La seconda Lettera ai Corinzi. Guida alla lettura 9788870163285, 8870163288

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La seconda Lettera ai Corinzi. Guida alla lettura
 9788870163285, 8870163288

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«PICCOLA COLLANA MODERNA» Serie biblica

n. 83

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Bruno Corsani

La seconda lettera ai Corinzi Guida alla lettura

Claudiana - Torino

Bruno Corsani, noto biblista evangelico, è stato docente di Esegesi del Nuovo Testamento presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma. Membro dell'Associazione biblica italiana, è autore di numerose pubblicazioni, fra cui ricordiamo: Introduzione a/Nuovo Testamento, l0vol.: Vangeli eAtti, 1972,19912,2°

vol.: Epistole e Apocalisse, 1975, 19982; Atti degli Apostoli e Lettere, 1978; Matteo, Marco, Luca, 1982; Esegesi. Come interpretare un testo biblico, 1985; L'Apocalisse. Guida al­ la lettura, 1987, tutti editi dalla Claudiana; I miracoli di Gesù nel quarto Vangelo, Paideia, Brescia, 1984; Guida al­ lo studio del greco del Nuovo Testamento, A.B.V., Roma, 19942; La lettera ai Galati, Marietti, Genova, 1990; L'Apocalisse e l'apocalittica del Nuovo Testamento,

Dehoniane, Bologna, 1997.

I S B N 88-70 1 6-328-8 ©

Claudiana Editrice, 2000 Via Principe Tommaso l- 10125 Torino Tel. 011.668.98.04- Fax 011.650.43.94 E-mail: [email protected] S ito web: www.claudiana.it Tutti i diritti riservati - Printed in Italy

Ristampe:

04 03 02 01

00

Copertina di Umberto Stagnaro

Stampa: Stampatre, Torino

l

2 3 4 5 6

LISTA DELLE ABBREVIAZIONI

A) COMMENTARI Barrett

=

Bosio

=

Bultmann

=

Carrez

=

Collange

=

Crisostomo

=

Fumish

=

Héring

=

Ktimmel

=

C.K. BARRETT, A Commentary on the Second Epistle to the Corinthians, London, A. & C. Black, 1973. E. B O S IO , Commentario esegeticopratico del N. T. Le Epistole di San Paolo ai Corinti, Firenze, Claudiana, 1 900. R. BULTMANN, Der zweite Brief an die Korinther, GOttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1976. M. CARREZ, La deu.xième épftre de S. Paul aux Corinthiens, (CNT) , Genève, Labor et Fides, 1986. J.F. COLLANGE, Enigmes de la deu.xième épftre aux Corinthiens, SNTS 18, Cambridge, CUP, 1972. Trenta omelie sulla II epistola ai Corinzi, in MIGNE, Patrologia Graeca, vol. 61, colonne 381-618. V.P. FuRNISH, II Corinthians, 2 voll. , Anchor Bible, New York, Doubleday, 1 984. J. HÉRING , La seconde épitre de Saint Paul au.x Corinthiens, (CNT), Neuchatel, Delachaux et Niestlé, 1958. W.G. KDMMEL, aggiornamento del commento di Hans Lietzmann, An die Korinther l/II (HNT), Ttibingen, Mohr, 19795 . 5

Lang

=

NTA

=

Oliveira

=

Plummer

=

Thrall

=

F. LANG, Die Briefe an die Korinther (NTD), Gottingen, Vandenhoeck &

Ruprecht, 1986. G. ToURN, Secondaepistolaai Corinzi (Nuovo Testamento annotato), vol. III, Torino, Claudiana, 1 974, pp. 1331 72. A. DE OLIVEIRA, Die Diakonie der Gerechtigkeit und der Versohnung in derApologie des 2. Korintherbriefes, Miinster, Aschendorff Verlag, 1 990. A. PLUMMER , A CriticalandExegetical Commentary on the Second Epistle ofSt. Paul to the Corinthians (ICC), Edinburgh, T. & T. Clark, 1 9 1 5 . M. THRALL, A Criticai and Exegetical Commentary on the Second Epistle to the Corinthians (ICC), Vol I (chs. I - VII), Edinburgh, T. & T. Clark, 1 994.

B) ALTRE SIGLE A. T. CEI

=

Devoto-Oli

=

Di odati

=

EU

=

6

=

Antico Testamento traduzione cattolica della Bibbia a cura della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), Roma, 1 97 1 . G. DEVOTOe G.C. OLI, Vocabolario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1 979. traduzione evangelica della Bib­ bia, di Giov. Diodati, l a ed. 1 607, 28 ed. 1 64 1 . Numerose edizioni posteriori . Einheitsiibersetzung, traduzione tedesca interconfessionale cattolico­ luterana, Stuttgart, 1 979.

GLNT

=

Jiingel

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Kasemann

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Kuss

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LXX Marguerat

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NEB

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PAOL.

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Petit Robert

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Quesnell

=

REB

=

RIV

=

RIV, Nuova

=

Grande Lessico de/Nuovo Testamento, tr. ital. del Theologisches Worterbuch zum N. T., diretto da G. Kittel e (poi) da G. Friedrich, 1 5 volumi, Brescia, Paideia, 1 965 ss. E. JDNGEL, Paolo e Gesù, Brescia, Paideia, 1 978. E. KASEMANN, Die Legitimitiit des Apostels, ZNW 4 1 ( 1 942), pp. 3371. O. Kuss,Paolo. lil.fùnzionedeU 'Apostolo nello sviluppo teologico della Chiesa primitiva, Roma, Ed. Paoline, 1 974, cap. V,5 . «Settanta»: traduzione greca dell'A. T. D. MARGUERAT, 2 Cor. 10-13. Pau[ et l ' expérience de Dieu, ETR 5 5 ( 1 988), pp. 497-5 19. New EnglishBible(N.T.), Oxford!Cambridge, 1 970 2• La Bibbia. Nuovissima Versione dai testi originali, edizioni Paoline, Roma, 1983. Dictionnaire alphabétique et analogique de la languefrançaise, Editions Le Robert, Parigi, 1 984. M . QUESNELL, Circomstances et composition de la seconde épftre aux Corinthiens, NTS 43 ( 1 997), pp. 256267 . R e v ised Eng l i s h Bible, ( N . T. ) Oxford/Cambridge, 1 990. La Sacra Bibbia, edizione riveduta sui testi originali, Roma, Società Biblica Britannica e Forestiera, 1 924. Revisione della Versione Riveduta, a cura della Casa della Bibbia, Genova/Ginevra, 1 982. 7

TILC

=

TOB

=

Vouga

=

WA

=

8

Parola del Signore. Traduzione inter­ confessionale in lingua corrente, Ro­ ma SBBF e Leumann LDC, 1 976. Traduction Oecuméniqu e de la Bible, Nouveau Testament, Paris, Cerf, 1 972. F. VOUGA, Dopo la morte .. ? l cristia­ ni e l'aldilà, Torino, Claudiana, 1 995 . WeimarAu sga be, Edizione diWeimar di tutti gli scritti di M. Lutero, Weimar, Bohlau, 1 883 ss. (più di 1 00volumi). .

PREFAZIONE

Questo non è tanto un commentario, quanto una guida alla lettura di un libro biblico difficile. Si propone di accompagnare i lettori e, meglio ancora, i gruppi di studio biblico nelle comunità, attraverso le difficoltà di linguag­ gio, gli artifizi retorici, le allusioni - e anche attraverso le complicazioni causate da una travagliata trasmissione del testo nei primi decenni della sua esistenza. Dopo lunghe riflessioni mie e di autorevoli colleghi, si è deciso di iniziare ciascuno dei 49 paragrafi con la riproduzione del testo biblico in italiano tratto della cosid­ detta «Nuova Riveduta» (vedi elenco abbreviazioni). Se chi farà uso di questo mio lavoro potrà avere sott' occhio anche altre traduzioni bibliche, in italiano o in altre lingue, ne trarrà un indubbio giovamento. Ogni tanto sono state riportate da quelle traduzioni parole o frasi che non coinci­ dono con quelle della «Nuova Riveduta». Dato il carattere della pubblicazione, d 'accordo con l ' Editore ho rinunziato a note e altri apparati scientifici, !imitandomi a indicare ogni tanto, tra parentesi, il nome di autori ai quali ero debitore per questa o quella ipotesi o soluzione di problemi esegetici. I loro scritti sono ripor­ tati nella lista delle abbreviazioni. Sono debitore in modo particolare agli autori dei commentari sulla II Corinzi elencati in quella lista. Mi sono stati per molti tempo eccellenti compagni di viaggio attraverso i 13 capitoli del testo. Se vi è del buono in questo lavoro, lo devo a loro. Ma ogni difetto dev ' essere assolutamente imputato a mio carico. Auguro a questo mio lavoro di aiutare fratelli e sorel­ le a leggere la II Corinzi e a trarre giovamento da quanto 9

essa ci permette di intravedere delle esperienze di Paolo l ' apostolo e di una comunità come quella di Corinto, ricca di pregi e difetti come tante comunità cristiane del nostro tempo. Pinerolo, estate 1 999

10

Bruno Corsani

INTRODUZIONE ALLA II CORINZI

TAPPE DELLA VITA DI UNA LETTERA APOSTOLICA

Nella vita di una lettera ci sono diversi momenti forti, ciascuno con la sua specificità e con le sue emozioni : c'è il momento in cui la lettera è scritta o dettata. Poi c'è il momento in cui la lettera è ricevuta e letta. Nel caso di una lettera apostolica indirizzata a una comunità di fedeli, si potrebbe aggiungere il momento della sua lettura pubbli­ ca, forse nel culto. Altri momenti sono più incerti, cioè non vissuti da tutte le lettere: Ìl momento in cui la lette­ ra è citata (o ne sono citate alcune frasi) e quello in cui può essere stata riletta da qualcuno - ma questo presup­ pone che sia stata conservata (oggi si dice: archiviata). E infine - ma questo è un passo che non tocca a qualsiasi lettera ! - c'è il momento in cui la lettera è pubblicata o riprodotta, quindi fatta circolare non solo nell' àmbito dei primi destinatari ma anche in una cerchia molto più vasta di lettori. Alcuni di questi momenti forti si possono ricostruire o immaginare per raccolte di lettere del passato (per es. le lettere di Cicerone) o del XX secolo (Le Lettere dal carcere di D. Bonhoeffer, o le Lettere di condannati a morte della Resistenza, o quelle di Willy Jervis a sua moglie Lucilla Rochat, prima che fosse ucciso dai nazisti a Villar Pellice). Qualche volta accanto ai momenti forti ci saranno anche stati dei momenti oscuri : lettere perdute, lettere nascoste, lettere distrutte . . . In I Tessalonicesi 5 ,27 Paolo scrive: «lo vi scongiuro per il Signore che si legga questa 11

lettera a tutti i fratelli»: forse temeva che chi l' avrebbe ricevuta la facesse conoscere solo ad alcuni, forse ai suoi amici, e non a tutta la comunità? Il sospetto non è infon­ dato, specialmente se pensiamo che alcune comunità paoline, come quella di Corinto, erano divise in partiti o correnti . Quando le lettere erano particolarmente dure, come qualche sezione della II Corinzi, potrebbe addirit­ tura esserci stato qualcuno che aveva interesse a farle sparire, o a distruggerne alcune parti. . . Alla fine della lettera ai Colossesi (4 , 1 6) troviamo una raccomandazione interessante: «Quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che sia letta anche nella chiesa dei laodicesi» - dunque in un' altra comunità, che poteva trarre qualche beneficio spirituale da quella lettura, anche se gli argomenti trattati toccavano forse più da vicino i colossesi che i laodicesi. Le lettere di Paolo ci appaiono dunque come qualco­ sa di vivo, che ha una storia, che non si ferma ai primi destinatari ma che può avere avuto delle tappe successi­ ve di servizio o di utilità per un numero più grande di persone, al di là di quelle che l ' apostolo aveva in mente al momento della dettatura. Sì, perché Paolo general­ mente dettava le sue lettere, non le redigeva di sua mano. Lo sappiamo da due particolari apparentemente insigni­ ficanti. In Romani 1 6,22 leggiamo: «lo, Terzio, che ho scritto la lettera, vi saluto nel Signore». Tra le righe della lettera di Paolo si affaccia dunque il suo scrivano, che si associa ai saluti di Paolo e ci fa conoscere il suo nome. Nella I ai Corinzi (1 6,2 1 ) l'apostolo scrive: «Il saluto è di mia propria mano: di me, Paolo» . Questo vuoi dire che i capitoli precedenti erano stati dettati a uno scrivano. Se altre persone hanno collaborato con Paolo per scrive­ re materialmente le sue lettere, forse molte persone, a noi sconosciute, hanno collaborato per conservarle. Ma dove? Certamente le piccole comunità del periodo apostolico non avevano degli «uffici parrocchiali» dove custodire la corrispondenza dopo averla protocollata . . . specialmente 12

se erano delle comunità domestiche, che si riunivano in casa di qualcuno. Forse la padrona di casa le riponeva in un cassetto di cucina o nell' armadio della biancheria. . . I n queste circostanze, è u n miracolo che non siano andate perdute le lettere che ora fanno parte del Nuovo Testamento. Queste precarie circostanze in cui si è realizzata la sopravvivenza delle epistole del N.T. possono giustifi­ care le conclusioni (o i sospetti) di alcuni studiosi, che ritengono che ci siano delle lettere andate perdute, e che alcune lettere siano state ritrovate in condizioni frammen­ tarie (soprattutto prive del primo e dell' ultimo foglio), e possano perciò essere state attaccate ad altri frammenti che ora compaiono nel N. T. sotto forma di lettere di grandi dimensioni . Questo forse non è accaduto per epistolari di autori classici dell' antichità, ma i loro scritti non hanno avuto vicende precarie come quelli del N. T. : penso special­ mente che le persecuzioni possono aver contribuito allo smarrimento o al lo sfaldamento di scritti apostol ici malamente custoditi da qualche membro delle comunità cristiane primitive. Se non sappiamo dove e da chi le lettere di Paolo sono state custodite, possiamo però fare delle ipotesi su chi è andato a cercarle e le ha ricuperate, passando di città in città e visitando le persone che avevano ospitato «la chiesa» in casa loro (cfr. I Cor. 1 6, 1 9 ; Rom. 16, 5 .23), o che aveva­ no avuto una parte importante nella vita della comunità. In non pochi casi, la ricerca sarà stata resa più difficile perché quelle persone, che erano in vita ali' epoca di Paolo, potevano essere già morte, e si trattava di ritrovare le carte che avevano lasciato e delle quali i loro eredi forse non erano al corrente. Ma chi sarà stato questo ricercatore attento e paziente? Potrebbe essere stato uno dei perso­ naggi nominati nelle epistole - si è ipotizzato Onesimo. Oppure qualcuno del tutto ignoto, stimolato forse dalla lettura degli Atti degli apostoli. Si sa che gli Atti non parlano mai delle lettere di Paolo: non le citano, non dicono che le abbia scritte. Il nostro 13

ricercatore potrebbe dunque aver letto gli Atti degli aposto­ li e, mosso da ammirazione per le vicende di Paolo, aver iniziato un viaggio della memoria per visitare i luoghi della testimonianza, dei conflitti e delle sofferenze dell ' a­ postolo, nella speranza di trovare ancora qualcuno che lo avesse conosciuto. Così potrebbe essersi imbattuto nelle lettere o nei frammenti di lettere conservati di proposito o sopravvissuti per caso alle vicende della vita di quelli che se li erano trovati in casa. A proposito delle lettere di Paolo, c'è ancora un momen­ to forte da ricordare: è quando furono unite ai vangeli per formare (anche con le lettere di altri autori, i Vangeli, gli Atti degli apostoli e l ' Apocalisse) la raccolta delle Scritture cristiane che prese il nome di Nuovo Testamento. È il momento della formazione del cànone. Il gran numero di lettere paoline riflette il predominio della loro conce­ zione dell' evangelo e della chiesa. Con la caduta di Gerusalemme nel 70 d.C., e poi ancora dopo il fallimento della rivolta di Bar Kocheba ( 132-135 d.C.), la corren­ te giudeo-cristiana, alternativa alla corrente paolina, non potrà più affermarsi . Su tutti questi momenti ci sarebbero molte cose da dire e molte riflessioni da fare. Certamente Dio ha veglia­ to sulla parola del suo apostolo e ha fatto in modo che non andasse perduta, ma potesse essere utile anche a molte altre generazioni di credenti oltre alle persone per le quali Paolo scrisse le sue lettere. Ma una «guida alla lettura» non può occuparsi di tutto: dobbiamo solo considerare quello che può essere utile per leggere e capire il testo paolino. A questo scopo, i momenti più significativi sono quello della dettatura delle lettere e quello della loro ricer­ ca, pubblicazione e canonizzazione. Perché sono i soli momenti certi nella vita delle epistole. Degli altri momen­ ti, che riguardano l' uso fatto delle epistole dai loro desti­ natari, non sappiamo nulla e le nostre ipotesi sarebbero del tutto aleatorie.

