La Bibbia. Un percorso di liberazione. Le tradizioni storiche [Vol. 1] 8831533320, 9788831533324

I "libri storici", che rappresentano la prima sezione della Bibbia cristiana, contengono la rielaborazione in

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La Bibbia. Un percorso di liberazione. Le tradizioni storiche [Vol. 1]
 8831533320, 9788831533324

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Alessandro Sacchi - Sandra Rocchi

La Bibbia Un percorso di liberazione 1. Le tradizioni storiche

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Editing e coordinamento redazionale di Olimpia Cavallo

Si ringraziano: © Archivio fotografico PIME Pietro Collini, per consulenza fotografica Bruno Maggi per le cartine Grafica di Elisabetta Ostini dello Studio Editoriale Ferrari

PAOLINE Editoriale Libri © FIGLIE DI SAN PAOLO, 2007 Via Francesco Albani, 21 – 20149 Milano www.paoline.it [email protected] Distribuzione: Diffusione San Paolo s.r.l. Corso regina Margherita, 2 – 10153 Torino

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A Tommaso, Federica, Francesca, Matteo, Michele, Elisa e a tanti bambini come loro perché « scoprano » il Libro insieme con i loro educatori.

« Che il lettore abbia o no una fede teologica nella Bibbia in quanto “parola di Dio”, e che trovi o no un certo significato nel concetto di fede, non può iniziare a comprendere la Bibbia se non è d’accordo ad accettare una cosa che evidentemente era nella mente sia degli autori sia dei curatori: la convinzione che, tramite il testo biblico, pervenga un contenuto interiore che sfida il lettore e gli chiede un coinvolgimento personale, una decisione e una dedizione alla propria libertà, un giudizio circa una questione ultima » (Thomas Merton, Leggere la Bibbia).

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UN POPOLO RACCONTA LA SUA STORIA

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fatti narrati nella Bibbia si sono svolti in una zona del nostro pianeta che è chiamata Mezzaluna fertile, in quanto si distacca nettamente, per la sua configurazione e per la sua fertilità, dai territori desertici che la circondano. Essa comprende due vaste regioni, la Mesopotamia e l’Egitto, sede dei grandi imperi dell’antichità, collegate da una striscia di terra costituita dalla Siria e dalla Palestina. Fin dalle epoche più remote questa striscia costituì il passaggio obbligato di merci e di soldati e fu oggetto di contesa da parte delle grandi potenze. La Palestina, che originariamente si chiamava Canaan, prese successivamente il nome di Israele perché in essa esistevano, a partire dall’inizio del primo millennio a.C., due piccoli regni che facevano risalire la loro origine a un comune antenato, Israele. Solo uno di essi, però, situato nel Nord della regione, portava questo nome, mentre l’altro, più a Sud, aveva preso il nome di un figlio di Israele, Giuda. In entrambi i regni si adorava una divinità chiamata con un nome la cui pronunzia è andata persa a motivo dell’abitudine, invalsa nel mondo ebrai, co, di sostituirlo con Adonaj (Signore). Di esso sono rimaste le quattro consonanti JHWH (sacro tetragramma), pronunziate oggi comunemente Jahweh. Nel 722 a.C. il regno di Israele, più esposto alle invasioni provenienti dal Nord, cadde sotto i colpi dell’Assiria, che allora era la potenza dominante in Mesopotamia; la sua capitale Samaria fu distrutta e parte della popolazione deportata. Il regno di Giuda riuscì invece a sopravvivere ancora per circa un secolo e mezzo; ma nel 587 a.C. i babilonesi, che da poco erano subentrati agli assiri nel controllo della regione, conquistarono e rasero al suolo la sua capitale, Gerusalemme, e deportarono in Mesopotamia molti dei suoi abitanti. Mentre i deportati di Israele non mantennero la loro identità, nel 538 gli esuli del regno di Giuda ottennero da Ciro, re dei persiani, che aveva appena sconfitto i babilonesi, il permesso di ritornare nella loro terra. Diverse carovane partirono allora, in tempi diversi, per la Giudea e i rimpatriati si stabilirono a Gerusalemme con lo scopo specifico di riedificare il tempio che alcuni secoli prima vi aveva edificato il re Salomone e che i babilonesi avevano distrutto. Durante la permanenza in Mesopotamia la predicazione delle scuole profetiche li aveva profondamente trasformati, inculcando loro un monoteismo di forte ispirazione etica. Essi si trovarono così in contrasto con coloro che ancora abitavano nei territori dei due antichi regni, molti dei quali erano israeliti che non avevano fatto l’esperienza dell’esilio. Costoro continuavano sì ad adorare JHWH, ma lo facevano secondo modalità molto simili a quelle delle altre popolazioni dell’antico Medio Oriente.

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I rimpatriati si impegnarono immediatamente nella ricostruzione del tempio e divennero una piccola comunità all’interno dell’impero persiano, tutta dedita al culto del tempio di Gerusalemme, radicalmente separata dal resto della popolazione locale. Fra di loro ebbero un ruolo speciale i sacerdoti, i quali, per rendere possibile la ricostruzione del tempio, raccolsero e misero per iscritto i ricordi riguardanti la sua struttura e i riti in esso compiuti. Insieme con le prescrizioni liturgiche i sacerdoti raccolsero numerosi racconti riguardanti gli antichi progenitori del popolo, i patriarchi. A essi – si raccontava – Dio aveva promesso di dare la terra di Canaan in cui erano vissuti come forestieri; con il suo aiuto i loro discendenti, che erano andati in Egitto a motivo di una carestia, avevano lasciato questo paese e avevano preso possesso della terra promessa ai loro padri. Questi racconti servivano ai rimpatriati per legittimare la loro pretesa di possedere un territorio la cui proprietà fondiaria si trovava in altre mani. Infine, per chiarire che JHWH, il Dio che aveva donato loro quella terra, ne era il legittimo proprietario, essi raccolsero alcuni racconti dai quali appariva che egli era il creatore e il signore del mondo e dell’umanità. Da questo lavoro di raccolta e di redazione, di cui non si conoscono né i tempi né i modi, è sorta una collezione di quattro libri, chiamati Genesi, Esodo, Levitico e Numeri. Il materiale in essi contenuto è stato organizzato in modo spesso disorganico. Vi si notano infatti incongruenze di vario tipo: anacronismi, bruschi cambiamenti di stile e di contenuto, doppioni, alternanza di sezioni narrative e legali, mescolanza di leggi sociali e religiose, nonché generi letterari diversi; inoltre, gli eventi sono narrati il più delle volte senza alcun rapporto con la storia dell’epoca. Tutto ciò rivela l’intervento di mani diverse in tempi diversi, e soprattutto un intento di carattere non propriamente storico ma religioso. A questi quattro libri se ne aggiunse successivamente un quinto, chiamato Deuteronomio, che contiene una presentazione, in gran parte autonoma, delle tradizioni contenute nei libri precedenti. Si formò così la raccolta di cinque libri chiamata dagli ebrei Tôrah (istruzione, legge) e successivamente, in ambiente greco, Pentateuco (cinque libri). Dalle idee formulate nel Deuteronomio ebbe origine, durante l’esilio, una serie di libri nei quali si racconta l’insediamento delle tribù israelitiche nella terra di Canaan (Giosuè e Giudici) e le vicende dei due regni di Israele e di Giuda, prima uniti sotto i re Davide e Salomone, e poi divisi, fino alla loro caduta rispettivamente sotto gli assiri e i babilonesi (1-2Samuele; 1-2Re). Questi libri hanno lo scopo di dimostrare come questa catastrofe sia stata causata dai peccati del popolo e non da una decisione arbitraria di JHWH, il quale, come un giorno lo aveva liberato dall’Egitto, così resta ancora disponibile a difenderlo e a garantirgli un avvenire sicuro nella sua terra. A queste due grandi raccolte di

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libri storici se ne aggiunsero con il tempo altre due di ampiezza e importanza minore (1-2Cronache, Esdra e Neemia; 1-2Maccabei) e una trilogia di storie edificanti (Tobia, Ester, Giuditta). Prima di entrare a far parte di una serie di libri, i racconti biblici sono stati trasmessi oralmente per lunghissimo tempo di padre in figlio e, anche quando sono stati scritti, non hanno mai cessato di essere raccontati. Ancora oggi essi continuano a essere raccontati nella liturgia, nelle famiglie e nella catechesi. Con il presente volume si intende fornire uno strumento per chi narra e per chi ascolta, aiutando sia l’uno che l’altro a scoprire i testi più importanti, a collocarli nel loro contesto storico, letterario e religioso e a coglierne l’impatto nella realtà di oggi. Nella traduzione dei testi biblici si è tenuto conto delle principali versioni oggi in uso, eliminando però tutte quelle ripetizioni e circonlocuzioni proprie dello stile semitico che spesso ne appesantiscono la lettura. Le introduzioni e i brevi commenti si ispirano ai moderni metodi di lettura di un testo antico. Le riflessioni che concludono i diversi libri sono semplici spunti, il cui scopo è quello di aiutare il lettore ad attualizzare il testo biblico. Le immagini sono prese dal mondo dei poveri, perché la Bibbia è e resta il libro dei poveri, di cui canta e illumina il cammino di liberazione. I box laterali forniscono ulteriori informazioni. In appendice si trovano alcuni sussidi utili per una migliore comprensione del testo. Il volume non si sostituisce alla lettura della Bibbia, ma rimanda a essa e ai numerosi commenti che sono stati composti in tempi antichi e moderni.

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Le origini Genesi

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l primo dei cinque libri chiamati in ebraico Tôrah e in greco Pentateuco è designato nella Bibbia ebraica, in base all’uso adottato per ciascuno di essi, con la prima parola del testo, Bere’sˇît, « in principio ». I traduttori greci lo hanno intitolato Genesis, perché narra le « origini » del mondo e di Israele. Il libro si divide in due parti che, pur essendo strettamente collegate fra di loro, sono separate l’una dall’altra a motivo non solo dei temi trattati ma anche del genere letterario adottato: A. La storia primordiale (Gn 1-11) B. Le vicende dei patriarchi (Gn 12-50).

La Genesi contiene un materiale narrativo, a volte molto antico, di carattere in gran parte mitologico e leggendario, tramandato oralmente dalle tribù. Come negli altri libri del Pentateuco, anche in esso si notano incongruenze di vario tipo: bruschi cambiamenti di stile e di contenuto, concezioni teologiche contrastanti, doppioni, generi letterari diversi. Inoltre, non mancano anacronismi, allusioni a costumi legali e religiosi di epoche successive, storie riguardanti l’origine di luoghi di culto. Infine, gli eventi sono narrati il più delle volte senza alcun rapporto con la storia dell’epoca in cui si sono svolti. Tutto ciò rivela l’intervento di più mani in tempi diversi. L’intento del libro è quello di mostrare come il popolo di Israele, pur avendo avuto origine in senso proprio solo in forza dell’alleanza che JHWH aveva stretto con esso sul monte Sinai, fosse già stato scelto da lui molto tempo prima per attuare una salvezza di dimensioni cosmiche. Per questo viene narrata la creazione del mondo e dell’umanità, e successivamente la chiamata dei suoi antenati, i patriarchi, ai quali era stata fatta la promessa che avrebbero posseduto un giorno la terra di Canaan. Il problema dell’origine di Israele e del suo significato nel consesso delle nazioni si poneva soprattutto agli esuli che erano ritornati nella loro terra, i quali dovevano legittimare la loro pretesa di abitare, come comunità autonoma, in una terra di cui altri si ritenevano i legittimi proprietari. Si può quindi supporre che la composizione del libro sia stata portata a termine dalla scuola sacerdotale in un periodo imprecisato dopo l’esilio babilonese (secoli VI-V a.C.). Le modalità con cui la Genesi è stata composta e, soprattutto, le finalità che si prefigge mostrano che si tratta di un’opera di carattere prevalentemente religioso. I fatti narrati perciò hanno poco a che fare con la storia propriamente detta, mentre hanno una importanza decisiva per scoprire il significato che i narratori assegnavano alle vicende umane, in modo particolare a quelle riguardanti il popolo di Israele e il suo ruolo nel piano salvifico di Dio.

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I. Le origini – Genesi

A. La storia primordiale (G n 1-11)

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ella prima parte della Genesi sono narrate le origini del mondo e dell’umanità, prescindendo da Israele e dalla sua storia. La sezione si apre con due racconti della creazione, dei quali il primo (Gn 1,1 - 2,4a) appartiene alla tradizione sacerdotale, di cui riflette la preoccupazione per i riti e il culto, mentre il secondo (Gn 2,4b-25) rispecchia una tradizione sapienziale, più pittoresca e forse più antica, denominata jahwista. Con questo secondo racconto si salda la descrizione della caduta dei primi esseri umani (Gn 3,1-24), le cui conseguenze vengono poi messe in luce nell’episodio di Caino e Abele (Gn 4). Il primo racconto della creazione trova, invece, la sua naturale continuazione in una genealogia dei patriarchi prediluviani (Gn 5,1-32) e nel racconto del diluvio (Gn 6-9), nel quale si mescolano tradizioni diverse. Il periodo che fa seguito al diluvio viene colmato, in assenza di episodi significativi, con una « tavola di popoli » discendenti di Noè (Gn 10,1-32). La sezione termina con l’episodio della torre di Babele (Gn 11,1-9) e la genealogia di Abramo (Gn 11,10-32). Sebbene non si parli ancora di Israele, è proprio a partire dalla sua esperienza religiosa che il narratore si interroga sull’umanità, la sua origine e il suo destino. Egli intende presentare Adamo, il primo essere umano, come l’ideale a cui Israele deve tendere, mentre nel suo peccato e in quello dei suoi immediati discendenti si rispecchia l’infedeltà in cui Israele è spesso caduto nella propria storia. Dio appare come l’artefice di tutto il cosmo, che gli appartiene insieme con l’umanità che lo abita. Solo un Dio Signore universale poteva infatti legittimare il ruolo che Israele si attribuiva nel consesso delle nazioni al termine dell’esilio. In questa parte del libro vengono riportati racconti simili ai miti presenti in diverse culture, specialmente quelle cananea e assiro-babilonese. I più significativi sono il poema sumero della creazione che dai suoi protagonisti prende il nome di Enki-Ninhursag; quello babilonese intitolato Enuma elish (« Quando in alto »); l’epopea babilonese di Gilgamesh, il cui nucleo originario risale ai sumeri, che narra le vicende del mitico re sumero della città di Uruk; il mito babilonese del diluvio intitolato Atra-hasis (« grande saggio »). Rispetto a essi però la Genesi rivela una diversa concezione del cosmo e dell’umanità, che sono compresi alla luce della fede nell’unico Dio creatore e salvatore. È comune però alla Genesi e ai racconti mitologici la tendenza a rappresentare l’operare di Dio in modo antropomorfico, cioè a immagine dell’agire umano.

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A. La storia primordiale (Gn 1-11)

1. L’origine del mondo Nel primo racconto della creazione Dio compie otto opere concentrate in sei giorni, a cui fa seguito un giorno in cui egli si riposa. Lo schema dei « sei giorni più uno » è tipico della settimana, che per gli ebrei scandisce i tempi del culto e delle attività quotidiane. Questa istituzione, pur avendo origini molto remote, è stata fatta oggetto di particolare attenzione da parte dei sacerdoti solo durante e dopo l’esilio.

I

n principio Dio creò il cielo e la terra: la terra era informe e deserta; le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: « Sia la luce! ». E la luce fu. Dio separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. Questo fu il primo giorno. Nel secondo giorno Dio disse: « Vi sia il firmamento che separi le acque di sopra da quelle di sotto ». E così fu. Nel terzo giorno Dio disse: « Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto ». E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio disse: « La terra produca germogli e piante di ogni specie ». Così fu e Dio vide che tutto ciò era buono.

Gn 1,1 - 2,4a

Dio Traduzione del nome ebraico ‘Elohîm. Questo termine è un sostantivo plurale con il quale nella Bibbia si designa normalmente l’unico Dio; a volte però può indicare anche altri dèi oppure le divinità inferiori che, secondo le raffigurazioni mitologiche, costituiscono la corte celeste di Dio.

Il mondo secondo la Bibbia.

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I. Le origini – Genesi « E Dio creò a sua immagine due esseri umani, un maschio e una femmina ».

Nel quarto giorno Dio disse ancora: « Vi siano luci nel firmamento del cielo, che servano per distinguere il giorno dalla notte, per illuminare la terra e per determinare i giorni festivi, le stagioni e gli anni ». E così avvenne. Dio fece le due luci grandi: la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte e le stelle. Venne poi il quinto giorno, nel quale Dio disse: « Le acque brulichino di esseri viventi e gli uccelli volino sopra la terra ». Dio vide che tutto ciò era buono e li benedisse dicendo: « Siate fecondi e riempite le acque dei mari e gli uccelli si moltiplichino sulla terra ». Nel sesto giorno Dio disse: « La terra produca esseri viventi secondo la loro specie, rettili e bestie selvatiche ». E così avvenne. Dio vide allora che quanto aveva fatto era buono. Poi disse: « Facciamo l’umanità a nostra immagine e somiglianza ». E Dio creò a sua immagine due esseri umani, un maschio e una femmina, li benedisse e disse loro: « Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra ». Poi aggiunse: « Ecco, io vi do in cibo cereali e legumi e i frutti di tutti gli alberi. Agli animali invece do in cibo ogni tipo di erba ». Dio vide che quanto aveva fatto era molto buono.

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A. La storia primordiale (Gn 1-11)

Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutto il loro ornamento. Quindi Dio benedisse il settimo giorno e lo dichiarò santo, perché in esso aveva cessato di lavorare. Queste sono le origini del cielo e della terra.

Dio interviene sul caos primitivo, gli dà forma e crea gli animali e l’« uomo » (’adam). Questo termine, che deriva da ’adamâ, terra, ha qui un significato collettivo (umanità). È chiaro che in questo racconto l’autore non intende proporre una spiegazione scientifica delle origini dell’universo e dell’umanità, ma si limita ad affermare, ispirandosi alle concezioni del suo tempo e servendosi di un procedimento di tipo mitologico, alcune verità fondamentali. Queste possono essere così riassunte: l’universo trova il suo significato in rapporto a una Realtà superiore; ogni essere che lo compone è orientato al bene di tutti; l’essere umano ha una dignità speciale, che non può mai essere sacrificata; essa compete sia all’uomo che alla donna, i quali sono chiamati a rapportarsi l’un l’altro su un piano di parità; a essi spetta il compito di popolare, utilizzare e abbellire il mondo. Il fatto che sia permessa agli esseri umani e agli animali solo un’alimentazione vegetariana significa che la violenza deve essere bandita. Secondo i profeti sarà questa la caratteristica del mondo futuro (cfr. Is 11,1-9). L’adozione della settimana (cfr. Es 20,9-10) come schema dell’operare di Dio mette in luce la necessità per ogni essere umano di dedicare un tempo al riposo per rientrare in se stesso e riscoprire il senso della sua vita e del rapporto con gli altri. In questo racconto non si fa ancora cenno a qualcosa che possa turbare l’ordine dell’universo.

Il racconto della creazione sembra concluso. E invece, subito dopo, questa viene nuovamente descritta secondo modalità diverse. L’esistenza di un secondo racconto della creazione rivela che Israele è ritornato almeno due volte su questo tema: il redattore finale dell’opera ha considerato complementari queste due narrazioni e le ha conservate entrambe.

Mito Racconto leggendario che viene proiettato nel tempo sacro delle origini, facendone così una « storia esemplare ». Questa, ripetendosi negli eventi della vita ordinaria, spiega e giustifica le strutture della convivenza umana.

Enuma elish Questo poema descrive la creazione come una lotta tra il dio Marduk e Tiamat, la dea del caos primitivo. Non è escluso che il primo racconto biblico della creazione, formatosi all’epoca dell’esilio, intenda correggere le concezioni religiose di questo poema alla luce della fede di Israele.

2. Adamo ed E va Il secondo racconto, di ispirazione sapienziale, inizia con la creazione dell’uomo, che per la prima volta appare qui come un individuo di sesso maschile, accanto al quale viene creata la donna. In funzione della loro sopravvivenza sono poi creati gli animali e le piante.

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I. Le origini – Genesi In questo racconto al nome « Dio » (’Elohîm) si affianca quello di « Signore », con il quale si designa la divinità in quanto conosciuta e adorata in Israele.

Gn 2,4b-25

Signore In italiano si indica con questo nome il Dio d’Israele, che nella Bibbia ebraica è designato semplicemente con le quattro consonanti JHWH (tetragramma). Siccome molto presto al suo posto è stato letto ’Adonaj (Signore), le vocali di quest’ultimo sono state scritte al posto di quelle originali. Ciò ha dato origine al curioso nome « Geova ».

Atra-hasis Secondo questo poema il primo uomo è stato plasmato con la carne e il sangue di una divinità mescolati con argilla e ha ricevuto il compito di lavorare al posto degli dèi.

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uando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nei campi non germogliava l’erba perché non esisteva ancora la pioggia e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigarlo; allora il Signore plasmò l’uomo, Adamo, con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e questi divenne un essere vivente. Il Signore piantò un giardino, a oriente, nella regione dell’Eden. Fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi, i cui frutti erano graditi alla vista e buoni da mangiare. Al centro del giardino piantò due alberi: l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male. Dio prese poi Adamo e lo pose nel giardino perché lo coltivasse e lo custodisse. Allora Dio disse ad Adamo: « Mangia pure i frutti di tutti gli alberi del giardino, ma non quello dell’albero della conoscenza, perché altrimenti morirai ». Poi il Signore Dio disse: « Non è bene che Adamo sia solo, gli voglio dare un aiuto che gli sia simile ». Allora plasmò ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse ad Adamo, il quale diede un nome a ciascuno di essi; ma fra di loro non trovò un aiuto che gli fosse simile. Allora il Signore fece scendere un torpore su di lui, gli tolse una costola e plasmò con essa una donna; poi la condusse ad Adamo che esclamò: « Costei è carne della mia carne e ossa delle mie ossa. Si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta! ». Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre, si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola. Adamo e la sua donna erano nudi, ma non ne provavano vergogna.

Anche questo racconto, come il precedente, mette in luce la dignità dell’uomo. Questi è collocato in un giardino meraviglioso e in funzione di lui sono create tutte le cose. Il comando che gli è dato indica che egli è libero e responsabile di se stesso e di tutto il cosmo davanti a Colui che l’ha creato. Pur mettendo in scena all’inizio un essere umano di sesso maschile (’adam, ’îsˇ), il narratore sottolinea che anche la donna (’ isˇsˇâ) ha dignità pari alla sua e che ambedue sono chiamati a unirsi in un rapporto profondissimo che fa di loro un essere solo. Mediante l’imposizione del nome, è conferita anche agli animali una dignità che deve essere riconosciuta

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A. La storia primordiale (Gn 1-11) e rispettata. Il rapporto dell’umanità con Dio è qui delineato sulla falsariga dell’« alleanza » tra Dio e Israele.

Mentre il primo racconto della creazione avrà un seguito solo in Gn 5,1, il secondo prosegue immediatamente con la descrizione del primo peccato: lo stato idilliaco delle origini non è destinato a continuare, ma lascia ben presto il posto a una situazione di sofferenza e di morte.

3. La disobbedienza e il castigo Questo racconto ha alcuni caratteri tipici della favola. In esso si narra che Adamo e la donna, istigati da uno degli animali, il serpente, disobbediscono al comando di Dio e vanno incontro a dolorose conseguenze.

I

l serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che il Signore aveva creato. Esso si rivolse alla donna e le disse: « È vero che Dio vi ha proibito di mangiare i frutti di tutti gli alberi del giardino? ». « No », disse la donna, « il Signore ci ha proibito sotto pena di morte solo di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male ». Il serpente soggiunse: « Ciò non accadrà; anzi, se ne mangerete, si apriranno i vostri occhi e diventerete come Dio, capaci di conoscere il bene e il male ». La donna allora osservò l’albero e vide che i suoi frutti erano davvero attraenti e desiderabili: ne prese uno, lo mangiò e lo fece assaggiare anche all’uomo. In quel momento però i loro occhi si aprirono ed essi si accorsero di essere nudi; presi dalla vergogna intrecciarono allora delle foglie di fico e se le misero intorno ai fianchi. Verso sera, quando sentirono i passi di Dio nel giardino, ebbero paura e si nascosero. Ma Dio chiamò Adamo e gli domandò: « Dove sei? ». Egli rispose: « Ho udito il tuo passo nel giardino e ho avuto paura, perché sono nudo: perciò mi sono nascosto ». Dio riprese: « Chi ti ha detto che eri nudo? Hai per caso mangiato il frutto che ti avevo proibito? ». Adamo rispose:« Sì,ma la colpa è della donna che tu mi hai posto accanto »; il Signore si rivolse allora alla donna dicendo: « Che cosa hai fatto? ». Essa rispose: « Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato il frutto ».

Favola Racconto i cui protagonisti possono essere persone, animali o cose. Il suo scopo è quello di far comprendere, in modo facile e immediato, una verità morale.

Gn 3,1-24

Enki-Ninhursag In questo poema si narra che il dio Enki viveva un tempo in un giardino di delizie chiamato Dilmun, dove non esistevano le malattie e la morte. Dopo aver mangiato i frutti degli alberi creati dalla dea Ninhursag, egli venne da questa maledetto e condannato ad atroci sofferenze.

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I. Le origini – Genesi

« Con fatica ricaverai da essa il cibo necessario per vivere ».

Gilgameˇs In questo poema si narra che il protagonista un giorno scoprì la pianta dell’immortalità, ma questa gli fu sottratta da un serpente in seguito a una banale inavvertenza.

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Dio allora maledisse il serpente e gli disse: « Sarai costretto a strisciare sul ventre e a mangiare polvere per tutta la vita; porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua; questa ti insidierà la testa e tu le insidierai il calcagno ». Rivolto poi alla donna disse: « Partorirai i figli con dolore; ti sentirai attratta dall’uomo, ma egli ti dominerà ». Infine, ad Adamo disse: « Per colpa tua la terra sarà maledetta: perciò con fatica ricaverai da essa il cibo necessario per vivere; ti procurerai il pane con il sudore del tuo volto fino al momento della tua morte, perché dalla polvere sei stato tratto e in polvere ritornerai ». Adamo chiamò la sua donna « Eva », perché sarebbe diventata la madre di tutti i viventi. Poi Dio rivestì Adamo e la sua donna con due tuniche di pelle e li cacciò dal giardino dell’Eden. Dinanzi a esso pose i cherubini con una spada folgorante per impedire loro l’accesso all’albero della vita.

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A. La storia primordiale (Gn 1-11) Nel mondo orientale il serpente era spesso adorato come un essere divino, simbolo di fecondità e di scaltrezza: anche in Israele è attestato il culto del serpente (2Re 18,4). Solo in Sap 2,24 esso sarà identificato con il diavolo. Suggestionati dal serpente, l’uomo e la donna si fanno un’immagine negativa di Dio, come di un sovrano geloso e dispotico. Presi dall’angoscia essi cercano allora la propria sicurezza in se stessi, aspirando a una conoscenza senza limiti. Ma così facendo essi si sostituiscono a Dio, dando inizio a una spirale di violenza e di sopraffazione. Sebbene la donna cada per prima, ambedue sono ugualmente colpevoli. Resta però la speranza di un riscatto, espresso nell’inimicizia tra la donna e il serpente: questi ha vinto il primo round, ma non la battaglia finale. Il peccato non interrompe la vita, che resta sempre un dono di Dio: la donna, che riceve qui per la prima volta il nome di Eva (H. awwâ, Vita), sarà la madre di tutti i viventi. Dio stesso continua a prendersi cura dei progenitori: è questo il significato delle « tuniche » di cui li riveste. Il racconto non parla di un peccato che si trasmette di padre in figlio, ma descrive in termini simbolici, proiettandola all’inizio, la situazione drammatica in cui si trova ogni essere umano: questi, proprio per il suo limite, è continuamente minacciato da un’angoscia terribile, che egli cerca di dominare aggrappandosi al potere, ai soldi e al benessere materiale. Se si fidasse di un Essere superiore che lo ama, il mondo sarebbe per lui un paradiso, ma egli lo ha trasformato in un deserto. Tuttavia Dio gli è vicino per dargli una mano, ma senza privarlo della sua libertà e responsabilità. Tutta la storia dell’umanità è dunque una « storia della salvezza ».

Conoscenza del bene e del male L’albero così chiamato non è dotato di poteri magici. Esso è invece il simbolo di una conoscenza, strumento di potere e di autosufficienza, che l’essere umano cerca di ottenere per non dipendere da un Essere superiore, ritenuto arbitrario e oppressivo.

Il racconto della prima caduta prosegue con la storia di Caino che uccide il fratello Abele. Questo episodio mostra come la violenza sia la conseguenza più immediata della rottura con Dio di cui Adamo ed Eva si erano resi responsabili.

4. Caino e A bele L’episodio qui riportato riecheggia probabilmente un’antica leggenda che narrava le origini di una tribù, quella dei keniti. Nel contesto attuale esso descrive il propagarsi del peccato, che dalla sfera dei rapporti con Dio passa ora a quella della vita sociale.

A

damo si unì a Eva che diede alla luce un bambino e lo chiamò Caino poiché disse: « Ho acquistato un uomo dal Signore ». Poi partorì anche un altro figlio di nome Abele. Caino

Gn 4,1-16

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I. Le origini – Genesi « Mentre erano insieme nei campi lo aggredì e lo uccise ».

Vendetta del sangue Secondo la concezione biblica, il sangue « grida vendetta », in quanto esige l’uccisione dell’omicida. Secondo la Bibbia, la pena capitale poteva essere applicata da Dio, dal parente più prossimo del defunto o dall’autorità costituita.

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era coltivatore della terra, Abele pastore di greggi. Caino offrì al Signore i prodotti della terra e Abele i primogeniti del suo gregge. Il Signore gradì l’offerta di Abele, ma non quella di Caino. Questi ne fu molto irritato. Allora il Signore gli domandò: « Perché sei così abbattuto? Se agirai bene ti sentirai sollevato. Tu ti senti attratto dal peccato: non lasciarti sopraffare da esso, ma piuttosto cerca di dominarlo! ». Caino invece invitò il fratello Abele ad andare in campagna con lui e, mentre erano insieme nei campi, lo aggredì e lo uccise. Il Signore disse a Caino: « Dov’è tuo fratello Abele? ». Egli rispose: « Non lo so. Sono forse il custode di mio fratello? ». Allora Dio disse: « Che cosa hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo. Perciò sii maledetto; allontanati da quel suolo che ha bevuto il sangue di tuo fratello! Quando lo lavorerai esso non ti darà più i suoi frutti e tu sarai ramingo e fuggiasco sulla terra ». Caino replicò: « La mia colpa è troppo grande per essere cancellata. Chiunque incontrerò mi potrà uccidere ». Per impedire che ciò avvenisse il Signore pose un segno su Caino. E questi si allontanò e andò ad abitare nella terra di Nod, a oriente di Eden.

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A. La storia primordiale (Gn 1-11) Nel nome dato a Caino l’autore fa emergere, mediante una etimologia popolare, la perdurante e dinamica presenza di Dio nella storia umana. Nella colpa di Caino è già presente la sua pena, che consiste nell’isolamento e nella solitudine; tuttavia non gli è precluso un percorso, anche se lungo e difficile, per riacquistare la sua dignità umana e per ricomporre l’unità infranta. Dio non abbandona Caino né permette ad alcuno di eliminarlo: di riflesso, si afferma simbolicamente la necessità che tutti collaborino fattivamente al suo ricupero.

Nella stirpe di Caino hanno origine diverse professioni e si fanno strada nuove forme di violenza (Gn 4,17-24). Adamo ed Eva hanno poi un altro figlio e lo chiamano Set; questi a sua volta genera Enos, che è presentato come colui che per primo invoca il nome di JHWH (Gn 4,25-26). Non tutta l’umanità segue dunque le orme di Caino.

Etimologia popolare Procedimento che consiste nel far derivare un nome da una radice che non è la sua, ma con la quale ha una certa assonanza. Gli autori biblici si servono spesso di etimologie popolari per spiegare il significato di una persona o di un luogo.

5. Il diluvio Il primo racconto della creazione, appartenente alla tradizione sacerdotale (Gn 1,1 - 2,4a) si era concluso in modo ottimistico, senza lasciare spazio all’idea di un peccato commesso dai primi progenitori. La stessa tradizione prosegue poi con la genealogia dei discendenti di Adamo (Gn 5). Dopo di essa viene riportato un brano di origine mitologica riguardante l’unione tra esseri divini (i « figli di Dio », divinità inferiori, angeli) e semplici donne (« figlie degli uomini »), da cui nascono personaggi dotati di poteri sovrumani, gli eroi (Gn 6,1-4). Questo episodio prelude alla corruzione di tutta l’umanità che, divenuta numerosa, cade in una violenza (h.amas) senza limiti. A essa Dio si oppone con un tremendo castigo. Nel testo biblico si mescolano tradizioni diverse.

G

li esseri umani erano diventati malvagi e avevano riempito il mondo di violenza. Allora Dio si pentì di averli creati. Perciò disse: « Sterminerò dalla terra l’umanità che ho creato, e con essa anche il bestiame, i rettili e gli uccelli del cielo ». Solo Noè incontrò il favore del Signore: egli infatti era un uomo giusto e integro. Aveva tre figli: Sem, Cam e Iafet. Dio disse a Noè: « Farò venire una grande alluvione per distruggere tutti gli esseri viventi. Perciò costruisci un’arca di legno di cipresso, lunga centocinquanta metri, larga venticinque e alta quindici, e spalmala di bitume dentro e fuori. Coprila con un tetto e da un lato fai una porta. All’interno dividila in scompartimenti. In essa

Gn 6,5 - 8,14

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I. Le origini – Genesi

Genealogia Elenco dei discendenti o dei progenitori di una persona. Nella Bibbia la genealogia è usata per dimostrare l’appartenenza di un individuo a un clan o a una tribù. In base a essa venivano riconosciuti particolari diritti o privilegi. Nel postesilio serviva soprattutto a identificare i sacerdoti.

Diluvio Un racconto del diluvio molto simile a quello biblico si trova anche nel poema di Gilgameˇs. Tutti periscono ma viene salvato un uomo giusto, Utnapishtim, con i suoi parenti. Quando le acque si ritirano e la nave si ferma su un monte, egli offre un sacrificio agli dèi.

entrerai tu con i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli e farai entrare anche una coppia di ogni specie vivente, un maschio e una femmina, per conservarli in vita con te ». Noè eseguì tutto quanto il Signore gli aveva detto. Dopo una settimana cominciò il diluvio. Noè allora entrò nell’arca e Dio chiuse la porta dietro di lui. Le acque crebbero molto e coprirono i monti più alti. Ogni essere vivente perì: rimasero in vita solo Noè e quanti stavano con lui nell’arca. Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra e fece uscire una colomba per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; ma la colomba tornò senza essersi potuta appoggiare sulla terra. Noè attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba e questa tornò con un ramoscello d’ulivo nel becco. Aspettò altri sette giorni, poi lasciò andare di nuovo la colomba, che non fece più ritorno. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra: tolse la copertura dell’arca, vide che la superficie del suolo era asciutta e uscì all’aperto.

Il diluvio è una leggenda molto diffusa nell’antico Medio Oriente. Il narratore biblico la utilizza per indicare fino a qual punto l’essere umano può arrivare nella sua malvagità, provocando per se stesso e per i suoi simili rovina e dolore. Il suo scopo però non è quello di presentare Dio come colui che punisce senza pietà, bensì di far comprendere che le grandi catastrofi che colpiscono l’umanità sono dovute in gran parte alla sua malvagità: non solo le guerre e i genocidi, ma anche le catastrofi naturali hanno spesso effetti devastanti a causa di ingiustizie, discriminazioni e interessi materiali. Ciò era particolarmente significativo per gli israeliti esuli in Babilonia, che vedevano nell’esilio la conseguenza di un peccato di tutto il popolo.

Il significato del diluvio viene esplicitato nei due brani conclusivi, di cui il primo (Gn 8,15-22), più antico, mette in luce la stabilità che Dio conferisce al creato. Il secondo racconto, di origine sacerdotale, sottolinea invece la restaurazione dei rapporti tra Dio, il cosmo e l’umanità.

6. Una nuov a cr eazione Nel racconto sacerdotale la fine del diluvio è rappresentata come un rinnovamento di tutte le cose. In Noè ha inizio una nuova umanità, con la quale Dio stabilisce la sua alleanza.

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A. La storia primordiale (Gn 1-11)

D

io allora benedisse Noè e i suoi figli con queste parole: « Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra. Io metto in vostro potere tutto il bestiame, gli uccelli del cielo, quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare. Quanto si muove e ha vita vi servirà da cibo, come già i prodotti vegetali. Soltanto non mangerete la carne con il suo sangue poiché esso rappresenta la vita. Inoltre, non dovrete spargere il sangue umano: a ogni essere vivente io chiederò conto della vita dell’essere umano, perché a mia immagine io l’ho fatto. E aggiunse: « Io stabilisco un’alleanza con voi, con tutti i vostri discendenti, con tutti gli animali usciti con voi dall’arca e con quelli che in futuro vivranno sulla terra. Questo sarà il segno dell’alleanza: Io depongo il mio arco sulle nubi; quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l’arco, io mi ricorderò dell’alleanza tra me e voi e fermerò le acque del diluvio. Vi assicuro che la terra non sarà mai più devastata in questo modo ».

La benedizione di Dio e l’alleanza che egli stabilisce con l’umanità e con tutti gli esseri del mondo sono segno e garanzia di continuità e di salvezza. Anche in seguito alle catastrofi naturali e a quelle da essa provocate, l’umanità deve trovare il coraggio di ricominciare tutto da capo. Purtroppo la violenza fa parte della struttura di questo mondo: ciò appare dal fatto che gli esseri umani sono ormai diventati carnivori. L’astensione dal consumare il sangue degli animali, considerato come sede della vita, è un segno del rispetto dovuto all’Autore della vita il quale, proibendo all’essere umano di spargere il sangue del proprio simile, pone il fondamento della convivenza sociale. L’arcobaleno è il segno e al tempo stesso la garanzia che Dio rifiuta la violenza nei suoi rapporti con l’umanità e con il mondo. In Noè l’alleanza è offerta a tutti gli esseri umani, di tutti i tempi; questa alleanza precede quella con Abramo e con Israele, indicando così che, se Dio sceglie un popolo, lo fa in vista della salvezza di tutti. Erano questi i temi a cui si ispiravano i giudei rientrati in patria dopo l’esilio, da loro considerato come una catastrofe pari al diluvio.

Gn 9,1-17

Alleanza Accordo tra due persone o gruppi, che implica diritti e doveri reciproci. L’alleanza (berît) prende forme diverse a seconda della dignità e del potere dei contraenti. Alla luce del concetto di alleanza vengono immaginati anche i rapporti tra Dio e l’umanità.

Benedizione Comunicazione di una potenza vitale da parte di Dio, direttamente o tramite un suo rappresentante. L’uomo benedice Dio quando lo esalta e lo ringrazia.

Dopo il diluvio, in forza della benedizione ricevuta da Noè, l’umanità si propaga nuovamente. I suoi tre figli danno origine a una molteplicità di popoli, i quali sono elencati in una tavola che abbraccia settanta nomi (Gn 10).

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I. Le origini – Genesi

7. La torre di Babele In un secondo momento, la divisione dell’umanità in popoli diversi è descritta come effetto di un ulteriore peccato. Il racconto prende lo spunto probabilmente da quelle grandi torri, chiamate ziggurat, che gli esuli potevano vedere in Mesopotamia. Una di esse, ormai diroccata, ha suggerito questa leggenda.

Gn 11,1-9

T

utti gli esseri umani avevano una sola lingua. Emigrando dall’Oriente essi giunsero in una pianura del paese di Sennaar e vi si stabilirono. Essi allora dissero: « Facciamoci dei mattoni e cuociamoli al fuoco; con essi costruiremo una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e così ci faremo un nome; questo ci consentirà di non disperderci su tutta la terra ». E così fecero: il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che essi stavano

« Costruiremo una città e una torre la cui cima tocchi il cielo ».

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A. La storia primordiale (Gn 1-11)

costruendo e disse: « Ecco, tutti sono un solo popolo e hanno una stessa lingua. Questo è solo l’inizio; ora potranno fare tutto ciò che vogliono ». Allora il Signore confuse la loro lingua, perché non si comprendessero più l’un l’altro. Così impedì loro di costruire la città, disperdendoli su tutta la terra. Per questo quel luogo fu chiamato Babele.

Una torre altissima, visibile da ogni parte, era immaginata come un segno attorno al quale l’umanità pensava di mantenersi unita, formando un grande impero in cui tutti parlavano la stessa lingua e avevano la stessa cultura. Per gli ebrei esuli a Babilonia, questa città rappresentava l’esempio più significativo di tale ambizione. L’intervento di Dio mostra chiaramente che l’unione di tante nazioni sotto il controllo di un regime autoritario non è conforme al suo progetto. Babilonia diventa così Babel (confusione). La sua caduta a opera dei persiani consentirà ai giudei di ricuperare la loro identità e di ritornare nella loro terra.

Ziggurat In accadico significa « altura », « fortezza ». Tempio a terrazze sulla cui cima era situata la dimora della divinità. La ziggurat più famosa è quella di Etemenanki, che già prima del regno di Hammurabi (1792-1750 a.C.) sorgeva a Babilonia, nel recinto sacro dell’Esagila, il tempio di Marduk. Da essa ha preso spunto la leggenda della torre di Babele.

L’episodio della torre di Babele lascia il posto a una terza genealogia in cui sono elencati i discendenti di Sem fino a Terach, padre di Abramo (Gn 11,10-26). Di costui si dice che abitava in Ur dei caldei, dove generò tre figli: Abram, Nacor e Aran. Aran morì nel paese natale dopo aver avuto tre figli: Lot, Milca e Isca. Abram e Nacor sposarono rispettivamente Sarai e Milca, figlia di Aran. Sarai era sterile. Un giorno Terach con tutta la sua famiglia lasciò Ur dei caldei per andare nel paese di Canaan. Arrivato però a Carran, nel Nord della Mesopotamia, vi si stabilì. In questa città egli morì all’età di duecentocinque anni.

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I. Le origini – Genesi

L

a creazione della prima coppia umana e la sua caduta sono state narrate per spiegare come l’essere umano, pur avendo avuto origine da Dio, sia sottoposto alla violenza, alla sofferenza e alla morte. L’interpretazione di questo racconto ha dato origine all’idea secondo cui la colpa di Adamo viene trasmessa, in forma quasi biologica, ai suoi discendenti, i quali dovrebbero quindi pagare per un peccato che non hanno commesso. Oggi si tende invece a pensare che lo stato di Adamo prima del peccato rappresenti il modello verso cui ogni essere umano deve tendere, superando il peso dei suoi limiti e dei suoi errori. La sua situazione dopo il peccato rappresenta invece la realtà storica in cui l’umanità si trova. Il male esiste fin dall’inizio, non è effetto di una colpa ereditaria, ma il segno dell’incompiutezza dell’essere umano. Se l’essere umano « pecca », ciò è dovuto al fatto che il male è già in lui: restando alla simbologia biblica, la sua presenza è adombrata nel serpente, uno degli animali creati da Dio, che fin dall’inizio si trova nel giardino dell’Eden. Esso rappresenta da una parte l’inclinazione dell’essere umano al male, dall’altra le strutture ingiuste che dominano il mondo. L’essere umano ne è condizionato, ma ha il potere di resistere: in lui l’immagine di Dio non è cancellata. La creazione dei primi esseri umani e l’alleanza stipulata con Noè dopo il diluvio rivelano che fin dall’inizio, molto prima che esistesse il popolo d’Israele, la salvezza è disponibile, in modo reale e concreto, a tutta l’umanità. Questa consapevolezza rappresenta lo sfondo da cui trae origine e significato la missione che Dio affiderà ad Abramo e ai suoi discendenti.

La grandezza dell’esser e umano e la bontà di Dio Signore, nostro Dio, quanto grande è il tuo nome su tutta la terra! Se guardo il cielo, opera delle tue mani, la luna e le stelle che vi hai posto, chi è mai l’essere umano perché ti ricordi di lui? L’hai fatto di poco inferiore agli angeli, di forza e di splendore lo hai coronato.

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Tutto hai messo sotto i suoi piedi: pecore, buoi e bestie selvatiche, uccelli del cielo e pesci del mare. Signore, nostro Dio, quanto grande è il tuo nome su tutta la terra! (dal Salmo 8)

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A. La storia primordiale (Gn 1-11)



Il racconto della creazione dell’umanità e del cosmo è la chiave di lettura non solo di tutta la storia biblica, ma anche delle vicende del mondo in cui noi stessi viviamo. Nella Genesi non si trova infatti solo una « preistoria » o « una storia delle origini », ma un messaggio riguardante l’essere umano di tutti i tempi e la sua esistenza concreta.



La creazione da parte di Dio non è avvenuta in un attimo, ma si è prolungata nel tempo e continua ancora oggi. Il mondo è frutto di una lunga evoluzione. Nonostante gli eventi catastrofici, simboleggiati nel diluvio, la creazione è una realtà meravigliosa, che Dio ha dotato della capacità di preservarsi e di rigenerarsi: Dio resta fedele alla creazione da lui voluta e amata.



L’essere umano porta in sé fin dall’inizio l’immagine divina, che significa il suo bisogno di infinito e la sua responsabilità verso i propri simili. Essa è come un germe che deve essere sviluppato fino alla sua piena realizzazione. È questo il sigillo della dignità di ogni essere umano, che non viene meno neppure quando si rende responsabile dei crimini più atroci. Anche in Caino l’immagine di Dio deve essere rispettata.



Il peccato è una dura realtà che contrassegna l’esistenza umana: esso contamina i rapporti sociali e condiziona pesantemente la vita del singolo. Tuttavia nessuno ha diritto di chiedere conto a Dio del male che si trova in questo mondo. È l’essere umano che deve rendere conto a se stesso e ai suoi simili del suo impegno per continuare l’opera della creazione. Solo con la collaborazione di ciascuno questo mondo può e deve diventare per tutti un « paradiso terrestre ».

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I. Le origini – Genesi

B. Le vicende dei patriarchi ( Gn 12-50)

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a seconda parte della Genesi segna una svolta decisiva nel racconto biblico, in quanto l’attenzione del narratore si focalizza non più su tutta l’umanità, ma sulla storia dei « patriarchi », cioè dei progenitori del popolo d’Israele. Le loro vicende riguardano quindi solo un piccolo numero di persone; tuttavia, sullo sfondo dei primi undici capitoli, appare che essi sono portatori di un bene (salvezza) che riguarda non solo un particolare gruppo, ma tutta l’umanità, anzi l’intero cosmo. La storia patriarcale abbraccia tre cicli di racconti, riguardanti rispettivamente Abramo (Gn 12,1 25,11), Giacobbe (Gn 25,19 - 35,29) e Giuseppe (Gn 37,1 - 50,25). Ciascuna di queste raccolte ha caratteristiche proprie in quanto si svolge in un quadro geografico specifico ed esprime una diversa concezione religiosa. In genere, si pensa che si tratti di ricordi appartenenti a gruppi originariamente autonomi, i quali si riconoscevano ciascuno nella figura del proprio antenato: nel momento in cui questi gruppi si sono fusi, le loro tradizioni sono state rielaborate e riunite in un’unica narrazione e si è stabilito un rapporto di parentela fra i diversi protagonisti. I patriarchi vengono presentati come pastori seminomadi, originari della Mesopotamia che allevavano greggi di capre e di pecore. Essi percorrevano i bordi della Mezzaluna fertile in cui trovavano pascoli e rifornimento di acqua e avevano rapporti solo sporadici con gli abitanti delle città dove si recavano a vendere i loro prodotti. Vivevano raggruppati in clan o famiglie e la loro religione era caratterizzata dal culto del « dio dei padri », cioè del dio che era venerato dai loro antenati. Una volta entrati nella terra di Canaan, i clan israelitici identificano il dio dei padri con ’El (forma singolare di ’Elohîm, Dio), il capo del pantheon cananeo, che era venerato con diversi nomi nei vari santuari locali; anche per il narratore questa divinità riceve senza difficoltà, a seconda delle tradizioni usate, il nome di ’Elohîm o di JHWH. Si ritiene che le vicende narrate in questa parte della Genesi si situino in un periodo molto arcaico, che va dal 1850 al 1700 a.C.: è allora, infatti, che ha luogo una grande migrazione di popolazioni semitiche, fra le quali si ricordano gli amorrei, che fondarono diversi regni in Mesopotamia, e gli hyksos, che raggiunsero l’Egitto dominandolo dal 1785 al 1580 a.C. circa. Ma in realtà le notizie riguardanti i patriarchi non si possono facilmente inquadrare nel tempo e nello spazio. L’autore si serve infatti di racconti che originariamente descrivevano l’origine di particolari luoghi di culto (eziologie) o di aneddoti familiari il cui protagonista è identificato con questo o quel patriarca. I patriarchi dunque vivono e si muovono in un mondo in gran parte leggendario, che ha poco in comune con la storia vera e propria.

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B. Le vicende dei patriarchi (Gn 12-50)

8. La v ocazione di A br amo Il ciclo di Abramo (Gn 12,1 - 25,11) è quello più ricco dal punto di vista religioso. I racconti che riguardano il primo dei patriarchi sono desunti in gran parte da leggende sorte in riferimento a luoghi di culto. Spesso Dio interviene direttamente nella vita del patriarca. Questi viene presentato come il modello dell’uomo di Dio, il quale però arriva a una fede matura solo dopo un percorso lungo e difficile. Abramo si chiamava originariamente Abram. Egli proveniva da Ur, una città situata nel Sud della Mesopotamia, in una zona abitata successivamente dai caldei, ma si trovava a Carran, nel Nord della stessa regione, dove era emigrato con suo padre Terach, insieme con Sarai, sua moglie e con i suoi fratelli Aran e Nacor. Abram non aveva figli. È proprio a Carran che ha inizio il suo cammino religioso.

I

l Signore disse ad Abram: « Lascia la tua terra, la tua tribù, la casa di tuo padre e va’ nella terra che ti indicherò; farò di te un popolo numeroso e ti benedirò; renderò grande il tuo nome e, per mezzo tuo, benedirò tutti i popoli della terra ».

Gn 12,1-9

« Lascia la tua terra, la tua tribù e la casa di tuo padre e va’ nella terra che ti indicherò ».

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I. Le origini – Genesi

Abram obbedì all’ordine del Signore, partì da Carran, con la moglie Sarai e il nipote Lot e si incamminò verso Canaan: aveva allora settantacinque anni. Arrivato al paese di Canaan, Abram lo attraversò fino alla località di Sichem, presso la Quercia di More. I cananei abitavano allora quella terra. Il Signore apparve in sogno ad Abram e gli disse: « Questa è la terra che io darò ai tuoi discendenti ». Allora Abram costruì in quel luogo un altare in onore del Signore.Ripartì poi verso Betel,dove costruì un secondo altare al Signore e invocò il suo nome. Infine, arrivò nel Negev, dove si accampò.

A Babele il progetto di costruire l’unità del genere umano mediante l’uso del potere era fallito miseramente. La chiamata di Abram apre un cammino di segno inverso: egli darà origine a un grande popolo e otterrà una benedizione che si diffonderà, mediante i suoi discendenti, anche ad altre nazioni. Per seguire la sua vocazione Abram dovrà però abbandonare tutte le sue sicurezze, la sua patria, la sua tribù, la sua famiglia. Ma dovrà anche fare i conti con due grandi ostacoli: sua moglie Sarai è sterile e la terra che gli è promessa è abitata da altre popolazioni. Gli altari da lui costruiti nella terra di Canaan sono un piccolo segno di speranza: un giorno essa apparterrà ai suoi discendenti che vi adoreranno il suo Dio.

Sterilità Nella Bibbia è spesso presentata come caratteristica di una donna che in seguito genera un uomo illustre. Questa immagine è usata per sottolineare che il nascituro sarà scelto da Dio per svolgere un compito specifico in favore di tutto il popolo.

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In occasione di una carestia, Abram scende in Egitto dove il faraone, attirato dalla bellezza di Sarai, vorrebbe prenderla per sé nel suo harem. Per paura, Abram non si oppone a questa pretesa, senza pensare che così facendo avrebbe pregiudicato l’attuazione delle promesse, ma Dio impedisce che ciò avvenga (Gn 12,10-20). Intanto la benedizione di Dio comincia ad attuarsi. Abram e suo nipote Lot diventano molto ricchi, al punto che i pascoli non sono più sufficienti per i greggi di tutti e due. Decidono allora di separarsi: Lot sceglie la pianura a sud del mar Morto in cui si trovava la città di Sodoma, mentre Abram si riserva la terra di Canaan, che Dio promette nuovamente alla sua discendenza. Abram pone quindi la sua residenza presso le Querce di Mamre, vicino a Ebron, e in quel luogo costruisce un altare al Signore (Gn 13,1-18). Lot cade prigioniero di alcuni re d’Oriente che avevano invaso il territorio in cui si era stabilito; Abram li insegue e riesce a liberarlo. Al ritorno riceve la benedizione di Melchisedek, sacerdote e re di Salem, il quale offre pane e vino come cibo ai suoi uomini, riservandone una parte come offerta alla divinità (Gn 14,1-24).

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B. Le vicende dei patriarchi (Gn 12-50)

9. L’alleanza tra Dio e A br amo La mancanza di un figlio mette a dura prova la fede di Abram, il quale comincia a pensare a una soluzione alternativa, quella cioè di adottare come erede un suo servo. Ma Dio vede le cose diversamente.

I

l Signore apparve ad Abram e gli disse: « Non temere, Abram! Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande ». Abram gli chiese: « Che cosa mai potrai donarmi? Io sono vecchio e ormai vicino alla morte e tu non mi hai dato neppure un figlio; un servo della mia famiglia erediterà tutti i miei beni ». Il Signore gli disse: « No, tuo erede sarà uno che nascerà da te ». Poi lo condusse fuori e gli disse: « Contempla il cielo e conta le stelle, se ne sei capace!… I tuoi discendenti saranno altrettanto numerosi ». Abram ebbe fede nel Signore che, in base a ciò, lo riconobbe come giusto. Il Signore allora disse ad Abram: « Io sono il Signore che ti ha fatto uscire da Ur, città della Caldea, per darti questa terra ». Abram gli rispose: « Come posso sapere che questa terra sarà mia? ». Dio gli disse: « Procurami una vitella, una capra, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione ». Abram si procurò questi animali, li tagliò in due e mise ogni metà l’una di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono sui cadaveri degli animali, ma Abram li cacciò via. Sul finire del giorno Abram fu preso da torpore e un terrore profondo lo assalì. Allora il Signore gli disse: « I tuoi discendenti dimoreranno come forestieri in una terra non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni. Ma io interverrò contro la nazione che essi hanno servito! Essi usciranno da quella terra con grandi beni. Quanto a te, te ne andrai in pace presso i tuoi padri e sarai sepolto dopo una felice vecchiaia ». Quando il sole fu tramontato, un fuoco ardente passò in mezzo agli animali divisi: fu così che il Signore strinse un’alleanza con Abram facendogli questa promessa: « Alla tua discendenza io do questo paese, dal torrente d’Egitto fino all’Eufrate ».

Abramo è riconosciuto come giusto perché, nonostante le difficoltà, si fida di Dio ed è convinto che il suo progetto si attuerà. La sua fiducia viene confermata mediante un arcaico rito di passaggio. Fra le parti delle vittime però non passa Abramo, ma Dio solo, sotto forma

Gn 15,1-21

Fede/Giustizia Il verbo « credere » (dalla radice ’aman) non significa accettare un complesso di verità astratte, ma fidarsi di Dio, con la certezza che è lui a guidare gli eventi del mondo verso un fine di salvezza. La fede forma un’unica cosa con la « giustizia » (in ebraico s.edaqâ), che consiste nella fedeltà a un rapporto e nella coerenza con gli impegni presi.

Rito di passaggio Serviva per ratificare i patti: i contraenti tagliavano in due le carcasse di alcuni animali, mettevano le parti l’una di fronte all’altra e passavano nel mezzo dichiarandosi meritevoli della stessa fine se fossero stati infedeli agli impegni assunti.

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I. Le origini – Genesi di una fiaccola ardente. Abramo può fidarsi: il suo progetto si attuerà perché Dio è dalla sua parte, ma i suoi discendenti si stabiliranno nella terra di Canaan solo dopo un periodo di schiavitù che durerà quattrocento anni.

Abram sa ora che il figlio promesso deve nascere da lui, ma non è certo se la madre dovrà essere necessariamente sua moglie Sarai, che purtroppo è sterile. Per non frapporre ulteriori ostacoli, costei gli suggerisce di unirsi alla sua schiava Agar: in base ai costumi dell’epoca, il bambino da lei generato sarebbe stato a tutti gli effetti figlio della padrona. Abram accetta, ma Agar, rimasta incinta, si inorgoglisce; Sarai allora la umilia, ma essa fugge nel deserto e ritorna solo in seguito a un intervento divino. Alla fine Agar dà ad Abram un figlio, al quale viene dato il nome Ismaele, che significa « Dio ascolta » (Gn 16,1-16). Abram ha ottenuto quanto desiderava, ma il progetto di Dio è un altro. Il figlio della promessa dovrà nascere non da una schiava, ma dalla moglie legittima.

10. Alleanza e cir concisione Con la sua impazienza Abram ha dimostrato quanto sia difficile giungere a una fede matura. Ma Dio non lo abbandona. Ne è prova un racconto, di chiaro stampo sacerdotale, in cui si parla nuovamente di un’alleanza tra Dio e Abram.

Gn 17,1-17

’Abram/’Abraham I due nomi sono varianti di uno stesso nome (’abiram, il padre [dio] è esaltato), ma il narratore fa derivare il secondo, mediante una etimologia popolare, da ’ab hamôn, « padre di moltitudine ».

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U

n giorno, quando Abram aveva ormai novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: « Io sono il Signore, Dio onnipotente. Cammina davanti a me e sii integro: stabilirò la mia alleanza con te e con i tuoi discendenti per sempre. Il tuo nome non sarà più Abram, ma Abraham (Abramo), perché io ti faccio padre di molti popoli. Tu sarai grande, da te nasceranno re e nazioni. Io manterrò per sempre la promessa che ho fatto a te e ai tuoi discendenti di darvi in possesso perpetuo la terra di Canaan nella quale ora abiti come straniero: io sarò il vostro Dio. Per quanto vi riguarda, tu e i tuoi discendenti dovrete circoncidere ogni maschio, quando avrà otto giorni; questo sarà il segno dell’alleanza tra me e voi. Chi non sarà circonciso non farà parte del mio popolo ». Quindi Dio aggiunse: « Quanto a tua moglie, non si chiamerà più Sarai, ma Sara. Io la benedirò ed ella ti partorirà un figlio che tu

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B. Le vicende dei patriarchi (Gn 12-50)

chiamerai Isacco ». Abramo si prostrò fino a terra e rise pensando: « Come è mai possibile che un uomo diventi padre a cent’anni e che all’età di novant’anni Sara possa partorire? ».

Secondo questa tradizione l’alleanza con Abramo non riguarda soltanto lui, ma si estende a tutti i suoi discendenti. Questa alleanza, come quella stipulata con Noè, è caratterizzata da un « segno », la circoncisione. Anch’essa è perenne e irrevocabile: perciò, secondo questa tradizione, ai piedi del monte Sinai Dio non concluderà un’alleanza con gli israeliti, ma si limiterà a dar loro le leggi del culto. Il nuovo nome assegnato al patriarca (’Abraham), che di per sé è solo una diversa forma del precedente, viene letto come espressione di una promessa: egli sarà padre di una moltitudine di popoli. In altre parole, la sua esperienza di fede dovrà essere un modello e un punto di riferimento per tutta l’umanità. Anche a sua moglie viene dato un nuovo nome, Sara, in realtà una semplice variante del precedente, che significa « principessa ». Ma in esso viene letto un nuovo significato: ella sarà madre di re e progenitrice di molti popoli. Nella risposta di Abramo si uniscono paradossalmente obbedienza (prostrazione) e incredulità (riso).

Abramo obbedisce al comando del Signore (Gn 17,18-27). Dio appare nuovamente ad Abramo presso le Querce di Mamre accompagnato da due uomini, che in seguito saranno presentati come angeli. Egli conferma a lui e a Sara la nascita imminente del figlio promesso. In questa occasione Dio confida ad Abramo di essere molto addolorato per la cattiveria degli abitanti di Sodoma, città nella quale si era stabilito suo nipote Lot, e gli rivela che sta per distruggerla (Gn 18,1-22).

Circoncisione Consiste nella resezione della pelle (prepuzio) che copre l’estremità del membro maschile (pene). È un antico rito, originario dell’Africa, dove si pratica ancora al momento della pubertà, al fine di consacrare alla divinità la funzione generativa. Gli israeliti hanno adottato questo rito, ma lo hanno anticipato all’ottavo giorno dopo la nascita, facendone il segno dell’alleanza tra Dio e il popolo.

11. L’inter cessione di A br amo Abramo non è insensibile alla sorte di un’intera città. Egli perciò intercede per i suoi abitanti, facendo leva sul fatto che, insieme con i malvagi, vi sono certamente in essa anche persone senza colpa.

A

bramo disse al Signore: « Davvero tu vuoi distruggere l’innocente insieme con il colpevole? Forse in quella città vi sono cinquanta giusti. Davvero tu li vuoi far morire? Perché invece non perdoni a quella città per amore di quei cinquanta? Allontana da te l’idea di far morire l’innocente insieme con il colpevole! Il giudice

Gn 18,23-33

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I. Le origini – Genesi

Isacco Questo nome significa: « Egli (Dio) ride », cioè è benevolo. Secondo il narratore invece esso si ricollega mediante una etimologia popolare sia al riso di Abramo, sia a quello di Sara (Gn 18,12). Isacco ricorda quindi con il suo nome l’incredulità dei suoi genitori.

Eziologia Studio dell’origine di un luogo o di un fenomeno. Spesso nella Bibbia una realtà attuale viene spiegata mediante il riferimento a eventi del passato, a cui per lo più allude il suo stesso nome, interpretato mediante una etimologia popolare.

di tutta la terra non praticherà la giustizia? ». Gli rispose il Signore: « Se a Sodoma trovo cinquanta innocenti, per amor loro perdonerò a tutta la città ». Abramo riprese: « Ecco, io oso parlare al Signore anche se sono soltanto un povero mortale. Può darsi che invece di cinquanta innocenti ve ne siano cinque in meno! E tu, per cinque in meno, distruggeresti tutta la città? ». « No », gli rispose il Signore, « non la distruggerò se in essa vi sono anche solo quarantacinque innocenti! ». Abramo continuò: « Può darsi che ve ne siano solamente quaranta! ». « Certo non la distruggerò per amore di quei quaranta! », rispose il Signore. « Non offenderti, mio Signore », continuò Abramo, « se parlo ancora. Può darsi che ve ne siano soltanto trenta! ». « Non distruggerò quel luogo se ne trovo trenta », rispose il Signore. Abramo riprese: « Insisto ancora, Signore! Forse ve ne sono venti ». « Non la distruggerò anche se ve ne sono venti! », assicurò di nuovo il Signore. « Non adirarti, Signore, riprese Abramo, parlerò per l’ultima volta. Forse ve ne sono soltanto dieci ». « Per amore di quei dieci non la distruggerò », rispose il Signore. Quando ebbe finito di parlare con Abramo, il Signore se ne andò e Abramo tornò alla sua tenda.

Abramo si mette dalla parte dei sodomiti e invoca su di loro la misericordia di Dio. La sua preghiera si basa sul principio della solidarietà: se chi sbaglia coinvolge nel male anche coloro che vivono con lui, non potranno alcuni giusti preservare dalla rovina un gran numero di malvagi? L’idea è buona, ma il tentativo di Abramo fallisce perché a Sodoma non si trovano neppure dieci giusti. Egli voleva influenzare il comportamento di Dio, invece è lui che alla fine si rende conto che non è l’ira di Dio a provocare le sciagure di questo mondo, ma la cattiveria di coloro che sbagliano. Il suo esempio è importante perché mostra che, come lui, i suoi discendenti dovranno avere a cuore il bene di tutti.

Nel seguito del racconto i due angeli che accompagnavano Dio vanno a Sodoma, dove possono constatare che la corruzione si è ormai estesa a tutti i suoi abitanti. Il peccato dei sodomiti consiste nella violenza, soprattutto in quella che si manifesta nell’ambito dei rapporti omosessuali (cfr. Ez 16,49-50). Ne sono esenti solo Lot, sua moglie e le sue due figlie. Essi quindi sono fatti uscire dalla città, la quale poi viene distrutta e sprofonda nel mare. La moglie di Lot, contravvenendo all’ordine ricevuto, si volge indietro e viene trasformata in una statua di sale. Pensando che tutta l’umanità sia distrutta, le due figlie di Lot si uniscono al proprio padre per dargli una discendenza. I due figli che ne nascono sono i capostipiti

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B. Le vicende dei patriarchi (Gn 12-50) rispettivamente degli ammoniti e dei moabiti (Gn 19,1-38). Queste leggende sono eziologie in cui Dio appare nuovamente come punitore, ma in realtà anche qui, come nel racconto del diluvio, si vuol mettere in luce come sia l’essere umano, con il suo comportamento egoistico e violento, a pregiudicare l’equilibrio stesso del cosmo. Nonostante la statura morale da lui raggiunta, Abramo commette poi un nuovo errore, permettendo che Abimelech, re di Gerar, si appropri di sua moglie Sara. Dio però interviene, facendo sì che Sara sia liberata (Gn 20,1-18). Infine, Sara, nel tempo stabilito, dà alla luce un figlio che viene chiamato Isacco. La sua nascita ha come conseguenza l’espulsione di Agar e di Ismaele (Gn 21,8-21). Il patriarca aveva allora l’età di cento anni (Gn 21,1-7). Infine, viene riportato il racconto di un patto tra Abramo e Abimelech (Gn 21,2234), che fornisce l’eziologia di Bersabea, la cittadina del Negev presso cui Abramo dimora, il cui nome significa « Pozzo del giuramento ».

12. La tentazione di A br amo

Infine Sara, nel tempo stabilito, diede alla luce un figlio che fu chiamato Isacco.

Abramo ha obbedito a Dio, ma la sua fede non ha ancora raggiunto la piena maturità. Lo attende un’ultima prova, solo superando la quale si dimostrerà degno delle promesse di Dio.

Q

ualche tempo dopo Dio decise di mettere alla prova Abramo. Lo chiamò e gli disse: « Prendi Isacco, il tuo unico figlio, che ami molto, va nel territorio di Moria e offrimelo in sacrificio sul monte che ti indicherò ».

Gn 22,1-19

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I. Le origini – Genesi

Tentazione Questo termine significa « mettere alla prova ». La tentazione può avere lo scopo di spingere una persona al male (come nel caso della tentazione di Adamo ed Eva), oppure semplicemente di mettere in luce le sue scelte profonde. In questo senso, si può anche dire in senso metaforico che Dio « tenta » gli uomini.

Angelo del Signore Messaggero (mal’ak), ambasciatore di cui Dio, immaginato come un sovrano che risiede in una città lontana, si serve per comunicare la sua volontà a Israele. È chiaro che si tratta di una immagine, perché attraverso il messaggero è Dio stesso che parla.

La mattina seguente Abramo spaccò la legna per il sacrificio e la caricò sull’asino, prese con sé Isacco e due servi e si incamminò verso il luogo che Dio gli aveva indicato. Il terzo giorno, alzando gli occhi, Abramo vide da lontano quel luogo e disse ai servi: « Rimanete qui con l’asino. Io e il ragazzo andremo più in là per adorare Dio, poi torneremo ». Mentre camminavano insieme, Isacco disse al padre: « Abbiamo la legna per il fuoco, ma dove è l’agnello da sacrificare? ». Abramo gli rispose: « Ci penserà Dio stesso! ». Giunti al luogo che Dio aveva indicato, Abramo costruì un altare, poi legò Isacco e lo pose sopra la legna, quindi afferrò il coltello per colpire il ragazzo. In quel momento gli apparve l’angelo del Signore che gli disse: « Non colpire il ragazzo, non fargli alcun male: ora ho la prova della tua obbedienza, perché non mi hai rifiutato il tuo unico figlio ». Abramo si guardò attorno e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio, lo prese e lo offrì in sacrificio a Dio, al posto di suo figlio. Il Signore lo chiamò nuovamente e gli disse: « Io ti benedirò con una benedizione particolare e renderò i tuoi discendenti numerosi come le stelle del cielo, come i granelli di sabbia nel mare ».

Abramo non sa che si tratta di una prova e pensa veramente di doversi privare del figlio tanto atteso. La morte di Isacco rappresentava per lui non solo la perdita di una persona amata, ma anche la rinunzia all’attuazione della promessa più importante, quella di avere una discendenza. La sua obbedienza dimostra che la sua fede ha ormai raggiunto la piena maturità. Il racconto ha anche uno scopo didattico: l’intervento dell’angelo del Signore dimostra che Dio non vuole i sacrifici umani ma una fede capace di giungere fino al dono totale di sé. L’episodio è situato nel territorio di Moria, dove un giorno si ergerà il tempio di Gerusalemme: gli animali che ivi verranno sacrificati saranno dunque l’espressione simbolica del dono che tutto Israele, sull’esempio di Isacco, farà di se stesso a Dio (si veda in proposito la leggenda denominata ’Aqedâ).

Dopo questo episodio, sono raccontati gli ultimi eventi della vita di Abramo. Alla morte di Sara, egli compra un terreno dove si trova una grotta, di nome Macpela, vicino a Ebron, nella quale le dà sepoltura (Gn 23,1-20). Sarà questa la tomba dei patriarchi i quali, se non altro dopo la morte, riposeranno in un luogo che è già « terra di Israele »: si anticipa così l’adempimento dell’altra promessa, quella

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B. Le vicende dei patriarchi (Gn 12-50) riguardante il dono della terra. Poi Abramo invia un suo servo a cercare una sposa per Isacco nel suo paese d’origine. Lì egli incontra una giovane di nome Rebecca, nipote di Abramo, la porta a Isacco che la prende per moglie (Gn 24,1-67). Affiora qui per la prima volta la preoccupazione postesilica di evitare i matrimoni al di fuori del proprio gruppo. Si riporta poi l’elenco dei figli che Abramo ha avuto da un’altra donna, Chetura, i quali sono i capostipiti di nazioni imparentate con Israele (Gn 25,1-6). Abramo muore all’età di centosessantacinque anni, dopo una vecchiaia serena, e Isacco lo seppellisce nella tomba in cui si trova sua moglie Sara (Gn 25,7-11). La sezione termina con la genealogia di Ismaele, da cui derivano gli ismaeliti, popolazione che abitava nell’Arabia del Nord: egli verrà considerato in seguito come il progenitore di tutti gli arabi.

’Aqedâ Termine che significa « legamento ». Con esso viene designata la leggenda giudaica riguardante il sacrificio di Isacco. In essa si racconta che questi, già adulto, era al corrente della decisione del padre e ha aderito a essa, offrendosi liberamente come vittima.

13. Esaù e Giacobbe Il racconto delle vicende patriarcali prosegue con il ciclo di Giacobbe (Gn 25,19 - 35,29). Questi è il secondogenito di Isacco. Di lui sono raccontati soprattutto aneddoti familiari. Dopo un periodo di sterilità, Rebecca concepisce due gemelli. Prima della nascita, poiché essi si urtavano nel suo seno, Rebecca consulta il Signore: questi le annunzia che da lei nasceranno due figli, i quali saranno capostipiti di due popoli, dei quali quello che nascerà dal secondo sarà più grande e potente di quello generato dal primo (Gn 25,23). Quando essi vengono alla luce, il primo viene chiamato Esaù, mentre il secondo riceve il nome di Giacobbe. Un giorno Esaù, di ritorno dalla campagna, vedendo che Giacobbe stava cucinando una minestra di lenticchie, gli chiede di dargliene un po’. Giacobbe lo accontenta, ma in cambio pretende che gli conceda i suoi diritti di primogenito. Esaù acconsente e gli cede la primogenitura. Dopo una parentesi, in cui si narrano alcuni episodi della vita di Isacco (Gn 26), si riprende il racconto dei rapporti tra i due fratelli.

I

sacco invecchiava e la sua vista era tanto indebolita da non permettergli più di vedere. Un giorno chiamò il figlio maggiore e gli disse: « Io sono vecchio e non so quando morirò; va’ a caccia e prendi un po’ di selvaggina, cucinala come piace a me e portamela; io la mangerò e poi ti darò la mia benedizione ». Rebecca però aveva ascoltato quello che Isacco diceva a suo figlio Esaù e lo riferì a Giacobbe e gli disse: « Ora, figlio mio, ascoltami bene, va’ subito al gregge e prendimi due bei capret-

Consultare il Signore Antica pratica molto diffusa nel mondo orientale che consisteva nel chiedere a Dio, mediante un sacerdote o un profeta, un responso su un particolare problema. Con il passar del tempo viene a indicare simbolicamente il desiderio di stabilire un rapporto personale con Dio.

Gn 27,1-23

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I. Le origini – Genesi Essi saranno capostipiti di due popoli, dei quali quello che nascerà dal secondo sarà più grande di quello generato dal primo.

Edom Esaù ha ricevuto questo secondo nome, che significa « rosso », per il colore rossastro dei suoi peli (etimologia popolare). Con esso si vuole fare di lui il progenitore degli edomiti (idumei), popolo spesso nemico di Israele, che abitava nella parte meridionale del Negev.

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ti: io cucinerò per tuo padre un piatto di suo gusto, tu glielo porterai e così, prima di morire, darà a te la sua benedizione ». Giacobbe fece come la madre gli aveva detto. Rebecca cucinò i capretti, prese poi i vestiti migliori di Esaù e li fece indossare a Giacobbe e con la pelle dei capretti gli ricoprì le mani e il collo perché assomigliasse a Esaù che era peloso. Giacobbe si avvicinò a Isacco, il quale lo tastò e disse: « La voce è di Giacobbe, ma le braccia sono quelle di Esaù ». Giacobbe gli servì la selvaggina e Isacco gli disse: « Avvicinati e baciami, figlio mio! ». Giacobbe baciò il padre e questi lo benedisse con queste parole: « L’odore di mio figlio è davvero come il buon odore di un campo che il Signore ha benedetto. Dio ti conceda rugiada dal cielo e terra fertile, frumento e vino in gran quantità. Ti servano i popoli, davanti a te si pieghino le nazioni. Sarai il padrone dei tuoi fratelli. Si inchineranno davanti a te i figli di tua madre. Sia maledetto chi ti maledice e benedetto chi ti benedice! ».

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B. Le vicende dei patriarchi (Gn 12-50) La benedizione era una preghiera e al tempo stesso un impegno legale da parte del padre: una volta impartita non poteva essere ritirata o trasferita ad altri. In questo caso la benedizione del padre conferiva a chi la riceveva il diritto di diventare il suo successore nella guida del clan. In seguito apparirà che a esso erano congiunte anche le promesse fatte ad Abramo. Così Giacobbe, nonostante abbia agito con l’imbroglio, riceve dal padre la benedizione che farà di lui il padre di un grande popolo.

Quando Esaù si presenta al padre con il suo piatto di selvaggina, Isacco gli dice che non può annullare la benedizione conferita a Giacobbe: anche lui viene benedetto, ma la primogenitura è persa per sempre (Gn 27,24-45). Rebecca si rende conto che Esaù ormai odia Giacobbe e convince Isacco a inviarlo a Carran, da suo fratello Labano, perché si cerchi una moglie fra i suoi parenti. Isacco, deluso dal fatto che Esaù aveva sposato donne del posto, acconsente e Giacobbe parte da Bersabea alla volta di Carran (Gn 27,46 - 28,9). Emerge qui nuovamente la preoccupazione postesilica di evitare i matrimoni misti. Durante il viaggio JHWH gli appare in sogno e gli garantisce il conferimento delle promesse fatte ad Abramo. Giacobbe chiama quel luogo Betel, che significa « casa di Dio », e promette che, se Dio lo proteggerà durante il suo cammino, gli erigerà in esso un santuario (Gn 28,10-22).

Matrimoni misti Unioni tra un partner ebreo e uno straniero. Dopo l’esilio vengono categoricamente proibiti i matrimoni tra i rimpatriati e le donne delle popolazioni del posto. Questa decisone viene anticipata nelle storie dei patriarchi, i quali anche in questo vengono proposti come modello a tutti i loro discendenti.

14. Giacobbe e Labano Dopo la sosta a Betel, Giacobbe si rimette in viaggio e giunge nelle vicinanze di Carran, dove si ferma presso un pozzo. Qui ha luogo, come accade spesso nei racconti biblici, l’incontro con la donna che sarà sua moglie.

G

iacobbe vide dei pastori che si trovavano presso il pozzo e domandò loro: « Fratelli, di dove siete? ». Essi risposero: « Di Carran ». Allora Giacobbe disse loro: « Conoscete Labano? ». Essi risposero: « Sì ». « Sta bene? », chiese ancora Giacobbe. Ed essi: « Sì. Ecco sua figlia Rachele che viene con il gregge ». E gli indicarono una giovane che stava arrivando proprio in quel momento. Giacobbe le andò incontro, la baciò con commozione e si presentò a lei. Rachele corse ad avvertire suo padre Labano, il quale venne da Giacobbe, lo abbracciò e lo condusse nella sua casa. Giacobbe gli raccontò tutte le sue vicende e Labano gli disse: « Tu sei davve-

Gn 29,1-30

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I. Le origini – Genesi

Giacobbe Il suo nome allude al fatto che egli è uscito dal seno materno tenendo in mano il calcagno (‘aqeb) del fratello (Gn 25,26). Ma la radice ‘aqab significa anche « soppiantare »: per questo il suo nome è stato interpretato anche come « soppiantatore » (Gn 27,36; Os 12,4)

Figli di Giacobbe Ruben, Simeone, Giuda, Zabulon, Issacar, Dan, Gad, Aser, Neftali, Levi, Giuseppe e Dina (poi sostituita, come capostipite di una tribù, da Beniamino).

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ro uno di noi! ». Così Giacobbe si fermò da Labano. Dopo un po’ di tempo questi gli disse: « Tu sei mio parente, ma questa non è una buona ragione perché tu lavori per me senza ricevere alcun compenso. Dimmi, dunque, che cosa desideri come paga ». Giacobbe rispose: « Vorrei ottenere in sposa Rachele, la tua figlia minore. A tal fine lavorerò per te sette anni ». Labano acconsentì. Giacobbe lavorò per Labano sette anni, e neppure si accorgeva che il tempo passava, tanto era forte il suo amore per Rachele. Al termine di questo periodo si rivolse allo zio e gli disse: « Dammi ora la mia fidanzata perché voglio sposarla ». Labano allora radunò tutti gli abitanti del luogo e diede un banchetto; ma, quando venne la sera, prese la figlia Lia, la maggiore, e la portò nella tenda di Giacobbe che trascorse la notte con lei. Quando spuntò il giorno, Giacobbe si accorse dell’inganno e disse a Labano: « Che cosa mi hai fatto? Non è forse per Rachele che sono stato al tuo servizio? Perché mi hai ingannato? ». Labano rispose: « In questo paese non c’è l’abitudine di dare in sposa la figlia più giovane se la maggiore non è ancora sposata. Ma ora porta a termine questa settimana di festa nuziale, poi ti darò anche Rachele, e tu in cambio lavorerai per me altri sette anni ». Giacobbe accettò e, terminata la settimana nuziale con Lia, si unì a Rachele e la amò più di Lia.

Giacobbe, il quale aveva ottenuto con uno stratagemma la primogenitura che spettava a suo fratello, viene ora a sua volta ingannato dal suocero. Il narratore, che non si era permesso di giudicare l’operato del patriarca, lascia che sia il lettore stesso a cogliere nell’inganno perpetrato ai suoi danni da Labano la « giusta ricompensa » per quanto egli aveva fatto a Esaù.

Da Lia e dalle schiave delle due mogli nascono a Giacobbe dieci figli e una figlia, Dina. Rachele, la moglie prediletta, che era sterile, dopo una lunga attesa dà alla luce un figlio che viene chiamato Giuseppe (Gn 29,31 - 30,24). Al termine dei quattordici anni spesi al servizio di Labano per ottenere come mogli le sue due figlie, Giacobbe continua a lavorare per lui. Come compenso gli chiede di poter prelevare dal gregge i capi che avevano particolari caratteristiche, e con uno stratagemma si arricchisce a sue spese (Gn 30,25-43). Quando l’irritazione del suocero si fa palese, egli fugge con tutta la famiglia e i suoi beni. Raggiunto da lui, dopo un diverbio i due si riconciliano e Giacobbe riprende il cammino verso la terra di Canaan (Gn 31,1 - 32,3).

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B. Le vicende dei patriarchi (Gn 12-50)

15. La lotta con Dio Giacobbe è terrorizzato dalla prospettiva che suo fratello possa vendicarsi di lui. Perciò si prepara a incontrarlo mandandogli dei doni; inoltre, divide la sua gente e i suoi beni in due accampamenti, sperando che almeno uno dei due si salvi (Gn 32,4-22). Giunto al fiume Iabbok, nelle vicinanze ormai della terra di Canaan, fa passare le sue mogli, i suoi figli e i suoi servi con tutti i suoi beni all’altra riva. Allora avviene un fatto misterioso.

R

imasto solo, Giacobbe fu aggredito da un uomo e lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora; lo sconosciuto vide che non poteva vincerlo e lo colpì all’articolazione del femore che si slogò. Poi gli disse: « Lasciami andare, perché l’aurora sta per spuntare ». Ma Giacobbe replicò: « Non ti lascerò andare se prima non mi avrai benedetto ». Lo sconosciuto allora gli chiese: « Come ti chiami? ». Egli rispose: « Giacobbe! ». Ma quegli replicò: « Non ti chiamerai più Giacobbe,ma Israele,perché tu hai lottato contro Dio e contro gli uomini e hai vinto ». Giacobbe allora gli disse:« Dimmi il tuo nome », ma egli non rispose e gli dette la sua benedizione. Giacobbe, allora, capì ed esclamò: « Ho visto Dio a faccia a faccia e non sono morto! ». E chiamò quel luogo « Penuel » che significa « a faccia a faccia con Dio ».

Gn 32,25-31

In questa leggenda, sorta per descrivere l’origine (eziologia) di un luogo di culto chiamato Penuel, è sintetizzata simbolicamente tutta la vicenda di Giacobbe. Egli ha lottato con Dio, che all’inizio gli aveva assegnato un destino diverso, e con gli

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I. Le origini – Genesi

Israele Questo nome, dato a Giacobbe in occasione della lotta con l’angelo, apparteneva forse originariamente a un altro personaggio, che con il tempo è stato identificato con lui. In seguito, il patriarca continuerà a essere designato con i due nomi.

Racconto sapienziale Mentre le tradizioni di origine profetica trasmettono le rivelazioni e i decreti di Dio, nella corrente sapienziale si indica la via per andare a Dio attraverso la riflessione sulle realtà terrene. In essa sono stati prodotti numerosi proverbi, trattati e racconti sapienziali, come ad esempio il libro di Giobbe o il secondo racconto della creazione.

uomini (Esaù e Labano) e ha vinto, ottenendo definitivamente l’ambita primogenitura e grandi ricchezze. Ma ne esce zoppicante, perché il vero vincitore è Dio. Il cambiamento di nome indica una trasformazione radicale del suo destino: è questa l’occasione in cui Dio lo ha scelto in modo definitivo. Non solo per la sua fede, ma anche per la sua debolezza e l’ambiguità del suo carattere, egli diventa il modello del popolo che da lui prenderà nome.

Passato il fiume, Giacobbe dispone i suoi famigliari in modo da avere vicino a sé, per proteggerle, le persone più care, Rachele e Giuseppe. Ma Esaù lo riceve con affetto e i due fratelli si riconciliano. Poi ciascuno va per la propria strada: Esaù va verso il Sud della terra di Canaan in una località chiamata Seir, mentre Giacobbe arriva alla città di Sichem, dove costruisce un altare che chiama: « El, il Dio d’Israele » (Gn 33,1-20). In seguito poi a un diverbio con gli abitanti del posto lascia Sichem e si reca a Betel, dove Dio gli era apparso in occasione della sua fuga in Mesopotamia. Anche lì costruisce un altare a Dio che gli conferma il cambiamento del nome e le promesse (Gn 34,1 - 35,15). Subito dopo Giacobbe è colpito da un lutto doloroso. Rachele, nuovamente incinta, mette al mondo un maschio, ma il parto si presenta difficile e Rachele muore. Prima di esalare l’ultimo respiro dà a suo figlio il nome « Ben-Oni », che significa « Figlio del mio dolore ». Giacobbe cambia invece il suo nome in Beniamino, « Figlio della destra », cioè portatore di buon augurio (Gn 35,16-20). Nonostante il lutto doloroso che lo ha colpito, Giacobbe vuole così dimostrare la sua fiducia in un futuro migliore. Nella lista dei dodici figli di Giacobbe Beniamino prende ora il posto dell’unica figlia, Dina. Rachele viene sepolta a Efrata, una località del Nord della Palestina che in seguito fu identificata con un villaggio vicino a Betlemme. Poi giunge a Mamre e assiste alla morte del padre e insieme con Esaù lo seppellisce. Il ciclo termina con genealogie e dati riguardanti Esaù e il popolo degli edomiti (Gn 36,1 - 37,1).

16. I sogni di Giuseppe La terza raccolta di racconti patriarcali consiste nel ciclo di Giuseppe (Gn 37,1 - 50,25). Questi è il primo dei due figli che Giacobbe aveva avuto da Rachele, la moglie prediletta. Diversamente dai precedenti, i racconti che lo riguardano si presentano come una novella a sfondo sapienziale, con un suo filo conduttore e con una conclusione a lieto fine. In essa non appare mai, se non in aggiunte posteriori, un intervento diretto di Dio, il quale però opera dietro le quinte e conduce gli eventi secondo il suo progetto di salvezza. Le caratteristiche del

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B. Le vicende dei patriarchi (Gn 12-50) racconto e la sua diversità rispetto al contesto lasciano supporre che esso abbia avuto una origine autonoma. Il racconto inizia in modo repentino, mettendo in scena la famiglia di Giacobbe con le sue tensioni e i suoi conflitti.

A

ll’età di diciassette anni Giuseppe andava a pascolare il gregge con i suoi fratelli e a volte riferiva al padre quanto essi dicevano; Giacobbe lo amava più di tutti gli altri suoi figli e gli donò una tunica dalle lunghe maniche. Per questo i fratelli erano divenuti gelosi e lo odiavano. Giuseppe una volta fece un sogno e lo raccontò ai fratelli: « Al tempo della mietitura noi stavamo legando i covoni di grano nei campi; a un tratto il mio covone si alzò e rimase dritto in piedi, mentre i vostri si prostrarono davanti a esso ». Gli dissero i suoi fratelli: « Vuoi forse dire che regnerai su di noi? ». Giuseppe fece un altro sogno e lo raccontò al padre e ai fratelli: « Il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me ». Il padre lo rimproverò e gli disse:« Che sogno è questo! Dovremo forse venire io,tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci davanti a te? ». In seguito ai suoi sogni, i fratelli erano diventati ancora più invidiosi.

Gn 37,2-11

Novella Racconto romanzato di un fatto veramente accaduto o immaginario. La novella si distingue dal romanzo soprattutto per la sua brevità.

Giuseppe è il più piccolo dei suoi fratelli e gode nella famiglia di una posizione di riguardo. I suoi fratelli sono undici, ma non si parla di Beniamino, che farà la sua comparsa più tardi. Dal suo secondo sogno sembrerebbe che Rachele, sua madre, sia ancora viva. La predilezione del padre per lui e il suo comportamento un po’ spavaldo gli attirano l’odio dei fratelli. Inconsciamente Giacobbe provoca fra i suoi figli una situazione analoga a quella in cui si era trovato lui stesso con suo fratello Esaù.

Il disagio provocato dalla presunzione di Giuseppe e soprattutto dalla debolezza del padre nei suoi confronti si aggrava giorno dopo giorno, fino al momento in cui i fratelli decidono di passare alle vie di fatto.

17. Giuseppe venduto dai fratelli La rottura tra Giuseppe e i suoi fratelli esplode in occasione di una visita che egli fa loro mentre pascolano i greggi. Questo appare loro come il momento opportuno per agire. Sullo sfondo c’è la paura che egli riferisca al padre qualche loro comportamento poco corretto.

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I. Le origini – Genesi Gn 37,12-36

« Quando lo videro arrivare, essi complottarono contro di lui ».

U

n giorno Giacobbe disse a Giuseppe: « I tuoi fratelli stanno pascolando i greggi, vai a vedere come stanno e poi torna a riferirmelo ». Giuseppe andò in cerca dei suoi fratelli e li trovò a Dotan. Quando lo videro arrivare, essi complottarono contro di lui dicendo: « Non perdiamo tempo! Uccidiamolo e gettiamo il suo corpo in una cisterna. Poi diremo che l’ha divorato una bestia feroce ». Ma Ruben, che lo voleva salvare, disse ai fratelli: « Non toglietegli la vita! Non versate il suo sangue: gettatelo piuttosto in una cisterna del deserto ». Quando Giuseppe arrivò presso di loro, essi lo spogliarono della sua tunica dalle lunghe maniche, poi lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna. Mentre i fratelli erano seduti a mangiare, videro arrivare una carovana di ismaeliti che si stavano recando in Egitto. Giuda disse allora: « Quale vantaggio abbiamo a uccidere nostro fratello e a nascondere questo delitto? Vendiamolo agli ismaeliti ». I suoi fratelli acconsentirono e Giuseppe venne venduto per venti monete d’argento. Così Giuseppe fu condotto in Egitto. Quindi uccisero un capretto e con il suo sangue bagnarono la veste che avevano tolto a Giuseppe e la mandarono al padre con queste parole: « Abbiamo trovato questa veste, guarda se è quella di tuo figlio! ». Giacobbe la riconobbe e disse: « Una bestia feroce l’ha divorato ». Allora si disperò, pianse ed esclamò con dolore: « Rimarrò in lutto fino alla morte ». I mercanti intanto portarono Giuseppe in Egitto e lo vendettero a Potifar, consigliere del faraone. L’invidia dei fratelli e poi la presunta morte di Giuseppe provocano in Giacobbe una sofferenza pari a quella da lui inflitta al proprio padre ingannando il fratello e carpendogli la benedizione. Dio però è dalla parte di Giuseppe e lo protegge.

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B. Le vicende dei patriarchi (Gn 12-50) In una parentesi si narra la vicenda di Giuda, al quale Tamar, sua nuora, genera in modo inaspettato e problematico i suoi due discendenti, Perez e Zerach (Gn 38,1-30). Riprende poi il filo del racconto. Nella casa di Potifar Giuseppe ha grande successo, fino al punto di suscitare le attenzioni della moglie del suo padrone. Questa, non riuscendo a sedurlo, si vendica accusandolo di aver tentato di violentarla. Giuseppe allora viene messo in prigione. Il guardiano ha però molta fiducia in lui e gli affida la gestione di tutto il carcere. Qui si trovano due personaggi della corte caduti in disgrazia, il capo dei coppieri e il capo dei panettieri del faraone. Una notte essi fanno ciascuno un sogno e Giuseppe ne dà la spiegazione. In essi egli legge la predizione di due eventi che si realizzano poi puntualmente: il capo dei panettieri viene giustiziato, mentre il capo dei coppieri è riammesso a corte. Giuseppe raccomanda a quest’ultimo di ricordarsi di lui quando sarà reintegrato nel suo ufficio, ma egli se ne dimentica (Gn 39,1 - 40,23).

Faraone Questo nome, che significa « casa grande », è diventato il titolo del re d’Egitto. Da vivo il faraone era adorato come il dio Horus (il falco celeste) e dopo la morte diventava il dio Osiride. Era considerato anche come il figlio carnale del dio Sole o di altre divinità egiziane.

18. Il sogno del faraone Finalmente viene per Giuseppe l’opportunità di uscire dal carcere. Lo aiuta la capacità di interpretare i sogni, che egli possiede non perché dotato di arti divinatorie, ma perché è un vero sapiente, tutto intento alla ricerca di Dio e della sua volontà.

D

opo due anni, il faraone sognò di trovarsi sulla riva del Nilo e vide uscire dal fiume sette vacche belle, molto grasse, che mangiavano l’erba della riva. All’improvviso dietro di esse spuntarono sette vacche magre che le divorarono. Il faraone si svegliò, poi si riaddormentò ed ebbe un altro sogno: questa volta vide sette spighe di grano belle e gonfie che crescevano su un unico stelo. Ma dopo di loro spuntarono altre sette spighe, che il vento del deserto aveva reso esili e secche, le quali ingoiarono le precedenti. Preso da turbamento, il faraone chiamò tutti gli indovini e tutti i saggi d’Egitto e raccontò loro i sogni fatti, ma nessuno li sapeva interpretare. Al capo coppiere venne allora in mente che Giuseppe aveva interpretato in modo corretto il suo sogno e lo riferì al re. Questi lo fece subito chiamare e gli raccontò i suoi sogni; Giuseppe diede questa interpretazione: « I due sogni hanno lo stesso significato: attraverso di essi il Signore vuole comunicarvi quello che sta per fare. Le sette vacche grasse e le sette spighe rigogliose rappre-

Gn 41,1-4 0

Sogni Nell’antichità erano considerati come mezzi di comunicazione divina. La loro interpretazione era oggetto di ricerche molto approfondite. Anche nella Bibbia Dio parla spesso mediante i sogni, sottolineando così in modo più netto la sua trascendenza.

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I. Le origini – Genesi

Matrimonio di Giuseppe Giuseppe si adatta alla vita di corte e sposa, in contrasto con le disposizioni date sucessivamente da Esdra, una donna egiziana. È questo un segno non tanto dell’antichità del racconto, piuttosto delle aperture tipiche della tradizione sapienziale.

sentano i prossimi sette anni in cui tutto il paese d’Egitto godrà di grande abbondanza; le vacche magre e le spighe esili indicano i sette anni successivi in cui vi sarà una grande carestia e la fame consumerà il paese ». Giuseppe consigliò allora al faraone di cercare un uomo intelligente e saggio e di metterlo a capo di tutto l’Egitto per prelevare un quinto dei raccolti della terra durante i sette anni di abbondanza. « Questi viveri », disse, « dovranno servire al paese come riserva per i successivi anni di carestia in modo tale che il paese non sia distrutto dalla fame ». Il faraone apprezzò questo suggerimento e disse a Giuseppe: « Poiché Dio ti ha fatto conoscere tutte queste cose, non ci può essere alcuno intelligente e saggio come te: tu stesso sarai l’amministratore del mio regno e tutto il mio popolo ubbidirà ai tuoi ordini; soltanto io, che sono il re, avrò un potere superiore al tuo ».

