La letteratura italiana. Storia e testi. Scopritori e Viaggiatori del Cinquecento e del Seicento. Il Cinquecento [Vol. 40.1]

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LA LETTERATURA ITALIANA STORIA E TESTI DIRETTORI RAFFAELE MATTIOLI • PIETRO PANCRAZI ALFREDO SCHIAFFINI VOLUME 40. TOMO

I

SCOPRITORI E VIAGGIATORI DEL CINQUECENTO E DEL SEICENTO TOMO I

IL CINQUECENTO

SCOPRITORI E VIAGGIATORI DEL CINQYECENTO E DEL SEICENTO TOMO I

IL CINQUECENTO A CURA DI ILARIA LUZZANA CARACI TESTI E GLOSSARIO A CURA DI MARIO POZZI

RICCARDO RICCIARDI EDITORE MILANO · NAPOLI

TUTTI I DIRITTI RISERVATI • ALL RIGHTS RBSBRVBD PRINTBD IN ITALY

SCOPRITORI E VIAGGIATORI DEL CINQUECENTO E DEL SEICENTO TOMO I · IL CINQUECENTO

INTRODUZIONE TAVOLA DELLE ABBREVIAZIONI

CRISTOFORO COLOMBO

IX XXIII I

AMERIGO VESPUCCI

LUDOVICO DE VARTEMA GIOVANNI DA EMPOLI

371

ANDREA CORSALI

447

ANTONIO PIGAFETTA

509

GIOVANNI DA VERRAZZANO MARCO DA NIZZA

GIROLAMO BENZONI RAFFAELLO BARBERINI

POMPEO ARDIZI

741

ANONIMO VENEZIANO

765

CESARE FEDERICI

797

FILIPPO SASSETTI

859

GASPARO BALBI

937

NOTA AI TESTI (a cura di Mario Poz::i)

991

NOTA

1051

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

(a cura di Mario Po:J:n)

1055

INDICE DEI NOMI PROPRI (a cura di Fiorenza Mazzaroli)

1223

INDICE

1297

INTRODUZIONE

«lo ho perduti molti sonni e ho abreviato la vita mia 10 anni;

e tutto tengo per bene speso, perché spero venire in fama lungo secolo, se io torno con salute di questo viaggio: Idio non me lo reputi in superbia, ché ogni mio travaglio è adirizzato al Suo santo servizio ». Cosi scriveva Amerigo Vespucci a Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici dalle Isole del Capo Verde nel giugno 1501, quando si preparava ad attraversare per la seconda volta l' Atlantico. Cosciente dei pericoli che avrebbe dovuto affrontare, era entusiasta di proseguire le sue esplorazioni «con franco animo per servire a Dio e al mondo» e per lasciare dopo la morte - come avrebbe scritto al ritorno da quel viaggio - itinerario di Hojeda, quanto, a maggior ragione, quello del Vespucci appaiono troppo complessi perché si possa credere che siano stati percorsi nel breve periodo di tempo (poco più di due mesi) che bisognerebbe ipotizzare per dar credito alla testimonianza del Las Casas, secondo il quale Hojeda sarebbe arrivato ad Haiti già il s settembre 1499. Per risolvere il problema cronologico, il Fiske per primo2 e poi, con più valide argomentazioni, il Magnaghi3 ipotizzarono che, giunti sulle coste della attuale Guiana francese, Vespucci e Hojeda si fossero separati, dirigendosi il secondo direttamente ad Haiti e proseguendo invece il Vespucci fino alla latitudine di 6° S, alla quale ripetutamente fa riferimento nella sua lettera. Dopo di che anch'egli avrebbe raggiunto l'Hispaniola, per proseguire insieme all'Hojeda sulla via del ritorno. E poiché nella citata Probanza Hojeda afferma che egli fu «el primero hombre que vino a descubrir después que el Almirante, e descubri6 al mediodia la tierra firme e corri6 por ella ansi 200 leguas hasta Paria, e sali6 por la boca del Drago [ ... ] e de alli curri6 e descubri6 la costa de la tierra firme, hasta el golfo de las Perlas, e aoj6 la isla Margarita y la anduvo por tierra a pie [ ...] e de ahi fué descubriendo toda aquella costa de la tierra firme desde los Frailes hasta en par de las islas de los Gigantes, el golfo de Venecia que es en la tierra firme, y la provincia Quinquibacoa [ ...] », essi ritennero che Hojeda avesse descritto come proprie le scoperte fatte in realtà dal Vespucci, non tanto per attribuirsi il merito dell'impresa (troppo noto, a un anno dalla morte, era ancora in Spagna il nome del navigatore fiorentino), quanto perché considerava globalmente la spedizione del 1499-1500 come avvenuta sotto il suo comando e se ne sentiva perciò in tutto responsabile. Ma gli studi più recenti rendono inaccettabile questa soluzione, per molti motivi che non è qui il caso di esporre. Si può pensare piuttosto che la data del s settembre riferita dal Las Casas - a ben I. Vedila in c. FERNANDEZ DURO, Los Pleitos de Colon, cit., pp. 205-6. :z. J. F1sKE, The Discovery o/ America, with Some Acco11nt o/ Ancient America and the Spanish Conquest, Boston-New York, Houghton, Miffiin and Co., 1892, 11, pp. 93-5. 3. Cfr. MAGNAGHI, pp. 157-60.

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vedere l'unico ostacolo a una cronologia più accettabile - sia sbagliata, e che la durata della navigazione di Hojeda e Vespucci lungo le coste del Brasile e del Venezuela sia stata più lunga di quanto tale data non permette di pensare. In effetti, nella lettera il Vespucci dice molto chiaramente che nei mesi di luglio e agosto si trovava nei pressi dell'equatore o a circa « 4 o 6 gradi » da esso; da questa latitudine non avrebbe potuto risalire a quella cli Trinidad e della Terra di Paria, quindi navigare con ripetute soste fino al Capo de la Vela e infine traversare il Mar delle Antille per essere ad Haiti il s settembre. È d'altra parte semplicistico, oltre che scientificamente poco corretto, rifiutare a priori l'affermazione del Vespucci di aver raggiunto la latitudine di 6°S, solo perché di questa non parlano le altre fonti. Come se la lettera, corretta in ogni altra sua parte (come tutti gli autori sono ormai concordi nel ritenere), contenesse a questo proposito un madornale errore o una grossolana e del tutto gratuita vanteria del Vespucci. Se si accetta una cronologia più elastica rinunciando a basarsi sulla data fornita dal Las Casas, è possibile invece ammettere che quella latitudine sia stata effettivamente raggiunta. Se la Pesquisa e le Probanzas dei Pleitos non ne parlano, infatti, è solo perché la cosa, in entrambi i casi, non aveva alcun interesse, essendo in discussione, nell'uno e nell'altro, quella parte del viaggio durante la quale potevano essere state toccate le terre scoperte da Colombo. Nulla prova d'altronde, almeno allo stato attuale delle nostre conoscenze, che Vespucci e Hojeda abbiano navigato sempre uniti. Per saperne di più su questo argomento dovremmo accertare quante erano realmente le navi che componevano la flotta. Dalla citata Pesquisa contra Hojeda sappiamo che questi partì da Cadice con una sola caravella (dopo aver invano tentato di impossessarsi con la forza di un'altra, la Gorda) e che soltanto presso il Capo di Aguer (Ras Ghir), in Africa, riuscì a catturare e a requisire una seconda. La flotta di Hojeda era dunque costituita da due sole navi, che potrebbero essere le stesse di cui parla il Vespucci nella sua lettera. l\1a si può prospettare anche che Vespucci si fosse aggregato alla flotta di Hojeda con altre due navi, perché tra i nomi dei piloti e dei membri dell'equipaggio di Hojeda citati dal testimone Juan Velazquez nella Pesquisa non compare il suo, così come non compare in nessuna delle testimonianze dei Pleitos relative a questo viaggio. Unica eccezione è quella, già citata, dello stesso Hojeda, che afferma testualmente d'aver navigato insieme a «Juan de la Cosa, piloto, e Morigo Vespuche e otros pilotos )), con il che parrebbe voler estendere la qualifica di piloto anche al Vespucci. La man-

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AMERIGO VESPUCCI

canza del nome di Amerigo da quei documenti non esclude neppure l,ipotesi che egli si trovasse a bordo di una delle caravelle dell'Hojeda con funzioni, almeno inizialmente, non nautiche ma mercantili, ossia come rappresentante dei finanziatori della spedizione, o anche come esperto, in considerazione della sua già allora notevole cultura astronomica e cosmografica. La mancanza di precedenti esperienze di mare non pregiudica una simile possibilità: gli anni che seguono l'impresa di Colombo sono infatti quelli in cui uomini cli mare per lo più ci si improvvisa. Basterebbe l'esempio dell'Hojeda, che senza nessuna esperienza precedente viene nominato nel 1493 comandante di una caravella e nel suo secondo viaggio - quello di cui parliamo - di una pur piccola flotta. Del resto, durante tutto lo svolgimento di questo viaggio la lettera documenta che il Vespucci si interessava vivamente alla soluzione dei problemi d'ordine cosmografico e astronomico posti dalla navigazione in mare aperto, fino a perdere il sonno per osservare il moto degli astri nel tentativo di ricavarne un metodo per la misura della longitudine. A questo problema e ai risultati raggiunti è dedicata la parte centrale della lettera, parte che per noi oggi è la più difficile da interpretare, anche perché ci troviamo di fronte ad un testo certamente molto lontano dal primitivo autografo. Esso diventa di più facile lettura quando il Vespucci si sofferma a trattare dell'ambiente naturale ed umano del Mondo Nuovo; qui però la fedeltà agli schemi mentali di stampo occidentale e il poco tempo dedicato a questo genere di osservazioni gli impediscono di penetrare più a fondo la realtà che ha dinanzi. Ne deriva un quadro abbastanza di maniera e, tutto sommato, piuttosto incompleto, anche se non mancano diverse notazioni originali e precise. Ciò che personalizza il racconto è però lo spirito che anima l' osservazione, che non rifiuta mai la novità né pretende - come Colombo - di inquadrarla in un sistema preordinato: uno spirito aperto, spesso critico, ma pur sempre ancorato ad una cultura profondamente radicata.

Nota d'una lettera scrive Amerigo Vespucci di Cadisi di loro ritorno

de l'isole d'India, come apresso; e prima.: Magnifico Signor mio, 1 etc. Gran tempo fa che non ho scritto a Vostra Magnificenza, e non lo ha causato altra cosa, né nessuna, salvo non mi essere ocorso cosa degna di memoria. E la presente sarà per darvi nuova come circa d'uno mese fa che venni delle parti della lndia2 per la via del Mare Oceano3 con la grazia di Dio a salvamento a questa città di Sibilia,4 e perché credo che Vostra Magnificenza arà piacere di intendere tutto el successo del viaggio e delle cose che più maravigliose mi si sono offerte; e se io sono alcuno tanto 5 prolisso, pongasi a leggerla quando più d'ispazio estarà, o come frutta dipoi levata la mensa. Vostra Magnificenza saprà6 come per commission7 della Altezza 1. Magnifico Signor mio: Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici (1463-1503) era cugino del Magnifico; apparteneva al ramo cadetto della famiglia che, al tempo di Cosimo il Vecchio, aveva separato i propri interessi da quelli del ramo principale, allontanandosi dalla politica per dedicarsi solo agli affari. All'affermarsi del governo democratico assunse apparenze e cognome di « Popolano ». Sui rapporti del Vespucci con il Medici e le sue funzioni nella sua casa commerciale cfr. qui, p. 203. A Lorenzo sono indirizzate, oltre a questa, anche le altre due lettere manoscritte, nonché il Mund1u Novus. :2. La voce India, senza alcuna delle specificazioni che spesso l'accompagnavano (maior, minor, tertia; intra e extra Gangem), faceva riferimento, nell'antichità classica e nel l\1edioevo, all'intera Asia o quasi. Non bisogna d'altronde dimenticare che all'epoca in cui scriveva questa lettera il Vespucci, come si deduce dal seguito del testo, non aveva ancora abbandonato l'illusione colombiana della« via occidentale alle Indie>•. 3. Mare Oceano: l'Atlantico; è locuzione frequentissima, specialmente fra i naviganti, in questo periodo; e cfr. poco più avanti l'ispanismo la Mar Ozeana. 4. Sibilia: Siviglia, divenuta dopo l'impresa colombiana il centro organizzativo delle spedizioni spagnole oltremare. 5. alcrmo tanto: un poco (spagn. algi,n ta11to). 6. Vostra Magnificenza saprà: la fonte poteva essere rappresentata dalle informazioni che di continuo giungevano a Firenze non solo ai familiari del Vespucci, ma anche alle case commerciali della città, che mantenevano stretti e regolari rapporti con le proprie filiali di Siviglia. 7. commission: il MAGNAGHI, p. 235, che si attiene al Codice Riccardiano 191 o, legge qui clzo11cesione, variante non registrata in FoRMISANO, pp. 1:27 e 133. In effetti se è vero che Hojeda parti per volere della Corona, non poteva però disporre di una esplicita «commissione», in quanto questa avrebbe palesemente violato gli accordi stipulati dai re Cattolici con Colombo. Come egli stesso e altri testimoni dichiararono nel Pleito del 1515, l'ordine gli era stato impartito dal vescovo Fonseca, «que tenya el cargo por sus Altezas » (cfr. C. FERNANDEZ DURO, Los Pleitos de Colon, cit., p. 204). La spedizione non aveva quindi carattere ufficiale, e la relativa licenza poneva, fra le altre restrizioni, il divieto di dirigersi a territori riconosciuti di diritto pertinenti al Portogallo e l'obbligo

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AMERIGO VESPUCCI

di questi Re di Spagna1 mi parti' 2 con 2 caravelle a' 18 di maggio del 1499 per andar a discobrir3 a la parte dell'osidente per la via de la Mar Ozeana; e presi mio camino4 a lungo della costa d'Africa, tanto che navigai alle isole Fortunate, che oggi si chiamano le isole di Canaria. 5 E dipoi d'avermi provisto di tutte le cose necessarie, fatta nostra orazione e pregherie, facemmo vela d'una isola che si chiama la Gomera, 6 e mettemmo la prua per el libeccio, e navigammo 24 di con fresco vento7 sanza vedere terra nessuna; e al capo di di operare ad una certa distanza dalle regioni che Colombo aveva scoperto fino al 1495 (cfr. MAGNAGHI, p. 154). 1. q11esti Re di Spagna: Ferdinando di Aragona e Isabella di Castiglia. 2. mi parti': nella Lettera al Soderini gran parte degli avvenimenti qui narrati si riferisce a un ipotetico viaggio del 1497 (di cui non è traccia in altre fonti, se non, incidentalmente, nel Frammento Ridolfi: cfr. FORMISAN0, p. 29), in forma assai più prolissa e ornata: si confronti, ad esempio, la parte iniziale di questa lettera, con quella della Lettera al Soderi11i: a Vostra Magnificenza saprà come el motivo della venuta mia in questo regno di Spagna fu per trattare mercatantie, e come seguissi in questo proposito circa di quattro anni, ne' quali viddi e conobbi e' disvariati movimenti della fortuna [...] ; di modo che, conosciuto cl continuo travaglio che l'uomo pone in conquerirgli con sottomettersi a tanti disagi e pericoli, deliberai lasciarmi della mercantia e porre el mio fine in cosa più laudabile e ferma: che fu che mi disposi d'andare a vedere parte del mondo e le sue maraviglie. Et a questo mi si offerse tempo e luogo molto oportuno: che fu che 'l re don Ferrando di Castiglia, avendo a mandare quattro navi a discoprire nuove terre verso l'occidente, fui eletto per Sua Altezza che io fussi in essa flotta per adiutare a discoprire. E partimmo del porto di Calis a dì 10 di maggio 1497, e pigliammo nostro cammino per el gran golfo del mare Oceano; nel qual viaggio stemmo 17 mesi e discoprimmo molta terra ferma et infinite isole, e gran parte di esse abitate, (...] e cominciammo nostra navigazione diritti alle isole Fortunate, che oggi si dicono la Gran Canaria, che sono situate nel mare Oceano nel fine dello occidente abitato, poste nel terzo clima, sopra le quali alza el polo del settentrione fuora del loro orizzonte 27 gradi e mezzo, e distanno da questa città di Lisbona 280 leghe per el vento infra mezzodi e libeccio; dove ci di tenemmo otto dì, provedendoci d'acqua e legne e di altre cose necessarie [...] » (in FonMISANO, pp. 38-9). 3. discobrir: scoprire (iberismo). 4. camino: direzione, rotta; cfr. spagn. llevar camino, e FonMISANO, p. 230. 5. a lungo ... Canaria: cosi come aveva fatto Colombo e come diventerà abitudine per le spedizioni transoceaniche degli Spagnoli (cfr. la nota 3 a p. 25). 6. la Gomera: anche Colombo, nei primi tre viaggi, vi si era fermato: da Gomcra cominciava la vera e propria traversata dell'Oceano. 7. Nel suo terzo viaggio Colombo si era diretto dalle Canarie a S-SW, toccando le Isole del Capo Verde e raggiungendo i 10° N, per poi navigare in latitudine lungo il parallelo corrispondente, fino a Trinidad. Hojeda e Vespucci invece ritennero più opportuno puntare direttamente dalle Canarie verso SW (libeccio), sfruttando lo spirare sostenuto (fresco) e costante dell'aliseo di NE, secondo la tecnica della TJolta do largo dei Portoghesi. In tal modo però scesero di più in latitudine.

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24 dl avemmo vista di terra e ci trovammo avere navigato al piè di 1 1300 leghe discosto dalla città di Calis2 per la via di libeccio. E visto la terra, 3 demmo grazie a Dio e buttammo fu ora le barche, e con 16 uomini fummo a terra e la trovammo tanto piena d'alberi che era cosa molto maravigliosa non solamente la grandezza d'essi, ma della verdura, ché mai perdono foglie; e dello odor suave che d'essi salia, ché sono tutti aromatici,4 davono tanto conforto allo odorato che gran recreazione pigliavamo d'esso. E andando con le barche a lungo della terra per vedere se trovassimo disposizione5 per saltare in terra, e come era terra bassa,6 travagliammo tutto il di fino alla notte, e mai trovammo camino né disposizion per entrar dentro in terra, 7 ché non solo ce lo difendeva8 la terra bassa, ma la spessi tu dine delli àrbori ;9 di maniera che accordammo 10 di tornare a' navilii e d'andare a tentar la terra in altra parte. E una cosa maravigliosa vedemmo in questo mare: che fu che p1ima che allegasI. al piè di: circa; probabile ispanismo, attestato anche in altri viaggiatori italiani del tempo (cfr. FoRMISANO, p. 246). 2. r300 leghe: come Colombo (cfr. la nota 3 a p. 52), il Vespucci usa qui la lega cli 4 miglia romane di m 1480 ciascuna. La rotta da Cadice (Calis) alle Canarie richiedeva in media da cinque a sette giorni; ma poiché alle Canarie furono fatte diverse soste, si può pensare con buona approssimazione che la flotta abbia impiegato in tutto una quindicina di giorni prima di affrontare la traversata. L'arrivo nel Nuovo Mondo si deve dunque porre tra il 25 e il 27 giugno 1499. 3. visto la terra: il luogo dell'approdo è discusso. Tenendo conto della direzione e delle distanze di cui parla il Vespucci, dovrebbe corrispondere a un punto situato a circa 5° N, nei pressi di Caienna, nell'attuale Guiana francese. Alcuni autori invece, basandosi sulla toponomastica della carta di Juan de la Cosa, ritengono che la spedizione abbia preso terra più a nord (cfr. la nota 7 a p. 226). 4. piena .•. aromatici: cfr. Colombo, qui a p. 28. Le descrizioni di Colombo e Vespucci sono entrambe connesse al • vecchio topos del locus amoeniu • (FORMISANO, p. XXI); ma sul loro diverso atteggiamento di fronte alla natura del l\1ondo Nuovo cfr. GERBI, La natura, pp. 45-6. 5. d;sposizione.: condizione adatta. 6. terra bassa: nella zona del probabile approdo del Vespucci la stagione asciutta si riduce ad appena quattro mesi (da agosto a novembre) e il terreno è costituito, quasi senza interruzione, dai depositi sottili del Para e dell'Amazzoni, trasportati verso nord dalla corrente oceanica. Al largo della costa sono frequenti e pericolosi i bassi fondali, mentre presso In riva le fanghiglie, spostate dal vento, si depositano in abbondanza per effetto della marea e sviluppano cordoni litoranei, che tendono a snidarsi alla costa. 7. entrar de11tro i11 terra: approdare; ma cfr. anche FoRMISANO, pp. 235 e 252. 8. difendeva: impediva. 9. la spessitudine del/i àrbori: attorno alle foci dei fiumi e alle lagune, sui terreni melmosi, asciutti solo a bassa marea, della costa orientale sudamericana tra il 10°N e il 24°S, si trovano frequenti le formazioni a mangrovie. 10. accordammo: decidemmo (iberismo, da acordar: cfr. FoRMISANO, p. 225).

15

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AMERIGO VESPUCCI

simo 1 a terra, a 15 leghe trovammo l'acqua dolce come di fiume; 2 e beavamo d'essa, e empiemmo tutte le botte vote che tenavamo. E giunto che fummo a' navili, levammo le ancore e facemmo vela e mettemmo la prua per mezzodl, perché mia intenzione era di vedere se potevo volgere 3 uno cavo di terra che Ptolemeo nomina il Cavo di Cattigara, che è giunto con el Sino Magno,4 ché secondo mia opinione non stava5 molto discosto d'esso, secondo e gradi della longitudine e latitudine, come qui abasso si darà conto. Navigando per el mezzodì a lungo di costa, vedemmo salir6 della terra due grandissimi rii, o fiumi, 7 che l'uno veniva del ponente e correva a levante, e teneva di larghezza 4 leghe, che sono 16 miglia, allegassimo: giungessimo (riproduce lo spagn. allegar: cfr. FoRMISApp. 226-7). 2. acqua dolce . .. di fiume: la salsedine dell'Atlantico lungo le coste sudamericane a cavallo dell'equatore risente dell'enorme apporto di acqua dolce dei fiumi, dall'Orinoco a quelli del bacino amazzonico. Nelle carte del tempo (in particolare in quella di Juan de la Cosa) il nome mar dulce appare dinanzi a più punti della costa. Tutti i viaggiatori che la toccarono nei primissimi anni del •500 rimasero infatti meravigliati, come il Vespucci, della bassa salinità del mare antistante. Il termine non indica perciò un luogo preciso, ma una situazione generale, di cui peraltro il Vespucci è il primo a parlare. 3. volgere: doppiare. 4. cavo ... Sino Mag110: nei planisferi tolemaici Cattigara, la città più orientale dell'ecumene, appariva collocata a circa 8°30' o 9° di lat. S, sulla estrema sponda del Sinus ]1,1ag11us, l'ampio golfo delimitato ad occidente dalla penisola malese (Aurea Chersonesus) e ad oriente dalla ipotetica fascia di terra che chiudeva a mezzogiorno 190ceano Indiano (cfr. la nota 2 a p. 184). Quando, nei nuovi prodotti cartografici della fine del XV secolo, questa idea della chiusura deWOceano Indiano venne abbandonata, Cattigara rimase segnata sul promontorio che concludeva a sud una quarta penisola asiatica, nata dalla interruzione di quella fascia (cfr. I. LUZZANA CARACI, L'opera cartografica di E1irico Martello e la «prescoperta» dell'America, in RGI, LXXXIII, 1976, pp. 33544). 5. stava: stavo. 6. salir: uscire (ispanismo, da salir: cfr. FoRMISANO, p. 250). 7. due .. . fiumi: l'identificazione di questi due fiumi è uno dei più grossi problemi vespucciani. Secondo l'interpretazione più restrittiva, che pone il primo approdo della spedizione nei pressi del Demerara, essi sarebbero il Berbice e il Corantijn (cfr. D. RAMOS, Los viajes espanoles de descubrimie1ito y rescate, Valladolid, Casa-Museo de Colon, 1981, p. 46); in questo caso i valori attribuiti dal Vespucci all'ampiezza delle rispettive foci (23 e 17 km circa) appaiono enormemente esagerati. Prendendo alla lettera quanto è detto subito dopo riguardo alla direzione dei due fiumi, altri ha ritenuto che siano da identificare con l' Amazzoni e con il Para. Ma anche a una certa distanza dalla costa sarebbe stato impossibile vedere contemporaneamente (o quasi) entrambe le loro foci. Sembra quindi più probabile che si tratti dei due rami con cui termina l'estuario amazzonico: il canale che divide la terraferma dall'Isola Caviana (Canal do Norte) e l'altro, interposto fra questa e l'Isola Mexiana (Canal Perigoso). I.

NO,

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e l'altro correva del mezzodl al settentrione, e era largo 3 leghe; 1 e questi duo fiumi credo che causavano essere il mare dolce a causa de la loro grandezza. E visto che tuttavia la costa de la terra continuava esser terra bassa, acordammo d'entrare in uno di questi fiumi con le barche e andar tanto per esso che trovassimo o disposizione di saltare in terra o populazione2 di gente. E ordinate nostre barche, e posto mantenimento3 in esse per 4 di, con 20 uomini bene armati ci mettemmo per el rio, e per forza di remi navigammo per esso al piè di 2 di, opera di4 15 leghe, 5 tentando la terra in molte parti; e di continuo la trovammo esser continuata terra bassa, e tanto spessa d'alberi che apena uno uccello poteva volar per essa. E così navigando per el fiume, vedemmo segnali6 certissimi che la terra adentro7 era abitata; e perché le caravelle restavano in luogo pericoloso quando il vento fussi saltato alla traversia,8 accordammo al fine di 2 di tornarci alle carovelle, e lo ponemmo per opera. 9 Quello che qui vidi' 0 fu che vedemmo infinitissima cosa 11 d'uccelli di diverse forme e colori, e tanti papagalli, 12 e di tante diverse sorte, che era maraviglia: alcuni colorati come grana, 13 altri verdi e co1. larghezza . .. 3 leghe: il più ampio dei due canali di cui si è detto misura oggi circa 20 km., ma non sappiamo, né possiamo determinare in quale misura la gigantesca foce abbia variato nel corso di quasi cinque secoli. 2. populazione: villaggio, centro abitato; iberismo frequentissimo nella letteratura odeporica del tempo. 3. mantenimento: provviste, viveri (dallo spagn. mante11imiento); frequente nel linguaggio dei navigatori, è qui attestato per la prima volta (cfr. FoRMISANO, p. 243). 4. opera di: circa (ispanismo, qui documentato per la prima volta: cfr. FoRMISANO, p. 245). 5. I5 leghe: circa 88 km. Il dato è forse sovrastimato, ma si deve pensare alla effettiva difficoltà di calcolare la velocità di una imbarcazione che risale controcorrente un fiume, nel quale per di più si fa sentire fortemente l'effetto della marea. 6. segnali: con ogni probabilità, le fumate con le quali gli indigeni solevano avvertire i loro vicini di qualche evento straordinario, soprattutto quando era indizio di pericolo. È molto significativo a questo proposito il fatto che nelle carte del secolo XVI il corso dell 'Amazzoni è detto anche « Rio dos fumos •· 7. terra adentro: entroterra (spagn. tierra ade11tro: cfr. FoRMISANO, p. 252). 8. Poiché le navi erano rimaste all'ancora dinanzi alla costa, un vento violento ad essa perpendicolare (traversia) avrebbe potuto causare un disastro. 9. ponemmo per opera: cfr. spagn. poner por obra. 10. Qllello che qui vidi: comincia qui la descrizione del paesaggio americano, che verrà sviluppata ancor meglio nell'ultima parte della lettera. Nonostante l'attenzione del Vespucci, essa resta tuttavia un po' di maniera, legata com'è a schemi preconcetti, ben diversamente da quella, più ampia e meditata, della terza lettera. 11. infinitissima cosa: enorme quantità. J 2. tanti papagalli: tanto che il Brasile fu poi chiamato anche «Terra dei pappagalli•· 13. colorati: rossi; spagnolismo, da colorado, che nei secoli XV-XVII si sovrappose al più antico bermejo (cfr. CoROMINAS, s.v. color); grana: sostanza colorante rossa (chiamata anche

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lorati e limonati, 1 e altri tutti verdi, e altri neri e incarnati ;2 e el canto dclii altri uccelli che istavono nelli alberi era cosa tan soave e di tanta melodia, che ci acadde molte volte istar parati3 per la dolcezza loro. Li alberi sono di tanta bellezza e di tanta soavità che pensavamo essere nel Paradiso terrestre ;4 e nessuno di quelli alberi né le frutte d'essi tenevono conformità5 co' nostri di queste parte. Per el fiume vedemmo dimolte generazione pescati, e di varie diformitate. 6 E giunto che fummo a' navili, ci levammo' faccendo vela, tenendo la prua di continuo a mezzodì. E navigando a questa via, e stando largi in mare al piè di 40 leghe, riscontrammo 'n' una corrente di mare8 che correva di scilocco al maestrale, che era tan grande, e con tanta furia correva, che ci misse gran paura e corremmo per essa grandissimo pericolo: la corrente era tale che quella de lo Stretto di Gibilterra o quella del faro di l\1essina sono uno stagno a comparazion di essa; d'un modo che, come ella ci veniva per prua, non acquistavamo camino nessuno, ancora che avessimo il vento fresco. 9 Di modo che visto il poco camino che faciavamo, e il pericolo grande in che stavamo, acordammo di volger la prua al maestrale e navicando alla parte di settentrione. 10 E perché, se ben mi ricordo, Vostra Magnificenza so che intende alcun tanto dicosmografia, intendo descrivervi quanto fummo con nostra navigazione per via di longitudine e di latitudine. chermes), usata sin dall'antichità e ottenuta dal corpo essiccato delle femmine di una specie di cocciniglia (Coccus ilicis); sostituita nel corso del Cinquecento da una cocciniglia trovata nel Messico e nel Perù (Coccus cacti), che dava un prodotto molto più forte. 1. limonati: gialli come limoni (spagn. limonado): è la prima attestazione del termine. 2. incarnati: color carne. 3. parati: fermi (per lo stupore); iberismo, da parar, «fermarsi"· 4. Il richiamo al mito del Paradiso terrestre fu, si può dire, d'obbligo nelle relazioni dei viaggiatori medievali che percorsero l'Asia. Per quel che riguarda il problema dei rapporti tra le concezioni del Vespucci e quelle di Colombo, non è da sottovalutare il fatto che quesitultimo credeva d'esservi arrivato nel terzo viaggio (cfr. p. 171), quando aveva toccato quella Terra di Paria a cui il Vespucci sapeva di essere ora vicino. s. tenevano confonnità: avevano somiglianza. 6. generazione: specie, varietà; pescati: pesci (spagn. pescado); diformitate: dai nostri di queste parte. 7. ci levammo: salpammo (spagnolismo, da levar: cfr. SANVISENTI, p. 6). 8. una corrente di mare: la Corrente della Guiana, uno dei due rami (l'altro è la Corrente del Brasile) in cui si divide, press'a poco all'altezza del Capo San Rocco, la grande corrente equatoriale sudamericana che si sviluppa dal Brasile al Venezuela. Il Vespucci è il primo a parlarne. 9. / resco: « gagliardo e favorevole 11 (TOMMASEO-BELLINI, s. v.). 10. di volger . .. sette,itrione: cioè, in pratica, di tornare indietro.

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Dico che' navicando tanto alla parte di mezzodi che entrammo nella torrida zona e dentro del circulo di Cancer; e avete di tener per certo che infra pochi di, navicando per la torrida zona, avemmo vista di 4 ombre del Sole,2 e quando el Sol ci stava per zenihe a mezzodì - dico: stando il Sole nel nostro meridiano -, non tenavamo ombra nessuna: che tutto questo mi acadde molte volte mostrarlo a tutta la compagnia e pigliarla per testimonio a causa della gente grossaria 3 che non sanno come la spera del Sole va per il suo circulo del Zodiaco ;4 ché una volta vedevo l'ombra al meridion, e altra al settentrion, e altra all'occidente, e altra allo oriente, e alcuna volta una ora o dua del di non tenavamo ombra nessuna. E tanto navigammo per la torrida zona alla parte d'austro 5 che ci trovammo istar dibasso della linea equinoziale6 e tener l'un polo e l'altro al fin del nostro orizzonte;7 e la passammo di 6 gradi, 8 e del 1. Dico che: comincia qui una disquisizione di carattere cosmografico che, se appesantisce il testo, è però una prova evidente non solo della autenticità della lettera e del viaggio, ma anche delle reali dimensioni di quest'ultimo. Nella trascrizione di questo brano vi furono però probabilmente degli errori, sicché il testo risulta talvolta di difficile interpretazione. 2. avemmo . .. Sole: in conseguenza dell'inclinazione dell'asse terrestre rispetto al piano delPeclittica, l'angolo secondo il quale i raggi del Sole colpiscono la superficie terrestre è variabile nel corso dell'anno. In particolare, nella zona torrida il Sole è allo zenit di ogni Juogo due volte l'anno (all'equatore nei giorni degli equinozi), e a mezzogiorno i suoi raggi giungono perpendicolari alla superficie terrestre, sicché gli oggetti «non fanno ombra n. Negli altri giorni, sempre a mezzodì, il Sole può trovarsi spostato verso nord o verso sud rispetto al parallelo celeste del luogo e quindi proiettare l'ombra degli oggetti verso il Polo dello stesso emisfero, o verso quello opposto. Perciò, a differenza di quanto avviene nella zona temperata in cui le ombre del Sole nel corso dell'anno sono tre (verso ovest, verso nord e verso est nel nostro emisfero), nella zona torrida possono essere, come qui osserva il Vespucci, addirittura quattro nel giro di pochi giorni. 3. grossaria: grossolana, ignorante (spagn. grosero). 4. spera: sfera; circulo del Zodiaco: la fascia celeste di 18° di larghezza lungo la quale sono disposte le dodici costellazioni dello Zodiaco e che il sole percorre nel suo moto annuo apparente. 5. alla parte d'austro: verso sud (lat. auster). 6. dibasso della: sotto la (iberismo); linea equinoziale: l'equatore. 7. Teoricamente, dall'equatore sono visibili, ai limiti estremi dell'orizzonte, entrambi i Poli celesti. 8. 6 gradi: o 6 gradi e 1/2, come scrive più oltre (cfr. p. 243). Il dato è inequivocabile, cosi come il successivo ragionamento. Ma poiché esso mal si concilia con quanto si sa del viaggio di Hojeda e de la Cosa (cfr. p. 220), è stato ipotizzato che questa, come le altre osservazioni relative alle coste brasiliane siano state riprese dal resoconto del viaggio di Diego de Lepe (cfr. C. SECO, Algtmos datos definitivos sobre el viaje Hojeda-Vespucio, in« Revista de lndias », xv, 1955, n. 59, p. 105, e D. RAMOS, Los viajes espanoles, cit., p. 48). Ma la lettera del Vespucci precede di quasi un mese la data in cui si ritiene che il de Lepe abbia fatto

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tutto perdemmo la Stella Tramontana, 1 ché apena ci si mostravono le stelle della Orsa Minore, o, per me' dire, le Guardie2 che volgono intorno al firmamento. 3 Io, come desideroso d'essere l'autore che segnassi a la stella del firmamento dello altro polo,4 perde' molte volte il sonno di notte in contemplare il movimento delle stelle dello altro polo, per segnar qual d'esse tenessi minor movimento e che fussi più presso al firmamento; e non potetti, con quante male notti ebbi, e con quanti strumenti usai - che fu il quadrante e l'astrolabio -,5 segnar istella che tenessi men che 10 gradi di movimento a l'intorno del firmamento; di modo che non restai satisfatto in me medesimo di nominar nessuna essere il polo del meridione a causa del gran circulo che facevono intorno al firmamento. E mentre che in questo andavo, mi ricordai d'un detto del nostro

ritorno in Spagna. Altri crede che il Vespucci non abbia mai passato l'equatore, pur ritenendo, in buona fede, d'essere sceso nell'emisfero meridionale {cfr. J. MANZANO MANZAN0, Los Pi11zo11es y el descub1·imiento de América, Madrid, Ed. Cultura Hispanica, 1988, I, pp. 390-1); ciò che non spiega però le successive precise osservazioni sul cielo australe. 1. la Stella Tramontana: la stella Polare. In pratica, già a 4° o 5° di lat. N la Polare può non essere più visibile {a questo si può riferire la precisazione del Vespucci del tutto). 2. le Guardie: sono le due stelle dell'Orsa Minore (~ e y Ursae Minoris) più lontane dalla Polare, sulla cui posizione si basavano le regole empiriche che permettevano il calcolo della latitudine in mare. Nel 1500 la distanza della Polare dal Polo Nord era cli 3°3'; quindi le Guardie descrivevano circonferenze più ampie di oggi. 3. firmamento: Polo celeste (cfr. FoRMISANO, p. 238). 4. la stella . .. altro polo: l'aspetto del Polo celeste Antartico era già stato osservato dai navigatori portoghesi quando, procedendo nelle loro esplorazioni lungo i litorali dell'Africa occidentale, avevano raggiunto e superato l'equatore (si veda in proposito la descrizione di Alvise Cadamosto, in Le navigazioni atlantiche di A. DA MOSTO, Roma, Istituto poligrafico dello Stato, 1966, p. 86). Qui il Vespucci intende dire che egli avrebbe desiderato trovare, studiandone il movimento, la stella che descriveva il più piccolo circolo intorno al Polo celeste Antartico, per dedurne un metodo per la misura delle latitudini australi. Ricordiamo che la più antica descrizione di un metodo del genere si trova nel Livro da Marinharia di Joao de Lisboa (circa 1514). 5. il quadrante e l'astrolabio: il primo era costituito essenzialmente da un arco di legno o di ottone, graduato da o 0 a 90°, sul quale un indice mobile collegato ad un filo a piombo dava direttamente la latitudine dell'astro osservato. L'astrolabio piano era invece uno strumento più complesso, derivante da una semplificazione dell'astrolabio astronomico, ben noto fin dall'antichità e molto usato nel Medioevo; era formato da una ruota graduata, anch'essa prima di legno e poi d'ottone. La testimonianza del Vespucci conferma che il suo uso - attestato per la prima volta nel viaggio di Vasco da Gama (cfr. BARROS-ULLOA, 1, p. 63r. [1, iv, 2]) - si era diffuso rapidamente nella penisola iberica negli ultimi anni del XV secolo.

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poeta Dante, del qual fa menzione nel primo capitolo del Purgatorio, quando finge di salir di questo emisperio e trovarsi nello altro, che, volendo descrivere el polo antartico, dice: Io mi volsi a man destra, e posi mente a l'altro polo, e vidi quattro stelle non viste mai fuor ch'alla prima gente. Goder pareva il ciel di lor fiammelle: oh settentrional vedovo sito, poi che privato se' di mirar quelleJI

Che, secondo che mi pare che il Poeta in questi versi voglia descriver per le «quattro stelle» el polo dello altro firmamento, e non mi diffido2 fino a qui che quello che dice non salga3 verità: perché io notai 4 stelle4 figurate come una mandorla, che tenevano poco movimento; e se Dio mi dà vita e salute, spero presto tornare in quello emisperio, e non tornar sanza notare il polo. 5 In conclusion dico che nostra navigazione fu tanto alla parte del meridion che ci allargammo6 pel camino della latitudine dalla città di Calis 60 gradi e 1/2,7 perché sopra la città di Calis alza il polo 35 gradi e 1/2, e noi ci trovammo passati della linea equinoziale 6 gradi: questo basti quanto alla latitudine. Avete di notare che questa navigazione8 fu del mese di luglio, agosto e settembre, che, come sapete, il Sol regna più di continuo in questo nostro emisperio, e fa l'arco maggiore del dì e minor quel della notte: mentre che stavamo nella linea equinoziale, o circa d'essa a 4 o 6 gradi, che fu del mese di luglio e d'agosto, la diferenza del dì sopra la notte non si sentiva, e quasi el dì con la notte era equale, o molto poca era la differenza.9 Quanto alla longitudine, 10 dico che in saperla trovai tanta dificulnon mi diffido: non ho perso la speranza. 3. salga: risulti (ispanismo, da salir: cfr. FoRMJSANO, p. 250). 4. notai 4 stelle: le stelle della Croce del Sud, di cui parla Tolomeo nell'Almagesto; Vespucci è il primo a collegare la costellazione alla citazione dantesca. 5. spero presto ... polo: passo che si trasforma, nel finale del Mundtu Novw, in uno sconclusionato excursus pseudo-astronomico. 6. ci allargammo: ci allontanammo. 7. 60 gradi e I/2: da correggere in •41 gradi e 1/2 •; si tratta di un errore che con tutta probabilità non si trovava nell'originale e che conferma la derivazione degli apografi, per vie diverse, da una copia già guasta. 8. questa 11avi'gazio11e: la prima parte del viaggio, durante la quale furono compiute le osservazioni di cui si parla. 9. mentre .•. la differenza: oggi queste nozioni sono note a chiunque, ma ai tempi del Vespucci la loro verifica sperimentale rappresentava una relativa novità. 1 o. Al tempo del Vespucci le determinazioni di longitudine erano rarissime I. Purg., I, 22-7.

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tà che ebbi grandissimo travaglio in conoscer certo il camino che io avevo fatto per la via 1 della longitudine; e tanto travagliai che alfine non trovai miglior cosa che era ' aguardar e velar2 di notte le oposizion dell'un pianeta con lo altro, e maxime la Luna con li altri pianeti,3 perché il pianeto della Luna è più leggier di corso che nessuno altro; e riscontra volo con l' Almanacli di Giovan da l\1onte Regio;~ che fu composto al meridiano della città di Ferrara, 5 acordandolo con le calculazion delle Tavole del re dogn' Alonso. 6 E dipoi di molte notte che ebbi fatto sperienza, una notte infra l'altre, essendo a' 23 dì d'agosto del 1499, che fu una coniunzione della Luna con Marte, la qual, secondo l' Almanach, aveva a essere a mezzanotte o mezza ora prima, trovai che quando la Luna sali ali' orizzonte nostro, che fu una ora r /2 dipoi di posto il Sole, avea passato il pianeta alla parte dello oriente: dico che·lla Luna stava più orientale che Mars circa d'un grado alcun minuto più; e a mezzanotte stava più all'oriente 5 gradi e r/2, poco più o meno. 7 Di modo che, e davano sempre risultati più o meno deludenti (cfr. la nota 3 a p. 183). 1. per la via: nel senso. 2. aguardar e velar: osservare e vegliare (iberismi: cfr. FoRMISANO, pp. 226 e 253). 3. la Luna . .. pianeti: il Vespucci è il primo che abbia formulato questo metodo, basato sulla differenza di tempo tra il momento in cui egli poteva osservare la congiunzione della Luna con Marte e quello in cui lo stesso fenomeno doveva essere visto dal meridiano iniziale (cfr. J. W. STEIN, Esame critico ititorno alla scoperta di Vespucci circa la determinazione delle longitudini in ,nare mediante le di.sta11ze lu11ari, in a Memorie della Società Astronomica Italiana», vol. XXI, 1950, pp. 345-53). Destinata a dare risultati erronei, per gli stessi motivi già visti nel caso di Colombo, l'intuizione del Vespucci venne autonomamente riproposta e sviluppata solo quindici anni più tardi dal tedesco Johannes Werner (1468-1528), che ne diede una formulazione matematica. 4. Giooan da Mo11te Regio (latinizzato in Regiomonta1111s): è il matematico Johann Muller (1436-1476). Il suo Alma,rach (o Ephemerides astronomicae), la cui prima edizione vide la luce nel 1474, oltre che l'altezza del Sole e la posizione della Luna e dei pianeti per le più importanti località del mondo conosciuto, indicava anche le eclissi di Sole e di Luna. 5. meridiano .• . di Ferrara: in realtà le effemeridi del Rcgiomontano erano calcolate sul meridiano di Norimberga. La differenza di longitudine (0°6') è tuttavia trascurabile per le tecniche dell'epoca. 6. Le Tavole alfo,,si11e, o toledane, redatte, per ordine di Alfonso X re di Castiglia (1221-1284), a Toledo da una commissione di astronomi nell'anno 1252. L'opera ebbe una grande diffusione, e fu pubblicata nel 1488 e nel 1492. 7. dico cl,e . .• meno: se è relativamente facile seguire il ragionamento su cui il Vespucci fonda il suo calcolo, è quasi impossibile giustificare e spiegare il computo che ne consegue, sia perché c'è da supporre quasi per ogni cifra un errore dei copisti, sia perché le indicazioni che dà il Vespucci, volutamente limitate come si conveniva a questo genere di lettera, non permettono di stabilire né il luogo né l'ora in cui venne compiuta l'osservazione, che d'altronde,

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fatta la proporzione: se 24 ore mi vagliono 360 gradi, che mi varranno 5 ore 1/2? Truovo che mi varranno 82 gradi e 1/2. 1 E tanto mi trovavo di longitudine del meridiano della città di Calis: che, dando a ogni grado 16 leghe e 2/3, mi trovavo più all'occidente che la città di Calis 1366 leghe e 2/3, che sono 5466 miglia e 2/3. E la ragion perché io do 16 leghe e 2/3 per ogni grado, è perché, secondo Tolomeo e Alfagrano, 2 la terra volge 24000 miglia, 3 che vagliono 6000 leghe: che, ripartendole per 360 gradi, viene a ciascun grado 16 leghe e 2/3 ;4 e questa ragione la certificai molte volte con il punto de' piloti, 5 e la trovai vera e buona. Parmi, Magnifico Lorenzo, t o che la maggior parte de' filosofi in questo mio viaggio sia reprobata,6 che dicono che drento della torrida zona non si può abitare a causa del gran calor;7 e io ho trovato in questo mio viaggio essere il contrario: che l'aria è più fresca per Pimperfezione tecnica degli strumenti utilizzati, non avrebbe mai potuto dare risultati precisi. 1. 82 gradi e r/2: questo dato ci porterebbe, da Cadice, a un punto dell'Oceano Pacifico a circa 7°W dalle Galapagos, con un errore che nel caso più favorevole, cioè che il Vespucci quel 23 agosto 1499 si trovasse tra 0° e 6°N, risulta sempre di oltre 30°. 2. Su Tolomeo cfr. la nota I a p. 184; Alfagrano: A}:lmad ibn Mu~ammad ibn Kathir, detto al-Farghani dalla Fergana, dove nacque: astronomo vissuto nel IX secolo, sotto il califfato di al-Ma'mun e dei suoi primi successori. Il suo trattato di astronomia, che lo rese famoso, fu tradotto in latino nel 1135 da Giovanni di Siviglia, e fu pubblicato a Ferrara nel 1493. Un'altra versione di Gherardo da Cremona (1114-1187) fu nota a Dante (cfr. Comi., 11, v, 16); vedila in Il libro dell'aggregazione delle stelle, a cura di R. Campani, Città di Castello, Lapi, 1910. 3. 24000 miglia: secondo Alfragano (cfr. Il libro dell'aggregazione delle stelle, cit., p. 89); per Tolomeo la circonferenza terrestre misurava 22500 miglia romane. 4. I6 leghe e 2 / 3: era il modulo comunemente adottato allora in Spagna. 5. Giorno per giorno i piloti stabilivano il pu11to, calcolando le possibili deviazioni dalla rotta prefissata sulla carta nautica; la sua determinazione si basava sulla misura del tempo impiegato a percorrere una data rotta con le «ampollette» (cfr. la nota I a p. 71), di cui ogni natante era fornito, e sulla « stima n della velocità delle navi, stima che, malgrado l'empiricità del sistema (cfr. la nota 3 a p. 52), era spesso molto precisa. 6. o . .. reprobata: per l'analisi testuale del passo e l'impiego irrazionale di o cfr. FoRMISANO, p. 129; reprobata: confutata. 7. dico110 .. . gran calor: come diffusamente si credeva ancora alla fine del secolo XV. Lo schema che traduceva tale opinione è esemplificato da un considerevole numero di piccoli mappamondi a stampa, destinati per lo più a fini scolastici, che compaiono soprattutto nel periodo tra il 1480 e il 1500. In essi l'Alveus Oceani una distesa d'acqua che occupa quasi tutta la zona tropicale - divide due masse terrestri collocate simmetricamente in corrispondenza delle medie e alte latitudini, a loro volta suddivise in tre zone: Frigida, Temperata e Pemsta, quest'ultima definita «inhabitabilis propter nimium calorem •·

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e temperata in quella region che fuora di essa, e che è tanta la gente che dentro essa abita che di numero sono molti più che quelli che di fuora d'essa abitano, per la ragion che dibasso si dirà, 1 ché è certo che più vale la pratica che la teorica. 2 Fino a qui ho dichiarato quanto navicai alla parte del mezzodl e alla parte dell'occidente; ora mi resta di dirvi della disposizione della terra che trovammo e della natura degli abitatori e di lor tratto, 3 e delli animali che vedemmo, e di molte altre cose che mi si ofersono degne di memoria. Dico che dipoi che noi volgemmo nostra navigazione alla parte del settentrione, la prima terra che noi trovammo essere abitata fu una isola che distava dalla linea equinoziale 10 gradi ;4 e quando fummo giunti con5 essa, vedemmo gran gente alla origlia6 del mare, che ci stavono guardando come cosa di maraviglia. E surgemmo7 giunto con terra opera d'un miglio, e armammo le barche, e fummo a terra 22 uomini bene armati; e la gente come ci vide saltare in terra, e conobbe che èramo gente disforme di sua natura, perché non tengono barba nessuna, né veston vestimento nessuno, asì8 gli uomini come le donne, che come saliron del ventre di lor madre, cosi vanno, che non si cuoprono vergogna nessuna ;9 e cosi per la disformità del colore, ché lor sono di color come bigio o lionato, 10 e noi bianchi ; di modo che, avendo paura di noi, tutti si missano nel bosco, e con gran fatica per via di segnali gli assicurammo e praticammo con loro. E trovammo che crono d'una generazione che si dicono Camballi, n che quasi la maggior parte di questa generazione, o tutti, vivono di carne umana: e questo lo tenga per certo Vostra Magnificenza. Non si mangiano infra loro, ma navicano in certi navili che tengono, I. per la ragion ••• si dirà: nel seguito del testo tuttavia non viene fornita nessuna precisa ragione. 2. più vale ... teorica: questo dichiarato scetticismo per le astrattezze teoriche differenzia nettamente il Vespucci da Colombo; cfr. anche la chiusa della terza lettera manoscritta, qui a p. 280. 3. tratto: comportamento. 4. una isola ••. IO gradi: è Trinidad, scoperta da Colombo nel terzo viaggio (cfr. p. 155 e le note relative). 5. giunti con: presso, contigui a (iberismo; cfr. FoRMISANO, p. 239), 6. origlia: riva (spagn. orilla). 7. surgemmo: gettammo le ancore (spagn. surgir, ma l'origine è catalana). 8. a.si: cosi (ispanismo). 9. come saliro11 ••• nessuna: cfr. Colombo, qui a p. 57. 10. lio11ato: fulvo, come la criniera del leone (cfr. spagn. leonado); non è attestato prima del Vespucci. 11. Camballi: i Caribi, già incontrati da Colombo (cfr. la nota 2 a p. 58) ed ormai noti in Occidente. Nella cartografia del secolo XVI Trinidad viene spesso indicata come • Isla de los Cunibales •·

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che si dicono canoè, 1 e vanno a traer preda delle isole o terre commarcane2 d'una generazione inimici loro e d'altra generazione che non son loro; non mangiano femmina nessuna, salvo che le tengono come per istiave. 3 E di questo fummo certi in molte parti dove trovavamo tal gente, sì perché e' ci acadde molte volte veder rossa e capi d'alcuni che si aveano mangiati, e loro non lo negono, quanto più che ce lo dicevono e lor nimici che di continuo stanno in timor d'essi. Sono gente di gentil disposizione e di bella statura;• vanno disnudi del tutto. Le loro armi sono archi con saette - e queste traggono -, e rotelle ;5 e son gente di buono sforzo6 e di grande animo; sono grandissimi balestrieri. In conclusione, avemmo pratica con loro, e ci levorno7 a una lor popolazione che istava drento in terra opera di dua leghe, e ci dettano da·ffar colazione; e qualsivoglia cosa che le si domandavano, alla ora le davono8 credo più per paura che per amore. E dipoi d'essere stato con loro tutto un dì, ci tornammo a' navili restando con loro amici. Navigammo lungo la costa di questa isola e vedemmo alla origlia del mare oltregran poblazion. Fummo con el battello in terra e trovammo che ci stavono attendendo, e tutti carichi di mantenimento, e ci dettono da·ffar colazione molto bene secondo le lor vivande. E visto tanta buona gente, e trattarci tanto bene, non usammo 9 tòr nulla del loro; e facemmo vela e fummo a metterci in un golfo che si chiama il Golfo di Parias, 10 e fummo a surgere in fronte d'un grandissimo rio 11 che causa essere l'acqua dolce di questo golfo; 12 e vedemmo una gran popolazione che istava giunta con lo mar, adon-

1. ca11oè: cfr. la nota 3 a p. 32. 2. traer: trarre (ispanismo); commarcane: vicine (spagn. comarca110: cfr. FoRMISANO, p. 233). 3. non mangiono ... istiave: a Trinidad la zona nord-occidentale era occupata dai Caribi, mentre nel resto dell'isola sopravvivevano gruppi aruachi. Presso i Caribi i nemici uccisi venivano divorati sul luogo della battaglia, mentre le donne e i figli erano presi come schiavi e incorporati nella tribù. I prigionieri maschi venivano invece uccisi e divorati nel corso del banchetto che celebrava la vittoria (cfr. HSAI, IV, pp. 545-60). 4. gentil . .• statura: cfr. Colombo, qui a p. 58. 5. traggo110: tirano; rotelle: scudi di forma rotonda. 6. sforzo: coraggio (spagn. esfu.erzo). 7. levorno: condussero (ispanismo, da llevar, frequente nel linguaggio nautico-commerciale del tempo). 8. alla ora: subito (spngn. a la hora); qualsivoglia .•. davono: cfr. Colombo, qui a p. 57. 9. tuammo: osammo. 10. Golfo di Parias: scoperto da Colombo nel suo primo approdo sul continente americano (cfr. pp. 160 sgg.). J 1. uri grandissimo rio: probabilmente uno dei rami dell'Onnoco. 12. che carua ••• golfo: cfr. Colombo, qui a p. 160.

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de1 avea tanta gran gente che era maraviglia, e tutti stavono sanza arme. E in segno di pace fummo con le barche a terra, e ci ricevettono con grande amore, e ci levorono alle lor case, adonde tenevono molto bene aparecchiato da far colazione. Qui ci dettono a bere di tre sorte di vino, non di vite, ma fatto di frutte come la cervogia, z e era molto buono. Qui mangiammo molti mirabolani3 freschi, che è una molto real4 frutta, e ci dettono molte altre frutte, tutte disforme dalle nostre e di molto buon savor, e tutte di savor e odor aromatico. Dèttonci alcune perle minute e I I grosse, e con segnali ci dissono che se volavamo aspettare alcun di, che andrebbono a pescarle e che ci trarrebbono molte d'esse: 5 non curammo ditenerci. 6 Dieronci molti pappagalli e di varii colori, e con buona amistà ci partimmo da loro. Da questa gente sapemmo come quelli della isola sopradetta crono Cambali e come mangiavono carne umana. Salimmo di questo golfo e fummo a·lungo della terra,7 e sempre vedavamo grandissima gente; e quando tenavamo disposizione, trattavamo con loro, e ci davono dello che tenevono e tutto lo che gli domandavamo. Tutti vanno ignudi come nacquono, sanza tener vergogna nessuna: che se tutto s'avessi di contare di quanta poca vergogna tengono, sarebbe entrare in cosa disonesta; e miglior è tacerla. 8 adonde: dove (ispanismo). 2. cervogia: specie di birra; sui vini distillati da frutta e cercali cfr. anche Colombo, qui a p. 162. 3. mirabolani: i frutti di alcune specie arboree (Plzyllanthus emblica, euforbiacea, e quattro Tenninalia, combretacee) diffuse soprattutto in India; simili alla prugna, e destinate soprattutto ad usi medicinali. Dall'Italia se ne faceva larga distribuzione nell'Europa settentrionale (cfr. HobsonJobson, s.v. myrobala11). L'accenno ai mirabolani conferma che all'epoca di questo viaggio il Vespucci era ancora convinto, come Colombo, di trovarsi ai confini orientali dell'Asia. 4. real: eccellente (probabile iberismo: cfr. FoRMISANO, p. 247). 5. perle . .. d'esse: cfr. Colombo, qui a pp. 161-2; con segnali: a gesti. 6. di tenerci: trattenerci (spagn. detenerse). 7. a· lungo della terra: navigando a vista di costa dalla Boca de Drago verso il Golfo (oggi Lago) di Maracaibo. 8. cosa diso,iesta • •. tacerla: e infatti ne tace, diversamente dal Mundus Novru, nel quale invece è inserita una lunga, particolareggiata descrizione dei costumi sessuali degli indigeni americani. Secondo G. CARACI (La storiografia vespuccia11a e la ma recente i11voluzione, in a Rivista di cultura classica e medievale•, vn, 1965, a Studi in onore di A. Schiaffini •, pp. 288 sgg.), questa descrizione, probabilmente costruita per soddisfare le aspettative di chi aveva scoperto nella focosa •camballa • dipinta da Michele da Cuneo nella sua lettera (cfr. p. 119) una evasione al rigido moralismo occidentale, si modella sulla falsariga di un'altra relazione di viaggio assai conosciuta nella Firenze del XV secolo, 1.

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Dipoi d'aver navicato al piè di 400 leghe di continuo per una costa, concludemmo che questa era terra ferma 1 - che la dico essere a' confini dell'Asia per la parte d'oriente e el principio per la parte d'occidente2 - , perché molte volte ci acadde vedere di diversi animali, com'è lioni,3 cervi, cavrioli, porci salvatici, conigli e altri animali terresti che non si truovano in isole, se non in terra ferma. Andando un di in terra drento con 20 uomini, vedemmo una serpe, o serpente, che era lunga opera di 8 braccia4 e era grossa come io nella cintura: avemmo gran paura d'essa e a causa di sua vista tornammo al mare. Molte volte mi acadde vedere animali ferocissimi e serpi grandi. E navicando per la costa, ogni dì discopravamo infinita gente e varie lingue, tanto che quando avemmo navicato 400 leghc5 per la costa, cominciammo a trovar gente che non volevono nostra amistà, ma stavonci aspettando con le loro armi, che sono archi e saette, e con altre arme che tengono. E quando andavamo a terra con le barche, difendevanci el saltare in terra, di modo che eravamo forzati combatter con loro; e al fin della battaglia liberavan mal6 con noi, ché, sempre come sono disnudi, faciavamo di loro grandissima mattanza: 7 che ci acadde molte volte che I 6 di noi combatter con 2000 di loro, 8 e alfin disbarattargli9 e amazzar molti d'essi e rubar quella del chioggiotto Niccolò de' Conti (trascritta da Poggio Bracciolini nel IV libro del suo De varietate fortrmae). Il racconto del Conti - come quelli analoghi, ma più tardi, di Girolamo di Santo Stefano, di Gasparo Balbi e di altri - si riferisce però a tutt'altra area geografica, vale a dire alla Birmania. 1. terra ferma: come si deduce anche dal seguito del testo, il Vespucci giunge alla conclusione di trovarsi dinanzi ad un continente solo dopo aver constatato che la lunga linea di costa è ininterrotta e che vi sono in quei luoghi grossi mammiferi, di norma assenti nelle faune insulari: un logico e ponderato ragionamento, ben diverso dalle categoriche prese di posizione di Colombo. 2. a' co11fini dell'Asia . •• d'occidente: al margine estremo dell'Asia verso oriente e - poiché le concezioni cosmografiche del Vespucci sono qui ancora quelle di Colombo - nel punto più vicino del continente per chi provenga da occidente. 3. lioni: forse il puma (Felis concolor) o il giaguaro (Panthera 011ca), i due grandi carnivori dell'America del Sud. 4. serpe ... 8 braccia: era probabilmente un anaconda (Ermectes murin11s). 5. 400 leghe: sono quelle già ricordate prima. 6. libe,avan mal: se la cavavano male (spagn. librar mal). 7. mattanza: strage (spagn. matanza). 8. I6 di 11oi . .. 2000 di loro: palese millanteria, che peraltro si ritrova in altri resoconti di analoghe imprese, in accordo con gli schemi mentali del tempo che postulavano la assoluta superiorità bellica degli europei. C'è tuttnvia un fondo di verità, poiché simili combattimenti si risolvevano sempre in una carneficina di indios, data la grande differenza di armamenti. 9. disbarattargli: sbaragliarli (spagn. desbaratar; cfr. FORMISANO, p. 236).

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lor le case. E un di infra gli altri, vedemmo una grandissima gente, e tutta posta in arme per difenderci che non dismontassimo in terra. Armammoci ventisei uomini bene armati e coprimmo le barche a causa delle saette che ci tiravono, ché sempre prima che saltassimo in terra, ferivono alcuni di noi. E poi che ci ebbono difeso la terra quanto potettono, alfin saltammo in terra e combattemmo con loro con grandissimo travaglio: e la causa perché tenevono più animo e maggior isforzo contro noi, era che non sapevono che arme era la spada né come tagliava. E asì combattendo, fu tanta la moltitudine della gente che caricò sopra noi, e tanta moltitudine di saette, che non ci potavamo rimediare; e quasi abandonati della speranza di vivere, voltammo le spalle per saltare nelle barche. E cosi andandoci ritraendo e fuggendo, un marinaro 1 de' nostri che era portoghese - uomo d'età di 55 anni, che era restato a guardia del battello -, visto il pericolo in che istavamo, saltò del battello in terra, e con gran voce ci disse: cc Figliuoli, volgete il viso a' vostri inimici, ché Idio vi darà vittoria». E gittossi ginocchioni e fece orazione; e dipoi fece una gran rimessa2 con l'lndii, e tutti noi con lui giuntamente, cosi feriti come istavarno, di modo che ci volsono le spalle e cominciorno a·ffuggire; e alfi.ne gli disbarattammo e amazzammo d'essi I 50 e ardemmo lor I So case. E perché stavamo mal feriti3 e stracchi, ci tornammo a' navili, e fummo a riparar in un porto,4 adonde istemmo venti dì solo perché il medico ci curassi: e tutti scampammo, salvo uno che stava ferito nella poppa manca. E dipoi di saI. un niarinaro: è questa, nella letteratura odeporica del Cinquecento, una delle rare occasioni in cui entra in scena una figura secondaria, uno dei tanti anonimi che resero possibili imprese come quella del Vespucci. È interessante osservare come lo spirito che anima l'anziano marinaio sia, in fondo, lo stesso che aveva spinto gli equipaggi portoghesi del Principe Enrico sulla via delle Indie: più che il conquistatore, sotto l'esploratore c'era ancora il crociato, che .sognava la guerra santa e lo sterminio degli infedeli. 2. rimessa: contrattacco; forse sul modello spagn. arremeter, a assalire• (cfr. FoRMISANO, p. 248). 3. mal feriti: feriti gravemente (spagn. mal herido). 4. un porto: nella primitiva cartografia sudamericana si registra un • Porto flechado » ( dallo spagn. jlecha, « freccia ») e una « Aldea quemada » (•villaggio bruciato»). La prima località fu identificata con l'attuale Chichiriviche, non lontano da Puerto Cabello. Tra le due località, un planisfero attribuito a Giovanni Vespucci, nipote di Amerigo, con la data del 1523, inserisce il toponimo Valdanierigo: si tratta probabilmente del luogo dove furono curati i marinai feriti nello scontro di a Porto flechado • (cfr. A. MAGNAGHI, Il planisfero del I5a3 della Biblioteca del Re in Torino, Firenze, Lange, 1929, pp. 14-7 e 56).

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nati, tornammo a nostra navigazione; e per questa medesima costa ci acadde molte volte combattere con infinita gente, e sempre con loro avemmo vittoria. E asi navicando, fummo sopra una isola1 che istava discosto della terra ferma I 5 leghe; e come alla giunta2 non vedemmo gente, e la isola parendoci di buona disposizione, acordammo d'ire a tentarla. E fummo a terra 11 uomini, e trovammo un camino, e ponemmoci andar per esso 2 leghe e 1/2 drento in terra; e trovammo una populazione d'opera di 12 case, adonde non trovammo salvo 7 femine, e di tanta grande istatura che non avea nessuna che non fussi più alta che io una spanna e mezzo. 3 E come ci viddono, ebbono gran paura di noi, e la principal d'esse, che certo era donna discreta,• con segnali ci levò a una casa e ci fece dar da rinfrescare. E noi, come vedemmo tan grande donne, acordammo di rubar dua di loro, che erano giovane di 15 anni, per far presente d'esse a questi Re, ché senza dubio eron creature fuor della statura delli uomini comuni. E mentre che stavamo in questa pratica, vennono 36 uomini e entrorno nella casa dove istavamo bevendo; e erono di tanta alta statura che ciascuno di loro era più alto stando ginocchioni che io ritto: in conclusione, erono di statura di giganti, 5 secondo la grandezza e proporzion del corpo che rispondeva con la grandezza, ché ciascuna delle donne pareva una Pantasilea, e li uomini Antei. E come entrarono, furono alcuni de' nostri che ebbono tanta paura che oggi in dì6 non si tengono sicuri. Tenevano archi e saette e pali

I. una isola: Curnçao, detta • Isla de los gigantes » nelle carte dei primi anni del XVI secolo. 2. alla giunta: al nostro arrivo. 3. tlna spanna ~ mezzo: una trentina di centimetri circa. 4. discreta: giudiziosa. 5. giganti: gli indici antropometrici danno per le popolazioni del gruppo aruaco che si presume abitassero allora l'isola - stature piuttosto basse; i soli indios alti di statura, i Tehuelche incontrati da Pigafetta (cfr. più avanti in questo volume) e i Bororo, ernno stanziati a sud dell'equatore a latitudini alquanto più elevate (cfr. HSAI, IV, pp. 469 sgg. e VI, pp. S7 sgg.). A parte gli eventuali modelli letterari a cui fanno riferimento alcuni autori, come il GERBI (La natr,ra, pp. ss-6) che suggerisce una interpretazione nllegorica basata su reminiscenze dantesche, o il FoRMISANO (p. 75) che pensa a suggestioni di credenze medievali, comuni anche ad altri viaggiatori contemporanei, si può ricordare che giganti simili a questi furono incontrati - secondo quanto riferisce PIETRO MARTIRE (1, 9; cfr. Opera, p. 70) - anche da Vicente Yaiiez Pinz6n nei pressi del suo primo approdo sul continente (cfr. la nota I a p. 204). 6. oggi in dì: ispnnismo (hoy m dia).

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grandissimi fatti come spade, e, come ci viddono di statura piccola, cominciorno a parlar con noi per saper chi èramo e di che parte venavamo; e noi, dando del buon per la pace, 1 gli rispondavamo per segnali che èramo gente di pace e che andavamo a vedere il mondo. In conclusione, tenemmo per bene partirci da loro senza quistione e fummo pel medesimo camino che venimmo, e ci acompagnomo infino al mare, e fummo a' navili. Quasi la maggior parte delli alberi di questa isola son di verzino, 2 e tanto buono come quel di levante. Di questa isola fummo a altra isola3 commarcana d'essa a 10 leghe,4 e trovammo una grandissima popolazione che tenevon le lor case fondate nel mare come Venezia, 5 con molto artificio; 6 e, maravigliati di tal cosa, acordammo d'andare a vederli, e, come fummo alle lor case, vollon difenderci che non entrassimo in esse. Provorno come le spade tagliavono, e ebbono per bene lasciarci entrare; e trovammo che tenevano piene le case di bambagia' finissima, e tutte le trave di lor case erono di verzino; e togliemmo molto algoton8 e verzino, e-ttomammo a' navili. Avete da saper che in tutte le parte che saltammo in terra, trovammo sempre grandissima cosa di bambagia e per il campo pieno d'alberi d'essa, che si potrebbe caricare in quelle parte quante carache9 e navili son nel mondo di cotone e di verzino. Infine, navigammo altre 300 leghe per la costa, 10 trovando di con-

dando . .• pace: locuzione proverbiale: •cercando la pace ad ogni costo•· verzino: o a brasile » era chiamato in Occidente il legno della Caesalpinia sapan, detto anche per il suo colore "legno di brace»; nel l\1edioevo veniva importato in Europa, soprattutto dall'India e dall'Indocina, attraverso i mercati egiziani. Il nome di Brasile fu dato, sin dai primi anni del Cinquecento, alla cuspide orientale dell'America Meridionale, proprio per la presenza di alberi simili, caratterizzati dalla tinta rossastra del legno (per esempio, la Caesalpinia echitrata, detta anche a legno di Pernambuco •). 3. L'isola è Aruba, nelle Antille Olandesi. Nelle carte del tempo figura come « !sia de Brasil ». 4. a IO leghe: in realtà, almeno 14- 1 5 leghe in linea d'aria. 5. nel mare ..• Venezia: da cui il nome Venezuela (•piccola Venezia n), poi applicato alla opposta terraferma nella carta di Juon de la Cosa (cfr. MAGNAGHI, p. 169). Per l'assimilazione a Venezia di nuove località scoperte (in Cortés di Tenochtitlan, in Benzoni di Panama, ecc.) cfr. FORMISANO, p. 76. 6. artifido: abilità. 7. bambagia: cotone (dal lat. mediev. bombax): cfr. la nota 2 a p. 57. 8. algoton: cotone (ispanismo, da algod6n). 9. carac/ze: cfr. la nota 3 a p. 88. 10. 300 leghe per la costa: circa 950 miglia marine, percorse probabilmente nel costeggiare il Golfo di Maracaibo e parte dell'omonimo lago. 1. 2.

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tinuo gente brave, 1 e infinitissime volte combattemmo con loro, e pigliammo d'essi opera di 20, fra e quali avea 7 lingue che non si intendevono l'una a l'altra: dicesi che nel mondo non sono più che 77 lingue, 2 e io dico che son più di mille, ché solo quelle che io ho udite sono più di 40. 3 Dipoi d'aver navigato per questa terra 700 leghe o più,4 senza5 infinite isole che avemmo visto, tenendo e navili molto guastati e che facevano infinita acqua, che apena potavàno suplire con dua bombe sgottando,6 e la gente molto affaticata e travagliata, e il mantenimento mancando, come ci trovavamo, secondo il punto de' piloti, apresso d'una isola che si dice la Spagnuola - che è quella che discoperse l'amirante Colombo 6 anni fa -,7 a 120 leghe, ci acordammo d'andare a essa e quivi, perché è abitata di Cristiani, raconciare nostri navili e riposar la gente e provederci di mantenimenti, perché da questa isola a Castiglia sono 1300 leghe di golfo8 sanza terra nessuna. E in 7 dì fummo a essa, ad6 istemmo opera di 2 mesi, e indirizzammo9 e navili e facemmo nostro mantenimento; e acordammo d'andare alla parte del norte, adonde trovammo infinitissima gente e discoprimmo più di 1000 isole, 10 e la maggior 1. brave: selvagge (iberismo: cfr. FORMISANO, p. 229). 2. 77 lingue: potrebbe trattarsi di un errore di memoria, o del copista, per «settanta», le lingue nel mondo dopo la confusione babelica secondo la tradizione talmudica, o «settantadue», secondo quella patristica: cfr. A. CoHEN, Il Talmud, Bari, Laterza, 1935, pp. 89 e 420, e SANT'AGOSTINO, De Civit. Dei, XVI, 6 e 9. 3. io dico ... più di 40: già Colombo aveva accennato nel Giornale di bordo in data 13 gennaio 1493 alle differenze di linguaggio degli indigeni; l'indagine, ripresa qui dal Vespucci, sarà affrontata poi, per un'altra area, dal Pigafctta (e cfr. GERDI, La natura, pp. 54-5). 4. 700 leghe o più: il dato deriva dalla somma delle distanze parziali, a partire dal Golfo di Paria. Si tratta di 2240 miglia marine, ossia km 4144. 5. se11za: senza contare. 6. bombe: pompe (cfr. spagn. bomba); è la prima attestazione (cfr. FORMJSANO, p. XIX e 229); sgotta11do: aggottando (spagn. desgotar, port. esgotar); cfr. FoRl\llSANO, pp. 229 e 251. 7. la Spagm,ola • •. 6 mmi fa: in realtù, più di sette: Colombo l'aveva scoperta il 6 dicembre 1492 (cfr. qui le pp. 82-99); amira11te: ammiraglio (ispanismo): Colombo era l'Almirante per antonomasia. 8. golfo: mare aperto, oceano; in questo senso il tennine è comunemente impiegato dai viaggiatori del tempo. 9. ado: dove (variante di ado11de: cfr. la nota I a p. 236); indirizzammo: rifornimmo (spagn. adere::ar: cfr. ]AL, s.v.). 10. discopn"tmno ••• isole: il passo pem1ette di ricostruire la rotta seguita dal Vespucci per tornare in Spagna. Le più di Iooo isole sono le Bahama, che si allineano sulla serie di bassi fondali congiungente la Florida a Cuba e ad Haiti. Il numero delle isole non è esagerato se si ticn conto che, con gli scogli che le orlano, le Bahama comprendono non meno di 3200 unità. D'al-

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parte abitate, e tuttavia gente disnuda, e tutta era gente paurosa e di poco animo, e faciavamo di loro quello che volavamo. Questa ultima parte che discoprimmo fu molto pericolosa per la navicazion nostra a causa delle secche e mar basso che in essa trovammo, ché molte volte portammo pericolo di perderci. 1 Navicammo per questo mare 200 leghe diritto al settentrione; e come già andava la gente cansada2 e afaticata per aver già stato nel mare circa d'uno anno, mangiando 6 once3 di pane il dì e tre misure piccole d'acqua beendo, e e navili pericolosi per tenersi nel mare,4 reclamò la gente dicendo che si volevano tornare a Castiglia alle lor case e che non volevono più tentare il mare e la fortuna. Per donde acordammo di far presa di stiavi5 e caricare e navili d'essi e tornare alla volta di Spagna. E fummo a certe isole6 e pigliammo per forza 232 anime e caricammole e pigliammo la volta di Castiglia. E in 67 dì atraversammo il golfo e fummo a l'isole de'Lazori, 7 che sono del Re di Portogallo, che distanno da Calis 300 leghe; e quivi preso nostro rinfresco, 8 navigando per a9 Castiglia, e il vento ci fu contrario; e per forza avemmo andare a le isole di Canaria, e di Canaria a l'isola della Madera, e della Madera a Calis. 10 E stemmo in questo viaggio 13 mesi, 11 correndo grandissimi pericoli e discoprendo infinitissima terra della Asia12 e gran copia d'isole, la maggior parte abitate: ché molte volte ho fatto conto nel compasso 13 che siamo navicati al piè di 5000 leghe. 14 tronde, com'era l'uso, con quella cifra il Vespucci voleva probabilmente indicare solo l'ordine di grandezza. 1. pericolo di perderci: naufragando sull'ampio zoccolo sul quale sorgono le Bahama. 2. cansada: stanca (iberismo: cfr. FoRMISANO, p. 230). 3. 6 once: poco più di 170 g; l'oncia, equivalente a un dodicesimo della libbra, corrispondeva a circa 28 g. 4. pericolosi ... nel mare: giacché, come è detto poco prima, erano ormai in pessime condizioni e facevano acqua. 5. stiavi: toscanismo, per cischiavi,,; fu un ripiego che servi, come sarà detto in seguito, a ripagare in parte gli equipaggi. Se non si tiene conto dell'ampiezza delle scoperte infatti, il viaggio, fino a quel momento, aveva fruttato assai meno del previsto. 6. certe isole: sempre nelle Bahama. 7. La:::ori: le Azzorre (dal port. Açores, con concrezione dell'articolo). 8. rinfresco: provviste fresche {spagn. e port. refresco). 9. per a: verso (spagn. para, ant. pora; port. pera: cfr. FoRMISANO, p. 246). 10. Ca11aria .. . Calis: più che raddoppiando cos) il percorso. 11. IJ mesi: dal magg:o 1499 al giugno 1500. 12. infinitissima ... Asia: in complesso molto più di quanto del continente sudamericano avessero fino ad allora scoperto Colombo e gli altri navigatori che si erano avventurati sulla sua scia. 13. compasso: l'insieme della carta nautica e del portolano, che forniva le istru?.ioni sulle rotte e gli approdi. 14. 5000 leghe: circa 16000 miglia marine e 29600 km, pari cioè a poco meno di tre quarti della circonferenza equatoriale.

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In conclusione, passammo della linea equinoziale 6 gradi e I/2, 1 e dipoi tornammo alla parte del settentrione, tanto che la Stella Tramontana si alzava sopra il nostro orizzonte 35 gradi e 1/2, e alla parte dello occidente navigammo 84 gradi discosto del meridiano della città e porto di Calis. 2 Discoprimmo infinita terra, vedemmo infinitissima gente e varie lingue, e tutti disnudi. Nella terra vedemmo molti animali salvatichi e varie sorte d,uccelli, e d,alberi infinitissima cosa, e tutti aromatici. Traemmo perle e oro di nascimento3 in grano. Traemmo 2 pietre, l'una di color di smeraldo, e l'altra d'amatiste, durissime e lunghe una mezza spanna e grosse tre dita: questi Re hanno fatto gran conto d'esse e l'hanno guardate infra le lor gioie. Traemmo un gran pezzo di cristallo che alcuno gioiellieri dicono che è berillo, e, secondo che gl'Indii ci dicevono, tenevono d,esso grandissima copia. Traemmo 14 perle incarnate che molto contentorno alla Reina, e molte altre cose di petrerie4 che ci parvono belle. E di tutte queste cose non traemmo quantità, perché non paravamo in luogo nessuno, ma di continuo navicando. 5 Giunto che fummo a Calis, vendemmo nostri stiavi,6 che ce ne trovammo 200 d'essi, e 'l resto fino a 232 s'eron morti nel golfo. E tratto tutto el guasto7 che s'avea fatto ne' navilii, ci avanzò opera di 500 ducati, e quali s'ebbono a ripartire in 55 parte, che poco fu quel che toccò a ciascuno; pur con la vita ci contentammo, e rendemmo grazia a Dio, ché in tutto el viaggio di 57 uomini cristiani che èramo, non morirno salvo dua, che amazzorno gl'Indii. Io dipoi che venni, tengo 2 quartane, 8 e spero in Dio presto sanare, perché mi durano poco e senza freddo. Trapasso molte cose degne di memopassammo ..• 6 gradi e I /z: cfr. la nota 8 a p. 229; è il più importante risultato del viaggio, sicché è comprensibile l'insistenza del Vespucci nel rilevarlo. 2. 84 gradi ... Calis: ossia per 84 ° verso ovest, a partire dal meridiano di Cadice. È probabile che si tratti della stessa longitudine che a p. 233 è data in 82° 30': cfr. ivi la nota 1. 3. oro di nascimento: oro nativo. 4. petrerie: pietre preziose (spagn. pedrerla). 5. paravamo: cfr. la nota 3 a p. 228; navica11do: il carattere spiccatamente esplorativo della spedizione spiega in effetti anche l'imprecisione di certe informazioni. Peraltro è da ritenere che nella relazione ufficiale ai re Cattolici il Vespucci fosse stato molto più circostanziato. 6. ve1zde1nmo • .. stiavi: il particolare pennette di stabilire che il ritorno della spedizione in Spagna dovette avvenire almeno qualche tempo prima del 20 giugno, quando un decreto reale ordinò che fossero rimessi in libertà gli schiavi che erano stati venduti a Siviglia per ordine di Colombo (cfr. MAGNAGHI, p. 170 e D. RAMos, Los viajes espa,ìoles, cit., p. 73). 7. el guasto: i danni (spagn. gasto). 8. q11artane: la quartana è un'infezione malarica in cui la febbre ritorna ogni quattro giorni. 1.

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ria per non esser più prolisso che non sono, che si serbono nella penna e nella memoria. Qui m'armono 3 navilii, perché nuovamente vadia a discoprire, e credo che istaranno presti a mezzo settembre :1 piaccia a Nostro Signore darmi salute e buon viaggio, ché alla volta2 spero trar nuove grandissime e discoprir la isola Trapobana, 3 che è infra il Mar Indico e il Mar Gangetico,4 e dipoi intendo venire a ripatriarmi e discansare 5 e dì della mia vecchiezza. Per la presente non mi allargherò in più ragioni, ché molte cose si lasciono di scrivere per non si acordar6 di tutto, e per non esser più prolisso di quel che sono stato. Ho acordato, Magnifico Lorenzo, che cosi come vi ho dato conto per lettera dello che m'è occorso, mandarvi dua figure della discrezione del mondo fatte e ordinate di mia propria mano e savere: e sarà una carta in figura piana7 e uno apamundo in corpo sperico,8 el quale intendo di mandarvi per la via di mare per un Francesco Lotti, nostro fiorentino, che si truova qui. Credo che vi contenteranno, e maxime il corpo sperico, ché poco tempo fa che ne feci uno per l'Altezza di questi Re, e lo stimòn molto. L'animo mio era venir con essi personalmente, ma il nuovo partito d'andare altra volta a discoprir non mi dà luogo né tempo. Non manca in cotesta città chi intenda la figura del mondo9 e che forse emendi alcuna Qui . .. a mezzo settembre: questa notizia è confermata da una cedula reale del I s novembre I 500, nella quale si accenna esplicitamente alla spedizione di cui parla il Vespucci, che avrebbe dovuto "tornar a descubrir con tres carabelas a la parte donde la otra vez fué ,, : è la licenza a Diego de Lepe di condurre una spedizione che poi non ebbe luogo (cfr. NAVARRETE, 11, p. 58). 2. alla volta: al ritorno (espressione marinaresca). 3. Trapobana: Taprobana, il nome antico di Ceylon (dal sanscrito Tar~uaparJ]i); l'isola era ben nota ai geografi antichi, come Tolomeo (cfr. Geog., VII, 4: «Taprobanes, quae olim Simondi insula dicebatur, nunc autem Salica»), nonostante l'incertezza della localizzazione (cfr. più avanti la nota 8 a p. 263). Il Vespucci però si riprometteva di • discoprirla,, non per la via d'oriente, verso la quale erano diretti gli sforzi dei Portoghesi, ma per quella dell'occidente, in base alle stesse concezioni cosmografiche che determinavano, proprio in quegli anni, i viaggi di Colombo. 4. J11dico ... Gangetico: gli odierni Mare Arabico e Golfo del Bengala. 5. discansare: riposare (iberismo, da descansar). 6. si acordar: ricordarsi (iberismo: cfr. FORMISANO, p. 225). 7. carta . •. piana: o una carta nautica o, più probabilmente, un «universale>>, ossia un planisfero. 8. apamundo in corpo sperico: un globo. Il passo conferma che il Vespucci costruiva sia planisferi, sia vere e proprie sfere terrestri. 9. Non manca ..• del mondo: ancora attiva come centro commerciale di livello internazionale, Firenze poteva vantare alla fine del XV secolo una tradizione in questo ambito di interessi. I.

LETTERA A LORENZO DE, MEDICI • 18 LUGLIO 1500

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cosa in essa; tuttavolta, chi mi dé emendar, aspetti la venuta mia, che potrà essere che mi difenda. 1 Credo Vostra Magnificenza arà inteso delle nuove che hanno tratto l'armata2 che dua anni fa mandò il Re di Portogallo a discoprir per la parte di Ghinea: 3 tal viaggio come quello, non lo chiamo io discoprir, ma andar per el discoperto,4 perché, come vedrete per la figura, la lor navigazione è di continuo a vista di terra, e volgono 5 tutta la terra d'Africa per la parte d'austro, che è provinzia della qual parlano tutti gli auttori della cosmografia. Vero è che la navigazione è stata con molto profitto, che è quello che oggi in dì si tiene in molto, e maxime in questo regno, dove disordinatamente regna la codizia6 disordinata. Intendo come egli han passato del Mar Rosso e sono alegati al Sino Persico,' a una città che si dice Calicut,8 che istà infra el Sino Persico e 'l fiume Indo ;9 e ora nuovamente il Re di Portogallo tornò d'armare 12 navi 10 con grandissima ricchez-

1. potrà essere che mi difenda: tra le tante testimonianze delle capacità cosmografi.che del Vespucci si può ricordare quella di PIETRO MARTIRE, il quale racconta di aver fatto visita al vescovo Fonseca, nel cui studio aveva visto fra l'altro una carta nautica disegnata dai Portoghesi. In essa « manum dicitur imposuisse Americus Vespucius Florentinus, vir in hac arte peritus » (n, 10; cfr. Opera, p. 103). 2. l'annata: la flotta. Allude alla spedizione di Vasco da Gama (8 luglio 1497 - settembre 1499), giunta in India dopo aver circumnavigato il continente africano. 3. Ghinea: Guinea. 4. tal viaggio •.. discoperto: con compiaciuto orgoglio il Vespucci vuole sottolineare la differenza tra la propria spedizione, che aveva affrontato la navigazione in mare aperto, e quella di Vasco da Gama, la cui rotta sfruttava largamente i punti di appoggio precedentemente stabiliti dai Portoghesi lungo le coste dell'Africa. Anche per la traversata dell'Oceano Indiano Vasco da Gama si servi dell'esperienza di un pilota arabo (cfr. la nota 9 a p. 255). 5. volgono: girano attorno. 6. codizia: cupidigia (ispanismo: cfr. FonMISANO, pp. 232-3). 7. alegati: cfr. la nota I a p. 226; Sino Persico: il Golfo Persico. 8. Calicflt: capitale di un piccolo regno indipendente del Malabar; era governata da un sovrano locale, lo Zamorino (cfr. la nota 4 a p. 331 ), ma il potere economico era detenuto dai mercanti arabi, che avevano dato grnndc impulso ai traffici marittimi, grazie al redditizio commercio delle spezie di cui rifornivano i mercati occidentali. Fu raggiunta nel 1488 dal portoghese P~ro da Covilha; nel maggio 1498 vi approdò Vasco da Gnma, e nel 1500 il Cabrai (cfr. pp. 259-60). Vedi anche, in questo volume, le vivaci pagine su Calicut del Vartema. 9. Sino Persico ... fiume lt1do: all'epoca dei primi viaggi portoghesi la geografia del continente asiatico era molto incerta e il Vespucci non è il solo, né l'ultimo, a localizzare Calicut a occidente, anziché a sudest dell'Indo. 1 o. I 2 navi: in realtà, tredici; quando il Vespucci scriveva era già salpata da quattro mesi la grande spedizione affidata a Pedro Alvares Cabrai (sulla quale cfr. la lettera successiva).

AMERIGO VESPUCCI

za e l'ha mandate in quelle parte, e certo ch'e' faranno gran cosa, se vanno a salvamento. Siamo a di 18 di luglio del 1500, e d'altro non c'è da far menzione. Nostro Signor la vita e magnifico stato di Vostra Serenissima Magnificenza guardi e acresca, come desia. Di V. M. servitor Amerigo Vespucci

II [LETTERA A LORENZO DI PIERFRANCESCO DE' MEDICI DEL 4 GIUGNO 1501]

Nota introduttiva

È, delle tre lettere manoscritte del Vespucci, quella che più

tardi fu conosciuta dagli studiosi: la pubblicò infatti per la prima volta Giovan Battista Baldelli-Boni nel I 827, nella sua edizione del Milione di Marco Polo. La sua autenticità, dapprima indiscussa, venne messa in dubbio da coloro che negavano quella della terza lettera (e di conseguenza del secondo viaggio vespucciano che vi è descritto); infatti tra l'uno e l'altro documento esiste una corrispondenza tale che se si ammette che il primo sia falso, bisogna ammettere che sia falso anche il secondo. Ma le notizie fomite dal Vespucci in questa lettera dal Capo Verde intorno alla spedizione del Cabrai, precise come sono, non sarebbero potute arrivare a Firenze- e al Vaglienti, estensore del manoscritto - per altra via, dato che essa precede di almeno due mesi quella del re Emanuele di Portogallo ai re Cattolici, con cui i risultati di quella spedizione furono resi pubblicamente noti. 1 Il 9 marzo 1500, con la sua poderosa armada di tredici navi, Pedro Alvares Cabrai era partito da Lisbona per le Indie e, seguendo la via tracciata dai suoi predecessori, aveva piegato a ovest mentre scendeva in latitudine per evitare la zona delle calme equatoriali, sicché, probabilmente trasportato dalla Corrente del Brasile, aveva toccato il continente sudamericano in una terra - scrive il re del Portogallo nella lettera citata - «la cual parece que Nuestro Sefior milagrosamente quiso que se hallase, porque es muy conveniente y necesaria para la navcgacion de la India». Soddisfatto della scoperta, ma certamente ignaro del fatto che in Brasile erano giunti prima di lui il Vespucci, e poi il Pinzon e Diego de Lepe, egli inviò subito in patria la naveta dei rifornimenti, comandata da Gaspar de Lemos, per dare la notizia. Il Lemos giunse in Portogallo almeno qualche giorno prima del ritorno in Spagna del Vespucci dal primo viaggio, sicché fu facile fin d'allora attribuire la scoperta del Brasile al Cabrai. Bisogna pensare anche che, navigando per conto della Spagna, il Vespucci aveva - e più ancora probabilmente credeva di avere - sconfinato a oriente della raya fissata dal Trattato di Tordesillas, di modo che, 1. L'originale di questa lettera è andato perduto. Se ne conoscono però tre copie, di cui quella in spagnolo, pubblicata dal NAVARRETE, u, pp. 66-70, porta la data del 29 luglio 1501. Le altre due copie, in portoghese e in italiano, hanno la data del 28 agosto.

AMERIGO VESPUCCI

da un punto di vista politico, sarebbe stato per lo meno imprudente divulgare i risultati della sua spedizione. Frattanto, continuando il suo viaggio verso E-SE, nel tentativo di doppiare il tanto temuto Capo di Buona Speranza al largo, il Cabrai era andato incontro ad un terribile disastro, perdendo il 24 maggio quattro delle sue navi in una spaventosa tempesta; poiché una quinta era scomparsa all'inizio del viaggio presso il Capo Verde, la flotta che passò nell'Oceano Indiano era ridotta a solo sette navi. Ma le disavventure non erano ancora finite; infatti un'altra unità, quella al comando di Diogo Dias, fratello di Bartolomeu, staccatasi dall'armada, corse da sola lungo i litorali dell'Africa orientale, approdando infine a Mogadiscio troppo tardi per potersi ricongiungere alle altre navi. Queste, arrivate a loro volta in ordine sparso ai porti di Mozambico e Quiloa (Kilwa), toccarono insieme Malindi, da dove, guidate da esperti piloti arabi, poterono finalmente proseguire fino alle coste del Malabar. Sulla via del ritorno, davanti a Malindi, un'altra nave si incagliò e dovette essere abbandonata. Di queste vicende il Vespucci venne a conoscenza dai primi reduci della spedizione, approdati al Capo Verde tra la fine di maggio e i primi di giugno 1501. Il racconto di quel viaggio aveva per lui, come si può immaginare, molti motivi d'interesse, ma ne aveva anche per il suo corrispondente fiorentino, sempre attento a seguire le mutevoli condizioni dei commerci internazionali. La fortuna economica dei Medici, che operavano largamente in Spagna, era in quel momento affidata in buona misura alla situazione politica cd economica della penisola iberica, e il Vespucci lo sapeva bene. Così egli si dava cura di informare subito Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici dei risultati della missione del Cabrai, ponendo l'accento soprattutto su due elementi: la struttura portante dei commerci dell'Oceano Indiano, vale a dire la rete dei porti, e la natura dei traffici, cioè le merci principali di cui i Portoghesi erano riusciti a fare incetta. Il resto - la rotta seguita, le vicende del viaggio - interessava meno, e infatti il Vespucci vi accenna appena, anche se tende a mettere in evidenza il peso delle distanze e della durata della spedizione, fattori che avrebbero inciso alla lunga sull'andamento dei prezzi. La lettera è evidentemente scritta in fretta, contiene diverse imprecisioni, probabilmente imputabili al fatto che si tratta di un racconto di seconda mano, e per di più, come la precedente, presenta qualche difficoltà di interpretazione a causa dei guasti e degli interventi subiti. La sua lettura è perciò meno interessante e stimolante di quella delle altre due; ma è un documento essenziale per la storiografia vespucciana e importante anche per quella, più generale, dell'epoca delle grandi scoperte: come tale lo proponiamo in questa raccolta.

Copia d'una lettera scritta' Amerigo Vespucci de l'isola del Capo Verde e nel mare Oceano a Lorenzo di Piero Francesco de' Medici sotto di 4 di giugno ISOI.

Magnifico Padron mio. 1 A li otto di maggio fu l'utima vi scrissi, 2 stando a Lisbona presto per partirmi in questo presente viaggio che ora co l'aiuto dello Spirito Santo ho cominciato; e, pensato infino a mio ritorno non vi avere a scrivere più, e' pare che·lla sorte m'abbi dato tempo oportuno di potervi scrivere non solamente di lunga terra, ma de lo alto mare. 3 Voi arete inteso, Lorenzo, sì per la mia, come per lettera de' nostri Fiorentini di Lisbona, come fui chiamato, stando io in Sibilia, da· Re di Portogallo,4 e mi pregò che mi disponessi a servillo per questo viaggio; nel quale m'imbarcai a Lisbona a' tredici del pasato, 5 e pigliammo nostro camino per mezzodì, e tanto navicammo che pasammo a vista de Pisole Fortunate, che oggi si chiamano di Canaria, e pasammole di largo, 6 tenendo nostra navicazione lungo la costa d'Africa. E tanto navicammo che giugnemmo qui, a uno cavo7 che·ssi chiama el Cavo Verde, ch'è principio della provincia

1. Magnifico Padron mio: cfr. la nota I a p. 223. 2. l'utima vi scrissi: lettera che non ci è pervenuta. Dalla sua data si deduce che il Vespucci doveva essersi trasferito dalla Spagna in Portogallo al più tardi nell'aprile 1501. 3. Il passo, probabilmente corrotto, è stato variamente interpretato. Intenderei: che la sorte mi abbia data l'occasione, una volta di più, di scrivervi non solo da una terra lontana (lunga), ma anche durante la sosta di un viaggio in alto mare. 4. Sibilia: cfr. la nota 4 a p. 223 ; Re di Portogallo: Emanuele I (1495-1521), della Casa d'Avis. Introdusse decisive riforme nell'amministrazione dello stato (Codice Manuelino) e continuando l'opera di Giovanni II favorì l'espansione coloniale. Durante il suo regno si colloca l'impresa di Vasco da Gama (1497-99), con la quale ebbero inizio le conquiste portoghesi nell'Oceano Indiano. 5. a• tredici del pasato: il 13 maggio. 6. pasa111mole di largo: nel primo viaggio, condotto ol servizio dello Spagna, aveva invece fatto scorta di viveri e provviste proprio alle Canarie (cfr. la nota s a p. 224). I Portoghesi utilizzavano per lo stesso scopo le Azzorre e Madera, quando non dirigevano direttamente (come in questa occasione il Vespucci) al Capo Verde o alle isole antistanti, anch'esse possedimento lusitano. 7. cavo: capo.

AMERIGO VESPUCCI

d,Etiopia,t e sta al meridiano de l'isole Fortunate/' e tiene di larghezza 14 gradi della linea equinoziale ;3 dove a caso trovammo surto4 due navi 5 de·Rre di Portogallo, ch,erano di ritorno de le parte d,India orientali, che sono di quelli medesimi che andorono a Calicut ora 14 mesi fa 6 - che furono 13 navili7 -, co' quali i' ho aùto Gli antichi indicavano genericamente con il termine Etiopia l'interno dell'Africa a sud del Sahara; Erodoto distingueva gli Etiopi dell'Africa dagli Etiopi dell'Asia (gli Indiani) per la differenza dei capelli rispettiva. mente crespi e lisci. Nella cartografia tolemaica viene fatta una divisione tra Aethiopia sub Aegypto ed Aetlziopia interior, a sudovest della precedente (cfr. l'edizione Roma 1478 della Cosmographia di Tolomeo, ristampa anastatica, Amsterdam 1966); per gli scrittori dell'ultimo Medioevo, come qui per il Vespucci, corrispondeva all'Africa occidentale, dalla Mauritania alla Guinea. 2. e sta . .. Fortunate: la longitudine del Capo Verde (17°3o'W Greenw.) coincide quasi esattamente con quella dell'isola di Gomera (17°15'W Greenw.), nelle Canarie. 3. linea equinoziale: l'equatore; la latitudine del Capo Verde è esattamente 14°41'N. 4. surto: 11surte», an• corate (cfr. la nota 7 a p. 234). 5. due navi: le navi superstiti della flotta del Cabrai - in tutto sei - tornarono al Capo Verde e di qui a Lisbona in ordine sparso. La prima (se si esclude quella al comando di Gaspar de Lemos 1 rinviata subito in Portogallo per dare notizia dell'approdo alla costa del Brasile) fu l' Anunciada, una piccola, ma veloce caravella, che giunse a Lisbona il 23 giugno 1501. Dopo questa arrivò al Capo Verde la nave di Diogo Dias (cfr. la nota 6 a p. 256); ancora più tardi vi giunsero la capitana e le altre unità. Il racconto del Vespucci è confermato da quello del II pilota anonimo» che viaggiava col Cabral (cfr. RAMus10, 1, p. 127v.): "[... ] venissemo alla prima terra giunta col Capo Verde, detta Beseneghe, dove trovammo tre navili che '1 nostro Re di Portogallo mandava a discoprire la terra nuova, che noi avevamo trovata quando an• davamo a Calicut. E così ne dette nuova d'una nave che perdemmo di vista quando andavamo in là, la quale fu alla bocca dello stretto della Mecca, e stette ad una città donde li tolseno il battello con tutta la gente che aveva. E cosi veniva la nave solamente con sei uomini [... ] •. Questa relazione del II pilota anonimo n è un resoconto completo del viaggio, tradotto dal portoghese e probabilmente rimaneggiato da Giovanni Matteo Cretico; fu pubblicato nel 1507 a Vicenza nei Paesi novame,1te retrovati di FRACAN DA MoNTALBODDO, e poi dal RAMUSIO (r, pp. 121v.-127v.: Navigazion del capitano Pedro Alvares scritta per un piloto portoghese e tradotta di lin• gua portoghesa in la italiana). Altra fonte importante, relativa però sol• tanto alta prima parte del viaggio di Cabrai, è la Carta di Pero Vaz de Caminha in data I maggio 1500 (vedila in Alguns docume11tos, pp. 108• 21). 6. Su Calicut cfr. la nota 8 a p. 245; I4 mesi fa: stando alla data della lettera, esattamente 14 mesi e 25 giorni. 7. 13 navili: non molto si conosce sulla flotta del Cabrai. Sono noti i nomi di sole tre navi (oltre alla già citata Anrmciada, la Sào Pedro e El Rei) e quelli dei comandanti, tutti scelti tra la migliore nobiltà lusitana; uomini d'arme, diplomatici e politici più che marinai, il che fu probabilmente fatale all'esito finale dell'impresa (di tredici navi, ben sei andarono perdute). Cfr. D. PERRS, Historia dos descobrimentos portugueses, Coimbra, Ediçao do nutor, 1960, pp. 432-49. I.

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grandissimi ragionamenti, non tanto de·loro viaggio, come della costa della terra che corsono, e delle richezze che trovorono, e di quello che tengono. 1 Tutto sotto brevità si farà in questa menzione a Vostra Magnificenza: non per via di cosmogrofia, perché non fu in essa frotta 2 cosmografo né metamatico nesuno (che fu grande erore ), 3 ma vi si diranno cosi discontortamente4 come me la contorono, salvo che·ll'ho io alcuno tanto 5 coretta colla Cosmografia di Tolomeo. 6 Questa frotta de·Rre di Portogallo parti di Lisbona l'anno 1499 del mese d'aprile, 7 e navicorono al mezzodi fino a l'isole del Cavo Verde, che distano dalla linea equinoziale 14 gradi incirca, e fuora d'ogni meridiano verso l'occidente,8 che potete dire che·lle stanno più a l'occidente che l'isole di Canaria sei gradi, poco più o meno :9 ché ben sapete come Tolomeo e·lla maggior parte delle scuole de' cosmografi pongono el fine de l'occidente abitato l'isole Fortunate, 10 le quali tengono di latitudine, coll'astrolabio e con el quadrante +... +; e·ll'ho trovata essere così. 11 La longitudine è cosa più dificile, 12 che per pochi si può conoscere, salvo per chi molto vegghia13 I. 11011 tanto •.. tengo1zo: quel che interessava al Vespucci, e ancor più al Medici, erano infatti non tanto le vicissitudini del viaggio o la rotta seguita (di cui peraltro il Vespucci tratta, ma che non lo riguardava direttamente, dato che si proponeva di giungere alla stessa meta per altra via), quanto i risultati economici e politici. 2. per via di comzogrofia: in base ai dati di latitudine e longitudine;/rotta: flotta. 3. che fu grande erore: non solo per le perdite di vite umane che costò quel viaggio, ma anche perché la sistematica raccolta di notizie tecnico-scientifiche avrebbe potuto utilmente essere sfruttata per l'allestimento delle successive spedizioni. 4. discontortamente: disordinatamente, e anche empiricamente. 5. alcuno tanto: cfr. la nota 5 a p. 223. 6. Cosmogrofia di Tolomeo: quando il Vespucci scriveva, della Geografia di Tolomeo (su cui cfr. la nota I a p. 184) erano state pubblicate almeno nove edizioni a stampa, una delle quali (1482) a Firenze e due (1478 e 1490) a Roma; nessuna invece in Spagna e Portogallo. 7. l'a11no . .. d'aprile: in realtà, la cerimonia della partenza si svolse a Belém, presso Lisbona, PS marzo 1500, alla presenza del re e di tutta la corte; ma a causa del cattivo tempo la spedizione prese il via solo il giorno successivo. L'anno I 499 si spiega con lo stile fiorentino. 8. fuora ... occidente: ossia a ovest del meridiano iniziale, che era quello passante per le Canarie. 9. sei gradi ... meno: fra le isole Ferro (arcipelago delle Canarie) e Sao Vicente (Isole del Capo Verde) intercorrono 7°; ma la prima è a circa 2° W dall'antico meridiano-base. 10. maggior parte ••• Fortunate: infatti il limite occidentale dell'ecumene classica coincideva col meridiano base. 11. di latitudit,e .•• così: il testo è lacunoso; manca la cifra che il Vespucci dice di aver controllato con gli strumenti citati (sui quali cfr. la nota 5 a p. 230). 12. La longit11dine • •• più dificile: cfr. la nota 3 a p. 183. 13. vegghia: veglia.

AMERIGO VESPUCCI

e guarda la congiunzione della Luna co• pianeti :1 per causa della detta longitudine, io ho perduti molti sonni e ho abreviato la vita mia xo anni; e tutto tengo per bene speso, perché spero venire in fama lungo secolo, se io torno con salute di questo viaggio: Idio non me lo reputi in superbia, ché ogni mio travaglio è adirizzato al Suo santo servizio. Ora torno al mio proposito. Come dico, questi 13 navili sopradetti navicorono verso el mezzodì de !'isole del Cavo Verde per il vento che·ssi dice fra mezzodì e libeccio,2 e dipoi d'avere navicato 20 giornate 3 circa a 700 leghe4 - che ogni lega è 4 miglia e 1/25 -, posano_ in una terra, dove trovonno gente bianca6 e in uda - ed è la medesima terra che io discopersi per e Re di Castella,7 salvo che è più a l'oriente,8 la quale per altra mia vi scrissi9 -, dove dicono che pigliarono ogni rinfrescamento. 10

congiunzione ... pianeti: allude al metodo da lui stesso elaborato e messo in atto in occasione del viaggio precedente (cfr. la nota 3 a p. 232). 2. per il vento ... libeccio: secondo il rombo della bussola di S-S\i\T. 3. e dipoi ..• zo giornate: secondo la Carta di P~ro Vaz de Caminha (in Alguns documentos, p. 108), la flotta del Cabrai aveva avvistato il 14 marzo le Canarie e il 22 successivo le Isole del Capo Verde, approdando sulla costa dell'odierno stato brasiliano di Bahia, non lontano dall'attuale Porto Seguro, il 23 aprile. Dunque, per la traversata oceanica vera e propria, la spedizione aveva impiegato non 20, ma 3 I giorni. 4. circa a 700 leghe: come specifica subito dopo (cfr. la nota seguente), il calcolo qui riferito è rapportato ad un modulo diverso da quello usato nel primo viaggio. Queste 700 leghe corrispondono a 2520 miglia marine, cioè a 4662 km; in media oltre 80 miglia marine al giorno. 5. 4 miglia e I /z: nella relazione del suo primo viaggio transoceanico (cfr. p. 225) il Vespucci aveva attribuito alla lega il valore di 5920 m (pari a 4 miglia romane), che era la misura corrente in Spagna. In Portogallo invece il modulo era di 4 I /2 miglia della stessa misura base, e perciò la lunghezza della lega saliva a 6660 m; e mentre in Spagna il grado equatoriale era considerato pari a I 6 2/3 leghe, in Portogallo era di I 7 I /2. 6. bianca: il «pilota anonimo» parla in proposito di II color berretino tra il bianco e 'l nero» (cfr. RAMUSIO, I, p. 121v.). 7. discopersi .•. Castella: cfr. p. 225; il Vespucci identifica subito il luogo dove era approdato il Cabrai come parte della medesima terra che egli aveva scoperto circa dieci mesi prima. 8. a l'oriente: in realtà, più a sudest; ma il Vespucci non poteva sapere ancora in quale direzione si stendesse il litorale della nuova terra oltre il limite (circa 6°S) da lui stesso raggiunto nel primo viaggio. 9. per altra . .. scrissi: l'accenno assume grande importanza per la dibattuta questione dell'autenticità delle fonti vespucciane, in quanto la corrispondenza dei testi della prima e di questa seconda lettera conferma indirettamente la loro autenticità. 10. rinfrescamento: rinnovo delle provviste (variante di rinfresco: cfr. la nota 8 a p. 242); il Cabral vi sostò dal 24 aprile al 2 maggio I 500. 1.

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E di quivi partinno e presono loro navicazione verso l'oriente, e naviconno pel vento dello scilocco, pigliando la 1/4 di levante. 1 E quando funno larghi2 dalla detta terra, ebbono tanto tormento di mare col vento a libeccio, e tanto fortunoso, che mandò sottosopra cinque delle loro navi3 e·lle somerse nel mare con tutta la gente Idio abbi aùto misericordia de !'anime loro -; e·lle 8 altre nave4 dicono che corsono ad albero secco, 5 cioè sanza vela, 48 dì e 48 notte6 con grandissimo tormento. E tanto corsono che·ssi trovorono colla loro navicazione sopra a vento del Cavo di Buona Speranza, che sta figurato nella costa d'Etiopia e sta fuora del tropico di Capicorno I o gradi alla parte del merediano: 7 dico che istà di latezza della linea equinoziale verso el mezzodì 33 gradi; 8 di che, fatta la proporsione del paralelo, 9 truovano che 'l detto cavo tiene di longitudine de l'occidente abitato 62 gradi, poco più o meno: che posiàno dire che stia nel meridiano d' Alesandria. 10 E di qui navicorono dipoi verso el settantrione alla 1/4 del greco, navicando di continovo a lungo della costa, la quale, secondo me, è 'l prencipio d'Asia 11 e provincia d'Arabia Filice, 12 ed è terra del Pre-

1. scilocco . •. levante: verso S una quarta SE. 2. larghi: lontani. Avevano navigato tre settimane, venendosi a trovare nella zona dei venti variabili che dominano, all,incirca dal 45° al 20°W Greenw., l,Atlantico meridionale. 3. ci11que . .. 11avi: in realtà solo quattro. Una quinta nave era già scomparsa nel viaggio di andata, presso le Isole del Capo Verde: secondo il Barros, quella di Luis Pires, secondo il Caminha quella di Vasco de Ataide (cfr. BARRos-ULLOA, I, p. 85v. [1, iv, 2], e Alg,ms documentos, p. 108). Tra le navi che affondarono nella tempesta c'era quella di Bartolomeu Dias, lo scopritore del Capo di Buona Speranza. 4. 8 altre nave: in realtà sette, perché, oltre a quelle perdute, si era staccata dal gruppo la 11aveta di Gaspar de Lemos (cfr. la nota sa p. 250). 5. ad albero secco: con le vele completamente ammainate; era Punico modo, allora, per tentare di limitare i danni di una forte burrasca (cfr. p. 107). 6. 48 dì e 48 notte: si tratta senza dubbio di una esagerazione, che si spiega facilmente date le impressionanti dimensioni del naufragio. Secondo il a pilota anonimo», la tempesta cominciò il 20 maggio, e le navi superstiti avvistarono la terra africana il 16 giugno (cfr. RAMus10, 1, p. 122,.). 7. merediano: meridione. 8. 33 gradi: esattamente 34°21 '. Ma al tempo del Vespucci lo si poneva in 33°30', ossia 23°30' (Tropico del Capricorno) + 10°. 9. la proporsione del parale/o: tenuto conto della diminuzione della lunghezza del grado di parallelo col crescere della latitudine. 10. meridia,10 d'Alesandria: in realtà vi è una differenza di quasi I 1 °30'. 11. pre11cipio d,Ast'.a: secondo la tradizione classica (cfr. STRABONE, 11, v 1 26) il confine tra Asia e Africa era segnato dal Nilo. 12. Arabia Filice: così era detta, fin daWantichità, la parte meridionale della penisola arabica, corrispondente all,attuale Yemen.

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AMERIGO VESPUCCI

sto Giovanni, 1 perché quivi eh bono nuove del Nillo, che restava loro verso l'occidente: ché sapete che· lii partea. l'Africa da l'Asia. E in questa costa vidono infinita popolazione e città, e in alcune feciono scala; 3 e·lla prima4 fu Zafale,5 la quale dicono esser città di 1. Presto Giovanni: di questa leggendaria figura, motivo dominante della letteratura odeporica dei secoli XIII-XVI, la prima fonte storica è rappresentata dalla Chronica di Ottone di Frisinga, relativa all'anno 1145; vi si riferiscono notizie, portate alla corte papale da un vescovo di Gabula in Siria, su un leggendario e potente re-sacerdote orientale di nome Giovanni, che professava la fede cristiana nestoriana e combatteva vittoriosamente il comune nemico islamico. Pochi anni dopo, nel u65, la leggenda del Prete Gianni si materializzò in una lettera, indirizzata all'Imperatore di Bisanzio, a Federico Barbarossa, al pontefice Alessandro III, nonché ad altri sovrani d'Europa, il cui ignoto autore si faceva passare per il re-sacerdote; tale lettera, creduta autentica e come tale tramandata, ebbe una larga eco e numerose traduzioni e volgarizzamenti. L'esistenza di un regno cristiano in Oriente fece intravedere la speranza di una sua possibile alleanza con gli stati cristiani d'Occidente contro il comune nemico musulmano; la sua localizzazione rimase tuttavia molto incerta. I viaggiatori del secolo XIII cercarono di collegare la leggenda con la storia, identificando il Prete Gianni con vari sovrani e principi orientali. All'epoca del Vespucci il regno del Prete Gianni aveva finito per identificarsi con l'Etiopia (allora considerata parte dell'Asia); regione dove, per le notizie raccolte dal portoghese Pero da Covilha tra il 1487 e il 1491 e indirettamente giunte poco più tardi a Lisbona, si sapeva che esisteva un re cristiano che si riteneva desideroso di instaurare un colloquio con la Chiesa di Roma e con i sovrani occidentali (cfr. F. ZARNCKE, Der Priester Joha,znes, in ccAbhandlungen der Philol. Histor. Klasse der K. Sachsischen Akademie der Wissenschaften •, VII, 1879, pp. 827-1039 e VIII, 1883, pp. 1-186; L. 0LSCHI1), il nome con cui i mercanti persiani chiamavano la capitale Ayuthia, sul fiume Menam, fondata intorno al 1350 (cfr. Hobson-Jobson, s.v. Sarnau); Bengola: il Bengala, allora sultanato musulmano indipendente; Otezan: forse l'Orissa, regno indù indipendente a sud della foce del Gange (cfr. Hobson-Jobson, s.v. Ori.ssa). 4. Marchin . •. Marghin: potrebbe essere corruzione di Narsinga, come i Portoghesi chiamarono il regno di Vijayanagar (cfr. la nota 5 a p. 398). Secondo Hobson-Jobson (s.v. Maclieen) questo toponimo del Vespucci si riferisce invece a Maha-China, cioè • Grande Cina», come gli Indiani nei primi secoli dell'era cristiana chiamavano la Cina: cfr. anche la lettera del re del Portogallo ai re Cattolici, del 29 luglio 1501, in cui si dà un resoconto del viaggio del Cabrai, e dove è nominata la ,,tierra Malchima, de donde vienen las porcelanas» (NAVARRETE, n, pp. 66-70); nonché Ae0 L FApL 'ALLAMJ, Ayeen Akbery, or tl,e lnstitutes of the Emperor Akber, translated by F. Gladwin, London, J. Sewell, 1800, n, p. 3: « Khatai, which is properly Mahacheen, vulgarly called Macheen ». In questo caso, il fraintendimento del Vespucci nel collocarvi la tomba di san Tommaso nasceva forse dall'esistenza, testimoniata da molti viaggiatori (a cominciare da Marco Polo) di comunità cristiane nestoriane in Cina e Asia centrale, allora peraltro in estinzione. Ma per l'interruzione dei rapporti con la Cina, l'Occidente non ne era a conoscenza.

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apostolo, e vi sono molti Cristiani. 1 E mi disse che è stato in molte isole, e massime in una che·ssi dice Zilan, z che dice che volge 300 leghe, e che 'l mare aveva consumato d'essa, e·rio, altre 400 leghe. 3 Dissemi ch'era richissima isola di pietre preziose e di perle e di spezierie d'ogni genere e di drogherie, e altre richezze come sono alifanti e gran cavaleria, di modo che istimo che questa sia l'isola Taprobana,4 secondo che lui me la afigura; e più mi disse che mai sentì mentovare Taprobana in tale parte, ché, come sapete, està tutta in fronte de·rio Indo. 5 Item mi disse ch'era stato in una altra isola che·ssi dice Scamatara,6 la quale è di tanta grandezza come Zilon, e ben comarcana; 7 insieme, è tanto ricca come lei, si che, non esendo Zilon l'isola Taprobana, sarà Scamatara. 8 Di queste due isole vengono in Persia e in

I. il corpo . . • molti Cristiani: secondo una tradizione che risale a Gregorio Nazianzieno e agli apocrifi Atti di Tommaso, il cristianesimo era stato introdotto nel Malabar da san Tommaso apostolo, che sarebbe stato sepolto in una piccola cripta a Mailapur, presso Madras (cfr. anche MARCO Po Lo, Milione, pp. 247-9). Nel 1522 i Portoghesi edificarono una chiesa sul presunto luogo della sepoltura; intorno ad essa si sviluppò l'insediamento lusitano di Sao Thomé. In realtà, anche se sembra che fin dal II secolo vi fossero dei cristiani in India, probabilmente dipendenti da Edessa, questi sono sicuramente accertati solo più tardi, quando vi furono migrazioni di cristiani siro-caldei al tempo delle persecuzioni di Sapore II (313-381). Nel V secolo i cristiani del Malabar dipendevano dalla Chiesa persiana e quando questa, alla fine di quel secolo, divenne nestoriana, anche la comunità indiana passò a quella eresia. Solo con l'arrivo dei Portoghesi venne tentato un ritorno dei cristiani malabaresi alla Chiesa romana, e fu fondata l'arcidiocesi di Goa (1539). Cfr. J. C. PANJIKARAN, Christianity in Malabar, Roma, Pont. lnst. Orient. Stud., 1926. 2. Zilan: Ceylon. 3. volge 300 • • • 400 leghe: che corrispondono rispettivamente a circa 2000 e 2660 km (ma il passo è certamente corrotto). Non è possibile identificare il n·o di cui si parla (lo Stretto di Palk ?). Certo l'idea che il mare avesse consumato una parte de11'isola staccandola dal continente era molto diffusa tra i piloti arabi e persiani. Secondo MARCO POLO, l'isola una volta era più grande, e misurava di circuito tremila seicento miglia; • ma 'l vento a tramontana vi viene sì forte, che una grande parte à fatto andare sott'acqua• (Milio,ie, p. 234). 4. Taproba11a: cfr. la nota 3 a p. 244. 5. in fronte de•rio Indo: nei planisferi tolemaici, ai quali certamente voleva qui riferirsi il Vespucci, la penisola del Deccan (India intra Gangem) è assai meno estesa in latitudine di quanto non sin effettivamente, tanto che la costa del Malabar si dispone pressoché in direzione ovest-est, anziché nord-sud com'è in realtà. In conseguenza di ciò, Taprobana si viene a trovare quasi di fronte all'Indo. 6. Scamatara: Sumatra. I Portoghesi vi giungeranno nel 1509 (e cfr. qui le pp. 346-8). 7. ben comarcana: molto vicina (cfr. la nota z a p. 235). 8. no,i ese,1do •.. Scamatara: l'incertezza del Vespucci riflette la confusione e le discussioni che si facevano in quegli anni a proposito delle isole

AMERIGO VESPUCCI

Arabia infinitissime navi cariche d'ogni genere spezierie e drogherie e gioie preziose. E dicono che hanno visto gran copia di navili di quelle parte, che sono grandissimi e di 40 mila e 50 mila cantara1 di porto, e quali chiamano giunchi, 2 e hanno li alberi delle navi grandissimi, e in ogni albero 3 o 4 gabbie ;3 le vele sono di giunchi: non sono fabricate con ferro, salvo che sono intrecciate con corde (pare che quello mare non sia tempestoso); tengono bombarde, ma non sono e navili velieri,4 né si mettono molto in mare, 5 perché di continovo navicano a vista di terra. Acadde che questa frotta di Portogallo, per fare piacere a petizione de· Rre di Calicut, prese una nave ch'era calica d'alifanti e di riso e di più di 300 uomini,6 e la prese una carovella di 70 tonelli;' e un'altra volta misono in fondo 12

maggiori dell'Oceano Indiano. Nel planisfero di Fra Mauro (1459) il nome di Taprobana viene attribuito a Sumatra, mentre si diffonde, per la classica Taprobana, il nome da cui deriva l'attuale Ceylon, che si trova anche in Marco Polo (Seilan) e in Odorico da Pordenone. L'incertezza venne eliminata solo dopo l'arrivo dei Portoghesi. 1. ca,itara: antica misura di capacità, e quindi di stazza, variabile a seconda dei paesi. 2. giunchi: dal malese djong, passato al port. junco (cfr. CARDONA, BALM, p. 188, e Hobson-Jobso1i, s.v. junk). Si tratta di un tipo di natante proprio dell'Asia sud-orientale, a fondo piatto, con alti castelli di poppa e di prua, e tre alberi forniti di vele di stuoia (cfr. anche p. 407). 3. gabbie: le vele del secondo ordine, cosl dette perché si spiegavano al di sopra della gabbia (o coffa), in origine una piattaforma balaustrata situata nel punto di congiunzione dell'albero maggiore col minore, alla quale i marinai salivano per gli avvistamenti. 4. velieri: per quanto avessero una considerevole superficie velica, i giunchi davano prestazioni inferiori a quelle delle imbarcazioni occidentali, perché sprovvisti di quegli accorgimenti tecnici (minor peso, forma idrodinamica della chiglia, ecc.) che permettevano di sfruttare al massimo la forza del vento. 5. si mettono • •. in mare: si spingono al largo. 6. Acadde •.. uomini: l'episodio è attestato anche dal « pilota anonimo • e dalla citata lettera del re Emanuele I ai re Cattolici (cfr. NAVARRETB, n, p. 67). Una nave, carica di elefanti, doveva transitare dinanzi al porto di Calicut. Il sovrano, lo Zamorino (cfr. la nota 4 a p. 331), chiese al Cabrai di catturarla. Questi mandò la caravella di Pero de Ataide ad attaccare con l'artiglieria la nave, che si arrese. Il re «si maravigliò assai come una caravella tanto piccola e con cosi poca gente potesse prendere una nave cosi grande, nella quale erano trecento uomini da battaglia» (RAMUSIO, 1, p. 1z5r.). Secondo il Barros invece, la richiesta di catturare la nnve fu uno stratagemma ordito a danno dei Portoghesi, i quali in tal modo si sarebbero inimicati i mercanti di Cochin e di tutta la costa mala barica (cfr. BARROSULLOA, 1, pp. 93v.-95v. [1, v, 6]). 7. tonelli: il tonello (spagn. e port. tonel) era una unità di misura di stazza che dovette variare nel corso degli onni e a seconda delle località, ma che sembra fosse comunque inferiore alla tonelada. Sul diverso valore della tonelada nella prima metà del XVI secolo (quella sivigliana pari a 1,405 ml, quella biscaglina, più frequente nell'Atlantico, pari

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navi. 1 Dipoi vennono a una isola detta Arabuga, e Maluca, 2 e molte altre isole del Mare Indico, che sono di quelle che conta Tolomeo che stanno intorno a l'Isola Taprobana,3 e tutte sono ricche. La detta armata se ne torna in Portogallo; e alla volta,4 ch'erano restate 8 navi, 5 se ne perdé una carica di molte richezze, che dicono che valeva 100 mila ducati;6 e·lle 5 per temporali si perdenno della capitana, de le quali oggi n'è capitata una qui,7 come di sopra dico. Credo che !'altre veranno a salvamento: cosi a Dio piaccia.

a 1,686 m 3), prima della definizione ufficiale del 1590, cfr. H. e P. CHAUNU, Séville et l' Atlantique (z504-I650), 1, Paris, S.E.V.P.E.N., 1955, pp. 130-41. I. un'altra volta .•• I2 navi: anche questo particolare è confermato dal crpilota anonimo»: i mercanti arabi, che vedevano minacciate le loro prerogative dai rivali portoghesi, trassero pretesto da una nave catturata dal Cabrai per protestare contro di loro, definendoli cruomini ladri e rubbatori »; il 16 dicembre I 500 provocarono una sommossa, e la popolazione attaccò i Portoghesi che erano a terra, causando morti e feriti. Il Cabral, per ritorsione, «mandò a prender dieci navi de Mori che stavano nel porto e fece amazzare tutta la gente che si trovava in dette navi, e così ammazzassemo fino alla somma di cinquecento o seicento uomini: [ ... ] e le navi[ •..] abbrucciassemo tutte dieci e l'altro giorno sequente le nostre navi[ ... ] bombardarono la città, di modo che ammazzammo infinita gente» (cfr. RAMusrn, I, p. 126v.). In seguito i Portoghesi attaccarono e bruciarono ancora due navi di Calicut cariche di riso. 2. In realtà, la spedizione del Cabrai non si era spinta oltre la costa del Malabar e quindi non poteva aver raggiunto le Molucche (Ma Luca: è questa la prima attestazione del nome; Arabuga invece non è identificabile). Il Vespucci probabilmente confonde qui il racconto del viaggio dell'armata del Cabrai con le notizie raccolte da Gaspar da Gama, direttamente o indirettamente, durante il suo soggiorno in India. 3. stanno • .. Taproba11a: nei planisferi tolemaici a stampa dell'ultimo Quattrocento, come ad esempio quello bellissimo, inciso su legno, del Tolomeo cli Ulm del 1482, Taprobana è circondata da ogni parte da isole, ognuna delle quali porta inscritto il proprio nome. Il disegno è accompagnato da un cartiglio, nel quale si afferma che di tale arcipelago, che comprende ben 1378 isole, si conoscono solo pochi nomi. 4. alla volta: cfr. la nota 2 a p. 244. 5. 8 navi: cfr. la nota 4 a p. 2.53. 6. una . •. ducati: El Rei, la nave comandata da Sancho de Tovar, incagliatasi sulla costa del Kenya al largo di l\1alindi, e poi, una volta sgombrata dagli occupanti, data alle fiamme. Sancho de Tovar era uno spagnolo (nato a Tovar, non lontano da Burgos) che, avendo parteggiato per Alfonso V di Portogallo contro i re Cattolici, era stato costretto ad emigrare in Portogallo. Fra l'altro sembra che fosse colpevole dell'omicidio del giudice che aveva trattato la sua causa. Era il sostituto di Cabrai; questi, giunto a Mozambico, gli dette Pincarico di recarsi con una nave, accompagnato da un pilota e da un interprete, a Sofala, per conoscere il luogo e cercar di stabilire dei contatti (cfr. il resoconto del «pilota anonimo• in RA.Mus10, 1, p. x27v.). 7. e·lle s: cfr. la nota s a p. 250; u11a qui: quella di Diogo Dias: cfr. la nota 6 a p. 256.

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Quello che·lle dette nave portano è 'l seguente. 1 Vengono cariche d'infinita canella, 3 gengiavo verde e secco, e molto pepe, e gherofani,3 noci moscadi, mace,4 muschio, algalia, 5 istorach, bongiul,6 porcelane,7 cassia, mastica,8 incenso, mirra,9 sandali rossi e bianchi,10 1.

Qrtello • .. seguente: comincia qui l'elenco delle merci che i Portoghesi

in Occidente e il cui rifornimento era stato fino a quel momento assicurato dai Veneziani, con l'intermediario degli Arabi. 2. canella: nome italiano della corteccia di due specie di cinnamomi: il cinnamomo della Cina (Cinnamomum cassia), conosciuto sin dall'antichità e menzionato dagli scrittori greco-latini (cfr. PLINIO, Nat. liist., XII, 85 sgg.), e il cinnamomo dell'India, soprattutto del Malabar e di Ceylon (Cinnamomum zeylanicum). la cui produzione sembra avesse avuto inizio in epoca più recente (cfr. MILLER, La via delle spezie, pp. 46-50, 76-9 e 154 sgg.). 3. gengiavo: zenzero (cfr. la nota 3 a p. 341); su pepe e chiodi di garofano (gherofani) cfr. le note I a p. 340 e 4 a p. 348. 4. noci moscadi, mace: cfr. le note 3 e s a p. 348. 5. muschio, algalia: entrambi usati in profumeria; il primo, che ha la proprietà di fissare gli odori, veniva estratto dalle ghiandole del Moschus moschiferus, cervide dell'Asia centrale e orientale; il migliore era quello del Tibet e della Cina, di cui parla più volte MARCO PoLo (cfr. Milione, pp. 87-8); algalia è termine spagnolo e portoghese, ma di origine araba, per zibetto, sostanza ottenuta dalle ghiandole perineali della Viverra zibetha, comune in Africa e nell'Asia centro e sud-orientale. 6. istorach: storace; liquido ricavato per ebollizione dalla corteccia del Liquidambar orientalis; bongiul (dall'arabo lubiin Giiwi allo spagn. benjul): il benzoino, o « incenso di Giava», ottenuto per essiccamento della resina dello Styrax benzoin, indigeno di Sumatra e di altre regioni dell'Asia sud-orientale (cfr. MILLBR, La via delle spezie, pp. 44-5). 7. porcelane: la porcellana cinese era già nota e apprezzata nei paesi musulmani nell'XI secolo, ed è menzionata da MARCO POLO (cfr. Milione, p. 212); raggiunse l'Europa attraverso l'Asia Minore e Venezia. 8. cassia: la Cassia fistula, arbusto officinale, diffuso dalla valle del Nilo all'India, noto fin dall'antichità; se ne utilizzava la polpa del frutto per le sue proprietà lassative; mastica: mastice: la resina del lentisco; oltre al lentisco di Chio (cfr. la nota I a p. 95), altre varietà crescevano in Arabia e in India. 9. L'incenso è una gommoresina che si ottiene per incisione dai tronchi di alcune Burseracee; originario della penisola arabica e dell'Africa orientale, anticamente veniva portato dallo l;lac;iramawt e dal Zafar, attraverso la cosiddetta • Via dell'Incenso», sino a Petra, centro di raccolta e di distribuzione. Il suo uso rituale nelle cerimonie religiose, in realtà determinato dalle sue proprietà antisettiche, è molto antico, e si ritrova nella liturgia pagana, ebraica e cristiana. Il luogo d'origine della mirra sembra sia stato l'Africa orientale e particolarmente il Corno d'Africa; in seguito si diffuse nella penisola arabica. È una resina che si estrae da diverse piante del genere Gommiphora; oltre che nelle cerimonie religiose, era usata in profumeria e per imbalsamare i morti (cfr. MILLBR, La via delle spezie, pp. 104-7). 10. sandali rossi e bianchi: il sandalo è una pianta semiparassita, originaria dell'Arcipelago Indonesiano e dell'India meridionale. Le diverse specie si distinguono per il colore del legno: il Santalum album - dal quale si estrae anche un olio essenziale usato in profumeria e farmacia - e lo Pterocarpus santalinus, di colore rossastro, entrambi pregiati. L'impiego del legno di avevano raccolto; merci già tutte ben note

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legno aloè, canfera, 1 ambracane, 2 molta lacca, 3 mumia, anil,4 tuzia, 5 opio,6 aloè patico, folio indico7 e molte altre drogherie che sare' cosa lunga al contalle. Di gioie non so el certo, salvo che vidi dimolti diamanti e rubini e perle, fra' quali viddi uno rubino d'un pezzo ciottolo di belissimo colore, che pesava sette carati e 1/2. No·mi vo' più ralargare, perché el navilio stanno +.•.+s no·mi lascia scrivere; di Portogallo intenderete le nuove. In concrusione, e· Rre di Portogallo tiene nelle mani uno grandissimo trafico e gran richezza: Idio la prosperi. Credo che·lle spezierie veranno di queste parti in Alesandria e in Italia, secondo la qualità e pregi: cosi va el mondo. Credete, Lorenzo, che quello che io ho scritto infino a qui è la verità, e se non si risconteranno le province e ' regni e ' nomi di città e d'isole colli scrittori antichi, è segnale che sono rimutati,

sandalo è antichissimo: è menzionato nella Bibbia a proposito del tempio di Salomone (cfr. J Reg., 10, 12), nel Maliabliarata e nel Ramaya,.,a. x. hgno aloè: cfr. la nota 2 a p. 97; canfera: la canfora (dal malese kapor, attraverso l'arabo kafii.r) è sostanza cristallina aromatica che si ottiene da due specie diverse: il Citznamomum camplzora - originario del Giappone e della Cina - da cui la canfora si ricava per distillazione dai rami e dalle foglie sminuzzate; e la Dryobalanops aromatica di Borneo e di Sumatra, dal cui legno si ottiene il bomeolo; la prima ad essere messa in commercio in Europa tramite gli Arabi, in epoca romana, fu la varietà indonesiana. 2. ambraca11e: dallo spagn. ambar ca110: ambra grigia, prodotta dalla secrezione dell'intestino del capodoglio e usata per la preparazione dei profumi; ne parla anche MARCO POLO (cfr. Milione, p. 270). 3. lacca: dal hind. lakh, sanscr. lak1a: incrostazione resinosa prodotta su certi alberi - principalmente il pipai - dalla puntura di un insetto, il Coccus lacca (cfr. HobsonJobson, s.v. lac). 4. nmmia: catrame minerale; insieme con altri ingredienti (aloe, mirra ecc.) serviva per l'imbalsamazione dei cadaveri; anil: colorante azzurro che si ottiene dall'lndigofora tinctoria per macerazione delle foglie; il termine indicava anche la pianta. Dall'arabo an-nil, passato poi in italiano attraverso il portoghese (cfr. Hobson-Jobson, s.v. anile). 5. tllzia: il termine è di origine persiana, e indica un composto dello zinco, che si impiegava in medicina come astringente. Le più importanti miniere di zinco erano nella provincia iraniana di Kermin (cfr. MARCO POLO, Atlilione, p. 46). 6. opio: originario dell'Asia occidentale, il papavero da oppio, usato nell'antichità romana per le sue qualità medicamentose, e nel l\1edioevo nelle pratiche di stregoneria, si diffuse gradualmente in epoca più tarda in tutto l'Oriente fino in Cina, con le note conseguenze nocive. 7. aloè patico: cfr. la nota 6 a p. 255; folio indico: le foglie secche di alcune specie di Cin11amomr,m, note anche ai Greci e Romani sotto il nome di malabathrum, e usate in Occidente come condimento ed eccitante; davano vita ad un intenso commercio con l'India (cfr. HobsonJobson, s.v. malabathrum). 8. Lacuna nel testo.

AMERIGO VESPUCCI

come veggiamo nella nostra Europia, ché per maraviglia1 si sente uno nome antico; e per maggiore chiarezza della verità, si trovò presente Gherardo Verde, fratello di Simon Verde di Cadisi, 2 el quale viene in mia compagnia e a voi si racomanda. Questo viaggio che ora fo, vcggo eh' è pericoloso quanto alla franchezza di questo vivere nostro umano; nondimeno lo fo con franco animo per servire a Dio e al mondo; e se Dio è servito di me, mi darà virtù quanto che io sia aparechiato a ogni Sua volontà, purché mi dia eterno riposo a l'anima mia.

per maraviglia: raramente, difficilmente (cfr. spago. por maravilla). 2. Gherardo Verde . .. di Cadi.si: membri di una nota famiglia fiorentina. Simone dal Verde si era trasferito in Spagna come mercante, stabilendosi a Valladolid, fra il 1493 e il 1494, e dopo il 1498 a Cadice. Di lui ci rimangono due lettere, che si riferiscono al secondo viaggio di Colombo (cfr. p. 119). 1.

III [LETTERA A LORENZO DI PIERFRANCESCO DE' MEDICI DEL 1502]

Nota introduttiva

È

l'ultima, in ordine di tempo, delle tre lettere manoscritte del Vespucci; la data precisa manca, ma la si può ricavare dal testo, che fa della lettera stessa la logica continuazione della precedente. La lettera narra il secondo viaggio, dalla partenza dal Capo Verde, nel giugno 1501, al ritorno a Lisbona, nel luglio dell'anno successivo. Purtroppo, trattandosi di una lettera familiare, a cui il Vespucci si riservava di far seguire una più lunga e dettagliata relazione, egli non si sofferma sui particolari, neppure su quelli che più ci sarebbe stato utile conoscere per determinare con precisione i limiti e le modalità di questa sua seconda esperienza, che è, come si è detto, la più importante, dato che durante questo viaggio egli esplorò un lunghissimo tratto della costa sudamericana. Tuttavia non mancano le fonti indirette a conferma della sua veridicità, tra le quali sono da ricordare una nota dei Diarii di Marino Sanuto,1 la testimonianza di Valentim Femandes, 2 la lettera di Piero Rondinelli ;3 ma soprattutto le deposizioni rese da alcuni piloti di Spagna, chiamati il 13 novembre I s I s dalla Casa de la Contra taci on a testimoniare, sotto giuramento, a proposito della posizione del Capo Sant' Agostino, che sia la Spagna sia il Portogallo sostenevano rientrare, in base alle clausole del Trattato di Tordesillas, nella propria area di competenza. Sebastiano Caboto, Giovanni Vespucci (nipote di Amerigo), e Nufio Garda, concordando nel porre il Capo Sant'Agostino a 8° di lat. S - in contrasto con Cfr. MARINO SANUTO, I Diarii, Venezia, R. Deputazione Veneta di Storia Patria, 1879-1902, IV, col. 485. 2. È l'editore e stampatore Valentin Ferdinand: di origine morava, si trasferi in Portogallo dove assunse il nome di Valentim Fernandes; mori intorno al 1519. Raccolse una collezione di relazioni geografiche dei paesi scoperti dai Portoghesi in Africa e in Asia. La testimonianza a cui qui si allude è citata nella Introduzione di F. KuNSTMANN a VALENTIN FERDINAND'S Besclzreibrmg der Westkiiste Afrika's, in «Abhandlungen der Historischen Klasse der K. Bayerischen Akademie der Wisscnschaften », Munchen, voi. VIII (1860), p. 789. Si tratta di un documento rinvenuto nella Biblioteca di Stoccarda, in cui si dice che « altera classis eiusdem regis christianissimi [...] tandem versus Austrum usque clevationem poli antartici 53 gradibus pervenit [ ...] •· 3. Citata qui a p. 205. 1.

AMERIGO VESPUCCI

Andrés de Morales, che affermava fosse a 16° -, fanno esplicito riferimento alla grande esperienza nautica e cosmografica del Vespucci, e al fatto che egli era stato due volte al Capo e che vi era andato per conto del Portogallo. Giovanni Vespucci dichiara inoltre di possedere una «escritura de su mano propia, cada dia por qué derrota iba e cuantas leguas hacia », che è come dire un vero e proprio diario di bordo. 1 Restano oscuri, e la lettera permette solo di fare delle ipotesi, i motivi per cui il Vespucci passò improvvisamente al servizio del Portogallo, e la qualifica con cui partì. I due interrogativi sono collegati, e se si potesse dare una risposta definitiva al secondo si potrebbe sperare di risolvere forse anche il primo. Quello che comunque si può escludere è che da parte del Vespucci vi fosse un interesse puramente o prevalentemente economico, poiché anche questo viaggio gli fruttò ben poco. u Andamo in nome di discoprire » afferma nella lettera, e questo doveva essere probabilmente lo scopo principale del viaggio, dato che il Portogallo aveva soprattutto interesse a stabilire la reale posizione della Terra da Vera Cruz, scoperta e cosi chiamata dal Cabrai, al fine di fame una tappa - come poi ne fece sulla via delle Indie. Una seconda questione riguarda il limite raggiunto dalla spedizione in questo viaggio. I 50° S dichiarati dal Vespucci sono sembrati troppi a molti suoi commentatori, nonostante che ben tre documenti sincroni (la nota del Sanuto, lo scritto del Fernandes e la lettera del Vespucci) siano sostanzialmente concordi in proposito; soprattutto perché, per trovare una spedizione che compia una analoga impresa è necessario attendere il I 520 e il viaggio di Magellano. Tuttavia è stato rilevato come proprio Magellano, trovandosi a sedare il tentativo di rivolta dei suoi equipaggi nella Baia di San Giuliano, affermasse - secondo la testimonianza di L6pez de G6mara - che era necessario continuare il viaggio verso sud, «pues habia llegado cerca de alH Américo Vespucio ».2 Restano invece difficili da stabilire le tappe del viaggio, poiché su di esse il Vespucci non dà molte informazioni, dilungandosi piuttosto a parlare delle condizioni ambientali, della natura e dell'uomo americani, in una descrizione serena e precisa nei particolari, priva di quelle divagazioni di cui son piene le lettere a stampa.

1. Cfr. NAVARRETE, 11, pp. 191-2, e R. ALMAGIÀ, Alcune considerazio11i sulla «questione vespucciana », in Amerigo Vespucci nel V centenario della nascita. Numero speciale della RGI, 1954, p. 11. 2. Cfr. F. L6PEZ DB G6MARA, Historia genera[ de las l11dias, nel tomo I degli Historiadores primitivos de lndias, Madrid, Rivadeneyra, 1877, p. 214.

