La Bibbia. Un percorso di liberazione. La novità del Vangelo [Vol. 3] 8831536087, 9788831536080

Siamo al 3° e ultimo volume del progetto La Bibbia. Un percorso di liberazione. Il libro consiste in una selezione dei t

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La Bibbia. Un percorso di liberazione. La novità del Vangelo [Vol. 3]
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Alessandro Sacchi

La Bibbia Un percorso di liberazione 3. La novità del Vangelo

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Editing, progettazione e coordinamento redazionale di Olimpia Cavallo

Grafica di Elisabetta Ostini dello Studio Editoriale Ferrari In copertina: Moltiplicazione dei pani e dei pesci (mosaico, Chiesa di Tabga [Galilea]). Si ringraziano: © Archivio fotografico PIME E. Shoron (p. 32) Foto ed elaborazione fotografica di Pietro Collini. Le citazioni bibliche sono tratte da La Sacra Bibbia nella versione ufficiale a cura della Conferenza Episcopale Italiana © 2008, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena

PAOLINE Editoriale Libri © FIGLIE DI SAN PAOLO, 2009 Via Francesco Albani, 21 - 20149 Milano www.paoline.it [email protected] Distribuzione: Diffusione San Paolo s.r.l. Corso regina Margherita, 2 - 10153 Torino

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ALLE ORIGINI DEL MOVIMENTO CRISTIANO

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a distruzione di Gerusalemme e del tempio da parte dei romani nel 70 d.C. segnò una svolta radicale nel giudaismo del secolo I d.C. Alcuni importanti gruppi religiosi che avevano contrassegnato la scena religiosa e politica della Palestina nel periodo precedente furono sommersi nelle ceneri della città santa che avevano voluto difendere con la forza delle armi. Fra di essi, i più importanti erano quello degli zeloti, i nazionalisti che avevano animato la rivolta contro Roma, quello dei sadducei, che raccoglieva le élites sacerdotali ormai private della loro funzione cultuale, e quello degli esseni, il cui rifugio a Qumran, nel deserto di Giuda, era stato conquistato e distrutto dalle armate romane. Due soli di questi gruppi poterono sopravvivere alla catastrofe: i farisei e i cristiani. I primi, sotto la guida di Joh.anan ben Zakkai, ebbero dai romani la possibilità di aprire a Jabne o Jamnia, un centro giudaico situato a sud dell’attuale Tel Aviv, un’Accademia per la preparazione dei nuovi capi religiosi, i rabbini. Intorno a essa fu loro possibile ricostituire le strutture essenziali dell’ebraismo, formulare per la prima volta in modo ufficiale il canone dei libri sacri e raccogliere le tradizioni antiche (Mišna, midrašîm). I cristiani, invece, erano già diffusi nel mondo greco-romano e avevano acquisito una loro propria identità che li distingueva dai giudei, al punto tale che Nerone, sei anni prima, li aveva accusati dell’incendio di Roma. Essi però non formavano un gruppo uniforme, ma si radunavano in comunità che seguivano orientamenti diversi nell’interpretazione del messaggio di Gesù. Le comunità cristiane leggevano le Scritture ebraiche nella traduzione greca, detta dei « Settanta » (LXX), che era stata portata a termine nei due secoli precedenti soprattutto per l’uso delle comunità giudaiche della diaspora. A partire da esse, i cristiani dimostravano che Gesù di Nazaret, un giudeo messo in croce dai romani a Gerusalemme verso il 30 d.C., era veramente il Messia, il Cristo promesso dai profeti. Nello stadio più antico del loro sviluppo, queste comunità non possedevano Scritture proprie, ma solo alcune lettere scritte da uno dei primi missionari, un certo Saulo, chiamato anche Paolo. Questi era un fariseo molto impegnato nella repressione del gruppo cristiano, il quale, verso la metà degli anni 30, aveva incontrato Gesù risorto sulla via di Damasco ed era diventato anche lui cristiano. In seguito a questa esperienza, si era dato all’annunzio del vangelo e aveva fondato numerose comunità, alle quali aveva scritto alcune lettere.

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Questi testi, originariamente molto brevi, sono stati accorpati in modo da dare luogo a scritti più lunghi, poi raccolti in un unico corpus. In esso, sette lettere (Romani, 1-2Corinzi, Galati, Filippesi, 1Tessalonicesi, Filemone) sono sicuramente autentiche, mentre altre sei sono state composte ad arte per trasmettere l’interpretazione che la « scuola » di Paolo, formata da coloro che si ritenevano gli eredi legittimi dell’Apostolo, ha dato al messaggio del maestro (2Tessalonicesi, Colossesi, Efesini, 1-2Timoteo, Tito). La redazione dell’epistolario paolino è stata portata a termine verso la fine del secolo I d.C. Nello stesso periodo sono state composte anche altre lettere di cui una, una omelia propriamente, si presenta implicitamente come paolina (Ebrei), mentre le altre sono attribuite ad alcuni apostoli ormai da tempo defunti (Giacomo, 1-2 Pietro, Giuda). Questi scritti che, assieme alle lettere di Paolo, formano l’Epistolario del Nuovo Testamento, non sono lettere vere e proprie, ma omelie. In esse è stato conservato un ampio materiale che doveva servire alla formazione religiosa e morale delle comunità cristiane. Anche al centro di questi scritti si pone la figura di Gesù, morto e risuscitato, di cui era attesa la seconda venuta. Nelle lettere paoline e in quelle successive si dice molto poco della vita terrena di Gesù. Certamente le giovani comunità conservavano ricordi, trasmessi oralmente dai primi testimoni, che consistevano sia in racconti riguardanti i suoi

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gesti a volte straordinari, sia in detti, molto simili come forma a quelli tipici della letteratura sapienziale. Questo materiale serviva alla catechesi (didache- ) dei neofiti, i quali con essi approfondivano i pochi dati essenziali che erano stati comunicati a loro prima della conversione (ke- rygma). Ben presto questi racconti e detti assunsero una forma stereotipata e cominciarono a essere raccolti in piccole collezioni in base all’argomento o a parole chiave. Era grande però il rischio che, col passare del tempo, molto materiale venisse dimenticato. È allora che un autore anonimo, poi designato con il nome di Marco, ha pensato di raccogliere tutto il materiale che aveva per farne un volumetto da mettere a disposizione delle comunità. Una tradizione posteriore ha voluto garantirne l’importanza affermando che Marco aveva come fonte nientemeno che l’apostolo Pietro. Questo collegamento è difficile da ammettere, perché il Vangelo di Marco è più una raccolta di brani lungamente trasmessi che il racconto di un testimone oculare. Il momento in cui l’opera è stata portata a termine non è noto, ma da rilievi interni si può dedurre che ciò sia avvenuto a ridosso dell’anno 70 d.C., nella città di Roma. Altri due vangeli si accostano spontaneamente a quello di Marco. I loro autori sono stati indicati dalla tradizione con il nome di Matteo e di Luca, il primo un apostolo e il secondo un collaboratore di Paolo. Questa attribuzione, però, è messa in discussione proprio a partire dai loro rapporti con il testo di Marco. Questi tre vangeli, infatti, possono essere messi su tre colonne parallele e letti con un solo colpo d’occhio, e di conseguenza sono chiamati « sinottici ». Ciò è dovuto al fatto che Matteo e Luca seguono sostanzialmente la trama, e spesso anche la forma letteraria, di Marco. Se a volte se ne distaccano, lo fanno ciascuno per conto proprio, e mai in accordo l’uno con l’altro. In più, Matteo e Luca riportano una certa quantità di materiale, quasi esclusivamente detti, assenti in Marco. Infine, ambedue utilizzano brani che non si trovano in alcuno degli altri due. Questa situazione letteraria fa supporre che sia Matteo che Luca siano una nuova edizione del Vangelo di Marco, riveduta e arricchita con materiale inedito. In base a questi rilievi, si può affermare che all’origine della tradizione sinottica si trovano da una parte Marco e dall’altra una fonte comune a Matteo e Luca, sconosciuta a Marco, in tedesco Quelle, « fonte », normalmente indicata con la sigla « Q ». Di essa non è nota la forma originaria, in quanto questi due evangelisti, che non si conoscevano fra loro, se ne sono serviti in contesti diversi. È probabile che anche Marco abbia fatto uso di fonti in cui era già parzialmente raccolto il materiale tradizionale, ma la loro origine ed estensione sono sconosciute, così come sono sconosciute le fonti di Matteo e Luca al di fuori di Marco e di Q.

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Matteo si è servito del materiale assente in Marco soprattutto per comporre cinque grandi discorsi di Gesù, mentre Luca lo ha concentrato prevalentemente in una lunga sezione riguardante il viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Mediante un accurato lavoro redazionale, ciascuno di essi ha ritoccato il materiale a sua disposizione in modo da fargli esprimere il suo punto di vista. In base a questi e altri rilievi, si può affermare che Matteo e Luca hanno portato a termine la loro opera tra l’80 e il 90 d.C., il primo forse ad Antiochia e il secondo in una località sconosciuta della Grecia. Luca ha pubblicato, dopo il vangelo, anche uno scritto di carattere « storico », intitolato successivamente « Atti degli apostoli », in cui si narrano, a scopo edificante, gli inizi del cristianesimo, cioè la sua espansione in Palestina fino al suo arrivo a Roma per opera di Paolo. Infine, verso la fine del secolo I d.C. giunge a termine, dopo un lungo iter redazionale, il Vangelo di Giovanni, che la tradizione attribuisce all’apostolo Giovanni. Nulla è dato di sapere circa il personaggio che sta all’origine di questo vangelo e circa il luogo in cui è stato redatto. La sua composizione finale è attribuita anch’essa a una scuola (« scuola giovannea »), la stessa che avrebbe dato origine alle tre lettere e al libro dell’Apocalisse che portano il suo nome. Parallelamente, e in seguito alla composizione delle opere entrate a far parte del canone cristiano, si sviluppa tutta una letteratura che le Chiese non hanno ritenuto rispondente alle esigenze della dottrina da esse professata e che quindi hanno tolto dalla circolazione. Alcuni di questi scritti, chiamati « apocrifi », sono stati conservati da Chiese particolari, in greco o tradotti in altre lingue, oppure sono stati ritrovati dagli archeologi. La presentazione dei libri del Nuovo Testamento è stata fatta in base alle grandi divisioni del canone: Vangeli sinottici, Vangelo di Giovanni, Atti degli apostoli, Epistolario, Apocalisse. All’interno di questi diversi settori abbiamo operato alcune scelte che illustriamo brevemente. Per quanto riguarda i Vangeli sinottici, si è ritenuto importante che il lettore possa leggerli nella loro specificità e al tempo stesso nella loro unità. Perciò abbiamo preso come punto di riferimento il Vangelo di Marco, che rappresenta non solo la fonte degli altri due, ma anche la struttura di base che essi hanno adottato nella loro esposizione. In base a questo vangelo, abbiamo diviso il materiale evangelico in quattro parti, corrispondenti ai primi quattro capitoli dell’opera. Essi riguardano i seguenti momenti: 1) Inaugurazione e ministero di Gesù in Galilea (cap. I); 2) Crisi galilaica (cap. II); 3) Viaggio di Gesù verso Gerusalemme (cap. III); 4) Gli eventi finali (cap. IV).

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In ciascuno di questi capitoli abbiamo presentato prima di tutto l’esposizione di Marco, segnalando volta per volta aggiunte, omissioni, cambiamenti apportati da Matteo e Luca. Quando questi due evangelisti inseriscono intere sezioni che non si trovano in Marco (discorsi o raccolte di racconti), abbiamo indicato nella presentazione di quest’ultimo il loro punto di inserimento e poi le abbiamo riportate al termine della sua esposizione. Questo metodo potrà sembrare un po’ laborioso, ma è l’unico che consente al lettore di avere uno « sguardo sinottico » sui tre vangeli. Per aiutarne la comprensione sotto questo punto di vista, abbiamo segnalato i paralleli di tutti i brani, sia di quelli citati per esteso sia di quelli anche solo elencati. I paralleli sono sempre indicati con le due barre parallele (//), mentre i brani simili sono segnalati con una sigla (cfr.). Il capitolo successivo è riservato ai vangeli dell’infanzia di Gesù (Mt 1-2 e Lc 1-2), dei quali il vangelo di Marco non ha ancora conoscenza (cap. V). Pur essendo collocati da Matteo e Luca all’inizio della loro opera, essi rappresentano uno stadio successivo della tradizione sinottica: le due versioni sono affrontate separatamente in quanto è impossibile leggerle in parallelo. Il Vangelo di Giovanni è presentato separatamente in quanto, sebbene esistano brani che rispecchiano il materiale sinottico, l’evangelista segue una linea completamente autonoma (cap. VI). Gli Atti degli apostoli, pur essendo la continuazione del Vangelo di Luca, sono posti, come nel canone, dopo il quarto vangelo (cap. VII). L’epistolario di Paolo è stato diviso in due capitoli (capp. VIII e IX), nei quali si prendono in esame, rispettivamente, le lettere autentiche e quelle deuteropaoline. Per le lettere autentiche si segue l’ordine cronologico, mentre per le altre si segue quello del canone. Lo scopo della divisione in due blocchi è quello di aiutare il lettore a percepire la differenza tra i due tipi di scritti, affinché possa comprendere in quale misura i secondi interpretino retrospettivamente i primi. Le altre lettere (Ebrei, Giacomo, 1-2Pietro e Giuda) sono presentate secondo l’ordine del canone (cap. X). L’ultimo capitolo è riservato alle lettere giovannee e all’Apocalisse di Giovanni (cap. XI). Da questa impostazione del libro si può già percepire l’unità del Nuovo Testamento e al tempo stesso la forte evoluzione e differenziazione che si trovano al suo interno. Nei libri che lo compongono, infatti, sono registrate alcune fasi di solidificazione di un materiale ancora in gran parte magmatico. È quanto cercheremo di mostrare nei testi, con l’aiuto delle introduzioni e delle conclusioni di ogni capitolo, nonché con i commenti dei singoli testi, i brani di collegamento, i box laterali e infine le immagini che suggeriscono di leggere i testi in funzione dell’oggi. Anche questo volume porta in appendice alcune schede di approfondimento, la bibliografia e gli indici. Per la traduzione dei testi biblici abbiamo tenuto come riferimento il nuovo testo ufficiale della CEI (2008).

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L’aurora di un mondo nuovo Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7

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l Vangelo di Marco si apre con una breve sezione introduttiva, nella quale l’evangelista presenta alcuni fatti che hanno preceduto il ministero pubblico di Gesù (Mc 1,1-13). Essa inizia con un versetto che funge da titolo di tutta l’opera. L’evangelista presenta poi la figura di Giovanni il Battista e racconta che Gesù ha ricevuto da lui il battesimo nel fiume Giordano, recandosi successivamente per quaranta giorni nel deserto (1,12-13). In questi primi versetti del suo vangelo, Marco intende trasmettere alcune informazioni circa l’identità di Gesù e i contenuti del suo messaggio: ciò è tanto più necessario in quanto, nel seguito del vangelo, egli narrerà soprattutto le sue opere, mentre la sua personalità sarà coperta dal velo del segreto messianico fino al momento della passione. Questa breve sezione svolge dunque nel secondo vangelo un ruolo analogo a quello che i racconti dell’infanzia svolgono in Matteo e Luca o il prologo nel Vangelo di Giovanni. Essa deve essere letta sullo sfondo delle attese giudaiche riguardanti il nuovo esodo e gli intermediari escatologici della salvezza. La sezione introduttiva lascia il posto a una raccolta nella quale si racconta una parte notevole dell’attività di Gesù in Galilea. L’evangelista informa anzitutto il lettore che Gesù, dopo il periodo trascorso nel deserto, ritorna in questa regione e lì inizia la sua predicazione, annunziando la venuta del regno di Dio (Mc 1,14-15). Segue una serie di brani, molti dei quali probabilmente erano già stati raccolti dalla tradizione in piccole collezioni autonome. All’inizio l’evangelista racconta la chiamata di alcuni discepoli (1,16-20), cui fa seguito la descrizione di una « giornata tipo » di Gesù a Cafarnao, durante la quale hanno luogo la liberazione di una persona posseduta dal demonio e numerose altre guarigioni (1,21-39). Viene poi la guarigione di un lebbroso (1,40-45), seguita da una serie di cinque controversie con gli scribi e con i farisei (2,1 - 3,12). Un’ultima collezione comprende alcuni brani riguardanti i rapporti di Gesù con i suoi discepoli (3,13-35). Questa parte del Vangelo di Marco quindi può essere così delineata: a) Sezione inaugurale (Mc 1,1-13). b) L’annunzio del regno di Dio (Mc 1,14-45). c) Controversie con gli scribi e i farisei (Mc 2,1 - 3,12). d) Gesù e i suoi discepoli (Mc 3,13-35). Il materiale contenuto in questa sezione può sembrare, a prima vista, eterogeneo. Tuttavia, da un’attenta analisi il quadro presentato dall’evangelista rivela una profonda unitarietà tema-

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tica. Il tema generale è indicato nel sommario iniziale (1,14-15), dove si riassume la predicazione di Gesù tutta incentrata sulla venuta imminente del regno di Dio. I brani successivi mostrano invece come questa predicazione sia stata accompagnata da gesti significativi che ne hanno manifestato la dinamica interna. In altre parole, l’evangelista vuole mettere in luce l’impatto che ha avuto l’apparizione di Gesù in Galilea non mediante una raccolta di « detti », come fa Matteo riportando subito all’inizio il « discorso della montagna », ma raccontando le sue opere straordinarie. I temi principali di questa sezione (regno di Dio, chiamata dei discepoli, guarigioni, controversie circa la legge, peccato e perdono) si comprendono nel loro rapporto reciproco solo alla luce delle attese giudaiche riguardanti la vittoria escatologica di Dio sulle potenze diaboliche che dominano il mondo. Destinatario dell’annunzio, in questa sezione, è Israele in quanto popolo dell’alleanza. Secondo Marco, Gesù ha voluto presentare le sue credenziali dando inizio a un’intensa attività, nella quale ha mostrato che effettivamente il regno di Dio stava già prendendo forma nelle vicende umane. Perciò, Gesù chiama i suoi primi discepoli, facendo di loro la primizia dell’umanità rinnovata. Subito dopo mostra, con gesti di perdono e di guarigione, la disponibilità di Dio verso l’umanità peccatrice e, al tempo stesso, contesta una legge che, in contrasto con il volere di Dio, era usata dagli scribi e dai farisei come garanzia dei propri privilegi e come strumento di divisione. Alla fine, Gesù appare circondato dal gruppo dei Dodici, i quali sono presentati come la sua vera famiglia. Con questa disposizione del materiale tradizionale l’evangelista mostra come il regno di Dio annunziato da Gesù si manifesti propriamente mediante l’aggregazione di individui separati e dispersi: è questo il vero miracolo cui tende tutta la sua opera evangelizzatrice. Matteo, che ha raccontato, come prologo del suo vangelo, l’infanzia di Gesù, si serve della sezione inaugurale di Marco per dare, con l’aggiunta di altro materiale, una panoramica iniziale dell’attività di Gesù (Mt 3-4 // Mc 1,1-20). Successivamente riporta il « discorso della montagna » (Mt 5-7; cfr. Lc 6,20-49), per il quale si serve di molto materiale ricavato in prevalenza da Q. A esso fa seguito una sezione narrativa riguardante i miracoli di Gesù (Mt 8-9): in essa egli utilizza parecchio materiale ricavato da Marco, che si trova sia nella prima sezione di questo vangelo (cfr. Mc 1,21 - 3,35) sia nella successiva raccolta di quattro miracoli (cfr. Mc 4,35 - 5,43); Matteo inserisce poi una seconda raccolta di detti chiamata « discorso missionario » (Mt 10), seguito anch’esso da una sezione narrativa riguardante le reazioni alla predicazione di Gesù (Mt 11-12): per ambedue si serve soprattutto di materiale ricavato da Q. Luca, che ha iniziato anch’egli il vangelo con l’infanzia di Gesù (Lc 1-2), dopo di essa segue passo dopo passo, con alcuni ritocchi e aggiunte, il filo di Marco. A un certo punto, però, inserisce il « discorso della pianura » (Lc 6,20-49), cioè una raccolta di detti analoga al « discorso della montagna » di Matteo, così chiamata perché è da lui situata in un luogo pianeggiante; a essa fa seguito, come in Matteo, una sezione narrativa (Lc 7,1 - 8,3). In ambedue Luca si serve prevalentemente di materiale ricavato da Q.

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a) Sezione inaugurale (Mc 1,1-13)

1. Battesimo e tentazione di Gesù Sezione inaugurale (Mc 1,1-13 // Mt 3,1 - 4,11 // Lc 3,1 - 4,13). Marco apre il suo vangelo raccontando la predicazione di Giovanni il Battista, il battesimo di Gesù, la tentazione nel deserto. Matteo e Luca lo seguono con alcuni ritocchi e aggiunte. In questa sezione Marco raccoglie alcuni tratti essenziali della persona di Gesù. Ciò è tanto più necessario in quanto egli stenderà poi un velo di riserbo sulla sua origine trascendente (segreto messianico).

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1,1

nizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. 2Nel libro del profeta Isaia sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via (Ml 3,1). 3 Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri (Is 40,3). 4 Queste parole si riferivano a Giovanni il Battista, il quale andò nel deserto, dove invitava la gente a convertirsi e a farsi battezzare per ottenere il perdono dei peccati. 5A lui accorreva molta gente da Gerusalemme e da tutta la regione della Giudea. E tutti si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. 6Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. 7E proclamava: « Dopo di me viene colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. 8Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo ». 9 In quei giorni, Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. 10E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere su di sé come una colomba. 11E venne una voce dal cielo che diceva: « Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te mi sono compiaciuto ». 12 E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto, 13dove per quaranta giorni fu tentato da satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.

Mc 1,1-13 Mt 3,1-17 Lc 3,1-22

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7 Marco ricorda Giovanni il Battista solo come colui che ha avuto il compito di essere il precursore di Gesù. Il battesimo che Gesù riceve da lui al Giordano manifesta la sua solidarietà con coloro che vivono ai margini dell’istituzione giudaica. La visione che egli ha avuto in quella occasione è una rilettura simbolica fatta dalla comunità. La discesa dello Spirito in forma di colomba mette in luce la raccolta escatologica di Israele come popolo eletto, ma allude anche alla creazione e all’alleanza con Noè, sottolineando così la dimensione universale della salvezza. La voce dal cielo presenta Gesù come il Figlio di Dio in riferimento alle attese giudaiche riguardanti la venuta del Messia, escludendo però qualsiasi rivendicazione di tipo nazionalistico. Infine, la tentazione di Gesù richiama non solo l’esperienza di Israele nel deserto, ma anche la prova subita da Adamo nel giardino dell’Eden. La sua vittoria sul tentatore apre dunque la strada al regno di Dio, cioè a un rinnovamento di tutta l’umanità.

Colomba Appare come simbolo di Israele in quanto popolo eletto in Sal 56 (55),1; 68(67),14; Os 11,11; Ct 1,15; 2,14; 4,1. In questa scena Gesù è presentato come Messia di Israele.

Matteo segue la presentazione di Marco, aggiungendo alla predicazione di Giovanni il Battista una dura invettiva contro i farisei, ricavata dalla fonte comune a Luca (Mt 3,7-10 // Lc 3,7-9). Luca invece introduce la comparsa di Giovanni il Battista, di cui aveva già raccontato la nascita nel vangelo dell’infanzia di Gesù, con un imponente portale storico.

2. L’apparizione di Giovanni il Battista In armonia con la sua propensione per la storia, Luca indica le principali cariche politiche e religiose che esercitavano il potere nel momento in cui Giovanni il Battista ha iniziato la sua predicazione.

Lc 3,1-2

Giovanni il Battista Luca aveva già presentato questo personaggio nel suo vangelo dell’infanzia come figlio del sacerdote Zaccaria (Lc 1,5-25.57-80).

N

3,1

ell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, 2sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. In questo brano si può notare una sottile ironia. Mentre i potenti siedono nei loro palazzi, la potenza di Dio, il suo Spirito, si rivolge non a loro, ma a un oscuro anacoreta che vive nel deserto. È con la sua predicazione che si chiude un’epoca e se ne apre un’altra, caratterizzata dalla venuta del regno di Dio. Nel riferire la predicazione di Giovanni il Battista, Luca ricorda non solo la sua invettiva contro i farisei, presente anche in Matteo (Lc 3,7-14 // Mt 3,7-10),

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a) Sezione inaugurale (Mc 1,1-13) ma aggiunge di suo un brano sul tema della solidarietà (Lc 3,10-14). Matteo e Luca si trovano poi d’accordo nel riportare un racconto più elaborato dello scontro di Gesù con satana.

3. La tentazione del potere Nel racconto di Matteo la tentazione si svolge in tre atti ed è presentata come un dibattito teologico basato sulle Scritture, in cui il diavolo vuole imporre a Gesù le sue concezioni circa il modo di essere Figlio di Dio e Messia.

A

4,1

llora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2Dopo avere digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: « Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane ». 4Ma egli rispose: « Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Dt 8,3) ». 5 Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio 6e gli disse: « Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra (Sal 91[90],11-12)». 7 Gesù gli rispose: « Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo (Dt 6,16) ». 8 Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria 9e gli disse: « Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai ». 10Allora Gesù gli rispose: « Vattene, satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto (Dt 6,13) ». 11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Mt 4,1-11 Lc 4,1-13

Tentazione (1) Gesù è stato sospinto nel deserto dallo Spirito. La prova a cui è sottomesso Gesù, come tutti gli uomini di Dio, rientra quindi in un piano provvidenziale. Egli però è tentato non da Dio bensì da satana, l’« avversario » (cfr. Gb 1-2), che appare nel Primo Testamento come un’entità diabolica personificata (cfr. Sap 2,24).

Il racconto delle tentazioni rappresenta, in chiave simbolica, il rifiuto opposto da Gesù alle pressioni che gli sono state fatte durante il periodo del suo ministero pubblico perché conferisse una interpretazione terrena e nazionalistica alla sua prerogativa di Figlio di Dio (Messia). Nelle prime due di esse, egli esclude l’utilizzo del potere di fare miracoli a proprio vantaggio personale o per attirare le folle. Nella terza, la ricerca di un potere religioso-

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7 politico mondiale, tipico delle attese apocalittiche (cfr. Dn 2,36-45), è condannata come adorazione di satana. Non pochi, durante il suo ministero pubblico, aspettavano che Gesù si proclamasse Messia e si mettesse a capo del movimento antiromano. Fra costoro c’erano anche i suoi discepoli, primo fra tutti Pietro, al quale Gesù ha riservato l’appellativo di « satana » (avversario) proprio perché, in forza delle sue attese messianiche, non sapeva accettare la prospettiva della sua passione e morte (cfr. Mt 16,21-23).

« Vattene, satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto » (Mt 4,10).

In sintonia con Matteo, anche Luca aggiunge alla predicazione di Giovanni il Battista l’invettiva contro i farisei (Lc 3,7-14 // Mt 3,7-10), aggiungendo di suo un brano riguardante la solidarietà (Lc 3,10-18). Dopo il battesimo di Gesù, Luca inserisce la genealogia di Gesù (Lc 3,23-38 // Mt 1,1-17) e, infine, riporta, ritoccandolo, il testo matteano della tentazione (Lc 4,1-13; cfr. Mt 4,1-11). L’annunzio del regno di Dio (Mc 1,14-45). Dopo la sezione inaugurale, Marco raccoglie una serie di brani, soprattutto guarigioni e controversie, che caratterizzano il primo periodo dell’attività di Gesù. Dopo la tentazione e l’arresto di Giovanni da parte di Erode Antipa, Gesù si reca in Galilea dove inizia il suo ministero proclamando: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo » (Mc 1,14-15). Subito dopo, passando lungo il mare di Galilea, incontra alcuni pescatori, Simone e suo fratello Andrea, Giacomo, figlio di Zebedeo, e suo fratello Giovanni, e dice loro: « Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini ». Essi immediatamente lo seguono (Mc 1,16-20; cfr. Lc 5,1-11). Matteo accenna al ritorno di Gesù in Galilea (Mt 4,12-17), interpretandolo come adempimento di un testo profetico (cfr. Is 8,23 - 9,1). Riporta poi anch’egli, sulla falsariga di Marco, la chiamata dei primi quattro discepoli (Mt 4,18-22 // Mc 1,16-20) e conclude con un sommario riguardante la predicazione di Gesù e le sue guarigioni (Mt 4,23-25). Luca dà invece una versione diversa del ritorno di Gesù in Galilea, anticipando qui il racconto della visita di Gesù a Nazaret.

Vangelo Questo termine indicava originariamente il lieto annunzio della prossima liberazione rivolto ai giudei esiliati in Mesopotamia e ai primi rimpatriati (cfr. Is 40,9; 52,7; 61,1). Sia in quel contesto che sulla bocca di Gesù ha come oggetto l’instaurazione del regno di Dio in terra.

4. Gesù a Nazaret: il compimento delle profezie Luca fa della visita di Gesù a Nazaret il contesto di un breve discorso inaugurale, a cui fa seguito un primo scontro con i giudei e un tentativo da parte di costoro di eliminarlo.

Lc 4,14-30 Mc 6,1-6 Mt 13,53-58

16

G

4,14

esù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. 15Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti gli rendevano lode.

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b) L’annunzio del regno di Dio (Mc 1,14-45) 16

Venne a Nazaret, dove era cresciuto e, secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. 17Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; egli aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: 18 Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, 19 a proclamare l’anno di grazia del Signore (Is 61,1-2a). 20 Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. 21Allora cominciò a dire loro: « Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato ». 22 Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: « Non è costui il figlio di Giuseppe? ». 23Ma egli rispose loro: « Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!” ». 24 Poi aggiunse: « In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. 27 C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naaman, il Siro ». 28 All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29Si alzarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò. A Nazaret, Gesù si presenta come colui che adempie una importante profezia messianica contenuta nel Terzo Isaia. Da essa risulta che il regno di Dio, la cui venuta rappresenta l’oggetto centrale del suo « lieto annunzio » (vangelo), comporta la liberazione del popolo da tutti i mali, fisici e morali, che lo affliggono. Nella lettura del testo profetico Gesù omette deliberatamente l’accenno al castigo preannunziato per i nemici di Israele (cfr. Is 61,2b). Ciò provoca le reazioni dei nazaretani, ma Gesù risponde mostrando come, nelle sue radici più profonde, il messaggio biblico annunzi non il castigo, ma una salvezza per tutti, a volte con una scandalosa preferenza nei confronti dei gentili.

Sinagoga Luogo dove i giudei si radunavano per lo studio delle Scritture e per la preghiera, mentre il tempio di Gerusalemme era l’unico luogo in cui era offerto il culto sacrificale. La sinagoga era il luogo più adatto per annunziare la salvezza in ambiente giudaico.

Universalismo (1) Secondo Luca, Gesù ha dichiarato dall’inizio che il suo messaggio era rivolto a tutti, anche se è stato annunziato fuori dalla Palestina unicamente dai suoi discepoli. Questa prospettiva metteva in discussione l’esclusivismo giudaico. L’evangelista vede in questo uno dei motivi per cui i suoi connazionali l’hanno rifiutato.

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7 « Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore » (Lc 4,18b-19).

Sabato Giorno di riposo, sacro a Dio (cfr. Gn 2,2-3). Una severa regolamentazione fissava ciò che in esso era permesso e ciò che invece era proibito fare. Gesù ne fa spesso lo sfondo dei suoi miracoli e del suo insegnamento.

Dopo la notizia del ritorno di Gesù a Nazaret, Luca riprende la sezione di Marco riguardante il ministero di Gesù (Lc 4,31-44 // Mc 1,21-39), ma omette, diversamente da Marco e Matteo, la chiamata dei primi quattro discepoli, che riporta in seguito con dettagli diversi (cfr. Lc 5,1-11). Dopo la chiamata dei primi discepoli, Gesù, accompagnato da loro, si reca a Cafarnao dove compie il primo miracolo.

5. Vittoria sui poteri avversi Marco racconta questo miracolo di Gesù, che consiste nella liberazione di un indemoniato, incorniciandolo nella duplice dichiarazione della folla che riconosce la sua autorità.

Mc 1,21-28 Lc 4,31-37

18

G

1,21

iunsero a Cafarnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. 22Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. 23Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro, il quale cominciò a gridare, 24 dicendo: « Che cosa vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio! ». 25E Gesù gli ordinò severamente: « Taci! Esci da lui! ». 26E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: « Che cosa è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono! ». 28La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

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b) L’annunzio del regno di Dio (Mc 1,14-45) L’autorità di Gesù non consiste in un potere politico o religioso, ma nella capacità di scacciare i demoni. Il demonio rappresenta tutta una serie di poteri che si oppongono al regno di Dio. Secondo le concezioni dell’epoca, l’avversario di Dio si manifesta in alcuni individui affetti da disturbi mentali, ma in realtà esso esercita il suo influsso nefasto su tutta la società. Perciò la guarigione di un indemoniato significa simbolicamente l’avvento del regno di Dio. Questo sarà anche il significato di tutti i gesti prodigiosi compiuti da Gesù. Marco racconta poi che Gesù guarisce la suocera di Pietro e, dopo avere risanato molti altri malati, abbandona Cafarnao ed estende la sua predicazione a tutta la Galilea (Mc 1,29-39 // Lc 4,38-44). A questo punto, quando Gesù è ormai conosciuto e ammirato dalla gente, Luca inserisce la chiamata dei primi discepoli.

Indemoniato Nel mondo giudaico il potere diabolico per eccellenza era quello di Roma, che si sostituiva a quello di Dio e sfruttava il popolo eletto. Gli esorcismi fatti da Gesù, che significavano la vittoria di Dio nei confronti del suo antagonista, potevano quindi essere visti come un’anticipazione della vittoria su Roma.

6. La chiamata dei primi discepoli In questo racconto, che trova un parallelo in Gv 21,4-8, la « pesca miracolosa » si intreccia con la chiamata dei primi discepoli e manifesta simbolicamente il compito che sarà loro conferito.

M

5,1

entre la folla faceva ressa attorno a lui per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennesaret, 2vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. 4 Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: « Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca ». 5Simone rispose: « Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti ». 6Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. 7Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 8Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: « Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore ». 9Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; 10così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: « Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini ». 11E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Lc 5,1-11 Mc 1,16-20 Mt 4,18-22

Pescatori Nel mondo giudaico costoro non erano fra i più poveri, ma erano considerati come « peccatori », in quanto non potevano praticare tutti i dettagli della legge mosaica. Gesù sceglie fra di loro i suoi primi discepoli per indicare la predilezione di Dio per gli ultimi e gli emarginati.