Giuseppe appare qui come il modello del saggio. La sua sapienza però non consiste soltanto nella capacità di interpretare i sogni, ma anche in quella di trovare soluzioni ai problemi che si prospettano nel governo di un popolo. Egli non cerca il proprio successo o il potere, ma il bene comune, e per questo si mette a disposizione dell’autorità costituita con lealtà e spirito di iniziativa.

In forza della sua nuova carica Giuseppe inizia a viaggiare per tutta la regione. Durante le sette annate di abbondanza la terra produce ingenti raccolti e Giuseppe può ammassare grandi riserve di viveri. Inizia poi la carestia, ma in Egitto, grazie alla sua intelligente politica, il pane non manca, anzi viene venduto anche a paesi stranieri. Intanto Giuseppe, amato e stimato da tutti, sposa Asenat, la figlia di un sacerdote e grande dignitario del regno. Da lei ha due figli, Efraim e Manasse (Gn 41,41-57). La carestia si estende ai paesi circonvicini e giunge fino a Canaan. Giacobbe allora manda i suoi figli a comprare grano in Egitto, ma trattiene con sé Beniamino, che viene qui nominato per la prima volta. Quando giungono da Giuseppe, questi li riconosce ma li tratta da estranei, si fa raccontare della loro famiglia e viene a sapere che Beniamino è vivo e si trova a casa presso il padre. Giuseppe decide allora di metterli alla prova. Perciò li accusa di essere spie venute per scoprire i luoghi indifesi del paese. Con la scusa di verificare la loro sincerità, ordina che uno di loro resti in carcere e consente agli altri di andare a casa per portare il grano, ma li avverte che potranno ritornare solo se porteranno con sé il fratello più giovane. Essi accettano e se ne vanno lasciando in Egitto Simeone. Quando il grano viene a mancare, Giacobbe li manda nuovamente in Egitto e solo a malincuore permette a Beniamino di andare con loro (Gn 42,1 - 43,15).

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B. Le vicende dei patriarchi (Gn 12-50)

19. I f igli di Israele in Egitto Il ritorno dei fratelli con Beniamino consente a Giuseppe di metterli alla prova. La sua dolorosa esperienza gli ha insegnato che fratelli non si nasce ma si diventa: per questo rifugge da una soluzione di comodo e cerca di vedere se essi sono cambiati, non solo in superficie, ma nell’intimo del loro cuore.

Q

uando i fratelli si presentarono a Giuseppe, questi li invitò a palazzo e banchettarono tutti insieme con allegria. Giuseppe diede poi questo ordine al maggiordomo della sua casa: « Riempi i sacchi di quegli uomini di viveri e nel sacco del più giovane metti anche la mia coppa d’argento ».Al mattino li congedò. Erano appena usciti dalla città quando li fece inseguire dal suo maggiordomo, il quale li raggiunse e disse loro: « Perché avete rubato la coppa che il mio padrone usa per bere e per trarre i presagi? ». Essi allora ritornarono da Giuseppe, furono perquisiti e la coppa fu trovata nel sacco di Beniamino. Giuseppe disse allora: « Voi tutti potete andarvene liberi; solo Beniamino rimarrà come schiavo in Egitto ». Ma Giuda si avvicinò a Giuseppe e gli disse: « Io mi sono fatto garante per il giovinetto presso mio padre. Non posso tornare da lui senza il ragazzo perché lo farei morire di crepacuore. Perciò ti prego, lascia che rimanga io come tuo schiavo al suo posto e permetti che egli torni lassù con i suoi fratelli ». A queste parole, Giuseppe non riuscì più a fingere, li invitò ad avvicinarsi ed esclamò: « Io sono Giuseppe, vostro fratello, quello che voi avete venduto perché fosse portato in Egitto! Ora però non state ad angustiarvi e a rimproverarvi per avermi venduto. È Dio che mi ha fatto venire qui prima di voi per potervi salvare la vita. Già da due anni la carestia infierisce ovunque e per altri cinque non vi sarà né aratura né mietitura. Ma Dio mi ha inviato in questa terra per procurarvi una scorta di viveri e così salvarvi la vita; presto, dunque, ritornate da mio padre e raccontategli tutto quello che avete visto, poi convincetelo a venire qui al più presto ». Giuseppe gettò le braccia al collo del fratello Beniamino e poi abbracciò anche tutti gli altri.

Gn 43,16 - 45,15

Giuseppe ha messo i suoi fratelli in una situazione analoga a quella in cui si erano trovati nei suoi confronti. Anche questa volta infatti essi avrebbero potuto fare il proprio interesse, salvando se stessi e sacrifican-

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I. Le origini – Genesi do il fratello minore. Ma la loro reazione è diametralmente opposta a quella di allora. Giuseppe coglie in loro una vera maturazione e un sincero ravvedimento. Ciò rende possibile il perdono e la riconciliazione.

Efraim e Manasse Nello schema delle dodici tribù essi rimpiazzano Giuseppe, considerato come loro padre, il cui nome non designa una tribù specifica, e Levi, ai cui discendenti era stato affidato il servizio del tempio.

La notizia dell’accaduto si diffonde nel palazzo del faraone, il quale invita Giacobbe a venire in Egitto e ordina ai suoi servi di mandare dei carri per facilitargli il viaggio. Giacobbe non crede alle sue orecchie. Alla fine si mette in viaggio. Durante il cammino gli appare Dio che gli dice di non avere paura di andare in Egitto, perché là i suoi discendenti diventeranno un grande popolo. Giacobbe giunge in Egitto con tutta la sua famiglia e i suoi beni e si stabilisce nella terra di Goshen, nel delta del Nilo (Gn 45,16 - 47,12). Intanto Giuseppe porta a termine una grande riforma agraria in forza della quale tutto il territorio d’Egitto, a eccezione delle terre dei sacerdoti, diventa proprietà del faraone (Gn 47,13-26). Prima di morire Giacobbe chiede di essere seppellito a Macpela, nella tomba di famiglia (Gn 47,27-31). Infine, adotta i due figli di Giuseppe, Efraim e Manasse, che vengono così designati come capostipiti di due grandi tribù (Gn 48,1-22).

20. La benedizione di Giuda Prima di morire Giacobbe pronunzia una benedizione per ciascuno dei suoi dodici figli (Gn 49,1-28), preannunziando il futuro delle rispettive tribù. In quella riservata a Giuda viene messo in luce il ruolo speciale che spetterà alla sua tribù.

Gn 4 9,8-10

Giuda: i tuoi fratelli canteranno le tue lodi! La tua mano sarà sulla nuca dei tuoi nemici. Anche i tuoi fratelli si inchineranno dinanzi a te. Giuda, figlio mio, sei come un giovane leone che ha ucciso la sua preda e torna alla sua tana. Tu sei come una leonessa sdraiata e accovacciata: Chi oserà farti alzare? Lo scettro rimarrà nella casa di Giuda, il bastone di comando non le sarà mai tolto finché verrà colui al quale appartiene: a lui saranno sottomesse le nazioni.

Queste parole, scritte parecchio tempo dopo, alludono chiaramente a Davide, discendente di Giuda e primo re, dopo Saul, di tutto Israele. In sintonia con la profezia di Natan si preannunzia che la sua dinastia

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B. Le vicende dei patriarchi (Gn 12-50) « Lo scettro rimarrà nella casa di Giuda... finché verrà colui al quale appartiene ».

regnerà per sempre sul suo trono (2Sam 7). Viene prevista anche la scomparsa della dinastia di Davide e l’attesa di un suo futuro discendente, il Messia, al quale non solo Israele, ma tutti i popoli saranno sottomessi.

In base alla sua richiesta, Giacobbe viene sepolto nella terra di Canaan, nella stessa tomba dove si trovavano Abramo e Sara, Isacco, Rebecca e Lia (Gn 49,29 - 50,14). Dopo la sua morte, i suoi figli temono che, scomparso il padre, Giuseppe si vendichi del torto subito. Essi lo supplicano perciò ancora una volta di perdonarli. Da vero saggio, Giuseppe li rincuora con queste parole: « Non abbiate paura! Io non sono Dio, non posso giudicarvi. Volevate farmi del male, ma Dio ha voluto trasformare il male in bene per salvare la vita a un popolo numeroso. Dunque non abbiate paura: Io mi prenderò cura di voi e delle vostre famiglie » (Gn 50,15-21). Giuseppe sa che un disegno misterioso guida le vicende di questo mondo: se un male è servito per ottenere un bene, ciò vuol dire che anch’esso rientra in un piano prestabilito: vendicarsi significherebbe quindi mettersi contro Dio. Quando poi si avvicina la sua fine Giuseppe dice ai suoi fratelli: « Io sto per morire. Ma Dio sicuramente vi aiuterà. Vi farà uscire dall’Egitto per condurvi nella terra che ha solennemente promesso ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe » (Gn 50,24). Con questa frase la vicenda di Giuseppe viene collegata al grande tema delle promesse fatte ai patriarchi: essa spiega come mai le tribù si sono ritrovate in Egitto e preannunzia la loro futura liberazione. In vista non vi è più la sopravvivenza di un piccolo clan, ma la salvezza di un popolo.

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I. Le origini – Genesi

L’

esperienza religiosa dei patriarchi si attua nel contesto di una « alleanza » che manifesta l’impegno di Dio in favore loro e del popolo che da essi nascerà. Essi sono fatti oggetto di un’attenzione privilegiata da parte di Dio, ma questo non risparmia loro né errori né contraddizioni, né faticosi confronti e dure lotte. Abramo raggiunge la pienezza della fede solo dopo molte cadute, Giacobbe usurpa la primogenitura dovuta al fratello e ricorre senza scrupoli all’inganno, i suoi figli vendono il proprio fratello a mercanti stranieri. Le promesse fatte da Dio si attuano solo in parte durante la loro vita: perciò essi, in forza della loro fede, appaiono sempre in cammino verso una meta che già intravedono ma che non hanno ancora raggiunto. Per i loro futuri discendenti, che dopo l’esilio ritorneranno in una terra che ormai appartiene in gran parte a estranei, i patriarchi sono un modello di speranza e di pazienza operosa. La debolezza umana da loro manifestata in varie occasioni dovrà spingere i loro lontani discendenti a riconoscere i propri limiti e a confidare unicamente in JHWH. La seconda parte della Genesi, pur focalizzando l’attenzione sui progenitori di un popolo particolare, non rinunzia all’orizzonte universalistico che era proprio della storia primordiale. Tutta l’umanità è destinataria della salvezza offerta ai patriarchi e la stessa chiamata di Abramo e del popolo che da lui nascerà ha lo scopo di portare una benedizione a tutte le nazioni. Per gli esuli, che ritornano nella loro terra dopo essere stati dispersi in mezzo ad altri popoli, ciò comporta la consapevolezza di una responsabilità non solo verso i propri connazionali, ma verso tutto il mondo.

I padri del popolo di Israele Abramo fu grande antenato di molti popoli, nessuno fu simile a lui nella gloria. Egli custodì la legge dell’Altissimo, con lui entrò in alleanza. Stabilì questa alleanza nella propria carne e nella prova fu trovato fedele. Per questo Dio gli promise con giuramento di benedire i popoli nella sua discendenza, di moltiplicarlo come la polvere della terra, di innalzare la sua discendenza come gli astri

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e di dar loro un’eredità dall’uno all’altro mare, dal fiume fino all’estremità della terra. Anche a Isacco fu fatta la stessa promessa a causa di Abramo suo padre. Dio fece posare sulla testa di Giacobbe la benedizione di tutta l’umanità e l’alleanza; lo confermò nelle sue benedizioni, a lui diede il paese in eredità e lo divise in varie parti, assegnandole alle dodici tribù. (Siracide 44,19-23)

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B. Le vicende dei patriarchi (Gn 12-50)



L’esperienza di Abramo dimostra che una fede piena non si raggiunge se non al termine di un lungo cammino. Essa si manifesta non in grandi opere frutto dell’iniziativa umana, ma nella fedele sottomissione a Colui che è al di sopra delle vicende umane. L’alleanza con Dio non dipende dalla buona volontà dell’essere umano, ma da un incontro personale con lui che trasforma tutta la vita.



La storia di Giacobbe è tutta un susseguirsi di rapporti non sempre limpidi e corretti. Essa però sfocia in una missione che comporta il superamento di una visione puramente umana della vita. Nella sua esperienza ciò che conta non sono l’astuzia e le capacità umane, ma la sua fede e la sua disponibilità a lasciarsi coinvolgere in un progetto più grande, che consiste nella nascita di un grande popolo.



In Giuseppe la fede diventa principio di una nuova sapienza che, nella sua mitezza e spontaneità, rappacifica interiormente l’essere umano e lo rende capace di vivere in armonia con gli altri esseri umani. E il perdono che Giuseppe accorda ai suoi fratelli rivela tutta la forza del suo amore fraterno, che le sofferenze vissute non hanno minato, ma piuttosto rafforzato e maturato.



I patriarchi sono presentati come modelli a cui Israele deve ispirarsi nel suo cammino di fede. I loro errori, non meno delle loro virtù, fanno comprendere che la perfezione non appartiene a questo mondo. Chi cerca Dio deve puntare al meglio, ma deve anche saper accettare i propri limiti, senza mai perdere la fiducia e la speranza.

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Dalla schiavitù alla libertà Esodo

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n ebraico, il titolo di questo libro è Sˇemôt (Nomi), in quanto esso inizia con questo termine, che introduce l’elenco dei capi delle tribù d’Israele. In greco, il libro è stato chiamato Exodos (Uscita) perché il suo tema centrale è l’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto. Esso narra l’epopea dei figli di Israele i quali, diventati ormai un popolo, sono oppressi e sfruttati dai faraoni, ma riescono a liberarsi e, dopo una marcia nel deserto, giungono al monte Sinai, dove JHWH va loro incontro e stringe con essi un’alleanza. Il libro si divide perciò in due parti: A. L’epopea della liberazione (Es 1-18) B. Elezione e alleanza (Es 19-40).

Nel racconto dell’Esodo domina la figura di Mosè, il quale è designato da JHWH come condottiero e legislatore del popolo. Lo scopo del libro è quello di mettere in luce la condizione speciale di Israele in quanto popolo dell’alleanza, scelto da Dio per dedicarsi al suo culto nella terra da lui promessa. Il libro contiene generi letterari diversi, quali racconti di miracoli, brani epici, carmi, testi giuridici e liturgici. Secondo la teoria documentaria, si intrecciano nell’Esodo le due tradizioni jahwista ed elohista, con una presenza marginale della tradizione deuteronomica e il contributo decisivo di quella sacerdotale. Oggi si tende piuttosto a considerare il tutto come una composizione elaborata dalle scuole sacerdotali al termine dell’esilio babilonese (secoli VI-V a.C.), con l’utilizzo di cicli narrativi e specialmente di codici legali più antichi, non sempre perfettamente integrati nella trama del racconto. I rapporti tra il racconto biblico e i dati storici sono piuttosto vaghi: mancano riferimenti alla storia dell’Egitto mentre i fatti narrati non trovano conferma nei ritrovati archeologici. Si ritiene perciò che i redattori dell’Esodo non abbiano voluto riferire con precisione avvenimenti passati, ma piuttosto narrare l’epopea di un popolo così come era da esso immaginata al termine dell’esilio.

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II. Dalla schiavitù alla libertà – Esodo

A. L’epopea della liberazione (Es 1-18)

L

a prima parte dell’Esodo racconta le vicende degli israeliti in Egitto e le circostanze che hanno contrassegnato la loro partenza e il loro cammino nel deserto fino al Sinai. Arrivati nel paese del Nilo come un piccolo clan in cerca di rifugio a causa di una carestia, essi si sono moltiplicati e sono stati sottoposti dai faraoni a duri lavori (Es 1). Dio allora salva Mosè dalle acque e lo chiama conferendogli l’incarico di liberare il popolo (Es 2,1 - 7,7); dopo una serie di piaghe inflitte da Dio agli egiziani (Es 7,8 - 13,16), gli israeliti escono dall’Egitto e giungono nelle vicinanze del monte Sinai (Es 13,17 - 18,27). Secondo l’opinione corrente i gruppi israelitici erano giunti in Egitto al seguito della grande migrazione di popolazioni semitiche chiamate hyksos (secolo XVIII a.C.). Costoro avevano preso nelle loro mani il governo del paese, ma ne erano stati scacciati dopo meno di due secoli. Tuttavia erano rimasti nella parte orientale del delta alcuni gruppi di semiti seminomadi che rappresentavano un elemento di disturbo proprio alla frontiera tra l’Egitto e la Palestina: è possibile che fra di loro si trovassero appunto alcuni clan israelitici i quali, dopo aver subito pesanti vessazioni sotto Ramses II (1298-1232 a.C.), avrebbero trovato, sotto il suo successore Merneptah (1235-1224 a.C.), la possibilità di allontanarsi dall’Egitto. A essi alluderebbe una stele molto discussa, attribuita proprio a quest’ultimo faraone, nella quale si elencano gli israeliti fra le popolazioni da lui sconfitte (« Israele è annientato e non ha più seme »). In questa parte del racconto i figli di Israele ricevono a volte l’appellativo di « ebrei ». Questo nome, che normalmente è loro attribuito da estranei, richiama gli hapiru, una categoria di persone emarginate, schiavi, mercenari o soldati, che formava non un gruppo etnico, ma piuttosto una classe sociale, la cui presenza è attestata in tutte le nazioni della Mezzaluna fertile. Di essi Seti I e Ramses II si servivano nell’edificazione dei loro monumenti. Si può supporre che i figli di Israele facessero parte di questo strato sociale povero e sfruttato. In quanto beduini, abituati alla vita libera del deserto, essi hanno avvertito questi lavori come particolarmente pesanti e avvilenti. Sebbene cronologicamente i racconti riportati in questa parte del libro si situino prima dell’arrivo al monte Sinai, in essi si riflette già da vicino la teologia dell’alleanza, alla luce della quale sono stati letti e interpretati. In modo speciale appare qui il punto di vista sacerdotale, secondo cui già prima dell’esodo Dio aveva stabilito la sua alleanza con tutto Israele nella persona di Abramo.

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A. L’epopea della liberazione (Es 1-18)

21. Oppressione degli israeliti e nascita di Mosè Il libro dell’Esodo si apre con un repentino cambiamento di situazione: dopo la morte di Giuseppe e dei suoi fratelli gli israeliti diventano molto numerosi e potenti (Es 1,1-7). Ciò suscita una dura reazione da parte degli egiziani, che fa da sfondo alla nascita di Mosè.

I

n quel tempo salì al trono in Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: « Ecco che i figli d’Israele sono diventati più numerosi e più forti di noi. Prendiamo provvedimenti nei loro riguardi per impedire che aumentino ancora di più, altrimenti, in caso di guerra, si uniranno ai nostri avversari per combattere contro di noi e poi lasceranno il paese ». Perciò gli egiziani cominciarono a opprimerli, imponendo loro di costruire per il faraone le città-deposito di Pitom e di Ramses. Per rendere loro amara la vita li costrinsero anche con asprezza a fabbricare mattoni di argilla e a fare ogni sorta di lavoro nei campi. Ma quanto più li opprimevano, tanto più i figli d’Israele si moltiplicavano e crescevano oltre misura, al punto che la loro presenza cominciò a essere sentita come un incubo. Allora il re d’Egitto disse alle levatrici degli ebrei: « Quando assistete al parto delle donne ebree, se il neonato è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere ». Ma le levatrici temettero Dio e non fecero come aveva loro ordinato il re d’Egitto. Allora il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: « Ogni figlio maschio che nascerà agli ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia ». Un uomo della tribù di Levi prese in moglie una donna della sua stessa tribù e questa gli partorì un figlio: la madre vide che il bambino era molto bello e lo tenne con sé per tre mesi. Poi, non potendo più nasconderlo, lo adagiò in un cestello di papiro che aveva spalmato di catrame e pece per renderlo impermeabile, e depose il cesto nell’acqua fra i giunchi, vicino alla riva del Nilo. La sorella del bambino lo teneva d’occhio da lontano per vedere che cosa gli sarebbe accaduto. Poco dopo giunse la figlia del faraone che scese nelle acque del Nilo per fare il bagno mentre le ancelle passeggiavano lungo la sponda del fiume. Essa scorse fra i giunchi il cesto e mandò una schiava a prenderlo. Aprì il cesto e vide il bambino che piangeva, capì che era un piccolo degli ebrei e ne ebbe compassione.

Es 1,8 - 2,10

Ramses e Pitom « Città deposito », così chiamate in quanto probabilmente servivano a immagazzinare viveri per i bisogni della corte o della popolazione. Pitom non è nota, mentre si pensa che Ramses fosse la « casa di Ramses », residenza di Ramses II nel delta del Nilo e corrispondesse a Tanis o a Qantir.

Sargon re di Accad Secondo un’antica leggenda era figlio illegittimo di una sacerdotessa, perciò fu posto in un cesto e gettato nel fiume. Egli fu salvato dal dio Akki, che lo fece diventare il suo giardiniere, cioè gli diede il potere regale. Questa leggenda può aver dato origine a quella di Mosè salvato dalle acque.

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La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: « Devo andare a cercarti una nutrice ebrea che lo allatti? ». Essa acconsentì e la ragazza andò a chiamare la madre. La figlia del faraone le disse: « Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario ». La donna prese il bambino e lo allattò. Quando fu cresciuto, lo riportò alla figlia del faraone che lo chiamò Mosè, dicendo: « Io l’ho salvato dalle acque ».

Mosè dovrà condurre i figli di Israele attraverso il mar Rosso verso la libertà. Egli stesso perciò deve per primo fare l’esperienza di una liberazione che ha luogo attraverso le acque del Nilo. Chi lo salva da una morte certa è la figlia di colui che voleva mettere a morte tutti i neonati ebrei. Paradossalmente è proprio il persecutore che, senza volerlo, pone le premesse per la liberazione di coloro che egli opprime. In tutto il libro dell’Esodo non viene mai indicato il suo nome né quello del suo successore. Il faraone diventa così il simbolo di qualsiasi potere oppressivo che, proprio in quanto tale, si oppone al progetto di Dio.

« Mosè si recò a trovare i propri fratelli e si rese conto dei lavori pesanti a cui erano sottoposti ».

Es 2,11-22

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22. Mosè fugge a Madian Mosè viveva a corte con tutti i privilegi di coloro che operavano per la distruzione del suo popolo. Egli viene istruito nella cultura degli egiziani, imparando da loro l’esercizio del potere. Giunto alla maturità, egli ritorna però fra i suoi connazionali.

M

osè crebbe e un giorno si recò a trovare i propri fratelli e si rese conto dei lavori pesanti a cui erano sottoposti. A un certo momento notò che un egiziano colpiva un ebreo: si guardò intorno, vide che non c’era nessuno, uccise l’egiziano e lo seppellì nella sabbia. Il giorno dopo, vedendo due ebrei che stavano litigando, disse a quello che aveva torto: « Perché maltratti il tuo compagno? ». Quegli rispose: « Chi ti ha costituito capo e giudice sopra di noi? Vuoi forse uccidermi come hai ucciso quell’egiziano? ». Allora Mosè ebbe paura e pensò: « Certamente la cosa si è risaputa ». E difatti il faraone aveva sentito parlare dell’accaduto e aveva deciso di mettere a morte Mosè. Egli allora fuggì e si recò nel paese

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di Madian, dove si fermò accanto a un pozzo. Dopo un po’, sette sorelle, figlie del sacerdote madianita Ietro, arrivarono al pozzo per abbeverare il loro bestiame; alcuni pastori, che erano giunti prima di loro, cercarono di scacciarle, ma Mosè le difese e diede da bere lui stesso al loro gregge. Le ragazze, tornate a casa, raccontarono al padre l’accaduto e questi disse loro: « Dov’è quell’uomo? Invitatelo a mangiare da noi! ». Così fecero e Mosè si stabilì nella casa di Ietro. Questi gli diede in moglie la propria figlia Zippora, da cui ebbe un figlio che chiamò Gherson.

A motivo della sua formazione e dei suoi talenti Mosè aveva forse pensato di mettersi a capo dei suoi connazionali per liberarli dalla schiavitù, ma i suoi progetti naufragano molto in fretta dinnanzi alla loro impreparazione. Per il narratore, se la liberazione si fosse attuata per iniziativa di Mosè sarebbe stata un evento puramente umano, senza un impatto veramente significativo e duraturo nella vita del popolo. In fuga dall’Egitto Mosè viene a trovarsi presso i madianiti, i quali erano discendenti di Abramo, abitavano nel deserto e si dedicavano alla pastorizia. Egli ritorna così alle radici più profonde della sua identità: cambia il suo modo di vivere, abbandona la cultura egiziana e diventa pastore. In tal modo si prepara alla svolta radicale che lo aspetta.

Dopo molti anni il re d’Egitto muore, ma per gli israeliti la situazione non cambia: essi restano soggetti a duri lavori e soffrono molto per la loro schiavitù. Il loro grido disperato sale fino a Dio che ascolta i loro lamenti, si ricorda dell’alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe e decide di intervenire (Es 2,23-25).

Mosè Questo nome viene interpretato, mediante un’etimologia popolare, in riferimento allo scampato pericolo. In realtà è un nome egiziano simile ad esempio a Tutmose (« il dio Tot è nato »), in cui però è caduta la prima parte del nome, indicante la divinità.

Madianiti Popolazione nomade che si sposta ai margini del deserto dell’Arabia fino al Sinai. La Bibbia li presenta come discendenti di Madian, figlio di Abramo e di Chetura. Spesso però essi appaiono in lotta con Israele. Alcuni studiosi ritengono che Mosè abbia preso da loro il culto di JHWH.

23. La v ocazione di Mosè La decisione presa da Dio di liberare Israele dalla schiavitù a cui è sottoposto passa proprio attraverso quel personaggio controverso che, dopo essere vissuto alla corte egiziana, aveva tentato invano di mettersi a capo del suo popolo.

U

n giorno Mosè, portando al pascolo il gregge di suo suocero Ietro, lo condusse oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. Il Signore gli apparve allora in un roveto che brucia-

Es 3,1-20

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II. Dalla schiavitù alla libertà – Esodo

Oreb/Sinai In alcune tradizioni la sacra montagna viene chiamata Sinai e in altre Oreb. L’identificazione è incerta. È probabile che fosse un luogo sacro per i beduini del deserto.

« Io ti mando dal faraone per far uscire dall’Egitto gli israeliti ».

va senza consumarsi. Mosè lo notò e si avvicinò per vedere che cosa stesse capitando. Il Signore allora lo chiamò: « Mosè, Mosè! ». Mosè rispose: « Eccomi! ». Il Signore gli disse: « Non avvicinarti! Togliti i sandali, perché il luogo dove ti trovi è sacro! Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Mosé allora si velò il viso perché aveva paura di vedere Dio. Il Signore gli disse: « Ho sentito il lamento del mio popolo e sono venuto a liberarlo dalla schiavitù degli egiziani. Lo farò uscire da quel paese e lo condurrò in una terra fertile e spaziosa, nella regione abitata dai cananei. Ora, va’! Io ti mando dal faraone per fare uscire dall’Egitto il mio popolo, gli israeliti ». Mosè allora rispose: « Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli israeliti dall’Egitto? ». Ma il Signore soggiunse: « Io sarò con te! Questo sarà per te un segno: quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi verrete ad adorarmi su questo monte ». Ma Mosè replicò: « Se vado dagli israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi, essi mi chiederanno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro? Dio disse a Mosè: « “Io sono colui che sono”. Questo è il nome con cui mi chiamerete per sempre ». Poi proseguì: « Agli israeliti dirai: “Egli è” (JHWH), il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, mi ha mandato a voi ». Essi ascolteranno la tua voce; allora tu e gli anziani degli israeliti andrete dal re d’Egitto e gli direte: Il Signore Dio degli ebrei si è manifestato a noi; lasciaci andare per tre giorni di cammino nel deserto per offrire sacrifici al nostro Dio. Io so già che il re d’Egitto non vi lascerà partire ». Mosé aveva ormai rinunziato al progetto di liberare il popolo oppresso. Ma ora è Dio stesso che gli chiede di mettersi alla testa del movimento di liberazione. Egli si qua-

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A. L’epopea della liberazione (Es 1-18) lifica come il Dio dei padri. Come segno del suo impegno per Mosè e per gli israeliti, gli rivela il suo nome, JHWH, e lo spiega accostandolo alla forma verbale « Io-sono » (’ehjeh), che alla terza persona (jihjeh, « Egli è ») ha un suono simile al nome divino, Jahweh. In realtà questo nome era già noto, ma la sua adozione da parte di Israele viene situata nel contesto dell’esodo mediante una etimologia popolare che lo adatta a questo momento storico-salvifico: JHWH è « Colui che è » in quanto conduce la storia e si impegna a « essere presente », giorno per giorno, nella vita del popolo, per salvarlo.

Mosè conosceva per esperienza le difficoltà della missione propostagli e cerca di esimersi. Ma Dio lo incoraggia dandogli la possibilità di fare segni straordinari, come quello di trasformare il suo bastone in serpente. Siccome Mosè si lamenta di non saper parlare, Dio gli assegna come interprete suo fratello Aronne. Alla fine, dopo ulteriori resistenze, Mosè accetta. Egli ritorna allora in Egitto e strada facendo incontra suo fratello Aronne; insieme prendono contatti con gli israeliti, poi vanno dal faraone e gli chiedono di lasciar partire il popolo per andare a offrire un sacrificio a Dio nel deserto. Ma il loro intervento è controproducente: il faraone aumenta le sue pretese e gli stessi israeliti si adirano con loro, incolpandoli di aver aggravato la loro condizione (Es 3,15 - 6,1).

Nome divino In un ambiente politeistico ogni divinità ha il suo nome. Il nome del Dio di Israele era già noto nell’antico Medio Oriente. La sua rivelazione presso il roveto ardente ha lo scopo di legittimarne l’uso e darne la spiegazione, ottenuta mediante un’etimologia popolare, che lo collega alla liberazione e all’alleanza.

24. Nuovo racconto della vocazione di Mosè A questo punto il redattore del libro interrompe il filo del racconto e inserisce un’altra tradizione riguardante la vocazione di Mosè. Il testo è di origine sacerdotale. In esso si sottolinea come l’intervento di JHWH si fonda sul fatto che egli già molto prima aveva concluso un’alleanza con gli israeliti nella persona del patriarca Abramo, loro progenitore (cfr. Gn 17).

D

io parlò a Mosè e gli disse: « Io sono il Signore! Sono apparso ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe come Dio onnipotente, ma con il mio nome di Signore non mi sono manifestato a loro. Ho anche stabilito la mia alleanza con essi, impegnandomi a dar loro il paese di Canaan, quel paese dov’essi soggiornavano come forestieri. Sono ancora io che ho udito il lamento degli israeliti oppressi dagli egiziani e mi sono ricordato della mia alleanza. Per questo di’ agli israeliti: Io sono il Signore! Vi sottrarrò ai gravami degli egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi redimerò con braccio teso e con grandi castighi. Io vi prenderò come mio popolo e diventerò il

Es 6,2-8

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II. Dalla schiavitù alla libertà – Esodo

Redenzione Dio redime Israele in quanto interviene in suo favore, così come era tenuto a fare il parente prossimo (go’el) di chi si trovava in una qualsiasi situazione di pericolo o di necessità. Nella traduzione greca e italiana del termine subentra l’idea di « ricomprare » in quanto Dio, liberando Israele, lo « acquista per sé », senza però dover pagare alcun riscatto.

vostro Dio. Voi saprete che io sono il Signore, il vostro Dio, quando vi sottrarrò all’oppressione degli egiziani.Vi farò entrare in possesso del paese che con mano potente ho giurato di dare ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io sono il Signore! ».

Secondo la tradizione sacerdotale, l’alleanza è un dono che Dio ha fatto a Israele quando questo popolo ancora non esisteva. Ora Dio interviene in suo favore perché è fedele agli impegni presi. Si apre quindi tra Dio e Israele un nuovo periodo di intensa collaborazione, di cui è segno e garanzia la rivelazione del nome JHWH: in esso quindi viene sottolineato, in stretta sintonia con le altre tradizioni, l’aspetto di fedeltà irrevocabile all’alleanza e al popolo che ne è depositario.

Mosè parla agli israeliti, ma questi non lo ascoltano; tuttavia JHWH lo manda dal faraone per esigere la loro liberazione (Es 6,9-13). Segue la genealogia di Mosè (Es 6,14-27). Il rifiuto del faraone fa scattare l’intervento di Dio, che si impegna a compiere prodigi e segni tali da piegare la volontà del sovrano (Es 6,28 – 7,7). Mosè allora si reca da lui e trasforma il suo bastone in serpente, ma non riesce a convincere il faraone, perché anche i maghi fanno altrettanto (Es 7,8-13).

25. Le piaghe d’Egitto Dopo questo primo segno, Dio colpisce l’Egitto con dieci piaghe, cioè con un crescendo di sciagure che mettono in ginocchio il faraone e tutta la popolazione. La prima di esse è la trasformazione dell’acqua in sangue.

Es 7,14-25

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I

l Signore disse a Mosè: « Il faraone è irremovibile! Egli si è rifiutato di lasciar partire il popolo! Va’ da lui di buon mattino quando scende al Nilo: poniti davanti a lui con in mano il bastone che si è cambiato in serpente e digli: « Il Signore, il Dio degli ebrei, mi ha invitato a dirti: Lascia partire il mio popolo perché possa adorarmi nel deserto. Finora tu non l’hai mai ascoltato, ora dovrai però riconoscere chi è veramente il Signore. Io infatti colpirò con il bastone, che ho in mano, l’acqua del Nilo, e questa si trasformerà in sangue: i pesci moriranno, l’acqua del fiume marcirà e gli egiziani non potranno più berla ». Aronne alzò il bastone e, sotto gli occhi del faraone e dei suoi servi, percosse le acque che erano nel Nilo ed esse si mutarono in

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A. L’epopea della liberazione (Es 1-18)

sangue. I pesci che erano nel Nilo morirono e il Nilo divenne fetido, così che gli egiziani non poterono più berne le acque.Vi fu sangue in tutto il paese d’Egitto. Ma i maghi dell’Egitto, con le loro magie, riuscirono a fare la stessa cosa. Il cuore del faraone si ostinò e non diede loro ascolto, secondo quanto aveva predetto il Signore.

Le dieci piaghe non sono, come spesso si pensa, eventi naturali utilizzati con astuzia dagli israeliti per dimostrare l’intervento di JHWH in loro favore, ma piuttosto episodi leggendari, immaginati dalla tradizione a partire da fenomeni naturali che effettivamente si realizzavano in Egitto. Esse sono raccontate anzitutto come segni per gli israeliti, i quali da esse dovevano e devono imparare a cogliere accanto a sé la presenza invisibile di Dio che sempre privilegia i miseri e gli oppressi. Per gli egiziani le piaghe sono un segno di condanna, ma anche un’offerta di salvezza, in quanto, mettendo in questione i loro progetti di potenza e di sfruttamento dei propri simili, li chiamano a conversione. Non accettando questa sfida, essi provocano la propria rovina.

Il rifiuto del faraone fa scattare le piaghe successive. Prima le acque del Nilo si riempiono di rane. Poi è la volta delle zanzare e dei mosconi. Quindi tutto il bestiame è colpito da morte improvvisa, la pelle degli esseri umani e delle bestie si riempie di pustole purulente, si abbatte sul paese una violentissima grandine con pioggia e tuoni, sopravviene un nugolo di cavallette portate dal vento d’Oriente e, infine, tenebre fittissime ricoprono tutto l’Egitto. Quando una nuova piaga colpisce il paese, il faraone promette di liberare gli israeliti, ma una volta scampato il pericolo, si irrigidisce nuovamente nel suo rifiuto. Infine, Mosè minaccia un’ultima terribile piaga, l’uccisione di tutti i primogeniti (Es 7,19 - 11,10).

Indurimento del faraone A volte, si dice che è Dio stesso a provocarlo. Ciò è tipico dello sfondo epico del racconto, nel quale Dio è immaginato come un combattente che, in un duello all’ultimo sangue, eccita il suo avversario per mostrare più chiaramente la propria superiorità.

Nîsan Mese del calendario lunare in cui cade la Pasqua: esso inizia con l’equinozio di primavera (marzo-aprile). Prima dell’esilio, si chiamava Abib (mese delle « spighe »).

26. La Pasqua e la festa degli Azzimi Dopo l’annunzio della decima piaga, il redattore inserisce un brano nel quale si narra la Pasqua che gli israeliti hanno celebrato il 15 del mese di Nîsan nella notte dell’uscita dall’Egitto. Ma più che l’evento, in esso sono riportate le norme riguardanti la Pasqua ebraica così come era celebrata dopo l’esilio.

M

entre si trovavano ancora in Egitto, il Signore disse a Mosè e ad Aronne: « Questo mese segnerà per voi l’inizio dell’anno. Parlate a tutta la comunità degli israeliti e dite: Il dieci di questo

Es 12,1-17

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II. Dalla schiavitù alla libertà – Esodo

Sacrificio dell’agnello Era praticato dai pastori nomadi nell’equinozio di primavera, prima di mettersi in cammino verso nuovi pascoli: il sangue dell’agnello, spruzzato all’ingresso della tenda, doveva allontanare la minaccia delle potenze avverse.

« In quella notte io passerò per il paese d’Egitto ».

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mese ogni famiglia si procuri un agnello senza difetto. Lo serberete fino al quattordici di questo mese; allora, sul fare del tramonto, tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà. Preso poi un po’ del suo sangue lo porrete sugli stipiti delle case dove verrà mangiato l’agnello. Non lo mangerete crudo, né bollito nell’acqua, ma solo arrostito al fuoco, con azzimi e con erbe amare. Non ne dovete avanzare fino al mattino. Lo mangerete in fretta con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano, pronti a partire. È la Pasqua del Signore. In quella notte io passerò per il paese d’Egitto e colpirò ogni primogenito, uomo o bestia! Il sangue sulle porte sarà il segno che mi permetterà di distinguere le vostre case: vedendolo passerò oltre; nessuno di voi sarà sterminato. Questo giorno sarà per voi un memoriale; per tutte le generazioni lo celebrerete come festa del Signore ». Il Signore parlò ancora e disse: « Per sette giorni voi mangerete pane azzimo. Già dal primo giorno farete sparire il lievito dalle vostre case: anzi, dal primo al settimo giorno, chiunque mangerà cibi lievitati verrà escluso dal popolo d’Israele; nel primo giorno,

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A. L’epopea della liberazione (Es 1-18)

come nel settimo, dovrete tenere un’assemblea: in questi due giorni è proibito lavorare, ma potrete cucinare il cibo necessario. Osservate la festa degli Azzimi, perché in questo stesso giorno io vi ho fatto uscire dall’Egitto ».

In questo testo viene descritta l’origine della principale festa israelitica, la Pasqua (Pesah. ). In essa confluiscono due celebrazioni preesistenti, che consistevano l’una nel sacrificio dell’agnello e l’altra nella consumazione di pane non fermentato (azzimo). Il racconto biblico presenta la Pasqua come un rito prescritto da Dio a Mosè, da celebrarsi non solo in quella notte ma ogni anno, nello stesso periodo, come ricordo (memoriale) dell’uscita dall’Egitto. Il termine « memoriale » (zikkarôn) designa il rito in quanto esso, ricordando l’evento passato, lo rende presente e attuale per coloro che vi partecipano. In altre parole, la liberazione del popolo non è avvenuta una volta per tutte, ma si attua continuamente nella storia mediante il rito con cui il popolo esprime la sua fedeltà ai valori che l’hanno ispirata. Ogni dettaglio del rito assume così un significato simbolico: il sangue dell’agnello ricorda il passaggio di Dio che uccide gli egiziani e salva gli ebrei; le erbe amare, il periodo di schiavitù cui Dio pone fine; gli azzimi, la fretta con cui la cena è stata preparata e consumata prima della liberazione.

Azzimi Festa agricola di primavera in cui i contadini cananei consacravano a Dio le primizie dell’orzo. In essa si consumava solo pane non fermentato, cioè senza aggiunta di pasta del raccolto precedente. Questo uso significava l’inizio di una vita totalmente rinnovata.

Dopo aver riportato un’altra tradizione riguardante la Pasqua, il narratore racconta l’evento decisivo. A mezzanotte, mentre gli israeliti stanno consumando il banchetto pasquale, Dio passa per l’Egitto e fa morire tutti i primogeniti degli egiziani. Il faraone terrorizzato scaccia allora gli israeliti, i quali fuggono prendendo con sé la pasta non ancora lievitata, nonché oggetti d’argento e d’oro, dati loro in dono dagli stessi egiziani, e si mettono in cammino verso Succot. Sono seicentomila, senza contare le donne e i bambini: un numero certamente esorbitante, con cui si vuole esaltare la grandezza del popolo. Erano passati quattrocentotrenta anni da quando Giacobbe e i suoi figli erano scesi in Egitto (Es 12,2131). Si chiude così un’epoca della storia d’Israele, quella della permanenza in Egitto.

27. I primogeniti Nel contesto della Pasqua, in stretto collegamento con l’uccisione dei primogeniti degli egiziani, l’autore riporta una norma che in qualche modo aiuta a capire il contesto culturale in cui questo racconto ha avuto origine.

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II. Dalla schiavitù alla libertà – Esodo

Es 13,1-16

Primogenito Primo figlio maschio, che alla morte del padre diventava il capo della famiglia allargata. Per impedire un’eccessiva suddivisione della proprietà, a lui erano riservati due terzi dell’eredità paterna.

I

l Signore disse a Mosè: « Consacrami ogni primogenito: in Israele il primo parto, sia esso delle donne o degli animali, appartiene a me. Al posto di ogni maschio primogenito dei tuoi figli sacrificherai invece un animale ». Mosè riferì al popolo: « Ricordatevi di questo giorno, nel quale per opera del Signore usciste dall’Egitto: non si mangi ciò che è lievitato. Quando tuo figlio ti chiederà che cosa significa tutto questo, gli dirai: Il faraone non voleva lasciarci uscire dall’Egitto, allora il Signore ha fatto morire ogni primogenito egiziano, sia degli esseri umani sia del bestiame e ha usato tutta la sua potenza per liberarci. Per questo sacrifico al Signore ogni maschio che è nato per primo e riscatto ogni primogenito fra i miei figli ».

Secondo i cananei i primogeniti appartenevano a Dio e perciò dovevano essere sacrificati a lui. Questa concezione era condivisa dagli israeliti, i quali però ritenevano che, sull’esempio di quanto aveva fatto Abramo (Gn 22), fosse loro dovere riscattarli e ridonarli alle loro famiglie. Ai primogeniti competeva in un primo tempo il ruolo sacerdotale, che poi sarà trasferito ai leviti (Nm 8,16). Su questo sfondo culturale non fa meraviglia il fatto che Dio provochi la morte dei primogeniti egiziani: essi appartengono a lui ed egli può disporne come vuole. Nel contesto, il racconto della loro uccisione ha solo lo scopo di esaltare la potenza di Dio. A scapito però della sua misericordia. Nube Simbolo divino, derivante dal fatto che secondo la religione cananea la divinità si manifestava nei fenomeni atmosferici ed era considerata come dispensatrice di fecondità.

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Gli israeliti si mettono in cammino come in una grande processione liturgica guidata dal Signore, simbolicamente raffigurato di giorno in una colonna di nube, e di notte in una colonna di fuoco splendente. A essi si aprono due strade, l’una verso Nord, più diretta ma più pericolosa perché, avendo un’importanza strategica, è presidiata dall’esercito, e l’altra verso Sud, quella che Mosè aveva percorso quando era fuggito a Madian, più lunga e impervia, ma meno sorvegliata. Mosè preferisce quest’ultima. L’itinerario è incerto. Secondo il narratore, da Succot i fuggiaschi giungono a Etan, ai margini del deserto; da qui tornano indietro e si accampano tra Migdol e il mare dei Giunchi. (Es 13,17 - 14,4).

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A. L’epopea della liberazione (Es 1-18)

28. Il passaggio del mar e Presso il mare dei Giunchi ha luogo un evento straordinario, il passaggio del mare da parte dei fuggiaschi. Esso segna il punto di non ritorno nell’epopea della liberazione.

Q

uando il faraone venne a sapere che gli israeliti erano fuggiti, si pentì di averli lasciati andare ed esclamò: « Che cosa abbiamo fatto? Perché li abbiamo lasciati partire? Ora non lavoreranno più per noi! ». Allora si mise a inseguirli con tutti i suoi carri da guerra e li raggiunse nel luogo dove si erano accampati presso il mare. Gli israeliti si accorsero di essere inseguiti e spaventati urlarono a Mosè: « Forse non c’erano sepolcri a sufficienza in Egitto per condurci a morire nel deserto? Potevamo continuare a servire gli egiziani: meglio essere schiavi che morire nel deserto! ». Ma Mosè li rassicurò: « Non temete! Abbiate coraggio e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi: perché gli egiziani che oggi voi vedete, non li rivedrete mai più. Il Signore combatterà per voi! State tranquilli ». Il Signore disse a Mosè: « Prendi il bastone e stendilo sul mare, così aprirai un passaggio nel mare perché gli israeliti possano attraversarlo all’asciutto. Poi indurrò gli egiziani a inseguirvi nel mare, così avrò modo di dimostrare la mia gloria sconfiggendo il faraone e tutto il suo esercito: gli egiziani, capiranno che io sono il Signore! ».

Es 14,5-31

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II. Dalla schiavitù alla libertà – Esodo

Fuoco Anche questo elemento naturale, a motivo della sua capacità distruttiva, era visto come simbolo della potenza divina che opera nel mondo.

Mar Rosso Nome con cui si traduce l’espressione ebraica jam Sûf, che letteralmente significa « mare dei Giunchi ». Esso indica probabilmente i laghi Amari situati nella zona attraversata oggi dal canale di Suez.

Mosè stese il bastone sul mare e per tutta la notte il Signore fece soffiare un forte vento d’Oriente: le acque si divisero e il terreno, in mezzo, rimase asciutto. Gli israeliti attraversarono senza difficoltà il mare; gli egiziani allora li inseguirono con tutti i loro carri da guerra. Ma il Signore disse a Mosè: « Stendi di nuovo il bastone sul mare: le acque si riversino sugli egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri ». Mosè stese la mano sul mare e le acque ritornarono al loro posto sommergendo tutto l’esercito del faraone. Il Signore salvò in modo prodigioso Israele dalla minaccia degli egiziani e il popolo temette il Signore ed ebbe fede in lui e nel suo servo Mosè.

Questo episodio, più che un valore storico, ha un forte significato simbolico: con il passaggio del mare gli israeliti lasciano dietro di sé il loro passato di oppressione e iniziano il cammino verso la libertà. Essi sono chiamati a confidare nella forza di Uno che è più potente di qualsiasi potere umano. Inizialmente hanno paura, poi prendono coraggio, obbediscono a Mosè e alla fine giungono a una fede piena. Si ripete così in termini comunitari l’esperienza di fede che aveva portato Abramo ad abbandonare tutto ciò che possedeva fidandosi esclusivamente della promessa che il Signore gli aveva fatto. Senza fede in Colui che ne è il garante è impossibile affrontare fino in fondo il cammino della libertà.

La forza degli egiziani è annientata e il popolo intona un canto di lode e di riconoscenza al Dio che lo ha salvato (Es 15.1-13). Tra il mar Rosso e la terra di Canaan si stende la penisola del Sinai: è una regione desertica, piena di sabbia e di pietre, con montagne scoscese che superano i 2000 metri. Le oasi e le sorgenti sono rare. Gli israeliti fanno l’esperienza della fame e della sete. Dopo aver lasciato il mar Rosso arrivano a un luogo di nome Mara dove trovano dell’acqua, che però è inquinata. In seguito alle loro proteste, Mosè prende un pezzo di legno, lo getta nell’acqua e questa immediatamente diviene potabile. Gli israeliti arrivano poi a Elim dove si trovano dodici sorgenti d’acqua (Es 15,22-27).

29. La manna Nel deserto ha luogo un altro episodio, che rivela da una parte l’impreparazione del popolo e dall’altra la cura amorosa di Dio, che attraverso le prove lo forma alle dure esigenze della libertà.

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uando levarono l’accampamento da Elim gli israeliti arrivarono nel deserto di Sin, tra Elim e il Sinai. Allora essi protestarono nuovamente con Mosè e Aronne dicendo: « Il Signore poteva farci morire in Egitto quando eravamo seduti davanti a una pentola di carne,mangiando a sazietà! ».Invece voi ci avete fatti venire in questo deserto per farci morire tutti di fame. Il Signore disse a Mosè: « Ho sentito le loro lamentele: voglio metterli alla prova per vedere se sanno vivere secondo la mia legge; al tramonto mangeranno carne e al mattino si sazieranno di pane ». Alla sera uno stormo di quaglie si posò su tutto l’accampamento e al mattino questo si ricoprì tutto di uno strato di rugiada che più tardi scomparve e lasciò sulla superficie del deserto una sostanza fine e granulosa come la brina. Gli israeliti si domandarono: « Man hû? Che cos’è? ». Mosè disse loro: « È il

Es 16,1-36

Manna Specie di gomma bianca in granelli, prodotta nei mesi di giugno-luglio, specialmente sulla costa occidentale della penisola sinaitica, da una pianta chiamata « tamarisco mannifero »: essa si solidifica e al mattino può essere raccolta. Il suo nome viene fatto derivare, mediante una etimologia popolare, dalla domanda: Man hû, « Che cos’è? »

« È il pane che Dio vi dà da mangiare ».

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II. Dalla schiavitù alla libertà – Esodo

pane che Dio vi dà da mangiare ». E ordinò loro di prenderne ogni giorno solo il necessario per la giornata e il venerdì una doppia porzione, affinché servisse anche per il sabato. Alcuni ne presero meno, altri di più, ma chi ne aveva raccolto molto non ne ebbe più degli altri e chi ne aveva raccolto meno ne aveva a sufficienza per sfamarsi. Alcuni ne avevano messo da parte una certa quantità, ma essa si riempì di vermi. Nel sesto giorno essi raccolsero il doppio di quel pane e lo conservarono fino al mattino, come aveva ordinato Mosè e non imputridì. Disse Mosè: « Mangiatelo pure, perché oggi non ne troverete nella campagna. Sei giorni lo raccoglierete, ma il settimo giorno è sabato: non ve ne sarà ». Il popolo dunque riposò nel settimo giorno. Gli israeliti chiamarono « manna » quel cibo, simile a piccoli semi bianchi e con un sapore di focacce di miele, e se ne saziarono nel deserto per quarant’anni, cioè fino a quando giunsero alla terra di Canaan.

Questo racconto, suggerito forse da un fenomeno naturale tipico del deserto, contiene una catechesi sul comandamento che impone il riposo nel settimo giorno (sˇabbat): gli israeliti devono imparare a non confidare nella logica del profitto e dell’accumulo, ma piuttosto a considerare quello che hanno come un dono. Solo così sarà loro possibile condividere il necessario con chi è nel bisogno. Il fatto che Dio provveda il cibo anche per il sabato suggerisce a quanti hanno persone al proprio servizio di garantire loro il necessario anche nel giorno del riposo o quando non sono più in grado di lavorare.

30. L’acqua dalla roccia Nel deserto si fa nuovamente sentire la mancanza di acqua: è questa un’altra occasione di lamentela e di protesta.

Es 17,1-7

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G

li israeliti levarono l’accampamento dal deserto di Sin e dopo varie tappe giunsero a Refidim. In quel posto non vi era acqua da bere per il popolo. Il popolo allora protestò con Mosè e questi implorò l’aiuto di Dio. Dio gli disse: « Vedi quella roccia? Prendi con te alcuni anziani, mettiti accanto a essa davanti al popolo e colpiscila con il bastone con cui hai percosso il Nilo. Io ti sarò vicino e da quella roccia uscirà acqua ». Mosè obbedì e dalla roccia zampillò l’acqua. Quel luogo fu chiamato Massa

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A. L’epopea della liberazione (Es 1-18)

Roccia Lo spezzarsi della roccia permette la fuoruscita dell’acqua da una sorgente naturale. Secondo una leggenda giudaica questa roccia, identificata essa stessa con la sorgente, avrebbe accompagnato gli israeliti durante tutto il tempo delle loro peregrinazioni nel deserto.

« Io ti sarò vicino e da quella roccia uscirà acqua ».

e Meriba (Prova e Litigio) perché gli israeliti avevano protestato e avevano messo in dubbio la presenza del Signore, dicendo: « Il Signore è in mezzo a noi sì o no? ».

Gli israeliti desiderano la libertà, ma non sono disposti a pagarne il prezzo: di fronte alle prove, invece di cercare una via d’uscita, essi sfidano Dio perché intervenga secondo i loro criteri e le loro aspettative. Il narratore critica questo atteggiamento, ma al tempo stesso sottolinea che essi, nonostante i loro errori, possono contare su una forza superiore che li sostiene e li guida.

Il cammino nel deserto contempla anche momenti di violenza: a Refidim gli israeliti sono assaliti dagli amaleciti, ma ne escono vincitori in forza della preghiera di Mosè (Es 17,8-16). Nella stessa località sono raggiunti da Ietro, suocero di Mosè, il quale gli riporta la moglie e i due figli Gherson e Eliezer che, secondo questa tradizione, erano rimasti con la madre. Dietro suo suggerimento, Mosè decide di farsi aiutare, nel governo del popolo, da un consiglio di giudici che risolveranno a nome suo le questioni di ordinaria amministrazione (Es 18,1-27).

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II. Dalla schiavitù alla libertà – Esodo

L’

arrivo degli israeliti a Refidim pone fine al racconto dell’uscita dall’Egitto e delle peregrinazioni del popolo nel deserto. In questo ciclo di tradizioni la liberazione appare come la ripresa del cammino di fede iniziato dai patriarchi, mentre il soggiorno in Egitto viene visto come una lunga battuta d’arresto. La schiavitù aveva provocato negli israeliti una perdita di consapevolezza circa la propria vocazione e, di conseguenza, aveva causato una situazione d’impoverimento non solo materiale ma anche spirituale. Sebbene avessero in comune le tradizioni dei padri e condividessero l’esperienza dell’oppressione, gli israeliti in Egitto non erano un « popolo » in senso proprio. Essi lo diventano, almeno in modo iniziale, quando danno il loro consenso alla liberazione che Mosè propone loro a nome di JHWH e accettano di sfidare l’ira del faraone. Nel deserto fanno l’esperienza di una chiamata interiore che li fa procedere nel difficile cammino, sorretti da un senso di fiducia in Mosè e in tutto ciò che egli rappresenta. Ma il percorso è duro e impegnativo, e i momenti di matura consapevolezza si alternano ad altri di scoraggiamento e di rifiuto. Ora, ai piedi del Sinai, li attende la scelta decisiva, da cui dipenderà il loro destino futuro. Per gli esuli che, dopo alcuni secoli, abbandoneranno la Mesopotamia per ritornare nella terra dei loro padri, le vicende attraverso cui costoro erano passati costituivano il paradigma a cui ispirarsi per superare le dure prove che li aspettavano.

Cantico di Mosè Voglio cantare in onore del Signore: perché ha mirabilmente trionfato, ha gettato in mare cavallo e cavaliere. Mia forza e mio canto è il Signore, egli mi ha salvato. È il mio Dio e lo voglio lodare, è il Dio di mio padre e lo voglio esaltare! Il Signore è prode in guerra, si chiama Signore. I carri del faraone e il suo esercito ha gettato nel mare e i suoi combattenti scelti furono sommersi nel mar Rosso.

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Gli abissi li ricoprirono, sprofondarono come pietra. La tua destra, Signore, terribile per la potenza, la tua destra, Signore, annienta il nemico. Chi è come te fra gli dèi, Signore? Chi è come te, maestoso in santità, tremendo nelle imprese, operatore di prodigi? Stendesti la destra: la terra li inghiottì. Guidasti con il tuo favore questo popolo che hai riscattato, lo conducesti con forza alla tua santa dimora. (Esodo 15,1-6.11-13)

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A. L’epopea della liberazione (Es 1-18)



In Egitto gli israeliti subiscono una dura oppressione, che impedisce loro di essere consapevoli della propria dignità e dei propri diritti. Accettando di mettersi in cammino, essi prendono coscienza di sé e delle proprie possibilità. Nonostante i momenti di scoraggiamento e di rifiuto, essi imparano la dura arte del vivere e del lottare insieme per un ideale comune. La loro esperienza diventa così un modello per tanti popoli oppressi da nazioni straniere o da classi dirigenti egoiste e corrotte.



Il cammino di liberazione è impossibile senza una guida riconosciuta. Mosè è l’uomo che si impegna a condurre gli israeliti lungo il difficile percorso della liberazione. Egli avverte l'urgenza di questo difficile compito non tanto perché è più abile e preparato, ma perché conosce profondamente la miseria e la sofferenza della sua gente. Egli è in grado di condividerla perché per primo ha fatto l’esperienza dell’oppressione e della liberazione.



L’Esodo rivela il vero volto di Dio, un Dio che ascolta il grido dell’oppresso e interviene; un Dio solidale, che si schiera e prende posizione dalla parte degli oppressi. Un Dio che guida con amore il suo popolo, ma vuole che questo abbia fede in lui e non viva invece delle sue paure, dei suoi egoismi e delle false certezze.



Il racconto delle piaghe evoca lo scontro interminabile tra un popolo che vuole « uscire » e un faraone che non lo lascia partire. L'accanimento del faraone significa l'ostinazione con cui i potenti di questo mondo si oppongono ai tentativi di liberazione delle popolazioni oppresse e sfruttate. Ma dimostra anche che nulla può fermare un popolo cosciente e ben formato.

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II. Dalla schiavitù alla libertà – Esodo

B. Elezione e alleanza (Es 19-4 0)

N

ella seconda parte dell’Esodo il cammino di liberazione iniziato con l’uscita dall’Egitto entra in una fase cruciale: ai piedi del monte Sinai, Dio si manifesta agli israeliti e rivela loro le condizioni perché possano raggiungere la libertà piena. Nel racconto di questi capitoli sono riportate le antiche tradizioni riguardanti da una parte la conclusione dell’alleanza (Es 19-24) e dall’altra la sua rottura a motivo dell’adorazione prestata al vitello d’oro e il suo rinnovamento (Es 32-34). Fra queste due sezioni si situano le direttive date da Dio a Mosè sul monte Sinai riguardanti la costruzione del santuario del deserto (Es 25-31), la cui attuazione è descritta poi dopo il racconto dell’alleanza rinnovata (Es 35-40). Si tratta chiaramente di una composizione artificiosa in cui sono sovrapposte tradizioni originariamente autonome e a volte parallele, come il racconto riguardante la conclusione dell’alleanza sinaitica e quello che ne descrive il rinnovamento dopo il peccato, oppure le direttive circa il santuario e la loro esecuzione. Lo scopo di questa composizione è quello di far comprendere che la liberazione è un dono: il popolo se ne priva solo quando si ribella al suo Dio, trasgredendo le norme di vita contenute nell’alleanza. Ma anche nel buio del tradimento resta viva la speranza di un nuovo inizio fondato sulla sua misericordia. Questo pensiero era particolarmente importante durante l’esilio babilonese, quando era facile considerare il ritorno nella terra promessa come un’utopia irrealizzabile. Il racconto dell’alleanza è in parte modellato sul formulario dei trattati che i re dell’antichità facevano con i loro vassalli. Esso comprendeva in sintesi i seguenti punti: 1) autopresentazione del grande re; 2) prologo storico; 3) clausola fondamentale; 4) benedizioni e minacce.

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B. Elezione e alleanza (Es 19-40)

31. L’incontro con

J HWH

Gli israeliti erano partiti dall’Egitto nella notte di Pasqua, cioè nel plenilunio di primavera che nel calendario lunare cade tra marzo e aprile, e terminano il loro viaggio dopo tre mesi, quindi tra maggio e giugno: è questa l’epoca in cui cade la festa di Pentecoste, nella quale in seguito ricorderanno l’incontro con Dio e l’alleanza.

A

l terzo mese dall’uscita dall’Egitto gli israeliti arrivarono davanti al monte Sinai e lì si accamparono. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte e gli disse: « Così dirai agli israeliti: Voi avete visto quello che ho fatto per voi. Or dunque, se ascolterete la mia voce e osserverete la mia alleanza sarete mia proprietà fra tutti i popoli: mia è infatti tutta la terra.Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa ». Mosè convocò gli anziani e riferì loro queste parole e tutto il popolo rispose a una sola voce: « Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo! ». Mosè tornò dal Signore e riferì le parole del popolo. Il Signore disse allora a Mosè: « Ecco io sto per venire da te in una densa nube perché il popolo senta quando ti parlo e creda sempre anche a te ». Il Signore disse ancora a Mosè: « Va’ dal popolo e purificalo oggi e domani: lavino le loro vesti e si tengano pronti per il terzo giorno, perché il terzo giorno il Signore scenderà sul monte Sinai alla vista di tutto il popolo. Fisserai per il popolo un limite dicendo: « Guardatevi dal salire sul monte e dal toccarne le falde ». Al terzo giorno, sul far del mattino, Mosè fece uscire gli israeliti dall’accampamento incontro a Dio. Essi stettero in piedi alle falde del Sinai. Il monte era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore come un fuoco, e tremava fortemente. Mosé parlava a Dio e Dio gli rispondeva con un tuono. Il Signore chiamò Mosè sulla vetta del monte e gli disse di salire con Aronne.

La teofania è il racconto simbolico di una profonda esperienza religiosa, che viene espressa in chiave di alleanza tra Dio e i figli di Israele. Sotto la guida di Mosè costoro prendono coscienza, come già era avvenuto nelle alleanze precedenti (Noè, Abramo), di essere parte di un progetto più grande, all’interno del quale essi avranno un ruolo di primo piano, simile a quello dei sacerdoti, che consiste nell’essere portatori di una nuova concezione di Dio e del suo intervento in questo mondo. Per questo si considereranno un popolo speciale, caratterizzato da una profonda santità.

Es 19,1-20

Pentecoste Festa chiamata in ebraico Sˇavu‘ôt, « Settimane », perché cade sette settimane dopo Pasqua. Originariamente, era una festa agricola (offerta delle primizie del frumento), ma gli israeliti ne hanno fatto il ricordo dell’alleanza e del dono della legge.

Teofania Manifestazione di Dio. Spesso si immagina che Dio si riveli mediante fenomeni atmosferici (luce, nube, fuoco, uragano, terremoto), perché nel contesto culturale cananeo Baal era rappresentato come il dio della tempesta.

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II. Dalla schiavitù alla libertà – Esodo

Decalogo Codice etico posto da Mosè alla base dell’alleanza. Oggi si ritiene che non risalga al grande legislatore, ma che la sua composizione si situi al tempo dell’esilio nell’ambito della tradizione deuteronomistica. Ciò non esclude però che i singoli comandamenti siano molto più antichi.

Es 20,1-17

« Io sono il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù ».

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Il racconto della manifestazione di Dio si interrompe per dare spazio al « decalogo », le dieci parole. Il fatto che sia Dio stesso a pronunziarlo significa che esso rappresenta il documento unico e fondamentale del nuovo rapporto che intende stabilire con Israele.

32. I dieci comandamenti Il decalogo è una raccolta di prescrizioni brevi e tassative (apodittiche), chiamate debarîm, parole, che indicano agli israeliti la via maestra della libertà. Esso si apre con una frase che contiene un breve prologo storico seguito da una formulazione della clausola fondamentale, a cui fanno eco altri nove comandamenti che ne indicano le ripercussioni nella vita di ogni giorno.

Dio allora pronunziò queste parole: « Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù: Non avere altro dio di fronte a me; non fabbricarti alcuna scultura e non farti alcuna immagine (di JHWH). Non servirti del nome di Dio per un giuramento falso. Ricordati di consacrarmi il giorno di sabato: in esso non farai alcun lavoro: né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame e neppure il forestiero che abita presso di te.

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B. Elezione e alleanza (Es 19-40)

Onora tuo padre e tua madre. Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare. Non testimoniare il falso contro il tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo ».

Il decalogo ricorda anzitutto l’intervento di Dio in favore di Israele (prologo storico). A esso fa seguito immediatamente la clausola fondamentale (primo comandamento), che esige dagli israeliti di essere fedeli fino in fondo e sempre al loro Dio, che appare qui come il garante degli ideali che hanno ispirato il loro cammino di liberazione. Ciò significa impegnarsi fino in fondo per tradurre nella vita di ogni giorno, in stretto rapporto con lui, quella libertà che all’inizio è stata un suo dono gratuito. Per questo al primo comandamento, che riguarda il rapporto con Dio, fanno seguito gli altri nove comandamenti che hanno per oggetto i doveri verso il prossimo. Essere veramente liberi significa infatti non solo sottrarsi al potere dell’oppressore, ma anche difendere la libertà e i diritti di tutti, specialmente delle categorie più deboli. Perciò, tutto il decalogo può essere riassunto nel duplice comandamento che prescrive da una parte di amare Dio con tutto il cuore (Dt 6,5) e dall’altra di amare il prossimo come se stessi (Lv 19,18). Esso non è un codice esaustivo di comportamento, ma piuttosto indica i parametri che definiscono il rapporto con Dio in chiave di giustizia nei confronti del prossimo.

Codici Raccolta di leggi religiose, penali e civili simili come forma e contenuto a quelle dei codici dell’antico Medio Oriente. Fra di essi è noto quello di Hammurabi, re di Babilonia (1792-1750 a.C.), le cui leggi sono incise su una stele di pietra recante in alto una raffigurazione di Sˇamasˇ, il dio del sole e della giustizia.

Dopo il decalogo il narratore riporta il brano con cui termina il racconto della teofania (Es 20,18-20). Subito dopo però aggiunge una raccolta di prescrizioni riguardanti la vita concreta, sociale, religiosa e politica del popolo (Es 20,21 - 23,33). Anch’esse vengono da Dio, non però direttamente, ma mediante un intermediario, Mosè. Si tratta dunque di direttive secondarie rispetto a quelle del decalogo. La raccolta è chiamata « codice dell’alleanza »: questa designazione però non è corretta, poiché il vero codice dell’alleanza è il decalogo.

33. Il codice dell’alleanza In questo codice sono mescolate norme formulate in modi diversi. Alcune si ispirano alla forma e ai contenuti del decalogo. Ma la maggior parte di esse sono « sentenze » (misˇpat.îm), in quanto rappresenta-

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II. Dalla schiavitù alla libertà – Esodo no soluzioni date a casi particolari, che sono diventate poi dei precedenti a cui appellarsi ogni volta che capitavano casi simili. Esse si ispirano all’ideale di giustizia delineato nel decalogo, ma sono molto più condizionate dall’ambiente socioculturale in cui sono state formulate. Eccone alcuni esempi.

Es 22,20-26

Es 23,1-8

N

on sfruttate né opprimete lo straniero, perché voi stessi siete stati stranieri in Egitto. Non maltrattate la vedova o l’orfano. Se infatti li maltrattate, quando invocheranno aiuto da me, ascolterò il loro grido, andrò in collera e vi farò morire di spada, così le vostre mogli diventeranno vedove e i vostri figli orfani. Se presti denaro a qualcuno del mio popolo, al povero che vive con te, non devi fare l’usuraio: non devi imporgli alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, devi restituirglielo prima del tramonto del sole, perché il mantello è la sua unica coperta; come potrebbe ripararsi dal freddo quando dorme? Se egli invoca aiuto da me, io ascolterò il suo grido, perché io sono misericordioso. Non spargerai false dicerie; non darai man forte al colpevole diventando testimone in suo favore. Non deporrai in processo seguendo la maggioranza quando va contro la giustizia. Nel suo processo non favorirai nemmeno il debole se risulta colpevole. Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino che si sono dispersi, glieli dovrai ricondurre. Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui ad aiutarlo. Non farai condannare il povero innocente, quando è sottoposto a processo. Ti terrai lontano da ogni parola menzognera. Non far morire l’innocente e il giusto, perché io non assolvo chi si rende colpevole di questo misfatto. Non accetterai doni, perché il dono acceca chi ci vede e fa dire parole false anche ai giusti. Le norme di questo codice sono simili a quelle contenute nei codici dell’antico Medio Oriente. Pur con tutti i limiti tipici di una società arcaica, esse sono improntate a una profonda giustizia. Mentre il decalogo è immutabile, questo codice invece ha in sé un forte carattere di provvisorietà e nella prassi lascerà il posto ad altri codici ana-

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B. Elezione e alleanza (Es 19-40) loghi, elaborati in contesti socioculturali diversi, alcuni dei quali sono conservati anch’essi nella Bibbia. Naturalmente la presenza con uguale autorità di codici diversi creerà problemi non indifferenti ai futuri dottori della legge.

Il codice termina con un testo in cui Dio promette ancora una volta che, se il popolo sarà fedele all’alleanza, entrerà in possesso della terra che aveva promesso ai suoi padri (Es 23,20-33).

Stele Pietra in forma di colonna infissa nel terreno, simbolo della divinità. Nel racconto della conclusione dell’alleanza esse diventano simbolo delle tribù di Israele, quali testimoni degli impegni presi.

34. La conclusione dell’alleanza L’alleanza che Dio ha proposto al popolo viene ora ratificata mediante due riti diversi, che consistono rispettivamente nella condivisione dello stesso sangue e nel banchetto sulla montagna.

I

l Signore disse a Mosè: « Sali verso di me tu e Aronne, Nadab e Abiu e i settanta anziani d’Israele; voi vi prostrerete da lontano, poi Mosè avanzerà da solo verso di me, mentre gli altri non si avvicineranno e il popolo non salirà con lui ». Mosè andò a riferire agli israeliti tutte le parole del Signore e tutte le norme.Tutto il popolo rispose a una sola voce: « Tutte le parole che ha detto il Signore, noi le eseguiremo! ». Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Il giorno dopo, di buon mattino, costruì un altare ai piedi del monte e vi pose attorno dodici stele, una per ogni tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani fra gli israeliti di offrire olocausti e sacrifici di comunione per il Signore.Versò metà del sangue degli animali uccisi in alcuni catini. Con l’altra metà asperse l’altare, quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse ad alta voce davanti al popolo. Gli israeliti dissero: « Tutto quello che ha detto il Signore, noi lo eseguiremo! ». Allora Mosè prese il sangue ne asperse il popolo e disse: « Questo è il sangue dell’alleanza che il Signore conclude con voi sulla base di tutte queste parole! ». Poi Mosè, Aronne, Nadab, Abiu e i settanta anziani d’Israele salirono sulla montagna. Essi videro il Dio d’Israele: sotto i suoi piedi vi era come un pavimento in lastre di zaffiro, azzurro e trasparente come il cielo stesso. Contro i privilegiati degli israeliti non stese la mano: essi videro Dio, e mangiarono e bevvero alla sua presenza.

Es 24,1-10

Libro dell’alleanza Contiene il decalogo (le dieci « parole ») e rappresenta il documento con cui l’alleanza è stata siglata. Altrove si parla delle « tavole della testimonianza », a cui viene attribuito lo stesso significato.

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II. Dalla schiavitù alla libertà – Esodo « Questo è il sangue dell’alleanza che il Signore conclude con voi sulla base di tutte queste parole ».

Quaranta Numero simbolico che richiama l’idea di attesa, penitenza, purificazione in vista di una conquista, di un esercizio per il raggiungimento di una meta a cui si frappongono notevoli prove e difficoltà.

Nel racconto centrale, il sangue, sparso sull’altare e sul popolo, indica la comunanza di vita che si stabilisce tra Dio e gli israeliti. In questa tradizione hanno un posto importante la lettura del decalogo e l’impegno a osservarlo: Dio sarà dalla parte del popolo solo nella misura in cui esso sarà fedele agli obblighi di giustizia in esso contenuti. Nel racconto che fa da cornice, Mosè e i rappresentanti del popolo salgono sulla montagna e lì consumano un banchetto alla presenza di Dio: nella cultura orientale era questo il mezzo più significativo per ratificare patti e trattati. In questo racconto è messo più in luce il carattere unilaterale e gratuito dell’alleanza. Questi due riti indicano anche l’origine e il significato dei sacrifici che saranno compiuti nel tempio: questi non avranno lo scopo di « propiziare » la divinità, come avveniva nelle altre religioni, ma di « ricordare » agli israeliti gli eventi della loro liberazione e l’impegno di osservare i comandamenti che Dio, nel contesto dell’alleanza, aveva dato loro.

Dopo aver compiuto i riti di conclusione dell’alleanza, Mosè sale sul monte, dove si ferma quaranta giorni e quaranta notti per ricevere le tavole della legge. Mentre si trova sul monte gli vengono comunicate le prescrizioni relative al santuario, che formano il tema di una lunga sezione di carattere sacerdotale (Es 25-31). In questa tradizione, secondo la quale l’alleanza di Dio con Israele è già contenuta in quella stabilita con Abramo, gli eventi sinaitici hanno soprattutto lo scopo di conferire al popolo le prescrizioni riguardanti il culto.

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B. Elezione e alleanza (Es 19-40)

35. Il vitello d’oro Gli israeliti, pur avendo accettato il dono dell’alleanza, si rivelano ancora deboli e suggestionabili: alla prima occasione si ribellano trasgredendo il primo comandamento dell’alleanza, che proibiva di farsi immagini di JHWH.

V

edendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna, il popolo si avvicinò ad Aronne e gli disse: « Su, costruisci per noi un dio che ci guidi. Non sappiamo infatti che fine abbia fatto Mosè ». Aronne rispose loro: « Togliete gli orecchini d’oro che pendono agli orecchi delle vostre mogli e delle vostre figlie e portateli a me ». Tutto il popolo portò ad Aronne gli orecchini; egli li ricevette dalle loro mani, li fece fondere e ne ricavò una statua in forma di vitello. Allora disse: « Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto! ». Aronne costruì un altare davanti al vitello e proclamò: « Domani sarà festa in onore del Signore ». Il giorno dopo gli israeliti offrirono sacrifici di comunione e si misero poi a banchettare e a fare festa.

Es 32,1-6

Immagini Gli israeliti non potevano raffigurare il loro Dio sia perché nella loro cultura ciò significava un tentativo di catturarne la potenza, sia perché attraverso le immagini veniva facilmente assimilato alle divinità del mondo circostante.

Nella religione cananea il toro, in quanto simbolo di fecondità, era strettamente collegato con Baal, il dio della tempesta. Gli israeliti non intendono farsi un idolo, ma semplicemente associare JHWH a un’im-

« Il popolo disse ad Aronne: su costruisci un dio che ci guidi ».

Toro Era collegato con Baal, il dio della tempesta e della fecondità. Più che un’immagine della divinità era considerato come la sua cavalcatura.

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II. Dalla schiavitù alla libertà – Esodo magine per loro significativa. Invece di seguire il Dio invisibile, che chiede loro un ossequio basato sulla pratica della giustizia sociale, essi cedono alla tentazione di fare di lui un docile strumento dei propri desideri. E di fatto il culto che gli prestano è quello tributato solitamente alle divinità cananee, con lo scopo di ottenere la fecondità dei campi e degli animali. In questo episodio viene proiettato alle origini una pratica molto diffusa in Israele, che sarà condannata dai profeti come il peccato per eccellenza del popolo (cfr. 1Re 12,28).

Volto di Dio Secondo la Bibbia, Dio è invisibile. Perciò, la visione del volto di Dio è un’immagine per indicare un’esperienza profonda della sua presenza.

Dio informa Mosè dell’accaduto e gli manifesta l’intenzione di distruggere il popolo; Mosè allora intercede per Israele e Dio si pente del male che aveva pensato di fare al popolo. Ciò significa che, anche dopo l’infedeltà più grande, resta aperta la possibilità di riprendere la strada della liberazione. Quando poi, scendendo dalla montagna con in mano le tavole dell’alleanza, Mosè vede con i suoi occhi il vitello d’oro, si adira, spezza le tavole e riduce il vitello in polvere che sparge nell’acqua, facendola poi bere ai colpevoli. L’alleanza è rotta: a questo seguono altri castighi e, infine, Dio si rifiuta di guidare personalmente il popolo nel cammino verso la terra promessa. Ma dietro richiesta di Mosè, Dio si rivela a lui e accetta di restare presente in mezzo al suo popolo (Es 32,7 - 33,23).

36. L’alleanza rinnov ata Mosè chiede a Dio di poter contemplare il suo volto, ma ottiene solo di vedere le sue spalle: Dio è inaccessibile all’essere umano. Poi sale sulla montagna per rinnovare l’alleanza con JHWH.

Es 34,1-16

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I

l Signore disse a Mosè: « Taglia due tavole di pietra come quelle che hai spezzato: io scriverò su queste le parole che avevo scritto sulle prime. Tieniti pronto: domani mattina salirai sul monte Sinai e rimarrai lassù, nessuno ti accompagni ». Mosè tagliò due tavole di pietra come le prime e salì sul monte Sinai. Il Signore si manifestò in una nube, si fermò vicino a Mosè e disse: « Io sono il Signore, il Dio misericordioso, clemente, lento all’ira e ricco di una fedeltà indefettibile. Conservo la mia fedeltà per migliaia di generazioni, e perdono le disobbedienze, i delitti e i peccati. Ma non lascio senza punizione chi pecca e castigo la colpa dei padri nei loro figli fino alla terza e alla quarta generazione ». Mosè si prostrò fino a terra e disse: « Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi.

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B. Elezione e alleanza (Es 19-40)

Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: Fa’ di noi la tua eredità ». Il Signore disse a Mosè: « Ecco, stabilisco un’alleanza con voi e farò meraviglie quali non furono mai compiute in nessun paese e in nessuna nazione: osserva dunque ciò che io oggi ti comando. Io scaccerò l’amorreo, il cananeo, l’hittita, il perizzita, l’eveo e il gebuseo. Guardatevi bene dal fare alleanza con gli abitanti del paese nel quale state per entrare: anzi, distruggete i loro altari, spezzate le loro stele e togliete i loro pali sacri.Voi non dovete prostrarvi ad altro Dio perché io, il Signore, sono un Dio geloso ».

Volto di Mosè Era raggiante quando Mosè parlava al popolo. Non si sa da dove derivi questa leggenda, ma è chiaro che vuole mettere in luce simbolicamente la sua autorevolezza, che gli deriva dall’incontro con JHWH e si manifesta quando comunica le sue direttive al popolo.

Questa tradizione, che originariamente era forse un racconto autonomo dell’alleanza, è collocata dopo l’esperienza del peccato perché mette in primo piano la bontà di Dio: egli è misericordioso (rah.ûm), come una madre con i suoi figli, e al tempo stesso clemente (h.anûn, disposto a far grazia) e poco propenso ad adirarsi, cioè a punire. Egli possiede in massimo grado la stabilità (’emet) nella fedeltà (h.esed) e perdona ogni tipo di mancanze (disobbedienze, delitti e peccati). In casi estremi interviene per punire la colpa, ma il suo castigo, che dura solo per tre o quattro generazioni (quelle cioè che convivevano nella famiglia patriarcale), è nulla rispetto alla sua grazia, che si estende invece per migliaia di generazioni. La bontà di Dio non annulla dunque la responsabilità dell’essere umano, cioè non impedisce che il peccato comporti conseguenze dolorose per il colpevole e per coloro che appartengono al suo gruppo. Ma al di là del peccato e delle sue conseguenze (attribuite metaforicamente a un intervento divino), resta sempre disponibile la misericordia di Dio. Questo testo è prezioso perché aiuta a superare l’immagine di JHWH come un Dio permaloso e vendicativo. È sulla fiducia in lui che si basa l’alleanza rinnovata, la quale è accompagnata dalla promessa della terra, come benedizione speciale di Dio al suo popolo.

Nel contesto dell’alleanza rinnovata, viene inserita dal redattore finale una serie di dodici comandamenti che riguardano in gran parte la sfera del culto, e in particolare le feste di Israele, l’offerta dei primogeniti, il sabato (Es 34,11-28). Dopo il rinnovamento dell’alleanza, Mosè discende dal monte con il viso raggiante (Es 34,29-35): è questo un segno del suo rapporto con Dio e dell’autorevolezza di cui era investito quando si rivolgeva al popolo in suo nome. Poi si mette all’opera, facendo costruire tutti gli strumenti del culto secondo le disposizioni ricevute precedentemente (Es 35-39).

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II. Dalla schiavitù alla libertà – Esodo

37. Il santuario del deserto Le due lunghe sezioni riguardanti la costruzione del santuario sfociano in un brano conclusivo, nel quale viene descritta in sintesi la struttura del santuario portatile, che avrebbe accompagnato gli israeliti durante le loro peregrinazioni nel deserto.

Es 4 0,18-35

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M

osè eresse la dimora: ne pose le basi, le assi e le traverse, alzò le colonne e sopra stese la tenda. Prese poi le tavole della legge e le collocò dentro l’arca; quindi mise le stanghe all’arca e la ricoprì con il suo coperchio. Poi introdusse l’arca nella dimora e stese la cortina che doveva nasconderla agli occhi della gente. Nella tenda dell’incontro invece, sul lato Nord, pose la tavola sulla quale collocò in ordine i pani offerti al Signore. Di fronte alla tavola, sul lato Sud, collocò il candelabro, e vi accese le lampade in onore del Signore. Collocò poi l’altare d’oro davanti alla cortina e bruciò su di esso l’incenso profumato. Stese, infine, un’altra cortina all’ingresso della tenda dell’incontro. Di fronte a essa, all’esterno, collocò l’altare per i sacrifici e offrì su di esso l’olocausto e l’offerta. Collocò la vasca tra la tenda dell’incontro e l’altare e vi mise dentro l’acqua per le abluzioni: con quell’acqua Mosè, Aronne e i suoi figli si lavarono le mani e i piedi. Si purificavano così ogni volta che entravano nella tenda dell’incontro e quando si avvicinavano all’altare, come il Signore aveva ordinato a Mosè.

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B. Elezione e alleanza (Es 19-40)

Infine, Mosè eresse il recinto del cortile intorno alla dimora e all’altare, e mise una cortina anche all’ingresso del cortile. Così Mosè terminò l’opera. Allora la nube coprì la tenda dell’incontro e la gloria del Signore riempì la dimora. Mosè non poté più entrare nella tenda dell’incontro perché su di essa dimorava la nube e la gloria del Signore riempiva la dimora.

In senso proprio la dimora (misˇkan, detta anche debîr) era il luogo più santo (« Santo dei santi », ovvero « santissimo »), in quanto si riteneva che in essa dimorasse JHWH, seduto sull’arca dell’alleanza come un re sul suo trono. Nella dimora poteva entrare solo il sommo sacerdote una volta all’anno, nel giorno del Kippûr. La tenda dell’incontro (detta anche hêkal) era invece il luogo dove entrava quotidianamente il sacerdote di turno per compiere i riti ordinari. In essa si trovavano il candelabro (menôrâ), l’altare dell’incenso e la tavola con i pani detti della « proposizione ». L’idea di un luogo in cui Dio abita è mutuata dalle religioni dell’antico Medio Oriente. Essa perciò viene adattata all’intuizione originaria di Israele, secondo cui Dio abita in mezzo al suo popolo e si manifesta nelle vicende della sua storia (cfr. 2Sam 7,5-7): è vero, Dio abita invisibile nel santuario, ma a condizione che il popolo sia fedele ai suoi comandamenti (cfr. Ez 10,18-22).

Arca dell’alleanza Contenitore in forma di cassa munita di stanghe per il trasporto. In essa, secondo la tradizione, erano state deposte le tavole di pietra, su cui erano scritti i comandamenti. Era chiusa superiormente da un coperchio d’oro puro, chiamato « espiatorio » (kapporet), sormontato da due cherubini: su di esso si riteneva che sedesse, come su un trono, il Dio invisibile.

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II. Dalla schiavitù alla libertà – Esodo

L’

esodo è un evento che può apparire del tutto normale, una delle tante migrazioni avvenute nella storia. Ma nel corso del tempo esso si arricchisce di nuovi significati. E così si scopre che « uscire » da una schiavitù è un « dono » di Dio, perché Dio non si identifica con un potere come quello del faraone. Da ciò si deduce che l’essere umano è fatto per essere libero da qualsiasi potere umano, per restare « in cammino » alla ricerca della sua vera terra, che si trova al di là di tutte le realtà materiali e terrene. Per gli autori biblici il periodo del deserto, più che un susseguirsi di fatti ben documentabili, rappresentava un’epoca emblematica, un luogo simbolico. Nel deserto Israele è messo alla prova perché possa sperimentare fino in fondo la sua incapacità e i suoi limiti. Proprio per questo il deserto, con le sue asprezze e il silenzio di Dio, è anche il luogo, reale e simbolico, dell’incontro con Dio e della scoperta di sé. Chi vuole « vivere » in modo responsabile e cosciente deve abbandonare se stesso e i suoi idoli e rapportarsi continuamente a colui che è il Tutto. L’esodo appare così non semplicemente come un evento del passato, ma come una realtà attuale, che ognuno può ricreare nel suo « oggi » e rivivere con impegno e speranza, assumendo pesanti responsabilità che si concretizzano nell’osservanza degli esigenti comandamenti di Dio. Attraverso l’esperienza del deserto risulta chiaro che questi consistono essenzialmente in un impegno fattivo per la libertà del singolo e di tutti gli esseri umani. Se Dio invita Israele a divenire il suo popolo, ciò non deve essere visto come un’ingiustizia nei confronti degli altri popoli. L’elezione non è un privilegio, ma piuttosto una missione speciale che Israele ha colto nei suoi rapporti con Dio, perché « del Signore è la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti » (Sal 24,1; cfr. Es 19,5). Questo concetto diventerà sempre più chiaro nel contesto dell’esilio, quando Israele sarà disperso fra le nazioni. Allora l’esperienza di un popolo verrà messa a diposizione di tutti, perché possano imparare che a Dio non si va con riti e formule magiche, ma lottando per la libertà e i diritti dei propri simili.

Dio è fedele alle sue pr omesse Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie; salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia; egli sazia di beni i tuoi giorni e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.

Il Signore agisce con giustizia e con diritto verso tutti gli oppressi. Ha rivelato a Mosè le sue vie, ai figli d’Israele le sue opere. Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe. (Salmo 103,2-8.10)

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B. Elezione e alleanza (Es 19-40)



La storia è il luogo privilegiato in cui l'essere umano prende coscienza di sé e della necessità di intraprendere un cammino di liberazione. Questo però non dipende da lui, ma corrisponde a un progetto che lo trascende, in quanto riguarda tutto l'essere umano e tutta l’umanità.



Per crescere nella responsabilità l'essere umano ha bisogno di un codice di riferimento. È questo il senso del decalogo che deve essere letto nel contesto storico e teologico della liberazione: non una legge rigorosa, ma una prospettiva e un ambito in cui scoprire in modo sempre nuovo e creativo i rapporti interpersonali e sociali.



I dieci comandamenti o « dieci parole » esprimono anche ciò che permette agli esseri umani di vivere insieme, di dar vita a istituzioni giuste, che rispettino la dignità di tutti. Ma soprattutto essi indicano una direttiva di marcia, lungo la quale tutta l’umanità è chiamata a ricercare sempre nuove forme di convivenza civile e democratica. Per il loro carattere essenziale e indispensabile essi sono visti come il dono più grande che Dio fa a un popolo e a tutta l’umanità.



Nel racconto sinaitico Israele presenta se stesso come un popolo chiamato a un rapporto privilegiato con Dio che, in base al linguaggio dell’epoca, è descritto come un’alleanza. Questa concezione implica grandi potenzialità, quali il coraggio di superare tutte le difficoltà per giungere al possesso di una terra fertile. Resta però il rischio di giustificare in nome di Dio un esclusivismo che, quando si presenta l’occasione, diventa facilmente causa di soprusi verso altri popoli.

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III

Verso la terra promessa Levitico e Numeri

I

l terzo e il quarto libro del Pentateuco sono accomunati dal fatto che ambedue riportano racconti riguardanti il soggiorno degli israeliti presso il monte Sinai e soprattutto norme legali che JHWH avrebbe comunicato loro in quel contesto. Il terzo libro è stato intitolato dai traduttori greci Leuitikos, « Levitico », perché contiene prevalentemente disposizioni riguardanti il culto, di cui erano incaricati i membri della casta sacerdotale, appartenenti alla tribù di Levi. In ebraico, è chiamato con la parola iniziale Wajjikra’, « E (il Signore) chiamò ». Il titolo greco del quarto libro è Arithmoi, « Numeri »: esso è dovuto alle numerose indicazioni numeriche che vi sono contenute, soprattutto nella parte iniziale, riguardante il censimento degli israeliti. Anche in esso si trovano numerose disposizioni liturgiche ambientate nel contesto del Sinai, ma in più si narrano, nella seconda parte, le peregrinazioni degli israeliti nel deserto dal Sinai fino alle steppe di Moab. In ebraico, questo libro è chiamato con la parola iniziale Bamidbar, « Nel deserto ». In base al loro contenuto i due libri si dividono in due parti: A. Ai piedi del Sinai: prescrizioni rituali (Lv 1-27; Nm 1-10) B. Dal Sinai alle steppe di Moab (Nm 11-36).

Le disposizioni rituali contenute nei due libri, pur essendo a volte suggerite da riti più antichi, rispecchiano la mentalità e la pratica cultuale del postesilio, quando oramai i giudei formano una comunità dedita al culto, radunata intorno al tempio e guidata dai sacerdoti. Anche i racconti in essi riportati, pur utilizzando materiale tradizionale, sono stati redatti dopo l’esilio in funzione dei problemi religiosi e sociali propri di quell’epoca.

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III. Verso la terra promessa – Levitico e Numeri

A. Ai piedi del Sinai: prescrizioni rituali (Lv 1-27; Nm 1-10)

L

e disposizioni contenute nel Levitico e nella prima parte del libro dei Numeri hanno tutte a che fare con la sfera del culto. Nel libro dell’Esodo erano state riportate le direttive divine riguardanti la configurazione del santuario del deserto, la cui costruzione è attribuita a Mosè. In questi due libri si presuppone l’esistenza del santuario e si descrive nei dettagli la liturgia che in esso doveva svolgersi nonché il ruolo assegnato ai sacerdoti. Il Levitico si apre con una sezione riguardante i sacrifici offerti nel santuario (Lv 1-7); in un’altra sezione si descrive l’investitura dei sacerdoti (Lv 8-10); vengono poi presentate le norme riguardanti la purezza rituale (Lv 11-16); la sezione successiva contiene un codice che, in base alla finalità a cui tendono le norme in esso contenute, viene chiamato « codice di santità » (Lv 17-26). Il libro termina con un’appendice relativa ai voti (Lv 27). Mentre le prime tre parti si caratterizzano per il loro stile descrittivo, il « codice di santità » assume un tono più tipicamente esortativo. La prima parte dei Numeri (Nm 1-10) contiene invece una strana mescolanza di leggi per lo più cultuali e di racconti. In esso è riportato anzitutto il risultato del censimento degli israeliti (Nm 1-4); segue poi una sezione in cui sono raccolte leggi e disposizioni rituali riguardanti situazioni diverse (Nm 5-8); infine, si racconta la celebrazione della prima Pasqua dopo l’uscita dall’Egitto e la partenza dal Sinai (Nm 9-10).

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A. Ai piedi del Sinai: prescrizioni rituali (Lv 1-27)

38. L’olocausto Il primo tipo di sacrificio descritto nel Levitico è l’olocausto, così chiamato in greco perché in esso la vittima era totalmente bruciata in onore di JHWH. In ebraico esso è denominato ‘ôla ˆ, « ciò che sale » (a Dio).

I

l Signore chiamò Mosè e dalla tenda del convegno gli disse: « Parla agli israeliti e riferisci loro: « Quando uno di voi vuole fare un’offerta al Signore, può scegliere la vittima fra il bestiame grosso o fra quello piccolo. Se l’offerta è un olocausto di grosso bestiame, egli offrirà un maschio senza difetto per ottenere il favore del Signore. Poserà la mano sulla testa della vittima e il Signore accetterà la sua

Lv 1,1-9

Riti sacrificali I riti israelitici erano simili a quelli delle popolazioni circonvicine. Cambiava invece il significato. Mentre per i cananei erano un mezzo per propiziare la divinità, per Israele avevano lo scopo di ricordare l’alleanza e ristabilire la comunione con JHWH.

« Poserà la mano sulla testa della vittima e il Signore accetterà la sua offerta ».

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III. Verso la terra promessa – Levitico e Numeri

Imposizione delle mani Gesto compiuto sul capo della vittima da parte dell’offerente, con il quale egli indicava non il trasferimento a essa dei propri peccati, ma il diritto di proprietà a cui in quel momento rinunziava. Solo nel caso del capro emissario il gesto indicava un trasferimento dei propri peccati all’animale, il quale però, proprio per questo motivo, non veniva sacrificato, ma inviato nel deserto.

offerta. Poi immolerà il capo di bestiame grosso davanti al Signore e i sacerdoti,figli di Aronne, offriranno il sangue e lo spargeranno intorno all’altare. La vittima sarà tagliata a pezzi. I figli del sacerdote Aronne accenderanno un fuoco sull’altare e vi porranno della legna; metteranno i pezzi di carne sopra la brace, con la testa e le parti grasse. Le viscere e le zampe dell’animale saranno lavate con acqua, poi uno dei sacerdoti farà bruciare tutto sull’altare.