14

RAPPORTI DI PAOLO CON I CREDENTI DI CORINTO

Gli Atti degli apostoli ci dicono pochissimo sulla presenza di Paolo a Corinto e soprattutto su quella comunità. L' autore degli Atti si propone soprattutto di dimostrare la continuità della «storia della salvezza» dall' antico Israele alla chiesa di Gesù Cristo, e di far vedere come l' evangelo giunse rapidamente a Roma. Perciò sorvola sui particolari, e soprattutto lascia da parte i momenti difficili del cammino del cristianesimo, come la crisi in Galazia e i conflitti a Corinto e a Filippi (cose che conoscia­ mo soltanto dalle lettere di Paolo a quelle comunità). Delle difficoltà di Paolo menziona quasi solo i processi o le comparizioni davanti alle autorità - forse perché Paolo ne esce quasi sempre indenne. Perciò le brevi notizie degli Atti degli apostoli vanno completate e corrette con la testimonianza più antica e personale di Paolo stesso nelle sue lettere. Al cap. 1 8 degli Atti leggiamo che Paolo arrivò a Corinto da Atene e andò ad abitare insieme ad Aquila e Priscilla, che erano come lui fabbricanti di tende. Dopo qualche tempo arrivarono anche Sila e Timoteo, che lo avevano accompagnato nella prima parte del suo viaggio da Antiochia ali' Asia minore e poi in Macedonia. Forse anche loro si misero a lavorare nel laboratorio di Aquila, e così Paolo poté dedicare tutto il suo tempo alla predi­ cazione e ali ' insegnamento, rivolgendosi prima agli ebrei e poi ai pagani. Fra i primi credette in Cristo Crispo, che era il capo della sinagoga. Paolo, incoraggiato da una visione del Signore, rimase a Corinto diciotto mesi. Alla fine però fu trascinato dagli ebrei davanti al proconsole Gallione con l ' accusa di aver insegnato ad adorare Dio in modo contrario alla legge. Non è chiaro se si trattava della legge di Mosè o della legge romana. Quasi certamente si trattava della legge ebraica, perché Gallione rifiutò di immischiarsi in questio15

ni relative a parole, a nomi, a abitudini «della vostra legge» , e rimandò tutti a casa. Ma Paolo, dopo qualche giorno, partì da Corinto in direzione dell' Asia minore (Efeso) e di Antiochia, da dove era partito quasi due anni prima. A Corinto allude probabilmente anche Atti 20,2 senza menzionare la città, ma parlando soltanto di Grecia. Né il cap. 1 8 né il cap. 20 danno informazioni sulla comunità, la sua vita o suoi problemi, e quasi tutto quello che si sa sui rapporti di Paolo con i corinzi viene ricavato dalle sue lettere: è lì, ad esse, che si rivolgono gli studiosi della vita di Paolo per ricostruire in qualche modo lo sfondo umano sul quale si inserisce ciò che Paolo scrive ai membri della comunità. Se leggiamo la I Corinzi - come dovreb­ be fare chi vuole capire bene la II Corinzi - l' impressio­ ne che si ricava è che i rapporti di Paolo con la comunità non fossero molto facili . I motivi sono accennati qua e là nella prima epistola: in 5,6 risulta che i corinzi hanno l ' abitudine di vantarsi. Gi à in 4,6 e 7 Paolo aveva menzionato l' orgoglio e l ' abi­ tudine di vantarsi: di che cosa? Lo dice ironicamente il v. 10: di essere sapienti, di essere forti ... C'è chi ha voluto vedere un' allusione e un velato rimprovero a queste carat­ teristiche dei corinzi n eli ' inno ali ' amore (cap. 1 3 ). Chissà se Paolo non scrive che l ' amore è paziente e benevolo, perché i corinzi non erano né pazienti né benevoli? Che l ' amore non si vanta, non si gonfia, perché i corinzi invece amavano vantarsi e gonfiarsi d' orgoglio? Che l' amore non si inasprisce e non sospetta il male, perché i corinzi si comportavano così con lui ? Oltre a queste allusioni indirette ci sono anche delle esortazioni esplicite. In 1 6, 1 4 Paolo scrive: «Tra voi si faccia ogni cosa con amore», e al v. 16 dello stesso capito­ lo esorta i credenti a sottomettersi alla famiglia di Stefana («che si è dedicata al servizio dei fratelli», v. 1 5 ) e a chiun­ que lavora e fatica nell 'opera comune. È chiaro che i corinzi avevano difficoltà a collaborare, forse perché 16

ciascuno avrebbe voluto fare a modo suo. Accettavano difficilmente la leadership di altri. Il rimprovero dell 'orgoglio ritorna in 4, 1 8- 1 9: O r alcuni di voi si sono gonfiati d'orgoglio, come s e io non dovessi più venire da voi; ma, se il Signore vorrà, mi recherò presto da voi, e conoscerò non il parlare ma la potenza di coloro che si sono gonfiati.

C ' è persino una velata minaccia: «Che volete? Che venga da voi con la verga o con amore e con spirito di mansuetudine?» (4,2 1 ). È interessante la statistica dei termini usati da Paolo per i difetti dei corinzi : il verbo «gonfiarsi» è usato 6 volte nella I Corinzi (su un totale di 7 nel N. T.); il verbo «vantar­ si» 6 volte; la parola «saggezza» o «sapienza» (greco sophia) 1 7 volte (seguono, a distanza, Luca e Colossesi con 6 volte ciascuno); l ' aggettivo «sapiente» 1 1 volte su un totale di 20 nel N.T. (4 in Romani, 2 in Matteo, l in Luca, Efesini, Giacomo). Possiamo domandarci se le irrequietezze della comunità e i contrasti con Paolo si erano già manifestati durante l ' anno e mezzo della sua permanenza a Corinto, o erano nati soltanto dopo la sua partenza. Che i problemi fosse­ ro nati dopo ce lo fanno pensare alcuni accenni della I epistola: in 1 , 1 1 Paolo scrive: Mi è stato riferito da quelli di casa Cloe che tra voi ci sono contese.

Dunque le «contese» sono sorte dopo, e alcuni hanno cominciato a dire «lo sono di Paolo» o «lo sono di Apollo», o «lo sono di Cefa» (cioè di Pietro), cfr. il v. 12. Il cap. 5, che discute il problema dello «scandalo», presenta il problema come qualcosa che Paolo ha udito (v. 1), non ha constatato di persona. Possiamo domandarci se anche i rimproveri del cap. 6 sui processi fra fratelli si fondino su notizie giunte a Paolo. 17

Ho già ricordato, come informatori di Paolo, «quelli di casa Cloe» (1 ,11 ). Verso la fine della lettera appren­ diamo che anche altri erano andati da Corinto a Efeso a trovare l ' apostolo. Si tratta di Stefana, di Fortunato e di Acaico (16, 1 7 ) . Anche Aquila e Priscilla avevano lascia­ to Corinto e si erano stabiliti a Efeso, ospitando in casa loro una «chiesa» (1 6, 1 9) . Infine, i corinzi stessi aveva­ no scritto a Paolo: lo sappiamo da 7, 1 . Purtroppo non abbiamo il testo di quella lettera. Possiamo immagina­ re che ponesse a Paolo delle domande, alle quali egli risponde nel cap. 7, nel cap. 8 e forse anche nel cap. 1 2. Ma non sappiamo se quella lettera non conteneva anche delle proteste o delle accuse, e se Paolo si riferisce ad essa quando dice che alcuni lo sottopongono a inchiesta (9,3). In 4, 1 4- 1 5 Paolo si esprime così : Vi scrivo queste cose non per farvi vergognare, ma per ammonirvi come miei cari figli. Perché anche se aveste diecimila precettori in Cristo, non avete però molti padri; perché sono io che vi ho generati in Cristo Gesù, median­ te il vangelo.

Qui l' apostolo rivendica di essersi comportato come un padre verso i suoi figli - ma se deve farlo vuoi dire che almeno qualcuno a Corinto lo accusava di non essere stato molto paterno. La stessa impressione si ricava da 9, 1 -3 : Non sono libero? Non sono apostolo? Non ho veduto Gesù, il nostro Signore? Se per altri non sono aposto­ lo, lo sono almeno per voi, perché il sigillo del mio apostolato siete voi, nel Signore. Questa è la mia difesa di fronte a quelli che mi sottopongono a inchiesta.

È chiaro che Paolo deve difendersi da attacchi od obiezioni . Sono le prime avvisaglie di contrasti che emergeran­ no fortissimamente dietro le righe della II Corinzi. 18

GLI AMBASCIATORI DI PAOLO A CORINTO

Nell'impossibilità di lasciare su due piedi il lavoro apostolico impostato a Efeso (Atti 19,1-12 ce lo presen­ ta come un lavoro molto impegnativo), Paolo manda a Corinto dei collaboratori che si rendano conto di quello che succede, un po' per informarlo e un po' per cercare di ricondurre la comunità sul retto sentiero. Il primo di questi ambasciatori è Timoteo. Paolo parla del suo invio proprio a metà del brano che rimprovera i corinzi del loro orgoglio (4,14-21 ) , subito dopo averli esorta­ ti a diventare suoi «imitatori» (v. 1 6). E prosegue nel v. 1 7 : Appunto per questo v i h o mandato Timoteo, che è mio caro e fedele figlio nel Signore; egli vi ricorderà come io mi comporto in Cristo Gesù, e come insegno dapper­ tutto, in ogni chiesa.

Il verbo al passato (vi ho mandato Timoteo) non deve ingannarci : il passato vuoi dire che Timoteo sarà già stato mandato quando i corinzi leggeranno la lettera. Ma mentre Paolo scrive, è ancora con lui o è appena partito. Questo uso del passato in una lettera, pensando al momento in cui i destinatari la leggeranno, era comune in greco e in latino (passato epistolare), per menzionare qualcosa che era già accaduto al momento della lettura della lettera, ma non al momento della sua composizione. Infatti la lettera doveva arrivare a Corinto prima di Timoteo se Paolo scrive in 16, 10: Ora se viene Timoteo, guardate che stia fra voi senza timore, perché lavora neli'opera del Signore come faccio anch'io. Nessuno dunque lo disprezzi; ma fatelo prose­ guire in pace, perché venga da me; poiché io l'aspetto con i fratelli.

Timoteo doveva dunque trattenersi molto poco a Corinto, per poi tornare da Paolo: evidentemente si tratta19

va di una missione esplorativa, non di una missione a lungo termine. Inoltre la cosa aveva una certa solennità: non era solo Paolo a desiderare d' essere informato in via privata sulla situazione di Corinto, perché Timoteo era aspettato, oltre che da Paolo, anche dai fratelli della chiesa di Efeso. Né gli Atti né le epistole parlano del lavoro compiu­ to a Corinto da Timoteo per incarico di Paolo. Ma il suo nome è associato a quello di Paolo in II Corinzi l, l. Questo significa dunque che era persona nota alla comunità di Corinto, e che dopo qualche tempo in quella città era tornato a Efeso. Dopo Timoteo, il secondo ambasciatore di Paolo presso i corinzi è Tito. Se Timoteo era di origine ebraica, almeno per parte di madre, Tito era di origine pagana (cfr. Gal. 2, 1 .3). Forse questo lo rendeva più gradito agli occhi dei cristiani di Corinto. Con quale incarico Tito fu mandato per la prima volta a Corinto? Forse con una missione esplorativa? O anche con il compito di organizzare l' adesione della chiesa di Corinto alla colletta che Paolo s' era impegnato a fare nelle sue comunità a favore delle chiese della Giudea (cfr. Gal. 2, 10)? Non lo sappiamo. In I Corinzi 1 6, 1 -2 Paolo scrive: ... come ho ordinato alle chiese di Galazi a, così fate anche voi. Ogni primo giorno della settimana ciascuno di voi, a casa, metta da parte quello che potrà secondo la prosperità concessagli, affinché quando verrò, non ci siano più collette da fare.

Paolo continua dicendo che i corinzi dovranno elegge­ re delle persone di loro fiducia per portare a Gerusalemme il denaro collettato, e che se sarà necessario le accompa­ gnerà egli stesso ( 1 6,3-4). Tito deve avere avuto da Paolo l' incarico di ispirare e incoraggiare la generosità dei corinzi per quell' iniziativa di solidarietà fraterna verso le chiese della Giudea che erano 20

in stato di indigenza. La filosofia di quella colletta, neli' in­ tenzione di Paolo, era che chi più ha dia qualcosa per chi meno ha, affinché il poco che ha non sia troppo poco (cfr. II Cor. 8, 1 3 - 1 5). Ma sembra che i corinzi, ad ogni modo, avessero già cominciato, per conto loro, a collettare, e questo fin dali' anno precedente (cfr. II Cor. 8, l Ob ), forse dando attuazione ai consigli ricevuti da Paolo (cfr. I Cor. 1 6, 1 -4). Sembra dunque che ci fosse in loro molta buona volontà, addirittura entusiasmo per quell' iniziativa. Tito aveva riportato un ' ottima impressione della comunità di Corinto; ci risulta che riferì a Paolo «la conso­ lazione da lui ricevuta mezzo a voi» (Il Cor. 7, 7). E questo, ovviamente, riempì di gioia anche Paolo: Perciò siamo stati consolati; e oltre a questa consolazione, ci siamo più che mai rallegrati per la gioia di Tito, perché il suo spirito è stato rinfrancato da voi tutti. Anche se mi ero un po' vantato di voi con lui(...) anche il nostro vantar­ ci di voi con Tito è risultato verità (Il Cor. 7,13-14).

QUANTI FURONO I VIAGGI DI TITO DA EFES O A CORINTO?

In II Corinzi 7,6 Paolo racconta l ' arrivo di Tito in Macedonia. Tito arri va da Corinto, perché riferisce a Paolo la consolazione che egli ha ricevuto in mezzo ai fratelli di quella città. In II Corinzi 8,6 leggiamo che Paolo incarica Tito di portare a termine, fra i corinzi , la raccolta delle offerte, come l ' ha iniziata. E al v. 1 7 apprendiamo che non solo Tito ha accettato la richiesta di Paolo, ma si è anche messo in cammino spontaneamente per recarsi a Corinto. Questo potrebbe dunque essere un secondo viaggio, finalizzato al completamento della colletta. In 1 2, 1 8 Paolo parla ancora una volta di Tito: 21

Ho pregato Tito di venire da voi[ ... ]. Tito ha forse appro­ fittato di voi? Non abbiamo noi camminato col medesi­ mo spirito e seguito le medesime orme?

È difficile dire se qui si parla di un terzo viaggio di Tito a Corinto, oppure se si tratta di uno dei due viaggi di cui abbiamo già trovato traccia. A noi non sembra impossibile che Tito abbia fatto due o anche tre viaggi da Efeso a Corinto, abituati come siamo alla facilità con cui oggi si vola da un continente all ' altro. Ma nel I secolo dopo Cristo, le cose erano diverse : basta ricor­ dare il tempo impiegato da Paolo per passare dalla prigio­ ne di Cesarea agli arresti domiciliari di Roma (leggere il racconto in Atti cap. 27 e cap. 28, 1 - 1 6). Da Efeso a Corinto, dali' autunno fino alla primavera avanzata non ci si poteva avventurare per mare, e la strada per via di terra era lunga e pericolosa (comprendeva anche la breve traversata marina dell' Ellesponto). Ci volevano parec­ chie settimane. Fare tre viaggi significava affrontare sei volte il percorso. Non per nulla Paolo era tanto preoc­ cupato che Tito non arrivasse mai da Corinto (Il Cor. 7 ,5-6). I viaggi di Tito fra Efeso e Corinto ci interessano soprat­ tutto per il fatto che potrebbe essere stato lui a portare ai corinzi non solo delle comunicazioni orali, ma anche delle lettere di Paolo.

l RAPPORTI DI PAOLO CON CORINTO DOPO LA l CORINZI Abbiamo già ricordato le vicende del primo soggior­ no di Paolo a Corinto, quello narrato al cap. 1 8 degli Atti degli apostoli. Quali altri rapporti diretti ci furono in segui­ to, o- in altre parole - Paolo visitò di nuovo la comunità di Corinto? 22

Per comodità, possiamo fare uno specchietto dei viaggi: l. 2. 3. 4. 5.