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Nella sua semplicità la lettera manifesta la maturità raggiunta dal Vespucci; si intuisce come il tempo trascorso lo abbia allontanato dall'ambiente fiorentino e dal Medici stesso, verso il quale, al di là delle consuete formule di cortesia, l'atteggiamento appare più distaccato e meno sottomesso. Se nella prima lettera il Vespucci si preoccupava di come sarebbero state giudicate le sue carte nella città natale («tuttavolta, chi mi dé emendar, aspetti la venuta mia, che potrà essere che mi difenda »), adesso si limita ad informare, sicuro di quello che dice, senza far sfoggio di erudizione per giustificare la propria esperienza, che sa essere eccezionale. Il tema dominante della lettera è la descrizione di quel Mondo Nuovo di cui per primo egli ha percepito l'esistenza; ma accanto a quella tornano le osservazioni astronomiche, ed egli ne tratta con la sicurezza di chi sa d'aver ormai raggiunto una conoscenza molto profonda, tanto che - dichiara - si ripromette cli dame conto in un'operetta a cui desidera affidare il ricordo di sé dopo la morte. Questa operetta, se fu completata, è andata perduta; ad essa forse si deve la fama di cosmografo di cui godette il Vespucci per molti anni dopo la sua morte.

Nota d'una lettera venuta d'Amerigo Vespucci a Lorenzo di Piero Francesco de' Medici l'anno z502 da Lisbona della loro tornata delle nuove terre mandato a cercare per la Maestà de· Re di Portogallo; e prima:

Magnifico Padrone mio Lorenzo, 1 dopo le debite racomandazione, etc. L'utima scritta2 a Vostra Magnificenza fu dalla costa di Ghinea, 3 da uno luogo che·ssi dice el Cavo Verde, per la quale sapesti el principio del mio viaggio; e per la presente vi si dirà sotto brevità el mezzo e fine d'esso, che è questo che segue al presente. Partimmo dal detto Cavo Verde prima facile, 4 e preso ogni cosa necesaria, come è acqua e legne e altri bisogni nicesari pel mettersi in golfo del Mare Oceano5 per cercare nuove terre; e tanto navicammo per il vento fra libeccio e mezzodì6 che in 64 dì7 arivammo a una terra nuova, la quale trovammo esser terra ferma per molte ragioni che nel procedere si diranno. 8 Per la qual terra coremmo d'essa circa a di 800 leghe9 tuttavolta alla 1/4 di libeccio ver ponente,1° e quella trovammo piena d'abitatori; dove notai maravigliose cose di Dio e della natura, donde diterminai di dare notizia di parte d'esse a Vostra Magnificenza, come sempre ho fatto de Ii altri mia viaggi. 11 1. Lorenzo: cfr. la nota I a p. 223. 2. L'utima scritta: è la lettera precedente. 3. Ghinea: Guinea. 4.facile: facilmente (con valore avverbiale). 5. golfo del Mare Oceano: cfr. le note 8 a p. 241 e 3 a p. 223. 6.fra libeccio e mezzodì: l'indicazione è approssimativa; per il problema della rotta effettivamente seguita, cfr. MAGNAGHI, p. 192. 7. in 64 dì: nel primo viaggio il Vespucci aveva impiegato 24 giorni dalle Canarie alla Guiana; è possibile che la maggior durata del secondo sia stata determinata dall'incontro di una zona di calme equatoriali. come era già avvenuto a Colombo nel terzo viaggio {cfr. pp. 152-3); il Mundiu Novus e la Lettera al Soderini ne attribuiscono invece la causa a venti contrari e forti burrasche. 8. terra ferma: tenendo conto della rotta seguita e delle distanze che più oltre il Vespucci dichiara di aver superato, l'approdo dovette aver luogo press'a poco al Capo San Rocco (5° lat. S), latitudine che il Vespucci aveva già raggiunto nel primo viaggio, ma al largo della costa. In quella occasione egli aveva parlato soltanto di « terra ferma [... ] a' confini delP Asia», che secondo la sua opinione non doveva essere molto lontana dal cr Cavo di Cattigara, che è giunto con el Sino Magno» di Tolomeo. Con tutealtro significato egli afferma qui d•aver raggiunto una te"a ,iuova che per molte ragioni ritiene esser terraferma: come sempre il Vespucci fonda le sue convinzioni su ben precisi dati sperimentali (cfr. la nota 3 a p. 274). 9. 800 leghe: stando al modulo di 4 1/2 miglia romane per lega. oltre 2800 miglia marine o 5300 km. 10. alla I/4 ••• ver ponente: a SW, una quarta W. 11. come sempre ... viaggi: se ne è voluto dedurre che il Ve18

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Coremmo tanto per questi mari ch'entrammo nella torida zona e pasammo della linea equinoziale alla parte de l'austro 1 e del tropico del Capicorno, tanto che 'l polo de·meridiano 2 stava alto del mio orizzonte 50 gradi; e altretanto era la mia latitudine della linea equinoziale, 3 ché navicammo 9 mesi e 27 di4 che mai vedemmo el polo artico, né meno l'Orsa Maggiore e Minore, e per oposito mi si discopersono dalla parte del meridiano infiniti corpi di stelle molto chiare e belle, le quali sempre stanno nascoste a questi del settantrione. Dove notai el maraviglioso artificio 5 de' loro movimenti e di loro grandezze, pigliando el diamitro di loro circuli,6 e figurandole con figure geometriche ;7 e altri molti movimenti de' cieli notai, la qual sarebbe cosa prolissa schivelli: ma di tutte le cose più notabili che in questo viaggio m' ocorse, in una mia operetta8 l'ho racolte, perché, quando starò di riposo, mi possa in essa ocupare per lasciare di me dopo la morte qualche fama. Stavo in proposito di mandarvene un sunto, ma me la tiene questo serenissimo Re; ritornandomela, 9 si farà. In concrusione, fui alla parte delli antipospucci si riferisse ai due precedenti viaggi transoceanici che la tradizione gli attribuisce e non, genericamente, a possibili anteriori spostamenti che egli dovette fare per ragioni di commercio. 1. linea .•. austro: cfr. le note 6 e 5 a p. 229. 2. '[ polo de·meridiano: il Polo Sud celeste. 3. 50 gradi . •. equinoziale: è la massima latitudine australe raggiunta dal Vespucci in questo viaggio. La constatazione di aver percorso, come egli dice, una linea di costa ininterrotta fino a tale latitudine lo convinse non solo di aver toccato una terra Jerma, ma una terra nuova, diversa cioè dall'Asia, il cui margine orientale si stendeva in latitudine nelle carte post-tolemaiche del suo tempo {per esempio nei planisferi di Enrico Martello o nel globo di Martin Behaim) non più a sud del 35°. 4. 9 mesi. e z7 dì: dall'agosto 1501 al giugno 1502, quando ebbe inizio il viaggio di ritorno. S. artificio: meccanismo. 6. circuli: orbite. 7 . .figurandole ..• geometriche: cercando di esprimere i loro movimenti in forma geometrica. 8. una mia operetta: che non si è conservata. È stata avanzata l'ipotesi che a questa si riferisse Giovanni Vespucci, nipote di Amerigo, quando dichiarava d'aver consultato una a escritura,, di mano dello zio (cfr. p. 270). Peraltro il titolo di operetta e la fama acquisita in seguito dal Vespucci nel campo degli studi cosmografi.ci fanno pensare che si trattasse di qualcosa di più di quel diario di cui il navigatore fiorentino parla più oltre, in questa stessa lettera. Ad un'opera di carattere geografico e cosmografico fa riferimento la Lettera al Soderini ( a tutto ho ridotto in un volume in stilo di geografia, e le intitulo Le quattro giornate»: in FORMISANO, p. 48), e anche il Mundus Novus (in Raccolta, III, 2, p. 134). 9. ritornandomela: ciò che probabilmente non avvenne o avvenne con molto ritardo; nnche perché una buona parte delle regioni australi toccate dal Vespucci in questo viaggio oltrepassava (e ancor più si credeva che oltrepassasse) in longitudine i limiti fissati dal Trattato di Tordesillas ai diritti della Corona portoghese, che aveva perciò interesse a tener nascosti i risultati della spedizione.

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ti,1 che per mia navicazione fu una 1/4 parte del mondo: 2 el punto del mio zenih più alto in quelle parte faceva uno angolo retto sperale colli abitanti di questo settantrione, che sono nella latitudine di 40 gradi ;3 e questo basti. Vegniamo alla dichiaraz~one della terra e delli abitanti e delli animali e delle pianti e de !'altre cose utile e comune che in que' luoghi trovammo per la vita umana. Questa terra è molto amena e piena d'infiniti alberi verdi e molto grandi, e mai non perdono foglie, 4 e tutti hanno odori soavissimi e aromatici, e producono infinitissime frutte, e molte d'esse buone al gusto e salutifere al corpo. E campi producono molte erbe, fiori e radice molto soave e buone, che qualche volta mi maravigliavo de' soavi odori de l'erbe e de' fiori, e de' sapori d'esse frutte e radice, tanto che infra me pensavo esser presso al Paradiso teresto: infra questi alimenti arei creduto esser circa a d'esso. 5 Che diré·noi della quantità delli uccelli e di loro penaggi e colori e canti, e quante sorte e di quanta formosità ( non voglio alarganni6 in questo, perché dubito non sarei creduto); chi potrebbe racontare la 'nfinita cosa delli animali silvestri, tanta copia di lioni, di lonze, di gatti non più di Spagna, ma delli antipoti -, tanti lupi cerbieri, babuini e gatti mamoni7 di tante sorte e molte serpe grandi ? E tanti altri I. antipoti: gli antipodi, concetto caro alla scienza greca, che li aveva postulati per ragioni puramente teoriche (cfr. PLATONE, Tim., 640), vale a dire per rispettare la simmetria delle parti sulla superficie terrestre. Nel Medioevo l'idea degli antipodi era stata combattuta dalla Chiesa, che aveva anche perseguitato i suoi sostenitori; ciò nonostante, non era mai stata abbandonata. La scoperta di Colombo l'aveva riportata in auge: Pietro Martire d'Anghiera afferma più volte, sia nelle Decades, sia nell'Epistolario, che le terre raggiunte da Colombo sono agli antipodi del vecchio mondo. Il concetto del Vespucci è diverso e indubbiamente più corretto: infatti egli non sostiene di essere giunto agli antipodi, ma d'aver navigato verso di essi. 2. una r/4 parte del mondo: in considerazione del fatto di aver raggiunto un luogo la cui linea zenitale formava un angolo retto con la linea zenitale di Lisbona (angolo retto sperale), il Vespucci ritiene di aver percorso un arco di 90°, il che equivale a dire «una quarta parte del circolo massimo» (meridiano). 3. latitudine di 40 gradi: quelln di Lisbona, secondo la stima allora corrente (in realtà 38°42'N). 4. Questa te"a .•. foglie: cfr. la descrizione di Colombo, qui a p. 28. 5. perrsavo . .. circa a d'esso: la certezza si tramuta in dubbio: il mito del Paradiso Terrestre, ancora dato per scontato nella prima lettera (cfr. la nota 4 a p. 228), comincia a vacillare; alimenti: arcaico, per «elementi•· 6. alargarmi: dilungarmi. 7. Oltre al puma e al giaguaro, che lo fecero pensare al leone e alla lonza, il Vespucci dovette vedere varie specie di gatti selvatici, diversi da quelli della Spagna, e di gatti

AMERIGO VESPUCCI

animali vedemmo che credo che di tante sorte non entrasse ne l'arca di Noè, e tanti porci salvatichi e cavriuoli e cerbi e dani1 e lepre e conigli; e animali dimestichi nesuno ne vedemmo. Vegniamo alli animali razionali. 2 Trovammo tutta la terra esser abitata da gente tutta iniuda, cosi li uomini come le donne, sanza coprirsi di vergogna nesuna. Sono di corpo bene disposti e propor.. zionati, di color bianchi e di cape' lunghi e neri, e di poca barba o di nesuna. 3 Molto travagliai ad intendere loro vita e costumi, perché 27 di mangiai e dormi' infra loro; e quello che di loro conobbi è el seguente apresso. Non tengono né legge né fede nesuna, vivono secondo natura, non conoscono immortalità d'anima. Non tengono infra loro beni propi, perché tutto è comune. 4 Non tengono termini di regni o di provincia; non hanno Re, né ubidiscono a nesuno: ognuno è signore di sé. Non aministrano giustizia, la quale non è loro necesario, per.. ch'e' non regna in loro codizia. 5 Abitano in comune e case fatte a uso di capanna molte grande,6 e, per gente che non tengano ferro né altro metallo' nesuno, si possono dire le loro capanne, overo case, miracolose, perché ho visto case che sono lunghe 220 passa e larghe 30, e artificiosamente8 fabricate; e in una di queste case stanno 500 o 600 anime. Dormono in rete tesute di cotoni, coricate panterini, che assimilc\ alle linci (lupi cerbieri); gatti mamoni: scimmie. I. dani: antico, per «daini n. 2. animali razionali: le caratteristiche delle popolazioni incontrate dal Vespucci presentano molte affinità con quelle delle tribù appartenenti alla grande famiglia linguistica dei TuplGuarani, che in epoca relativamente recente - probabilmente nel corso del XV secolo - avevano fatto irruzione sulla costa atlantica brasiliana, iniziando un processo migratorio prolungatosi per più secoli. Avevano respinto verso l'interno i precedenti abitatori, chiamati genericamente • Tapuya n (nome che non corrisponde ad una precisa entità etnica o linguistica), alcuni dei quali si mantenevano però ancora sulla costa in pochi gruppi isolati. I Tupl-Guaranl - chiamati anche complessivamente Tupinambà -, benché uniti linguisticamente e culturalmente, erano suddivisi in numerose tribù in guerra le une con le altre (cfr. sui Tupinnmbà il saggio di A. MÉTRAUX, in HSAI, 111, pp. 95-133 e, dello stesso autore, Migrations historiqfles des Tupì-Gt1ara11i, in • Journal de la Société des Américanistes de Paris », I 927, pp. 1 -42; sui Tapuya, R. H. Low1B, in HSAI, J, pp. 553-6). 3. Sano • •• 11esuna: sono le stesse caratteristiche già notate da Colombo: cfr. qui, pp. 57-60. 4. No,i tenga110 ••• comune: anche per queste osservazioni cfr. Colombo, qui a p. 36. 5. codizia: cfr. la nota 6 a p. 2,45. 6. case ••. grande: le «maloca», abitazioni collettive, formate da travi ricoperte di foglie e paglia. 7. / erro •.. ,netallo: cfr. Colombo, qui a p. 29. 8. artificiosamente: con grande perizia.

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ne l'aria1 sanza altra copertura. Mangiono a sedere in su la terra; le loro vidande sono molte radic'ed erbe e frutte molte buone, infinito pesce, gran copia di marisco, 2 ricci, granchi, ostrighe, locuste, gamberi, e molti altri che produce el mare. La carne che mangiano, massime la comune,3 è carne umana, nel modo che si dirà. Quando possono avere altre carne o d'animali o d'uccelli, se li mangiano; ma ne pigliano pochi, perché non tengono cani,4 e·lla terra è molto folta di boschi, e qua' sono pieni di fiere crudeli, e per questo non usano mettersi ne' boschi, se non con molta gente. Li uomini usano forarsi le labra e·lle gote, e dipoi in quelli fori si mettono ossa o pietre, e non crediate piccole, ché· ila maggior parte di loro el men che tengono sono 3 fori (e alcuni 7, e alcuni 9), ne' quali si mettono pietre d'alabastro verde e bianco, 5 che sono lunghe mezzo palmo e grosse come una susina catelana,6 che paiono cosa fuora di natura: dicono fare questo per parere più fieri; infine, è bestiai cosa. E matrimoni loro non sono con una sola donna, ma con quelle vogliono, e sanza molta cirimonia, ché v'abiamo conosciuto uomo che ha 10 donne. Son gelosi d'esse, e se acade che una li facci reo,7 e' la gastiga, ché le dà, e mandala via da·ssé e apartala. 8 Sono gente molto generativi, 9 non tengono erede, perché non tengono beni propi. Quando li loro figliuoli, cioè le femine, sono in età d'ingenerare, el primo che·lle corompe, hae a esser, dal padre infuori, el più prossimo parente che hanno; 10 dipoi, cosi corotte, le maritano.

I. Dormono • • • aTia: le amache: il termine, di origine cari bica, è riportato nel GioTnale di boTdo di Colombo in data 3 novembre. 2. marisco: iberismo: in genere, ogni tipo di mollusco commestibile. 3. la comune: quella consumata abitualmente. 4. non tengo,io cani: contrariamente ai •cani muti» trovati da Colombo nelle Antille (cfr. qui, p. 75 e la nota 2), non sembra che i Tupinambà avessero cani, o perlomeno i più antichi cronisti non li menzionano; anzi, i primi cani portati dai Portoghesi furono da essi assimilati ai giaguari (cfr. HSAI, 111, p. 102). 5.foraTsi • •• bianco: a cinque o sei anni i Tupinambà inserivano in un buco praticato nel lab.. bro inferiore un ornamento di legno o di osso. In età più adulta esso veniva sostituito con una pietra verde o bianca (berillo, quarzo o cristallo). Pochi, solamente i capi e gli sciamani, si perforavano anche le guance (cfr. HSAI, 111, p. 108). 6. catela11a: catalana. 7. Teo: inganno. 8. apartala: l'allontana (spagn. apartar). 9. generativi: prolifici. 10. le/emine • •• hanno: prob:ibilmente il Vespucci si riferisce qui ad una usanza dei Tupinambà, di dare preferibilmente in moglie una giovane donna allo zio materno o, in assenza di questi, al parente più prossimo della madre (cfr. HSAI, 111, p. I 11). Tale funzione preferenziale dello zio materno si riscontra d'altronde

AMERIGO VESPUCCI

Le loro donne nelli loro parti non fanno cirimonia alcuna, come le nostre, ché mangiano di tutto; vanno el dì medesimo al campo a lavarsi e apena che si sentano ne' loro parti. Sono gente che vivono molti anni, perché, secondo le loro suvensioni, 1 molti uomini v'abiàn conosciuti che tengono infino a 4 sorte di nipoti. E non sanno contare e di, né hanno né mesi né anni, salvo che dicono el tempo per mesi lunari; e quando vogliono mostrare alcuna cosa, e loro tempi lo mostrano con pietre, ponendo per ogni luna una pietra. E trovai uomo de' più vecchi che mi fé segni con pietre esser visuto 1700 lunari, che mi pare sieno anni 132, contando l'anno 13 lunari. Item son gente belicosa e infra loro molti crudeli; e tutte le loro armi e col pi sono, come dice el Petrarca, 2 «comessi al vento », ché sono archi, saette e dardi e pietre; e non usano levà·lle difensioni3 a' corpi loro, perché vanno così innudi come e' nacquono. Né tengono ordine nesuno nelle loro guerre, salvo che fanno quello che·lli consigliano e loro vecchi. E quando combattono, s'amazzano molto crudelmente, e quella parte che resta signor del campo, tutti e morti di loro bande li sotterano, e l'inimici li spezzano e se li mangiona; e quelli che pigliano, l'imprigionano e·lli tengono per ischiavi alle loro case: e s'è femina, dormono con loro; e·sse è maschio, lo maritano colle loro figliuole. E in certi tempi, quando vien loro una furia diabolica, convitano e parenti e '1 popolo, e· lle si mettono davanti - cioè la madre con tutti e figliuoli che di lei n'ottiene -, e con certe cirimonie a saettate li amazzano e se li mangiano; e questo medesimo fanno a' detti schiavi e a' figliuoli che di lui nascono.+ E questo è certo, perché trovammo nelle loro case la carne umana posta a·ffumo, e molta, e comprammo da loro 10 creature, si maschi anche presso altre tribù sudamericane (cfr. Ltvr-STRAuss, Antropologia ci,lturale, Milano, Il Saggiatore, 1966, pp. 140-51). 1. suvensioni: memorie. 2. come dice el Petrarca: a proposito degli infedeli, nella canzone O aspettata in ciel beata e bella (Rime, xxvnr, 60), e latinamente in Famil., 1, vi, z: «et volatilia verba iactantes, quasi ventis tela committunt », ispirandosi a LUCANO, Phars., VIII, 384: «et, quo ferre velint, permittere volnera ventis•. 3. levà: portare (cfr. la nota 7 a p. 235); difemioni: armi difensive. 4. l'i11i111ici ••• nascono: l'antropofagia rituale era molto diffusa tra i Tupinambà: fu anzi l'eccessivo interesse a tale pratica che, tenendoli costantemente in guerra, provocò il loro rapido assoggettamento agli europei. Benché tutti i prigionieri prima o poi venissero divorati, erano però mantenuti in vita per un periodo abbastanza lungo, ben nutriti e integrati nella vita della tribù (cfr. HSAI, 111, pp. 119 sgg. e v, pp. 400-2).

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come femine, che stavano diliberati per il sagrificio - ma, per meglio dire, malifizio -; riprendemmolo loro molto: non so se·ssi amenderanno. E quello che di più mi maraviglio di queste loro guerre e crudeltà, è che non pote' sapere da loro perché fanno guerra l'uno a l'altro: poiché non tengono beni propi, né signoria d'imperi o regni, e non sanno che cosa si sia codizia, cioè roba o cupidità di regnare, la qual mi pare che sia la causa delle guerre e d'ogni disordinato atto. Quando li domandavamo che ci dicessino la causa, non sanno dare altra ragione, salvo che dicono ab antico cominciò infra loro questa maladizione, e vogliono vendicare la morte de' loro padri antipasati: in concrusione, è bestiai cosa ;1 e certo è che uomo di loro m'ha confesato essersi trovato a mangiare della carne di più di 200 corpi; e questo credo per certo, e basti. Quanto alla disposizione2 de la terra, dico che è terra molto amena e temperata e sana, perché di quello tempo andammo per essa, che furono 10 mesi, nesuno di noi non solo mori, ma pochi n'amalorono. Come ho detto, loro vivono molto tempo, e non sentono infermità né di pestilenza o di coruzione d'aria, se non di morte naturale3 o causata per man di sofocazione ;4 e in concrusione, e medici arebbono cattivo stare in ta·luogo. Perché andammo i-nome di discoprire, e con tale comesione5 ci partimmo di Lisbona, e non di cercare alcuno profitto, non c'impacciammo di cercare la terra né in essa cercare alcuno profitto ;6 di modo che in essa non sentimmo cosa che fussi d'utile nesuno: 1. guerre • •• bestiai cosa: "[Pietro] Martire attribuiva le guerre dei selvaggi all'ambizione d'impero, non d'oro. Vespucci esclude anche quel motivo, ed avvia così ad una considerazione della guerra primitiva, estranea agli schemi della nostra civiltà, della guerra come modo di vita spontaneo e immotivato, della guerra .. eroica" e naturale, di cui tratteranno Hobbes e Vico» (GERBI, La natura, p. 55). 2. disposizione: condizione. 3. vivono • .. morte 11at11rale: sull'argomento i pareri dei primi europei sono discordi: cfr. GERBI, La natura, pp. 39, 43 e 149. 4. per man di sofocazione: allude probabilmente alla pratica di sopprimere gli anziani ammalati, talora praticata presso alcune tribù (cfr. HSAI, v, p. 633, e ]storie, II, p. 32). 5. discoprire: cfr. la nota 3 n p. 224; comesione: commissione, incarico. 6. no,i c'impacciammo .. . profitto: l'incarico attribuito al Vespucci in questo viaggio era di natura esclusivamente geografica - anche se in funzione di interessi politici ed economici - poiché non contemplava né la ricerca di prodotti pregiati, né la presa di possesso di nuove terre. Forse, oltre alla conferma della possibilità di uno scalo sulla via alle Indie, i Portoghesi si auguravano che egli trovnsse un passaggio verso i paesi delle spezie più breve di quello orientale; ciò che potrebbe spiegare la lunghezza del tratto di costa esplorato dal Vespucci.

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non perch,io non creda che·lla terra non produca d,ogni genere richezze per la sua mirabile dispozizione ed· esser al paraggio del crimate 1 nel quale sta situata. E non è maraviglia che così di sùbito non sentissimo tutto el profitto, perché li abitatori d,essa non istimano cosa nesuna né oro né ariento 2 o altre gioie, salvo cosa di plumaggi3 o d>ossa, come detto s,è; e ho speranza che, mandando ora a visitare questo serenissimo Re, che non paseranno molti anni che la recherà a questo regno di Portogallo grandissimo profitto e rèdita.4 Trovammovi infinito verzino, e molto buono, da caricarne quanti navili oggi sono nel mare, e sanza costo nesuno, e cosi della cassia fistola. 5 Vedemmo cristallo e infiniti sapori e odori di spezierie e drogherie, ma non sono conosciute. Li uomini del paese dicono sopra a l,oro e altri metalli e drogherie molti miracoli, ma io sono di que' di san Tomaso; el tempo farà tutto. El cielo el più del tempo vi si mostra sereno e adorno di molt' e chiare stelle, e di tutte ho notato e sua circuii. Questo è, sotto brevità e solo capita rerum, delle cose che in quelle parte ho vedute; lassansi molte cose, le qua' sarebbono degne di memoria, per non esser prolisso, e perché le troverete nel mio Viaggio 6 tutto a minuto. Per ancora sto qui a Lisbona, aspettando quello che e· Re determinerà di me: piaccia a Dio che di me segua quello che sia di più Suo santo servizio e salute di mia anima.

1. crimate: clima (cfr. la nota I a p. 185). 2. ariento: argento. 3. plr,maggi: gli ornamenti di piume e la pittura del corpo, diffusi presso tutti i popoli dell'America Meridionale e Centrale, raggiungevano la maggiore complessità presso i Tupl-Guaranì. Le piume potevano essere intrecciate e formare dei veri e propri tessuti, o applicate direttamente sul corpo cosparso di pece o miele (cfr. HSAI, 111, pp. 105-7). 4. Il passo conferma che il Portogallo stava allestendo una nuova spedizione, sulla quale tuttavia si possono fare solo ipotesi. Ad ogni modo, da come si esprime il Vespucci, sembra lecito dedurre che egli non si preparasse a parteciparvi, come invece è detto nel Mundus Novus (cfr. Raccolta, III, 2, p. 134); rèdita: rendita. S, verzino . .. cassia fistola: cfr. le note 2 a p. 240 e 8 a p. 266. 6. Viaggio: cfr. la nota 8 a p. 274.

LUDOVICO DE VARTEMA

INTRODUZIONE

Ben poco si conosce di Ludovico de Vartema, all'infuori di quanto si può dedurre dalla lettura del suo Itinerario; e anche talune affermazioni che in esso si riscontrano, relative alla sua vita privata e alla sua famiglia, sono contraddittorie, e comunque da accogliere con prudenza in quanto imposte dalle circostanze. Possiamo supporre che sia partito per il suo viaggio quando era ancora abbastanza giovane, tanto da poter affrontare avventure che comportavano non solo grossi rischi e notevole astuzia, ma anche una non comune resistenza fisica (come quando a Damasco, aggregatosi ad una carovana di Mamelucchi, combatté contro i beduini, o quando partecipò valorosamente in India alla battaglia navale nelle acque di Cannanore); e tanto da suscitare i desideri di qualche bella orientale. Ma la precisa data della sua nascita ci sfugge. Quanto al luogo, lo dicono bolognese diversi documenti ufficiali (quali il diploma di cavaliere rilasciatogli nel 1508 dal re Emanauele I di Portogallo per i servigi prestati a Francisco de Almeida a Cochin, e il Privilegio del cardinale Raffaele Sansoni Riario per la prima edizione dell'Itinerario), oltre che la dedica dell'opera ad Agnesina Feltria Colonna e la lettera che accompagna la copia manoscritta donata a Vittoria Colonna. Riguardo alla data di inizio delle sue peregrinazioni in Oriente si possono fare solo delle congetture. Infatti, mentre nelle prime pagine dell'Itinerario il Vartema scrive di essere partito da Damasco per la Mecca l' 8 aprile 1503, alla fine, quando nel 1507 fa esplicita richiesta al viceré cli essere lasciato libero di tornare in patria, egli afferma di essere ormai «7 anni fora de casa mia». Ciò fa supporre che, spinto come molti suoi connazionali sulle coste orientali del Mediterraneo da interessi commerciali, egli abbia trascorso i primi anni del secolo tra Alessandria, il Cairo, Beirut e Damasco, a contatto con le fiorenti colonie italiane di quelle città, e solo più tardi, nel 1503 appunto, si sia deciso ad affrontare una avventura che, cominciata con un travestimento e con un viaggio alle città sante dell'Islam, l'avrebbe portato, da solo e quasi senza mezzi di sussistenza, in Oriente, più lontano di quanto nessun altro viaggiatore occidentale di quegli anni ci abbia tramandato il ricordo. Va ad ogni modo avvertito fin d'ora che la ero-

LUDOVICO DE VARTEMA

nologia di quel non breve né ininterrotto periodo di peregrinazioni è ben lontana dal potersi considerare accertata. Un attento esame dell'Itinerario induce a ritenere che il Vartema non abbia attinto a notazioni scritte e regolarmente registrate in corrispondenza degli avvenimenti e degli spostamenti via via compiuti, ma abbia fatto appello in larga misura alla propria memoria. Del resto, trascinato com'era in un susseguirsi di avventure, difficilmente egli avrebbe potuto tenere un diario, che comunque sarebbe andato perduto prima del suo ritorno in Italia; basta pensare che durante i tre mesi di carcere trascorsi a Rada', si era ridotto a disporre appena della camicia (in senso propriol). Si comprendono dunque le difficoltà che dovette affrontare, una volta tornato in patria, per condurre a termine quella pur sommaria e problematica ricostruzione dei tempi a cui si riferiscono alcune, e solo alcune, delle sue esperienze di viaggiatore. La cronologia dell'Itinerario è perciò non solo discontinua, ma frammentaria ed espressa spesso secondo moduli spaziali diversi e con cifre manifestamente erronee. A Damasco, dove aveva sostato «alcuni mesi per imparare la lingua moresca», il Vartema aveva stretto amicizia con un cristiano rinnegato che conduceva alla Mecca una carovana di trentacinquemila cammelli. Riusci cosl, « per forza de dinari e altre cose», a farsi accogliere nella relativa scorta. La carovana, dopo un viaggio di quaranta giorni e di altrettante notti nel deserto, durante il quale dovette affrontare ripetuti assalti di predoni, giunse finalmente a Medina e di qui alla lVIecca. Di queste due città il Vartema è il primo viaggiatore occidentale a fornirci una copiosa, fedele descrizione; così come di Gedda, il porto della Mecca sul Mar Rosso, che egli raggiunse aggregandosi ad un'altra carovana. Da Gedda si imbarcò alla volta di Aden, dove, non appena messovi piede, fu scambiato per una spia portoghese; imprigionato, dovette trascorrere sessantacinque giorni «con diciotto libre de ferro alli piedi», prima di essere consegnato al sultano a Rada'. Qui la sorte gli fu propizia: in prigione si finse pazzo, e tanto fece da suscitare la curiosità e l'interesse di una concubina del sultano - egli la chiama « Regina» - la quale si invaghi di lui per il colore della pelle, e non meno certo per l'intelligente astuzia del suo gioco, e volle che venisse alloggiato in una stanza del palazzo, dove cominciò ad andarlo a trovare, con le ancelle e più spesso da sola, di notte. L'avventura, che il te-

INTRODUZIONE

sto dcli' Itinerario evita di sviluppare come una facile trama boccaccesca, tenendosi su un tono quanto mai reticente, fini com'era naturale; ma il Vartema è sincero quando attribuisce alla propria condotta un fine ben preciso. Egli era infatti troppo accorto per non prevedere che, continuando su quella strada, la sua cattività avrebbe solo cambiato colore: non sarebbe probabilmente mai più riuscito a tornare libero, come era invece suo desiderio. Cosi non gli fu difficile ottenere con un abile pretesto di recarsi ad Aden, per poi fuggire. Ed eccolo di nuovo in viaggio, per visitare lo Yemen - paese il cui interno era del tutto ignoto alla geografia occidentale del tempo - non senza incontrare altre difficoltà e pericoli, come, poco prima di raggiungere Aden per via di terra, l'assalto di «certi animali corno lioni » che da una «terribilissima montagna» impedivano il cammino. Da Aden egli pensava di raggiungere la Persia, ma la nave sulla quale viaggiava, dopo sette giorni di rotta verso oriente, fu deviata da una tempesta e sbattuta sulla costa somala o, come egli dice, in Etiopia, dove poté visitare Zeila e Berbera. Ripreso a navigare l'Oceano Indiano, sbarcb a Diu, nell'ansa di Cambay, passando quindi a Masqat, nell'Oman, per mettere capo finalmente al grande scalo di Hormuz, dove non è da escludere che si trattenesse qualche tempo se, come si deduce dal1'Itinerario, venne a conoscenza delle tragiche vicende che avevano sconvolto il locale sultanato, alle quali consacra un curioso excursus. Da Hormuz, dopo dodici giorni di viaggio, arrivò a Herat, e poi a Shiraz, dove si trattenne quindici giorni. Qui ritrovò un mercante persiano che aveva incontrato due anni prima alla Mecca. Il caso volle che i due si intendessero subito: anche il mercante infatti era desideroso di viaggiare o, come scrive il Vartema, cli girare il mondo per 1 a signore del mare »: era il titolo del governatore della regione a nord del fiwne Mereb, dai confini con l'Egitto alla zona costiera intorno a Massaua. Era vassallo del Negus; i Portoghesi lo conobbero nella successiva spedizione del 1520 (cfr. F. ALVARES, in RAMUSIO, 1, pp. 190 sgg.). 3. destrutta . .. 4 mesi: nel 1513 (cfr. pp. 442-3). 4. per il male ..• ebbono: per gli errori dei loro comandanti. 5. in qua11to ••• vela: non appena videro partire la nave su cui era il Corsali. 1.

ANDREA CORSALI

coco, si tornarono per Dalaccia e mandarono il Moro di Granata in terra a parlare al Re: come erono venuti per mandato del Capitano Maggiore per fare pace con detta isola. Fu a tena e là si convenne di dare lo 'mbasciadore e le carovelle a man salva al Re di Dalaccia; e, tornato, dette a intendere aveva tutto composto con il detto Re e che potevano andare e venire sicuramente, 1 e che lui2 mandava a pregare e capitani fussino a terra collo ambasciadore per potere fermare la pace adomandavano. E capitani parlarono con lo ambasciadore per levarlo in sua compagnia; a' quali rispose non essere venuto per andare a Dalaccia a mano di Mori, né per confidarsi del detto granatino, che gli conosceva migliore3 di loro, che non partirebbe delle caravelle; con tutto questo e capitani, che levavano male cammino4 e credevano quanto il Moro aveva detto, si messono in ordine per andare. In questo lo 'mbasciadore fece loro requirimento non fussino a terra, e che non confidassino di detti Mori, e se pure andassino fussino con grande riguardo e bene armati; e tutto fece scrivere in publico allo scrivano della caroveUa. Loro furno a terra sanza arme di nessuna sorte, e aspettavano il Re venissi di basso di certe grotte alla rivera dell'isola, consumate dal mare; mancando l'acqua che di sei ore in sei ore cresce e scema, restò il battello in seco. In questo vennono e Mori e, inteso non stare lì lo ambasciadore, cominciorono con certi dardi a ferire la maggiore parte de' nostri che stavano nel battello; il quale dipoi presono, tirando fori uno de' capitani, 5 quale tagliarono a pezi con dua altri; in questo tre uomini che non voisono lasciare sue spade nella carovella cominciorono a difendersi e dare cuore agli altri, tanto6 trassono H batello al mare e racolsono molti che s'erano lanciati in mare per tornare alle caravelle; con questo disordine tornaronsi per Cameron, non curando di fare altra diligenzia. Al Capitano Maggiore dolse molto tale disordine essere seguito; e aspettando noi altri si facessi alcuna determinazione per onde fussimo a nostro camino, occorse la morte di DuarFu . •• sicuramente: dal racconto del Corsali, la condotta del Moro di Granata appare piuttosto ambigua; ma il BARROS afferma che più tardi, nella seconda spedizione del 1520, si poté provare la sua innocenza (cfr. 111, i, 4, voi. v, pp. 50-1). 2. lui: il Re. 3. confidarsi: fidarsi; migliore: me• glio (cfr. anche la Carta de F. Alvares, in Alg,ms documentos, pp. 416-7). 4. levavano ••• cammino: erano su una cattiva strada (cfr. port. levar ,nar, canzinho). 5. ,mo de' capita11i: Lourenço de Cosme; con lui mori anche lo scrivano (cfr. BARROS, loc. cit.). 6. tanto: tanto che. 1.

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te Galvan, 1 che andava ambasciadore del Re, e questo fu causa non si parlassi più circa la nostra andata. Sterno in Cameron sino adi I 2 di giugno; e in questo tempo lanciamo a terra la forteza fatta da' Mamaluchi,2 grande e a nostro costume edificata, iunta col mare in uno braccio dove è il porto di detta isola; e fondaronla dalla banda della terra in su uno masso che serviva per mura per dua terzi della forteza, sicura rispetto a tale masso da ogni artiglieria dal porto del mare: l'altra terza parte era muro grosissimo di 30 piedi di largheza, con sua torre e bombardiere bene armate, e dal mezo arriva sghembato per non si po-tere scalare; el quale fece di spesa al Soldano asaraffi3 10.000, che è una moneta d'oro di valore di 15 grossi,4 che corre per tutta Arabia e parte di Persia, e di diverse stampe secondo era delle terre diverse. Da' Cristiani che fuggivano di Giudda intesi che l'armata del Soldano, era otto anni, 5 fu principiata ne' porti di Suez presso al Cairo, tre giornate per terra, 6 e che in tutto questo tempo non si feciono che 20 galee, 6 bastarde e 14 reale,7 rispetto al gran costo e mancamento del legname, el quale veniva delle terre del Turco, 8 del golfo di Scandatora9 presso di Rodi, donde lo levano in Alessandria e al Cairo per el fiume del Nilo, dove si lavorano, e in camelli per terra in pezi lo levano al detto porto di

1. la morte ••. Galvan: era il 7 giugno 1517. 2. la/orteza .•• da' Mamaluchi: cfr. la nota S a p. 468. 3. asaraffi: cfr. la nota S a p. 301. 4. grossi: monete d'argento coniate in Italia a partire dal XIII secolo, molto diffuse in Europa e in Levante, con gran varietà di denominazioni a seconda del luogo di coniazione; subirono mutazioni di valore per il continuo aumento di prezzo dell'argento. 5. era otto a11ni: dopo la sconfitta della flotta egiziana a Diu del 3 febbraio 1509. 6. tre giornate per te"a: dal Cairo ai porti ·di Suez e Tiir. 7. sifeciono .•. reale: per questi dati il Corsali è la fonte più attendibile e precisa che ci sia pervenuta. Le bastarde, dette in seguito anche «galeazze,,, erano galee tozze, con poppa larga e scafo completamente pontato, usate anche per il trasporto; con il termine «galea reale• si intendeva sia la galea su cui stavano il re o i principi, sia ogni galea appartenente al re; in senso lato, il termine indicava una galea da combattimento a tre alberi (cfr. JAL, s.v. galea). Secondo il BARRos (111, i, 3, voi. v, p. 33), la flotta egiziana alla partenza era formata da 27 navi, tra galee, galeote e navi d'alto bordo. 8. legname • •• Turco: il legname per la costruzione delle navi proveniva dalle foreste del Tauro e dell'Amano ed era stato fornito dal sultano ottomano Baynzid II; una notevole parte però era an-data perduta nell'agosto 1510 (cfr. la nota 7 a p. 387). Peraltro, ancora nel gennaio I s11 i Mamelucchi avevano ricevuto munizioni dai Turchi e diversi operai turchi erano stati inviati in Egitto per contribuire all'allestimento della flotta. 9. Scandatora: lskenderun (Alessandretta).

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Suez, che non era necessario se none agiuntarlo e metterlo in opera. Queste galee quando furono tirate di terra al mare, con sue artiglierie e gente pagata per 4 mesi e colle vettovaglie, feciono di costo 800.000 asaraffi, e che in essa andavano 3.000 uomini1 tutti di buona voglia e che ciascuna delle 6 bastarde levava a prua uno cannone grosissimo, da molti detto basalisco,2 e dua colubrine,3 alla poppa due altre colubrine, e nel mezo, giunto a l'arbore, da ogni costato uno cannone e uno tiro piccolo o vero berzo,4 con sua coda fra ogni 4 banchi :5 le 14 galee reale a prua levano dua colubrine e uno cannone e dua a poppa, e delle bande 24 berzi; e detti 3.000 omini erono 1300 Turchi, 1000 Affricani e 700 Mamaluchi e rinegati; infra tutti questi 1.000 scoppettieri. Sendo già in ordine tale armata, 6 el Soldano del Cairo mandò Raysalmon, naturale di Turchia, a camino di Suez, omo audacissimo e esperte, el quale, sendo rebelle al Gran Turco, era stato grande tempo corsale ne' nostri mari; e ordinò che fussi in compagnia con Amirasem: e quali ambo fussino capitani generali e che Raysalmon reggessi la gente e l'altro tenessi cura di ordinare quello fussi necessario per l'armata; e che di consiglio di ambo si seguissi ogni impresa. Partironsi di Suez per Giudda già sono dua anni, dove Amyrasem teneva ordinata grande quantità di danari;' dato prima fede al Soldano non fare guerra a nessuno di sua legge, 8 da Suez passorono al Toro in 8 giorni e di lì a Giudda donde, prese molte vettovaglie, si posarono a Cameron. Qui el Soldano ordinava per suo reggimento si facessi la forteza già detta; e che non pasassino più avanti senza suo espresso mandato. In questo tempo cominciarono a mancare le vettovaglie e non pagavan soldo; per questa causa si levoro 700 uomini del campo e fuggironsi in uno colle dell'isola e mandarono a dire a' capitani pagassino el soldo gli I. 3.000 uomini: così anche in BARROS, loc. cit. 2. basalisco: basilisco, grosso cannone che per il terrore che incuteva prese il nome dal mitico animale che uccideva con lo sguardo. 3. colubrine: pezzi d•artiglieria. lunghi e sottili, di grande volata, usati dal XV a tutto il XVII secolo. 4. berzo: dal port. berço: cannone di piccolo calibro, in uso nei secoli XV e XVI; poiché aveva la canna separata dalla culatta. 1•uso di varie culatte caricate in precedenza permetteva maggiore rapidità di tiro. s. coda: la parte posteriore del cannone; banclzi: dei rematori. 6. Sendo .•. armata: il Corsali torna indietro agli avvenimenti di due anni prima. alla partenza cioè della flotta egiziana per Kamaran, ripetendo in parte il racconto. 7. teneva • •• danari: ricavati dai dazi che, come governatore della città, aveva diritto di imporre alle navi che entravano in porto. 8. legge: religione.

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davano e mandassino a fornire el campo di mantenimento, d'altra maniera faccendo determinazione morire tutti, sopra a tale dimanda. E capitani cominciorono a mitigarli, e saputo per certo che el Re d' Adem non lasciava venire cosa nessuna della terra ferma che era di suo dominio, Amiraxem convenne con Raysalmon passare nel regno d' Adem1 con parte della gente, scoppettieri e arcieri, e quali infra loro continuo andavano multiplicando, rispetto che Raysalmon levava gran somma di scoppietti,2 e cresceva soldo a chi volessi levarli; per questa causa eran già passati di 2.000. Passò Amyrasem nel regno di Adem a uno porto3 che è infra la bocca del Mare Rosso e Cameron, con 1 .800 uomini, e quali, disbarattato con le artiglierie in guerra campale grande numero di Mori, entrarono in Zibid4 per forza di arme, città del detto regno, grande e ricca e abondantissima di tutte le città a nostro costume, e de esse insignorendosi s' empierono tutte di riccheze, donne e cavagli; e in questa entrata amacciorono uno fratello del Re; di li furono a Rars, 5 altra buona città, e conquistarolla con più facilità, non osando e Mori aspettare a tiro di scoppietto. Stando in questa terra ricchissimi e con tutti e piaceri e delicateze umane, adimandorono nuovo soldo al Capitano; quale escusandosi, minacciorono cli morte; detto scrisse a Raysalmon quanto passava, el quale rescrisse fussino a Cameron, che tutti contenterebbe a lloro volontà; risposono non volevano altro Cameron che la terra di che erano signori. Amyrasam con sospetto si fuggì e vennesi per Raysalmon; el quale, visto più l'uno dì che l'altro mancare la vettovaglia, sa... liron dello Stretto del Mare Rosso e furono a Zeila,6 città posta nella costa d,Etiopia, fuora della bocca del mare; 7 e quali per timore non avenissi a lloro come a Zibid e a Tars, derono 10.000 saraffi in denari e vettovaglie, e gente per le galee. Partirono di Zeila a camino d,Adem e nel mezo del golfo del Sino Arabico8 ebbono vista di una grandissima nave di Melaccia,9 alla quale fu Raysalmon, seguitandola fino che perdé l'armata di vista; e l'altro In qr,esto tempo .•• Adem: cfr. la nota s a p. 468. 2. rispetto ••• scoppietti: perché disponeva di un gran numero di armi da fuoco. 3. a uno porto: Hodeida. 4. Zibid: Zabid (cfr. la nota I a p. 469). 5. Rars: in RA... MUSIO, I, p. 186,., «Taesa• (cfr. la nota I a p. 469). 6.Zeila: governata da!Pemiro Mal~fu~, faceva parte del regno di Adal (cfr. le note I a p. 258 e s a p. 493). 7./uora ..• del mare: all'esterno del Bah al-Mandab. 8. golfo del Sino Arabico: il Golfo di Aden. 9. nave di Me/accia: cfr. la nota 1.

I

a p. 470.

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giorno la prese, e mandò così carica d'infinite e riche mercantie a Diupatam a Melchias, che vendessi tutto e la tornassi a mandare allo Stretto con vettovaglie e legname e ferro e stoppa, e che sarebbono presto nella sua isola, che tenessi in ordine tutto per dare sopra le forze de' Cristiani. Amiraxem passò coll'armata in Adem con le galee, e con uno pezo grande di artiglieria posto in terra cominciò a sbombardare la terra; la quale 1 la gente di Adem gli levorno per forza. In questo comparse Raysalmon e saltò in terra con tutta la gente; prima lanciato a basso 25 passi di muro, e riprese la sua artiglieria e molt'altra stava in terra al muro rotto; sendo poca gente di drento invilita, 2 facendosi grande danno, si ritrasse e tornarono con le galee a Cameron, e di Cameron a Giudda; dove trovando la revoluzione del Cairo, vennono e capitani in differenzia, e Amiraxem fuggì alla Meccia ;3 quale e signori della Meccia per timore mandarono preso4 a Raysalmon; e lui, dando a intendere lo mandava al Cairo al Gran Turco, del navile in che aveva a ppassare lo mandò a lanciare in mare,S mettendosi in ordine colle due galee per passare al Gran Turco, come già si disse. Partimo della isola di Cameron per la India adì 13 di giugno ;6 e passato la bocca del Mare Rosso, non so per qual causa cosi denominato, non sendo dissimile di colore a nessuno altro,? fumo costegiando l'Etiopia fino alla città di Zeila; e saliti in terra la vigilia di Santa Maria Maddalena, 8 là entramo sanza nessuna defensione, ché al nostro disbarcare fuggirono la maggiore parte; 1. la quale: artiglieria; in RAMus10, I, p. 186r., cdl qual pezzo». 2. sendo ... invilita: in RAMus10, loc. cit.: e< sendo poca gente di dentro, e la sua invilita». 3. la revoluzione •.. alla Meccia: cfr. la nota 8 a p. 482. 4. e signori ••. preso: secondo il BARRos, Barakat inizialmente avrebbe tentato una mediazione pacificatrice, in base alla quale ognuno dei due capitani sarebbe rimasto temporaneamente a capo delle proprie truppe, sino a che non si fosse chiarita la situazione militare e politica (cfr. III, i, 3, vol. v, p. 37). 5. dando a intendere . •. mare: lo fece mettere in una galea, ordinando al comandante II que corno fosse no mar largo, que o lançasse nelle com huma pedra ao pescoço » (BARROS, ibid. 1 p. 38). 6. I3 di giugno: il 10 luglio, secondo la Carta de Diniz Fernandes (Algrms documentos, p. 4u), il quale scrive che, prima di lasciare l'isola, Lapo Soares fece contare gli uomini e trovò d'averne in tutto millecinquecento, tra ammalnti e sani. Dunque le perdite, a quella data, avevano già superato il 45%, senza che fosse stata combattuta alcuna grande battaglia. 7. Mare Rosso .•• altro: cfr. la stessa osservazione nel Vespucci {p. 256 e la nota 3) e nel Vartema (p. 320). 8. saliti in terra: approdati; la vigilia .•. Maddalena: il 21 luglio.

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quelli restarono, che sariano 500 persone, si missano e più vechi a filo di spada, e gli altri levamo per schiavi; 1 poco fu il dispoglio della città, ché, aveva più tempo, sappiendo noi essere passati il Mare Rosso, l'aveva evacuata; non sterno in essa più che uno giorno che del tutto destruimo, non lasciando casa che dal foco non fussi desolata. La detta città di Zeila iace in I I gradi, edificata in terra bassa e arenosa sanza circuito di muro, e di ragionevole grandeza; è abundantissima di grano e bestiame e molte maniere di frutte alle nostre dissimile, che produce drento la terra ferma di tale regno in tanta maniera che di questo porto e di una isola sopra a Zeila in la medesima costa detta Barbaraz si navicano in tanta quantità che fornisce Adem e Giudda di vettovaglie e di carne. Zeila è longa dalla bocca dello Stretto 30 leghe; qui facevano scala infinite nave d'Adem e della India, cariche di più sorte mercantie; massime di incenso che viene di Dufar, 3 terra d'Arabia infra el Sino Persico e Adem; e di pepe e panni, che vanno di qui in cafila4 o vero carovana di cammelli per la Etiopia e per le chiese de' Cristiani; e ancora che sempre infra Zeila e Cristiani sia continuo guerra, a fuoco e sangue, non si intende questo per i mercanti, né per le carovane, che sempre vanno e vengono salve e sicure. Di esse è signore, e di molte terre grande di questo regno, 5 I. entramo ••• schiavi: il Castanheda fornisce molti particolari in proposito. Giunto dinanzi a Zeila, che la popolazione aveva fatto in tempo ad abbandonare in massa lasciando solo pochi uomini, Lopo Soares era deci-so a distruggerla, per punizione della favorevole accoglienza fatta prece-dentemente alla flotta egiziana. Ma quando già i suoi soldati erano sbarcati a terra, «stette suspeso in quel che farebbe, perché pareva ci fosse gente nella città, poiché non fuggivano•· Alcuni portoghesi, non potendo •sopportar le bravate che i Mori facevano», decisero autonomamente di intervenire, impadronendosi in breve della città. • E Simon di Andrada mandò a dire al Governatore che poteva entrar, perché la città era abbandonata da' Mori. Di che il Governatore ebbe gran dispiacere, parendoli che Simon di Andrada li mandava a dire ciò per ingiuriarlo: e che dava ad intendere che altri li aveva guadagnato l'onore di sbrattar la città• (CASTANHIIDA• ULLOA, 11, p. 19r. [1v, 19]; e cfr. anche BARRos, 111, i, S, voi. v, p. 57). 2. Barbara: come al Vartema, anche al Corsali Berbera sembrò un'isola, perché situata su una lingua di terra che veniva parzialmente sommersa con l'alta marea. Anticamente tutta la costa era chiamata Barbaria; apparteneva allora al regno di Adal (cfr. sotto la nota 5). 3. Drifar: Dho-far, antica città dell'Oman, identificata nelle rovine di al-Balid, presso Salalah; il nome arabo Zafar è rimasto alla costa. Ricordata anche da MARCO POLO (cfr. Milio.ne, p. 280), era centro di produzione dell'in-censo (cfr. la nota 9 a p. 266). 4. cafila: carovana (attraverso il port •• dall'arabo qafilal,). 5. Il regno di Adal, il più importante e battagliero

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uno Re moro chiamato Salatru, quale dicono è della medesima generazione del Re David; perché il primo antecessore, che era maggiore fratello del Re che in quello tempo dominava l'Etiopia, sendo preso in una valle di una grandissima montagna, nella quale è uno castello detto Amba1 dove li Re di Etiopia guardano serrati tutti e figliuoli maggiori, perché e' non si levino contro al minore che è rede del regno,2 e faccino divisione nelle terre, ebbe maniera come fuggissi in queste parte, maritandosi con una figliuola del Re di Zeila; per la quale succedé dipoi nel regno e, tornato Moro, dette sempre guerra a' Cristiani; e dipoi e suoi descendenti mai lasciorono di guerreggiare sanza eh, e Cristiani passino molto impedirli rispetto alla terra aspra e montuosa. Da, Mori levamo presi di Zeila, intendemo che il detto Re Saladim era suto morto in una guerra contro a' Cristiani, con uno suo capitano chiamato Migiaed, molto nominato in Etiopia e per Arabia, e per il nostro ambasciadore del paese conosciuto, perché è cinque mesi passati che questo Re fece un asalto nelle terre drento con 30.000 persone per predare bestiami e schiavi, come è costumato; e sendo là vicino el Re David, tornandosi con grande preda, fu circuito a certi passi dove non lasciarono nessuno non fussi preso o morto, e per questa causa dicono che non trovamo resistenzia in la città di Zeila ;3 ebbe lo 'mbasciadore grande piacere di tale nova e delle dei sultanati musulmani che circondavano l'Etiopia: esteso « fino sopra il capo di Guardafuni [...] fa sempre guerra alli Cristiani, e delle spoglie che egli guadagna manda sempre presenti grandi a offerire alla casa della Mecca, al Cairo e ad altri Re, e loro gli mandano all'incontro arme, e cavalli e altre cose per suo aiuto» (F. ALVARES, in RAMusm, 1, p. 249r.). Le relazioni tra il regno di Adal e l'Etiopia avevano conosciuto momenti critici già prima di Lebna Dengel; la regina Eleni, nata musulmana, aveva cercato di attenuare i contrasti con una politica moderatrice, ma sussistevano motivi di scontri, anche fomentati dagli incitamenti alla guerra santa che provenivano dalla Mecca. Sultano di Adal era allora Mo~ammad ibn Azhar ad-din. I. Amba: è voce abissina che significa u altura», e indica i rilievi tabulari dai fianchi scoscesi e dilavati caratteristici dell'altopiano etiopico, sui quali spesso sorgono i monasteri. 2.. La grandissima montagna è l'Amba Gesen, nei pressi di Magdala; l'usanza, ricordata anche da F. ALVARES, in RAMUSIO, I, p. 217v., durò sino al XVIII secolo. 3. Da' Mori • •. Zeila: il passo si riferisce alla battaglin tra Lebna Dengel e Mal,fu~ (Migiaed), conclusasi con la morte di quest'ultimo. Ogni anno Mal,fui, emiro di Zeila e vassallo del re di Adnl, era solito compiere razzie in territorio etiopico durante la quaresima, quando i cristiani abissini, rigidamente osservanti e indeboliti dal digiuno, potevano opporre scarsa resistenza. Secondo il racconto del Corsali, ciò era avvenuto anche cinque mesi passati; ma questa volta, affrontato da Lebna Dengel, Ma}:lfui fu sconfitto

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destruzzione facemo, parendoli che al presente detto regno non tiene ostacolo che lo difenda al Re David, donde si potrebbe agiuntare con Portoghesi a distruzzione de' Mori, e quali dicono per loro profezie che la Mecca e Almedina e Alnabi I ha da esser~ disolata per e Cristiani di Etiopia. Partimo di Zeila a camino di Adem a l'altra costa d'Arabia e, atraversando el Sino Arabico, fumo là in otto di. Sterno in questo porto surti 5 o 6 dl sanza resoluzione né di pace né di guerra ;2 perché e Mori che al presente si trovavano miglior provisti, e sappevano essere molti morti nella nostra armata, e la maggiore parte venire di mala disposizione, perché, sendo già 9 mesi eromo partiti di Giudda3 senza pigliare in terra nessuna rinfresco, andavamo male trattati, si passoron con noi per il generale; né 'l Capitano Maggiore volse afferire, né adomandare cosa nessuna, parendo la guerra di Adem più profitto rispetto alle nave che dannosa. Molti Mori vennono a riscattare schiavi di conto s' erono presi in Zeila, e massime certi sciriffi e sciriffe,4 così chiamati una generazione di Mori della casa di Maumet, che tenevono per grande peccato restassino in le nostre nave; molti altri si dettono in baratto di castrati e acqua e frutte. Nel porto stavano 4 nave grosse cariche di

ed ucciso. Lopo Soares, giunto a Zeila, trovò la città sguarnita di milizie perché erano state condotte alla guerra da Maf:ifù~.11 ricordo di questi avvenimenti era ancora vivo quando l' ALVARES giunse in Etiopia (cfr. RAMus10, 1, pp. 242v.-243r.); secondo la sua relazione, Lebna Dengel aveva deciso di affrontare Ma}:lfù~ perché non era più II tempo di quaresima, che non gli è proibito il combattere n; il re di Adal non era morto nello scontro, ma era fuggito, e la battaglia era avvenuta « nel proprio giorno che Lopo Sonrez distrusse e bruciò la città di Zeila ». Il racconto è ripreso dal BARROS, secondo il quale in uno stesso giorno due eserciti cristiani, quello portoghese e quello abissino, concorsero alla sconfitta dei musulmani (III, i, 4, voi. v, p. 61). 1. Almedina e Al11abi: Medina (cfr. la nota 2 a p. JII). 2. Stemo ... guerra: più esplicito il Castanheda: • E intendendo lui [il governatore di Aden] come il Governatore veniva, e il poco che aveva fatto in Giuda, li perdé la paura, e per farsene beffe di lui l'intertenne a bada dieci o dodeci dì con promessa di darli vettovaglie, e per intertenerlo li dava ogni di così poca cosa, che quando se ne accorse trovò che aveva consumato quel che aveva e tre volte più di quel che li avevano dato nella città» (CASTANHEDA-ULLOA, II, p. 19v. [Iv, 19]). 3. 9 mesi ••• di Giudda: è certamente un errore: l'arrivo a Gedda era avvenuto il 12 aprile 1517. 4. sciri.ffi e sciriffe: è il port. xarife, dall'arabo sharif, 11 nobile»: termine con cui si designa nel mondo musulmano un discendente di Maometto attraverso i figli di sua figlia Fatima, I:Iasan e l:lusayn.

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robe, acqua rosata, 1 zibibbo e molte mandorle, e un'altra druga medicinale che si chiama a1ifio1ie, 2 che è in la India e tenuto in grandissimo prezo; e quali costumano grande parte de' gentili e Mori per lussuriare, perché è molto a proposito a llevare il membro genitale; e questo semplice nasce in Etiopia e nella Arabia; e credo da noi è chiamato oppio tebaico, quale è venenoso; ma costumansi a esso, pigliandolo a poco a poco e piccola quantità per volta. Queste mercantie si caricano nel porto di Adem per la India. El Capitano Maggiore per maggior francheza 3 non volse pigliarle. Ma il giorno di S. Lorenzo4 partimo con intenzione di passare all'isola detta di Barbara nella costa di Etiopia, che in essa si poteva rinovare l'armata di vettovaglia, carne e acqua, che di tutto eramo molto necessitati; passamo altra volta per il Sino Arabico a l'altra costa, e per causa ch'e piloti non la conoscessino, o non volsono là levarci per alcuno rispetto, non fumo ;5 e di qui determinamo di andare a pigliare acqua nel Capo di Guardafuni. El vento non ci servendo a nostro modo, andando molte nave come perdute sanza acqua, ché quella levavano di Camerone tenevono quasi consumata, gittandosi el Capitano lVIaggiore un'altra volta nella costa d'Arabia, non possendo passare il Capo di Guardafuni se none in volte, molte d' esse,6 separandosi da l'armata, restarono nella costa d'Etiopia per vedere se troverrebbono acqua; noi fumo a nostro cammino insieme con l'armata ancora che restassi con poca compagnia, ché tutti cercavano loro ventura, e con molto travaglio passamo del Sino Arabico nel Mare Oceano. Essendo vicini a Soquotora, con intenzione di pigliare porto, mutandosi el vento, fumo forzati tenere altro cammino; e determinati passare

1. acqua rosata: cfr. la nota 4 a p. 345. 2. anfione: cfr. la nota I a p. 409. 3.francheza: sicurezza. 4. il giorno di S. Lorenzo: il 10 agosto (il giorno prima, secondo la Carta de Diniz Ferna11des; cfr. A/g,ms docume11tos, p. 411 ). s. passa mo ••• non fumo: • il che fu cattivo pilotaggio, perché doveva andar per la banda di Arabia fin che si mettesse a leste oeste con Barbora: percioché da quella banda rompevano le acque e correvano quiete: e dalla banda dell'Ettiopia erano le correnti così grosse, che andavano alla volta dello .Stretto coi ponenti che mancavano in quel tempo, ch'era nel fine di agosto, che poteva più racqua che il vento, e non si poteva navigar per queJla banda• (CASTANHEDA-ULLOA, loc. cit.). 6. nro/te d'esse: quattordici; quattro però tornarono per proprio conto a Hormuz, dove le trovò il Soares (cfr. la Carta de Diniz Fernandes, in Alguns docu111ento1,

p. 412).

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ad Ormuz, in questo viaggio ci sopravenne tanto mancamento d'acqua che molti uomini de' nostri maltrattati dalla sete morirono; 1 della ciurma delle galee e Cristiani malabari e schiavi d'uomini particulari, 3 pochi restorono con la vita; perché la sete e la fame generava una infirmità di petto che sanza febre si dispacciavono 3 in dua giorni, e era tanto universale in tutti che non fu nessuno in questo viaggio non si traessi sangue4 molte volte, che era el migliore remedio per tale infirmità. Piacque al Nostro Signore por fine a nostre fatiche e levarci a Calaiatti,5 porto d'Arabia Felice vicino al Sino Persico e all'isola d' Armuz 100 leghe, donde sterno 15 giorni ne' quali tutta la gente tornò di salute con il rinfresco della terra. Calaiatti, come è detto, è terra di Arabia Felice in 22 gradi di latitudine, non molto maggiore di Zeila, con casamenti di prcta e calce, e sanza mura, situata nella costa iunta col mare; e naturali d'essa sono arabici nel parlare, vestire e ne' costumi; levano uno panno circa genitalia e in capo uno turbante; e più onorati vestono una camicia lunga, scinta, con maniche larghe come camice di sacerdote, e la maggior parte una berretta lunga di feltro grossa, lionato scuro, di forma piramidale come la mitria del Papa. Le donne levano sempre la faccia coperta con uno panno di cotone, raro come di velo e di colore azurro, tagliato sopra gli occhi come maschera; loro abito è uno palandrano diviso davanti, Essendo ... morirono: il Castanheda è molto più critico nei confronti della condotta del Soarcs: « il Governatore [...] essendo oggimai quindeci dl che non si movcva, levatosi questo temporale che il serviva pel viaggio di Ormuz, deliberò di partire per là, e non star più in quei luoghi, e cosi fece spiegar le vele al vento senza far segno che partiva: il che vedendo i capitani delle navi grosse, si fecero ancora alla vela quelli che puotero, e così altri navili che si arrischiarono a sofferire quel vento, e tennero dietro il Governatore, il quale andò alla volta di Ormuz senza più curarsi di Barbora né aspettar le altre vele dell'armata, le quali rimasero in grande rischio [ ... ] e ogni dì ammalava e moriva gente, che era una cosa molto compassionevole vedere come perivano così miseramente di sete• (CASTANHEDA-ULLOA, n, pp. 19v. - 2or. [1v, 20]). 2. particulari: privati, che non ricoprivano cariche pubbliche. 3. n' dispacciavo110: morivano (dnl port. despacharse, «morire n). 4. n traessi sang"e: i salassi erano allora il rimedio più diffuso per ogni male. 5. Calaiatti: Qalhat, nell'Oman, situata tra $ur e Tiwi; la Calattl di MARCO POLO (cfr. Milio11e, pp. 280 e 609), che già ne aveva messo in evidenza i traffici con l'India, soprattutto di cavalli. Fu conquistata dall'Albuquerque nel 1508 (cfr. C. NIEBUHR, Description de l'Arabie, Amsterdam, Baalde, 1774, pp. 257-8). L'arrivo della flotto di Lopo Soares avvenne il 15 settembre (cfr. la Carta de Diniz Ferna11des, in Alguns docunumtos, p. 411). I.

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la lungheza del quale non passa el ginocchio a basso, e con maniche molto larghe; levano calzoni lunghi fino a' piedi di varii colori, e sopra il naso da una banda una bulletta d'oro larga confitta nella carne, di basso uno anello come a' bufoli di nostra terra. La terra ferma di Calaiatti è naturalmente sterile come tutta l'Arabia; in essa sono uve e grandissima quantità di dattili; produce pochi semi; e più richi si cibono di riso e alcuno grano che viene di fori d'altre regioni; gli altri di dattili, che sono a lloro comuni come a noi el pane di grano, e di questo si mantiene la maggior parte di Arabia Felice, con latte e butiri, per la moltitudine del bestiame in grande abundanzia. Da questo porto si navicano grande quantità di cavalli per la India, e quali dipoi che e Portoghesi presono Goa e Ormuz non possono disbarcare in altra parte della India che nella isola di Goa, donde passano in Arsinga e nelle terre del Sabaio 1 contermine a detta isola, e paga ogni cavallo di diritto 40 seraffi; il che rende ogni anno al Re nostro signore aseraffi 40.000, e per questo difende2 che non vadino per altri porti per non perdere e diritti hanno a pagare in la isola di Goa. Di qui dispacciò el Capitano Maggiore uno suo nipote 3 con quatro nave per la India, a ordinare le spezierie di questo anno per Portogallo; lui partì con l'armata per Armuz. Io mi missi in una nave di Mori, desideroso di vedere alcune terre d'Arabia, e fumo lungo la costa a Mascat e Corfucan,4 porti nominati in questo sino, come Caluat, 5 della medesima lingua, costumi e vestiri; di qui passamo allo Stretto di Persia6 a vista di terra di ogni banda 8 leghe e fumo alla isola d 'Armuz prima che l'armata quatro giorni. La isola d'Ormuz è in 27 gradi di 5 lege di circuito, distante alla terra di Persia due leghe, terra sterile e secca e sanza arbori, frutti o erba di nessuna qualità, di forma triangulare, nella bassa

Arsinga: Narsinga (cfr. la nota 5 a p. 398); Sabaio: cfr. la nota 2 a p. 391. z. dife11de: proibisce. 3. dispacciò •• . uno suo nipote: •spedì per l'India don Alessio di Meneses con autorità di Governatore, accioché nell'India si sapesse che era vivo,, (CASTANHEDA-ULLOA, 11, p. zov. [1v, 20]). 4. Mascat e Corfucan: Mascate (Masqa~) e Khawr al-Fakkàn, allora empori commerciali importanti sulla costa sud-orientale della penisola arabica, tra Ra's al-1:ladd e lo Stretto di Hormuz. Cfr. In descrizione della costa fatta dal BARBOSA, in RAMUSIO, I, p. 292v. 5. Caluat: è la Colaiate di poco prima. 6. Stretto di Persia: lo Stretto di Hormuz. 1.

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del quale 1 dalla banda del mare sono certi monti non molto alti pieni di grandissime pietre di sale, di colore di cristallo, lucide e alcune vermiglie ;2 el resto è tutta pianura; e la città è posta nella punta de la banda della terra ferma, pigliando grande parte de' lati del triangolo, e sarà di maggiore grandeza che Adem e della medesima belleza, riservato non tiene mura; è molto papulosa più de' forestieri di Persia, Arabia e India, che de' medesimi naturali; e quali sono di colore infra ulivastro e leonato, vestiti con camise lunghe, cinti nel mezo con uno panno di seta o di cotone, e turbanti bianchi e colorati; le donne andano coperte el capo e la faccia con uno panno di seta o di cotone di vari colori, che per la sua grandeza veste tutto il corpo sino in terra, e di basso una camisa, e molte levano la bulleta e lo anello al naso, come in la costa d' Arabia; gli ornamenti del capo sono certi veli sopra a capelli, composti come mazochi3 che si vegono in figure antique di nostra terra. L'acre di questa isola è salutifero d'ogni tempo e stagionato come nelle parte nostre, con primavera e autunno temperato e inverno frigido più che nessuna parte di queste terre, per essere esposto più al polo settentrionale. In la estate è calidissima in grande estremo, tale che è necessario dormire sopra terrazi disco~ perti all'acre, e denudato; e per tanta calidità costumano certi ingegni4 con1e cammini; e quali della sala di basso o d'alcuna camera divisi in otto parte, le quali procedono sopra le loro case con le medesime divisione, e ogni vento, per poco sia, battendo nella faccia di fora dalla banda di tali ingegni per la parte donde viene tale vento cade subito in basso per una delle dette 8 parte, refrigerando con grandissima frescura tutta loro abitazione; con tutto e più ricchi e onorati in questo tempo passamo alla terra ferma, che è piena di arbori e d'acqua dolce, dove sono loro ville, per rifrigerarsi. Armuz era già più nobile e di più richeze che Adem disopra nominata, perché antiquamente el comerzio delle specierie da India z. cristallo ••• tJenn1"glie: si trat3. mazoc/ii: il mazzocchio era la parte superiore dell'antico cappuccio dei fiorentini, formato da un cerchio di borra rivestito di panno. 4. certi ingegni: si tratta di condotti che mettono in comunicazione i locali interni con l'esterno dell'abitazione e che, correndo lungo le pareti e sfruttando la differenza di temperatura che si stabilisce tra i due ambienti - interno ed esterno - nelle diverse ore del giorno, permettono una continua aerazione. Sono ancora visibili nelle vecchie case di Bandar 'Abbis. I.

bassa del quale: la base del triangolo.

ta di depositi salini di note\'olc entità.

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era universale in questa isola; le quali di qui si transferivano per Bazera, 1 porto e città nel Sino di Persia, novamente da' nostri questo anno discoperto, 2 del fiume Eufrate, donde egli entra in mare; di qui passavano a Badagat, 3 città di Mesopotania, navigando sempre per detto fiume e dipoi per terra in Asia Minore, in Damasco e Aleppo ;4 de' quali loci venivano in Europa prima si navigassi in Alessandria ;5 similmente di questa isola si levavano in Armenia e Turchia, e per tutte le province di Persia; e quantunque il porto d'Alessandria facessi alcuno impedimento, non lasciando fino al presente giorno di essere scala per queste parte, sempre si mantene in grande alteza; vero è che la malignità de' governatori 6 dell'isola dieron causa si disabitassi in parte da molti mercanti, che prima solevano vivere in questa città, per i rubi grandi facevano: e questo da 200 anni sino alla venuta d'Alfonso d' Albuquerqui ;7 1. Bazera: Bassora, sullo Shan al-'Arab; allora sorgeva un po' distante dalla città moderna. Fondata nel VII secolo d. C. con la funzione di campo militare destinato a controllare la via che portava al Golfo Persico, ebbe l'epoca di maggiore prosperità tra l'VIII e il IX secolo come emporio del commercio con l'India e le coste africane, e come centro intellettuale; all'epoca del Corsali la decadenza della città era già incominciata. Cfr. anche più avanti, pp. 8 I 1-2. 2. novamente ... discoperto: dopo aver conquistato Hormuz (1515) Afonso de Albuquerque vi si era trattenuto qualche mese, organizzandone le difese e l'amministrazione. In questo tempo giunsero a lui dagli stati vicini diverse ambascerie, tra le quali - secondo quanto riferisce il Castanheda - anche una del re di Bassora, con offerte di amicizia e vassallaggio. Ad essa l' Albuquerque rispose inviando a sua volta degli ambasciatori (cfr. CASTANHEDA-ULLOA, I, p. s I 4r.-v. [111, 153]). 3. Badagat: Bagdad; fondata ncll'VIII secolo su precedenti insediamenti preislamici dal secondo califfo abbasidc al-Man~iir, divenne in breve un importante centro commerciale e culturale. Godeva di una posizione privilegiata, nel punto d'incontro delle vie fluviali del Tigri e dell'Eufrate con le vie carovaniere. Conobbe il periodo di maggiore prosperità sotto gli Ab basidi; con la conquista mongola nel XIII secolo cominciò il suo declino. 4. Damasco e Aleppo: cfr. le note 4 a p. 300 e 5 a p. 299. 5. Prima che Alessandria assumesse il ruolo di principale emporio del Mediterraneo orientale. 6. la malignità de' governatori: a Hormuz il controllo effettivo dello stato era nelle mani dei visir: « I re non s'impacciavano in cosa alcuna che toccasse al governo del regno, né servivano d'altro che per governare il regno pacificamente. E se pure volevano impacciarsi,[ .••] gli prendeva il guazil d'Ormuz, che cosl chiamnvano il governatore, e rompendogli gli occhi lui insieme coi principali del regno il mettevano in una casa [•.. ] e gridavano re alcun suo figliolo [..•] al quale facevano il medesimo che all'altro, se voleva governare. Per lo che v'erano sempre molti re ciechi in quella casa, e quel che regnava viveva sempre con quella paura» (CASTANHEDA-ULL0A, I, pp. 209v. - :uor. [u, 60]). 7. Afonso de Albuquerque (cfr. pp. 388-9 e le note relative) aveva tentato la

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e quali tenendo el tratto e l'entrata nelle mani, cominciarono a crescere in tanto grado e farsi sì richi e potenti che col favore e richeza cominciarono a levarsi contro al Re naturale, deponendo ora uno e ora cecando uno altro di novo, tenendosi che pigliando per tempo el Re fermeza, non tenessi rimedio con che fussino di sua governanza deposti e per questo costumavano acecarli, faccendoli nel principio di lor creazione guardare forzatamente in uno ferro aflocato, che per la sua calidità e vampo faceva scoppiare la luce; fu questa mutazione sì frequente che quando Alfonso d' Albuquerqui fece la forteza in Ormuz, e la isola tributaria al Re nostro signore con 15 mila seraffì, tagliando a pezi il Governatore, come per altra mia si scrisse, J mandò a Goa dodici Re2 di questa isola tutti delle luce privati; mantenendo el Re sino al presente giorno in suo stato; perché ancora che si facessi nuovo Governatore, sendo a voluntà del Re e con timore de' Portoghesi, non osò mai fare innovazione: per questa causa questo che è al presente, riconoscendo il grande bene gli è venuto da' Portoghesi, è nostro amico di volontà. Questa isola, per il gran commerzio che già dicemo, è abundantissima di pane, carne, frutte e ortaggi, e simile alle nostre, e di alcune altre sorte come nella India, e tutto si truova abastanza per le piaze e taverne, cotto e crudo, e il vivere è caro, perché tutto viene di lunge terre, d'Arabia, Persia e Mesopotania, e per la moltitudine della gente che qui tratta, trovasi in essa confezzioni, conserve, acque stillate d'ogni maniere e simplici medicinali, come in tutte le specierie d'Italia; non costumano composti di nessuna sorte; sono gli uomini di questa ter-

conquista di Hormuz nel I 507, ma l'anno successivo era stato costretto ad abbandonare la città. Vi ritornò nel 1515 con un'annata di 27 navi. Il re era Sayf ad-Din, e il suo visir Niir ad-Din, ma del potere effettivo si era impadronito il nipote del visir, I:Iamid, che cercava di stabilire accordi segreti con la Persia. Con un abile colpo di mano l' Albuquerque fece uccidere I:Iamid, e, rassicurato il re della sua incolumità, affidò il governatorato della città a suo nipote Pero de Albuquerquc (cfr. BARBOSA, in RAMUSIO, I, pp. 294v. - 295,., e BARROS, II, x, S, vol. IV, p. 430). I. come ... scrisse: nella citata lettera al duca Giuliano (cfr. RAMUSIO, 1, p. 178v.). 2. dodici Re: racconta il BARBOSA che l I Albuquerque • ordinò poi che fussino messi in una nave tµtti li Re ciechi che erano nella città, che potevan esser da 13 in 141 e li mandò alle Indie nella cinà di Goa, dove fa loro dar da vivere con le sue entrate, fino che durerà la lor vita, e questo acciò che non sieno causa di qualche disturbo in detto regno di Ormuz, il quale al presente sta in gran pace e quiete• (in RAMus10, 1, p. 295r.).

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ra massime Persiani e alcuni Armeni, molto liberali e piacevoli, pieni di discrezione e gentileze; amorabili e virtuosi e di ogni opera intelligenti; infra essi sono strolagi I e altri molto pratici nel Testa-mento Vechio, sopra a che è fundata la legge maumetana, con adi-zione nuove che fece Maumet. Per quanto potetti comprendere da questi tali, el Sophi, 2 ch'è signore di Persia e di alcune terre di Arabia, Turchia e Tartaria, è totalmente maumettano, sanza alcuna aderenzia con la fede nostra, più che li altri di tale legge; ma la differenzia è infra e Turchi, e Mori d'Arabia e d'Africa contro a llui, procede da compagni furono di Maumet che furono molti, e quali tutti gli altri maumetani dicono furno salvi e buoni; e il Sophi in opposito combatte che solamente Aly, che fu genero di Maumet, fu imbasciadore e profeta di Dio come Maumet, ma non tanto grande, e che tutti gli altri furono falsi ;3 e sopra a questa differenzia sono le guerre contro al Turco.4 È inclinato alla benivolenzia de' Cristiani, per conoscer-gli uomini di ingegno, e inoltre perché questi Persiani sono di buona natura e qualità. In questi Persiani viddi la storia di Alessandro Magno, 5 ma per essere rara e in mano di gran signori, non passetti averla come desideravo. Le monete d' Armuz sono asaraffi e mezi asaraffi d'oro, quali chiamano azar. Le monete d'argento sono una sorte che loro chiamano sadi,6 che vale 20 uno asaraffi e 10 uno azar; è un'altra qualità di moneta di tanta fineza e sì buone che corrono per tutte le terre di queste parte, così ne la India e Arabia come nella Persia, e parmi è poca differenzia dall'argento d'essa al di copella;7 valeno 6 per uno duccato e 6 per uno asaraffi: sono come uno pezo d'argento lungo e addopiato, battuto da ogni banda 1. strolagi: astrologi. 2. el Sophi: cfr. la nota 6 a p. 387. 3. la differenzia ... falsi: allude al contrasto tra Sciiti e Sunniti: cfr. la nota 2 a p. 3 I 3. 4. guerre .•• Turco: la presenza ai confini di un forte stato combattivo in cui lo sciismo era stato eretto a religione ufficiale allarmava i Turchi, difensori dell'ortodossia sunnita. Selim I mosse contro i Persiani di Shàh lsmi'il e li sconfisse nella battaglia di çaldiran il 23 agosto 15 14. 5. la storia di Alessandro Magno: la leggenda di Alessandro Magno trovò larga diffusione anche in Oriente; nella letteratura persiana ne esistono versioni nel Libro dei Re di Firdiisi (X secolo) e nei poemi epici di Ni=?iimi (XIII secolo) e Jami (XV secolo). 6. azar: dal persiano haziir, •mille•, perché equivalente a mille di11ar; sodi: dal persiano 10d, •cento•, equivalente a cento dinar (cfr. Hobson-Jobson, s.v. lack). 7. di copella: argento purissimo, ottenuto nella coppella, il piccolo crogiuolo usato per raffinare i metalli.

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con stampa di lettere di Persia, e queste si chiamano tanghe. 1 Alla venuta del nostro Capitano Maggiore, el Re d' Armuz con li principali della città, acompagnato da molta gente di sua guardia, fu a rriceverlo alla piaggia del mare, vestito alla persiana, con una vesta lunga turchesca di velluto nero con listre d'oro, e in capo uno turbante2 di seta avolto a una berretta d'oro tirato, ritunda e a spichi, come la metà d'uno mellone, e nel mezo d'essa elevato uno gambo composto de la medesima opera, di groseza di piena mano, e longo palmo e mezo; questa beretta costuma mandare el Sophi, in queste parte chiamato Scierchesmael, 3 a' signori sua sudditi e tributarii, in segno d'amicizia, obedienzia. La qual al presente la levano tutti e popoli di Persia e d'altre terre di detto Scierchesmael e seguaci di sua setta, e in Armuz la gente della corte del Re; la maggior parte d'esse sono di panno di lana vermiglio e per e più onorati di velluto, damasco di Persia o di brocato e, se ben mi ricordo, questa medesima levavano e mercanti persiani fumo nella nostra città l'anno 1514. El Capitano Maggiore dapo' molta congratulazione levò el Re da mano destra sino al palazo reale, ancora che lui recusassi molto tale compagnia; dipoi si tornò per la nostra forteza, e questo giorno si fece festa universale per tutta l'isola. La forteza d' Armuz è grande di circuito, ben fondata, di forte mura, con quattro facce divise, con otto torrioni, con sue bombardiere di basso che riscontrano l'una con l'altra battendo lungo el muro; è posta nella punta del triangolo di detta isola dalla banda di terra ferma, infra la quale è l'isola e il porto; il mare batte le mura da dua bande; nel mezo tiene uno castello forte di munizione e vettovaglie, spiccato dalle mura della forteza; drento del circuito sono 4 cisterne riservate per ogni necessità, perché in tutta l'isola fuora della città non è

tanghe: «tanga» era chiamata una moneta d'argento diffusa in tutta l'India (dal sanscr. ta,ika: cfr. Hobson-Jobso11, s.v. tanga); ma dalla descrizione del Corsali si deduce trattarsi di larini, che avevano la forma di verghette ripiegate (cfr. più avanti la nota s a p. 854). 2. uno turbante: il tiij, cappello rosso a dodici pieghe, a ricordo dei dodici imam sciiti; secondo la tradizione fu introdotto dal padre di Isma'il, }:laydar, come segno distintivo dei seguaci dei Safawidi. Ciò valse loro l'appellativo di QiziLbiish (• teste rosse D), usato con tono spregiativo dai turchi ortodossi, ma che essi adottarono con fierezza. Con la conquista del potere da parte di Isma'il, i Qizilbish divennero l'aristocrazia militare del paese (cfr. El, s.v. ~izilbiish). 3. Scierchesmael: lo Shih lsmi 1il (cfr. la nota 6 a p. 387). 1.

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se none uno pozo che non è abastanza per la casa del Re, e non si trova altro loco donde possino cavare per avere acqua; ché tutto è sallibre. L'acqua dolce viene di terra ferma di Persia. El Re, dipoi quattro giorni della venuta del Capitano Maggiore, fu alla forteza a vicitarlo con uno presente richissimo di varie gentileze, fra le quali era uno cavallo persiano integro, 1 che sono della medesima qualità di Turchia, di forza, persona, belleza e levità, che con sua fornimenti 2 bellissimi fu stimato 1.000 asaraffi, e più gli dette una scimitarra domaschina con vagina e fornimento d'oro, e perle di pietre prezio~e di gran valore e molte peze di domasco di Persia per i capitani vennono con l'armata. L'altro giorno cavalcarono co' principali de l'armata e della città a vedere l'isola; e in uno campo, a piè delli monti già nominati, el Re, con altri giovani portoghesi e persiani, feciono molte correrie, levando in sua guardia I 50 cavalli leggieri e 600 uomini di piè, la maggiore parte con arco e turcasso, vestiti con giubbe, imbottiti di seta e di cotone, e con turbante e berrette rosse alla persiana, passando grande sollazo in tutto el giorno. Con questi piaceri sterno 15 di in Armuz; in questo tempo vennono di Baaram3 molti navili, quale è una isola longe d' Armuz sei giorni di navigazione, posta nel Sino di Persia drento dalla banda donde sono e diserti di Arabia,4 terminano in questo mare, e levaron grande quantità di perle, delle quali in questa isola è il principale tratto di tutta Persia; sendo Baaram suddita al Re d' Armuz, e perché di qui si levano in la India, per la Arabia e per le province di Persia. Sino in Turchia sono in tanto prezo che io sto in dubio se in nostra terra vagliono tanto come qua. Similmente averno nuove che in un porto di terra ferma vicino a Ormuz 10 leghe stavano carovane di Ciras e di Tauris, 5 terre di Persia, e del Mare Caspio, della provincia de' Cristiani6 che termina a detto ma-

integro: non castrato. 2.fornimenti: finimenti. 3. Baaram: cfr. la nota s a p. 480. 4. dalla banda ••. Arabia: dalla parte occidentale del Golfo Persico, presso l'arida costa orientale della penisola arabica. 5. Ciras: Shiraz; era tappa importante sulla carovaniera che dal Golfo Persico conduceva agli altopiani interni sino a Herat e Samarcanda; Tauris: Tabriz, sin dall'antichità tappa commerciale sulJe carovaniere che mettevano in comunicazione il Mar Nero e il Mar Caspio con l'Oriente. Shah lsma'il la conquistò nel 1500 e ne fece la sua capitale. 6. Cristiani: Armeni e Georgiani. 1.

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re, e levavano seta, sciavai, taffettà I e domaschi, acqua rosata e di ogni sorte stillate, aceti di menta, cavalli e robbia, 2 che queste sono le mercantie vengono di Persia per la India, e alcuni mercanti vennono in Armuz e comprarono infiniti panni rossi novi e usati, che qui valevono assai, per fare le berette già dicemo; la maggiore parte restò nel porto aspettando nostra partita, non si confidando venire in la isola stando lì l'armata. Con questa carovana venne una lonza da caccia, 3 che el Re d' Armuz aveva ordinato per mandare al Re di Portogallo, quale mandò a domandare per la Santità di Nostro Signore,4 e consignatola al Capitano Maggiore, ci partimo el dì di Tutti e Santi, lasciato però in la forteza d' Armuz molta gente5 per sua defensione. Fumo costeggiando per lo Stretto dalla banda di Persia e, intrati nel Mare d'India, pigliamo porto nella isola di Goa6 in termine di 30 giorni, che è longe da Armuz lege 400. Qui averno nuove di 10 nave grosse7 crono venute di Portogallo con 2.000 uomini; e che di già erono passati alle forteze di Calicut e Chocam, 8 che dette grande letizia a tutta all'armata; non facemo dimora più che 3 giorni in Goa e fumo subito a cammino di Cocham, dove arrivassimo nel mese di dicembre9 e qui finitte uno anno giustamente che di là eromo partiti e passati e I. sciavai: cfr. la nota 7 a p. 440; taffettà: dal pers. tafta11, «filare•; questa sembra essere la prima attestazione del termine in italiano. 2. acqua rosata: cfr. la nota 4 a p. 345; robbia: la Rubia ti11ctomm, dal cui rizoma si ricavava una sostanza colorante rossa, usata in tintoria. 3. lonza da caccia: ghepardo; in India e in Persia veniva addestrato per la caccia alle gazzelle. 4. per la Santità di Nostro Signore: nel marzo 1514 fu inviata dal Portogallo a Roma una fastosa ambasciata, guidata da Tristào da Cunha. Suo scopo era non solo rendere omag~io a Leone X, a un anno dalla sua elezione, ma anche ottenere appoggio ai progetti di espansione in Oriente, di cui si mettevano in luce i fini religiosi. Tra i doni che in quell'occasione il re Emanuele inviò al papa, furono alcuni animali esotici, tra i quali un elefante e una a lonza da caccia» (cfr. D. DB GoES, Chronica do felicissimo Rei Dom Emanuel, Lisboa, F. Correa, 1566, p. 99v.). Forse, visto il successo ottenuto, il re del Portogallo pensava di rinnovare il dono. 5. molta gente: cinquecento uomini (cfr. la Carta de Diniz Fernandes, in Alguns documentos. p. 412). 6. La flotta arrivò a Goa il 5 dicembre (cfr. ibid.). 7. IO nave grosse: tra le quali le s di Antonio de Saldanha (cfr. la nota I o p. 434), che veniva in India col titolo di • Capitano generale del mare•, e le due di Femao de Alcaçovn, inviato come veador da fazenda. Entrambi, giunti a Goa, non attesero l'arrivo del Soares per assumere le cariche a cui erano stati destinati; ne nacque un conflitto di competenze e quando arrivò il Governatore •n'ebbe grande sdegno e si mostrò molto aggravato• (CASTANHEDA-ULLOA, 11 1 p.24r.-v. [1v,26l). 8. Cliocam: Cochin. 9. Il 15 dicembre 1517 (cfr. la Carta de Diniz Ferna,idu, loc. cit.).

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travagli soprascritti. Qui mi truovo al presente, dando più l'uno dl che raltro grazie al Nostro Altissimo Signore lesù Cristo di avermi condotto a salvamento e superato da tanti che restano per questo cammino 1 dello stretto, che non fu poca grazia il tornare a India, sendo là morta infinita gente e restando ancora 9 navili grandi e piccoli: di che non sapemo se sono perduti e già questo anno non possono tornare. 2 Piacia a Nostro Signore saranno in alcuno porto rimediati, e a tempo nuovo si aspettano per la India. Dipoi la tornata del Capitano Maggiore non si attende che a dispacciare nave 6 per Portogallo, quali di qua partono per tutto questo mese di gennaio, e di già 3 vanno alla vela, e questa sarà la quarta; dua d'esse sono di dumila botte3 ciascuna e tutte raltre di 800, 900 e 1.000, e levano per il Re 50.000 quintali di pepe e molto gengiavo, cannella e gherofani, 4 gomma lacca5 e seta di Cina e sandarlo vermiglio, 6 fuori a infinite richeze di uomini particulari. 7 Piaccia a Nostro Signore vadano a salvamento. Dispacciata tale mandata, partirà uno capitano per lo Stretto del Mare Rosso, per andare sino al Capo di Guardafuni con sei o otto nave, per passare di li all'isola d'Ormuz, 8 un altro per la costa di Cambaia9 con 4 nave; un'altra per il Sino Gangetico a discoprire el regno e porti di Bengala, 10 donde non furono nostre nave per alcuno tempo; e un'altra per a Melaccia e per il Sino Magno di Cina, e in questa è oppinione andrà el Capitano Maggiore. 11 L'Altissimo lasci seguire I. e st1perato ..• cammino: in RAMUSIO, I, p. 188v.: • e liberato di tanti pericoli corsi per questo cammino•. 2. non sapemo ... tornare: la sorte peggiore toccò ad Alvaro da Silveira, che non essendo riuscito ad uscire dal Mar Rosso prima dell'arrivo del monsone invernale, fu costretto a cercare rifugio ora in uno, ora in un altro porto, mentre la sua gente moriva di stenti. Lui stesso, sceso a terra per rifornirsi d'acqua, fu ucciso da due dei suoi uomini in un alterco (cfr. CASTANHEDA-ULLOA, n, p. 20v. [Iv, 20]). 3. botte: cfr. la nota 2 a p. 337. 4. pepe . .. gherofani: cfr. le note I a p. 340, 3 a p. 341, 2 a p. 266 e 3 a p. 353. 5. gomma lacca: cfr. la nota 3 a p. 267. 6. sondarlo vermiglio: cfr. la nota I o a p. 266. 7. fuori .•• particulari: oltre aJle merci spedite per conto di privati. 8. uno capitano ... Ormuz: Antonio de Saldanha: con sei navi raggiunse il Capo Guardafui e Berbera; distrutta questa città, attraversò il golfo e fece sosta presso Aden. Non entrò però nel Mar Rosso, per timore d'essere costretto a passarvi l'inverno, e fece vela per Hormuz (cfr. BARROS, 111, i, 10, voi. v, pp. 99-103). 9. un altro •.• Cambaia: Manoel de Lacerda, che giunse a Diu (cfr. ibid.). 10. un'altra ... Bengala: Joào da Silveira, il comandante della Siio Pedro su cui aveva viaggiato il Corsali. Partì con quattro navi e fu prima alle Maldive, poi a Colombo, quindi, provvistosi di piloti locali, penetrò nel Golfo del Bengala fino alla foce del Gange (cfr. BARRos, Ili, ii, 3, voi. v, pp. 132-45). 11. Me/accia: Malacca; vi

LETTERA A LORENZO DE' MEDICI DUCA D'URBINO

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quello ha ' essere più suo servizio. Io per potere a mia satisfazione investigare il vivere e costumi di queste terre, passerò questo anno con Piero Strazi I alla casa di santo Tomaso2 da qui distante leghe 250, donde fu' il primo anno di qua comparsi, e di U a Ppalliacatti, 3 porto del regno di N ersinga, nel quale di Pegù4 navicano grande somma di rubini, e con certi Armeni cristiani mia amici determino transferirmi per la terra ferma e occupare cinque o sei mesi in vedere le province di tal regno, per tutte queste parte di potenzia e richeza nominato ; di Paliacatti per mano di detto Piero Strozi, che questo anno prossimo dice torna per la patria di tutto darò notizia a Vostra Illustrissima Signoria, piacendo allo Altissimo, quale sempre conservi quella con prospero e felice stato, e a me faccia grazia di reducermi in la patria da me tanto desiderata, dove con onesto riposo, in cambio di tanto travaglio, possa in servire a quella, in questa e in ogni altra occorrente opportunità. Dixi. Ex India quintodecimo kal. octobris MDXVII 5 Eiusdem Domini Illustrissimi Servus A. Corsalius. giunse ai primi di giugno I 5 18 Aleixo de Meneses, nipote di Lopo Soares, con tre navi (cfr. BARROS, 111, ii, 4, vol. v, pp. 146-52). Il Soares invece rimase in India fino al settembre 1518, quando con diciassette navi andb a Ceylon (cfr. la nota 4 a p. 459). Quanto alla Cina, vi era giunta da poco la prima spedizione portoghese con Giovanni da Empoli (cfr. p. 379); ma la speranza di proficui rapporti commerciali con l'Impero dei Ming sarebbe presto andata delusa. 1. Piero Strozi: Pietro di Andrea Strozzi, nato a Firenze l' II marzo 1483 e morto in India probabilmente nel 1522. Come il Corsali, era legato ai Medici e in particolare a Leone X, dal quale suo zio Lorenzo era stato nominato nel 1513 tesoriere pontificio in Avignone. Era anche imparentato con Girolamo Sernigi, fondatore di una casa commerciale a Lisbona che fra le prime aveva investito grossi capitali nell'impresa delle Indie, contribuendo a finanziare la spedizione di Pedro Alvares Cabrai, quella dell' Albuquerque del 1503 e quella di Diogo Mendes de Vasconcclos del I s 10 (alle quali ultime resta legato il nome di Giovanni da Empoli). Forse proprio per conto del Scmigi Pietro Strozzi partì nel 1509 per l'India, dove ebbe modo di partecipare alla conquista di Goa e alla spedizione di Antonio de Abreu alle Molucche (1511). Risulta dalla lettera del Corsali a Giuliano de' Medici (cfr. RAMUSIO, 11 p. 1801'.) che nel 1515 aveva visitato Mailapur e il regno di Vijayanagar, dove ave,,a acquistato • un bellissimo diamnnte chiaro e netto in rocca, qual pesò caratti 23 • che si proponeva di portare a Lisbona et in termine di due anni». Su di lui cfr. G. UzIELLI, Piero di A11drea Strozzi viaggiatore fioTentino, in •Memorie della R. Soc. Geogr. Ital. •, vol. v, parte 1 (1895), pp. 110-48. 2. casa di sa'1to Tomaso: cfr. la nota I a p. 263. 3. Ppalliacatti: Pulicat (cfr. lo nota 2 o p. 262). 4. Pegzì: cfr. la nota I a p. 402. 5. quintodecimo . .. MDXVII: l'ultima parte della lettera si riferisce ad avvenimenti posteriori a questa data e fu probabilmente compilata in un secondo tempo.

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Mentre nell'Oceano Indiano i Portoghesi ampliavano e consolidavano la loro zona di influenza, proseguiva con alterna fortuna l' esplorazione del Nuovo Mondo affidata alla Spagna dal Trattato di Tordesillas. 1 Tuttavia, se si eccettuano i tentativi di colonizzazione delle Antille e quelli, più sporadici, della regione degli Istmi, le razzie di schiavi e l'incetta di oro e preziosi sottratti agli indigeni, il continente americano non aveva ancora dato frutti paragonabili a quelli ottenuti dal Portogallo in Oriente. Soprattutto, di quelle spezie che Colombo aveva sperato invano di trovare, e su cui Lisbona stava rapidamente costruendo la sua fortuna, non si era trovata traccia in America, mentre la possibilità di arrivare da Occidente ai paesi produttori sembrava allontanarsi sempre più, a mano a mano che l'esplorazione sistematica delle coste americane ne rivelava la reale estensione. Peraltro, l'interesse per le Molucche, definitivamente riconosciute, dopo la spedizione di Ant6nio de Abreu e Francisco Serrao del 1512, come luogo di origine dei chiodi di garofano e delle noci moscate, non era venuto meno; anche se in ritardo, la Spagna cominciava ora ad avanzare qualche diritto su quelle isole, perché l'incerta definizione dell'antimeridiano della raya, resa ardua dalla difficoltà di calcolare con precisione le longitudini, poteva far pensare che rientrassero negli spazi oceanici di sua co1npetenza. Si poneva perciò il problema di trovare un passaggio dall'Atlantico al IVIare del Sud attraverso il Nuovo Mondo. Il i\1are del Sud«Pacifico» fu i) nome imposto poi da Magellano - era stato raggiunto da Vasco Nufiez de Balboa nel settembre 1513 attraverso l'Istmo del Darién, ma le difficoltà incontrate rendevano problematica la possibilità di sfruttare l'itinerario a scopi commerciali. La ricerca di un passaggio marittimo, l'unico che avrebbe potuto essere economicamente vantaggioso, era perciò continuata; che esistesse, era ferma e diffusa convinzione, e la spedizione organizzata tra il I 5xI e il 1514 da Crist6bal de Haro e Nuno Manuel (due caravelle al comando di Estéban Froes e Joao de Lisboa) sembrava averlo localizzato alla latitudine di circa 40° S. 2 La tragica conclusione della I. Cfr. qui a p. 8. 2. La data della spedizione è controversa: 15u-12 o 1514: cfr. D. RAMos PEREZ, Magallamu en Valladolid: la Capitulaci6n, in

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spedizione di Juan Dfaz de Solfs - partito dalla Spagna con tre caravelle 1'8 ottobre I 5I 5 e ucciso dagli indigeni alla foce del Rfò de la Plata con sette dei suoi compagni nel febbraio successivo aveva segnato però una battuta d'arresto. L'idea di Magellano nasceva da queste premesse, oltre che da precisi presupposti teorici, e dalla sua diretta esperienza in Oriente. Nel 1505 era partito per l'India al seguito di Francisco de Almeida, e molte fonti lo fanno presente alla conquista di Malacca con Afonso de Albuquerque; anche se la sua partecipazione alla spedizione di Antonio de Abreu alle Molucche è oggi contestata, è probabile che il suo interesse per un viaggio alle Isole delle Spezie da occidente fosse cominciato allora, e che le notizie trasmessegli dall'amico Francisco Serrao abbiano poi contribuito alla elaborazione del suo progetto. 1 Magellano era convinto, in base ai calcoli eseguiti con l'astronomo portoghese Ruy de Faleiro, che si potesse raggiungere più rapidamente le Molucche navigando verso ovest, qualora si fosse trovato il passaggio; come tutti i suoi contemporanei egli sottovalutava l'ampiezza longitudinale dell'Oceano Pacifico. Non abbiamo prove che egli abbia comunicato le sue convinzioni al re Emanuele; certo è che, deluso dall'atteggiamento ostile che il sovrano manifestava nei suoi riguardi, nel 1517 Magellano abbandonò il Portogallo per la Spagna, dove riusd a interessare Carlo V e alcuni membri della Casa de la Contrataci6n al suo progetto; come risulta dal memoriale presentato nel r 519 al re, egli sosteneva che l'antimeridiano della raya avrebbe lasciato le Molucche nella zona di influenza spagnola. Due anni dopo, il 20 settembre 1519, la sua spedizione, finanziata per tre quarti da Crist6bal de Haro, 2 partiva dal porto di Sanlucar de Barrameda. Delle cinque navi che la componevano una sola fece ritorno, quasi tre anni dopo, ma il carico di spezie A viagem de Fernao de Magalhàes e a Questao das Molucas. Actas do II Coloquio luso-espanhol de hist6ria ultramarùia, ediçao organizada por A. Tcixeira da Mota, Lisboa, Junta dc investigaçòes cicntificas do Ultramar, 1975, p. 192. 1. Secondo il G6mara, Magellano ebbe anche presente 1' Itinerario del Vartema (cfr. F. L6PEZ DE G6MARA, Historia ge11eral de las lndias, nel tomo I degli Historiadores primitivos de Indias, Madrid, Rivadeneyra, 1877, p. 2 I 3). 2. Crist6bal de Haro, originario di Burgos, apparteneva ad una ricca famiglia di mercanti interessati principalmente al commercio con le Fiandre.

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che trasportava riusd a compensare le spese, anche con un certo margine. Sembrava che la Spagna avesse finalmente trovato la sua «via delle Indie». In realtà, era una via troppo ardua e onerosa, sia per le reali difficoltà del percorso, sia per l'alto prezzo di vite umane. La spedizione successiva, partita nel 1525 al comando di Francisco Garcfa Jofre de Loaisa, si risolse in un insuccesso, e soltanto cinquant'anni dopo Francis Drake compi sulle orme di Magellano la circumnavigazione del globo. Inoltre, pochi anni dopo, le spedizioni di Cortés e Pizarro aprivano alla Spagna, con la conquista del Messico e del Perù, i forzieri dell'oro e dell'argento americano, facendo gravitare su que1le terre gli interessi spagnoli; quanto aJl'esplorazione del Pacifico, i velieri spagnoli trovarono più conveniente salpare direttamente dalle coste occidentali del Nuovo Mondo. La questione del possesso delle Molucche fu dibattuta da cosmografi e politici in una conferenza tenutasi alternativamente a Elvas e Badajoz nel 1524, senza che si riuscisse a raggiungere un accordo; nel 1529, col Trattato di Saragozza, Carlo V rinunciò definitivamente alle isole contro la somma di 350.000 ducati d'oro. La via alle Indie aperta da IVIagellano perdette quindi, in tern1ini economici, ogni interesse. Ma, in una prospettiva storica, l'impresa rimane ineguagliabile. L'arrivo a Sanlucar de Barrameda dei diciotto superstiti della Victoria non solo si prefigura come l'ultimo e forse il più brillante episodio del « periodo eroico» delle grandi scoperte geografiche, ma riveste un valore scientifico eccezionale: grazie ad esso si ebbe per la prima volta la prova concreta de11a sfericità del globo, furono rivoluzionate tutte le ipotesi sulle proporzioni tra terra ed acqua, e si accertò che tra l'Asia e il Nuovo Mondo c'era un oceano molto più vasto di quanto si supponesse: cib che rese possibile fissare, sia pure a grandi linee, l'immagine reale della superficie terrestre. Tra i diciotto superstiti della spedizione c'era Antonio Pigafetta, un gentiluomo vicentino che in qualità di criado, cioè di addetto alla persona, seguiva il capo della spedizione, ed è a lui che si deve l'unica testimonianza diretta di tutto il viaggio, dalla partenza della flotta da Siviglia al ritorno della nave superstite. Poche e frammentarie sono le notizie biografiche; solo recenti ricerche hanno consentito di accertare che nacque, primogenito, dal primo matrimonio di Giovanni Pigafetta - appartenente alla nobile famiglia 33

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vicentina- con Lucia dei nobili Muzan di Malo. Poiché l'atto dotale relativo al matrimonio è del 6 marzo 1492, si può supporre che la nascita del viaggiatore sia avvenuta tra la fine del 1492 e il 1493. Dopo la morte della prima moglie Giovanni Pigafetta si risposò con Angela Zoga, e «figlio di Giovanni e di Angela sua moglie» il Pigafetta si qualifica nel ruolo degli equipaggi della spedizione. Appartenne all'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, al cui Gran Maestro, Philippe de Villiers de l'lsle-Adam è dedicata la «Relazione». Riferendo nei suoi Diarii la visita compiuta dal Pigafetta al Collegio veneziano nel novembre 1523, Marino Sanuto lo dice « F erier di Rodi»; 1 tenendo conto delle lunghe procedure necessarie per entrare nell'Ordine, è probabile che egli ne facesse parte già prima di salpare per il Nuovo Mondo. Nel 1518 partì per la Spagna al seguito del vicentino Francesco Chiericati, inviato in missione diplomatica da papa Leone X alla corte di Carlo V. Qui venne a conoscenza dei preparativi della spedizione affidata a Magellano e, desideroso di parteciparvi, parti, munito di lettere commendatizie, per -Siviglia, dove trovò imbarco sulla nave capitana, la Trinidad. A bordo dovette godere di un certo prestigio, poiché Io vediamo spesso incaricato di missioni presso i sovrani indigeni, e a fianco di Magellano in importanti cerimonie; certo solidarizzò con lui nelle amare vicende che lo contrapposero sin dall'inizio del viaggio ai comandanti delle altre navi, e che Pigafetta attribuisce al fatto che «lo odiavano molto, non so perché, se non perché era Portughese ed essi Spagnoli ». 2 Le difficoltà erano cominciate ancor prima della partenza, con il reclutamento degli equipaggi, gli intrighi portoghesi, e la nomina di un veedor generai nella persona di Juan de Cartagena, con funzioni che implicavano una esplicita diffidenza verso Magellano. La spedizione attraversò l'Atlantico seguendo una rotta inconsueta per evitare l'incontro con le navi portoghesi che pattugliavano la costa africana; dopo una sosta in Brasile, raggiunse il Rio de la Plata e cominciò l'esplorazione sistematica della costa alla ricerca di un passaggio, veleggiando sempre a vista di terra e inoltrandosi tra le articolazioni del litorale. Alla latitudine di 49° 30' S, nella Baia di San Giuliano, Magellano decise di sostare per svernare. r. Ferier: frate. Cfr. J Diarii di MARINO SANUTO, Venezia, R. Deputazione Veneta di Storia Patria, 1879-1902, xxxv, col. 173. 2. Raccolta, v, J, p. 52.

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Gli attriti già latenti con i comandanti spagnoli delle altre navi, acuiti dalla prospettiva di una lunga disagiata sosta in una terra inospitale, esplosero in aperto ammutinamento. Magellano, isolati e disarmati i capi della rivolta con uno stratagemma, procedette ad una esemplare quanto dura punizione. Di questo episodio Pigafetta dà un resoconto molto succinto e anche inesatto, quasi volesse sorvolare su un gesto di crudeltà compiuto, come scrisse poi Pietro Martire, sotto pretesto di giustizia. 1 Altri avvenimenti turbarono ancora la spedizione: la Santiago, l'unica nave che con la capitana si era schierata dalla parte di Magellano durante la rivolta, naufragò sulla costa, e il pilota della San Antonio, Estevào Gomes, quando parve chiaro che si era arrivati finalmente alla imboccatura di uno stretto, disertò invertendo la rotta per tornare in Spagna. Il 28 novembre 1520 Magellano, superato lo stretto, entrò nel Pacifico e, seguendo da lontano la linea di costa, risali lungo il margine occidentale non ancora esplorato del continente americano, forse nella convinzione, ancora diffusa ai suoi tempi, di poter giungere per tal via al limite estremo orientale dell'Asia. Piegando poi più a occidente e oltrepassato l'equatore, dopo più di tre mesi di faticosa navigazione toccava finalmente terra in quelle che, per l'abile furberia dei loro abitanti, vennero chiamate Isole dei Ladroni: le Marianne. Ma se la primitiva curiosità di quelle popolazioni doveva recare qua1che danno alle navi, ben più funeste furono le conseguenze dei contatti stabiliti nel successivo approdo, in quelle che lVIagellano chiamò Isole di San Lazzaro e che più tardi furono dette Filippine. Ad una calorosa accoglienza fece seguito infatti - per un complesso di cause tra le quali non ultima la prepotenza degli Spagnoli- l'aperta ostilità degli indigeni. Troppo fiducioso nella superiorità delle proprie forze, Magellano si lasciò coinvolgere avventatamente in un'incursione contro un capo dell'isola di Mactan, riluttante ad accettare l'autorità spagnola, ma gli indigeni, numericamente di gran lunga superiori, si difesero con inaspettata energia. Nello scontro Pigafetta rimase ferito, e Magellano colpito a morte. Poco dopo, l'eccidio a tradimento di un altro gruppo di uomini a Cebu decimò ulteriormente gli Spagnoli: quando la flotta lasciò l'isola, gli equipaggi erano ridotti a poco più di cento uomini. Questo fatto rese necessaria la demoli1. Opera, v, 71 p. 188.

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zione della Co11cepci611; le due navi superstiti ripresero il viaggio sempre più faticoso ed incerto, mentre ai contrasti tra i nuovi capitani si aggiungeva la scarsa esperienza e la mancanza di viveri. L'8 novembre finalmente le navi giunsero alle lVlolucche, dove, imbarcato un consistente carico di spezie e stabiliti buoni rapporti con la popolazione locale, si separarono: la Victoria avrebbe proseguito in direzione di ponente, mentre la Trinidad, resa meno efficiente da una grossa falla apertasi nello scafo, avrebbe dovuto ritornare, una volta riparata, per la stessa via da cui era venuta. Il Pigafetta era ora, per sua fortuna, sulla Victoria: perciò non poté aver notizia delle vicende a cui andò incontro la Trinidad, costretta, dopo aver invano tentato la via dell'oriente, a ritornare alle Molucche, dove venne catturata dai Portoghesi; soltanto quattro uon1ini dell'equipaggio si sa con certezza che riuscirono a ritornare in Spagna. La Victoria riprese a navigare verso occidente, cercando di evitare il temuto incontro con i Portoghesi con una rotta a SW che, per quanto scomoda - si trattava di navigare a latitudini elevate e senza possibilità di approdi - sembrava più sicura. Doppiato non senza difficoltà il Capo di Buona Speranza e raggiunto il Capo Verde, la fame costrinse l'equipaggio a sostare, e fu l'ultima più faticosa prova, perché le autorità portoghesi non ebbero difficoltà a capire da dove provenisse. Per evitare la cattura quelli che erano rimasti a bordo levarono precipitosamente le ancore e fuggirono, lasciando in mano ai Portoghesi i tredici uomini che erano rimasti a terra. Quasi due mesi dopo, il 6 sette1nbre 1522, la Victoria entrò nel porto di Sanlucar de Barrameda con a bordo soltanto diciotto uom1n1. La notizia della straordinaria impresa ebbe larga risonanza in Europa: ne è prova l'interesse con cui i sovrani del tempo accolsero il Pigafetta e lo sollecitarono a stendere un resoconto del viaggio. A Carlo V Pigafetta donò il diario che aveva compilato giorno per giorno; si recò quindi in Portogallo e in Francia, dove fu ricevuto da Giovanni III e da Luisa di Savoia, madre di Francesco I. Nel 1523 trovò amichevole accoglienza a Mantova alla corte dei Gonzaga; nel novembre dello stesso anno ebbe modo di parlare del1e proprie straordinarie esperienze davanti al Doge e al Collegio . veneziano.

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Da una sua lettera del 2 febbraio 1524 al Gonzaga 1 risulta che, mentre stava scrivendo la «Relazione» nella sua casa di Vicenza, venne chiamato a Roma da papa Clemente VII, che sembrava interessato a patrocinarne la pubblicazione. Durante il viaggio per Roma ebbe modo di incontrarsi con Philippe Villiers de l' IsleAdam, Gran Maestro dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, al quale la diversi giorni: Magellano lo fece risalire dalla Sa11tiago per 25 leghe, mentre egli stesso con altre due navi esplorava la sponda meridionale. Il 2 febbraio si ancorò a s leghe; nei giorni successivi continuò l'esplorazione sistematica della zona fino al Capo San Antonio (7 febbraio). 9. Canibali: cfr. la nota 2 a pp. 58-9. 10. gigante: come osserva GERBI (La natura, pp. 143-5), Pigafetta è a il vero responsabile della creduta esistenza dei giganti australi•, e la loro immagine «s'impresse in forma indelebile nella fantasia degli europei n. L'alta statura dei Tehuelche, stanziati più a sud e che Pigafetta incontrò in seguito, è documentata (cfr. la nota 4 op. 535). Lungo la sponda meridionale del Rio de la Plata vivevano invece gli indios Querandi, cacciatori e pescatori nomadi: sarebbero stati meno alti dei Tehuelche, ma comunque più robusti degli europei (cfr. HSAI, I, pp. 177-83). OVIEDO, citando Alonso de Santa Cruz che esplorò la zona nel 1526 con la spedizione di Sebastiano Caboto. li chiama Gilirandos, e li definisce uomini di grande statura, «mayores que los alemanes 11 (n, pp. 312 e 356). È probabile che. nel ricordo, il Pigafetta assimili tutti gli indios piu alti degli europei in una comune dimensione di gigantismo.

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nave, li altri portoronno via le sue robe dal loco dove abitavano dentro nella terra per paura de noi. Vedendo questo saltassimo in terra cento omini per avere linga 1 e parlare seco o vero per forsa pigliarne alguno. Fugiteno, e fugendo facevano tanto gran passo che noi saltando non potevamo avansare li sui passi.2 In questo fiume stanno sette izolle. Ne la maior de queste se trova pietre preciose, qui se chiama Capo de Sancta Maria. Già se pensava che de qui se pasasse al Mare de Sur, 3 cioè mezo di, né mai più oltra fu discoverto. 4 Adesso non è capo, si non fiume, 5 e ha larga la boca 17 legue. Altre volte in questo fiume fu mangiado da questi Canibali, per tropo fidarse, uno capitanio spagnolo, che se chiamava Ioan de Solis,6 e sesanta omini, che andavano a discovrire terra corno nw. Pd seguendo el medesimo camino7 verso el polo antartico, acosto de terra, venissemo a dare in due isolle8 pienni de occati e lovi I. linga: DO (cfr.

lingua; per comunicare. 2. fugendo ... passi: anche secondo OVIEn, p. 356), i Querandì erano «cazadores de venados, e son tan sueltos que los toman por pies». 3. Mare de Sur: è il nome dato al Pacifico da Vasco Nuiiez de Balboa quando, dopo aver attraversato l'Istmo di Panama, lo avvistò la prima volta il 25 settembre 1513. Il nome di « Pacifico» fu dato da Magellano. 4. né mai ... discoverto: questa affermazione è stata più volte usata per contestare le dimensioni del secondo viaggio del Vespucci, ma è chiaro che la frase non si riferisce alla continuazione dell'esplorazione della costa verso sud, bensi a quella dell'estuario. Inoltre, non bisogna dimenticare quanto ebbe a dire in proposito proprio Magellano (cfr. qui, p. 270). 5. notz è . .. fiume: si è potuto stabilire che non è un promontorio al di là del quale si trova il mare, ma la foce di un fiume. 6. Juan Diaz de Solis, nominato piloto mayor dopo la morte del Vespucci (1512), era partito nell'ottobre 1515 alla ricerca di un passaggio per l'Oriente. Entrato nell'estuario del Rio de la Plata, che egli chiamò a La Mar Dulce », scese a terra, ma fu aggredito e ucciso dagli indigeni insieme a sette dei suoi compagni; i loro corpi furono tagliati a pezzi per essere mangiati (cfr. PIETRO MARTIRE, Opera, 111, 10, p. 142). 7. Po' •.• camino: la partenza avvenne 1'8 febbraio. 8. venissemo . •• due isolle: il confronto delle diverse fonti, in parte discordanti, pennette di ricostruire nei particolari questa parte del viaggio che il Pigafetta sintetizza in poche parole. Il 24 febbraio, vigilia di San Mattia, la spedizione si trovava « en derecho de una bahfa muy grande» - 50 leghe di circuito - a 42° 50' S (cfr. F. ALBO, in NAVARRETE, 11, p. 536); le fu imposto il nome del santo. Entrandovi non fu possibile trovare fondo per un ancoraggio (e per questo nella cartografia coeva è indicata come bah{a sin f 011do; cfr. A. MAGNAGHI, Il p/a,risfero del z523 della Biblioteca del Re in Torino, cit., p. 68). Il 27 febbraio fu raggiunta un'altra baia, a 44° S: «delante della tres lcguas•, sempre secondo F. Albo, «hay dos piedras », cioè le isolette di cui parla il Pigafetta; ma la spedizione non sostò qui, bensl in una insenatura un poco più meridionale, la Bahfa dos Patos o dos Lobos Marinos delle varie

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marini. 1 Veramente non se poria narare il gran numero de questi occati. In una ora cargassimo le cinque nave. Questi occati senno negri e hanno tute le penne ad uno modo, cossi nel corpo corno nelle ale; non volano e viveno de pesse. Eranno tanti grassi che non bisognava pelarli, ma scortigarli. Hanno lo beco corno uno corvo. Questi lovi marini sonno de diversi colori e grossi corno viteli e el capo corno loro, con le orechie picole e tonde e denti grandi. Non hanno gambe, se non piedi tacade2 al corpo simille a le nostre mani, con onguie picolle, e fra li diti hanno quella pele le oche. Sarebenno ferocissime se potesseno corere; nodano e viveno de pesce. Qui ebenno li nave grandissima fortuna, per il que ne aparseno molte volte li tre Corpi Sancti, çioè sancto Elmo, sancto Nicolò e sancta Chiara, e subito sessava la fortuna. Partendone de qui arivassemo fin a 49 gradi e mezo a l'antartico. Essendo l'inverno le navi introrono in uno bon porto per invernarse. 3 Quivi stesemo dui mesi senza vedere personna alguna. Un dì a l'improviso vedessemo uno omo, de statura de gigante,4 fonti, in disaccordo però sulla relativa latitudine (in questa zona si aprono numerose baie, come la Jannsen, la Vera e la Cruz). Qui furono catturati i pinguini e le otarie: sui particolari della cattura cfr. HERRERA, II, ix, II, voi. 11, p. 269. Sempre secondo Herrera, qualche giorno dopo fu esplorata un'altra insenatura, a cui Magellano diede il nome di Bahla de los Trabajos (l•attuale Puerto Deseado, a 47° 46' S), perché vi fu colto dalla tempesta: la grandissi.ma fortuna di cui parla più avanti il Pigafetta. 1. occati: come risulta dal seguito del testo, si tratta di pinguini (Splzeniscus Magallanicus); lovi marini: dall'accenno alle orechie pico/e si deduce trattarsi di otarie (probabilmente l'Otaria iubata), i soli tra i Pinnipedi ad avere un rudimentale padiglione auricolare. Provenienti dalle regioni antartiche, entrambi seguono la corrente fredda sino all'incontro con la corrente calda brasiliana. Oggi sono protetti in particolari riserve della Penisola Valdés. 2. tacade: attaccate (veneto). 3. 49 gradi . •. inveniarse: la spedizione entrò nel Porto di San Giuliano (San Julian) il 31 marzo 1520, all'inizio dell'autunno australe, e vi sostò fino al 24 agosto. I diversi santi a cui si può riferire il nome non sono venerati né nel giorno dell,arrivo né in altri giorni vicini; è stato perciò supposto che il nome sia stato dato dalla precedente spedizione del Vespucci (cfr. A. MAGNAGHI, Il planisfero del z523 della Biblioteca del Re in Torino, cit., p. 69), benché più avanti il Pigafetta (chiamassemo), come pure Massimiliano Transilvano (chiamato da loro) e Pietro Martire (cui nomen imposuere) lo attribuiscano alla spedizione di Magellano. L, Enciclopedia Cattolica alla voce San Giuliano lo Spedaliere enumera, tra le varie date in cui il santo è venerato, anche il 3 I marzo. 4. de statrlra de gigante: era un Tehuelche; il nome, di origine aruaca, significa «uomo del sud». Stanziati dal Rio Negro allo Stretto di Magellano, i Tehuelche erano cacciatori-raccoglitori; la loro statura era più alta di quella degli altri indios, e superava m 1,80

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che stava nudo ne la riva del porto, balando, cantando e butandose polvere sovra la testa. Il Capitanio Generale mandb uno de li nostri a lui aciò facesse li medesimi acti in segno de pace, e fati lo conduce in una izolleta dinanzi al Capitanio Generalle. Quando fo nella sua e nostra presenzia, molto se maravigliò e faceva segni con uno dito alzato, credendo venissemo dal ciello. Questo erra tanto grande che li davamo a la cintura e ben disposto; aveva la faza grande e depinta intorno de rosso e intorno li ochi de iallo, con dui cori depinti in mezo de le galte. 1 Li pocqui capili che aveva, erano tinti de bianco; era vestito de pelle de animale coside2 sotilmente insieme; el qualle animalle ha el capo e orechie grande corno una mula, il colo e il corpo corno uno camello, le gambe di cervo e la coda de cavalo, e nitrisse corno lui: ge ne sonno asaisimi in questa tera. 3 Aveva a li piedi albarghe4 de le medesme pelle, che copreno li piedi a uzo de scarpe, e nella mano uno arco curto e grosso, la corda alquando più grossa di quelle del lauto, 5 fata de le budelle del medemo animale, con uno mazo de frece de canna non molto longue, impenade corno le nostre. Per fere ponte de pietra de fuoca 6 bianca e negra, a modo de freze turquesque, facendole con un'altra pietra. Lo Capitanio Genneralle li fece dare da mangiare e bere e, fra le altre cose che li mostrete, li mostrò uno spequio grande de azalle. 7 Quando el vide sua figura, grandamente se spaventò e saltò in drieto e butò tre o quatro de li nostri omini per terra. Da poi li dete suonagli, uno spequio, uno petine e certi paternostri8 e mandòlo in tera con 4 omini armati. Uno suo compagno, che mai volse venire a le nave, quando el vite venire (cfr. HSAI, I, pp. 141-60). L'impressione di gigantismo può essere derivata dal fatto che gli indios brasiliani incontrati poco prima erano più bassi, e che la statura media degli spagnoli era allora inferiore a quella attuale; non vi è estranea però l'influenza delle tradizioni classiche e bibliche (cfr. GnRDI, La natura, pp. 143-7), e della contemporanea letteratura cavalleresca (come per esempio l'anonimo Primaléo,z di cui alla nota 3 a p. 537). 1. galte: guancie (voce veneta). 2. coside: cucite (voce veneta). 3. anima/le ... tera: si tratta del guanaco. 4. albargl,e: dallo spagn, abarca: calzatura costituita da una suola di cuoio tenuta aderente al piede per mezzo di stringhe. 5. lauto: liuto. È termine presente nell'antico vicentino, ma l'origine è araba attraverso lo spagnolo laud, in quanto lo strumento fu introdotto dagli Arabi nella penisola iberica. 6. pietra de fuoca: pietra focaia. 7. azalle: acciaio (voce veneta). 8. pater,1ostri: piccole sfere, palline. Il termine, traslato dai grani della corona del rosario, conservò nel linguaggio commerciale il primitivo significato connesso con la lavorazione a pallottole (cfr. GDLI, s.v., e SANVISBNTI, pp. 16-7).

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costui con li nostri, corse dove stavano li altri: se misseno in fila tuti nudi. Arivando li nostri a essi, comensorono a balare e cantare levando uno dito al ciello, e mostrandoli polvere bianca de radice de erba, posta in pignate de tera, che la mangiasseno, perché non ave.. vano altra cosa. Li nostri li feceno segno dovesseno vegnire a le navi, e que li aiuterebonno portare le sue robe, per il que questi omini subito pigliorono solamenti li sui archi e le sue femine, cargate corno asine, portorono il tuto. Queste non sonno tanti grandi, ma molto più grosse. Quando le vedessimo, grandamente stessemo stupefati. Hanno le tete longue mezo brazo, sonno depinte e vestite corno loro mariti, se non dinanzi a la natura hanno una pelessina1 che la copre. Menavano quatro di questi animali picoli ligadi con ligami a modo de caveza. Questa gente, quanto voleno pigliare de questi animali, ligano uno de questi picoli a uno spino, poi veneno li grandi per iocare con li picoli e essi, stando asconsi, li amazano con le freze. Li nostri ne condussero a le navi dizidoto2 tra omini e femine, e foreno repartiti a le due parte del porto açiò pigliasseno de li dicti animali. [...] Il Capitanio Generale nominò questi populi Patagoni. 3 Tutti se vesteno de la pelle de quello animale già deto. Non hanno case, se 1. pelessina: piccola pelle (voce veneta). 2. dizidoto: diciotto. 3. L'opinione che il nome Patagoni fosse stato imposto da Magellano a queste popolazioni a causa dei loro piedi abnormi o deformi risal1: ai primi storici della conquista, Oviedo e G6mara; delle fonti contemporanee solo Pigafetta ne riporta il nome, senza però specificarne l'origine. Ma il termine patagon per « grande piede» non trova riscontro né in spagnolo né in portoghese. M. R. Lida de Malkiel suggerisce un'origine letteraria, facendo riferimento ad un poema cavalleresco spagnolo di autore ignoto, Primaleon (séguito di un precedente poema, Palmerin de Oliva), che, pubblicato a Salamanca nel 1512, incontrò subito grandissima fortuna sia in Spagna, dove ebbe in breve numerose edizioni, sia in tutta Europa, dove fu tradotto in molte lingue (in versi italiani da Ludovico Dolce, Venezia, Fratelli Sessa, 1562). È da notare che esso fu pubblicato pochi anni prima dell'arrivo di Magellano in Spagna (1517), e della sua partenza per il grande viaggio (1519), e che la letteratura cavalleresca ebbe una particolare diffusione tra esploratori e colonizzatori delle Indie (cfr. M. R. LIDA DE MALKIEL, Para la toporrimia argentina: Patagonia, in • Hispanic Review », val. xx, 1952, pp. 321-3). Nel poema il protagonista, Primaleon, incontra in un'isola una popolazione• selvaggia, iniqua e rea• (citiamo dalla traduzione di L. Dolce, cit., canto xxx, pp. 132v.-133r.); tra gli altri spicca per la sua mostruosità « uno che si chiama Patagone•· Riportiamo alcuni versi della traduzione, in cui si riscontrano elementi che compaiono anche nella descrizione di Pigafetta, e che possono confermare l'ipotesi che Magellano abbia dato agli indigeni il nome di Patagoni

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non trabacque 1 de la pelle del medesimo animale; e con quelli vano mo di qua mo di là, corno fanno li Cingani. Viveno de carne cruda e de una radice dolce che la quiamano chapae. z Ogni uno de li dui, che pigliassemo, mangiava una sporta de biscoto e beveva in una fiata mezo sechio de acqua, e mangiavano li sorgi senza scorticarli. Stessemo in questo porto, el qual chiamassemo porto de Sancto Iulianno, cirqua de cinque mesi, dove acadetenno molte cose. 3 Açiò che Vostra Illustrissima Signoria ne sapia algune, fu che, subito entrati nel porto, li capitani de le altre quatro nave4 ordinorono uno tradimento 5 per amazare il Capitanio Genneralle; e questi erano el veadore de l'armata, che se chiamava Ioan de per somiglianza con i selvaggi del poema cavalleresco: cc[•••] a guisa di fiere anco vivea / mangiando carne cruda orrida e strana, / e con vestiti di pelle di fiere, / cosa meravigliosa da vedere» (e cfr. anche B. CHATWIN, In Patagonia, Milano, Adelphi, 1982, pp. 127-9 e 262). 1. trabacque: tende. 2. chapae: più avanti il Pigafetta trascrive un elenco di alcune parole dei Tehuelche con il relativo significato, tra cui « capae: polvere d'erba che mangiano» (cfr. Raccolta, v, 3, p. 64). 3. dove .•. molte cose: non tutte narrate dal Pigafetta e forse volontariamente taciute. Alcuni particolari del racconto sono poi dati in maniera diversa nei codici francesi. 4. li capitani ... quatro nave: non precisamente; il capitano della Santiago, Joao Serrào, non prese parte alla cospirazione. Sulla nazionalità del Serrao le fonti sono discordi: la Carta di Sebastiao Alvares lo dice portoghese, quella di A. de Brito, castigliano, mentre nella lista dei partecipanti alla spedizione è detto «vecino de Sevilla » (cfr. NAVARRETE, 11, pp. 498, 595, 426). Secondo Barros era castigliano, secondo Castanheda di Frejenel, nell'Estremadura. Oviedo, veedor nel 1514 nel Darién con la spedizione di Pedrarias Davila, afferma che ne faceva parte come piloto ,nayor (cfr. II, p. 223). Un Giovanni Serrano partecipò con il Vartema alla battaglia di Cannanore (cfr. qui, p. 362), ma è difficile asserire che si tratti della stessa persona. 5. ordirzorono tmo tradimento: la rivolta covava da tempo: l'attrito tra i componenti spagnoli della flotta e quelli portoghesi esisteva fin dalla partenza, perché gli spagnoli mal sopportavano che il comando della spedizione fosse stato dato ad un portoghese e temevano, ad ogni decisione del Capitano Generale, un tradimento; fu forse questa paura che li spinse 1 ad un certo momento, ad unirsi contro Magellano. D'altronde quest'ultimo non aveva fatto nulla per fugare i sospetti; anzi, prima ancora di giungere al Porto di San Giuliano aveva operato una nuova sostituzione al comando della San Antonio, destituendo Antonio de Coca e mettendo al suo posto il cugino (o nipote) Alvaro de Mesquita (cfr. la Carta di Juan L6pez de Recalde, in NAVARRETE, II, p. 529). Ma ciò che provocò l'ammutinamento fu la riduzione di viveri che Magellano si trovò costretto a stabilire appena giunto a San Giuliano. Il freddo cominciava a farsi sentire; la gente era ormai stanca del viaggio e, visto che il passaggio per le Indie non si era ancora trovato, temeva di doversi spingere a latitudini troppo elevate. Si cominciò a diffondere ln voce che Magellano volesse la rovina dell'armata per danneggiare la Spagna (cfr. MASSIMILIANO TRANSILVANO, in RAMUSIO, I, pp. 348v.-349r.).

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Cartagena, 1 el tesorero Alovise de Mendosa, 2 el contadore Antonio Coca3 e Gaspar de Cazada.4 E squartato el veador de li omini, fo amazato lo tesorero a pognalade, esendo descoperto lo tradimento. De Ii alquanti giorni Gaspar de Casada, per voler fare uno altro tradimento, fo sbandito con uno prete in questa Tera Patagonia. 5 El r. Juan de Cartagena, di Burgos, era protetto dal vescovo Juan de Fonseca, organizzatore di molte spedizioni (cfr. p. 219); inizialmente doveva partecipare solo come veedor generai, ossia ispettore dell'armata, con un salario di 70.000 maravedis (l'atto di nomina è in NAVARRETE, II, pp. 480-1). Dopo la rinuncia di Ruy de Faleiro, fu nominato capitano della San Antonio e co11juncta persona con Magellano (cfr. ibid., p. 498). Si è discusso molto sul significato da attribuire a questo ultimo titolo, la cui interpretazione fu una delle cause del disaccordo con Magellano. Questi riteneva che il titolo di Capitd.11 J.l!Jayor lo ponesse al di sopra del Cartagena, il quale invece, forte anche degli alti appoggi di cui godeva in patria, non volle mai riconoscerlo. 2. Alovise de Me11dosa: Luis de Mendoza, capitano della Victoria e tesoriere dell'armata; protetto anch'egli dal vescovo Fonseca, aveva un salario annuo di 60.000 maravedis (cfr. ibid., p. 480). 3. Antonio Coca: era stato nominato contador (commissario contabile), con un salario di 50.000 nzaraved{s annui. In un primo momento Magellano aveva ritenuto di potersi fidare di lui, tanto da affidargli il comando della San Antonio in sostituzione del Cartagena. 4. Gaspar de Cazada: Gaspar de Quesada, capitano della Concepcion. 5. squartato •.• Patagonia: i mss. francesi danno una versione più esatta: squartato non fu il veedor, ma il Mendoza, mentre a terra fu lasciato il Cartagena e non il Qucsada, che fu invece giustiziato. In breve gli avvenimenti furono i seguenti: nella notte tra il I e il 2 aprile Gaspar de Quesada, salito a bordo della San Antonio con J uan de Cartagena ( che era stato affidato alla sua custodia) e una trentina di uomini, fece prigioniero il capitano Alvaro de Mesquita, e pugnalò il maestre Juan de Elorriaga che si opponeva all'ammutinamento; quindi assunse il comando della nave, mentre Juan de Cartagena prendeva quello della Concepcion; a loro si unì Luis de Mendoza con la Victoria. I tre mandarono un messaggio a iVIagellano invitandolo ad arrendersi, ma egli, con J»aiuto di pochi fedeli, mise subito in atto un audace piano. Dapprima Gonzalo G6mez de Espinosa, alguacil dell'armata, chiese di salire a bordo della Victoria col pretesto di portare la risposta di Magellano, ma giunto al cospetto del l\1endoza lo pugnalò, mentre Duarte Barbosa, con quindici uomini, si impadroniva della nave. Il giorno seguente, riunendo le forze della Victoria, della Trinidad e della Santiago che gli era rimasta fedele, Magellano bloccò le altre due navi che tentavano di fuggire, riconquistandole una dopo l'altra. Fatti prigionieri i congiurati e riunito il Consiglio, Mendoza, Cartagena, Coca, Quesada e Juan Sebastian del Cano, maestre della Co11cepci6n, furono giudicati colpevoli di tradimento e condannati a morte. Il cadavere del l\tlendoza venne portato a terra e squartato; il 7 aprile - Sabato Santo - fu giustiziato Gaspar de Quesada, e il suo corpo, decapitato, venne squartato e abbandonato a terra accanto a quello del Mendoza. Gli altri ebbero la pena commutata nei lavori forzati. Alcuni mesi dopo il Cartagena tentò nuovamente di sobillare i marinai ad ammutinarsi; per punizione, il giorno della partenza dalla Baia di San Giuliano, il 24 agosto, fu lasciato a terra insieme

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Capitanio Generale non volse farlo amazare perché lo Imperatore don Carlo lo aveva facto capitanio. Una nave chiamata Sancto Iacobo, per andare a descovrire la costa, se perse. 1 Tucti li omini si salvarono per miracolo non bagnandosse. Apenna dui de questi venirono a li navi e ne discero el tuto. Per il que el Capitanio Generale ge mandò alguni omini con sacqui pienni de biscoto. Per dui mesi ne fu forsa portarli el vivere, perché ogni giorno trovavano qualque cosa de la nave. El viagio ad andare era longuo 24 legue, che sonno cento millia,2 la via asprissima e pienna de spini. Stavano 4 giorni in viagio, le nocte dormivano in machioni, non trovavano acqua da bevere, se non giaçio, il que ne era grandisima fatiga. In questo porto era asaissime cape longue, che le chiamano misngli'oni ;3 avevano perle nel mezo, ma picole che non le potevano mangiare ....A.\.nco se trovava insenso, struzi, volpe, passare e conigli, più picoli assai de li nostri.4 Qui, in cima del più alto monte, drizassemo una croce in signo de questa terra, che erra5 del Re de Spagna, e chiamassemo questo monte Monte de Cristo. Partendone de qui, in 5I grado manco uno terso a l'antartico, trovasemo uno fiome de acqua dolce, 6 nel qualle le navi quasi persenno per li venti teribili, ma Dio e li Corpi Sancti le aiutarono. ad un cappellano anch'egli colpevole di sedizione, ciascuno con un pacco di biscotti e una bottiglia di vino. Cfr., per la ricostruzione degli avvenimenti, la Carta di Juan L6pez de Rccalde, in NAVARRETH, II, pp. 528-321 e, ivi, la lnformacion qt1e mando tomar Magal/anes en el puerto de San Julian sobre el atentado que cometio Gaspar de Quesada, capitdn de la nao Concepcion, pp. 520-8 1 e le Declaraciones dei superstiti della Victoria, pp. 580-7. 1. Una nave . .. se perse: la Santiago, essendo la più piccola della flotta, era già stata più volte impiegata in missioni esplorative. Dopo essersi spinta una ventina di leghe oltre San Giuliano, fece naufragio poco a sud del Rio Santa Cruz. Secondo HERRERA, il fiume ebbe tale nome per essere stato scoperto dal Serrao il 3 maggio, giorno dell'Invenzione della Santa Croce (cfr. n, ix, 13 1 voi. II, p. 299). Nel Planisfero di Torino esso porta invece il nome di Rio de Santiago in ricordo del naufragio (cfr. A. MAGNAGHI, Il planisfero del I5a3 della Biblioteca del Re in 1"ori110, cit., p. 70). 2. a4 legue ... cento millia: cfr. la nota 3 a p. 52. 3. cape lo11gue: è il nome veneto dei cannolicchi; missiglio11i: i mitili (dallo spagn. mejillon). 4. insenso: la Duvana Magellanica; struzi: sono i nandù (Rhea Darwinii), più piccoli degli struzzi, e diffusi nella Patagonia meridionale (vedine la descrizione in CH. DARWIN, Viaggio di rm naturalista intorno al mo11do, Milano, Feltrinelli, 1982 1 pp. 174-8); volpe: probabilmente il Cerdocyon M agellanicus; passare: passeracei ; conigli .•. nostri: si tratta di qualche specie della famiglia delle cavie, come il Kerodon australis. 5. che erra: per significare che era. 6. uno fiome .•. dolce: il Rio Santa Cruz. La flotta vi sostò dal 26 agosto al 18 ottobre.

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In quest'> fiume tardassemo circa dui mesi per fornirne de acqua, legna e pesce longo uno braso e più con squame. Era molto bonno, ma poco, e inansi se partissemo de qui el Capitanio Genneralle e tuti nui se confessasemo e comunicassemo corno veri cristianni. Poi andando a cinquanta dui gradi al medesimo polo, trovassemo nel giorno delle undici millia vergine uno streto, el capo del qualle chiamamo Capo de le Undici millia vergine per grandissimo miracolo. 1 Questo streto 2 è longo cento e diece legue, che sonno 44-0 millia, e largo più e manco de meza legua, 3 che va a referire in uno altro mare, chiamato Mar Pacifico, circundato da montagne altissime caricate de neve. Non li potevamo trovare fondo si non con lo proise in tera in 25 e 30 braza. 4 E se non era el Capitanio Gennerale, non trovavamo questo strecto, perché tuti pensavamo e dicevamo corno era serato tuto in torno; ma il Capitano Gennerale, che sapeva de dover fare la sua navigazione per uno streto molto ascoso, corno vite ne la tesoraria del Re de Portugal in una carta 1. Capo ••• vergine: all'estremità orientale dello Stretto di Magellano; conserva ancora il nome impostogli da Magellano per essere stato raggiunto il 21 ottobre, giorno dedicato a sant'Orsola e alle sue compagne. Di questo capo, con una precisione eccezionale per quei tempi, F. ALBO calcolò la longitudine dal meridiano base delle Canarie in 52° 50' (cfr. NAVARRETB, li, p. 536). Per il miracolo cfr. la nota 2 a p. 126. 2. Questo streto: è lo Stretto di Magellano. Secondo il Castanheda, Magellano « gli mise nome Baia di tutti i Santi perché vi giunse in tal dì» (CASTANHEDA-ULLOA, 11, p. 142v. [v1, 8]); BARROS, che vide gli scritti di Andrés de San Martin (cfr. la nota I a p. 564), lo chiama II Canal dc Todos los Santos n (III, v, 9, voi. v, p. 643). L'Anonimo Portoghese che viaggiava sulla Victoria lo indica come II Stretto della Vittoria II perché i primi ad avvistarlo furono i marinai di questa nave (cfr. 1Varrazio11e di un Portoghese compagno di Odoardo Barbosa, in RAMUSIO, I, p. 37ov.). Il Pigafetta lo chiama « el Streto Patagonico» (cfr. qui, p. 545), ma è il solo ad adoperare questo nome. Nel Planisfero del 1526 di Giovanni Vespucci è detto « Estrecho de Santanton •, e come « Estrecho » o « Canal de Todos los Santos • si trova nella maggior parte delle successive carte spagnole (cfr. A. MAGNAGI-U, Il Planisfero del I523 della Biblioteca del Re in Tori110, cit., pp. 70-4). La denominazione di « Estrecho de Magallanes » non ebbe inizialmente molta fortuna, poiché in ambiente spagnolo le vicende della spedizione ed i resoconti dei ribelli e dei reduci crearono molta ostilità intorno a Magellano, e si cercò a lungo di ignorarne i meriti. 3. longo .•. leg11a: tutte le fonti concordano nell'assegnare allo Stretto una lunghezza di 100-no leghe (pari a 400-440 miglia romane, ossia 319-351 miglia marine attuali; in realtà sono 334) e una larghezza da tre a mezza lega. 4. Non . •• braza: non si toccava il fondo se non quando l'ormeggio di prua era a 15-18 m dalla riva; proise: prodese, ormeggio di prua (dallo spagn. prols; ma è antico termine catalano: cfr. CoROMJNAS, s.v. proa).