L’olocausto è il sacrificio più perfetto perché tutta la carne della vittima è donata a Dio. In esso, come negli altri sacrifici, non ha particolare importanza l’uccisione della vittima, che è demandata all’offerente o ai leviti. È assente del tutto l’idea che alla vittima fosse trasferito il peccato dell’offerente e quindi ricadesse su di essa la pena di morte che a lui spettava. Il ruolo del sacerdote consiste principalmente nel rito del sangue, interpretato come un ricordo del primo sacrificio, con il quale era stata conclusa l’alleanza ai piedi del Sinai (cfr. Es 24,6). Di conseguenza nel sacrificio non è l’essere umano che « propizia » la divinità, ma è Dio stesso che, mediante il sacerdote, manifesta la sua misericordia verso il suo popolo e rinforza l’alleanza con esso. Il sacrificio aveva l’effetto di eliminare non tutti i peccati, ma solo quelli « involontari », cioè le trasgressioni delle norme rituali commesse per inavvertenza dal sommo sacerdote o dai membri della comunità. Per la trasgressione volontaria dei comandamenti vi era invece la pena di morte, comminata da un tribunale o da Dio stesso, il quale però poteva perdonare il peccatore se questi riconosceva il suo errore.

Accanto all’olocausto sono descritti altri due tipi di sacrificio: 1) il « sacrificio di comunione » (Lv 3,1-5) nel quale solo una parte dell’animale veniva bruciata, mentre la restante era divisa tra il sacerdote e l’offerente che la consumava nel recinto del tempio con i suoi parenti ed amici; 2) il « sacrificio espiatorio » (Lv 4,27 - 32), molto simile all’olocausto, il cui scopo specifico era l’espiazione dei peccati. In seguito viene approfondita la descrizione di questi sacrifici e dei compiti che in essi svolgevano i sacerdoti (Lv 5-7).

39. L’in v estitura dei sacer doti L’esercizio del culto in Israele era strettamente collegato alla funzione sacerdotale, la cui origine è fatta risalire a un’esplicita volontà di Dio che avrebbe scelto per questo compito la tribù di Levi, in sostituzione dei primogeniti cui originariamente spettava. Il Levitico racconta l’investitura del primo sacerdote, Aronne.

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A. Ai piedi del Sinai: prescrizioni rituali (Lv 1-27)

M

osè fece venire Aronne e i suoi figli e li invitò a fare un bagno rituale. Rivestì Aronne con la tunica, lo cinse della cintura, gli pose addosso il manto con l’efod, e gli legò dietro la schiena i legacci dell’efod. Gli mise anche il pettorale, nel quale pose gli urim e i tummim. Poi gli mise in capo il turbante e, sul davanti del turbante, pose la lamina d’oro, il sacro diadema, come il Signore gli aveva ordinato. Mosè prese l’olio dell’unzione e lo usò per consacrare la dimora e tutto quel che essa conteneva. Fece sette aspersioni d’olio per consacrare l’altare, i suoi accessori, la vasca per le purificazioni e la sua base. Versò l’olio dell’unzione sul capo di Aronne per consacrarlo. Poi ordinò ai figli di Aronne di avvicinarsi: li rivestì delle loro tuniche, li cinse con le cinture e legò sul loro capo il turbante, come il Signore aveva comandato.

Lv 8,4-13

« Poi ordinò ai figli di Aronne di avvicinarsi e li rivestì delle loro tuniche ».

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III. Verso la terra promessa – Levitico e Numeri Il lebbroso è considerato impuro: un’indebita esclusione.

Lebbra Nell’antichità si designavano con questo nome non solo la lebbra propriamente detta, ma diverse malattie della pelle, molte delle quali erano guaribili. L’impurità della lebbra derivava forse dalla ripugnanza che provocano le piaghe e le deformazioni che essa produce.

La funzione sacrificale è compito specifico dei sacerdoti. In quanto rappresentanti di Dio, essi assumono dopo l’esilio la guida non solo religiosa ma anche politica della comunità giudaica. A differenza del profetismo, fondato su un dono carismatico, il sacerdozio era privilegio di alcune famiglie che pretendevano di discendere da Aronne, fratello di Mosè, e veniva trasmesso di padre in figlio. Ai sacerdoti spettava pronunziare la benedizione su tutto il popolo (cfr. Nm 6,22-27, p. 96). Carne di maiale È considerato come l’animale impuro per eccellenza, la cui carne quindi non poteva essere consumata. I motivi probabilmente non sono di carattere igienico, ma religioso. Sembra infatti che il mangiare carne suina facesse parte di riti superstiziosi o pagani.

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La sezione dedicata ai sacerdoti contiene, dopo il racconto della consacrazione di Aronne, una serie di regole riguardanti l’esercizio del culto e il comportamento dei ministri. Nella sezione successiva (Lv 11-16) sono riportate le leggi relative al puro e all’impuro. Sono impuri certi tipi di animali, come il maiale, le cui carni perciò non possono essere mangiate. Vi sono poi diverse situazioni che generano impurità: il parto, certe malattie come la lebbra, i rapporti sessuali, le perdite dagli organi genitali. L’impurità non comportava una colpa morale, ma riguardava esclusivamente la componente fisica della persona, rendendola non idonea al culto. Perciò chi aveva contratto un’impurità doveva sottoporsi a speciali riti di purificazione, che vengono descritti nei dettagli. L’impurità diventava peccato in senso proprio se veniva contratta volontariamente o se chi l’aveva contratta per inavvertenza, una volta resosi conto, non si sottoponeva ai riti prescritti.

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A. Ai piedi del Sinai: prescrizioni rituali (Lv 1-27)

4 0. La festa del Kipp^ ur A volte le impurità, contratte per inavvertenza, non diventavano consapevoli e, di conseguenza, non potevano essere rimosse. Per eliminare tutte queste impurità è stata introdotta una festa annuale chiamata Kippu ˆ r (espiazione), nella quale veniva fatto un sacrificio speciale. Essa contemplava diversi riti, dei quali i più importanti erano quelli in cui si faceva uso di due capri.

A

ronne prenderà due capri dalla comunità degli israeliti. Poi li farà stare davanti al Signore all’ingresso della tenda del convegno e getterà le sorti per vedere quale dei due debba essere del Signore e quale di Azazel. Quindi immolerà il capro destinato al sacrificio espiatorio per i peccati del popolo, porterà il sangue al di là della tenda di separazione e aspergerà con esso il coperchio dell’arca. Così purificherà questo luogo santissimo dallo stato di impurità causato dalle disubbidienze e dalle colpe degli israeliti. Poi farà la stessa cerimonia nel resto della tenda dell’incontro, perché essa è eretta in mezzo a gente impura. Nessuno deve trovarsi nella tenda dal momento in cui Aronne entra nel luogo santissimo per la cerimonia di purificazione fino a quando egli non è uscito. Dopo aver terminato, Aronne lascerà la tenda e si dirigerà verso l’altare situato davanti a essa e metterà un po’ di sangue del capro su ogni angolo sporgente dell’altare. Intingerà un dito nel sangue e farà sette aspersioni sull’altare per purificarlo dallo stato di impurità causato dalle colpe degli israeliti e per ridargli il suo carattere sacro. Quando Aronne avrà terminato la cerimonia della purificazione del luogo santissimo, del resto della tenda dell’incontro e dell’altare, farà portare il capro ancora vivo. Metterà le mani sulla sua testa e confesserà sopra di esso tutte le iniquità degli israeliti e tutte le loro trasgressioni, e li riverserà sulla testa del capro. Poi lo lascerà andare verso il deserto, e il capro porterà così tutti i peccati d’Israele in un luogo arido e deserto. Poi Aronne ritornerà alla tenda dell’incontro; là si toglierà i vestiti di lino che portava per entrare nel luogo santissimo. Farà un bagno in un luogo santo e rivestirà i suoi abiti normali. L’uomo che ha condotto nel deserto il capro destinato ad Azazel, si laverà i vestiti e farà un bagno prima di rientrare nell’accampamento.

Lv 16,5-26

Sangue Non può essere consumato dall’uomo. Esso era usato nei sacrifici come elemento unitivo in quanto, essendo simbolo della vita, esprime il rapporto vitale che si stabilisce tra Dio e l’essere umano. Ripristinando questo rapporto una volta che è stato rotto, il sangue effettua l’espiazione dei peccati (cfr. Lv 17,11).

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III. Verso la terra promessa – Levitico e Numeri

Santità È un attributo divino, in forza del quale Dio è al di là di ogni limite sia fisico che morale della sua creatura. Dio comunica la sua santità al popolo eletto stabilendo con esso un rapporto di alleanza.

In forza della sua funzione, il primo dei due capri, quello che veniva immolato è detto « capro espiatorio » mentre quello che era inviato nel deserto è chiamato « capro emissario ». Dalla confusione tra i due è derivata l’idea secondo cui la vittima dei sacrifici era uccisa al posto del peccatore, ma ciò non è corretto perché il capro emissario, su cui erano riversati i peccati, non era sacrificato a Dio, ma inviato « al diavolo » con il suo carico di peccati. Invece il sangue del capro espiatorio era portato dal sommo sacerdote, discendente di Aronne, fino all’interno del santuario, nel « Santo dei santi », dove veniva asperso sul coperchio dell’arca dell’alleanza, detto « espiatorio » (kapporet). La cerimonia del Kippu ˆ r era l’unica occasione dell’anno in cui ciò si verificava. Inizialmente, lo scopo del Kippûr era piuttosto limitato perché riguardava solo l’eliminazione delle impurità rituali. In seguito, questo rito fu visto come il mezzo con cui Dio perdona tutti i peccati del suo popolo (Lv 16,16).

L’ultima parte del Levitico è una raccolta di disposizioni legali chiamata « codice di santità » (Lv 17-27) perché si ispira a questa massima: « Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo » (Lv 19,2). Dio è santo e perciò tutto il popolo da lui scelto è « una nazione santa » e al tempo stesso è chiamato a vivere in un modo conforme alla santità di Dio. La sezione contiene l’elenco di ciò che comporta nella vita quotidiana l’essere una nazione santa. Anzitutto si parla dei sacrifici e dell’uso del sangue (Lv 17), a proposito del quale si dice: « La vita della carne è nel sangue. Perciò vi ho concesso di porlo sull’altare in espiazione per le vostre vite; perché il sangue espia, in quanto è la vita » (Lv. 17,11): in altre parole, il sangue elimina il peccato perché significa la comunanza di vita tra Dio e il popolo. Viene poi elencata una serie di proibizioni sessuali (Lv 18).

41. La legge di santità All’inizio di Lv 19 viene riportata una serie di prescrizioni etiche simili a quelle del decalogo, all’interno delle quali vengono inserite alcune disposizioni cultuali. Al termine della lista si trova questo brano.

Lv 19,11-18

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N

on ruberai né userai inganno o menzogna a danno degli altri. Non giurerai il falso servendoti del mio nome; perché profaneresti il nome del tuo Dio. Non opprimerai il tuo prossimo, né lo spoglierai di ciò che è suo; il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo. Non disprezzerai il sordo, né metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio. Non commetterai ingiustizia in giudizio; non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo

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A. Ai piedi del Sinai: prescrizioni rituali (Lv 1-27)

prossimo con giustizia. Non andrai in giro a spargere calunnie fra il tuo popolo né coopererai alla morte del tuo prossimo. Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti renderai responsabile del suo peccato. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore. Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli farai torto. Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterai come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso perché anche tu sei stato forestiero nel paese d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio.

L’amore rappresenta la meta a cui tendono tutti i comandamenti. Per essere vero, l’amore però deve estendersi non solo al vicino (prossimo) ma anche al lontano, all’estraneo (forestiero). Solo amando l’altro ciascuno consegue quella santità che Dio ha messo a disposizione di tutto il popolo.

La sezione prosegue elencando da una parte i castighi per diversi generi di colpe (Lv 20) e dall’altra le esigenze specifiche della santità (Lv 21-22). Vengono poi riportati un calendario liturgico (Lv 23) e un elenco di prescrizioni rituali complementari (Lv 24).

Lv 19,33-34

Forestiero Straniero che aveva posto la sua residenza in terra di Israele. Facilmente si assimilava agli israeliti accettandone la religione. Perciò, in greco, questo termine è stato tradotto con « proselite », che indica il « gentile » che si converte all’ebraismo.

42. Anno sabbatico e Giubileo Nella legge di santità è assegnato un posto speciale a certi anni che svolgono un ruolo particolare nella vita religiosa di Israele. Essi sono l’anno sabbatico e il Giubileo.

S

ul monte Sinai, il Signore disse agli israeliti per mezzo di Mosè: « Quando sarete entrati nel paese che sto per darvi,la terra dovrà avere il suo sabato consacrato al Signore. Per sei anni potrete seminare i vostri campi, potare le vostre vigne e raccogliere i prodotti; ma il settimo anno sarà come un sabato, un riposo assoluto per la terra: non dovrete seminare i vostri campi, né potare le vostre vigne. Lascerete passare sette periodi di sette anni, ossia quarantanove anni. Poi, il dieci del settimo mese, nel grande giorno del perdono dei peccati, farete risuonare in tutta la vostra terra il suono del corno accompagnato da grida di gioia. Dichiarerete santo il cinquantesimo anno, e proclamerete la liberazione per tutti gli abitanti. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo. In questa occasione, ciascuno di voi

Lv 25,1-11

Giubileo Questo termine deriva dall’ebraico jôbel, che significa « corno di montone », perché proprio con il suono del corno si dava inizio all’anno giubilare.

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III. Verso la terra promessa – Levitico e Numeri

potrà rientrare in possesso delle sue terre e ritornare nella famiglia. È così che voi ogni cinquant’anni celebrerete il Giubileo ».

In base al principio secondo cui la terra appartiene a Dio (cfr. Lv 25,23), nel settimo anno (anno sabbatico) essa deve rimanere incolta e i prodotti spontanei devono andare ai poveri; nel quarantanovesimo anno (Giubileo) invece viene proclamata la liberazione degli schiavi e la restituzione dei beni confiscati: tutti ritornano alla propria terra e i più ricchi sono tenuti a restituire il surplus accumulato. Lo scopo di queste due istituzioni è quello di creare un forte senso di comunità e di solidarietà effettiva tra i diversi ceti sociali. È dubbio che queste norme siano state applicate integralmente, ma certo hanno contribuito a tener viva la sensibilità per la giustizia sociale e i diritti della persona.

« Ciascuno di voi potrà rientrare in possesso delle sue terre e ritornare nella famiglia ».

Censimento Consiste nel computo dei cittadini e nella misurazione dei terreni di loro proprietà. La Bibbia ricorda diversi censimenti (Es 30,11; Nm 1,1 - 4,49; 26). In 2Sam 24,1-10 il censimento è considerato come peccato, perché originato da orgoglio e desiderio di potenza.

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Il Levitico termina con una serie di benedizioni e di minacce, tipiche del formulario dell’alleanza (Lv 26) e con un’appendice riguardante i voti (Lv 27). Nella prima parte del libro dei Numeri si racconta anzitutto il censimento ordinato da Dio a Mosè di tutti i maschi dai vent’anni in su (Nm 1-4). I risultati sono chiaramente eccessivi: un numero di 603.550 uomini non è facilmente gestibile in una zona desertica. Più che indicare una realtà storica, questa informazione vuole significare la grandezza del popolo di Dio. Dopo i risultati del censimento, vengono riportate altre disposizioni riguardanti l’espulsione degli impuri, il risarcimento dei danni arrecati a terzi, i riti da farsi quando un marito sospetta che sua moglie sia infedele (Nm 5). Infine, si danno le direttive riguardanti la condizione speciale del nazireo, cioè di colui che si era consacrato a Dio mediante un voto speciale (Nm 6,1-21).

43. La benedizione sacer dotale Alle disposizioni sopra indicate fa seguito, senza alcun collegamento, la benedizione che i sacerdoti dovranno impartire a tutto il popolo al termine delle funzioni liturgiche o dei sacrifici (cfr. Lv 9,22).

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A. Ai piedi del Sinai: prescrizioni rituali (Nm 1-10

I

l Signore aggiunse a Mosè: « Parla ad Aronne e ai suoi figli e riferisci loro: Voi benedirete così gli israeliti e direte loro: Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti faccia grazia. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace. Così porranno il mio nome sugli israeliti e io li benedirò ».

La benedizione è una preghiera con la quale si invoca l’assistenza di Dio, che si manifesta simbolicamente attraverso il suo volto sorridente (illuminato). Essa consiste essenzialmente nella pace, che rappresenta il bene più grande a cui un popolo possa aspirare.

In un’ultima sezione vengono descritte alcune situazioni specifiche: le offerte fatte dai capi dei clan di Israele (Nm 7), alcuni dettagli riguardanti il candelabro (Nm 8,1-4) e, infine, la consacrazione dei leviti al Signore (Nm 8,5-26). Nei capitoli successivi (Nm 9,1 - 10,32) si racconta la prima Pasqua celebrata dopo l’uscita dall’Egitto e si descrivono gli ultimi preparativi prima della partenza.

Nm 6,22-27

Pace Nel mondo biblico questo termine (sˇaloˆm) indica la pienezza dei beni salvifici, che comportano un rapporto pieno e gratificante con Dio e con i propri fratelli. La pace sarà la caratteristica fondamentale degli ultimi tempi.

4 4. Partenza dal Sinai Dopo la celebrazione della Pasqua, gli israeliti lasciano definitivamente il Sinai, accompagnati dalla nube di fuoco che simboleggia la presenza di Dio in mezzo a loro.

C

osì partirono dal monte del Signore e fecero tre giornate di cammino; l’arca dell’alleanza del Signore li precedeva durante il cammino, per cercare loro un luogo di sosta. La nube del Signore era sopra di loro durante il giorno da quando erano partiti. Quando l’arca partiva, Mosè diceva: « Sorgi, Signore, e siano dispersi i tuoi nemici e fuggano da te coloro che ti odiano ». Quando si posava, diceva: « Torna, Signore; alle miriadi di migliaia di Israele ».

Nm 10,33-36

Il popolo che riprende la strada del deserto ha ormai preso coscienza della sua libertà e del ruolo che gli compete nell’assemblea delle nazioni. La presenza di Dio, che si pone alla sua testa, è il segno della dignità che compete a tutti i popoli che lottano per la giustizia e per la pace.

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III. Verso la terra promessa – Levitico e Numeri

C

ome in tutte le società antiche, anche in Israele il culto ha avuto un ruolo molto importante. Per esercitare un controllo adeguato su questo settore della vita sociale il re Giosia, alla vigilia dell’esilio, ha attuato una riforma ispirata al principio della centralizzazione del culto. In realtà questa norma è diventata effettiva solo dopo l’esilio. Per il gruppo tornato dalla Mesopotamia e costituitosi intorno al tempio, il culto diventa l’attività predominante. I riti contenuti nel Levitico possono sembrare pratiche solo esteriori, motivate dal bisogno di affermare la propria identità nei confronti delle popolazioni circonvicine o, peggio, di garantirsi la benevolenza divina; in realtà, essi hanno lo scopo di ricordare continuamente i doni di JHWH e la fedeltà a lui dovuta. Chi si impegna nella loro osservanza non deve cadere in un vuoto ritualismo, ma piuttosto sentirsi chiamato a compiere con i fratelli scelte di giustizia e di solidarietà, come i profeti hanno sempre sostenuto con forza. In questo contesto ha una grande importanza la concezione biblica della « santità », in forza della quale Dio è il « totalmente Altro », inaccessibile all’essere umano, cui è preclusa ogni possibilità di catturare il divino e di servirsene per i propri scopi egoistici. Il Dio trascendente però comunica la sua santità, della quale il popolo si appropria non solo mediante i riti sacri, ma anche e soprattutto mediante l’osservanza del comandamento che esige di amare il proprio prossimo come se stessi. Questa concezione, se da una parte aiuta il popolo a superare l’idea di un Dio facilmente manipolabile, dall’altra gli insegna a ricercare la santità nella storia e all’interno dei rapporti comunitari.

Sacrifici e culto a Dio Quanti prodigi tu hai fatto, Signore Dio mio, quali disegni in nostro favore: nessuno a te si può paragonare. Se li voglio annunziare e proclamare sono troppi per essere contati. Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: « Ecco, io vengo. Sul rotolo del libro di me è scritto, che io faccia il tuo volere.

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Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore ». Ho annunziato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi, non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai. Non ho nascosto la tua giustizia in fondo al cuore, la tua fedeltà e la tua salvezza ho proclamato. Non ho nascosto la tua grazia e la tua fedeltà alla grande assemblea. (Salmo 40,6-11)

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A. Ai piedi del Sinai: prescrizioni rituali (Lv 1-27; Nm 1-10)



Nonostante il peso preponderante dato alle norme rituali, al centro del Levitico viene posto il comandamento che esige da ciascuno di amare il proprio prossimo come se stesso. Il rito ha senso solo se contribuisce ad attuare una convivenza fondata sulla centralità della persona e della comunità. La fede non è pura partecipazione alla liturgia del tempio, ma presuppone da tutti il coinvolgimento nella comunità e nella storia, assumendosi ciascuno le proprie responsabilità.



Il Giubileo è non tanto un momento di celebrazione, ma un’occasione ricca di significati e di provocazioni. Esso rappresenta l’occasione preziosa di ripensare con più chiarezza, obiettività e determinazione quale deve essere il nostro apporto, operativo e di pensiero, per far sì che tutti possano « abitare la terra » secondo criteri e scelte di giustizia e di fratellanza.



Nella prospettiva del Giubileo appare che lo sviluppo economico non può prescindere dai risvolti sociali e umani che ne derivano. Perché esso sia veramente proficuo si richiede una coraggiosa e coerente ricerca della giustizia per evitare che si acuisca il dislivello tra poveri e ricchi, non solo all’interno dei singoli paesi ma anche nei rapporti fra paesi diversi. Non esiste giustizia sociale se non in chiave internazionale.



L’esigenza di garantire il riposo della terra mette in primo piano anche i problemi di carattere ecologico. Nessun modello di sviluppo è sostenibile se distrugge le risorse della terra e non ne rispetta i ritmi, impedendole così di continuare a produrre quanto è necessario all’umanità di oggi e del futuro.

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B. Dal Sinai alle steppe di Moab (Nm 11-36)

N

ella seconda parte del libro dei Numeri è riportato un materiale di carattere prevalentemente narrativo, riguardante la marcia degli israeliti nel deserto dal monte Sinai fino alle steppe di Moab. I redattori non hanno però rinunziato a servirsi di questo nuovo contesto storico per introdurre altre norme di carattere rituale. Questa parte del libro si apre con una sezione narrativa (Nm 11-14) cui fa seguito un’altra in gran parte legislativa, riguardante i sacrifici e i poteri dei sacerdoti e dei leviti (Nm 15-19). Dopo di essa viene ripreso il racconto della marcia nel deserto che termina con la conquista della Trasgiordania (Nm 20-25). Nell’ultima sezione (Nm 26-36), infine, sono raccolti testi eterogenei riguardanti diversi temi di carattere rituale e sociale. Alcuni episodi riportati in questa parte dei Numeri sono gli stessi già ricordati nel primo tratto della marcia nel deserto, cioè prima dell’arrivo al Sinai (cfr. Es 16-18). Ciò significa che le tradizioni contenevano un repertorio ristretto di racconti che sono stati utilizzati dai narratori in base alle loro esigenze letterarie, senza particolare attenzione al loro contesto storico e geografico originario.

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B. Dal Sinai alle steppe di Moab (Nm 11-36)

45. I settanta anziani La partenza dal Sinai inaugura la seconda parte della marcia nel deserto. Il primo episodio ricordato è quello, già narrato precedentemente (cfr. Es 16), riguardante il dono della manna. In questo contesto però il racconto della manna si intreccia con quello riguardante l’istituzione di un gruppo di anziani che fungeranno da collaboratori di Mosè.

M

osè dunque uscì e riferì al popolo le parole del Signore; radunò settanta uomini fra gli anziani del popolo e li pose intorno alla tenda del convegno. Allora il Signore scese nella nube e gli parlò: prese lo Spirito che era su di lui e lo infuse sui settanta anziani. Quando lo Spirito scese su di loro, essi profetizzarono,

Nm 11,24-29

Anziani Erano i capi dei clan che componevano una tribù. Dopo l’esilio questo nome verrà dato ai notabili del popolo che, insieme con i sacerdoti, condividevano le responsabilità amministrative e facevano parte del sinedrio.

« Il Signore prese lo Spirito che era su di lui e lo infuse sui settanta anziani ».

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III. Verso la terra promessa – Levitico e Numeri

ma in seguito non lo fecero più. Due anziani, uno chiamato Eldad e l’altro Medad, pur essendo fra gli iscritti, non erano usciti per andare alla tenda, ma erano rimasti nell’accampamento. Tuttavia lo Spirito si posò su di loro, ed essi si misero a profetizzare nell’accampamento ». Un giovane corse a riferire la cosa a Mosè e disse: Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento ». Allora Giosuè, figlio di Nun, che dalla sua giovinezza era al servizio di Mosè, disse: « Mosè, signore mio, non lo permettere! ». Ma Mosè gli rispose: « Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito! ».

Spirito di Dio Lo Spirito (ruˆah.) è la potenza del Dio trascendente, che si rivela nei cuori e opera nelle vicende della storia. Mosè ne è ripieno in quanto capo carismatico del popolo. Lo Spirito viene infuso sugli anziani per indicare che anch’essi sono chiamati a svolgere un ruolo di guida all’interno del popolo.

Dietro consiglio di suo suocero Ietro, Mosè aveva demandato a un gruppo di giudici il compito di aiutarlo a dirimere i casi più ordinari presentati dal popolo (cfr. Es 18). Qui si parla invece di anziani, i quali devono coadiuvare Mosè nella guida del popolo. Essi sono i precursori dei capifamiglia, che svolgeranno un ruolo direttivo nella comunità giudaica del postesilio. La loro origine viene fatta risalire a un’iniziativa speciale di Mosè, ratificata da Dio stesso mediante l’infusione dello Spirito (ru ˆ ah.). Essi vengono così legittimati come depositari dell’autorità stessa di Mosè. In Israele non era concepita un’autorità che non fosse di origine divina.

Dopo il dono della manna viene ricordato l’invio delle quaglie, seguito da un terribile castigo (Nm 11,31-35). Nel capitolo successivo viene riportato un episodio riguardante la famiglia stessa di Mosè. Questi viene criticato da suo fratello Aronne e da sua sorella Maria per aver sposato una donna etiope: è sottintesa una lotta per il potere, che Dio dirime apparendo ai tre e colpendo Maria con la lebbra. In forza della preghiera di Mosè ella viene però guarita (Nm 12,1-15). L’episodio è l’occasione per riportare un elogio di Mosè, l’uomo a cui Dio non parlava in visione e sogni, come faceva con i profeti, ma « bocca a bocca », cioè con una intensità unica. Infine, il popolo giunge nel deserto di Paran, vicino ai confini meridionali della terra di Canaan (Nm 12,16).

4 6. Gli esploratori Il progetto originario prevedeva l’ingresso degli israeliti dal Sud. La sua attuazione esigeva però una certa conoscenza del territorio. Perciò Mosè sceglie dodici uomini, uno per ogni tribù, e li invia a esplorare il paese (Nm 13,1-24): tutto il popolo è così coinvolto in questa iniziativa che prelude al suo ingresso nella terra promessa.

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B. Dal Sinai alle steppe di Moab (Nm 11-36)

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opo quaranta giorni quegli uomini tornarono dall’esplorazione nel paese. Si recarono da Mosè, da Aronne e dal popolo d’Israele a Kades, nel deserto di Paran. Riferirono ogni cosa a loro e alla comunità e mostrarono agli israeliti i frutti di quella terra. Raccontarono a Mosè: « Siamo andati nel territorio dove ci hai mandati. È una terra dove scorre latte e miele, ma il popolo che la abita è potente, le città sono fortificate e immense e vi abbiamo visto anche i figli del gigante Anak. Gli amaleciti abitano nella regione desertica del Sud; in quella montuosa vi sono gli hittiti, i gebusei e gli amorrei; lungo la costa del mar Mediterraneo e lungo il fiume Giordano, i cananei ». Caleb fece tacere i suoi compagni, che criticavano Mosè, e disse: « Andiamo presto e conquistiamo il paese, perché certo possiamo riuscirvi ». Ma i suoi compagni dissero: « Non saremo capaci di andare contro quel popolo perché sono più forti di noi! Abbiamo percorso quella terra in lungo e in largo: è una terra che divora i suoi abitanti; tutta la gente che vi abbiamo visto è di alta statura: di fronte a loro ci sembrava di essere delle locuste e così dovevamo sembrare a loro ». In tal modo screditarono presso gli israeliti il paese che avevano esplorato.

Nm 13,25-33

« È una terra dove scorre latte e miele, ma il popolo che la abita è potente ».

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III. Verso la terra promessa – Levitico e Numeri

Serpente Anticamente era considerato come una divinità. Esso era venerato come immagine di JHWH: lo dimostra il culto del serpente nel tempio di Gerusalemme (2Re 18,4). È probabile che il racconto del serpente di bronzo nel deserto fosse una leggenda eziologica sorta per spiegare l’origine di questo culto.

Il rapporto degli esploratori provoca lo scoraggiamento del popolo, che pensa ancora di dover conquistare la terra con le proprie forze. Questa mancanza di fede è causa di una dura punizione: gli esploratori, a eccezione di Giosuè e di Caleb, vengono sterminati e l’ingresso nella terra promessa è rimandato di quaranta anni. Tutti coloro che hanno fatto l’esperienza dell’esodo dovranno scomparire; essi diventano così il simbolo di una generazione che è venuta meno al suo compito storico. Ma i loro figli potranno vedere la realizzazione del loro sogno.

La sezione successiva (Nm 15-20) riporta ancora norme rituali che in parte ripetono quelle precedenti. In essa si trovano anche due brani narrativi: nel primo si descrive la rivolta di Core, Datan e Abiram e la loro punizione (Nm 16); nel secondo si racconta che, dopo aver criticato Mosè e Aronne, il popolo è colpito da un terribile flagello, interrotto solo dall’intercessione di Aronne (Nm 17). In questi racconti viene difesa la funzione sacerdotale, forse contestata da alcuni dopo l’esilio; di essa vengono poi messe in luce le prerogative (Nm 18-19). Viene poi riportato un’altra volta il racconto della mormorazione del popolo a Meriba e dell’acqua scaturita dalla roccia. Questa volta però anche Mosè e Aronne mancano di fiducia, in quanto percuotono due volte la roccia con il bastone. Come punizione non saranno loro a introdurre gli israeliti nella terra promessa (Nm 20,1-21). Infatti Aronne muore poco dopo (Nm 20,22-29). Gli israeliti conquistano poi la città cananea di Corma (Nm 21,1-3).

47. Il serpente di br onzo Un’altra mormorazione da parte del popolo provoca un nuovo inconveniente nel quale molti israeliti perdono la vita.

Nm 21,4-9

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P

oi gli israeliti partirono dal monte Cor, dirigendosi verso il mar Rosso per aggirare il paese di Edom. Ma il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo protestò contro Dio e contro Mosé dicendo: « Perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero ». Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero d’israeliti morì. Il popolo venne a Mosè e disse: « Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti ». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: « Fatti un serpente e mettilo

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B. Dal Sinai alle steppe di Moab (Nm 11-36)

su un’asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà, resterà in vita ». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise su un’asta; chi era morso da un serpente, se guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

Originariamente questo racconto voleva forse giustificare il fatto che JHWH fosse adorato sotto forma di serpente: questo culto infatti era praticato persino nel tempio di Gerusalemme (cfr. 2Re 18,4). In questo contesto il narratore sorvola sul fatto che il serpente di bronzo fosse un’immagine di JHWH e presenta lo sguardo rivolto al serpente di bronzo come un atto di fede nella potenza misericordiosa di Dio (cfr. Sap 16,12).

Il racconto procede con l’arrivo delle tribù in Transgiordania, dove conquistano il territorio degli amorrei e dei moabiti, governati rispettivamente da Sicon, re di Chesbon, e Og re di Basan (Nm 21,10-35). Dopo un ulteriore peregrinare il popolo giunge nelle steppe di Moab, alle soglie della terra promessa. In esso era re Balak, il quale fa di tutto per fermarli (Nm 22-24).

4 8. L’asina di Balaam Non potendo bloccare gli israeliti con la forza, Balak ricorre a un espediente. Egli manda a chiamare Balaam, un celebre indovino che vive in Mesopotamia, perché maledica gli israeliti. La venuta di Balaam è narrata in due momenti diversi: prima si dice che l’indovino rifiuta di andare, ma alla fine Dio stesso gli ordina di accettare l’invito (Nm 22,121); poi appare invece che Balaam accetta di buon grado l’invito, ma gli capita uno strano incidente.

B

alaam cavalcava l’asina, accompagnato da due servitori. L’angelo del Signore andò a piazzarsi sulla strada per sbarrargli il passaggio. L’asina vedendo l’angelo del Signore che stava sulla strada con la spada sguainata in mano, deviò dalla strada e cominciò ad andare per i campi. Balaam percosse l’asina per rimetterla sulla strada. Allora l’angelo del Signore si fermò in un sentiero infossato fra le vigne, che aveva un muro di qua e un muro di là. L’asina vide l’angelo del Signore, si serrò al muro e strinse il piede di Balaam contro il muro e Balaam la percosse di nuovo. L’angelo del Signore li sorpassò ancora e andò a metter-

Balaam Indovino che risiede presso le sponde dell’Eufrate. Riconosce JHWH e benedice Israele. Ma nelle tradizioni più recenti è considerato come un nemico, che benedice Israele contro sua voglia e spinge gli israeliti all’idolatria di Baal in Peor.

Nm 22,22-35

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Asina di Balaam È questa una delle poche favole della Bibbia, in cui gli animali ottengono la parola e svolgono un ruolo da protagonisti.

« Che cosa ti ho fatto perché tu mi percuota? ».

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si in un passaggio della strada così stretto che non si poteva scansarlo né a destra né a sinistra. L’asina lo vide e si accovacciò sotto Balaam; allora questi si adirò e percosse l’asina con il bastone. Ma il Signore dette all’asina il potere di parlare ed essa disse a Balaam: « Che cosa ti ho fatto perché tu mi percuota già per la terza volta? ». Baalam rispose all’asina: « Perché ti sei beffata di me? Se avessi una spada in mano, ti ammazzerei subito ». L’asina replicò: « Eppure io sono la tua asina, quella che hai sempre cavalcato fino a oggi. Ho forse l’abitudine di comportarmi così con te? ». « No », le rispose. In quell’istante il Signore aprì gli occhi a Balaam, ed egli vide l’angelo con la spada in mano fermo in mezzo alla strada. Balaam si inginocchiò e si prostrò con la faccia a terra. L’angelo del Signore gli domandò: « Perché hai battuto per tre volte la tua asina? Io sono venuto a impedirti di andare dove sei diretto.Tre volte l’asina mi ha visto ed è uscita di strada davanti a me; se non l’avesse fatto, certo

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io avrei già ucciso te e lasciato in vita lei ». Balaam disse all’angelo del Signore: « Ho peccato, perché non sapevo che fossi tu a ostacolare il mio cammino; ora se non vuoi che vada, tornerò indietro ». Rispose l’angelo: « No! Accompagna pure questi uomini; però pronunzierai soltanto le parole che io ti suggerirò ». Allora Balaam riprese il cammino in compagnia dei messaggeri di Balak.

Lo scopo di questo racconto è quello di mostrare come, al di là delle apparenze, è Dio che guida le vicende umane conducendole a buon fine. Infatti Balaam si reca da Balak ma invece di maledire gli israeliti pronunzia nei loro confronti una serie di benedizioni. Il racconto suggerisce che Dio si serve persino di un mago straniero per mostrare la sua benevolenza a Israele.

Maledizione Formula magica con cui si invoca una sciagura su una persona o su un popolo. Nel mondo biblico si riteneva che la maledizione avesse la sua efficacia nel momento stesso in cui era pronunziata, specialmente se proveniva da personaggi dotati di un particolare potere religioso.

Le benedizioni di Balaam in favore di Israele sono contenute in quattro oracoli (cfr. Nm 23,7-10.18-24; 24,3-9.15-34) che sono antiche composizioni di lode nei confronti di Israele in quanto popolo di Dio.

4 9. La stella di Davide Fra i quattro oracoli di Balaam il più significativo è il quarto, nel quale si delinea il ruolo futuro del re Davide.

Oracolo di chi ode le parole di Dio e conosce la scienza dell’Altissimo, e di chi vede la visione dell’Onnipotente, e cade ed è tolto il velo dai suoi occhi. Io vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino. Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele, spezza le tempie di Moab e il cranio dei figli di Set, Edom diventerà sua conquista e Seir, suo nemico, sarà sconfitto, mentre Israele compirà prodezze. Uno di Giacobbe dominerà i suoi nemici e farà perire gli scampati da Ar.

Nm 24,16-19

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III. Verso la terra promessa – Levitico e Numeri

Stella di Davide Nell’antico Oriente la stella rappresentava una divinità o un re divinizzato. Il termine designa qui la dinastia davidica e in seguito verrà usato per designare la figura del Messia discendente di Davide.

« Una stella spunta da Giacobbe ». In questo oracolo l’immagine di una stella che sorge in Giacobbe/Israele indica l’avvento della monarchia israelitica e in particolare l’ascesa al trono del re Davide, che sconfiggerà i moabiti e gli edomiti. La stella diventa quindi il simbolo di questo re e del suo futuro discendente, il Messia.

Gli israeliti si stabiliscono poi a Sittim, dove le donne di Moab cercano di sedurli e di spingerli ad adorare il dio Baal venerato nella località di Peor.

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B. Dal Sinai alle steppe di Moab (Nm 11-36)

50. Infedeltà di Isr aele a Peor A Peor, sedotti dalle donne moabite, molti degli israeliti partecipano ai sacrifici offerti alla loro divinità (Baal-Peor). Mosè ordina che tutti costoro vengano uccisi senza pietà. Di questa repressione viene ricordato un caso emblematico.

E

d ecco un israelita arrivò fra la sua gente in compagnia di una donna, sotto gli occhi di Mosè e di tutti gli altri, radunati in pianto all’ingresso della tenda dell’incontro. A tale vista il sacerdote Pincas, figlio di Eleazaro e nipote di Aronne, si alzò in mezzo all’assemblea e afferrò una lancia; seguì quell’uomo, penetrò nella tenda dove stava con la donna e li uccise tutti e due con un colpo di lancia in pieno ventre. Allora cessò il flagello che si era abbattuto sugli israeliti. In quella occasione morirono ventiquattromila persone. Il Signore disse a Mosè: « Pincas, figlio di Eleazaro e nipote di Aronne, ha allontanato la mia collera dagli israeliti, perché ha testimoniato la mia gelosia nei loro confronti. Per questo non li ho sterminati. Ora dichiara agli israeliti che io ho stretto con lui un patto di pace in forza del quale egli e i suoi discendenti, dopo la sua morte, eserciteranno per sempre la funzione di sacerdoti ».

Nm 25,6-13

Il gesto di Pincas (in greco, Finees) è lodato in quanto ispirato dallo zelo per il vero Dio e dall’amore per il proprio popolo, al quale vuole evitare di contaminarsi con le popolazioni straniere e le loro divinità. Alla sua decisa presa di posizione la tradizione fa risalire il fatto che il sacerdozio sia stato riservato a lui e ai suoi discendenti. In un diverso contesto culturale, più attento ai diritti delle persone, la difesa violenta dei principi religiosi appare oggi come un abuso intollerabile. Ciò che conta di fronte a Dio non è l’imposizione, ma la convinzione. L’ultima parte dei Numeri (Nm 26-36) contiene racconti e disposizioni legali raccolti in modo molto eterogeneo. Dopo la notizia di un nuovo censimento (Nm 26) e la promulgazione del diritto di eredità delle figlie (Nm 27,1-11), viene riportato un brano riguardante Giosuè (Nm 27,1223). Seguono poi nuove prescrizioni di ispirazione sacerdotale (Nm 2830), un racconto della guerra santa contro Madian (Nm 31) e indicazioni circa la divisione della Transgiordania tra i figli di Ruben e di Gad (Nm 32). Nei capitoli successivi viene data una sintesi retrospettiva delle tappe dell’esodo (Nm 33) e vengono delineate le frontiere della terra di Canaan che sta per essere occupata (Nm 34,1-15); sono poi indicati i soprintendenti alla spartizione (Nm 34,16-29), la parte del paese riservata ai leviti (35,1-8) e le città di rifugio (35,9-34). Conclude il libro una disposizione riguardante l’eredità della donna sposata (Nm 36).

Città di rifugio Sono così chiamate quelle città in cui l’omicida involontario poteva rifugiarsi in attesa di un equo processo. Così evitava la vendetta del sangue, a cui erano tenuti i parenti del defunto.

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III. Verso la terra promessa – Levitico e Numeri

A

i piedi del monte Sinai Israele aveva vissuto una intensa esperienza religiosa ricevendo da Dio le indicazioni per raggiungere un’autentica unione con lui e realizzare una vera solidarietà comunitaria. Ora il libro dei Numeri descrive il popolo che si muove come in una grande processione liturgica per raggiungere quella terra che gli è stata promessa. Ma in questo cammino emergono ancora infedeltà e mormorazioni che ritardano l’ingresso nella terra desiderata e impediscono non solo a tutta la generazione dell’esodo, ma persino a Mosè ed Aronne di entrarvi. La terra promessa da Dio resta dunque un miraggio difficilmente raggiungibile. Il popolo deve prepararvisi attraverso un lungo processo di purificazione, che non ha portato a termine neppure quando si trovava ormai vicino alla meta. Anche dopo il suo ingresso, la permanenza nella terra sarà sottoposta a un’incognita molto rischiosa, quella della sua effettiva capacità di rispondere adeguatamente alle richieste di Dio. La terra resterà quindi una realtà che non sarà mai conquistata del tutto, e un giorno sarà persa in seguito a una devastante conquista da parte dei nemici e alla successiva deportazione. Tutto ciò costituisce una severa ammonizione per gli esuli che sono ritornati o che stanno per ritornare nella terra dei padri.

« Quando esci e quando entri » Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra. Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenterà, non prenderà sonno, il custode d’sraele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre,

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e sta alla tua destra. Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte. Il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà la tua vita. Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri, da ora e per sempre. (Salmo 121)

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B. Dal Sinai alle steppe di Moab (Nm 11-36)



La marcia nel deserto fa parte delle grandi esperienze connesse con il cammino di liberazione. Gli israeliti non superano facilmente gli ostacoli che si oppongono all’ingresso nella terra promessa, dimostrando così di essere ancora immaturi, incapaci di scelte radicali e definitive. Per loro il deserto diventa quindi una scuola, alla quale imparano a proprie spese la necessità di una coerenza e di una costanza senza ripensamenti.



La generazione dell’esodo, quella che ha fatto il primo passo nel cammino della liberazione, è destinata a perire nel deserto. Il suo destino mostra come nessuno, pur avendo fatto esperienze forti e costruttive, può ritenersi sicuro di avere già raggiunto la meta. Da questa convinzione deve scaturire il senso del proprio limite e il bisogno di riferirsi sempre a un’istanza superiore, di fronte alla quale verificare le proprie scelte e il cammino fatto.



Anche persone particolarmente preparate, come Mosè e Aronne, possono sbagliare nel governo di un popolo. Questa considerazione non comporta la squalifica dell’autorità in quanto tale, ma deve stimolare una maggiore partecipazione dal basso, affinché chi detiene l’autorità possa essere sostenuto ed eventualmente corretto da coloro che sono governati.



Il possesso di una terra in cui vivere resta la meta fondamentale verso cui tende ogni popolo. Tuttavia questo possesso è proficuo solo nella misura in cui viene ottenuto nel rispetto di quei valori di giustizia che stanno alla base della convivenza civile. Solo se è di tutti, il possesso della terra diventa strumento di progresso, altrimenti è causa di discriminazione e occasione di rovina.

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IV

Una rilettura della legge Deuteronomio

I

l Deuteronomio riceve come titolo in ebraico le due parole con cui esso si apre: ’Elle haddebarîm, « Queste (sono) le parole ». Il titolo italiano, dal greco Deuteronomion, « Seconda legge », è suggerito da Dt 17,18 e si basa sul fatto che il libro riprende in modo originale concetti e leggi già contenuti in Es 19-40. Esso si presenta come il « testamento » di Mosè, cioè come una serie di discorsi da lui pronunziati al termine dei quarant’anni trascorsi nel deserto, quando il popolo, radunato nelle steppe di Moab, sta per iniziare il suo ingresso nella terra promessa. Prima della sua morte il grande legislatore e condottiero ripercorre tutta l’esperienza fatta, ricorda al popolo gli insegnamenti del Signore e lo esorta a dargli il culto che gli spetta nell’unico luogo da lui scelto. Egli traccia così un significativo quadro catechetico degli inizi di Israele, della sua storia e della sua fede. Il suo linguaggio semplice e accattivante interpella direttamente il lettore e lo invita accoratamente alla fedeltà verso il suo Dio. Nella parte centrale del libro si situa un lungo codice legislativo (Dt 12-28) in cui sono riportate le disposizioni legali più disparate. Esso è simile, quanto a forma e contenuti, al codice dell’alleanza (Es 20,22 - 23,33), ma rivela uno stadio sociale e politico più sviluppato, già fortemente influenzato dalle idee che emergono nelle restanti parti del libro. In base ai discorsi attribuiti a Mosè il libro si può così dividere: a) b)

c) d)

Primo discorso: storia, rivelazione ed elezione (Dt 1-4) Secondo discorso (Dt 5-28) – Riferimenti storici e ammonizioni (Dt 5-11) – Codice deuteronomico (Dt 12-28) Terzo discorso: alleanza di Moab (Dt 29-30) Aggiunte (Dt 31-34).

Gli studi moderni hanno messo in luce che, contrariamente a quanto si afferma nel libro, esso contiene la predicazione non di Mosè ma di una scuola profetica, la quale è stata particolarmente attiva alla vigilia dell’esilio babilonese e ha continuato la sua attività anche durante e dopo di esso. Le esortazioni elaborate all’interno di questa scuola sono state poste idealmente sulle labbra del grande condottiero per mostrare come, anche dopo l’ingresso nella terra promessa, la sopravvivenza di Israele come popolo di Dio dipenda esclusivamente dalla fedeltà alle clausole dell’alleanza. Nella tradizione deuteronomica l’alleanza è narrata secondo modalità che richiamano da vicino i trattati di vassallaggio dell’antico Oriente (preambolo, prologo storico, clausola fon-

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damentale, norme, lista dei testimoni, benedizioni e minacce). Ciò appare specialmente dalla struttura del secondo discorso di Mosè, che corrisponde grosso modo alla prima redazione del libro: introduzione (Dt 5-11), in cui sono preponderanti i riferimenti alla storia e le esortazioni alla fedeltà verso Dio; codice legale (Dt 12-26); benedizioni e minacce (Dt 27-28). In esso appaiono anche alcune direttive specifiche analoghe a quelle contenute nei trattati: l'offerta a Dio delle primizie, presentata come una sorta di tributo a lui dovuto, segno di riconoscenza per il dono della terra (Dt 26,8-11); la messa per iscritto del codice (Dt 27,1-8) e la sua lettura periodica (Dt 31,9-13); l’appello a testimoni autorizzati, che sono il cantico di Mosè (Dt 31,19), la legge stessa, conservata presso l’arca (Dt 31,24-26), e gli elementi della natura (Dt 32,1; cfr. Dt 4,26). Si può dire però che ogni pagina del Deuteronomio rifletta il formulario dei trattati: tutto il libro infatti non fa altro che ricordare agli israeliti ciò che Dio ha fatto per loro e insistere perché gli siano fedeli, presentando al tempo stesso le conseguenze positive o negative che le loro scelte inevitabilmente comportano. Una lettura anche superficiale del Deuteronomio mostra che questo libro, sebbene adotti la struttura dei trattati, non ha nulla a che vedere con un freddo documento giuridico. Al contrario, esso è scritto in uno stile ampio e commosso, pieno di appelli e di ammonizioni, che sono rivolti al lettore in modo diretto, con una curiosa alternanza di « tu » e di « voi ». Questo stile, chiamato usualmente parenetico, cioè esortativo, pervade anche le sue parti legali, dove a volte una legge antica è attualizzata mediante la semplice aggiunta di un pronome personale di seconda persona o di una motivazione che riguarda direttamente i lettori. Nonostante l’uniformità dello stile e dei temi contenuti nel libro, si notano in esso diversi strati o redazioni successive. È opinione comune che il secondo discorso di Mosè (Dt 5-28) ne rappresenti il nucleo più antico, mentre gran parte degli altri discorsi è più recente, in quanto vi è presupposto l’esilio e si profila il ritorno nella terra promessa. Si pensa quindi che il libro abbia avuto diverse redazioni, di cui l’ultima è stata fatta dopo l’esilio. Il Deuteronomio dà grande importanza alla norma che impone agli israeliti di concentrare il culto in un unico santuario scelto da Dio. Nel 620 a.C. il re Giosia, rifacendosi a quanto prescriveva un libro da lui ritrovato nel tempio di Gerusalemme, diede avvio a una riforma religiosa il cui scopo era appunto quello di eliminare tutti i santuari al di fuori del tempio di Gerusalemme (cfr. 2Re 22-23). Si suppone dunque che una delle prime edizioni del Deuteronomio non fosse altro che il libro ritrovato da Giosia. Il Deuteronomio ha esercitato un notevole influsso sulla spiritualità degli israeliti esiliati in Babilonia e sui loro sforzi per ricostruire la comunità del popolo santo. Alla luce dei principi espressi in questo scritto è stata riletta in termini religiosi la storia d’Israele che sarà narrata nei libri successivi (« corpo storico deuteronomistico »), con i quali originariamente formava un blocco unico, dal quale è stato poi separato per entrare a far parte del Pentateuco.

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a) Primo discorso: storia, rivelazione ed elezione (Dt 1-4)

51. La ver a sapienza di Israele Nel suo primo discorso (Dt 1,1 - 4,43), aggiunto al libro quando questo faceva parte del corpo storico deuteronomistico, Mosè ripercorre anzitutto l’itinerario che ha portato gli israeliti dal Sinai alle steppe di Moab (Dt 1-3). In Dt 4 viene proposta una lunga meditazione sull’alleanza, di cui viene descritta l’origine e sono messi in luce i privilegi e gli obblighi che essa comporta per Israele. In questo brano, scritto dopo l’esilio, Mosè si rivolge espressamente a coloro che sono sopravvissuti alla terribile punizione determinata dal culto di Baal a Peor (Nm 25,1-18) e raccomanda loro l’osservanza della legge, che viene da lui esaltata come il più grande dono fatto da Dio al suo popolo.

V

edete, io vi insegno le leggi e le norme che il Signore, mio Dio, mi ha incaricato di darvi, perché le mettiate in pratica nella terra che state per conquistare. Osservatele con impegno: mostreranno la vostra saggezza e la vostra intelligenza di fronte agli altri popoli. Quando essi sentiranno parlare di tutte queste leggi, diranno: « Questa grande nazione è l’unico popolo saggio e intelligente! ». Infatti, nessun’altra nazione, anche se è forte, ha un Dio così vicino a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo preghiamo. E nessuna grande nazione possiede leggi e norme giuste, come gli insegnamenti che oggi vi trasmetto.

La sapienza rappresenta l’ordine che pervade l’universo, e come tale appartiene a Dio in quanto creatore di tutte le cose. Essa viene vista all’opera nella legge data da Mosè a Israele in quanto questa ha precisamente lo scopo di far sì che quanti la praticano entrino nell’ordine del mondo, creando un rapporto di comunione fra di loro e con Dio. Osservando la legge, Israele diventa il testimone autorizzato di un progetto di salvezza che si estende a tutte le nazioni.

Il secondo discorso di Mosè (Dt 4,44 - 28,68) si presenta come « la legge che Mosè espose agli israeliti ». Esso si apre con un brano nel quale Mosè ricorda l’alleanza che Dio ha stabilito con Israele al Sinai e riporta il decalogo che in quella occasione Dio ha rivelato personalmente, accennando poi alle altre disposizioni comunicate per mezzo suo (Dt 5).

Dt 4,5-8

Legge di Mosè Questa espressione è tipica del Deuteronomio, che con essa indica non solo il codice legislativo che ne rappresenta il nucleo centrale, ma anche le opere potenti di JHWH che ne costituiscono la premessa.

Cuore Nella Bibbia indica la fonte non tanto dei sentimenti, quanto piuttosto delle decisioni personali e profonde che determinano tutto l’agire umano. L’amore di Dio non è sincero se non viene dal profondo del cuore.

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IV. Una rilettura della legge – Deuteronomio

52. Ascolta, Israele Al ricordo dell’alleanza e del decalogo fa seguito una lunga ammonizione di Mosè nella quale egli ripropone il primo comandamento del decalogo, la « clausola fondamentale » dell’alleanza, riformulandola in termini di amore.

Dt 6,1-25

« Ascolta, Israele… Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze ».

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M

osè disse agli israeliti: « Il Signore mi ha ordinato di insegnarvi questo comandamento e le norme che dovete mettere in pratica nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso. Ascolta, Israele, e bada di metterle in pratica perché tu sia felice e possa diventare numeroso nel paese dove scorre il latte e il miele. Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo! Amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. Le parole di questo comandamento, che oggi ti do, restino nel tuo cuore: le ripeterai ai tuoi figli, le dirai quando ti corichi e quando ti alzi. Un giorno tuo figlio ti domanderà: Che cosa significano queste istruzioni e queste norme che il Signore vi ha date? Allora tu risponderai: Noi erava-

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b) Secondo discorso. Riferimenti storici e ammonizioni (Dt 5-11)

mo schiavi del faraone in Egitto, e il Signore, con la sua potenza, ci fece uscire dall’Egitto. Sotto i nostri occhi il Signore fece segni e miracoli grandi e terribili contro l’Egitto, contro il faraone e contro tutti quelli della sua casa. Ci fece uscire di là, per condurci nel paese che aveva giurato ai nostri padri di darci. Allora il Signore ci ordinò di mettere in pratica tutte queste leggi così da essere sempre felici e sicuri ».

Mosè esorta gli israeliti all’ascolto, perché da esso deriva per loro la possibilità di mantenersi fedeli all’alleanza. Questa esige che il popolo risponda all’amore esclusivo di Dio con un amore appassionato e fedele, che richiede l’obbedienza alla sua volontà. Questa non deve essere sentita come un’imposizione che viene dall’esterno, ma come un’esigenza profonda che sgorga dal cuore. Nella famiglia, al padre compete il compito di comunicare i valori umani e religiosi ai propri figli perché anche loro li mettano in pratica.

Amore Legame che unisce due persone che hanno fra di loro un rapporto stabile. L’amore non è un semplice sentimento, ma una decisione che viene dal cuore e comporta lealtà piena e duratura verso il proprio partner. Dio esige l’amore di Israele perché lo ha amato per primo e lo ha scelto fra tutti i popoli (cfr. Dt 7,7-8).

La scelta degli israeliti come popolo eletto viene poi presentata come il frutto di un amore speciale di JHWH, al quale essi devono rispondere con una fedeltà sincera e totale (Dt 7).

53. Non di solo pane vive l’esser e umano Accanto alla fedeltà e all’amore Mosè raccomanda al popolo di ricordare tutto ciò che Dio ha fatto in suo favore. Solo così potrà superare le prove che comporta l’ingresso nella terra promessa.

M

osè si rivolse ancora a Israele con queste parole: « Ricordati di tutto il cammino che il Signore ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto per metterti alla prova. Ti ha fatto provare la fame; poi ti ha nutrito con la manna che né tu né i tuoi padri avevate conosciuto. Il Signore voleva farti capire che l’essere umano non vive soltanto di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore. Osserva perciò gli ordini del Signore tuo Dio, camminando nelle sue vie e temendolo. Il Signore, tuo Dio, ormai sta per farti entrare in una terra fertile: potrai mangiare pane a volontà e non ti mancherà nulla. Stai attento a non esaltarti quando ogni tuo bene sarà diventato abbondante, ma ricordati del tuo Dio che ti ha con-

Dt 8,1-20

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IV. Una rilettura della legge – Deuteronomio

Elezione Questo termine indica il rapporto speciale che Dio ha stabilito con Israele. L’elezione comporta non un privilegio, ma una responsabilità, un impegno al servizio di un progetto universale di salvezza.

dotto per il deserto e ha fatto scaturire per te l’acqua dalla roccia; non pensare mai di aver acquistato tutti questi beni con la tua abilità. Ricordati invece del Signore tuo Dio perché egli ti dà la forza per acquistare ricchezze al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurato ai tuoi padri. Ma se tu dimenticherai il Signore tuo Dio e seguirai altri dèi, li servirai e ti prostrerai davanti a loro, se non darai ascolto alla voce del Signore tuo Dio, io ti assicuro che perirai come le nazioni che il Signore fa perire davanti a te ».

Nel deserto, dove manca il necessario per la sopravvivenza, il pane che gli israeliti sono capaci di produrre non è sufficiente a mantenerlo in vita. È necessario un altro pane, cioè la manna, che è donata da Dio e simboleggia gli insegnamenti contenuti nei comandamenti, la cui osservanza è sorgente di libertà e di benessere. Proprio ricordando tutto ciò che allora hanno ricevuto, gli israeliti, una volta entrati nella terra promessa, eviteranno il pericolo di attribuire a se stessi il merito di aver prodotto i beni che in essa si trovano e quindi di servirsene in modo egoistico. Il cammino nel deserto è visto dunque come una pedagogia divina volta a garantire la fedeltà del popolo ai valori dell’alleanza.

Nei capitoli successivi continua lo sguardo retrospettivo sul passato, dal quale si ricavano nuove ammonizioni e appelli alla fedeltà (Dt 9-11). Solo dopo questa lunga introduzione viene poi riportato il codice deuteronomico.

54. L’unico luogo di culto Il codice deuteronomico (Dt 12-26) rappresenta una fotografia fedele di come gli israeliti al tempo di Giosia interpretavano le esigenze pratiche della loro sottomissione a Dio. Questa raccolta si apre con il precetto centrale di questa tradizione religiosa.

Dt 12,2-12

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D

istruggerete completamente tutti i luoghi di culto sui monti, sulle colline e sotto ogni albero verde, dove le nazioni che state per scacciare servono i loro dèi. Demolirete i loro altari, farete a pezzi le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco le statue dei loro dèi e cancellerete il loro nome da quei luoghi. Non così vi comporterete con il Signore vostro Dio, ma lo cercherete nella sua dimora, nel luogo che il Signore vostro

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b) Secondo discorso. Codice deuteronomico (Dt 12-28) « Nel luogo che Dio avrà scelto… farete festa voi e le vostre famiglie ».

Dio avrà scelto fra tutte le vostre tribù, per stabilirvi il suo nome. Là presenterete i vostri olocausti e gli altri sacrifici, la decima parte dei raccolti, i tributi, quello che avete promesso a Dio con un voto, le offerte volontarie e i primogeniti dei bovini e dei greggi. In quel luogo farete i vostri banchetti sacri davanti ai Signore, vostro Dio, e farete festa voi e le vostre famiglie, per ringraziare il Signore di aver benedetto il vostro lavoro. Là, davanti al Signore, vostro Dio, farete festa voi, i vostri figli, le vostre figlie, i vostri schiavi, le vostre schiave, e anche il levita che abiterà nelle vostre città, perché non ha né parte, né eredità in mezzo a voi.

Santuario unico La norma che impone un unico luogo di culto non può risalire a Mosè. Anche se ha radici più antiche, essa è stata promulgata per la prima volta nel secolo VII a.C. dal re Giosia, il quale l’ha imposta con la forza mediante una « riforma religiosa ».

Con questa prescrizione si esclude di adorare Dio non solo nei luoghi di culto cananei, i quali devono essere distrutti, ma anche in qualunque altro santuario che non sia quello centrale, identificato poi dal re Giosia con il tempio di Gerusalemme. È in base all’osservanza di questa norma che la tradizione deuteronomistica giudicherà retrospettivamente il comportamento dei re di Giuda e di Israele e tutta la storia dei due regni, attribuendo alla sua trasgressione la catastrofe dell’esilio. In questa prescrizione, che ha lo scopo positivo di difendere gli israeliti dall’attrattiva dei culti cananei, affiora però un pericoloso atteggiamento di esclusivismo che sfocia nella violenza, anche se forse solo simbolica, verso coloro che si comportano in modo diverso.

Il precetto riguardante l’unico santuario lascia il posto a un complesso di norme che hanno come oggetto i sacrifici, il culto dell’unico Dio e la purezza rituale (Dt 13-14).

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IV. Una rilettura della legge – Deuteronomio

55. L’esigenza della solidarietà Il Deuteronomio riporta poi l’antica normativa riguardante l’anno sabbatico e il Giubileo (cfr. Lv 25), rendendo espliciti gli ideali di solidarietà che l’hanno ispirata.

Dt 15,1-15

« Aprite generosamente la mano al vostro fratello povero ».

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A

lla fine di ogni sette anni celebrerete l’anno della remissione. Chi avrà fatto un prestito a un altro, lascerà cadere il suo diritto, non lo esigerà dal suo prossimo o dal fratello. Potrà esigere il pagamento dei debiti solo dallo straniero. Se ubbidirete al Signore, vostro Dio, mettendo in pratica tutti questi comandi che oggi vi ordino, non ci sarà alcun povero fra di voi: il Signore, vostro Dio, vi colmerà di ogni bene nella terra che sta per darvi come proprietà perenne. Il Signore, vostro Dio, vi darà ogni bene, come vi ha promesso: sarete così in grado di fare prestiti a molte nazioni, e voi non prenderete nulla in cambio. Dominerete su molti popoli, ma essi non riusciranno a dominarvi. Se in una città del paese che il Signore, vostro Dio, vi dà, ci sarà un vostro fratello bisognoso, non sarete duri di cuore nei suoi confronti e non chiuderete la mano davanti a lui. Anzi, sarete generosi con lui e gli presterete quanto occorre alle necessità in cui si trova. Quando è ormai vicino il settimo anno, quello del condono, state attenti a non lasciarvi guidare da pensieri egoistici. Non siate duri con il fratello bisognoso rifiutandogli ogni aiuto. Egli infatti

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b) Secondo discorso. Codice deuteronomico (Dt 12-28)

sarebbe costretto ad accusarvi davanti al Signore, e voi dovrete renderne conto. Dategli generosamente e senza rattristarvi, perché proprio per questo il Signore vi benedirà in ogni lavoro. Poiché i bisognosi non mancheranno mai nel paese, io vi dico: Aprite generosamente la mano al vostro fratello povero. Se un ebreo o un’ebrea si vende a te, ti servirà per sei anni, ma il settimo lo manderai via da te libero. Non lo rimanderai però a mani vuote, ma gli farai doni dal tuo gregge, dalla tua aia e dal tuo torchio; gli darai ciò con cui il Signore tuo Dio ti avrà benedetto; ti ricorderai così che sei stato schiavo nel paese di Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha riscattato.

Povertà e sviluppo Secondo il Deuteronomio, il benessere materiale è un valore solo se deriva dalla partecipazione di tutti a un progetto comune. Perciò la povertà si elimina efficacemente solo mediante la costruzione di rapporti nuovi e solidali fra le persone.

Lo scopo principale dell’alleanza con JHWH è quello di creare rapporti nuovi e solidali fra le persone. Se ciò avvenisse, tutti avrebbero quanto è necessario per la loro sopravvivenza. Ma siccome ciò non si attuerà tanto facilmente, la povertà permarrà ancora per lunghissimo tempo, mettendo in luce l’esigenza di ritornare al nucleo centrale della legge, che consiste nella solidarietà tra fratelli. La liberazione degli schiavi, che caratterizza il settimo anno, riveste un particolare significato perché, praticandola, gli israeliti ricorderanno di essere stati liberati essi stessi dalla schiavitù che hanno patito in Egitto. La libertà di tutto il popolo dipende dalla libertà di ogni suo membro.

Nel capitolo successivo (Dt 16) si parla della Pasqua e di altre festività israelitiche. Inizia poi una sezione dedicata in gran parte a coloro che svolgono funzioni di guida all’interno del popolo. Dopo aver parlato dei giudici leviti, l’attenzione viene focalizzata sul re.

56. Istruzioni per il r e Colui che detiene la massima carica dello stato non è considerato dal Deuteronomio come un personaggio divino, al di sopra di ogni controllo. Al contrario, sono promulgate anche per lui direttive molto esigenti, alle quali deve attenersi per non provocare la rovina propria e del popolo.

Q

uando sarete entrati nella terra che il Signore, vostro Dio, sta per darvi e ne avrete preso possesso e la abiterete, se deciderete di costituire sopra di voi un re come tutte le nazioni che

Dt 17,14-20

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IV. Una rilettura della legge – Deuteronomio

Copia della legge Il re dovrà tenere presso di sé una « copia della legge » per poterla leggere e meditare (Dt 17,18). Questa espressione è stata tradotta in greco deuteronomion, che significa letteralmente « seconda legge ». Da qui deriva il titolo greco di questo libro.

Indovino Questo termine ha normalmente una connotazione negativa, in quanto indica una persona che cerca di conoscere i misteri di Dio con pratiche magiche. A Israele viene proibito perciò di consultare gli indovini, mentre è permesso indagare la volontà di Dio mediante sacerdoti e profeti.

Dt 18,9-22

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vi stanno intorno, dovrete accettare come re colui che il Signore avrà scelto. Farete re uno dei vostri fratelli: non potrete mettere come vostro capo uno straniero. Egli non dovrà possedere molti cavalli, né far tornare il popolo in Egitto per procurarseli, perché il Signore vi ha detto che non dovrete più tornare indietro per quella via! Non dovrà avere molte mogli, perché il suo cuore non si allontani dal Signore, e non dovrà accumulare molto argento e oro. Quando salirà al trono, farà per sé una copia della legge che è custodita dai sacerdoti leviti. La terrà presso di sé e la leggerà tutti i giorni della sua vita per imparare a osservare tutte le prescrizioni e le norme di questa legge.

Nell’antico Oriente il re si identificava con la divinità e non era soggetto alla legge. In Israele invece il re è un semplice uomo, scelto in mezzo al popolo, che, pur avendo una responsabilità altissima, deve risponderne a Uno più grande di lui. Perciò deve fare riferimento anche lui alla legge e attuarla in funzione del bene comune.

Alla direttiva riguardante il re ne fa seguito un’altra riguardante i sacerdoti (Dt 18,1-8). Ma il ruolo più importante è riservato ai profeti, il cui compito è posto direttamente al servizio dell’alleanza. Di loro si parla nel brano successivo.

57. Il profeta come Mosè Il profeta (nabî’) viene distinto dall’indovino e il suo compito viene definito in rapporto a quello di Mosè, il quale non è stato solo il condottiero di Israele, ma anche e primariamente colui che aveva comunicato al popolo le parole di JHWH.

Q

uando sarete entrati nel paese che il Signore sta per darvi, non commetterete gli abomini delle nazioni che vi abitano. Il Signore, vostro Dio, non vi permette di imitarle, ascoltando gli indovini e gli incantatori. Il Signore, vostro Dio, farà sorgere fra di voi un profeta pari a me: a lui darete ascolto. Avrete così quanto avete chiesto al Signore vostro Dio, sull’Oreb, il giorno dell’assemblea, dicendo: non vogliamo più udire la voce del Signore e vedere questo grande fuoco, perché altrimenti moriremo. Il Signore mi

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b) Secondo discorso. Codice deuteronomico (Dt 12-28) « Il Signore farà sorgere fra di voi un profeta pari a me ».

rispose: « Quello che hanno detto va bene; io farò sorgere per loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto. Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire.

Il profeta è la persona sulla cui bocca Dio mette la sua parola, cioè quella che più delle altre è capace di percepire il divino che si manifesta nelle realtà di questo mondo. I profeti, e non i sacerdoti o i re, sono i veri continuatori dell’opera di Mosè, che per il Deuteronomio è il primo e il più grande di essi. A loro è dovuto ascolto e obbedienza. Però anche il profeta può andare fuori strada: a tutti perciò spetta il compito di verificare la sua opera e il suo insegnamento alla luce delle direttive fondamentali contenute nella legge di Mosè. Tutti dunque devono essere in qualche misura profeti.

Nei capitoli successivi sono riportate le leggi riguardanti l’omicidio e i testimoni (Dt 19), la guerra e i combattenti (Dt 20), assieme ad altre norme di carattere sociale, penale e religioso (Dt 21-26). Fra di esse è interessante quella che riguarda la vita matrimoniale.

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IV. Una rilettura della legge – Deuteronomio

58. Il divorzio Il legislatore prende in considerazione il caso in cui due coniugi non siano più in grado di continuare la loro vita comune e stabilisce le condizioni e le conseguenze di una loro separazione.

Dt 24,1-4

Divorzio La separazione dei coniugi non è permessa ma tollerata come un male minore. L’ideale biblico del matrimonio, monogamico e indissolubile, appare nei racconti della creazione (Gn 1-2).

Scriva pure per lei un documento di ripudio, ma sappia che non potrà più riprenderla come moglie.

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Q

uando un uomo ha sposato una donna ed è vissuto con lei come marito, se poi essa non gli è più gradita perché ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un documento di ripudio, glielo consegni e la mandi via dalla casa. Se essa, uscita dalla casa di lui, diventa moglie di un altro uomo e questi a sua volta la prende in odio, scrive per lei un documento di ripudio, glielo consegna e la manda via dalla casa o se quest’altro marito muore, il primo marito, che l’aveva rinviata, non potrà riprenderla come moglie.

Un uomo può separarsi dalla propria moglie solo se ha trovato in lei « qualcosa di vergognoso ». Questa espressione indica forse l’adulterio o qualche altra grave mancanza di carattere sessuale. La norma legale, più che permettere il divorzio, ha lo scopo di tutelare i diritti della donna ripudiata: il marito infatti è tenuto a darle un documento comprovante l’avvenuto divorzio, affinché essa non sia condannata come adultera se si unisce a un altro uomo; inoltre, il marito deve pensarci bene prima di ripudiare sua moglie, perché dopo che essa si è risposata non potrà più riprenderla con sé.

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c) Terzo discorso: alleanza di Moab (Dt 29-30) La parte finale del secondo discorso di Mosè contiene le indicazioni per la ratifica della legge che dovrà aver luogo dopo l’ingresso nella terra promessa (Dt 27) e una lunga lista di benedizioni e di minacce (Dt 28,1-68). Inizia poi il terzo discorso di Mosè (Dt 29,69 30,20), la cui composizione si situa ormai al termine dell’esilio. Esso si apre con la notizia di un’alleanza conclusa con tutto il popolo nelle steppe di Moab (Dt 28,69 - 29,28): l’autore fa anzitutto una riflessione sulle sventure che hanno colpito il popolo e sulla realtà ormai attuale dell’esilio, visto come un castigo divino per i peccati del popolo.

59. Le esigenze dell’alleanza Infine, Mosè preannunzia la conversione degli israeliti e il loro ritorno dall’esilio (Dt 30,1-5). Dio stesso si incarica di unirli a sé e di condurli nella terra dei loro padri.

I

l Signore tuo Dio circonciderà il tuo cuore e il cuore della tua discendenza, perché tu ami il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima e viva.Tu ti convertirai, obbedirai alla voce del Signore e metterai in pratica tutti questi comandi che oggi ti dò. Il Signore tuo Dio ti farà sovrabbondare di beni in ogni lavoro delle tue mani, nel frutto delle tue viscere, nel frutto del tuo bestiame e nel frutto del tuo suolo; perché il Signore gioirà di nuovo per te facendoti felice, come gioiva per i tuoi padri. Questi ordini, che oggi vi do, non sono troppo alti né troppo lontani da voi. Essi non stanno in cielo e neppure oltre il mare: la parola del Signore è molto vicina a voi, è nella vostra bocca e nel vostro cuore, affinché possiate metterla in pratica senza difficoltà. Oggi vi propongo una scelta tra la vita e la morte: se amerete il Signore Dio vostro, se camminerete per le sue vie e osserverete i suoi comandi, vivrete e vi moltiplicherete e il Signore vi benedirà nel paese in cui state per entrare. Ma se il vostro cuore si volge indietro e si lascia trascinare a servire altri dèi, io vi dico che perirete, che non avrete vita lunga nel paese di cui state per prendere possesso passando il Giordano. Io vi ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione, scegliete dunque la vita per poter abitare sulla terra che il Signore ha promesso di dare ai vostri padri, ad Abramo, Isacco e Giacobbe.

Dt 30,6-20

Circoncisione del cuore Questa immagine indica un rapporto con Dio che non si ferma a pratiche esterne, ma si fonda su una fedeltà piena e spontanea alla sua volontà. Questa poi viene sintetizzata nel comandamento che impone di amare Dio con tutto il cuore. La circoncisione del cuore non è opera umana, ma il dono per eccellenza che Dio farà a Israele negli ultimi tempi.

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IV. Una rilettura della legge – Deuteronomio Gli israeliti hanno peccato, allontanandosi dal loro Dio. Essi però si convertiranno e ritorneranno a lui. Allora Dio ristabilirà con loro la sua alleanza, significata nella circoncisione del cuore. Essi impareranno così a praticare fino in fondo la legge dell’alleanza, che si riassume nel comandamento che esige di amare Dio con tutto il cuore. Questa legge non sarà difficile da osservare, perché corrisponderà a un’esigenza interiore (cfr. Ger 31,31-34). Il rinnovamento dell’alleanza viene situato nel momento del ritorno dall’esilio, inteso come l’inizio di un mondo nuovo. Ma dopo che questo evento si sarà realizzaato, apparirà chiaro che l’attuazione piena delle promesse avverrà solo in un lontano futuro, umanamente imprevedibile. Inizierà così l’attesa escatologica.

6 0. Mosè designa il suo successore Si avvicina ormai la fine di Mosè. Prima di morire egli ricorda che non sarà lui a condurre gli israeliti nella terra promessa. Perciò li rincuora e dà loro le sue ultime istruzioni.

Dt 31,1-8

M

osè si rivolse a tutti gli israeliti e disse loro: « Oggi io ho centovent’anni e non sono più capace di svolgere il compito che mi è stato assegnato. Il Signore inoltre mi ha detto: Tu non passerai al di là del Giordano. Il Signore vostro Dio si porrà alla vostra testa e distruggerà tutte le nazioni che incontrerete, vi impadronirete così dei loro territori. Siate forti e coraggiosi, non abbiate paura di quelle nazioni: il Signore, vostro Dio, vi accompagna, non vi lascerà e non vi abbandonerà! ». Poi Mosè, alla presenza di tutti gli israeliti, chiamò Giosuè e gli disse: « Sii forte e coraggioso, perché insieme con questo popolo entrerai nella terra che il Signore ha promesso di dare ai suoi padri. Non aver paura, non perderti d’animo, il Signore non ti abbandonerà ».

Mosè, il condottiero dell’esodo, non potrà introdurre il popolo nella terra promessa. Il motivo addotto, cioè il dubbio manifestato presso le acque di Meriba (cfr. Nm 20,11-12), è troppo banale per giustificare tale anomalia. Più in profondità il testo vuol dire che non è importante la soddisfazione personale di chi sta a capo, ma il compimento di un’opera che riguarda il bene di tutti. Venuto il suo momento, Mosè si ritira senza rimpianti. Lo consola il fatto che un altro prenderà il suo posto e condurrà il popolo alla meta per cui egli stesso ha faticato e sofferto.

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d) Aggiunte (Dt 31-34) Il popolo si raduna poi per ascoltare il cantico di Mosè (Dt 32). Questo testo, che è stato aggiunto successivamente, consiste in una specie di processo nel quale Dio giudica Israele per essersi allontanato da lui e ne annunzia il castigo, anticipando però al tempo stesso la promessa di un nuovo inizio. Infine, viene riportata un’altra composizione attribuita a Mosè nella quale è formulata una benedizione per ciascuna delle tribù di Israele (Dt 33).

Nebo Monte della catena degli Abarim, a nord-est del mar Morto. Da lì, secondo la leggenda, Mosè ha contemplato il paese di Canaan prima di morire.

61. La morte di Mosè Dopo aver condotto il suo popolo fino alle soglie della terra che Dio aveva promesso, prima di lasciare questo mondo, Mosè fa un’ultima grande esperienza.

D

alla pianura di Moab Mosè salì sul monte Nebo, sulla cima Pisga, che si trova di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il paese: la regione di Galaad fino al territorio della tribù di Dan, quello di Neftali, di Efraim e di Manasse e quello di Giuda fino al mar Mediterraneo e il Negev, la vallata di Gerico, città delle palme, fino a Zoar. Il Signore disse a Mosè: « Questa è la terra che ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe ho promesso che avrei dato ai loro discendenti. Io te la faccio vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai! ». Mosè aveva centovent’anni quando morì, nella regione di Moab, come il Signore gli aveva detto. Gli israeliti piansero la morte di Mosè e fecero trenta giorni di lutto: in Israele non ci fu più un profeta come Mosè, un uomo al quale il Signore parlava a faccia a faccia e che aveva mandato a compiere segni e prodigi in Egitto.

Mosè vede la terra promessa solo da lontano. Il suo sogno non è compiuto: altri lo porteranno a termine. Anche il profeta del secondo esodo, il Servo di JHWH, dopo aver speso la vita per preparare il ritorno del popolo, morirà in terra d’esilio (cfr. Is 53). Al termine del libro Mosè è esaltato come il profeta che parla « a faccia a faccia » con Dio. La sua presentazione in chiave profetica spiega l’importanza della « legge di Mosè », identificata in seguito con il Pentateuco, la Tôrah per eccellenza: in essa i lettori postesilici vedranno la manifestazione viva e sempre attuale della parola di Dio al suo popolo.

Dt 34,1-12

Tomba di Mosè Il Deuteronomio afferma che essa non è nota ad alcuno. È questo un espediente narrativo per delegittimare qualsiasi tentativo di dare culto a Mosè. Il ricordo del grande legislatore e condottiero non deve offuscare la fede nell’iniziativa divina da cui è venuta la liberazione di Israele.

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IV. Una rilettura della legge – Deuteronomio

I

l Deuteronomio riflette sulla situazione in cui gli israeliti sono venuti a trovarsi dopo l’ingresso nella terra promessa. L’autore dà loro le sue direttive, riportandoli idealmente al momento in cui stavano per entrare in essa: riprende in particolare il tema dell’elezione d’Israele, cui conseguono grandi privilegi ma anche pesanti responsabilità. Anzitutto Israele deve impegnarsi a obbedire pienamente alla volontà del Dio liberatore, espressa nella Tôrah. Questa contiene sì un insieme di precetti e norme, ma nel suo significato più autentico consiste nell’esigenza di amare Dio con tutto il cuore, cioè di fare propri i significati e i valori che l’hanno spinto a liberare Israele. È solo mediante la fedeltà al suo Dio che Israele può diventare un popolo forte e unito. Per questo il Deuteronomio non si limita a dare disposizioni appropriate circa il comportamento richiesto ai singoli nelle diverse situazioni di vita, ma pone nella giusta luce le strutture fondamentali dalle quali dipende il retto funzionamento della comunità. Sia il re, sia i sacerdoti e i leviti, sia anche i profeti devono svolgere i loro compiti in conformità alle disposizioni contenute nella legge. Questa appare così come una via di salvezza proposta da Dio a Israele e per mezzo suo a tutti i popoli. Anche la terra promessa è un bene salvifico, riservato da JHWH al suo popolo, che in essa dovrà dargli culto nell’unico luogo da lui scelto, testimoniando così i valori di una convivenza civile basata sulla giustizia. Il Deuteronomio, e con esso tutto il Pentateuco, termina alle soglie della terra promessa, senza raccontare l’ingresso e la conquista. Questi eventi saranno il tema del libro di Giosuè, che però appartiene non alla Tôrah ma alla raccolta dei profeti anteriori. Per la fede di Israele il possesso della terra resta quindi all’orizzonte, ma la sua realizzazione non fa parte dell’oggi bensì di un futuro più o meno remoto: anche quando sarà entrato nella terra di Canaan, il popolo dovrà fare i conti con la possibilità di esserne espulso e di dover continuare il suo cammino al di fuori di essa. Questo pensiero guidava i passi dei giudei rientrati nella terra promessa dopo l’esperienza dell’esilio. Anche per loro il vero possesso della terra si attuerà in modo pieno solo negli ultimi tempi. Per amor e di Davide tuo ser vo

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Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!

È come rugiada dell’Ermon, che scende sui monti di Sion.

È come olio profumato sul capo, che scende sulla barba, sulla barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste.

Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre. (Salmo 132,1-10)

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(Dt 1-34)



Il Deuteronomio non nega l’importanza di un giusto progresso e di un benessere materiale. Ciò che vuole evitare è il pericolo che la ricerca del benessere dia origine a nuovi idoli, che in ultima analisi si identificano con l’orgoglio e con l’autosufficienza. Perciò l’autore insiste sulla necessità di non dimenticare che tutto quello di cui il popolo dispone gli viene esclusivamente da Dio.



L’aver ricevuto gratuitamente da Dio tutto ciò che possiede comporta per Israele l'impegno di obbedire alla sua volontà. I comandamenti di Dio non sono incomprensibili, la parola del Signore è in sintonia con i desideri profondi del cuore umano. Essa parla di amore fraterno, di solidarietà e di giustizia: sono i piccoli e gli ultimi il luogo in cui si coglie la presenza di Dio nella storia e la manifestazione sempre più piena della sua attenzione all'umanità.



In questa prospettiva assume particolare importanza la terra promessa, che è presentata come il bene salvifico per eccellenza riservato da JHWH al suo popolo. Essa è descritta come una terra buona, abbondantemente irrigata, piena di floridi frutteti e vigneti, ricca di minerali, in cui sorgono magnifiche case e città. È una terra di cui ha cura JHWH stesso, nella quale il popolo dovrà servirlo in pace e sicurezza. Un popolo senza terra non può godere di una vera libertà.



Accanto alle benedizioni, il Deuteronomio riporta un lungo elenco di sventure che si abbatteranno su Israele se abbandonerà JHWH. Fra tutti questi mali il Deuteronomio dà un posto speciale alla perdita della terra promessa e all’esilio che in certi testi appare come già presente. Proprio in questa situazione però sono annunziati il perdono divino e la possibilità di un nuovo inizio: il popolo deve però tornare a Dio con tutto il suo cuore. Da qui ha origine la speranza escatologica, che illumina retrospettivamente tutto il Pentateuco.

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L’ingresso nella terra promessa Giosuè, Giudici, Rut

L

a professione di fede israelitica nella sua forma più completa comprende anche, fra gli interventi salvifici di Dio, l’ingresso del popolo nella terra promessa, l’ultimo degli eventi che hanno dato origine a Israele come popolo di Dio; a esso fa seguito un lento processo di sedenterizzazione. Gli eventi connessi con questa fase della storia israelitica sono raccontati in due libri, Giosuè e Giudici, ai quali si aggiunge il libretto di Rut, che è qui collocato in quanto narra un episodio avvenuto nello stesso periodo storico. Il materiale in essi contenuto si può così suddividere: A. L’epopea della conquista (Gs 1-24) B. I liberatori di Israele (Gdc 1-21; Rt 1-4). Nel libro di Giosuè si descrive la penetrazione degli israeliti nella terra di Canaan come il naturale compimento delle promesse fatte da Dio ai patriarchi; il libro dei Giudici invece narra il periodo in cui la presenza israelitica nella terra si è consolidata, fino all’introduzione della monarchia. Mentre in Giosuè l’occupazione della terra era narrata come una guerra lampo vittoriosa, nel libro dei Giudici essa appare come conseguenza di una lenta infiltrazione: i cananei e gli amorrei continuano ad abitare il paese, mentre i filistei estendono poco per volta il loro controllo su tutto il territorio e i madianiti, nomadi del deserto, lo invadono dall’Est per razziare i raccolti. Gli israeliti dal canto loro subiscono l’attrattiva della religione di Baal, il dio della pioggia e della fecondità, che era predominante nella regione. Questi primi due scritti fanno parte di quella raccolta che oggi è chiamata « corpo storico deuteronomistico » perché si ritiene che sia opera di una corrente letteraria e teologica che si ispira al Deuteronomio. Anzi è opinione comune che, come si è visto, in un primo momento il Deuteronomio rappresentasse un’ampia introduzione alla successiva raccolta di scritti e solo in un secondo momento sia stato staccato da essa e unito ai primi quattro libri della Tôrah. È allora che il libro di Giosuè ha assunto il ruolo di introduzione a tutto il complesso.

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V. L’ingresso nella terra promessa – Giosuè, Giudici, Rut

A. L’epopea della conquista ( Gs 1-24)

I

l libro di Giosuè è così intitolato sia nella Bibbia ebraica che nella versione greca dei Settanta (LXX) dal nome del collaboratore e successore di Mosè, al quale è stato affidato da Dio il compito di introdurre il popolo di Israele nella terra promessa. Questa missione richiede un addestramento non di carattere « bellico », ma spirituale, un percorso di fedeltà alla legge, intesa soprattutto come obbedienza al Dio liberatore. Si tratta quindi di una conquista che è frutto di un dono divino, che si attua però solo con la collaborazione di tutto il popolo. Il libro narra anzitutto la conquista della terra promessa (Gs 1-12), poi la ripartizione del territorio fra le tribù (Gs 13-21) e, infine, gli ultimi atti di Giosuè (Gs 22-24). L’esame del libro rivela la presenza di generi letterari eterogenei, quali tradizioni e leggende popolari, documenti geografici, ricordi di santuari, discorsi. In genere si tratta di un materiale molto antico, proveniente da epoche e luoghi diversi, di cui è difficile stabilire l’origine e il significato iniziale. Esso è stato raccolto e rielaborato nell’ambito della scuola deuteronomistica, la quale probabilmente ha fuso le tradizioni del santuario di Galgala, riguardanti l’ingresso di un gruppo di beniaminiti nella terra di Canaan, con i ricordi delle battaglie di Gabaon e di Merom. Da qui scaturisce l’idea di una conquista fulminea della terra, la cui distribuzione alle diverse tribù viene poi descritta con l’aiuto di documenti geografici. La formazione del libro di Giosuè fa capire che si tratta di un’opera di carattere non strettamente storico, ma piuttosto religioso. Ciò è confermato dall’assenza di reperti archeologici che attestino i fatti narrati e aiutino a dare loro una collocazione storica. Secondo un’ipotesi generalmente condivisa, anche se non verificabile, il gruppo di israeliti guidato da Giosuè sarebbe entrato nella terra di Canaan verso il 1200 a.C. Quest’epoca è caratterizzata dal silenzio dei grandi imperi. Gli egiziani e gli hittiti, dopo essersi combattuti nella battaglia di Kades, firmano nel 1280 a.C. un trattato di pace; poco più di un secolo dopo, dovranno fronteggiare l’invasione dei popoli del mare che fiaccherà sia gli uni che gli altri. Anche l’Assiria passa un momento di debolezza che le rende difficile espandersi al di fuori dei suoi confini.

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A. L’epopea della conquista (Gs 1-24)

62. I pr epar ativi Il libro di Giosuè si apre con una premessa di stampo deuteronomistico, in cui sono formulate, sotto forma di raccomandazioni fatte da Dio a Giosuè, le idee fondamentali del libro.

I

l Signore disse a Giosuè: « Il mio servo Mosè è morto, ora preparati tu ad attraversare il fiume Giordano con tutto il popolo d’Israele e a entrare nella terra che sto per darti: i suoi confini si estenderanno dal deserto all’Eufrate, il grande fiume, e fino al Libano e al mar Mediterraneo, dove tramonta il sole. Nessuno potrà resistere a te per tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te; non ti lascerò né ti abbandonerò. Sii coraggioso e forte, perché tu dovrai mettere questo popolo in possesso della terra che ho giurato di dare loro. Sii forte e coraggioso, e agisci secondo tutte le prescrizioni della legge che ti ha dato Mosè, mio servo. Non si allontanino dalla tua bocca le parole di questa legge, ma meditale giorno e notte: così porterai a buon fine le tue imprese. La conquista della terra è descritta subito all’inizio come un’impresa che si attuerà solo se Giosuè sarà fedele alla legge di Mosè. Con questa premessa l’autore vuole far sì che questo evento non appaia come un sopruso ma come un gesto legittimo, in quanto parte di un progetto più ampio che ha come scopo la salvezza non solo di Israele, ma di tutta l’umanità. I confini della terra sono fortemente idealizzati: in realtà Israele non ha mai avuto un’estensione pari a quella qui indicata.

Gs 1,1-7

Giosuè In ebraico Jehoˆsˇua‘. Questo nome gli è stato dato da Mosè nel momento in cui lo ha inviato a esplorare la terra promessa (cfr. Nm 13,16). Precedentemente egli si chiamava Osea: in realtà ambedue i nomi significano « Jahweh salva », ma in Osea è assente il riferimento al nome divino.

In sintonia con le direttive ricevute, Giosuè dà ordine al popolo di fare provviste di viveri, perché dopo tre giorni attraverseranno il fiume Giordano per occupare la terra promessa. Egli ordina poi alle tribù di Ruben e di Gad e alla metà della tribù di Manasse, che si erano già insediate in Transgiordania, di mandare i loro uomini per collaborare con le altre tribù nella conquista della terra. Solo dopo aver raggiunto questo scopo potranno tornare a casa loro. La conquista deve essere l’epopea di tutto un popolo (Gs 1,8-18).

63. Gli esplor atori Prima di dare inizio all’invasione Giosuè, da buono stratega, invia due uomini a ispezionare la località in cui avverrà l’ingresso delle tribù. La zona è quella di Gerico, al di là del Giordano.

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V. L’ingresso nella terra promessa – Giosuè, Giudici, Rut

Gs 21,1-21

Raab La prostituta di Gerico, pur non appartenendo al popolo di Israele, è presentata come un modello di fede. Secondo Mt 1,5 ha sposato Salmon ed è diventata progenitrice di Davide.

« Giosuè mandò a esplorare di nascosto il territorio ».

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G

iosuè mandò poi due dei suoi a esplorare di nascosto il territorio e soprattutto la città di Gerico. Giunti in città, essi entrarono in casa di una prostituta di nome Raab. Ma fu riferito al re di Gerico: « Ecco alcuni israeliti sono venuti qui questa notte per esplorare il paese ». Egli perciò mandò alcune guardie da Raab per dirle: « Consegnami gli uomini che sono venuti a casa tua ». La donna, che li aveva fatti salire sulla terrazza e li aveva nascosti sotto un cumulo di steli di lino, rispose: « Sì, in effetti quegli uomini sono venuti da me; io li ho accolti perché non sapevo di dove fossero, ma al momento in cui si chiudono le porte sono usciti con il favore delle tenebre e non so dove siano andati. Inseguiteli e li raggiungerete senza difficoltà ». Gli inviati allora inseguirono quegli uomini sulla strada che va verso i guadi del Giordano e la porta della città fu chiusa dietro di loro. La donna salì sulla terrazza e disse agli esploratori: « So che il Signore vi ha assegnato questo paese. Tutti gli abitanti della regione sono sopraffatti dallo spavento, perché hanno sentito che il Signore ha prosciugato le acque del mar Rosso davanti a voi, quando uscivate dall’Egitto, e voi avete votato allo sterminio Sicon ed Og, i due re amorrei che erano oltre il Giordano. Ora giuratemi per il Signore che avrete

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A. L’epopea della conquista (Gs 1-24)

per la casa di mio padre lo stesso riguardo che io ho avuto per voi. Datemi perciò un segno sicuro che lascerete vivi mio padre, mia madre, i miei fratelli, le mie sorelle e quanto loro appartiene ». Gli uomini le dissero: « Se tu non ci tradisci, quando il Signore ci darà il paese, ti tratteremo con benevolenza e lealtà ». Allora essa li fece scendere con una corda dalla finestra, perché la sua casa era addossata al muro di cinta.

L’invio delle spie doveva avere uno scopo strategico, ma alla fine appare come un semplice espediente narrativo per mostrare che anche le popolazioni cananee sono ormai coscienti di quanto sta per capitare. La conquista della terra promessa viene così presentata nuovamente come un evento in cui Israele non è il protagonista, ma uno strumento di cui Dio si serve per realizzare una salvezza che, sebbene ancora ristretta a un solo popolo, avviene su uno scenario internazionale ed è aperta a tutti.

Giordano Questo fiume nasce dal monte Ermon (2700 metri). Nella piana di Hula forma un acquitrino, poi, attraverso una stretta gola, raggiunge il lago di Tiberiade (o di Genesaret, il biblico mare di Galilea) a 209 metri sotto il livello del mare. Infine sfocia, dopo aver percorso 320 chilometri, nel mar Morto, a 397 metri circa sotto il livello del mare.

Le spie ritornano al campo israelitico e raccontano la loro esperienza, nella quale Giosuè vede un segno che preannunzia l’imminente vittoria (Gs 2,22-24).

6 4. Il passaggio del Gior dano L’ingresso nella terra promessa avviene con il passaggio del Giordano, che ha luogo alla vigilia della Pasqua, quando cioè il fiume ha acque particolarmente abbondanti. L’evento viene narrato come l’attuazione di direttive precise date da Dio agli israeliti mediante Giosuè.

G

iosuè fece accampare gli israeliti nei pressi del Giordano in attesa di attraversarlo, poi ordinò ai sacerdoti di prendere l’arca dell’alleanza e di mettersi alla testa del popolo. Il Signore si rivolse allora a Giosuè e gli disse: « Oggi farò aumentare in tutto il popolo la stima verso di te. Ordina ai sacerdoti che portano l’arca dell’alleanza di fermarsi presso le acque del Giordano; quando dirai loro di mettere i piedi nel fiume, il Giordano si dividerà in due e le acque che scendono da Nord si fermeranno e formeranno una muraglia ». E così avvenne. I sacerdoti che portavano l’arca restarono fermi nel Giordano finché tutto il popolo lo attraversò in dire-

Gs 3,1 - 4,20

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V. L’ingresso nella terra promessa – Giosuè, Giudici, Rut

Gerico Questa città, come pure Ai, al tempo di Giosuè era già un cumulo di rovine. Il racconto della conquista da parte degli israeliti era forse una leggenda eziologica con cui si spiegava l’origine dei ruderi. Questa leggenda è poi entrata nel racconto biblico della conquista.

zione di Gerico a piedi asciutti. Quando tutta la gente ebbe finito di attraversare il Giordano, il Signore disse a Giosuè: « Scegli dodici uomini, uno per ogni tribù, e comanda loro: Prendete dodici pietre che si trovano qui, in mezzo al Giordano, e deponetele nel luogo dove vi accamperete questa notte ». Giosuè fece come il Signore gli aveva detto. Gli uomini portarono le pietre nell’accampamento, a Galgala, e le eressero in cerchio per ricordare, anche ai loro figli e nipoti, che per farli passare il Signore aveva prosciugato il Giordano. Poi il fiume tornò a scorrere come prima.