Il viaggio raccontato (Atti 1 8) Il viaggio nascosto (Il Corinzi 2) Il viaggio promesso e non fatto (Il Corinzi l) Il viaggio minacciato (Il Corinzi 1 3) L'ultimo incontro? (Atti 20,2-3)

Sul primo viaggio non c'è bisogno di ritornare. Il secondo, che chiameremo «il viaggio nascosto», è una visita di Paolo a Corinto di cui non sappiamo quasi nulla. Tacciono su di essa gli Atti degli apostoli, e tace in parte anche la corrispondenza di Paolo coi corinzi. Solo in parte, perché è proprio dalla corrispondenza che sappiamo che questa visita c'è stata. E lo sappiamo se confrontiamo due passi della II Corinzi. Il primo è 2, l: «avevo infatti deciso in me stesso di non venire a rattristarvi una secon­ da volta». L' altro passo è 1 3 , 1 -2: «Questa è la terza volta che io vengo da voi . Ogni parola sarà confermata dalla bocca di due o tre testimoni . Ho avvertito quando ero presente tra voi la seconda volta e avverto ora, che sono assente [ . . . ] , che se tornerò da voi, non userò indulgen­ za». Dunque, c'è stato un incontro a Corinto, nel quale Paolo ha rattristato i Corinzi, e Paolo non vuole ripetere quella penosa esperienza (2, 1 ). Tuttavia, in 1 3 ,2 minac­ cia di farlo. Quando, come, con chi andò a Corinto l' apo­ stolo a sgridare la comunità? Non lo sappiamo. Forse andò per mare, perché non risulta che sia passato attra­ verso la Macedonia (Tessalonica, Filippi ). Qualche rifles­ so dello scontro che ci fu in quell' occasione lo troviamo nel cap. 2. Ne riparleremo commentando quel capitolo. Il terzo è «il viaggio non fatto» di cui Paolo parla in II Corinzi 1 , 1 5 e 1 6. Nei versetti seguenti egli spiega perché ha modificato i suoi piani di viaggio, modifica che i corinzi sembrano aver preso come una grave offesa. In realtà, Paolo si limita a mettere in pratica il piano di viaggio che aveva delineato in I Corinzi 1 6,5-6. Non 23

potrebbe essere stato Timoteo a complicare la situazio­ ne, assicurando i corinzi che Paolo, viaggiando per mare, sarebbe passato due volte da Corinto, ali' andata e al ritor­ no? Senza dubbio, Paolo stesso dà per certa questa possi­ bilità in II Corinzi l, 1 6 mentre forse era soltanto un' ipo­ tesi alternativa rispetto al progetti di viaggio di I Corinzi 1 6,5-6. Al numero 4 abbiamo un viaggio minacciato da Paolo in 1 3 ,1-2, che dev ' essere considerato il terzo, come dice l' apostolo («Questa è la terza volta che vengo da voi»), proprio perché la visita segnata al numero 3 non è stata effettuata. Siccome questo viaggio è preannunziato in II Corinzi 1 3 , è chiaro che ha avuto luogo dopo. In Atti 20,23 si riferisce che dopo essere passato in Macedonia Paolo «giunse in Grecia. Qui si trattenne tre mesi». Generalmente si pensa che in quei tre mesi Paolo abbia scritto (o meglio, dettato) l ' epistola ai Romani. Ma perché gli Atti non fanno, in questi due versetti, il nome di Corinto? Mistero ! Del resto, non fanno neppure il nome di Filippi al v. l, ma parlano genericamente della Macedonia. Forse l' auto­ re degli Atti era ormai completamente preso dal pensie­ ro del passaggio di Paolo dall'Est all' Ovest, cioè del suo cammino verso Roma. Per questo avrebbe trascurato di menzionare città delle quali si era già occupato in capito­ li precedenti.

ELEMENTI POLEMICI NELLA Il AI CORINZI

I rapporti difficili che Paolo ebbe con la comunità di Corinto ci permettono di capire perché l 'elemento polemi­ co sia tanto presente in questa epistola. Ci sono passi nei quali Paolo si difende chiaramente da accuse che gli erano state rivolte, altri nei quali si dovrebbe piuttosto dire che si difende da semplici sospetti, altri ancora dove trovia­ mo soltanto delle allusioni a possibili accuse. 24

Sono anche polemici i passi in cui Paolo accusa altri (che chiameremo «gli avversari») di comportamenti sleali o interessati. Alcune volte lo fa in maniera diretta e con parole chiare. Altre volte si può intuire che Paolo sotto­ linei aspetti positivi del suo apostolato perché gli «avver­ sari» si comportano in modo opposto. Cerchiamo di addentrarci in quest'elemento polemi­ co vedendo le varie tematiche toccate da Paolo. a) Abbondano le dichiarazioni dell' investitura e dell' as­ sistenza divina concesse a Paolo per il ministero di aposto­ lo. Oltre a 1 , 1 (apostolo per volontà di Dio) ne trovia­ mo in 2, 1 7 (parliamo . . . da parte di Dio), in 4, 1 (avendo un tal servizio in virtù della misericordia che ci è stata è quel che fatta [ovviamente: da Dio] ), in 4,6 (Dio risplendé nei nostri cuori), in 4, 7 (la potenza nella debolez­ za dev ' essere attribuita a Dio e non a noi), 1 3 ,3 (Cristo parla in me) . b) Il rapporto con Cristo. Oltre a 1 3 ,3, appena citato, possiamo indicare 2, 1 7 (parliamo . . . in Cristo), 1 0,7 (di Cristo . . . lo siamo anche noi), 1 2, 1 9 (È davanti a Dio, in Cristo, che noi parliamo). c) Paolo respinge ripetutamente l ' ipotesi di aver usato intrighi e falsificazioni, di aver fatto mercato del messag­ gio evangelico: ciò avviene specialmente in 2, 1 7 , ma anche in 4,2 (abbiamo rinunziato agli intrighi vergognosi, ... né falsifichiamo la parola di Dio). Invece, in 1 1 , 1 3 - 1 5 accusa esplicitamente gli «avversari» di essere operai fraudolenti, di travestirsi da servi tori di giustizia, insom­ ma di essere servitori di Satana. d) Un tema polemico frequente è quelle delle «racco­ mandazioni» : Paolo dichiara di non averne bisogno, i suoi «avversari» invece fanno uso di lettere di quel genere: 3 , 1 (domanda retorica, che significa: Noi non abbiamo bisogno, come alcuni, di lettere di raccomandazione). Non solo, ma Paolo evita anche di raccomandarsi da sé (5, 1 2) e critica quelli che si raccomandano da sé ( 1 0, 1 2). e) I comportamenti descritti alle lettere c) e d) posso. ..

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no essere considerati tipici comportamenti «carnali», cioè conformi alla peggiore natura umana, impastata di egoismo, interesse personale, volontà di sopraffazione, uso dei mezzi più adatti, anche se fraudolenti, per arrivarci. Paolo prende le distanze in 1 0,2 da quelli che lo accusano di cammina­ re secondo la carne, e precisa che sebbene viviamo nella carne, non combattiamo secondo la carne. f) Un altro tema sul quale si contrappongono Paolo e i suoi «avversari» è quello dell' autoritarismo, spesso accompagnato dallo sfruttamento economico. Paolo dichia­ ra: Non vogliamo signoreggiare sulla vostrafede ( 1 ,24), intimidirvi con le mie lettere ( 1 0,9). Altrove si vanta di aver annunziato l' evangelo gratuitamente ( 1 1 ,7): non è stato e non sarà di peso a nessuno ( 1 1 ,9 e 1 2, 1 3). Non ha sfruttato i fratelli ( 1 2 , 1 7) perché cercava loro, e non i loro beni ( 1 2, 14). Invece i corinzi sono pronti a subire queste cose da altri : Se uno vi riduce in schiavitù, se uno vi divora, se uno vi prende il vostro, se uno si innalza sopra di voi, se uno vi percuote in faccia, voi lo sopportate ( 1 1 ,20). g) Alla volontà di dominio sulla comunità, Paolo contrap­ pone il suo apostolato fatto con spirito di servizio (4,5 ; 1 1 ,23 ), con timore di Dio (5, 1 1 ) , esercitato non con dimostra­ zioni di forza esteriore, ma piuttosto di debolezza ( 1 1 ,30: Se bisogna vantarsi, mi vanterò piuttosto della mia debolez­ za, cfr. 1 2,5 e 9; 12. 1 0: mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie ... perché quando sono debole, allora sonoforte). È con questo spiri­ to che in due punti dell' epistola Paolo elenca ampiamen­ te i suoi tormenti ( 6,3- 1 0 e 1 1 ,23-33), non per amore asceti­ co di sofferenza, ma per un impegno di servizio spinto al di là di ogni immaginazione, fidando sempre nel soccor­ so di Dio che lo sosteneva. h) Menzionerò per ultimo un tema che affiora più volte nell'epistola, quello del vanto. Vantarsi, gloriarsi, essere fiero di. . . può essere legittimo quando l' oggetto del vanto è il Signore, o la sua croce, ma è da condannare quando ci si vanta di ciò che è apparenza (5, 12b ), o delle fatiche altrui 26

(10, 1 5-16), o quando il vanto è secondo la carne (1 1 , 1 8). In questa epistola Paolo batte più volte sul tasto del vanto delle sue debolezze (Il ,30; 1 2,9) perché sa che nella debolez­ za dell' uomo è esaltata la potenza del Signore (1 2,9). Quasi tutti questi temi di polemica possono essere visti come autodifesa di Paolo, che si difende da accuse o da sospetti , ma spesso ci sono anche allusioni critiche a colpe o difetti dell' attività dei suoi «avversari», che tenevano un comportamento diversi dal suo. Ne riparleremo nel paragrafo seguente.

LE CROCI DI PAOLO: INCOMPRENSIONI ALL' INTERNO E RIVALITÀ DALL' ESTERNO

Abbiamo visto in un paragrafo precedente che i rappor­ ti di Paolo con la comunità di Corinto erano piuttosto tesi, già ali ' epoca della I Corinzi. Tuttavia, nella I Corinzi gli avversari di Paolo sono soprattutto persone o gruppi ai quali Paolo si oppone per motivi teologici o di compor­ tamento (anche se c'erano già, come abbiamo visto, perso­ ne che lo criticavano). Nella I Corinzi si rispecchia un entusiasmo carismatico e spiritualistico che porta a dare dimensioni eccessive al concetto di libertà - al punto che Paolo deve combattere l ' idea che tutto è lecito (cfr. 6, 1 2; 1 0,23). La comunità è divisa in partiti o correnti, e questa disunione si manifesta anche nelle liti fra fratelli portate in tribunale, nel disprezzo dei più poveri in occasione di agapi fraterne e della Santa Cena, nel rifiuto dell' idea di risurrezione, nel lassismo morale. Manca dunque l'amo­ re, l'agape; invece si attribuisce un grandissimo valore alla sapienza (sophfa) . Paolo critica la pretesa «sapienza» dei corinzi in I Corinzi 1 , 1 7-3 1 e 2, 1 -1 3 , e ritorna poi anche altre volte sull' argomento (per esempio, nel cap. 1 3); nel cap. 14, 1 27

25 dà una valutazione molto riduttiva del dono delle lingue. Ma questi due problemi non bastano a spiegare la passione con cui nella II epistola Paolo difende la sua missione apostolica e la violenza con cui attacca i suoi avversari. È chiaro che con il passare del tempo i contra­ sti, invece di appianarsi, si sono accentuati, e la grande questione è ora quella dell' apostolato di Paolo: la sua autenticità (si pretendevano da lui segni e miracoli), la sua legittimità (gli si rimproverava di non essere un aposto­ lo autentico), la sua credibilità (i corinzi lo accusavano di incoerenze e contraddizioni nei suoi rapporti con loro), la sua efficienza (non era abile nel parlare [ 1 1 ,6] e la sua presenza fisica era debole [ 1 0, 1 0]). Da dove veniva questa crescente ostilità? Uno dei fattori che hanno determinato quella situa­ zione incresciosa dev' essere stato il rifiuto di Paolo di lasciare che la comunità di Corinto gli provvedesse il denaro necessario per la sua sopravvivenza. Nel cap. 9 della I Corinzi, ai vv. 4 e 5 , Paolo sostiene che gli aposto­ li hanno il diritto di mangiare, di bere, e anche di avere una famiglia (o per lo meno una moglie), e nei vv. 6-7 li paragona, in questo, al soldato, al contadino e al pecoraio, che vivono dei frutti del loro lavoro. Al v. 1 3 viene poi anche l ' esempio di quelli che fanno il servizio sacro nel tempio di Gerusalemme. Gli esempi sono accompagna­ ti al v. 9 dalla citazione di Deuteronomio 25 ,4: Non mette­ re la museruola al bue che trebbia, e al v. 14 dal rinvio a una disposizione del Signore: quelli che annunziano il vangelo vivano del vangelo (cfr. Le. 1 0,7). Ma al v. 1 2 dello stesso capitolo Paolo dichiara che noi non abbia­ mo fatto uso di questo diritto (cfr. anche i vv. 1 5 e 18). La condotta prudente di Paolo può essere stata deter­ minata dali' esistenza dei cosiddetti «partiti» nella chiesa di Corinto. Anche se si trattava non di «partiti» ma solo di correnti, oppure di· un legame di particolare attacca­ mento a un predicatore (forse quello che li aveva porta­ ti a conoscere Cristo, o li aveva battezzati), Paolo può 28

aver temuto che ricevere del denaro gli creasse un vinco­ lo di dipendenza da una parte della comunità. Perciò prefe­ risce para�onarsi a un ambasciatore (Il C or. 5,20): I' amba­ sciatore dipende solo da chi Io manda, non da quelli che Io ricevono. Ma il suo rifiuto deve aver suscitato dei risen­ timenti nella comunità, e più che questo, dei sospetti malevoli e ingiusti: per esempio, che Paolo li avesse tratta­ ti meno bene di altre chiese (Il Cor. 12,13), che Ii avesse presi con inganno (12,16) e sfruttati (12,17) attraverso la colletta raccolta dai suoi collaboratori (12,17-18). Come si vede, la situazione si era aggravata rispetto al cap. 9 della I Corinzi. Tutto sommato, nella I Corinzi si ha l' impressione che gli «avversari» di Paolo fossero fratel­ li che Paolo combatteva per certe loro idee teologiche o per i loro comportamenti pratici. Invece, nella II Corinzi sembra proprio che fossero gli «avversari» a combattere Paolo, e che egli si difenda da attacchi ritenuti ingiusti. È probabile che la situazione si sia aggravata per l'arri­ vo di predicatori rivali. Non è facile ricostruire chi fosse­ ro, perché Paolo non fa un' esposizione delle loro dottrine, ma parla di loro scrivendo ai lettori di Corinto che li conosce­ vano bene. I termini usati da Paolo («apostoli» - sia pure falsi; gente che «viene», cfr. 11,4) fanno pensare che si trattasse di persone venute da fuori (come lui), che si faceva­ no mantenere dalla comunità diversamente da lui, ma secon­ do la prassi del predicatori itineranti del giudaismo. È una situazione che ricorda quella descritta in Galati 2,12 (cfr. anche Gal. 2,4). Questi sono i veri e propri rivali di Paolo. È possibile che dietro a loro ci fossero degli strateghi che dirigevano le operazioni anti-paoline (Giacomo? Pietro? Altri capi della cristianità palestinese?). Quegli «apostoli» venuti da fuori erano di origine ebraica (cfr. 11,22: Sono Ebrei?... Sono /sraeliti?... Sono discendenti di Abramo ?), e probabilmente se ne vanta­ vano. Ma erano anche cristiani (11,23 : Sono servitori di Cristo ? lo [... ] lo sono più di loro). Ma su quali punti si scontravano con Paolo? 29