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fata per quello exelentissimo uomo Martin de Boemia, 1 mandò due navi, Sancto Antonio e la Conceptione, che cossi le quiamavano, a vedere che era nel capo de la baia. 2 Noi con le altre due nave, la capitania se chiamava Trinitade, l'altra la Victoria, stessemo ad aspectarle dentro ne la baia. La nocte ne sovravenne una grande fortuna, che durò fino a l'altro mezo iomo, per il que ne fu forza levare l'ancore e lassiare andare di qua e de là per la baia. A le altre due navi li era traversia3 e non potevano cavalcare4 uno capo5 che faceva la baia quasi in fine, per voler venire a noi, si que li era farsa a dare in seco. Pur acostandose al fine de la baia, pensando de essere persi, viteno6 una boca picola, che non pariva boca, ma uno cantone,7 e, corno abandonadi, se cazaronno dentro, sl que per forza discoperseno el streto, e vedendo che non era cantone, ma uno streto de tera, andarono più inanzi e trovarono 1. sapeva ... Boemia: è probabile che Magellano, per spiegare a Carlo V il suo progetto, si fosse servito di una o più carte nelle quali era disegnato un passaggio, ed è anche probabile che queste provenissero dagli archivi portoghesi. Ma ciò non vuol dire che lo stretto disegnato su quelle carte corrispondesse a quello trovato dal navigatore portoghese; si ricordi che le uniche spedizioni che avevano percorso le coste del continente sudamericano a latitudini elevate erano state fino a quel momento quelle di Amerigo Vespucci e di Estéban Froes, ma il primo si era spinto fino a 50° S senza trovare lo stretto. Vi sono comunque buone ragioni per escludere che si tratti di una carta di Martin Behaim, che era morto nel 1507, e del quale si conosce solo il mappamondo del 1492. La Carta di Sebastiao Alvares al re del Portogallo accenna a un mappamondo e a carte nautiche preparate dai cartografi portoghesi Jorge e Pedro Reinel e Diogo Ribeiro (cfr. NAVARRETE, 11, p. 498). Per la bibliografia relativa alla questione cfr. MoRISON, I viaggi del Sud, pp. 324-5, e O.H.K. SPATE, Il lago spagnolo, Torino, Einaudi, 1987, p. 78, nota 51. 2. mandi, due navi .•. baia: superato il Capo delle Undicimila Vergini, Magellano fece sosta con la Trinidad e la Victoria nella vicina Baia de la Posesi6n, inviando le altre due navi a esplorare l'interno dell'insenatura. Nella notte si scatenò una di quelle terribili tempeste di vento che caratterizzano la zona; la Victoria e la Trinidad furono costrette a salpare le ancore e ad impegnarsi in estenuanti bordeggi per evitare di finire in secco. La Sa11 Antonio e la Concepci6n, che erano in navigazione all'interno della bain, non avendo spazio per fare altrettanto o per tornare indietro, furono costrette a proseguire sotto la spinta del vento, e passata la Primera Angostura entrarono nella Baia Felipe dove cercarono un temporaneo riparo. Poi, continuando l'esplorazione, entrarono nella Segunda Angostura e di qui nel Paso Ancho da dove, ormai certe di aver trovato un passaggio, tornarono alla Baia de la Posesi6n (cfr. MoRISON, I viaggi del Sud, pp. 315 sgg.). 3. era traversia: spirava infatti da NE (cfr. la nota 8 a p. 227). 4. cavalcare: doppiare. 5. uno capo: la Punta Anegada. 6. viteno: videro. 7. cantone: insenatura.

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una baia. 1 Poi, andando più altra, trovarono uno altro stretto e un'altra baia2 più grande che le due prime. Molto alegri subito voltorno indrieto per dirlo al Capitanio Generale. Noi pensavamo fosseno perse, prima per la fortuna grande, l'altra perché eranno passati dui giorni e non aparevano, e anco per certi fumi che facevano dui de li sui mandati in tera per avisarne. 3 E cosi stando suspesi vedemo venire due navi con le velie pienne e con le bandere spiegate verso de noi. Essendo casi vicine, subito scaricorono molte bombarde e gridi; poi tuti insieme rengraziando Idio e la Vergine Maria andasemo a cercare più inanzi. Essendo entrati in questo streto, trovassemo due bocque, una al siroco, l'altra al garbino.4 Il Capitanio Generale mandò la nave Sancto Antonio insieme con la Conceptione per vedere se quella boca, che era verso siroco, aveva exito nel Mare Pacifico. La nave Sancto Antonio nol volse aspectare la Conceptione perché voleva fugire per retornare in Spagna, corno fece. Il piloto de questa nave se chiamava Stefan Gomes, 5 lo qualle odiava molto lo Capitanio Gennerale perché, inanzi se facesse questa armata, costui era andato da lo Imperatore per farse dare algune caravele per discovrire terra, ma, per la venuta del Capitanio Gennerale, Sua Magestà non le li dete. Per questo se acordò con certi spagnolli e nella nocte

I. una baia: la Baia Felipe. 2. uno altro ... baia: la Segunda Angostura e il Paso Ancho. 3. e anco . .. per avisarne: due uomini erano stati mandati a terra per segnalare a Magellano l'avvenuta scoperta, ma quei segnali di fumo furono fraintesi. 4. trovassemo .•. garbino: al ritorno delle due caravelle Magellano riunì la flotta e raggiunse la Baia Felipe, dove fece scendere a terra alcuni uomini per perlustrare la zona. Superata quindi la Segunda Angostura e il Paso Ancho, penetrò nel Broad Reach, fin dove questo si suddivide in due bracci attorno all'isola Dawson. Qui inviò la San Anto11io e la Concepci6n ad esplorare il braccio sud-orientale (al siroco), che si biforca a sua volta nella Baia lnutil e nel Seno del Almirantazgo, mentre egli con le altre due navi percorreva quello sud-occidentale (al garbino), che era invece la direzione giusta. 5. Stefan Gomes: Estevao Gomes, portoghese, originnrio di Porto; era stato arruolato come pilota della Trinidad, poi era passato con lo stesso grado alla San Antonio. Alrorigine della defezione, oltre ai motivi a cui accenna il Pigafetta, alla stanchezza, o al desiderio di portare per primo in Spagna la notizia della scoperta, vi fu forse anche il risentimento per non essere stato scelto a comandare una nave, dopo l'ammutinamento. Nel Consiglio che Magellano aveva tenuto prima di entrare nello stretto egli solo si era pronunciato per il ritorno in Spagna, « para llevar otra Armada, porque avia gran golfo que passar, y si les tomassen algunos dias dc calmas o tormentas, perecerian todos • (HERRERA, u, ix, 15, vol. 11, p. 303).

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seguente pigliarono lo capitanio de la sua nave, el qualle era germano del Capitanio Generale e aveva nome Alvaro di Meschita, lo ferirono e lo messeno in feri e così lo condussero in Spagna. 1 In questo nave era l'altro gigante, che avevamo prezo, ma quanto entrò nel caldo morse. 2 La Conceptione, per non potere seguire questa, la aspectava andando di qua e de là. Sancto Antonio a la nocte tornò indrieto e se fugi per lo medesimo strecto. N ui eramo andati a descovrire l'altra boca, verso el garbin. Trovando pur ogni ora el medesimo streto, arivassemo a uno fiume, quel chia.. massemo el fiume delle Sardine, 3 perché apresso di questo ne eranno molte; e così quivi tardassemo quatro iorni per aspectare le due nave. In questi giorni mandasemo uno batello ben fornito per descoprire el capo de l'altro mare. Venne in termine de tre iorni e dissero corno avevano veduto el capo e el mare ampio. El Capitanio Gennerale lagrimò per allegreza, e nominò quel capo Capo Dezeado,4 perché l'avevano ià gran tempo desiderato. Tornasemo 1. Per questo •.• Spagna: secondo la versione data dal Gomes al suo ritorno in Spagna, « la nao Sant Antonio volvi6 al tercero dia porque la nao Concepcio11 no la sigui6 [.•. ] e corno no fallaron donde las dejaron, andovieron dentro en la dicha bahia buscandolas cuatro o cinco dias, e corno no las fallaron, acordaron de tornar la vuelta de Espana, e sobre que la dicha vuelta contradecia el dicho Alvaro de la Mezquita, vinieron a malas en que el dicho Mezquita dio una estocada por la pierna a Esteban G6mez, piloto, e otra él al dicho Mezquita en la mano izquierda; y en fin, prendieron al dicho Mezquita 11 (cfr. la Carta di Juan L6pcz de Recalde, in NAVARRETE, II, p. 531). La San Antonio fece ritorno in Spagna il 6 maggio 1521; Alvaro de Mesquita fu messo in prigione e non riuscì a provare la propria innocenza fino al ritorno della Victoria. Estevao Gomes, dopo una breve detenzione, ebbe onori e riconoscimenti e divenne uno dei più accaniti accusatori di Magellano. Dopo aver partecipato alla Giunta di Badajoz, riunita per risolvere la vertenza tra Spagna e Portogallo sulla sovranità delle Molucche ( 1524), gli fu affidato il comando di una spedizione che doveva cercare un passaggio alle Indie più breve e agevole di quello di Magellano. Con una caravella di 50 tonnellate, dopo un difficile viaggio, esplorò la costa del Nordamerica dal Capo Bretone a Capo Cod (1525). Partecipò infine nel 1535 alla spedizione di Pedro de l\1endoza, e sembra sia morto con Juan de Ayolas risalendo il Rio de la Plata (1538). 2. morse: morì. Due patagoni erano stati catturati con uno stratagemma nel Porto di San Giuliano: cfr. il racconto di Pigafetta in Raccolta, v, 3, p. 58. 3. el fiume delle Sardine: forse la Baia Fortescue, a est del Capo Gallant, sulla costa sud-occidentale della Penisola di Brunswick: il miglior ancoraggio di tutto lo stretto (cfr. Moa1s0N, I viaggi del Sud, p. 320). In questo luogo, secondo HERRERA (loc. cit.), la flotta si fermò sei giorni facendo provviste di pesce, acqua e legna. 4. « Il nome Cabo Deseado è ancora quello di una delle sporgenze dell'Isola della Desolazione, che indica lo sbocco dello stretto nell'Oceano Pacifico. Il Cabo Pilar (il nome poste-

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indrieto per sercar le due nave, e non trovassemo si non la Conceptione. E domandandoli dove era l'altra, rispose Ioan Scranno, che era capitanio e piloto de questa e anco de quella che se perse, 1 che non sapeva e che mai non l'aveva veduta dapoi que ella entrò ne la boca. La cercassemo per tuto lo streto fin in quella boca2 dove ella fugite. Il Capitanio Gennerale mandò indrieto la nave Victoria fina al principio del streto a vedere se ella era ivi e, non trovandola, metesse una bandera in cima de alguno monticello con una letera in una pignatella, ficada in tera apresso la bandera, aciò vedendola trovasseno la !etera e sapesseno lo viagio che facevamo, perché cussì era dato le ordine fra noi quando se smarivamo, le nave una de l'altra. 3 Se misse due bandere con le !etere, l'una a uno monticello ne la prima baia, l'altra in una izoleta4 nella terza baia, dove eranno molti lovi marini e ucceli grandi. Il Capitanio Generale l'espetò con l'altra -nave apresso el fiume Isleo, e fece metere una croce in una izoleta5 zirca de questo fiume, el qualle era fra alte montagne caricate de neve e descende nel mare apresso lo fiume de le Sardine. Se non trovavamo questo streto, cl Capitanio Generale aveva deliberato andare fino a setantacinque gradi al polo antartico, dove in tal altura al tempo de la estate non ge è nocte e, se glien'è, è poca, e cossì ne l'inverno iorno. Açiò che Vostra Illustrissima Signoria il creda, quando eramo in questo strecto, le nocte eranno solamente de tre ore e era nel mese d'octobre. La terra de questo strecto a man manca era voltata al siroco e era bassa. 6 Chiamassemo a questo streto el Streto Patagonico, in lo qual se trova, ogni meza lega, segurissimi porti, acque exelentissime, legna si non di cedro, pesce, sardine, missiglioni e appio, 7 erba dolce, ma ge n'è anche de amare; nasce atorno le riore più noto) è la punta settentrionale dello stretto» (MoRISON, I viaggi del S"d, p. 321). I. quella che se perse: la Santiago (cfr. la nota I a p. 540). 2. La cercassemo ... boca: fino nella Baia del Almirantazgo, dove la San Atitonio era andata in esplorazione. 3. perché . •. de l'altra: a Magellano erano state date precise e dettagliate istruziorù relative ai rapporti reciproci tra le navi componenti la flotta: vedile nella lnstruccion qr,e did el Rey a Maga/lanes y a Falero para el viaje al descubrimiento de /as islas del Maluco, in NAVARRETE, 11, pp. 482-96. 4. una izoleta: probabilmente l'isola Magdalena, nel Broad Reach. 5. rma croce in una izoleta: si tratta probabilmente dell'isola Carlo III (cfr. MoRISON, loc. cit.). 6. La terra ... bassa: « porquc vion de noche muchos fuegos, la llam6 la tierra del Fuego », afferma HERRERA (n, ix, 15, vol. II, p. 303). 7. appio: Apium australe, una specie di sedano selvatico che ha forti proprietà antiscorbutiche. 35

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fontane; del qualle mangiassimo assai 1orni per non aver altro. Credo non sia al mondo el più bello e megliore streto corno è questo. In questo Mar Occeanno se vede una molto delectevol caza de pesci. Sonno tre sorte de pessi langui uno brazo e più, che se chiamano doradi, albacore e bonnr."ti, 1 li qualli seguitano pesci che volanno chiamatti colondn"ni, 2 longui uno palmo e più, e sonno obtimi al mangiare. Quando quelle tre sorte trovano alguni de questi volanti, subito li volanti saltanno fora de l'acqua e volano, fin che hanno le alle bagnate, più de uno trar de balestra. Intanto che questi volano, li altri li corenno indrieto socta acqua a la sua ombra. Non sonno cussl presto cascati ne l'acqua che questi subito li piglianno e mangiano ; cosa in vero belissima de vedere. [... ] l\llercore a 28 de novembre3 I 520 ne disbucasemo da questo strecto ingolfandone nel lVIare Pacifico. Stessemo tre mesi e vinti iomi sensa pigliare refrigerio de cosa alguna. Mangiavamo biscoto, non più biscoto ma polvere de quello con vermi a pugnate,4 perché essi avevano mangiato il buono; puzava grandamente de orina de sorzi, e bevevamo acqua ialla già putrifata per molti giorni, e mangiavamo certe pelle de bove, che erano sopra l'antena mangiare açiò che l'antena non rompesse la sarzia, 5 durissime per il solle, piogia e vento. Le lasciavamo per quatro o cinque giorni nel mare e poi le meteva uno poco sopra le braze e così le mangiavamo, e ancora assai volte segature de ase. 6 Li sorgi se vendevano mezo ducato lo uno; e se pur ne avessemo potuto avere! lVIa sovra tute le altre squiagure questa era la pegiore: cressivano le gengive ad alguni sopra li denti cosi de soto corno de sovra che per modo alguno non potevamo mangiare, e cossi morivano per questa infinnità. 7 Morirono 19 omini8 e il gigante con uno indio de la Terra del Verzin. Vinticinque o trenta omini se infirmarono qui ne li I, doradi ••. bomiiti: sono nomi spagnoli: dorado è l'orata; albacora è l'alalonga, una specie di tonno; bonito è la palamita, appartenente alla famiglia degli sgombri. 2. colondrini: dallo spagn. golondrina: le rondini di mare. 3. 28 de novenzbre: il 27, secondo HERRERA (cfr. loc. cit.) e l'A.NoNlMO PORTOGHESE (cfr. RAMUSIO, I, p. 37ov.). 4. pugnate: manciate. 5. açiò .•• sarzia: l'antenna è il pennone che serve a sostenere la vela latina; poiché in certe andature poteva urtare ripetutamente le sartie (manovre fisse che servono a sostenere lateralmente l'albero) e logorarle, si fasciava di pelle. 6. ase: il legno delle assi. 7. cressiva,io ••• infirn,ità: lo scorbuto; ne parla anche il Sassetti: cfr. più avanti le pp. 898-9. 8. I9 omini: 1'elenco ufficiale dei decessi ne ricorda solo I I in questa parte del viaggio (cfr. NAVARRETE, u, p. 443).

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brazi, ne li gambe o in altro loco, sicqué poqui restarono sani. Per la grazia de Dio, io non ehi algunna infirmitade. In questi tre mesi e vinti giorni andasemo circa de quatro millia legue in un golfo per questo Mar Pacifico (in vero è benne pacifico, perché in questo tempo non avessemo fortuna) 1 sensa vedere tera alcuna si non due isolote desabitate, nelle qual non trovassemo altro se non ucelli e arbori: la chiamassemo Isolle Infortunate. 2 Sono longi l'una da l'altra ducento legue. Non trovavamo fondo apresso de loro se non vedevamo molti tiburoni. La prima izolla sta in quindisi gradi de latitudine a l'australle e l'altra in nove. Ogni iorno facevamo cinquanta, sesanta e setanta legue a la catena o a popa ;3 e se Idio, e sa la sua Madre bennedeta, non ne dava cosi i.fortuna: cfr. la nota 2 a p. 385. 2. Isolle Infortunate: dallo spagn. infortunadas, «disgraziate». Le varie fonti non sono concordi sulla loro latitudine; la prima, che fu chiamata a San Pablo, por ha berla descuhierto dia de su conversi6n 1,, cioè il 25 gennaio (F. ALBO, in NAVARRETE, Il, p. 538), è generalmente identificata con Puka-Puka, nell'Arcipelago delle Tuamotu; la seconda, scoperta undici giorni dopo e chiamata lsla de Los Tiburo11es, sembra essere una delle Manihiki, a circa 10° lat. S. Secondo i dati forniti da F. Albo, Magellano, uscito dallo Stretto, fece rotta verso nord, poi alla lat. di 30° S piegò a ovest, proseguendo in direzione NW fino a raggiungere, il 13 febbraio 1521, l'equatore. Continuò nella stessa direzione fino a 13 ° N, quando volse decisamente a ovest. Se la prima parte del tragitto si spiega con la necessità di superare la latitudine della quarta penisola asiatica delle carte del tempo (30° S), sono state fatte varie ipotesi sui motivi per cui Magellano decise di proseguire verso nord dopo aver attraversato l'equatore, pur sapendo che le Molucche si trovavano a cavallo di questo (cfr. Moa1s0N, I viaggi del Sud, p. 352, e O. H. K. SPATE, Il lago spagnolo, cit., pp. 62-4). Secondo il PILOTA GENOVESE, l\1agellano era stato informato che alle Molucche non c'erano viveri; ciò lo avrebbe indotto ad andare sino a 10 o 12° di lat. N (cfr. Raccolta, III, 2, p. 276). HERRERA (111, i, 3, voi. III, p. s) conferma che egli « ordenò que se continuasse el governar al Norte, porque mas presto hallassen islas adonde proveerse de mantenimiento ». È possibile peraltro che, non avendo incontrato le Isole delle Spezie dove, secondo i suoi calcoli, riteneva si trovassero, decidesse di dirigere verso il continente, dove lo spingeva il vento favorevole. 3. Ogni iorno ..• a popa: nella prima stampa del ms. ambrosiano (l\1ilano, G. Galeazzi, 1800) il curatore Carlo Amoretti aveva sostituito questo oscuro passo con «secondo la misura che facevamo del viaggio colla catena a poppa»; ciò fece pensare che ai tempi dì Magellano fosse già stato messo a punto uno strumento di misura della velocità delle navi, del quale però non vi è traccia negli elenchi degli strumenti di cui era dotata la spedizione (cfr. NAVARRETE, 11, p. 417). Dopo che fu ricostruito il testo primitivo nell'edizione della Raccolta, G. UzIELLl propose di interpretare diversamente la frase, in base al fatto che cc attualmente si chiama [catena] una trave situata perpendicolarmente all'asse del bastimento nel punto verso prua ove esso

ANTONIO PIGAFETTA

bon tempo, morivamo tucti de fame in questo mare grandissimo. Credo certamente non si farà mai più tal viagio. Quando fussinni usciti da questo strecto, se avessemo navigato sempre al ponente, averessemo dato una volta al mondo 1 senza trovare terra niuna, se non el Capo de li 11.000 Vergine, che è capo de questo strecto, al Mare Occeano, levante ponente2 con lo Capo Deseado del Mare Pacifico, li qualli dui capi stanno in cinquanta dui gradi di latitudine puntualmente al polo antartico. Il polo antartico non è così stellato corno lo artico. Se vede molto stelle picolle, congregate insieme, che fanno in guiza de due nebulle poco separate l'una de l'altra e uno poco ofusche, in mezo de le qualle stanno due stelle3 molto grandi né molto relucenti e poco se moveno. Queste due stelle sonno il polo antartico. La calamita nostra zavariando4 uno sempre, tirava al suo polo artico, niente de meno non aveva tanta forza corno de la banda sua. E però quando eramo in questo golfo il Capitanio Generalle domandò a tucti li piloti: «Andando sempre a la vela per qual camino navigando pontasemo ne le carte? »;5 risposero tucti: altezza del Sole sull'orizzonte in rapporto all'ora segnata dalle clessidre di bordo. l\1a, come nel caso di Colombo e del Vespucci, proprio la scarsa precisione di quest'ultime, unita alla approssimazione dei calcoli, non gli permise risultati apprezzabili. Infatti il Verrazzano afferma di aver raggiunto un meridiano a oltre 92° a ovest di quello delle Canarie, mentre Capo Fear, la probabile località del suo primo approdo, si trova a circa 61° dalle Canarie. Inoltre, poiché egli superò forse solo 1'81° W, mentre il meridiano dell'isola Ferro si trova a 17° W, il suo spostamento massimo in longitudine fu, al più, di 64°. Avvertiamo poi che la lettura e l'interpretazione di questa parte della lettera è complicata dalla presenza di calcoli complessi, in cui errori di trascrizione da parte di chi copiò, o di distrazione di chi li esegui, anche se non alterano sostanzialmente il significato del testo, impongono di continuo prudenza interpretativa. Ad ogni modo il ragionamento del Verrazzano si sviluppa così: supposta la Terra sferica, il diametro d della circonferenza equatoriale, espresso in gradi equatoriali, è dato dalla relazione d = ;J{~. E poiché 7t = 3,14 = ; 2 , d = 360: ; 2 = u4,545 = 114 + 161 gradi equatoriali (114° 32' 44"). Il diametro d' della circonferenza di 34° N, cioè il diametro del parallelo corrispondente, sempre espresso in gradi equatoriali, sarà allora: d' =dx cos 34° = (n4 + .!). 6 Il cos 34° = (114 + i'ì) x 0,8290 = 94 + !~~ = 94° 57' 28" (nel testo 95 + ~~-~, ossia 95° 29' 4 ..~"). Una volta noto d', si può risalire al valore della relativa circonferenza, sempre espresso in gradi equatoriali, perché C34o = 1r. x d'; da cui ; 2 x (95 + ~3~) = ~;; x 95, 5178 = 300,1987 = 300 + 4S, ")7 . . . . S7S (cosi, ne l testo, pan. a 3000 11 55 • Da questi dati s1 ricava il valore lineare del grado di parallelo a 34° quando sia nota la lunghezza del grado equatoriale, che per il Verrazzano è di 62 1/2 miglia. Infatti Cmiglia = Cgradi. 62 1/2 da cui Cmigtill = (300 + /s1 X 62,5 = 18762,4206 miglia (nel testo,

/.lJ-

!s)

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GIOVANNI DA VERRAZZANO

ti scopulil che sono situati nel fine de l'occidente a li antiqui noto, e nel meridiano descripto per le Insule Fortunate,2 in altitudine di gradi 32 da l'equatore nel nostro emisperio, 3 navicammo a lo occi-dente, per insino a la prima terra trovammo, leghe 1200 che con-tengono miglia 4800, computando miglia quactro per lega secondo l'uso marictimo de' navalieri ;4 geometrice iusta la proportione tripla senza sesquiseptima5 del diametro a la circumferentia gradi 92 ;./f.,\\.6 Con cib sia che, sendo la corda de l'arco del massimo circulo7 gradi I 14 161 , la corda del pararello di gradi 348 de la pri10 ma terra da noi trovata, a la medesima proportione,9 gradi 95 essere si monstra l'ambito di tutto el circulo 11 gradi 300 i3f.,\; che dando per ogni grado, come confermono la maggior parte di quelli hanno sperimentato rispondere in terra a la proportione del cielo, miglia 62 ~, 12 farieno miglia 18759 i3; 6 , quali ripartite in 360 parte, veneria per ciascuna miglia 52 ::/-1_. E tanto vale un grado di longitudine, nel detto pararello di gradi 34, sopra del quale per linea recta dal merediano di dicti scopuli che stanno in gradi 32 abbiamo calculato la ragione. Imperb che le dette leghe 1200 per retta linea in gradi 34 d'occidente in oriente abbiam trovato. Perverria adunque per quella e gradi 92 },~1763\, e tanto ab-

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18759

+ 1¾ = 18759,2460, che è frutto di un banale errore, dovuto al

fatto che il Verrazzano pose al numeratore della precedente frazione, anziché 313, il valore 233, che ricorreva poco prima nel calcolo). Dividendo per 360, si ottiene la lunghezza del grado di parallelo a 34°, vale a dire 18759,2460: 360 = 52,1090 = 52 + 2 miglia. E poiché le miglia percorse erano, secondo il Verrazzano, 4800, dividendo queste ultime per la lunghezza del grado di parallelo a 34° (4800: 52,1090 = 92,1146 = 92 + si ottiene Parco di parallelo corrispondente, ossia l'incremento di longitudine rispetto al meridiano di partenza. 1. prefati scopuli: le Desertas (cfr. la nota 8 a p. 591). 2. Insule Fortunate: le Canarie; il loro meridiano medio è a 15° 52' W Green. 3. altitudine ... emisperio: delle Desertas, la maggiore è tagliata a metà dal 32° 30' N. 4. leghe r200: cfr. la nota s a p. 592; navalieri: dall'ant. frane. navelier. 5. geometrice: in base a calcoli; tripla senza sesquiseptima: 3 + } 7t. 6. 64 : è il risultato finale del calcolo esposto alla nota 4 a p. 611. gradi 92 7 33 7. la corda ... masnmo circulo: il diametro della circonferenza equatoriale, espresso in gradi equatoriali. 8. la corda ... gradi 34: il diametro del parallelo di 34° N. 9. a la medesima proportione: sempre espressa in gradi equatoriali. 10. gradi 95 in F ma il calcolo è sempre errato in eccesso. II. l'ambito .•. el circulo: la lunghezza dell'intero parallelo, espressa in gradi equatoriali. 12. miglia 62 r/2: in realtà il grado equatoriale corrisponde a II 1, 326 km, ossia più di 75 miglia romane.

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LETTERA A FRANCESCO I RE DI FRANCIA

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biamo navigato, più a lo occidente non fu cognito a li antichi, nel decto parerello di gradi 34. Questa distantia a noi fu nota per la longitudine, con vari strumenti navigando, sanza eclipsi lunare e altro aspecto, 1 per il moto solare, pigliando sempre la elevatione2 a qual si voglia ora per la differenza faceva da l'uno e l'altro orizonte correndo la nave, geometrice ne era noto lo intervallo de uno merediano a l'altro: come in uno libretto3 ampiamente tutto ho notato, insieme col crescimento del mare, in qual si voglia clima4 a ogni tempo e ora, el quale non inutile existimo abbia ad essere a' navicanti. Spero per la teorica migliore conferirlo con Vostra Maestà. Mia intentione era di pervenire in questa navigatione al Cataio5 e a lo extremo oriente de l'Asia, non pensando trovare tale impedimento di nuova terra, quale ho trovata; e se per qualche ragione pensavo quella trovare, non sanza qualche freto 6 da penetrare a lo Oceano Orientale essere existimavo. E questa opinione di tutti li antichi7 è stata, credendo certamente el nostro Oceano Occidentale con l'Orientale de India uno essere, senza interpositione di terra. Questo afferma Aristotele, 8 argumentando per varie similitudini; la quale opinione è molto contraria a' moderni e a la experienza falsa, imperò che la terra è stata trovata da quelli, a li antichi incognita, un altro mondo, rispetto di quello a loro fu noto, manifestamente essere si mostra e maggiore de la nostra Europa, de la Africa e quasi de la Asia, se rectamente speculiamo la grandeza di quella, come sotto brevità ne farò un poco di discorso a Vostra Maestà. Ultra l'Equatore, 9 distante dal merediano de le Isole Fortunate verso l'occidente gradi 20 !{t~, l'Ispani, cioè Magalanes, verso 1. san.za ... aspecto: chiaro riferimento ai metodi precedentemente tentati da altri navigatori, quali Colombo o Vespucci. 2. la elevatione: l'altezza del sole sull'orizzonte. 3. libretto: che è andato perduto. 4. in qual .•. clima: a qualsiasi latitudine (cfr. la nota I a p. 185). 5. Cataio: cfr. la nota I a p. 440. 6.Jreto: stretto, canale (dal lat. Jretum). 7. opinione .•. antichi: il Verrazzano allude alla tradizione classica aristotelica, largamente accettata precedentemente alla scoperta dell'America. Tolomeo invece immaginava l'Oceano Indiano chiuso ad oriente e a sud (cfr. la nota 4 a p. 226). 8. Aristotele: nel de Coelo, n, 298a. 9. Ultra l'Equatore: la comprensione di questo passo è resa difficile non solo dal fatto che si tratta di un testo visibilmente guasto, ricostruito in maniera diversa e con notevoli varianti nei tre codici, ma anche dall'impossibilità di risalire alle fonti dalle quali il Verrazzano attinse le sue informazioni. Ne diamo comunque una interpretazione il più possibile breve

GIOVANNI DA VERRAZZANO

l'austro gradi 541 hanno navigato, dove hanno trovato terra sanza fine. Tornando dipoi al septemtrione iusta detta linea meredionale, correndo il lito per insino in octo gradi propinqui allo Equatore, più allo occidente, participando più al settentrione, continuando el lito per fino in gradi 21, 2 non trovando termine, gradi 89 ~~ 8 ~ hanno navigato, quali giunti con e gradi 20 !~;~~ fanno gradi 110 ~;i1· 3 E tanto hanno navigato dal detto merediano de le Isole Fortunate più a lo occidente nel pararello di gradi 21 de l'altitudine. Questa distantia da noi non è stata experimentata per non avere facta detta navigatione; patria variare poco più o manco. Abbiamo quella calculata geometrice per la notitia di molti naveleri periti4 l'hanno frequentata, quali affermano essere leghe 1600, giudicando per albitrio el discorso5 de la nave secondo la equalità del vento per la continova navicatione. Spero in breve ne areno noi altri optima certitudine col beneficio de li testi. Da l'altra parte, noi, in questa navicatione facta per ordine di Vostra Maestà, oltre a gradi 92 etc. 6 dal detto merediano verso l' oce semplice. AI di là dell'equatore (verso sud) a 20° 41' 7" (pari a 20 }~~:~ del testo) di longitudine dal meridiano delle Canarie, gli Spagnoli, con Magellano, hanno navigato fino a 54° lat. S, trovando sempre terra. Verso nord altri navigatori spagnoli, costeggiando il continente americano da 8° lat. S a :u 0 lat. N, hanno navigato per altri 89° 38' 6" (pari a 89 del testo) di longitudine, sicché il loro spostamento totale in longitudine è stato di circa I 10° (nel testo I 10° + }i~~i). Questo è lo spostamento complessivo in longitudine, calcolato dal meridiano delle Canarie verso occidente, lungo il parallelo di 2.1° N. I. gradi 54: la più alta latitudine australe misurata dalla spedizione di Magellano fu di 53° e 2/3 (cfr. F. ALBO, in NAVARRETE, u, p. 537). Il valore dato dal Verrazzano, evidentemente approssimato, è comunque corretto e corrisponde alla latitudine dell'Ensenada Magdalena, tra la Penisola di Brunswick e l'Isola Clarence, a sud del punto più meridionale del continente sudamericano (Capo Froward, 53° 54' S). 2.. octo gradi: è la latitudine del Capo Branco, il punto più orientale del continente sudamericano. I gradi ZI corrispondono alla latitudine del punto più occidentale del Golfo del Messico, rispetto al quale il Verrazzano calcolava il massimo spostamento longitudinale effettuato dagli Spagnoli nei loro viaggi atlantici. 3. padi IIO ~-:~:{: in questo e nei due precedenti casi si è ricostruito un dato numerico più preciso di quello fornito dal testo, ma ciò non è sempre possibile, mentre, come questi esempi dimostrano, gli errori di trascrizione di cifre sono molto frequenti. Perciò non c'è da stupirsi se il totale non corrisponde esattamente alla somma dei suoi addendi. 4. periti: esperti. 5. albitrio: arbitrio, stima; discorso: percorso. 6. gradi 9z etc.: cfr. p. 612.

¼:~~

LETTERA A FRANCESCO I RE DI FRANCIA

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ci dente, da la prima terra trovammo, in gradi 34, 1 terra propinqua a Temistitan, 2 navicammo leghe 300 intra oriente e septemtrione e leghe 400 3 quasi a l'oriente continovo al lito de la terra, pervenendo in gradi 54,4 lasciando la terra che più tempo fa trovarono e Lusitani,5 cioè Bacalaia, 6 cosci detta da un pesce, quale seguirono più al septemtrione per insino al circulo artico lasciando il fine incognito.7 Giunta adonque la latitudine septemtrionale con la meredionale, ciò è gradi 54 con gradi 66, 8 fanno gradi 120, che tanto non tiene di latitudine l' Affrica con l'Europa: perché, giugnendo lo stremo de la Europa, che sono e limiti di Norvega che stanno in gradi 71,9 con l'extremo de l'Africa, che è il promontorio di Buona Speranza in gradi 35, 10 farieno solo gradi 106 e, se il sito terreste di detta terra in parte conrisponde al lito maritimo, non è dubio di grandeza a la Asia exceda. 11 In tal forma troviamo el globo de la terra molto maggiore non hanno tenuto li antichi, e repugnante a' matematici, c'hanno voluto quella rispetto a l'acqua sia minima, il che per experientia l'apposito veggiamo. E quanto a la area cor1. da la prima .•. gradi 34: a partire dalla prima terra incontrata, a 34° lat. N. :2. Temistitan: trascrizione spagnola di Tenochtitlan, la capitale degli Aztechi che sorgeva sul sito dell'attuale Città del Messico, conquistata da Hernan Cortés il 13 agosto 1521. Il nome è qui usato per indicare genericamente i territori conquistati dagli Spagnoli nell'America Settentrionale e Centrale. 3. leghe 300 ••• 400: la cui somma corrisponde alle 700 leghe precedentemente indicate (cfr. p. 610 e la nota 11). 4. pervenendo in gradi 54: è la latitudine del punto più settentrionale raggiunto dal Verrazzano. 5. la terra ... Lusitani: si riferisce ai viaggi compiuti dai fratelli Gaspare Miguel de Corte-Real tra il 1500 e il 1502 lungo le coste canadesi. 6. Baca/aia: il riferimento è a Terranova, di cui appena verso la metà del secolo si accertò l'insularità: in alcune carte cinquecentesche, il nome di Baccalearmn Regio, o di Baccalaos è applicato alla parte nordorientale del continente americano (ad esempio, in quella di Mcrcatore, I 538). Il nome deriva dal port. bacallzào ( da cui «baccalà»): cfr. H. HARRISSE, Découverte et évo/rltio,i cartlzographique de Terre-Neuve et des pays circom1oisins, Paris, H. \Velter - London, H. Stevens, 1900, p. 369. 7. quale •.. incognito: cfr., sui viaggi dei Corte-Real, I Diarii di MARINO SANUTO, Venezia, R. Deputazione Veneta di Storia Patria, 1879-1902, 1v, col. 200: «avendo corsa la costa de ditta terra per spazio de 600 et più milia, non hanno trovato fin alguno ». 8. Sommando la latitudine raggiunta da Magellano (gradi 54) con gradi 66 (più precisamente 66° 33', latitudine del Circolo polare artico). 9. in gradi 7I: è la latitudine del Capo Nord. 10. gradi 35: il Capo di Buona Speranza è in 34° 21' S; il Capo Agulhas, estremità australe del continente africano, in 34° 40' S. I 1. se il sito • .. exceda: se l'estensione in longitudine di queste nuove terre è proporzionale a quella in latitudine. In realtà, la superficie totale delle due Americhe è inferiore a quella del1'Asia.

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GIOVANNI DA VERRAZZANO

porale, 1 di spatio non meno la terra che l'acqua possedere giudichiamo, come a la presentia migliorea spero per più ragioni viste e sperimentate monstrare a Vostra Maestà. Tutta questa terra, o nuovo mondo, che di sopra abbiamo narrato, contiene insieme, 3 non giugnendo a la Asia né alla Africa, il che sappiamo per certeza, potria giugnere a la Europa con la Norvenga e Rossia,4 che saria falso secondo li antichi, 5 quali dal promontorio de' Cimbri6 quasi tutto el septemtrione dicano essere stato navigato; a lo oriente, circuendo per insino al Mare Caspio, 7 el medesimo affermano. Resterebbe adunque interclusa da dui mari, da lo Orientale e Occidentale, e quella 2 ne chiude l'uno e l'altro, perché, oltre de' gradi 54 de lo equinoctiale, verso l'austro si stende a l'oriente per lungo spati o e dal septemtrione, passando e gradi 66, segue tornando verso l'oriente, giugnendo per insino a gradi 70.8 Spero con lo aiuto di Vostra Maestà ne aremo megliore certitudine, la quale Idio omnipotente prosperi in diuturna fama, a causa veggiamo optimo fine di questa nostra cosmographia e che si adempia la sacra voce de lo Evangelio: «in omnem terram exivit sonus eorum »0 etc. Ne la nave Dalphina in Normandia, in porto di Diepa, adi 8 di luglio 1524 Humilis servitor lanus Verazanus. I. la area corporale: la superficie delle terre emerse. 2. migliore: meglio. 3. che . .. insieme: che abbiamo detto prima costituire una massa unitaria. 4. non giugnendo ... Rossia: non essendo congiunta (a sud) né all'Asia, né all'Africa (come avevano dimostrato i viaggi dei Portoghesi verso oriente e quello di Magellano verso occidente), può essere unita all'Europa solo alPestremo nord. 5.falso secondo li antichi: per i geografi greci anteriori a Tolomeo le estreme regioni settentrionali erano delimitate da un lungo e continuo nastro marino, che ricorda l'Oceano Circonfluente dei primi cosmografi. 6. promo,itorio de' Cimbri: l'estremità settentrionale (Capo Skagen) del cosiddetto Chcrsoneso Cimbrico, comprendente lo Schleswig-Holstein e lo Jiitland. 7. La convinzione che il Caspio fosse un mare aperto comunicante con l'oceano verso nord era comune a tutto il mondo antico, con la sola eccezione di Erodoto; ipotizzata da Ecateo di Mileto e sostenuta da Eratostene, fu abbandonata con Tolomeo. 8. ne chiude . .. gradi 70: infatti presupponendo l'esistenza della Terra Australis a sud e di una congiunzione tra i 70° dell'estremo nord dell'Europa e i 66° del Nuovo Mondo, il continente americano verrebbe a separare l'Oceano Atlantico dal Pacifico. 9. «in om,rem ••• eorum•: SAN PAOLO, Rom., 10, 18, che riprende Psalm., 18, s (e cfr. la nota 4 a p. 437).

MARCO DA NIZZA

INTRODUZIONE

Ben poco si sa della vita di Marco da Nizza prima del suo arrivo nel Nuovo Mondo. Non si conosce la data di nascita; quanto al luogo, nella Descripcion de la Provincia Franciscana del Santo Eva1lgelio de México, 1 egli è detto «natural y profeso de la Provincia de Aquitania», ma tale indicazione è un po' vaga, data l'ampiezza di quella provincia. Il Bandelier, che ha approfondito in diverse opere la figura di fra Marco, lo dice piemont.ese d'origine, o piuttosto savoiardo. 2 Possiamo considerare questa generica e comprensiva affermazione come la più accettabile; fra Marco doveva essere dunque italiano e aver compiuto la sua educazione religiosa a Nizza, che faceva allora parte del Ducato di Savoia. In America egli giunse nel 1531, o forse anche prima, all'Hispaniola, dove ebbe modo di conoscere e frequentare il Las Casas; si trasferl quindi in Perù, dove sarebbe stato presente alla battaglia di Cajamarca e alla morte di Atahualpa, 3 e avrebbe seguito a Quito la spedizione di Sebastian de Benalcazar. In Perù ricopri la carica di Commissario dell'ordine dei Minori Francescani, partecipando attivamente all'evangelizzazione delle popolazioni conquistate, verso le quali mantenne sempre un atteggiamento di rispetto e di comprensione, come è attestato anche da una relazione da lui inviata in più copie in Spagna e conservataci dal Las Casas nella sua Brevisima Relaci'on.4 Ad essa si riferisce anche la Carta de Don Fray Juan de Zumdrraga a un eclesùi.stico desconocido, in cui il vescovo ne sollecita la presentazione ai sovrani. 5 Dal Perù lVlarco da Nizza passò in Guatemala e poi in Messico, dove i francescani avevano fondato, già nel 1524, la Custodia del Santo Evangelio, più tardi trasformata in Provincia, la più vasta di quelle americane, estesa su tutti i territori di recente conquista a nord del Perù e a ovest delle Antille.

1. Cfr. e Anales de la Provincia del Santo Evangelio de México •, México, lmprenta Mexicana de J. Aguilar Reyes, 1947, pp. 87-8. 2. Cfr. Contributions, p. 168. 3. Cfr. ibid. 4. Cfr. più avanti a p. 627. 5. Vedila in Documentos inéditos del siglo XVI para la historia de Mé,:ico, colegidos y anotados por el P. Mariano Cuevas, México, Museo Nacional de Arquelogfa, historia y etnolog.fa, 1914, pp. 83-4.

MARCO DA NIZZA

Quando vi giunse fra lVIarco, il Messico era ormai assoggettato agli Spagnoli e mentre, con la nomina a viceré di don Antonio de Mendoza, l'astro di Hernan Cortés stava tramontando, si moltiplicavano le spedizioni verso il nord, sia lungo le coste del Golfo di California (ove operò soprattutto il Cortés, che tra il 1532 e il 1540 organizzò quattro viaggi, con risultati assai scarsi rispetto alle perdite di danaro e di vite umane che essi costarono), sia lungo quelle del Golfo del Messico. In quest'ultima direzione, nel 1528, era partita anche la spedizione di Panfilo de Narvaez, a cui si ricollega il progetto del viaggio di fra Marco. Essa si risolse in un disastro, perché degli oltre trecento uomini scesi a terra solo quattro furono i superstiti che, dopo lunghe peripezie, riuscirono a raggiungere nel 1536 l'avamposto spagnolo di San Miguel de Culiacan. Non deve stupire che, nonostante questi insuccessi, l'ansia di conquista degli Spagnoli non venisse meno. Bisogna pensare all'atmosfera di euforiche speranze creata dalla conquista del Messico e del Perù, e dalla scoperta delle loro straordinarie ricchezze. Inoltre, i recenti insuccessi erano dovuti, più che altro, alla difficoltà di far muovere un esercito attraverso territori sconosciuti, senza la possibilità di rifornirlo in modo continuo di viveri e armi. La conquista del Messico e del Perù aveva certamente posto problemi di carattere strategico, ma la presenza di stati forti e centralizzati come quelli degli Aztechi e degli Incas aveva consentito agli Spagnoli di sfruttarne l'organizzazione a proprio beneficio. Le deboli e disperse tribù del settentrione sfuggivano invece al contatto con gli eserciti conquistatori, lasciandoli di fronte a una natura selvaggia e inospitale. Al ritorno dei superstiti della spedizione del Narvaez il Mendoza decise perciò di inviare in avanscoperta un piccolo gruppo di uomini, e di avvalersi dell'esperienza di uno dei reduci, lo schiavo negro Stefano, e della collaborazione dei francescani, desiderosi di far opera di proselitismo. A capo della spedizione fu posto fra Marco da Nizza, per la sua già lunga esperienza, la sua capacità di conquistarsi il favore degli indigeni, e la sua cultura: si intendeva, sembra, di cosmografia e navigazione. Fra Marco parti da San Miguel de Culiacan il 7 marzo 1539, accompagnato da un confratello e dal negro Stefano, e seguito da un gruppo di indios. Ben presto però dovette abbandonare l'altro francescano, ammalatosi. Prosegui lungo la costa - come gli era

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stato comandato dal viceré-, attraversò l'attuale Sinaloa, s'inoltrò nel Sonora e di qui, con un itinerario tuttora discusso e difficihnente ricostruibile, raggiunse la piana di Zuni, nel cuore del Nuovo Messico. Ma, ucciso Stefano dagli indigeni di questa regione, a causa del suo abbigliamento troppo simile a quello degli Apaches, loro acerrimi nemici, fra Marco fu costretto a riprendere precipitosamente la via del ritorno, senza aver potuto mettere piede nel villaggio di Cibola (o Cevola), che negli allettanti racconti degli indios incontrati sul suo cammino - e rivelatisi più tardi assai lontani dalla realtà- pareva dover essere un'altra México. Non si conosce la data precisa del ritorno di fra Marco; probabilmente nella seconda metà del mese di luglio 1539. L'anno successivo, eletto Provinciale dell'ordine, egli riparti per Cevola, come guida della grande spedizione che, dopo gli entusiastici racconti del frate, il viceré aveva deciso di inviare al comando di Francisco Vazquez de Coronado. I risultati di quest'ultima, inferiori e deludenti rispetto alle aspettative create dal francescano, le accuse che gli furono rivolte e i disagi patiti durante il viaggio ebbero effetti negativi sulla sua salute; tornato - o forse richiamato in Spagna dai suoi superiori, chiese poi di essere ricondotto nel suo convento messicano, dove mori, sembra intorno al 1558.

BIBLIOGRAFIA

La Relazione di fra Marco si conserva, manoscritta, in due copie apografe, ncll' Archivo Generai de las lndias, a Siviglia. Il testo, in castigliano, è preceduto dalla deposizione di fra Antonio de Ciudad Rodrigo, Provinciale della Provincia del Santo Evangelio, rilasciata il 26 agosto 1538, e da l'lnstn,ccioll del viceré, Antonio de Mendoza. La prima edizione a stampa è una traduzione italiana, contenuta nel III volume (I565) delle Navigazio11i e viaggi del RA~msIO (pp. 356r.-359v.); tradotta in inglese, essa venne inclusa dal Hakluyt nella seconda edizione della sua raccolta (R. HAKLUYT, The Principal Navigations, Voyages, Traffiques and Discoveries of the English Nation, London, G. Bishop, R. Newberie and R. Barker, I598-1600, voi. III, pp. 366-73) con il titolo A Relation of the Rev. Father Marau de Niza, Touclzing his Discovery of the Kingdom of Cevola or Civola Situated about 30° of Lat. to t/ze North of New Spai11. Nell'edizione ramusiana la Relazione è preceduta da due lettere di Francisco Vlizquez de Coronado, e da una del Mendoza. L'originale castigliano venne pubblicato solo nel secolo scorso, nella Coleccion de documentos inéditos relativos al descubrimiento, conquista y colonizacio11 de las posesiones espa1ìolas en América y Oceania, sacados en su mayor parte del Real Archivo de lndias, a cura di J. F. Pacheco, Madrid, M. B. Quiros, 1864-84, III, pp. 328-51; esso è preceduto, alle pp. 325-8, dalla lnstruccion del Mendoza. Poco prima era stata pubblicata una versione francese del ms. in H. TERNAUX-COMPANS, Voyages, relations et mémoires originaux pour servir à l'histoire de la découverte de l'Amérique, Paris, A. Bertrand, I837-41, IX, pp. 256-84. Infine la versione del Ramusio riapparve in MARCELLINO DA CIVEZZA, Saggio di bibliografia geografica storica etnografica sanfrancescana, Prato, Guasti, I879, e nella Raccolta di documenti e studi, 111, 2, pp. 433-42. Le poche notizie biografiche su Marco da Nizza si desumono da P. 0ROZ, G. DE MENDIETA, F. SUAREZ, Relacion de la descripci611 de la Provincia del Santo Evangelio que es en las Indias Occide11tales que llama,i la N11eva Espa1ìa, lrecha el ano de r585, riprodotta in facsimile in «Anales de la Provincia Franciscana del Santo Evangelio de México », México, lmprenta Mexicana de J. Aguilar Reyes, I947• Si vedano inoltre: l'opera (scritta nel XVI secolo) di G. DE MENDIETA, Historia eclesitistica india11a, México, F. Diaz de Le6n y S. White, 1870 (edizione in facsimile, México, Porrua, 1971); A. DE VETANCURT, Menologiofranciscano, nella IV parte del Teatro mexica110, México 1698; J. DE TORQUEMADA, Monarchia Indiana, Madrid, N. Rodriguez Franco, 1723, voi. III; L. WADDING, A11nales Mi,,orum, XVI, Firenze, Quaracchi, 1933, pp. 309-10; R. VARGAS UGARTE, Historia de la Jglesia e,r el Peru, Lima, lmprenta Santa Maria, 1953. Si veda anche J. D. G. SHEA, A History oj the Catholic Church Within the Limits of the United States from the First Attempted Colo1zization to the Present Time, New York, cd. J. G. Shea, I886-92, voi. I. Tra i cronisti della conquista, scrivono sul viaggio del francescano F. L6PEZ DE G6MARA (Historia generai de las Indias; cfr. Historiadores primi-

BIBLIOGRAFIA

tivos de lndias, 1, Madrid, Rivadencyro, 1877, pp. 287-8), e A. DE HERRI?RA Y T0RDESILLAS, [-!istoria ge11eral de los hechos de los Castellanos en laf lslas y Tie"a firme del Mar Océano, Madrid, en la Emplenta Real, 1601-15. L'importanza che la Relazione riveste nei riguardi della storia della colonizzazione degli Stati Uniti ha fatto convergere sulla figura di Marco da Nizza, a partire dalla fine del secolo scorso, l'interesse di molti studiosi. Si vedano: A. F. BANDELIER, Historical lntroduction to Studies Among the Sedentary lt,dians of New Mexico, in u Papers of the Archaeological Institute of America,,, American Series 11 Boston 1881; Io., Contributions to the History of tlre Soutliwestern Portion of the United States, ivi, Arnerican Series v, Cambridge 1890; lo., Final Report o/ Investigations Among the lndians of the Southwestern United States, ivi, American Series 111, Cambridge, parte I (1890), parte n (1892); Io., A History of the South West, I, A Catalogue of t/ze Bandelier Collection i,i tl,e Vatican Library, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1969 (a Collezione Studi e Testi», n. 257); G. PARKER WINSHIP, Tlze Coronado Expedition, z540I 542, nel Fourtee11tl, Annual Report of the Bureau of Ethnology to the Secretary of the Smitlrsorrian lnstitution, by G. W. Powell, Washington, Govemment Printing Office, 1896; C. O. SAUER, Tlze Road to Cibo/a, Berkeley, University of California Press, 1932, New York 198ot; F. W. HoocE, History of Hawikuh, New Me.-dco, One of the So-called Cities of Cibola, Los Angeles, The Southwest Museum, 1937; G. J. UNDREINER, Fray J.\1arcos de Niza and His Journey to Cibola, in « The Americas », 111 (1947), pp. 415-586; C. HALL~,'BECK, The Journey of Fray Marcos de Niza, Dallas, Dallas University Press, 1949, Westport, Conn., Greenwood Press, 1973 2 ; G. C. BALDWIN, America's Buried Past: the Story of North American Arclraeology, New York, G. P. Putnam's Sons, 1962; I. LUZZANA CARACI, Fra Marco da Nizza scopritore del Nuovo Messico: contribllto allo studio della sua impresa, in BSGI, serie x, voi. IV (1975), pp. 91-1 II; lo., La leggenda delle Sette Città e il viaggio di fra Marco da Nizza alla scoperta del Nuovo Messico, in Atti del Il Convegno Internazionale di Studi Colombia11i, Genova, Civico Istituto Colombiano, 1977, pp. 111-7; S. BENso, Marco da Nizza colo11izzatore dell'immagi11ario, nel volume miscellaneo La letteratrlra di viaggio dal 1\tfedioevo al Ri11ascimento. Generi e problemi, Alessandria, Edizioni dell'orso, 1989, pp. 95-105.

RELAZIONE DEL VIAGGIO AL CEVOLA

Nota introduttiva

La

Relazione di Marco da Nizza fu pubblicata per la prima volta dal Ramusio in traduzione italiana, insieme a quelle di Francisco V azquez de Coronado, di Francisco de Alarç6n e del viceré Antonio de Mendoza, nell'intento di fornire un quadro complessivo delle esplorazioni nel Sudovest nordamericano. Ma in generale, in Europa il viaggio del frate rimase per più di tre secoli pressoché ignorato o ne fu sminuita l'importanza, e le sue parole furono equivocate e contestate. La ragione va ricercata nel disinganno a cui andò incontro la successiva spedizione del Coronado, quando, ripercorrendo l'itinerario di fra Marco, partì alla conquista del regno di Cevola, e invece delle preannunciate ricchezze trovò soltanto pochi modesti villaggi costruiti con mattoni di fango. Il Coronado non esitò ad addossare al frate la responsabilità di aver fornito informazioni sbagliate e illusorie: «in niuna cosa che disse ha detto il vero». 1 A queste accuse si aggiunsero quelle del Cortés, che nelle spedizioni del Mendoza vedeva una aperta sfida alle proprie prerogative. Recatosi in Spagna nel giugno 1540, egli mandò al re un memoriale in cui rivendicava il proprio esclusivo diritto all'esplorazione di una terra « que yo habia descubierto y que era y es de mi conquista», e affrettatamente concludeva che fra Marco non era mai arrivato a Cevola, e si era, più o meno, inventato tutto.2 Marco da Nizza non godette, quindi, di buona stampa; gli storici della conquista, da Pedro de Castaneda a Herrera, da L6pez de G6mara al Benzoni, tutti più o meno ripetono le valutazioni del Coronado, dando del frate l'immagine di un uomo per lo meno incauto e fantasioso. Una svolta determinante si ebbe alla fine del secolo scorso, quando i primi esploratori, geologi ed etnologi si avventurarono nei territori del Sudovest, e il mondo dei pueblos, nei suoi sviluppi storici e culturali, trovò valenti studiosi come Cushing e Bandelier. È a quest'ultimo che si deve, con la pubblicazione dei Contributions, il primo I. RAMus10, 111, p. 361r. Riferisce Pedro de Castaneda, il cronista della spedizione del Coronado, che i soldati, • corno bieron el primer pueblo que fuc çibola, fueron tantas las malediciones que algunos hecharon a Fray l\1arcos, quales Dios no permita le comprehendan » (nel For,rteenth Annual Report of tlze Bureau of Eth11ology to the Secretary of tl,e Smithsonian lnstitution, Vlashington, Government Printing Office, 1896, p. 424). 2. Cfr. ibid., pp. 367-8.

MARCO DA NIZZA

scritto approfondito su fra Marco e la sua Relazione. Nel proposito di ridare dignità a questo viaggiatore, egli cercò di far emergere la sua «verità»; e anche se altri dopo di lui hanno affrontato l'argomento con più rigore e imparzialità, lo studio del Bandelier rimane pur sen1pre un fondamentale punto di partenza. Fra Marco fu mandato dal Mendoza in veste più di osservatore che di missionario; le istruzioni del viceré sono in proposito chiare e dettagliate, anche se il suo solerte interesse - in contrasto con lo scarso impegno della corte spagnola - era volto più ad accertare le eventuali ricchezze o l'esistenza di un passaggio a nordovest, che non ad una conoscenza sistematica delle nuove terre. Ragioni di prudenza lo spingevano però a mandare in esplorazione, prima dell'impresa militare del Coronado, un frate che si era già fatto conoscere per la sua mitezza e benevola disponibilità verso gli indigeni, tanto più che i territori che egli avrebbe attraversato nella prima parte del viaggio erano stati recentemente sconvolti dalla brutale politica di Nufio de Guzman. Inoltre, l'incarico affidato ad un religioso avrebbe infirmato la legittimità di eventuali recriminazioni del Cortés, al quale le direttive reali offrivano larghe possibilità di nuove esplorazioni. Investito cli questi compiti, Marco da Nizza li assolve coscienziosamente, e più volte dimostra di aver sempre ben presenti le istruzioni del viceré. La Relazione lascia poco margine a descrizioni paesaggistiche o ad osservazioni sugli usi e costumi degli indigeni; solo la ripetitività di alcuni brani - peraltro ridotti nella versione del Ramusio - e certe insistenze del testo mettono in luce gli argomenti che stavano più a cuore al francescano. Comunque, come osserva il Bandelier, le descrizioni che egli dà di ciò che vede e osserva sono sostanzialmente esatte: tutto quello che la Relazione presenta di esagerato e fantasioso sulla mitica Cevola nasce in larga misura dalle informazioni degli indigeni, per i quali i termini di confronto erano ben diversi da quelli di un europeo. Non va sottovalutata inoltre la suggestione esercitata dalle notizie, raccolte e diffuse da Nufio de Guzm,n e da Cabeza de Vaca, di grandi e popolose città del nord, ricche d'oro, di turchesi e smeraldi. Peraltro, le basi della cultura medievale di Marco da Nizza giustificano il credito che egli attribuiva alla leggenda delle mitiche «sette città»: la convinzione che esse si identificassero con Cevola finiva per trasformare ai suoi occhi la realtà delle cose. Così la Relazione rispondeva adeguatamente alle attese della cultura europea del Cinquecento, che aveva maturato, attraverso i resoconti dei viaggiatori - da Colombo a Vespucci a Verrazzano - una visione idilliaca dei paesi americani, pur continuando a credere nei postulati culturali ereditati dalla tradizione classica e medievale.

RELAZIONE DEL VIAGGIO AL CEVOLA

La ricostruzione dell'itinerario è ardua e controversa, perché i riferimenti sono troppo vaghi per consentire certezze. Ma ciò che più interessa, nella Relazione, è la personalità dell'uomo, e non si può, nel tentare di lumeggiarla, prescindere dalla lettera che egli scrisse sui soprusi degli Spagnoli nella precedente esperienza in Perù, e che Bartolomé de Las Casas inserì, citandola per esteso, nella sua famosa Brevlsima Relaci6n. Vale la pena di riportarne qui alcuni brani: « [ ••• ] quegli indiani del Perù sono tra le genti più miti di tutte le Indie. [...] Non sono mai scesi in guerra finché gli Spagnoli non ne hanno dato loro motivo, con maltrattamenti e crudeli angherie. [...] Davanti a Dio e secondo coscienza affermo che [...] la rivolta degli indiani del Perù non ha avuto altra causa che queste continue violenze. [...] Gli Spagnoli non sono mai stati sinceri con loro, né hanno mai mantenuto la parola data; anzi, contro ogni ragione e giustizia, tirannicamente, li hanno distrutti insieme a tutta la lor terra, facendo subire loro tante vessazioni da indurli a prender partito di morire piuttosto che continuare a subirne». 1 Questa energica presa di posizione si ricollega alla Relazione, che ne costituisce in certo modo il corollario e la conferma. Anche qui, gli indigeni sono visti con affetto e simpatia: fra Marco ne rileva con insistenza la disponibilità, la generosità nel dare « di quel che avevano, ancor che fusse poco», le accoglienze amichevoli e festose. Non è il caso però di attribuire a Marco da Nizza atteggiamenti ante litteram. Egli faceva parte di un ristretto gruppo di religiosi e politici - dal Mendoza al Las Casas all'arcivescovo Zumarraga - che, con diverse sfumature, sostenevano la necessità di una politica più umana nei confronti degli indios. Ma questo atteggiamento non andava - né poteva andare - al di là del concetto del « buon selvaggio», quale si andava formando in quegli anni, e al quale peraltro si contrapponeva la convinzione di una innata inferiorità dell'indio. In tal modo la Relazione si modellava sulle concezioni del tempo, di cui oggi, a parte il suo valore documentario, può essere considerata una delle più indicative espressioni.

r. B. DE LAS CASAS, Brevissi,na relazione della distrw4'ione delle Indie, a cura di C. Acutis, Milano, Mondadori, 1987, pp. 120-2.

RELAZIONE DEL VIAGGIO AL CEVOLA Con l'aiuto e favor della Sacratissima Vergine Maria, Nostra Signora, e del serafico nostro padre San Francesco, io fra Marco da Nizza, professo dell'ordine di San Francesco, per essecuzion delPinstruzzion di sopra contenuta dell'Illustrissimo Signor Don Antonio di Mendozza, 1 Viceré e Capitano General per sua i\tlaestà nella Nuova Spagna,2 parti, dalla villa di San Michiel della provincia di Culnacan3 venerdi alli 7 del mese di marzo 1539, avendo per compagno fra Onorato e menato meco Stefano di Dorante negro4 I. Mendozza: Antonio de Mendoza, nominato primo viceré della Nuova Spagna nel 1535. Nato a Granada alla fine del secolo XV, apparteneva a una nobile famiglia, ed era fratello dello storico Diego Hurtado de Mendoza. Efficiente amministratore, fu anche, secondo la testimonianza del Las Casas, tra i molti governatori che infierivano con crudeltà sugli indigeni, una delle poche eccezioni: « ninguno gobemador ha habido ni hoy lo hay, sacado el visorrey don Antonio, [...] que no haya sido destruidor, robador y matador injusto de todo aquel linaje hwnano D (Tratado sobre los indios qrte se ha11 hecho esclavos, in Obras escogidas de Fray BARTOLOMt DE LAS CASAS, vo1. v, Opuscolos, cartas y memoria/es, a cura di J. Pérez de Tudela Bueso, Madrid, Atlas, 1958, p. 259). Nel 1550 fu nominato viceré del Perù; mori a Lima nel 1552. Qui si allude alla lnstruccion de don Antonio de Mendoza; vedila in Coleccion de documentos inéditos relativos al descubrimiento, conqrtista y colonizacion de /as posesiones espaiiolas en América y Oceanfa, sacados en srt mayor parte del Real Archivo de lndias, a cura di J. F. Pacheco, l\•Iadrid, M. B. Quiros, 1864-84, 111, pp. 352-8. L'a: Istruzione D relativa al viaggio che stava per intraprendere fu consegnata a ìVIarco da Nizza tramite Francisco Vazquez de Coronado, ed egli la firmò in data 20 novembre 1538 (cfr. ibid., pp. 328-9). 2. Nuova Spagna: il vicereame corrispondeva all,incirca all'attuale l\1essico; ne era stato nominato governatore generale Hernan Cortés (15 ottobre 1522). Quest»ultimo però, recatosi in Spagna nel 1529 per difendersi dalle accuse rivoltegli, non era stato reintegrato nella carica civile, ed aveva avuto da Carlo V soltanto il comando militare e la facoltà di organizzare per proprio conto nuove spedizioni esplorative. Il potere civile fu prima affidato a una Audiencia, presieduta da Nuiio de Guzman, e poi al Mendoza. 3. San Michiel •.• Cul11acan: San Miguel de Culiacan era stata fondata da Nuno de Guzman nel 1531 ; il Mendoza in una lettera alrimpcratore la chiama «l'ultimo redutto di Spagnoli» verso nord, distante duecento leghe da Città del lVIessico (in RAMUSIO, 111, p. 355r.-v.). Secondo l'UNDREINER (pp. 41620) non si tratta delPattuale Culiacan, ma sorgeva poco più a sud, presso la foce del fiume San Lorenzo, sulla riva sinistra. Cosi risulta anche da una carta (Culiacanae, Americae regionis, descriptio) del Theatnun Orbis Terrarum (1575) dell'ORTELIO. 4. Stefano . .. negro: Esteban; era nativo di Azemmour, sulla costa del Marocco (cfr. UNDREINER, p. 420); schiavo di Andrés Dorantes, era stato compagno di quest'ultimo e di Alvaro Nuiiez Cabeza de Vaca nen•avventuroso viaggio che aveva concluso nel

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e alcuni Indiani di quelli che 'l detto Signor Viceré ha fatto liberi, 1 e li comprò per questo effetto, li quali mi consignò Francesco Vazquez di Coronado,a Governator della Nuova Galizia, 3 e con altra gran quantità d'lndiani di Petatlan4 e della villa che si chiama del Cuchillo, 5 che può esser da cinquanta leghe6 da Petatlan, li 1536 l'infelice spedizione in Florida di Panfilo de Narvaez, iniziata otto anni prima. Avendo trascorso diversi anni tra le tribù nordamericane, era considerato un elemento qualificato a guidare fra Marco nella spedizione. Quanto a fra Onorato, era un converso (cfr. Coleccidn de documentos inéditos, cit., 111, p. 329). 1. alcuni Indiani ... liberi: di essi parla anche il Mendoza nella Imtruccion raccomandando che vengano trattati bene, • y que sepan que le ha pesado de los agravios y males que han rescibido: y que de aqui adelante seran bien tratados, y los que mal les hicieren seran castigados 11 (in Coleccidn de documentos inéditos, cit., 111, p. 325). Secondo il BANDELIER (Contributions, p. 116) dovevano essere Pima di Sonora, o Nebome, e servirono bene come interpreti in quanto linguisticamente affini alle tribù incontrate nella prima parte del viaggio. 2. Francisco Vazquez de Coronado nacque a Salamanca intorno al 1510: si trasferl nella Nuova Spagna nel 1538. Nominato governatore della Nuova Galizia, nel 1540 gli fu affidato il comando della spedizione che, ripercorrendo l'itinerario di Marco da Nizza, doveva conquistare Cevola. Nel corso dell'impresa diresse personalmente o inviò spedizioni distaccate che percorsero l'Arizona e il Nuovo Messico, scoprendo il Gran Canyon del Colorado. La sua relazione fu pubblicata dal RAMUSIO (111, pp. 359v.-363r.). Morì nel 1554. 3. Nuova Galizia: comprendeva la parte più settentrionale dei domini spagnoli del Nuovo Mondo, e cioè gli attuali stati di Nayarit, Jalisco, Zacatecas, Aguascalientes e la parte occidentale dello stato di San Luis Potosi, conquistati da Nuiio de Guzman; ma, poiché i metodi da lui usati erano stati giudicati scorretti, il governatorato gli era stato tolto nel I 536. 4. La localizzazione di Petatlan è discussa, e in genere l'individuazione dei luoghi toccati da Marco da Nizza presenta ampi margini di incertezza ed è oggetto di controversie. Diamo qui spazio alle identificazioni tentate da A. F. Bandelier, che per primo ripercorse l'itinerario del frate, e dall'Undreiner (che nel suo studio riporta diffusamente le opinioni di vari altri autori). Mentre molti ritengono che Petatlan sia da identificare con l'attuale Sinaloa, sul fiume omonimo, l'UNDREINER (p. 428) la colloca presso Agiobampo, al confine tra gli attuali stati di Sinaloa e Sonora. Il BANDELIBR invece (Contributio,,s, p. 118) ritiene sorgesse sul Rfo di Petatlan, oggi Rio del Fuerte. Pedro de Castaneda, il cronista della successiva spedizione del Coronado, attribuisce il nome al fatto che le case del luogo erano coperte da stuoie, chiamate petates (dalla voce indigena petlatl). Cfr. la relazione del Castaneda in G. PARKER WINSHIP, The Coro11ado Expedition, x540-x542, nel Fou,·teenth Annual Report of tlie Bureau of Etlinology to tl,e Secretary o/ the Smithsonia,i Institution, x89a-93, by J. W. Powell, Washington, Govemment Printing Office, 1896, pp. 339-615; l'attribuzione del nome a p. 449. 5. Cucl,illo: la località, non identificata, è riportata su mappe dell'Ortelio (1570) e di Mercatore (1587), riprodotte in G. PARKER WINSHIP, Tl,e Coronado Expedition, cit., pp. 380 e 388. 6. cinqua,ita leghe: è incerto il valore da attribuire alla lega usata da fra Marco, variabile comunque tra 4,5 e S,S km.

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quali vennero alla valle di Culiacan mostrando grandissima allegrezza per averli certificati gl'Indiani liberati, che 'l detto Governator mandò avanti a farli a saper la sua libertà, che non si doveva far più alcuni schiavi di loro, né farli guerra né mal trattamento alcuno, 1 dicendoli che cosi vuole e ordina Sua Maestà. E con questa compagnia ch'io dico presi il mio cammino fin ch'io arrivai al popolo di Petatlan, trovando nel cammino grandi ricevimenti3 e apparecchi da mangiar, con rose e fiori e altre cose di questa qualità, e case che mi facevano di creta con rami infrascati in tutte le parti dove non erano abitazioni. In questo popolo di Petatlan riposai tre giorni, perché il mio compagno fra Onorato s'ammalò, di sorte ch'io fui astretto a lasciarlo li; e secondo la detta instruzzione seguitai il mio cammino per dove mi guidava il Spirito Santo, senza alcun mio merito, e venendo meco il detto Stefano Dorantes negro e alcuni degrlndiani liberati, e molte genti del paese facendomi in tutte le parti ch'io arrivavo grandi ricevimenti e allegrezze e frascate d'arbori, dandomi da mangiar di quel che avevano, ancor che fusse poco, perché dicevano che eran tre anni che non vi aveva piovuto, e perché gl'Indiani di quel paese avevano più atteso a nascondersi che a seminare, per paura de' Cristiani della villa di San Michiel, che fino lì solevano trascorrere, facendoli guerra e menandoli schiavi. In tutto questo cammino, che possono essere da venticinque in trenta leghe, da quella parte di Petatlan non vidi cosa degna da gl' Indiani liberati ... alcuno: nella citata lettera alttimperatore (in RAp. 355-v.) il Mendoza scrive che il Coronado, giunto a San Miguel de Culiacin, mandò avanti alcuni indios, perché rassicurassero gli indigeni e preparassero il terreno al viaggio del francescano. « In capo di ,•enti dì u essi ritornarono con circa 400 uomini i quali, parlando a nome di • tutti gli abitatori», fecero presente che «erano molti anni che andavano fuggendo per li monti, nascondendosi come fiere salvatiche per paura che non li facessero schiavi » - evidente allusione ai metodi sanguinari del Guzman. La diversa, benevola politica del Mendoza nei confronti delle popolazioni indigene è espressa chiaramente nella lmtruccidn (in Coleccion de documentos inéditos, cit., 111, p. 325), dove si raccomanda che gli Spagnoli • traten bien los indios quc estan de paz y no se sirvan dellos en cosas ecesivas ». 2. grandi ricevimenti: oltre alla fama acquistata in Perù di difensore degli indigeni oppressi (cfr. qui a p. 627), fra Marco doveva avere una indubbia capacità di conquistare gli animi, come testimonia il Coronado: «trovò tutti gl'Indiani fuggiti alle montagne per paura de cristiani, [...] per amor suo tutti discesero per trovarlo con grande allegrezza e sicurtà 11 (lettera al segretario del Mendoza, in RA.Mus10, III, P· 354r.). 1.

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notar, eccetto che mi vennero a trovar alcuni Indiani dall'isola dove andò Fernando Cortese, marchese di Vales,1 dalli quali mi certificai come la era isola, e non (come alcuni vogliono dire) esser terra ferma: passavano sopra alcune zattare, e dalla terra ferma all'isola v'è il spazio di mezza lega di mare, poco più o meno. Similmente mi vennero a vedere alcuni Indiani d'un'altra isola maggior di questa,~ la qual è posta più avanti, dalli quali ebbi relazione esservi altre trenta isole piccole, 3 abitate da gente e povere di vettovaglia, eccetto due che tengono del maiz. Questi Indiani avevano intorno al collo molte cappe grandi, madre di perle. Io li mostrai perle che portavo con me per mostra: mi dissero che di quelle ve n'erano molte e molto grosse nell'isole, niente di meno non ve ne viddi alcuna. Seguitai il mio cammino per un luogo disabitato, da quattro giorni,+ venendo meco gl'Indiani così delrisole come de' monti 5 che lassavo adietro, e in capo di questo paese disabitato trovai altri Indiani, 6 che si maravigliavano di vedermi, perché niuna notizia tenevano de' Cristiani per non esser contrattazion alcuna con quelli da dietro, 1. dall'isola . .. Vales: Cortés era stato nominato nel luglio 1529 marchese del Valle de Oaxaca. Secondo l'UNDREINER (p. 430) l'isola sarebbe Altamura, situata di fronte alla foce del fiume Mocorito, e toccata da Cortés nella spedizione del 1535 nel Golfo di California: era abitata da indios Guasava. Per il BANDELIER invece (cfr. Contributions, p. 118) si tratterebbe di una delle piccole isole che fronteggiano la costa tra le foci del Rio Mayo e del Rio Yaqui, abitate da popolazioni Mayo. 2. isola magg;or di questa: si tratterebbe dell'isola Tiburon, situata però molto più a nord, non lontano dalla foce del Rio Sonora (cfr. UNDREINER, p. 431). Era cd è tuttora abitata da indios Seri, dediti principalmente alla pesca di cui vendono il prodotto per acquistare altri viveri necessari al loro sostentamento; le donne si adornano di collane di conchiglie. 3. trenta isole piccole: più avanti, diventano trentaquattro: probabilmente si riferisce a tutte le isole di quel tratto del Golfo di California abitate dai Seri (cfr. UNDREINER, loc. cit.). 4. Seguitai ... quattro giorni: la valutazione del percorso è per lo più espressa da fra Marco in giornate di cammino: quindi un valore molto soggettivo e difficilmente precisabile. L'UNDREINnR ha cercato di ricostruire i tempi forzandone la corrispondenza con le tappe, ma è ricostruzione talora non persuasiva (cfr. I. LUZZANA CARACI, Fra Marco da Nizza scopritore del Nuovo Messico, in BSGI, serie x, voi. IV, 1975, p. 109). 5. de' monti: il testo spagnolo reca ude los pucblos n (in Coleccilm de docume11tos inéditos, cit., III, p. 331); in realtà, fin qui, fra Marco non dice di aver visto o attraversato montagne. 6. in capo ... altri lndia11i: secondo l'UNDREINER (p. 432), fra Marco, lasciato il Rio Yaqui, si sarebbe diretto verso il Rio Sonora; qui, nelle vicinanze dell'attuale Hcrmosillo, avrebbe incontrato una tribù di indios Ures, appartenenti al gruppo dei Bassi Pima. Il BANDELIER invece ritiene che egli si trovasse in una località presso la foce del Rio Yaqui, abitata da indios dello stesso nome (cfr. Contributions, p. 120).

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essendo tanto paese disabitato. Questi mi fecero grandissimo ricevi .. mento e mi dettero molto da mangiare, e procuravano di toccarmi in la vesta e mi chiamavano Hayota, che vuol dire, nella sua lingua, uomo dal cielo; alli quali meglio che potetti feci intender l'inter.. prete, quanto si contiene in la instruzzion del conoscimento del Nostro Signor Dio nel cielo e Sua Maestà in queste terre; 1 e sempre, per tutte le vie e mezzi che potevo, procuravo di saper paese dove fussero molte città e gente di più civilità e intelletto di quelli che m'incontravano, e non ebbi nuova alcuna; ma mi dissero che dentro fra terra quattro o cinque giornate, dove s'abbassano le falde de' monti, si fa una pianura larga e di gran paese, nella qual mi dissero esser molte grandi abitazioni, dove è gente vestita di cottone. E mostrandoli io alcuni metalli, che portavo per prender instruzzion delli metalli della terra, 2 presero il metallo dell'oro e mi dissero che di quello v'erano vasi tra quella gente della pianura e che portano attaccate alli buchi del naso e all' orecchie certe cose tonde verdi e che tengono certe palette di quell'oro con le quali si radono e tirano via il sudore e che nelli tempii i pareti stanno coperti di quello3 e che l'usano in tutte le cose di casa. E perché questa pianura s'apparta dalla costa del mare, e la mia instruzzion era di non partirmi da quella, determinai di lasciarla per la ritornata, e che allora si potria veder meglio; e così andai per tre giorni per luoghi abitati dalle dette genti, dalle quali fui ricevuto come da quelli da drieto, arrivai ad un ragionevole riduto, che si chiama Vacapa,4 dove mi fecero gran

1.

quanto . .. terre: nella lnstruccidn il Mendoza aveva raccomandato a

f rn Marco di assicurare gli indios che non sarebbero stati più perseguitati

e fatti schiavi, affinché « pierdan el temor y conozcan a Dios Nuestro Senor, que esta en el cielo, y al Emperador, que esta puesto de su mano en la ticrra para rcgilla y gobernalla • (in Coleccidn de docu,nentos inéditos, cit., 111, p. 325). 2. mostrandoli . •• te"a: nel1'Imtn,ccio11 il Mendoza gli aveva raccomandato anche di osservare «lns piedras y metales • (ibid., p. 327). 3. nel/i tempii ... qr,e/lo: manca nel testo spagnolo (cfr. Coleccidn de docume11tos inéditos, cit., 111, p. 332). La pianura nell'interno, lontana qr,attro o ci11que gior11ate, è identificata dal BANDBLIER con l'alta valle del Rio Yaqui, abitata da Ncbomes e Bassi Pimn: una terra coltivata e irrigata da canali artificiali, dove la gente vestiva di cotone e produceva una ceramica di color giallo che poteva essere scambiata per oro da chi non conosceva questo metallo (cfr. Contributiom, pp. 121-2). Secondo PUNDREINBR (p. 433), si tratterebbe invece dei pueblos degli Eudeve e degli Opata, anch'essi agricoltori sedentari, stanziati a nordest di Hermosillo, tra il Rio Yaqui e il Rio Sonora. 4. Molto incerta e controversa la localizzazione di Vacapa: l'UNDREINER (pp. 433-7), dopo nver discusso le ipotesi di vari

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carezze e mi dettero ben da mangiare e abbondantemente, perché è terra fertile e che si può adacquare. Sono da questa abitazione fino al mare quaranta leghe; e per trovarmi tanto a largo dal mare, e per esser duoi giorni avanti la Domenica di Passione, 1 determinai di star quivi fino a Pasqua per certificarmi dell'isole che disopra ho detto averne avuto notizia; e cosi mandai alcuni messi indiani al mare per tre vie, alli quali ordinai che mi menassero Indiani della costa e d'alcune di quelle isole per informarmi da loro; e per un'altra parte mandai Stefano Dorantes negro, al qual dissi che andasse per il dritto della tramontana cinquanta o sessanta leghe per veder se per quella via si potesse aver relazione d'alcuna cosa notabile di quelle ch'andavamo cercando, e composi con lui che, se egli avessi notizia di terra populata e ricca che fosse cosa grande, che 'l non andasse avanti, ma che 'I se ne tornassi in persona, over che 'l mandasse Indiani con questo segnale che convenimmo insieme, cioè che, se la cosa fosse ragionevole, mi mandasse una croce bianca d'un palmo e, se la fosse grande, di duoi palmi e, se la fusse cosa maggior e migliore della Nuova Spagna, mi mandasse una gran croce; e così si partì il detto Stefano da me la Domenica di Passione dopo desinare. E di li a quattro giorni vennero li messi di Stefano con una croce grande di statura d'un uomo, e mi dissero da parte di Stefano che in quell'ora mi partissi seguitandolo, perch'egli aveva trovato gente che li davano relazione d'una provincia grandissima, e ch'egli aveva seco Indiani che erano stati in quella, e mi mandò un di loro, e mi disse che v'erano trenta giornate da quel luogo dove stava Stefano fino alla prima città della terra, che si nomina Cevola. 2 commentatori, propende per la località di Las Trincheras, a circa 30° 24' lat. e I u 0 30' long. Il BANDELIER (Contributions, p. 125) la identifica con Matape, un villaggio nel Sonora centrale, abitato da indios Eudeve, a circa 29° lat. e uo 0 long. 1. la Domenica di Passione: quella che precede la domenica delle Palme; quindi decise di fermarsi il 21 mnrzo. 2. Compare qui per la prima volta il nome di Cevola, che, come fu accertato dall'etnologo F. H. Cushing che soggiornò a lungo tra gli Zuni, deriva da Shii,ona, nome con cui questi indios chiamavano il loro territorio (cfr. BANDELIER, Contribi,tions, p. 131). Cfr. anche quanto scrive il Coronado: • Le sette città sono sette terre picciole, [...] e si chiamano tutte Regno di Cevola, e ciascuna ha il suo nome, e ninna si chiama Cevola, ma tutte insieme si chiamano Cevola » (in RAMUSIO, 111, p. 361,.). Gli Zuni, tuttora abitanti nel Nuovo Messico, nella «Zuni lndian Reservation », rappresentano una tribù linguisticamente isolata rispetto alle altre dei p11eblos; dopo il tentativo di fra Marco, la prima a raggiungerli fu la spedizione del Coronado (cfr. SwANTON, ITNA, pp. 346-8).

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Afferma che in questa provincia vi sono sette città' molto grande, tutte sotto un signore, e di case fatte di pietra e calcina molto grandi, e la più piccola con un solaro2 di sopra, e altre di duoi e tre solari, e quella del signor di quattro, tutte l'una appresso l'altra3 per il suo ordine, e in li portali delle case principali vi sono molti lavori di pietre turchese, delle quali disse che ve n'erano in grande abbondanzia, e che le genti di queste città vanno molto ben vestite, e che vi sono altre province più avanti, ciascuna delle quali disse esser molto più grande che queste sette città. Io gliel credetti, perché lo viddi uomo di buon intelletto; e cosi differitti il mio partir a seguir Stefano Dorantes, pensando che 'l mi aspettaria, e anco per aspettar li messi che avevo mandato al mare;4 quali vennero il di Il racconto dell'indio trova così un singolare riscontro nella leggenda medievale delle sette città, fondate in un'isola dell'Atlantico da sette vescovi di Porto, fuggiti con i loro fedeli di fronte all'invasione araba. Identificata con l'immaginaria Antilia, l'Isola delle sette città venne variamente localizzata nell'Atlantico dai cartografi del XV e XVI secolo, mentre testimonianze letterarie si trovano tra l'altro nella lettera del Toscanelli e nel Las Casas. Vanamente cercate nell'Atlantico, le mitiche sette città si trasferirono dallo spazio oceanico al continente americano, divenendo il simbolo di un ignoto paese ricco e felice (cfr. I. LUZZANA CARACI, La leggenda delle Sette Città e il viaggio di fra Marco da Nizza alla scoperta del 1.Vuovo .lv.lessico, in Atti del II Convegno Internazionale di Studi Colombia11i, Genova, Civico Istituto Colombiano, 1977, pp. 1 n-7). Secondo la relazione di Pedro de Castaneda, nel 1530 Nuiio de Guzman aveva appreso da un indio tejo che, a quaranta giornate di cammino attraverso un territorio disabitato, sorgevano, in una terra ricca di oro e argento, sette città paragonabili alla capitale degli Aztechi. In seguito, anche Cabeza de Vaca, nel suo avventuroso viaggio, aveva avuto notizia di «pueblos de mucha gente y casas muy grandes » a nord (cfr. G. PARKER WINSHIP, The Coro11ado E::i."j,edition, cit., pp. 416-8, e, per la relazione di CABEZA DE VACA, Historiadores primitivos de I11dias, I, l\1adrid, Rivadeneyra, 1877, p. 543). Tutto ciò non poteva non suscitare in fra Marco le più giustificate illusioni. 2. so/aro: solaio, piano. 3. case . .. l'altra: viene messo l'accento, qui e anche in seguito quando si parla di Cevola, su quello che era l'aspetto peculiare della civiltà dei pueblos, cioè le case in pietra o mattoni, in contrapposizione alle fragili tende delle altre tribù indiane. I pueblos ( «villaggi ,, ) erano formati da agglomerati di abitazioni rettangolari a più piani; il materiale da costruzione era costiruito per lo più da mattoni di argilla seccati al sole; originariamente le finestre mancavano. Alla civilizzazione dei pueblos appartenevano tribù linguisticamente diverse; diffusa in una vasta area dell'Arizona e del Nuovo Messico, essa andava già limitando la propria estensione prima dell'arrivo degli Spagnoli, in seguito alle frequenti scorrerie delle tribù vicine, soprattutto degli Apaches. 4. per aspettar •.• al mare: nel testo spagnolo (in Coleccion de documento$ inéditos, cit., 111, p. 334), fra Marco precisa di averli aspettati perché l'aveva promesso, e non voleva mancare alla parola data per non essere considerato bugiardo dagli indios. I.

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di Pasqua Fiorita, 1 e con loro gente della costa del mare e di due isole, dalli quali seppi l'isole che di sopra dico 2 esser povere di vettovaglie come l'avevo saputo avanti e che sono abitate da gente che portano cappe di perle sopra la fronte e dicono di tener perle grosse e molto oro: mi certificorono di trentaquattro isole una appresso l'altra; 3 la gente della costa del mar dicono aver poca vettovaglia, così loro come quelli dell'isole, e contrattano un con l'altro con zatte.4 Quella costa corre alla tramontana quanto si può vedere. Questi Indiani della costa mi portarono rotelle di cuoi di vacca5 molto ben lavorate, tanto grande che li coprivano dalla testa fin alla punta de' piedi, con un buco in cima dell'imbracciatura, per poter veder di drieto di quelle: sono tanto forte ch'io credo che non le passaria una balestra. In questo giorno mi vennero a trovare tre Indiani, di quelli che chiamano Pi11tados, 6 che aveano dipinto il volto, il petto e le braccia. Questi stanno in alto alla parte di levante, e vengono a confinar alcuni di loro circa delle sette città, quali dissero che mi venivano a vedere, perché ebbero notizia di me, e tra !'altre cose mi dettero notizia delle sette città e province che l'Indiano di Stefano mi aveva detto, quasi per la medesima maniera che Stefano mi aveva mandato a dire. E così licenziai le genti della costa, e duoi Indiani dell'isole dissero che volevano venir meco sette over otto dì, e con quelli e con li tre Dipinti, ch'io dico, mi parti' da Vacapa il secondo dì di Pasqua Fiorita, per il cammino che tenca Stefano, dal qual avevo ricevuto altri messi con un'altra croce della grandezza della prima, la qual mi mandò, dandomi pressa e affirmandomi esser la terra, la 1. Pasqua Fiorita: secondo alcuni, la domenica delle Palme (cfr. E11ciclopedia Cattolica, s.v.), secondo altri, Pasqua di Resurrezione (cfr. HERRER..~, 1, ix, 10 e VI, vii, 7, e Diccionario de Autoridades, Madrid 1737, s.v.). 2. t>isole ••. dico: cfr. la nota 3 a p. 632. 3. u11a appresso l'altra: nel testo spagnolo fra Marco fa riferimento ad un altro « papel 11, nel qunle nvcva riponato «el nombre de las islas y poblaciones • (in Coleccion de docume11tos inéditos, cit., 111, p. 334). 4. zatte: zattere. 5. cuoi di vacca: secondo il BANDBUER (Contributions, p. 126), si tratterebbe di pelli di cervo americano (Cariacus ,nacrotus), comune nella Bassa California, che i Seri avrebbero ottenuto cacciando durante incursioni in quel territorio, o commerciando con i nativi. 6. Pi11tados: letteralmente, «Dipinti». L'Undreiner e il Bandelier ritengono fossero Sobaypuris: appartenenti al rnmo Pima del gruppo linguistico uto-azteco, erano anche chiamati u Rsarsavina 11, cioè •maculati•, ed erano stanziati lungo le valli del Rio San Pedro e del Rio Santa Cruz (cfr. SwANTON, ITNA, pp. 364-5).

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qual io cercavo, la maggior e miglior cosa che sia in quelle parti; li quali messi particularmente mi dissero senza mancar in cosa né punto alcuno di quello che mi disse il primo, anzi dissero molto più e mi dettero più chiara relazion. E cosi camminai quel giorno secondo di Pasqua e altri duoi di per le medesime strade eh' era andato Stefano, in capo delle quali1 mi dissero che di lì s'anderia in trenta giorni alla città di Cevola, eh' è la prima delle sette; e non mi disse questo un solo, ma molti e molto particolarmente mi dissero la grandezza delle case e la maniera di quelle, come m'avevano detto i primi, e mi dissero che di più di queste sette città vi sono altri tre regni, che si chiamano Marata, Vacus, Totonteac.a Volsi saper perché andavano cosi da lungi delle sue case; mi dissero che andavano per turchese, per cuoi di vacche e altre cose, e che dell'una e l'altra vi si ha in questo paese gran quantità; e similmente volsi saper con che modo e via si avevano: mi dissero che col servizio e sudore delle sue persone, che andavano alla prima città, che si chiama Cevola, e che servano li in lavorare la terra e altri servigi, e che li danno cuoi di vacca di quelli che hanno in quel luogo e turchese per il suo servizio; e questi di questa città portano tutti turchese attaccate al1' orecchie e alli buchi del naso finissime e buone, e dicono che di quelle sono fatti lavori nelle porte principali delle case di Cevola. l\·1i dissero che la maniera delle vesti degli abitanti in Cevola è una camicia di cotton lunga fino alla punta de' piedi, con un botton alla gola e un cordon lungo che pende da quello, e le maniche di queste camicie larghe tanto disopra come disotto: dicono che vanno cinti con cinture di turchese e che sopra queste camicie alcuni portano buone vesti, altri cuoi di vacca ben lavorati, quali tengono nuglior vestir di quel paese, dove n'è gran quantità. Il medesimo le donne vanno vestite e ben coperte fino alli piedi ancor lor similmente. Questi Indiani mi ricevettero molto bene e volsero saper con diligenza il giorno che mi parti' da Vacapa, per potermi proveder nel viaggio al ritorno del vivere e del dormire. Mi menavano avanti alcuni ammalati, accioché gli sanassi; procuravano di toccarmi la veste; mi dettero alcuni cuoi di vacca tanto bene acconci e 1. in capo delle quali: secondo il BANDELIER ( Co11tributio11.s, p. I 3 3), fra Ivlarco si trovava ora nei pressi di Baviacora, nella valle del Sonora, in territorio degli Opata; mentre l'UNDREINER (pp. 445-6) ritiene trattarsi di San Ignacio, abitato dai Pima. 2. Marata, Vacus, Totonteac: cfr. più avanti, pp. 639 e 642 e le note relative.

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lavorati che da quelli si poteva estimar essere stati fatti da uomini molto civili, e tutti dicevano che venivano da Cevola. 1 L'altro giorno seguitai il mio cammino menando meco li Pintadi, quali non mi volsero lasciare. Arrivai a un altro villaggio, dove fui ben ricevuto dalle genti di quello, i quali similmente procuravano di toccarmi la veste, e mi dettero notizia della terra, la qual io sapevo così particolarmente, come avevo avuto da quelli per avanti, e mi dissero come da quel luogo era andata gente con Stefano Dorantes quattro o cinque giornate; e qui trovai una croce grande che Stefano mi aveva lasciato per segno che la nuova della buona terra cresceva, e ordinò che mi dessino molta pressa, perché m'aspetteria al capo del primo del disabitato. Qui io posi due croci e presi il possesso conforme alla instruzzione, 2 perché quella terra mi pareva esser migliore di quella ch'avevo lasciato a dietro, e che mi conveniva fino li3 far un atto di possessione; e in questa maniera andai cinque giorni, trovando sempre luoghi abitati e grande ospitalità e ricevimenti e molte turchese e cuoi di vacca e la medesima relazion della terra. Quivi intesi che doppo due giornate ritroveria un paese disabitato, 4 dove non v•è da mangiare, ma che già era stato prevenuto di farmi case e portarmi vettovaglia; per il che sollecitai il cammino, pensando di trovar al fin di quello Stefano, perché in quel luogo mi mandò a dire che 'l mi aspetteria. Avanti che arrivassi al disabitato mi trovai in un villaggio fresco per molte acque, che vi sono condotte per adacquare ;5 qui mi vennero incontro molte genti, sì uor. cuoi di vacca • •. Cevola: si tratta in questo caso, secondo il BANDELIER, di pelli di bisonte americano, diffuso allora in un'arca molto vasta, che andava dal Messico al Canada; probabilmente gli Zuni non lo cacciavano, ma ne acquistavano le pelli da altre tribù stanziate più ad oriente (cfr. Contributions, p. 135). La prima descrizione del bisonte americano si deve a CABEZA DE VACA (cfr. Historiadores primitivos de l11dias, I, cit., p. 532). 2. io posi •.. instruzzione: il Mendoza aveva scritto: « Y aunque toda la ticrra es del Emperador Nuestro Seiior, vos en mi nombre tomareis poscsion della por S. M., y areis las seiiales y autos, que os paraciesen que se requieren para tal caso• (in Coleccion de documentos i11éditos, cit., III, pp. 327-8). 3. fino li: fino da quel punto (nel testo spagnolo: 1desde alli •: ibid., III, p. 337). 4. un paese disabitato: il testo spagnolo aggiunge: 1de cuatro jonmdas• (ibid.). 5. un villaggio .•• adacquare: l'indeterminatezza dei riferimenti rende difficile l'identificazione dell'itinerario. Secondo il BANDELIER, fra Marco avrebbe risnlito la volle del Rio Sonora, abitata dagli Opata, fermandosi nei pressi di Bacuachi; avrebbe poi attraversato il disabitato tra quest'ultima località e il basso corso del Rio San Pedro, entrando in Arizona nei pressi dell'attuale Coronado National Monument (dove si ritiene sia passata la spedizione del Coronado nel 1540):

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mini come donne, vestiti di cottone, e alcuni coperti con cuoi di vacca, che generalmente tengono per miglior vestito che quello di cottone. Tutti quelli di questo villaggio vanno in caconados, cioè con turchese, che gli pendono dalli buchi del naso e orecchie, e chiamano queste turchese cacona; fra li quali veniva il signor di questo villaggio e duoi suoi fratelli molto ben vestiti di cottone, ancor loro in caconados col suo collar ciascuno di turchese al collo, e mi appresentarono molte salvaticine, come conigli, coturnici, maiz, pignoli, e tutto in grande abbondanzia, e mi offersero molte turchese e cuoi di vacca e vasi da bevere molto belli e altre cose, delle quali non volsi tor cosa alcuna. 1 E io avevo la mia veste di panno berrettin,2 che si.chiama in Spagna da Xaragosa, 3 e questo signor di questo villaggio e altri Indiani toccarono l'abito con le mani e mi dissero che di quello ve n'era molto in Totonteac4 e che lo porta~ vano per vesti gli abitatori di quel paese; del che io mi risi e dissi che non saria, se non di quelle vesti di cottone che loro portano; e loro mi dissero: cc Pensa che noi sappiamo che quello che tu porti e quelle che noi portiamo è differente. Sappi che in Cevola tutte le case sono piene di questa robba che noi portiamo, ma in Totonteac sono alcuni animali piccoli dalli quali levano quello col quale si fa quel che tu porti». 5 Io volsi informazion più particolarmente di questo; mi dissero che gli animali sono della grandezza di duoi bracchi cfr. Contributions, pp. 136-9. L'UNDRElNER invece (pp. 448-52) sostiene che, passando nei pressi di Santa Cruz senza attraversare il territorio degli Opata, il frate sia entrato nella valle del Rfo San Pedro percorrendola sino alla confluenza con il Gila. Quindi, attraverso il primo disabitato, avrebbe raggiunto la Salt River Valley nei pressi dell'attuale Tonto National Monument. 1. non volsi •.. alc11na: nel testo spagnolo, aveva deciso di far cosi « despues que entré en la tierra donde no tenian noticia de nosotros » (in Coleccio11 de docume,itos inéditos, cit., 111, p. 338). 2. berrettin: bigio (nel testo spagnolo. Cl pardo»). 3. da Xaragosa: era un tessuto grosso di lana scura, fabbricato a Saragozza. 4. Totonteac: sarebbe una deformazione di Topinkeua, il nome dato dagli Zuni agli Hopi. Questi ultimi - anche chiamati Moqui, e oggi stanziati su tre mesas della •Hopi lndian Reservationn, nell'Arizona nord-orientale - assimilarono la cultura dei ptieblos, pur essendone linguisticamente differenziati (cfr. SwANTON, ITNA, pp. 351-3, e BANDELIER, Contriblltions, p. 175). Gli Hopi, come gli Zuni e le altre tribù dei pueblos, sono considerati gli eredi delle antiche scomparse civiltà precolombiane del Nuovo Messico e dell'Arizona. 5. animali piccoli ... porti: si tratta, come osserva il BANDELIER (Coritributio11s, p. 141), di materiali fotti con pelli di lepre o coniglio (Lepru callotis e sylvatic,u), tagliate a strisce sottili e poi avvolte intorno a fibre di yucca. Si ottengono cosi delle corde che vengono intrecciate, per farne coperte e indumenti.

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dì Castiglia, che menava seco Stefano, e dicono che di detti animali ve ne sono molti in Totonteac. L'altro di entrai nel disabitato, e dove avevo a desinare trovai case fatte e vettovaglia a bastanza appresso a un rivo d'acqua, e alla notte trovai case e similmente vettovaglia, e cosi trovai per quattro di che durò il disabitato, al capo delli quali entrai in una valle 1 molto ben abitata da gente. Nel primo villaggio mi vennero incontra molti uomini e donne con cose da mangiare, e tutti avevano turchese che li pendevano dalli buchi del naso e dell'orecchie, e alcuni avean collari di turchese della sorte che portava il signore, e li suoi fratelli, del villaggio avanti il disabitato, eccetto che quelli gli avevano d'una sola volta, e questi 3 e 4, con buona veste e cuoi di vacca, e le donne le medesime turchese nelli buchi del naso e dell'orecchie, e molte buone naguas2 e camicie. Quivi era tanta notizia di Cevola, come nella Nuova Spagna di Temistitan e nel Perù del Cusco, 3 e tanto particolarmente raccontavano la maniera delle case, delle abitazioni, strade e piazze di quelle, come persone che v'erano state molte volte e che si fornivano da quelle delle cose necessarie per servizio di casa sua, si come quelli di drieto4 facevano. Io li diceva che non era possibile che le case fussero della maniera che mi dicevano; e loro per darmelo ad intendere prendevano terra o cenere e li buttavano sopra acqua, e mi mostravano come mettevano le pietre, e cresceva lo edificio in suso, mettendoli in quello le pietre fino che gli andava in alto. Io li domandavo se gli uomini di quella terra avevano ale per montar sopra quelli solari; si ridevano e mi mostravano la scala cosi ben come io la potria designare; prendevano un legno e se lo mettevano sopra la testa e dicevano che quella altezza era da solaro a solaro. Similmente ebbi qui relazione del panno di lana di Totonteac, dove dicono che vi sono case come quelle di Cevola, e migliori e molto più e che è una cosa grande e che non tien capo. Qui seppi che la costa del mare si voiI. u11a valle: che, secondo il BANDELIER, è la San Pedro Valley (cfr. Contributions, p. 142), e per l'UNDREINER (p. 452) è la Salt River Valley. 2. naguas: sottane (dal taino nagua, passato allo spagn. enag11a). 3. Temistitan: Tenochtithin, la capitale degli Aztechi; Cruco: Cuzco, la cnpitnle degli Incas. Per questi indios, che non conoscevano né il Messico né il Perù, i termini di paragone erano naturalmente diversi, e la civiltà dei pueblos doveva apparire loro, in senso assoluto, come la più evoluta. 4. dì drieto: incontrati in precedenza.

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tava verso ponente molto forte, perché fin alla intrata di questo primo disabitato, ch'io passai, sempre la costa s'andava mettendo verso tramontana; e come cosa che importa molto il voltar della costa, J lo volsi saper e vedere; e così fui in dimanda di quella, e viddi chiaramente che li a trentacinque gradi la volge al ponente, del che minor allegrezza non ebbi che della buona nuova della terra. 2 E così mi ritornai a proseguire il mio cammino e fui per quella valle cinque giorni, la qual è abitata da bella gente e tanto abbondante di vettovaglie che basteria per dar da mangiare a più di tre mila cavalli; adacquasi tutta e è come un giardino; sono li borghi e casali mezza lega e un quarto di lega, e in ciascuno di questi villaggi trovavo molto larga relazion di Cevola, e tanto particolarmente mi raccontavano di quella, come gente che va ogni anno a guadagnar il suo vivere. Qui trovai un uomo natural di Cevola, il qual disse esser venuto li, fuggendo il govemator o la persona che v'è posta per il signore, perché il signore di queste sette città vive e tien la sua residenzia in una di quelle, che si chiama Ahacus, 3 e nell'altre tien posto persone che comandano per lui. Questo abitator di Cevola è uomo bianco, di buona disposizione, alquanto vecchio e di molto più intelletto che gli abitatori di questa valle e di quelli del1'altre a dietro; mi disse che 'l voleva venir meco, accioché gli facessi perdonare. M'informai particolarmente di lui: mi disse che Cevola è una gran città, nella quale v'è molta gente e strade e piazze, e che in alcune parti della città vi sono certe case molto grandi che hanno dieci solari,♦ e in queste si riducono li principali5 certi giorni delcome cosa·. •. costa: nella lnstrucci6n il Mendoza aveva raccomandato: • Saber siempre si hny noticia de la costa de la mar, asi de la parte del Norte corno de la del Sur, porque poetria ser estrecharse la tierra y entrar algun brazo de mar la tierra adcntro » (in Coleccidn de documentos inéditos, cit., III, p. 327). 2. viddi .•• terra: i trentacinque gradi sono chiaramente frutto di un errore di valutazione. Secondo l'UNDREINER (pp. 455-6) fra Marco avrebbe osservato dall'alto delle Salt River Mountains, o delle South lvlountains - nei pressi dell'attuale Phoenix - che i rilievi degradavano verso nordovest, presumendo al di là di quelle la linea di costa, ma senza vedere né raggiungere il mare. L'allegrezza del frate era determinata dalla supposizione, comune a molti, che potesse esistere un collegamento terrestre, a latitudini medie, tra l'America Settentrionale e l'Asia. 3. Ahacu.s: identificato con Hawikuh, uno dei pueblos abitati dagli Zuni, 30 km a sudovest dell'attuale Zuni Pueblo. Raggiunto e conquistato dalla spedizione del Coronado nel 1540, venne distrutto dagli Apnches il 7 agosto 1670, e non più ricostruito. 4. dieci solari: in realtà, non più di due o tre; ma poiché le case dei pueblos erano spesso addossate le une alle altre, potevano sembrare un unico edificio con un numero maggiore di piani. 5. li prin1.

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l'anno; dice che le case sono di pietra e calcina, della maniera che mi dissero quelli disopra, e che le porte e pilastri delle case principali sono di turchese, e li vasi con li quali si servono e altri ornamenti sono d'oro; e che della forma di questa città sono l'altre sette, alcune maggiori, e che la più principale di quelle è Ahacus. Dice che dalla parte di sirocco v'è un regno che si chiama Marata, 1 e vi solevano essere assai città e molto grandi, le qual tutte erano fatte con case di pietra e solari, e che questi hanno fatto guerra e la fanno col signor delle sette città ;2 per la qual guerra si ha sminuito in gran parte questo regno di Marata, ancor che tuttavia stia in piedi e mantenga la guerra contra questi altri. Similmente dice che alla parte di ponente v'è il regno nominato Totonteac, qual dice essere cosa grandissima e d'infinita gente e ricchezze, e che nel detto regno vestono panno della sorte che è quello che io porto, e d'alcuni più delicati che si cavano dagli animali che di sopra mi designarono, e che la gente è molto civile e differente dalla gente che ho veduto. Similmente mi disse che v'è un'altra provincia e regno molto grande, che si chiama Acus, 3 perché v'è Acus e Ahacus con l'aspirazione, ch'è una delle sette città la più principale, e senza aspirazione Acus è regno e provincia da per sé. Mi disse che le veste che portano in Cevola sono della maniera che per avanti m'aveano detto e che tutti gli abitatori della città dormono in letti alti dal suolo, con coltre e padiglioni disopra che coprono li letti, e mi disse che venecipali: cfr. la nota I a p. 410. Probabilmente l'indio di Cevola intendeva riferirsi al kiva, un locale per lo più rotondo, a metà sottot~rra, che era sede di riunioni, di consiglio degli anziani, e luogo di preghiera e di cerimonie, riservato ai soli uomini. 1. Morata: è stata identificata dal BANDELIER (Contributions, p. 174) con Matyata, a sudest di Zuni, sul sentiero che porta ad Acoma: era abitata da indios Keres (e cfr. F. W. HooGE, Handbook of American lndians North. of Mexico, Washington, Smithsonian Institution, Govemment Printing Office, 1907, s.v. Matyata). 2. guerra ... sette città: secondo il Cushing, «not many years before Fray Marcos de Niza discovered Cebola, the Zunians conquered some small towns of the Keres to the south-southeastward of the Zuni-Cibola county » (F. 1-:1. CuSHING, Outlines of Zuni Creation Mytlzs, nel Tlzirteenth Annual Report of the Br1reau of Etlinology to the Secretary of the S111itlisonia11 lnstitution, I89z-92, by J. W. PoWELL, Washington, Government Printing Office, 1896, pp. 3423). 3. Acus: identificato con il pueblo di Acoma, uno dei più antichi, e tuttora abitato; sorge su una mesa a più di 100 m di altezza, 90 km n ovest di Albuquerque. Era chiamato Ago dai suoi abitanti, gli indios Kercs. Fu raggiunto nel I 540, durante la spedizione del Coronado, da Hernnndo de Alvarado (cfr. BANDELIRR, Contributions, p. 169, e SwANTON, ITNA, pp. 332-4).

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ria con meco in Cevola e più avanti, se volessi menarlo. La medesima relazione mi fu data in questo villaggio per altre molte persone, ma non cosi particolarmente. Io camminai per questa valle tre giorni, facendomi gli abitatori di quella grandissima festa e accoglienza. In questa valle viddi più di mille cuoi di vacche eccellentissimamente acconci e lavorati, viddi molto maggior quantità di turchese e collari fatti di quelle in questa valle che in tutte quelle che avevo lasciato a dietro; e dicono che tutto viene dalla città di Cevola, della qual tengono molta notizia, e similmente del regno di lVIarata e di quel di Acus e di Totonteac. Qui mi mostrorono un cuoio, la metà maggiore di quello d'una gran vacca, e mi dissero eh' era d'un animale che tien un sol corno in la fronte, e che questo corno si torze verso il petto, e che di Il volge una punta dritta, nella quale ha tanta forza che niuna cosa, per forte che la sia, non lascia di rompere, se '1 s'incontra con quella, e che di questi tal animali ve ne sono molti in quel paese. Il color del cuoio è come d'un caprone e il pelo tanto grosso come il dito. 1 Qui ebbi messi da Stefano, li quali da sua parte mi dissero ch'egli andava già nell'ultima parte del disabitato e molto allegro per andare molto più certificato della grandezza del paese, e mi mandò a dire che, dapoi che '1 si partì da me, mai non aveva trovato gl'Indiani in alcuna bugia, perché fino Il il tutto aveva trovato della maniera che gli avevano detto, e cosi pensava di trovar nell'avvenire in questa valle, come negli altri villaggi da dietro.2 Io posi croci3 e feci gli atti e diligenze che si convenivano, conformi alla instruzzione. Li paesani mi pregorono ch'io dovessi riposar qui tre o quattro giorni, perché fino al disabitato vi erano ancora quat1. animale ... dito: la grandezza della pelle fa pensare al bisonte. Secondo il BANDELIER invece (Contributions, pp. 148-9), si tratterebbe di una pecora di montagna ( Ovis montana), comune allora lungo il fiume Gila. La descrizione dell'unicorno è probabilmente frutto di un equivoco dovuto alle difficoltà linguistiche, su cui opera la sempre presente influenza di miti e leggende della cultura tradizionale. In realtà, osserva il Bandelier, questa pecora, quando corre, piega la testa all'indietro lungo il corpo, così da far pensare che abbia un corno solo. z. villaggi da dietro: il Ramusio elimina qui un lungo brano del testo spagnolo nel quale, confermando le parole di Stefano, fra Marco si dice certo di quanto riferivano gli indios, perché anch'egli non aveva mai potuto riscontrare in loro malizia o menzogna (cfr. Coleccion de documcntos inéditos, cit., 111 1 p. 342). 3. posi croci: il simbolo della Croce colpiva e attirava gli indigeni, perché « The cross is an originai symbol of the American aborigenes. lt is used by them to indicate a star» (BANDELIER, Contributions, p. 128).

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tro giornate da quel luogo, e dal principio di quello fino all'arrivar alla città di Cevola vi sono larghi quindici giorni di cammino, e che mi volevano far da mangiare e apparecchiarmi le cose necessarie per quello; e mi dissero che con Stefano negro erano andati di quel luogo più di trecento uomini per accompagnarlo e portargli dietro il vivere, e che meco similmente volevano venir molti per senrirmi, perché pensavano che torneriano ricchi. lo li ringraziai e gli dissi che lo mettessero a ordine presto; e cosi stetti tre giorni senza passar avanti, nelli quali sempre m'informai di Cevola e di tutto quel più ch'io potevo, e non facevo altro se non chiamar Indiani e interrogarli a parte ciascun da per sé; e tutti si conformavano in una medesima cosa e mi dicevano della moltitudine grande di gente e l'ordine delle strade, la grandezza delle case e la forma delli portali, il tutto come quelli per avanti mi avevan detto. Passati li tre giorni, si missero insieme molti per venire meco, delli quali presi fino a trenta delli principali, molto ben vestiti e con quelli collari di turchese, che alcuni di loro tenevano cinque o sei volte, e con questi la gente necessaria che portasse il vivere per loro e per me, e mi posi in cammino e entrai nel diserto 1 a' nove di maggio. E così andammo il primo dì per un cammino molto largo e usato; arrivammo a desinare appresso un'acqua dove gl'lndiani mi avevano apparecchiato, e a dormire appresso un'altra acqua, dove trovai una casa che aveano compita di fare per me, e un'altra stava fatta, dove dormi Stefano quando egli passò, e molte capanne vecchie, molti segnali di fuoco della gente che andava a Cevola per questo cammino. E con questo medesimo ordine camminai dodici di, sempre ben proveduto del vivere, di salvaticine, lepri e pernici del medesimo colore e sapore che sono quelle di Spagna, ancor che non siano cosi grandi, perché sono un poco minori. Quivi arrivò un Indiano, figliuolo d'un principale di quelli che venivano meco, il qual era andato in compagnia di Stefano, qual veniva tutto spaentrai nel diserto: secondo il BANDELIER (Contributio,u, pp. 147-50) frn Marco, lasciato il Rio San Pedro, sarebbe entrato in quella che è oggi la •Apache Indian Reservation• (White Mountains), che era allora - e tale rimase a lungo - solo territorio di caccia degli Apaches, e non contava insediamenti fissi. Secondo l'UNDREINBR (pp. 466-7), egli avrebbe risalito il Salt River, poi il suo affluente White River, entrando nella •Apache lndian Reservation• e passando nei pressi di Fort Apache. Avrebbe quindi raggiunto il bacino del Little Colorado, e da quello lo Zuni River. 1.

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ventato, avendo tutto il viso e il corpo coperto di sudore, e mostrava grandissima tristezza nella persona, e mi disse che una giornata avanti che Stefano arrivasse a Cevola mandò il suo gran cappel di zucca con suoi messi, come sempre costumava di mandare avanti, accioché sapessero come lui veniva, il qual zuccon aveva una filza di sonagli e due penne, una bianca e l'altra di color, che è signal di domandar sicurtà e mostrar che non si vien per far danno;' e come arrivorono a Cevola avanti la persona che 'l signor tien Il posto per capo, li dettero il detto zuccon: lui lo prese nelle mani e, visti li sonagli, con grand'ira e noia trasse il zuccon per terra, e disse alli messi che subito si partissero via, perché conosceva che gente era quella, e che li dicessero che non dovessero entrar nella città, perché, facendo altramente, tutti gli ammazzeria. Li messi ritornarono e dissero a Stefano come la cosa passava; il qual gli rispose che questo non era d'importanza, e volse proseguire il suo viaggio fino a l'arrivare alla città di Cevola; dove trovò gente che non li permis-sero entrar dentro e lo missero in una casa grande, qual era posta fuori della città e gli tolsero subito tutto quello che 'l portava per contrattar e alcune turchese e altre cose eh' egli aveva avuto per cammino dagl'Indiani, e ch'egli stette quivi quella notte senza darli da mangiare né da bere; e che l'altro giorno da mattina questo Indiano ebbe sete e usci della casa a bere in un rio ch'era Il appresso e di Il a un pochetto vidde Stefano andare fuggendo e drieto di lui v'andava gente della città, e che ammazzavano alcuni di quelli che erano andati in sua compagnia; e come questo Indiano vidde questa cosa, s'andò a nascondere sopra del rio e dipoi attraversò il cammino del diserto. Le quali nuove udite dagl'Indiani che veni-vano meco, subito cominciorono a piangere, e io per così triste e cattive nuove dubitai di perdermi, e non temevo tanto di perder la vita, quanto era di non poter ritornare a dar aviso della grandezza della terra dove il Nostro Signor lddio possi esser servito; e subito tagliai le corde delle valigie che portavo con le robbe da contrattare, 1. cappel di zucca .•• danno: sarebbe stato cio~ questo copricapo piumato ad insospettire gli Zuni. i quali credettero di aver a che fare con gli Apaches, che. immigrati più recenti. compivano numerose razzie ai danni dei pueblos (cfr. più avanti la nota 3 alle pp. 646-7). Nella relazione di CABEZA DB VAcA. di cui Stefano fu compagno di viaggio (cfr. la nota 4 a p. 629), si legge che la zucca era la • principal insignia y muestrn de gran estado •, e che da allora cominciarono a portar le zucche con sé (in Historiadoru pritnitivos de lndias, 1, cit., p. 546).

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che fin allora non avevo voluto far, né dar cosa ad alcuno, e cominciai a partir quanto ch'io portavo con li principali, e li dissi che non temessero e che venissero meco; e cosi fecero. E andando per il nostro cammino, una giornata da Cevola trovammo altri duoi Indiani di quelli ch'erano andati con Stefano, li quali venivano insanguinati e con molte ferite; e come arrivorono, quelli che venivano meco cominciorono a far un gran pianto. 1 Dimandai alli feriti di Stefano; e conformandosi col primo Indiano in tutto, dissero che, dapoi che gli avevan tenuti in quella casa senza dargli da mangiare né da bere tutto quel giorno e la notte, tolsero a Stefano tutto quel che lui portava:« L'altro di essendo il sole alto una lancia,2 uscì Stefano della casa, e alcuni delli principali con lui, e subito venne molta gente dalla città; e come lui li vidde, cominciò a fuggire e noi altri similmente, e subito ne dettero delle frezze e ferite, e cademmo, e sopra noi caddero alcuni morti; e così stemmo fino la notte senza ardir di muoversi e udimmo di gran voci nella città e vedemmo sopra le terrazze molti uomini e donne che guardavano, e non vedemmo più Stefano e crediamo che l'abbino infrezzato, 3 come hanno fatto tutti gli altri che andavano con lui, siché non è scampato se non noi soli». 1. servito ... pianto: il Ramusio elimina qui alcuni passi del testo spagnolo (cfr. Colecci6n de documentos inéditos, cit., 111, pp. 344-6), per lo più ripetitivi. 2. una la,icia: il sole era sull'orizzonte all'altezza di una lancia, cioè era appena sorto. 3. HSCÌ ••• infrezzato: il racconto della morte di Stefano trova conferma: nella relazione di Pedro dc Castaneda, secondo il quale egli fu ucciso perché sospettato di essere una « espia o guia de algunas naçiones que los querian yr a conquistar,, (in G. PARKER W1Ns1ur, The Coronado Expedition, cit., p. 419); nella relazione del Coronado, da cui risulta anche che egli si rese inviso perché «toccava le donne loro che gl'Indiani l'amano più che se stessi» (in RAMUSIO, 111, p. 363r.); nella relazione di Hemando de Alarç6n, da cui si apprende che fu poi fatto a pezzi • i quali furono divisi fra tutti quei signori acciò sapessero del certo, esser morto» (ibid., p. 368r.). Ma soprattutto ne rimase un eco nella tradizione orale degli Zuni, raccolta da F. H. Cus1-11NG (vedila in W. LowERY, T/ze Spanish Settlements within the Present Limits of tlie United States, I 513IS6I, New York - London, G. P. Putnam's Sons, 1911, pp. 281-2). Secondo tale tradizione, però, l'uccisione di Stefano avvenne non a Hawikuh - generalmente identificata con "Cevola » -, bensì nel vicino villaggio di Kiakima, poche miglia a sudovest di Hawikuh, ai piedi della mesa di Thunder Mountain. Diamo il passo com'è riportato dal Lowcry: alt is to be believcd that a long time ago, when roofs lay over the walls of Kya-ki-me, when smoke hung over the house-tops, and the ladderrounds wcre stili unbroken in Kya-ki-me, then tbc Black Mexicnns carne from their abodes in Everlasting Summerland. One day, unexpectedly, out

RELAZIONE DEL VIAGGIO AL CEVOLA

Veduto io quello che gl'lndiani dicevano, e il mal ordine ch'era, per seguire il mio viaggio come desideravo, non volsi consentire di perder la mia vita insieme con quella di Stefano, e dissi che 'l Nostro Signor Dio castigheria quelli di Cevola e, come il Viceré sapesse quel che fosse intravenuto, manderia molti Cristiani che gli castigheriano; non me lo volsero credere, perché dicevano che niun era bastante contra il potere di Cevola. E con questo gli lasciai e mi discostai un tratto o duoi cli pietra, e quando ritornai trovai un Indiano mio, ch'io menai da Messico, nominato Marco, il qual piangeva e mi disse: « Padre, costoro si sono consigliati d'ammazzarci, perché dicono che per te e per Stefano sono stati morti i suoi padri, e che non ha da restar di tutti loro uomo né donna che non sia morto ». Io tornai a repartire fra costoro alcune altre cose che mi restavono, per mitigarli: con questo si placorono alquanto, ancor of Hemlock Caiion they carne, and descended to Kya-ki-me. But when they said they would enter the covered way, it seems that our ancients lookcd not gcntly at them; for with these Bl:ick Mexicans carne many Indians of So-no-li, as they call it now, who carricd war feathers and long bows and cane arrows like the Apaches, who wcre enemies of our ancients. Thcrefore, thcsc our ancients, being always bad-tcmpered, and quick to angcr, made fools of themselves after their fashion, rushed into their town and out of thcir town, shouting, skipping, and shooting with slingstoncs and arrows and tossing their war-clubs. Thcn the lndians of Sono-li set up a great howl, and thus they and our ancicnts did much ili to one anothcr. Then and thus was killed by our ancients, right where the stonc stands down by the arroyo of Kya-ki-me, one of the Black Mexicans, a large man, with chilli lips, and some of thc lndians they killed, catching othcrs. Thcn the rcst ran away, chased by our grandfathers, and went back toward thcir country in the Land of Everlasting Summer. But after thcy had steadied themselves and stopped talking, our ancients felt sorry, for they thought "Now we have made bad business for after a while these black people and So-no-li Indians, being angered, will come again". So they felt always in danger from fear, and wcnt about watching the bushes. By and by they did come back, these Black Mcxicans, and with them many men of So-no-li. They wore coats of iron, and warbonnets of metal, and carried for weapons short canes that spit fire and made thunder, so said our ancients, but they were guns, you know. They frightened our bad-tempered fathers so badly that their hands hung down by their sidcs like the hands of women. And this time these black, curlbearded pcople drovc our ancients about like slave-creatures. One of thesc coats of iron has hung a long time in lsleta, and there people say you may sce it. After that the Black Mexicans were peaceful, they say; but they went oway, and sometimes carne back, it secms, and ncver finished making anger with our ancients, it seems. Thus it was in the days of Kya-ki-me. That is why there are two kinds of Mexicans, good and bad, white and black. And the white are good to our people; but the black ones like troublesome beasts n.

MARCO DA NIZZA

che tuttavia mostravano gran dolore per la gente ch'era stata morta. lo pregai alcuni di loro che volessero andar a Cevola a vedere s'era scampato alcuno altro Indiano, e questo accioché sapessero alcuna nuova di Stefano: la qual cosa non potetti impetrare da loro. Visto questo, io gli dissi che in ogni caso io volevo vedere la città di Cevola; mi dissero che niuno vorria venire con me; e alla fine, vedendomi determinato, duoi de' principali mi dissero che verriano meco, con li quali e con gli miei Indiani e interpreti seguitai il mio cammino fin alla vista di Cevola, la qual è posta in una pianura alla costa d'un monte ritondo, 1 e fa una bella mostra di città, e più bel sito d'alcuna che in queste parti io abbia veduto. Sono le case all'ordine, secondo che gl'Indiani mi dissero, tutte di pietra con gli suoi solari e terrazze, a quel che mi parve di vedere da un monte, dove mi posi a guardare la città. La città è maggior che la città di Temistitan, la qual passa venti mila case ;2 le genti sono quasi bianche, vanno vestiti, e dormono in letti, tengono archi per arme, hanno molto smeraldi e altre gioie, ancor che non apprezzino se non turchese, con le quali adornano li pareti delli portali delle case e le vesti e li vasi, e si spende come moneta in tutto quel paese. Vestono di cotone e di cuoi di vacca, e questo è il più apprezzato e onorevole vestire; usano vasi d'oro e d'argento, perché non hanno altro metallo, del quale vi è maggior uso e maggior abbondanza che nel Perù; e questo comprano per turchese nella provincia delli Pintadi, dove si dice che vi sono le minere in grande abbondanza. D'altri regni non potetti avere instruzzione cosi particolare ;3 alcune volte I. Difficile accertare con sicurezza se la Cevola vista da fra Marco, e in cui fu ucciso Stefano, sia Hawikuh o Kiakima. Diverse testimonianze indicano Hawikuh (cfr. BANDELIER, Contributions, p. 171, e W. LoWERY, Tlze Spanish Settlements within the Present Limits of the United States, cit., p. 280, nota 5). Tuttavia, secondo il Bandelier, la descrizione che il frate dà, di un insediamento posto in una pianura alla costa d'un mo11te ritondo, corrisponde più a Kiakima. Inoltre, osserva lo stesso autore, • \Vhen a locai Indian tradition is as positive as it is in the present instance, it usually deserves full credit » (ibid., pp. 165-6). 2. La città . .. case: il dato numerico è aggiunto dal Ramusio, che si riferiva alle dimensioni di México ai suoi tempi, e non all'epoca di fra Marco. Non conosciamo le dimensioni della città nel 1539; si sa soltanto che, ricostruita da Cortés a partire dal 1521 sul sito della distrutta Tenochititlan, contava nel 1556 circa 1500 famiglie spagnole (cfr. BANDELIER, Contributions, p. 172, nota 1). D'altra parte è comprensibile che, alla distanza in cui si trovava fra Marco, il modesto insediamento di Cevola potesse sembrargli più grande di quanto in realtà non fosse. 3. le genti . .. particolare: si tratta di una lunga ag-

RELAZIONE DEL VIAGGIO AL CEVOLA

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fui tentato andarmene fino li, perché sapevo che non arrisigavo se non la vita, e questa io avevo offerta a Dio il primo dl ch'io cominciai l'andata: alla fine mi venne paura, considerando il mio pericolo, che, se io morivo, non si poteva aver relazione di questa terra, che al mio parere è la maggior e miglior di tutte le discoperte. E dicendo io alli principali quanto bella mi pareva Cevola, mi risposero che l'era la minor delle sette città e che Totonteac è la maggior e miglior di tutte per tante case e gente che tiene che non v'è fine. Vista la disposizion e sito del luogo, mi parve di nominar quel paese il Nuovo regno di San Francesco; nel qual luogo feci con l'aiuto degl'lndiani un gran monton di pietre, e in cima di quello vi posi una croce piccola e sottile, perché non avevo modo di farvela maggiore; e dissi che quella croce e monton mettevo in nome dell'Illustrissimo Signor Don Antonio di Mendozza, Viceré e Capitano Generale della Nuova Spagna, per l'Imperator Nostro Signor, in segno di possessi on, conforme alla instruzzione; la qual possession dissi ch'io prendevo in quel luogo di tutte le sette città e delli regni di Totonteac, di Acus, di Marata. E cosi ritornai con molto più paura che vettovaglia, e andai fino ch'io trovai la gente che era a dietro restata, con la maggior pressa ch'io potetti; alli quali arrivai in due giornate di cammino, e con loro venni fino a passar il diserto, dove non mi fu fatto tanto carezze come per avanti, perché cosi gli uomini come le donne facevano gran pianto per le persone che gli erano state ammazzate in Cevola. E con paura mi espedi' dalla gente di quella valle e camminai il primo dì dieci leghe, e cosi andai a otto e dieci leghe senza tenermi, fino al passare il secondo disabitato ritornando. E ancor ch'io avessi paura, 1 determinai d'arrivare alla campagna, della qual disopra dico che avevo relazione, dove s'abbassarno le montagne; e in quel luogo intesi che quella campagna è abitata per molte giornate verso levante. Non ardivo entrare in quella, parendomi che, se avevo di venire a abitare questa altra terra delle sette città e regni ch'io dico, allora si potria meglio vedere senza metter a pericolo la mia persona e lasciar per questo di dar relazion delle cose vedute; solamente viddi dalla bocca della campagna sette villaggi ragionevoli, 2 alquanto lontani, in una valle giunta del Ramusio, che riassume e ripete quanto già detto in precedenza (cfr. Coleccion de docmnentos inéditos, cit., 111, p. 348). 1. paura: si noti la frequenza con cui la parola ricorre in poche righe. 2. ragionevoli: di giuste dimensioni.

650

MARCO DA NIZZA

di sotto molto fresca e di molto buona terra, onde uscivano molti fiumi. Ebbi informazione che in quella era molto oro e che gli abitatori radoperano in vasi e palettine con le quali si radono e levano via il sudore; e che sono gente che non consentono che quelli d'altra parte della campagna contrattino con loro, e non mi seppero dir la causa. Qui posi due croci e tolsi il possesso di tutta la campagna e valle, per la maniera e ordine delli possessi tolti da me di sopra, conforme alla instruzzione. E di lì prosegui' il ritorno del mio viaggio con la maggior pressa ch'io potei, fin ch'io arrivai alla terra di San Michiele della provincia di Culiacan, credendo trovar in quel luogo Francesco Vazquez di Coronado, Governator della Nuova Galizia; e, non trovandolo, prosegui' il mio cammino fino al.la città di Compostella, 1 dove lo trovai. Non scrivo qui molte altre particolarità, perché non sono pertinenti a questo caso; solamente dico quello ch'io viddi e mi fu detto delle terre per dove andai e di quelle che ebbi informazione. 2

I. Compostella: Compostela, nel Nayarit meridionale. 2. Non scrivo ... informazione: nel testo spagnolo il brano è più lungo: fra l\1arco specifica di aver scritto la Relazione per render conto del proprio operato al Padre Provinciale, e perché questi a sua volta lo trasmetta ai superiori dell'Ordine e al viceré (cfr. Coleccidn de documentos iriéditos, cit., 111, pp. 349-50).

GIROLAMO BENZONI

INTRODUZIONE

Ben poche sono le notizie che abbiamo sulla vita di Girolamo Benzoni, se si eccettuano quelle che egli stesso fornisce nell'Istoria. Ad apertura di libro egli afferma di essere partito da Milano per le Indie nel 1541, ali' età di ventidue anni; da ciò si può dedurre che nacque nel 1519. Non si conosce nemmeno la data della morte; poiché la seconda edizione dell'Istoria, del 1572, porta una sua lettera dedicatoria a Scipione Sermoneta, si presume che fosse ancora vivo a quella data. Quanto alle sue origini, Paolo Morigi lo dice nobile, 1 ma questa affermazione contrasta con quanto lo stesso Benzoni scrive nella dedica a Paolo IV della prima edizione dell'Istoria, 2 dove si definisce «nato di umil padre». Modeste dovettero essere anche le sue condizioni economiche; nella medesima dedica egli accenna a dissesti finanziari, « tanto per le continue guerre quanto per altri accidenti della iniqua fortuna», e racconta che il padre, non potendo mantenerlo agli studi, lo mandò, non sappiamo con quali incarichi, «in varie provincie, Francia, Ispagna, Alemagna e altre città d'Italia». Correva in quegli anni per tutta l'Europa «la fama de' nuovi regni trovati [...] con tanta abondanza di ricchezze»; la curiosità di conoscere, unita alla prospettiva di fare in qualche modo fortuna accesero nel Benzoni «una voglia estrema d'andarvi»; nel 1541, raggiunta Siviglia, trovò un imbarco per il Nuovo Mondo. La prima tappa delle sue peregrinazioni in America fu Cubagua. L'isola, scoperta da Colombo, era diventata in breve tempo un centro importante di pesca delle perle; ma ormai, all'epoca del!' arrivo del Benzoni, i banchi di ostriche perlifere andavano esaurendosi, e l'attività più proficua rimasta era la vendita degli schiavi catturati sul continente. Il Benzoni si mise al servizio del governatore di Paria, Jer6nimo de Ortal, che da Cubagua si preparava a organizzare una spedizione nell'interno - il mitico El Dorado -, e compì anche alcune scorribande per catturare schiavi. Jer6nin10 de Ortal venne però improvvisamente richiamato a Santo Domingo, ed il Benzoni vide cosi svanire, con la ventilata Cfr. P. lVlorum, La nobiltà di Milano, Milano, G. B. Bidelli, 1615, p. 235. 2. Cfr. la dedica nella Nota al testo. 1.

GIROLAMO BENZONI

spedizione, la speranza di un rapido arricchi1nento. Dopo un breve soggiorno per malattia nell'Isola di Margarita, trovò un passaggio su una nave che trasportava schiavi e, dopo una sosta a Portorico, raggiunse l'Hispaniola, dove, come egli stesso scrive, si fermò undici mesi. Ne riparti per raggiungere Cartagena, poi con un brigantino navigò lungo le coste fino a Nombre de Dios e Acla; qui si uni ad un gruppo di mercanti che dovevano trasportare un branco di mule fino a Panama, e con loro compi la difficoltosa traversata dell'Istn10. Nel 1545 troviamo il Benzoni nuovamente a N ombre de Dios, allettato dalla prospettiva di partecipare ad una spedizione organizzata dal governatore di Nueva Cartago, Diego Gutiérrez, che si sarebbe inoltrata nell'interno del Costa Rica, la cosiddetta Provincia di Suere, delle cui ricchezze si era sparsa la fama. Il Benzoni fu sconsigliato a parteciparvi, ma alla fine, «come io era giovane e gagliardo e pieno di un certo vigore di animo grande, pure desideroso di farmi ricco», accettò. La spedizione, mal progettata, condotta con mezzi insufficienti e con un esiguo numero di uomini, rimase senza mezzi di sussistenza, e nel luglio 1545 fu attaccata dagli indios: Diego Gutiérrez trovò la morte nello scontro, e a mala pena il Benzoni con altri sei uomini riuscirono a salvarsi. Di questa infelice spedizione il Benzoni rappresenta la sola fonte diretta. 1 Dopo questa avventura diventa sempre più difficile seguire l'itinerario del Benzoni, in quanto i pochi riferimenti alle sue peregrinazioni, frammentari e imprecisi, sono soverchiati dalle divagazioni storiche e aneddotiche. Dopo aver viaggiato attraverso Honduras, Nicaragua e Guatemala, risulta che egli si imbarcò nel giugno 1546 a Panama, diretto in Perù. Fu una navigazione lenta e faticosa; e quando scese a terra con una trentina di compagni in prossimità di Capo Pasado con lo scopo di raggiungere più speditamente Puerto Viejo, in Ecuador, si trovò a dover superare non poche difficoltà, e giunse al punto di nutrirsi di granchi e di bere acqua salmastra. Da Puerto Viejo raggiunse il Perù, di cui visitò tanto l'interno quanto la costa, e riusci evidentemente a trovare quella fortuna che aveva tanto lungamente cercato, perché si trovò a disporre, come egli dice, di «alquanta migliara di ducati». Fu a questo punto che decise di tornare in patria, anche perché il nuovo Presidente 1.

Cfr. anche

OVIEDO,

xxx,

2,

voi.

III,

pp. 359-62.

INTRODUZIONE

655

della Audiencia, Pedro de la Gasca, aveva decretato l'espulsione dal Perù di tutti i «Levantini», termine con cui si indicavano anche gli italiani. L'8 maggio 1550 il Benzoni si imbarcò a Guayaquil, diretto a Panama; ma, avendo appreso che Pedro de la Gasca era ripartito per la Spagna, pensò bene di ritardare il ritorno, e si recò in Nicaragua e quindi in Guatemala, dove rimase quattro anni. Quando infine decise di tornare definitivamente in Italia, si imbarcò per Cuba; un naufragio in prossimità dell'isola lo privò di buona parte dei suoi beni, ma lo salvò da una disgrazia maggiore, perché, giunto ali' Avana, seppe che il convoglio di diciotto navi con il quale avrebbe dovuto viaggiare se fosse giunto in tempo, era stato decimato da una serie di naufragi in cui molte persone avevano perso la vita. Del viaggio che l'anno successivo lo riportò in patria il Benzoni dice ben poco; ricorda solo con precisione la data dell'arrivo a Sanlucar de Barrameda: il 13 settembre 1556. Il Benzoni cominciò a scrivere l'Istoria probabilmente dopo il 1557, anno in cui comparve la traduzione veneziana dell' Historia del G6mara. Due documenti concernenti la richiesta del privilegio di stampa del libro al Senato Veneto sono dei primi del 1565, l'anno in cui apparve la prima edizione.

BIBLIOGRAFIA

Per la prima e la seconda edizione dell'Istoria cfr. più avanti la Nota al testo. Non hanno rilevanza testuale, ma meritano di essere egualmente ricordate in quanto segno e strumento della fortuna del Benzoni le traduzioni di poco posteriori in latino, tedesco e francese: U rbain Chauveton tradusse l'Istoria in latino (Novae novi orbis historiae [...], Genevae, apud Eustathium Vignon, 1578) e in francese (Histoire nouvelle du 11ouveau monde [...], Genève, par Eustace Vignon, 1579); dal latino la tradusse in tedesco Nicolaus Honiger (Der Newenn Weldt und l11dianischen Kiinigreichs History [.•.], gedruckt zu Basel durch Sebastian Henricpetri, 1579). Sull'ipotesi che Montaigne si sia servito negli Essais della traduzione dello Chauveton, in particolare a proposito dei cannibali, cfr. G. CHINARD, L'exotisme américain dans la littérature française au XVI siècle d'après Rabelais, Ronsard, Montaigne etc., Paris, Hachette, 1911, pp. 197-201. Nel Cinquecento apparvero numerose altre edizioni e traduzioni - circa una decina solo negli ultimi anni del secolo - e diverse altre nella prima metà del Seicento. Una nuova traduzione francese si ebbe nel 1835, mentre una traduzione inglese per la Hakluyt Society fu pubblicata nel 18 57. La prima traduzione in spagnolo si è avuta solo nel 1967: La Historia del Mundo Nuevo. Traducci6n y notas de M. Vannini de Gerulewicz, Estudio Preliminar de L. Croizat, Caracas, Biblioteca de la Academia N acional dc la Historia. In Spagna è stato tradotto per la prima volta solamente nel I 989: Historia del Nuevo Mundo, lntroducci6n y notas de Manuel Carrera Dfaz, Madrid, Alianza Editoria!. Al Carrera si deve anche la traduzione. Il Benzoni è nominato da P. MoRIGI, La nobiltà di Milano, Milano, G. B. Bidelli, 1615, p. 235, da F. ARGELATI, Bibliotheca scriptorum 11Udiolanensium, Milano, in aedibus Palatinis, 1745, voi. 1, parte 11, coli. 137-8, da G. M. MAZZUCHBLLI, Gli scrittori d 1Italia, voi. 11, parte 11, Brescia, Bossini, 1760, p. 905. Cfr. anche A. V0N HUMBOLDT, Exame,i critique de l'histoire de la géographie du Nouveau Continent, IV, Paris, Librairie Gide, 1837, pp. 151-3, e P. AMAT DI SAN FILIPPO, Studi biografici e bibliografici sulla storia della geografia in Italia, Roma, Società Geografica Italiana, 1882, I,

pp. 292-4.

Il Benzoni fu vivacemente contestato da A. THEVET, Les vrais pourtraits et vies des liommes illustres grecz, latins et payens, Paris, vefve Kervert et G. Chaudière, 1584, e in epoca recente da P. VILA, La Bi.storia del Nuevo Mundo de Benzoni o de como las aparencias enganan, in • Revista Shell •, Caracas, x, n. 40 (1961). In Italia il Benzoni cominciò ad essere studiato in modo più approfondito da M. ALLEGRI, Di Girolamo Benzoni e della sua Historia del Nuovo Mondo, nella parte v, vol. 111 della Raccolta, pp. 133-54, che ridimensiona il valore dell 1Istoria quale fonte colombiana, e da A. FRACCACRBTA, Alcune osservazioni su l'• Historia del Mondo Nuovo•, Roma, Tip. Tenne, 1939. Nel 1965 uscl una nuova edizione dell'Istoria a cura di A. Vig, Milano, Giordano Editore. Si ricordino ancora le importanti pagine sul Benzoni di R. ROMEO, in

BIBLIOGRAFIA

Le scoperte america11e nella coscienza italiana del Cinquecento, Milano-Napoli, Ricciardi, 1971 2 ; F. SURDICH, La divenità di atteggiamento nei confronti delle popolazioni indigene fra l'opera del Benzoni e di scritti di Bartolomé de Las Casas, in Atti del Primo Convegno Internazionale di Studi Americanistici (Genova-Rapallo, 10-14 novembre 1974), Genova 1976, pp. 237-41; G. GALLIANO VrGNOLO, Girolamo Benzoni e Pietro Martire d'Anghiera, in Atti del Secondo Convegno Internazionale di Studi Americanistici (Genova-Arona, 16-20 ottobre 1978), Genova 1980, pp. 219-24. Infine, si vedano le voci sul Benzoni di U. TOSCHI in Enciclopedia Italiana, e di A. CODAZZI nel Dizionario Biografico degli Italiani; e, per un più ampio panorama della relativa storiografia, I. LUZZANA CARACI, Girolamo Benzoni e la sua uHistoria del Mondo Nuovo•, in «La Geografia•, VII (1984), pp. 103-6.

