrare soltanto dopo la morte, in tal caso biso­ gnerà essere annoverati fra coloro dei quali Jean Paul dice che la loro estrema unzione è il loro bat­ tesimo, e bisognerà consolarsi pensando ai santi, i quali vengono anch’essi canonizzati solamente dopo la morte. — Così si avvera ciò che Mahlmann ha detto così bene neWErode: Io penso, la vera grandezza nel mondo è sempre soltanto quanto non subito piace, e chi la plebe come Dio consacra, solo per poco tempo sta sull’altare.172

Si deve anche rilevare che questa regola trova una conferma diretta riguardo ai dipinti; infatti, come sanno i conoscitori, i più grandi capolavori non at­ tirano subito l’attenzione né fanno fin dalla prima volta un’impressione considerevole, ma soltanto do* La morte placa Yinvidia del tutto; la vecchiaia già per metà.

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po un ripetuto esame, però l’impressione diventa poi sempre più forte. Del resto, la possibilità di un tempestivo e giusto apprezzamento di una data opera dipende in primo luogo dal suo genere e dalla sua specie, vale a dire, secondo che essa sia di natura più o meno elevata e perciò difficile o facile da comprendere e da giu­ dicare, e anche secondo che il suo pubblico sia più o meno grande. Quest’ultima condizione dipende, a dire il vero, per la maggior parte dalla prima, ma anche dal fatto che una data opera abbia la possibi­ lità di essere riprodotta, come è il caso dei libri e delle composizioni musicali. L’intrecciarsi di queste due condizioni fa sì che opere che non siano al ser­ vizio di alcuna utilità, che sono quelle di cui sol­ tanto qui si tratta, formino, quanto alla possibilità di un rapido riconoscimento e apprezzamento del loro valore, più o meno la serie seguente, nella qua­ le vengono prima quelle che possono sperare un giusto riconoscimento al più presto possibile: fu­ namboli, cavallerizzi, ballerini, prestigiatori, attori, cantanti, virtuosi, compositori, poeti (queste due categorie grazie alla riproduzione delle loro opere), architetti, pittori, scultori, filosofi: questi sono di gran lunga all’ultimo posto, perché le loro opere non promettono divertimento, bensì unicamente ammaestramento, e inoltre presuppongono cono­ scenze e un grande sforzo autonomo da parte del lettore; perciò il pubblico dei filosofi è estremamen­ te ristretto e la loro fama si estende più in lunghez­ za che non in larghezza. Riguardo alle possibilità di durata la gloria si trova all’incirca nella posizio­ ne inversa a quella data riguardo al suo rapido su­ bentrare, di modo che la serie suindicata andrebbe presa nell’ordine inverso: soltanto che in tal caso poeti e compositori, grazie alla possibilità di eterna conservazione di ogni opera scritta, a prima vista trovano posto accanto al filosofo, al quale, però,

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spetta il primo, grazie alla rarità assai maggiore di opere in questo campo, nonché alla loro elevata importanza e alla possibilità di una loro traduzione quasi perfetta in tutte le lingue. La gloria dei filo­ sofi talvolta sopravvive persino alle loro opere: co­ me è accaduto per Talete, Empedocle, Eraclito, Democrito, Parmenide, Epicuro, e altri ancora. Se però si tratta di opere che servono l’utilità op­ pure immediatamente il godimento dei sensi, il giu­ sto apprezzamento non incontra difficoltà, e un ec­ cellente pasticcere non rimarrà in nessuna città ignoto per molto tempo, e tanto meno avrà bisogno di far appello alla posterità. — Accanto alla rapida fama bisogna ricordare an­ che la falsa fama, vale a dire la fama artificiosa di un’opera, raggiunta mediante lodi ingiuste, buoni amici, critici venali, spintarelle dall’alto e intese dal basso, sempre presupponendo, e a ragione, l’in­ capacità di giudicare della massa. Una simile fama somiglia alle vesciche di bue con le quali un corpo pesante rimane a galla. Queste vesciche lo reggono più o meno a lungo, secondo che siano ben gonfiate e legate; tuttavia l’aria trasuda a poco a poco, e il corpo comincia ad affondare. Questa è la sorte ine­ vitabile delle opere che non serbano in sé la sor­ gente della loro fama: la falsa lode si spegne, le in­ tese muoiono, il conoscitore non trova che la fama sia giustificata, essa si estingue e viene soppiantata da una disistima tanto maggiore. Per contro, le vere opere, quelle che portano in sé la sorgente del­ la loro gloria, e perciò in tutti i tempi ridestano l’ammirazione, somigliano a quei corpi specificamente più leggeri, che con mezzi propri riescono a mantenersi sempre a galla e seguono lo scorrere del tempo. L’intera storia della letteratura, dei tempi antichi e moderni, non ha da mostrare alcun esempio di falsa gloria, che si possa mettere accanto alla filo-

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sofia di Hegel. Mai e in nessun luogo ciò che è inte­ gralmente scadente, evidentemente errato e assurdo, e la cui esposizione per di più desta ripugnanza e nausea, è stato esaltato, con tanta rivoltante sfron­ tatezza e con tale faccia di bronzo, come la saggezza più elevata e la cosa più splendida che il mondo avesse mai visto, come è avvenuto per quella pseu­ dofilosofia priva di qualsiasi valore. Che essa sia stata ben vista dall’alto, non ho bisogno di aggiun­ gere. Ma occorre rilevare che questo è avvenuto col più completo successo presso il pubblico tedesco: in ciò sta l’onta. Per più di un quarto di secolo quella gloria, basata su menzogne sfacciate, è stata creduta genuina e la bestia trionfante ha prospera­ to e regnato nella repubblica dei dotti tedeschi in misura tale, che perfino i pochi avversari di questa stoltezza non osavano parlare del suo miserabile creatore se non come di un genio raro e di uno spi­ rito grande, profondendosi in inchini. Ma non si potrà fare a meno di trarre da ciò le debite conse­ guenze: nella storia della letteratura questo perio­ do figurerà per sempre come una indelebile, igno­ bile macchia della nazione e dell’età e sarà oggetto di scherno nei secoli: con ragione! A dire il vero sia ai secoli che agli individui è concessa la libertà di lodare la roba cattiva e di disprezzare le cose buone: ma la nemesi raggiunge gli uni come gli altri, e la campana che denuncia le infamie suona inesorabilmente. In quel tempo, quando il coro dei compari venali diffondeva, secondo un piano prestabilito, la gloria di quel filosofastro, che rovi­ nava i cervelli, e del suo micidiale, assurdo scribac­ chiare, se in Germania ci fosse un po’ di finezza, si sarebbe subito dovuto intuire, se non altro per il carattere di quelle lodi, che esse erano frutto uni­ camente di premeditazione e nient’affatto di penetrazione. Infatti venivano profuse esageratamente e a piene mani ai quattro venti, sgorgavano dovun-

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que da bocche spalancate, senza ritegno, incondi­ zionatamente, senza detrazioni, senza misura, fin­ ché ci furono parole da spendere. Non contenti del loro polifonico peana, quegli applauditoci prezzo­ lati e disciplinati spiavano ovunque scrupolosamen­ te alla ricerca anche della più flebile lode stranie­ ra, non comprata, per raccattarla e metterla bene in mostra: quando, cioè, un qualsiasi uomo celebre si lasciava sfuggire qualche parolina di plauso, sia pure strappatagli per forza o a furia di complimen­ ti e di furberie, o questa parolina gli sfuggiva per caso, oppure quando perfino un avversario aveva con essa addolcito il proprio biasimo per timore o per compassione, — allora essi tutti si precipitavano a raccoglierla per mostrarla in giro con aria trion­ fante. Così si comporta soltanto la premeditazione, e così esprimono la loro lode individui mercenari che sperano in un compenso, applauditori prezzo­ lati e sediziosi incalliti della letteratura. Invece la lode sincera, dovuta unicamente alla penetrazione, rivela un carattere del tutto diverso. Essa è prece­ duta da ciò che Feuchtersieben ha espresso in modo così bello: Come si dan da fare gli uomini, in tutti i modi, sol per non venerare le cose buone.173

Essa, cioè, viene con grande lentezza e ritardo, isolata, misurata e soppesata con estrema parsi­ monia e sempre accompagnata da restrizioni, sic­ ché chi la riceve può ben dire: xeìXeix pév t’ sSÓTrjv’, ùìCEe'P’nv 8’ oùx è8ìt)vev,17‘ e tuttavia chi elargisce la lode, se ne separa con riluttanza. Si tratta infatti di un compenso estorto alla mediocrità ottusa, restia, tenace e per giunta invidiosa, che essa è costretta a tributare controvoglia, perché ormai non si riu­ sciva più a celare la grandezza dei meriti genuini: è il lauro che, come canta Klopstock, era degno del

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sudore degli spiriti nobili: esso è, come dice Goethe, il frutto Di quel coraggio che, prima o poi, sconfigge la resistenza del mondo ottuso. * 175

Questa lode perciò sta alla sfrontata adulazione pre­ meditata, di cui si è detto, come una nobile e sin­ cera amante, conquistata con difficoltà, sta a una prostituta mercenaria, il cui trucco grossolano fatto di biacca e di cinabro avrebbe dovuto essere rico­ nosciuto immediatamente nella gloria hegeliana, se in Germania, come ho già detto, ci fosse appena un po’ di finezza. Allora non si sarebbe avverato, a vergogna della nazione, in modo così clamoroso, ciò di cui già Schiller aveva cantato: Vidi della gloria le sacre corone sconsacrate su fronte volgare.'16

La gloria di Hegel, qui scelta come esempio di fal­ sa fama, è a dire il vero, un fatto senza precedenti — perfino in Germania esso non ha riscontro; perciò invito le biblioteche pubbliche a conservare gelosa­ mente mummificati tutti i documenti di quella filo­ sofia, nonché l’opera omnia del filosofastro stesso e quella dei suoi adoratori, al fine di istruire, am­ monire e divertire la posterità, e come un monu­ mento di questo secolo e di questo paese. Tuttavia, anche se volgiamo lo sguardo più in là e prendiamo in considerazione la lode dei contem­ poranei di tutti i tempi, troveremo che questa lode è sempre stata, a dir la verità, una sgualdrina, pro­ stituita e sconciata da migliaia di individui inde­ gni, ai quali è stata elargita. Chi ancora può desi­ derare una tal meretrice? chi vorrebbe andar fiero * [La gloria è ammirazione estorta agli uomini contro la loro volontà, un’ammirazione che per necessità deve tro­ vare uno sfogo].

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dei suoi favori? chi mai sarà capace di non disprez­ zarla? — Invece, la gloria presso la posterità è una fiera e pudica bellezza, che si concede soltanto allo spirito degno, al vincitore, al raro eroe. — Questi sono i fatti. E se ne può dedurre, di passaggio, qual sia la natura di questa bipede schiatta; giacché oc­ corrono intere generazioni, anzi secoli, prima che dalle sue centinaia di milioni di esemplari si possa mettere insieme una manciata di cervelli capaci di discernere il buono dal cattivo, il vero dal falso, l’oro dal rame, e che perciò è chiamata il tribunale della posterità; per di più, a questo tribunale è fa­ vorevole anche la circostanza che, allora, l’implaca­ bile invidia degli incapaci e l’adulazione premedi­ tata degli infami si sono ammutolite, per cui la pe­ netrazione ha modo di farsi sentire. E forse non vediamo come, corrispondentemente alla suddetta miserabile natura del genere umano, in tutti i tempi, i grandi geni, sia nella poesia che nella filosofia o nelle arti, si ergono come eroi iso­ lati che da soli continuano la lotta disperata con­ tro la pressione di un intero esercito? Giacché l’ot­ tusità, la rozzezza, l’assurdità, la banalità e la bru­ talità della grande, stragrande maggioranza del ge­ nere umano eternamente si opporrà all’attività dei grandi spiriti, in ogni campo e in ogni arte, for­ mando così quell’esercito ostile, al quale essi alla fine debbono soccombere. [Ogni eroe è un Sansone: il forte soccombe ai tranelli dei deboli e dei molti; se alla fine perde la pazienza, schiaccia sé e costoro. Oppure non è che un Gulliver tra i lillipuziani, il cui numero stragrande alla fine lo sopraffà]. Qual­ siasi cosa simili eroi isolati siano capaci di attuare, i loro sforzi vengono riconosciuti con difficoltà e in ritardo e vengono apprezzati soltanto in nome di un’autorità, e poi di nuovo vengono eliminati fa­ cilmente, almeno per un certo periodo di tempo. Continuamente, infatti, si porta contro di loro sul

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mercato quel che è falso, piatto, banale, e tutto ciò piace di più a quella grande maggioranza, e quindi di solito rimane padrone del campo. Per quanto il critico si metta davanti ad essa e gridi come Amie­ to, quando mostra alla infame madre i due ritratti: « avete occhi? avete occhi? — ahimè, essi non hanno occhi! Quando osservo la gente, mentre si sta godendo le opere di grandi maestri e vedo di che razza sono i suoi applausi; spesso mi vengono in mente certe scimmie ammaestrate per la cosid­ detta commedia, che si atteggiano in modo abba­ stanza umano, ma ogni tanto tradiscono che ad esse manca, tuttavia, il vero e proprio principio in­ timo di quella mimica, poiché lasciano trapelare la natura irragionevole. In base a tutto ciò, quando, come avviene spesso, si dice di un uomo che « sta al di sopra del suo se­ colo », questo significa che quell’uomo sta al di so­ pra del genere umano in generale, perciò appunto egli non può essere compreso direttamente se non da coloro che si sono anch’essi innalzati in modo notevole al di sopra del livello delle capacità comu­ ni: simili individui sono, però, troppo rari, perché ve ne possa essere in ogni tempo un gran numero. Se quell’uomo non è stato favorito in modo parti­ colare a tale riguardo dal destino, egli « sarà mi­ sconosciuto dal suo secolo », vale a dire dovrà rima­ nere senza farsi valere, finché il tempo, a poco a poco, non avrà radunato le voci delle rare teste ca­ paci di giudicare un’opera di livello elevato. Per questa ragione i posteri diranno: « Quest’uomo sta­ va al di sopra del suo secolo », invece di dire « al di sopra del genere umano » : il genere umano pre­ ferirà invero addossare la propria colpa a un solo secolo. Da ciò risulta che colui che era stato al di sopra del suo secolo, sarebbe stato anche al di so­ pra di ogni altro secolo, salvo che, per una rara for­ tuna, fossero nati, insieme con lui, in qualche se­

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colo alcuni osservatori capaci e giusti, nel genere delle sue creazioni, come avvenne, secondo un bel mito indiano, quando Visnu si incarnò eroe e nel­ lo stesso tempo Brahmà venne al mondo come can­ tore delle sue gesta, per cui Valmìki, Vyäsa e Kàlidäsa sono incarnazioni di Brahmà.* — In questo senso, si può dire, ora, che ogni opera immortale mette alla prova il proprio secolo per vedere se esso è capace di riconoscerla: di solito non supera la prova meglio dei vicini di Filemone e Bauci, che misero alla porta gli dèi non riconoscendoli. Perciò la misura giusta del valore intellettuale di un seco­ lo ci è data non già dai grandi spiriti, che appar­ vero durante quel secolo, dato che le loro capacità sono opera della natura e la possibilità del loro svi­ luppo fu affidata a circostanze casuali, bensì ci è data dall’accoglienza riservata alle loro opere dai contemporanei: a seconda cioè che ad esse sia stato tributato un applauso sollecito e vivo o tardo e len­ to, oppure siano state lasciate del tutto alla poste­ rità. Questo avverrà, in modo particolare, quando si tratti di opere di una categoria più elevata. Infat­ ti il caso fortuito, di cui si è detto, avrà tanto mi­ nori possibilità di verificarsi, quanto meno nume­ rosi saranno, in generale, coloro ai quali sia acces­ sibile il genere di opere create da un grande spiri­ to. Qui va ricercato l’immenso vantaggio dei poeti, quanto alla fama, dato che essi sono accessibili a quasi tutti. Se Walter Scott avesse potuto essere let­ to e giudicato soltanto da un centinaio di perso­ ne, sarebbe stato preferito a lui un qualsiasi volga­ re scribacchino, e in seguito, una volta chiarita la questione, anche Walter Scott avrebbe goduto l’o­ nore di « essere stato al di sopra del suo secolo ». — Se però alla incapacità di quel centinaio di teste, che nel nome di un secolo hanno il compito di giuPolier, Mythoi, d. Indous., vol. I, pp. 172-190.

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dicare un’opera, si uniscono anche l’invidia e la disonestà, nonché la ricerca di scopi personali, — allora l’opera del genio subisce la triste sorte di co­ lui che viene giudicato da un tribunale, tutti i membri del quale si sono lasciati corrompere. La storia della letteratura, quindi, mostra, senza eccezione, che coloro i quali hanno scelto come lo­ ro fine l’avere realmente intuizioni e conoscenze sono rimasti misconosciuti e abbandonati, mentre coloro che si sono pavoneggiati con la sola loro par­ venza, hanno avuto l’ammirazione dei contempo­ ranei, insieme con gli emolumenti. In primo luogo, infatti, l’influsso di uno scrittore è condizionato dal fatto che si diffonda l’opinione che bisogna leggerlo. Questa fama sarà raggiunta rapidamente da centinaia di scrittori indegni me­ diante artifici, casi fortuiti e affinità elettive, men­ tre una persona di valore la raggiunge lentamente e tardi. Costoro, appunto, hanno amici, giacché la gentaglia è sempre numerosa e strettamente unita; l’uomo di valore, invece, ha soltanto nemici, per­ ché la superiorità spirituale, dovunque e in tutte le circostanze, è la cosa più odiata al mondo: e tan­ to più dai guastamestieri nello stesso campo, che vorrebbero contare essi stessi qualcosa.'711 — Se per caso i professori di filosofia pensano che qui si allu­ da a loro e alla tattica mantenuta per ben trent’anni verso le mie opere: ebbene, hanno colto il segno. Siccome le cose vanno così, è necessario, al fine di compiere qualche grande opera, qualcosa che possa sopravvivere alla propria generazione e al proprio secolo, come condizione principale, non badare affatto ai contemporanei, con le loro opi­ nioni e convinzioni, e alla lode o al biasimo che ne derivano. Questa condizione tuttavia si verifica sem­ pre da sé, appena si verificano le altre condizioni: e questa è una fortuna. Infatti, se qualcuno volesse prendere in considerazione, nella produzione di tali

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opere, l’opinione generale oppure il giudizio di co­ loro che sono attivi nel suo stesso campo, questi lo farebbero deviare a ogni passo dalla via giusta. Per­ ciò ognuno che desideri giungere alla posterità, de­ ve sottrarsi all’influsso del proprio tempo, anche se, in tal modo, deve altresì rinunciare a influire sul suo tempo e dev’essere pronto a conquistare la gloria dei secoli a prezzo dell’applauso dei contem­ poranei. Quando, cioè, una verità fondamentale nuova e perciò paradossale fa la sua apparizione in questo mondo, essa incontrerà sempre un’opposizione ge­ nerale che sarà tenace e durerà il più a lungo pos­ sibile; anzi, si cercherà di negare quella verità per­ fino quando l’opposizione avrà cominciato a vacil­ lare e sarà già quasi sconfitta. Intanto essa continua la sua azione di nascosto e come un acido corrode tutto intorno a sé, finché tutto non sia minato: al­ lora si sentirà di tanto in tanto un’esplosione che spazza via tutti gli errori, finché, d’un tratto, si er­ gerà dinnanzi a noi, simile a un monumento di­ svelato, la nuova costruzione del pensiero, ora rico­ nosciuta e ammirata da tutti. Purtroppo tutto ciò procede con estrema lentezza. Poiché la gente di regola capisce a chi si deve dar retta, quando egli non è più; di modo che il suo hear! hear! si fa sen­ tire, quando l'oratore ha cessato di parlare. Per contro, un destino migliore aspetta le opere di livello normale. Esse sorgono nel corso e nel con­ testo della cultura complessiva del loro secolo, sono perciò esattamente collegate allo spirito del tempo, vale a dire alle opinioni predominanti, e sono cal­ colate per il bisogno del momento. Basta perciò che esse abbiano un merito qualsiasi, che esso viene ri­ conosciuto con sollecitudine; esse potranno ben pre­ sto incontrare simpatia, perché incidono sull’epoca culturale dei loro contemporanei: ad esse sarà resa giustizia, anzi, spesso più che giustizia, e, quanto

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all’invidia, esse, in realtà, non la eccitano, giacché, com’è stato detto, « tantum quisque laudai, quan­ tum se posse sperat imitari ». Invece quelle opere straordinarie, che sono destinate ad appartenere a tutta l’umanità e a vivere per i secoli, sono troppo avanzate, fin dalla nascita, ma appunto perciò sono estranee alla cultura dell’epoca c allo spirito del loro tempo. Esse non appartengono né all’uria né all’altro, non intervengono nel loro contesto, e per­ ciò non risvegliano l’interesse di coloro che ne fan­ no parte. Appartengono appunto a un altro gra­ dino, più elevato, di cultura, e a un tempo ancora lontano. La loro carriera sta a quella delle opere comuni come l’orbita di Urano all’orbita di Mercu­ rio. Ad esse, all’inizio, non viene resa giustizia: non si sa che farsene, ed esse rimangono abbandonate, mentre la gente continua il suo lento cammino di lumaca. Infatti, anche il verme non vede l’uccello nell’aria. Il numero dei libri che vengono scritti in una lingua sta al numero di quei libri che apparterran­ no alla sua vera e durevole letteratura, come pres­ sappoco 100.000 sta a 1. — E quali traversie essi debbono per lo più subire, prima di giungere, supe­ rando quei 100.000, al posto d’onore che loro com­ pete! Tutti questi libri sono opera di teste straor­ dinarie e decisamente superiori, e appunto perciò sono specificamente diversi dagli altri; prima o poi ciò viene alla luce. Non bisogna credere che questo andamento delle cose possa un giorno migliorare. È vero che la mise­ rabile natura del genere umano assume in ogni ge­ nerazione una forma alquanto modificata, tuttavia rimane sempre la stessa in tutti i tempi. Gli spiriti eccelsi di rado si fanno strada, mentre sono ancora vivi; poiché essi, in sostanza, vengono compresi ve­ ramente bene e per intero soltanto da quegli spiriti che sono già loro affini.

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Ora, siccome la via che conduce all’immortalità, su tanti milioni di esseri, raramente è percorsa an­ che da uno solo, per forza dev’essere una via molto solitaria, e il viaggio fino alla posterità passa attra­ verso un paesaggio terribilmente desolato, che so­ miglia al deserto libico, della cui impressione, come è noto, nessuno può avere un’idea se non l’ha vi­ sto. Intanto raccomando per questo viaggio anzi­ tutto un bagaglio leggero; poiché, altrimenti, si è costretti a buttar via molta roba strada facendo. Bisogna perciò tenere sempre a mente il detto di Baltasar Grácián: « lo bueno, si breve, dos vezes bueno »*” (« il buono, se è breve, è due volte più buono »), che è da raccomandare in modo tutto spe­ ciale ai tedeschi. — Nel breve spazio di tempo nel quale vivono, gli spiriti grandi somigliano a grandi edifici costretti a sorgere in una piazza angusta. Non si può veder questi edifici nella loro grandezza, perché ci si tro­ va troppo vicini ad essi; e per analoga ragione noi non ci accorgiamo degli spiriti grandi; ma, quando un secolo ci separa da loro, essi vengono riconosciu­ ti e si invoca il loro ritorno. Anzi, perfino il corso della vita del figlio mortale del tempo, che abbia prodotto un’opera immorta­ le, rivela riguardo ad essa una grande sproporzio­ ne, — analoga a quella della madre mortale, come Semele o Maia, che ha messo al mondo un dio im­ mortale, oppure a quella, inversa, di Teti e Achille. Transitorietà e immortalità rappresentano, infatti, una contraddizione troppo grande. Il breve tratto di tempo, la sua vita misera, oppressa, irrequieta, di rado gli permetterà di vedere sia pure soltanto gli inizi della splendida carriera del suo figlio im­ mortale, o di farsi in qualche modo valere per ciò che egli è. Bensì, un uomo di gloria postuma rima­ ne il contrario di un aristocratico, che è un uomo di gloria preesistente.

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Intanto, per l’uomo celebre, la differenza fra la fama presso il mondo contemporaneo e la fama presso la posterità si riduce, in fin dei conti, a ciò, che per quel che riguarda la prima, gli ammiratori sono separati dall’uomo celebre dallo spazio, per quello che riguarda la seconda dal tempo. Di rego­ la, infatti, anche se è celebre tra i contemporanei, i suoi ammiratori non gli sono vicini. La venerazio­ ne, cioè, non sopporta la vicinanza; bensì quasi sempre essa si trova a una certa distanza; poiché, alla presenza personale dell’uomo venerato, l’am­ mirazione si squaglia come il burro al sole. In base a ciò, perfino l’uomo già celebre presso i suoi con­ temporanei sarà stimato dai nove decimi degli indi­ vidui che vivono nella sua vicinanza soltanto secon­ do la sua posizione e il suo patrimonio, e forse il rimanente decimo, per una conoscenza che giunge da lontano, avrà un oscuro sentore delle sue qua­ lità superiori. A proposito di questa incompatibi­ lità della venerazione con la presenza personale e della gloria con la vita, abbiamo una lettera latina veramente bella del Petrarca: nell’edizione venezia­ na, del 1492, che ho qui davanti a me, delle sue Epistolae familiäres, essa è la seconda ed è diretta a Tommaso di Messina. Petrarca dice, fra l’altro, che tutti i dotti del suo tempo avevano come mas­ sima di denigrare tutti gli scritti l’autore dei quali essi avessero visto di persona sia pure una volta so­ la. — Se, dunque, gli spiriti che godono alta fama debbono accettare la venerazione e il riconoscimen­ to sempre da lontano, questa lontananza può essere nello spazio o nel tempo. Ora se, nel primo caso, essi possono averne notizia, mai però ciò avviene nel secondo: in compenso il vero, grande merito rie­ sce ad anticipare con sicurezza la sua gloria presso la posterità. Infatti, colui che concepisce un pen­ siero veramente grande, già al momento della con­ cezione sarà consapevole del suo legame con le ge­

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nerazioni future; di modo che, in quel momento, sentirà l’estensione della sua esistenza attraverso i secoli e, come vive per i posteri, così egli vive, parimenti, con loro. Se, d’altro lato, noi, presi da ammi­ razione per un grande spirito le cui opere hanno oc­ cupato la nostra mente, lo desideriamo vicino a noi e vorremmo vederlo, parlargli e averlo tra noi, al­ lora anche questo desiderio non rimane senza essere corrisposto: anch’egli aveva desiderato una posteri­ tà che lo riconoscesse e gli tributasse quell’onore, quella gratitudine e quell’affetto, che la contempo­ raneità, satura di invidia, gli ha negati.

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Se, dunque, le opere spirituali della specie più elevata di solito trovano riconoscimento soltanto di­ nanzi al tribunale della posterità; un destino inver­ so è riservato a certi brillanti errori, i quali, essen­ do dovuti a persone d’ingegno, si presentano con un tale apparente fondamento, e vengono difesi con tanta intelligenza e competenza da ottenere gloria e riconoscimento presso i contemporanei, e, almeno finché vivono i loro sostenitori, essi conservano que­ sta posizione. Di questo genere sono certe teorie false, certe critiche sbagliate e anche poesie e opere d’arte eseguite secondo un gusto o una maniera fal­ si e basate su un pregiudizio dell’epoca. Il prestigio e la fama di tutte queste cose sono basati sul fatto che mancano ancora coloro che sappiano confutar­ le o altrimenti dimostrarne la falsità. Ma nella mag­ gioranza dei casi già la generazione seguente forni­ sce questi critici competenti; e allora la festa è fi­ nita. Soltanto in certi casi ci vuol molto tempo per­ ché ciò accada, come, per esempio, è avvenuto per la teoria dei colori di Newton, anzi tuttora avvie­

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ne: altri esempi di questo genere sono il sistema cosmico di Tolomeo, la chimica di Stahl, la contestazione della personalità e identità di Omero, do­ vuta a F.A. Wolf, forse anche la critica distruttiva di Niebuhr, relativa alla storia dei re romani, e così via. Così, dunque, il tribunale della posterità, sia nel caso favorevole come nel caso sfavorevole, è anche la giusta corte di cassazione dei giudizi del mondo contemporaneo. Perciò è così difficile e così raro riuscire a soddisfare ugualmente i contempo­ ranei e i posteri. Questa azione immancabile del tempo sulla cor­ rezione della conoscenza e del giudizio si dovrebbe tenere sempre presente per placarsi con essa ogni volta che nell’arte o nella scienza, oppure nella vita pratica, si fanno avanti e dilagano gravi errori, op­ pure quando si afferma un’impresa sbagliata, anzi radicalmente assurda e gli uomini plaudono ad es­ sa. In simili casi non bisogna agitarsi, tanto meno disperare, ma pensare che gli uomini se ne distac­ cheranno, e che essi hanno soltanto bisogno di tem­ po ed esperienza per riconoscere quanto chi ha la vista più acuta aveva rilevato al primo sguardo.1“ — Ciò durerà, certo, in modo conforme alla difficol­ tà dell’oggetto e alla speciosità del falso; ma anche questo periodo giungerà al suo termine, e in molti casi sarebbe sforzo sterile volerlo anticipare. Nel caso peggiore avverrà, alla fine, nella teoria come nella pratica, dove l’illusione e l’inganno, resi bal­ danzosi dal successo e dilagando sempre più, finisco­ no inevitabilmente con l’essere smascherati. Parimenti, nella teoria, grazie alla cieca fiducia degli imbecilli, l’assurdo diventa sempre più enorme, fin­ ché da ultimo ha assunto proporzioni tali che anche l’occhio più miope lo riconosce. Perciò si deve dire in simili casi: quanto più assurdo, tanto meglio! Si può, altresì, trarre conforto guardando indietro a tutte le assurdità e manie, che ebbero il loro mo­

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mento e poi furono eliminate. Nello stile, nella grammatica e nell’ortografia, ve ne sono alcune alle quali è concessa una vita di appena tre o quattro anni. Quando si tratta di errori più madornali si dovrà rimpiangere la brevità della vita umana, ma si farà bene ogni volta a rimanere indietro rispetto alla propria epoca, quando si vede che l’epoca stes­ sa comincia a retrocedere. Vi sono, infatti, due mo­ di diversi di non essere au niveau de son temps: al di sotto oppure al di sopra di esso.

CAPITOLO VENTUNESIMO

A PROPOSITO D’ERUDIZIONE E DI SCIENZIATI

244 A vedere le numerose e svariate istituzioni desti­ nate all’insegnamento e allo studio e la grande fol­ la di scolari e maestri, verrebbe da pensare che al genere umano stia estremamente a cuore intendere le cose e conquistare la verità. Ma, anche qui, l’ap­ parenza inganna. I maestri insegnano per guada­ gnar denaro e aspirano non già alla saggezza, ma alla parvenza della saggezza e al prestigio che ne deriva; gli scolari, a loro volta, studiano non già per raggiungere conoscenza e penetrazione, bensì per poter chiacchierare e darsi delle arie. [Ogni trent’anni sorge una nuova generazione, una nuova nidiata viene al mondo, che non sa nulla di nulla e che vuole ora divorare sommariamente e con la massima rapidità i risultati del sapere umano ac­ cumulatisi attraverso i millenni e poi essere più in­ telligente dell’intero passato. A questo fine si iscri­ vono alle università e mettono mano ai libri, quelli nuovissimi, che sono i compagni del loro tempo e della loro età. Ma tutto dev’essere breve e nuovo! come loro stessi sono nuovi. Quindi si mettono a trinciare giudizi]. — Gli studi che servono a guada­ gnare il pane, qui non li ho presi neppure in con­ siderazione.

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Studenti ed eruditi di ogni genere e di ogni età, di regola, vanno soltanto in cerca di notizie, non già

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di penetrazione nelle cose. Per loro è un punto d’onore aver notizia di tutto quanto, di tutte le pietre e piante o battaglie o di tutti gli esperimenti, e di tutti quanti i libri. Che la nozione sia soltanto un mezzo per giungere alla penetrazione nelle cose, ma di per sé abbia poco o nessun valore, non viene loro in mente; è, invece, un modo di pensare che caratterizza la mente filosofica. Quando osservo l’im­ ponente erudizione di quella gente che sa tutto, alle volte, mi vien da dire a me stesso: quanto po­ co deve aver avuto da pensare un simile tipo, se ha potuto leggere tanto! Perfino, quando si narra di Plinio il Vecchio, che leggeva senza tregua o si face­ va leggere a voce alta alla mensa, durante i viaggi, nel bagno, sono costretto a chiedermi se quell’uomo abbia avuto una così grande mancanza di pensieri propri, che gli si dovessero senza tregua sommini­ strare pensieri altrui, così come a un individuo sof­ ferente di tisi si somministra un consommé per te­ nerlo in vita. A darmi un alto concetto del pensie­ ro originale di Plinio il Vecchio non sono appro­ priate né la sua credulità scriteriata, né il suo stile da appunti, stile indicibilmente noioso, di difficile comprensione, fatto per risparmiare la carta.

246 Come il molto leggere e studiare va a scapito del pensare autonomo, così il molto scrivere e insegna­ re fa perdere all’uomo l’abitudine della chiarezza ed eo ipso della profondità nel sapere e nell’intendere; poiché a un tal uomo manca il tempo di rag­ giungerle. Perciò l’insegnante è costretto, nelle sue lezioni, a colmare le lacune e i punti dove non ha chiare conoscenze con parole e frasi. È questo che

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rende così infinitamente noiosi la maggioranza dei libri, non già l’aridità del soggetto. Infatti, come si afferma che un buon cuoco è capace di rendere mangiabile perfino una suola vecchia, così anche un buono scrittore riesce a intrattenere anche con il soggetto più arido.

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Per la stragrande maggioranza dei dotti la loro scienza è un mezzo, non un fine. Perciò non com­ pieranno mai nulla di grande in questo campo, perché a questo scopo occorre che la scienza sia per colui che l’esercita l’unico fine e che tutto il resto, anzi la sua stessa esistenza, non sia altro che il mez­ zo. Infatti tutto quello che non si fa come fine a se stesso, lo si fa solo a metà, e la vera eccellenza, in opere di qualsiasi genere, può essere raggiunta sol­ tanto da ciò che è stato prodotto come fine a se stes­ so e non come mezzo per fini più lontani. Parimen­ ti, soltanto colui raggiungerà nuove e grandi con­ vinzioni fondamentali che come fine diretto dei suoi studi ha quello di raggiungere una conoscenza auto­ noma, e non si cura delle conoscenze altrui. I dotti, invece, quali sono di regola, studiano allo scopo di insegnare e scrivere. Perciò la loro testa somiglia a uno stomaco e a un intestino, dal quale i cibi esco­ no senza essere stati digeriti. E appunto perciò il loro insegnare e scrivere servirà a ben poco. Non si può, infatti, nutrire gli altri con rifiuti non dige­ riti, ma soltanto col latte, che è venuto dal sangue.

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La parrucca è il simbolo ben scelto dell’erudito puro in quanto tale. Essa è un ornamento del capo, formato da un’abbondante massa di capelli altrui, in mancanza dei propri; parimenti, l’erudizione consiste nel provvedere il capo d’una gran massa di pensieri altrui che, per la verità, non lo coprono in modo abbastanza sufficiente e naturale, né sono adatti a tutti i casi e gli scopi, né hanno radici ab­ bastanza salde, e, quando son logori, non possono essere sostituiti da altri della stessa origine, come avviene per quelli nati dal proprio terreno; appun­ to perciò Sterne nel Tristram Shandy è così sfacciato da affermare: « An ounce of a man’s own wit is worth a tun of other people’s ».18‘ (« Una sola oncia di spirito proprio ha lo stesso valore di una tonnel­ lata di spirito altrui »). Realmente la più completa erudizione è in con­ fronto col genio, quel che un erbario è in confron­ to col mondo delle piante, che perpetuamente si rinnova ed è sempre fresco, sempre giovane, sempre mutevole, e non vi è maggior contrasto di quello fra l’erudizione del commentatore e l’ingenuità fan­ ciullesca degli antichi.

249 Dilettanti, dilettanti! — così vengono chiamati con disprezzo coloro che si occupano di una scien­ za o di un’arte per amor suo, e per la gioia che essa procura, per il loro diletto,"2 dalle persone che han­ no scelto una scienza o un’arte al fine di guadagnar denaro con esse; infatti soltanto il denaro che così si può guadagnare diletta queste persone. Questo disprezzo è basato sulla loro bassa convinzione che

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nessuno si dedicherebbe seriamente a una cosa, se non fosse spronato a farlo da miseria o da fame o da un’altra qualsiasi avidità. Il pubblico ha gli stessi sentimenti e perciò è dello stesso parere: da ciò deriva il suo rispetto costante per gli « speciali­ sti », nonché la sua diffidenza verso i dilettanti. In­ vece, in realtà, per i dilettanti la cosa è fine a se stessa, mentre per lo « specialista » in quanto tale essa non è che un mezzo; ma solo colui si dedicherà a una cosa con profonda serietà, al quale essa stia direttamente a cuore, e che se ne occupi con amore. Da simili amatori di scienze e di arti sono state create le opere più grandi, e non già da servitori pagati.

250 Così anche Goethe fu un dilettante per la teoria dei colori. Su ciò una parolina! È permesso essere stupidi e cattivi: ineptire est juris gentium. Per contro, parlare della stoltezza e della cattiveria è un delitto, commesso ai danni dei buoni costumi e di ogni decenza. — Una saggia di­ sposizione precauzionale! Tuttavia sono costretto a infrangerla questa volta, per parlare in tedesco ai tedeschi. Ho da dire, cioè, che la sorte della teoria dei colori di Goethe è una prova clamorosa della disonestà ovvero della completa mancanza di crite­ rio del mondo dotto tedesco: verosimilmente tutte e due queste belle qualità hanno a ciò collaborato in stretto accordo. Il grosso pubblico colto cerca be­ nessere e divertimento, perciò scarta quel che non sia romanzo, commedia o poesia. La volta che ecce­ zionalmente decide di leggere per istruirsi, il pub­ blico aspetta prima l’autorizzazione di coloro che « se ne intendono » e possono dire se nel dato caso

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si tratti realmente di cose istruttive. E per il pub­ blico quelli che « se ne intendono » sono gli specia­ listi. Il pubblico scambia appunto coloro che vivo­ no di una cosa con coloro che vivono per una cosa; sebbene raramente siano le stesse persone. Già Di­ derot ha detto, nel Nipote di Rameau, che coloro che insegnano una scienza non sono coloro che la comprendono e se ne occupano seriamente, perché a questi ultimi manca il tempo per insegnarla. Gli altri non fanno altro che vivere della scienza; essa è per loro « una brava vacca che li rifornisce di burro Se il più grande spirito di una nazione ha scelto come studio principale della sua vita un dato argomento, come Goethe ha fatto per la teoria dei colori, e non ha incontrato consenso alcuno, allora è dovere dei governi, che pagano per le acca­ demie, affidare ad esse il compito di far esaminare la questione da una commissione, come avviene in Francia per problemi assai meno importanti. A che servono altrimenti codeste accademie, che si danno tanta importanza, e nelle quali tuttavia siede e si pavoneggia più di un imbecille? Nuove verità di una certa portata ne escono di rado: perciò esse do­ vrebbero essere almeno capaci di giudicare le opere importanti, ed essere costrette a parlarne ex officio. Tuttavia intanto il signor Link, membro delI’Accademia di Berlino, ci ha fornito un saggio della sua accademica capacità di giudizio nei suoi Pro­ pilei della scienza naturale (vol. I, 1836). Convinto a priori che il suo collega d’università Hegel sia un grande filosofo e la teoria dei colori di Goethe non sia che un lavoro abborracciato, egli (a p. 47 del suddetto volume) li mette tutti e due insieme in questo modo: « Hegel si diffonde in invettive smo­ deratissime, quando si tratta di Newton, forse spin­ to a ciò da una certa condiscendenza — una cosa cattiva merita una parola cattiva — per Goethe ». Questo signor Link, dunque, ha la sfacciataggine di

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parlare della condiscendenza di un ciarlatano mise­ rabile per il più grande spirito della nazione. Ag­ giungo, come saggi della sua capacità di giudizio e della sua ridicola arroganza, anche i passi seguenti, che illuminano quello già citato, dallo stesso libro: « Per la profondità del suo spirito Hegel supera tutti i suoi predecessori: si può dire che la loro fi­ losofia sparisca dinanzi alla filosofia di Hegel » (p. 32). E a p. 44 egli conclude la sua esposizione di quella miserabile pagliacciata accademica, che è la filosofia di Hegel, con le seguenti riflessioni: « Que­ sto è il sublime edificio, fondato solidamente dal più alto acume metafisico che la scienza conosca. Frasi come queste: “ il pensiero della necessità è la libertà; lo spirito crea per sé un mondo della mo­ ralità, dove la libertà, a sua volta, diventa necessi­ tà ”, riempiono di venerazione lo spirito che vi si avvicini, e, una volta che siano state debitamente riconosciute, assicurano l’immortalità a colui che le ha pronunciate ». — Siccome questo signor Link non soltanto è membro dell’Accademia di Berlino, ma è uno dei notabili, forse perfino una delle cele­ brità della repubblica dei dotti tedeschi; queste espressioni, tanto più non essendo mai state con­ futate, possono anche valere come un saggio della capacità tedesca di giudizio e della giustizia tede­ sca. Si potrà, quindi, capire meglio come sia potuto avvenire che i miei scritti, per più di trent’anni di seguito, non siano stati giudicati degni di essere presi in considerazione.

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Il dotto tedesco è, però, anche troppo povero per poter essere onesto e probo. Perciò il suo procedere e il suo metodo sono un continuo contorsionismo,

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un accomodarsi e un negare la propria convinzio­ ne, un insegnare e scrivere ciò che non crede: stri­ sciare, adulare, far parte di un partito e cercare compagni, aver riguardo per ministri, pezzi grossi, colleghi, studenti, editori, recensori, in una parola per tutto tranne che per la verità e i meriti altrui. A forza di queste cose egli, di solito, diventa un pezzente rispettoso. Per questo nella letteratura te­ desca in generale, e nella filosofia in modo partico­ lare, la disonestà ha avuto talmente il sopravvento, che v’è ragione di sperare che sia stato ormai rag­ giunto il punto nel quale essa, essendo incapace di ingannare ancora qualcuno, diviene inefficace.

252 Del resto, nella repubblica dei dotti avviene co­ me in tutte le repubbliche: si predilige l’tiomo sem­ plice, che va quieto per la sua strada e non vuol essere più intelligente degli altri. Contro le teste eccentriche, siccome esse sono un pericolo, si fa lega e si ha dalla propria parte la maggioranza, e che maggioranza! [Nella repubblica dei dotti le cose si svolgono più o meno come nella repubblica del Messico, dove ognuno non pensa che al proprio profitto, cercando di raggiungere onori e potere per sé, senza preoccu­ parsi affatto della collettività che intanto va in ro­ vina. Esattamente così, nella repubblica dei dotti, ognuno cerca di far valere solo se stesso per conqui­ starsi una posizione d’onore: l’unica cosa nella qua­ le tutti concordano è di non permettere che si fac­ cia avanti una testa veramente eminente, se un giorno dovesse apparire; perché una tal testa di­ venta subito pericolosa per tutti. Qual sia la sorte

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delle scienze nel loro complesso in un simile stato di cose, è facile vedere].

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Fra professori e studiosi indipendenti sussiste, da secoli, un certo antagonismo, che potrebbe essere paragonato a quello fra cani e lupi. I professori, grazie alla loro posizione, hanno grandi vantaggi per poter essere conosciuti dai loro contemporanei. Invece gli studiosi indipendenti hanno, grazie alla loro posizione, grandi vantaggi affinché li conosca la posterità; a ciò si richiede, in­ fatti, fra le altre e molto più rare cose, anche un certo ozio e una certa indipendenza. Siccome occorre un lungo periodo, prima che l’u­ manità riesca a decidere a chi essa debba riservare la sua attenzione, ambedue possono operare nello stesso tempo. Tutto sommato, il foraggio della cattedra è il più adatto per dei ruminanti. Per contro coloro che ri­ cevono la loro preda dalle mani della natura, si tro­ vano meglio all’aria aperta.

254 Del sapere umano in generale, in ogni campo, la parte di gran lunga maggiore esiste sempre soltan­ to sulla carta, nei libri, in questa memoria cartacea degli uomini. Soltanto una piccola parte in ogni dato momento, è realmente viva in alcune teste. [Ciò deriva anzitutto dalla brevità e incertezza del­ la vita, nonché dalla pigrizia e dalla brama di godi­ mento degli uomini. Ogni nuova generazione, che

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passa velocemente, afferra del sapere umano sol­ tanto ciò di cui ha bisogno. Essa muore presto tutta quanta. La maggioranza degli scienziati sono molto superficiali. Ora segue una nuova generazione, pie­ na di speranze, che non sa nulla di nulla, e deve invece imparare tutto cominciando da principio; essa ne assimila di nuovo quanto può o ciò di cui ha bisogno per il suo breve viaggio, e quindi anche essa se ne va. Come triste sarebbe, dunque, la sorte del sapere umano, se non vi fosse la scrittura e la stampa! Perciò unicamente le biblioteche sono la sicura e permanente memoria del genere umano, i singoli individui del quale ne possiedono soltanto una assai limitata e imperfetta. Perciò la maggior parte degli studiosi non hanno piacere di essere esaminati circa le loro cognizioni, come ai commer­ cianti non piace che i loro libri mastri vengano con­ trollati]. [Il sapere umano si estende, in tutte le direzioni, a perdita d’occhio e] di ciò che è degno di essere saputo in generale, nessun singolo individuo può saperne nemmeno la millesima parte. Per conseguenza, le scienze hanno raggiunto una tale vasta estensione, che colui che vuol « far qual­ cosa » nel campo delle scienze deve scegliere sol­ tanto una disciplina affatto specializzata, senza cu­ rarsi di tutto il resto. In tal caso, a dir il vero, egli si troverà al di sopra del volgo nella sua disciplina, ma apparterrà ad esso per tutto il resto. Se a ciò si aggiunge, come ai nostri giorni avviene sempre di più, la negligenza dello studio delle lingue classi­ che (che è perfettamente inutile studiare a metà), da cui deriva la scomparsa della cultura umanisti­ ca generale, allora vedremo scienziati che all’infuori della loro disciplina sono veri somari. — In gene­ rale, un simile scienziato specializzato esclusivamen­ te nella sua disciplina somiglia all’operaio di fab­ brica, il quale, durante tutta la vita, non fa altro

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che fabbricare una certa vite o un certo gancio, o un manico di un certo arnese o di una certa mac­ china, e in questo ramo raggiunge, certo, un incre­ dibile virtuosismo. Lo scienziato specializzato si può anche paragonare a un uomo, il quale abita nella propria casa, ma non ne esce mai. Della sua casa egli conosce tutto esattamente; ne conosce ogni sca­ letta, ogni angolo e ogni trave; come, ad esempio, il Quasimodo di Victor Hugo conosce la chiesa di Notre-Dame; ma fuori tutto gli è estraneo e igno­ to. — Per contro, la vera cultura umanistica richie­ de assolutamente la versatilità e una visione gene­ rale, dunque, per un dotto nel senso più alto della parola, questo significa, in realtà, un po’ di « poliistoria ». Ma colui che addirittura vuol essere un filosofo deve saper unire nella sua testa gli estremi più lontani del sapere umano; perché dove mai essi potrebbero incontrarsi altrimenti? Spiriti di prim’ordine non saranno mai scienziati specializzati. Agli spiriti superiori è stato affidato il problema dell’esistenza nel suo insieme, e riguardo a ciò ognuno di loro comunicherà all’umanità nuovi schiarimenti in qualche modo o forma. Il nome di genio, infatti, può meritarlo soltanto colui che abbia scelto, come tema per le sue opere, la totalità e la grandezza, l’essenza e l’universalità delle cose, non già colui che per tutta la vita si affatica a sta­ bilire un qualche nesso specifico delle cose fra loro.

