L'etimologia nella storia della cultura occidentale [2] 8885134548, 9788885134546

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L'etimologia nella storia della cultura occidentale [2]
 8885134548, 9788885134546

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BIBLIOTECA 01 RICERCHE LINGUISTICHE

E FILOLOGICHE

52,2

WALTER BELARDI

L'ETIMOLOGIA NELLA STORIA

DELLA CULTURA OCCIDENTALE

Tomo Il

DIPARTIMENTO DI STUDI GLOTIOANTROPOLOGICI UNIVERSITÀ DI ROMA "LA SAPIENZA" EDITRICE "Il.. CALAMO" 2002

~eit:di

.~LJtR['f ~blicaco con il concorso finanziario

del Dipanimento di Studi Glonoantropologici dell'Università di Roma "La Sapienza". Resta esclusa ogni forma di diritti di autore.

9. Un esempiodi integrazionereciprocatra ricercasul costituirsidi un campo lessicaleintellettualee ricercaetimologica. Dal momento che le illustrazioni e le definizioni generali sono utili ma gli esempi sono indispensabili. per chiarire quale e quanto complesso sia l'intrecciarsi dell'indagine etimologica con l'indagine circa il rispettivo costituirsi e svilupparsi di un campo semantico intellettuale plurilessematico, nulla di meglio che esporre il costituirsi de facto di un campo semantico specifico lungo un determinato arco di temporalità, seguirne la crescita e discutere le questioni etimologiche e derivazionali che dall'esame del campo selezionato possono sorgere. Dal momento che ho di recente riferito sul campo della "experienria" in uno dei convegni internazionali promossi dalla fondazione per lo studio del "Lessico intellettuale", diretta da Tullio Gregory, inserisco qui quanto ho argomentato in proposito, con varie aggiunte e ritocchi. .

9. 1. Aspetti semanticigeneralidei termini del tipo "esperienza".

ISSN 0392-9361 - ISBN 88-85134-54-8 Biblioteca di Ricerche Linguistiche e Filologiche Nr. 52,tomoII Casa Editrice "Il Calamo" s.n.c. di Fausto Liberati Via Bernardino T elesio, 4b 00195 Roma T cl. e Fax (06) 37 24 546 Indirizzi elettronici: CASAEDlTRlCEhttp://www.ilcalamo.com [email protected] AlJroRE hrtp://www.belardi.net/walter.htm [email protected]

Nel trattare di questo argomento - se il campo lessicale da esaminare è quello dell'uso corrente e comune - una distinzione di base da tenere sempre presente è quel1a tra il sapere che potremmo dire quasi teorico, da un lato, e il sapere pragmatico dall'altro, tra il sapere, dunque, appreso per avere fruito di un insegnamento o fatto proprio per imitazione di comportamenti altrui oppure posseduto per innatezza, e il sapere invece che si può conquistare soltanto eseguendo e superando prove, esercizi, ispezioni e indagini condotte personalmente in modo pragmatico. È questo secondo genere di sapere che a un dato momento della storia della cultura occidentale comincia ad essere segnato per lo più con termini del tipo esperienza,spesso questa connotata appunto come diretta, essendo il sapere per apprendimento il prodotto di un'acquisizione per via indiretta. La distinzione tra questo secondo genere di sapere "diretto" e il sapere "indiretto" che si fonda sul sapere altrui è una distinzione talmente fonda-

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mentale che risulta esposta in forma esplicita perfino in documentazioni testuali antiche, le quali sotcolineano in qualche modo anche l'inderogabilità di un coinvolgimento personale in questa maniera di acquisizione di conoscenza per prove. Ond'è che si repura generalmente cosa posiriva il trarre profitto dal sapere altrui, dato che è un sapere che si può trasmettere e quindi ricevere per insegnamento; cosa negativa, invece, il basarsi unicamente sull'esperienza degli altri, su quanto di personale gli altri

hanno potuto trarre dalle proprie esperienze, poiché dell'esperienza alcrui si può sl conoscere la piega e l'assetto ultimi ma non l'impostazione delle prove farce in passaco, non la loro quantità e la loro qualità, né la diacritica che ha presieduto alla valutazione di ogni singola prova, superata o fallita. Per altro, la nozione di "esperienza" si anicola di fatto in più nozioni discinte: (l) prova/tentativo/saggio "una tantum", magari irripetibile; (2) iterazione di prove, ripetibili fino al livello della vera e propria prassi della sperimentazione (ed eventualmente anche della stessa sperimentazione scientifica); questa seconda nozione di "esperienza" si può configurare, invece che come iterazione discontinua, anche come pratica o esercizio continuato in un tempo passato, anche a lungo, senza che vengano implicati necessariamente risultati e successo 4so; (3) competenza e conoscenza risulrative, derivanti da un (lungo) esercizio di prove e di tentativi, e quindi da una prassi vissuta, che sola consente di discriminare i vantaggi dagli svantaggi (per sé o per al cri) 451. 45o Per esempio: ,1secondoi più non ci sarebbero indizi che parlino di una esperienza in armeno scritto prima del V secolo d. Cr. da parte della classe colta armena dell'epoca». Cf. il passo di Varrone citato su.pra, § 1.8, p. 1OI: •successum enim fon una, experientiam laus sequitur». 451 In francese questo terzo valore figura a partire dal 1265 circa, da quando cioè occorre (longueexpbùnce) in Brunetto Latini, Trisor, ed. Carmody, II, xxi, 24 (traggo questo dato dalla relazione di Gérard Gorcy, che ha fornico e illustrato numerosi esempi dell'uso di expériencein francesedal XVI alla fine del XVIII secolo).

Un esempiodi inugraziont rtdprocatra riurca kssicak t ritura etimologica

Talvolta queste nozioni vengono tenute separate da almeno due segni linguistici diversi, come possono essere diversi due aspetti verbali quali quello di un fare in atto (è il caso, perciò, del provare e del tentare in atto) e quello di un aver fatto, onde a questo secondo conseguono tuni i vantaggi che possono derivare dall'avere già eseguito l'azione, che derivano cioè dal risultato del precedente agire. E questo è il caso del sapere conseguente ali' avere condono a termine prove ripetute. Cf. la locuzione greca che occorre in Senofonte rumttpcxµÉvoçol6cx'so per avere provato personalmente', della quale diremo più avanti (vedi § 9.3. I.I). Qui conviene però sottolineare subito che il participio perfetto aggiunto alla forma finita di perfetto in questa espressione senofontea non è pleonastico. Da solo ol6cxindicherebbe un sapere per avere personalmente visto o provato, ma non potrebbe alludere a una minore incertezza inerente a un eventuale prossimo agire (o divenire) per avere già sperimentato che quell'agire (o il divenire, in sé) produce di solito quel determinato risultato. Il participio perfeno aggiunto e, più in generale, lessemi del tipo "esperienza" con i valori sopra indicaci come (2) e (3) precisano che il soggetto che li usa ha fondati morivi per ritenere che un cerro scopo positivo possa essere raggiunto o un certo pericolo possa essere evitato. Hanno, pertanto, la caratteristica di esprimere che uno spiraglio sul futuro si è aperto, grazie al costituirsi di un certo grado di pred.itcività (vedi più avanti circa la sinonimia tra perituse prudens, §§ 9.3.2.1 e 2). Da dove altrimenti potrebbe derivare all'uomo un po' di fiducia nei riguardi del futuro? (o molta sfiducia?). Da dove un po' di ottimismo? (o il pessimismo più nero?). Talaltra, invece, queste nozioni vengono sussunte nell'ambito di un solo segno, come avviene con il nostro termine esperienzae con il suo antecedente latino. Perciò, di fronte all'unificazione segnica di queste nozioni, occorre sempre, di caso in caso, riuscire a estrapolare dai contesti quando si tratti di un singolo fano di esperienza, di una sperimentazione con iterazione delle prove o di un sapere esperienziale cumulativo e globale acquisito attraverso più fatti "esperiti". Queste distinzioni semantiche potrebbero sembrare banali a una persona di buona cultura del terzo millennio dopo Cristo,

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eppure meritavano di essere tracciate, dacché non sono distinzioni ab aecerno, bensl il prodotto di riflessioni più o meno anonime (noi conosciamo solo un cerro numero di autori antichi) svolte - come vedremo - in due ben precisi momenti della scoria della cultura antica greca e latina. Solo una plurisecolare osservazione accompagnata da attenta riflessione ha permesso all'umanità di acquisire una esperienza del fare esperienza. E naturalmente solo l'incorrere in ulteriori fallimenti e cacascrofì può rendere meno incerta l'esperienza. Ma è difficile che l'umanità possa raggiungere un giorno esperienze certe. Da mero ciò che di catastrofico continua a verificarsi puntualmente anche nell'avviarsi penoso e difficoltoso di questo nostro terzo millennio, si direbbe che il maggior rischio discenda proprio dal credere di avere conseguito in un certo campo una esperienza sufficiente. D'altra parte non direi che nell'uso della lingua della cultura comune odierna della geme semplice, impegnata quotidianamente nel lavoro, priva di tempo da dedicare alla cura dei valori lessicali della propria parlata materna, appena irrobustita da ciò che si apprende nelle scuole secondarie e poi dai giornali e dai mezzi di comunicazione popolari, il lessico dell'esperienza sia ben conosciuto, se si deve dar fede a un avviso che ho visto in questi giorni a Roma, affisso su di una vetrina di un negozio da parrucchiere. Nell'avviso redatto a chiare lettere manoscritte si leggeva: "Cercasi apprendista esperta" 452 • Bisogna, in verità, ammettere che il lessico dell'esperienza, a causa della sua polisemia, virtuale o reale, concresciuta durante la 452 Forse chi ha scritto l'avviso intendeva dire che l'apprendista ricercata avrebbe dovuto avere almeno qualche competenza di base. Se cosl, espertoè stato usato nel senso di 'fornito di un minimo di conoscenze in materia'. Vedremo che anche €µmtpo.; in greco non è staro usato da Aristotele e da altri nel senso di vero e proprio esperto. L'avviso, buffo in sé, potrebbe tuttavia veicolare una intenzionale fraudç,lencaprecisazione programmatica: "Se sei esperta sarai assunta, ma finanziariamente sarai trattata come 'apprendista', che è una categoria prevista dalla legislazione sul lavoro, e per me, datore di lavoro, vantaggiosa". La correttezza logica e quella linguistica che cedano pure di fronte alle questioni economiche!