LA ISTORIA DEL MONDO NUOVO

Nota introduttiva Tra le non poche opere del secolo XVI che trattano della scoperta e della conquista dell'America spagnola, l'Istoria del Mondo Nuovo si distingue per la grande fortuna che incontrò al tempo suo: essa ebbe infatti grande diffusione e fu tradotta, con numerose ristampe, in tutte le principali lingue europee. La ragione di ciò sta nella sua originalità, in quanto si distacca dalla tradizionale impostazione apologetica dei cronisti spagnoli, perché tutta • accentrata intorno ad una tesi polemica che la penetra e la vivi.fica in molte delle sue parti, e che non di rado riesce ad esprimersi in pagine efficaci•· 1 Certamente alla diffusione oltralpe non furono estranee ragioni di opportunità politica, soprattutto degli ambienti protestanti o comunque sensibili alla propaganda antispagnola. Nei tre libri di cui l'Istoria si compone il Benzoni narra gli avvenimenti che vanno dalla scoperta di Colombo alla conquista del Perù. In particolare, il primo libro tratta dei quattro viaggi di Colombo, di alcuni dei cosiddetti «viaggi minori• e dei successivi tentativi di conquista del Darién e delle regioni che si affacciano sul Golfo di Paria; il secondo - che è il più discontinuo dal punto di vista storico, ma anche il più originale - inizia con un accenno alla rivolta degli schiavi negri dell'Hispaniola, per passare poi a narrare le incursioni compiute dai corsari francesi ai danni degli insediamenti spagnoli dell'America Centrale negli anni 1540-1544 e i tentativi di penetrazione dei conquistadores nella regione degli Istmi, tra i quali la sfortunata spedizione nella Provincia di Suere, e infine, brevemente, le imprese di Panfilo de Narvaez in Florida, di Cortés in Messico, e la conquista del Nicaragua e del Guatemala. Il terzo libro è quasi esclusivamente dedicato alla storia della conquista del Perù. Intercalati alla narrazione storica vi sono frequenti notizie sugli indios e sui loro usi e costumi, sulla flora e sulla fauna, testimonianze e osservazioni sui metodi adottati dai conquistadores per sottomettere gli indigeni, che a loro volta si alternano con la relazione delle esperienze di viaggio dell'autore. Questa, nelle sue intenzioni, doveva forse costituire l'ossatura portante del libro, ma procedendo nel racconto egli si lascia sempre più dominare dalla vena polemica o 1. R. ROMEO, Le scoperte americane nella coscienza italiana del Cinquecento, Milano-Napoli, Ricciardi, 1971', p. 73.

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GIROLAMO BENZONI

dalle sue stesse fonti, riducendo gradualmente i riferimenti alle vi-cende personali. È opportuno ricordare che quando vide la luce la prima edizione dell'Istoria non erano state ancora diffuse dalla stampa le due prin-cipali opere relative alla scoperta dell'America, ossia le ]storie della vita e dei. fatti dell'Ammiraglio D. Cristoforo Colombo 1 e l' Historia de las lndias del Las Casas. Erano già in circolazione invece le Decada di Pietro Martire d' Anghiera - che tuttavia il Benzoni mostra di non conoscere - e, anche in traduzione italiana, l' Historia di L6pez de G6mara, e il Sommario e i primi venti libri dell' Historia di Oviedo. Queste sono le principali fonti a cui attinge il Benzoni, oltre ad altre a cui si rifà saltuariamente e in maniera meno evidente, come le Cronache del Perù di Cieza de Le6n e Augustin de Zarate e il Som-mario di Pietro Martire, pure usciti in traduzione italiana.2 La dipendenza del Benzoni da queste fonti, e in particolare dal L6pez de Gé>mara, è tale che vi è stato chi ha messo in dubbio la realtà storica del suo viaggio e perfino quella dell'autore stesso: l'Istoria sarebbe stata redatta a tavolino da uno sconosciuto compi-latore, con l'intenzione di una sistematica denigrazione degli Spa-gnoli e del loro operato in America. Questa tesi, già enunciata dal Thevet, è stata ripresa in epoca recente dal Vila, che ha cercato di rilevare nell'Istoria errori e imprecisioni che la suffragassero. Tuttavia una analisi attenta del contenuto e della struttura dell'opera porta ad escluderla, rivelando invece le motivazioni che ne determinarono la genesi e il suo processo formativo. Il Benzoni era tornato in Italia nel 1556, dopo aver trascorso un lungo periodo di tempo a contatto con gli Spagnoli d'America in un momento particolarmente critico della conquista, quando leggi e decreti, promulgati nella lontana madrepatria ed elaborati da giuristi che avevano scarse cognizioni dell'ambiente in cui agivano i conquistadores, trovavano notevoli difficoltà d'attuazione e finivano 1. Ad esse il Benzoni attingerà più tardi, per alcune aggiunte alla seconda edizione. 2. L' Historia generai de las lndias di F. L6pez de G6mara fu pubblicata a Roma nel 1556 nella traduzione di A. de Cravaliz, e successivamente a Venezia nel 1557 senza nome del traduttore (in realtà, Lucio Mauro). Poi, sempre a Venezia, si ebbero nwnerose ristampe di entrambe le traduzioni. Il Sommario di Pietro Martire d'Anghiera e il Sommario di G. Fernandez de Oviedo y Valdés apparvero in traduzione italiana a Venezia nel 1534, e furono poi riprodotti nel 111 volwne del Ramusio unitamente alla traduzione dei primi venti libri della Historia generai y natural de las lndias dello stesso Oviedo. La Parte primera de la Chronica del Peru di Pedro Cieza de Le6n apparve a Roma nel 1555 nella traduzione di A. de Crnvaliz, e nel 1556 a Venezia in traduzione anonima. L'Historia del desc11brimiento y conquista de la Provincia del Per,, di A. de Zaratc fu pubblicata a Venezia nel 1563, tradotta da A. de Ulloa.

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spesso per essere elusi o mal interpretati. Il disordine e l'illegalità imperanti nelle colonie, dove tutto o quasi tutto era lasciato all'ini• ziativa personale e all'arbitrio di chi gestiva il potere, avevano ben poco a che fare con l'immagine epica della conquista diffusa in Europa dai cronisti ufficiali. Anche l'opera del L6pez de G6mara, che pure il Consejo de las lndias si era affrettato a togliere dalla circolazione in Spagna e nei dominii spagnoli, ma che peraltro aveva riscosso un notevole successo, dava delle colonie americane un quadro ottimistico che il Benzoni non poteva condividere. Egli si propose perciò di contrapporre ad esso una sua diversa valutazione; l' Istoria del Mondo Nuovo nasce come una libera trascrizione dell'Historia del L6pez de G6mara, sostenuta da un acceso antispagnolismo. Il rapporto tra l'Istoria del Benzoni e quella del L6pez de G6mara si chiarisce subito a proposito di Colombo: quando lo storico spagnolo incorre in errore o cerca di sminuirne i meriti per esaltare quelli dei suoi connazionali, il Benzoni si fa forte del Sommario ramusiano dell' Anghiera o delle sue dirette conoscenze per smentirlo. Tale rapporto è chiarito ancor più, in seguito, dalle diverse sfumature con cui fatti e personaggi sono presentati al lettore, ma soprattutto si evidenzia nei giudizi netti e taglienti sui metodi di colonizzazione adottati dagli Spagnoli, e che fanno dell'Istoria un violento atto d'accusa nei confronti dei conquistadores e una delle prime testimonianze dirette delle atrocità commesse ai danni degli indigeni americani. Egli mette in evidenza la cupidigia dei co1Jquistadores e la strumentalizzazione da loro compiuta - con il consenso e l'aiuto dei religiosi, per la maggior parte descritti come corrotti e corruttori - della religione cristiana. Non stupisce quindi che l' Isto1-ia sia considerata il punto di partenza di quell'ondata di scritti e di testimonianze contro i metodi di conquista e di colonizzazione spagnola che passa sotto il nome di a Leggenda nera». L'atteggiamento del Benzoni nei confronti degli indios appare più benevolo a paragone di quello del G6mara, del quale egli più di una volta attenua la condanna dei loro costumi aggiungendovi un suo commento moderatore, e mettendo piuttosto in rilievo la loro vita semplice e onesta. Tuttavia, nel suo complesso, è un giudizio tutt'altro che favorevole: «la condanna dei costumi europei» scrive il Romeo «non risulta dal confronto con le virtù e il modo di vita dei selvaggi [...] ; ma è piuttosto una conseguenza della difformità di quei costumi dalla stessa morale vigente in Europa, difformità che i selvaggi constatano come testimoni e vittime, non come portatori di un proprio patrimonio morale». 1 Nonostante J!affinità nella 1.

R. Rol\mo, op. cit., p. 74.

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denuncia, mancano quindi al Benzoni l,alto senso di umanità e le idee anticipatrici del Las Casas. Uomo di assai modesta cultura - il fatto che non attinga alle Decades di Pietro Martire fa pensare che non conoscesse il latino, mentre le fonti spagnole gli sono note solo attraverso le traduzioni italiane-, il Benzoni non scrive un'opera storicamente valida e coerente, né si preoccupa di ordinare cronologicamente i fatti nella loro successione o di approfondirne le cause. Tuttavia, l'Istoria è molto interessante come cronaca della conquista. I fatti di ogni giorno, gli episodi marginali, le spedizioni fallite - e perciò probabihnente dimenticate dai cronisti ufficiali - assumono per il Benzoni importanza pari a quella delle grandi imprese e gli permettono di tracciare un quadro d'ambiente quanto mai vivace, che attira costantemente l'attenzione del lettore.

DA « LA ISTORIA DEL MONDO NUOVO• LIBRO PRIMO

Essendo io giovanetto di età d'anni ventidue e desideroso di vedere, come molti altri, il mondo e avendo notizia di quei paesi nuovamente ritrovati dell'India, cognominati cosi da tutti Il Mondo Nuovo, determinai d'andarvi; e cosi mi parti' di Milano, col nome di Dio rettore e governatore di tutto l'universo, l'anno del 1541 e me ne andai per terra a Medina del Campo, 1 dove il popolo usa gran traffico per rispetto delle fiere e gran mercatantie di tutta la Spagna, e poi a Seviglia mi ridussi, e in una barca per lo fiume Guadalchivil fui a San Luca di Barameda condotto, il quale è porto generalmente di tutte le navi che vanno e vengano dall'lndia;2 e trovato una nave che partir voleva, carica di mercantia, per l'isola di Grancanaria, m'imbarcai, per non aver trovato più corto passaggio per Io mio camino, volendo adempire tosto il mio desiderio, e per avere inteso che in quelle isole vi si trovano del continuo navi che vanno cariche all'India di vini, farine, mele, 3 cascio e altre cose necessarie per quei paesi. Cosi feci di là passaggio; e arrivato in termine di due mesi, io ebbi notizia come una caravella nell'isola della Palma4 si caricava di vino, per passar all'Indie; onde subito in un bergantino5 mi parti' e in due giorni arrivai, dove in breve tempo la nave fu spedita; e ci partimmo. E avendo navigato con prospero vento quattordici giorni, noi vedemmo una gran quantità d'uccelli marittimi, dove con molta allegrezza nostra facemmo giudicio che eravamo alla terra vicini; e spesse volte la notte volavano certi pesci6 den1. J\1edina del Campo: nel secolo XVI era famosn per le sue tessiture e per le fiere, a cui affluivano mercanti da tutte le parti della Spagna, nonché dalla Francia e dalle Fiandre. 2. San Luca ..• India: dopo l'istituzione della Casa de la Contrataci6n (1503), Siviglia era divenuta il centro direttivo delle spedizioni spagnole d'oltremare. Ma poiché la navigazione sul Guadalquivir era possibile solo a natanti di piccola stazza, i grandi bastimenti diretti alle Indie partivano dal porto di Sanhlcar de Barrameda, alla foce del fiume. 3. mele: miele. 4. isola della Palma: La Palma, nella parte nord-occidentale dell'arcipelago delle Canarie. Nel Breve discorso di alc,,me cose notabile delle Isole di Ca11aria, aggiunto in appendice alla seconda edizione dell'Istoria (pp. 176r.-179v.), il Benzoni descrive l'isola come ricchissima di vigneti, e narra il suo incontro con uno degli ultimi Guanci, gli indigeni canariani. 5. bergantino: brigantino (cfr. la nota 8 a p. 338). 6. certi pesci: i pesci volanti, già notati e descritti da molti

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tro alla-nave, di longhezza d'un palmo, i quali a modo degli altri uccelli quasi avevano le aie. Già il nocchiero accorto aveva cominciato a pigliare l'altezza del Sole, la quale altezza si piglia all'aria del mezogiomo, e alla notte la Tramontana, 1 la quale già la tenevamo molto bassa; e navigando in si fatta maniera, fra due giorni, una domenica mattina, essendo nel levar del sole noi vedemmo terra. Il capitano della nave mi disse qualmente che quella era la prima isola che lo invitto Cristofano Colombo vedesse il secondo viaggio 2 che di Spagna ei si parti per andare all'isola Spagnuola; e per aver navigato con le sue caravelle da ventiquattro o venticinque giorni, 3 dapoi la partita sua dall'isole di Canaria, senza veder mai terra, desideroso grandemente di vederla, subito che la scopri con l'occhio la nominò La Desi.derata. Vi sono molte isole, ma la maggiore dagli Spagnuoli è detta Guadalupe ;4 queste sono la maggior parte abitate e ripiene d'lndiani Caribbi, 5 i quali si mangiano l'un l'altro, cioè gl'inimici. Noi vedemmo una barca d'lndiani pescatori, i quali vedendoci si messero in fuga; noi seguimmo il viaggio nostro, torcendo a man sinistra verso la linea equinozziale, 6 dove vedemmo alcune altre isole in termine d'otto giorni. Così giungemmo a Cubagua,7 e trovato in questa isola il Governatore Girolamo d'Ortal, 8 il

viaggiatori, come Pigafetta (cfr. qui, p. 531); il più comune è la rondine di mare (Dactylopterus volitans). 1. la Tramontana: la stella Polare. 2. la prima isola ... viaggio: la Deseada, piccola isola a est della Guadalupa; fu scoperta da Colombo nel secondo viaggio, dopo la Dominica, ma non ne fanno cenno né le ]storie attribuite a F. Colombo, né 1'1-listoria de las b,dias del Las Casas. La ricorda invece Ovmoo (n, 8): « onde la prima terra che ritrovò e riconobbe fu una isola che egli, tosto che )a vidde, 1:i chiamò Desiata, per lo desio che esso e tutti gli altri della sua armata avevano di veder terra». (Le citazioni della Histo,ia generai y natural de las Indias di Oviedo sono tratte dalla versione italiana dei primi 20 libri, pubblicata nel 111 vol., pp. 74v.-2z4v., del RAMus10, che è quella utilizzata dal Benzoni; questa citazione a p. 85r.). 3. da ventiquattro . .. giorni: in realtà, ventidue (dal 12 ottobre 1493 al 3 novembre successivo). 4. Guadalupe: cfr. la nota 2, a p. 123. 5. Caribbi: cfr. la nota 2 a p. 58. 6. linea equinozziale: l'equatore. 7. Cubagua: piccola isola presso la costa del Venezuela, poche miglia a sud dell'Isola di 1\1:argarita; era chiamata anche « Isola delle perle» {cfr. ia nota 4 a p. 161). Ma già al tempo del Benzoni In pesca delle perle, che aveva detem1inato la nascita di un importante insediamento spagnolo sulrisola, Nueva Cadiz, era in decadenza per l'esaurimento dei banchi circostanti, e Cubagua era divenuta un centro di raccolta e di smistamento nel traffico degli schiavi catturati sulla terraferma. Dell'isola parla diffusamente Ovnmo nel libro XIX della Historia generai y natural de /as lndias (cfr. RAMUSIO, 111, pp. 197r.-205r.). 8. Jer6nimo de Orta/, figura

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quale tanto mi stimulb che mi fece restar con lui, facendomi molte e gran proferte, come sogliono fare tali governatori del paese, dicendomi come in breve si voleva mettere in ordine con una buona quantità di Spagnuoli, per andare al suo governo, detto dai paesani Nautal, oggi chiamato dagli Spagnuoli Il Dorato, 1 che vuol significare paese di gran ricchezza, e che in breve tutti saremmo arricchiti. E cosi con queste parole di promesse vane e molte altre maggiori, che mi disse, mi restai, come quello eh' era desideroso cosl di vedere nuovi paesi come di farmi ricco. [...] Riposatici adunque alquanti giorni in questa isola,2· partimmo e all'isola Spagnuola in breve arrivammo e entrassimo nella città di San Domenico ;3 questa fu la prima terra4 che gli Spagnuoli edificarono in questi paesi. Ora circa al ritrovamento e discoprimento di queste Indie, fra gli scrittori ci sono de' pareri varii e diversi qual fosse il primo a scoprire e trovar gli incogniti luoghi. Primamente

di primo piano nella storia dell'esplorazione e della conquista del Venezuela. Nominato nel 1534 governatore della Provincia di Paria, ottenne in seguito che i confini della sua giurisdizione fossero estesi fino a Capo Codera, e con l'aiuto dei suoi luogotenenti esplorò la valle dell'Orinoco, dalla foce fino alla confluenza con il Rio Meta (cfr. OVIEDO, XXIV, 7-16). Il Benzoni, che era giunto a Cubagua probabilmente alla fine del 1541, rimase al suo servizio almeno fino al principio del 1543, quando, accusato dai parenti di un soldato che aveva fatto giustiziare per sedizione e saccheggio, il dc Ortal fu richiamato a Santo Domingo, dove, prima di essere riconosciuto innocente, trascorse sedici mesi in carcere. 1. Nauta[: probabilmente, In provincia di Anoantal, a nord dell'Orinoco, menzionata anche da Ovmoo (xxiv, 12); Il Dorato: l'Eldorado, uno dei miti più famosi nella storia dell'esplorazione del Nuovo Mondo, legato all'esistenza di una tribù in Colombia - presso la laguna di Guatavita, poco a nord di Bogota - il cui cacicco, nel corso di una cerimonia religiosa, si cospargeva di polvere d'oro, che aderiva al corpo con una sostanza resinosa (cfr. Ovmoo, XLIX, 2). Alla ricerca di questo « hombre dorado n mossero molte spedizioni - a cominciare da quella di Sebastian de Benalcazar nel 1536 - con esiti a volte tragici. In seguito il nome Eldorado passò a indicare un paese di ricchezze favolose, variamente localizzato; alla persistenza del mito contribuirono le ricchezze già trovate in Messico e nel Perù, e la convinzione di trovarne altre in luoghi ancora sconosciuti. 2. itt qr,esta isola: Portorico. Il Benzoni vi era giunto dall'Isola di Margarita, dove era rimasto sei mesi in casa di un certo cr: Antonio de' Castigliani, nobil prete francesen, per curare una malattia che lo aveva colpito. 3. città di San Domenico: Santo Domingo (cfr. la nota 3 a p. 175). 4. la prima terra: dopo La Navidad e La lsabela, entrambe abbandonate poco dopo la fondazione.

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Francesco Lopez di Gomera 1 spagnuolo, nella seconda parte2 delle I storie ge11erale dell' l11die, dice in questo modo. Andando un peota3 nel mar nostro e soffiando il vento da levante, gli successe una grandissima fortuna, 4 laonde fu forzato a scorrere dove il vento lo spingeva, e fu condotto in paesi non conosciuti, i quali non si truovano su la carta da navicare. Ritornato in Ispagna dopo solo con tre o quattro marinari, in porto ammalato si mori, atteso a' disagi, la fame e la sete patita in sl strano viaggio; e non lasciò nome né memoria alcuna di sé o della patria sua; chi ne fusse cagione non si può dar colpa a lui, ma all'invidia (si crede) o alla fortuna. Alcuni altri han detto poi come costui era naturale di Landaluzia5 e che trafficava nell'isole di Canaria e della Madera, quando gli successe quella lunga e mortai navigazione. Altri lo fanno biscaglino e che praticava e contrattava in Francia e in Inghilterra. Certi lo tengano portogalese, e che egli andava e veniva dell'India della Mirta ;6 e questo si conferma molto con il nome che presero e tengono quelle terre nuove. Son di parere altri dicendo che la caravella andò a Portogallo e alla Madera o ad altre isole degli Azori, 7 ma niuno conferma cosa certa; solamente si conformano che morì in casa di Cristofano Colombo, e là 1. Francisco L6pez de G6mara (1511~1566), sacerdote, autore dell'Historia generai de las lndias ( I s52-53); la prima parte è dedicata alla storia del Nuovo Mondo, sin dalla scoperta colombiana, mentre la seconda, che tratta della conquista del Messico, è un'esaltazione della figura di Cortés. L'opera fu proibita nel 1553 da Filippo Il. Il Benzoni lo cita esplicitamente solo due volte, ed entrambe in questo brano. 2. nella seconda parte: in realtà, nella prima. Ma il Benzoni ebbe probabilmente presente e si servi di una deJle numerose traduzioni veneziane - a partire dal 1557 - in cui l' Historia del G6mara è considerata aseconda parte» di un'opera intitolata /storie dell'India, mentre la prima parte è la traduzione italiana della Ch,onica del Peru di Pedro Cieza de Le6n. Le citazioni del G6mara sono tratte qui da La seconda parte delle /storie dell'India, Venezia, Ziletti, 1565. 3. 11n peota: la leggenda del «pilota sconosciuto11 (cfr. qui, p. 4), riferita per primo dall'Ov1EDO, peraltro con scarsa convinzione (cfr. u, 2; RAMUSIO, 111, p. 78v.: a io per me lo tengo falso»), fu raccolta con versioni e opinioni diverse dagli storici del XVI secolo, e in seguito respinta dalla maggioranza degli storici moderni. Il G6MARA tende a darvi credito (cfr. trad. cit., cap. XIII, pp. 19v.-2or.); il Benzoni ne riporta la versione per confutarla e riaffermare la priorità di Colombo nella scoperta del Nuovo Mondo. La leggenda è stata ripresa in epoca recente da vari autori e in diverse forme; cfr. I. LUZZANA CARACI, Colombo vero e falso, Genova, SAGEP, 1989, pp. 179-88. 4. fortrma: fortunale. 5. Landaluzia: Andalusia. 6. del1'lndia della Mirta: cfr. G6MARA, trad. cit., p. 2or.: «dalla Mirta, o dall'India»; cioè, la fortezza di Elmina, in Guinea, costruita dai Portoghesi nel 1482. 7. isole degli Azori: le Azzorre (cfr. la nota s a p. 751).

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rimasero le sue scritture, con il segno e l'altezza1 delle terre nuovamente ritrovate. Vogliono molti che il Colombo fosse già marinaio e che molti anni egli andasse in Soria2 e in altre parte di levante; e poi divenne maestro di far carte da navigare, e cosi pervenne in Portogallo a pigliare informazione della parte meridionale dell'Africa e delle altre navigazioni de' Portogallesi, per aggiunger vendita alle sue carte, e che in quel Regno finalmente si maritò. Sono stati di parere certi che egli stesse nell'isola di Madera, quando la detta caravella arrivò, e che il patrone alloggiasse in casa sua, dove gli raccontò il viaggio fatto e le nuove terre che vedute aveva, accioché le mettesse col nome del peota nelle carte, delle quali ne comprava e portava fuori molte; e in tal caso egli si morisse, lasciandogli la traccia e quanta relazione egli sapeva delle nuove terre. Cosi si af.. ferma adunque che Colombo avesse dell'Indie notizia. Sopragiunge l'autore dicendo che Colombo aveva la lingua latina buona e era cosmografo e che egli si movesse a cercare gli antipodi3 e la ricca Cipango4 di Marco Polo, perché aveva letto in Platone nel Timeo, dove ragiona della grand'isola d'Atlante e d'una terra nascosta, maggiore dell'Asia e dell'Africa. 5 E Aristotile nel Libro delle maraviglie del mondo, scrivendo a Teofrasto, dice come molti mercatanti cartaginesi, navigando fuori del distretto6 di Gibilterra verso ponente e mezogiorno, trovarono alla fine di molti giorni una grande isola abitata e ben proveduta, con fiumi navigabili ;7 e l'autore afferma poi che, se Colombo avesse saputo dove fossero state l' Indie, poteva molto tempo innanzi che egli andasse in lspagna a unirsi coi Genovesi, i quali tutto il mondo hanno trascorso, a dimandar loro aiuto e favore, per mandar sì grande impresa ad effetto; ma che esso non pensò mai a tal cosa, insino a tanto che 'l peota detto non lo informò. A queste cose è stato contradetto, quasi come parole favolose e non degne di fede; e Don Pietro Martire8 milanese in un l' alte::za: la latitudine. 2. Soria: Siria. 3. gli antipodi: termine usato da PLATONE (Tim., 640) per indicare gli abitanti di una terra a latitudine e longitudine opposte all,ecumene (cfr. la nota I a p. 275). 4. Cipat,go: cfr. la nota 3 a p. 62. 5. Platone .•. Africa: cfr. Tim., 24e. 6. distretto: stretto. 7. Aristotile ... navigabili: si riferisce all'apocrifo De mirab. auscrllt., 84. La fonte del Benzoni è sempre il G6mara, anche se il riferimento ad Aristotele è comune ad altri autori, come Oviedo e le ]storie attribuite a F. Colombo. 8. Pietro Martire d' Anghiera (14591526), storico e geografo, fece parte dal 1518 del Consiglio delle Indie; le sue De orbe 11ovo decades (cfr. qui, p. 16) riflettono la competenza e le conoscenze che gli derivarono dal contatto con i navigatori contempora1.

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suo trattato dice che fu alla Signoria di Genova, narrando la cagione che lo moveva a cercare questi paesi, dicendo che, navigando molte volte Cristofano Colombo fuori dello Stretto di Gibilterra verso Portogallo, aveva osservato con molta diligenza che in certi tempi dell'anno soffiavano da ponente alcuni venti, i quali duravano egualmente molti giorni, e conoscendo che non potevano venire da altro luogo che dalla terra, la quale gli generava altra il mare, che fermò qui tanto il pensiero sopra di questo che deliberò volerne tentare il viaggio. E essendo d'età d'anni quaranta propose alla Signoria di Genova che, volendogli armare alcune navi, si obligava di andare fuori dello Stretto di Gibilterra e navigar tanto per ponente che egli circonderebbe la terra del mondo, arrivando dove le speziarie nascono. Questo viaggio parve a ciascuno strana cosa, come quegli che non ci pensaron mai, e si reputavano sapere tutta l'arte del navigare. Onde ciascuno lo reputava un sogno e cosa favolosa se bene alcuni auttori hanno scritto anticamente d'una grand'isola lontana molte miglia dallo Stretto di Gibilterra. Questa si crede che fosse la cagione che movesse Colombo ad andare a cercare l'lndie; però noi possiamo credere che Gomera si mettesse a confonder con molte invenzioni la verità, e che avesse animo di diminuire la immortal fama di Cristofano Colombo, non potendo sopportar molti che un forestiero, e della nostra Italia, abbia conquistato tanto onore e tanta gloria, non solamente fra la nazione spagnuola, ma ancora fra tutte !'altre del mondo. Non sarà fuori di proposito raccontare quello che io ho inteso che successe in Ispagna al Colombo dapoi che egli ebbe ritrovate le Indie, ancora che sia stato fatto anticamente in altra maniera, ma nuovo allora. Trovandosi adunque Colombo in un convito con molti nobili spagnuoli, dove si ragionava (come si costuma) dell'lndie, uno di loro ebbe a dire: Inglesi risibile, dai Portughesi venne beffato per sognatore, conciosia che v'erano in Portogallo uomini che facevano professione di sapere il tutto dell'arte della cosmografia/ onde con alterezza e superbo favellare mostravano al Re come costui era fuor di strada e che non volesse in conto alcuno dar credenza alle parole del Colombo, affermando come in alcun modo non poteva esser in occidente cosa che dicesse, né oro né richezze, e che quel paese per lo grandissimo caldo era inabitabile e che ciascuno che passasse sotto la linea equinozziale sarebbe arso dal sole, per avere in quel luogo più dominio che in qualunque altra parte della sfera, per istare continuamente fra gli due tropici, Cancro e Capricorno. E cosi vedendo Colombo che in Portogallo ciascuno si rideva e si faceva beffe delle sue parole, reputandolo vano, se ne andò in Castiglia alla corte del Re Don Ferrando e della Reina Donna Isabella, e la medesima cosa propose che a tutti gli altri proposta aveva, con quel modo meglio e più efficace di ragione che possette, dando le migliori autorità che potesse, esempi e intelligenze. Pareva che fosse ancora su quei principii arriso, quasi che cose impossibili e' si promettesse. Pure consumati alcuni anni in corte, e sempre restando costante nel suo dire e perseverando le sue ragioni, fortificando le speranze con essempi ragionevoli molto, al fine venne, per intercessione d'alcuni grandi d'Ispagna, ch'egli ebbe modo e tempo di familiarmente favellare con la Reina Donna Isabella,2 e tanto le persuase con le sue buone e fortissime ragioni che la costrinse a dare totalmente credito 1. v'erano ... cosmografia: i nomi di questi cosmografi sono riportati dal G6mara, che a sua volta li ricava dal BARROS (I, iii, 11, vol. I, p. 250): Diogo Ortiz de Vilhegas, detto Calçadilha, teologo, matematico e cosmografo, consigliere del re (di lui parlano anche le ]storie attribuite a F. Colombo, I, pp. 93-4); Mestre Rodrigo, medico di corte, egli pure esperto di cosmografia, e José Vizinho, detto Mestre Josepho (cfr. la nota 3 a p. 152). Anche il citato Sommario di PIETRO MARTIRE sottolinea l'altezzoso atteggiamento dei Portoghesi (cfr. RAMUSIO, III, p. 1r.). 2.favel/are ... Donna Isabella: il Benzoni raccoglie probabilmente una voce popolare (di cui è traccia anche nel Sommario di PIETRO MARTIRE, in RAM USI O, III, loc. cit.), accolta anche da alcuni storici moderni, secondo la quale la regina Isabella sarebbe stata l'unica convinta sostenitrice di Colombo. È vero peraltro che erano tutti legati alla regina, più che al re, gli alti personaggi che gli fornirono aiuto in Spagna.

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alle sue parole, in tal modo che gli promise di favellare al Re e fare ogni opera ch'egli avesse recapito per andare a tale impresa. Onde in breve, primieramente per la divina grazia, e poi per l'intercessione della magnanima Reina, il Re Don Ferrando armò una nave e due caravelle 1 a Cristofano Colombo; e cosi in compagnia di Bartolomeo suo fratello, nel principio d'agosto nel 1492, si parti di Calice2 e toccò nella Gomera, la quale è una delle sette isole di Canaria, e quivi dimorò alcuni giorni, pigliando acqua e altre cose necessarie; poi si partì seguitando il suo viaggio verso ponente. 3 E avendo navigato alcuni giorni, e non vedendo terra, i soldati cominciarono a mormorare di Colombo; ma, acquietandogli e navigando ancora trentacinque giorni4 e non vedendo segnale alcuno di terra, cominciarono a usar minacci e trattarlo con parole infami, dandogli del genovese truffatore e beffatore, e che non sapeva dov' egli volesse arrivare o andare, e che gli aveva condotti a morire. Qui Colombo quanto fu possibile fermò le sue ragioni, e gli pregava e supplicava alla pazienza, e che in breve, con l'aiuto di Dio, sperava di veder nuova terra. Così quietati, e per alquanti giorni navicato, non vedendo terra, si diedero a far nuovi romori, dicendogli che dovesse tornare a dietro, se non, che lo getterebbono in mare, affermando che navigando più avanti mancherebbe loro la vettovaglia, specialmente l'acqua, bisognando poi di ritornare in lspagna. Alla fine si ridusse la cosa a termine che, se fra tre giorni non scopriano terra, egli se ne ritornarebbe a dietro, 5 facendo lor vedere che, volendosi 1. una nave e due caravelle: tutti i cronisti parlano di tre caravelle, ad eccezione di PIETRO MARTIRE (I, 1, p. 206) il quale specifica che i tre navigli di Colombo erano «unum onerarium, caveatum, alia duo mercatoria, levia, sine caveis, quae ab Hispanis caravelae vocantur •; da cui nel suo citato Sommario: «gli armorono una nave e due caravelle» (RA.Mus10, III, loc. cit., e cfr. la nota 2 a p. 51). 2. di Calice: nel Sommario di PIETRO MARTIRE, in R.AMUSIO, III, p. n,.: « Gades ». In realtà, partl do Palos (cfr. la nota I a p. 51). 3. si parti . •. ponente: nella descrizione della traversata e del primo sbarco il Benzoni attinge prevalentemente all'Ov1soo (Il, s; cfr. RAMUSIO, 111, pp. 8ov.-82r.); rimandiamo anche alle pagine del Giornale di bordo qui pubblicate e alle note relative. 4. i soldati ••• trentacinqr,e giorni: in realtà, i primi malumori risalivano al 9 settembre; cfr. I. LUZZANA CARACI, Colombo vero e falso, cit., pp. 240-3. 5. fra tre giorni ..• dietro: secondo il Giornale di bordo, Colombo, dietro le insistenze di Martin Alonso Pinz6n che premeva perché la rotta fosse mutata da W in W-SW, il 7 ottobre «acord6 dexor el camino del Giieste, y poner la proa hazia Gilesucste, con detenninaçi6n de andar dos diés por aquella via» (in N11ova Raccolta, 1, 1, p. 36). Ma qui la fonte è sempre Ov1noo (cfr. loc. cit.).

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moderare, non solamente vi sarebbe provisione per ritornare in Ispagna, ma ancora per passare più avanti; e cosi seguitando felicemente il suo viaggio, il giorno seguente fece calare le vele; 1 e si crede che, quando Colombo queste parole disse, eh' egli si ritrovasse alla terra vicino e che la conobbe alle nuvole e all'aria, che nel porsi del sole nell'orizonte si veggono, overamente per qualche inspirazione del suo grande e invitto animo. E cosi la seguente notte un marinaro da Leppe, z salito ad alto, cominciò a gridare con alta voce: «Io veggo fuoco», e subito soggiunse un giovanetto e disse: «Non è molto che 'l mio signore Colombo lo disse a me». Il marinaro, molto allegro e contento alla ritornata in Ispagna, credendo senz'alcun dubbio d'avere qualche rimunerazione dalla Maestà del Re, per aver egli prima detto che aveva visto il foco, e non avendo avuto grazia né mercede alcuna, malamente se ne passò in Barbaria e rinegò la fede. Ora quanto fosse il piacer di ciascuno nell'avere scoperto il novo paese, non è possibile a narrarlo con parole: chi con festa non si saziava di guardare la nova terra; alcuni con lagrime abbracciava Colombo; altri riverentemente gli bacciavano le mani, e chi l'avea offeso gli dimandava perdono della sua ignoranza; e tutti s' offerivano servi e umili schiavi del suo gran valore. Colombo fece gettar in mare la barca e saltò in terra e tagliò un albore e ne fece una Croce, e in tal sito la piantò nel nome di Gesù Cristo crocifisso; e pigliò il possesso delle Indie e nuovo mondo per i Sacri Re Cattolici. E di questa maniera fu il ritrovamento che fece Colombo dell'Indie col suo proprio valore e glorioso ingegno. Non mancò per questo che non avesse di questa sua mirabil opra mille calunnie, come udirete. Prima il Fiscale, 3 come fu ritornato in Ispagna, litigò con lui per causa che Martino Pizzone e Francesco I . /ece calare le vele: in realtà, nella notte tra giovedl I I e venerdl I 2 ottobre Colombo ebbe mare grosso e navigò speditamente; solo due ore dopo la mezzanotte, avendo avvistato terra, fece ammainare le vele (cfr. qui, p. 54). 2. un marinaro da Leppe: cfr. la nota 2 a p. 53. 3. Il Benzoni integra a suo modo un passo di OVIEDO, il quale accennando al fatto che alcuni avevano messo in dubbio i meriti di Colombo, attribuendo a Martin Alonso Pinz6n (Martino Pizzone) le decisioni che avevano portato alla scoperta, aggiunge: «sarà meglio a rimettere questo a un lungo processo, che s'è fatto fra l'Almirante e il fiscal regio, dove s'allegano molte cose pro e contra. Sì che io in ciò non m'intrometto » (loc. cit.). Si tratta dei Pleitos Colombinos tra la Corona e gli eredi di Colombo. Su Mnrtln Alonso e Vicente Yiiiez Pinz6n cfr. la nota 4 a p. 55; Francisco invece non aveva funzioni direttive, ed erroneamente Oviedo gli attribuisce il comando della Ni,ia.

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suo fratello, capitani delle due caravelle, lo accusarono al Re che, se non fosse stato per loro, che sarebbe tornato in Ispagna senza veder terra dell'India. Avendo poi pigliato il possesso dell'lndie, non curandosi d'altro, per essere l'isola piccola, s'imbarcò e, passato avanti, scoperse molte altre isole, saltò in terra a Cuba e la nominò Fe1·dinanda 1 in memoria del Re Don Ferdinando, e fu visto mal volentieri dagl'isolani. In questo mezo cominciò a turbarsi il mare e, non essendo in porto sicuro, subito tornò a imbarcarsi e, temendo di dare in qualche scoglio, dette la volta2 e così navigando giunse all'isola Haiti,3 che da lui fu nominata La Spagnuola; e qui gettò le ancore in un porto che chiamò Reale. Qua il capitano toccò uno scoglio e si ruppe, però la gente si salvò nelle due caravelle con parte delle monizioni. Molti Indiani stavano sparsi per quella riviera, con grandissima ammirazione guardando la nave; veduto poi saltare in terra alcuni cristiani, di paura vinti, si missero a fuggire. Gli Spagnuoli pigliarono una donna loro e la menarono a Colombo, il quale gli fece dar da mangiare e da bere; poi gli vestì una bianca e bella camicia, e per segni gli diede ad intendere che andasse agli suoi, facendo lor sicurtà, e che lo venissero a trovare senza timore alcuno; lei andò e quando la videro con quella camicia, con grande stupore tutti la rimiravano, maravigliosi di tal cosa. L'indiana raccontò le carezze fattegli da Colombo; onde mossi da costei gl'lndiani vennero, desiderosi di vedere la nuova gente vestita e barbata. Così a gara l'un dell'altro con lor barchette se n'andavano attorno a quelle caravelle. Qui cominciarono a rallegrarsi molto gli Spagnuoli, perché non vedevano alcuno indiano che non avesse oro e argento alle braccia, al collo, all' orecchie; cosi ne dimandavano per segni e loro, come quegli che poco lo stimavano, con molta allegrezza ne davano a ciascuno. Colombo, vedendo tanti Indiani nelle caravelle 1. Ferdi11anda: in realtà, Colombo chiamò Cuba « Juana •, mentre • Fernandina>> è il nome che diede a Long Island (cfr. qui, p. 26); anche qui, la fonte è Ovumo (u, 12; cfr. RAMUSIO, III, p. 9or.). 2. dette la volta: invertì la rotta (tecnicismo marinaresco; cfr. FoRMISANO, p. 254). 3. La fonte del Benzoni per lo sbarco a Haiti sembra essere prevalentemente il G6MARA (cfr. trad. cit., cap. XVI, pp. 23r.-24v.), anche se egli ebbe certamente presente anche il Sommario di Pietro Martire. In realtà, gli avvenimenti qui sinteticamente narrati si svolsero a distanza di tempo e di luogo; secondo il Giornale di bordo, In cattura delta donna india avvenne molti giorni prima (il 12 dicembre) e in luogo diverso da quello in cui naufragò la Santa Maria. Cfr. le pagine del Gion,ale di bordo qui pubblicate (pp. 97-9) e le note relative.

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che appena vi capivano, venne in terra accompagnato da molti Spagnuoli e benignamente fu ricevuto dal Signore di quel luogo, che in lingua loro vuol dire Cacique, e il nome suo era Guacanarillo, 1 e in legamento d'amicizia si presentarono l'un l'altro. Colombo gli diede camicie, barette, coltelli, specchi, sonagli e campanelli; e il Cacique li presentò una buona quantità d'oro; poi mandò de' suoi con barche, da lor dette canoè, 2 ad aiutar portare in terra le cose della nave rotta, i quali Io fecero volentieri e con tanto amore quanto fosse stata cosa loro. Avevano questi isolani indi una mirabil memoria da' loro antichi lasciata, la quale venne vero pronostico: che non passerebbono molti anni che verrebbe gente strana nel lor paese tutta barbata e getterebbono per terra gli loro dei e il sangue de' figliuoli spargerebbono. 3 Se questo fosse stato loro nella mente non arebbono raccolti gli Spagnuoli con tanto trionfo e festa. Colombo gli dimandò in qual parte e' pigliavano quel metallo giallo; al quale fu risposto con cenni e mostro in certi fiumi fra terra, i quali da altissimi monti discendevano. Concorreva ogni di gente nuova e molta di quelli Indi a rimirare la presenza di noi altri con le barbe, e portavano frutti, pesce, oro e pane, con altre cose da cibare, e a guisa delle scimie andavano imitando i vestigi cristiani, cosl se quelli s'inginocchiavano, e questi ancora loro; se alzavano i cristani gli occhi al cielo con riverenza, il simile facevano gl'lndiani. E tanto quanto all'Ave Maria s'usa di fare sera e mattina da noi, tanto da loro era fatto. Colombo era molto allegro di aver trovato il nuovo paese cosl abondante d'oro e d'argento; e desideroso di ritornare in Ispagna a dar notizia al Re delle nuove terre ch'egli aveva trovato, con buona grazia del Cacique fece fare una casa di mattoni,4 e vi lasciò trentaotto Spagnuoli, accioché accortamente egli investigassero le cose della isola infino alla tornata sua, avisandogli che facessero tutto con discrezione e modestia. 1. Guacanarillo: cfr. la nota 1 a p. 103. 2. canoè: cfr. la nota 3 n p. 32. 3. Aveva,zo •.• sparge,·ebbono: il Benzoni riassume qui il cap. XXXIII del G6MARA {cfr. trad. cit., pp. 43v.-44r.), in cui si parla ampiamente di queste leggende, peraltro molto diffuse tra gli indios. Una profezia azteca annunciava il ritorno del dio Quetzacoatl, che avrebbe rovesciato Montezuma e ripreso possesso del proprio regno (cfr. LAS CASAS, 11, p. 467); nnalogl,1e predizioni erano presenti anche nella tradizione incaica, tanto che nell'arrivo degli Spagnoli gli indigeni videro il ritorno del mitico Viracocha (cfr. INCA GARCILASO DE LA VEGA, Comentarios rea/es de los lncas, in Obras completas, n, Madrid, Atlas, 1963, pp. 177-8 e 354-5). 4. di 111atto11i: in realtà, di legno.

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Questa fu la prima casa che gli Spagnuoli edificarono nell'India; e così Colombo con tutta l'altra gente si partl. Menb con seco Colombo sei Indiani, portò tutto l'oro che'l Cacique gli aveva donato e alcuni papagalli e maiz, il quale è il lor grano, e altre cose nuove dell'India. Giunse in Ispagna a salvamento, salvo che due Indiani per lo viaggio morirono. Fu ricevuto Colombo dal Re e dalla Reina con grandissimi onori, facendolo sedere inanzi a loro, e qui ciascuno della nuova gente si maravigliava vedendola ignuda, e loro Indiani maggiormente stupivano della vestura della corte e del Re, il quale adornb di titolo d'onore Colombo, cosi lo fece Ammirante del Mare Oceano e gli assegnò la decima parte di tutte le rendite1 reali, e a Bartolomeo suo fratello diede il governo dell'isola Spagnuola.2 [... ] E perché io ho promesso di ridur questa mia breve istoria più accommodatamente che sia possibile, però mi par di ritornare e dar fine alle cose dell'isola Spagnuola e dell'altre circonvicine. 3 Morto che fu l'Ammirante Colombo, il Re Don Fernando mandò Diego suo figliuolo 4 per Viceré della Spagnuola con la medesima autorità eh' egli aveva dato al padre, ma vi durò poco; percioché gli Spagnuoli non potevano in alcuna maniera sopportare d'esser comandati da un forestieri, scrissero al Re molti mali di lui; onde il Re lo privò del governo e chiamatolo in lspagna litigò molti anni con il Re sopra gli suoi privilegi, e cosi si morì senza conclusione alcuna. Poi furono mandati alla Spagnuola altri Governatori, così religiosi come secolari, e vedendo gl'isolani che da ogni lato erano oppressi da intolerabile e incomportabile fatiche e travagli, e che non v'era ordine di ricuperare la libertà loro, piangendo e sospirando, ogn'uno desiderava di morire. Però molti come disperati se ne andavano ai boschi e là s'impiccavano, avendo però prima i figliuoli uccisi, dicendo che assai meglio era loro il morire che vivere cosi miseramente, servendo a tali e tanti pessimi ladroni e tiranni ferocisI. rendite: nella stampa, «vendite», ma è chiaramente un errore. 2. il governo ••. Spagnuola: l'inesattezza risale ad OVIEDO (n, 7; cfr. RAMus10. 111. p. 84v.); in realtà. Bartolomeo venne nominato adelantado dcll'Hispaniola da Colombo nel 1496. e il titolo gli venne confermato dai re Cattolici l'anno successivo. 3. E perché • .. circo11vici11e: nelle pagine precedenti il Benzoni narra le imprese di Nicuesa, Balboa e di altri co11quistadores in America Centrale e in Venezuela. 4. Diego n,o figliuolo: cfr. la nota 1 a p. I 13.

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simi. Le femine con un certo sugo d'erbe disperdevano le lor gravidanze per non partorire le creature, e poi seguitavano i vestigi de' mariti loro impiccandosi. Chi si gettava giù da uno alto monte in un precipizio; chi si lanciava in mare; tal ne' fiumi scagliandosi, e tale si lasciava perire di fame; ora s'ammazzavano con i coltelli di pietra focaia; chi si passava il petto con legni apuntati e i fianchi; e finalmente di due milioni d'Indiani che vi erano a questa isola, tra ammazzati da sé stessi e dalle fatiche oppressi e con le crudeltà degli Spagnuoli finiti, al presente non se ne ritruovano cento cinquanta. E questo è stato il modo di fargli cristiani. Cosi come è avvenuto a questi isolani, a tutti gli altri il simile è accaduto: in Cuba, in Iamaica, Porto Ricco e altri luoghi; e ancora che gli schiavi condotti di terra ferma a queste isole, che sono un numero infinito stati, quasi tutti al fine si truovano morti, in somma io dico che dove gli Spagnuoli hanno spiegate le sue bandiere, vi hanno lasciato di grandissima crudeltà, segno di odio perpetuo ai paesani. 1 In quanto tocca alla religione;~ non solamente di quest'isola ma ancor di tutte l'altre nazioni di questo nuovo mondo, adoravano e adorano molti e diversi dei, 3 tenendoli depinti, chi in statue, certi di terra crea, altri di legname, certi d'oro e d'argento; e io n'ho veduti in alcuni luoghi, e specialmente nel Regno del Perù, 4 in forma d'uccelli, tigri, cervi e altre sorti d'animali, e più n'ho visto di fatti con la coda a' piedi, a guisa de' nostri satanassi. E ancor che i nostri preti e frati, quanto sia possibile, abbino procurato, e ogni giorno procurano, di distruggerli, tuttavia i sacerdoti della lor legge ne tengono molti in certe grotte sotto terra, sacrificandogli occultamente Però molti ... paesani: se, nel descrivere la disperazione degli indios, il Benzoni ha certamente tenuto presente il G6MARA (cfr. trad. cit., cap. XXXIII, p. 44r.), diverso e ben più violento è il tono di accusa che egli assume nei confronti della crudeltà degli Spagnoli, in una unitaria visione polemica di tutta la politica dei co,iqui.stadores. Infatti il G6mara, pur deprecando le loro gravissime colpe, ne attenua la responsabilità aggiungendo, a proposito degli indios: cc Questo doveva essere un flagello che Dio gli diede per i suoi peccati». Anche le cifre riportate dal G6mara sono inferiori: rispettivamente un milione e mezzo e cinquecento. 2. q"anto tocca alla religione: la parte che segue è una libera trascrizione del cap. XXVII del G6MARA (cfr. trad. cit., pp. 36v.-38r.), a cui però il Benzoni aggiunge olcune osservazioni personali. 3. adoravano .•. dei: connessi con le forze della natura o con gli oggetti celesti (e cfr. la nota a p. 78). 4. specialmente nel Regno del Perù: l'opinione che gli Incas adorassero molti dei, condivisa generalmente dai cronisti spagnoli, è contestata, con taccia di «ignoranza11, da GARCILASO DE LA VEGA (op. cit., 11, pp. 46-7). 1.

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e continuamente dimandandoli che modo e via potrebbono tenere a scacciar per sempre i Cristiani de' paesi loro; nominando ciascun per lo suo nome, facendo l'uno avocato sopra una cosa e l'altro ad un'altra, come i gentili far solevano al tempo antico, dove avevano per lo dio delle vittorie Marte in terra e nel mare Nettuno, Esculapio alla medicina e Ercole sopra i beni temporali; promettendogli la decima parte delle facultà loro, accioché avessero ad aumentarle e tenerne cura. Però queste genti non dimandano altro a' lor dei, salvo ch'abondanza delle cose mangiative e da bere e sanità e vittoria contro a' lor nemici, e molte volte il diavolo 1 appar loro in forme varie e diverse, promettendo a' sacerdoti alcune cose da lor dimandate; e non succedendogli poi com' avea promesso, e lamentandosi di lui, risponde c'ha mutato parere per qualche gravissimo peccato ch'abbino commesso, e con questo il padre delle menzogne fa la sua scusa. Quando un Cacique dell'isola Spagnuola voleva celebrare la festa del suo principale e falso dio, faceva comandamento a tutti i suoi vassalli, così uomini come donne, che in tal giorno venissero; e cosi giunti al luogo solito, ciascuno si metteva in ordine. Il Cacique andava inanzi e nel tempio entrava dove i sacerdoti stavano ordinando l'idolo; là si posava a sedere sanando un tamburo; poi seguivano tutte l'altre genti, gli uomini inanzi, dipinti di nero colore, rosso e giallo, con pennacchi di penne di papagalli e altri uccelli salvatichi, con gussi di cappe marine al collo, alle gambe e alle braccia; le femine andavano senza alcuna pittura, e le fanciulle tutte ignude, e le maritate coperte le parti vergognose, a modo come si costuma nel Golfo di Paria e altri luoghi di terra ferma. Così entravano nel tempio balando e cantando certe lor canzone in laude di quell'idolo, e il signore li salutava con il tamburo; poi vomitavano mettendosi uno stecco nella gola, e questo affine che l'idolo vedesse che nello stomaco e nel petto non avevano cosa trista. 2 Fatte queste pazze cerimonie, tutti si mettevano a sedere coccoloni e con un romore 1.

il diavolo: era diffusa, tra gli Spagnoli e i missionari, la convinzione che

gli abitanti del Nuovo Mondo soggiacessero a potenze diaboliche (cfr. R. ROMEO, Le scoperte america11e nella coscienza italiana del Ci11quecento, Milano-Napoli, Riccinrdi, 1971 2, pp. 102-3). Probabilmente il Benzoni ebbe presente, per questo argomento, anche la Clironica del Peru di Pedro Cieza de Le6n (cfr. La prima parte dell'lstorie del Per,, [••.] composta da PIETRO CIEZA DI LEONE, Venezia, Ziletti, 1560, cap. XLVIII, pp. 97r.98 v.). 2. vomitavano . .• trista: era essenzialmente una cerimonia di purificazione.

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malinconico cantavano alcune altre canzoni; allora entravano nel tempio altre femine con cesti pieni di pane, ornati di rose e fiori, le quali andavano intorno a coloro che cantavano dicendo certe loro orazioni. Gli altri si levavano in piedi a rispondergli; e finito che avevano queste canzoni, mutando verso, ne dicevano in lode del lor signore un'altra, a gloria e onor suo, e poi presentavano il pane all'idolo. Li sacerdoti lo pigliavano e, datogli la benedizzione, lo scompartivano con tutta la gente, quasi che cosa santa o reliquia buona. Cosi ciascuno molto allegro e contento a casa se ne tornava. Credevano che 'l Sole e la Luna uscissero d'una caverna, e avevano una zucca per reliquia, dicendo ch'era uscita del mare con tutti i suoi pesci; tenevano due statue di legname, le quali adoravano per dei dell'abondanzia, e alcune volte dell'anno molti Indiani vi andavano in pellegrinaggio; tenevano ancora un altro idolo fatto con quattro piedi a modo d'un cane, e dicevano che, quando stava sdegnato, che se ne andava ai monti; e essendo da loro ritrovato, lo riportavano sulle spalle al tempio. In questa isola, come in alcune altre province di questi nuovi paesi, vi sono certi arboscelli non troppo grandi, a modo di canne, che producono una foglia di forma come quella della noce, però più tosto maggiore, della quale da' paesani (dove si costuma) è tenuta in grandissima stimaI e dagli schiavi pregiata assai i quali hanno condotti gli Spagnuoli d'Etiopia. 2 Essendo adunque queste foglie di stagione, le colgono e, legate in mazzi, dove fanno fuoco le sospendano, sin a tanto che siano ben secche; e quando le vogliano usacerti arboscelli .•• stima: le prime allusioni all'uso del tabacco si trovano nel Giornale di bordo di Colombo, in data 15 ottobre (cfr. qui, p. 69 e la nota 3) e 6 novembre. Il termine tabacco sembra essere taino (dagli Aztechi era chiamato yetl), e si riferiva non già alla pianta, bensl all'involucro: le rozze pipe di pietra, o le brattee delle pannocchie di mais in cui le foglie seccate venivano avvolte. Gli Spagnoli lo trovarono coltivato nello Yucatan e lo introdussero su larga scala a Haiti prima del 1535. Il Benzoni sembra essere il primo a menzionarne l'uso per bocca come un sigaro; le altre testimonianze, a cominciare da Oviedo e G6mara, ne descrivono l'aspirazione per il naso. Secondo HSAI, IV, p. 529, presso i Taino di Haiti l'uso del tabacco fumato per bocca era comune, mentre nelle cerimonie religiose e divinatorie i sacerdoti annusavano una polvere ottenuta frantumando i semi della Piptadenia peregrina (cojoba); ma le opinioni in proposito sono contrastanti. Le diverse varietà della pianta furono descritte nel 1586 da J. Delechamps nell'Historia plantanmi: cfr. O. CoMES, Del tabacco. Sua scoperta, dijjusio11e ed uso in America e sua introd1tzione in Europa, Napoli, Cooperativa Tipografica, 1897, pp. 5-30, e HSAI, V, pp. 525-38. 2. Etiopia: cfr. la nota I a p. 185. I.

LA ISTORIA DEL MONDO NUOVO

re pigliano una foglia di spiga del lor grano e, mettendovi dentro una di quelle altre, le avolgono come un cannone 1 insieme; poi da un lato v'appiccano fuoco e, tenendo l'altra parte in bocca, tirano il fiato a loro, onde quel fumo va in bocca, in gola e nella testa, e quanto posson tolerare, lo sopportano avendone piacere, e tanto s' empieno di questo fumo crudele che vanno fuori del sentimento; e vi sono di quegli che tanto forzatamente lo pigliano che cadono in terra, come se fossero morti, e quivi stanno la maggior parte del giorno storditi, o della notte. Se ne trovano di quegli che si contentano bere di questo fumo, tanto che la testa vadi attorno, e non più. Vedete che pestifero e malvagio veleno del diavolo è questo. A me è accaduto spesse volte, andando per la provincia di Guattimalla e Nicaraqua, entrare in casa di qualche indiano che presa aveva quest'erba, che in lingua mesicana è chiamata tabacco; e subito sentito il fetore acuto di questo veramente diabolico e puzzolente fumo, era forzato a partirmi con gran prestezza e andare in altro loco. Nell'isola Spagnuola, e in tutte l'altre, quando i lor medici volevano curare qualche infermo, andavano nel luogo dov' egli stava a darli il fumo e quando era bene imbriacato, era fatta la maggior cura; poi, ritornando in sé, diceva mille materie di essere stato al concilio degli dei, passando visioni alte; voltavano poi l'infermo tre o quattro volte e lo fregavano con le mani il corpo e le reni, facendogli molti atti con la faccia, tenendo un osso o una pietra in bocca; le quali cose conservano le donne per sante, tenendo che le siano buone per far partorire. Se lo infermo dimanda al medico ciò che fia di lui, rispondono che tosto sarà libero; se 'l muore poi, hanno molte scuse, ma una è la migliore: era cosa mortale. E se alcun medico senza le solite cose e cerimonie avesse visitato uno, veniva punito gravemente. In quante province io sono andato, in quanto ho inteso, i medici sono i medesimi sacerdoti; onde facilmente per gli altri paesi loro debbe esser cosi; gli chiamano in lingua loro bocchiti, 2 e in ogni luogo hanno grandissima autorità; ma non si medica per lo più altro che i principali. Tutti pigliano quante mogli vogliono avere, e una è tenuta la principale e all'altre comanda. Quando 1. lor grano: il mais ( cfr. la nota I a p. 72); cannone: pezzo di grossa canna tagliato tra due nodi. 2. boccliiti: i Bohitis, cioè gli sciamani, che presso i Taino avevano il compito di comunicare con gli zemis, e svolgevano anche funzioni di medici (cfr. la nota a p. 78, e HSAI, IV, p. 535).

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muore un Cacique senza erede, succedono nello stato de' nipoti figliuoli della sorella, e non de' fratelli, 1 con tener più certi avendogli lei partoriti, che quello in dubbio generati; e la cagione deriva perché in questi paesi poca parte ci ha la castità e in pochi luoghi a pena si guardano le figliuole e le sorelle; tutti dormono insieme come i polli, chi in terra, chi in aria sospeso. 2 Quando le femine partoriscano, portano le creature alla marina o a qualche fiume a lavare; e così senz'altro risguardo nutriscono i figliuoli. Dicono alcuni che costoro erano grandissimi ladroni, e che per ogni minima cosa la legge loro comanda che sia impiccato. Ma che potevano rubare ?3 Poi che non sono avari né ricchi, e quello che manco prezzano è l'oro e l'argento, e chi ne avesse voluto, poteva alla minera cavarne quanto gli piaceva, come si fa d'una fonte dell'acqua. Circa al vestire, tutti vanno ignudi; del mangiare ciascuno ne dà a chi va a casa; e le feste loro, quando si riducono insieme, ciascuno porta e tutti di brigata mangiano, cantano e ballano, tanto che rimangono ubbriachi e stracchi; e cosi si danno liberi un buon tempo. Sì che io non mi posso imaginare che ladrarie fra costoro, se già non avessero imparato a rubbare da' primi, secondi e terzi Spagnuoli, che al principio vi cominciarono ad abitare. Piacesse a Dio onnipotente che i beni temporali fossero cosi da noi ornati come sono da costoro, perché il nome cristiano sarebbe celeste, sbandita che fosse l'avarizia. Il grano di queste genti è detto dal vulgo maiz; e venne dall'isola Spagnuola, prima di tutte trovata da' Cristiani; chichia4 è il vino; le barche loro canove; e le spade macanne, 5 i signori Caciqui. Non lavorano terra per seminare il lor grano, ma, fatto un poco di foro, tre o quattro grani vi pongono e ricuoprono tanto basta; ogni gamba produce tre o quattro panocchie di cento e più grani l'una. I. Quando 111uore ... fratelli: le prerogative tra gli Aruachi si ereditavano per via matrilineare, e andavano al primo figlio della prima sorella (cfr. HSAI, loc. cit.). 2. chi in aria sospeso: nelle amache (cfr. la nota I a p. 277). 3. Dicono alcuni .• . rubare?: evidente polemica con il G6MARA, che nel capitolo sui costumi degli indios, dopo aver rivolto loro le accuse di essere «grandissimi sodomiti, uomini da buon tempo, ingrati, mutabili e maligni 1, aggiunge: cr Di tutte le leggi questa era la più notabile, che per qualunque furto impalavano il ladro» (trad. cit., cap. XXVIII, pp. 38v.39v.). 4. chichia: la cliicha (cfr. la nota I a p. 163). 5. ca11ove: canoe; macanne: il vocabolo è taino, poi applicato dai conquistadores a tutte le spade usate dagli indios ncll' America Centrale e Meridionale. Erano di legno e selce, con gli orli affilati e taglienti; gli indios le adoperavano con entrambe le mani (cfr. HSAI, v, pp. 2.54-5).

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Sono alte più d'un uomo le gambe di tal maiz, e tal provincia due volte l'anno lo raccoglie. Le donne molandaie, 1 che lo macinano, pigliano una quantità di questo grano e la sera inanzi lo bagnano con acqua fredda; la mattina con due pietre a poco a poco lo infrangono; chi sta in piedi e chi con le ginocchia in terra; né guardano se bene ci andasse dentro capelli o pidocchi loro. Fatta la massa, che a poco a poco hanno con la mano spruzzata d'acqua, fanno certi panetti o lunghi o tondi e, messogli in foglie di canne, con manco acqua che sia possibile lo fanno cuocere. Questo è il pane della gente commune; dura due giorni, poi si muffa. I signori lo mangiano cosi : mettono in molle il grano, le molandaie lo rompono con le pietre e, lavatolo con acqua calda, gli spiccano la scorza e vi resta il fiore, e quanto sia possibile lo macinano e fattone la massa ne fanno fugacce piccole, e in un testo2 ritondo le cuocono, dandogli sotto pian piano il fuoco. Questo pane è di gran travaglio, conciosia che bisogna fresco, perché non vale come sta fatto assai e poco freddo, ma il mezo è buono, né caldo né freddo. Io, andando per paesi disabitati, avendo la necessità per guida, imparai a macinarlo per non lo divorar crudo o arrostito; nella qual maccinatura, per esser cosa durissima, va molta fatica e tal volta, avendone poco, non levava come i signori la scorza, e il macinarlo molto non faceva per le mie braccia, per la fame distrutte e debilissime. Fanno ancora un'altra maniera di pane, detto cazabi, d'una radice nominata iucca, di grossezza d'un napo. 3 Questa radice non produce semenza alcuna, salvo certe canne nodose e massicce; le foglie son verdi, simile a quelle del canape; e essendo queste canne di stagione, le tagliano in pezzi lunghi due palmi e le piantano in certi montoni di terra detti conuchi, 4 e in termine di due anni fanno la radice grossa; ogni volta che vogliono fare questo pane, la sbarbano della terra, ma poche per volta, perché in breve si guastano, e mondatole le tagliano con certe pietre affilate che trovano alla marina, e messe in una pezza le spremano fuori il sugo, il quale è come un veleno a chi lo bevesse, 5 e sopra un gran testo, co1. 1110/andaie: mugnaie (dallo spagn. molendera). 2. testo: vaso di terracotta. 3. cazabi . .. iucca •.. 11apo: cfr. le note I a p. 69 e 4 a p. 532. 4. co11uchi: ne parla anche Ovrnoo (vn, 2; cfr. RAMUSIO, III, p. 132v.); erano monticelli alti circa 40 cm e larghi I m, che grazie ad un buon drenaggio assicuravano la coltivazione della iucca associata ad altre colture, come fagioli e zucche. s. un veleno ••• bevesse: il succo della radice di iucca contiene acido cianidrico.

GIROLAMO BENZONI

me fugacce di pasta sopra il fuoco, insino a tanto che si tenga insieme, lo lasciano stare, e poi levatolo lo mettono al sole a seccare e ne fanno di grosse e sottili. Questa a me pare che sia una vivanda molto trista; e se si conserva in luogo asciutto, dura tre e quattro anni; bisogna sempre accompagnarlo con un poco di bagnato in gola, se non e' va giù mal volentieri per la sua asprezza; in bocca mi pareva mangiar terra; con il brodo di carne riesce meglio, ma poco. Tutte le navi che vanno attorno, di Spagna in questi paesi e al ritorno, salvo quelle che vengano dalla Vera Croce, 1 porto della Nuova Spagna, fanno monizione di questo pane, atteso che in tutte le terre, luoghi, isole e province abitate dagli Spagnuoli nel Mare di Tramontana, 2 non si ricoglie un sol grano di frumento; quelle che hanno farina e biscotto vengano di Mesico; di là vengono similmente con muli e carrette, viaggio di dugento miglia in circa. Hanno similmente due altre sorti di radice, una detta battata e l'altra haie,3 e sono d'un'istessa forma, salvo che le baie sono più piccole e più saporite che l'altre, si piantano e in sei mesi fa il frutto; il suo sapore è alquanto dolce, ma sazia presto, e sono di poca sostanza; generano ventosità e communemente si mangiano cotte sotto le brace; alcuni dicono che le sa di marzapane o di castagne inzuccherate; però al mio gusto, ancor senza zucchero, mi sanno migliori le castagne. Poi che io ho ragionato del fare il pane, è il dovere ch'io dica del vino ancora, e specialmente di quello del maiz. Le molandaie pigliano la quantità del grano che pare a loro, secondo la commissione del vino che hanno da fare; e macinato che l'hanno, lo mettono in acqua in certi vasi grandi; e le femine che hanno carico di fare questa bevanda, pigliano un poco di grano e in una pignatta lo fanno alquanto intenerire e poi lo danno a certe altre femine, le quali sono deputate a questo officio, e messoselo 1. Vera Croce: Vera Cruz. Fu fondata da Cortés nel 1519 col nome di Villa Rica de la Vera Cruz, ma l'abitato venne spostato nel 1525 in un luogo oggi noto come r Antigua Vera Cruz, che è a sua volta ::i circa 30 km dalla città attuale (La Nueva Vera Cruz), fondntn nel 1589. 2. Mare di Tramontana; il Mar dei Caribi, detto così in contrapposizione al Mare del Sud. 3. bottata: la patata dolce (cfr. la nota 8 a p. 531); haie: è lo spagn. aje (da una voce caribica); in base alle descrizioni dei contemporanei è da identificare con una varietà di patata dolce caratterizzata da una rapida crescita e da un minor contenuto zuccherino. Oltre ad Ovrnoo, che certo il Benzoni ebbe presente (vn, 3; cfr. R.AMUSIO, 111, p. I 33v.), già Colombo nel Giornale di bordo, in data 4 novembre, ne aveva rilevato la somiglianza di gusto con le castagne.

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in bocca a poco a poco lo biassano e, facendo forza, quasi tossendo lo gettano sopra ad una foglia overo scudella; e poi gettatolo nel vaso con l'altra mestura, che senza questo il vino, cioè la bevanda, non arebbe forza alcuna, lo fanno bollire per tre o quattro ore e levatolo dal fuoco lo lasciano rafreddare e lo colano con un drappo, onde riesce di tal sorte perfetto eh' egli imbriaca, come se si bevesse vino veramente. Ne fanno ancora d'altre diverse sorti, di mele, di fn1tti, di radice, però non imbriaca come l'altro. [...] LIBRO SECONDO

[...] Tornando poi al mio viaggio, giunto ch'io fui a Cartagena1 per causa che la nave dov'io venni faceva molta acqua, non poteva partire cosi presto, fu necessario aspettare altro passaggio; e cosi in termine di quaranta quattro giorni m'imbarcai in un brigantino che andava al Nome di Dio, 2 e partissimo costeggiando sempre la costa, entrassimo nel golfo di U rava, e poi nel porto della città di Achla, 3 la qual città sta due tiri di balestra lontana alla marina; e vi erano da otto case abitate da' Spagnuoli, benché nel principio che la edificarono v'erano più assai numero di vicini,4 ma poi che le cose sempre sono andate e tuttavia vanno declinando, per aver quasi dato fine così a loro come agi' Indiani, la maggior parte se ne sono andati a cercare miglior ventura, e il simile si è intervenuto alr Antica del Darien5 e altri luoghi di quella costa. Otto giorni avanti che io entrassi in questo porto d' Achla vi era giunto una nave venuta da San Domi nico, carica di mule, per andare a Nome di Dio, e giunto alla costa di terra ferma, non conoscendo il nocchiere il paese, tenendo per certo di stare più a basso negli termini di Veracqua6 che in altro

1. Cartagena: era stata fondata nel 1533 da Pedro de Heredia. Il Benzoni vi giunse proveniente da Santo Domingo. 2. Nome di Dio: Nombre de Dios; il primo insediamento fu un forte costruito da Diego de Nicuesa nel 1509 (cfr. p. 186 e la nota 2). In seguito divenne importante come punto di partenza della mulattiera che conduceva a Panama. 3. Ac/,la: Ada, oggi scomparsa, era stata fondatn da Pedrarias Davila nel I s14 presso l'imboccatura del Golfo di Uraba (Urava). Era un buon porto, ma pericoloso per le correnti. 4. vicini: abitanti (cfr. spagn. tJecinos). 5. A11tica del Darien: Santa l\'laria de la Antigua del Darién, il primo importante insediamento spagnolo sulla terraferma, fu fondata nel 1509 da Martin Fernandez de Enciso, l'autore della Sttma de geographla (1519). 6. Ve,-acqua: Veragua (cfr. la nota 4 a p. 181).

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luogo, dette la volta, pensando di andare a Nome di Dio e andava a Cartagena, 1 e così costeggiando la costa giunse alla bocca di questo porto. Il nocchiero non sapendo dove fusse, né dove andasse, stando cosi sospeso guardando la terra, accascò2 che uno Spagnuolo stava passeggiando alla marina e vedendo la nave alla bocca del porto, e che non entrava dentro, considerando che andava persa per non conoscere la terra, subito correndo fu a casa e, pigliato una tovaglia e legatola sopra una lancia, se ne ritornò alla marina. Quelli della nave, come videro il segnale, entrarono in porto e messero le mule in terra. Gli mercatanti, considerando, se le tornassero a imbarcare, per esser maltrattate ch'elle si morrebbono, determinarono di mandar la nave al Nome di Dio e lor condurre le mule per terra3 a Panama ;4 e così si messero in ordine e fecero provisione di vettovaglia, tanto che a lor pareva che fusse assai per tutto il camino. Gli mercatanti mi pregarono che io volesse esser contento di andare in compagnia loro, e così si partissimo menando con noi un Spagnuolo non troppo pratico per guida e venti schiavi mori, li quali erano de' mercatanti, portando ciascuno una cartella in mano per aprire il camino, ché senza questo mai vi saria stato ordine di passare avanti, percioché era tappato di asprissimi rami; e dipoi di avere caminato pian piano per ispazio di quattordici giorni, avendo fatto solamente un poco più della metà del camino e non trovando che il segnale di molti popoli5 che solevano essere abitati da Indiani il tempo della lor prosperità, e avendo già li mercatanti proposto di ammazzare una mula, percioché le vettovaglie erano finite, quando una sera essendo nel tramontar del sole, stando in cima di un monte, con grandissimo piacere di tutti vedessimo un gran fummo; la guida disse che era una casa d' Indiani, però che pareva a lui che si aspettasse d'andarvi insino che fusse tre o quattro ore di notte e dette la volta ... Cartagena: virò verso oriente pensando di trovarsi a ovest di Nombre de Dios, mentre in realtà era a est. Se avesse continuato a navigare in quella direzione, il primo porto che avrebbe incontrato sarebbe stato Cartagena. 2. accasci>: avvenne. 3. per terra: per via di terra. La strada da Acla a Panama - circa 200 km - utilizzava probabilmente la valle del Rio Sucuti e quella del Rio Chepo (cfr. L. CROIZAT, Est11dio preliminar, in G. BENZONI, La Historia del Mundo Nuevo, a cura di M. Vannini de Gerulewicz, Caracas, Biblioteca de la Academia Nacional de la Historia, 1967, p. xx). 4. Panama: fondata nel 1519 da Pcdrarias Davile, distrutta nel 1671 dal pirata Morgan, e ricostruita nel 1673 a poche miglia di distanza. Era il principale centro di partenza delle spedizioni verso il Perù. 5. popoli: villaggi (dallo spagn. pueblo). 1.

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pigliarli di soprasalto, allegando questa buona ragione, dicendo: cc Se noi altri di presente andiamo alle case loro, subito che ne averanno visto, senz'altro pensando che andiamo a pigliarli per ischiavi, come solevano fare avanti che di Spagna venisse la provisione imperiale 1 della libertà loro, se ne fuggiranno agli boschi, e non potremo avere provisione per passare inanzi». E così facemmo ; e per più sicurezza di non essere visti, calassimo a mezo il monte e dimorassimo un gran pezzo della notte e poi andassimo a le case, le quali erano quattro e ben piccole; e entrati dentro e sentendo gl'Indiani il romore, si svegliarono e, come fussimo da lor conosciuti, levarono uno spaventoso grido, dicendo: « Guacci, guacci », il qual nome appresso loro suona e significa un animale da quattro piedi che sempre suole andar di notte per quelli paesi, vivendo di rapina; e questo nome hanno messo agli Cristiani. Entrato poi nella casa pigliassimo quasi tutta la gente che vi erano dentro e stessimo vigilanti tutta quella notte. Io posso dire che mai ho sentito tanto pianto, spezialmente le femine, come fu quella notte, perché tenevano per certo che noi altri gli avessimo pigliati per ischiavi; menavano la testa sconsolati e parlavano fra di loro parole lagrimevole, percotevano il capo in terra, e con le mani, coi denti, a modo di fiere, ne stracciavano i panni e ne sputtavano in faccia; e veramente se noi altri non gli avessimo disturbati, alcuni di loro si sarebbono ammazzati; tanto che fattosi poi giorno e cessati quegli spaventosi gridi, con il miglior modo che fosse possibile gli placassimo e per segni gli dessimo ad intendere che non eramo andati ad altro effetto alle case loro salvo che per cercar da mangiare, per passare con quelle mule all'altro mare, e che per lo avenire non avessero paura alcuna, perché il Re di Castiglia aveva comandato che non si facessero più schiavi; e così con queste parole e altre molte che dicemmo loro si riposarono alquanto, però tuttavia temendo di qualche inganno; e cosi fossimo provisti di pane, pesci, frutte e carne di porco salvatico, i quali generalmente in tutte queste Indie tengano il bellico sopra la schiena, 2 e per pagamento gli dessimo certi cortelli e x. la provisione imperiale: le Leyes Nuevas, emanate da Carlo V nel 1542, che abolivano il sistema delle encomiendas, proibendo la schiavitù degli indios. Dovute principalmente alla instancabile azione del Las Casas, furono in seguito parzialmente revocate per le pressioni dei coloni, che vedevano con esse intaccati i loro privilegi. 2. il bellico sopra la schiena: il pecari ha sulla schiena una ghiandola odorifera che i primi osservatori

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un poco di sale e, volendogli dare ancora alcuni reali, non gli volsero pigliare, dicendo che non sapevano che farne; e come fummo riposati quattro giorni partimmo e uno indiano di sua propria volontà venne con noi altri un gran pezzo, tanto che ne misse su la dritta strada. Essendogli dimandato da noi altri se vi era qualche altra abitazione d'Indiani per lo camino, rispose che non, percioché gli guacci fra pigliati e ammazzati avevano distrutto tutto il paese; e con questo l'indiano se ne tornò a casa sua; e noi altri in termine d'otto giorni con gran fatica giungemmo a Panama. Dicono alcuni1 che gli tratti2 di questa città sono quasi così grandi come quelli di Venezia; però io credo che questi autori non abbino visto questa più che magnifica e illustrissima città di Venezia, la qual città è di tanta altezza che né per potenzia né per maestà d'imperio né per traffichi né per ricchezza, si che ancora né per isplendor di virtù e giustizia, non inferiore ad alcun'altra che scaldi il sole; e senza dubio dieci mercatanti veneziani basteriano a comprare tutte le mercantie che vi entrano una volta l'anno, con la istessa città; e perché alcuni non pensino che io dica questo per diminuire la gloria e ambizione della nazione spagnuola, ne voglio dar del tutto intera notizia, similmente del Nome di Dio. Questa città3 sta situata nel Mare di Tramontana. Sogliono adunque communemente ogn'anno andare di Spagna al Nome di Dio da quattordici o quindici navi fra piccole e grande, e la maggior porterà mille e ottocento salme, 4 cariche di robbe diverse; e la maggior parte si è vino, farina, biscotto e il resto olio e alcuni panni e sete, e finalmente di tutte l'altre cose che sono in Ispagna, tanto per l'uso di casa quanto per sostentare la vita umana; e alle volte è intervenuto esservi tanta abondanza di tutte le cose che non si truova il costo di Spagna. 5 E io ho veduto di quegli che avevano qualche robba, come sono olive, fichi, uva passa e altre cose simili e, non trovandone prezio alcuno, le lassavano per il nolo al padrone della nave; e per lo contrario sono accaduti de' tempi d'esservi tanta penuria di tutte le cose, a causa che europei scambiarono per l'ombelico. Ne parla Pigafetta (cfr. Raccolta. v, 3, p. 55); ma qui la fonte del Benzoni è P. C1EZA DE LE6N (cfr. trad. cit., cap. VI, p. 16r.). 1. alcuni: si riferisce a P. CIEZA DE LE6N (cfr. trad. cit., cap. 11, p. 5r.). 2. tratti: commerci. 3. Questa città: Nombre dc Dios. 4. salme: la salma era misura di capacità usata nel secolo XVI per designare la portata utile di una nave. Valeva circa un terzo di tonncllatn metrica. 5. che non si. truova ... Spagna: cioè, il prezzo era più basso che in Spagna.

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non venivano le navi per lo timore de, Francesi, 1 che ogni cosa si vendeva a peso d'oro, come si suol dire. Giunte poi le navi a Nome di Dio, gli mercatanti mandano le robbe in picciol barche per lo fiume di Chiare2 in un luogo detto La Croce, lontano da Panama quindici miglia, e ivi le consegnano ad uno Spagnuolo, il quale tiene carico di guardarle sino a tanto che da' mulattieri sono condotte a Panama. Poi con le altre navi fatte in questo altro mare, la maggior parte le mandano al Perù, e in tutte le città di questo gran Regno del Perù abitate da Spagnuoli, mettendovi ancora nel numero Panama e Nome di Dio. Il più gran numero di gente che si sono trovati, a pena sono giunti a quattro mila persone, sl che gli lettori facilmente potranno considerare se Panama si può quasi agguagliare nel traffico alla ricchissima e illustrissima città di Venezia.

[...]

Sopra tutte le altre cose che io ho procurato di sapere di questa nazione indiana, è stato d'intendere quello che sentono della nostra fede; e così voglio dar notizia tanto di quello che publicamente ho sentito ragionare da alcuni preti e frati, quanto di quello che io ho veduto e inteso dagli stessi Indiani, accioché gli lettori passino considerare quanto scandelizati restano delle nostre male opere. E supplico agli discreti e prudenti lettori che vaglino stare attenti e udiranno veramente detti e sentenze degne di grandissima ammirazione. Si trovano dunque molti Indiani, specialmente figliuoli de' principali signori, che hanno imparato a leggere e scrivere, e ancora gli comandamenti di Dio, i quali dicono che sono 1. per lo timore de' Francesi: con l'acuirsi delle ostilità tra Francesco I e Carlo V si erano fatti più frequenti gli attacchi dei corsari francesi ai convogli spagnoli che trasportavano merci pregiate. Di questi attacchi il Benzoni parla diffusamente in precedenza, attribuendo la cattura di molte navi all'avidità di guadagno degli Spagnoli, che preferivano sovraccaricare le navi di mercanzie trascurando l'artiglieria necessaria alla difesa, quale era prescritta dalle ordinanze del Consiglio delle Indie. In seguito, lo stesso Consiglio ordinò che i convogli fossero accompagnati da navi da guerra (cfr. nell'Istoria le pp. 65v.-67r.). 2. Chiare: il fiume Chagres. In effetti, il trasporto delle merci da Nombre de Dios a Panama era più complesso di come appare dal racconto del Benzoni; era necessario prima risalire le montagne della Cordigliera di San Blas, e discendere quindi lungo il Chagres su grandi barche a chiglia piatta (cl,atas) sino a Las Cruces, da dove si raggiungeva Panama (cfr. il Sommario della naturale e generale istoria dell'lndie Occidentali, composta da GONZALO FERDINANDO o'OvIEDO, in RAMUSIO, III, p. 73v.).

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buoni, però che stanno maravigliati che non gli osservamo, dicendo: «Vien qua tu, cristiano. lddio comanda che non giuri il suo nome in vano, e tu per ogni minima cosa non fai che giurare e spergiurarti. Comanda lddio che non dichiamo falso testimonio, e voi altri non fate mai altro che mormorare e dir male l'uno dell'altro. Comanda lddio che amiate il prossimo come te medesimo e che perdoni gli suoi debiti come vorresti che perdonasse a te stesso, e voi altri fate tutto il contrario: sono maltrattati quegli che poco possono e, se alcuno vi è debitore di qualche cosa, lo fate mettere in prigione e volete che vi paghi, ancora che non abbia il modo, e se fra voi altri si trova qualche povero cristiano, per non darli delle vostre facoltà, lo mandate alle nostre case, perché noi altri gli facciamo elemosina». Cosi vedendo questi Indiani la nostra arrabbiata codizia e smisurata avarizia, ve ne sono di quegli che pigliano un pezzo d'oro in mano e dicono: ((Questo è lo Dio de' Cristiani; 1 per questo son venuti di Castiglia alli paesi nostri, e ne hanno soggiogati, tormentati e venduti per ischiavi, e ne hanno fatto molti altri vi tu perii; per questo guerreggiano e si ammazzano; per questo non riposano mai, giuocano, biastemmano, rinegano, litigano, rubano, pigliano le femine l'uno dell'altro e finalmente per questo commettono ogni sorte di malvagità». E io ho conosciuto un prete, fra gli altri assai favorito dal Vescovo di Guattirnala, 2 che andò per quei popoli degl'Indiani vendendo vino, essendo tal cosa per ordinazione de' Presidenti e Governatori proibito; Aborise: la famiglia Abii Rish dominava la regione sulla destra dell'Eufrate, da Palmira a Kufah (cfr. PINTO, p. 237, nota 16). 2. passo: punto di passaggio. 3. zattare fatte d'utri: si tratta delle imbarcazioni chiamate kelek: già descritte da Erodoto (I, 194), e rappresentate in bassorilievi assiri, sono ancor oggi in uso sul corso inferiore del Tigri (cfr. El, s. v. kelek). 4. Persia . .. Turco: Bagdad era stata all'inizio del secolo sotto i Safawidi, ma nel 1534 fu conquistata da Solimano I. 5. ba:rarro: bazar (dal persiano biiz,fr). 6./onteghi: voce veneta, per a.fondaci» (cfr. la nota 2 a p. 305). 7. correntia: corrente.

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CESARB FEDERICI

Torre di Babilonia La torre di Nembrot1 è posta di qua dal fiume verso l'Arabia in una gran pianura, lontano dalla città intorno a sette overo otto miglia, 2 qual è da tutte le bande minata, e con le sue ruine s'ha fatto intorno quasi una montagna, di modo che non ha forma alcuna; pur ve n'è ancora un gran pezzo in piedi, circondato e quasi coperto affatto da quelle ruine. Questa torre è fabricata di quadrelli3 cotti al sole a questo modo: hanno posto una man di quadrelli e una di stuore4 fatte di canne, tanto forti ancora ch'è una maraviglia, e è smaltata5 di fango in vece di calcina. Io ho caminato intorno al piede di questa torre, né gli ho trovato in alcun luoco intrata alcuna: può circondare, 6 al mio giudicio, intorno a un miglio, e più tosto manco che più. Fa questa torre effetto contrario a tutte l'altre cose che da lontano si vedono; percioché esse da lontano paiono picciole e quanto più l'uomo si gli avicina, più grande si dimostrano; ma questa da lontano pare una gran cosa e avvicinandoseli manca sempre più l'apparente grandezza; io stimo che sia cagione di questo l'esser posto essa torre in mezo a una larga pianura e non avere all'intorno cosa alcuna rilevata, fuor che le ruine ch'intorno si ha fatte, e per questo rispetto scoprendosi da lontano quel pezzo di torre ch'ancora è in piedi, con la montagna fattasi all'intorno con la materia da essa caduta, fa mostra assai maggiore di quello che poi avvicinatosi si trova. Di Babilonia mi parti' per Basora,7 imbarcandomi in barche che vanno per il fiume Tigris da Babilonia a Basora e da Basora a Babilonia, che sono fatte a guisa di fuste con speroni8 e con la poppa coperta;

Torre di Nembrot: le rovine di 'Aqarquf, a 30 km da Bagdad, collegate al personaggio biblico di Nembrot (cfr. Gen., 10, 8-9), che secondo una tradizione vi avrebbe gettato Abramo in una fornace. L'identificazione di Nembrot con il costruttore della Torre di Babele risale alla tradizione ebraica (cfr. FLAVIO GIUSEPPE, Antiq., 1, 113) e islamica; i viaggiatori del XVI secolo chiamarono la torre - resti di un'antica zikkurat - 11 Torre di Babele» (cfr. El, s.v. 'A~afl!.iif). 2. sette . .. miglia: secondo il valore del miglio veneziano (1739 m), circa 13 km. 3. quadrelli: mattoni. 4. stuore: stuoie; la paglia, mescolata alla malta, serviva a connettere tra loro i mattoni. 5. smaltata: intonacata. 6. circo11dare: misurare di circuito. 7. Basora: Bassora (cfr. la nota I a p. 500). 8.Juste co11 speroni: simili a fuste (cfr. la nota 4 a p. 32), con una struttura di ferro sulln prua. 1.

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non hanno sentina, perché non gli bisogna, non facendo né anco una goccia d'acqua per la molta pegola 1 che li danno, avendone essi grandissima abondanza; percioché due giornate di qua da Babilonia, appresso il fiume Eufrate, è una città, che si chiama Ait, z vicino alla quale giace una pianura tutta piena di pegola ch'in essa nasce; e è cosa maravigliosa da vedere una bocca che di continuo gitta verso I' aere la pegola con una spessa fumana,3 la qual si va poi spargendo per quella campagna, di modo che n'è sempre piena. Dicono i Mori che quella è bocca dell'inferno; e in vero è cosa molto notabile. E per questo hanno quei popoli gran commodità d'impegolar bene le lor barche, che da essi sono chiamate danec e safine.4 Quando il fiume Tigris ha pur assai acqua, in otto o nuove 5 giornate si va da Babilonia a Basora; noi vi stessemo la metà più,6 perché l'acque erano basse, e si naviga di giorno e di notte a seconda d'acqua; e vi sono per il viaggio alcuni luochi, ove si paga di dazio tanti maidini per soma; e in dici dotto giorni in Basora giungessemo. Basora Basora è città dell'Arabia, e la signoreggiavano anticamente gli Arabi Zizaeri,7 ma ora dal Turco è dominata, il quale vi tiene con gran spesa un grosso presidio. 8 Possedono questi Arabi Zizaeri un gran paese, né possono essere dal Turco sottoposti, percioché sono in esso diversi canali che vengono dal mare, crescendo e ca-

1. pegola: pece. 2. Ait: Hit, sulla destra dell'Eufrate, nel punto in cui la carovaniera da Bagdad ad Aleppo attraversava il fiume; era centro commerciale molto attivo, e i suoi depositi di bitume erano famosi e sfruttati fin dall'antichità. 3./rmrana: è termine veneto: nebbia poco fitta, caligine (cfr. BoERIO, s.v.). 4. da11ec e safi11e: daneq, grande barca da trasporto, di poco pescaggio, fornita di vele; safi11ah: grande barca calafatata, a poppa larga, portava fino a sessanta passeggeri (cfr. H. FIELD, A,it/,ropology of Iraq, Chicago, Field Museum of Natural History, 1940, 11, pp. 248 e 379). 5. tmove: nove. 6. la metà più: il doppio. 7. Arabi Zizaeri: gli abitanti della Jazirah, •isola•, cioè la regione tra Tigri e Eufrate. Propriamente tale nome si attribuisce alla parte settentrionale della Mesopotamia, a nord di Bagdad; qui invece il Federici si riferisce piuttosto alla Bassa Mesopotamia, percorsa dal fitto reticolo fluviale, in parte artificiale, dello Shatt al- 1Arab. 8. Tr,rco . .. presidio: la conquista turca risaliva al 1534, ma scarsa era l'autorità del sultano, a cui veniva soltanto elargito un tributo.

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CESARE FEDBRICI

lando,1 di maniera che par tutto diviso in isolette; e però non vi si può condurre essercito né per acqua né per terra ;2 e sono i suoi abitatori gente molto bellicosa. Prima che si giunga a Basora forsi una giornata, si trova una picciola fortezza, chiamata Corna, 3 qual è fondata su una ponta di terra che fanno il Tigris e l'Eufrate nel congiungersi insieme, li quali cosi congiunti fanno un grosso e gran fiume e vanno a scaricare le lor acque nel Golfo di Persia, verso mezzo giorno. Basora è distante dal mare intorno a quindici miglia4 e è città di gran negozio di speziarie e di droghe che vengono d'Ormus, e vi è gran quantità di frumento, di risi, di legumi e di dattili, 5 che nascono nel territorio. M'imbarcai in Basora per Ormus e si velleggia per il Mar Persico seicento miglia6 da Basora in Ormus con certi navilii fatti di tavole cusite insieme con aco7 e corda sottile; e in vece di caleffattarli, cacciano tra una tavola e l'altra una certa sorte di paglia; onde fanno molta acqua e sono molto pericolosi. Partendosi da Basora si passa ducento miglia di colfo8 col mare a banda destra, sino che si giunge nell'isola di Carichi,9 di dove sina in Ormus si va sempre vedendo terra della Persia a man sinistra, e alla destra verso l'Arabia si vanno scoprendo infinite isole. Ormus Ormus è un'isola che circonda intorno a vent1c1nque o trenta miglia, e è la più secca isola eh' al mondo si trovi, percioché in essa non si trova altro che sai e acqua; e le legne e altre cose all'uman vitto necessarie vi si conducono di Persia, indi dodeci miglia distante, e dall'altre isole circonvicine, in tanta abondanzia e quantità che la città n'è copiosamente fornita. Ha una fortezza 10 I, crescendo e calando: secondo l'influenza delle maree. 2. e però ••. terra: si riferisce alle paludi intorno allo Shau al- 1Arab. 3. Cor11a: al-Qurnah. 4. qui11dici miglia: in base al miglio veneziano, circa 26 km. Da allora tale distanza è notevolmente aumentata, in seguito all'apporto dei depositi fluviali; oggi Bassora dista dal Golfo Persico circa 120 km. 5. dattili: datteri. 6. seicento miglia: il calcolo è pressoché esatto, se si considera, come risulta da quanto dice più oltre il Federici, che la navigazione seguiva assai da presso il disegno della costa. 7. aco: ago; sono le imbarcazioni cucite, tuttora in uso lungo le coste della penisola arabica. 8. colfo: golfo, mare aperto. 9. Carichi: Kharq. 10. Onnw ... fortezza: sulla città e la costruzione della fortezza cfr. la descrizione del Corsali, qui alle pp. 498 sgg., e le note relative. Dopo la conquista dell'Albuquerque, Hormuz

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bellissima, vicina al mare, nella quale risiede un Capitano del Re di Portogallo con una buona banda di Portughesi, e inanzi alla fortezza è una bella spianata. Nella città poi abitano i suoi cittadini, uomini maritati, soldati e mercadanti di ogni nazione, tra i quali assai lVlori e Gentili. 1 Si fanno in questa facende 2 grossissime d'ogni sorte di speziarie, di drogarie, sete, panni di seta, broccati e de diverse altre -mercantie che vengono di Persia; e tra l'altre gran trafico è quello dei cavalli che di qui si portano in India. 3 Ha questa isola un proprio Re moro, di generazione persiano,• il qual però vien creato dal Capitano della fortezza in nome del Re di Portugallo. Io mi trovai alla creazione d'uno Re di questa isola e vidi le cerimonie che s'usano. Morto il Re, il Capitano n'elegge un altro di sangue reale, e si fa questa elezzione nella fortezza con assai ceremonie; e eletto che egli è, giura fedeltà al Re di Portugallo e allora il Capitano li dà il scettro regale in nome del Re di Portugallo, suo signore, e indi con gran pompa e festa l'accompagna al palazzo reale posto nella cittade. Tiene detto Re onesta corte e ha sofficiente entrata senza fastidio alcuno, percioché il Capitano li difende e mantiene le sue ragioni; e quando cavalcano insieme l'onora come Re, né può detto Re cavalcare con la sua corte, se prima non lo fa sapere al Capitano. Si fa e comporta questo, perché così è necessario di fare per il negozio di quella città; la propria lingua della quale è la persiana. M'imbarcai in Ormus per Goa5 città dell'India, in una nave che portava ottanta cavalli. Avertisca il mercante, che vuol passar d'Ormus a Goa, d'imbarcarse su nave che porti cavalli, ché vi passano anco nave e navili che non portano cavalli; percioché tutte le navi, che portano da venti cavalli in su, sono privilegiate, ché tutta la mercantia ch'in essa si ritrova, e sia pur di chi esser si voglia, non paga dazio alcuno ;6 ove la mercantia, eh' è caricata sopra legni che non portano cavalli, è sottoposta a pagar di dazio otto per cento. [...] dipendeva economicamente dai Portoghesi, che vi convogliavano il loro traffico commerciale e detenevano il monopolio nel golfo. L'autorità del sovrano - obbligato n pagare un tributo annuo - era puramente nominale. 1. 1"\110,i e Gentili: cfr. la distinzione che fa il Federici stesso a p. 831. 2.Jacende: affari (cfr. port. faze11da). 3. cavalli ..• India: cfr. la nota 2 a p. 414. 4. Re moro . .. persiano: Firiiz Shah, il Ferragut Xa dei Portoghesi, alla cui elezione, nel 1563, il Federici racconta più. oltre d'aver assistito. 5. Goa: cfr. le note 2 a p. 389 e 3 a p. 461. 6. non paga da::io alcuno: per favorire l'esportazione da Hormuz di cavalli arabi -

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Bezeneger1 La città di Bezeneger fu messa a sacco l'anno del 1565 da quattro Re mori e potenti, che furono il Dialcan, il Zamaluc, il Cotamaluc e il Veridi ;2 e si dice che il poter di questi quattro Re mori non era bastante ad offendere il Re di Bezeneger, 3 qual era gentile, se non vi fosse stato tradimento. Avea questo Re tra gli altri suoi capitani dui capitani mori, ciascun dei quali commandava a settanta e ottanta mila persone. Trattarono questi dui capitani (per esser d'una istessa legge)4 coi Re mori di tradire il suo Re; e il molto richiesti sul mercato indiano - che l'alta mortalità nel trasporto poteva rendere svantaggiosa, le navi erano esentate da ogni dazio anche su altre merci imbarcate, secondo una antica consuetudine fatta propria dalla corona portoghese (cfr. anche il Sassetti, qui a p. 923). 1. Bezeneger: Vijayanagar (cfr. la nota 5 a p. 398). Ultima roccaforte indù contro la crescente marea musulmana, il regno di Vijayanagar aveva subito a Tilikotà, il 23 gennaio 1565, una cruenta sconfitta ad opera di una coalizione di quattro stati musulmani. La città fu devastata per sei mesi dal saccheggio degli eserciti, e poi abbandonata. Il Federici è quindi il primo testimone a descriverla quale essa si presenta ancora oggi: un immenso campo di rovine. Niente restava della città favolosamente ricca di cui ave• vano parlato altri precedenti viaggiatori, come Niccolò de' Conti e Ludovico de Vartema. Sulla storia del regno di Vijayanagar cfr. R. SEWELL, A Forgotten Empire, New Delhi, Asian Educational Services, 1987 (1 cd., London 1900). 2. Sono i sovrani di quattro dei cinque stati musulmani sorti via via dalla disgregazione del regno bahmanide. Dialcan: 'Adii Khan, titolo dei sovrani dello stato di Bijàpur (cfr. la nota 1 a p. 392); al tempo della battaglia di Tilikoti era 'Ali ibn Ibrahim (1557-1580). Zamaluc: Niiam al-Mulk («Amministratore dello stato»), titolo dei so• vrani di Ahmadnagar; il re I:Iusayn (1553-1565) fu il principale artefice della vittoria. Cotamaluc: Qutb ul-Mulk («Cardine dello stato»), titolo portato dai re di Golconda; importante centro commerciale, soprattutto per i diamanti, Golconda richiamava allora mercanti da tutto il mon-do. Il sovrano al tempo di Taliko{i era Ibrahim (1550-1581). Veridi: 'Ali Barid (1542-1580), re dello stato di Bidar (cfr. History o/ l11dian People, vn, pp. 412 sgg., e Hobson-Jobson, s.v. Cotamaluco). 3. Re di Bezeneger: il sovrano legittimo, Sadishiva, sin dal tempo della sua ascesa al trono nel 1 S43 svolgeva un ruolo puramente nominale; il potere era di fatto nelle mani di Rima Riya, che nel I 5 52, pretesa la co-reggenza, assunse anche titoli e prerogative regali. Rama Riya aveva sposato la figlia di un precedente sovrano, Krishna Deva (1509--1530), zio di Sodi• shiva. 4. legge: religione. Considerato un usurpatore dalla casta brahminica e dalla nobiltà, Rima Riya era stato costretto ad allontanare molti elementi a lui ostili dall'amministrazione dello stato e dall'esercito, assumendo in loro vece ufficiali e mercenari musulmani. Ciò determinò un indebolimento della coesione statale e della lealtà militare. La battaglia una delle più importanti e decisive nella storia dell'India - nota con il

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Re gentile, che non stimava le forze dei nemici, 1 volse uscir della città a far fatto d'arme coi nemici alla campagna; qual dicono che non durò più di quattro ore, percioché li dui capitani traditori nel più bello del combattere voltarono le sue genti contra al suo signore e misero in tal disordine il suo campo ch'i Gentili confusi e sbigottiti si posero in fuga. Già trenta anni era stato occupato questo regno da tre fratelli tiranni, 2 li quali, tenendo il vero Re come prigione, una sol volta all'anno lo mostravano al popolo, e essi il tutto a lor voglia governavano. Erano stati questi tre fratelli capitani del padre del Re3 da loro tenuto prigione, qual avendo alla sua morte lassato questo Re picciolo fanciullo, essi del regno s'impatronirono. Il maggiore di questi tre fratelli si chiamava Ramaraggio, e questo sedeva nel trono regale e chiamavasi Re; il secondo avea nome Timaraggio, qual si aveva preso l'officio di governatore; il terzo, chiamato Bengatatre, era capitano generai della milizia. Si ritrovarono tutti tre questi fratelli in questo fatto d'arme, nel quale il primo e l'ultimo si dispersero, che non si trovarono più né vivi né morti, e Timoraggio fuggì con un occhio manco. Venuta che fu la nuova di questa rotta nella cittade, le donne e i figliuoli di questi tre tiranni, insieme col legittimo Re, da essi tenuto prigione, fuggirono cosi spogliati come si trovarono; e i quattro Re mori entrarono in Bezeneger trionfando e vi stettero sei mesi, cavando sina sotto le case per ritrovare i dinari e l'altre nome della località di Taliko,a, a nord del fiume Krishna, ebbe luogo in realtà ad una certa distanza, quindici miglia a sud del fiume (cfr. History of lndimi People, VII, pp. 424-6 e 487-9, e R. SBWELL, A Forgotten Empire, cit., pp. 199-200). Né le fonti musulmane né quelle indiane accennano ad un tradimento; in realtà, sembra che In disfatta sia stata determinata dalla superiorità dell'artiglieria dei confederati, nonché dalla cattura dello stesso Rama Raya, evento che seminò il panico tra le truppe indù (cfr. R. SEWELL, A Forgotten Empire, cit., pp. 204-5). 1. non stimava le forze dei. nemici,: il numero delle forze in campo è dato diversamente dalle varie fonti. Era comunque molto alto: la fanteria superava largamente il milione di uomini, senza contare le diverse migliaia di cavalli e di elefanti (cfr. R. SEWELL, A Forgotte11 Empire, cit., pp. 201-2). 2. tre fratelli tiranni: Rama Raya e i suoi due fratelli, Tirumalai e Venkatadri. Nella battaglia, Rama Raya comandava le forze del centro, Tirumalai l'ala sinistra e Venkatadri l'ala destra. Solo Tirumalai sopravvisse; Rama Raya fu decapitato subito dopo la cattura. 3. padre del Re: in realtà, Sadashiva era nipote del precedente sovrano, Acyuta (1530-1542), a sua volta fratellastro di Krishna Deva. Già sotto il regno di Acyuta Rama Raya aveva cominciato la sua scalata al potere, tentando senza successo di usurparne il trono (cfr. History of lndian People, vu, p. 487).

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cose ascose; e indi ai suoi regni tornarono, percioché non averiano potuto mantenersi tanto paese e tanto da' suoi regni lontano. Partiti i Mori, Timaraggio tornò in Bezeneger, fece ripopular la cittade e mandò a dire a Goa alli mercadanti che, se gli avessero condotti delli cavalli, esso gli averebbe pagati bene, e per questo i predetti dui mercanti, e io con loro, in Bezeneger andassemo. Fece eziandio il detto tiranno andare un bando, che chiunque li menasse cavalli del suo bollo, 1 che nella guerra gli erano stati presi, ch'esso gli li pagaria quello che volessero, dando in oltre salvocondotto generale a tutti quelli che gli ne conducessero. Vidi che gli ne furono menati assai in più volte, e esso dette buone parole a tutti sina che vide che non gli ne potevano esser condotti più, e poi licenziò i mercadanti senza dargli cosa alcuna; onde i poveretti andavano per la città piangendo e disperandosi quasi matti per il dolore. Mi fermai in Bezeneger sette mesi, quantunque in un mese io mi spedi' da tutte le mie facende, ma mi convenne starvi per esser rotte le strade dai ladri; nel qual tempo vidi cose stranie e bestiali di quella gentilità. Usano primamente abbrusciare i corpi morti cosi d'uomini come di donne nobili; e se l'uomo che muore è maritato, la moglie è obligata ad abbrusciarsi viva2 col corpo del marito; e assai domandano tempo uno, dui e tre mesi, e gli è concesso. E il giorno che si deve abbrusciare, va questa donna la mattina a buon'ora fuor di casa a cavallo overo sopra un elefante overo in un solaro, qual è un stado 3 sopra i quali vanno gli uomini di conto, portato da otto uomini; e in uno di questi modi, vestita da sposa, si fa portare per tutta la città, con i capegli

bollo: marchio. 2. ad abbrusdarsi viva: è la Sati, Pantichissima usanza brahmanica del sacrificio della vedova (dal sanscrito sati, «donna virtuosa, onesta»). A Vijayanagar ebbe grande diffusione, in rapporto con quella della religione indù. Proibito dai Portoghesi laddove arrivava la loro diretta giurisdizione, e dai sovrani Mogol nei territori via via conquistati, legalmente abolito nel 1829 dagli Inglesi, ebbe però ancora una sporadica diffusione in taluni strati della società indù sino a tutto il secolo XIX (cfr. Cycl. of India, s.v. suttee). È descritto da molti viaggiatori occidentali, a cominciare da Marco Polo. 3. solaro: tavolato; il CARDONA (BALM, p. 184) suggerisce una sovrapposizione tra il termine veneto e quello hind. sola, leguminosa usata per i tetti dei palanchini (ma cfr. anche il veneto soler da procession: a barella; dicesi a quel veicolo con cui si portano le sacre immagini a processione», in BoERIO, s.v. sole,); stado: dal port. estrado: specie di predella coperta da cuscini, su cui sedevano le donne a lavorare e ricevere visite (cfr. BECCARIA, p. 106). 1.

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giù per le spalle, ornata con fiori e assai gioie, secondo la qualità della persona, e con tanta allegrezza come vanno le novizze in trasto 1 in Venezia. Porta nella sinistra mano un specchio e nella destra una frezza; e va cantando per la città e dicendo che va a dormire col suo caro marito, dai parenti e amici accompagnata sina alle dicinove o venti ore; indi esce della città e caminando lungo il fiume N egondin,2 che passa appresso alle sue mura, giunge in una pradaria, 3 ove si sogliono far questi abbrusciamenti di donne restate vedove: è già apparecchiata in questo luoco una cava grande fatta in quadro, con un poggiolo appresso, nel qual si saglie per quattro o cinque scalini; e ditta cava è piena di legne secche. Giunta quivi la donna accompagnata da gran gente, che vanno a vedere, gli apparecchiano bene da mangiare e essa mangia con tanta allegrezza come se fosse a nozze, e come ha mangiato si mette a ballare e a cantare a un certo lor suono quanto li pare, e dapoi ella istessa ordina che s'impicci4 il fuoco nella cava e quando è in ordine se gli fa intendere e essa, subito lassata la festa, dà mano al più stretto parente del marito e vanno ambidui alla riva del fiume, ove essa nuda si spoglia e dà le gioie e i vestimenti ai suoi parenti, e se gli tira dinanzi un panno, accioché non sia veduta nuda dalle genti, e si caccia tutta in acqua, dicendo i meschini che si lava i peccati; uscita dell'acqua, si rivolge in un panno giallo lungo quattordeci braccia5 e, dato di nuovo mano al parente del marito, sagliono ambidui cosl per mano tenendosi sopra il poggiolo, ove essa ragiona alquanto col popolo, raccomandandoli i figliuoli, se n'ha, e i suoi parenti. Tra il poggiolo e la fornace tirano una stuora, accioché esse non vedano il fuoco, ma ne sono assai che fanno subito tirar via detta stuora, mostrando animo intrepido

1. le 11ovizze in trasto: le giovani spose in gondola (è espressione veneta}; trasto: l'asse trasversale della gondola. 2. Nego11din: la Tungabhadrii. Come già altri viaggiatori portoghesi, il Federici dà al fiume, storpiandolo, il nome dell'antica cittadella fortificata di Anegundi; eretta lungo la riva nord del fiume, su grandi blocchi di granito, era la residenza dei feudatari locali prima della fondazione di Vijayanogar (cfr. R. SBWELL, A Forgotten Empire, cit., pp. 5-7), 3. pradaria: prateria (port.); la testimonianza sembra trovare conferma nel rinvenimento lungo il fiume, fuori dalla porta settentrionale della città, di cumuli di ossa carbonizzate (cfr. PINTO, p. 253, nota 187). 4. s'impicci: s'appicchi (cfr. veneto impizzar). 5. pam,o • .• braccia: il sari (sari), il tipico vestito delle donne indiane; il colore giallo zafferano indica per gli indù il supremo sacrificio di sé stessi.

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e che di quella vista non si spaventano. Ragionato c'ha la donna quanto li pare, un'altra donna li porge un vaso d'oglio e essa presolo se lo sparge sopra la testa e se ne unge tutta la persona e gitta il vaso nella fornace e tutto a un tempo se gli lancia dietro; e subito la gente, che sta intorno alla fornace, li gettano con forza grossi legni adosso, talché tra per il fuoco e per i colpi dei legni essa presto esce di vita; e allora la tanta allegrezza si converte tra quei popoli in si dirotto pianto che mi era necessario a correre via, per non sentir tal terremoto di pianto e d'urli. Io n'ho viste abbrusciare assai, percioché la mia stanzia1 era appresso a quella porta per la quale esse uscivano ad abbrusciarsi. Quando poi muore qualche grande uomo, oltra la moglie, tutte le schiave, con le quali esso ha avuta copula carnale, con esso s'abbrusciano. In questo istesso regno tra persone basse è un'altra usanza; percioché, morto che è l'uomo, lo portano al luoco ove gli vogliono far la sepoltura, e con essi vien la moglie; e il corpo è posto su qualche cosa a sedere, e la moglie se gli inginocchia dinanzi e gittateli le braccia al collo qui si ferma; e fratanto i muratori li fanno un muro attorno ad ambidui e, quando il muro è arrivato al collo della donna, viene un uomo di dietro alla donna e li storce il collo; e morta ch'essa è, il muro si finisse e restano ambidui ivi sepolti. 2 Oltra queste vi sono altre infinite bestialità, qual io non mi curo di scrivere. Volsi intendere perché così si facessero queste donne morire, e mi fu detto che fu fatta anticamente questa legge, per provedere alli molti omicidii che le donne dei lor mariti facevano; percioché, per ogni poco di dispiacere che esse avessero dai mariti, li attossicavano per pigliarne un altro; onde con questa legge le rendettero ai mariti più fedele e fecero che le vite dei mariti al par delle sue avessero care, poiché con la lor morte ne seguiva anche la sua.

1. stanzia: residenza. 2. tra pe11one ba11e ••• sepolti: della muratura delle vedove fanno menzione anche altri autori: il Barbosa, che la attribuisce alla setta dei Lingayat (cfr. RAMus10, 1, p. 302v.); il Balbi, che ne parla come di un'usanza della casta degli orefici (cfr. PINTO, p. 165, e p. 254, nota 199); e la cronaca di Fernào Nunes, scritta intorno al 1535, che Pattribuisce genericamente ai Tclugu, popolazione di lingua dravidica dell'India sud-orientale (vedine la trad. inglese in R. SnwnLL, A Forgotte11 Empire, cit., p. 393), attribuzione confermata da J. B. Tavernier (cfr. Iiobso11Job1on, s.v. ndtee).

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Del 1567 si dispopulb Bezeneger, avendo per cattivo augurio per esser stato sacchegiato dai Mori, e il Re con la corte andb ad abitare in Penigonde; 1 qual è una fortezza fra terra, otto giornate distante da Bezeneger. Sei giornate luntano da Bezeneger si cavano i diamanti ;2 io non fui là, ma dicono esser un luoco grande, circondato di muro, e ch'il terreno si vende a misura, un tanto il quadro, con limitazione quanto debbano andar sotto; e i diamanti da una certa carattà3 in su son del Re. Sono molti anni che non si cavano per i gran disturbi del regno, e maggiormente da un tempo in qua, ch'il :figliuolo del Timaraggio Re tiranno ha fatto morire il Re legittimo, che teneva prigione, e i baroni poderosi del regno non lo vogliono conoscere per Re, di modo ch'in ditto regno sono assai Re e gran divisione.4 La città di Bezeneger non è distrutta, anzi è con tutte le sue case in piedi; ma è vota, né gli abita anima viva se non tigri e altre fiere; si dice che circonda ventiquattro miglia, e ha dentro alle mura alcune montagne ;5 le case sono tutte a piè piano e murate di fango, fuor che i tre palazzi6 dei tre tiranni e i pagodi,7 che sono fatti di calcina e di mar-

I. Penigo11de: Tirumalai, assunta la reggenza, e vista l'impossibilità di governare in una città devastata dai saccheggi, trasferì la capitale nella fortezza di Penukoi;1c;Hi, 280 km a sudest di Vijayanagar, dove regnò sino al I 571 su quanto restava di un grande impero: un conglomerato di principati ormai semi-indipendenti (cfr. History of lndia,z People, VII, pp. 495-7). 2. Le principali miniere di diamanti erano presso le località di Vajra Karor (a sudovest di Gooty), a Kumool, Anantapur, e lungo la riva nord del fiume Krishna (cfr. R. SEWELL, A Forgotte11 Empire, cit., pp. 399-401). La ricchezza di pietre preziose di Vijayanagar era rinomata; molti viaggiatori descrivono il bazar - che si stendeva lungo la strada che dal palazzo reale conduceva al fiume - dove si vendevano in abbondanza diamanti, rubini, smeraldi e perle. 3. carattà: antico, per n carato». 4. il figli11olo ... divisio11e: la notizia che Tirumalai, o uno dei suoi figli, in particolare Venkatapati, avesse ucciso Sadàshiva, non è confermata dalle fonti storiche, dalle quali anzi risulta che egli fosse ancora vivo nel I 576; i baroni: gli anzarauiiyaka, i potenti feudatari che dopo la sconfitta di Talikola avevano assunto una posizione di ostilità nei confronti di Tirumalai, accentuando la disgregazione dell'impero (cfr. History of lndian People, VII, pp. 496-7). 5. Più che 111ontag11e, sono colline rocciose formate da grandi massi erratici di granito. 6. i tre palazzi: la zona del palazzo reale fu quella contro cui più si accanirono i conquistatori; non ne restano che le fondamenta. 7. pagodi: dal port. pagode, termine con cui i primi viaggiatori europei indicarono genericamente sia la moneta sia il tempio e l'idolo. L'etimologia più accettata lo fa derivare dal sanscrito b/iiigavata (•sacro, divino»). Il primo a nominare la moneta è il Vartema, che però la chiamapardao (cfr. p. 349 e la nota 3); il temune pagoda è usato per la pri-

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mori fini. 1 Ho visto molte corti di re, ma non vidi tal grandezza come tiene il Re di Bezeneger, dell'ordine dico del suo palazzo, percioché aveva nuove porte2 prima che s'entrasse ove abitava il Re: cinque grandi con guardia di capitani e di soldati e quattro con guardia di portieri; fuori della prima porta era un portico, ove stava alla guardia di giorno e di notte un capitano con venticinque soldati, e dentro alla porta ve n'era un altro con guardia simile, di dove s'entrava in una piazza assai grande, in capo alla quale era l'altra porta, guardata come la prima, e indi un'altra piazza; e in tal modo erano le prime cinque porte da dieci capitani guardate; si trovavano poi !'altre quattro porte minori con portieri alla guardia, che stavano la più parte della notte aperte, percioché è costume dei Gentili di far le lor feste e negozii più di notte che di giorno; la città era sicurissima dai ladri, e i mercanti portughesi dormivano per il caldo su le strade, cioè sotto i portici di quelle, né gli era mai fatto danno alcuno. In capo ai sette mesi io mi deliberai d'andare a Goa con altri dui compagni portughesi, ch'erano alquanto indisposti, li quali tolsero dui palanchini, 3 che sono come lettierette, con li quali si va in viaggio molto commodamente, con otto fachini per cadauno palanchino, che lo portano, scambiandosi a quattro per volta; e io comprai dui buoi, uno per mio cavalcare e l'altro per la compagnia da portar i drappi e la vittovaglia. Si cavalcano in quei paesi i buoi con buone bastine,4 staffe e briglia; e hanno un commodo e buon passo. Da Bezeneger a Goa sono d'estate otto giornate di viaggio; ma noi lo facessimo di mezo l'inverno, 5 il mese di luglio,

ma volta dal Corsali. Era una moneta d'oro, raramente d'argento, diffusa nell'India meridionale; recava impresse le figure di due divinità, Shiva e Parvati. Con lo stesso nome si indicarono genericamente i vari edifici sacri in India e in Estremo Oriente (cfr. Hobson-Jobson, s. v. pagoda). 1. mormori fini: in realtà, erano intonacati a calce; nessun edificio a Vijayanagar era in marmo. Anche se il primo monumento costruito in marmo in India sembra essere il mausoleo di Hoshang Shah a Mandu, l'uso di questo materiale divenne frequente solo sotto l'imperatore mogol Jahangir (1605-1627). 2. Il gran numero di porte si spiega con il fatto che la città era circondata da numerose linee di fortificazione e cinte murarie. 3. palanchini: specie di portantine, tenute sulle spalle da quattro o sei uomini, e usate per viagginre. Il termine, tramite il port. palanquim, deriva dal telugu pallaki, che a sua volta procede dal sanscrito palyanka, «letto» (cfr. Hobso11-Jobso11, s.v. palankeen). 4. bastine: basti leggeri. 5. di mezo l'inverno: durante la stagione piovosa, che dura in India da maggio a ottobre.

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e penassimo quindeci giorni a venire sino in Ancola I sul lito del mare, e in capo agli otto giorni persi i dui buoi; quello che portava la vittovaglia s'indeboli di maniera che, non potendo più caminare, ne bisognò lassarlo e quello ch'io cavalcava, nel passare un fiume, noi su un ponticello e egli a nuoto, trovò egli in mezo al fiume un'isoletta piena d'erba fresca e ivi si fermò, né potendo noi in alcun modo passarvi, per forza convenissemo lassarlo; e era in quel punto una grossissima pioggia, onde mi convenne andare a piedi sette giornate con travaglio grandissimo, e avessemo ventura2 in ritrovar facchini, che ne portarono le robbe. Passassemo per questi giorni gran fortune, 3 percioché, essendo quel regno tutto sottosopra per le gran dissensioni4 che in esso erano, ogni giorno eravamo fatti prigioni, e volendo la mattina caminare inanzi, bisognava pagare per nostro riscatto quattro o cinque pagodi5 ogni mattina per testa. Un altro travaglio anche avessimo, che ogni giorno entravamo in terre di nuovi signori, tutti però tributarii del Re di Bezeneger, ciascun dei quali fa batter moneta di rame una diversa da l'altra, talché la moneta d'un giorno l'altro non era buona. Con l'aiuto di Dio giungessimo finalmente in Ancola, terra della Regina di Garcopan, 6 tributaria del regno di Bezeneger. Le mercantie ch'andavano ogn'anno da Goa a Bezeneger erano molti cavalli arabi, veluti, damaschi, rasi e ormesini7 di Portugallo e anche pezze di China, zafaran e scarlatti. 8 Di là si cavava per Goa gioie e ducati pagodi d'oro. 9 Il vestir di Bezeneger era cavaie10 sopra le camise over zuppe ugnole 11 overo imbottite, di veluto, raso, damasco, scarlatto, overo panni bianchi di bombaso, 12 secondo la qualità degli 1. Ancola: Ankola, 37 km a sud di Karvar. 2. ventura: fortuna. 3.Jortu,1e: vicissitudini. 4. le gran dissensioni: dopo la disfatta di Tiiliko~a. 5. pagodi: qui si riferisce alle monete. 6. Garcopan: Gersoppa (cfr. la nota 4 a p. 398); sembra che il principato fosse retto da donne, poiché molti viaggiatori portoghesi del tempo parlano della regina di Gersoppa come Rainl,a da pimenta. Oggi il nome cli Gersoppa è rimasto soltanto alle cascate del fiume Sharavati. 7. ormesini: stoffe di seta; il nome deriva probabilmente dalla città di Hormuz (cfr. Hobson-Jobson, s.v. ormesine). 8. ::afara11 e scarlatti: panni tinti di giallo e cli rosso. 9. Le ,nercantie ... d'oro: la disfatta di Tàlikofa ebbe ripercussioni negative sull'economia portoghese in India, in quanto il Portogallo traeva notevoli entrate dal commercio di Goa con Vijayanagar: cfr. R. SEWELL, A Forgotten Empi.re, cit., pp. 155-6, e quanto scrive il Sassetti, qui a p. 923. 10. cavaie: dal port. cabaia, forse dall'arabo qabbah: lunghe tuniche di mussola (cfr. HobsonJobso11, s.v. cabaya, e CARDONA, BALM, p. 183). II. zuppe ug11ole: giubbe senza fodera (voce veneta). 12. bomba.so: cotone (cfr. la nota 7 a p. 240).

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uomini, con berette lunghe in testa, da essi chiamate colae, 1 di veluto, di raso, di scarlatto o di damasco, cingendosi in vece di poste2 con alcuni panni di bombaso fini; portavano braghesse3 quasi alla turchesca e anche salvari ;4 portavano in piede alcune pianelle alte, dette da loro asparche ;5 e ali' orecchie portavano attacato . assai oro. Ora al mio viaggio ritornando, giunti che fussemo in Ancola, uno dei miei compagni, che non aveva cosa alcuna da perdere, tolse una guida e andossene a Goa, ove si va in quattro giornate. L'altro compagno, essendo alquanto indisposto, voleva fermarsi per quell'inverno in Ancola (l'inverno di quelle parti dell'India comincia a mezzo maggio e dura sina a parte del mese d'ottobre), ma stando esso in Ancola vi giunse un mercante da cavalli da Bezeneger in un palanchino, e vi giunsero anche dui soldati portughesi che venivano di Seilan6 e dui portalettere cristiani nativi dell'India; fecero tutti questi compagnia insieme per andare a Goa, ond'io mi deliberai d'andar con essi; e fattomi fare un palanchino assai povero di canne, misi ascosamente in una delle sue canne tutto il mio poco avere, ch'erano gioie, e secondo l'uso presi otto fachini che mi portassero. E un giorno intorno alle dicinove ore si mettessemo in viaggio e alle ventidoi nel passare una montagna, che divide il territorio d' Ancola dal regno di Dialcan,7 essendo io dietro a tutti gli altri, fui assaltato da otto ladroni, quattro dei quali avevano spada e rotella8 e gli altri quattro archi e frezze; quando i fachini, che mi portavano, sentirono il rumor degli assassini, lasciando cascare il palanchino si misero subito in fuga e io restai solo in terra involto nei drappi del palanchino. Mi furono subito i ladri adosso e mi spogliarono con suo commodo tutto nudo e io, per non abbandonare il palanchino, mi finse esser amalato; e perché io avevo fatto sul palanchino un letticello delli miei drappi, I. colae: dal port. culae, «cappuccio», a sua volta dal tamil kulliiyi: copricapo in uso nell'India meridionale (cfr. CARDONA, BALM, p. 184). 2. poste: specie di cinture in uso a Venezia; secondo C. VECELLIO (Abiti anticlii e moderni di tutto il mondo, Venezia, Sessa, 1598, p. 95r.) le donzelle veneziane «vanno cinte d'uno di quei retini di seta, ch'esse chiamano poste». 3. braghesse: calzoni (voce veneziana). 4. salvari: pantaloni larghi (dal pers. sha/.vflr: cfr. Hobson-Jobson, s.v. slzultoartrs). 5. asparche: forse dnl port. abarca (cfr. la nota 4 a p. 536); in Cycl. of India, s.v. shoes, si cita però il nome di appa-slialiee per pianelle in uso nell'India meridionale. 6. Seilan: Ceylon. 7. Dialcan: 'Adii Khan (cfr. la nota 2 a p. 391). 8. rotella: scudo.

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li cercarono i ladri sottilmente ;1 e avendovi trovato due borse ben ligate, nelle quali aveva io posta la moneta di rame di quattro pagodi, ch'in Ancola avevo cambiati, credettero essi che fossero tanti pagodi e non cercarono più, ma, fatte abbracciate2 di tutti i drappi, nel bosco si cacciarono. E volse Dio che nel partirsi gli cascò un lenzuolo, ond'io, levatomi del palanchino, tolsi detto lenzuolo e me gli rivoltai dentro; e in questo i miei fachini furono tanto da bene che tornarono a trovarmi, non sperando io in loro tanta bontà, percioché, essendo essi pagati (che cosi si usa di pagargli inanzi tratto) e avendoli dati in Ancola sette pagodi, non sperava più di rivederli, ma avevo diterminato di cavar la canna delle gioie del palanchino e mostrando di servirmene per bordone condurmi a piedi a Goa; ma la fedeltà di quelli uomini mi cavò di questo travaglio, e mi portarono in quattro giorni a Goa; nel qual tempo la feci molto stretta del mangiare, perché non m'era restato in dinari né oro né argento né pagodi né moneta, e mangiava solo qualche cosa che per compassione mi era data dai fachini; ma giunto in Goa gli pagai ogni cosa onoratamente. Di Goa mi parti' per Cochin,3 qual è pareggio4 di trecento miglia, e tra l'una e l'altra di queste due cittadi sono molte fortezze de' Portughesi. [...] Pescaria delle Perle Il mare che giace tra la costa, che si distende da Cao Comeri alle basse de Chilao 5 e l'isola de Seilan, si chiama la Pescaria delle Perle;6 qual pescaria si fa ogn'anno cominciando di marzo o d'aprile, e dura cinquanta giorni; né ogni anno si pesca in un istesso luoco, ma un anno in un luoco e l'altro in un altro di detto mare. Quando s'avicina il tempo di pescare mandano buoni nuotatori sott'acqua a scoprire ove è maggior quantità d'ostreghe7 e su la costa all'incontro piantano una villa di case e bazarri di paglia, che tanto 1. sottilmente: minuziosamente. 2. abbracciate: bracciate. 3. Cochin: cfr. la nota 3 a p. 260. 4. pareggio: tratto di mare, viaggio per mare (cfr. TOMMASEO-BELLINI, s.v.). 5. Cao Cameri: Capo Comorin; basse de Chilao: i bassi fondali del Golfo di Mannar (bassa de mar è locuzione veneziana); Chilao: Chilaw, sulla costa occidentale di Ceylon (cfr. Hobson-Jobson, s.v. Cl,ilaw). 6. Pescaria delle Perle: cfr. Hobsmi-Jobson, s.v. pescaria; il centro principale per la pesca delle perle sul continente indiano era Tuticorin, occupata dai Portoghesi nel 1540. 7. ostreghe: ostriche (voce dialettale veneta).

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dura quanto dura il tempo del pescare, e la forniscono di quanto è necessario, e ora si fa vicino ai luochi abitati, ora lontano, secondo il luoco ove vogliono pescare. I pescatori sono tutti cristiani del paese, 1 e va chi vuole a pescare, pagando perb un certo censo al Re di Portugallo e alle chiese dei Padri di San Paulo,2 che sono per quella costa. Mentre dura il tempo di pescare, stanno in quel mare tre o quattro fuste armate, per diffendere i pescatori dai corsari. Io mi ritrovai qui una volta di passaggio e vidi l'ordine che tengono a pescare. Fanno compagnia due, tre e più barche insieme, che sono dell'andare delle nostre peotte3 e più picciole; vanno sette overo otto uomini per barca; e bolle viste la mattina a partire in grandissimo numero e andare a sorgere4 in quindeci sina dicidoto passa5 d'acqua, che tale è il fondo di tutto quel contorno. Sorti che sono, gittano una corda in mare, nel capo della quale è ligato un buon sasso e un uomo, avendosi ben stretto il naso con una molleta e ontosi con oglio il naso e l' orecchie, con un camiero al collo overo un cesto al braccio sinistro, giù per quella corda si calla; e quanto più presto pub, empie il camiero o il cesto d'ostreghe, che trova in fondo del mare e indi scorla6 la corda e i compagni, che stanno attenti in barca, tirano su ditta corda in pressa,7 e con essa anche l'uomo, e cosi vanno d'uno in uno a vicenda, finché la barca è carica d'ostreghe. E poi la sera vengono alla villa e cadauna compagnia fa il suo monte d'ostreghe in terra, distinti uno dall'altro, di modo che si vede una fila molto lunga di monti d'ostreghe, né si toccano sin che la pescaria non è compita; e allora s'acconciano ogni compagnia attorno il suo monte ad aprirle, ché facilmente s'aprono, percioché sono già morte e fragide; e s'ogni ostrega avesse perle, saria una gran bella preda, ma ne sono assai

cristia11i del paese: indiani convertiti; la conversione dei Parayar, i pescatori della costa del Coromandel, come pure quella dei Mukk11var, i pescatori del Malabar, fu opera di san Francesco Saverio (cfr. History o/ lndian People, vn, pp. 489 e 509, e O. ToRSELLINI, Vita del B. Francesco Saverio, Firenze, Giunti, 1605 1 passim). 2. Padri di San Pa11lo: i Gesuiti, cosi detti in India perché a san Paolo dedicarono pnrecchie chiese, a cominciare dal Collegio di San Paolo fondato a Goa nel 1542 da san Francesco Saverio per l'istruzione dei missionari asiatici (cfr. Hobson-Jobson, s.v. Pa11list). 3. peotte: peote, barche a remi di medie dimensioni, usate a Venezia (cfr. BOERIO, s.v. peota). 4. sorgere: cfr. la nota 7 a p. 234. s. passa: passi; il passo veneziano corrispondeva a m 1,739. 6. scoria: scrolla (voce veneziana). 7. i11 pressa: in fretta. t.

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senza perle. Finita la pescaria e visto se è buona ricolta o cattiva, vi sono certi uomini periti, che si chiamano chitini, 1 li quali metteno il prezzo alle perle, secondo la lor carratà, facendone quattro cernide con alcuni crivelli di rame. Le prime sono le tonde, e si chiamano l'aiaa de' Portughesi, perché Portughesi le comprano; le seconde, che non sono tonde, si chiamano l'aia di Bengala; la terza sorte, che sono manco buone, chiamano l'aia di Canarà,3 cioè del regno di Bezeneger; la quarta e ultima sorte, che sono più triste e più minute, si chiama l'aia di Cambaia.4 Messo il prezzo, vi sono tanti mercadanti di diverse parti, che con dinari stanno aspettando, che in pochi giorni ogni cosa si compra a prezzo aperto,S secondo la carratà di dette perle. In questo mare della pescaria delle perle è una isoletta chiamata Manar, 6 abitata da cristiani del paese7 che prima erano gentili, con una picciola fortezza de' Portughesi, situata all'incontro dell'isola di Seilan, tra le quali passa un canale non troppo largo e con poco fondo, per il qual non si può navigare, se non con vascelli piccioli e col crescente dell'acqua nel voltar della luna overo nel tondo; e con tutto ciò bisogna anche scaricar detti vascelli in barchette e passare alcune secche voti e poi tornare a caricare; e questo fanno li navilii che vanno in India, ma quelli che vanno d'India verso levante per la costa di Chiaramandel,8 passano dall'altra banda per le basse di Chilao, che sono tra l'isola di Manar e terra ferma.0 E andando d'India per la costa di Chiaramandel, se perdeno 1. chitini: dal tamil ceUi: nel Coromandel, gli appartenenti alla casta dei mercanti (cfr. Hobson-Jobson, s.v. chetti, e CARDONA, BALM, p. 195). 2. l'aia: dal port. /aia: «qualità, genere•. 3. Canarà: il Kanara(KannaQa); per i viaggiatori del Cinquecento era la zona costiera tra Goa e il Kerala; talora il toponimo includeva anche il regno di Vijayanagar (cfr. Hobso,iJobson, s.v. Canara). 4. Camhaia: Cambay (cfr. la nota 3 a p. 388). 5. a prezzo aperto: libero, variabile a seconda dell'andamento delle contrattazioni. 6. Manar: l'isola di Mannar, situata tra l'Adam's Bridge e Ceylon. 7. cristia,ri del paese: gli abitanti di Mannar furono convertiti nel 1543 da son Francesco Saverio (cfr. O. TosELLINI, op. cit., pp. 99-101). 8. Chiara111a11del: Coromandel (cfr. la nota 1 a p. 261). 9. le basse . .. terra ferma: qui si riferisce al cordone di scogli e secche chiamato a Ponte di Adamo 11 (Adam's Bridge) da musulmani e cristiani (secondo la tradizione musulmana, Adamo vi giunse dopo la cacciata dal Paradiso Terrestre), e «Ponte di Rama» o «Scogliera di Hanuman11 dagli indù, perché secondo il Ramiiyat]a sarebbe stato costruito dall'esercito delle scimmie per permettere a Rama di raggiungere Ceylon. Consente un passaggio con l'alta marea in punti diversi a seconda dello spirare dei monsoni.

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alcuni navilii, ma voti, percioché si scarcano a una isola detta Peripatan I e mettonsi le mercantie in barchette picciole, chiamate tane,2 che sono piane di fondo e pescano poco, e però possono passare sopra ogni secca senza pericolo di perdersi. Aspettano in Peripatan il buon tempo da partirsi per passar le dette secche, e si partono i navilii e le tane di compagnia; e navigato c'hanno trentasei miglia, arrivano alle secche; e perché tal volta il tempo carca assai con vento fresco, e bisogna per forza passare, non essendo ove salvarsi, le tane passano sicure, ma i navilii, se fallano il canale, 3 urtano nelle secche e si perdono. Al venire in qua non si fa questa strada, ma si passa per il canal di Manar, detto di sopra, il cui fondo non essendo altro che fango, ancorché i navilii restino in secco, gran sorte è che ne pericoli4 alcuno. La cagione perché non si fa questa strada più sicura all'andare in là, è perché a quel tempo, per i venti ch'allora regnano, tra Manar e Seilan è tanta secca d'acqua che non si può a modo alcuno passare. Da Cao Comeri all'isola di Seilan sono cento e venti miglia di traverso. 5 [ ••• ] Sion6 Fu già Sion una grandissima città e sedia d'imperio, ma l'anno 1567 fu presa dal Re del Pegù,7 qual caminando per terra quattro mesi di viaggio, con un essercito d'un million e quattrocento mila uomini da guerra, la venne ad assediare; e prima che la pigliasse 1. Peripatan: forse Pamban, località situata all'estremità occidentale dell'isola di Rameshvararp (cfr. PINTO, p. 267, nota 310). 2. tane: dal port. tona o tone, a sua volta dal tamil to1Ji: piccola imbarcazione monoxila, fluviale o costiera (cfr. Hobson-Jobson, s.v. doney). 3. se fallano il ca11ale: se non imboccano il passaggio navigabile tra le secche. 4. ne pericoli: corra pericolo; essendo il fondale fangoso, le navi al più restano in secca, ma raramente corrono il rischio di riportare danni. 5. traverso: traversata. 6. Sion: dal port. Siào: il Siam; con il nome si indicava sia lo stato, sia la capitale Ayuthia (cfr. la nota 3 a p. 262, e Hobson-Jobsoti, s.v. Siam). 7. Re del Pegù: Bayinnaung, salito al trono nel 1551; era cognato e successore di Tabinshwehti (1531-1550), della dinastia di Toungoo, che aveva iniziato un,ambiziosa politica di espansione con la conquista (15351541) del ricco e civile regno mon del Pegù (cfr. la nota I a p. 402), facendo della omonima città la propria capitale. Continuando tale politica Bayinnaung sconfisse nel I 55s il regno di Ava, e diresse poi ogni sforzo alla conquista del Siam, il regno più potente della penisola indocinese (cfr. HALL, pp. 332 sgg.); l'anno x567: in realtà, Ayuthia fu assediata e presa dalle forze birmane una prima volta nel 15641 e ridotta a condizioni

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vi tenne ventiun mese 1 l'assedio, con gran perdita delle sue genti; e lo so io, percioché mi ritrovai in Pegù sei mesi dopo' la sua partita e vidi che li mandarono cinquecento mila uomini per supplimento di quelli che gli erano mancati; e con tutto questo, se non vi fosse stato tradimento, 2 non l'avrebbe presa. Una notte li fu aperta una porta della città, per la quale con grande empito entrato se ne fece patrone e l'Imperator di Sion, quando si vide essere stato tradito e che 'l nimico era nella città, col veneno si uccise; i cui figliuoli e le donne e altri signori, che non furono in quel primo empito uccisi, furono menati schiavi nel Pegù3 ove io mi ritrovai quando il Re vincitore con trionfo fece l'entrata e, tra l'altre gran pompe, bella cosa da vedere furono la gran squadra degli elefanti,4 carchi d'oro, d'argento, di gioie e di signori prigioni. Ritornando al mio viaggio, io mi parti' da Malacca sopra una nave grossa ch'andava a San Tomé, 5 città posta su la costa di Chiaramandel; e perché il capitano della fortezza di Malacca6 per aviso avuto stava in aspettazione di guerra, e che li venisse sopra il Re d' Assi7 con di vassallaggio; a un tentativo di riconquistare Pindipendenza Bayinnaung reagì con un nuovo assedio, iniziato nel 1568 e conclusosi nell'agosto '69 con la presa e il saccheggio della città. I. ventiun mese: in realtà, l'assedio durò dalla fine del 1568 all'agosto dell'anno successivo. 2. tradimento: sembra storicamente accertato, da parte di un nobile siamese che, già fatto prigioniero da Bayinnaung, finse di fuggire dalla prigionia e, rientrato ad Ayuthia, aperse ai Birmani una porta della città (cfr. P1NT0. p. 276. nota 427). 3. L9lmperator . .. schiavi nel Peg,ì.: il re Chakrap 1 at era morto durante l'assedio del 1568-69; il figlio e successore Mahin, destinato a essere deportato in Birmania con molti altri nobili siamesi. morì durante il viaggio verso la prigionia. Un re vassallo, T 1 arnmaraja, fu insediato ad Ayuthia, ed il Siam rimase sotto controllo birmano per quindici anni (cfr. HALL, p. 339). 4. elefanti: cfr. più avanti, pp. 840-2. 5. San Tomé: cfr. la nota 1 a p. 263; l'insediamento di Sa'.o Thomé era divenuto uno dei più importanti centri religiosi e commerciali portoghesi; i traffici erano diretti verso il Pegù, Malacca e altri paesi delPest, e consistevano prevalentemente in tessuti di cotone provenienti dal Coromandel, molto richiesti in quei paesi. 6. La fortezza costruita a Malacca daU-Albuquerque subito dopo la conquista della città nel 15n (cfr. p. 419 e la nota 4). Divenuta Pemporio principale del commercio portoghese in Oriente, Malacca era però spesso minacciata dai vicini principati islamici. 7. Assi: Atjeh (cfr. la nota 2 a p. 347); aveva esteso il proprio controllo sulla costa occidentale di Sumatrn e, forte di una accresciuta potenza economica, mirava alla supremazia del mondo malese; rappresentava perciò una temibile minaccia per Malacca portoghese. che cercò più volte di conquistare. L'attacco che i Portoghesi paventavano fu effettivamente sferrato dalla flotta di Atjeh nel 1568, ma essi riuscirono a respingerlo (cfr. HALL, pp. 426-7).

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grossa armata, non voleva dar licenza che questa nave partisse; onde si partissemo di notte senza far acquata, 1 e vi erano su ditta nave quattrocento e più persone, con intenzione d'andare a una certa isola a far acqua, ma il vento non ne lassò pigliar detta isola, di modo ch'andassemo settantaquattro giorni persi per mare e fossemo a scoprir terra altra S. Tomé più di cinquecento miglia, ch'erano le montagne del zergelin, 2 appresso il regno d'Orisa, 3 e cosi fossemo a Orisa con assai morti di sete e molti amalati che fra pochi giorni morirono, e io per un anno ebbi sempre la gola tanto arsa che non mi poteva saziar di bevere acqua; io credo che ne fossero cagione le suppe4 fatte in oglio e aceto con le quale molti giorni mi sostentai. Biscotto non ne mancava, né anche vino, ma sono vini tanto gagliardi che senza acqua uccidono la gente, né si può continuar il beverli; quando si cominciò a patir d'acqua, vidi alcuni officiali mori che ne venderono a un ducato la scudella ben picciola; dipoi ho visto che uno volse dar un bar5 di pevere, che sono dui quintali e mezzo, per una mezaruola6 d'acqua e non gli la volse dare. Credo certo che ancor io sarei morto, insieme con un mio schiavo solo ch'avevo in quel tempo, qual mi era molto caro, ma quando previddi il pericolo, che si era per scorrere, vendei il schiavo per la mettà meno di quello che valeva, per avanzar per me quello ch'egli bevuto averebbe. Orisa7 e fiume Gange Orisa fu già un regno molto bello e sicuro, per il quale caminare si poteva con l'oro in mano senza pericolo alcuno, sina che regnò il suo Re legitimo, 8 qual era gentile e stava sei giornate infra terra nella città di Catecha. 9 Amava questo Re grandemente i forestieri, e i mercadanti entravano e uscivano del suo regno con le lor mercantie senza pagar né dazii né alcuna altra sorte di gravezze; solo acqflata: provvista d'acqua. 2. zergelin: il sesamo (cfr. la nota 2 a p. 346); era largamente coltivato nei Circars del nord, cioè la fascia costiera ai piedi dei Ghati orientali, a sud dell,Orissa (cfr. Cycl. of India, s.v. Sesamum indicum). 3. Orisa: cfr. più avanti fa nota 7. 4. suppe: zuppe (voce veneta). 5. bar: cfr. la nota 4 a p. 408. 6. mezamola: ampolla (voce veneta). 7. Orisa: l'Orissa, Pantico Kalinga; stato indù indipendente, fu definitivamente conquistato dall'imperatore mogol Akbar nel 1592. 8. Re legitimo: Mukundn Deva (1559-1568), della dinastia solare dei Gajnpati. 9. Catecha: Cuttack (Kattak), sul delta della Mahiinadi. I.