255 L’abolizione della lingua latina, come lingua dot­ ta universale, e l’introduzione al suo posto dello spirito piccolo borghese delle letterature nazionali, sono state per le scienze in Europa un vero disa­ stro. In primo luogo, perché soltanto mediante la

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lingua latina esisteva un pubblico generale di scien­ ziati europei, alla cui comunità ogni nuovo libro che appariva si rivolgeva direttamente. Ora, però, il numero delle teste realmente capaci di pensare e di giudicare, in tutta Europa, è già così piccolo, che, se si cerca di spezzettare il loro foro e distrug­ gerne l’unità anche mediante barriere linguistiche, la loro benefica efficacia ne viene infinitamente in­ debolita. E le traduzioni, fabbricate secondo la scel­ ta arbitraria degli editori da mestieranti letterari, sono un pessimo surrogato di una lingua univer­ sale degli scienziati. Per questa ragione, la filosofia di Kant, dopo un breve splendore, si è impantanata nella palude della capacità tedesca di giudicare, mentre al di sopra di essa i fuochi fatui della pseu­ doscienza di Fichte e di Schelling e perfino di Hegel si godevano la loro vita vacillante. Per que­ sta ragione, non si è resa giustizia alla teoria dei colori di Goethe. Per questa ragione, non mi si è preso in considerazione. Per questa ragione, la na­ zione inglese così dotata di intelletto e di giudizio ancor oggi è degradata dalla più indegna bigotteria e tutela da parte dei preti. Per questa ragione, manca alla gloriosa fisica e zoologia della Francia il sostegno e il controllo di un’esauriente e dignitosa metafisica. E si potrebbero citare ancora molti altri esempi. Inoltre, a questo grande svantaggio fra bre­ ve si aggiungerà un secondo svantaggio ancora più grande: la fine dello studio delle lingue antiche. Non è forse vero che in Francia e perfino in Germa­ nia la negligenza delle lingue classiche ha preso già ora il sopravvento? [Già il fatto che negli anni intorno al 1830 il Corpus juris fosse tradotto in lin­ gua tedesca fu un sintomo evidente dell’ingresso dell’ignoranza nelle fondamenta di ogni erudizio­ ne, cioè la lingua latina, dunque fu sintomo di bar­ barie. Attualmente si è giunti al punto che gli au­ tori greci, anzi anche quelli latini, escono corredati

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di note in lingua tedesca, e questa è una porcheria e un’infamia. La vera ragione di ciò, per quanto quei signori cerchino di darla a bere, è che i cura­ tori non sanno più scrivere in latino e la cara gio­ ventù da essi si fa volentieri condurre sulla strada della pigrizia, ignoranza e barbarie. Mi ero aspetta­ to di trovare che nei periodici letterari si fosse fla­ gellato a dovere un simile procedere; ma, quanto dovetti stupirmi, quando vidi che esso era sfuggito a ogni biasimo, come tutto fosse in ordine. Ciò di­ pende dal fatto che anche i recensori sono tipi al­ trettanto ignoranti, oppure sono compari dei cura­ tori o dell’editore. E la più riguardosa vigliaccheria si trova perfettamente a suo agio in tutti i campi della letteratura tedesca]. [Come una volgarità particolare, che di giorno in giorno si fa sempre più sfacciata, debbo additare e biasimare il fatto che nei libri scientifici e in opere particolarmente erudite, perfino nelle riviste edite dalle accademie, vengono citati brani di autori gre­ ci, anzi (proh pudor) anche di autori latini in tra­ duzione tedesca. Puah! Al diavolo! Scrivete voi, forse, per i ciabattini o i sarti? — Io lo credo: ap­ punto per potere « smerciare » un bel po’ della vo­ stra roba. Allora permettetemi di osservare che sie­ te gentaglia volgare, in tutti i sensi. — Cercate di aver più onore nel corpo e meno denaro nella bor­ sa, e fate sentire al non erudito la sua inferiorità, invece di far inchini al suo portafogli. — Per auto­ ri greci e latini traduzioni in lingua tedesca sono un surrogato, simile alla cicoria per il caffè; per di più non ci si può fidare affatto della loro fedeltà]. Se si arriva a questo punto, addio umanesimo, nobile gusto e sentimenti elevati! La barbarie tor­ na di nuovo, nonostante ferrovie, fili elettrici e mongolfiere. Alla fine, viene a mancarci un altro vantaggio del quale hanno goduto tutti i nostri avi. Il latino, infatti, ci dischiude non soltanto Fanti-

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chità romana, ma con altrettanta immediatezza l’in­ tero Medioevo di tutti i paesi europei e l’età mo­ derna fino alla metà del secolo scorso. Perciò, ad esempio, Scoto Erigena dal nono secolo, Giovanni di Salisbury dal dodicesimo, Raimondo Lullo dal tredicesimo, insieme con centinaia di altri scrittori, parlano a me direttamente in quella che era per loro la lingua naturale e appropriata, non appena pensavano ad argomenti scientifici. Perciò ancor oggi io me li sento vicini, mi trovo in contatto di­ retto con loro, e riesco veramente a conoscerli. Che cosa avverrebbe, se ognuno di loro avesse scritto nella propria lingua natale quale era in quel tem­ po? Non ne capirei nemmeno la metà, e un vero contatto spirituale con loro sarebbe affatto impos­ sibile: li vedrei come ombre sul lontano orizzonte, oppure addirittura attraverso il telescopio di una traduzione. Per evitare ciò, Bacone da Verulamio, com’egli stesso dice espressamente, tradusse i propri Essays in lingua latina col titolo di Sermones fideles [più esattamente, egli fu aiutato in questo lavoro da Hobbes (cfr. Thomae Hobbesii vita, Carolopoli, 1681, p. 22)]. Ricordiamo qui, di passaggio, che il patriottismo, quando vuol farsi valere nel regno delle scienze, è un compare spregevole del quale bisogna sbarazzar­ si. Infatti, che cosa può esservi di più impertinente, quando si tratta di ciò che riguarda l’umanità in generale e in sé, e quando debbono aver valore sol­ tanto la verità, la chiarezza e la bellezza, che il vo­ ler gettare sulla bilancia la predilezione per la na­ zione a cui appartiene la propria preziosa persona e, poi, per riguardo ad essa, far violenza alla verità ed essere ingiusti contro i grandi spiriti delle altre nazioni per far spiccare spiriti inferiori della pro­ pria? Eppure, esempi di simile bassezza li incon­ triamo ogni giorno negli scrittori di tutte le nazioni d’Europa; [perciò essi sono già stati derisi da Iriar-

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te nella trentatreesima delle sue graziosissime favole letterarie].

256 Al fine di migliorare la qualità degli studenti, a spese della già troppo numerosa quantità, si dovreb­ be far stabilire dalla legge: 1) nessun individuo dovrebbe essere iscritto al­ l’università prima del ventesimo anno [e soltanto dopo un previo examen rigorosum in tutte e due le lingue antiche, prima di essere immatricolato. In compenso, in seguito all’immatricolazione lo stu­ dente dovrebbe essere dispensato dal servizio mili­ tare ottenendo così i suoi primi doctarum praemia frontium.'M Uno studente ha realmente troppo da imparare per sprecare un anno o anche più con il mestiere delle armi, a lui così eterogeneo; — senza dire poi che il suo addestramento militare mina quel rispetto che ogni individuo non colto, chiun­ que sia, dal primo all’ultimo, deve alla persona istruita; questa è una barbarie eguale a quella che Raupach ha descritto nella sua commedia Cento anni fa, sulla perfida brutalità del « vecchio di Des­ sau » contro un candidato. A causa della naturale esenzione del ceto degli studiosi dal servizio milita­ re gli eserciti non subiranno una forte riduzione; invece, grazie ad essa, il numero di cattivi medici, di cattivi avvocati e giudici, di insegnanti ignoranti e ciarlatani di ogni genere verrebbe ridotto; — e ciò con tanto maggiore certezza per il fatto che sem­ pre la vita di soldato ha un’influenza demoralizzan­ te sul futuro studioso]; 2) dovrebbe essere stabilito dalla legge che ogni studente nel primo anno di università debba se­ guire esclusivamente i corsi della facoltà di filosofia

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e prima del secondo anno non debba essere am­ messo alle tre facoltà superiori, alle quali i teologi dovrebbero dedicare due anni; gli studenti di legge, tre anni; e gli studenti di medicina, quattro anni. Invece, nei ginnasi, lo studio potrebbe essere limi­ tato alle lingue classiche, alla storia, alla matema­ tica e allo stile tedesco, ed essere tanto più appro­ fondito, soprattutto per le lingue classiche. Ma, sic­ come la disposizione alla matematica è di natura affatto peculiare e non ha uno sviluppo parallelo alle altre capacità di una mente, anzi non ha nulla in comune con le altre,* dovrebbe vigere per l’inse­ gnamento della matematica una classificazione del tutto separata degli scolari; ad esempio, colui che nelle rimanenti materie è nella terza liceale, in ma­ tematica potrebbe far parte della prima, senza che questo danneggi il suo onore e viceversa. Soltanto così ognuno, nella misura delle sue capacità in que­ sto campo particolare, ne può imparare qualcosa. Certo i professori, siccome a loro preme più la quantità degli studenti che la qualità, non appoggeranno queste proposte; e neppure la seguente: le promozioni a libero docente dovrebbero essere del tutto gratuite, affinché il grado di dottore, che è stato screditato dall’avidità di guadagno dei profes­ sori, acquistasse di nuovo l’onore ad esso dovuto. In cambio dovrebbero essere aboliti i successivi esa­ mi di Stato una volta ottenuto il grado di dottore.

* Si veda in proposito il bel saggio di W. Hamilton in forma di recensione a un libro di Whewell nella « Edin­ burgh Review » del gennaio 1886, edito anche in segui­ to col suo nome e con alcuni altri saggi e tradotto in tedesco col titolo: über den Werth und Unwerth der Mathematik (1836).

CAPITOLO VENTIDUESIMO

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257 Come la più ricca biblioteca, se è in disordine, non è utile, quanto una piuttosto modesta, ma ben ordinata; parimenti la più grande quantità di cono­ scenze non elaborate a fondo con il proprio pensie­ ro vale assai meno di una quantità molto minore di esse, che però sia stata pensata a fondo e da più punti di vista. Infatti soltanto mediante la combi­ nazione, svolta in ogni senso, di quello che sappia­ mo, e mediante il confronto di ogni verità con ogni altra, è possibile assimilare il proprio sapere e aver­ ne sicuro possesso. Si può pensare a fondo soltanto ciò che si sa, perciò bisogna imparare qualcosa, ma si sa, altresì, soltanto ciò che si è pensato a fondo. È vero che ci si può applicare con un atto di vo­ lontà alla lettura e allo studio; ciò invece, propria­ mente, non accade per il pensare. Il pensare deve appunto, come il fuoco da una corrente d’aria, es­ sere attizzato e mantenuto da un qualche interesse per il suo oggetto; questo interesse può, a sua volta, essere o puramente oggettivo, o puramente sogget­ tivo. L’interesse di quest’ultima specie sarà presente soltanto quando si tratti delle nostre vicende per­ sonali; l’altro, invece, esiste soltanto per menti che abbiano la capacità innata di pensare, e per le quali il pensare è naturale quanto il respirare; menti del genere però sono assai rare. Ecco perché la maggior parte dei dotti valgono così poco.

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La differenza tra l’efficacia che il pensare da sé e il leggere hanno sullo spirito è incredibilmente grande; perciò essa accresce ancora più l’innata dif­ ferenziazione delle teste, in base alla quale siamo portati a una cosa o a un’altra. Infatti, il leggere impone allo spirito certi pensieri del tutto estranei ed eterogenei alla direzione e allo stato d’animo che esso ha in quel momento, allo stesso modo che il sigillo lascia la sua impronta sulla ceralacca. Lo spirito subisce una costrizione totale dall’esterno, essendo obbligato a pensare ora a questa cosa ora all’altra, mentre in quel momento non sentiva a ciò né lo stimolo né lo stato d’animo adatto. — Al contrario, quando si pensa da sé, lo spirito segue il proprio stimolo, quale è ad ogni momento precisamente determinato dall’ambiente esterno o da qual­ che ricordo. L’insieme degli oggetti dell’intuizione, in realtà, non costringe lo spirito a concepire un pensiero definito, come fa la lettura, bensì gli dà soltanto materia e motivo per pensare ciò che è con­ forme alla sua natura e al suo stato d’animo attua­ le. — Perciò il molto leggere toglie allo spirito ogni elasticità, allo stesso modo che un peso continuo priva la molla della sua elasticità; [e per non aver pensieri propri, il mezzo più sicuro è quello di pren­ dere subito in mano un libro, in ogni momento libero]. Questa abitudine è la ragione per la quale l’erudizione rende la maggior parte degli uomini ancora più poveri di spirito e sciocchi di quanto non siano già per natura, e toglie alla loro attività di scrittori ogni efficacia;* essi rimangono, come ha già detto Pope (Dunciad, III, 194): For ever reading, never to be read.185

* Quanto numerose sono le persone che scrivono, altret­ tanto rare sono quelle che pensano.

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[Dotti sono coloro che hanno letto nei libri; i pensatori, i geni, gli illuminatori dell’universo e gli educatori del genere umano sono invece coloro che hanno letto direttamente nel libro dell’universo].

259 In fondo, soltanto i propri pensieri fondamentali possiedono verità e vita: perché soltanto tali pen­ sieri sono realmente e totalmente intesi. I pensieri altrui, letti nei libri, sono gli avanzi di un pasto altrui, sono abiti smessi di un ospite straniero. Il pensiero altrui, letto nei libri, sta al pensiero originale, che sorge in noi, come l’impronta di una pianta del mondo preistorico nella pietra sta a una pianta fiorente della primavera.

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La lettura non è che un surrogato del pensiero autonomo. Mentre leggiamo, lasciamo che un altro guidi i nostri pensieri con le dande. Per di più mol­ ti libri servono soltanto a farci vedere quante vie sbagliate ci sono e come potremmo deviare mala­ mente dalla via giusta, se ci lasciassimo fuorviare da essi. Invece colui che è guidato dal genio, vale a dire colui che pensa da sé, che pensa per volontà propria, che pensa in modo giusto, — è in possesso della bussola per trovare la via giusta. — Bisogna leggere, dunque, soltanto quando la sorgente dei pensieri propri cessa di sgorgare; e ciò avverrà an­ che troppo spesso perfino nella migliore mente. In­ vece, è un peccato contro lo spirito santo scacciare i pensieri propri, dotati di energia primigenia, per

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prendere in mano un libro. In tal caso si è esatta­ mente come colui che fugge la libera natura per osservare un erbario o per ammirare dei bei paesag­ gi in una incisione. Anche se alle volte una verità, una intuizione, che siamo riusciti a cogliere con molta fatica e len­ tamente, pensando e combinando i nostri pensieri in modo autonomo, si sarebbe potuta trovare bella e pronta e agevolmente in un libro, quella verità è tuttavia cento volte più preziosa, se si è raggiunta pensando da sé. Soltanto allora, infatti, essa entra nel sistema totale dei nostri pensieri come parte in­ tegrante e membro vitale; si trova con esso in un nesso saldo e compiuto; viene intesa con tutte le sue ragioni e conseguenze; porta il colore, la sfuma­ tura, l’impronta del nostro intero modo di pensare; è sorta proprio nel momento giusto, quando se n’era risvegliato il bisogno; vi sta, dunque, solida­ mente e non può più svanire. Perciò i versi di Goethe: Ciò che hai in eredità dai padri guadagnalo per possederlo1“

trovano qui la loro più completa applicazione, anzi spiegazione. [Colui che pensa da sé impara a cono­ scere le autorità che confermano le sue vedute sol­ tanto in seguito, quando gli servono soltanto per convalidare le sue opinioni e per rafforzare la pro­ pria convinzione; mentre il filosofo libresco parte dalle autorità, costruendosi con opinioni altrui, pre­ se dai libri, un insieme di idee, che somiglia a un automa costruito con materiale eterogeneo, mentre un sistema di pensieri propri somiglia a un essere umano generato e vivo. Simile all’essere umano, un tale sistema è sorto perché il mondo esterno ha fe­ condato lo spirito pensante, che lo ha portato e partorito]. La verità soltanto imparata ci sta appiccicata co­

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me un membro applicato o un dente falso, o un naso di cera o al massimo un naso rinoplastico di carne altrui; invece, la verità acquisita pensando da sé somiglia alle membra naturali: essa sola ci appartiene realmente. Su ciò si fonda la differenza fra il pensatore e il mero erudito. Perciò l’acquisi­ zione intellettuale di un pensatore originale somi­ glia a un bellissimo dipinto, che risalta con vivaci­ tà, con un giusto chiaroscuro, con una tonalità so­ stenuta e con una perfetta armonia di colori. Inve­ ce, l’acquisizione intellettuale del mero erudito so­ miglia a una grande tavolozza coperta di colori va­ riegati, ordinati, forse, sistematicamente, ma senza armonia, né coesione, né significato.

261 Leggere significa pensare con la testa altrui, inve­ ce che con la propria. Ora, per il pensiero autono­ mo, dal quale tende pur sempre a svilupparsi una totalità coerente, un sistema, sia pure non rigorosa­ mente concluso, nulla è più dannoso di un ecces­ sivo afflusso di pensieri altrui, determinato da con­ tinue letture; infatti questi pensieri ognuno dei quali deriva da uno spirito diverso, appartiene a un diverso sistema, e porta un colore diverso, non si uniscono mai da sé in una totalità di pensiero, di sapere, di conoscenza e di convinzione, ma pro­ ducono piuttosto nella mente una lieve confusione babelica di lingue, e allo spirito che ne è ricolmo finiscono per togliere ogni chiara intuizione, prati­ camente disorganizzandolo. Questo stato di cose si può riscontrare in molti eruditi, e fa sì che essi sia­ no, per buon senso, giudizio equo e tatto pratico, inferiori a molte persone non istruite, le quali han­ no sempre subordinato al pensiero proprio e in

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esso incorporato le scarse cognizioni che hanno ri­ cevuto dall’esterno con l’esperienza, la conversazio­ ne e le poche letture. E questo è ciò che, su scala maggiore, fa anche il pensatore scientifico. Benché egli abbia, appunto, bisogno di molte cognizioni, e perciò sia costretto a leggere molto, il suo spirito tuttavia è abbastanza forte per dominare tutto quanto, assimilarlo, incorporarlo nel sistema dei propri pensieri e sottometterlo all’insieme, organi­ camente coerente, della sua sempre crescente, gran­ diosa concezione; qui il suo pensiero, simile al bas­ so fondamentale dell’organo, domina tutto e non si lascia mai sopraffare da toni estranei, come invece avviene nelle menti puramente « poliistoriche », nelle quali si incrociano come dei brandelli musi­ cali di tutte le tonalità e non si riesce più a percepi­ re il tono fondamentale.

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Le persone che hanno passato la vita leggendo e hanno attinto la loro sapienza dai libri, somigliano a coloro che, da un gran numero di descrizioni di viaggi, hanno acquistato la conoscenza precisa di un paese. Queste persone riescono a comunicare notizie su molte cose; ma, in fondo, non hanno una conoscenza coerente, chiara e profonda, circa la na­ tura di quel paese. Invece coloro che hanno pas­ sato la loro vita pensando, somigliano a persone che abbiano visitato quel paese: soltanto loro sanno realmente di che cosa si tratti, conoscono le cose di laggiù nella loro connessione, e vi si trovano real­ mente come a casa loro.

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Il comune filosofo libresco sta a un uomo che pensa da sé come lo studioso di storia al testimone oculare. Il pensatore autonomo parla in base alla propria, diretta apprensione delle cose. Per questa ragione tutti i veri pensatori, in fondo, concorda­ no, e la loro diversità scaturisce soltanto dalla di­ versità del punto di vista: quando quest’ultimo non modifica nulla, essi dicono tutti la stessa cosa; in­ fatti esprimono soltanto ciò che hanno afferrato og­ gettivamente. Spesso mi è capitato di trovare, con lieta meraviglia, già enunciate in opere antiche di uomini grandi, idee da me rese pubbliche con una certa riluttanza a causa del loro carattere parados­ sale. — Per contro, il filosofo libresco comunica ciò che il tale ha detto e il tal altro ha opinato e poi ancora ciò che un altro tale ha obiettato, e così via. Tutto questo viene da lui confrontato, soppesato, criticato, e su questa via egli cerca di scoprire la verità delle cose; ma con questo suo procedimento diventa del tutto simile al cultore di critica storica. Così, ad esempio, egli intraprenderà ricerche, per stabilire se Leibniz, per caso, in un certo periodo e per un certo tempo, sia stato uno spinoziano, e altre simili cose. Esempi veramente lampanti di ciò che si è detto, chi si diletta di simili curiosità può trovarli nella Illustrazione analitica della morale e del diritto naturale di Herbart, come pure nelle sue Lettere sulla libertà. — Potrebbe far meravi­ glia la gran pena che costui si dà, perché sembra che, se soltanto avesse lui stesso affrontato il pro­ blema, con un po’ di pensiero originale sarebbe giunto ben presto al suo scopo. Certo per far ciò vi è un piccolo inconveniente: il pensiero autonomo non dipende dalla nostra volontà: in un momento qualsiasi ci si può mettere a sedere e leggere, ma non già a pensare. Per i pensieri, cioè, succede come

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per gli uomini: non sempre si può chiamarli a no­ stro piacimento, bisogna invece aspettare che ven­ gano. Il pensare intorno a un oggetto deve sorgere da sé, grazie a una fortunata, armonica coincidenza del motivo esterno con lo stato d’animo e la ten­ sione interni: ed è proprio ciò che non vuol mai succedere a certa gente. [Questo è illustrato perfino dai pensieri riguardanti il nostro interesse perso­ nale. Quando dobbiamo prendere una decisione relativa a una questione personale, non possiamo metterci a sedere in un momento qualsiasi scelto a piacere per ponderare le ragioni e poi decidere: poiché spesso proprio in quel momento non ci rie­ sce di fissare il nostro pensiero su quella questione, bensì esso devia verso altri oggetti, e alle volte può esserne responsabile perfino la nostra ripugnanza per quella questione. In tal caso non dobbiamo forzare il nostro pensiero, ma aspettare che anche qui si presenti da sé lo stato d’animo adatto: esso verrà spesso in modo inatteso e ripetutamente; e ogni diverso stato d’animo in un momento diverso porrà la questione in una luce diversa. Questo lento processo è ciò che s’intende quando si parla di far maturare le decisioni. Questo compito, infatti, de­ v’essere ripartito, certe cose che ci erano sfuggite, ora ci vengono in mente, e anche la ripugnanza fi­ nirà con lo scomparire, perché le cose, viste con chiarezza, sembrano di solito più sopportabili. — Al­ lo stesso modo, anche nel campo teoretico, occorre aspettare il momento buono] e perfino la più gran­ de mente non è sempre capace di pensare da sé. Perciò essa fa bene a utilizzare il tempo rimanente per la lettura, la quale, come già è stato detto, è un surrogato del pensare autonomo e fornisce materia allo spirito, lasciando che un altro pensi per noi, sebbene sempre in un modo che non è il nostro. Per questa ragione non bisogna leggere troppo, af­ finché lo spirito non si abitui al surrogato e non

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disimpari a pensare da sé, affinché, dunque, non si abitui ad andare per vie già battute, e affinché il se­ guire il cammino dei pensieri altrui non lo estra­ nei dal proprio cammino. Meno che mai, per colpa della lettura, ci si deve sottrarre completamente al­ la vista del mondo reale; giacché lo stimolo e lo sta­ to d’animo idonei al pensiero autonomo subentra­ no senza paragoni più spesso quando la mente con­ templa il mondo reale, che non già quando essa è presa dalla lettura. L’oggetto dell’intuizione, il rea­ le, nella sua originarietà e forza è, infatti, l’oggetto naturale dello spirito pensante, e riesce più facil­ mente di tutto il resto a eccitarlo profondamente. Dopo queste riflessioni, non ci sorprenderà il fat­ to che il pensatore autonomo e il filosofo libresco si possono facilmente riconoscere già dal loro modo di parlare: il primo si riconosce dal carattere diretto e spontaneo, di prima mano, dei suoi pensieri e delle sue espressioni; il secondo, invece, si ricono­ sce dal fatto che tutto quello che dice è di seconda mano, sono concetti ricevuti da altri, è un trafficare con roba vecchia accattata, è fiacco e scialbo come la riproduzione d’una riproduzione; e il suo stile, che consiste di frasi convenzionali, anzi banali, e di espressioni alla moda, somiglia perciò ad un piccolo Stato, la cui circolazione consiste soltanto di mone­ te straniere di ogni genere, perché esso non batte moneta.

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Come la lettura così la pura esperienza non può sostituire il pensiero. La pura empiria è in con­ fronto al pensare ciò che il mangiare è in confronto al digerire e all’assimilare. Se l’empiria si vanta di aver contribuito essa sola, mediante le sue scoperte,

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al progresso del sapere umano, è come se la bocca volesse vantarsi che la consistenza del corpo è sol­ tanto opera sua.

265 [Le opere di tutte le teste realmente capaci si di­ stinguono dalle altre per la caratteristica della ri­ solutezza e determinatezza, insieme alle qualità che ne derivano, vale a dire perspicuità e chiarezza, per­ ché simili teste sapevano ogni volta con precisione e chiarezza quel che volevano esprimere — sia in prosa, in versi o in note musicali. Questa risolutez­ za e chiarezza manca alle altre teste, e in base a ciò esse sono immediatamente riconoscibili]. Il contrassegno caratteristico degli spiriti di prim’ordine è l’immediatezza di tutti i loro giudizi. Tutto ciò che essi producono è il risultato del loro pensiero autonomo, e si manifesta come tale, in ogni occasione, anche quando parlano. Perciò essi possiedono, simili ai regnanti, l’immediatezza, nel regno degli spiriti: gli altri sono tutti « mediatizzati »:187 e ciò risulta già dal loro stile, che non ha una propria impronta. Ogni vero pensatore autonomo somiglia, dunque, a un monarca nel senso che possiede un potere im­ mediato e non riconosce nessuno al di sopra di sé. I suoi giudizi, come le decisioni di un monarca, provengono dalla sua pienezza di poteri, e partono direttamente da lui stesso. Infatti, proprio come il monarca non accetta ordini, così egli non accetta alcun principio di autorità, e non riconosce se non ciò che egli stesso ha confermato. — Invece le teste comuni, prigioniere di ogni genere di opinioni, autorità e pregiudizi riconosciuti, somigliano al po­

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polo, che obbedisce in silenzio alla legge e al co­ mando.

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Le persone che fanno di tutto e si affrettano a risolvere i problemi controversi ricorrendo a cita­ zioni di autorità, sono in realtà contente, quando possono accampare, invece della propria intelligen­ za e intuizione, che loro mancano, quelle altrui. Il loro numero è legione [perché, come dice Seneca: « unusquisque mavult credere, quam judicare ». * “ Nelle loro controversie perciò l’arma scelta di co­ mune accordo sono le autorità: con esse si battono a vicenda, e colui che si trova immischiato in simili battaglie, fa male a difendersi con ragioni e argo­ menti: perché contro una simile arma essi sono dei Sigfridi con le corna, immersi nel torrente dell’in­ capacità di pensare e di giudicare: essi gli oppor­ ranno le loro autorità come argumentum ad verecundiam, e poi grideranno victoria].

267 Nel regno della realtà, per quanto possa essere riuscita bella, felice e incantevole, ci moviamo tut­ tavia sempre e soltanto sotto l’influsso della gravità, che dev’essere vinta senza tregua: invece, nel regno dei pensieri, noi siamo spiriti incorporei, senza pe­ so e senza bisogni. Perciò nessuna felicità sulla ter­ ra è pari a quella che uno spirito bello e fecondo trova in se stesso nell’ora felice.

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268 La presenza di un pensiero è come la presenza di una donna amata. Noi crediamo che non potremo mai dimenticare questo pensiero, che questa aman­ te non potrà mai diventarci indifferente. Purtrop­ po, lontano dagli occhi, lontano dal cuore! Il più bel pensiero corre il rischio di venire irrevocabil­ mente dimenticato, se non è stato fermato sulla carta, e la donna amata corre il rischio di essere abbandonata, se non l’abbiamo sposata.

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Vi è una quantità di pensieri che hanno valore per colui che li concepisce; ma ve ne son pochi fra essi che abbiano la forza di agire ancora mediante ripercussione o riflessione, vale a dire, risvegliare l'interesse del lettore dopo che siano stati scritti.

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Tuttavia ha vero valore soltanto ciò che in pri­ mo luogo pensiamo per noi stessi. I pensatori si possono cioè dividere in coloro che in primo luogo pensano per se stessi e in coloro che pensano su­ bito per gli altri. I primi sono i veri pensatori auto­ nomi nel duplice senso della parola, essi sono i veri e propri filosofi. Infatti soltanto loro prendono sul serio la questione. Inoltre il godimento e la feli­ cità della loro esistenza consiste, appunto, nel pen­ sare. Gli altri sono i sofisti-, essi vogliono sembrare, e cercano la loro felicità in ciò che così possono ot­ tenere dagli altri: questo sta loro a cuore. A quale

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delle due classi appartenga un individuo, si può rilevare facilmente da tutto il suo atteggiamento. Lichtenberg è un modello della prima classe: Her­ der appartiene già alla seconda classe.

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Se si considera attentamente quanto grande e palese sia per noi il problema dell’esistenza, di que­ sta esistenza ambigua, tormentata, fuggevole e si­ mile al sogno; — così grande e così palese, che, ap­ pena ce ne accorgiamo, esso mette in ombra e fa sparire tutti gli altri problemi e scopi; — e se poi si osserva come tutti gli uomini — tranne alcuni pochi e rari — sembrano non rendersi conto di questo pro­ blema, anzi non esserne affatto consapevoli, bensì preoccuparsi di tutto meno che di esso, vivendo sol­ tanto alla giornata e per il loro avvenire personale, che forse non è più lungo d’un giorno, in quanto respingono quel problema in modo esplicito, op­ pure si contentano ben volentieri di un qualsiasi sistema della metafisica popolare che a loro basta; — se si riflette bene a ciò, io dico, si può cominciare a credere che l’uomo si chiami essere pensante sol­ tanto in un senso assai lato della parola, e quindi nessuna manifestazione di vacuità intellettuale o di sciocchezza farà più meraviglia, ma piuttosto si sa­ prà che l’orizzonte intellettuale dell’uomo normale supera, è vero, quello dell’animale — la cui intera esistenza, non essendo l’animale conscio dell’avve­ nire né del passato, è per così dire un unico pre­ sente — ma, che, tuttavia, la distanza fra l’essere umano e l’animale non è così enorme come si suol credere. Si accorda con tutto ciò il fatto che anche nella conversazione i pensieri della maggior parte degli

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uomini ci sembrano spezzettati, come la paglia tri­ tata, di modo che non si riesce a tesserne un filo più lungo. Del resto, se questo mondo fosse popolato da es­ seri realmente pensanti, sarebbe impossibile che il rumore di ogni genere fosse permesso senza restri­ zione e abbandonato all’arbitrio, come avviene per­ fino per i rumori più orribili e nello stesso tempo insensati. — Se, infatti, la natura avesse destinato l’essere umano al pensare, non gli avrebbe dato gli orecchi, o almeno li avrebbe muniti di chiusure er­ metiche, come ha fatto con i pipistrelli, che io per­ ciò invidio. In realtà, l’essere umano è, similmente agli altri, un povero animale, le forze del quale so­ no state calcolate per la conservazione dell’esisten­ za, e perciò ha sempre bisogno di orecchi ben aper­ ti, che, anche senza essere consultati, e di notte co­ me di giorno, lo avvertono che si avvicina il perse­ cutore.

CAPITOLO VENTITREESIMO

SUL MESTIERE DELLO SCRITTORE E SULLO STILE

272 Anzitutto, vi sono due tipi di scrittori: coloro che scrivono per amore della cosa, e coloro che scrivo­ no per scrivere. I primi hanno avuto idee oppure esperienze che sembrano loro degne di essere co­ municate; i secondi hanno bisogno di denaro e per­ ciò scrivono per denaro. Essi pensano al fine di scri­ vere. Li si può riconoscere dalla tendenza a dare ai loro pensieri la maggiore estensione possibile e a esporre anche pensieri veri a metà, pensieri contor­ ti, forzati e oscillanti; di solito, essi amano anche il chiaroscuro per poter apparire ciò che non sono; per questa ragione ai loro scritti mancano precisio­ ne e completa chiarezza. Perciò possiamo accorger­ ci ben presto che essi scrivono per riempire la car­ ta: talvolta lo si può rilevare nei nostri migliori scrittori: per esempio, in alcune parti della Dram­ maturgia di Lessing [e perfino in alcuni romanzi di Jean Paul], Appena ce ne accorgiamo, dobbiamo buttar via il libro: il tempo è prezioso. [In fondo, l’autore inganna il lettore, appena scrive con lo sco­ po di riempire la carta: egli, infatti, dà ad intende­ re di scrivere perché ha qualcosa da comunicare]. Onorario e proprietà letteraria per i libri sono, in realtà, la rovina della letteratura. Scriverà cose de­ gne di essere scritte soltanto colui che sia spinto esclusivamente dalla cosa che gli sta a cuore. Qual guadagno inestimabile sarebbe, se in tutti i rami di una letteratura esistessero solamente pochi, ma ec­ cellenti libri. Ma a questo non si arriverà mai, finché c’è un onorario da guadagnare. [Sembra, in­

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fatti, che una maledizione pesi sul denaro: ogni scrittore diventa cattivo non appena si mette a scri­ vere con lo scopo di guadagnare. I grandi uomini hanno scritto le opere più eccellenti in quel perio­ do della loro vita nel quale dovevano ancora scrive­ re gratis o per un onorario assai basso. Dunque, an­ che qui trova conferma il proverbio spagnuolo: «honra y provecho no caben en un saco» («onore e denaro non entrano nello stesso sacco»). Lo stato deplorevole della letteratura odierna in Germania e fuori della Germania ha alla sua radice il fatto che si guadagni denaro scrivendo libri. Chiunque abbia bisogno di denaro si mette a tavolino e scrive un li­ bro, e il pubblico è così stupido da comprarlo. Con­ seguenza secondaria di ciò è la corruzione della * lingua]. [Una grande quantità di cattivi scrittori vive uni­ camente della stoltezza del pubblico, che non vuol leggere se non ciò che è stato stampato il giorno stesso: - sono i giornalisti. Il nome coglie nel segno! In lingua tedesca si dovrebbe dire « operaio pagato alla giornata»189].

* [Ciò che caratterizza i grandi scrittori (nel genere più elevato) come anche gli artisti, e perciò è un loro tratto comune, è il fatto che essi prendono sul serio ciò che fan­ no-. tutti gli altri nulla prendono sul serio se non l’utile e il guadagno. - Se uno scrittore si procaccia la fama con un libro scritto per vocazione interiore e intimo istinto, ma subito dopo diventa un poligrafo, egli ha venduto la sua fama in cambio di vile denaro. - Non appena ci si mette a scrivere tanto per far qualcosa - la cosa si guasta. - Solamente in questo secolo esistono scrittori di profes­ sione, prima vi erano scrittori per vocazione].

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273 Si può dire, ancora, che vi siano tre tipi di auto­ ri: in primo luogo, coloro che scrivono senza pen­ sare. Questi scrivono ciò che a loro detta la memo­ ria, in base a reminiscenze, oppure attingono, perfino, direttamente da libri altrui. Questa classe di scrittori è la più numerosa. - In secondo luogo, vi sono scrittori che, mentre scrivono, pensano. Es­ si pensano al fine di scrivere. Simili tipi s’incontra­ no molto spesso. - In terzo luogo, vi sono scrittori che hanno pensato prima di accingersi a scrivere. Scrivono soltanto perché hanno pensato. Sono rari. Lo scrittore della seconda specie, quello che ri­ manda di pensare finché non si mette a scrivere, può essere paragonato al cacciatore che va a caccia a casaccio: difficilmente riuscirà a portar a casa gran che. Invece, il modo di scrivere dello scrittore della terza e rara specie somiglierà a una battuta di cac­ cia, per la quale la selvaggina fu prima acchiappata e rinchiusa per poi sciamare in massa dalle riserve in altro spazio, anch’esso recinto, dove non può sfuggire al cacciatore; di modo che ora gli resta so­ lo da mirare e sparare (l’esposizione). Questa è la caccia redditizia. Ora, perfino nel numero esiguo di scrittori che pensano realmente, seriamente e anticipatamente, sono, di nuovo, estremamente pochi quelli che pen­ sano sulle cose stesse, gli altri pensano soltanto sui li­ bri, su ciò che è stato detto da altri. Essi, cioè, per pensare hanno bisogno dell’eccitamento più imme­ diato e più forte che deriva da pensieri altrui, belli e pronti. Questi pensieri diventano il loro tema im­ mediato; perciò essi rimangono sempre sotto la lo­ ro influenza, e per conseguenza non raggiungono mai la vera e propria originalità. I primi, invece, vengono incitati a pensare dalle cose stesse, perciò i loro pensieri sono rivolti direttamente a esse. Sola­

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mente fra loro si trovano gli scrittori che rimango­ no e diventano immortali. - S’intende, che qui si parla delle discipline più elevate, e non di chi scri­ ve sulla distillazione dell’acquavite. Solamente colui che, quando scrive, prende il materiale direttamente dalla sua testa è degno di es­ sere letto. Invece i fabbricanti di libri, i compilatori di compendi, gli storici comuni e altrettali scrittori attingono il loro materiale direttamente dai libri: da questi ultimi il materiale passa nelle dita, senza aver subito nella testa il pagamento del dazio di transito né l’ispezione, per non parlare di un’elaborazione. [Quanto erudito sarebbe più d’uno, se sapesse tut­ to quello che sta nei suoi libri!]. Per questa ragione il loro discorrere spesso ha un senso così poco definito, che invano sforziamo la mente per scopri­ re che cosa stiano pensando in realtà. Essi, per l’ap­ punto, non pensano affatto. Il libro dal quale co­ piano è alle volte dello stesso carattere; dunque, questo genere di scrittura somiglia a copie in gesso prese da altre copie in gesso, prese a loro volta da copie in gesso e così via, di modo che in fin dei con­ ti anche un Antinoo diventa il contorno appena ri­ conoscibile di un viso. Per questa ragione si do­ vrebbe leggere il più raramente possibile i compila­ tori, anche se è difficile farne del tutto a meno: infatti perfino i compendi, che contengono in uno spazio ristretto nozioni raccolte nel corso di parec­ chi secoli, appartengono al genere delle compila­ zioni. [Non vi è errore maggiore del credere che la pa­ rola detta per ultima sia sempre la più giusta, che ogni cosa scritta più tardi sia un miglioramento di ciò che è stato scritto in precedenza e che ogni mo­ difica sia un progresso. Le teste che pensano, le per­ sone di criterio, la gente che prende le cose sul se­ rio non sono altro che eccezioni; la regola a questo mondo è, dovunque, la marmaglia: e questa è sem-

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pre disposta e infaticabile a peggiorare, volendo mi­ gliorarlo a modo suo, ciò che è stato detto dopo ma­ tura riflessione da individui che pensano. Perciò co­ lui che vuol essere istruito riguardo a un oggetto deve guardarsi bene dal por subito mano ai libri più recenti che ne parlano, nella supposizione [che le scienze progrediscano sempre e] che per la loro composizione siano stati usati i libri più vecchi. Del resto è così; ma com’è avvenuta la composizione? L’autore spesso non comprende a fondo i libri an­ tichi, inoltre non vuole usare proprio le stesse pa­ role, perciò deforma e storpia quel che è stato det­ to in modo assai migliore e più chiaro dagli scritto­ ri precedenti, dato che questi hanno scritto per conoscenza viva e diretta delle cose. [Spesso si omettono le cose migliori che essi hanno detto, le spiegazioni più pertinenti delle questioni, le osser­ vazioni più felici; perché colui che copia non ne ri­ conosce il valore, non ne coglie la pregnanza. A lui omogenee sono soltanto le cose piatte e insipi­ de. - Succede più di una volta che un vecchio libro eccellente sia soppiantato da libri nuovi, ma insi­ gnificanti, compilati a scopo di lucro, che però si presentano in modo pretenzioso e vengono elogiati dai compari dell’autore. Nelle scienze ognuno, per far risaltare il proprio valore, vuole portare sul mer­ cato qualcosa di nuovo: molte volte questo consiste soltanto nell’eliminare ciò che finora è stato consi­ derato giusto per mettere al suo posto le sue fan­ donie: alle volte ciò riesce per un breve periodo, poi si ritorna di nuovo alle vecchie cose giuste]. Per di più egli pretende di saperla più lunga di loro e mette i suoi errori al posto delle loro verità. * Oc­ * [Per quegli innovatori nulla al mondo è degno di esse­ re considerato, tranne la loro preziosa persona: questa, essi vogliono far valere. Ora, ciò deve avvenire al più pre­ sto possibile mediante un paradosso; la sterilità delle lo-

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corre nominare qui anche i traduttori i quali nello stesso tempo correggono ed elaborano il loro auto­ re; e questa mi è sempre sembrata un’impertinenza. Scrivi tu stesso libri che siano degni di essere tra­ dotti e lascia le opere altrui come sono. - Occorre, dunque, leggere quanto più possibile i veri creato­ ri, inventori e fondatori delle cose, perlomeno i grandi maestri riconosciuti di una disciplina; e si comprino di seconda mano piuttosto i libri che il lo­ ro contenuto. Ma, siccome « inventis aliquid addere facile est», sarà necessario, una volta ben posti i fondamenti, conoscere anche le aggiunte più re­ centi. Tutto sommato, qui come dovunque, vale la regola: il nuovo di rado è buono, poiché il buono rimane nuovo soltanto per breve tempo. * [Ciò che per una lettera è l’intestazione, dev’es­ sere per un libro il titolo, dunque deve avere in­ nanzitutto lo scopo di presentarlo a quella parte del pubblico per la quale il suo contenuto può essere interessante. Perciò il titolo deve essere indicativo, e poiché per la sua essenza è breve, dev’essere conci­ so, laconico, pregnante; se possibile, dev’essere un monogramma del contenuto. Scelti male sono quin­ di i titoli troppo prolissi, quelli che non dicono nulro menti suggerisce loro la via della negazione: ora ven­ gono negate verità riconosciute da molto tempo, per esempio, la forza vitale, il sistema nervoso simpatico, la ge­ neratio aequivoca, la separazione stabilita da Bichat fra l’a­ zione delle passioni e quella dell’intelligenza; si ritorna al più crasso atomismo e così via. Perciò spesso il cammino delle scienze è retrogrado], * [Al fine di assicurarsi la costante attenzione e la simpa­ tia del pubblico, occorre o scrivere qualcosa che abbia un valore permanente, oppure scrivere continuamente qual­ cosa di nuovo che, appunto perciò, riuscirà sempre peg­ giore. Come dice Tieck: « Se appena appena voglio te­ nermi a galla, devo scrivere un libro per ogni Fiera

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la, quelli obliqui, ambigui oppure, perfino, sbaglia­ ti e ingannevoli, i quali ultimi possono far subire al libro la stessa sorte che subiscono le lettere con in­ testazione sbagliata. I titoli peggiori sono quelli ru­ bati, vale a dire quei titoli che sono già stati di un altro libro: essi sono, in primo luogo, un plagio e, in secondo luogo, la dimostrazione più convincente della più totale mancanza di originalità: perché co­ lui che non ne ha tanta da escogitare un titolo nuo­ vo per il suo libro sarà ancor meno capace di met­ tervi un nuovo contenuto. Affini ai titoli rubati so­ no i titoli imitati, vale a dire rubati a metà, per esempio, quando, molto tempo dopo che io ho scritto La volontà nella natura, Oerstedt scrive Lo spirito nella natura]. [Quanto poca onestà si trovi tra gli scrittori, è co­ sa che risulta dalla mancanza di scrupoli con cui fal­ sificano le citazioni dagli scritti degli altri. Mi capi­ ta di trovare passi delle mie opere regolarmente fal­ sificati in citazioni, - e solo i miei seguaci più dichiarati fanno eccezione a questo proposito. Spes­ so la falsificazione avviene per trascuratezza, in quanto le espressioni banali e volgari essi le hanno già nella penna e, per forza d’abitudine, le scrivo­ no; altre volte, invece, la falsificazione avviene per saccenteria: vogliono «migliorarmi», ma anche troppo spesso ciò avviene per malafede - e allora è una bassezza vergognosa e una bricconata che, co­ me il falsificare le monete, priva una volta per sem­ pre chi la compie del carattere di uomo onesto].