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7 Questo brano è elaborato da Luca alla luce della vocazione di Isaia (cfr. Is 6,1-9). Al miracolo compiuto da Gesù, Pietro reagisce dichiarandosi peccatore: di fronte alla manifestazione del divino, l’essere umano non può fare altro che riconoscere il proprio limite. Solo allora Gesù conferisce alle due coppie di fratelli un compito specifico nei confronti degli altri, suggerendo che essi lo potranno compiere unicamente in sintonia con lui.

Vocazione La chiamata dei discepoli da parte di Gesù ricalca uno schema biblico spesso attestato che abbraccia i seguenti punti: apparizione di un personaggio divino, sbigottimento del prescelto, segno di conferma, messaggio.

Dopo questo brano, Luca riprende il filo di Marco fino al racconto dell’istituzione dei Dodici (Lc 5,12 - 6,16 // Mc 1,40 - 3,19). Dopo di esso inserisce il « discorso della pianura ». Marco, che ha appena riportato un sommario dell’attività taumaturgica di Gesù a Cafarnao e il suo abbandono di questo centro per predicare anche altrove, racconta qui un altro miracolo particolarmente significativo di Gesù.

7. Contro le leggi di purità: il lebbroso guarito Il racconto di questo miracolo è molto schematico. Esso comprende la richiesta della guarigione, la risposta affermativa di Gesù e l’ordine di recarsi dai sacerdoti. Al termine, l’evangelista descrive alcune conseguenze « spiacevoli » per Gesù.

Mc 1,40-45 Mt 8,1-4 Lc 5,12-16

Impurità Mancanza di una prerogativa di tipo fisico che preclude agli esseri umani di presentarsi di fronte a Dio nel culto. Essa non implica una colpa morale, se non nel caso in cui la persona che ne è contaminata non osservi le prescrizioni stabilite dalla legge.

20

1,40

V

enne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: « Se vuoi, puoi purificarmi! ». 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: « Lo voglio, sii purificato! ». 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44 e gli disse: « Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro ». 45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte. La lebbra suscitava orrore non tanto per le lesioni che provoca, quanto piuttosto perché era fonte di impurità e obbligava chi ne era affetto a vivere segregato (cfr. Lv 13,45-46). Toccando il lebbroso, Gesù trasgredisce la legge di purità che vieta i contatti con coloro che sono

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c) Controversie con gli scribi e i farisei (Mc 2,1 - 3,12) impuri: così facendo egli contesta tutto quanto separa, magari con il crisma della religione, un essere umano dai suoi simili. Gesù però riconosce che spetta ai sacerdoti attestare la guarigione avvenuta (cfr. Lv 14,1-32) e invia a essi il malato guarito, perché possa essere riammesso nella comunità. All’interno della raccolta di Marco, questo miracolo rappresenta una chiave di lettura facilmente applicabile a tutti gli altri gesti straordinari di Gesù. Cinque controversie con gli scribi e i farisei (Mc 2,1 - 3,6). La prima controversia è collegata a un’altra guarigione, in cui emerge il tema del perdono.

8. Perdono e guarigione L’evangelista descrive anzitutto la situazione in cui si trova Gesù e l’arrivo di un paralitico, al quale egli perdona i peccati. È poi narrata la guarigione del malato a cui fa seguito una breve conclusione.

D

2,1

opo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo a Cafarnao. Si seppe che era in casa 2e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunziava loro la Parola. 3 Si recarono allora da lui quattro persone sorreggendo un paralitico. 4Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. 5 Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: « Figlio, ti sono perdonati i peccati ». 6 Erano seduti là alcuni scribi che pensavano in cuor loro: 7« Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo? ». 8E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano fra sé, disse loro: « Perché pensate queste cose nel vostro cuore? 9Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Alzati, prendi la tua barella e cammina”? 10 Ora vi mostrerò che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra ». Detto questo si rivolse al paralitico e gli ordinò: 11« Alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua ». 12Quello si alzò

« Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: Se vuoi, puoi purificarmi! » (Mc 1,40). Mc 2,1-12 Mt 9,1-8 Lc 5,17-26

Controversia Metodo didattico adottato da Gesù per stimolare la riflessione dei suoi ascoltatori e spingerli a mettere in discussione i loro punti di vista. Gli interlocutori di Gesù erano soprattutto i farisei e i dottori della legge che appartenevano al loro gruppo.

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7

Perdono (1) Gesù non vuole dire che la malattia del paralitico fosse la punizione di qualche peccato da lui commesso. Piuttosto egli vuole sottolineare che il perdono è lo scopo della guarigione che sta per dargli.

e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: « Non abbiamo mai visto nulla di simile! ». La paralisi rappresenta il peccato, in quanto chiude l’individuo in se stesso e gli impedisce di comunicare con il suo prossimo. Per Gesù, la buona notizia consiste nel superare tutti i blocchi che separano le persone da Dio e fra loro. Il fatto che il perdono sia indicato con un verbo al passivo (« Ti sono perdonati i peccati ») indica che esso è frutto di una iniziativa divina. Questa però è mediata dal Figlio dell’uomo, che rappresenta una comunità capace di accogliere e trasformare il peccatore. La guarigione del corpo non è che il segno esterno del rinnovamento interiore. È questo lo scopo a cui tende Gesù nella sua predicazione. La seconda controversia fa seguito alla chiamata di un pubblicano di nome Levi, dopo la quale Gesù partecipa nella sua casa a un banchetto con molti pubblicani e peccatori. Alle critiche dei suoi avversari risponde: « Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori » (Mc 2,13-17 // Mt 9,9-13 // Lc 5,27-32). La terza controversia riguarda il digiuno. A coloro che lo criticano perché il suoi discepoli non digiunano, egli risponde: « Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno ». E conclude: « Vino nuovo in otri nuovi! » (Mc 2,18-22 // Mt 9,14-17 // Lc 5,33-39). La quarta controversia ha come tema l’osservanza del comandamento riguardante il riposo in giorno di sabato.

Pubblicani Incaricati della riscossione delle tasse. Essi erano considerati come peccatori non tanto per la professione che svolgevano, ma piuttosto perché collaboravano con gli oppressori del popolo e spesso si avvalevano del loro potere per arricchirsi a danno dei loro connazionali.

9. Il sabato è fatto per l’uomo Il brano si apre con un accenno alla situazione concreta dei discepoli, cui fa seguito una protesta dei farisei. A loro Gesù risponde portando due esempi ricavati dalle Scritture, ai quali fa seguire una breve conclusione.

Mc 2,23-28 Mt 12,1-8 Lc 6,1-5

22

2,23

I

n un giorno di sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe. 24I farisei gli dicevano: « Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito? ». 25Ed egli rispose loro: « Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? 26Sotto il sommo sacerdote Abiatar, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è

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c) Controversie con gli scribi e i farisei (Mc 2,1 - 3,12)

lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni! ». 27E diceva loro: « Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! 28Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato ». Il riposo in giorno di sabato era considerato dai giudei come uno dei comandamenti più importanti di Dio. Gesù non mette in discussione il comandamento, ma il modo in cui era interpretato e vissuto. Esso è il giorno in cui gli schiavi diventano liberi (cfr. Es 23,12) così come Israele era stato liberato dall’Egitto (cfr. Dt 5,14-15). Perciò Gesù, guarendo i malati in giorno di sabato, non solo non trasgredisce il comandamento, ma lo adempie in modo pieno. Nella conclusione, egli sottolinea che non può esistere alcun comandamento di Dio che sia contrario al bene dell’essere umano. La quinta controversia riguarda nuovamente il sabato. Sempre in giorno di sabato, Gesù guarisce un uomo che aveva una mano paralizzata, ma prima interroga i presenti con queste parole: « È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla? » (Mc 3,1-6 // Mt 12,9-14 // Lc 6,6-11).

Coscienza (1) Si richiede la sua mediazione per stabilire ciò che è bene e ciò che è male. Gesù infatti non ritiene che Dio possa stabilire una volta per tutte ciò che ciascuno deve fare nelle singole situazioni in cui viene a trovarsi. Egli non vuole che i suoi discepoli siano esecutori di ordini, ma attivi e liberi collaboratori di Dio.

« Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato » (Mc 2,27-28).

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7 Marco inserisce poi un sommario riguardante le folle che seguono Gesù: esse vengono anche da nazioni straniere e Gesù fa per loro molti miracoli e soprattutto scaccia gli « spiriti impuri »: costoro lo proclamano « Figlio di Dio », ma egli proibisce loro di svelare la sua identità (Mc 3,712 // Lc 6,17-19; cfr. Mt 4,25; 12,15-16). Gesù e i suoi discepoli (Mc 3,13-35). Subito dopo Marco racconta un episodio che riguarda i discepoli.

10. I patriarchi del nuovo Israele In questo brano si racconta anzitutto la chiamata di dodici discepoli e il compito loro affidato, poi si elencano i loro nomi.

Mc 3,13-19 Mt 10,1-4 Lc 6,12-16

Dodici I discepoli più vicini a Gesù non sono giovani studenti, ma persone adulte, dotate di una professione e di una famiglia. A essi appartengono i quattro pescatori chiamati per primi (cfr. Mc 1,15-20), nonché Matteo (cfr. Mt 9,9), il pubblicano che in Marco è chiamato Levi (cfr. Mc 2,14). Secondo Luca, l’appellativo « cananeo » attribuito a Simone vuol dire in realtà « zelante » (cfr. Lc 6,15), forse aderente al gruppo degli « zeloti », i ribelli nazionalisti.

24

3,13

G

esù salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. 14Ne costituì Dodici, perché voleva averli con sé e mandarli a predicare. 15A tale scopo conferì loro il potere di scacciare i demoni. 16 Questi sono i loro nomi: Simone, al quale impose il nome di Pietro, 17poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanerghes, cioè « figli del tuono »; 18 e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo 19e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì. I dodici discepoli sono scelti liberamente da Gesù con il compito di stare con lui, predicare e scacciare i demoni. In altre parole, dovranno partecipare al suo progetto, annunziare sia con lui che in modo autonomo la venuta del regno di Dio e compierne i segni premonitori (cfr. Mc 6,713). Il numero dodici indica simbolicamente le tribù di Israele, di cui si aspettava la ricostituzione negli ultimi tempi. Esso suggerisce che il messaggio di Gesù era rivolto direttamente al solo Israele. La diversità di origine e di appartenenza sociale dei Dodici significa che l’Israele escatologico dovrà abbracciare tutti. A questo punto, Marco racconta che i parenti di Gesù, avendo sentito quanto egli stava facendo e pensando che fosse fuori di sé, cioè indemoniato, vanno a prenderlo per riportarlo a casa (Mc 3,20-21). Marco sfata questa diceria infamante riportando alcuni detti di Gesù, in cui afferma che se scaccia i demoni con il potere di satana vuol dire che questi è diviso in se stesso e quindi è prossimo alla fine (Mc 3,22-30 // Mt 12,24-30 // Lc 11,15-23; cfr. Lc 12,10). Dopo questo intermezzo, Marco racconta l’arrivo dei parenti di Gesù.

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d) Gesù e i suoi discepoli (Mc 3,13-35; Mt 5,1 - 12,50)

11. I veri parenti di Gesù La folla intorno a Gesù impedisce ai suoi parenti di avvicinarsi a lui e al tempo stesso gli dà la notizia della loro venuta. Gesù reagisce mettendo al posto della sua famiglia terrena il gruppo dei discepoli.

3,31

G

iunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. 32Attorno a lui era seduta la folla, e gli dissero: « Tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano ». 33Ma egli rispose loro: « Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? ». 34Girando poi lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: « Ecco mia madre e i miei fratelli! 35Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre ». La famiglia è l’ambito privilegiato della formazione agli affetti e al rapporto con l’altro. Essa però può diventare, e spesso diventa, una legittimazione delle tendenze più egoistiche della persona. Perciò Gesù indica come ambito primario di azione del regno non la propria famiglia ma la comunità dei discepoli. Matteo si distacca da Marco e da Luca in quanto, dopo avere riportato la chiamata dei primi quattro discepoli e un sommario dell’attività di Gesù in Galilea, inserisce il primo dei cinque discorsi che caratterizzano il suo vangelo. Discorso della montagna (Mt 5,1 - 7,23). Questa raccolta di detti, pronunziati da Gesù in situazioni diverse, svolge il ruolo di un « discorso programmatico ». Esso è introdotto con una frase da cui risulta che è rivolto in primo luogo ai discepoli, ma indirettamente anche alle folle (Mt 5,1-2). La raccolta si apre con un elenco di persone che sono dichiarate « beate », cioè felici, fortunate.

Mc 3,31-35 Mt 12,46-50 Lc 8,19-22

Regno dei cieli In questa espressione, tipica di Matteo, il termine « cieli » non indica un luogo al di fuori di questo mondo, ma è una parafrasi tipicamente ebraica con cui si designa Dio. Il suo regno quindi consiste nell’esercizio della sua regalità su questa terra. Esso implica un diverso rapporto fra persone, improntato alla giustizia e alla solidarietà.

12. Le beatitudini Le beatitudini erano originariamente sette, in quanto la terza non è altro che una ripetizione della prima. Invece, la prima, la seconda e la quarta rappresentano lo strato più antico della composizione, in quanto si trovano anche in Luca. L’ultima, più elaborata, pur trovandosi anche in Luca, è tardiva.

5,3

B

« eati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. 4 Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

Mt 5,3-12 Lc 6,20b-26

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7 « Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli » (Mt 5,3).

Beatitudini Brevi detti che rispecchiano un genere letterario presente soprattutto nella letteratura sapienziale e nei testi apocalittici. Esso indica la felicità di colui che è fedele a Dio (cfr. Sal 1,1-2) e soprattutto di chi otterrà la salvezza finale. Gesù ne fa uso nella prospettiva del regno ormai imminente.

Povertà in spirito Rappresenta un atteggiamento interiore, in forza del quale ciò che conta non sono i beni materiali, ma il rapporto con Dio. Essa va di pari passo con la disponibilità a condividere quello che si ha con i più bisognosi.

26

5

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. 6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. 7 Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia 8 Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. 9 Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. 10 Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. 11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi ». Gesù dichiarava beati i poveri, gli afflitti e gli affamati, cioè i più poveri ed emarginati, perché nel regno di Dio la loro condizione sarà radicalmente cambiata e gli ultimi diventeranno i primi. Matteo elabora le parole di Gesù affinché siano significative per la sua comunità. I poveri che, diventando discepoli di Gesù, hanno accolto il regno di Dio, devono mantenere lo spirito di povertà e lottare per la giustizia e per la pace. Il loro atteggiamento di fondo deve essere quello del-

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d) Gesù e i suoi discepoli (Mt 5-12) la mitezza e della non violenza. Per essere fedeli al Maestro, infine, devono essere disposti a pagare di persona perché il suo spirito non vada perso. Il discorso prosegue con tre detti di Gesù in cui si invitano i discepoli a essere il sale della terra e la luce del mondo (Mt 5,13-16; cfr. Mc 4,21; Lc 11,33; 8,16). Segue un brano riguardante l’atteggiamento che i discepoli devono avere nei confronti della legge.

13. La legge e il suo compimento Questo brano è una composizione di Matteo, il quale si è servito come modello di alcuni detti conosciuti anche da Luca. Esso comprende un’introduzione, un elenco di comandamenti che Gesù interpreta alla luce del suo messaggio e una conclusione.

5,17

«

N

on crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. 20Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. 21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: « Stupido », dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: « Pazzo », sarà destinato al fuoco della geenna. 23 Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. 25Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26 In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo! 27 Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. 28Ma io vi dico: chiunque guarda una donna con il desiderio di impossessar-

Mt 5,17-48 Cfr. Lc 6,27-36

Giustizia Questo termine non indica nella Bibbia il semplice dare a ciascuno il suo, ma piuttosto la disponibilità a lasciarsi coinvolgere in un rapporto personale con Dio, che si estende ai propri simili, nell’ambito anzitutto della comunità e poi della società intera.

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7

Geenna Valle di Hinnon situata sul lato sud-ovest del monte Sion. In essa erano bruciati i rifiuti della città di Gerusalemme. Essa diventa simbolo di un fuoco permanente, nel quale sono bruciati gli empi.

Taglione Legge in forza della quale la pena comminata non doveva eccedere l’entità del danno causato (cfr. Es 21,23-25). Essa era utilizzata per garantire la giustizia in tribunale. Gesù ne vieta l’applicazione nel campo dei rapporti interpersonali, dove vige invece il principio del perdono (cfr. Lv 19,17-18).

28

sene, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. 29Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella geenna. 30E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella geenna. 31 Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio” (Dt 24,1). 32Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso in cui sia adultera essa stessa, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. 33 Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti” (Es 20,7; Nm 30,3). 34Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. 36Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal maligno. 38 Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente (Es 21,24). 39Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, 40 e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lasciagli anche il mantello. 41E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. 42Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. 43 Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo (Lv 19,18) e odierai il tuo nemico. 44Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, 45affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i gentili? 48 Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste ». Gesù non abolisce la legge di Dio, ma la porta a compimento, non solo con le sue parole ma anche con tutta la sua vita. Per lui, la legge che Dio ha dato al suo popolo per mezzo di Mosè si riassume nei dieci comandamenti. Gesù ne enumera alcuni, non per metterne in questione

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d) Gesù e i suoi discepoli (Mt 5-12) la validità, ma per darne una interpretazione proporzionata alla novità del regno di Dio che viene. A tal fine, egli si distacca da una interpretazione riduttiva, che li considera come semplici prescrizioni o proibizioni di determinati comportamenti. Per lui, invece, è importante scoprire dietro ciascuno di essi l’unica volontà di Dio, che consiste anzitutto in un atteggiamento profondo del cuore, che tende all’amore. Questo poi deve estendersi non solo al prossimo, ma anche al nemico. In questo consiste, secondo Gesù, quella perfezione che Dio si aspetta da coloro che entrano nel suo regno. Il discorso prosegue con tre detti paralleli, riguardanti rispettivamente l’elemosina (Mt 6,1-4), la preghiera (6,5-6) e il digiuno (6,16-18): nei tre casi, Gesù esorta gli ascoltatori a compiere queste pratiche nel segreto, in modo da avere solo da Dio la ricompensa. Riguardo alla preghiera aggiunge di non usare troppe parole, come fanno i gentili, perché il Padre sa già ciò di cui hanno bisogno (Mt 6,7-8). E conclude suggerendo un tipo di preghiera a cui ispirarsi.

Amore dei nemici Gesù esige che l’amore vada al di là del « prossimo » e si estenda anche al di fuori della propria comunità religiosa. Solo così esso si manifesta veramente tale, cioè pienamente gratuito.

14. La preghiera di Gesù La preghiera del Signore si apre con una invocazione a Dio, cui fanno seguito due serie di domande che riguardano rispettivamente Dio e la comunità. La preghiera si chiude con una richiesta generale. Alla preghiera fa seguito un’aggiunta esplicativa.

6,9

P

« adre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, 10 venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11 Dacci oggi il nostro pane di domani, 12 e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13 e non lasciarci soccombere alla tentazione, ma liberaci dal maligno. 14 Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; 15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe ». La preghiera è possibile perché Dio è « padre ». A Dio si chiede anzitutto di operare per se stesso, santificando il suo nome, cioè attuando il suo progetto di salvezza (cfr. Es 36,21), e instaurando il suo regno in que-

Mt 6,9-15 Lc 11,2-4

Abba (1) Appellativo con cui i bambini si rivolgevano al proprio « papà ». Esso era usato da Gesù nel suo rapporto con Dio (cfr. Mc 14,36). Nella forma che il Padre nostro assume in Luca, il discepolo è invitato a rivolgersi a Dio nello stesso modo (Lc 11,2; cfr. Gal 4,6; Rm 8,15).

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7 « Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome » (Mt 6,9).

Tentazione (2) Gesù esorta il credente a chiedere non di essere esentato dalla tentazione, ma di essere aiutato da Dio a combattere contro di essa. Ciò avviene spontaneamente in un contesto di condivisione e di perdono vicendevoli.

sto mondo; Matteo aggiunge, sulla stessa linea, la richiesta a Dio perché attui la sua volontà, cioè ancora una volta il suo progetto di salvezza. Per la comunità si chiede anzitutto di anticipare nell’oggi il banchetto del regno, e di fare l’esperienza del perdono vicendevole come conseguenza del perdono di Dio. Nella petizione finale, si chiede l’aiuto divino nel momento della prova. Nella frase esplicativa, aggiunta alla fine della preghiera, si fa capire che il perdono vicendevole non è altro che la mano tesa con cui si riceve il perdono gratuito di Dio. Dopo il detto sul digiuno (Mt 6,16-18), è riportata un’esortazione a non accumulare tesori sulla terra, ma in cielo (Mt 6,19-21 // Lc 12,33-34) e un detto sull’occhio che è la lampada del corpo (Mt 6,22-23 // Lc 11,3435). Infine, Gesù si sofferma sul tema della Provvidenza divina.

15. Fiducia nella Provvidenza Nel versetto iniziale, si indica l’esigenza di una scelta radicale in favore di Dio. Viene poi l’esortazione a non preoccuparsi per le proprie necessità materiali. Al termine, la ricerca del regno di Dio è contrapposta alla preoccupazione per il domani.

Mt 6,24-34 Lc 16,13; 12,22-32

30

6,24

N

«

essuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e mammona.

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d) Gesù e i suoi discepoli (Mt 5-12) 25

Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31 Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. 32Di tutte queste cose vanno in cerca i gentili. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33 Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena ». Gesù non ammette il compromesso tra la fede in Dio e l’attaccamento alle cose materiali. Chi sceglie Dio deve quindi affidarsi alla sua provvidenza per quanto riguarda ciò che gli è necessario per vivere. Solo così può liberarsi da ogni tipo di insicurezza e di paura. In primo piano, però, deve esserci la ricerca del regno di Dio e della giustizia, che ne rappresenta la caratteristica fondamentale. In altre parole, chi si impegna onestamente per anticipare nell’oggi quella giustizia che è propria del regno di Dio non deve avere paura di nulla, perché Dio è dalla sua parte e non gli farà mancare ciò che è necessario al suo benessere, sia spirituale che materiale. Il discorso focalizza poi l’attenzione dei discepoli sui rapporti con gli altri, riportando i seguenti detti: * Contro l’inclinazione al giudicare (Mt 7,1-5 // Lc 6,37-42). * La fiducia nella preghiera (Mt 7,7-11 // Lc 11,9b-13). * La « regola d’oro » positiva così formulata: « Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la legge e i profeti » (Mt 7,12 // Lc 6,31). * Invito a entrare per la porta stretta (Mt 7,13-14 // Lc 13,23-24). * Ammonizione a guardarsi dai falsi profeti (Mt 7,15-20 // Lc 6,43-45). * Esortazione al compimento della volontà del Padre (Mt 7,21-23; cfr. Lc 6,46; 13,25-27). Il finale del discorso è un invito a prendere sul serio le parole di Gesù.

Provvidenza La fiducia in Dio è un tratto caratteristico della religione biblica, che si basa sull’iniziativa totalmente gratuita di Dio in favore di Israele. In questa prospettiva non ha senso la preoccupazione per i beni materiali, che non potranno mai mancare a chi pratica la giustizia.

Non giudicare Gli sbagli degli altri non devono essere causa di facili condanne nei loro confronti. Al contrario, essi devono spingere a una sincera autocritica, dalla quale soltanto può nascere una vera possibilità di correggersi vicendevolmente.

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7

16. La casa costruita sulla roccia Con due metafore parallele Gesù mette in luce, da una parte, i vantaggi di chi mette in pratica le sue parole e, dall’altra, gli inconvenienti cui va incontro chi le trasgredisce. Gli ultimi due versetti rappresentano la conclusione di tutto il « discorso della montagna ».

Mt 7,24-29 Lc 6,47-49

Casa sulla roccia Nei Salmi, Dio è spesso rappresentato come una roccia, perché solo nel rapporto con lui ogni essere umano può dare un senso alla propria vita. La casa costruita sulla roccia è dunque una metafora della fede, che etimologicamente significa « diventare saldo ».

7,24

C

«

hiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. 26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande ». 28 Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: 29egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi ». La metafora delle due case indica, ancora una volta, la necessità di una scelta radicale nei confronti di Gesù e del suo messaggio. Gesù mette in guardia coloro che lo seguono dal rischio di fermarsi a un ascolto puramente formale delle sue parole. Ciò che conta è praticare fin d’ora i valori del futuro regno di Dio. Nella conclusione del discorso, Matteo riporta una frase che, secondo Marco, la gente aveva detto dopo avere assistito alla liberazione di un indemoniato (cfr. Mc 1,22.27). L’evangelista se ne serve per mettere in luce l’autorevolezza acquistata da Gesù con il suo discorso. Racconti di miracoli (Mt 8-9). Al termine del « discorso della montagna », Matteo inserisce una raccolta di dodici episodi quasi tutti miracolosi, che rappresentano le opere del regno. Questi racconti sono ricavati, con alcune aggiunte, da due sezioni narrative di Marco (Mc 1,21 - 3,35 e 4,35 - 5,43). La raccolta comprende i seguenti brani: * Guarigione di un lebbroso (Mt 8,1-4 // Mc 1,40-45 // Lc 5,12-16). * Un miracolo in favore di un gentile.

17. La fede di un centurione romano Questo racconto, che ha un parallelo in Luca (Q), è corredato da una interpretazione di Gesù che il terzo evangelista riporta in un contesto diverso.

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d) Gesù e i suoi discepoli (Mt 5-12)

8,5

E

ntrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava dicendo: 6« Signore, il mio servo si trova in casa, a letto; è paralizzato e soffre terribilmente ». 7Gli disse: « Dovrei forse venire a guarirlo? ». 8Ma il centurione rispose: « Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. 9Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa ». 10Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: « In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! 11 Ora io vi dico che molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti ». 13 Poi Gesù disse al centurione: « Va’, si realizzi ciò in cui hai creduto ». In quell’istante il suo servo fu guarito. Il centurione presenta a Gesù la situazione del suo servo e implicitamente gli chiede di andare a guarirlo. Gesù però sembra opporre un rifiuto (« Dovrei forse venire a casa tua per guarirlo? »), in quanto un giudeo non poteva entrare nella casa di un gentile. Da qui la reazione del centurione e la lode di Gesù per la sua fede. Il detto riguardante la venuta dei gentili è riportato da Luca in un altro contesto (cfr. Lc 13,28-29).

Mt 8,5-13 Lc 7,1-10 Cfr. Lc 13,28-29

Centurione È un gentile, la cui fede, secondo Matteo, consiste nel riconoscere il primato di Israele nella storia della salvezza. Questo punto è importante soprattutto per Matteo, per il quale la salvezza è data anzitutto al popolo eletto, dal quale passa ai gentili, purtroppo a prezzo di una parziale autoesclusione dei primi destinatari.

« Ora io vi dico che molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli » (Mt 8,11).

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7

Servo di JHWH (1) Questa figura del Primo Testamento richiama una forte esperienza di liberazione non violenta fatta dai giudei esiliati in Babilonia, sfociata nel ritorno alla terra dei padri. Essa è continuamente sullo sfondo dei vangeli, ma solo Matteo la richiama espressamente in Mt 8,17; 12,18-21.

Esso rispecchia l’idea biblica del pellegrinaggio escatologico delle nazioni al monte Sion (cfr. Is 2,1-5; 60,11-14). Matteo lo ha inserito qui per fare del centurione il modello e il precursore dei gentili che un giorno, dopo la morte e la risurrezione di Gesù, si convertiranno a lui. Gli altri brani della raccolta sono i seguenti: * Guarigione della suocera di Pietro e di numerosi altri malati (Mt 8,1417 // Mc 1,29-34): secondo Matteo, ciò è avvenuto perché si compisse una profezia di Isaia (Mt 8,17; cfr. Is 53,4: « Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie »). * Come seguire Gesù (Mt 8,18-22 // Lc 9,57-60). * Gesù placa il mare in tempesta (Mt 8,23-27 // Mc 4,35-41 // Lc 8,22-25). * Liberazione di due indemoniati a Gàdara (Mt 8,28-34 // Mc 5,1-20, dove però si parla di un unico indemoniato (cfr. Lc 8,26-39). * Guarigione di un paralitico (Mt 9,1-8 // Mc 2,1-12). * Vocazione di un pubblicano, chiamato qui non Levi ma Matteo (Mt 9,9-13 // Mc 2,13-17 // Lc 5,27-32). * Discussione sul digiuno (Mt 9,14-17 // Mc 2,18-22 // Lc 5,33-39). * La figlia di Giairo e l’emorroissa (Mt 9,18-26 // Mc 5,21-43 // Lc 8,40-56). * Guarigione di due ciechi (Mt 9,27-31). * Guarigione di un muto indemoniato (Mt 9,32-34 // Mt 12,22-23 // Lc 11,14-15). Come conclusione della raccolta e introduzione al successivo « discorso di Gesù », Matteo riporta un brano in cui si dice che Gesù sente compassione per la folla e dice di pregare il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe (Mt 9,35-38 // Mc 6,6b.34 e Lc 8,1; 10,2). Discorso missionario (Mt 9,35 - 11,1). Al termine della sezione narrativa riguardante i miracoli di Gesù, Matteo introduce una seconda raccolta di detti che hanno come tema la missione. Il discorso si apre con due brani ricavati da Marco: l’istituzione dei Dodici discepoli e il loro invio in missione (Mt 9,35 - 10,15 // Mc 6,7; 3,13-19 // Lc 9,1; 6,12-16; cfr. Lc 9,25; 10,5-7.9.12). Segue poi un brano riguardante gli ostacoli che i discepoli dovranno affrontare sul loro cammino.

18. Coraggio nelle persecuzioni A proposito della missione, Matteo riporta una raccolta di detti che mettono in risalto le difficoltà che essa comporta e l’atteggiamento con cui i discepoli dovranno affrontarle. Alcuni di essi sono ricavati dal discorso escatologico di Marco.

Mt 10,16-33 Mc 13,9-13 Cfr. Lc 10,3; 21,12-19; 12,11-12; 6,40

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10,16

«

E

cco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. 17Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; 18e sarete condotti davan-

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d) Gesù e i suoi discepoli (Mt 5-12)

ti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai gentili. 19Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come parlerete o di che cosa direte, perché vi sarà suggerito in quell’ora ciò che dovrete dire: 20infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. 21 Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. 22Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. 23Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo. 24 Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; 25è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia! 26 Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 27 Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunziatelo dalle terrazze. 28E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella geenna e l’anima e il corpo. 29Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! 32 Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli ». I discepoli troveranno contrasti e opposizione da parte non solo della società circostante, ma anche delle autorità politiche e religiose e della loro stessa famiglia. È questa la conseguenza immediata di una scelta impegnativa, che mette in discussione abitudini e comportamenti di comodo. Mentre preannunzia sofferenze di ogni tipo, Gesù esorta a non avere paura, perché a chi è veramente convinto della scelta fatta, Dio non farà mai mancare le risorse interne ed esterne per portarla a termine.

Il discorso missionario prosegue con una nuova raccolta di detti riguardanti il rapporto dei discepoli con l’ambiente circostante.

Persecuzione Quando sono stati composti i vangeli, la conversione a Cristo dava origine a rotture nei rapporti famigliari ed era occasione di vessazioni. Per i giudei, si trattava di contrastare un culto, ritenuto eccessivo, della persona di Cristo, mentre le autorità romane consideravano come ribellione la qualifica « regale » attribuita alla sua persona.

Paura della geenna L’allusione alla geenna come luogo di pena eterna rappresenta uno sviluppo secondario rispetto all’insegnamento di Gesù, il quale punta non sulla paura, ma sulla scelta libera, ispirata dall’amore.

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7

19. Chi accoglie voi accoglie me In questo nuovo gruppo di detti, si afferma che, per i discepoli, la missione, da una parte mette in crisi tutta una serie di rapporti naturali e, dall’altra, ne crea di nuovi basati sulla fede.

Mt 10,34-42 Cfr. Mc 9,37.41; Lc 12,51-53; 14,26-27; 17,33; 10,16; 9,48

Pace Gesù non propone ai suoi discepoli una pace a buon mercato. La sua pace si conquista solo a prezzo di dolorose rinunzie, le quali però sono compensate dai rapporti nuovi che si stabiliscono fra persone che si aggregano non in base al proprio interesse, ma al bene comune.

10,34

«

N

on crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. 35Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; 36e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. 37 Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; 38chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 39Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. 40 Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa ». La scelta di seguire Cristo si trasforma facilmente per il discepolo in una rottura con le persone più care: in questo senso, Gesù è venuto non a portare la pace ma la spada. Nei confronti dei propri famigliari Gesù non richiede che si assuma un atteggiamento di odio, come sembra voler dire Luca (cfr. Lc 14,26), ma semplicemente che l’amore per il Maestro abbia il primo posto e qualifichi ogni altro tipo di rapporto interpersonale. Assieme al rifiuto, il discepolo però sperimenterà anche l’accoglienza generosa di persone aperte al messaggio evangelico. Come conclusione del discorso, Matteo annota che, quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città (Mt 11,1; cfr. Mc 1,39). Reazioni al ministero di Gesù (Mt 11,2 - 12,50). In questa sezione, che fa seguito al discorso missionario, Matteo riporta diversi racconti che si trovano parte in Marco e in Luca e parte solo in Luca (Q). Con questa raccolta, l’evangelista vuole sottolineare come il ministero di Gesù abbia suscitato non solo consenso, ma anche critiche e opposizioni. La raccolta inizia con un passo riguardante Giovanni il Battista.

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d) Gesù e i suoi discepoli (Mt 5-12)

20. Elogio di Giovanni il Battista Questo testo, riportato anche da Luca (Q), si compone di due brani sovrapposti. Nel primo, rispondendo agli inviati di Giovanni il Battista, Gesù illustra il significato della propria persona. Nel secondo, egli dà una valutazione della persona e dell’opera di Giovanni il Battista.

G

11,2

iovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò 3a dirgli: « Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un al tro? ». 4Gesù rispose loro: « Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: 5i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziato il vangelo. 6E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo! ». 7 Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: « Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 8Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! 9Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. 10Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via (Ml 3,1). 11 In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. 12Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono. 13Tutti i profeti e la legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. 14E, se volete comprendere, è lui quell’Elia che deve venire. 15 Chi ha orecchi, ascolti! ».

Mt 11,2-15 Lc 7,18-30 Cfr. Lc 16,16; 7,29-30

Predicazione di Gesù Nonostante la sua stima per Giovanni il Battista, Gesù si differenzia da lui in quanto predica non il giudizio di Dio, ma la sua misericordia, gratuita e sconvolgente, per tutti. In seguito, l’idea del giudizio è entrata nel messaggio di Gesù a opera dei suoi lontani discepoli.