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le navi secondo la lor portata pagavano una certa poca cosa; e ogni anno nel porto d'Orisa si carcavano venticinque e trenta navi tra grosse e piccole di risi, di diversi panni bianchi di bombaso, fini e d'ogni sorte, oglio di zerzelin, qual si fa d'una semenza e è assai buono cotto e da frigere, assai butiro, 1 lacca, pevere longo, zenzari, mirabolani2 secchi e in conserva, assai panni de erba,3 qual è una seta che nasce nei boschi senza fatica alcuna degli uomini: solo quando le boccole sono fatte e sono grosse come ogni grossa naranza hanno pensiero d'andare a raccoglierle. Sono intorno a sedici anni che questo regno fu preso e distrutto dal Re di Patane, che fu anche Re di gran parte di Bengala,4 e subito vi pose il dazio di venti per cento, come nel suo regno si pagava; ma poco lo godette questo tiranno, perché di là a pochi anni fu soggiogato da un altro tiranno, dal Grande Magol Re d'Agra, del Deli e di tutta Cambaia, s senza quasi metter mai mano alla spada. butiro: burro. 2. lacca . .. mirabolani: cfr. le note J a p. 267, 3 a p. 341 e 3 a p. 236. Il pepe lungo è la qualità prodotta dal Piper officinarum e dal Piper lo11gwn, originari delle zone più calde deu»India settentrionale e delle colline dell'India meridionale; si diffuse poi in tutto il mondo asiatico. Originariamente il nome sanscrito pippali si riferiva al pepe lungo (cfr. Hobson-Jobson, s.v. pepper, e ì\11LLER, La via delle spezie, pp. 81-4). 3. panni de erba: si tratta forse di una specie di batista fabbricata in Cina e nell'India orientale dalla Bre/mzeria nivea (la ramia bianca; dalla corteccia si ricava una fibra utilizzata per fare tessuti, reti, ecc.). I viaggiatori del Cinquecento ne parlano spesso come di una merce di esportazione dal1'Orissa e dal Bengala (cfr. Hobson-Jobso,r, s.v. Grass-cloth). La cita anche il Sassetti (cfr. p. 885). 4. S0110 intorno . .. Bengala: nel 1564 alla dinastia dei Sur (cfr. la nota 10 a p. 920) subentrò nel Bengala quella dei Karrani, anch'essi di origine afgana; Suleman Karrani (1565-1572) conquistò nel 1568 il nord dell'Orissa sconfiggendo il riijii Mukunda Deva e annettendosi la regione sino a Puri (cfr. A History of Orissa, edited by N. K. SAHU, Delhi-Varanasi, Bharatiya Publishing House, li, pp. 388-91); Re di Pata11e: più esattamente il Federici scrive più avanti Re Patane, cioè « Re afgano». Pathan è adattamento hindi di Pakhtana (cioè coloro che parlano il pak/zto, dialetto iraniano di alcune tribù afgane); il nome era stato adottato dagli europei per indicare comunemente gli Afgani, che in quel periodo avevano larga parte nelle vicende storiche dell'India settentrionale (cfr. Hobson-Jobson, s.v. Puttàn, Patlzàn). La precisazione Sono intorno a sedici a11ni si riferisce al periodo in cui il Fcderici scriveva queste memorie, cioè il 1584. 5. di là ... Cambaia: l'ultimo dei Karrani, Daud, salito al potere nel 1572, fu sconfitto il 12 luglio 1576 a Rajmahal dall'esercito di Akbar (1566-1605), l'imperatore mogol che con rapido processo di unificazione andava conquistando tutte le province dell'India settentrionale. Il Bengala rimase però a lungo più un territorio sotto occupazione militare, che parte integrante dell'impero mogol. L'Orissa, dopo un periodo di torbidi e ribellioni, fu conquistata definitivamente dn I.

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Io mi parti' d'Orisa per Bengala al Porto Picheno, 1 qual è distante de qui cento e settanta miglia verso levante; si va cioè scorrendo la costa cinquanta quattro miglia, indi s'entra nel fiume Gange, dalla bocca del qual fiume sino a Satagan, città ove si fanno i negozii e ove i mercadanti si riducono, sono cento e venti miglia, che si fanno in dicidotto ore a remi, cioè in tre crescenti d'acqua, che sono di sei ore l'uno; quando poi l'acqua le sei ore calla, non si può far viaggio, perché l'acque corrono troppo di furia; e ancora che le barche siano leggiere e ben fornite di remi e in foggia di fuste, non si può andar inanzi, ma bisogna legarsi, per non esser portati a dietro dal reflusso. Si chiamano queste barche bazaras e patuas2 e si vogano alla galeotta3 così bene come abbia mai visto. Una buona marea prima che si arrivi a Satagan si trova un luoco che si chiama Bettor,4 e da lì in su non vanno le navi grosse, perch'il fiume ha poca acqua. Qui in Bettor ogni anno si fa e disfa una buona villa con case e boteghe di paglia, fornite di tutte le cose necessarie a usanza loro; e dura questa villa sina che le navi parteno per India e, partite che sono, tutti vanno alle sue terre e danno fuoco alla villa. Mi fece questa cosa molto maravigliare, perché nell'andare a Satagan vidi questa villa con grandissimo popolo e infiniti bazarri e botteghe e al ritorno, essendo restato degli ultimi e con l'ultima nave, la qual di qui era partita e aviatasi inanzi, venivo giù in una barca col capitano della nave, e restai stupido quando vidi quel luoco campagna rasa e con solo i segnali dell'abbrusciate case. Li navilii piccioli vanno a Satagan e ivi carcano.

Akbar nel 1592; il Gujarat (Cambaia: cfr. la nota 3 a p. 388) già nel 1572. Agra e Delhi, prese nel 1526 dal primo imperatore mogol Babar, e poi perdute per l'espansione dei Siir, furono riconquistate da Akbar. 1. Porto Picheno: Porto Pequeno («Porto Piccolo11), in opposizione n Porto Grande (Chittagong), era il nome dato dai Portoghesi alla città più nvanti citata di Satigam (Satgaon): allora importante scalo sul fiume Hooghly, il braccio occidentale del delta del Gange (cfr. Hobso11-Jobsori, s.v. Satigam e Porto Piqueno). 2. Imbarcazioni leggere in uso sul Gange; bazaras corrisponde a bajrii (hind.); patuas al bengalese pa1ishi (cfr. HobsonJobson, s.v. budgerow e pau1icliway, e Cycl. of India, s.v. panswah). In genere, sulle imbarcazioni in uso in India cfr. Cycl. of l11dia, s.v. Boats and Ships. 3. alla galeotta: con un solo rematore per banco. 4. Bettor: Bhator, sulla destra del fiume Hooghly, di fronte all'attuale Calcutta, nei pressi del sobborgo di Howrah (cfr. LACH, p. 473).

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Satagan Nel porto di Satagan si carcano ogn'anno trenta e trentacinque vascelli, tra nave e navilii, di risi, di panni di varie sorti di bombaso, lacca, grandissima quantità de zuccari, zenzari e mirabolani secchi e conditi, pevere longo, buttiro assai e oglio di zerzelin e molte altre mercantie. La città di Satagan è onestamente bella per città di Mori, e è molto abondante. Fu signoreggiata dal Re Patane, ubbidisce ora al Re Magol. 1 Io stetti in questo regno quattro mesi; ove assai mercadanti per loro utile comprano una barca, over la pigliano a nolo, e con essa vanno per il fiume alle fiere, comprando con assai maggiore avantaggio; percioché tutti li giorni della settimana hanno fiere, ora in un luoco, ora nell'altro; e però ancor io tolsi una barca e, andando su e giù per il fiume di notte, ho veduto molte stranie2 cose. Il paese di Bengala da un tempo in qua è quasi tutto in poter de' Mori, 3 tuttavia vi è ancora grandissimo numero de Gentili (per tutto ove dico Gentili, intendasi idolatri, e ove dico Mori, s'intenda Macomettani), massime quelli infra terra; hanno tutti in grandissima venerazione l'acqua del Gange e, quando sono infermi, si fanno portare di lontani paesi su la riva di detto fiun1e e, fabricatavi una casetta di paglia, ogni giorno con quell'acqua si bagnano; onde assai ne muoreno e, morti che sono, pongono i corpi su un monte di frasche e dattoli il fuoco lassano che siano mezzi arrostiti, indi, attaccatogli un vaso grande al collo, nel fiume gli precipitano; questa cosa ogni notte l'ho vista per due mesi ch'andai su e giù per il fiume a trovare i mercati e fiere; e questa è la cagione ch'i Portughesi non vogliono bevere di quell'acqua, con tutto che sia eccellentissima e perfetta al paro di quella del Nilo. Dal Porto Picheno, detto di sopra, andai a Cochin, e da Cochin a Malacca, di dove mi parti' per il Pegù, ottocento miglia distante; qual viaggio si suol far ordinariamente in venti o venticinque giorni, e noi stessemo su questa strada quattro mesi, e in capo di tre 1. Re Pata11e ... Re Magol: cfr. le note 4 e s a p. 829; Satgaon fu conquistata da Akbar nel 1575. 2. stranie: antico, per «strane>>. 3. in poter de' Mori: non solo dei lVIogol musulmani. Sin dal XII secolo nel Bengala il predominio indù era stato annullato dall'islamismo; l'induismo non fu distrutto, ma privato della protezione dello stato.

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mesi, essendo ormai il navilio con poca vettovaglia, disse il peotta1 che per il suo soP eravamo a fronte della città di Tenasari, 3 città del regno del Pegù; e il suo detto era vero, ma eravamo in mezzo a molte isole picciole o scogli disabitati ;4 e alcuni Portughesi dicevano che conoscevano la terra e che sapevano ove era detta città di Tenasari, la qual è città delle ragioni5 del regno del Sion, posta infra terra due o tre maree, sopra un gran fiume che viene d'infra terra del regno del Sion. E ove il fiume entra in mare è una villa chiamata Mergi,6 nel porto della quale ogn'anno si caricano alcune navi di verzino, di nipa, di belzuin; e qualche poco di garofoli, macis, noci, 8 che vengono dalla banda di Sion, ma il sforzo9 della mercantia è verzino e nipa, qual è un vino eccellentissimo che nasce nel fior d'un arboro chiamato niper, il cui liquor si distilla e se ne fa una bevanda eccellentissima, chiara come un cristallo, buona alla bocca e migliore allo stomaco, e ha una gentilissima virtù, che s'uno fosse marcio da mal francese, 10 bevendone assai, in poco tempo si risana; e io n'ho veduto l'effetto, percioché, stando io in Cochin, era un mio amico, al qual cascava il naso da mal francese, e fu consigliato dai medici ch'andasse a Tenasari ai vini nuovi e che ne bevesse giorno e notte quanto più poteva, inanzi perb che si destillasse (ch'in quel stato è delicatissimo, ma destillato è gagliardo e bevendone assai va alla testa); andò questo uomo e ne bevve, e io l'ho visto dapoi con buonissimo colore e sano. Questo vino è molto apprezzato in India, ma, per venir di luntano, è assai caro; nel Pegù ordinariamente è buon mercato, per esser vicino al luoco ove si fa, e facendosene ogn'anno quantità grande. Ora al proposito ritornando dico che, ritrovandosi noi lontani

peotta: pilota (voce veneziana). 2. per il suo sol: secondo i calcoli che fatto rilevando la posizione del sole. 3. Tenasari: Tenasserim (cfr. la nota 3 a p. 262). 4. molte isole ..• scogli disabitati: il fitto arcipelago di Mergui, che si stende di fronte alla costa occidentale della penisola di Malacca. 5. delle ragioni: di ragione, di appartenenza di diritto; Tenasserim, che era stata a lungo, come buona parte della penisola di Malacca, sotto il dominio del Siam, faceva ora parte del regno birmano. 6. Mergi: Mergui. 7. nipa: dal malese 11ipa/1. (ma l'origine è sanscrita): una palma (Nipa fruticans) estesamente coltivata nella penisola di Malacca, da cui si ricava una bevanda alcoolica (cfr. 1-Iobson-Jobso,r, s.v. 11ipa, e CARDONA, BALM, p. 208); per verzino e belzuin cfr. le note 2 a p. 240 e 6 a p. 266. 8. garofoli . .. noci: cfr. le note 3, 4 e s a p. 348. 9. il sforzo: la forza, la parte maggiore. 10. mal fra,rcese: la sifilide (cfr. la nota z a p. 339). 1.

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da terra fra quei scogli all'incontro di Tenasari con molta carestia di vittovaglia, e per detto del peotta e dei due Portoghesi tenendoci al fermo esser all'incontro di detto porto, fu determinato d'andar con la barca a proveder di vettovaglia, e ch'il navilio n'aspettasse in un luoco designato. Si partissemo ventiotto persone con la barca su Pora del mezo giorno, credendoci al fermo di giunger inanzi sera nel porto detto di sopra; ma vogassemo tutto quel giorno, gran parte della notte e tutto il giorno seguente, senza trovar porto né segnale alcun di buona terra, e questo avvenne per il cattivo commando dei dui Portughesi, che errarono, e si lasciò il porto indietro, di modo che perdessemo la terra popolata e anche il navilio ventiotto persone, senza aver in barca sorte alcuna di vittovaglia. Volse il Signor lddio ch'un marinaro aveva portato un poco di risi da barattare in qualche cosa, quali non erano tanti che tre o quattro persone non gli avessero mangiati in un pasto; io con licenza di tutti presi il dominio dei risi, promettendogli che con l'aiuto di Dio quei risi ne sariano un intertenimento, 1 sina che la sua bontà n' averia fatto grazia di ritrovar qualche luoco abitato; e la notte io dormivo con essi in seno, accioché non mi fossero rubati. Andassemo nove giorni cosi persi scorrendo la costa senza trovar altro che paese disabitato e isole diserte, che se avessemo trovato erba ne saria parsa un zuccaro, ma non trovammo se non alcune foglie d'arbori grosse e tanto dure che non si potevano masticare; avevamo abbondanza d'acqua sola e di legne, né potevamo far viaggio, se non col crescente dell'acqua, e quando l'acqua callava si fermavamo al lito di qualch'una di quelle isole; trovassemo solo in questi nove giorni una covata d' ova di tartaruga, che furono cento e quarantaquattro, li quali ne furono di grande aiuto; sono grandi come ova di gallina, né hanno altro scorzo2 che una tenera pelle; e ogni giorno facevamo un caldarone di brodo con un pugno di risi; piacque a Dio ch'io capo al giorno nono scoprissemo su le ventidue ore alcune peschiere,3 e indi a poco alcune barchette che per esse andavano. Non credo che fosse mai più stata altra tanta allegrezza in alcun di noi, percioché eravamo ormai tanto afflitti che appena si potevamo regger in piedi; e alla regola sina allora osservata, avevamo ancora risi per quattro gior1. interte11imento: sostentamento. 2. scorzo: forma dialettale veneta per •scorza». 3. peschiere: luoghi di pesca {dal port. pesqueira).

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ni. La prima villa che trovassemo era nel colfo di Tavai,1 sottoposto al Re del Pegù; ove trovassemo vittovaglia in abondanza, ma per dui e tre giorni non si lassò mangiare a cadauno se non molto poco,2· e con tutto questo ne stettero assai in ponto di morte. Da Tavai al porto di Martavan3 del regno del Pegù sono settanta dui miglia. Carcassemo la barca di vittovaglia che per sei mesi abondantemente averebbe bastata, e si partimmo per il porto e città di Martavan, ove in poco tempo giungessimo, ma non vi trovassemo il nostro navilio, secondo che pensavamo di trovare; onde spedissemo subito diverse barche a cercarlo, e fu trovato in gran calamità e bisogno d'acqua, sorto4 con tempo cattivo e vento contrario; e era a cattivo termine, percioché era un mese eh' era privo della barca che d'acqua e di legne lo provedeva; qual, con la scorta della barca che trovato l'aveva, giunse anch'esso per grazia di Dio a salvamento in detto porto. Martavan5 Trovassemo nella città di Martavan intorno a nonanta Portughesi, tra mercadanti e uomini vagabondi; li quali stavano in gran differenza6 coi Rettori della città, per aver certi Portughesi vagabondi uccisi cinque fachini del Re. Era forsi un mese ch'il Re di Pegù era andato con un milione e quattrocento mila persone all'acquisto dell'imperio del Sion;7 e perché è costume in quel regno, che sia il Re ove si voglia fuora del regno, eh' ogni quindici giorni li va dal Pegù una caravana di fachini con cesti in testa pieni di diversi renfrescamenti8 e panni netti, occorse che, passando essi per Martavan e riposandosi quivi una notte, vennero alquanti di loro a parole con alcuni Portughesi e indi ai pugni; e perché parve

I. Tavai: l'antica Tavoy; sorgeva più a nord deWattuale. Ne parla anche il Balbi (cfr. più avanti, p. 986 ). 2. non si lassò ... poco: in quanto interrompere bruscamente il lungo digiuno poteva essere pericoloso. 3. Martavan: cfr. sotto la nota 5. 4. sorto: ancorato (cfr. In nota 7 a p. 234). 5. Martavan: Martaban (cfr. la nota 6 a p. 407); era stata conquistata nel 1541 da Tabinshwehti nel corso della guerra contro il regno mon del Pegù (cfr. la nota 7 a p. 826 e HALL, pp. 333-4). Sin dal 1519 vi era stabilita una fattoria commerciale portoghese: ciò spiega la presenzn in città dei Portoghesi, di cui parla più avanti il Federici. 6. differem:a: discordia. 7. il Re ... Sion: l'assedio di Ayuthia del 1568-69 (cfr. qui le pp. 826-7). 8. renfrescamenti: cfr. la nota 10 a p. 252.

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ch'i Portughesi n'avessero il peggio, la notte seguente, dormendo i facchini alla campagna, andarono i Portughesi e tagliarono la testa a cinque di loro. È una legge nel Pegù che, s'uno amazza un altro, si compra il sangue sparto 1 con tanti dinari, secondo la qualità dell'ucciso; ma, per esser questi fachini nei servizii del Re, non ardirono i Rettori d'accommodare questa cosa senza saputa del Re, e però li fu necessario farglilo sapere. Venne ordine dal Re ch'i malfattori fossero ritenuti sina alla sua venuta, perché egli allora, inteso che avesse come il fatto era passato, averebbe integramente amministrata giustizia; ma il Capitan dei Portughesi non gli volse presentare, 2 anzi, messisi tutti i Portughesi in arme, andavano ogni giorno per la città col tamburro e l'insegna spiegata, percioché la città stava assai vota d'uomini da guerra, essendo quasi tutti andati nell'essercito del Re. Tra questi rumori noi quivi giungessemo, e a me parve molto stranio di veder ch'i Portughesi facessero queste insolenze nell'altrui città e, dubitando di quello che poteva intervenire, non volsi metter le mie robbe in terra, per esser più sicure nella nave; la maggior parte del carco della quale era del prezenevole, 3 che stava in Malacca; vi erano bene diversi mercadanti, ma con roba di poca importanza; tutti questi mercadanti a me si riportavano,4 né volevano sbarcar la roba s'io non cominciava; ma dapoi, lassato il mio consiglio, misero la roba in terra e tutta la persero. Mi fecero un giorno chiamare il Rettore e i daziari, e mi adomandarono perché io non metteva la roba in terra e non pagava il suo dretto alla doana ;5 gli risposi che io era mercadante venuto qui di nuovo e che, vedendo la terra andar in tal rivolta coi Portughesi, dubitava perder la mia roba, che mi costava tanti sudori; e che però avea deliberato di non metterla in terra, se prima Sua Signoria non m'assicurava in nome del Re, che se qualche cosa intervenisse coi Portughesi, che né la mia persona né la mia mercantia fosse a modo alcuno offesa, poi ch'io non avevo parte, né interveniva in questi rumori e differenze. Parve buona la mia ragione al Rettore e mandò subito a chiamare il bargite6 della 1. sparto: forma antica, per nsparso». 2. presentare: consegnare. 3. pre::e11evole: nnel Veneto, uno che abbia parte in un negozio, e specialmente nel carico di merci di una nave» (TOMMASEO-BELLINI, s. v. parzio11evole). 4. si riportava110: si affidavano. 5. dretto alla doana: il dovuto diritto alla dogana. 6. bargite: dal mon bra cekkay: «alto funzionario, ma-

gistrato» (cfr.

PINTO,

p. 279, nota 516).

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città, che sono gli uomini di consiglio, e mi promisero sopra la testa del Re, che per cosa che fosse potuta succeder coi Portughesi, che la mia persona e la mia roba saria sicura e salva; della qual promessa ne fu fatto nota negli atti publici; e io andai e feci subito portar le mie robe in terra e pagai il dazio, qual in quel regno si paga dell'istessa roba che si porta a dieci per cento; 1 e per più mia maggior sicurezza presi casa all'incontro della casa del Rettore. Il Capitan Maggior dei Portughesi, e quasi tutti li mercadanti, stanziavano di fuora nei borghi; solo io, e da ventidui altri cristiani portughesi, povere persone e officiali de' navilii portughesi, avevamo la nostra abitazion nella città. Avevano già i Gentili ordinata la vendetta contra i Portughesi, ma non l' esequivano aspettando che prima il nostro navilio si discarcasse, e però subito che fu la roba in terra, giunsero la notte sequente dal Pegù quattro mila soldati con alcuni elefanti da guerra; e prima che si levasse il rumore, mandò il Rettore a far intendere a casa per casa a tutti i Portughesi ch'erano nella città che, sentendo rumore, non dovessero per cosa alcuna, e per suo bene, uscir dei loro allogiamenti. Alle quattro ore di notte si senti il strepito e rumor grande di gente e d'elefanti, che gittavano per terra le porte delle case e dei magazeni dei Portughesi e le case di legne e di paglia; nel qual rumore furono feriti alcuni Portughesi e uno ucciso e gli altri, senza far prova alcuna degna dell'orgoglio i passati giorni mostrato, vergognosamente si posero in fuga e si salvarono sui navilii ch'in porto erano sorti. Tutta quella notte si careggiò2 la mercantia de' Portughesi nella città; di modo che tutti quelli che stavano nel borgo persero tutta la roba loro e molti di loro, trovandosi a quel punto in letto, con la sola camisa fuggirono. Un altro errore fecero poi i Portughesi, che dopo imbarcati, avendo ripreso animo, vennero con un buon vento a metter fuoco nelle case del borgo, ch'essendo di tavole e di paglia e il vento gagliardo, in poco tempo abbrusciò il borgo e quasi mezza la città; con la qual fazzione 3 persero in tutto ogni speranza di ricuperar la roba loro, la quale poteva montar intorno a sessanta mila ducati; percioché, se non avessero fatto questo danno, si teneva per certo che sariano stati reintegrati del I. a dieci per cento: secondo l'usanza birmana, su ogni prodotto il tributo da versare al re era di un decimo (cfr. PINTO, p. 279, nota 517). 2. si careggiò: si trasportò con i carri. 3.fazzione: fatto di guerra, ma di minor gravità di una battaglia (cfr. TOMMASEO-BELLINI, s.v. fazio11e).

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tutto, perché si seppe che questa fazzione non era stata ordinata dal Re, ma dal suo Luocotenente e dal Rettor della città, che n'erano poi malcontenti, parendoli d'aver fatto un grande errore. La mattina seguente cominciarono i Portughesi a battere la città con l'artegliaria delle navi, e la batterono quattro giorni continui, ma indarno, percioché i colpi non ferivano nella città, ma nell'alto della montagna a lei vicina. Quando il Rettore vide che principiarono a far la batteria, fece subito prender ventiuno Portughesi ch'erano nella città, e mandolli1 quattro miglia fuori d'essa, ove stettero sina ch'i Portughesi se n'andarono, e poi senza offenderli li lassb in libertà. Io stetti sempre nella mia casa con una buona guardia postavi dai Rettori, accioché non mi fosse fatto oltraggio alcuno, osservandomi quanto promesso m'avevano; ma non volsero ch'io di qui mi partisse sina alla venuta del Re; il che mi fu di gran danno, percioché io stetti ventiun mese sequestrato, senza poter vendere la mia mercantia; la quale era pevere, sandolo e porcellane della China. 2 Giunto che fu pur finalmente il Re, gli appresentai una supplica e subito fui licenziato. · Pegù 3 Da Martavan mi parti' per andare alla città reale del Pegù, chiamata anche essa col nome del regno; qual viaggio si fa per mare in tre over quattro giornate; si puol andare anche per terra, ma a chi porta mercantia è più commodo e manco spesa l'andar per mare; e in questo viaggio si passa il maccareo,4 qual è una delle maravigliose cose che faccia la natura e ch'in questo mondo si possa vedere; e a chi non ha visto parerà dura cosa il credere il gran crescimento e callo che in un attimo fa l'acqua e l'orribil terremoto e strepito col quale essa si muove. Si parte da Martavan ,nandolli: come ostaggi. 2. sandalo • .• China: cfr. le note 10 e 7 a p. 266. 3. Pegù: cfr. la nota 1 a p. 402; la città fu conquistata da Tabinshwehti (cfr. la nota 7 a p. 826) dopo un lungo assedio nel 1539, e divenne la nuova capitale della dinastia birmana. 4. ,naccareo: fenomeno dell'onda di marea, che si produce alla foce dei fiumi come conseguenza del flusso e riflusso; descritto da vari viaggiatori con riferimento sia al golfo di Cambay, sia, come in questo caso, all'estuario del Sittang. L'etimologia del nome è discussa; forse dal sanscrito M akara, mostro marino della mitologia indù, veicolo di Vanll)a, dio delle acque (cfr. Hobso,i-Jobson, s.v. 1nacareo, e Cycl. o/ India, s.v. Makara). 1.

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col crescente in alcune barche, che sono come peotte,' le quali vanno come una frezza vogando a seconda d'acqua, sina che dura tutta la marea; e quando conoscono che la marea sia in colmo, si tirano fuori del canale in un luoco alto e quivi sorgeno; e quando l'acqua è callata restano in secco e tanto alto dal vaso2 del canale, quanto è alta ogni gran casa. Si fa questo perché, se una nave grossa restasse nel canale a basso, è tal l'empito col quale l'acqua comincia a crescere che la ribaltaria; e con tutto che la barca sia tanto alta fuora del vaso e che, prima che l'acqua aggiungi3 là, abbia perso gran parte della sua furia, tuttavia rende gran spavento, e bisogna tenerli la prova4 contra, altramente si perderia con tutte le persone. Quando l'acqua è per cominciare a crescere, si sente strepito così grande che pare un terremoto, e indi in un subito fa tre onde: la prima, con tutto che la barca sia tanto distante, la bagna da poppe5 a prova; la seconda è manco terribile; e alla terza si leva in pressa l'ancora e, per sei ore che l'acqua cresce, si voga con tal velocità che par che si voli; né bisogna perder punto di tempo, perché è necessario aggiunger all'altra posta, 6 ove si sorge, prima che l'acqua daga volta,7 altramente bisognerebbe tornare di dove si fusse partiti; e queste poste sono più pericolose una dell'altra, secondo che sono più e manco alte. Quando poi si ritorna dal Pegù a Martavan, non si camina se non meza marea alla volta, per restar in alto, per la ragione detta di sopra. Non ho mai potuto intendere la cagione di questo strepito, crescere e callare dell'acque. Un altro maccareo è anco in Cambaia,8 ma si può riputar niente rispetto a questo. Con l'aiuto del Signore io giunsi a salvamento al Pegù; che sono due città, la vecchia e la nuova ;9 nella vecchia stanno i mercadanti

1. peotte: cfr. la nota 3 a p. 824. 2. vaso: letto (cfr. port. va.so do rio, «letto del fiume»). 3. aggiungi: giunga. 4. prova: antico, e frequente nel dialetto veneziano, per «prora». 5. poppe: poppa (cfr. il veneziano po .. pe). 6. posta: luogo di ormeggio (cfr. TOMMASEO-BELLINI, s.v. pigliare). 7. daga volta: dia volta, inverta la direzione (formn veneta di un tecnicismo marinaresco). 8. Cambaia: Cambay. 9. d11e città ... nuova: la città vecchia fu fondata, secondo la tradizione, nell'825; dopo la conquista birmana subl nel 1564 un violento incendio provocato da ribelli mon, in seguito al quale molti antichi edifici andarono distrutti. Bnyinnaung nell'opera di riedificazione costrul accanto alla città vecchia una splendida città-palazzo per sé e per la corte; il Federici è il primo viaggiatore occidentale a descriverla (e cfr. HALL, pp. 335-8).

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forestieri e anche gran parte dei terrieri, 1 e quivi si fa il sforzo delle facende. La città non è troppo grande, ma ha borghi grandissimi, e le sue case sono fatte di canna e coperte di foglie e di paglia ;2 e le case dei mercadanti hanno tutte un magazen, che se chiama godon, 3 fatto di pietre cotte, nel quale ripongono le lor mercantie e tutta la roba di valuta per salvarle dai spessi incendii, che occorreno in case di tal materia fatte. Nella città nuova sta il Re e tutti i suoi baroni e altre persone signorili e gentil uomini; e al mio tempo fu questa città finita di fabricare. È città molto grande, piana e fatta in quadro perfetto, murata d'intorno e con fosse che la circondano, piene di molta acqua, nella qual sono molti cocodrilli; non ha ponti levatori,4 ha venti porte,5 cinque per ogni quadro, con assai luochi da sentinelle, di legno indorate; le sue strade sono più belle di quante io abbia mai visto, perché tutte sono drette a linea da una porta all'altra e, stando su una porta, in una occhiata si scuopre sina all'altra; e per esse possono cavalcare dieci e dodeci uomini al paro; e anche quelle che sono per traverso sono così belle e drette, ma non sono silicate;6 da una banda e da l'altra delle strade sono piantate all'incontro delle porte delle case noci d'India, 7 che fanno un'ombra molto bella e commoda; le case sono fabricate di legno e coperte di coppi, fatte in un soler,8 assai buone a lor usanza. II palazzo del Re è in mezo alla città, fatto in fortezza murata, con le sue fosse intorno piene d'acqua, e !'abitazioni dentro sono di legno indorate con alcune grottesche9 overo piramidi1° con gran fatture coperte d'oro di foglia; 11 sono veramente case da Re. Dentro alla prima porta è una larga piazza, da una banda e

1. te"ieri: indigeni. 2. le sue case ..• paglia: il popolo viveva in case di bambù coi tetti di paglia, i più abbienti e i nobili in abitazioni di legno, coperte da tegole esse pure di legno. Solo ai mercanti stranieri era permesso avere case e magazzini in muratura, per proteggere le merci dai danni degli incendi (cfr. PINTO, p. 280, nota 538). 3. godon: dal malese godo11g (cfr. Hobson-Jobson, s.v. godorv11). 4. levatori: levatoi (cfr. il veneziano levador). 5. ve11ti porte: una per ciascuno dei venti re vassalli (cfr. D. G. E. HALL, Bt1rma, London, Hutchinson University Library, 1950, p. 45). 6. silicate: lastricate (cfr. il veneto salizo, dal latino .rilice,u). 7. noci d' /11dia: così furono chiamate dai viaggiatori occidentali le palme da cocco (cfr. Hobson-Jobson, s.v. coco). 8. coppi: tegole (voce veneta); soler: veneto, per « soloio, piano delle stanze 11. 9. grottesche: raffigurazioni pittoresche o scultoree che presentano elementi fantastici e bizzarri. 10. piramidi: tetti a piramidi sovrapposte. 11. oro difoglia: oro battuto e ridotto a sottigliezza di una foglia.

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dall'altra della qual sono le stanze degli elefanti più poderosi e più belli, destinati al servizio della persona del Re, e tra gli altri n'ha quattro bianchi, 1 cosa talmente rara che non si trova altro Re che n'abbia; e trovandosene qualch'uno in qual parte se sia, gli è subito mandato a donare; e al mio tempo in due volte gli ne furono menati dui di lontani e diversi paesi, e mi son costo2 eziandio a me qualche cosa, percioché obligano tutti li mercadanti ad andarli a vedere e donare una cortesia a quello che li conduce; e gli officiali dei mercadanti metteno a questo effetto una tansa, 3 che può importar mezo ducato per testa, che viene a esser gran summa, per i molti mercadanti ch'in quella città si trovano; e pagata che si ha la tansa, si può anche lassar star d'andarli a vedere per quella volta, perché, quando sono poi nelle stalle regie, si possono veder quanto si vuole; ma si va quella volta, perché si sa ch'il Re ha caro che se li vada. Questo Re tra gli altri suoi titoli si chiama Re degli elefanti bianchi; e si dice che, s'egli sapesse ch'altri Re n'avesse, metteria tutto il suo stato in pericolo più tosto che non lo conquistare. Fa egli tenere questi elefanti bianchi con servitù e politezza grandissima, cadaun dei quali sta in una casa indorata, e se gli dà da mangiare in vasi d'argento e d'oro; ve n'è uno negro che, per esser il più grande che mai sia stato visto, è tenuto con commodità simile; e veramente è tanto grande e tanto grosso eh' è una meraviglia, e la sua altezza è di nove cubiti. 4 Si dice che questo Re ha quattro mila5 elefanti da guerra, cioè armati de' denti, in cima a dui delli quali li metteno dui spontoni di ferro, imbroccati6 e con annelli che li tengono fermi, percioché con i denti questi animali fanno la guerra; ne ha poi assai di gioveni, che non hanno

1.

elefanti . .. bianchi: l'elefante bianco era oggetto di particolare venera-

zione, in quanto connesso con la mitologia buddista. La richiesta di una coppia di elefanti bianchi da parte di Bayinnaung al re del Siam, e il susseguente rifiuto, furono il pretesto per l'assedio di Ayuthia del 1563-64 (cfr. la nota 7 a p. 826 e HALL, p. 337). •Re degli elefanti bianchi• era uno dei titoli dei sovrani del Siam, poi usurpato dai re birmani (cfr. PINTO, p. 281, nota 555, e LACH, pp. 531-3). 2. costo: costati. 3. ta,ua: tassa (voce veneta). 4. nove cubiti: circa 4 m; il cubito corrispondeva a 44,4 cm. 5. quattro mila: la cifra sembra eccessiva; il Balbi parla di ottocento (cfr. più avanti, .p. 972). 6. spontoni: puntali acuminati; imbroccati: inchiodati con bullette, dette in veneto brache, o brochete (cfr. ToMMASEO-BELLINI, s.v. i111broccare). Quest'uso ~ testimoniato solo dal Federici; altri autori, come il Vartema e Fernio Nunes, parlano di spade legate alla proboscide.

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ancora fatti i denti. Ha questo Re la più bella caccia da pigliar gli elefanti salvatichi che al mondo sia. Dui miglia lontano dalla città nuova ha fabricato un palazzo bellissimo tutto indorato con una bella corte dentro e intorno a essa molti corritori, 1 nei quali può star infinita gente a veder la caccia; quivi appresso sono grandi e foltissimi boschi, per i quali vanno di continuo i cacciatori del Re a cavallo d'elefante femine ammaestrate in questo negozio, e ogni cacciatore ne mena cinque o sei, e si dice che gli ongono la natura con certa composizione, ch'annasata che l'hanno gli elefanti salvatichi la seguitano, né posson più lassarla. Quando i cacciatori hanno a questo modo adescato qualche elefante, s'aviano verso il detto palazzo, qual chiamano il tambel,2 e ha una porta che con ingegno s'apre e si serra, dinanzi alla quale è una strada lunga e dretta con arbori da una banda e dall'altra, che coprono la strada a guisa di pergola in volto3 scura, affine che l'elefante salvatico entrando in questa strada si creda esser nel bosco; in capo a questa strada è un campo grande e, quando i cacciatori hanno la preda, prima ch'arrivino a questo campo, mandano a darne aviso alla città, e subito n'escono cinquanta o sessanta uomini a cavallo e circondano quel campo, e le femine già amaestrate vanno alla volta d'imboccar la strada e, come gli elefanti salvatichi sono dentro, gli uomini a cavallo si metteno a cridare quanto che possono e a far strepito per farli entrar dentro alla porta del palazzo, qual in quel tempo sta aperta; e subito che sono entrati, la porta, senza veder come, si serra e si trovano i cacciatori con l'elefante femine e il salvatico nella corte detta di sopra, e a poco a poco l'elefante femine un dopo l'altra escono della corte, lassando solo l'elefante salvatico che, quando s'accorge esser restato solo, fa tante pazzie che non è il maggior solazzo al mondo; per due e tre ore piange, urla, corre e giostra per tutta quella corte e urta nel corritore di sotto per ammazzar quella gente che quivi sta a vedere, ma i legni sono tanto spessi e grossi che non possono offendere alcuno, ma ben alle volte si rompeno in essi i denti; finalmente si straccano tanto che restano tutti bagnati di sudore, e allora si pongono la tromba4 in bocca e si cavano del corpo tanta I. corritori: corridoi. 2. caccia ... tamhel: corrisponde alla kheda indiana, antico sistema per catturare gli elefanti, già descritto da Arriano (Indica, 13); cfr. Hobson-Jobson, s.v. keddah. 3. volto: veneziano, per «volta•. 4. tromba: proboscide.

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acqua che ne spruzzano i riguardanti sina all'ultimo corridore, con tutto che molto alto sia; quando poi vedeno eh' egli è stracco ben bene, escono alcuni officiali nella corte con canne lunghe e aguzze e pongendolo lo fanno con gran travaglio entrare in una delle molte casette, che sono fatte a posta intorno alla corte lunghe e di modo strette che come l'elefante è dentro non può voltarsi per ritornar fuora; e bisogna che questi uomini stiano bene avvertiti, e esser veloci, percioché, quantunque le canne siano lunghe, l'elefante gli ammazzarebbe se non fossero presti a salvarsi; quando poi pur finalmente l'hanno in una di esse fatto entrare, stando in alto li congegnano alcune corde sotto la pancia, al collo e alle gambe e lo fanno star cosi ligato quattro o cinque giorni senza dargli da mangiare né da bevere; in capo al qual tempo lo disligano e lo mettono appresso a una femina e li danno da mangiare e da bevere, e in otto giorni diventa domestico affatto. Non credo sia al mondo animai di più intendimento di questo, che fa tutto quello che gli dice l'uomo che lo governa, né altro par che li manchi che 'l parlare umano. Si dice che le forze in che più si fida il Re del Pegù sono questi elefanti; e quando vanno in battaglia, li mettono adosso un castello di tavole, 1 legato con buone cente2 sotto alla pancia, nel qual vi stanno commodamente quattro uomini che combattono con archibugi, frezze, dardi e altre arme da lanciare; e si dice anche che la sua pelle è sì dura che resiste a un colpo d'archibugio, eccetto se non lo giungesse in un occhio, in una tempia o in altri luochi teneri; e oltra questa gran forza degli elefanti, hanno anche bellissima ordinanza3 in battaglia. Ho veduto io in alcune feste che si fanno fra l'anno, nelle quali il Re trionfa,4 cosa rara e degna d'ammirazione in quei barbari, la bella ordinanza del suo essercito, distinto in squadre d'elefanti, di cavallaria, d'archibugicri e di picche; sono in vero grandissimo numero, ma debole e triste sono l'armi loro, così quelle di dosso come l'armi offensive, che sono triste picche e spade come cartelli, lunghe e senza punta; 5 perfettissimi sono gli archibugi e dir si può migliori dei nostri; tra buoni e 1. castello di tavole: il cinture (voce veneta). è portato in trionfo. ra come spada, e in s.v.).

haudii indiano (cfr. Hobson-Jobson, s.v.). :i. cente: 3. ordinanza: ordine di schieramento. 4. trionfa: 5. spade ... punta: il da/i birmano, usato in guerpace per tagliare gli alberi (cfr. Cycl. o/ India,

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cattivi ascendono gli archibugieri al numero d'ottanta mila; e da un tempo in qua del continuo crescono, percioché ogni giorno vuole il Re che si tiri al pallio, 1 col qual continuo essercitarsi si fann' eccellenti archibugieri; e si trova l'istesso Re eziandio artegliaria di metallo. Concludo che non è in terra Re di possanza maggiore del Re del Pegù, percioché ha sotto di sé venti Re di corona2 e a ogni suo volere può metter in campagna un milion e mezo d'uomini da guerra, tutti del suo stato; cosa che parerà dura da credere, rispetto a considerar la vittovaglia che farria bisogno a mantenere così gran numero di gente, ma chi sa la natura di quelle nazioni facilmente la crederà. Ho visto coi proprii occhi ch'essi mangiano di quanta sorte d'animali è sopra la terra, sia pur sporco e vile se sa essere, tutto fa per la lor bocca, sina i scorpioni e le serpi, e di più d'ogni erba si pascono; onde ogni grosso essercito, pur che non li manchi acqua e sale, in un bosco si mantennerebbe lungo tempo di radici, di fiori e di foglie degli arbori; portano del riso per viaggio come per confetto. 3 Non ha il Re del Pegù potere alcuno in mare, ma in terra di gente, di paese, d'oro e d'argento avanza di gran lunga la possanza del Turco; tiene alcuni magazeni pieni d'oro e d'argento, e ogni giorno ve n'entra e mai non se ne cava; e è signore delle minere dei rubini,4 dei safili e delle spinelle. 5 Appresso il palazzo regio è un tesoro inestimabile, del qual par che non se ne facci conto, rispetto che sta in luoco ove puole andare ciascuno a vederlo a ogni sua voglia. 6 È questo luoco una I. pallio: si intenda, «bersaglio»; cfr. GDLI, s.v. pallio, dove per tale accezione si dà solo questo passo del Federici. 2. venti ... corona: Bayinnaung governava direttamente solo il Pegù; i regni tributari erano amministrati da re vassalli (cfr. LACH, p. 548, nota 274). 3. per co1ifetto: come leccornia. 4. signore delle 111i11ere dei mbini: tale si proclamò Bayinnaung dopo che nel 1555 conquistò il regno di Ava, al quale apparteneva la regione delle miniere di l\ilogok, a nord di Mandalay (cfr. PINTO, p. 283, nota 586). Molti viaggiatori cinquecenteschi, come il Vartema, danno alla regione il nome di Capcllan (cfr. Hobso1J-Jobson, s.v. Capelan). 5. safili: forma veneziana, per «zaffiri»; spin elle: pietre simili ai rubini, ma di pregio minore. 6. Appresso ... voglia: potrebbe trattarsi, secondo l'archeologo Charles Duroiselle, di un complesso di edifici costruiti dal re mon Dhammaceti (1472-1492), pio seguace del buddismo Theravada, complesso che egli clùama « Città santa» e di cui fa parte In Shwegugyi Pagoda. Nel corso degli scavi eseguiti nel 1914 il Duroiselle ha riportato alla luce i resti di edifici monumentali che corrisponderebbero alla descrizione del Federici - ed a quella, in taluni punti conforme, del Balbi: cfr. più avanti, p. 970 - e che troverebbero anche riscontro in una cronaca del re-

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gran piazza, d'ogni intorno serrata di muro, con due porte, le quali di giorno sempre stanno aperte; in questa piazza sono quattro case indorate e coperte di piombo, 1 in ciascuna delle quali sono alcuni pagodi, cioè idoli,2 grandi e di gran valuta. Nella prima è una statua d'un uomo grande d'oro, con una corona in testa d'oro, piena di rarissimi rubini e safili, intorno alla quale sono quattro statue di quattro fanciulli d'oro. 3 Nella casa seconda è una statua d'un uomo d'argento di moneta4 a sedere, qual supera con la testa (tanto è grande) cosi a sedere l'altezza d'una casa d'un solaro; io misurai i suoi piedi e li trovai così lunghi come io tutto sono; con una corona in testa simile alla prima. È nella terza una statua di rame dell'istessa grandezza e con simile corona di gioie in capo. Nella quarta e ultima casa è un'altra statua cosi grande, fatta di ganza,5 che è un mettallo di che fanno le lor monete, fatte di rame e di piombo mescolato insieme; qual ancor essa ha in capo una corona simil alla prima. Sta questo tesoro cosi grande in luoco aperto, come si disse, e ogn'uomo a sua voglia può andare a vederlo, ché coloro che li fanno la guardia non proibiscono l'entrarvi ad alcuno. Dissi di sopra che questo Re ogni anno in certe feste trionfa, che, per esser cosa bellissima da vedere, mi par di doverla scrivere. Va il Re sopra un carro trionfante tutto indorato, qual tirano sedeci belli cavalli, e è alto, con una bella cuba;6 dietro gli caminano venti signori7 con una corda in man per ciascuno al carro ligata, per tenerlo dretto e che ribaltar non si possi; sta il Re in mezzo al carro, e su l'istesso carro li stanno intorno quattro signore da lui più favorite; inanzi e dietro camina il suo essercito in ordinanza come di sopra si disse e in mezzo a questo intorno al carro tutta gno di Dhammaceti. L'identificazione è comunque resa ardua dal fatto che la città di Pegù subi radicali distruzioni nel 1599 e nel 1757 (cfr. PINTO, p. 283, nota 589 e HALL, p. 219). 1. coperte di piombo: con i tetti di metallo. 2. pagodi, cioè idoli: cfr. la nota 7 a p. 819. 3. stat11a . •• d'oro: si tratterebbe, secondo il Duroiselle, della rappresentazione scultorea del Vishvantara Jataka, cioè del racconto di una anteriore esistenza di Buddha come principe Vishvintara (cfr. P1NTO, loc. cit.). 4. arge11to di moneta: di lega simile a quella delle monete d'argento. 5. ganza: dal malese gangsa (a sua volta dal sanscrito kii'lisil: metallo per le campane): lega metallica di rame e stagno (secondo il Balbi), di rame e piombo (secondo il Federici); cfr. più avanti, p. 849, Hobson-Jobson, s.v. ganza, e PINTO, p. 284, nota 598. 6. cuba: cupola (voce veneta). 7. ve11ti sig11ori: cfr. la nota s a p. 839.

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la nobiltà della sua corte e dei suoi Regni; cosa maravigliosa certo a vedere tanta gente, tanta richezza e tanto bello ordine. Ha il Re di Pegù una moglie principale e in un serraglio ha intorno a trecento concubine, delle quali dicono che sin ora ha novanta figliuoli. 1 Dà ogni giorno audienza in persona, ma non se li parla se non con suppliche a questo modo. Siede il Re in una gran sala sopra un alto tribunale2 e i suoi baroni intorno a lui ma più bassi; quelli che dimandono audienza entrano in una piazza inanzi al Re e si pongono a sedere in terra quaranta passa luntani dalla persona del Re, né in questo si fa differenza a persona alcuna, con le sue suppliche in mano, che sono foglie d'un arbore3 lunghe più d'un braccio e larghe intorno a due dita, scritte con la punta d'un ferro fatto apposta, e insieme con la supplica tengono anche in mano un presente, secondo l'importanza della lor dimanda; vengono li scrivani e pigliano queste suppliche e le leggono e poi vanno a leggerle dinanzi al Re; se pare al Re di farli quella grazia o giustizia ch'essi adimandano, manda a pigliar il presente; ma quando li pare che la domanda sia ingiusta, gli fa mandar via senza pigliare il presente. In India non è mercantia alcuna che buona sia da portare al Pegù ; se non si ha alcuna volta sorte a portarvi amfion4 di Cambaia; portando dinari se gli perderia assai. Solo da San Tomé è buono andarvi, percioché quivi si fa gran quantità di panni che s'usano nel Pegù, che sono tele di bombaso dipinte e tessute, 5 cosa rara che, quanto più si lavano, rendono i colori più vivi; e se ne fanno di molta importanza, che una balla molto picciola valerà mille e due mila ducati; vi si portano anche da San Tomé filati di bombaso cremesini, tenti con una certa radice che chiamano saia,6 qual fa 1. q11attro sig,,ore •.. figliuoli: il re del Pegù poteva avere quattro mogliregine e numerose concubine; per i sovrani la poligamia presentava vantaggi politici, in quanto consentiva di stabilire legami personali con i principi vassalli (cfr. PINTO, p. 285, note 603-5). 2. tribu11ale: palco. J. un arbore: la palma; sono le olle (cfr. la nota 6 a p. 413). 4. amfion: oppio (cfr. la nota I a p. 409): soggetto ad alte tasse, era largamente consumato nel Bengala, ed esportato nel Pegù (cfr. History of l,uJian People, vn, pp. 719-20). 5. San Tomé: cfr. la nota s a p. 827; le stoffe di cotone tessute e dipinte a Sào Thomé erano molto apprezzate e largamente esportate; ne parla anche il Balbi (cfr. più avanti, p. 966, e Hobson-Jobson, s.v. chi,zt:: e pi11tado). 6. saia: la radice dell'Oldenla11dia umbellata, coltivata nell'India meridionale e a Ceylon; dà una tintura color rosso. Federici e Balbi sono i primi autori a nominarla (cfr. Hobson-Jobson, s.v. choya).

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un colore che mai si smarisse. 1 Delle qual robbe ne va ogni anno da San Tomé al Pegù una nave carca, ch'importa gran valuta; si parte alli dieci overo undici di settembre e, se sta sino alli dodeci, porta pericolo di bisognar ritornare senza far il viaggio. Solito era di partirsi agli otto, e era viaggio sicuro; ma perché gli è gran travaglio in quelle tele di ridurle a perfezzione e che siano ben sutte, 2 e anche per l'ingordigia dei capitani che vogliono straguadagnare e aspettano assai per aver più noli, con credenza che 'I vento gli abbia da servire, si tarda alle volte tanto che la cola3 dei venti si volta (percioché là sono cole de' venti a un certo tempo prefisso,4 con le quali si va al Pegù sempre col vento in poppa) e non essendo giunti, prima che il vento si volti, 5 alla costa del Pegù e preso fondo, bisogna per forza ritornare a dietro, percioché la cola che poi contra si volta suol durare tre e quattro mesi; ma se, prima che 'I vento volti, s'avicina tanto alla costa che si pigli fondo, quantunque poi si volti, avendo terra, si travaglia tanto che non si perde il viaggio. Va un'altra nave da Bengala al Pegù, pur carca di tele di bombaso bianche, fine e d'ogni sorte,6 ch'entra in porto al tempo che quella di San Tomé si parte, come anche quella di San Tomé entra quando quella di Bengala si parte; il porto nel quale entrano queste due navi è una città chiamata Cosmin. 7 Di Malacca a Martavan, porto del Pegù, vengono assai navilii carchi di pevere, di sandolo, di porcellana di China, di canfora di Bruneo8 e d'altre mercantie. Nel porto del Cirion9 entrano le navi che dalla nnarisse: voce veneta, per «sbiadisce». 2. sutte: voce veneta, per «asciutte». 3. «Cola di vento è una continuazione d'un vento, che dura molti giorni» (TOMMASEO-BELLINI, s.v. cola). 4. venti ... prefisso: i monsoni (cfr. la nota 6 a p. 337 1 e più avanti, pp. 926 sgg.). 5. prùna che il ve11to si volti: cioè, prima dell'arrivo del monsone invernale, che spira da NE. 6. da Bengala . .. sorte: il Bengala annoverava nel secolo XVI numerosi importanti centri di industria tessile, principalmente di cotone e mussola leggera; ma già anticamente, tra i Mori di Spagna, una mussola con cui essi ornavano i loro turbanti era conosciuta con il nome di albangala, da cui lo spagn. albengala (cfr. Hobson-Jobson, s.v. Be11gaJ.). 7. Co~mi11: la località, spesso nominata dai viaggiatori occidentali, si chiamava in lingua mon Kusim, e Pathein in birmano, da cui l'attuale Basscin. Centro commerciale, era stata conquistata nel 1535 da Tabinshwehti (cfr. la nota 7 a p. 826, e Hobson-Jobson, s.v. Cosmin). Della città antica restano oggi solo pochi ruderi (cfr. PINTO, p. 286, nota 619). 8. Brm,eo: Borneo; per la canfora cfr. la nota I a p. 267. 9. Cirio11: Syriam, porto .fluviale sul fiume Pegu, presso la sua confluenza con il Rangoon, a pochi km dall'attuale Rangoon; era allora lo scalo di maggior traffico del Pegù. Fu distrutta nel 1756 (cfr. Hobson-Jobso,i, s. v. Syriam). 1.

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Mecca1 vengono, con panni di lana, scarlatti, veluti, anfione, e zecchini, nei quali si perde, e li portano per non aver altro che portare che sia buono per il Pegù, ma non gl'importa niente, perché si rifanno col grosso guadagno che fanno nelle robe che di quel regno cavano; e in quest'istesso porto vengono anche vascelli del Re d' Asi,2 carchi di pevere. Dalla banda di San Tomé e di Bengala del Mar della Bara3 al Pegù sono trecento miglia, e si va tre e quattro giorni su per il fiume col crescente dell'acqua sino alla città di Cosmin, e qui si discarcano le navi; ove vengono i daziari del Pegù a pigliar tutta la roba in nota, e sopra de sì4 coi segnali e bolli di ciaschedun mercante, e essi hanno pensiero di farla condurre a Pegù, nelle case del Re, nelle quali si fa doana di dette mercantie. Quando i daziari hanno ricevuto tutta la roba e postala nelle barche, licenzia il Rettore della città i mercadanti che possino pigliar barca e andarsene a Pegù con le lor massarizie; e s'accordano tre e quattro mercanti per compagnia e, tolta insieme una barca, al Pegù se ne vanno. Guardi Dio ogni uno da far contrabandi, perché, per picciolo che '1 fosse, saria affatto ruinato, percioché il Re l'ha per grandissimo affronto, e tre volte si vien diligentemente cercati: quando si sbarcano della nave, quando si vogliono partir di Cosmin con la barca e quando sono giunti a Pegù. Questo cercar quando si esce di nave lo fanno per i diamanti, perle e panni fini che pigliano poco luoco; percioché tutte le gioie ch'entrano nel Pegù, e che non vi nascono, pagano dazio; ma li rubini, li safili e le spinelle, che vi nascono, non pagano né all'entrare né all'uscire. Ho tocco 5 altre volte ch'i mercadanti, che vanno attorno per l'India, convengono portare seco tutte le masarizie che sono più necessarie per servizio d'una casa, percioché in quelle parti non sono ostarie né camere locande, ma come s'arriva in una città la prima cosa si piglia una casa affito o per mesi o per anno, secondo che si disegna di starvi, e nel Pegù è costume di pigliarla per moson, 6 cioè per sei mesi. 1. dalla Mecca: cioè, da Gedda e altri porti della penisola arabica, nei quali si smistava il traffico verso Oriente. 2. Asi: cfr. la nota 7 a p. 827; grande produttrice ed esportatrice di pepe, Atjeh rappresentava una temibile concorrente per il commercio portoghese. 3. 1l1ar della Bara: come risulta anche da un nnalogo passo del Balbi (cfr. p. 950), si tratta della barra di Negrais, alla foce del fiume Bassein; per «barra», cfr. la nota 3 a p. 399. 4. sopra de sì: a proprio carico, facendosi mallevadori. 5. tocco: accennato. 6. moson: monsone, nel significato letterale del termine arabo nuzwsim, «stagione 11.

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Or da Cosmin si va alla città di Pegù col crescente di sei ore in sei ore, e le sei ore che l'acqua calla bisogna ligarsi alla riva e ivi aspettar l'altro crescente. È bellissimo e commodissimo viaggio, trovandosi da una banda e dall'altra del fiume spessissime ville così grosse che le chiamano città, nelle quali per buon mercato si comprano galline, oche, anatre, colombini, ova, latte e risi; sono tutte pianure e bel paese, e in otto giorni si fa commodamente il viaggio sina a Maccao, 1 distante da Pegù dodeci miglia, e qui si sbarca e si mandano le robe a Pegù sopra a carette tirate dai buoi, e i mercadanti sono portati in delingi, 2 qual è un panno attacato a una stanga, nel qual sta l'uomo disteso, con cosini3 sotto la testa, e è coperto per difesa dal sol e dalla pioggia, e l'uomo può dormir, se n'ha voglia; lo portano quattro fachini correndo, cambiandosi dui per volta. Il dazio del Pegù col nolo della nave può montare4 venti, ventiuno, ventidua e sina ventitré per cento, secondo che si è più e manco rubati, e il giorno che si fa doana bisogna aver l'occhio a penello5 e star all'erta e aver molti amici, percioché, facendosi doana in una sala grande del Re, vi vengono molti signori a vedere, accompagnati da gran numero dei suoi schiavi; né si tengono questi signori a vergogna ch'i lor schiavi rubano o panno o altro nel mostrar la roba, anzi se ne ridono; e con tutto ch'i mercadanti si serveno uno con l'altro a far la guardia alle cose loro, non si può tanto guardare ch'a ciascuno non sia qualche cosa rubato, a chi più e a chi manco, secondo che n'hanno più commodità. E è nell'istesso giorno un'altra gran pena, percioché, mettiamo che si abbia tanti occhi che si passi senza esser rubati dai schiavi, non si può l'uomo difendere di non esser rubato dagli officiali di doana, percioché, pagandosi il dazio dell'istessa roba, pigliano essi spesse volte tutto della meglio che s'abbia, e non per ratta6 d'ogni sorte come doverebbono; con che si viene a pagar più del dovere. Spedita finalmente a questo modo la roba di doana, il mercadante se la fa portare a casa e ne può disporre a sua voglia. Sono in Pegù otto sensari del Re, che si chiamano tareghe,1 li quali sono ubligati di x. Maccao: Makaw, il porto di Pegù, una ventina di km a sud della città; vi sorgeva una famosa pagoda (cfr. Hobson-Jobson, s.v. Macao). 2. deli11gi: dal birmano thanlyin, «portantina» (cfr. PINTO, p. 287, nota 638). 3. cosini: cuscini. 4. montare: ammontare. 5. aver . .. penello: badare attentamente (cfr. BoERio, s.v. ochio). 6. per ratta: cfr. la nota 9 a p. 807. 7. tareghe: sensali; termine usato nel Pegù, ma origìnario dell'India

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far vendere tutte le mercantie che vanno a Pegù per il prezzo corrente, volendo però i mercadanti a quel prezzo allora vendere; e hanno per lor provisione dui per cento d'ogni mercantia, ma sono obligati far buone1 le ditte, perché il mercadante vende per sua man e sotto la sua fede e molte volte non sa a chi se dia la roba, ma perder non può, perché il sensaro è obligato in ogni caso a pagar lui; e se il mercadante vende senza adoperar questi sensari, bisogna nondimeno che li paghi li dui per cento e corre qualche pericolo del pagamento, ma questo rare volte occorre, percioché la moglie, i figliuoli e i schiavi sono al credi tor ubligati; e come passa il termine del pagamento può il ereditar pigliare il debitor per mano e menarlo a casa sua e serrarlo in un magazen, onde subito pagano; e non si trovando da pagare, può il creditore pigliarsi la moglie, i figliuoli e i schiavi del debitore, ché tale è la legge di quel regno/· Corre in questa città e per tutto il regno del Pegù una moneta che chiamano ganza, 3 fatta di rame e di piombo; non è moneta del Re, ma ogn'uomo ne può far battere, purché abbia la sua giusta partison, 4 percioché se ne fa anche di falsa con assai piombo, e questa non si può spendere. Con questa ganza si compra l'oro, l'argento, i rubini, il muschio 5 e ogn'altra cosa, né altro dinar corre tra loro; e l'oro e l'argento è mercantia e vale ora più ora manco, come l'altre merci; va questa ganza a peso di bize,6 e questo nome di biza corre per il conto e per il peso, e communemente una biza di ganza vale a conto nostro intorno a mezo ducato e più e manco, secondo che l'oro e l'argento è più o manco in prezzo; ma la biza non muta mai: ogni biza fa cento ticaii7 di peso, e cosi il numero degli denari sono bize. Quelli che vanno a Pegù per comprar gioie, volendo far bene il fatto suo, conviene dravidica: cfr. Hobson-Jobson, s.v. tarega. 1.far buone: garantire il guadagno, soddisfare. 2. moglie ... regno: di questa consuetudine parla anche diffusamente il BALBI: cfr. Viaggio dell'I11die Orie,,tali, pp. 127v.128r. 3. ga11za: cfr. la nota 5 a p. 844. 4. partison: divisione, cioè proporzione dei metalli che la compongono (cfr. veneto partizion). 5. muschio: cfr. ln nota 5 a p. 266. 6. bize: dal port. bi;a (ma l'origine è dravidica): era misura di peso corrente in Birmania e nell'India meridionale; il termine era usato però solo dagli stranieri, mentre i birmani lo chiamavano peikt/za (cfr. Hobson-jobson, s.v. viss, e PINTO, p. 287, nota 653). Serviva anche da moneta. 7. ticaii: il tical (forse dal mon dinliel, ma l'etimologia è controversa) ; era la centesima parte della biza; il termine era usato solo dai mercanti stranieri, mentre i birmani lo chiamavano kyat (cfr. Hobsonjobson, s.v. tical, e PINTO, pp. 288-9 1 note 653 e 655). S4

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che vi stiano almanco un anno per negoziar bene; percioché, volendo tornar con quella nave con la qual si va, per la brevità del tempo da negoziare non si può far cosa buona; percioché, prima ch'in Pegù si faccia doana della nave di San Tomé, è quasi il Natale e fatta la doana si vendono le robe in credenza1 un mese e un mese e mezo, e al principio di marzo la nave si parte. Li mercadanti di San Tomé pigliano per pagamento oro e argento, qual mai non manca, e otto e dieci giorni prima che sia il tempo di partirsi sono tutti sodisfatti. Si troveriano anco rubini in pagamento, ma non mette cosi conto. E quelli che vogliono invernar là per un altro anno, bisogna che siano avvertiti, quando vendono la roba loro, di specificar nel patto il termine di due o tre mesi del pagamento, e che vogliono che gli sia fatto in tanta ganza e non altro, né oro né argento; perché con la ganza si compra ogni cosa con molto più avantaggio; come gli bisogna anche avvertir, quando è il tempo di riscuoter il pagamento, a che modo piglia la ganza; perché chi non sta avvertito potria far grande error, così nel peso, come che ve ne potria esser di falsa; nel peso potria esser ingannato, perché da un luoco all'altro cresce e calla assai; e però, quando si ha da fare un pagamento, bisogna pigliare un pesador publico qualche giorno avanti, al qual si dà di salario due bize al mese, il qual è tenuto a far buono il denaro e per buono mantenerlo, percioché esso lo riscuote e bolla i sacchetti del suo bollo e lo porta o fa portare, quando è assai, nel magazen del prencipale. Quella moneta pesa assai e quaranta bize sono una gran carga2 da facchino. E medesimamente, quando il mercadante ha da far qualche pagamento di robe da lui compre, il pesador lo fa, talché con la spesa di due bize al mese il mercadante riscuote e spende il suo dinaro senza fastidio alcuno. Le mercantie eh, escono di Pegù sono oro, argento, rubini, safili, spinelle, muschio, belzuin, pevere lungo, piombo, lacca,3 risi, vin de risi,4 qualche poco di zuccaro, percioché, quantunque se ne faccia assai, assai anche nel 1. in credenza: a credito. 2. carga: voce veneziana: «carico». 3. Pregiata, e largamente esportata era la lacca di Martaban; oltre alle pietre preziose, c'erano miniere di oro, argento e rame, ma la quantità prodotta non era sufficiente per l'esportazione. Di molti prodotti Pegù era solo emporio di transito; così il muschio proveniva dalle zone interne del Laos e del regno di Ava, il pepe dall'India e da Sumatra (cfr. History o/ l11dia11 People, vn, pp. 723-5, e PINTO, p. 288 e le note 659-65). 4. vin de risi: ottenuto dalla fermentazione alcoolica del riso.

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regno se ne consuma in canna, che si fa mangiare agli elefanti, e eziandio i popoli ne mangiano; gran quantità se ne consuma ancora in quel regno nelle lor varelle, 1 che sono gli suoi pagodi, dei quali ve n'è gran quantità di grande e di picciole, e sono alcune montagnuole fatte a man, a guisa d'un pan de zuccaro, e alcune d'esse alte quanto il campani! di San Marco di Venezia, e al piede sono larghissime, talché ve ne son alcune di quasi mezo miglio di circonferenza; dentro sono piene di terra, 2 d'intorno murate con quadrelli e fango in vece di calcina; ma li fanno poi sopra dalla cima sino al piede una coperta di calcina nuova e di zuccaro; 3 in che se ne consuma gran quantità, perché altramente sariano dalla pioggia distrutte. Si consuma in queste istesse varelle anche gran quantità di oro di foglia, perché gli indorano a tutte la cima; e ve sono alcune che sono indorate dalla cima sin al fondo; in che vi va gran quantità d'oro, percioché ogni dieci anni bisogna indorarle di nuovo, per rispetto che le piogge lo consumano; e se tanto in questa vanità non se ne consumasse, saria l'oro nel Pegù in assai miglior mercato. Maraviglia parerà a sentire che, nel comprar le gioie nel Pegù, così spende bene i suoi dinari uno che non ha cognizione alcuna di gioie, come qualunque essercitato e prattico in questo negozio; e pur è così, per il modo c'hanno trovato i venditori di venderle con più reputazione e più care; percioché, se non comprassero gioie nel Pegù se non quelli che se n'intendeno, saria poco il numero de' compratori e nel Pegù non saperiano che fare dei tanti rubini ch'in quel regno si cavano e gli bisogneria darli per prezzo vilissimo; il qual modo è questo. Sono nella città di Pegù quattro botteghe de sensari gioielieri, uomini di gran credito, che si chiamano tareghe; per le man di questi quattro passano quasi tutti i rubini che si comprano e che si vendono, e nelle lor botteghe si riducano sempre i compratori e i venditori. E quelli mercadanti, che non s'intendeno di gioie, trovano uno di questi tareghe e li dicono c'hanno tanti dinari da investire in rubini e che s'esso li farà far buona spesa, che compraranno, quando che no, che las1. varelle: cfr. la nota 3 a p. 411. 2. piene di terra: non hanno infatti camere interne, tranne un piccolo locale per le reliquie (cfr. PINTO, p. 288, nota 673). 3. zuccaro: nella composizione dell'intonaco che rivestiva gli edifici entrava in proporzione fissa anche lo zucchero ricavato dalla palma da cocco (cfr. la nota 8 a p. 345).

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saranno star di comprare. È costume in questa città generalmente che, quando si ha comprato una quantità di rubini, il compratore fatto l'accordo se gli porta a casa e sia di che valuta esser si voglia e li vede e rivede dui o tre giorni; e non se n'intendendo, sono sempre nella città molti mercanti che se n'intendono, coi quali si può consigliare e mostrarglili e, trovando di non aver fatto buona spesa, li può ritornare al tarega, che gli li ha fatto torre, senza perdita alcuna; la qual cosa è di tanta vergogna al tarega, che ha fatto quel mercato, che vorebbe che li fosse più tosto dato un schiaffo; e però s'affaticano sempre questi tarega di far fare buona spesa, massime a quelli che non se n'intendono; né lo fanno tanto per bontà, quanto per non perdere il credito. Quando poi compra alcuno che facci professione d'averne cognizione, essi non hanno colpa alcuna se comprano caro, anzi nel trattare il mercato favoriscono, quanto più possono, i suoi che vendono; ma però l'è buona cosa l'intendersene. Bello eziandio è il modo che si tiene in far mercato delle gioie, percioché saranno assai mercadanti a veder far un mercato di centenara e migliara di bizze, né alcun d'essi può sapere il prezzo che si promette e domanda e ch'al fin si conclude, se non quello che vende, quello che compra e il tarega; percioché si fanno i mercati con toccarsi i dita delle mani ascose sotto un panno, 1 avendo ogni dito e ogni groppo2 di ogni dito il significato di qualche numero; percioché, se i mercati si facessero a parole, che tutti intendessero, nasceriano assai contrasti e disturbi. Or ritrovandomi io in Pegù il mese d'agosto del 1569 e trovandomi aver fatto un buon guadagno, mi venne un desiderio grande di ritornare alla patria; e volendo far la strada di San Tomé, bisognava ch'io aspettassi sina al marzo seguente; onde fui consigliato e mi risolsi di far la strada di Bengala3 con la nave che presto era per andare a quel viaggio, la qual parte da Pegù per Bengala a Chitigan il gran porto,4 di dove vanno poi navilii piccioli a Cochin,

toccarsi ... panno: di quest'usanza, diffusa non solo in Birmania ma anche in India, parlano molti viaggiatori, dal Vartema al Sassetti al Balbi. z. groppo: nocca. 3. la strada di San Tomé ... Bengala: in agosto il monsone spira da SW a NE, in senso opposto alla rotta dalla Birmania all'India meridionale. Invece nella parte più interna del golfo del Bengala i venti volgono verso N e NW, di modo che rendono possibile la navigazione lungo la costa. 4. Cliitigan il gran porto: Chittagong (cfr. la nota 7 a p. 854); faceva allora parte del regno di Arakan. I.

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prima che la flotta si parta per Portugallo, per la qual strada avevo fatto deliberazione di venire a Venezia. Fatta questa determinazione, m'imbarcai su detta nave di Bengala, e volse la sorte che quello fu l'anno del tufon; 1 e per dire che cosa sia questo tufon, si ha da sapere che nei mari dell'India ordinariamente non fanno le fortune 2 così spesse come in questi nostri mari, ma ogni dieci, undeci o dodeci anni fa una fortuna oltra ogni creder terribile, né si sa fermamente qual anno sia per venire; e tristi quelli che a quel tempo si ritrovano in mare, percioché pochi ne scampano; ne toccò a noi esser in mare con simil fortuna, e fu ventura che la nave era stata foderata 3 da nuovo e era vota, ché non aveva altro che la savorna4 e oro e argento, ché dal Pegù per Bengala non si porta altra mercantia. Durò questa orribil fortuna tre giorni e tre notte, che ne portò via l'antenne5 con tutte le vele, e anco perdessimo il timone; e perché la nave travagliava assai, tagliassemo l'arbore grande, che fu assai peggio, perché la nave senza arbore cadeva ora da una banda ora dall'altra e s'empiva d'acqua di modo che tre dì e tre notte non fecero altro sessanta uomini che seccare6 l'acqua che di sopra vi entrava, perché il fondo era buono, né per esso ve n'entrava pur una goccia; venti d'essi attendevano a vodar7 la sentina, venti nel converso e venti da basso, 8 e tutti con secchie e zare9 non facevano altro che di continuo gettar il mar nel mare. Finalmente andando ove dal vento e dal mare eravamo portati, si ritrovassemo una notte, su le quattro ore, con una scurità grandissima, in cima d'una secca, senza ch'il giorno avessemo scoperto terra da banda alcuna, né che sapessemo dove che fussemo; volse la divina bontà che venne un'onda grandissima che ne portò oltra la secca, senza alcun danno della nave; e quando fossimo dall'altra banda della secca, tutti resuscitassemo, percioché vi era pochissimo mare; onde, buttato il piombo, 10 trovassemo dodeci passa d'acqua e fra poco ne trovassemo se non sei, onde dessimo t. tu/on: tifone; cfr. port. tufào, dall'arabo

1,ifan; ma all'origine è il greco

-ruq>v (cfr. Hobson-Jobso,r, s.v. typhoon, e CARDONA, BALM, p. 192). So-

no i cicloni tropicali tipici degli Oceani Indiano e Pacifico. 2.fortune: tempeste. 3./oderata: «foderareD un'imbarcazione significa rafforzarne con rivestimenti la carena. 4. savorna: antico, per «zavorra». 5. antenne: cfr. la nota 5 a p. 546. 6. seccare: vuotare. 7. vodar: veneziano, per «vuota.re». 8. co11verso: cassero {cfr. port. convés); da basso: nella stiva. 9. zare: giare (voce veneta). 10. il piombo: lo scandaglio, per sondare la profondità.

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subito fondo con un'ancora picciola che n'era avanzata, ché !'altre si erano perse nella fortuna. Non venne giorno che restassemo in secco, e subito che la nave toccò terra fu pontellata da una banda e dall'altra, accioché non si ribaltasse; venuto il giorno eravamo in secca e vedessemo che 'l mare era un buon miglio lontano da noi e molto basso, essendo cessato il tufon, e che avevamo per prova 1 molto vicina una grande isola ;2 andassemo per terra a veder ch'isola era questa e trovassemo ch'era luoco abitato e al parer mio il più abondante che in tutto il mondo si possa trovare; la quale isola è in due parti divisa da un canale d'acqua salsa che passa da una banda all'altra dell'isola. Avessemo molto che fare a condurre a poco a poco col crescente dell'acqua la nave in questo canale; e su questa isola si fermassemo quaranta giorni a ristorarci. E subito che fossemo su l'isola ne fu fatto da quelle genti un bazarro3 con molte boteghe di cose da mangiare all'incontro della nave, che in tanta copia ve ne condussero e tanto buon mercato ne fecero, che ne restavamo stupiti. Io comprai assai vacche da salare per munizione4 della nave per mezo larin5 l'una, che sono dodeci soldi e mezo, per grassa che fosse; quattro porci salvatichi grandi e fatti netti per un larin, le galine grande e buone per un bezzo6 l'una, e ne fu detto che nelle galine eravamo stati ingannati della mità, un sacco de risi fini per una miseria, e cosi di tutte l'altre cose da mangiare era un'abondanza incredibile. Si chiama questa isola Sondiva, di ragione del regno di Bengala, lontana dal porto de Chitigan,7 x. prova: cfr. la nota 4 a p. 838. 2. una grande isola: che più avanti chiama Sondiva: è l'isola Sandwip; apparteneva al regno di Arakan. Il Federici è il primo viaggiatore a nominarla. 3. bazarro: cfr. la nota 5 a p. 809. 4. munizione: provvista. 5. larin: dal port. larinz, a sua volta dal pers. lari: «moneta di Lar ». I larini erano monete d'argento, di larga diffusione nei secoli XVI e XVII nei paesi del Golfo Persico e in India; molto pregiate per la purezza dell'argento, avevano la forma inusitata di un bastoncino ripiegato. Venivano coniate nella città di Lar, importante centro carovaniero del Laristan, allora sultanato indipendente (cfr. CARDONA, BALM, p. 201). 6. bezzo: moneta veneziana coniata in argento nel 1497, del valore di mezzo soldo; il nome deriva probabilmente dallo svizzerotedesco Biitze, con cui si indicavano monete di Bema recanti l'insegna di un orso (Betz). 7. Il regno di Arakan si rese indipendente dal vassallaggio al Bengala nel 1434, e nel 1459 si impadroni di Chittagong e di Sandwip. Chittagong divenne la base di una flotta che svolgeva un fiorente commercio nella regione del delta del Gange; vi affluirono numerosi mercenari e avventurieri portoghesi (i cosiddetti/eri11ghi), che presero a dedicarsi prevalentemente alla pirateria e al commercio degli schiavi (cfr. HALL, pp. 479-81).

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ove era il nostro viaggio, cento e venti miglia. 1 Mori sono i suoi popoli e vi era un governator molto da bene per moro; perché, s'egli fosse stato tiranno, n'averebbe potuto rubar tutti; percioché il Capitan Maggior e i Portughesi eh' erano in Chitigan stavano in guerra con i Rettori di quella città e ogni giorno s'amazzavano; onde stavamo ancor noi con non poco spavento su quell'isola, facendo la notte le guardie e sentinelle secondo che s'usa, e il governator ne fece intendere che non temessemo di cosa alcuna e che sicuramente si riposassemo tutti, percioché, se bene i Portughesi che stavano in Chitigan avesseno anche amazzato il governatore di quella città, noi non ne avevamo colpa alcuna; e veramente ne fece egli sempre cosi buona compagnia quanto far si puote; ch'il contrario era da giudicare, poi ch'egli e quelli di Chitigan erano tutti vasalli d'un istesso Re. Partissemo di Sondiva e giungessemo in Chitigan, il gran porto di Bengala, in tempo che già i Portughesi avevano fatto pace o triegua coi Rettori della città, con questa condizione, ch'il Capitan Maggiore si partisse con la sua nave, ch'essi allora dariano il carco a tutti gli altri vascelli de' Portughesi, eh' erano dicidotto navi grosse e altri navilii minori; e il Capitano, qual era gentiluomo generoso e d'anima, si contentò di partirsi con la sua nave vota accioché tante navi e mercanti non perdessero la ventura di carcare, e tanto più ch'era vicino il tempo di tornare in India; onde, avendo tutte quelle navi qualche poco di carco, per ricompensar questa sua generosità, gli dettero la notte tutto il carco ch'avevano; e mentre egli stava per partirse, gli venne un messo del Re di Rachan, 2 che li disse da parte del suo Re, ch'avendo inteso della sua valorosità, lo pregava che volesse andare nel suo porto, ché li saria usata ogni cortesia; vi andò e restò di quel Re molto sodisfatto. Questo Re di Rachan ha il suo stato in mezo la costa, tra il regno di Bengala e quello del Pegù, e è il maggior nimico ch'abbia il Re del Pegù, che dl e notte si va imaginando come soggiogarlo; ma non è possibile, percioché per mare il Re del Pegù non ha potere, e questo di Rachan puoi armare sina ducento fuste e per terra ha certe prese d'acqua con le quali a ogni sua voglia può allagare un gran paese, con che taglia la strada al Re del Pegù 1. ce11to e venti miglia: in realtà, molto meno. 2. Re di Rachan: Minsetya ( 1564-1571 ). Gli arakanesi chiamavano sé stessi Rakhaing (cfr. HobsonJobso11, s.v. Arakan).

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di poter venire col suo gran potere ad offenderlo. 1 Dal gran porto di Chitigan esce per l'India gran quantità di risi, molti panni di bombaso d'ogni sorte, zuccaro, frumento e molte altre mercantie. Per esser stato quell'anno la guerra in Chitigan, tardarono tanto i navilii piccioli a partirsi che non giunsero, secondo ch'eran soliti gl'altri anni di fare, a Cochin prima che la flotta per Portugallo si partisse; anzi, essendo io sopra un navilio ch'era dinanzi a tutti gli altri, nel discoprir Cochin scopersi anco l'ultima nave di Portugallo che partita di Cochin andava a velo, 2 di che restai io molto sconsolato, poi che per quello anno non era più rimedio di venire in Ponente per la via di Portugallo ;3 onde giunto che fui a Cochin, mi deliberai di ritornare a Venezia per la strada d'Ormus ;4 e in quel tempo la città di Goa era assediata per terra dal Dialcan,5 ma si aveva per opinione che questo assedio fosse per durar poco. M'imbarcai per tanto in Cochin sopra una galea per Goa, per imbarcarmi poi quivi per Ormus; ma, quando fui giunto in Goa, trovai ch'il Viceré6 non lassava partire niuno portughese per rispetto della guerra; né stetti troppo in Goa che cascai in una infermità che mi durò quattro mesi, la quale mi costò intorno a ottocento ducati, perché mi convenne vendere una partita di rubini; che, se bene valeva mille ducati, fui dal bisogno sforzato a darla per cinquecento, e di questi quando mi cominciai a risanare me n'erano molto pochi restati per rispetto della gran carestia ch'era d'ogni cosa, e una polastra ben trista si pagava sette e otto lire, oltra le gran spese de' medici e delle medicine. Passati li sei mesi si levò l'assedio e si cominciò a negoziare, e le gioie erano saltate di prezzo, ond'io, vedendomi un poco disbaratato, 7 mi risolsi di vender il resto delle gioie ch'io mi trovavo e di ritornare a fare un altro viaggio al Pegù; e perché, quando io mi parti' da Pegù, l'anfion era in gran prezzo, andai in Cambaia per fare qui una buona in1. prese ... offenderlo: come avvenne nel 1546-47, quando Tabinshwehti (cfr. la nota 7 a p. 826) attaccò senza successo la capitale dell'Arakan, lVIyohaung (cfr. HALL, p. 480, e PINTO, p. 290, nota 760). 2. velo: antico, per «vela». 3. per la via di Portugallo: circumnavigando l'Africa. 4. /a strada d'Ormus: da Hormuz al Mediterraneo attraversando la Mesopotamia. 5. Dialcan: 'Ali ibn Ibrahim (cfr. la nota 2 a p. 814); nel 1569 si alleò col Ni~am Shih di Ahmadnagar e con lo Zamorino di Calicut contro i Portoghesi per riconquistare Goa; nel gennaio 1570 attaccò la città, ma i Portoghesi respinsero l'assedio (cfr. History of lndian People, VII, p. 451). 6. Luis de Ataide (1517-1581), Viceri dal 1568 al 1571. 7. disbaratato: nel senso di «rovinato» (cfr. la nota 9 a p. 237).

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vestita in anfion, e vi comprai sessanta man 1 d'anfion, che mi costò duo mila e cento ducati serafini,2 che a nostro conto possono valere cinque lire l'uno; e di più spesi ottocento serafini in tre balle di tele di bombaso, che sono buone per il Pegù. E perché il Viceré aveva fatto gran pena, ch'il dazio dell'anfion andessero tutti a pagarlo in Goa, qual pagato si poteva poi portarlo ove si voleva, purché si portasse in paese di pace, io imbarcai le tre balle di tela in ChiauP sopra una nave ch'andava a Cochin, e io andai a Goa a pagar ditto dazio, e da Goa mi parti' per Cochin con la nave del viaggio del Pegù, qual va a invemare a San Tomé; e in Cochin seppi che la nave, su la quale erano le mie tre balle di tela, si era persa, talché persi in questo gli ottocento serafini. Si partissimo di Cochin per San Tomé, ma nel pigliar la volta intorno all'isola di Seilan, il peotta s'ingannò, percioché il capo di Galli dell'isola de Seilan butta assai in mare,4 e il peotta una notte pensò d'aver passato detto capo e tenne il viaggio a poggia,5 talché la mattina si trovassemo dentro a detto capo, senza rimedio, per cagione dei venti, di poterlo più montare, 6 né di far il viaggio con ditta nave; e però fu necessario tornar indietro a Manar7 e che la nave quivi restasse sorta tutto quello inverno senza àlbori e con poca speranza che si potesse salvare; pur si salvò, ma con gran danno del Capitano Maggior d'essa nave, perché li fu necessario nolizare8 un'altra nave in San Tomé per Pegù con interesse grande. Io m'accordai con alcuni miei amici a l\1anar, e pigliassemo quivi una barca che ne conducesse a San Tomé, e così fecero tutti gli altri mercadanti. Giunto ch'io fui a S. Tomé, vi trovai una nuova venuta dal Pegù, quivi per terra per via di Bengala, ch'in quel regno l'anfione era I. man: dal port. 111ào (ar. mann, sanscr. mana): misura di peso, variabile a seconda della merce e della località (cfr. Hobson-Jobson, s.v. maud). 2. serafini: monete d'argento coniate a Goa dai Portoghesi, con le quali, secondo il BALBI ( Viaggio dell' l11die Orientali, p. 7or.), si effettuavano i pagamenti per le droghe e tutte le merci, tranne gioie e cavalli; il nome deriva dagli ashrafi egiziani (cfr. la nota 5 a p. 301, e Hobson-Jobso,z, s.v. xerafi11e). L'opera del Balbi contiene un esauriente resoconto di prezzi, pesi e monete di tutto POriente. 3. Chiaul: cfr. la nota 4 a p. 388. 4. di Cochin . .. mare: la rotta da Cochin a Sao Thomé passava all'esterno di Ceylon; Capo Galle si trova all'estremità sud-occidentale dell'isola. 5. tenne ... a poggia: e poggiare n significa allargare l'angolo formato dalla direzione del vento (in questo caso, di SW) con quella della nave; non avendo ancora doppiato l'isola, il pilota fini per mettersi sottovento a questa. 6. montare: doppiare. 7. Ma11ar: cfr. la nota 6 a p. 825. 8. nolizare: noleggiare (voce veneta).

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in grandissimo prezzo e in S. Tomé non era quell'anno altro anfione da passare al Pegù ch'il mio, di modo ch'in San Tomé ero tenuto da tutti quei mercadanti per richissimo; e era la verità, se la fortuna non mi fosse stata tanto contraria: si era partita di quei giorni una nave di Cambaia con grandissima quantità d'anfione per andare al Re d'Assi, e ivi caricar di pevere; alla qual dette per viaggio una fortuna che la fece poggiare ottocento miglia e venire al Pe~ gù, ove giunse un giorno prima che arrivasse io, di modo che subito l'anfion venne a vii prezzo e quello che si vendeva cinquanta bizze venne a valer solo due bizze e meza, per la quantità grande che n'aveva portato quella nave; onde io per non discavedar1 convenni star dui anni in Pegù, in capo ai quali di dua mila e novecento ducati ch'avevo investito in Cambaia, mi ritrovai esser venuto in solo mille ducati. Mi parti' di nuovo dal Pegù per l'India e per Ormus con molta lacca; da Ormus tornai in India a Chiaul e da Chiaul a Cochin e da Cochin a San Tomé e da San Tomé a Pegù. Persi in Chiaul un'altra volta l'occasione di farmi ricco, perché potevo comprar molto anfion e ne comprai poco, spaurito dalla mala ventura dell'altra volta; e in questa poca quantità feci un buon guadagno, e allora di nuovo mi deliberai di venire alla patria; e partitomi da Pegù venni ad invernare a Cochin e indi lassata l'India me ne venni in Ormus. [...]

1.

discQfJedar: rimetterci (voce veneta).

FILIPPO SASSETTI

INTRODUZIONE

Filippo Sassetti nacque a Firenze il 26 settembre 1540 da Giambattista e Maddalena Gondi. La sua famiglia - come ha lasciato scritto il fratello Francesco in un piccolo codice, fortunatamente conservatosi - vantava antiche, nobili origini e si diceva discendente da quella gens Saxetia che si era trasferita a Firenze al tempo in cui ), 7. Verzino: cfr. la nota 2 a p. 240. 1.

LETTERA A PIER VETTORI

mente custoditi, o almeno non fusse loro fatta violenza? Sarebbeci tanto olio che si farebbero con esso macinare e mulini, perché il terreno non potrebbe più amarli, essendo queste colline di natura di tufo, il cielo temperato si che il verno ci si maturano le susine e le pere che fiorirono l'autunno; e contro a' soli ardenti della state ci è la marea, con la quale entra sempre il vento da ponente, tanto fresco che ogni spirito se ne sostenta. Io ho fatto con questo mio ragionamento poco capitale dello amaestramento del nostro Monsignor della Casa, 1 che non vuole che si facciano fiutare altrui e cattivi odori. Tuttavia io ho sentito un poco d'alleggerimento nello sfogarmi di questa villania, la quale è accompagnata da queste due cose buone solamente: che e' non lasciano crescere al piede piantoni2 e fanno una buca al piede dove fanno derivare un solgo che, quando e' piove, vi porta dell'acqua, cosa che e nostri contadini non vogliono mettere in opera, come quelli che non hanno tanta necessità quanto è qua del fresco, ma e' vi corre anche il fiore della terra. 3 Io ho fatto come e proci, perché, non potendo porre vuovoli4 nel podere, ne ho posti in uno orticello della casa dove io sto, che nacquero in venti giorni; e con questo intendo di por fine a questa lettera, pur troppo lunga a leggerla, voi che avete altre occupazioni! Pregovi a farmi degno che io possa in questo esilio fare alcuna cosa per voi, che mi sarà uno de' maggiori contenti che io possa averci. Prego V. S., per ultimo, a tenermi in sua grazia, che io desidero sommamente, e a salutare, quando ella lo visita, el Reverendissimo Signor Priore5 e 'l nostro messer Baccio.6 Dio sia con tutti. Di Lisbona, addì 6 di marzo 1578. Di Vostra Signoria affezionatissimo e obligatissimo servitore.

1. Monsignor della Casa: nel cap. 111 del Galateo. 2. pianto11i: polloni. 3. il fiore della terra: l'/umms, cioè lo strato superficiale più fertile del terreno, che viene asportato dall'acqua. 4. proci: con riferimento ai « pretendenti» alle nozze con Penelope, nell'Odissea; vuovoli: protuberanze che si formano al colletto dell'olivo e contengono numerose gemme. Asportati e messi in vivaio, danno origine ad una nuova pianta. 5. el . .. Priore: Vincenzio Borghini (1515-1580), monaco benedettino, era Priore dello Spedale degli Innocenti. Allievo del Vettori, collaboratore di Giorgio Vasari, erudito di gran valore, oggi è noto soprattutto per gli scritti linguistici e filologici. 6. Baccio Valori.

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[LETTERA

II]

A Baccio Valori 1 Firenze Molto magnifico e eccellentissimo signor mio, io dubito di non avere fatto tropo a sicurtà meco medesimo per non avere ancora scritto a V. S. poi che io mi partii da lei. Io giunsi a Sevilla2 e per iscriverle aspettava che ne venissero dal nuovo mondo le navi, acciò che, scrivendole e raccontandole qualcosa delle novità che sogliono vedersi, io venissi a meno tediarla. Stettivi pochi giorni e fummi necessario venire qui, dove io non so quanto io mi starò. Delle cose passate nel viaggio e de' costumi delle genti non tratterò a V. S., perché in passando non si può giudicare. Solo le dirò che, se io fussi andato a tomo per Amor, ben potrei, accusandolo, dire: «Cercar m'hai fatto diversi paesi», fino a quel mezzo verso, «dure genti e costumi », 3 che mi pare a me il propio di tutte queste ingenerazioni ;4 tal che chiunque ci verrà de' nostri, e non sarà armato d'una estrema pazienza, ma sarà veloce ne' suoi movimenti, fugga di questo luogo, ché e' ci morrà di subito. Questa è città grandissima e la parte principale e maggiore è fuori delle mura; il forte d'essa sono tre colli e dua vallate, se bene i borghi, che si distendono come razzi, 5 n'abbracciano fino a cinque. Ha la riviera del Tago da mezzogiorno, ancora che qui ella si possa chiamare per più vero nome un braccio di mare,6 che è I. Baccio Valori fu uno dei più noti e apprezzati giureconsulti del suo tempo. Nel 1584 venne nominato Commissario a Pisa, ma nel 1587, acquistata una villa ad Arcetri, vi si ritirò per dedicarsi unicamente agli studi. L'intima amicizia che lo legò al Sassetti è testimoniata dal tono confidenziale e spesso giocoso delle lettere a lui indirizzate, quattordici in tutto, ma ricchissime di contenuto, data la molteplicità degli argomenti trattati. 2. Sevilla: cfr. la nota I a p. 87 4. 3. a Cercar •.. costumi»: cfr. PETRARCA, Rime, CCCLX, 46, dove però è «deserti paesi». Anche se in passando non si può giudicare, rimpressione che il Sassetti ricevette al suo primo contatto con i popoli della penisola iberica non fu delle migliori. Sempre, del resto, il suo atteggiamento nei confronti del Portogallo non è troppo benevolo: sia nel rilevare il contrasto tra il benessere raggiunto dal paese tramite l'espansione marinara, e la limitatezza culturale e la scarsa efficienza dei suoi abitanti, sia nel giudicare la politica lusitana nei territori conquistati. 4. ingenerazioni: generazioni, genti. 5. razzi: raggi. 6. un braccio di mare: l'ampio estuario del Tago, più simile a un golfo che a una foce fluviale.

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porto grandissimo, dove stanno le migliaia de' legni; el palazo reale è lungo la riviera, ma gli altri abitatori che stanno in basso sono tutti mercatanti. Non ha nessuno bello edifizio, né alcuna antica memoria ci restò dalla furia de' Mori. Il paese non è ameno, ché i caldi grandi abruciano ogni cosa. Sonci assai ulivi, ma tanto maltrattati che chi si trova affezionato a questa pianta non li potrà vedere e star cheto, perché il tutto si raccomanda alla natura e la coltivazione è più bandita di qui di qualunche altra cosa nimica. 1 Gli abitatori di Lisbona saranno come 250.000: questi sono cristiani vecchi, cristiani nuovi2. e schiavi. I cristiani vecchi sono divisi ne' fidalghi3 e altro popolo minuto; e cristiani nuovi sono gli ultimi giudei che elessono di rimanere qui e battezarsi: sono gente poco meglio che infame, cattivi, perfidi, senza fé, senz' onore o cosa che buona sia, se non uno intendimento4 sottilissimo che, congiunto alle sopradette qualità, fanno una composizione che chi ha ' trattare con esso loro e non vi lascia del suo, è uom che si può mandare per tutto e darli, come si dice, la briglia sul collo. E cristiani vecchi per il contrario sono gente che sa poco e molto superba, tanto di loro testa che il rimuoverli della openione loro e l'impossibile sono une medesime cose. Tutto sanno loro e tutto fanno loro, e da loro depende ogni cosa, e la loro terra è la meglio del mondo e si pongono a provarlo con l'induzione. Sono loquaci e gente vana; e se egli assannano 5 uno, bisogna fare conto di fare la parte degli ascoltanti; e tre quarti delle parole consistono in V. M. 6 e 'n giuramenti, che non credo che si trovi dove più si giuri. Giurano per los Santos Evangelios e, quando vogliono aggrandire e procacciarsi più fede, arrogeno7 y ·mas por estas barbas o por esto rostro, e toccansi la barba o 'I viso, non senza muovere chi li vede a riso. Gli stiavi nella diversità loro aguagliano tutte quelle genti che, sentendo favellare gl' Apostoli ciascuno in suo linguaggio, si stupivano; e al credere mio saranno la quinta parte delle genti che ci sono; e tutti vivono di vettovaglia portataci per mare, o la maggiore parte, ché il paese è sterile e non colto. 8 E per questo vengono qui navili 1. Sonci .•. 11imica: è lo stesso tema trattato nella lettera precedente, ma qui il Sassetti vi accenna appena. 2. cristiani nuovi: cfr. la nota 6 a p. 874. 3.fida/glzi: cfr. la nota 4 a p. 434. 4. i11tendimento: acume, intelligenza. 5. assannano: abbrancano (da ClSannau, cioè «zanna»). 6. V.M.: Vuestra Merced. 7. arrogeno: aggiungono. 8. e tutti vivono .•• colto: sullo stesso argomento il Sassetti ritorna in altre lettere, come quella a Francesco Bonciani del 19 febbraio 1579. Ciò che più lo impressionava era

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infiniti: trecento per volta di quella Danismarca, d'Ostarlant, 1 d'Olanda e tutta Fiandra, d'Inghilterra e tutta la costa di Brettagna e di Francia; e ci portano d'ogni cosa fino all'uova e alle galline, e de' danari sopra questo, e portanne spezierie. E de' paesi nostri ancora ci vengono delle vettovaglie, grani talvolta di costà, 2 vini e oli di Provenza e di tutta la costa di Spagna; e tutto ci ha presta e buona spedizione, secondo la qualità delle cose o la disposizione della terra. Di carne ci è sottosopra mancamento, ché d'ogni tempo ci si ammazzano vacche molto dure e pochi castrati; a che ha sovvenuto l'innumerabile quantità de' pesci che ci si pigliano e ci si consumano, ché in ogni via e in ogni casa è bottega che cuoce e vende pesce ogni giorno e ogn' ora, talmente che per l'odore cattivo del frittume è una noia grandissima l'andare attorno. Il traffico de' Portoghesi è al Capo Verde e quelle isole quivi vicine ;3 più basso alla Mina di San Giorgio4 e tutta questa costa d'Africa, che guarda il ponente; all'isola di San Tommé 5 e a quelil fatto che il Portogallo importasse derrate alimentari non per necessità, ma solo perché le ricchezze che gli assicuravano le Indie gli permettevano di trascurare le proprie risorse agricole. Scriveva infatti al Bonciani: 11 Se la sterilità del paese fusse naturale, che non è, la bontà del porto arebbe a tutto rimediato, poiché qui vengono insino dal mare diacciato le vettovaglie che la sostentano [...]. A che dunque strignerne la propria terra? Perché tanta fatica, se le cose necessarie le son date dal sito e dal porto del più bel fiume che sia, a credere mio, in tutta Europa, poi che qui si veggono venire in tempo cento, centocinquanta, duecento e trecento legni carichi 11 (Lettere, p. 227). In realtà l'espansione marinara aveva sottratto al Portogallo, già di per sé scarsamente popolato, giovani forze di lavoro, con grave danno per l'agricoltura che d'altronde era sempre stata molto povera. 1. Ostarlant: cfr. la nota 2 a p. 73r. 2. di costà: cioè, dall'Italia. 3. Il Capo Verde, primo importante scalo portoghese sulla costa africana, era stato toccato nel 1444 dalla spedizione di Dinis Dias, nel quadro delle esplorazioni promosse da Enrico il Navigatore. La scoperta dell'arcipelago antistante, forse avvistato già dal Cadamosto nel 1456, si attribuisce al genovese Antonio da Noli, che vi sarebbe giunto nel 1460. Occupazione e popolamento da parte dei Portoghesi erano cominciate due anni più tardi. 4. Mina di San Giorgio: è l'insediamento fortificato di Siio Jorge da l\1ina (cfr. la nota 4 a p. 758). 5. San Tommé: Sào Tomé, isola vulcanica nel Golfo di Guinea, scoperta tra il 1471 e il 1475, nel corso delle spedizioni organizzate da Fernao Gomes, al quale era stato concesso nel 1469 il monopolio del commercio di Guinea, a condizione di proseguire l'esplorazione della costa africana. Costituita in capitania nel 1485, l'isola fu popolata dapprima da esiliati, e dai figli degli ebrei tolti ai genitori al tempo della loro espulsione dal Portogallo (1496); in seguito, diventò il più importante punto di appoggio per il traffico degli schiavi provenienti dal Congo, una parte dei quali rimaneva a Sao Tomé a lavorare nelle piantagioni (cfr. la nota 3 a p. 887).

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la costa del mondo nuovo che e' chiamano il Verzino. 1 Di là dal Capo Buonasperanza fanno scala a Monzambiquo2 e poi se ne vanno in India; e di quivi (cioè dalla prima costa d'India, dove è Calicut e Goa), 3 vanno a Malaca che dicono essere l'antica Aurea Chersoneso, 4 alla China e al Giapan e prima a Malucco. 5 E nella costa d'Africa di ponente, che sono Capo Verde e la Mina, portano principalmente di quelle tele che vengono d'India in quantità grande e di quelle che vengono di Roano, 6 ottoni lavorati d'ogni sorte e massime collane e certe maniglie, 7 anelli, che que' neri si pongono al naso e agl,orecchi, e molti paternostri di vetro, 8 che ne fanno vezzi e collane, e una certa sorte di paternostri rossi che vengono dell,India a carrate. A San Tommé non portano se non le cose necessarie per vitto ché, trattane i Portoghesi, non vi sono altri che schiavi, e nel Verzino conducono d'ogni sorte cosa: grasce, 9 panni, drappi, mercerie come specchi, sonagli e altre si fatte; e in India portano di tutto, tambene vino, olio, drappi e panni ma pochi, fogli, vetri, coralli e reali. 10 E le cose che e' riportano in qua sono queste: del Capo Verde cuoia, cotoni, zuccheri; della Mina oro perfetto e zibetto, 11 che questo anno, che i Portoghesi sono in guerra con quelli del paese, 12 in due legni sono venuti da 13 200.000 ducati in barrette d'oro; di San Tommé vengono quelli zuccheri che si raffinano, chiamati da noi zuccheri rossi, 14 in numero di 7.600.000 delle nostre libbre e ogni 37 vagliono circa a uno ducato il Verzino: cfr. la nota 2 a p. 240. 2. Mo11zambiquo: cfr. la nota 4 a p. 3. Calicut e Goa: cfr. le note 8 a p. 245 e 3 a p. 461. 4. Aurea Chersoneso: la penisola di l\llalacca. 5. Malucco: le Molucche (cfr. la nota I a p. 353). 6. Roano: Rouen; fiorente centro industriale normanno, si I.

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era inserita nei circuiti commerciali internazionali con l'esportazione di tessuti di lana e di cotone, sia verso la penisola iberica, sia verso i paesi extraeuropei (cfr. M. MoLLAT, Le commerce maritime norma,zd à la fi,i dH Moyen Age, Paris, Plon, 1952, pp. 231-77). 7. 111a11iglie: braccialetti. 8. paternostri di vetro: cfr. la nota 8 a p. 536. 9. grasce: vettovaglie. 10. Tea/i: questo nome indica piuttosto genericamente una moneta coniata dai sovrani del l\1edioevo e del Rinascimento. Al tempo del Sassetti erano molto diffusi i reali portoghesi (Teis) e spagnoli (reales). I primi, coniati per la prima volta da Ferdinando I in argento, in seguito erano divenuti di rame e di più basso valore. 11. zibetto: cfr. la nota 5 a p. 266. 12. q11esto a,1110 ••• paese: allude alla sfortunata spedizione organizzata dal re Sebastiano I di Portogallo (1554-1578) contro il :Marocco, nell'ambizione di ampliare i possedimenti portoghesi nell'Africa settentrionale, e conclusasi con la sconfitta ad Alcazarquivir (4 agosto 1578); nella battaglia il re risultò disperso, e la corona passò al suo prozio, il cardinale Enrico. 13. da: circa. J 4. zuccheri rossi: lo zucchero greggio di canna, contenente melassa, che lo tinge di rosso.

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e tre quarti. Del Verzino vengono altretanti zuccheri, la maggiore parte bianchi, che vagliono qui le libbre 43 circa di ducati quattro. In questo paese si ritrova Filippo Cavalcanti, 1 fratello di Guido e di Stiatta, il quale ha grandissime faccende alle mani, e è uomo di grande autorità e quasi soprastante a tutto, infino al propio governatore. Dicono che e' tiene gran corte con molti paggi e cavalli e spende l'anno in sua casa meglio di scudi 5.000; 2 e suoi negozi sono ingegni di zuccheri. 3 Quivi sono, per quanto io intendo, mostri4 stupendi di animali bruti; e uno piloto d'una nave venutone questo anno ha portato la pelle d'uno serpente, sul quale, pensando di porre il piede sopra un sasso, scavalcava, che è largo sul dosso 4 piedi5 e lungo 34 o 35, il quale dice che mangiava una pantera, e mangiava anche lui, se e' non lo soccorrevano. Ha ancora portato il cuoio d'uno animale della grandezza della lontra, ma coperto di squame durissime; ha la testa di testuggine, gambe di coccodrillo e la scaglia della schiena si raccoglie come fa la parte di sopra delle manopole di ferro o e cosciali d'una armadura; e la coda è della medesima materia e viene giù distinta a nodo a nodo fino a che ella viene sottilissima.6 Dice questo medesimo che in Fernambuch,7 terra del Verzino, è un mostro scorticato e pieno di paglia, preso non sono molti anni, che è quasi la Scilla. 8 Ha testa e collo di cane, spalle, braccia e r. Filippo Cavalcanti: discendente della nobile famiglia fiorentina; dopo aver sposato Caterina de Albuquerque si era trasferito in Brasile, dando origine al ramo americano dei Cavalcanti de Albuquerque. 2. scudi 5.000: che dovevano costituire una cifra considerevole, anche se difficile da valutare poiché lo scudo - moneta d'oro o d'argento, cosi chiamata perché recava impresso uno scudo, e diffusa in Italia a partire dal I 500 - variava di conio e di peso a seconda dello stato emittente. 3. ingegni di zuccheri: stabilimenti per la produzione dello zucchero. 4. mostri: nel senso etimologico di •prodigi». 5. piedi: il piede aveva valori e denominazioni diverse a seconda degli usi e delle regioni; variava comunque tra i 30 e i 50 cm. 6. Sulla founa del Nuovo Mondo continuava a pesare, alla fine del 1500, tutto un complesso di leggende, delle quali la cultura europea non riuscirà n liberarsi se non assai più tardi. L'animale coperto di squame durissime può forse identificarsi con l'iguana, che per i viaggiatori del Cinquecento rappresentò « un ambiguo enigma, quasi un simbolo della sorprendente novità delle specie americane», e che offrl lo spunto a numerose discussioni sulla sua posizione zoologica (cfr. GERBI, La disputa dell'iguana, in La 7ratura, pp. 282-7). lnvece il mostro impagliato, descritto poco più oltre sulla fede del pilota, assomma in sé tutte le caratteristiche della teratologia tradizionale. 7. Fen1a111b11cl1: Pernambuco (Recife). 8. Scilla: il mitico mostro marino descritto da Omero, e localizzato nello Stretto di Messina, di fronte alla rupe dove era Cariddi.

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mani di figura umana, petto e ventre di pesce e piedi d'oca. E altre cose infinite vi sono, delle quali non si pigliano cura costoro di dare notizia al mondo. Del Monzambiquo portano in India schiavi e molto avorio; e d'India recano tutte le cose preziose che noi conosciamo: le spezierie, parte delle quali fanno in quella costa, come il pepe e la cannella e '1 zenzero; 1 l'altre vi sono portate, come le noci moscade e 'l macis,2 che vengono pure di terra ferma, e grofani3 che vengono del Malucco, dove e Portoghesi non arrivano più, perché uno capo fece senza proposito pigliare un re loro e tagliargli la testa, e quelle genti fecero loro cantare il vespro ciciliano,4 tutte le sorte di pietre preziose che noi conosciamo, salvo che io non ho veduto turchine.5 Vengonne infinite sorti di tela di bambagia e alcune d'erba tanto fine e sottili6 che senza vederle non si potrebbe credere; e queste sono quelle che passano dipoi in Barberia7 e per tutta l'Africa. Vengono veli assai di seta e molti di quelli drappi che noi chiamamo zenzadi, de' ciambellotti con acqua, 8 seta sottilissima e bianca, cose lavorate, come coltre imbotI. pepe . .. cantzella ••• zenzero: cfr. le note I a p. 340, 2, a p. 266 e 3 a p. 341. 2. le noci moscade e 'l macis: provenienti non dalla terra ferma, bensl dalle isole Banda (cfr. le note 3 e s a p. 348). 3. grofani: i chiodi di garofano (cfr. la nota 4 a p. 348). 4. dove •• • ciciliano: su questa vicenda il $assetti si sofferma in altre due lettere: a Michele Saladini del dicembre 1585 (cfr. Lettere, p. 462), e a Francesco de' Medici del 10 febbraio 1586 (cfr. ibid., pp. 528-9); in entrambe traspare il suo giudizio critico nei confronti della politica portoghese nei territori conquistati: « In questa isola di Tercnate, di consenso del re [Hairun], avevano i portoghesi una fortezza [... ]. Volse la sorte che vi si trovasse un capitano poco atto a governare [Diogo Lopes de Mesquita]; e vogliono coloro che si trovarono in que' tempi, che seguisse questo a sommossa di un padre iesuita: che se cosi fu, sarebbe a buon fine. Questo tal capitano, chiamato un giorno, come ei faceva molte volte, el re nella fortezza, dipoi di avere trattato seco lungamente, accompagnandolo fino alla porta della fortezza, quivi a sangue freddo e senza che mai se ne intendesse altra causa che l'esortazione di quel buon padre, lo ammazzò [1565]. Donde si ribellò el popolo tutto [1570] e quel capitano si fuggì, rimanendo quivi i portoghesi casati alla misericordia di quel moro, el qual succedendo nel regno paterno [Baabullah], si insignori della fortezza [1576] •· Nel 1579 giunse nell'isola Francis Drake, e il sultano di Ternate fu ben lieto, per ostilità ai portoghesi, di offrirgli un corico di spezie e un trattato di commercio (cfr. HALL, pp. 308-9, e B. \V. DIFFIE - G. D. WINIUS, Alle origini dell'espansione europea. La nascita dell'impero portoghese, Bologna, Il Mulino, 1985, pp. 441-3). 5, turchine: turchesi, in realtà provenienti dalla Persia. 6. d'erba •.. sottili: cfr. la nota 3 a p. 829. 7. Barberia: o Berberia, la regione dell'Atlante, oggi politicamente divisa nei tre stati del Marocco, Algeria e Tunisia. 8. zenzadi: probabile errore per • zendadi 1: sottili drappi di seta; ciambellotti: cfr. la nota 3 a p. 355; ton acqua: per la pioggia.

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tite, nelle quali si troverrà da spendere fino a 120 e 150 scudi nell'una. Vidi in casa un 1 piloto d'India un manto per a2 collo per una donna, di tela bianca, imbottito di seta gialla, dove io credo che fussero 100.000 milioni di punti; cosa vaghissima da vedere, della quale domandava fino a 40 ducati. Vengono di là legnami da letti, che e' domandano catri, 3 dipinti di diversi colori e tali miniati d'oro di gentilissimi compassi; 4 e 'n luogo di saccone5 tengono cigne6 con le quali l'attraversano e empiono tutto, e 'n que' paesi pongono una stuoia sopravi e dormonvisi : qua vi mettono le materasse. Le madreperle e altre fantasie di mare che e' conducono di là non hanno numero: tutte cose che ingombrano7 molti danari. Aveva lasciato il musco e l'ambra, 8 la quale vogliono in fatto che esca del fondo del mare e sia una spezie di terra, non altrimenti che si sia il bitume o 'l cinabro o altra cosa. Vienci l'anile o vero indaco, la lacca per tignere, che sono cacature di formiche, 9 in certi cannelli quella dura da suggellare. 10 Le porcellane non sono da lasciarsi, delle quali credo che ci siano venute questo anno dugento tinelli u e tutte hanno preso luogo, ché adesso non si troverrebbe da comperarne che fussero buone: vagliono, raguagliate, un quarto di ducato il pezzo de' piccoli, e grandi poi uno, dua, tre e quattro ducati l'una. Restami a dire delli stiavi che da tutte queste parti ci sono condotti, salvo che del Verzino, e quali saranno più di 3.000. Del Verzino non ce ne conducono, perché e' sono gente cattiva e ostinata e, come e' si veggono stiavi, si deliberano di morirsi, e viene loro fatto. D'altri luoghi ci vengono li Giapini, 12 gente ulivastra e che esercitano qui ogni arte con buono intendimento; picco! viso e 1. in casa un: in casa di un. 2. per a: per la parte del. 3. catri: dal malayil. kaUil, passato nel vocabolario }uso-asiatico con il significato di II telaio del letto,, (cfr. Hobso11-Jobson, s.v. cot). 4. t:ompassi: fregi geometrici a lince curve. 5. saccone: il sacco imbottito di crine posto sotto al materasso. 6. cigne: cinghie. 7. ingombrano: impegnano. 8. il mllsco e l' ambra: cfr. le notes a p. 266 e 2 a p. 267; la leggenda a cui accenna il Sassctti - che cioè provenisse da sorgenti sul fondo del mare - è di origine araba. 9. anile . •. formiche: cfr. le note 4 e 3 a p. 267; l'indaco, in quanto importante articolo di esportazione verso l'Europa, veniva coltivato in India sempre più intensivamente; le migliori qualità provenivano dal distretto di Bharatpur e dal Gujarat (cfr. 1-listory of lndian People, VII, p. 718). 10. in certi • .. Sllggellare: la ceralacca, ottenuta per miscela a caldo dalla gomma lacca con altre sostanze; cannelli: contenitori cilindrici per la ceralacca. I r. porcellane: cfr. la nota 7 a p. 266; ti11elli: variante di «tonelli» (cfr. la nota 7 a p. 264). 12. Giapi11i: Giapponesi.

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nel resto di statura ragionevole. E Chini sono uomini di grande intelletto e parimente esercitano tutte l'arti e sopratutto imparano maravigliosamente la cucina: hanno il viso rincagnato, gl' occhi piccoli, come se e' fussero forati con un fuso e a tutti (che mi pare la loro propia diferenza) il copertoio dell'occhio ricuopre quella particella dove sono appiccate le palpebre, talché mancano d'essa alla vista, che gli fa diformi e conoscibili tra tutti gli altri. Il colore loro è tra giallo e tané. 1 D'India vengono due sorte d'ingenerazioni: i Mori maometani e 'neri, che sono gentili. I Mori sono propriamente ghezzi, 2 che è tra il zingano e 'l nero, gente di tanto intelletto che nessuna più, e nella vivezza degli occhi si conosce il loro ingegno; ma hanno per lo più mala inclinazione, ché sono ladri finissimi e chi ne ha uno che sia buono ha un gran servizio di lui. E neri gentili sono talmente neri che non è tanto tinto l'inchiostro; sono di bassa statura e forti e per travagliare in cose di fatica. Questi sono condotti in India, parte del Monzambiquo e parte de' luoghi vicini all'India, più propinqui allo equinoziale. Di San Tommé vengono una gran turma di neri portativi di tutta la costa d'Africa, dal Capo Verde sino a quel parallelo. 3 Sono questi medesimamente gente più da fatica che d'intelletto; e quelli che ci vengono del Capo Verde, di tutti e neri sono e più gentili, e con facilità imparano tutto quello che e' veggono fare, fino a sonare di liuto, e sopratutto tengono bene l'arme in mano e di loro si ha buono servizio, trattone che e' sono un poco superbi, che è vizio di tutti e neri, e ce ne è il proverbio egli ha più f a,itasia4 che un nero. È miseria il vedere come e' sono qua condotti, ché sopra una nave ne saranno 25, 30 e 40 e tutti stanno quivi sopra coverta ignudi, adosso l'uno a l'altro; e sopratutto s'accostumano molto astinenti, ché fino a qui danno loro a mangiare del medesimo che vivono nella terra loro, che sono certe barbe come quelle del ghiaggiuolo, 5 tané: dal frane. tan11er (cfr. DEI, s.v.), indica un colore tra il rossobruno e il nero. 2. ghezzi: di color bruno (da aegyptius, «egiziano»). 3. Di San Tommé . .. parallelo: si era radicato l'uso che gli schiavi provenienti dalla Guinea e dal Congo passassero attraverso Sio Tomé, il cui capitano-donatario si era assicurato il diritto di tenersi un quarto di questi schiavi oltre a un ventesimo dei rimanenti tre quarti (cfr. B. DAVIDSON, Nladre 11era, Torino, Einaudi, 1966, pp. 162-3). 4.Jantasia: nel senso di « presunzione, arroganza». 5. certe barbe ••. ghiaggiuolo: probabilmente, la radice chiamata dai « negri di S. Thomé [...] igname, e la piantano come cosa principale del suo vivere. [...] Ha il gusto della castagna, ma molto migliore, e molto più tenera. Le mangiano arrostite sotto la cenere, e 1.

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che crude e cotte, chi non lo sapesse, le giudicherebbe castagne. Smontati in terra, stanno a una solicandola 1 a turme, e chi ne vuole comperare va quivi e guarda loro la bocca, fa distendere e raccorre le braccia, chinarsi, correre e saltare e tutti gli altri movimenti e gesti che può fare un sano che, considerando in loro la natura comune, non può essere che non se ne pigli spavento, e 'l prezzo loro è da 30 fino a 60 ducati l'uno. Non mi pare da lasciare di contare a V. S. quello che mi fece restare attonito, considerando la miseria loro e la inumanità del padrone. Sopra una piazza erano in terra forse cinquanta di questi animali, che facevano di loro un cerchio; e piedi erano la circunferenza e 'l capo il centro: erano l'uno sopra l'altro e tutti facevano forza d'andare a terra. lo m'accosto per vedere che giuoco fusse questo e veggo in terra un grande catino di legno dove era stata dell'acqua e questi miseri stavano e si sforzavano di succiare i centellini e leccare l'orlo; e da loro, sì nell'azione come nel colore, a un branco di porci che s'azzuffino per ficcare la testa nel brodo, non era nessuna diferenza. Sonmi condotto all'ultimo della lettera con questa storietta di poco gusto, forse contro alle regole, le quali non si possono sempre osservare; e là dove non si tratta di creanza, ma di considerare la natura delle cose, non si disconviene; e, se mal non mi ricorda, Platone dice che non si ha da lasciare indietro né la natura del loto2 eziandio, ancora che io so che.con V. S. non occorreva questa scusa. Di tutte le cose che vengono d'India, molte mi si rapresentavano degne d'essere vedute da V. S., ma l'essersi dileguate da me certe comodità che a ciò si ricercano, ha fatto che io manchi all'obligo e desiderio mio. Vengonci molte conserve con zucchero, pepe, noci moscade, macis, mirabolani3 e altre cose assai; e tra tutte queste la più gentile a me è paruta l'acqua di cannella,4 della quale scrive anco lesse, danno gran sustanzia, e saziano come pane» (Navigazio11e da Lisbona all'isola di San Thomé [..•] scritta per un pi/otto portoghese, in RAMusm, 1, p. u7v.). I. solica1idola: « luogo esposto al sole», dal lat. soliculare (cfr. DEI, s.v.). 2. loto: fango (dal lat. lutum); Platone ne parla nel Parm., 131c-d. 3. mirabolani: cfr. la nota 3 a p. 236. 4. l'acqr,a di cannella: il Sassetti se ne interesserà più in particolare durante il suo soggiorno in India, fino ad inviare proprio a Baccio Valori il Discorso sopra il cinnamomo, nel quale concludeva che ct Essendo adunque I1albero della più fine cannella il vero cinnamomo, ei nasce nell'isola di Zcilan [Ceylon], che è l'antica Taprobana [...] ». Lo stesso Discorso ci dà modo anche di rilevare con quanta serietà il Sassetti affrontasse i temi che lo interessavano: « Condottomi in India e veduto più volte nella terra di Malabar, del Ca-

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un dottore quello che V. S. vedrà. Honne preso una barza1 di terra coperta con fune, la quale terrà da quattro a cinque fiaschi, e ben turata l'ho messa sur una nave che per partirsi non aspetta altro che 'I tempo. Holla indirizata a Pisa a messer Michele Saladini2 dal quale, se ella verrà salva, sarà mandata a V. S.; che quando e' segua, desidero che ella ne faccia quattro parti, che l'una sia per lei, l'altra per il signor Piero Vettori, l'altra per il reverendissimo don Vincenzio 3 e l'altra per il mio messer Bernardo Davanzati;4 co' quali tutti vorrei che V. S. mi scusasse del silenzio, e con il signor Priore principalmente, col quale, partendomi, feci troppo a sicurtà. Francesco Valori, quando io mi parti' di costi, secondo me, mi messe a uscita, ché di lui non ho mai sentito nulla, né di Pagolantonio5 anche. Quando e' vengono da V. S., piacciale raccomandarmi loro e sopratutto tenermi in sua memoria, che è quanto mi occorre per questa. Nostro Signore la contenti e guardi. Di Lisbona, adl 10 d'ottobre 1578.

narà e di questa di Goa la pianta della cannella, che chiamano di mattos, le fattezze e le qualità di tutto lo sterpo, così sopra la terra verde, come tagliata e secca; e veggendo delle vermene bianche, delle nere e delle varie, stimai non poter essere al tutto il cinnamomo che la stessa pianta, della quale nell'isola del Zeilan mondano la buccia per la cannella tagliata del suo cesto con tutte le sue parti, e condotta nel paese nostro. E avendo per due anni continui dato cura e danari a persone che andavano in quell'isola, di portarmi piante di cannella di quella terra, per chiarirmi dell'openione mia, la seconda volta mi furono portati due fasci grandi d'alberi, o sterpi della detta, con tutti i rami, foglie, scorze e altre parti, come furono fatte dalla natura [...] » (Lettere edite e inedite di F. SASSETTI, raccolte e annotate da E. Marcucci, Firenze, Le Monnier, 1855, pp. 384-99). 1. barza: recipiente. 2. Michele Saladini: E. l\1arcucci, nell'ed. cit. delle Lettere del Sassetti (p. 4), lo dice lettore dello Studio pisano. La professione mercantile esercitata in seguito lo portò a Siviglia, dove svolse per Francesco Capponi compiti analoghi a quelli svolti dal Sassetti a Lisbona. L'epistolario conserva una sola lettera a lui diretta (del 1585), residuo di una corrispondenza che dovette essere molto più ampia, data la loro comunanza di interessi (cfr. Lettere, p. 509). 3. Piero Vettori: cfr. la nota 1 a p. 873; don Vincenzio: Borghini (cfr. la nota s a p. 879). 4. Bernardo Davan::ati: cfr. la nota I a p. 922. 5. Pagolantonio: Paolantonio Valori, fratello di Baccio e di Francesco, morto prematuramente nel 1580. Il Sassetti lo ricorda con commosse parole in due lettere ai fratelli, entrambe del giugno 1580 (cfr. Lettere, pp. 251-6).

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FILIPPO SASSETTI

[LETTERA III]

A Baccio Valori1 Firenze Illustre e eccellente signore, l'ordinario passato2 pregai messer Francesco nostro 3 a fare scusa per me con V. S. del non averle fatto intendere la mia tornata a dietro in questo regno, dopo essere stato cinque mesi a girone per questo oceano con più fastidio che satisfazione, sl per l'esercizio in sé del navigare e sì per essere stato la metà del tempo certo di non potere per quel viaggio conseguire il mio fine: cosa che mi ha dato, oltre al danno, tanto dispiacere che io non potrei sprimerlo a V. S. Partimo di qui tardi4 e a questo si aggiunse il trovare a questa costa, nell'uscire, vento contrario, che ci trattenne altri dieci giorni, sì che, avanti che noi ci indirizassimo al cammino nostro, era mezzo aprile. Andammo finalmente, e circa a' 25 entrammo nella zona torrida, nella quale fino a 5 o 6 gradi d'altura da questa parte5 trovamo l'aria temperatissima, pur che non si stesse, come dire, a ricevere la forza del sole al mezzogiorno, che piomba senza una discrezione al mondo. Fumo fino a quivi accompagnati da venti grechi, 6 che escono dall'isola della Madera e dalle Canarie: quivi rimanemo in calma,7 consumando il calore del sole e la veemenza del moto la materia del vento. Vannosi a trovare gli altri venti, che vengono da mezzogiorno, a forza di burasche, le quali nascono ad ora ad ora con tuoni e acqua che hanno poca durata, come il sole consuma tosto la materia che se li para dinanzi Baccio Valori: cfr. la nota I a p. 880. 2. l'ordinario passato: il corriere postale, che partiva sia dalla Spagna sia dal Portogallo a date fisse. 3. Francesco nostro: è il fratello di Baccio, a cui sono dirette la maggior parte delle lettere a noi giunte. Francesco Valori era coetaneo e fu compagno del Sassetti all'Università di Pisa; dedicatosi come l'amico alla mercatura, continuò tuttavia a coltivare gli studi letterari e filosofici. L'amicizia tra i due antichi compagni di studi si mantenne sempre viva, nonostante il passare del tempo e la lontananza. 4. Partimo di qui tardi: il 4 o s aprile 1582, già tardi rispetto a quella che era di norma la data di partenza dei convogli portoghesi per l'India, oscillante di solito intorno alla fine di marzo. 5. da questa parte: dell'equatore, a 5° o 6° di lat. N., lungo la costa africana a nord di Capo Palmas. 6. venti grechi: l'aliseo di NE, che si origina dalla parte orientale della cellula anticiclonica delle Azzorre. 7. quivi rimanemo in calma: nella zona delle calme equatoriali. 1.

LETTERA A BACCIO VALORI

presso alla linea equinoziale, a quattro o cinque gradi. Da questa parte trovamo stanza fastidiosa e tediosa: il cielo sempre coperto, afa grandissima, pioggia tanto calda, come se ella fusse venuta dal fuoco; 1 il bere senza consolazione nessuna. Ma riscontrando e venti che vengono da mezzodl2 subito si torna a cielo temperato, spazzando i venti l'aria di tutte queste cose che son cagione di tedio. Fumo a dare in certe secche nella costa del Verzino,3 poste in diciotto gradi dalla banda di mezzogiorno, dette gli Abrogli,4 donde ci fu forza tornare a dietro, non regnando in quelle parti se non un vento per molti mesi e l'opposto poi al suo tempo, che i Portoghesi domandano monzones ;5 ponemo tanto tempo nella tornata, quanto nell'andare a punto. Tutto il viaggio è stato di 2800 leghe in circa, il quale abbiamo passato con sanità, non senza qualche diligenza per preservarsi, ora con pillole, ora con dieta e ora con un poco di sangue. Pericolo nessuno non avevamo passato in tutto il cammino, ma all'entrare di questo porto fummo ristorati, ché sterno una notte tutta intera perduti e morti, rompendocisi !'ancore, e cavi, le vele e tutto quanto noi tenevamo; dal quale pericolo fumo salvati certo miracolosamente. Quel Crusero,6 che si vede dalla banda di mezzogiorno con 60 gradi di declinazione dalla banda di mezzogiomo, 7 sono quattro stelle, due della seconda grandezza, una della terza, che è nel piè della Croce, e una della quarta, che è nel braccio di ponente, le quali sono ne' piedi di dietro della imagine del Centauro, che che se ne dicano molti. 8 Dietro li vengono due stelle, una della maggiore grandezza, tanto bella come il Cane Sirio e l'altra più che della seconda, le quali sono ne' piedi davanti0 del medesimo J. il sole ... fuoco: nella zona di convergenza degli alisei, ai movimenti orizzontali dell'atmosfera subentrano moti verticali essenzialmente ascendenti; ne derivano instabilità, nebulosità e precipitazioni. 2. e venti che vengono da mezzodl: l'aliseo di SE. 3. Verzino: cfr. la nota 2 a p. 240. 4. dette gli Abrogli: gli Abrolhos, che si stendono di fronte alla costa del Brasile. 5. monzones: i monsoni (cfr. la nota 6 a p. 337). Sul regime dei venti in India e le conseguenze climatiche il $assetti si dilunga più avanti: cfr. pp. 926-7 e le note relative. 6. Crusero: la Croce del Sud (cfr. la nota 4 a p. 231). 7. di declinazione .•. mezzogiorno: di lat. S. 8. ne' piedi . .. molti: in una lettera da Lisbona del 18 dicembre 1581 il Sassetti scriveva a Baccio Valori di volersi sincerare se le quattro stelle della Croce del Sud a sono ne' piedi del Centauro, una delle quarantotto imagini, come io stimo, o se pure elle non sono parte di alcuna delle figure celesti, come molti dottori di questi di qua, che sono in volgare, affermano• (Lettere, p. 296). 9. due stelle • .• ne' piedi davanti: cx e ~ Centauri;

FILIPPO SASSETTI

Centauro, nella figura del quale sono molte più stelle che non dipingono gli astrologi, sl come anco nella Nave d'Argo che è certo un bellissimo segno con molte stelle e molte belle; e tra l'altre quella detta Canobo, 1 che è nel remo, la quale né in grandezza né in luce cede a le due grandi dette di sopra del Cane e del Centauro. Sono in que' parallelli alcune altre imagini, che non sono tra le 48 2 considerate ne' globi, sopra le quali in nave è impossibile fare osservazione nessuna per il continovo moto della nave, il quale malvolentieri dà luogo all'osservare il sole per trovare l'altezza del polo, con tutto che ogni giorno si pigli :3 a che stanno fatti questi villani, senza sapere altro della cosa. La calamita è uno strano strumento per la sua varietà,4 della quale è dificil cosa a trovare la causa: né anche la minima parte degli accidenti si conoscono, volgendosi in certi luoghi a tramontana dirittamente; in altri va da tramontana a greco, fino a 14 gradi di tutta la circunferenza dell'orizonte; altra volta va verso maestro, e fa tutte queste differenze a grado a grado, camminando da levante a ponente, e anche da mezzogiorno a tramontana. Servonsene e piloti per sapere se son presso alla terra o no, sapendo la differenza che ella fa in quel luogo dove e' vanno, ma per farne regola per trovare la longitudine, 5 come molti si stimano, è impossibile; e per vederne quello che se ne poteva vedere, era necessario tornare a dietro per ritornare a nella lettera a Pietro Spina del 20 gennaio 1586 il Sassetti precisa: «Sono quelle che i Portoghesi dimandano Las Guardias o i Guidoni» (Lettere, p. 477); Sirio: stella dell'emisfero celeste meridionale, della costellazione del Cane l\1aggiore. È la più brillante del cielo. 1. La costellazione della Nave d'Argo, la più estesa dell'emisfero meridionale, di cui fa parte la stella Canopo (Canobo). 2. Le 48 costellazioni tolemaiche, delle quali dodici formavano lo Zodiaco e le altre erano distribuite nei due emisferi celesti, boreale (ventuno) ed australe (quindici). 3. sopra le quali • .. si pigli: la misurazione della latitudine in mare, con la semplice strumentazione di cui si disponeva allora, dava facilmente luogo ad errore, per i/ ~ontinovo moto della nave. 4. la sua varietà: è il fenomeno della variazione della declinazione magnetica, rilevato per la prima volta da Colombo. Su questo argomento, che evidentemente lo incuriosiva molto, il Sassetti ritorna in molte lettere, e particolarmente in una del 17 gennaio 1588 al cugino Lorenzo Giacomini, dove, non riuscendo a trovare una spiegazione soddisfacente, conclude: « la mia specolazione è come la fabbrica dei muratori di Lombardia, che non van molto in su coi loro lavori• (Lettere, p. 550). 5. per trovare la longitudine: problema di primaria importanza e di difficile soluzione, al quale si erano dedicati anche Colombo e Vespucci (cfr. la nota 3 a p. I 83); dall'imprecisione dei calcoli di pendevano i continui errori nelle rotte, come quello di cui in questa lettera parla il Sassetti.

LETTERA A BACCIO VALORI

viaggio per vedere gli strumenti che bisognavano e provedersene. Credomi che sia possibile e non molto dificile a chi intende l'uso dello astrolabio trovare la longitudine, di che l'anno passato trattai in Madrid col gentilissimo signor Lorenzo Canigiani, 1 figliuolo del signor ambasciatore; e adesso aspetto certa sua dificultà per vederne la resoluzione. Un poco di cognizione di queste matematiche mi ha dato molta satisfazione, come si può imaginare V. S., anzi fatto parere niente ogni travaglio. Questo è quanto al passato; del futuro posso dire a V. S. che io disegno di rimettermi al viaggio, per vedere di fare stare la mala fortuna. Piaccia a Dio che tutto sia per suo servizio e salute nostra. Per ordine di V. S. presi qui e li trassi la valuta di 60 scudi per portarli meco, i quali insieme con altri molti che io ne avevo di diversi amici, li divisi2 sopra le quattro navi che andavano in India; e così quelli che sono andati, saranno là in compagnia degli altri ricevuti da Lorenzo Strozzi3 nostro fiorentino, al quale ordinai che in assenza mia, se io mi fussi morto, non pensando punto al tornare a dietro, ne comprasse curiosità e gentilezze, come era il gusto di V. S., che cosi dovrà fare, e le mandasse qui al signor Raffaello Fantoni, 4 che le manderebbe a V. S. Tra e danari che io portava meco erano r 5 scudi de' sopradetti, i quali sono qui e vedrò di spenderli in qualcosa di gusto per V. S.; e se io troverrò un pezzo di legno aloé 5 buono, che mi pare una cosa preziosa, gliene manderò; se non, piglierò qualche altra cosa, come a suo tempo li scriverrò. Intanto, perché io non ho più tempo, farò fine, pregando V. S. a tenermi nella sua buona grazia e a comandarmi, facendo parte al nostro signor Piero Vettori del poco che si contiene in questa lettera che V. S. pensasse di poterli esser caro. Intanto con A Lorenzo Canigiani sono indirizzate due lettere; era figlio di Bernardo (1524-1604), ambasciatore dei Medici prima a Ferrara (1564-1579) e poi in Spagna, dove rimase fino alla fine del 1583. 2. li divisi: per limitare al minimo il rischio di perdita in uno dei frequenti naufragi. 3. Lorenzo Strozzi: probabilmente uno dei discendenti del ramo collaterale della famiglia Strozzi trasferitosi a Lisbona, dove svolgeva attività commerciali e mercantili; uno di essi, Pietro (cfr. la nota I a p. 507), •mori nelle Indie Orientali, ove lasciò discendenza, e nel 1643 esistevano in Goa delle famiglie Strozzi in condizione molto qualificata» (P. LITTA, Famiglie celebri italiane, vi, l\1ilano, Giusti, 1819, tavola XI della Casa Strozzi). 4. Ra_ffaello Fanto11i: non sappiamo nulla di questo personaggio che, presumibilmente, fungeva da intermediario a Lisbona del commercio italoindiano. s. legno aloé: cfr. la nota 2 a p. 97. 1.

FILIPPO $ASSETTI

altra suplirò verso di lui al debito mio. Che nostro Signor Idio dia a V. S. quanto desidera e guardi di male. Di Lisbona, a' 24 di settembre 1582. Di V. S. affezionatissimo servitore.

[LETTERA IV]

A Pietro Spina 1 Firenze Illustre e reverendo signor mio osservandissimo, chi non ha che contare se non le medesime cose, doverrebbe starsene, per non infastidire chi ascolta o chi legge. È ben vero che, quando si mette tanto di tempo in mezzo che la memoria se ne smarrisce o almeno non è si fresca, soffresi. Questo fa che io torni a dire a V. S. il successo del mio viaggio, da che io mi parti' di Lisbona fino a che arrivai in questa costa, tutto pieno, al solito mio, di fastidio, di lunghezza, di pericoli e di quasi perdersi, sì come l'altro: 2 alle quali tutte cose, si aggiugne un danno grande per aver trovato che altri in assenza mia fecero già i miei negozii conforme all'ordine; pure questa è la minima, e dove stia di mezzo lo arrivare a salvamento, tutto si può comportare alla fine. Noi ci partimmo3 di Lisbona alli 8 d'aprile 1583, una conserva di cinque grandissime navi, 4 essendo io imbarcato sopra la capitana S. Filippo, la medesima che tornò a dietro e mi ricondusse a Lisbona l'anno innanzi. Tornai su la medesima perché, avendo a passare i mari che noi trovamo poi, non vi bisognava meno che la sua bontà; 1. Di Pietro Spina, che l'indirizzo della lettera dice Cavaliere di Malta in Firenze, non abbiamo notizie biografiche precise. L'epistolario conserva, oltre a questa, una lettera inviatagli il 20 gennaio 1586. 2. l'altro: il primo tentativo, di cui parla nella lettera precedente. 3. Noi ci partimmo: sei sono le lettere in cui il Sassetti dà notizia del viaggio; le prime due scritte alla fine del I 583 e le altre nel gennaio I 584. A parte le coloriture del racconto, differenti a seconda della maggiore o minore familiarità di rapporti con i suoi corrispondenti, gli avvenimenti narrati sono sostanzialmente gli stessi, e uguale è la data della partenza, indicata in quattro delle lettere. Compagni di viaggio erano Orazio Neretti e Giovanni Buondelrnonti detto il Vecchino (1540-1597), autore anch'egli di una lettera che tratta del viaggio (inclusa dal Marcucci in Lettere edite e inedite, cit., pp. 252-6), scritta un mese dopo l'arrivo. Il Buondelmonti tornò in patria nel 1585. 4. una conserva ••. navi: le caracche (cfr. la nota 3 a p. 88); partivano a gruppi di quattro o cinque, una volta l'anno, da Lisbona.

LETTERA A PIETRO SPINA

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anche perché, avendo tutte le cose a correre il suo pericolo una volta e avere la sua disgrazia, e gl'uomini tutti a fare qualche errore considerabile nel suo esercizio, mi pareva che queste cose potessero già esser passate: perché quella nave stette perduta dua volte 1 nel primo viaggio, e 'l nostro piloto aveva preso quel granchio che lo fece tornare a dietro, che bastava a canonizzarlo per un ciarpone, tutto che e' fusse il migliore della carriera. z Andamo navigando in conserva l'una nave a vista dell'altra quattro giorni e, avanti che noi scoprissimo l'isola della Madera, già aveva preso ciascuno la sua dirotta3 e perdutoci di vista tutti, non ostante gl' ordini, le instruzzioni e comandamenti. Noi, seguendo il nostro viaggio, averno tempo differente dal solito ben tosto, con tutto ciò ci conducemo nella costa di Guiné con ragionevol passaggio; la qual costa si conta dall'altura di sei gradi della banda di tramontana fino al passare l' equinozziale: clima sventuratissimo, perché quella terra di Etiopia4 getta una calma, un'aria grossa vermiglia, un caldo travaglioso, piogge sconsolate: un fastidio che non lascia vivere altrui. 5 In questo spazio di mare, che sono cosa di 100 leghe, sterno voltando e aggirandoci quaranta tanti giorni, perché il nostro piloto, che l'anno passato perdette il viaggio per gettarsi troppo a ponente, donde e' fu a dare in quelle secche nella costa del Verzino, guardandosi questo anno da quello inconveniente, si tenne tanto a levante nella costa contraria, che noi perdemo qui l'occasione del ben navigare. 6 Uscivamo pure già di questo tedio e eravamo condotti presso alla linea equinoziale a un grado e mezzo, e con la prua a libeccio e 'I vento scilocco7 assai fresco, ci pensavamo di dovere 1. stette ••• dua volte: la prima volta quando rischiò di naufragare sugli Abrolhos e la seconda all'entrata nel porto di Lisbona. 2. ca"iera: la rotta delle Indie {port. carreira). 3. già ... dirotta: nonostante che non vi fossero state tempeste e dopo solo quattro giorni di viaggio. La ragione principale stava nel diverso tonnellaggio e quindi nella diversa velocità delle navi che formavano il gruppo. 4. terra di Etiopia: cfr. la nota I a p. 250. 5. getta tma calma ••. altrui: cfr. la nota I a p. 891. 6. perché . .. ben 11avi'gare: la rotta consueta, sfruttando i venti costanti e la corrente equatoriale, passava presso le Isole del Capo Verde per volgere poi verso Asccnsion e Trindade, in modo da evitare da un lato di esser trascinati sulle coste del Brasile (come era avvenuto al $assetti l'anno precedente), e dall'altro di restare bloccati nella zona delle calme, antistante la costa africane. Ma per far questo sarebbe stato necessario poter calcolare le longitudini, ciò che allora non si era in grado di fare con sufficiente precisione. 7. co11 la prua . . . scilocco : in tal modo il pilota riteneva di procedere in direzione S-SW.

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spedirci tosto di quella noia; se non quando l'altro giorno 1 col sole trovammo aver fatto il camino del gambero, ché una corrente ci trasportò a dietro quel giorno e tre altri poi, fino a che noi tornamo a montare in cinque gradi, 2 cosa sentita non più, donde pur finalmente ci movemmo e passamo l'equinoziale, avendo posto, dal di che noi ci partimo, sessanta tanti giorni. Passamo di poi quella traversa3 della costa del Verzino con ragionevol tempo e con tutte le diligenzie non fummo gran fatto discosto da quei bassi e passamo quella punta con una paura delle vecchie ;4 conducemoci nell'altura dell'isole de Tristan de Acunha e del Capo di Buona Speranza5 con tempo buono. E 'n questa traversa, dove per la furia del vento si suole correre con due o tre braccia di trinchetto, 6 a Dio misericordia, trovamo calme che ci tennero fermi più di quindici giorni: alle quali si aggiunsero altretanti di venti grecali e levanti, 7 che ci feciono parare con le vele in basso, 8 si che qui ancora perdemo un grandissimo tempo. Volseci ristorare il vento, ma fu cosa senza discrezione, perché, la notte avanti a S. Lorenzo, d'un tratto saltò un ponente in campagna9 tanto furioso e col mare sì grosso, che nello ammainare fummo perduti, perché il mare prese la punta dell'antenna e tenne la nave tanto alla banda 10 che ciascuno, raccomandandosi a Dio, si andava rassettando nella sua conscienza. Quel pericolo particulare passò, ma ne successero tanti degl'altri che a contargli tutti sarebbe lunga tela. Io mi passai, doppo il primo pericolo, gl'altri della notte assai bene, perché allo scuro infernale non gli scorgeva e 'I giorno, che io desideravo, gli scoperse di maniera che noi ci tenemo spacciati sempre, dal primo uffiziale sino al minimo passeggere: perché la nave non bene proveduta di vele correva con quattro spanne di trinchetto rattoppato l'altro giorno: il giorno successivo. 2. in ci11que gradi: a nord dell'equatore. 3. quella traversa: per evitare la zona delle calme era necessario andare a ricercare l'aliseo di SE al di là dell'equatore, presso le coste del Continente Nuovo, tagliando perciò l'oceano in senso trasversale. 4. vecchie: scherzoso, per > (cfr. TOMMASEO-BELLINI, s.v. vecchio). 5. Alla latitudine (cfr. port. altura) di Tristan da Cu.nha e del Capo di Buona Speranza, riattraversando un'altra volta, in senso trasversale, l'Atlantico. 6. due o tre braccia di trinchetto: con la sola vela dell'albero prodiero ridotta. 7. grecali e levanti: da NE e da E, contrari perciò alla rotta. 8. parare •• • in basso: star fermi con le vele ammainate (cfr. la nota 3 a p. :i28). 9. saltò ••. in campagna: arrivò improvvisamente. I o. Le onde fecero inclinare la nave su un fianco (alla ba11da) fino a toccare l'acqua con la parte terminale dell'antenna. I.