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Un libro non può mai essere qualcosa di più del­ la copia stampata dei pensieri dell’autore. Il valore di questi pensieri sta nella materia, dunque in ciò su

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cui l’autore ha pensato, o nella forma, vale a dire nell’elaborazione del materiale, dunque in che cosa l’autore ne ha pensato. Il materiale, «su cui» l’autore ha pensato, è assai svariato, parimenti lo sono i pregi che esso conferi­ sce ai libri. Ogni materiale empirico, dunque ogni oggetto storico o fisico concreto, preso per se stes­ so e nel senso più lato della parola, rientra in que­ sto quadro. I tratti peculiari, in questo caso, risie­ dono nell’oggetto-, perciò il libro può essere impor­ tante, chiunque ne sia l’autore. Per quello che riguarda la forma, il « che cosa » l’autore ne ha pensato, l’elemento peculiare risiede invece nel soggetto. Gli oggetti possono essere di un genere che sia accessibile e noto a tutti gli esseri umani; ma la forma della concezione, il « che cosa » del pensiero, è qui l’elemento che conferisce il va­ lore e risiede nel soggetto. Se perciò un libro è ec­ cellente e senza pari da questo punto di vista, lo è anche il suo autore. Da ciò consegue che il merito di uno scrittore degno di essere letto è tanto più grande quanto meno egli lo deve alla materia, anzi, perfino quanto più la materia è nota e logora. Co­ sì, per esempio, i tre grandi tragici greci hanno ela­ borato tutti e tre la stessa materia. Dunque, quando un libro è celebre, occorre di­ stinguere bene se esso sia celebre grazie alla sua ma­ teria oppure grazie alla sua forma. Anche persone del tutto comuni e superficiali riescono, grazie alla materia, a fornire libri assai im­ portanti, in quanto essa è stata accessibile soltanto a loro: per esempio, le descrizioni di paesi lontani, di rari fenomeni della natura, di esperimenti eseguiti, eventi dei quali l’autore è stato testimonio oppure ha speso tempo e fatica per ricercarne le fonti e stu­ diarle specificamente. Per contro, quando ciò che importa è la forma, dato che la materia è accessibile oppure è perfino

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già nota a ognuno, quando, dunque, soltanto il «che cosa» del pensiero intorno alla materia può conferire valore a un’opera, allora soltanto una mente eccellente riesce a produrre qualcosa che sia degno di essere letto. Gli altri, infatti, penseranno ogni volta soltanto ciò che può pensare qualsiasi al­ tro individuo. Essi forniscono una copia del loro spirito: ma di essa ognuno possiede già l’originale. Il pubblico, tuttavia, rivolge il suo interesse assai più alla materia che non alla forma; e appunto per questa ragione rimane indietro quanto alla propria formazione superiore. [Nel modo più ridicolo il pubblico rivela questa sua tendenza quando si trat­ ta di opere poetiche; esso cerca allora di appurare con cura quali siano stati gli avvenimenti reali op­ pure le vicende personali, che sono serviti di spun­ to al poeta: anzi quegli avvenimenti e quelle vicen­ de finiscono per interessarlo più delle opere, e il pubblico legge piuttosto ciò che è stato scritto su Goethe che ciò che da Goethe stesso è stato scritto, e studia la leggenda di Faust più diligentemente del Faust stesso. E se già Bürger dice: «Essi si mette­ ranno a far ricerche erudite per stabilire chi fosse in realtà Lenore», noi vediamo che ciò si adempie alla lettera nel caso di Goethe, giacché possediamo già parecchie ricerche erudite riguardo a Faust e al­ la leggenda di Faust. Esse sono e rimangono ricer­ che di contenuto. - Quando si predilige la materia in contrapposto alla forma di un’opera, è come se si lasciasse inosservata la forma e la pittura di un bel vaso etrusco, per esaminare, invece, chimicamente l’argilla e i colori]. La ricerca dell’effetto ottenuto attraverso la ma­ teria, ricerca che si presta a questa cattiva inclina­ zione del pubblico, è assolutamente riprovevole nei campi in cui il merito deve esplicitamente risiedere nella forma - dunque nelle opere dei poeti. Tutta­ via si vede spesso che cattivi scrittori drammatici

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cercano di riempire il teatro servendosi della mate­ ria trattata: così, ad esempio, essi fanno apparire sul palcoscenico qualsiasi uomo celebre, per quanto la sua vita possa essere spoglia di avvenimenti dram­ matici, anzi, alle volte senza nemmeno aspettare che siano morti i personaggi che vengono presen­ tati con lui. [La distinzione fra materia e forma, della quale si tratta qui, è valida perfino per la conversazione. La capacità di conversare è conferita a una persona, in prima linea, dalla sua intelligenza, dalla sua capacità di giudizio, da uno spirito arguto e vivace, che ap­ punto determinano la forma della conversazione. Ben presto, poi, sarà presa in considerazione la ma­ teria, dunque ciò di cui si può parlare con quella persona, le sue nozioni. Se queste sono piuttosto scarse, soltanto un grado insolitamente alto delle suddette qualità formali può conferire valore alla sua conversazione, dato il fatto che, quanto alla sua materia, la conversazione si riduce a vicende e cose umane e naturali che sono generalmente note. Il contrario avviene quando le suddette qualità for­ mali mancano a una persona, mentre le sue cogni­ zioni di qualsivoglia genere conferiscono alla sua conversazione un qualche valore, che tuttavia è ba­ sato, in tal caso, esclusivamente sulla materia, in conformità col proverbio spagnolo: « mas sabe el necio en su casa, que el sabio en la agena»].

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Un pensiero vive veramente soltanto finché non è giunto al punto limite delle parole: ivi si pie­ trifica, è quindi morto, ma indistruttibile, simile agli animali e alle piante fossili dei tempi preistori­

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ci. La sua vera vita momentanea si può anche para­ gonare a quella del cristallo nell’attimo della cristal­ lizzazione. Appena, cioè, ha trovato parole, il nostro pensie­ ro non è più intimo, né serio nel più profondo del­ la sua essenza. Quando il pensiero comincia a esi­ stere per gli altri, cessa di vivere in noi; come il bambino si stacca dalla madre quando inizia la pro­ pria esistenza. Anche il poeta, del resto, dice: Non confondetemi col contraddire! Basta parlare, e si comincia a sbagliare.''1'

276 La penna è, per il pensare, quel che il bastone è per il camminare; ma l’incedere più agile è quello senza l’aiuto del bastone e il pensare più perfetto si compie senza penna. Soltanto quando cominciamo a invecchiare, ci serviamo volentieri del bastone e della penna.

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Un'ipotesi svolge nella testa, una volta che vi si è insediata o, addirittura, vi è nata, una vita che so­ miglia a quella di un organismo, in quanto dal mondo esterno assimila soltanto ciò che le è giove­ vole e omogeneo, mentre respinge ciò che le è ete­ rogeneo e nocivo, oppure, se non può assolutamente fare a meno di accoglierlo, lo espelle poi ta­ le e quale.

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278 La satira, come l’algebra, deve operare soltanto con valori astratti e indefiniti e non con valori con­ creti oppure con grandezze definite; come su indi­ vidui vivi non si esercita l’anatomia, così non si eser­ cita la satira, pena il non essere sicuri della propria pelle e della propria vita.

279 Per essere immortale, un’opera deve avere tante qualità eccellenti, che non è facile trovare una per­ sona la quale possa afferrarle e apprezzarle tutte quante-, tuttavia avviene continuamente che il tal pregio venga riconosciuto e apprezzato da un indi­ viduo, il talaltro da un altro individuo, e così il pre­ stigio di un’opera si mantiene nel lungo corso dei secoli, risvegliando un sempre vario interesse, e non si esaurisce mai, poiché essa è sempre onorata ora in questo ora in quel senso. - Il creatore di una tale opera, però, vale a dire colui che pretende di con­ tinuare a vivere anche presso i posteri, può essere esclusivamente un uomo che non soltanto cerca invano nel vasto mondo un suo pari fra i contem­ poranei, e non soltanto spicca evidentemente ri­ spetto a ogni altro individuo per la sua notevole di­ versità, ma altresì un uomo che, quand’anche pe­ regrinasse come l’ebreo errante per parecchie generazioni, si troverebbe sempre nella stessa si­ tuazione; insomma dev’essere tale che per lui val­ ga realmente il detto di Ariosto: « lo fece natura e poi ruppe lo stampo».192 Altrimenti non si capisce perché mai i suoi pensieri non dovrebbero perire come tutti gli altri.

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280 Quasi in ogni epoca, sia nell’arte che nella let­ teratura, è in voga e viene ammirata una qualche opinione fondamentale falsa oppure un certo vezzo o una certa maniera sbagliati. Le teste comuni si sforzano fervidamente di appropriarsene e di farne uso. L’uomo profondo, invece, se ne accorge e ne rifugge: egli rimane al di fuori della moda. Dopo un po’ d’anni, tuttavia, anche il pubblico s’accorge del­ l’inganno e riconosce l’impostura per quello che è, la deride, e il belletto, prima ammirato, di tutte quelle opere manierate cade, come un brutto orna­ mento di gesso cade dal muro che ne era rivestito: ed esse emergono spoglie come quest’ultimo. [Per­ ciò non bisogna inquietarsi, ma per contro ralle­ grarsi, quando una qualche opinione fondamentale falsa, che in segreto già da molto tempo aveva eser­ citato la sua influenza, venga una buona volta espressa in modo reciso e chiaro e a voce alta: or­ mai, infatti, la falsità di essa sarà presto sentita, rico­ nosciuta e finalmente anche proclamata. Avviene qui come quando un ascesso giunge a maturazione].

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Le riviste letterarie dovrebbero alzare una diga contro lo scribacchiare senza scrupoli del nostro tempo e il conseguente diluvio sempre crescente di libri inutili e brutti, giudicandoli in modo giusto e severo, senza lasciarsi corrompere, flagellando sen­ za pietà ogni compilazione di mestieranti senza vo­ cazione, ogni scritto mediante il quale le teste vuo­ te cercano di soccorrere le tasche vuote, dunque forse i nove decimi di tutti i libri, combattendo in tal modo doverosamente contro i pruriti letterari e le

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ciurmerie, invece di secondarli facendo combutta con la loro infame tolleranza con l’autore e l’edito­ re al fine di rubare al pubblico tempo e denaro. [Di regola, gli scrittori sono professori o letterati i qua­ li, dati i loro bassi stipendi e miseri onorari, scrivo­ no per bisogno di denaro: siccome il loro fine è un fine comune, hanno anche un interesse comune, sono solidali, si sostengono reciprocamente, e ognu­ no fa le parti dell’altro: da ciò scaturiscono tutte le recensioni laudative di libri scadenti, che formano il contenuto delle riviste letterarie la cui divisa do­ vrebbe essere, perciò, «vivere e lasciar vivere!». (E il pubblico è così stupido, che preferisce leggere le cose nuove che non le buone)]. Vi è, o vi era, for­ se, fra quelle riviste, una sola che possa vantarsi di non aver mai lodato la più indegna scribacchiatura, né di aver mai biasimato o denigrato opere eccel­ lenti, oppure di non averle trattate scaltramente co­ me insignificanti per distoglierne l’attenzione? Vi è una sola di esse che abbia sempre fatto coscienzio­ samente la scelta delle opere da segnalare secondo la loro importanza e non in base a considerazioni di consorteria o di colleganza o, perfino, senza busta­ relle dell’editore? Forse che chiunque non sia un novellino, appena trova un libro troppo lodato o troppo denigrato, non va meccanicamente a vedere chi ne sia l’editore? [Si fanno continue recensioni sempre nell’interesse dell’editore invece che del pubblico]. Se, per contro, esistesse una rivista lette­ raria come quella che abbiamo richiesto, allora a ogni cattivo scrittore, a ogni compilatore senza idee, a ogni plagiatore di libri altrui, a ogni vacuo filoso­ fastro incapace e affamato di impiego, a ogni poe­ tastro bolso e vanesio, la prospettiva di essere messi subito e inesorabilmente alla gogna per le loro ope­ re raffazzonate paralizzerebbe le dita bramose di scrivere, con vera salvezza della letteratura, nella quale la roba cattiva non soltanto è inutile, ma an-

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che positivamente nociva. Ora, però, la maggior parte dei libri è cattiva e sarebbe dovuta rimanere non scritta: perciò la lode dovrebbe essere rara, quanto ora lo è il biasimo sotto l’influenza dei ri­ guardi personali e della massima « accédas socius, laudes lauderis ut absens».19’ È assolutamente sba­ gliato voler trasferire anche in letteratura la tolle­ ranza che per forza si deve usare verso le persone ottuse e senza cervello in società, dove simili tipi brulicano. Nella letteratura costoro sono, infatti, in­ trusi sfacciati, e qui disprezzare le cose cattive è un dovere verso quelle buone: per colui per il quale nulla è cattivo, nulla parimenti è buono. [In gene­ rale, nella letteratura la cortesia, che è di origine so­ ciale, è un elemento estraneo, assai spesso dannoso; poiché essa esige che la roba cattiva sia riconosciu­ ta buona, e perciò ostacola senz’altro i fini della scienza, come dell’arte]. E vero, una rivista lettera­ ria, come la voglio io, potrebbe essere scritta sol­ tanto da persone che unissero in sé onestà incor­ ruttibile con cognizioni rare, e una capacità, ancora più rara, di giudicare: secondo questo criterio, l’in­ tera Germania potrebbe al massimo produrre una sola rivista letteraria di questo genere; essa costitui­ rebbe allora un equo areopago, e ogni suo membro dovrebbe essere eletto da tutti gli altri; mentre oggi accade che le riviste letterarie sono fatte dalle cor­ porazioni universitarie, oppure da combriccole di letterati, in segreto forse perfino dagli editori, per l’utilità del commercio librario, e ospitano di rego­ la alcune coalizioni di teste scadenti al fine di im­ pedire il successo delle cose buone. In nessun cam­ po la disonestà è così grande come nella letteratu­ ra; l’ha già detto Goethe, come si può leggere più dettagliatamente nella mia Volontà nella natura (p. 22; 2‘ ed., p. 17). In primo luogo dovrebbe essere eliminato l’u­ sbergo di ogni furfanteria letteraria, l’anonimato.

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Nelle riviste letterarie l’anonimato è stato introdot­ to con il pretesto che esso dovrebbe difendere il re­ censore onesto, l’ammonitore del pubblico, dal ran­ core dell’autore e dei suoi protettori. Tuttavia, per un solo caso di questo genere, ve ne saranno un centinaio nei quali l’anonimato serve soltanto a sol­ levare da ogni responsabilità colui che non può so­ stenere ciò che dice, oppure, perfino, a celare la vergogna di colui che è abbastanza venale e infame da raccomandare caldamente al pubblico un libro cattivo, per la mancia ricevuta dall’editore. Spesso l’anonimato serve anche soltanto per celare l’oscu­ rità, la personalità insignificante e l’incompetenza di colui che giudica. [E incredibile la sfacciataggine di certi tipi, che non indietreggiano di fronte ad al­ cuna mascalzonata letteraria, quando sentono di es­ sere al sicuro sotto l’ombra protettrice dell’anoni­ mato].* Già Rousseau, nella prefazione alla Nuova Eloisa, ha detto: «tout honnête homme doit avouer les li­ vres qu’il publie». [In altre parole: «ogni persona per bene mette il proprio nome sotto quello che scrive », e proposizioni affermative generali possono essere rovesciate per contrapositionem], Quanto più ciò vale per scritti polemici, quali per la maggior parte sono le recensioni! Perciò Riemer ha perfet­ tamente ragione quando, nelle sue Comunicazioni relative a Goethe (p. xxix della prefazione), dice: «Chi affronta faccia a faccia e apertamente il suo * Come esistono medicine universali, così ciò che segue è un’ anticritica universale contro tutte le recensioni ano­ nime, che abbiano lodato cose cattive oppure denigrato cose buone: «Mascalzone, di’ il tuo nome! Poiché non vi è persona onesta che attacchi camuffata e mascherata un uomo che cammina a viso scoperto: ciò fanno soltanto i mascalzoni e i furfanti. - Dunque: Mascalzone, di’ il tuo nome! » probatum est.

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avversario è una persona onesta, moderata, con la quale è possibile mettersi d’accordo, e far pace; in­ vece un avversario nascosto è un infame e vile fur­ fante, che non ha abbastanza coraggio da professa­ re il proprio giudizio, e al quale dunque non sta a cuore nemmeno la sua stessa opinione bensì unica­ mente la gioia segreta di poter sfogare la propria meschinità, rimanendo sconosciuto e impunito». Questa sarà stata appunto anche l’opinione di Goethe: perché di solito essa si rivela nelle parole di Riemer. Ma, in generale, vale la regola di Rousseau per ogni rigo che venga dato alle stampe. Sarebbe, forse, tollerato un uomo mascherato che si mettes­ se a tenere un discorso al popolo oppure volesse parlare dinanzi a un’assemblea? O, addirittura, che si mettesse ad attaccare altre persone, ricoprendole di vituperi? Non lo metterebbero ben presto alla porta gli altri con calci poderosi? La libertà di stampa, ottenuta finalmente in Ger­ mania e di cui si è fatto subito abuso nel modo più indegno, dovrebbe essere almeno condizionata dal divieto di ogni anonimato e pseudonimato, affinché ognuno, di quello che annunzia pubblicamente ser­ vendosi del portavoce influente della stampa, sia re­ sponsabile almeno sul proprio onore, qualora ne abbia, e, se non ne ha affatto, affinché il suo nome neutralizzi il suo discorso. [Attaccare anonimamen­ te persone che non hanno scritto in modo anonimo è evidentemente un’infamia. Un recensore anoni­ mo è un furfante che non vuol rispondere di ciò che comunica oppure tace al mondo sul conto di altre persone e del loro lavoro, e perciò non vuol dire il proprio nome. E ciò viene tollerato? Non v’ha men­ zogna per quanto sfacciata che il recensore anoni­ mo rifugga dal dire: tanto non ne porta la respon­ sabilità! Ogni recensione anonima ha per fine la menzogna e l’inganno. Perciò, come la polizia non permette che la gente vada in giro mascherata, non

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dovrebbe tollerare che si scriva anoninjamente. Le riviste letterarie anonime sono appunto il luogo do­ ve impunemente l’ignoranza si erge a giudice del­ le persone dotte, e gli imbecilli si mettono a giudi­ care le persone intelligenti, e dove il pubblico, im­ punemente ingannato, viene anche derubato di tempo e denaro con l’elogio di cose scadenti]. Non è, forse, l’anonimato il baluardo sicuro di ogni fur­ fanteria letteraria, soprattutto pubblicistica? Dun­ que, è assolutamente necessario demolirlo dalle fondamenta, vale a dire fare in modo che ogni ar­ ticolo di rivista sia, in ogni caso, accompagnato dal nome del suo autore, sotto la grave responsabilità del redattore per l’autenticità della firma. Con un simile regolamento i due terzi delle menzogne sui giornali verrebbero eliminati, perché anche la per­ sona più insignificante è conosciuta dove abita, e perciò l’impertinenza di certe lingue velenose sa­ rebbe frenata. In Francia, proprio ora, si procede in questo senso. Ma, in letteratura, finché non vi sarà un tal di­ vieto, tutti gli scrittori onesti dovrebbero unirsi per colpire l’anonimo col marchio dell’estremo disprez­ zo, pronunciato pubblicamente senza tregua, gior­ no per giorno, [cercando in tutti i modi di far ca­ pire che le recensioni anonime sono azioni indegne e disoneste, che non dovrebbero essere tollerate]. Colui che scrive e polemizza anonimamente fa eo ipso presumere contro di sé che egli desideri in­ gannare il pubblico oppure attentare, senza correre pericolo, all’onore altrui. Perciò, ogni volta che si fa riferimento, sia pure di passaggio e magari senza biasimo, a un recensore anonimo, bisognerebbe ser­ virsi di epiteti come «il vile pezzente anonimo» o «il camuffato furfante anonimo della tal rivista», e così via. Questo è realmente il tono conveniente e appropriato per parlare di simili tipi, affinché passi loro la voglia di fare il proprio mestiere. E eviden­

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te, infatti, che può pretendere una qualsiasi stima personale soltanto colui che faccia sapere chi egli sia, affinché si sappia con chi si ha a che fare, ma non colui che, camuffato e mascherato, si introdu­ ca strisciando, rendendosi inoltre del tutto inutile: piuttosto una tale persona è ipso facto messa al ban­ do. Essa è 'OSvoaeùç Oîmç, Mr Nobody (il signor Nessuno) e ognuno è libero di dichiarare che Mr Nobody è un farabutto. [Perciò si deve trattare senz’altro ogni recensore anonimo, soprattutto ri­ spondendo alle critiche, come furfante e canaglia, e non già chiamarlo « lo stimatissimo signor Recenso­ re», come per viltà fanno certi autori contaminati da quella gentaglia. « Una canaglia che non vuol di­ re il suo nome»: ecco come devono dire tutti gli scrittori onesti]. E se poi qualcuno si conquista il merito di smascherare un simile farabutto, messo già alla berlina, afferrarlo per l’orecchio e denun­ ciarlo al pubblico, allora il gufo notturno accecato dalla luce desterà le risate di tutti. - Per ogni ca­ lunnia verbale che sentiamo dire, la prima reazione indignata si esprime di regola con la domanda « Chi lo dice?». - Ma qui l’anonimo non dà risposta. [Un genere di impertinenza particolarmente ri­ dicolo di simili critici anonimi è che essi, come i re, usano il « noi », quando parlano; mentre dovrebbe­ ro parlare non soltanto al singolare, ma piuttosto al diminutivo, anzi all’« umiliativo », dicendo, per esempio: « La mia miserabile dappochezza, la mia vile scaltrezza, la mia camuffata incompetenza, la mia meschina straccioneria», e via dicendo. Così devono parlare certi farabutti mascherati, simili agli orbettini che sibilano dal buco oscuro di qualche «giornahicolo letterario di provincia», ai quali final­ mente dev’essere impedito il loro mestiere. L’ano­ nimato è in letteratura ciò che le furfanterie mate­ riali sono nella comunità civile. «Fa’ conoscere il tuo nome, briccone, oppure taci! », dev’essere il

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motto. - Intanto, quando si tratta di critiche senza la firma dell’autore, si può subito sostituire il nome con l’appellativo di furfante. - Il mestiere di scrive­ re senza firma frutta magari denaro, ma non onore. Poiché negli attacchi il signor Anonimo è senz’altro il signor Mascalzone, e si può scommettere cento contro uno, che chi non vuol dire il suo nome ha intenzione di truffare il pubblico. Soltanto di libri di autori anonimi si ha diritto di fare la recensione anonima. Con la sparizione dell’anonimato verreb­ be eliminato il novantanove per cento di tutte le ca­ nagliate letterarie. Finché questo mestiere non sia proibito, bisognerebbe in ogni occasione rivolgersi al proprietario della bottega (direzione e imprendi­ tore dell’istituto per le recensioni anonime) e ren­ derlo personalmente responsabile delle colpe dei suoi salariati, e ciò con il tono che il suo mestiere ci autorizza ad adoperare. - Per conto mio dirigerei una bisca o un bordello altrettanto volentieri che un simile covo di anonimi recensori]. [Dei peccati di un recensore anonimo si deve rendere responsabile direttamente colui che pub­ blica e redige la recensione, come se l’avesse scritta lui stesso; allo stesso modo in cui rendiamo respon­ sabile il maestro artigiano per il cattivo lavoro dei suoi garzoni. E in simili occasioni bisogna trattare un tipo del genere senza complimenti, come meri­ ta il suo mestiere. - L’anonimato è furfanteria lette­ raria, contro cui si deve subito gridare: «Se tu, fur­ fante, non vuoi professarti autore di quel che dici contro altre persone, tieni chiuso il becco di calun­ niatore! ». - Una recensione anonima non ha più autorità di una lettera anonima, e perciò dovrebbe essere accolta con la stessa diffidenza con la quale si accoglie una lettera anonima. O si vorrebbe ac­ cettare come garanzia della veridicità dei suoi sala­ riati il nome di un uomo che si presta a essere diret-

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tore di tale autentica société anonyme? Al contrario ci si può rifare con lui di tutto]. [Un recensore anonimo dovrebbe subito essere considerato come un imbroglione che vuol solo in­ gannarci. Consapevoli di ciò, in tutti i periodici let­ terari onesti i recensori firmano col loro nome]. [Costui vuol ingannare il pubblico e denigrare gli scrittori: la prima cosa, in generale, per l’utile di un editore, la seconda, per placare la sua invidia]. [Insomma, bisogna far cessare la bricconata del­ le recensioni anonime]. [Vi sono critici, ognuno dei quali opina di poter stabilire che cosa è buono e che cosa è cattivo - cre­ dono infatti che la loro trombetta da bambini sia la tromba della Fama].194

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Lo stile è la fisionomia dello spirito. Essa è meno ingannevole di quella del corpo. Imitare lo stile di un altro significa portare una maschera. Per quanto possa essere bella, essa diventa, se è priva di vita, ben presto insipida e insopportabile; di modo che perfino il viso più brutto, ma vivo, è preferibile a una tale fisionomia. Appunto perciò gli scrittori che scrivono in lingua latina, imitando lo stile degli an­ tichi, somigliano in realtà a maschere: noi sentiamo, è vero, quel che essi dicono, ma non vediamo nello stesso tempo la loro fisionomia, vale a dire lo stile. Invece vediamo anche lo stile negli scritti latini dei pensatori originali, in quanto essi non si sono adat­ tati a imitare lo stile altrui, come, per esempio, Sco­ to Erigena, Petrarca, Bacone, Cartesio, Spinoza, Hobbes e altri ancora. L’affettazione nello stile può essere paragonata

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alle smorfie del viso. - La lingua nella quale si scri­ ve è la fisionomia nazionale: essa mette in evidenza molte diversità - da quella greca fino a quella dei Caraibi. [Bisogna scoprire i difetti dello stile negli scritti altrui al fine di poterli evitare nei propri].

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Per poter effettuare una stima provvisoria del va­ lore dei prodotti dell’ingegno di uno scrittore, non è propriamente necessario sapere su che cosa o che cosa egli abbia pensato; a questo fine sarebbe ne­ cessario aver letto tutte le sue opere; - invece, in un primo momento, è sufficiente sapere come egli ha pensato. Di questo come del pensare, di questo suo carattere essenziale e della sua qualità in generale, lo stile è l’esatta riproduzione. Lo stile rivela, ap­ punto, il carattere formale di tutti i pensieri di un uomo, e questo carattere rimane necessariamente sempre uguale a se stesso, non importa che cosa o su che cosa egli possa pensare. Lo stile rappresenta in un certo senso la pasta con la quale egli forma tutte le sue figure, per diverse che siano. Perciò, co­ me Eulenspiegel, a chi gli aveva chiesto quanto mancasse fino al prossimo paese, diede la risposta apparentemente assurda: «Cammina!», con l’inten­ zione di calcolare prima, in base al suo passo, quan­ ta strada avrebbe fatto in un dato tempo; parimen­ ti anch’io leggo un paio di pagine di un autore e quindi so pressappoco fin dove possa giovarmi. Nella segreta consapevolezza di ciò, ogni spirito mediocre cerca di mascherare lo stile che gli è pro­ prio e naturale. Questa aspirazione lo costringe an­ zitutto a rinunciare ad ogni ingenuità; perciò que-

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sta qualità rimane il privilegio degli spiriti superio­ ri, dotati di sentimento di sé e quindi operanti con sicurezza. Quelle teste banali, a dir la verità, non riescono assolutamente a decidersi a scrivere come pensano; perché intuiscono che in tal caso la loro roba avrebbe un aspetto piuttosto stupido. Ma sa­ rebbe già qualcosa. Se soltanto si mettessero al la­ voro onestamente e comunicassero con semplicità quanto hanno realmente pensato come l’hanno pensato, sarebbero degni di esser letti e perfino riu­ scirebbero, nella sfera a loro appropriata, a essere istruttivi. Purtroppo essi aspirano invece all’appa­ renza di aver pensato assai più e più profondamen­ te di quel che è avvenuto in realtà. Per tal ragione, presentano ciò che hanno da dire in frasi sforzate e difficili, con neologismi inventati, con periodi pro­ lissi, che girano intorno al pensiero e lo nascondo­ no. Costoro oscillano fra l’aspirazione a comunica­ re il proprio pensiero e quella a nasconderlo. Vor­ rebbero acconciarlo in modo tale da conferirgli un aspetto erudito e profondo, affinché la gente pensi che esso cela assai più di quel che si vede al mo­ mento. Perciò essi buttano giù il loro pensiero a pezzi e bocconi in brevi sentenze paradossali e am­ bigue che sembrano voler significare assai più di quel che esprimono (eccellenti esempi di questo ge­ nere ci forniscono le opere di filosofia della natura di Schelling); alle volte, invece, quegli scrittori pre­ sentano il loro pensiero in un profluvio di parole con la più insopportabile prolissità, come se occor­ ressero chissà quali sforzi miracolosi per renderne comprensibile il senso profondo, - mentre si tratta di un’idea assolutamente sciocca, magari di una ba­ nalità (Fichte, nei suoi scritti popolari, e centinaia di miserabili imbecilli che non vai la pena nomina­ re, nei loro manuali filosofici, ne forniscono esem­ pi in abbondanza); oppure si sforzano di appro­ priarsi una qualsiasi maniera di scrivere scelta a ca­

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saccio, ma che dovrebbe sembrare distinta, per esempio uno stile che sia la quintessenza della profondità e della scientificità, con il quale il letto­ re viene torturato a morte sotto l’azione narcotica di periodi tirati in lungo e vuoti di pensiero (esem­ pi di ciò li troviamo in modo particolare presso gli hegeliani, i più sfacciati di tutti i mortali, nella rivi­ sta hegeliana, vulgo «Jahrbücher der Wissenschaft­ lichen Litteratur »); oppure si sono posti come sco­ po una maniera spiritosa di scrivere, e allora sem­ bra che vogliano diventare pazzi, e così via. Tutti questi sforzi, coi quali cercano di procrastinare il nascetur ridiculus mus,'95 rendono spesso difficile il compito di estrarre dalle loro cose quel che in realtà vorrebbero esprimere. Inoltre essi scrivono anche parole, anzi periodi interi, nei quali essi stes­ si non pensano nulla, sperando, tuttavia, che un al­ tro pensi qualcosa leggendoli. Il motivo di tutti que­ gli sforzi non è se non l’aspirazione instancabile, che tenta vie sempre nuove, a spacciare parole in­ vece di pensieri, e, mediante espressioni, giri di fra­ si e composti di ogni genere, nuovi o usati in nuo­ va accezione, creare la parvenza dell’ingegno, per supplirne la mancanza, così dolorosamente avver­ tita. E divertente rilevare come, a questo fine, si ten­ ti ora questa, ora quella maniera, per usarla come maschera che rappresenti lo spirito; una maschera che, magari, per un po’ di tempo riesce a inganna­ re gli inesperti finché non viene anch’essa ricono­ sciuta appunto per la maschera morta che è, e non viene derisa e poi cambiata con un’altra. E vediamo così gli scrittori ora scrivere in uno stile ditirambi­ co, come degli ubriachi, e subito dopo, magari nel­ la pagina seguente, scrivere in modo enfatico, dan­ dosi arie di profonda e seria erudizione fino a rag­ giungere la più indigesta e pedante prolissità, simile a quella della buonanima di Christian Wolf, sebbe­ ne in panni moderni. Ma la maschera più resisten-

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te è quella della incomprensibilità, sebbene ciò av­ venga solo in Germania dove, introdotta da Fichte, essa è stata perfezionata da Schelling, e ha raggiun­ to finalmente il suo vertice con Hegel: e sempre con esito fortunatissimo. Eppure non vi è nulla di più facile che scrivere in modo che nessuno possa capire; come, invece, nulla è più difficile che espri­ mere pensieri significativi in modo che ognuno debba comprenderli. [Li astrusità è parente dell’assurdità, e ogni volta è infinitamente più probabile che essa celi una mistificazione piuttosto che una qualche intuizione profonda]. La reale presenza dello spirito rende tutti i suddetti artifici superflui: essa, infatti, permette a ognuno di rivelarsi com’è, e conferma in tutti i tempi il detto di Orazio: Scribendi recte sapere est et princípium et fons.1'16

I suddetti scrittori, invece, fanno come certi me­ tallurghi che provano un centinaio di composizioni per sostituire l’oro, che è unico ed eternamente in­ sostituibile. Piuttosto, proprio al contrario, un auto­ re nulla dovrebbe temere più del palese sforzo di far vedere più spirito di quanto non abbia; ciò, in­ fatti, risveglia nel lettore il sospetto che egli abbia assai poco spirito, perché sempre e in ogni manie­ ra si affetta di avere ciò che in realtà non si possie­ de. Appunto perciò è un elogio, quando si chiama ingenuo un autore; questa parola sottolinea, infatti, che egli può mostrarsi com’è. In generale, l’inge­ nuità riesce attraente, mentre ciò che è innaturale ripugna sempre. Noi vediamo, inoltre, che ogni ve­ ro pensatore cerca di esprimere i suoi pensieri nel modo più puro, chiaro, sicuro e conciso possibile. Corrispondentemente a ciò, la semplicità è sempre stata un indice non soltanto di verità, ma altresì di genialità. Lo stile riceve bellezza dal pensiero; al contrario, in quegli pseudopensatori i pensieri do-

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vrebbero diventare belli mediante lo stile. Non è, forse, lo stile null’altro che la silhouette del pensie­ ro? Scrivere in modo poco chiaro oppure male si­ gnifica pensare ottusamente o confusamente. Perciò la prima regola, e forse l’unica, del buono stile è che si abbia qualcosa da dire-, con questa re­ gola si va lontano! Ma trascurarla è il tratto fonda­ mentale degli scrittori di filosofia e in generale di tutti gli scrittori « riflettenti », in Germania, specialmente da Fichte in poi. In tutti quegli scrittori si può, appunto, rilevare che essi sembrano voler dire qualcosa, mentre non hanno nulla da dire. Questa maniera introdotta dagli pseudofilosofi delle uni­ versità può essere rilevata, senza eccezioni, perfino nelle prime celebrità letterarie dell’epoca. Essa è la madre dello stile strambo, vago, ambiguo, anzi po­ livalente, nonché del prolisso e pesante style empesé, non meno che dell’inutile profluvio di parole, e finalmente della contraffazione della più desolante povertà di pensieri con chiacchiere instancabili, as­ sordanti, crepitanti: e uno può leggere per ore in­ tere senza riuscire a cogliere un pensiero qualsiasi che sia chiaramente espresso e definito. Di questo genere e di questa arte si trovano esempi squisiti in quasi ogni pagina dei famigerati « Halle’sche Jahr­ bücher», poi chiamati «Deutsche Jahrbücher». [Chi ha da dire qualcosa che valga la pena di esse­ re detto non ha bisogno di celarlo dietro preziosi­ smi, frasi difficili e oscure allusioni, bensì può enunciarlo in modo semplice, chiaro e ingenuo, es­ sendo sicuro che non fallirà l’effetto. Perciò chi ri­ corre agli artifici di cui si è parlato tradisce la sua povertà di idee, di spirito, di cognizioni], - Intanto la pigrizia tedesca si è avvezzata a leggere pagine e pagine di questi venditori di parole, senza sapere precisamente che cosa mai vogliano quegli scribac­ chini; il pubblico tedesco suppone per l’appunto

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che debba essere così e non si accorge che costoro scrivono soltanto per scrivere. Invece un buono scrittore, ricco di idee, si guadagna in breve, presso il suo lettore, la fiducia che, quando parla, egli ha seriamente e realmente da dire qualcosa; e questo dà al lettore intelligente la pazienza di seguirlo con attenzione. Un simile scrittore, appunto perché ha realmente da dire qualcosa, si esprimerà sempre nel modo più semplice e reciso, perché gli sta a cuore di risvegliare nel lettore appunto quel pensiero che ha in mente proprio in quel momento, e nessun altro. Perciò avrà diritto di dire con Boileau:

Ma pensée au grand jour partout s’offre et s’expose, Et mon vers, bien ou mal, dit toujours quelque chose;1'” mentre per gli altri di cui abbiamo parlato vale il detto, sempre di Boileau, « et qui parlant beaucoup ne disent jamais rien ». Una caratteristica di costoro è anche che, se possibile, evitano tutte le espressio­ ni decise, onde potere, eventualmente, tirare la testa fuori dal laccio: perciò scelgono in tutti i casi l’e­ spressione più astratta; per contro le persone d’in­ gegno scelgono sempre l’espressione più concreta, perché essa conferisce all’oggetto la chiarezza intui­ tiva che è la sorgente di ogni evidenza. Quella pre­ dilezione per l’astratto può essere dimostrata con molti esempi: un esempio particolarmente ridicolo è l’uso che gli scrittori tedeschi di questi ultimi die­ ci anni fanno quasi dovunque del verbo «condizio­ nare», in luogo di «provocare» o «causare»; quel­ la parola, infatti, essendo più astratta e più indefini­ ta, dice di meno (cioè « non senza questo » invece di «mediante questo») e perciò lascia sempre aper­ te delle porticine di sicurezza, che piacciono a co­ loro ai quali l’intima consapevolezza di essere inca­ paci infonde una costante paura per tutte le espres­ sioni definite. Altri, invece, subiscono l’influsso della

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tendenza nazionale a imitare immediatamente nel­ la letteratura ogni stupidità, come anche ogni ma­ leducazione nella vita; e ciò risulta evidente dal ra­ pido estendersi di ambedue le cose: mentre un in­ glese, sia in ciò che scrive sia in ciò che fa, si lascia consigliare dal proprio giudizio: cosa della quale i tedeschi meno di tutti possono essere lodati. In se­ guito al fenomeno suddetto le parole « provocare » e « causare » sono quasi del tutto sparite dalla lin­ gua dei libri degli ultimi dieci anni e dovunque si parla soltanto di «condizionare». Il fatto è degno di essere menzionato, tanto è caratteristicamente ridicolo. La mancanza di spirito e la tediosità delle opere di teste comuni si potrebbero spiegare col fatto che esse parlano sempre con mezza coscienza, vale a di­ re in realtà non capiscono esse stesse le proprie pa­ role, perché sono per loro qualcosa di imparato e di accettato bello e pronto; perciò esse hanno mes­ so insieme piuttosto frasi intere {phrases banales') che non parole. [Da ciò deriva la mancanza palese, che le caratterizza, di pensieri distintamente conia­ ti; poiché manca loro proprio il conio necessario, vale a dire il chiaro pensiero autonomo: in luogo di pensieri ben espressi troviamo un tessuto indefinito, oscuro, di parole, giri di frasi banali, locuzioni lo­ gore ed espressioni alla moda. * Di conseguenza, il loro scribacchiare nebuloso somiglia a uno stampa­ to con tipi troppo usati]. Per contro le persone d’ingegno parlano, nei loro scritti, realmente a noi, e perciò riescono ad animarci e a divertirci: soltan* [Con le espressioni pertinenti, le locuzioni originali e con i giri di parole fortunati avviene quel che avviene coi vestiti: quando son nuovi, splendono e fanno molto effet­ to: ma ben presto ognuno li ricerca per sé; perciò in bre­ ve tempo si logorano e diventano scialbi, di modo che al­ la fine non producono più alcun effetto].

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to esse compongono ogni parola con piena consa­ pevolezza, con scelta e intenzione. Perciò la loro esposizione sta a quella prima descritta, come un quadro veramente dipinto sta a un quadro ottenuto mediante clichés fissi: nel discorso di un uomo d’in­ gegno troviamo in ogni parola, come in ogni pen­ nellata, un’intenzione specifica; dove manca l’inge­ gno, tutto è approntato in modo meccanico. * La stessa distinzione si può rilevare anche nella musica. Poiché, dovunque, è sempre l’onnipresenza dello spirito in tutte le parti, che caratterizza le opere del genio: essa è analoga all’onnipresenza dell’anima di Garrick in tutti i muscoli del suo corpo, rilevata da Lichtenberg.''1* Riguardo alla tediosità di certi scritti, che abbia­ mo menzionato sopra, occorre aggiungere, tuttavia, l’osservazione generale che vi sono due generi di noia: una oggettiva e una soggettiva. La noia ogget­ tiva deriva ogni volta dalla deficienza qui rilevata, vale a dire dal fatto che l’autore non ha da comu­ nicare idee o conoscenze perfettamente chiare. Co­ lui che ne ha, infatti, lavora mirando direttamente al suo scopo, che è quello di comunicare i suoi pen­ sieri, perciò egli fornisce ovunque concetti espressi chiaramente e non è né prolisso né insignificante né confuso, dunque non riesce noioso. Perfino se il suo pensiero fondamentale fosse un errore, esso è tuttavia, in questo caso, pensato chiaramente e ben ponderato, dunque almeno formalmente giusto, e grazie a ciò la sua opera conserva sempre un certo valore. Invece, per le stesse ragioni, uno scritto og* [Lo scribacchiare delle teste banali sembra essere ripor­ tato sulla carta in base a schemi già pronti, vale a dire es­ so consiste soltanto di locuzioni belle e pronte e di frasi, che sono di moda in quel dato momento, e che costoro mettono su carta senza pensarci. La testa superiore crea ogni frase appositamente per il caso specifico].