Un esempiodi inttgraziont "ciproca tra ricm:a lwicak t n·urca ttimologica

storia, è un lessico ricco di sfumature sottili, talvolta perfino ambiguo se contestualizzato in maniera debole. Onde non sempre è facile cogliere la semantica delle sue attestazioni negli autori del passato.

9.2. La nozione dell'esperienza- in quanto conoscenza. pratica espressamediantecategoriegrammaticaliverbalie lessemiverbali.

Il greco antico dispone di un buon numero di mezzi linguistici - sia nomi sia verbi - per indicare il sapere acquisito pragmaticamente, cui potere far capo per disporre, in un dato momento decisionale, di un insieme di elementi di conoscenza e di criteri di giudizio già sottoposti personalmente a un vaglio e a un collaudo in occasioni precedenti. I più amichi fra questi mezzi linguistici sembrano essere stati una particolare categoria grammaticale verbale di tipo finito e alcuni lessemi verbali. Il sapere nel senso del possedere cognizione di fatti o cose appartenenti a un passato vissuto in prima persona, un sapere, quindi, potenzialmente riutilizzabile nel momento corrente, può essereespresso in greco da forme di perfetto di ceni verbi del vedere {o "sentiendi" in genere), dell'apprendere e del mandare a mente, quali o13a e µé:µvnµm. La categoria verbale del perfecro nelle lingue indoeuropee più antiche e più conservatrici rappresentava non l'azione in ateo, quale poteva essere espressa mediante un tema di presente, bensl il risultato arcuale di un'azione già espletata e quindi passata. In conformità, o13a, appartenente, quanto a11a forma esterna, al medesimo paradigma di d3ov, e quindi corradicale del latino video,indicava il sapere e il conoscere conseguenti a un avere visto. Del pari, µ€µvnµm 'sono memore, mi ricordo' indicava il sapere come un avere mandato a mente, come un avere appreso, e quindi, appunto, come un ricordare. Corradicale è il latino memini, anch'esso un tema di perfetto risultativo, quindi strettamente simile a µéµvT}µCX1. per quanto concerne la funzionalità, ma diverso per la struttura radicale, in quanto memini formalmente coincide con il greco µé:µova, che però ha finito per assumere il senso di 'tendo a, aspiro verso;

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IO

medito di (fare alcunché)'. La radice in questi casi è la ben nota *men-, largamente attestata nelle lingue indoeuropee e studiata in un famoso saggio dal giovane Antoine Meillet, cui piacque renderne il senso con la locuzione ciceroniana "mente agitare" 453. Strumenti lessicali analoghi per significato (e ancora verbali e

non nominali) sono Enlotaµm,

ytyvù}(JKw e 1tUv8ci.voµcx.1.. Anche di questi verbi l'origine indoeuropea è del tutto chiara, onde è agevole individuare il loro senso più antico, dal quale

quello storico deriva. In btiotcxµm 'so, sono esperto' corna il valore risultativo attuale di un precedente 'intendere, conoscere', di un intendere che in fase preistorica indoeuropea veniva intuito come uno 'stare (indoeur. *sta-) in relazione spaziale con ... (*epi-)', quasi uno stare sopra all'oggetto del conoscere, oppure come uno 'stare di fronte', visti l'inglese antico forstandan e il tedesco antico firstàn (moderno verstehen),o uno 'stare socco', visco l'inglese undmtand. Nell'antichità indoeuropea - come ho dimostrato in altro saggio 4 54 - cale tipo di conoscere si connotava sovente in senso religioso e sacrale, il che si riflette nel latino superstitio, nell'irlandese antico (h}ires,'fede (religiosa)' 455 , e nel nome stesso del corpus dottrinario religioso mazdeo ossia l'Avesta, cui corrisponde il Zand pahlavico, cosi denominato in quanto zand significa in pahlavico 'il conosciuto', come oggetto del conoscere

453 In lingue asiatiche, indoeuropee e non (iraniche, turche, armene, caucasiche, slave, ugrofìnniche, tunguse) si incontrano anche altre forme di grammacicalizzazione di "esperienze" soggettive. Vedi L. Johanson & Bo Utas (cur.), Evidentials.Turkic,Iranian and NeighbouringLanguages("Empirical Approaches co Languages Typology", 24), Mouton & de Gruyter, Berlin New York 2000, 500 pp. 4s 4 W. Belardi, Superstitio("Biblioc. di ricerche ling. e filo!.", 5), Roma 1976, 112 pp. 455 Da un preceltico *peri-si-stà-. Cf. il negativo irl. ant. am(a}ires, amara.s(glosse milanesi 97 d 10, 13) 'miscredenza', irlandese moderno amhras 'dubbio, sospetto', da un *,:z-peri-si-stà-. Cf. W. Belardi, Supmtitio, 1976, p. 87.

Un mmpio di inugraziontndproca tra rictrraknicak t ricercatlimokigica

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e anche come suo risultato, il quale in questo caso era l"imerprecazione' del cesto avestico 456 • In greco, dal rema di btio-raµm è scacotracco il sostantivo Èmo-rtiµTtche, nella sua valenza astratta, indica basicamente 'il sapere'. Nella riflessione del pensiero greco su sé stesso, sulle capacità della mente umana, bucrniµll è pervenuto a indicare in maniera restrittiva un sapere stabilmente acquisito e bene organizzato, e soprattutto il sapere teorico. Nella sua valenza diciamo cosl gerarchicamente più elevata, il termine indka in sostanza il possesso saldo di una conoscenza organica intorno a qualche cosa di complesso, conseguenza di un apprendere sistematico, non però procacciato necessariamente in modo empirico con la partecipazione dei sensi e delle mani, cioè con il percepire o con l'operare, anzi preferibilmente con le capacità incorporee dell'in• telleuo, oggi diremmo con la speculazione filosofica o con quella riflessione critica che porca avanti le scienze naturali teoriche. Più avanti (§ 9.3.1.3.2) vedremo tentativi da parte di Aristotele di esplicitare sottili distinzioni semantiche era È1ttoTI'lµll e vari altri termini affini per senso, distinzioni che anche un Greco "della strada", anzi "dell'Agorà", doveva avvertire. Qui forse sarebbe opportuno mettere in guardia coloro che amino accostarsi ai classici greci del pensiero dal non incorrere nell'errore o svista di estendere automaticamente a ogni occorrem.a di ènio-raµm quel senso specifico di 'conoscere in modo ccoremarico' nella sua più elevata e astratta configurazione raggiunta - in determinaci impieghi e ambienti - dal suo derivato èmo-r~µl).Si rischierebbe di far dire all'amore greco quel che non ha inceso dire se, per esempio, con Gabriele Giannantoni 457 , si volesse vedere in un passo del "Grati/o"(-ròv6È èpwtcivKO.l&no. Kptvco8m bnoteiµEvov ilio n crùKaM'iç TIx.TJv "molte arei ci sono tra gli uomini formatesi empiricamente per mezzo di un reiterato sperimentare; l'esperienza (o sia la conoscenza empirica), infatti, fa procedere la nostra vita nella luce di una certa competenza tecnica, l'inesperienza nel buio della mera casualità".

Il valore oramai consolidarn di "cognitio reflexa" (basata sul processo di immagazzinamento in memoria di singole esperienze ripetute) o, potremmo dire, di "competenza divenuta metapratica", sembra presente in una definizione aristotelica della èµ7tttpia: yiyvetm 6' ÈK'tfjç µvTJµriçèµnetpla 't01ç àv0pw1totç · cxl yà.p noUa\ µvfìµm wU aù-roUnpciyµatoç µidç èµnnpicxç 5'Uvaµtv àno-rEÀo'Umv"negli esseri umani l'esperienza proviene dalla memoria: più ricordi [scil. di atti] relativi al medesimo tema producono la possibilità di maturare una determinata esperienza conoscitiva" (Metaph. [incipit], 980 b 28). Tale, ad esempio, potrebbe essere la competenza del grammatico, di chi cioè è competente nella tÉXVTI ypaµµccnKT},come vedremo più avanti. Sembrerebbe, dal successivo discorrere di Aristotele, che l'èµnetpia. sia concepibile quasi come una Émcr'tllµri per quanto concerne l'astrattezza del suo essere risultativo, e, nello stesso tempo, sia da concepire come simile alla 'tÉXVTJ,considerato

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l'ambico dal quale essa si genera e sul quale poi, generata, si proietta.

Di fatto, anche per Aristotele è l'esperienza, la conoscenza per prove, a generare la tecnica o le tecniche in genere, «come diceva Poloi.. L'inesperienza, invece, vale a dire il non possedere questa conoscenza, dà luogo aHa casualità. In altri termini, quando manchi l'esperienza, i risulcaci non possono dipendere dall'agente, dipendono dal caso:~ µtv yàp tµm1pla :uKoii, wtEÀ86v,oç aù-tou µv,jµriv ÈXOUcnv).Se per caso si accumulano nella memoria più ricordi dello stesso tipo, allora si costituisce l'esperienza. L'esperienza, infatti, per gli Stoici non sarebbe altro che un insieme di numerose rappresentazioni mentali della medesima specie (tav6è òµoet&1ç noUa\ µvf\µm ytvoov-rat, -r6-re4>o,µèvÈXEtvtµnetpiav· 473 • èµnEtpla yap!:on ,ò «iiv òµoetooiv $(Xv,. Anche per noi prudenza e provvidenza non si spartiscono più alcun connotaco. Ma è probabile che questa distinzione sia stata auspicata come un desideratum '" Cf. Cicerone, Div., 1, 49, 111: ,[ ... ] horum sunt auguria [... ] nam et natura futura praesentium [ ... ]; alii autem in re publica exercitati [... ] tyrannidem multo ance prospicium; quos prudentes possumus dicere, id est providentes, divinos nullo modo possumus•· Cioè - dice Cicerone - la capacità di presentire accadimenti, può essere detta prutkntia nel senso di 'preveggenza', senza con questo implicare una origine soprannaturale, divina, di calecapacità.