LETTERA A PIETRO SPINA

che si sostenne a forza di boti: 1 ché se dove egl'era cominciato a rompersi in più di un luogo egli andava seguitando, la cosa era libera:i che il mare ci inghiottiva senza nessuno genere di rimedio. Scurissima cosa era il vedere il mare tanto alto che i castelli della nave stavano sempre sotto buon tratto e ' colpi tanto forti che il costato d'ogn'altra nave non vi arebbe potuto reggere a nessun partito, con tutto che ci scoppiassero alcune curve3 l'acqua era alta nel convesso della nave in maniera che, avanti che ella potesse uscire per le buche per ciò fatte, ne sopraveniva sempre dell'altra e la nave mal calafatata n'andava sempre inghiottendo e la gente, più che mezza morta di paura, non poteva dare alla banda. Quanto fu di buono in questa tormenta, fu il non rompere né perdere nulla. E sterno in questo travaglio cosa di quaranta ore. Trovammoci poi avere passato il Capo di Buona Speranza a' 12 d'agosto, e con quella così poca vela gettamo nostro conto4 che corremo a ragione di 50 leghe il giorno. L'essere passati tanto tardi5 ci faceva temere di aver a pigliare il camino fuori dell'isola di S. Lorenzo, viaggio lungo e travaglioso per le malattie che danno alla povera gente; ma i contrasti de' venti per prua ci levarono presto di questo travaglio, perché a questa tardanza si aggiunsero altri molti giorni di perdita, e così commettemo6 il viaggio per fuora; ma condotti già tra mezzogiorno e tramontana con la punta dell'isola di S. Lorenzo, ci dettero altri grecali che ci tennero su le volte7 senza potere spuntare quell'isola fino a ventotto giorni, facendo prova della nostra pazienzia. Venne pure alla fine un vento che i Portughesi chiamano generale,8 con il quale andammo a nostro cammino, e ci stimavamo d'andar fuori d'una isoletta che chiamano di Diego Rodriguez :0 ché chi fa questo camino è ben navigato, fuggendo una corda di bassi, che chiamano i Garagiai, 10 che sono 1. boti: voti. 2. libera: inevitabile. 3. curve: le tavole che formano il costato della nave. 4. gettamo nostro conto: facemmo il conto (port. lançar contas). 5. L•essere passati tanto tardi: dall•Oceano Atlantico all'Indiano. Qui la rotta seguita dai convogli portoghesi passava tra la costa africana e l'isola di Madagascar (S. Loren.zo). Ma se il Capo di Buona Speranza era doppiato dopo la fine di luglio, per il mutare dei venti le navi dovevano bordeggiare risola ad oriente, allungando il viaggio. 6. comnzettemo: affrontammo (cfr. la nota 4 a p. 400). 7. ci tennero su le fJOlte: ci costrinsero a bordeggiare. 8. generale: il monsone di S\V (port. vento geral). 9. Diego Rodriguez: la più orientale del gruppo delle Mascarene. 10. Garagiai: tra il 2° e 21° S, dalle Seychelles alla Réunion, si disegna un grande arco di rilievi sottomarini che dà origine a tutta una serie di pericolosi

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tra l'isola di S. Lorenzo e questa isola di Diego Rodriguez: ma la cosa fu sì fatta che noi vi ci ritrovamo sopra una sera a bocca di notte 1 e, tornando a dietro, andamo tutta la notte col piombo in mano. 2 Lascio giudicare a V. S. che confidanza fusse la nostra, perché, qui intoppando o facendo altro mal ricapito, non era speranza nessuna di salute, sendo quei bassi tutti allagati, se non due corone d'arida arena, senza palme, senz'acqua o senza altro bene. La mattina al levar del sole scoprimo una di queste secche, che fu la prima terra che noi vedessimo in sei mesi. Lascio considerare a V. S. che gusto ci desse quella vista; e pensando che ad ogni spanna la nave trovasse chi dicesse: « Qui sto », ci andavamo negoziando a viso aperto con la morte e, come si dice, a puro e sano intelletto, senza avere luogo il fare testamento. Il vento era scilocco e assai fresco, 3 e facendoci presso a quella secca ce la lasciavamo sopra vento, perché arrivando a voglia nostra ci liberavamo d'ella; il timore restava di quello che non si vedeva, col quale andamo fino a mezzogiorno, o poco appresso, ché perdemo il fondo ;4 e entrando in un canale che è tra questi bassi e certi altri che chiamano di Nazzarett, 5 andamo a nostro cammino, senza trovare di poi altri contrasti che venti deboli o somiglianti cose. La gente, che non era poca, venne sana fino a che noi tornamo a passare l' equinozziale, dove i disagi e ' mali trattamenti ne' poveri soldati poteron più che la forte complessione di questa gente, che in dua giorni soli ne ammalarono più di duecento. La malattia è enfiare le gengie mostruosamente e poco appresso tutto il viso e 'l capo con tanta diformità che è cosa mostruosa. Segue enfiare le ginocchia e tutte le gambe; e da principio escono fuori, a guisa di petecchie, certe punture nere, le quali vanno allargandosi in breve, tanto che tutta la gamba si fa come inchiostro e dà nelle giunture un dolore sl eccessivo che a guardar solo, non che a toccare, uno infermo si fa morire di spasimo. I rimedi sono scarsi6 bassi fondali (come, in questo caso, i Cargados Garayos, gruppo di scogli a nord di Mauritius), i quali impongono alla navigazione particolare prudenza. 1. a bocca di notte: sul far della notte (spagn. a baca de 11oche). 2. col piombo in mano: scandagliando. 3. fresco: cfr. la nota 9 a p. 228. 4. perdemo il fondo: lo scandaglio non toccava più il fondo. 5. di Nazzarett: il Banco di Nazareth, a NW dell,isola Rodriguez. 6. Sono qui elencati con precisione i sintomi dello scorbuto, malattia che si intensificò nel corso del secolo XV con le navigazioni oceaniche. I rimedi che il Sllssetti cita sono realmente scarsi, cioè inefficaci, dato che lo scorbuto è pro-

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e 'l ristoro di questi infermi è una scodella di lente o una pappa

di farina, quando il dispensiere, lo scrivano e 'l capitano (che tutti si raccozzano )1 non se le sono pappate. Ho considerato molte volte con quanta facilità un capitano, che io voglio dire io, condurrebbe una compagnia in questo viaggio con le provisioni che si farebbono de' danari che a questo effetto spende il Re, scambiando le provisioni e i mantenimenti e distribuendo a ciascuno quello che li viene a tempo e luogo, senza rubargliene la metà o più; ma questa cosa già invecchiata per questo viaggio non ha altro rimedio se non morir sempre una parte di questa gente. Ma tornando alla navigazione, doppo questi tanti fastidii, noi demo finalmente in questi mari d,India tanto tranquilli, e venti sì soavi e cielo temperato in maniera che ogni passato travaglio mi pareva bene impiegato, perché della vista solamente resta contenta tutta l'anima. Scoprimmo questa costa a' 4 di novembre e pigliamo fondo in questa barra di Cocchin2 in 10 gradi d'altura dalla parte di tramontana, alli 8 di novembre, essendo stati in mare 215 giorni, 3 senza vedere altra terra che quella sventurata secca che in vero, quando io vi penso, mi pare cosa da non si credere se non d'un pesce; e pure è cosi, e la speranza di potere sopportare oggi ci fa passare in domani, ché altrimenti non si potrebbe andare avanti. Pensavamo che le navi di conserva avessero passati questi esimiglianti travagli; e alla prima intendemo che tutte a quattro ancorarono nella barra di Goa a' 20 di settembre, essendo passate senza ammainare pur un tratto la vela: cosa che noi abbiamo fatto tante volte che già mi girava la testa del tanto girare a quell'argano. Queste sono in somma le cose che accaddero nel viaggio. Di questa terra posso io dare poco conto a V. S., perché in pochi giorni si vede poco del poco che si tengono i Portughesi. Siamo adesso nella state :4 e ci fanno caldi grandi, dove non arriva la virazione 5 di giorno e ,1 vento da terra la notte; e quando questi vocato dalla carenza di vitamina C, contenuta in quantità apprezzabile solo negli alimenti freschi, di cui gli equipaggi non potevano rifornirsi durante i lunghi periodi di navigazione in alto mare. 1. si ratcozza110: si trovano d'accordo, si rassomigliano (cfr. anche p. 905). 2. barra di Cocchi11: cfr. le note 3 a p. 399 e 3 a p. 260. 3. 2I5 giorni: da aprile a novembre. u Sette mesi in mare sempre sempre, e non diventare pesce, eh?» commenta scherzosamente il Sassetti scrivendo a Francesco Valori nel dicembre 1583 (Lettere, p. 378). 4. nella state: nella stagione asciutta. 5. virazione: cfr. la spiegazione del Sassetti stesso nella lettera a Francesco Bonamici

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due venti calano, la cosa è tediosa. L'acqua non ci è buona, donde procede che quasi la terza parte di questi malabari1 hanno le gambe mostruose e • granelli2 grossi come la testa; e chi può, per fuggir queste noie, fa venire l'acqua per bere cinque leghe di lungi. La povera gente bee de' pozzi, che si cavano due braccia a fondo; altri, un poco migliori, del rio Mangate sopra la riva del quale, alla foce, sta questa città. Terra non ci ho veduta ancora, ma tutta arena, la quale non è però deserta, ma piena ricchissimamente di palme alte a dismisura di differenti maniere: perché altre fanno que' cocchi3 che non senza ragione domandiamo 11oci d'India, i quali sono la rendita, il campo, la vigna, gl'olivi e 'l bosco di questa gente; altre fanno arecca,4 che è un frutto che mangiano questi negri con l'erba betle,5 non dissimile in figura alla noce moscada; altre fanno datteri e tammer, 6 delle quali non ho io per ancora vedute nessuna. L'altre piante tutte tanto dalle nostre differenti che poca similitudine viene altrui in fantasia per darle ad intendere. Frutte di diverse maniere e nessuna sorte, al parer mio, che agguagli le nostre e non le migliori; né fino a qui ne ho trovato alcuna che empia il gusto, se non rananas,7 di figura e grandezza d'una gran pina, fatto apunto e prodotto nella sua pianta come il carciofo. L'odore dell'ananas è tale che si sentono della via quando se ne tiene in camera, ma è tanto gentile, che non se ne sente noia nessuna; e perché in questo non è simile se non a sé medesimo, non saprei a che agguagliarmelo. Il colore è d'oro, un poco verso il rame. Mondasi e tagliasi per traverso; e quando è maturo bene, è tenero, con aspettare pure il dente. Il sapore è come di fragola e di popone, sugoso e molto piacevole al gusto; del 6 marzo 1583 (Lettere, p. 357): •cominciando a crescere e a entrare la marea, si muove seco un vento freschissimo, sano e giocondo, [.•. ] il quale è domandato da costoro virazione, quasi rivolgimento dell'aria che con l'acqua all'uscire se n'era partito e allora ritorna o si volge». Il termine proviene dal port. viraçiio, brezza di mare che spira durante il giorno, alternandosi con il vento di terra, che spira di notte. 1. ma labari: gli abitanti del Malabar. 2,. granelli: testicoli. 3. coccl,i: cfr. la nota 3 a p. 344; secondo l'etimologia più accettata, dal port. coco, •testa» e, in senso metaforico, •orco» (cfr. CARDONA, BALM, p. 206). 4. arecca: cfr. la nota s a p. 336. 5. erba betle: cfr. la nota :2 a p. 336. 6. tammer: i tameri, cioè la polpa dei tamarindi (dall'arabo tamr hi11di, «dattero dell'India»). 7. L'Ananas sativa, originaria dell'America, era stata introdotta dai Portoghesi in Asia, dove si era rapidamente diffusa. Il Sassetti torna a parlarne nella lettera al Granduca del 22 gennaio 1584. Deriva dal guaranì nana, attraverso il port. anana%.

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e col vino acquista forza mirabile, si come tra noi le dette due frutte, alle quali io lo propongo. Dicono questi che danno opera alla sanità che sono mal sani; e adducano per segno che, ficcandovi un coltello la sera e lasciandolo fino alla mattina, che si trova roso tutto il ferro. Io, per non gli volere di peggio, non ho fatto questa sperienza. Altri dicono che rompe la pietra nella vescica, che sarebbe bene altro che aver buon odore; e io credo che tanto o quanto giovi e provochi l'orina, perché il sugo è astersivo 1 e se gli sente vigore considerabile. Costa una frutta di queste dua basalucchi2 che sono un di questi ventini; e d'uno n'avanza a due o tre moderate persone. Holli fino a qui trovato un difetto che non è piccolo: non esserne tutto l'anno, come di tutte l'altre frutte, ché io non trovo che vaglino niente, come certi che chiamano fichi, 3 non so perché. Uve non ci sono, ché la terra non le produce; né grano tampoco che ci viene di Cambaia.4 Il mantenimento comune è riso e erba di betle, la quale mangiano con gesso 5 e con quella areca che io dissi di sopra e dicono che è molto buona. L'erba è acuta e tira al pepe, dico il betle: fa buono stomaco e buono alito e conforta la testa; lascia la bocca come sanguinosa. De' buoi si servono in luogo di muli a portar la soma e anco a carrettare: sono differenti da' nostri nelle corna, che egli hanno simile alle capre e volte al filo della schiena e non aperte come i nostri. Le vacche si macellano per i Cristiani e lVlori e Giudei e per qualcuno de' gentili e non sono mala carne. Bufoli piccini, si come anco i buoi e pochissimo differenti, ché se non fussi che sono del colore del cervio, non si conoscerebbono. Uno elefante è qui alto tanto che chi è in terra giudica con la vista molto piccolo chi lo cavalca, d' onde è nato il proverbio e' pare u11 naire6 sopra l'elefante. Sta per questa riviera travagliando e ha quel buono intendimento che e' dicono, perché al comando di quel negro si fa innanzi e indietro e piglia e lascia e è molto ubidiente persona e di poche parole; e bello 1. astersivo: depurativo (dal lat. abstergere). 2. basalucchi: dal port. bazaruco, termine di etimologia discussa, con cui si indicava una antica moneta di diverso valore e lega; corrente a Goa e sulla costa, si era diffusa anche in altre località toccate dal commercio con l'India. Fu adottata nel 1510 dall'Albuquerque nella prima coniazione portoghese a Goa (cfr. Hobson-Jobso11, s.v. budgrook). 3.ficlii: le banane, già assimilate ai fichi dai viaggiatori medievali, e chiamate dai Portoghesi figos da india (cfr. Hobson-Jobson, s.v. plantain). 4. Cambaia: Cambay (cfr. In nota 3 a p. 388). 5. gesso: cfr. la nota I a p. 337. 6. naire: cfr. la nota 2 a p. 334.

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animale, per essere cosi bruttissimo e contrafatto, e più galante è la bada I un pezzo. Gli uomini sono ben disposti, e ancora che ghezzi2 non hanno quel grifo rincagnato c01ne i negri di Guiné. L'abito è ricchissimo e fatto da quel gran sarto della natura che veste cosi appunto: un cencio che imbroglia le vergogne davanti, e passa. I naturali della costa sono gentili tutti: dicongli nairi. Hanno certe loro chiese con idoli, che chiamano pagodi, 3 dove vanno a farsi schiavi dell'abisso. 4 Sono tutti gente di guerra e, quando il loro capitano o 'l re muore nella battaglia, sono obrigati ad ire a morire a voluntà del loro signore: e chiamonsi questi tali già destinati alla morte amocchi, 5 e quel re che più ne tiene è più possente perché, stretto nella guerra, manda a morire contro a' nimici una banda di questa gente, qual pare a lui, i quali, non volendo morire senza vendetta e avendo a morire a tutti i partiti, fanno impeto terribile. Non fu dissimile a questo modo di fare, o almeno all'intenzione, il sacrifizio che di sé stesso fece uno de' consoli romani nella guerra de' Latini, ritirandosi già il suo corno della battaglia. 6 La causa perché abbino costoro a morire per obligo, perdendo il loro capitano e 'l loro signore, pare essere in guerra molto ragionevole, perché nessuno buon soldato arebbe a vedere morire il suo capitano, rimanendo egli vivo. La guerra tra' gentili in qualche parte è molto simile a quella de' compari,7 perché dove sta il segno del re, nessuno tira la bada: il rinoceronte; dal port. abada o bada, a sua volta derivato dal mal. badak (cfr. Hobso11-Jobson, s.v. abada). 2. ghezzi: cfr. la nota 2 a p. 887. 3. pagodi: cfr. la nota 7 a p. 819. 4. abisso: fig., l'inferno. 5. amocclzi: dal mal. amok, che significa II esser preso da furore omicida». La singolarità dell'uso di un vocabolo malese per un costume malabarico testimonia la «enorme diffusione nel XVI secolo della lingua malese come 'lingua comune' sulle coste dell'Asia di sud-est, e anche su quelle occidentali delPlndia,, (A. BAUSANI, Di due vocaboli malesi nelle a lettere• di Filippo Sassetti, in «Annali dell'Istituto Universitario Orientale di Napoli», Nuova Serie, vol. xn, 1962, pp. 2n-4). 6. 11110 de' consoli romani: Publio Decio Mure, nel 340 a. C., secondo LIVIO, VIII, ix, 9 sgg.; corno: l'ala dell'esercito. 7. a quella de' compari: il Sassetti ironizza qui a proposito dei costumi guerrieri dei malabaresi, che tendevano a garantire l'incolumità dei sovrani, vietando i combattimenti presso la tenda del re. Due anni più tardi, nella lettera al Granduca Francesco I del I o febbraio 1586, parlando della guerra che ormai da molti anni si trascinava fra i sovrani di Cochin e di Calicut, scriverà: cc Accrebbesi novamcnte l'odio tra questi due principi per essere stata ferita la persona del Zamorino contro agli ordini e capitolazioni delle lor guerre, che non vogliono che del campo nimico si possa tirare con arme nessuna in quella parte dove sta la per1.

LETTERA A PIETRO SPINA

o ferisce e, doppo la zuffa appiccata, al levare d'un segno si dividono. L'armi sono archibusi, lance come mezze picche, archi lunghi e spada e rotella, senza le quali mai non si colgono questi nairi, e pongono grandissima industria in tenerle lucide e terse. D'un'altra sorte di gentili è ripiena la terra, che chiamano bramani, i quali, ancora che naturali, paiono forestieri. 1 Questi sono della setta di Pittagora, 2 perché non ammazano cosa nessuna, né mangiano cosa che patisca morte: erba solamente e frutte e latte e burro è la vita loro; e 11 vino, per essere simile al sangue, è fuggito da loro. Sonci poi infinità di Mori passatici d'Arabia, gente perversa al solito, Giudei3 e di schiavi infinite nazioni, una gran parte delle quali ha V. S. vedute in Portogallo, che per suo manco tedio non voglio replicargnene adesso. [di Cocchio, gennaio 1584]

sona del re o principe contrario: al quale effetto tiene el re, stando in campo armato, un baldacchino eminente sopra la sua tenda, che si scorge per tutti c 1 soldati, a fine che nessuno volti l'armi in quelle parti. La causa di questo rispetto non è bene che si vogliono o cura ch'egli abbino della conservazione della persona l'uno dell'altro, ma per causa del ben publico, imperò che accadendo di morire un re in battaglia, tutta la gente d'arme che si trova seco è obrigata a morire a volontà del successore» (Lettere, p. 520). 1. bramani . . . forestieri: cfr. la nota 4 a p. 332. Scesi nel Malabar in epoca relativamente recente, intorno al III secolo a. C., si differenziavano dai gruppi castali locali, di stirpe dravidica, in quanto indoeuropei. Erano già conosciuti dagli autori greci e latini, e ne parla MARCO PoLo (1vlilio,re, pp. 249 sgg.). Il Sassetti approfondisce l'argomento anche in altre lettere, come per esempio in quella a Pier Vettori del 27 gennaio I 585. 2. Questi •.. Pittagora: cfr. la lettera al cardinale Ferdinando de' l\tledici, qui alle pp. 915-6, e le note relative. 3. Giudei: stanziati in prevalenza a Cranganore e a Cochin, erano di diversa provenienza: i cosiddetti «ebrei neri 11 - già nominati da Beniamino da Tudela dall'antica diaspora, e gli «ebrei bianchi>1, giunti dopo la recente cacciata dalla penisola iberica. Erano dediti principalmente al commercio delle spezie.

FILIPPO SASSETTI

[LETTERA V]

A Francesco de' Medici 1 Granduca di Toscana Firenze Serenissimo Signore, l'armata2 che si parti per questa costa d'India di Lisbona agl' 8 d'aprile passato si condusse per grazia di Dio tutta a salvamento. Quattro navi d'essa si condussero a Goa a' tempi soliti3 da' 15 a' 22 di settembre. La nave capitana S. Filippo, sopra la quale io m'era tornato a 'mbarcare, quasi che a viva forza ci si lassasse condurre, doppo essere stata fra due4 di tornare a dietro un'altra volta di Guiné e di avere passate tormente insopportabili nel Capo di Buona Speranza e di essere stata perduta ne' bassi de' Caragai fuori de l'isola di S. Lorenzo, a forza di boti si condusse a veder questa terra a' 6 di novembre, e a' 9 pigliò fondo in questa barra di Coccino, essendo stati sempre al mare per spazio di 216 giorni, senza vedere altra terra che quella di que' bassi, che fu un isolotto di rena senz'arbori o altra cosa viva o verde. 5 Tutta la dificultà del nostro viaggio derivò dalla paura che aveva il nostro piloto di non tornare sopra que' bassi nella costa del Verzino, 6 donde e' si tenne tanto in Guiné, che non potette di poi uscirne a posta sua.7 Passavano sopra la nostra nave come 400 persone tra soldati, gente di mare e passeggeri. Di questi ne mancarono al disimbarcare sedici o diciotto, contando quelli che vivi caddero in mare che non si poterono riavere; e se noi stavamo otto giorni da vantaggio, può essere che i vivi fossero molto pochi, essendo caduta inferma tutta la gente, 8 quando noi tornammo a passar l'equinoziale da r. Francesco I de' Medici, figlio di Cosimo I e secondo Granduca di Toscana (1574-1587). L'epistolario conserva cinque lettere a lui dirette, ma è probabile che si tratti dei resti di una corrispondenza molto più fitta e regolare, soprattutto dopo il trasferimento del $assetti in India. 2. l' armata: la flotta 3. a• tempi soliti: nel periodo in cui di solito arrivavano in India. 4.fra due: nell'alternativa. 5. tormente . .. 'lJerde: vicende descritte più dettagliatamente nella lettera precedente: cfr. le pp. 896-8 e le note relative. 6. paura . . . Verzino: come nel primo fallito tentativo di raggiungere l'India (cfr. p. 891). 7. a posta sua: quanto l'avrebbe desiderato. 8. Di questi . .. la gente: «di questi infermi ne sbarcammo nello spedale fino a centosessanta, » scriveva il $assetti nel dicembre 1583 a Francesco Valori «i quali oggi sono quasi guariti tutti, se non

LETTERA A FRANCESCO DB' MEDICI

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questa banda. Ché se si considera la maniera del trattare questa povera gente in un viaggio cosi travaglioso, sarà maggior maraviglia che ci se ne conduca quattro o sei per cento vivi che se morissero tutti, perché, se bene il Re spende tanto quanto basterebbe a condurre i suoi soldati comodamente, tutto viene rubato da' capitani, dispensieri, scrivani, guardie e altri sopra ciò, i quali fanno bottega dello stento e della fame della povera gente senza che nessuno se ne risenta, estendendosi i latrocinii tant' oltre che gl'ufiziali di terra ne sentono la parte loro, conducendosi la dissoluzione fino al vendersi l'acqua che si pone per munizione. L'infermità1 che sopraviene a questa gente, si come ha una medesima cagione dal tristo nutrimento, è tutta una o poco diferente: cominciano ad enfiare le ginocchia e le gengive giuntamente, e 'l viso e 'l capo tutto, si che molti si fanno mostruosi e per le gambe e per le ginoc• chia escono fuori certe punture come petecchie, le quali a poco a poco si vanno dilatando e congiugnendo l'una con l'altra tanto che in breve tutta la gamba si torna del colore d'un vino cercone.2 E' rimangono, e miseri, immobili e le gengive in fra tanto crescono di maniera che bisogna a molti tagliarle; stentano a questo modo senza febbre o dolor di testa fino a che dà loro certo dolore di petto senza tossa o altro accidente e 'n un volgersi in là rimangono morti. Gl'aiuti che dà loro un poco di barbiere, il più sciagurato del popolo, e cavar lor sangue e l'infermiere ristorargli con una farinata o, quando molto, con una scodella di lente; e il dispensiere, ripartiti e suoi civanzi con gl' altri ufiziali, a casa se ne torna ricco e ben provisto. Io mi sono un poco allargato sopra questo fatto, 3 perché, trattandosi del condur soldati, V. A. sappia in che maniera e' sono guidati, dond'ella conoscerà conseguentemente che con molta facilità, non ostante la lungheza del viaggio, ci si condurrebbe la stessa gente, se ella fosse onestamente proveduta; e che gl' ufiziali che gli guidono avessero a rendere altro conto che non fanno in Portogallo delle cose che son date a carico loro per sostento dei due che ci vennero tanto maltrattati che nello sbarcare si morirono» (Lettere, pp. 379-80). 1. L'infermità: lo scorbuto (cfr. p. 898 e la nota 6). 2. vino cercane: vino guasto. 3. Jo mi sono ... fatto: per rispondere a quelli che presumibilmente erano gli interessi del suo corrispondente, e riallacciandosi in un certo qual modo a quanto aveva esposto nel Ragionamento sopra il commercio tra i ToscaPli e i Levantini (cfr. F. SAsSBTTI, Lettere edite e inedite, a cura di E. Marcucci, cit., pp. 102-16).

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soldati. Ora, per dar fine a questo ragionamento, questa gente che cosi ci si conduce viva, sbarcata che la si è, non ha nessuno che li domandi o dica niente. Ciascuno piglia quel camino che più giudica di suo benefizio: questo si fa mercante, quel si pone per servitore e quell'altro va accattando senza che nessuno ne tenga conto, come se non avessero tocco danari in Portogallo. Solo quelli che vanno sopra queste armate, eh' è volontà di ciascuno, tirano un pocolino di soldo, col quale vanno a di lungo stentando e si riducono l'inverno in qualche luogo a cappeggiare 1 o fare qualch'arte simile a questa. I Portoghesi tengono molti luoghi in questa costa del mare, dove hanno certe forteze fatte anticamente e con molte d'esse una popolazione :2 donde vivono le lor genti non senza molto pericolo di andare in preda de' naturali ad ogni lor voglia, stando di tutto poco proveduti e con male guardie; e quello ch'è peggio, dandone loro spesso molte cagioni. In fra terra drento 3 non tengono un palmo, sì perché la conquista è dificilissima e sì perché venendo tutto il profitto dalla navigazione non hanno se non dato opera a questa parte. Questa costa è quasi tutta piana e con ogni grosso legno si naviga tutta a vista di terra; è divisa da mezogiorno a tramontana (come l'Italia da l'Apennino) da una schiena di monti che domandano la Serra del Gatto ;4 lungo la marina è tutta vestita di palme di diverse sorti e d'altre piante diferenti in tutto dalle nostre, tra le quali tengono il primo luogo le palme che fanno i cocchi o noci d'India, per essere il lor frutto il più vivo rendimento di questi popoli per trarne tutti que' comodi che d'essi si raccontono. Sono secondariamente altre palme che fanno un frutto che domandano arecca, della grandeza delle nostre noci, che questi naturali mangiona col betle ;5 e di questo e de' cocchi vanno fuori assai per Cambaia6 e altre parti più fredde. Altri frutti ci sono molti senza nessuna proporzione a' nostri, non ostante che i Portoghesi ne chiamino alcuni con i medesimi lor nomi, come i fichi' cappeggiare: rubare. 2. popolazione: villaggio (dal port. povoaçiio). 3. In fra . .. drento: verso l'interno (cfr. la nota 7 a p. 227). 4. Serra del Gatto: i Ghati occidentali. È probabile che il Sassetti avesse davanti agli occhi una carta geografica: quando infatti scriveva questa lettera egli aveva visitato solo una piccola parte del Malabar, mentre nella cartografia del tempo il Deccan veniva raffigurato più esteso del reale, con una catena montuosa disposta secondo un meridiano che divideva il Malabar dal Coromandel. 5. cocchi • .. arecca . .. betle: cfr. rispettivamente le note 3 a p. 900, se 2 a p. 336. 6. Cambaia: cfr. la nota 3 a p. 388. 7.ficl,i: cfr. la nota J a p. 901. 1.

LETTERA A FRANCESCO DE' MEDICI

che non hanno di fico altro che il nome: la pianta fa un sol gambo senza rami e apre in foglie grandi quanto un giusto 1 uomo aprirebbe nelle braccia o più, di largheza di due spanne e maggiori; il frutto è lungo un palmo, grosso come un citriuolo o poco meno; mondasi come il fico da una buccia assai grossa; il frutto in sé è tenero e dolce scipito. L'ananas2 mi pare a me la più gustosa frutta che ci sia: è fatto da una pianta come il carciofo e egli non è dissimile, se non che tira più a fazione 3 della pina; maturo, getta un odor suavissimo. Il sapore è di fragola e di popone e col vino acquista forza grande; trovanlo costoro caldissimo e argumentono dal consumarvisi dentro un coltello che vi si ficchi la sera e lascivisi stare fino a la mattina. Questa pianta è qui forestiera, venutaci dal Verzino e, condottasi in Portogallo, non vi visse. Il pepe è come la vitalba o come l'ellera,4 sostenendosi sopra altra pianta, e come l'ellera fa barba5 per tutto il gambo; il frutto viene a grappoletti lunghi e ciascun grano ha il suo picciolino assai lunghetto, diferente da quello della piantaggine. El betle tanto nominato ha la foglia simile a quella del pepe in tanto che i naturali non le discernono l'una de l'altra a la vista. Tutta la gente di queste parti lo mangiano ad ogni ora del giorno, rigrumando6 come le pecore o come i buoi continuamente. Il suo sapore è forte poco meno che il pepe e con questo ha un austero astringente7 che tiene la bocca asciutta e tignela di rosso come se si sputasse sangue. Pigliano costoro una foglia di questa erba e ci impiastrano su un poco di gesso spento che domandona ciunamA 8 e pigliano un pezo di quel frutto che chiamano arecca e, fatto un gran boccone di tutto, sel mettono in bocca e fanno tutto il giorno questo verso. Di queste foglie ne ho aute in Lisbona, e secche e 'n conserva di zucchero, ma non ritengono né odor né sapore né colore. Non so se l'acqua stillata si serberà le due qualità principali, ma in qualunque modo credo che le si sentiranno meglio che nelle foglie stesse; e perché questo anno non ho auto tempo né comodità nessuna di poter proveder a V. A. qualcuna di queste cose, per l'anno x. giusto: di statura normale. 2. L'ananas: cfr. la nota 7 a p. 900. 3. a fazione: a somiglianza. 4. come ... r ellera: paragone già utilizzato da altri viaggiatori (cfr. p. 340 e la nota 3). 5. barba: le radici avventizie, che servono di sostegno alla pianta. 6. rigmmando: ruminando (voce toscana). 7. un austero astringente: un forte potere astringente. 8. ciunamé: cfr. la nota I a p. 337.

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che viene penserò di satisfare in qualche parte a questo obrigo, 1 procurando di farli vedere in qualche maniera la figura di queste frutte con i lor colori o 'n cera o 'n gesso o 'n qualch'altra maniera. L'albero della cannella2 fa qui nello stato di questo Re di Cochim, non già quella eccellente, che questa viene de l'isola di Zeilon,3 ch'è sotto il Capo di Comorin, ma d'una spezie un poco più grossa; qui la chiamano di mattos,4 come dire salvatica, ancora che ci se ne trovi della bonissima. L'albero o lo sterpo, che cosi lo possiamo chiamare con più ragione, non è molto grande; getta più vermene dalle radici, e perché le tagliano ogni tre anni per tirargli la scorza, non sono molto grosse; fa poche barbe e quelle non molto adentro e la scorza delle barbe è due volte tanto cocente e più gagliarda della scorza del gambo. La buccia di fuori è ronchiosa5 e di più colori; la foglia, come quella dell'alloro che, nel sapore, si come il legno, non ha che fare niente con la scorza; fiori né frutti non ho veduti. Io, come di sopra dico a V. A., per esser giunti qua molto tardi, non ho auto tempo a provedermi di cosa nessuna per mandare a V. A., quanto sia de' semi o mostra di piante o d'altre cose molto nuove; il che non si può far tampoco senza aver qualche buona pratica della terra; perché in simili cose non si può avere aiuto nessuno da questa gente, la più stracurata6 e la più negligente in ogni sorte di cosa, dove non sia l'utilità presente, che si possa vedere; intanto che in questo luogo, ch'è pur la seconda terra d'lndia, 7 non 1. penser/J • •• obrigo: due anni dopo, il 10 febbraio 1586, il Sassetti scriverà di nuovo al Granduca: « Nella fine della state passata procurai di ragunare alcuni semi per mandare ali' Altezza Vostra e feci poco meglio di non niente, però che mi vennero più tosto messe insieme medicine che semi di piante, de' quali si possa sperare di veder nascere el frutto: pure, tali quali si fossero, gli ho guardati in questo verno dalla corruzione che cagiona la grandissima umidità, col molto calore di questa terra, a tutte le cose. Ho trovato qua tra questi gentili altri lpocrati, Galcni e Dioscoridi, che trattano queste facultà con molta gentilezza [...]. Non dubito punto che se venisse qua alcuno che con buoni principi di filosofia e medicina avesse buona cognizione della materia de' semplici, ei non facesse molto gran giovamento alla medicina. E un pittore che sapesse ben disegnare e colorire le piante, porgerebbe con la vista loro molto diletto, però che in questa parte la novità è tanta che non si potrebbe immaginare [...] 11 (Lettere, pp. 525-6). 2. cannella: cfr. la nota 2 a p. 266. 3. Re di Cochini: Keshava Rama Vanna (1565-1601); Zeilon: Ceylon. 4. di mattos: è il port. canela do mato. 5. ronclziosa: ruvida. 6. stracurata: trascurata. 7. la sec> (cfr. Diversi avisi particolari, cit., I, p. 182v.). 6. :zatare: zattere (dial. veneto).

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quando vengono le navi in quel luogo, non le lasciano scaricare, ma vanno esse proprie sopra quelle a far mercati e comprar e vendere. Il popolo di Silon è gentile come quello del Pegù, e la sua gente è bianca I e bellicosa; né teme di poter esser soggiogata dal Re del Pegù a questo modo, se ben suo padre la riducesse alla sua divozione con andarvi in persona e accamparvisi con ottocento mila persone, né l'averia preso, se non vi fosse stato tradimento di aprirgli una porta, 2 per il che fu presa con prigionia di molti Portoghesi3 che vi erano dentro, i quali furno liberati del presente Re del Pegù, con lode di aver fatto quanto il già Re di Silon aveva loro commandato. In tanto si accese un fuoco nella ruga4 de' Portoghesi nel Pegù molto grande che, per la diversità de' venti che soffiavano, abbruciò più di tre mila e ottocento case e alcuni pagodi e luoghi da predicar alla loro usanza; e perché è solito che il Re del Pegù in simili casi proceda contra quei che sono stati auttori di tali incendii, fece fare diligenza per trovar ove prima si fosse acceso detto fuoco, e ebbe certezza che fu in casa del padron della nave di Portoghesi, che aveva condotto noi in quella città. Onde perciò il Re non fece altra dimostrazione in questo, giudicando che un tale non averia ciò fatto per malizia; ma noi stavamo in continuo timor di non esser bruciati; tanto più quanto che un augure, overo indovino, fece intender al Re che, se voleva aver vittoria di Silon, bisognava che facesse bruciare una città come fece suo padre ;5 e però dubitavamo non facesse distrugger questa vecchia città del Pegù. lVIa ciò non gli è caduto nel pensiero, perché è stato dissuaso dal Prencipe suo figliuolo, il quale è molto cortese e piacevole e si diletta di giuocar d'archibugio e d'arco, essendo di statura grande e bruno come suo padre; e nell'uscir fuori si fa bianca: in confronto al colorito più scuro delle popolazioni dravidiche dell'India meridionale. 2. suo padre • •. porta: cfr. la nota 2 a p. 827. 3. Molti Portoghesi prestavano servizio come mercenari presso vari eserciti dei regni indocinesi; inoltre ad Ayuthia una numerosa colonia portoghese era stata autorizzata a svolgere attività commerciali (cfr. HALL, p. 310). Sappiamo dal Federici (cfr. FINTO, p. 35) che molti prigionieri siamesi furono condotti schiavi nel Pegù dopo la presa di Ayuthia e liberati da Pra Naret nel 15841 al tempo del mancato attacco a Pegù (cfr. HALL, pp. 343-4). Forse tra i prigionieri c 1erano anche dei Portoghesi, graziati poi dallo stesso Nandabayin. 4. ruga: in dialetto veneziano, strada fiancheggiata da case e botteghe. 5. bn,ciare una città . .• padre: se il Balbi si riferisce qui all'incendio di Pegù del 15·641 la notizia-non è esatta, in quanto esso fu provocato da ribelli mon (cfr. la nota 9 a p. 838). 1.

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Incendio seguito nel

Pep.

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portar sopra un palco assai pomposamente, come fanno gli altri tre suoi fratelli piccioli, i quali sono portati sotto un baldacchino scoperto. E questo potrà bastare in questa materia, essendomi in ciò steso più che non volevo. [...] CAP. XXXVII

Seguitano le feste, pompe e ordini militari del Re del Pegù

II Re del Pegù tien certi vascelli

Vascelli del Re del Pegù bellissimi.

Come il Re del Pegù comparisca in publico nell'andar a diporto navigando.

Dono solito a farsi al Re del Pegù quando ritorna da qualc~e auerra.

dorati a sua richiesta sola, che sono de' più belli che si passino vedere, dentro i quali non è alcuno che vada a diporto, se non la persona di Sua Maestà; fra i quali n'ha uno che fece fare il Re padre del presente, che lo tiene in Meccao, 1 luogo in terra2. serrato con guardie attorno per rispetto di detto vascello; ché non fu mai visto un altro di bellezza pari a questo, per esser tutto dorato dentro e fuori con bellissime opere e disegni di rabeschi, grotteschi e figurine, che scaturiscono da alcuni fioroni e fogliami tanto ben fatti che rendono stupore a' riguardanti. È lunghissimo, ma stretto fuor d'ogni proporzione, e ha cento e cinquanta remiganti per banda, che vogano certi remi dorati tutti, eziandio fino le pale che vanno sotto acqua; e detti remiganti stanno a sedere alla banda e hanno in mano un remo per uomo assai corto, e nel vogar tutti tirano a lor l'acqua3 e a quel modo spingono il vascello innanzi cosi velocemente che rassembra una frezza, e questo per non levar alcuno il remo dall'acqua prima dell'altro. In mezo detto vascello è una casettina fatta come un felce delle nostre gondole, ma però assai più grande, ove sono alcune fenestrelle da tutte le bande. Detto vascello porta due timoni dorati, si come tutto il vascello è parimente dorato. E a questo modo detto Re se ne va a diporto per quei fiumi. E per esser costume che, quando il Re ritorna da qualche impresa, si lascia veder in publico e le genti tutte lo presentano di qualche dono secondo le sue facultà, però il Re fece far publico editto che chi voleva andar alla sua presenza andasse, che averia da S. Maestà avuta udienza; e però gli compari prima innanzi a fargli riverenza e zomba (è questo il Prencipe figliuolo primogenito del Re) Mau-

1. Meccao: cfr. la nota I a p. 848. 2. in terra: non sul mare, in quanto era porto fluviale. 3. nel vogar .•• l'acqua: al contrario di quanto avviene in Occidente.

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paragià, il quale gli donò quattro elefanti e altre cose che non potei vedere per lo gran numero della gente che non lasciava vedermi. Dopo, lui andò il Gran Bramà, e gli presentò due elefanti, facendogli la solita riverenza. Dopo, andorno i bagià, che sono quegli che noi diciamo duchi e gente grande, nobile, e i semini, che sono capitani e baroni, e tutti i grandi della terra secondo la più e meno dignità loro, e tutti gli donavano. Andammo ancora noi co' mercanti di Portogallo e gli facemmo doni e riverenze, come gli altri, e il Re ne mostrò buona volontà. Sopra tutte le cose il Re del Pegù ama l'ubidienza; e per esser ubidito da' suoi primati e grandi della corte, ho visto io che di mezo verno, facendo Sua Maestà fare un corritore 1 e un aquedotto e andando a veder lavorare, tutti i grandi, se ben pioveva, con la zappa in mano si affaticavano alla presenza del Re come gli altri operarii, e ciò facevano fino che S. Maestà assisteva presenzialmente all'opera. Le genti del Pegù nella lor legge2 sono molti osservatori delle cerimonie e divozioni, e perciò fanno molte feste publiche e specialmente ne fanno cinque l'anno, che una di esse si chiama Sapan Giachié, 3 un,altra Sapan Catena e l'altra Sapan Giaimosegienon, la quarta Sapan Daiché. e la quinta Sa pan Donon. La festa di Sa pan Giaché si fa 12 miglia lontano dalla città, ove arriva il Re, che si parte dalla città avanti giorno, per arrivarvi presto e starvi un pezzo del giorno. Per detta festa il Re sta a seder sotto un portone4 assai superbo, fabricato sopra un carro trionfale di quattro grosse ruote tutte di un pezzo e dorato tutto, e a man destra del Re sta la Regina riccamente addobata. Il Re tien in capo gran quantità di gioie d'inestimabil valore, fra le quali due rubini gli pendono dal capo e stanno dentro !'aperture degli orecchi, che sono grossi più che due dattoli 5 l'uno, ma non tanto lunghi, e sono carichi tanto di colore che mai ne viddi de' più belli. Va ornato di una sbarra6 che sopra la spalla destra principia e scende fino alla cintura sotto il braccio sinistro, la quale è piena di gioie pre1. corritore: corridoio. 2.. legge: religione. 3. Ha inizio qui la descrizione delle feste del Pegù, alcune delle quali sono tuttora vive nella tradizione popolare. Sono legate al calendario lunare, e quindi senza date fisse, e connesse con le leggende della vita di Buddha. Sapan: dal mon saban, uradunare,1; Giachié: dal mon kyak, «pagoda»; forse si riferisce alla festa della pagoda di Makaw (cfr. la nota I a p. 848 e PINTO, p. 349, note 13556). 4. portone: un arco di trionfo. 5. dattoli: datteri. 6. una sba"a: cfr. )a nota 2 a p. 970.

Festi del Pegb.

Come stia il Re del Pegù a veder le publiche festi. Ornamenti del Re alle publiche festi del Pegù.

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ziose, che a' riguardanti tolgono la vista, e non è nessuno che mirandola non dica ch'ella è d'incredibile bellezza e inestimabil valuta; oltra i molti anelli che porta nelle dita con robini, diamanti e smiraldi che rilucono a guisa di raggetti di sole, che operano che l'uomo non può mirar fisso nel suo sembiante. Intorno detto carro trionfale sono alcuni corritori e anditi, ove stanno le più favorite donzelle e dame della Regina, moglie del Re del Pegù, e dette damigelle sono figliuole di Re e altri grandissimi personaggi e stanno sempre genuflesse con le mani alzate per onorar il Re e la Regina. Il carro sopradetto è tirato da otto bellissimi cavalli, tutti d'un pelame e di una fattezza, e sono adobbati di fregi d'oro e di seta cremisina. Vi sono ancora molti semini, i quali, dando di mano ad una corda per banda del carro, fingono di tirar essi Ordine del Re ancora, se ben i cavalli patiscono tutta la fatica. Questo è l'ordine del Pegù nel cavalcar. che tiene il Re del Pegù sempre che vuol andar fuori del suo reggio palazzo. I primi ad andare avanti sono quei della corte del Prencipe suo figliuolo, i quali sono divisi in tre ordini: i primi portano le lance, i secondi gli archibugi e gli altri le spade e le targhe; e in mezo di loro caminano gli elefanti armati del Prencipe sudetto a piedi. Poi procede il Prencipe a cavallo sopra un sirian I tutto dorato e riccamente vestito. Dopo' questo seguitano le genti del secondogenito del Re, il quale si chiama naidù, 2 che va parimente sopra un suo sirian, e le genti di questo tengono l'ordine di quelle del Prencipe sudetto. Questi sono seguitati dalle genti del terzo figliuolo, le quali ancor esse tengono l'ordine già detto, e poi procede detto terzo figliuolo, ch'è nomato 1zaimor. 3 Le genti del Re poi seguitano con bello ordine, che prima caminano lanceri in buon numero, dopoi gli archibugieri, terzo gli arceri e finalmente quelli che vanno armati di spade e targhe, fra' quali caminano molti elefanti armati con quell'ordine che si armano alla guerra. Seguitano questi poi molti semini, capitani e uomini grandi, i quali con bell'ordine e pompa seguitano. Vengono dopo' questi due elefanti rossi4 molto ornati d'oro e di seta, e dopo' questi i quattro elefanti bianchi vestiti di seta fregiata tutta d'oro e gioiellata con pietre preziose; e detti elefanti bianchi hanno un fodro d'oro 5 per 'I. sirian: cfr. la nota 3 a p. 964. 2. naidrì: dal mon 11ay, •signore•, e dow, cdi mezzo• (cfr. PINTO, p. 350, nota 1366). 3. naimor: dal mon nay, •signore•, e hmaw, •basso• (cfr. PINTO, p. 350, nota 1367). 4.Tossi: fulvi; molto rari. 5. un fodro d'oro: cfr. la nota 7 a p. 972.

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ciascuno dente, tutto pieno di rubini; attorno il qual fodro gli copre tutto il dente dalla punta fino in bocca, che fanno un bellissimo veder e superbo; del continuo li vien portato le sue ombrelle di sopra di loro per amor del sole. 1 E in questo vien il carro, dentro il quale sta il Re sudetto. Dietro detto carro del Re vanno i grandi della corte a cavallo con bello ordine secondo il suo costume. Ma prima di loro seguitano il carro molte donne grandi, 2 che cavalcano 1 s1nan1. La festa di Sapan Catena o delle Varelle, 3 cosi detta da loro, si fa dentro la città e ciascun grande della corte, come prencipi e signori, fanno fabricar sei mesi prima aguglie overo piramidi,• come quelle de' Romani, ogn'una delle quali è differente; perché uno non può veder quella degli altri, perché serrano la strada, che non si può passar se non dai lavoranti, e quelle fanno fabricare con canne d'India fortissime e ben lavorate e poi le fanno indorar e metter sopra bellissimi carri; e nel giorno della festa il Re vien fuora all'udienza e in questo istante detti carri con dette aguglie e piramidi sono tirati da più di 300 persone per ogn'uno avanti il Re per ordine uno dopo' l'altro; e il Re lauda il più ben fatto e il più ricco; e dopo' essere stati visti dal Re, sono fatti tirare a casa de' loro padroni, e in tutta quella notte di detta festa in ogni strada di ambedue le città, vecchia cioè e nuova, ardono grosse candele di cera, 5 accioché le genti vedano nel caminar per visitar il pagoda o statua grande, tenendosi aperte le porte della città nuova, entrandosi nella vecchia liberamente per non aver porte. E le genti per amor del sole: per difendersi dal sole. 2. grandi: di alto lignaggio. 3. Catena: dal mon Katan, la cerimonia del dono dei vestiti ai monaci. Conclusa la lunga «quaresima» - che dura dalla luna piena di luglio a quella di ottobre, cioè per tutta la stagione delle pioggie - hanno inizio le più grandi festività religiose birmane, ed in tali occasioni le città si riempiono di luminarie. La prima festa cade in ottobre ( Thadi11gyut); Tazaungdaing, la • festa delle pagode» ( V arelle) o II seconda festa delle luci», cade in novembre e celebra la disceso di Buddha dal ciclo, dove si era recato per convertire sua madre. In tale occasione la popolazione si reca ulle pagode, ad offrire vestiti ai monaci (cfr. PINTO, p. 350, nota 1373, H. FIELDING HALL, The Soul of a People, cit., cap. XIII, Festivals, e R. CARMIGNANI, Birmania, Pisa, Ed. Giardini, 1971, pp. 291-3). 4. aguglie overo piramidi: i ta::raungdai'1g, piramidi di bambù alte da sei a quindici metri, rivestite di carta colorata; simboleggiano la scala con la quale Buddha discese dal cielo (cfr. PtNTO, p. 350, nota 1375). 5. Sembra però che al tempo del Balbi non si conoscesse la cera in Birmania (cfr. PINTO, p. 350, nota 1377). 1.

GASPARO BALDI

che visitano dette statue, tutti gli offeriscono secondo la lor possibiltà, che chi non potesse donar altro, presentaria un fiore. La terza festa del Pegù si chiama Sapan Giaimosegienon, 1 ove è un'altra statua alla quale nel suo giorno arriva il Re sopra del medesimo carro, servando il medesimo ordine che abbiamo detto nella prima festa; ma però il Re e la Regina si mutano di vestimenti e di gioie, come fanno ancora i figliuoli del Re. La quarta festa del Re del Pegù si chiama Sapan Daiche, 2 ch'è festa dell'acqua, e si fa nella città vecchia, dove si ritrova esser un palazzo dorato dedicato a tal festa, alla quale assiste il Re con la Regina, che quivi si fanno condurre sopra il carro sopradetto con quello ordine che ho di sopra detto. Quivi dunque arrivato il Re con la Regina e figliuoli, dismontano dal carro e entrano dentro detto palazzo dorato e si bagnano con acqua rosa,3 come ancora fanno gli altri della corte. Di fuori del palazzo si ritrova un campo grande, dove stanno i semini e altri uomini grandi in bonissima quantità, i quali, avendo in mano un vaso per ogn'uno pieno d'acqua di fiume, si bagnano fuor di modo l'uno con l'altro in tal maniera che tutte le vesti si vedono talmente che paiono ch'eschino fuori del fiume; e io da certi ho udito dire che il Re padre del presente, in cotal giorno di detta festa, finché le genti si buttavano l'acqua l'uno all'altro, fece sciogliere un elefante grande e terribile, il quale giostrando fra detta gente amazzò molte persone con riso di detto Re e pianto infinito di molti circonstanti. Ne' giorni di detta festa non si può caminar né per la città vecchia né per In nuova, che l'uomo non venghi ad esser bagnato dalle finestre delle case, perché cosi è costume di quelle genti. La quinta e ultima festa, che si chiama Sapan Donon,4 è che il Re si fa portare col più bello parò o barca e anco il Prencipe con un altro e ogn'uno de' figliuoli con un simile sopra bellissime barche tutte dorate fino alla città di Meccao; ove giunto il Re coi x. Giaimosegienon: dal mon kyak-mah-g11in, •pagoda al margine della giungla n: la pagoda di Mawkanein, che sorgeva ai ]imiti della foresta, circa 29 km distante da Pegù (cfr. PINTO, p. 351, nota 1379). 2. Daicl,e: dal mon dak, a acqua». È la festa dell'acqua, o di Capodanno (Tl,i,,gya11). L'anno nuovo inizia nella seconda decade di aprile; in tale occasione tutti si gettano vicendevolmente dell'acqua, per togliersi simbolicamente di dosso i peccati (cfr. PINTO, ibid., nota 1380, e R. CARMIGNANI, Birmania, cit., p. 289). 3. acqua rosa: cfr. la nota 4 a p. 345. 4. Do11on: dal mon d/1111, e barca•; è la « festa delle barche», una sorta di regata che si svolge in settembre, al culmine della stagione piovosa (cfr. PINTO, p. 351, nota 1384).

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suoi figliuoli e molti nobili e primati della sua corte, i quali ancora essi conducono più di 100 parò, dismontano in terra e stanno a diporto dentro un bellissimo palazzo tutto dorato di fuori e dentro, il quale è cinto di bellissimi giardini sempre verdi e sempre belli e fioriti. E partendosi da tal luogo, ove non va altrimente la Regina, per ritornar nella città nuova, dismonta in un altro palazzo fuori di essa città e da alcune finestre, che quivi sono, sta a veder far regatta di quei grandi che conducono i cento altri parò, i quali si affaticano quanto più possono per esser de' primi e ricever lode dal Re, nel vogar tali parò o barche; e la prima barca che arriva al palazzo, ove sta il Re, guadagna una statuetta d'oro, che quivi a tal effetto è attaccata, e la seconda una d'argento, che medesimamente è attaccata; e tutte le barche s'affaticano a vogare per non aver quella vergogna da esser trattati da donna, perché l'ultimo prezzo 1 è un panno da donna, e in tutti i parò non sono se non due che vogano, e però ogn'una si affatica di esser la prima overo non esser l'ultima, alla quale per vergogna il Re dona un panno vedovile da vergogna. Questa festa dura per una luna, eh' è un mese de' nostri, e si fa un di si e l'altro no. Detto Re fa far molte altre feste, ma le sopradette sono ordinarie e principali, e specialmente fa fabricare sette carri tutti dorati, sopra ogn'uno de' quali fa metter un pagodo, e detti carri sono tirati da più di 300 persone per ogn'uno dentro il palazzo, nel qual luogo sta il Re a vederli e far limosina a quei che governano detti pagodi, i quali sono tutti grandi e dorati, molto ben fatti. Vanno poi alcuni per la città, che portano una rete grande piena di fiori diversi, facendo romor con alcune batiche,2 per ricever limosina. Si costuma per tutto il regno del Pegù lavar i corpi de' talapoi una volta l'anno, e di quell'acqua la gente beve per divozione. 3 Nella morte del Re del Pegù4 si fanno far due barche con bel1. prezzo: premio. 2. batiche: cfr. la nota 3 a p. 969. 3. lavar . . ·. divo:tione: forse il Balbi ha frainteso la consuetudine di lavare, il giorno di Capodanno, le immagini sacre di Buddha e dei nat con l'acqua del fiume lrrawaddy, che in tal modo acquistava un effetto purificatore, e poteva essere bevuta (cfr. PINTO, p. 351, nota 1393). 4- Nella morte del Re del Pegù: taluni particolari dati dal Balbi di questa cerimonia non sembrano trovare conferma in altre fonti (cfr. PINTO, p. 352, note 1395-1402); ma si deve osservare che durante il periodo vissuto nel Pegù egli non assistette ad alcuna cerimonia funebre regale; si tratta quindi di notizie raccolte a voce.

GASPARO BALBI

Solennità che ai osservano nella morte del Re del Pegù.

Talapoi sono detti i frati della religione del Re del Pcgù.

Precetti che osservano le genti del Peata.

lissima coperta tutta dorata, la qual serve per ambedue le barche, e quivi si fabrica un solaro 1 alto dorato sotto la detta coperta, sopra il quale si pone il cadavero del Re, e poi vi vien messo fuoco con legno aloè, sandali, belgiuin, muschio e altre cose odorifere, e a questo modo dette barche vanno a seconda del fiume, guidate da alcuni talapoi, i quali vanno cantando e facendo feste; e bruciato ch'è detto cadavere, detti talapoi tolgono la cenere e l'impastano con latte e dopo' la portano alla bocca del porto del Sirian, ove è il maccareo, e quivi buttano in detta acqua detta cenere e latte, quando l'acqua comincia ad andar calando, e poi da un'altra parte vicino ad una varella dorata, la quale è simile ad un torrione rotondo e assai alto, luogo di divozione chiamato Dogon, ove fabricano un'altra varella nuova simile e vi sotterrano l'ossa, e se ne ritornano al palazzo e pigliano il Prencipe suo figliuolo e con le cerimonie solite lo fanno sedere nel luogo del Re suo padre morto. L'ossa del padre di questo Re sono sotterrate a Dogon, benché non si sotterrino quivi l'ossa di tutti i Re, ma dove essi comandano e ivi si fa loro le sue varelle, ma in Dogone è bene una varella maggior di tutte l'altre. Detti talapoi caminano per la città con una pignatta attaccata alla cintura, cercando il vivere, del quale trovano in abbondanza, perché sono tenuti da quelle genti santi nella lor legge, e sono come i nostri frati religiosi e ancora essi predicano della lor legge ogni lunedl della settimana; nel qual tempo si levano a buon'ora, andando per la città con percuotere alcune batiche per risvegliar le genti, che facciano loro da mangiare e che vadano alla predica; la qual finita c'hanno, si mettono a cantar e poi licenziano le genti, le quali se ne ritornano alle lor case. Detti talapoi nelle prediche loro non ricordano se non che non debbano esser omicidiali, robbatori, adulteri, né offendano il prossimo.a 1. solaro: cfr. la nota 13 a p. 951. z. non debbano . •• prossimo: si riferisce qui alle Cinque Moralità (sila) buddiste, che devono essere osservate dai laici (i religiosi sono tenuti ad osservarne dieci): non uccidere alcun essere vivente, non rubare, non fornicare, non mentire, non bere bevande inebrianti. L'introduzione del buddismo in Birmania risale al V secolo d. C.; nel XII secolo, grazie a frequenti contatti di monaci mon con la scuola singalese, si affermò in tutto il paese il buddismo Theraviida. Cfr. sul clero buddista in Birmania P. BIGANDET, The Li/e or Legend of Gar,dama, the Buddha o/ the Burmese, London, Triibner and Co., 1880, 1, pp. z73-4, e H. FIELDING HALL, The Soul o/ a People, cit., pp. 116-43.

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Tengono le genti del Pegù che tutti quelli che fanno bene, siansi di qual religione si vogliano, vadano in luogo di salvazione, e però non si curano se delle loro genti si facciano cristiani. In somma, benché sieno superbi e più degli altri poveri, sono bonissime persone e assai cortesi, che, se arrivasse qualch'uno per passar a qualche altro luogo e avesse bisogno del vitto, gliene dariano in abbondanza, come fanno a detti talapoi e lor frati, i quali sono in gran riverenza del popolo e ancora del Re, il quale gli riverisce e onora; e le stanze di tali talapoi sono ne' boschi con case fatte assai in alto per timor delle tigri, e non mangiano se non una volta il giorno 1 e vanno vestiti di una vesta lunga fino a meza gamba di color rovano2 e non si calzano in piedi alcuna cosa, né portano in testa alcuna sorte di cappelli o berrette, ma vanno rasi nella testa, nella barba e in ogn'altra parte del corpo loro. Si cingono una cintura di cuoio larga quattro dita e sopra la spalla destra una stola sopra posta traversa sotto il fianco sinistro fino alla cintura. Sogliono per il cocente sole portar un sombrer,3 coperto di bambace rovana chiara, e l'inverno a tempo di pioggia portano un aggiron4 per rispetto dell'acque. Servano castità continuamente e nell'andar vanno assai modesti. Quando muore5 qualch'uno di tali talapoi, il suo corpo è tenuto molti giorni con feste e poi vien messo sopra un alto palco, intorno del quale molti altri talapoi stanno a far feste. Poi detto palco è portato da gran numero di persone fino a quel luogo dove si ha da bruciare e poi a forza di belzuino, sandali e legno aloè vien consummato dal fuoco e le sue ceneri si gettano nell'acque e l'ossa vengono sepolte vicino alle case; e in somma nel vestirsi tali frati e tal poi servano il costume e cerimonie dei nostri. Quando fosse risentito6 qualche uno di questi del Pegù, è loro usanza far voto al demonio, acciò non gli dia maggior travaglio di quello che ha, perché tengono che l'avversità siano mandate dal 1. una volta i/giorno: anche due, purchéprimn di mezzogiorno. 2. 1'0vano: color ruggine. 3. sombrer: dal port. sombreiro: il termine era usato però nelrOriente portoghese con il significato di •ombrello», •parasole• (cfr. Hobso11-Jobson, s. v. sombrero). Si tratta dell'awana, fatto di foglie di palma sostenute da una struttura di legno, e con un manico a serpentina (cfr. P. BIGANDET, Tlze Life or Legend of Gaudama, cit., n, p. 274). 4. aggi1'on: dal port. girào, striscia triangolare di panno (cfr. l'ital. gherone, e MACHADO, s. v. girào). 5. Quando 1n11ore: sui funerali dei talapoi cfr. P. BIGANDET, Tl,e Li/e or Legend of Gauda,na, cit., 11, pp. 310-1. 6. risentito: ammalato.

Abito deJli talapoi o frati del Pegù.

Pessimo costume delle genti del Pegù di far voto al diavolo.

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Usanze strane del Pegù d'offerir il cibo al demonio.

Cibi usati dalle genti del Peaù.

GASPARO BALBI

diavolo e il bene da dio; 1 e però, fatto detto voto, si fa un grandissimo apparato, ove fabricano una casa eminente a forma di un luogo da sacrificar con candele accese, e sopra di quelle mettono poi un mantile candido con fiori, verdure d'ogni sorte e con vettovaglie e robbe mangiative danno da cibar al demonio, acciò che non gli molestino più, e gli fanno carezze con suoni e canti. A tal festa assiste uno che si chiama padre del diavolo,2 il quale ordina le feste che si devono fare e i suoni che sono grati al demonio; e ancorché i loro frati ciò proibiscano, nientedimeno per esser usanza antica non cessano di farla. Anzi vi sono alcuni che, subito che si levano la mattina, calano con un cestello in strada con risi e fiori e altre vivande e con candele accese, e dicono che afferiscono tal presente al diavolo, acciò in quel giorno non li dia fastidio, e perché delle volte alcune cornacchie overo cani mangiano detto cibo, dicono, e si credono, che il demonio spinga detti animali a mangiarlo. Usano molti di dette genti nell'andar a mangiar buttar il primo boccone di dietro via e afferirlo al diavolo. Di più alcuni ricchi di un paese sottoposto al regno di Pegù, chiamato Tavae, 3 dove nasce assai calain in lingua loro, ma in nostra lingua si chiama calaia,4 si partono di state5 dalle loro abitazioni e vanno in campagna, ove fanno alcune coperte6 e quivi stanno tre mesi, lasciando le proprie case con cose da mangiare al diavolo; e ciò fanno accioché gli altri nove mesi dell'anno non gli dia fastidio, anzi gli sia prospero e favorevole. In questo regno non nascono se non risi e grandissima quantità di galline buone, capretti, manzi, anatre, porci, colombi; ma colombi a noi per certo rispetto vendono mal volentieri, e di quelli mangiano in buona quantità e abbondanza, avendo tanto più carestia di grano, il quale non nasce in quel regno. Vi è bene gran copia di nottole, che fanno gran contrasto con le cornacchie e sono di smisurata grandezza. Costumano gli abitanti di quel paese mangiar alcuni pesci minuti, come sono

I. demonio ... dio: interpretazione occidentale di quelle che erano evidentemente superstiti forme sciamaniche che, malgrado l'ostilità del buddismo ufficiale, continuavano ad esercitare un fortissimo fascino sulla popolazione (e cfr. PINTO, p. 353, note 1422-4). 2. padre del diavolo: lo sciamano. 3. Tavae: Tavoy (cfr. la nota I a p. 834). 4. calaia: port. calaim, dal malese kalang, "stagno•; lega di stagno e piombo usata in Oriente, con cui si coniarono anche monete (cfr. DEI, s. v. ca/aina, e Hobso11-Jobson, s. v. calay). 5. di state: nella stagione secca. 6. coperte: tettoie.

VIAGGIO DELL'INDIE ORIENTALI

da noi i marsionP piccioli, ma gli pestano e ne fanno pasta, e così pesti gli mettono al sole fino che si marciscono, e quanto più sono guasti e fetidi, più gli tengono per migliori, e di quei si serve a metter ne' risi e altre minestre in luogo di butiro o oglio, e di questi ne mangiano tutti i grandi e ancora il Re, che gli tengono come da noi è stimato lo sturione; e certo che quanto a me vorrei più tosto sentir un fetor di cane marcio che di tal sorte di pesce, non che mangiarlo. Si mangiano gran quantità di porci molto grassi e buoni e galli ancora tanto grandi di corpo, di gambe e di collo che mai ho visto de' più grandi; e le donne ammazzano le galline con seder loro sul collo e soffogarle, ma in altra maniera non le ammazzano per non far sangue. 2 Mangiano ancora d'alcuni galletti e galline dette /orine, che sono grandi come le tortorelle co' piedi pelosi, 3 ma tanto belle che non viddi mai un uccello cosi bello, de' quali un maschio e una femina ne portai fino a Chiavul4 e quivi, dubitando non mi venissero tolte, le donai a' Padri Cappuccini della Madre di Deos. Usano di mangiar una foglia, che loro chiamano betel, 5 ch'è simile a quella dell'edera e quasi un poco maggiore e, mentre la mangiano, vi mettono sopra la calcina viva bagnata. Si compra e vende nel Pegù con dar la mano coperta con una tovaglia senza parlare e però, purché s'intenda la mano, non importa se si sappia parlar o no. 6 Hanno grandissima paura de' mascherati, de' quali non hanno mai più7 visto alcuno, e fra gli altri il mio garzone, avendo una maschera, non però molto brutta, si stravestì un giorno con un cuscino d'avanti e uno di dietro e un capuccio fatto con un'entimella, 8 che faceva fuggir tutti e eziandio i bravi a cavallo. 1. marsio11i: dal veneto marsion: pesce di mare, del genere Gobius. Si tratta del nga pi birmano, pesce fermentato, salato e pressato (cfr. Hobson-Jobso11, s. v. ngapee e balacho11g). 2. per non far sangue: in tal modo veniva aggirato il precetto religioso di non mangiare nessuna cosa vivente. 3. galletti ..• pelosi: si tratta di una razza di polli nani chiamati Bantam dal luogo di provenienza nell'isola di Giava; il termine lorine si può collegare al malese /uri, «pappagallo» (cfr. Hobson-Jobson, s. v. Bantamfowls e lory). A. BAUSANI rimanda nl giavanese lurik, «gallo con penne macchiettate» (cfr. la sua recensione a Pinto, in 11Annali dell'Istituto Universitario Orientale di Napoli n, 1962, p. 220). 4. Chiavul: Chaul (cfr. la nola 4 a p. 388). 5. L'uso della masticazione del bete/ era già stato descritto da molti viaggiatori; perciò il Balbi vi accenna appena. 6. Si compra •.• o no: cfr. la più particolareggiata descrizione del Federici, qui a p. 852. 7. mai pi,ì: mai. 8. entimella: federa (voce veneta).

Quei del Pegù non fanno sangue nell'uccider ali animali.

Betcl foglia che coaa sia.

Modo di comprar e vender nel Pegù.

Quei del Pegù temono

i maschenti.

988 Ordine di una Regina del Pegù per proveder al peccato contr-a natura.

. Pazza usanza che da picciole le putte del Pegù si slarghino le nature,

GASPARO BALBI

Era in uso in quel paese già tempo il peccato contra natura, al che rimediò una Regina la quale commandò che sotto pena della vita ogn'uno si dovesse metter nel membro alcune palle vote, fatte d'oro o d'argento secondo la facultà delle persone, fra carne e pelle, il che si faceva a questo modo. Giunto eh' è l'uomo all'età adulta, si conduce ad un luogo dove stanno molte meretrici, e quivi facendo che si cavi la voglia del coito, perché poi il membro non abbia a gonfiarsi, s'addormenta con certe bevande e poi gli si scortica il membro, e se gli mettono queste palle una per banda, che suonano a guisa di sonagli, e in sei o otto giorni lo salda, e a quel modo lo fa grosso e rende inabile a quel vizio. 1 In quel regno non si trovano putte vergini; ma tutte da picciole si mettono nel luogo della generazione una certa mistura, che si mettono ancora nelle aperture degli orecchi, che tien larghe quelle, e ciò fanno per rispetto delle palle sopradette che sono ne' membri virili, per tener morta la carne e assuefarla ad ogni bisogno necessario. E acciò l'uomo sia più inclinato alla donna, detta Regina ordinò parimente che le donne andassero nude ne' bracci e petti con una coscia coperta da una falda come un fazzuolo, ma spaccata di maniera che, mentre ella camina, si sventola e lascia vedere tutta la coscia: e così s'osserva fino al presente. I putti si tingono le carni2 con certa tinta turchina che mai va via, dalle braccia in giù fino a meza gamba e cosi crescono, che mostrano quelle carni brutte che fanno nausa 3 e generano disprezzo. In oltre detti putti di bramà portano alcuni capelli lunghi a guisa delle donne, e quelli si acconciano all'usanza nostra delle donne veneziane; e perché vanno poi rasi di barba e mustacchi mentre sono uomini, a questo modo paiono sempre gioveni. Le città del Pegù vecchia e nuova sono tanto sottoposte agl'incendii che ogni settimana se n'intendono e de grandi, e però ogni giorno si fanno far publici proclami per la città con ricordarsi che si faccino buone guardie contra il fuoco. I Portoghesi e noi altri di queste bande di qua non mangiamo nel regno del Pegù pane di grano, ma in quella vece focacce di 1. Era in uso . .• vizio: molti viaggiatori, a cominciare da Niccolò de, Conti e Giovanni da Empoli (cfr. qui, p. 438), riferiscono, per questa e altre regioni orientali, le stesse pratiche qui descritte dal Balbi (cfr. PINTO, p. 354, nota 1448, e LACH, p. 553); diversa però è l'interpretazione che il Balbi dà dell'origine e scopo di tale pratica. 2. si ti11gono le carni: i birmani; il tatuaggio non era diffuso tra i mon. 3. nausa: nausea.

VIAGGIO DELL'INDIE ORIENTALI

risi, né si beve vino ma una certa acqua lambiccata 1 da un albero detto annippa, 2 ch'è alla bocca assai gustevole, ma al corpo giova e nuoce, secondo le complessioni degli uomini. Costumano le genti di quel regno nel cavalcar portar alcuni bocconi in bocca, che gli tengono gonfie le guance, e tingonsi i denti di negro ;3 e quanto alle donne fanno mercato co' suoi e le pagano e, non volendole più tenere, ritenendosi i mariti i figliuoli, le mandono via; ma se i parenti delle donne volesser lor toglier le mogli, gli saria bisogno che restituissero ai mariti quel tanto che hanno ricevuto per prezzo. [...]

lambiccata: distillato. 2. annippa: cfr. la nota 7 a p. 832. negro: il betel, il cui uso continuato annerisce i denti. 1.

3. bocconi •..

Come si maritino le donne del Pegu.

NOTA AI TESTI (A cura di Mario Pozzi)

CRITERI GENERALI DI TRASCRIZIONE Non intervengo sulle parole che non appartengono alla tradizione greco-latina. 2. Sciolgo le abbreviazioni. 3. Pongo accenti e apostrofi secondo l'uso attuale. Scrivo e' il pronome, e l'articolo. Se è utile alla comprensione, accento vòi. 'vuoi', vòl 'vuol', vène 'viene', ecc., e fàte 'fatti', fàmi 'fammi', ecc. Sempre pò 'può'. 4. Pongo le maiuscole secondo l'uso attuale. Ma scrivo sempre Re, Duca, Conte, ecc. Con la maiuscola anche i nomi di cariche, quando si riferiscono a una persona precisa (Capitano Maggiore, Governatore, ecc.). Quanto ai nomi geografici, Capo Verde, Stretto di Persia, Sino di Persia, Monte Sinai, Arabia Deserta, Arabia Felice, Stella Polare, Orsa i\tf.aggiore, Orsa Minore, ma isola d'Ormuz, fiume Nilo, porto d' Adem, ecc. ìVlaiuscoli i nomi etnici e di popoli, con qualche larghezza (Mamaltlcchi, Mo,-i, Maomettani, Cristiani, ecc.). Maiuscolo anche Testamento Vecchio ecc. s. Ho ammodernato la punteggiatura, cercando a un tempo di non discostarmi troppo da quella dei testimoni e di agevolare la comprensione del testo. Nei frequenti casi di contrasto fra i due criteri mi sono attenuto al secondo. 6. Trascrivo i numeri romani con cifre arabe. Nei limiti del possibile lascio la scrizione in cifre o in lettere come la trovo. Per lo più rispetto anche le scrizioni miste. 7. Rendo j e y con i. 8. Distinguo u da v. 9. Rendo et e la sigla corrispondente con e. Ad è ridotto ad a davanti a consonante. 10. Elimino la i senza funzione diacritica. Conservo leggiere, leggiero, ecc. e ognirmo. 1 1. Nei limiti del possibile non intervengo a unire o separare parole. Ma separo le proclitiche, le preposizioni articolate del tipo dela, ne/a (in de la, ne la), poiche (quando significa 'dopo che'), perclie (quando significa 'per cui'). Viceversa unisco per che, quando significa 'perché', e simili. Separo clzel in che 'l se l'atona è un articolo e in cli'el se l'atona è un pronome. 12. Conservo il rafforzamento sintattico, ma separo i due elementi fusi nella grafia (per es. allui viene trascritto a llui). Nel caso di un nome proprio, maiuscola è la prima consonante (per es. arroma viene scritto a Rroma). 13. Rendo -nb- e -np- con -mb- e -mp14. Lascio oscillare le doppie e le scempie. 1.

63

994

NOTA AI TESTI

15. Elimino l'/i etimologica, analogica, arbitraria, fuorché - naturalmente - nei casi in cui la grafia attuale l'ha conservata (e la restauro, se necessario). 16. Ph è reso con f (mpli con n/). 17. Conservo -nst- (per es., monstrare) e -nsp- (per es., conspeeto). 18. I nessi dissimilati alla latina vengono resi con le doppie corrispondenti: -et-, -pt-, -bt- con -tt- (ma -net- con -nt-; per es., sancto/santo); -bv- e -dv- con -vv-, -mn- con -nn-, -gd- e -bd- con -dd-, -ps- e -bs- con -ss- (ma -bs- + cons. con s; per es., obscuro/oscuro). 19. In posizione atona e intervocalica -ti- è reso con -zi-, -cti- e -pti- con -zzi- (ma -ncti- con -nzi-: finetione/finzione), -antia e -entia . . con -anzia e -enzia. 20. Rendo la x intervocalica con ss, quella preconsonantica con s, exc- con ecc-. 2 I. Elimino qualche residuo dittongo alla latina. Le deroghe a queste norme generali sono indicate nei singoli paragrafi di questa nota, nei quali si trovano anche sommarie illustrazioni delle grafie dei singoli testimoni.

CRISTOFORO COLOMBO Per le prime e le successive edizioni delle opere qui pubblicate rimando alle rispettive Note introduttive. Per la Lettera al Santdngel ho seguito fedelmente - tranne nell'uso delle minuscole dopo il punto fermo e in alcuni interventi nella punteggiatura - il testo della Raccolta di documenti e studi pubblicati dalla R. Commissione Colombiana, a cura di C. De Lollis, parte I, vol. I, Roma, Ministero della Pubblica Istruzione, 1892, pp. 120-35. Il testo è stato anche collazionato con quello riprodotto nella Nuova Raccolta Colombiana, a cura di P. E. Taviani e C. Varela, voi I, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1988, pp. 309-21, che presenta minime varianti rispetto alla edizione del De Lollis. Il testo del Giornale di bordo è stato riprodotto secondo l'edizione della citata Nuova Raccolta Colombiana (1, pp. 7-305), collazionata peraltro con l'edizione della Raccolta del De Lollis. Di quest'ultima ho accettato (p. 93, ultima riga del testo) la lezione labore invece di la bire della Nuova Raccolta. Per il secondo viaggio di Colombo ho riprodotto il testo della Historia de las lndias di BARTOLOMÉ DE LAS CASAS, pubblicata nei voll. 1 e II delle Obras escogidas, a cura di J. Pérez de Tudela Bueso, Biblioteca de Autores Espaiioles, Madrid, Atlas, 1957-71: per i criteri di trascrizione in essa seguiti rimando al voi. I, p. CLXXXV. Le lettere ai Re Cattolici, relative al terzo e al quarto viaggio, sono riprodotte secondo l'edizione della Raccolta Colombiana a cura del De Lollis, parte I, voi. II, pp. 26-40 e 175-205; i criteri seguiti sono gli stessi precedentemente esposti per la Lettera al Santd11gel.

AMERIGO VESPUCCI Accolgo il testo stabilito da L. FoRMISANO (A. VESPUCCI, Lettere di viaggio, Milano, Mondadori, 1984), che ho solamente ritoccato nella grafia per uniformarlo ai criteri seguiti in questa silloge. La prima lettera è quella che ha avuto la maggior diffusione. Ci è infatti tramandata da sei manoscritti: ms. Galileiano 292 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze; ms. Palatino 1125 della stessa biblioteca; ms. 1 18 della Hans Peter l{raus Collection of Hispanic American Manuscripts, Washington, Library of Congress; ms. 2112 bis della Biblioteca Riccardiana di Firenze (R); ms. 1910 della stessa biblioteca (V); ms. 2201 della Miscellaneous Manuscript Collection, Washington, Library of Congress. Fu pubblicata la prin1a volta da A. M. BANDINI (Vita e lettere di A. Vespucci, Firenze, Stamperia all'insegna di Apollo, 1745, pp. 64-86) secondo la lezione di R e successivamente ristampata da S. CANOVAI (Viaggi d'A. Vespucci, Firenze, Pagani, 1817), R. A. DE VARNHAGEN (A. Vespucci. Son caractère, ses écrits {meme les moins autlzentiques), sa vie et ses navigations, Lima, lmprimerie du Mercurio, 1865), H. VIGNAUD (A. Vespuce, Paris, E. Leroux, 1917) e R. LEVILLIER (América la bien llamada, Buenos Aires, G. Kraft, 1948). Secondo il testo di V è stata pubblicata la prima volta da A. MAGNAGHI in Appendice al suo A. Vespucci, Roma, Treves, 1924, II, pp. 297-323. Un'edizione fondata su V, in cui però si accolgono tutti gli iberismi e le lezioni difficiliores di R, ho dato in Il Mondo Nuovo di Amerigo Vespucci, Milano, Serra e Riva, 1984, pp. 51-73. Il Formisano ha scelto R come testo base. La seconda lettera ci è stata tramandata solamente da V. La pubblicò per la prima volta G. B. BALDELLI BoNI (Il Milione di MARCO POLO, Firenze, Pagani, 1827, 1, pp. LIII-LIX); successivamente fu ristampata nelle opere citate di F. A. DE VARNHAGEN, H. VIGNAUD, R. LEVILLIER. La terza lettera ci è stata tramandata da due n1anoscritti: il già ricordato V e il ms. Galileiano 292 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (che contiene anche la prima lettera). È su questo secondo testimone che si fondò F. BARTOLOZZI pubblicandola la prima volta in Ricerche istorico-critiche circa alle scoperte d, A. Vespucci, Firenze, Cambiagi, 1789, pp. 168-80. Il testo del Bartolozzi fu poi ristampato nelle opere citate di F. A. DE VARNHAGEN, H. VIGNAUD, R. LEVILLIER. Secondo la lezione di V è stata pubblicata la prima volta dal MAGNAGHI, op. cit., II, pp. 323-33. Su V si fondano anche il testo che ho pubblicato nel cit. Mondo Nuovo di A. Vespucci e l'edizione critica del FoRMISANO.

NOTA AI TESTI

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All'eccellente edizione del Fonnisano, corroborata da un buon commento stilistico-linguistico e da un utilissimo Glossario, rinvio per l'analitica descrizione dei testimoni, per l'esame dei loro rapporti, per la discussione dei luoghi critici e per l'accuratissimo apparato delle varianti. Qui mi limito a fornire alcune informazioni sull'assetto grafico-formale dei testimoni e sui criteri di trascrizione seguiti dal Fonnisano. V, il manoscritto che conserva tutte e tre le lettere del Vespucci, è stato scritto da un personaggio che, dopo le ricerche di G. UzmLLI e la recente pubblicazione della sua Storia dei suoi tempi (a cura di G. Berti, M. Luzzati, E. Tongiorgi, Pisa, Nistri- Lischi e Pacini, 1982), ci è abbastanza noto: Piero Vaglienti, nato probabilmente nel 1438 e morto nel 1514. Il Vaglienti era fiorentino di nascita, ma visse a Pisa dalrinfanzia fino al 1492 esercitando la mercatura; donde la presenza nelle sue trascrizioni di caratteristici occidentalismi grafico-fonetici e morfologici come proporsione (II, 253.13), moscadi (II, 266.3), suvensione (III, 278.4-5), dispozizione (III, 280.2), antipoti (III, 274.17-275.1 e 20), pianti (III, 275.6). Il Vaglienti infatti trasporta i testi che copia nel proprio sistema linguistico. La sua scrittura è mercantesca; la grafia non umanistica. Adotta un sistema grafico rigorosamente ortofonico e riproduce le innumerevoli oscillazioni della pronuncia, risolvendo il problema della rappresentazione è differenziazione delle velari e palatali in questo modo: -gl-, sempre senza i (per es. maraviglosa), ha valore palatale, e così -ngn- (per es. Mangnificlzo); le velari sono rappresentate da -eh- e -gh- (anche davanti ad a, o, Il), mentre e e g hanno sempre valore palatale (anche davanti ad a, o, u). Naturalmente il Formisano si è attenuto all'uso moderno. Mancano quasi completamente le scrizioni latineggianti; viceversa abbondano le doppie derivanti da rafforzamento sintattico e, in generale, è fortissima l'oscillazione fra doppie e scempie. In particolare si osservi, in riferimento ai paragrafi dei «Criteri generali cli trascrizione»: 2. In V qualche problema è posto dalla p tagliata che può valere par, per, por, pe, pr, pri. 3. « Il punto in alto è introdotto, oltre che nei casi di rafforzamento fonosintattico, tutte le volte che la varia lectio alluda a una assimilazione seguìta da una semplificazione [...]. E lo stesso dicasi per l'ambiguo alungo (cioè: a·limgo = al lu11go, o a lungo)» (FoRMISANO, p. 127). Non ho accolto l'accento circonflesso con cui il Fonnisano indica il plurale dei nomi in -io quando i mss. non recano -ii, e l'apostrofo con cui scrive e articolo. 4. Le maiuscole sono state uniformate ai criteri seguiti in questa silloge.

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NOTA AI TESTI

6. Diversamente dal Fonnisano i numeri cardinali sono sempre stati scritti in cifre arabe. 1/2 è stato trascritto mezzo solo in mez:rodi. 8. In R (prima lettera) s'incontra la grafia vu per u (vuolte, vuolge, vuo/gono, ecc.), che il Fonnisano ha regolarizzato in u. 9. Il Fonnisano conserva et innanzi a vocale e la sostituisce con e innanzi a consonante. In V mancano sia la scrizione et sia la notazione tachigrafica, donde una possibile arbitrarietà nell 'interpretazione di e come congiunzione o pronome. Qui ho sempre ridotto et a e. 11. 11 Manteniamo, in assenza di un tertium comparationis, l'unità grafica che, come, anche là dove sia possibile eh' e', com' e' (o anche com'è: cfr. a 17.1 [11, 255.1] come el Cairo [...]); analogamente, conserviamo l'ambiguo di {per l'eventuale d'i) innanzi a possessivo [ •••] » (FORMISANO, p. 151). 14. Nella prima lettera «l'oscillazione di scempia e geminata è conservata là dove può avere carattere fonetico, e cioè in protonia, nel caso di composti reali o sentiti come tali (particolarmente, dopo preverbo a-), o di consonante labiale (diferenza, camino, papagalli, provisto); altrimenti si uniforma sulla doppia moderna, peraltro sempre documentata (costante, invece, nel ms., -m- per -mm- nella prima pi. del passato remoto [...]. Fanno eccezione, col /emine di 10.31 [1, 239.9] (ma 8.12 [1, 235.3] femmina), gli iberismi, anche solo presunti (ad es. carache) » (FORMISANO, pp. 126-7). Nelle altre due lettere usi regolarizza in postonia l'alternanza di scempia e geminata (quindi anche nel caso di -m- per -mm- alla prima pi. del passato remoto), eccetto che nei toponimi come Meca vs Nillo; con l'avvertenza che mumia, opio, trafico si conformano all'etimo, e che miticalli (accanto a miticale) deve la doppia all'accento. Di contro, in protonia si adotta la geminata solo se direttamente attestata, scrivendosi tuttavia occidente, maggior, ecc., onde evitare confusioni con la fricativa; e questo senza escludere la possibilità di una distinzione di principio, poniamo fra il registro delle labiali e quello delle velari, specie là dove la scempia si inserisca nel quadro di una nota tradizione grafica (tale il caso di richezze). Si conserva in ogni caso -r- per -n-- (che nel fiorentino-pisano Vagli enti può anche essere un occidentalismo), l'alternanza Guaspan-e/Guaspare potendo comunque essere di natura prosodica» (FORMISANO, p. 1 s1 ). Il Formisano ha inoltre adeguato II all'uso moderno la rappresentazione dell'affricata dentale intervocalica (nel ms. costantemente -2-), tranne che nei nomi di luogo (probabilmente noti attraverso il portoghese) del tipo Mezibini/Mezibino, Modaza, ecc. n (ibid.). 15. Nella prima lettera eh è conservato in Almanach. Nelle altre eh è conservato «nei toponimi (se finale: Meca accanto a Mecli/

NOTA AI TESTI

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Meche, Zendach, ecc.; e cfr. anche 17.7 [n, 255.7) Mododascho = Mododasco [Mogadiscio]), ai quali viene assimilato l'iberizzante istorach (estoraque 'storace')» (FoRMISANO, p. 151). In V l'h etimologica è rarissima. Il Formisano ha dovuto espungerla solo in hora (naturalmente l'ha introdotta nelle voci del verbo avere che oggi la richiedono). . 18. Pt è conservato in Ptolomeo. 19. Nella prima lettera «si risolve con z il nesso ti più vocale (anche -cti-, ad es. equi11octiale), -z- essendo ricondotta a -zz- » (FoRMISANO, p. 126). In V i nessi latineggianti sono rarissimi. 20. Nella seconda lettera (19. 14 [262.9]) il Fonnisano ha reso con s la x di san Tomaxo.

LUDOVICO DE VARTEMA La seconda edizione dell'Iti1ierario (>; 403 .13 tutto: «tutto fe' »; 404. 1 tacassi né sua piloti né: « tocassi nessuno suo piloto o maestri 11; 404.2 quello lui ... fatto, lui: manca; 404.4 torre: «terra»; 405.1 stato: usuto» (e cosi spesso); 405.3 ascoso: «nascosto»; 405.5 difinitiva: «difinita •; 405.6 simile: manca; 405.11-2 e11travano: «entravamo»; 405.12-3 con non molti: «con molti•; 405.14 Zelore: «Zelom »; 405.15 350: «950 »; 405.18 andavano: «andavamo•; 405.23-4 molta della gente iscampò: «molta gente di loro scampamo•; 406.10 inoltre: «molta»; 406.16 circa: «rica»; 406.17 Levamo: «levai•; 406.24 fussi suto: ccfussi»; 406.26 porti: «porti d'altri»; 407.5 soprassedette: cc soprassedendo»; 407 .6 allora: manca; 407.9 e fattolo ••• fece: manca; 408.5 porti: «parti»; 408.9-10 mi dava per il Generale: «gli dava il Generale»; 408.27 Pazze: «Pezze» (in seguito si alterna con «Pezza», mai •Pazze»); 408.29fussi110: «io fussi»; 409.2 peso: «paese»; 409.9 in sr, un altro: «in sur un altro batello»; 409.II E entrati: «e entrai•; 409.16 preso: a tolto e prese»; 409.29 adorare: «andare»; 410.2 d'altro in altro: «dall'uno all'altro»; 412.11-2 Navicano: «Navicando»; 412.13 molto: «molto giovane »; 412. 17 del Re di Pazze: «del signore di Pezza•; 412.22 seche: • sì che»; 413.3 calaluzi: «gallaluzza»; 413.5 evasa, ché, ancora: «evasa con ancore»; 413.5-6 tocano: «tengano»; 414.6 polso: •polo•; 414.8 giannetti: «gienti»; 414.29 di mandare: «dimandata»; 415.1 vedessi: «vendessi»; 415.5 tornassi: «tornassi a vedere»; 415.17-8 fuggendo: manca; 415.24 e io: •e dieci»; 415.25-7 30 uomini ..• circa: manca; 415.27 40: «5011; 415.32 sete: «sette»; 416.6 preso: «presso»; 416.18 Jfeciono: «vedano~; 416.19 che erono bene: manca; 416.22 a sue gente ••. venire a: manca; 417.11 a mettere con la marea appiè del ponte: «con le mare e appiè»; 417.18-9 E così ... girmco: manca; 417.26-7 de' nostri ••• 11el giimco: manca; 418.7 per forza: manca; 419.19 equinoziale: spazio bianco; 422.10 zoo: manca; 423. 17 i11sieme: manca; 424. 13 nom· potere: a: potere»; 424. 19 suto: «subito»; 425.22 e mandatolo: manca; 425.28 e ca"ettare: •eguratore»; 426.6 apprestlJ: •apresso»; 426.15 vento: manca; 427.9 e auto: «e avendo»; 428.12 Cafri: «Saffri» (ma poi «Caffri»); 428.20 anda11do: •andamo»; 428.26 di Zamatora, per: «e»; 429.5-6 essere terra ••• isola nuova: manca; 429.10 scopersesi: •scopersi»; 429.25-7 co11oscimento .•• detto

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NOTA AI TESTI

Re: manca; 430.11 to11elli: manca; 431.33-432.1 stavano •.. aveva: manca; 432.9 in maniera: «mi mancarà»; 433.21 tnanda'la: «magdalena•; 434.9-10 pracissione: •per concessioni•; 435.5 c/ie na11 sono: «con esso•; 437.2 aldea: •aldira•; 437.20 Malaca: «Malabari»; 438.18 stirpa: •stipa•; 439.5 ne portano: manca; 439.13 calfogala: «calinga »; 440.3 Navicano: • navicamo •; 440.4 ariva,ro: • arrivamo 11; 440.1 o d' A con: a di Cen •; 440.13 bellissima: manca; 440.14 Stava: manca; 441. I Cosagli: cr Consagli »; 442.3 Curia Muria: «Guriamuriam ».

A offre un interessante documento di lingua e grafia «popolaresche ». Rarissime sono le scrizioni colte, mentre imperversano i rafforzamenti (più o meno rispondenti al parlato) fra vocabolo e vocabolo, le oscillazioni e le incertezze. Non ho accettato com/essono, imfermo, comfinati, imtenzione, comdurci, disquopre, chuasi e simili, che ho trascritto secondo l'uso moderno. E così ho introdotto la n in i nostro 'in nostro'. Nel complesso, però, ho adottato criteri fortemente conservativi. In particolare si osservi, con riferimento ai paragrafi dei «Criteri generali di trascrizione »: 7. Non ho conservato laj, che s'incontra di norma in fine di parola e dopo vocali o consonanti con cui i potrebbe confondersi (in particolare d): Dju, spinghardjerj, djscredjto, sujugare, djcitmdo, judizialj, justizia, ecc. 10. La i è di nonna per indicare il valore palatale di g e e: giente, surgieno, passeggieri, gienere, gienerale (ma anche generale), ciessata, /aciemo, provi.ncie, dolcie, fecie, neciessario, leggie, djci.endo, ecc. Nel caso della e poche e sporadiche le eccezioni: eccepto, tacere, piacerà, f accendosi, pia.eendo. Per quanto riguarda la sonora, va invece notata una discreta persistenza della semplice g per indicare ]a palatale (contrapposta agh per la velare): gunti, guncl,i, sop1·agunse, ragg1mtare, gugno, niaggore, gugnevano. Per la sorda s·olo un episodico / eco110. Anche -gl- palatale spesso è privo della i: orgoglo, consiglo, meglo, miglore, pigiare, battagla, taglate, travaglo. La i invece si trova di frequente dopo -gn- (regnio, bisognio, consegniare, legniami, giug11iesse, segniale, terragnioli) e -se- (pescie, nasci.e, ecc.). Ho ridotto tutto all'uso moderno. · 1 1. L'unione e separazione delle parole non è sempre chiara; e i problemi crescono quando si tratta di nomi propri, per i quali un margine di arbitrarietà è inevitabile. Ricordo il frequente damech, che ho sciolto d' Amech, ma si poteva anche sciogliere da Mech, anche se in questo caso si sarebbero verificate delle sgradevoli durezze sintattiche. A 395.31 duard delmos si potrebbe forse sciogliere, come fa lo Spallanzani, Duard de L(e)mnos. 13. Ho ridotto a -mb- e -mp- i molto frequenti -nb- e -np-: a11bra, Chanbaia, cia11bellotti, inbasci.ata, conbattendo, cha11biare, bonbe, Mon-

NOTA AI TESTI

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bazza, tenpo, tenpesta, conpiacierllj, schanporno, conprare, inpicare, inposi, cianpane, senpre, inposto, inpossibile, ecc. 14. Non ho conservato il fenomeno, comunissimo in questo testo, del raddoppiamento delle consonanti dopo r: atraverssare, averlla, acorsse, giuntarccj, sochorsso, forttissimo, tener/la, parttissimo, doverssj, ecc. Il fenomeno talora avviene anche dopo altre consonanti (sopragunsse). 1 s. Rarissima l' h etimologica: honore, lmomo, huomini (ma anche omo e vuomini), hora. Manca nelle voci del verbo avere, salvo che in un isolato ho auto. Viceversa h si trova sporadicamente in honde, hove, holtre, ho (congiunzione), hognj, hognjuno, hordine, hordinato, hoppio, hocci.sione, horietitalj. Di norma s'incontrano gh e eh per indicare e e g velari: sanghue, lungho, gholfo, ecc.; chapitano, navichando, discharicato, ecc. Rare le eccezioni: sporadicamente cotoni, cosa e pochi altri. Ho ridotto tutto all'uso moderno. 18. Rarissimi i nessi dissimilati alla latina; solo ciptà, cipttà (più raro città), accieptalo « accetta'lo », eciepto, acttj. Non li ho conservati. 19. Rarissime e sporadiche le scrizioni latineggianti (che non ho conservato): naviclzatione, relatione, notitia, seroitio, edifitij, equinotial, otiosi, fatt"o1te, traditione, conversatione, gratia, ringratiato e pochi altri. I suffissi -anzia e -enzia (merchanzia, licenzia, apparenzia, magnificetzzia, distanzia, sentenzia, ecc.) sono dunque scritti con la z, . e cosi' ezzam. 20. Conservo maxi.me, exaudire, excellente, exente. Trascrivo con s la x di prexo e di Lixbona. APPARATO 387.9 La lacuna è presente anche in B; 391.6 barbacane: così B. A •barbacante•; 395.12 cu,n sit: così B. A •cum sito•; 396.4 dispaccia,e: cosi B. A «dispiacere»; 396.10 avavamo: A «avavano•, B «avamo•; 397.14 e cod calisea: così B. A •di così calisea•; 397.16 aspettavamo: così B. A « aspettando •; 400.21 di Cuccim: •di• manca in A. Lo Spallanzani integra con •per•· Il passo è omesso in B; 405.5 La lacuna è presente anche in B; 408.20-1 al battello: A •al a battello»; 422.17 surgeriamo: A «surgeriano » (cosl forse anche B); 422.3 1 per avere: correzione congetturale (A e B •per mare•); 423.21 l 1uno: A e B •l'una•; 423.25 l'altro: A e B e l •altra»; 424. 7 Dopo •terra• B pone dei puntini per indicare una lacuna; 428. 7 E come fumo: lezione congetturale. A e B «furno »; 429. 12 Idio aiutò/la: lezione non chiara (B • riaiutolla •); 430. 16 mo ••• : i puntini sono in A (in B, spazio bianco); 438.4-5 Valenza: cosi lo Spallanzani. A «V••, B • diua •; 438.8 di laca: così B. A •di laca cioè laca »; 438.16 buoni: A

e B • binoni ».

ANDREA CORSALI La prima lettera di Andrea Corsali, datata e< di Concain, terra de India, adl sei di gennaio 1515 >, [stile comune: 1516] fu pubblicata «in Firenze per Io. Stefano di Carlo da Pavia, adl 11 di dicembre nel I sI 6 1>, con il titolo: Lettera di Andrea Corsa/i allo Illustrissimo Signore Duca ]uliano de' Medici, venuta dell'India del mese di ottobre nel ISI6. Anche la seconda lettera fu edita subito dopo il suo arrivo a Firenze, ma la stampa non presenta note tipografiche. È intitolata Lettera di Andrea Corsa/i allo Illustrissimo Principe e Signore Laurenzio de' Medici Dtua d'Urbino. Ex India, ed è rarissima. La presente edizione si fonda sull esemplare conservato a Londra (British Library, G. 6660). La lettera è preceduta da questa prefazione : I

ALLI LETTORI Lettera di Andrea Corsali, per la quale si dà particulare avviso delle maravigliose cose nuovamente trovate dall'annata del Re di Portogallo nelle parte d'India, di Persia e di Etiopia in sino a questo giorno incognite, e delle isole, porti, forteze e città di quelle, e delle inestimabile forze e richeze del Presto Giovanni, da lloro chiamato el Re David, e particularmente della causa della guerra stata tra cl Soldano, cl Sophi e el Gran Turco, e dello acquisto fatto dal Gran Turco del Cayro, e di gran parte della Persia, e della fede, modi e costumi del Sophi, Mori e Cristiani e altre diverse generazioni di quelle parte, e dell'armata del Soldano che in quel tempo si trovava nel Mare Rosso a destruzzione de' Cristiani, e similmente dell'annata de' Portoghesi che del continuo va discoprendo nuove isole, porti e città; cose veramente dilettose a lleggere e utile a saperle e degne di ogni peregrino e elevato ingegno, come è quello del nostro ornatissimo prefato Andrea, al quale siamo non poco ubligati, atteso che con paterna affezzione lui ci fa partecipi di tante sue fatiche e della lunga sua e pericolosa peregrinazione, sì che sanza alcuno nostro disagio o pericolo possiamo quello che lui con tanti afanni e pericoli ha veduto, leggendo le sue ornatissime lettere, egualmente vedere: delle cui falde al presente meglio è tacere che poco dirne. Priegoti bene, candidissimo Lettore, che, per evitare el pemiziosissimo vizio d'ingratitudine, non ti sia grave, quando letto arai, allo onnipotente Dio per lui effundere alcune piatose prece; pregandolo che per sua infinita misericordia dopo si lunga peregrinazione si degni salvo in patria redurlo, acciò possiamo de' preziosissimi frutti delle estreme sue fatiche con maggiore copia gustare e lui dopo tanti e si lunghi affanni e travagli onestamente riposare si possi. Valete.

La lettera, poi compresa nel primo tomo della raccolta ramusiana, ci è stata tramandata anche da due manoscritti della Biblioteca

NOTA AI TESTI

IOII

Vaticana: il ms. Ottoboniano Latino 850, cc. 68-94v. (antica numerazione: cc. 70-96v.) ( = V) e il ms. Ottoboniano Latino 2202, cc. x42-66v. {= O). Questi testimoni, scritti in eleganti caratteri cancellereschi, forse derivano dalla stampa ( = S). Induce a sospettarlo il comportamento dei tre testimoni di fronte a lezioni errate o discutibili: 461.6 Cananoro: S, V, O «cavarono•. La correzione sembra indispensabile; 461.16 Soquotora: S, V a:Squotora•, O «Soquotora•. In 465.5 tutti i testimoni leggono «Soquuotora »; 470.9 esperte: la correttezza di questa lezione è confermata da 485.14 e 490.15. V corregge in esperto; O (come S) ha esperte. Nel secondo passo, viceversa, è O a scrivere esperto, mentre

V (come S) conserva esperte. Nel terzo passo tutti e tre leggono esperte; 473.24 sallibre: la lezione «salubre• di S è certamente errata (salubre nel significato usuale è a 479. 15). V e O lo correggono in sallibre, fondandosi probabilmente su 504.3, dove questa lezione è comune a tutti i testimoni. La correzione mi è sembrata da accogliere; 4 74. 16 altri [per la sete]: S, V «altre», O «altri•, che sembra la lezione corretta; 476.10 insignorimo: S e O « insigurimo », V «insignorimo »; 480.16 come dicono: S u come di [fine riga] me dicono». L'errore sembra dovuto alla ripetizione a inizio di nuova riga delle ultime sillabe della precedente. Si trova anche in O, ma non in V; 480. I 9 Cataio: S, O cc Catain Cataio », V «Catain Cativo •· L'emendamento mi è sembrato indispensabile; 481.18 lasaro: S •lasero,; V, O «!assero». L'emendamento mi è sembrato indispensabile; 485.8 Indo: S, V «Nido», O «Indo•. Ma a 485.13 tutti e tre leggono «Nido•; 492.22 alla città di Zeila: S, V «alla discila •· Accetto la correzione di O; 494.12 montuosa: S, O «mortuosa». Accetto la correzione di V; 497.12 Calaiatti: S, V « a Calicut 11, Accetto la correzione di O, che pure stava iniziando a scrivere «a ... » (a cane. prima di Calaiatti). Anche poco dopo (498.5) accetto la lezione Calaiatti di O, mentre S e V leggono ancora • Calicut »; 500.3 fiume Eufrate: S, V, O • mare Eufrate».

Le differenze di V e O da S si possono interpretare come correzioni abbastanza ovvie di lezioni errate o ritenute errate. Non mancano naturalmente altre varianti (grafiche, fonetiche, morfologiche, inversioni di parole e qualche volta anche sostituzione cli vocaboli). Ma l'unico caso in cui i due manoscritti sembrano postulare un esemplare diverso da S, per quanto ho visto, è quello di sallibre. Si può pensare che, se non sono copie di S, derivino da una copia conforme a quella servita per la stnmpa. V e O, però, non sono coevi ai fatti narrati nella lettera, come invece lo è S. Il tipo di scrittura rin1anda al maturo Cinquecento. Mi è sembrato dunque ovvio fondare l'edizione su S, che correggo solamente in questi punti: 482. 16 alcuno Genovese: S «alcuno genovesi• (si potrebbe anche emendare in alcuni genovesi); 485.26 presta: S «presto»; 498.18 per altri porti: S « per altri parti• (si potrebbe anche emendare in per altre parta).

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La lettera fornisce a livello morfologico e sintattico un importante documento sulla crisi Jinguistica fiorentina fra Quattro e Cinquecento. Si osservino le forti oscillazioni nelle uscite verbali, i plurali in -e dei nomi e aggettivi in -e (per es.: a: queste parte orientale») e sopra tutto la giustapposizione alla principale di proposizioni relative, dichiarative, causali, temporali, consecutive, di solito introdotte da che: fenomeno tipico della prosa quattrocentesca che più di una volta rende difficile la comprensione del nostro testo. Ai fenomeni e alle oscillazioni del fiorentino vivo si accompagna una tendenza fortemente latineggiante, che appare non solo nel lessico ma anche nella grafia: una grafia «colta», ben diversa da quella «popolare» di Piero Vaglienti (cfr. la Nota al testo del Vespucci). Basti segnalarne alcuni aspetti (con riferimento ai paragrafi dei «Criteri generali di trascrizione »): 2. Nella stampa le abbreviazioni sono frequentissime, comprese alcune insolite; sono invece scarsissime nell'elegante scrittura di V e rare in O. 3. In S mancano apostrofi e accenti, che invece sono presenti

in V e O. 5. In S sono presenti il punto, i due punti e la virgola (trattino obliquo), che nei manoscritti ha ormai la forma attuale. Grandi difficoltà mi ha posto la ricerca di una interpunzione che consenta di intendere il susseguirsi delle proposizioni giustapposte. 6. In S prevalgono i numeri romani (quelli arabi si trovano sopra tutto nelle date). 7. In S manca j. Y si trova in Ethyopia (ma anche Ethiopia) e clymate (conservata in quest'ultima parola da V e non da 0). 8. In S si trova V solo per le maiuscole; in tutti gli altri casi u. 10. Abbastanza frequente i senza funzione diacritica: giente, provincie, leggie, faccie, gie11ovesi, acciecare, giengiavo, ecc. 15. L'h etimologica è di norma; e anche alchrmo, se/mdi e simili {per lo più senza h nei mss.). 16. Ph s'incontra in geographia. 18. Le forme dissimilate alla latina, che per lo più vengono ricondotte alla pronuncia nei mss. (più da O che da V), sono di norma in S, che presenta strecto (ma anche stretto), vectovaglie, aspectarci, destru.cta, spectaculo, dectono, rispecto, fructe, nocte, auctori, effecto, subiecto, tucto (ma per lo più tutto), lacte, dactili, decto (ma anche detto), ecc.; scripta, co"opto, baptismate, baptismo, baptiza110, ciptade; sancto; adventura, adviso, adviene; damnificare, autumno; Magdalena; subdito; scripse; observano, absente; obscuro, obscurare, obstaculo. Tutti sono stati ridotti nelle relative doppie. Ho invece conservato subgiu.gorno, anche se di solito si ha subiugare.

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19. Di nonna, in posizione atona, --ti-- intervocalico per -zi.. : in-

fonnatione, Laurentio, notitia, V enetia, determinatione, commertio, spatio, spetierie, ecc. E così --antia, --entia: differentie, abundantia, ci.rcunferentia, distantia, licentia, resistentia, aderentia, ecc. Si ha --cti-atono intervocalico in destructione (V, O destruttione) e equinoctio. 20. Anche la x è di nonna: expeditione, extende, dextra, extate, expresso, experte, extreme, inexpugnabile, excusationi, ecc.; excede; maxime, proximo, luxuriare, Alexandria, ecc. Anche in questo caso i manoscritti propongono scrizioni meno latineggianti, eliminando la x (più O che V). 21. Un dittongo alla latina è presente in praecipite.

ANTONIO PIGAFETTA La Relazione del Pigafetta ci è stata tramandata da quattro manoscritti. Tre sono redatti in francese (Parigi, Bibliothèque Nationale, ms. français 5650; ivi, ms. français 24.224; Yale University, Beinecke Library, Philipps ms. 16405); uno è in italiano, il ms. L 103 Sup. della Biblioteca Ambrosiana di Milano. Ognuno è accompagnato da 23 disegni a colori, che rappresentano le coste e le isole visitate. A lungo si è discusso se la lingua originaria dell'opera fosse il francese o l'italiano. Dopo gli studi di A. Da Mosto (prefazione all'edizione che fra poco citeremo) e di J. Denucé (Pigafetta. Relation du premier voyage autour du monde par Magellan, Anvers-Paris, G. Janssens - E. Leroux, 1923) pare assai probabile che il 1nanoscritto ambrosiano conservi, se non il testo originale, almeno una copia ad esso fedele, e che i manoscritti francesi siano traduzioni da una redazione in italiano. Il Pigafetta nell'estate del 1524 era a Venezia per ottenere un privilegio di stampa per la sua opera; privilegio che il 28 luglio 1524 gli fu concesso per venti anni. Non riuscì però ad accordarsi con lo stampatore, che pretendeva un contributo di I s ducati (pari alla metà della spesa). Nessuno di quelli che lo avevano sollecitato a raccontare il viaggio di circumnavigazione - il papa, il marchese di Mantova, il governo veneziano, ecc. - intervenne in suo aiuto. Egli pertanto non poté pubblicare la relazione, che vide la luce la prima volta a Parigi, per opera di Simon de Colines, in data imprecisata. Si trattava di un sunto, tratto da un originale italiano, come chiaramente veniva affermato nell'explicit: «Cy finit l'extrait du dict livre transiate de _italien en françois n. La prima edizione in italiano, uscita a Venezia nel 1536, è una traduzione della princeps. È priva di indicazioni tipografiche e del nome del curatore. Si pensa però che l'abbia curata G. B. Ramusio: poche differenze infatti la distinguono dal testo incluso nel 1550 nel primo volume Delle navigazioni e viaggi. Il manoscritto ambrosiano fu riscoperto e utilizzato la prima volta da C. Amoretti, che però «tradusse» la Relazione nell'italiano allora corrente (Primo viaggio intorno al globo terracqueo ossia rag-

guaglio della navigazione alle Indie Orientali per la via d'Occidente, fatta dal cavalier Antonio Pigafetta, Milano, G. Galeazzi, 1800). Fu invece trascritto fedelmente da A. Da Mosto (in Raccolta di documenti e studi, parte v, volume III, 1894, pp. 49-n:2), che vi premise un'importante introduzione filologico-biografica (a cui rimandiamo) e forni in nota le principali varianti dei manoscritti francesi. La presente edizione si fonda sul manoscritto an1brosiano, la cui lingua è stata studiata da D. SANVISENTI (Studi sulla lingua di Antonio

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Pigafetta, in «Archivio glottologico italiano», xxx, 1938, pp. 149-71; Il lessico del Pigafetta, in e< Rendiconti del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere», Classe di lettere e scienze morali e storiche, LXXV, 1941-1942, pp. 469-504, e LXXVI, 1942-1943, pp. 3-33) e da M. D. BusNELLI (Per una lettura del «Primo viaggio intorno al mondo» di Antonio Pigafetta, in « Studi di lessicografia italiana», IV, 1982, pp. 5-45). Si vedano anche la Nota ai testi e gli Indici di M. MASOERO in A. PIGAFETTA, Viaggio intorno al mondo, Rovereto, Longo, 1988. La lingua e la grafia del manoscritto ambrosiano, che probabilmente rispecchiano l'usus dell'autore, sono assai interessanti, in quanto mostrano lo sforzo compiuto da un veneto colto (ma non particolarmente versato in studi letterari) per approssimarsi al toscano che allora si avviava a divenire la lingua italiana. Il risultato di questo tentativo è una lingua ibrida in cui frequentissime sono le oscillazioni e gli ipercorrettismi. Le oscillazioni sono particolarmente evidenti nell'uso delle geminate. Come per lo più succede, il desiderio di reagire alla propria consuetudine induce il Pigafetta a raddoppiare arbitrariamente le scempie senza riuscire a evitare lo scempia.mento delle doppie. Si vedano anche ipercorrettismi come specieria, gracia, ritornasce, discero, e le grafie gu per gh e qu per eh, in parte di origine reattiva (cli nel veneto aveva una pronuncia palatale). È una lingua precaria anche a livello morfologico e sintattico, come mostrano gli accordi irrazionali, le inconsuete uscite verbali, ecc. Non è possibile distinguere dagli errori dello scrivente queste oscillazioni e grafie apparentemente assurde che sono testimoni di una particolare situazione culturale e quindi meritano di essere conservate. In particolare, per quanto riguarda la grafia, si osservi (con riferimento ai paragrafi dei « Criteri generali di trascrizione ») : 2. Non mi è sembrato opportuno conservare le 1nolte forme abbreviate, anche se il loro scioglimento - per le frequentissime oscillazioni - in alcuni casi comportava un certo margine di arbitrarietà. Attenendomi alle scrizioni attestate o a quelle più frequenti ho reso quat 0 con quatro, cap 0 con capitanio, com' con commendatore, sto con sancto, gnale con generale, gnnale con gennerale, gnalle con genera/le. E ho risolto in e/re l'abbreviazione a che nella lingua spagnola valeva que. 3. Mancano gli apostrofi e gli accenti. Ho distinto gè 'c'è' da ge 'ce'. 4. Le maiuscole sono poco frequenti; troviamo Ili.mo Signor, Serenissimo Re de romani, re de Portugalo, f erando de magaglianes, dio, spag11ia, fran° chieregato, papa leone x, teramo, gran canara, ethiopia, ecc. ecc. 5. La punteggiatura è scarsissima, ridotta a punti (che però separano anche parole e gruppi di parole) e a qualche trattino.

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7. La y e la j sono frequenti. Y è usata sopra tutto in inizio e fine di parola: yo, deliberay, passay, ysolle, yvi, ytalia, ramy, bonny, nuy, may, ecc.; e anche asaysimi, baya, amaystrasse, reyna. Anche j si trova spesso in fine (villagi.j, boij, ecc.) o in inizio di parola Usola, j11anzi, jtalia, ecc.); la si trova però sopra tutto quando precede una vocale: ajonseno, jungessemo, jorno, jocare, jallo, ja 'già', johanna, johan, jovene, juramento, ecc. Anche se, come si vede, j è usata in maniera abbastanza regolare, non ho creduto opportuno conservarla, così come non ho conservato y. 8. Per lo più si trova v in posizione iniziale e u all'interno delle parole. 10. Frequente è la i senza valore diacritico, che non ho conservato: signior, spagnia, bisognio, calcagnie, legnia, castagnie, compagnio,pigniate, segnio, pognialate, montagnie, bagniate, piogie, pescie, ecc. 1 I. Ho separato sinon 'se non'; mi sono attenuto all'uso moderno nei molti casi in cui non era chiaro se gli spazi fra lettere indicassero o no una separazione fra parole. 13. I nessi -nb- e -np- non sono molto frequenti (inbanderasseno, i,rbasciatore, Mozanbich, inproviso, inpose, ecc.) e non sono stati conservati. 15. L'h, che spesso manca nelle voci del verbo avere dove Pha conservata l'uso moderno, è presente non solo in grafie colte o analogiche ma anche, probabilmente per ipercorrettismo, là dove non ce l'aspetteremmo: anchora, alhora, gentilhomo, humana, pocha, Rhodi, locho, ethiopia, hordine, ho (congiW1Zione), hacqua, hove, he 'è', hocqui 'occhi', hodiava, haustralle, ecc. ecc. Ho ridotto tutto all'uso moderno. 16. Ph, che si trova in Pagaphetta (nella sottoscrizione finale, ma all'inizio Pigafeta), philipo, teneriphe, golpho e pochi altri, non è stato conservato. 18. Conservo tutti i nessi dissirnilati, compresi conceptione e con .. trictione. 19. La grafia latineggiante è frequente (navigatione, initio, gratia, satis/atione, auspitii, peregrinatione, laurentio, equinotialle, presentia, colatione, experientia, amisitia, palatio, lisentia, inventione, ecc.) in concorrenza con le grafie con s e z e con forme reattive come gracia e preci.ose. Non l'ho conservata. 20. La x è stata sempre conservata.

GIOVANNI DA VERRAZZANO La lettera di Giovanni da Verrazzano al re di Francia - oltre che nella rielaborazione o adattamento compreso dal Ramusio nel terzo volume Delle navigazioni e viaggi (Venezia, Giunti, 1556, pp. 402-22) - ci è stata conservata dai seguenti testimoni:

F = Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, ms. Magliabechiano XIII, 89, cc. 4-12. È una copia della trascrizione che Bernardo Carli inviò al padre Bernardo accompagnandola con un lettera datata 4 agosto 1524. Il testo conservato da questo testimone, nella trascrizione di G. W. Greene, fu pubblicato (con la traduzione inglese e una breve introduzione di J. G. Cogswell) in « Collections of the New-York Historical Society », S. 11, 1 (1841), pp. 37-67. Il testo originale italiano fu pubblicato da G. Arcangeli nel 1853 (Discorso su G. Verazzano, in «Archivio storico italiano», IX, 1853, App. XXVIII, pp. 17-55). V = Biblioteca Apostolica Vaticana, ms. Ottoboniano 2202, cc. 17187. Ne diede notizia A. BACCHIANI nell'articolo I fratelli da V errazza120 e l'eccidio di una spedizione italo-francese in America (I 528), in 1, affinché lo mandassero a Bonaccorso Rucellai. Presto ne entrò in possesso Paolo Giovio, e ai suoi discendenti rimase fino al secolo scorso. Nel 1884 era nella biblioteca del conte Alfredo de Szeth, appartenente a un ramo collaterale della famiglia Giovio. Poco dopo passò a Giulio Macchi di Cèllere. Nel 1911 venne acquistato da J. Pierpont Morgan di New York. Fu riscoperto e fatto conoscere da A. BACCHIANI nell'articolo G. da V errazzano e le sue scoperte nell'America Settentrionale (z524) secondo l'inedito codice sincrono Cèllere di Roma, in « Bollettino della Società geografica italiana», S. IV, voi. x (1909), pp. 12.74-323. Nel 1916 l'intero codice fu riprodotto fotograficamente nel secondo volume della fondamentale opera di I. N. PHELPS STOKF.S (The Iconography of Manhattan lsland, II, New York, R. H. Dodd, 1916, pp. 6081). Il facsimile completo - accompagnato da una trascrizio~ ne critica commentata - fu poi incluso da L. FIRPO in Prime relazioni di navigatori italiani sulla scoperta dell'America. Colombo, Vespucci., Verazzano, Torino, UTET, 1966, pp. 137-60. Il ms. Galileiano 292 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze contiene solo un piccolo brano della parte cosmografi.ca.

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F è interessante perché conserva copia della lettera con cui Bernardo Carli spedi la relazione al padre. Eccone il testo (già edito fra l'altro nella Raccolta Colombia11a, parte III, voi. II, pp. 343-4): Al nome di Dio adl 4 d'agosto 1524 Onorando padre, considerando che, quando fui in la annata di Barberia alle Gerbe, vi fumo grate le nuove advisatevi giornalmente per lo inlustre Signor Don Ugo di Moncada, Capitano Generale della Cesarea Maestà in quelle barbariche parte, seguite certando con li Mori di detta isola e de Cherchenes, per la quale mostravi avere fatto piacere a molti nostri padroni e amici, e con quelli della conseguita vittoria congratulatovi; per tanto, essendo nuovamente qui nuova della giunta del capitano Giovanni da Verrazzano nostro fiorentino allo porto de Diepa in·Ormandia con sua nave Dalfina, con la quale si partì dalle Insule Canarie fino di gennaro passato per andare im•busca di terre nuove per questa Ser.ma Corona di Francia, in che mostrò coraggio troppo nobile e grande a mettersi a tanto incognito viaggio con una sola nave, che appena è una caravella di tonelli [lacuna], solo con so uomini, con intenzione di giusta sua possa discoprire il Cataio, tenendo cammino per altri climati di quelli usano li Portoghesi in lo discoprire di verso le parte di Calicut, ma andando verso coro e septemtrione, omnino tenendo che, ancora Tolomeo e Aristotile e altri cosmografi descrivano verso tali climati non trovarsi terra, di trovarvene a ogni modo. E cosi gli ha Dio concesso, come distintamente descrive per una sua lettera a questa S. M. a Torsi, della quale in questa ne è una copia; e per mancarli le vettovaglie, dopo molti mesi giunto navigando, assegna esserli stato forza tornarsi da quello in questo emisperio, e in sette mesi suto in viaggio mostra uno grandissimo e accellerato cammino avere fatto, cosa miranda e massime a chi intende la marinera del mondo; della quale al cominciamento di detto suo viaggio si fece mal iudizio, e molti pensomo che mai più né di lui né del vasello si avessi nuova ma che si dovessi perdere da quella banda della Norveggia per lo gran diaccio che è per quello Oceano settentrionale; ma, come disse quel Moro, lo Dio grande, per darci ogni giorno più notizia di sua infinita possanza e mostrarci di quanto sia ndmirabile questa mundiale machina, gli ha discoperto una latitudine di terra, come intenderete, di tanta grandezza che, sicondo le buone ragioni e gradi, per latitudine e altezza, assegna e mostra più grande che la Europa, Africa e parte di Asia. Ergo mu11dw novus, e questo senza lo che hanno discoperto in più anni l'Ispani per lo occidente, ché appena è uno anno tornò Ferrando Magagliana, quale discoperse grande paese con una nave menò delle cinque a discoprire. Donde adusse gherofani molto più excellenti delli soliti. E le altre sue navi in s anni mai nuova ci è trapelata; stimansi perse. Quello che questo nostro capitano abbia condotto non dice per questa sua lettera, salvo uno uomo giovanetto preso di quegli paesi, ma stimasi che abbia portato mostra di oro, poi che da quelle bande non lo stimano, e di droghe e altri liquori aromatici, per conferire qui con molti mercatanti, dipoi che sarà stato

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olla presenzia della S.ma M., che a questa ora doverrà esservi; e di qua trasferirsi im'brieve, perché è molto disiato, per ragionare seco, tanto più che troverrà qui la Maestà del Re Nostro Sire, che fra 3 o 4 giorni ci si attende. E speriamo S. M. lo rimonterà di mezza dozina di buoni vaselli e che tornerà al viaggio. E se Francesco Carli nostro ci fussi tornato dal Cairo, advisate che alla ventura vorrà andare seco a detto viaggio e credo si conoschino al Cairo, dove è stato più anni, e non solo in Egitto e Soria ma quasi per tutto il cognito mondo. E di qua mediante sua virtit è stimato un altro Amerigo Vespucci, un altro Ferrando Magagliane o davantaggio; e speriamo che rimontandosi delle altre buone nave e vaselli, ben conditi e vettovagliati come si richiede, abbia a descoprire qualche profittoso traffico; e fatto e farà, prestandoli Nostro Signore Dio vita, onore alla nostra patria da acquistarne inmortale fama e memoria. E Alderotto Brunelleschi, che parti con lui e per fortuna tornando adrieto non volse più seguire, credo, come di costà lo intende, sarà mal contento. Né altro, per ora mi occorre, perché per altre vi ho advisato il bisogno. A voi di continuo mi raccomando, pregandovi ne facciate parte alli amici nostri, non dimenticando Pierfrancesco da Gagliano, che per essere persona perita tengo che ne prenderà grande passatempo; e a·Uui mi racomanderete; simile al Rustichi, al quale non dispiacerà se si diletta, come suole, intendere cose di cosmografia. Che Dio tutti di male vi guardi. Vostro figliuolo Bernardo Carli in Lione.

Non ci sono dubbi, però, sul fatto che l'edizione deve fondarsi su M. Non solo perché appare assai meno guasto degli altri testimoni, ma sopra tutto perché una mano diversa - che non ha l'eleganza di quella di un copista e non può essere che quella dell'autore o di una persona che scriveva sotto la sua dettatura - ha corretto qua e là il testo e vi ha inserito nei margini e nelle interlinee 26 aggiunte. È la stessa mano che in calce ha scritto: «A Leonardo Tedaldi o a Tomaso Sartini mercanti in Leone. Mandaretelo a Bonacorso Ruscellai ». F e V presentano testi che (guasti a parte) corrispondono sostanzialmente a quello di M senza le correzioni e aggiunte. Poiché molte di queste aggiunte informano su denominazioni date a luoghi scoperti in onore della famiglia reale francese e di altri personaggi del regno, si può pensare che - in vista della traduzione francese da offrire a Francesco I - il Verrazzano abbia rivisto la sua relazione, quando già aveva preso rapidamente a circolare fra i mercanti fiorentini. Solo lui, credo, poteva guastare malamente con correzioni e aggiunte ineleganti quel bel manoscritto e infine decidere di inviarlo (dopo averne tratto copia?) in Roma a Bonaccorso Rucellai (1472-1546), socio di Bernardo da Verrazzano, che probabilmente era un suo parente. Se così stanno le cose, M non solo conserva una redazione posteriore a V e F ma si deve considerare nel suo complesso approvato dall'autore, anche se è possibile che nella lettura gli siano

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sfuggiti errori del copista. E in effetti in alcuni casi mi è sembrato opportuno ricorrere alle lezioni degli altri due manoscritti, com'è indicato nell'Apparato, dove ho indicato anche le principali differenze di questi da M. Nello stile del Verrazzano, così ricco di latinismi, le scrizioni latineggianti, anche le più comuni, assumono un preciso significato e pertanto sono da conservare. Del resto sarebbe stato inopportuno togliere alle molte parole latine usate dal Verrazzano la loro veste grafica, né si sarebbero potute discriminare le fonne dotte consapevolmente usate da quelle che corrispondono all'uso grafico coevo e da quelle scrizioni che ai nostri occhi appaiono non propriamente latine. Anche gli «errori» mostrano in questo caso il desiderio di una lingua «dotta,,. In particolare si osservi (con riferimento a1 paragrafi dei « Criteri generali di trascrizione»): 3. Accento e apostrofo si incontrano saltuariamente. 7. La j per lo più si incontra in fine di parola; cli rado in altra posizione (Jnsula, septemtrjone, ecc.). Y, quando non è etimologica (Egypto, Syria, syrte), s'incontra dopo vocale (noy, luy, Aloysi.a) e fra vocali (Catayo, Plyade). 10. La i senza fwizione diacritica è frequente:/ocie, mercie,freccie, dolcie, treccie, quercie, radicie, veggiendo, lungie, leggie, legnio, pescie, ecc. Frequente gl con valore palatale: pigiando, maraviglandos-i, assi.miglano, smeriglo, famigla, migla, miglore, ecc. Tutti sono stati ricondotti ali 'uso moderno. 13 Raro np (inperò), non conservato. I 4. Conservo ph. 18. Conservo tutti i nessi dissimilati alla latina, compresi quactro, Brectagna, secte, marictima, ecc. 19. Conservo -ti- per -zi-. 20. Conservo la x. 2r. È frequente (ma non è stato conservato) ae per e: pennae, selvae, ecc. APPARATO 591.1-4 Il titolo è tratto da V: Copia di una lettera di Giovanni da Ver-

razzano al Cristianissimo Re Francesco, Re di Francia, della te"a per lui scoperta in nome di Sua Maestà. M manca di titolo; F inizia così: • Il capitano Giovanni da Verrazano, fiorentino, di Normandia alla Serenissima Corona di Francia dice 11; 591.8 impetuosa: in M, lacero sulla destra, non si legge sa; 591.10 ridurci: cosi V. In M, lacero, si ha solo ri; 591.11 con: cosi V. Manca in M, perché il margine destro è danneggiato; 591.12 con solo: V • facemo con solo •· In M con manca perché il margine è lacero; 591.14 ritornati: cosi V (in M si legge solo ri per la lacerazione del margine

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destro); 591.15 Da la Deserta, scopulo: V «dallo diserto scopulo•; 591.16 Portogallo: così V (in M manca orto, per la lacerazione del margine); 591.16-7 cominciando el I524: aggiunta nel margine sinistro senza segno di riferimento (in r524 il 4 è scritto su 3). Manca in V e F; 591.17 I7: è ottenuto da a XXVII » cancellando una x con un tratto obliquo - cinquanta: per la solita lacerazione in M si legge solo cinqua; 591 .18-592. 1 munitioni navali: in M manca li per la solita lacerazione (V cmunitione navale»); 592.2 lenità: V «levità»; 592.3 octocento: V a 500 » - Il di: V • e adl • - forse le z6 ore: aggiunto nel margine sinistro. Manca in F e V - passamo: in M manca o ( o mo ?) per la lacerazione (F e V • passamo •); 592.3-4 ,ma tortne11ta ••• passassi: F «una tormenta tanto aspera quanto mai alcuno che navigassi passassi 11 , V • un tanto aspro tormento quanto mai alcuno che navigasse passassi•; 592.5 bontà .•• nome: F e bontade e laude del glorioso nome»; 592.8-9 oltre a leghe: F e V •oltre leghen; 592.15 , investigare: V e F «per investigare»; 593.1 o sino: F «prossimo•, V «proximo » - dove: V e F «dove sicuri,,; 593. 1-2 potessimo ••• posarci: F • potessuno posare•, V «potessimo posarci•; 593.2 visto continuo: F e visto che»; 593.2-3 per non • .• Spagnoli: aggiunto nel margine inferiore. Manca in F e V; 593 .4 Surgemmo: F e V • surgendo • - mandando: corretto su «mandammo» (d sulla seconda m: ne risulta •mandamdo•); 593.6 veggendo11e aproximare: F cr vedendo aprossimarsi •; 593. 7-8 riguardando. Assicurandoli con vari segni: F «risguardando, ma assicurandoli noi con varii segni », V «e riguardandola e sicurandola con cenni•; 593 .9 effigie: F • fiure »; 594. I vari segni: V •cenni•; 594. 1-2 dooe col batello ••• ascendere: F «dove col batello dovessimo più comodamente scendere», V cr dove con el battello dovessimo più commodi scendere n; 594.3-4 in brevità .•. Maestà: F e V •con brevità dirò a V. S. M.»; 594.6-7 una cintura •.. code: V «una cintura d 'erbe tessute con code•; 594.8-9 el capo: V «el corpo 11; 594.9 Q11alcuni: F a alcuni di loro•, V «Alcuni»; 594. J o disformi: F e V «difformi »; 594. II molti lunghi, quali: F e V e molto lunghi, e quali»; 594.13 mediocre: F «mezza•; 594.14 Nel petto ••• larghi: F cr nel petto ampli », V «Nel petto hanno pelle»; 594. I 8 fisa: F e V •fissa• acuti, agili: V «admirabili » (in M agili è corretto su « habili »); 594.2,1 sinare: F manca; 594.2.1-2 Non possemo ••. costumi: F «Non possemo di loro costumi molto»; 594.22 in particularità: F e V «in particulare•; 594.22-5 per la poca ••• piaggia: F «per la poca stanza facemo alla terra, per essere sute l'onde alla piaggia », V « per la poca stanza facemo a la piaggia •; 594.26-7 Apresso •.• terra: F manca; 594.27-8 nrarictimo: F manca; 594.29 circa a: F manca; 594.29-595.1 Dipoi ••• rivi: V •Dipoi essendosi trovato alcuni confini n; 595.1 rivi e bracci: F «braci•; 595.2, co"e: aggiunto nell'interlinea; 595.2-3 la versura: F •el lito•; 595.4 planitie: F ci:province»; 595.5 tanti: F e V •varii•; 595.6 guardatura, quanto: V «vista quanta•; 595.7 Vostra Maestà: V •V. S.m• M.•, F manca; 595.8 plaghe: F «piagge»; 595.9 di rudi alberi: F •di viti e arbori» ornate e vestite: F •ornati•; 595.10 cipressi ••• varietà: V ce altri cipressi e altre varietà,, (in M cipressi è preceduto da e e d 'alti• cane.); 595. II lungi: V «lungo», F «lungo» corretto su «lungj•; 595.n-3 sentimo ••• terra : aggiunto nel margine sinistro. Manca in F e V; 59 5. 13 De' qt1ali •••

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conoscere: F •qual non possemo cognoscere»; 595.15-6 imperò che ... perretrabili: F «che tutte sono penetrabili11; 595.17 no,i sieno: F usicno•; 595.18 divitie, oro: F «divitie, oro e altro», V «divitie di oro 11 ; 595.19 tende: segue «che» cane.; 595.20 simile: F «e simili» - acqua: F uacqua copiosa»; 595.22 come Cartagine e Damasco: aggiunto nel margine sinistro. Manca in F e V; 595.22-4 Baptizamo . .. Campo di cedri: aggiunto nel margine sinistro. Manca in F e V; 596.1 continuo: aggiunto nell'interlinea su ao tutto• cane.; 596.2-3 al principio del quale: F "del quale»; 596.3 in quelle regione: aggiunto nell'interlinea (manca in F e V) - il celo chiaro: F u el cielo». In M chiaro è corretto su raro; 596.5 bruma o caligine: lezione congetturale. M a bruna o caligine•, F « bruina o caliggine », V ubruma o di caligine» - è disfacta: F «è diffatto •, V • che è di fatto»; 596. 7 tenda tucto: F e V «tutto tenda 11; 596.11-2 a tale .. . pelago: F «tal proportionc uniforme alla profondità nel pelago 11; 596. 14-5 più. volte: F « per volere•; 596.19 la costa: segue «continovon cane.; 596.20 a l'oriente: F «allo occidente»; 596.26 Vedemmo •.. al lito: F e V «vedemo molte gente venivano al lito•; 597.2 Vostra Maestà: F e V «V. S. M. •; 597.4 sonagli: V «fogli• - specchi: F • stechi »; 597 .5 essendo .•. braccia: F • essendo 3 o 411, V «essendo a 3 braccian; 597.7 semimorto: F «morto»; 597.10 modo: F e V «forma B; 597 .14 lineandolo: V II lisciandolo n - per tutto: aggiunto nell'interlinea; 597 .21 con vari abracciame11ti: V «con varii segni e basciamenti •; 597.23 Quello el giovane: F « Il giovane»; 597.25 mediocre: F •mediana B, V «mezzana•; 597.26 del corpo: F « el corpo 11 ; 597.27-598.6 Appellavimus ... Francesco: aggiunto nel margine sinistro fino a circa a 200; il resto in calce alla lettera ( c. 11 v.), a cui si rinvia con un «vide retro». Occidente è corretto su «l'oriente»; a Jreto segue cane. «a fine de». Manca in F e V. A 598.4 l'integrazione di nome mi sembra indispensabile; 598.7 tornava: V« teneva n; 598.10 Su.rgendo: F « Giugnemo •, V «surgieno »; 599. I trovammo: F «e trovamo », V «trovavon »; 599.5 octo: F e V «octo in circa»; 599.5-6 Simile ••. /emine: F manca; 599.18 corde: così F e V. M «code•; 599.19 de' quali abrmdano: V manca; 599.20 grandeza: V «sapore• - optimo: aggiunto nell'interlinea sopra « continov » cane. (correzione del copista); 599.21-2 con lacci. E archi: cosi F e V. M « con archi e lacci•; 599.24 salvaticheche: F e V «salvatiche non sono»; 599.29-600.1 d'alcuna ... vista: F adi alcuna sorte mai da noi fu vista», V « che di alcuna spetie da noi mai fu vista•; 600. 1 ardendo: F manca; 600. 1o seco veggendo: F • beendo veggendo », V • essendo veduto». Probabilmente tutti i mss. sono guasti. L. F1RPO (Colombo, Vespucci, Verazzano, Torino, UTET, 1966, p. 170) suggerisce dubitativamente di mutare vegge11do in «suggemmo • (egli legge «secco » e non seco); 600.14 erbe: V «arbore »; 600. 16 e seg11i: F «vestigie », V manca; 600.22-3 qual ... arbori: aggiunto nel margine sinistro. Manca in F e V; 600.24-9 co"emo . •• el Conte: aggiunto nell'ultima facciata del ms. (c. uv.). Manca in F e V; 601.1-10 Ne l'Arcadia ••• altri: aggiunto in calce alla lettera (c. 11); benedisse è di incerta lettura. Manca in F e V; 601.12 dui: F manca; 601.15 oneraria: V •onerata•; 601.16 abligo: F « obligo », V manca (spazio bianco); 601.17 aventurarci: V manca (spazio bianco) - Fumo: V ccfiume•; 602.4 vedemmo: V manca; 602.11-3 chiamata .•• d'ingegno: aggiunto nel margine sinistro. Monca

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in F e V; 602.17 leghe Bo: cosi Me F, V «leghe 50»; 603.2 Aloisia: aggiunto nell'interlinea. Manca in F e V; 603.9 alto: F e V «altro»; 603.15 giovane: F manca; 603 .22 bronzino: F « bianchissimo 11; 603 .26 dirò .•• Jvlaestà: F «dico a V. S. M. 11; 603.28/ormosità: F «forma11; 603.29-604.1 secondo ••. vanno: F manca; 604.3 nudo: F manca; 604.10-1 non stimano: F « non meno stimano»; 604. II fra tutti: così M e V, F cr fra tutti e metalli» {ma il confronto è fra i colori) - tenuto: F glossa: «per il giallo colore che abborreno»; 604.13 sonagli: V «fogli»; 604.17-9 né di quelle ••. facevano: V «e di quelle solo domandavano lo artifitio, delli specchi riguardando el simile facevono 11; 604.22 aversi: V «contrarii »; 604.23 pintati e conci.: F « puntati e aconci,,; 604.24 era segno: F «vero segno», V «far segno•; 605.11 noioso: V «nostro»; 605.14 e gesti: F «e questi», V manca (spazio bianco); 605. 1 s domandando: aggiunto nell'interlinea su «riguardando» cane.; 605.20 guardando: F e V« in quella guardando• - nostre operationi: V «nostra comparatione»; 605.32 sive cerase: aggiunto nell'interlinea. Manca in F e V; 605.32-606.1 molte .•• differenti: F «molte altre frutte, el genere di esse è differente dalle nostre» - nostre: cosi F e V. M "nostri»; 606.4 pulcritudine: ottenuto correggendo •sollecitudine,,; 606.4-5 in nella extremità, per ferro: V cr nella sommità cli quelle»; 606.8-9 andranno ••• uomini: F «andrà xo o 12 uomini», V •andranno dieci o 12 omini»; 606.13 I4 in IS: aggiunto dal copista nelfinterlinea sopra «quactro in septe• cane.; F cr 10 in 12 Il, V« 10 o 12 »; 606. 16 artifici.: segue« che» cane.; 606.17 conducesrino: precede «non» cane. (V «non conducessino »); 606. 18 di varie .•• cerulee: F «da vive pietre de auralee e», V «di vive pietre [spazio bianco]»; 606. 19 di 11avili: F «cli animali li; 606.20 case: F «cose,, - opulentia: aggiunto nell'interlinea sopra «competentia li cane., F «esperientia »; 606.26 Pliade: F « Iliade »; 606.27 molto ••• egritudine: F «lungo tempo in egritudine »; 606.28 vulnere: F (spazio con puntini), V «alcuna»; 607.1 essere: F e V «è»; 607.7 4x 2/3: cosi F e V, M •40 e 2/3 »; 607.9 Vostra lvlaestà: F e V «V. S. M. »; 607.10 lito: F e V «sito»; 607.10-1 Disco"e •.• Refugio: F manca; 607. 11 quale •.• Refugio: aggiunto nel margine sinistro. V manca; 607.12 me::a lega: V «una lega»; 607.13-4 causa .•. seno: V manca (spazio bianco); 607.16/ra' quali: F «fra le quali isole•; 607.17 sicuramente: F e V «sicura»; 607.21 scoglio: V crscopulo»; 607.22-608.2 quale e per lanatura ••• Promontorium: aggiunto nel margine sinistro. Manca in F e V; 608.3 necessità: F «oportunità », V •opportunità» - se."Cto: V «V0 », F «6 »; 608.5 vista: aggiunto dal copista nell'interlinea sopra «al lito» cane.; 608.6-9 imra qual spatio ••• Armellini: aggiunto nel margine inferiore. Manca in F e V; 608. 10-1 con un eminente ••• Pallavisino: aggiunto nel margine inferiore. l\1anca in F e V; 609. 1 posammo: V « passamo »; 609.2 gente: aggiunto nell'interlinea. l\.llanca in F e V; 609.5 abeti, cupressi: cosi F. M legge • abeti, prussi », V lascia lo spazio bianco; 609. 7 crudeza: F •ruvidezza•, V e rudeza »; 609. 7-8 vitii • . • barbari: F «i visi tanto barbari •; 609.9 conversatione: V «amistà •; 609. 1 I da loro abitationi: F • dove avevano la abitatione », V e dove avevano loro abitatione »; 609. 14-5 né meno ••• acta: F • né meno farebbe la terra per la sterilità non atta», V « né meno erbe per la sterilità della terra non atta»; 609. 16 permutando: F e renuntiando »; 609. 18 volevan: cosi F. M e volevammo •, V • volevano •;

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NOTA AI TESTI

609.19 domandando: cos) F e V. M •donando•; 609 23-4 come .•• z/J: aggiunto nel margine sinistro. Manca in F e V - Fummo contro: V • fu.mo contenti»; 609.25 drento: V «di entrar•; 610.8-9/ra le quale ••. Navarra: aggiunto nel margine inferiore. Manca in F e V; 610.10 versura: F •verzura»; 610.10-1 causava: V «conserva»; 610.12-3 stimiamofussino: F «stiano•, V •stimano•; 610.13 nati,ra: F e V «natura sieno»; 610.15 passato: cosi V. M •passa•; 610.15-6 venimmo .•. cinquanta: F manca; 610.17 leghe sectecento: F «leghe 502, cioè leghe 700 » (502 leghe calcolate sulla base di I lega = 4 miglia romane corrispondono a 700 leghe sulla base della petite lieue marine francese: cfr. la nota sa p. 592); 611.6 case: così F e V. M legge •chiese»; 61 1. 7 da la ignoranza: aggiunto nel margine sinistro; 611.11 Vostra Maestà: F e V «V. S. M. •; 612.1 antiqr,i noto: F aantiquinotio•; 612.2 altitudine: F e V •latitudine•; 612.6-7 tripla senza sesquiseptima: F a tripla sevisettimo •, V • sesquiseptima »; 612. 7 del diametro: V manca; 612.8 92 54.164/472733: V «54164/472733 »; 612.9 34: V «341 •; 612.10 95 233/450: F •95 223/450 •; 612.11 essere: V •come» - 300 3I3/I575: cosi F e V. M «300 713/1575 •; 612.13 in te"a: V manca; 612.14 I8759 3r/Ia6: V «185 31/120•; 612.15 52 989/9072: F u52 1989/9072»; 612.20 92 54164/ 472733: così F e V, M •92 54164/472773 »; 613.10-1 Vostra Maestà: F e V •V. S. M. •; 613.15 freto: V •foro»; 613.17-8 Occidentale con l': F manca; 613.24 se rectamente speculiamo: V «certamente speculando»; 613.25-6 Vostra Maestà: F e V• V. S. M. •; 613.28 zo 32060/4678I: cosi V.Ma 20 32060/ 4781 •, F •20 32060/47281 • - cioè Magalanes: aggiunto nell'interlinea. Manca in F e V; 614.3-5 propinqui •.. termine: M manca. Accetto la lezione di F che legge: a propinqui allo Equatore più alJo occidente participando più al settentrione giusta la detta linea meridionale continuando el lito per fino in gradi 21 non trovando termine». Ma sopprimo a giusta la detta linea meridionale• che sembra un'erronea ripetizione di quanto si trova poco sopra e manca in V che legge: • propinquo allo Equatore più allo occidente participando del septentrione continuando sempre el lito della terra pervenendo per infino a gradi 2 1 non trovando termine•; 614.6 gradi 89 29709/4678I: lezione congetturale.Ma gradi 89 2970/46781 •, F «89 29709/46782•, V •89 2970/4678• - 20 32060/4678r: V 120 32660/ 46781 •; 614.7 II0 44830/4678I: lezione congetturale. M, F, V: 110 44830 46783 •; 614.8-9 de l'altitudine: V cdi latitudine»; 614.12 nave/eri periti: F a navicalieri che 11; 614. 1 5 noi altri: aggiunto nell'interlinea. Manca in F e V; 614.16 col beneficio de li testi: aggiunto nell'interlinea. Manca in F e V; 614.18 Vostra Maestà: F e V •V. S. M. »; 615.1-2 terra p,opinq,u, a Temistitan: aggiunto nell'interlinea. Manca in F e V; 615.3-4 pervenendo ••• 54: F e V • siano pervenuti per infino a gradi 50 •; 615 .5 cioè ••• pesce: aggiunto nelttinterlinea. Manca in F e V; 615.8 ciò è gradi: F •videlicet e gradi•; 615.9 non tiene: F •contiene•; 615.11 promontorio di: F •promontorio di cavo•; 615.12 gradi ro6: F e V •gradi 100•; 615.17 a la area: F •allo aere•, V •all'aria•; 616.2 presentia: V •esperientia• migliore: F e V •meglio•; 616.2-3 per più ragioni ••• Maestà: F •e con più ragione experimentare e mostrare a V. S. M. D, V a per più ragione viste e sperimentate a V. S. M. •; 616.5 non giugnendo: F • congiugnendo •; 616.6 giugnere: V manca; 616.7 e Rossia: V •e resta•; 616.8 de' Cimbri:

NOTA AI TESTI

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V •di Limbri•; 616.10 mari: F •mari silicati•, V •mari .a.•; 616.16 Vostra Maestà: F e V «V. S. M. • - ne aremo: F •ne areno in brieve•, V • ne averemo in breve •; 616. 17 omnipotente: V manca; 616. 19-20 in omnem ••• etc.: F e V manca; 616.21 in Normandia, in porto di Diepa: cosl F, l'unico a riferire questo particolare.