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gettivamente noioso è sempre privo di valore. - Per contro, la noia soggettiva è soltanto relativa: ne è causa la mancanza d’interesse per l’oggetto da par­ te del lettore, e questa mancanza d’interesse si spie­ ga con una certa limitatezza di quest’ultimo. Sog­ gettivamente noioso può perciò essere anche lo scritto più eccellente, s’intende per questo o quel lettore; come, viceversa, anche l’opera più scadente può essere soggettivamente divertente per questo o quel lettore, poiché si trova interessante l’argomen­ to trattato o l’autore. Sarebbe opportuno che gli scrittori tedeschi fos­ sero tutti quanti convinti che, se è vero che bisogna possibilmente pensare come uno spirito grande, bi­ sogna invece parlare la stessa lingua che parlano gli altri. [Bisogna usare parole ordinarie, ma dire cose fuori dell’ordinario: essi invece fanno il contrario]. Noi constatiamo, cioè, che essi si sforzano di invol­ gere concetti banali in parole distinte, e i loro pen­ sieri assai ordinari in espressioni tra le più incon­ suete e in locuzioni tra le più ricercate, pretenziose e bizzarre. [Le loro frasi incedono sempre su alti trampoli]. Quanto al loro gusto per l’ampollosità e, in generale, per lo stile reboante, tronfio, preten­ zioso, iperbolico e campato in aria, il loro prototipo è l’alfiere Pistol al quale l’amico Falstaff una volta grida spazientito: «Di’ ciò che hai da dire come un essere di questo mondo! ».'" - Agli amatori di esem­ pi io dedico il seguente annuncio: «Fra breve ap­ parirà presso la nostra casa editrice: Fisiologia, pa­ tologia e terapia teorico-pratica scientifica dei feno­ meni pneumatici noti col nome di flatulenze. Si tratta di una esposizione sistematica dei suddetti fe­ nomeni nei loro nessi organici e causali, secondo il loro carattere e la loro essenza, corredati di tutti i momenti genetici, esterni e interni, che li condizio­ nano, in tutta la pienezza delle loro manifestazioni

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e attivazioni, sia per la conoscenza umana in gene­ rale, sia per quella scientifica; l’opera è una libera versione corredata da note di rettifica e excursus esplicativi, del libro francese L’art de péter». Per style empesé non si trova in tedesco alcuna espressione esattamente corrispondente; tanto più spesso s’incontra però la cosa stessa. Se unito alla preziosità, esso è nei libri quello che nelle relazioni sociali è la gravità affettata, un contegno altero e le­ zioso, ed è altrettanto insopportabile. La povertà di spirito si veste volentieri di simili atteggiamenti, co­ me nella vita la stoltezza ama apparire nelle vesti della gravità e della formalità. Colui che scrive in modo affettato somiglia a co­ lui che si mette in ghingheri per non essere scam­ biato e confuso col volgo; è questo un pericolo che il gentleman non corre mai, anche se indossa l’abi­ to più misero. Come, perciò, da un eccesso di ghin­ gheri e dal tiré à quatre épingles si riconosce il tipo plebeo, così lo stile prezioso rivela la testa volgare. Nondimeno, è sbagliato voler scrivere proprio co­ me si parla. Piuttosto, ogni stile di scrittura deve ri­ velare una certa affinità con lo stile lapidario, che è infatti l’antenato di tutti gli stili. Il voler scrivere co­ me si parla è quindi da biasimare tanto quanto il suo contrario, cioè il voler parlare come si scrive; il che riesce pedantesco e nello stesso tempo difficile per la comprensione. L’oscurità, la mancanza di chiarezza nell’espres­ sione è sempre e dovunque un sintomo assai brut­ to. Poiché in novantanove casi su cento essa deriva dalla mancanza di chiarezza nel pensiero, che a sua volta deriva quasi sempre dalla sua originaria in­ congruenza, inconsistenza e dunque inesattezza. Quando in una testa sorge un pensiero giusto, cer­ ca subito la chiarezza e la raggiungerà ben presto: ciò che è pensato in modo chiaro trova facilmente l’espressione adeguata. Ciò che un uomo riesce a

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pensare si lascia sempre esprimere in parole chiare, comprensibili e non ambigue. Coloro che combina­ no discorsi difficili, oscuri, confusi e ambigui sicu­ ramente non sanno affatto ciò che vogliono dire, ma ne hanno soltanto un’oscura consapevolezza che ancora si sforza di trovare un pensiero: spesso però essi vogliono celare a loro stessi e ad altri che in realtà non hanno nulla da dire. Essi vogliono, co­ me Fichte, Schelling e Hegel, aver la parvenza di sa­ pere ciò che non sanno, di pensare ciò che non pensano e di dire ciò che non dicono. Se uno ha da comunicare una cosa giusta, si sforzerà di parlare in modo non chiaro oppure in modo chiaro? - [Già Quintiliano lo dice (Jnstit., libro II, cap. 3): «plerumque accidit ut faciliora sint ad intelligendum et lucidiora multo, quae a doctissimo quoque dicuntur ... Erit ergo etiam obscurior, quo quisque deterior ».20° Parimenti non bisogna esprimersi in modo enig­ matico, ma sapere se si vuole o no dire una cosa. La mancanza di precisione nell’espressione rende così indigesti gli scrittori tedeschi. Si può fare eccezione solo nei casi in cui si ha da comunicare qualcosa di proibito per una qualsiasi ragione]. Come ogni eccesso tendente a un effetto produ­ ce di solito il contrario di ciò a cui si mirava, così le parole servono, in verità, a rendere comprensibili i pensieri, ma solo fino a un certo punto. Quando si ammassano al di là di questo punto, esse rendono sempre più oscuri i pensieri da comunicare. Co­ gliere nel segno quel punto è compito dello stile e riguarda la capacità di giudizio: poiché ogni parola superflua agisce proprio in modo contrario al suo scopo. In questo senso dice Voltaire: « l’adjectif est l’ennemi du substantif ».201 [Purtroppo, molti scritto­ ri cercano di nascondere la loro povertà di pensie­ ri proprio sotto la sovrabbondanza di parole]. Perciò bisogna evitare ogni prolissità e non in­

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trecciare nel discorso osservazioni insignificanti che non valgono la pena di essere lette. Bisogna far ri­ sparmiare al lettore tempo, sforzo e pazienza; con ciò si otterrà da lui la fiducia che quanto è stato scritto è degno di essere letto con attenzione e che la sua fatica sarà ricompensata. E sempre meglio omettere qualcosa di buono che non aggiungere cose insignificanti. [Qui trova la sua giusta applica­ zione il detto di Esiodo itXéov tinun> navtôç ( Opera et dies, V. 40). In generale, non occorre dire tutto: « Le secret pour être ennuyeux, c’est de tout dire»2"'-']. Dunque, enunciare, quando è possibile, soltanto quintessenze, soltanto cose fondamentali, non dire nulla di ciò che il lettore potrebbe pensare anche da sé. - Dire molte parole e comunicare pochi pen­ sieri è dovunque segno infallibile di mediocrità; in­ vece segno di testa eccellente è il saper rinchiudere molti pensieri in poche parole. La verità quando è nuda è più bella, e l’impres­ sione che essa fa è tanto più profonda quanto più semplice ne è l’espressione; in parte, perché essa, allora, assorbe senza ostacoli l’intero animo dell’a­ scoltatore non distratto da pensieri secondari; in parte, perché egli sente che qui non è ingannato né corrotto da artifizi retorici; bensì l’effetto è dovuto tutto alla cosa stessa. Per esempio, quale declama­ zione sulla nullità dell’esistenza umana potrà fare più impressione delle parole di Giobbe: « Homo, natus de muliere, brevi vivit tempore, repletus multis miseriis, qui, tanquam flos, egreditur et conteritur, et fugit velut umbra».21” - Appunto perciò la poesia ingenua di Goethe è senza paragone più no­ bile della poesia retorica di Schiller. Questo spiega anche la grande efficacia di alcuni canti popolari. Perciò, come in architettura bisogna evitare un or­ nato sovraccarico, così nelle arti del linguaggio bi­ sogna evitare ogni ornamento retorico non neces­ sario, tutte le amplificazioni superflue e, in genera­

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le, ogni sovrabbondanza nell’espressione, dunque bisogna industriarsi per uno stile casto. Tutto ciò che non è indispensabile nuoce all’efficacia. La leg­ ge della semplicità e dell’ingenuità, che va d’accor­ do anche col contenuto più sublime, vale per tutte le belle arti. [La mancanza di spirito assume tutte le forme per nascondersi; essa si riveste di frasi gonfie e am­ pollose, di un tono di superiorità e di distinzione e di centinaia di altre forme; soltanto Y ingenuità non l’attira: perché qui rimarrebbe subito spoglia e do­ vrebbe smerciare null’altro che stoltezza. Perfino una buona testa non può essere ingenua, perché apparirebbe arida e scarna. Perciò Y ingenuità rima­ ne la veste che onora il genio, come la nudità la bel­ lezza] . La genuina concisione dell’espressione consiste nel saper dire in ogni caso soltanto ciò che è degno di essere detto, evitando per contro tutte le discus­ sioni prolisse intorno a ciò che ognuno può pensa­ re e distinguendo rettamente fra il necessario e il superfluo. Invece non bisogna mai sacrificare la chiarezza, e tanto meno la grammatica, alla conci­ sione. E una deplorevole dissennatezza indebolire l’espressione di un pensiero o addirittura oscurare o immeschinire il senso di un periodo, per riuscire ad adoperare qualche parola in meno. Ma proprio questa è la tendenza alla falsa concisione che oggidì è talmente di moda e che consiste nell’eliminare ciò che serve allo scopo, anzi che è necessario dal punto di vista della grammatica o della logica. In Germania gli scadenti scribacchini dei nostri giorni sono presi da quella moda come da una mania, e la esercitano in modo incredibilmente insensato. Non soltanto essi, per risparmiare una parola [e prende­ re due piccioni con una fava], fanno servire un so­ lo verbo o un solo aggettivo per parecchi periodi di­

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versi nello stesso tempo - precedenti e seguenti che si è costretti a leggere tutti quanti senza capirli e come brancolando nel buio finché non venga finalmente la parola conclusiva ad aprirci gli occhi; ma anzi essi cercano anche, risparmiando in modo del tutto inopportuno altre parole, di ottenere ciò che la loro mente limitata intende per brevità di espressione e pregnanza di stile. Parimenti, omet­ tendo per economia una parola, che d’un tratto avrebbe potuto illuminare un periodo, ne fanno un enigma da chiarire con ripetute letture. In partico­ lare, presso di loro sono proscritte le particelle «wenn » e « so », che vengono ovunque sostituite pre­ ponendo il verbo, senza la necessaria distinzione, certo troppo sottile per teste della loro fatta, dove questa costruzione sia opportuna e dove no: donde derivano spesso non solo durezza e affettazione pri­ ve di gusto ma anche incomprensibilità del discor­ so. [Dello stesso genere è uno strafalcione oggi pre­ diletto, che risulterà evidente dall’esempio seguen­ te: per dire « käme er zu mir, so würde ich ihm sagen » eccetera, i nove decimi degli imbrattacarte d’oggi scrivono: «würde er zu mir kommen, ich sag­ te ihm... », la qual frase è non solo goffa ma anche sbagliata, giacché solo un periodo interrogativo può cominciare con « würde », mentre una proposizione ipotetica può cominciare così tutt’al più al presen­ te, mai al futuro]. Ma il loro talento nella concisio­ ne del discorso non va mai oltre il conto delle pa­ role e l’invenzione di trucchi per eliminarne a qual­ siasi costo una, oppure anche soltanto una sillaba. Soltanto in ciò, costoro ricercano la lapidarietà del­ lo stile e la succosità dell’esposizione. [Così qualsia­ si sillaba, il valore logico, o grammaticale, o eufonico della quale sfugga alla loro ottusità, sarà sveltamen­ te amputata; e basta che un asino abbia compiuto questo gesto eroico, perché cento altri lo imitino giubilanti. E nessuno fa opposizione! Nessuno si op-

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pone all’imbecillità; anzi, se uno ha fatto un’auten­ tica asineria, gli altri la ammirano e si affrettano a imitarla]. Per conseguenza, questi ignoranti imbrat­ tacarte sono riusciti, tra il 1840 e il 1850, a bandire completamente dalla lingua tedesca il perfetto e il piuccheperfetto; sempre per amore di brevità, lo so­ stituiscono ovunque con l’imperfetto, di modo che quest’ultimo rimane l’unico preterito della nostra lingua, e ciò a spese, non soltanto di ogni più ele­ gante esattezza, o anche solo della bontà grammati­ cale della frase; no, spesso a spese di qualsiasi sen­ so comune, giacché ne derivano pure assurdità. [Perciò, tra tutte le perversioni linguistiche, questa è la più abietta, perché nuoce alla logica e quindi al senso del discorso: essa è un 'infamia linguistica]. Vorrei scommettere che tra i libri usciti in questi ul­ timi dieci anni se ne trovano di quelli nei quali non compare mai un piuccheperfetto, anzi forse neppu­ re un perfetto. [Ritengono davvero questi signori che imperfetto e perfetto abbiano lo stesso significa­ to, sì da poter adoperare promiscue l’uno e l’altro? - Se è così, bisognerà procurar loro un posto in pri­ ma liceo. Che sarebbe degli antichi autori, se aves­ sero scritto con tanta trascuratezza?]. Questo sacri­ legio è commesso quasi senza eccezione in tutti i giornali e per lo più anche nelle riviste scienti­ fiche,* poiché, come si è detto, in Germania, qual­ siasi imbecillaggine in letteratura e qualsiasi cattiva maniera nella vita trovano schiere di imitatori, e * [Nelle « Göttinger Anzeigen », che si autodefiniscono «gelehrt», ho perfino trovato (febbraio 1856) invece del piuccheperfetto congiuntivo, semplicemente necessario per dare un senso alla frase, sempre per amore di bre­ vità, il semplice imperfetto, così hanno scritto «er schien », mentre si doveva scrivere «er würde geschienen haben ». Non ho potuto fare a meno di esclamare: « Mi­ serabile straccione! »].

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nessuno osa fare di testa propria, appunto perché, non lo posso nascondere, la capacità di giudizio non è a casa, ma in visita dal vicino. - [Tra tutte le infamie che oggi vengon perpetrate contro la lin­ gua tedesca, questa eliminazione del perfetto che viene sostituito con l’imperfetto è la peggiore. Essa infatti colpisce direttamente la logicità del discorso, ne distrugge il senso, annulla differenze fonda­ mentali, e fa dire cose diverse da quelle che si vo­ gliono dire. In tedesco bisogna mettere il perfetto e l’imperfetto solo dove anche in latino si mette­ rebbero: nelle due lingue, infatti, vale lo stesso principio fondamentale: distinguere l’azione im­ perfetta, ancora in corso, da quella perfetta, già completamente nel passato]. Con la detta estirpa­ zione di questi due tempi importanti, una lingua scende praticamente al livello delle più rozze. [Mettere l’imperfetto al posto del perfetto è un peccato non solo contro la grammatica della lingua tedesca, ma anche contro la grammatica universale di tutte le lingue]. Ci sarebbe bisogno, perciò, di istituire una piccola scuola di lingua per scrittori te­ deschi, nella quale si insegnasse la differenza tra imperfetto, perfetto e piuccheperfetto, ma insieme anche la differenza tra genitivo e ablativo, dato che sempre più diffusamente si mette il primo al posto del secondo, e si scrive senza pensarci su, per esem­ pio, « das Leben von Leibniz » e « der Tod von An­ dreas Hofer» invece di «Leibnizens Leben», «Ho­ fers Tod». Come sarebbe accolto in altre lingue uno strafalcione del genere? Che direbbero, per esempio, gli italiani se uno scrittore scambiasse «di» e «da» (cioè genitivo e ablativo)?! Ma, sicco­ me in Francia tutte e due queste particelle sono rappresentate dall’ottuso « de » e le conoscenze lin­ guistiche moderne di coloro che in Germania scri­ bacchiano libri non vanno di solito oltre una mo­ derata conoscenza del francese, ecco che costoro

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credono di poter affibbiare alla lingua tedesca quella francese carenza, e, come al solito quando si commettono stoltezze, trovano consenso e imi­ tazione.* [Per la stessa ragione rispettabile, sicco­ me il francese, a causa della sua povertà, deve sop­ perire con la preposizione « pour » a quattro o cin­ que preposizioni tedesche, i nostri scervellati imbrattacarte mettono dappertutto «für» dove oc­ correrebbero «gegen», «um», «auf», o altre pre­ posizioni o, anche, nessuna preposizione, solo per scimmiottare il francese «pour pour»: e si è giun­ ti a un punto tale, che la preposizione « für » è messa al posto sbagliato cinque volte su sei.** Un * [ìd ablativo con «von» è letteralmente diventato sino­ nimo del genitivo: ciascuno opina di poter scegliere ciò che crede. Un po’ alla volta esso prenderà il posto del genitivo e si scriverà francotedesco. Ma questa è una ver­ gogna: la grammatica ha perduto qualsiasi autorità, e al suo posto è subentrato l’arbitrio degli scribacchini. - Il genitivo viene espresso in tedesco mediante «des» e «der», mentre «von» indica l’ablativo: prendetene no­ ta, signori miei, una volta per tutte, se volete scrivere in tedesco e non in un gergo francotedesco].

** [«Für» diventerà ben presto l’unica preposizione in tedesco: l’abuso che se ne fa non conosce limiti. « Liebe für Andere », invece che zu. « Beleg für x » inve­ ce che zu. «Wird für die Reparatur der Mauern ge­ braucht » invece che zur. « Professor für Physik » invece di der. «Ist für die Untersuchung erforderlich», invece di zur. «Die Jury hat ihn für schuldig erkannt»: abundat. «Für den 12ten dieses erwartet man den Herzog», invece di am oppure zum. «Beiträge/űr Geologie», inve­ ce di zur. «Rücksicht für Jemanden », invece di ge­ gen. «Reif für etwas», invece di zu. «Er braucht es für seine Arbeit», invece di zm. «Die Steuerlast für uner­ träglich finden», «Grund für etwas», invece di zu. «Liebe für Musik», invece di zur. «Dasjenige was früher für nöthig erschienen, jetzt... » («Postzeitung»):

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gallicismo è anche mettere «von» invece di «aus». Rovinosi gallicismi sono frasi come « diese Men­ schen, sie haben keine Urtheilskraft», invece di «diese Menschen haben keine Urtheilskraft», e in generale l’introduzione della misera grammatica di quel patois rimediato che è il francese nella tan­ to più nobile lingua tedesca - e non, come opina­ no certi gretti puristi, l’introduzione di singole pa«für nöthig finden, erachten» si trova quasi senza ecce­ zione in tutti i libri e i giornali degli ultimi dieci anni, ma è uno strafalcione che, quand’ero giovane, nessun allievo di terza liceo si sarebbe fatto rimproverare; giac­ ché in tedesco si dice « nöthig erachten » - e invece « für nöthig halten ». Se uno di questi scribacchini ha bisogno di una preposizione, non ci pensa su due volte, e subito adopera «für», qualunque cosa debba indicare. Solo questa preposizione dev’essere conservata e rappresentare tutte le altre. - «Gesuch für die Gestattung», invece di um. «Für die Dauer», invece di auf. «Für den Fall», in­ vece di auf. « Gleichgültig für«, invece di gegen. «Mitleid für mich», invece di mit mir (nella risposta a una critica!). - « Rechenschaft für eine Sache geben », invece di von. « Dafür befähigt », invece di dazu. « Für den Fall des To­ des des Herzogs muss sein Bruder auf den Thron kom­ men », invece di im. « Für Lord R. wird ein neuer engli­ scher Gesandter ernannt werden », invece di an Stelle. «Schlüssel für das Verständnis», invece di zum. «Die Gründe für diesen Schritt», invece di zu. «Ist eine Beleidigung für den Kaiser», invece che des Kaisers. « Der König von Korea will an Frankreich ein Grundstück für eine Niederlassung abtreten» («Postzeitung»), significa in tedesco che la Francia dà al re una colonia in cambio di (für) un appezzamento di terra! - « Er reist für sein Vergnügen », invece di zum. « Er fand es für zweckmässig («Postzeitung»). - «Beweis für», invece di «Beweis der Sache». «Ist nicht ohne Einfluss für die Dauer des Le­ bens», invece di auf (prof. Suckow di Jena). - «Für eini­ ge Zeit verreist»! (Für significa pro e può essere adopera­ ta solo dove in latino può stare pro). - « Indignation für die Grausamkeiten», invece di gegen («Postzeitung»).

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role straniere: queste vengono assimilate e arric­ chiscono la lingua. Quasi la metà delle parole te­ desche deriva dal latino, anche se rimane incerto quali parole siano state realmente prese dai roma­ ni e quali invece vengano dalla madre comune, il sanscrito]. - La proposta scuola di lingua potreb­ be anche bandire dei temi a premio, per esempio chiarire la differenza tra le due frasi « sind Sie ge­ stern im Theater gewesen? » e « waren Sie gestern im Theater? ». Un altro esempio di falsa concisione ce lo forni« Abneigung für», invece di gegen. « für schuldig erken­ nen», o anche «erklären»: ubi abundat. «Das Motiv dafür», invece di dazu. « Verwendung für diesen Zweck», invece di zu. «Unempfindlichkeit für Eindrücke », invece di gegen. - Titolo: « Beiträge für die Kunde des Indi­ schen Alterthums», invece di zur. - «Die Verdienste un­ sere Königs für Landwirtschaft, Handel und Gewerbe », invece di um (« Postzeitung »).« Ein Heilmittel für ein Übel », invece di gegen. - « Neues Werk: das Manu­ skript dafür ist fertig», invece di dazu. «Schritt für Schritt », invece di vor, lo scrivono tutti, ma è privo di senso. - «Freundschaftliche Gesinnung für», invece di gegen. Perfino «Freundschaft für Jemand » è sbagliato: si deve dire gegen-, questa preposizione in tedesco signifi­ ca infatti sia adversus, sia contra. «Unempfindlichkeit für den Schmerzensruf », invece di gegen. - « Er wurde für todt gesagt»! - «für würdig erachten»: ubi abundat. «Eine Maske erkannte er für den Kaiser», invece di als. «Für einen Zweck bestimmt», invece di zu. - «Dafür ist es jetzt noch nicht an der Zeit», invece di dazu. «Sie erleiden eine für die jetzige Kälte sehr harte Behand­ lung», invece di bei. - «Rücksicht für Ihre Gesund­ heit», invece di auf. «Rücksicht für Sie», invece di gegen. - «Erfordernis für den Aufschwung», invece di zu. «Neigung und Beruf für Komödie», invece di zur. Le ultime due frasi le ha scritte un famoso germanista (J. Grimm, Rede über Schiller, secondo l’estratto dei « Litterarische Blätter», gennaio I860)].

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see l’uso errato, un po’ alla volta divenuto universa­ le, della parola «nur». Com’è noto essa ha un si­ gnificato decisamente limitativo, vuol cioè dire « nicht mehr als », « non più di ». Ora io non so chi sia stato l’imbecille che per primo l’abbia usata nel senso di « nicht anders als », « non diversamente da », che esprime un’idea del tutto diversa; ma, a causa del risparmio di parole che se ne ricavava, quello strafalcione è stato subito imitato col massimo zelo; tanto che oggi l’uso errato di quella parola è di gran lunga il più diffuso, sebbene spesso in tal mo­ do si venga a dire il contrario di ciò che lo scribac­ chino intende. [Per esempio: «ich kann es nur lo­ ben » vuol dire in tedesco « posso solo lodarlo » (dunque non compensarlo, imitarlo); così «ich kann es nur missbilligen », in tedesco vuol dire che mi limito a disapprovarlo (e non lo punisco)]. Un altro errore è l’uso avverbiale, oggi universale, di certi aggettivi come «ähnlich», «einfach», che, seb­ bene si possano addurre alcuni esempi antichi, mi suona sempre assai male.* * [In nessuna lingua infatti ci si permette di adoperare senz’altro come avverbi gli aggettivi. Che si direbbe se un autore greco scrivesse ôpotoç invece di ô|ioiœç, âtrXoûç invece di âttXœç? Oppure nelle altre lingue: invece di similiter similis pareillement pareil likely like somigliante somigliantemente simpliciter simplex simplement simple simple simply semplicemente semplice Solo in Germania non si fanno tanti complimenti, ma si tratta la lingua secondo il proprio capriccio e la pro­ pria miopia e ignoranza - e ciò del resto corrisponde alla fisionomia nazionale, così intelligente, dei tedeschi. Queste cose non sono piccolezze: si tratta della cor-

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[Infatti, dovunque è possibile, bisogna distingue­ re l’aggettivo dall’avverbio, quindi non scrivere «si­ cher», quando si vuole dire «sicherlich». * In gene­ rale non si deve mai sacrificare, in nessun caso, la minima parte di determinatezza e precisione dell’e­ spressione alla concisione: è proprio la capacità di chiarezza che conferisce a una lingua il suo valore, in quanto mediante essa si riesce a esprimere con precisione e senza ambiguità ogni sfumatura, ogni modulazione di un pensiero, e dunque lo si pre­ senta come rivestito di un umido panneggio e non del saio, nella qual cosa appunto consiste lo stile bello, vigoroso e pregnante che fa il classico. E pro­ prio la possibilità di questa determinatezza e preci­ sione dell’espressione va completamente perduta a causa dello sminuzzamento della lingua mediante l’amputazione di prefissi e suffissi, nonché delle sil­ labe che distinguono l’avverbio dall’aggettivo, l’o­ missione degli ausiliari, l’uso dell’imperfetto invece del perfetto, eccetera, eccetera, questa dilagante monomania che ha invaso oggi la letteratura tede­ sca, e tutti, tutti e poi tutti, senza che alcuno si opruzione della grammatica e dello spirito della lingua per opera di indegni imbrattacarte, nemine dissentiente. I cosiddetti dotti, che vi si dovrebbero opporre, gli uomini di scienza, gareggiano invece con i letterati delle riviste e dei giornali: è tutta una gara fra imbecillità e mancanza d’orecchio. La lingua tedesca è tutta messa a soqquadro: tutti le mettono le mani addosso, qualsiasi lurido imbrat­ tacarte le si scaglia addosso]. * [«Sicher» invece di «gewiss»; è un aggettivo il cui avverbio suona «sicherlich». Non dev’essere adoperato adverbialiter al posto di «gewiss» come oggi universal­ mente avviene, senza alcun fondamento. Solo i tedeschi e gli ottentotti si permettono cose del genere: scrivono «sicher» invece di «sicherlich » e poi in­ vece di «gewiss»].

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ponga, vi si abbandonano a gara, con una dissen­ natezza quale in Inghilterra, Francia e Italia mai po­ trebbe diventare universale. E come se, per pressar­ la in un pacco, si facesse a brandelli una stoffa pre­ ziosa: la lingua viene così trasformata in un miserabile gergo quasi incomprensibile, e ben pre­ sto tale sarà la lingua tedesca]. Quella tendenza alla concisione malintesa si rive­ la però nel modo più clamoroso nella mutilazione di parole singole. Facitori di libri che lavorano a giornata, letterati spaventosamente ignoranti e gior­ nalisti venali tosano le parole tedesche da ogni par­ te come fanno i truffatori con le monete; e tutto questo per la prediletta concisione - come loro la intendono. In questa smania somigliano ai chiac­ chieroni sfrenati, i quali, per poter sbavare in breve tempo e in un solo respiro il più possibile, ingoia­ no lettere e sillabe e, appena prendendo fiato, sgra­ nano affannosamente le loro frasi pronunciando le parole solo a metà. Nello stesso modo costoro, per mettere molte cose in poco spazio, amputano lette­ re dall’interno e sillabe intere in fondo e in cima al­ le parole. Prima di tutto, infatti, vengono strappate via tutte le vocali doppie e le « h » di prolungamen ­ to, che sono così utili alla prosodia, alla pronuncia e all’eufonia; ma poi si passa a minare tutto quanto in un modo qualsiasi può essere tolto. Precipua­ mente la furia vandalica dei nostri maniaci della la­ conicità si è rivolta alle sillabe finali « ung » e «keit», solo perché non ne intendono né sentono il significato, e nella loro grossa cervice sono ben lontani dall’afferrare il fine tatto con cui i nostri an­ tenati, nel loro creativo istinto linguistico, hanno dovunque adoperato quella modulazione sillabica: in quanto essi, cioè, mediante «ung» distingueva­ no, di solito, il soggettivo, l’azione, dall’oggettivo, dall’oggetto dell’azione; mediante «keit» invece esprimevano l’elemento durevole, le qualità perma-

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nenti: così, per il primo, dicevano: « Tödtung, Zeu­ gung, Befolgung, Ausmessung, eccetera», per il se­ condo: « Freigebigkeit, Gutmüthigkeit, Freimüthigkeit, Unmöglichkeit, Dauerhaftigkeit, eccetera». Basta per esempio considerare le parole « Entschliess­ ung, Entschluss, Entschlossenheit». Ma, troppo ottusi per intendere tutto ciò, i nostri « attuali » rozzi correttori della lingua scrivono per esempio «Freimuth»; ma allora dovrebbero scrivere anche «Gutmuth» e «Freigabe», come pure «Ausfuhr» invece di «Ausführung», «Durchfuhr» invece di «Durchführung». [Giustamente si dice «Beweis», ma non, invece, «Nachweis», come hanno corret­ to i nostri ottusi imbecilli, bensì «Nachweisung»: perché « Beweis » è una prova oggettiva (perciò si dice « mathematischer Beweis, faktischer Beweis, unwiderleglicher Beweis », e così via), invece la « Nachweisung » è qualcosa di soggettivo, di deri­ vante cioè dal soggetto, l’azione del dimostrare]. Essi scrivono continuamente «Vorlage» anche quando non s’intende, come questa parola vuol di­ re, il documento da presentare (das vorzulegende Dokument), bensì s’intende l’azione del presentare, dunque la «Vorlegung», e la differenza è analoga a quella tra «Beilage» e «Beilegung», «Grund­ lage» e «Grundlegung», «Einlage» e «Einle­ gung», «Versuch» e «Versuchung», «Eingabe» e «Eingebung», * e cento altre simili parole. Ma quando perfino le autorità giudiziarie sanzionano la dilapidazione della lingua, scrivendo non soltan­ to «Vorlage» per «Vorlegung», ma anche «Voll* [«Zurückgabe» invece di «Zurückgebung»; come «Hingebung», «Vergebung». «Vollzug» invece di «Vollziehung». «Gabe» è la cosa data, «Gebung» è l’atto del dare. Queste sono le finezze lessicali della lin­ gua!].

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zug» per «Vollziehung» * [e decretano di compari­ re «in Selbstperson», cioè in persona propria, non ** altrui], allora non ci può meravigliare di vedere ben presto un giornalista riferire sullo « Einzug ei­ ner Pension », - con il che egli intende parlare del­ la riscossione (Einziehung) della pensione, che di conseguenza non tarderà a fare il suo ingresso (Ein­ zug). Certamente egli ha perduto quella saggezza della lingua che parla di estrazione (Ziehung) di una lotteria e invece di marcia (Zug) di un eserci­ to. Ma che cosa si può pretendere da un simile gaz­ zettiere se perfino i dotti « Heidelberger Jahrbü­ cher» (n. 24, 1850) parlano di «Einzug seiner Gü­ ter»? L’unica scusa potrebbe essere che a scrivere così è stato un semplice professore di filosofìa. Mi meraviglio di non avere ancora trovato « Absatz » in­ vece di «Absetzung», *** scambio che potrebbe dar * («Ein Vergleich zwischen den Niederlanden und Deut­ schland» (« Heidelberger Jahrbücher »), con ciò si inten­ de non un compromesso ma un confronto ( Vergleichung) ]. ** [Le autorità giudiziarie scrivono « Ladung » invece di «Vorladung»: ma soltanto i fucili e le navi hanno una carica o un carico (Ladung)', così gli invitati hanno un invito (Einladung) e i tribunali la citazione (Vorla­ dung). Le autorità giudiziarie dovrebbero sempre ricor­ dare che alla loro capacità di giudizio sono affidati i beni e la vita delle persone, perciò non dovrebbero compro­ metterla inutilmente. In Inghilterra e in Francia si è stati più intelligenti anche sotto questo riguardo, e si conserva ancora l'antico stile cancelleresco. Perciò quasi ogni decreto comincia con «whereas» o «pursuant to»]. *** [«Ausfuhr» invece di «Ausführung» e «Empfang» invece di « Empfängnis » o addirittura « der Abtritt dieses Hauses» invece di «die Abtretung dieses Hauses», che sarebbe coerente quanto degno di questi « migliora­ tori » della lingua.2W «Ersatz» invece di «Ersetzung», «Hingabe» invece di «Hingebung» - allora devono scrivere anche «Ergäbe» invece di «Ergebung».

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luogo a divertenti equivoci. Ma in un giornale mol­ to letto ho trovato davvero, e più di una volta, «Un­ terbruch» invece di «Unterbrechung», la qual pa­ rola può far pensare che si voglia intendere l’ernia comune, distinguendola da quella inguinale (Leistenbruch). [«Verband» (che vale solo in senso chi­ rurgico) invece di «Verbindung». - «Dichtheit» in­ vece di «Dichtigkeit». «Mitleid» invece di «Mitlei­ denschaft», «Uber» invece di «Übrig», «ich bin gestanden» invece di «ich habe gestanden», «mir erübrigt» invece di «mir bleibt übrig», «Nieder» invece di «Niedrig», «Abschlag» invece di «ab­ schlägiges Wort» (Benfey nelle « Göttingische Gelherte Anzeigen»), - «Die Frage ist von» invece Invece di «sorgfältig», un tale scrive «sorglich», ma deve formarsi da «Sorgfalt» non da « Sorge ». Jakob Grimm scrive «Einstimmungen» invece di «Überein­ stimmungen », nella sua piccola opera Über die Namen des Donners, 1855 (secondo un passo citato dal « Centralblatt»): in tal modo vengono identificati due concetti completamente diversi e lontani fra loro} Che cattivo tedesco quello dei Grimm nello Armer Heinrich} (Sono asini i quali - horribile dictu - non hanno orecchie!). Come posso nutrire rispetto verso un simile germanista, anche se le lodi incessanti che da trent’anni gli sono di­ spensate avrebbero potuto infondermelo? - Leggete, guardate quale lingua Wìnckelmann, Lessing, Klopstock, Wieland, Goethe, Bürger, Schiller hanno parlato, e sfor­ zatevi di imitar quella e non, invece, il gergo stupida­ mente inventato dagli odierni letterati straccioni e dei professori che vanno a scuola di lingua da loro. - In un settimanale assai letto (il «Kladderadatsch») ho trovato «schadlos» per «unschädlich»! Lo scribacchino aveva contato le lettere e, per la contentezza di risparmiarne, non si accorse di dire esattamente il contrario di ciò che avrebbe voluto dire, cioè il passivo invece dell’attivo. In tutti i tempi e luoghi la corruzione della lingua è stata il costante corrispettivo e l’infallibile sintomo del­ la decadenza della letteratura, e lo è anche oggi].

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di nach. - E, in Germania, basta che una volta sola qualcuno si lasci sfuggire una imbecillaggine di que­ ste perché subito altri cento imbecilli vi si precipiti­ no sopra, come se fosse una scoperta, e la adottino: invece di metterla alla berlina, come si dovrebbe fa­ re se ci fosse giudizio. Jù infame spilorceria in fatto di sillabe minaccia di rovinare la lingua. In un giorna­ le ho trovato il mostro « behoben » per « aufgeho­ ben»! Non indietreggiano davanti a nessuna assur­ dità, purché ci sia da guadagnare una sillaba]. Eppure proprio i giornali avrebbero, meno di tutti, motivo di accorciare le parole, giacché quanto più esse sono lunghe, tanto meglio inzeppano le lo­ ro colonne, e, se ciò avviene per opera di qualche innocente sillaba in più, in compenso esse spedi­ ranno per il mondo qualche bugia in meno. Ma qui voglio che si rifletta seriamente sul fatto che alme­ no i nove decimi delle persone che sanno leggere non leggono altro che giornali e per conseguenza, quasi inevitabilmente, formano la loro ortografia, la loro grammatica e il loro stile su di essi, e addirit­ tura, nella loro sprovvedutezza, ritengono queste sconciature della lingua laconicità dell’espressione, elegante agilità e intelligente correzione: anzi, per i giovani dei ceti incolti, il giornale, dato che è stam­ pato, vale come un’autorità. Perciò con tutta serietà lo Stato dovrebbe provvedere affinché i giornali sia­ no assolutamente irreprensibili dal punto di vista della lingua. Si potrebbe, a questo scopo, istituire un censore delle cose già stampate, il quale invece di percepire uno stipendio dovrebbe farsi dare da coloro che scrivono sui giornali, come sportula, un luigi d’oro per ogni parola mutilata o non riscon­ trabile presso alcun buono scrittore e così pure per ogni errore di grammatica o anche solo di sintassi, come anche per ogni preposizione adoperata in connessione errata o in senso sbagliato, mentre per

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la spudorata violazione di qualsiasi regola di gram­ matica, come per esempio quando uno di questi scribacchini scrive « hinsichts » invece di « hinsicht­ lich », dovrebbe comminare tre luigi d’oro e in caso di recidiva il doppio. [Le teste volgari debbono viag­ giare sui binari già stabiliti dall’esperienza e non mettersi a correggere la lingua], O, davvero, la lin­ gua tedesca è selvaggina libera, una cosa dappoco, che non merita la protezione della legge, di cui pu­ re gode ogni mucchio di spazzatura? - Miserabili fili­ stei! - Dove diavolo andrà a finire la lingua tedesca, se imbrattacarte e scribacchini di giornale conserve­ ranno il potere discrezionale di procedere con essa come vuole il loro capriccio, la loro mancanza di giudizio? - Del resto, gli abusi di cui parliamo non si limitano affatto ai giornali: piuttosto essi sono di­ ventati un fenomeno generale, e sono commessi con pari zelo e con non maggiore riflessione nei libri e nelle riviste scientifiche. Qui troviamo prefissi e suffissi brutalmente soppressi, così per esempio si scrive: «Hingabe» per «Hingebung», * «Missver­ stand» per «Missverständnis», «wandeln» per «verwandeln», «Lauf» per «Verlauf», «meiden» per «vermeiden », « rathschlagen » per « berathschlagen », « Schlüsse » per « Beschlüsse », « Führung » per «Aufführung», «Vergleich» per «Vergleichung», «Zehrung» per «Auszehrung», e cento altri esempi anche peggiori della stessa specie. ** Perfino in ope* [Si può dire: «Die Ausgebung der neuen Ausgabe wird erst über acht Tage stattfinden»]. ** [«Sachverhalt» invece di «Sachverhältnis»: «Ver­ halt» non esiste come parola, vi è solo «Verhaltung» ma dell’urina, ed è ciò cui fa pensare naturalmente la parola «Verhalt». «Ansprache», adoperato ovunque al posto di «Anrede», ma «Ansprache» è precisely «adi­ re» invece di «alloqui». - Invece di «Unbild», «Un­ bill », che non è assolutamente una parola, perché la pa-

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re molto dotte troviamo che si va dietro alla mo­ da: per esempio nella Chronologie der Aegypter di Lepsins (1849) si dice (p. 545): « Manethos/ügte sei­ nem Geschichtswerke ... eine Übersicht ... nach Art ägyptischer Annalen, zu», dunque, «zufügen», infligere, per « hinzufügen », addere, - e tutto que­ sto per risparmiare una sillaba. [Lo stesso signor Lepsius nel 1837 intitola un saggio così: «Über den Ursprung und die Verwandtschaft der Zahlwörter in der Indogermanischen, Semitischen, und Kopti­ schen Sprache ». - Bisogna però dire « Zahleriwörrola «Bill» non esiste, ma essi pensano a «billig»! Ciò mi ricorda un tale che, quand’ero giovane, scrisse « unge­ schlachtet» per «ungeschlacht».205 Non vedo neppur uno che si opponga a questa sistematica dilapidazione e corruzione della lingua da parte della plebe dei letterati. Abbiamo, certo, dei germanisti che sprizzano patriotti­ smo e germanesimo da tutti i pori, ma neppure loro li vedo scrivere correttamente e astenersi dagli «abbelli­ menti » qui criticati, che son opera di quella plebe. In­ vece di «beständig», «ständig»! Come se «Stand» e «Bestand» fossero la stessa cosa. Ma perché, allora, non riconduciamo tutta la lingua a una sola parola? - In­ vece di «umgeworfene Bäume», «geworfene Bäume»; «Längsschnitt», invece di « Längsfaser »; - invece di « vorhergängige Bestätigung», «vorgängige Bestätigung». - Invece di «abgeblichen» (del colore), «geblichen», ma ciò che senza nostro proposito perde il colore «bleicht ab»: intransitive, se invece avviene per nostro proposito, «wird geblichen»: verbum activum. Questa è la ricchezza della lingua che essi hanno sperperato. «Billig» invece di «wohlfeil»; venuta dai trafficanti, questa locuzione plebea è diventata generale. « Zeich­ nen » invece di «unterzeichnen»; «vorragen», invece di « hervorragen ». Dappertutto costoro tagliano sillabe e non sanno qual valore esse abbiano. - E chi sono que­ sti correttori della lingua dei nostri classici? Una misere-

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ter», perché viene dai numeri (Zahlen), proprio co­ me « Zahlensystem, Zahlenverhältnis, Zahlenord­ nung » e via dicendo, e non dal verbo « Zahlen » (da vole genia incapace di vere opere originali, i padri della quale vivevano già grazie al vaccino antivaioloso, senza di che sarebbero ben presto stati spazzati via dal vaiolo naturale, che liquidava tutti i deboli e così manteneva vi­ gorosa la specie. Adesso vediamo già le conseguenze di quell’atto di grazia negli omiciattoli con tanto di barba che pullulano sempre di più. E intellettualmente costoro valgono quanto fisicamente. - Ho trovato invece di «beinahe», «nahebei», e, invece di «Hintergrund des Theaters», «Untergrund». - Dunque non esiste spudoratezza nella corruzione della lingua, che la nostra canaglia letteraria non si permetterebbe. - «Die Auf­ gabe des Kopernikanismus », ha scritto un tale, e non voleva dire problema o compito del copernicanesimo, bensì «abbandono» (Aufgebung)'. - Così pure nella «Postzeitung», 1858. «Die Aufgabe dieses Unterneh­ mens» in luogo di «Aufgebung». Un altro discorre di « Abnahme » per un quadro appeso volendo intenderne la «Abnehmung»: ma «Abnahme» vuol dire imminutio. Se scrivete «Nachweis» invece di « Nachweisung », dovete per coerenza scrivere «Verweis» invece di «Ver­ weisung»,206 - cosa che a certi delinquenti potrebbe tor­ nare assai utile per la loro condanna. Invece di «Ver­ fälschung», «Fälschung», che in tedesco significa esclu­ sivamente un falsum, forgery'. «Erübrigt» invece di «bleibt übrig». - Se di due parole se ne fa una sola, ciò vuol dire derubare la lingua di un concetto. - Invece di «Verbesserung», scrivono «Besserung» e rubano alla lingua un concetto. Una cosa, infatti, può essere valida, ma tuttavia suscettibile ancora di correzione, migliora­ mento (Verbesserung)'. Invece si spera in una «Besse­ rung» del malato e del peccatore. - «Von» invece di «aus», «Schmied» invece di «Schmidt», la cui sola cor­ rettezza è attestata dal nome di centinaia di migliaia di famiglie. Ma un pedante ignorante è la cosa più intolle­ rabile sotto il sole].

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cui « pagare » Bezahlen) come le parole: « Zahl­ tag, Zahlbar, Zahlmeister», e così via. Prima anco­ ra di studiare la lingua semitica e quella copta, que­ sti signori dovrebbero imparare quella tedesca co­ me si deve. Invece con questo modo goffo di tagliare dappertutto sillabe, tutti i cattivi scrittori corrompo­ no oggigiorno la lingua tedesca; finché poi non ci sarà più rimedio. Perciò questi « correttori » della lingua, tutti senza eccezione, dovrebbero essere ca­ stigati come scolaretti. Ogni persona di buoni in­ tendimenti, ogni persona intelligente prenda dun­ que partito con me a favore della lingua tedesca contro la tedesca imbecillità. Nessun’altra nazione tollererebbe questi sfrontati abusi nei riguardi del­ la sua lingua, nessuna! Si veda per esempio nella «Biblioteca de’ classici italiani» (Milano, 1804 sgg., tomo 142) la Vita di Benvenuto Cellini: come l’e­ ditore immediatamente critica in una nota e pren­ de in attenta considerazione la pur minima devia­ zione dal toscano puro, riguardasse anche una sola * lettera! Allo stesso modo gli editori dei «Moralis­ tes français» (1838): per esempio, Vauvenargues scrive: «Ni le dégoût est une marque de santé, ni l’appétit est une maladie»,20’ immediatamente l’e­ ditore osserva che bisognava dire n’est. Da noi ognuno imbratta la carta come vuole! Se Vauvenar­ gues ha scritto: «la difficulté est à les connaître», l’editore osserva: «il faut,je crois, de les connaître». In un giornale inglese ho trovato aspramente rim­ proverato un oratore perché aveva detto « my tal­ ented friend», che non sarebbe inglese: eppure si ha spirited da spirit. Così severe sono le altre nazioni * [(Variante) Come sarebbe accolto questo maltrattamen­ to sfacciato della lingua, quale oggigiorno in Germania ci si permette, in Inghilterra, in Francia e in Italia, che è da invidiare per la sua Accademia della Crusca?!].

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riguardo alle loro lingue. * Invece ogni imbratta­ carte tedesco fabbrica senza ritegno una qualsiasi inaudita parola, e anziché essere conciato per le fe­ ste sulle riviste, trova plauso e imitatori. Nessuno scrittore, fosse pure il più infame imbrattacarte, si fa scrupolo di adoperare un verbo in un significato che ancora non gli è mai stato attribuito, purché il lettore possa in qualche modo indovinare quel che egli intende: allora la parola vale come un’idea ori­ ginale e trova imitatori]. [Il peggio è che contro tali sconciature della lin­ gua, che per lo più vengono dall’ambiente più bas­ so della letteratura, non esiste in Germania alcuna opposizione: nate per lo più sui giornali politici, le parole, mutilate o sfacciatamente usate a sproposi­ to, passano senza trovare ostacoli e con tutti gli ono­ ri nei periodici scientifici, anzi in tutti i libri pub­ blicati dalle università e dalle accademie. Nessuno fa resistenza, nessuno si sente sollecitato a difende­ re la lingua, bensì tutti, a gara, partecipano a quel­ la follia. Il vero dotto, nel senso più rigoroso, do­ vrebbe riconoscere la sua missione e impegnare il suo onore nell’opporsi in ogni modo a ogni genefe di errore o inganno, nell’essere la diga contro la quale si rompe il torrente delle follie di ogni gene­ re, nel non condividere mai l’abbagliamento del vol­ go, nel non partecipare mai alle sue sciocchezze, bensì, sempre procedendo alla luce della conoscen­ za scientifica, illuminare gli altri, con la verità e la profondità. In ciò consiste la dignità del dotto. I no­ stri professori invece opinano che essa consista nei titoli di consigliere segreto e nei nastrini, accettan­ * [Questa severità degli inglesi, dei francesi, degli ita­ liani non è affatto pedanteria, bensì prudenza, affinché non avvenga che qualsiasi furfante di imbrattacarte pos­ sa impunemente violare il santuario nazionale della lin­ gua, come avviene in Germania].

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do i quali essi si pongono allo stesso livello dei fun­ zionari postali e degli altri ignoranti servitori dello Stato. Ogni dotto dovrebbe disdegnare titoli del ge­ nere, e serbare invece una certa fierezza, in quanto appartenente al ceto teorico, cioè puramente intel­ lettuale, di fronte a tutte le cose pratiche, che ser­ vono ai bisogni materiali]. [Senza nessun riguardo per la grammatica, l’u­ so linguistico, il senso comune e il significato del­ le parole, ogni pagliaccio butta giù quel che gli passa per la testa, e quanto più è folle tanto me­ glio! - Ho letto proprio ora « Centro-Amerika » in­ vece di «Central-Amerika», di nuovo una lettera risparmiata a spese delle suddette potenze! - E ciò perché il tedesco odia in tutte le cose l’ordine, la regola e la legge: egli ama il suo arbitrio indivi­ duale e il proprio capriccio, conditi con un po’ di insipida equità, secondo il suo acuto giudizio. Per­ ciò dubito che i tedeschi possano mai imparare, come fa immancabilmente ogni cittadino britan­ nico nei tre regni e in tutte le colonie, a tenere sempre la destra per strade, vie, sentieri - per quanto grande ed evidente vantaggio ne potreb­ bero trarre. Anche nei circoli, nei clubs, e simili, si può vedere come volentieri, perfino senza alcun vantaggio per la loro comodità, molti violino con petulanza le più opportune leggi della società. Ma Goethe (Nachlaß, vol. XVII, 297) dice: E volgare vivere come ci piace: il nobile aspira all’ordine, alla legge].208

La mania è universale: tutti pongono mano a demolire la lingua, senza riguardi e senza pietà; anzi, come nel tiro al piccione, ognuno cerca di far bersaglio, dove e come può. Dunque, in un’e­ poca nella quale in Germania non vive un solo scrittore le opere del quale possano sperare di so-

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prawivere, fabbricanti di libri, letterati, scribacchi­ ni di giornale si permettono di voler riformare la lingua, e così vediamo questa genia, che, per quanto barbuta e baffuta sia, è impotente, vale a dire incapace di qualsiasi produzione spirituale di genere superiore, applicarsi nelle ore d’ozio a mu­ tilare nel modo più petulante e sfacciato la lingua nella quale hanno scritto grandi autori, onde pro­ curarsi una fama da Erostrati. Se un tempo i cori­ fei della letteratura si permettevano, in qualche particolare, una meditata correzione della lingua, oggi ogni imbrattacarte, ogni scribacchino di gior­ nale, ogni redattore di un qualunque giornaluco10 di estetica si ritiene autorizzato a metter le zam­ pe sulla lingua, per lacerarne via a suo capriccio quel che non gli piace, o anche per introdurvi nuove parole. Principalmente, come si è detto, la furia di que­ sti tosatori di parole si rivolge contro i prefissi e i suffissi di tutte le parole. Ciò che costoro si pro­ pongono di ottenere con tale amputazione dev’es­ sere certo la brevità, e con essa la maggiore pre­ gnanza ed energia dell’espressione: giacché alla fine 11 risparmio di carta è troppo irrisorio. Essi dunque vorrebbero contrarre il più possibile quel che han­ no da dire. Ma a questo fine si richiede una proce­ dura del tutto diversa dal ridurre le parole, cioè che si pensi in modo pregnante e conciso: ma è proprio ciò che non a chiunque è dato di fare. Inoltre, l’efficace concisione, energia e pregnanza dell’e­ spressione sono possibili solo a patto che la lingua possieda per ogni concetto una parola e per ogni modificazione, anzi per ogni sfumatura del concet­ to, una modificazione esattamente corrispondente della parola; poiché soltanto tale modificazione, se rettamente adoperata, fa sì che ogni periodo, appe­ na enunciato, risvegli in chi l’ascolta esattamente

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ciò che intende dire colui che parla, senza lasciare neppure un attimo di incertezza su quel che egli ha inteso dire. A tal fine ciascuna parola radicale della lingua dev’essere un modificabile multimodis modificationibus, per potersi adattare come un umido panneggio a tutte le sfumature del concetto e per­ ciò alle finezze del pensiero. Ora ciò è reso princi­ palmente possibile dai prefissi e dai suffissi: essi so­ no le modulazioni di ogni concetto fondamentale sulla tastiera della lingua. Per questo motivo, i gre­ ci e i romani hanno modulato e sfumato il significa­ to di quasi tutti i verbi e di molti sostantivi median­ te i prefissi. Se ne può avere un esempio da qual­ siasi verbo principale latino, per esempio, ponere viene modificato in: imponere, deponere, disponete, exponere, componete, adponere, subponere, superponere, seponere, praeponere, proponete, interponete, transponere, e così via. Lo stesso si può vedere nelle pa­ role tedesche, per esempio il sostantivo Sicht viene modificato in: Aussicht, Einsicht, Durchsicht, Nach­ sicht, Vorsicht, Hinsicht, Absicht, e così via. Oppure il verbo suchen è modificato in: aufsuchen, aussu­ chen, untersuchen, besuchen, ersuchen, versuchen, heimsuchen, durchsuchen, nachsuchen, e così via.* Tutto questo dunque si può fare con i prefissi: se, nello sforzo di essere brevi, si tralasciano, e se, ogni volta, invece di adoperare la modificazione oppor­ tuna, si dice soltanto ponere, oppure Sicht, oppure suchen, tutte le determinazioni più precise di un concetto-base assai ampio rimangono indefinite e la comprensione del discorso è lasciata al buon Dio e al lettore: in tal modo la lingua viene resa, nello stesso tempo, povera, rozza e goffa. Ciò nondimeno * [Così führen: mitführen, ausführen, verführen, ein­ führen, aufführen, abführen, durchführen].