Giovanni il Battista ha dei dubbi circa la vera identità di Gesù. La tradizione infatti ricorda che egli attendeva un Messia giudice (cfr. Mt 3,12 // Lc 3,17). Gesù invece, alludendo a Is 35,5-6, si presenta come l’annunciatore della misericordia divina, di cui sono segno i suoi miracoli. Nella seconda parte del brano, è attribuita a Gesù la concezione tipicamente cristiana secondo cui Giovanni il Battista era il profeta escatologico (cfr. Dt 18,15-18), che molti giudei identificavano con Elia redivivo (cfr. Ml 3,23-24; Sir 48,10), inviato da Dio per preparare la strada al Messia. Egli diventa così il precursore di Gesù. Secondo questo punto di vista, Giovanni appartiene ancora al perio-

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7 do della preparazione (legge e profeti) e si trova in una posizione secondaria rispetto ai discepoli di Gesù, per i quali sono già iniziati gli ultimi tempi. La raccolta prosegue con un severo giudizio di Gesù nei confronti della sua generazione (Mt 11,16-19), a cui fa seguito un rimprovero alle città del lago (Corazin, Betsaida, Cafarnao) perché non si sono convertite alla sua predicazione (Mt 11,2024). Dopo questi due brani, l’evangelista riporta una preghiera di Gesù.

21. Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi Questo testo, chiamato « grido di giubilo », si compone di tre strofe: lode di Gesù al Padre; conoscenza reciproca tra il Padre e il Figlio; invito di Gesù a prendere il suo giogo. Le prime due si trovano anche in Luca, mentre la terza appartiene in esclusiva a Matteo.

Mt 11,25-30 Lc 10,21-22

Giogo Per i giudei, il giogo era un’immagine per indicare la legge di Dio rivelata nel contesto dell’alleanza (cfr. Ger 2,20; 5,5; Sir 51,26). Per Gesù, invece, si tratta del rapporto di amicizia con Dio, dal quale deriva spontaneamente un comportamento in sintonia con la sua volontà.

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11,25

I

n quel tempo Gesù disse: « Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. 28 Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero ». Il grido di giubilo è un inno stupendo di lode, rivolto da Gesù al Padre. Egli lo ringrazia perché il suo progetto di salvezza è stato rivelato ai piccoli, cioè a quelli che non fanno affidamento su se stessi e sulle proprie capacità, mentre è rimasto nascosto a coloro che pensano di essere sapienti e intelligenti. Questo messaggio è stato manifestato per mezzo di Gesù, il quale appare qui come la sapienza personificata: lui solo infatti conosce il Padre e pertanto lui solo lo può rivelare. Egli perciò invita a sé tutti coloro che si sentono affaticati e oppressi. Il suo giogo dolce e soave non è altro che il suo insegnamento che, in contrasto con la legge mosaica, non impone cose da fare ma suscita un’adesione spontanea a lui.

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d) Gesù e i suoi discepoli (Mt 5-12) Matteo riporta poi due episodi ripresi dalla sezione di Marco, già in gran parte da lui utilizzata, riguardante il ministero di Gesù in Galilea: le spighe strappate in giorno di sabato (Mt 12,1-8 // Mc 2,23-28 // Lc 6,1-5) e l’uomo dalla mano paralizzata (Mt 12,9-13 // Mc 3,1-5 // Lc 6,6-10). Dopo di esse, Matteo informa che i farisei decidono di eliminarlo (Mt 12,14 // Mc 3,6 // Lc 6,11). Prendendo spunto da questa notizia, egli fornisce uno sguardo d’insieme dell’attività di Gesù.

22. Sui passi del Servo del Signore Questo passo si apre con una introduzione riguardante le guarigioni operate da Gesù, cui fa seguito una citazione biblica che l’evangelista vede adempiuta nel suo ministero.

A

12,15

vendo saputo ciò che volevano fargli, Gesù si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti 16e impose loro di non divulgarlo, 17perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: 18 Ecco il mio servo, che io ho scelto; il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento. Porrò il mio Spirito sopra di lui e annunzierà alle nazioni la giustizia. 19 Non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. 20 Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta, finché non abbia fatto trionfare la giustizia; 21 nel suo nome spereranno le nazioni (Is 42,1-4). In questo testo Matteo cita il primo carme del Servo di JHWH, nel quale si presenta la sua vocazione. Questo personaggio, descritto nel Secondo Isaia (Deuteroisaia), ha il compito di aggregare i giudei esuli in Babilonia e di preparare il loro ritorno nella terra dei padri. La sua caratteristica specifica consiste nel rifiuto di ogni tipo di violenza e nel ricorso a tutto ciò che può creare nuovi vincoli di solidarietà. Sul suo esempio Gesù si situa di fronte alla gente non come colui che giudica e condanna, ma come il testimone della misericordia di Dio, che si china sulle ferite umane e le risana.

Mt 12,15-21

Non violenza Si tratta di un aspetto essenziale della predicazione di Gesù. Per lui, il rapporto con Dio deve basarsi non sulla paura, ma solo su un’accettazione spontanea e interiore del suo vangelo. La paura, indotta con la minaccia del castigo, può ottenere risultati esterni, ma non guarisce le ferite profonde del cuore umano.

Dopo questo testo, Matteo riporta una polemica di Gesù con i farisei, composta di sei brani: * Gesù e Beelzebul (Mt 12,24-30 // Mc 3,20-27 // Lc 11,15-23).

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7 * Il peccato contro lo Spirito Santo (Mt 12,31-32 // Mc 3,28-30 // Lc 12,10). * L’albero si riconosce dal frutto (Mt 12,33-37 // Lc 6,43-45; cfr. Mt 7,15-20). * Il segno di Giona (Mt 12,38-42 // Lc 11,16.29-32; cfr. Mc 8,11-12 // Mt 16,1-4). * Ritorno dello spirito immondo (Mt 12,43-45 // Lc 11,24-26). * I veri parenti di Gesù (Mt 12,46-50 // Mc 3,31-35 // Lc 8,19-21).

Peccato contro lo Spirito È l’unico che non può essere perdonato, perché consiste nel rifiuto consapevole e deliberato del dono di Dio. Nella Chiesa primitiva esso è stato identificato in modo piuttosto sbrigativo con il rifiuto di Gesù da parte del mondo giudaico.

Luca. Dopo avere seguito Marco fino all’istituzione dei Dodici, anche questo evangelista inserisce una raccolta di detti, analoga al discorso della montagna di Matteo, chiamata « discorso della pianura ». Discorso della pianura (Lc 6,17-49). La raccolta riceve questo nome perché Gesù l’avrebbe pronunziata in un luogo pianeggiante. L’uditorio di Gesù è composto di discepoli e di una grande folla proveniente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone (Lc 6,17-19). Il discorso inizia, come quello della montagna, con le beatitudini.

23. Beati voi, poveri, e guai a voi, ricchi Luca riporta solo tre delle otto beatitudini di Matteo, più l’aggiunta riguardante i perseguitati. Inoltre egli ricorda, in stretto parallelo con le beatitudini, quattro minacce (« Guai! ») che riguardano altrettante categorie di persone alle quali è riservata una dura condanna.

Lc 6,20-26 Mt 5,2-12

Povertà Nella sua versione delle beatitudini, Luca sottolinea il fatto che la povertà non può essere soltanto un atteggiamento del cuore, ma deve conservare una componente sociologica, sia personale che comunitaria.

40

6,20

E

d egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: « Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. 21 Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. 22 Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. 23Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo, infatti, agivano i loro padri con i profeti. 24 Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. 25 Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. 26 Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo, infatti, agivano i vostri padri con i falsi profeti ».

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d) Gesù e i suoi discepoli (Lc 6,17 - 8,3) « Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione » (Lc 6,24).

Guai! Luca attribuisce a Gesù questa forma tipica della letteratura profetica (cfr. Is 5,8-24) con cui si minaccia la rovina di quanti si servono dei loro beni materiali per esercitare un potere nella comunità (cfr. Gc 5,1-6).

Le beatitudini lucane hanno maggiormente preservato il carattere sociologico della povertà, della sofferenza e della fame di coloro che Gesù proclama « beati ». In esse è sottolineato il contrasto tra quanto gli interessati sperimentano ora e la futura felicità che sarà loro riservata. Le minacce sottolineano la responsabilità di chi sta bene e non si preoccupa degli altri. Beatitudini e minacce sono applicate dall’evangelista a una comunità in cui si profila una spaccatura tra ricchi e poveri. Il discorso prosegue con altri brani, anch’essi in gran parte paralleli a quelli del « discorso della montagna »: il primo riguarda l’amore per i nemici (Lc 6,27-36 // Mt 5,38-48), all’interno del quale Luca anticipa la regola d’oro: « E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro » (Lc 6,31 // Mt 7,12). In seguito, Luca riporta una serie di detti riguardanti il tema del giudizio: essi sono attinti dalla fonte (Q) che ha in comune con Matteo, il quale se ne serve nel « discorso della montagna » e in altri contesti (Mt 7,1-3.5.16.18; 10,24-25; 15,14; 12,34.35).

24. La pagliuzza e la trave Luca ha qui conservato una piccola raccolta di detti, noti anche a Matteo, che riguardano il tema del giudizio. Al centro si trova un detto riguardante la sequela.

Regola d’oro È così chiamata la massima secondo cui ciascuno deve comportarsi con gli altri nel modo in cui vorrebbe che essi si comportassero con lui. Questa direttiva, presente in tutte le culture, è stata accolta nel mondo giudaico come equivalente dell’amore del prossimo.

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7

Lc 6,37-42 Cfr. Mt 7,1-5; 15,14; 10,24-25

Conoscenza di sé I rapporti interpersonali non sono mai esenti da giudizi, ma questi sono giustificati solo nella misura in cui portano a riflettere anzitutto su se stessi e sulle proprie responsabilità. Solo cambiando se stessi si possono aiutare anche gli altri a rivedere il proprio comportamento.

6,37

N

«

on giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. 38Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio ». 39 Disse loro anche una parabola: « Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? 40Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. 41 Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? 42Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello ». Il giudizio che Gesù stigmatizza è quello di chi si contrappone all’altro unicamente per umiliarlo ed emarginarlo. Non esclude invece lo sforzo per capire l’altro e per approfondire i rapporti con lui. Ma per fare questo Gesù suggerisce di sottoporre prima se stessi a una sincera autocritica. In questo contesto, il cieco che guida un altro cieco è il discepolo che mette al primo posto le proprie idee e non l’insegnamento del Maestro. Luca riporta poi un detto riguardante i frutti dai quali si può riconoscere rispettivamente l’albero buono e l’albero cattivo (Lc 6,43-45; cfr. Mt 7,16.18; 12,34-35). Il discorso termina, come quello di Matteo, con la similitudine delle due case (Lc 6,46-49 // Mt 7,21-27). Reazioni al ministero di Gesù (Lc 7,1 - 8,3). Anche Luca, dopo il « discorso della pianura », riporta una sezione narrativa in cui si delinea la risposta della gente alle parole di Gesù. La raccolta inizia con un brano, utilizzato anche da Matteo (Q), in cui si narra la guarigione del servo di un centurione (Lc 7,1-10 // Mt 8,5-13). Gesù fa poi uno strepitoso miracolo, la risurrezione di un giovinetto.

25. Risurrezione del figlio di una vedova Solo Luca ricorda questo miracolo che, secondo lui, ha provocato grande meraviglia fra i presenti, i quali hanno colto l’occasione per esprimere quello che essi capivano della persona di Gesù.

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d) Gesù e i suoi discepoli (Lc 6,17 - 8,3)

7,11

I

n seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. 12Quando fu vicino alla porta della città, vide che veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. 13Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: « Non piangere! ». 14Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: « Ragazzo, dico a te, alzati! ». 15Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. 16 Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: « Un grande profeta è sorto fra noi », e: « Dio ha visitato il suo popolo ». 17 Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante. Nel racconto di questo miracolo, Luca sottolinea non tanto la potenza straordinaria di Gesù, quanto piuttosto la sua misericordia. In forza del suo gesto, l’identità di Gesù è interpretata in chiave profetica. La qualifica di profeta è probabilmente quella che più comunemente gli è stata

Lc 7,11-17

Miracoli di risurrezione La tradizione li attribuisce genericamente a Gesù (cfr. Mt 11,5), ma in realtà Marco ricorda solo, con una certa riserva, la risurrezione della figlia di Giairo (Mc 5,39 e par.). Si può quindi supporre che il racconto della risurrezione del figlio della vedova di Naim, presente solo in Luca, sia una composizione tardiva.

« Poi disse: Ragazzo, dico a te, alzati! Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre » (Lc 7,14b-15).

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7 attribuita dalla gente durante la sua vita. Con essa egli veniva assimilato ai profeti biblici, i quali avevano comunicato a Israele la parola di Dio. Luca ha mantenuto vivo il ricordo di questo titolo, che ben presto i primi cristiani hanno attribuito a Giovanni il Battista, il precursore, mentre a Gesù hanno riservato quello di Messia. Luca riporta successivamente due brani ripresi dalla fonte che ha in comune con Matteo: * Gesù elogia Giovanni il Battista (Lc 7,18-30 // Mt 11,2-15). * Similitudine dei bambini seduti nelle piazze (Lc 7,31-35 // Mt 11,16-19). Infine, Luca inserisce un episodio dal quale appare nuovamente la misericordia di Gesù.

26. L’amore di una peccatrice perdonata L’episodio della peccatrice perdonata richiama da vicino l’unzione di Betania, che Marco e Matteo situano all’inizio della passione di Gesù. Prima di tutto è descritto il fatto e poi è riportato il dialogo tra Gesù e il fariseo che l’aveva invitato a mensa; al termine, Gesù si rivolge alla donna garantendole il perdono dei peccati e la pace.

Lc 7,36-50 Cfr. Mc 14,3-9; Mt 26,6-13

Perdono (2) Per Gesù, il perdono è un aspetto essenziale del regno di Dio. L’essere umano può respingerlo, ma non può meritarlo. Una volta accolto, il perdono si trasmette da persona a persona.

44

U

no dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; 38mentre stava dietro, presso i suoi piedi, e piangeva, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. 39Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse fra sé: « Se costui fosse un profeta, saprebbe quale genere di donna è quella che lo tocca: è una peccatrice! ». 40 Gesù allora gli disse: « Simone, ho da dirti qualcosa ». Ed egli rispose: « Di’ pure, maestro ». 41« Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. 42Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più? ». 43Simone rispose: « Suppongo quello al quale ha condonato di più ». Gli disse Gesù: « Hai giudicato bene ». 44E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: « Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei, invece, mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. 46Tu non hai unto con olio il mio capo; lei, invece, mi ha cosparso i piedi di profumo. 47Per questo io ti dico: sono perdona7,36

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d) Gesù e i suoi discepoli (Lc 6,17 - 8,3) ti i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco ». 48Poi disse a lei: « I tuoi peccati sono perdonati ». 49Allora i commensali cominciarono a dire fra sé: « Chi è costui che perdona anche i peccati? ». 50Ma egli disse alla donna: « La tua fede ti ha salvata; va’ in pace! ». Questo racconto mostra con chiarezza che anche la devozione alla persona di Gesù deve essere apprezzata come mezzo per unirsi a lui. La parabola dei due debitori, raccontata da Gesù a Simone, fa capire che la venerazione della donna non è il motivo ma la conseguenza del perdono che Dio, nella sua misericordia, le ha elargito gratuitamente. Il perdono non può essere meritato, ma deve essere accolto con riconoscenza. Al termine della sezione, Luca ricorda che al seguito di Gesù vi erano anche delle donne che lo servivano con i loro beni. Egli osserva che esse erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità e dà i loro nomi: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre (Lc 8,1-3). Termina così la sezione in cui sono riportate le reazioni della gente al ministero di Gesù. Dopo di essa, Luca ritorna a Marco, nel punto in cui inizia il discorso parabolico.

« Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato » (Lc 7,47).

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I. L’aurora di un mondo nuovo – Marco 1-3; Matteo 3-12; Luca 3-7

N

ella sezione inaugurale del suo vangelo, Marco presenta in modo conciso il movimento originato da Giovanni il Battista, mostrando come esso abbia costituito il punto di partenza del ministero di Gesù, e al tempo stesso l’ambito in cui egli per la prima volta ha rivelato se stesso e il suo progetto. A questa presentazione discreta e allusiva della identità di Gesù si ricollega il tema della lotta contro le potenze avverse a Dio (tentazione), che costituirà lo sfondo di tutta la predicazione di Gesù, incentrata sul lieto annunzio della venuta del regno di Dio. Marco passa poi a presentare il suo progetto storico, illustrandolo con il racconto delle sue opere. I miracoli di Gesù non sono narrati come prove della sua divinità, ma come i segni del regno di Dio, in forza dei quali i peccatori sono chiamati alla conversione e la sicurezza dei giusti è messa in crisi, affinché tutti possano ottenere la salvezza di Dio. Intorno a Gesù si raccoglie una folla formata da indemoniati, donne, lebbrosi, paralitici, pubblicani e peccatori, oltre che da una folla composta sia di giudei sia di gentili. La scelta di dodici discepoli significa che Israele deve rinascere, non più però come popolo eletto, bensì come umanità rinnovata da cui nessuno è escluso. Per evitare qualsiasi sfruttamento dei miracoli in chiave pubblicitaria o nazionalistica, l’evangelista fa appello al segreto messianico. Intanto cresce la polemica contro i rappresentanti ufficiali del giudaismo, tutti preoccupati di salvare i diritti di Dio enunciati nella legge e di mantenere gli steccati giuridici e rituali che separano le persone. Gesù non esclude la legge, ma esige che sia interpretata a partire dagli oppressi e dagli esclusi, ai quali per primi è offerto il dono della salvezza. L’impostazione di Marco è seguita anche dagli altri due sinottici i quali, però, danno un maggiore peso agli insegnamenti di Gesù. Matteo inserisce addirittura due raccolte di detti, cioè il discorso della montagna (Mt 5-7) e il discorso missionario (Mt 10), raggruppando dopo ciascuno di essi un certo numero di racconti. Anche Luca adotta la stessa linea, riportando il discorso della pianura e la successiva raccolta di racconti. Così facendo essi sacrificano l’impostazione originaria di Marco, riducendo i suoi gesti a semplici illustrazioni dei suoi insegnamenti.

Dio regna! Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie. Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo. 2 Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato

98,1

3

la sua giustizia. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele. Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio. (Salmo 98 [97],1-3)

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(Mc 1-3; Mt 3-12; Lc 3-7)



Il regno di Dio, annunziato da Gesù, non si situa in un altro mondo ma in questo: esso consiste in una trasformazione radicale, in forza della quale diventa prevalente nell’umanità un rapporto di amore e di giustizia. Esso è un dono totalmente gratuito di Dio, che bisogna accogliere con fede. Perciò, la sua venuta è una buona notizia. Il regno di Dio è una realtà escatologica, ma può e deve essere anticipato nell’oggi, mediante un impegno personale per quei valori che esso proclama.



Gli indemoniati non erano altro che persone malate nella mente e nel cuore. La loro situazione metteva in luce il dominio di una potenza malefica che si annida nei rapporti fra persone e nei poteri che gestiscono la vita sociale. Oggi, il dominio diabolico nel mondo può essere identificato con l’affermarsi di una classe politica corrotta, la prevalenza della finanza, lo sfruttamento delle classi più disagiate, l’abuso sui minori e la violenza sulle donne, la mancanza di rispetto della dignità della persona, la pornografia in rete. La liberazione degli indemoniati è dunque segno di una liberazione integrale della persona e della società.



I miracoli di Gesù erano soprattutto guarigioni da malattie di vario tipo ma, più a monte, implicavano la guarigione dei cuori. Oggi, la guarigione è demandata alle strutture sanitarie. Ma purtroppo queste guariscono, momentaneamente, solo le conseguenze dei mali più profondi che affliggono l’essere umano. Perciò, è necessario ritornare a una terapia dell’anima, dalla quale deriva il benessere di tutta la persona nei suoi rapporti con gli altri. Solo così si anticipa la venuta del regno di Dio.



Gesù rivolge il suo annunzio non semplicemente a individui isolati, ma a tutto Israele. Egli vuole rinnovare questo popolo dall’interno, liberandolo dai mali che l’affliggono. Ma il suo sguardo si estende oltre i confini di Israele e abbraccia tutta l’umanità. Così facendo egli elimina l’illusione di una salvezza limitata a un gruppo ristretto di persone. In una umanità in cui ci sono ancora terribili sacche di miseria, il regno di Dio si manifesta solo nella ricerca di un bene che sia veramente di tutti.

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Incomprensioni, resistenze, rifiuti Marco 4,1 - 8,26; Matteo 13,1 - 16,12; Luca 8,4 - 9,17

I

n questa nuova parte la serie di racconti, che aveva caratterizzato la precedente, s’interrompe per lasciare il posto, fatto inconsueto per Marco, a una prima sezione che comprende detti in forma parabolica (Mc 4,1-34). Essa si apre con una introduzione riguardante l’insegnamento di Gesù in parabole; è poi riportata la parabola del seminatore, seguita da un intermezzo riguardante i motivi per cui Gesù parla in parabole e da una spiegazione della parabola stessa. Segue una piccola raccolta di detti che illustrano le modalità con cui deve essere ricevuto e trasmesso l’insegnamento di Gesù. Infine, sono riportate altre due parabole, riguardanti rispettivamente il seme che spunta da solo e il granello di senape. La sezione si conclude con due detti in cui si giustifica l’uso delle parabole da parte di Gesù. In realtà, dunque, le parabole vere e proprie sono solo tre e hanno tutte come tema la « crescita del seme »: per questo sono chiamate « parabole di crescita ». Al termine del « discorso parabolico », Marco riporta una seconda sezione in cui sono raccolti quattro racconti di miracoli: la tempesta sedata, la liberazione dell’indemoniato geraseno e la risurrezione della figlia di Giairo, nel cui contesto è narrata la guarigione dell’« emorroissa », cioè di una donna affetta da perdite di sangue (Mc 4,35 - 5,43). La sezione si caratterizza per il fatto che nei diversi racconti si intrecciano temi comuni: fede, morte e vita, lotta contro l’impurità, simbolo del peccato. Il suo filo conduttore è il tema della vittoria di Gesù sulle potenze diaboliche che provocano il peccato e la morte. In essa l’attenzione del narratore si focalizza sul mondo dei gentili, nel quale si riteneva che dominasse in modo speciale il potere del male. La presenza di Gesù in una regione al di fuori della Galilea e il suo interessamento per coloro che vi abitano sono presentati come un segno che anticipa la missione ai gentili, intrapresa dai discepoli di Gesù dopo la sua morte e risurrezione. Una terza sezione si apre poi con la visita di Gesù a Nazaret (Mc 6,1-6) e termina con la guarigione di un cieco (Mc 8,22-26). Essa comprende in gran parte quella che solitamente è chiamata « sezione dei pani » (6,32 - 8,21) perché in essa il termine pane appare ben 16 volte (6,8.37.38.41.44.52; 7,2.5.27; 8,4.5.6.14 [bis].16.17.19). Questo complesso comprende una prima sequenza, in cui si narra che Gesù, rifiutato a Nazaret, invia in missione i suoi dodici discepoli (6,1-31); a essa fanno seguito altre due sequenze (6,32 - 7,37 e 8,1-26), ciascuna

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delle quali contiene una moltiplicazione dei pani seguita da una serie di brani in parte somiglianti fra loro (traversata del lago, una controversia con i farisei, un miracolo): si può forse supporre che esse fossero originariamente due raccolte parallele e autonome dello stesso materiale. Dal punto di vista redazionale, però, è più convincente la divisione in due blocchi, il primo dei quali (6,32 - 7,23) ha come sfondo geografico la Galilea, mentre il secondo (7,24 - 8,13) riporta episodi che si sono svolti prevalentemente in territori abitati da gentili. Concludono la sezione una ammonizione di Gesù ai discepoli (8,14-21) e un brano in cui si narra la guarigione di un cieco (8,22-26). I temi trattati in questa sezione devono essere letti alla luce delle attese escatologiche dei giudei, ispirate dagli eventi dell’esodo e dalle promesse profetiche collegate con il ritorno dall’esilio. Sullo sfondo appare tutta una serie di difficoltà che si addensano sulla persona di Gesù e, di riflesso, sul suo annunzio riguardante la venuta imminente del regno di Dio. Queste difficoltà non sono indicate espressamente, ma sono presupposte nelle parabole di crescita, ciascuna delle quali indica l’insorgere di dubbi e di contrasti che rischiano di soffocare la parola di Dio. Un primo passaggio di Gesù in una zona abitata da gentili indica anch’esso il profilarsi di una rottura con i suoi connazionali. Il rifiuto dei nazaretani è un altro segno dell’ostilità che sta addensandosi nei confronti di Gesù. L’invio dei discepoli in missione mette in luce un rilancio dell’annunzio del regno che introduce già, anche se non esplicitamente, il tema della missione universale. Gesù stesso, dopo avere moltiplicato il pane per una folla giudaica, dopo un diverbio con i farisei, passa in un territorio abitato dai gentili, dove fa alcuni segni che indicano l’estensione anche a loro della sua proposta di salvezza. Il materiale riportato in questo capitolo si può dunque così suddividere: a) Raccolta di parabole (Mc 4,1-34). b) Miracoli simbolici (Mc 4,35 - 5,43). c) La crisi galilaica e la sezione dei pani (Mc 6,1 - 8,26). Matteo, al termine della sezione narrativa che ha fatto seguito al « discorso missionario », ritorna a Marco e si serve della sua raccolta di parabole per comporre, con alcune aggiunte, il suo terzo discorso, chiamato perciò « discorso parabolico » (Mt 13,1-52 // Mc 4,1-34); a esso succede il racconto della crisi galilaica e la sezione dei pani (Mt 13,53 - 16,12 // Mc 6,1 - 8,26; cfr. Lc 9,1-17). Luca, dopo la sezione narrativa che ha fatto seguito al « discorso della pianura », ritorna anch’egli a Marco, ma riporta semplicemente la parabola del seminatore con la relativa spiegazione (Lc 8,4-15 // Mc 4,1-20 // Mt 13,1-23) e la similitudine marciana della lucerna che deve essere messa sul candelabro e non sotto un vaso o sotto il letto (Lc 8,16-18 // Mc 4,21-25), omettendo tutto il resto (piccola omissione). Egli inserisce invece in questo contesto l’incontro di Gesù con i suoi parenti (Lc 8,19-21 // Mc 3,31-35). Dopo di esso, riporta la sezione dei quattro miracoli di Marco (Lc 8,22-56 // Mc 4,35 - 5,43), a cui aggiunge una parte del racconto marciano della « sezione dei pani » (Lc 9,1-17; cfr. Mc 6,6-44; Mt 14,1-21).

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a) Raccolta di parabole (Mc 4,1-34)

27. Parabola del seme in terreni diversi La prima parabola della raccolta di Marco è preceduta da una breve introduzione ed è seguita da una interpretazione attribuita a Gesù, ma probabilmente composta dalla comunità di Marco. Tra la parabola e l’interpretazione si trova un intermezzo, in cui si spiega perché Gesù parla in parabole.

G

4,1

esù cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva. 2Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento: 3« Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte di seme cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un’altra parte cadde fra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. 8Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno ». 9E diceva: « Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti! ». 10 Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui assieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. 11Ed egli diceva loro: « A voi è stato dato di comprendere il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, 12affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato » (Is 6,10). 13 E disse loro: « Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le parabole? 14Il seminatore semina la Parola. 15Il terreno lungo la strada rappresenta coloro nei quali viene seminata la Parola, ma, dopo che l’hanno ascoltata, subito viene satana e la porta via. 16Il terreno sassoso rappresenta coloro che, quando ascoltano la Parola, subito l’accolgono con gioia, 17ma sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno. 18Il terreno con i rovi rappresenta coloro che hanno ascoltato la Parola, 19ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto. 20Il terreno buono rappresenta coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno ».

Mc 4,1-20 Mt 13,1-23 Lc 8,4-15

Indurimento La citazione di Is 6,10 serve all’evangelista per affermare che il rifiuto opposto a Gesù da una parte del mondo giudaico fa parte del piano di Dio delineato nelle Scritture. Lo sfondo storico di questa riflessione è quello di un cristianesimo diffuso nel mondo gentile, in aperto contrasto con la sua matrice giudaica.

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II. Incomprensioni, resistenze, rifiuti – Marco 4,1 - 8,26; Matteo 13,1 - 16,12; Luca 8,4 - 9,17 La parabola del seminatore descrive un’attività che ha un inizio molto precario, a cui corrisponde, nonostante la difficoltà dei terreni poco adatti, una messe abbondante. Applicata al regno di Dio, essa significa che questo, nonostante tutte le difficoltà a cui Gesù va incontro nella sua predicazione, avrà un giorno un successo straordinario. La spiegazione di Gesù, composta dalla comunità cristiana, si basa sul presupposto che la parabola, come ogni discorso simbolico, può essere compresa solo da chi è disposto: secondo l’evangelista, i farisei non sono tali, come appare dall’oracolo di Isaia che fa da ponte all’interpretazione. Questa, identificando i diversi terreni con altrettanti modi di situarsi di fronte all’annunzio evangelico, legge la parabola come se fosse una allegoria. L’accento è così passato dall’iniziativa di Dio alle disposizioni dell’essere umano.

Commento della parabola La prospettiva escatologica della parabola non è più colta dal commentatore, il quale se ne serve per esortare i suoi lettori. Costoro sono i membri di una comunità cristiana che ha perso il suo fervore iniziale.

Dopo la parabola del seminatore e relativa spiegazione, Marco riporta due similitudini che si trovano anche in Luca: la lucerna che deve essere messa sul candeliere (Mc 4,21-23 // Lc 8,16-17) e il giudizio che avverrà per ciascuno con la misura che egli applica agli altri (Mc 4,24-25 // Lc 8,18). A esse Marco aggiunge la parabola del seme che cresce da sé (Mc 4,26-29), assente in Luca. Matteo omette questi tre brani e riporta un’altra parabola di crescita nota a lui solo.

28. Parabola del buon seme e della zizzania Anche nella seconda parabola di Matteo si parla del seme e degli ostacoli che esso incontra per potersi sviluppare fino alla maturazione.

Mt 13,24-30

E

13,24

spose loro un’altra parabola, dicendo: « Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 25Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 26Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. 27Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. 28Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. 29“No”, rispose, “perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. 30Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” ». Diversamente dalla precedente parabola, qui l’ostacolo alla crescita del seme non proviene dai terreni non adatti, ma dalla zizzania che rischia

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b) Miracoli simbolici (Mc 4,35 - 5,43) di comprometterne la crescita e non può essere estirpata se non al momento del raccolto. In rapporto al regno di Dio, la parabola segnala la necessità che, fino al compimento finale, il bene conviva e si confronti con realtà antitetiche, con la sicurezza però che queste non potranno prevalere su di esso. Matteo si ritrova con Marco per raccontare la parabola del granello di senape che diventa più grande delle altre piante dell’orto (Mt 13,31-32 // Mc 4,30-32), riportata anche da Luca in un altro contesto (Lc 13,18-19). Matteo aggiunge poi la parabola del pugno di lievito che fa fermentare tutta la pasta (Mt 13,33 // Lc 13,20-21). Infine, riporta, al seguito di Marco, la conclusione del discorso (Mt 13,34 // Mc 4,33-34), aggiungendo però di suo l’osservazione secondo cui, parlando in parabole, Gesù adempiva questo testo scritturistico: « Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo » (Mt 13,35; cfr. Sal 78[77],2). Sebbene il discorso sia virtualmente concluso, Matteo riporta ancora la spiegazione della parabola della zizzania (Mt 13,36-43) e aggiunge altre due piccole parabole riguardanti rispettivamente il tesoro ritrovato e la perla preziosa (Mt 13,44-46) e, infine, una terza che ha come tema la rete da pesca che raccoglie ogni tipo di pesci (Mt 13,47-50). Al termine, Matteo aggiunge una seconda conclusione in cui si dice che « ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche » (Mt 13,51-52). Qui termina per Matteo il racconto riguardante il ministero di Gesù in Galilea.

« Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto; spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno » (Mc 4,8).

Miracoli simbolici (Mc 4,35 - 5,43 // Mt 8,23-34 + 9,18-20 // Lc 8,22-56). Al termine del « discorso parabolico », Marco riporta una raccolta di quattro miracoli di cui Matteo si è servito nella sezione che fa seguito al « discorso della montagna » (cfr. Mt 8-9). Luca invece, pur con i debiti cambiamenti, scorre parallelo a Marco (Lc 8,22-56 // Mc 4,35 - 5,43). In questi racconti si trova un forte simbolismo riguardante la lotta contro il potere del male che si annida nel cuore umano e si manifesta nella malattia e nella morte.

29. Gesù placa il mare in tempesta Il primo miracolo della raccolta ha luogo sul lago che Gesù sta attraversando diretto verso l’altra riva, cioè verso la Decapoli, una regione abitata prevalentemente da non giudei.

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II. Incomprensioni, resistenze, rifiuti – Marco 4,1 - 8,26; Matteo 13,1 - 16,12; Luca 8,4 - 9,17 Mc 4,35-41 Mt 8,23-27 Lc 8,22-25

Mare in tempesta Sede delle potenze primordiali, soggiogate da Dio nella creazione (Gb 9,13; 26,12-13; Sal 74[73],13-14). Secondo Dn 7,2-8.17, Dio instaura la sua sovranità solo dopo aver vinto le quattro bestie che salivano dal mare, simbolo dei grandi imperi dell’antichità.

I

n quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: « Passiamo all’altra riva ». 36E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. 37Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: « Maestro, non t’importa che siamo perduti? ». 39Si destò, minacciò il vento e disse al mare: « Taci, calmati! ». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. 40Poi disse loro: « Perché avete paura? Non avete ancora fede? ». 41E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: « Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono? ». 4,35

Secondo la mentalità popolare, le profondità del mare sono il luogo in cui risiedono gli spiriti maligni. Provocando una tempesta, essi vogliono impedire a Gesù di recarsi in un territorio abitato da gentili, dove essi dominano incontrastati. L’evangelista vuole mostrare come Gesù, già durante la sua vita terrena, si sia preoccupato per i non giudei e abbia annunziato loro la salvezza. Il secondo segno portentoso è la liberazione dell’indemoniato geraseno: il demonio che possiede la persona, riducendola in uno stato pietoso di alienazione, riconosce in Gesù il Figlio del Dio altissimo, dice di chiamarsi « legione » e chiede di poter essere mandato in un branco di porci. Gesù acconsente e i porci si buttano nel lago. I mandriani chiedono allora a Gesù di lasciare il paese; l’indemoniato guarito prega Gesù di poterlo seguire, ma egli non glielo consente (Mc 5,1-20). Gesù ritorna poi con i discepoli in Galilea, dove avvengono due miracoli strettamente collegati fra loro e con il precedente.