Nella II Corinzi, diversamente da Galati, non si parla di tentativi di imporre la circoncisione o le osservanze rituali relative ai cibi (puri o impuri) prescritte dalla legge di Mosè. Questo fa pensare che non fossero dello stesso tipo di quelli arrivati ad Antiochia (Gal. 2, 1 2- 14) e in Galazia (Gal. 1 ,7-9; 5 , 1 -4; 6, 1 3 . 1 5). Si ispiravano a un giudaismo più liberale, come quello praticato in certe colonie giudaiche della diaspora. Però sembrano consi­ derare la comunità di Gerusalemme come la chiesa-madre alla quale tutte le altre comunità d ' oltremare devono uniformarsi. Paolo critica la loro abitudine di presentar­ si portando delle lettere di raccomandazione (3, 1 ) che li accreditavano come legittimi apostoli. Questo può far pensare che venissero da Gerusalemme e fossero manda­ ti dai capi della comunità cristiana di Palestina. Ci sono esegeti, come Kasemann e Barrett, che identificano in Giacomo, Pietro e i loro collaboratori i «sommi aposto­ li» menzionati in 1 1 ,5 e 1 2, 1 1 . Paolo prende le distanze da loro, ma non li accusa di essere falsi apostoli o servi­ tori di Satana, come fa invece con i predicatori giunti a Corinto. Questi potevano anche essere cristiani di origi­ ne giudaica nati ed educati nella diaspora, e avere una cultura che li rendeva più affini ai convertiti di Corinto. Di Mosè preferivano ricordare la gloria (cap. 3) più che i comandamenti rituali. Tuttavia Paolo si dichiara ministro di un nuovo patto, non di lettera ma di Spirito (3,6). Esprimendosi in questo modo, sembra prendere le distan­ ze dall ' insegnamento dei suoi avversari. Oltre all' uso di lettere di presentazione, all' attacca­ mento alla tradizione giudaica e all ' autorità di Mosè, c' erano altri punti di dissenso rispetto a Paolo: i predi­ catori rivali accettavano di essere mantenuti dalla comunità, e su questo i corinzi non avevano nulla da ridire (cfr. 1 1 ,20). Poi c ' era il loro apparente rifiuto di osservare la suddivisione del campo di lavoro (cfr. la ripartizione decisa da Paolo e Barnaba con Giacomo, Pietro e Giovanni in Gal. 2, 7 e 9): forse Paolo in l O, 1 3- 1 6 insiste tanto nel 30

dichiarare che non entra nel campo altrui, perché quella era appunto la prassi messa in atto dai suoi rivali. Altri accenni di Paolo sui suoi avversari riguardano più il loro carattere che le loro dottrine. Per esempio, le ripetute menzioni del loro vantarsi (5, 1 2 : . . . quelli che si vantano di ciò che è apparenza; 1 1 , 1 8 : . . . molti si vanta­ no secondo la carne). Quando Paolo scrive: Non ci vantia­ mo oltre misura di fatiche altrui ( 1 0, 1 5) lo fa probabil­ mente perché i suoi rivali avevano l' abitudine di racco­ gliere i frutti della sua semina, cioè della sua opera di evangelizzazione. Altrove Paolo li descrive come persone che mercan­ teggiano la Parola di Dio (2, 17), come corruttori ( 1 1 ,3 : Come il serpente sedusse Eva, temo che le vostre menti vengano corrotte e sviate ), servitori di Satana (greco: diaconi di Satana, 1 1 , 1 5), profittatori ( 1 1 ,2 1 : Se uno si divora, se uno vi prende il vostro . . . voi lo sopportate), come persone che predicano ai fratelli di Corinto un altro Gesù, uno Spirito diverso, un vangelo diverso da quello che avete accettato ( 1 1 ,4 ) Quando Paolo si esprime in questi termini, è molto vicino al Paolo che dettò Galati l , 7-9 anche se i rivali non sono gli stessi. Se Paolo non risparmia accuse e sarcasmi all ' indiriz­ zo dei suoi rivali, anche quelli non erano da meno nel criticare Paolo ! Lo accusavano di essere rozzo nel parla­ re ( 1 1 ,6), di essere ardito quando era lontano e umile quando era presente ( l O, l ) , di seri vere delle lettere en ergi­ che, ma di avere una presenza fisica debole e una parola di poco conto ( l O, l 0). Forse anche le accuse di sfrutta­ mento delle chiese attraverso la persona dei suoi colla­ boratori con la scusa della colletta (ne abbiamo già parla­ to) venivano dai suoi rivali. Spesso, quando Paolo parla di sé e del suo modo di svolgere la sua missione apostolica a Corinto, replica a critiche e insinuazioni malevole dei suoi rivali. E descri­ vendo come lui intende e pratica l ' apostolato, colpisce una concezione diametralmente opposta: quella dei suoi . . .

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rivali. L' autenticità e la fedeltà del ministero apostolico di Paolo sta al centro delle polemiche della II ai Corinzi. Egli vuole che i credenti di Corinto non si lascino abbaglia­ re dalle vanterie o dalle credenziali dei «falsi apostoli» ( 1 1 , 1 3), perciò critica chi si raccomanda da sé ( 10, 1 2) o si vanta oltre misura ( 1 0, 1 3), perché non colui che si raccomanda da sé è approvato, ma colui che il Signore raccomanda ( 1 0, 1 8) . Dobbiamo tuttavia badare bene a non confondere le cose: Paolo difende il suo lavoro apostolico non perché le critiche dei rivali o il loro modo (diverso) di svolgere il ministero itinerante offendano la sua persona o il suo prestigio personale, ma perché configurano un modo diverso di rapportarsi alla persona di Gesù. Paolo vuole che la sua presenza e il suo lavoro apostolico siano in qualche misura modellati sull' esempio di Cristo. Lo mette bene in luce il Carrez, che accosta 1 1 ,7 (dove Paolo dice che ha abbassato se stesso perché i fratelli di Corinto fossero innalzati) a 8,9 (dove è Cristo che si è fatto povero per amor loro, affinché potessero diventare ricchi): come Cristo abbassò se stesso e si fece umile (Fil. 2, 7 -8), così Paolo non adotta una strategia della vanagloria e della prepotenza, ma si presenta in atteggiamento umile ( l O, l ) e fa appello alla mansuetudine e alla mitezza di Cristo (ivi). Cristo ha capovolto i valori umani: la potenza di Dio non si manifesta nella forza, ma nella debolezza ( 1 2,9a). Così l ' unica cosa di cui Paolo osa vantarsi è appunto la sua debolezza ( 1 2,9 s.). Il rapporto fra la debolezza di Paolo e quella di Cristo è presentato chiarissimamente in 1 3,4: « . . . noi siamo deboli in lui, ma vivremo con lui mediante la potenza di Cristo» . Nella condizione umile e sofferente del loro apostolo i corinzi non devono vedere una sconfitta (come forse insinuavano i predicatori rivali), ma il riflesso della mitez­ za di Cristo ( 1 0, 1 ). È in questo senso che Paolo può accusare i suoi rivali di predicare un altro Gesù ( 1 1 ,4), diverso da quello che 32

lui serve e testimonia in mezzo a loro. La posta iD giQco non è solo una diversa concezione dell' apostolato, � una diversa cristologia.

QUALE FU L' ESITO DEL CONFLITIO FRA PAOLO E I CRISTIANI DI CORINTO?

Questa è una domanda legittima, ma molto difficile rispondervi in base ai testi : infatti si tratta di cose accadu­ te dopo che i tredici capitoli della II Corinzi furono scrit­ ti. Dunque, possiamo fare solo delle deduzioni o delle ipotesi. Una delle ipotesi possibili è la più ottimistica: che alla fine tutto sia finito con una bella riconciliazione fraterna tra Paolo e la sua comunità. Ma questa ipotesi difficilmente può essere dedotta dal testo così come si presenta. Infatti, passando dalla I Corinzi ai primi sette capitoli della II Corinzi, e poi ai capp. l 0- 1 3 dobbiamo registrare un progres­ si vo inasprimento dei rapporti: non si vede bene come dopo la rottura profonda riflessa nei capp. 1 0- 1 3 ci possa ancora essere stato spazio per una riconciliazione. Specialmente se la riconciliazione precedente, quella riflessa nei capp. l a 2, 1 3 e 7,5- 1 6 aveva fatto naufragio. Una nuova pace potrebbe però essere implicita nella visita di Paolo in Grecia (a Corinto?) di cui parlano gli Atti degli apostoli in 20,2-3 . Forse la miglior maniera di recuperare una conclu­ sione ottimistica è quella di supporre che i capp. 1 0- 1 3 non siano la parte finale della corrispondenza (e dei rappor­ ti) fra Paolo e i corinzi, ma siano la lettera (o parte della lettera) scritta da Paolo «con molte lacrime» (cfr. 2,4). È un ' ipotesi che molti hanno sostenuto, a partire dal 1 870. I corinzi non avrebbero avuto interesse a conservare una lettera che li accusava così pesantemente di misconoscere 33

l' apostolato di Paolo e lasciarsi sedurre da altri predica­ tori. Chi ha messo insieme la raccolta delle lettere di Paolo ne avrebbe trovato, miracolosamente, solo una parte (che corrisponde agli attuali capp. 1 0- 1 3). Si fa osservare, da parte dei sostenitori di questa ipote­ si, che alcuni passi nei primi sette capitoli sembrano presupporre parole contenute nei capp. 10- 1 3 . Per esempio, in 1 0, 1 3 Paolo dice: «Vi scrivo queste cose . . . affinché . . . non abbia a procedere con rigore» . E i n 2,3 sembra far riferimento a quello scritto quando dice, al passato: «Vi ho scritto a quel modo, affinché, al mio arrivo, non abbia tristezza . . . ». Si ha l ' impressione che Paolo qui spieghi perché prima ha scritto con severità ciò che ora si legge nei capp. 1 0- 1 3 . La lettera scritta con severità e con molte lacrime avrebbe avuto successo e Tito avrebbe riferito a Paolo che la situazione a Corinto era veramente cambia­ ta (cfr. 7,6- 1 1 ) . L' altra ipotesi invece è pessimistica: come abbiamo visto, il solco si fa sempre più profondo, l ' insofferenza reciproca diventa sempre più grande: i rapporti tra Paolo e la chiesa di Corinto finiscono con l' esasperazione dei capp. 1 0- 1 3 . I capp. 1 0- 1 3 potrebbero essere stati scritti e spediti dopo la visita di tre mesi (quella di Atti 20,2-3), visita cominciata bene ma finita male per l' arrivo di predì­ catori rivali (Quesnell). Luca, come al solito, non fa parola, negli Atti degli apostoli, di queste difficoltà (come non aveva fatto parola, al cap. 1 8 , dei problemi a cui Paolo accenna nella I Corinzi : l' eccessivo amore dei corinzi per la «sapienza», i partiti, l'incestuoso, i disordini nelle agapi, gli eccessi carismatici ecc.). Senza dubbio, l ' ipotesi più probabile è quella che abbiamo chiamato «pessimistica». Quarant' anni dopo, la comunità cristiana di Roma, scrivendo ai corinzi per mano di Clemente Romano, fa loro questo rimprovero: « È turpe, carissimi, e indegno della vita in Cristo, sentire che la chiesa di Corinto, molto salda e antica, per una o due persone si è ribellata ai presbiteri» (l di Clemente ai cori n34

ti, 47,6). Si ripeteva, dopo quarant' anni, quel che era accaduto con Paolo?

QUAL È IL VOLTO DELLA COMUNITÀ DI CORINTO CHE SI RIFLETTE NELLA SECONDA EPISTOLA?

Anzitutto dobbiamo ricordare che quando un aposto­ lo scriveva un' epistola, non lo faceva a scopo descritti­ vo. Il suo scopo era piuttosto quello di esortare o confor­ tare o istruire su qualche punto preciso la comunità desti­ nataria, mostrando in che modo il rapporto con il Cristo risorto poteva incidere sulla sua esistenza cristiana. Inoltre, non va dimenticato che Paolo era parte in causa, quindi quel poco che scrive (o accenna) della vita della comunità di Corinto è influenzato dalla qualità dei suoi rapporti con quei credenti. E infatti, si rimane un po' perplessi vedendo come le espressioni positive sulla comunità di Corinto si alterni­ no a critiche e rimproveri spesso pesanti . Queste diver­ se valutazioni corrispondono probabilmente allo stato d' animo con cui Paolo ha scritto le varie parti di questa lettera: ciò che ha da dire alla comunità può variare a seconda che appartenga ai capitoli dove predomina un'at­ mosfera di riconciliazione, oppure a quelli di acerba polemica contro i predicatori rivali e contro l ' accoglien­ za che i corinzi fanno alle loro idee. Ma ascoltiamo anzitutto le note positive ! Paolo scrive che «dove è lo Spirito del Signore, i vi è libertà» (3, 1 7), e secondo l ' azione dello Spirito del Signore, siamo trasfor­ mati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria (3, 1 8). Penso che con questo «noi» Paolo non si riferisca a se stesso, ma a tutta la comunità dei credenti. Infatti, altro­ ve egli è altrettanto positivo a loro riguardo. Per esempio, quando scrive: «Nella fede voi state saldi» ( 1 ,24), «Voi 35

abbondate in ogni cosa» (8,7), oppure quando dice di considerare la loro comunità come la sua «lettera» di presentazione (3,2). Naturalmente il merito ultimo non è dei corinzi, ma del Signore, perché «Cristo è potente in voi» ( 1 3,3), quindi Paolo può dire di essere stato conso­ lato (7, 1 3) e di avere fiducia in loro (7, 1 6). Sono anche positivi molti dei passi in cui Paolo affer­ ma che ha molto da gloriarsi di loro (7 ,4 e 8,24) e vuoi dare loro l' occasione di gloriarsi di lui (5, 1 2) in modo che il vanto sia reciproco ( 1 , 1 4) - anche se il traguardo della perfezione cristiana è sempre al di là delle realiz­ zazioni quotidiane di questa vita ( 1 3, 1 1 : ricercate laperfe­ zione, siate consolati, abbiate un medesimo sentimento, vivete in pace). Però la ricchezza della grazia portata di Cristo è già un' esperienza nel presente: «Cristo si è fatto povero per amor vostro, affinché mediante la sua povertà voi poteste diventare ricchi» (8,9). Ma accanto alle note positive, non mancano quelle critiche - forse appartengono ad altre circostanze? Così in 1 2,20 Paolo teme che ci siano fra loro contese, gelosie, ire, rivalità, maldicenze, insinuazioni, superbie, disordi­ ni. Altrove accusa i corinzi di guardare ali' apparenza delle cose ( l O, 17), e quindi forse per questo di non averlo racco­ mandato ( 1 2, 1 1 ) ; di sopportare i pazzi ( 1 1 , 1 9), i predica­ tori di un evangelo diverso ( 1 1 ,4), di sopportare di essere esposti alla seduzione dei falsi apostoli come Eva era esposta alle astuzie del serpente ( 1 1 ,3). E anche quando Paolo scrive: «Ricercate la perfezione . . . vivete in pace» ( 1 3, 1 1 ) si può supporre che a suo giudizio la pace e la perfezione non fossero presenti nella vita della comunità ! Più che questi accenni un po' statici al bene e al male nella chiesa di Corinto, sono importanti i passi che accen­ nano all ' interscambio apostolo-comunità. Il lavoro di Paolo è per la loro edificazione ( 1 2, 1 9 e 1 3 , 1 0), quello che pianifica è per procurare «beneficio» ai fratelli ( l , 1 5), e anche quando modifica i suoi piani è per «risparmiar­ li» ( 1 ,23). Egli ha compiuto in mezzo a loro «i segni 36

dell' apostolo» (pazienza, miracoli, opere potenti, 1 2, 1 2). Le sue prove e sofferenze avvengono per loro ( l ,6 e 4, 1 5), al punto che la morte opera in lui, ma la vita in loro (4, 1 2). Perciò considera se stesso non come il padrone della chiesa («non vogliamo signoreggiare sulla vostra fede», 1 .24) ma come «collaboratore della [loro] gioia» (ivi). Per questo, ha evitato di essere di peso alla comunità ( 1 1 ,9). La sua massima aspirazione è che i rapporti siano come quelli tra genitori e figli ( 1 2, 1 4) cioè i spirati a generosità verso i «figli» anche se questi non sempre sono riconoscenti. Però Paolo è pronto a rallegrarsi quando da parte dei corinzi c ' è premura, sdegno, giustificazione, timore, zelo . (7, 1 1 ), bramosia (7, 7): tutto questo dovreb­ be tradursi in un' apertura dei loro cuori per lui (6, 1 3), in modo che da loro egli abbia «allegrezza, non tristezza» (2,3). Vorrei ripetere quello che ho detto all ' inizio: questa non è una fotografia obiettiva della comunità di Corinto. È la visione che ne ha Paolo attraverso gli occhiali delle sue esperienze ora positive, ora negative. Può darsi che abbia peccato per eccesso sia nel parlar bene sia nel criti­ care. Perciò, più che gli elogi e le critiche dobbiamo far nostre le intenzioni che Paolo aveva rtell ' esprimersi a quel modo: edificare una comunità che fosse una testi­ mone gioiosa della potenza dell' evangelo, ripararla della insidie dei seduttori, per presentarla a Cristo come una casta sposa ( 1 1 ,2). E questo doveva avere come contro­ partita, da parte dei credenti di Corinto, la disponibilità a rimanere fedeli ali ' evangelo respingendo le seduzioni di chi predicava un altro Gesù, uno Spirito diverso, un Vangelo diverso ( 1 1 ,4). Non sappiamo se le appassiona­ te arringhe contenute nella II ai corinzi abbiano finito per avere questo risultato. . .