Per uscire dall’Egitto gli israeliti avevano attraversato le paludi del mar dei Giunchi, per entrare in Canaan devono attraversare il Giordano. Il parallelismo tra i due eventi vuole significare la continuità ideale tra la liberazione da un potere oppressore e l’entrata in una terra in cui vivere come popolo libero. È finita un tappa, ma il cammino di liberazione continua.

Dopo l’ingresso nella terra promessa, i maschi israeliti si sottopongono alla circoncisione, che non era stata praticata nel deserto, e celebrano la Pasqua. Ha fine il dono della manna e il popolo comincia a cibarsi dei frutti della terra (Gs 5,1-12). La presa di possesso della terra inizia con la conquista di Gerico. Ma prima Giosuè fa un’esperienza analoga a quella fatta da Mosè presso il roveto ardente: egli incontra Dio stesso che si presenta a lui come il « capo dell’esercito del Signore » (Gs 5,13-15).

65. Giosuè conquista Gerico La conquista di Gerico avviene in un modo inaspettato e miracoloso. È questo per gli israeliti il primo segno che Dio è presente in mezzo a loro e che la conquista della terra di Canaan è voluta da lui e si realizzerà.

Gs 6,1-23

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L

e porte di Gerico erano sbarrate e barricate per paura degli israeliti. Dalla città non usciva più nessuno ed era impossibile entrarvi. Il Signore disse a Giosuè: « Io metterò in tuo potere Gerico, il suo re, i suoi soldati. Ti metterai in marcia con tutti i tuoi uomini e farete un giro completo attorno alla città, ogni giorno, per sei giorni di seguito. Sette sacerdoti cammineranno davanti all’arca tenendo in mano una tromba fatta di corno di ariete. Il settimo giorno girerete attorno alla città per sette volte, poi i sacerdoti suo-

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A. L’epopea della conquista (Gs 1-24) « Tutto il popolo lancerà il grido di guerra e le mura della città crolleranno ».

neranno la tromba; appena si sentirà il segnale delle trombe, tutto il popolo lancerà il grido di guerra e le mura della città crolleranno. Così ogni vostro soldato troverà davanti a sé la strada aperta. Giosuè fece come Dio aveva ordinato e il settimo giorno, dopo il suono delle trombe, le mura di Gerico crollarono su se stesse. Gli israeliti entrarono nella città, la conquistarono e incendiarono ogni cosa. Risparmiarono solo la vita a Raab e ai suoi familiari, come le avevano promesso, perché essa aveva aiutato le spie degli israeliti.

L’archeologia ha rivelato che all’epoca presunta dell’arrivo del gruppo israelita la città di Gerico era scomparsa da tempo. Il racconto mantiene però il suo significato simbolico: di fronte a un popolo unito, dotato di un forte progetto e consapevole delle sue possibilità, le difese dei nemici cadono come un castello di carte. La ferocia con cui gli israeliti si accaniscono sulla città conquistata è un dettaglio che fa parte non del messaggio, ma del genere epico del racconto.

Dopo la conquista di Gerico, Giosuè attacca la città di Ai, ma non riesce a conquistarla. Si scopre allora che alcuni israeliti, invece di obbedire al comando di distruggere tutto quanto vi era in Gerico, si erano appropriati di un ingente bottino. Allora essi vengono lapidati. Una volta puniti i colpevoli la città viene conquistata con uno stratagemma e distrutta (Gs 7-8). Per fermare gli israeliti si forma al Sud del paese di Canaan una coalizione di numerosi regni. Da essa si dissociano gli abitanti di Gabaon che si alleano con Israele (Gs 9). Quando viene a saperlo il re di Gerusalemme, con l’appoggio di altri quattro re amorrei, attacca i gabaoniti, i quali chiedono aiuto a Giosuè.

Lapidazione Nei tempi biblici in Israele la pena di morte era eseguita mediante lapidazione, cioè gettando pietre contro il colpevole. I testimoni che ne avevano provocato la condanna dovevano gettare la prima pietra (Dt 17,7; Gv 8,7).

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V. L’ingresso nella terra promessa – Giosuè, Giudici, Rut

6 6. La vittoria di Gabaon Non appena riceve la delegazione dei gabaoniti, Giosuè piomba d’improvviso sui cinque re e li disperde. Inizia allora l’inseguimento dei nemici.

Gs 10,11-14

M

entre gli amorrei fuggivano lungo la discesa di BetOron, il Signore fece cadere su di loro chicchi di grandine grossi come sassi, fin quando non arrivarono ad Azeka. Ne uccise più la grandine che la spada degli israeliti. Quel giorno, quando il Signore diede a Israele la vittoria sugli amorrei, Giosuè pregò il Signore e gridò alla presenza di tutti gli israeliti: « Sole, fermati su Gabaon! e tu,luna,sulla valle di Aialon! ». Il sole si fermò, la luna restò immobile, finché il popolo si vendicò dei suoi nemici. Non è forse scritto nel libro del Giusto: « Stette fermo il sole in mezzo al cielo e non si affrettò a calare quasi un giorno intero »? Non ci fu giorno come quello, né prima né dopo, perché il Signore aveva ascoltato la voce di un essere umano, perché il Signore combatteva per Israele.

La celebre frase: « Fermati, o sole! » fa parte di un testo poetico ed è una metafora con la quale Giosuè chiede a Dio di avere il tempo necessario per completare la vittoria. In realtà gli autori biblici

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A. L’epopea della conquista (Gs 1-24) erano convinti che il sole ruotasse veramente intorno alla terra: ma ciò non ha nulla a che vedere con la « verità » della Bibbia, che si situa non sul livello della scienza ma su quello della salvezza di tutta l’umanità.

Con la battaglia di Gabaon Giosuè conquista tutta la regione del Sud. Anche al Nord del paese si forma contro gli israeliti una coalizione di re cananei guidata da Iabin, re di Cazor; Giosuè li vince presso le acque di Merom, conquistando così tutto il Nord; in tal modo si attua il comando dato da Dio a Mosè e a Giosuè (Gs 11). La sezione termina con l’elenco dei re vinti da Giosuè (Gs 12). Giosuè ripartisce poi la terra fra tutte le tribù (Gs 13-21). Essa viene tirata a sorte in modo da essere distribuita con la massima imparzialità. Alla fine le tribù che già si erano insediate in Transgiordania ritornano alle loro terre. Giunte vicino al Giordano, esse costruiscono un altare. Ciò viene interpretato come una trasgressione del precetto deuteronomistico riguardante l’unicità del luogo di culto. Sta per scoppiare una guerra fratricida, ma il pericolo viene scongiurato quando le tribù transgiordaniche spiegano che il loro gesto aveva semplicemente lo scopo di testimoniare che anch’esse appartengono a Israele (Gs 22).

Fermati, o sole! All’epoca di Galileo Galilei questo testo fu usato indebitamente per dimostrare che il sole gira intorno alla terra. La Bibbia non vuole dare insegnamenti in campo scientifico, ma dipende nei suoi simboli e nelle sue immagini dalle concezioni dell’epoca in cui fu scritta.

67. Testamento di Giosuè Giosuè sente che ormai la sua missione è compiuta e rivolge a Israele in un « discorso-testamento » le sue ultime raccomandazioni.

O

rmai da lungo tempo il Signore faceva abitare Israele al sicuro dai nemici, e Giosuè era diventato molto vecchio; perciò convocò tutti gli israeliti, gli anziani, i capi, i giudici, i responsabili del popolo e disse loro: « Ormai io sono molto avanti negli anni. Voi avete visto tutto quello che il Signore vostro Dio ha fatto a tutte queste popolazioni, per fare spazio a voi. Io ho assegnato in possesso alle vostre tribù non solo il territorio delle nazioni già conquistate, ma anche quello ancora occupato da altre nazioni, dal fiume Giordano, a Est, fino al mar Mediterraneo, a Ovest. Infatti il Signore vostro Dio eliminerà anche queste nazioni per farvi spazio. Voi occuperete le loro terre, come il Signore ha promesso. Non deviate mai da quel che è scritto nel libro della legge di Mosè. Mettetela in pratica con grande decisione, e così non vi mescolerete con le popolazioni rimaste in mezzo a voi. Non servite i loro dèi, non ingi-

Gs 23,1-18

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Guerra Nell’antichità la guerra comportava spesso lo sterminio di civili, donne e bambini. Nella Bibbia è ammessa e a volte comandata da Dio, ma al tempo stesso è soggetta a rigide restrizioni (cfr. Dt 20,10-18). Spesso essa indica simbolicamente agli israeliti la necessità di separarsi dalle popolazioni straniere per evitare di essere contaminati dai loro costumi religiosi.

nocchiatevi davanti a loro, non pronunziate neppure i loro nomi e non usateli nei vostri giuramenti. Restate fedeli al Signore, come avete fatto finora ».

Secondo la scuola deuteronomistica, mediante il dono della terra di Canaan Dio ha ampiamente dimostrato di essere fedele alle promesse fatte. Si richiede perciò da parte di Israele un’analoga fedeltà nei confronti di JHWH. La persistenza di popolazioni straniere nella terra viene vista come una tentazione che gli israeliti dovranno superare con la massima fermezza. Questa mentalità purtroppo ha dato origine a sentimenti di ostilità e di disprezzo verso gli estranei, provocando a volte atteggiamenti che sono alieni da un autentico spirito religioso.

6 8. L’assemblea di Sic hem L’ingresso degli israeliti nella terra promessa termina con un solenne rinnovamento dell’alleanza che ha luogo presso la città di Sichem.

Gs 24,1-24

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G

iosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem: chiamò gli anziani di Israele, i capi, i giudici e i responsabili del popolo e tutti si recarono alla presenza del Signore. Giosuè comunicò il messaggio del Signore: « Nei tempi antichi i vostri antenati vivevano al di là del fiume Eufrate e veneravano altri dèi. Ma io presi Abramo e lo condussi da un capo all’altro del territorio di Canaan, gli diedi il figlio Isacco e numerosi discendenti. Mandai Mosè e Aronne in Egitto e feci uscire i vostri padri: li liberai facendo loro attraversare il mar Rosso e li accompagnai a lungo nel deserto. Attraversaste poi il Giordano e giungeste a Gerico: i suoi abitanti e le altre popolazioni del posto combatterono contro di voi e io le misi in vostro potere. Vi ho dato una terra che voi non avete lavorato e vi ho fatto abitare in città che non avete costruito, e mangiate i frutti delle vigne e degli oliveti che non avete piantato. Temete dunque il Signore e servitelo fedelmente; eliminate gli dèi che i vostri padri hanno adorato in Mesopotamia e in Egitto. Se invece non volete servire il Signore, decidete oggi chi volete servire! ». Gli israeliti risposero: « Come potremmo lasciare il Signore per seguire altri dèi? Noi serviremo il Signore nostro Dio e obbediremo alla sua voce ».

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A. L’epopea della conquista (Gs 1-24) « Noi serviremo il Signore nostro Dio e obbediremo alla sua voce ».

Giosuè non fa altro che pronunziare il credo biblico, che consiste nel racconto di quanto Dio ha fatto in favore del popolo (prologo storico): ora però sono incluse in esso anche le vicende dei patriarchi. Gli israeliti rispondono accettando di praticare la clausola fondamentale dell’alleanza, espressa mediante il verbo « servire », che implica una fedeltà che si manifesta soprattutto nell’osservanza del decalogo.

All’età di centodieci anni, Giosuè muore e viene sepolto sui monti di Efraim (Gs 24,29-31). L’autore osserva che finché visse Giosuè, il popolo fu fedele al Signore, e continuò a esserlo anche dopo la sua morte, solo però fino a quando vissero gli anziani che avevano visto le grandi cose che il Signore aveva fatto per Israele. Si prepara così il racconto del libro dei Giudici.

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ella letteratura epica domina il tema della guerra; in essa le vittorie sono considerate tali solo se sono complete e definitive; i protagonisti non sono descritti ma esaltati, perché devono evocare, in chi legge, sentimenti di ammirazione incondizionata. Il libro di Giosuè è uno dei pochi esempi di questo genere che si trovano nella Bibbia. Perciò il suo protagonista, il condottiero scelto da Dio, deve apparire valoroso e invincibile. È lui che con una guerra fulminea ha conquistato definitivamente tutto il paese. In realtà, l’idea di un’invasione armata della terra di Canaan è smentita, oltre che dalla mancanza di conferme archeologiche, dal successivo libro dei Giudici, dove l’insediamento degli israeliti appare più lento e progressivo, punteggiato di imprese individuali e di insuccessi (cfr. Gdc 1,1 - 2,5). L’entrata degli israeliti nella terra di Canaan è il punto finale dell’esodo e della lunga marcia nel deserto: essa conferisce la certezza che il progetto riguardante la liberazione di un popolo sta realizzandosi. Il fatto che la terra appartenga a Dio e sia da lui donata gratuitamente a Israele comporta che essa sia equamente distribuita fra tutte le tribù, affinché tutti possano goderne i frutti in un clima di uguaglianza e di solidarietà. Se gli israeliti si ribelleranno al loro Dio e si serviranno della terra per interessi personali o di gruppo, non potranno restare in essa: si profila perciò fin d’ora la tragica eventualità dell’esilio. Il possesso della terra quindi non è mai definitivo, ma rappresenta una realtà escatologica verso la quale il popolo dovrà sempre tendere nelle alterne vicende della sua esistenza. L’adozione del genere letterario della guerra sacra fa sì che in questo libro Israele appaia come un popolo separato da tutti gli altri; l’opposizione nei loro confronti però deve leggersi in rapporto non alle persone ma ai loro riti e pratiche idolatriche, nelle quali esso rischia continuamente di cadere. Ciò che conta però non è l’eliminazione delle altre popolazioni, ma la fedeltà all’alleanza. La voce di Dio domina il mondo Date al Signore, figli di Dio, date al Signore gloria e potenza. Date al Signore la gloria del suo nome, prostratevi al Signore in santi ornamenti. Il Signore tuona sulle acque, il Dio della gloria scatena il tuono. Il tuono del Signore schianta i cedri, il Signore schianta i cedri del Libano. Fa balzare come un vitello il Libano e il Sirion come un giovane bufalo.

Il tuono saetta fiamme di fuoco, il tuono scuote la steppa, il Signore scuote il deserto di Kades. Il tuono fa partorire le cerve e spoglia le foreste. Nel suo tempio tutti dicono: « Gloria! ». Il Signore è assiso sulla tempesta, il Signore siede re per sempre. Il Signore darà forza al suo popolo benedirà il suo popolo con la pace. (Salmo 29)

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La terra è un dono, ma il suo possesso non esclude, anzi esige una cooperazione intraprendente e coraggiosa da parte dei suoi abitanti, dai quali si esige una presa di coscienza responsabile nella gestione del dono ricevuto. Il popolo non è soltanto il prodotto dell’atto creativo iniziale di Dio, ma anche il risultato dell’impegno posto da ciascuno nel rispondere all’alleanza in modo creativo e concreto.



Il dono della terra che Dio ha fatto in un certo momento della storia a un popolo particolare è un paradigma, un modello della preoccupazione di Dio per ogni popolo e per ogni paese. È un dono affidato a ciascuno, alla nostra libertà e alla nostra responsabilità. Una nazione non può svilupparsi se ciascuno non si sente al servizio di tutti.



Se il dono della terra è « universale », è compito e dovere di giustizia ripartirla fra tutti. Questo significa saper vivere insieme, saper condividere radici e appartenenze culturali e religiose diverse. Per vivere insieme è necessario ascoltare le richieste di aiuto e accettare di perdere qualche privilegio per far crescere meglio e più liberamente altri popoli e persone.



Nel racconto biblico appare come sia difficile superare le differenze, le divisioni, i desideri di potenza e di sopraffazione: ma è solo misurandosi con questi sentimenti che Israele supera le sue scelte tribali e si mette in cammino per arrivare alla sua identità di popolo unito. Si cancella « Babele » solo quando le diversità diventano motivo di unione e non di contrapposizione, solo quando sono colte e vissute come arricchimento reciproco.

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B. I liberatori di Israele ( Gdc 1-21; Rt 1-4 )

l libro dei Giudici (in ebraico, Sˇofet.îm) racconta la storia di alcuni personaggi, vissuti nell’arco di tempo che va dall’insediamento degli israeliti nella terra di Canaan fino all’instaurazione della monarchia (1200-1025 a.C.), i quali si sono messi a capo delle tribù in momenti di particolare difficoltà. Il titolo del libro dipende dal fatto che ad alcuni di essi è attribuita la qualifica di « giudice », che include un potere non solo giudiziale, ma anche politico e militare. Dopo alcuni brani introduttivi (Gdc 1,1 - 3,6) vengono raccontate anzitutto le storie riguardanti cinque « liberatori »: Otniel, Eud, Samgar, Debora (e Barak), Gedeone (Gdc 3,7 - 9,57); le vicende dei primi tre sono appena accennate, mentre ampio spazio è dato agli altri due. Poi si prende in considerazione una serie di sette « giudici »: Tola, Iair, Iefte, Ibsan, Elon, Abdon e Sansone (Gdc 10-16): anche qui vengono raccontate per esteso solo le vicende di Iefte e Sansone, mentre gli altri sono appena ricordati. Si ha dunque l’impressione che il redattore abbia fuso due serie di racconti, riguardanti rispettivamente i liberatori e i giudici. In seguito la qualifica di « giudice » è stata estesa a tutti, distinguendo però i « giudici maggiori », le cui vicende sono narrate per esteso, dai « giudici minori », dei quali è ricordato poco più del nome. Chiudono il libro due aggiunte in cui si descrive la situazione del popolo prima della monarchia, lasciando così intravedere i motivi che hanno giustificato la nascita di questa istituzione (Gdc 17-21). Dopo i Giudici si trova, nella Bibbia cristiana, un libretto che porta come titolo il nome della sua protagonista, Rut. Nella Bibbia ebraica invece questo libretto si trova nella sezione degli Scritti e fa parte dei cinque megillôt, cioè i cinque rotoli letti ciascuno in una festa particolare; quello di Rut è utilizzato nella festa di Pentecoste. La data di composizione di questo scritto è sconosciuta, ma è probabile che esso abbia visto la luce dopo l’esilio in quanto sembra che, sostenendo l’universalismo della salvezza e l’aggregazione dei gentili al popolo eletto, voglia polemizzare con le norme restrittive emanate da Esdra. Anche questo libro, come quello di Giosuè, contiene un materiale molto eterogeneo, in cui prevalgono racconti epici e leggendari. La scuola deuteronomistica, alla quale è attribuita la sua redazione, si è espressa soprattutto nell’introduzione generale del libro (Gdc 2,6 - 3,6), nell’introduzione alla storia di Iefte (Gdc 10,6-16), nelle notizie su Otniel (Gdc 3,7-11) e nelle riflessioni che inquadrano le storie successive: con queste aggiunte i redattori hanno inteso sottolineare come l’oppressione di Israele fosse dovuta al suo peccato e la liberazione a un intervento straordinario di Dio, che opera per mezzo dei giudici da lui inviati.

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B. I liberatori di Israele (Gdc 1-21)

6 9. Isr aele nella terra di Canaan All’inizio del libro l’autore, dopo aver dato alcune notizie circa l’insediamento delle tribù e i loro rapporti con le popolazioni cananee (Gdc 1,1 - 2,5), indica la prospettiva religiosa secondo la quale egli intende narrare gli eventi riguardanti il primo periodo di permanenza nella terra di Canaan.

G

li israeliti fecero ciò che è male. Abbandonarono più volte il Signore, il Dio dei loro padri, che li aveva fatti uscire dall’Egitto, e seguirono gli dèi delle nazioni circonvicine, si prostrarono davanti a loro e provocarono il Signore. Ogni volta il Signore si adirava con loro e li metteva in mano a razziatori, che li depredavano. Così erano ridotti all’estremo, come il Signore aveva detto. Dopo di ciò, il Signore faceva sorgere dei giudici, che li liberavano dalle mani di coloro che li spogliavano. Ma neppure ai loro giudici davano ascolto, anzi si prostituivano ad altri dèi e si prostravano davanti a loro. Abbandonarono ben presto la via battuta dai loro padri, i quali avevano obbedito ai comandi del Signore. Quando suscitava loro un giudice, il Signore era con lui e li liberava dalla mano dei loro nemici durante tutta la sua vita; il Signore infatti si lasciava commuovere dai gemiti che essi gli rivolgevano quando si trovavano sotto il giogo dei loro oppressori. Ma quando il giudice moriva, tornavano a corrompersi più dei loro padri, senza desistere dalle loro pratiche e dalla loro condotta ostinata.

Fino all’esilio la religione degli israeliti nella terra di Canaan non era molto diversa da quella delle popolazioni ivi residenti. Il redattore deuteronomistico bolla questa situazione come infedeltà a JHWH e spiega le disgrazie del popolo come punizioni per questo suo peccato. Su questo sfondo i leader carismatici appaiono come liberatori inviati da Dio, capaci non solo di respingere gli avversari ma anche di riportare il popolo al suo Dio.

I primi giudici ricordati nel libro sono Otniel, Eud e Samgar, dei quali si hanno poche notizie (Gdc 3,7-21). Viene poi narrata la vicenda di Debora e Barak. Debora viene presentata come una profetessa; di lei si dice che risiedeva nei pressi di Betel, sulle montagne di Efraim, dove risolveva le vertenze che le venivano sottoposte. Quando Sisara, generale di Iabin, re di Azor, scende in campo contro le tribù

Gdc 2,11-19

Giudici L’istituzione dei giudici (sˇofet. îm) richiama quella dei sufeti, i quali erano magistrati deputati al governo di Cartagine, una città fenicia dell’Africa settentrionale.

Debora È una profetessa e al tempo stesso amministra la giustizia. Il suo compito era simile a quello del giudice di pace, che cerca di riconciliare i contendenti dirimendo le loro liti.

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V. L’ingresso nella terra promessa – Giosuè, Giudici, Rut Debora era una profetessa: gli israeliti andavano da lei per sottoporle le loro vertenze giudiziarie.

del Nord, essa manda a chiamare Barak, figlio di Abinoam, e lo invita a raccogliere un esercito di diecimila uomini per combattere contro Sisara. Barak accetta a patto che Debora vada con lui. Debora acconsente, ma lo avvisa che la gloria della vittoria non sarà sua (Gdc 4,1-16).

70. Vittoria di Deb or a e Bar ak su Sisara L’esercito di Barak e quello di Sisara si preparano alla battaglia. Barak schiera i suoi uomini sul monte Tabor, e da lì scende con essi per combattere contro Sisara che si trova nella pianura. Nonostante la sua superiorità numerica, questi è sconfitto e fugge a piedi. Il narratore descrive la sua fine miserabile.

Gdc 4,17-24

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S

isara giunse alla tenda di Giaele, la moglie di Eber il Kenita, che era alleato di Iabin, re di Azor. Giaele andò incontro a Sisara e gli disse: « Fermati!, mio signore, fermati da me, non temere ». Egli entrò da lei nella sua tenda ed essa lo nascose con una coperta. Egli le disse: « Ho sete. Dammi un po’ d’acqua da bere ». Essa aprì l’otre del latte, gli diede da bere e lo ricoprì. Egli le disse: « Sta’ davanti alla tenda. Se qualcuno ti chiede: C’è qui un uomo? Dirai: No, non c’è nessuno ». Egli era sfinito. Quando fu profondamente addormentato, Giaele impugnò il martello, prese un picchet-

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to della tenda, venne pian piano da lui e glielo conficcò nella tempia, fino a farlo penetrare in terra. Così egli morì. Giunse intanto Barak che inseguiva Sisara; Giaele gli uscì incontro e gli disse: « Vieni e ti mostrerò l’uomo che cerchi ». Egli entrò da lei e vide Sisara steso a terra, morto, con il picchetto nella tempia. Così Dio umiliò Iabin, re di Canaan, di fronte agli israeliti.

Giaele è presentata come una eroina. Il suo gesto, non certamente encomiabile, è visto simbolicamente come la vittoria del bene, di cui gli israeliti si sentono portatori, sulla potenza del male, rappresentata da Sisara. In quel contesto culturale, il fatto che sia una donna a uccidere il nemico significa un’ulteriore umiliazione, e di riflesso sottolinea il pieno coinvolgimento di semplici donne nella grande epopea della liberazione.

La vittoria di Debora e di Barak viene esaltata in una composizione poetica chiamata « cantico di Debora » (Gdc 5,1-31).

71. La madr e di Sisar a Al termine del cantico di Debora appare un’altra donna, la madre di Sisara, che attende il figlio, preoccupata per il suo ritardo.

Dietro la finestra si affaccia e si lamenta la madre di Sisara, dietro la persiana: Perché il suo carro tarda ad arrivare? Perché così a rilento procedono i suoi carri? Le sue principesse più sagge rispondono e anche lei torna a dire a se stessa: Certo han trovato bottino, stan facendo le parti: una fanciulla, due fanciulle per ogni uomo; un bottino di vesti variopinte per Sisara, un bottino di vesti variopinte a ricamo; una veste variopinta a due ricami è il bottino per il mio collo… Così periscano tutti i tuoi nemici, Signore! Ma coloro che ti amano siano come il sole, quando sorge con tutto il suo splendore.

Gdc 5,28-31

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V. L’ingresso nella terra promessa – Giosuè, Giudici, Rut Le donne non erano parte attiva nelle attività belliche, ma ne subivano le conseguenze. Se appartenevano alla parte vincente partecipavano alla spartizione del bottino, altrimenti diventavano esse stesse bottino dei vincitori o vittime della loro violenza. Su questo sfondo appare meglio il risalto dato a Giaele e ad altre eroine della Bibbia.

Il quinto giudice è Gedeone (Gdc 6-9). Egli libera gli israeliti che, a causa delle loro pratiche idolatriche, erano stati angariati per sette anni dai madianiti e dagli amaleciti. Costoro erano nomadi del deserto che, dopo la mietitura, si abbattevano su Israele e si impadronivano di tutto, raccolto e bestiame.

7 2. La v ocazione di Gedeone Gedeone viene presentato come un normale contadino israelita, al quale Dio si rivela in modo inaspettato conferendogli un compito molto impegnativo, quello di guidare il popolo alla riscossa.

Gdc 6,11-27

« Il Signore è con te, uomo forte e valoroso! ».

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l Signore mandò allora il suo angelo che si sedette sotto un grande albero nell’orto del padre di Gedeone. Questi stava battendo il grano dentro a un tino, di nascosto dai madianiti. L’angelo del Signore gli apparve e gli disse: « Il Signore è con te, uomo forte e valoroso! ». Gedeone gli rispose: « Signor mio, se il Signore è con noi, perché ci è capitato tutto questo? Dove sono tutti i suoi prodigi che i nostri padri ci hanno narrato, dicendo: il Signore non ci ha

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fatto forse uscire dall’Egitto? Ma ora il Signore ci ha abbandonati e ci ha messo nelle mani di Madian ». Allora il Signore si rivolse a lui e gli disse: « Va’ con questa tua forza e salva Israele dalla mano di Madian; non ti mando forse io? ». Gli rispose: « Signor mio, come salverò Israele? Ecco la mia famiglia è la più povera di Manasse e io sono il più piccolo nella casa di mio padre ». Il Signore gli disse: « Io sarò con te e tu sconfiggerai i madianiti come se fossero un uomo solo ». Gli disse allora: « Se ho ottenuto il tuo favore, dammi un segno che proprio tu mi parli. Intanto, non te ne andare da qui prima che io ritorni da te e porti la mia offerta da presentarti ». Gedeone entrò in casa, cucinò un capretto e con un’efa di farina preparò focaccine azzime; mise la carne in un canestro e il brodo in una pentola, portò il tutto sotto il terebinto e glielo offrì. L’angelo di Dio gli disse: « Prendi la carne e le focacce azzime, mettile su questa pietra e vèrsavi sopra il brodo ». Egli obbedì. Allora l’angelo del Signore stese l’estremità del bastone che aveva in mano e toccò la carne e le focacce azzime; dalla roccia salì un fuoco che consumò la carne e le focaccine azzime e l’angelo del Signore scomparve dai suoi occhi. In quella stessa notte il Signore gli disse: « Demolisci l’altare di Baal fatto da tuo padre e fai a pezzi il palo sacro che gli sta accanto. Costruisci un altare al Signore tuo Dio sulla cima di questa roccia, disponendo ogni cosa con ordine; poi prendi un altro giovenco di tuo padre e offrilo in olocausto bruciandolo con il legno del palo sacro ». Allora Gedeone prese dieci uomini fra i suoi servitori e fece come il Signore gli aveva ordinato; ma temendo di farlo di giorno, per paura dei suoi parenti e della gente della città, lo fece di notte.

Segno Oggetto o azione, che simboleggia una realtà superiore, inaccessibile ai sensi umani e ne indica la presenza. Il segno non è necessariamente qualcosa di straordinario, ma è percepito come tale da chi lo riceve.

Vello Come segno di conferma della sua chiamata, Gedeone chiede che una pelliccia di agnello esposta all’umidità della notte si bagni mentre l’erba resta asciutta e poi che resti asciutta mentre l’erba intorno è bagnata. Tutte e due le volte il segno gli viene concesso.

Il racconto della vocazione di Gedeone segue lo schema classico delle manifestazioni di Dio: apparizione del messaggero divino, assegnazione di un compito, dichiarazione di incapacità da parte del prescelto, rassicurazione e segno che attesta l’intervento divino. Dal racconto appare come l’impegno di un essere umano a favore del proprio popolo sia frutto di una scelta che, per la sua importanza, non può essere qualificata che come un dono divino.

La distruzione dell’altare di Baal vale a Gedeone il soprannome di IerubBaal, che viene spiegato, mediante un’etimologia popolare, « Baal faccia causa contro di lui ». In seguito al suo gesto, Gedeone rischia di essere ucciso dai suoi compaesani, ma suo padre lo salva. Egli poi raduna un esercito e, dopo aver chiesto e ottenuto da Dio un nuovo segno, si schiera contro i suoi nemici (Gdc 6,28-40).

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V. L’ingresso nella terra promessa – Giosuè, Giudici, Rut

7 3. La battaglia contro i madianiti Gedeone è riuscito a raccogliere un esercito numeroso, ma questo non è considerato come un punto a suo favore: Dio gli chiede di ridurre il numero dei suoi uomini.

Gdc 7,1-8

Soldati di Gedeone Coloro che lambiscono l’acqua con la lingua sono scelti non perché più agili e capaci, ma perché più motivati nelle loro scelte e pronti a qualunque sacrificio per conseguire la vittoria.

Sichem Località al centro della montagna di Efraim dove Abramo per la prima volta eresse un altare a JHWH (Gn 12,8) e Giosuè rinnovò l’alleanza (Gs 24). La vicenda di Abimelech dimostra che durante il tempo dei giudici la città era ancora in mano dei cananei.

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G

edeone, con tutta la gente che era con lui, alzatosi di buon mattino, si accampò alla fonte di Carod. Il campo di Madian era al Nord, verso la collina di More, nella pianura. Il Signore disse a Gedeone: « La gente che è con te è troppo numerosa, perché io metta Madian nelle sue mani; Israele potrebbe vantarsi dinanzi a me e dire: La mia mano mi ha salvato. Ora annunzia davanti a tutto il popolo: « Chiunque ha paura e trema, torni indietro ». Gedeone li mise così alla prova. Tornarono indietro ventiduemila uomini del popolo e ne rimasero diecimila. Il Signore disse a Gedeone: « Gli uomini sono ancora troppo numerosi; falli scendere all’acqua, e io li metterò alla prova ». Gedeone dunque li fece scendere all’acqua e il Signore gli disse: « Quanti lambiranno l’acqua con la lingua, come la lambisce il cane, li porrai da una parte; porrai da un’altra quanti, per bere si metteranno in ginocchio ». Il numero di quelli che lambirono l’acqua portandosela alla bocca con la mano fu di trecento uomini; tutti gli altri bevvero mettendosi in ginocchio. Allora il Signore disse a Gedeone: « Con questi trecento uomini che hanno lambito l’acqua, io vi salverò e metterò i madianiti nelle tue mani. Tutto il resto della gente se ne vada ognuno a casa sua ».

La drastica riduzione degli uomini di Gedeone è stata voluta da Dio affinché fosse evidente che il successo di una causa non dipende dai mezzi utilizzati, ma dalle motivazioni di coloro che vi sono coinvolti. Anche poche persone hanno la capacità di attuare con successo il bene comune.

Una visita al campo nemico rassicura Gedeone, il quale poi con uno stratagemma sconfigge i nemici. La sua vittoria suscita però la gelosia degli efraimiti, i quali non avevano partecipato alla battaglia, ma il diverbio non ha conseguenze (Gdc 7,9 - 8,3). Gedeone riporta altre vittorie sui madianiti; invitato a diventare re, rifiuta: anche per questo la sua personalità appare particolarmente integra. Tuttavia alla fine cede alla tentazione dell’idolatria (Gdc 8,4-33). Sarà invece Abimelech, un figlio che Gedeone aveva avuto da una donna sichemita, ad assume-

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B. I liberatori di Israele (Gdc 1-21) re la regalità. Costui non è un giudice, e viene riconosciuto come re solo dai cananei di Sichem. Per ottenere il potere egli non esita a uccidere i settanta figli di Gedeone, suoi fratelli (Gdc 9,1-7).

74. L’apologo di Iotam Dalla strage dei figli di Gedeone si salva solo l’ultimo di essi, Iotam, il quale sale sulla cima del monte Garizim e da lì pronunzia un apologo.

Si misero in cammino gli alberi per ungere un re su di essi. Dissero all’ulivo: Regna su di noi. Rispose loro l’ulivo: Rinunzierò al mio olio, grazie al quale si onorano gli dèi e gli esseri umani, per andare ad agitarmi sugli alberi? Dissero gli alberi al fico: Vieni tu a regnare su di noi. Rispose loro il fico: Rinunzierò alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, per andare ad agitarmi sugli alberi? Dissero gli alberi alla vite: Vieni tu a regnare su di noi. Rispose loro la vite: Rinunzierò al mio mosto che allieta gli dèi e gli esseri umani, per andare ad agitarmi sugli alberi? Dissero tutti gli alberi al rovo: Vieni tu a regnare su di noi. Rispose il rovo agli alberi: Se in verità volete costituirmi come re su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano.

Gdc 9,8-15

« Rifugiatevi alla mia ombra: se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano ».

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V. L’ingresso nella terra promessa – Giosuè, Giudici, Rut

Apologo Breve racconto con fini educativi in cui vengono introdotti a parlare cose inanimate, alberi, animali.

Iefte Questo giudice aveva promesso a Dio che, se avesse sconfitto i suoi nemici, gli avrebbe sacrificato la prima persona che avesse incontrato tornando a casa. Purtroppo incontrò la sua unica figlia. La storia di Iefte è simile al mito di Ifigenia, sacrificata dal padre Agamennone.

Gdc 13,1-7

Nazireo Un uomo consacrato a Dio mediante un voto fatto da lui stesso o dai genitori. Il nazireo si distingueva dagli altri per alcuni segni esterni, come non tagliarsi i capelli o rinunziare alle bevande alcooliche.

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L’apologo rappresenta una critica durissima contro il potere e chi lo detiene, ma anche contro coloro che, con facilità, permettono che esso cada nelle mani di persone indegne.

Iotam preannunzia ai sichemiti le conseguenze della loro scelta (Gdc 9,16-21). La storia prosegue con la rivolta dei sichemiti contro Abimelech, il quale li sconfigge e distrugge la loro città. Egli cinge poi d’assedio la città israelita di Tabes, ma viene ucciso da una tegola scagliata da una donna (Gdc 9,22-57). Dopo i racconti riguardanti Gedeone, ha inizio la lista dei « giudici minori » (Gdc 10-12), fra i quali un posto preponderante viene assegnato a Iefte (Gdc 10,6 - 12,7). Infine, viene riportata la storia di Sansone (Gdc 13-16). Questi apparteneva alla tribù di Dan ed era dotato di una forza straordinaria. Le sue vicende sono raccontate in modo vivace e ricco di particolari come spesso accade nella letteratura popolare. Egli si oppone ai filistei, che dalla costa del Mediterraneo si espandono verso Est. I suoi scontri con loro sono per lo più dispetti e ripicche, prodezze e scherzi di cattivo gusto.

7 5. La nascita di Sansone La figura di Sansone non ha nulla di religioso o di edificante. Tuttavia la tradizione lo presenta come un liberatore inviato da Dio. A tale scopo viene dato particolare rilievo ai segni che hanno accompagnato la sua nascita.

G

li israeliti tornarono a compiere il male e il Signore li mise nelle mani dei filistei per quarant’anni. C’era allora un uomo di Zorea di una famiglia di Daniti, chiamato Manoach; sua moglie era sterile e non aveva mai partorito. L’angelo del Signore apparve a questa donna e le disse: « Ecco, tu sei sterile e non hai avuto figli, ma concepirai e partorirai un figlio. Ora guardati dal bere vino o bevanda inebriante e dal mangiare nulla di immondo. Poiché ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, sulla cui testa non passerà rasoio, perché il fanciullo sarà un nazireo consacrato a Dio fin dal seno materno; egli comincerà a liberare Israele dalle mani dei filistei ». La donna andò a dire al marito: « Un uomo di Dio è venuto da me; aveva l’aspetto di un angelo di Dio, un aspetto terribile. Io non gli ho domandato da dove veniva ed egli non mi ha rivelato il suo nome, ma mi ha detto: Ecco tu concepirai e partorirai un figlio; ora non bere

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B. I liberatori di Israele (Gdc 1-21) « Tu concepirai e partorirai un figlio (...) sulla cui testa non passerà rasoio ».

vino né bevanda inebriante e non mangiare nulla d’immondo, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio dal seno materno fino al giorno della sua morte ».

Il tema della nascita da una madre sterile, spesso utilizzato nella Bibbia, mette in luce il carattere « provvidenziale » di Sansone, il quale svolgerà un ruolo determinante nella vita del suo popolo. Il lettore è invitato così a correggere fin dall’inizio una valutazione puramente negativa del suo comportamento che facilmente potrebbe essere indotta dalle vicende a lui attribuite.

La storia di Sansone è in realtà una raccolta di aneddoti popolari. L’angelo del Signore appare una seconda volta ai genitori di Sansone ripetendo la stessa promessa (Gdc 13,8-25). Diventato adulto, Sansone si sposa con una donna filistea (Gdc 14,1-11); durante i festeggiamenti propone ai convitati un indovinello, scommettendo con loro trenta abiti che non ne avrebbero scoperto il significato; essi però vincono la scommessa facendosi dire la soluzione dalla moglie di Sansone: questi, per pagare la scommessa, uccide trenta filistei e ne porta via le spoglie (Gdc 14,12-20). Poi, dà fuoco alle messi dei filistei (Gdc 15,1-8). Catturato da costoro, si libera e con una mascella d’asino uccide mille uomini (Gdc 15,9-20). A Gaza, dove ha incontrato una prostituta, i filistei cercano di catturarlo, ma egli se ne va portando sulle spalle le porte della città (Gdc 16,1-3).

Indovinello di Sansone Andando a Timna per le nozze, Sansone aveva constatato che nella carcassa di un leone da lui precedentemente ucciso aveva fatto il nido uno sciame di api. Perciò aveva escogitato il seguente indovinello: « Dal divoratore qualcosa da mangiare, dal forte qualcosa di dolce ».

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76. Sansone e Dalila Le avventure tragicomiche di Sansone terminano quando egli cade nelle mani di una donna, la quale riesce a carpirgli il segreto della sua forza.

Gdc 16,4-22

Filistei Popolo indoeuropeo che, insieme con gli altri popoli del mare, approdò alla costa meridionale della Palestina nei primi anni del secolo XII a.C. e divenne uno dei principali rivali d’Israele. Il loro vantaggio consisteva nel fatto che sapevano lavorare il ferro.

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S

ansone si innamorò di una donna della valle di Sorek, che si chiamava Dalila. I capi dei filistei andarono da lei e le dissero: « Seducilo e cerca di sapere da dove proviene la sua forza così grande e come potremmo prevalere su di lui per legarlo e domarlo; come compenso ti daremo ciascuno millecento sicli d’argento ». Dalila allora disse a Sansone: « Spiegami: Da dove proviene la tua forza così grande e in qual modo ti si potrebbe legare per domarti? » Sansone le rispose: « Se mi legassero con sette corde d’arco fresche, non ancora secche, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque ». Allora Dalila lo legò con sette corde d’arco fresche, poi gridò: « Sansone, i filistei ti sono addosso! ». Ma egli spezzò le corde come si spezza un filo di stoppa, quando sente il fuoco. Allora Dalila disse a Sansone: « Ecco tu ti sei burlato di me e mi hai detto menzogne; ora spiegami come ti si potrebbe legare ». Le rispose: « Se mi legassi con funi nuove non ancora adoperate, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque ». Essa prese allora delle funi nuove, lo legò e gli gridò: « Sansone, i filistei ti sono addosso! ». Ma egli ruppe come un filo le funi che aveva alle braccia. Dalila gli disse: « Ancora ti sei burlato di me; spiegami come ti si potrebbe legare ». Le rispose: « Se tu tessessi le sette trecce della mia testa nell’ordito e le fissassi con il pettine del telaio, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque ». Essa fece quanto egli aveva detto, poi gridò: « Sansone, i filistei ti sono addosso! ». Ma egli si svegliò dal sonno e strappò il pettine del telaio e l’ordito. Allora essa gli disse: « Come puoi dirmi: Ti amo, mentre il tuo cuore non è con me? Già tre volte ti sei burlato di me e non mi hai spiegato da dove proviene la tua forza così grande ». Siccome essa lo importunava ogni giorno con le sue parole e lo tormentava, egli non seppe più mentire e le disse: « Non è mai passato rasoio sulla mia testa, perché sono un nazireo di Dio dal seno di mia madre; se fossi rasato, la mia forza si ritirerebbe da me, diventerei debole e sarei come un uomo qualunque ». Allora Dalila, comprendendo che questa volta le aveva detto la verità,

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mandò a chiamare i capi dei filistei, i quali vennero da lei e portarono con sé il denaro. Essa lo addormentò sulle sue ginocchia, chiamò un uomo esperto e gli fece radere le sette trecce del capo. Egli cominciò a infiacchirsi e la sua forza si ritirò da lui. Allora essa gli gridò: « Sansone, i filistei ti sono addosso! ». Egli, svegliatosi dal sonno, pensò: « Anche questa volta mi svincolerò e ne uscirò indenne ». Ma non sapeva che il Signore si era ritirato da lui. I filistei lo presero e gli cavarono gli occhi; lo fecero scendere a Gaza e lo legarono con catene di rame. Egli dovette girare la macina nella prigione.

Macina da mulino Era una pietra rotonda, molto grossa, che, montata su un perno, ruotava su un’altra: fra le due si metteva il grano da macinare. A causa del suo peso, spesso per farla girare si usava un animale.

Sansone è un gigante debole, che cede alle suggestioni di una donna e tradisce il segreto della sua forza. I filistei sono ormai convinti di averlo sottomesso ma non si rendono conto che nella sofferenza egli ha ritrovato il suo carisma.

Mentre egli si trova in carcere, i capelli di Sansone crescono nuovamente. Questo fenomeno fisiologico diventa il segno del suo ritorno alla vocazione originaria, dalla quale derivava la sua forza.

77. La morte di Sansone Un giorno i capi dei filistei, mentre si trovano nel tempio per offrire un sacrificio al dio Dagon, chiedono di condurvi Sansone (Gdc 16,22-26). È venuto per lui il momento della sua rivincita.

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el culmine dei festeggiamenti i capi dei filistei dissero: « Chiamate Sansone perché ci faccia divertire! ». Fecero quindi uscire Sansone dalla prigione ed egli si mise a far giochi alla loro presenza. Poi lo fecero stare vicino alle colonne. Sansone disse al fanciullo che lo teneva per mano: « Lasciami pure; fammi solo toccare le colonne sulle quali posa la casa, così che possa appoggiarmi a esse ». Ora la casa era piena di uomini e donne; vi erano tutti i capi dei filistei e sul terrazzo circa tremila persone fra uomini e donne, che stavano a guardare, mentre Sansone faceva giochi. Allora Sansone invocò il Signore e disse: « Signore, ricordati di me! Dammi forza per questa volta soltanto, Dio, e in un colpo solo mi vendicherò sui filistei per la

Gdc 16, 25-30

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Betlemme Cittadina situata a circa 10 chilometri a sud di Gerusalemme, il cui nome significa « casa del pane ». La presenza di efratei ha fatto sì che nelle sue vicinanze fosse localizzata la tomba di Rachele, sebbene costei fosse morta vicino a Efrata, una trentina di chilometri a nord di Gerusalemme. Dista circa 80 chilometri dal territorio di Moab, che si trova al di là del mar Morto.

perdita dei miei due occhi! ». Sansone palpò le due colonne di mezzo, sulle quali posava la casa; si appoggiò a esse, all’una con la destra, all’altra con la sinistra. Poi disse: « Che io muoia insieme con i filistei! ». Si curvò con tutta la forza e la casa rovinò addosso ai capi e a tutto il popolo che vi era dentro. Furono più quelli che egli uccise con la sua morte di quanti ne aveva fatti morire in vita.

Assieme alla nascita, anche la morte è l’occasione per mettere in luce il ruolo di Sansone come liberatore inviato da Dio. Alla fine, infatti, egli trova la forza di sacrificare la sua vita per il suo popolo. La sua grandezza non è da cercarsi tanto nelle imprese, di dubbia moralità, che ha compiuto in vita, e neppure nel numero di persone portate con sé nella tomba, ma piuttosto nella sua vocazione e nella sua morte coraggiosa. Anche se il suo desiderio di vendetta non è encomiabile, e il suo gesto finale ha provocato la morte di tante persone innocenti, ciò che emerge in primo piano è la sua fedeltà ritrovata attraverso la dura esperienza della sofferenza.

La vicenda di Sansone si situa all’inizio della lotta tra Israele e i filistei, nel cui contesto gli israeliti giungeranno alla determinazione di darsi un re. Con il pericolo esterno va però di pari passo il disordine interno, i cui sintomi vengono descritti in due racconti: la migrazione dei daniti e la costruzione del santuario illegittimo di Dan (Gdc 17-18); il delitto di Gabaa e la guerra contro Beniamino (Gdc 19-21).

78. Il matrimonio di R ut la moabita

Spigolatura I poveri avevano il diritto di raccogliere le spighe di orzo che rimanevano in terra dopo la mietitura (cfr. Dt 24,19).

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In occasione di una carestia, un giudeo di Betlemme, di nome Elimelech, era emigrato nel territorio di Moab, insieme con la moglie Noemi e i suoi due figli, Maclon e Chilion. Morto il padre, i due figli avevano sposato due donne moabite, Orpa e Rut. Anch’essi però erano morti e Noemi era rimasta sola in terra straniera con le due nuore. Ella decide allora di tornare a Betlemme e consiglia alle nuore di ritirarsi presso le rispettive famiglie. Mentre Orpa accetta, Rut si ostina a seguire la suocera, affermando la sua piena adesione non solo a lei, ma anche al suo popolo e al suo Dio. Era il tempo della raccolta dell’orzo. Per mantenere la suocera, Rut va a spigolare. Capita così nei campi di Booz, un ricco proprietario parente di Elimelech, il quale, informato di quanto Rut ha fatto per Noemi, la accoglie con benevolenza. Giunta a casa, Rut racconta tutto a Noemi ed essa le rivela che Booz è un suo parente, al quale in forza della

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B. I liberatori di Israele (Rt 1-4) legge del levirato compete il diritto/dovere di riscattare la proprietà del defunto e di dargli una discendenza. Perciò Noemi prende l’iniziativa per far sì che ciò avvenga.

N

oemi disse a Rut: « Figlia mia, non devo io cercarti una sistemazione, così che tu sia felice? Ora, Booz, con le cui giovani tu sei stata, non è nostro parente? Ecco, questa sera deve ventilare

Rt 3,1-11

« Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia » (Rt 4,15).

Moabiti Secondo una leggenda riportata nella Bibbia (cfr. Gn 19,37) erano i discendenti di Moab, il quale era nato dall’unione incestuosa che una delle due figlie di Lot, nipote di Abramo, aveva avuto con il padre.

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V. L’ingresso nella terra promessa – Giosuè, Giudici, Rut

l’orzo sull’aia. Su dunque, profumati, avvolgiti nel tuo manto e scendi all’aia; ma non ti far riconoscere da lui, prima che egli abbia finito di mangiare e di bere. Quando andrà a dormire, osserva il luogo dove egli dorme; poi va’, alzagli la coperta dalla parte dei piedi e mettiti lì a giacere; ti dirà lui ciò che dovrai fare ». Rut le rispose: « Farò quanto dici ». Poi scese all’aia e fece quanto la suocera le aveva ordinato. Booz mangiò, bevve e aprì il cuore alla gioia; poi andò a dormire accanto al mucchio d’orzo. Allora Rut venne pian piano, gli alzò la coperta dalla parte dei piedi e si coricò. Verso mezzanotte quell’uomo si svegliò, con un brivido, si guardò attorno ed ecco una donna gli giaceva ai piedi. Le disse: « Chi sei? ». Rispose: « Sono Rut, tua serva; stendi il lembo del tuo mantello sulla tua serva, perché tu hai il diritto di riscatto ». Le disse: « Sii benedetta dal Signore, figlia mia! Questo tuo secondo atto di bontà è migliore anche del primo,perché non sei andata in cerca di uomini giovani,poveri o ricchi che siano. Ora non temere, figlia mia; io farò per te quanto dici, perché tutti i miei concittadini sanno che sei una donna virtuosa ». Booz ha compreso che con il suo gesto Rut ha espresso una richiesta legittima di matrimonio. Il suo unico desiderio è quello di dare una discendenza al marito, attuando così il proposito di essergli fedele fino alla fine.

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B. I liberatori di Israele (Rt 1-4) Booz informa Rut che un altro prima di lui ha il diritto/dovere di riscatto nei suoi confronti. Il giorno dopo ha luogo la scena del riscatto (Rt 4,1-12): all’alba Booz si reca alla porta della città dove incontra l’interessato e gli chiede quali siano le sue intenzioni. Egli si dice disposto a riscattare il campo di Noemi, ma non a prendere Rut in moglie. Allora Booz subentra al suo posto e sposa Rut, la quale dà alla luce un figlio, Obed, che viene adottato da Noemi (Rt 4,13-17). Questo bambino sarà il nonno di Davide, come appare dalla sua genealogia qui riportata: « Questa è la discendenza di Perez: Perez generò Chezron; Chezron generò Ram; Ram generò Amminadab; Amminadab generò Nacson; Nacson generò Salmon; Salmon generò Booz; Booz generò Obed; Obed generò Iesse e Iesse generò Davide » (Rt 4,18-22). In questo modo una semplice vicenda familiare è collegata con la storia politica e religiosa di Israele, nella quale Davide svolgerà un ruolo di primaria importanza.

Levirato Dal latino levir (cognato). Legge in basea alla quale, quando un uomo moriva senza figli, suo fratello aveva l’obbligo di sposarne la vedova al fine di dargli una discendenza. Il matrimonio di Booz e Rut fu fatto in ossequio a questo costume, sebbene Booz non fosse fratello del marito di Rut, ma solo un suo parente prossimo.

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V. L’ingresso nella terra promessa – Giosuè, Giudici, Rut

I

l libro dei Giudici ha la funzione di collegare il racconto della conquista, in cui tutto il popolo appare unito sotto la guida di Giosuè, al periodo della monarchia nel quale Israele si avvierà inesorabilmente verso la sua rovina. La galleria dei salvatori di Israele mette in luce da una parte la fedeltà di Dio al suo popolo e dall’altra la fragilità quasi congenita del popolo nei suoi confronti. È caratteristico il fatto che in questo libro il peccato provenga soprattutto dal popolo stesso, il quale viene salvato unicamente per merito dei suoi capi. Per questo il periodo dei giudici appare come un tempo ideale: per quanto peccatore, il popolo è guidato direttamente da Dio mediante guide carismatiche che, pur avendo anch’esse le loro debolezze, terminata la loro missione scompaiono dalla scena, senza avvalersi a scopi personali del prestigio ottenuto. L’affermare che il disordine di questo periodo dipende, come si dice al temine del libro, « dall’assenza di un re », non significa formulare un giudizio positivo nei confronti dell’istituzione monarchica, ma solo metterne in luce la necessità, come rimedio estremo, anche se inefficace, a un male più grande. Il libretto di Rut ha tutte le caratteristiche di un romanzo sapienziale, analogo come genere letterario alla storia di Giuseppe: Noemi appare come la donna che, pur nei momenti più neri della sua vita, non cessa di essere fedele a Dio e al suo popolo; per la sua pietà filiale e la fedeltà al marito defunto, Rut appare non solo come la donna saggia per eccellenza, assimilata alle due madri di Israele, Rachele e Lia (Rt 4,11), ma anche come il modello del proselite che lascia la propria gente per aderire al popolo di Dio (Rt 1,16; 2,11). Anche Booz è presentato come il vero israelita che vive fino in fondo la fedeltà a Dio e alla sua legge: per lui benessere e agiatezza non sono un ostacolo alla sensibilità e alla misericordia verso i meno fortunati.

Fiducia in Dio che veglia su Israele Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra. Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenterà, non prenderà sonno, il custode d’Israele.

Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre, e sta alla tua destra. Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte. Il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà la tua vita. Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri (Salmo 121)

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B. I liberatori di Israele (Gdc 1-21; Rt 1-4)



Nel libro dei Giudici appare soprattutto la fragilità di un popolo che non riesce a vivere in base agli ideali che hanno motivato il suo cammino di liberazione. Le sciagure che colpiscono il popolo sono presentate come castighi di Dio soprattutto per l’idolatria in cui esso è caduto. Ma in realtà devono essere viste come un’occasione preziosa in cui verificare l’autenticità dei fondamenti del vivere insieme e fare una revisione del proprio comportamento religioso e sociale.



Il sorgere di persone carismatiche che si assumono il compito di « liberatori » mette in luce la necessità di una leadership che esprima le spinte positive della comunità. La loro presenza nei momenti più travagliati della storia di Israele mostra chiaramente come l’intervento di Dio non sia percepibile se non nella parola e nei gesti di coloro che più sanno cogliere il divino nell’umano.



L’incontro e lo scontro che nella terra di Canaan si è verificato tra gli israeliti e le popolazioni residenti sul posto, con le loro culture e religioni, con i loro interessi politici, sociali e religiosi, rispecchiano i rapporti dei giudei rimpatriati dall’esilio con gli abitanti della Giudea. Essi assumono spesso nei loro confronti un atteggiamento di intolleranza e di esclusivismo che, seppure comprensibile in quel contesto storico, non corrisponde all’ispirazione fondamentale della religione biblica.



Diverso l’atteggiamento amicale di Rut, la moabita, che nella sua semplicità, sostenuta dalla fede e da un amore intensissimo, diventa strumento di ricongiungimento di due popoli – i moabiti e gli israeliti – profondamente separati dai tempi dell’esodo. In lei, con la nascita di Obed, si realizza l’integrazione dei popoli lontani con il popolo della promessa.

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I regni di Saul e di Davide 1-2Samuele

A

i libri di Giosuè e dei Giudici nel canone ebraico e di Rut in quello cristiano fanno seguito altri due scritti di carattere storico che portano come titolo, sia in ebraico che in greco, il nome di Samuele. Ciò è dovuto al fatto che questo personaggio non solo svolge in essi un ruolo di primo piano, ma anche ne era considerato egli stesso l’autore. Nella Bibbia ebraica essi fanno parte dei Profeti anteriori, mentre dal punto di vista letterario appartengono al « corpo storico deuteronomistico ». In essi si narrano anzitutto il passaggio degli israeliti da una forma di governo tribale alla monarchia e poi le vicende dei primi due re, Saul e Davide, fino alla vigilia della morte di quest’ultimo. Originariamente, i due libri di Samuele costituivano un unico volume che è stato diviso in due per la prima volta nella traduzione greca dove, assieme ai due libri dei Re, sono stati considerati come un’unica opera in quattro volumi chiamata « Libri dei Regni » e in seguito « Libri dei Re » (Melakîm, Basileioi): solo nelle Bibbie moderne essi hanno ritrovato la loro autonomia. Essi trattano rispettivamente i seguenti argomenti: A. Il regno di Saul e l’ascesa di Davide (1Sam 1-31) B. Il regno di Davide (2Sam 1-24). Lo stile vivace e scorrevole di questi libri non riesce a nascondere il carattere eterogeneo del materiale in essi contenuto: vi si trovano infatti generi letterari diversi, quali tradizioni popolari, liste di nomi, inni, oracoli, parabole. A volte uno stesso episodio viene narrato due volte con sfumature e dettagli diversi. Da questi e altri rilievi appare che i due libri sono il risultato di un lavoro di compilazione, portato a termine da uno o più redattori. Il contenuto e lo stile mostrano chiaramente che costoro appartenevano alla scuola deuteronomistica. Sembra però che, diversamente da quanto è avvenuto per il libro dei Giudici e per quelli dei Re, essi avessero a disposizione un testo già in parte composto e si siano limitati ad aggiungere alcune indicazioni cronologiche e qualche compendio storico, rielaborando qualche testo, come la profezia di Natan, e inserendo qua e là frasi di stile deuteronomistico. Alcuni brani sono stati inseriti nel contesto attuale in un secondo momento (ad esempio, 1Sam 2,1-10; 2Sam 21-24). I due libri raccontano eventi che si estendono per un periodo che va circa dal 1040 al 970 a.C. La composizione finale si situa nel periodo postesilico (secoli V-IV a.C.), in un momento però che è difficile precisare. Le scoperte archeologiche non hanno dato conferma ai racconti riportati nei due libri, la cui attendibilità storica resta quindi difficilmente verificabile. In genere, si può dire che predomina in essi l’elemento leggendario.

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele

A. Il regno di Saul e l’ascesa di Davide ( 1Sam 1-31 )

I

l libro si apre con la nascita e i primi passi di Samuele, presentato come una figura profetica e come l’ultimo dei giudici (1Sam 1-7). Il racconto prosegue con l’introduzione della monarchia e la prima fase del regno di Saul (1Sam 8-15). Si descrive poi il sorgere di un nuovo astro, quello di Davide, e vengono narrati i suoi contrasti con Saul, finché questi muore lasciando a lui il suo posto come re di tutto Israele (1Sam 16-31). Sullo sfondo di queste vicende appare la difficile situazione in cui si sono trovati gli israeliti alla fine dell’epoca dei giudici. Nel 1175 a.C. i popoli del mare, popolazioni indoeuropee provenienti dal mar Mediterraneo, pur essendo stati sconfitti dal faraone Ramses III (11981166 a.C.), avevano inflitto un duro colpo all’Egitto e avevano praticamente distrutto l’impero hittita. In Mesopotamia la potenza assira, dopo le conquiste di Tiglat-Pileser I (1113-1074 a.C.), aveva interrotto momentaneamente la sua espansione. Il silenzio delle grandi potenze permette ai filistei, che rappresentavano una propaggine dei popoli del mare, di stabilirsi nella zona costiera, dando origine a una confederazione di cinque città stato (Askalon, Asdod, Ekron, Gat, Gaza). Dal 1150 al 1050 a.C. essi penetrano sempre più verso l’interno del paese di Canaan e arrivano a occuparlo quasi completamente. Il loro arrivo segna l’inizio dell’epoca del ferro: sembra infatti che siano stati proprio i filistei a portare in Palestina questo metallo di cui gli israeliti erano ancora sprovvisti (cfr. 1Sam 13,19-22; Gs 17,16; Gdc 1,19). In questo contesto si colloca la sconfitta degli israeliti presso Eben-Ezer e Afek (1Sam 4,111) e, di conseguenza, si spiega il loro sforzo per darsi un governo forte e unitario, senza del quale era loro impossibile contrastare i potenti nemici. Il silenzio dei grandi imperi, che aveva reso possibile l’ascesa dei filistei, ha dato anche a Israele l’unica possibilità storica di costituire un regno autonomo e unitario in Canaan.

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A. Il regno di Saul e l’ascesa di Davide (1Sam 1-31)

79. La pr eghier a di Anna Il libro si apre con una vicenda famigliare. Elkana, un israelita appartenente alla tribù di Efraim aveva due mogli, Anna e Peninna, delle quali solo la seconda gli aveva generato dei figli. Tuttavia Elkana amava Anna in modo speciale ma Peninna la umiliava proprio perché era sterile. Ciò accadeva specialmente quando si recavano in pellegrinaggio al santuario di Silo dove era conservata l’arca dell’alleanza. In esso officiava il sacerdote Eli, coadiuvato dai suoi due figli, Ofni e Finees.

U

n giorno Elkana si recò a Silo per offrire un sacrificio. Anche quella volta Peninna, come faceva di solito, mortificò Anna. Questa dunque si mise a piangere e non voleva prendere cibo. Elkana suo marito le disse: « Anna, perché piangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dodici figli? ». Dopo aver mangiato e bevuto, Anna si alzò e andò a presentarsi al Signore. In quel momento il sacerdote Eli stava seduto davanti all’ingresso del tempio del Signore. Essa era afflitta e innalzò la sua preghiera al Signore, piangendo amaramente. Poi fece questo voto: « Signore, se vorrai considerare la mia miseria e ricordarti di me e mi darai un figlio maschio, io te lo offrirò per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo ».

1Sam 1,7-20

Poligamia Nell’antico Israele a un uomo era permesso, pur con certe restrizioni, di avere più di una moglie, soprattutto in caso di sterilità della prima moglie; ma con il tempo questo uso è praticamente scomparso, eccetto il caso in cui si doveva applicare la legge del levirato.

« Se mi darai un figlio maschio, io te lo offrirò per tutti i giorni della sua vita ».

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele

Voto Promessa di astenersi da qualcosa di non ufficialmente proibito o di offrire a Dio qualcosa di non dovuto. Un voto molto diffuso era quello del nazireato con cui, si impegnava a non tagliarsi i capelli e a non bere bevande alcooliche. Spesso il voto era usato per chiedere a Dio un beneficio.

Silo Località distante 17 chilometri da Betel e 40 chilometri circa da Gerusalemme, in direzione Nord. A Silo si trovava un importante santuario israelitico. Secondo le leggende contenute in 1Sam 1-7 era il luogo in cui veniva conservata l’arca dell’alleanza al tempo di Samuele.

Mentre essa prolungava la preghiera, Eli osservava la sua bocca. Anna pregava in cuor suo e muoveva soltanto le labbra, ma la voce non si udiva; perciò Eli la ritenne ubriaca e le disse: « Fino a quando rimarrai ubriaca? Liberati dal vino che hai bevuto! ». Anna rispose: « No, mio signore, io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogandomi davanti al Signore. Non considerarmi una donna poco raccomandabile, poiché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia amarezza ». Allora Eli le rispose: « Va’ in pace e il Dio d’Israele ascolti la tua domanda ». Essa replicò: « Possa avvenire come tu dici ». Poi la donna se ne andò per la sua via e il suo volto non fu più come prima. Il mattino dopo si alzarono e dopo essersi prostrati davanti al Signore tornarono a casa in Rama. Elkana si unì a sua moglie e il Signore si ricordò di lei. Così al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele. « Perché », diceva, « dal Signore l’ho impetrato ».

La nascita inaspettata di Samuele da una madre sterile e disprezzata mette in luce da una parte l’attenzione di Dio per i poveri e gli oppressi, e dall’altra l’importanza che questo personaggio rivestirà nella storia di Israele. Il suo nome viene spiegato, mediante un’etimologia popolare, come la risposta data da Dio alla preghiera della madre.

Giunto il tempo di essere divezzato, Samuele viene portato al santuario di Silo dove è consacrato al Signore ed affidato alla guida del sacerdote Eli (1Sam 1,21-28). In occasione della presentazione al tempio di suo figlio, Anna esprime il suo ringraziamento a Dio mediante un salmo nel quale si mette in luce la preferenza di Dio per gli ultimi (1Sam 2,1-10). Il narratore racconta poi che i figli di Eli erano disonesti e non rispettavano le norme stabilite per i sacerdoti, mentre Samuele cresce nella casa del Signore (1Sam 2,11-36).

8 0. La v ocazione di Samuele Eli è vecchio e debole: egli vede gli errori dei suoi figli ma non sa correggerli. In questo contesto Dio si fa sentire per la prima volta a Samuele, preannunziando per mezzo suo una svolta radicale.

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A. Il regno di Saul e l’ascesa di Davide (1Sam 1-31)

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l giovane Samuele continuava a servire il Signore sotto la guida di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. Un giorno Eli stava riposando in casa, perché i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele era coricato nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: « Samuele! », e quegli rispose: « Eccomi », poi corse da Eli e gli disse: « Mi hai chiamato, eccomi! ». Eli rispose: « Non ti ho chiamato, torna a dormire! ».Tornò e si mise a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: « Samuele! » e Samuele, alzatosi, corse da Eli dicendo: « Mi hai chiamato, eccomi! ». Ma Eli rispose di nuovo: « Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire! ». In realtà Samuele fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la sua parola. Il Signore tornò a chiamare per la terza volta: « Samuele! »; questi si alzò ancora e corse da Eli dicendo: « Mi hai chiamato, eccomi! ». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovinetto. Eli disse a Samuele: « Va’ a dormire e, se ti chiamerà ancora, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta ». Samuele andò a coricarsi al suo posto.Venne il Signore, stette di nuovo accanto a lui e lo chiamò ancora come le altre volte: « Samuele, Samuele! ». Samuele rispose subito: « Parla, perché il tuo servo ti ascolta ». La chiamata di Samuele è narrata sulla falsariga delle vocazioni profetiche. La leggenda lo presenta come l’uomo giusto, che ascolta la parola di Dio. Egli fa una profonda esperienza interiore, in forza della quale coglie la necessità di mettere la sua vita al servizio di Dio per il bene di tutto il popolo.

Dio conferisce a Samuele un messaggio riguardante Eli: il sacerdote sarà punito per la sua debolezza nei riguardi dei figli e tutta la sua famiglia sarà distrutta. Al mattino Eli interroga Samuele che, dietro sua insistenza, gli trasmette il messaggio. Da allora Samuele acquista autorità e la sua parola giunge a tutto Israele (1Sam 3,11-21). Intanto i filistei attaccano Israele ad Afek. Gli israeliti, vedendo che i filistei hanno la meglio, decidono di prelevare da Silo l’arca del Signore e di portarla sul campo di battaglia per trovare in essa sostegno contro i nemici. Ma l’esercito israelita viene sconfitto pesantemente e l’arca viene catturata. In questa battaglia muoiono anche i due figli di Eli, il quale, quando apprende queste notizie, resta fulminato (1Sam 4,1-22). I filistei depongono l’arca del Signore ad Asdod nel santuario del loro dio Dagon. Ma la sua presenza provoca grosse sciagure. La statua di Dagon viene buttata a terra per due volte e si rompe restando con il solo tronco, poi nella città si diffonde un’epidemia provocata dai topi che riempie la pelle di bubboni. I filistei impauriti spostano l’arca in altre località, ma le sciagure si ripetono (1Sam 5,1-12).

1Sam 3,1-10

Visione Apparizione della divinità a un individuo da essa prescelto. A volte la visione è rappresentata come un fenomeno visivo o uditivo, ma normalmente si tratta di un’esperienza interiore di Dio senza alcuna manifestazione esterna.

Eli Sacerdote nel santuario di Silo. I suoi discendenti si ritroveranno a Nob, un piccolo centro non lontano da Gerusalemme, dove saranno sterminati da Saul per aver protetto Davide nella sua fuga (1Sam22,6-19). Questa tragedia è vista come la punizione per la debolezza di Eli nei confronti dei suoi figli.

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele

81. I f ilistei r estituiscono l’arca Nonostante i peccati del popolo, l’arca è un oggetto troppo sacro per poter restare in mani nemiche. Dopo aver narrato gli inconvenienti che essa porta nelle città dei filistei, il narratore mostra ora come essa è ritornata in territorio israelita.

1Sam 6,1-12

Storia dell’arca Le peripezie dell’arca prima e dopo la cattura da parte dei filistei tendono a mettere in rilievo la sacralità di questo oggetto che era il simbolo più importante della religiosità ebraica. Essa rappresentava il principale criterio di legittimità del culto e delle istituzioni israelitiche.

L’

arca del Signore rimase sette mesi nel territorio dei filistei. Poi costoro convocarono i sacerdoti e gli indovini e dissero: « Che dobbiamo fare dell’arca del Signore? Indicateci il modo di rimandarla alla sua sede ». Risposero: « Se intendete riconsegnare l’arca del Dio d’Israele, non rimandatela vuota, ma mettete in essa un dono come riparazione per la colpa commessa. Se dopo di ciò guarirete capirete che è stato lui a colpirvi ». Domandarono: « Che cosa dobbiamo dare? ». Risposero: « Cinque bubboni d’oro e cinque topi d’oro secondo il numero dei capi dei filistei, perché si è trattato di un unico flagello che ha colpito tutti. Fate dunque dei facsimili dei vostri bubboni e dei topi che infestano la terra e dateli in omaggio al Dio d’Israele, sperando che sia tolto il castigo che ha colpito voi, il vostro dio e il vostro paese. Non vale la pena di ostinarvi come si sono ostinati gli egiziani e il faraone. Dopo essere stati colpiti dai flagelli, non li lasciarono forse andare? Se non volete fare la stessa fine prendete un carro nuovo, poi scegliete due vacche che allattano, le quali non hanno mai portato il giogo, e attaccatele al carro, togliendo loro i vitelli e riconducendoli alla stalla. Quindi prendete l’arca del Signore, collocatela sul carro e ponetele accanto gli oggetti d’oro che avete preparato. Poi fate partire il carro e state a vedere: se prenderà la via che porta al territorio di Israele in direzione di Bet-Semes, vorrà dire che è stata l’arca a provocare tutti questi mali; se no, sapremo che questi ci sono capitati per puro caso ». Essi fecero come era stato detto loro. Le vacche, muggendo continuamente, andarono diritte e sicure per la strada che porta a Bet-Semes. I capi dei filistei le seguirono sino al confine con Bet-Semes.

In questo racconto si esalta da una parte la potenza di JHWH e dall’altra il suo legame indissolubile con Israele. Anche i filistei sono costretti a riconoscerlo e a piegare il capo. Ciò deve servire a suscitare nei lettori il rispetto verso di lui e l’obbedienza ai suoi comandi.

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A. Il regno di Saul e l’ascesa di Davide (1Sam 1-31) Gli abitanti di Bet-Semes accolgono l’arca con gioia, ma poi, colpiti da una strage dovuta al fatto che non l’avevano trattata con rispetto, la rifiutano; essa allora viene collocata a Kiriat-Iearim, nella casa di un certo Abinadab (1Sam 6,13-19). Sarà qui che Davide la preleverà per portarla a Gerusalemme. Intanto Samuele svolge il compito di giudice per tutto il popolo d’Israele (1Sam 6,20 - 7,17). Giunto alla vecchiaia, egli trasmette il compito di amministrare la giustizia ai suoi figli. Costoro stabiliscono la loro residenza nella città di Bersabea. Non si comportano però come il padre, in quanto accettano regali e pronunziano sentenze ingiuste. Gli israeliti si rivolgono allora a Samuele chiedendogli di stabilire su di loro un re per essere come le altre nazioni e poter meglio contrastare l’avanzata dei filistei. Samuele è contrariato, perché JHWH solo è il re di Israele; ma Dio gli dice di acconsentire alla loro richiesta (1Sam 8,1-9).

82. I diritti del r e

Monarchia Nell’antico Medio Oriente l’autorità del re era assoluta e poteva estendersi su una città stato, uno stato nazionale o un impero e su tutti i suoi cittadini. Generalmente le monarchie erano ereditarie, ma spesso il trono veniva occupato da un usurpatore. Come divinità in terra, il re aveva anche la pienezza del potere religioso.

Prima di procedere alla scelta di un re, Samuele fa un discorso in cui dipinge la monarchia con tratti molto negativi. Il re viene presentato come un tiranno che abusa del suo potere e sfrutta senza ritegno i suoi sudditi.

S

amuele riferì le parole del Signore al popolo e spiegò loro: « Questi saranno i diritti del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli e li metterà alla guida dei suoi carri e dei suoi cavalli o ne farà guardie che precedono il suo carro a passo di corsa. Altri saranno messi a capo di reparti di mille o di cinquanta soldati. Altri ancora dovranno arare i suoi campi e mietere le sue messi oppure fabbricare armi e attrezzature per i suoi carri da guerra. Si servirà anche delle vostre figlie come sue profumiere, cuoche e fornaie. Vi porterà via i campi, le vigne e gli uliveti migliori e li darà ai suoi uomini. Pretenderà un decimo di quanto producono i vostri campi e le vostre vigne e lo darà ai suoi funzionari e ministri. Sequestrerà i vostri schiavi

1Sam 8,10-18 « Prenderà i vostri figli e li metterà alla guida dei suoi carri ».

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele

Teocrazia Forma di governo in cui il potere politico, attribuito direttamente a Dio, è nelle mani di uomini investiti dell’autorità religiosa, con la conseguente identificazione tra potere politico e religioso. La teocrazia era ritenuta da Israele come la forma di governo più conforme alla sua dignità di popolo dell’alleanza. Essa si è attuata in una certa misura dopo l’esilio, quando Israele, pur essendo sottomesso al potere persiano, si presentava come una comunità autonoma governata da sacerdoti. Alla luce di questa concezione viene in gran parte squalificato il periodo della monarchia e idealizzato il periodo dei giudici.

1Sam 9,14 - 10,1

Veggente Persona che ha ricevuto messaggi divini in visione o in sogno. È una designazione arcaica del profeta.

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e le vostre schiave, i vostri giovani più forti e anche i vostri asini e li farà lavorare per sé. Prenderà la decima parte dei vostri greggi e voi stessi diventerete suoi schiavi. Un giorno, a causa del re che voi stessi avete domandato, invocherete aiuto, ma il Signore non vi ascolterà ».

Questa pagina mette a nudo in modo molto realistico i soprusi della monarchia, che sfruttava i piccoli agricoltori, espropriandoli delle loro terre e dei loro mezzi di produzione. La monarchia appare così come un passo indietro rispetto alla forma di governo tipica del periodo tribale, in cui Dio governava direttamente il popolo mediante i giudici (teocrazia).

Nonostante questo duro avvertimento il popolo insiste e Samuele promette di accontentarlo (1Sam 8,19-23). Più favorevole alla monarchia è il racconto successivo, secondo il quale è Dio stesso che dà a Samuele il compito di introdurre questa forma di governo.

83. Il r egno di Saul La persona scelta da Dio per ricoprire la carica di re è Saul, un beniaminita. Egli compare per la prima volta nel racconto biblico mentre è impegnato nella ricerca delle asine di suo padre che erano andate smarrite (1Sam 9,1-13). Le persone a cui chiede informazioni gli consigliano di rivolgersi a un veggente, che risulterà poi essere Samuele.

S

aul e il suo servo si diressero verso la città. Stavano per entrarvi, quando incontrarono Samuele che usciva da essa per salire al santuario. Il giorno prima il Signore aveva detto a Samuele: « Domani a quest’ora ti manderò un uomo della tribù di Beniamino. Lo consacrerai come capo del mio popolo, Israele; egli libererà il mio popolo dal dominio dei filistei: ho visto infatti la condizione del mio popolo e ho udito le sue invocazioni di aiuto ». Appena Samuele vide Saul, il Signore gli rivelò: « Ecco l’uomo di cui ti ho parlato: costui avrà potere sul mio popolo ». Saul si avvicinò a Samuele e gli domandò: « Per favore, vuoi indicarmi la casa del veggente? ». Samuele rispose: « Sono io il veggente.

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A. Il regno di Saul e l’ascesa di Davide (1Sam 1-31)

Precedimi al santuario. Oggi mangerai con me, e domani mattina ti lascerò andare dopo aver risposto a tutte le tue domande. Quanto alle asine scomparse tre giorni fa, non devi più preoccuparti: sono state ritrovate. Del resto, tutto quello che c’è di prezioso in Israele appartiene a te e alla famiglia di tuo padre. Saul rispose: « Che cosa intendi dire? Io appartengo alla più piccola famiglia della tribù di Beniamino, che è la più piccola tribù d’Israele ». Ma Samuele prese con sé Saul e il suo servo, li introdusse nella sala del banchetto e diede loro il posto d’onore fra gli invitati, che erano una trentina. Poi ordinò al cuoco: « Servi la porzione che ti ho ordinato di tenere da parte ». Allora il cuoco portò la coscia e la coda dell’animale.Samuele la diede a Saul dicendo: « Ecco la porzione che era stata messa da parte proprio per te, perché la mangiassi con gli invitati ». Quel giorno, dunque, Saul mangiò con Samuele. Poi, dal santuario, scesero in città. Samuele fece preparare per lui un giaciglio sul terrazzo della casa dove era alloggiato e Saul si coricò. Il giorno dopo,al sorgere del sole, Samuele lo chiamò e gli disse: « Presto, alzati che voglio salutarti ». Saul si alzò e uscì con Samuele. Quando furono alla periferia della città, Samuele disse a Saul: « Ordina al tuo servo di andare avanti. Tu fermati un minuto perché io ti possa comunicare la parola di Dio ». Allora Samuele prese l’ampolla dell’olio e lo versò sul capo di Saul, lo abbracciò e gli disse: « Ecco: il Signore ti ha unto come capo su Israele suo popolo. Tu avrai potere sul popolo del Signore e lo libererai dalle mani dei nemici che gli stanno intorno ».

Unzione Per il suo potere corroborante l’olio era usato per conferire non solo il potere regale, ma anche quello profetico e sacerdotale. In quanto conferita da un sacerdote, l’unzione significava che Dio stesso affidava l’incarico al prescelto. Di solito l’olio era conservato nel corno di un animale.

L’incontro tra Saul e Samuele è descritto in modo da far comprendere che è Dio che dirige le vicende umane e decide di sua iniziativa ciò che è bene per il suo popolo. Questo racconto mette anche in luce il ruolo carismatico che compete al re, il quale appare qui come uno strumento scelto da Dio per guidare il popolo in suo nome e liberarlo dai suoi nemici.

Dopo averlo consacrato con l’unzione, Samuele congeda Saul predicendogli il verificarsi di un segno: sulla strada del ritorno egli incontrerà un gruppo di profeti e diventerà partecipe del loro carisma. Appena Saul si incammina, Dio lo trasforma nell’intimo, e in occasione dell’incontro con i profeti anch’egli inizia a profetare (1Sam 10,2-16). Samuele convoca poi il popolo per la designazione del re. Questa viene fatta per sorteggio, supponendo che Dio stesso avrebbe indicato così la persona da lui scelta. Saul è il prescelto: egli appare subito come una persona imponente, che supera dalle spalle in su tutti gli altri. Non tutti però sono d’accordo sulla scelta della sua persona. Ma dopo che egli ha guidato il popolo alla vittoria contro gli ammoniti tutti lo acclamano come re (1Sam 10,17 - 11,15).

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele Il racconto continua con un lungo discorso in cui Samuele descrive il cammino da lui fatto ed esorta il popolo a obbedire a Dio e al re (1Sam 12). Vengono poi descritte le campagne militari di Saul (1Sam 13-14). Egli guida gli israeliti alla vittoria, ma cade in numerose contraddizioni. Alla fine egli sconfigge gli amaleciti, ma disobbedisce all’ordine di sterminarli salvando la vita al loro re Agag. Ciò provoca la dura reazione di Samuele, il quale lo informa che Dio lo ha abbandonato per affidare il regno d’Israele a uno migliore di lui (1Sam 15,1-35). La defezione di Saul esige che sia designato un nuovo re e Samuele, suo malgrado, riceve questo compito. Dietro indicazione divina, egli si reca da Iesse, un giudeo di Betlemme, e invita tutta la sua famiglia a offrire un sacrificio (1Sam 16,1-5).

8 4. Dio sceglie Davide come r e Tra i figli di Iesse si trova colui che sarà il nuovo re. Tocca a Samuele identificarlo in base a criteri che egli stesso non ha ancora ben chiari e che scoprirà mentre attua il compito che gli è affidato.

1Sam 16,6-13

« L’essere umano guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore ».

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uando essi arrivarono, Samuele vide Eliab e disse fra sé: « Ecco davanti al Signore il re da lui scelto ». Ma il Signore gli disse: « Non lasciarti influenzare dal suo aspetto o dall’imponenza della sua statura. Io l’ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l’essere umano. L’essere umano guarda l’apparenza, il

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A. Il regno di Saul e l’ascesa di Davide (1Sam 1-31)

Signore guarda il cuore ». Iesse chiamò quindi suo figlio Abinadab e lo presentò a Samuele, ma questi disse: « No, non è lui che il Signore ha scelto ». Iesse presentò Samma, e Samuele disse: « No, non è lui che il Signore ha scelto ». Così Iesse presentò a Samuele i suoi sette figli, ma Samuele gli ripeté: « Il Signore non ha scelto nessuno di loro ». Poi aggiunse: « Sono tutti qui i giovani? ». « No, rispose Iesse, rimane ancora il più piccolo: è andato a pascolare il gregge ». « Mandalo a cercare », ordinò Samuele, « perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui ». Iesse lo fece venire: era giovane, con begli occhi e gentile di aspetto. Il Signore disse a Samuele: « Alzati e ungilo: è lui! ». E Samuele prese il corno dell’olio e lo unse come re in mezzo ai suoi fratelli. Lo spirito del Signore scese su Davide e rimase con lui da quel giorno in poi. Samuele quindi si alzò e tornò a Rama. Le finalità di questo racconto sono soprattutto didattiche e religiose: Dio non sceglie i forti e i potenti, ma volge la sua attenzione ai piccoli e ai deboli. Davide è scelto proprio perché è il più piccolo e il più debole dei suoi fratelli e di conseguenza le sue opere non potranno apparire come frutto delle sue capacità, ma come espressione dell’amore di Dio verso il suo popolo. Il racconto ha anche lo scopo di mettere in luce come la regalità, alla quale Davide giungerà in seguito a lotte e intrighi, gli era già stata conferita da Dio, il quale lo aveva scelto fin dall’inizio come successore di Saul.

Messia Da masˇiah. , « unto »: questo termine è attribuito a colui che ha ricevuto una particolare funzione mediante il rito dell’unzione. Normalmente designa il re di Giuda, discendente di Davide. Dopo l’esilio, il titolo di Messia sarà riservato al re atteso per gli ultimi tempi. Il termine Messia è stato tradotto in greco Christos.

Dopo la designazione di Davide come futuro re viene narrato il suo incontro con Saul. Anche qui si intrecciano due tradizioni diverse. Secondo un primo racconto (1Sam 16,14-23) il re Saul è posseduto da uno spirito cattivo e i suoi servi cercano un suonatore di cetra capace di rasserenare l’animo intristito del re: perciò Davide viene chiamato alla corte di Saul per svolgervi il compito di menestrello. Saul si affeziona subito a Davide e lo nomina suo scudiero. Ma successivamente si racconta che Davide è un pastorello che il padre, da Betlemme, manda a trovare i tre fratelli che sono arruolati nell’esercito di Saul. Lì si imbatte in Golia, un gigante filisteo che, per decidere le sorti della battaglia, sfida a singolare tenzone un guerriero israelita. Davide resta sorpreso che nessuno accetti la sua sfida. Allora si fa avanti lui e Saul gli permette di affrontare il gigante (1Sam 17,1-37).

85. Davide e Golia Il combattimento di Davide con Golia è un’antica leggenda, il cui scopo è quello di esaltare il futuro re non tanto per le sue qualità militari, quanto piuttosto per quelle religiose.

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele 1Sam 17,38-52

« Tu vieni contro di me con la spada… io nel nome del Signore ».

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S

aul rivestì Davide della sua armatura, gli mise in capo un elmo di bronzo e gli fece indossare la corazza. Davide si legò ai fianchi la spada e provò a camminare, ma non ci riusciva. Perciò disse a Saul: « Non posso muovermi con tutto questo peso addosso perché non vi sono abituato ». Allora se ne liberò, prese il suo bastone e scelse dal torrente cinque pietre ben levigate, le mise dentro la tasca della sua sacca da pastore, poi, con la fionda in mano, si diresse verso il filisteo. Anche il filisteo, preceduto dallo scudiero, si avvicinò a Davide, lo squadrò e ne provò disprezzo, perché era molto giovane, di bel colorito e di bell’aspetto. Gli gridò: « Mi hai preso per un cane per venirmi incontro con un bastone? ». Poi lo maledisse in nome dei suoi dèi dicendo: « Avvicinati e darò le tue carni in pasto agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche ». Davide gli rispose: « Tu vieni contro di me con la spada, con la lancia e con l’asta, ma io vengo contro di te nel nome del Signore degli eserciti, il Dio delle schiere d’Israele che tu hai insultato. Oggi stesso il Signore ti farà cadere nelle mie mani: io ti abbatterò, ti taglierò la testa e getterò i cadaveri dei filistei in pasto agli uccelli del cielo e alle bestie sel-

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A. Il regno di Saul e l’ascesa di Davide (1Sam 1-31)

vatiche. Così tutti sapranno che in Israele vi è un Dio, il quale per vincere non ha bisogno di spada e di lancia ». Il filisteo riprese ad avanzare. Davide gli corse prontamente incontro, infilò la mano nella tasca, ne tirò fuori una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il filisteo in fronte. La pietra si conficcò nella sua fronte ed egli cadde con la faccia a terra. Con un balzo Davide fu sopra di lui, estrasse la sua spada dal fodero e gli tagliò la testa. Quando i filistei videro che il loro eroe era morto, fuggirono. Allora gli uomini d’Israele e di Giuda lanciarono il grido di guerra e li inseguirono fino all’imboccatura della valle e alle porte di Ekron. Molti di loro caddero sulla via fino a Saaraim, a Gat e ad Ekron. Dopo aver inseguito i filistei, gli israeliti tornarono indietro a saccheggiare il loro accampamento.

Il racconto non giustifica il ricorso alla violenza contro il nemico, ma mette in luce la visione religiosa del narratore: è Dio che combatte per il suo popolo e la vittoria non spetta al più forte, ma a chi è nel giusto e confida nella potenza di Dio. Al nemico che si serve di sofisticati strumenti bellici bisogna saper opporre la forza non violenta e spesso disarmata del diritto.

Davide entra così al servizio di Saul e diventa molto amico di suo figlio Gionata. Dopo alterne vicende sposa Mikal, la figlia del re. Ma Saul si ingelosisce dei suoi successi e tenta di ucciderlo. Per due volte Gionata intercede per lui, ma invano. Davide allora è costretto a fuggire (1Sam 17,54 - 20,42).

8 6. I sacer doti di Nob Non avendo nulla con sé, Davide si ferma in un centro chiamato Nob, non lontano da Gerusalemme, dove avevano posto la loro dimora i sacerdoti discendenti di Eli.

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avide si recò a Nob dal sacerdote Achimelech. Questi rimase stupito al vederlo da solo,gli andò incontro e gli disse: « Perché non c’è nessuno con te? ». Davide rispose: « Il re mi ha detto: Nessuno sappia niente dell’incarico che ti ho dato. Ai miei uomini ho dato appuntamento al tal posto. Ora però ti chiederei di darmi qualcosa

1Sam 21,1-10

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele

Pane dell’offerta Questa espressione indica i dodici pani che venivano posti ogni settimana su una mensa nella sala del santuario chiamata « Santo » in ricordo delle dodici tribù di Israele (Es 25,30; Lv 24,5-9). Ai sacerdoti spettava il compito di consumarli quando venivano ritirati per far posto ai nuovi. Essendo consacrati a Dio dovevano essere consumati in stato di purità rituale. Questa esigeva l’astensione dai rapporti sessuali.

da mangiare ». Il sacerdote rispose a Davide: « Ho solo alcuni pani sacri: se i tuoi giovani non hanno avuto rapporti con donne, potete mangiarne ». Rispose Davide al sacerdote: « Ma certo! Dalle donne ci siamo astenuti da tre giorni. Anche quando affronto un viaggio profano ho cura che i giovani siano in stato di purità; a maggior ragione lo sono oggi ». Il sacerdote allora gli diede il pane dell’offerta che aveva appena ritirato dalla presenza del Signore, per sostituirlo con pane fresco. In quel giorno era presente nel santuario uno dei ministri di Saul, di nome Doeg, idumeo, capo dei suoi pastori. Davide disse ad Achimelech: « Non hai per caso una lancia o una spada? Non ho preso con me alcun’arma, perché l’incarico del re era urgente ». Il sacerdote rispose: « Guarda, c’è la spada di Golia, il filisteo che tu hai ucciso nella valle del Terebinto; è là dietro l’efod, avvolta in un manto. Se vuoi, prendila pure, perché qui non c’è altra spada che questa ». Rispose Davide: « Non ce n’è una migliore; dammela ».

Nella sua fuga Davide approfitta dell’ingenuità del sacerdote per rifornirsi di ciò che gli è necessario. Egli agisce in modo spregiudicato, ben sapendo che Saul sarebbe venuto a saperlo e si sarebbe vendicato. Fra i presenti infatti aveva visto Doeg, l’idumeo, servo fidato del re Saul. Nonostante le sue grandi qualità umane e religiose, Davide non ha remore a sacrificare gli altri al proprio interesse.

Davide si rifugia poi presso i filistei, ma in seguito inizia a errare nel deserto con una banda di fuorusciti. Doeg intanto riferisce a Saul quanto era capitato, e il re fa sterminare i sacerdoti di Nob: si attua così la predizione fatta a Eli (cfr. 1Sam 2,27-36; 3,11-14). Al massacro sfugge solo Ebiatar, che si unisce a Davide e lo servirà fino alla morte. Intanto Davide si rifugia nel deserto del Negev, dove può contare sull’aiuto della gente appartenente alla sua tribù. Saul lo insegue, ma senza successo. A un certo punto sta per catturarlo, ma è richiamato per fronteggiare un attacco dei filistei (1Sam 21,11 - 23,28).

87. Davide risparmia Saul Una fortuita circostanza offre a Davide la possibilità di uccidere Saul, ma egli non ne approfitta, ritenendo che, nonostante tutto, il re continui a essere « il consacrato del Signore ».

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A. Il regno di Saul e l’ascesa di Davide (1Sam 1-31)

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avide andò ad abitare nel deserto di Engaddi. Quando Saul tornò dall’azione contro i filistei, gli riferirono: « Ecco, Davide è nel deserto di Engaddi ». Saul scelse tremila fra gli uomini più valenti di Israele e partì alla ricerca di Davide nei pressi delle Rocce dei caprioli. Giunto ai recinti dei greggi lungo la strada, entrò in una caverna per un bisogno naturale. Ma proprio in fondo a quella caverna si trovavano Davide e i suoi uomini. Costoro dissero a Davide: « È venuto il giorno in cui il Signore mette nelle tue mani il tuo nemico ». Davide si alzò e, senza farsene accorgere, tagliò un lembo del mantello di Saul. Ma dopo aver fatto ciò, egli si sentì battere il cuore e disse ai suoi uomini: « Mi guardi il Signore dal fare una cosa simile al mio signore. Infatti come posso stendere la mano sul consacrato del Signore? ». E con parole severe proibì ai suoi uomini di colpire Saul, il quale uscì dalla caverna e tornò sulla via.

1Sam 24,1-8

Endor Località nella pianura di Esdrelon in cui risiedeva un’indovina (negromante) capace di mettersi in contatto con il mondo dei morti. Questa attività era proibita in Israele in quanto tentativo umano di acquisire conoscenze superiori, di cui solo Dio poteva disporre.

Con questo racconto il narratore intende esaltare la lealtà di Davide nei confronti del re legittimo, mostrando come egli non avesse alcun rancore nei suoi confronti e non volesse assolutamente sostituirsi a lui. Ciò era importante per dimostrare che Davide non era un volgare usurpatore ma l’uomo scelto da Dio per esercitare la regalità in Israele.

In seguito a questo episodio, Saul è costretto a ricredersi circa le intenzioni di Davide (1Sam 24,9-23). Intanto Samuele muore. Con la sua banda Davide « protegge » e taglieggia i ricchi possidenti ebrei della zona, chiedendo a loro un compenso. Uno di loro, Nabal, non accetta, e sta per essere punito severamente, ma sua moglie Abigail riesce a placare l’ira di Davide: Nabal muore subito dopo e Davide prende Abigail come sua moglie (1Sam 25). Una seconda volta Davide risparmia la vita a Saul (1Sam 26); poi si rifugia a Gat, presso i filistei (1Sam 27). Nel frattempo costoro si radunano per combattere contro Israele. Saul consulta il Signore, ma questi non risponde. Egli allora si reca in incognito a Endor da una indovina, la quale evoca per lui lo spirito di Samuele, che gli annunzia la sconfitta e la perdita del trono che passerà a Davide (1Sam 28). Intanto ha inizio l’ultima grande battaglia tra Saul e i filistei. Una provvidenziale decisione di questi ultimi impedisce a Davide di combattere dalla loro parte contro il suo popolo: egli si dedica invece a fare razzie fra gli amaleciti (1Sam 29-30). Il confronto tra i filistei e Saul avviene presso il monte Gelboe (1Sam 31).

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele

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a figura di Samuele è importante soprattutto per il ruolo che egli ha svolto nell’introdurre la monarchia in Israele. Sebbene in alcuni racconti appaia una forte opposizione nei confronti di questa istituzione, dal complesso risulta che essa, pur nascendo da necessità contingenti, è voluta da Dio fin dall'inizio. Questa convinzione si è formata certamente nel regno di Giuda, dove la dinastia davidica ha svolto un ruolo più consono alla fede jahwista. Gli spunti antimonarchici derivano invece dall'esperienza storica del regno di Israele e riflettono già il lungo scontro che in esso si verificherà tra il profetismo, assertore dei diritti inalienabili di JHWH, e tutta una serie di re corrotti, spesso giunti al trono in seguito a violenti colpi di stato. Alla luce di questa esperienza negativa, la monarchia apparirà come una minaccia nei confronti della sovranità di Dio e di riflesso il sistema di governo seguito nel periodo dei giudici è considerato come il più valido per garantire rapporti corretti tra Israele e il suo Dio. Il racconto delle vicende di Saul, il primo re, occupano gran parte del libro. Ma in esso il ruolo predominante è attribuito a Davide. Egli è presentato fin dall’inizio come colui che, attraverso alterne vicende, salirà al trono, dimostrando così di essere guidato e sostenuto da Dio. Di fronte a lui Saul appare come colui che, pur essendo anch’egli scelto da Dio per salvare il suo popolo (cfr. 1Sam 9,16), viene meno al progetto divino e, infine, per non aver saputo ritirarsi davanti a colui che era stato designato al suo posto, precipita in una sorta di pazzia omicida. Nonostante il taglio negativo e drammatico in cui è presentato, Saul resta però anche in queste antiche tradizioni il guerriero senza paura, che lotta per il suo popolo e alla fine accetta la morte con dignità e coraggio. Canto di Anna Il mio cuore esulta nel Signore, la mia fronte s’innalza grazie al mio Dio. Si apre la mia bocca contro i miei nemici, perché io godo del beneficio che mi hai concesso. Non c’è santo come il Signore, non c’è rocca come il nostro Dio. Non moltiplicate i discorsi superbi, dalla vostra bocca non esca arroganza; perché il Signore è il Dio che sa tutto e le sue opere sono rette. L’arco dei forti s’è spezzato, ma i deboli sono rivestiti di vigore.