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proprio questo è l’artifizio degli ingegnosi «miglio­ ratori» della lingua dell’epoca «attuale». Grossola­ ni e ignoranti, costoro credono davvero che i nostri così giudiziosi antenati abbiano aggiunto i prefissi oziosamente e per pura stupidità e, per parte loro, credono di compiere un gesto geniale, affrettando­ si con grande zelo a toglierli dovunque, appena ne scorgono uno. Invece nessun prefisso è senza si­ gnificato nella lingua; non ve n’è alcuno che non serva a condurre il concetto-base attraverso tutte le sue modulazioni e, proprio in tal modo, a permet­ tere la determinatezza, chiarezza ed eleganza del­ l’espressione, che può quindi diventare energica e pregnante. Invece, amputando i prefissi, di tante pa­ role se ne fa una sola, e la lingua si impoverisce. Ma ancor più: in questo modo non vanno perdute sol­ tanto delle parole ma anche dei concetti, giacché vengono a mancare i mezzi per fissarli, e nei di­ scorsi, anzi anche nei pensieri, si finisce per accon­ tentarsi dell’à peu près, sicché ci rimettono l’ener­ gia del discorso e la chiarezza del pensiero. Non è possibile, cioè, ridurre il numero delle parole, come avviene con quelle amputazioni, senza in pari tem­ po allargare il significato di quelle che rimangono; e, a sua volta, questo allargamento non è possibile senza togliere al significato la sua precisa determi­ natezza, dunque senza favorire l’ambiguità e l’oscu­ rità, e allora ogni precisione e chiarezza, per non parlare di energia e pregnanza, dell’espressione di­ ventano impossibili. Un’illustrazione di ciò che qui si dice è l’allargamento del significato della parola « nur », da noi biasimato nelle pagine precedenti, dal quale deriva ambiguità, anzi talvolta erroneità dell’espressione. - Com’è poco importante che una parola abbia due sillabe di più, se in tal modo ci guadagna la determinatezza del concetto! Sembra

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incredibile, ma ci sono menti contorte che scrivono «Indifferenz», quando intendono « Indifferentismus», - per guadagnare queste due sillabe! Proprio quei prefissi, i quali conducono una pa­ rola radicale attraverso tutte le modificazioni e le sfumature dei suoi usi, sono dunque un mezzo in­ dispensabile per qualsiasi chiarezza e determinatez­ za dell’espressione, perciò anche per una genuina concisione, energia e pregnanza del discorso: ciò vale anche per i suffissi, dunque per le sillabe fina­ li di varie specie nei sostantivi derivanti dai verbi, com’è già stato spiegato sopra con l’esempio di « Versuch » e « Versuchung », eccetera. Perciò i no­ stri antenati hanno distribuito nella nostra lingua, con estrema sensibilità, saggezza e giusto intuito, questi due tipi di modulazione delle parole e dei concetti, imprimendoli nelle parole. Ma ad essi è seguita ai nostri giorni una genia di imbrattacarte rozzi, ignoranti e incapaci, che concordemente ve­ dono la loro professione nel distruggere quell’antica opera d’arte, dilapidando le parole: e ciò pro­ prio perché questi pachidermi non hanno natural­ mente alcuna sensibilità per gli espedienti destinati a servire all’espressione di pensieri dalle fini sfu­ mature: però son bravi a contare le lettere. Perciò, se uno di questi pachidermi deve scegliere tra due parole, delle quali una corrisponde esattamente al concetto da esprimere grazie al suo prefisso o suffisso, l’altra invece lo significa solo approssimati­ vamente e genericamente ma è di tre lettere più breve, il nostro pachiderma, senza esitare, sceglie la seconda e, quanto al significato, si contenta dell’à peu près: il suo pensiero, infatti, non ha bisogno di quelle finezze, essendo qualcosa di assai approssi­ mativo - ma, soprattutto, poche lettere! Di qui di­ pende la concisione e la forza dell’espressione, la bellezza del linguaggio. [Se per esempio deve dire

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«so etwas ist nicht vorhanden», dirà «so etwas ist nicht da», a causa del grande risparmio di lettere. Quando vedo come in Germania (notabene con il plauso e l’imitazione degli altri) qualsiasi scribacchi­ no salariato da un editore o qualsiasi servo del re­ dattore di un giornale fabbrica senza complimenti parole nuove, oppure ne trasforma di vecchie, non posso fare a meno di pensare al giudizio che ingle­ si, francesi, italiani, spagnoli pronunciano, unanimi, sulle qualità intellettuali dei tedeschi! La massima suprema di quegli imbrattacarte è di sacrificare sem­ pre l’adeguatezza e l’esattezza di un’espressione alla brevità di un’altra, che deve fare da surrogato; da tutto ciò, un po’ alla volta, nascerà un gergo estre­ mamente fiacco e alla fine incomprensibile, di mo­ do che l’unico reale pregio che la nazione tedesca ha rispetto alle altre nazioni europee, la sua lingua, sarà sfrontatamente annullato. La lingua tedesca, in­ fatti, è l’unica nella quale si possa scrivere quasi co­ sì bene come in greco e in latino, cosa che non po­ trebbe dirsi, senza rendersi ridicoli, a lode delle al­ tre principali lingue europee, le quali sono soltanto dei patois. Proprio per questa ragione, se con­ frontata con queste, la lingua tedesca rivela qualco­ sa di così straordinariamente nobile ed elevato]. Ma come potrebbe un pachiderma del genere di­ mostrare sensibilità per la delicata essenza di una lingua, questo prezioso, tenero materiale tramanda­ to a spiriti pensanti per poter accogliere e conser­ vare un pensiero preciso e fine? Contar le sillabe, invece, ciò si addice ai pachidermi! Guardate come sguazzano nella corruzione della lingua, questi no­ bili figli dell’epoca «attuale». Guardateli! Teste cal­ ve, barbe lunghe, occhiali invece di occhi, come sur­ rogato dei pensieri un sigaro nella bocca animale­ sca, sulle spalle una casacca invece della giacca, in giro di qua e di là invece di lavorare, arroganza in­

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vece di conoscenze, sfrontatezza e spirito di cricca, invece di meriti. * Nobile epoca « attuale », magnifici epigoni, genia tirata su col latte materno della filo­ sofia hegeliana! Per procurarvi eterna memoria vo­ lete mettere le zampe sulla nostra antica lingua, affinché l’impronta, come un icnolite, conservi per sempre la traccia della vostra vacua e ottusa esisten­ za. Ma Dì meliora! Via di qua, pachidermi, via! Que­ sta è la lingua tedesca! Nella quale si sono espressi degli uomini, anzi hanno cantato grandi poeti e scritto grandi pensatori. Giù le zampe! - O dovrete far - la fame. (E la sola cosa che li spaventi). Anche Y interpunzione è caduta in preda alla qui biasimata correzione in peggio « attuale » della lin­ gua, operata da bricconi troppo presto usciti da scuola e cresciuti nell’ignoranza. Essa, infatti, viene oggi adoperata con una quasi generale trascuratez­ za, che è voluta e compiaciuta. E difficile dire che cosa propriamente gli scribacchini abbiano in testa a questo proposito: probabilmente questa imbecillag­ gine dovrebbe rappresentare un’amabile e francese légèreté, oppure testimoniare e presupporre la legge­ rezza della concezione. I segni di interpunzione ti­ pografici vengono trattati, infatti, come se fossero d’oro: per cui circa i tre quarti delle virgole necessa­ rie sono tralasciate (si arrangi poi chi può!), dove do­ vrebbe essere un punto si trova una virgola o al mas­ simo un punto e virgola, e via dicendo. [La conse­ guenza immediata è che bisogna leggere due volte ogni periodo]. Ma nell’interpunzione risiede una * [Fino a quarant’anni fa il vaiolo portava via i due quinti dei bambini, cioè tutti quelli deboli, e lasciava soltanto i più forti, che avevano resistito a quella prova del fuoco. Il vaccino li ha presi sotto la sua protezione. Guardate ora questi nani dalla lunga barba, che vi tro­ vate dappertutto tra i piedi, e i cui genitori già sono rimasti in vita solo grazie al vaccino].

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parte della logica di ciascun periodo, in quanto es­ sa è rilevata dalla punteggiatura: perciò questa in­ tenzionale trascuratezza è addirittura sacrilega, ma lo è più che mai quando, come ora molto spesso avviene, è dimostrata perfino da filologi si Deo pla­ cet addirittura nelle edizioni di scrittori antichi, la comprensione dei quali in tal modo è resa note­ volmente più difficile. Neppure il Nuovo Testa­ mento ne è rimasto immune nelle edizioni moder­ ne. [Se la brevità, alla quale cercate di giungere economizzando sillabe e contando lettere, tende a far risparmiare tempo al lettore, otterrete assai me­ glio questo scopo facendogli riconoscere immedia­ tamente con la necessaria interpunzione qual paro­ la appartiene a un periodo e quale a un altro. I professori di liceo tralasciano nelle loro prolusioni latine i tre quarti delle virgole necessarie, renden­ do così ancor più incomprensibile il loro legnoso latino. Questa gente vacua, evidentemente, si com­ piace di ciò. Un vero esempio di punteggiatura tra­ scurata è il Plutarco di Sintenis: quasi tutti i segni d’interpunzione sono stati tralasciati, come s’egli volesse rendere di proposito più difficile la lettura]. E chiaro come il sole che una punteggiatura negli­ gente, quale è permessa, per esempio, dalla lingua francese per la sua disposizione delle parole stret­ tamente logica e perciò laconica, o come la per­ mette la lingua inglese a causa della sua grammati­ ca povera, non è applicabile a lingue relativamente originarie, che, in quanto tali, hanno una gramma­ tica complicata e dotta, la quale permette periodi più elaborati nella costruzione: e tali lingue sono il greco, il latino e il tedesco. * * [In lingue come la francese, o addirittura l'inglese, la cui grammatica, estremamente povera nella capacità di flessione delle parole, esige una successione rigorosamen­ te logica delle parole, l'interpunzione può essere scarsa e

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Per ritornare, dunque, alla brevità, concinnità e pregnanza dell’esposizione, di cui propriamente qui si parla, essa è realmente ricavabile soltanto dalla ricchezza e dalla succosità dei pensieri, quindi me­ no di tutto richiede quella sciocca smania di am­ putare parole e frasi, escogitata come mezzo per abbreviare l’espressione, che io qui ho una buona trascurata. Dove, però, una grammatica più perfezio­ nata permette una costruzione elaborata mediante la trasposizione delle parole (cosa che presenta notevoli vantaggi retorici e poetici), le parole che non sono im­ mediatamente connesse debbono essere separate con la punteggiatura, per far spiccare immediatamente il senso del discorso: così in greco, latino e tedesco. E, poiché ho qui messo con pieno diritto queste tre lingue l’una accanto all’altra, voglio attirare l’attenzione sul colmo di fatua vanità nazionalistica francese, che già da secoli fornisce materia di riso all’intera Europa: eccone il non plus ultra. Nel 1857 è comparsa la quinta edizione di un libro adoperato all’università: «Notions élémentaires de grammaire comparée, pour servir à l’étude des 3 lan­ gues classiques, rédigé sur l’invitation du ministre de l’instruction publique, par Egger, membre de l’institut, eccetera». E, invero - crédité posteri!™ - la terza lin­ gua classica, di cui si parla è... la francese. Dunque que­ sto miserrimo gergo romanzo, questa pessima mutilazio­ ne di parole latine, questa lingua, che dovrebbe guar­ dare con profondo rispetto alla sua più vecchia e assai più nobile sorella, la lingua italiana, questa lingua che ha come esclusiva peculiarità il disgustoso suono nasale, en, on, un, come pure il singhiozzante accento, così in­ dicibilmente ripugnante, sull’ultima sillaba, mentre tutte le altre lingue hanno la penultima lunga, che ha un ef­ fetto così delicato e pacato, questa lingua, nella quale non esiste metro, ma soltanto la rima, per lo più in é o on, costituisce la forma della poesia, - questa lingua meschina viene qui posta come langue classique accanto al greco e al latino! Invoco il biasimo dell’Europa tutta per umiliare questi spudoratissimi fanfaroni].

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volta biasimato a dovere. Infatti, pensieri densi, ric­ chi, in generale pensieri degni di essere scritti, deb­ bono fornire materiale e contenuto sufficienti per riempire i periodi che li esprimono, anche nella perfezione grammaticale e lessicale di tutte le loro parti, e tanto da non poter mai essere trovati vacui, vuoti o leggeri; bensì l’esposizione rimane sempre breve e pregnante, mentre il pensiero trova in essa la sua afferrabile e agevole espressione, anzi vi si di­ spiega e si muove con eleganza. Non bisogna dun­ que contrarre parole e forme linguistiche, bensì in­ grandire i pensieri: come un convalescente potrà riempire di nuovo i suoi vestiti non facendoli re­ stringere bensì riacquistando la sua prestanza.

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Un errore stilistico oggi sempre più frequente, data la decadenza della letteratura e la negligenza delle lingue antiche, ma che in Germania è addirit­ tura di casa, è la soggettività dello stile. Essa consi­ ste nel fatto che lo scrittore si contenta di sapere egli stesso ciò che intende e vuole; il lettore poi si arrangi come può. Senza curarsene, scrive come se recitasse un monologo, mentre dovrebbe essere un dialogo, nel quale ci si deve esprimere tanto più chiaramente in quanto non si percepiscono le do­ mande dell’interlocutore. Proprio per questa ragio­ ne, lo stile dev’essere non soggettivo, bensì oggetti­ vo, e a questo scopo è necessario disporre le parole in modo che esse addirittura costringano il lettore a pensare esattamente la stessa cosa che l’autore ha pensato. [Non è sufficiente che lo scrittore sappia che cosa egli stesso deve pensare con le sue parole, bensì le parole devono essere disposte in modo che non si possa pensare assolutamente niente di diver-

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so]. Ma ciò si verificherà soltanto quando l’autore abbia costantemente ricordato che i pensieri sono sottoposti alla legge di gravità, nel senso che fanno molto più facilmente la via dalla testa alla carta che quella dalla carta alla testa, e perciò bisogna aiutar­ li su quest’ultima strada con tutti i mezzi a nostra di­ sposizione. Se ciò è accaduto, le parole hanno un effetto puramente oggettivo, quasi come un riuscito dipinto a olio; mentre lo stile soggettivo non ha un effetto gran che superiore a quello delle macchie sul muro, nelle quali soltanto colui, la fantasia del quale è stata da esse casualmente eccitata, vede del­ le figure, gli altri invece solo degli sgorbi. La diffe­ renza di cui si parla si estende a tutta la maniera di esporre, ma spesso la si può far rilevare anche in certi particolari: per esempio, recentemente ho let­ to in un nuovo libro: « um die Masse der vorhan­ denen Bücher zu vermehren, habe ich nicht ge­ schrieben ».2I0 Questa frase dice il contrario di ciò che lo scrittore intendeva, e per di più dice un’as­ surdità.

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Chi scrive in modo trascurato confessa così, pri­ ma di tutto, che egli stesso non attribuisce un gran valore ai suoi pensieri. Infatti, solo dalla convinzio­ ne della verità e dell’importanza dei nostri pensieri sgorga l’entusiasmo che si richiede affinché ovun­ que, con instancabile costanza, si miri all’espressio­ ne più chiara, bella ed energica di essi - allo stesso modo che solo per cose sacre o per inestimabili opere d’arte si adoperano recipienti d’oro o d’ar­ gento. Perciò gli antichi, i pensieri dei quali conti­ nuano a vivere nelle loro parole già da millenni e che per questa ragione hanno l’onorevole titolo di

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classici, scrissero sempre con grande accuratezza: si dice che Platone abbia riscritto sette volte l’inizio della sua Repubblica, modificandolo variamente. - I tedeschi invece si distinguono, rispetto a tutte le al­ tre nazioni, per la trascuratezza nello stile come nei vestiti, e ambedue le sciatterie sono dovute alla stes­ sa causa che risiede nel carattere nazionale. Ma, co­ me la negligenza nel vestire rivela disprezzo per la società nella quale si va, così lo stile affrettato, tra­ scurato, cattivo rivela un offensivo disprezzo per il lettore, il quale poi lo ripaga giustamente non leg­ gendo. Ma sono ameni specialmente i recensori, i quali nel più sciatto stile da scribacchini salariati cri­ ticano le opere degli altri. La cosa fa lo stesso effet­ to che se un giudice sedesse in tribunale in veste da camera e in pantofole. Invece, con quanta cura ven­ gono redatti la «Edinburgh Review» e il «Journal des Savants»! Ma, come esito fin da principio a par­ lare con una persona sporca e malvestita, così met­ terò via un libro il cui stile sciatto mi dia subito nel­ l’occhio. [Fino a circa cento anni fa, specie in Germania, i dotti scrivevano in latino: uno strafalcione in que­ sta lingua sarebbe stato una vergogna; anzi quasi tutti si sforzavano di scriverlo elegantemente, e mol­ ti ci riuscivano. Oggi, liberati da questa catena, dac­ ché hanno ottenuto la grande facilitazione di poter scrivere nella loro signora madre lingua, ci si do­ vrebbe aspettare che essi si impegnassero a farlo al­ meno con la massima correttezza e più elegante­ mente possibile. E ciò che ancora avviene in Fran­ cia, Inghilterra, Italia. Ma in Germania, tutto al contrario! Qui essi scarabocchiano in fretta, come lacchè pagati, quel che hanno da dire, usando le prime espressioni che affiorano sulla loro sudicia bocca, senza stile, anzi senza logica né grammatica: dappertutto mettono l’imperfetto invece del perfet­

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to e del piuccheperfetto, l’ablativo invece del geni­ tivo; invece di adoperare tutte le preposizioni ado­ perano sempre soltanto «für», che perciò cinque volte su sei è al posto sbagliato; insomma, commet­ tono tutte le asinerie stilistiche di cui ho parlato so­ pra. - L’abuso che si fa della preposizione « für » è incredibile, e dimostra che i nostri imbrattacarte non conoscono più il tedesco. In latino, essi non hanno mai scritto, perciò ammirano il francese, in quanto è l’unica lingua straniera che capiscono un po’: e siccome il francese, nella sua povertà, deve ri­ correre dappertutto alla preposizione «pour», essi vogliono inoculare questa deficienza anche al tede­ sco, e per esempio scrivono: « Urlaub für drei Wo­ chen » invece di auf - « er erachtete für zweck­ dienlich», e qui für non occorre; - «Beiträge für die Zoologie», invece di zur, - «Achtung für Je­ manden», invece di gegen-, - «für wohlthätige Zwecke», invece di zu; - «ein Pass für die Türkei», invece di nach o in-, - « Docent für Philosophie », in­ vece di der, - «ich muss für euch erröten», invece di über, - «sehr bemüht für Gründlichkeit », invece di um; - « für den Fall », invece di auf; - « der Zeit­ punkt ist nicht dafür geeignet», invece di dazu. Essi corrompono la lingua con molti altri francesi­ smi. Questi francesismi grammaticali, e non quelli lessicali, dovrebbero essere oggetto dello zelo dei puristi. Infatti una parola straniera usata non nuoce alla lingua, bensì viene assimilata e l’arricchisce. Del resto un terzo delle parole tedesche sono state evi­ dentemente prese dal latino nell’epoca romana, ma così nettamente assimilate che si rimane altamente stupiti quando le si riconosce come latine - benché io non metta in conto le molte parole che possono riconoscersi in tedesco, come in greco e in latino, ereditate dalla lingua che è la loro nonna: il san­ scrito. Di stolti che esercitano la loro petulanza sul-

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la lingua, ce ne sono certo anche negli altri paesi, ma ognuno che abbia criterio si oppone alla corru­ zione della lingua: solo in Germania ciò non acca­ de, neppur uno fa opposizione! Piuttosto si affretta­ no tutti a imitare la stoltezza degli stolti].2"

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[Tra le cose che rovinano la lingua annovero an­ che l’uso sempre più diffuso e sbagliato della paro­ la «Frauen» invece di «Weiber», cosa che ancora una volta impoverisce la lingua, giacché « Frau » si­ gnifica uxor e « Weib » mulier (le ragazze non sono Frauen ma vogliono diventarlo), e poco importa che questo scambio sia già avvenuto nel tredicesimo se­ colo o solo più tardi si sia stabilita la distinzione. Le donne (Weiber) non vogliono più essere chiamate Weiber, per la stessa ragione per cui gli ebrei (Ju­ den) vogliono essere chiamati israeliti (Israeliten) e i sarti (Schneider) «Kleidermacher», i mercanti con­ feriscono al loro ufficio (Comptoir) il titolo di «Bu­ reau», ogni scherzo (Spass) o motto di spirito (Witz) vuol esser chiamato «Humor», perché si at­ tribuisce alla parola ciò che non ad essa compete bensì alla cosa. Non la parola ha procurato disprez­ zo alla cosa, ma al contrario - perciò gli interessati fra 200 anni chiederebbero di nuovo che si cam­ biassero le parole. Ma in nessun caso la lingua te­ desca deve impoverirsi di una parola per un capric­ cio femminile. Perciò non diamola vinta alle donne (Weiber) e ai loro sciocchi letterati da salotto, bensì si rifletta che la femmineità incontinente o il cici­ sbeismo in Europa ci possono infine portare al mormonismo. - Oltre tutto la parola « Frau » sa già di anziano e di logoro e suona già come «grau»,

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dunque «videant mulieres ne quid detrimenti res publica capiat»].*

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Pochi scrivono come costruisce l’architetto, il quale prima ha abbozzato ed elaborato fin nei par­ ticolari il suo progetto; - piuttosto, la maggior par­ te scrive come si giuoca a domino. Allo stesso mo­ do, cioè, che in questo giuoco, ora intenzionalmen­ te ora casualmente, un pezzo si adatta all’altro, così avviene per la successione e la connessione del­ le frasi di costoro. Essi sanno appena approssimati­ vamente quale sarà la forma che ne risulterà nel complesso, e a che cosa tenda tutto quanto scrivo­ no. Molti non sanno neppure ciò, ma scrivono co­ me costruiscono i polipi corallini: un periodo si ag­ giunge all’altro periodo, e si va avanti dove Dio vuo­ le. [Inoltre la vita dell’epoca attuale è una grande galoppata: nella letteratura si manifesta come estre­ ma labilità e superficialità]. * [(Variante) La parola «Weiber» è assolutamente in­ nocente e, senza alcun altro significato secondario, desi­ gna semplicemente il sesso. Se vi inerisse un significato sgradevole, ciò potrebbe dipendere solo da ciò che è in­ dicato, non dal segno di cui ci si serve per indicarlo. Per­ ciò un cambiamento nella parola non migliorerebbe la cosa. La lingua tedesca, come la latina, ha il pregio di avere due parole corrispondenti per il genus e per la species, per mulier e per uxor, e non deve rinunciarvi per un capriccio di donne: per questo la parola «Frauen», quando è adoperata per delle ragazze, suona male, anche se mille insulsi letterati da salotto cercano devotamente di renderla atta a questo uso. Così gli ebrei vogliono essere chiamati israeliti, i sarti « Kleidermacher», e recentemente, siccome è caduta in discredito,

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Il principio informatore della stilistica dovrebbe essere che l’uomo può pensare con chiarezza un so­ lo pensiero alla volta, perciò non si può pretendere che ne pensi due o addirittura di più in una volta sola. - Ma ciò pretende colui che introduce, come frasi intermedie, nelle lacune di un periodo princi­ pale smembrato a questo scopo, più pensieri, di modo che confonde il lettore senza necessità e di proposito. Così fanno soprattutto gli scrittori tede­ schi. Il fatto che la loro lingua si adatti meglio del­ le altre lingue vive a questo scopo è qualcosa che di­ mostra la possibilità ma non il carattere lodevole della cosa. Non vi è prosa che si legga così facil­ mente e così gradevolmente come quella francese, perché essa di regola è esente da questo errore. Il francese pone l’uno dopo l’altro i suoi pensieri nel­ l’ordinamento più logico possibile e generalmente si è proposto di sostituire la parola «Litterat» con «Schriftverfasser»: così vorrebbero essere chiamati quei signori. Ma se una designazione in sé innocua procura discredito, la cosa non è insita nella designazione bensì in ciò che è designato, e allora ben presto una nuova designazione subirà la stessa sorte della vecchia. Per le classi intere vale ciò che vale per gli individui: se uno cambia il suo nome, ciò deriva dal fatto che non può più portare con onore il nome di prima: ma egli rimane la stessa persona e non farà al nuovo nome più onore che al vecchio. (Altra variante) La parola «Weib» in ogni caso non ha nessuna colpa né per il suono né per l’etimologia: se inerisse ad essa un cattivo significato, esso sarebbe da ascrivere non alla parola bensì all’oggetto che perciò inficerebbe qualsiasi altra parola vi si sostituisse. Avviene qui come per gli ebrei che vogliono essere chiamati israe­ liti, - sebbene dall’epoca del re Salmanassarre, di glorio­ sa memoria, non ci siano più israeliti].

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naturale, e così li presenta successivamente al letto­ re che li consideri a suo agio [e possa rivolgere tut­ ta la sua attenzione a ciascuno di essi]. Il tedesco, invece, li incastra l’uno nell’altro in un periodo sempre più intrecciato [perché vuol dire sei cose al­ la volta, invece di presentarle l’una dopo l’altra. Di­ te quel che avete da dire ordinatamente e non in­ vece sei cose alla volta e in modo confuso]. Dunque, mentre dovrebbe cercare di attirare e avvincere l’at­ tenzione del suo lettore, egli pretende per sopram­ mercato che il lettore, contrariamente alla ricorda­ ta legge dell’unità dell’apprensione, pensi tre o quattro pensieri diversi nello stesso tempo oppure, dato che questo non è possibile, in rapida vibrante successione. In tal modo egli pone le basi del suo style empesé, che poi perfeziona con espressioni pre­ ziose e altisonanti onde comunicare le cose più semplici, e con altri artifici del genere, [ma soprat­ tutto si industria di ottenere che l’espressione sia il più possibile indecisa e indeterminata, di modo che tutto appare come avvolto dalla nebbia: scopo di ciò sembra essere in parte il voler lasciare un’uscita di sicurezza per ogni proposizione, in parte la boria che vuol sembrare di aver da dire più di ciò che è stato pensato, in parte però al fondo di questa ca­ ratteristica è una reale ottusità e poltroneria, che è proprio la cosa che rende odiosa agli stranieri ogni pubblicazione tedesca, proprio perché non amano brancolare nel buio; ciò che invece sembra essere congeniale ai nostri compatrioti]. « Seitens » al po­ sto di « von Seiten » non è tedesco. - Essi scrivono assurdamente «seither» al posto di «zeither», e adoperano un po’ alla volta tale parola invece di «seitdem». Enon dovrei chiamarli asini? - I mi­ glioratori della nostra lingua non hanno alcuna idea di eufonia e cacofonia: piuttosto essi cercano, eliminando le vocali, di ammucchiare ancor più una dopo l’altra le consonanti, e in tal modo di pro-

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durre parole la cui pronuncia è il repellente eserci­ zio delle loro bocche bestiali. «Sundzoll»!212 - An­ cora, dato che non conoscono il latino, non hanno nozione della differenza tra le consonanti liquide e le altre consonanti]. [Il vero carattere nazionale dei tedeschi è la pesantezza: essa risalta nel loro modo di camminare, nel loro modo di agire, nella loro lingua, nei loro discorsi e racconti, nel loro modo di intendere e di pensare, ma in modo del tutto particolare risalta nel loro stile letterario, nel piacere che essi traggo­ no da periodi prolissi e intricati, a causa dei quali la memoria deve per cinque minuti applicarsi a impa­ rare con pazienza la lezione che le è imposta, finché da ultimo, alla conclusione del periodo, l’in­ telletto tira le fila e gli enigmi sono risolti. Di tutto ciò si compiacciono, e se è possibile anche far mo­ stra di preziosismi, parole altisonanti e di affettata oenvÔTriç,213 l’autore ci sguazza dentro: ma il cielo dia ai suoi lettori la pazienza di leggerlo. - Premi­ nentemente essi si industriano sempre di ottenere che l’espressione sia il più possibile indecisa e in­ determinata, di modo che tutto appare come avvol­ to dalla nebbia: scopo di ciò sembra essere in parte il voler lasciare un’uscita di sicurezza per ogni pro­ posizione, in parte la boria che vuol sembrare di aver da dire più di ciò che è stato pensato, in parte però al fondo di questa caratteristica vi è una reale ottusità e poltroneria, che è precisamente la cosa che rende odiosa agli stranieri ogni pubblicazione tedesca, proprio perché non amano brancolare nel buio; ciò che invece sembra congeniale ai nostri compatrioti]. Con quei lunghi periodi, arricchiti di proposizio­ ni secondarie incastrate l’una nell’altra e quasi ri­ pieni di esse come oche arrostite di mele, [periodi che non si possono affrontare senza prima aver guardato l’orologio], è impegnata prima di tutto la

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memoria, mentre dovrebbero essere sollecitate piut­ tosto l’intelligenza e la capacità di giudizio, l’attività delle quali, proprio in questo modo, viene resa difficile e fiaccata. Infatti, periodi del genere conse­ gnano al lettore solo frasi compiute a metà, che la sua memoria deve accuratamente raccogliere e con­ servare come i frammenti di una lettera strappata, finché, aggiunte in seguito anche le altre metà cor­ rispondenti, esse vengono completate e ricevono un senso. Conseguentemente, fino a questo punto il lettore deve leggere per un po’ senza pensare nul­ la, ma piuttosto mandando tutto a memoria, nella speranza che la conclusione gli apra gli occhi, ed egli possa dunque riuscire a pensare qualcosa. [Co­ sì, prima di ricevere qualcosa da intendere, gli ven­ gono somministrate tante cose da imparare a men­ te]. Evidentemente ciò è male [ed è un abuso della pazienza del lettore]. * Ma l’inequivocabile predile­ zione delle teste comuni per questo stile è dovuta al fatto che, scrivendo così, solo dopo un certo tempo e una certa fatica si fa capire al lettore ciò che al­ trimenti avrebbe capito subito, di modo che sorge l’apparenza che chi scrive sia più profondo e più intelligente di chi legge. Anche questa cosa, dun­ que, appartiene agli artifici già ricordati, mediante i quali i mediocri inconsciamente e istintivamente si sforzano di nascondere la loro povertà di spirito e di risvegliare l’apparenza del contrario. La loro in­ ventiva in queste cose è addirittura stupefacente. * [(Variante) Lo scribacchino autore di un tale lungo e incapsulato periodo sa dove la cosa va a parare e quale sarà la conclusione, perciò si trova benissimo mentre co­ struisce il suo labirinto; il lettore invece non sa nulla di tutto ciò e si trova negli impicci: deve, infatti, man­ dare a memoria tutte quelle clausole, finché, con le ul­ time parole, gli si accende una luce e finalmente viene a sapere di che cosa si sta parlando].

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Evidentemente, però, è contro ogni buon senso mettere un pensiero attraverso all’altro come si fa incrociando due pezzi di legno; ciò tuttavia accade quando si interrompe ciò che si è cominciato a di­ re per dire nel frattempo una cosa del tutto diver­ sa, e così si consegna al lettore, perché lo conservi, un periodo iniziato ancora privo di significato, finché viene il completamento. E all’incirca come se si desse ai propri ospiti un piatto vuoto, lascian­ doli sperare che poi verrà qualcosa. Propriamente le proposizioni secondarie appartengono alla stessa famiglia delle note a piè di pagina e delle parente­ si in mezzo al testo, anzi tutte e tre le cose in fon­ do sono diverse solo per il grado. Se talvolta anche Demostene e Cicerone sono ricorsi a questi periodi incapsulati, sarebbe stato meglio non l’avessero mai fatto. [Il grado massimo di mancanza di gusto è rag­ giunto da questo modo di costruire le frasi quando le proposizioni secondarie non sono neppure inca­ strate organicamente, ma incuneate in modo da in­ terrompere direttamente un periodo. Se per esem­ pio è un’impertinenza interrompere gli altri, im­ pertinenza non minore è interrompere se stessi, come avviene nella costruzione del periodo che da alcuni anni applicano almeno sei volte per pagina tutti gli scribacchini negligenti, affrettati e smaniosi solo di guadagno, compiacendosene. Questa costru­ zione consiste - quando si può, bisogna dare l’e­ sempio insieme alla regola - nell’interrompere una frase per appiccicarne un’altra in mezzo. Costoro però lo fanno non soltanto per pigrizia, ma anche per imbecillità, in quanto credono che ciò sia un’a­ mabile légèreté, che ravviva l’esposizione. - Questo modo di scrivere si può scusare soltanto in alcuni rari casi].

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288 Già nella logica, trattando la teoria dei giudizi analitici, si potrebbe tra l’altro osservare che essi non dovrebbero trovar posto in una buona esposi­ zione, perché fanno l’effetto della semplicioneria. Ciò si vede soprattutto quando dell’individuo si pre­ dica ciò che spetta già al genere: come, per esem­ pio, se di un bove si dice che aveva le corna, di un medico che il suo mestiere era curare gli ammalati e così via. Perciò questi giudizi devono essere ado­ perati soltanto quando si ha da fornire una spiega­ zione o una definizione.

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Le similitudini hanno un grande valore, in quan­ to riconducono un rapporto sconosciuto a uno no­ to. Anche le similitudini più ampie, che diventano parabola o allegoria, non sono altro che la riduzio­ ne di un certo rapporto alla sua rappresentazione più semplice, intuitiva e palpabile. - Si potrebbe di­ re addirittura che ogni formazione concettuale si fonda su similitudini, in quanto deriva dall’afferrare ciò che è simile e dal tralasciare ciò che non è simi­ le nelle cose. Inoltre ogni vero intendere consiste in ultima analisi in un afferrare rapporti (un saisir de rapports): ma ogni rapporto potrà essere afferrato tanto più chiaramente e puramente quanto più lo si riconosca come lo stesso in casi molto diversi tra loro e tra cose assolutamente eterogenee. Finché un rapporto, cioè, mi è noto solo come presente in un singolo caso, io ne ho una conoscenza puramente individuale, dunque propriamente ancora una me­ ra conoscenza intuitiva: ma non appena ho colto anche soltanto in due casi diversi lo stesso rappor­

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to, io ho un concetto di tutta la sua specie, dunque una conoscenza più profonda e più completa. Proprio perché le similitudini sono una leva così potente per la conoscenza, il saperne fare di sor­ prendenti ma pertinenti è prova di profonda intelli­ genza. Per questo anche Aristotele {Poetica, cap. 22) dice: rcoXù Òè péyiaTov tò peTaipopiKÒv si vai póvov yàp toùto ovre nap’ czááou èchi Xaßeiv, evipuiaç re oripeíóv éaTiw tò yàp ei> peracpépeiv tò opoiov ùeoipeiv ègtìv («at longe maximum est, metaphoricum esse: solum enim hoc neque ab alio licet assumere, et boni ingenii signum est. Bene enim transferre est simile intueri»). Parimenti {Rhet., Ili, 11): Kai év ipiXoaoipiçt tò öpoiov, Kai év noXò Sté/ovai, ûeœpeiv evotó/ov («etiam in philosophia simile, vel in longe distantibus, cer­ nere perspicacis est»).214

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[Quanto grandi e degni di ammirazione sono sta­ ti quei primi spiriti del genere umano i quali, sia ciò accaduto dove si vuole, inventarono la più meravi­ gliosa delle opere d’arte, la grammatica della lin­ gua, crearono le partes orationis, distinsero e fissaro­ no nel sostantivo, nell’aggettivo e nel pronome i ge­ neri e i casi, nel verbo i tempi e i modi, separando con sensibilità e con cura l’imperfetto, il perfetto e il piuccheperfetto, tra i quali nella lingua greca tro­ vano posto anche gli aoristi; tutto questo nella no­ bile intenzione di avere un organo materiale ade­ guato e sufficiente per la piena e degna espressione del pensiero umano, un organo che fosse in grado di accoglierne ogni sfumatura e modulazione, riproducendola esattamente. Si considerino ora, invece, coloro che oggi vogliono correggere quell’opera d’arte, questi garzoni della corporazione tedesca de­

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gli scribacchini, rozzi, ottusi, maldestri: per rispar­ miare spazio intendono eliminare come superflue quelle accurate distinzioni, fondono quindi tutti i preteriti nell’imperfetto e parlano servendosi sol­ tanto di imperfetti. Ai loro occhi i sullodati inven­ tori delle forme grammaticali debbono essere stati dei veri minchioni, i quali non capivano che si po­ teva mettere tutto nello stesso mazzo e il perfetto poteva servire da unico e universale preterito: per non parlare dei greci i quali, non contenti di tre preteriti, aggiunsero i due aoristi, questi davvero debbono sembrare degli stupidi. * Inoltre essi omet­ tono con cura tutti i prefissi come inutili escrescen­ ze, senza preoccuparsi che si capisca qualcosa da ciò che rimane. Particelle logiche ed essenziali come « nur, wenn, um, zwar, und » e così via, che avreb­ bero illuminato un intero periodo, essi le soppri­ mono per risparmiare spazio, e il lettore resta al­ l’oscuro. Ma ciò è gradito a più di uno scrittore il quale, infatti, di proposito scrìve in modo difficil­ mente comprensibile e oscuro, perché, da straccio­ ne, opina di ispirare in tal modo rispetto al lettore: insomma costoro si permettono sfrontatamente qualsiasi malefatta grammaticale e lessicale onde guadagnare sillabe. Sono infiniti i miserabili mez­ zucci dei quali si servono per eliminare qua e là una sillaba, nella stolta illusione di ottenere così la concisione e la pregnanza dell’espressione. Tali qualità dello stile, mie care teste di legno, dipen­ dono da cose del tutto diverse che non il soppri­ mere sillabe, e richiedono capacità che voi né pos­ sedete né comprendete! Nessuno poi li biasima per tutto ciò, ma anzi un esercito di asini ancora più * [Che peccato che i nostri geniali correttori della lingua non siano vissuti già in mezzo ai greci: costoro avrebbero ridotto anche la grammatica greca in modo tale da farne una grammatica ottentotta].

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stolidi di loro si affretta a imitarli. - Questo modo di correggere la lingua trova un grande, generale, anzi quasi assoluto seguito perché eliminare sillabe, delle quali non si comprende il significato, richiede quel minimo di intelligenza di cui anche il più im­ becille è dotato]. [La lingua è un’opera d’arte, e come tale, dun­ que in modo oggettivo, dev’essere presa, ragion per cui tutte le cose che in essa si esprimono devono essere regolari e corrispondenti alle sue intenzioni, e in ogni proposizione bisogna che si possa real­ mente rilevare ciò che essa vuol dire, come ogget­ tivamente esistente in essa: invece non si deve pren­ dere la lingua in modo solo soggettivo, ed espri­ mersi a stento nella speranza che l’altro indovini ciò che si intende dire, come fanno coloro che non indicano affatto il caso, esprimono tutti i preteriti con l’imperfetto, omettono i prefissi, e così via. Che abisso, tra coloro che un tempo inventarono e sepa­ rarono i tempi e i modi dei verbi e i casi dei sostan­ tivi e degli aggettivi, - e i miserabili che vorrebbero buttar dalla finestra ogni cosa per conservare, con questo modo approssimativo di esprimersi, una spe­ cie di gergo da ottentotti tagliato sulla loro misura. Son, questi, i venali imbrattacarte dell’attuale pe­ riodo di una letteratura in totale bancarotta spiri­ tuale]. [L’imbarbarimento della lingua, partendo dagli scribacchini dei giornali, trova seguito obbediente e rispettoso nei dotti che scrivono sulle riviste lettera­ rie e sui libri, mentre proprio costoro, dando l’e­ sempio opposto, dunque conservando la buona e autentica lingua tedesca, dovrebbero almeno cerca­ re di ovviare a questo andazzo: ma nessuno lo fa; non vedo nessuno che faccia barriera, nessuno ac­ corre in aiuto della lingua maltrattata dalla più in­ fame plebe letteraria. No, come le pecore essi van­ no dietro agli altri, e gli altri sono asini. Tutto que-

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sto perché non vi è nazione così poco incline a giu­ dicare da sé {to judge for themselves) come quella te­ desca, quindi a giudicare condannando, mentre la vita e la letteratura ne offrono l’occasione in ogni momento. (Essi piuttosto opinano di dimostrare di essere « all’altezza dei tempi », di non essere arre­ trati ma invece scrittori all’ultima moda, se si af­ frettano a imitare ogni più dissennato imbarbari­ mento della lingua). Come le colombe, costoro non hanno bile:215 ma chi non ha bile non ha intelli­ genza: l’intelligenza, infatti, determina già una cer­ ta acrimonia, che provoca, nella vita, nell’arte, nella letteratura, necessariamente e quotidianamente l’in­ timo biasimo e sprezzo per migliaia di cose, tratte­ nendoci appunto dall’imitarle]. -

Appendice al capitolo ventitreesimo2'6

« Von » è ablativo, non genitivo: ricordatevelo principianti dell’abbecedario! - Sempre più, e sen­ za che nessuno se ne preoccupi, si estende l’uso del­ l’ablativo al posto del genitivo: begli scrittori, quelli che non sanno adoperare il caso giusto! Nessun’altra nazione al mondo tollererebbe questo modo di procedere con la lingua. « In der Strasse », invece di auf. ma si abita « in der Strasse » e si cammina « auf der Strasse ». Analoghi strafalcioni e simboli di inintelligenza e mancanza di gusto sono questi composti: Webstuhl, Längsschnitt, Felsgipfel, Lebzeit, Felswand, Gemsjagd', sono infatti: 1) sbagliati: ad es., se esiste la parola Weber non esiste la parola Web ( « Webstuhl » do­ vrebbe essere uguale a « der Stuhl des Webers »); 2) cacofonici, perché nel composto era necessaria la consonante liquida. Platone {Fedone, p. 197, ed. Bip., cap. 4, p. 60 E) adopera tre volte in una sola riga il verbo KeXeùctv con un prefisso diverso e in un senso diverso:

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vneXaußavov avrò got napaKeXeóeoúaí re Kai ÈinKeXeùeiv, óiairep oi toîç öéovai SiaKeÀEVópevot.'217

Peccato che anch’egli non fosse così spiritoso come gli orecchiuti correttori della nostra lingua, e non abbia scritto semplicemente KeXeóetv tre volte, cercando l’ammirazione di altri asini. Ger­ manisti, lo sa il cielo, noi ne abbiamo, e tali che scoppiano dal patriottismo, vogliono germanizzare tutto e fare del gotico un dialetto dei tedeschi, ma non si oppongono all’infame e degenere imbarba­ rimento della lingua. - E tutto questo perché l’at­ tività letteraria è diventata un ramo dell’industria. Ma così non fiorirà mai una letteratura. - « Ge­ messen », invece di « angemessen »! - « erübrigen », invece di «übrigbleiben», - «billig», invece di «wohlfeil», - «kürzen», invece di «abkürzen», «Ansprache», invece di «Anrede», - «hindern», invece di «verhindern ». Allargando il senso di cer­ te parole, si rende più povera la lingua, più ricca invece limitandolo e distribuendolo; sequi, assequi, prosequi, persequi, consequi, obsequi-, implorare, explorare, plorare, deplorare-, per esempio: ändern, verändern, abändern, umändern, sono fini modula­ zioni di cui uno spirito sensibile si serve vantaggio­ samente, ma i nostri asini maldestri vogliono re­ spingere tutto ciò e servirsi sempre di «ändern». Per esempio scrivono « Besserung » invece di « Ver­ besserung», per guadagnare una sillaba, e tolgono alla lingua le fini sfumature che ad essa hanno conferito i nostri antenati: colui che sta male, per esempio un malato o un peccatore, subisce una «Besserung»: invece subisce «Verbesserung» ciò che già è in buono stato, ma può diventare miglio­ re, per esempio un’istituzione, una macchina, ec­ cetera. Se si continua neH’imbarbarimento della lingua aderirò al giudizio unanime di tutti gli stra­ nieri sui tedeschi. Cinque volte su sei, « für » è adoperata a spropo­

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sito, perché questi asini vogliono modellare il tede­ sco sulla base della misera grammatica francese, e credono di poter mettere « für » dove in francese si trova «pour». «Die Sitzung ist für Montag angekündigt», - «Urlaub für zwei Monate», «Rücksicht für Sie», - «Ehrfurcht für Sie», «Beiträge für Geologie», - « Docent für Mathe­ matik», - «für überflüssig erachten», ubi abundat. - Nella «Postzeitung» del 26 aprile 1856: «Das Blatt dürfe nur dann erscheinen, wenn es für eige­ ne Gefahr und Kosten des Druckers erscheine! ». Cose del genere restituiscono la speranza: perché ora si è giunti ai limiti dell’assurdo. - « Abneigung für eine Sache», invece di gegen, - «für den Fall», in­ vece di «in dem Fall»: se un francese invece di «en ce cas», scrivesse «pour ce cas»!!! allora... «unempfindlich für Reize», invece di gegen, « Zeug für Kleider », invece di zu, - «Bedingungen für eine Sache», invece di zu, — «er benutzt es für sein Werk», invece di zu, - «er ward für schuldig erkannt», ubi abundat, - «etwas für wahr anneh­ men», invece di als, - « Vorbild für unsre Leistun­ gen», invece di unserer, — «üben» al posto di «au­ süben », mentre la grande differenza tra queste due parole risulta per esempio da questa frase: «Du musst die Kunst üben, um sie einst ausüben zu kön­ nen». - «Hindern» invece di «verhindern», men­ tre « er hindert mich » e « er verhindert mich » sono due proposizioni diverse - la prima delle quali in­ dica il semplice «render difficile», la seconda inve­ ce il « rendere impossibile ». - « Kürzen » al posto di « verkürzen » e « abkürzen ». - Impedite a questi asi­ ni di imprimere il sigillo della loro idiozia sulla lin­ gua! - Ci sono dei botanici che invece di scrivere «Monokotyledonen» scrivono «Monokotylen»!!! Ogni calzolaio rimane al suo deschetto (cioè non impara altro che quel che gli dà da mangiare): così

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costoro sono rimasti, quanto a cultura, dei veri cal­ zolai. Se si continua con questa monomania di pre­ tendere a tutti i costi la concisione e di mangiare le sillabe, un po’ alla volta la letteratura tedesca assu­ merà lo stile dei dispacci telegrafici. Bisogna che lo dica con tutta chiarezza: giacché qui debbo difendere la lingua tedesca contro l'idio­ zia tedesca. L’assurda parola « beanspruchen » è sta­ ta accettata rapidamente e si è universalmente dif­ fusa solo grazie alla goffa idiozia e mancanza di gu­ sto che in essa si rivela. Ormai non esiste più un mercante che racco­ manda le sue merci sui giornali il quale non si dia da fare in pari tempo a correggere la lingua, e que­ sta correzione consiste sempre nel mangiarsi una qualche sillaba di cui egli non afferra il valore. La logica e la grammatica vengono messe sotto i piedi per risparmiare due sillabe: in ciò, secondo costoro, consisterebbe la concisione dell’espressione e la pregnanza dello stile. Lina volta che un buffone per risparmiare l’au­ mento del participio aveva scritto « erstrebt » invece di « angestrebt », cento altri buffoni si precipitarono a far lo stesso e a mettere dappertutto e sempre « erstreben » al posto di « anstreben »; per quanto grande sia la differenza fra il mero « anstreben » (appetere) di una cosa e il reale «erstreben» (adipisci) di essa; così, avendo identificato questi due ver­ bi, la lingua si è impoverita di unà parola necessa­ ria. « Non fa nulla, non fa nulla! In compenso si guadagnano delle lettere al participio, e questo è un prezioso guadagno! ». Si riterrebbe possibile una simile idiozia, se non l’avessimo sotto gli occhi? Quel che mi fa rabbia in tutte queste correzioni è in primo luogo la corruzione della lingua, ma poi anche la terribile e così universale idiozia che vi si rivela, tanto che, nell’amarezza del mio cuore, dico a me stesso che la flemma è la radice dell’idiozia e