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QUESTO LIBRO

In questa guida il testo biblico è suddiviso in 49 paragra­ fi, che sono altrettante unità di senso. Queste unità sono più brevi (e quindi più numerose) nei capitoli teologica­ mente più densi. Sono più lunghe (e quindi meno numero­ se) nei capitoli meno fitti di pensieri, nei quali gli argomen­ ti sono sviluppati più ampiamente. Dopo la formula di intestazione della lettera, i paragra­ fi dal 2 al 1 2 presentano il pensiero di Paolo sui suoi rapporti con la chiesa di Corinto, anche alla luce degli impegni e delle difficoltà che lo hanno trattenuto altro­ ve. Per mantenere i contatti con la comunità e appianare i contrasti si è servito di Tito, e i paragrafi 9- 1 2 si riferi­ scono appunto al ritorno di Tito da Corinto e alle buone notizie che ha potuto recare a Paolo. I paragrafi dal 1 3 al 1 8 descrivono il ministero aposto­ lico, i suoi compiti e i suoi problemi come li vede Paolo. Dal paragrafo 19 al 29 egli affronta l' apparente contrad­ dizione tra la gloria del ministero e la debolezza umana di chi lo esercita («tesoro in vasi di terra . . . » ) . Ma questo non impedisce a Paolo di far risuonare con insistenza l' appello alla riconciliazione. I paragrafi dal 30 al 36 si occupano della colletta organizzata da Paolo nelle sue comunità, a favore dei poveri delle chiese di Giudea. Dal paragrafo 37 al 48 abbiamo la parte più polemi­ ca della lettera, nella quale l' apostolo reagisce alle criti­ che e ai sospetti di una parte della comunità di Corinto (o di tutta la comunità ?). L' asprezza di questa autodife­ sa è così forte da far dire a Paolo stesso che è diventato pazzo, e che parla da pazzo. Egli teme evidentemente di esaltare se stesso e peccare d' orgoglio, invece di dipen­ dere totalmente dalla grazia di Dio. L'epistola termina con le tradizionali formule conclu­ sive di ogni lettera antica (paragrafo 49). 38

Questa traccia sommaria può consentire al lettore di ettersi allo studio della II Corinzi avendo un' idea del m percorso in cui questo libro lo guiderà. Nelle pagine che seguono, troverà - spero - le spiegazioni necessarie per capire le parole non sempre facili di Paolo. Ricordi però una cosa: che le parole dell' apostolo sono più importan­ ti e autorevoli delle parole di questa «guida».

SOMMARIO DELL' OPERA Intestazione della lettera paragrafo l Parte prima: i rapporti tra Paolo e la comunità corinzia paragrafi 2- 1 2 Parte seconda: esaltazione del ministero apostolico Prima sezione: l'apostolo fa conoscere Dio in Cristo paragrafi 1 3 - 1 8 Seconda sezione: il messaggio della riconciliazione in Cristo porta­ to attraverso le contraddizioni dell'esistenza aposto­ lica Primo ragionamento: la potenza vivificante dell ' e­ vangelo, antidoto al prevalere della debolezza paragrafi 1 9-23 Secondo ragionamento: il messaggio dell' evange­ lo e il suo apostolo paragrafi 24-29

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Parte terza: due capitoli di raccomandazione della colletta Primo appello: 8, 1 -24 paragrafi 30-33 Secondo appello: 9, 1 - 1 5 parr. 34-36 Parte quarta: difesa della legittimità apostolica di Paolo paragrafi 37-48 Esortazioni finali, saluti e benedizione paragrafo 49

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Commento

l.

INTESTAZIONE DELLA LETTERA ( 1 , 1 -2)

1 Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo, alla chiesa di Dio che è in Corinto, con tutti i santi che sono in tutta l' Acaia, 2grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo. L' intestazione (o soprascritta) della lettera conteneva, nell' antichità, il nome del mittente, quello del destinata­ rio e un saluto. Paolo segue il modello tradizionale appor­ tandogli alcune modifiche. a) Al suo nome non aggiunge titoli onorifici o accade­ mici, e neppure legami eventuali di parentela con i desti­ natari (che si usavano nelle lettere private scritte a familia­ ri). Il titolo che Paolo aggiunge più spesso è quello di apostolo: soltanto in tre lettere non lo usa (l Tessalonicesi, Filippesi e Filemone ), forse perché i loro lettori non conte­ stavano la sua autorità apostolica. È comprensibile che Paolo si presenti come «apostolo» specialmente nelle lettere dirette a lettori che mettevano in discussione la sua autorità, oppure che non lo conoscevano personal­ mente (come i romani). Però nella nostra lettera ha cura di precisare che la sua funzione non gli è stata attribuita dalla chiesa, ma dalla volontà di Dio. La traduzione preci­ sa, etimologica, del greco apostolos sarebbe «mandato», dal verbo mandare usato in Giovanni 20,2 1 e in molti altri passi che parlano della testimonianza dei discepoli . b) Spesso Paolo aggiunge al suo nome quello di altri co-mittenti. Nel nostro caso si tratta di Timoteo. «Co­ mittenti» e non «Co-autori»: il contenuto e lo stile dimostra­ no che la lettera è opera di Paolo. Ma Timoteo o altri collaboratori possono essere associati a lui nella volontà di inviare la lettera, o nel saluto che la soprascritta porge nel v. 2. Ma perché due titoli diversi (apostolo per Paolo, 43

e fratello per Timoteo)? Probabilmente perché Timoteo non aveva ricevuto una vocazione apostolica dal Signore (come Paolo, cfr. Rom. l ,5), o da una comunità (come nel caso di Atti 1 3 ,2-3), ma era un collaboratore scelto da Paolo stesso per aiutarlo. c) I destinatari sono indicati quasi sempre usando la parola chiesa (greco ekklesia) che si può tradurre anche - e forse meglio - con assemblea o comunità (come, per esempio, Galati è diretta alle chiese, cioè alle comunità cristiane della Galazia). È dalla realtà delle chiese locali che nasce il concetto di «chiesa» in senso universale. Le epistole che non hanno nell' intestazione la parola ekkle­ sia, come Romani e Filippesi, hanno al suo posto «i santi», cioè le persone che in quella località appartengono al Signore, e quindi costituiscono la chiesa o comunità locale. Qui al v. l c ' è chiesa per Corinto, e tutti i santi per altre località dell ' Acaia (Grecia centrale) che non ci sono note (salvo Cencrea, che Paolo menziona in Romani 1 6, 1 con il titolo di chiesa). d) il saluto è anche tipico: greci e latini riducevano in genere il saluto a una parola sola: Salve ! (greco: chairein ) Gli ebrei usavano la parola Shalom (pace, in senso positi­ vo: benessere, abbondanza, benedizioni divine). Paolo traduce in greco la parola shalom e alla pace aggiunge la grazia (greco: charis), cioè la benevolenza, il perdono, i doni spirituali del Signore. Il suono della parola charis è molto simile a quello del saluto greco chairein. Forse Paolo si ispira a questo, ma gli dà uno spessore biblico e teologico. Questo è reso chiaro dalle precisazione: da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo. Non è dal mondo, o dalle capacità e attività dell' uomo che possono venire veramente grazia e pace, ma unicamente da Dio e dal Salvatore. .

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PARTE PRIMA RAPPORTI TRA PAOLO E LA COMUNITÀ CORINZIA

2.

LE SOFfERENZE E LE CONSOLAZIONI VISSUTE DA PAOLO SI RIPERCUOTONO SULLA COMUNITÀ ( 1 ,3-7)

3Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, 4 il quale ci consola in ogni nostra affii­ zione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque affiizione; 5perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra conso­ lazione. 6Perciò se siamo amitti, è per la vostra conso­ lazione e salvezza; se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. 7La nostra speranza nei vostri riguar­ di è salda, sapendo che, come siete partecipi delle soffe­ renze, siete anche partecipi della consolazione. Di solito, dopo il saluto le lettere di Paolo hanno una preghiera di ringraziamento per la fede, la carità, i doni che si manifestano nei destinatari. Qui, invece del ringra­ ziamento, troviamo una benedizione. La Bibbia conosce due tipi di benedizione: una benedizione discendente, che scende da Dio sul suo popolo o su singoli fedeli (e che può anche essere invocata su di loro, come la invocano Abramo, !sacco, Giacobbe, Mosè ecc.), e una benedi­ zione ascendente, che sale dai credenti verso Dio per lodarlo. La benedizione di II Corinzi l ,3-7 è di questo secondo tipo (come quelle di Efesini 1 ,3 ss. e I Pietro 1 ,3 ss. ). La benedizione ascendente è frequentissima nell' Antico Testamento: cfr. Genesi 24,48 ; Deuteronomio 8, 1 0; Gio47

suè 22,33 ; Giudici 5,2.9; Salmi 66,8; 68,27; 1 03 , 1 -2 e 20-22; 1 04, 1 .35 ecc. È possibile che qui Paolo sostituisca il solito ringra­ ziamento con una benedizione perché non si sente di ringraziare Dio per il modo in cui i corinzi vivono la loro esistenza cristiana e il loro rapporto con lui. Paolo dichiara di vivere nella sua persona le soffe­ renze di Cristo: quando la comunione col Signore è così reale da poter dire «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal. 2,20), anche le prove che vengo­ no dal servizio del Signore possono essere interpretate come partecipazione alle sue sofferenze (cfr. Fil. 3 , 1 0). Ma a queste afflizioni e sofferenze fanno riscontro incorag­ giamenti e benedizioni divine: Dio conforta (vv. 3 e 4) per mezzo di Cristo (v. 5). Dev' essere ben chiaro che per l' apostolo le consola­ zioni divine non sono solo un piccolo incoraggiamento a tirare avanti : no, sono qualcosa che ha un effetto anche sulla comunità (v. 6), perché i corinzi possano sopporta­ re le stesse sofferenze che anche Paolo sta sopportando. Un pastore non può incoraggiare gli altri se non ha fatto lui stesso, nelle sue tribolazioni, l' esperienza del confor­ to di Dio. E Paolo è sicuro («la nostra speranza nei vostri riguardi è salda») che così, grazie alle certezze di fede che ricevono da lui, essi saranno capaci di sopportare le stesse prove che egli deve sopportare. Ma per conoscere le consolazioni divine bisogna non cercarne altre altro­ ve. Gesù dice in Le. 6,24: «Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione ! » .

3.

PROVE E LIBERAZIONI D I PAOLO I N ASIA (l ,8- 1 1 )

8Fratelli, non vogliamo che ignoriate riguardo all'af­ flizione che ci colse in Asia, che siamo stati molto prova­ ti, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfi48

no della vita. 9Anzi, avevamo già noi stessi pronun­ ciato la nostra sentenza di morte, affinché non mettes­ simo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti. 1 0Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte [e abbiamo la speran­ za che ci libererà da un così gran pericolo di morte] e abbiamo la speranza che ci libererà ancora. 11 Cooperate anche voi con la preghiera, affinché .per il beneficio che noi otterremo per mezzo della preghiera di molte persone, siano rese grazie da molti per noi. Il discorso sulle difficoltà e sugli incoraggiamenti divini (vv. 3-7) porta Paolo a citare una concreta esperien­ za, la prova che lo ha colpito in Asia: «siamo stati molto provati, al di là delle nostre forze, tanto da farci dispera­ re perfino della vita» (v. 8). Non sappiamo a che cosa allude Paolo: forse al tentativo di linci aggio subito a Efeso (Atti 19,23-4 1 ) , dopo il quale dovette andarsene (Atti 20, 1 ) senza neppure poter ripassare da quella città per salutare i suoi collaboratori (Atti 20, 17)? Oppure all' o­ scuro episodio menzionato in I Corinzi 1 5 ,32 («Se soltan­ to per fini umani ho lottato con le belve a Efeso . . . » sempre che non sia un modo figurato per alludere al tumul­ to di Atti 19)? Oppure a un ' esperienza di arresto e deten­ zione in carcere, di cui c'è traccia nella lettera ai Filippesi se, come è probabile, questa fu scritta proprio da Efeso? Fatto sta che anche in Asia (cioè nella parte occidentale dell' Asia minore dove appunto c' era Efeso) Paolo ha conosciuto prove sovrumane (v. 8), tanto da dare per scontata la fine della sua vita (v. 9). A questa prospettiva accenna appunto in Filippesi 1 ,20-26. Ma l ' interpreta­ zione che egli dà di questi fatti è teologica: questo è accaduto perché imparasse sempre più a mettere la sua fiducia in Dio e non in se stesso. Come Dio risuscita i morti , così può anche trarre i suoi servi tori fuori dal perico­ lo estremo (vv. 9b e 1 0). E non solo questo, ma l'espe­ rienza delle liberazioni già accadute alimenta la speran­ za «che [Dio] ci libererà ancora» (v. 1 0).

49

La speranza di Paolo è così forte, che egli dà per sconta­ to il risultato delle molte preghiere menzionate al v. 1 1 ( « per il favore ottenuto »). Forse avrebbe fatto meglio a dire: Per il favore che con assoluta certezza spero di ottenere. A questo proposito ci sono due cose interessanti da osservare: a) nonostante i rapporti difficiH tra Paolo e i cristiani di Corinto, egli chiede a loro con naturalezza e a cuore aperto di pregare per lui, per la sua liberazione dalla prova: i contrasti non impediscono la fraternità e soprattutto la solidarietà nella preghiera. b) L'esaudimento delle tante preghiere, tra le quali anche quelle dei corinzi, avrà per risultato finale, dopo il loro esaudimento, un ringraziamento da parte di molti. E così, alla fine di questi undici versetti, ricompare il ringraziamento del quale avevamo notato l ' assenza. Ma il motivo del ringraziamento non sono, in questo caso, i valori religiosi della comunità di Corinto, bensì il favore fatto da Dio. La parola favore in greco è charisma, molto vicina a charis (grazia): le liberazioni di Dio non sono una gentilezza (favore), ma un dono di grazia frutto del suo amore e della sua potenza. . . .

4.

. . .