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MARCO DA NIZZA La Relazione di Marco da Nizza fu pubblicata la prima volta nella versione italiana dal Ramusio (Delle navigazioni e viaggi, III, Venezia, Giunti, 1565, pp. 356-9v.). A questa edizione mi attengo strettamente. Sopprimo però i sommari che il Ramusio intercala al testo e sostituisco il titolo generico Relazione del reverendo fra Marco da Nizza con il titolo - già usato nella Raccolta Colombiana - Relazione del viaggio al Cevola. L'originale spagnolo è stato pubblicato nella Coleccion de documentos inéditos relativos al descubrimiento, conquista y colonizacion de las posesiones espaiiolas en América y Oceania, a cura di J. F. PACHECO, III, Madrid, M. B. Quiros, 1865, pp. 328-51. La versione pubblicata dal Ramusio, secondo M. MILANBs1 (G. B. RAMus10, Navigazioni e viaggi, VI, Torino, Einaudi, 1988, p. 589), «è, rispetto all'originale, ampliata, con l'inserzione di ulteriori dettagli sulle ricchezze di Cibo la; presenta inoltre qualche taglio, non rilevante». Quanto alla grafia. si osservi (con riferimento ai paragrafi dei « Criteri generali di trascrizione ») : 7. Laj si trova eccezionalmente in fine di parola dopo altra i (tempij). 10. Tolgo la i a provincie. I 5. Le forme con l' h etimologica sono di nonna: havere e habitare in tutte le loro voci, habitationi, dishabitato, lzora, anchor, all' hora (trascritto allora), Honorato, lzonorevole, lmomo, habito, hospitalità, Christiani, ecc. Si incontrano anche riccha, vaccha, legha, ecc. 16. Ph si incontra in Seraphino e Steplzano (ma anche Stefano). 19. Di nonna -ti- per -zi- in posizione atona intervocalica: essecution, Galitia, habitationi, spatio, relatione, notitia, contrattation, servitio, information, dispositione, aspiratione, ecc. Da segnalare instruttion e licentiai. Eccezionali reside,itia e abbondantia (accanto ad abbondanza): nella trascrizione ho conservato la i solamente per segnalare la grafia della stampa. 20. Conservo l'isolata x di Xaragosa. A 644. I 3 «forza» è stato corretto congetturalm.ente in / orma. Il testo spagnolo, come avverte anche M. MILANESI, op. cit., p. 602, ha u maneras ».

GIROLAMO BENZONI La prima edizione dell'opera del Benzoni (La istoria del mondo nuovo di M. GIROLAMO BENZONI milanese, la qual tratta dell'isole e mari nuovamente ritrovati e delle nuove città da lui proprio vedute per acqua e per terra in quattordeci anni) fu pubblicato a Venezia, presso il Rampazzetto, nel 1565. La precede questa lettera di dedica dell'autore «Al Beatissimo e Santissimo Padre, Nostro Signore Pio Quarto, Pontefice Massimo ,, : Dopo l'aver baciato i beatissimi piedi. Essendo io stato sempre pieno di un certo vigore di animo grande, tanto di vedere paesi diversi a noi strani quanto ancora del leggere e intendere così le umane come le divine istorie, per donde, essendomi esercitato alquanto in questo nobilissimo ocio, vi ho trovato (specialmente nelle divine) una tanta soavità e dolcezza ch'io non darei quel poco che ho nella mente per lo assai oro che 'l mondo possie"".' de; però, come scrisse il sapientissimo Salamone, che più vale la poca memoria che le molte ricchezze. Onde essendo io nato di umil padre nella mirabil città di Milano e essendo andata la nostra casa più volte in sinistro e rovina, tanto per le continue guerre quanto per altri accidenti della iniqua fortuna sempre nimica nostra, e non potendo il padre mio allo studio sustentarmi, mi mandò di età giovenile in varie provincie, Francia, lspagna, Alemagna e altre città d'Italia. E cosi per tutti questi luoghi udi' la fama de' nuovi regni trovati e da ingegni mirabili scoperti con tanta abondanza di ricchezze che io dalla gran maraviglia del dire mi accesi ancora di una voglia estrema d'andarvi; onde mi posi in viaggio e là pervenni. Nelli quali reami, province, isole, mari e terre son dimorato per ispazio d'anni 14, sopportando molti travagli e fatiche senza numero, come narra la mia istoria. Ritornato poi in Italia, per la grazia del supemo e glorioso lddio, al grido delle voci mirabili che sonano tanto stupore della Santità Vostra, mi son posto a scriverla e farla stampare a onore del Vostro Santissimo Ponteficato; nella quale istoria si vederà molte cose rare e nove; e mi è parso di far solamente menzione delle più notabili da me vedute e inteso da uomini degni di fede; e per meglio satisfare a' benigni e virtuosi ingegni e per ornamento del libro ci ho posto alquante figure a modo d'uno specchio, accioché si possi vedere molte azzioni, in qual modo fanno il pane senza frumento e vino senza uva, figurando parimente frutti e altre diverse materie non più a stampa vedute d'altra nazione; il qual libro io dedico e consacro al presente alla Santità Vostra; e se non sarà degno delle mani vostre, Padre Beatissimo, almanco è dimostrare l'animo mio divoto inverso di quella, e per la sua bontà si degnarà che io le sia umilissimo e divotissimo servo, accettando il cuore, che in ginocchioni bacio con molta riverenza i piedi beatissimi e molto mi raccomando alla Santità Vostra, la quale il Nostro Signor Dio doni felicità perpetua.

A questa - che chiameremo P - segui una seconda edizione «illustrata con la giunta d'alcune cose notabile dell'isole di Canaria »,

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NOTA AI TESTI

pubblicata «ad istanzia di P. e F. Tini, appresso gli eredi di G. M. Bonelli », a Venezia nel 1572. La dedica dell'autore è ora •All'Illustrissimo Sig. il S. Scipione Simoneta Senatore dignissimo e patron mio osservandissimo »: Sogliono il più delle volte (Illustrissimo Signor mio) i saggi scrittori, quando vogliono delle sue fatiche farne un presente a qualche gentile e generoso spirito, gli antecessori di quello lodar prima, e egli conseguentemente esaltare il più che possibil sia. De' quali il primo a me non fa bisogno, essendo che i maggiori di Vostra Illustrissima Signoria in grado tale sono sempre stati che chiari e famosi perpetui viveranno. L'altro meno m'è necessario; ché s'io volesse spendere parole sopra le sue rare qualità e infinite virtù, invano mi affaticherei, avendo quelle più tosto bisogno di qualche Mantoa sonoro o Arpino che Roma adora, e questi ancora, in fine, altro non diriano per conclusione se non che in Vostra Signoria Illustrissima alberga la virtù istessa, e la cortesia e gentilezza in quella tengono senza dubbio alcuno il suo nido; dalle quali invitato, anzi dalla affezzione che a quella porto sforzato, delle mie fatiche il poco frutto le consagro e dono. Tenendomi certo che quella non averà risguardo al piccol dono ma alle deboli forze mie, imperoché, non avendo altro che più convenga alla prudenza e gravità di Vostra Signoria Illustrissima, quanto dar le posso, tanto di buon cuore le dono, e con somma riverenza le inchino.

La presente scelta è tratta dalla seconda edizione, che si distingue dalla prima per numerose agginnte di varia entità e per minute correzioni del testo. Le varianti riguardano per lo più il contenuto. Il Benzoni non ha saputo o voluto rivedere la sua sintassi contorta, ellittica, troppo spesso «a senso». Qualche scrupolo linguistico si avverte solo a livello morfologico: per il corretto sistematicamente in per lo; la terza persona plurale dell'imperfetto congiuntivo -essino in -essero (per es. : volessino in volessero, predicassi.no in predicassero, ammonissi.no in ammonissero, ecc.), la terza persona plurale del passato remoto indicativo della prima classe -orno in -arono (per es.: terminorno in terminarono, infermorno in infennarono, cacciorno in cacciarono) e analogamente pregorono in pregarono, richiamarno in richiamarono. E così: messono in messero, volsono in volsero. Le correzioni forse furono compiute su un esemplare di P, senza riscrivere per intiero il testo; sembrano provarlo alcnni errori di stampa di P presenti ancora nella seconda edizione: 678.22-3 ,; 722.5 difere11za: così A (adiferentia»). Manca negli altri mss.; 722.11 combatta: così B2, B3 (e A). B1 «combattino»; 722.27 tal differenze: così B3 (e A «differentie1>). B1, B2 «differente•; 722.30 e' si: cosi B3. B2 •, che sembra corretto in «situata» (ma per distrazione «sitiuata»)j 7 50.17 montuosissima: a montosissima •; 7 50. 19 abbitata: e abbittata •; 751.2-3 decima: «redecima•; 751.3 ha: «la•; 751.16 vengono: 11 vegono•; 752.2 portativi: «portatovi»; 752.6 situata: «stivata»; 752.II diritti: «diretti>•; 752.12 apportato: «apprtato•; 752.28 abbitare: «abbittare»; 753.7 uomini: «omini»; 753.9 tre: «trei»; 753.17 debili: «debibili•; 753.20 essendo: «esendo»; 754.II terremoto: «trremoto»; 754.21 abbitanti: «abbittanti»; 755.6 adentro: «andentro•; 755.15 essendo: «esendo»; 755.17 situata: «stivata»; 756.8 sapessero: «sapesero»; 756.9 necessità: «necesità»; 756.12 questa: «qusta »; 7 56.24 pochi: «puochi ,, ; 7 57.7 situata: «stivata II corretto in «situata»; 757.9 ducati: «duccati»; 757.19 tra tratenne e tre vi sono due lettere che non intendo; 757.23 come: «com.me•; 757.24passato: «pasato•; 758.1 grande: «grandi»; 758.6 quantità: «quntità»; 758.11 esser: «eser11; 7 58.20 maiorgati: a miorgati •; 759.5 pigliato: «pigliate 11; 759.9 quest': «qustn; 759.13 necessario: «necesarìo»; 759.20 ritorna11do: «ritornand»; 759.21 tutta: «tuta»; 759.22 chiamato: «chimato»; 759.27 montuosa: «montouosa »; 759.29 queste: « qeste »; 759.30 quelli: «geli»; 760.7 tremar: «trenmar»; 760.9 congiunte: «congiunti»; 760.10 di: manca; 760.18 selvatici: selvattici li; 760. I 9 quest': a qest »; 760.20 pecore: « pecor »; 760.23 secondo: «second»; 760.25 insino: «inssinoi,; 760.33 come: •comll-queste: •qeste• - fuoco: « fu oeco li; 761. I o pervenuti: «prevenutili; 76 I. I 2 gran: «gra,,; 761.16 poco: «puoco»; 761.24 carico: «carrico»; 761.28 ritrovarne: «ritrovarene :i; 761. 29 eravamo: «eravahamo li; 762. s a1Jea: «huea 11; 762.9 successo: « sucesso »; 762. 14 venticinque: «venticinqui •; 763.9 una terra: « un terra» - chiamata: «chimata ».

Il titolo è scritto da una mano diversa da quella che ha trascritto la relazione.

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ANONIMO VENEZIANO Ci è stato conservato, per quanto si sa, solamente dal ms. n. vu. IS, già Magliabechiano XIII, 94 (ma proviene, per scambio, dal1'Archivio di Stato di Firenze), della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Legato in cartoncino, consta di 20 cc. numerate. Fu pubblicato la prima volta da U. MONNERET DE VILLARD, La prima esplorazione archeologica dell'Alto Egitto, in > (AN. 780); « pregando V. S. a tenermi» (SAS. 893). - (In determinazioni di luogo): «vi erano a questa isola11 (BEN. 676); «andando poi a cammino» (BAR. 733); 11 Io mi trovai a cammino» (BAR. 733); «dormendo ... alla campagna» (FED. 835); 11 essendo stati sempre al mare» (SAS. 904). - (Altri casi): « non si lassa vedere a nessuno» (COR. 478); «cominciorno a morire a visibile sete» (COR. 474); «era a pericolo di• (BAR. 725). - (Locuzioni): atteso a 'considerato': BEN. 666; per a 'per', 'verso': VES. 242; EMP. 400,405,414,416, 433; COR. 486, 506.

abadia, v. almadie. abbattersi 'capitare': SAS. 930. abbigliamento: COL. 29, 156-7, 164; VES. 234; VAR. 305,335,351, 355, 357; EMP. 413,434; COR. 462, 497-8, 499,503; PIG. 537; VER. 594,599, 601, 603, 609; MAR. 635, 637, 639, 642, 648; BEN. 680; BAR. 724-6, 738; FED. 821; SAS. 902; BAL. 967, 979-80, 985. abbordare 'assalire una nave': EMP. 431 (abordamo).

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

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[È la prima attestazione nota: per il DELI la testimonianza più antica s'incontra nel Ramusio (1563)].

abbracciata 'bracciata': FED. 823. abbune: COR. 465 («il sacerdote, da loro a. è nominato»), 475 (Abbuna). [Cfr. abuna in A.LvARES, n, pp. 117, 125, 126, 195, ecc. Nessun esempio nel GDLI]. a be11 che 'benché': BEN. 688; AN. 792.

abeti: VER. 609; BAR. 710. abisso 'inferno': SAS. 902.

abitabilità della zona torrida: VES. 233-4. abitazione 'centro abitato': ARD. 752 (abbitazione).

abitazioni: COL. 75, 78, 94, 95, 127, 162; VES. 240, 276; VAR. 306, 311, 331, 348, 351; COR. 464, 465; PIG. 532, 537-8, 550; VER. 600, 606; lVIAR. 635, 640, 641-2; BEN. 674-5; BAR. 711-2, 738; AN. 792, 794; FED. 819, 839; SAS. 909, 922; BAL. 952, 955, 958-9, 976. abito 'comportamento': VER. 605. abligo 'riparo': VER. 601. [Già in VESPUCCI, p. 39 (abrigo), è un II iberismo marinaresco, da ricondurre all'àmbito linguistico del portolano• (FoRMISANO, p. 225). Cfr. COL. 156].

abocco: BAL. 967 («un a. val teccali dodici e mezo»). [Voce non altrimenti attestata]. ab,mdato 'ben fornito': VAR. 299 ( 1 è abundata molto bene de ogni cosa n). acalmare 'calmare, abbonacciare': ARO. 757. [Dal port. acaln,ar]. accasato 'fornito di case': ARO. 758. accascare 'accadere': VAR. 319; BEN. 684.

accetta, v. me11ara. acciaio: COL. 29 (azero); VER. 604; BAR. 716. acclive 'ripido', acclività 'ripidezza': COR., per quanto si sa, è il primo a usare questi due latinismi (da acclivis e da acclivitas, -atis); a 465 l'aggetti~ vo, a 466 il sostantivo. [GDLI e DELI trovano per la prima volta acclive nel Varchi (av. 1565) e acclività in Galileo (av. 1642)]. accomodare 'favorire': BAL. 964. acconciare - 'disporre': FED. 824. - 'preparare': EMP. 420; BAL. 959. acco11cio - 'adatto': SAS. 922. - 'messo in ordine': BAR. 710. accordare - 'decidere': VES. 225, 227, 228, 239, 240, 241, 242, 244; EMP. 399,

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GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

423, 431. [Cfr. acordar in COL. 93, 102, no, 137, ecc. Quest,ispanismo è frequente anche nella Lettera a P. Soderini: cfr. FoRMlSANO, p. 225]. - 'ricordare': VES. 244. [Acordar con questo significato in COL. 153].

accorrere 'soccorrere': EMP. 389. accostumare - 'abituare': SAS. 887. - 'costumare, usare': EMP. 420; BAR. 712, 718, 719, ecc. aceto di menta: COR. 505. achiran: BAL. 972 («con una mistura ... chiamata a. »). aciecare 'impazzire': COR. 474.

acqua: COL. 79, So; VAR. 302, 307, 3u, 319; EMP. 413,423,443; COR. 466, 471,479,486, 487, 503-4; PIG. 541; ARD. 750,751, 754; FED. 833; BAL. 982 (festa dell'a.). - a. da fuoco, v. vini. - a. rosata: VAR. 345; EMP. 397; COR. 496, 505; PIG. 557 (a. roza muschiata), 559 (a. roza); BAL. 982 (a. rosa). - a. stillata: COR. 501, 505; SAS. 907.

acquata 'provvista di acqua': FED. 828. acquavite: VAR. 345 (acqua vita); BAR. 718 (acqua di vita), 733-4 (id.); BAL. 954 («l'acqua nostra di vite»).

acquisto 'conquista': FED. 834. acussi 'così': AN. 781, 782, 789, ecc. [Forma presente in varie regioni d'Italia, derivante - come cosi - da eccum sic, eccusic]. adacquare 'irrigare': MAR. 634, 638, 641. Adalcan, v. Dialcan addirittare 'indirizzare': BAR. 713. [Verbo molto raro]. addirizzare - 'drizzare, allestire': BAR. 726. - 'indirizzare', 'rivolgere,: VES. 252; BAR. 736. addomandare - 'denominare': SAS. 915, 933. - 'domandare': VAR. 358; EMP. 416; COR. 488,491, 495; FED. 835, 845 [VAR. COR. e FED. 845 adimandare]. addopiare 'raddoppiare': COR. 502. -ade, v. -ate adentro, v. terra a. - a. di 'dentro': ARO. 755. aderenzia 'relazione, concordanza': COR. 502 [Potrebbe essere la prima attestazione di a. in questo significato; con altro valore ('relazione autorevole, amicizia altolocata') è già in Machiavelli

(GDLI, DELI)].

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

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adiunto, v. giunto con. adizior,e 'aggiunta': COR. 502. adonde 'dove': VES. 236, 238, 239, 241 (add). [Quest'ispanismo (cfr. COL. 27, 32, 37, 8:2, 166, 181, ecc.) è frequente anche nella Lettera a P. Soderi11i (cfr. FoRMISANO, p. 226)]. Nel macaronico di VAR. 362: uadondes las fortelezas de los Portogalesos ? » (port. onde, adonde). In EMP. troviamo le forme onde (384, 385, 397, 398, 400, 407, 409, 416, 417, 422, 424, 430, 433, 434, 440, 444) e donde (415, 424, 428, 429, 441). Quest'ultima è la sola forma usata da COR. (466, 475, 481, 482, 486, 497, 500, 506) e SAS. (906). adrissare 'preparare': PIG. 529. [Dallo spagn. aderezar 'preparare': cfr. SANVISENTI, Lessico, p. 470]. aere 'aria', 'clima': VAR. 311, 319, 353; EMP. 419; COR. 463, 479, 499; ARO. 750, 753, 763; FED. 8n. [Il lat. aer, -ris era maschile; tale è ancora in VAR. 319 (ael malo aere») e 353 (do aere è un poco più freddo»), in COR. 499 («L'aere ... è salutifero») e in ARO. 750 («un aere tanto temperato»). È invece certamente femminile in EMP. 419 («cattiva aere»)]. afa: SAS. 891. [Secondo il GOLI e il OELI a. s'incontra per la prima volta in Benedetto Varchi con il significato di 'fastidio dell'anima' e in Giovanvettorio Soderini (av. 1597) con l'attuale valore ('aria calda, greve e soffocante'). L'uso che ne fa qui il Sassetti mostra che nel 1582 il vocabolo era ormai ben noto]. afferrare 'attraccare, pervenire': EMP. 424. affito 'in affitto': FEO. 847 («una casa affito») [a fitto 'in affitto' con rafforzamento fonosintattico]. affogare 'soffocare': BEN. 694. afigurare 'raffigurare': VES. 263. afticto 'danneggiato': VER. 591, 596. aggio 'differenza in più fra il valore nominale e il valore reale di una moneta': SAS. 912, 920, 926.

nggiron: BAL. 985. aggmngere 'aumentare': BEN. 667 (•per a. vendita alle sue carte•). - 'congiungere': PIG. 553. - 'giungere': PIG. 528 (aionseno), 530 (aiungessemo), 549 (id.), 570 (agirmgessemo); FEO. 838. Cfr. allegare. aggra11dire 'ingrandire': SAS. 881. aglion, v. gong. agiuntare 'congiungere': COR. 466, 469 (aiuntato), 472, 481, 483, 486, 490, 495.

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[Il GDLI non conosce questo significato, che probabilmente dipende dal port. aiuntar]. agiustare 'accordare' : EMP. 406. agiutare 'correggere,: PIG. 548.

agnello scitico: BAR. 739: «lo chiamano bora1zez, che in quella lingua vuol dire agnello ». [Ne parla anche l'HERBERSTEIN, III, p. 850: « La qual semenza ascosa in terra, nacque poi di quella una certa cosa simile ad un agnello, di altezza di cinque palmi, e questo in lor lingua chiamano boranetz, cioè agnello »]. agottare 'levare l'acqua dal fondo di un'imbarcazione': EMP. 431, 432.

agresta: VAR. 340 aguardar 'osservare': VES.

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(v. velar).

aguglia 'obelisco': AN. 777, 778, 787, 788, 789, 790, 791, 793, 794; BAL. 981. aia, v. laia.

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atongere, v. aggiungere. aiutatore 'aiutante': EMP. 425.

alabastro: VES. 277 (a. verde e bianco); VER. 606. alama1inesco 'tedesco': EMP. 413. albacora, v. tonno.

albarghe: PIG. 536 («Aveva a li piedi a. de le medesme pelle, che copreno li piedi a uzo de scarpe»); FED. 822 («pianelle alte, dette da loro asparche»). [Secondo il CARDONA, p. 183, la forma asparche (dal port. abarca) si può spiegare pensando «alla variante alparcas . .. o anche, ma è meno probabile, ad as abarcas, con l'articolo agglutinato»]. albero: oltre la forma oggi usuale troviamo arbore (VES. 225; V AR. 295, 333, 353; EMP. 413; COR. 462, 467, 474, ecc.; PIG. 529, 550, 554; VER. 600, 605, 606; MAR. 631; BAR. 734; ARD. 750, 751, 753, ecc.; FED. 845, 853; SAS. 904), arboro (VAR. 320, 321, 333, ecc.; AN. 777, 792; FED. 832, 833, 841, ecc.), arberi (BAR. 736), arburo (PIG. 533), albore (EMP. 416,439; VER. 602,609; BEN. 672) e albori (FED. 857).

albero del pane: è descritto in VAR. 34:r-2 («Una sorte de frutti ... , che se chiama ciaccara. El pede suo si è •.. »). Già nominato da CONTI, II, p. 804: «w1 arbore chiamato caclzi overo ciccara ». [Il PIGAFETTA scrive clziacara (pp. 106, 121, 150, 185: « Le c. sonno fructi come le angurie, de fora nodose, de dentro hanno certi fructi rossi, piccoli come armelini 11), ma non si sa se si tratti proprio delPa. del p.: cfr. CARDONA, p. 206; BusNELLI, p. 30]. albero secco (ad) 'con le vele completamente ammainate,: VES. 253 (1ad a. s., cioè sanza vela»).

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[È un tecnicismo nautico presente anche nello spagnolo: cfr. COL. 107: «a arbol seco». Frequente nelle relazioni di viaggio; cfr. CUNEO, p. 68 (cit. nella nota 4 a p. 137); LOPEZ, 1, p. 688; EMPOLI, 1, p. 744 («ad arbor secco senza palmo di vela»); ALVARES, 1, p. 652, ecc.]. Albicci 'Abissini': EMP. 443. alcuno - a. poco 'un poco': COR. 479. - a. tanto 1 un poco,: VES. 223, 228,251; COR. 463 (alcuntanto). aldea 'villaggio non circondato da mura': EMP. 437: ua., cioè villa». [Cfr. BECCARIA, p. 60, anche per altri esempi in cui ricorre questa dittologia]. aldir 'udire,: PIG. 528 1 558 (aldite). E v. au. alevé, v. aloè. algalia, v. zibetto. algoton, v. cotone. alimentazione: COL. 37; VES. 277; VAR. 304, 333, 335, 357; PIG. 538; VER. 599, 606, 609; BAL. 985, 986-7. alla ora 'subito': VES. 235. allargare •concedere': Eì\tIP. 403. - 'congedare': EMP. 402. [Già in VESPUCCI, p. 53: cfr. FoRMISANO, p. 226]. - (-si) 'allontanarsP: VES. 23 I; VER. 597. - 'dilungarsi': VES. 275. - 'portarsi al largo,, 'allontanarsi': COR. 474 («ci allargamo al mare»), 4 7 s («ci allargassimo al mare »). alla volta di, v. 'Volta. allegare 'giungere': VES. 226, 245 (alegati). [« riproduce (anche graficamente) lo spagn. (a)llegar • •. Ignoto ai repertori, il lemma è forse da associare all'aggiungere di Pedro Alvares, p. 634 («aggiungemmo a vista d'India», «Aggiungemmo a Calicut », contro «giungemmo ad una isola piccola)» (FORMISANO, pp. 226-7)].

allegro 'vivace': COR. 463. allievo 'persona al servizio di un gentiluomo': PIG. 550. [Traduce lo spagn. criado (come in At.vARES, 11, p. 87 e in PIETRO MARTIRE, V, p. 77)],

allume: ARO. 755; SAS. 930 (a. di rocca). almadie: VAR. 338 («C'è un'altra sorte de barchette piccoline chiamate almadia e sonno pur tutte de un pezo »); EMP. 412 («a badie, cioè barche»); BAL. 951 («una del rio almadia, che sono alcune barche lunghe, vogate da molti remi 11). [Cfr. la nota 3 a p. 60 e si veda canoe. Il termine è già in DA MosTo, 1, p. 518: «tre a., che a nostro modo si chiamariano zoppoli, che sono tute d'un pezzo di arbori grandi cavati•; 538: « alcune a., cioè zoppo li a nostro modo grandissimi»].

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alniayzar: COL. 157. aloè: COL. 39 (ligndloe), 97 (id.); VES. 255 (alevè), 267 (legno a.; a. patico 'a. volgare'); EMP. 439 (aloes); COR. 462 («a. suquuterino, del nome della isola denominato »); AN. 783 ( 11 a. liquefato 11) ; SAS. 893, 929; BAL. 971, 984, 985 (SAS. e BAL. sempre legno a.). alongarsi 'allontanarsi': VAR. 367.

a/si 'anche', 'inoltre': EMP. 392, 404, 415, 416, 420, 423, 436. altezza (del sole), altitudine, v. latitudine. altro: frequente l'a. giorno 'il giorno dopo: EMP. 396, 399, 400, ecc.; COR. 471, 476, 481 1 ecc.; MAR. 638, 645; ARO. 752; SAS. 896. Anche l'a. dì (COR. 477; MAR. 640) e l'altra matina 'la mattina dopo' (VAR. 359).

altura, v. latitudine. a lungo di, v. lungo.

amache: VES. 276-7 («Dormono in rete tesute di cotone, coricate ne l'aria sanza altra copertura»); PIG. 532 («dormeno in rete de bombaso, chiamate a.»); BEN. 680. [Il termine amaca, di origine caribica e registrato nel Giornale di bordo di Colombo il 3 novembre 1492, compare la prima volta in italiano in PIG. 532: cfr. BECCARIA, p. 132]. amaranayaka: FED. 819 (i baroni poderosi). amateria: COR. 464 («nello atrio o a.»). amba, v. mango.

ambasciatori: BAR. 724-9 (come sono trattati a Mosca). ambito 'circuito': VER. 606, 612. ambra grigia: VES. 267 (ambracane); EMP. 386 (ambra); COR. 462 (•molta ambracan•); SAS. 886 («l'ambra, la quale vogliono in fatto che esca del fondo del mare e sia una spezie di terra»). [Per l'ispanismo ambracane cfr. BECCARIA, p. 108; altri esempi: LEONE AFRICANO, I, p. 85, che espone varie ipotesi sulla sua origine; CoRSALI, 11, pp. 22, 23; SERNIGI, I, p. 614; kvARES, 1, pp. 629, 645; BARBoSA, n, pp. 544 (ambracà), 54S (id.), 563, 649, ecc.]. amendue 'ambedue': SAS. 916.

ametista: VES. 243 (amatiste). amfion, v. oppio. amirante 'ammiraglio': VES. 24x; BEN. 675 (irAmmirante del Mare

Oceano»). [Entrambi si riferiscono a Colombo, rammiraglio per antonomasia. e dunque qui si tratta ovviamente di ispanismo; ma più in generale su a. cfr. BECCARIA, p. 78 e FORMISANO, p. 227]. amirra 'emiri,: VAR.

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(•uno delli soi signori, li quali se chiamano a.»).

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[Nel testo pubblicato dal RAMUSI0 (1, p. 767), ammiragli. Il VARTEMA (1510, p. 33), spiegando perché il soldano dell'Arabia Felice si chiama Seclzamir, scrive: «Sec/io vien a dir sancto, Amir signore»]. amistà 'amicizia': VES. 236, 237; EMP. 408, 443; VER. 596, 604. ammainare: EMP. 415; PIG., 569; ARD. 762,763; SAS. 896,899. [Ancora il DELI segnala come prime attestazioni quelle del Pigafetta (cfr. BusNELLI, p. 24), ma amaenar è in VESPUCCI, Lettera a P. Soderini, p. 62 (cfr. FoRMISANO, p. 227) e a. nel VARTBMA 1510, p. 77: «andando a vela alcuna volta li vene el vento davanti, subito amainano la vela,, ( = RAMUSI0, I, p. 861). Si noti che l'attestazione vespucciana, nella forma della stampa (amainare), è conservata dal RAMUSIO (I, p. 663). Per lo spagnolo cfr. COL. 54, 140]. -amo - Nella prima coniugazione quasi solamente in VAR. troviamo ancora l'antica forma etimologica della prima persona plurale dell'indicativo presente (dal latino -amus), poi sostituita con la desinenza -iamo del congiuntivo: andamo (360, 366), navigamo (355), portamo (337), pregamo (364), seguitamo (368), tornamo (303). Si aggiungano chiamamo (PIG. 531) e osseromno (BEN. 688). - Nella stessa coniugazione, l'uscita in -amo nella prima persona plurale del passato remoto è frequentissima e quasi di norma in EMP. e COR.: allarga-mo (COR. 474), amazamone (ElVIP. 418), andamo (EMP. 394, 395, 400, ecc.; SAS. 895, 898), arrivamo (EMP. 385, 387, 392, ecc.), aspettamo (EMP. 399), attraversamo (EMP. 387; COR. 461, 465), batezamo (VER. 608), chiamamo (VER. 607, 608), cominciamo (VAR. 309; EMP. 400, 401, 411), determinamo (COR. 473, 474, 496), disimulamo (EMP. 394), dubitamo (COR. 474), entramo (VAR. 312; EMP. 409; COR. 471, 492), gittamo (EMP. 421; VER. 603; SAS. 897), giudicamo (EMP. 388), guadag11amo (Eì\lIP. 418), la11ciamo (COR. 489), lassamo (EMP. 412), levamo (El\lIP. 413), navicamo (EMP. 387, 426), ordinamo (EMP. 419), passamo (VAR. 309; El\1P. 411; COR. 465, 496, 498, ecc.; VER. 608; SAS. 896), pigliamo (VAR. 355; EMP. 405, 408, ecc.; COR. 465,487; SAS. 899), presnitamo (El\tlP. 385), raconciamo (EMP. 434), restamo (El'vIP. 399; COR. 472), salvamo (EMP. 411), separamo (COR. 482), tardamo (COR. 471), tiramo (EMP. 415, 423), tocamo (Eì\lIP. 422), toniamo (VAR. 369; EMP. 385,415,418, ecc.; COR. 472; SAS. 896,898), trovamo (VAR. 309; EMP. 390, 408, 411, ecc.; COR. 473, 474, 494, ecc.; PIG. 596, 603, 605, ecc.; SAS. 890, 891, 894, ecc.).

amocchi: SAS. 902 ( 11 chinmonsi questi tali già destinati alla morte a.• ecc.), 909 («una maniera di soldati che domandono a., che sono obrigati a morire a volontà del lor Re•). [Cfr. la documentazione e discussione di CARDONA 1971, p. 43]. amorabile 'amorevole': COR. 502. [Non registrato nel GDLI). ampa,arsi 'vestire i paramenti sacri': PIG. 556.

anaconda: VES. 237 (•una serpe ••• grossa come io nella cintura»). 68

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anacoreti, v. religiosi. ananas: PIG. 531 («pigne molto dolci»); SAS. 900-1 («l'a., di figura e grandezza d'una gran pina »: lo descrive), 907 (« L'a. mi pare a mc la più gustosa frutta che ci sia»: lo descrive). [SAS. è il primo a nominarlo; ma l'aveva già descritto il DA CUNEO, p. 58 (che lo diceva «de facione de pina »). Per l'origine del vocabolo e la sua storia, cfr. BecCARIA, p. 113 1 CARDONA, p. 204]. anatre: FED. 848; BAL. 986. ancorare: il GDLI e il DELI danno come prima attestazione di questo vocabolo un esempio di G. Targioni Tozzetti (1768). Ma a. è ben diffuso

già nel Cinquecento; cfr. EMP. 390, 392, 413; COR. 475; ARD. 752, 759, 763; SAS. 899. ancore: VAR. 337 (ancore di marmo delle navi di Calicut). andare: andano 'vanno' (COR. 499), andare' 'andrebbe' (EMP. 424), andiammo 'andiamo' (VAR. 361, due volte), andessero (FED. 857), ire (VAR. 300, 357; EMP. 389, 392, 404, ecc.; BAR. 725, 729; SAS. 878, 902), ito 'andato' (VAR. 358; EMP. 396, 412; BEN. 691), vadia (VES. 244-), vadiano (SAS. 914).

anelli: COR. 498 (cc levano ... sopra il naso da una banda una bulletta d'oro larga confitta nella carne, di basso uno anello come a' bufoli di nostra terra»), 499 («levano la bulleta e lo anello al naso»); SAS. 883 {«a., che que' neri si pongono al naso e agl'orecchi»). anfione, v. oppio. angolo retto sperale 'quello che nella sfera si fa da due circonferenze che si seghino' (TOMMASEO-BELLINI): VES. 275.

angurie: AN. 779. anile: VES. 267 (anil); SAS. 886 («l'a. o vero indaco»), 926 («a. o vero indaco»), 928. [La forma anil di VES. « conferma, per l'aspetto formale, l'origine iberica (dal port. anil, da cui anche il fr. anil [1582] ... ) ; e di tramite iberico sarà anche l'anile di Sassetti (l'es. più antico finora noto ai lessici)• (FORMISANO, p. 228). Prima del Sassetti si veda BARBOSA, II, p. 708, che dà il prezzo dell 'a anil nadadour molto buono» e di a anil pesa do che tenga rena»]. animali: COL. 59, 73; VES. 237, 275-6; VER. 606; ARD. 752 (a. velenosi); SAS. 884-5 (a. prodigiosi), 915-6 (venerazione degli a.). annippa, v. nipa. -ano: nella terza persona plurale dell'indicativo presente è abbastanza frequente l'estensione analogica alle altre coniugazioni dell'uscita della prima. Cfr. adducano (SAS. 901), ascendano (BAR. 718), dica110 (VER. 616), escano (FED. 809), excedano (VER. 594, 603, 604), incorrano (VER. 606), paiano (EMP. 438), partorisca110 (BEN. 680), pendano (VER. S94, 603, 604), producano (VER. 606), riducano (FED. 851), rispondano (BAR. 725),

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scat11riscano (VER. 607), scrivano (EMP. 438); servano (MAR. 637), sospendano (BEN. 678) 1 sprema110 (BEN. 681), tendano (VER. 594), tengano (VES. 276; VER. 604; BEN. 666, 685; BAR. 718), tessano (VER. 599), veggano (BEN. 690), vengano (BEN. 663, 682.; ARO. 753), vesta110 (VER. 609), vogliano (VAR. 364; BEN. 678). anta 'tapiro' o 'guanaco': PIG. 531. [A. nel suo normale significato di antilope in GAETANO, n, p. 996. E cfr. BusNELLI, p. 25].

ALVARES,

n, pp. 90, 121;

antecessore 'antenato': COR. 494. anticaglia 'ruderi': VAR. 299. antimano 'anticipatamente': El\1:P. 408. [Lusismo: cfr. port. antemao]. antipasato 'antenato, progenitore': VES. 2.79 (padri antipasati).

antipodi: VES. 274, 275 (antipot,); BEN. 667. antiquo 'anziano': COR. 476.

antropofagia: COL. 37, 97, 126, 165; VES. 234-5, 236, 277, 278-9 (a. rituale); EMP. 434 (Cafri), 436; PIG. 533; BEN. 664. apacificare 'rappacificare': EMP. 405. apamrmdo 'mappamondo': VES.

224.

aperto 'libero, variabile': FEO. 825. apostolica (alla) 'con semplicità, alla buona': VAR. 357; COR. 477; BEN. 693. appartare 'allontanare': VES. 277; MAR. 633. appartenere 'convenire': BAR. 707.

appio: PIG. 545 («a., erba dolce, ma ge n'è anche de amare; nasce atomo le fontane»). apportare 'ricevere': ARO. 752. apprendere 'ricevere': EIVIP. 432. appresentare (apres,mtare), v. prese11tare. apprezzare 'valutare, fissare il prezzo': BAL. 967. ap11ntamente 'esattamente': AN. 777, 787. arabia 'arabica': SAS. 917.

aragoste, v. locusta. arance, v. naran::ra. arcata (tirare in) 'mirare al bersaglio con traiettoria parabolica': COR. 483.

archi: COL. 37, 38, 156, 157; VES. 235, 237, 239, 278; VAR. 357, 365; EMP. 428, 436; COR. 477; PIG. 536; VER. 599, 605, 606, 609; MAR. 648; BAR. 714; FEO. 822; SAS. 903, 909; BAL. 977. archibugi: BAR 730; ARO. 750 (arcobr,gio); FEO. 808, 842; SAS. 903 (arcl,ibusi), 909 (id.); BAL. 963 (•due a., uno da ruota cioè e l'altro da fuoco 0), 971, 974, 977, 980.

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[Arcliibugio - derivato dal ted. Hakenbfic/,se (Biichse 'moschetto', Hake11 'uncino') - spesso è riinterpretato per etimologia popolnre come arco bugio Cvuoto')].

archibugieri: FED. 842, 843; BAL. 972, 975, 980. arcieri: EMP. 391; COR. 469, 491; BAL. 980. area corporale 'superficie delle terre emerse': VER. 615. areca: VAR. 3-36 («un certo frutto el quale se chiama coffolo, e l'arboro de ditto coffolo se chiama arecha, e è fatto a modo de uno pede de dattalo e fa li frutti a quel modo»); SAS. 900 («a., che è un frutto che mangiano questi negri con l'erba betle»), 901, 906 («altre palme che fanno un frutto che domandano arecca, della grandeza delle nostre noci»), 907, 917 (11con un frutto chiamato a., ch'è l'avellana indica»), 934 (cca. o avellana indica»). [Il DELI dà come prima attestazione il PIGAFETTA (pp. 83, 114)]. aretro (all') 'all'indietro': VAR. 333. arfion, v. oppio. argento: VES. 280 (ariento); EMP. 439; COR. 502 (a. cedi copella»); MAR. 648; BEN. 673, 674, 676, 680; BAR. 726, 727, 731; FED. 827, 843, 844 (a. di moneta), 849, 850,853; SAS. 925; BAL. 967, 970, 971, 988. - a. vivo, v. mercurio. -aria, -ariano: il condizionale in -aria è abbastanza diffuso. Cfr. per le prime tre persone singolari: airltaria (PIG. 560), andaria (VAR. 296 1 358), aria (VAR. 327; EMP. 395), aspettaria (l\,1AR. 635), compraria (VAR. 349), daria (VAR. 313; PIG. 555), /aria (VAR. 317, 328, 363; PIG. 551, 555; AN. 779; FED. 843), frustaria (PIG. 563), mandaria (PIG. 551) 1 menaria (PIG. 553) 1 pagaria (VAR. 309; FED. 816), passaria (MAR. 636) 1 presentaria (BAL. 982), restaria (VAR. 350), Tibaltaria (FED. 838), saria (VAR. 323, 346, 355, ecc.; EMP. 405, 410 411, ecc.; COR. 474, 475; VER. 601, 616; MAR. 639; BEN. 684; AN. 778, 787; FED. 808, 824, 833, ecc.; BAL. 962, 967, 989), spicaria (VAR. 359). Per la terza plurale: ariano (VAR. 323) 1 dariano (FED. 855; BAL. 985), /ariano (VAR. 363), mandariano (VAR. 317), pe11saTiano (VAR. 360), portariano (VAR. 339), sariano (COR. 493; FED. 833, 836, 851; BAL. 960, 965). E cfr. -eno, -eria, -iria. arlevo 'rilievo': AN. 788 (basso a.), 789 (id.), 79S (mezo a.). armata - 'flotta': VES. 245, 259, 265; VAR. 329, 361, 365, ecc.; EMP. 387 (navale a.), 39S, 400, ecc.; COR. 458, 468, 472, ecc.; PIG. 525, 527, 528, ecc.; ARO. 756, 759, 760, ecc.; SAS. 904, 905, 925. [•L'accezione (presente anche nello spagn. / port. armada) è già medievale• (FORMISANO, p. 228). Cfr. COL. 25, 53 1 56, 105]. - andare d'a.: EMP. 396, 397, 430.

armi: COL. 29-30, 35, 58, 64, 135; VES. 235, 237, 278; VAR. 323-4, 357; EMP. 436; PIG. 552; VER. 606; MAR. 648; BAR. 722 (per un duello); SAS. 887, 903.

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-arno: la forma sincopata della desinenza -arono della terza persona plurale dell'indicativo passato remoto solamente in abbassarno (MAR. 649) e portarno (BAR. 728). -aro, v. r. a"isigare 'arrischiare' : MAR. 649. a"i.so 'deriso': BEN. 670. [Il GDLI di a., come del verbo arridere, registra solamente significati positivi come 'favorevole, allietato, favorito']. a"ivata 'arrivo': EMP. 390, 433. arrogere 'aggiungere': SAS. 881. arrova: COL. 31, 62, 143 (arrobas). [Cfr. Navigazione a S. Tomi, I, p. 579: «ogni arroba è libbre 31 delle nostre alla grossa•; BARBOSA, 11, p. 599: •la a., la qual viene a esser lib. 25 di peso grosso di Venezia 11]. articoli - In molti autori, specialmente in El\1P. e COR .• l'aggettivo possessivo spesso rifiuta l'articolo: •secondo mia opinione• (VES. 226); •ordinate nostre barche» (VES. 227); «a causa di sua vista» (VES. 237); • a mio ritorno,, (VES. 249); a presono loro navicazione • (VES. 252), ecc.; «con sua torre » (El\iIP. 401) ; « necessarii a nostra andata 11 (EMP. 402); • seguirebbe suo viaggio» (EMP. 403); «in sua terra» (EMP. 408); «a nostro cammino» (EìVIP. 432); ecc; «a mia tornata» (COR. 458); «dopo sua venuta» (COR. 459); «in suo contento» (COR. 463); «di suo re• (COR. 469); a:chc sua volontà era» (COR. 470); ua sua tornata» (COR. 470), ecc.; «vide sua figura11 (PIG. 536); «corno loro mariti• (PIG. 537); «tuta sua promessa» (PIG. 560); «sono loro principale arme• (VER. 606); •vedemmo loro abitazioni» (ivi); «in sua casa 11 (SAS. 884); «a nostro cammino» (SAS. 897). - Qualche volta s'incontra, sull'esempio delle lingue iberiche, l'articolo al posto del pronome dimostrativo. Cfr. VES. 236 (•dello che tenevono•; «tutto lo che»), 244 («dello che»); EMP. 409 (« il di Pedir»), 416 («con di Malaca »), 418 (« gli e' della terra•), 438 (•il di Valenza»; •della di Martanan•); COR. 502 («al di copella»). [a Calco sintattico inedito•, dice il FORMISANO (p. 242) a proposito del Vespucci. Cfr. COL. 30 (« de lo que tienen •), 51 (• los de la caravela 11), 52].

artificio 'abilità nell'operare': VES. 240. - 'lavoro fatto con maestria': VER. 604, 606. - 'meccanismo': VES. 274. artificiosamente 'con arte, perizia': VES. 276; VER. 603. artigiani: VAR. 334. artiglieria: VAR. 357, 365; EMP. 391, 401, 414; COR. 461, 466, 468, 469 (arteglierie campale), 470, 483, 484 (a. grossa e minuta), 485, 490, 492; BAR. 730; FED. 837; BAL. 972.

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asaraffi, v. seraffi. asce11dere 'scendere a terra': VER. 594, 596. ascosamente 'di nascosto': BAR. 730; FED. 822. ascoso (asconso), v. participio passato. asentato 'seduto': PIG. 565. aseraffi, v. seraffi. asfor: AN. 779 (u a.: questo è simile al zafarano, e da noi è mesto in opera da tentori»).

asi 'così': VES. 234, 238, 239; EMP. 421 (3 volte), 429. [EMP. sempre assi; con lo spagn. asi si tenga presente il port. assim]. asini: VAR. 325; EMP. 443.

asparche, v. albarghe. aspetto 'posizione di coppie di corpi celesti': VER. 613. aspri: BAR. 731 (a. turcheschi).

-asse: poco frequente è l'uscita in -e (invece di -i) nella prima persona singolare del congiuntivo imperfetto della prima coniugazione. Cfr. arrivasse (FED. 858), copiasse (PIG. 527), declziarasse (VAR. 344), mangiasse (VAR. 325, 342), ritornasse (VAR. 348). Rara è anche nelle altre coniugazioni: avesse (VAR. 325, 327, 328, ecc.), facesse (VAR. 302, 324, 327), giungesse (VAR. 325), potesse (VAR. 296), vedesse (VAR. 302, 327, 347), volesse (VAR. 317, 360; BEN. 684); morisse (VAR. 325), partisse (VAR. 325, 360; FED. 837); fusse, fosse (VAR. 317, 323, 360, ecc.; EMP. 405; SAS. 931). -assemo: Poco frequente, e quasi limitata a PIG., è l'uscita -a. nella prima persona plurale dell'imperfetto congiuntivo della prima coniugazione: amazassemo (566), a11dassemo (560), aspectasemo (560), comunicassemo (541), confessassemo (541), dismontassemo (562), lasciassemo (567), retirassemo (561). Ci sono solo da aggiungere campassemo (VAR. 322), trovasse-mo (VAR. 361) e riposassemo (FED. 855). Analogo il quadro nelle altre coniugazioni. In PIG. s'incontrano aiungessemo (530), avessemo (546, 570), dovessemo (564, 565, 566), fossemo (563, 565), potescmo (560, 562); venissemo (536, 561), partissemo (541); in FED. avessemo (833, 853), /ossemo (853), sapessemo (853), temessemo (855); in VAR. morissemo (322). Negli stessi autori è comunissima l'uscita -a. nella prima persona plurale del passato remoto della prima coniugazione (-essemo nella seconda coniugazione e -issemo nella terza). Cfr. amazzassemo (VAR. 309), a11dassemo (VAR. 305; PIG. 528, 533, 543, ecc.; FED. 816, 828, 833, ccc.), apropinquassemo (PIG. 564), arrivassemo (VAR. J 18; PIG. 528, 535, 544, ecc.), baptizassemo (PIG. 556, 559), bruzassemo (PIG. S57, 560, 561), butassemo (PIG. 571), caminassemo (VAR. 311, 318), carcassemo (FED. 834), chiamassemo (PIG. 538, 540, S45, ecc.), cominciassemo (PIG. 561), descaricassemo (PIG. 565, 566, 571), disbucasemo (PIG. 546), dinno,itassemo (PIG. 555), domandassemo (PIG. 564), donassemo (VAR. 309; PIG.

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565), drizzassemo (PIG. 540, 541), entrasemo (PIG. 564), firmassemo (VAR. 306, 309; FED. 854), ingolfassemo (PIG. 567), intrassemo (PIG. 532, 550, 570), lagrimassemo (PIG. 553), lasciasemo (PIG. 568) 1 levassemo (PIG. 564), ma,idasemo (PIG. 544, 570), maravigliassemo (PIG. 570), merendassemo (PIG. 555), navigassemo (VAR. 320; PIG. 549, 569), nominassemo (PIG. 556), pasassemo (PIG. 549, 569; FED. 821) 1 pensassemo (VAR. 360), pigliassemo (PIG. 531, 538; FED. 857), pregassemo (PIG. 560), restassemo (VAR. 329, 361; PIG. 56r; FED. 584), resuscitassemo (FED. 853), ritrassemo (PIG. 562), ritrooassemo (FED. 853), saltassemo (PIG. 560), sequitassemo (VAR. 368), tagliassemo (FED. 853), tardassemo (PIG. 541, 544), tornassemo (PIG. 544), trovassemo (VAR. 310, 31 I; PIG. 533, 540, 543, ecc.; FED. 833, 854, 857, ecc.), vogassemo (FED. 833); agiungessemo (PIG. 570), avessemo (VAR. 354; PIG. 531, 532, 547, ecc.; FED. 821, 854), combattessemo (PIG. 561), cometessemo (PIG. 570), conducessemo (PIG. 556), co"essemo (VAR. 314), dessemo (PIG. 554, 566), dicessemo (PIG. 554),facessemo (VAR. 319,324; PIG. 558,563), girmgessemo (FED. 807, 811, 821, ecc.), mettessemo (VAR. 309; FED. 822), perdessemo (PIG. 531; FED. 833), ponessemo (VAR. 350; PIG. 554, 557), potessemo (PIG. 559, 561), rimanessemo (VAR. 309), sapesemo (PIG. 570), stessemo (VAR. 312, 315 1 318, ecc.; PIG. 528 1 531 1 533, ecc.; FED. 808, Su, 831), te11essemo (VAR. 359), vedessemo (VAR. 313; PIG. 535, 537, 549, ecc.; FED. 854), volessemo (VAR. 312); co11venissemo (FED. 821), partissemo (PIG. 528 1 560, 564, ecc.; FED. 8281 833, 855), patissemo (PIG. 532), scoprissemo (FED. 833) 1 spedissemo (FED. 834), venissemo (PiG. 534, 555), vestissemo (PIG. 554, 565); fussemo, fossemo, focemo (VAR. 321, 322, 323, ccc.; PIG. 554; FED. 822, 828, 854). -asse110, v. -eno. assettare 'conciare per le feste': VAR. 325. assettato 1 ravvicinato': VAR. 340. assi, v. asi. -assi: nei fiorentini (specialmente in EMP. e COR.) è frequente l'uscita in -assi (anzi che in -asse) deUa terza persona singolare del congiuntivo im-

perfetto della primn coniugazione. Per lo stesso fenomeno nelle altre coniugazioni abbiamo -essi e -issi. Cfr. in El\1P.: aco11ciassi (420), affrettassi (402), aiutassi (434), alargassi (403), andassi (412), armassi (409), considerassi (394), diterminassi (394), gastigassi (403), invocassi (423), mandassi (415, 429), menassi (409), parlassi (416), sotterrassi (420), tocassi (412), tornassi (415), trovassi (416); avessi (400), dovessi (396), facessi (392, 403, 409, ccc.), paressi (389; ma con valore di perfetto indicativo: 'apparve'), piacessi (422), ponessi (416), potessi (392, 423), rimanessi (394, 400, 433), sottoscrivessi (392), succedessi (422), tenessi (409), togliessi (403), vedessi (394, 41 S, 423), volessi (396); f11ggissi (415), soveriissi (420), venissi (399, 417, 420); fussi (402, 414, 418, ecc.). Si aggiungo.no: andassi (COR. 475), arassi (VER. 596), c11rassi (VES. 238), disabitassi (COR. 500), mandassi (COR. 470, 476 1 477, ecc.), mutassi (COR. 473), navigassi (COR. 500; VER. 592), parlassi (COR. 489), passassi (COR. 459; PIG. 592),

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restassi (COR. 496), resultassi (COR. 481), tornassi (COR. 492; MAR. 634); avessi (VES. 236; MAR. 634; BAR. 734), dessi (COR. 459), dicessi (COR. 481), facessi (COR. 488, 490, 500, ecc.; VER. 596), perdessi (COR. 473), potessi (COR. 475, 481; VER. 596), reggessi (COR. 490), temessi (VER. 597), tenessi (VES. 230; COR. 487, 490, 492, ecc.), traessi (COR. 497), vendessi (COR. 492), volessi (COR. 491); avenissi (COR. 491), seguisti (COR. 490), venissi (COR. 488); fussi (VES. 279; COR. 474, 484, 487, ecc.). -assimo: nella prima persona plurale dell'indicativo passato remoto, oltre a -assemo (-essenio, -issemo: v. -assemo), s'incontra -assimo (-essimo, -issimo): andassimo (BEN. 685) 1 arrivassimo (COR. 505), calassimo (BEN. 685), cargassimo (PIG. 535), cercassimo (PIG. 545), dimorassimo (BEN. 685), entrassimo (BEN. 665, 683), mangiassimo (PIG. 546), navigassimo (PIG. 530), penassimo (FED. 821), pigliassimo (BEN. 685), placassimo (BEN. 685), saltassimo (PIG. 534); avessimo (VAR. 308, 361; El\!IP. 393; FED. 853), facessimo (VAR. 309; FED. 820), giungessimo (FED. 834), perdessimo (FED. 853), respondessimo (VAR. 302), stessimo (BEN. 685; ARO. 760), surgessimo (COR. 475), vedessimo (VAR. 365; BEN. 684); fossimo (VAR. 360; EMP. 417; BEN. 685; FED. 853); partissimo (BEN. 683, 684; FED. 857), sentissimo (PIG. 564), venissimo (VAR. 309). [Si noti che Giovanni Francesco FORTUNIO (pp. 11v., 12, 12v.) considera regolari, al perfetto, le forme noi amassimo, noi scrivessimo, 11oi avessimo, noi fossimo, includendoli nei paradigmi al posto di forme ben più diffuse nella lingua letteraria]. -assino: nel fiorentino la terza persona plurale del congiuntivo imperfetto, nella prima coniugazione, esce spesso in -a. e nelle altre in -essi,io e -issino. Cfr. amainassino (EMP. 415), andassino (COR. 488), a"it,assino (EMP. 394), augumentassino (COR. 467), calassino (EMP. 411), comparissino (COR. 484) 1 confidassino (COR. 487, 488), desiderassi110 (COR. 468), entrassino (EMP. 424), gettassino (SAS. 878) 1 mandassino (COR. 487 1 491), pagassino (COR. 491), passassino (COR. 486, 490), restassirio (COR. 495), subiugassi110 (COR. 467), tardassi110 (COR. 486), tornassino (COR. 484), trovassiflo (BAR. 737), venerassino (VER. 611); avessino (EMP. 404; VER. 600 1 606; BAR. 72 I), cogliessino (El\1P. 422), conoscessi11o (VER. 611), dessi110 (EMP. 392, 395; MAR. 638) 1 dicessino (VES. 2;9; COR. 470, 476), facessino (EMP. 409, 4u, 416; COR. 487; VER. 6u), mettessino (EMP. 403; BAR. 727), potessino (BAR. 737), sapessino (BAR. 730), stessino (BAR. 721), tenessino (VER. 604, 6u), volessino (El\tlP. 406, 431; VER. 597,605; BAR. 730); servissino (EMP. 431) 1 ubidissitio (EMP. 411), venissino (EMP. 394, 395, 397, ecc.), fussino (EMP. 387, 393, 395, ecc.; COR. 459, 473, 484, ecc.; VER. 610; BAR. 723). astersivo 'depurativo': SAS. 901.

astori: ARO. 751 (Isole degli Astori), 752. astretto 'costretto': MAR. 63 1. astringente 'potere astringente': SAS. 907, 933. astrolabio: VES. 230, 251; SAS. 893.

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astrologia - 'astronomia': SAS. 917. - a. giudiziaria: SAS. 917. astrologo 'astronomo': PIG. 563, 566; SAS. 892. -ate: pochi i sostantivi in -a. (-ade), che predominavano nella prosa latineggiante: battismate (COR. 478), cittade (COR. 457; FED. 807, 813, 815, ecc.), climate (VES. 280; COR. 458, 466), diformitate (v.), infirmitade (PIG. 547), necesitade (PIG. 569), volontate (PIG. 553). atediare 'annoiare': AN. 787. attagliare 'interrompere il passaggio': EMP. 400. attraversare 'fare la traversata': COR. 461 («atraversamo alla isola»), 465 ( «attraversamo all'altra costa»). au: il dittongo latino è conservato in audienza (BAR. 724, 725; FED. 845; BAL. 963: cfr. port. audiencia), audito (VAR. 296), Augustino (PIG. 531), lauda, laude (VAR. 295,296, 297; PIG. 526; BEN. 677; BAL. 981), laudabile (VAR. 297), laudato (VAR. 317, 362, 368), Laurenzio (COR. 457; PIG. 527), tesau.riero (BAR. 723; BAL. 963,968,971). Il dittongo si è ridotto in aguri (SAS. 910); è passato ad al nel veneziano aldire (PIG. 528, 558). Altentico (VES. 259) è un ipercorrettismo fiorentino e appartiene certo al copista P. Vaglienti, fiorentino vissuto a lungo a Pisa: cfr. FORMISANO, p. 227. a11gumentare 'arricchire': COR. 467. augure: BAL. 977 («un a., overo indovino»). auguri 'segni di prospera o avversa fortuna': SAS. 910 (aguri), 917. a11stero 'aspro': SAS. 907. australe (a l') 'nell'emisfero meridionale': PIO. 547. -ava, v. a. -avamo: l'uscita a. della prima persona plurale dell'indicativo, che, propria della prima, per assimilazione si è estesa anche alla seconda e terza coniugazione, s'incontra nei fiorentini più antichi. Cfr. avavamo (EMP. 396, 431), beavamo (VES. 226), corravamo (EMP. 423), discopravamo (VES. 237), faciavamo (VES. 237, 242), passavamo (EMP. 423), potavamo (VES. 238; EMP. 395, 396, 422, ecc.), rispondavamo (VES. 240), sapavamo (EMP. 427), te11avamo (VES. 226, 229, 236), vedavamo (VES. 236; EMP. 420), venavamo (VES. 240; COR. 476), volavamo (VES. 236, 242; EMP. 395; VER. 609). avantaggio 'vantaggio': FED. 831, 850. avellana, v. nocciole. avellana indica, v. areca. avenante (allo) 'in proporzione': BAR. 726. avenga c/ie 'benché': SAS. 915. aventurato (bene) 'fortunato': EMP. 404.

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avere: abiàn 'abbiamo• (VES. 278), areno 'avremo' (VER. 614), avamo 1 0.\'e\'amo' (EMP. 392, 395, 396, ecc.), aveno 'avevano' (VAR. 354), avereba 'avrebbe• (PIG. 562), averessemo 'avremmo• (PIG. 548, 5S7, 564), aveti 'avete' (VAR. 304 354). - 'essere': «aveva molto tempo che era» (EMP. 407); «nella barca non aveva remi» (EMP. 424); «Io aveva poco che m'ero andato» (EMP. 432); «non aveva più che una lega» (COR. 481); ,dn essa non aveva più che ... » (COR. 483); «ha nove anni» 'nove anni ra• (COR. 485); cc non aveva nessuno per tale calidità non tenessi• (COR. 487); «aveva più tempo» (COR. 493); « Nel suo paese non ha miniere» (BAR. 731); ecc. - a. a ( + inf.) 'dovere': «aveva a essere» (VES. 232); «avemmo andare» (VES. 242); «s'ha a credere» (VES. 259); «hae a esser 11 (VES. 277); «avemo a combattere» (VAR. 307); aAvete a sapere» (VAR. 333); anveva a venire» (EMP. 393); cc m'avete a prestar fede» (EMP. 414); «aveva , andare» (EMP. 417); •avevono a essere» (EMP. 418); «aveva a ppassare» (COR. 476); «aveva a venire» (COR. 481); «avevano a vendicarsi» (COR. 487); "ha ' essere» (COR. 507); «avendo a passare» (VER. 599); «avessimo a surgere• (VER. 604); «non ha se non a comandare» (BAR. 732); •ha a stare» (SAS. 878); «ha' trattare» (SAS. 881). - a. da(+ inf.) 'dovere•: «ha da restar» (MAR. 647); avi aveva da essere» (AN. 786, 789). - a. di(+ inf.) 'dovere': «avete di tener per certo» (VES. 229); «Avete di notare» (VES. 231); «s'avessi di contare» (VES. 236); «avevo di venire• (MAR. 649). avocato 'protettore•: BEN. 677. -avono, v. -ono.

avorio: EMP. 386, 435; SAS. 885. aooenirsi 'imbattersi': SAS. 876. avvisato 'assennato': VAR. 327 (advisato). QfJVÌSo

'avvedutezza': EMP. 432, 434.

avvoltarsi 'avvolgersi più volte': VER. 600. a:zalino 'acciarino•: VER. 601. [Cfr. veneziano azzalin]. azalle 'acciaio': PIG. 536. [Cfr. veneziano azzal].

azar: COR. 50:z (cc Le monete d'Armuz sono asaraffi e mezi as3raffi d•oro, quali chiamano a.»). -azione: numerosissimi sono i sostantivi formati con questo suffisso, ben presente nelle parlate italiane, ma è lecito sospettare che la loro frequenza sia almeno favorita dai suffissi -açào del portoghese e -acùfo dello spagnolo: molti, del resto, sono dei veri e propri iberismi (cfr. CARDONA, p. 174). Eccone alcuni: ammirazione 'meraviglia' (BEN. 673, 687; cfr. spagn. admiraci6n), aspettazione (FED. 827), calcr,la::ion (VES. 232; primo esempio nel GDLI: Galileo; cfr. spagn. calculacion, port. calculaçào), co11tratta:zion (v.), conversazione (v.), diletta:zione {EMP. 414; cfr. port. deleitaçào), dubitazione (SAS. 916), escusazione (COR. 476; cfr. port. escruasào), ge-

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nerazione (v.), governazione (EMP. 399; cfr. port. governaçào), lamentazione (VAR. 318, 327; cfr. port. lamentaçào), mutazione (EMP. 400; COR. 464, 501; ARO. 749; SAS. 931; cfr. port. mudaçào), obligazione (COR. 476), ordinazione (BEN. 688; cfr. spagn. ordenaci6n), peregrinazione (COR. 486; cfr. port. peregrinafào), perturbazione 'paura' (VAR. 318; cfr. port. perturbaçào), populazio11e (v.), recreazione (v.), ricuperazione 'riconquista' (EMP. 393; cfr. port. recuperaçéio), salvazione (COR. 473, 474; VER. 604; BAL. 985; cfr. port. salvaçao), serra::ione (v.), significazione (SAS. 916; cfr. port. s1"gnificaçào), soffocazione (VES. 279; cfr. spagn. sofocaci6n), soggiogazione (BAL. 974; cfr. port. subjugaçào), terminazione (v.).

B b - La b di Iacob,u è conservata in lacobo (PIG. 526, 540, 570). Singolare la b di nllbi 'nudi' (PIG. 533). - (b/v) Boce (EMP. 403) e boti (EMP. 434; SAS. 897, 904) sono esiti fiorentini (originariamente del contado). In cerbi (VES. 276) e cerbieri (VES. 275) s'osserva il passaggio dava b, che avviene dopo rin una vasta zona della Toscana. Gubernatore (PIG. 563) è un latinismo, come approbarà (VAR. 297) e reprobata (VES. 233; cfr. spagn. reprobar). - La geminata mm si è dissimilata in mb in cambello (v. cammelli) e combiatto (PIG. 556: cfr. l'ant. veneziano combiao).

babbuini: VES. 275. baci/la 'bacinella': VAR. 333.

bada, v. rinoceronti. bagatelli 'giochi di prestigio': BAR. 723.

bagnià: BAL. 973, 979 ( e i bagià, che sono quegli che noi diciamo duchi e gente grande, nobile•). baia: PIG. 542, 543, 54S, 570, 571. [Sono le prime attestazioni certe. Nella Lettera a P. Soderini si legge Badia di Tutti e' Sa11ti, ma - come osserva il FonMISANO, p. 257 - si tratta di un «errore {d'archetipo, se non anche d'autore: "Omnium Sanctorum Abbaciam", nelle Quatuor Navigatio11es) per Bahia de Todos os Santos (Brasile); nel Ramusio: Baia (di Trltti e' Santi)•· Per lo spagnolo baia, bahia, v. COL. 85, 127. Cfr. BECCARIA, p. So]. baiari, v. boiari. bairalam: EMP. 438; PIG. 566 (berania). [Cfr. VARTBMA 1510, p. 71: •li quali panni sonno questi, zoè bairam, namone, lizari, cinntar, doazar e sinabaff». Il RAMUSIO, nella premessa al Darbosa (u, p. 542) glossa: «Bayrames, tele sottilissime fatte liscie 11. Cfr. anche BARBOSA, n, pp. 585 («Vi è anco moltn quantità di panni di bambagio di Dabul e Chaul, che essi chiamano bairames•), 592 (« Li panni bairami »)].

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balangai: PIG. 560, 562. [Cfr. PIGAFETTA, p. 76: cussì le chiamano»].

« dui

11

balanghai", che sonno barche grande e

balasci: COR. 480. balene: COL. 73; BAR. 736.

balestrata 'tiro di balestra': PIG. 561. balestre: COL. 138; VAR. 368. balestrieri: VES. 235; PIG. 561 (balest,·eri). balli: SAS. 875, 876-7 (forza del ballo; ccballetti del Lanzi e del Papan; danze d'amore e di guerra). bambace, bambagia, bambaso, v. cotone. bambù: VAR. 306 (canna de India); SAS. 918 (« 1 stuora di canna di b. tessuta come panno»); BAL. 952 (canne d'India), 981 (id.). [Quelle del Sassetti sono le prime attestazioni note di b.; cfr. anche SASSETTI, p. 437: «rizzano certi pezzi di canne che e' chiamano b. ,, ; cfr. CARDONA, p. 205; CARDONA 1971, p. 43]. banane: VAR. 343-4 (11Nasce in questo paese ancora un altro frutto molto singulare, el qual frutto se chiama malapolanda ... De questi frutti se ne trova 3 sorte. E la prima sorte se chiamano cianchapalon ... La seconda sorte se chiamano cadelapalon ... La terza sorte sonno tristi,,: ampia descrizione); ARO. 751 (muse); SAS. 901 (cc certi che chiamano fichi, non so perché»), 906-7 (cc i fichi che non hanno di fico altro che il nome,,). [B., per quanto si sa, compare solamente in PIGAFETTA 1591, pp. 106-7: « Altri frutti sono, che nominano Banana, i quali crediamo essere le Muse d'Egitto e di Soria ». I tipi di b. di VAR. sono esplicitamente ricordati in OVIEDO, v, p. 607: cc Lodovico di Vartema, bolognese, nel suo itinerario scrive che in Calicut questo frutto si ritrova, e che lo chiamano melapolanda . .. dice di più che sono di tre maniere, l'una chiamata cia,icapalon, l'altra e migliore gadelapalon, la terza dice che non è tale 11].

banda - 'reparto militare': FED. 813. - alla b. 'sul fianco•: SAS. 896, 897. bandiera 'giurisdizione': EMP. 390, 394, 395. bar: EMP. 408 {plurale bari), 409 (« Ciascun b. si era cantara 4 di questo peso»), 410; FED. 828 («un b. di pevere, che sono dui quintali e mezzo»). [Cfr. CARDONA, p. 199. Altri esempi: VARTEMA ISIO, pp. 6ov.-61: "Se la mercantia de che se tracta fra loro fusse specie, parlano a bahar, el qual bahar pesa tre cantara delli nostri»; ALvARES, 1, p. 650: • 100 baare di cannella, che sono 400 cantari»; LOPEZ, 1, p. 724 (baarri); BALBI 1590, pp. 51-2]. barba: VES. 234, 276; BEN. 673, 674, 690, 691-3 (i barbuti spagnoli); BAR. 738; BAL. 969 (gli uomini del Pegù non hanno b.). - 'radici': SAS. 907, 908, 932.

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barbacane: EMP. 391, 401. barbato 'fornito di barba': BEN. 673, 674. barca della ca"era: ARD. 757 (•in un navilietto piccolo, chiamato la b. della c., perché non fa altro viaggio che questo»). barco 'imbarcazione': ARO. 761. [Iberismo: spagn. e port. barco. Il GDLI non dà esempi prima del Pascoli]. bargite: FED. 835-6 («il b. della città, che sono gli uomini di consiglio•). bari::ello 4 bargello, ufficiale di polizia': PIG. 552 (b. magiare), 564. barlave11to 'sopravvento': EMP. 432. [Lo spagn. barlovento è documentato la prima volta in COL. 104; in italiano è già nella Lettera a P. Soderini, p. 53. Cfr. BECCARIA, p. 124, FoRMISANO, p. 229. El\1P., invece, dipende dal port. barlavento. Un altro esempio in CoRTÉS, VI, p. 270]. barra: V AR. 330- I ( cc una fiumara, la quale è stretta allo intrare nella bocca del mare e non ha più che s o 6 palmi d'acqua•); EMP. 399, 400, 406,409, 410,413; ARO. 763; SAS. 899, 904, 927 («si commuovono !'arene del fondo del mare e fanno siepe su la foce de' porti, che i Portoghesi dimandano ba"e •); BAL. 950. [Dal port. ba"a 4 bassofondo': cfr. CARDONA, p. 186]. barza 'sorta di vaso': SAS. 889. [Il G DLI dà solo questo esempio]. basalisco: COR. 490 (a.uno cannone grosissimo, da molti detto b.»). basalucchi: SAS. 901, 912 (basaruchi). [Cfr. BALBI 1590, p. 69v.: « Vi sono monete fatte di stagno e piombo mescolato e sono alquanto grosse e tonde con una stampa da una banda di una sfera o nappamondo e dall'altra sono due frezze scolpite e tre plaghe, e tali monete sono chiamate basarucchi». E v. CARDONA 1971, p. 43]. bassa, v. basso. bassare 'abbassare': BAR. 723, 729. basso - 'secca', 'banco d'arena': EMP. 421, 422; COR. 472,474,480,485; FED. 823 (basse), 825 (id.); SAS. 896, 897 (corda di bassi'), 898, 904. · [In EMP. sarà un lusismo; ma cfr. lo spngn. baxa, baxo, bajo (v. COL. 64, 65, 74, 88, 92, 94, 102, 103, 140, 158, 159, 195). È diffusissimo; cfr., per esempio, PIGAFETl'A, pp. 44, 121, u.6, ecc.; SERNIGI, I, p. 614 (basse); LOPEZ, 1, p. 690; Sommario delle Indie on'entali, Il, pp. 731, 755]. - a b. di, di b. di, v. di. - tJele in b. 'vele ammainate': SAS. 896. bastarde, v. galee. bastare: baste 'che egli basti': PIG. 528. [L'uscita in -e della terza singolare del congiuntivo, diffusa nella lingua antica e ancora accolta da grammatici cinquecenteschi (cfr. BEMBO, Prose

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della volgar lingua, in Trattatisti del Cinquecento, 1, p. 237 e nota 2), se non sbaglio s'incontra soltanto qui]. basti'lla 'basto leggero': FED. 820. bataglia (a modo de) 'con i pennoni incrociati': PIG. 550. batate: PIG. 531, 532 («queste b. sonno al mangiare corno castagne e longo como napi »); BEN. 682 (le descrive). [Cfr. BusNELLI, pp. 26-7. Altre occorrenze del termine: PIETRO MAR• TIRE, v, pp. 169 (batatas), 196 (id.); Ovrnoo, v, pp. 589 (ampia trattazione), 59S; BARBOSA, II, pp. 552, 6.1,6]. baticche: BAL. 969 (« in certe b., come da noi le mastellc»), 983, 984. batteria 'cannoneggiamento': FED. 837.

battesimo: COR. 478-9 (in Etiopia); BAR. 718 (in Russia). E v. battismo.

batti 'colpi': EMP. 428. batti plaxas: SAS. 922 («gli domandò batti plaxa.t, che vuol dire scopaliti »). battismo 'battesimo': VAR. 329; COR. 478 (battismate), 479 (battisma). [Dal lat. ecclesiastico baptismus e baptisma, -atis]. batton: BAL. 967 («a b., che vuol dir ad usura»). bazar: FED. 809, 823, 830, 854; SAS. 929. [Sc-mpre la forma bazzarro].

bazar (pietra): SAS. 910, 929. [Il GDLI alla voce b. dà solo esempi del SAS. e s.v. bel:::uar dà come prima un'attestazione del SAS.; ma s.v. bezoar e s.v. pietra cita come primo il Dioscoride di P. MATTIOLI, dov'è detta pietra bezaar]. bazaras: FED. 830 ( o: Si chiamano queste barche bazaras e patuas e si vogano alla galeotta»). bazarro, v. bazar. beatiglie: EMP. 437-8 (o:panni di cotoni tutte sorte, finissimi, che· ssi chiamano brati"glic n). [Probabilmente bratiglie è o: sbaglio di lettura o scrittura per beattiglie, dal port. beatilha », come annota A. BAUSANI a p. 76 della sua edizione della Lettera di G. DA EMPOLI, ma - come fa anche lui - per prudenza conservo la lezione del manoscritto. Cfr. CARDONA, p. 204. Altri esempi: BARBOSA, II, pp. 592 (beatillas), 673 (41una pezza di tela detta beatillas»); Sommario delle Indie orientali, 11, pp. 726 1 742, 763; SASSIITTI, p. 454: o: tele, che le chiamano qua beatiglien. Il RAMus10 nella premessa a BARBOSA (11, p. 542) glossa: ci Beatillas sono tele sottilissime, di che si fanno i fazuoli o ver tocche che portano a torno il capo i Morin]. belgiuin, v. benzoino.

belicolo 'ombelico': AN. 787. bellico 'ombelico': BEN. 685; BAR. 739. belzuin, belzuino, v. benzoino. bene (avere per) 'gradire, aver caro': VES. 240 (detto ironicamente).

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benzoino: VES. 266 (bongiui); EMP. 386 (bengui), 438 (bllengul); FED. 832 (belzuin), 850 (id.); BAL. 953 (belzui1i), 971 (id.), 984 (bclgiuin), 985 (belzuino). [Per bongiui e varianti cfr. FoLENA, Piovano Arlotto, pp. 389-90]. berania, v. bairalam. bere: bibero 'bevvero' (VAR. 3 6 5).

bergantino, v. brigantino. berillo: VES. 243. berrette rosse, v. tadj. be"ettino 'bigio': MAR. 639; BAL. 972.

bertangi: SAS. 919. berzo: COR. 490 («uno tiro piccolo o vero berzo•). bestiame: EMP. 442; COR. 493, 498; BAR. 709, 715; ARD. 760 ('bestie selvatiche'); AN. 780. betel: VAR. 336 («le quale bctole sonno come foglie de melangole; le quale usano loro de continuo a mangiare»); PIG. 565 (betre); SAS. 900, 901 («L'erba è acuta e tira al pepe, dico il betle: fa buono stomaco e buono alito e conforta la testa; lascia la bocca come sanguinosa•), 906, 907 (e El betle tanto nominato ha la foglia simile a quella del pepe in tanto che i naturali non le discernono l'una dc l'altra a la vista»), 917, 934; DAL. 987 («una foglia, che loro chiamano b., ch'è simile a quella dell'edera e quasi un poco maggiore»). [Betole, usato come femminile plurale, è una forma italianizzata; le altre - bete/, betle (sempre così in SAS.), betre - corrispondono alle forme portoghesi betel e betre: cfr. CARDONA, p. 173]. bezzi: FED. 854. biassare 1 biascicare': BEN. 683. biastemmare 'bestemmiare': BEN. 688.

bietole: COL. 75 (bledos). birra: VES. 236 (cervogia); BAR. 718, 733. biscotto 'pane cotto due volte per renderlo più conservabile': EMP. 423; PIG. 538, 540, 546; BEN. 686; FED. 828. bisogni 'cose necessarie, viveri': BAR. 737. bisog,zoso 'occorrente': VAR. 349. bissa scutellara, v. tartarughe.

bize: FED. 849 («questo nome di b. corre per il conto e per il peso, ..• ogni b. fa cento ticaii di peso•), 850, 852, 858; BAL. 962, 966 («ogni biza fa mezo ducato»), 967 («mille e dugento bize vagliono un peso d'oro buono novellon »; « una b. • .• ogni b. • ecc.). blancas: COL. 31 (b. nuevas), 62 (b. de Casti/la), 69.

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bocca: a b. di notte 'sul far della notte,: SAS. 898. bocchito 'sciamano': BEN. 679 («i medici sono i medesimi sacerdoti ••. ; gli chiamano in lingua loro bocclziti »). bocci.no, v. lirigam. boccola 'bozzolo,: FED. 829. [Voce veneziana].

bofetta: SAS. 918. boiari: BAR. 720- 1 («gentiluomini che loro chiamano baiori 11), 7241 727, 728. [Al GDLI il vocabolo non risulta prima del Settecento (boiardo) e dell'Ottocento (boiaro). Altre attestazioni cinquecentesche: CAMPENSE, 111, pp. 650 («b., overo nobili, che esercitano il mestier della guerra a cavallo, apparecchiati in ogni occasione al comandamento del principe»), 651; HERBERSTEIN, III, p. 734 («li b., li quali, secondo il costume nostro, il luogo de' nobili ... over de' cavalieri tengono»). In BAR. sempre baian]. boii: PIG. 532-3 (« abitano in certe case longue che le chiamano b.»). [Cfr. LAS CASAS (cit. nella nota 4 a p. 83): 11 Este bohio quiere decir en su lengua casa»; PIETRO MARTIRE, v, pp. 34 (1i), 913. coccodrilli: FED. 839; BAL. 958, 959. coda: COL. 33 {gente con la c.). - 'la parte posteriore del cannone': COR. 490.

codizia 'cupidigia': VES. 245, 276, 279 («c., cioè roba o cupidità di regnare•); BEN. 688 («la nostra arrabbiata c. e smisurata avarizia•). [Ispanismo tematico, probabilmente documentato per la prima volta in VES. (FORMISANO, p. 233). Cfr. BECCARIA, pp. 20, 46, SS, 1:29, con ampia documentazione].

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I IOI

coffolo: VAR. 336 (v. areca). cognito 'conosciuto': VER. 613. cognominato 'chiamato': BEN. 663. cog11meri, v. cetrioli.

cola dei venti: FED. 846. [Cfr. RAMusm, 1, p. 906; lo., 11, p. 972; lo., v, p. 14; Qu1R1N1, iv, p. 53. L'espressione, registrata dal BOERIO, era evidentemente già entrata nel veneziano]. co/ae: FED. 822 (« berette lunghe in testa, da essi chiamate c.•).

collane: COL. 182; PIG. 554; MAR. 639, 640, 643, 644; SAS. 883. [In MAR. sempre collar, collari]. col/ora (umore): SAS. 91 I, 934.

colombi: FED. 848 (colombini); BAL. 986. co/ondrini, v. rondini di mare. colorato 'rosso': VES. 227. [Come in COL. 58,

101, 124].

colossi (statue): AN. 777, 784 (giganti). coltri: SAS. 914 (c. di Bengala), 915 (id.). colubrine: COR. 490. coma11datore 'colui che comanda': BAR.

721.

combatte 'battaglia': COR. 484. [Dal port. combate; CoRSALI, II, p. 55, invece: «darle la battaglia»]. combattere 'sostenere': COR. 502. come 'circa': SAS. 881, 904. commarca110 'vicino': VES. 235, 240, 263 (comarca11a). [Cfr. FoRMISA.!"lO, p. 233, con amplia esemplificazione].

Commendatore di Santo Iacopo della Spada: PIG. 526. commettere - 'nffrontare', 'assalire': EMP. 400, 422 1 427; COR. 466; SAS. 897. [Cfr. spagn. e port. (a)cometer; e v. BECCARIA, pp. 60, 130; FORMISANO, p. 233]. - 'compiere, perpetrare': EMP. 432 (comnissono). - 'ordinare': EMP. 415; PIG. 562, 570. commissione - 'ordine di eseguire qualcosa': VES. 223; BEN. 689, 692; BAL. 965. - 'contenuto dell'ordine': BEN. 682. commuovere 'far muovere': SAS. 927.

comolanga: VAR. 343 (•Un'altra sorte ancora de frutto vidi, el quale era corno una cocoza de colore e longo dui palmi •.. e questo se chiama c., e nasce in terra n modo de meloni •). compadre 'compare': PIG. 564.

1102

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compagnare 'accompagnare': AN. 791. compartire 'distribuire secondo un certo ordine': BAL. 955. compasso - 'fregio geometrico a linee curve': SAS. 886. - 'insieme della carta nautica e del portolano': VES.

242.

compiaciuto (restare) 'ricevere la cortesia': BAL. 975. comporre 'accordarsi': MAR. 634. compresso 'di complessione robusta': EMP. 438. con: è frequente in unione con meco ecc.: cfr. per c. meco VES. 261; VAR. 325, 354; EMP. 406; MAR. 643; per c. seco EMP. 396; BEN. 675. Spesso con il rafforzativo esso: c. esso meco (EIVIP. 4n, 441; SAS. 910); c. esso noi (ElVIP. 405, 408, 412; SAS. 917); c. esso voi (SAS. 873); c. esso seco (EMP. 433); c. esso loro (SAS. 881, 917). conchiglie, v. cappe.

conciare 'aggiustare': PIG. 570. E v. conzare. concio 'imbellettato': VER. 604. conciosiaché 'poiché': VAR. 320; BEN. 670, 681. concordanze - Com'è naturale in scrittori per lo più occasionali, l'accordo presenta varie anomalie rispetto all'uso di chi più di loro era attento alla forma. La sintassi obbedisce a ragioni psicologiche ed emotive che non si possono analizzare qui. Mi limito a presentare alcune consuetudini che non erano estranee alla lingua letteraria e che oggi sono del tutto scomparse. Innanzi tutto, per quanto riguarda il numero, l'accordo ad sensu,n: «gente grossaria che non sanno» (VES. 229); «infino a qui hanno navicato la frotta di Portogallo• (VES. 261); «andavano per la cità grandissima quantità de instrumenti • (VAR.318); « La gente eran feriti• (EMP. 432); «di terra ferma soccorrevano tanta gente» (COR. 469-70); « così si chiamano una certa sorte di navili,, (COR. 472); fl Venne [il battello] ... e dissero• (PIG. 544); «questa gente avevano facto• (PIG. 561); 11molta gente, quali venivano» (VER. 593); «verrebbe gente strana ... e gctterebbono ... e spargerebbono » (BEN. 674); a la quantità delle campane che si sentivano erano fastidiose• (DAR. 711); a gran gente, che vanno• (FED. 817); «la compagnia de' secolari ••. usano 11 (SAS. 875) i « ove si ritrovano sorti un infinito numero di vascelli» (BAL. 954). In EMP. spesso il verbo resta al singolare se il soggetto plurale lo segue: a venia molte abadic • (412), a s'è trovato città murate• (414), • Fu gettato al mare molti Mori» (424). Anche MAR. 646: • non è scampato se non noi soli •· - Talora il participio, se precede, resta invariato: a giunto che fummo • (VES. 226, 228, 243); a Entrato poi nella casa pigliassimo• (BEN. 685). - Ha natura morfologica, e non sintattica, la sostituzione della terza plurale con la terza singolare, che s'incontra nel veneziano e in altri dialetti dell'Italia settentrionale. Cfr. in AN. « le qual stanzie è intraversate» (786),

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JIOJ

«Li diti baloardi è distante• (786), •concorerebe popoli infiniti• (787), • le dite porte è di una gran fatura,, (788), • Doi in fra le altre è degne• (788), • questi è alquanto più grandi• (789), • par che loro sostenga,, (795). Anche in PIG: aera asaissime cape longuen (540). In VAR. 331 («Le case del populo minuto vale•) e 355 (•Li Cristiani recercò al patrone•), invece, le case nell'una e i cristiani nell'altra sono considerati un unico 1ns1eme. - Non manca qualche accordo con il predicato: e il men fondo della barra sono 4 braccia di mare» (EMP. 413); e Lo stretto sono 40 leghe di largo » (EMP. 442.). - Più regolare l'accordo nel genere in cui si notano solamente pochi fenomeni di attrazione (PIG. 52.5: di grandi e admirabilli cose•; 534: •in due isolle pienni de occati •, ma il vicentino è sempre incerto nella restituzione delle finali; cfr. 544: •In questo nave•; 547: •ne li gambe•; 558: •li orequie»), di accordo con il complemento di specificazione (•questo spacio di tera è abitata•, AN. 784), di accordo a senso (VER. 601: •La gente, ••. vestiti di penne•).

condu"e 'costruire': VER. 606 (conducessino). co,ifarsi 'assomigliare' : BAR. 708. conferirsi 'recarsi': BAL. 963. con/ettare 'fare confetture': VAR. 343. confetto 'leccornia': FED. 843. confezione 'confettura', 'dolce': VAR. 336; COR. 501. confidanza 'fiducia': SAS. 898. co11fidarsi 'fidarsi': COR. 488, 505. congratulazione 'manifestazione di gioia': COR. 503. conigli: VES. 2.37, 2.76; PIG. 540 (cc., più picoli assai de li nostri•); MAR. 639; ARO. 749, 750, 760.

consarata 'consacrata': PIG. 559. conserva 'navi che procedono insieme per aiutarsi reciprocamente': EMP. 390; SAS. 894, 899. 'nave di un gruppo che va di conserva': BAL. 95;. - di (in) c.: EMP. 431; COR. 471; ARO. 762; SAS. 895. conserve: VAR. 342 (crde questo [mango] se ne fa conserva, corno facemo nui delle olive»); EMP. 423; COR. 501; PIG. 559 («c. di zucaro•); ARO. 752 (id.); SAS. 888 (a c. con zucchero»), 907 (etc. di zucchero»). construtto 'costruito': VER. 599. contadore 'commissario contabile': PIG. 539. [Dallo spagn. co11tador 'funzionario che verifica i conti'. Frequentissimo nei viaggiatori. Cfr. Ov1BDO, v, pp. 367 (contatore 111aggiore), 450, 495; ALAac6N, v1, p. 633; CoaTm;, v1, pp. 207, 2.10; NuNEZ, VI, pp. 377, 381,

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383, 385, ecc.; GuzMAN, VI, p. 492; Relazione della Nuova Castiglia, VI, p. 840; ecc.]. contentare

- c. a 'soddisfare': VES. 243. - contentarsi con 'appagarsi di': VES. 243. [•Senz'altro convergente con spagn./port. contentar1e con/coni», SANo, p. 234].

FoRMI-

contento 'contentezza': COR. 463; SAS. 879, 932. co11termit,e 'contiguo': COR. 498. continenzia 'ritegno\ 'contegno': VAR. 359; VER. 603. continr,o

- 'continuamente': COR. 473, 474, 491, ecc.; VER. 592, 593, 596, ecc. - del c. 'continuainente': COR. 457, 469; BEN. 663; FED. 843; BAL. 975. conto 'milione': SAS. 925. contra

- 'incontro': PIG. 565. - 'in direzione opposta a': PIG. 530. - per c. 'invece, al contrario': EMP. 406. co11trattazion 'commercio': MAR. 632. [Cfr. spagn. co11trataci6n]. contro (di) 'di fianco': EMP. 443. controversia 'conflitto degli elementi': VAR. 337.

conuchi: BEN. 681 (de piantano in certi montoni di terra detti c.•). [Cfr. OVIEDO, v, p. 584: •Questi terreni cosi piantati di iuca sono chiamati dagl'lndiani conuco, che non vuol dire altro che un podere piantato o coltivato»]. comJalescendo (andar) 'ristabilirsi in salute': EMP. 384. [Non registrato dal GDLI; cfr. lat. convalescere e port. convalescer]. conversazione 'pratica, contatto': EMP. 435; VER. 609. [Cfr. port. conversa;ào]. converso 'cassero': FED. 853. convesso 'tolda, coperta della nave': SAS. 897.

[Il GDLI dà come primo questo passo]. conzare 'lavorare, rifinire': VAR. 345, 364. E v. conciare. copella (di) 'purissimo': COR. 502 (argento di c.). copertoio 'ciò che serve a coprire': SAS. 887. coppo 'tegola': FED. 839.

corallo: COL. 124, 182; EMP. 397; SAS. 883, 929. corame 'cuoio': PIG. 55:i; AN. 793. [Cfr. ven. corame, curame]. coranti: SAS. 930.

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corcapel: VAR. 342-3 (•un altro frutto a modo de un melone, e ha le fette pur a quel modo ... e è questo frutto chiamato c., el qual è ottimo a mangiare e perfetto per medecina •). corda 'lungo tratto': SAS. 897. [È l'unico esempio fornito dal GDLI; probabilmente il Sassetti fu influenzato dal port. corda, che vale anche 'serie, catena']. c. de l'arco del massimo circulo 'diametro della circonferenza equatoriale': VER. 612. - no,i ritrarre del sacco le corde 'non trarre guadagno da un affare apparentemente vantaggioso': EMP. 403. cordiale 'ristoratore': VAR. 343.

coricare 'sospendere': VES. 276. (11 reinterpretazione (fin qui inedita) di spagn./port. colgar•,

FORMISANO,

p. 234].

cornacchie: VAR. 333-4, 357 (c. negre); SAS. 910, 917; BAL. 986.

corno - 'ala di un esercito': SAS 902. - 'unghia, zoccolo': BAR. 739. coro 'vento di W-NW': VER. 596. [Lat. corus]. corpi pinta.di, v. panni. Corpi Santi, v. fuoco. corpo - c. sperico 'globo terrestre': VES. 244. - pigliar danari sopra c. 'mettere come cauzione di un prestito la propria mercanzia': SAS. 928. Corregidor del Re: ARD. 758. [Dallo spagn. co"egidor].

co"e11tia ecorrente': FED. 809; BAL. 955. correre - 'dirigersi' (detto di fiumi e correnti): VES. 226, 227, 228. - eestendersi in una certa direzione' (detto della costa): VER. 607 (discorre), 609, 614; MAR. 636. [• In quest'ultima accezione si tratta di un tecnicismo marinaresco, da associare al co"erse dei portolani portoghesi .•. e dello spagn. anche colombino • (FoRMJSANO, p. 234)]. correria - 'corsa': COR. 504. - 'scorreria': VAR. 306 (corraria).

corritore ccorridoio': FED. 841, 842 (corridore); BAL. 979, 980. corrompere ctogliere la verginità': BAR. 277.

corsari: VAR. 338, 349; EMP. 444 (corsali); COR. 490 (corsa/e); ARO. 7S9, 762; FED. 824.

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cortellisti: BAL. 972. [Coltellisti non è registrato dal GDLI; e naturalmente nemmeno c.]. cortesia 'mancia': FED. 840. cortice •corteccia': COR. 462. [Lat. cortex, -icis].

corvi: COL. 142; SAS. 917. corvine: COL. 97. cosa

genitivo 1semitico', o di qualità (c. di), come in ant. ital. ... e in spagn. » (FoRMISANO, p. 234) nell'espressione u c. di maraviglia » (VES. 2.34). - Un calco dello spagn. cosa de, secondo il FoRMISANO (ivi), si può supporre in «molte altre cose di petrerie » (VES. 243), «la 'nfinita cosa delli animali silvestri• (VES. 275), «salvo cosa di piumaggi o d'ossa» (VES. 280). - Con il valore di quantità in cc infinitissima cosa d'uccelli» (VES. 227), «grandissima cosa di bambagia» (VES. 240), «d'alberi infinitissima cosa» (VES. 243).

-

« con

cosi - di c. 1in questo modo': EMP. 395, 397, 403, ecc. - per c. 1 pertanto': EMP. 428.

cosmografi: VES. 245, 251; BEN. 667, 669, 670. cosmografia: VES. 228-33, 251; PIG. 550; VER. 611-6. costato 'fiancata di nave': COR. 490; SAS. 897. [Cfr. spagn. e port. costado]. costo

- a. c. di 'a spese di': EMP. 399, 425. - primo c. 1prezzo richiesto dal venditore': EMP. 411. costumare

- 'far uso di': VAR. 337; COR. 496, 499, 501. - costumarsi 'abituarsi': COR. 496. Cotamaluc: FED. 814. cotone: VES. z40 lo chiama c., bambagia e algoto11, (come COL. 29, 31, 38, 57, 61, 62, 67, 72, 156). In VAR. sempre bombace (Joo, 304, 324, 335, 337, 344, 355, 357, 365) e così in BAL. 966 (ma a 985 bombace). Bambaso in PIG. 532, 554; bombaso in AN. 779 e FED. 821, 822, 829, 831, 845, 846, 856, 857. Cotone, infine, in EMP. 386, 437; COR. 467; MAR. 633, 637 (cotton), 639, 648; BEN. 693; SAS. 883. coturnici: MAR. 639. coudi: BAL. 966 (uil coudo è un cubito de' nostri•; udi sedcci covodi lunghi e di sei quarti larghi»). crea (terra) 'terra argillosa, creta': BEN. 676. creanza

- 'buon comportamento': SAS. 888.

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- b11ona c.: BAR. 728. [Deriva dallo spagn. crianza (da criar 'allevare bene'): cfr. BECCARIA, p. ZOI].

creato 'funzionario': BAL. 973. creazione 'incoronazione': FED. 813; BAL. 973. credenza - 'assaggio precauzionale': BAR. 728. - 'assortimento di piatti e stoviglie': BAR. 726, 727. - '.fiducia': BEN. 670; FED. 846. - in c. 'a credito': FED. 850; BAL. 967. credere: cresero (VAR. 368). cremesino: FED. 845; BAL. 966, 980 (cremisina). cresce11te 'aumento del livello delle acque', 'alta marea': PIG. 528; FED. 825, 830, 833, ecc.; BAL. 949. E v. marea. crescimento 'crescita': VER. 601, 613 (c. del mare 'escursione diurna delle maree'); FED. 837; SAS. 949. criminale 'penale': BAR. 721. cristallino 'vetro lavorato, simile al cristallo': PIG. 553, 554; VER. 604.

cristallo: VES. 280. cristiani - I c. morti, buttati in acqua, vanno a fondo col volto in su, gli indi col volto in giù: PIG. 569. - (loro comportamento nel mondo nuovo): BEN. 887-90. - c. alla greca: VAR. 300. - c. del paese: AN. 781; FED. 824, 825. - c. del Re David: COR. 462. - c. di Socotra: COR. 464-5. - c. nestoriani: VAR. 348-50, 354-5. - c. nuovi: SAS. 874 (uc. n. che vengono di giudeo»), 88x («c. n. sono gli ultimi giudei che elessono di rimanere qui e batezzarsi »). - c. vecchi: SAS. 881. Croce del Sud: VES. 231 («notai 4 stelle figurate come una mandorla, che tenevano poco movimento»); VAR. 355-6; PIG. 549 (cuna croce de cinque stelle lucidissime»); SAS. 891 (Crusero). [E cfr. SASSETTI, p. 361: • Ne' piedi di dietro del Centauro sono le quattro stelle, che domandano il Crusero, dell'una delle quali si servono a pigliare Pnltezza del polo australe». Cru%eiro infatti è il nome portoghese della Croce del Sud, e lo si incontra frequentemente nei testi cinquecenteschi: cfr. RAMUSIO, 11, p. 22; Navigazione a S. Tomé, I, pp. 576 (Crusero), 577 (id.); OVIEDO, v, pp. 404 (Crosero), 406 (Cru:.:iero). Cfr. BECCARIA, p. 81. Il GDLI non conosce esempi prima del Sassetti]. crudeltà 'strage': VAR. 367.

cuba 'cupola': AN. 783, 785, 794; FED. 844.

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cubebe: EMP. 439. [Già nominato nel Milione, p. 242; e si vedn ivi a pp. 610-1 la voce del Cardona]. cubiti: FED. 840; BAL. 966. cucina (arte della): SAS. 887. cuoi di vacche: MAR. 636, 637, 638, 639, 640, 643, 648. cuoio: BAR. 730 (cuoie), 731; AN. 779; SAS. 883 (cuoia), 919 (c11oro del Si11di impuntato). - 'pelle di un animale': SAS. 884. cuore 'coraggio': BAR. 737. cuppo 'concavo': BAR. 727. cura 'occupazione': PIG. 527 («cure rodianne» 'occupazioni inerenti l'ordine di S. Giovanni di Gerusalemme').

curia: VAR. 350. [Cfr. CARDONA, p. 200]. curiosità 'cose curiose e singolari': SAS. 893. curioso 'premuroso, geloso': VER. 605. curoa 'una delle tavole che formano il costato di una nave': SAS. 897. [Il GDLI dà come primo esempio questo passo]. cuspide 'punta d'una piramide': COR. 462.

D

d - Manca in si raunarono (EMP. 421), che è la forma antica da cui - per epentesi in iato - sono derivati sia radunare sia ragimare. Non è caduta in adiuto (lat. adiutus): VAR. 296, 297. Una forma latineggiante è anche adiunto (COR. 466), che però ha il valore di 'vicino' come lo spagn. e port. junto. Nella coniugazione verbale troviamo l'esito -gg- in luogo di d in caggiano (BAR. 722), rinclziuggo110 (SAS. 923), riveggono (BAR. 731), fJeggano (BEN. 690), fJeggendo (VER. 593, 596, 597, ecc.; BAR. 719, 722; SAS. 936), veggiamo (VES. 268; VER. 615, 616), veggo (VES. 268; BEN. 672; SAS. 876,888), veggono (COR. 478,499; BEN. 672; BAR. 719, 729; SAS. 886, 887, 922, ecc.; BAL. 955). - (d/t) La sonorizzazione in d, là dove la lingua nazionale mantiene la t, in sede intervocalica s'incontra in: abando11adi (PIG. 542), ambasciadore (COR. 468, 470, 472, ecc.; BAR. 723, 724, 725, ecc.), armadori (EMP. 394, 444), annadura (SAS. 884), attacade (VAR. 337), cadedra (PIG. 552), celada (PIG. 560), ce/adone (PIG. 561), cen,ida 'scelta' (FED. 825: la forma dotta con la sorda si è imposta solo nel nostro secolo), congregadi (PIG. 531), ficada (PIG. 545), fradello (PIG. 558), gomedi 'gomiti' (PIG. 558), grada (VAR. 312), imbasciadore (COR. 502), imbottide (VAR. 365), impenado (PIG. 536), ligado (PIG. 532, 537), mercadantare (PIG. 551, 563), mercadante (VAR. 357, 358, 361 ecc.; PIG. 551; FED.

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I 109

808, 813, 816, ecc.), mercadantia (PIG. 550, 562, 563, ecc.), moscado (VES. 266; EMP. 439; SAS. 885, 888, 900), mudando (PIG. 549), nodare 'nuotare' (VAR. 322; PIG. 535), pesado, (FED. 850), pognalade (PIG. 539), pradaria (v.), preda 'pietra' (VAR. 312), sadisfazione (SAS. 911), seda (VAR. 356, 357), servido,e (EMP. 425); tacado (PIG. 535), TJodar (FED. 853), vode (VAR. 361). In altra posizione c'è da citare solo: pedre (PIG. 561). Sorde etimologiche in cetro (V AR. 343) 1 / ontego, f antico (v. fondachi: già nel lat. med. c'erano siafondacum siafontica: cfr. DELI, s.v. fondaco), impatronirsi (FED. 815; BAL. 972), latri (VAR. 349) 1 lito (EMP. 412; VER. 592, 593, 594, ecc.; FED. 821), mat,e (VAR. 300), parentato (VAR. 361), patre (VAR. 358, 366), patrone (VAR. 319, 344, 345, ecc.; PIG. 564; BEN. 667; AN. 784, 794; FED. 807, 827; BAL. 976), satisja,e (VES. 230; VAR. 296, 328, 356; COR. 458; PIG. 527; SAS. 908, 913), satisfazione (VAR. 295, 297; COR. 507; PIG. 525; SAS. 890, 893). La sorda in vite (PIG. 536, 541, 565), viti (PIG. 531), viteno (PIG. 542) è propria dei testi veneziani (cfr. SANVISENTI 1938, p. 168). Antipoti (VES. 275) è forma riconducibile al dialetto lucchese che • insieme con i parlari dell'Italia meridionale partecipa al passaggio di d> t nell'ultima sillaba dei proparossitoni• (ROHLFS § 216). Quanto 'quando' (PIG. 528, 544, 555) è forse dovuto a reazione ipercorrettiva alla sonorizzazione. Per PIG., comunque, cfr. SANVISENTI 1938, pp. 155-6.

da - Ha il valore di 'per', •adatto per' in: • Aspettano ... il buon tempo da partirsi» (FED. 826); •pietra da fare allume» (ARO. 755). - Frequente è i-omissione della preposizione nell'espressione dall'ima e l'altra parte e simili: ElVIP. 417 (udall'una parte e altra della città•); VER. 595, 602 (•da l'una e l'altra terra»), 604; ARO. 754 (•da l'una e l'altra banda »), 792 ( u da una banda e l'altra •). - In nessi preposizionali: • dentro dalla città• 'nella città': VAR. 321. - 'circa': VAR. 368; MAR. 630, 632; BEN. 664, 683, 686; ARO. 753; FED. 836; SAS. 883; BAL. 951, 954, 959, ecc.

dah: FEO. 842 (uspade come cortelli, lunghe e senza punta•); BAL. 971 (•Le spade sono senza punta e hanno il manico fatto a guisa di quei de' nostri cortcllacci, ma lunghi intorno a tre quarte e il taglio è solo da una banda e dall'altra è la costa o schena senza taglio•). daini: VES. 276 (dani); VER. 59S, 606. [In da11i c'è l'eliminazione del dittongo discendente ai, che il toscano non gradisce all'interno delle parole]. damaschi: EMP. 438 (d. di seta); COR. 503 (damasco d( Persia), 504 (domasco di Persia); PIG. 566; FEO. 821, 822; SAS. 918 (damasco); BAL. 962. damaschi110 - 'lavorato d'intarsio e di arabesco': COR. 504 (•scimitarra d.•). - a la domaschina: VER. 603.

I I IO

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dnneq: FED.

811

(«le lor barche, che da essi sono chiamate danec e sa-

fi,ie »). dannare 'danneggiare', 'guastare': EMP. 434. dan11ijica1·e 'danneggiare': COR. 476. dapoi, da poi

- 'dopo': VAR. 309, 311, 325, ecc.; EMP. 393, 401 (dappoi), 407 (id.), ccc.; COR. 503 (dapo'); PIG. 525, 536, 55S, ccc.; BEN. 664; FED. 817, 832, 835; SAS. 933. - d. che 'dal momento che', 'dopo che': VAR. 328, 348, 354; PIG. 545; MAR. 643; BEN. 668. dardi: VES. 278; COR. 477; FED. 842; BAL. 974. dare: daesse 'desse' (VAR. 363), daga 'dia' (FED. 838), daressemo 'daremmo' (PIG. 562), dasse 'desse' (PIG. 558), derono (COR. 491), dete 'diede' (VAR. 359), deti 'diedi' (VAR. 358, 359), dierono (VES. 236; COR. 473, 500), dieti (VAR. 326, 363). - 'picchiare', 'colpire': VES. 277; BEN. 694; BAR. 722. - d. a 'arrivare a': PIG. 536. - d. del buon per la pace 'accondiscendere umilmente per evitare contrasti': VES. 240. - d. parte, v. parte. datteri: VAR. li chiama dat(t)ali (J 11, 336, 344) o dattili (344). Dattili anche COR. 462,464,487, 498, e FED. 812; AN. 793 e BAL. 979 dat(t)oli. Solo EMP. 442 e SAS. 900 li chiamano datteri. da vantaggio 'di più': SAS. 904. davanti

- 'prima': EMP. 385, 395, 401, ecc.; VER. 604. - per d. 'prima': EMP. 400, 414. dazio: FED. 808, 8n, 813, 828, 829, 836, 847, 848, 857; BAL. 949, 952, 962, 965. E v. gabelle, tributi. de, v. di, i. de-

- Molto spesso si trova de- in parole che oggi hanno di-: declziarnre (VAR. 305, 337, 344), dechiarazione (VAR. 313), dee/arando (COR. 485), defe11dere (VAR. 307, 324, 367; COR. 484; PIG. 561), defensio11e (COR. 492, 505), defere,ite 'differente' (AN. 783), deferenza (AN. 780), de/etto (VAR. 358), delettabile (VAR. 334), delettare (VAR. 296; PIG. 557), de/ettevole (PIG. 546), demandi> (PIG. 557), denanzi (PIG. 555), dependenza (SAS. 925), dependere (SAS. 881), depingere (VAR. 324; PIG. 536, 537, 554, ecc.; BEN. 676; AN. 778, 785, 788, ecc.), desabitato (VAR. 353; PIG. 547), descalci (PIG. 558), descaricare (PIG. 55S, 561, 565, ecc.), descendenti (COR. 494), descendere (VAR. 311, 326; PIG. 529, 552, 565, ecc.), descoprire (PIG. 539, 540, 544) 1 desonnore (PIG. 569), des-perata (VAR. 367), desperazione (COR. 474), des-piacere (VER. 318, 326), destillare (FED. 832), destretto (VAR. 336), destruggere (COR. 487; PIG. 552;

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IIII

SAS. 925), destruzzione (COR. 459, 495; SAS. 923, 924, 925), deventare (PIG. 553, 561), devorare (VAR. 299). - Viceversa abbiamo di- in: difensione (COR. 469, 472), difinitiva (EMP. 485), diformità 'deformità' (SAS. 898), diliberare (VES. 279), dillucidato (BAR. 297), dinunziare (EMP. 390, 407), dipositario (SAS. 910), diputato (BAL. 954), diserto (COR. 462, 471, 486; COR. 504; MAR. 644, 645, 649; FED. 833), disiderare (EMP. 426, 429), disi11are (PIG. 563; ARO. 760), disnare (PIG. 552, 556), disolato (COR. 495), diterminare (VES. 273; EMP. 394, 396, 401, ecc.; FED. 823), diterminazione (EMP. 400), di·oozione (BAL. 950, 959, 977, ecc.). debiti: BAR. 721-3; FED. 849. decacienì: BAL. 952, 962 (decacinì), 973 (decagini). decembrio 'dicembre': VAR. 342, 360. declinazione magnetica: PIG. 548; SAS. 892. decozio11e 'decotto': VAR. 358; SAS. 935. delettabile 'dilettevole': V AR. 334. deliberare - 'guarire': V AR. 358. - 'scegliere': VES. 279.

delingi: FED. 848 («d., qual è un panno attacato a una stanga, nel qual sta l'uomo disteso»). [Cfr. BALBI 1590, pp. 99v.-100: «è questo delingo un panno di cotone grosso doppio, il quale per più bellezza si varia di molti colori, e è lungo e largo quanto un tapeto di casa con un ferro per testa da poterlo attaccare d'ogni banda, sì che nel mezo faccia come una tasca o borsa. Questi ferri sono attaccati a una canna molto grossa, la quale è portata da quattro uomini»]. demonio, v. diavoli. dening 'dcnghe•: BAR. 731 (•in loro monete, che la più grande ne va 50 per uno scudo, che sono come aspri turcheschi e si domandano dening »). [HERBERSTEIN, 111, la chiama denga: cfr. pp. 737, 780, 785 (cit. nella nota 5 a p. 731), ecc.; GUAGNINI, IV, dzienga (p. 558) o de11gha (p. 559), MATTEO, 1v, p. 678, dzilzgis («Hanno una moneta di argento puro nominata cl., la maggior e la minore di forma bislonga, di quattro faccie, non tonda, non polita, né bene spianata»)]. dentro, v. terra adent.ro. dentro via (de) 'all'interno•: AN. 786.

de prof1111dis: EMP. 420. [Parole iniziali - «De profundis clamavi » (« dal fondo dell'abisso ho invocato») - del salmo cx.xix, che si recita in suffragio dei defunti]. des-: si cerchi anche con l'iniziale disdescritto 1fissato, determinato': VER. 612. descrizione (fare) 'narrare': BAL. 974.

I I 12

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desiare 'desiderare': VES. 246. dengnare 'descrivere': MAR. 640, 642. Deumo: VAR. 33 I («El Re de Calicut è gentile e adora el diavolo ... El qual loro lo chiamano el D.»), 332, 333. di (de) - Analogamente a quanto avviene per da (v.), manca nel secondo membro di espressioni come •de l'uno e l'altro corno» (AN. 780), «dell'una e raltra » (MAR. 637), «dell'una e l'altra città» (BAL. 974). Manca anche nel costrutto a casa il (un) (EMP. 406; SAS. 886). - t frequente in nessi preposizionali: a basso di 'sotto' (EMP. 427; COR. 475, 477, 480), acosto de 'vicino a' (PIG. 534), adentro di (ARD. 755), dentro di (VES. 258), appresso di (VES. 241; VAR. 295,309; COR. 461; BAR. 727), de verso al 'verso il' (VAR. 356), dibasso di 'sotto' (VES. 229; EMP. 395 1 425; COR. 463, 480, 488) [cfr. spagn. debajo (debaxo) de (in COL. 68) e port. debaixo de], dipoi di 'dopo' (VES. 224 1 232, 235, 237 1 238, 241, 252; EMP. 387, 389; BEN. 684) [iberismo: cfr. spagn. después de e port. depois de], drento di (EMP. 411), altra di (ARD. 752), sopra del (BAL. 982). - Retto da verbi: «a imparare di leggere» (BEN. 689); «Solito era di partirsi» (FED. 846). Con poco: «poca di stanza» (VER. 594); « poco di dispiacere» (FED. 818). - Quanto alle preposizioni articolate si osservi di l'altro (PIG. 552; AN. 778, 784), dil (PIG. 528, 552), di la (COR. 486). di-, v. de-. Dialcan 'Adii Khan' (sovrano giusto): EMP. 391 (Adalcan); FED. 814, 822, 856. [Cfr. SASSETTI, p. 523: «el regno Decan, che fu signoreggiato da un altro di quei capitani del re di Bisnagar, detto el Dialcaò •· E v. CARD0NA 1971, pp. 43-4; CARDONA, p. 195]. diamanti: VES. 267; VAR. 364; EMP. 440; FED. 8:1:9, 847; SAS. 923, 926, 929; BAL. 980. diamates: SAS. 930 (aè d'una certa lega, che chiamono d.»). diaspro: VER. 606. diavoli: VAR. 331-2, 333, 339, 347, 356; PIG. 553; BEN. 676 (satanassi), 677; BAL. 985-6. dibasso 'sotto': VES. 234; COR. 498.

diceria 'discorso': EMP. 390. di che, v. che. dietro (a) 'indietro': SAS. 890 1 891, 892, ecc. - di d. tJia 'indietro': BAL. 986. difendere 'impedire', 'proibire': VES. 225, 237, 238, 240; EMP. 410; COR. 466, 471, 498; ARO. 750. [Cfr. COL. 30, 31, 138].

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I I IJ

dife11sione - 'difesa': COR. 469, 472,, 492 (defensione), 505 (id.). - (al pl.) 'armi difensive': VES. 278.

differenza 'discordia': COR. 459, 502; FEO. 834, 835. diffidarsi 'perdere la speranza': VES. 231. diffuso 'diffusamente': VAR. 305. difora 'fuori': COR. 464, 465 (difori). difonne, v. disforme. diformitate 'diversità', 'specie': VES. 228. dignità 'pregio, eccellenza': VAR. 330. diligenza 'ricerca accurata': BAL. 977. dimanda, dimandare, v. domanda, domandare. dimolto 'molto': VES. 228, 2.59, 267; ARO. 7S4, 758, 759. dimostrare 'invitare con segni': VER. 597. dinunziare 'annunciare, notificare': EMP. 390, 407, 410 (denrmziava). dipartire 'dividere, spartire': EMP. 416. dipendenza 'territorio soggetto a una potenza straniera': SAS. 925. dipintore 'pittore': SAS. 933. dipoi - 'poi', 'dopo': VES. 223, 232, 238, ecc.; EMP. 394, 400, 406, ecc.; COR. 463, 464, 465, ecc.; VER. 591, 594, 597, ecc.; MAR. 645; BAR. 707, 708, 710, ecc.; ARO. 754, 757; AN. 794; FED. 828; SAS. 878, 885, 896, ecc. - d. che 'dopo che': VES. 234, 243; VAR. 383; COR. 485, 486, 487. diposto, v. porre. diprima 'prima': COR. 464. dip11tato 'assegnato a un servizio': BAL. 954. dire: diximo (lat. diximru): VER. 608. direto 'dietro': VAR. 307. dirittamente 'esattamente': SAS. 931. diritto: - 'destro': PIG. 561 (drita), 568 (dricta). - 'diritto doganale': VAR. 361 (drito); EMP. 416; COR. 498; ARD. 752; FED. 835 (dretto); BAL. 962 (dritto), 965 (id.).

dirotta 'rotta': SAS. 895. [È questo il primo esempio citato dal GDLI, ma Piberismo (cfr. COL. 83, 117, 175) era già nel Vespucci nella forma derrota: cfr. FoRMISANO, p. 235. Lo si incontra anche in GAETANO, 11, p. 1002]. dis-: prefisso assai frequente. Cfr. disabitato (v.), disbarattare (v.), disbar-

1114

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care 'sbarcare' (COR. 484, 492, 498), disbucare 'sbucare' (PIG. 546), discacciare (COR. 464; BAL. 969), discadere (v.), discalzo (v.), discambiare 'mutare' (EMP. 425), discansare (v.), discaricare (VES. 257; EMP 386, 397, 420, ecc.; PIG. S5S, 561, 565, 566, 571; AN. 794; FED. 836, 847; SAS. 924; BAL. 952: cfr. spagn. descargar, port. descarregar), discavedar (v.), disconcio (v.), discontentare (SAS. 913), discontento (v.). discontortamente 'disordinatamente' (VES. 251), disco11venire (SAS. 888), discoperto (VES. 245; MAR. 649; BAR. 720; probabile iberismo: cfr. FoRMISANO, p. 236), discoprimento 'scoperta' (BEN. 665: "ritrovamento e d.»), discorrere (V AR. 295; VER. 595, 602; SAS. 936; e v. correre), discorso (v.), disembarcare 'sbarcare' (ARD. 753), disfarsi, (v.), disforme (v.), disformità (v.), disgonfiare (FED. 809), disimbarcare (SAS. 904, 924), disligare (FED. 842), dismontare 'scendere' (VES. 238; EMP. 392; PIG. 555, 562; BAL. 982, 983: cfr. spagn. e port. desmontar, e FoRMISANO, p. 236), dimudo 'nudo' (VES. 235, 237, 242, 243: secondo FoRMISANO, p. 236, è un «ispanismo tematico di ascendenza colombina»; cfr. COL. 29, 35, 55, 57, 66, 98, 181), disorbitante 'esorbitante' (SAS. 925), dispacciare (v.), dispartire 'andarsene' (EMP. 415), dispedire (v.), disperdere 'abortire' (BEN. 676), di.spoglio (v.), disposizione (v.), distretto 'stretto' (VAR. 336; BEN. 667). disabitato 'deserto' (sost.): l\.'IAR. 638, 640, 641, 643, 649. disbarattare - 'rovinare': FED. 856. - 'sbaragliare': VES. 237, 238; V AR. 368 (sbarattare); EMP. 416, 431; COR. 485, 491. [Iberismo: spagn. e port. desbaratar. Cfr. OVIEDO, v, pp. 755, 768, 848, 936; }EREZ, VI, pp. 714, 736, 752; e per sbarattare: ALVARES, 1, p. 650; BARBOSA, II, p. 596; Relazione della Nuova Castiglia, vr, p. 830. E v. CARDONA, p. 213; FORMISANO, p. 236]. discadere 'deviare dalla rotta prestabilita': COR. 473, 483; ARD. 762. discalzo 'scalzo': PIG. 555 (discalcio), 557 (id.), 558 (descalci), 566 (descalso), ecc. [Cfr. spagn. descalzo, port. descalço]. discansare 'riposare': VES. 244. [Dallo spagn. descansar: cfr. COL. 73, 151, 156 j e V, FORMISANO, p. 236]. discavedar 'rimetterci': FED. 858. discobrir, v. discoprire. disconcio 'disagio': VAR. 296. discontento 'dispiacere': COR. 464. [Il GDLI dà come primo un esempio di G. B. GELLI]. discoprire 'scoprire': VES. 224 (discobrir), 237, 241, 242, 243, 244, 245, 252, 261, 274, 279; EMP. 402, 413, 414, 428, 429, 436, 440; COR. 461, 475, 476, 487, 499, 500, 506; PIG. 534 (discovrire), 539 (descoperto), 540 (descovrire), 542, 543 (discovrire), 544 (descoprire), 550 (id.); VER. 59 I, 602, 610; AN. 794, 796; FED. 856; BAL. 950. [Discobrir (VES. 224) evidentemente è un ispanismo; ma anche d. nel-

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la lingua dei viaggiatori «con ogni probabilitàn è un iberismo p. 236). Cfr. COL. I 12, I 17, 124, 129, 138, 163].

IIIS

(FoRMISANO.

discorso - 'decorso': COR. 461. - 'percorso', 'rotta': VER. 591 (descorso), 614. discovrire, v. discoprire. discrezio11e 'descrizione': VES. 244. [Da descrizione per metatesi]. disfarsi 'esaltarsi': SAS. 875. disfor111e 'diverso': VES. 234, 236; VER. 594, 609; SAS. 887 (diforme) [Cfr. COL. 72: 11arboles muy diformes de los nuestros», 73]. disformità 'diversità': VES. 234. disgiuntamente 'separatamente': SAS. 936. disi11contrato 'senza corrispondenza di parti': SAS. 932. [Questo è l'unico esempio registrato dal GDLI]. dismisura (a) 'in quantità straordinaria': SAS.

900.

dispacciare - 'dare il permesso di partire': EMP. 390, 396, 402, 403. - 'disimpegnare': EMP. 395. - 'inviare': Eì\tIP. 433; COR. 481, 486, 498, 506. - dispacciarsi 'morire': COR. 497. dispedire: 'partire, congedarsi': EMP. 432. [Quest'iberismo s'incontra anche nella Lettera a P. Soderini, pp. 39, 58 (despedirsi), 66]. dispog/io 'bottino': COR. 493. disposizione 'condizione': VES. 234, 235, 279, 280 (dispozizione); EMP. 405, 415; SAS. 882. 'condizione adatta': VES. 225, 227, 236, 239. 'condizione di salute': COR. 487, 495. - 'ordini': VER. 591. disposto 'proporzionato': VER. 594. distmire, distruere 'distruggere': EMP. 404, 406 (distrurli); COR. 466 (destruerla), 471 (destruire), 472, 493 (destruimo); PIG. 551 (destn1eria110). [Voce dotta; lat. destruire; ma cfr. spagn. e port. destruir]. disturbare 'distogliere': BEN. 685. disturbo 'disordine, trambusto': FED. 819, 852. disviare 'cambiare la direzione': EMP. 417, 432.

ditene,e 'impedire': COR. 484 (detenere). 'trattenere': VES. 236; EMP. 392, 394, 402; COR. 458, 474, 481. [Dallo spagn. detener e dal port. deter: cfr. FoRMISANO, p. 237. Un'al-

I I 16

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tra occorrenza vespucciana nella nota 3 a p. esempi del Vespucci sono i più antichi].

224.

Cfr. COL. 90, 162. Gli

ditira,e 'trattenere': EMP. 432. [Non è documentato altrove, nemmeno nelle lingue iberiche. Il contesto sembra suggerire il significato di 'trattenere']. Dividna: BAR. 736 («D., che in Rutteno vuol dire dua»). [Cfr. GuAGNINI, IV, p. 570: «dt4'ina in lengua de Russi doi insieme significa»].

divitie 'ricchezze': VER. 595. [Lat. divitiae]. divorzio (fare uno) randarsene': COR. 478. dob,·are rdoppiare': EMP. 405, 421 (s'aveva fatto dobrato), 426, 427. [Calco dello spagn. e port. doblar: cfr. BECCARIA, p. 77. Nella forma dobla, già nella Lettera a Pier Soderini (v. FoRMISAN0, p. 237). Come ha osservato il BusNELLI ((pp. 29-30), resempio del Pigafetta che è dato dal GDLI («doppiare il Capo di Buona Speranza .•. doppiarlo») ed è il primo della serie, è errato: il ms. ambrosiano ha cavalcare (v.) e poi passare. I compilatori si sono fidati di una (FORMISANO, p. 247)].

1188

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reali (monete): COL. 135 (reales); BEN. 686, 688; BAR. 731 (•r. di Spagna»); SAS. 883,912 («rais [r. portoghesi] ... r. castigliani»), 920 (r.; r. castigliani), 925, 929 (r. castigliani). recapito - 'aiuto, provvisione': BEN. 671. - fare mal r. 'capitare male': SAS. 898. recercare 'esplorare': V AR. 296. recitare 'discorrere di' : VAR. 300 ( e r. el governo »). recreazione 'piacere': VES. 225. rèdita 'rendita': VES. 280. [Da redere, esistente accanto a rendere]. reducere 'ricondurre': COR. 507. [Lat. reducere]. redutto 'luogo dove si raccoglie l'acqua': VAR. 310. referire 'finire': PIG. 541. refrescativo 'rinfrescante': VAR. 306. refresco, v. rinfresco. refrigerare 'rinfrescare': COR. 499. refrigerio 'rifornimento': PIG. 546, 569. [Cfr. spagn. refrigerio. M. MASOERO (PIGAFETTA, p. 279) interpreta 'ristoro materiale procurato dal cibo'].

regate: BAL. 983. rege 're': COR. 469. [Lat. rex, -egis]. reggimento 'ordine, istruzione': EMP. 390 (reale r.); COR. 481, 490; ARO. 759. [Cfr. port. regimento]. regidore: SAS. 909 (•un suo r. ch'è come luogotenente di tutto il regno»). [Dal port. regedor 'governatore, amministratore']. regno 'tiara, triregno': VAR. 332. regulo 'piccolo re': SAS. 921. [Lat. regulus]. relatorio 'relazione scritta': EMP. 386. [Dal port. relatorio: cfr. CARDONA, p. 212. Solo questo esempio nel GDLI].

religione: COL. 31, 59, 72; VES. 276; VAR. 331-3, 351, 356; EMP. 437; PIG. 532, 552, 558-9; VER. 610-1; BEN. 676-7, 687-90 (giudizio degli indi sui cristiani), 693-4; BAR. 717-9; SAS. 910, 914-7. religiosi: COR. 464-5 (sacerdoti etiopi); BEN. 676-8 (sacerdoti idolatri), 679 (sciamani); BAR. 712-3 (frati alla greca), 719 (preti e frati russi); AN. 781 (anacoreti); BAL. 986 (padre del diavolo 'sciamano'). E v. bramini, talapoi. remigante 'rematore': BAL. 951, 978.

remore: COL. 142 (cunos peces que se llaman revesos, quc los mayores seran corno una sardina»).

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1189

remosso 'sbattuto': VER. 597. [Cfr. frane. remué].

renna: BAR. 738 («una pelle simile a quella del cervo•). renunziare 'rifiutare': VER. 599, 604 (rinuntiavono). reo - 'di cattiva qualità': SAS. 926. - 'inganno, torto': VES. 277. repugnante 'contrastante': VER. 61 5. requirimento 'istanza, richiesta': COR. 488. [Dal port. requerimento. Assente dal GDLI]. requisizione 'istanza': COR. 481. residere 'risiedere': PIG. 527; ARO. 758. restare 'cessare': PIG. 566; BAR. 728. restaurare 'rifornire': VER. 604. rettore - 'governatore': FED. 834, 835, 836, 837, 847, 855. - 'signore': BEN. 663. revoluzione de l'anno 'oroscopo': SAS. 917 .

.

ra-, v. ra-, re-.

ricadere 'ritornare di diritto': ARO. 760. riccettare 'dare ospitalità': BAR. 713.

ricci: VES. 277. riceptaculo 'rifugio': VER. 606. [Lat. receptacultlm]. ricerchiare 'condurre una nuova cerchia': EMP. 425. ricolta 'raccolta': SAS. 93 I. ridico/oso 'ridicolo': BAR. 722. rifarsi 'rifornirsi': ARO. 758. riferirsi 'rimettersi': VES. 258.

riflessivo: abbastanza frequente è l'uso del riflessivo per l'attivo. S'incontrano, per esempio, andarsi (EMP. 413; BEN. 690; BAL. 965), credersi (BAL. 986), deliberarsi (FED. 820, 822, 856, ecc.; SAS .. 886), essersi (VAR. 298, 302, 313, ecc.; EMP. 414,421; COR. 473,483; BEN. 686; AN. 790; BAL. 985), fuggirsi (EMP. 419, 432; VER. 599, 610), morirsi (BEN. 666, 667, 67 5; SAS. 886, 893), partirsi (VES. 224, 258, 279; VAR. 299, 300, 307; EMP. 416, 420, 430, ecc.; PIG. 526, 528, 571, ecc.; MAR. 634, 643, 645; BEN. 663, 671, 679, ecc.; BAR. 707, 725; ARO. 761; AN. 778; FED. 826, 828, 837, ecc.; SAS. 880, 889, 894, ecc.; BAL. 952, 954, 979, ecc.), ridersi (EMP. 416), ritornarsi (EMP. 443; VER. 597; MAR. 641; BEN. 692), starsi (EMP. 423; BAR. 728; SAS. 880), tornarsi (EMP. 415,418; COR. 488,503; VER. 597; SAS. 904), venirsi (EMP. 422, 424; PIG. 571), volersi (BAL. 967, 985). .

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

riformare - 'rifornire': EMP. 400. - 'riparare': EMP. 385, 395, 418. rifrescare 'rinnovare, racconciare•: BAL. 950. rigaglia 'regalo', 'compenso': DAL. 965. rigare 'seguire', 'percorrere': VER. 593, 595, 609. n'grumare 'ruminare': SAS. 907. rimburchiare 'rimorchiare': BAL. 951. rimburchio 1 rimorchiamento': BAL. 951. rimediarsi - 'difendersi': VES. 238; EMP. 418. - rimediato 'riparato': COR. 506. rimessa 'contrattacco': VES. 238. rimettere, v. mettere. rimpetto 'di fronte•: BAL. 966. rincontro - 'di fronte': BAL. 968. - a r. 'di fronte': BAR. 710, 730. rinfrescamento, v. rinfresco. rinfrescare - 'rifocillare': VES. 239; EMP. 444; BAR. 717. [Cfr. - (detto di vento) 'rinforzarsi': VAR. 367.

FORMISANO,

p. 248].

rinfresco 'provviste fresche', 'rinnovo delle provviste': VES. 242, 252 (rinfrescamento); EMP. 422, 424, 434, 444 (rinfrescamento); COR. 470, 476, 495, 497; PIG. 531 (refresco); FED. 834 (refrescamenti). [Si veda resemplificazione fornita dal FoRMISANO, p. 248].

rinoceronti: SAS.

902

(bada). [Cfr. CARDONA, p. 209].

rinovare 'rifornire': COR. 496. rio 'fiume': VES. 226 (•rii, o fiumi•), 227,235,262,263; EMP. 389, 397, 399, 400, 401, 403, 406, 409, 417, 431, 435, 440; MAR. 645; SAS. 900, 909; BAL. 951. [• Iberismo largamente diffuso nella lingua dei viaggiatori, ciò che si spiega tanto per la frequenza dell'impiego toponomastico ... quanto per f'associazione con l'it. rio/rivo (ma letterario, e 'ruscello')» (FORMISANO, p. 249). Si veda anche CARDONA, p. 212: 11Dato lo sbalzo di frequenza d'uso (nei portolani compare solo rigo e una sola volta, col significato abituale di 'ruscello' ... ) e la specializzazione di significato ('fiume') è necessario postulare un calco sul p. rio anche per una parola tanto comune•]. riobarbaro, v. rabarbaro. ripatriarsi 'tornare in patria': VES. 244. [ a forse da riferire a spagn. e port. repatriarse •,

FoRMISANO,

p. 249].

GLOSSARIO B INDICE DBLLB COSE NOTEVOLI

1191

riportarsi 'affidarsi': FED. 835. riposare - 'approdare', fare scalo': VES. 260. - riposarsi 'calmarsi': BEN. 685. riposo (stare di) 'riposarsi': VES. 274. [Calco sullo spagn. estar de discanso: cfr. FORMISANO, p. 249]. riscapezare, v. scapezare. riscattare 'liberare': EMP. 416. riscontrare 'imbattersi', 'incontrare': VES. 228; VAR. 356 (scontrano), 362 (,nì scontrai); VER. 599; SAS. 891. [« Forse da spagn. / port. encontrar(se) con, associato a dar en (em), topar en (em) •, FoRMISANO, p. 249]. riscontro di 'di fronte a': EMP. 413. risentito 'ammalato': BAL. 985. riservato - 'tranne': VAR. 335; EMP. 400, 437; COR. 499; BAR. 727. - r. che 'a meno che': VAR. 335. risguardo 'riguardo': BEN. 680.

riso: VES. 264; VAR. 333; EMP. 415, 419, 435, 437; COR. 462 1 498; PIG. 553, 570; FED. 812, 829, 831, 833, 843, 848, 850, 854, 856; SAS. 901, 928, 929; BAL. 986, 988-9 («focacce di risi•). rispetto - r. alla 'a causa della': COR. 475, 479, 494. - r. clze 'poiché': COR. 491. - a r. del 'rispetto al': EMP. 414. - per r. 'a causa': FED. 856. ritenere - 'imprigionare': PIG. 570 (reteni,ti). - 'trattenere': EMP. 394, 433. ritirare 'trattenere': EMP. 412. ritornata 'ritorno': VAR. 329; PIG. sss; MAR. 633; BEN. 672. ritorto 'piegato all'indietro': COR. 463. ritratto 'ricavato': SAS. 924. ritrovare 'raggiungere, scoprire': BEN. 668; ARO. 762. ri"iera 'fiume': VER. 601, 602; BAR. 715; SAS. 880, 881. [Cfr. frane. ri"ière, port. ribeiro]. robbatori, v. ladri. robbia: COR. 505. rogare 'richiedere': COR. 458. [Lat. rogare]. rogo 'rovo': SAS. 932. Romano 'dell'Europa latina': VAR. 316, 323.

1192

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

rombee, v. zombe. rompere - 'sbaragliare': V AR. 309. - (detto del mare): ARD. 763. ronch.ioso 'ruvido': SAS. 908.

rondini di mnre: COL. 51 (pardelas); PIG. 546 («pesci che volanno chiamatti colondrini»). rose: VAR. 302, 344; VER. 600 (r. silvestre); BEN. 678. rostro: SAS. 881 («por esto rostro» 'per questo viso': locuzione spagnola).

rotelle - (anni da lancio): VAR. 365. - (scudi): VES. 235; VAR. 323-4 («certe r., le quale sonno doe pelle de vacca over0 de bove incollate insieme»), 334; MAR. 636 («r. di cuoi di vacca»); FED. 822; SAS. 903, 909. rovano 'color ruggine': BAL. 985. [Dallo spagn. roano. Cfr. BECCARIA, p. 92]. n,bare - 'derubare': VAR. 306 (robare). - 'saccheggiare': EMP. 418.

rubini: VES. 267, 350; VAR. 364; EMP. 410, 411, 437 (r. orientali), 438; COR. 480, 507; FED. 843, 844, 847, 849, 850, 851, 852, 856; SAS. 9n, 912, 923, 926; BAL. 964, 970, 979, 980 (robini), 981. rubo - 'furto': COR. 500. - fare r. 'rubare': EMP. 416. [Dallo spagn. robo, port. roubo]. rude 'brutto, di poco conto': VER. 595. ruga 'strada fiancheggiata da case e botteghe': BAL. 977. ruina 'rovina', 'ruderi': VER. 299, 309; AN. 790, 791; FED. 810. [Lat. ruina]. ruinare 'distruggere', 'rovinare': VAR. 308; BAR. 709; AN. 790; FED. 810, 847.

rupie: SAS.

920-1

(«Rapia, moneta del Re di Bengala su le foci del GangeD),

ruspido 'ruvido': COR. 463.

s s - Frequentemente incontriamo s in luogo del e toscano: abrusare (VAR. 332, 344; AN. 782), amisizia (PIG. 550, 551), basare (VAR. 328, 359; PIG. 554, 558, 565), bonnasa (PIG. 530), braso (PIG. 541), br11sare (VAR. 347; PIG. 556, 559, 561) e brussasero. (PIG. 558), buso (VAR. 326;

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

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1193

AN. 781: è esito della forma bucio in luogo di buco), camisa (VAR. 324, 325, 326, ecc.; COR. 499; PIG. 571; FED. 821, 836), camiseta (PIG. 566), camisola (VAR. 335), caso 'cacio' (VAR. 304), comensare (PIG. S37, SS r, 557), coside 'cucite' (PIG. 536), cusito (FED. 812), dise 'dice' (PIG. 528, 531), fesse 'fece' (PIG. 558), Fransa (PIG. 532, 571), incomensiamo (PIG. 527), insenso (PIG. 540), lisenzia (PIG. 554) e lissenzia (PIG. 566), nemisi (PIG. 554), osidente (VES. 224: secondo F0RMISANO, p. 245, è un « iberismo fonetico 11), Pallavisino (VER. 608), pelessina (PIG. 537), sercar (PIG. 545), sessava (PIG. 535), si 'ci' (FED. 832, 833). Si aggiungano afiò (PIG. 537, 538, 545, ecc.), giaçio 'ghiaccio' (PIG. 540). . Il fenomeno, come si vede, è particolarmente diffuso in PIG., dove si notano molte incertezze, che danno luogo anche a ipercorrettismi come conduce 'condusse' (536), dice 'disse' (570), foce 'fosse' (558), focemo (554), fucero 'fossero• (567), piance 'pianse• (562), volce (554, 566). Ciciliano (SAS. 885), invece, è la forma petrarchesca e boccacciana fatta propria dal Bembo. (s/g). In VAR. talora troviamo s per g: artesano (334), cason (302, 331, 339), presone (324, 325), rasone (320, 328, 352). Si aggiunga provisione (BAR. 727). Viceversa in SAS. 929 troviamo malvagie 'malvasie 1 • (s/sc) Negli autori veneti si trova talora s per se: bisone (AN. 789), cosini 'cuscini' (FED. 848), lasia1· (AN. 778), siniie (BAL. 956), simitara (PIG. 562), sioclie (AN. 782), siroco (PIG. 543, 545; MAR. 642; ARD. 762; BAL. 949). Per reazione AN. qualche volta scrive se per s: scepolte (785), sci conosce (788), sci racoglie (792), scimile (787, 789), scimilitudine (789). E cosci (VER. 615), sci11gulti (BAL. 973). Grafia di tipo reattivo è se per ss in PIG.: disce 'disse' (553, 558), discelli (552), discero (540, 552, 553, ecc.), dovescemo (565), perdonasce (553). E anche Rttscia (BAR. 731). Frequente è la doppia s per se: ambassadori (BAR. 723, 724, 729), aparisse (AN. 785, 787, 791, ecc.), conniosse11do (PIG. 561), cossa (VAR. 341; PIG. 560), cassino (PIG. 556), cressente (PIG. 528), cressivano (PIG. 546), cussi110 (PIG. 555, 559), finisse 'finisce' (FED. 818), gussi (BEN. 677), imbassiatore (PIG. 550), lassare (VAR. 295, 297, 304, ecc.; EMP. 392, 394, 396, ecc.; COR. 478; PIG. 531, 542, 552, ecc.; VER. 602; MAR. 632; BEN. 686; FED. 815, 817, 821, ecc.; SAS. 904, 9u), nitrisse (PIG. 536), pessi (PIG. 530, 531, 535, ecc.), smarrisse (FED. 846). PIG. è incerto fra l'uso di s e z, e spesso scrive s là dove il toscano presenta z: avansare (534), baptisasse (558), dinansi (565), /orsa (534, 540, 542), inansi (530, 541, 560), le11soli (559), meso 'mezzo' (531), 11otisia (525), pessa 'pezza' (565), se11sa (546, 547), tapisseria (555), terso (533, 540). Si aggiunga pcsso 'pezzo• (AN. 795). Viceversa, per reazione ipercorrettiva, PIG. usa spesso arbitrariamente z per s: ca::re (550, 560, 561), cazi (562), Cezaria (525), cortezia (551), guiza (526, 527, 528), intezo (550), izolla (534, 547, 549, ecc.), prezo 'preso' (544), rizo (553, 568, 569, ecc.), roza (557), rozato (559), uzansa (559), uza-

I 194

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

re (SS3, 5S5, 558), uzo (532, 536), vazi (551, 554, 565), vizitare (550), vizo (556, 561). S per zanche in: assannare (SAS. 881) e suppe (FED. 828). Sabaio, Sabaiti 'Sabayo', sovrano della dinastia musulmana di Bijapur: EMP. 391 (Sabaiti); COR. 498. saccone 'sacco imbottito di crine che si poneva sotto il materasso': SAS. 886.

sacerdoti, v. religiosi. Sachalarbo: AN. 784 («S., che vol dire capo de Arabbi»). sacrata - 'consacrata': PIG. 555. - sacratissima 'santissima': MAR. 629.

sadi: COR. s. »).