30. La fanciulla morta e la donna ammalata La risurrezione di una ragazzina rappresenta per Marco il culmine non soltanto della piccola raccolta di gesti prodigiosi, ma anche di tutti i segni compiuti da Gesù in Galilea. Questo racconto è interrotto per lasciare il posto alla guarigione di una donna tormentata da perdite di sangue.

Mc 5,21-43 Mt 9,18-26 Lc 8,40-56

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E

ssendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. 22E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, come lo vide, gli 5,21

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c) La crisi galilaica e la sezione dei pani (Mc 6,1 - 8,26) si gettò ai piedi 23e lo supplicò con insistenza: « La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva ». 24Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. 25 Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni 26e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, 27udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. 28Diceva infatti: « Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata ». 29E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. 30Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: « Chi ha toccato le mie vesti? ». 31I suoi discepoli gli dissero: « Tu vedi che la folla si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?” ». 32Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 34Ed egli le disse: « Figlia, la tua fede ti ha salvata.Va’ in pace e sii guarita dal tuo male ». 35 Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: « Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro? ». 36 Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: « Non temere, soltanto abbi fede! ». 37E non permise ad alcuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 38Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. 39Entrato, disse loro: « Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme ». 40E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. 41Prese la mano della bambina e le disse: « Talita kum », che significa: « Fanciulla, io ti dico: alzati!». 42 E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. 43Ed egli raccomandò loro con insistenza di non farlo sapere ad alcuno e disse di darle da mangiare. I demoni, scacciati da Gesù, ritornano all’attacco provocando la malattia e poi la morte di una bambina. Gesù le ridona la vita, ma vuole che questo miracolo sia tenuto nascosto alle folle (segreto messianico): con esso egli allude infatti alla sua risurrezione, principio e causa della risurrezione finale di tutti i credenti. L’episodio della donna affetta da perdite di sangue è stato introdotto all’interno di questo racconto con lo scopo di sottolineare la necessità della fede per capire e ottenere la vita nuova portata da Gesù.

Crisi galilaica e sezione dei pani (Mc 6,1 - 8,26). Al termine del racconto dei quattro miracoli simbolici, Marco riporta una sezione in cui descrive la crisi che metterà fine al ministero di Gesù in Galilea. Questa raccolta,

Fede Gesù compie i suoi miracoli solo per chi ha fede. Questa ha come oggetto non tanto la sua potenza taumaturgica, quanto piuttosto il lieto annunzio del regno, che comporta il risanamento di tutti i mali, a iniziare da quelli più profondi del cuore.

Talita kum Prima di fare rialzare la bambina creduta morta, Gesù mette in dubbio che ella fosse effettivamente tale. Forse questo è un espediente letterario adottato dall’evangelista per sottolineare come Gesù abbia voluto nascondere alle folle un miracolo così strepitoso (« segreto messianico »).

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II. Incomprensioni, resistenze, rifiuti – Marco 4,1 - 8,26; Matteo 13,1 - 16,12; Luca 8,4 - 9,17 « E Gesù le disse: Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male » (Mc 5,34).

Gesù e i giudei Per Marco, l’episodio di Nazaret ha assunto una valenza simbolica, in quanto è diventato l’emblema di un rifiuto più ampio, che coinvolgerà gran parte del popolo giudaico (cfr. Lc 4,16-30). Perciò sono stati dimenticati i motivi veri dello scontro tra Gesù e i suoi compaesani.

che è probabilmente una composizione marciana, inizia con il racconto del rifiuto dei nazaretani e la missione dei Dodici (Mc 6,1-29) e prosegue con il racconto di due moltiplicazioni dei pani seguite ciascuna da un certo numero di brani che in qualche modo ne approfondiscono il tema. Al centro della sezione si narra che Gesù, in seguito a un dibattito con i farisei circa il puro e l’impuro, si reca in un territorio straniero, indicando così la rottura con la popolazione della Galilea che non aveva saputo comprenderlo, e il passaggio del vangelo ai gentili. Questa sezione, o parte di essa, è chiamata « sezione dei pani », poiché in essa ritorna con insistenza il termine pane (per la prima volta in Mc 6,8). In questa sezione, Marco è seguito da Matteo (Mt 13,53 - 16,12), il quale però elimina il brano iniziale riguardante l’invio dei Dodici, da lui già utilizzato precedentemente (cfr. Mt 9,35; 10,1.5.9-11.14.8), e quello finale, cioè la guarigione del cieco di Betsaida (Mc 8,22-26). Anche Luca segue Marco (Lc 9,1-17), ma elimina la visita di Gesù a Nazaret (Mc 6,1-6), da lui anticipata al momento del ritorno di Gesù in Galilea (cfr. Lc 4,16.22-24.2830); inoltre, egli omette il racconto dell’uccisione di Giovanni il Battista (Mc 6,17-29), che aveva ricordato in modo sintetico già prima del battesimo di Gesù (Lc 3,19-20), e, infine, tralascia tutto quanto fa seguito alla prima moltiplicazione dei pani (grande omissione). La sezione marciana si apre con un brano in cui si narra il ritorno di Gesù nel suo paese natale.

31. Gesù rifiutato dai nazaretani La sezione inizia con l’arrivo di Gesù a Nazaret, cui fa seguito la critica dei suoi compaesani e la risposta di Gesù.

Mc 6,1-6a Mt 13,53-58 Lc 4,16.22-24.28-30

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6,1

G

esù partì di là e andò con i suoi discepoli nella sua patria. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: « Da dove gli ven2

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c) La crisi galilaica e la sezione dei pani (Mc 6,1 - 8,26)

gono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E cosa significano i prodigi da lui compiuti? 3Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi? ». Ed era per loro motivo di scandalo. 4 Ma Gesù disse loro: « Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, fra i suoi parenti e in casa sua ». 5E lì non poteva compiere alcun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. 6a E si meravigliava della loro incredulità. I nazaretani si scandalizzano non perché Gesù è uno di loro, ma perché ritengono che dovrebbe esercitare i suoi poteri taumaturgici prima di tutto a loro vantaggio. Di fronte a questa attesa egoistica, Gesù reagisce evitando di fare miracoli e pone se stesso fra i profeti non riconosciuti proprio da coloro ai quali erano stati inviati. Per l’evangelista, il rifiuto dei nazaretani anticipa ed esprime quello che sarà a suo tempo il comportamento del popolo giudaico preso nel suo insieme.

Fratelli di Gesù Questa espressione potrebbe riferirsi a semplici cugini, ma ciò è difficilmente ammissibile nella lingua greca, dove vi sono termini specifici per i diversi gradi di parentela. Luca, che ha una forte idea della verginità di Maria, non accenna a essi nella sua versione dell’episodio.

Matteo riprende questo testo, ma omette il successivo invio in missione, da lui già utilizzato nel contesto del « discorso missionario » (cfr. Mt 10,1.5-14). Luca invece, avendo fatto della visita a Nazaret lo sfondo del discorso inaugurale di Gesù (Lc 4,16-30), riporta qui solo il successivo racconto dell’invio dei discepoli (Lc 9,1-6). Secondo Marco, il rifiuto dei suoi non blocca l’attività di Gesù, il quale anzi estende la sua predicazione associando a sé i dodici discepoli. Questo invio, in Marco, prefigura e anticipa la missione universale che egli omette dopo la risurrezione di Gesù.

32. Missione dei Dodici L’evangelista presenta Gesù che, come risposta al rifiuto dei suoi compaesani, allarga il suo raggio d’azione coinvolgendo in esso anche i Dodici. Poi riporta le direttive di viaggio da lui date ai Dodici e, infine, dà una sintesi dell’attività che costoro hanno svolto.

6,6b

G

esù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando. 7Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. 8 E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; 9ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. 10E diceva loro: « Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. 11Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro ».

Mc 6,6b-13 Lc 9,1-6 Cfr. Mt 10,1.5-14

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II. Incomprensioni, resistenze, rifiuti – Marco 4,1 - 8,26; Matteo 13,1 - 16,12; Luca 8,4 - 9,17 12

Missione ai gentili Secondo il vangelo di Marco, questa è l’unica volta che Gesù invia i suoi discepoli in missione. Deve quindi trattarsi simbolicamente della missione universale. Per questo Gesù, diversamente da quanto riferiscono Matteo e Luca, permette ai discepoli i sandali e un bastone.

Ed essi, partiti, invitavano la gente a convertirsi, 13scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano. Mediante la liberazione degli ossessi, i discepoli annunziano la venuta del regno di Dio. Essi vanno in coppia, sia perché nel mondo giudaico era considerata valida la testimonianza solo di due o più persone (cfr. Nm 35,30; Dt 19,15), sia perché deve apparire con chiarezza che la solidarietà è una caratteristica essenziale del regno. L’austera tenuta di viaggio indica il primato del regno su tutte le cose materiali. Sullo sfondo si profila la possibilità di un rifiuto, al quale i discepoli devono reagire semplicemente con un gesto simbolico, quello di scuotere la polvere dai propri piedi. I Dodici attuano la missione ricevuta esortando alla conversione, liberando gli ossessi e facendo guarigioni. Essi imitano il Maestro, il quale però non ha bisogno, come loro, di fare uso dell’olio per sanare i malati. Dopo l’invio dei Dodici, Marco prende spunto dal fatto che, secondo Erode Antipa, Gesù è Giovanni il Battista redivivo (Mc 6,14-16 // Mt 14,12 // Lc 9,7-9) per narrare la morte del precursore (Mc 6,16-29 // Mt 14,312). Intanto gli apostoli ritornano da Gesù e gli riferiscono quanto hanno fatto e insegnato; Gesù allora li conduce in un luogo deserto, ma molti se ne accorgono e li precedono via terra (Mc 6,30-33 // Lc 9,10). Si prepara così lo sfondo di un grande miracolo.

33. Prima moltiplicazione dei pani e dei pesci Il racconto si apre con una breve introduzione sulla reazione di Gesù nei confronti della folla. A essa fa seguito il dialogo di Gesù con i discepoli e, infine, è descritto il suo intervento risolutivo.

Mc 6,34-44 Mt 14,13-21 Lc 9,10-17

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6,34

S

ceso dalla barca, Gesù vide una grande folla ed ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore; allora si mise a insegnare loro molte cose. 35 Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: « Il luogo è deserto ed è ormai tardi; 36congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare ». 37Ma egli rispose loro: « Voi stessi date loro da mangiare ». Gli dissero: « Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare? ». 38Ma egli disse loro: « Quanti pani avete? Andate a vedere ». Si informarono e dissero: « Cinque, e due pesci ». 39 E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. 40E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. 41Prese i cinque pani e

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c) La crisi galilaica e la sezione dei pani (Mc 6,1 - 8,26) « Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci » (Mc 6,42-43).

i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. 42Tutti mangiarono a sazietà, 43e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. 44 Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini. Gesù sperimenta in sé la compassione di Dio per un popolo disgregato e disperso. Egli perciò lo raduna e gli impartisce le direttive di vita. Il dialogo con i discepoli mette in luce come la folla abbia fame di un cibo che non si può comprare con denaro. Gesù solo può darlo. Egli perciò prende l’iniziativa e con soli cinque pani e due pesci sfama una folla di cinquemila uomini. Sullo sfondo, si coglie il miracolo della manna che ha accompagnato il popolo di Israele nel deserto. La divisione in gruppetti corrisponde alla logica comunitaria tipica del popolo di Dio (cfr. Es 18,21). I numeri che appaiono in questo racconto (dodici e cinque) richiamano anch’essi simbolicamente le dodici tribù, i cinque libri della legge e il decalogo (5+5). Gesù appare quindi come il nuovo Mosè che porta a compimento la liberazione del suo popolo. Inizia qui la « grande omissione » di Luca, il quale abbandona il filo di Marco per riprenderlo con la confessione di Pietro (Lc 9,18 // Mc 8,27). Marco invece, seguito da Matteo, racconta che, al termine dell’evento, i discepoli si avviano in barca verso Betsaida; Gesù invece si ferma a pregare e poi li raggiunge camminando sulle acque (Mc 6,45-52 // Mt 14,22-33). Il racconto di Marco prosegue con un sommario in cui si riferisce di numerose guarigioni fatte da Gesù nella regione di Gennesaret (Mc 6,53-56 // Mt 14,34-36). Dopo di esso, è riportato un dibattito tra Gesù e gli scribi e i farisei a proposito delle prescrizioni rituali: esso prende l’avvio dal fatto che i discepoli di Gesù non fanno le abluzioni di rito prima dei pasti (Mc 7,1-5 // Mt 15,1-2). Marco delinea la posizione di Gesù riportando una raccolta di detti originariamente autonomi.

Moltiplicazione dei pani (1) Questo miracolo rappresenta per Marco il culmine del ministero di Gesù in Galilea e al tempo stesso ne segna la fine. Le successive controversie con i farisei lo spingeranno ad abbandonare il paese e a rivolgersi ai gentili. Per questo Marco riporterà in seguito un doppione di questo racconto, situandolo però in una zona abitata dai gentili (Mc 8,1-9).

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II. Incomprensioni, resistenze, rifiuti – Marco 4,1 - 8,26; Matteo 13,1 - 16,12; Luca 8,4 - 9,17

34. Comandamenti di Dio e tradizioni umane I detti riportati in questa raccolta, pur riguardando tutti l’osservanza della legge, svolgono temi diversi: comandamento di Dio e tradizioni umane; osservanza del quarto comandamento; il puro e l’impuro; la vera impurità.

Mc 7,6-23 Mt 15,3-20

« Ciò che rende impuro l’uomo è quello che esce dall’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi » (Mc 7,28).

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G

7,6

esù disse loro: « Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. 7 Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini (Is 29,13). 8 Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini ». 9 E diceva loro: « Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. 10Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e: Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte. 11Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korban, cioè offerta a Dio”, 12 non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. 13Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte ». 14 Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: « Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c’è nulla fuori dall’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro ». [16] 17 Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano circa il significato di questa parabola. 18E disse loro: « Neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, 19perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna? ». Così dichiarava puri tutti gli alimenti. 20E diceva: « Ciò che rende impuro l’uomo è quello che esce dall’uomo. 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i pro-

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positi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo ». Gesù esige una religione fondata su un rapporto personale con Dio e non sull’adesione formale a pratiche esterne. Il comandamento di Dio è più importante delle tradizioni che ne regolano l’osservanza. Alcuni esempi spiegano che cosa intende Gesù. È cosa buona donare i propri beni per il culto di Dio, ma ciò non esonera dal dovere primordiale di onorare i propri genitori. La vera purezza non dipende dagli alimenti che si consumano, ma dal cuore. Ciò che contamina gli esseri umani non sono i cibi ma i vizi che si annidano nel loro cuore. Al centro di questa raccolta, l’evangelista osserva, ispirandosi alla pratica della sua comunità, che, così dicendo, Gesù « rendeva puri tutti gli alimenti » (Mc 7,19b). La posizione critica assunta da Gesù nei confronti della purità rituale gli permette di abbandonare la Galilea e di entrare in un territorio abitato dai gentili, verso i quali i giudei avevano forti preclusioni in quanto li consideravano come impuri. Qui egli fa un incontro significativo.

Purezza rituale Per Marco, è importante far risalire a Gesù l’abolizione delle norme alimentari del giudaismo, perché esse rappresentavano l’ostacolo più grande alla missione fra i gentili. Matteo omette Mc 7,19b e Luca tralascia tutta questa parte della sezione perché, secondo lui, questa svolta è avvenuta mediante una rivelazione fatta a Pietro (cfr. At 10,1-16.28).

35. La fede di una donna sirofenicia Il racconto inizia con una premessa riguardante la presenza di Gesù in un territorio straniero; segue una richiesta di guarigione che gli è rivolta da una donna, a proposito della quale si sottolinea che non era giudea. È riportato poi il dialogo tra Gesù e la donna e, al termine, si constata il miracolo avvenuto.

7,24

P

artito di là, andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. 25 Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. 26Questa donna era di lingua greca e di origine sirofenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. 27 Ed egli le rispose: « Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini ». 28Ma ella replicò: « Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli ». 29Allora le disse: « Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia ». 30 Tornata a casa sua, trovò che la bambina era coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

Mc 7,24-30 Mt 15,21-28

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II. Incomprensioni, resistenze, rifiuti – Marco 4,1 - 8,26; Matteo 13,1 - 16,12; Luca 8,4 - 9,17 I miracoli di Gesù sono un segno della salvezza escatologica da lui portata. Di fronte alla richiesta della donna, in un primo momento Gesù oppone un rifiuto: egli è il Messia di Israele, al quale per primo era riservato il regno di Dio. Ma poi, convinto dalla sua fede, cede alla sua richiesta. Questo miracolo, concesso in via del tutto eccezionale, è visto da Marco come un’anticipazione della missione ai gentili. In seguito Gesù, recatosi nel territorio della Decapoli, incontra un sordomuto e lo guarisce ponendogli le dita negli orecchi, toccandogli con la saliva la lingua e dicendo con gli occhi rivolti al cielo: « Effatà », cioè: « Apriti! » (Mc 7,31-37; cfr. Mt 15,29-31). A questo punto Gesù, che secondo Marco si trova ancora in territorio straniero, cioè nella Decapoli, compie un’altra moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mc 8,1-10 // Mt 15,32-39): la salvezza, precedentemente donata ai giudei, ora è messa a disposizione anche dei gentili, come lasciano supporre alcuni dettagli del testo (i numeri sette e quattromila). Alcuni farisei si rivolgono poi a Gesù per ottenere un segno, ma egli rifiuta la loro richiesta (Mc 8,11-13 // Mt 16,1-4). Secondo Matteo, Gesù dice che non sarà dato loro alcun segno se non quello di Giona, che consiste nella predicazione di Gesù. Subito dopo, però, anche i discepoli sono rimproverati da Gesù.

« Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli » (Mc 7, 28).

36. L’incomprensione dei discepoli Questo testo è una tipica composizione di Marco, il quale collega le due moltiplicazioni di pani quasi fossero due episodi distinti, e non due diversi racconti dello stesso episodio.

Mc 8,14-21 Mt 16,1-12

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8,14

I

discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. 15Allora egli cominciò ad ammonirli dicendo: « Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode! ». 16Sentendo ciò, essi si accusavano l’un l’altro di non avere preso il pane. 17Quando se ne accorse, Gesù disse loro: « Perché questionate per il pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? 18Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, 19quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via? ». Gli dissero: « Dodici ». 20« E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via? ». Gli dissero: « Sette ». 21E disse loro: « Non comprendete ancora? ».

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c) La crisi galilaica e la sezione dei pani (Mc 6,1 - 8,26) Alla incredulità della gente e dei capi religiosi si aggiunge quella dei discepoli che, nonostante tutto quello che hanno visto e sperimentato, non comprendono ancora il significato delle parole e dei gesti di Gesù. Anche qui ritorna il riferimento al pane, che è tipico di questa sezione. La raccolta termina con una nuova guarigione che è situata al termine del viaggio al di fuori dei confini di Israele, quando Gesù è ormai ritornato in Galilea.

37. Il cieco di Betsaida Diversamente dalle altre guarigioni, quella riguardante il cieco di Betsaida è operata da Gesù, come la precedente guarigione di un sordomuto, mediante l’uso della saliva e avviene in modo progressivo, cioè in due tempi.

8,22

G

iunsero a Betsaida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo. 23Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli domandò: « Vedi qualcosa? ». 24 Quello, alzando gli occhi, diceva: « Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano ». 25 Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli fu guarito e cominciò a vedere distintamente anche le cose più lontane. 26Rimandandolo a casa sua Gesù gli disse: « Non entrare nemmeno nel villaggio ».

Mc 8,22-26 Cfr. Mt 20,29-34

La malattia di questo cieco richiama simbolicamente quella dei discepoli, che Gesù ha appena stigmatizzato nel racconto precedente. Come questo malato, anch’essi dovranno essere guariti poco per volta, attraverso tutta una serie di esperienze, di cui si parlerà nella sezione successiva, la quale terminerà anch’essa con la guarigione di un cieco. La guarigione del cieco di Betsaida è omessa da Matteo, il quale invece riferisce la guarigione non di uno ma di due ciechi, al termine del viaggio verso Gerusalemme. Con la « sezione dei pani » giunge a conclusione il ministero di Gesù in Galilea e nelle regioni circonvicine.

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II. Incomprensioni, resistenze, rifiuti – Marco 4,1 - 8,26; Matteo 13,1 - 16,12; Luca 8,4 - 9,17

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e parabole di crescita fanno parte di uno strato molto antico della tradizione evangelica. Esse assumono all’interno della predicazione di Gesù una importanza decisiva, in quanto mostrano che egli, annunziando la venuta del regno di Dio, pensava di fatto alla sua inaugurazione, cioè ai primi inizi di una realtà più piena, che Dio stesso avrebbe attuato in un futuro ormai imminente. I quattro miracoli riportati nella sezione successiva contengono l’annunzio della vittoria finale di Dio sulle potenze del male, che causano il peccato e la morte. L’episodio della tempesta sedata propone questa ricca e difficile problematica, che è poi sviluppata nel racconto dell’indemoniato geraseno e in quello della figlia di Giairo. In ambedue Dio appare come colui che, mediante il suo inviato, stabilisce un rapporto di amore con ogni essere umano, liberandolo dalla morte che continuamente lo assilla con le sue angosce e paure. Dopo essere stato rifiutato a Nazaret, Gesù invia i suoi discepoli in missione e, moltiplicando i pani per la folla nel deserto, porta a termine la raccolta escatologica del suo popolo. Subito dopo, in seguito a un acceso dibattito con i farisei circa le prescrizioni legali, Gesù lascia la Galilea e si reca in un territorio abitato dai gentili dove, pur senza svolgere un ministero vero e proprio, fa alcuni miracoli e compie una seconda moltiplicazione dei pani. Marco vuole così dimostrare come l’offerta della salvezza a Israele sia stata portata a termine, già durante la sua vita terrena, dallo stesso Gesù, al quale si deve pure l’inizio della missione ai gentili. Matteo e Luca, pur dipendendo da Marco, non danno rilievo alla visita di Gesù nel territorio dei geraseni. Inoltre, per il primo, il soggiorno a Tiro e Sidone termina subito dopo la guarigione della figlia della donna sirofenicia, presentata espressamente come una eccezione; il secondo, invece, è più radicale, in quanto elimina tutti i brani che fanno seguito alla prima moltiplicazione dei pani. Per ambedue, Gesù è il Messia dei giudei e l’apertura ai gentili avviene solo dopo la sua morte e risurrezione.

Preghiera in tempo di prova A te alzo i miei occhi, a te che siedi nei cieli. 2 Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni, così i nostri occhi al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi.

123,1

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3

Pietà di noi, Signore, pietà di noi, siamo già troppo sazi di disprezzo, troppo sazi dello scherno dei gaudenti, del disprezzo dei superbi. (Salmo 123 [122],1-3)

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(Mc 4,1 - 8,26; Mt 13,1 - 16,12; Lc 8,4 - 9,17)



Le parabole di Gesù mostrano come il regno di Dio non sia una realtà da realizzare subito, nell’oggi, ma un dono di Dio verso cui tendere. Nonostante gli sforzi fatti, nessuno potrà mai pretendere di avere ottenuto la realizzazione del regno di Dio. Questo deve quindi essere continuamente ricercato con pazienza, cambiando se stessi prima di esigere cambiamenti nella società. L’idea di un regno da imporre a tutti, magari con mezzi violenti, non rientra nel messaggio di Gesù, e anche gli avvenimenti storici hanno dimostrato la sua inefficacia.



L’impegno per il regno di Dio deve fare sempre i conti con l’incomprensione e il rifiuto. Nonostante la bellezza dell’ideale proposto, la maggior parte dell’umanità, specialmente quella che punta al soddisfacimento dei bisogni materiali, sarà sempre refrattaria ad adottare una mentalità di solidarietà e di partecipazione. Vi saranno sempre però persone disponibili a cogliere la proposta di un mondo migliore. Più che imporre schemi prefabbricati, è quindi necessario scoprire e aggregare quelle persone che sono aperte alla speranza.



Di fronte al rifiuto dei suoi compaesani, Gesù ha allargato la sua sfera di influsso mediante l’invio dei suoi discepoli. Anche i primi cristiani, di fronte all’incredulità dei loro connazionali, si sono rivolti ai gentili. Per quelli che ricercano il regno di Dio, l’incomprensione di coloro ai quali si rivolgono non deve portare alla chiusura, ma a un allargamento di prospettive. Molte volte si trova più disponibilità in coloro che appartengono ad altre religioni o hanno rifiutato l’adesione a una religione istituzionalizzata.



La moltiplicazione dei pani rappresenta un segno della presenza già attuale del regno di Dio in questo mondo. Dio manifesta la sua presenza non nelle manifestazioni del potere politico o economico, e neppure nei solenni riti religiosi, ma nella fraternità che si instaura quando persone diverse sanno condividere con gli altri quel poco che hanno. Ciò avviene più facilmente fra persone che non dispongono di grandi mezzi economici, ma che conoscono la fatica di procurare ogni giorno quanto è necessario alla loro vita e a quella dei loro cari.

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In cammino verso la meta finale Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,17 - 19,27

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l tema dell’identità di Gesù era già affiorato in Marco più volte nel corso delle sezioni precedenti (cfr. Mc 1,27; 4,41; 6,2-3). Nella nuova sezione l’evangelista affronta direttamente questo tema, visto però nella prospettiva della sequela. La raccolta si apre con un brano in cui Gesù chiede ai suoi discepoli anzitutto che cosa pensi di lui la gente e poi quale sia il loro punto di vista: i discepoli rispondono che la gente lo considera come il profeta, mentre essi, per bocca di Pietro, affermano che egli è il Messia (Mc 8,27-30). La vera risposta è data poi da Gesù stesso, il quale subito dopo, predice per la prima volta la sua morte e risurrezione (8,31), ripetendo lo stesso annunzio altre due volte (9,31; 10,33-34). In questo modo egli si pone nella prospettiva del Servo di JHWH, il profeta inviato a liberare i giudei esuli a Babilonia, la cui vicenda dolorosa è narrata nel libro di Isaia (cfr. Is 42,1-7; 49,1-6; 50,4-9; 52,13 - 53,12). A ognuno di questi annunzi fanno seguito numerosi brani riguardanti le modalità con cui i discepoli sono chiamati a seguire Gesù. Chiude la sezione il racconto della guarigione di un cieco (10,46-52), che è parallelo a quello del cieco di Betsaida, con cui si era conclusa la sezione precedente (cfr. Mc 8,22-26): i due miracoli si richiamano l’un l’altro, in quanto il primo sottolinea la necessità di una ulteriore illuminazione dei discepoli, mentre il secondo mostra che essa si è ormai attuata come effetto dell’istruzione data loro da Gesù. La sezione si può quindi dividere in questo modo: • Introduzione. Chi è Gesù secondo la gente e i discepoli (Mc 8,27-30). a) Primo annunzio della passione e brani successivi (Mc 8,31 - 9,29). b) Secondo annunzio della passione e brani successivi (Mc 9,30 - 10,31). c) Terzo annunzio della passione e due brani illustrativi (Mc 10,32-45). • Conclusione. Guarigione del cieco di Gerico (Mc 10,46-52). In questa sezione, le folle, eccetto qualche rara apparizione (cfr. Mc 10,1.46), sono scomparse e non si parla più di miracoli, a eccezione della guarigione di un epilettico e di quella del cieco di Gerico. Gesù si muove ormai quasi sempre al di fuori del territorio palestinese; a un certo punto appare in viaggio verso Gerusalemme (10,32), dove avranno luogo gli even-

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ti da lui preannunziati, e infine giunge a Gerico, a due passi ormai dalla città santa. Situando queste predizioni in un ambiente non giudaico, l’evangelista vuole suggerire che l’annunzio della salvezza è rivolto a tutte le nazioni. Il materiale di cui si compone la sezione è senza dubbio molto antico. Sembra però difficile ammettere, soprattutto alla luce di quanto verrà narrato a proposito della passione, che Gesù abbia realmente predetto in modo così chiaro e ripetuto quanto sarebbe poi accaduto: la tradizione, ponendo sulla sua bocca i tre annunzi della sua morte e risurrezione, ha voluto sottolineare come egli sia andato verso la morte in modo libero e consapevole, facendo volontariamente quelle scelte che lo portavano ad assumere il ruolo del Servo di JHWH e ad accettarne le conseguenze. La scelta di adottare il metodo del Servo era stata fatta da Gesù fin dall’inizio del suo ministero pubblico. Ne sono prova la sua solidarietà con i poveri e con i peccatori; le guarigioni da lui operate; i suoi gesti di perdono; la sua polemica nei confronti di una legge intesa in senso formalistico; la sua opposizione nei confronti di qualsiasi discriminazione; tutto ciò indica in modo inequivocabile la sua adesione al progetto espresso dal Secondo Isaia (Deuteroisaia) al termine dell’esilio. Ma così facendo Gesù sceglieva la via della passione, e non si può escludere che ne abbia parlato con i suoi discepoli, come risulta soprattutto dalle parole pronunziate nell’ultima cena (Mc 14,22-25). I primi cristiani hanno poi ripreso e rielaborato questi accenni, mostrando così come Gesù stesso, proprio mentre è ormai in cammino verso Gerusalemme dove si consumerà il suo destino, abbia voluto eliminare qualsiasi malinteso circa la sua persona e il suo progetto. In questa sezione Matteo segue la trama di Marco, pur con ritocchi e aggiunte, di cui la più vistosa è il discorso ecclesiale (Mt 18,1-35), da lui inserito dopo il secondo annunzio della passione. Luca invece, dopo aver seguito Marco fino al secondo annunzio della passione e dopo il successivo dibattito fra i discepoli su chi fosse il più grande fra loro, inserisce una lunga sezione nella quale, sullo sfondo del viaggio di Gesù a Gerusalemme, riporta molto materiale ricavato da Q e da altre fonti a lui solo note, ritornando di nuovo a Marco nella parte conclusiva (Lc 9,51 - 19,27). Egli mette così in luce la manifestazione progressiva della personalità di Gesù, senza dare però al suo materiale un ordine preciso. In questo capitolo presenteremo anzitutto la sezione di Marco, indicando volta per volta i cambiamenti apportati dagli altri due evangelisti e il luogo delle loro aggiunte più significative. Riporteremo poi il discorso ecclesiale di Matteo e, infine, la sezione lucana del viaggio verso Gerusalemme.

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a) Primo annunzio della passione e brani successivi (Mc 8,31 - 9,29)

38. L’imminente morte e risurrezione di Gesù All’inizio di questa sezione Gesù si trova al di fuori della Galilea, nei pressi di Cesarea di Filippo, una città ellenistica situata presso le sorgenti del fiume Giordano. Come introduzione, Marco riporta la domanda di Gesù sulla sua identità e le risposte che circolavano fra la gente e i discepoli. A essa si aggancia strettamente il brano successivo, nel quale è contenuta la prima predizione della morte e risurrezione di Gesù.

8,27

P

oi Gesù si diresse con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: « La gente, chi dice che io sia? ». 28Ed essi gli risposero: « Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti ». 29 Ed egli domandava loro: « Ma voi, chi dite che io sia? ». Pietro gli rispose: « Tu sei il Cristo ». 30E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. 31 E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. 33Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: « Va’ dietro a me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini ».

Mc 8,27-33 Mt 16,13-23 Lc 9,18-22

Secondo Marco, Gesù non aspetta che i discepoli gli chiedano informazioni precise sulla sua identità, ma affronta di sua libera iniziativa il problema facendo una duplice domanda. La prima riguarda l’opinione della gente. I discepoli rispondono che la gente interpreta la persona di Gesù in riferimento alla figura biblica del « profeta » (cfr. Dt 18,15-18). Interpellati circa il loro parere, essi, ispirandosi al simbolismo regale, identificano Gesù con il Messia. Gesù non esprime alcun giudizio sulla prima interpretazione e impone il silenzio circa la seconda. Poi dà la sua interpretazione basata non su un titolo cristologico, ma sul suo destino di morte e di risurrezione. Sullo sfondo si possono percepire le profezie riguardanti il Servo di JHWH. La protesta di Pietro significa che egli pensava a un messia trionfatore: perciò Gesù lo rimprovera

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27

Beatitudine di Pietro Il brano riguardante Pietro interrompe la logica del racconto di Marco e quindi è chiaramente un’aggiunta. Essa rispecchia il pensiero di una comunità in cui Pietro rivestiva un’autorità dottrinale indiscussa, nonostante i suoi errori.

identificandolo con l’« avversario » (satana) che, secondo Matteo, voleva distogliere Gesù dalla sua vera missione (cfr. Mt 4,10). A Pietro però Gesù non ingiunge, come aveva fatto con il diavolo, di andarsene, ma piuttosto di mettersi umilmente al suo seguito. Secondo Marco, Gesù è veramente il Messia (cfr. Mc 1,1), ma non secondo le modalità intese da Pietro. Dopo questo episodio, Matteo inserisce un brano che non si trova negli altri due vangeli, nel quale Gesù, prima di ingiungere a Pietro di tacere, esprime un’esplicita approvazione di quanto egli ha detto. Da un punto di vista letterario è chiaro che si tratta di un’aggiunta tardiva, di cui sono sconosciuti l’origine e l’autore.

39. La beatitudine di Pietro La risposta di Pietro, secondo Matteo, è un po’ differente da quella riportata in Marco. L’elogio che Gesù fa di lui si divide in tre parti: anzitutto proclama la beatitudine dell’Apostolo, poi descrive il suo ruolo nella Chiesa e, infine, indica i suoi poteri.

Mt 16,16-20

16,16

R

ispose Simon Pietro: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente ». E Gesù gli disse: « Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18 E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia comunità e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli ». 20 Allora Gesù ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. 17

Legare e sciogliere Formula rabbinica che indica un’autorità dottrinale e disciplinare. Pietro ne è rivestito direttamente da Dio. Secondo Mt 18,18, la stessa autorità compete a tutta la comunità.

Secondo Matteo, Pietro ha aggiunto al titolo di « Messia » l’appellativo di « Figlio di Dio », facendo così delle sue parole una vera professione di fede. Pietro è lodato perché la sua proclamazione gli è stata suggerita non da un uomo, ma da Dio. Per la sua fede, Pietro diventa la pietra angolare della comunità dei discepoli di Gesù. A lui è dato il potere di sciogliere e di legare, che indica una leadership spirituale nella Chiesa. Per Matteo, Pietro, in forza della sua fede, diventa il punto di riferimento di tutti i credenti. Al primo annunzio della passione e risurrezione di Gesù fa seguito, in Marco, un testo in cui si indica che cosa dovranno fare i discepoli perché il loro comportamento sia conforme a quello del Maestro.

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a) Primo annunzio della passione e brani successivi (Mc 8,31 - 9,29)

40. Come seguire Gesù Il brano contiene alcuni detti, originariamente autonomi, che hanno in comune il tema della necessità, per seguire Gesù, di rinunziare a se stessi e al possesso delle cose materiali.