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I sazi sono andati a giornata per un pane, mentre gli affamati han cessato di faticare. La sterile ha partorito sette volte e la ricca di figli è sfiorita. Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire. Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta. Solleva dalla polvere il misero, innalza il povero dalle immondizie, per farli sedere insieme con i capi del popolo e assegnar loro un seggio di gloria. (1Samuele 2,1-8)

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A. Il regno di Saul e l’ascesa di Davide (1Sam 1-31)



La nascita e poi la vocazione di Samuele mettono in luce il vero modo di essere del Dio di Israele. Egli condanna senza appello i ricchi e i potenti, mentre si schiera dalla parte degli ultimi e dei diseredati, di cui ascolta il grido di disperazione. Proprio fra costoro egli sceglie i suoi eletti, mediante i quali compie imprese straordinarie. Egli è disposto a perdonare i colpevoli purché riconoscano i loro errori, ma non risparmia i potenti che si allontanano da lui. Il Dio di Israele appare dunque come il garante di un rapporto sociale giusto, che implica per tutti pari dignità e opportunità.



La monarchia viene riconosciuta come buona in se stessa, ma facilmente strumentalizzabile da parte di coloro che ne sono investiti. Di riflesso appare come ideale una forma di governo in cui chi detiene il potere sia un personaggio che, come si verificava nel caso dei giudici, incarna volta per volta gli ideali di giustizia e di uguaglianza tipici dell’alleanza. La democrazia potrebbe avvicinarsi di più a questo ideale, anche se oggi appare sempre più chiaro che non esiste una forma di governo esente da abusi e strumentalizzazioni.



Saul viene presentato in una luce negativa, come controfigura di Davide, il re secondo il cuore di Dio. Egli è l’uomo che, dotato da Dio di una funzione altissima, non si dimostra all’altezza della situazione perché pone al centro di tutto se stesso e le sue ambizioni. Saul diventa così il simbolo di un’autorità che, pur essendo legittima, va fuori strada e porta alla rovina non solo chi la detiene ma tutto il popolo.



Davide è la figura del re giusto. Anch’egli però non è esente da ombre. Egli è ambizioso e violento. Tuttavia è dotato di un grande senso religioso, che manifesta soprattutto mediante la lealtà nei confronti del re legittimo. Inoltre diversi aspetti del suo comportamento, come ad esempio l’amicizia con Gionata, mettono in luce la sua umanità e il suo senso di giustizia.

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele

B. Il regno di Davide (2Sam 1-24) (2

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el secondo libro che porta il nome di Samuele, questo personaggio è ormai scomparso dalla scena, mentre in esso troneggia la figura di Davide. Dopo la morte di Saul si spiana davanti a lui la strada per ottenere l’investitura regale, che gli viene conferita anzitutto da Giuda, la sua tribù, e poi, dopo alterne vicende, contrassegnate da episodi di violenza, anche dalle altre tribù. Una volta giunto al potere, Davide consolida il suo regno sconfiggendo i nemici che lo minacciavano all’esterno. Anche all’interno egli organizza il nuovo stato unitario: un notevole passo avanti in questo senso egli lo compie conquistando Gerusalemme, che diventa la sua capitale; in essa egli trasporta l’arca dell’alleanza, che rappresentava il simbolo religioso intorno al quale si era costituita l’identità religiosa del popolo. Il culmine della potenza di Davide rappresenta però anche l’inizio della sua crisi. La mancanza di un erede legittimo scatena una sanguinosa lotta per la successione all’interno della famiglia del re, il quale in un primo momento soccombe di fronte al figlio Assalonne ed è costretto a fuggire, ma poi riprende saldamente il potere nelle sue mani. Da queste vicende emergerà come successore di Davide suo figlio Salomone, l’ultimo nella serie dei pretendenti al trono. In base alle vicende in esso narrate, il libro si divide in tre parti: 1) regno di Davide (2Sam 1-8); 2) lotte per la successione al trono davidico (2Sam 9-20); 3) aggiunte (2Sam 21-24).

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B. Il regno di Davide (2Sam 1-24)

8 8. La morte di Saul I filistei vengono a battaglia con Israele presso i monti di Gelboe. Saul è sconfitto e si toglie la vita insieme con il suo scudiero. La notizia della sua morte viene portata a Davide da un amalecita che si attribuisce falsamente il merito di averlo ucciso.

S

aul era ormai morto, quando Davide, dopo aver compiuto la strage degli amaleciti, tornò a Ziklag. Due giorni dopo arrivò dall’accampamento di Saul un uomo: aveva i vestiti strappati e il capo cosparso di polvere. Quando fu davanti a Davide cadde a terra e si prostrò. Davide gli domandò: « Da dove vieni? ». Egli rispose: « Sono fuggito dall’accampamento d’Israele ». Davide soggiunse: « Com’è andata? Su raccontami ». « Durante la battaglia », rispose, « l’esercito è stato messo in fuga, molti soldati sono morti. Anche Saul e suo figlio Gionata sono morti ». Allora Davide gli domandò: « Come sai che Saul e Gionata sono morti? ». Il giovane riprese: « Mi trovavo per caso sul monte Gelboe, quando vidi Saul chinato sulla sua lancia. I carri e i cavalieri nemici sta-

2Sam 1,1-16

« Allora Saul mi disse: Gettati su di me e uccidimi ».

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele

Suicidio In caso di guerra il suicidio era considerato come un gesto eroico per sottrarsi alle mani dei nemici. La Bibbia si astiene dal darne un giudizio morale, ma è chiaro che presenta la morte di Saul come la conclusione prevedibile di una vita sbagliata.

vano per circondarlo. Saul si voltò, mi vide e mi chiamò. Io risposi: Eccomi. Egli mi domandò: Chi sei? Sono un amalecita, risposi. Allora Saul mi ordinò: Gettati su di me e uccidimi: io sento le vertigini, ma la morte è ancora lontana. Io gli fui sopra e lo uccisi, perché capivo che non sarebbe sopravissuto. Ho preso la corona che portava sul capo e il suo bracciale e li ho portati a te, mio signore ». Davide si strappò le vesti e lo stesso fecero tutti coloro che erano con lui. Essi alzarono gemiti e pianti, digiunarono e fecero lutto fino a sera per Saul e Gionata suo figlio e per tutti gli israeliti che erano caduti in battaglia. Poi Davide disse al giovane che gli aveva portato la notizia: « Di dove sei tu? ». Egli rispose: « Sono un forestiero, figlio di un amalecita ». Davide replicò: « E tu hai osato uccidere il re consacrato dal Signore? ». Allora chiamò uno dei suoi giovani e gli ordinò: « Accostati a lui e uccidilo! ». Questi lo colpì ed egli morì sul colpo. Davide gli gridò: « Il tuo sangue ricada sul tuo capo. Hai pronunziato la tua condanna quando hai detto: Io ho ucciso il consacrato del Signore! ».

Per il narratore la sconfitta e la morte di Saul rappresentano il punto d’arrivo della tragica esperienza di un personaggio per altro molto dotato e promettente. Nel suo triste destino è già racchiusa la parabola discendente della monarchia, soprattutto quella che prenderà piede nel regno del Nord. La punizione dell’amalecita ha un chiaro significato simbolico: con essa Davide dimostra il suo sincero rincrescimento per la morte di Saul, che egli considera come il re legittimo, nonostante fosse suo nemico. Inoltre, il suo gesto vuole dissipare l’impressione che la sua ascesa al trono sia determinata dalla sconfitta del suo popolo e del suo re.

8 9. Il canto dell’ar co La reazione di Davide alla morte di Saul e di Gionata viene poi illustrata mediante un antico poema che egli stesso avrebbe composto in loro onore.

2Sam 1,19-27

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Colline di Gelboe, rugiada, pioggia e acque di sorgente non bagnino più la vostra terra: perché là rimasero abbandonati gli scudi degli eroi, nessuno più ripulì con olio lo scudo di Saul.

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B. Il regno di Davide (2Sam 1-24)

L’arco di Gionata spargeva il sangue dei nemici, trafiggeva le carni di eroi. La spada di Saul mai cessava di colpire. Saul e Gionata, cari e amati, uniti nella vita, uniti nella morte, veloci come aquile, forti come leoni. Ragazze d’Israele, piangete il re Saul: egli vi dava vestiti di porpora, vi rivestiva d’oro e di gioielli. Perché sono caduti gli eroi nel furore della battaglia? Gionata è morto e giace sulla collina. Tu eri carissimo per me, Gionata, come un fratello. Per me il tuo amore era dolce più che l’amore di donna. Grande dolore hai lasciato in me. Perché sono morti gli eroi? Perché sono a terra le loro armature?

Questa elegia mette in luce la profonda umanità di Davide. È questa, oltre alla fede religiosa, la caratteristica che fa di lui il modello del re secondo il cuore di Dio.

La morte di Saul apre a Davide la strada verso il trono. La popolazione di Ebron, il centro principale della tribù di Giuda cui apparteneva, lo sceglie come re. Nel regno del Nord invece Abner, generale dell’esercito, impone come sovrano un figlio di Saul, Is-Baal. Scoppia così una terribile guerra tra la tribù di Giuda e le altre tribù d’Israele: ma prima Abner e poi Is-Baal sono assassinati e le tribù del Nord decidono di riconoscere Davide come loro re (2Sam 2,1 - 5,5).

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele

9 0. La conquista di Gerusalemme Il primo pensiero di Davide, una volta consolidato il suo regno, è quello di trovare una capitale. Egli sceglie a questo scopo Gerusalemme, una città gebusea, non ancora conquistata dagli israeliti, che aveva il vantaggio di trovarsi nel territorio di Giuda e, al tempo stesso, era vicina al confine con le tribù del Nord. Ma la città era inespugnabile. Davide però la conquista con uno stratagemma.

2Sam 5,6-12

Gerusalemme Antichissima città cananea abitata dai gebusei. Essa è costruita su un pendio, a 800 metri sul livello del mare; per la sua posizione e per le mura fortificate che la circondavano, era praticamente inespugnabile.

Canale dell’acqua Nelle antiche fortezze esisteva un tunnel segreto che conduceva a una fonte al di fuori delle mura. Esso serviva, nei periodi di assedio, per l’approvvigionamento dell’acqua. Era questo il punto più debole della fortificazione.

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I

l re e i suoi uomini marciarono contro Gerusalemme. Ma i gebusei che vi abitavano dissero a Davide: « Non entrerai qui: basteranno i ciechi e gli zoppi a respingerti ». Con ciò essi intendevano dire che Davide non avrebbe mai potuto conquistare la città. Ma Davide disse ai suoi uomini: « Entrate attraverso il canale dell’acqua e prendete possesso della città. Quanto ai ciechi e agli zoppi, sono in odio a Davide ». Da qui è nato il proverbio: « Il cieco e lo zoppo non entreranno nella casa (di Dio) ». Così Davide conquistò la città e si stabilì in essa, chiamandola « città di Davide ». Tra il terrapieno, chiamato Millo, e la sua abitazione Davide fece nuove costruzioni. Egli andava sempre crescendo in potenza e il Signore, Dio degli eserciti, era con lui. Chiram, re di Tiro, inviò a Davide legno di cedro, oltre che carpentieri e muratori, i quali costruirono per lui un palazzo. Egli comprese allora che il Signore lo aveva confermato re d’Israele e rendeva stabile il suo regno per amore d’Israele, suo popolo.

Gli abitanti di Gerusalemme andavano dicendo che bastavano i ciechi e gli zoppi per difendere la loro città. Perciò Davide, prima di averla conquistata, li snobba considerandoli come ciechi e zoppi che non riusciranno a impedirgli di prenderne possesso. Il proverbio che ne deriva potrebbe riferirsi al fatto che i ciechi e gli zoppi non potevano officiare come sacerdoti nel tempio (Lv 21,18). Non essendo stata conquistata con la forza, la città non viene distrutta. Siccome nessuna tribù poteva rivendicarla come sua, essa diventa proprietà speciale di Davide, che ne fa la capitale del regno unificato. La costruzione del suo palazzo è il segno di un potere già parzialmente consolidato.

Il narratore dà poi l’elenco dei figli avuti da Davide a Gerusalemme e riferisce la sua vittoria sui filistei (2Sam 5,13-25). Il secondo gesto di Davide, dopo la conquista di Gerusalemme, è quello di trasportare in essa l’arca dell’alleanza che, dopo essere stata restituita dai filistei, era stata collocata nel villaggio di Kiriat-Iearim, detto anche Baala, nella casa di Abinadab.

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B. Il regno di Davide (2Sam 1-24) « Davide conquistò Gerusalemme e si stabilì in essa, chiamandola “città di Davide” ».

Uzzà Figlio di Abinadab. La sua morte è dovuta al fatto di aver toccato l’arca dell’alleanza: non è chiaro se l’abbia fatto per sostenersi lui stesso o per impedire all’arca di cadere. Il racconto della sua morte è una leggenda eziologica che spiega il nome di una località chiamata Perez-Uzzà.

91. Davide tr asporta l’ar ca a Gerusalemme Davide e i suoi uomini si recano a Baala, dove caricano l’arca su un carro nuovo guidato da Uzzà e Achio, figli di Abinadab, e si mettono in cammino verso Gerusalemme. A un certo punto però Uzzà stende la mano verso l’arca e vi si appoggia. In seguito a ciò egli muore e ciò viene attribuito all’ira del Signore. Davide, sconvolto, non se la sente di trasferire l’arca del Signore presso di sé, ma la lascia in casa di un certo Obed-Edom, di Gat (2Sam 6,1-10).

L’

arca del Signore rimase tre mesi nella casa di Obed-Edom e il Signore benedisse Obed-Edom e tutta la sua casa. Davide venne a sapere che, a causa dell’arca di Dio, il Signore aveva benedetto la casa di Obed-Edom e quanto gli apparteneva. Egli allora trasportò con gioia l’arca dalla casa di Obed-Edom alla città di Davide. Ogni volta che avevano fatto sei passi, i portatori dell’arca del Signore si fermavano e Davide immolava un bue e un ariete grasso. Egli era cinto di un efod di lino e danzava con entusiasmo davanti al

2Sam 6,11-22

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele

Figli di Davide A Ebron sono nati da donne diverse sei figli, dei quali i primi quattro sono: Amnon, Kileab, Assalonne, Adonia, Sefatia, Itream (cfr. 2Sam 3,2-5). A Gerusalemme sono nati altri undici figli, tra i quali al quarto posto si trova Salomone (cfr. 2Sam 5,13-16).

Signore. Insieme con tutti gli israeliti egli trasportò l’arca del Signore tra grida di gioia e suoni di trombe. Quando l’arca del Signore giunse alla città di Davide, Mikal figlia di Saul, si affacciò alla finestra: vide il re Davide che saltava e danzava davanti al Signore e in cuor suo lo disprezzò. Alla fine introdussero l’arca del Signore e la collocarono al centro della tenda che Davide aveva fatto preparare per essa; Davide offrì olocausti e sacrifici di comunione davanti al Signore. Terminati i sacrifici Davide benedisse il popolo nel nome del Signore degli eserciti e distribuì a tutto il popolo, a tutta la moltitudine d’Israele, uomini e donne, una focaccia di pane per ognuno, una porzione di carne e una schiacciata di uva passa. Poi ognuno ritornò a casa sua.

Il trasporto dell’arca a Gerusalemme ha una forte valenza politico-religiosa. La monarchia è un’istituzione nuova, ancora poco radicata nella tradizione israelitica e per di più la capitale scelta da Davide è una città priva di storia e di collegamenti con le vicende delle tribù; l’arca invece simboleggia il rapporto con Dio che faceva degli israeliti il suo popolo. Con il trasferimento dell’arca Davide collega il proprio regno alla tradizione dell’esodo. Il re diventa così il custode e l’interprete dell’alleanza conclusa da Dio con tutto il popolo d’Israele.

Il racconto si conclude con un diverbio famigliare. Mikal, figlia di Saul e prima moglie di Davide, lo rimprovera perché ritiene che il suo comportamento non sia degno della sua condizione regale. Davide risponde che, per onorare Dio, è disposto a umiliarsi ancora di più. Il narratore coglie l’occasione per sottolineare che Mikal non aveva dato a Davide alcun figlio (2Sam 6,20-23). Proprio la mancanza di un erede legittimo sarà l’occasione di una lunga lotta per la successione al trono, al termine della quale diventerà re, per un disegno provvidenziale di Dio, Salomone, il costruttore del tempio.

92. Dio promette a Davide una discendenza Davide ha raggiunto il culmine della sua potenza. Resta però il rischio che alla sua morte il regno ritorni alla famiglia reale di Saul, il suo predecessore. Per ovviare a questo pericolo Davide ha un’idea, che espone al profeta Natan.

2Sam 7,1-17

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uando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato tregua da tutti i suoi nemici, il re Davide disse al profeta Natan: « Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio è

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B. Il regno di Davide (2Sam 1-24)

custodita in una semplice tenda ». Natan rispose al re: « Va’, fa’ quanto hai in mente di fare, perché il Signore è d’accordo con te ». Ma quella stessa notte il Signore disse a Natan: « Va’ e riferisci al mio servo Davide: Dice il Signore: Forse tu costruirai una casa, perché io vi abiti? Da quando ho liberato gli israeliti dall’Egitto, fino a oggi, io non ho mai abitato in una casa, ma li ho accompagnati vagando sotto una tenda. Ho fatto insieme con gli israeliti molto cammino e ho affidato a molti capi il compito di guidare Israele, mio popolo. Non ho mai chiesto a nessuno di loro: Perché non mi edifichi una casa di cedro? Ora dunque riferirai al mio servo Davide: Tu eri un pastore e seguivi il gregge. Io ti ho preso di là per farti diventare capo d’Israele, mio popolo. Sono stato al tuo fianco in ogni tua impresa, ho distrutto tutti i nemici che incontravi e ora renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo a Israele mio popolo e ve lo pianterò perché abiti in casa sua e non sia più agitato e gli iniqui non lo opprimano come in passato, al tempo in cui avevo stabilito i giudici su Israele, e gli darò riposo liberandolo da tutti i suoi nemici. Quanto a te, il Signore ti farà grande, poiché sarà lui a farti una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io farò sì che i tuoi discendenti siedano per sempre sul tuo trono. (Il primo di essi edificherà una casa al mio nome). Per ciascuno io sarò padre ed egli mi sarà figlio. Se farà il male, lo castigherò come fa un uomo con i suoi figli, ma non ritirerò da lui il mio favore, come ho fatto con Saul ».

Davide voleva costruire una « casa », cioè un tempio, a JHWH. Ciò avrebbe avuto un grande significato non solo religioso, ma anche politico, in quanto avrebbe dato una più precisa legittimazione al suo regno e gli avrebbe garantito la possibilità di trasmetterlo ai suoi discendenti. JHWH però non accetta questo progetto, ma si impegna lui stesso a donargli gratuitamente quello che Davide voleva ottenere con un espediente umano. Con un gioco di parole Natan dice che non sarà Davide a costruire una « casa » (tempio) a Dio, ma Dio costruirà una « casa » (casato, dinastia) a Davide. Ciò significa che JHWH ha scelto non solo Davide, ma anche i suoi discendenti. Ciascuno di essi sarà per Dio come un figlio e Dio sarà per lui come un padre. In una frase aggiunta successivamente, quando il tempio era ormai costruito, si dice, in contrasto con quanto affermato prima, che a uno dei suoi discendenti verrà demandato il compito di costruire il tempio. Quando la dinastia davidica scomparirà, la promessa fatta a Davide darà origine alla speranza nella venuta di un re, discendente di Davide, unto direttamente da Dio e perciò chiamato « messia », il quale sarà portatore di una salvezza non solo immediata e contingente, ma definitiva e totale.

Tempio Secondo Natan non doveva essere costruito. Ma siccome è stato poi edificato ed è diventato una struttura portante di tutto l’ebraismo, esso è stato legittimato mediante una piccola aggiunta, che ne attribuisce la costruzione al primo successore di Davide, Salomone.

Figlio di Dio Era uno dei titoli che spesso i sovrani orientali si attribuivano presentandosi essi stessi come divinità. In Giuda il re era considerato come figlio di Dio per il rapporto specialissimo che aveva con JHWH. Tuttavia restava un semplice uomo, che doveva rendere conto a Dio del suo comportamento.

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele In un intermezzo vengono poi inseriti ulteriori dettagli riguardanti le imprese di Davide: una sintesi delle sue guerre, i nomi dei suoi principali collaboratori (2Sam 8,1-18), la benevolenza da lui dimostrata nei confronti di Merib-Baal, figlio di Gionata (2Sam 9,1-13) e, infine, la guerra contro gli ammoniti e gli aramei (2Sam 10,1-19). La storia di Davide continua poi con il racconto della travagliata vicenda della successione al trono.

93. Davide e Betsabea Secondo il narratore ciò che ha scatenato tutta una serie di eventi preoccupanti è stato un grave peccato commesso da Davide: l’adulterio con la moglie di un suo soldato e l’uccisione di quest’ultimo.

2Sam 11,1-5

« La donna era molto bella di aspetto... Allora Davide mandò messaggeri a prenderla e si unì a lei ».

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N

ella primavera dell’anno dopo, quando il tempo è più propizio alle attività militari, Davide mandò Ioab con tutto l’esercito contro il paese degli ammoniti. Egli cinse d’assedio

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B. Il regno di Davide (2Sam 1-24)

Rabbà, mentre Davide si trovava a Gerusalemme. Un pomeriggio, dopo aver riposato, Davide andò a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dall’alto egli vide una donna che faceva il bagno. La donna era molto bella di aspetto e Davide mandò a chiedere chi fosse. Gli fu detto: « È Betsabea figlia di Eliam, moglie di Uria l’Hittita ». Allora Davide mandò messaggeri a prenderla e si unì a lei. Poi essa tornò a casa sua. La donna concepì e fece sapere a Davide: « Sono incinta ».

Davide è una grande figura di credente, ma il racconto biblico non nasconde le sue debolezze. Nel suo gesto si manifesta l’arroganza del potere, che considera lecito qualsiasi sopruso da parte di chi lo detiene. Ma per il narratore il potere del re è sottomesso alla legge di Dio. Il seguito delle vicende mostrerà che neppure Davide può andare oltre certi limiti.

Quando viene a sapere che Betsabea aspetta un bambino, Davide cerca di nascondere il suo peccato. A tal fine, egli manda a chiamare Uria, marito di Betsabea, e fa di tutto perché passi la notte con la moglie e così sia ritenuto padre del nascituro. Ma Uria rifiuta per solidarietà con i suoi commilitoni. Allora Davide lo rimanda al fronte dandogli una lettera da consegnare a Ioab. In essa si dice di mettere Uria in prima linea, dove più ferve la battaglia, poi di ritirarsi da lui perché resti colpito e muoia. E difatti avviene così. Passati i giorni del lutto, Davide prende Betsabea come moglie ed essa gli partorisce un figlio. Tutto sembra sistemato. Il narratore osserva però che Davide ha fatto ciò che è male agli occhi del Signore (2Sam 11,6-27).

9 4. L’intervento di Natan Il giudizio di Dio viene riferito a Davide dal profeta Natan, il quale, per fargli capire il suo errore, gli racconta una parabola e poi ne dà l’interpretazione.

N

atan si recò da Davide e gli disse: « In una città vivevano due uomini, l’uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva pecore e buoi in quantità, il povero aveva soltanto una pecorella che aveva comprato e allevato con cura. La pecorella era cresciuta in casa insieme con lui e con i suoi figli. Egli le dava bocconi del suo pane, la faceva bere alla sua tazza, la teneva a dormire accanto a sé, per lui era come una figlia. Un giorno, un ospi-

2Sam 12,1-14

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele

Parabola Racconto fittizio mediante il quale si vuole attirare l’attenzione degli ascoltatori su una situazione inusuale, atta a provocare la loro riflessione. Essi sono così stimolati a uscire dai loro schemi abituali e a cogliere una verità religiosa o morale alla quale non avevano pensato precedentemente.

te di passaggio giunse in casa dell’uomo ricco e questi, volendo preparargli una vivanda, invece di prendere un capo dal suo bestiame minuto, portò via la pecora dell’uomo povero e la cucinò per l’ospite ». Davide allora si adirò contro quell’uomo e disse: « Giuro per il Signore che quell’uomo merita la morte. Ha agito senza alcuna pietà: pagherà quattro volte tanto la pecora che ha rubato ». Allora Natan gli disse: « Sei tu, quell’uomo! ». E aggiunse: « Ascolta quel che ti dice il Signore re d’Israele: Io ti ho consacrato re d’Israele e ti ho liberato dagli attacchi di Saul. Anzi, ho sottomesso a te la sua famiglia; ho messo nelle tue braccia le sue donne. Ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda. Perché hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai fatto uccidere Uria l’Hittita per mano degli ammoniti e hai preso per te sua moglie. Ebbene la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria ». Natan disse ancora: « Così dice il Signore: Ecco io sto per suscitare contro di te la sventura dalla tua stessa casa, prenderò le tue mogli e le darò a un tuo parente stretto che si unirà a loro alla luce di questo sole.Tu hai agito di nascosto, io invece agirò alla luce del sole, davanti a tutti gli israeliti ». Allora Davide disse a Natan: « Ho peccato contro il Signore! ». Natan gli rispose: « Il Signore ha perdonato il tuo peccato; tu non morirai. Tuttavia, poiché hai offeso gravemente il Signore, il figlio che ti è nato dovrà morire ».

Difficilmente Davide avrebbe accettato un rimprovero diretto da parte del profeta. Questi perciò, mediante una parabola, lo mette nella condizione di dover giudicare una terza persona e poi, quando egli ha espresso il suo verdetto, gli fa capire che proprio lui merita quella condanna. Davide dimostra la sua sincera religiosità riconoscendo il suo peccato. Così facendo ottiene il perdono di Dio, ma non può evitare le conseguenze del suo errore.

Il bambino nato da Betsabea muore come il profeta aveva detto. Betsabea dà a Davide un altro figlio, Salomone, a proposito del quale l’autore osserva che il Signore lo amò e, per mezzo del profeta Natan, lo chiamo « Iedidià » (amato da JHWH) (2Sam 12,15-31). Si spiega così in anticipo come mai Salomone, a preferenza degli altri figli che più di lui avevano i requisiti necessari, diventerà il successore di Davide. Frattanto la predizione di Natan riguardante le disgrazie che avrebbero colpito la famiglia di Davide comincia a realizzarsi. La scintilla viene da un fatto increscioso capitato nella reggia.

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B. Il regno di Davide (2Sam 1-24)

95. Amnon fa violenza a Tamar Il maggiore dei figli di Davide e suo probabile erede si innamora della sua sorellastra Tamar, sorella germana di Assalonne. Consigliato da suo cugino Ionadab, egli escogita uno stratagemma per poterla possedere (2Sam 13,1-5)

A

mnon si mise a letto e si finse malato; quando il re gli fece visita, Amnon gli disse: « Permetti che mia sorella Tamar venga e mi faccia un paio di frittelle: sono certo che così mi ritornerà l’appetito ». Allora Davide mandò a dire a Tamar: « Va’ a casa di Amnon tuo fratello e prepara una vivanda per lui ». Tamar andò, prese della farina, la impastò, ne fece delle frittelle e gliele servì. Ma egli rifiutò di mangiarle. Poi allontanò tutti i presenti e disse a Tamar: « Portami il piatto in camera e prenderò il cibo dalle tue mani ». Tamar prese le frittelle che aveva fatte e le portò in camera da lui. Ma mentre gliele porgeva, egli l’afferrò e le disse: « Vieni, unisciti a me, sorella mia ». Essa gli rispose: « No, fratello mio, non farmi violenza; questo non si fa in Israele; non commettere questa infamia! Io ne sarei disonorata, ma tu ne porteresti per sempre le conseguenze. Parlane piuttosto al re, che certo non mi rifiuterà a te ». Ma egli non volle ascoltarla, la afferrò e le usò violenza. Subito dopo Amnon concepì verso di lei un odio grandissimo, più grande dell’amore di prima. Perciò le disse: « Alzati, vattene! ». Ma ella gli rispose: « Oh no! In questo modo mi fai un torto peggiore del precedente ». Ma egli non volle saperne. Chiamò il giovane che lo serviva e gli disse: « Cacciala fuori e spranga il portone dietro di lei ». Essa

2Sam 13,6-19

« No, fratello mio, non farmi violenza: questo non si fa in Israele ».

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele

Matrimonio tra fratelli In Egitto era consentito ai membri della casa reale, solo però se figli di madre diversa. Si suppone che questo uso fosse accettato anche in Israele.

indossava una tunica con le maniche, perché così vestivano, da molto tempo, le figlie del re ancora vergini. Il servo di Amnon allora la fece uscire e sprangò il portone dietro di lei. Tamar si sparse della polvere sulla testa, si stracciò la tunica dalle lunghe maniche che indossava, si mise le mani sulla testa e se ne andò gridando.

Questo racconto, che denota una fine sensibilità psicologica, dimostra chiaramente che Amnon aveva la sicurezza di possedere già la regalità con tutti i suoi privilegi. Egli si sente al di sopra dei comuni mortali e pensa che tutto gli sia lecito.

Amnon però non aveva fatto i conti con Assalonne, il secondo figlio di Davide, il quale aveva anche lui aspirazioni non troppo nascoste al trono paterno. Non essendoci stato un intervento di Davide nei confronti di Amnon, Assalonne prende l’iniziativa e lo fa uccidere: in tal modo vendica l’offesa fatta a sua sorella e si apre la possibilità di diventare re. Ma dopo aver commesso il crimine, egli è costretto a fuggire all’estero (2Sam 13,20-39). Dopo tre anni Davide, dietro suggerimento di Ioab, lo fa ritornare e alla fine lo perdona (2Sam 14). Una volta ritornato a Gerusalemme, però, Assalonne organizza una rivolta contro il padre (2Sam 15,1-12). Davide allora è costretto a fuggire, ma lascia a Gerusalemme insieme con l’arca i sacerdoti Zadok e Ebiatar con i loro figli, ai quali affida il compito di tenerlo informato (2Sam 15,13-29).

9 6. F uga e ritorno di Davide La fuga di Davide è descritta con tratti molto toccanti: privato del potere, egli assume la veste del giusto perseguitato e sofferente.

2Sam 15,30-34

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D

avide saliva l’erta degli Ulivi; saliva piangendo e camminava con il capo coperto e a piedi scalzi; tutta la gente che era con lui aveva il capo coperto e, salendo, piangeva. Fu intanto portata a Davide la notizia: « Achitofel è con Assalonne fra i congiurati ». Davide disse: « Rendi vani i consigli di Achitofel, Signore! ». Quando Davide fu giunto in vetta al monte, al luogo dove ci si prostra a Dio, ecco farglisi incontro Cusai, l’Archita, con la tunica stracciata e il capo coperto di polvere. Davide gli disse: « Se tu procedi con me,

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B. Il regno di Davide (2Sam 1-24)

mi sarai di peso. Torna in città e di’ ad Assalonne: Io sarò tuo servo, o re, come prima sono stato servo di tuo padre. Così renderai vani in mio favore i consigli di Achitofel ».

Nella prova Davide manifesta tutta la sua fede e la sua umiltà. È particolarmente significativo il fatto che egli incontri Cusai « nel luogo dove ci si prostra a Dio », cioè in un luogo dedicato al culto: non si tratta certamente di una casualità, in quanto nella venuta di Cusai l’autore vede una manifestazione straordinaria della benevolenza di JHWH, il quale ha deciso di mettersi dalla parte di Davide.

Intanto prosegue la fuga di Davide mentre Cusai ritorna in città (2Sam 16,1-14). Dietro consiglio di Achitofel, Assalonne fa erigere una tenda nella terrazza del palazzo e li, sotto gli occhi di tutti, si unisce alle concubine di suo padre (2Sam 16,15-23): è questo il segno che a lui è passato il potere regale. Si attua così la predizione di Natan. In contrasto con quanto aveva suggerito Achitofel, Cusai consiglia poi ad Assalonne di non attaccare immediatamente le truppe di Davide. Assalonne acconsente, ma quando lo fa, è troppo tardi. Egli è sconfitto e muore ucciso da Ioab (2Sam 17-18). Davide ne è profondamente addolorato; poi ritorna a Gerusalemme dove ristabilisce la legalità ed elimina gli avversari più pericolosi (2Sam 19-20). La morte di Assalonne toglie di scena il secondo pretendente al trono di Davide. Resta quindi aperta la strada ad Adonia, il terzo dei figli di Davide: saranno ancora necessari intrighi e lotte perché passi in primo piano la candidatura di Salomone. Il secondo libro di Samuele termina con una serie di aggiunte (2Sam 2124) che interrompono la storia della successione al trono di Davide. Anzitutto è riportato il racconto di una grande carestia, a cui è posto termine solo mediante l’uccisione di sette discendenti di Saul (2Sam 21,1-14). In un altro brano si dà relazione di nuove gesta contro i filistei (2Sam 21,15-22). È poi inserito un inno di ringraziamento attribuito a Davide (2Sam 22), che corrisponde al Sal 18. Un’altra composizione poetica contiene le ultime parole di Davide (2Sam 23,1-7): in essa la promessa fattagli per mezzo di Natan è designata come una « alleanza eterna ». Segue poi l’elenco dei prodi di Davide (2Sam 23,8-39). L’ultimo episodio riguarda il censimento del popolo (2Sam 24). Questa iniziativa di Davide è presentata come una tentazione provocata dallo stesso JHWH. Una volta compiuto il censimento Davide si rende conto dell’errore compiuto e accetta la punizione, che consiste in tre giorni di peste. Il flagello cessa quando nell’aia di Arauna, nei pressi di Gerusalemme, appare a Davide l’angelo sterminatore che interrompe la sua opera. Dietro indicazione del profeta Gad, il re acquista quel luogo e vi edifica un altare sul quale offre al Signore olocausti e sacrifici di comunione. Questo luogo sarà identificato come quello in cui Salomone innalzerà il tempio di Gerusalemme (cfr. 2Cr 3,1).

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VI. I regni di Saul e di Davide – 1-2Samuele

I

n contrasto con Saul, Davide è descritto come il re che non solo è stato scelto da Dio, ma ha saputo essere fedele alla sua chiamata. Tuttavia le tradizioni che lo riguardano ne mostrano anche i limiti e gli errori: egli appare come un capobanda che non rifugge dal collaborare con i filistei, fa razzie sanguinose e taglieggia i suoi stessi connazionali. Dopo essere giunto al potere, egli si serve della religione per realizzare i suoi progetti politici, non recede di fronte all’adulterio e all’omicidio, è debole con i figli e senza scrupoli con i suoi avversari. Il redattore finale del libro tuttavia fa leva maggiormente sulle qualità positive di Davide, di cui mette in luce il forte senso religioso, la grande magnanimità e la fedeltà verso i suoi amici e collaboratori. Quando pecca si pente e torna nuovamente a Dio. La sua discendenza, a cui Dio garantisce la stabilità, diventerà segno di una salvezza che si dipana nel corso della storia. Dopo la catastrofe dell’esilio, che coinvolge anche la dinastia davidica, la figura di Davide resterà come garanzia di un nuovo inizio, dando così origine alle attese messianiche di Israele.

La pr eghiera di Davide Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato.

Insegnerò agli erranti le tue vie e i peccatori a te ritorneranno. Liberami dal sangue, Dio, Dio mia salvezza, la mia lingua esalterà la tua giustizia.

Distogli lo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe.

Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode; poiché non gradisci il sacrificio e se offro olocausti non li accetti.

Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso.

Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi. (Salmo 51,2-4.11-19)

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B. Il regno di Davide (2Sam 1-24)



Davide è presentato come il re fedele, che ascolta la voce di Dio. Più che il personaggio, ciò che importa è un modello di regalità ispirato ai valori ideali dell’alleanza, al quale si guarderà nelle epoche future come motivo di speranza per una salvezza ancora lontana.



Con la costruzione del tempio Davide vorrebbe garantire a se stesso l’appoggio della religione per poter tenere nelle sue mani il potere e trasmetterlo alla sua discendenza. Questo progetto, che porterebbe a strumentalizzare Dio a fini di interesse personale e dinastico, non è gradito a Dio. Dio non si può utilizzare per fini di potere.



Dio rifiuta la costruzione di un tempio: il mistero divino è tale da non poter essere rinchiuso in un luogo materiale, e neppure in formule standardizzate o strutture religiose ingessate. Dio abita in mezzo a un popolo in cammino verso la libertà e garantisce che essa è raggiungibile, anche quando tutto sembra negarlo.



È Dio che garantisce la permanenza della dinastia davidica. Il peccato di Davide però mette a dura prova le promesse divine, creando una reazione a catena di sofferenza e di morte. Davide si salva perché sa accettare con fede le conseguenze dei suoi errori e delle sue debolezze. La conclusione positiva delle dolorose lotte per la successione al trono di Davide mostra che esiste una Provvidenza capace di volgere al bene anche gli errori umani.

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VI I

I re di Giuda e di Israele 1-2Re

I

due libri dei Re si presentano, pur con caratteristiche diverse, come la continuazione dei precedenti libri di Samuele. Originariamente essi formavano un unico volume, ma in seguito, nella traduzione greca dei LXX, sono stati divisi in due tomi che, assieme ai due libri di Samuele, sono stati considerati come un’unica opera in quattro volumi chiamata « Libri dei Regni » e in seguito « Libri dei Re » (Melakîm, Basileioi). Nelle Bibbie moderne i due volumi, pur restando separati l’uno dall’altro, sono stati staccati dai due libri di Samuele, mantenendo però il titolo che precedentemente era stato dato al complesso dei quattro volumi. Essi coprono il periodo che va dall’ascesa al trono del re Salomone nel 970 a.C. fino alla distruzione di Gerusalemme e all’esilio babilonese iniziato nel 587. Spezzano questo susseguirsi di eventi due raccolte (cicli) di episodi riguardanti i profeti Elia ed Eliseo, le cui vicende sono intrecciate con quelle dei re loro contemporanei. Il contenuto dei due volumi può essere così suddiviso: A. Da Salomone ad Acab (1Re 1-16) B. Cicli di Elia ed Eliseo (1Re 17-22; 2Re 1-13) C. La fine dei due regni israelitici (2Re 14-25).

La tesi sostenuta nei due libri è quella secondo cui la rovina progressiva e inevitabile alla quale i due regni vanno incontro è dovuta al fatto che i re, e con essi tutto il popolo, non sono stati fedeli al loro Dio. Per scrivere i libri dei Re sono state utilizzate fonti diverse, alcune delle quali sono anche citate: Storia di Salomone, Storia dei re di Giuda, Storia dei re d’Israele. Inoltre, diversi eventi raccontati in questi libri ricevono conferma dal confronto con altre fonti storiche dell’epoca. La più antica è una stele fatta incidere da Mesa, re di Moab, contemporaneo di Acab, re di Israele, e di suo figlio Ioram, nella quale sono descritti i rapporti tra i rispettivi regni (cfr. 2Re 3,4-27). Con ogni probabilità la composizione dei due libri, iniziata dopo la scoperta del Deuteronomio da parte di Giosia (622 a.C.), è stata portata a termine verso la metà dell’esilio, poco dopo l’ultimo fatto riportato, cioè la liberazione dal carcere del re Ioiachin, ultimo discendente legittimo di Davide (562 a.C.). Non si esclude però una datazione più tardiva.

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re

A. Da Salomone ad Acab ( 1Re 1-16)

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l primo libro dei Re inizia con la morte di Davide e l’ascesa al trono davidico di Salomone (970-931 a.C.). Il primo successore di Davide riceve un notevole spazio e un’ampia considerazione nella presentazione dei re israelitici. Egli infatti è l’unico, insieme con suo padre, che abbia regnato su tutto Israele. Di lui si narra l’ascesa al trono (1Re 1-2), si mettono in luce le doti di saggezza (1Re 3,1 - 5,14), ma soprattutto viene dato ampio spazio alla sua impresa più importante: la costruzione del tempio (1Re 5,15 - 9,25); infine, sono descritti il suo splendore e la sua decadenza (1Re 9,26 - 11,43). Dopo la morte di Salomone viene narrata la divisione di Israele in due regni (1Re 12-13). Di essi il più grande e potente è quello del Nord, che conserva il nome tradizionale di Israele, raccoglie dieci tribù, mentre quello del Sud è limitato a solo due tribù, Giuda, da cui prende il nome, e Beniamino. Il libro procede poi con il racconto parallelo degli eventi riguardanti i due regni divisi fino all’ascesa al trono di Acab (1Re 14-16). Di ciascun re vengono ricordate le generalità e sono narrati i fatti più importanti, scelti in chiave prevalentemente religiosa e, infine, si dà una valutazione sulla base del suo atteggiamento nei confronti della religione e in particolare delle norme deuteronomiche riguardanti il culto. In questo periodo il racconto della storia d’Israele comincia a trovare riscontri nella storia internazionale. All’inizio di questo periodo la Palestina gode di una notevole indipendenza. Nonostante l’incursione del faraone Sosenq (950-929 a.C.), chiamato nella Bibbia Sisach (1Re 11,40; 14,25), fondatore della XXII dinastia, l’influsso dell’Egitto in questo periodo resta limitato. Al tempo stesso rinasce la potenza dell’Assiria, la cui espansione verso Ovest è però ostacolata ripetutamente da leghe di popoli, a una delle quali partecipa, con il re di Hamat e quello di Damasco, anche Acab, re di Israele: questa lega, sebbene sconfitta a Karkar, sul fiume Oronte (853 a.C.), riesce a rallentare l’avanzata degli assiri. In questa situazione il pericolo maggiore per i regni israelitici è rappresentato dagli aramei di Damasco, con i quali il conflitto resta endemico per un periodo di tempo piuttosto lungo.

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A. Da Salomone ad Acab (1Re 1-16)

97. Salomone succede a Davide Davide è ormai molto vecchio e la sua morte è imminente. Il terzo dei suoi figli, Adonia, pensa di avere la strada spianata verso la successione. Un giorno fa una grande festa alla quale però non invita Salomone e i suoi sostenitori: l’intento di farsi proclamare re è abbastanza palese. Il profeta Natan viene a saperlo e suggerisce a Betsabea di convincere Davide a designare come suo successore Salomone (1Re 1,1-14).

B

etsabea si presentò nella camera del re,si inginocchiò e si inchinò profondamente davanti a lui. Davide le domandò: « Che cos’hai? ». Lei rispose: « Mio signore, mi avevi giurato davanti al Signore tuo Dio che mio figlio Salomone avrebbe regnato dopo di te e avrebbe preso il tuo posto sul trono. Ora, invece, Adonia si è fatto re e tu non lo sai neppure! Ha immolato buoi, vitelli grassi e pecore in gran quantità. Ha invitato tutti i tuoi figli, il sacerdote Ebiatar e il comandante dell’esercito Ioab; ma non ha invitato tuo figlio Salomone. Re, mio signore, tutto Israele è in attesa che tu annunzi chi siederà sul tuo trono. Quando tu ti sarai addormentato con i tuoi padri, io e mio figlio Salomone saremo trattati da colpevoli ». Mentre Betsabea ancora parlava, giunse il profeta Natan, il quale confermò che né lui, né il sacerdote Zadok, né Benaia figlio di Ioiada, né Salomone erano stati invitati da Adonia. E aggiunse:« Sei stato tu,o re mio signore, a ordinare ciò? Perché non hai indicato ai tuoi ministri chi siederà sul tuo trono? ». Davide allora, rivolgendosi a Betsabea, le disse: « Come ti ho giurato,oggi stesso farò in modo che Salomone tuo figlio regni dopo di me ». Detto ciò,Davide fece chiamare il sacerdote Zadok, il

1R e 1,15-37

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re

Alture I santuari cananei sono così nominati perché costruiti su luoghi elevati, e quindi più vicini al cielo, dove si riteneva che abitassero le divinità. Per la stessa ragione gli israeliti hanno costruito i loro santuari sulle alture. Anche il tempio di Gerusalemme era costruito su un monte.

profeta Natan e Benaia figlio di Ioiada e disse loro: « Prendete con voi la mia guardia, fate montare Salomone sulla mia mula e fatelo scendere a Ghicon. Ivi Zadok e Natan lo ungano re d’Israele. Poi suonerete la tromba e griderete: Viva il re Salomone! Quindi risalirete dietro a lui e lo farete sedere sul mio trono ». Essi risposero: « Come il Signore ti ha assistito, così assista Salomone e renda il suo trono più splendido del tuo ». E fecero come Davide aveva loro ordinato.

Salomone si trova svantaggiato nella corsa per la successione al trono di Davide. L’intervento di Natan e di Betsabea ha tutti i caratteri di un intrigo di corte, il cui scopo è quello di influenzare il vecchio re. Tutto sembra escludere che in questi fatti sia all’opera il Dio dell’alleanza. Ma l’autore del libro vede nell’ascesa al trono di Salomone l’attuazione di un progetto divino rivelato fin dal momento della sua nascita (cfr. 2Sam 12,25). Anche questa volta si manifesta la preferenza di Dio per i piccoli e gli ultimi.

In preda al terrore, Adonia si rifugia presso l’altare, ma Salomone gli assicura che, se si comporterà correttamente, non avrà nulla da temere (1Re 1,41-53). Dopo aver trasmesso le sue ultime volontà, Davide muore ed è sepolto nella città di Davide. Approfittando di un passo falso di Adonia, Salomone lo fa uccidere, poi elimina i capi del partito a lui avverso (1Re 2,1-46). Il suo potere viene confermato dal matrimonio con la figlia del faraone d’Egitto (1Re 3,1).

9 8. Il sogno di Gabaon Salomone si distingue per il suo senso religioso, ma offre culto a Dio sulle alture, cioè nei santuari locali: il narratore deuteronomistico osserva che ciò è dovuto al fatto che non era ancora stato costruito il santuario centrale. Nel santuario di Gabaon il re ha un’intensa esperienza religiosa.

1R e 3,4-14

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I

l re Salomone andò a Gabaon, dove sorgeva il santuario più importante del regno, e lì offrì mille olocausti. Durante la notte Dio gli apparve in sogno e gli disse: « Dimmi che cosa desideri da me ». Salomone rispose: « Tu hai trattato il tuo servo Davide, mio padre, con grande benevolenza perché egli aveva camminato davanti a te con fedeltà, con giustizia e con cuore

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A. Da Salomone ad Acab (1Re 1-16)

retto. Tu hai sempre dato prova di un grande amore per lui e, infine, hai fatto sì che un suo figlio sedesse sul suo trono. Ora, mio Dio, tu mi hai fatto diventare re al posto di Davide, mio padre; ma io sono ancora giovane e inesperto e non so come comportarmi. Concedimi un cuore docile perché sappia distinguere il bene dal male e possa governare con giustizia questo tuo popolo così numeroso ». Al Signore piacque che Salomone avesse fatto questa richiesta e gli disse: « Perché non hai domandato né lunga vita, né ricchezza, né la morte dei tuoi nemici, ma il discernimento, ecco faccio come tu hai detto. Ti concedo un cuore saggio e intelligente, quale nessuno ha avuto prima o avrà dopo di te. Con esso ti concedo anche quanto non hai domandato, cioè ricchezza e gloria in misura superiore a quella di chiunque ti ha preceduto. Se poi camminerai nelle mie vie, osservando i miei decreti e i miei comandi, come ha fatto Davide tuo padre, prolungherò anche la tua vita ».

Gabaon Città situata a circa 12 chilometri a nord di Gerusalemme. Era stata la sede dei gabaoniti, una popolazione cananea che con l’astuzia aveva ottenuto di fare un patto con Giosuè (cfr Gs 9,1-18), il quale proprio lì sconfisse una coalizione di re cananei. Gabaon aveva un importante santuario. Secondo 1Cr 21,29 al tempo di Salomone vi era conservata l’arca dell’alleanza.

Salomone sarà ricordato come un re dotato di una sapienza straordinaria. Questo racconto ha lo scopo di mostrare come questa prerogativa, frutto di ricerca e di riflessione, sia in realtà un dono che Dio

« Ti concedo un cuore saggio e intelligente, quale nessuno ha avuto prima o avrà dopo di te ».

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re

Sapienza Nell’AT questo termine esprime concetti diversi: abilità tecniche degli artigiani (Es 36,8); arte di governo (1Re 3,12-28); intelligenza (2Sam 14,2). La sapienza si manifestava soprattutto nei proverbi, i quali contenevano direttive atte a ispirare uno stile di vita eticamente corretto.

fa a chi lo cerca con fede. Solo chi si pone con umiltà di fronte al mistero di Dio può capire più in profondità la realtà in cui vive e le persone che lo circondano.

Il narratore illustra la sapienza di Salomone ricordando uno dei giudizi da lui pronunziati (1Re 3,16-28). Egli elenca poi i suoi ufficiali e dà alcune indicazioni circa la sua ricchezza (1Re 4,1 - 5,8). Infine, descrive alcuni aspetti della sua sapienza: egli pronunzia innumerevoli proverbi, compone canti e spiega la natura delle piante e degli animali. La sua cultura è superiore a quella dei saggi dell’Egitto e dell’Oriente. Gente di ogni nazione viene ad ascoltare i suoi discorsi pieni di saggezza (1Re 5,9-14).

9 9. La costruzione del tempio Il primo obiettivo di Salomone, divenuto re, è quello di costruire un tempio a JHWH in Gerusalemme, un’opera che richiedeva la mobilitazione di molte risorse e lunghi anni di lavoro. Il carattere sinceramente religioso della sua decisione appare nel messaggio inviato al re di Tiro.

1R e 5,16-23

202

S

alomone mandò a dire a Chiram, re di Tiro: « Tu sai che Davide, mio padre, non ha potuto edificare un tempio consacrato al Signore suo Dio perché ha dovuto combattere con i popoli vicini, finché il Signore non li mise in suo potere. Perciò il Signore gli ha detto: Tuo figlio, che io porrò al tuo posto sul tuo trono, edificherà un tempio al mio nome. Ora, siccome il Signore, mio Dio, mi ha dato pace da ogni parte e non ho più né avversari né particolari difficoltà, ho deciso di costruirgli un tempio. Ordina dunque che si taglino per me cedri del Libano: i miei servi collaboreranno con i tuoi. Io darò loro il salario che tu stesso avrai fissato; perché fra di noi non c’è alcuno capace di tagliare il legname come sanno fare quelli di Sidone ». Quando il re Chiram udì le parole di Salomone, si rallegrò e disse: « Sia lodato il Signore che ha dato a Davide un figlio tanto saggio per governare questo grande popolo! ». Poi Chiram mandò a dire a Salomone: « Ho ricevuto la tua richiesta. Farò quanto desideri riguardo al legname di cedro e al legname di abete. Ti dirò in seguito quello che mi aspetto da parte tua ».

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A. Da Salomone ad Acab (1Re 1-16) Il tempio che Salomone vuole costruire sarà un luogo di culto riservato agli israeliti. Egli però non ricusa la collaborazione di esperti appartenenti ad altre nazioni. Ciò è segno di una mentalità molto aperta, tipica dei saggi, che valorizzano sempre le capacità e l’esperienza di tutti.

Il narratore descrive poi i lavori fatti per la costruzione del tempio. La struttura dell’edificio è molto simile a quella del santuario costruito da Mosè, rispetto al quale però le misure sono raddoppiate. L’unica differenza significativa consiste nel fatto che nel tempio di Salomone non vi sono più due ma tre locali in successione: il Santo dei santi (debîr), dove è depositata l’arca dell’alleanza; il Santo (hêkal), dove si svolge il culto quotidiano, e davanti a questo un vestibolo (’ûlam). Terminato il tempio, Salomone costruisce la reggia (1Re 6,1 - 7,51).

Cedro Albero, originario della Fenicia (Libano), frequentemente nominato nella Bibbia. Il suo legno, longevo e resistente agli insetti e al deperimento, veniva usato per la costruzione di strumenti musicali e anche di edifici. I fenici erano rinomati per la lavorazione del cedro.

100. Il tr asporto dell’arca Al termine dei lavori Salomone consacra il tempio a JHWH. A tale scopo egli introduce in esso l’arca dell’alleanza, simbolo della presenza invisibile di Dio in mezzo al suo popolo.

I

n occasione della festa che si celebra nel settimo mese, il mese di Etanim, il re Salomone convocò gli anziani di Gerusalemme e tutti i capi delle tribù e dei clan d’Israele per trasportare l’arca dell’alleanza del Signore dalla città di Davide, cioè da Sion, nel tempio da lui costruito. Tutti gli israeliti si riunirono alla presenza del re. Allora i sacerdoti sollevarono l’arca e insieme con i leviti la trasportarono fino al tempio. Il re Salomone e tutti gli israeliti immolarono davanti all’arca pecore e buoi senza numero. I sacerdoti collocarono l’arca dell’alleanza del Signore nella sala interna del tempio, cioè nel Santo dei santi, sotto le ali dei cherubini. Le stanghe dell’arca, siccome avevano una lunghezza superiore a quella della sala, si potevano vedere dal Santo, ma non dal di fuori; tali oggetti si trovano lì ancora oggi. L’arca conteneva solo le due tavole di pietra, che Mosè vi aveva deposte ai piedi dell’Oreb, quando il Signore aveva concluso l’alleanza con il popolo d’Israele. Dopo che i sacerdoti furono usciti dal luogo santo, la nube riempì tutto il tempio e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il loro servizio. Allora Salomone esclamò: « Il Signore ha deciso di abitare sulla nube. Io ti ho costruito una casa potente, un luogo che sarà per sempre la tua dimora ».

1Re 8,2-13

Etanim Antico nome (’etanîm) del settimo mese (settembre-ottobre) (cfr. 1Re 8,2), al quale è stato dato dopo l’esilio il nome di Tishri.

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re Il tempio costruito da Salomone è considerato come il luogo in cui Dio abita in mezzo al suo popolo. L’arca dell’alleanza rappresenta il trono su cui egli siede invisibile. Le stanghe dell’arca dovranno ricordare per tutte le generazioni che Dio, anche se risiede in un tempio, non cessa mai di « camminare » alla testa del suo popolo. Le tavole dell’alleanza, riposte nell’arca, significano che la presenza di Dio in mezzo al suo popolo non è scontata, ma dipende dalla fedeltà al decalogo. Se questa manca, il luogo santo è profanato.

Al termine del rito, Salomone fa una preghiera in cui ricorda quanto Dio aveva fatto per Davide e sottolinea di aver costruito il tempio in obbedienza a un comando divino (1Re 8,14-26).

101. La pr eghier a di Salomone Salomone prosegue poi con una preghiera personale, nella quale si manifesta la concezione profetica della presenza di Dio nel tempio.

1R e 8,27-32

« Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco neppure i cieli più alti ti possono contenere ».

204

M

a è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco neppure i cieli più alti ti possono contenere. A maggior ragione non potrai dimorare in questa casa che io ho costruito! Tuttavia siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso

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A. Da Salomone ad Acab (1Re 1-16)

il luogo di cui hai detto: Lì sarà il mio nome! Volgiti alla mia preghiera e alla mia supplica, Signore mio Dio; ascolta il grido e la preghiera che oggi innalzo davanti a te! Ascolta la mia preghiera e quella di Israele tuo popolo. Ascoltaci dal luogo della tua dimora, dal cielo e perdona. Se uno, accusato di aver peccato contro suo fratello, viene davanti al tuo altare in questo tempio e giura di non essere colpevole, tu ascoltalo dal cielo, intervieni e fa’ giustizia con il tuo servo; condanna l’empio, facendo ricadere su di lui le conseguenze della sua condotta, e assolvi l’innocente rendendogli quanto gli spetta.

Dio non può abitare in un tempio materiale perché la sua abitazione è nei cieli. Questa metafora significa che egli è al di là di quanto gli esseri umani possono vedere e immaginare e la sua potenza non può essere catturata e utilizzata per scopi egoistici. Salomone spera però che egli metta almeno il suo nome nel santuario da lui costruito, facendone così il segno della sua presenza in mezzo al suo popolo. In questo modo si risolve l’enigma di un Dio che è trascendente, ma al tempo stesso dà significato all’esistenza umana.

Salomone continua poi la sua preghiera chiedendo a Dio di esaudire dal tempio la preghiera del popolo nei momenti di calamità: guerra, siccità, carestia e peste. Soprattutto chiede di perdonare il suo popolo quando, dopo essere stato portato in esilio, ritornerà a lui. Egli chiede che sia esaudita anche la preghiera degli stranieri. Dopo aver ricordato altri dettagli sulla celebrazione, il narratore termina descrivendo una successiva apparizione divina a Salomone in cui si prospetta nuovamente l’esilio in caso di infedeltà da parte del popolo (1Re 8,33 - 9,9). Vengono poi descritte le attività di Salomone: la sua sapienza e la sua ricchezza gli attirano la visita della regina di Saba, che ne resta ammirata (1Re 9,10 - 10,29). Ma la ricchezza e l’estensione territoriale che Israele raggiunge sotto di lui sono forse più frutto della fantasia di narratori tardivi che autentici dati storici. Dopo lo splendore dei primi anni di regno, inizia una progressiva decadenza. Cedendo alle lusinghe delle sue mogli straniere, Salomone offre incenso ai loro idoli. Inoltre i nemici esterni sconfitti da Davide rialzano la testa. Infine, serpeggia lo scontento fra il popolo sottoposto a duri lavori nelle opere di costruzione. Nel frattempo Geroboamo, capo di una squadra di operai appartenenti alle tribù del Nord, incontra il profeta Achia di Silo, il quale lacera il suo mantello nuovo in dodici pezzi e ne dà dieci a Geroboamo. Ciò significa che Israele sarà diviso e dieci tribù, quelle del Nord, passeranno sotto il governo di Geroboamo. Il fatto viene risaputo ed egli deve fuggire in Egitto. Salomone muore dopo quarant’anni di regno e a lui succede il figlio Roboamo (1Re 11,1-43).

Saba Località situata nell’angolo Sud-Ovest della penisola arabica, corrispondente all’odierno Yemen. In origine nomadi, i sabei avevano fondato nel secolo X a.C. un regno che controllava le vie del commercio tra l’Arabia e la Siria Palestina.

Mogli di Salomone Nell’antichità il gran numero di mogli era un segno di potere, dal quale il Deuteronomio mette in guardia il re (Dt 17,17). Salomone era un re saggio e pio, ma alla sua morte il regno si è diviso. L’autore deuteronomistico cerca una ragione di questa sciagura e la trova nella seduzione esercitata su di lui dalle sue mogli, specialmente quelle non israelite.

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re

102. La divisione del r egno Dopo la morte di Salomone, Roboamo diventa automaticamente re di Giuda. Per poter regnare su tutto Israele però egli deve chiedere la legittimazione anche delle tribù del Nord, il cui centro principale era Sichem.

1R e 12,1-14

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R

oboamo andò a Sichem, dove tutto il popolo d’Israele si era riunito per proclamarlo re. Allora Geroboamo, figlio di Nebat, che era tornato dall’Egitto, si presentò a lui in nome di tutti i presenti e gli disse: « Tuo padre Salomone ci ha imposto un giogo molto pesante. Se tu alleggerirai le dure condizioni che tuo padre ci ha imposto e ci lascerai più liberi, noi ti serviremo ». Roboamo disse loro: « Ritornate da me fra due giorni ».Il popolo se ne andò e Roboamo consultò gli anziani che erano stati a servizio di Salomone suo padre durante la sua vita e domandò loro: « Che cosa mi consigliate di rispondere a questo popolo? Essi gli suggerirono: « Se oggi ti mostrerai arrendevole verso di essi e darai loro soddisfazione, essi saranno tuoi servi per sempre ». Ma Roboamo trascurò il consiglio degli anziani e si rivolse ai giovani che erano cresciuti insieme con lui e che ora erano al suo servizio, dicendo: « Il popolo mi ha chiesto di alleggerire il giogo imposto da mio padre Salomone. Come devo comportarmi? ». Essi gli dissero: « Rispondi in questo modo: Il mio mignolo è più grosso dei fianchi di mio padre. Ora, se mio padre vi caricò di un giogo pesante, io lo renderò ancora

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A. Da Salomone ad Acab (1Re 1-16)

più grave; mio padre vi castigò con fruste, io vi castigherò con flagelli ». Quando il terzo giorno Geroboamo e tutto il popolo si presentarono a Roboamo, questi li trattò duramente e, seguendo il consiglio dei giovani, disse loro: « Mio padre vi ha imposto un giogo pesante, ma io lo renderò ancora più gravoso. Mio padre vi ha castigato con fruste, io vi castigherò con flagelli ».

La risposta di Roboamo è frutto di arroganza e denota una concezione dell’autorità che, pur essendo allora molto diffusa, era contraria ai principi fondamentali dell’alleanza. JHWH infatti sceglie come interlocutore tutto il popolo ed esige che i suoi diritti siano rispettati da chi detiene l’autorità.

In seguito alla presa di posizione di Roboamo, le tribù del Nord rompono con la casa reale di Giuda. La guerra è imminente, ma Roboamo viene a sapere dal profeta Semaia che questa situazione è voluta da Dio stesso ed evita il conflitto. A lui restano le tribù di Giuda e di Beniamino, mentre Geroboamo assume il governo delle altre dieci tribù; Geroboamo fa di Sichem la sua capitale e la fortifica (1Re 12,15-25).

Geroboamo A lui è stata attribuita la responsabilità di aver introdotto in Israele il culto del toro, che invece era comunemente praticato dagli israeliti prima dell’esilio. Secondo Es 32,1-6 questo culto ha avuto origine ai piedi del monte Sinai.

103. I due vitelli d’or o Geroboamo ha conquistato il potere, ma è privo di una legittimazione. Egli teme perciò che prima o poi i suoi sudditi si sottomettano nuovamente alla casa di Davide. Egli risolve il problema servendosi della forza risolutrice della religione.

G

eroboamo pensò: « Se questo popolo continuerà ad andare a Gerusalemme per offrire sacrifici nel tempio, il suo cuore si rivolgerà verso il suo sovrano legittimo, Roboamo, re di Giuda; allora mi uccideranno e si sottometteranno a lui ». Dopo aver chiesto consiglio, Geroboamo fece fabbricare due vitelli d’oro e disse al popolo: « Non avete più bisogno di andare a Gerusalemme! Ecco, Israele, il tuo dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto ». Geroboamo poi fece collocare un vitello a Betel e l’altro a Dan. Questo fatto fu l’origine di una grave colpa. Il popolo, infatti, andava a Dan e a Betel per prostrarsi davanti ai vitelli. Geroboamo edificò anche

1R e 12,26-32

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re « Ecco, Israele, il tuo dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto ».

dei templi sulle alture e costituì come sacerdoti persone del popolo non discendenti di Levi. Poi istituì per il quindici dell’ottavo mese una nuova festa simile a quella che si celebrava nel territorio di Giuda. Egli stesso salì sull’altare per offrire sacrifici ai vitelli che aveva costruiti.

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A. Da Salomone ad Acab (1Re 1-16) Nella decisione presa da Geroboamo i redattori deuteronomistici vedono la trasgressione del primo comandamento, che proibisce di farsi immagini di JHWH, e del precetto che impone di dargli culto nell’unico santuario da lui scelto. In realtà il culto del vitello è stato praticato dalle tribù israelitiche fino al tempo dell’esilio. Secondo le tradizioni dell’esodo esso ha avuto origine addirittura ai piedi del Sinai per opera di Aronne (cfr. Es 32,1-6). Il narratore lo fa risalire a Geroboamo, primo re di Israele, ormai separato, accusando così le tribù del Nord di avere abbandonato la vera religione jahwista al momento stesso della loro separazione dal regno davidico.

Dopo ulteriori racconti leggendari circa il regno di Geroboamo, il libro continua con il resoconto parallelo degli eventi riguardanti il regno di Giuda e di Israele fino al regno del re Asa in Giuda (911-870 a.C.) e agli inizi del regno di Acab in Israele (874-853 a.C.). Proprio questo re, che prende in moglie Gezabele, figlia di Et-Baal, re di Sidone, viene accusato non solo di aver dato via libera al culto illegittimo del vitello, ma di aver introdotto per la prima volta in Israele il culto ufficiale di Baal (1Re 13-16).

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re

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l regno di Salomone è presentato come un’età dell’oro caratterizzata dalla ricerca sapienziale e dagli scambi internazionali, dalla pace e dal progresso in ogni campo. Ma soprattutto esso è ritenuto importante perché questo re, costruendo a Gerusalemme il grande tempio dedicato a JHWH, ha reso possibile l’attuazione della norma fondamentale della tradizione deuteronomistica, in forza della quale il popolo ritrova la sua unità intorno al luogo che Dio ha scelto per porvi la sua dimora. In realtà questa norma sarà fissata in modo esplicito dal re Giosia e troverà piena attuazione solo dopo l’esilio. Tuttavia la fedeltà a questo principio costituisce per i redattori dei due libri dei Re la chiave di lettura di tutta la storia di Israele. Nonostante la sapienza e il senso religioso di Salomone, alla sua morte Israele si divide in due regni diversi e spesso antagonisti: il narratore ritiene che ciò non possa essere avvenuto se non a causa di un grave peccato, che identifica nell’idolatria che il re ha praticato al termine della sua vita. Nella prospettiva dei giudei ritornati dall’esilio babilonese, i quali si considerano come il vero Israele, i loro connazionali del Nord vengono visti come idolatri e ribelli, a partire dallo stesso Geroboamo, il quale è considerato responsabile di aver introdotto per la prima volta il culto del toro. In realtà il regno del Nord era quello che, come dice il suo stesso nome, rappresentava la parte più cospicua di Israele, di cui conservava le tradizioni più genuine. Non per nulla proprio in esso vedranno la luce le prime scuole profetiche. Tuttavia a livello popolare sia nel Nord che nel Sud fino all’esilio babilonese il culto di JHWH, il Dio di Israele, avveniva secondo le modalità proprie della religione cananea, nella quale il toro veniva associato alla divinità per metterne in luce la prerogativa principale, che era quella di dare la fecondità.

Ger usalemme, città della pace Quale gioia, quando mi dissero: « Andremo alla casa del Signore ». E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme! Gerusalemme è costruita come città salda e compatta. Là salgono insieme le tribù, le tribù del Signore, secondo la legge di Israele, per lodare il nome del Signore.

Là sono posti i seggi del giudizio, i seggi della casa di Davide. Domandate pace per Gerusalemme: sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: « Su di te sia pace! ». Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene. (Salmo 122)

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A. Da Salomone ad Acab (1Re 1-16)



La sapienza, ottenuta in dono da Salomone, è una virtù necessaria non solo per chi governa, ma anche per chiunque voglia vivere una vita giusta e fruttuosa. Essa è l’unica che possa favorire i rapporti fra le persone, aiutando a superare tutti gli ostacoli dovuti alla diversità di cultura e di religione. La sapienza è un fiume nascosto che unisce i popoli.



Nella religione dell’esodo e dell’alleanza il tempio ha un grande significato, come segno della presenza di Dio in mezzo a un popolo. Tuttavia esso porta con sé la tentazione di rinchiudere Dio in una struttura terrena. Le correnti profetiche, facilmente percepibili nelle parole di Natan a Davide e nella preghiera di Salomone, hanno messo in luce questo pericolo. Nel luogo più sacro del tempio stesso le tavole dell’alleanza devono richiamare il vero senso della presenza di Dio, che si attua solo là dove regnano la giustizia e l’amore.



La decadenza di Salomone al termine della sua vita mostra come anche la sapienza più grande possa cedere di fronte alla lusinga del potere, della ricchezza e del piacere. Coloro a cui è affidato il governo di una nazione non devono quindi lasciarsi fuorviare dai privilegi che accompagnano la loro funzione. Ciò è possibile solo mediante un contatto continuo con il popolo che rappresentano.



La divisione, sia in campo politico che religioso, rappresenta il male più grande di un popolo, che prepara la strada ad altre sventure, come la sottomissione a potenze straniere. Per evitare che ciò avvenga è necessario favorire il sorgere di strutture democratiche, che permettano ai cittadini di comunicare fra di loro e di condividere quanto posseggono in un clima di giustizia e di solidarietà.

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re

B. Elia ed Eliseo (1Re 17-22; 2Re 1-13)

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urante il regno di Acab fanno la loro comparsa nel regno di Israele due grandi profeti, Elia ed Eliseo, i quali si battono per la fedeltà a JHWH, e al tempo stesso indicano ai governanti e a tutto il popolo la via della giustizia. In essi si incarna l’immagine autentica del profeta, il quale non è un indovino, ma il continuatore per eccellenza dell’opera di Mosè, l’uomo sulla cui bocca JHWH pone le sue parole perché le riferisca al popolo (Dt 18,15-18). A parte alcuni personaggi che, come Natan, hanno svolto un ruolo profetico nell’ambito della corte, e altri la cui attività è appena accennata (come Achia di Silo, che ha predetto la regalità a Geroboamo), Elia ed Eliseo sono i primi grandi profeti di cui sono rimasti ricordi significativi. Il primo ha svolto la sua attività verso la metà del secolo IX a.C. nel regno di Israele, durante il periodo del re Acab (874-853 a.C.) e del re Acazia (853-852 a.C.). Il secondo è il suo immediato discepolo, la cui opera si situa nel periodo in cui regnano in Israele Ioram, Ieu, Ioacaz e Ioas (852-783 a.C.). Mentre dei profeti successivi sono state conservate raccolte di oracoli da loro pronunziati, Elia ed Eliseo sono ricordati solo in racconti popolari a sfondo edificante, che descrivono la loro opera e il loro messaggio. L’attività di Elia e soprattutto quella di Eliseo si intrecciano con le vicende politiche, caratterizzate dal conflitto tra il regno di Israele e il regno arameo di Damasco: sullo sfondo si intravede la rinascita dell’Assiria che, per opera di Salmanassar III (858-824 a.C.), inizia la sua espansione verso Ovest, conquistando le città della Fenicia, sconfiggendo gli aramei e imponendo il tributo a Ieu, re di Israele (841-814 a.C.), come risulta da una stele di pietra alta 2 metri, che lo raffigura prostrato davanti a Salmanassar III. Dopo una breve tregua, di cui gli aramei di Damasco approfittano per premere nuovamente su Israele (cfr. 2Re 6,8 - 7,20; 10,32-33), Adad-nirari III (810-783 a.C.) occupa Damasco (802 a.C.) e le impone un pesante tributo; in una seconda incursione stronca la potenza degli aramei (796 a.C.), impedendo loro per lungo tempo di risollevarsi.

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B. Elia ed Eliseo (1Re 17-22)

10 4. La v ocazione di Elia Il profeta Elia, originario di un villaggio della Transgiordania, irrompe improvvisamente nel racconto biblico predicendo una terribile siccità.

E

lia di Tisbe, villaggio nel territorio di Galaad, disse al re Acab: « Per la vita del Signore, Dio d’Israele alla cui presenza io sto, nei prossimi anni non ci sarà né pioggia né rugiada se non quando lo dirò io! ». Dopo di ciò il Signore diede quest’ordine a Elia: « Parti e va’ verso Oriente. Nasconditi nei pressi del torrente Cherit, a est del Giordano. Laggiù berrai l’acqua del torrente e io manderò dei corvi a portarti da mangiare ». Elia eseguì l’ordine del Signore. Andò a stare oltre il Giordano, nei pressi del torrente Cherit. Al mattino i corvi gli portavano pane e carne alla sera. Beveva l’acqua del torrente. Un giorno, però, il torrente restò asciutto perché in quella regione non pioveva.

Elia è un uomo di fede e sa vedere, al di là delle cause naturali, un piano divino che si attua nelle vicende umane. Nella carestia che si abbatte sul regno d’Israele egli legge un’ammonizione di Dio nei confronti di Acab, un re noto per la sua empietà e ingiustizia. Elia cade quindi in disgrazia e deve fuggire, ma la provvidenza divina non lo abbandona.

1R e 17,1-7

Tisbe Oggi el-Istib, si trova in Galaad (Transgiordania settentrionale) 25 chilometri a nord del fiume Iabbok.

Cherit Questo torrente, che corrisponde forse all’attuale Wadi Isbis, si trova nel territorio di Gaalad (Transgiordania).

105. La v edov a di Sar epta La mancanza di acqua costringe Elia a lasciare il suo nascondiglio. Egli però non può recarsi in terra di Israele a causa del suo contrasto con il re Acab: lasciato il Paese di Galaad, egli si reca perciò nel territorio dell’attuale Libano.

I

l Signore, allora, diede questo ordine a Elia: « Va’ a Sarepta di Sidone e fermati là: Ecco io provvederò al tuo cibo mediante una vedova del posto ». Elia partì per Sarepta. Giunto alle porte della città, vide una vedova che raccoglieva della legna, la chiamò e le disse: « Ti prego, portami una brocca con un po’ d’acqua da bere ». Mentre la donna andava a prendere l’acqua, Elia gridò: « Portami

1R e 17,8-16

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re

Giara Grosso recipiente di terracotta per conservare acqua, vino, olio, cereali, legumi e farina.

Orcio Vaso di terracotta, con corpo panciuto, due manici e una bocca ristretta.

anche un pezzo di pane! ». La donna gli rispose: « Ti giuro in nome del Signore, tuo Dio, che non ho più pane! Ho soltanto un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna e vado a cuocere una focaccia per me e mio figlio; mangeremo e poi non ci resterà che morire! ». Elia le disse: « Non preoccuparti! Fa’ pure come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela: quindi ne preparerai anche per te e tuo figlio. Perché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra ». Quella andò e fece come aveva detto Elia. Mangiarono lui, la donna e suo figlio per diversi giorni. Il vaso della farina e la brocca dell’olio non si svuotarono, come il Signore aveva annunziato per mezzo di Elia.

Il profeta è solo e perseguitato, ma trova nella sua fede il coraggio per continuare la sua testimonianza. Distaccandosi dai potenti, egli riceve aiuto e sostegno da persone umili e povere che condividono la sua condizione di emarginato. L’episodio della vedova di Sarepta, che non appartiene al popolo ebraico, mostra che la vera profezia non discrimina le persone in base alla loro appartenenza etnica e religiosa.

10 6. La risurrezione del f iglio della v edova Il favore di Dio nei confronti della povera vedova non impedisce che anche lei passi attraverso una prova dolorosa. Ma ancora una volta Dio interviene in suo aiuto per mezzo del profeta.

1R e 17,17-24

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Q

ualche tempo dopo, il figlio della padrona di casa si ammalò e in breve tempo si aggravò e morì. Allora la donna disse a Elia: « Che cosa pretendi da me, uomo di Dio? Che cosa ho fatto di male perché tu faccia morire mio figlio? ».Elia le rispose:« Dammi tuo figlio ». Lo prese dalle braccia di lei, lo portò al piano di sopra, nella stanza in cui abitava e lo distese sul letto. Poi invocò il Signore: « Signore, mio Dio, forse farai del male a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio? ». Poi si distese tre volte sul bambino e pregò di nuovo: « Signore, Dio mio, l’anima del fanciullo torni nel suo corpo! ». Il Signore ascoltò la richiesta di Elia e l’anima del bambino tornò nel suo corpo e questi

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B. Elia ed Eliseo (1Re 17-22) « Che cosa ho fatto di male perché tu faccia morire mio figlio? »

riprese a respirare e a vivere. Elia prese il bambino, lo portò al piano di sotto e lo diede a sua madre, dicendo: « Guarda, tuo figlio vive! ». La donna allora disse a Elia: « Ora so che tu sei un uomo di Dio e che veramente la parola del Signore è sulla tua bocca! ».

Con questo racconto leggendario il narratore vuole mettere in luce i poteri straordinari conferiti da Dio al suo profeta. Al tempo stesso però mostra come Dio, pur non risparmiando ad alcuno le prove della vita, sia particolarmente vicino a chi confida in lui, specialmente agli umili e ai poveri.

La carestia in Israele si aggrava. Dietro comando di JHWH, Elia si presenta allora ad Acab e lo accusa di essere lui la causa di tanto male, in quanto ha abbandonato il Signore e ha seguito Baal. Si prospetta così un conflitto tra due diverse divinità. Per risolverlo il profeta propone una sfida tra lui e i profeti di Baal (1Re 18,1-19).

107. Elia e i pr ofeti di Baal Il confronto tra Elia e i profeti di Baal assume i caratteri di un evento risolutivo, perché il popolo deve sapere con chiarezza per chi decidere. La prova deve avvenire in un luogo pubblico, davanti a tutto il popolo.

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re 1R e 18,20-39

Baal Il termine ba‘al significa semplicemente « signore ». Con esso venivano quindi designate diverse divinità cananee. Acab ha introdotto in Israele il culto di Baal Melqart, la divinità ufficiale di Tiro.

Sacrificio di Elia Questa leggenda contiene forse il ricordo di un antico conflitto tra israeliti e cananei per il possesso di un luogo di culto sul monte Carmelo.

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A

cab riunì gli israeliti e i profeti sul monte Carmelo. Elia disse al popolo: « Fino a quando zoppicherete da entrambi i piedi? Se ritenete che il Signore sia il vero Dio, seguitelo; se no, seguite pure Baal! ». Il popolo non rispose. Elia aggiunse: « Sono rimasto solo come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta. Portateci due giovenchi, essi ne scelgano uno, lo squartino e lo pongano sulla legna dell’altare, senza però darvi fuoco. La stessa cosa farò io con l’altro giovenco. Essi invocheranno il nome del loro dio e io invocherò quello del Signore. La divinità che risponderà mandando il fuoco è Dio! ». Tutto il popolo rispose: « La proposta è buona! ». Elia disse ai profeti di Baal: « Scegliete il giovenco e cominciate per primi, perché siete più numerosi. Invocate il nome del vostro dio, ma non accendete il fuoco ». Essi presero il giovenco, lo prepararono e invocarono il nome di Baal dal mattino fino a mezzogiorno, gridando: « Baal, rispondici ». Ma non si sentiva un alito, solo silenzio. Fecero anche delle danze sacre attorno all’altare che avevano costruito. Verso mezzogiorno, Elia cominciò a prenderli in giro dicendo: « Gridate più forte, perché Baal è un dio! Forse è distratto, oppure è indaffarato o in viaggio! Caso mai si fosse addormentato si sveglierà! ». I profeti di Baal si misero a gridare più forte e si fecero incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue. Passato il mezzogiorno, nel momento in cui si sogliono offrire i sacrifici, essi continuavano ad agitasi come invasati, ma non si udiva alcuna voce o cenno di risposta. Allora Elia prese dodici pietre, secondo il numero delle tribù di Israele. Con esse ricostruì l’altare del Signore che era stato distrutto, scavò intorno un canaletto, capace di contenere due misure di seme. Dispose la legna, squartò il giovenco e lo pose sulla legna. Quindi disse: « Riempite quattro brocche d’acqua e versatela sull’olocausto e sulla legna ». Ed essi obbedirono. Egli fece ripetere il gesto per altre due volte. L’acqua scorreva intorno all’altare; anche il canaletto si riempì d’acqua. Il profeta Elia si avvicinò all’altare e pregò: « Signore, Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono il tuo servo e che ho fatto tutto questo per ordine tuo. Ascoltami, Signore! Rispondimi e questo popolo capirà che tu sei il Signore Dio, l’unico capace di convertire il loro cuore ». Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. Quando i presenti videro ciò, si inchinarono con la faccia a terra e gridarono: « Il Signore è Dio! È lui il vero Dio ».

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B. Elia ed Eliseo (1Re 17-22) Elia ha vinto il confronto con gli adoratori di Baal. Ancora una volta si manifesta la potenza del Dio di Israele. Di fronte a lui gli altri dèi soccombono. Il racconto ha un finale violento: Elia uccide con le sue mani tutti i profeti di Baal. Questo episodio ha evidentemente lo scopo non di raccomandare la violenza ma di mettere in guardia dai rischi di una contaminazione religiosa che in effetti a quei tempi era molto diffusa. Tuttavia è un esempio di quella intolleranza religiosa che ha dato origine a tante situazioni di violenza e di sopraffazione. La ricerca del vero Dio deve sempre andare di pari passo con il rispetto di coloro che la pensano diversamente.

Dopo aver dimostrato di essere il vero Dio, JHWH fa scendere la pioggia (1Re 18,41-46). La pioggia era considerata un dono di Baal, il dio cananeo della fecondità, ma ora appare chiaro che essa proviene da JHWH, l’unico Dio, dal quale dipendono tutte le cose.

10 8. Elia sul monte Or eb La vittoria di Elia non comporta per lui riconoscimenti e potere, ma una nuova persecuzione che provoca una svolta determinante nella sua vita.

A

cab riferì a Gezabele che Elia aveva ucciso tutti i profeti di Baal. Gezabele allora gli mandò a dire: « Gli dèi mi puniscano, se domani a quest’ora non ti avrò fatto fare la loro stessa fine ». Elia allora temette per la sua vita e fuggì. Giunto a Bersabea di Giuda, lasciò in quel luogo il suo servitore e si inoltrò da solo nel deserto per una giornata di cammino, poi andò a sedersi sotto un ginepro e chiese di morire dicendo: « Signore, non ne posso più. Toglimi la vita! Io non sono migliore dei miei padri ». Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. Allora un angelo lo svegliò e gli disse: « Alzati e mangia ». Egli guardò e notò, vicino alla sua testa, una focaccia, cotta su pietra rovente, e una brocca d’acqua. Mangiò e bevve, poi tornò a coricarsi e si addormentò. L’angelo del Signore lo svegliò una seconda volta e gli disse: « Mangia ancora, perché il cammino che ti resta è molto lungo ». Elia si alzò, mangiò e bevve. Poi, rinforzato da quel cibo, camminò quaranta giorni e quaranta notti, fino al monte di Dio, all’Oreb. Ivi entrò in una grotta per passarvi la notte. Poi sentì una voce che gli diceva: « Esci dalla grotta e fermati sulla montagna, alla presenza del Signore ». Egli obbedì,

1R e 19,1-14

Elia nel deserto « Quaranta » è un numero simbolico che indica un periodo di penitenza e di preparazione. Per Elia è una specie di noviziato che lo prepara all’incontro personale con JHWH e fa di lui il profeta come Mosè (Dt 18,15-18).

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re

ed ecco che il Signore passò. Ci fu prima un vento tanto impetuoso da spaccare le montagne e fracassare le rocce, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento venne un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu un mormorio appena percepibile. Quando l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, si fermò all’ingresso della grotta e sentì una voce che gli diceva: « Che fai qui, Elia? ». Allora egli rispose: « Sono pieno di zelo per il Signore, Dio dell’universo, poiché gli israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita ». « Dopo il fuoco ci fu un mormorio appena percettibile. Quando l’udì Elia si coprì il volto con il mantello ».

Aramei Popolazione semita stabilitasi nei secoli XII-XI a.C. nella Mesopotamia meridionale e nel nord della Siria. Qui essi crearono un gruppo di città stato che prosperarono fino alla conquista assira dei secoli IX-VIII a.C.

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In quaranta giorni Elia ripercorre a ritroso il cammino compiuto da Israele durante i quarant’anni trascorsi nel deserto. Al monte Oreb (Sinai), dove Dio aveva stabilito l’alleanza con Israele, egli fa una profonda esperienza religiosa. Dio gli appare non nei fenomeni atmosferici, come aveva fatto un giorno con Mosè, ma, letteralmente, « in un rumore simile a un silenzio leggero », cioè nel silenzio del suo cuore. È nel suo intimo che il profeta coglie la parola di Dio che dovrà comunicare al popolo. Egli diventa così il continuatore per eccellenza dell’opera di Mosè (cfr. Dt 18,15-18).

Nel suo incontro con Dio Elia riceve una triplice missione: egli dovrà designare Cazael come re di Aram e Ieu, figlio di Nimsi, come re d’Israele e, infine, Eliseo, figlio di Safat, originario di Abel-Mecola, come profeta al suo posto. Mediante questi tre personaggi Dio intende punire il suo popolo peccatore; ma saranno risparmiati settemila israeliti che non hanno adorato il dio Baal (1Re 19,15-18).

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B. Elia ed Eliseo (1Re 17-22)

10 9. La v ocazione di Eliseo Forte dell’esperienza fatta, Elia ritorna sui suoi passi e si appresta ad attuare i tre compiti che Dio gli ha affidato. Di essi il terzo ha la precedenza, perché gli garantisce la possibilità di portare a termine la sua missione anche oltre la durata della sua stessa vita.

M

entre tornava dal monte Oreb, Elia incontrò Eliseo, figlio di Safat, intento ad arare con dodici paia di buoi. Eliseo guidava l’ultimo paio. Nel passargli accanto, Elia stese sopra di lui il proprio mantello. Eliseo lasciò i buoi, corse dietro a Elia e gli disse: « Vorrei prima andare a salutare mio padre e mia madre, poi ti seguirò ». Elia rispose: « Va’ pure, ma torna quanto prima! Sai bene che cosa ti aspetta ». Allora Eliseo andò, uccise un paio di buoi e, con gli attrezzi usati per arare, ne fece cuocere la carne e preparò un banchetto per i suoi. Poi li lasciò e si mise al servizio di Elia.

1R e 19,19-21

« Eliseo lasciò i buoi e corse dietro a Elia ».

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re La chiamata di Eliseo avviene senza parole, solo con un gesto simbolico molto significativo: il mantello di Elia, simbolo della sua autorità e della sua missione, si stende su colui che dovrà sostituirlo. Eliseo capisce e abbandona casa e campi. Uccidendo i buoi e bruciando gli strumenti di lavoro egli taglia i ponti con la sua vita precedente. Ormai è una persona nuova.

Il ciclo di Elia si interrompe per lasciare il posto al racconto di due episodi di guerra tra Israele e gli aramei di Damasco. Acab ha la meglio, ma salva la vita al suo rivale, Ben-Hadad. La clemenza di Acab non è però gradita ai profeti, uno dei quali gli preannunzia il castigo divino (1Re 20,1-43).

110. La vigna di Nab ot Continua lo scontro tra Elia e il re Acab. Questa volta però il conflitto non riguarda il campo strettamente religioso, ma quello della giustizia. In questo racconto Acab appare come un uomo debole, che cede alle trame di Gezabele, ma è ancora capace di rendersi conto del male compiuto.

1R e 21,1-19

Giustizia sociale Aspetto essenziale della religione di Israele. Come gli altri profeti, anche Elia mette alla base del rapporto con Dio il rispetto e la difesa dei diritti umani. È questo il significato profondo dell’alleanza tra Dio e Israele.

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N

ella città di Izreel, accanto al palazzo di Acab, re di Samaria, vi era una vigna. Essa apparteneva a un certo Nabot. Un giorno, Acab gli disse: « Cedimi la tua vigna. Vorrei usarla come orto, perché è molto vicina al mio palazzo. In cambio ti darò una vigna migliore o, se preferisci, ti pagherò il giusto prezzo ». Nabot rispose ad Acab: « Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri ». Il re Acab se ne tornò a casa irritato e di cattivo umore. Andò a letto senza mangiare e voltò la faccia contro il muro. Sua moglie Gezabele venne da lui e gli domandò: « Perché sei tanto amareggiato? Perché non mangi? ». Acab rispose: « Ho chiesto a Nabot di Izreel di cedermi la sua vigna in cambio di denaro o, se preferiva, di un’altra vigna, ma lui si è rifiutato. Allora Gezabele soggiunse: « Sei o non sei tu il re d’Israele? Adesso alzati, vieni a mangiare e non preoccuparti; ti farò avere io la vigna di Nabot di Izreel ». La regina scrisse una lettera a nome del re Acab, la autenticò con il sigillo regale e la mandò agli anziani e ai capi del villaggio di Nabot. In essa si diceva: « Proclamate un giorno di digiuno,radunate il popolo e fate sedere Nabot in prima fila. Poi fate venire due persone senza scrupoli che lo accusino di aver maledetto Dio e il re. Quindi conducetelo fuori dalla città e lapidatelo ». Gli anziani e i capi della sua città

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B. Elia ed Eliseo (2Re 1-13)

fecero come era stato loro comandato, poi mandarono a dire a Gezabele: « Nabot è stato lapidato ed è morto ». Appena ebbe ricevuto questa notizia, Gezabele disse al re Acab: « Nabot è morto. Ora la sua vigna è a tua disposizione ». Udito ciò, Acab andò a prendere possesso della vigna di Nabot. Allora il Signore disse a Elia il Tisbita: « Su, recati da Acab, re di Israele, che si trova nella vigna di Nabot e digli: Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi! Per questo dice il Signore: Nel punto ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue ».

Secondo la legge di Israele, la terra dei contadini liberi non poteva essere venduta e giustamente Nabot rifiuta la sua vigna ad Acab. Per impossessarsene questi permette che si commetta un crimine deplorevole nei confronti di un suo suddito. L’intervento di Elia mostra quanto fosse importante per i profeti la giustizia sociale, che rappresentava l’esigenza fondamentale dell’alleanza.

Elia minaccia ad Acab non solo una morte violenta, ma anche lo sterminio di tutta la sua famiglia. Ma il pentimento del re fa sì che la sciagura sia posticipata (1Re 21,20-29). Nel corso di una nuova guerra contro gli aramei Acab è sconfitto e muore presso Ramot di Galaad: a lui succede suo figlio Acazia (1Re 22,1-38). Costui, essendosi infortunato, manda a consultare Baal-Zebub, ma Elia interviene e, rimproverandolo per la sua mancanza di fiducia in JHWH, gli preannunzia la morte, che difatti lo coglie di lì a poco (2Re 1,1-18).

111. La scomparsa di Elia Alla fine giunge per Elia il momento della morte. Questa viene descritta in modo tale da mettere in risalto la grandezza di questo personaggio. Elia ed Eliseo si recano insieme da Galgala a Betel, poi di qui a Gerico, vicino al Giordano (2Re 2,1-6).

E

lia ed Eliseo si fermarono in riva al Giordano. Elia prese il suo mantello, lo arrotolò e percosse con esso le acque che si divisero in due. Essi raggiunsero l’altra riva all’asciutto. Mentre attraversavano il fiume, Elia chiese a Eliseo: « Dimmi che cosa posso fare per te, prima che il Signore mi porti via ». Eliseo rispose: « Fa’ che possa ottenere due terzi del tuo spirito ». Elia soggiunse: « Quello

2R e 2,7-15

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re

Morte di Elia Alla morte del padre il primogenito riceveva i due terzi dell’eredità paterna, subentrando così a lui nella guida del clan. Chiedendo di ricevere i due terzi dello Spirito di Elia, cioè la parte di eredità che spettava al primogenito, Eliseo si propone come suo legittimo successore.

Fioretti Con questo termine si indicano gli episodi più belli, spesso leggendari, della vita di un santo. Essi sono di frequente raccolti in florilegi.

che chiedi non è poco, ma lo otterrai se riuscirai a vedermi mentre verrò portato via lontano da te ». Continuarono a camminare e a parlare. A un certo punto un carro di fuoco con cavalli di fuoco passò in mezzo a loro. Elia fu rapito in cielo in un turbine di vento. Eliseo riuscì a vederlo e gridò: « Elia, padre mio! Difesa e forza d’Israele ». Poi non lo vide più. Allora, per il dolore, lacerò in due pezzi le sue vesti. Raccolse il mantello che era caduto a Elia, tornò indietro e si fermò in riva al Giordano,poi con esso percosse le acque del fiume e invocò:« Signore, Dio d’Elia, dove sei? ». Allora le acque si divisero ed Eliseo passò all’altra riva. Da lontano i profeti di Gerico lo videro e dissero: « Lo spirito profetico d’Elia è sceso su Eliseo ». Normalmente la morte viene presentata nella Bibbia come la discesa negli inferi, il regno dei morti (sˇe’ôl). In questo racconto invece affiora un’altra immagine, in base alla quale al termine della vita il credente si ricongiunge con il suo Dio. Alla luce di Dt 18,15-18, dove si annunzia la venuta di un profeta simile a Mosè, i giudei penseranno che un giorno Elia tornerà in vita per preparare la venuta del Messia. Eliseo lo vede salire al cielo e riceve il suo Spirito, diventando così il continuatore della sua opera.

Sul luogo vivono i « figli dei profeti », cioè gruppi di persone che si ispirano all’insegnamento profetico. Essi cercano Elia ma non lo trovano (2Re 2,16-18). Appena ricevuta l’investitura profetica, Eliseo inizia il suo ministero. Egli compie diversi miracoli, che sono raccontati sotto forma di « fioretti ». Alcuni di essi sono modellati su analoghi miracoli del suo maestro. Dopo avere riferito i primi due, il risanamento della fonte di Gerico e la punizione di alcuni ragazzetti che lo avevano deriso (2Re 2,19-25), l’autore si interrompe per raccontare la guerra di Israele contro i moabiti, nella quale il profeta funge da consigliere del re (2Re 3,1-27); poi riprende il racconto riferendo altri sei miracoli, da cui traspare il suo animo sensibile e misericordioso. Anzitutto egli aiuta una donna a pagare i debiti del marito defunto (2Re 4,1-7), poi richiama in vita un ragazzo che era appena morto.

112. Eliseo risuscita un r agazzo Una donna di Sunem accoglie il profeta con squisita ospitalità nella sua casa. Venuto a sapere che non ha figli e suo marito è anziano, Eliseo, volendo sdebitarsi, le promette che entro un anno avrà un figlio. Le parole del profeta si avverano ed ella partorisce un bambino (2Re 4,8-17).