COME PAOLO GIUDICA I SUOI RAPPORTI CON LA CHIESA DI CORINTO NEL RECENTE PASSATO ( l , 1 2- 1 4)

1 2 Questo, infatti, è il nostro vanto: la testimonian­ za della nostra coscienza di esserci comportati nel mondo, e specialmente verso di voi, con la semplicità e la sincerità di Dio, non con sapienza carnale ma con la grazia di Dio. 13Poiché non vi scriviamo altro se non quello che potete leggere e comprendere; e spero che sino alla fine capirete, 14 come in parte avete già capito, 50

che noi siamo il vostro vanto, come anche voi sarete il nostro nel giorno del nostro Signore Gesù. L'appello alle preghiere di intercessione fatto ai suoi lettori porta Paolo a dedicare alcune frasi ai suoi rapporti con i corinzi, perché l' appello alla preghiera sia giustifi­ cato: Paolo può chiedere loro di pregare per lui perché egli si è comportato con loro non secondo i criteri di questo mondo (cioè con arroganza, con orgoglio, con secondi fini - tutto questo può essere contenuto nelle parole «non con sapienza carnale» ), ma con santità e sincerità (alcuni manoscritti invece di santità hanno semplicità, cioè cando­ re, integrità). Glielo assicura la sua coscienza. Qualcuno potrebbe obiettare che Paolo si fida troppo della sua coscienza : saremmo di fronte a un circolo vizio­ so. La sua coscienza è sempre lui, Paolo, che giudica se stesso. Ma in I Corinzi 4,4 egli dichiara di attribuire solo un valore limitato alla sua coscienza. Infatti scrive: «lo non ho coscienza di alcuna colpa; non per questo però sono giustificato, ma colui che mi giudica è il Signore» . C ' è un giudizio superiore e più obiettivo, quello di Dio. E nel nostro v. 1 2, alla fine, Paolo finisce per attribuire alla grazia di Dio il tipo di rapporto che ha avuto con i corinzi. È per questo motivo che il suo comportamento con la chiesa di Corinto è per Paolo motivo di vanto. Vantarsi, gloriarsi, essere fieri di ... , sono tutte espressioni sinoni­ me che possono alternarsi nelle traduzioni del N. T. Certo, c ' è un tipo di vanto che non è buono (l Cor. 5,6) - quando ci si vanta di ciò che è apparenza (Il Cor. 5 , 1 2), o degli uomini (I Cor. 3,2 1 ), o della carne (Gal. 6, 1 3); ma della croce è lecito gloriarsi (Gal. 6, 14), come pure gloriarsi nel Signore (I Cor. l ,3 1 ), o gloriarsi di voi in Cristo Gesù (l Cor. 1 5,3 1 ) . Paolo afferma pi ù volte di gloriarsi del suo lavoro apostolico perché l ' efficacia della sua opera non dipende da lui, ma solo dalla grazia di Dio (l Cor. 1 5 , 1 0 ecc.). E anche quando s i gloria delle sue prove (Rom. 5,3; II Cor. 1 1 ,30), lo fa perché anche lì vede ali ' opera la grazia 51

e la potenza di Dio: cfr. II Cor. 1 2,9; 1 1 ,30 e gli elenchi di difficoltà che lo hanno afflitto nel suo lavoro (Il Cor. 6,4- 1 0 e 1 1 ,22-29). Ma il vero vanto sarà manifesto nel giorno del nostro Signore Gesù (v. 14): si tratta del giorno del giudizio finale, o del ritorno di Cristo. In quel giorno conoscere­ mo pienamente, come anche siamo stati pienamente conosciuti (cfr. I Cor. 1 3 , 1 2) . Anche i corinzi alla fine capiranno pienamente, e non più solo in parte, che posso­ no vantarsi di aver avuto Paolo come portatore del vange­ lo e come pastore.

5.

PAOLO SPIEGA PERCHÉ H A RINUNZIATO A FARE UNA SECONDA VISITA BURRASCOSA ( 1 , 1 5 - 2,2)

15 Con questa fiducia, per procurarvi un duplice beneficio, volevo venire prima da voi 1 6e, passando da voi, volevo andare in Macedonia; poi dalla Macedonia ritornare in mezzo a voi e voi mi avreste fatto prose­ guire per la Giudea. 17Prendendo dunque questa decisio­ ne ho forse agito con leggerezza? Oppure le mie decisio­ ni sono dettate dalla carne, in modo che in me ci sia allo stesso tempo il «sì, sì» e il «no, no»? 18 0r come è vero che Dio è fedele, la parola che vi abbiamo rivol­ ta non è «SÌ» e «DO». 1 9Perché il Figlio di Dio, Cristo Gesù, che è stato da noi predicato fra voi, cioè da me, da Silvano e da Timoteo, non è stato «SÌ» e «Do»; ma è sempre stato «SÌ» in lui. 20Infatti tutte le promesse di Dio hanno il loro «SÌ» in lui; perciò pure per mezzo di lui noi pronunciamo l'Amen alla gloria di Dio. 210r colui che con voi ci fortifica in Cristo e che ci ha unti, è Dio; 22egli ci ha pure segnati con il proprio sigillo e ha messo la caparra dello Spirito nei nostri cuori. 23 0ra io chiamo Dio come testimone sulla mia vita che è per risparmiarvi che non sono più venuto a Corinto. 52

24Noi non signoreggiamo sulla vostra fede, ma siamo collaboratori della vostra gioia, perché nella fede già state saldi. 1 Avevo infatti deciso in me stesso di non venire a rattristarvi una seconda volta. 2Perché, se io vi rattri­ sto, chi mi rallegrerà, se non colui che sarà stato da me rattristato? Convinto della reciprocità dell' affetto fraterno esisten­ te in lui e nei corinzi , Paolo aveva deciso di andare in Macedonia e poi tornare a Efeso e da lì a Gerusalemme passando due volte da Corinto, all ' andata e al ritorno. Come dirà al v. 23, Paolo non portò ad effetto questo piano, e subito a Corinto lo accusarono di essere volubi­ le nelle sue decisioni : il v. 1 7 , nelle sue due parti, sembra rispecchiare appunto le accuse della comunità. Una è di leggerezza, l' altra è di contraddittorietà (dir� o far crede­ re, contemporaneamente il sì e il no). Questo sarebbe un tipico comportamento carnale, dettato dalla carne, centra­ to sull' «io» egoistico e non sulla ricerca della volontà di Dio e sull' amore per i fratelli . Paolo respinge queste accuse, ma non lo fa come potremmo fare anche noi, dicendo che spesso i piani di viaggio sono una cosa, e la possibilità di realizzarli sono un' altra (esempi nella vita di Paolo: Rom. 1 , 1 3 e Atti 1 6,6-8). Invece, tira in ballo la fedeltà di Dio. Se Dio è fedele, l ' apostolo che incarna il suo messaggio non può essere una banderuola che un momento dice bianco e un altro momento dice nero (sì e no). La coerenza dell' apo­ stolo è radicata nella coerenza stessa di Cristo, il Figlio di Dio: Cristo non oscillava tra il sì e il no, non ritratta­ va le sue promesse. C'è dunque una trafila di fedeltà e di coerenza: Dio è fedele (v. 1 8), Cristo è fedele (v. 1 9-20a) nel realizzare le promesse di Dio; la predicazione aposto­ lica è fedele in quanto pronunzia l' amen, il «così sia» alla gloria di Dio. Questi versetti mettono in luce l ' impor­ tanza della coerenza nella vita del predicatore, non solo 53

nella sua predicazione. Secondo Crisostomo (citato da Thrall), i corinzi devono aver pensato: Poveri noi, se non possiamo essere sicuri di quello che dice anche nella sua predicazione ! La coerenza e la fedeltà del predicatore vengono dal fatto che Dio stesso (v. 2 1 ) è colui che ci ha dato un solido fondamento [quando fummo battezzati] in Cristo (le parole tra parentesi quadre sono una possibile spiegazione dell' eis Christon che viene dopo: non il solito «in Cristo» come stato, ma «in, cioè verso Cristo», cfr. Rom. 6,3 ; Gal. 3,27). L' allusione al battesimo è confermata dal i ' immagine dell'unzione (tutti i credenti sono unti per essere profeti e sacerdoti dell' Altissimo) e da quella del suggello (v. 22). Doveva dunque esserci stata una seria ragione perché Paolo cambiasse i suoi piani e non passasse da Corinto all' andata. La ragione la rivela al v. 23 (è per rispar­ miarvi, che non sono più venuto a Corinto) e in 2, l (decisi in me stesso di non venire a rattristarvi una seconda volta). Da quest' ultimo versetto si deduce che Paolo, come abbiamo visto nell' Introduzione (p. 23), doveva essersi recato a Corinto per quella che potremmo chiama­ re «visita intermedia» o «visita burrascosa» che non è menzionata negli Atti degli apostoli (troveremo qualche accenno di Paolo stesso a questa visita in 2,5- 1 1 ). Per non rinnovare quella sgradevole esperienza, Paolo preferisce rinviare il previsto viaggio a Corinto. Ai vv. 24 e 2,2 sono indicati due moti vi ulteriori che rafforzano la decisione del rinvio della visita: l) Paolo, che li ha portati alla fede, non è diventato per questo il padrone e il guardiano della loro fede. Anche in greco il verbo che corrisponde a signoreggiare è deriva­ to da signore. Paolo non è signore ma è «aiutatore» (come diceva la vecchia RIV) della loro gioia o allegrezza cristia­ na. Come dice I Pietro 5,3, gli anziani devono vigilare sul gregge non come dominatori . . . ma come esempi. Tutto sommato, il fondamento è buono: essi stanno saldi quanto alla fede. 2) Se Paolo tornasse a fare una reprimenda alla comunità 54

di Corinto, si interromperebbe quella circolarità di esperien­ ze che uniscono un apostolo alle comunità da lui fonda­ te. È una circolarità simile a quella di prove e incorag­ giamenti che abbiamo già incontrato ai vv. 5-7. L' incontro non sarebbe un incontro gioioso (chi mi rallegrerà ?): venendo sotto le vesti di controllore, Paolo rischierebbe di trovare non un' atmosfera di cordialità, ma musi lunghi o addirittura contestazione della sua autorità apostolica . . .

6.

L A VISITA PROMESSA È SOSTITUITA DALL' INVIO DI UNA LETTERA SCRITTA FRA LE LACRIME {2,3-4)

3Vi ho scritto a quel modo affinché, al mio arrivo, io non abbia tristezza da coloro dai quali dovrei avere gioia; avendo fiducia, riguardo a voi tutti, che la mia gioia è la gioia di tutti voi. 4Poiché vi ho scritto in grande amizione e in angoscia di cuore con molte lacri­ me, non già per rattristarvi, ma per farvi conoscere l'amore grandissimo che ho per voi. Il v. 3 inizia con un riferimento che solo i corinzi potevano capire: Vi ho scritto appunto questo [così · il greco. Cioè a quel modo] . Paolo si riferisce a quello che sta per dire al v. 4: Vi ho scritto in grande afflizione e angoscia... con molte lacrime, cioè a una lettera che, nello scriverla, gli ha causato molto dolore (e secondo 7,8- 1 0 n e h a causato anche ai corinzi). Per lui, sarebbe stato penoso dire quelle cose a voce, faccia a faccia (v. 3). Adesso, guardando in retrospettiva, Paolo non può negare le reazioni negative che provava rispetto alla chiesa di Corinto, però le circonda di espressioni e di sentimenti di segno opposto: se ha mandato i suoi rimproveri per lettera, è stato perfar conoscere l 'amore grandissimo che aveva per i fratelli (v. 4, alla fine), e per la speranza che, riflettendo sulla sua lettera, quando sarebbe finalmente 55

arrivato (al mio arrivo, v. 3) lo accogliessero con gioia. In questo modo si sarebbe manifestata in mezzo a loro la premura o sollecitudine che essi avevano per il loro aposto­ lo (7, 1 2b). Anche qui nel cap. 2 c'è la solita circolarità: la gioia è sua, come apostolo, ma la sua gioia è anche loro, e da loro essa deve tornare a lui. L' opposto della gioia apostolica è la tristezza (v. 3), quella tristezza che apostoli e predicatori provano quando vedono che l' evan­ gelo non porta i frutti che dovrebbe portare. Più che di tristezza, si dovrebbe parlare di dolore. Possiamo fare qualche tentativo per identificare o ricostruire quella lettera? Qualcuno ha avanzato l ' ipote­ si che la lettera scritta con molte lacrime sia conservata, almeno in parte, nei capp. 10- 1 3 della ll Corinzi. L' argomento principale è che le riconciliazioni (come quelle di cui si tratta nei capp. 1 -7) sono sempre successive ai conflitti (descritti o menzionati sommariamente nei capp. 1 0- 1 3). Però, i capp. l 0- 1 3 non hanno la caratteristica di una lette­ ra scritta «fra le lacrime». È piuttosto una lettera scritta con molta rabbia. E i capp. 1 -7 , pur parlando di riconci­ liazione, non danno mai per risolti i contrasti citati nei capp. 1 0- 1 3 . Perciò i capp. 1 0- 1 3 vanno considerati come una lettera conflittuale (o parte di essa) diversa da quella «lacrimosa» o penosa ricordata in 2,3-4. Restiamo quindi con la curiosità di sapere che cosa poteva avere scritto Paolo in quella lettera, e dove sia andata a finire. Forse il suo contenuto non era tale da indurre i corinzi a conser­ varla con cura . . . Se non è costituita dai capp. 1 0- 1 3 allora essa fa il paio con un ' altra lettera di Paolo: quella da lui menzionata in I Corinzi 5 ,9- 1 1 . Neppure di quest' ultima è rimasto il testo.

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7.

QUALCHE ACCENNO ALLA VISITA BURRASCOSA O INTERMEDIA E Al SUOI RIFLESSI NELLA VITA DELLA COMUNITÀ (2,5- 1 1 )

5 0r se qualcuno è stato causa di tristezza, egli ba rattristato non tanto me quanto, in qualche misura, per non esagerare, tutti voi. 6Basta a quel tale la punizio­ ne inflittagli dalla maggioranza; 7 quindi ora, al contra­ rio, dovreste piuttosto perdonarlo e confortarlo, perché non abbia a rimanere oppresso da troppa tristezza. 8Perciò vi esorto a confermargli il vostro amore; 9poicbé anche per questo vi bo scritto: per vedere alla prova se siete ubbidienti in ogni cosa. 1 0A chi voi perdonate qualcosa, perdono anch'io; perché anch'io quello che bo perdonato, se bo perdonato qualcosa, l'bo fatto per amor vostro, davanti a Cristo, 1 1 affinché non siamo raggirati da Satana ; infatti non ignoriamo le sue maccbinazioni. L' apostolo passa ora a ricordare un caso specifico, in cui una vicenda dolorosa, che aveva turbato la comunità e ferito Paolo, si risolse in un approfondimento della stima reciproca e della gioia nella fede. Paolo accenna a queste cose molto brevemente, perché si tratta di cose note ai corinzi. Ma a noi, che non. siamo al corrente dei fatti, rimane un senso di insufficienza delle nostre informa­ zioni. In passato si pensava spesso che il caso dell' offenso­ re e dell'offeso (come è chiamato in 7, 1 2) fosse quello già trattato nel cap. 5 della I Corinzi (Bosio). Ma quel problema è lontano nel tempo, la sentenza è già stata pronunziata. Inoltre qui sembra che l' apostolo sia stato colpito personalmente. Infine la parola resa con «offen­ sore» (greco ho adikésas) è un participio con valore puntuale, istantaneo e difficilmente applicabile alla «situa­ zione» di uno che è accusato di vivere in stato di incesto. 57

Forse nel corso della visita intermedia di Paolo qualche facinoroso di idee contrarie alle sue aveva contestato la sua autorità apostolica, o lo aveva accusato di averla esercitata male o con fini interessati (imporre la sua autorità personale, o addirittura ricavame un profitto economico, cfr. 1 1 ,9 e 1 2, 1 6- 1 8) ? Recentemente si è anche pensato (Thrall) che qualcu­ no avesse rubato una parte del ricavato della colletta, accusando poi Paolo di averla intascata: questi sospetti avrebbero trovato, purtroppo, l ' appoggio di una parte della comunità. La situazione si sarebbe poi schiarita quando il colpevole finì per confessare, e l ' offeso, cioè l' ingiu­ stamente accusato, ritrovò la serenità e la credibilità. Tutte queste ipotesi hanno un ' importanza relativa: Paolo accenna a queste situazioni dolorose non con interes­ se di storico, ma di pastore: quello che gli interessa mette­ re in luce è il risvolto positivo che la riconciliazione ha portato alla comunità e a lui stesso dopo la tensione prece­ dente. Osserviamo come ne parla con distacco ! Qualcuno è stato causa di tristezza (non fa il suo nome, per delica­ tezza): ha rattristato, dice, invece di usare un verbo più forte, come: ha offeso, o ha rovinato la reputazione altrui ; ai vv. 7 e 8 esorta i lettori non solo a perdonare quel fratel­ lo, ma anche a confortarlo, e a mostrargli il loro amore perché non rimanga oppresso da troppa tristezza e possa essere tentato di allontanarsi dalla comunità o addirittu­ ra di suicidarsi (Crisostomo). La risposta dei fratelli di Corinto a queste esortazio­ ni dell' apostolo sarà la dimostrazione del rispetto (ubbidien­ za) che i corinzi hanno per lui e per i suoi consigli (v.9). Comunque, Paolo unisce il suo perdono (anzi , già lo ha fatto) a quello della comunità; e - sempre per delicatez­ za - non afferma neppure categoricamente di essere stato offeso (v. 5 : se qualcuno è stato causa di tristezza) e quindi di aver perdonato (v. 1 0, al c entro: se ho perdo­ nato qualcosa - un tocco d i gentilezza, equivalente a: se pure ho avuto qualcosa da perdonare). La TOB interpre­ ta da vanti a Cristo traducendo (in francese): sotto lo sguar58

do di Cristo. È lui il vero garante della sincerità del perdo­ no, di quello dell' apostolo ma anche di quello della comunità intera. Rifiutare il perdono, o concederlo non sinceramente, sarebbe stato un perpetuare la divisione, i contrasti e il malanimo nella chiesa e quindi dare spazio ai raggiri di Satana e ai suoi disegni (v. 1 1 ). Quando le comunità si dividono, o quando qualcuno si allontana (per contrasti e sospetti più che per questioni di fede) è un successo di Satana (che va sempre attorno come un leone ruggente, cercando chi possa divorare, I Pietro 5,8).