502

(•Le monete d'argento sono una sorte che loro chiamano

saettata 'colpo di freccia': VES. 278. saette 'frecce': VES. 237, 238, 239, 278.

safili, v. zaffiri. safìnah: FED. ne»).

8:1:t

(ale lor barche, che da essi sono chiamate danec e safi-

saglio 'saio': PIG. 566.

saia: FED. 845 («tenti con una certa radice che chiamano colore che mai si smarisse 1); BAL. 966.

s., qual

fa un

salangara: BAL. 951 («una barchetta da loro detta s. »). salassi: EMP. 384, 420; COR. 497. sale: COR. 499. salire: saglie 'sale' : FED. 817 ; sogliono : FED. 8 17. - (detto di una stella): VES. 232 (qui l'italiano coincide con lo spagnolo). - 'risultare': VES. 231 (cfr. COL. 112). - 'uscire': VES. 225, 226, 231, 234, 236; EMP. 407; COR. 459, 491 (cfr. COL. 79, So, 90, 140, 165, 166). - s. in terra 'sbarcare': COR. 492 (cfr. COL. 124: «salir en ticrra»). [Le ultime tre accezioni sono iberismi (spagn. salir, port. sair). Cfr. FORMISANO, p. 250]. salita 'uscita': COR. 471. [Dal port. saida]. sallibre 'salmastro': COR. 473, 504.

salma (misura di capacità): BEN. 686; SAS. 909, 928. 1altare - (detto di vento): VES. 227; EMP. 399, 426 (cfr. COL. 115: •Salt6 luego el viento »). - s. in campagna 'arrivare improvvisamente': SAS. 896.

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

r195

- s. (in terra) 'sbarcare': VES. 2.25, 227, 234, 237, 238, 240; COR. 469 (•saltò nel porto»), 471, 484, 492; PIG. 534; BEN. 672, 673. [Tecnicismo presente anche nello spagnolo e nel portoghese: cfr. COL. 56, 138]. salvamento (a) 'alla salvezza', 'sani e salvi': VES. 223, 246, 265; VAR. 354; EMP. 429; COR. 506; BEN. 675; ARO. 763; FED. 834, 838; SAS. 894, 904. [Come si vede, è una formula assai diffusa; cfr. COL. III: rllevar en salvamento», 1 12]. salvare 'mettere al sicuro', 'conservare': VAR. 317; BAL. 976. salvari 'pantaloni larghi': FED. 8:z:z.

salvaticina, v. selvaggina. sambuco: VAR. 338 («alcuni [navilii] se chiamano sambuchi, e questi sonno piani de sotto »). [Cfr. CARDONA, p. 191. Altri esempi: .Al.VARES, 1, pp. 636 («in uno loro zambuco, cioè battello», 638; LOPEZ, I, pp. 690, 698, 700, ecc.; BARBOSA, II, pp. 545 («piccioli navili, i quali chiamano zambuchi •), 587 ( «zambuchi, che son navili piccioli del paese di Malabari •), 5901 ecc.; BARRos, II, p. 1058]. sampan, v. chiampane. sandalo: VES. 266 (s. rosso e bianco); EMP. 439 (s. bianco e vermiglio); COR. 506 (s. vermiglio); FED. 837, 846; SAS. 919 (s. giallo); BAL. 971, 984, 985. [FED. SAS. e BAL. 985 scrivono sandalo]. sangiaco: AN. 792. sangue di dragone: EMP. 442; COR. 462 (ccs. di drago, che è gomma di uno arbore, la quale si genera in aperture di questi monti•). [Dal port. sangue de dragào: cfr. CARDONA, p. 208. E v. DA MOSTO, I, pp. 476, 478 («s. di drago, il qual nasce da alcuni arbori, cioè gomma che fruttan ditti arbori certo tempo dell'anno, e tirasi in questo modo»)]. sanscrito: SAS. 917 («la lingua delle quali è spenta e è imparata da loro come la latina e la greca s'impara tra noi•, ecc.), 936 ( 4 in una lingua, che domandano sanscruta, che vuol dire bene articolata•, ecc.). santa Chiara, santo Elmo, santo Nicolò, v. fuoco. Sapan Catena o delle Varelle: BAL. 979, 981-:z. Sa pan Daiché: BAL. 979, 982. Sapan Donon: BAL. 979, 982-3 Sapan Giachié: BAL. 979-81. Sa pan Giaimosegienon: BAL. 979, 98:z. sapere: sapé 'seppe' (VAR. 358), sappevano (COR. 495), sappiendo (EMP. 412, 424; COR. 473, 474, 484 ccc.). saputa (senza) 'all'insaputa': FED. 835. saraffi, v. seraffi..

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GLOSSARIO B INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

sarazo, v. ghingone cli sarazo. sardine: COL. 97, 127; PIG. S44, 545. sari: FED. 8x7 («un panno giallo lungo quattordeci braccia»). sartie: PIG. 546 (sarzia). Sati: VAR. 347; FED. 8x6-8. saturare 'saziare': PIG. 529. (Lat. saturare]. savorna 'zavorra': FED. 853. [Veneziano saorna]. sbalanzare 'sbilanciare': AN. 779. sbaragliarsi. 'disperdersi': BEN. 694. sbarattare, v. disbarattare. sbarbare 'sradicare': BEN. 681. sbardellato 'disordinatamente disposto': SAS. 874. sbombardare 'bombardare': COR. 483, 492. se - Troviamo se per c in abbrusciamento (FED. 817), abbrusciare (FED. 816, 830, 836, ecc.), basciare (VAR. 350; BAR. 729, 740), brascie (VAR. 342), brusciare (AN. 779), camiscia (BAR. 722), cascio (BEN. 663), cuscite (BAR. 738). Viceversa arbucelli (VER. 600) e per ipercorrettismo acceso 'asceso' (PIG. 525). - sc/s, v. s. Scambadar, v. Sciabandare. scandalo 'disordine, eccesso': BAR. 717. scapezare 'potare in modo indiscriminato': SAS. 878 ( «scapezano »; « nscapezarlo da capo»). scarlatti 'panni tinti di rosso': FED. 821, 822, 847. scarpa (in) 'con ripida pendenza': AN. 781, 782, 783, ecc. scavezzare 'rompere': BAL. 974. schiavi: COL. 39, 59; VES. 235, 242, 243; EMP. 435; COR. 493; PIG. 551; MAR. 631; BEN. 676, 678, 685; SAS. 881, 883, 885, 886-8. schiavina: PIG. 563.

schiavo 'slavo': BAR. 708, 718 (schiavona 'slava'). schiena di monti 'catena montuosa': SAS. 906. schiffare 'schivare': VAR. 325. schifo - 'battello di servizio per una nave grande': VAR. 368; EMP. 399, 400. - 'schifiltoso'; SAS. 9 I 5. schina 'schiena': VAR. 333. [Forma dialettale più vicina di schiena all'etimo germanico ske11a (•sl,ina)]. schiona 'anello, orecchino': PIG. 554 (sq11011e), 558. [Cfr. BusNELLI, p. 16].

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

1197

schioppetti: COR. 469 (scoppietti), 491 (id.); PIG. 561, 566; VER. 601 (sclopetto). schioppettieri: COR. 468 1 490, 491; PIG. 555. [COR. scrive scoppettieri]. schizo 'schiacciato, piatto': PIG. 533.

Sciabandare: EMP. 406 (•a casa il governatore della iustizia, chiamato S., che è il nome dello ufizio li), 409; COR. 482 (Scambadar). [Nel Discorso d'un capitano francese, VI, p. 922, è chiamato cambendare (« l'altro veniva detto c., il quale metteva il prezzo alle mercatanzie che noi portammo là e le dava alli mercatanti del paese, e ne faceva li pagamenti sicuri e buoni a noi altri li}]. sciamani, v. religiosi. sciavai: COR. 505. [Il testo stampato in RAMUSIO (11 1 p. 73) 1 invece, ha stravai, seta prodotta nella città persiana di Strava (Astaribid: cfr. la nota 7 a p. 440)]. · scieba 'allume': AN. 793 («una tera minerale bianca, che par calzina e la dimandano s. •).

scilede, v. slitte. scimitarre: COR. 504 (« una scimitarra domaschina con vagina e fomimerito d'oro»); PIG. 562 (simitara). scimmie: COL. 160 (gatos paules); VES. 275 (gatti mamoni); VAR. 364 (gatti maimoni); SAS. 910, 916; BAL. 952, 956, 959. scinto 'slacciato': COR. 497.

sciriffo: COR. 495 (•certi sciriffi e sciriffe, così chiamati una generazione di Mori della casa di Maumet »). [Cfr. LEONE AFRICANO, I, p. 75 (seri/); BARBOSA, II, p. 549 (.seri/e)] . .scompartire 'dividere': BEN. 678. sconsolato 'che reca affanno': SAS. 895. scontrare, v. riscontrare.

scopaliti, v. batti plaxa.s. scoppettieri, v. schioppettieri .. scoppietti, v. schioppetti . .scopulo 'scoglio': VER. 591, 596, 612. [Lat. scopulw].

scorbuto: PIG. 546; SAS. 898~9, 905 . .scorlare 'scrollare': FED. 824.

scorpioni: FED. 843 . .sco"ere - 'correre': BEN. 666, 694; AN. 778; FED. 828. - 'percorrere': VER. 596, 600, 610; BEN. 690; FED. 830, 833. - 'trascorrere': BAL. 965. scorza, scorzo, 'guscio', 'conchiglia': VAR. 337, 348; FED. 833.

1198

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

Scribi e Farisei: BAR. 729.

scrima 'scherma': VAR. 332. scrosciare 'croccare': SAS. 934. scudi: COL. 156, 157; COR. 477; BAR. 731, 737; SAS. 884, 885, 893, 910, 912, 930 (s. d'oro in oro).

seccare 'vuotare': FED. 853. ,ecco, v. albero secco (ad). secco (dare in) 'approdare': COR. 473. sedia 'sede': FED. 826; SAS. 923. segale: BAR. 708, 732. segno 'costellazione': SAS. 892. sego: BAR., 727, 731. [Sempre sevo, conformemente al lat. sevum]. selle: BAR. 730. selvaggina: MAR. 639 (salvaticine), 644 (id.); BAR. 715 (selvaggiumi; salvaticini). sementa 'seminagione': COR. 479. semini: BAL. 960, 961, 973, 975, 979 (ui s., che sono capitani e baronin), 980, 982. semplice 'erba medicinale': COR. 496, 501 (usiinplici medicinali•); SAS. 935. senna: AN. 792 (sene).

se non - 'salvo che': PIG. 537, 557. - se non se 'salvo': SAS. 929. sensali: SAS. 924. - v. tareghe. sepolture: AN. 780-1, 782-4, 786, 795. sequire 'percorrere': VAR. 330. [Come il port . .seguir]. seraffi: VAR. 30:r, 303, 313, 314, 317, 329; EMP. 397, 411 (saraffi); COR. 489 ( uasaraffi 10.000, che è una moneta d'oro di valore di 15 grossi •), 490 (id.), 491 (saraffi), 498 (s., aseraffi), 501, 502 (asaraffi), 504 (id.). serafini: FED. 857 (ducati s.); SAS. 912 (•contando sei reali castigliani per ogni serafino•), 913, 918 (xerafini), 919 (id.), 921 (id.), 929 (xerefini), 930 (xarafini).

serena 'rugiada': VAR. 346. serpenti: COL. 73; VES. 237, 275; VAR. 348; FED. 843 (serpi); SAS. 884 (iguana?), 915 (serpi). serraglio 'palazzo in cui risiedono le concubine di un principe': FED. 845.

serrare: EMP. 410 (•la barra si era serrata•).

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1199

[Secondo CARDONA, pp. 191-2, è un calco del port. cerrar e, più precisamente, di cerrar-se uma barra]. serrazione 'l'oscurità che precede il temporale': EMP. 426. [Iberismo (v. COL. 92, 115, u6). Cfr. BECCARIA, pp. 128-9; CARDONA, p. 191; FoRMISANO, p. 250. Si trova già nella Lettera a P. Soderini, p, 62]. servito (essere) 'compiacersi': VES. 268; MAR. 645 (dove il Nostro ••• servito 'qualora Nostro Signore lddio mi possa compiacere'). [Ispanismo. Cfr. BECCARIA, p. 51. Esempi in OVIEDO, v, p. 244 («di modo che 'l nostro Sig. Iddio ne sarà servito, e v. maestà similmente•); CoRTÉS, VI, pp. 287 (•se Dio così sarà servito•; • Poiché fu servito nostro Signor Dio che ... •), 288 («[se] ella fusse servita di ... »), 302 (•nostro Signor Dio è stato servito ch'io ... »); CORONADO, VI, p. 617 («fu nostro Signor servito che ..• •), ecc.]. serviziali, v. clisteri. sesamo: VAR. 346 (zerzelino); FED. 828 (zergelin), 829 (zer%elin), 831 (id.). - olio di s., v. olio. sesquiseptima 'rapporto di 8 a 7': VER. 612. sesso 'ano': SAS. 926. seta: VES. 255; VAR. 305,356 (seda; seda ••. silvatica 'tùssah'), 357; EMP. 386, 415, 429, 436, 438 (s. bianca; s. sciolta), 441; COR. 467, 505, 506 (di Cina); BEN. 686; FED. 813; SAS. 885, 886, 9u, 913, 918, 930. Sette città: MAR. 635, 636, 637, 641, 642, 649. settembrio 'settembre': VAR. 352. sferale, v. angolo retto sperale. sforzatamente 'coraggiosamente': COR. 459. sforzo 'coraggio', 'vigore': VES. 235, 238 (isfor%o); EMP. 417, 420; COR. 458. [Iberismo (v. COL. 112). Cfr. FoRMISAN0, p. 240, il quale fra l'altro osserva che nei due esempi vespucciani s. è a associato con animo in una dittologia sinonimica 11, Altri esempi: OVIEDO, v, pp. 407, 423 («di molto valore es.•), 489 (isforzo), 531, 747 («molto animoso e di gran s. •), 749 (cisforzo o valore»), ecc.; JEREZ, VI, pp. 741,749, ecc.]. - il s. 'la maggior parte': FED. 832, 839. sgombri: PIG. 546 (bonnih). sgottare 'aggottare, levare l'acqua dal fondo di un'imbarcazione': VES. 241 (« con dua bombe sgottando»). sicu,anza •accordo preventivo': VER. 605. [Cfr. frane. assurance]. sicurtà - 'assicurazione', 'sicurezza': VAR. 327 (securtà), 363 (id.); EMP. 413; MAR. 645; BEN. 673; BAR. 721. - fare a s. 'agire senza riguardi, con troppa confidenza': SAS. 880, 889.

1200

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Sidi: VAR. 314. sifilide: VAR. 339 (mal fran:zoso), [Cfr. PIGAFETTA, p. 161: « In arcipelago regna lo mal de San lo chiamano "for franchi", cioè

365 (v. pua); FED. 832 (mal francese). tutte le isolle averno trovate in questo lop, e più quivi, che in altro luoco, e mal portughese »].

silicato 'lastricato': FED. 839. simile 'parimenti': EMP. 405, 419, 438, ecc.; VER. S94, 595, 597, ecc.; BEN. 681. sinabaffi: VAR. 361 (11sinabaph, che sonno peze de tela»); EMP. 438. [Cfr. CARDONA, p. 204. Altri esempi: BARBOSA, n, pp. 571 (umolti panni del regno di Cambaia, Chaul, Dabul e Bengala, che si chiamano s., cautares, mamone, dug11asas, zaranotis »), 673; Sommario delle Indie orientali, II, pp. 763, 771, 773, ecc.]. · sinaro 'del Sinarum Situs': COR. 457; VER. 594. sirian 'portantina': BAL. 964, 980, 981 (siriani). sirte 'banchi, scogli': VER. 608. [Lat. syrtes]. slargarsi 'allontanarsi': BAL. 961. Slatababa, v. vecchia d'oro. slitte: BAR. 717, 733, 734, 735, 736, 738. [Sempre scilede, nome femminile indeclinabile]. smaltare 'intonacare': FED. 810. smarrirsi 'sbiadire': FED. 846. smeraldi: VAR. 356 (smiraldi); MAR. 648; AN. 792, 793; BAL. 960-4, 980 (smiraldi). smontare 'sbarcare': VAR. 353; BAL. 955. smurato 'con le mura abbattute': VAR. 303. sodomia: BAL. 988 («peccato contro natura»). sofferente 'capace di sopportare': SAS. 93 I. Sofi: EMP. 387, 437; COR. 502, 503. sogliole: COL. 93 (lenguados). solana 'cappello usato per esporre i capelli al sole': PIG. 557. solaro - 'piano di una casa': VAR. 304; EMP. 413; MAR. 635, 640,641,648; FED. 839 (soler), 844-. - s. (senza) 'a un piano': VAR. 331. - 'tavolato', 'impalcatura di legno': FED. 8 I 6 (11 un s., qual è un stado sopra i quali vanno gli uomini di conto»); BAL. 95 I, 952, 984. [Per quest'ultimo significato cfr. CARDONA, p. 184, con ampia documentazione. Egli, fra l'altro, osserva che • evidentemente si è avuta, all'orecchio dei viaggiatori, una sovrapposizione tra un nome indiano del palanchino o di una parte di esso e il veneto solaro, it. solaio ecc.»].

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

1201

so/dare 'assoldare': EMP. 41z. soler, v. solaro. solicandola 'luogo esposto al sole': SAS. 888. sombrer 'parasole': BAL. 985. [Già in VARTEMA 1510, p. 54: «el Re porta un sombler in scambio de uno stendardo, facto a modo de uno fondo de botte e è facto de foglie d'arbero e è posto in cima de una canna e facto per riparare el sole al Re•· Cfr. CARDONA, p. 184, con altri esempi). somma 'quantità': EMP. 386 1 391, 393, ecc.; COR. 507. [Secondo CARDONA, p. 212, dipende dal port. soma de 'gran quantità di'; negli esempi citati, però, somma - tranne che in EMP. 391 (dove c'è più.) - è sempre determinato da grande]. sopra - 'presso': VES. 239; EMP. 402, 411. - 'verso' (di tempo): EMP. 410. sopra ciò 'sovrintendente': SAS. 905. sorci: VAR. 335 (surice); PIG. 538 (sorgi), 546 (sorzi, sorgi); ARD. 752. [Surice si mantiene aderente al lat. sorex, -icis, da cui sorcio]. sorgere, v. surgere.

sorgo: AN. 779, 792. sortirsi 'provvedersi': EMP. 385. [Cfr. port. sortirse 'provvedersi, rifornirsi']. sostenere 'trattenere': EMP. 395. sosterzto 'sostentamento': SAS. 905. sottilmente 'minuziosamente': FED. 823. sottosopra - 'su per giù': SAS. 882. - andare s. 'capovolgersi': BAL. 957. - mandare s. 'mandare a picco': VES. 253. [FORMISANO, p. 251, osserva che mandare s. è 'variante' italiana dello spagn. zozobrar (e port. soçobrar), da cui sozobrare nella Lettera a P. Soderini, p. 45, e ne documenta la presenza in Benzoni e Sassetti]. sovra via (entrare de) 'entrare scavalcando': PIG. 565. spacciare 'spedire': EMP. 402.

spade: VES. 238, 240; VAR. 365; COR. 46r, 477; BEN. 680 (ere le s. [sono dette] macam,e»); FED. 822, 842; SAS. 903, 909, 919 (s. di Malabar); BAL. 971 (dah), 974, 975 (soldati da spada), 980. E v. dah. [Per macanne cfr. PIETRO MARTIRE, v, pp. 92 (« Fanno costoro, d'una certa sorte di legno di palma, s. larghe e aste da lanciare, e chiamante machane»), u9 («con s. molto lunghe, le quali chiamano m., e son fatte di legno durissimo»), 161; OVIEDO, v, p. 751 («a colpi di quelle loro macane di legno che usano per arme»)]. spandere 'emettere': VER. 603.

1202

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

sparto, v. participio passato. spaurire 'spaventare': EMP. 418; FED. 858. spauroso 'spaventoso': VAR. 332. spavento 'colpo spaventoso': BEN. 694. spazio 'spazio di tempo': EMP. 384, 389, 401, ecc.; VER. 605; BAR. 726. spazioso 'grande': VER. 607.

specchi: COL. 182 (s. d'oro al collo), 184 (id.); PIG. 536. spedire 'sbrigare' : BAR. 723 ; FED. 8 16; SAS. 896. spedito 'pronto': BEN. 663. spedizione 'disbrigo', 'esecuzione': BAR. 723; SAS. 882.

sperare 'credere': COR. 465; SAS. 924. spessitudine 'densità': VES. 225. spesso 'frequente': FED. 808, 839, 848, ecc. spettaculo 'vista': COR. 465. [Come il lat. spectacu/u:m]. speziale 'farmacista': SAS. 909 («uno s. che serve anco di medico»).

spezie: sono denominate spezierie (cfr. especieria in COL. 29, 38, 87) in VES. 256, 257, 263, 264, 267, 280 (quasi sempre forma dittologia sinonimica con drogherie); VAR. 313, 317, 348; EMP. 438; COR. 467, 468, 498, 499; PIG. 526; BEN. 668; FED. 812 (c1di speziarie e di droghe»), 813 («di speziarie, di drogariell); SAS. 882, 885, 928, 929, 930; spezie in VAR. 316, 338, 340-1, 348, 368; EMP. 422; droghe in EMP. 420, 439; FED. 812; SAS. 926, 928; drogherie in VES. 256, 257, 263, 264, 267, 280; VER. 59S; FED. 813. [Droga con lo stesso valore di s. è attestato per la prima volta nel SANUDO (1505: cfr. DELI); drogheria 'droghe, spezie' in VES.: il DELI rinvia a FORTINI (av. 1562) non avendo rintracciato la parola, segnalata dallo Zaccaria, nel Vespucci]. spezieria 'bottega in cui si vendono le erbe medicinali': COR. 501 (specierie). [Prima attestazione nota; il DELI rinvia al Dioscoride del Mattioli (1544)].

spinelle: FED. 843, 847, 850. spingarda: VAR. 364. spingardiere: EMP. 391. spirato 'finito, trascorso': EMP. 394 («il tempo era s.•). spontare inansi 'procedere': PIG. 530. spuntare 'oltrepassare navigando': SAS. 897. squarciato 'dal suono lacerante': BAL. 95 I. stado 'sorta di predella coperta da cuscini': FED. 816.

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I20J

stagionato 'diviso in stagioni': COR. 499. stagione (essere di) 'essere maturo': BEN. 681. [Cfr. spagn. estar en sazon 'essere maturo'].

stagno: BAR. 731 ; BAL. 963. stampa: BAR. 730 (introdotta a Mosca). stanca (mano) 'mano sinistra': BAR. 722. stanza - 'abitazione', 'dimora': EMP. 407,419 (istanza); BAR. 729; FED. 818. - 'lo stare': VER. 594; SAS. 891. stanziare 'abitare', 'trovarsi': FED. 836; BAL. 951, 958. stare: staressimo (COR. 476); stè 'stette' (PIG. 530). - Con il valore iberico di estar ('essere') in VES. 228, 236, 259; COR. 470, 481; BEN. 6j8, 686, 688; FED. 835. Cfr. i.

statue: COL. 78; EMP. 409; BEN. 676, 678; AN. 786-7, 789, 790-1, 795, 796; FED. 844; SAS. 916; BAL. 954, 956 («angeli cli pietra, ciascuno con tre corone in capo l'una sopra l'altra»), 970. E v. pagodo. statura: VES. 239-40 (donne e uomini di altissima statura a Curaçao); VAR. 306, 310, 347, 351, 357; EMP. 438; PIG. 533 («de la s. casi corno uno gigante»), 535-6 (uomini « de s. de gigante»), 544 (gigante), 546 (id.); VER. 599, 603; SAS. 887. stercorario, v. cagasse/a. stillare 'distillare': COR. 501, 505. stimatori, v. tareghe. stùnolo 'impegno': VER. 611. sto, v. questo. staffo 'consistenza': SAS. 925, 928, 929. stogliere 'dissuadere, far desistere da': EMP. 430 («ci stolse la nostra partita»).

stoppa: VAR. 337. storace: VES. 266 («istorach, bongiuì»); El\llP. 438. [Per istoracli cfr. spagn. e port. estoraque. Nel luogo del Vespucci «non è da escludere l'interpretazione istorach bo11giuì (lo styrax benzoin del lat. scientifico)», FORMISANO, p. 241]. storioni: BAR. 716. stracurato 'trascurato': SAS. 908, 931. straguadagnare 'guadagnare eccessivamente': FED. 846. strano 'straniero': EMP. 406. stravestirti 'travestirsi': BAL. 987.

1204

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

stricarsi 'districarsi': BAL. 957. stricciare 'schiacciare' : BEN. 669.

struzzi, v. nand~. stufa - 'stanza riscaldata': BAR. 734. - 'ufficio giudiziario1 : BAR. 721 («sono in questa terra 68 case che loro chiamano stufe, nelle quali si tiene ragione e giustizia»). stupido 'pieno di stupore•: FED. 830. m: in SAS. 889 1 mr (con r "parassita"). - Doppia preposizione in in m (VES. 277; EMP. 406, 432, 443, ecc.; COR. 489; BAR. 708, 709, 7ro, ecc.), e su in (AN. 788). subgiugare 'soggiogare': COR. 462, 464 (subiugarono), 467 (mbiugassino); EMP. 406 (suiugare). [Lat. subiugare]. mbietto 'ciò che sta sotto 1 : COR. 463, 464. [Lat. mbiectus]. iùbito - 'appena1 : COR. 468; PIG. 538. - 'improvviso': BAR. 710. - s. che 'appena': BAR. 726; BAL. 96r. - in un s. 'd'un tratto': BAR. 727; BAL. 958, 974. mbiugare, v. subgiugare. mbsequente 'seguente': VAR. 333. mbsolano 'vento che spira da levante': VER. 592, 610 (subsulano). mbstantie 'attrezzature, strutture': VER. 605, 610. [Lat. substantùe]. mbve11ire 'soccorrere': VAR. 324. [Lat. subvenire]. successo 'avvenimento', 'ciò che è accaduto': VES. 223; SAS. 894; DAL. 958, 97S• suicidi: BEN. 675-6. suiugare, v. subgiugare.

Sultan Aticlabasci, v. Presto Giovanni. sultanini: SAS. 920. [Si incontra anche in BALBI 1590, p. 71: « I zecchini d'oro, veneziani e soltanini di suo giusto prezzo vagliono tanghe 9 e mcza di buona moneta»]. sultanpur: EMP. 438. suplicio incendiario 'rogo': BAL. 974. suquuterino, v. aloè. sur 'sud': PIG. S34 («Mare de Sur, cioè mezo dl»).

- v. nort. aura: V AR. 345 (ne descrive fabbricazione e qualità ma non lo nomina). [Detto anche toddy, è un liquore ricavato dalla palma da cocco].

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

1205

surgere 'gettare le ancore': VES. 234, 235, 250; VAR. 321; EMP. 398, 399, 400,405,408,412, 413 1 414,421, 422, 425, 429, 430, 442; COR. 475, 481, 483, 49S; PIG. 564; VER. 592, 594, 596, 598, 603, 604; FED. 824, 834, 836, 838, 857; BAL. 950, 954. surice, v. sorci.

susine: VER. 605 (prr,ne); SAS. 879, 930 (s. secche). - s. catelane 'Prunus domestica catalanica': VES. 277. - s. di Damasco: VAR. 342 (pruno damasceno). susa 'su': VAR. 304, 332, 359; PIG. 559, 569; MAR. 640. In VAR. 359 anche giwo, che ha subito l'influsso di s. (dal lat. surnm1). sutto 'asciutto': FED. 846. suvensione 'ricordo': VES. 278. [Da sovvenire 'tornare alla mente', con vocalismo della Toscana occidentale].

T t - È caduta in crea 'creta' (BEN. 677). Stiavo (VES. 235, 242,243; SAS. 886) e stiena (COR. 463) riproducono la pronuncia volgare fiorentina. - t/d, v. d.

tabacco: BEN. 678-9 («pestifero e malvagio veleno del diavolo•; «quest'erba, che in lingua mesicana è chiamata t. •). [Cfr. BECCARIA, p. 121. E si veda OVIEDO, v, pp. 506 (•prendevano certi fumi per il naso, che loro chiamano t., per uscire dei sentimenti»), 515, 818]. tacare - 'aggredire': EMP. 404. - 'attaccare': PIG. 535 (tacade), 554, 558; AN. 795. [Venetismo].

tadj: COR. 503 («uno turbante di seta avolto a una berretta d'oro tirato, ritunda e a spichi, come la metà d'uno mellone, e nel mezo d'essa elevato uno gambo composto de la medesima opera»), 504 (a:con turbante e berrette rosse alla persiana•), 505. taffettà: COR. 505; SAS. 919. talacare: VAR. 304 («t., zoè separarse dal marito suo•). talapoi: BAL. 950 («i t., che ivi sono come appresso di noi i frati»), 955 («i t., che sono i loro frati»), 956, 983, 984 (•T. sono detti i frati della religione del Re del Pegù •), 985. tale ora 'talvolta': COR. 475.

talleri: BAR. 731. talpe acquatiche: BAR. 736 («uno piccolo animale come uno gran topo»). tambcl: FED. 841 (•il detto palazzo [per la caccia], qual chiamano il t. »).

1206

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

tanrbe11e 'pure•: EMP. 4x8; SAS. 883.

tamburo: PIG. 554; BEN. 677; SAS. 875 (tambu,·etti quadri; t. da guerra); BAL. 959. Tamerani 'dio•: VAR. 331 («e dio chiamano T. »).

tammer: SAS.

900.

tampoco 'nemmeno': SAS. 901, 908, 912. [Cfr. port. tampouco].

tan 'tanto': VES. 228 (t. soave; t. grande), 239 (t. grande donne). [Iberismo. Il FoRMISANO, p. 251, opportunamente ricorda COLOMBO (Raccolta, 1, p. 247): 1CY al dulçor del cantar de los pajaritos, tantos eran y t. suaves »]. tane: FED. 826 («barchette picciole, chiamate t., che sono piane di fondo e pescano poco»). tané: SAS. 887, 934. tanghe: COR. 503 (ma sono larini); SAS. 912. [Cfr. CARDONA, p. 203, con ricca documentazione]. tanto: come molto (v.) l'avverbio t., quando precede un aggettivo, spesso si accorda con il sostantivo a cui questo si riferisce: 11 di tanta grande istatura D (VES. 239); «Eranno tanti grassi» (PIG. 535); 11Queste non sonno tanti grandi» (PIG. 537); udi tanta bella statura» (VER. 603); u tanta amena» (VER. 605); 11di tanta gran spesa>> (AN. 784). - t. che 'finché': EMP. 408; PIG. 528. ta11tosto (non) 'non appena•: BAL. 967.

tapiro, v. anta. tarantole : SAS. 91 5.

tardatzza 'ritardo': SAS. 897. [Dal port. tardança. Cfr. CARDONA, p. 212; CARDONA 1971, p. 42]. tardare 'impiegare': PIG. 529, 541. tardi 'sera•: EMP. 387 («sopra la t.»; port. sobre a tarde), 423 (crsopra alla t. »); ARD. 749 (alt.), 750 (alla tarde), 752 (al t.), 753 (id.). [Iberismo (v. COL. 131, 143). Cfr. BECCARIA, p. 57. Altri esempi: ALARc6N, VI, p. 638 (alt.); Relazione della Nuova Castiglia, VI, pp. 801 (al t.), 808 (id.); ALVARES, I, p. 625 (alt.); ALVARES, II, pp. 104, 112, 220, ccc.; S. STEFANO, II, p. 825 («ogni giorno alt.»); CONTARINI, 111, p. 591 (alt.); OVIEDO, v, p. 800 (1cverso il t. »), 807 (id.), 930 (1cal t. del giorno»); CORTÉS, VI, p. 218 ( u ogni dì alt.,,); ULLOA, VI, pp. 546 (alt.), 548 (id.), 550 (id.), ecc.].

tare: SAS. 919 (•T., monete piccoline della costa d'India»). [Cfr. CARDONA, p. 203. Già in VARTEMA 1510, p. 47v.: «ancora batte alcuna moneta d'argento chiamata t. »]. tareghe: FED. 848 (usensari del Re, che si chiamano t. ,,), 851 («scnsari gioielieri, uomini di gran credito, che si chiamano t. »), 852; BAL. 962 («dai suoi terrecà publici, ché cosi sono chiamati gli stimatori »; « tareccà, che

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sono stimatori»), 963 (stimatori), 967 (crAi tarrecà, che cosi si dimandano i scnsari »),

targa 'scudo': COR. 461; PIG. 561 (targom); BAL. 971 (t.; targoni), 980. tartarughe: COL. 141, 143; VAR. 348 (tartaruca de mare); PIG. 554 (bissa scutelara); FED. 833. [Per bissa scutellara cfr. SANVISENTI, Lessico, p. 484].

tartufale 'tartufo': VAR. 304. tatuaggio: BAL. 988. tazaungdaing: BAL. 98x («aguglie overo piramidi ... »). teccali, v. ticaii.

teggione 'salone': BAL. 968 («un teggione o stanza»), 970. tele: PIG. 566 (tela di Cambaia); FED. 845 («t. di bombaso dipinte e tessute, cosa rara che, quanto più si lavano, rendono i colori più vivi»), 846 (t. di bombaso), 857 (id.); SAS. 883 («t, che vengono d'India»; t. «che vengono di Roano»), 885 (t. di bambagia; t. d'erba), 886, 926 (telerie), 928 (id.), 929 (id.). tempeste: COL. le chiama torme,ita (41, 107, 109, II 1, 112, 113, 116, 143: tormenta de aguas, 175, 176, 177, 178: tormenta del çielo, 179, 186, 187), tempestad (107) o fortuna (186: «fortuna de la mar i del çielo», 189, 196). Torme11ta in EMP. 422; VER. 592; SAS. 897, 904; tormento in VES. 253; COR. 472, 476, 483 ;fortuna in VAR. 337,349; EMP. 383, 385, 443; PIG. 530, 535, 542, 543, 547, 569; VER. 591, 607; BEN. 666; ARO. 763; FED. 853,854,858; tempesta in EMP. 385 (t. di niare); COR. 471, 472; VER. 596; SAS. 927. Il latinismo procella in VER. 596 e BAL. 949 (p. di mare). La voce burrasca entra nell'uso al tempo di SAS., che forse è il primo ad attestarla (890). templi: VAR. 331-3; AN. 785-91.

- E v. pagodo. tempo (avere) 'essere anziano': COR. 464. temporale 'perturbazione atmosferica', 'tempesta': VES. 265; EMP. 423. [Quella di VES. pare la prima attestazione; il DELI: uav. 1600, B. Davanzati ,,. Cfr. COL. 40 (los temporales). Si veda anche PIETRO MARTIRE, v, p. 61: «per questo sì crudel t. [il mare] gonfiò in modo che allagò .•. •]. tenere: te11erono (VAR. 321 ). - Con il valore spagnolo di 'avere' è molto frequente in VES. (228 1 229, 230, 234, 237, 239, 240, 241, 243, 256, 276, 366, ecc.) e si trova anche in EMP. (384, 402, 414), COR. (463, 466, 470, 474, 481, 496, 499, 503), MAR. (632, 643), BEN. (687), BAR. (717), FED. (843), SAS. (891). - 'approdare': EMP. 398 - 'ritenere': FED. 833; BAL. 959, 985. - t. in molto 'stimare molto': VES. 245. [Cfr. spagn. tener en mucho, port. ter em muito],

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tenga, v. palme.

tenimento 'territorio': VAR. 340. tenitorio 'fondale tenitore': VER. 596. teologia: SAS. 874.

teorica 'teoria•: VES. 234; VER. 613. terciado: PIG. 562, («uno gran t., che è corno una simitara, ma più grosso»). [Iberismo: spagn. terciado; port. tre;ado, trafado, ter;ado. Cfr. BECCARIA, p. 79; CARDONA, p. 185]. teredini: COL. 191 (broma), 194 (abrumados 'corrosi dalle teredini'), 196 (gusanos, broma).

terminare - 'decidere': EMP. 420. - 'delimitare•: COR. 461, 465. terminazione 'determinazione': EMP.

401.

terra - 'villaggio, insediamento', 'città': VAR. 322, 361, 362; BEN. 665; BAR. 707, 709, 710, ecc.; SAS. 908, 922; BAL. 951, 952, 953, ecc. - t. adentro 'entroterra': VES. 227. - dentro infra Ura) t.: VER. 600, 609, 610; MAR. 633. - dentro (drento) in t.: VES. 235, 239, 262; PIG. 534 (dentro nella t.); VER. 602 (drento a la t.). E v. entrar dentro in t. - infra t.: VER. 598, 605; BAR. 708; FED. 828, 83 r, 832. - infra t. drento: SAS. 906. - in t. dentro (drento): VES. 237; EMP. 428,440; COR. 466,494; SAS. 931. - Diverso è in t. 'sotto costa': EMP. 426 («trovandoci molto in t. »). terragnolo (cavallo): EMP. 414. terrecà, v. tareghe. terremoti: ARO. 754-5, 760.

terriero 'indigeno': FED. 839. testa 'uomo': EMP. 389 (cr non sarebbe campato t. n). testimonio 'testimonianza•: COR. 479; BEN. 688. testo 'vaso di terracotta': BEN. 681. tiburoni, v. pescecani. ticaii: FED. 849 («ogni biza fa cento t. di peso»); BAL. 967 («ogni bize è teccali cento»). tifone: FED. 853 (crquello fu l'anno del tufon; e per dire che cosa sia questo tufon, si ha da sapere ... »), 854 (tu/on). [Cfr. CARDONA, p. 192. E si veda l'ampia trattazione che ne fa il SASSE'ITI, pp. 360-1]. tigri: FED. 819; BAL. 950, 952,, 953, 97S, 985.

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tinelli, v. tonelli. tinte: COR. 467. tirare 'escludere': SAS. 930. [Cfr. port. tirar]. tiro 'cannone': EMP. 4r5 (tiri d'artiglierie); COR. 490 («uno t. piccolo o vero berzo »). [Dal port. ant. tiro 'cannone': cfr. CARDONA, p. 193].

tiva: VAR. 334 (• La terza sorte de gentili se chiamano t., che sonno artesani »). toccare 'raggiungere': BEN. 671.

toddy, v. sura. tondo 'luna piena': FED. 8z5.

tonelli: VES. 264; EMP. 430; SAS. 886 (tinelli). [Iberismo: spagn. e port. tonel. È anche nella Lettera a P. Soderini, pp. S3, 64. Cfr. anche SERNIGI, 1, p. 6o7; kvARES, 1, p. 65z]. tonnellate: ARO. 755. [È già in CUNEO, p. 66. Lo trovo poi in

LoPEZ, 1,

p. 7z2].

tonno: PIG. 546 (albacore). [Albacora è il t. alalongo o, come vuole il BusNELLI (p. 17), • las albacoras, pesci scombriformi della specie Thynnus albacores ». Sotto le forme albucore e albocore questo iberismo ricompare nel SASSETTI, pp. 361, 362, 398: «pesci grandissimi (chiamanti i portoghesi albocore, e sono una spezie di t.) »]. topazi: COR. 480. topitl, v. panni. torchio 'grande cero': EMP. 419.

tormente, v. tempeste. tornare - 'restituire': EMP. 408, 409, 4r5. - 'riferire': EMP. 411. - 'volgersi': VER. 596 1 598, 6oz, 616. [Cfr. frane. tourner]. tornata 'ritorno': VES. 261, 273; COR. 458, 470, 506, ecc.; BEN. 674; SAS. 890, 891, 929. to"e 'togliere, prendere, acquistare': MAR. 639 (tor); BAR. 721 (torgli); FED. 852, 873; BAL. 956 (tor), 959 (tuor), 965 (tor).

torre di Babele: FED. 810. torrida (zona): VES. 229, 230, 274; SAS. 890. tortore: VAR. 311, 357. trabacca 'tenda': VAR. 306; PIG. 538. traboccare - 'cadere a terra': AN. 790.

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- 'naufragare': EMP. 400. - traboccato 'rovesciato': El\1P. 426. [Cfr. port. trabucar 'andare a picco'].

tradizione 'tradimento': EMP. 387, 396, 400, 410, 420 (tradigioni), 434; COR. 477. traer 'trarre': VES. 235. [Dallo spagn. traer]. tramandare 'trafugare': SAS. 925. [Così interpreta il TOMMASEO-BELLINI, ma potrebbe significare, più semplicemente, 'trasferire' (di contrabbando)]. tramutarsi 'trasferirsi': EMP. 405; COR. 458 (si transmuta), 463. [È il lat. transmuto]. transferire 'trasportare', 'trasferire': COR. 467, 478, 500, 507. [Costruito con per]. trarre: tranno (BAL. 969). - 'recare, portar via': VES. 236, 243, 244. - 'tirare': VES. 235; VAR. 324; EMP. 399,403; COR. 470; PIG. 561; BAR. 710, 722. trascorrere - 'dare un'occhiata, scorrere': PIG. 527. ..:. 'percorrere' : BEN. 667. - 'procedere': AN. 787. trasto 'asse trasversale della gondola': FED. 817.

tratta, v. tratto. trattato 'congiura': BAR. 735. trattenimento 'indugio': BAL. 965. tratto - 'commercio': El\1P. 407, 414, 416, 425, 437, 440; COR. 501, 504; BEN. 686; SAS. 924, 925, 929, 930; BAL. 973 (tratta). [Lusismo: cfr. spagn., port. trato (v. COL. 34, 35)]. - 'comportamento': VES. 234. travagliare - 'essere in difficoltà': FED. 853. - 'lavorare': SAS. 887, 901. [Dal port. traballiar]. travaglioso - 'arduo': COR. 466; SAS. 897, 905, 914. - 'che produce difficoltà': SAS. 895. traversa - 'percorso trasversale': SAS. 896. - pigliare la t. 'iniziare la traversata': EMP. 436. traversia 'vento perpendicolare alla costa': VES. 227; EMP. 400, 421, 426; PIG. 542. [Forse dallo spagn. travesta; quello vespucciano è il primo esempio noto. Cfr. F0RMISAN0, p. 252, con ricca documentazione].

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traverso: - 'traversata': FED. 826. - 'turbato' (detto di mare): EMP. 434. - andare a t. 'fare naufragio': EMP. 421. - a,ulare di mare in t.: COL. 104; PIG. 530. treggia 'rustico carro senza ruote': BAR. 733. tremendo 'grandissimo': AN. 791.

trevo: COL. 54 («con el treo que es la vela grande, sin bonetas •). tribunale 'palco': PIG. S55, 556; FED. 845.

tributi: PIG. 551, 559, 560; BAR. 738; FED. 824 (censo). E v. dazio, gabelle. trichechi: BAR. 736 (lupi marini). triglie: COL. 97 (salmones). trionfare 'essere portato in trionfo': FED. 842, 844. trionfo 'festa': BEN. 674. tristizia 'tristezza': COR. 464. [Lat. tristitia]. tristo 'cattivo', 'brutto': VAR. 302, 307, 331, 334, 351, 358; BEN. 677, 682; FED. 825, 842, 856; SAS. 905. trocisci 'pillole': SAS. 934. tromba .- 'proboscide': FED. 841; BAL. 969, 975. [Dal port. tromba, che significa anche proboscide: cfr. CARDONA, p. 210]. - t. de fuoco 'sorta di bomba': PIG. 557. troppo: come molto (v.) e tanto (v.), anche t. è accordato in «non sono trope alte» (AN. 780). tufon, v. tifone. turba marictima 'ciurma': VER. 605.

turbante: COR. 497, 499, 503 (tadj), 504. turbitti: EMP. 439. turcasso: COR. 504. ttlrcliesca (alla) 'alla maniera dei Turchi': PIG. S54 (a guisa t.), 565; BAR. 724, 729; FED. 822.

turchese: MAR. 635 (pietre t.), 637, 638, 639, 640, 642, 643, 644, 645, 648; SAS. 885 (turchine). turcimanno 'interprete': EMP. 385, 395, 428. tuttavolta - 'sempre': VES. 273. - 'tuttavia': VES. 245; VAR. 392; EMP. 409, 414, 428, ecc.; COR. 470.

tuzia: VES. 267.

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u

u - (u/o) In iato troviamo " in Maumet (COR. 502), maumetano (VAR. 299; COR. 486, 502; BAR. 714), Paulo (VAR. 303, 354), suave (VES. 225; PIG. 554; VER. 592, 600, 603; AN. 778) e suavissimo (VER. 595; SAS. 907). O invece in baloatdi (AN. 785, 786, 787, ecc.; BAL. 958). - In sede postonica abbiamo u in: angulo (VAR. 301), arbllro (PIG. 533), ca/culano (SAS. 917), capitlllo (VAR. 313,318,320, ecc.), carbunculo (COR. 480), circulo (VES. 229, 230, 274, ecc.; PIG. 571; VER. 612, 615), Ercule (VAR. 295), miraculo (VAR. 308, 329, 369, ecc.; PIG. 559), ostaculo (COR. 469), periculo (VAR. 296, 360,361; VER. 608), populo (VAR. 315, 331, 351, ecc.; PIG. 532, 533, 537, ecc.; AN. 795), riceptaculo (VER. 606), spettaculo (COR. 465), turibulo (VAR. 332). - In sede protonica risulta molto forte la tendenza a conservare u: abunda11te (VAR. 299, 302; COR. 463; ARD. 754), abundantissima (COR. 476, 479, 493, ecc.), abundanzia (VAR. 302, 337, 344, ecc.; COR. 462, 480, 498), agricultori (VER. 600), argume11tare (VER. 613; SAS. 907), calculato (VER. 612, 614), calculazio1i {VES. 232), drcr1lare (VER. 606), circuncisione (COR. 479), circunciso {VAR. 310; EMP. 418, 428), circundato {VAR. 299, 309; PIG. 541), circu11ferenza {COR. 466; VER. 595, 612; SAS. 888, 892), circunstante (COR. 480; VER. 600), circimvicine (VAR. 353), Crudfisso (VAR. 366; BAR. 718), cultura 'coltivazione' (VER. 605, 606, 609), cussl (PIG. 530, 533, 545, ecc.; AN. 778, 785), difficultà (VES. 231; EMP. 406, 419; VER. 608; SAS. 893, 904, 918), dijjìcultoso (COR. 466; ARD. 750), dispopulare (FED. 819), /acuità (VER. 602, 605, 610; BEN. 677; BAR. 720; BAL. 978, 988), fugacce (BEN. 681, 682), fundare (VAR. 300, 339; COR. 502), /urato (ARD. 758: port. Jurar 'forare'), grupada (PIG. 530), gubernatori (PIG. 563), imbuttite (VAR. 365), luntano (FED. 819, 832, 845), multiplicare (VAR. 364; COR. 491; BAR. 734), multitudine (VAR. 357), mundano (VAR. 297), musaico (V AR. 302, 303), occu"enti (VAR. 316), pa,ticulare (COR. 458, 464, 481, ecc.; VER. 605; SAS. 875, 896, 926, ecc.), particularità (VER. 594; SAS. 930), particularmente (MAR. 637; BAR. 707; SAS. 877, 909, 911, ecc.), parturirmi (PIG. 525), periculare (PIG. 530), popr,lare (VES. 258; VAR. 302, 323; EMP. 412; COR. 462; MAR. 634; FED. 833), populoso (COR. 487, 499), Portugallo (PIG. 532; FED. 813, 821, 824, 853, 856), portughese (PIG. 526, 563, 569, ecc.; BEN. 670; ARD. 750; FED. 813,820,822, ecc.; SAS. 899), ripopular (FED. 816), ritu11do (COR. 503), ruvine (AN. 789), scudella (BEN. 683; FED. 828), semicirculi (COR. 466; VER. 606), sepultura (VAR. 313, 315), singulare (VAR. 343, 344), stimulare (BEN. 665), sepoltura (VAR. 313, 315), singulare (VAR. 343, 344), sti,,mlare (BEN. 665), str,rione (BAL. 987), subvenirà (VAR. 330), suggetti (BAR. 717), suportava (PIG. 562), suspeso (PIG. 543), suspeto (AN. 793), suspirare (VAR. 327), sustanzia (EMP. 414; SAS. 933, 934), sustentare (EMP. 423), suttile (VAR. 343), suvensione (v.), triangulare (COR. 498; VER. 602), tribulazione (EMP. 384, 423), triunfare (VAR. 325), ubligare (EMP. 429; FED. 848, 849), ugnuna (PIG. 556), uliva (SAS. 878),

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ulivastro (COR. 499; SAS. 886), umbre/a (PIG. 565), fJictuvaglia (PIG. 552, 570), volu11tà (VAR. 323, 328, 336, ecc.; COR. 476, 501; SAS. 902), voluntarosi (VAR. 354) e voluntieri (VAR. 363, 366). A parte vanno registrati usare 'osare' (VES. 235, 277; EMP. 395, 411, 428) e resulozione (EMP. 414) con doppio scambio fra o e u. Viceversa troviamo o in: aionseno (PIG. 528), botarono (PIG. 561), cosire (PIG. 536), cassino (PIG. 556, 557), giongemmo (VAR. 322), longhezza (VAR. 338; BEN. 664), monizioni (BEN. 673), occisione (EMP. 419: lat. occisio), ocello (VAR. 3u), odendo (VAR. 317, 350, 356), officiali (VAR. 321; FED. 828, 836, 840, ecc.), officio (COR. 482: lat. officium), pog11alade (PIG. 539), pongendolo (FED. 842), ponte/lare (FED. 854), robamenti (VAR. 301), robare (VAR. 306,314,366; ARD. 750; BAL. 952, 965), robatore (BAL. 984), robina (BAL. 980), 1'omore (VAR. 314; EMP. 407, 419; PIG. 533; BEN. 671, 677, 685; BAL. 950, 983), scoltura (BAL. 976), sofficiente (PIG. 567; FED. 813), speco/azione (SAS. 915), spontare (AN. 794). - In sede tonica troviamo u in: abundano (VER. 599), agwto (PIG. 527), apamundo (VES. 244), buxolo cbosso' (VAR. 353), carbunculo (COR. 480), circunda (PIG. 529), cogumeri (AN. 779), colunna (VAR. 312), condutto (VAR. 348, 354, 355, ecc.; AN. 778, 779, 794), culpa (VAR. 366), curto (VAR. 324; PIG. 536; AN. 789), druga (COR. 496), facundo (VAR. 296), ftmdo (VAR. 368, 369), /wsi, fusse, ecc. (PIG. 559, 567; VER. 595, 597, 602; MAR. 631, 633, 640, ecc.; BEN. 666, 684, 685; FED. 838, 853; SAS. 8i6, 878, 879, ecc.; di norma in VES., VAR., EMP., COR.; per lo più in AN.), inculto (VAR. 297; ARD. 756), multo (VAR. 302), mu11do (VAR. 314), pudibunde (VER. 594), 1'eduto (MAR. 633), ricondutto (BAR. 729), rumpere (VAR. 325), salvocondutto (VAR. 363), secundo (VAR. 296, 321, 334, ecc.), sepulcro (VAR. 313; AN. 783), sepulto (VAR. 309, 312, 323; COR. 486), sitibundo (VAR. 297), summa (VAR. 336; FED. 840), supra (PIG. 557), surgere (ARD. 750; e v. surgere), turma (SAS. 887, 888), ultra (VER. 613), usano 'osano' (VES. 277), utri (FED. 809), verecundia (VER. 609), vulgo (BEN. 680). U per metafonia in nui (VAR. 304, 307, 309, ecc.; PIG. 531, 533, 534, ecc.) e v11i (VAR. 307). - Sempre in sede tonica, presentano viceversa o: cocoza (VAR. 343), corroppe (BAR. 722), fiome (PIG. 540), fo 'fu' (VAR. 35S; PIG. 536, S39, S59, ecc.), focemo 'fummo' (PIG. 554), /acero 'fossero' (PIG. 555), /areno 'furono' (PIG. 537, 556, 557, ecc.), forno (v. -orno), lavo (PIG. 534, 535, 545), proa (PIG. 569), robbano (FED. 808), soa (VAR. 301, 306, 309, ecc.), e soe (VAR. 332, 333, 337, ecc.).

- Una forte resistenza al fenomeno fiorentino dell'anafonesi è testimoniata dalle o di adonca (VAR. 350), adonque (VAR. 356; VER. 615), congiongono (VAR. 337), do11q11e (VAR. 324, 349), giongono (VAR. 320), gionte (V AR. 333; AN. 794), ionco (PIG. 567), ioncte (PIG. 556), longe clungi' (EMP. 409; COR. 481, 504), longi (EMP. 421; PIG. 547, 549, 561, ecc.; AN. 793), longo (VAR. 312, 324, 337, ecc.; COR. 463, 477, 493, ecc.; PIG. 525, 528, 541, ecc.; VER. 597, 598; AN. 786, 788, 790, ecc.; FED. 829, 831), monge (VAR. 304), o,ige 'unghie' (PIG. 556), ongere (VAR. 359; FED.

GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

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841), onguie (PIG. 535), òntosi (FED. 824), ponta (PIG. 536; FED. 812, 834; e cfr. pontasemo: PIG. 548), ponte 'punto' (PIG. 553). - Ln riduzione di uo a u è caratteristica del dialetto aretino e di parte dell'Umbria (cfr. RoHLFS, § 110) e si trova anche in scrittori fiorentini, ma su lugo (ElVIP. 406) è probabile che abbia esercitato qualche influsso la forma portoghese lugar. ubriachezza: BAR. 717-8. uccelli: COL. 28, 29, 74, 78, 79; VES. 227-8, 275; VAR. 357; PIG. 531; VER. 599, 601; BEN. 663. uggiato 'ombreggiato': SAS. 878.

ulivi: SAS. 877-9, 88 I. umore radicale: COR. 467. 11.ngaresca (alla) 'alla maniera degli ungheresi': BAR. 724.

unicorno: MAR. 643 (forse il bisonte o la pecora di montagna). universale (in) 'del tutto', 'in generale': COR. 474, 485.

r,no: in SAS. 881 e 916 incontriamo «une medesime cose» in cui u. è declinato secondo l'uso iberico. Lo stesso SASSETTI (p. 462) scrive: « ne dessero loro unas pocas ». r,o/o, v. o. uomini mostruosi: BAR. 739. uovo di Colombo: BEN. 669. urrache, v. vini. (

,

usare osare , v. u. usato 'solito, 'abituato': VAR. 3 17, 334. ruciale 'porta': SAS. 919.

usignolo: COL. 28, 93. uso di (a) 'come': PIG. 536.

uva: VAR. 300,302; COR. 498; BEN. 686 (u. passa); ARD. 751,756; AN. 779; SAS. 901, 930 (u. passa).

V

"- Il dileguo di

v è abbastanza frequente nell'imperfetto indicativo: avea

(VES. 2.32, 236, 239; VAR. 358, 360, 361, ecc.; VER. 599; BEN. 672, 677; BAR. 728,729; ARD. 762; FED. 814,815,835; BAL. 954), aveano (VAR. 349, 363, 364; EMP. 394; VER. 605; MAR. 636, 640, 642, ccc.), aveo,io (VES. 235), bevea (BAR. 728), discopriano (EMP. 428), faceano (VAR. 314; VER. 605; BAL. 974), nasceano (VAR. 353), pareo (VAR. 368, 369), piangea (VAR. 328), poteano (VAR. 369), sapea (VAR. 358), scop;iano (BEN. 671), scrivea (VAR. 363), seguia (AN. 788), siguiano

GLOSSARIO B INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

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(PIG. 555), tenea (MAR. 636), vedea (VER. 597), fJedeano (ARD. 750), ve,zia (EMP. 412), ve11iano (EMP. 295, 409), volea (VAR. 363), voleano (VAR. 364). È frequente anche nel futuro e nel condizionale del verbo avere (riduzione di vr a r): arò (VAR. 314), arà (VES. 223, 245; VER. 591; SAS. 911), aranno (SAS. 922), arebbe (EMP. 394, 404; BEN. 683; AN. 794; SAS. 902, 915), aria (VAR. 327), arei (VES. 275; AN. 791; SAS. 912, 914, 916), aremo •avremmo' (EMP. 385; VER. 616), arete (VES. 249; EMP. 383, 387, 436), ariano (VAR. 323), arebbono (VES. 279; EMP. 434; BEN. 674, 688). E nel participio passato: aiìto (VES. 250, 253; VAR. 357; EMP. 400, 407, 418, ecc.; AN. 778; SAS. 907, 908, 910, ecc.), beuta (SAS. 875, 911), riauto (EMP. 418), n"ceuto (EMP. 390, 406, 415, ecc.). Nel presente indicativo troviamo bee (SAS. 900) e beona (SAS. 915), nell'imperfetto beavamo (VES. 226). Si aggiungano: caroana (VAR. 305, 306, 307, ecc.), gengia (SAS. 898, 935), loanna (PIG. 556). - La v è conservata in bevere (VAR. 34S ; PI G. 540, S 59; MAR. 639; AN. 782; FED. 828, 831, 842) e pavonazzo (VAR. 304). Come suono di transizione fra due vocali compare in: ciovè (AN. 780, 781,782, ecc.), circovito 1 circuito' (AN. 793; BAL. 954), continovare (EMP. 435; VER. 608), continovo (VES. 253, 264; EMP. 420; VER. 599, 602, 614 1 ecc.; SAS. 892), prova 'prua' (forma veneziana: ARO. 762 ove è anche pruova; FEO. 838, 854). - Troviamo v in biave (ARO. 749,751,752, ecc.) e paviglione (VAR. 324), dove l'italiano ha d. Viceversa in VES. 277 abbiamo vidande 'vivande', che è la forma costante del codice Vaglienti (cfr. F0RMISAl"'lO, p. 156). - La labiale sonora invece della sorda in cavo (VES. 226, 249, 251, 252 1 253, 256, 273; EMP. 436: Cavo di Buona Speranza, 437: Cavo Comedi; PIG. 569) [almeno nei fiorentini, è da considerarsi un iberismo (spagn. cabo e cavo; port. cavo); la sua diffusione, notevole sopra tutto nella toponomastica, può essere stata favorita dalla coincidenza con la forma veneta: cfr. FoRMISAN0, p. 232], cavrioli (VES. 237, 276), coverta (EMP. 389, 422, 425; SAS. 887), discovrire (PIG. 534, 540, 543, 544, ecc.), lovo 'lupo' (PIG. 534, 535, 545: forma veneta), .savere (VES. 244: •iberismo fonetico», FoRMISANO, p. 250; e cfr. p. xxv), .savor 'sapore' (VES. 236: iberismo: spagn. e port. .sabor e .savor), sovra (PIG. 531,536,546, ecc.). La sorda in receputa (VAR. 297) e ripa (VAR. 360). vacare 'essere libero,: PIG. 527. [Lat. vacare].

vacche: ARD. 750, 754, 760; FEO. 854; SAS. 882, 901, 910, 915, 916, 917. vaccina cvacca': VAR. 335. [Anche nella Lettera a P. Soderini, p. 48 (var.)]. vaccino 'di vacca•: VAR. 339, 3S9 (•butiro v. •). tJagina 'fodero': COR. 504.

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GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

Vaivoda, v. Voivoda. valere: vogliono (VES. 233; COR. 504; BAR. 737), valeno 'valgono' (COR. 502). valorosità 'valore': FED. 855. vampo 'splendore di cosa ardente': COR. 501. vangaiuole: COR. 480. varare in seco 'condurre un battello a terra, dare in secco': EMP. 421. varella, v. pagodo. TJarole 'le pustole del vaiolo': BAL. 968, 974. vasa 'sottile fondale di fango': EMP. 413. [Dal port. vasa 'pantano'. Cfr. COL. 88 (basa)]. vaso - 'letto di fiume': FED. 838. - 'recipiente': BAR. 726 («di vasi e di vassellin); 727 («vasi da bere»); FED. 840. - v. femminile 'apparato genitale della donna': SAS. 935. veadore 'ispettore, controllore': PIG. 538, 539. [Adattamento dello spagn. veedor (v. COL. 53. Cfr. BECCARIA, p. 42. Altri esempi in CARDONA, pp. 197-8)]. vecchia d'oro: BAR. 737-8 («Chiamonola i Moscoviti Slatababa•). vedere: veddono 'videro' (EMP. 425; COR. 487); viddi, vidde, viddero, viddono (VES. 239, 240, 267; EMP. 421; COR. 502; VER. 597; MAR. 632, 645, 646; BAR. 718; SAS. 916, 923; BAL. 973, 974, 975, ecc.; e previddi: FED. 828); viste 'vide' (PIG. 561); visteno 'videro' (PIG. 550, 561, 562, ecc.). vegetazione: COL. 28-9, 56, 64, 72, 74, 76, 78-9, 87, 89; VES. 225, 227, 228, 275; VER. 595, 600, 605, 609. veghiare 'vegliare': VES. 251; EMP. 429. vela - 'nave a vela': COR. 460. [Il DEL! la data • 1614, P. Pantera•]. - andare alla v.: COR. 506. velar 'vegliare': VES. 232 (uaguardar e v. »). [Cfr. spagn. e port. velar: aguardar e v. è una •dittologia sinonimica e iberizzante • (FORMISANO, p. 253)]. vele di gabbia, v. gabbia. veliero 'veloce': VES. 264. [Cfr. spagn. velero (v. COL. 85), port. veleiro, e FoRMISANO, p. 253]. velluti: VAR. 305; COR. 503; PIG. 565; FED. 821, 822, 847. venagione, venatione, v. caccia. venatori 'cacciatori': VER. 599. [Lat. venatores].

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venenata •avvelenata': PIG. 561, 564. [Lat. i,enenatw]. fJenere 'venerdì': PIG. 560, 564, 567. [Voce veneta].

veneziani, v. ducati. venire: venirono (PIG. 528, 561), venivano 'venivamo' (EMP. 390), vennorono (PIG. 557), vien 1 vieni' (imperativo: VAR. 326, 327), vine •venne' (AN. 783). - venendo •seguente': V AR. 318, 327. - venente •seguente': ARO. 749, 752, 761, ecc. ventare 'soffiare': ARO. 754, 761.

venti, v. nort. venti generali, v. monsoni.

ventini: SAS. 901. [Dal port. vintem. Cfr. CARDONA, p. 203. Altri esempi: L0PEZ, 1, pp. 720, 723 ; Sommario delle Indie orientali, 11, p. 731 : • vale ciascuna tre vinte,, (cioè XX marchetti»)]. vento/o 'grande ventaglio': BAL. 968. venusto •aggraziato': VER.

603.

[Lat. venustus].

verdura - 'l'aspetto verde della vegetazione': VES. 225; COR. 474; BAL. 959. - 'ycgetazione': COR. 471. - 'verde': COR. 463. verecundia 'atti che la verecondia avrebbe dovuto vietare': VER. 609. [«con trasposizione analoga a quella subita dall'aggettivo "vergognoso" • (FIRPO, p. 179)].

vergogne, v. genitali. vermene: SAS. 878, 908. vermi : SAS. 93 5 ( e i v. che si generano nei denti •). verso - de v. al, v. di. - di v. •verso': BAR. 710, 713. - in v. 'verso': PIG. 531, 549; VER. 602, 610; BAR. 723; AN. 787 (in ver), 788 (id.). TJersura 1 direzione': VER. 595, 610.

verzino: VES. 240, 280; EMP. 436; FED. 832. TJespro ciciliano Uar cantare) 'trucidare': SAS. 885. [I francesi furono trucidati a Palermo il 31 marzo 1282 per aver offeso una donna che si recava ai Vespri]. vestigi - 'azioni, gesti e simili': BEN. 674. - 'orme': BEN. 676. 1 ruderi': SAS. 874.

,,

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GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

tJest11ra 'abbigliamento': BEN. 675. vetri: PIG. 553, 554; SAS. 883.

tJÌa 'rotta, direzione': VES. 223, 224, 225, 228, 232; VAR. 302,; PIG. 528, 548.

tJiaggio 'rotta': PIG. 549. vicini 'abitanti': BEN. 683. vigilia 'veglia': VAR. 295; PIG. 527. [Lat. tJigilia]. tJilla 'villaggio', 'centro abitato', 'città': VAR. 318; EMP. 393; COR. 464; PIG. 557, 559; MAR. 629, 630; AN. 780 («gli do nome de cità ... , ma se gli poi dir giustamente una grossa vila »), 792; FED. 807, 809, 823 («piantano una v. di case e bazarri di paglia»); 848 («ville cosi grosse che le chiamano città•); BAL. 953. vini: COL. 162 («vino de muchas maneras, bianco & tinto, mas no de uvas•), 163 (chicha); VES. 236 («tre sorte di vino, non di vite, ma fatto di frutte come la cervogia•); EMP. 415 («urrache, cioè vino di palma•); PIG. 554, 568; BEN. 663, 680 («chichia è il vino•), 682-3 (chicha; vino cd'altre diverse sorti, di mele, di frutti, di radice»), 686; ARO. 751 (cv.... molto simili alle malvasie di Candia»), 752, 753 («sonno tanto debili che non durano più di 3 o 4 mesi»), 759; FED. 828 (uv. tanto gagliardi che senza acqua uccidono la gente»), 832 (di nipa), 850 (di riso); SAS. 882, 883, 929; BAL. 954 («un'acqua da fuoco fatta con risi»), 989. [Per la chicha cfr. OVIEDO, v, p. 248 («un vino che lor chiamano chicha•); TBMISTITAN, v1, p. 356 («Hanno un'altra sorte di vino di grano che mangiano, che si chiama chic/za, di diverse sorti, rosso e bianco»); Relazione d'u11 capitano spagnolo, v1, pp. 683, 685, 692; Relazione della Nuova Castiglia. VI, pp. 847 («bevono molta chiccha, che è una bevanda fatta di maiz, a modo di cervosa•), 851. Per u"ache cfr. PIGAFETTA, p. 72 (•uno vaso de vino de palma, che lo chiamano "uraca" »)]. viole: VER. 600. virazione: SAS. 899. [Cfr. SASSETTI, p. 357: «un vento freschissimo, sano e giocondo, pure che sia preso con modo, il quale è domandato da costoro tJ., quasi rivolgimento dell'aria che con l'acqua all'uscire se n'era partito e allora ritorna o si volge 11. E v. BECCARIA, p. 82; CARDONA, p. 193].

viride, v. lacerta tJiride. visciole: VAR. 342.

tJisionimico 'studioso della fisionomia': SAS. 918. tJista - alla "· di: EMP. 426, 429. - a v. di: VES. 245, 249, 264; EMP. 384, 387; COR. 465, 471, 474, ecc.; VER. 602; ARO. 757, 762; SAS. 895, 906. [Cfr. spagn. a tJista de, port. e,n vista de]. - aver "· di 'avvistare': VES. 225, 229; EMP. 385, 405, 411, ecc.; COR.

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473,475,481, ecc.; VER. 593; BAL. 949. [Cfr. port. haverfJiJta 'avvistare' e CARDONA, p. 193. Per tutte queste espressioni v. FoRMISANO, p. 253, con ampia documentazione]. - dare una"· 'dare un'occhiata': EMP. 414. viti: VER. 600.

TJittualia 'vettovaglie': VAR. 315, 355; PIG. 550 (t1ictuaglia), 552 (fJictut1aglia), 559 (id.), 570 (id.). [Lat. t1ictualia 'vettovaglie', ma cfr. spagn. t1ituallas (v. COL. 35) e port. t1ituallias]. t1it1ere 'cibo': VER. S99, 606, 609; MAR. 641, 644; BAL. 984.

V. M. : SAS. 881. [Abbreviazioni di Vuestra Merced, forma di cortesia equivalente al nostro Lei]. Voivoda: BAR. 712 (Vaivoda), 721 («Manda per tutto il suo regno al governo di ciascuna terra uno di detti baiari con nome di Vaivoda •). volatiglie 'volatili': BAR. 732. volere: t1olse (VAR. 299, 301, 314, ecc.; EMP. 403, 416, 423, ecc.; COR. 476, 495, 496; PIG. 528, 530, 536, ecc.; MAR. 645; BEN. 694; BAR. 722; FED. 815,823,828, ecc.; BAL. 973), t1olsero (EMP. 395; PIG. 556; MAR. 637, 638, 647; BEN. 686; FED. 837), volsi. (VAR. 325, 327, 359; El\1P. 402, 431, 433; MAR. 637, 639, 641, ecc.; FED. 818, 835), t1olsono (COR. 488, 496), vosce 'volle' (PIG. 565). volgere - 'circumnavigare': VES. 245. - 'doppiare': VES. 226. - 'girare': VES. 230, 233, 263 (volge 'ha come sua circonferenza'). - 'rivolgere': VES. 228, 234. volpi: PIG. 540; BAR. 724 (v. nere), 736 (id.). volta - 'giro': MAR. 640, 644. - alla v. 'al ritorno': VES. 244, 265. - alla "· di 'in direzione di': VES. 242; VAR. 299, 300, 319, ecc.; EMP. 393 (per la"· di), 405, 411, 427, ecc.; BEN. 692; BAR. 713,735; ARD. 752, 761, 762; FED. 807, 841; BAL. 976 (ca quella v. di Silon•). - dare (la) "· 'invertire la rotta': BEN. 673, 684; FED. 838. - 'prendere la direzione': COR. 473. - dare una "· 'fare il giro': PIG. 548, 562. - farsi ne l'altra v. 'virare di bordo, invertendo la rotta': EMP. 421. - in v. 'a cupola': VAR. 303, 312. - in (d,) volte 'bordeggiando': COR. 483, 496. - navigare in una "· e altra 'bordeggiare': EMP. 405. - pigliare la"· 'prendere la direzione': VES. 242; FED. 857. - pigliare i•altra "· 'invertire la rotta': EMP. 415. - tenere su le volte 'costringere a bordeggiare•: SAS. 897. [Per questi tecnicismi marinareschi cfr. FoRMISANO, p. 254].

1220

GLOSSARIO B INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

voltare - 'andare in giro': SAS. 895. - (detto della luna) 'cominciare a mutare•: FED. 825. - v. intorno 'misurare nel perimetro esterno': VAR. 346. - voltarsi (detto di vento): COR. 472; ARD. 757, 762, 763; FED. 846. vomito rituale: BEN. 677.

voragine 'voracità1 : BAL. 952, 959. voti e pellegrinaggi: COL. 109-11, 179; VAR. 305 sgg. (pellegrinaggio alla Mecca); EMP. 423, 434 (boti); PIG. 571; BEN. 678 (pellegrinaggi degli indii); BAR: 738 (dei cacciatori di zibellini); SAS. 897 (boti), 904 (id.).

vulnere: v. opressi 'feriti': VER. 606. [Lat. vulnere oppressi]. vuovoli: SAS. 879.

X xarafaggio, xaraffo: SAS. 926 ( «xarafaggio, che così domandono questo aggio, dal nome del xaraffo, che è il banchiere»). [Cfr. SASSETTI, p. 512: «Chiamansi questi banchieri xaraffi, servendo l'x alla spagnuola per s»; BALBI 1590, p. 70v. E v. CARDONA, p. 199]. xarafini, xerafi.ni, xerefi.ni, v. serafini. y

yogi: VAR. 364 (Gioghi), 365 (id.). [Cfr. BALBI 1590, p. 83v.: ualcuni uomini che essi chiamano gioghi, i quali sono come appresso di noi i frati o i preti». V. CARDONA, p. 193).

z %

- Nei non toscani c'è una forte incertezza fra e toscano e z (e in PIG. anche s, ç, se, ss), che determina non solo il ricorso a latinismi ma reazioni ipertoscane. In sede iniziale troviamo: çiascu110 (PIG. 566), çioè (PIG. 556), zambellotto (VAR. 355, 357), zarabottane (VAR. 357), zirca (PIG. 54S, 556), zoè (VAR. 299, 300, 304, ecc.). E viceversa cecchino 'zecchino' (FED. 808; BAL. 967), cingani 'zingari' (PIG. 538). - In posizione intervocalica troviamo: abrazare (VAR. 340, 352; PIG. S53, 556), azalino (VER. 601), azaro (VAR. 315), barcaz::a (EMP. 428), bonazoso (EMP. 423), brazaletti (VAR. 365), brazo (VAR. 306, 308, 365; PIG. S37, 546, 562, ecc.; VER. 601), bruzare (PIG. 556, 558, 560, ecc.), camiza (PIG. 564), camiuze (VAR. 341), caza 'caccia' (PIG. 546), cazaronno (PIG. 542), faza (VAR. 305; PIG. 536), freza (VAR. 3S7; PIG. 536, S37, 561, ecc.; MAR. 646), Jrezza (FED. 817, 822, 838, ecc.; BAL. 949, 978), goza (PIG. 529), impazare 'impacciare• (VAR. 358), pizoni

GLOSSARI O E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

1221

(VAR. 361), quatordi::e (PIG. 555), scaramuzare (VAR. 309), spezia/mente (BEN. 685), treze (VAR. 335; PIG. 541). · Si possono aggiungere: auspizio (PIG. 527), benefizio (SAS. 906), spezie 'specie' (SAS. 886, 915), ufizio (EMP. 406), ufiziali (EMP. 402, 403). Forme reattive o latineggianti: abitacione (AN. 780), accione (AN. 778), amacciorono (COR. 491), apreciati (PIG. 553, 571), cognicione (AN. 784), condicio11e (AN. 782), Egicio (AN. 788, 793), giudiciaria (SAS. 917), giudicio (BEN. 663; AN. 779,781,791, ecc.; FED. 810; BAL. 955), gracia (PIG. 527, 559; AN. 791), indicio (AN. 789), iudicio (VAR. 330; COR. 464; AN. 788), pacenzia (AN. 777), patricio (PIG. 525), peci 'pezzi' (AN. 785, 789), precio (PIG. 554), preciose (PIG. 534, 554, 558; BEN. 670), pudicicia (VER. 602), spacio (COR. 466; AN. 778, 782, 784, ecc.), spacioso (AN. 781), specie •spezie' (VAR. 316, 338, 340), specierie (VAR. 348; COR. 467, 499, 501; PIG. 526), suplicio (BAL. 974), Venecia (AN. 787), vicioso (VAR. 308), vicitare (COR. 504). - In posizione postconsonantica troviamo: bottonzini (COR. 463), calzina (AN. 793), comenzare (VAR. 309, 364, 365, ecc.), commerzio (COR. 462, 467, 499, ecc.; SAS. 910, 922, 925), conzare (VAR. 345, 364; AN. 793), dinunziare (EMP. 390, 407), franzoso (VAR. 339; EMP. 413), lanza (VAR. 335, 365; PIG. 561), naranza (FED. 829), onze (VAR. 341), provinzia (VES. 245: « possibile iberismo», FoRMISAN0, p. 247), sorzi (PIG. 546), torze 'torce' (MAR. 643). Anche sarzia 'sartia' (PIG. 546). Forme reattive: anci(VAR. 320,327,334, ecc.; AN. 778,781,785, ecc.), dinanci (AN. 787, 788, 790, ecc.), discalcio (PIG. 555, 557), filce (PIG. 554, 566), inanci (VAR. 307, 309, 363; AN. 787, 790, 793, ecc.), nanci (AN. 779), penitencia (AN. 781), scalci (VAR. 335), stancia (AN. 782, 795, 796). - (z/g). Troviamo z invece di g in barizello (PIG. 552, 564), mazore (VAR. 304, 366), nolizare (VAR. 355; FED. 857), prezo 'pregio' (COR. 496; VER. 602, 604), prezzare 'pregiare' (BEN. 680), razzi 'raggi' (SAS. 880), zanetta (VAR. 343), zara (AN. 783; FED. 853; BAL. 953), ziganti (AN. 791 ), zorno (VAR. 31 5). Forme reattive o gallo romanze: caregiato 'carezzato' (PIG. 553), di1/)reggiano (BEN. 694), orgio (VAR. 306), pregio 'prezzo, compenso' (EMP. 429, 437, 441), servigio (SAS. 878; BAL. 976). [Per PIG., cfr. SANVISENTI 1938, pp. 152-5]. - z/s, v. s. zafaran 'panno tinto di giallo': FED. 821.

zafferano: AN. 779. zaffiri: El\1P. 437; COR. 480; FED. 843, 844, 847, 850; BAL. 970. [FED. usa la forma veneziana safil,]. zagaglie: COL. 57, 58, 61; BAL. 971. Zamaluc: FED. 814. [Cfr. SASSETII, p. 479: «un signore che chiamano il Zamalucco•]. zatta 'zattera': MAR. 636.

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GLOSSARIO E INDICE DELLE COSE NOTEVOLI

:,avariare 'vaneggiare': PIG. 548.

zecchini: FED. 808 (cecchi1ti), 847; SAS. 929; DAL. 967 (cecchino). zeffiro 'vento che soffia da occidente': VER. 592 (per z. 'verso occidente'), 596. zendadi: SAS. 885 (zenzadi).

zenit: VES. 229 (zenihe: «ma lettura incerta», avverte il FoRMISANO, p. 254), 275 (zenih); PIG. 532. zenzadi, v. zendadi. zenzero: VES. 266 (gengiavo verde e secco); VAR. 34x (zenzevero); EMP. 402 (gengiovi), 437 (id.), 438 (id.), 444 (id.); COR. 506 (gengiavo); FED. 829, 831; SAS. 885, 928 (zen~eri). zergelin, zerzelino, v. sesamo. zibellini: BAR. 720, 724, 730, 737, 738. zibetto: VES. 266 (algalia); VAR. 364 (gatti da z.); SAS. 883. [Algalia (spagn. algalia, port. algalia) è un u iberismo 'mercantile'» (FoRMISANO, p. 226)]. zibibbo: COR. 496. :.tingano 'nero': SAS. 887. [Nero era proverbialmente il colore degli zingari, ma qui il SAS. evidentemente dà a z. un valore più preciso: forse 'bruno scuro'].

zingari: PIG. 538 (Cingani); BAR. 730 (zinga1ti, che è la forma originaria). zombe: BAL. 96x (adette riverenze da essi chiamate rombee»), 978. [La forma di BAL. 96 I è probabilmente un errore di stampa; però è prudente non toccarla dal momento che ritorna tre volte. Cfr. CARDONA 1971, p. 44]. zucche: MAR. 645 (cappello di zucca); BEN. 678. zucchero: VAR. 345; EMP. 438; ARO. 751, 752; FED. 831, 850, 851, 856; SAS. 883, 884. - zuccheri rossi: SAS. 883. zuppe ugnole 'giubbe senza fodera': FED.

821.

INDICE DEI NOMI PROPRI (A cura di Fiorenza M azzaroli)

(Le tJarianti dei nomi sono messe tra parentesi)

INDICE DEI NOMI PROPRI (A cuTa di FioTenza Mazzaroli)

Aa, P. van der, 942 Abbasidi (dinastia), 300 n., 500 n. 'Abd al-Kiiri (Abedalcuria, Curia Muria), isola, 442 e n., 443 n. Abedalcuria, vedi 'Abd al-Kiiri Abele, 303 e n. Abella, 605 n. Abila, 303 n. Abissinia, vedi Etiopia Abnaki (indios), 609 n. Aborise, vedi Abii Rish Abram, chiesa dedicata a, 475 Abramo, 193, 810 n. Abreu, Antonio de, 351 n., 353 n., 417 n., 507 n., 511, 512, 526 n., 565 n. Abrogli, vedi Abrolhos, Arcipelago degli Abrolhos, Arcipelago degli (Abrogli), 891 e n., 895 n. Abii Bakr (Bubacher), califfo, 312 n., 313 e n. Abii Rish (Aborise), capo di una tribù araba, 809 e n. Abu'l Fa~U 'Allami, 262 n., 966 n. Abulcis, sultano di Ternate, 565 n., 566 n. Aburcma, Baia di, 181 n. Acadia National Pnrk, 610 n. Accademia Fiorentina, 862, 865 1 868 Accademia degli Alterati, 862, 868 Accomac, Penisola di, 598 n. Achin, vedi Atjeh Achla, vedi Acla Acis, 480 e n. Acla (Achla), 654, 683 e n., 684 n. Acoma, 642 n. Acon, 440 e n. Acostn Cristoforo, Cristoval d', vedi Costa, Crist6vio da Acul, Baia di, 28 n., 99 n. Acunha, Tristan de (isola), vedi Cunha, Tristan da

Acus (Ago, Vacus), 637 e n., 642. e n., 643, 649 Acutis C., 627 n., 688 n. Acyuta, re di Vijayanagar, 815 n. Adal, re di, vedi Mol}ammad ibn Azhar ad~din Adal, regno di, 258 n., 491 n., 493 n., 494 n. Adalcan, vedi 'Adii Khan Adam's Bridge (Ponte di Rama, Scogliera di Hanuman), 825 n. Adamo, 825 n. Adamo, maestro (personaggio dantesco), 929 e n. Adams C., 724 n. Addis Abeba, 453 n. Adclung, F. von, 704 Aden (Adem, Adim, Den, Hoden), 256 e n., 284, 285 1 316 n., 320 e n. 321, 322 n., 329 e n., 330 n., 377, 396 n., 397 e n., 402 e n., 407 e n., 433 e n., 441 e n., 442 e n., 443 e n., 459 e n., 465 e n., 466 e n., 467 1 468 n., 470 e n., 486, 487, 492, 493, 495, 496, 499, 506 n. Aden, Golfo di, 442 n., 461 n., 491 e n. Aden, re di, vedi 'A.mir II Aden, regno di, vedi Yemen 'Adil Khan (Adalcan, Dialcan), titolo, 391 e n., 814 e n.; vedi anche Yusuf 'Adil Khan e 'Ali 'Adil Shah I 'Adil Shiih (titolo), 391 n. Adim, vedi Aden Adriano VI, papa, 521 n. Adriatico, Mare, 610 e n. Adulis, 258 n., 474 n., 478 n. Affaitati (mercanti), 383 e n. Affaitati Giovan Francesco, 383 n. Afgani (Pakhtina), 829 n. Afganistan, 259 n.

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INDICE DEI NOMI PROPRI

Afric..'l, XIII, xv, XVI, XVII, 6, 60 n., 75 n., 185 n., 221, 224, 230 n., 245 e n., 248, 249, 250 n., 253 n., 254, 256 n., 257, 266 n., 269 n., 288, 330 n., 373, 374, 384 n., 385 n., 455, 463 n., 477 n., 478 n., 502, 569 n., 613, 615 e n., 616 e n., 667 e n., 743, 750, 768, 856 n., 882, 883 n., 885, 887, 919 n., 922 n., 925 n., 928 n., 1000, 1018 Agi d'Arabi, 257 Agiobampo, 630 n. Agnese Battista, 701 n. Ago, vedi Acus Agostino, santo, 241 n. Agosto A., 19 Agra, 829, 830 n. Aguada di Saldagna, vedi Table Bay Aguado J uan, 9 Aguascalientes, 630 n. Aguer, Capo di, vedi Ghir, Ras Aguiar, Jorge de, 386 n. Aguja, Punta de, 161 e n. Agulhas, Capo, 615 n. Ahacus, vedi Hawikuh A~mad ibn Isma'n, emiro di Dahlaq, 476 e n., 477, 488 AJ:imad ibn MuJ:iammad ibn Kathir, vedi Alfragano Ahmadnagar, sultanato di, 388 n., 814 n., 856 n. AilJy, Pierre d', 7S n., 171 'A'ishah (moglie di Maometto), 312 n. Ait, vedi Hit Ajamet (Moro di Granada), 482 e n., 488 e n. Akaba el-Masri, vedi 'Aqabah Akaba Esshamie, vedi 'Aqabat ashSha'm Akbar (Gran Magor, Gran Mogol), 262 n., 386 n., 805 n., 828 n., 829 e n., 830 n., 831 e n., 864, 920 e n., 921, 924 e n., 966 n. al-Akh"ar, 310 n. Aksum (Auxuma, Ocsum), 478 e n., 479 n. Alarc6n, Hernando de, 625, 646 n.

Ala'ud-din Ri'yat, sultano di Atjeh, 827, 847 Alba, Fernando Alvarez de Toledo, duca d', 703 Alba, Maria del Rosario Falc6 y Osorio, duchessa di Bcrwick e d', 18, 219 n. Alba, duca d' (collezione del), 166 n. Albacaron, 256 Alban, Bonaiuto d', 286 Albarono, 256 Albemarle Sound, 598 n. Albizzi Roberto, 578 Albo Francisco, 519, 529 n., 531 n., 532 n., 533 n., 534 n., 541 n., S47 n., 549 n., 569 n., 570 n., 614 n. Albret, Anna di, 610 n. Albret, Caterina di, 610 n. Albret, Giovanni duca di, 610 n. Albret, Isabella di, 610 n. Albucherch, vedi Albuquerque, Afonso de Albumasar, 5 Albuquerque (città del Nuovo Messico), 642 n. Albuquerque (Albucherch, Albuquerqui, Dalboquerque), Afonso de, XIX, 261 n., 320 n., 351 n., 373, 374, 375, 376, 377, 378, 381, 388 e n., 389 e n., 390 e n., 392, 394 e n., 395, 396 e n., 397 e n., 398 n., 399 e n., 400 e n., 401 e n., 402 e n., 403 e n., 404 e n., 406, 407, 408, 409, 410, 411, 412, 413 n., 414, 415, 416, 417 e n., 418, 419 e n., 420 e n., 421 e n., 422 e n., 423, 425 e n., 426 n., 429, 430 n., 433 e n., 435 e n., 441 e n., 442 e n., 443 e n., 444, 449, 456, 457 n., 459 n., 461 n., 468 n., 471 n., 474 n., 476 n., 482 e n., 484 n., 487, 497 n., 500 e n., 501 e n., 507 n., 512, 526 n., 799, 812 n., 827 n., 901 n., 1051 Albuquerque, Caterina de, 884 n. Albuquerque, Francisco de, 375

INDICE DEI NOMI PROPRI

Albuquerque, L. de, 356 n., 1053 Albuquerque, Pero dc, 501 n. Albuquerqui, vedi Albuquerque, Afonso de Alcaçova, Fernao de, 505 n. Alcantara, Ordine di, 176 n. Alcatraz, Punta, 161 n., 164 n. Alcazarquivir, 883 n. Aldea quemnda, 238 n. Alegi, vedi Lahijan Alemagna (Lamagna), 439, 653, 723,727,733, 1027 Alembert, Jean-Baptiste Le Rond, detto d', 740 n. Alençon, Carlo IV di Valois, duca d', 600 n., 601 n. Alençon, Françoise d', duchessa di Vendome, 601 n. Aleppo (Alepo), 299 e n., 300 n., 303 n., 311 n., 459 n., 467 e n., 500 e n., 800, 807 e n., 808 n., 811 n., 939 e n., 940, 946 e n. Alessandria d'Egitto, x, 257 e n., 258 n., 267, 283, 297 e n., 322 n., 465 n., 467 e n., 489, 500 e n., 768 n., 787, 923 e n., 928 Alessandria (meridiano di), 253 e n. Alessandro Magno, 502 e n., 936 n. Alessandro III, papa, 254 n. Alessandro VI, papa, >.."VIII, 8, 82 n. Alessandro Sforza, signore di Pesaro, 744 Alexandrov, 717 n. Alfa e Omega, Capo, vedi Maisl, Capo Alfonso X, re di Castiglia, 232 e n. Alfonso XI, re di Castiglia, 109 n. Alfonso V, re di Portogallo, 265 n., 669 e n. Alfragano (A~mad ibn Mu}:lammad ibn Kathir, detto ol-Farghiini), 233 e n. Algeria, 885 n. Algonchini (indios), 599 n., 601 n., 603 n., 609 n. Alguadas, Isole (Isole Allegate), 949 e n.

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'Ali (Aly, Haly), califfo, 313 e n., 437, 502 'Ali 'Adii Shah I (Dialcan), sultano di Bijapur, 814 e n., 822 e n., 856 e n. 'Ali Barid (Veridi), sultano di Bidar, 814 e n. Alicarnasso, 296 n. Allegate, Isole, vedi Alguadas, Isole Allegri M., 656 Alleppey, 338 n. Almacarana, vedi Makranah Almagià R., 18, 19, 20, 211, 2161 270 n., 454, 587 Almagro, Diego de, 691 n., 692 n. Almedina e Alnabi, vedi Medina Almeida, Francisco de, 259 n., 283 1 286, 288, 360 n., 361 n., 362 e n., 363, 366, 369, 387 n., 388 n., 390 n., 398 n., 425 n., 434 n., 441 n., 458 n., 485en.,512, 526 n. Almeida, Lourenço de, 360 n., 362 e n., 366, 387 n., 388 n. Almirantazgo, Baia del, 543 n., 545 n. Almirante, Baia de, 181 n. Almolonga, 689 n. Almoravidi (dinastia), 54 n. Aloisia (isola), vedi Rhode Island Aloisio da Milano, 711 11. Alphirk (stella), 82 n. Altamura (isola), 632 n. Alvarado, Hernando de, 642 n. Alvnrado, Pedro de, 689 n. Alvares Francisco, 449, 460 n., 465 n., 476 n., 477 n., 478 n., 479 n., 481 n., 487 n., 488 n., 494 n., 495 n. Alvares Sebastiio, 529 n., 538 n., 542 n. Aly, vedi 'Ali (califfo) Amaal, 256 Amalfi, XIII Aman, vedi J:lamah Amano, 489 n. Amat di San Filippo, P., xx, 292 454, 656, 704, 804, 942

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INDICE DEI NOMI PROPRI

Amech, Ameche, vedi Mecca Amech, stretto di, vedi Rosso, Mar Amenofi I, Faraone; 791 n. Amenofi Ili, Faraone, 785 n., 790 n., 791 n. America (Nuovo Continente, Nuovo Mondo), xvn, xx, XXI, 3, 4, 9, 13, 14, 18, 21, 23 n., 24, 55 n., 97 n., 120, 128 n., 135 n., 136 n., 145, 147, 339 n., 436 n., 511, 513, 514, 519, 523 n., 549 n., 570 n., 582, 583, 585, 587, 589, 593 n., 596 n., 613 n., 616 n., 619, 625, 630 n., 653, 660, 665 n., 666 n., 669 n., 677 n., 678 n., 690 n., 693 n., 805, 884 n., 896 n., 900 n. America Centrale, 57 n., 72 n., 164 n., 280 n., 589, 615 n., 659, 67 S n., 680 n., 933 n. America Meridionale, 57 n., 201, 237 n., 240 n., 280 n., 614 n., 680 n. America Settentrionale, 142 n., S44 n., 582, 586, 593 n., 599 n., 615 n., 641 n. Ametbei, 962 Amiga (isola), 101, 102 e n. 'Amir II ben 'Abd al-Wahhab alMalik (re di Aden), 321 e n., 322 e n., 323, 324, 327, 328, 407, 442 n., 456, 468 n., 469 e n., 491 Amirasem, Amiraxem, Amirexem, vedi J:lusayn, Amir Aminnirigiam, vedi Marjam, emiro Amon (divinità egizia), 786 n., 789 n. Amoretti C., 518, S47 n., 1014 Amsterdam, 703, 707, 1031 Amulio Marcantonio, cardinale, 707 e .n., 1031 Amyrasem, vedi I:Iusayn, Amir Anantapur, 819 n. Afiasco Bay, 127 n. Aiiasco, Rio de, 127 n. Anatolia, 316 n. Anchediva (isola), vedi Anjidiv Ancho, Paso, 542 n., 543 n. Ancola, vedi Ankola

Ancona, I 10, 702, 768, 769, 783 Andalusia (Landaluzia), 75, 80 n., 217, 666 e n., 105 I Andrada, Simon dc, 493 n. Anegada, Punta, 542 n. Anegundi, 817 n. Angel, Cabo del, 129 e n. Angelo Iacopo, 184 n. Angidiva (isola), vedi Aiijidiv Angioletti G. B., 868 Angkor Vat, 970 n. Anglure, Oger d', 773 Ango Jean, 579, 586 Angola, 4 77 n. Angoleme, terra (New York), 602 e n. Angra do Heroismo, 757 e n., 758, 759, 762 Afijidiv (Anchediva, Angidiva, Giudiva), isola, 258 n., 390 e n., 392 e n., 400 Ankara, 921 n. Ankola (Ancola), 821 e n., 822, 823 Annari Gerolamo, 51 n., 119 Annunciata, 597 e n. Anoantal (Nautal), 665 e n. Anonimo Portoghese, 541 n., 546 n. Anonimo Veneziano, 765-96, 1042-3 Anseatica, Lega, 708 n. Ansuva, 257 e n. Antequera, So n. Antiglie (isole), 436 Antigua (Santa Maria de la Antigua), isola, 124 e n. Antigua (Santiago de los Caballeros de Guatemala), 689 e n. Antigua Vera Cruz, 682 n. Antilia (isola immaginaria), 436 n., 635 n. Antilibano (catena montuosa), 300 n. Antille (Isole dei Caribi), 28 n., 33 n., 41 n., 45, 46, 52 n., 58 n., 59 n., 75 n., 79 n., 89 n., 95 n., 140 n., 141 n., 145, 154 e n., 165 n., 174 n., 183 n., 2,77 n., 51 I, 589, 619

Antille, Mar delle, vedi Caribi, Mar dei

INDICE DEI NOMI PROPRI

Antille Olandesi, 240 n. Antinoe, 770 Antonino da Piacenza, 773 Antonio da Noli, XVII, 882 n. Antonio de Ciudad Rodrigo, 622 Antiifash (isola), 257 n. Ammciada (nave), 250 n. Anversa, 383 n., 468 n., 701, 702, 703, 707, 740, 1031 Apache lndian Reservation, 644

n. Apaches (indios), 621, 635 n., 641 n., 644 n., 645 n., 647 n. Apanoaan, signore di Cebu, 559 Api (toro, divinità egizia), 916 n. Apicio, 340 n. Apollinopolis Parva, vedi Qus Apollo, 409 e n., 910, 916 Appennini, 906 Aprutino, vedi Teramo 'Aqabah (Akaba el-Masri), 308 n. 'Aqabat ash-Sha'm (Akaba Esshamie), 308 n. 'Aqarqiif, 810 n. Aquidneck (isola), vedi Rhode lsland Aquitania, 619 Arabi della Jazirah, 8n e n. Arabia, x, 261 n., 264, 266 n., 293, 308 n., 385 e n., 386 n., 414 n., 462 e n., 466, 467, 468, 469, 471, 473, 477, 482, 486, 489, 493, 494, 495, 496 e n., 498, 499, 501, 502,504,809,810,811,812,87~ 903, 909, 927 n. Arabia Deserta, 257 e n., 295, 296 e n., 305, 486 Arabia Felice, 253 e n., 256, 257 n., 295, 296 e n., 315, 319, 320, 321, 323, 324, 327, 395 e n., 441, 461 e n., 462, 464 e n., 465, 477, 497, 498 Arabico, Mare (Mare Indico, Sino Arabico), 244 e n., 259 n., 317, 386 n., 461, 495, 496, 505 Arabico, Sino, vedi Arabico, Mare Arabuga (isola), 265 e n. Aracosia, 259 n.

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Arakan (Rachan), regno di, 852 n., 854 n., 855 e n., 856 n. Arana, Beatrice Enriquez de, 6, 105 n., 113 n., 152 n. Arana, Diego de, 35 n., 105 e n., 133 e n. Arana, Pedro de, 152 n. Arcadia (Lamacra), 590, 598 n., 600, 601

Arcangeli G., 583, 586, 1017 Arcangelo, 700, 726 n., 736 n. Aree J., 47, 57 n. Arcetri, 880 n. Archidona, 80 n. Arcila, 174 n. Arciniegas G., 216 Ardizi Gasparrino, 744 Ardizi Girolamo, 744 Ardizi Pompeo, 741-63, 1040-1 Arenal, Punta del, 156 e n., 158 e n., 159, 160 Argelati F., 656 Ariete (costellazione), 183 Ariosto Ludovico, 296 n., 868 Aristotele, 463 n., 613 e n., 667 e n., 868, 873 n., 877 n., 917, 1018 Arizona, 630 n., 635 n., 638 n., 639 n. Armellini Francesco, cardinale, 608

n. Armellini (secche), 608 e n. Armenia, 304, 387, 389 n., 500, 809 Armus, · Armuz, vedi Honnuz Amo (fiume), 927 Arqiqo (Ercoco), 474 e n., 481 e n., 487 Arqiqo, Golfo di, 475 n. Arquata, s17 Arriano, 841 n. Arrom J. J., 120 n. Arsinga, vedi Vijayanagar (regno) Arsinoe, 467 n. Artemisia, 296 e n. Arthus Gotthardt, 942 Aruachi (indios), 33 n., 58 n., 59 n., 165 n., 235 n., 680 n. Aruba (!sia de Brasil), 240 n. Asburgo (dinastia), 699, 705

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INDICE DEI NOMI PROPRI

Ascension (isola), 895 n. Ashraf Barsabiy, sultano d'Egitto, 301 n., 316 n. Asi, vedi Atjeh Asia,X,XI,XII,XXI, 6, 14,121, 18on., 184 11., 185 n., 223 n., 228 n., 236 n., 237 e n., 242 e n., 250 n., 253 e n., 254 e n., 257 n., 259 n., 262 n., 264 n., 266 n., 267 n., 269 n., 274 n., 285, 308 n., 341 n., 344 n., 347 n., 386 n., 408 n., 438 n., 439 n., 455, 463 n., 485 n., 513, 515, 576, 595 n., 613, 615 e n., 616 e n., 641 n., 667, 714, 740 n., 804, 8o5, 876 n., 900 n., 902 n., 919 n., 922 n., 928 n., 945, 953 n., 961 n., 1000, 1018 Asia Minore, 266 n., 467, 483, 500, 605 n. · Asia, contratto d', 863, 864 Asof, vedi Azov Assam, 740 n. Assereto U., 3 e n., 4, 19 Assi, vedi Atjeh Assiria, vedi Siria Assuan (Nessuam, Syene), 768, 773, 774, 777 n., 793 e n., 794 e n., 79S n. Astarabad (Gurgan, Stava), 440 e n. Asti, XIV Astori, Isole degli, vedi Azzorre Astracano, vedi Astrakhan Astrakhan (Astracano), 699, 713 e n., 715 n. Atahualpa (Attabaliba), inca del Perù, 619 1 690 e n., 691 e n., 692 e n., 693 e n., 694 Ataide, Lu{s de (Luigi di Taida), 856 e n., 857, 974 e n. Atafde, Pero de, 264 n. Ataide, Vasco de, 253 n. Atbara (fiume), 478 n. Atjeh (Achin, Asi, Assi), 347 n., 408 n., 827 e n., 847 e n., 858 Atjeh (Asi, Assi), re di, vedi Ala'uddin Ri'yat

Atlante (personaggio mitologico), 295

Atlantico, Oceano (Mare Oceano, Oceano Occidentale), IX, XVI, 25 n., 34 n., 46, 47, 107 n., 121, 123 n., 172, 192, 194 n., 223 e n. 1 224 e n., 226 n., 235 n., 249, 264 n., 265 n., 273 e n., 374, 384 n., 457 n., 511, 514, 525, 526, 528, 529, 53 I n., 548, 578, 5791 591, 607 n., 613, 616 e n., 635 n., 743, 757 n., 758, 896 n., 928 n. Atlantide (Atlante), isola favolosa, 667 Attabaliba, vedi Atahualpa Aualites, 258 n. Aubert Thomas, 577 Augusto I, principe elettore di Sassonia, 708 n. Aumar, vedi 'Omar (califfo) Aurea Chersoneso (Aurechersonessus), 9, 226 n., 457 e n., 883 e n. Auxuma, vedi Aksum Ava (Avvà), città, 438 n., 964, 974 e n., 97S Ava (Avvà), re di, vedi Thadominsaw Ava (Avvà) 1 regno di, 802, 826 n., 843 n., 850 n., 964 n., 976 Avalos, Costanza d', duchessa di Francavilla, 1003 Avalos, Ferdinando Francesco d'. marchese di Pescara, 1003 Avana (Avan), 33 e n., 655 Avicenna, 171, 348 n., 910 n., 917 e n. Avignone, 507 n., 861 Avvà 1 vedi Ava al-' Aydarus Fakr ad-din, Abii Bakr ben 'Abdallah, 329 n. Ayolas 1 Juan de, 544 n. Ayuthia (Sarnau, Scarnai), 262 e n., 407 e n., 438, 826 n., 827 n., 834 n., 840 n., 970 e n., 971 n., 976 e n., 977 n. Ayyubidi (dinastia), 298 n., 301 n. Azala, 258 e n. Azambuja, Diogo de, 758 n.

INDICE DEI NOMI PROPRI

Azamini, 299 e n. Azemia, 299 n. Azemmour, 629 n. Azov (Asof, La Tana), x, 714 n., 715 e n. Azov, Mar d' (Palude Meotide), x, 714 e n., 715 Aztechi, 615 n., 620, 635 n., 640 11., 678 n. Azzori, isola degli, ,,edi Azzorre Azzorre (Ilhas Flamengas, Isola degli Azzori, Isole degli Astori, Isole de' Lazori), XVI, 8, 23, 40 n., 43, 107 n., 110 n., II5, 116, 117, 153, 154 n., 242 e n., 249 n., 434 e n., 444 e n., 666 e n., 743, 744, 746, 747, 751 e n., 752 e n., 753 e n., 757 n., 758 n., 759 n., 760 n., 890 n. Baabullah, sultano cli Ternate, 885

n. Banram, Baarem, vedi Ba}:lrayn Bab al-Mandab, Stretto di (Stretto del Mar Rosso), 256 e n., 322 n. 388, 433, 442 e n., 470, 471 n., 491 e n., 492, 493 Babar, imperatore mogol, 830 n., 920 n., 921 n., 924 n. Babele, Torre di (torre di Nembrot), 810 e n. Babilonia, vedi Bagdnd Bacalaia (Baccalaos, Baccalearum Regio), 615 e n. Bacanore, vedi Barkiir Bacanur, vedi Birkur Baccalaos, vedi Bacalaia Baccalearum Regio, vedi Bacalaia Bacchiani A., 583, 586, 587, 1017 Bacchi Della Lega, A., 291, 292, 1000

Bachinn (isola), vedi Batjan Bacuachi, 638 n. Badagat, vedi Bagdad Badajoz, 513 Badajoz, Giunta di, 544 n. Badger George Percy, 291, 310

n.

1231

Badow Glam (Bedogiamana), 953

e n. Ba'eda Maryim, sovrano cli Etiopia, 460 n. Bagdad (Babilonia, Badagat), 500 e n., 801, 807 e n., 808 e n., 809 e n., 810 e n., 81 I e n., 940, 941, 946 n. al-Baghdini, governatore di San'a', 469 n. Bagò, vedi Pegù (regno) Bahama (Lucaie), isole, 7, 55, 58 n., 60 n., 241 n., 242 n.

Bahia (stato federale del Brasile), 252 n. Bahia, Isole de la, 178 n. Bahmani (dinastia), 318 n., 388 n. Bahmani (regno), 391 n., 440 n. Ba}:lrayn (Baaram, Baarem), 480 e n., 504 e n. BaJ:tr Nagas (Bemagassa), 487 e n. Ba~r Yùsuf (canale), 779 Baia di tutti i Santi, vedi Magellano, Stretto di Baiazeto, vedi Biyazid I Bailey L. H., 740 n. Balarin de Raconis, Jean, 291 Balatin, 953 Balbi (famiglia), 939 n. Balbi Gasparo, xx, XXI, 237 n., 262

n., 411 n., 438 n., 804, 806, 807 n., 818 n., 834 n., 840 n., 843 n., 844 n., 845 n., 847 n., 849 n., 852 n., 857 n., 937-89, 1049 Balbi Giovanni, 939 Balbi Teodoro, 939 e n. Balbi Tranquillo, 939 Balboa, Vasco Nuiiez de, 511, 534 n., 675 n. Baldacci O., 21 Baldelli Boni, G. B., 214, 247, 996 Bald Island, 592 n. Baldo degli Ubaldi, 720 e n. Balducci Pegolotti, Francesco, XII Baldwin G. C., 623 Baleari, Isole, XIII Balencor,, 260 n. al-Balid, vedi Dhofar

1232,

INDICE DEI NOMI PROPRI

Ballardini A., 20 Ballesteros y Beretta, A., 19 Baltico, Mar, xiv, 699, 701, 704, 709 n., 710 n., 731 n., 735 n. Banda (Bandan), isole, 287, 348 n., 349 n., 350, 351 e n., 352 n., 353 e n., 430 n., 885 n., 926 e n. Banda, Mar di, 567 n. Bandan (isole), vedi Banda Bandar, vedi Masulipatam Bandar 'Abbas, 499 n. Bandelier A. F., 619, 623, 625, 626, 630 n., 632 n., 633 n., 634 n., 636 n., 637 n., 638 n., 639 n., 640 n., 642 n., 643 n., 644 n., 648 n. Bandini A. M., 213, 214, 215, 996 Baneque (isola), 7, 83 e n., 96 e n., 108 n., 137 e n. Banghella, vedi Bengala Bantù, 428 n. al-Baqi' (cimitero di), 313 n. Barachet, vedi Barakat II Baradà (fiume), 300 n., 302 n. Barakit II (Barachet), s/zarif della Mecca, 319 e n., 483 n., 492 n. Barara (in Etiopia), 453 Barawe (Brava), 436 e n. Barbara, vedi Berbera Barbaria (costa somala), 493 n. Barbarigo Agostino, doge di Venezia, 808 n. Barberia, XIII, xiv, 672, 885 e n., 1018

Barberini (famiglia), 701, 702, 703, 704, 706 Barberini Carlo di Francesco, 701 Barberini Francesco, 703, 707 n. Barberini Maffeo (nipote di Raffaello), vedi Urbano VIII, papa Barberini Maffeo (zio di Raffaello), 703 n., 1030 Barberini Nicola (nipote di Raffaello), 706, 1036 .Barberini Nicolò, 702 e n. Barberini Raffaello, xx, 697-740, 1030-9 Barberino in Val d'Elsa, 701

Barbieri G., 215 Barbora, vedi Berbera Barbosa Beatrice, 526 n., 563 e n. Barbosa (Barboza) Odoardo (Duarte), 255 n., 260 n., 261 n., 333 n., 334 n., 336 n., 339 n., 347 n., 351 n., 352 n., 353 n., 357 n., 388 n., 407 n., 437 n., 438 n., 444 n., 462 n., 467 n., 498 n., 501 n., 526 n., 539 n., 541 n., 563 e n., 564 n., 568 n., 818 n. Barcellona (Barsalonna), 23, 43,120, 127, 526 e n. Barcelore, vedi Basriir Bardi (mercanti fiorentini), XII Bariay, Baia, 74 n. Bariay, Teta de, 80 n. Barim (Bebel, Perim, Vera Cruz), isola, 471 e n. Barkiir (Bacanore, Bacanur), 259 e n., 260 n. Barocchi P., 669 n. Barozzi P., 292 Barque de Fécamp (nave), 579 Barrameda, Nuestra Seiiora de (convento), 528 e n. Barret William, 946 e n. Barrii, Punta, So n. Barros, Joào de, xix, 230 n., 253 n., 255 n., 259 n., 260 n., 264 n., 294, 322 n., 336 n., 362 n., 363 n., 367 n., 369 n., 377, 379 e n., 384 n., 386 n., 387 n., 388 n., 389 n., 391 n., 393 n., 394 n., 397 n., 398 n., 399 n., 400 n., 401 n., 402 n., 404 n., 405 n., 411 n., 412 n., 413 n., 417 n., 418 n., 419 n., 420 n., 421 n., 430 n., 43 I n., 434 n., 435 n., 441 n., 443 n., 458 n., 459 n., 461 n., 462 n., 464 n., 468 n., 470 n., 471 n., 473 n., 481 n., 482 n., 484 n., 488 n., 489 n., 490 n., 492 n., 493 n., 49S n., 501 n., 506 n., 507 n., 526 n., 529 n., 538 n., 541 n., 564 n., 670 n., 749 n., 871 Bars Bay, 469 n.

INDICE DEI NOMI PROPRI

Barsalonna, vedi Barcellona Bartolo di Sassoferrato, 720 e n. Bartolomeo Dionigi da Fano, 805, 1044 Bartolozzi F., 214, 215, 996 Baruti, vedi Beirut Basilio III, gran principe di Mosca, 709 n., 715 n., 717 n., 737 Basilonogorode, vedi Vasil'sursk Basora, vedi Bassora Basriir (Barcelore), 260 n. Bassein (Cosml, Cosmin, Kusim, Pathein), 846 e n., 847, 848, 941, 951 e n., 952, 953 n. Bassein (fiume), 847 n., 950 n. Basset T., 474 n. Bassi Pima (indios), 632 n., 633 n. Bassora (Basora, Bazera), 257 n., 258 n., 500 e n., 801, 810 e n., 8n, 812 e n., 940, 946 n. Bassora, re di, 500 n. Bastimentos, vedi Vastimientos, Puerto de Bataban6, Golfo di, 141 n. Batcul, vedi Bhatkal Bategala, vedi Bhatkal Batjan (Bachian), isola, 353 n., 567 e n. Battelli G., 746 Bausani A., 261 n., 338 n., 343 n., 345 n., 380, 391 n., 396 n., 406 n., 410 n., 411 n., 412 n., 418 n., 425 n., 438 n., 519, 522 n., 565 n., 566 n., 804, 902 n., 943, 961 n., 987 n. Baviacora, 637 n. Bayazid I (Baiazeto), sultano ottomano, 921 e n. Biyazid Il, sultano ottomano, 489 n. Bayinnaung, re del Pegù, 806, 826 e n., 827 e n., 834, 835, 838 n., 839, 840 e n., 841, 842, 843 e n., 844, 845 e n., 847, 848, 849, 855, 951 n., 958, 964 n., 970 e n., 971 e n., 972 e n., 977, 978, 982 Bayona, 108 n. Bazera, vedi Bassora Beauvais, Vincent de, Xl

,a

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Bebel (isola), vedi Barim Beccaria G. L., 390 n., 400 n., 426 n., 459 n., 562 n., 816 n., 868 Beckingham C. F., 465 n. Bedogiamana, vedi Badow Glam Behaim Martin (Martin de Boemia), 21, 180 n., 274 n., 440 n., 542 e n., 760 n. Beirut (Baruti), 283, 299 e n., 467 n. Belém, 251 n. Belén, vedi Santa Marfa de Belén Belén (Betlem, Gieura), Rio, 188 n., 190 n. Belfur, vedi Beypore Belgio, 861 Belgrano L. T., 19 Belingut, 260 Bellio V., 18 Belpuerto, vedi Portobelo Belucistan, 259 n. Bembo Pietro, 296 n., 450 n., 451, 457 n. Benalcazar, Sebastian de, 619, 665 n., 692 n. Bendara, titolo del fratello del re di Cebu, 558 e n. Benedetti A., 867 Bengala (Banghella, Bengala), 262 e n., 321 n., 361 n., 407, 4u e n., 412, 426 n., 437, 438 n., 506 e n., 568 e n., 802, 825, 829 e n., 830, 831 e n., 845 n., 846 e n., 847, 852 e n., 853, 854 e n., 855, 857, 911 e n., 912, 913, 914, 919 e n., 921 n., 928,929,972 e n. Bengala, Golfo del (Mare Gangetico, Sino Gangetico), 244 e n., 286, 427, 457 n., 506, 852 n., 949 n. Bengala, re di, vedi Sher Khin Sùr Bengatatre, vedi Venkatidri Bengola, vedi Bengala Beniamino da Tudela, 903 n. Benso S., 623 Bentivoglio Guido, 703 e n. Benzoni Girolamo, 69 n., 240 n., 625, 651-95, 94S, 1027-9

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INDICE DEI NOMI PROPRI

Beragna, vedi Veragua Berardi Giannotto, 203 Berbera (Barbara, Barbora), 285, 330 n., 493 e n., 496 e n., 497 n., 506 n. Berbice (fiume), 226 n. Berchet G., 583 Bergantine, Canale di, 141 n. Bermuda (Santiago de Palos), nave, 174 n., 175 n., 191 n., 195 n. Bermude, isole, 107 n. Bema, 854 n. Bernagassa, vedi B~r N agis Bernaldez Andrés, 119 n., 144 n., 1052

Berti (mercanti), 702 Berti G., 997 Beseneghe, vedi Gorea Bessura, re di Gersoppa, 398, 399 Betis (fiume), vedi Guadalquivir Betlem (fiume), vedi Belén, Rio Bettarini R., 669 n. Bettor, vedi Bhator Beypore (Belfur, Beypoor, Veppiir), 260 e n. Beypore (fiume), 260 n. Bezeguiche, vedi Gorea Bezeneger, vedi Vijayanagar (città) Bharatpur, 886 n. Bhatkal {Batcul, Bategala), 259 e n., 260 n. Bhator (Bettor), 830 e n. Bianco, Mar, 736 n. Biblioteca Colombina di Siviglia, 38 Bidar, sultanato di, 814 n. Biddle R., 582 e n. Bigandet P., 984 n., 985 n. Bijipur, sultanato di, 258 n., 318 n., 388 n., 389 n., 391 n., 398 n., 814 n. Bilbua, vedi Visby Bintan (isola), 419 n. Bir, vedi Bireci.k Birecik (Bir), 807 e n., 808, 809 Birmania, 237 n., 262 n., 386 n., 411 n., 438 n., 802, 804, 839 n.,

849 n., 852 n., 941, 942, 945, 946, 967 n., 971 n., 981 n., 984 n. Bisan, vedi Dabra Bizan Biscaglia, 34 Bisighicci, vedi Gorea Bisnagar, vedi Vijayanagar (regno e città) Bissichicci, vedi Gorea Bizantino, Impero, 316 n. Blaeu W. J., 943, 945, 953 n. Block lsland, 602 n. Boa Vista (isola), 152 n. Bobadilla, Francisco de, 10, 147, 176 n. Boccaccio Giovanni, 258 n. Boccanegra Ambrogio, xv Boccanegra Egidio, xv Boemia, 731 n. Boerio Giuseppe, 811 n., 816 n., 824 n., 848 n. Bogota, 665 n. Bohio (isola), 83 e n., 84, 96, 101 e n. Bohitis {sciamani), 679 n. Bohol (isola), 564 n. Bois D., 348 n. Bologna, XIV Bombeador, Punta, 158 n. Bona, XIII Bonacca {isola), vedi Guanaja Bonaccorsi Giuliano, 578 Bonamici Francesco, 899 n. Bonciani Francesco, 874 n., 875 n., 877 n., 881 n., 882 n. Bondwyns Cristina, 703 Bonfini Matteo, 1000, 1001 Bongianni Gianfigliazzi, Francesco, 862, 868, 870 Bonicontri Lorenzo, 202 Bonini M., 804 Bonivetto (promontorio), vedi May, Capo Bonnivet, Guillaume Gouffier, signore di, 601 n. Bordeaux, 756 n. Borghini Vincenzio, 879 e n., 889 e n. Boriquen (isola), vedi Portorico

INDICE DEI NOMI PROPRI

Boristene (fiume), vedi Dnepr Borneo (Bornei, Bruneo), 267 n., 349 n., 354 e n., 355 e n., 565 n., 846 e n. Bornholm (Bomolum), isola, 709 e n. Bororo (indios), 239 n. Boscimani, 288 Boscolo A., 19 Botnia, Golfo di, 710 n. Boto, Cabo, 160 n. Bottari G., 866 Boursier J acques, S79 Boyl, Bernal de (fray Buil), 136 e n. Brabante, 440 Bracciolini Poggio, 237 n., 291 Braganza Pereira, A. B. de, 380 Braibanti A., 48 Bramanti V., 867, 873 n., 910 n., 932 n., 1045, 1046 Bramini, 332 e n., 333, 903 e n., 915 e n., 936 Bramini Nampiitiri, 332 n., 334 e n., 336 e n. Branca G., 867 Branco, Capo, 614 n. Brandolini Cristoforo, 702, 703 Brantome, Pierre de Bourdeille, signore di, 756 n. Brasile (Bresil, Terra del Verzin, Verzino), 55 n., 204, 205, 216, 217, 221, 227 n., 240 n., 247, 376, 384 e n., 385 n., 436, 455, 514, 519, 529 n., 531 e n., 532, 546, 575, 580, 751 n., 758,759 n., 864, 878 e n., 883 e n., 884, 886, 891 e n., 895 e n., 896, 904 e n., 907 Brasile, Corrente del, 228 n., 247 Braudel F., 340 n., 468 n., 699 n., 700 e n., 715 n., 799 n., 863 n. Brava, vedi Bariwe Brenta (fiume), 954 Brenton, Point, 608 n. Bresil, vedi Brasile Bretagna, 591, 882 Bretagna, re di, 126 n. Bretone, Capo, 544 n., 577, 596 n,

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Brevoort J. C., 583, 586 Brito, Ant6nio de, 538 n., 567 n., 568 n. Brito, Felipe de, 957 n. Brito, Jorge de, 471 n. Brito, Ruy de, 430 e n. Broad Reach, 543 n., 545 n. Bruges, 373, 375 Bruges, Jacques de, 757 n. Brule, lago di, vedi Burullus, Lago Brunei (Brunai, Burnai), 354 n. Brunelleschi Alderotto, 1019 Brunelleschi Filippo, 669 n. Bruneo, vedi Borneo Brunswick, Penisola di, 544 n., 614 n. Bry J. I., 942 Bry, Théodore de, 669 n., 942 Buatier, François le, 578 Buatier, Jean le, 578 Bubacher, vedi Abii Bakr (califfo) Buckingham Smith, 582, 586 Buddha, 844 n., 970 n., 979 n., 981 n., 983 n., 984 n., 985 n. Bueno, Rio (a Giamaica), 138 n. Bug (fiume), 708 n. Bugio (isola), 749 n. Buil, fray, vedi Boyl, Bernal de Bulaia (città di Mactan), 560 Bulpin T. V., 434 n. Buona Speranza, Capo di, 201,248, 253 e n., 256 n., 288, 374, 376, 377, 385 e n., 433 e n., 434, 436, 516, 568 n., 569 e n., 570 e n., 580, 615 e n., 883, 896 e n., 897 e n., 904, 1051 Buonaventura T., 866 Buondelmonti Giovanni, detto il Vecchino, 894 n. Burckhardt Johann Ludwig, 305 n., 306 n., 307 n., 308 n., 309 n., 310 n., 3n n., 312 n., 314 n., 318 n., 319 n. Burgos, 145, 265 n., 512 n., 539 n., 933 n. Burgos, vescovo di, 530 n. Burhin Ni;im Shah I, sultano di Ahmadnagar, 388 n.

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INDICE DEI NOMI PROPRI

Burnni, vedi Brunei Bumt lslands (isole Chemate, Queimadas), 387 e n. Burri C., 771, 784 n. Burton Richard Francis, 305 n., 318 n. Burullus, Lago (lago di Brute), 780 e n. Busnelli M. D., 532 n., 557 n., 561 n., 565 n., 566 n., 1015 Cabeza de Vaca, Alvaro Nuiiez, 626, 629 n., 635 n., 638 n., 645 n. Caboto Giovanni, XXI, 436 n., 582, 610 n. Caboto Sebastiano, 207,269,533 n., 582 e n., 700 Cabrai, Pedro Alvares, 204 e n., 205,216,245 n., 247, 248, 250 n., 252 n., 254 n., 255 n., 256 n., 259 n., 261 n., 262 n., 264 n., 265 n., 270, 339 n., 360 n., 374, 507 n., 909 n. Cacoyuguin, 27 n., 81 n. Cadaio, fratello del re di Cebu, 558 Cadamosto, vedi Da Mosto Alvise Caddeo R., 16, 24, 48, 149, 169 n. Cadice (Cadisi, Calice, Calis, Gades), 8, II, 85, 119, 148, 174 e n., 183 n., 184n., 221,223, 224 n., 225 e n., 231, 233 e n., 242 e n., 243 e n., 268 e n., 671 e n. Cadillac Mountains, 610 n. Cadisi, vedi Cadice Cael, vedi Kiyal Caenopolis, vedi Qini Caetani L., 310 n., 312 n. Cafaggiolo, 203 Caffa, vedi Feodosija Cafri, 428 e n., 434 Cabile, vedi Kiyal Caienna, 225 n. Caiero, vedi Cairo Cail, Caile, vedi Kiyal Cailliaud Frédéric, 792 n. Cain, vedi Kiyal Caincolon, vedi Kiyan.kulam Caino, 303 e n.

Cairo (Caiero), 255 e n., 257 e n., 259, 283, 297, 298 e n., 299, 315, 316, 319, 322 n., 323, 349 n., 388 e n., 467 e n., 468, 482 n., 483 e n., 485, 489 e n., 492, 494 n., 577, 769, 773, 777 e n., 778, 779 e n., 780 e n., 783 e n., 791, 793, 923, 1010, 1019 Cajamarca (Cassiamalca), 619, 690 e n., 691, 692 Calaiatti, vedi Qalhit Calatu, vedi Qalhit Calcutta, 830 n. Caldei, 295 Caldeira Grande (a Sio Miguel), 755 n. Caldeira de Pero Botelho (a Sao Miguel), 755 n. çaldirin, 502 n. Calibano (personaggio shakespeariano), 523, 689 n. Calice, vedi Cadice Calicut, 245 e n., 250 e n., 255 n., 259, 260 e n., 261 n., 264 n., 265 n., 288, 330 e n., 331 e n., 334, 335, 337, 338, 339 n., 340, 341, 346 e n., 347, 348, 349 n., 351, 352, 356, 357, 358 n., 360 e n., 361, 362, 363 e n., 364, 365 e n., 366, 375, 393 e n., 396, 402, 435 n., 461 e n., 467, 480, 505, 551, 568 e n., 856 n., 864, 883 e n., 1018 Calicut, re di, vedi Zamorino California, 636 n. California, Golfo di, 620, 632 n. Calis, vedi Cadice Calnur, vedi Cannanore Calonaghapi, vedi Colanoghapi Caluat, vedi Qalhat Calvo M. F., di Ravenna, 936 n. Camaram, Camaran (isola), vedi Kamarin Cambaet, Cambaia (città), vedi Cambay Cambaia, regno di, vedi Gujarit Camballi, vedi Caribi Cambaluc, vedi Pechino

INDICE DEI NOMI PROPRI

Cambay (Cambaet, Cambaia, Cambraia, Gambaia), 330 n., 388 e n., 391 n., 405 e n., 429,436,471 e n., 485 e n., 553 e n., 566, 568 e n., 825 e n., 838 e n., 845, 856, 858, 901 e n., 906 e n., 924 n., 926, 928, 929 Cambay, Golfo di, 259 n., 285, 388 n., 485 n., 837 n. Cambogia, 971 n. Cambrai, guerra di, 518 Cambraia, vedi Cambay Camerini E., 867 Cameron, Camerone (isola), vedi Kamaran Carni (Gran Can), 81 Caminha, Pero Vaz de, 250 n., 252 n., 253 n. Camoes, Luiz Vaz de, 362 n. Camoron (isola), vedi Kamaran Campani R., 233 n. Campania, 605 n. Camperaia, 255 Campo, vedi Kampen Campo di cedri, 595 Canabo, vedi Caonabo Canada, 581, 588, 593 n., 599 n., 638 n. Canal do Norte, 226 n. Canale di Sopravento, 137 n., 197 n. Canal Grande (Canal di Rialto), 955 e n. Canal Perigoso, 226 n. Cananor, Cananoro, vedi Cannanore Canaro, vedi Kanara Canarie (Isole Fortunate), xv, XVI, 5, 8, 9, 23, 25 e n., 28 n., 37 n., 40, SI n., 52 n., 60 e n., 63 n., 123 n., 145, 146, 151 e n., 153, 174, 224 e n., 225 n., 242 e n., 249 e n., 250 e n., 251 e n., 252 n., 273 n., 442 n., 527 n., 528 e n., 529, 541 n., 549 n., 611 n., 612 e n., 613, 614 e n., 663 n., 664, 666, 671, 750 e n., 751, 754 n., 890, 1018, 1027 Cancro, Tropico del, 85 n., 229, 670

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Candace (regina etiope), 479 n. Candia, vedi Creta Cane Maggiore (costellazione), 892 e n. Canhameira, vedi Kanyime~u Caniba (indios), vedi Caribi Canigiani Bernardo, 893 e n. Canigiani Lorenzo, 893 e n., 910 n. Canima (indios), vedi Caribi Cannanore (Calnur, Cananor, Cananoro, Canonor, Kannaniir, Kanniir), 259, 260 n., 283, 288, 331 n., 360 e n., 361, 362, 363, 365 e n., 366, 367 e n., 377, 390 e n., 392, 393, 395 n., 396 e n., 397, 398, 402 e n., 404, 433, 461 e n., 538 n., 568 e n. Cannanore, re di, 362 n., 367, 369, 425 Cannibali, S9 n., 123 n., 533 e n., 656 Cano, Juan Sebastiin del (Elcano), 519, 539 n., 564 n., 567 n. Canobo (stella), vedi Canopo Canonor, vedi Cannanore Canopo (Canobo), stella, 892 e n. Canovai S., 215, 996 Cantino, Carta, 436 n. Canton, 379 Cantù F., 48 Cào Diogo, 477 n., 1051 Caonab6 (Canabo), cacicco, 133 e n. Capan, 258 Cape Fear (indios), 594 n. Capellan, vedi Mogok Capelli Fiammetta, 576 Capha, vedi Feodosija Capogat, Capogatto, vedi Kappatt Capo Verde, Isole del, IX, xvn, 4, 8, 145, 146, 152 e n., 224 n., 251 e n., 252 e n., 253 n., 549 n., 570, 882 n., 895 n. Capponi (mercanti fiorentini), 863 Capponi Francesco, 863, 889 n. Capricorno, Tropico del, 253 e n., 274, 670 Capucat, vedi Kappatt Caraci G., 20, 82 n., 166 n., 211,

INDICE DEI NOMI PROPRI

215, 216, 217, 236 n., 593 n., 768 e n., 771, 773 n., 780 n., 793 n., 868, 871 n., 874 n. Carambaru (Caravar6, Cerabarun, Cerabora), 181 e n., 183 e n. Caravar6, vedi Carambani Cardafuni, Capo, vedi Guardafui, Capo Cardera (nave), 137 n. Cardona G. R., 264 n., 338 n., 343 n., 345 n., 349 n., 385 n., 399 n., 410 n., 413 n., 478 n., 611 n., 816 n., 821 n., 822 n., 825 n., 832 n., 853 n., 854 n., 900 n., 966 n., 1047 Careggi (Caregi), 593 n. Carepatan, 261 Cargados Garayos (Garagiai), isole, 897 e n., 898 n., 904 Cariai, tierra de, 180 e n., 181 n. Carib (isola), 37 n., 111 n. Caribata, monte (a Haiti), 102 e n. Caribi (Camballi, Caniba, Canima, Caribbi), 27 n., 33 n., 37 n., 58 n., 59 n., 84 n., 97 e n., 123 n., 125 n., 126, 154 n., 156 n., 163 n., 164 n., 165 e n., 234 e n., 235 n., 236, 664 e n. Caribi, Isole dei, vedi Antille Caribi, Mar dei (Mar delle Antille, Mare di Tramontana), 10, SS n., 146, 173, 177 n., 195 n., 221, 682 e n., 686 Carichi (isola), vedi Kharq Cariddi, 884 n. Caritaba (isola), vedi Haiti Carli Bernardo, 577, 1017, 1018, 1019 Carli Bernardo (padre), 577, 1017, 1018 Carli Francesco, 1019 Carlo III (isola), 545 n. Carlo V, imperatore, 3 n., 512, 513, 514, 516, 519, 521, 525 e n., 526 n., 527 e n., 540, 542 n., 543, 551, 553, 556, 558, 560, 563 e n., 565, 566, 567, 571, 591 n., 629 e n., 63 I e n., 633 e n., 638 n.,

649, 685 e n., 687 n., 691, 692, 693, 707 n., 1018 Carmania, 259 n. Carmignani R., 804, 942, 967 n., 981 n., 982 n. Carnac Tempie, R., 291 Carolina del Nord, 598 n., 599 n. Carradori Arcangelo, 774 Carrer L., 866 Carrcra Diaz, M., 656 Carsuppa, vedi Gcrsoppa Cartagena, 654, 683 e n., 684 e n. Cnrtagena, Juan de, 514, 526 n., 529 n., 530 n., 539 e n. Cartagine, 595 e n. Cartier Jacques, 581 Carvaio Iovan, vedi Carvalho, Joio Lopes Carvajal, Alonso Sanchez de, 152 n. Carvalho, Joao Lopes (lovan Carvaio), 564 e n. Casada, Gaspar de, vedi Quesada, Gaspar de Casa de la Contrataci6n, 206, 269, 512, 663 n. Casamassima E., 291, 1001 Casano, vedi Kazan Cascais, 763 Casentino, 929 e n. Casine, Punta di, 178 n. Caspio, Mar, 440 n., 504 e n., 616 e n., 699, 700, 713 e n., 716, 739 Cassiamnlca, vedi Cajamarca Castaldi G., 868 Castaneda, Pedro de, 625 e n., 630 n., 635 n., 646 n. Castanheda, Fernao Lopez de, XIX, 294, 362 n., 363 n., 377, 398 n., 401 n., 402 n., 410 n., 417 n., 430 n., 431 n., 443 n., 444 n., 456,468 n., 470 n., 471 n., 483 n., 484 n., 485 n., 486 n., 493 n., 49S n., 496 n., 497 n., 498 n., 500 n., 505 n., 506 n., 538 n., 541 n. Castanheira, Joio de, n0 n. Castellano, il (na'ib), di Damasco, 301, 302 e n.

INDICE DBI NOMI PROPRI

Castiglia, 7, 27 n., 34, 40 e n., 62, 64, 71, 91, 92, 93, 94, 95, 97, 106, 112 n., 115 e n., 128 e n., 129, 132 e n., 134, 135, 136, 142 cn., 156en., 163,169,180, 195n., 241, 242, 559, 563 n., 577, 640, 670, 690, 692 Castigliani, Antonio de', 66 5 n. Castiglione Baldassarre, 296 n., 457 n. Casti/la, La (Vaquenos), nave, 151 n. Castro, Alvaro de, 471 n. Castro, Joao de, 462 n., 464 n., 476 n. Catai, Cataio, vedi Cina Catalogna, 87 5 n. Catecha, vedi Cuttack Caterina de' Medici, regina di Francia, 608 n. Cateri11a Dies (nave), 374 Catone, l\,farco Porcio, il Censore, 878 e n. Cattigara (Catigara), 184 e n., 226 e n. Cattigara (Gaticara), Capo di, 273 n., 550 e n. Cavalcanti de Albuquerque (famiglia), 884 n. Cavalcanti Filippo, 884 e n. Cavalcanti Guido, 884 Cavalcanti Schiatta (Stiatta), 884 Cavalieri Portaspada, Ordine dei, vedi Livonia, Ordine di Caviana, Isola, 226 n. Cayo Largo (isola), 141 n., 178 n. Cayre (isola), 37 n. Cazada, Gaspar de, vedi Quesada, Gaspar de Cebu (Zubu), isola, 515, 550 e n., 551, 559 e n., 564 n. Cefan, vedi Feodosija Cefeo (costellazione), 82 n. Ceiban (isola), 443 n. Celerier P., 407 n. Cèllere, codice, 583,584,587,591 n., 1017

Centauro (costellazione), 891 e n., 892

1239

Centurione Paolo, 699 e n., 701 e

n. Cerabarun, vedi Carambaru Cerabora, vedi Carambaru Cerezo Fernando, 204 Cerezo Maria, 204, 207 Cerro, El (a Montevideo), 533 n. Cerulli E., 452 n. Cc~~i (Chitini, Ciattini), 825 e n., 915 e n. Ceuta, 62 n. Cevola (Cibola), 621, 622, 623, 625 e n., 626, 629, 630 n., 634 e n., 635 n., 637, 638 e n., 639, 640, 641, 642 e n., 643, 644, 645, 646 e n., 647, 648 e n., 649, 1026 Ceylon (Salica insula, Salo, Seilan, Simondi insula, Tarnraparni, Taprobana, Trapobana, Zeila~, Zeilani, Zeilon, Zelan, Zelore, Zilan, Zilon), 244 e n., 263 e n., 264 n., 265 e n., 266 n., 287, 334 n., 346 n., 353 e n., 362 n., 405 e n., 426 e n., 437 e n., 459 n., 479 n., 480 e n., 507 n., 802, 822 e n., 823 e n., 825 e n., 826, 845 n., 857 e n., 888 n., 889 n., 907 e n., 928 e n., 929 e n., 966 Chabot Philippe, 579 Chagres (Chiare), fiume, 687 e n. Chakrap'at, re del Siam, 827 e n., 840 n., 977 Chalia, vedi Shiliyàt Chamiron (isola), vedi Kamaràn Champa (regno), 180 n., 182 n., 321 n. Champagne, XIV Chanca, Diego Alvarez, 37 n., 119, 123 n., 125 n., 127 n., 128 n., 129 n., 130 n., 132 n., 133 n., 1052 Chancellor Richard, 700 e n., 705, 724 n., 725 n., 727 n., 735 n. Chio (isola), 749 n. Charcot J.-B., 19 Charles, Capo, 598 n. Charpentier J., 804, 942 Chatwin B., 538 n. Chaul (Chiaul, Chiavul, Choul,

INDICE DEI NOMI PROPRI

Ciaul), 289, 387 n., 388 e n. 1 391

n., 440, 444 e n., 857 e n., 858, 928 e n., 940, 987 e n. Chaunu H., 265 n. Chaunu P., 265 n., 386 n. Chauveton Urbain, 656 Chebon (isola), 443 e n. Chelin, 568 e n. Chemate (isole), vedi Bumt Islands Chena, vedi Qini Chepo, Rio, 684 n. Cherchenes (isole), vedi Qerqena Cherniche Diniz, 384 n., 404 n. Chersoneso Cimbrico, 616 n. Cheruman Perumal, sovrano del Malabar, 921 e n. Chesapeake, Baia di, 598 n. Chesmancora, vedi Makrin Chianti, regione del, 878 n. Chiara, santa, 530 n., 535 Chiaramandel, vedi Coromandel Chiare (fiume), vedi Chagres Chiaul, vedi Chaul Chiavul, vedi Chaul Chichiriviche, 238 n. Chieregato Francesco, vedi Chiericati Francesco Chieri, 608 n. Chiericati (Chieregato) Francesco, 514, 525 e n. Chilaw (Chilao), 823 e n., 825 Chilua, vedi Kilwa Kisiwani Chilva, vedi Kilwa Kisiwani Chimoron (isola), vedi Kamarin Chinard G., 656 Chio (Scio), isola, 38 e n., 95 n., 97, 2.66 n., 482, Chira, Rfo, 691 e n. Chiriqui (regione), 181 n. Chiriqui, Laguna di, 18 x n. Chitigan, vedi Chittagong Chitini, vedi Ceni Chittagong (Chitigan, Porto Grande), 830 n., 852 e n., 854 e n., 855, 856 Chocam, vedi Cochin el-Chosas, vedi el-Khessas Choul, vedi Chaul

Chuan chou (Zaiton, Zaytun, Zcrum), 180 n., 440 e n. Chus, vedi Qii~ Ciacat, vedi Kappatt Ciama, vedi Siam Ciamba, vedi Champa (regno) çiamba, 180 e n. Ciattini, vedi CeHi Ciaul, vedi Chaul Cibao, 100 e n., 121, 137 n. Cibele (Madre Idea), divinità greca, 876 e n. Cibola, vedi Cevola Cicanbul, signore di Cebu, 5S9 Cicerone, Marco Tullio, 296 Cieza de Le6n, Pedro, 660 e n., 666 n., 677 n., 686 n. Ciguare, provincia di, 182 e n. Ciguayos (indios), 84 n. Ciguibucan, signore di Cebu, 559 Cilapulapu, veài Lapu Lapu Cilaton, signore di Cebu, 559 Cilumai (città di Cebu), 559 Cimaningha, signore di Cebu, 559 Cimatichat, signore di Cebu, 559 Cimbri, promontorio de', vedi Skagen, Capo Cina (Catai, Cataio, Gattaio, Khatai, Mago, Mangi, Sinarum Situs), XI, XII, 26 e n., 81 n., 82, 97 n., 180 n., 194, 195 e n., 261 n., 262 n., 266 n., 267 n., 348 n., 356 n., 378, 379, 407 e n., 413, 414, 438 e n., 439 n., 440 e n., 455,457 n., 472, 480, 506, 507 n., 550 n., S5S, 576, 577, 578, 581, 587, 590, 594 n., 598 e n., 613 e n., 699, 700, 738 e n., 740 n., 821, 829 n., 837 e n., 846, 865, 883, 91 I, 913, 918, 919, 925 n., 928,929, 93oen., 962,971,972n., 1018 Cingani, vedi Zingari Cinghapola (città di Cebu), 559 Cini, isola de', vedi Pulau Tjina Cini, re de', vedi Ming (dinastia) Cinquin, Cabo, 86 e n., 91, 92, 96 Cioranescu A., 21

INDICE DEI NOMI PROPRI

Cipango, Cipangu, vedi Giappone Cipro (Cipri), 751, 807 Ciras