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B. Elia ed Eliseo (2Re 1-13)

I

l bambino crebbe e un giorno andò dal padre nei campi. A un certo punto disse al padre: « La mia testa, la mia testa! ». Il padre ordinò a un servo di portarlo dalla mamma ». Il bambino stette sulle sue ginocchia fino a mezzogiorno, poi morì. Essa allora lo stese sul letto dell’uomo di Dio, chiuse la porta e uscì. Chiamò il marito e gli disse: « Su, mandami uno dei servi e un’asina; voglio andare dall’uomo di Dio; tornerò subito ». Quegli domandò: « Perché vuoi andare oggi? Non è il novilunio né sabato ». Ma essa non rispose, fece sellare l’asina e disse al servo: « Non fermarti se non te lo dico io ». Quando giunse sul monte Carmelo, l’uomo di Dio la vide da lontano, disse a Ghecazi suo servo: « Ecco la sunammita! Su, corrile incontro e domandale se va tutto bene ». Quella rispose: « Tutto bene! ». Giunta presso l’uomo di Dio sul monte, gli afferrò le ginocchia. Ghecazi si avvicinò per tirarla indietro, ma l’uomo di Dio disse: « Lasciala stare, perché la sua anima è amareggiata e il Signore me ne ha nascosto il motivo ». Essa disse: « Avevo forse domandato io un figlio al mio signore? Non ti dissi forse: Non mi ingannare? ». Eliseo allora capì e disse a Ghecazi: « Cingi i tuoi fianchi, prendi il mio bastone e parti. Se incontrerai qualcuno, non salutarlo; se qualcuno ti saluta, non rispondergli. Metti il mio bastone sulla faccia del ragazzo ». La madre del ragazzo disse: « Ti supplico, vieni anche tu ». Allora egli si alzò e la seguì. Ghecazi giunse per primo, pose il bastone sulla faccia del ragazzo, ma non ci fu né un gemito né altro segno di vita. Egli tornò da Eliseo e gli disse: « Il ragazzo non si è svegliato ». Eliseo entrò in casa, chiuse la porta e pregò il Signore. Quindi salì, si distese sul ragazzo; pose la bocca sulla sua bocca, gli occhi sui suoi occhi, le mani nelle sue mani. Il corpo del bambino riprese calore. Quindi Eliseo si alzò e girò qua e là per la casa; poi tornò a curvarsi sul ragazzo ed egli starnutì sette volte, poi aprì gli occhi. Eliseo chiamò Ghecazi e gli disse: « Chiama la sunammita! ». Quando essa giunse, le disse: « Prendi tuo figlio! ». Quella entrò, cadde ai piedi di lui, gli si prostrò davanti, prese il figlio e uscì.

2R e 4,18-37

Risurrezione Il racconto della risurrezione di un morto operata da Eliseo è analogo, e forse anteriore, a quello riguardante Elia (1Re 17,17-24). Si tratta di leggende che mettono in luce il potere straordinario che Dio conferisce ai suoi profeti. Esse non hanno nulla a che fare con la credenza, sviluppatasi al tempo dei Maccabei, della risurrezione finale dei giusti.

Il miracolo compiuto da Eliseo è certamente strepitoso, ma il narratore lo riferisce senza enfasi e con grande parsimonia di particolari. Per lui è importante dimostrare che è Dio che dà la vita. Il profeta è solo un intermediario. Ma è soprattutto la donna a occupare la scena. Essa, dopo aver scoperto la maternità, la sa difendere fino in fondo nei confronti non solo del profeta, ma anche di Dio stesso.

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re Sono narrate poi altre due opere straordinarie di Eliseo, che consistono una nel rendere innocuo il cibo contenuto in una pentola nella quale era stato messo un frutto velenoso (2Re 4,38-41) e un’altra nello sfamare cento persone con solo venti pani d’orzo (2Re 4,42-44). Ma il miracolo più importante che gli è attribuito è la guarigione di un generale dell’esercito moabita, il quale era lebbroso.

113. La guarigione di Naaman In base alla sua fede Israele aveva spesso con le popolazioni circonvicine rapporti improntati a diffidenza e rifiuto. Questo episodio invece mette in luce che il Dio di Israele non esclude alcuno, ma vuole la salvezza di tutti.

2R e 5,1-19

« Quell’uomo venga da me e saprà che c’è un profeta in Israele ».

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U

n generale arameo, di nome Naaman, personaggio autorevole e stimato dal re, era lebbroso. Un giorno venne a sapere che in Samaria vi era un profeta che poteva guarirlo. Allora prese dieci talenti d’argento, seimila sicli d’oro e dieci vestiti e si recò dal re d’Israele portando con sé una lettera di raccomandazione da parte del suo re. Quando lesse la lettera, il re d’Israele si strappò le vesti dicendo: « Perché costui mi manda un lebbroso da guarire? Solo Dio può dare la morte e la vita. È chiaro: cerca un pretesto contro di me ». Quando il profeta Eliseo venne a sapere che il re si era strappato le vesti, gli mandò a dire: « Perché ti sei stracciato le vesti? Quell’uomo venga da me e saprà che c’è un profeta in Israele! ». Naaman allora si recò da lui con i suoi cavalli e con il suo carro e si fermò alla porta della sua casa. Eliseo mandò a dirgli: « Va’ al fiume Giordano e immergiti sette volte nelle sue acque. Il tuo corpo tornerà sano e tu sarai guarito ». Naaman si sdegnò e se ne andò dicendo: « Io pensavo: Certo, verrà fuori,si fermerà,invocherà il nome del Signore suo Dio, toccando con la mano la parte malata e sparirà la lebbra. Forse i fiumi di Damasco, l’Abana e il Parpar, non sono migliori di tutti i corsi d’acqua d’Israele? Non potrei immergermi nelle loro acque? ». I suoi servi però si avvicinarono a lui e gli dis-

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B. Elia ed Eliseo (2Re 1-13)

sero: « Padre, se il profeta ti avesse ordinato una cosa gravosa, certamente l’avresti fatta. Ti chiede soltanto di immergerti nell’acqua per purificarti: perché non farlo? ». Egli capì, andò al fiume Giordano, si immerse nelle sue acque sette volte, come il profeta aveva detto, e la sua carne ridivenne come quella di un giovinetto:era guarito. Visto ciò Naaman tornò con tutto il suo seguito dall’uomo di Dio, si presentò a lui e gli disse: « Ora so che il Dio di Israele è il Signore di tutta la terra ». Poi insistette perché Eliseo accettasse un regalo, ma il profeta ricusò. Allora Naaman gli disse: « Se proprio non vuoi nulla, almeno permettimi di caricare tanta terra quanta ne portano due muli, perché non intendo compiere più un olocausto o un sacrificio se non al Signore. Tuttavia il Signore mi perdoni una cosa: quando il mio signore entra nel tempio di Rimmon, si appoggia al mio braccio e io non posso evitare di prostrarmi con lui ». Eliseo allora gli disse: « Va’ in pace ».

Naaman ottiene non solo la guarigione, ma anche il dono della fede. Secondo la mentalità antica però, si può rendere culto a una divinità solo nel paese in cui risiedono i suoi adoratori. Naaman si converte a JHWH ma, non abitando in Israele, si sente escluso dalla possibilità di pregarlo. Per ovviare a ciò, egli pensa che sia sufficiente portare con sé un po’ di terra di Israele su cui porsi durante la preghiera. Egli però sa che, per la sua posizione sociale, non può esimersi da alcuni atti di culto verso il dio Rimmon. Lo manifesta perciò al profeta, il quale ascolta e poi lo congeda senza pronunziarsi, lasciando così l’ultima parola alla sua coscienza.

Stracciarsi le vesti Gesto simbolico con cui si esprime lutto o sdegno. Esso era obbligatorio quando si sentiva pronunziare una bestemmia.

Timorati di Dio Naaman non adotta pienamente la religione israelitica. Egli rientra quindi nella categoria di coloro che nel giudaismo saranno chiamati « timorati di Dio », in quanto si limitano ad accettare solo alcuni valori fondamentali dell’ebraismo. L’esempio di Naaman significa che anche a loro è data una possibilità di salvezza.

Un ultimo miracolo, in tono minore, è quello del ritrovamento di un’ascia perduta (2Re 6,1-7). Dopo la raccolta dei « fioretti » di Eliseo, riprende il racconto delle guerre aramee, nel corso delle quali il profeta svolge un ruolo significativo in favore di Israele (2Re 6,7 - 8,6). Poi Eliseo porta a termine il secondo dei tre compiti ricevuti da Elia sul monte Oreb designando come re di Aram Cazael, il quale combatterà contro Israele e gli infliggerà molte perdite (2Re 8,7-15). Il terzo compito, l’unzione di Ieu come re d’Israele, viene invece attuato da lui mediante un suo discepolo. Ieu è un generale di Ioram, figlio di Acab, re di Israele, che combatte per il suo signore contro gli aramei a Ramot di Galaad: ricevuta l’unzione regale, egli usurpa il trono in nome della religione jahwista e uccide tutta la famiglia del re. La sua furia omicida non si ferma neppure davanti ad Acazia, re di Giuda, che si trova con Ioram (2Re 9-10). In Giuda alla morte di Acazia sua madre Atalia usurpa il trono, facendo uccidere tutti i figli del re; uno di essi però, un ragazzo di nome Ioas, riesce a sfuggire al massacro e dopo alcuni anni viene messo sul trono di Giuda dal sacerdote Ioiada (2Re 11,1-20). Dopo aver descritto il regno di Ioas in Giuda e quello di Ioacaz e Ioas in Israele (2Re 12,1 - 13,13), il narratore ritorna a Eliseo, il quale preannunzia a Ioas, re di Israele, la vittoria sugli aramei. Poi Eliseo muore e la sua predizione si avvera (2Re 13,14-25).

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re

E

lia ed Eliseo sono i primi grandi profeti la cui opera è ricordata in modo abbastanza esteso. Essi si caratterizzano per la loro fedeltà totale ed esclusiva a JHWH, il Dio di Israele, che li porta a svolgere un ruolo di primo piano nella vita del popolo di Israele. Quando le circostanze lo richiedono, entrano nella vita politica, che giudicano e influenzano in base alla loro fede. I racconti delle loro gesta risentono spesso dello stile leggendario proprio della letteratura popolare, e a volte creano problemi alla sensibilità moderna, come l’uccisione da parte di Elia dei quattrocento profeti di Baal o alcuni miracoli di Eliseo, in cui è assente ogni motivazione religiosa o addirittura morale. Ma per il narratore questi aspetti sono secondari, e hanno il solo scopo di creare un’aureola sacrale intorno a persone che si caratterizzano per la loro fede nell'unico Dio e per la loro fedeltà ai comandamenti dell’alleanza.

Elogio di Elia ed Eliseo Allora sorse Elia profeta, simile al fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola. Egli fece venire su di loro la carestia e con zelo li ridusse a pochi. Per comando del Signore chiuse il cielo, fece scendere così tre volte il fuoco. Come ti rendesti famoso, Elia, con i prodigi! E chi può vantarsi di esserti uguale? Sentisti sul Sinai rimproveri, sull’Oreb sentenze di vendetta. Ungesti re come vindici e profeti come tuoi successori. Fosti assunto in un turbine di fuoco su un carro di cavalli di fuoco,

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designato a rimproverare i tempi futuri per placare l'ira prima che divampi, per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e ristabilire le tribù di Giacobbe. Appena Elia fu avvolto dal turbine, Eliseo fu pieno del suo spirito; durante la sua vita non tremò davanti ai potenti e nessuno riuscì a dominarlo. Nulla fu troppo grande per lui; nel sepolcro il suo corpo profetizzò. Nella sua vita compì prodigi e dopo la morte meravigliose furono le sue opere. (Siracide 48,1-4.7-10.12-14)

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B. Elia ed Eliseo (1Re 17-22; 2Re 1-13)



Il profeta è l’uomo di Dio per eccellenza, colui che tiene vivo nel mondo il suo progetto di salvezza. Egli è colui che capta la presenza di Dio nelle vicende di questo mondo e ha la capacità di manifestarla ai suoi contemporanei. Con la sua esperienza e la sua parola egli dischiude agli esseri umani una dimensione trascendente della vita che viene facilmente dimenticata dalla gente comune.



La profezia biblica, che si afferma proprio nel periodo monarchico, ha il compito di ridimensionare il potere regale, sostenendo con vigore i diritti di JHWH. Ciò non consiste nella difesa dei privilegi di coloro che sono addetti al culto, ma nella lotta senza quartiere contro ogni tipo di idolatria. Questa poi si identifica non con una forma religiosa diversa da quella israelitica, ma con una visione della vita basata sull’interesse personale o di gruppo.



Pur avendo spesso a che fare con i potenti di questo mondo, i profeti si schierano senza incertezze dalla parte dei poveri e degli emarginati. La loro forza sta nella loro fede e in una povertà scelta come sistema di vita. Essi dimostrano con le parole e con le opere che la religione non consiste anzitutto in gesti rituali, ma nell’impegno per la giustizia e la solidarietà.



La presenza dei profeti in Israele non esclude che anche altri popoli e altre religioni abbiano avuto e abbiano tuttora autentiche figure profetiche, che percepiscono e trasmettono il divino ai loro contemporanei. Sola la disponibilità a riconoscere e ad accettare il messaggio dei profeti, dovunque essi si trovino, può condurre l’umanità a una pace giusta e duratura.

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2 Re

C. La f ine dei due regni israelitici (2Re 14-25)

I

n questa sezione si narrano le vicende dei due regni dalla morte di Eliseo fino alla caduta di Samaria sotto gli assiri e di Gerusalemme per opera dei babilonesi. È questo il periodo di massima espansione dell’Assiria: dopo che Adad-nirari III (810-783 a.C.) ha occupato per la seconda volta Damasco (796 a.C.), impedendo agli aramei di risollevarsi, con Tiglat-Pileser III (745727 a.C.) riprende l’espansione assira a Occidente. Questo re, che assume a Babilonia il nome di Pu-lu (Pul), deve far fronte anch’egli a diverse coalizioni di prìncipi siriani. La sua politica di espansione prosegue sotto Salmanassar V (726-722 a.C.) e Sargon II (721-705 a.C.), che conquista e distrugge Samaria. Il successore di Sargon, Sennacherib (704-681 a.C.), invade la Palestina, ne sottomette i piccoli regni confederati, poi si spinge fino all’Egitto e lo sconfigge. La situazione continua a essere turbolenta. Il successore di Sennacherib, Assaradon (680669 a.C.), sottomette ancora una volta i piccoli regni della Siria e della Palestina e verso il 671 sconfigge il faraone Tiraka. Una nuova rivolta dell’Egitto è stroncata dal suo successore Assurbanipal (668-626 a.C.), noto soprattutto per la biblioteca da lui fondata a Ninive, il quale porta l’Assiria al culmine della sua potenza. Dopo di lui però inizia la decadenza. Nabopolassar, re di Babilonia (625-605 a.C.), alleatosi con Ciassare, re della Media, conquista Ninive (612 a.C.), scacciandone l’ultimo re assiro, Assuruballit II (612-609 a.C.), che si trasferisce a Carran. A questo punto il faraone Necao II si muove in soccorso del suo nemico secolare. Dopo breve tempo però Necao è sconfitto a Carchemis (605 a.C.) da Nabucodonosor, figlio di Nabopolassar, che nello stesso anno succede al padre (605-562 a.C.), portando l’impero babilonese al suo massimo splendore: è lui che conquista Gerusalemme una prima volta nel 597 e poi una seconda volta nel 587, distruggendola completamente. Con la morte di Nabucodonosor inizia la decadenza di Babilonia, la quale, sotto Belshazar, è conquistata da Ciro, re dei medi e dei persiani (539 a.C.).

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C. La fine dei due regni israelitici (2Re 14-25)

114. La caduta del r egno di Isr aele A Ioas figlio di Ieu, re di Israele, succede Geroboamo II (783-743 a.C.), mentre in Giuda, dopo il regno di Amazia, sale al trono Azaria, detto anche Ozia (781-740 a.C.) (2Re 14,1 - 15,7). Il loro è un periodo di grande pace e prosperità, dovuto in gran parte al fatto che nell’anno 802 a.C. il re assiro Adad-nirari III (810-783 a.C.) ha occupato Damasco, stroncando la potenza degli aramei (796 a.C.). Viene poi descritto il declino e la fine del regno di Israele (2Re 15,8 17,4). Mentre in Giuda dopo Ozia salgono al trono Iotam e poi Acaz, in Israele si susseguono diversi re. L’ultimo di essi, Osea, dopo essersi sottomesso a Salmanassar V, re di Assiria, si ribella e viene fatto prigioniero. Salmanassar allora assedia Samaria, che viene poi conquistata e distrutta dal suo successore, Sargon (721 a.C.).

I

l re d’Assiria invase tutto il paese, andò in Samaria e l’assediò per tre anni. Nell’anno nono di Osea, il re d’Assiria occupò Samaria, deportò gli israeliti in Assiria, insediandoli a Chelach, nella zona intorno a Cabor, fiume del Gozan, e nelle città della Media. Tutto questo accadde perché gli israeliti avevano peccato contro il Signore, loro Dio. Questi li aveva fatti uscire dall’Egitto e li aveva liberati dal potere del faraone, re d’Egitto. Ma essi avevano temuto altri dèi, e avevano seguito le pratiche delle popolazioni distrutte dal Signore al loro arrivo e quelle che erano state introdotte dai re d’Israele. Gli israeliti avevano irritato il Signore il loro Dio compiendo cose non giuste. Si erano costruiti santuari in tutte le località, dai

Assiria Regno mesopotamico che, dopo alterni periodi di splendore e decadenza, divenne nei secoli XIII-XII la potenza predominante nella regione. Nel secolo VIII essa conquista definitivamente la Siria ed estende il suo dominio alla Palestina.

2R e 17,5-12

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re

Samaritani Abitanti del regno di Israele e poi di tutta la Palestina che non avevano subito la deportazione. Il racconto della loro origine tende a presentarli come semipagani. Essi apparivano come tali ai giudei ritornati in patria dopo l’esilio, mentre non facevano che continuare le pratiche religiose che erano comuni agli israeliti prima dell’esilio.

più piccoli villaggi alle fortezze. Avevano innalzato stele e pali sacri su tutte le colline elevate e sotto ogni albero verde. Ivi avevano bruciato incenso, come le popolazioni che il Signore aveva disperso alla loro venuta. Avevano servito gli idoli compiendo azioni che il Signore aveva loro proibito.

La severa condanna contenuta in questo testo è ispirata dalle concezioni religiose degli esuli giudei rimpatriati sotto il re persiano Ciro. Quella che era stata una normale pratica cultuale della popolazione israelitica, non diversa da quella delle altre popolazioni di quell’area geografica, viene vista da loro come una gravissima disobbedienza ai comandi di JHWH, quali erano stati elaborati dalle scuole profetiche alla vigilia della caduta di Gerusalemme e poi durante l’esilio. Ciò permetteva agli esiliati di spiegare la catastrofe dei due regni come una punizione divina e al tempo stesso di presentare il ritorno a JHWH come l’unica prospettiva sicura di salvezza.

Dopo aver identificato le cause della caduta di Samaria nelle pratiche idolatriche della popolazione, il narratore preannunzia, per le stesse ragioni, un destino analogo anche per il superstite regno di Giuda (2Re 17,13-23). Poi spiega l’origine dei samaritani (2Re 17,2441): il re d’Assiria, dopo aver deportato gli israeliti, avrebbe costretto altri popoli a stabilirsi nella regione di Samaria. Siccome costoro non adoravano JHWH, questi avrebbe mandato contro di loro dei leoni. Per evitare che ciò si ripetesse, il re aveva inviato un sacerdote che insegnasse loro il culto di JHWH, dando così origine a una religione in cui si adora sì JHWH, ma insieme con lui anche altri dèi. Questo racconto è stato ispirato dalla polemica dei giudei rimpatriati dopo l’esilio nei confronti degli abitanti della regione.

115. Una prima riforma: Ezechia La caduta di Samaria pone fine al regno di Israele, mentre il regno di Giuda sopravvive ancora per circa un secolo e mezzo. In esso era appena salito al trono Ezechia figlio di Acaz (716-687 a.C.), del cui regno si dà un giudizio lusinghiero.

2R e 18,1-8

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N

ell’anno terzo di Osea figlio di Ela, re di Israele, divenne re di Giuda Ezechia figlio di Acaz. Quando salì al trono aveva venticinque anni; regnò ventinove anni in Gerusalemme. Sua

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C. La fine dei due regni israelitici (2Re 14-25)

madre si chiamava Abi, figlia di Zaccaria. Ezechia fece ciò che è retto agli occhi del Signore, secondo quanto aveva fatto Davide suo antenato. Egli eliminò le alture e frantumò le stele, abbatté il palo sacro e fece a pezzi il serpente di bronzo, eretto da Mosè; difatti fino a quel tempo gli israeliti gli bruciavano incenso e lo chiamavano Necustan. Ezechia confidò nel Signore, Dio di Israele. Fra tutti i re di Giuda nessuno fu simile a lui, né fra i suoi successori né fra i suoi predecessori. Non si allontanò mai dal Signore e dai precetti che aveva dato a Mosè. Il Signore fu con Ezechia e questi riuscì in tutte le sue iniziative. Egli si ribellò al re d’Assiria e non gli fu sottomesso. Sconfisse i filistei fino a Gaza e ai suoi confini, dal più piccolo villaggio fino alle fortezze.

La riforma religiosa attribuita a Ezechia è analoga a quella che sarà poi attuata dal re Giosia. È difficile perciò valutare l’attendibilità storica e l’entità effettiva della sua iniziativa riformatrice. A lui probabilmente si riferisce Isaia nella profezia dell’Emmanuele (cfr. Is 7,14).

Nel seguito del racconto sono descritti i difficili rapporti tra il regno di Giuda e l’Assiria (2Re 18,9 - 19,37). Al momento della caduta di Samaria il regno di Giuda, ridotto ormai alla sola città di Gerusalemme, viene risparmiato dagli assiri perché Ezechia accetta di pagare un pesante tributo. Ma il successore di Sargon, Sennacherib, forse in seguito a una ribellione di Ezechia, attacca la Giudea e assedia Gerusalemme (701 a.C.). Il re allora si ricrede e paga la somma richiesta. Ma non basta. Sennacherib manda a Gerusalemme i suoi messaggeri, i quali fanno pesanti minacce al re e al popolo, chiedendo la loro piena sottomissione. Sostenuto da Isaia, Ezechia resiste alle pretese del re. La sua decisione si rivela efficace: nel campo assiro quella stessa notte muoiono centottantacinquemila soldati dell’esercito assiro; Sennacherib abbandona allora la Giudea e ritorna a Ninive dove viene assassinato. Vengono poi menzionati altri due episodi riguardanti Ezechia. Egli si ammala ed è guarito miracolosamente per opera di Isaia (2Re 20,1-11). In un’altra occasione il re accoglie gli inviati di Babilonia, la nuova potenza che emergeva allora come rivale degli assiri, e mostra loro i suoi tesori: è questo un gesto di amicizia che non è gradito a Isaia. Questi perciò lo rimprovera aspramente e lo informa che un giorno Babilonia conquisterà il regno di Giuda e ne deporterà gli abitanti (2Re 20,12-19). A Ezechia succedono due re perversi, Manasse e Amon (2Re 21,1-25). Ad Amon succede suo figlio Giosia. Egli diviene re a otto anni e regna per trentun anni a Gerusalemme.

Necustan Nome dato al serpente di bronzo venerato nel tempio di Gerusalemme. Il serpente era un’immagine di JHWH. Il suo culto era forse giustificato mediante la leggenda riportata in Nm 21,4-9, ma in seguito fu considerato illegittimo in quanto contrario al primo comandamento del decalogo. In Gn 3 il serpente appare come il tentatore per eccellenza.

Canale di Ezechia Portava le acque della fonte di Ghicon, situata al di fuori delle mura, alla piscina di Siloe, che si trova all’interno della città. In questa galleria, lunga 40 metri, è stata ritrovata dagli archeologi un'iscrizione che narra i momenti che hanno preceduto l’incontro delle due squadre di operai che scavavano in direzione opposta.

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re

116. La riforma religiosa del r e Giosia La figura di Giosia riceve una grande attenzione non solo per la sua rettitudine, ma anche perché a lui è stata attribuita una grande opera riformatrice, i cui effetti si vedranno soprattutto dopo l’esilio.

2R e 22,1-13

Libro della legge Non si può escludere che l’intero racconto del suo ritrovamento da parte di Giosia sia una leggenda eziologica, sorta dopo l’esilio per dimostrare l’origine mosaica del libro che solo allora era stato composto. Il termine « legge » verrà poi a designare i primi cinque libri della Bibbia ebraica.

« Nel tempio ho trovato il libro della legge ».

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Q

uando divenne re, Giosia aveva otto anni; regnò trentun anni in Gerusalemme. Sua madre, di Boscat, si chiamava Iedida figlia di Adaia. Egli fece ciò che è retto agli occhi del Signore, imitando in tutto la condotta di Davide, suo antenato, senza deviare né a destra né a sinistra. Nel diciottesimo anno del suo regno, Giosia mandò al tempio il segretario Safan, figlio di Asalia e nipote di Mesullam, dicendogli: « Va’ dal sommo sacerdote Chelkia e ordinagli di prelevare dagli addetti il denaro offerto dal popolo. Lo consegni poi agli incaricati e costoro lo diano a quanti, falegnami, costruttori e muratori, compiono le riparazioni: costoro lo usino per comprare il legname e le pietre da taglio occorrenti per il restauro del tempio. Non sarà necessario eseguire controlli sul denaro consegnato loro, perché la loro condotta ispira fiducia ». Il sommo sacerdote Chelkia disse allo scriba Safan: « Nel tempio ho trovato il libro della legge », e lo consegnò a Safan che lo lesse. Poi Safan andò dal re e gli riferì: « I tuoi servitori hanno versato il denaro trovato nel tempio agli esecutori dei lavori ». E aggiunse: « Il sommo sacerdote Chelkia mi ha dato questo libro ». Safan lo lesse davanti al re. Udite le parole del libro della legge, il re si lacerò le vesti e diede disposizioni al sacerdote Chelkia, ad Achikam, figlio di Safan, ad Acbor figlio di Michea, allo scriba Safan e ad Asaia ministro del re: « Andate a interrogare il Signore per me e per tutto il popolo di Giuda, intorno alle parole del libro che è stato ritrovato: difatti grande è la collera del Signore contro di noi perché i nostri padri non hanno ascoltato le parole di quel libro e nelle loro azioni non si sono ispirati a quanto è stato scritto per noi ».

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C. La fine dei due regni israelitici (2Re 14-25) La scoperta del « libro della legge » rappresenta una svolta decisiva nella vita di Giosia e nella sua azione politica. Dal racconto non appare in che cosa consistesse questo libro, ma dalle decisioni prese successivamente dal re risulta che esso imponeva la concentrazione del culto israelitico in un unico luogo: siccome questa è anche l’idea centrale del Deuteronomio, si pensa che il libro trovato da Giosia corrispondesse al nucleo originario del quinto libro della Tôrah. È difficile dire se si è trattato veramente della scoperta di un libro composto precedentemente o se sia stato Giosia stesso a farlo comporre per dare supporto alla sua riforma.

Per verificare l’autenticità del libro viene consultata una profetessa di nome Culda. Essa ne conferma l’origine divina e preannunzia che presto le sciagure descritte nel libro si realizzeranno. Siccome però Giosia si era umiliato davanti al Signore, esse si attueranno solo dopo la sua morte. Giosia allora fa leggere il libro davanti a tutto il popolo. Alla fine il re conclude un’alleanza con il Signore e il popolo fa proprio l’impegno assunto da lui. In base alle disposizioni contenute nel libro, il re attua una riforma religiosa che consiste nell’eliminazione di tutti i santuari locali: il tempio di Gerusalemme diventa così l’unico santuario di JHWH per tutto Israele e il punto di riferimento per tutti i giudei che di lì a poco sarebbero stati dispersi fuori dalla loro patria. Infine, Giosia celebra la Pasqua secondo il rito descritto nel libro della legge (2Re 22,14 - 23,27). Giosia muore a Meghiddo nel 609 a.C. mentre tenta invano di fermare l’esercito del faraone Necao che si recava in aiuto dell’ultimo re di Assiria, Assuruballit II (2Re 23,28-30). Dopo la sua morte gli eventi precipitano: Ioacaz, figlio di Giosia, è deportato in Egitto da Necao, che mette al suo posto suo fratello Ioiakim; intanto Nabucodonosor, re di Babilonia (605-562 a.C.), attacca Gerusalemme e la cinge d’assedio; Ioiakim muore e gli succede suo figlio, Ioiachin, il quale, quando Gerusalemme è conquistata, viene deportato a Babilonia (597 a.C.): con lui va in esilio la parte più rappresentativa della popolazione: sacerdoti, nobili e artigiani. Al suo posto Nabucodonosor pone sul trono di Giuda Sedecia, anch’egli figlio di Giosia, il quale però si ribella: il re babilonese allora assedia per la seconda volta Gerusalemme, la conquista e la distrugge, portando in esilio Sedecia e con lui gran parte della popolazione (587 a.C.) (2Re 23,31 - 25,26). Tutto sembra ormai perduto, ma uno spiraglio di speranza si apre nel 562 a.C. con la grazia accordata da Evil-Merodak, re di Babilonia, al re Ioiachin, che era stato deportato da Nabucodonosor nel 597 a.C., dopo la prima conquista di Gerusalemme (2Re 25,27-30): questo evento rappresenta un piccolo segno di speranza nel buio dell’esilio. Solo dopo poco più di due decenni Babilonia cadrà sotto i colpi di Ciro, re di Persia, il quale consentirà ai giudei di ritornare nella loro terra (538 a.C.). Questo episodio, non ancora noto agli autori dei libri dei Re, indica forse la data prima della quale essi hanno terminato la loro opera.

Meghiddo Città fortificata situata sopra un passo della catena del Carmelo, dove passava la strada che collegava Egitto e Mesopotamia. Dalla città si poteva controllare facilmente il transito degli eserciti e delle carovane nelle due direzioni.

Ioiachin Questo re, pur essendo stato deportato in Babilonia nel 597 a.C. con parte della popolazione di Gerusalemme, restava il re legittimo e come tale era riconosciuto dai babilonesi.

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VII. I re di Giuda e di Israele – 1-2Re

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a storia deuteronomistica pone l’accento sul rapporto strettissimo che, mediante l’alleanza, JHWH ha instaurato con Israele. Di conseguenza tutti gli eventi storici vengono visti in quest’ottica. L’accento viene posto in modo specifico sul comandamento che proibisce l’idolatria, nel quale è incluso il precetto deuteronomico che impone a tutto Israele di prestare culto a JHWH in un unico luogo da lui scelto. Questo è identificato dai redattori con il grande tempio fatto costruire da Salomone a Gerusalemme, che Giosia, con la sua riforma, ha messo al centro della vita religiosa del regno di Giuda. In questa prospettiva appare chiaro che la caduta dei due regni non dipende da cause politiche, ma dal loro comportamento in campo religioso. Il regno del Nord, la cui la nascita è voluta da Dio proprio come punizione del peccato di Salomone, è illegittimo e paga per primo le sue colpe. Ma anche il regno di Giuda è andato inesorabilmente incontro alla sua rovina, che però è avvenuta più tardi perché almeno alcuni dei suoi re sono stati retti e fedeli a JHWH. Nel bene come nel male la responsabilità di tutto il popolo è quindi nelle mani dei suoi re, i quali, salvo qualche eccezione, sono giudicati in modo estremamente negativo. Lo scopo principale in funzione del quale è narrata la storia dei due regni non è però semplicemente quello di mettere in risalto la responsabilità del popolo e dei suoi capi. I narratori vogliono mettere piuttosto in luce come, nonostante fatti così drammatici, JHWH non abbia ritirato da Israele la sua elezione e il suo favore: Dio resta ancora, nonostante tutto, l’unica ancora di salvezza per il popolo israelitico. La speranza di una rinascita del popolo comincia a brillare, proprio nel buio dell’esilio, con la grazia concessa al re Ioiachin. Pur condannando la maggior parte dei re di Giuda e di Israele, gli autori deuteronomistici non hanno quindi inteso squalificare la funzione regale, ma solo mostrare la necessità di una sua trasformazione in un tempo futuro che, secondo loro, avrà luogo al termine dell’esilio. Nasce così l’attesa messianica che caratterizzerà il giudaismo postesilico. Il canto degli esuli Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre. Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, canzoni di gioia, i nostri oppressori: « Cantateci i canti di Sion! ».

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Come cantare i canti del Signore in terra straniera? Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia. (Salmo 137,1-6)

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C. La fine dei due regni israelitici (2Re 14-25)



La riforma di Giosia, ispirata dal libro del Deuteronomio che egli aveva appena ritrovato (o fatto comporre per dare supporto alle sue intuizioni) mette in luce l’importanza del culto nella vita sociale e religiosa di un gruppo umano. I riti e i simboli religiosi hanno lo scopo di aprire le persone alla scoperta di Dio. È giusto perciò che essi siano continuamente purificati, affinché esprimano un’autentica dimensione religiosa, al servizio della giustizia e di una vera fraternità.



È solo con la riforma di Giosia che Gerusalemme diventa il centro indiscusso di tutto l’ebraismo. La città santa resterà nel cuore degli esuli e sarà la meta a cui essi si orienteranno dopo il decreto di Ciro; ancora oggi a essa si rivolgono con struggente desiderio tutti gli ebrei sparsi nel mondo. Essa però, più che un luogo geografico, rappresenta la patria simbolica di tutti i credenti.



I re dovevano garantire e insegnare l’osservanza della legge, ma la storia dei regni di Giuda e di Israele mette in luce l’incapacità del potere monarchico, influenzato da interessi politici ed economici, di essere fedele a JHWH. Difficilmente la liberazione di un popolo viene da chi detiene il potere, anche se essa non può attuarsi senza un cambiamento radicale delle strutture di governo. La critica deuteronomistica del potere regale apre la strada alla riflessione moderna sulla democrazia.



Secondo la tradizione deuteronomistica, le colpe di un popolo o di un individuo sono la causa di un castigo che si abbatte su tutti. Questa concezione ha lo scopo di richiamare i capi delle nazioni al senso di responsabilità nei confronti dei loro cittadini. Ma più in profondità essa serve a far comprendere che, al di là della sciagura, vi è sempre la speranza in un futuro migliore.

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VI I I

La rinascita di un popolo 1-2Cronache, Esdra e Neemia

L

a raccolta dei libri sacri comprende, dopo il « corpo storico deuteronomistico », una piccola collezione di quattro libri: 1-2Cronache, Esdra e Neemia. Questi, a motivo del soggetto trattato e dello stile, hanno i tratti di un racconto unitario, anche se considerazioni di tipo letterario spingono a vedere in essi due blocchi distinti. Essi sono: A) La storia dei re di Giuda (1Cr 1-29; 2Cr 1-36) B) Il ritorno dall’esilio (Esd 1-10 e Ne 1-13). Questi libri nascono nel clima storico e culturale verificatosi dopo il ritorno dei giudei dall’esilio babilonese. In seguito alle due conquiste di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, di cui la seconda era sfociata nella distruzione della città e del tempio (587 a.C.), una parte notevole dell'élite religiosa e civile andò in esilio, mentre furono lasciati in patria solo gli strati più poveri della popolazione, i quali furono impiegati come vignaioli e contadini (2Re 25,12). I giudei in Mesopotamia furono insediati in villaggi abbandonati e quindi fu loro possibile mantenere una struttura non solo sociale, ma anche religiosa, grazie alla presenza di sacerdoti e profeti (cfr. Ger 29,1-2). In forza della loro concezione secondo cui il culto a JHWH deve aver luogo solo nel tempio di Gerusalemme, i deportati non potevano pensare di costruire un santuario o innalzare un altare per i sacrifici. A ciò suppliscono con la sinagoga, parola greca che significa « assemblea », che viene a indicare un luogo in cui gli esuli si radunano per pregare sotto la guida di una persona autorevole, non necessariamente un sacerdote. Per preservare la loro identità etnica e religiosa essi si dedicano allora alla raccolta e alla rielaborazione delle loro tradizioni, di carattere sia storico che legale. Essi danno inoltre particolare rilievo a quelle pratiche rituali che non erano necessariamente legate al servizio del tempio, come la circoncisione, il sabato, la Pasqua e i precetti alimentari. La circoncisione era un rito arcaico, che proprio in esilio diventa il segno dell'alleanza tra Dio e il suo popolo al punto tale che in un testo sacerdotale (Gn 17,9-14) la sua adozione viene fatta risalire ad Abramo. Il sabato era il settimo giorno della settimana, dedicato al riposo e alla lode di Dio in un contesto familiare. La Pasqua, ricordo annuale della liberazione dall’Egitto, veniva anch’essa celebrata nell’ambito della famiglia. Le prescrizioni riguardanti la purezza rituale (cfr. Lv 11-16) erano antichi tabù che precludevano tutta una serie di cibi e di comportamenti. Durante l’esilio e anche dopo di esso queste pratiche diventano un autentico muro di separazione tra giudei e popolazioni del luogo, impedendo la loro mutua integrazione.

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VIII. La rinascita di un popolo – 1-2Cronache, Esdra e Neemia

A. La storia dei re di Giuda (1Cr 1-29; 2Cr 1-36)

Q

uesti due libri sono stati intitolati in ebraico Dibrê hajjamîm (« Parole dei giorni », Cronache) mentre in greco hanno preso il nome di Paraleipomena (« Cose lasciate in disparte »), in quanto si riteneva che contenessero informazioni mancanti nella precedente collezione. In essi è ripresa la storia passata di Israele, raccontata in 1-2Samuele e 1-2Re, riletta però con gli occhi dei sacerdoti postesilici. Costoro sono ormai diventati le guide del popolo in campo non solo religioso ma anche politico e amministrativo, pur sotto il controllo dell’impero persiano prima e, a partire dal 333 a.C., di quello greco. Il cronista divide la sua opera in quattro parti fra loro chiaramente distinte: 1) dalla creazione al re Saul (1Cr 110); 2) il regno di Davide (1Cr 11-29); 3) il regno di Salomone (2Cr 1-9); 4) successive vicende del regno di Giuda fino all’esilio (2Cr 10-36). Il racconto termina con l’editto di Ciro, che permette agli esuli di ritornare nella loro patria (2Cr 36,22-23). Nel primo libro è dato grande spazio alla figura di Davide, la cui opera per il cronista è legata quasi esclusivamente alla progettazione del tempio e del culto. Nel secondo libro invece viene riservato un posto molto importante a Salomone in quanto effettivo costruttore della casa del Signore. Infine, l’attenzione del narratore si concentra esclusivamente sulla storia del regno di Giuda, privilegiando quei re che hanno riportato il culto del tempio alla sua purezza originaria: Asa, Giosafat, Ezechia e Giosia. Nessun cenno invece viene fatto alle vicende del regno di Israele: i samaritani sono semplicemente cancellati dalla storia. Lo scopo dell’opera cronistica non è strettamente storico, ma religioso, finalizzato a valorizzare soprattutto il tempio di Gerusalemme e il culto che si svolge in esso, come cuore della vita religiosa e politica di Israele. In essa più che la storia del passato si colgono i problemi e gli orientamenti dei giudei in un periodo ormai abbastanza remoto dal momento del loro ritorno dall’esilio. Da queste e da altre considerazioni storiche e letterarie si ricava che i due libri sono stati composti, nell’ambiente dei sacerdoti e dei leviti, molto dopo il ritorno dall’esilio, probabilmente negli anni tra il 330 e il 250 a.C.

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A. La storia dei re di Giuda (1Cr 1-29)

117. Dir ettive di Davide a Salomone Il primo libro delle Cronache inizia con una serie di elenchi genealogici che si dispiegano da Adamo fino a Davide (1Cr 1-9). Un breve capitolo viene riservato a Saul, il primo re (1Cr 10). È questo un modo sbrigativo per riscrivere la Bibbia senza bisogno di raccontare fatti già noti da altri libri. Il racconto delle vicende relative al regno di Davide occupa tutta la seconda sezione del primo libro (1Cr 11-29). Anzitutto Davide consolida il suo potere e trasporta l’arca dell’alleanza da Kiriat-Ierarim alla casa di Obed-Edom; provvede poi a erigere il palazzo reale e, infine, sconfigge i filistei (1Cr 11-14). La sua attività religiosa inizia con il trasporto dell’arca nella città di Davide, a cui fa seguito la profezia di Natan e il racconto delle guerre di Davide (1Cr 15-20). Si racconta poi l’episodio del censimento, con il castigo che ne consegue: questo episodio è importante perché termina con l’acquisto dell’aia di Ornan, dove un giorno sarà eretto il tempio (1Cr 21). Il cronista riporta poi le parole che Davide avrebbe rivolto al figlio Salomone prima di iniziare i preparativi per la costruzione del tempio.

F

iglio mio, avevo intenzione di costruire io il tempio dedicato al Signore mio Dio. Ma il Signore mi ha detto: « Tu hai combattuto troppe guerre importanti e hai fatto morire troppe persone. Hai bagnato di molto sangue la mia terra e perciò non costruirai il mio tempio. Ma tu genererai un figlio: egli avrà un regno tranquillo, perché io terrò a freno tutti i suoi nemici su tutte le frontiere. Il suo nome sarà Salomone (il Pacifico): durante il suo regno io assicurerò pace e sicurezza al popolo d’Israele. Egli mi costruirà il tempio: sarà un figlio per me e io sarò suo padre. Gli assicurerò una dinastia senza fine a capo d’Israele. E ora, figlio mio, il Signore tuo Dio sia con te, mantenga la sua promessa e ti faccia riuscire nella costruzione del suo tempio. Quando avrai tu il governo d’Israele, dovrai osservare la legge del Signore tuo Dio: che il Signore ti dia per questo intelligenza e sapienza. Se vuoi riuscire bene, non trascurare mai i comandamenti e le leggi che il Signore ha dato a Israele per mezzo di Mosè. Sii deciso ed energico, non aver paura e non scoraggiarti ».

1Cr 22,7-13

Regalità e culto Il cronista dà grande importanza all’opera svolta da Davide nella organizzazione del culto. In tal modo egli intende mostrare che la funzione del re è ora passata ai sacerdoti, sia nel campo religioso che in quello politico. Il ripristino della monarchia in senso proprio viene rimandato agli ultimi tempi.

Secondo il cronista, se Davide non ha potuto costruire il tempio, ciò è dovuto solo a fattori accidentali. In realtà è stato lui a elaborarne il progetto, lasciando a Salomone, in quanto uomo di pace, il compito di attuarlo. Ma a Davide resta il merito di averne predisposta con grande impegno l’attuazione. Per il cronista, la monarchia davidica ha quindi valore solo in rapporto al tempio al quale il suo fondatore ha dedicato tutti i suoi sforzi.

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VIII. La rinascita di un popolo – 1-2Cronache, Esdra e Neemia L’autore prosegue attribuendo a Davide tutta la complessa organizzazione di quanti sono deputati al servizio del tempio: leviti, sacerdoti, cantori, portieri (1Cr 23-26). Dopo alcune istruzioni riguardanti l’organizzazione civile e militare del regno (1Cr 27), vengono riportate le istruzioni date da Davide a Salomone riguardanti più direttamente la costruzione del tempio (1Cr 28,1 - 29,9).

118. Ringr aziamento di Davide Dopo aver dato a Salomone le sue consegne, Davide si presenta davanti a tutta l’assemblea di Israele e pronunzia una specie di preghiera-testamento, invitando tutti a unirsi a lui nella lode di Dio.

1Cr 29,10-19

Regno di Dio JHWH è re non solo di Israele, ma di tutto l’universo. In questa veste egli ha il suo trono in cielo, mentre in Israele siede come re nel tempio di Gerusalemme, in attesa di poter rivelare la sua regalità su tutta la terra.

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B

enedetto sei tu, Signore Dio d’Israele e nostro padre, da sempre e per sempre. Tu, o Signore, sei grande e potente, tu solo hai bellezza, maestà e splendore. In cielo e sulla terra tutto ti appartiene, tu sei re e sovrano di ogni cosa. La gloria e il potere vengono da te, tu domini su tutte le cose. Tu hai forza e potenza e puoi dare a tutti gloria e potere. Tu sei il nostro Dio, noi ti ringraziamo e celebriamo la tua grandezza. Noi oggi ti abbiamo offerto questi doni, ma tutto proviene da te. Né io né il mio popolo avremmo avuto la possibilità di offrirti questi doni: ti abbiamo soltanto offerto quel che ci hai donato. Davanti a te noi siamo come uno straniero senza diritti, come i nostri antenati quando erano pellegrini. La nostra vita sulla terra è come un’ombra, destinata a scomparire. Noi abbiamo accumulato tutte queste ricchezze per costruire il tuo tempio e onorare la tua santità, ma tutto questo viene da te e a te appartiene, Signore Dio. Io so, o mio Dio, che tu giudichi le nostre intenzioni e ami la sincerità. Quanto a me, so di averti fatto le mie offerte con cuore sincero e ora vedo tutta la gente che si trova qui anch’essa pronta a farti offerte con gioia. O Signore, Dio di Abramo di Isacco e d’Israele nostri padri, mantieni sempre viva nel cuore del tuo popolo questa buona disposizione, fa’ che sia sempre unito a te. Dona a mio figlio Salomone la ferma volontà di seguire sempre i tuoi comandamenti, i tuoi insegnamenti e le tue leggi e di metterle in pratica. E fa’ che egli riesca a portare a termine la costruzione che ho preparato ». Poi Davide ordinò a tutta l’assemblea: « Ora benedite il Signore vostro Dio! ».

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A. La storia dei re di Giuda (2Cr 1-36) In questa preghiera di lode e di ringraziamento Davide presenta il suo potere regale come un dono che gli è conferito dall’unico re, JHWH, al quale spetta ogni onore e potenza. Appare qui in modo chiaro l’ideologia teocratica di Israele, in forza della quale il re terreno è solo uno strumento della regalità di Dio. A suo figlio Salomone Davide raccomanda la fedeltà a Dio e la costruzione del tempio in suo onore. Ancora una volta si può constatare come la monarchia sia in funzione del tempio e del culto che in esso si offre.

Conclude il libro di 1Cronache il racconto della morte di Davide e dell’avvento al trono di Salomone (1Cr 29,2130). Il secondo libro delle Cronache si apre con il sogno di Salomone, nel corso del quale Dio gli conferisce la sapienza (2Cr 1,1-17). Dopo gli ultimi preparativi, ha luogo la costruzione del tempio (2Cr 2,1 - 5,1). Terminati i lavori, si celebra con solennità la festa delle Capanne, nel corso della quale ha luogo la traslazione dell’arca (2Cr 5,2 - 6,2). Nel corso delle celebrazioni Salomone rivolge al popolo un’esortazione e presenta a Dio la sua preghiera (2Cr 6,3-42). Viene poi raccontato il rito della dedicazione del tempio (2Cr 7,1-10), al temine del quale Dio conferma le promesse fatte a Salomone (2Cr 7,11-22). Conclude la sezione una notizia sul completamento delle costruzioni e una descrizione della gloria di Salomone (2Cr 8-9). Nell’ultima sezione della sua opera il cronista presenta i re che si sono succeduti fino all’esilio, limitandosi ai dodici successori di Salomone sul trono di Giuda fino alla sua rovina (2Cr 10-36). La storia di questi monarchi è vista sempre sotto un’angolazione religiosa. Anzitutto viene raccontata la storia di Roboamo, figlio di Salomone (2Cr 10-12), e poi di suo figlio Abia, che entra in guerra con Geroboamo, re di Israele (2Cr 13,1-9).

« Benedetto sei tu, Signore Dio d’Israele nostro padre, da sempre e per sempre ».

119. Il discor so di A bia La concezione del regno tipica dei sacerdoti postesilici è espressa chiaramente nel discorso pronunziato da Abia re di Giuda nei confronti di Geroboamo, re d’Israele, prima della battaglia che lo vedrà vincitore. Dopo aver condannato l’idolatria del re nemico, egli dice:

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VIII. La rinascita di un popolo – 1-2Cronache, Esdra e Neemia 2Cr 13,10-12

Babilonesi Dopo un periodo di splendore nel secondo millennio, Babilonia fu sottomessa agli assiri finché nel 626 a.C. Nabopolassar li sconfisse e stabilì il predominio di Babilonia su tutta la regione. Con suo figlio Nabucodonosor il potere babilonese si estese fino alla Siria e alla Palestina.

P

er noi l’unico Dio è il Signore, noi non l’abbiamo abbandonato: i nostri sacerdoti, addetti al culto del Signore, sono tutti discendenti di Aronne, e quelli che prestano servizio sono tutti leviti. Ogni mattina e ogni sera essi offrono in onore del Signore sacrifici completi, bruciano incenso, depongono il pane dell’offerta sulla tavola sacra e ogni sera accendono la lampada sul candelabro d’oro. Nel culto noi rispettiamo tutte le norme del Signore nostro Dio. Voi, invece, avete abbandonato il Signore. Ecco perché ora Dio è con noi e ci guida. I suoi sacerdoti sono pronti con le trombe a lanciare il segnale di guerra contro di voi. Uomini d’Israele, non combattete contro il Signore, Dio dei vostri padri! Non vincerete.

Questo discorso sottolinea come la vera forza del regno di Giuda consista nella legittimità del culto che i sacerdoti offrono a JHWH in nome di tutto Israele. È questo il segno della sua presenza in mezzo al popolo e dell’aiuto che egli non mancherà di dargli in caso di bisogno. Un popolo che si riferisce ai valori fondamentali della giustizia, trova in se stesso la forza che gli permette di far fronte positivamente agli eventi, anche a quelli più gravi, della sua storia.

Gli altri re di cui il cronista fa menzione sono: Asa, lodato per le sue riforme cultuali (2Cr 14-16); Giosafat, il quale è ricordato per i suoi interventi di carattere amministrativo e per i suoi rapporti con Acab, re di Israele (2Cr 17-20). Ioram, Acazia, Atalia e Ioas (2Cr 21-24) sono invece descritti come re empi, che hanno portato sventura al loro popolo; un periodo di empietà più mitigata è invece quello di Amazia, Ozia e Iotam (2Cr 2527). Infine, dopo una premessa sul regno di Acaz (2Cr 28) viene dato ampio spazio alla restaurazione di Ezechia (2Cr 29-32) e, dopo i regni degli empi Manasse e Amon (2Cr 33), alla riforma di Giosia (2Cr 34-35). L’ultimo capitolo è dedicato alla fase finale del regno (2Cr 36,1-21).

120. La caduta del r egno di Giuda La conquista del regno di Giuda da parte dei caldei (babilonesi) è attribuita non solo all’empietà del re Sedecia, ma anche a quella di tutto il popolo.

2Cr 36,14-20

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A

nche i capi dei sacerdoti e del popolo commisero infedeltà su infedeltà, seguirono i culti indegni degli altri popoli. Non rispettarono la santità del tempio che il Signore si era scelto in Gerusalemme. A più riprese, per mezzo dei suoi messaggeri, il Signore Dio dei loro padri mandò a essi avvertimenti, perché

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A. La storia dei re di Giuda (2Cr 1-36)

amava il suo popolo e il suo tempio. Ma gli israeliti derisero i suoi messaggeri, non presero sul serio le sue parole e si beffarono dei suoi profeti, finché l’indignazione del Signore contro il suo popolo fu tanta che non ci fu più rimedio. Allora il Signore mandò contro di loro il re di Babilonia e li abbandonò tutti in suo potere. I soldati furono uccisi perfino dentro il tempio; non furono risparmiati né i giovani né le ragazze né gli anziani né i moribondi. Nel tempio i babilonesi presero tutto, portarono a Babilonia i tesori del tempio, della reggia e di tutti i ministri. Poi incendiarono il tempio, abbatterono le mura di Gerusalemme, bruciarono tutti gli edifici e distrussero ogni cosa di valore. I sopravvissuti al massacro furono deportati a Babilonia. Rimasero schiavi del re e dei suoi successori fino a quando sorse l’impero persiano.

« Non furono risparmiati né i giovani né le ragazze né gli anziani né i moribondi ».

In questo testo la distruzione di Gerusalemme e del tempio viene presentata come una grande catastrofe che ha colpito tutto il popolo. Fra le cause che l’hanno provocata viene segnalata soprattutto l’infedeltà verso JHWH e la contaminazione del tempio a lui consacrato. Questa osservazione, fatta dopo la distruzione del luogo sacro, è intesa come ammonizione alle successive generazioni, le quali devono vedere nella fedeltà a JHWH e al suo tempio presente in mezzo a loro l’unico mezzo per mantenere e rafforzare la loro identità. Solo così eviteranno il ripetersi dell’esilio, con tutte le sofferenze che esso comporta.

Al termine l’autore riporta l’editto di Ciro, re di Persia, che permette agli esuli di ritornare nella loro terra (2Cr 36,22-23) con lo scopo preciso di ricostruire il tempio di Gerusalemme. Da questo editto prenderà inizio il racconto del successivo libro di Esdra.

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VIII. La rinascita di un popolo – 1-2Cronache, Esdra e Neemia

L’

idealizzazione della figura di Davide, già presente nei libri precedenti di Samuele e dei Re, raggiunge nelle Cronache un livello inaspettato. Egli viene presentato come l’uomo fedele a Dio, scelto per uno scopo sublime, quello cioè di rendere presente in terra la regalità celeste di Dio. Perciò nei racconti che lo riguardano viene omesso tutto ciò che può gettare una luce negativa sulla sua figura, come l’adulterio con Betsabea, l’assassinio di suo marito Uria e la rivolta di Assalonne. Per l’autore sacerdotale è soprattutto importante far risalire a Davide tutto ciò che riguarda il tempio e il culto che in esso viene reso a Dio. Di fronte a lui la figura di Salomone, il costruttore del tempio, passa decisamente in secondo piano, in quanto semplice esecutore di un progetto concepito già prima di lui nei suoi minimi dettagli. Il fatto di far risalire a Davide l’origine del tempio e i ruoli di coloro che ne gestivano il funzionamento non era senza importanza per la casta sacerdotale. Al termine dell’esilio infatti, dopo un tentativo di restaurazione della monarchia con Zorobabele, discendente di Ioiachin, il giovane re deportato da Nabucodonosor dopo la prima conquista di Gerusalemme (597 a.C.), il governo della comunità viene assunto dal sommo sacerdote il quale la rappresenta di fronte ai sovrani persiani e poi greci. I motivi che hanno provocato questo cambiamento, dovuto forse a un colpo di stato, non sono difficili da immaginare, anche se i libri non ne parlano: durante l’esilio la difesa dell’identità religiosa ed etnica di Israele era passata nelle mani dei sacerdoti, ai quali il re Ciro aveva affidato la ricostruzione del tempio; è da supporsi che essi non abbiano voluto un contraltare laico nell’esercizio delle loro funzioni e abbiano rimandato a un lontano futuro la venuta di un discendente davidico.

Per amor e di Davide tuo ser vo Ricordati, Signore, di Davide, di tutte le sue prove, quando giurò al Signore, al Potente di Giacobbe fece voto.

Ecco, abbiamo saputo che era in Efrata, l’abbiamo trovata nei campi di Iàar. Entriamo nella sua dimora, prostriamoci allo sgabello dei suoi piedi.

« Non entrerò sotto il tetto della mia casa, non mi stenderò sul mio giaciglio, non concederò sonno ai miei occhi né riposo alle mie palpebre, finché non trovi una sede per il Signore, una dimora per il Potente di Giacobbe ».

Alzati, Signore, verso il luogo del tuo riposo, tu e l’arca della tua potenza. I tuoi sacerdoti si vestano di giustizia, i tuoi fedeli cantino di gioia. Per amore di Davide tuo servo non respingere il volto del tuo consacrato. (Salmo 132,1-9)

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A. La storia dei re di Giuda (1Cr 1-29; 2Cr 1-36)



Nelle Cronache appare molto chiara la tendenza a idealizzare la personalità di Davide, a motivo del ruolo da lui svolto nella storia della nazione. A tal fine sono state sottolineate le sue virtù e sono stati nascosti i suoi difetti. Come avviene normalmente, questo processo aveva lo scopo palese di creare nei suoi confronti sentimenti di ammirazione e di devozione; ma in realtà ha avuto come risultato l’utilizzo della sua figura a sostegno di un’istituzione, quella sacerdotale, che solo remotamente derivava da lui.



La concezione di una presenza stabile di Dio nel tempio costruito in suo onore, tipica dei libri delle Cronache, è stata utile per suscitare fra il popolo un profondo senso di fede nei suoi confronti. Al tempo stesso, però, ha dato origine a un elaborato apparato rituale, nel quale era spontaneo vedere lo strumento più appropriato per favorire l’incontro con Dio. Ciò ha comportato il formarsi di una mentalità più incline alle pratiche rituali che al compimento della sua volontà nella vita ordinaria.



Il desiderio di servire Dio in modo appropriato ha portato Israele, come avviene in tutte le religioni, ad affidare l’esercizio del culto a persone dotate di una conoscenza più approfondita dei riti e delle tradizioni. Ma, come era prevedibile, costoro si sono separati dal popolo e hanno formato una casta chiusa, che ha concentrato nelle sue mani il potere non solo religioso ma anche sociale e politico. Questa tendenza, che rinasce continuamente in campo religioso, si può contrastare unicamente mediante la partecipazione attiva e cosciente di tutti.



I giudei tornati dall’esilio, pur essendo sottomessi all’impero persiano, sono riusciti a darsi una fisionomia autonoma, proprio in forza della loro religione e del servizio del tempio. Questa fusione tra religione e identità nazionale ha conferito al popolo giudaico un forte senso di unità, ma lo ha portato anche a ritenersi depositario della verità e di un rapporto esclusivo con la divinità. Proprio questo esclusivismo è stato e sta spesso all’origine di violenze e di guerre.

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B. Il ritorno dall’esilio (Esd 1-10 e Ne 1-13)

I

due libri di Esdra e Neemia, che originariamente costituivano un’opera unica, si pongono sulla linea delle Cronache e raccontano le vicende del ritorno dall’esilio e della restaurazione. I personaggi da cui i due libri prendono il loro titolo non ne sono gli autori, ma semplicemente i protagonisti più importanti. Questi libri comprendono le seguenti sezioni: il ritorno dall’esilio e la costruzione del secondo tempio (Esd 1-6); l’arrivo di Esdra e la sua attività (Esd 7-10); le memorie di Neemia (Ne 1-7); promulgazione della legge da parte di Esdra (Ne 8-10); conclusione dell’opera di Neemia (Ne 11-13). Secondo l’ordine dei fatti suggerito dai due libri, l’arrivo di Esdra avrebbe preceduto quello di Neemia, il quale sarebbe poi ritornato una seconda volta. Diversi indizi fanno pensare invece che la missione di Neemia abbia preceduto quella di Esdra. L’epoca storica in cui si situano gli eventi narrati dai due libri è quella del tramonto dell’impero babilonese e dell’ascesa di quello persiano. Alla morte di Nabucodonosor (605-562 a.C.) l’impero neobabilonese si avvia velocemente alla fine. Nel 556 il potere cade nelle mani di un usurpatore, Nabonide (556-539 a.C.), il quale si attira l’avversione dei sacerdoti di Marduk e di gran parte del popolo. Intanto l’impero viene minacciato dall’espansione dei medi, una popolazione che abitava nelle montagne a nord della Mesopotamia. Contro il loro re Astiage Nabonide favorisce un suo vassallo, Ciro II (559-529 a.C.), re dei persiani, abitanti anch’essi a nord della Mesopotamia. Approfittando della situazione, Ciro si ribella contro Astiage e ne conquista la capitale Ecbatana (555 a.C.), assumendo poco dopo (549 a.C.) il titolo di re dei medi e dei persiani. Negli anni seguenti estende i suoi domini verso Est e conquista Babilonia (539 a.C.), dove è accolto come il liberatore inviato dal dio Marduk per restaurare il suo culto. Egli entra così in possesso della Siria e della Palestina e consente ai giudei deportati in Mesopotamia di ritornare nel loro paese. I libri di Esdra e Neemia riportano materiale di ogni tipo, come racconti, lettere, documenti d’archivio, preghiere, con i quali si cerca di riempire almeno in parte il vuoto di notizie riguardanti la storia dei rimpatriati fino alla rivoluzione dei Maccabei. Naturalmente il loro contributo si pone più sul piano delle idee che su quello della storia vera e propria. Inoltre, è chiaro che gli autori vivono in un tempo ormai lontano da quello in cui si sono svolti gli eventi. Tuttavia si tratta di testimonianze preziose per capire il periodo che fa seguito immediatamente all’esilio, o almeno la raffigurazione che di esso si sono fatta le generazioni successive. In questi libri si afferma soprattutto la tesi dell’origine divina del tempio e della legge che sarà posta alla base della nuova comunità. È chiaro dunque che i libri di Esdra e Neemia, come quelli delle Cronache, furono composti in ambiente sacerdotale. Si suppone che anch’essi abbiano visto la luce verso la fine del periodo persiano o l’inizio di quello greco, quindi più o meno tra il 330 e il 250 a.C.

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B. Il ritorno dall’esilio (Esd 1-10)

121. Il ritorno dall’esilio Nel 539 a.C. il re persiano Ciro conquista Babilonia e, a differenza dei re che l’avevano preceduto, adotta una politica di apertura verso gli abitanti dei paesi conquistati, permettendo loro di vivere secondo i propri costumi e il proprio culto. L’anno seguente emette un editto con il quale concede ai giudei, residenti in Mesopotamia, di ritornare a Gerusalemme, in Giudea, per riedificare il tempio del Dio di Israele.

N

el primo anno del regno di Ciro, re di Persia, il Signore realizzò quel che aveva annunziato per bocca del profeta Geremia. Egli suggerì dunque a Ciro di diffondere in tutto il suo regno, a voce e per iscritto, questo editto: « Così decreta Ciro re di Persia: Il Signore, Dio del cielo, ha messo in mio potere tutti i regni della terra e mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, città della Giudea. Perciò mi rivolgo a tutti quelli che appartengono al suo popolo: Tornate in Giudea per ricostruire il tempio del Signore, Dio d’Israele, in Gerusalemme, che è la sua città. Il vostro Dio vi accompagni. In ogni regione i superstiti che decidono di partire siano aiutati dagli abitanti del posto. Essi daranno loro argento, oro, beni e bestiame, e inoltre

Esd 1,1-7

Cilindro di Ciro La politica di Ciro verso i giudei è confermata da questo documento in caratteri cuneiformi trovato nel 1878 presso Babilonia: « [Marduk] prese Ciro per mano, disse il suo nome, mise sotto i suoi piedi il paese di Gutium e i medi. Lo fece sempre pascolare con giustizia e diritto. [Marduk] camminò sempre al suo fianco. Io riunivo tutti i loro popoli e li riconducevo alle loro terre ».

« Tornate in Giudea per ricostruire il tempio del Signore, Dio d’Israele, in Gerusalemme, che è la sua città ».

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VIII. La rinascita di un popolo – 1-2Cronache, Esdra e Neemia

Re persiani Nel 525 a.C. Cambise II (529-522), figlio e successore di Ciro conquista anche l’Egitto. A Cambise succedono Dario I (521-486), l’organizzatore dell’impero, Serse (486-465), Artaserse I Longimano (465-423), Dario II Noto (423-404), Artaserse II (404-358), Artaserse III Ocos (358-338), Arsete (338-336) e, infine, Dario III Condomano (336-330).

Zorobabele Ultimo principe della dinastia davidica. La sua scomparsa, avvenuta forse in seguito a un colpo di stato, lascia libero campo alla gerarchia sacerdotale, che assume il governo della provincia persiana di Giudea.

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offerte volontarie per il tempio di Dio a Gerusalemme ». Allora i capifamiglia delle tribù di Giuda e di Beniamino, i sacerdoti e i leviti, ai quali Dio aveva messo in cuore il desiderio di tornare a Gerusalemme per ricostruire il tempio del Signore, accolsero l’invito. Tutti i vicini li aiutarono, donando loro generosamente oggetti d’argento, d’oro, beni e bestiame, e molti altri regali, senza contare le offerte volontarie. Il re Ciro, da parte sua, restituì gli oggetti sacri del tempio del Signore, quelli che il re Nabucodonosor aveva portato via da Gerusalemme per collocarli nel tempio del suo dio.

Con l’editto di Ciro ha fine l’esilio degli abitanti del regno di Giuda, deportati da Nabucodonosor, e inizia l’epoca della restaurazione. Da questo momento gli israeliti vengono chiamati normalmente giudei e giudaismo la loro religione. Durante l’esilio i giudei sono profondamente cambiati. Essi hanno purificato e arricchito la propria fede, al centro della quale pongono ora il tempio e la legge.

Il libro prosegue con il racconto del ritorno e dei primi passi dei rimpatriati (Esd 1,8 - 6,18). I giudei ritornano nella loro patria in modo graduale. I primi arrivati costruiscono subito un altare per poter riprendere il culto e offrire sacrifici. Danno inizio poi alla ricostruzione del tempio. Ma si scontrano con la popolazione locale, formata da israeliti che non erano stati deportati, oltre che da altre popolazioni ivi trasferite dai babilonesi. Costoro vorrebbero collaborare alla costruzione del tempio, ma i rimpatriati rifiutano il loro aiuto. Di conseguenza, la popolazione locale li ostacola e li costringe a interrompere i lavori. La costruzione riprende al tempo di Dario I, re di Persia, sotto la guida di due capi religiosi, Zorobabele, un principe della casa di Davide, nipote del re Ioiachin, e il sommo sacerdote Giosuè. La loro opera giunge al termine nell’anno sesto del regno del re Dario (515 a.C.): nel tempio consacrato si svolge allora la solenne celebrazione della Pasqua (Esd 6,19-22). Quando la costruzione del tempio è ormai terminata ha inizio la missione di Esdra (Esd 7-10). Costui era un sacerdote discendente di Aronne, esperto nella legge di Mosè. Il re Artaserse affida a Esdra l’incarico di recarsi a Gerusalemme per verificare come vengono osservati gli insegnamenti del Signore e gli affida oro e argento da offrire al Dio d’Israele. A Esdra si uniscono duecentoventi « oblati », i quali avranno funzioni subordinate alle mansioni sacre dei leviti. Esdra non osa chiedere una scorta militare e ricorre all’aiuto divino mediante un digiuno e un atto penitenziale. La marcia procede senza pericoli e Esdra con la sua carovana raggiunge Gerusalemme (Esd 7,1 - 8,36).

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B. Il ritorno dall’esilio (Esd 1-10)

122. Contr o i matrimoni misti Giunto a Gerusalemme, Esdra viene a sapere che molti giudei, compresi alcuni sacerdoti e leviti, hanno sposato donne straniere. Egli ne resta sconvolto; compie allora un atto penitenziale e rivolge a Dio un’accorata preghiera in cui ricorda i suoi benefici e chiede perdono per l’infedeltà del popolo (Esd 9,1-15). Poi prende drastici provvedimenti.

M

entre Esdra pregava e, prostrato in lacrime davanti al tempio di Dio, faceva questa confessione,una gran folla di israeliti si radunò attorno a lui. C’erano uomini, donne e fanciulli: tutti piangevano. Allora prese la parola Secania, figlio di Iechiel, discendente di Elam, e disse a Esdra:« Siamo stati infedeli verso il nostro Dio,perché abbiamo

Esd 10,1-6

« Promettiamo al nostro Dio di mandar via tutte le donne straniere e i figli avuti da loro ».

Esdra È un sacerdote e al tempo stesso uno « scriba abile nella legge di Mosè » (7,6-10): probabilmente ciò significa che egli è un funzionario dell’amministrazione persiana per gli affari giudaici. Esdra è incaricato da Artaserse di riattivare il culto e di amministrare la giustizia secondo la legge mosaica.

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VIII. La rinascita di un popolo – 1-2Cronache, Esdra e Neemia

sposato donne di altri popoli. Tuttavia c’è ancora speranza per Israele. Impegniamoci e promettiamo solennemente al nostro Dio di mandar via tutte le donne straniere e i figli avuti da loro. Faremo come dici tu e come dicono quelli che rispettano i comandamenti del nostro Dio. Faremo quel che chiede la legge. Alzati, perché sei tu che devi decidere. Noi ti appoggeremo. Fatti coraggio e agisci ». Allora Esdra si alzò in piedi e fece giurare i capi dei sacerdoti leviti e tutto Israele di agire così. Tutti giurarono. Quindi Esdra lasciò il tempio e si recò a casa di Giovanni, figlio di Eliasib. Qui passò la notte. Non toccò cibo né bevanda, perché era triste a causa dell’infedeltà dei rimpatriati dall’esilio.

Esdra era preoccupato di conservare la purezza etnica e religiosa. I matrimoni dei rimpatriati con le donne del posto vengono considerati come una minaccia alla loro identità. Esdra impone perciò la separazione delle coppie miste. Questa misura, che oggi appare ingiusta e disumana, viene vista come condizione necessaria per mantenere la fedeltà a JHWH. Si afferma così una mentalità esclusivistica che spesso tenderà a isolare Israele dalle altre nazioni.

La sezione termina con la lista dei colpevoli (Esd 10,18-44). Il tempio è stato ricostruito, ma Gerusalemme è ancora una città in rovina. Non vi sono né mura né porte. A questo punto si situa la missione di Neemia (Ne 1-7), di cui riferisce lo stesso protagonista sotto forma di memoriale. Egli è un giudeo, funzionario dell’impero persiano, coppiere di Artaserse, il quale è rimasto costernato per le notizie di miseria e di distruzione che gli arrivavano da Gerusalemme. Dopo aver rivolto a Dio una preghiera accorata, egli ottiene da Artaserse il compito di recarsi a Gerusalemme come governatore per ricostruire la città (Ne 1,1 - 2,10).

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B. Il ritorno dall’esilio (Ne 1-13)

123. Le mur a di Gerusalemme Giunto a Gerusalemme, Neemia si mette subito all’opera, dedicando tutte le sue energie alla ricostruzione delle mura della città.

A

rrivato a Gerusalemme mi riposai tre giorni. Non feci sapere a nessuno il progetto che il Signore mi aveva suggerito per la città. Mi alzai di notte con alcuni dei miei uomini. Salii sul mio asino e, senza altre cavalcature, in piena notte uscii dalla porta. Esaminai quel tratto di mura: vi erano solo rovine e le porte erano distrutte dal fuoco. Proseguii verso la porta della Sorgente e le vasche del Re, ma l’asino non poteva passare. Allora, sempre di notte, risalii la valle del torrente Cedron e di lì esaminai le mura. Poi tornai indietro e rientrai in città per la porta della Valle. Nessuna delle autorità del posto sapeva dove ero andato o che cosa avevo fatto. Non avevo detto nulla neppure agli israeliti. Sacerdoti, capi, funzionari e futuri responsabili dei lavori erano ancora all’oscuro di tutto. Un giorno dissi loro: « Vedete tutti in che miseria ci troviamo: la città è in rovina e le sue porte sono distrutte dal fuoco. Ricostruiamo le mura e liberiamoci da questa situazione umiliante! ». Raccontai come la mano di Dio mi aveva protetto e riferii le parole del re. Tutti gridarono: « Al lavoro! Ricostruiamo la città! ». E si misero all’opera con impegno. Intanto Sanballat il Coronita, Tobia, il funzionario ammonita, e un arabo di nome Ghesem, appena seppero della nostra decisione, si misero a prenderci in giro e a provocarci: « Che cosa pensate di fare? Volete mettervi contro il re? ». Io gli mandai a dire: « Voi

Ne 2,11-20

« Ricostruiamo le mura e liberiamoci da questa situazione umiliante! ».

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Coppiere Funzionario incaricato di versare il vino al re. A motivo del pericolo di avvelenamento, il coppiere doveva essere un personaggio che godeva la massima fiducia del re. Egli perciò poteva esercitare un forte influsso sulle sue decisioni.

Artaserse Vi sono due sovrani che portano questo nome, Artaserse I Longimano (465-423 a.C.) e Artaserse II Mnemone (404-358 a.C.). Neemia potrebbe aver svolto la sua opera nel ventesimo anno del primo di questi due re (445 a.C), mentre Esdra sarebbe giunto a Gerusalemme nel settimo anno del secondo (verso il 397 a.C.), cioè parecchio tempo dopo.

Ne 8,13-18

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non avete niente a che fare con Gerusalemme; nessun diritto, nessuna proprietà, nessun ricordo. Noi ci mettiamo a ricostruire perché siamo sicuri che il Dio del cielo ci aiuterà fino alla fine. Siamo i suoi servi ».

La costruzione delle mura di Gerusalemme corrispondeva a un bisogno di sicurezza da parte dei suoi abitanti nei confronti di qualsiasi minaccia proveniente dall’esterno e al tempo stesso rappresentava simbolicamente la ritrovata unità del gruppo giudaico. Tuttavia, essa comportava a livello sia pratico che simbolico la chiusura verso l’esterno e la prevalenza degli istinti difensivi su quelli aggregativi. Oggi è sempre più chiaro invece che l’umanità ha bisogno non di muri ma di ponti.

Con l’aiuto di tutta la popolazione giudaica Neemia riesce finalmente a ricostruire le mura di Gerusalemme. A lavori completati, egli stabilisce gli orari di apertura e chiusura delle porte della città e i relativi turni di guardia delle sentinelle. Dopo l’intervento di Neemia, riappare sulla scena Esdra, il quale porta con sé il testo della legge, la Tôrah, frutto del lavoro che le scuole sacerdotali avevano portato a termine al tempo dell’esilio e negli anni successivi. Il suo compito è quello di farla accettare come legge non solo religiosa, ma anche civile per tutto il gruppo dei rimpatriati (Ne 8-10).

124. La pr omulgazione della legge In sintonia con quanto è prescritto nella Tôrah, i rimpatriati celebrano per la prima volta la festa delle Capanne, durante la quale la Tôrah stessa viene solennemente promulgata. Coadiuvato dai leviti, Esdra la legge e la spiega al popolo. Dopo la lettura, tutti si impegnano a essere fedeli a JHWH.

I

l giorno seguente i capifamiglia del popolo, insieme con i sacerdoti e i leviti, si radunarono con Esdra, l’esperto della legge, per conoscere meglio gli insegnamenti che Dio aveva dato al popolo per mezzo di Mosè. Nella legge trovarono scritto che gli israeliti dovevano abitare in capanne durante la festa delle Capanne che si celebra nel settimo mese. Essi quindi diffusero a Gerusalemme e nelle altre località questo annunzio: « Andate sulle colline e procuratevi rami di pino, d’ulivo, di mirto, di palma e di altre piante ombrose, per costruire le capanne secondo le prescrizioni della legge ». La

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gente andò a procurarsi i rami. Poi ognuno costruì capanne dove preferiva: sui tetti a terrazza delle case, o negli orti o nei cortili del tempio o nelle piazze davanti alle porte delle Acque e di Efraim. Tutti i rimpatriati si costruirono la loro capanna e andarono ad abitarvi per tutta la durata della festa. Era la prima volta che questo si faceva dai lontani tempi di Giosuè figlio di Nun. Fu un’occasione di grandissima gioia. La festa durò sette giorni. Ogni giorno, dal primo all’ultimo, fu letto un brano della legge di Dio e l’ottavo giorno ci fu, a conclusione, una solenne assemblea come era prescritto. La popolazione viene per la prima volta a conoscenza della legge di Mosè, nella quale sono state messe per iscritto le tradizioni antiche e recenti di Israele, e riconosce in essa il fondamento della sua identità religiosa, sociale e politica. Questo perciò può essere considerato come il giorno in cui nasce la comunità giudaica, governata dal sacerdozio sulla base della legge divina, che è anche legge ufficiale dello stato persiano per i giudei; costoro diventano così un gruppo autonomo, dedito al culto del tempio e governato dai sacerdoti.

Dopo la festa delle Capanne si celebra una solenne funzione espiatrice (Ne 9) e successivamente la comunità assume l’impegno di osservare la legge (Ne 10). Vengono poi date alcune informazioni riguardanti la popolazione giudaica e in modo speciale i sacerdoti residenti in Gerusalemme e nei territori circostanti (Ne 11,1 - 12,26). A questo punto viene inserito il racconto della dedicazione delle mura di Gerusalemme (Ne 12,17 - 13,3), che si ricollega a Ne 6,16. Chiude il libro il resoconto di una seconda missione di Neemia, che contiene anche una preghiera del protagonista e un nuovo rimprovero per i matrimoni misti (Ne 13,4-32).

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sdra e Neemia, i due grandi riformatori del periodo postesilico, mettono l’accento sull’osservanza della legge di Mosè. Legge e tempio vengono così a costituire i due grandi pilastri su cui si ricostruisce il giudaismo del postesilio. La causa della tragedia vissuta dal popolo giudaico è ormai individuata nella trasgressione della legge di Mosè; perciò si fa strada la convinzione che solo la fedeltà a essa, in tutti i suoi dettagli, potrà garantire ai rimpatriati la permanenza nella città santa. Le pratiche che avevano caratterizzato la vita dei giudei in esilio vengono ora collegate con il culto del tempio rinnovato: la circoncisione è imposta a tutti i maschi e diventa condizione necessaria per la partecipazione alla Pasqua; la celebrazione di questa festa viene localizzata a Gerusalemme e gli agnelli che in essa venivano consumati sono immolati nel tempio; le prescrizioni riguardanti la purità rituale sono precisate e ampliate. Queste pratiche, essendo note solo parzialmente ai loro connazionali rimasti in patria, chiamati genericamente samaritani, vengono a costituire un elemento di separazione nei loro confronti. Il ricupero della propria identità va perciò di pari passo con una concezione religiosa piuttosto rigida, il cui scopo è quello di unificare il popolo all’interno e di distinguerlo dalle altre nazioni. È in questo periodo infatti che si radicalizza il contrasto con i gentili, che prende forma soprattutto nell’opposizione ai matrimoni misti. I libri di Esdra e Neemia testimoniano il sorgere di una nuova categoria di capi religiosi, gli scribi o dottori della legge, che in una certa misura prendono il posto dei profeti: mentre costoro trasmettono la parola viva di Dio, gli scribi sono studiosi esperti delle Scritture e interpreti della legge nei nuovi contesti di vita in cui il popolo viene a trovarsi. Nonostante il rigorismo che li contraddistingue, saranno proprio essi che con le loro interpretazioni cercheranno di adattare la legge all’evolversi della storia.

La legge del Signor e La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è verace, rende saggio il semplice. Gli ordini del Signore sono giusti, fanno gioire il cuore; i comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi. Il timore del Signore è puro, dura sempre; i giudizi del Signore sono tutti fedeli e giusti,

più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante. Anche il tuo servo in essi è istruito, per chi li osserva è grande il profitto. Le inavvertenze chi le discerne? Assolvimi dalle colpe che non vedo. Ti siano gradite le parole della mia bocca, davanti a te i pensieri del mio cuore. Signore, mia rupe e mio redentore. (Salmo 19,8-15)

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B. Il ritorno dall’esilio (Esd 1-10; Ne 1-13)



Gli interventi di Esdra e di Neemia in aiuto dei giudei ritornati dall’esilio manifestano un autentico senso religioso. Ambedue sono preoccupati non solo per la sopravvivenza del loro popolo, ma anche per la preservazione del suo rapporto con il Dio dell’alleanza. È forte in loro il desiderio che ciascun membro del popolo sia consapevole di quanto la chiamata di Dio significhi nella sua vita e sia disposto a fare per essa anche i più grandi sacrifici.



È intorno alla Tôrah accolta come legge perenne di Dio che si costituisce ora l’intera comunità. Neemia e soprattutto Esdra portano però alle estreme conseguenze questa convinzione con il rischio di dimenticare che la salvezza è opera di Dio e non il risultato della rigida osservanza di norme ritenute valide in se stesse.



La Tôrah è accolta prevalentemente come legge, cioè come un insieme di norme non solo morali ma anche rituali, quali la circoncisione o le norme alimentari, che si devono osservare sempre e comunque, perché sono volontà di Dio. L’accento posto sull’osservanza della legge rischia a volte di oscurare il significato autentico della fede, frutto di una lunga esperienza religiosa, che ne sta all’origine.



Il senso esclusivo della propria sacralità comporta una sempre maggiore separazione dalle altre nazioni e dalla stessa popolazione giudaica che non aveva subito l’esilio e aveva quindi mantenuto quella forma di religiosità tipica del periodo preesilico. Questa sacralità non si limita al tempio, dove viene offerto il culto a Dio, ma si estende all’intera città le cui mura vengono solennemente consacrate.

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In difesa dell’identità giudaica 1-2Maccabei

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due libri dei Maccabei prendono nome dall’appellativo « maccabeo » (dall’aramaico maqqaba’, « martello ») dato ai capi della rivolta giudaica contro il potere della Siria. I due libri sono stati composti in greco e quindi fanno parte del gruppo dei deuterocanonici. I fatti che essi raccontano si situano nel periodo che fa seguito alle campagne militari di Alessandro Magno (336-323 a.C.) il quale, dopo aver provocato la caduta dell’impero persiano, ha conquistato la Siria-Palestina (333 a.C.). Alla sua morte (323 a.C.), il suo impero è diviso fra i suoi generali (diadochi), dei quali Seleuco, capostipite della dinastia seleucide, prende possesso della Siria e della Mesopotamia, mentre sovrano dell’Egitto diviene Tolomeo, dal quale deriva la dinastia dei Lagidi. Dopo un periodo politicamente incerto, la Palestina cade sotto il dominio di questi ultimi (301-198 a.C.), i quali si mostrano rispettosi della religione e delle istituzioni giudaiche. La situazione cambia nel 198 a.C., quando il sovrano seleucide Antioco III, a seguito della vittoria di Panion, riesce a conquistare la Palestina. A lui succede nel 175 a.C., Antioco IV, che prende il titolo di Epifane ([dio] manifesto). In questo momento inizia l’ellenizzazione accelerata della Giudea, a cui collaborano i sommi sacerdoti Giasone e Menelao. Dopo alterne vicende Antioco IV prende possesso di Gerusalemme (168 a.C.), la saccheggia e impone con la forza l’ellenizzazione dei suoi abitanti. Tutto ciò provoca la rivolta del popolo giudaico di cui narrano appunto i libri dei Maccabei. Pur portando lo stesso titolo, i due libri non sono la continuazione l’uno dell’altro, anzi si presentano come due scritti che rivelano un ambiente d’origine e concezioni religiose diversi. Anche il genere letterario, pur essendo in ambedue quello della storia a scopo edificante, assume connotati differenti, più sobrio nel primo e più incline al miracolismo e all’esortazione nel secondo. Nel primo libro si raccontano le gesta valorose dei capi della rivolta: Giuda Maccabeo (1Mac 1,1 - 9,22); Gionata (1Mac 9,23 – 12,53); Simone (1Mac 13-16). Nel libro si susseguono racconti di guerre, atti eroici, trattative diplomatiche, intrighi politici. Esso abbraccia le vicende che vanno dal 168 al 134 a.C. Nel secondo libro, che si presenta come il riassunto dell’opera (andata persa) in cinque libri di Giasone di Cirene, viene preso in considerazione un periodo più breve, quello cioè che va dal 180 al 160 a.C., cioè dal tempo del sommo sacerdote Onia III fino alla morte di Nicanore, generale di Demetrio I re di Siria. In pratica, vengono prese in considerazione solo le gesta di Giuda Maccabeo, narrate nei capitoli 1-9 del primo libro dei Maccabei. L’autore

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mette in evidenza i compromessi della classe dirigente giudaica e il comportamento dei martiri che si oppongono all’imposizione dei governanti con coraggio e costanza, nella speranza di ottenere un giorno da Dio la risurrezione dei loro corpi. Il libro si può dividere in due parti: dagli inizi alla purificazione del tempio (2Mac 1,1 - 10,8) e poi dalla conquistata libertà religiosa fino alla morte di Giuda Maccabeo (2Mac 10,9 - 15,39). La composizione dei due libri ha avuto luogo probabilmente qualche decennio dopo gli avvenimenti narrati, quindi verso il 100-125 a.C. La storia che essi narrano, pur riportando notizie attendibili, ha un innegabile carattere romanzesco e chiare finalità religiose. Più che l’oggettivo svolgersi degli eventi interessa agli autori mettere in luce la continua assistenza di Dio che guida il suo popolo e lo libera dai suoi nemici, ma pretende da esso la fedeltà rigorosa alle sue leggi.

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(1Mac 1-16)

125. L’impatto con la cultur a e la r eligione gr eca Il primo libro dei Maccabei inizia con un accenno alle conquiste di Alessandro Magno (333 a.C.) e alla divisione dell’impero fra i suoi generali (1Mac 1,1-9), passando subito dopo a raccontare le vicende riguardanti Antioco IV, denominato Epifane ([dio] manifesto). Egli elabora un progetto di ellenizzazione della Giudea che trova un forte supporto fra il popolo.

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IX. In difesa dell’identità giudaica – 1-2Maccabei 1Mac 1,10-15

Gentili In ebraico goˆjîm, « nazioni »: erano così chiamati i non israeliti. La distinzione e spesso la contrapposizione tra israeliti e gentili è legata all’idea di popolo eletto, vissuta come privilegio e non come servizio.

Identità giudaica Per il popolo giudaico, sottomesso al regno greco dei Seleucidi, il rifiuto dell’ellenizzazione, voluta dalle sue stesse classi dirigenti, rappresentava l’estremo tentativo per evitare di perdere la propria identità etnica e religiosa.

I

n quel tempo ci furono in Israele alcuni traditori i quali cercavano di ingannare gli altri con questi ragionamenti: « Su, facciamo un’alleanza con le nazioni che stanno attorno a noi. Da quando non abbiamo più voluto avere relazioni con loro ci sono capitati addosso molti guai ». Questa proposta piacque a molti. Anzi, alcuni del popolo si incaricarono di andare dal re ed egli permise loro di vivere secondo le abitudini dei gentili. Allora costruirono una palestra nella città di Gerusalemme, secondo le usanze dei gentili. Cancellarono anche i segni della circoncisione e rinnegarono l’alleanza con Dio. Si associarono così ai pagani e, come loro, caddero in balia di ogni male.

La cultura greca esercitava un profondo influsso anche sui giudei. L’ascesa al trono di Antioco IV Epifane fornisce a molti di loro l’occasione di rivolgersi a essa in modo più deciso, spingendo in questa direzione anche i più riluttanti. L’intento di Antioco però non è tanto religioso quanto piuttosto politico: egli intende sopprimere le identità nazionali, in modo da dare unità e coesione al suo immenso impero. Per i giudei, che sotto i persiani avevano goduto di particolari esenzioni, l’intervento del re rappresentava non solo un pericolo religioso, ma anche una minaccia alla loro stessa esistenza come gruppo autonomo.

L’autore prosegue mettendo in luce la diffusione delle pratiche ellenistiche in Gerusalemme e descrive le pressioni esercitate da Antioco IV per farle accettare dalla popolazione; la circoncisione è proibita e la Tôrah è abrogata. Sulla collina a nord-ovest del tempio è costruita una cittadella chiamata Acra, con una guarnigione imperiale, mentre il tempio stesso è dedicato a Giove Olimpio. Vengono poi introdotti i personaggi che saranno protagonisti delle vicende successive (1Mac 1,16 - 2,14).

126. La riv olta di Mattatia In questa situazione si fa strada fra i ceti più osservanti un senso di profonda insofferenza di cui si fa interprete Mattatia, un sacerdote residente a Modin, villaggio della Giudea.

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(1Mac 1-16)

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ntanto arrivarono nella città di Modin alcuni funzionari inviati dal re Antioco con l’incarico di costringere la gente a tradire la religione e a offrire sacrifici agli idoli. Molti ebrei aderirono al volere del re; Mattatia e i suoi figli si tennero invece in disparte. Allora i rappresentanti del re si rivolsero a Mattatia e gli dissero: « In questa città tu sei un uomo autorevole, stimato e grande. Figli e parenti tutti ti ascoltano e ti seguono. Su allora, fatti avanti per primo e ubbidisci al comando del re. Così hanno fatto anche tutti i popoli, gli abitanti della Giudea e quelli che sono rimasti a Gerusalemme. Tu e i tuoi figli diventerete amici del re, sarete da lui onorati con doni d’argento, d’oro e molti altri regali ». Mattatia rispose a voce alta: « Anche se tutti i popoli che stanno sotto il dominio del re gli ubbidiscono, anche se tutti accettano i suoi ordini e tradiscono la religione dei loro antenati, io, i miei figli e i miei parenti resteremo fedeli all’alleanza che Dio ha fatto con i nostri padri. Dio misericordioso ci aiuti a non abbandonare la legge e le tradizioni. Noi non ubbidiremo al re e non passeremo mai dalla nostra religione a un’altra ». Quando Mattatia ebbe finito di parlare, si fece avanti un ebreo. Di fronte a tutti, in ossequio al comando del re, offrì sacrifici sull’altare che era stato costruito nella città di Modin. Mattatia,

1Mac 2,15-28

Storia romanzata I libri dei Maccabei sono esempi tipici di una storia che ormai assume l’andamento del romanzo, dotato di protagonisti, di una trama, con colpi di scena. Lo scopo però è sempre di carattere religioso: mostrare come Dio sia fedele al suo popolo se questo osserva i suoi comandamenti.

« Intanto arrivarono alcuni funzionari del re per costringere la gente a tradire la religione ».

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IX. In difesa dell’identità giudaica – 1-2Maccabei

appena lo vide, non riuscì a frenare la sua ira. Furente, per amore della legge, si scagliò su di lui e lo sgozzò lì sull’altare. Uccise anche il rappresentante del re che costringeva la gente a offrire sacrifici e distrusse l’altare. L’amore della legge lo spingeva a fare questo, come a suo tempo aveva fatto Finees contro Zambri, figlio di Salom. Per tutta la città echeggiò allora il grido di Mattatia: « Tutti quelli che amano la legge di Dio e vogliono rimanere fedeli all’alleanza, vengano con me! ». Poi con i figli fuggì sui monti, abbandonando tutto quello che possedevano in città.

La decisione presa da Mattatia e dai suoi seguaci di lottare con le armi contro i loro nemici rappresenta una scelta nuova e gravissima: è la prima volta infatti che i giudei combattono non per motivi politici e territoriali, ma in nome di Dio e della religione. Ciò implica un’interpretazione « bellicosa » della religione di JHWH, che ne accentua la tendenza integralista ed esclusivista.

Asidei Gruppo di giudei che si distinguevano per il loro particolare fervore nella pratica della legge, e perciò erano chiamati « pii », in ebraico h.asidîm (da h.esed, fedeltà). È possibile che da essi derivino, da una parte, i farisei laici, e, dall’altra, gli esseni (prevalentemente sacerdoti), la cui presenza è attestata nel sito di Qumran.

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La fuga di Mattatia e dei suoi figli nel deserto dà inizio alla resistenza armata contro i siriani. Ai rivoltosi si uniscono gli asidei (asidaioi). Intanto Mattatia giunge al termine della sua vita e designa Giuda Maccabeo come capo della rivolta (1Mac 2,29-69). Dopo alterne vicende, Giuda Maccabeo sconfigge Lisia, luogotenente di Antioco IV, nella battaglia di Emmaus (165 a.C.). L’anno successivo (164 a.C.) ha luogo la battaglia di Bet-Zur, in seguito alla quale Giuda Maccabeo conquista e purifica il tempio, consacrandolo nuovamente a JHWH (1Mac 3-4). Continuano poi i successi militari di Giuda Maccabeo (1Mac 5). Antioco IV intanto muore e gli succede Antioco V il quale, dopo nuove azioni militari, accorda ai giudei la libertà religiosa (1Mac 6). A lui succede Demetrio I, il quale invia in Giudea Bacchide e Alcimo proponendo la pace. Giuda rifiuta, mentre gli asidei accettano l’offerta del re, ma subito dopo sessanta di loro sono massacrati. Demetrio I invia successivamente in Giudea un esercito con a capo Nicanore che però viene sconfitto (1Mac 7). Giuda fa alleanza con i romani (1Mac 8) ma subito dopo, nel 160 a.C., muore nella battaglia di Berea (1Mac 9,1-22). A Giuda succede suo fratello Gionata, il quale nel 152 diventa sommo sacerdote (1Mac 9,23 - 12,53). Alla sua morte, nel 143 a.C. assume il comando suo fratello Simone, il quale ottiene dai re siriani la dignità di sommo sacerdote e di capo dei giudei (1Mac 13,1 - 16,10). Gli succede suo figlio Giovanni Ircano (134-104 a.C.), il cui figlio Aristobulo (104103 a.C.) assumerà il titolo di re (1Mac 16,11-23), dando origine alla dinastia asmonea, nella quale si uniscono il potere regale e sacerdotale. Sorge così in Giudea un regno autonomo che durerà fino alla conquista romana (63 a.C.).

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(2Mac 1-15)

127. Il martirio di sette fratelli Il secondo libro dei Maccabei si apre con due lettere che sarebbero state inviate dai giudei di Gerusalemme ai loro fratelli dell’Egitto: in esse si annunziano la ripresa del culto del tempio e la morte di Antioco IV Epifane (2Mac 1,1 - 2,18). Dopo una prefazione dell’autore (2Mac 2,19 - 32), vengono narrati alcuni episodi riguardanti i rapporti con la Siria e l’introduzione degli usi greci da parte di Antioco IV (2Mac 3,1 - 6,17). Vengono poi presentati due episodi di fedeltà alla fede: il primo narra del vecchio Eleazaro, uno scriba novantenne, che accetta di morire soffrendo atroci dolori pur di non mangiare carni suine (2Mac 6,18-31). All’episodio di Eleazaro fa seguito il racconto della storia di sette fratelli che hanno preferito morire piuttosto che tradire la loro fede.