8.

UNA ULTERIORE PROVA DELLE PREOCCUPAZIONI DI PAOLO PER I FRATELLI DI CORINTO : IL SUO STATO D' ANIMO A TROAS (2, 1 2- 1 3)

1 2Giunto a 'Iroas per il vangelo di Cristo, una porta mi fu aperta dal Signore, 13ma non ero tranquillo nel mio spirito perché non vi trovai Tito, mio fratello; così, congedatomi da loro, partii per la Macedonia. Questi vv. aggiungono un altro tassello al mosaico dei sentimenti amichevoli di Paolo per i fratelli di Corinto. L' espressione «una porta mi fu aperta dal Signore» signi­ fica che gli fu data un' occasione opportuna per evange­ lizzare in quella città. Troviamo una formula simile in I Corinzi 1 6,9 e in Colossesi 4,3 . Un po' diverso è l ' uso dell ' immagine «porta» in Atti 14,27 (porta della fede) . Qui dobbiamo collegare «porta» a «per l ' evangelo», cioè (come traduce la CEI) «per annunziare il vangelo di Cristo». . Da Atti 20,6- 1 2 risulta che a Troas c' era una comunità cristiana: forse frutto de li' evangelizzazione svolta duran­ te il soggiorno menzionato dai nostri vv. 1 2- 1 3? Oppure già in Atti 1 6,8 c' era stato un inizio di attività evangeli· stica? La cosa ha solo un ' importanza relativa, perché 59

Paolo, anche qui, non seri ve per fare la storia o per ricostrui­ re la cronologia dei suoi spostamenti: scrive per mostra­ re la continua sollecitudine che aveva per la comunità di Corinto. L' apice di questi due vv. , infatti, si trova nel secondo: nella preoccupazione di Paolo per non aver trovato Tito a Troas, e nella sua decisione di andargli incontro in Macedonia (v. 1 3). Il v. 12 serve solo a dare la situazio­ ne in cui matura la decisione del v. 1 3 . Ma perché Paolo era inquieto a proposito di Tito? (Osserviamo, fra paren­ tesi, che Tito è chiamato «fratello» come già Timoteo in 1 , 1 ). Un' ipotesi possibile è che Paolo fosse inquieto per timore che Tito portasse con sé molto denaro: la parte già raccolta a Corinto della colletta per i poveri della Giudea. I briganti non erano rari a quei tempi . Ma è più probabi­ le, come vedremo, che la preoccupazione di Paolo si riferisse all ' esito della visita di Tito alla comunità: come era stato accolto (essendo amico e collaboratore di Paolo) e che atteggiamento avevano adesso i corinzi verso il loro apostolo. [Il racconto delle ansiose preoccupazioni di Paolo per Tito, e della sopravvenuta soluzione del problema, ripren­ de in 7,5 ss. Per amore di chiarezza noi seguiremo adesso quel racconto. Alla fine della nostra lettura del cap. 7 ritorneremo a 2, 1 4] .

9.

L' INCESSANTE PREOCCUPAZIONE D I PAOLO È ATTENUATA DALL' ARRNO DI TITo E DALLE NOTIZIE CHE PORTA DA CORINTO (7 ,5-7)

5Da quando siamo giunti in Macedonia, infatti, la nostra carne non ha avuto nessun sollievo, anzi, siamo stati tribolati in ogni maniera; combattimenti di fuori, timori di dentro. 6Ma Dio, che consola gli amitti, ci 60

consolò con l'arrivo di Tito; 7e non soltanto con il suo arrivo, ma anche con la consolazione da lui ricevuta in mezzo a voi. Egli ci ha raccontato il vostro vivo desiderio di vedermi, il vostro pianto, la vostra premu­ ra per me; così mi sono più che mai rallegrato. L' arrivo in Macedonia non recò sollievo a Paolo, perché non ci trovò il suo collaboratore. Continuava la preoc­ cupazione: come mai Tito tardava tanto a tornare? O per caso aveva preso una nave invece di viaggiare per via di terra, e così i due non si erano incontrati? A queste preoc­ cupazioni di dentro di aggiungevano conflitti (combatti­ menti) di fuori, probabilmente con avversari del cristia­ nesimo (cfr. il racconto del primo viaggio di Paolo in Macedonia, Atti 16 e 1 7). Ma perché Paolo dice: la nostra carne non ha avuto nessun sollievo, invece di dire «io»? È difficile che qui «carne» alluda, come in genere nelle lettere paoline, ali' aspetto mondano, egoistico, pecca­ minoso della personalità. Piuttosto, quel termine potreb­ be contenere un' allusione alla debolezza e alla vulnera­ bilità dell 'essere umano di fronte a conflitti e preoccu­ pazioni. Il sollievo (consolazione) poteva venire soltanto da Dio (v. 6). Paolo non dice: «l'arrivo di Tito ci consolò» , bensì : «Dio ci consolò con l' arrivo di Tito». Tutto è nelle mani di Dio e dipende da lui. Dio è chiamato «colui che conso­ la gli oppressi». Diodati diceva «gli umiliati», la CEI «gli afflitti», la TILC «gli sfiduciati» . La stessa parola è usata dalla Bibbiagreca (la Settanta) in lsaia 49, 1 3 : « . . . il Signore consola il suo popolo e ha pietà dei suoi afflitti». Più che dall' arrivo di Tito (e dunque dalla sicurezza che non gli era capitato nulla di male), Paolo è sollevato dalla notizia del risultato positivo-che la missione di Tito ha ottenuto (v. 7). Come in 1 ,6 la consolazione di Paolo giova a quella dei suoi lettori, così quella riportata da Tito si ripercuote sullo stato d' animo di Paolo, liberandolo dall' ansietà su quello che la comunità di Corinto pensa61

va riguardo a lui. Perché di questo si tratta: infatti Tito gli ha raccontato che ora desiderano veder(lo) - dunque prima desideravano che se ne stesse ben lontano, se pure non lo avevano scacciato -, che hanno pianto, probabil­ mente un pianto di pentimento, e che il rancore ha ceduto il passo all ' affetto (premura). È questo capovolgimento di sentimenti che ha sollevato prima Tito e poi Paolo: perciò può direi : così mi sono più che mai rallegrato.

1 0. EFFETII DELLA LETIERA PENOSA (7 ,8- 1 3) 8Anche se vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne rincresce; e se pure ne ho provato rincresci­ mento (poiché vedo che quella lettera, quantunque per breve tempo, vi ha rattristati), 9ora mi rallegro, non perché siete stati rattristati, ma perché questa tristezza vi ha portati al ravvedimento; poiché siete stati rattristati secondo Dio, in modo che non aveste a ricevere alcun danno da noi. 1 0Perché la tristezza secondo Dio produce un ravvedimento che porta alla salvezza, del quale non c'è mai da pentirsi; ma la tristezza del mondo produce la morte. 1 1 Infatti, ecco quanta premura ha prodotto in voi questa vostra tristezza secondo Dio, anzi, quante scuse, quanto sdegno, quanto timore, quanto desiderio, quanto zelo, quale punizione! In ogni maniera avete dimostrato di essere puri in questo affare. 1 2 Se dunque vi ho scritto, non fu a motivo dell'of­ fensore né d eli' offeso, ma perché la premura che avete er noi si manifestasse in mezzo a voi, davanti a Dio. E3 Perciò siamo stati consolati; e oltre a questa nostra consolazione ci siamo più che mai rallegrati per la gioia di Tito, perché il suo spirito è stato rinfrancato da voi tutti.

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Nel v. 8 si accenna esplicitamente a una lettera: Anche se vi ho rattristati con la [mia] lettera . . . quella lettera, quantunque per breve tempo, vi ha rattristati, e ancora al v. 1 2 se dunque vi ho scritto . . . Di preciso, Paofo sa che la sua lettera li ha rattristati (ripetuto due volte al v. 8, inizio e fine, e due volte al v. 9), ma subito aggiunge: per breve tempo. Infatti la loro tristezza ha prodotto un ravve­ dimento, dunque è stata una tristezza secondo Dio. In questi vv. la CEI traduce il greco metanoia con «penti­ mento» in vece di ravvedimento. È tutto questione di inten­ dersi : generalmente, «pentimento» vuoi dire riconosci­ mento di una propria colpa (Devoto-Oli) mentre «ravve­ dimento» è definito mutamento di vita conseguente al riconoscimento di errori o di colpe (ivi). Dunque è più vicino ali' etimologia della parola greca, che si potrebbe indicare in : «cambiamento della mente» (nous) . Non solo nel senso di cambiamento di idea, ma anche di mutamen­ to d eli ' atteggiamento d' insieme, della posizione dell' uo­ mo verso Dio (GLNT). Il risultato del loro cambiamento, a giudizio di Paolo, è che così essi non riceveranno alcun danno da lui (cioè, da parte sua). Vuoi dire che non avranno altri rimprove­ ri ? Forse più che questo: potrebbe significare che non ci sarà una rottura totale dei reciproci rapporti di fraternità. In tutto questo paragrafo Paolo non dice chiaramente di che lettera si tratta. Può darsi che Tito avesse avuto l ' i ncarico di portare quella lettera a Corinto, e questo spiegherebbe perché Paolo aspettava con tanta ansia il ritorno di Tito, per sapere com' era andata a finire, e soprat­ tutto perché, nel rallegrarsi delle notizie portate da Tito, torni a parlare della lettera che aveva scritta e dell' effet­ to positivo che ha riportato (si rilegga il commento a 2,4 ). Il v. 1 0 è una digressione teorica sui due tipi di tristez­ za: la tristezza secondo Dio, che produce ravvedimento e porta a salvezza, e la tristezza del mondo, che invece produce la morte : il mondo, qui, è usato nel sen so di àmbito in cui si vive senza e contro Dio. Una tristezza 63

che prescinde dal rapporto con Dio, e si limita all ' aspet­ to sociale e psicologico dell ' amarezza nei rapporti umani, può solo produrre un inasprimento di questi rapporti e condurre dal rifiuto del predicatore al rifiuto dell' evan­ gelo predicato, quindi alla perdita della salvezza (cfr. Rom. 6,23). Tornando ai rapporti dei corinzi con lui, Paolo elenca una serie di effetti della loro tristezza secondo Dio. Questi effetti riguardano in parte il colpevole (o i colpevoli), cioè chi è chiamato l 'offensore al v. 12, e in parte l 'offeso (v. 1 2), cioè lui. Verso l ' offensore si sono sviluppati fra i corinzi un grande sdegno (meglio: indignazione), e la volontà di punirlo (punizione, v. 1 1 ). Verso Paolo invece si sono accresciuti o moltiplicati le scuse, il timore (cioè il reverente rispetto), il desiderio (chiaramente, di riveder­ lo, di rinnovare la loro amicizia) e lo zelo forse l' affet­ tuosa premura già menzionata al v. 7 (la parola greca è la stessa: zélos). La TILC unisce zelo a punizione (che viene subito dopo) e riferisce l'insieme non all' apostolo ma all' offensore: «zelo nel punire il male». In questo modo, tre tennini si riferiscono a Paolo e tre all' offensore. Dal loro comportamento, Paolo deduce (v. 1 1 ) che i corinzi erano puri, cioè avevano scisso le loro responsa­ bilità da quelle dell' offensore, dimostrando di non essere corresponsabili delle sue posizioni. Ossia, come abbia­ mo visto commentando 2,5- 1 1 , della sua contestazione della fedeltà apostolica di Paolo (cfr. II Cor. l O, l 0. 1 1 . 1 8), o di un comportamento non fraterno nei riguardi del resto della comunità (cfr. 1 1 ,4. 20) o di un suo membro. Dunque, il ravvedimento dei corinzi forse non era per delle colpe commesse da loro, ma per non essersi opposti con più decisione ali' offensore (Barrett pensa che l'offensore non appartenesse alla chiesa di Corinto, bensì fosse un conte­ statore itinerante, uno di quei tali che si spostavano di chiesa in chiesa parlando male di Paolo. Cfr. , per esempio, Gal. 1 ,7). Scrivendo la lettera penosa (2,3-4) Paolo non lo ha fatto tanto per difendere l'offeso (se stesso) o per accusa-

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re l 'offensore, quanto per costringere i corinzi a uscire allo scoperto con schiettezza. Se andava male, la «lette­ ra penosa» avrebbe potuto portare a una rottura definiti­ va fra Paolo e la comunità. Se andava bene (come sembra sia andata), i corinzi avrebbero permesso ai loro buoni sentimenti per Paolo (la premura che avete per noi) di venire alla luce pubblicamente, di manifestarsi fra loro senza contraddizioni, davanti a Dio. È questa risoluzio­ ne del conflitto che ha sollevato, confortato Paolo (v. 1 3a) .

1 1 . l BUONI RAPPORTI DI TITO CON I CORINZI (7, 1 4- 1 5) 1 4Anche se mi ero un po' vantato da voi con lui, non ne sono stato deluso; ma come tutto ciò che a voi abbia­ mo detto era verità, così anche il nostro vanto con Tito è risultato verità. 15Ed egli vi ama più che mai inten­ samente, perché ricorda l'ubbidienza di voi tutti, e come l'avete accolto con timore e tremore.

L' accoglienza che i corinzi hanno riservato a Tito lo ha rinfrancato e gli ha dato gioia (v. 1 3). Constatando la loro ubbidienza, e la trepidazione con cui lo hanno accol­ to (con timore e tremore), Tito è stato indotto a voler bene sempre più intensamente a quei fratelli (v. 1 5). Da questi fatti, conosciuti incontrando Tito in Macedonia, Paolo deduce una conclusione che lo riguarda personal­ mente: non si era sbagliato parlando bene dei corinzi al suo collaboratore (mi ero un po ' vantato di voi con lui). Sull' uso della parola «vanto» da parte di Paolo cfr. sopra, il commento a 1 , 1 2 - 1 4 (pp. 5 1 s.). Questa valutazione fiduciosa della fede e della carità dei corinzi fatta da Paolo parlando con Tito è altrettanto vera, realistica, quanto le cose che Paolo aveva detto ai corinzi stessi. Cioè, erano veri e corrispondevano a verità i rimproveri mossi dali' a65

postolo alla chiesa, ma corrispondeva anche a verità la valutazione sostanzialmente positiva della comunità di Corinto, nonostante tutte le sue limitazioni.

1 2 . CONCLUSIONE: LA FIDUCIA DI PAOLO NEI CORIN­ ZI (7, 1 6) 1 6Mi raUegro perché in ogni cosa posso aver fiducia in voi.

La vicenda- piuttosto complicata - che abbiamo segui­ to passo passo nella parte dell' epistola commentata finora - i contrasti di Paolo coi corinzi, la visita penosa fatta alla comunità, la promessa di un' altra visita (in realtà poi cancellata), la sua sostituzione con la lettera scritta con molte lacrime, l ' invio di Tito, l' attesa del suo ritorno prima a Troas poi in Macedonia, la sua soddisfazione per la missione svolta e la relazione positiva fatta a Paolo sullo stato d' animo dei corinzi - tutto ciò tro�a qui il suo punto finale, almeno provvisoriamente : Paolo può di nuovo avere fiducia nei fratelli di Corinto. Non lo dice, ma la causa è il fatto che ora i corinzi hanno di nuovo fiducia in lui e sono tornati a prendere sul serio il suo apostolato, non dando più ascolto a chi tentava in qualche modo di screditarlo. Possiamo dunque chiudere questa sezione del nostro commento per passare ai capitoli che abbiamo saltato, cioè al lungo brano che va da 2, 1 4 a 7 ,4.