8,34

C

onvocata la folla assieme ai suoi discepoli, Gesù disse loro: « Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà. 36 Infatti, quale vantaggio c’è per un uomo se guadagna il mondo intero e perde la propria vita? 37 Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita? 38 Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi ». 9,1 E diceva loro: « In verità io vi dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non morranno prima di avere visto giungere il regno di Dio nella sua potenza ». Il discepolo deve fare, come il Maestro, una scelta radicale, mettendo in primo piano i valori fondamentali del regno, con la disponibilità a sacrificare per essi anche la propria vita. Le rinunzie a cui va incontro non sono quindi cercate come forme di ascesi o di disprezzo di beni materiali, ma come lo scotto da pagare perché si realizzi un mondo migliore, fondato sulla giustizia e sull’amore. È questo il motivo per cui Gesù si avvia coraggiosamente verso la sua morte. Nel detto finale è attestata la convinzione dei primi cristiani secondo cui il ritorno di Gesù come giudice universale era imminente.

Mc 8,34 - 9,1 Mt 16,24-28 Lc 9,23-27

« Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua » (Mc 8,34b).

Subito dopo i detti sulla sequela, Marco riporta un racconto in cui si manifesta l’origine soprannaturale di Gesù.

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27

41. La trasfigurazione di Gesù Il racconto si apre con un’introduzione in cui si descrivono il tempo, il luogo e i personaggi. Subito dopo sono riportate la domanda fatta dai discepoli a Gesù e la voce dal cielo. Infine, il racconto giunge velocemente al termine.

Mc 9,2-10 Mt 17,1-9 Lc 9,28-36

Trasfigurazione Nel Vangelo di Marco non si racconta l’apparizione di Gesù ai discepoli dopo la risurrezione. Si può supporre che l’evangelista abbia voluto anticipare qui il racconto a sua disposizione per suggerire che il Risorto si incontra camminando con lui verso la sua passione e morte.

9,2

S

ei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro 3e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. 4E apparvero loro Elia e Mosè che conversavano con Gesù. 5 Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: « Rabbi, è bello per noi stare qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia ». 6In realtà non sapeva che cosa dire, perché erano spaventati. 7 Improvvisamente venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce che diceva: « Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo! ». 8 E subito, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. 9Mentre scendevano dal monte, egli ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. 10Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti. I sei giorni che separano la trasfigurazione dall’episodio di Cesarea di Filippo richiamano il tempo in cui la nube aveva coperto il Sinai prima che Mosè entrasse in essa (cfr. Es 24,13-16). Il cambiamento nella persona e negli abiti di Gesù rivela la sua piena comunione con Dio e fa pensare che si tratti di una manifestazione gloriosa del Signore risorto, anticipata significativamente nel contesto della sua vita terrena. Mosè ed Elia rappresentano la legge e i profeti, che Gesù porta a compimento. Secondo Luca, essi parlavano con Gesù « del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme » (cfr. Lc 9,31). Pietro voleva che, assieme a Gesù, anche i due rappresentanti dell’antica economia perpetuassero la loro presenza nella comunità cristiana, ma la voce del Padre indica in Gesù il suo Figlio amato, cioè l’« unico » che i discepoli dovranno « ascoltare » (cfr. Dt 18,15). Gesù ordina poi loro di non parlare della loro esperienza se non do po la sua risurrezione. La manifestazione della gloria di Gesù ha dunque senso soltanto nella prospettiva della croce, verso la quale egli si sta orientando.

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b) Secondo annunzio della passione e brani successivi (Mc 9,30 - 10,31) I discepoli poi pongono a Gesù una domanda sulla venuta di Elia, ed egli risponde: « Elia è già venuto e gli hanno fatto quello che hanno voluto, come sta scritto di lui » (Mc 9,11-13 // Mt 17,10-13). Poi guarisce un ragazzo epilettico, sottolineando la necessità della fede e della preghiera (Mc 9,14-29 // Mt 17,14-21 // Lc 9,37-43). Subito dopo Marco riporta la seconda predizione del futuro destino di Gesù.

42. Secondo annunzio della morte e risurrezione In questo testo Gesù descrive nuovamente in modo conciso ciò che lo aspetta a Gerusalemme e, di conseguenza, suggerisce come dovranno comportarsi i discepoli per essere in sintonia con lui.

9,30

P

artiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31E istruiva i suoi discepoli dicendo: « Il Figlio dell’uomo sarà consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà ». 32Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. 33 Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa, domandò loro: « Di che cosa stavate discutendo per la strada? ». 34Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso fra loro chi fosse più grande. 35Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: « Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti ». 36E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37« Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato ». 38 Giovanni gli disse: « Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri ». 39Ma Gesù disse: « Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me: 40chi non è contro di noi è per noi. 41Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa ».

Mc 9,30-41 Mt 17,22-23 Lc 9,43-45

Esorcismi Nel giudaismo era frequente la pratica di scacciare i demoni. Il fatto che qualcuno si serva del nome di Gesù a tale scopo è segno che gli era riconosciuta un’abilità speciale in questo campo. Per Gesù, però, questa attività era totalmente subordinata all’annunzio del regno di Dio.

La seconda predizione della morte e risurrezione avviene durante una sosta in Galilea, dove però Gesù si trova in incognito. I discepoli sono ancora presi dal desiderio di una grandezza terrena, collegata alle loro aspettative di un regno basato sul potere. Gesù, invece, richiama la necessità di un servizio che i capi devono svolgere a favore di tutta la comunità, sulla linea di quanto è detto nei carmi del Servo di JHWH. L’accoglienza dei bambini suggerisce loro l’impegno a favore di tutta la comunità, spe-

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27 cialmente dei più piccoli. Consentendo anche ad altri, che non appartengono ai suoi discepoli, di scacciare i demoni nel suo nome, Gesù mette l’impegno per il regno al di sopra di qualsiasi interesse di gruppo. A questo punto Luca inserisce la composizione che va sotto il nome di « Viaggio verso Gerusalemme » (Lc 9,51). Marco prosegue con una piccola raccolta di detti in cui mette in guardia i discepoli nei confronti dello scandalo (Mc 9,42-50 // Mt 18,6-11; cfr. Lc 17,1-2). Matteo si serve del brano sui bambini e di quello successivo sullo scandalo per dare inizio al suo « discorso ecclesiale » (Mt 18,1-35). Marco continua poi a sviluppare il tema della sequela, mostrando che cosa essa comporti in diverse situazioni di vita.

43. Il matrimonio nel progetto di Dio Dopo una breve indicazione di luogo, l’evangelista riporta il dialogo di Gesù con i farisei. A esso si aggiunge, mediante l’espediente di una richiesta di spiegazioni da parte dei discepoli, un nuovo detto riguardante lo stesso argomento.

Mc 10,1-12 Mt 19,1-9

Comma matteano È così chiamata la clausola riportata dal solo Matteo, in forza della quale Gesù proibisce al marito di ripudiare la propria moglie « eccetto il caso di porneia » (cfr. Mt 5,32; 19,9). Non è chiaro però il significato di questo termine, che può indicare qualsiasi grave mancanza in campo sessuale (cfr. Lv 18).

10,1

P

artito di là, Gesù si recò nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare. 2 Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito mandare via la propria moglie. 3 Ma egli rispose loro: « Che cosa vi ha ordinato Mosè? ». 4Dissero: « Mosè ha permesso al marito di mandarla via, a condizione però che le sia dato un atto di ripudio ». 5Gesù disse loro: « Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. 6Ma dall’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; 7per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie 8e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. 9 Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto ». 10 A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. 11Ed egli disse loro: « Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio nei suoi confronti; 12e se ella, ripudiato il marito, sposa un altro uomo, commette adulterio ». La domanda dei farisei, come risulta chiaramente dal passo parallelo di Matteo, non verteva sulla liceità del divorzio, chiaramente ammessa nel Pentateuco (cfr. Dt 24,1), ma sulle sue motivazioni. Su questo argomento, alla scuola più rigida di Rav Shammai che permetteva il divorzio solo

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b) Secondo annunzio della passione e brani successivi (Mc 9,30 - 10,31) in caso di adulterio della moglie, si contrapponeva quella più permissiva di Rav Hillel, secondo il quale esso era consentito anche per motivi meno seri. Gesù non entra in questo dibattito, ma afferma che la norma data da Mosè era dovuta alla situazione di peccato in cui si trovava Israele. Egli perciò risale al progetto di Dio, rivelato nel racconto della creazione (Gn 1,27; 2,24), e afferma l’indissolubilità del matrimonio. Non si tratta però di una disposizione legale più rigida, ma di un dono divino che risana i cuori in vista della venuta del regno. L’aggiunta finale assume invece un tono più legalistico: il ripudio del proprio coniuge non è permesso neppure alla donna, come era invece consentito nel mondo romano. Dopo un intermezzo in cui Gesù benedice i bambini, poiché « a chi è come loro appartiene il regno di Dio » (Mc 10,13-16), l’evangelista inserisce una raccolta di brani riguardanti il rapporto del discepolo con i beni di questo mondo.

« L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola » (Mc 8,34b).

44. Il distacco dai beni materiali Nel contesto della sequela, l’evangelista riferisce l’episodio di un personaggio che, invitato da Gesù a seguirlo, non accetta perché non è disposto ad alienare tutti i suoi beni. A questo racconto fanno seguito due commenti di Gesù circa l’uso dei beni materiali.

10,17

M

entre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: « Maestro buono, che cosa devo fare per ottenere la vita eterna? ». 18 Gesù gli disse: « Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre ». 20Egli allora gli disse: « Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza ». 21Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: « Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e il ricavato

Mc 10,17-31 Mt 19,16-30 Lc 18,18-29

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27

Povertà e ricchezza Gesù richiede a tutti i suoi discepoli una scelta di povertà. Questa però assume forme diverse a seconda dello stato di vita del chiamato. L’essenziale è un sincero distacco del cuore (« povertà di spirito »), che però deve dare origine a rinunzie concrete.

Comunità e povertà Per le comunità sedentarie del mondo greco, la povertà assumeva connotati diversi da quelli propri dei discepoli itineranti di Gesù, per i quali era imminente la venuta del regno di Dio. Perciò l’evangelista lascia aperta anche a loro la possibilità di salvezza.

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dallo ai poveri: così avrai un tesoro in cielo; poi vieni! Seguimi! ». 22 Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. 23 Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: « Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio! ». 24I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese a dire: « Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, piuttosto che un ricco entri nel regno di Dio ». 26Essi, ancora più stupiti, dicevano fra loro: « E chi può essere salvato? ». 27Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: « Questo è impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio ». 28 Pietro allora prese a dirgli: « Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito ». 29Gesù gli rispose: « In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del vangelo, 30che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, assieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. 31Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi ». Il protagonista del racconto di vocazione è sinceramente in cerca della vita eterna. Gesù gli indica anzitutto la via maestra dei comandamenti. Siccome l’interessato afferma di averli osservati fin dalla sua giovinezza, Gesù gli propone di rinunziare a tutti i suoi beni e di seguirlo. Con questo invito vuole fargli capire che solo seguendo lui può trovare il modo corretto di osservare i comandamenti in sintonia con il regno di Dio. Nel commento che fa seguito al suo rifiuto, Gesù sottolinea la difficoltà per un ricco di entrare nel regno di Dio, ma non esclude del tutto che ciò possa avvenire, solo però in forza di un dono speciale di Dio. Nel passo successivo, si aggiunge che la rinunzia ai propri beni comporta una grande ricompensa già in questa vita. In sintesi, Marco vuole fare comprendere che, seguendo Gesù, il discepolo si mette totalmente al servizio del regno, con la sicurezza che Dio non lo abbandona. Alla ricompensa promessa ai discepoli, Gesù aggiunge, secondo Matteo, il privilegio escatologico di sedere su dodici troni e di giudicare le dodici tribù di Israele (Mt 19,28 // Lc 22,28-30). A questo punto, Marco inserisce la terza predizione della morte e della risurrezione di Gesù (Mc 10,32-34 // Mt 20,17-19 // Lc 18,31-34): essa è ancora più particolareggiata delle precedenti e riflette da vicino il terzo canto del Servo di JHWH (cfr. Is 50,6-7). A essa fa seguito un brano riguardante l’esercizio dell’autorità.

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c) Terzo annunzio della passione e due brani illustrativi (Mc 10,32-45)

45. L’autorità come servizio In questo brano sono sovrapposti due racconti originariamente distinti. Nel primo è riportata la risposta di Gesù a due discepoli che aspirano ai primi posti, nel secondo è contenuta una considerazione più generale sull’esercizio del potere.

S

10,35

i avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, e gli dissero: « Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo ». 36Egli disse loro: « Che cosa volete che io faccia per voi? ». 37Gli risposero: « Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra ». 38Gesù disse loro: « Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato? ». 39 Gli risposero: « Lo possiamo ». E Gesù disse loro: « Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. 40Ma quanto a sedere alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me concederlo: è infatti per coloro ai quali è stato riservato ». 41 Gli altri dieci, avendo udito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: « Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. 43 Fra voi però non sia così; ma chi vuole diventare grande fra voi diventi vostro servitore, 44e chi vuole essere il primo fra voi diventi schiavo di tutti. 45Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per la moltitudine ».

Mc 10,35-45 Mt 20,20-28 Cfr. Lc 22,24-27

« Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Fra voi però non sia così » (Mc 6,42-43).

Giacomo e Giovanni pensavano al regno di Dio come a un’impresa guerresca in cui al Messia dovevano essere affiancati, in ordine di importanza, i suoi generali. Gesù invece richiama, sotto l’immagine del calice da bere e del battesimo da ricevere, il destino di sofferenza e di morte che lo attende. I discepoli dovranno esserne partecipi, ma non sarà loro riservata altra ricompensa se non la partecipazione al regno di Dio. Nel secondo racconto,

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27 invece, Gesù contrappone l’esercizio dell’autorità nella comunità dei discepoli a quello che ha luogo nella società politica: mentre in questa i capi dominano sui sudditi, in quella devono mettersi umilmente al servizio degli altri, sull’esempio di Gesù. A conclusione della sezione dedicata al viaggio di Gesù verso Gerusalemme, Marco riporta un nuovo miracolo di Gesù.

46. Il cieco di Gerico Il racconto si apre, come al solito, con una indicazione di luogo e la presentazione del protagonista. Segue poi il dialogo tra questi e Gesù, che termina con una breve conclusione.

Mc 10,46-52 Mt 20,29-34 Lc 18,35-43

G

10,46

esù e i suoi discepoli giunsero a Gerico. Mentre uscivano dalla città accompagnati da una grande folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 47 Sentendo che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: « Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! ». 48Molti cercavano di farlo tacere, ma egli gridava ancora più forte: « Figlio di Davide, abbi pietà di me! ». 49Gesù si fermò e disse: « Chiamatelo! ». Chiamarono il cieco, dicendogli: « Coraggio! Alzati, ti chiama! ». 50Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51Allora Gesù gli disse: « Che cosa vuoi che io faccia per te? ». E il cieco gli rispose: « Rabbuni, che io riabbia la vista! ». 52E Gesù gli disse: « Va’, la tua fede ti ha salvato ». E subito riacquistò la vista e lo seguiva lungo la strada. Il cieco di Gerico ha una grandissima fiducia nei poteri soprannaturali di Gesù e lo chiama con il titolo messianico di « Figlio di Davide », senza che Gesù lo metta a tacere. La sua guarigione indica simbolicamente che, dopo le istruzioni date da Gesù, i discepoli sono guariti dalla loro cecità, qual era emersa al termine della sezione dei pani. La prontezza con cui il cieco risponde alla chiamata di Gesù e, una volta guarito, lo segue lungo la strada, fa di lui il modello dei discepoli che seguono Gesù nel suo viaggio verso Gerusalemme, ormai consapevoli di quanto accadrà nella città santa.

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c) Terzo annunzio della passione e due brani illustrativi (Mc 10,32-45) Discorso ecclesiale (Mt 18,1-35). Dopo il secondo annunzio della passione, Matteo aggiunge in proprio un piccolo brano riguardante il pagamento della tassa per il tempio (Mt 17,24-27). Poi inserisce il suo quarto « discorso di Gesù » riguardante la comunità. Nella composizione di questa raccolta, Matteo riprende la discussione, riportata da Marco dopo il secondo annunzio della passione, circa il più grande nel regno dei cieli (Mt 18,1-5 // Mc 9,33-37 // Lc 9,46-48), omette l’episodio dell’esorcista estraneo (Mc 9,38-41) e affronta, sempre sulla scorta di Marco, il tema dello scandalo.

47. Contro la violenza ai piccoli Questo brano è composto di tre parti. La prima comprende due detti sullo scandalo che Matteo ha già riportato, prendendolo da Q, nel « discorso della montagna ». La seconda parte consiste nella metafora riguardante l’eliminazione dell’organo che dà scandalo, mentre nella terza è raccomandato il rispetto per i piccoli.

18,6

«

S

e uno scandalizzerà anche uno solo di questi piccoli che credono in me, meriterebbe che gli venisse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato nel profondo del mare. 7Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo! 8 Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo,

Piccoli Non si tratta solo di bambini, ma anche di adulti ancora privi di una preparazione approfondita. Paolo li designa con l’appellativo di « deboli » (cfr. 1Cor 8,7-13). La necessità di non scandalizzarli però deve andare di pari passo con una adeguata formazione.

Mt 18,6-10 Mc 9,42-50 Cfr. Lc 17,1-2 Mt 5,30.29

« Se uno scandalizzerà anche uno solo di questi piccoli che credono in me... » (Mt 18,6).

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27

Scandalo È un ostacolo che si oppone alla sequela. Deve essere evitato non solo nei confronti dei piccoli, ma anche nei propri confronti. Esso si annida simbolicamente nei sensi del corpo, ma in realtà deriva dal non avere fatto una scelta radicale per il regno di Dio.

anziché con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno. 9 E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella geenna del fuoco. 10 Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli ». Lo scandalo è un ostacolo posto sul cammino di maturazione umana e religiosa di una persona. Esso è tanto più grave in quanto è dato a persone ancora impreparate e immature. Per evitare di dare scandalo, ciascuno deve anzitutto lavorare su se stesso, eliminando tutto quanto può essere nocivo a sé e agli altri. Ma soprattutto è importante il rispetto dell’altro in quanto persona e credente, nonostante la sua impreparazione (cfr. 1Cor 8). A questo punto Matteo inserisce, prendendola dalla fonte Q, la parabola della pecora smarrita (Mt 18,12-14 // Lc 15,4-7). Egli riporta poi un brano riguardante i rapporti all’interno della comunità.

48. Uno stile di vita comunitaria Il brano è composto di due parti: la prima, il processo da seguire per evitare gli scandali nella comunità e, la seconda, la preghiera nel nome di Gesù.

Mt 18,15-20

Correzione fraterna Essa trae origine da una colpa commessa dall’altro. È incerto se l’intervento sia richiesto quando si riceve un’offesa personale o quando si verifica un peccato che riguarda tutta ùla comunità.

18,15

«

S

e un tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e richiamalo privatamente; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16se non ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17Se non li ascolterà, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come un gentile e un pubblicano. 18In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. 19 In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 20Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro ». Questo testo ha lo scopo di garantire i buoni rapporti fra i membri di una stessa comunità e di estirpare da essa i comportamenti devianti. La

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c) Terzo annunzio della passione e due brani illustrativi (Mc 10,32-45) direttiva data riguarda anzitutto le liti fra cristiani (cfr. 1Cor 6,1-11), ma probabilmente si estende a ogni tipo di peccato commesso da un membro della comunità di cui un altro viene a conoscenza. È importante il ruolo svolto da alcune persone particolarmente sagge e da tutta la comunità radunata. A essa appartiene il potere di sciogliere e legare, già attribuito a Pietro (cfr. Mt 16,19b). Per chi sbaglia c’è sempre l’opportunità di essere perdonato, a meno che egli si ostini nelle sue posizioni. In questo caso però si tratterebbe di una sconfitta di tutta la comunità. Perciò nel detto finale si suggerisce di approfondire nella preghiera i rapporti fra persone che, in Gesù, hanno trovato il senso della loro vita.

Chiesa Questo termine non appare nei vangeli se non due volte e sempre in Matteo (cfr. Mt 16,18; 18,17). Esso indica la comunità radunata, in cui è presente Gesù.

Nell’ultimo brano del discorso ecclesiale è riportata una parabola sul perdono, che appare così come la preoccupazione più forte dell’evangelista.

49. Parabola del servo spietato La parabola è introdotta mediante un detto riportato anche da Luca (Mt 18,21-22 // Lc 17,4), il quale però parla del perdono accordato a chi pecca sette volte al giorno e ogni volta si pente. La parabola, invece, si trova solo nel Vangelo di Matteo. Essa si compone di due scene antitetiche e di una conclusione.

A

18,21

llora Pietro gli si avvicinò e gli disse: « Signore, se il mio fratello si comporta male nei miei confronti, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte? ». 22E Gesù gli rispose: « Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. 23 Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. 24Aveva appena cominciato, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. 25Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. 26Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. 27Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28 Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. 29Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e te li restituirò”. 30Ma egli non volle saperne, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. 31 Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto.

Mt 18,21-35

Talenti e denari La sproporzione tra il debito del primo servo e quello del secondo si capisce tenendo conto che un talento valeva circa 34 chili d’oro, mentre il denaro era la paga giornaliera di un operaio.

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27 « Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari... » (Mt 18,28).

Gratuità Il perdono fra persone, per essere efficace, deve essere totalmente gratuito, come è gratuito il perdono di Dio. Inoltre, il perdono non consiste solo nel condono di un debito, ma nel ricostruire i rapporti deteriorati. La paura del castigo non può e non deve essere la motivazione del perdono.

32

Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. 33Non dovevi anche tu avere pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. 34Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 35 Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello ». Nonostante l’introduzione, la parabola riguarda non tanto il numero delle volte in cui bisogna perdonare, quanto la necessità stessa del perdono. In essa si mette in luce come il perdono che uno concede al proprio simile si basi sul perdono, immensamente più grande, che egli ha ricevuto da Dio. Anzi, si può dire che ciascuno fa esperienza del perdono di Dio proprio quando, e nella misura in cui, perdona il suo prossimo. Termina così il discorso ecclesiale di Matteo. Dopo di esso, egli riprende con qualche ritocco e qualche aggiunta la sezione di Marco, là dove l’aveva lasciata. I brani da lui riportati sono i seguenti: * Indissolubilità del matrimonio (Mt 19,1-9 // Mc 10,1-11). * Il celibato per il regno dei cieli (Mt 19,10-12). * Gesù benedice i bambini (Mt 19,13-15 // Mc 10,13-16 // Lc 18,15-17). * Il giovane ricco (Mt 19,16-22 // Mc 10,17-22 // Lc 18,1-23). * Pericolo delle ricchezze (Mt 19,23-26 // Mc 10,23-27 // Lc 18,24-27). * Ricompensa per i discepoli (Mt 19,27-30 // Mc 10,28-31 // Lc 18,28-30). A questo punto, Matteo interrompe il filo del racconto di Marco per introdurre una parabola non riportata dagli altri evangelisti.

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c) Terzo annunzio della passione e due brani illustrativi (Mc 10,32-45)

50. Parabola dei lavoratori a giornata Il racconto parabolico abbraccia tre scene: il proprietario della vigna ingaggia lavoratori in orari diversi, poi fa sì che gli operai siano pagati cominciando dagli ultimi e con la stessa paga; infine, risponde alle critiche dei primi assunti.

20,1

«

I

l regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. 5Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. 7Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. 8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi”. 9Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. 11 Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. 13Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: 15non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. 16Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi ».

Mt 20,1-16

Merito (1) La parabola dei lavoratori a giornata mette in questione la concezione secondo cui il regno di Dio è oggetto di merito. Il bene deve essere fatto per se stesso, non in vista di un premio che non sia la comunione con il sommo Bene che è Dio. Fare il bene significa anticipare nell’oggi la felicità del regno escatologico di Dio.

La parabola racconta un episodio paradossale: diverse persone sono chiamate al lavoro in orari differenti, ma ricevono tutte la stessa paga. Il fatto che l’ordine del pagamento sia inverso a quello della chiamata non ha lo scopo di affermare che gli ultimi saranno i primi, come afferma il versetto conclusivo (che si trovava originariamente in un altro contesto: cfr. Mt 19,30; Mc 10,31; Lc 13,30), ma semplicemente di rendere visibile anche ai primi la decisione del padrone di dare a

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27 tutti la stessa paga e suscitare la loro reazione. La parabola vuole far comprendere che nel regno dei cieli non ha senso parlare di meritocrazia, perché la partecipazione al regno è l’unico premio dato a coloro che sono vissuti in funzione di esso. Il bene fatto contiene già in se stesso la sua rimunerazione.

Gerusalemme (1) Luca ha colto la centralità di Gerusalemme per il giudaismo e intende mostrare come proprio nella città santa Gesù attua la salvezza, che poi si estenderà a tutto il mondo. Per questo ha dato grande rilievo al viaggio di Gesù verso Gerusalemme, situando nella città santa non solo la sua morte e risurrezione, ma anche le sue apparizioni e la sua ascensione al cielo.

Matteo prosegue poi il suo resoconto in parallelo con Marco e Luca riportando i seguenti brani: * Terzo annunzio della passione (Mt 20,17-19 // Mc 10,32-34 // Lc 18,31-34). * Domanda dei figli di Zebedeo (Mt 20,20-23 // Mc 10,35-40). * Il primo dei discepoli (Mt 20,24-28 // Mc 10,41-45 // Lc 22,24-27). * Guarigione di due ciechi a Gerico (Mt 20,29-34 // Mc 10,46-52 // Lc 18,35-43). Viaggio di Gesù a Gerusalemme (Lc 9,51 - 19,26). Luca, che ha seguito il racconto di Marco a partire dall’episodio di Cesarea di Filippo fino all’episodio dell’esorcista estraneo (Lc 9,18-50 // Mc 8,27 - 9,40), inserisce a questo punto una lunga raccolta di testi che hanno come sfondo il viaggio di Gesù verso la città santa. Per comporre questa sezione, Luca utilizza soprattutto materiale desunto dalla fonte che ha in comune con Matteo (Q) e da altre fonti note a lui solo. In base agli accenni fatti al viaggio che Gesù sta compiendo, la sezione lucana si può dividere in quattro parti: a) Le esigenze del discepolato (Lc 9,51 - 10,37). b) L’appello alla conversione (Lc 10,38 - 13,21). c) La misericordia divina (Lc 13,22 - 17,10). d) L’avvento del regno di Dio (Lc 17,11 - 19,27). Le esigenze del discepolato (Lc 9,51 - 10,37). In questa prima parte della sezione, l’evangelista mette a fuoco l’impegno che si assumono coloro che vogliono seguire Gesù.

51. I samaritani respingono Gesù Nel brano iniziale della sezione, l’evangelista indica anzitutto la decisione presa da Gesù di mettersi in viaggio verso Gerusalemme, poi mette in luce le difficoltà che questo comporta e, infine, delinea brevemente la reazione di Gesù.

Lc 9,51-56

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M

9,51

entre stava avvicinandosi il giorno della sua dipartita, egli irrigidì il suo volto e decise di mettersi in cammino verso Gerusalemme. 52A tal fine, mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di samaritani per preparare la sua venuta. 53Ma essi non vollero riceverlo, perché era in cammino verso Gerusalemme.

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c) Terzo annunzio della passione e due brani illustrativi (Mc 10,32-45) 54

Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: « Signore, vuoi che facciamo scendere dal cielo un fuoco che li consumi? ». 55Ma Gesù si volse verso di loro e li rimproverò. 56E si misero in cammino verso un altro villaggio. La decisione di recarsi a Gerusalemme è stata presa a ragion veduta da Gesù, in vista della sua « dipartita » (assunzione). Questo termine indica in modo sintetico il compimento della sua missione, che consiste nel suo ritorno al Padre. Per decidersi a mettersi in cammino verso Gerusalemme, Gesù ha dovuto, letteralmente, « rendere dura la sua faccia », cioè fare un atto di grande coraggio e determinazione. Con il loro rifiuto di accoglierlo, i samaritani simboleggiano tutti coloro che non sanno accettare un Messia che si reca a Gerusalemme, luogo della sua sofferenza e della sua morte. Diversamente dai due discepoli, che vorrebbero un’immediata punizione dei responsabili, Gesù manifesta ancora una volta la grande tolleranza e la non violenza che caratterizzano il suo progetto.

Samaritani L’origine dei samaritani è descritta in 2Re 17,24-41, dal punto di vista dei giudei ritornati in Palestina dopo l’esilio. In realtà, essi erano la popolazione israelitica che non aveva fatto l’esperienza dell’esilio e adorava JHWH secondo modalità ormai abbandonate dagli esuli.

L’episodio del rifiuto da parte dei samaritani e della reazione violenta dei due discepoli fa da sfondo a un brano sulla sequela già utilizzato da Matteo.

52. Per essere discepoli di Gesù Questa piccola raccolta di detti presenta le direttive date da Gesù a tre persone, due che domandano spontaneamente di seguirlo e una che invece è chiamata da lui.

9,57

M

entre Gesù camminava per la strada, un tale gli disse: « Ti seguirò dovunque tu vada ». 58E Gesù gli rispose: « Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo ». 59A un altro egli disse: « Seguimi ». Costui rispose: « Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre ». 60Gli replicò: « Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annunzia il regno di Dio ». 61Un altro disse: « Ti seguirò, Signore; prima però lascia che mi congedi da quelli di casa mia ». 62Ma Gesù gli rispose: « Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio ».

Lc 9,57-62 Mt 8,19-22

L’invito a seguire Gesù coglie la persona nella sua vita quotidiana, in mezzo alle sue occupazioni. Le direttive date da Gesù sono ispirate a una grande radicalità. Chi lo segue deve essere disposto a staccarsi dai

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27

Sequela Le condizioni poste da Gesù a coloro che vogliono seguirlo presuppongono la situazione itinerante dei primi discepoli. Le prime comunità hanno dovuto rendere attuali le indicazioni date da Gesù in un contesto nuovo, in cui certe forme di distacco non erano più possibili.

beni materiali e dagli affetti famigliari, quali possedere una propria casa, « seppellire » il proprio padre, cioè garantirgli l’assistenza dovuta fino alla morte, e dedicarsi a lunghe cerimonie di commiato dai propri cari. Non si può annunziare il regno di Dio se non si è disposti ad assegnargli il primo posto nella propria vita. Luca riporta poi i seguenti brani: * Missione dei settantadue discepoli (Lc 10,1-12 // Mt 9,37 - 10,15), che probabilmente è il testo della fonte Q parallelo a Mc 6,7-13. * Condanna delle città del lago (Lc 10,13-16 // Mt 11,21-23; 10,40). * Ritorno dei settantadue discepoli che riferiscono a Gesù la loro esperienza (Lc 10,17-20). * Gesù pronunzia un inno di lode al Padre (Lc 10,21-22 // Mt 11,25-27) e una benedizione per i discepoli (Lc 10,23-24 // Mt 13,16-17). A questo punto l’evangelista racconta che Gesù, rispondendo alla domanda di un dottore della legge, gli propone il duplice comandamento dell’amore (Lc 10,25-28 // Mc 12,28-31 // Mt 22,34-40). Non soddisfatto, l’interlocutore gli domanda chi è il suo prossimo (Lc 10,29). Gesù allora gli risponde con una parabola che è riportata unicamente da Luca.

53. Il buon samaritano Al centro del racconto parabolico è posto un uomo assalito dai briganti e lasciato mezzo morto sulla strada. Accanto a lui sfilano tre personaggi che reagiscono in modi diversi. Alla fine, Gesù fa ricavare dal dottore stesso la risposta alla sua domanda.

Lc 10,30-37

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G

10,30

esù disse al dottore della legge: « Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti? ». 37Il dottore della legge rispose: « Chi ha avuto compassione di lui ». Gesù gli disse: « Va’ e anche tu fa’ così ».

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c) Terzo annunzio della passione e due brani illustrativi (Mc 10,32-45) « Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione » (Lc 10,33).

Il sacerdote e il levita, a motivo del loro ruolo a servizio di Dio e della comunità, dovevano essere i primi a considerare l’uomo assalito da briganti come loro prossimo. Essi però non si fermano neppure, forse preoccupati di preservare la loro purezza rituale che il contatto con il sangue o con un defunto poteva compromettere. Il samaritano, invece, non ha queste remore e fa tutto il possibile per aiutare il malcapitato. Il fatto di prendere come esempio di amore sincero un samaritano, che era un estraneo rispetto al popolo giudaico, rappresenta, da una parte, una contestazione nei confronti di una religione vissuta come semplice rito e, dall’altra, un invito a estendere l’amore a tutti, anche allo straniero, spesso inteso come un nemico da evitare (cfr. Mt 5,44 // Lc 6,27-28).

Buon samaritano La parabola non intende limitare l’amore del prossimo ai casi di emergenza o a un aiuto materiale per chi si trova nel bisogno. Al contrario, essa mette in luce l’esigenza di stabilire anzitutto un rapporto personale con l’altro, allo scopo di far nascere la solidarietà come scambio vicendevole di doni.

La parabola del buon samaritano conclude la prima parte della sezione, in cui l’accento cade sui discepoli. Nel brano successivo l’accenno iniziale al viaggio mette in luce l’inizio della seconda parte, in cui predomina il tema della conversione. L’appello alla conversione (Lc 10,38 - 13,21). Questa parte inizia con una raccolta sulla preghiera, che si apre con un esempio significativo.

54. Maria ai piedi di Gesù Marta e Maria sono personaggi noti dal Vangelo di Giovanni che ne parla, assieme al fratello Lazzaro, nel contesto della passione di Gesù. Qui non è detto che vivessero a Betania, ma solo che Gesù le ha incontrate nel viaggio verso Gerusalemme. Il narratore prima le caratterizza, poi riporta il dialogo tra Gesù e Marta.

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27 Lc 10,38-42

Preghiera L’atteggiamento di Maria che ascolta Gesù simboleggia la preghiera. In ambito biblico questa consiste essenzialmente nell’ascolto della parola di Dio contenuta certo nelle Scritture, ma anche percepibile nella storia, nel cosmo e nel proprio intimo. Marta invece rappresenta metaforicamente il rischio di mettere l’agire al primo posto, dimenticando le motivazioni che lo devono ispirare.