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purtroppo ha la sua patria in Germania. Si ascolti­ no gli inglesi, i francesi e gli italiani, come giudica­ no i tedeschi dal punto di vista intellettuale: consi­ derato quel che oggi universalmente si fa per correggere la lingua, essi hanno ragione. La stupidaggine di fare con due anzi con tre pa­ role una sola parola, senza starci a pensar su, unen­ do l’aggettivo con il sostantivo o addirittura con il verbo! - La cosa che più indigna in questa onni­ presente correzione della lingua è dover vedere co­ me gli uni ammirino sempre la stoltezza degli •altri: infatti, appena uno ha realizzato una vera e propria mutilazione di una parola o un’assurdità verbale, si vedono centinaia di altri affrettarsi, pieni di rispet­ to, a imitarlo. Ma io sono così irriguardoso da af­ fermare che questo modo di fare è il culmine del­ l’idiozia e, al tempo stesso, anche un’infamia. Tra le correzioni assurde della lingua vi è anche la contrazione, ormai universalmente prediletta, di due parole anzi tre in una sola. Ciò è usuale in te­ desco, quando le parole da riunire si trovano nel rapporto della finalità, dell’utilità o della difesa co­ me per esempio: Jagdhund, Sonnenschirm, Heuga­ bel, Hirschfänger, e così via. Questi signori non san­ no nulla di tutto ciò, e basta che uno di questi ge­ ni abbia scritto « Wildschwein » invece di « wildes Schwein », eccone un altro che su quel modello scrive «Wildente» invece di «wilde Ente». E come se si volessero chiamare questi correttori della lin­ gua «Dummesel», cosa che certamente non va. Gemsjäger? Allora anche Haasjäged. Per di più non dà la caccia a un camoscio {Gemse), ma a dei camo­ sci (Gemsen). - Mi son trovato a leggere « landflüch­ tig» invece di «landesflüchtig»: il primo sarebbe colui che navigando sul mare evita la terra. Allora dovete dire anche « Landvater, Landsitte, Land­ mann » invece di « Landsmann ». Ma questo infame imbarbarimento della lingua, praticato da persone

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stupide e ignoranti, cancella tutte le più delicate dif­ ferenze, sfumature e modulazioni - per risparmiare carta. L’uso imperversante di scrivere « Hilfe » e « gü­ tig» è un errore: il participio si fa sull’imperfetto, ma nell’antico tedesco questo era per lo più in «u», per esempio: stehen, «er stund», «stünde»; springen, «er sprung»; sterben, «er sturb». Ho tro­ vato (1635) «sie stürben», forma che esiste anco­ ra nel congiuntivo «stürbe» e anche «hülfe». Per­ ciò, dunque, si sarà detto «es gult» e «es hulf», forme che si sono conservate nell’imperfetto con­ giuntivo: «dass er mir hülfe», - «dass er Sprün­ ge», - «dass es gülte», eccetera. Costoro non solo contano, ma perfino misurano le lettere. Il massi­ mo dell’infamia, dunque, non è contare ma misu­ rare le lettere! Prima di ogni altra cosa mi indispettisce in tutto ciò l’irrimediabile storpiatura della nobile e antica lingua tedesca, ma poi anche la rivoltante stupidag­ gine e mancanza di giudizio che vi si rivela. - È sba­ gliato assumere nel caso di parole prese da lingue straniere il loro genere, perché questo genere non corrisponde allo spirito della lingua tedesca; i nostri antenati avevano più latino nel loro dito mignolo che i nostri moderni correttori della lingua in tutto il corpo, ma con delicato e giusto tatto essi hanno stabilito che bisogna dire: «das Triumvirat», «das Cölibat», « das Primat», « das Katheder», « das Kar­ neval », come scrive Goethe e non « der Karneval » come scrivono quegli straccioni, attesi dal becchino per seppellire non soltanto il loro corpo ma anche il loro spirito per l’eternità. «Der Plebs» (subintellige «Pöbel»), «die Karosse», «das Pult» (e non in­ vece), «die Paragraph», «der Louvre», «der Koliseum» (che in italiano ha l’articolo maschile «il», perché manca il neutro), «die Dialekt», «der Mö-

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bel», «die Bajonnet», «das Episod», « die Atom», « der Krokodil », « die Humus », « der Bronce », « der Rolle», « der Kontrolle », «die Orchester». Quando si adotta una parola da una lingua straniera non c’è bisogno di informarsi del suo genere in quella lin­ gua, bensì bisogna conferirle il genere che, secondo la sua natura, deve avere in tedesco. Il genere si orienta secondo la concezione tedesca dell’oggetto. Ciò si vede anche in francese, le cui parole vengono quasi tutte dal latino, ma spesso non ne hanno as­ sunto insieme il genere, per esempio: flos « la fleur», error, « une erreur », sapor « une saveur », forts « une fontaine», morts «une montagne», eccetera. In modo assolutamente arbitrario e senza alcu­ na ragione, si formano anche nuove parole com­ poste, per esempio si scrive « eine Erlaubnis ansu­ chen», invece di nachsuchen. Ciò rientra nella clas­ se dei « miglioramenti » della lingua che non hanno per motivo lo scopo di eliminare lettere, ma si raccomandano soltanto per la loro idiozia: sono molto in uso! « Einmal » (semel), invece di « erst­ lich » (prtmurn) non ha la minima scusa, ma si rac­ comanda soltanto per la sua assurdità e la sua idio­ zia; in conseguenza di cui è venuto in un uso ge­ nerale, anzi esclusivo. - Così pure « gleichzeitig » invece di «zugleich». Parimenti «vorerst» invece di «zuvörderst». «Weitaus», invece di «bei Wei­ tem » non è tedesco e non ha senso. Mi appello a tutti gli studiosi tedeschi con una testa pensante perché salvino la lingua dalle mani di questi lu­ strascarpe. L’amore per le cose errate e assurde rie­ sce a vincere perfino la loro massima di risparmia­ re lettere: essi infatti scrivono sempre « nothwendig» invece di « nòthig», perché sanno così poco il tedesco, da non conoscere la differenza dei con­ cetti designati da queste due parole. « Nothwendig» è ciò che deve inesorabilmente avvenire,

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«nöthig», ciò che è richiesto dai nostri fini. «Das Gleiche» invece di «das Selbe», per esempio «am gleichen Tage», «die gleiche Kugel traf zwei». - Insomma la lingua tedesca è caduta nelle mani della plebe dei letterati e io invito tutti gli studio­ si di buon senso a salvarla. Dovunque domina l’a­ narchia generale: qualsiasi scribacchino si ritiene autorizzato a maltrattare a suo piacimento la lin­ gua, tralascia parole, taglia via sillabe, crea nuovi composti, adopera vecchi vocaboli nel senso sba­ gliato, e invece di trovare la meritata riprovazione incontra ammiratori e imitatori. La cosa che più fa indignare in questi scrittori è la smaniosa sollecitudine con cui l’uno adotta im­ mediatamente la storpiatura linguistica dell’altro e con cui si affrettano a imitarsi a vicenda, perché di­ mostra che si ammirano reciprocamente, proprio là dove l’unico sentimento giusto sarebbe l’indi­ gnazione per la sconsideratezza e la stupidaggine impertinente con cui si « corregge » la lingua. Ma per questo la storpiatura della lingua in tutta la let­ teratura è diventata epidemica e si è diffusa come la peste. Le parole «Ansicht», «Meinung» sono assolutamente bandite: in loro vece si incontra tutte le vol­ te l’estatica parola «Anschauung»; dunque «intui­ zione», oppure la parola «Bewusstsein», che simu­ la l’immediatezza, e così continuamente troviamo lo sforzo di nascondere dietro espressioni altisonanti la banalità dei pensieri o la volgarità dei sentimen­ ti. Espressioni elevate e pensieri insulsi sono ovun­ que la loro specialità. Evitare timorosamente l’uso di parole straniere è purismo sbagliato', esse vengono assimilate e arric­ chiscono la lingua, come hanno fatto migliaia di es­ se in passato: il vero purismo vigila sulla grammati­ ca, perché non venga falsificata dalle forme prese

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da lingue meno perfette: per esempio pour, pour, e così via. Nel necrologio del « Leipziger Repertorium », tanto intelligente quanto onesto, si trova: « Roger wendete 70.000 auf die Herausgabe...» invece di «verwendete» o di «wendete an»: sicché, seguen­ do questo esempio, si dovrebbe scrivere sempre e soltanto «wenden», invece di umwenden, wegwenden, abwenden, vorwenden, aufwenden, zuwen­ den, einwenden, eccetera. — Razza d’asini! Il caso dev’essere espresso o con la flessione o con l’articolo: non indicarlo affatto ma lasciarlo in­ dovinare al lettore è degno delle lingue degli ot­ tentotti e dei caraibi, in tedesco invece è un segno non solo di mancanza di sensibilità e di gusto, ma anche di estrema mancanza di intelligenza: io so che ora la cosa è diventata assolutamente generale, ma in tal modo la questione non è migliorata di un ca­ pello, bensì dimostra soltanto l’universale mancan­ za di intelletto. E io dovrei essere cortese e far com­ plimenti con gente dissennata? Perché mai?

CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO

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290 L’ignoranza degrada l’essere umano solo quando si trova associata con la ricchezza. Il povero è limi­ tato dalla sua povertà e dai suoi bisogni; le sue pre­ stazioni sostituiscono in lui l’istruzione e ne occu­ pano i pensieri. Invece i ricchi che sono ignoranti vivono soltanto per i loro godimenti e somigliano alle bestie e questo si può vedere ogni giorno. Bi­ sogna aggiungere anche il rimprovero che la ric­ chezza e il tempo libero non sono stati sfruttati per quello che conferisce ad essi il più alto valore.

291 Quando leggiamo, vi è un altro che pensa per noi: noi ripetiamo soltanto il suo processo mentale. Le cose stanno qui come quando lo scolaro che sta imparando a scrivere rifà con la penna le righe trac­ ciate per lui col lapis dal maestro. Di modo che, nel leggere, il lavoro del pensare ci viene tolto per la maggior parte. Questo spiega lo stato di sensibile sollievo che proviamo quando non ci occupiamo più dei nostri pensieri e passiamo alla lettura. [Ma, durante la lettura, veramente la nostra testa non è che l’arena di pensieri altrui. Quando questi se ne vanno, che cosa rimane?]. Questa è la ragione per­ ché colui che legge molto e quasi tutto il giorno, e negli intervalli si riposa passando il tempo senza pensare, a poco a poco perde la capacità di pensa­ re da sé, — come l’individuo che va sempre a cavai-

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10 alla fine disimpara a camminare. Questo però è 11 caso di moltissimi eruditi: a furia di leggere si so­ no istupiditi. Poiché il leggere senza tregua, che vie­ ne ripreso in ogni momento libero, paralizza lo spi­ rito più del lavoro manuale continuo; dato che du­ rante il lavoro manuale vi è modo di abbandonarsi ai propri pensieri. Appunto come una molla, che a causa della costante pressione da parte di un corpo estraneo finisce col perdere la sua elasticità, così an­ che lo spirito perde la sua elasticità a causa dell’in­ vadenza senza tregua di pensieri altrui. E come un nutrimento eccessivo rovina lo stomaco, e con ciò danneggia tutto il corpo, si può parimenti sovracca­ ricare e soffocare lo spirito con un nutrimento men­ tale eccessivo. Poiché più si legge, tanto meno trac­ ce lascia nello spirito quello che si è letto: lo spiri­ to diventa simile a una lavagna sulla quale è stato scritto molto, e una cosa è stata scritta sopra un’al­ tra. Perciò non si giunge alla ruminazione:* ma so­ lo questa permette di assimilare le cose lette, allo stesso modo che i cibi ci nutrono non perché li mangiamo, ma perché li digeriamo. Se invece si leg­ ge senza tregua, senza poi ripensare a quello che si è letto, esso non può prendere radice, e, di solito, va perduto. Tutto sommato il nutrimento spirituale subisce la stessa sorte che è propria del nutrimento del corpo: appena la cinquantesima parte di quello che è stato assunto viene assimilata, la parte rima­ nente viene eliminata a mezzo dell’evaporazione, respirazione, e così via. A questo bisogna aggiungere che i pensieri mes­ si su carta, in fondo, non sono altro che la traccia sulla sabbia di un viandante: è vero, si vede la via che egli ha seguito, ma per sapere che cosa abbia * Anzi l’afflusso intenso e continuo di nuove cose lette serve soltanto ad accelerare l’oblio di ciò che si è letto prima.

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visto sul suo cammino bisogna adoperare i propri occhi.

292 Leggendo libri non abbiamo il potere di acqui­ stare dagli scrittori le loro eventuali qualità come, per esempio, la forza di convinzione, la ricchezza di immagini, il dono di far confronti, l’audacia, o l’a­ marezza, o la concisione, o la grazia, o la levità espressiva, o ancora lo spirito arguto, contrasti sor­ prendenti, il laconismo, l’ingenuità e simili. Tuttavia abbiamo la possibilità di evocare in noi simili qua­ lità, di renderci consapevoli di esse, nel caso che già ne abbiamo la predisposizione, vale a dire le abbia­ mo potentia\ avendo così modo di vedere tutto quel­ lo che se ne possa fare, possiamo rimanere raffor­ zati nell’inclinazione, anzi, essere incoraggiati a far­ ne uso; possiamo, grazie agli esempi, giudicare dell’efficacia della loro applicazione e imparare co­ sì il loro giusto uso; e soltanto allora ne abbiamo il possesso anche actu. Questo è dunque l’unico mo­ do nel quale la lettura riesca a formare lo scrittore, vale a dire la lettura ci insegna l’uso che possiamo fare delle doti naturali: naturalmente, sempre pre­ supponendo l’esistenza di simili doti. Senza di esse, invece, non impariamo nulla dalla lettura, tranne la fredda morta maniera, e diventiamo banali imi­ tatori.

292a

[La polizia sanitaria, nell’interesse della vista, do­ vrebbe vigilare, affinché la piccolezza dei caratteri

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non oltrepassi un minimo, stabilito una volta per tutte. (Quando mi trovai a Venezia nel 1818, al tempo in cui si fabbricavano ancora le autentiche catenine veneziane, un orefice mi disse che coloro che pro­ ducevano la catena fina™ diventavano ciechi all’età di 30 anni)]. -

293

Allo stesso modo che gli strati della terra conser­ vano le serie degli esseri viventi delle epoche passa­ te; così gli scaffali delle biblioteche conservano le serie degli errori del passato e le loro esposizioni, che, come quegli esseri, ai loro tempi, erano quan­ to mai vivi e facevano molto rumore, ora invece stanno rigidi e pietrificati, là dove soltanto il pa­ leontologo letterario li esamina.

294 Serse, secondo Erodoto, pianse alla vista del suo esercito immenso, pensando che, di tutti quei guerrieri, entro cent’anni non ne sarebbe rimasto in vita uno solo: chi non piangerebbe alla vista di un grosso catalogo di libri stampati, se pensasse che di tutti quei libri, già dopo dieci anni, non ne ri­ marrà in vita nemmeno uno?

295 Nella letteratura succede come nella vita: dovun­ que ci volgiamo, incontriamo immediatamente la

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PAR.ER.GA E PARALIPOMENA

plebe incorreggibile dell’umanità, che si trova do­ vunque a legioni, riempie tutto e insudicia tutto, co­ me le mosche d’estate. Di qui, nella letteratura, il numero incalcolabile di libri cattivi, questa erbaccia della letteratura che tutto invade, che toglie l’ali­ mento al grano e lo soffoca. Essi, infatti, si accapar­ rano tempo, denaro e attenzione del pubblico, co­ se che per diritto appartengono ai libri buoni e ai loro nobili fini, mentre quelli sono stati scritti sol­ tanto con l’intenzione di intascare denaro o di pro­ curarsi un impiego. Essi, dunque, sono non soltan­ to inutili, ma positivamente dannosi. [Nove decimi dell’intera nostra letteratura odierna non ha altro scopo che estorcere qualche tallero alla tasca del pubblico: a questo fine hanno fermamente congiu­ rato sia l’autore che l’editore e il recensore]. [Un tiro scaltro e cattivo ma formidabile è quel­ lo che è riuscito ai letterati, agli scribacchini in cer­ ca di pane, ai maniaci dello scrivere, contro il buon gusto e la vera educazione del secolo, giacché co­ storo sono riusciti a tenere al guinzaglio l’intero mondo elegante in modo da ammaestrarlo a leggere a tempo, in modo, cioè, che tutti quanti leggano sempre la medesima cosa, vale a dire l’ultima no­ vità, onde avere nei loro circoli materia di conver­ sazione; a questo scopo servono appunto i cattivi ro­ manzi e simili produzioni dovute a penne un tem­ po rinomate, come nel passato venivano letti Spindler, Bulwer, Eugen Sue e simili. Che cosa però può essere più miserabile del destino di un simile pubblico della letteratura amena, che si crede te­ nuto a leggere in perpetuo le scribacchiature più moderne di teste assai comuni, le quali scrivono sol­ tanto per denaro, e perciò ve ne è sempre una gran­ de quantità, mentre le opere degli spiriti rari e su­ periori di tutti i tempi e paesi questo pubblico le co­ nosce soltanto per nome! - In modo particolare la

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stampa letteraria quotidiana è un mezzo escogitato con furberia per rubare al pubblico che si interessa di estetica il tempo, che dovrebbe impiegare nella lettura di opere autentiche, per la salute della pro­ pria educazione, e darlo in preda alle quotidiane sciocchezze delle teste volgari]. [Perciò, riguardo alla nostra lettura, l’arte di non leggere è assai importante. Essa consiste nel non prendere in mano quello che in ogni momento oc­ cupa immediatamente la maggior parte del pub­ blico, come, per esempio, libelli politici e letterari, romanzi, poesie e simili cose, che fanno chiasso appunto in quel dato momento, e perfino rag­ giungono parecchie edizioni nel loro primo e ulti­ mo anno di vita: invece dobbiamo pensare che co­ lui che scrive per gli imbecilli trova in tutti i tem­ pi il suo pubblico, e dobbiamo dedicare lo scarso tempo destinato alla lettura esclusivamente alle opere dei più grandi spiriti di tutti i tempi e di tut­ ti i popoli, che sovrastano la rimanente umanità, e che vengono designati dalla voce della gloria. Sol­ tanto costoro creano la nostra cultura e istruisco­ no realmente], [Non si leggeranno mai troppo poche cose catti­ ve e troppo spesso cose buone: i libri cattivi sono un veleno intellettuale, essi rovinano lo spirito], [La condizione per leggere le cose buone è di non leggere roba cattiva: poiché la vita è breve, il tempo e le forze sono limitati].

295 a [Vengono scritti libri intorno ora a questo ora a quell’altro spirito grande del passato, e il pubblico li legge, invece non legge le opere stesse di quei grandi; perché vuol leggere solo cose fresche di

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stampa e perché similis simili gaudet, e le chiac­ chiere insipide e piatte di una testa superficiale dei nostri tempi gli riescono più affini e più pia­ cevoli dei pensieri di uno spirito grande. Io, inve­ ce, ringrazio il destino, che mi ha fatto conoscere quando ancora ero giovane un beH’epigramma di A.W. Schlegel, che fu da allora in poi la mia stella polare: Leggete con zelo gli antichi, i veri autentici antichi: non molto significa quel che di essi i moderni dicono.219

Oh, come una testa comune assomiglia a un’altra del suo genere! Come, davvero, esse sono tutte quante uscite dallo stesso stampo! Badate come ad ognuna di esse viene in mente la stessa cosa nella stessa occasione e null’altro! E per di più, le loro basse mire personali. E le chiacchiere vuote di si­ mili bricconi vengon lette da un pubblico sciocco: basta che siano state stampate oggi, e intanto si la­ sciano dormire i grandi spiriti negli scaffali delle biblioteche]. [E incredibile, davvero, la stoltezza e la perver­ sione del pubblico, che trascura di leggere quelli che sono in ogni campo gli spiriti più nobili, più ra­ ri di tutti i tempi e di tutti i paesi, leggendo poi le scribacchiature quotidiane di quelle teste volgari che ogni anno vengono al mondo in quantità innu­ merevole, simili alle mosche, - soltanto perché sono state stampate quel giorno stesso e sono ancora umide d’inchiostro. Piuttosto queste produzioni do­ vrebbero rimanere abbandonate e disprezzate già nello stesso giorno della loro nascita, come lo sa­ ranno dopo pochi anni e poi per sempre: roba sol­ tanto adatta a far ridere dei tempi passati e delle lo­ ro frottole]. [Siccome la gente, invece di leggere le cose mi­ gliori di tutti i tempi, legge soltanto la roba novissi­ ma, gli scrittori rimangono nella cerchia ristretta

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delle idee circolanti e il secolo affoga sempre più nel proprio sudiciume].

296 Esistono, in tutti i tempi, due letterature, che procedono una accanto all’altra quasi estranee fra loro: una letteratura vera e propria ed un’altra sol­ tanto apparente. La prima crescendo diventa la let­ teratura permanente. La producono persone che vi­ vono per la scienza o per la poesia; essa procede nel suo cammino seria e quieta, ma in modo estremamente lento, in Europa essa produce una dozzina scarsa di opere in un secolo, le quali però rimango­ no. L’altra letteratura, esercitata da persone che vi­ vono della scienza o della poesia, va avanti al galop­ po, con grande chiasso degli interessati, e annual­ mente mette sul mercato molte migliaia di opere. Dopo pochi anni, però, vien da chiedersi: dove so­ no queste opere? Dov’è la loro gloria così prematu­ ra e così rumorosa? [Si può perciò chiamare quest’ultima anche letteratura che passa, invece l’altra letteratura che resta].

296a [Sarebbe bene comprar libri, se insieme si potes­ se comprare il tempo per leggerli, ma di solito si scambia l’acquisto di libri per l’acquisizione del lo­ ro contenuto]. [Pretendere che un individuo ritenga tutto quan­ to ha mai letto, è come esigere che porti ancora dentro di sé tutto quanto ha mai mangiato. Lindi-

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viduo ha vissuto fisicamente, come corpo, di quello che ha mangiato, e ha vissuto spiritualmente di quello che ha letto, e grazie a ciò è diventato quel­ lo che è. Ma allo stesso modo che il corpo assimila soltanto quello che gli è omogeneo, così ognuno conserverà in sé quello che lo interessa, vale a dire che si adatta al suo sistema di pensieri, oppure ai suoi fini. Infatti ognuno ha propri fini; invece, qual­ che cosa di simile a un sistema di pensieri l’hanno soltanto pochi; perciò nulla sveglia il loro interesse oggettivo e appunto per questa ragione nulla si de­ posita in loro dalla lettura; essi non ne ritengono nulla]. [Repetitio est mater studiorum. Ogni e qualsiasi li­ bro importante deve essere letto subito due volte; in parte, perché le cose vengono capite meglio la se­ conda volta nella loro concatenazione, e si riesce a comprendere il principio veramente bene soltanto dopo aver conosciuto la fine; in parte, perché, ver­ so ogni brano, la seconda volta ci troviamo in un di­ verso stato d’animo rispetto alla prima volta e, gra­ zie a ciò, l’impressione riesce diversa, ed è come ve­ dere un oggetto in un’altra luce]. [Le opere sono la quintessenza di uno spirito; es­ se perciò, anche se quest’ultimo fosse lo spirito più alto, saranno senza paragone più ricche di conte­ nuto di quanto possa essere la sua compagnia, e la sostituiranno anche nell’essenziale, - anzi l’oltre­ passeranno di gran lunga e la lasceranno indietro. Perfino gli scritti di una testa mediocre possono riu­ scire istruttivi, degni di lettura e divertenti, appun­ to perché sono la sua quintessenza, il risultato, il frutto di tutto il suo pensiero e del suo intero stu­ dio; - mentre la sua compagnia non ci può soddi­ sfare. Perciò si possono leggere libri scritti da per­ sone la cui compagnia non ci riuscirebbe gradevo­ le, e dunque un’elevata cultura spirituale ci induce

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a poco a poco a trovare il nostro godimento quasi esclusivamente nella lettura dei libri e non nella conversazione con le persone]. [Non vi è maggior ristoro per lo spirito della let­ tura degli antichi classici: appena ne abbiamo preso uno tra le mani, sia pure soltanto per mezz’ora, ci sentiamo subito rinfrancati, alleggeriti, purificati, con lo spirito più elevato e rafforzato; è come se ci fossimo ristorati alla fresca sorgente di una roccia. Questo fatto dipende dalle lingue antiche e dalla lo­ ro perfezione oppure dalla grandezza degli spiriti le cui opere rimangono intatte e non indebolite dai millenni? Forse da tutte e due le ragioni insieme. Ma io so che se, come ora vi è il pericolo, lo studio delle lingue antiche dovesse un giorno cessare, sor­ gerebbe allora una nuova letteratura fatta di scribacchiature barbare, insulse e indegne, quale mai ancora è esistita; tanto più che la lingua tedesca, che pur possiede alcune delle perfezioni delle lin­ gue antiche, viene dagli indegni scribacchiatori del­ l’epoca «attuale» dilapidata e storpiata con zelo e metodo, di modo che essa, a poco a poco, s’impo­ verisce e degenera trasformandosi in un miserabile gergo], [Vi sono due storie: la storia politica e quella del­ la letteratura e dell’arte. La prima è la storia della volontà, la seconda è quella àe\V intelletto. Perciò la prima, tutta quanta, ci riesce angosciosa, anzi spa­ ventosa, piena com’è di angoscia, afflizione, ingan­ no e orribili assassinii. La seconda, invece, è dovun­ que piacevole e serena, come lo è l’intelletto isola­ to, anche se descrive errori. Il suo ramo principale è la storia della filosofia. In sostanza essa è il suo basso fondamentale, che si fa sentire anche nell’al­ tra storia e anche là, dal suo fondamento, guida l’o­ pinione: ma quest’ultima domina il mondo. Perciò la filosofia è, in senso proprio e bene intesa, anche

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la più formidabile potenza materiale; essa, tuttavia, agisce con grande lentezza].

297 Nella storia universale mezzo secolo è sempre qualcosa di considerevole; poiché la sua materia scorre continuamente, in quanto sempre sta avve­ nendo qualcosa. Invece, nella storia della letteratu­ ra, lo stesso periodo di tempo spesso non può nep­ pure essere preso in considerazione, appunto per­ ché nulla è successo: i tentativi degli imbrattacarte, infatti, non la riguardano per nulla. Avviene così che dopo cinquant’anni si sia allo stesso punto. Per chiarir ciò bisogna immaginare i progressi della conoscenza del genere umano come l’orbita di un pianeta. Si possono raffigurare le aberrazioni, alle quali esso è soggetto di solito subito dopo ogni progresso rilevante, con gli epicicli di Tolomeo: do­ po aver percorso ognuno di essi, il genere umano è di nuovo là dove era stato all’inizio della sua corsa. Invece le teste superiori, che realmente guidano fanno avanzare il genere umano su questa orbita planetaria, non compiono con gli altri l’epiciclo ri­ spettivo. Questo spiega perché la gloria presso la posterità si paga di solito con la perdita del plauso dei contemporanei, e viceversa. - Un simile epiciclo è, per esempio, la filosofia di Fichte e di Schelling, coronata alla fine dalla sua caricatura hegeliana. Questo epiciclo è partito dal punto in cui era giun­ ta la curva tracciata da Kant e da me in seguito fat­ ta progredire da quello stesso punto: nell’intervallo di tempo fra Kant e me, i suddetti pseudofilosofi, e altri ancora, hanno percorso il loro epiciclo, che or­ mai si è compiuto, sicché il pubblico che era anda­

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to con loro si accorge di ritrovarsi al punto di par­ tenza. Per questo andamento delle cose noi vediamo co­ me lo spirito del tempo, scientifico, letterario ed artistico, all’incirca ogni trent’anni, dichiari banca­ rotta. In un tale periodo, appunto, gli errori rispet­ tivi si sono così intensificati, che crollano sotto il pe­ so della loro assurdità, e nello stesso tempo hanno rafforzato l’opposizione nei loro confronti. Ora, dunque, subentra una svolta; ma spesso segue l’er­ rore nella direzione opposta. Il dimostrare questo svolgimento delle cose nel suo ritorno periodico sa­ rebbe il vero e proprio argomento pragmatico del­ la storia della letteratura; ma quest’ultima ci pensa poco. Inoltre, a causa della relativa brevità di quei periodi, è spesso difficile raccogliere i dati apparte­ nenti a tempi più lontani; perciò è più comodo os­ servare la cosa in base alla propria epoca. Se si cer­ casse un esempio di ciò nelle scienze positive, si po­ trebbe prendere la geologia nettunistica di Werner. Ma mi fermo all’esempio già citato e a noi più vici­ no. Al fulgido periodo di Kant nella filosofia tede­ sca è seguito direttamente un altro periodo duran­ te il quale i filosofi si sono sforzati, invece di con­ vincere, di far impressione; invece di essere precisi e chiari, hanno cercato di essere brillanti e iperbo­ lici, ma soprattutto incomprensibili; e addirittura, invece di cercare la verità, hanno intrigato. Dato questo stato di cose la filosofia non poteva far pro­ gressi. Finalmente si giunse al fallimento di tutta questa scuola e di questo metodo. Infatti, in Hegel e nei suoi vassalli, l’insolenza degli imbrattacarte, da un lato, e quella dei panegiristi senza scrupoli, dal­ l’altro, insieme all’evidente premeditazione di que­ sta bella tresca, aveva raggiunto dimensioni così co­ lossali, che alla fine tutti dovettero aprire gli occhi e scoprire l’intera impostura, e quando, in seguito a certe rivelazioni, venne tolta la protezione dall’al-

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to, dovettero aprire anche la bocca. Questa filosofia, che è la più miserabile delle pseudofilosofie mai esi­ stite, trascinò con sé nell’abisso del discredito i suoi antecedenti Fichte e Schelling. Con ciò si rende pa­ lese la completa incompetenza filosofica della pri­ ma metà del secolo che, in Germania, ha tenuto dietro a Kant, mentre con gli stranieri ci si vanta del talento filosofico dei tedeschi - [soprattutto dopo che uno scrittore inglese ha avuto l’ironia maligna di chiamarli un popolo di pensatori]. Ma colui che desidera aver una conferma, in base ai dati della storia dell’arte, dello schema generale degli epicicli qui esposto, non ha che da guardare la scuola di scultura del Bernini che fioriva ancora nel secolo scorso, particolarmente nel suo ulteriore svi­ luppo francese, e che rappresentava, invece della classica bellezza, la natura volgare, e, invece dell’an­ tica semplicità e grazia, la cerimoniosità da minuetto francese. Essa fece fallimento, quando, dopo il biasi­ mo di Winckelmann, si ebbe il ritorno alla scuola de­ gli antichi. - Una documentazione dal campo della pittura ci è fornita invece nel primo quarto di questo secolo, che considerava l’arte come semplice mezzo e strumento di una religiosità medioevale, e perciò sceglieva per suo unico tema soggetti chiesastici, che, però, ora venivano svolti da pittori ai quali mancava la vera serietà della fede, ma che, in seguito a quella mania, prendevano come modelli Francesco Francia, Pietro Perugino, Fra Angelico da Fiesole e simili, an­ zi li apprezzavan più degli altri veramente grandi maestri che erano loro seguiti. Riguardo a questa aberrazione, e siccome in poesia si faceva sentire un’aspirazione analoga, Goethe scrisse la parabola Pfaffenspiel. Anche questa scuola fu poi riconosciu­ ta come inconsistente e fece fallimento; ad essa se­ guì il ritorno alla natura, che si manifestò in quadri di genere e in scene prese dalla vita, degenerando, purtroppo, talvolta in opere volgari.

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In conformità con lo svolgimento descritto dei progressi umani, la storia letteraria è, per la mag­ gior parte, il catalogo di un museo di aborti. L’alcol nel quale essi vengono conservati più a lungo è la legatura in pelle di cinghiale. Invece le poche crea­ ture nate bene non debbono esser cercate là: esse sono rimaste in vita e le incontriamo dovunque nel mondo, dove si muovono come esseri immortali, eternamente in fresca giovinezza. Esse sole costitui­ scono la vera e propria letteratura indicata nel para­ grafo precedente; la sua storia, povera di personag­ gi, viene imparata da noi fin dalla nostra giovane età, dalla bocca delle persone colte e non già dai manuali. - [Contro la monomania, che domina og­ gidì, di leggere storie letterarie al fine di poter chiacchierare di tutto, senza conoscere, in realtà, nulla, raccomando un brano, assai degno di essere letto, di Lichtenberg (vol. II, p. 302 della vecchia edizione)]. Ma desidererei che una buona volta qualcuno tentasse di scrivere una storia tragica della letteratu­ ra, nella quale mostrasse come le varie nazioni, ognuna delle quali ripone il suo supremo orgoglio nei suoi grandi scrittori e artisti, hanno trattato que­ sti ultimi in vita; costui ci metterebbe allora sotto gli occhi quella lotta senza fine che ciò che è buono e genuino in tutti i tempi e in tutti i paesi ha dovuto sostenere contro ciò che è distorto e scadente, e che sempre predomina; il martirio di quasi tutti i veri rischiaratori dell’umanità, di quasi tutti i gran­ di maestri in ogni disciplina ed arte; ci mostrerebbe come questi, tranne poche eccezioni, ebbero una vi­ ta di tormenti, senza riconoscimenti, senza simpatia, senza discepoli, in povertà e privazioni, mentre la gloria, gli onori e la ricchezza andavano a concor­ renti indegni; [come dunque essi hanno patito la sorte di Esaù: mentre egli era a caccia per procura­ re al padre selvaggina, Giacobbe, travestito coi suoi

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panni, lo defraudò a casa della benedizione del pa­ dre]; come, tuttavia, nonostante tutto, l’amore per la loro causa li abbia sorretti; finché ebbe compi­ mento la lotta tremenda di un simile educatore del genere umano, lo salutò il lauro immortale e scoccò l’ora nella quale anche per lui fu detto: La pesante corazza acquista l’ali, breve il dolore, infinita è la gioia.”1’

CAPITOLO VENTICINQUESIMO

DELLA LINGUA E DELLE PAROLE

298 La voce degli animali serve soltanto a esprimere la volontà nei suoi eccitamenti e movimenti; invece la voce umana serve a esprimere anche la conoscen­ za. A ciò si deve che la voce degli animali quasi sem­ pre ci fa un’impressione sgradevole, tranne la voce di certi uccelli. [AH’origine del linguaggio umano si trovano cer­ tamente, come primo elemento, le interiezioni, che non sono concetti, ma, simili ai suoni emessi dagli animali, esprimono sentimenti, - cioè moti della vo­ lontà. Dopo di che si stabilirono le loro varie spe­ cie; e, grazie alla loro varietà, avvenne il passaggio a sostantivi, verbi, pronomi personali, eccetera]. La parola dell’essere umano è il materiale più durevole. Quando un poeta ha incarnato la sua più fuggevole sensazione in parole ad essa adeguate, questa vive in esse nei millenni, e si risveglia in ogni lettore sensibile.

298a [Com’è noto, le lingue, particolarmente per quello che riguarda la grammatica, sono tanto più perfette quanto più sono antiche, e gradualmente diventano sempre peggiori; - si comincia così dalla nobile lingua sanscrita giù giù fino al gergo inglese, questo vestito per i pensieri rimediato con pezzi di stoffa eterogenei. Questa lenta degradazione è un argomento rilevante contro le teorie predilette dei

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nostri prosaici e sorridenti ottimisti, relative « al co­ stante progresso dell’umanità verso il meglio»; per dimostrarlo essi vorrebbero falsare la deplorevole storia del genere bipede; del resto, si tratta di un problema di difficile soluzione. Non possiamo fare a meno di pensare che il primo genere umano, uscito in qualche modo dal grembo della natura, si trovasse in uno stato di totale ignoranza infantile e perciò fosse rozzo e sprovveduto: come mai un si­ mile genere umano ha potuto escogitare l’edificio estremamente ingegnoso della lingua, le complica­ te e molteplici forme grammaticali, sia pur ammet­ tendo che il patrimonio lessicale della lingua si sia accumulato gradualmente? D’altro lato, vediamo dovunque che i discendenti sono rimasti fermi alla lingua degli avi, e soltanto gradualmente vi hanno apportato piccole modifiche. L’esperienza, però, non c’insegna che nel succedersi delle generazioni le lingue si perfezionino dal punto di vista gram­ maticale, ma, come è stato già detto, avviene pro­ prio il contrario: le lingue diventano in verità sem­ pre più semplici e scadenti. - Dobbiamo forse sup­ porre, tuttavia, che la vita della lingua somigli a quella di una pianta, la quale, uscita da un nudo se­ me, come un rampollo poco appariscente, si svi­ luppa gradualmente, raggiunge l’acme, e di lì de­ cade di nuovo invecchiando lentamente - ma che noi avremmo conoscenza soltanto di questo de­ cadere e non dell’antecedente ascesa? Ipotesi affat­ to immaginosa e per di più del tutto arbitraria - si­ militudine, non spiegazione! Per ottenerne una, la cosa più plausibile mi sembra sia supporre che l’uomo abbia inventato la lingua istintivamente, in quanto è insito in lui in origine un istinto median­ te il quale egli produce, senza riflessione né inten­ zione consapevole, lo strumento e l’organo indi­ spensabile per l'uso della sua ragione; quell’istinto, in seguito, va perduto, quando la lingua esiste già

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ed esso non trova più applicazione. Ora, come tut­ te le opere create solo per istinto - per esempio le costruzioni delle api, delle vespe, dei castori, i nidi degli uccelli in forme così svariate e sempre ade­ guate allo scopo e via dicendo - posseggono una perfezione loro inerente perché servono precisamente al loro scopo, cosicché ammiriamo la profon­ da saggezza che rivelano, lo stesso si deve dire del­ la prima lingua primitiva: essa possedeva l’altra per­ fezione di tutte le opere dovute all’istinto: andare sulle tracce di questa perfezione per portarla alla lu­ ce della riflessione e della chiara coscienza è l’ope­ ra della grammatica che sorge soltanto millenni più tardi].

299 L’apprendimento di più lingue è non soltanto un mezzo indiretto, ma altresì diretto e profonda­ mente efficiente di educazione. Perciò Carlo V ha detto giustamente: « Quante lingue un uomo cono­ sce, tante volte egli è uomo». [« Quot linguas quis callet, tot homines valet»]. - Ciò si fonda su quan­ to segue. Non per ogni parola di una lingua si trova in ogni altra la parola precisamente equivalente. Dun­ que, non tutti i concetti che vengono designati me­ diante le parole di una lingua sono precisamente i medesimi che vengono espressi dalle parole di un’altra lingua; ciò tuttavia avviene nella maggior parte dei casi e alle volte in modo sorprendente­ mente preciso, come per esempio, ctvXXtiyiç e con­ cepito, Schneider e tailleur, eccetera; ma spesso ab­ biamo soltanto concetti puramente somiglianti e affini, diversi tuttavia per una qualche modificazio-

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ne. Al fine di rendere chiaro quel che io intendo possono intanto servire i seguenti esempi: âTtaiSevtoç, rudis, roh, ópgf|, impetus, Andrang, pTl/avri, Mittel, medium, seccatore, Quälgeist, importun, ingénieux, sinnreich, clever, Geist, esprit, wit, Witzig, facetus, plaisant, malice, Bosheit, wickedness.

E si potrebbe aggiungere un numero infinito di altri e certamente ancor più appropriati esempi. Simboleggiando, come in logica, i concetti per mez­ zo di cerchi, si potrebbe esprimere questa « quasi identità» con cerchi che si coprono all’incirca l’un l’altro, ma non sono del tutto concentrici, così:

Alle volte in una lingua manca la parola per un concetto, mentre essa si trova nella maggior parte o addirittura nella totalità delle altre lingue: un esem­ pio assai scandaloso di ciò ce lo fornisce, nella lin­ gua francese, la mancanza del verbo « stare ». Per al­ cuni concetti si trova invece in una sola lingua la parola adeguata, che poi passa nelle altre: così la parola latina affectus, la parola francese naïf, le pa­ role inglesi comfortable, disappointment, gentleman, e molte altre. Alle volte poi una lingua straniera esprime un concetto con una sfumatura, che la no-

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stra lingua non gli conferisce, e con quella sfuma­ tura noi lo pensiamo proprio in tal momento: in quel caso ognuno che cerchi la precisa espressione dei propri pensieri userà la parola straniera, senza badare se i puristi pedanti abbaiano. In tutti i casi nei quali in una lingua lo stesso concetto non viene esattamente designato con una parola determinata come nell’altra lingua, il lessico indica per la sud­ detta parola parecchie espressioni affini fra loro, le quali tutte quante colgono il significato della paro­ la in questione, tuttavia non in un modo concentri­ co, ma in diverse direzioni, come nella figura, e con ciò vengono designati i confini entro i quali si tro­ va il concetto: così, per esempio, la parola latina honestum verrà parafrasata con una delle seguenti pa­ role: rispettabile, onorevole, onorifico, ragguardevole, virtuoso, eccetera; parimenti la parola greca aœcppœv sarà parafrasata in modo analogo. [La parola greca aaxppocróvr) non ha in nessun’altea lingua un ade­ guato equivalente]. Da ciò deriva il carattere neces­ sariamente deficiente di tutte le traduzioni. Quasi mai ci riesce di far la versione di un periodo carat­ teristico, pregnante e significativo da una lingua in un’altra in modo tale che esso abbia precisamente la stessa efficacia. - [Quanto alle poesie non si può tradurle, solo parafrasarle poeticamente, che è sem­ pre un’impresa assai dubbia. Perfino nella semplice prosa, la migliore di tutte le traduzioni riuscirà al massimo, in confronto con l’originale, come può riuscire la trasposizione di un pezzo musicale in un’altra tonalità. Chi s’intende di musica sa che co­ sa significhino simili trasposizioni]. - Perciò ogni traduzione rimane un’opera morta, e il suo stile è forzato, rigido, non naturale: oppure diventa una traduzione libera, vale a dire si contenta di un à peu près, e, dunque, è falsa. Una biblioteca di traduzio­ ni somiglia a una pinacoteca di copie. [Non parlia­ mo, poi, delle traduzioni di scrittori antichi che so-

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no un loro surrogato, come la cicoria lo è del caffè]. Per conseguenza, la difficoltà nell’apprendimen­ to di una lingua risiede precipuamente nell’imparare a conoscere ogni concetto per il quale essa ab­ bia una parola, anche quando la propria lingua non ne abbia una esattamente corrispondente, co­ me spesso è il caso. Nell'apprendimento di una lin­ gua straniera si devono dunque tracciare nella pro­ pria mente alcune sfere di concetti del tutto nuo­ ve; sicché nascono sfere concettuali dove ancora non ve n’erano. Non si imparano, dunque, sola­ mente parole, ma si acquistano altresì nuovi con­ cetti. Ciò avviene soprattutto con l’apprendimento delle lingue antiche; il modo di esprimersi degli antichi è, infatti, assai più diverso dal nostro di quanto non lo sia quello delle lingue moderne fra loro; ciò risulta quando, traducendo in latino, si deve ricorrere a locuzioni ben diverse da quelle dell’originale. [Anzi, siamo costretti nella maggio­ ranza dei casi, a rifondere e travasare compietamente il pensiero di cui si deve dare la versione in lingua latina, scomponendolo nelle sue parti ulti­ me e poi ricomponendolo. Appunto su ciò è basa­ to il grande stimolo che lo spirito trae dallo studio delle lingue antiche]. - Soltanto dopo aver afferra­ to nel modo giusto tutti i concetti designati dalle singole parole della lingua che si sta studiando, sol­ tanto quando si riesce a pensare per ogni sua pa­ rola direttamente e con precisione il concetto cor­ rispondente, e non già la parola tradotta nella lin­ gua materna e quindi il concetto da essa designato, il quale non sempre corrisponde al primo con pre­ cisione (e questo riguarda anche intere frasi) - sol­ tanto allora saremo riusciti ad afferrare lo spirito della lingua che si deve imparare, e avremo com­ piuto un grande passo in avanti verso la conoscen­ za della nazione che la parla: giacché la lingua sta

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allo spirito di una nazione come lo stile allo spirito di un individuo. [Possedere parecchie lingue mo­ derne e saperle leggere con facilità è un mezzo per liberarsi dalla limitatezza nazionale, che di solito ognuno porta con sé]. Il completo possesso di una lingua si ha soltanto quando si è capaci di tradurre in essa non già libri, ma se stessi, di modo che, sen­ za subire diminuzione della propria individualità, si riesce a comunicare in essa direttamente, risultando quindi apprezzabili dagli stranieri tanto quanto dai compatrioti. Gli individui di scarse capacità non riusciranno con facilità ad assimilare realmente una lingua stra­ niera: è vero, essi ne imparano le parole, tuttavia le adoperano sempre soltanto nel significato dell’e­ quivalente approssimativo nella loro lingua e conti­ nuano a mantenere le locuzioni e le frasi ad essa peculiari. Essi, appunto, non riescono ad assimilare lo spirito della lingua straniera; ciò, in sostanza, di­ pende dal fatto che il loro pensiero non si avvale di mezzi propri, ma, per la maggior parte, è stato pre­ so in prestito dalla lingua materna, le cui frasi e lo­ cuzioni abituali tengono in loro il posto di pensieri originali; appunto per tal ragione essi, anche nella propria lingua, si servono sempre di un modo di parlare banale {hackney’d phrases-, phrases banales), e, anche queste frasi, essi le mettono insieme in modo così goffo, che si può subito rilevare quanto poco si rendano conto del loro significato e quan­ to poco tutto il loro pensare superi le parole, di modo che tutto si riduce a un balbettio pappagal­ lesco. Per la ragione opposta l’originalità delle lo­ cuzioni e l’adeguatezza individuale di ogni espres­ sione usata sono il sintomo inequivocabile di uno spirito superiore. Da tutto ciò risulta, dunque, che nell’apprendi­ mento di ogni lingua straniera si formano nuovi concetti per dare significato a nuovi segni; che cer-

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ti concetti si staccano l’uno dall’altro, mentre prima costituivano, uniti, un concetto più ampio, dunque meno definito, proprio perché esisteva per esso una sola parola; che vengono scoperti rapporti prima sconosciuti, perché la lingua straniera definisce il concetto mediante un tropo suo peculiare oppure una metafora; che, perciò, grazie all’apprendimen­ to di una nuova lingua straniera entrano nella co­ scienza un’infinità di sfumature, somiglianze, diffe­ renze, rapporti fra le cose; che insomma riceviamo una visione meno unilaterale delle cose. Da ciò, poi, consegue che in ogni lingua si pensa diversamente, sicché il nostro pensiero, ogni volta che ne impara una, riceve una nuova modifica e un nuovo colori­ to; che, perciò, il poliglottismo, oltre ad avere una grande utilità indiretta, è anche un mezzo diretto di formazione intellettuale, perché corregge e perfe­ ziona le nostre opinioni, come anche aumenta l’a­ gilità del pensiero, grazie alla molteplicità e alle sfu­ mature dei concetti che esso fa spiccare; [dato che con lo studio di molte lingue il concetto si libera sempre più dalla parola. Le lingue antiche realizza­ no questo progresso in modo senza paragoni più in­ tenso rispetto alle lingue moderne: la loro grande diversità dalle nostre infatti non permette che si tra­ duca una parola con un’altra parola, ma esige che noi rifondiamo l’intero nostro pensiero e conferia­ mo ad esso una nuova forma. (Questa è una delle molte ragioni dell’importanza di imparare le lingue antiche). Oppure (mi si permetta un paragone chi­ mico), mentre il tradurre da una lingua moderna in un’altra anch’essa moderna richiede al massimo che il periodo da tradurre sia scomposto nei suoi elementi prossimi e di nuovo ricomposto con essi, il tradurre in latino esige molto spesso una scomposi­ zione del periodo negli elementi più lontani e ulti­ mi (il puro contenuto dei pensieri), con i quali poi esso viene rigenerato in forme del tutto diverse, di

771 modo che, per esempio, ciò ehe prima era stato espresso a mezzo di sostantivi, ora lo è a mezzo di verbi o viceversa, e così via.* Lo stesso processo ha luogo quando si traduce dalle lingue antiche nelle lingue moderne; da ciò si può già rilevare quanto approssimativa sia la conoscenza degli autori anti­ chi, ottenuta mediante simili traduzioni]. Il vantag­ gio dello studio delle lingue è mancato ai greci; es­ si, invero, risparmiavano in tal modo molto tempo, che però impiegavano meno parsimoniosamente, come ne fa testimonianza il quotidiano bighellona­ re dei liberi per l’àyopà, che quasi ci fa pensare ai lazzaroni e alla consuetudine italiana di passare il tempo in piazza. Da quanto è stato detto, finalmente, si può con facilità capire che l’imitazione dello stile degli anti­ chi nelle loro lingue, di gran lunga superiori alDELLA LINGUA E DELLE PAROLE

* [(Variante) Per questa ragione assai di rado si riesce a tradurre letteralmente una frase significativa da una lin­ gua moderna in latino: invece occorre spogliare il pen­ siero di tutte le parole che lo costituiscono, affinché si presenti nudo nella nostra coscienza, e privo di qualsiasi parola, come uno spirito senza corpo; quindi, però, bi­ sogna rivestirlo di un corpo nuovo del tutto diverso, for­ mato di parole latine, che lo riproducono in una forma affatto differente; di modo che, per esempio, ciò che nel­ l’originale è espresso con sostantivi, ora lo è con verbi, e così via. La capacità di realizzare una simile metempsi­ cosi promuove il vero pensare. Abbiamo qui un processo analogo allo status nascens in chimica: mentre un’entità semplice esce da una combinazione per entrare in un’al­ tra, acquista, durante questo passaggio, una forza e un’ef­ ficacia del tutto particolare, non riscontrabile in altri ca­ si, e fa ciò che altrimenti non potrebbe fare. La stessa cosa avviene durante il passaggio di un pensiero, spoglio di tutte le parole, da una lingua in un’altra. Per questa ragione le lingue antiche formano e rafforzano direttamente lo spirito].