Un esempiodi integrazionereciprocatra nàrca kssicak e r1àrca etimologica

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più che sia esistita realmente al tempo di Cicerone. Infatti, poi, in de ojf, 1,43, 153,Cicerone definisce prudentia con un chiarissimo richiamo (mediante due gerundivi) al futuro, cui la prudenza "preveggente" sarebbe rivolta, quasi rivalutando cosl la connessione semantica ed etimologica tra prudentia e il suo antecedente formale: «prudentia, quam Graeci q,p6v11atç,est rerum expetendarum fugiendarumque scientia». Tale senso di 'attenzione', rivolta a un possibile evento imminente da evitare perché in qualche modo dannoso, è rimasto incollato al termine prudentia nel Medioevo e ha continuato ad esserlo anche quando questo termine è entrato come imprestito nel lessico delle lingue romanze moderne. Ma solo come valore opzionale, ovvero ulteriore (per esempio italiano prudente •cauco, accorto',prudenza, 'cautela, accortezza'), come si può dedurre, ad esempio, da iurisprudentia e dal nostro termine italiano giuri~ sprudenza,che ne sono privi 492. Se ci si chiede perché mai il "peritus", l'esperto, possa essere stato chiamato anche "prudens", il prudente, si può rispondere facilmente proprio se si guarda al valore etimologico di prudens, cioè al senso di 'previdente'. La sinonimia peritus = prudens deve essersi instaurata quando ancora il valore etimologico di prudens era perfettamente evidente e dominante. Infatti l'esperto - lo abbiamo già sottolineato - dall'esame di quanto ha memorizzato circa i successi e i fallimenti da lui stesso incontrati nelle prove e nei tentativi già portati a termine in passato, può trarre preziosi indici decisionali nell'imminenza di un'azione da compiere. L'opzione, la scelta, l'elezione, è suggerita da un calcolo della percentuale dei vantaggi/svantaggi già incontraci, ma nello stesso tempo si proietta come aspettativa di successo nell'immediato 492 Si ritiene che, in francese,prudent(ca. 1090), imprestico dal latino, abbia potuto influenzare - per contiguità semantica - il vocalismo del sostantivo proz (obliquo preu) 'profitto, vantaggio' (< lat. cardoprodis tratto da protksse),presencein produrne,portandolo a pruin prud'homme, pervenuto questo dal senso di 'uomo buono e bravo, (e quindi) saggio e leale' al senso di 'versato nella conoscenza di una determinata tematica' e poi, dopo il XIX secolo, 'competente in una particolare tematica giuridica' (in special modo commerciale).

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futuro, in quanco di regola non si nutrono aspettative di un proprio insuccesso. Cosl intesa, un>azione suggerita da un'esperienza viene ad essere il prodotto di un semplice e magari ingenuo calcolo "previdente" della probabilità migliore, eseguito tenuti presenti i dari archiviaci in memoria. Ad ogni modo, al di fuori di queste occasioni nelle quali l' etimologia si fa sentire in prudens e in prudentia, i due termini si ~ono ~ tal punto resi indipendenti dal "prevedere" che i parlanti m latmo hanno semico la necessità, in un secondo momento, di ricostituire e formare di nuovo providénse providentia,a partire dal composto verbale prOvideO,anch'esso rifatto secondariamente. Per questa ragione prudentia, ormai indipendente da provi'intelligenza, intuito', senza aldire, ha potuto tradurre q>p6vTJotç cun implicito riferimento al futuro o a una scelta del corno migliore di un'alternativa inevitabile. Nell~ progressione di merito verso il quasi irraggiungibile livello eneo amblto dal saggio stoico, constatiamo che l'esperienza ottimale non si costruisce in questa teoria su una serie finita e circoscritta di prove, ma sulla totalità degli accadimenti possibili. Da qui discende il carattere estremamente esigente dell'etica stoica (cf., supra, nota nr. 474).

9.3.2.3. L'ingressodi "experientia"i'n latino e i suoi significati. In latino, le occorrenze di experientianel senso (a) di sperimentazione e nel senso (b) di sapere acquisito e accumulato intorno a un dato oggetto di conoscenza, e tale da avere forza diacritica, forse si equivalgono per numero, e talvolta non si distinguono bene l'una dall'altra per quanto concerne il significato del termine in questione, perché il relativo contesto non consente tale distinzione. Ad ogni modo il valore attestato per primo è quello (a) di sperimentazione, in Varrone, mentre il senso (b) di sapere originatosi da una prassi sperimentale comincia appena a configurarsi in Lucrezio e poco dopo appare sicuramente in Virgilio; poi penetra nella prosa ma soltanto in epoca postaugustea.

Un esempiodi integrazionereciprocatra ricercakssicak e rictrcaetimologica

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9.3.2.3.1. "Experientia"'sequenzadi prove; il provaree il riprovare:

Experientiaè un derivato di experiense quindi di experior. In conformità, tra i suoi valori più antichi, troviamo quello del provare e riprovare. Secondo il Thesaurus linguae Latinae, il De re rusticadi Varrone sarebbe la prima opera a contenere experientia con il significato di prassi sperimentativa consistente in prove su prove: una iterata "temptatio" che porta a risultati positivi. Varrone, de re rust., 1, 40, 2: ((primigenia semina dedit natura, reliqua invenit experientia coloni>);nella versione di Antonio Traglia: "i semi originali li ha prodotti la natura; tutto il resto sono stati i contadini a procurarselo mediante una lunga serie di prove". Tale experientiaoccorre anche in 1,18,7: «bivium nobis enim ad culturam dedit natura, experientiam et imitationem. anriquissimi agricolae temprando pleraque consriruerunt, liberi eorum magnam pattern imitando)) "due vie, infatti, la natura ci ha mostrato per l'agricoltura: fare delle prove e imitare [quanto di positivo sia stato già conseguito provando e riprovando]; gli agricoltori più antichi fissarono la maggior parte delle norme della coltivazione provando; i loro discendenti ne hanno stabilito gran parre imitando". In questi passi, experientiaè accompagnata da una connotazione non del tutto esplicita, ma facilmente awertibile: la "remptatio" ha comportato un successo, con tutti i vantaggi al seguito. L"'experientia" è stata positiva. Nella maggior parre degli impieghi del termine nei secoli successivi raie positività inerirà in experientia come connotazione stabile. Trovo un passo in Varrone che mi sembra testimoni una facies più arcaica della ora vista semantica di experientia: il provare e il riprovare a prescindere dal successo, che nella fattispecie, a giudizio di Varrone, non c'è stato. Dato che il successo si sarebbe collocato - se fosse sopravvenuto - in un dopo, la "temptatio" va a collocarsi di necessità in un passato. E.in causa l'attività di etimologo di Lucio Elio Stilone, mae-

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stra di Varrone. Varrone sembra rimproverargli soltanto di non avere tenuto conto, nell'etimologizzare mediante il latino parole (ritenute) latine, che alcune di cali presunte parole latine sono di fatto greche. Il passo è stato già analizzato in § 1.8. La porzione che qui interessaè la seguence: «In quo non modo L. Adii ingenium non reprehcndo, sed industriam laudo; successum enim fortuna, experiemiam laus sequicur>1. "A parte ciò, non solo non biasimo l'ingegno di Lucio Elio, anzi ne lodo l'impegno e l'operosità, in quanto se il successo è dovuto alla fortuna, all'aver provato e riprovato va tributata lode,. Il parallelismo, in questa frase, tra industria ed experientia e l'opporsi di experientiaa successus-ùs sono un'ottima chiave di lettura. Si potrebbe dire che qui experientiaè ancora usato come vox media: '(il provare, il tentare, l'impegnarsi, l'industriarsi, l' applicarsi", che successivamente la fortuna può premiare oppure no. Ma non sono il premio e il successo le cose importanti, dice Varrone, non diversamente da come si dice oggi a un atleta che abbia mancato l'oro: l'importante è essersi impegnato, è l'aver gareggiato. Passano pochi anni ed ecco che presso V elleio Patercolo, 2, 57, 1, i rapporti tra le tre unità lessicali anzidette vengono a distribuirsi in maniera diversa: experientiaseparatosi da industria passa a significare - una tantum sembra - 'ciò che è successo', 'l'evento', in quanto oggetto di conoscenza e di riflessione (vedi, infra,§ 9.3.2.3.5).

9.3.2.3.2. "Experientia"'il sapereoriginatosidallapratica'. Per quanto riguarda l'ingresso in latino di experientia nel senso di conoscenza emergente da una prassi esplorativa, sperimentativa, portata avanti per tentativi su di un determinato campo conoscitivo, in qualità dunque di "cognitio reflexa", di sapere tecnico, di tecnica, si è già detto che il vocabolo è estraneo alla prosa classica (vedi, supra, §§ 9.3.1.3.4 e 9.3.1.3.6, a proposito

Un estmpiodi integrazionereciprocatra rìurca lmicak e ricercaetimologica

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di un passo di Cicerone e uno di Varrone, nei quali compare scùntiacome resa di EµnEtptcx). Stando al Thesaurus, il termine experientiacomparirebbe per la prima volta con il senso di "peritia, scientia, nocitia" nel De rerum natura, V, 1452, di Lucrez.io (nato nel 97 circa - morto nel 54 circa): 1>.Il tratto "ripetibilità" «dev'essere pertanto assunto come fondamentale per il significato generale del termine)). Conseguenza ulteriore da trarre dalla riconosciuta primazia del tratto "ripetibilità"- aggiunge l'autore - è che «il termine esperienza. non è propriamente adoperato quando si parla di una esperienza 'eccezionale' o addirittura 1 unica', a meno che tali aggettivi non siano (come sono spesso nel linguaggio comune) amplificazioni retoriche per indicare la scarsa frequenza nella ripetibilità di una certa situazione o l'improbabilità che essa si ripeta per lo stesso individuo)). Quindi chi chiamasse esperienzauna determinata avventura o una determinata disavventura non si esprimerebbe in modo corretto. Non adopereremmo bene esperienza - secondo l'Abbagnano - se, ricordando una disavventura del nostro caro e distratto collega Gianbattista Pellegrini, fortunatamente finita bene, dicessimo che lui consumò una tremenda esperienza quando si ritrovò nella situazione difficile oltre che scomoda di dover cercare di rimanere aggrappato a una maniglia esterna di un vagone ferroviario per un tratto di molti chilometri percorsi ad alta velocità, avendo fatto uso dello sportello sbagliato in un momento sbagliato. Nel rammentare il singolare e difficilmente

501 Non potrebbe esserealtrimenti, dato che la selezionataqualifica di "verificabile"introduce la prospettiva della virtualità, per cui anche "tutti" potrebbero, solo che lo volessero,partecipare a una futura verifica o compiere atti personalidi verifica.