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PARTE SECONDA ESALTAZIONE DEL MINISTERO APOSTOLICO

Al v. 1 3 del cap. 2 avevamo lasciato il filo della numera­ zione dei · versetti per seguire invece il filo logico del racconto di Paolo che cercava in ogni modo di riprende­ re contatto con Tito. Questo filo logico l' avevamo ritro­ vato al cap. 7, dal v. 5 alla fine. E ora dobbiamo ritorna­ re ai capitoli lasciati in disparte: da 2, 14 a 7,4. In questi capitoli, come si vede dal titolo, abbiamo un' esaltazione del ministero apostolico. Naturalmente, non si tratta di un' esaltazione distaccata e impersonale: Paolo c'è dentro tutto intero. Tuttavia non fa riferimento a se stesso con quella carica polemica che ispira i capp. 1 0- 1 3 . In 2 , 1 4 7,4 egli è partecipe di quello che dice, ma il fine è positi­ vo. Non attacca i corinzi per la loro incomprensione e le loro critiche. Pri ma di procedere all ' esame particolareggiato di questa parte dell' epistola è normale che ci domandiamo: in che relazione sta con quello che abbiamo esaminato fino adesso ( 1 , 1 - 2, 1 3 più 7,5- 1 6)? Una risposta molto elementare potrebbe essere questa: che si tratti di pensieri che Paolo è andato formulando mentre era a Troas o in Macedonia in attesa di Tito. Una specie di ampia digressione, dopo la quale l ' apostolo in 7,5 torna al tema che aveva lasciato in 2, 1 3 . Però da 2, 1 4 a 7,4 non c'è nulla delle preoccupazioni che i n quelle settimane occupavano l' animo di Paolo. Un' altra risposta potrebbe essere: si tratta di pensieri che Paolo ha concepito (e dettato) dopo l ' arrivo di Tito con le buone notizie che abbiamo trovate in 7,6 e seguen­ ti . Ma ormai Paolo era tranquillo: dopo aver parlato con Tito, sapeva che tutto era sereno e che egli poteva avere piena fiducia nei fratelli di Corinto (7, 1 6). C ' è un' altra possibilità: che siano pensieri che Paolo ha fatto conoscere ai corinzi prima della «visita burra­ scosa» e della «lettera scritta fra le lacrime», visita e lette69

ra che sono diventate necessarie quando la descrizione del ministero apostolico che stiamo per esaminare è risul­ tata senza effetto sul piano dei rapporti dei corinzi con Paolo. Il raccoglitore degli scritti di Paolo, del quale abbia­ mo parlato nell' Introduzione (pp. 1 3 s.), potrebbe avere trovato queste riflessioni sul ministero apostolico insie­ me ai fogli di altre lettere di Paolo custodite da qualche fratello o sorella di Corinto. Forse esse erano già conser­ vate tra il principio e la fine del racconto delle preoccu­ pazioni di Paolo per la missione di Tito, o forse ce le ha intercalate lui. Non lo sapremo mai. Il fatto significativo è che quanto Paolo dice fra 2 , 1 4 e 7,4 acquista un rilie­ vo specialissimo proprio dal racconto nel quale lo si trova adesso. Non è indispensabile scegliere una di queste soluzio­ ni prima di passare alla lettura dell' apologia del ministe­ ro apostolico (2, 1 4 - 7,4) Divideremo questa apologia in due sezioni. .

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PRIMA SEZIONE (2, 1 4 - 4,6) L' APOSTOLO FA CONOSCERE DIO IN CRISTO

1 3 . CARATTERE ESCATOLOGICO DEL MINISTERO APOSTOLICO (2, 1 4- 1 7) 14Ma grazie siano rese a Dio che sempre ci fa trion­ fare in Cristo e che per mezzo nostro spande dapper­ tutto il profumo della sua conoscenza. 15Noi siamo infatti davanti a Dio il profumo di Cristo fra quelli che sono sulla via della salvezza e fra quelli che sono sulla via della perdizione; 16per questi, un odore di morte, che conduce a morte; per quelli, un odore di vita, che conduce a vita. E chi è sufficiente a queste cose? 17Noi non siamo infatti come quei molti che falsi­ ficano la parola di Dio; ma parliamo mossi da since­ rità, da parte di Dio, in presenza di Dio, in Cristo.

In questi tre vv. Paolo mostra come il ministero aposto­ lico sia inserito nell' azione escatologica di Dio in Cristo. Ciò è particolarmente evidente nella prima immagine (v. 1 4) che menziona il trionfo di Dio in Cristo. Il trionfato­ re, simile a un condottiero romano di ritorno a Roma dopo una guerra vittoriosa, associa al suo trionfo i suoi colla­ boratori. Oppure: trascina, legati al suo cocchio, i re e i capitani che ha vinto e soggiogato con la sua impresa vitto­ riosa (cfr. l' uso di questa immagine in Col. 2, 1 5). È diffi­ cile dire con certezza quali di questi due significati Paolo intendeva proporre usando l'immaginedel trionfo. Certamente è da escludere la scelta della RIV («ci fa trionfare»): in greco c'è un participio attivo che concorda (al dativo) col nome di Dio dell' inizio del versetto: è Dio che trionfa. 71

L'apostolo può solo essere associato al suo trionfo (cfr. la CEI), ma forse è meglio «ci conduce come prigionieri nel suo trionfo» (con la NEB e il GLNT): corrisponde alla visione non-trionfalistica dell ' apostolato (Paolo si consi­ derava «schiavo» di Cristo, greco doulos, che la RIV tradu­ ce di solito con servo). Cfr. anche I Cor. 4,9. La seconda immagine del ministero è quella dell 'o­ dore o profumo di Cristo (vv. 1 5 e 1 6). Paolo è portato­ re di questo «profumo» che emana dalla conoscenza di Cristo (v. 1 4). Forse l' apostolo applica al suo ministero quello che la Sapienza di ce nel fare l ' elogio di se stessa in Ecclesiastico 24, 1 5 : «Come cinnamomo e balsamo ho diffuso profumo; come mirra scelta ho sparso buon odore». Nel caso di Paolo, quello che egli diffonde è l' evangelo (in Fil. 4, 1 8 invece, l ' immagine del profumo è usata per alludere alla solidarietà dei fratelli che hanno mandato dei soccorsi a Paolo). L' effetto della predicazione dell ' e­ vangelo è ambivalente: per quelli che sono sulla via della salvezza (cioè per quelli che fanno la scoperta del signi­ ficato e della potenza della morte di Cristo) è profumo di vita [che conduce] a vita, per quelli che sono sulla via dellaperdizione (cioè per quelli che non conoscono ancora o che rifiutano Cristo) è odore di morte [che conduce] a morte. Il testo non entra in un tentativo di spiegazione del perché. Rimane il fatto che la predicazione dell' e­ vangelo è profumo di Cristo per gli uni e per gli altri. Può darsi che operi a salvezza al di là di quel che possiamo constatare noi stessi nell' immediato. Due parole di spiegazione delle due lunghe perifrasi: «quelli che sono sulla via della salvezza» e «della perdi­ zione». Questo concetto si esprime in greco con due parti­ cipi che sarebbe errato tradurre «i salvati» e «i perduti», perché non sono participi passati ma presenti. La CEI cerca di rendere il tempo presente dicendo «quelli che si salva­ no» e «quelli che si perdono». La stessa coppia di partici­ pi si trova in I Cor. 1 , 1 8, il tempo presente implica che il processo è ancora in corso, che l ' ultima parola non è ancora stata detta: da ciò deriva la traduzione della RIV. 72

Il v. 1 6 finisce con una domanda retorica: Chi è suffi­ ciente a queste cose ? La TILC la interpreta così : «Chi è all' altezza di questo compito?» . La risposta a questa domanda non è data né al v. 1 6 né al v. 1 7 . Possiamo immaginare che Paolo sottintenda: lo no di certo ! - nel senso di dichiarare che il compito apostolico è molto più grande delle sue capacità. Ma potrebbe anche sottintendere una risposta più generale, per esempio: Nessuno ! È un compito al di sopra delle capacità di qualsiasi persona. Forse né l ' una né l' altra di queste due ipotesi è aderente al testo. Ne vedremo una terza dopo l' esame del v. 1 7 . Dobbiamo partire dal v . 1 7 e dalla distinzione che fa tra due categorie di predicatori o apostoli : la prima è costi­ tuita da traffichini o rivenduglioli della parola di Dio. Qui la RIV, dicendo che falsificano la Parola di Dio, segue la Vulgata (adulterantes Verbum Dei), in realtà, in greco il kapelos era l'oste di bassissimo livello, il picco­ lo rivenditore di vino, che spesso non esitava a aggiun­ gerci acqua o altri intrugli; ma il primo significato era quello di commerciante o rivenditore. La falsificazione del prodotto era solo una caratteristica secondaria, di una piccola impresa commerciale che doveva ricorrere a quei trucchi per sopra v vi vere. Paolo rifiuta di essere paragonato a quella categoria di persone, e definisce se stesso con quattro caratteristi­ che: l ) [parliamo] mossi da sincerità (stessa parola usata in 1 , 1 2) ; 2) d a parte d i Dio, cioè senza ingerenze che adulte­ rano la Parola; 3) in presenza di Dio, cioè sotto il suo costante controllo; 4) in Cristo, cioè nella comunione col Signore. Torniamo ora alla domanda del v. 16: Chi è sufficien­ te a queste cose ? Terza risposta possibile: Noi, nella misura in cui parliamo con le quattro caratteristiche del v. 1 7b - ma non quegli altri che fanno un discutibile commer73

cio della Parola di Dio. Tuttavia mi sembra più confor­ me alla mentalità di Paolo che la risposta: «Nessuno» includa anche lui . Paolo è sempre consapevole della sua indegnità rispetto all' incarico apostolico, e sa che tutto quanto riesce a fare non dipende da lui, ma dalla grazia di Dio che lo sostiene e fortifica (l Cor. 1 5 , 1 0). Se poi ogni tanto finisce anche lui per «vantarsi>> del suo lavoro, è il primo a riconoscere che, quando lo fa, parla come uno che è fuor di senno (capp. 1 0- 1 3). Prima di passare oltre, dobbiamo ancora renderei conto che i vv. 1 4- 1 7 non sono una descrizione storico-biogra­ fica del ministero di Paolo e dei suoi effetti, ma sono un rendimento di grazie (v. 14). Paolo rende grazie a Dio per tutto quanto sta per scrivere in questi quattro verset­ ti. Lo stato d' animo non è quello, distaccato, di uno stori­ co dell'apostolato primi ti vo, né quello del vanto, ma quello della riconoscenza. Paolo vive il suo ministero apostoli­ co con questo sentimento: che tutto viene da Dio ed è dono suo (cfr. 3 ,6) .

1 4. l CORINZI, «LEITERA DI CRISTO» (3 , 1 -3) 1Cominciamo forse di nuovo a raccomandare noi stessi? O abbiamo bisogno, come alcuni, di lettere di raccomandazione presso di voi o da voi? 2La nostra lettera, scritta nei nostri cuori, siete voi, lettera conosciu­ ta e letta da tutti gli uomini; 3è noto che voi siete una lettera di Cristo, scritta mediante il nostro servizio, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente; non su tavole di pietra, ma su tavole che sono cuori di carne.

I primi tre vv. del cap. 3 fanno riferimento a una prassi molto diffusa nell' antichità: fornire a parenti o amici delle lettere dalle quali risultasse che erano persone oneste, che 74

erano care allo scrivente. Insieme a queste attestazioni c' era spesso anche la richiesta che il destinatario desse una mano al raccomandato per ri solvere i suoi problemi (ricerca di lavoro, difficoltà legali o altro) . Anche propa­ gandisti religiosi o filosofici sembra facessero uso di questo tipo di presentazione. Ne accenna il v. lb senza nominarli: (alcuni) arrivando a Corinto esibivano lette­ re di raccomandazione, e partendo per un ' altra città ne chiedevano una (o più di una) ai loro adepti o ascoltato­ ri di Corinto. Da Atti 1 8,27 risulta che i cristiani di Efeso scrissero a quelli dell' Acaia una lettera di questo genere per raccomandare Apollo che si trasferì va da quelle parti (probabilmente a Corinto). Anche Paolo, nelle sue lette­ re, raccomanda occasionalmente alcuni dei suoi colla­ boratori (Rom. 1 6, 1 -2; I Cor. 1 6,9- 10; II Cor. 8,22-23 ; Col. 4, 7 ss. ), non chiedendo per loro dei favori, ma presen­ tandoli come persone degne che godono della sua fiducia. Quanto a se stesso, Paolo sapeva che non c ' è racco­ mandazione o presentazione più valida che quella forni­ ta dal Signore ( 1 0, 1 8). Perciò non ha bisogno di raccomandarsi da sé (3, l a ­ scritto forse per paura che il v. precedente fosse inter­ pretato come auto-raccomandazione) e neppure di lette­ re scritte da altri. Tra parentesi, chi avrebbe potuto scriver­ le? La chiesa di Gerusalemme non lo aveva mandato in missione apostolica, né Paolo riconosceva una sua autorità (cfr. Gal. 1 ). Forse avrebbe potuto dargliela la chiesa di Antiochia (cfr. Atti 1 3 , 1 -3), ma il passo ora citato non ne parla. Oppure, potevano occuparsi di questo le chiese che Paolo andava man mano fondando. Ma qui nei vv. 2 e 3 Paolo dichiara che la migliore presentazione sono i risul­ tati del suo lavoro: La nostra lettera siete voi. «Nostra» non nel senso: scritta da noi (come in I Cor. 5,9 o II Cor. 7 ,8), bensì nel senso «che parla di noi», o «che ci presen­ ta» . Nella I Corinzi Paolo aveva già definito la comunità di Corinto come «il sigillo del mio apostolato» (9, 1 -3). Di questa sua lettera di presentazione, costituita dalla comunità di Corinto, Paolo elenca sei caratteristiche: 75

a) scritta nei nostri [o vostri] cuori; b) conosciuta e letta da tutti gli uomini; c) lettera di Cristo; d) scritta mediante il nostro servizio; e) non con inchiostro ma con lo Spirito del Dio vivente; f) non su tavole di pietra, ma su cuori di carne. Di queste caratteristiche, le meno problematiche sono quelle indicate con le lettere c) ed e). Cristo è indicato come il vero autore della lettera, perché è lui che chiama alla fede e dà alla comunità il fondamento (se stesso) su cui edificarsi (l Cor. 3, 1 1 ) . Lo Spirito del Dio vivente ricorda che lo strumento della nascita della chiesa è lo Spirito Santo. Ma allora, qual è il contributo di Paolo in tutto questo? Lo troviamo alla lettera d) : Paolo è stato il «servitore» , il «diacono» di quest'operazione partita da Cristo e compiu­ ta grazie allo Spirito santo. Poiché la RIV traduce spesso il greco dùikonos con «ministro», potremmo azzardarci a tradurre il participio usato da Paolo con un orribile «ministrata» : la lettera di Cristo, che è la comunità di Corinto, è stata «ministrata» dali' apostolo, che ne è stato, se vogliamo, lo scrivano. O il corriere. Ha esercitato una funzione umile, che non si metteva in contrasto con quella di Cristo e dello Spirito. Ma il ri sultato può servirgli da lettera di raccomandazione. Rimangono ancora tre caratteristiche della comunità di Corinto come lettera, quelle segnate a), b), f). La più facile da esaminare è la b): non si tratta di un' esagerazio­ ne retorica, come se volesse dire che tutti gli abitanti della terra ne hanno preso visione. Il tutti indica semplicemen­ te tutti quelli che hanno avuto la possibilità di conoscere la chiesa di Corinto, la sua fede, la sua testimonianza. Da tutti gli uomini andrebbe tradotto, più esattamente: «Da tutti gli umani» (o anche solo «da tutti»). La parola greca tinthropos significa «essere umano», non «maschio» . Un po' più difficile è la prima caratteristica: scritta nei 76

nostri/vostri cuori: e la difficoltà viene proprio dall' in­ certezza dei manoscritti greci per l' aggettivo possessivo. Dove è scritta questa lettera? Nel cuore dei corinzi o nel cuore di Paolo (ed eventualmente dei suoi collaboratori)? Se scegliamo il