M

10,38

entre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. 39Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. 40Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Allora si fece avanti e disse: « Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti ». 41Ma il Signore le rispose: « Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, 42ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta ». Maria è simbolo del discepolo che ascolta la parola di Gesù. È lei, per Luca, il modello per eccellenza della preghiera. Marta non è squalificata, ma il suo comportamento è posto su uno scalino inferiore rispetto a quello di Maria. Nella pratica, i due comportamenti dovranno necessariamente alternarsi e integrarsi nella vita del discepolo. L’istruzione sulla preghiera continua con i seguenti brani: * Il Padre nostro (Lc 11,1-4 // Mt 6,7-13). * Parabola dell’amico importuno (Lc 11,5-8). * Perseveranza nella preghiera (Lc 11,9-13 // Mt 7,7-11). Luca riporta poi una serie di brani in cui predomina il contrasto con i farisei: * Gesù guarisce un muto indemoniato (Lc 11,14 // Mt 9,32-33). * Contro l’accusa di essere indemoniato (Lc 11,15-23 // Mt 12,24-30 // Mc 3,22-27; 9,40). * Ritorno dello spirito impuro (Lc 11,24-26 // Mt 12,43-45). * La beatitudine del discepolo (Lc 11,27-28). * Il segno del profeta Giona (Lc 11,29-32 // Mt 12,38-42; cfr. Mc 8,11-12). * Similitudine della lucerna (Lc 11,33 // Mc 4,21 // Mt 5,15). * La lampada del corpo è il tuo occhio (Lc 11,34-36; Mt 6,22-23). Il contrasto di Gesù con i farisei e i dottori della legge esplode poi nel brano seguente.

55. Contro l’ipocrisia In questo testo è contenuta una dura polemica di Gesù contro gli scribi e i farisei. I detti attribuiti a Gesù rispecchiano già i contrasti tra cristiani e giudei. Essi sono utilizzati da Matteo nel contesto del ministero di Gesù a Gerusalemme (cfr. Mt 23,1-36).

Lc 11,37-54

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M

11,37

entre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. 38Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo.

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c) Terzo annunzio della passione e due brani illustrativi (Mc 10,32-45) 39

Allora il Signore gli disse: « Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. 40Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? 41Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro. 42 Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. 43 Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. 44 Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo ». 45 Intervenne uno dei dottori della legge e gli disse: « Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi ». 46Egli rispose: « Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, che voi stessi non toccate nemmeno con un dito! 47 Guai a voi, che costruite sepolcri ai profeti, che i vostri padri hanno uccisi. 48Così voi testimoniate e approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi ne costruite i sepolcri. 49Per questo la sapienza di Dio ha detto: “Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e li perseguiteranno”, 50così a questa generazione sarà chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo: 51dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione. 52 Guai a voi, dottori della legge, che vi siete appropriati dell’accesso alla conoscenza; voi però non l’avete ottenuta, e a quelli che volevano averla l’avete impedito ». 53 Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, 54allo scopo di fargli dire qualche cosa di compromettente.

Elemosina Nel mondo antico essa era in funzione di un’adeguata ripartizione dei beni. Oggi questo scopo è raggiunto mediante la giustizia sociale, in forza della quale ciascuno deve poter ottenere ciò che gli compete come persona umana.

Scribi e farisei I farisei costituivano uno dei quattro gruppi in cui si divideva il giudaismo all’epoca di Gesù. Essi si caratterizzavano per il loro attaccamento alla legge, che interpretavano in funzione dei loro tempi. Gli scribi erano invece i dottori della legge, che in gran parte appartenevano al loro movimento.

In questo testo non si critica la legge mosaica, ma piuttosto una interpretazione che mette in primo piano i precetti rituali mentre trascura i comandamenti più importanti che riguardano il rapporto con Dio e con il prossimo. Sulla linea della predicazione profetica, gli scribi e i farisei sono accusati di ipocrisia perché, sotto l’apparenza di una fedeltà pignola alla legge, sono preoccupati unicamente per il proprio interesse, allontanando da Dio coloro che lo cercano sinceramente. La punizione a essi minacciata indica la perdita di un ruolo che non hanno saputo svolgere correttamente.

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27 I brani successivi sono i seguenti: * Il lievito dei farisei (Lc 12,1 // Mc 8,14-15 // Mt 16,5-6). * Non temere chi può uccidere il corpo e non l’anima (Lc 12,2-7 // Mt 10,26-31; cfr. Mc 4,22). * Non vergognarsi di Gesù (Lc 11,8-12; passi paralleli: Mt 10,32-33.19-20; 12,31-32; Mc 8,38; 3,28-29; 13,11). Segue poi un brano riguardante il rapporto con i beni materiali.

56. Parabola del ricco insensato Anche questo brano è preso da una fonte nota soltanto a Luca. Esso contiene la risposta di Gesù a una richiesta sul tema dell’eredità, a cui fa seguito un suo commento in forma parabolica.

Lc 12,13-21

« Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia » (Lc 12,15).

12,13

U

no della folla gli disse: « Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità ». 14Ma egli rispose: « O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi? ». 15E disse loro: « Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede ». 16 Poi disse loro una parabola: « La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. 17Egli ragionava fra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? 18Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!”. 20Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. 21Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio ». La parabola raccontata da Gesù mostra chiaramente come egli non condanni l’uso dei beni materiali, ma la cupidigia, cioè l’inclinazione a trovare in essi la propria sicurezza e il senso della propria vita. Il possesso dei beni materiali, infatti, non conferisce alcuna garanzia, perché non può allontanare la morte, la quale sopravviene quando uno meno se lo aspetta.

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c) Terzo annunzio della passione e due brani illustrativi (Mc 10,32-45) La raccolta lucana prosegue sulla stessa linea: * Fiducia nella provvidenza (Lc 12,22-34 // Mt 6,25-34.19-21). * Raccolta di detti sulla vigilanza (Lc 12,35-48 // Mt 24,42-51; cfr. Mc 13,33-37). * Gesù è venuto a portare non la pace, ma la divisione (Lc 12,49-53 // Mt 10,34-36). * I segni dei tempi (Lc 12,54-56 // Mt 16,2-3; 5,25-26). * Riconciliarsi prima del giudizio (Lc 12,57-59 // Mt 5,25-26). * Necessità della conversione (Lc 13,1-5). * Parabola del fico sterile (Lc 13,6-9). * Guarigione di una donna curva in giorno di sabato (Lc 13,10-17; cfr. Mt 12,9-14; Mc 3,1-6; Lc 6,6-11; 14,5). * Parabola del granello di senape (Lc 13,18-19 // Mc 4,30-32 // Mt 13,31-32). * Parabola del lievito (Lc 13,20 // Mt 13,33). * Entrare per la porta stretta (Lc 13,22-30; cfr. Mt 7,13-14; 25,10-11; 7,2223; 8,11-12; 20,16). La misericordia divina (Lc 13,22 - 17,10). * Insidie di Erode (Lc 13,31-33). * Lamento su Gerusalemme (Lc 13,34-35 // Mt 23,37-39). * Guarigione in giorno di sabato (Lc 14,1-6). Quest’ultimo miracolo ha luogo mentre Gesù si trova a tavola nella casa di un capo dei farisei. Seguono alcuni brani che affrontano temi diversi, che hanno in comune il tema del banchetto.

Segni dei tempi Gesù rimprovera i suoi ascoltatori perché, mentre sanno prevedere il tempo atmosferico, non sanno valutare il tempo presente (Lc 12,54-56). Egli si riferisce ai segni da lui fatti, a partire dai quali essi avrebbero dovuto capire che veramente il regno di Dio è vicino e trarne le debite conseguenze per la loro vita.

57. Come stare a tavola e chi invitare Questo brano, sconosciuto agli altri evangelisti, si divide in due parti. Nella prima si indicano le modalità in base alle quali scegliere il proprio posto quando si è invitati a un banchetto. Il secondo indica invece quali siano le persone da invitare.

A

14,7

vendo notato come gli invitati a pranzo scegliessero i primi posti, Gesù disse loro questa parabola: 8« Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, 9e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. 10Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. 11Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato ». 12 Disse poi a colui che l’aveva invitato: « Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi

Lc 14,7-14

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27 « Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto » (Lc 14,8).

Banchetto Questo tema, in base al quale Luca raccoglie un certo numero di detti di Gesù, è una metafora con la quale si indica il regno di Dio. L’evangelista pensa anche ai banchetti comunitari che lo simboleggiano e lo anticipano, in quanto rappresentano un’occasione di incontro e di solidarietà.

parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. 13Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa nella risurrezione dei giusti ». Il mettersi all’ultimo posto, quando si è invitati, non ha lo scopo di farsi chiamare più in alto, ma è frutto di un atteggiamento di vera umiltà. Chi si comporta in questo modo lascia al padrone di casa il compito di giudicare chi è prima e chi è dopo. Fuori metafora, ciò significa impegnarsi in favore del regno di Dio per convinzione e non per ottenere riconoscimenti. Il consiglio di invitare a mensa poveri ed emarginati è segno della gratuità a cui ognuno deve tendere per essere gradito a Dio. La ricompensa promessa non è altro che la partecipazione alla risurrezione, cioè l’ingresso nel regno di Dio. Sempre sul tema del banchetto, Luca riporta una parabola riguardante coloro che sono invitati a fare parte del regno di Dio.

58. Parabola del grande banchetto La parabola è introdotta da una beatitudine pronunziata da uno dei presenti. Il racconto parabolico si divide in due parti: rifiuto dei primi invitati ed estensione dell’invito a tutti. Essa si chiude con una breve interpretazione.

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c) Terzo annunzio della passione e due brani illustrativi (Mc 10,32-45) 14,15

U

no dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: « Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio! ». 16 Egli rispose: « Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. 17All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. 18Ma tutti, l’uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse:“Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. 19Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. 20 Un altro disse: “Mi sono appena sposato, perciò non posso venire”. 21 Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. 22Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. 23Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringi tutti quelli che trovi a entrare, perché la mia casa si riempia. 24 Vi assicuro che nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena” ». La parabola lascia intendere che i rappresentanti ufficiali del popolo giudaico hanno rifiutato l’annunzio del regno di Dio perché avevano altri interessi da coltivare, mentre i poveri e gli emarginati lo hanno accolto perché hanno trovato in esso la speranza di essere accettati e salvati. Gesù esprime quindi una forte critica nei confronti di un comportamento religioso che si ferma alle cose esterne e non sa andare al nucleo profondo della salvezza, di cui la religione è portatrice. Sullo sfondo di questa parabola si intravede il rapporto tra giudei e gentili: mentre i primi si chiudono al regno di Dio annunziato da Gesù, i secondi lo accolgono con gioia.

Questa parabola è riportata, con alcuni ritocchi e un’aggiunta finale, anche da Matteo, nel contesto del ministero di Gesù a Gerusalemme. A essa fanno seguito in Luca tre detti riguardanti la sequela: * Le condizioni per seguire Gesù (Lc 14,25-27; cfr. Mt 10,37-38; Mc 8,34). * L’imprudenza di chi vuole seguire Gesù senza distaccarsi dai propri beni è illustrata da due esempi: colui che vuole costruire una torre e non riesce a finirla e colui che va in guerra senza gli uomini necessari (Lc 14,28-33). * I discepoli non devono essere come il sale che perde il suo sapore (Lc 14,34-35 // Mt 5,13; cfr. Mc 9,50). A questo punto, Luca riporta due parabole sulla misericordia, delle quali la prima si trova anche, con qualche piccolo cambiamento, in Matteo, mentre la seconda è una composizione lucana.

Lc 14,15-24 Mt 22,1-14

Invito a nozze Secondo Matteo, il banchetto è stato imbandito da un re per le nozze del figlio. Di fronte al rifiuto degli invitati egli manda a distruggere la loro città. È questa un’allusione alla distruzione di Gerusalemme, vista come punizione inflitta ai giudei per avere rifiutato Gesù.

Veste nuziale Sempre secondo Matteo, il re, dopo aver fatto entrare nella sala nuziale buoni e cattivi, fa scacciare un uomo trovato senza abito nuziale. Questa aggiunta sottolinea che Dio esige un’assunzione di responsabilità da parte dei chiamati.

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27

59. La pecora smarrita e la moneta perduta Le due parabole simmetriche sono precedute da un’introduzione nella quale si dice qual è il motivo concreto per cui Gesù le ha formulate. In esse si accenna alla perdita di una cosa cara, al suo ritrovamento e, alla fine, alla gioia condivisa. Ciascuna termina con una breve interpretazione.

Lc 15,1-10 Cfr. Mt 18,12-14

Diritti umani La parabola della pecora smarrita e quella della moneta perduta mettono in luce non solo la misericordia di Dio per tutti, ma anche la dignità di ogni persona umana. Non esiste un bene comune che possa andare a detrimento del vero bene anche di un solo essere umano.

15,1

S

iccome si avvicinavano a Gesù molti pubblicani e peccatori per ascoltarlo, 2i farisei e gli scribi mormoravano dicendo: « Costui accoglie i peccatori e mangia con loro ». 3Ed egli disse loro questa parabola: 4 « Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? 5Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che si era perduta”. 7Io vi dico: così vi sarà più gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. 8 Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? 9E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. 10Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio anche per un solo peccatore che si converte ». Le due parabole contengono una risposta agli scribi e ai farisei che criticano Gesù perché accoglie i pubblicani e i peccatori. Il comportamento del pastore che lascia le novantanove pecore nel deserto per andare in cerca dell’unica che si è smarrita, così come quello della donna che spazza tutta la casa per cercare la monetina perduta, può sembrare iperbolico. Anche la gioia che essi provano al ritrovamento dell’oggetto perduto, sembra a prima vista eccessiva. Ma proprio questo, in chiave metaforica, è il modo in cui Dio si rapporta con gli esseri umani. Le due parabole vogliono dunque illustrare l’atteggiamento di Dio nei confronti di chi sbaglia e, al tempo stesso, riaffermare la dignità di ogni persona e il suo diritto a essere sempre rispettata e amata. Alle due parabole della misericordia, Luca ne aggiunge una terza, chiamata solitamente « parabola del figliol prodigo ». In essa Dio è paragonato a un padre.

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c) Terzo annunzio della passione e due brani illustrativi (Mc 10,32-45)

60. Parabola del padre misericordioso Il racconto parabolico si divide in quattro parti: la partenza del figlio minore, le sue disgrazie che alla fine gli fanno aprire gli occhi, il suo ritorno dal padre, la ribellione del fratello maggiore.

15,11

D

isse ancora: « Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise fra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, scoppiò in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gliene dava. 17 Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a fare festa. 25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è ritornato e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per fare festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai

Lc 15,11-32

Misericordia divina La parabola del padre misericordioso mette in crisi la concezione del merito diffusa in campo giudaico e successivamente anche cristiano. Dio accoglie ogni essere umano per quello che è, senza pretendere in cambio prestazione alcuna. Chi vuole guadagnare l’amore di Dio rischia di privarsene, perché esso è un dono gratuito.

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27

ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” ». Il figlio minore, che si è allontanato dalla casa del padre in cerca di libertà e di avventura, alla fine vi ritorna, spinto più dal bisogno che dalla consapevolezza di avere sbagliato, ma il padre lo accoglie con grande amore. Al termine del racconto, l’altro figlio che era rimasto con il padre, non vuole rientrare a casa perché rifiuta di avere a che fare con il fratello che è ritornato. Ambedue i figli fanno fatica a riconoscere fino in fondo la misericordia del padre. Ma, mentre il figlio minore ha il coraggio di ritornare, non si sa se anche il maggiore alla fine si deciderà a rientrare in casa. Così appare chiaro il significato della parabola, anch’essa raccontata ai farisei e agli scribi (cfr. Lc 15,1): mentre i lontani sono ammessi per primi nel regno di Dio, proprio loro, i vicini, rischiano di allontanarsi perché sono chiusi nella difesa egoistica dei propri privilegi.

« Bisognava fare festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita » (Lc 15,32a).

Dopo le tre parabole della misericordia, Luca ne riporta un’altra, anch’essa nota soltanto a lui, riguardante il rapporto con i beni materiali.

61. Parabola dell’amministratore disonesto Il racconto si apre con la richiesta, rivolta da un padrone al suo fattore, di rendere conto della sua amministrazione. Il punto centrale del racconto consiste nella descrizione dell’espediente che costui ha messo in opera per garantirsi il futuro. Al termine della parabola, la tradizione ha aggiunto due detti che dovrebbero fornirne la spiegazione.

Lc 16,1-9

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16,1

G

esù diceva ancora ai discepoli: « Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2Lo chiamò e gli disse:“Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. 3L’amministratore disse fra sé: “Che cosa farò, ora che

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c) Terzo annunzio della passione e due brani illustrativi (Mc 10,32-45)

il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. 4So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. 5Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. 6Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. 7Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. 8Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. 9Ebbene, io vi dico: fatevi amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne ». In questa parabola l’amministratore è disonesto perché, al fine di garantirsi un futuro, sperpera i beni del suo padrone. Il racconto si presta a diverse interpretazioni. Nel primo detto aggiunto a esso si fa leva sulla scaltrezza del fattore, che è raccomandata a prescindere da una valutazione etica del gesto da lui compiuto. Nel secondo detto invece il fattore è lodato in quanto si serve di una cosa disonesta, il denaro, per farsi degli amici: perciò il suo esempio è proposto ai discepoli perché, usando il denaro per aiutare i poveri e i bisognosi, si preparino una ricompensa per il mondo futuro.

Mammona Termine con cui si designa la ricchezza. Etimologicamente, esso deriva probabilmente dalla radice ’aman (« essere saldo, credere ») e designa ciò su cui uno basa la propria sicurezza. La ricchezza è considerata disonesta in quanto si cerca in essa una sicurezza che solo Dio può dare a chi « crede » in lui.

Luca aggiunge poi altri brani: * Non potete servire Dio e la ricchezza (Lc 16,10-15; cfr. Mt 6,24). * Legge di Mosè e profeti (Lc 16,16-17; cfr. Mt 11,12-13; 5,18). * Contro il ripudio (Lc 16,18; cfr. Mc 10,11-12; Mt 5,32; 19,9). A questo punto Luca riporta un’altra parabola, ricavata da una fonte a lui solo nota, riguardante anch’essa il rapporto con i beni materiali.

62. Parabola del ricco e del povero Il racconto parabolico si divide in tre parti. Anzitutto è descritta la condizione dei due protagonisti prima e dopo la loro morte. È poi riportato il dialogo tra il ricco e Abramo, che gli spiega perché non può mandare Lazzaro a lenire le sue sofferenze. Infine, Abramo spiega al ricco perché non può neppure mandare Lazzaro ad avvisare i suoi parenti del rischio che stanno correndo.

16,19

«

C’

era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe,

Lc 16,19-31

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27 « C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti » (Lc 16,19).

Ricco epulone La parabola non intende descrivere ciò che avverrà nell’altra vita, ma semplicemente mettere in luce le implicazioni delle scelte fatte in questa vita. Essa condanna non tanto la sperequazione economica, quanto piuttosto la mancanza di sensibilità alle difficoltà e alle sofferenze dell’altro e l’incapacità di farsene carico in un contesto di vera solidarietà.

21

bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23 Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. 25Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che da qui vogliono passare da voi, non possono, né da lì possono giungere fino a noi”. 27 E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. 29Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro”. 30 E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. 31Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti” ». La parabola fa leva sul ribaltamento, ormai definitivo, che avviene con la morte: il povero Lazzaro va nel seno di Abramo, mentre il ricco precipita negli inferi. Il messaggio della parabola può essere così sintetizzato: contrariamente alle apparenze, il ricco è un disgraziato, mentre il

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c) Terzo annunzio della passione e due brani illustrativi (Mc 10,32-45) povero è beato perché a lui è offerto il regno di Dio. Ancora una volta si sottolinea l’inutilità dei beni materiali e l’esigenza di dare ai poveri il posto che a loro spetta sia nella comunità che nella società. Le battute finali tra il ricco e Abramo mostrano come la solidarietà con i più poveri rappresenti il senso profondo delle Scritture. La raccolta lucana prosegue con un’altra raccolta di detti: * Contro lo scandalo (Lc 17,1-2 // Mc 9,42 // Mt 18,6-7). * La correzione fraterna (Lc 17,3-4; cfr. Mt 18,15.21-22). * La forza della fede (Lc 17,5-6; cfr. Mt 17,19-20; 21,21; Mc 11,22-23). * Parabola del servo che torna dalla campagna (Lc 17,7-10). Con questa parabola termina la terza parte della sezione. L’avvento del regno di Dio (Lc 17,11 - 19,27). È questo il tema della quarta e ultima parte della sezione, che inizia con il racconto della guarigione di dieci lebbrosi di cui uno solo ritorna a ringraziare Gesù (Lc 17,1119; cfr. Mc 1,40-45 // Mt 8,1-4 // Lc 5,12-16). Dopo di esso, Luca riporta una raccolta di detti riguardanti l’avvento del regno di Dio.

Attualità del regno di Dio Normalmente il regno di Dio è presentato come una realtà escatologica; tuttavia, in alcuni testi esso appare come già presente. Questo contrasto si spiega con il concetto di « inaugurazione », che implica la presenza di qualcosa che solo in un futuro non prevedibile si attuerà in pienezza.

63. Il regno di Dio è fra voi Il primo detto di questa raccolta ha a che fare con il carattere di attualità proprio del regno di Dio, mentre il secondo riguarda l’imprevedibilità della venuta del Figlio dell’uomo. Nel terzo e quarto si mette in luce, a partire da due figure bibliche, Noè e Lot, la necessità di vigilare. Infine, sono riportati alcuni detti riguardanti la crisi degli ultimi tempi.

17,20

I

farisei domandarono a Gesù: « Quando verrà il regno di Dio? ». Egli rispose loro: « Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, 21e nessuno dirà:“Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi! ». 22 Disse poi ai discepoli: « Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. 23Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. 24Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. 25 Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione. 26 Capiterà come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: 27mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti. 28 Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; 29ma, nel giorno

Lc 17,20-37

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27

Vigilanza (1) A livello della predicazione di Gesù, questo concetto rappresentava l’apertura a lui e al suo messaggio. Dopo la sua morte, indica l’atteggiamento di chi, aspettando la manifestazione escatologica del regno di Dio, si prepara a esso.

in cui Lot uscì da Sodoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. 30Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà. 31 In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; chi si troverà nel campo, non torni indietro. 32Ricordatevi della moglie di Lot. 33 Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; chi invece la perderà, la preserverà. 34Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; 35due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata ». [36] 37Allora gli domandarono: « Dove, Signore? ». Ed egli disse loro: « Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi ». Secondo Luca, la venuta del regno di Dio è un evento già attuale ma al tempo stesso futuro. Esso è presente già oggi nei rapporti nuovi che si instaurano fra i credenti, ma si attuerà in modo pieno solo dopo la passione e morte di Gesù. Il tempo che separa il presente dal futuro deve essere caratterizzato dalla vigilanza, che significa vivere già oggi secondo la logica del regno. Luca riporta un’altra parabola che riguarda anch’essa il comportamento di coloro che attendono la venuta finale del regno.

64. Parabola del giudice e della vedova Questa parabola è introdotta da una frase in cui si dice che con essa Gesù ha voluto raccomandare la preghiera incessante; nel racconto parabolico si parla di un giudice che non fa giustizia a una vedova se non dopo una reiterata richiesta; al termine è riportato un commento che funge da interpretazione.

Lc 18,1-8

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18,1

G

esù diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: 2 « In una città viveva un giudice che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia nei confronti del mio avversario”. 4Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse fra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, 5dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia, così non verrà più a importunarmi” ».

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c) Terzo annunzio della passione e due brani illustrativi (Mc 10,32-45) 6

E il Signore soggiunse: « Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 8Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? ». La parabola descrive un giudice che compie il suo dovere verso una povera vedova solo dopo lunghe insistenze. In base al detto finale, essa contiene un invito alla speranza, nella certezza che al momento stabilito Dio interverrà in favore dei suoi eletti. Il suo ambiente d’origine è quindi quello del « ritardo della parusia »: essa è rivolta a quanti pensavano che il ritorno del Signore fosse imminente ed erano delusi perché ritardava. La frase introduttiva, invece, richiama l’attenzione su un tema collaterale della parabola, quello della preghiera che ottiene quanto richiesto solo se è costante. La frase conclusiva è un’aggiunta che, in questo contesto, mette in guardia dal rischio che, con l’andare del tempo, si perda la tensione verso le realtà ultime. Luca riferisce poi un’altra parabola, in cui sono protagonisti due personaggi che rappresentano altrettante categorie molto significative nella vita religiosa dell’epoca.

« Fammi giustizia nei confronti del mio avversario » (Lc 18,3b).

65. Parabola del fariseo e del pubblicano L’evangelista indica subito all’inizio a chi si rivolge la parabola. Il racconto si limita a riportare la preghiera che due personaggi, un fariseo e un pubblicano, fanno di fronte a Dio nel tempio. In conclusione è riportato il giudizio di Gesù, corredato di un detto tradizionale preso da un contesto diverso (cfr. Lc 14,11; Mt 23,12; 18,4).

G

18,9

esù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10 « Due uomini salirono al tempio a pregare: l’uno era fariseo e l’altro pubblicano. 11Il fariseo, stando in piedi, pregava così fra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. 12Digiuno due

Lc 18,9-14

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27

Giustificazione Nella conclusione della parabola del fariseo e del pubblicano si dice che quest’ultimo è tornato a casa giustificato, a differenza del fariseo o, meglio, « più » del fariseo. L’episodio di Zaccheo, raccontato subito dopo, mette in luce le implicazioni sociali di questa giustificazione.

volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. 13 Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. 14 Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato ». Sia il fariseo che il pubblicano sono peccatori, il primo perché si ritiene giusto e disprezza gli altri, il secondo perché svolge una professione nella quale era usuale estorcere dai contribuenti più del dovuto. La differenza tra i due consiste nel fatto che, mentre il fariseo si vanta davanti a Dio, il pubblicano riconosce il suo peccato e chiede perdono. Perciò, mentre il fariseo resta nel suo peccato, il pubblicano ottiene il perdono divino. A questo punto Luca ritorna alla trama di Marco, da cui riprende la seguente serie di brani: * Gesù e i bambini (Lc 18,15-17 // Mc 10,13-16 // Mt 19,13-15). * Gesù incontra un uomo ricco (Lc 18,18-23 // Mc 10,17-22 // Mt 19,16-22). * Pericolo della ricchezza (Lc 18,24-27 // Mc 10,23-27 // Mt 19,23-26). * Ricompensa riservata ai discepoli (Lc 18,28-30 // Mc 10,28-31 // Mt 19,27-30). * Terzo annunzio della passione (Lc 18,31-34 // Mc 10,32-34 // Mt 20,17-19). * Guarigione del cieco di Gerico (Lc 18,35-43 // Mc 10,46-52 // Mt 20,29-34). Luca aggiunge poi un episodio svoltosi anch’esso a Gerico, sconosciuto agli altri due evangelisti.

66. La salvezza annunziata a Zaccheo Il narratore presenta anzitutto il protagonista, Zaccheo, un pubblicano che fa di tutto per vedere Gesù. Poi mette in scena Gesù che lo vede e si fa invitare a casa sua. Il racconto termina con la dichiarazione di Zaccheo e la reazione di Gesù.

Lc 19,1-10

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19,1

G

esù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, 2 quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, 3cercava di vedere Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. 4Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché doveva passare di là. 5 Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: « Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua ».

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c) Terzo annunzio della passione e due brani illustrativi (Mc 10,32-45) « Il fariseo, stando in piedi, pregava così fra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini” » (Lc 18,11).

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Egli scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. 7Vedendo ciò, tutti mormoravano: « È entrato in casa di un peccatore! ». 8 Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: « Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e restituisco il quadruplo di ciò che ho rubato ». 9Gesù gli rispose: « Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. 10Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto ». Zaccheo si commuove per il fatto che Gesù entri nella sua casa, nonostante egli sia considerato come peccatore e impuro. Ciò lo spinge a fare scelte radicali, ben al di là di quanto esigeva la legge mosaica in casi come il suo. Nel suo commento, Gesù dichiara che a Zaccheo è stata conferita quella salvezza che Dio aveva promesso ad Abramo e che egli ora è venuto a compiere. Infine, Luca riporta la parabola delle dieci monete (Lc 19,11-27 // Mt 25,14-30) che si trova in una forma leggermente diversa anche in Matteo, ma servendosene, mediante l’annotazione iniziale, per giustificare il ritardo della parusia. Con essa egli conclude la lunga sezione del viaggio verso Gerusalemme.

Figlio di Abramo A Zaccheo è annunziata la salvezza non per le opere buone che si accinge a fare, ma perché appartiene anche lui al popolo eletto. Secondo Luca, la salvezza è prerogativa di Israele. Ad essa accedono, per opera di Gesù, non solo i peccatori, ma anche i gentili che credono in lui, mentre ne sono esclusi coloro che pretendono di esser giusti per merito proprio.

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III. In cammino verso la meta finale – Marco 8,27 - 10,52; Matteo 16,13 - 20,34; Luca 9,18 - 19,27

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n questa sezione, Marco ha fatto emergere il vero significato della persona di Gesù, servendosi, come espediente di grande effetto pedagogico, di tre annunzi della sua morte e risurrezione. Da essi appare che egli ha compreso il suo futuro destino alla luce di quella che era stata l’esperienza del Servo di JHWH. È strano però che, nonostante dichiarazioni così esplicite, gli eventi della passione abbiano trovato i discepoli del tutto impreparati. Si deve dunque supporre che Gesù non abbia realmente predetto in modo così chiaro e ripetuto quanto sarebbe poi accaduto. Marco non si limita a indicare il vero significato della persona di Gesù, ma ricorda anche numerose istruzioni che egli, sulla linea delle scelte da lui fatte, ha dato ai suoi discepoli e, per mezzo loro, a tutta la comunità cristiana. Da esse appare che l’unica gloria che i seguaci di Gesù possono desiderare consiste nell’adesione incondizionata alla sua persona e al suo programma. La legge mosaica, che nell’episodio della trasfigurazione è rappresentata dalla figura di Mosè, non deve essere disgiunta dall’insegnamento dei profeti (Elia) e trova il suo compimento in Gesù. È lui, ormai, l’unica guida autorizzata da Dio. La volontà di Dio, nel contesto del regno che viene, è manifestata unicamente dal suo inviato, non a parole, ma con il suo cammino libero e volontario verso la croce. Infine, Marco colloca le istruzioni di Gesù ai discepoli nel contesto di una permanenza in territori abitati da gentili. Anche se conferite direttamente ai discepoli, esse riguardano tutta l’umanità. Matteo e Luca hanno riportato il materiale della sezione marciana, ma non ne hanno accolto il significato profondo. Matteo, infatti, ne ha fatto la cornice del discorso ecclesiale. Luca, invece, ha utilizzato lo schema del viaggio per dare spazio a una quantità notevole di brani a cui non ha trovato altrove una collocazione soddisfacente; in questo contesto egli ha cercato di dare una risposta al problema del ritardo della parusia. Il Servo di JHWH Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. 5 Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.

50,4

Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. 7 Il Signore Dio mi assiste, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso. 6

(Isaia 50,4-7a.c-d)

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(Mc 8,27 - 10,52; Mt 16,13 - 20,34; Lc 9,17 - 19,27)



I titoli di « profeta », « messia », « figlio di Dio » sono stati attribuiti a Gesù già durante la sua vita terrena. Nessuna meraviglia che abbiano poi avuto tanto sviluppo nel cristianesimo. Ma Gesù non ha dato loro grande importanza, li ha considerati come abiti preconfezionati, incapaci di esprimere la sua vera identità. In primo piano, egli ha messo il suo progetto di liberazione integrale, che ha attuato mediante il dono di sé fino alla fine. Dai suoi egli non esige un culto, ma la sequela.



La sofferenza in se stessa non è un mezzo di salvezza. Lo diventa quando è assunta consapevolmente in vista di un bene più grande, che consiste nell’unità di tutta la famiglia umana. Essa ha valore solo se è frutto della disponibilità a pagare di persona perché crollino le strutture di potere e tutti gli esseri umani si ritrovino fratelli. Senza sofferenza è impossibile un vero cammino di liberazione che trasformi intimamente i cuori e incida in profondità sulle strutture sociali.



Oggi non è più possibile sapere se Gesù abbia preannunziato espressamente la sua morte e risurrezione. È certo, però, che egli ha fatto scelte controcorrente, che hanno disorientato non solo i suoi avversari ma anche i suoi amici. Fra di esse la più radicale è stata quella di prendere come modello il Servo di JHWH, presentato nel Secondo Isaia (Deuteroisaia) come il campione della non violenza. Perciò era chiaro il destino che lo aspettava e che aspetta ancora oggi tutti coloro che lo seguono.



A chi vuole diventare suo discepolo, Gesù si propone come modello da imitare. L’imitazione di Cristo non consiste però nel ripetere pedissequamente ciò che lui ha fatto, ma nell’assumere la sua logica di impegno non violento per la trasformazione di questo mondo. In altre parole, chi lo segue è chiamato a rinnegare i propri desideri egoistici, rinunziando alla volontà di potere nella famiglia, nel mondo politico e in quello economico, secondo modalità suggerite dal suo contesto socioculturale.