Un aempio di integrazione rtdprDca tra ricerca/mica/et ricm:a uimokJgica

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ripe:tibile caso. confrontato questo mio modo asciutto di esprimermi con l'estrema pericolosità per non dire drammaticità della detta vicenda realmente vissuta, non mi sembra di avere fatto ricorso a una amplificazione retorica e quindi di avere abusato di una potenzialità irrazionale del linguaggio comune. Dietro il testo di questa voce del Dizionario - mi informò un giorno Valerio Verra - c'è quell'orientamento teorico personale che Nicola Ab bagnano aveva avuto l'occasione di esporre, tra l'altro, in un suo saggio sul pragmatismo sociale di John Dewey (n. 1859 - m. 1952) 502: i fatti di esperienza sono cerro riperibili ma ad ogni loro ripetersi inevitabilmente mutano in parte per mutate condizioni non solo oggettive ma anche soggettive, e dal lato soggettivo, per di più, si farebbe valere in essi più una intersoggettività esposta a un inarrestabile cambiamento dei parametri che una continuità di orientamento e di disposizioni nel pensiero individuale. Quindi ripetibilità ma non identità tra le ripetizioni, e soprattutto assorbimento dell'individuale nel sociale. Da parte mia, pur condividendo l'idea che l'essere intersoggettivamente distribuito è una proprietà fondante del sapere e del conoscere, specie in questa nostra età caratterizzata dalla diffusione dall'informatica, e quindi dall'integrazione fra i dati conoscitivi ed esperienziali di una molteplicità incalcolabile di sogetti e di "archivi", con la conseguenza che l'"archivio" del singolo non è mai autosufficiente, non posso tuttavia non rivendicare ragioni e diritti di quell'altro sapere intersoggettivo che si deposita in maniera alquanto stabile nelle forme del lessico di una lingua. Ì:, evidente che ogni filosofo nostro contemporaneo è libero di decidere in proprio se usare o no un ceno termine intellettuale con una cena accezione. La terminologia delle scienze, delle tecniche e delle ani ha, in buona parte, un'origine stipulativa, di solito concordata tra pochi addetti. Tuttavia non pare proprio che il medesimo filosofo (o scienziato etc.) possa, nel caso nostro, giudicare improprio, cioè erroneo, l'uso di esperienzanel

so1 Qualificato di solito come filosofo dello sperimentalismo e dello strumentalismo.

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§9

linguaggio corrente - il quale conosce soltanto la sanzione sociale e non la sanzione di uno o più filosofi - per indicare la partecipazione pragmatica e cognitiva a una singola vicenda, perché tale uso non è una novità nella nostra lingua, una novità di poco precedente la stesura del detto Dizionan·o.Siamo di france a un uso antico. Sarebbe, infatti, come rimproverare i Romani della Roma antica di essersi espressi impropriamcnre nell'avere usato experitntia volendo indicare la partecipazione a un evento eccezionale e unico. Invero, experientiaè formato sul participio presente di experior,il quale significa 'conduco un esperimento, una prova, faccio un tentativo' ("[ Caelium]vim veneni [... ] esse expertum in servo quodam", Cicerone, etc.). Pertanto nemmeno gli Italiani di oggi che ripetano quest'uso formatosi in un tempo assai remoto possono essere rimproverati di improprietà. Anzi, a volere essere precisi, si dovrebbe dire che, dei ere significati di txperitntia da me indicati all'inizio di questo saggio, quello di effettuare un determinato tentativo, perciò singolo, con carattere talvolta di eccezionalità, forse è proprio il più antico, preistorico per essere precisi. Gli altri significati sono concresciuti su questo, con il progressivo maturare incellenuale dell'umanità 503• Stento, per alcro, a credere che, nel secondo dei due aspetti riconosciuti come legittimi nel Dizionario (quello proprio della proposizione "l'esperienza ha dato ragione a x"), manchi la connotazione della partecipazione personale, e che si tratti quindi di una "esperienza" oggettivao imptrsonak. Certo non sarà x che ha partecipato a questa esperienza altrui (x se la sarà già fatta per proprio conto), ma qualcuno avrà pur condotto personalmente quell'esperienza "che dà ragione a x". Infatti, la proposizione ci1 tata può essere convertita nella seguente: ' molti o tutti hanno esperito in proprio che x ha ragione". Infatti, nella proposizione citata, il sostantivo tsperieruapuò dirsi il risultato della nomina-

soJ Per la lingua francese cf. P. Corneille, L 'lmitation de jlsusChrist, 1656, p. 572: «Et de quelles douceurs l'hereuse expérience / Rompe le mieux cene impatience où me réduisenc mes ennuis?•. «Expériences mystiques)I figurano presso Fénélon (1697) e P.-H. d'Holbach (1776). Questi sono esempi di esperienzesingole.

Un mmpio di inugrazion~ udproca tra ricercakssicak ~ ricm11~,imok,gica

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lizzazione di un soggiacente predicato verbale con canto di soggetto sia grammaticale sia fattuale. Non bisogna confondere (come sembra sia accaduto) il soggetto di un dato atto di esperienza con il soggetto "che parla" e che perciò formula la frase nella quale si parla di qualcuno (o di molti o di tutti, anche non espressamente nominati) che sia stato attore di uno o più atti di esperienza. Ciò che conta nella semantica dell'uso linguistico di tsperierua non è, dunque, 4(1apartecipazione della persona che parla alle situazioni di cui si parla». Chi parla è responsabile soltanto della frase che formula e del suo senso, non dell'esperienza menzionata nella frases 04 • Per il resco, qualsiasi esperienza presuppone il suo bravo soggetto fat~uale performante, sia esso coincidente con la I persona grammancale, o con la Il o con la III, al singolare o al plurale, non importa. In conclusione, la nozione di "esperienza" presuppone sempre che almeno qualcuno abbia esperito in proprio. L'elemento della ripetibilità solo secondariamente si aggiunge spesso a rendere più complessa l'esperienza sos.

504 Per chiarire la cosa alla maniera e con lo stile di Aristotele (non però del migliore Aristotele) possiamo snodare la questione nel modo che segue: se qualcuno dice "x ha esperienza di S", chi parla sarà cerco qualcuno, ma il gestore dell'esperire sarà x, che è anche il soggetto grammaticale. Se qualcuno dice "l'esperienza _hadato ra~i~ne a x", il medesimo qualcuno ha continuato a parlare, m superficie il soggetto grammaticale è l'esperienza, e nella struttura profonda il soggetto fattuale sotteso dell'esperire è qualcuno o alcuni o molti o tutti. Operata la nominalinazione, si avrà: "l'esperienza (di alcuni, di molti, etc.) ... ", essendo imposibile che un'esperienza sia pure colleccivae inccrsoggeccivasia "impersonale" nel senso che non abbia coinvolto la persona o le persone che l'hanno vissuta e porcata a termine. sosEsperienza nel senso di esperimento che può essere ripetuto (? di osservazione del pari ripetibile) figura nell'uso francese, come nsulca dalle lisce forniteci da G. Gorcy: «Ce suppose Aristate des ascrologiens qui ont crové par observances et par experiences comment le ciel [... ]• (Oresme, Le /ivr, du ciel et du monde, 1370, Il, p. 458); •On vaie par les expériences de Newton que cous les corps colorés absorbent une panie des rayons et renvoient l'aucre")I (Montesquieu,

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§9

9.5. La questionestrettamenteetimologica. Inoltrarci nell'esame semantico degli altri lessemi della medesima famiglia lessicale di experientiaed estendere questo esame all'uso tardo, medievale e moderno del latino e di altre lingue occidentali sarebbe tutto un altro discorso, interessante ma altro. Conviene piutrosco comare su alcuni aspetti etimologici, formali e semantici, concernenti le forme basiche di questa nostra famiglia lessicale. Gli sviluppi semantici, anzi visti nei derivati di 1tE1pa,dotati di riferimento al piano etico come anche a quello della violenza e del pericolo, non possono dirsi meramente accidencali e casuali, ed esclusivi del greco. Se ceniamo presence che anche nel corradicale latino periculum si è partiti da 'prova, esperimento' e si è pervenuti alla nozione di 'rischio, pericolo' (cf. anche periclitor sia 'tento', sia 'corro il pericolo'), si deve concludere che nella mentalità amica delle culture greca e latina la nozione di prova si poteva configurare facilmente come una dura prova, una pericolosa prova, ora nei riguardi del soggetto stesso che si cimentava ad affrancarla se l'azione veniva concepita come intransitiva e media, ora nei riguardi di terzi che venissero presi a oggetto di un tentativo di forza, spirituale o materiale, se l'azione si configurava come transitiva. A. Ernout pensa che periculum sia stato facilitato a contrarre il senso di 'rischio, pericolo' in forza di un accostamento secondario a pereoperlre 5 Non credo che questa ipotesi sia necessaria. Oltre alle viste analogie presenti nel lessico greco, abbiamo un'ulteriore analogia con la semantica di voci germaniche sicu-

°'.

Discoursà l'Académie des Sciencesde Bordeaux, 1726, p. 28); 11Les cxpéricnces doivent Ctre répétées pour le détail des circonstances et pour la connaissance des limites)I(D. Dideror, De l'interpritationde la nature, 1754, p. 219); «Pour la juger [scii.: la natura degli animali liberi], il faut avoir recours à l'inspection et mCmeaux expériences et à !'analogie» (Buffon, De la dégénérationdes animaux, 1766, p. 129 e sg.); ere. 506 Presso A. Ernour & A. Meiller, Dictionn. étymol.de la langue latine,Paris 1939, p. 1023.