F

urono arrestati sette fratelli insieme con la loro madre. Il re voleva costringerli a mangiare la carne di maiale, che era proibita dalla legge di Mosè e li fece picchiare e frustare. Ma uno di loro si fece avanti e disse a nome di tutti: « Che cosa ti aspetti da noi? Piuttosto che disubbidire alla legge dei nostri antenati, noi siamo pronti a morire ». Il re si arrabbiò e fece mettere sul fuoco alcune caldaie di bronzo e quando scottarono ordinò di prendere il fratello che aveva parlato per primo. Davanti alla madre e agli altri fratelli gli mozzarono la lingua, gli strapparono la pelle del capo e gli tagliarono mani e piedi poi lo gettarono vivo nel fuoco. Mentre il fumo si diffondeva, gli altri fratelli si esortavano fra di loro e con la madre a morire con coraggio dicendo: « Il Signore ci vede e certamente ci manda il suo conforto. Lo dice anche Mosè nel suo cantico quando proclama: Il Signore avrà pietà dei suoi servi ». Morto il primo fratello, portarono al supplizio anche il secondo che, arrivato ormai all’ultimo respiro, disse: « Tu, scellerato, ci togli da questa vita, ma Dio, re dell’universo, ci farà risorgere per una vita che non finisce dato che moriamo per le sue leggi ». (Così si comportarono anche gli altri fratelli). Mentre stava per morire, il sesto di loro disse: « Non illuderti stoltamente; noi soffriamo queste cose per causa nostra, perché abbiamo peccato contro il nostro Dio; perciò ci succedono cose terribili. Ma tu non credere di andare impunito dopo aver osato combattere contro Dio ». La madre vide morire in un sol giorno i suoi sette figli e sopportò con grande eroismo la prova per la speranza che aveva nel Signore. Piena di nobili sentimenti, e unendo alla tenerezza femminile un coraggio virile, esortava ciascuno di essi nella lingua pater-

2Mac 7,1-23

Persecuzione Antioco IV Epifane spinge i giudei ad abbandonare i loro costumi religiosi non per odio alla loro religione, ma per motivi politici, in quanto intende favorire così l’unità del suo impero e prevenire la ribellione di singole popolazioni.

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IX. In difesa dell’identità giudaica – 1-2Maccabei « Davanti alla madre e agli altri fratelli gli tagliarono mani e piedi ».

Regno dei morti In ebraico, sˇe’ôl. Secondo una concezione mitologica, condivisa dagli israeliti, è questo un luogo sotterraneo nel quale i morti sopravvivono, ma allo stato ombratile, senza felicità, in uno stato di lontananza da Dio.

na, dicendo: « L’inizio della vostra vita dentro di me è stata una cosa meravigliosa che continua a sorprendermi. Non sono stata io a darvi il respiro e la vita. Non sono stata io a formare le membra di ciascuno di voi. Il Creatore del mondo, che sta all’origine di tutte le cose, forma anche l’essere umano. Voi offrite voi stessi per amore delle sue leggi, ma lui, nella sua bontà, vi darà di nuovo il respiro e la vita ».

In questo brano appare per la prima volta il tema della risurrezione dei morti. È precisamente nell’ambito della persecuzione che si comincia a pensare che i giusti, i quali hanno dato la vita per la loro fede, alla fine dei tempi, quando il popolo entrerà nella pienezza della comunione con Dio, usciranno dal regno dei morti e torneranno in vita per partecipare alla felicità dei loro fratelli. In questo contesto il martirio viene visto come l’unico mezzo che consente di essere fedeli a Dio e di preservare il popolo dalla rovina (2Mac 7,24-41).

Alla fine la violenta persecuzione lascia il posto alla rivincita. Anche a questo proposito l’autore ricorda tre episodi: la vittoria di Giuda Maccabeo su Nicanore (2Mac 8,1-36); la morte di Antioco IV (2Mac 9) e la purificazione del tempio (2Mac 10,1-8).

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(2Mac 1-15) « Voi offrite voi stessi per amore delle sue leggi, ma lui, nella sua bontà, vi darà di nuovo il respiro e la vita ».

Nella seconda parte del libro sono raccontate, con più particolari e in tono più patetico del racconto parallelo di 1Maccabei, le gesta vittoriose di Giuda Maccabeo. Anzitutto Giuda deve far fronte all’attacco di Lisia, generale di Antioco V Eupatore (2Mac 10,9-23), che viene da lui sconfitto a Bet-Zur (2Mac 11,1-12). Lisia allora propone a Giuda Maccabeo di sottoscrivere un accordo di pace (2Mac 11,13-38). Ma la situazione non cambia e i giudei continuano a essere oggetto di vessazioni da parte sia dei greci sia delle popolazioni circonvicine: Giuda perciò scende nuovamente in campo contro di lui e lo sconfigge (2Mac 12,1-37).

128. La pr eghier a per i morti Dopo la battaglia, quando vanno a seppellire i loro morti, gli uomini di Giuda Maccabeo si accorgono che ciascuno di essi portava sotto la tunica oggetti sacri agli idoli. L’autore osserva che allora fu chiaro a tutti il motivo della loro morte. Egli continua così il suo racconto.

T

utti quanti, benedicendo l’operato di Dio, giusto giudice che rende palesi le cose occulte, ricorsero alla preghiera, supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdonato. Il nobile Giuda esortò tutti quelli del popolo a conservarsi senza pec-

2Mac 12,38-45

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IX. In difesa dell’identità giudaica – 1-2Maccabei « Se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti ».

Risurrezione finale Secondo il modo di pensare giudaico l’essere umano non è un composto di anima e corpo, ma una realtà unitaria che anche dopo la morte sopravvive nello sˇe’ôl. La risurrezione assicura ai defunti la possibilità di partecipare negli ultimi tempi alla felicità del loro popolo. Non è chiaro se alla fine del mondo i malvagi resteranno nel regno dei morti o se risorgeranno per essere puniti.

cati, avendo visto con i propri occhi quanto era avvenuto per il peccato dei caduti. Poi fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dramme d’argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio, agendo così in modo molto buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma siccome credeva nella magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, egli fece offrire un sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato.

In questo testo riaffiora, assieme all’idea che una disgrazia è sempre effetto di un castigo divino, la fede nella risurrezione finale, e al tempo stesso la convinzione che le preghiere e i sacrifici dei giusti possano espiare anche le pene dovute a coloro che sono morti in stato di peccato.

Antioco V prende allora personalmente l’iniziativa e cinge d’assedio Bet-Zur, ma non riesce a conquistare la città ed è sconfitto da Giuda Maccabeo. Alla fine, essendo giunta la notizia di problemi scoppiati in patria, offre la pace ai giudei (2Mac 13).

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(2Mac 1-15)

La lotta prosegue poi contro Demetrio I (161-150 a.C.). Questi usurpa il trono di Siria, uccidendo Antioco V Eupatore e Lisia (2Mac 14). Egli invia poi contro Giuda Maccabeo il suo generale Nicanore, il quale, dopo aver fatto con lui un accordo, esige dai sacerdoti di Gerusalemme la sua consegna, pena la distruzione del tempio. Per dare una lezione ai giudei, Nicanore ordina di arrestare Razis, un giudeo molto stimato, ma questi, per non cadere nelle loro mani, si dà la morte. Finalmente si giunge al conflitto decisivo (2Mac 15,1-36). I giudei attaccano Nicanore e lo sconfiggono. Egli viene ucciso e il corpo, orrendamente mutilato, è esposto al pubblico ludibrio. Quel giorno è dichiarato festa nazionale. Conclude il libro un breve epilogo dell’autore (2Mac 15,37-39).

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IX. In difesa dell’identità giudaica – 1-2Maccabei

I

due libri dei Maccabei mettono a fuoco un periodo in cui per la prima volta l’identità culturale e religiosa dei giudei viene sottoposta a dura prova da un potere politico avverso, ma prima ancora da una profonda spaccatura all’interno del popolo stesso. La soluzione del problema viene cercata nella lotta armata. Appare così la faccia guerriera del giudaismo, che aveva preso forma soprattutto nell’epopea della conquista e dell’insediamento nella terra di Canaan e che riprenderà vita un giorno nella rivolta armata contro Roma. Questa posizione però non è stata adottata da tutti i giudei: nel secondo libro dei Maccabei affiora l’idea della resistenza passiva e del martirio, mediante il quale il popolo si rinnova e si riconcilia con il suo Dio. In questa fase della storia di Israele Gerusalemme e la legge restano i punti di riferimento più significativi dell’identità minacciata. Il tentativo di appiattire il rapporto con Dio sull’identità etnica e culturale non ha avuto successo. E difatti la dinastia degli Asmonei, discendenti dei gloriosi Maccabei, sarà a sua volta in gran parte responsabile della successiva ellenizzazione della Giudea. Ciò conferma l’errore di una scelta religiosa basata sul potere e sulla violenza. In questo periodo appare per la prima volta, proprio in funzione della difesa non violenta dei valori tradizionali, l’idea della risurrezione finale. È significativo che nei libri canonici questa concezione sia attestata solo in 2Maccabei e in Daniele. Essa farà poi molta strada nell’ebraismo, ma ancora all’inizio dell’era volgare non sarà accettata da tutti: gli appartenenti alla casta scerdotale (sadducei) infatti non la ritenevano parte del deposito rivelato, mentre i cristiani, al seguito dei farisei, ne hanno fatto un punto forte della loro fede.

Dio pr otegge i suoi fedeli Chi confida nel Signore è come il monte Sion: non vacilla, è stabile per sempre.

perché i giusti non stendano le mani a compiere il male.

I monti cingono Gerusalemme: il Signore è intorno al suo popolo ora e sempre.

La tua bontà, Signore, sia con i buoni e con i retti di cuore. Quelli che vanno per sentieri tortuosi il Signore li accomuni alla sorte dei malvagi. Pace su Israele!

Egli non lascerà pesare lo scettro degli empi sul possesso dei giusti,

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(Salmo 125)

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(1Mac 1-16; 2Mac 1-15)



Nel racconto dei Maccabei si sente forte l’ansia di libertà del popolo giudaico che vuole preservare la sua cultura religiosa a costo di pagare di persona. Ma accanto all’espressione di questa fede coraggiosa si insinua una componente di forte esclusivismo, basata sulla rigida osservanza delle prescrizioni religiose, ancora incapace di capire che la legge è fatta per l’essere umano e non l’essere umano per la legge.



Gli eventi narrati nel primo libro dei Maccabei mostrano come l’esclusivismo sconfini facilmente nell’uso della violenza per difendere la propria identità culturale e religiosa. Purtroppo è questo uno dei rischi a cui vanno incontro tutte le religioni. Ancora oggi nello scontro fra popoli è sempre presente una forte componente religiosa: la pace fra i popoli dipende molto dalla riconciliazione fra le religioni.



La preoccupazione di difendere la propria identità sconfina nella negazione di un’autentica relazione con l’altro; un poeta israeliano contemporaneo afferma che « dove siamo integerrimi non nasce alcun fiore ». La vera tolleranza non è il regno dell'indifferenza, né del lasciar fare. È la capacità di arricchirsi della diversità dell'altro. La sua logica è inclusiva: lui e io, appartenenti entrambi alla stessa umanità.



Scontro, tolleranza passiva, coesistenza più o meno pacifica sono le tappe che le religioni hanno percorso nei molti secoli della loro storia. Se vogliamo guardare al futuro in termini di dialogo e di collaborazione dobbiamo oggi prepararci a una mutua conversione degli uni verso gli altri che sola può aprire la strada a una convivenza pacifica e a un arricchimento reciproco.

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Storie edif icanti Tobia, Giuditta, Ester

I

libretti che portano il nome di Tobia, Giuditta ed Ester, raccontano rispettivamente la storia di tre personaggi, i quali passano attraverso vicende complesse e rischiose ma alla fine ottengono una insperata salvezza. Di essi i primi due sono stati conservati solo in greco e fanno parte dei libri deuterocanonici (cfr. 9. Scheda, p. 297). Il libro di Ester invece è scritto in ebraico, con alcune aggiunte deuterocanoniche in lingua greca: esso fa parte dei cinque megillo ˆ t e si legge nella liturgia ebraica durante la festa dei Pu ˆ rîm (« sorti »), di cui spiega l’origine e il nome. Essi hanno come tema l’adempimento degli obblighi che derivano dalla propria fede e mostrano come sia possibile viverla positivamente anche in situazioni di grande pericolo. Il contesto storico in cui i tre libri sono situati è quello dell’esilio. Tobi, il protagonista del libro di Tobia, è stato deportato in seguito alla caduta di Samaria nel 722 e vive a Ninive, la capitale dell’impero neoassiro. Egli è un ebreo esemplare, con un vivo senso di appartenenza alla comunità e al popolo di Israele. Colpito da cecità, cade nella disperazione, dalla quale però si risolleva per l’intervento dell’angelo Raffaele, che guida suo figlio Tobia a ricuperare una somma di denaro lasciata in deposito presso un amico che viveva nella Media. Il libro è ricco di insegnamenti e di esortazioni sapienziali. Giuditta invece è una ricca e devota vedova che risiede in Betulia, in terra di Israele, ultimo avamposto della difesa israelitica nei confronti di una invasione capeggiata da Oloferne, un generale di Nabucodonosor, il re di Babilonia vissuto tra il 605 e il 562 a.C., responsabile della conquista di Gerusalemme nel 597 a.C. e della sua distruzione nel 587 a.C. Quando tutto sembra perduto, ella riesce a introdursi nell’accampamento nemico, seduce Oloferne e, approfittando della sua ebbrezza, lo uccide, mettendo così in fuga l’esercito nemico. Ester è una ragazza ebrea che, per la sua bellezza, è stata scelta come sposa del re Assuero, probabilmente Serse, re di Persia (486-465 a.C.), che risiede a Susa, città situata a est di Babilonia, antica capitale dell’Elam, residenza invernale dei re persiani. Approfittando della sua posizione a corte, essa riesce a sventare le trame di Aman, un ministro del re, che voleva la distruzione di tutti gli ebrei del regno. Nonostante il loro interesse per la storia, in questi libri mancano riferimenti attendibili agli eventi che caratterizzano il periodo storico in cui sono vissuti i protagonisti, mentre vi sono numerosi errori, a volte vistosi, e anacronismi. In essi è invece fortemente sottolineata l’azione di Dio che guida la storia non solo di Israele ma anche di tutta l’umanità attraverso personaggi da lui scelti, pur senza mai apparire sulla scena in prima persona.

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Questi rilievi fanno concludere che i fatti narrati in questi tre libretti non hanno alcun fondamento storico. Essi adottano uno stesso genere letterario, quello del romanzo edificante. Situando i fatti da essi narrati nel tempo ormai lontano dell’esilio, gli autori hanno voluto mettere a fuoco la situazione della diaspora, cioè della dispersione in paesi stranieri, che per tanti giudei rappresentava un prolungamento dell’esilio. Così facendo, essi intendono dimostrare come per loro l’essere fuori dalla terra di Israele non debba necessariamente implicare, nonostante gli adattamenti necessari, un’accettazione acritica dei costumi e dei culti delle altre nazioni. Al contrario, la dispersione viene presentata piuttosto come una opportunità da sfruttare per esercitare la propria fedeltà alla religione dei padri e per testimoniarne i valori fondamentali a coloro che vivono a contatto con loro. L’esempio dei protagonisti dei tre racconti mostra chiaramente che la fede può essere vissuta in qualsiasi situazione e che per mezzo suo si ottiene non solo la salvezza personale, ma anche quella di tutto il popolo. La prova di cui riferisce ciascun racconto non è semplicemente superata, ma apre un orizzonte nuovo, introduce sviluppi futuri. Così il coraggio di Ester sarà ricordato nella festa dei Pûrîm, la forza di Giuditta si trasmette ai credenti per un lungo periodo dopo la sua morte; in Tobia viene rievocata l’immagine della Gerusalemme ricostruita che raduna i suoi figli e attira a sé tutte le nazioni. Manca in questi racconti una esplicita finalità proselitistica, ma non è esclusa la possibilità che gli autori si proponessero lo scopo di attirare il rispetto e magari anche la simpatia dei gentili nei confronti di Israele e della sua religione. Il tempo di composizione dei tre libretti non può essere stabilito con precisione. Si può dire semplicemente che essi riflettono un periodo piuttosto avanzato nello sviluppo del giudaismo postesilico. Le concezioni religiose in essi rappresentate sono quelle diffuse nel mondo giudaico al tempo delle origini cristiane. Si può quindi supporre che i tre scritti siano stati composti in una fase molto avanzata del periodo greco, non molto distante dall’inizio dell’era cristiana.

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(Tb 1-14)

129. Spiritualità matrimoniale Il libro di Tobia narra la storia di Tobi, un uomo della tribù settentrionale di Neftali, deportato a Ninive nel secolo VIII a.C., che ha sposato Anna, una donna della sua parentela, da cui ha avuto un figlio, Tobia. Tobi è un pio osservante di tutte le prescrizioni della Tôrah. Un giorno, durante la festa di Pentecoste, mentre partecipa al pranzo familiare, sentendo che un suo connazionale è stato ucciso, senza esitare esce a seppellirlo. Ma subito dopo, mentre riposa sdraiato su un prato, amareggiato per quello che è successo, gli cadono negli occhi degli escrementi di passero che lo fanno diventare completamente cieco. In un momento di disperazione chiede a Dio di farlo morire. Nello stesso tempo una sua lontana parente, Sara, figlia di Raguele, che abita in Ecbatana, nella Media, vive un’esperienza analoga. Ella era stata data in moglie successivamente a sette uomini, i quali erano stati uccisi da un demonio di nome Asmodeo. Accusata da una serva di essere lei l’assassina dei suoi mariti, Sara cade in uno stato di terribile angoscia e si rivolge a Dio chiedendo di aiutarla. Dio ascolta la preghiera di ambedue e decide di intervenire inviando a essi l’angelo Raffaele (Tb 1-3). Tobi si ricorda di aver lasciato in deposito presso Gabael, un amico che viveva a Rage nella Media, una regione della Persia Nord-occidentale, una cospicua somma di denaro e sentendosi vicino alla morte chiede al figlio di cercare qualcuno che lo accompagni in quella lontana terra per ricuperare il denaro. Al tempo stesso gli esprime il desiderio che prenda in moglie una donna del suo popolo. Il ragazzo incontra quasi subito un uomo che si offre di accompagnarlo. Egli dice di essere Azaria, il figlio di Anania, un suo parente, ma in realtà si tratta dell’angelo Raffaele che Dio ha mandato per guidarlo e proteggerlo (Tb 4-5). I due si mettono in viaggio e cammin facendo Tobia cattura un grosso pesce di cui, dietro suggerimento di Azaria, conserva il fiele, il cuore e il fegato. Poi l’angelo gli parla della sua cugina Sara e gli dice che a lui, come parente più prossimo, spetta sposarla. Giunti a Ecbatana, si recano a casa di Raguele, il padre di Sara, al quale Tobia chiede la mano di sua figlia, Sebbene riluttante per il timore che Tobia faccia la fine dei precedenti mariti, Raguele acconsente. Si celebra allora il matrimonio con un grande banchetto (Tb 6-7).

Q

uando ebbero finito di mangiare e di bere, decisero di andare a dormire. Accompagnarono il giovane e lo introdussero nella camera da letto. Tobia allora si ricordò delle parole di Raffaele: prese dal suo sacco il fegato e il cuore del pesce e li pose sulla brace dell’incenso. L’odore del pesce respinse il demonio, che fuggì nelle regioni dell’alto Egitto. Raffaele vi si recò all’istante e in quel luogo lo incatenò e lo mise in ceppi. Gli altri intanto erano usciti e avevano chiuso la porta della camera. Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: « Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore

Angeli e demoni Nel libro di Tobia non si parla più dell’« angelo di JHWH » ma di angeli e demoni che diventano protagonisti della vita ordinaria di questo mondo. Questa concezione si è diffusa nel mondo giudaico dopo l’esilio e da lì è passata al cristianesimo.

Tb 8,1-9

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X. Storie edificanti – Tobia, Giuditta, Ester

Tobi È impossibile che come dice il racconto questo personaggio abbia potuto assistere alla divisione del regno di Israele dal regno di Giuda (930 a.C.), sia diventato cieco sotto il successore di Sennacherib (704-681 a.C.), sia stato deportato verso la metà del secolo VII a.C., abbia visto la distruzione di Ninive nel 612 (cfr. Tb 14,15) e sia morto a centododici anni.

« Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno ».

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che ci dia grazia e salvezza ». Essa si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: « Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano.Tu hai detto: Non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui. Ora non per piacere io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Dègnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia ». E dissero insieme: « Amen, amen! ». Poi dormirono per tutta la notte.

In questa pagina del libro di Tobia viene alla luce la visione giudaica del matrimonio. L’uomo e la donna si uniscono per attuare il piano di Dio manifestato nella creazione. Essi hanno il compito di aiutarsi vicendevolmente. Lo scopo del matrimonio non è il piacere dei coniugi, ma la procreazione. La santità del matrimonio esige che si scelga il proprio coniuge all’interno del popolo eletto.

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(Tb 1-14) Mentre proseguono i festeggiamenti, Raffaele si reca a Rage per prelevare la somma dovuta, poi insieme ritornano a Ninive. L’incontro con la famiglia è affettuoso. Raffaele dice allora a Tobia di spalmare il fiele del pesce sugli occhi del padre. Egli obbedisce e Tobi riacquista la vista. Si celebra allora nuovamente con grandi feste il matrimonio dei due giovani. Poi Tobi e Tobia si pongono il problema di come ricompensare Azaria per quanto aveva fatto ed è a questo punto che l’angelo Raffaele si rivela e raccomanda loro di lodare sempre Dio e di ringraziarlo perché è stato per suo volere che ha accompagnato Tobia (Tb 8,10 - 12,22).

130. Il cantico di Tobi Alla scomparsa dell’angelo, segue il canto di Tobi, in cui questi esprime la sua lode e il suo ringraziamento a Dio (Tb 13). La preghiera di Tobi si compone di due momenti. Il primo è un canto di ringraziamento in chiave universalistica: la dispersione d’Israele non è solamente una punizione, ma anche un’occasione per i giudei di celebrare il loro Dio davanti a ogni vivente; il secondo riflette la nostalgia che l’ebreo della diaspora prova nei confronti della città santa: è un vero e proprio inno a Sion.

Benedetto Dio che vive in eterno il suo regno dura per tutti i secoli. Lodatelo, figli d’Israele, davanti alle genti. Egli vi ha disperso in mezzo a esse per proclamare la sua grandezza. Vi castiga per le vostre ingiustizie, ma userà misericordia a tutti voi. Vi raduna da tutte le genti, fra le quali siete stati dispersi. Ora contemplate ciò che ha operato con voi e ringraziatelo con tutta la voce; benedite il Signore della giustizia ed esaltate il re dei secoli. Io gli do lode nel paese del mio esilio e manifesto la sua forza e grandezza a un popolo di peccatori. Tutti ne parlino e diano lode a lui in Gerusalemme. Gerusalemme, città santa, ti ha castigata per le opere dei tuoi figli, e avrà ancora pietà per i figli dei giusti.

Tb 13,2-10

Diaspora Con questo termine si designa la dispersione degli ebrei in tutto il mondo. Essa è iniziata con l’esilio, dal quale non tutti gli israeliti sono ritornati nella loro patria. Altri si trovavano già in Egitto (cfr. Ger 43,5-7) e altri ancora emigrarono in altre terre in epoche successive.

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X. Storie edificanti – Tobia, Giuditta, Ester In questo canto si sottolinea il modo misterioso in cui Dio guida il suo popolo e si annunzia la futura gloria della città amata, Gerusalemme: essa un giorno sarà ricostruita e diventerà la meta a cui si dirigeranno tutte le nazioni per lodare il vero Dio.

La storia di Tobi si conclude con la sua morte, prima della quale, a centododici anni, si congeda dal figlio con un discorso profetico in cui annunzia la distruzione di Samaria e di Gerusalemme, l’esilio assiro-babilonese, il ritorno dall’esilio e la nuova gloria di Gerusalemme (Tb 14).

131. L’uccisione di Oloferne Il libro di Giuditta è ambientato nel contesto di un’invasione straniera della terra di Israele. L’esercito di Oloferne, generale e luogotenente di Nabucodonosor invade la Palestina e si accampa nella valle di Esdrelon, in territorio israelitico, di fronte alle montagne della Giudea. Gli israeliti, per impedire che raggiunga Gerusalemme, fortificano la città di Betulia che viene assediata da Oloferne. Questi decide di tagliare l’acqua, di bloccare la sorgente esterna e di isolare Betulia creandole una specie di cordone difensivo tutto intorno. Achior condottiero di tutti gli ammoniti, dimostra di conoscere molto bene la particolare condizione di Israele come popolo eletto da Dio e sconsiglia la guerra contro di esso. Per questo viene scacciato e consegnato ai giudei (Gdt 1-6). Il popolo stremato, rimasto senz’acqua, pensa di arrendersi, ma il sommo sacerdote Ozia lo convince a resistere ancora cinque giorni (Gdt 7). Nel frattempo si fa avanti Giuditta, una vedova molto ricca, bella ed attraente, oltre che sinceramente devota a Dio, la quale si assume il compito di difendere la sua città e il suo popolo. Dopo aver lungamente pregato, Giuditta si riveste dei suoi vestiti migliori, e accompagnata dalla serva si reca al campo nemico e chiede di poter vedere il comandante. Le sentinelle la fanno entrare da lui ed ella conquista il suo favore (Gdt 8,1 - 12,9). Un sera Oloferne fa un banchetto, al quale viene invitata anche Giuditta. Pregustando il piacere di poter avere rapporti con lei, egli beve vino in abbondanza Gdt 12,10-20).

Oloferne Non è una figura storica, ma come altri personaggi del libro di Giuditta ha un chiaro significato simbolico: egli rappresenta il potere tirannico dei sovrani dell’antichità con cui Israele in epoche diverse ha dovuto confrontarsi.

Gdt 13,1-10

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A

tarda notte i servi si affrettarono a uscire. Bagoa (l’attendente di Oloferne) chiuse la tenda di Oloferne dall’esterno e fece allontanare gli invitati per mandarli a dormire. Andarono a dormire perché erano tutti stanchi per il vino bevuto. Nella tenda rimase soltanto Giuditta; Oloferne era sdraiato sul letto, pieno di vino fino al collo. Giuditta ordinò alla serva di restare fuori dalla tenda e di aspettarla; le disse che sarebbero uscite insieme dall’ac-

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(Gdt 1-16)

campamento come al solito per recarsi a pregare. La stessa cosa aveva detto anche a Bagoa. Quando tutti ebbero lasciato la tenda di Oloferne e non rimase più alcuno, Giuditta, in piedi vicino al letto di Oloferne, fece in silenzio questa preghiera: « Signore Dio onnipotente, volgi il tuo sguardo su di me. Aiutami a compiere questa impresa per la gloria di Gerusalemme. È venuto il momento di salvare il tuo popolo eletto, di realizzare il mio progetto e di distruggere i nemici che ci minacciano ». Poi andò verso la sponda del letto dalla parte della testa di Oloferne ed estrasse la sua spada dal fodero. Si fece più vicina, sollevò la testa di Oloferne per i capelli e disse: « Dammi forza in questo momento, Signore, Dio d’Israele! ». Poi colpì con la spada il collo di Oloferne due volte con tutta la sua forza e gli tagliò la testa. Fece rotolare il corpo di Oloferne giù dal letto, portò via i drappi dalle colonne e uscì. Consegnò la testa di Oloferne alla serva che la pose nella bisaccia dove teneva le provviste. Uscirono insieme come avevano fatto le altre volte per recarsi a pregare. Lasciarono l’accampamento e attraversarono la valle. Poi salirono le pendici del monte di Betulia e arrivarono alle porte della città.

Proselite Questo termine (dall’ebraico ger, forestiero) designa normalmente il gentile che si è convertito pienamente al giudaismo fino al punto di ricevere la circoncisione. L’attività volta a provocare la conversione dei gentili al giudaismo è detta « proselitismo ».

« È venuto il momento di salvare il tuo popolo eletto ».

Giuditta uccide Oloferne non solo per salvare il suo popolo, ma anche per riportarlo alla fede piena nel Signore. Il suo gesto viene raccontato non come un esempio da seguire ma come il segno della costante assistenza di Dio, che ancora una volta salva il suo popolo per mezzo dei deboli, questa volta di una donna.

Il libro termina con lo sterminio dell’esercito di Oloferne. Alla fine Achior, dopo aver constatato la vittoria riportata per merito di Giuditta, aderisce alla religione giudaica. Egli diventa così il tipo dei gentili che entrano a far parte di Israele (Gdt 13,11 - 15,13).

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X. Storie edificanti – Tobia, Giuditta, Ester

132. Il cantico di Giuditta La vittoria è seguita da un tripudio di festa e di canti, fra cui si eleva alta la voce di Giuditta che intona un suo canto di ringraziamento e di lode, segnato però anche da una certa vena nazionalistica. In esso, dopo aver descritto i progetti dei nemici, viene esaltata l’opera di Giuditta.

Gdt 16,5-11

Poveri In questo cantico appare la spiritualità dei poveri di JHWH che tanta parte ha nei Salmi. Essi mettono in primo piano la fedeltà a Dio e lasciano a lui il compito di difenderli dai loro nemici.

Il Signore onnipotente li ha rintuzzati per mano di donna! Poiché non cadde il loro capo contro giovani forti, né figli di titani lo percossero, né alti giganti l’oppressero, ma Giuditta figlia di Merari, con la bellezza del suo volto lo fiaccò. Essa depose la veste di vedova per sollievo degli afflitti in Israele, si unse con aroma il volto, cinse del diadema i capelli, indossò una veste di lino per sedurlo. I suoi sandali rapirono i suoi occhi la sua bellezza avvinse il suo cuore e la scimitarra gli troncò il collo. I persiani rabbrividirono per il suo coraggio, per la sua forza raccapricciarono i medi. Allora i miei poveri alzarono il grido di guerra e quelli si spaventarono; i miei deboli alzarono il grido e quelli furono sconvolti; gettarono alte grida e quelli volsero in fuga.

In questo inno di riconoscenza e di lode viene esaltata, come in tanti altri passi della Bibbia, la misericordia di Dio per il suo popolo e la salvezza che egli offre ai deboli e agli oppressi, schierandosi sempre e totalmente dalla loro parte. L’ostilità nei confronti delle nazioni straniere coalizzate intorno all’invasore non è tale da impedire una significativa apertura nei loro confronti, a patto però che, come Achior, si convertano al vero Dio.

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(Est 1-10)

133. Ester si presenta al re Il libro di Ester ha come protagonisti un giudeo di nome Mardocheo e sua nipote, Ester, da lui allevata come una figlia. Essi risiedono a Susa, in Persia, dove si trova la corte del re Assuero di cui Mardocheo è un funzionario. Un giorno Mardocheo scopre che due suoi colleghi hanno fatto una congiura per uccidere il re; egli interviene per sventarla e ciò gli vale la promozione a un più alto incarico a corte, ma provoca la gelosia del ministro Aman (Est 1 [greco]). Assuero tiene poi un grande banchetto durante il quale invita la regina Vasti a presentarsi ai convitati, ma essa rifiuta e di conseguenza viene ripudiata. Al suo posto è scelta Ester, figlia adottiva di Mardocheo, che però non rivela la sua origine giudaica (Est 1,1 - 2,18). Di nuovo si racconta poi che Mardocheo sventa un complotto contro il re. Intanto il re Assuero nomina Aman alla più alta carica del suo governo e tutti sono costretti a inchinarsi davanti a lui. Solo Mardocheo non obbedisce (Est 2,19 - 3,6). Aman, irritato per il comportamento di Mardocheo, sapendo che è un giudeo, ottiene dal re un decreto con il quale ordina lo sterminio di tutti i giudei residenti nel territorio dell’impero persiano. Mardocheo allora manda un messaggero da Ester per chiederle di intercedere presso il re a favore dei giudei. Ella si raccoglie in preghiera e chiede a Mardocheo di far pregare tutti i giudei (Est 3,7 - 4,17). La versione greca inserisce qui il testo della preghiera fatta da ciascuno dei due. La regina sa che a nessuno è permesso, sotto pena di morte, presentarsi al re se non è invitato. Ella però decide di rischiare la vita e presentarsi ugualmente al re.

I

l terzo giorno, quando ebbe finito di pregare, ella si tolse le vesti da schiava e si coprì di tutto il fasto del suo grado. Divenuta così splendente di bellezza, dopo aver invocato il Dio che veglia su tutti e li salva, prese con sé due ancelle. Su di una si appoggiava con apparente mollezza, mentre l’altra la seguiva tenendo sollevato il mantello di lei. Appariva rosea nello splendore della sua bellezza e il suo viso era gioioso, come pervaso d’amore, ma il suo cuore era stretto

Assuero Personaggio romanzesco, sotto il cui nome si cela probabilmente Serse, re di Persia (486-465 a.C.), il quale fece una spedizione contro la Grecia e fu sconfitto a Salamina (480 a.C) e a Platea (479 a.C.). Egli morì assassinato.

Ester decise di rischiare la vita e presentarsi ugualmente al re.

Est 5,1-8

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X. Storie edificanti – Tobia, Giuditta, Ester

Pu ˆ rîm Questa festa si caratterizza per la gioia, che si manifesta con scambio di doni, banchetti e maschere. Essa cade il 14-15 del mese di Adar (febbraio), quindi in prossimità della Pasqua, di cui anticipa l’esperienza di liberazione.

dalla paura. Attraversate l’una dopo l’altra tutte le porte, si trovò alla presenza del re. Egli era seduto sul trono regale, vestito di tutti i suoi ornamenti maestosi, tutto splendente di oro e di pietre preziose, e aveva un aspetto terribile. Alzò il viso splendente di maestà e la guardò in un accesso di collera. La regina si sentì svenire, mutò il suo colore in pallore e poggiò la testa sull’ancella che l’accompagnava. Ma Dio volse a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso, balzò dal trono, la prese fra le braccia, sostenendola finché non si fu ripresa, e andava confortandola con parole rasserenanti, dicendole: « Che cosa c’è, Ester? Io sono tuo fratello; fatti coraggio, tu non devi morire. Il nostro ordine riguarda solo la gente comune. Avvicinati! ». Alzato lo scettro d’oro, lo posò sul collo di lei, la baciò e le disse: « Parlami! ». Gli disse: « Ti ho visto, signore, come un angelo di Dio e il mio cuore si è agitato davanti alla tua gloria. Perché tu sei meraviglioso, signore, e il tuo volto è pieno d’incanto ». Ma mentre parlava, cadde svenuta; il re s’impressionò e tutta la gente del suo seguito cercava di rianimarla. Allora il re le disse: « Che cosa vuoi, Ester, qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, l’avrai! ». Ester rispose: « Se così piace al re, venga oggi il re con Aman al banchetto che gli ho preparato ». Il re disse: « Convocate subito Aman, per far ciò che Ester ha detto ». Il re andò dunque con Aman al banchetto che Ester aveva preparato. Il re disse a Ester, mentre si beveva il vino: « Qual è la tua richiesta? Ti sarà concessa. Che cosa desideri? Fosse anche la metà del regno, sarà fatto! ». Ester rispose: « Ecco la mia richiesta e quel che desidero: se ho trovato grazia agli occhi del re e se piace al re di concedermi quello che chiedo e di soddisfare il mio desiderio, venga il re con Aman anche domani al banchetto che io preparerò loro e io risponderò alla domanda del re ».

Nel corso del banchetto offerto al re e ad Aman, Ester rivela la sua identità e denunzia il progetto di quest’ultimo. Il re si infuria e lo condanna a morte. Non potendo però ritirare il decreto contro gli ebrei, ne emana un altro che conferisce a costoro la facoltà di difendersi, di sterminare i loro nemici e di impossessarsi dei loro beni (Est 5,9 - 8,12). La versione greca inserisce qui il decreto di riabilitazione dei giudei. Nel giorno fissato costoro si vendicano dei loro nemici. E per celebrare la ricorrenza istituiscono una festa che viene chiamata Pûrîm (sorti) perché Aman aveva gettato le sorti per stabilire il giorno dello sterminio dei giudei, trasformatosi poi nel giorno della sua rovina (Est 9). Il libretto termina con un elogio di Mardocheo (Est 10).

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(Est 1-10)

I

tre libretti di Tobia, Giuditta ed Ester sono altrettante voci che alle soglie dell’era cristiana illustrano le concezioni del giudaismo, la sua teologia piuttosto rigida, le sue crisi e la sua ricerca di identità nel tormentato incontro con l’ellenismo, le sue chiusure e aperture nei confronti del mondo esterno. In tutte e tre le storie l’osservanza delle prescrizioni della propria religione è presentata non tanto come mezzo per raggiungere una salvezza individuale, ma piuttosto come impegno per il bene di tutto il popolo, la cui sopravvivenza non può essere raggiunta se non mediante la fedeltà di ciascuno. Il carattere sapienziale del libro di Tobia appare soprattutto nelle raccomandazioni di Tobi al figlio Tobia prima del viaggio e in quelle di Raffaele prima di ritornare a Dio. Inoltre, il rapporto tra Tobia e Sara viene presentato come modello per le coppie credenti. Per quanto riguarda la storia di Ester e di Giuditta, il messaggio non è quello della difesa violenta nei confronti di un’aggressione ugualmente violenta, ma piuttosto quello della fiducia nella provvidenza di Dio che è sempre presente e difende coloro che confidano in lui, anche quando le vicende drammatiche appaiono senza sbocco. In tutti e tre i racconti è riservato un ruolo importante alle donne. Nei libri di Giuditta e di Ester la salvezza è provocata da due eroine che mettono a rischio la propria vita per la salvezza del loro popolo. Ma anche nel libro di Tobia campeggiano due figure femminili, Anna e Sara, che sanno positivamente interagire con i rispettivi mariti nella tutela di quel nucleo centrale del popolo che è la famiglia. La preghiera emerge in questa narrazione non solo come aspetto essenziale della vita di fede personale, ma anche come preludio all’intervento di Dio che ascolta fedelmente il grido di chi si rivolge a lui nella prova. Da supplica, perciò, essa si trasforma in esplosione di lode e ringraziamento.

Danza della spada Cantate al Signore un canto nuovo; la sua lode nell’assemblea dei fedeli. Gioisca Israele nel suo Creatore, esultino nel loro Re i figli di Sion. Lodino il suo nome con danze, con timpani e cetre gli cantino inni. Il Signore ama il suo popolo, incorona gli umili di vittoria. Esultino i fedeli nella gloria, sorgano lieti dai loro giacigli.

Le lodi di Dio sulla loro bocca e la spada a due tagli nelle loro mani, per compiere la vendetta fra i popoli e punire le genti; per stringere in catene i loro capi, i loro nobili in ceppi di ferro; per eseguire su di essi il giudizio già scritto: questa è la gloria per tutti i suoi fedeli. (Salmo 149)

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X. Storie edificanti – Tobia, Giuditta, Ester

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La diaspora in mezzo ad altri popoli, che sta sullo sfondo di questi racconti, appare non come castigo, ma come un’opportunità. In essa è Dio che si rivela più pienamente e suscita desideri di fedeltà che aprono a una rinnovata speranza. È in questa esperienza che riaffiorano alcune dimensioni fondamentali della vita di Israele: il suo rapporto con il Dio dell’alleanza, con la terra santa, con gli altri popoli in mezzo ai quali è disperso.



La lontananza dalla propria patria rappresenta un tempo di prova che si apre a una speranza ancora più grande. Ester, Giuditta e Tobia mostrano che c’è un futuro anche quando sembra che sia tutto finito: occorre lasciarsi coinvolgere in un progetto più ampio e impegnarsi senza compromessi nella prospettiva di un avvenire migliore.



Numerosi popoli sperimentano oggi la lontananza dalla loro terra e dalla loro cultura: ne sono causa fenomeni quali la fame, la guerra, i regimi autoritari, l’istabilità sociale e politica; queste tragedie devono essere vissute come stimolo e occasione di scelte ispirate a criteri di solidarietà e non di interesse personale e di gruppo.



Esistono anche situazioni personali di diaspora, di cui sono causa lo sradicamento da una situazione precedente che dava sicurezza, la separazione da luoghi noti o persone care. Si può reagire con rabbia, oppure con nostalgia rassegnata e passiva, si possono chiudere gli occhi e rimuovere ciò che è avvenuto: ma la salvezza consiste nel lasciarsi « liberare » attraverso quello che è stato, riconoscervi la mano di Dio e ricercarne il senso nella propria storia.

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Schede di approfondimento

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1. Scheda

I grandi imperi La terra di Israele, chiamata anche, in epoche diverse, Canaan (Fenicia) e Palestina, è parte di quel corridoio più o meno ampio di terra fertile che collega le due grandi pianure del Medio Oriente, l’Egitto e la Mespotamia,dando così origine a quella che per la sua forma viene chiamata «Mezzaluna fertile». L’Egitto e la Mesopotamia furono la sede dei più grandi imperi dell’antico Medio Oriente.

Egitto L’Egitto, situato nella zona Nord-orientale dell’Africa, è una striscia di terra che si estende ai lati del fiume Nilo,a partire dalle cateratte al confine con il Sudan fino al suo sbocco nel Mediterraneo (delta),al quale deve la sua fertilità. Per regolare le sue acque furono fatte fin dai tempi più antichi grandi opere idrauliche (dighe e canali), per gestire le quali era necessario un alto grado di organizzazione. Ciò ha fatto sì che le tribù nilotiche, prima divise in distretti (nomoi) sotto l’autorità dei capi locali, dessero origine a due regni (Alto e Basso Egitto), che vennero poi unificati verso il 3000 a.C.in un solo impero da Menes (probabilmente il sovrano egizio Narmer), re dell’Alto Egitto, che inaugurò la prima delle trenta dinastie che scandiscono la storia egiziana. L’antico Egitto raggiunse l’apice della sua potenza ed estensione territoriale nel periodo chiamato Nuovo regno (1580 a.C.-1080 a.C.) quando, sotto le dinastie 18-20, estese il suo influsso alla Libia, all’Etiopia e al Medio Oriente. Esso conobbe anche momenti di debolezza,come quando durante il secondo Periodo intermedio venne invaso e dominato da popolazioni semitiche (hyksos). Nel Periodo tardo (672-332 a.C.) l’Egitto fu conquistato prima dagli assiri (656 a.C.), poi dai persiani (526 a.C.). Il succedersi delle dinastie termina con la conquista di Alessandro Magno (332 a.C.), alla cui morte (323 a.C.) il paese passa sotto la dinastia ellenistica dei lagidi (detti anche tolomei).

Mesopotamia La Mesopotamia, regione compresa tra il Tigri e l’Eufrate (il suo nome deriva dal greco e significa appunto paese «tra i fiumi»), deve anch’essa la sua fertilità agli straripamenti dei suoi due fiumi, le cui acque fin dall’antichità sono state utilizzate per l’irrigazione mediante una canalizzazione razionale. In un primo periodo, due popoli, i sumeri che si erano stanziati sul corso inferiore dei due fiumi e gli accadi nella Mesopotamia centrale, si alternarono nel controllo della regione (3000-1700 a.C.). Ai sumeri, che si organizzarono in città-stato (Lagash,Umma,Uruk,Ur), si deve il primo sistema compiuto di scrittura cuneiforme. Verso il 1700 a.C. si profila la supremazia degli amorrei, un popolo di stirpe semitica,proveniente dal deserto della Siria. Costoro, sotto la guida di Hammurabi (1792-1750 a.C.), fondarono un grande impero, con capitale Babilonia, che si estendeva a tutta la Mespotamia e a parte della Siria. L’impero babilonese fu sottomesso inizialmente dagli hittiti (verso il 1500 a.C.), quindi dai cassiti, poi dagli elamiti e infine dagli assiri. Il re assiro Tiglat-Pileser I (1114-1074 a.C.) costituì un vasto impero che si estendeva fino alle coste del Mediterraneo (Siria, Fenicia, Palestina). Ben presto però il potere assiro iniziò a sgretolarsi. Dopo un lungo periodo di debolezza un altro sovrano, Adad-nirari II (909-889 a.C.), diede inizio a un nuovo periodo di splendore (impero neoassiro), durante il quale l’Assiria estese il suo dominio fino all’Egitto. Con la distruzione di Ninive nel 612 a.C. ha origine il Secondo impero babilonese (612-539 a.C.) che raggiunge la sua massima espansione sotto Nabucodonosor (604-562 a.C.). Dopo la morte di questo sovrano, incomincia però la sua decadenza. Nel 539 a.C. Ciro, re dei persiani, espugna Babilonia, dando inizio all’impero persiano. Questo durerà fino alla conquista di Alessandro Magno (331 a.C.), alla morte del quale (323 a.C.) la regione dei due fiumi sarà governata dalla dinastia ellenistica dei seleucidi.

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1/1. Scheda

Principali dinastie C RONOLOGIA

EGIZIANA

Periodo predinastico

prima del 3200

Seti I Ramses II Battaglia di Kades Merneptah Seti II

1312-1298 1298-1232 1296 1235-1224 1224-1200

Dinastia 20 Sethnaht Ramses III Ramses IV-XI

1200-1198 1198-1166 1166 1080

Periodo arcaico Dinastia 1-2

3150-2700

Regno antico Dinastia 3-6

2700-2200

1° Periodo intermedio Dinastia 7-10

2200-2050

3° Periodo intermedio Dinastia 21 (Tanis e Tebe)

Regno medio Dinastia 11-12

2050-1785

Dinastia 22 Sosenq I (Sisach)

950-929

Dinastia 23-26 Psammetico I Necho (Necao) II Psammetico II Apries (Hofra)

663-609 609-594 594-588 588-568

2° Periodo intermedio Dinastia 13-14 Dinastia 15-17 (Hyksos)

1785-1580

Regno nuovo Dinastia 18 Amosis Amenofis I Tutmose I e II Hatshepsut (regina) Tutmose III Amenofis II Tutmose IV Amenofis III Amenofis IV (Akhenaton) Tutanchamon Ay Horemheb

1580-1080 1580-1558 1558-1530 1530-1504 1504-1483 1483-1450 1450-1425 1425-1408 1408-1372 1372-1354 1354-1352 1352-1343 1343-1314

Dinastia 19 Ramses I

1314-1312

286

1080-672

Periodo tardo Dinastia 27-30 Conquista persiana Conquista greca

672-332

Periodo greco Alessandro Magno Tolomeo I Sotere Tolomeo II Filadelfo Tolomeo III Evergete Tolomeo IV Filopatore Tololomeo V Epifane Tolomeo VI Filometore TolomeoVII-VIII Fiscon Tolomeo IX-XII Cleopatra VII Conquista romana

332-30 332-321 321-283 283-246 246-221 221 203 203-181 181-146 146-117 117-51 51-30 30

526 332

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1/1. Scheda I MPERO

S ELEUCIDI

NEOASSIRO

Adad-nirari II Tukulti-Ninurta II Assur-nasir-pal II Salmanassar III Samsi-Adad V Adad-nirari III Salmanassar IV Assurdan III Assurnirari V Tiglat-Pileser III Salmanassar V Sargon II Sennacherib Assaradon Assurbanipal Assur-etil-ilani Sin-sariskun Assuruballit II

I MPERO

NEOBABILONESE

909-889 888-884 883-859 858-824 823-810 810-783 781-772 771-754 753-746 745-727 726-722 721-705 704-681 680-669 668-626 625-621 620-612 612-609

( CALDEI )

Nabopolassar Nabucodonosor Amel-Marduk (Evil-Merodak) Nergal-sar-usur Labasi-Marduk Nabonide Belshazar Conquista persiana

RE

625-605 605-562 561-560 559-556 556 556-538 539 539

Antioco III Seleuco IV Filopatore Antioco IV Epifane Antioco V Eupatore Demetrio I Sotere Alessandro Bala Demetrio II Nicatore Antioco VI Dioniso Diodoto Trifone Antioco VII Sidete Demetrio II Nicatore (bis) Antioco VIII Grypos Seleuco V Antioco IX Ciziceno Seleuco VI Antioco X Eusebe Demetrio III Sotere Antioco XI Epifane Filippo I Filadelfo Antioco XII Dioniso Filippo II Antioco XIII Asiatico Filippo II (bis) Conquista romana

223-187 187-175 175-164 164-162 162-150 150-145 145-138 145-142 141-138 138-129 129-125 125-96 125 113-95 95 95 95-88 95 95-84 87 84 69-64 64 64

PERSIANI

Ciro II Cambise II Dario I Histaspe Serse I Artaserse I Longimano Dario II Noto Artaserse II Mnemone Artaserse III Ocos Arsete Dario III Codomano

559-529 529-522 521-486 486-465 465-423 423-404 404-358 358-338 338-336 336-330

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2. Scheda

La terra di Israele La terra di Israele si situa nella Mezzaluna fertile e fa parte dei territori che collegano la Mesopotamia con l’Egitto. Prima di essere occupata da Israele, era chiamata Canaan, mentre i romani le hanno dato il nome di « Palestina » e l’hanno unita alla Siria, facendone la provincia romana della Syria Palaestina, governata da un legato che risiedeva ad Antiochia. Il termine « Palestina », usato da Erodoto, Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio, è la forma grecizzata della parola ebraica resa in italiano con « Filistea »: esso designava propriamente il territorio dei filistei, che si erano installati verso il 1200 nella zona costiera del paese, a sud della moderna città di Tel Aviv, dove avevano fondato cinque città (Ascalon, Gat, Ekron, Asdod, Gaza). Il territorio si divide nettamente, per la sua configurazione orografica, in quattro zone climatiche che si situano da Ovest a Est, parallelamente alla costa del mar Mediterraneo: • Pianura costiera: si estende da Tiro a Gaza per circa 210 chilometri. Essa è interrotta a Nord dalla punta montuosa del Carmelo, e continua a Sud con la pianura di Sharon, una volta paludosa e poco abitata, e poi con la Filistea. • Zona centrale:comprende,cominciando dal Nord,quattro regioni:la Galilea,che inizia a settentrione con una zona collinare, trasformandosi poi verso Sud in una fertile pianura chiamata Izreel (Esdrelon), delimitata a est dal lago di Genesaret (Tiberiade) e a ovest dalla catena del Carmelo; più a Sud si trova la Samaria, una regione montagnosa (dai 300 ai 950 metri di altezza), una volta ricoperta di fitte boscaglie, con importanti località come Samaria, Sichem, Betel e Silo; viene poi la Giudea, anch’essa montagnosa (dai 300 agli 850 metri), dominata dalla città di Gerusalemme; a est di questa città la montagna scende verso il Giordano trasformandosi in deserto (deserto di Giuda); più a Sud si trova il Negev, zona desertica,abitata prevalentemente da beduini,che si estende fino al golfo di Aqaba, con oasi ricche di vegetazione: in una di esse è situata la città di Bersabea, la capitale del deserto. • Fossa giordanica: si estende per 440 chilometri dal monte Ermon fino al golfo di Aqaba. Essa è percorsa dal fiume Giordano, che nasce dal monte Ermon (2760 metri) e forma prima il lago di Hule (una volta paludoso e malarico e ora quasi del tutto prosciugato) e poi il lago di Kinneret (Genesaret), lungo 21 chilometri e largo 12, che si trova a 205 metri sotto il livello del mare, con profondità massima di 42 metri. Uscendo da questo lago il Giordano scorre nella valle del Ghor per 105 chilometri in linea d’aria (ma ben 300 chilometri reali) e sfocia nel mar Morto, un grande lago lungo 80 chilometri e largo 16, situato a 394 metri sotto il livello del mare, profondo fino a 390 metri; a causa della mancanza di emissari esso presenta una salinità dieci volte superiore a quella degli altri mari. Località importanti di questa zona sono Gerico e Qumran. • Transgiordania: zona di vasti altopiani (dai 700 ai 1550 metri) che si estende a est della fossa giordanica e confina con il deserto arabico. Essa comprende, a partire da Nord le regioni di Galaad e di Basan, abitate una volta dalle popolazioni degli ammoniti e dei moabiti e, più a Sud, da quella degli edomiti. La terra d’Israele è percorsa da due grandi strade: la Via Maris che, dopo aver attraversato il Libano tra le due catene di monti (Libano e Antilibano) e la pianura della Beqâ’a, piega verso il mare e, percorsa la zona costiera della Palestina, raggiunge l’Egitto; la seconda è la Via Regia che proviene dalla pianura della Mesopotamia e, restando ai confini tra il deserto orientale e il fiume Giordano, raggiunge il Golfo Arabico (Aqaba); da qui si divide poi in due direzioni, la prima verso la penisola del Sinai e l’Egitto, la seconda verso l’interno della Penisola Arabica. Le due strade comunicano fra di loro attraverso la pianura di Esdrelon.

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3. Scheda

La storia biblica La storia biblica si divide in grandi periodi la cui datazione non è sempre sicura. Si parte infatti da vicende che si perdono nella notte dei tempi per giungere progressivamente a eventi che trovano conferma nei documenti trasmessi dall’antichità: 1) Il periodo patriarcale (1850-1700 a.C.). È questa una fase dai contorni storici molto incerti: essa infatti è descritta mediante leggende di diversa origine rielaborate dopo una lunga trasmissione orale con finalità più teologiche che storiografiche. Di questo periodo si parla, mediante figure emblematiche ed episodi simbolici, nella seconda parte della Genesi. 2) La schiavitù d’Egitto e l’esodo (1600-1200 a.C.). Anche questo periodo, narrato nel libro dell’Esodo, non è caratterizzato da avvenimenti storicamente attendibili: esso ha inizio con l’oppressione degli israeliti in Egitto, e si sviluppa con il racconto della liberazione a opera di Mosè e sfocia nella conquista della terra promessa sotto la guida di Giosuè. 3) La conquista di Canaan e i giudici (1200-1000 a.C.).Alla conquista della terra fa seguito il lento processo di insediamento e di assimilazione della popolazione cananea. Questo periodo, narrato nel libro dei Giudici sfocia nella guerra contro i filistei. 4) La monarchia (1000-587 a.C.). L’adozione di questa forma di governo, soprattutto in chiave antifilistea, favorisce sotto Saul e Davide l’unificazione di Israele ma non ne sa prevenire la divisione in due regni: quello del Nord (o d’Israele) e quello del Sud (o di Giuda). Questo periodo è documentato nei libri di Samuele e dei Re. Altre notizie provengono dai profeti Osea, Amos, Isaia e Geremia, confermate a volte da reperti archeologici. I due regni verranno conquistati e le loro capitali distrutte: Samaria sotto i colpi degli assiri (722 a.C.) e Gerusalemme sotto quelli dei babilonesi (587 a.C.). 5) L’esilio (587-538 a.C.). Gli anni dell’esilio vanno dalla deportazione del regno di Giuda nel 587 fino all’editto del re persiano Ciro, che nel 538 a.C. permette ai giudei esiliati di rientrare in patria. Ritroviamo i racconti di questi eventi soprattutto nel libro di Ezechiele e del Secondo Isaia. 6) Il periodo persiano (538-333 a.C.). In seguito all’editto di Ciro molti giudei deportati dai babilonesi rientrano in patria e si costituiscono come gruppo religioso, dotato di autonomia politica, in Giudea e soprattutto a Gerusalemme intorno al tempio che viene ricostruito; è in questo periodo che inizia a strutturarsi il « giudaismo antico ». Testimoni di questa epoca, oltre ai libri di Esdra e Neemia, sono Aggeo e Zaccaria, nonché il Terzo Isaia. Questo periodo termina con la conquista della Palestina da parte di Alessandro Magno (333 a.C.). 7) Il periodo ellenistico (323-40 a.C. ).Alla morte di Alessandro Magno, avvenuta in Babilonia nel 323, la Giudea passa sotto la sovranità dell’Egitto e vi rimane per più di un secolo.Verso il 200 il re di Siria Antioco III sottrae la Giudea all’Egitto; il suo successore Antioco IV Epifane tenta di applicare con la forza anche ai giudei la sua politica di ellenizzazione, costringendoli ad assumere la religione e la cultura ellenistica. Ciò provoca la ribellione dei settori più rigidi del popolo giudaico, i quali, sotto la guida dei Maccabei e dei loro successori (Asmonei), riescono a dar vita a un regno autonomo che durerà fino alla scomparsa di Archelao, figlio di Erode il Grande (6 d.C.). È questo il periodo chiamato « medio giudaismo ».

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3/1. Scheda

Cronologia biblica XVIII secolo a.C. XV secolo a.C. 1720-1552 XIV secolo a.C. 1250-1200 1030 1010 970 930/931 722 622 597 587 538 515 458 445 428 398 333 323 200 167-164 63 37 6

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Migrazione degli amorrei Migrazione degli aramei Dominazione hyksos in Egitto (capitale Tanis) Il clan di Giacobbe in Egitto Esodo dall’Egitto e penetrazione nella Palestina (Mosè, Giosuè, Giudici) Regno di Saul Regno di Davide Regno di Salomone Separazione dei regni: Israele (Samaria) e Giuda (Gerusalemme) Caduta del regno di Israele sotto gli assiri. Deportazione Ritrovamento da parte del re Giosia del « Libro della legge » (Deuteronomio) Inizio della riforma religiosa promossa da Giosia Conquista di Gerusalemme da parte dei babilonesi e prima deportazione Caduta del regno di Giuda sotto i babilonesi. Distruzione di Gerusalemme. Esilio Editto di Ciro. Ritorno dei giudei in Palestina. Inizio dell’epoca persiana Viene portata a termine la ricostruzione del tempio Missione di Esdra (se Esd 7,7 si riferisce al settimo anno di Artaserse I) Prima missione di Neemia (seguita da una seconda nel 423) Missione di Esdra (se in Esd 7,7 si legge anno 37° invece che 7°) Missione di Esdra (se Esd 7,7 si riferisce ad Artaserse II) Alessandro Magno conquista la Palestina. Inizio dell’epoca ellenistica La Palestina sotto il dominio dei Lagidi (Egitto) La Palestina sotto il dominio dei Seleucidi (Siria) Persecuzione di Antioco IV Epifane e rivolta dei Maccabei La Palestina sotto il dominio romano Inizia il regno di Erode il Grande Nascita di Gesù

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3/2. Scheda

I re di Giuda e di Israele Saul 1030-110 Davide 1010-970 Salomone 970-931 Giuda

Israele

931-913 913-911 911-870

Roboamo Abia Asa

Geroboamo

931-910

870-848

Giosafat

848-841 841 841-835 835-796

Ioram Acazia Atalia Ioas

Nadab Basa Ela Zimri Omri Acab Acazia Ioram

910-909 909-886 886-885 885 885-874 874-853 853-852 852-841

Ieu

841-814

Ioacaz Ioas

814-798 798-783

Geroboamo II Zaccaria Sallum Menachem Pekachia Pekach Osea

783-743 743 743 743-738 738-737 737-732 732-724

796-781 781-740 740-736

Amazia Ozia Iotam

736-716

Acaz

716-687 687-642 642-640 640-609 609 609-598 598-597 597-587

Ezechia Manasse Amon Giosia Ioacaz Ioiakim Ioiachin Sedecia

Maccabei-Asmonei Giuda Gionata Simone Giovanni Ircano Aristobulo Alessandra Ircano II Aristobulo II Erode il Grande

166-160 160-143 143-134 134-104 104-103 76-67 67 67-63 37-4

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4. Scheda

Come è stata scritta la Bibbia ebraica? I libri della Bibbia ebraica sono stati messi per iscritto in una data posteriore all’esilio babilonese da autori (redattori) che si sono serviti in gran parte di un materiale che era stato trasmesso a lungo in modo orale. Il testo originale, come quello di tutte le opere antiche, è andato perso. Ne sono rimaste delle copie, dette manoscritti, perché copiate a mano da professionisti chiamati « scribi » o « copisti », su papiro o pergamena, raramente su cuoio. Il papiro è un foglio fabbricato a partire da una pianta dello stesso nome, che un tempo cresceva soprattutto sulle rive del Nilo e nel suo delta. Se ne tagliava il midollo in strisce e queste venivano prima messe l’una accanto all’altra, poi su queste ne venivano collocate altre trasversalmente formando un foglio. Normalmente si scriveva solo su una facciata di esso. Il papiro era un materiale di prezzo conveniente ma fragile. La pergamena invece, dal nome della città di Pergamo, dove fu inventata nel secolo II a.C., è ricavata dalla pelle di un animale, soprattutto montone, capro o vitello. La pelle veniva raschiata e lucidata su ambedue le facce. La pergamena, molto più solida del papiro, finì per soppiantarlo. Essa aveva il vantaggio di poter essere riutilizzata dopo averne raschiato lo scritto. La pergamena riscritta viene chiamata palinsesto. Sia il papiro che la pergamena potevano essere utilizzati in forma di rotolo o di codice. Il rotolo (volumen) consisteva in diverse pagine attaccate le une accanto alle altre in modo da formare un’unica banda, a volte di parecchi metri, che veniva avvolta in forma di rotolo: il testo veniva scritto in colonne parallele su un’unica facciata e veniva letto svolgendo il rotolo in un senso e avvolgendolo nell’altro. Il codice (codex, al plurale codices) invece era fatto di singoli fogli scritti su tutte e due le facciate (recto e verso) che venivano poi rilegati come nei libri moderni. Mentre gli ebrei usavano per la loro Bibbia i rotoli di pergamena, i cristiani adottarono all’inizio il papiro, meno costoso, solo in seguito la pergamena, e introdussero il codice, più maneggevole del rotolo. I manoscritti biblici in lingua ebraica sono redatti nell’alfabeto quadrato, ancora oggi in uso. Questo alfabeto, di origine aramaica, venne progressivamente adottata dagli ebrei durante gli ultimi secoli prima dell’era cristiana. La scrittura anteriore (paleoebraico) era una variante del fenicio: essa si è conservata soprattutto nei manoscritti medievali del Pentateuco samaritano, l’unico testo sacro dai samaritani accettato.

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5. Scheda

Traduzione greca e canone biblico In seguito alle conquiste di Alessandro Magno (333 a.C.), le Scritture ebraiche, a iniziare dai primi cinque libri (la Tôrah), sono stati tradotti in greco in tempi e secondo modalità in gran parte sconosciuti. Una leggenda molto diffusa nell’antichità, contenuta nella Lettera di Aristea a Filocrate (circa 200 a.C.), narra che la traduzione della Tôrah fu fatta da settantadue studiosi, invitati ad Alessandria d’Egitto dal re Tolomeo (probabilmente Tolomeo II Filadelfo, il quale ha regnato dal 283 al 246 a.C.). Costoro, ritiratisi nell’isola di Faro (l’isola del famoso Faro del porto di Alessandria, una delle sette meraviglie del mondo antico), presso Alessandria, in settantadue giorni avrebbero tradotto tutto il Pentateuco. In seguito si affermò che i traduttori, chiusi in celle separate, riuscirono a produrre ciascuno una versione perfettamente uguale, anche nelle parole, a quella degli altri, segno questo di una evidente ispirazione divina. In ricordo delle figure leggendarie dei primi traduttori, la Bibbia greca (prima la Tôrah e poi tutto il complesso) è stata chiamata dei « Settanta » (LXX). Allora è diventato corrente anche il termine « Bibbia », che significa semplicemente « Libri » (dal greco biblion, « libretto »). I primi cristiani, dovendo diffondere il vangelo nel mondo greco-romano, si sono serviti non della Bibbia ebraica, ma di quella greca, e successivamente l’hanno tradotta in latino (Vetus Latina); solo a partire da Gerolamo (secolo IV d.C.) essi sono tornati alla hebraica veritas, cioè alla traduzione dai testi originali (Vulgata). I libri ispirati da Dio sono stati definiti dagli ebrei come « libri che sporcano le mani » in quanto per rispetto chi li usava doveva poi lavarsi le mani. Il loro elenco è stato in seguito chiamato « canone » (regola, norma) e i libri in esso accolti hanno ricevuto l’appellativo di « canonici ». Negli ultimi secoli prima dell’era cristiana sono stati composti e diffusi altri libri che avevano temi e scopi analoghi a quelli riconosciuti successivamente come « canonici ». Non è possibile sapere con precisione se alcuni di essi fossero ritenuti ispirati. Il canone ebraico infatti è stato definito in un tempo più recente. Secondo un’opinione molto diffusa fino a poco tempo fa ciò è avvenuto in una riunione di rabbini tenutasi verso il 100 d.C. a Jamnia (Giaffa), sede dell’accademia giudaica che si era costituita dopo la distruzione di Gerusalemme da parte dei romani. È più probabile però che il canone sia stato fissato non in forza di una decisione autoritativa, ma come conclusione di un processo durato fino alla fine del II o addirittura all’inizio del secolo III d.C. Gli scritti non inclusi nella lista ufficiale sono stati considerati come « libri che non sporcano le mani », cioè profani, e hanno ricevuto l’appellativo di « apocrifi » (libri da nascondere, cioè da non usare nella lettura comunitaria). Fra i cristiani si consolidava invece l’uso, forse ricevuto da alcune comunità giudaiche della diaspora, di ritenere come ispirati anche alcuni libri esclusi dal canone ebraico perché scritti o conservati prevalentemente in lingua greca. Non tutti però erano d’accordo con questo orientamento e chiamavano questi libri antilegomenoi, cioè « discussi », in contrasto con quelli detti omologoumenoi, cioè « riconosciuti ». Ma verso la fine del secolo IV d.C., nei concili di Ippona (393 d.C.) e di Cartagine (397 d.C.) la Chiesa occidentale accetta il « canone lungo ». Una decisione ufficiale però si ha solo nel concilio di Firenze (secolo XV d.C.) e in modo definitivo nel concilio di Trento (secolo XVI d.C.). Si è giunti così a parlare, in tempi più recenti, di un « secondo (deutero) canone », e i libri in eccesso furono chiamati « deuterocanonici ». Le Chiese riformate invece sono ritornate al canone ebraico, eliminando i deuterocanonici dalle loro Bibbie o riportandoli in appendice.

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6. Scheda

Le lingue bibliche Nella composizione del Primo Testamento cristiano sono state usate tre lingue: l’ebraico, l’aramaico e il greco. La prima di queste lingue è quella predominante, mentre l’aramaico è utilizzato solo in pochissimi testi (Ger 10,11; Dn 2,4-7,28; Esd 4,8-6,18; 7,12-26). Il greco invece rappresenta la prima lingua occidentale nella quale la Bibbia è stata tradotta ed è quella in cui sono stati scritti o conservati i deuterocanonici (cfr. 9. Scheda, p. 297). L’ebraico appartiene, con il cananeo, il fenicio e l’aramaico, al ramo nordoccidentale delle « lingue semitiche »,che abbracciano anche l’accadico,l’assiro e il babilonese (ramo orientale) e le lingue arabe (ramo meridionale). L’ebraico si scrive da destra a sinistra. La caratteristica più evidente dell’alfabeto ebraico corrente è la forma quadrata delle sue lettere, a motivo della quale viene chiamato « alfabeto quadrato »: esso è una variante di quello usato nella lingua aramaica e fu adottato dopo l’esilio babilonese. Precedentemente era impiegato invece nel regno di Giuda, nel regno di Israele e in gran parte del Medio Oriente antico un alfabeto simile a quello fenicio. Questo alfabeto rimase in uso, almeno in casi particolari,anche dopo l’esilio e non si estinse completamente se non dopo la rivolta ebraica contro i romani capeggiata da Bar Kokhba (135 d.C.), prima noto con il nome di Simone Ben Cosiba. Come quello arabo, l’alfabeto ebraico comprende 22 consonanti; sono invece assenti le vocali, alcune delle quali sono a volte suggerite alla lettura mediante l’inserimento di particolari consonanti (matres lectionis). Nei libri della Bibbia è invalsa la consuetudine di indicare la vocalizzazione mediante il nîkûd, che consiste in piccoli segni posti al di sopra, al di sotto o all’interno delle consonanti. I segni del nîkûd oggi comuni furono inventati allo scopo di fornire un aiuto per la lettura corretta della Bibbia. I dotti ebrei che hanno inserito le vocali sono chiamati « masoreti »: da loro il testo attuale della Bibbia ebraica viene detto « Testo Masoretico » (TM). Caratteristica dell’ebraico, come delle altre lingue semitiche, è la radice, costituita normalmente da tre consonanti, con le quali sono composte, mediante una diversa vocalizzazione o l’aggiunta di prefissi o suffissi, le parole riconducibili a uno stesso campo semantico. Fino a tempi molto recenti non erano conosciuti, a eccezione del Pentateuco samaritano e delle antiche traduzioni greche, testi biblici diversi dal TM o anteriori a esso. Questo vuoto è stato in parte colmato in seguito alla scoperta di antichi manoscritti, tra i quali il primo posto spetta a quelli, anteriori al 70 d.C., trovati nel 1947 a Qumran, una località nel deserto di Giuda. L’aramaico era originariamente la lingua delle popolazioni seminomadi della Siria-Mesopotamia tra il secondo e il primo millennio a.C. Esso divenne la lingua dell’amministrazione e della cultura internazionale in tutto il Vicino Oriente a partire dall’impero neoassiro fino alla conquista araba. La sua diffusione in Palestina risale per il Nord all’epoca della caduta di Samaria sotto gli assiri (722 a.C.) e per il Sud a quella della caduta di Gerusalemme sotto i babilonesi (587 a.C.). L’aramaico biblico non differisce sostanzialmente dall’aramaico letterario che era diventato la lingua franca di tutto l’antico Medio Oriente. La lingua greca usata nella traduzione della Bibbia e nei libri deuterocanonici è la koinê, così chiamata perché era la lingua comunemente parlata nel mondo greco romano. Rispetto al greco classico essa è una lingua semplificata nella struttura sintattica e grammaticale, nella quale convergono forme dialettali e barbarismi; in modo speciale, essa è ricca di semitismi, cioè di espressioni tipiche delle lingue semitiche,che aumentano notevolmente nel greco biblico.I più antichi manoscritti della Settanta (LXX) e del Nuovo Testamento utilizzano le lettere greche maiuscole o capitali, dette anche onciali: si parla quindi di manoscritti onciali. La scrittura greca corsiva o minuscola, messa a punto a Bisanzio durante il secolo IX d.C., è quella utilizzata nelle moderne edizioni della Bibbia greca.

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7. Scheda

La Bibbia « parola di Dio » e parola umana «Il Signore parlò ad Abramo», «Disse Dio a Mosè»… Allora Dio parla. Se la Bibbia continua a esistere significa che molte generazioni di esseri umani hanno colto in essa «parole» tanto importanti da attribuirne a Dio stesso la paternità. Ma come parla Dio? E a chi? Certamente non con parole da lui articolate, bensì mediante quelle proferite o scritte da persone che hanno colto nella propria esperienza e riflessione l’indicazione di un cammino di liberazione valido per tutti. Gli autori si sono posti esclusivamente il compito di annunziare la salvezza voluta da Dio, e non di descrivere con l’autorità di Dio quanto è oggetto della ricerca umana. Oggi è ormai chiaro che non bisogna ricercare nella Bibbia una spiegazione scientifica dei fenomeni naturali, che in essa sono descritti alla luce delle cognizioni e del modo di pensare degli autori e dei loro destinatari. D’altro canto, però, lo studio del testo biblico e il confronto con i risultati delle scoperte archeologiche hanno messo in luce che nella Bibbia non c’è neppure la pretesa di ricostruire oggettivamente i fatti narrati, ma semplicemente di metterne in luce il significato nel contesto dei rapporti misteriosi tra Dio e il mondo. La storia narrata dalla Bibbia non è certamente quella dei manuali di storia. Storiografia e racconto sono due modi di rapportarsi al reale, diversi e non omologabili: mentre la storia «ricostruisce» i fatti nella loro (vera o presunta) oggettività, il racconto li «rielabora» simbolicamente, rivelandone così la perenne attualità ed efficacia nel tempo. Storia e racconto non si escludono però a vicenda, in quanto il secondo riporta eventi che direttamente o indirettamente hanno a che fare con la storia. La Bibbia contiene infine molti testi in cui si dà una descrizione del comportamento di Dio e della sua volontà o addirittura si riportano le sue parole in prima persona. Ma l’origine e la formulazione letteraria di questi testi, nonché il loro carattere frammentario e a volte contraddittorio, dimostrano chiaramente che non si tratta di dati rivelati, ma di semplici elaborazioni umane, con le quali si vuole fare intuire al credente qualcosa del mistero di Dio e della sua salvezza. Non bisogna dunque stupirsi se nella lettura dei testi sacri spesso ci si scontra, anche sul piano teologico e morale, con affermazioni imprecise, limitate e a volte persino palesemente erronee. La verità delle Scritture deve essere quindi intesa in senso dinamico, cioè non come un complesso di dati scientifici, storici o dottrinali rivelati da Dio, ma come capacità di creare nuove esperienze di salvezza. È dunque necessario distinguere la verità della Bibbia da quanto in essa riflette il corredo umano proprio degli autori, sapendo distinguere accuratamente tra messaggio e cultura. Questa ricerca non è facile e soprattutto non è mai conclusa. Essa però è necessaria, perché consente di evitare il rischio del fondamentalismo, che consiste nel considerare tutto ciò che si trova nella Bibbia, preso nel suo senso più ovvio e immediato, come rivelato direttamente da Dio. La verità della Bibbia non si scopre dunque primariamente mediante l’applicazione ai testi del metodo storico-critico, che ha semplicemente lo scopo di collocare nel tempo e nello spazio i libri e quanto in esso è riportato. Essa risulta invece da una ricerca di senso che, partendo dalla situazione concreta del lettore, lo porta a confrontarsi con quanti prima di lui hanno fatto un’esperienza viva e profonda della salvezza donata da Dio. Da questo serrato confronto tra la situazione del lettore e le esperienze narrate nella Bibbia appare l’intenzione vera degli autori e l’impatto che essi hanno ancora nell’oggi. Ma perché questa ricerca sia fruttuosa è necessaria una chiave di lettura che il cristiano trova nella persona e nell’insegnamento di Cristo trasmesso dalla Chiesa. Senza di lui la Bibbia è e rimane un libro chiuso (cfr 2Cor 3,14; Ap 5,10).

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8. Scheda

« Alleanza » e « testamento » Un concetto che pervade tutta la Bibbia è quello dell’alleanza (berît). Esso è modellato sul formulario dei trattati con cui i grandi re dell’antichità legavano a sé i loro vassalli. Nella sua forma più completa e significativa questo formulario è attestato negli archivi dei sovrani hittiti dei secoli XVXIII a.C., ma ha profonde radici nella cultura dell’antico Medio Oriente, in quanto è stato utilizzato anche, ad esempio, dall’impero neoassiro (930-606 a.C.). Esso contempla i seguenti momenti: 1. Preambolo: il grande re indica il suo nome e i suoi titoli. 2. Prologo storico: il sovrano enumera i benefici da lui concessi gratuitamente in passato al vassallo. 3. Clausola fondamentale: come segno di riconoscenza nei propri confronti, il grande re invita il vassallo a essergli fedele in tutto e per sempre. 4. Norme specifiche: per essere fedele il vassallo dovrà attenersi a diverse prescrizioni, come non stipulare accordi con i suoi nemici, non aggredire gli altri vassalli del re, consegnargli i suoi nemici rifugiatisi presso di lui, pagare il tributo. 5. Elenco delle divinità: gli dèi del sovrano e del vassallo sono elencati come testimoni e garanti del trattato. 6. Benedizioni e minacce: se sarà fedele il vassallo otterrà ulteriori benefici, se no sarà duramente punito. Questo formulario ha esercitato un influsso notevole sul modo in cui Israele ha concepito il suo rapporto con Dio e ha interpretato la sua storia. In base a esso Dio viene presentato come un sovrano che, di sua libera iniziativa, stabilisce un patto non con un individuo, ma con tutto un popolo, dopo essere intervenuto a salvarlo da una situazione di dura schiavitù. Egli però esige in cambio la fedeltà piena da parte di questo popolo e gli propone le norme fondamentali di una convivenza giusta e pacifica. A questo popolo Dio promette, se veramente gli sarà fedele, il dono di una terra meravigliosa in cui abitare; ma al tempo stesso dichiara che in caso di infedeltà andrà incontro a gravissime sciagure e alla fine sarà espulso dalla sua stessa terra. A partire da questo formulario il giudaismo postesilico ha fatto una rilettura della sua storia e ha posto le basi della sua rinascita politica e religiosa. Man mano che è entrato nell’immaginario religioso, esso ha subìto notevoli correzioni e adattamenti, assumendo nuove connotazioni e forme espressive. Esso illumina la dinamica interna di tanti passi biblici e in definitiva di tutta la Bibbia. Con il termine « alleanza » i cristiani hanno designato non solo l’iniziativa salvifica di Dio, ma anche le Scritture che ne conservano il ricordo.Essi però hanno parlato non di alleanza,ma di « testamento » (Antico e Nuovo): questo passaggio è determinato dal fatto che nella Bibbia greca l’ebraico berît (alleanza) è stato tradotto non con il termine synthêkê,che indica un accordo fra persone pari, ma con diathêkê, che propriamente significa « testamento », per sottolineare il carattere gratuito e unilaterale del patto di Dio con Israele. Per i cristiani il termine « testamento » era molto significativo perché alludeva alla morte con cui Cristo ha ratificato la nuova alleanza. Dal greco questo termine è entrato nelle moderne traduzioni. Siccome i cristiani si sono ritenuti depositari della « nuova » alleanza (testamento) che era stata promessa dai profeti (cfr. Ger 31,31-34), l’alleanza del Sinai e le Scritture che ne parlano sono state chiamate « antico » testamento. Per rispetto verso gli ebrei, che non considerano l’alleanza descritta dalle loro Scritture come una realtà ormai antiquata. Oggi però si preferisce parlare di « primo » e « secondo » (nuovo) Testamento.

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9. Scheda

I libri del Primo Testamento La Bibbia ebraica si divide in tre parti: Legge (Tôrah), Profeti (Nebiîm), Scritti (Ketubîm). Dalle iniziali di queste tre parole si è formato con il tempo il sostantivo Tanak con il quale gli ebrei designano l’insieme di queste tre raccolte. I cristiani invece, oltre a ritenere come ispirati, pur in seguito a dubbi e tentennamenti, anche i libri chiamati « deuterocanonici », che erano molti diffusi soprattutto fra gli ebrei di lingua greca, hanno disposto i libri secondo un ordine parzialmente diverso da quello della Bibbia ebraica. Questa disposizione, che forse si rifà a quella propria della Bibbia greca, contempla tre gruppi di libri: storici, sapienziali e profetici. 1) Libri storici. Questa raccolta comprende anzitutto i primi cinque libri del Primo Testamento (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio),chiamati in greco Pentateuco (« cinque rotoli »), mentre nella Bibbia ebraica formano la Tôrah (« legge »). Un’altra serie di libri, che nella Bibbia ebraica va sotto il nome di profeti anteriori,narra la storia di Israele fino all’esilio (Giosuè, Giudici, 1-2Samuele, 1-2Re). A essi deve aggiungersi il libretto di Rut, che è stato inserito dopo i Giudici solo perché racconta un fatto avvenuto nello stesso periodo storico, mentre per gli ebrei fa parte degli Scritti. Un terzo gruppo di libri storici, anch’essi compresi fra gli Scritti della Bibbia ebraica,abbraccia 1-2Cronache, Esdra e Neemia,in cui sono narrati,dopo una lunga serie di genealogie, gli eventi che vanno da Saul fino alla ricostruzione delle mura di Gerusalemme dopo l’esilio.Vengono, infine, tre storie edificanti (Tobia, Giuditta e Ester) e 1-2Maccabei, che narrano la rivolta giudaica contro Antioco IV Epifane: di questi libretti solo Ester si trova (a eccezione di alcune parti) fra gli Scritti della Bibbia ebraica, mentre gli altri sono deuterocanonici. 2) Libri sapienziali. Nella seconda parte del Primo Testamento cristiano sono raccolti sette libri di carattere prevalentemente didattico. I primi cinque di questi libri (Giobbe, Salmi, Proverbi, Qohèlet e Cantico dei cantici) si trovano anche nella Bibbia ebraica, dove fanno parte degli Scritti. Gli altri due (Siracide e Sapienza) sono invece deuterocanonici. 3) Libri profetici. La terza collezione del Primo Testamento comprende i profeti maggiori (Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele) e quelli minori (Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria e Malachia); al libro di Geremia sono aggiunti due libretti, le Lamentazioni e Baruc. Nella Bibbia ebraica questi libri costituiscono la seconda parte della raccolta profetica (Profeti posteriori), a eccezione di Daniele e delle Lamentazioni, che fanno parte degli Scritti, e di Baruc, che è deuterocanonico. La diversa disposizione dei libri biblici nel canone ebraico e cristiano non è casuale. Il fatto che gli ebrei chiamino «profeti anteriori» i libri storici significa chiaramente che li considerano, assieme ai «profeti posteriori», come il commento più appropriato della Tôrah. Situando dopo i Profeti la raccolta degli Scritti e facendo terminare questi ultimi con i due libri delle Cronache, il canone ebraico pone come testo conclusivo di tutta la raccolta l’annunzio del ritorno dei giudei nella loro terra (2Cr 36,22-23). Questo episodio diventa così la chiave di lettura di tutta la raccolta. I cristiani invece, spostando i profeti posteriori al terzo posto del canone e anticipando 1-2Cronache, Esdra e Neemia, nonché i libri deuterocanonici a carattere storico, dimostrano di leggerli semplicemente come la continuazione della storia di Israele, i cui inizi sono raccontati nel Pentateuco. Inoltre, lo spostamento dei «profeti posteriori» al termine del canone fa sì che il testo conclusivo del Primo Testamento nella Bibbia cristiana diventi quello in cui si preannunzia il ritorno di Elia (Ml 3,22-24). Questo testo si collega chiaramente con il vangelo di Matteo, nel quale si racconta la venuta del Messia e del suo precursore: in tal modo non il ritorno dall’esilio, ma il compimento dell’attesa messianica diventa il vero criterio interpretativo del Primo Testamento.

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10. Scheda

Il Pentateuco a) Teoria documentaria Tra i secoli IV e II a.C. si è fatta strada l’idea secondo cui autore del Pentateuco sarebbe lo stesso Mosè, l’uomo dell’esodo e dell’alleanza (cfr. Sir 24,22). Questa ingenua convinzione è stata messa in discussione dalla critica letteraria moderna, la quale ha rilevato che il materiale in essi contenuto è stato organizzato in modo spesso disorganico: si notano infatti incongruenze di vario tipo, come anacronismi, bruschi cambiamenti di stile e di contenuto, doppioni, alternanza di sezioni narrative e legali, mescolanza di leggi sociali e religiose e di generi letterari diversi; inoltre gli eventi sono narrati il più delle volte senza alcun rapporto con la storia dell’epoca. Da queste considerazioni risulta che i cinque libri non possono essere opera di Mosè e neppure di un solo autore, ma sono il punto di arrivo di un lungo processo letterario, al quale hanno contributo diverse mani in tempi diversi, e soprattutto con un intento di carattere non propriamente storico ma religioso. Numerosi studiosi, a partire da W.M.L. de Wette e da J.Wellhausen (secolo XIX), hanno cercato di spiegare la situazione letteraria del Pentateuco elaborando una teoria che per lunghi anni è stata considerata come un dato acquisito. Essa è chiamata « documentaria » perché i suoi sostenitori ritengono che i primi cinque libri della Bibbia siano il risultato della fusione di quattro documenti (chiamati anche « tradizioni » o « fonti »), i quali a loro volta sarebbero il punto d’arrivo di una lunga tradizione orale: • Tradizione jahwista (J): così chiamata perché fin dall’inizio attribuisce a Dio il nome proprio JHWH. Il suo racconto copre tutto l’arco di tempo che va dalla creazione fino alla morte di Mosè. Il suo stile è vivace e pittoresco, con numerosi antropomorfismi. La sua prima sedimentazione è situata nel regno di Giuda all’epoca di Salomone (secolo X). • Tradizione elohista (E):in essa Dio è chiamato con il nome ’Elohîm,che designa la divinità in senso generale,fino al momento in cui rivela la propria identità a Mosè presso il roveto ardente (Es 3,14). La sua estensione è più limitata, in quanto sono omesse le vicende delle origini e il suo contenuto è piuttosto frammentario. Lo stile è più sobrio e meno vivace di quello di J; gli antropomorfismi sono più rari e spesso Dio comunica con l’essere umano per mezzo di sogni. Essa sarebbe stata composta nel regno di Israele poco dopo la separazione da quello di Giuda (secolo IX). Dopo il 722 queste due tradizioni sarebbero state fuse in un unico documento (Jehowista). • Tradizione deuteronomica (D): essa è contenuta quasi per intero nel Deuteronomio, dove sono riportati i discorsi che Mosè avrebbe pronunziato nelle steppe di Moab prima della propria morte. Si distingue per il suo stile parenetico (esortativo) e per l’accento posto sull’unicità di Dio, del popolo, del culto e della legge. Si ritiene che questo scritto, o almeno la sua parte centrale (« codice deuteronomico »), sia il « libro della legge » ritrovato dal re Giosia nel tempio. • Tradizione sacerdotale (P): questa tradizione copre tutto l’arco di storia che va dalla creazione fino alla morte di Mosè. L’interesse di P si focalizza sul culto e sui precetti a esso collegati. Il suo stile è astratto e dottrinale, con frequenti ripetizioni e lungaggini e con precisazioni di tipo cronologico e genealogico. Israele è visto come una comunità cultuale e religiosa. Questa tradizione è così chiamata perché è stata elaborata da una scuola di sacerdoti (P = preti) durante l’esilio e subito dopo di esso, quando Israele si è costituito come comunità basata sull’alleanza e sul culto (secolo V). Secondo i sostenitori dell’ipotesi « documentaria » sono stati gli esponenti della tradizione sacerdotale a fondere il materiale di cui essi stessi erano depositari con le due tradizioni più antiche, formando così i primi quattro libri ai quali si sarebbe aggiunto il Deuteronomio, che aveva già un’esistenza autonoma.

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10. Scheda 2) Orientamenti attuali Mentre gli studiosi della teoria documentaria si cimentavano nel lavoro di separazione delle diverse fonti, alcuni studiosi, pur facendo tesoro del lavoro fatto dai loro colleghi, hanno seguito piste diverse. Due di questi sono particolarmente importanti.Anzitutto H. Gunkel (1862-1932), il quale considera la Genesi come una « raccolta di leggende », ciascuna delle quali costituiva originariamente una piccola unità autonoma, dotata di un suo genere letterario specifico; dopo un lungo periodo di trasmissione orale le unità originarie si sarebbero aggregate in vario modo venendo a formare cicli più o meno ampi che, infine, sono confluiti nei documenti; per lui diventa quindi essenziale studiare l’origine e lo sviluppo delle singole unità. Prendendo sul serio questa ipotesi un altro studioso, G. von Rad (1901-1971) si prefisse il compito di studiare la teologia dei singoli documenti di cui è formato il Pentateuco. In questi ultimi due o tre decenni però studiosi sempre più numerosi hanno messo in dubbio diversi aspetti della teoria documentaria. Anzitutto è stata l’esistenza della fonte elohista come entità organica e antica: i testi a essa attribuiti sono risultati come semplici doppioni di quelli contenuti nella fonte jahwista. Più recentemente è entrata in crisi la stessa fonte jahwista, tanto esaltata da von Rad come prima elaborazione teologica della fede di Israele. Anzitutto non è più parso convincente che essa risalisse ai tempi di Salomone ed è stata situata al più presto al tempo dell’esilio. Anche la convinzione secondo cui essa rappresenti un’entità organica e autonoma, con un suo stile e una sua teologia, è stata messa in discussione. Non sarebbe quindi più possibile tentare di ricostruire, mediante lo studio di questi due ipotetici documenti, il pensiero e soprattutto l’esperienza religiosa dell’antico Israele. Una certa organicità continua invece a essere riconosciuta alla tradizione deuteronomica, la cui datazione viene da molti riportata al periodo dell’esilio o subito dopo di esso e alla tradizione sacerdotale, la quale ha preso forma chiaramente nel periodo postesilico. I rapporti tra queste due tradizioni sono tuttora oggetto di accesi dibattiti. La critica della teoria documentaria ha eliminato numerose certezze del passato, ma ha permesso di mettere in luce alcuni punti di riferimento utili per una lettura critica del Pentateuco. Questo appare sempre di più come il risultato di due distruzioni quella di di Samaria sotto gli assiri (721 a.C.) e quella di Gerusalemme sotto i babilonesi (587 a.C.) e della ricostruzione avvenuta al termine dell’esilio (538 a.C.). Prima dell’esilio esistevano codici legislativi e cicli narrativi, ma non « fonti » in senso proprio, cioè che contenessero già una storia delle origini d’Israele quali erano, secondo la teoria documentaria, le tradizioni jahwista ed elohista. È solo con la riforma deuteronomica, quando si fa strada l’idea di un solo Dio, un solo popolo, un solo tempio, che si verificano le condizioni che rendono possibile una prima sintesi storica e teologica in Israele. Si deve dunque supporre che la tradizione deuteronomica abbia svolto un ruolo fondamentale nella formazione del Pentateuco, anche al di fuori del libro specifico in cui è contenuta. Ma il grosso del lavoro è stato compiuto dai circoli sacerdotali che hanno compilato le tradizioni del popolo allo scopo di legittimare la presa di possesso della terra di Canaan da parte di coloro che erano rimpatriati al termine dell’esilio babilonese. Esso contiene materiali antichi, che mantengono il legame con il passato, e materiali nuovi con i quali si cerca di rispondere alle domande del presente. I risultati della ricerca fatta dalla scuola documentaria non servono quindi più per descrivere gli stadi attraverso cui è passata la formazione del Pentateuco, ma restano utili per riscoprire i diversi strati dei testi che lo compongono.

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11. Scheda

Le raccolte storiche Il racconto delle vicende storiche che fa seguito a quello degli eventi normativi (Pentateuco) è stato depositato in due raccolte in gran parte parallele, l’una ispirata al Deuteronomio (« corpo storico deuteronomistico ») e l’altra elaborata dai circoli sacerdotali postesilici (« corpo storico cronistico »).Al termine sono riportate altre due piccole collezioni. 1) Corpo storico deuteronomistico. La riflessione sulla storia passata, a cui ha contribuito la scoperta del Deuteronomio da parte di Giosia, ha dato origine a sei libri (Giosuè, Giudici, 12Samuele, 1-2Re) che narrano le vicende che vanno dall’ingresso nella terra promessa fino all’esilio; nella Bibbia ebraica essi vanno sotto il nome di profeti anteriori. La compilazione di questi libri, attribuita a una non meglio identificata « scuola deuteronomistica » è iniziata probabilmente nel 621 a.C.,data del ritrovamento del Deuteronomio da parte di Giosia,ed è stata portata a termine, non si sa se in terra d’esilio o a Gerusalemme, dopo la metà del secolo VI: infatti l’ultimo evento narrato è la grazia accordata nel 561 a.C., dal re babilonese Evil-Merodak (AmelMarduk, che ha regnato nel 561-559 a.C.) a Ioiachin, re di Giuda, che si trovava in esilio a Babilonia (2Re 25,27-30). Per comporre la loro opera, gli autori si sono serviti di tutto il materiale di cui potevano disporre. Secondo il metodo proprio degli antichi narratori, essi hanno rispettato le loro fonti, adattandole però alle loro vedute religiose o inserendo in esse sezioni più o meno ampie che riflettono la loro ideologia. Gli avvenimenti del passato sono descritti alla luce della dolorosa esperienza dell’esilio, con lo scopo di mostrare come la fine dei regni di Israele (722 a.C.) e di Giuda (587 a.C.) e la deportazione dei loro abitanti siano stati l’attuazione dei castighi divini preannunziati dai profeti e non, come si poteva credere, la prova che JHWH è più debole delle divinità dei vincitori. 2) Storia cronistica. Dopo gli scritti deuteronomistici la Bibbia greca riporta un terzo gruppo di libri storici, che nella Bibbia ebraica si trovano fra gli Scritti, e cioè 1-2Cronache, Esdra e Neemia. Questi quattro libri si presentano come un’opera unitaria, che è stata composta da un medesimo autore o da una stessa scuola in un periodo ben preciso, quello in cui Israele, dopo il ritorno dall’esilio, si è ormai costituito come comunità cultuale radunata intorno al tempio ricostruito. In essi sono narrati gli eventi che vanno dalla creazione fino alla ricostruzione delle mura di Gerusalemme dopo l’esilio. Ma per il periodo che va fino al re Saul è solo riportata una lunga serie di genealogie; per quello da Saul fino alla deportazione babilonese sono utilizzati i libri di Samuele e dei Re, di cui sono riprese le notizie più importanti con significative omissioni e correzioni. Sono omessi ad esempio tutti i dati riguardanti il regno del Nord, mentre sono ignorati gli aspetti negativi di Davide e di Salomone. L’opera è stata composta per legittimare il ruolo assunto dai sacerdoti dopo l’esilio non solo nel servizio del tempio, ma anche nel governo della nazione giudaica. 3) Raccolte successive. Fra i libri storici della Bibbia cristiana si trovano anche due piccole collezioni più tardive, in cui la finalità edificante è notevolmente superiore rispetto ai libri precedenti. La prima raccoglie i due libri dei Maccabei, che raccontano le gesta dei mitici capi della rivolta giudaica contro Antioco IV Epifane. La seconda comprende tre storie edificanti (Tobia, Giuditta ed Ester).

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12. Scheda

Come leggere i libri storici La Bibbia è certamente un testo impegnativo che richiede una lettura attenta, critica, capace di contestualizzare gli avvenimenti a livello culturale e storico, identificando i diversi generi letterari usati e mettendo in luce il messaggio dei singoli testi e delle raccolte in cui sono inseriti. Il carattere eterogeneo del materiale contenuto nei libri storici autorizza diverse modalità di lettura: 1) Antologica. Consiste nella scelta dei racconti più significativi. Può essere utile per un primo approccio. Questa lettura esige però che si tenga conto del periodo storico a cui i singoli racconti si riferiscono e a quello di composizione, e che si identifichi il genere letterario dei singoli racconti. 2) Progressiva. È quella che prende inizio dalla Genesi e termina con Tobia, Ester e Giuditta. Questo tipo di lettura è quello che normalmente si preferisce per un’opera organica come un romanzo o una biografia. Essa ha il vantaggio di dare una visione complessiva del materiale contenuto nei libri. Può far perdere di vista però il contesto storico e religioso in cui i singoli libri sono stati composti. Essa è valida solo se accompagnata da indicazioni di carattere storico e letterario. 3) Storico-teologica. Questo tipo di approccio parte dall’intuizione secondo cui all’origine della storiografia biblica si colloca il tema dell’alleanza, così come risulta dall’adozione del formulario dei trattati di vassallaggio. La lettura potrebbe iniziare con la tradizione sinaitica (Es 1940; Levitico; Nm 1-10) e del Deuteronomio, per ritornare poi alla storia primordiale e ai racconti patriarcali e proseguire con Es 1-18; Nm 11-36 e i libri successivi. 5) Temi biblici. Ricercare e confrontare i testi che si riferiscono ai temi più importanti dei libri storici. Per aiutare il lettore abbiamo riportato un indice in cui sono elencati alcuni di tali temi e i testi atti a illustrarli. La lettura della Bibbia richiede un atteggiamento analogo a quello del collezionista che, man mano che trova pezzi nuovi, li esamina, li accosta ad altri già posseduti, li cataloga con cura e li pone in una successione logica che può variare a seconda della prospettiva in cui si pone. Chi legge assiduamente la Bibbia scopre sempre nuovi testi e nuovi significati. È importante però, partendo da essi, giungere a una visione d’insieme, a un quadro interpretativo globale. Ma per questo è necessario andare al testo completo della Bibbia.