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« Ecco come muore il giusto » Marco 11,1 - 16,20; Matteo 21,1 - 28,20; Luca 19,28 - 24,53

D

opo la guarigione del cieco Bartimeo, Gesù lascia Gerico e giunge a Gerusalemme. Inizia qui una nuova sezione, nella quale Marco descrive un breve periodo di ministero svolto da Gesù nella città santa, a cui fa seguito immediatamente il racconto della sua passione, morte e risurrezione. Questi eventi sono stati concentrati da Marco nell’arco di una settimana: ciò è dovuto probabilmente non a ricordi di carattere storico, ma al fatto che, quando si è formato il racconto, la Chiesa celebrava già una specie di « settimana santa » in preparazione alla Pasqua cristiana. Seguendo una tradizione già consolidata, l’evangelista situa il ministero pubblico di Gesù a Gerusalemme nei primi tre giorni della settimana (domenica, lunedì e martedì). Questo periodo è stato ricostruito da Marco a partire da alcuni ricordi storici, il più significativo dei quali è certo quello che riguarda la sua presa di posizione nei confronti del tempio, interpretata come un gesto di rottura nei confronti delle autorità giudaiche. Ma l’evangelista si è servito anche di altro materiale che, originariamente, non aveva un rapporto diretto con questo periodo della vita di Gesù. Lo scopo che egli si è proposto è quello di presentare nel contesto di Gerusalemme, città santa e centro politico-religioso di tutto l’ebraismo, lo scontro di proporzioni cosmiche che ha portato il popolo giudaico a rifiutare il suo Messia condannandolo a una morte ignominiosa. Marco ha disposto il materiale narrativo a sua disposizione in modo da mettere in rilievo lo scontro di Gesù non solo con l’autorità politico-religiosa del sinedrio, formato da sacerdoti, scribi e anziani, ma anche con i rappresentati dei diversi movimenti che si contendevano la scena religiosa del mondo giudaico. Al termine del ministero pubblico di Gesù a Gerusalemme, Marco riporta un « discorso di Gesù » eccezionalmente esteso che, per il suo interesse volto alle cose ultime, è chiamato « discorso escatologico » o « apocalisse sinottica » (Mc 13,1-37). In esso Gesù si presenta come il « Figlio dell’uomo » che un giorno verrà con grande potenza e gloria per dare compimento al piano salvifico di Dio e per instaurare definitivamente il suo regno. Esso è stato collocato dall’evangelista in questo contesto per suggerire al lettore di leggere la passione ormai imminente nella prospettiva della gloria futura. Questo discorso è uno dei testi più difficili e discussi di tutto il Vangelo di Marco. I problemi che esso suscita derivano, in gran parte, dal fatto che in questa sezione trovano voce concezioni di tipo apocalittico che si sono sviluppate nella Chiesa primitiva a partire non solo

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dalla predicazione di Gesù, ma anche da attese diffuse nell’ambiente giudaico del secolo I e da esperienze (le persecuzioni) delle prime comunità cristiane. Non è certo se in esso si parli della distruzione del tempio o della fine del mondo, oppure di tutti e due questi eventi. Non è neppure chiaro se il discorso contenga materiale di origine cristiana oppure giudaica. Al termine del discorso escatologico Marco narra gli ultimi avvenimenti della vita terrena di Gesù. La nuova sezione inizia con un brano introduttivo in cui si racconta l’unzione di Betania, incorniciata dal complotto dei sacerdoti e dal tradimento di Giuda. È poi descritta l’ultima cena, a cui fanno seguito la preghiera di Gesù nel Getsemani e il suo arresto, la comparsa davanti al sinedrio e a Pilato e, infine, la sua crocifissione, morte e sepoltura. Il racconto della passione non giunge inaspettato nel vangelo. L’evangelista ha infatti riferito che già durante il ministero in Galilea, al termine delle cinque controversie con gli scribi e i farisei, costoro avevano preso la decisione di eliminare Gesù (Mc 3,6). Inoltre, ha costruito un’intera sezione intorno alle tre predizioni della sua prossima morte, fatte da Gesù proprio mentre idealmente si dirigeva verso Gerusalemme (8,27 - 10,52). Infine, nella sezione dedicata al ministero in Gerusalemme, Marco ha mostrato che tutto il sinedrio stava ormai cercando di ucciderlo (cfr. 11,18; 12,12). L’ultima parte della sezione ha come tema la risurrezione del Crocifisso. A essa sono dedicati due brani, dei quali però solo il primo (Mc 16,1-8), in cui si narra la scoperta della tomba vuota e il messaggio dell’angelo, è stato scritto sicuramente da Marco. Il secondo brano (16,920), che contiene uno scarno elenco delle apparizioni del Risorto e la missione da lui assegnata ai discepoli, è ritenuto comunemente un’aggiunta successiva, composta da un autore diverso. La risurrezione di Gesù è stata dunque narrata da Marco in modo estremamente conciso. Il suo vero significato si può cogliere solo studiando il testo che ne fa menzione sullo sfondo della fede di Israele, che aveva collegato strettamente l’attesa della risurrezione finale con la venuta del regno di Dio, tema centrale della predicazione di Gesù. In base a questi rilievi, la sezione può essere divisa in questo modo: • Introduzione. Gesù entra in Gerusalemme (Mc 11,1-14). a) Controversie con le autorità giudaiche (Mc 11,14 - 12,12). b) Dibattiti con i rappresentanti dei movimenti (Mc 12,13-44). c) Discorso escatologico (Mc 13,1-37). d) Passione, morte e risurrezione di Gesù (Mc 14,1 - 16,8). • Conclusione. Finale canonica (Mc 16,9-20). In questa sezione, Matteo e Luca seguono l’ordine di Marco con alcune correzioni, qualche spostamento e numerose aggiunte. In modo speciale, Matteo fa precedere il « discorso escatologico » di Marco, che utilizza come il quinto e ultimo dei discorsi da lui attribuiti a Gesù (Mt 24), da una serie di « Guai! » nei confronti degli scribi e dei farisei (Mt 23), e lo fa seguire da alcune parabole (Mt 25).

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Introduzione. Gesù entra in Gerusalemme (Mc 11,1-14)

67. L’ingresso messianico in Gerusalemme Il ministero di Gesù a Gerusalemme si apre con il racconto del suo arrivo nella città santa. Il brano si divide in due parti: la ricerca del puledro e l’entrata in città.

Q

11,1

uando furono vicini a Gerusalemme, verso Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, Gesù chiamò due dei suoi discepoli 2e disse loro: « Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. 3E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito” ». 4Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. 5Alcuni dei presenti dissero loro: « Perché slegate questo puledro? ». 6Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare. 7 Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. 8Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. 9Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: « Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

Mc 11,1-11 Mt 2,1-11 Lc 19,28-40

Ingresso in Gerusalemme Questo evento è stato letto dalla tradizione in chiave messianica. Nella realtà è difficile immaginare che i romani lasciassero passare una manifestazione di quel tipo. All’origine del racconto c’è, probabilmente, il semplice ricordo dell’arrivo di Gesù come un venerato maestro, seduto su un asinello e circondato dai suoi discepoli.

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IV. « Ecco come muore il giusto » – Marco 11,1 - 16,20; Matteo 21,1 - 28,20; Luca 19,28 - 24,53 10

Religione e politica Al tempo di Gesù, il tempio di Gerusalemme aveva una grande importanza economica. A esso infatti affluivano ingenti somme di denaro a motivo dei sacrifici, le cui vittime erano comprate sul posto, e della tassa che ogni giudeo doveva pagare con una moneta antica, che aveva corso solo nel tempio.

Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli! ». 11 Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa dattorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betania. Marco ha fatto di questo racconto il portale dell’ultima settimana di vita di Gesù. Il suo intento è quello di descrivere il coraggio e la determinazione con cui Gesù affronta i suoi avversari, ben sapendo che cosa lo aspetta. Perciò racconta l’evento in modo da mostrare come Gesù conosca il futuro e decida liberamente il suo destino. Questi appare come il vero regista di quanto sta capitando. L’episodio è descritto sulla falsariga di Zc 9,9, dove si preannunzia l’ingresso del Messia in Gerusalemme, ma il rapporto con questo oracolo è esplicitato solo in Mt 21,5. La folla acclama Gesù come l’inviato di Dio ed esalta il regno di Davide ormai vicino, mentre secondo Luca egli riceve dalla folla il titolo di « re ». Gesù si reca immediatamente nel tempio, di cui prende simbolicamente possesso. Luca aggiunge al racconto di Marco un dettaglio: avvicinandosi alla città, Gesù piange su di essa (Lc 19,41-44). Controversie con le autorità giudaiche (Mc 11,12 - 12,12). Il mattino dopo Gesù ritorna in Gerusalemme: cammin facendo trova un fico che ha molte foglie e nessun frutto e lo maledice (Mc 11,12-14 // Mt 21,1819). Entrato nel tempio, Gesù fa un gesto inatteso.

68. Il rispetto per la casa di Dio L’evangelista descrive l’intervento di Gesù nei confronti dei venditori e dei cambiavalute, poi lo spiega mettendo sulla sua bocca due citazioni bibliche. Sono poi ricordate le reazioni contrastanti dei capi dei sacerdoti e del popolo. Al termine, si riferisce che Gesù e i discepoli escono dalla città e, tornandovi il mattino seguente, constatano che il fico maledetto da Gesù è disseccato.

Mc 11,15-20 Mt 21,12-17 Lc 19,45-48

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11,15

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esù giunse a Gerusalemme con i suoi discepoli. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe 16e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. 17 E diceva loro: « Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata

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Introduzione. Gesù entra in Gerusalemme (Mc 11,1-14)

casa di preghiera per tutte le nazioni? (Is 56,7). Voi invece ne avete fatto un covo di ladri (Ger 7,11) ». 18 Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Ma avevano paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. 20 19 Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città. La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. Con il suo gesto, Gesù contesta lo sfruttamento per scopi economici del culto che si svolge nel tempio. Mediante i due testi profetici citati, Marco lo interpreta come una condanna del tempio a motivo della chiusura ai gentili e dell’indegnità dei suoi frequentatori. Più in profondità vi legge, mediante l’accostamento al gesto simbolico del fico, una condanna del popolo giudaico che non ha riconosciuto in lui il Messia inviato da Dio. All’episodio del fico fanno seguito alcuni detti sulla fede, sulla preghiera e sul perdono (Mc 11,21-26 // Mt 21,21-22). È riportata poi una controversia con i capi giudaici riguardante l’autorità di Gesù (Mc 11,27-33 // Mt 21,2327 // Lc 20,1-8). Matteo inserisce qui la parabola dei due figli mandati nella vigna (Mt 21,28-32). Subito dopo Gesù racconta una parabola.

« Voi invece ne avete fatto un covo di ladri » (Mc 11,17b).

69. Parabola dei contadini omicidi Questa parabola è ancora rivolta ai rappresentanti del sinedrio. In essa si racconta anzitutto di un uomo che pianta una vigna e la dà in affitto a dei contadini. Vengono poi descritte le difficoltà che egli incontra da parte dei fittavoli. Alla fine è messa sulla bocca di Gesù l’interpretazione della parabola. In aggiunta è riportata un’annotazione circa le reazioni di coloro ai quali era rivolta.

G

12,1

esù raccontò loro questa parabola: « Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 2 Al momento opportuno mandò dai contadini un servo a ritirare la sua parte di raccolto della vigna. 3Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. 4Mandò loro di nuovo un altro servo ed essi picchiarono anche quello sulla testa e lo insultarono. 5Ne mandò un altro ancora, ed essi lo ucci-

Mc 12,1-12 Mt 21,33-46 Lc 20,9-19

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IV. « Ecco come muore il giusto » – Marco 11,1 - 16,20; Matteo 21,1 - 28,20; Luca 19,28 - 24,53

Contadini omicidi Questa parabola è stata rielaborata dalla tradizione. Con essa Gesù potrebbe aver voluto dare un ultimo avvertimento ai suoi ascoltatori perché accettassero il regno di Dio da lui annunziato, evitando così drammatiche conseguenze per tutto il popolo. La tradizione ne ha fatto invece un’allegoria della morte di Gesù.

Tributo a Cesare Per i giudei questa tassa, a cui erano soggetti tutti gli adulti, era particolarmeninvisa per motivi religiosi. In forza dell’alleanza, infatti, JHWH era l’unico sovrano al quale dovevano essere sottomessi. La dipendenza da un re straniero era vista come un’anomalia particolarmente grave.

sero; infine ne mandò molti altri, e alcuni li bastonarono, altri li uccisero. 6 Non gli restava altri che il suo figlio amato; egli lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. 7Ma quei contadini dissero fra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. 8Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori dalla vigna. 9 Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. 10Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; 11 questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?” (Sal 118[117],22-23) ». 12 Essi capirono che aveva detto quella parabola contro di loro e cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla. Perciò lo lasciarono e se ne andarono. La parabola illustra, alla luce della nota allegoria della vigna (cfr. Is 5,1-2), il difficile rapporto che Israele ha avuto con il suo Dio durante tutta la sua storia fino al momento attuale in cui i capi dei giudei si oppongono a Gesù. Nella vicenda, la tradizione ha visto adombrato il rifiuto di Gesù da parte dei capi del popolo e la sua prossima uccisione, nonché il trasferimento dell’elezione ad altri. Questa interpretazione è stata illustrata da Marco mediante la citazione del Sal 118(117),22-23, letto come il preannunzio della morte e risurrezione di Gesù. Matteo aggiunge che il regno di Dio, cioè l’elezione, sarà dato a « un popolo che lo farà fruttificare » (Mt 21,43), cioè alla comunità dei discepoli di Gesù. Dopo questa parabola, Matteo ne riporta un’altra, quella del banchetto nuziale ripresa da Q (Mt 22,1-10 // Lc 14,15-24), alla quale però aggiunge un’altra piccola parabola riguardante l’invitato privo dell’abito nuziale (Mt 22,11-14). Dibattiti con i rappresentati dei movimenti (Mc 12,13-40). Gesù si confronta ora con le guide religiose del popolo. Nel primo brano egli ha come interlocutori i farisei e gli erodiani che, secondo Marco, sono inviati dai sacerdoti.

70. Dio e Cesare Gli inviati vogliono attirare Gesù in un tranello. Essi iniziano con una lode a Gesù che doveva rispecchiare il comune sentire della gente nei suoi riguardi. Essi pongono poi la loro domanda, a cui fa seguito immediatamente la risposta di Gesù.

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b) Dibattiti con i rappresentanti dei movimenti (Mc 12,13-44)

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12,13

ndarono da lui alcuni farisei ed erodiani con l’intento di fargli dire qualcosa di compromettente. 14Vennero e gli dissero: « Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no? ». 15 Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: « Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo ». 16Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: « Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono? ». Gli risposero: « Di Cesare ». 17Gesù disse loro: « Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio ». E rimasero ammirati di lui. La domanda fatta a Gesù riguarda direttamente il pagamento della tassa pro capite, imposta dai romani a tutti gli adulti. Sullo sfondo c’è il problema della sottomissione a Roma, significata nel pagamento di questa tassa, che perciò era invisa alla maggior parte dei giudei. Gesù si trova quindi di fronte a un dilemma: rendersi nemica la gente affermando la legittimità della tassa o, negandola, attirarsi la repressione dei romani. Nella sua risposta, Gesù fa leva sul fatto che in Palestina era corrente la moneta romana. Da ciò egli deduce che bisogna dare rispettivamente al potere politico e a Dio ciò che compete a ciascuno di essi. Così facendo Gesù afferma che la sottomissione al potere politico è

Mc 12,13-17 Mt 22,15-22 Lc 20,20-26

Doveri verso Dio Per i giudei, era inclusa in essi anche la giustizia sociale. È difficile perciò immaginare come potessero conciliarsi i doveri verso Dio e quelli verso il potere oppressore di Roma. Rispondendo alla domanda che gli era stata rivolta, Gesù non intende risolvere il problema, ma si limita a evidenziare una tensione sempre presente nei rapporti tra religione e politica.

« Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio » (Mc 12,17).

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IV. « Ecco come muore il giusto » – Marco 11,1 - 16,20; Matteo 21,1 - 28,20; Luca 19,28 - 24,53

Risurrezione finale Questa dottrina era stata adottata dai farisei per assicurare anche ai giusti defunti il privilegio di far parte del regno escatologico di Dio (cfr. 2Mac 7,23; Dn 12,2-3). Per i sadducei, invece, i defunti rimanevano per sempre nello sˇe’oˆl, il regno dei morti.

Mc 12,28-34 Mt 22,34-40 Lc 10,25-28

Primo Comandamento Secondo Hillel, uno dei dottori più rinomati al tempo di Gesù, tutta la legge si riassume nella « regola d’oro » che i vangeli attribuiscono a Gesù (cfr. Mt 7,12; Lc 6,31). Egli però la formula in modo negativo, Gesù invece in positivo.

accettabile fino a quando esso non mette in questione i sacrosanti diritti di Dio. In germe si afferma la distinzione tra Chiesa e Stato. Resta però aperto il problema dei contenuti e dei modi della sottomissione a Cesare, nella prospettiva della regalità di Dio che sta per venire. Successivamente sono i sadducei che pongono a Gesù una domanda sulla risurrezione finale (Mc 12,18-27 // Mt 22,23-33 // Lc 20,27-40): è questa l’unica volta in cui Gesù affronta direttamente questo tema. Si fanno poi avanti gli scribi di estrazione farisaica, i quali interrogano Gesù sulla legge.

71. Il più grande comandamento La domanda dello scriba rispecchia un problema dibattuto nel mondo giudaico, quello cioè del comandamento più grande della legge. Gesù dà la sua risposta, che non è molto diversa da quelle formulate dagli scribi. Alla fine colui che aveva posto la domanda esprime il suo compiacimento e Gesù lo loda.

A

12,28

llora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto che aveva ben risposto a loro, gli domandò: « Qual è il primo di tutti i comandamenti? ». 29 Gesù rispose: « Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; 30 amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza (cfr. Dt 6,4). 31 Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso (cfr. Lv 19,18). Non c’è altro comandamento più grande di questi ». 32 Lo scriba gli disse: « Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; 33amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici ». 34Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: « Non sei lontano dal regno di Dio ». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo. Nella sua risposta Gesù accosta, forse per la prima volta nel giudaismo, i due comandamenti del Primo Testamento riguardanti l’amore. Tuttavia, il suo insegnamento è tradizionale: l’ossequio a Dio rappresenta il punto centrale di tutta la legge, ma a Dio si può andare unicamente passando attraverso la ricerca di rapporti giusti con gli altri esseri umani. Secondo Matteo e Luca (Q), Gesù ha superato questa posizione raccomandando l’amore per il nemico (Mt 5,44 // Lc 6,27).

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b) Dibattiti con i rappresentanti dei movimenti (Mc 12,13-44) In un altro racconto Gesù mette in discussione la convinzione comune secondo cui il Messia è figlio di Davide (Mc 12,35-37a // Mt 22,41-46 // Lc 20,41-44). Viene poi l’accusa di ipocrisia rivolta ai dottori della legge (Mc 12,37b-40 // Lc 20,45-47). La sezione termina con un piccolo episodio riguardante una vedova.

72. Che cosa offrire a Dio Il racconto riguarda l’offerta al tempio fatta da una povera vedova. In esso si sottolinea, con le parole di Gesù, il contrasto tra la piccolezza dell’offerta fatta e la grandezza della dedizione da lei dimostrata.

12,41

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esù sedette allora di fronte al tesoro e osservava la folla che vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. 42 Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, equivalenti a un soldo. 43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: « In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere ».

Tesoro del tempio Questa espressione indica in Marco le cassette delle offerte, chiamate più propriamente korbona, situate nell’atrio delle donne e quindi accessibili a tutti gli israeliti.

Mc 12,41-44 Lc 21,1-4

« Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere » (Mc 12,44b).

Il gesto della vedova assume per Gesù un valore emblematico: a Dio uno non deve dare delle cose, piccole o grandi che siano, ma tutto se stesso. Questo principio è espresso qui a conclusione di tutto il ministero pubblico di Gesù, prima in Galilea e poi a Gerusalemme. Il racconto della passione dimostrerà in qual modo Gesù ha attuato in se stesso l’esempio della vedova.

Con questo racconto terminano le controversie di Gesù con i capi del popolo e i rappresentanti dei diversi movimenti. Matteo che, salvo l’aggiunta di una parabola, ha seguito passo dopo passo il resoconto del ministero di Gesù a Gerusalemme fatto da Marco, ne omette l’ultimo brano riguardante l’obolo della vedova e lo sostituisce con una serie di invettive contro gli scribi e i farisei, di cui il brano seguente rappresenta l’introduzione.

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IV. « Ecco come muore il giusto » – Marco 11,1 - 16,20; Matteo 21,1 - 28,20; Luca 19,28 - 24,53

73. Contro il rischio di ipocrisia In questo brano Matteo riprende ed elabora alcuni punti già riportati da Luca in contesti diversi. Esso contiene una critica nei confronti degli scribi e dei farisei e un appello ai discepoli perché non ne seguano l’esempio.

Mt 23,1-12 Cfr. Lc 11,43.46; 20,45-47; 14,11; 11,43.46 Mc 12,38-40

Ipocrisia dei farisei In questa sezione di Matteo, la polemica contro i farisei riveste toni che non risalgono direttamente a Gesù, ma alle prese di posizione dei cristiani contro i giudei dopo la caduta del tempio di Gerusalemme. Ai giudei i cristiani rimproveravano non gli insegnamenti religiosi e morali, ma lo sfruttamento della religione in funzione dei propri interessi.

A

23,1

llora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli 2dicendo: « Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. 4Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. 5Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filatteri e allungano le frange; 6si compiacciono dei posti d’onore nei bachetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, 7dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbi” dalla gente. 8 Ma voi non fatevi chiamare “rabbi”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. 10E non fatevi chiamare “capo”, perché uno solo è il vostro capo, il Cristo. 11Chi fra voi è più grande, sarà vostro servo; 12chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato ». Gli scribi e i farisei si presentano come i custodi e gli interpreti della legge di Mosè. Gesù li critica non perché insegnino cose sbagliate, ma perché mettono sulle spalle della gente fardelli che neppure loro sanno portare. Oltre a ciò, essi si servono della religione per ottenere onori e privilegi. Da questa accusa Gesù ricava un’ammonizione ai suoi discepoli affinché non seguano il loro esempio. Si può supporre che, quando Matteo scriveva, certi comportamenti si fossero già infiltrati anche nella comunità cristiana. Il contesto storico di queste invettive è quello delle discussioni tra cristiani e rabbini dopo la caduta di Gerusalemme.

La requisitoria prosegue con una serie di sette « Guai! » nei confronti degli scribi e dei farisei in cui si condanna la loro ipocrisia (Mt 23,13-36). Al termine, Matteo porta un lamento di Gesù su Gerusalemme (Mt 23,37-39 // Lc 13,34.5). Discorso escatologico (Mc 13,1-37 // Mt 24,1-51 // Lc 21,5-36). Questo discorso rappresenta la seconda delle due più lunghe raccolte di detti riportate eccezionalmente da Marco. Di essa si servono anche Matteo e Luca. Il discorso marciano inizia con i seguenti brani:

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c) Discorso escatologico (Mc 13,1-37) * Gesù predice la distruzione del tempio (Mc 13,1-4 // Mt 24,1-3 // Lc 21,5-7). * I segni premonitori (Mc 13,5-8 // Mt 24,4-8 // Lc 21,8-11). * Persecuzioni future (Mc 13,9-13 // Mt 24,9-14 // Lc 21,12-19). * La grande devastazione (Mc 13,14-20 // Mt 24,15-22 // Lc 21,20-24). * Comparsa di falsi messia e falsi profeti (Mc 13,21-23 // Mt 24,23-28; cfr. Lc 17,23-24.37b). Il discorso raggiunge il suo culmine con il preannunzio dell’evento finale della storia.

74. La venuta del Figlio dell’uomo In base alla concezione apocalittica, quale appare ad esempio in Dn 7,13-14, la distruzione di questo mondo malvagio precede la venuta dell’inviato di Dio. Anche nel discorso attribuito da Marco a Gesù, alla distruzione fa seguito la venuta del Figlio dell’uomo, il quale instaura il regno di Dio in questo mondo. Alla predizione di questo evento fanno seguito tre detti in cui sono contenute diverse interpretazioni circa i tempi dell’evento finale.

13,24

«

I

n quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, 25 le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. 26 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27Egli manderà gli angeli a radunare i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. 28 Prendete come esempio la pianta di fico: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. 29Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 30 In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32 Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno ne sa nulla, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre ».

Mc 13,24-32 Mt 24,29-36 Lc 21,25-33

Fine del mondo Concezione tipica degli ambienti apocalittici, secondo i quali la venuta del regno di Dio avrebbe comportato la distruzione di tutti i regni della terra. Essa è in funzione dell’attesa di una nuova creazione.

La fine del mondo e la venuta del Figlio dell’uomo sono descritte come eventi che dovranno capitare in un momento determinato della storia, che è imminente ma non può essere previsto. Considerando però più da vicino il genere letterario dell’apocalittica, ci si rende conto che esso non riguarda

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IV. « Ecco come muore il giusto » – Marco 11,1 - 16,20; Matteo 21,1 - 28,20; Luca 19,28 - 24,53 tanto la predizione di eventi futuri, quanto piuttosto la dimensione misteriosa e nascosta dell’azione di Dio, che opera nel corso della storia per il bene dell’umanità. Il testo evangelico contiene anche una riflessione cristiana sulla caduta di Gerusalemme, presentata come una conseguenza del rifiuto opposto a Cristo e al vangelo da parte del mondo giudaico. La rovina della città santa viene interpretata come un segno premonitore della fine del mondo. L’evangelista è ancora convinto che questo avverrà in tempi brevi. Egli utilizza il discorso come cerniera tra il ministero pubblico di Gesù e la sua passione. Con esso intende mostrare ai suoi lettori qual è la meta a cui tende tutta l’esistenza terrena di Gesù, e al tempo stesso vuole prepararli alla sua passione, mostrando come essa non sia la fine della sua vicenda, ma piuttosto il preludio della sua gloria finale.

Parusia Con questo termine si indica il ritorno di Gesù alla fine dei tempi. Questa attesa è stata viva durante tutto il tempo in cui sono sorti gli scritti del Nuovo Testamento. Ma con il passare degli anni ci si è accorti che non si trattava di un evento imminente. Ciò ha richiesto una radicale ristrutturazione di tutta la speranza cristiana.

Il discorso escatologico di Marco si chiude con un appello alla vigilanza (Mc 13,33-37 // Mt 24,42-44 // Lc 21,34-36; cfr. 12,37.39-40). Nella sua versione del discorso escatologico di Gesù (Lc 21,5-36), Luca segue passo dopo passo il resoconto marciano, limitandosi a un’omissione (Mc 13,21-23, già utilizzato altrove) e ad alcuni ritocchi. Fra gli eventi premonitori della fine, egli situa espressamente la caduta di Gerusalemme e sottolinea maggiormente la non imminenza della fine (ritardo della parusia). Alla fine del discorso Luca aggiunge un’informazione circa la presenza di Gesù a Gerusalemme (Lc 21,37-38). Matteo si serve del resoconto di Marco per comporre un nuovo discorso. Discorso escatologico (Mt 24,1 - 25,46), il quinto dei cinque che caratterizzano il primo vangelo. Matteo non apporta alla sua fonte cambiamenti degni di nota, ma alla fine, riprendendo l’appello marciano alla vigilanza (Mc 13,33-37), vi inserisce un detto, riportato da Luca in un altro contesto, riguardante l’imprevidenza della generazione del diluvio e il carattere discriminatorio dell’evento finale (Mt 24,37-41 // Lc 17,2627.30.34-35). Egli poi aggiunge di suo quattro parabole, incentrate sul tema della vigilanza. La prima di esse ha come tema il comportamento del servo incaricato della casa in assenza del padrone (Mt 24,45-51). La parabola successiva ha come sfondo un banchetto di nozze.

75. Parabola delle dieci giovinette Le protagoniste del racconto sono dieci giovinette che hanno il compito di accogliere lo sposo nella sala della festa. Anzitutto si descrive la situazione di attesa, poi l’imbarazzo di cinque di esse che non hanno portato una sufficiente riserva di olio e devono andare a comprarlo e, infine, la loro esclusione dalla sala del banchetto.

Mt 25,1-13

118

A

25,1

llora Gesù disse: « Riguardo alla venuta del regno dei cieli, avverrà qualcosa di simile a quanto è capitato a dieci giovinette che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo.

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c) Discorso escatologico (Mt 24,1 - 25,46) « A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! » (Mt 25,6).

2

Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio di scorta; 4le sagge invece, assieme alle loro lampade, presero anche un vasetto di olio. 5 Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. 6 A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. 7Allora tutte quelle giovinette si destarono e prepararono le loro lampade. 8Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. 9Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. 10 Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le giovinette che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11Più tardi arrivarono anche le altre giovinette e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. 12Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. 13Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora ». Nel racconto non è importante il fatto che le giovinette sagge si dimostrino piuttosto egoiste, o che le stolte in realtà non fossero in grado di prevedere come sarebbero andate le cose. Il ritardo dello sposo è un espediente per fare emergere il diverso comportamento delle ragazze. Quelle

Vigilanza (2) Concetto legato all’attesa del ritorno (imminente) di Gesù e della instaurazione del regno di Dio. Nel contesto del ritardo della parusia, la vigilanza è collegata alla necessità di impegnarsi a fondo nelle vicende del mondo perché esso diventi più umano e vivibile per tutti. Poco per volta il regno di Dio diventa l’equivalente del « paradiso » (cfr. Lc 23,43).

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IV. « Ecco come muore il giusto » – Marco 11,1 - 16,20; Matteo 21,1 - 28,20; Luca 19,28 - 24,53 previdenti si trovano pronte alla venuta dello sposo, le altre invece sono lasciate fuori. Il punto centrale è l’esigenza di essere sempre pronti ad accogliere Gesù, sia nella sua vita terrena, sia nella sua venuta finale. Nel contesto attuale, il ritardo dello sposo simboleggia quello di Gesù nella sua seconda venuta e il comportamento delle dieci giovinette indica la necessità di essere sempre preparati. Alla parabola delle dieci giovinette fa seguito un’altra parabola che riguarda anch’essa la vigilanza durante il tempo in cui il Signore è assente.

76. Parabola dei talenti Il racconto parabolico si divide in tre parti: distribuzione dei talenti e comportamento dei tre servi; premio accordato ai primi due; biasimo nei confronti del terzo. Chiude il racconto una massima che funge da interpretazione.

Mt 25,14-30 Lc 19,11-27

Talenti La stessa parabola si trova anche in Luca, con la differenza però che per lui il protagonista è un re che dà una moneta d’oro (mina) a ciascuno dei suoi dieci servi. Questo evangelista, pur essendo d’accordo con Matteo sulla necessità di fare fruttare i doni ricevuti, legge la parabola in funzione del ritardo della parusia (cfr. Lc 9,11).

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25,14

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esù disse ancora: « Nel regno dei cieli avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito 16colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. 17Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo, il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 20Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. 21“Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 22Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. 23“Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 24 Si presentò, infine, anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. 25Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che

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c) Discorso escatologico (Mt 24,1 - 25,46)

è tuo”. 26Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. 28Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. 30E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti” ». Questa parabola è costruita in base a un’antitesi tra i due servi che trafficano i loro talenti e il terzo servo che invece nasconde il denaro che gli è affidato. Il fatto che i servi abbiano ricevuto una diversa quantità di denaro non rappresenta una discriminazione, come non hanno importanza le modalità con cui i primi due hanno accresciuto la somma loro affidata. Il terzo servo è biasimato perché non ha trafficato il denaro ricevuto. Quello che conta però è il motivo della sua mancanza di impegno, che consiste nell’immagine negativa che aveva del suo padrone, da lui considerato come un uomo egoista e sfruttatore dei suoi dipendenti. In campo religioso, la parabola mostra come una falsa immagine di Dio possa condizionare il rapporto con lui, dando origine a un atteggiamento di difesa che pregiudica un servizio generoso e creativo. Coloro che sono presi di mira sono i farisei, i quali credono di servire Dio con le loro minute osservanze, ma in realtà hanno una concezione fiscale di Dio e non fanno quello che veramente egli si aspetta da loro.

Merito (2) La parabola matteana dei talenti punta non sulla necessità di farsi dei meriti dinanzi a Dio, ma piuttosto su quella di impegnarsi fattivamente nella società, senza lasciarsi distrarre da paure e scoraggiamenti. L’autentica adesione a Dio si manifesta soprattutto nella ricerca del bene comune.

La parabola successiva, che si trova solo in Matteo, riguarda anch’essa l’impegno dei credenti in vista della fine.

77. Parabola del giudizio finale Nel racconto parabolico è messo anzitutto in luce l’aspetto discriminatorio del giudizio finale. Sono poi riportate le parole rivolte dal giudice prima ai buoni, poi ai malvagi. Nel detto conclusivo si afferma l’applicazione rispettivamente della pena e del premio.

G

25,31

esù disse: « Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32Davanti a lui saranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per

Mt 25,31-46

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IV. « Ecco come muore il giusto » – Marco 11,1 - 16,20; Matteo 21,1 - 28,20; Luca 19,28 - 24,53 « Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me » (Mt 25,40).

Giudizio finale L’identificazione di Gesù con gli ultimi è certamente un punto centrale del messaggio evangelico. Tuttavia, nella parabola appaiono concezioni piuttosto recenti, come la regalità di Cristo, la separazione tra buoni e cattivi, il fuoco eterno a cui questi ultimi sono destinati. Bisogna quindi ritenere che la parabola sia una composizione tardiva della comunità di Matteo.

voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. 37Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. 40E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. 41 Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. 44Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. 45Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. 46 E se ne andranno: questi ultimi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna ». In questa parabola si fa riferimento al simbolismo biblico, sviluppato soprattutto da Ezechiele (cfr. Ez 34), in base al quale il gregge è Israele mentre Dio è il pastore. Questi però non interviene personalmente, ma è rappresentato

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d) Passione, morte e risurrezione di Gesù (Mc 14,1 - 16,8) dal suo inviato, il re Messia, al quale è affidato il compito di giudice (cfr. Dn 7,13-14). La gloria finale del re contrasta fortemente con la miseria di coloro con i quali egli si identifica. Più che una descrizione del giudizio finale, la parabola contiene un’ammonizione per coloro che dicono di credere in lui ma non hanno saputo riscoprirlo negli ultimi, cioè in coloro ai quali per primi Gesù ha annunziato la venuta del regno di Dio. Passione, morte e risurrezione di Gesù (Mc 14-16; Mt 26-28; Lc 22-24). Al termine del discorso escatologico Marco narra gli ultimi avvenimenti della vita terrena di Gesù. Il racconto della passione e della risurrezione di Gesù è forse il più antico di tutto il vangelo. In questa sezione Matteo e Luca seguono con ritocchi e aggiunte la trama di Marco, aggiungendo alla fine di esso il racconto delle apparizioni di Gesù. Marco dà inizio alla nuova sezione riportando la decisione presa dal sinedrio di arrestare Gesù (Mc 14,1-2 // Mt 26,1-5). Questa notizia fa da cornice, assieme a quella successiva del tradimento di Giuda, al racconto di un gesto di devozione verso Gesù.

Racconto della passione Si è spesso affermato che il vangelo di Marco consiste in questo racconto preceduto da una lunga introduzione. In realtà, però, si tratta non di un resoconto storico, ma di una ricostruzione cristiana di eventi in gran parte non più conosciuti.

78. La devozione al corpo di Gesù Mentre il sinedrio è riunito per decidere come eliminare Gesù, ha luogo a Betania un gesto di grande devozione verso di lui. Anzitutto è descritto il fatto, a cui fanno seguito le critiche da parte di alcuni dei presenti e la risposta di Gesù.

G

14,3

esù si trovava a Betania, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. 4Alcuni fra i presenti si indignarono dicendo: « Perché sprecare questo profumo? 5Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri! ». Ed erano infuriati contro di lei. 6 Allora Gesù disse: « Lasciatela stare; perché la infastidite? Ciò che ha fatto per me è una buona azione. 7I poveri infatti li avrete sempre con voi e potrete far loro del bene quando vorrete, ma non sempre avrete me. 8Ella ha fatto ciò che ha potuto, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9In verità io vi dico: per il mondo intero, dovunque sarà proclamato il vangelo, si ricorderà anche quello che lei ha fatto ».

Mc 14,3-9 Mt 26,6-13

Impegno per i poveri Nel movimento cristiano, la lotta per i valori del regno non potrà mai essere disgiunta dal riferimento a Cristo e al suo esempio di impegno non violento a favore di ogni persona umana.