Un mmpio di integrazionereciprocatra ricercakssicak e ricercaetimologica

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ramente corradicali di periculum ere.: gotico *fora 'insidia', deducibile dal sostantivo ftrja che traduce il greco ÈyK salvus,da cui salus'integrità, salute'). Questa corrispondenza che si estende a due coppie, una latina e una iranica, è stata notata da P. Cipriano 542 • Nella Roma arcaica, compito degli àuguri era soprattutto eseguire atti augurali per l'incremento e il benessere della classe sacerdotale, delle vigne, delle restanti coltivazioni e dell'integrità del popolo, come si desume, fra l'altro, da un passo di Cicerone (De leg.2, 8, 21), nel quale l'autore fii.caquasi alla lettera i Commentariiaugurum: ( metior)i *mVrtrV-m (> mdtram), *mV-mV.>-ty(> mimiitt), *mV.>-ty-s(> µijnç) etc . .È facilmente intuibile che nella fase nella quale noi proiettiamo queste sequenze, nessuna fine o inizio di modulo avrà potuto fondersi o amalgamarsi - almeno in linea di massima - rispettivamente con inizio o fine di modulo contiguo, pena la perdita di chiarezza dei vari segni-modulo funzionali (oltre tutto per lo più monosillabici!). La radice verbale doveva esprimere la nozione generica dell'azione. I vari suffissi dovevano essere impe616 In µÉrpov, se l'analisi fosse sesta giusta, dovremmo attenderci piuttosto un -a- (cioè • mii-tro-n) visto che il normale esito di * 1 è -ain greco; ma non mancano casi nei quali il greco risponde con -e-. Vari linguisti ricorrono in questi casi a un'ipotesi esplicativa particolare che postula l'esistenza di fonemi speciali, convenzionalmente chiamati "laringali". Ma con tale ipotesi il problema si sposta di un grado nella temporalità preistorica, non si risolve veramente. Vedi, supra, § 1.7 (tomo I, p. 87 e sg.).

le origini t l'apporto conoscitivo tk/J~timologia uientifica

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gnaci a indicare in modo specifico (proprio secondo quel processo di determinazione ulteriore e progressiva che si ha quando si scende da un genere a una sua specie) o una nozione nominale astratta come in *mVrty-s > µT\nç, o un "nomen instrumemi" come in *mVrtrV-m > miitram ecc. Le desinenze, infine. dovevano svolgere una funzione propriamente grammaticale. Ci sono migliaia di altri esempi a confortare questo genere di analisi 617 . Nella protostoria e alle soglie della scoria, quando cominceranno a verificarsi i primi fenomeni di fusione o amalgama nei punti di giuntura tra moduli (alcuni fenomeni di tal genere sono da ammettere già in piena preistoria, per esempio neHa declinazione di alcuni temi in vocale). inizierà l'avvento di una lunga ma profonda trasformazione che produrrà la tipologia propriamente flessionale delle lingue indoeuropee storiche antiche e, in una fase ancora recenziorc, l'irrigidimento presso che cotale dei

lessemi di moire lingue indoeuropee, dalle lingue romanze all'inglese, alle parlate indiane moderne etc. Ho parlato di agglutinazione nel senso letterale di incollaggio delle parti 618, come avviene nelle lingue appunto dette agglutinanti. Ma. a rigore. siffatto indoeuropeo ricostruito era dotato di caratteristiche che lo avrebbero ben discinto da lingue aggluci617 ~ solo frutto del caso o, per meglio dire, del fatto che la struttura tipologica dell'indoeuropeo preistorico era quella che era, se l'analisi comparativo-ricosrrucciva è pervenuta a ricostruire di solito parole motivate, in quanto trasparenti, descrittive, grazie alla modularità, realizzando cosl involontariamente il sogno antico coltivato da una parre del pensiero greco di scoprire alle "origini" dei nomi perifrasi descrittive (come abbiamo visco nel caso di una ipotesi antica circa l'etimo di 6.v8pomoç;etimo, per altro, che la linguistica scienti fica non è ancora riuscita a scoprire). 618 ~ ben noto che già il Bopp scorgeva processi di agglutinazione nella protolingua indoeuropea, ma il Bopp, se non erro, circoscriveva questo fenomeno alle desinenze verbali, da lui interpretate (e per questo fu accusato di glottogonia) come elementi (ridotti) pronominali agglutinati, come nell'arabo, lingua che egli ben conosceva, avendola studiata da giovane a Parigi.

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nanti come le altaiche. Soprattutto l'indoeuropeo ricostruiro aveva una vasta gamma di affissi multifunzionali (laddove nelle lingue agglutinanti vere e proprie ogni affisso ha un solo ed unico valore) e presentava modificazioni vocaliche in buona parte dei moduli, non però causate da una tendenza alla armonizzazione reciproca delle vocali nell'ambito della singola parola, come ad esempio in turco, che presenta appunto la cosiddetta armonia vocalica, ed è una tipica lingua agglutinante. Se, allora, la struttura della forma esterna del lessico delle lingue romanze è tipologicamente del tutto diversa dalla struttura della forma esterna del lessico delle lingue indoeuropee antiche come è quella che si riscontra nel greco antico e nel sanscrito (i quali più di altre lingue indoeuropee lasciano scorgere il principio della antica modularità con agglutinazione}, e in cerca misura anche nel latino, nel lituano etc., e se ancor più diversa è la struttura romanza rispetto alla struttura della forma esterna del "lessico" indoeuropeo ricostruito, è evidente che la metodeucica dell'etimologia romanza rispetto a quella che riguarda l'indoeuropeo antico e l'indoeuropeo preistorico non può essere la medesima, come vado sostenendo da alcuni decenni. La romanza ha a che fare con significanti irrigiditi, ciascuno dominato da un accento che crea dislivelli di nitidezza articolatoria tra sillabe coniche e sillabe atone (il vocalismo latino popolare ha uno sviluppo diverso se conico, se atono, se in sillaba finale e, in ceree aree, se in sillaba iniziale atona; un esempio: lar. vlr!t:lis> iral. vérde, con 1 tonico che passa in ç chiuso, e con 1 atono di penultima che cade}; ha anche a che fare con sillabe di natura fonica ("fonosillabe"} che si comportano diversamente se brevi (sono brevi se terminano in vocale breve; cioè "aperte" con vocale breve) o se lunghe (sono lunghe se terminano in consonante, cioè se sono chiuse 619). Nel corso dei tempi storici, inol619 Si tratta di un calcolo di "more". La sillaba breve è quella che termina con una sola mora vocalica. Se le more vocaliche sono due (vocale lunga) e se oltre la mora vocalica (o le more vocaliche) in uscita c'è una mora consonancica, la sillaba è lunga. Dunque la quantità.sillabica non è confondere con la quantità vocalica.

Le originie l'apportoconoscitivotkll'ttimologiascientifica

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tre, vari gruppi consonantici (o di consonante+ semivocale) o sequenze di consonante + vocale particolare presentano a carico dei componenti alterazioni che non si verificano se i medesimi componenti ricorrono isolatamente oppure se si trovano davanti ad altri tipi vocalici. Si tratta di sviluppi condizionati: il medesimo fonema latino /k/ si continua come /k/ davanti a vocale arretrata e (in italiano) davanti a vocale centrale aperta a; si palacalizza in /cJ/ davanti a vocale anteriore (e in francese davanti ad a): casa (fr. [tfez > /e] chez); cielo(in francese si dentalizza: [tsiel > sie!] ciel), etc. L'etimologia indoeuropea amica ha a che fare, invece, con sillabe che in fase preistorica e forse ancora in molte procoscorie avevano come loro ragion d'essere la "morfologia" dei moduli ("morfosillabe", press'a poco come in cinese, non, quindi, "fonosillabe") "" · Stante poi la pari importanza di ogni sillaba-modulo, nella storia evolutiva preistorico-storica delle lingue indoeuropee antiche più conservative, l'accento (o meglio "tono", ancora di natura musicale) non doveva ancora creare discriminazioni di importanza articolatoria era modulo e modulo. Per cui, ad esempio, quando si espone quale sia stata la sorte di *lindoeuropeo in indoiranico, basta dire che {in ogni condizione) esso è divenraro à; laddove e !acino in italiano si dittonga se si trova in sillaba aperta; diventa sovente i se si trova in sillaba iniziale pretonica: per es. nipote; decàde se in penultima posizione, atona: lat. dicere > ical. dire. Del pari per le consonanti, in genere (le aspirate diventano sorde aspirare in greco ecc.). Non che manchino casi di sviluppo condizionato dalla preistoria nel greco e 620 Perché il lettore possa più facilmente comprendere la differenza che passa tra una lingua che conca le sillabe fonologiche e una lingua che coma le sillabe morfologiche, si potrebbe richiamare la sua attenzione su di una parola tedesca come dementsprechendUn Italiano, ad esempio, pratico solo di fonosillabe e con una conoscenza superficiale di lingua tedesca - permettiamoci di immaginarcelo - potrebbe essere trascinato dalla sua abitudine linguistica ad analiuare il termine come de-ment-spre-chende a intendere magari {scherziamoci sopra): 'che parla come un demente', mentre in realtà la sillabazione morfologica tedesca della parola è ((dnn)((,nt){sprechmd))) 'conformemente'.

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nel sanscrito (per le aspirate, ad esempio, si pensi alla legge di Grassmann, che descrive un mutamento non di ordine generale ma limitato a una particolare sequenza di fonemi). Comunque, nelle lingue indoeuropee antiche, i casi di condizionamento contestuale non sono mai tanti per specie come quelli che caratterizza.no le lingue romanze rispetto al latino 62 1 . Dovrebbe risultare chiaro, adesso, che la lunga e insoluta diatriba era i sostenitori della cecità delle leggi fonetiche e i negatori dell'esistenza nella storia linguistica di leggi fonetiche generali (di regola indoeuropeisti i primi, romanisti i secondi) non trova la sua ragion d'essere in alcun principio metafisico o epistemologico - come ho già detto - ma solo nella struttura tipologica delle lingue delle quali i primi e i secondi si sono occupati. Gli indoeuropeisti si trovavano di fronte a sviluppi non condizionati da alcun condizionamento o condizionati in un numero ristretto di casi; i romanisti si trovavano di fronte a sviluppi sempre condizionati e secondo molteplici condizionamenti. I primi constatavano perciò "leggi" notevolmente costanti; i secondi si trovavano di fronte a una miriade di casi particolari, tra i quali è praticamente impossibile spesso dire quale sia il tipo di evento che possa essere considerato "normale'', e che quindi faccia "legge" rispetto a tutti gli altri da considerare "eccezioni". Per gli uni e per gli altri valgono i principi della comparazione linguistica, ma poi i criteri particolari devono conformarsi alla struttura delle lingue esaminate, anzi devono essere queste stesse lingue a suggerirli. 13. I. I "relitti"dei sostrati. Esiste un'area di studio particolare nella quale l'indoeuropeistica (e quindi anche la ricerca etimologica relativa) è tenuta a servirsi di criteri diversi dai suoi soliti: mi riferisco ali' area del-