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13. Scheda

Fede biblica e religioni Nei libri storici le vicende di Israele sono narrate secondo una prospettiva decisamente particolaristica, che fa leva sull’elezione di questo popolo e sul ruolo speciale che gli compete nella storia dell’umanità. Questi libri, infatti, sono stati composti con l’intento di affermare la fede nell’unico Dio e di legittimare il fatto che i giudei, dopo l’esilio in Babilonia, erano giunti nella terra di Canaan e ne avevano preso possesso. Questo atteggiamento appare soprattutto nella prima parte della Genesi, dove si descrive a più riprese il peccato di tutta l’umanità (Gn 1-11) e nella leggenda riguardante la distruzione delle città di Sodoma e Gomorra, i cui abitanti sono accusati di aver commesso colpe infamanti (Gn 18,20-32; 19,1-11). Anche nei confronti dei cananei, gli antichi possessori della terra di Israele, vengono fatte accuse pesanti: l’invasione da parte degli israeliti è presentata a più riprese come un castigo di Dio per le loro colpe (Dt 9,4-5); essi devono essere sterminati, affinché Israele non impari a imitare i loro comportamenti (cfr. Lv 18,3.24-30; 20,22-24; Dt 18,9-14) e a peccare contro JHWH (Dt 20,18); gli israeliti, dal canto loro sono messi in guardia, dal rischio di imitare le loro azioni criminose. Il particolarismo che traspare, qui, dai racconti biblici non deve però far sottovalutare il loro impianto fortemente universalistico. Esso appare anzitutto dal fatto che all’inizio del mondo viene posta la creazione non di Israele, ma di Adamo ed Eva, che rappresentano l’umanità intera. Con loro, proprio in forza della creazione, JHWH, il Dio di Israele, stabilisce un rapporto di amicizia che non viene cancellato neppure dal peccato della prima coppia né da quello poi di tutta l’umanità prediluviana, anzi viene riaffermato dopo il diluvio mediante un’alleanza eterna stabilita con Noè e con tutta la sua discendenza (Gn 9,1-17). L’alleanza con Abramo viene presentata come un segno di benedizione, cioè di benevolenza, non solo per il diretto interessato, ma attraverso di lui per tutti gli esseri umani (Gn 12,2-3; cfr. 17,4-5); e l’alleanza che JHWH stabilisce con i suoi discendenti ai piedi del monte Sinai trova il suo vero significato nel fatto che a JHWH appartiene tutta la terra (Es 19,5-6). La dimensione universalistica dell’alleanza conclusa da Dio con Israele appare anche nel modo in cui è presentata la legge di Israele. I libri storici riportano una gran massa di materiale legislativo profondamente condizionato dalla situazione storico-culturale dei destinatari. Ma è significativo il fatto che alla base di tutto il sistema legale di Israele venga posto il decalogo, le « dieci parole » (Es 20,1-17; Dt 5,6-22), in cui si promulga, in primo luogo, l’esigenza fondamentale della fedeltà all’unico Dio, che il Deuteronomio esprime in termini di « amore » nei suoi confronti (Dt 6,5), e si delineano in modo sintetico i doveri verso il prossimo, che sono poi riassunti anch’essi in termini di amore (cfr. Lv 19,18). A Israele in quanto popolo eletto viene quindi attribuito il ruolo storico di dare testimonianza, mediante la sua stessa esistenza, ai valori universali della giustizia e dell’amore. Il carattere esclusivo del rapporto di Israele con Dio, non ha impedito a Israele di confrontarsi con le altre religioni. Ne fa fede l’utilizzo di un abbondante materiale mitologico e rituale per configurare racconti e disposizioni cultuali israelitici. Pur non essendo detto espressamente, si lascia intravedere anche per coloro che non appartengono al popolo giudaico una possibilità di salvezza nelle rispettive religioni (Dt 4,19). Ma più frequentemente si afferma l’apertura e l’apprezzamento di non israeliti per la religione di Israele: Naaman il Siro, il lebbroso guarito da Eliseo, è presentato come un non israelita (gentile) che condivide la fede di Israele pur senza aderire a essa in modo pieno (2Re 5,17-19), mentre Raab, la prostituta (Gs 2,8-14), Rut la moabita (Rt 1,16) e Achior l’ammonita (Gdt 14,10), sono presentati a modello di quanti abbandonano il proprio popolo per aderire a Israele e al suo Dio (proseliti). Secondo la fede di Israele, formulata e approfondita dai profeti, la salvezza delle nazioni avverrà alla fine dei tempi, quando esse si recheranno al tempio di Gerusalemme portando doni al vero Dio (cfr.Tb 13,11).

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14. Scheda

Abbreviazioni dei nomi dei libri biblici Libri biblici1

Libri Storici Gn Es Lv Nm Dt Gs Gdc Rt 1Sam 2Sam 1Re 2Re 1Cr 2Cr Esd Ne 1Mac 2Mac Tb Gdt Est

Libri sapienziali Genesi Esodo Levitico Numeri Deuteronomio Giosuè Giudici Rut 1Samuele 2Samuele 1Re 2Re 1Cronache 2Cronache Esdra Neemia 1Maccabei Maccabei Tobia Giuditta Ester

Gb Sal Pro Qo Ct Sap Sir

Giobbe Salmi Proverbi Qoelet Cantico dei cantici Sapienza Siracide

Libri profetici Is Ger Lam Ba Ez Dn Os Gl Am Abd Gio Mic Na Ab Sof Ag Zc Ml

Isaia Geremia Lamentazioni Baruc Ezechiele Daniele Osea Gioele Amos Abdia Giona Michea Naum Abacuc Sofonia Aggeo Zaccaria Malachia

I deuterocanonici sono scritti in corsivo.

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Indici

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Indice dei b ox

’Abram / ’Abraham Alleanza Alture Amore Angeli e demoni Angelo del Signore Anziani Apologo ‘Aqedâ Aramei Arca dell’alleanza Artaserse Asidei Asina di Balaam Assiria Assuero Atra-hasis Azzimi

32 23 200 117 273 36 101 152 37 218 83 252 262 106 229 279 16 63

Baal Babilonesi Balaam Benedizione Betlemme

216 242 105 23 156

Canale dell’acqua Canale di Ezechia Carne di maiale Cedro Censimento Cherit Cilindro di Ciro Circoncisione Circoncisione del cuore Città di rifugio Codici Conoscenza del bene e del male Consultare il Signore Copia della legge Coppiere

184 231 92 203 96 213 247 33 125 109 75 19 37 122 252

Cuore Debora Decalogo Diaspora Diluvio Dio Divorzio

115 145 74 275 22 13 124

Gilgamesˇ Giordano Giosuè Giubileo Giudici Giustizia sociale Guerra

18 135 133 95 145 220 140

Edom Efraim e Manasse Elezione Eli Elia nel deserto Endor Enki-Ninhursag Enuma elish Esdra Etanim Etimologia popolare Eziologia

38 48 118 167 217 177 17 15 249 203 21 34

Identità giudaica Iefte Immagini Imposizione delle mani Indovinello di Sansone Indovino Indurimento del faraone Ioiachin Isacco Israele

260 152 79 90 153 122 61 233 34 42

Faraone Favola Fede/Giustizia Fermati, o sole! Figli di Davide Figli di Giacobbe Figlio di Dio Filistei Fioretti Forestiero Fuoco

45 17 31 139 186 40 187 154 222 95 66

Lapidazione Lebbra Legge di Mosè Levirato Libro dell’alleanza Libro della legge

137 92 115 159 77 232

Gabaon Genealogia Gentili Gerico Geroboamo Gerusalemme Giacobbe Giara

201 22 260 136 207 184 40 214

Macina da mulino Madianiti Maledizione Manna Mar Rosso Matrimoni misti Matrimonio di Giuseppe Matrimonio tra fratelli Meghiddo Messia Mito Moabiti Mogli di Salomone Monarchia Morte di Elia

155 57 107 67 66 39 46 192 233 173 15 157 205 169 222

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Indice dei box Mosè Nazireo Nebo Necustan Nîsan Nome divino Novella Nube

57 152 127 231 61 59 43 64

Oloferne Orcio Oreb/Sinai

276 214 58

Pace Pane dell’offerta Parabola Pentecoste Persecuzione Poligamia Poveri Povertà e sviluppo Primogenito Proselite Puˆrîm

97 176 190 73 263 165 278 121 64 277 280

Quaranta Raab Racconto sapienziale Ramses e Pitom

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78 134 42 55

Redenzione Regalità e culto Regno dei morti Regno di Dio Re persiani Risurrezione Risurrezione finale Riti sacrificali Rito di passaggio Roccia

60 239 264 240 248 223 266 89 31 69

Saba Sacrificio dell’agnello Sacrificio di Elia Samaritani Sangue Santità Santuario unico Sapienza Sargon re di Accad Segno Serpente Sichem Signore Silo Sogni Soldati di Gedeone Spigolatura Spirito di Dio Stele

205 62 216 230 93 94 119 202 55 149 104 150 16 166 45 150 156 102 77

Stella di Davide Sterilità Storia dell’arca Storia romanzata Stracciarsi le vesti Suicidio

108 30 168 261 225 182

Tempio Tentazione Teocrazia Teofania Timorati di Dio Tisbe Tobi Tomba di Mosè Toro

187 36 170 73 225 213 274 127 79

Unzione Uzzà

171 185

Veggente Vello Vendetta del sangue Visione Volto di Dio Volto di Mosè Voto

170 149 20 167 80 81 166

Ziggurat Zorobabele

25 248

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Indice delle cartine

Mezzaluna fertile Il mondo secondo la Bibbia Santuari e territori legati ai patriarchi e alle loro famiglie Le possibili strade degli ebrei dall’Egitto a Canaan Pianta della Dimora secondo l’Esodo (cc. 25-31; 35-40) La conquista della Palestina Le 12 tribù d’Israele (Giosuè 13-21) Regni di Saul e di Davide

9 13 41 65 82 138 158 183

L’impero di Davide e Salomone Israele e Giuda dopo la scisma del 931 a.C. L’impero assiro sotto Assurbanipal (668-626 a.C.) L’impero neobabilonese sotto Nabucodonosor (605-562 a.C.) La Palestina al tempo di Esdra e Neemia L’impero persiano (verso il 500 a.C.) La Palestina al tempo dei Maccabei Gli imperi dei Tolomei e dei Seleucidi (270 a.C.)

199 206 229 243 250 253 259 267

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Indice dei temi biblici

Sono indicati i testi biblici e fra parentesi il numero del racconto; la lettera c indica che il riferimento si trova nel commento successivo al racconto.

Alleanza Adamo Gn 2,4b-25 (n. 2) Noè Gn 9,1-17 (n. 6) Abramo Gn 15,1-21 (n. 9); Gn 17,1-22 (n. 10) Sinai Es 19,1-25 (n. 31); Es 24,1-10 (n. 34); Es 34,1-16 (n. 36) Moab Dt 29-30 (n. 58c) Giosuè Gs 24,1-24 (n. 68) Davide 2Sam 23,1-7 (n. 96c); cfr. 2Sam 7,1-17 (n. 92) Alleanza futura Dt 30,6-20 (n. 59) Culto Tempio/dimora/santuario Es 40,18-35 (n. 37); Dt 12,2-12 (n. 54); 2Sam 6,1-22 (n. 91); 2Sam 7,1-17 (n. 92); 1Re 5,16-23 (n. 99); 1Re 8,1-13 (n. 100) 1Re 8,27-32 (n. 101); 2Re 22,1-13 (n. 116); 1Cr 22,7-13 (n. 117); 2Cr 36,14-20 (n. 120) Sacrificio Gn 22,1-19 (n. 12); Es 24,1-10 (n. 34); Lv 1,19 (n. 38); Lv 16,5-26 (n. 40) Sacerdoti/leviti Es 19,5 (n. 31); Lv 8,4-13 (n. 39); Esd 1,1-7 (n. 121c); Ne 8,13-18 (n. 124) Dio (attributi/metafore) Nome Es 3,1-20 (n.23); Es 6,2-8 (n. 24); Es 34,1-16 (n. 36) Padre 2Sam 7,1-17 (n. 92); 1Cr 22,7-13 (n. 117); 1Cr 29,10-19 (n. 118) Gloria Es 14,5-31 (n. 28); Es 40,18-35 (n. 37) Santità Lv 19,11-18 (n. 41); 1Cr 29,10-19 (n. 118) Misericordia/clemenza/grazia Es 34,1-16 (n. 36) Amore Dt 6,1-24 (n. 52c) Giustizia Tb 13,2-10 (n. 130) Legge Primo comandamento (fede/amore) Gn 2,4b-25 (n. 2); Gn 15,1-21 (n. 9); Es 14,5-3 (n. 28); Dt 6,1-24 (n. 52); Dt 30,6-20 (n. 59); Lv 19,11-18 (n. 41)

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Comandamenti Es 20,1-17 (n. 32) Codici Es 22,20-26 (n. 33); Lv 19,11-18 (n. 41); Dt 12,2-12 (n. 54) Legge e sapienza Dt 4,5-8 (n. 51) Legge di Mosè Dt 4,44 (n. 51c); 2Re 22,1-13 (n. 116); Ne 8,13-18 (n. 124) Salomone 1Re 1,15-37 (n. 97) Liberazione Esodo Es 6,2-8 (n. 24); Es 14,5-31 (n. 28); Es 16,1-36 (n. 29); Es 17,1-7 (n. 30); Es 20,1-17 (n. 32) Giudici Gdc 2,11-19 (n. 69); Gdc 4,17-24 (n. 70); Gdc 6,11-27 (n. 72); Gdc 16,25-30 (n. 77) Ritorno dall’esilio Esd 1,1-7 (n. 121) La rivolta di Mattatia 1Mac 2,15-28 (n. 126) Popolo Sacerdotale Es 19,1-25 (n. 31) Eletto Dt 6,1-24 (n. 52c) Comunità Es 12,1-17 (n. 26); Lv 16,5-26 (n. 40); Esd 1,1-7 (n. 121) Regalità Dio 1Sam 8,1-9 (n. 81c); 1Cr 28,10-19 (n. 118) Re israelita Dt 17,14-20 (n. 56) Saul 1Sam 9,14 - 10,1 (n. 83) Davide 1Sam 16,6-13 (n. 84); 2Sam 1,19-27 (n. 89c); 2Sam 7,1-17 (n. 92) Terra Promessa Gn 15,1-21 (n. 9); Es 3,1-20 (n. 23); Lv 25,1-11 (n. 42) Dono Dt 8,1-20 (n. 53) Conquista Gs 3,1 - 4,20 (n. 64); Gs 6,1-23 (n. 65); Gs 10,11-14 (n. 66) Distribuzione Gs 10,11-14 (n. 66c) Perdita 2Re 17,5-12 (n. 114); 2Cr 36,14-20 (n. 120) Ritorno Esd 1,1-7 (n. 121)

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Indice dei nomi biblici

1. Persone Abdia (profeta) 297, 303 Abele (secondogenito di Adamo) 12, 19-20 Abi (moglie di Acaz e madre di Ezechia) 230 Abia (re di Giuda) 241, 291 Abigail (moglie di Davide) 177 Abimelech (figlio di Gedeone) 150, 152 Abimelech (re filisteo di Gerar) 35 Abinadab (possidente di Kiriat-Iearim) 169, 184-185 Abinadab (secondo figlio di Iesse) 172 Abinoam (padre del giudice Barak) 146 Abiram (rubenita, ribelle contro Mosè) 104 Abiu (figlio di Aronne) 77 Abner (generale di Saul) 183 Abram/Abraham/ Abramo (patriarca) 12, 23, 25-26, 28-37, 39, 49-51, 54, 57-60, 64, 66, 73, 78, 125, 127, 140, 150, 157, 216, 237, 240, 302 Acab (re di Israele) 197-199, 212-213, 215-116, 220221, 225, 242, 291 Acaz (re di Giuda) 229-230, 242, 291 Acazia (re di Giuda) 225, 242, 291 Acazia (re di Israele) 212, 221, 291 Acbor (ministro di Giosia) 232 Achia di Silo (profeta) 205, 212 Achikam (funzionario di Giosia) 232 Achimelec (sacerdote) 175-176 Achio (figlio di Abinadab, possidente di Kiriat Iearim) 185 Achior (condottiero ammonita) 276-278, 302 Achitofel (consigliere prima di Davide e poi di Assalonne) 193 Adad-nirari III (re assiro) 212, 228-229, 287 Adamo (primo uomo) 12, 15-19, 21, 26, 36, 239, 274 Adonia (quarto figlio di Davide) 193, 199-200 Agag (re degli amaleciti) 172 Agar (schiava egiziana di Abramo) 32, 35 Aggeo (profeta) 289, 297, 303 Alcimo (sacerdote) 262 Alessandro (re macedone) 257, 259, 286, 289, 290, 293

Alessandro Epifane o Bala (re di Siria) 287 Alessandro Ianneo (re asmoneo) 291 Aman (ministro del re Assuero) 271, 279-280 Amazia (re di Giuda) 229, 242, 291 Amel-Marduk [Evil-Merodak] (re babilonese) 287, 300 Amminadab (progenitore di Davide) 159 Amnon (primogenito di Davide) 191-192 Amon (re di Giuda) 231, 242, 291 Amos (profeta) 289, 297, 303 Anak (gigante, antenato degli anachiti) 103 Anania (padre di Azaria, pseudonimo di Raffaele) 273 Anna (moglie di Elkana e madre di Samuele) 165166, 178 Anna (moglie di Tobi) 273, 281 Antioco III il Grande (re di Siria) 257, 287, 289 Antioco IV Epifane (re di Siria) 257, 259-264, 287 Antioco V Eupatore (re di Siria) 262, 266-267, 287 Antioco VI Epifane (re di Siria) 287 Antioco VII Evergete (re di Siria) 287 Aran (figlio di Terach, fratello di Abramo) 25, 29 Arauna (possidente gebuseo chiamato anche Ornan) 193 Archelao (figlio di Erode) 289 Aristea (pseudonimo dell’autore della lettera omonima) 293 Aristobulo (re asmoneo) 262, 291 Aronne (fratello di Mosè, sacerdote) 59-61, 67, 73, 77, 79, 82, 90-94, 97, 102-104, 109-111, 128, 140, 209, 242, 248 Artaserse I, II, III (re persiani, facilmente confusi l’uno con l’altro) 248-250, 252, 287, 290 Asa (re di Giuda) 209, 238, 242, 291 Asaia (ministro di Giosia) 232 Asenat (moglie di Giuseppe) 46 Aser (figlio di Giacobbe) 40 Assalonne (figlio di Davide e usurpatore) 180, 186, 191-193, 244

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Indice dei nomi biblici Assaradon (re assiro) 228, 287 Assuero (re di Persia) 271, 279 Assurballit (ultimo re assiro) 228, 287 Assurbanipal (re babilonese) 228, 287 Astiage (re dei medi) 246 Atalia (regina di Giuda) 225, 242, 291 Azaria (pseudonimo dell’arcangelo Raffaele) 273, 275 Azaria/Ozia (re di Giuda) 229, 242, 291 Bacchide (ufficiale di Demetrio I) 262 Bagoa (scudiero di Oloferne) 276-277 Balaam (indovino) 105, 107 Balak (re di Moab) 105, 107 Bar Kokhba (ribelle giudeo) 294 Barak (giudice, con Debora) 144-147 Belshazar (ultimo re babilonese) 228, 287 Benaia (generale di Davide) 199-200 Ben-Hadad (re di Siria) 220 Beniamino (ultimo figlio di Giacobbe) 40, 42-43, 4647, 156 Ben-Oni (nome originario di Beniamino) 42 Betsabea (moglie di Uria e poi di Davide) 188-190, 199-200, 244 Booz (parente di Elimelech e marito di Rut) 156, 160 Caino (primo figlio di Adamo) 12, 19-21, 27 Caleb (uno degli esploratori inviati da Mosè) 103, 104 Cam (figlio di Noè) 21 Cambise (re persiano) 246, 287 Cazael (re di Damasco) 218, 225 Chelchia (sommo sacerdote al tempo di Giosia) 232 Chetura (seconda moglie di Abramo) 37, 57 Chezron (progenitore di Davide) 159 Chilion (figlio di Elimelech e di Noemi) 156 Chiram (re di Tiro) 184, 202 Ciassare (re di Media) 228 Ciro (re persiano) 7, 228, 230, 233, 235, 238, 243, 244, 246, 247, 248, 287, 289-290 Core (levita, ribelle contro Mosè) 104 Culda (profetessa) 233 Cusai l’Archita (consigliere di Davide) 192-193 Dalila (compagna di Sansone) 154 Dan (figlio di Giacobbe) 40, 127, 152, 207 Daniele (protagonista del libro biblico omonimo) 268, 297, 303 Dario (re persiano) 246, 248, 287 Datan (rubenita, ribelle contro Mosè) 104 Davide (re di Giuda e di Israele) 8, 49, 107-108, 128, 134, 159, 163-164,167, 169, 172-182, 184-195, 197 205, 207, 210-211, 231-232, 238-241, 244-245, 248, 289-291, 300

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Debora (profetessa) 144-147 Demetrio I (re di Siria) 257, 262, 267, 287 Demetrio II (re di Siria) 287 Demetrio III (re di Siria) 287 Dina (figlia di Giacobbe) 40, 42 Doeg (servo del re Saul) 176 Ebiatar (sacerdote collaboratore di Davide) 176, 192, 199 Efraim (figlio di Giuseppe) 46, 48 Ela (padre di Osea, re di Israele) 230 Eldad (uno dei settanta anziani) 102 Eleazaro (anziano scriba fatto uccidere da Antioco IV) 263 Eleazaro (sacerdote, figlio di Aronne) 109 Eli (sacerdote di Silo) 165-167, 175,-176 Elia (profeta) 197, 212-223, 225-227 Eliab (primogenito di Iesse) 172 Eliam (padre di Betsabea) 189 Eliezer (figlio di Mosè) 69 Elimelech (marito di Noemi) 156 Eliseo (profeta) 197, 212 213, 215, 217-226, 228 Elkana (marito di Anna e padre di Samuele) 165-166 Elon (giudice) 144 Enos (figlio di Set e nipote di Adamo) 21 Erode (re della Giudea sotto i romani) 289, 290291 Esaù (figlio di Isacco e capostipite degli idumei) 3740, 42-43 Esdra (scriba e leader del postesilio) 9, 46, 131, 237238, 240, 242-244, 246, 248-250, 252, 254-255, 294, 297, 300-301 Ester (eroina del libro omonimo) 9, 271-272, 279-282, 297, 300-301, 303 Et-Baal (re di Sidone e padre di Gezabele) 209 Eud (giudice) 144-145 Eva (prima donna) 15, 18-19, 21, 36, 274, 302 Evil-Merodach ([Amel-Marduk] re babilonese) 233, 287, 300 Ezechia (re di Giuda) 230-231, 238, 242, 291 Ezechiele (sacerdote, profeta) 289, 297, 303 Filocrate (destinatario della lettera di Aristea) 293 Finees (forma greca di Pincas; sacerdote, nipote di Aronne) 109, 262 Finees (forma greca di Pincas; sacerdote, figlio di Eli) 165 Gad (figlio di Giacobbe) 40, 109, 133 Gad (profeta) 193 Gedeone (detto anche Ierub-Baal) 144, 148, 150-152 Geremia (profeta) 247, 289, 297, 303

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Indice dei nomi biblici Geroboamo I (re di Israele) 205-207, 209-210, 212, 241, 291 Geroboamo II (re di Israele) 229, 291 Gezabele (moglie di Acab, re di Israele) 209, 217, 220-221 Ghecazi (servo di Eliseo) 223 Gherson (figlio di Mosè) 57, 69 Ghesem (arabo) 251 Giacobbe (patriarca) 28, 37-44, 46-48, 51, 57-60, 63, 107-108, 125, 127, 216, 226, 244, 290 Giaele (moglie di Eber, il kenita. Uccise Sisara) 146148 Giasone (sommo sacerdote) 257 Giasone di Cirene (storico) 257 Gionata (figlio di Saul) 175, 179, 181-183, 188 Gionata Maccabeo (figlio di Mattatia) 257, 262, 291 Giosafat (re di Giuda) 238, 242, 291 Giosia (re di Giuda) 98, 114, 118-119, 197, 210, 231235, 238, 242, 290-291, 298, 300 Giosuè (condottiero) 8, 102, 104, 109, 126, 128, 131142, 144, 146, 150, 160, 163, 201, 253, 289-290, 297, 300, 303 Giosuè (sacerdote postesilico) 248 Giovanni Ircano (re asmoneo) 262, 291 Giuda (figlio di Giacobbe) 7, 40, 44-45, 47-49 Giuda Maccabeo (figlio di Mattatia) 257-258, 262, 264-267, 291 Giuditta (eroina del libro omonimo) 9, 271-272, 276278, 281-282, 297, 300, 301, 303 Giuseppe (figlio di Giacobbe) 28, 40, 42-49, 51, 160 Golia (gigante filisteo) 173, 176

Ioiada (sacerdote) 225 Ioiakim (re di Giuda) 233, 291 Ionadab (cugino di Assalonne) 191 Ioram (re di Giuda) 242, 291 Ioram (re di Israele) 197, 212, 225, 291 Iotam (figlio di Gedeone) 151-152 Iotam (re di Giuda) 229, 242, 291 Ircano II (re asmoneo) 291 Isacco (patriarca) 33-39, 49-50, 57-60, 125, 127, 140, 240 Isaia (profeta) 231, 289, 297, 303 Is-Baal (figlio di Saul) 183 Isca (figlio Aram, nipote di Abramo) 25 Ismaele (figlio di Abramo e di Agar) 32, 35, 37 Israele (secondo nome di Giacobbe) 7, 41-42 Issacar (figlio di Giacobbe) 40 Itream (sesto figlio di Davide) 186

Hammurabi 25, 75

Maclon (figlio di Elimelech e di Noemi) 156 Manasse (figlio di Giuseppe) 46, 48, 127, 133, 149 Manasse (re di Giuda) 231, 242, 291 Manoach (padre di Sansone) 152 Mardocheo (ministro del re Assuero e zio di Ester) 279-280 Maria (sorella di Mosè) 102 Mattatia (padre dei Maccabei) 260-262 Medad (uno dei settanta anziani) 102 Melchisedek (sacerdote e re di Salem, antica Gerusalemme) 30 Menachem (re di Israele) 291 Menelao (sommo sacerdote) 257 Merari (padre di Giuditta) 278 Merib-Baal (figlio di Gionata e nipote di Saul) 188 Merneptah (faraone) 54, 286 Mesa (re di Moab) 197 Michea (padre di Acbor) 232 Michea (profeta) 297, 303 Mikal (moglie di Davide) 175, 186

Iabin (re di Cazor) 139, 145-147 Iafet (figlio di Noè) 21 Iair (giudice) 144 Ibsan (giudice) 144 Iedidià (nome dato da Dio a Salomone) 190 Iefte (giudice) 144, 152 Ierub-Baal (secondo nome di Gedeone, giudice) 144, 148, 150-152 Iesse (padre di Davide) 159, 172-173 Ietro (suocero di Mosè) 57, 69, 102 Ieu (generale, re di Israele) 212, 218, 225, 229, 291 Ioab (generale di Davide) 188-189, 192-193, 199 Ioacaz (re di Giuda) 233, 291 Ioacaz (re di Israele) 212, 225, 291 Ioas (re di Giuda) 225, 242, 291 Ioas (re di Israele) 212, 225, 229, 291 Ioiachin (re di Giuda) 197, 233, 244, 248, 291, 300 Ioiada (padre di Benaia) 199, 200

(tetragramma, nome di Dio) 7-8, 11, 21, 28, 39, 50, 53, 57-61, 70, 73, 79-81, 83, 105, 115, 117, 121-122, 127-129, 140, 145, 150, 168-169, 178, 187, 190, 193, 203, 207, 209-210, 212, 215, 217, 225-227, 230,-231, 233, 234-235, 237, 240-243, 250, 252, 261, 270, 275, 294

JHWH

Kileab (figlio di Davide) 186 Labano (fratello di Rebecca e Padre di Lia e Rachele) 38-40, 42 Levi (figlio di Giacobbe) 40, 48, 55, 87, 90, 208 Lia (moglie di Giacobbe) 40, 49, 160 Lisia (generale di Antioco IV) 262, 265, 267 Lot (nipote di Abramo) 25, 30, 33-34, 157

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Indice dei nomi biblici Milca (figlia di Aran) 25 Mosè (condottiero e legislatore) 53-61, 63-75, 77-84, 88-89, 91-92, 95-97, 101-105, 109-111, 113-117, 119, 122-123, 125-128, 132-133, 136, 139-140, 203, 212, 217-218, 222, 231, 239, 248-249, 252-254, 263, 289, 290, 295, 298

Pincas (forma ebraica di Finees, sacerdote, figlio di Eli) 165 Pincas (froma ebraica di Finees, sacerdote, nipote di Aronne) 109, 262 Potifar (consigliere del faraone) 44-45 Pul (nome di Tiglat-Pileser III) 228

Naaman (generale siro guarito da Eliseo) 224-225 Nabal (possidente del Carmelo, marito di Abigail) 177 Nabonide (penultimo re babilonese) 246, 287 Nabopolassar (padre di Nabucodonosor) 228, 242, 287 Nabot (proprietario di una vigna vicino a Izreel) 220221 Nabucodonosor (re babilonese) 228, 233, 237, 242, 244, 246, 248, 271, 276, 287 Nacor (figlio di Terach e fratello di Abramo) 25, 29 Nacson (progenitore di Davide) 159 Natan (profeta) 48, 163, 186-187, 189-190, 93, 199 200, 211-212, 239 Nebat (padre di Geroboamo I) 206 Necao (faraone) 228, 233, 286 Neemia (riformatore postesilico) 9, 237, 246, 250255, 289-290, 297, 300, 303 Neftali (figlio di Giacobbe) 40, 127, 273 Nicanore (generale siriano) 257, 262, 264, 267 Nimsi (padre del re Ieu) 218 Noè (capostipite della nuova umanità dopo il diluvio) 12, 21-23, 26, 33, 73, 302 Noemi (suocera di Rut) 156-157, 159-160 Nun (padre di Giosuè) 102, 253

Raab (prostituta di Gerico) 134, 137, 302 Rachele (moglie prediletta di Giacobbe) 39-40, 42-43, 155, 160 Raffaele (angelo che ha guidato Tobia) 271, 273, 275, 281 Raguele (ebreo benestante di Ecbatana) 273 Ram (progenitore di Davide) 159 Ramses II (faraone) 54-55, 286 Ramses III (faraone) 164, 286 Razis (notabile giudeo vittima di Nicanore) 267 Rebecca (moglie di Isacco) 37-40 Roboamo (figlio di Salomone, re di Giuda) 205-207, 241, 291 Ruben (figlio di Giacobbe) 40, 44, 109, 133 Rut (donna moabita, progenitrice di Davide) 131, 144, 156-161, 297, 302-303

Obed (figlio di Rut e progenitore di Davide) 159, 161 Obed-Edom (possidente di Gat, presso il quale soggiornò l’arca) 185 Ofni (figlio di Eli, sacerdote) 165 Og (re di Basan)105, 134 Oloferne (generale di Nabucodonosor) 271, 276-277 Omri (re di Israele) 291 Onia III (sommo sacerdote) 257 Ornan (cfr. Arauna) 239 Orpa (nuora di Noemi) 156 Osea (nome originario di Giosuè) 133 Osea (profeta) 289, 297, 303 Osea (re di Israele) 229-230, 291 Otniel (giudice) 144-145 Ozia (= Azaria, re di Giuda) 229, 242, 291 Ozia (sommo sacerdote di Giuditta) 276-277 Pekach (re d’Israele) 291 Peninna (seconda moglie di Elkana) 165 Perez (figlio di Giuda e progenitore di Davide) 45, 159

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Safan (segretario di Giosia) 232 Safat (padre di Eliseo) 218-219 Salmanassar III (re di Assiria) 212, 287 Salmanassar V (re di Assiria) 228-229, 287 Salmon (progenitore di Davide) 134, 159 Salom (padre di Zambri) 262 Salomone (figlio di Davide, re di Giuda) 7-8, 180, 186-187, 190, 193, 197-206, 210-211, 234, 239-241, 244, 290-291, 298-300 Samgar (giudice) 144-145 Samma (terzo figlio di Iesse) 173 Samuele (profeta e giudice) 163-167, 169-173, 177180, 193, 197, 244, 289, 300 Sanballat (capo samaritano) 251 Sansone (ultimo giudice) 144, 152-156 Sara (figlia di Raguele) 273, 281 Sara (o Sarai, moglie di Abramo) 25, 29-30, 32-38, 49 Sargon II (re assiro che conquistò Samaria) 228-229, 231, 287 Saul (re di Israele) 49, 163-164, 167, 170-183, 186187, 190, 193-194, 238-239, 289-291, 297, 300 Secania (uno dei rimpatriati dopo l’esilio) 249 Sedecia (re di Giuda) 233, 242, 291 Seleuco (nome del generale di Alessandro Magno diventato re di Siria e di diversi suoi successori) 257, 287 Sem (figlio di Noè) 21, 25 Semaia (profeta) 207

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Indice dei nomi biblici Sennacherib (re assiro) 228, 231, 274, 287 Set (terzo figlio di Adamo ed Eva) 21 Sicon (re di Chesbon) 105 Simeone (figlio di Giacobbe) 40, 46 Simone Maccabeo (figlio di Mattatia) 257, 262, 291 Sisach ([Sosenq] faraone) 198, 286 Sisara (generale di Iabin) 145-147 Sosenq (nome egiziano di Sisach, faraone) 198, 286 Tamar (figlia di Davide) 191-192 Tamar (nuora di Giuda) 45 Terach (padre di Abramo) 25, 29 Tiglat-Pileser I (re assiro) 164 Tiglat-Pileser III (re assiro) 228, 287 Tiraka (faraone d’Egitto) 228 Tobi (padre di Tobia) 271, 273-276, 281 Tobia (figlio di Tobi) 9, 271-275, 281-282, 297, 300, 303 Tobia (funzionario ammonita) 251 Tola (giudice) 144 Tolomeo (Lago, generale di Alessandro Magno, diventato re d’Egitto. nome di diversi suoi successori) 257, 286, 293 Uria (l’Hittita, marito di Betsabea) 189-190, 244 Uzzà (figlio di Abinadab) 185 Vasti (regina, moglie di Assuero) 279 Zabulon (figlio di Giacobbe) 40 Zaccaria (nonno di Ezechia) 231 Zaccaria (profeta) 289, 297, 303 Zaccaria (re di Israele) 291 Zadok (sacerdote) 192, 199-200 Zambri (trasgressore della legge a Peor) 62 Zerach (figlio di Giuda) 45 Zippora (moglie di Mosè) 57 Zorobabele (discendente davidico e leader religioso del postesilio) 244, 248

2. Popoli e gruppi amaleciti (tribù nomade dimorante tra il deserto del Sinai e Canaan) 69, 103, 148, 172, 177, 181-182 ammoniti (tribù aramea stabilitasi in Transgiordania lungo il fiume Iabbok) 34, 171, 188, 190, 251, 276, 288 amorrei (antica popolazione mesopotamica presente in Canaan e in Transgiordania) 28, 81, 103, 105, 134, 137-138, 144, 290 arabi (popolazione seminomade proveniente dal deserto a est della Palestina) 37

aramei (popolazione stanziatasi soprattutto in Siria) 188, 198, 212, 218, 220-221, 225, 228-229, 290 asidei (movimento di fedeli osservanti della legge al tempo dei Maccabei) 262 asmonei (dinastia dei discendenti dei maccabei) 268, 289, 291 assiri (popolazione mesopotamica che formò un grande impero con capitale Ninive) 7-8, 132, 198, 212, 228-231, 233, 242, 287, 289, 290, 294 babilonesi (popolazione mesopotamica che formò un grande impero con capitale Babilonia) 7-8, 228, 233, 242-243, 248, 287, 289-290, 294 beduini (popolazioni nomadi del deserto) 54, 58, 288 beniaminiti (discendenti di Beniamino) 170-171, 198, 207, 248 caldei (popolazione insediata nella parte meridionale della Mesopotamia e fusa con i babilonesi) 25, 29, 242 cananei (antica popolazione della Palestina) 30, 58, 6364, 89, 103, 119, 139, 144, 150-151, 200-201, 209, 216 cristiani (seguaci di Cristo) 268, 292-293, 296-297 edomiti (popolazione insediata nel sud del mar Morto) 38, 42, 108, 288 efraimiti (appartenenti alla tribù di Efraim) 150 egiziani (popolazione dell’Egitto) 54-56, 58-61, 63-66, 132, 168, 285 esseni (movimento giudaico) 262 evei (una delle sette popolazioni preisraeliche di Canaan) 81 farisei (movimento giudaico) 262, 268 figli di Set (Nm 24,16) 107 filistei (popolazione di origine indo-europea giunta in Palestina dal mare) 144, 152-156, 164, 167-170, 174-177, 181, 184, 193-194, 231, 239, 288-289 gabaoniti (una delle sette popolazioni della Palestina) 137-138, 201 gebusei (una delle sette popolazioni della Palestina) 81, 103,183-184 giudei (nome degli israeliti dopo l’esilio) 23, 25, 87, 128, 156, 161, 172, 210, 222, 230, 233, 237-238, 245-250, 253-255, 260, 262-263, 265-268, 272, 275-276, 279-280, 289-290, 302 greci (popolo, impero, regno) 238, 244, 260, 265, 293, 294 hapiru (strato sociale attestato in diversi paesi della Mezzaluna fertile) 54

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Indice dei nomi biblici hittiti (antichi abitanti dell’Asia minore e della Mesopotamia del Nord, presenti anche in Palestina) 103, 132, 164, 296 hyksos (popolazioni semite che invasero l’Egitto nel II millennio) 28, 54, 286, 290

sufeti (governanti della città fenicia di Cartagine) 145 sumeri (antichi abitanti della Mesopotamia) 12, 285

idumei (vedi edomiti) 38 ismaeliti (tribù arabe ritenute discendenti di Ismaele) 37, 44 israeliti (discendenti di Giacobbe/Israele) 7-8, 28, 33, 54, 57-61, 63-75, 77-79, 82, 87-89, 93, 95, 97, 100, 102-105, 107-109, 111, 114-119, 121, 125-128, 131-132, 134-142, 144-148, 152, 156, 160-161, 163-165, 167-169, 171, 173, 175, 182, 184, 186187, 190, 197-198, 200, 203, 205, 207, 209, 216, 218, 225, 227-231, 233-234, 243, 248-249, 251-252, 260, 264, 275-276, 289, 302

3. Luoghi

keniti (popolazione seminomade aggregata a Israele) 19, 146 maccabei (capi dell’insurrezione giudaica contro i seleucidi) 223, 246, 257-259, 261, 263, 268-269, 289-290-291, 300, 303 madianiti (Madian, popolazione seminomade del deserto del Sinai e dell’Arabia occidentale) 56-57, 64, 109, 144, 148-150 medi (popolo iranico che occupò gran parte dell’odierno Iran centrale e occidentale, a sud del mar Caspio) 228, 246-247, 278 moabiti (discendenti di Lot, popolazione della Trangiordania) 35, 105, 107-108, 157, 161, 222, 224, 288 perizziti (una delle sette popolazioni preisraelitiche della terra di Canaan) 81 persiani (popolazione stanziata nell’altopiano iraniano, impero) 7-8, 25, 228, 238, 243-248, 250, 253, 257, 260, 271, 278-279, 287, 289-290 romani 262, 288, 293-294 sabei (popolazione del deserto arabico) 205 sadducei (aderenti al movimento sacerdotale giudaico) 268 samaritani (abitanti della Samaria e in genere della Palestiana al momento del ritorno degli esiliati) 230, 238, 254, 292, 294, 302 seleucidi (dinastia ellenistica della Siria) 260, 287, 290 sichemiti (abitanti di Sichem, località al centro della Palestina) 151-152

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tolomei (o lagidi, dinastia ellenistica dell’Egitto) 287

Abana (fiume della Siria) 224 Abarim (montagne a est del mar Morto) 127 Abel-Mecola (luogo natale di Eliseo) 218 Accad (città della Mesopotamia che nel 2350 a.C. governava la maggior parte della regione) 55 Acra (fortezza) 260 Afek (città situata sul litorale mediterraneo 42 chilometri a sud di Cesarea: luogo dello scontro tra filistei e israeliti) 164, 167 Africa (continente) 285 Ai (città ad est di Betel) 136-137 Aialon (località 4 chilometri a est di Betel, in cui Giosuè fermò la luna) 138 Alessandria (città dell’Egitto) 288, 293 Antiochia (capitale dei Seleucidi) 288 Aqaba (località sul golfo arabico) 288 Ar (città di Moab) 107 Arabia (territori a est di Israele) 37 Aram (territorio a nord-est di Israele; Siria) 218, 225 Asdod (città filistea) 164, 167 Askalon (città filistea) 164 Assiria (regione della Mesopotamia, impero con capitale Ninive) 7, 132, 198, 212, 228-231, 233 Azeka (città della Giudea) 138 Baala (altro nome di Kiriat Iearim) 184-185 Babele (equivalente di Babilonia) 12, 24-25, 30, 143 Babilonia (città capitale dell’omonima regione della Mesopotamia, indica l’impero ivi costituito) 22, 25, 75, 114, 228, 231, 233-234, 242-243, 246-247, 271, 285, 289, 294, 300, 302 Basan (regione ad est del Giordano) 105 Berea (forse Beerot, località della Giudea) 262 Bersabea (capitale del Negev) 35, 39, 169, 217, 288 Bet Semes (città di Giuda 24 chilometri a ovest di Gerusalemme) 168-169 Bet-Coron (località della Giudea, nei pressi di Gerusalemme) 138 Betel (paese distante 19 chilometri da Gerusalemme in direzione nord) 30, 39, 42, 145, 166, 207, 221, 288 Betlemme (luogo natale di Davide, situato nove chilometri a sud di Gerusalemme) 42, 155-156, 172173

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Indice dei nomi biblici Betulia (città situata di fronte a Esdrelon) 271, 276277 Bet-Zur (regione montuosa della Giudea) 262, 265266 Cabor (fiume della Mesopotamia) 229 Caldea (regione a sud di Babilonia, il cui nome è usato per indicare tutta la regione) 31 Canaan (antico nome della Palestina, che abbracciava anche l’attuale Libano e parte della Siria) 7-8, 11, 25, 28, 30, 32, 40-42, 46, 49, 59, 66, 68, 102, 109, 126, 128, 131-132, 136-137, 140, 142, 144145, 147, 161, 164, 268, 288-289, 299, 302 Carchemis (o Karkemis, città sulla riva destra dell’Eufrate) 228 Carmelo (montagne a ovest della pianura di Esdrelon) 216, 223, 233, 281 Carran (città della Mesopotamia settentrionale sede di Abramo) 25, 29-30, 39, 228 Cazor (città cananea) 139 Cedron (torrente ad est di Gerusalemme) 251 Chelach (località della Mesopotamia) 229 Cherit (torrente ad est del Giordano) 213 Chesbon (città moabita, governata da Sicon, un re amorreo) 105 Città di Davide (appellativo di Gerusalemme) 184186, 200, 203, 239 Cor (monte sul confine di Edom) 104 Corma (città cananea) 104 Damasco (capitale della Siria) 198, 212, 220, 224, 228-229 Dan (santuario a nord della Palestina) 207 Dotan (città della Palestina centrale) 44 Eben-Ezer (località a nord di Gerusalemme, dove ha avuto luogo una battaglia fra filistei e israeliti) 164 Ebron (centro della Giudea meridionale) 30, 36, 183, 186 Ecbatana (città capitale della Media) 246, 273 Eden (località in cui era situato il giardino delle origini) 16, 18, 20, 26 Edom (regione a sud della Palestina dove abitavano gli edomiti, discendenti di Esaù) 104, 107 Efraim (territorio, montagna) 127, 141, 145, 150 Efrata (località a nord di Gerusalemme in cui è morta Rachele) 42, 156, 244 Egitto (regione situata nell’Africa settentrionale, bagnata dal Nilo) 8, 30, 44, 46-49, 54, 59, 61, 63, 65, 67, 70-71, 76, 117, 121-122, 127, 140, 192, 205, 233, 273, 275, 285, 289, 290 Ekron (città filistea) 164, 175, 288

Elim (tappa dell’esodo) 66-67 Emmaus (località della Giudea) 262 Endor (paese a sud del Tabor 177 Engaddi (oasi a ovest del mar Morto) 177 Ermon (monte con il quale termina a sud la catena dell’Antilibano) 128, 135, 288 Esdrelon (nome greco della pianura di Izreel) 177, 276, 288 Etan (tappa dell’esodo) 64 Eufrate (fiume della Mesopotamia) 31, 105, 133, 140, 285 Faro (isola nel porto di Alessandria) 293 Fenicia (termine che designava l’attuale Libano e forse tutta la costa siro-palestinese ed era equivalente del biblica terra di Canaan) 145, 203, 212, 285 Gabaa (città di Beniamino 6 chilometri a nord di Gerusalemme) 156 Gabaon (città situata circa 10 chilometri a nord di Gerusalemme) 132, 137-139, 200-201 Galaad (regione a est del Giordano abitata dalle tribù di Ruben, Gad e metà di Manasse) 127, 213, 221, 225, 288 Galgala (santuario situato tra Gerico e il Giordano) 132, 136, 221 Galilea (regione settentrionale della Palestina) 135, 288 Garizim (monte della Samaria che si erge di fronte all’Ebal prospiciente a Sichem) 151 Gat (città filistea) 164, 175, 177, 185, 288 Gaza (città filistea) 153, 155, 164, 231, 288 Gelboe (monte all’estremità settentrionale della Samaria) 177, 181-182 Genesaret (lago, detto anche mare della Galilea) 135, 181-182 Gerar (città del Negev, a sud di Gaza) 35 Gerico (città situata nella valle del Giordano, 16 chilometri a nord del mar Morto) 127, 133-134, 136137, 140, 221-222, 288 Gerusalemme (città situata nelle montagne di Giuda, capitale del regno davidico e poi di Giuda) 7-8, 36, 104-105, 114, 119, 137, 155, 165, 167, 169, 175, 180, 183-186, 189, 192-193, 197, 200, 201-203, 207, 209-210, 228, 230-235, 237-238, 240, 242-244, 247254, 257, 260-261, 263, 266-268, 271-272, 275-277, 288-290, 293-294, 297, 299-300, 302 Ghicon (sorgente a sud di Gerusalemme) 200, 231 Ghor (valle del Giordano) 288 Giordano (fiume che scende dall’Ermon e sfocia nel mar Morto) 103, 125-126, 133-136, 139-140, 213, 221-222, 224-225, 288

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Indice dei nomi biblici Giuda (deserto tra Gerusalemme e Gerico) 288, 294 Giuda (tribù, regno, territorio della Giudea, con capitale Gerusalemme) 7-8, 119, 127, 173, 175, 178, 180, 183-184, 187, 190, 197-198, 206-209, 217, 225, 229-231, 233-235, 237-238, 241-243, 248, 274, 288-290, 291, 294, 298, 300 Giudea (regione meridionale della Palestina) 7, 161, 231, 247-248, 257, 259-262, 268, 276, 288-289 Golfo Arabico (di Aqaba, lingua di mare tra Sinai e Arabia) 288 Gomorra (città a sud del mar Morto) 308 Goshen (residenza degli Israeliti nel delta del Nilo) 48 Gozan (regione della Mesopotamia) 229 Grecia (regione europea confinante con l’Asia Minore) 279 Gutium (originariamente territorio delle montagne Zagros a est di Babilonia e a nord di Susa e poi in genere qualsiasi territorio a est del Tigri) 247 Hamat (città della Siria situata a circa 200 chilometri a nord di Damasco) 198, 212 Hule (il primo lago formato dal Giordano a nord di Genezaret) 288 Iabbok (fiume che scorre verso l’ovest, e entra nel Giordano 32 chilometri a nord del mar Morto) 41, 213 Israele (terra di) 36, 95, 213, 225, 276, 288-289 Israele (territorio, regno, comprendente la Samaria e la Galilea, con capitale Samaria) 7-8, 175, 178, 182-183, 197-198, 207, 209, 210, 212-213, 216, 218, 220-222, 224-225, 229-230, 234-235, 238, 241-242 274, 290-291, 294, 298, 300 Izreel (pianura e città della Galilea) 220, 281 Kades (città della Siria) 132, 286 Kades (località nel deserto di Paran) 103, 142 Karkar (località sul fiume Oronte, in Siria) 198, 212 Kinneret (Genesaret) 288 Kiriat Iearim (città a ovest di Gerusalemme, dove fu conservata l’arca dell’alleanza) 169, 184 Libano (regione a nord di Israele, una volta parte della terra di Canaan) 133, 142, 151, 202-203, 213, 285, 288 Macpela (caverna vicina a Ebron dove furono sepolti i patriarchi) 36, 48 Madian (località non ben determinata a est del mar Rosso) 56-57, 64 Mamre ([Querce di] zona situata 4 chilometri a nord di Ebron) 30, 33, 42

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Mara (tappa dell’esodo) 66 Massa (luogo della mormorazione di Isreale nel deserto) 68 Media (regione dell’altopiano iranico) 228-229, 271, 273 Medio Oriente (zona situata tra l’Africa e l’Asia) 7, 22, 59, 75-76, 83, 169, 294, 296 Meghiddo (città fortificata nelle montagne di Carmelo, a circa 30 chilometri sud-est di Haifa) 233 Meriba (luogo della mormorazione di Isreale nel deserto) 69, 104, 126 Merom (località della Palestina settentrionale) 132, 139 Mesopotamia (regione tra i due fiumi Tigri ed Eufrate) 7, 24-25, 28-29, 42, 70, 98, 105, 140, 164, 218, 233, 237, 246-247, 257, 285, 288, 294 Mezzaluna fertile (zona ideale che comprende Mesopotamia, Siria-Palestina ed Egitto) 7, 9, 28, 54, 285, 288 Migdol (tappa dell’esodo) 64 Millo (parte delle fortificazioni dell’antica città di Davide) 184 Moab (steppe, pianura, regno, in Transgiordania) 87, 100, 105, 113, 115, 125, 127, 156, 197, 298 Modin (villaggio della Giudea) 260-261 More (collina situata nella parte settentrionale della valle di Izreel, a sud del monte Tabor) 150 More (località vicina a Sichem, dove esisteva una quercia vicino alla quale Abramo dimorava) 30 Moria (località del sacrificio di Isacco poi identificata con il luogo in cui sorgeva il tempio di Gerusalemme) 35-36 Morto (mare, lago salato in cui sfocia il Giordano) 30, 127, 135, 156, 288 Nebo (cima della catena degli Abarim, prospiciente il mar Morto) 126-127 Negev (deserto a sud di Gerusalemme) 30, 35, 38, 127, 176, 288 Nilo (fiume d’Egitto) 45, 48, 54-55, 60-61, 68, 285, 292 Ninive (capitale dell’Assiria) 228, 231, 271, 273-275, 285 Nob (località non distante da Gerusalemme, in cui abitavano i sacerdoti discendenti di Eli) 167, 175176 Oreb (diverso nome per indicare il monte Sinai) 58, 217-219, 225 Oronte (fiume che bagna il Libano e la Siria) 198, 212 Palestina (nome equivalente a Filistea, che i romani hanno esteso a tutta la terra di Canaan) 7, 42, 54, 154, 164, 198, 205, 228-230, 242, 246, 257, 276, 285, 288-290, 294

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Indice dei nomi biblici Paran (deserto a sud del Negev) 102-103 Parpar (fiume della Siria) 224 Penuel (località presso il fiume Iabbok, presso la quale si è svolta la lotta di Abramo con Dio) 41 Peor (località di Moab in Transgiordania) 105, 108109, 115 Perez-Uzzà («breccia di Uzzà», nome di una località non lontano da Kiriat-Iearim) 185 Pergamo (città dell’Asia Minore) 292 Persia (impero orientale subentrato a Babilonia nel controllo della Mesopotamia) 233, 243, 247-248, 271, 273, 279 Pisga (catena di montagne della Transgiordania prospicienti il mar Morto) 127 Pitom (città del delta egiziano alla cui costruzione hanno cooperato gli israeliti) 55 Porta delle Acque (porta di Gerusalemme) 253 Porta di Efraim (porta di Gerusalemme) 253 Qumran (località a nord ovest del mar Morto, nota per i manoscritti ivi ritrovati) 262, 288, 294 Rabbà (Rabbat Ammon, città della Transgiordania capitale degli ammoniti) 189 Rage (città della Media) 273, 275 Rama (villaggio natale di Samuele, distante forse una diecina di chilometri da Gerusalemme in direzione Nord) 166, 173 Ramot di Galaad (città della Transgiordania contesa ai siriani) 221, 225 Ramses (città del delta egiziano alla cui costruzione hanno cooperato gli israeliti) 55 Refidim (tappa dell’esodo) 68-70 Rocce dei caprioli (località vicina a Engaddi, sul mar Morto, dove Davide risparmiò la vita a Saul) 177 Roma (capitale dell’impero romano) 268 Saaraim (città a sud della Giudea) 175 Saba (odierno Yemen, nel Sud della penisola arabica) 205 Salem (antico nome di Gerusalemme) 30 Samaria (città situata a circa 11 chilometri a nord ovest di Sichem, capitale del regno separato di Israele) 7, 220, 224, 228-229, 230-231, 271, 276, 288-290, 294, 299 Sarepta di Sidone (paese della Fenicia, a 13 chilometri a sud di Sidone) 213-214 Seir (nome di una montagna di Edom, a sud del Negev, usato spesso come sinonimo di tutta la regione) 42, 107 Sennaar (regione della Mesopotamia dove era situata Babilonia) 24

Sichem (città della Palestina centrale, vicina al monte Garizim) 30, 42, 140, 150-152, 206-207, 288 Sidone (città della Fenicia meridionale) 202, 209, 213 Silo (città circa 14 chilometri nord di Betel, sede dell’arca dell’alleanza) 165-167, 212, 231, 288 Sin (deserto a sud del Negev) 67-68 Sinai (monte della rivelazione, detto anche Oreb) 11, 33, 53-54, 57-58, 66-67, 70, 72-73, 78, 80, 85, 8791, 93, 95, 97, 99-101, 103, 105, 107, 109-11, 115, 207, 209, 218, 226, 288, 296, 302 Sion (antico nome di Gerusalemme) 128, 203, 234, 268, 275, 281 Siria (regione tra Canaan e la Mesopotamia) 7, 205, 218, 228-229, 42, 246, 257, 263, 267, 285, 288-290, 294 Sirion (montagna ad est del Libano) 142 Sittim (località della Transgiordania; luogo dell’ultimo accampamento di Israele dopo l’esodo) 108 Sodoma (con Gomorra, una delle città della pianura del Giordano a sud del mar Morto) 30, 33-34, 302 Sorek (valle a ovest di Gerusalemme verso il mar Mediterraneo) 154 Succot (tappa dell’esodo) 63-64 Sunem (cittadina poco distante da Izreel) 222 Tabor (montagna che chiude a nord la pianura di Esdrelon) 46 Tel Aviv (letteralmente: Collina della primavera, moderna città di Israele sulla sponda del Mediterraneo) 288 Terebinto (valle del) 176 Tiberiade (città costruita da Erode Antipa sulla riva occidentale lago di Genesaret che da essa prende il nome) 135, 288, 294 Tigri (fiume che insieme all’Eufrate delimita la Mesopotamia) 285 Tiro (città della Fenicia meridionale) 184, 202, 216, 288 Tisbe (città sconosciuta della Transgiordania, forse l’attuale el-Istib) 213 Transgiordania (altopiano a est del Giordano) 105, 109, 133, 139, 213, 288 Ur (città situata sull’Eufrate, nell’odierno Kuweit, patria di Abramo) 25, 29, 31 Uruk (città sede di un antico regno sumero, situata a est del presente corso del fiume Eufrate) 12 Via Maris (dalla Mesopotamia all’Egitto, lungo il mar Mediterraneo) 288

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Indice dei nomi biblici Via Regia (dalla Mesopotamia all’Egitto, lungo la valle del Giordano) 288

Etanim (settimo mese [settembre-ottobre], chiamato in seguito Tishri) 203

Ziklag (villaggio del Negev assegnato da Achis, re di Gat, a Davide) 181 Zoar (località nella valle del Giordano) 127

Giubileo (cinquantesimo anno, caratterizzato dalla remissione dei debiti) 95-96, 99, 120

4. Calendario e Feste

Kippûr (festa dell’espiazione che aveva luogo nel mese di Tishri) 83, 93-94 Nîsan (primo mese del calendario recente) 61

Abib (primo mese dell’anno dell’antico calendario, equivalente di Nisan [marzo-aprile]) 61 Adar (dodicesimo mese del calendario più recente [febbraio-marzo]) 280 Anno sabbatico (settimo anno, caratterizzato dal riposo dei campi) 95-96, 120 Azzimi (festa che ha luogo nel mese di Abib/Nisan in cui si usa solo pane non fermentato) 61, 63

Pasqua (festa che ha luogo nel mese di Abib/Nisan in cui si ricorda l’uscita dall’Egitto) 61, 62-63, 73, 88, 97, 121, 135-136, 233, 237, 248, 254, 280 Pentecoste (Settimane: festa celebrata sette settimane dopo Pasqua: in essa si ricorda il dono della legge) 73, 131, 273 Puˆrîm (festa celebrata il 14 e il 15 del mese di Adar [febbraio-marzo]) 272, 280

Capanne (festa del raccolto celebrata nel mese di Tishri) 241, 252-253

Sabato (settimo giorno consacrato a Dio) 68, 74, 81, 95, 223, 237

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Indice dei termini in lingua originale

1. Ebraici ’abiram (etimologia scientifica del nome « Abramo ») 32, 104 ’ab hamôn (etimologia popolare del nome « Abramo ») 32 ’abram (nome originario di Abramo) 25, 31-32 ’abraham (nome imposto da Dio ad Abramo) 32-33 ’adam (« uomo », da ’adamâ, terra) 15-16 ’adamâ (« terra, argilla ») 15 ’adonaj (« mio Signore », al plurale) 7, 16 ’aman (radice da cui deriva il verbo «credere») 31

debarîm (parole) 74 debîr (parte interna del santuario chiamata « santo dei santi ») 83, 203 dibrê hajjamîm (« cronache », « parole dei giorni ») 238

’efôd (paramento sacro senza maniche, indossato dal sommo sacerdote) 91, 176, 185 ’ehjeh (imperfetto prima persona singolare di hajah, « essere ») 59 ’el (nome di una divinità cananea, da cui deriva ’Elohîm) 28, 42 ’Elle haddebarîm (« Queste le parole », titolo in ebraico. del Deuteronomio) 113 ’elohîm (nome plurale con cui si designa Dio) 13, 16, 28, 306 ’emet (termine derivato da ’aman che significa « stabilità nella fedeltà ») 81 ’îsˇ (uomo) 16 ’isˇˇs â (« donna » [femminile di ’îsˇ, uomo]) 16 ’ûlam (« vestibolo », locale antistante al santo nel santuario salomonico) 203

zikkarôn (« ricordo », attualizzazione di un evento salvifico) 63

ba‘al (« signore », appellativo di molte divinità cananee) 216 Bamidbar (« Nel deserto », titolo ebraico di Numeri) 87 berît (alleanza) 300 Bere’ˇsît (« In principio », titolo ebraico della Genesi) 11 ger (« forestiero », straniero residente in Israele, proselite) 277 go’el (« redentore », parente prossimo) 60 gôjîm (« nazioni » e in genere tutti i non giudei) 260

hêkal (parte esterna del santuario chiamata « santo ») 83, 203 Wajjiqra’ (« e chiamò », titolo ebraico del Levitico) 87

h.amas (violenza) 21 h.anûn (« colui che fa grazia ») 81 h.awwâ (« Eva », nome della prima donna) 19 h.esed (« fedeltà, lealtà ») 81, 262 h.asidîm (« pii », appartenenti a un movimento spirituale giudaico) 262 jam Sûf (« mare dei Giunchi », nome biblico del mar Rosso) 66 Jehôsˇua‘ (Giosuè) 133 jihjeh (imperfetto terza persona singolare di hajah, « essere ») 59 jôbel (« corno », usato come tromba) 95 kippûr (« espiazione », festa) 83, 93-94 kapporet (« espiatorio », coperchio dell’arca) 83, 94 ketubîm (« scritti », terza parte della Bibbia ebraica) 301 maqqaba’ (« martello », soprannome di Giuda figlio di Mattatia) 257 masˇiah. (« Unto », appellativo del re, Messia escatologico) 173 megillôt (i cinque « rotoli », letti nelle feste principali) 131, 271

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Indice dei termini in lingua originale mal’ak (« angelo, messaggero », simbolo della manifestazione divina) 36 man hû (« che cos’è questo? », domanda da cui deriva la parola « manna ») 67 melakîm (« re », titolo dell’omonimo libro biblico) 163, 197 menôrâ (« candeliere » dai sette bracci, usato nel tempio) 83 misˇkan (« dimora », luogo in cui risiede la presenza divina) 83 misˇpat.îm (« sentenze giudiziali », leggi consuetudinarie) 75

Sˇemôt (« Nomi », titolo ebraico del libro dell’Esodo) 53 ˇs ofetîm (giudici) 144 tanak (acronimo di « legge, profeti, scritti », le tre parti della Bibbia) 292 tôrah (« legge », prima parte della Bibbia ebraica) 8, 11, 127-128, 131, 233, 252, 255, 260, 273, 296, 301 urim e tummim (componente dell’abito sacerdotale, usato per scoprire la volontà divina) 91

2. Greci nabî’ (singolare, « profeta ») 122 nebiîm (plurale, « profeti ») 301 nîkûd (segni indicanti le vocali usati nella scrittura ebraica) 297 nîsan (primo mese del calendario ebraico) 61 ‘aqab (soppiantare) 40 ‘aqeb (calcagno) 40 ‘aqedâ (« legamento », appellativo del sacrificio di Isacco) 37 ‘ôlâ (« olocausto », il più importante tipo di sacrificio) 89 pesah. (Pasqua) 63 pûrîm (« sorti », nome di una festa ebraica) 271-272 s.edaqâ (« giustizia », nel senso di fedeltà e misericordia) 31

antilegomenoi (libri la cui canonicità è discussa) 293 Arithmoi (Numeri) 87 asidaioi (asidei, movimento religioso giudaico) 262 Basileioi (Re) 163, 197 biblion/biblia (libretto/i, termine greco da cui deriva il nome Bibbia) 296 Christos (Unto, traduzione greca dell’ebraico masˇiah. , « Messia ») 173 Deuteronomion (Deuteronomio, seconda legge) 113, 122 diathêkê (testamento, alleanza) 296 Exodos (Esodo, uscita) 53 Genesis (Genesi, origine) 11

rah.ûm (« misericordioso », attributo divino) 81 rûah. (« soffio, Spirito », figura che indica la presenza di Dio) 102 ˇs abbat (« sabato », l’ottavo giorno, dedicato al riposo) 68 ˇs alôm (« pace » basata sulla giustizia e sulla solidarietà) 97 ˇs avu‘ôt (« Settimane », festa di Pentecoste) 73 ˇs e’ôl (« ade, inferi », regno dei morti) 222, 264, 266

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Leuitikos (Levitico) 87 omologoumenoi (libri la cui canonicità è accettata) 293 Paraleipomena (Paralipomeni, « Cose lasciate in disparte », titolo greco delle Cronache) 238 synthêkê (patto, trattato) 296

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Indice dei nomi mitologici

Agamennone (figura mitologica greca, che fu re di Argo e di Micene) 152 Akki (dio accadico, designato come l’estrattore d’acqua) 55 Asmodeo (demonio) 273

Horus (divinità egiziana che assume forme diverse a seconda dei luoghi in cui è venerata) 45

Atra-hasis (protagonista del mito babilonese del diluvio) 12, 16 Azazel (probabilmente il nome di un demonio che abita nel deserto) 93

Marduk (principale divinità babilonese) 15, 25, 246247

Baal (divinità cananea che assume nomi diversi a seconda dei luoghi in cui è venerata) 73, 78-79, 105, 108, 144, 149, 209, 215-218, 221, 226 Baal Melqart (divinità ufficiale di Tiro) 216 Baal Zebub (dio della città filistea di Ekron) 221 Baal Peor (Baal venerato a Peor, nel territorio di Moab) 105, 108-109, 115

Ifigenia (figlia di Agamennone, re di Argo e di Micene) 152

Necustan (nome dato al serpente di bronzo venerato nel tempio di Gerusalemme) 231 Osiride (divinità egizia) 45 Rimmon (divinità aramea) 225 Sˇamasˇ (dio babilonese del sole e della giustizia) 75 Sargon (mitico re di Accad) 55 Sole (Horus, divinità egistizia) 45

Dagon (divinità filistea) 155, 167 ’El (nome di una divinità cananea, da cui deriva ’Elohîm) 28 Enki-Ninhursag (poema sumero della creazione) 12, 17 Enuma elish (poema babilonese della creazione) 12, 15 Gilgamesˇ (epopea babilonese) 12, 18, 22 Giove Olimpio (capo del panteon greco) 259

Tiamat (dea babilonese del caos primitivo) 15 Tot (divinità egiziana) 57 Utnapishtim (unico giusto salvato dal diluvio nell’epopea di Gilgamesh) 22 ziggurat (tempio mesopotamico a forma di torre) 2425, 285

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Bibliograf ia Per saperne di più

1. testo biblico Bibbia della CEI (Traduzione ufficiale commissionata dalla Conferenza Episcopale Italiana) fu iniziata nel 1965 in vista soprattutto della liturgia. Nel 1971 fu pubblicata una prima edizione, a cui fece seguito una seconda edizione riveduta e corretta nel 1974, che venne adottata nei lezionari e nel breviario della liturgia italiana. Pur con numerose imperfezioni, la traduzione, fatta con il contributo di esperti in campo letterario, è fedele e scorrevole. La Bibbia di Gerusalemme (Bible de Jérusalem), Dehoniane-Borla, Bologna, 1974, 1991, è così denominata in quanto opera della École Biblique de Jérusalem. È una versione della Bibbia realizzata tra il 1947 e il 1955, pubblicata nel 1973 e riveduta nel 1988. È utile soprattutto per le sue introduzioni, per le note a fondo pagina, e per la ricchezza di rimandi a margine. Il testo biblico dell’edizione italiana è quello della Bibbia CEI. Oggi è un po’ antiquata, ma resta il meglio che esiste sul mercato. Bibbia TILC (La Parola del Signore. Traduzione interconfessionale in lingua corrente), edita da LDCABU nel 1985. Nel 1976 fu pubblicato il NT, nel 1985 l’intera Bibbia, con revisione del NT nel 2001. È frutto di un lavoro di collaborazione interconfessionale tra cattolici e protestanti. Si abbandona il carattere letterale della traduzione per dare spazio a un linguaggio che, pur essendo sostanzialmente fedele all’originale, è caratterizzato da immediatezza e facilità di comprensione. Attualmente in fase di revisione. Bibbia TOB (Traduction Oecuménique de la Bible), fatta con la collaborazione di studiosi di diverse confessioni; fu pubblicata originariamente in tre volumi (1976-1979), e successivamente in un singolo volume (1992). L’edizione italiana (LDC 1988 e successive ristampe) riporta le note dell’edizione

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francese e il testo CEI. L’ordine dei testi del Primo Testamento non è quello della Bibbia CEI, ma quello della Bibbia ebraica, con l’aggiunta in appendice dei libri deuterocanonici. Di Ester viene presentata una doppia traduzione, ebraica e greca. NVB (Nuovissima versione della Bibbia) dai testi originali. Essa è stata frutto di un intenso lavoro che dal 1967 al 1980 ha coinvolto un ampio gruppo di biblisti prevalentemente italiani. Pubblicata originariamente in quarantotto volumi, corredati da ampie e numerose note, per i tipi delle Edizioni Paoline, Roma. Nel 1983 i testi tradotti sono stati raccolti in un volume unico con note essenziali. Il testo tendenzialmente ricalca con fedeltà i testi originali, riproponendone espressioni e modi di dire che possono suonare come aspre all’orecchio italiano. Questa traduzione è la stessa utilizzata nella Bibbia Emmaus (San Paolo 1998), nella Bibbia Tabor (San Paolo 1999) e, infine, nella Bibbia Ebron (San Paolo 2000). Bibbia Piemme, Piemme, Casale Monferrato (AL) 1998. Traduzione ufficiale della CEI, introduzioni e commento sistematico al testo, curata da Luciano Pacomio con la collaborazione di studiosi italiani. I libri di Dio, Oscar Mondadori, 2000. Divisa in sei volumi, è caratterizzata dall’assenza di note al testo, a cui però si contrappone la presenza di ampi apparati introduttivi e brevi introduzioni esplicative ai vari brani. È opera di un gruppo di giovani docenti e ricercatori di varie università pontificie, che ha tradotto in un italiano moderno i testi originali. I Libri Biblici (Primo Testamento/Nuovo Testamento) Paoline Editoriale Libri, Milano. Collana iniziata nel 1999 e non ancora completata. Nuova traduzione e commento di tutti i libri della Bibbia, che si caratterizza per il suo rigoroso metodo scientifico, attento alla dimensione storica, letteraria, estetica e teologica del testo.

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Bibliografia La Sacra Bibbia tradotta in lingua italiana e commentata da Giovanni Diodati, a cura di M. Ranchetti e M. Ventura-Avanzinelli, 3 voll., Mondadori, Milano 1999. Ultima revisione della Bibbia tradotta dal protestante Diodati (1576-1649). La sacra Bibbia. Versione riveduta (a cura del protestante Giovanni Luzzi), Società biblica britannica e forestiera, Roma 1992.

2. Introduzioni generali al Primo Testamento e ai libri storici Artola A.M. - Sánchez Caro J.M., Bibbia e parola di Dio (Introduzione allo studio della Bibbia 2), Paideia, Brescia 1994. Blenkinsopp J., Il Pentateuco. Introduzione ai primi cinque libri della Bibbia (Biblioteca Biblica 21), Queriniana, Brescia 1996 (nuovi orientamenti nello studio del Pentateuco). Ceresko A.R., Solleva lo sguardo. L’Antico Testamento in prospettiva di liberazione, EMI, Bologna 2002 (interessante per uno studio del Primo Testamento in chiave di liberazione). Fabris R. e coll., Introduzione generale alla Bibbia (Logos 1), LDC, Leumann (TO) 1994. García López F., Il Pentateuco (Introduzione allo studio della Bibbia 3/1), Paideia, Brescia 1994. Sacchi A., I libri storici. Israele racconta la sua storia, Paoline Editoriale Libri, Milano 2000. Sánchez Caro J.M. (ed.), Storia, narrativa, apocalittica (Introduzione allo studio della Bibbia 3/2), Paideia, Brescia 2003. Schökel A. e coll., La Bibbia nel suo contesto (Introduzione allo studio della Bibbia 1), Paideia, Brescia 1994. Ska J.L., Introduzione alla lettura del Pentateuco. Chiavi per l’interpretazione dei primi cinque libri della Bibbia, EDB, Roma 1998 (nuovi orientamenti nello studio del Pentateuco). Smend R., La formazione dell’Antico Testamento (Letture bibliche 8), Paideia, Brescia 1993.

3. Introduzioni e commenti ai singoli libri: collane + Dabar - Logos - Parola (Lectio divina popolare) AT = Messaggero, Padova http://www.edizionimessaggero.it/ita/catalogo/risultato.asp + Guide spirituali dell’AT = Città Nuova, Roma 19932003

http://www.cittanuova.it/editrice/articolisp_sct.asp?i dtipoarticolo=1&codcategoria=37&idcollana=29 + La Bibbia nelle nostre mani = San Paolo, Cinisello Balsamo (MI). http://www.paolinitalia.it/catalogo.asp?p=8&s=coll&i =21N&n=La+Bibbia+nelle+nostre+mani + Leggere oggi la Bibbia (LOB) = Queriniana, Brescia. http://www.queriniana.it/catalog.asp + Lettura pastorale della Bibbia = EDB, Bologna. http://www.dehoniane.it/edizioni/main_frame.php? PAGE=edb.html 4. Strumenti (Storia/Geografia/Archeologia /Istituzioni/Letteratura) Aa.Vv., Grande Enciclopedia illustrata della Bibbia (3 voll.), Piemme, Casale Monferrato (AL) 1997. Aletti J.-N.-Gilbert M.- Ska J.-L.-De Vulpillières S., Lessico ragionata dell’esegesi biblica. Le parole, gli approcci, gli autori, Queriniana, Brescia 2006 (ottimo strumento di lavoro per chi si accosta per la prima volta alla Bibbia). Alter R., L’arte narrativa biblica, Queriniana, Brescia 1990. Castel F., Storia d’Israele e di Giuda dalle origini al II secolo d.C., Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1987. Cimosa M., L’ambiente storico-culturale delle Scritture Ebraiche, EDB, Bologna 2000 (volume di grande utilità in quanto riporta tutto il materiale comparativo riguardante il Primo Testamento). Drane J. (ed.), La nuova enciclopedia illustrata della Bibbia, Torino 2006 (ottimo sussidio per accompagnare la lettura della Bibbia). Finkelstein I. - Silberman N.A., Le tracce di Mosè. La Bibbia tra storia e mito, Carocci, Roma 2002 (riporta i risultati più recenti e a volte sconvolgenti dell’archeologia biblica). Galbiati E., Atlante storico della Bibbia, Jaka Book, Milano 2004. Millard A., Archeologia e Bibbia, Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1988. Sacchi P., Storia del secondo Tempio. Israele tra VI secolo a.C. e I secolo d.C., SEI, Torino 1994 (importante per conoscere l’ambiente in cui si sono formate le Scritture del Primo Testamento). 5. Teologia biblica Fanuli A., La spiritualità dell’Antico Testamento: tradizioni storiche, in Aa.vv., La spiritualità dell’Antico Testamento, Borla, Roma 1988, 11-332.

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Bibliografia L’Hour J., La morale de l’Alliance, Gabalda, Paris 1966 (volume datato ma molto utile per la conoscenza della morale biblica). Mesters C., Dio, dove sei? Bibbia e liberazione umana, Queriniana, Brescia 1988. Nobile M., Teologia dell’Antico Testamento (Logos 8/1), LDC, Leumann (TO) 1998. Rossano P. - Ravasi G. - Girlanda A., Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1988. Von Rad G., Teologia dell’Antico Testamento. I. Teologia delle tradizioni storiche di Israele, Paideia, Brescia 1972 (volume datato, ma sempre molto valido e utile).

6. Studi su argomenti o libri specifici Balzaretti C., Esdra - Neemia. Nuova versione, introduzione e commento (I Libri Biblici. Primo Testamento 23), Paoline Editoriale Libri, Milano 1999. Barbaglio G., Dio violento? Lettura delle Scritture ebraiche e cristiane, Cittadella, Assisi 1991. Bianchi E., Adamo, dove sei? Commento esegeticospirituale ai capitoli 1-11 del libro della Genesi, Qiqajon, Magnano (VC) 1994. Costacurta B., Con la cetra e con la fionda. L’ascesa di Davide verso il trono, EDB, Roma 1994. Deiana G., Levitico. Nuova versione, introduzione e commento (Libri biblici. Primo Testamento 3), Paoline Editoriale Libri, Milano 2005. Lohfink N., Ascolta Israele. Esegesi di testi del Deuteronomio (StBi 2), Paideia, Brescia 1968 (libro datato ma ancora utile per la conoscenza del Deuteronomio). Lohfink N., Le nostre grandi parole. L’Antico Testamento su temi di questi anni (Biblioteca di cultura religiosa 49), Paideia, Brescia 1986 (tentativo di attualizzare il messaggio del Primo Testamento). McCarthy D.J. - Mendenhall G.E. - Smend R., Per una teologia del patto nell’Antico Testamento, Marietti, Torino 1972 (opera datata ma ancora utile per lo studio dell’alleanza alla luce dei trattati di vassallaggio). Ouaknin M.-A., Le dieci parole. Il decalogo riletto e commentato da maestri ebrei antichi e moderni, Paoline Editoriale Libri, Milano 2001. Pitta A., L’anno della liberazione. Il giubileo e le sue istanze bibliche, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2000.

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Plastaras J., Il Dio dell’Esodo, Marietti, Casale Monferrato (AL) 1977 (volume datato ma ancora in commercio e molto utile per lo studio dell’Esodo) Schmidt W.H., I dieci comandamenti e l’etica veterotestamentaria (Studi Biblici 114), Paideia, Brescia 1996 (ottimo per uno studio dettagliato del decalogo). Ska J.-L., Il libro sigillato e il libro aperto, EDB, Bologna 2005 (questioni di introduzione alla lettura della Bibbia e commento di testi. Molto chiaro e istruttivo). Vanhookissen G., Cominciando da Mosè. Dall’Egitto alla Terra promessa, EDB, Bologna 2004. Vogels W., Abraham. Inizio della fede, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1999. Vogels W., Mosè dai molteplici volti, Borla, Roma 1999. Walzer M., Esodo e rivoluzione, Feltrinelli, Milano 2004. Wilms F.-E, I miracoli nell’Antico Testamento (Studi Biblici 12), EDB, Bologna 1985.

7. Periodici Bibbia e Oriente: www.sardini.it/beo Il mondo della Bibbia (LDC) (rivista biblica divulgativa) http://www.elledici.org/periodici/sommario.php?LO AD_TYPE=MONBI&AREA=periodici Parola Spirito e Vita (EDB): www.dehoniane.it/periodici/main_frame.php?PAGE=period.html Parole di vita (Messaggero di Sant’Antonio): www.paroledivita.it Rivista Biblica Italiana: www.dehoniane.it/periodici/main_frame.php?PAGE=period.html

Siti internet http://www.paoline.it/index.asp?intIdArea=6 (Schede bibliche). www.laparola.net (testi e commenti: sito molto ricco. Contiene anche un prezioso elenco di tutti i nomi biblici). http://www.santamelania.it/approf/mbibbia/cap1.ht m#sez1 www.paroladidio.com www.studibiblici.it (centro promozione studi biblici… soprattutto N.T.). www.bibbiaonline.it (il testo biblico e strumenti per la lettura e lo studio). www.bibbiaedu.it (introduzione e ricerca sul testo biblico nella versione CEI).

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Bibliografia http://www.biblia.org/biblithome.html (sito dell’Associazione Biblia). www.wikipedia.org/wiki/traduzioni_della Bibbia_in_italiano (descrizione delle traduzioni della Bibbia in italiano). www.associazionebiblica.it (si propone di promuovere la conoscenza della bibbia attraverso la ricerca scientifica e la divulgazione della Parola, secondo le direttive espresse soprattutto dal Concilio Vaticano II. Pubblica la Rivista Biblica Italiana e Parole di vita).

www.gesuiti.it/terrasanta/introstoria.html www.nicodemo.net (riporta i testi biblici delle messe festive con un commento esegetico). www.rebeccalibri.it (Consorzio per l’Editoria Cattolica a cui partecipano: Editrice Elledici; Edizioni Dehoniane Bologna; Edizioni Messaggero Padova; Edizioni Paoline; Edizioni San Paolo; CEI Progetto Culturale; Informazioni Editoriali). http://www.christianismus.it/index.php (contiene materiale storico molto interessante anche sul Primo Testamento e sul giudaismo).

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Indice generale

Un popolo racconta la sua storia

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I. LE ORIGINI – GENESI Introduzione

» 11 » 11 » 12 » 12 » 13 » 15 » 17 » 19 » 21 » 22 » 24 » 26 » 27 » 28 » 28 » 29 » 31 » 32 » 33 » 35 » 37 » 39 » 41 » 42 » 43 » 45 » 47 » 48 » 50 » 51

A. La storia primordiale (Gn 1-11) Introduzione 1. L’origine del mondo (Gn 1,1 - 2,4a) 2. Adamo ed Eva (Gn 2,4b-25) 3. La disobbedienza e il castigo (Gn 3,1-24) 4. Caino e Abele (Gn 4,1-16) 5. Il diluvio (Gn 6,5 - 8,14) 6. Una nuova creazione (Gn 9,1-17) 7. La torre di Babele (Gn 11,1-9) Conclusione e preghiera biblica dal Salmo 8 Riflessioni B. Le vicende dei patriarchi (Gn 12-50) Introduzione 8. La vocazione di Abramo (Gn 12,1-9) 9. L’alleanza tra Dio e Abramo (Gn 15,1-21) 10. Alleanza e circoncisione (Gn 17,1-21) 11. L’intercessione di Abramo (Gn 18,23-33) 12. La tentazione di Abramo (Gn 22,1-19) 13. Esaù e Giacobbe (Gn 27,1-23) 14. Giacobbe e Labano (Gn 29,1-30) 15. La lotta con Dio (Gn 32,25-31) 16. I sogni di Giuseppe (Gn 37,2-11) 17. Giuseppe venduto dai fratelli (Gn 37,12-36) 18. Il sogno del faraone (Gn 41,1-40) 19. I figli di Israele in Egitto (Gn 43,16 - 45,15) 20. La benedizione di Giuda (Gn 49,8-10) Conclusione e preghiera biblica da Siracide 44 Riflessioni

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Indice generale II. DALLA SCHIAVITÙ ALLA LIBERTÀ – ESODO Introduzione A. L’epopea della liberazione (Es 1-18) Introduzione 21. Oppressione degli israeliti e nascita di Mosè (Es 1,8 - 2,10) 22. Mosè fugge a Madian (Es 2,11-22) 23. La vocazione di Mosè (Es 3,1-20) 24. Nuovo racconto della vocazione di Mosè (Es 6,2-8) 25. Le piaghe d’Egitto (Es 7,14-25) 26. La Pasqua e la festa degli Azzimi (Es 12,1-17) 27. I primogeniti (Es 13,1-16) 28. Il passaggio del mare (Es 14,5-31) 29. La manna (Es 16,1-36) 30. L’acqua dalla roccia (Es 17,1-7) Conclusione e preghiera biblica da Esodo 15 Riflessioni B. Elezione e alleanza (Es 19-40) Introduzione 31. L’incontro con JHWH (Es 19,1-20) 32. I dieci comandamenti (Es 20,1-17) 33. Il codice dell’alleanza (Es 22,20-26; 23,1-8) 34. La conclusione dell’alleanza (Es 24,1-10) 35. Il vitello d’oro (Es 32,1-6) 36. L’alleanza rinnovata (Es 34,1-16) 37. Il santuario nel deserto (Es 40,18-35) Conclusione e preghiera biblica dal Salmo 103 Riflessioni III. VERSO LA TERRA PROMESSA – LEVITICO E NUMERI Introduzione A. Ai piedi del Sinai: prescrizioni rituali (Lv 1-27; Nm 1-10) Introduzione 38. L’olocausto (Lv 1,1-9) 39. L’investitura dei sacerdoti (Lv 8,4-13) 40. La festa del Kippûr (Lv 16,5-26) 41. La legge di santità (Lv 19,11-18.33-34) 42. Anno sabbatico e Giubileo (Lv 25,1-11) 43. La benedizione sacerdotale (Nm 6,22-27) 44. Partenza dal Sinai (Nm 10,33-36)

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» 53 » 53 » 54 » 54 » 55 » 56 » 57 » 59 » 60 » 61 » 63 » 65 » 66 » 68 » 70 » 71 » 72 » 72 » 73 » 74 » 75 » 77 » 79 » 80 » 82 » 84 » 85 » 87 » 87 » 88 » 88 » 89 » 90 » 93 » 94 » 95 » 96 » 97

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Indice generale

» 98 » 99

Conclusione e preghiera biblica dal Salmo 40 Riflessioni B. Dal Sinai alle steppe di Moab (Nm 11-36) Introduzione 45. I settanta anziani (Nm 11,24-29) 46. Gli esploratori (Nm 13,25-33) 47. Il serpente di bronzo (Nm 21,4-9) 48. L’asina di Balaam (Nm 22,22-35) 49. La stella di Davide (Nm 24,16-19) 50. Infedeltà di Israele a Peor (Nm 25,6-13) Conclusione e preghiera biblica dal Salmo 121 Riflessioni

» 100 » 100 » 101 » 102 » 104 » 105 » 107 » 109 » 110 » 111

IV. UNA RILETTURA DELLA LEGGE – DEUTERONOMIO Introduzione 51. La vera sapienza di Israele (Dt 4,5-8) 52. Ascolta, Israele (Dt 6,1-25) 53. Non di solo pane vive l’essere umano (Dt 8,1-20) 54. L’unico luogo di culto (Dt 12,2-12) 55. L’esigenza della solidarietà (Dt 15,1-15) 56. Istruzioni per il re (Dt 17,14-20) 57. Il profeta come Mosè (Dt 18,9-22) 58. Il divorzio (Dt 24,1-4) 59. Le esigenze dell’alleanza (Dt 30,6-20) 60. Mosè designa il suo successore (Dt 31,1-8) 61. La morte di Mosè (Dt 34,1-12) Conclusione e preghiera biblica dal Salmo 132 Riflessioni

» 113 » 113 » 115 » 116 » 117 » 118 » 120 » 121 » 122 » 124 » 125 » 126 » 127 » 128 » 129

V. L’INGRESSO NELLA TERRA PROMESSA – GIOSUÈ, GUIDICI, RUT Introduzione

» 131

A. L’epopea della conquista (Gs 1-24) Introduzione 62. I preparativi (Gs 1,1-7) 63. Gli esploratori (Gs 2,1-21) 64. Il passaggio del Giordano (Gs 3,1 - 4,20) 65. Giosuè conquista Gerico (Gs 6,1-23) 66. La vittoria di Gabaon (Gs 10,11-14) 67. Testamento di Giosuè (Gs 23,1-18) 68. L’assemblea di Sichem (Gs 24,1-24)

» 132

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Indice generale Conclusione e preghiera biblica dal Salmo 29 Riflessioni B. I liberatori di Israele (Gdc 1-21; Rt 1-4) Introduzione 69. Israele nella terra di Canaan (Gdc 2,11-19) 70. Vittoria di Debora e Barak su Sisara (Gdc 4,17-24) 71. La madre di Sisara (Gdc 5,28-31) 72. La vocazione di Gedeone (Gdc 6,11-27) 73. La battaglia contro i madianiti (Gdc 7,1-8) 74. L’apologo di Iotam (Gdc 9,8-15) 75. La nascita di Sansone (Gdc 13,1-7) 76. Sansone e Dalila (Gdc 16,4-22) 77. La morte di Sansone (Gdc 16,25-30) 78. Il matrimonio di Rut la moabita (Rt 3,1-11) Conclusione e preghiera biblica dal Salmo 121 Riflessioni VI. I REGNI DI SAUL E DI DAVIDE – 1-2SAMUELE Introduzione A. Il regno di Saul e l’ascesa di Davide (1Sam 1-31) Introduzione 79. La preghiera di Anna (1Sam 1,7-20) 80. La vocazione di Samuele (1Sam 3,1-10) 81. I filistei restituiscono l’arca (1Sam 6,1-12) 82. I diritti del re (1Sam 8,10-18) 83. Il regno di Saul (1Sam 9,14 - 10,1) 84. Dio sceglie Davide come re (1Sam 16,6-13) 85. Davide e Golia (1Sam 17,38-52) 86. I sacerdoti di Nob (1Sam 21,1-10) 87. Davide risparmia Saul (1Sam 24,1-8) Conclusione e preghiera biblica da 1Samuele Riflessioni B. Il regno di Davide (2Sam 1-24) Introduzione 88. La morte di Saul (2Sam 1,1-16) 89. Il canto dell’arco (2Sam 1,19-27) 90. La conquista di Gerusalemme (2Sam 5,6-12) 91. Davide trasporta l’arca a Gerusalemme (2Sam 6,11-22) 92. Dio promette a Davide una discendenza (2Sam 7,1-17)

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» 142 » 143 » 144 » 144 » 145 » 146 » 147 » 148 » 150 » 151 » 152 » 154 » 155 » 156 » 160 » 161 » 163 » 163 » 164 » 164 » 165 » 166 » 168 » 169 » 170 » 172 » 173 » 175 » 176 » 178 » 179 » 180 » 180 » 181 » 182 » 184 » 185 » 186

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Indice generale 93. Davide e Betsabea (2Sam 11,1-5) 94. L’intervento di Natan (2Sam 12,1-14) 95. Amnon fa violenza a Tamar (2Sam 13,6-19) 96. Fuga e ritorno di Davide (2Sam 15,30-34) Conclusione e preghiera biblica dal Salmo 51 Riflessioni

» 188 » 189 » 191 » 192 » 194 » 195

VII. I RE DI GIUDA E DI ISRAELE – 1-2RE Introduzione

» 197 » 197 » 198 » 198 » 199 » 200 » 202 » 203 » 204 » 206 » 207 » 210 » 211 » 212 » 212 » 213 » 213 » 214 » 215 » 217 » 219 » 220 » 221 » 222 » 224 » 226 » 227 » 228 » 228 » 229 » 230 » 232

A. Da Salomone ad Acab (1Re 1-16) Introduzione 97. Salomone succede a Davide (1Re 1,15-37) 98. Il sogno di Gabaon (1Re 3,4-14) 99. La costruzione del tempio (1Re 5,16-23) 100. Il trasporto dell’arca (1Re 8,2-13) 101. La preghiera di Salomone (1Re 8,27-32) 102. La divisione del regno (1Re 12,1-14) 103. I due vitelli d’oro (1Re 12,26-32) Conclusione e preghiera biblica dal Salmo 122 Riflessioni B. Elia ed Eliseo (1Re 17-22; 2Re 1-13) Introduzione 104. La vocazione di Elia (1Re 17,1-7) 105. La vedova di Sarepta (1Re 17,8-16) 106. La risurrezione del figlio della vedova (1Re 17,17-24) 107. Elia e i profeti di Baal (1Re 18,20-39) 108. Elia sul monte Oreb (1Re 19,1-14) 109. La vocazione di Eliseo (1Re 19,19-21) 110. La vigna di Nabot (1Re 21,1-19) 111. La scomparsa di Elia (2Re 2,7-15) 112. Eliseo risuscita un ragazzo (2Re 4,18-37) 113. La guarigione di Naaman (2Re 5,1-19) Conclusione e preghiera biblica da Siracide 48 Riflessioni C. La fine dei due regni israelitici (2Re 14-25) Introduzione 114. La caduta del regno di Israele (2Re 17,5-12) 115. Una prima riforma: Ezechia (2Re 18,1-8) 116. La riforma religiosa del re Giosia (2Re 22,1-13)

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Indice generale Conclusione e preghiera biblica dal Salmo 137 Riflessioni

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VIII. LA RINASCITA DI UN POPOLO – 1-2CRONACHE, ESDRA E NEEMIA Introduzione

B. Il ritorno dall’esilio (Esd 1-10; Ne 1-13) Introduzione 121. Il ritorno dall’esilio (Esd 1,1-7) 122. Contro i matrimoni misti (Esd 10,1-6) 123. Le mura di Gerusalemme (Ne 2,11-20) 124. La promulgazione della legge (Ne 8,13-18) Conclusione e preghiera biblica dal Salmo 19 Riflessioni

» 237 » 237 » 238 » 238 » 239 » 240 » 241 » 242 » 244 » 245 » 246 » 246 » 247 » 249 » 251 » 252 » 254 » 255

IX. IN DIFESA DELL’IDENTITÀ GIUDAICA – 1-2MACCABEI Introduzione 125. L’impatto con la cultura e la religione greca (1Mac 1,10-15) 126. La rivolta di Mattatia (1Mac 2,15-28) 127. Il martirio di sette fratelli (2Mac 7,1-23) 128. La preghiera per i morti (2Mac 12,38-45) Conclusione e preghiera biblica dal Salmo 125 Riflessioni

» 257 » 257 » 259 » 260 » 263 » 265 » 268 » 269

X. STORIE EDIFICANTI – TOBIA, GIUDITTA, ESTER Introduzione 129. Spiritualità matrimoniale (Tb 8,1-9) 130. Il cantico di Tobi (Tb 13,2-10) 131. L’uccisione di Oloferne (Gdt 13,1-10) 132. Il cantico di Giuditta (Gdt 16,5-11) 133. Ester si presenta al re (Est 5,1-8)

» 271 » 271 » 273 » 275 » 276 » 278 » 279

A. La storia dei re di Giuda (1Cr 1-29; 2Cr 1-36) Introduzione 117. Direttive di Davide a Salomone (1Cr 22,7-13) 118. Ringraziamento di Davide (1Cr 29,10-19) 119. Il discorso di Abia (2Cr 13,10-12) 120. La caduta del regno di Giuda (2Cr 36,14-20) Conclusione e preghiera biblica dal Salmo 132 Riflessioni

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Indice generale Conclusione e preghiera biblica dal Salmo 149 Riflessioni

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Schede di approfondimento 1. I grandi imperi 1/1. Principali dinastie 2. La terra di Israele 3. La storia biblica 3/1. Cronologia biblica 3/2. I re di Giuda e di Israele 4. Come è stata scritta la Bibbia ebraica? 5. Traduzione greca e canone biblico 6. Le lingue bibliche 7. La Bibbia « parola di Dio » e parola umana 8. « Alleanza » e « testamento » 9. I libri del Primo Testamento 10. Il Pentateuco a) Teoria documentaria b) Orientamenti attuali 11. Le raccolte storiche 12. Come leggere i libri storici 13. Fede biblica e religioni 14. Abbreviazioni dei nomi dei libri biblici

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Indici Indice dei box Indice delle cartine Indice dei temi biblici Indice dei nomi biblici 1. Persone 2. Popoli e gruppi 3. Luoghi 4. Calendario e feste Indice dei termini in lingua originale 1. Ebraici 2. Greci Indice dei nomi mitologici

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Bibliografia. Per saperne di più

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Indice generale

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12-Bibbia x ragazzi-vol 1

27-07-2007

Stampa: ?????????? - Milano - 2007

18:04

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