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le nostre quanto a perfezione grammaticale, è il mezzo migliore per prepararsi all’espressione agile e perfetta dei propri pensieri nella lingua materna. Questo mezzo è, perfino, indispensabile per diven­ tare un grande scrittore; - proprio come uno scul­ tore o pittore principiante non può fare a meno di formarsi imitando i modelli dell’antichità prima di passare a una propria composizione. Soltanto scri­ vendo in latino si impara [a considerare la dizione come un’opera d’arte il cui materiale è la lingua, la quale perciò dev’essere trattata con la massima cu­ ra e delicatezza. Così si dedicherà un’attenzione più vigile al] significato e valore delle parole, della loro combinazione e delle forme grammaticali; si impa­ rerà a soppesarle con precisione e a maneggiare il prezioso materiale che si presta a servire l’espres­ sione e a conservare pensieri eccellenti; [si impa­ rerà ad aver rispetto per la lingua nella quale si scri­ ve; di modo che essa non sarà trattata con arbitrio e capriccio, per trasformarla]. Senza questa scuola preliminare l’attività dello scrittore degenera facil­ mente in vuote ciance. [L’uomo che non conosce il latino somiglia a co­ lui che si trova in un bel posto, mentre il tempo è nebbioso: il suo orizzonte è assai limitato; egli vede con chiarezza solamente quello che gli sta vicino, al­ cuni passi più in là tutto diventa indistinto. Invece l’orizzonte del latinista si stende assai lontano, at­ traverso i secoli più recenti, il Medioevo e l’anti­ chità. - Il greco o addirittura il sanscrito allargano certamente ancor più l’orizzonte. - Chi non cono­ sce affatto il latino appartiene al volgo, anche se fos­ se un grande virtuoso nel campo dell’elettricità e avesse nel crogiuolo il radicale dell’acido di spato di fluoro]. [I vostri scrittori, che non conoscono il latino, fra breve non saranno altro che garzoni di barbiere fanfaroni. Essi hanno già fatto’ un bel po’ di strada

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coi loro gallicismi e le loro frasi che vogliono esse­ re facili. Voi, nobili germani, vi siete volti alla vol­ garità e volgarità troverete. - Una vera insegna del­ la pigrizia e un vivaio d’ignoranza sono le edizioni, che oggidì hanno il coraggio di sfidare la luce, di autori greci, anzi perfino (bombile dictu) di autori latini, con note in tedesco'. Quale infamia! Come può lo scolaro imparare il latino, se intanto gli si parla continuamente nella sua lingua materna? Per­ ciò « in schola nil nisi latine » era una buona regola antica. Che il signor professore non sappia scrivere scorrevolmente in latino e lo scolaro a sua volta non sappia leggerlo agevolmente è appunto il lato umo­ ristico della cosa: rigiratela pure come volete. Dun­ que la pigrizia e sua figlia, l’ignoranza, sono il re­ troscena di questo scandalo e null’altro. Ed è una vera vergogna! L’uno nulla ha imparato, l’altro non vuole imparare nulla! Fumar sigari e ciarlare di po­ litica: ecco che cosa oggi ha preso il posto dell’eru­ dizione; allo stesso modo die i libri illustrati per adulti ancora ragazzi hanno sostituito le riviste let­ terarie].

299a [I francesi, comprese le accademie, trattano in modo abominevole la lingua greca: essi ne tirano fuori le parole per deformarle: per esempio, scrivo­ no: étiologie, esthétique, e così via; mentre proprio soltanto in francese « ai » viene pronunciato come in greco.* Sarebbe davvero molto gentile da parte * Inoltre scrivono bradype, Oedipe, Andromaque e altre parole del genere, vale a dire, scrivono le parole greche come le scriverebbe un contadinello francese che le avesse prese dalla bocca altrui.

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PARERGA E PARALIPOMENA

degli eruditi francesi, se volessero almeno fìngere di capire il greco. Ora, il vedere come a favore di un gergo così disgustoso, com’è quello francese preso di per sé (esso è un italiano deformato nel modo più rivoltante, con le orribili sillabe lunghe finali e la pronuncia nasale), viene storpiata sfacciatamente la nobile lingua greca, è uno spettacolo simile a quello che ci offre un grande ragno delle Indie oc­ cidentali che divori un colibrì, o un rospo che di­ vori una farfalla. Siccome, poi, i signori dell’Accademia si apostrofano l’un l’altro sempre con il ti­ tolo di «mon illustre confrère», e questa usanza, specialmente da lontano, fa un grande effetto per la luce che essi riflettono l’uno sull’altro, prego viva­ mente gli illustres confrères di riflettere sulla que­ stione: - dunque, o lasciano in pace la lingua greca e si contentano del proprio gergo, oppure adope­ rano le parole greche senza storpiarle: tanto più, che riesce difficile indovinare una parola greca det­ ta da loro, dato come la deformano, e afferrare il senso dell’espressione. Nello stesso quadro rientra anche l’abitudine assai barbara, ma molto diffusa presso i dotti francesi, di fondere una parola greca con una latina: « pomologie ». Simili cose, miei illus­ tres confrères, puzzano di bottega del barbiere. Ho tutto il diritto di esprimere questo biasimo, perché i confini politici nella repubblica dei dotti non esi­ stono, allo stesso modo che non esistono nella geo­ grafia fisica; e i confini delle lingue esistono solo per gli ignoranti; gli zotici però non debbono esse­ re tollerati in quella repubblica].

300 Che, di pari passo all’accrescersi dei concetti, si accresca la provvista di parole di una lingua, è cosa

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giusta e perfino necessaria. Se, invece, quest’ultima cosa avviene senza la prima, ciò è null’altro che un segno della povertà di spirito, la quale vuole porta­ re ad ogni costo qualche cosa al mercato e, non avendo nuovi pensieri, vi arriva con parole nuove. Questo genere di arricchimento della lingua è og­ gidì molto spesso all’ordine del giorno, ed è un sin­ tomo dell’epoca. Ma nuove parole per concetti vec­ chi sono come il colore nuovo dato a un vecchio vestito. Di passaggio, e soltanto perché per l’appunto ci troviamo di fronte a un esempio, rileviamo che le espressioni « Ersteres und Letzteres » debbono esse­ re adoperate soltanto quando, come sopra,'22' cia­ scuna di esse sostituisce più di una parola e non già quando si tratta di una sola parola; in tal caso è me­ glio ripetere quella sola parola; i greci, infatti, non hanno difficoltà a ricorrere a simile ripetizione, men­ tre i francesi sono i più scrupolosi nell’evitarla. I te­ deschi si confondono talmente dietro al loro «Erste­ res» e «Letzteres», che alle volte non si sa che cosa è dopo e che cosa è prima.

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Noi disprezziamo gli ideogrammi dei cinesi. Ma siccome compito di ogni scrittura è evocare concet­ ti mediante segni visivi nella mente di un altro, è evidente che, quando si presenta all’occhio in pri­ mo luogo soltanto un segno del segno uditivo e sol­ tanto questo diventa poi il portatore del concetto stesso, si percorre una lunga via indiretta: con ciò la nostra scrittura è soltanto un segno del segno. Ci si domanda allora quale superiorità abbia poi il segno uditivo sul segno visivo, da indurci a lasciare la via

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diretta dall’occhio alla mente e a imboccare una via indiretta così lunga, qual è quella di far parlare il segno visivo all’altrui intelletto solo attraverso il se­ gno uditivo; mentre sarebbe ovviamente più sem­ plice fare del segno visivo, al modo dei cinesi, il di­ retto portatore del concetto e non il puro segno del suono; tanto più che il senso della vista è sensibile a modificazioni assai più numerose e più delicate che non il senso dell’udito, e inoltre permette un insieme di impressioni, l’una accanto all’altra, di cui, invece, le affezioni dell’udito non sono capaci, perché son date, senza eccezione, nel tempo. - I motivi qui indagati potrebbero essere i seguenti: 1) per natura, noi ricorriamo, in primo luogo, al segno uditivo, e ciò per esprimere, anzitutto, i nostri af­ fetti, quindi anche i nostri pensieri: in tal modo giungiamo a una lingua per l’orecchio prima di aver pensato a inventare una lingua per la vista. Do­ po di che, però, è cosa più breve ridurre anche la lingua per la vista, quando essa diventa necessaria, a lingua per l’udito, che non inventare o, rispetti­ vamente, imparare una lingua del tutto nuova e di genere del tutto diverso per l’occhio, [tanto più che ben presto si scoprì che il numero infinito delle pa­ role si lascia ridurre a pochissimi suoni e quindi si può con essi facilmente esprimere]. 2) La vista è ca­ pace, in verità, di afferrare modificazioni più varie rispetto all’udito; ma noi non siamo capaci, come per l’udito, di riprodurle per l’occhio senza l’aiuto di certi strumenti. Non saremmo neppure mai ca­ paci di produrre e di cambiare i segni visivi con la stessa velocità con la quale questo ci riesce per i se­ gni uditivi, grazie all’agilità dell’organo lingua, co­ me è dimostrato, tra l’altro, dall’imperfezione del linguaggio dei sordomuti, che adoperano le dita. Ciò, dunque, fa dell’udito, per natura, il senso essen­ ziale della lingua, quindi anche della ragione. Ma

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allora i motivi per i quali in questo caso, eccezio­ nalmente, la strada dritta non è la migliore sono, in fondo, motivi soltanto esterni e accidentali, che non scaturiscono dall’essenza del compito. Di conse­ guenza, se consideriamo la cosa in modo astratto, puramente teoretico, e a priori, il procedimento dei cinesi resterebbe propriamente quello giusto; di modo che li si potrebbe accusare soltanto di una certa pedanteria, in quanto non hanno tenuto con­ to di circostanze empiriche, che avrebbero suggeri­ to un’altra via. Del resto l’esperienza ha rivelato un pregio veramente importante della scrittura cinese. Non occorre, infatti, conoscere il cinese per riusci­ re a esprimersi in quella lingua; ognuno la legge nella propria lingua allo stesso modo che i nostri se­ gni per i numeri, i quali sono, in generale, per i concetti numerici ciò che i segni della scrittura ci­ nese sono per tutti i concetti; del resto i segni del­ l’algebra sono la stessa cosa perfino per concetti astratti di grandezza. Perciò la scrittura cinese, co­ me mi ha assicurato un commerciante di tè inglese che era stato cinque volte in Cina, è in tutti i mari indiani il mezzo comune per intendersi fra i com­ mercianti delle più svariate nazioni, che non usano alcuna lingua comune. Il commerciante era perfino fermamente convinto che un giorno per questa sua peculiarità, la lingua cinese si sarebbe diffusa in tut­ to il mondo. [Una relazione che concorda piena­ mente con ciò si trova in J.F. David, The Chinese, London, 1866, cap. 15].

302 I deponenti sono l’unico elemento irragionevole, anzi assurdo, della lingua romana, e non molto

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meglio stanno le cose per i medi della lingua gre­ ca. Ma un difetto specifico della lingua latina è il fat­ to che fieri rappresenti il passivo di facéré: ciò im­ plica e inocula nella mente di chi studia quella lin­ gua, l’errore micidiale secondo cui tutto ciò che è, o almeno tutto ciò che è divenuto, è stato fatto. In greco e in tedesco, invece, yiyvEotìai e werden non hanno il significato diretto di passivi dei verbi noieìv e machen. In greco, posso dire: ovk éoti nàv yevógevov noiovuEvov; ma questa frase non può essere tra­ dotta letteralmente in latino, come, invece, può es­ sere tradotta in tedesco: «nichtjedes Gewordene ist ein Gemachtes».

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Le consonanti sono lo scheletro e le vocali la car­ ne delle parole. Quello è (nell’individuo) immuta­ bile, questa invece è assai mutevole per colore, qua­ lità e quantità. Perciò le parole, pur passando attra­ verso i secoli o addirittura da una lingua in un’altra, conservano molto bene nel complesso le loro con­ sonanti, ma facilmente cambiano le vocali. Per que­ sto nell’etimologia bisogna tener conto più delle consonanti che delle vocali. Per la parola superstitio si trovano ogni genere di etimologie raccolte nelle Disquisitiones magicae di Deirio, libro primo, cap. 1, e anche in Wegscheider, Instit. theol. dogmaticae, proleg. cap. 1, par. 5, d. Suppongo, tuttavia, che l’origine della parola sia da trovarsi nel fatto che essa, per natura, indicava sem­ plicemente la credenza negli spettri, che cioè «defunctorum manes circumvagari, ergo mortuos adhuc superstites esse». -

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Voglio sperare di non dire nulla di nuovo se os­ servo che goptpii e forma sono la stessa parola [e stanno tra loro come renes sta a Nieren e horse a .Ross]; parimenti che tra le analogie del greco con il tedesco una delle più notevoli è che in ambedue il superlativo si forma con «st» (-iotoç); mentre ciò non avviene in latino. - Piuttosto potrei dubitare che si conosca già l’etimologia della parola «arm», che essa cioè viene da spripoç, eremus, in italiano er­ mo: giacché «arm» significa «dove non è nulla», dunque «deserto, vuoto», [ne\V Ecclesiastico, 12, 4 si trova épnpœoovoi per «rendere poveri»]. - Invece che «Unterthan», suddito, viene dall’antico inglese Thane, vassallo, parola molto usata nel Macbeth, è da sperare che sia già noto. - [La parola tedesca «Luft», aria, viene dalla parola anglosassone (con­ servata nell’inglese lofty, «alto») the loft, il solaio, le grenier, in quanto da principio con «Luft» si indi­ cava semplicemente ciò che sta sopra, l’atmosfera; come ancora « in der Luft » per « oben ». Così anche l’anglosassone first, «il primo», ha conservato il suo significato più generale in inglese, mentre in tede­ sco è rimasto solo nella parola «Fürst», princeps]. Inoltre ritengo che le parole «Aberglauben», su­ perstizione, e «Abenvitz», pazzia, siano derivate da « Ùberglauben » e « Überwitz », attraverso la mediazio­ ne di «Oberglauben» e «Oberwitz» (come «Über­ rock » e « Oberrock », « Überhand » e « Oberhand »), e quindi la corruzione di «o» in «a»; all’inverso di ciò che è avvenuto per «Argwohn», sospetto, da «Argwahn». [Egualmente io credo che «Hahnrei», il ti­ tolo che si dà al marito quando è tradito dalla mo­ glie, sia corruzione di «Hohnrei», parola che ci è stata conservata nell’inglese come grido di disprez­ zo: «o hone-a-rie! ». Questa si trova nella centoquarantaduesima lettera di Byron in Letters & Journals of Lord Byron a cura di Theodor Moore, vol. II, p. 272.222 - In generale l’inglese è il ripostiglio nel qua-

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le ritroviamo conservate le nostre parole antiquate, e anche il significato originario di quelle ancora in uso: per esempio il già menzionato « Fürst » nel suo significato originario di « primo », the first, dunque princeps. Nella nuova edizione del testo della Teologia te­ desca certe parole le conosco soltanto dall’inglese e per questo le capisco]. Il fatto che «Epheu», edera, venga da «Evoe» non sarà un’idea nuova? « Es kostet mich » non è altro che un [solenne e prezioso] errore di lingua, accreditato dal lungo uso. «Kosten» come l’italiano «costare» viene dal latino « constare ». « Es kostet mich » vale, dunque, «me constat» invece di « mihi constat». «Dieser Löwe kostet mich » non deve dirlo il proprietario del serraglio ma soltanto colui che dal leone vien divorato.22’ La somiglianza tra coluber e colibrì dev’essere as­ solutamente casuale, oppure dovremmo cercarne l’origine nella preistoria dell’umanità, poiché i co­ librì si trovano soltanto in America. Per quanto di­ versi, anzi opposti, questi due animali siano, dal momento che molto spesso il colibrì è praeda Co­ lubri, si potrebbe pensare che sia avvenuto uno scambio analogo a quello per il quale in spagnolo « aceite » non vuol dire « aceto » bensì « olio ». - Ol­ tre a ciò, troviamo altre concordanze più sorpren­ denti di parecchi nomi originariamente americani con quelli dell’antichità europea, come tra l’Atlan­ tide di Platone e Aztlan, antico nome indigeno del Messico, che si ritrova ancor oggi nel nome delle città messicane di Mazatlan e Tomatlan, e tra l’alto monte Sorata nel Perù e l’italiano Soratte nell’Appennino.

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303a

I germanisti d’oggi (secondo un articolo della «Deutsche Vierteljahres-Schrift», ottobre-dicembre 1855) dividono la lingua tedesca (diuske) in rami, come: 1) il ramo gotico-, 2) quello nordico, cioè islan­ dese, da cui derivano lo svedese e il danese; 3) il basso tedesco da cui vengono il Plattdeutsch e l’o­ landese; 4) il frisone; 5) l’anglosassone; 6) l’alto te­ desco, il quale si sarebbe formato agli inizi del set­ timo secolo e si distingue in antico, medio e nuovo alto tedesco. Tutto questo sistema non è affatto nuo­ vo ma, respingendo parimenti la derivazione dal go­ tico, è già stato proposto da Wachter, Specimen Glos­ sarli germanici, Lips., 1727. (Cfr. Lessing, Collecta­ nea, vol. II, p. 384). Io credo, però, che in quel sistema si trovi più patriottismo che verità, e aderi­ sco al sistema dell’onesto e intelligente Rask. Il go­ tico, derivante dal sanscrito, si è diviso in tre dialet­ ti: svedese, danese e tedesco. - Nulla sappiamo del­ la lingua degli antichi germani, e mi permetto di supporre che essa sia stata una lingua assolutamen­ te diversa da quella gotica, dunque anche dalla no­ stra: almeno per quanto riguarda la lingua noi sia­ mo goti. Ma niente mi fa indignare come l’espres­ sione « lingue indogermaniche » - cioè la lingua dei Veda messa sullo stesso piano di quello che sarà sta­ to il gergo di quei rozzi barbari. Ut nos poma natamus! - Del resto anche la cosiddetta mitologia ger­ manica o meglio gotica, insieme alla saga dei Ni­ belunghi, eccetera, si è trovata in una forma assai più sviluppata e autentica in Islanda e nella Scan­ dinavia che non presso i nostri rozzi germani; e le antichità, gli scavi, le rune del Nord, e così via, a paragone con quelle tedesche, dimostrano che in Scandinavia la civiltà era in tutti i campi assai più sviluppata. [«Wàlsch» è, con estrema probabilità, semplice-

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mente una pronuncia diversa di « Gälisch » (gaelic), cioè « celtico », e presso gli antichi tedeschi indica­ va la lingua non germanica, o meglio non gotica; per questo oggi significa particolarmente l’italiano, dunque la lingua romanza]. [E sorprendente che nel francese non si trovino parole tedesche come nell’inglese, poiché nel quin­ to secolo la Francia è stata occupata da visigoti, bur­ gundi e franchi e fu governata da re franchi], [Il tedesco «Gift» è la stessa parola che l’inglese « gift»: esso deriva infatti da « geben » e significa ciò che viene somministrato (eingegeben): di qui anche «vergeben» al posto di «vergiften»]. [«Niedlich» dall’antico tedesco «neidlich» = «in­ vidiabile» (Beneidenswerth). - «Teller» da patella. «Viande» dall’italiano vivanda. - «Spada», «espada», «épée», da cmáűTi, che è adoperato in questo senso, per esempio, da Teofrasto nei Caratteri, cap. 25, népi SeiXiaç. - «Affe» da Afer, perché le prime scimmie portate in Germania dai romani furono spiegate ai tedeschi con questa parola. - « Kram », mi­ nutaglia, da Kpapa (miscuglio), Kepàvvupi (mescolo). « Taumeln » da temulentus. - Vulpes e « Wolf » sono probabilmente affini, e la loro affinità si fondereb­ be su uno scambio di due specie del genere cams], [«Brod», pane, viene da ßprapa (cibo). - Volo e ßovXopai o piuttosto ßovA.a> sono, quanto alla radice, la stessa parola. - « Heute » e l’italiano « oggi » ven­ gono ambedue da « hodie », eppure non si somi­ gliano affatto]. [L’italiano « parlare » viene probabilmente da perlator (latore, messaggero). Di qui l’inglese «a par­ ley»]. [Evidentemente « to dye » è in connessione con 8ev>a>, Seiieiv come «tree» con Spûç (quercia)]. [Da Garuda, l’aquila di Visnu, «Geier», avvoltoio. - Da Mala, « Maul », muso. - « Katze » è forma con-

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tratta di catus. - « Schande » da scandalum, che for­ se è affine al sanscrito candäla. - «Ferkel», porcel­ lo, da ferculum, perché è portato interamente sul ta­ volo. - «Plärren», strillare, da pleurer e plorare. «Füllen», «Fohlen», puledro, da pullus. - «Poi­ son» e «ponzona» da potio. - «Baby» è l’italiano bambino. - L’antico inglese « brand » corrisponde al­ l’italiano «brando». - « Knife » e «canif» sono la stessa parola: di origine celtica? - «Ziffer», «cifra», «chiffre», «cipher», viene probabilmente dal galle­ se, dunque celtico, cyfrinach = mysterium (cfr. Pic­ tet, Mystère des Bardes, p. 14). - L’italiano « tuffare » Emergere) e il tedesco «taufen», battezzare, sono la stessa parola. - « Ambrosia » mi sembra imparentato con amrta-, « Asen », asi, forse con alca. - Nel senso e nella parola, Kaßpeiiopai è identico a « labbern », ciarlare. - âoXXeïç è «Alle», tutti. - Seve è «Saft», succo. - E strano che «Geiss», capra, sia «Zieg» al­ la rovescia. - L’inglese bower (pergola) = «Bauer» (cfr. il nostro «Vogelbauer», gabbia per uccelli). So che i glottologi studiosi di sanscrito sono, ben diversamente da me, capaci di derivare l’etimologia dalle sue fonti, ma conservo ciò nondimeno la spe­ ranza che al mio dilettantismo in questa materia sia rimasto da cogliere qualche frutto].

CAPITOLO VENTISEIESIMO

OSSERVAZIONI PSICOLOGICHE

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Ogni essere animale, e tanto più l’uomo, ha biso­ gno, per poter esistere e cavarsela nel mondo, di una certa adeguatezza e proporzione fra la sua vo­ lontà e il suo intelletto. Ora, quanto più questa pro­ porzione è stata realizzata dalla natura in modo preciso e giusto, tanto più facile, sicuro e piacevole sarà il cammino di un essere animale attraverso il mondo. Del resto basta già una semplice approssi­ mazione all’esattezza per farlo scampare alla per­ dizione. Esiste perciò una certa larghezza, entro i confini dell’esattezza e proporzionalità del suddet­ to rapporto. La norma che ora vige è la seguente: siccome fine dell’intelletto è d’essere lume e guida dei passi della volontà, quanto più violento, impe­ tuoso e passionale sarà l’impulso intimo di una vo­ lontà, tanto più l’intelletto, che l’accompagna, do­ vrà essere compiuto e chiaro affinché la violenza delle volizioni e delle aspirazioni, l’ardore delle passioni, la tempesta degli affetti non inducano l’uomo in errore, non lo trascinino ad azioni irri­ flessive, sbagliate, rovinose; cosa che avverrà im­ mancabilmente, se la volontà è impetuosa e l’intel­ letto molto debole. Invece un carattere flemmatico, dunque una volontà debole, inerte può riuscire ad affermarsi già con scarso intelletto: per una volontà moderata è sufficiente un intelletto moderato. Tut­ to sommato ogni sproporzione fra una volontà e il suo intelletto, vale a dire ogni deviazione dalla proporzione che consegue dalla suddetta norma, tende a rendere l’uomo infelice: quindi, anche quando la sproporzione è inversa. Anche lo svilup­

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po anormale e prepotente dell’intelletto, cioè, e la conseguente preponderanza sproporzionata dell’in­ telletto sulla volontà, che è il tratto essenziale del genio vero, non soltanto sono superflui per i biso­ gni e gli scopi della vita, ma addirittura li ostaco­ lano. In tal caso, infatti, fin dalla giovinezza, la so­ verchia energia nell’apprensione del mondo ogget­ tivo, accompagnata da una fantasia vivace e priva di esperienza, potrà facilmente render accessibile la mente a concetti stravaganti e perfino a chimere, che determineranno un carattere eccentrico e perfi­ no visionario. Sebbene, in seguito, subentrando l’in­ segnamento dell’esperienza, ciò vada perduto e pas­ si, tuttavia il genio non si sentirà mai a suo agio nel volgare mondo esterno e nella vita borghese; non saprà intervenire così giustamente e muoversi in essa così agevolmente come il tipo normale, ma incorrerà spesso in strani passi falsi. Giacché il tipo normale si trova perfettamente a suo agio nella ri­ stretta cerchia dei propri concetti e della propria concezione del mondo, di modo che nessuno ha oc­ casione di attaccarlo, e la sua attività conoscitiva rimane sempre fedele al suo fine originario, vale a dire essere al servizio della volontà, e dunque, ac­ cudisce sempre a quest’ultima, senza mai commet­ tere stravaganze. Invece, il genio, come già ho rile­ vato parlandone, è, in realtà, un monstrum per excessum come, viceversa, l’uomo passionale, impe­ tuoso, senza giudizio, il tipo furioso e scervellato, è un monstrum per defectum.

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La volontà di vivere, giacché costituisce il nucleo intimo di ogni cosa vivente, si rivela nel modo più manifesto, e perciò la si può osservare più chiara-

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mente che altrove, negli animali della specie più alta, dunque più intelligente. Infatti, al di sotto di questo gradino la volontà di vivere non spicca ancora così chiaramente, ed è a un grado minore di oggettivazione; al di sopra di esso, però, dunque nell’essere umano, è subentrata, con la ragione, la riflessione e con essa la capacità di fìngere, che ben presto la cela sotto un velo. Perciò essa emerge sen­ za veli soltanto negli sfoghi degli affetti e delle passioni. Per tal ragione, appunto, la passione, ogni volta che parla, viene creduta, quale che essa sia, ed è giusto che sia così. Per la stessa ragione le pas­ sioni sono il tema principale dei poeti e il cavallo di battaglia degli attori. — Su quanto si è detto prima, si fonda la gioia che ci danno cani, gatti, scimmie, e così via: è l’ingenuità perfetta di tutte le loro ma­ nifestazioni, che tanto ci diletta. [Qual godimento particolare ci dà la vista di ogni animale libero, quando, non ostacolato da nessuno, fa da solo le sue cose, procurandosi nutri­ mento o curandosi della prole, oppure quando si trova insieme coi suoi simili, eccetera. Mentre fa ciò l’animale è tutto quello che deve e può essere. E sia pure soltanto un uccellino, posso osservarlo a lungo con diletto; — anzi, perfino se si tratta di un topo d’acqua, di una rana: tuttavia preferisco guar­ dare un porcospino, una donnola, un capriolo o un cervo! — La vista degli animali ci procura un così grande diletto soprattutto perché ci rallegra vedere il nostro stesso essere dinnanzi a noi in forma così semplificata]. [Nel mondo esiste un unico essere menzognero: l’uomo. Ogni altro essere è genuino e sincero, per­ ché si fa vedere schiettamente qual è, manifestan­ dosi così come si sente. Un’espressione emblematica, o allegorica, di questa differenza fondamentale è il fatto che tutti gli animali vanno attorno nel loro aspetto naturale, e ciò contribuisce assai all’impres-

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sione piacevole della loro vista che ogni volta, spe­ cie se si tratta di animali liberi, mi riempie il cuore di gioia; — mentre l’essere umano, a causa del suo abbigliamento, è diventato una caricatura, un mo­ stro, la cui vista è ripugnante già per questo fatto, che è poi perfino sottolineato dal colore bianco e per lui innaturale della pelle e dalle disgustose con­ seguenze del suo nutrimento a base di carne, che è contro natura, nonché delle bevande alcoliche, del tabacco, degli stravizi e delle malattie. L’essere umano appare come una macchia ignominiosa nel­ la natura! — I greci limitavano il loro abbigliamen­ to il più possibile, perché ne erano consapevoli].

306 Le angosce dello spirito provocano palpitazioni di cuore; e le palpitazioni di cuore provocano an­ gosce dello spirito. Tristezza, preoccupazioni, irre­ quietezza d’animo agiscono in modo deprimente sul processo vitale e sulle attività dell’organismo e le rendono più faticose, per quel che riguarda la cir­ colazione del sangue o le secrezioni oppure la dige­ stione; viceversa, se queste attività dell’organismo, sia del cuore o degli intestini, o della vena portarum o dei testicoli o di qualche altro organo, sono ostacolate, ostruite, o in altro modo disturbate da cause fisiche, sorgono irrequietezza d’animo, preoc­ cupazioni, fisime e melanconia senza oggetto, dun­ que uno stato d’animo che viene chiamato ipocon­ dria. Parimenti, la rabbia fa gridare, pestare i pie­ di e gesticolare con violenza; appunto queste mani­ festazioni del corpo rendono, a loro volta, più in­ tensa la rabbia oppure la infiammano alla minima provocazione. Non ho bisogno di dire come tutto questo confermi la mia teoria circa l’unità e iden-

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tità della volontà col corpo, secondo la quale, addi­ rittura, il corpo non è altro che, appunto, la volon­ tà stessa che si presenta nell’intuizione spaziale del cervello.

307 Più di una manifestazione che viene attribuita alla forza dell’abitudine, è basata piuttosto sulla costanza e suH’immutabilità del carattere innato, primitivo, grazie alla quale, date le stesse circostan­ ze, facciamo sempre la stessa cosa, e questo fatto av­ viene con la medesima necessità la prima volta co­ me la centesima volta. — La vera e propria forza dell’abitudine invece è basata, in realtà, sull'inerzia, che vuol risparmiare all’intelletto e alla volontà il lavoro e la difficoltà, nonché il pericolo di una nuo­ va scelta, e perciò ci fa agire oggi come già abbiamo agito ieri e altre cento volte, sapendo che quell’agire raggiunge il suo scopo. La verità di tutta la questione è, però, di natura più profonda: occorre, infatti, intenderla in un sen­ so più proprio di quanto sembri a prima vista. Ciò che, in realtà, per i corpi è la forza d’inerzia, in quanto essi son mossi soltanto da cause meccaniche, ciò, appunto, è per i corpi mossi da motivi, la forza dell’abitudine. Azioni che vengono da noi compiu­ te per sola abitudine, avvengono, a dir la verità, senza un motivo individuale, singolo, che agisca esclusivamente nel caso dato; perciò, in realtà, noi non ci pensiamo affatto. Soltanto i primi esemplari di ogni azione diventata abitudine hanno avuto un motivo; il loro effetto secondario è l’abitudine at­ tuale, la quale è sufficiente perché l’azione avvenga anche in seguito; allo stesso modo che un corpo messo in moto da una spinta non ha più bisogno

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di una nuova spinta per continuare il suo moto; anzi, se nulla l’ostacola, esso continua per l’eternità. La stessa cosa vale per gli animali, in quanto il loro ammaestramento è basato su un’abitudine imposta. Il cavallo continua a tirare obbediente il suo carro, senza essere spinto: questo moto è sempre l’effetto delle frustate per mezzo delle quali esso fu spinto avanti al principio, effetto che si perpetua come abitudine secondo la legge dell’inerzia. — Tutto questo è realmente qualche cosa di più di un para­ gone: abbiamo già un’identità della cosa, vale a dire della volontà, su gradini quanto mai diversi della sua oggettivazione, in conformità con i quali la me­ desima legge, relativa al movimento, si manifesta in modo altrettanto diverso.

308 Viva muchos ariosi è in spagnuolo un saluto con­ sueto, e su tutta la terra l’augurio di lunga vita è assai in uso. Non è possibile spiegare quest’augu­ rio in base alla conoscenza della vita, sì invece in base a ciò che è l’uomo, per sua essenza: vale a dire, volontà di vita. [11 desiderio, che ognuno ha, di essere ricordato dopo la morte e che si eleva fino al desiderio della fama postuma, quando si tratta di persone con aspirazioni superiori, mi sembra scaturire dall’at­ taccamento alla vita, che, vedendosi tagliata fuori da ogni possibilità di esistenza reale, cerca di affer­ rare ciò che esiste ancora, benché unicamente in forma ideale, e dunque cerca di afferrare un’om­ bra].

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309 Più o meno, noi desideriamo veder la fine di tut­ to ciò che operiamo e facciamo; siamo impazienti di giungere al termine, e lieti di esservi giunti. Sol­ tanto la fine totale, la fine di tutte le fini, noi ce l’auguriamo, di solito, il più tardi possibile.

310 Ogni separazione ci fa pregustare la morte, — e ogni rivederci ci fa pregustare la resurrezione. — Perciò le stesse persone, che erano state indifferenti l’una all’altra, si rallegrano tanto, quando, dopo venti o trent’anni, si incontrano di nuovo.

311 Il profondo dolore per la morte di ogni essere amato ha origine dal sentimento che in ogni indi­ viduo sia qualcosa di inesprimibile, di esclusivamente peculiare e quindi assolutamente irripetibile. « Orane individuum ineffabile ». Ciò vale anche per le bestie, e viene sentito nel modo più vivo da co­ lui il quale abbia per caso ferito mortalmente una bestia amata, e ora ne colga lo sguardo d’addio, che gli cagiona un dolore straziante.

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Casi di grande fortuna, resi noti all’improvviso, hanno facilmente un effetto mortale, perché la no-

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stia felicità e infelicità non sono che un numero proporzionale fra le nostre pretese e ciò che ricevia­ mo, e per conseguenza i beni, che possediamo op­ pure dei quali siamo anticipatamente del tutto si­ curi, non vengono sentiti da noi come tali; ogni godimento, infatti, è in realtà soltanto negativo, esso agisce soltanto in quanto elimina il dolore, mentre invece la sofferenza o il male sono la cosa realmente positiva e vengono sentiti direttamente. Col possesso, oppure con la sicura prospettiva del possesso, sale subito la rispettiva pretesa, accrescen­ do la nostra capacità di ulteriore possesso e maggio­ ri prospettive. Se, invece, a causa di disgrazie per­ manenti, il nostro animo rimane depresso e la no­ stra attesa viene ridotta al minimo, in tal caso colpi improvvisi di fortuna non trovano nel nostro ani­ mo la capacità corrispondente per riceverli. Vale a dire, non essendo essi stati neutralizzati da aspetta­ tive preesistenti, il loro effetto è ora apparente­ mente positivo e perciò agisce con tutta la sua po­ tenza: così possono spezzare il nostro animo, cioè diventare mortali. Di qui la nota precauzione, di far prima sperare la felicità che si deve comunicare, di farla apparire possibile e poi, soltanto gradual­ mente e parzialmente, farla conoscere; in questo modo, infatti, ogni parte, essendo stata anticipata dalla rispettiva pretesa, perde l’intensità del suo ef­ fetto e lascia anche posto per ulteriori buone noti­ zie. Sicché si potrebbe dire: il nostro stomaco è, in verità, senza fondo per i colpi di fortuna, ma ha una stretta imboccatura. — Quanto ai casi improvvisi di sfortuna, i suddetti ragionamenti non trovano di­ retta applicazione; e perciò, siccome in questi casi la speranza continua a far resistenza, il loro effetto è assai più raramente mortale. Se, nei casi di for­ tuna, il timore non ci rende un analogo servizio, ciò dipende dal fatto che noi siamo per istinto più inclini alla speranza che non al timore; così come

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PARERGA E PARALIPOMEN A

i nostri occhi si volgono spontaneamente alla luce e non all’oscurità.

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Speranza è lo scambiare il desiderio di un avve­ nimento con la sua probabilità. Ma, forse, nessun essere umano è esente da quella stoltezza del cuore, che impedisce all’intelletto di valutare rettamente la probabilità, al punto che considera una proba­ bilità su mille come un caso facilmente possibile. Tuttavia un caso disperato di disgrazia somiglia a un rapido colpo mortale, mentre la speranza sem­ pre delusa e poi di nuovo animata somiglia a una lenta tortura mortale.* Colui che è rimasto abbandonato dalla speranza, lo è altresì dalla paura, questo è il senso dell’espres­ sione « disperato ». A dir la verità, è inerente alla natura umana credere a quel che desidera e cre­ derci appunto perché lo desidera. Ora, quando que­ sta particolarità benigna e consolante della sua na­ tura viene estirpata a furia di ripetuti colpi duris­ simi del destino e l’uomo viceversa è portato perfi­ no a credere che debba succedere ciò che non desi­ dera e che mai possa avvenire ciò che desidera, pro­ prio perché lo desidera; egli si trova propriamente nello stato che vien chiamato disperazione. * [La speranza è uno stato d’animo al quale l’intero no­ stro essere, volontà e intelletto cioè, concorre: la volon­ tà, perché ne desidera l’oggetto; l’intelletto, perché con­ ta sulla sua probabilità. Quanto maggiore è la parteci­ pazione dell’ultimo fattore e quanto più insignificante è la portata del primo fattore, tanto meglio è per la spe­ ranza; nel caso inverso, tanto peggio].

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Se noi ci inganniamo così spesso nei riguardi del­ le altre persone, ciò non sempre dipende proprio dalla nostra capacità di giudicare, ma, nel maggior numero dei casi, deriva da quel che ha detto Baco­ ne: « intellectus luminis sicci non est, sed recipit infusionem a voluntate et affectibus »,2M poiché, in verità, senza saperlo, fin da principio abbiamo, per ragioni insignificanti, dei preconcetti in favore o contro le persone. Spessissimo questa nostra tenden­ za dipende anche dal fatto che non ci fermiamo alle qualità che realmente abbiamo scoperto in es­ se, ma in base a tali qualità tiriamo conclusioni a proposito di altre qualità che consideriamo insepa­ rabili dalle prime oppure con esse incompatibili; ad esempio, se riscontriamo la generosità, ci aspet­ tiamo la giustizia; un carattere pio fa presupporre l’onestà; invece, le menzogne fanno presupporre l’inganno; e l’inganno, a sua volta, fa temere il fur­ to, e cosi via dicendo; questa nostra tendenza apre le porte a molti errori, a causa, in parte, della sin­ golarità del carattere umano, e in parte a causa del­ l’unilateralità del nostro punto di vista. È vero, il carattere è sempre conseguente e coerente, ma la radice di tutti i suoi attributi è situata troppo in profondità, perché si possa decidere, in base a dati isolati, quali attributi, in un dato caso, possano coe­ sistere e quali no.

315 L’uso, comune a tutte le lingue europee, della parola persona per indicare l’individuo umano è, senza saperlo, pertinente: persona significa, infatti, la maschera di un attore, e in verità nessuno si fa

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PARERGA E PARALIPOMENA

vedere com’è; ognuno, invece, porta una maschera e recita una parte. — In generale, l’intera vita socia­ le è un continuo recitar la commedia. Per tal ra­ gione la vita di società riesce insipida a persone ric­ che di contenuto; mentre le teste superficiali se ne compiacciono assai.

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Succede alle volte che parlando ci facciamo sfug­ gire quanto potrebbe, in qualche modo, riuscirci pericoloso; ma la nostra reticenza non ci abbando­ na, quando si tratta di cose che possano farci ap­ parire ridicoli; poiché, in simili casi, l’effetto segue immediatamente la causa.

317 L’ingiustizia subita accende nell’uomo naturale un’ardente sete di vendetta e spesso è stato detto che la vendetta è dolce. Ciò viene confermato dai numerosi sacrifici sopportati soltanto per godere la vendetta, senza che si miri a rifarsi dei danni pa­ titi. Al centauro Nesso l’amara morte viene addol­ cita dalla sicura previsione di una vendetta prepa­ rata con estrema astuzia, sfruttando l’ultimo attimo di vita; lo stesso pensiero contiene, in una rappre­ sentazione moderna e plausibile, la novella di Bertolotti Le due sorelle,225 che è stata tradotta in tre lingue. La suddetta tendenza umana è stata espres­ sa in modo giusto quanto energico da Walter Scott: « Revenge is the sweetest morsel to the mouth, that ever was cooked in hell ». (« La vendetta è per la bocca il boccone più dolce che mai sia stato cuci-

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nato all’inferno »). Voglio ora tentare la spiegazio­ ne psicologica della sete di vendetta. Qualsiasi sofferenza, con la quale ci colpisca la natura oppure il caso o il destino, non è, ceteris paribus, così dolorosa come quella che ci infligge l’arbitrio altrui. Ciò dipende dal fatto che noi ri­ conosciamo la natura e il caso come dominatori primordiali del mondo, e siamo convinti che quan­ to ci ha colpiti per colpa loro avrebbe potuto col­ pire ugualmente un altro individuo; per questa ra­ gione nella sofferenza, che da tale sorgente ci pro­ viene, noi piangiamo piuttosto la sorte comune del­ l’umanità, che non la nostra. Per contro la soffe­ renza per arbitrio altrui aggiunge un sapore amaro, affatto peculiare al dolore o al danno stesso, vale a dire la consapevolezza della superiorità altrui, sia mediante violenza sia mediante astuzia, di contro alla nostra impotenza. Al danno patito si rimedia col risarcimento, se ciò è possibile: invece quell’amara aggiunta, quell’« e io debbo subire questo da te », che spesso fa soffrire più del danno stesso, può essere neutralizzato soltanto mediante la ven­ detta. Arrecando, cioè, mediante violenza o astuzia, a nostra volta un danno a colui che ci ha fatto tor­ to, noi dimostriamo la nostra superiorità su lui, e annulliamo con ciò la prova della sua. Ciò procura all’animo la soddisfazione di cui esso ha sete. Con­ formemente a ciò, dove vi è molto orgoglio e molta vanità, vi sarà anche intensa brama di vendetta.* Nello stesso modo, però, in cui ogni desiderio ap­ pagato si svela, più o meno, come un inganno, così anche quello di vendetta. [Nel maggior numero dei casi, il godimento che si era sperato di sentirne, ci * [Può avvenire che, anche dopo molto tempo, piangia­ mo la morte dei nostri nemici e avversari quasi quanto quella dei nostri amici — quando cioè li rimpiangiamo come testimoni dei nostri brillanti successi].

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viene amareggiato dalla compassione]; anzi spesso la vendetta compiuta, in seguito, ci lacererà il cuore e tormenterà la coscienza; il movente che ci ha spin­ ti alla vendetta non è più efficace, e la prova della nostra malvagità rimane dinnanzi ai nostri occhi.

318 La pena, causata dal desiderio non appagato, è insignificante in confronto con quella del rimorso: la prima si trova davanti l’avvenire sempre aperto e imprevedibile; la seconda, il passato, irrevocabil­ mente chiuso.

319 Pazienza (patientia) ma in modo particolare il sufrimiento spagnuolo, deriva il suo nome dal ver­ bo patire, e significa, quindi, passività, il contrario dell’attività dello spirito, con la quale, se quest’ultima è cospicua, la pazienza difficilmente è conci­ liabile. Essa è la virtù innata dei flemmatici, non­ ché dei pigri e poveri di spirito e delle donne. Il fatto che la pazienza sia, tuttavia, molto utile e ne­ cessaria mette in evidenza la triste costituzione del mondo.

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Il denaro è la felicità umana in abstracto; perciò colui che non è più capace di goderla in concreto, si attacca con tutto il cuore alla felicità in abstracto.

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321

Ogni testardaggine è basata sul fatto che la vo­ lontà ha usurpato il posto della conoscenza.