621 Onde sarebbe assurdo il solo pensare che il fenomeno della sincope, ad esempio, abbia poruco essercie giocare un ruolo di rilievo nell'indoeuropeo preistorico e nella procosroria delle lingue indoeuropee di più antica attestazione.

le originie l'apportocono1dtivodell'etimologiascientifica

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l'indagine su elementi lessicali (nomi comuni, antroponimi, toponimi, idronimi, oronimi ecc.) presenti nelle lingue ~ndoeuropee antiche, ma forniti di tratti fonologici strutturali che non sembrano riportabili alla fase della comunione linguistica preistorica indoeuropea, per cui sembra giusto concludere che tale materiale linguistico, per altro non sempre ben coerente, sia da attribuire alla lingua o alle lingue (non indoeuropee) preesistenti nei territori che a un certo momento furono invasi da popolazioni che parlavano una lingua indoeuropea, che poi si sarebbe affermata sul territorio di caso in 'caso in questione. È questa l'indagine sui sostrati linguistici che si intrawedono essere esistiti dal bacino del Mediterraneo fino in India, prima dell'arrivo e dello stratificarsi in queste zone del tipo linguistico indoeuropeo. A rendere più complessa l'indagine c'è il fatto - non facilmente illustrabile e dimostrabile, però - che in alcuni territori devono essersi succedute più "ondate" di popolazioni di parlata indoeuropea, cosicché è da supporre che il risultato finale osservabile in vari casi sia il frutto dell'influsso di un sostrato non indoeuropeo a carico di un primo strato indoeuropeo, il quale a sua volta potrebbe aver fatto da sostrato indoeuropeo a un successivo e leggermente diverso strato ultimo indoeuropeo. Oltre a questi importanti eventi storici che alla fine vedono affermarsi lo strato (o l'ultimo strato) indoeuropeo, non mancano altri eventi nei quali l'avvento indoeuropeo deve essere stato alquanto debole e alquanto inconsistente, sl da non affermarsi definitivamente bensl da essere assorbito come "'superstrato" nella parlata locale che persiste nel tempo fino all'arrivo magari di un più spesso strato recente indoeuropeo. In genere ci sfugge la conoscenza di invasioni indoeuropee se queste non hanno dato luogo all'affermazione del tipo linguistico indoeuropeo. Tali eventi sono testimoniati appena nella lingua di piccoli corpora iscrizionali. Le iscrizioni leponzie 622 , ad esempio, presentano indubbi tratti celtici. È possibile che questi tratti celtici siano dovuti a un superstrato celtico. Un'area che deve avere co-

622 Rinvenute nell'area cisalpina di Nord-Ovest, tra il Ticino e l'Adda (Lugano etc.).

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§

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lr origini t lizppono conoscitivotk/J'etimologia«Unrifica

nosciuro vicende complesse è l'area alpina e perialpina e sopract~tto ceree sue zone, nella quale area un'amica e preindoeuropea lingua come il cosiddetto "retico" (assai poco noto) deve avere sublco sicuramente una prima indoeuropeizzazione ad opera di tribù celtiche, dopo di che su questo strato celcizzaco si è diffuso il latino. Tra gli clementi preromani del ladino come anche nelle aree settentrionali della Romània si ravvisano lessemi di sostrato (cioè prelatini), che non sono però preindoeuropei, essendo celtici. Noi li ritroviamo nelle testimonianze moderne dialettali locali (vedi oltre) in quanto sviluppi dell'antico latino regionale affermatosi in quelle zone. Resta il problema di sapere caso per

caso se il latino parlato nella regione abbia preso un certo tipo lessicale ~al sostrato preindoeuropeo ovvero dal locale superstrato cclnco (eventualità più probabile). superstrato destinato a divenire a sua volta uno dei sostrati del latino affermatosi successivamente in sito (di ciò più avanti). All'individuazione di un sostrato mediterraneo o, in una dimensione ancora più ampia. di un sostrato indomediterraneo (anche culrurale, oltre che linguistico. raffrontati miti e istituzioni religiose) si è pervenuti nella prima metà del XX secolo, dopo avere valutato attentamente casi di confrontabilità linguistica diciamo cosl "irregolare", vale a dire casi che presentano c~rrispondenze di fonema a fonema del tutto eccezionali, cali cioè da non rientrare in alcuna delle "leggi" di cui sopra, le quali hanno regolato la trasformazione dell'indoeuropeo preistorico nelle lingue indoeuropee

storiche. li fimo dell'impossibilità

di

spiegare in senso indoeuropeo questa confrontabilità - che ora vedremo - cioè il risultato negativo in senso indoeuropeo del confronto, è sovente giustificato e convalidato dalle nostre conoscenze scientifiche naturalistiche. _Ros~e fichi, ad esempio, sbocciano e maturano in luogi assolati.

t. improbabile

che esistessero rose e fichi nelle wne dell'Eu-

ro~a ~entr~-ori_entale preistorica (dove erano di stanza le popolaztom pre1stonche che parlavano varierà linguistiche indoeuropee), zone caratterizzate da un clima decisamente diverso da quello mediterraneo, di regola più freddo.

Se. pertanto, i nomi greco, latino etc. della rosa e del fico. pur simili partitamente tra di loro, non si spiegano con le leggi fone-

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ciche indoeuropee, è molto probabile che siano nomi già appartenuti a lingue preistoriche non indoeuropee dell'area mediterrana. poi sopraffatte o sommerse dal greco, dal latino. etc., affermatisi in un secondo tempo. Il greco, il latino etc., sviluppi del tipo indoeuropeo introdotto dal Nord, pur risultando vincitori in questo conflitto con lingue preesistenti, devono avere adottato i nomi di queste piante già in uso nelle aree meridionali. Non conoscendo noi altro di questa lingua (o lingue?) che do-

veva preesistere nel bacino Mediterraneo prima dell'avvento delle lingue indoeuropee dal Nord, chiamiamo questo precedente strato linguistico con la denominazione di usostrato linguistico preindoeuropeo" oppure '•sostrato mediterraneo" (o, se è il caso, "egeo"o "egeo-anatolico" oppure ancora "sostrato indomediterranco", quando si riveli più vasto). Il nome della rosa è t,615ovin greco (già in Omero il termine figura nell'aggettivo composto /x,oo&iKn>Àoç 623),Nel dialetto lesbico per 'rosa' figura pp66ov, che lascia supporre un più antico *fpo&,v, cioè *wrodon. La forma omerica, data la sua sequenza

-ro-, è certamente di origine eolica (la lirica "eroica" preomerica deve essere stata eolica). Il latino rOsanon può essere un imprestito dal greco: il fonema d del greco non è mai adattato in lacìno con il fonema s. Inoltre rOsaha un s tutto speciale. Infatti cale s, pur trovandosi tra vocali, non si è rotacizzato. Il confronto tra i due termini p66ov e rlJsa- benché questi siano indubbiamente simili oltre che per il significato anche per il significante - non consente di ricostruire, fonema per fonema, alcunché per la preistoria indoeuropea (esempio luminoso, tra i tanti possibili, del fatto che la comparazione-ricostruzione non può essere limitata alla semplice somiglianza esteriore tra parole reciprocamente alloglotte, anche quando alla somiglianza esteriore si accompagnasse identità a livello del denotato). Preso atto dei dati forniti dalla paleobotanica nonché della "negatività" in senso indoeuro-

623 Un ripo di rosa probabilmente selvatica.Sul tema (e sul senso della formula omerica) vedi M. Z. Lepre in Ethnos, lingua t cultura, scritti in memoria di G. R. Cardona("Bibliotecadi rie. ling. e fìlol.". 34), li Calamo, Roma 1993, pp. 49-72.

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le originie l'apportoconosdtiwdell'etimologia scitntifica

§ 13

peo, non resta che immaginare che il greco e il latino abbiano preso questi cermini da un "sostrato" preindoeuropeo che doveva estendersi un tempo dall'Italia alla penisola balcanica. T cstimonianzc linguistiche iraniche ci confortano in questa conclusione e ci consentono di immaginare questo sostrato ancora più esteso, fino almeno all'area del Vicino Oriente. In un passo del Nirangistiin avestico ricorre, infatti, il sostantivo maschile var~- come nome dj pianta. All'interno del lessico avestico, cale var;,Sa- (insieme a un sostantivo femminile var;,Sii, nome anch'esso di pianta nel Yutdlvdàt avestico) doveva "gravitare" inevicabilmence nell'orbita del verbo varNL-'augére\ confrontabile, in quanto forma di eredità indoeuropea, con il sanscrito vardhatiidem. Ma poi il neopersiano presenta$ gul 'rosa', che è lo sviluppo regolare di un medioranico *ward- < *wrd-. Questa forma medfoiranica è testimoniata indirettamente dall'armeno ,Jwp'J:-vard (tema in -i-) 'rosa', che è certamente un imprestito dal panico, nonché da vii/a,'fiore' del dialetto caspico semn1nJ. Dal mc:dioiranico il termine, con il significato di anaµivov l:anv, I eòptjaetç tò voe1v· où6Èvyàp ii fottv ii fotm / IV.1.oncipel; toiì l:6vtoç B 8, 35-37). Impossibile, dunque, ritenere che Par-

menide ammeuesse "teoreticamente" un linguaggio - che non fosse il sopra visto $(x~içe,v - "mipel; toiì È6vtoç". 14.6. l'eraclitismodi Cratilo. L'orientamento eracliteo sopravvalutava, invece, il linguaggiorazionalità, ammettendo che è grazie al linguaggio-razionalità che l'essere umano entra in perfetta sintonia con il cosmo stesso. Se è vero che, in forza di questa equazione "cosmo = logos", la razionalità del conoscere e dell'esprimersi finisce per imporre ingenuamente sé stessa - o comunque un genere di razionalità discorsiva - alle cose del mondo e le informa di sé, è anche vero, poi, che una natura razionalizzata potrebbe sembrare essere pronta e decisa a prerendere di essere presence negli elementi del linguaggio e nel loro strutturarsi in espressioni razionali. Ond'è che l'eracliteo Cratilo, personaggio - non inventato nel dialogo platonico omonimo, e idolo della polemica di Platone (gli altri due personaggi sono Ermogene e l'immancabile Socrate), è dell'opinione che la correttezza della nominazione sia connaturata per natura (il gioco di parole etimologico è dello stesso Platone: cj)OOEtne4>uKula)in ciascuna entità nominata, mentre non potrebbe neppure dirsi nome quello che qualcuno in via stipulativa pretendesse di imporre, facendo risonare soggettivamente e arbirariamente una particella (µ6pt0v), un segmento della propria voce (cf. 429 E etc.), dal momento che uguale per

T~orieantichesull'etimologia

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tutti, sia per i Greci come per i barbari, esiste una correttezza naturale dei nomi, la cui forma, perciò, non dipenderebbe dalla volontà degli uomini o dalla personale volontà decisionale di un personaggio mitico, ma al più da un tal personaggio purché perfettamente ossequente nei riguardi della Natura. In definitiva sarebbe la Natura stessa delle cose a promuoverne la nominazione, in qualsiasi lingua e presso qualsiasi popolo 667 : teKpa'tUÀoç$l')crìv o&, J, IvEtµèv yà.p yÀuKi>tat0v,tpcxx:l>vEl 6è.tò P Kaì aUtflv tò /\ Kaì fott tciiv T)µt4lwvwv Èo'tt tciiv òµoyEvcilvyEvvmOTatovµÉcrwç&t. nwç faati.0ricrt tà 6tà tWv j)O)Swvwv cruvrixoUµEvatò n: M Kaì 't'ÒN KEpcxtoet&'ì.ç lo definl Cicerone (Brut., 60). Ma Varrone fu anche grammatico, interessato alla lingua latina, del presente e del passato, come pure alle particolarità linguistiche della sua terra natale sabina, il reatino. Ad una illustrazione della lingua latina Varrone dedicò i 25 libri del De lingua latina, dei quali ci restano solo due triadi: i libri V-VII nei quali si tratta di etimologia in funzione soprattutto di una ricognizione empirica linguistico-culturale delle antichità romane e latine, e i libri Vlll-X (l'ultimo incompleto) destinaci a illustrare aspetti grammaticali e i pro e i contro di ciascuna delle due tesi filosofìco-grammaticali e in parte stilistiche dell'analogia e dell'anomalia 723. Sono perduti, purtroppo, i libri I-IV. Nei libri II-IV Varrone tracciava certo la storia delle dottrine etimologiche degli antichi, greci soprattutto, ma anche romani, come il suo maestro Elio Scilone, ma forse anche le linee di una teoria dell'etimologia (o di aspetti teorici controversi dell'ecimologia), pur sempre avvalendosi di fonti greche. Altra opera importante dal nostro angolo visuale è il De re rusticain tre libri, iniziata dal suo aurore all'età di ottanta anni, e pervenutaci integra. Anche in quest'opera, infatti, non mancano, come vedremo, notazioni linguistiche ed etimologiche. Il resto della sua produzione è a noi noto quasi solo per tradizione indiretta e quindi è frammentario. Ad esempio, dal De civ. Dei, 7, 14, di Agostino ( G.R.F., Funaioli, p. 237) veniamo a conoscere ciò che Varrone riteneva si potesse dire etimologicamente del nome sia greco sia latino del dio Mercurio, in conformità alla credenza che tal dio, dal piede alato, intervenisse in vari casi di "mediazione", ond'è che l'etimo proposto sembrava confermare la verità di quella credenza, !ad723

Cf. Belardi& Cipriano, Casurinterrogandi,1990.

Grammaticae razionalismo,u/la compkssauoria va"oniana deJl'etimologia 30 l

dove invece ne derivava: «Mercurius quasi medius currens dicitur appellatus, quod sermo currat inter homines medius; ideo 'Epµfiç graece, quod sermo vel interpretatio, quae ad sermonem urique percinet, èpµT)vtlo.dicirur; ideo et mercibus praeesse, quia inter vendemes et ementes sermo fit medius», "Mercurio si dice che sia cosl chiamato in latino perché quasi 'corre frammezzo', in quanto il parlare passa correndo era gli esseri umanÌj analogamente questo dio si chiama Ermete in greco, in quanto il parlare e l'interpretare che al parlare si accompagna si chiamano èpµT)vEla.;si dice anche che Mercurio presieda alla mercatura, giacché il parlare intercorre rea venditore e compratore". Questo etimologizzare arbitrario, del nome latino e del nome greco del dio si basa, dunque, per la semantica, su alcuni aspetti del mito (dio del commercio, messaggero veloce degli dèi); mentre per la fonetica utilizza la sillaba ME di Mercuriuse di medius; la sillaba CU di -curius e di cu"ere; la sequenza HERM ... di 'Epµfiç e di Épµ11vElo., e, in fine, invoca - in linea con l'idea di una equabilità era pantheon greco e pantheon latino-italico - la coincidenza (almeno apparente) tra le sequenze SERM ... del lat. ,ermQ e HERM ... del greco 'Epµ;jç e ÉpµT]vEicx. Noi moderni, dopo molto discutere, riteniamo (a) che il nome e il culto di Mercurio non siano schiettamente latini ma siano stati introdotti a Roma nel V sec. e siano di origine ecru~ sca, tramite forse la cultura falisca; (b) che l'etimo del nome del dio Ermete sia tutt'ora oscuro, come oscuro sia anche l'etimo di Épµ11veia,che perciò non sarebbe affatto confrontabile con il lat. senno, il quale, per suo conto, porrebbe essere invece di origine indoeuropea: senno, se ha significato dapprima 'serie di parole, parole in fila' (precoce intuizione della linearità del significante), potrebbe essere un derivato di series,e di sero'semino'. Tal seroè da *sepso,un presente con raddoppiamento tratto dalla radice •sVr che doveva esprimere, nelle lingue indoeuropee d'Europa, l'essere o il disporre in fila (cf. greco òpµ6ç 'collana', irland. sreth 'serie' ecc.). Tutto questo procedere nell'analisi delle forme linguitiche da parte di Varrone si colloca nel1a migliore tradizione stoica, la quale pretendeva, con gli etimi, di dare ragione anche di tanti aspetti della mitologia e delle istituzioni religiose. Nella cultura

302

§ 16

zoroastriana del Dènkart, sopra esposta nella sezione 7.1.2, abbiamo già visto un'eco di questa concezione stoica dell'etimologia: l'etimo di un cerro nome offrirebbe piena rescimonianza a favore di una certa ideologia. Non sempre il pensiero di Varrone per noi moderni risulta chiaro, vuoi perché spesso la tradizione manoscritta è corrotta oltre ad essere lacunosa quando non frammentaria, vuoi perché raramente conosciamo gli antefatti e le circostanze culturali, vuoi infine perché lo stile di scrittura di Varrone è per lo più ora secco ora contorto, e più spesso l'uno e l'alrro. Sicché la moderna critica varroniana abbonda quasi più di controversie che di certezze. In questa sede è importante soffermarci su Varrone per accertare per prima cosa quale sia stato il suo conrriburo agli aspetti teorici dell'etimologia più che alla ricerca etimologica concreta, e per appurare in seconda istanza in quale misura Agostino abbia ereditaro da Varrone; infine, per valutare quale sia il valore testimoniale di entrambi nei riguardi della dottrina stoica dell'etimologia, la quale è ricostruibile solo per via indiretta. Già si è detto varie volte come Varrone (e con lui Stilane e in genere l'erudizione antiquaristica romana) sia riuscito a individuare etimologie verisimili, sia per parole latine correnti alla sua epoca, sia per parole rinvenute in testi del passato. Ma in assenza di un metodo linguistico storico non si contano le etimologie arbitrarie e infondate come le seguenti, per fare esempi, ,iotao8m ì..éyoum toiç ooqloiç, tT}v6È 661;nv Èv µ6v0tç ,o'iç $1)che alla sostanza generale del pensiero contenuto nell'intero passo. Personalmente ritengo di poter scorgere nel pensiero di Dante una duplice lontana influenza stoica, per due vie distinte: della giuridica - evidente e innegabile - abbiamo detto; diremo ora della "dialettica". Nella situazione nuova, dunque, nella quale ci veniamo a trovare, quelle istanze espresse dal Bonghi, dallo Scherillo e da altri non meritano di essere tenute in cosl poco conto. Effettivamente c'è chi ha creduto in passato (vedi la nota nr. 791 relativa a Steinthal nel§ 17.2) che l'onomatopea espressiva sia stata intuita per la prima volta in ambiente eracliteo, e c'è chi ritiene meglio dovremmo dire - tutti ritengono che la funzione espressiva del suono delle lettere sia stata teorizzata da Platone nel "Cratik/' (ma vedi, supra,§ 15.1, nota nr. 708). In forza di tale convincimento, sia pure errato, la teoria moderna della significatività come espressività fonica dei vocaboli, non necessa-

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INDICE DEI DEI NOMI DEGLIAUTORI E DEI PERSONAGGIDELLASTORIACITATI

AbaevV.I. 1IO AbbagnanoN, 127 -II 63 sgg. AbenmusaCorasmio424 AbramoI Abrahamo17 50 l sg.

AccursioIl 371 Adelung F. v. 288 sg. Ageno F. II 139 sg. Agostino 5 I 00 - II 223 287 292 294 295 300 328 350 356 sgg. 384 sg. 387 389 422 427 447 482 AjelloR.411 Alarico I II 394

AlberroMagnoII 379 sg. Alessandrodi HalesII 482 AlessioG. 484 - Il 209 Altheim F. 372 Ambrosini R. 16 Ammonio Il 346 Andcea F.C. II 142 Antipatrodi Tarso 283 457 - II 312 AmiscioLabeoneII 362 sgg. Apollodom 283 457-11312 338 339 Apolloniadi TyanaII 423 ApolloniaDiscoloII 436 Appmdv,Probi 388 - 11160 Apuleio 19 Arens H. 281 Ariscarco23 Aristofane di B. 283 457 -11 312 316 329 Aristotele 24 sgg. 27 36 43 80 121 157 226 287 424 456 Il 11 247 248 sg. 278 283 sg. 294 359 377 378 379 383

407 425 432 444 Armogathe J.R. II 30 Arnauld A. II 432 Amim

J.von 20 23 29

Aronadio F. li 12 272 sgg. 279 345 Ascoli G.l. 231 281 298 316-319 322 333 523sg. 526-11411 Asor Rosa A. II 421 sg. Ateneo 23