322 Il malumore e la melanconia distano parecchio l’uno dall’altra: dall’ilarità alla melanconia la via è assai più breve che dal malumore. La melanconia riesce attraente; il malumore, in­ vece, è urtante. L’ipocondria è tormentosa non soltanto per l’ug­ gia e la stizza senza motivo circa cose presenti, non soltanto per lo sgomento infondato al pensiero di disgrazie inventate ad arte per l’avvenire, ma altresì per gli autorimproveri non meritati riguardanti no­ stre azioni passate. [L’effetto più diretto dell’ipocondria è un conti­ nuo bramare e lambiccarsi il cervello in cerca di motivi per provare stizza o paura. La causa ne è una stizza interna, morbosa, con l’aggiunta di un’ir­ requietezza interna che deriva dal temperamento: quando le due cause raggiungono il grado più alto, esse conducono al suicidio].

323 Per una spiegazione più precisa del verso di Gio­ venale citato nel paragrafo 114,

Quantulacunque adeo est occasio, sufficit irae,

può servire il seguente ragionamento. L’ira determina immediatamente un’allucinazio-

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PARERGA E PARALIPOMENA

ne che consiste in un mostruoso ingrandimento e in una distorsione della causa che l’ha provocata. Que­ sta allucinazione, a sua volta, accresce l’ira e quin­ di, a sua volta, è di nuovo ingrandita dall’ira ac­ cresciuta. In tal modo l’effetto reciproco si accresce continuamente, finché giunge il furor brevis.226 Al fine di prevenirlo, persone vivaci dovrebbero, appena cominciano ad arrabbiarsi, cercare di in­ dursi ad allontanare per il momento la cosa dal­ la mente: infatti, quando vi torneranno su dopo un’ora, quella cosa non apparirà loro così grave e ben presto, forse, sembrerà perfino insignificante.

324

Odio è questione del cuore; disprezzo, della men­ te. Il nostro io non ha in suo potere né l’uno né l’altro: il cuore, infatti, è immutabile e vien mosso da motivi, e la nostra mente giudica secondo re­ gole immutabili e dati oggettivi. Il nostro io non è che il congiungimento, lo Çeürtia del cuore con la mente. Odio e disprezzo stanno in un deciso antagoni­ smo e si escludono a vicenda. Anzi più d’un odio non ha altra sorgente che l’alta stima che necessa­ riamente impongono i meriti altrui. D’altronde, se si volessero odiare tutti i miserabili bricconi, vi sa­ rebbe troppo da fare: si può, invece, disprezzare tutti quanti senza eccezione con la massima como­ dità. Il vero disprezzo, che è il rovescio del vero orgoglio, si mantiene del tutto celato e non si fa notare affatto. Colui, infatti, che rivela il suo di­ sprezzo dà già, con ciò, segno di una certa stima, in quanto vuol far conoscere ad altri quanto poca sia la stima che ne ha; con ciò egli tradisce odio, che esclude il disprezzo e soltanto lo finge. II vero e

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proprio disprezzo, invece, è genuina convinzione del disvalore altrui ed è conciliabile con una certa tolleranza e indulgenza, grazie alle quali si evita di provocare la persona disprezzata per salvaguardare la propria tranquillità e sicurezza, poiché ognuno può arrecare un danno. Se, tuttavia, questo genui­ no, freddo e sincero disprezzo dovesse per caso ma­ nifestarsi, esso viene corrisposto con l’odio più fe­ roce; infatti ripagare con la stessa moneta è al di là del potere della persona disprezzata.

324a

[Ogni incidente, che ci procura sgradevoli sensa­ zioni, anche quando è assai insignificante, lascerà un effetto postumo nel nostro spirito, e finché que­ sto dura, ci impedirà di aver una visione chiara e oggettiva delle cose e delle circostanze, anzi tingerà di sé tutti i nostri pensieri, allo stesso modo che un oggetto piccolissimo, portato davanti agli occhi, li­ mita e distorce il nostro campo visivo].

325 Ciò che rende gli esseri umani duri di cuore è il fatto che ognuno ha da sopportare a sufficienza guai propri, oppure crede che sia così. Perciò una condi­ zione di insolita fortuna dispone la maggioranza delle persone alla simpatia e alla benevolenza. In­ vece una fortuna costante e sempre esistita agisce spesso in modo inverso, rendendo gli individui estranei alla sofferenza, al punto che non riescono più a parteciparvi: per questa ragione avviene che i poveri siano talvolta più soccorrevoli dei ricchi.

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[Invece ciò che rende gli esseri umani tanto cu­ riosi, come si rileva osservando il loro spiare e fic­ care il naso negli affari altrui, è il polo della vita opposto alla sofferenza, vale a dire la noia; — ben­ ché spesso vi collabori l’invidia].

326 Chi desidera scoprire il proprio autentico atteg­ giamento nei riguardi di una persona, stia attento alla prima impressione che gli produce una lettera non ancora aperta, arrivata per posta dalla persona in questione.

327

Alle volte sembra che nello stesso tempo noi vo­ gliamo e non vogliamo una certa cosa, e, in con­ formità con ciò, uno stesso avvenimento ci rallegra e ci addolora al tempo stesso. Se, ad esempio, dob­ biamo subire una prova decisiva di un certo tipo o in una certa vicenda, e l’eventuale vittoria è per noi di grande valore, in tal caso desideriamo, e nello stesso tempo temiamo, il momento di quella prova. Se veniamo a sapere che essa è stata rimandata, ne siamo lieti e addolorati al tempo stesso: il fatto è contrario ai nostri intenti, ma ci concede un sol­ lievo momentaneo. La stessa cosa avviene, quando aspettiamo una importante lettera decisiva, ed essa non arriva. In simili casi vi sono, propriamente, due motivi diversi che agiscono su noi: un motivo più forte, ma più distante — il desiderio di superare la prova, di ottenere la decisione; un motivo più debole, che

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ci riguarda, però, più da vicino — il desiderio di ri­ manere per il momento in pace e senza turbamenti, continuando a godere il vantaggio, che lo stato di incertezza e di speranza almeno ha rispetto a quello di un possibile esito sfortunato. Dunque, qui suc­ cede, nel campo morale, ciò che avviene nel campo fisico, quando, nella nostra cerchia visiva, un og­ getto più piccolo, ma più vicino, riesce a coprire l’oggetto più grande, ma più distante.

328

La ragione merita di essere chiamata anche pro­ feta; non ci tiene, forse, davanti agli occhi l’avve­ nire, vale a dire le conseguenze e gli effetti del no­ stro agire presente? Appunto per ciò la ragione si presta a frenarci, quando brame di piacere, oppure impeti d’ira o moti di avidità ci vogliono indurre a passi che in seguito avremmo a rimpiangere.

329

Lo svolgimento e gli avvenimenti della nostra vita individuale possono essere paragonati, quanto al loro senso vero e proprio e alla loro connessione, a mosaici grossolani. Finché ci troviamo proprio davanti ad essi, non riusciamo a riconoscere bene gli oggetti rappresentati e non ci accorgiamo né del loro significato né della loro bellezza; solamente ad una certa distanza risaltano dinnanzi agli occhi. Proprio nello stesso modo, spesso non si capisce la vera connessione di importanti avvenimenti nella propria vita né durante il loro svolgimento, né do-

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po breve tempo, ma soltanto dopo un lungo pe­ riodo.* Ne è, forse, la causa, il fatto che abbiamo bisogno delle lenti d’ingrandimento della fantasia? Oppure perché soltanto da lontano l’insieme si lascia scor­ gere meglio? Oppure perché le passioni debbono es­ sersi raffreddate? Oppure perché soltanto la scuola dell’esperienza ci rende maturi per giudicarne? — Può darsi che tutte queste ragioni concorrano: è, però, certo che spesso soltanto dopo molti anni riu­ sciamo a vedere nella giusta luce le azioni degli al­ tri, e alle volte perfino le nostre. — E come nella propria vita, così anche nella storia.

330 Delle condizioni fortunate degli uomini si può dire che di solito esse somigliano a certi gruppi d'alberi che, visti da lontano, presentano uno spet­ tacolo bellissimo; ma quando ci siamo avvicinati ad essi e vi siamo penetrati, quella bellezza spari­ sce: non si sa dove sia rimasta e ci troviamo, ap­ punto, fra alberi. Per questa ragione, così spesso invidiamo la posizione altrui.

331

Perché, a dispetto di tanti specchi, non si sa real­ mente quale sia il nostro aspetto e non si riesce a * [Non è facile per noi riconoscere ciò che è significa­ tivo negli eventi e nelle persone quando sono presenti: solo quando si trovano nel passato emergono nella loro significatività, esaltati dal ricordo, dal racconto, dalla descrizione].

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rendere presente alla fantasia la propria persona come quella di ogni conoscente? Si tratta di una difficoltà che, fin dal primo passo, si oppone al rvüfh. ffauTÓv. Senza dubbio quella difficoltà dipende, in parte, dal fatto che nello specchio ci vediamo sempre sol­ tanto con lo sguardo immobile rivolto direttamente a noi stessi, e ciò impedisce notevolmente l’espres­ sivo giuoco degli occhi, che è il tratto veramente caratteristico dello sguardo. Accanto a questa im­ possibilità fisica, sembra che vi sia anche l’effetto di un’impossibilità etica, analoga. Non si riesce a rivolgere alla propria immagine nello specchio quello sguardo indifferente che è la condizione delYoggettività dell’apprensione; poiché, a dire il ve­ ro, un tale sguardo, è, in fin dei conti, basato sul­ l’egoismo morale con quel suo profondamente sen­ tito non io (cfr. Etica, p. 275; 2* ed., p. 272), che si richiede per rilevare, in modo puramente oggetti­ vo e senza alcuna sottrazione, tutti i difetti; il che solamente permette di avere un’immagine fedele e vera. Invece, alla vista della propria persona, ap­ punto quell’egoismo sussurra sempre il suo preven­ tivo « non è non io, ma è io », e ciò agisce come un noli me tangere e impedisce l’apprensione pura­ mente oggettiva, che sembra non possa aver luogo senza il fermento di un granellino di malizia.

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Nessuno sa quali forze per soffrire e operare por­ ti dentro di sé, finché un’occasione non le metta in moto; — allo stesso modo che l’acqua calma nel li­ scio specchio di uno stagno non rivela quanto sia capace di precipitarsi irruenta, con gran rumore

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e impeto, da una roccia, o di salire su nel getto zampillante di una fontana; — oppure allo stesso modo che non si ha un’idea del calore latente nel­ l’acqua gelata.

333 L’esistenza incosciente ha una realtà soltanto per altri esseri, nella coscienza dei quali essa si presen­ ta: la realtà immediata è condizionata da un’auto­ coscienza. Dunque, anche la reale esistenza indivi­ duale dell’uomo si trova, in primo luogo, nella sua coscienza. Quest’ultima, però, è, come tale, neces­ sariamente una coscienza in base a rappresentazio­ ni; è, dunque, condizionata dall’intelletto e dalla sfera e materia della sua attività. Conformemente a ciò, il grado di chiarezza della coscienza, e quindi anche di riflessività, può essere considerato come il grado di realtà dell’esistenza. Ora, però, nel genere umano stesso, quel grado di riflessività, ossia di chiara coscienza della propria e dell’altrui esisten­ za, conosce molteplici sfumature, secondo la misura delle congenite forze intellettuali, nonché del loro sviluppo e del tempo libero per riflettere. Per quel che riguarda la vera e propria diversità originaria delle forze intellettuali, non è possibile stabilire un confronto fra loro, finché non si pren­ dono in considerazione gli individui, ma si rimane nel generico; quella diversità, infatti, non può es­ sere dominata da lontano, né è facile riconoscerla dall’esterno, come avviene per le diversità nella for­ mazione, nel tempo libero e nelle occupazioni. Ma, anche in base a queste ultime diversità, si deve ri­ conoscere che certi uomini si trovano a un grado di esistenza dieci volte superiore rispetto a un al­

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tro individuo — dunque essi sono dieci volte più esistenti. Non voglio parlare qui dei selvaggi la cui vita è soltanto di un gradino al di sopra di quella delle scimmie sugli alberi; invece, vorrei che si prendesse in considerazione un facchino a Napoli o a Venezia (nel Nord la preoccupazione per l’inverno rende l’uomo già più riflessivo e perciò più consapevole), e che si osservasse lo svolgimento della sua vita, dal principio alla fine. Spinto dalla miseria, sor­ retto dalla propria forza, cercando di far fronte col lavoro ai bisogni della giornata, anzi, dell’ora: grandi sforzi, continuo tumulto, molta miseria, ma nessuna preoccupazione per l’indomani, riposo ri­ storatore dopo gli strapazzi, molti litigi col prossi­ mo, nessun attimo di tempo per riflettere, benessere dei sensi in un clima mite, con un cibo passabile, inoltre, per finire, come elemento metafisico un po’ di assurde superstizioni che gli provengono dalla Chiesa: tutto sommato, dunque, un’attività ottusa, poco cosciente, o meglio una passività. Questo so­ gno irrequieto e confuso è la vita di molti milioni di esseri umani. Essi conoscono al solo e unico ser­ vizio del loro volere momentaneo: non riflettono sul nesso dei fatti nella loro esistenza e tanto meno su quello dell’esistenza stessa; in certo senso vi si trovano, senza esserne del tutto consapevoli. Perciò 1’esistenza del proletario che passa la sua vita senza rifletterci, come pure quella dello schiavo, è già assai più vicina a quella dell’animale, tutta limi­ tata al presente, che non alla nostra, ma, appunto per tale ragione, essa è anche meno tormentosa. Anzi, siccome ogni godimento, per sua natura, è negativo, vale a dire consiste nella liberazione da un bisogno o da un dolore, il rapido e continuo alternarsi della difficoltà attuale con la sua elimi­ nazione, che costantemente accompagna il lavoro del proletario, e che poi subentra più intenso quan-

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do finalmente al lavoro succede il riposo e la sod­ disfazione dei bisogni, è una fonte permanente di godimento, l’esuberanza della quale è sicuramente attestata dalla serenità del volto molto più spesso riscontrabile nei poveri che nei ricchi. Ora osserviamo il ragionevole e riflessivo com­ merciante, che passa la sua vita in speculazioni, che con prudenza esegue progetti ben ponderati, che riesce a fondare la sua casa, a provvedere ai bisogni della moglie e dei figli e dei nipoti, e che prende anche parte attiva alla vita sociale. È evidente che quest’ultimo esiste a un grado assai più alto di con­ sapevolezza in confronto col proletario: vale a dire, la sua esistenza ha un grado più alto di realtà. Osserviamo, quindi, lo studioso, che, ad esempio, indaga la storia del passato. Costui sarà già consa­ pevole dell’esistenza nel suo complesso, al di là del­ la vita propria e della propria persona: egli studia il corso del mondo. Ed infine studiamo il poeta o addirittura il filo­ sofo; la riflessione di costui ha raggiunto un grado tale che, non sentendo lo stimolo di indagare intor­ no a qualche fenomeno particolare ne/Z’esistenza, egli rimane meravigliato dinnanzi all’esistenza stes­ sa, questa grande sfinge che diventa il suo proble­ ma. Nel filosofo, la coscienza si è innalzata a un tal grado di chiarezza, da trasformarsi in coscienza del mondo, e grazie a ciò in lui la rappresentazione è uscita da ogni relazione servile verso la volontà e ora gli mostra un mondo che lo invita molto più allo studio e all’osservazione che non a partecipare alle sue vicende. — Se, dunque, i gradi di coscienza sono gradi di realtà, — allora, se chiameremo un tal uomo « l’essere più reale », questa frase avrà senso e significato. Fra gli estremi qui delineati, insieme coi punti intermedi, si potrà assegnare a ognuno il suo posto.

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Il verso di Ovidio Pronaque cum spectent animalia cetera terram,227

vale, in verità, nel senso fisico vero e proprio sol­ tanto per gli animali; tuttavia, in senso figurativo e spirituale, esso, purtroppo, vale anche per la mag­ gior parte degli uomini. I loro pensieri e le loro brame si esauriscono completamente nelle aspira­ zioni di godimento fisico e di benessere, oppufe an­ che nei loro interessi personali, la cui sfera spesso include, è vero, cose molteplici, che però, in fin dei conti, ottengono la loro importanza soltanto attra­ verso la loro connessione con le suddette aspirazio­ ni: non si va al di là di esse. Di ciò testimoniano non soltanto il loro modo di vivere e le loro con­ versazioni, ma, perfino, già il loro aspetto di per se stesso, le loro fisionomie e le loro espressioni, il loro modo di camminare o di gesticolare: tutto quanto in loro grida: in terram pronai — Perciò, non per loro, ma unicamente per le nature più nobili e più altamente dotate, per gli uomini che pensano ed effettivamente osservano quello che li circonda, e che esistono soltanto come eccezioni del genere umano, valgono i versi che seguono: Os homini sublime dedit, coelumque tueri jussit, et erectos ad sidera tollere vultus.228

335 Perché la parola « ordinario » è espressione di disprezzo? Mentre le parole « straordinario, non cdmune, eccellente » sono espressioni di ammirazione? Perché tutto ciò che è ordinario è spregevole?

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Ordinario, o comune, significa, in primo luogo, ciò che è proprio e comune a tutti, vale a dire, al­ l’intera specie, e quindi è già dato con la specie. Secondo questa definizione, colui che non possiede altri attributi, tranne quelli della specie umana in generale, è un uomo comune, ordinario. « Uomo normale » è un’espressione assai meno spregiativa e si riferisce piuttosto al lato intellettuale, mentre l’espressione « ordinario » riguarda più il lato mo­ rale. Qual valore può avere un essere, che non sia null’altro da ciò che sono appunto milioni di suoi si­ mili? Milioni? Si tratta piuttosto di un’infinità, di un numero senza fine di esseri, che la natura fa sca­ turire senza tregua, da una sorgente inestinguibile, in secula seculorum, e con la stessa liberalità con la quale il fabbro tratta le scorie del ferro che si spri­ gionano intorno a lui. Anzi, si può rilevare, per giustizia, che un essere il quale non possiede altri attributi di nessun ge­ nere, tranne quelli della specie, non può preten­ dere altra esistenza da quella della specie e grazie alla specie. Più d’una volta ho rilevato (ad esempio Etica, p. 48, 2" ed., p. 50; Mondo come vol. e rappr., vol. I, p. 338, 3" ed., p. 353) che, mentre gli animali non hanno se non il carattere della specie, soltanto al­ l’uomo spetta il vero e proprio carattere individua­ le. Tuttavia, nella maggior parte degli uomini vi è realmente poca individualità: essi possono essere assortiti quasi esclusivamente secondo certe classi. Ce sont des espèces. Il loro volere e pensare, non­ ché le loro fisionomie, sono quelli della specie in­ tera, tutt’al più della classe di uomini alla quale appartengono, e perciò sono banali, usuali, ordina­ ri, e se ne trovano a migliaia. Di solito anche il loro discorrere e agire sono facilmente prevedibili. Essi

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non posseggono un’impronta loro propria: sono merce dozzinale. Non dovrebbe, forse, come la loro essenza, anche la loro esistenza ridursi a quella della specie? La maledizione dell’ordinarietà avvicina l’uomo al­ l’animale, in quanto essa gli concede essenza ed esistenza soltanto nella specie. Va da sé che ogni essere nobile, superiore ed ec­ cezionale, data la sua natura, rimarrà isolato in un mondo dove ciò che è basso e spregevole non poteva trovare, per essere definito, espressione migliore di quella che chiama « ordinario » ciò che di regola esiste.

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La volontà, in quanto è la cosa in sé, è la mate­ ria comune a tutti gli esseri, l’elemento costante delle cose; noi, dunque, l’abbiamo in comune con tutti gli uomini e con ciascun uomo, anzi, anche con gli animali e perfino ancora più giù. Nella vo­ lontà, come tale, dunque, somigliamo a ogni altro essere; in quanto tutto e ogni cosa è riempito di volontà e ne abbonda. Invece, è la conoscenza che innalza un essere al di sopra di un altro essere, un uomo al di sopra di un altro uomo. Perciò le nostre manifestazioni dovrebbero, quanto più possibile, limitarsi alla conoscenza e soltanto essa dovrebbe ri­ saltare. La volontà, infatti, in quanto elemento as­ solutamente comune a tutti, è, appunto perciò, ele­ mento « ordinario ». In conformità con ciò, ogni violenta manifestazione della volontà è un tratto « volgare » : vale a dire, essa ci degrada a semplici esemplari della specie: in quei casi, infatti, dimo­ striamo soltanto il carattere della specie. Volgare è perciò ogni scatto d’ira, ogni gioia sfrenata, ogni

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odio, ogni paura, insomma ogni emozione, vale a dire, ogni moto della volontà, quando diventa così intenso da prevalere nella coscienza in modo deci­ sivo sulla conoscenza, e da far apparire l’uomo piuttosto come un essere in preda alla volontà che non come un essere conoscente. Quando è preda di una simile forte emozione, il genio più grande somi­ glia al più comune figlio di questa terra. Invece colui che vuole essere senz’altro un essere non ba­ nale, dunque un essere superiore, non deve mai per­ mettere che i moti preponderanti della volontà prendano possesso esclusivo della sua coscienza, per quanto sia sollecitato in tal senso. Egli deve, per esempio, riuscire a prender atto dell’ostilità di una persona nei suoi riguardi, senza che da ciò sia pro­ vocata la sua; anzi, non vi è più sicuro sintomo di grandezza che il riuscire a non dare importanza al­ le manifestazioni offensive o insolenti, attribuendo­ le senz’altro, appunto come altri innumerevoli er­ rori, alla debole capacità intellettiva della persona in questione, e perciò accogliendole senza provare risentimento. Questo spiega anche quanto dice Grácián: « nulla conviene meno all’uomo che il far sentire di essere uomo » (« el mayor desdoro de un hombre es dar muestras de que es hombre Secondo quanto si è detto, occorre celare la pro­ pria volontà, proprio come gli organi sessuali; ben­ ché ambedue siano la radice del nostro essere; e si deve far vedere soltanto la conoscenza, come sol­ tanto il proprio volto: se non si vuol incorrere nel pericolo di essere volgari. Perfino nel dramma, il cui tema peculiare sono le passioni e gli affetti, questi, tuttavia, appaiono facilmente volgari; come si può particolarmente ri­ levare negli attori tragici francesi, i quali non si propongono altro scopo più alto, se non appunto la rappresentazione delle passioni, cercando di ce­ lare la volgarità della cosa ora dietro un ridicolo

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pathos blaterante, ora dietro facezie epigrammati­ che. La celebre demoiselle Rachel, nella parte di Maria Stuarda, mi faceva pensare, nel suo sfogo contro Elisabetta, nonostante l’eccellente esecuzio­ ne, a una pescivendola. Nella sua recitazione, per­ fino l’ultima scena di commiato perdeva ogni tratto sublime vale a dire ogni carattere veramente tragi­ co, del quale i francesi non hanno alcuna idea. [Senza confronti migliore era nella stessa parte l’at­ trice italiana Ristori; e del resto gli italiani e i te­ deschi, nonostante la loro grande diversità in molte cose, concordano nel senso della profondità, serie­ tà e verità in arte, e da questo punto di vista sono l’opposto dei francesi, ai quali quel senso manca del tutto; e ciò si vede dovunque]. I sentimenti no­ bili, cioè non volgari, anzi i sentimenti sublimi, vengono introdotti, anche nel dramma, mediante la conoscenza in contrasto con la volontà, in quanto la conoscenza si innalza liberamente al di sopra di tutti quei moti della volontà, che anzi diventano oggetto delle sue riflessioni, come si può vedere spe­ cialmente in quasi tutte le opere di Shakespeare, ma soprattutto nell’Amleto. Se poi la conoscenza s’innalza fino al punto dal quale intuisce la nullità di ogni volere e di ogni aspirazione, e in seguito a ciò la volontà si annulla da se stessa, allora dav­ vero il dramma diventa propriamente tragico, e con ciò veramente sublime, ottenendo in tal modo il suo supremo scopo.

337 Secondo che l’energia dell’intelletto sia fortemen­ te tesa o infiacchita, la vita sembra all’intelletto co­ sì breve, così meschina, così fugace che non vi possa avvenire nulla degno di commuoverci, ma invece

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tutto vi rimanga insignificante — anche il piacere, la ricchezza e perfino la gloria; e questo in modo così intenso che, qualsiasi cosa ci sia sfuggita, non sembra una gran perdita; — o, inversamente, la vita gli appare così lunga, così importante e, tutto som­ mato, così ricca di contenuto e così difficile che ci gettiamo in essa con tutto il nostro animo, al fine di diventare partecipi dei suoi beni, di assicurarci i premi messi in palio, e di raggiungere la realizza­ zione dei nostri progetti. Quest’ultima concezione della vita è di natura immanente: è quella che Grá­ cián definisce con l’espressione tornar muy de veras el vivir (« prender la vita sul serio »); per la prima concezione, invece, che è trascendente, vi è la bella espressione di Ovidio: non est tanti;™ ancor miglio­ re è quella di Platone: où8é ti tûv àvûeœitivcov aEióv Èa-Tiv oit:ou6f)ç (« nihil, in rebus humanis, magno studio dignum est Il primo stato d’animo, propriamente, si verifica quando nella coscienza il conoscere abbia finito per prevalere e, liberato così dal puro e semplice servi­ zio della volontà, afferra oggettivamente il fenome­ no della vita, e ormai non può mancar di vedere chiaramente la sua nullità e futilità. Invece, nel­ l’altro stato d’animo, predomina il volere, e il co­ noscere non fa che illuminare gli oggetti del volere, e rischiarare le vie che ad essi conducono. — L’uo­ mo è grande o piccolo, secondo il predominio dell’una o dell’altra concezione della vita.

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Ognuno considera il limite del proprio orizzonte come la fine del mondo: in campo intellettuale, ciò è altrettanto inevitabile, quanto, in campo fisico, lo è la parvenza che all’orizzonte il cielo tocchi la

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terra. Su ciò si fonda, fra l’altro, anche il fatto che ognuno ci misura con il suo metro che, di solito, è un semplice metro da sarto, e noi dobbiamo sop­ portare questo modo di misurarci; come anche, che ognuno ci attribuisca la propria meschinità, e questa finzione è ammessa una volta per tutte.

339 Vi sono alcuni concetti che assai raramente si tro­ vano in una qualche mente ben chiari e definiti, ma, invece, protraggono la loro esistenza unicamen­ te grazie al nome, il quale allora, in realtà, indica soltanto il posto di un simile concetto; ma senza questo nome tali concetti andrebbero del tutto per­ duti. Di questo genere è, ad esempio, il concetto di saggezza. Quanto vago è esso in quasi tutte le teste! Si vedano le spiegazioni dei filosofi. « Saggezza » mi pare che voglia significare la per­ fezione non soltanto teoretica, ma altresì pratica. Io la definirei come la conoscenza compiuta e giu­ sta delle cose in generale e nella loro totalità, che ha talmente compenetrato l’uomo da rivelarsi an­ che nelle sue azioni, poiché essa guida, dovunque, il suo operare.

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Tutto ciò che nell’uomo è originario, e perciò ge­ nuino, agisce, come le forze della natura, in modo inconscio. Ciò che è passato attraverso la coscienza è, appunto perciò, diventato una rappresentazione: ne discende che la manifestazione di questa coscien­ za è, in un certo senso, la comunicazione di una

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rappresentazione. In conformità con ciò tutte le qualità del carattere e dello spirito che reggono alla prova sono d’origine inconscia, e soltanto come tali esse producono un’impressione profonda. Ogni con­ sapevolezza di quel tipo è già qualcosa di corretto e intenzionale, e perciò diventa già affettazione, vale a dire inganno. Quel che l’uomo compie inconscia­ mente non gli costa fatica alcuna, ma non può es­ sere sostituito a prezzo di qualsivoglia fatica: di questo tipo è il sorgere di concezioni originali che sono alla base di tutte le opere genuine e ne costi­ tuiscono il nucleo. [Perciò soltanto le qualità in­ nate sono genuine e reggono alla prova, e ognuno che vuol compiere qualcosa di valido deve in ogni cosa, nell’agire, nello scrivere, nel plasmare segui­ re le regole senza conoscerle].

341 Sicuramente più d’un individuo deve la fortuna della sua vita unicamente al fatto di possedere un sorriso accattivante, col quale conquista i cuori. — Tuttavia i cuori farebbero meglio a stare in guar­ dia e a ricordare, col promemoria di Amleto, « that one may smile, and smile, and be a villain » (« che uno può sorridere e sorridere, ed essere un fur­ fante »)a2.

342 Alle persone che posseggono grandi e splendide qualità poco importa dover confessare errori e de­ bolezze o farli vedere ad altri. Queste persone con­ siderano quei difetti come qualcosa per cui hanno

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pagato, oppure credono addirittura che quelle de­ bolezze, piuttosto che una vergogna per loro, sia­ no invece da loro onorate. In modo particolare ciò avverrà quando si tratti di difetti che, appunto, siano connessi alle loro grandi qualità come conditiones sine quibus non-, secondo il detto di George Sand, già citato: « chacun a les défauts de ses ver­ tus ». Per contro vi sono individui di buon carattere e di mente corretta, che non confessano mai le loro poche e insignificanti debolezze, anzi le celano, es­ sendo anche molto sensibili a ogni accenno ad esse, appunto perché tutto il loro merito consiste nel­ l’assenza di errori e difetti, e con la rivelazione di ogni loro difetto il loro merito subisce una detra­ zione.

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La modestia in persone di mediocri capacità non è che onestà: invece, nei grandi talenti, è ipocrisia. Perciò l’espressione schietta del proprio valore, la consapevolezza non celata di capacità inconsuete addirittura si addice ai secondi come la modestia ai primi: di ciò fornisce esempi assai ingegnosi Vale­ rio Massimo nel capitolo De fiducia sui.

344 Perfino nella capacità di essere ammaestrato l’uo­ mo supera tutti gli animali. I musulmani sono am­ maestrati a rivolgere il volto verso la Mecca cinque volte al giorno e a pregare in questo atteggiamen­ to: essi lo fanno immancabilmente. I cristiani sono

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ammaestrati a farsi il segno della croce in certe oc­ casioni, a inchinarsi e così via; del resto la religione è, in genere, il vero capolavoro dell’ammaestramento, cioè l’ammaestramento della capacità di pensa­ re; perciò, com’è noto, non è mai troppo presto iniziare queU’ammaestramento. Non vi sono assur­ dità così palmari, che non possano essere inculcate in tutti gli uomini, purché si cominci prima del sesto anno di età a imprimergliele nella testa, ripe­ tendole senza tregua e con la più solenne serietà. Infatti, come l’ammaestramento degli animali, così anche quello dell’uomo riesce perfettamente soltan­ to nella prima gioventù. Gli aristocratici sono stati ammaestrati a ritenere sacra soltanto la loro parola d’onore, a credere fer­ mamente, rigidamente e affatto seriamente al ridi­ colo codice dell’onore cavalleresco, a sigillarlo, se necessario, con la morte, e a considerare il re come un essere realmente superiore. — Le nostre manife­ stazioni di cortesia e i complimenti, in modo parti­ colare le attenzioni rispettose nei riguardi delle si­ gnore, sono basati sull’ammaestramento: e così pu­ re il nostro rispetto per la nascita, il ceto, il titolo. Lo stesso si può dire del nostro graduato modo di offenderci per ciò che ci viene detto: gli inglesi so­ no ammaestrati a considerare come un delitto mor­ tale il rimprovero di non essere gentlemen, e più ancora quello di aver detto una menzogna, i france­ si, quello di vigliaccheria (lâche), i tedeschi, quello di stupidità, eccetera. — Molta gente è ammaestra­ ta a un’onestà incrollabile in cose di un certo ge­ nere, mentre in altri casi ne rivela ben poca. Così v’è chi non ruba denaro, ma ruba tutto ciò che si possa godere direttamente. Più d’un commerciante truffa senza farsi scrupoli, tuttavia non ruberebbe mai.

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344a [Il medico vede l’uomo in tutta la sua debolezza; il giurista, in tutta la sua malvagità; il teologo, in tutta la sua stupidità].

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Nella mia mente vi è un permanente partito d’opposizione, che polemizza retrospettivamente contro tutto ciò che io, sia pure dopo maturata ri­ flessione, abbia fatto o deciso, senza per questo aver ogni volta ragione. Si tratta, forse, soltanto di una forma dello spirito di correzione, che, però, spes­ so mi fa rimproveri non meritati. Suppongo che più di una persona subisca la stessa sorte: infatti chi non deve dire a se stesso: quid tarn dextro pede concipis, ut te conatus non poeniteat, votique peracti?2”

346 Molta forza di immaginazione ha colui, la cui at­ tività cerebrale intuitiva è sufficientemente forte da non aver bisogno ogni volta dell’eccitamento dei sensi per mettersi in moto. In conformità con questo fatto, la forza di imma­ ginazione è tanto più attiva, quanto meno essa ri­ ceva, attraverso i sensi, impressioni dall’esterno. Una lunga solitudine, nel carcere o nell’ospedale, il silenzio, il crepuscolo, il buio ne agevolano l’at­ tività: sotto l’influenza delle suddette condizioni essa inizia il suo giuoco, senza essere stata invitata

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a farlo. Viceversa quando alla contemplazione vie­ ne dato dall’esterno troppo materiale reale, come succede durante i viaggi, nel tumulto del mondo, sotto il sole meridiano, allora la forza di immagina­ zione rimane in ozio e, perfino se richiesta, non di­ viene attiva: essa vede che non è la sua ora. Tuttavia la forza di immaginazione, per dimo­ strarsi fertile, deve aver ricevuto molto materiale dal mondo esterno: poiché esso solo riempie il suo magazzino. Il nutrimento della fantasia è però co­ me quello del corpo: se al corpo si dà troppo nutri­ mento dall’esterno, che lo stomaco deve digerire, proprio allora è meno disposto a qualsiasi opera e rimane volentieri in ozio: eppure, è appunto quel nutrimento al quale il corpo deve tutte le sue for­ ze, che esso in seguito manifesta, al momento giusto.

347 L’opinione obbedisce alla legge delle oscillazioni di un pendolo: se, da un lato, essa ha oltrepassato il punto di gravità, essa deve superarlo d’altrettan­ to dall’altro lato. Soltanto col tempo trova il giusto punto di quiete e rimane ferma.

348 Come, nello spazio, la distanza fa apparire tutto più piccolo, restringendolo e facendo scomparire difetti e macchie, per cui anche in uno specchio che riduce le proporzioni o nella camera oscura, tutto sembra più bello che nella realtà; — nello stesso mo­ do agisce, quanto al tempo, il passato: le scene e gli avvenimenti lontani, insieme con le persone che

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vi hanno preso parte, diventano molto amabili nel ricordo che fa sparire tutto quanto non era essen­ ziale e turbava. Il presente, al quale manca simile vantaggio, appare sempre difettoso. [E, allo stesso modo che, nello spazio, piccoli og­ getti visti da vicino diventano grandi, e se poi sono molto vicini, occupano addirittura l’intero campo visivo, però, appena ce ne siamo un po’ allontanati, diventano piccoli e appena percettibili; parimenti, nel tempo, i piccoli avvenimenti, incidenti e scene che si verificano nella nostra vita e nelle nostre vi­ cende quotidiane, finché sono attuali e si trovano proprio davanti a noi, ci appaiono grandi, signifi­ cativi e importanti, ed eccitano perciò le nostre emo­ zioni, le nostre preoccupazioni, la stizza o la passio­ ne: ma appena la corrente instancabile del tempo li ha un po’ allontanati da noi, sono insignificanti, non degni di considerazione e presto dimenticati, perché la loro grandezza si fondava soltanto sulla vicinanza].

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Gioia e dolore, non essendo rappresentazioni ma affezioni della volontà, non si trovano nel regno della memoria, e noi non riusciamo a evocare, nel senso di rinnovare, queste affezioni; soltanto le rap­ presentazioni, che le accompagnavano, possono es­ sere richiamate alla mente, particolarmente possia­ mo ricordarci delle manifestazioni che avevano pro­ vocato in noi, per misurare ciò che esse per noi era­ no state. Perciò il nostro ricordo delle gioie e dei dolori è sempre incompleto e, una volta passati, es­ si ci sono indifferenti. È inutile, quindi, cercare tal­ volta di rinfrescare i godimenti o i dolori del pas­ sato: la loro vera essenza risiede, infatti, nella volon­

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tà; ma questa, in sé e in quanto tale, non ha memo­ ria, essendo la memoria una funzione dell’intellet­ to, che per sua natura nulla fornisce né contiene se non mere rappresentazioni: ma non di rappre­ sentazioni qui si tratta. — [È strano che nei giorni tristi riusciamo a ricordarci molto vivacemente dei passati giorni felici; mentre nei giorni buoni i ri­ cordi dei giorni brutti sono soltanto molto incom­ pleti e freddi].

350 Per la memoria si deve temere lo scompiglio e la confusione delle cose imparate; non già la loro so­ vrabbondanza. La capacità della memoria non vie­ ne ridotta dalle cose imparate: cosi come le forme, nelle quali è stata successivamente modellata la sab­ bia, non ne diminuiscono la capacità di assumere altre forme. [In questo senso la memoria non ha fondo. Tuttavia, quanto più le conoscenze che ab­ biamo sono numerose e svariate, tanto più tempo ci occorre per trovare quel che ora, a un tratto, vie­ ne richiesto dalla memoria; poiché siamo nella si­ tuazione di un commerciante che è costretto a tro­ vare, in un grande magazzino di merci svariate, pro­ prio l’articolo richiesto; oppure, detto propriamen­ te, perché noi dobbiamo richiamare fra tanti possi­ bili corsi del nostro pensiero, proprio quello che ci porta alla cosa richiesta, grazie a un precedente esercizio]. La memoria, infatti, non è un recipiente per conservarvi pensieri, ma soltanto una capacità di esercizio delle forze intellettuali; [perciò la men­ te possiede tutte le sue conoscenze sempre soltanto potentia non netti]: — su questo argomento si veda anche il paragrafo 45 della seconda edizione del mio trattato sul principio di ragione.

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350a [Alle volte la mia memoria si rifiuta di riprodur­ re una parola di una lingua straniera, oppure un nome, oppure un’espressione tecnica, sebbene io conosca molto bene ciò che mi occorre. Dopo che per un tempo più o meno lungo mi sono tortura­ to invano a ricercare la parola, vi rinuncio del tut­ to. Di solito poi, entro un’ora o due, di rado più tardi, ma alle volte soltanto dopo quattro o sei set­ timane, la parola cercata mi viene in mente all’im­ provviso, fra pensieri di genere del tutto diverso, come se mi fosse sussurrata dall’esterno. (Allora fac­ ciamo bene a fermarla, per il momento, mediante un segno mnemonico, finché non si imprima di nuovo nella memoria vera e propria). Dopo aver os­ servato con meraviglia più volte, da molti anni in qua, questo fenomeno, mi è parsa verosimile que­ sta spiegazione. Dopo il penoso e vano cercare, la mia volontà conserva la brama della parola in que­ stione, stabilisce perciò per essa un sorvegliante nel mio intelletto. Ora, appena durante il corso e il giuoco dei miei pensieri, si presenta per caso una parola che comincia con la stessa lettera o ha qual­ che altra analogia con la parola dimenticata, il sor­ vegliante balza su e completa l’accenno ottenendo la parola cercata, che ora afferra e porta all’improv­ viso, trascinandola trionfante, senza che io sappia dove e come l’ha acchiappata; perciò la parola in questione ci giunge come se fosse sussurrata. Avvie­ ne qui la stessa cosa, come quando a un bambino, che non sa dire un vocabolo, il maestro alla fine suggerisce sottovoce la prima lettera e poi anche la seconda: allora al bambino viene in mente anche il vocabolo. — Se non si verifica questo processo, la parola, alla fine, viene cercata metodicamente, at­ traverso tutte le lettere dell’alfabeto]. [Immagini intuitive rimangono impresse nella

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memoria in modo più fermo di meri concetti. Per­ ciò testé dotate di fantasia imparano le lingue più facilmente in confronto di altri individui: esse, in­ fatti, collegano immediatamente la parola nuova con l’immagine intuitiva dell’oggetto; mentre gli altri collegano con esso soltanto la parola equiva­ lente della propria lingua]. [Si cerchi di ricondurre ciò che si vuole incorpo­ rare nella memoria il più possibile a un’immagine intuitiva, sia immediatamente, sia come esempio della cosa, sia sotto forma di semplice paragone, o analogia, oppure in qualche altro modo ancora; poiché tutto ciò che è intuitivo rimane impresso nella memoria più stabilmente di ciò che è stato pensato soltanto in abstracto o di una mera parola. Perciò ci rammentiamo assai meglio di ciò che ab­ biamo vissuto in confronto con ciò che abbiamo letto]. [Il nome mnemonica spetta non tanto all’arte di trasformare il ricordare diretto, mediante un giuoco di parole, in un ricordare indiretto, quanto piutto­ sto a una teoria sistematica della memoria che, dopo aver esposto tutte le sue qualità, le deducesse dalla sua costituzione essenziale e quindi dal con­ fronto reciproco].

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Si impara qualcosa soltanto di quando in quan­ do; però si dimenticano cose in continuazione. Da questo punto di vista, la nostra memoria so­ miglia a un setaccio, che, col tempo e con l’essere usato, diventa sempre meno fine; in quanto, cioè, più diventiamo vecchi, più rapidamente sparisce dalla memoria quanto le affidiamo adesso: invece

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rimane ciò che vi si è depositato nei primi tempi.* I ricordi di un vecchio sono perciò tanto più chia­ ri quanto più risalgono indietro, e diventano sem­ pre meno chiari quanto più si avvicinano al tempo attuale; di modo che, come la vista di un vecchio, anche la sua memoria diventa presbite (izeEO-ßix;).

352 Vi sono momenti della vita, nei quali, senza un particolare movente esterno ma piuttosto a causa di un’accresciuta ricettività, che proviene dall’interno e si spiega soltanto fisiologicamente, la percezione sensibile dell’ambiente e del presente assume un grado più alto e più raro di chiarezza; grazie a ciò simili momenti rimangono, quindi, impressi nella memoria in modo inestinguibile e vi si conservano in tutta la loro individualità, senza che sappiamo a quale scopo né per quale ragione, delle moltissime migliaia di momenti simili, essi soltanto si siano conservati; piuttosto il fatto è avvenuto per caso, come generazioni di animali scomparsi negli strati minerali; oppure come quando per caso si schiac­ cia un insetto nel chiudere un libro. I ricordi di questo genere sono tuttavia sempre preziosi e pia­ cevoli. [Come, nel ricordo, ci appaiono belle e significa­ tive certe scene e certi avvenimenti della vita pas­ sata, sebbene allora li lasciassimo trascorrere senza prestarvi attenzione! Ma trascorrere essi necessaria* [(Variante) La nostra memoria somiglia a un setaccio i cui buchi, che sul principio son piccoli e lasciano pas­ sare poca roba, diventano però sempre più grandi, finché poi quanto vi si butta dentro cade quasi tutto attraverso i buchi].

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mente dovevano, apprezzati o no da noi: e sono proprio queste le pietruzze di mosaico delle quali si compone l’immagine che della nostra vita passata ci dà la memoria].

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Che, alle volte, scene dimenticate da molto tem­ po, apparentemente senza nessun movente, all’improvviso ci tornino alla memoria con molta viva­ cità, può, in molti casi, avvenire perché sentiamo un tenue profumo, percepito quasi inconsapevol­ mente, come allora. È noto, infatti, che gli odori risvegliano facilmente i ricordi, e dovunque al nexus idearum basta un’occasione sia pure assai in­ significante. A proposito: l’occhio è il senso dell’in­ telletto (cfr. Quadruplice radice, par. 21); e l’udito è il senso della ragione (cfr. il precedente paragra­ fo 301); l’olfatto è il senso della memoria, come qui vediamo. Il tatto e il gusto sono sensi realistici, legati al contatto, e privi di un lato ideale.

354 Una delle peculiarità della memoria è che una leggera ubriachezza spesso rende assai più intensi i ricordi dei tempi passati e delle scene passate, di modo che si riesce a richiamarne alla mente tutte le circostanze molto più compiutamente che in stato di sobrietà: invece, il ricordo di ciò che è stato det­ to o fatto da noi durante l’ebbrezza è più fievole del solito, anzi, dopo una sbornia, non resta alcun

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ricordo. L’ebbrezza, dunque, rende i ricordi più intensi, ma fornisce alla memoria scarso materiale.

355 Il delirio falsifica la visione intuitiva; la pazzia falsifica i pensieri.

356 Che la più bassa di tutte le attività dello spirito sia l’aritmetica è dimostrato dal fatto che essa è l’unica che possa essere eseguita anche da una mac­ china; così oggi, in Inghilterra, simili macchine cal­ colatrici sono, per comodità, diventate di uso fre­ quente. — Ma ogni analysis finitorum et infinitorum in sostanza si riduce a calcolo. In base a ciò si può misurare « la profondità matematica » della quale si è già burlato Lichtenberg quando dice: « I co­ siddetti matematici di professione, forti dell’imma­ turità degli altri individui, hanno ottenuto una fa­ ma di profondità molto simile alla fama di santità di cui godono i teologi ».2”

357 Di regola persone dotate di capacità veramente grandi andranno meglio d’accordo con teste estre­ mamente limitate, che con quelle comuni: per la stessa ragione per la quale il despota e la plebe, i nonni e i nipoti sono alleati naturali.

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Gli uomini hanno bisogno di un’attività diretta verso l’esterno, perché non hanno attività interna. Dove, invece, quest’ultima ha luogo, l’altra riesce piuttosto un disturbo e un impedimento spesso mol­ to sgradito [e invece il desiderio di silenzio e di quiete esterni e di ozio è il desiderio predominan­ te], — Invece col bisogno di attività esterna si spie­ gano l’irrequietezza e l’insensata smania di viaggia­ re degli oziosi. Ciò che li spinge così attraverso i paesi è la stessa noia che, a casa loro, li fa stare in­ sieme a frotte, sì che a vederli fanno ridere.* [Una conferma eccellente di questa verità mi fu data una volta da uno sconosciuto di circa cinquant’anni, che mi raccontò di un suo viaggio di piacere du­ rato due anni, per visitare i paesi più lontani e con­ tinenti sconosciuti: alla mia osservazione che dove­ va avere incontrato difficoltà, stenti e pericoli, egli mi diede realmente subito e senza preamboli, ma presupponendo gli entimemi, la risposta straordi­ nariamente ingenua: « Non mi sono annoiato nem­ meno un momento »].

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Non mi stupisce che si annoino, quando son soli: non possono ridere da soli; anzi, un tal ridere sem­ brerebbe loro scemo. — È, dunque, il ridere, sol­ tanto un segnale per altri, e un mero segno come la parola? — Mancanza di fantasia e di vivacità in* [Oltre a ciò, la noia è la fonte dei mali peggiori: giuo­ co, sbornia, dissipazioni, intrighi, e così via, hanno la loro origine, se si guarda fino in fondo, nella noia].

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