Acurpàt486 sg. AurouxS. l 09 BaaderG. 131

Bacon F. 137 247 429 434 526 532-11427 Bacon R. 39 101 137 267 273 11404 sgg. 41 I 452 Bader F. 111 237 - Il 164 194 Balbo 99 BaldingerK. I 1O Bal!M.J.1196 BaratinM. 100 BarcelonaA. 115 Bartholomae Ch. 266 324 - Il 141 sg. 144 Bartoli M. Il 321 BattistiC. 214 - II 209 BausaniA. 169 Beck H. Il 105 Becman Ch. Il 409 sg. 411 BeekesRS.P. 16 BekkerI. 36 Bembo P. 11465 BenfeyTh. 276 28 I BenvenisteÉ. 70 143 372 - II 89 sg. Bernardoda BessaIl 393

500

lndiu IUi nomi degli autori citati

BerrettoniP. Il 249 338 Bertoldi V. 102 342 442 524 - Il 209 BertoniG. 524 BezzenbergerA. 317 Bianchi M.L. 46 527 - Il 423 BiancoG. II 40 51 BischoffB. 103 Blaisede VigenèreIl 218 Bianco M. Il 415 Bloch R. H. 103 Bloomfield L. I 62 BoccaccioII 421 sg. Boezio 107 Boisacq É. 264 265 - Il 69 BolelliT. 64 65 -Il 128 161 Bolognesi G. 65 288 321 323 411 Bonaventura san II 380 482 sg. Bonfante G. 266 321 411 Bonghi R II 377 sg. 382 Bonin H. 36 Bopp F. 42 64 97 I 77 sg. 189 215 sgg. 223 228 247-255 266 268 273 279 sg. 281-283 297 sg. 447 535 - Il 195 199 219 411 Bo,don G. 345 - Il 416 BoscheriniS. II 322 sg. BottiglioniG. 524 Boye, C. B. 314 B,éal M. 281 297 Brocenseli 430 sg. 439 BrockelmannC. 105 BruckerC. 110

Brngmann K. 16 298 321 323 325 sg. Buccella,o M. Il 12 261 271 BukeviOUtC E.-J.Il 101 Buddant C. 40 - Il 396 401 Caino 530 Calogern G. Il 239 sg. CampbeUThompson R. 489 sg. Canal P. 457

CapitaniU. 131 Ca,dona G. R. 163 41 I 416 Carisio345 CarnapR. 172 sgg. CarranoA. 208 216 217 CassioHemina II 332 Cassi,,, E. Il 59 440 Castellani A. 396 426 Casula M. S. 229 231 Cattaneo C. 231

Catullo 430 Cavalli-SforzaL.L. 192 sg. 521 CavazzaF. 37-11307 313 326 Ceci L. 11 426 483 sg. - Il 222 333 353 sg. 361-375411 Ce~o 131 Cciquiglini-ToulerJ.456 ChantraineP. 392 - Il 70 Cha,bonnel N. I I 5 Cha,pin F. Il 436

ChiariniG. 64 65 Chomsky N.A. 115 160 163 183 206 210 497 -11 195 Ciakciak E. 497 Cicerone 35 37 sgg. 46 98 100 171 405 - Il 181 285 346 483 CiglianaS. 195 Cip,iano P. 23 38 155 268 487 498 sg. - Il 75 78 106-108 139 142 300 304 338 CittadiniC. 195 Cleante Ass. 23 30 sgg. 99 466 Il 315 sg. 329 339 Clemente A1ess.20 Cledco G. Il 432 ClossT raugonE. Il 150 CluvierPh. II 414 CodignolaT. II 156 Co::u,doux G.-L. 273 Colebtooke H. Th. 250 Collan). 403-11325 436 Colleni L. llO CollitzH. 328

Indicetki nomidtgli autori citati

Colombo Crist.359 CorominasJ.62 Comford F. MacDonaldIl 242 Cosconio 89 CoseriuE. II 213 234 Cotta99 Cratcte di M. 23 402 - II 328 354 Cratilo Il 246-249 358 CrevatinF. 512 sg. Cdsippo 20 28 sg. 3 I sg. 63 99 283 457 466 - li 281 293 297 312 316 331 338 339 sg. 345 sg. 353 sg. Crnce B. 126 133 160 - Il 214 276 423 430 sg. CurtiusE. R 14 40 Curtius G. 271 259 264 276 328 -li 319sg. CusanoN. 17 Dahlmann H. Il 314 319 Dante 161 172 185 sg. 209 355 392-11219250371 sg.377391 393 425 447 Darwin Ch. R. 193 Dashe. B.R. Il 150 DavanzatiB. 189 d'AvinoR. II 241 sgg. De FrancisciP. 92 sg. De GiovanniM. 484 Delb,iick B. 240 321 426 Della Corte F. 457 - li 61 sg. 289 sg. Della Scalav. Scaligero Della Valle P. 227 De Maurn T. 72 74 166 216-11 186 190 439 465 Democrito 38 64 43 483 - II 222 230 249-253 DemonerM. L. Il 409 De Palma A. I 73 Dwida J. 11479 Desbo,des F. 27 100 - Il 213 Destutt de TracyAL.C. 522

501

Detschew D. 289 Devoto G. II 92 sgg. Dewey ). Il 65 Di Cesare D. 181 198 215 221 268 -11234 DiderichsenP. 233 Diels H. 15 17 483 - li 21 221 225 230 233 237 sg. 240 247 249 Diez F. Il 459 Diocle 36-11281430433 Diogene Bab. 36- li 165 281 Diogene di Seleucia457 -II 313 Diogene Laerr.36 • Il 165 281 294 sgg. 339 sg. 343 sg. 346 348 367 430 Diomede gramm. 485 - II 364 390 Dionisio Al. Il 290 sg. 358 389 Dionisio TraceII 329 DoderlinL. von II 411 Donato II 395 Dondoli L. 26 I D'Ovidio F. li 377 380 Dumézil G. 149 DuranteM. Il l 06 DurnA. 488 EckertRII 101 Eco U. 46 SO Egidio RomanoII 388 Eliodorograrnm.II 433 Elio Gallo Il 36 I sg. Elio StilaneIl 361; v. Stilane. Engels ). 103 Engle. R. 54 71 159 Ennio II 302 sg. Epicuro89 219 faacllto 15 sg. 99 - Il 221 222 225-236 358 369 Emout A. 59 143 240 514 535116875173 faodoto 472 Eschilo Il 261 sg. Farai E. 11398

502

lndiu tiri nomi tkgli autori cit11ti

Faré P. A. 524

FattoriM. II 423 FerranteO. 14 Fcsto 93 98 372 384 - li I 5 42 106 361 sgg. 458 FickA. 317-II 74 Filone Giudeo 226 - li 375 Fiorelli P. li 371 sgg. 378 386 400

FirmicoMaterno34

FlavioBiondoII 394 FlavioFilostratoII 423 FlavioSosiparroCarisio345 FormigariL. 216 FOrstcmannE. 354

FracnkclErnstIl 75 Fr2nccscosanto li 393 sg. Froge G. 35 Friedrich H. li 391 Frisk Hj. 471 -1171 Funaioli G. 129 374 402 484 li 288 300 332

GabclcnrzG. von der 280 Gaio li 298 366 Galeno 32 100 Gallo E. (Aclius) G. li 361 sg. Gambar.oraD. 14 47 84 Ga.rbini G. 165 359 Garin E. 256 - li 59

CascaQucirauaG. 354 Gaya Nuno B. li 209 Gelbl.J. 471 Gellio A. 101 - li 322 304 361 364-366 GentileG. Il 148

Gerardodi Schncrcn40 Gerolamo d'Ascoli II 406 Gerolamo santo 106 355 476- II 184 395 sgg. 400 405 4 I 5

Gervasiodi Tilbury 137 Gcucnich D. li 105

GiUiéronJ. 338 341 535 - li 164 Gilson E. li 396 sg. Gimbutas M. II I 70

GioV2.nni di Salisb.Il 380 Gippcrt J. 412 Girolamov. Gerolamo

GiulioCesare129 GiulioPaoloII 367 GiustinianoII 371 Gorcy G. II 6 67 Gorgia 46

GourhanL. 93 GoyccF. 28 Gracyin F. II 415 Grammont M. 285 - li 383 387 Grassmann H. 132 278 298 313-315 330 342 GrccnbcrgJ. H. 192 210

GregorioMagnoII 184 Grcgory T. 527 - li 5 87 Grimm J. 196 236 287 sg. 298313-II358411 GscllO.61

GuarducciM. II 113 Guglielmo di Mocrb. li 410 Guglielmoil Brct.39 GuiraudP. 110 Gusmani R. 204 431 sg. - II 104 Gyarmathi S. 280 sg. Hacckcl E. H. 267 - li 448 Hajdu P. 318 Hall R. A. Jr. 133- li 437 HamiltonA. 250 Hanks P. II 63 HaspdmathM. 81 Hayck F. II 252 Hcgcl G.W.F. 20 126 - II 47 477,g. Hcidcggcr M. 63 515-11 81 245 478 sg.

Ghinassi Gh. 427

Hicronymusv. Gerolamo Hinzc F. li 99

GiacaloneR.1.mat A. 16 GiannanroniG. II JI sg. 266 sg.

Hjclmslcv L 233 Hock H. li 419

/ndiu tki nomi tkgliautori citati

Hocke1t Ch. F. 163 Hofmann J. B. 488 - II I 73 HUbschmann H. 324 330411421496-1172 HU!scr K. II 433 Humbach H. II 142 sg. Humboldt W.v. 160 170 178 sgg. 187 197 sg. 208 210 214224 255 264 sg. 268 275 sg. II 161 219417 Hunt R.W. II 403 sg. Ichaporia P. li 143 Isidoro 19 39 57 103 106 207 476 - II 285 329 393-415

IsnardiParenteM. II 35 344 Jaegcr W. li 237 243 Jakobson R. O. 160 294 sg. - II 214 345 Jcspcrscn O. 281 Jcudy C. 41 Johanson L. li 10 Joncs W. 64 223 Kclkcl A. L II 478 Kcnt R. 89 K!aproth H.J. 288 Klcibcr G. 115 K!inck R. 485 KlugcF. II0-II73 KocrncrE. F. K. 109 KonigE. 81 Kran, W. 15 - II 21 221 225 230 233 237 sg. 240 247 249 Kuhn H. J. II 423 KurylowiaJ. 265 295 Labconc A. li 362 sgg. 366 Langcr S. K. 35 Lanzi S. li 237 Laufcr B. 490 Lausberg H. 18 45 255 Laucroni R. 544 545 - li I 04 sgg. Lcgrand Ph.- E. 472 L