Il gesto di devozione nei confronti di Gesù da parte di una donna non nominata suscita lo scandalo di alcuni che l’accusano di avere sprecato una grossa somma di denaro che poteva servire per i poveri. Non si preci-

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IV. « Ecco come muore il giusto » – Marco 11,1 - 16,20; Matteo 21,1 - 28,20; Luca 19,28 - 24,53 sa chi ha criticato la donna: in Mt 26,8 si tratta dei discepoli, mentre in Gv 12,4 l’intervento è attribuito a Giuda. Il racconto mette simbolicamente in luce il contrasto tra coloro che danno una interpretazione più sociale del messaggio di Gesù e coloro che invece mettono in primo piano la sua persona. Gesù non esclude l’importanza di dedicarsi ai poveri, ma non condanna la devozione verso la propria persona. Il gesto di venerazione nei confronti di Gesù diventa in questo contesto un tetro preannunzio della morte imminente, in quanto egli vede in esso l’anticipazione dei riti funebri che secondo Marco gli saranno negati al momento della sepoltura. All’unzione di Betania fa seguito il racconto del tradimento di Giuda (Mc 14,10-11 // Mt 26,14-16 // Lc 22,3-6). Nella scena successiva si racconta l’ultima cena di Gesù. Essendo la vigilia di Pasqua, egli manda due discepoli a preparare per la festa (Mc 14,12-16 // Mt 26,17-19 // Lc 22,7-13). Venuta l’ora della cena, Gesù smaschera il traditore (Mc 14,17-21 // Mt 26,20-25 // Lc 22,21-23). Segue poi il racconto dell’ultima cena.

79. La cena del Signore In questo brano sono riportate prima le parole pronunziate da Gesù sul pane e poi quelle sul vino. A conclusione, Gesù si pone nella prospettiva del regno di Dio che sta per venire.

Mc 14,22-25 Mt 26,26-30 Lc 22,19-20 1Cor 11,23-25

14,22

E

mentre mangiavano, Gesù prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: « Prendete, questo è il mio corpo ». 23Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24E disse loro: « Questo è il mio sangue, che è versato per molti come segno dell’alleanza. 25In verità io vi dico che non berrò mai più il frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio ». Le parole pronunziate da Gesù e i suoi gesti interpretano e anticipano in modo simbolico la sua imminente morte in croce. Il pane spezzato e il vino distribuito ai discepoli rappresentano il dono di grazia fatto da

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d) Passione, morte e risurrezione di Gesù (Mc 14,1 - 16,8) « Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti » (Mc 14,23).

Dio all’umanità nella persona di Gesù, mentre il mangiare e il bere significano la comunione dei discepoli con lui e fra di loro. Nella comunione fraterna è anticipato il regno di Dio che Gesù ha annunziato e che fra poco testimonierà con la sua morte. Luca attribuisce qui a Gesù un breve « discorso di addio » (Lc 22,21-34), per formulare il quale si serve di Mc 14,17-21; 10,41-45; Mt 19,28. Luca aggiunge in proprio il detto sulle due spade (Lc 22,35-38). Poi Gesù lascia con i discepoli la sala della cena e si reca al Getsemani. Cammin facendo predice l’abbandono dei discepoli e il rinnegamento di Pietro (Mc 14,26-31 // Mt 26,30-35 // Lc 22,39.31-34). Marco passa poi alla seconda scena della passione che si svolge al di là del torrente Cedron.

Galilea Al termine della cena, Gesù annunzia ai discepoli che, dopo la sua risurrezione, li precederà in Galilea (cfr. Mc 14,28). Queste parole saranno ricordate dall’angelo alle donne presso la tomba vuota (Mc 16,7). Luca, per il quale le apparizioni hanno luogo in Gerusalemme, omette questo dettaglio.

80. L’agonia di Gesù nel Getsemani Nel Getsemani, Gesù vive un momento di grande angoscia. Dopo avere inquadrato la scena, il narratore descrive tre momenti in cui Gesù si rivolge ai discepoli e al Padre.

14,32

G

esù giunse con i suoi discepoli a un podere chiamato Getsemani ed egli disse loro: « Sedetevi qui, mentre io prego ». 33Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. 34 Disse loro: « La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate ». 35Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregando

Mc 14,32-42 Mt 26,36-46 Lc 22,39-46

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IV. « Ecco come muore il giusto » – Marco 11,1 - 16,20; Matteo 21,1 - 28,20; Luca 19,28 - 24,53 « Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino » (Mc 14,42).

Abba (2) Termine familiare con cui Gesù si rivolge al Padre, segno di confidenza e di abbandono. Esso sarà ricordato nelle prime comunità cristiane (cfr. Gal 4,6; Rm 8,15). La scena dell’orto degli Ulivi mette in luce la piena sintonia di Gesù con il Padre, nonostante le drammatiche parole che pronunzierà sulla croce.

chiedeva che, se fosse possibile, si allontanasse da lui quell’ora. 36E diceva: « Abba! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però avvenga non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu ». 37 Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: « Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? 38Vegliate e pregate per non soccombere alla tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole ». 39Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. 40 Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi erano diventati pesanti, ed essi non sapevano che cosa rispondergli. 41Venne per la terza volta e disse loro: « Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. 42Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino ». In questa scena è descritto anticipatamente lo stato d’animo di Gesù durante la passione e soprattutto è spiegato il vero senso delle parole che pronunzierà sulla croce. La sua preghiera esprime il rapporto strettissimo che egli ha con Dio. Nonostante la paura e l’angoscia, Gesù si rivolge a lui con l’appellativo intimo e familiare di « abba », che i bambini usavano nei rapporti con il loro padre. Egli chiede a Dio che si allontani da lui il calice della sofferenza, ma è disposto, come il giusto dei salmi, a compiere fino in fondo la sua volontà (cfr. Sal 40[39],8-9). I discepoli invece appaiono completamente impreparati a quanto sta per capitare al loro Maestro.

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d) Passione, morte e risurrezione di Gesù (Mc 14,1 - 16,8) Al termine della preghiera, Marco racconta la scena dell’arresto di Gesù (Mc 14,43-52 // Mt 26,47-53 // Lc 22,47-51). Matteo approfitta di questa circostanza per mettere sulla bocca di Gesù un detto sulla non violenza (Mt 26,52-54). Dopo essere stato arrestato, Gesù è portato davanti al sinedrio, dove ha luogo il processo giudaico.

81. Gesù davanti al tribunale ebraico Il racconto del processo davanti al sinedrio è preceduto dall’indicazione del luogo in cui si svolge e dall’accenno alla presenza di Pietro. Esso comincia con l’audizione dei testimoni, a cui fanno seguito l’interrogatorio di Gesù, la condanna e, infine, gli oltraggi.

G

14,53

esù fu condotto dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. 54Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto fra i servi, scaldandosi al fuoco. 55 I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. 56Molti infatti testimoniavano contro di lui, ma le loro testimonianze non erano concordi. 57Alcuni si alzarono a testimoniare il falso, dicendo: 58« Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo” ». 59Ma nemmeno su questo la loro testimonianza era concorde. 60 Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: « Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te? ». 61Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: « Sei tu il Cristo, il Figlio del Dio benedetto? ». 62Gesù rispose: « Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza di Dio e venire con le nubi del cielo » (Sal 110[109],1; Dn 7,13-14). 63 Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: « Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? 64Avete udito la bestemmia; che ve ne pare? ». Tutti sentenziarono che era reo di morte. 65 Alcuni cominciarono a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: « Fa’ il profeta! ». E i servi lo schiaffeggiavano.

Mc 14,53-65 Mt 26,57-68 Cfr. Lc 22,66-71

Processo giudaico È difficile immaginare un processo formale da parte del sinedrio nella notte di Pasqua. Luca accenna a un processo informativo senza una condanna (Lc 22,66-71) e Giovanni ignora qualsiasi processo giudaico. Il racconto potrebbe essere una creazione della comunità, ispirata ai carmi del Servo di JHWH (Is 53,8).

In questa scena, Marco vuole mostrare come Gesù sia stato condannato dal tribunale giudaico pur essendo del tutto innocente. Nonostante la

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IV. « Ecco come muore il giusto » – Marco 11,1 - 16,20; Matteo 21,1 - 28,20; Luca 19,28 - 24,53 posizione critica da lui assunta nei confronti del tempio, l’accusa dei testimoni è falsa, perché egli non ha mai preteso di distruggere il tempio. Di fronte alla domanda esplicita del sommo sacerdote, Gesù accetta i due titoli di Messia e di Figlio di Dio. È la prima volta che ciò accade nel Vangelo di Marco: solo nel contesto della morte imminente infatti il lettore può capirne il significato. Gesù però qualifica i due titoli rifacendosi a due testi biblici che ne indicano il significato. L’accusa di bestemmia è fuori luogo, perché il proclamarsi Messia potrà essere una menzogna, ma non un insulto a Dio. Tuttavia, è l’unica che può dare luogo alla condanna a morte.

Bestemmia Secondo Marco, Gesù non pretende una dignità divina, ma si rifà, da una parte, all’ideologia messianica, in base alla quale il re è « Figlio di Dio » (cfr. 2Sam 7,14) e, dall’altra, alle concezioni apocalittiche, al centro delle quali c’è la figura del « Figlio dell’uomo », a cui spetta il giudizio escatologico.

Alla condanna di Gesù fa seguito il rinnegamento di Pietro, il quale però subito dopo si pente (Mc 14,66-72 // Mt 26,69-75 // Lc 22,54-62). Intanto Gesù è consegnato a Pilato, non con l’accusa di bestemmia, ma con quella politica di volersi fare re (Mc 15,1 // Mt 27,1-2 // Lc 23,1). È questo l’unica via per ottenere una condanna a morte. Matteo racconta qui la morte di Giuda (Mt 27,3-10; cfr. At 1,16-19). Inizia così il processo romano che si svolge di fronte a Pilato, il quale interroga subito Gesù, ma questi rimane in silenzio (Mc 15,2-5 // Mt 27,11-14 // Lc 23,2-5). Secondo Luca, Pilato invia Gesù a Erode che glielo rimanda dichiarandolo innocente; anche Pilato concorda con lui (Lc 23,6-16). Marco continua il racconto riferendo i tentativi fatti da Pilato per liberare Gesù.

82. Pilato cerca di liberare Gesù Dopo aver riferito l’interrogatorio da parte di Pilato, il narratore ricorda qui il suo tentativo di graziarlo, al quale però si oppone la folla che alla fine ottiene la condanna di Gesù.

Mc 15,6-15 Mt 27,15-26 Lc 23,17-25

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A

15,6

ogni festa, Pilato era solito rimettere in libertà un carcerato, a loro richiesta. 7Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere assieme ai ribelli che in una rivolta avevano commesso un omicidio. 8La folla si radunò e chiese a Pilato di comportarsi come era solito fare. 9Pilato rispose loro: « Volete che io rimetta in libertà il re dei giudei? ». 10Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. 11 Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché chiedesse, invece, di rimettere in libertà Barabba. 12Pilato allora domandò: « Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei giudei? ». 13Ed essi di nuovo gridarono: « Crocifiggilo! ». 14 Pilato soggiunse: « Che male ha fatto? ». Ma essi gridarono più forte: « Crocifiggilo! ».

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d) Passione, morte e risurrezione di Gesù (Mc 14,1 - 16,8) 15

Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Il comportamento di Pilato, incerto e pauroso, non corrisponde al carattere dell’uomo così come è noto da altre fonti. Per Marco, è importante sottolineare che egli abbia ceduto solo in seguito alla pressione della folla. Dopo avere inneggiato a Gesù al momento del suo ingresso in Gerusalemme, la folla esige da Pilato la sua crocifissione. Questo episodio serve a Marco per mostrare che anche il popolo giudaico ha abbandonato Gesù. Egli però sottolinea che la folla era sobillata dai capi dei sacerdoti. Secondo Matteo, la folla avrebbe detto: « Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli » (Mt 27,25): questa aggiunta serviva ai primi cristiani per attribuire la conquista e la distruzione di Gerusalemme da parte dei romani al fatto che i giudei avevano rifiutato Gesù. Sono poi raccontati gli insulti fatti dai soldati a Gesù (Mc 15,16-20 // Mt 27,27-31). Subito dopo Marco descrive l’esecuzione della pena. Mentre conducono Gesù al luogo dell’esecuzione, i soldati costringono Simone di Cirene a portare la croce (Mc 15,21 // Mt 27,32 // Lc 23,26).

Barabba Dalle fonti storiche non risulta la prassi di liberare un detenuto in occasione della Pasqua. In ogni caso, è impossibile che Pilato abbia liberato un terrorista solo per fare piacere ai giudei. Marco costruisce ad arte l’episodio per esprimere il coinvolgimento della folla nella condanna di Gesù.

83. Crocifissione e morte di Gesù Gli ultimi momenti della vita di Gesù sono narrati in modo molto sintetico. Gesù è condotto al Golgota e lì è crocifisso. Seguono gli insulti dei passanti, dei sacerdoti e dei due malfattori crocifissi con lui. Infine, è narrata la morte di Gesù.

15,22

I

soldati condussero Gesù in un luogo chiamato Golgota, che significa « cranio », 23e gli dettero da bere vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. 24Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. 25Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 26Come motivo della sua condanna era scritto: « Il re dei giudei ». 27Con lui crocifissero anche due briganti, l’uno alla sua destra e l’altro alla sinistra.[28] 29 Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: « Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, 30salva te stesso, scendendo dalla croce! ». 31Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: « Ha salvato altri e non può salvare se stesso! 32Se è il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo! ». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

Mc 15,22-39 Mt 27,33-54 Lc 23,33-38.44-48

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IV. « Ecco come muore il giusto » – Marco 11,1 - 16,20; Matteo 21,1 - 28,20; Luca 19,28 - 24,53 « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » (Mc 15,34b).

Gesù in croce Le parole pronunziate da Gesù sono ricavate dal Sal 22(21),2. Con esse Gesù si presenta come il tipo del giusto perseguitato, che protesta contro Dio ma alla fine si abbandona totalmente a lui. Nel seguito del salmo si accenna alla venuta del regno di Dio (Sal 22[21],29). Queste parole però sono sembrate troppo provocatorie a Luca e a Giovanni, i quali le hanno omesse.

33

Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. 34Alle tre, Gesù gridò a gran voce: « Eloì, Eloì, lemà sabactàni? », che significa: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » (Sal 22[21],2). 35 Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: « Ecco, chiama Elia! ». 36Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e cercò di farlo bere, dicendo: « Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere ». 37Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. 38Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. 39Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: « Davvero quest’uomo era Figlio di Dio! ». Numerosi dettagli del racconto, come l’offerta del vino aromatizzato, la divisione delle vesti, la presenza dei due malfattori, l’atto di scuotere il capo da parte dei passanti, l’invito a salvare se stesso scendendo dalla croce, sono allusioni al tema biblico del giusto perseguitato (cfr. Sal 69[68],21; Sal 22[21],8.19; Is 50,6; 53,7-9; Sap 2,17-19). La scritta recante la motivazione della condanna e la crocifissione con i due ladroni, che sono rivoluzionari nazionalisti, mettono in luce il carattere politico della condanna. Gli insulti che gli vengono lanciati dai presenti suppongono l’attesa, in contrasto con tutto l’insegnamento di Gesù, di un messia glorioso e trionfatore. La lacerazione del velo del tempio indica la profanazione del luogo santo e la sua futura distruzione. Le parole del centurione sono una confessione di fede in Gesù come Figlio di

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d) Passione, morte e risurrezione di Gesù (Mc 14,1 - 16,8) Dio, che anticipa il movimento di conversione al cristianesimo da parte dei gentili. Secondo Luca, il centurione si sarebbe limitato a riconoscere l’innocenza di Gesù (cfr. Lc 23,47). Nel contesto della « via crucis » Luca inserisce l’incontro di Gesù con le donne (Lc 23,27-32). Prima di raccontare la morte di Gesù, egli riporta il racconto del ladro pentito, al quale Gesù dice: « Oggi sarai con me in paradiso » (Lc 23,39-43). I tre evangelisti narrano poi la sepoltura di Gesù (Mc 15,40-47 // Mt 27,55-61 // Lc 23,49-56). Matteo aggiunge di suo la notizia del terremoto che si fa sentire al momento della morte di Gesù, seguito dalla risurrezione di alcuni morti (Mt 27,51-53) e quella secondo cui i sacerdoti e i farisei mettono un corpo di guardia alla tomba (Mt 27,62-66). Dopo aver descritto la sepoltura di Gesù, Marco riporta l’annunzio della risurrezione mediante l’episodio delle donne al sepolcro.

Risurrezione Nel giudaismo questa idea era abbastanza nuova, in quanto era stata elaborata al tempo dei maccabei (cfr. 2Mac 7,9; Dn 12,2-3). I sadducei pensavano ancora che ogni essere umano, dotato di un corpo ombratile, dovesse stare per sempre nello sˇe’oˆl, il regno dei morti.

84. L’annunzio della risurrezione Questo racconto comprende due momenti: il rinvenimento del sepolcro vuoto e il messaggio di un angelo. Il racconto termina con la fuga delle donne.

P

16,1

assato il sabato, Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. 2Il primo giorno della settimana, di buon mattino, al levare del sole, vennero al sepolcro. 3Dicevano fra loro: « Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro? ». 4Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. 5 Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. 6Ma egli disse loro: « Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. 7Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto” ». 8Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite.

Mc 16,1-8 Mt 28,1-10 Lc 24,1-12

Con questo racconto l’evangelista intende mettere in risalto che è Dio stesso, mediante un suo messaggero, ad annunziare il grande evento della salvezza. La risurrezione di Gesù non è descritta perché si tratta di una realtà spirituale, che si coglie unicamente mediante la fede. Essa significa che Dio non ha abbandonato il suo Figlio, che gli è stato fedele fino alla morte, ma si è messo dalla sua parte e gli ha donato la vita

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IV. « Ecco come muore il giusto » – Marco 11,1 - 16,20; Matteo 21,1 - 28,20; Luca 19,28 - 24,53 « Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui » (Mc 16,6b).

Guardie al sepolcro Questo episodio, ricordato dal solo Matteo, ha una chiara finalità apologetica. Esso però attesta che all’epoca dell’evangelista circolava la diceria in base alla quale i discepoli avevano trafugato il corpo di Gesù. A essa l’evangelista risponde mettendola in ridicolo: come potevano sapere che il corpo era stato portato via se essi dormivano?

piena, che competerà a tutti coloro che prendono la loro croce e si mettono al suo seguito. Per comprendere ciò nessuna prova è richiesta, neppure la testimonianza delle donne, le quali difatti rimangono mute. Nella « finale canonica » (Mc 16,9-20), si supplisce alla mancanza di informazioni riguardanti le apparizioni di Gesù e il mandato missionario con notizie ricavate dagli altri vangeli. Matteo descrive la risurrezione di Gesù come effetto di un grande terremoto. L’angelo del Signore scende e fa rotolare la pietra che chiudeva la tomba e invia le donne ai discepoli affinché annunzino loro che li precede in Galilea (Mt 28,1-8). Cammin facendo, esse incontrano il Risorto, il quale affida loro lo stesso compito (Mt 28,9-10). Nel frattempo le guardie poste a controllo del sepolcro raccontano l’accaduto ai sacerdoti e agli anziani, ma questi danno loro del denaro perché mettano in giro la voce che i discepoli hanno rubato il cadavere (Mt 28,11-15). Dopo di ciò, l’evangelista narra l’apparizione di Gesù ai discepoli.

85. Missione universale dei discepoli Il testo indica il luogo in cui Gesù appare ai discepoli e riporta le parole da lui pronunziate.

Mt 28,16-20

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28,16

G

li undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Alcuni però dubitavano. 18Gesù si avvicinò e disse loro: « A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dun-

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d) Passione, morte e risurrezione di Gesù (Mt 28; Lc 24)

que e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo ». L’apparizione di Gesù ai discepoli ha luogo su di un monte in Galilea, come Gesù aveva detto ai suoi discepoli. Il monte richiama quello in cui Matteo ha situato il discorso programmatico di Gesù. La sua apparizione può essere definita una « cristofania », in quanto Gesù si manifesta con la sua qualifica messianica. Segue poi il « mandato missionario », mediante il quale Matteo fa risalire a Gesù l’attività missionaria intrapresa dalla Chiesa primitiva. Secondo Matteo, solo con la morte e la risurrezione di Gesù il suo messaggio passa dai giudei, ai quali era stato rivolto durante la sua vita terrena (cfr. Mt 15,24), a tutti i popoli, cioè ai gentili. Gesù risorto accompagna per sempre i suoi discepoli.

Cristofania Gesù appare ai discepoli con i connotati del re messianico, analoghi a quelli di cui è dotato nell’episodio della trasfigurazione. Le parole del mandato missionario rispecchiano la prassi battesimale della Chiesa che, con l’immersione dei neofiti nell’acqua, rappresentava la loro incorporazione a Cristo.

Luca racconta con alcune differenze di dettaglio il rinvenimento della tomba vuota e l’annunzio ai discepoli (Lc 24,1-11). Egli ricorda anche che Pietro si reca alla tomba, vede in essa solo le bende e torna a casa pieno di stupore (Lc 24,12). Dopo di ciò narra le apparizioni di Gesù, situandole esclusivamente a Gerusalemme e dintorni. La prima è quella che riguarda due discepoli.

86. Due discepoli sulla via di Emmaus Questo racconto si divide nei seguenti momenti: partenza dei due discepoli da Gerusalemme, incontro con Gesù, narrazione di quanto è accaduto nella città, risposta di Gesù e il suo riconoscimento durante la cena. Infine, si descrivono la loro reazione e il ritorno a Gerusalemme.

E

24,13

d ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino verso un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, 14e conversavano fra loro di tutto quello che era accaduto. 15Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. 16Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17 Ed egli disse loro: « Di che cosa state parlando fra voi mentre siete in cammino? ». Essi si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Cleopa, gli rispose: « Solo tu sei forestiero in Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni? ». 19Domandò loro: « Che cosa? ». Gli risposero: « Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il

Lc 24,13-35

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IV. « Ecco come muore il giusto » – Marco 11,1 - 16,20; Matteo 21,1 - 28,20; Luca 19,28 - 24,53

Testimonianza delle Scritture Per Luca, la risurrezione di Gesù non poteva essere dimostrata in base a fattori oggettivi, ma piuttosto doveva essere dedotta dalle Scritture, che parlano del rinnovamento finale di tutte le cose. Se Gesù era veramente il Messia, non poteva rimanere nel regno dei morti, ma doveva essere il primo a entrare nel regno di Dio.

popolo; 20i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno tradito, e così è stato condannato a morte e crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele, ma non è stato così; sono passati ormai tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22È vero, alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24Anche alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto ». 25 Egli allora disse loro: « Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? ». 27E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro ciò che in tutte le Scritture si riferiva a lui. 28 Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare oltre. 29Ma essi insistettero: « Resta con noi, perché si fa sera e il giorno volge ormai al tramonto ». Egli allora rimase con loro. 30Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. 32 Ed essi dissero l’un l’altro: « Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture? ». 33Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: « Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone! ». 35Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto allo spezzare del pane. Questo episodio ha un forte significato simbolico e didattico. Gesù risorto può essere riconosciuto solo se si comprendono le Scritture e si partecipa con lui allo spezzare del pane. Dopo la sua risurrezione egli non è più visibile, ma può essere incontrato da tutti coloro che diventano suoi discepoli e partecipano alla celebrazione comunitaria della cena. Dopo il ritorno dei due discepoli che avevano incontrato Gesù a Emmaus, l’evangelista descrive la sua apparizione agli Undici.

87. Apparizione agli Undici e ascensione Il brano si divide in tre parti: nella prima si descrive l’apparizione di Gesù ai discepoli, nella seconda sono riportate le sue parole agli Undici e, infine, si racconta la sua ascensione.

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d) Passione, morte e risurrezione di Gesù (Mt 28; Lc 24)

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24,36

entre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: « Pace a voi! ». 37Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38Ma egli disse loro: « Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho ». 40Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: « Avete qui qualche cosa da mangiare? ». 42Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. 44 Poi disse: « Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi ». 45Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture 46e disse loro: « Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48Di questo voi siete testimoni. 49Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto ». 50 Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. 51 Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. 52 Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia 53e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Lc 24,36-53

Annunzio ai gentili Per Luca, la risurrezione di Gesù segna il passaggio del vangelo dai giudei ai gentili. Ma questa svolta non significa che il movimento di Gesù si sia separato dalla sua matrice giudaica, al contrario attesta il pieno adempimento delle Scritture. Ne deriva che il vero Israele è quello cristiano, anche se molte comunità non praticano più la legge mosaica in tutti i suoi dettagli.

L’apparizione di Gesù agli Undici è descritta da Luca in modo più circostanziato, ma il suo racconto denota già una finalità apologetica, in quanto vuole dimostrare che Gesù è apparso « fisicamente » ai discepoli. Le sue istruzioni hanno come tema il compimento delle Scritture che avevano come oggetto gli eventi finali della vita di Gesù. Fra essi è inclusa, oltre alla morte e alla risurrezione, anche la missione universale. Siccome le prime due si sono compiute, resta ora ai discepoli il compito di far sì che anche la terza di esse sia adempiuta. Solo Luca parla dell’ascensione di Gesù come di un evento distinto dalla risurrezione, che ha luogo la sera stessa di Pasqua, e non dopo quaranta giorni, come Luca stesso riferisce in At 1,3. L’ascensione di Gesù è narrata sulla falsariga della benedizione sacerdotale (cfr. Sir 50,20-21).

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IV. « Ecco come muore il giusto » – Marco 11,1 - 16,20; Matteo 21,1 - 28,20; Luca 19,28 - 24,53

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el contesto di Gerusalemme, città santa e centro religioso e politico di tutto il giudaismo, si svolge il confronto di Gesù con i detentori del potere religioso e politico del suo popolo. Marco mette in luce lo scontro con le autorità giudaiche e i rappresentanti dei vari gruppi che costituivano il tessuto religioso e sociale del giudaismo. Sulle autorità giudaiche l’evangelista fa cadere la maggiore responsabilità della sua condanna, passando sotto silenzio il fatto che a lui non poteva guardare con indifferenza il potere romano che sarà il primo responsabile della sua uccisione violenta. Gesù ha affrontato la sua morte in modo consapevole e volontario. La coerenza e il coraggio con cui ha portato a compimento le sue scelte non tolgono nulla alla gravità delle sofferenze a cui è stato sottoposto, affrontate tutte con una profonda umanità. Egli avanza così completamente solo verso il momento finale della sua vita. Gli evangelisti pongono l’accento sul fatto che questo « uomo dei dolori », tradito dall’autorità giudaica e giustiziato dai romani, era totalmente innocente. Mediante i continui riferimenti alle Scritture, egli è presentato come il prototipo di tutti coloro che sono ingiustamente perseguitati e uccisi. Solo ora, nel momento della sua massima sofferenza, egli può presentarsi ufficialmente, di fronte alla suprema autorità giudaica, come il Messia atteso dal suo popolo. La morte in croce non pone però la parola « fine » alla vicenda di Gesù. Il suo sepolcro, infatti, è trovato vuoto da alcune donne, alle quali un angelo annunzia che egli è risorto e si dispone ad apparire ai suoi discepoli. Mentre Marco si limita a dare questo annunzio, Matteo e Luca narrano le sue apparizioni ai discepoli, ricordando che in quel contesto egli ha dato loro il mandato di portare il vangelo del regno in tutto il mondo. Il giusto perseguitato Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 4 Eppure tu sei il Santo, tu siedi in trono fra le lodi d’Israele. 5 In te confidarono i nostri padri, confidarono e tu li liberasti; 7 Ma io sono un verme e non un uomo, rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente. 8 Si fanno beffe di me quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: 9 « Si rivolga al Signore; lui lo liberi, lo porti in salvo, se davvero lo ama! ». 19 Si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte.

22,2

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Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea. 25 perché egli non ha disprezzato né disdegnato l’afflizione del povero, 27 I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano; il vostro cuore viva per sempre! 28 Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra. 29 Perché del Signore è il regno: è lui che domina sui popoli! 23

(Salmo 22[21],2a.4-5.79.19.23.25a.27.28a.29)

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(Mc 11,1 - 16,20; Mt 21,1 - 28,20; Lc 19,28 - 24,53)



Le critiche che Gesù ha rivolto al tempio e alla legge davano, di certo, fastidio a quanti basavano sull’uno o sull’altra il loro potere. Ma questo non era un motivo per eliminarlo, tanto più che le sue posizioni si rifacevano alla predicazione profetica. Ugualmente impensabile era l’accusa di avere bestemmiato proclamandosi « Figlio di Dio », titolo equivalente a quello di Messia, il personaggio atteso dai giudei. La sua condanna a morte non può avere avuto motivazioni solo o prevalentemente religiose.



La condanna a morte di Gesù è stata pronunziata dai dominatori romani. Costoro non si interessavano di affari religiosi, ma erano attenti a tutto ciò che poteva turbare l’ordine pubblico. Per loro, il Profeta di Nazaret, che radunava le folle e annunziava la venuta del regno di Dio, doveva essere da tempo oggetto di sorveglianza speciale. Nessuna sorpresa che l’abbiano acciuffato nella notte e mandato al patibolo senza tanti complimenti. È questa la sorte toccata a tanti suoi seguaci nei tempi moderni, specialmente in America Latina.



La risurrezione di Gesù è presentata dagli evangelisti anzitutto come un mistero annunziato da Dio per mezzo di uno o più angeli, in concomitanza con il rinvenimento della tomba vuota. Secondo altre tradizioni, essa è stata oggetto di una esperienza personale dei primi discepoli, i quali hanno incontrato Gesù e hanno parlato con lui. Ciò che importa a noi oggi non è « provare » storicamente la risurrezione, ma comprendere che con essa Dio si è messo dalla parte del Crocifisso e di tutti i crocifissi del mondo.



La morte di Gesù è stata considerata metaforicamente come un sacrificio. Questo però non deve essere inteso come « espiazione vicaria », cioè come una sofferenza da lui patita al posto dei peccatori, ma come espressione di un amore portato fino alle estreme conseguenze. Gesù si è comportato come un « martire » che, in forza delle sue scelte a favore degli ultimi, ha saputo affrontare coraggiosamente la morte. Con il suo esempio egli spinge chi crede in lui a fare altrettanto.

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Una storia preannunziata Matteo 1-2; Luca 1-2

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racconti riguardanti la nascita e l’infanzia di Gesù non fanno parte della più antica catechesi biblica raccolta da Marco, dalla quale si distaccano in vari modi. Marco costruisce il suo racconto in modo da svelare progressivamente la personalità di Gesù. Solo nell’episodio di Cesarea di Filippo (Mc 8,27-30) viene messo a fuoco il problema della persona di Gesù, mentre i titoli cristologici (Messia, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio) sono da lui accettati solo nel contesto della passione (Mc 14,61-62). Anche Matteo e Luca, pur avendo riportato come prologo al loro vangelo i racconti dell’infanzia, non hanno eliminato questo sviluppo progressivo della manifestazione di Gesù. Nei racconti dell’infanzia invece i titoli messianici gli vengono attribuiti senza alcuna reticenza e per di più mediante messaggeri inviati direttamente da Dio; tutto tende a mostrare che, fin dalla venuta di Gesù nel mondo, tutto è già presente come in germe. Un’altra particolarità di questi racconti consiste nel ricorso al meraviglioso. Nei vangeli Gesù è presentato come un taumaturgo o un esorcista famoso, ma i suoi miracoli sono generalmente descritti con sobrietà, non per il loro carattere straordinario ma come i segni del regno di Dio. Nei racconti dell’infanzia invece si attinge al meraviglioso: le annunciazioni, la stella dei magi, la luce degli angeli. Inoltre, sorprende il fatto che numerosi elementi di questo meraviglioso sembrano richiamare aspetti tipici del mondo religioso circostante. L’attendibilità storica dei racconti dell’infanzia va incontro a difficoltà insormontabili, poiché è impossibile scoprire, dietro le due composizioni di Matteo e Luca, una tradizione comune, orale o scritta, più vicina ai fatti. Secondo Luca, Giuseppe – che abitava a Nazaret – è costretto a scendere a Betlemme per il censimento; poi, dopo la nascita di Gesù e i quaranta giorni che precedono la purificazione di Maria a Gerusalemme, tutti e tre ritornano nel villaggio di Nazaret. In Matteo, al contrario, Giuseppe deve fuggire da Betlemme e si reca in Egitto con il bambino e solo dopo la morte di Erode si ritira, controvoglia, a Nazaret. A volte si pone rimedio a questa situazione mescolando i dati propri di un racconto con quelli dell’altro, aggiungendo persino elementi attinti dai vangeli apocrifi. Ma questo metodo non è criticamente accettabile. Inoltre, si notano in questi testi vistose incongruenze. Secondo Luca, il censimento che costrinse Giuseppe e Maria a recarsi a Betlemme ebbe luogo all’epoca in cui Quirinio era governatore della Siria (Lc 2,1); secondo lo storico giudaico Giuseppe Flavio, questo censimento fu fatto solamente nell’anno 6 d.C. Con questo dato non è facilmente conciliabile la notizia secondo cui Gesù nacque al tempo di Erode, morto nell’anno 4 prima della nostra era. Secondo Lc 2,22-24, Gesù è presentato al tempio « secondo la legge di Mosè ». In realtà, nessuna legge esigeva questa presentazione. Senza dubbio, la madre del nuovo nato doveva offrire un sacrificio quaranta

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giorni dopo la sua nascita (cfr. Lv 12,6-8), mentre il padre doveva riscattare il suo primogenito (Es 13,2), ma la presenza del neonato non era richiesta. Quando è stata visitata dall’angelo, Maria era vergine ed è rimasta tale anche durante il parto. Normalmente si ritiene che lo sia stata anche dopo. Questo dato contrasta con il fatto che nei vangeli si parla di « fratelli » e di « sorelle » di Gesù (cfr. Mc 3,31-32; 6,3). Inoltre, non risulta dai vangeli che Maria avesse la conoscenza della persona di Gesù e del suo destino che le attribuiscono i racconti dell’infanzia. A queste constatazioni si aggiunge il fatto che i racconti dell’infanzia riflettono un ambiente fortemente impregnato di idee e immagini tipiche del mondo biblico-giudaico. La Bibbia, assieme all’interpretazione che ne dava il giudaismo dell’epoca, costituisce lo sfondo privilegiato, anche se non unico, sul quale i racconti sono stati composti. Questi devono quindi essere interpretati tenendo conto che si tratta appunto di « racconti » mediante i quali l’autore e la sua comunità vogliono trasmettere la conoscenza che essi hanno avuto della persona di Gesù. In primo piano vi è la riflessione teologica e spirituale, non la preoccupazione di riferire fatti storicamente attendibili. Si può dunque supporre che, solo dopo la risurrezione di Gesù, la Chiesa abbia approfondito il mistero della sua persona e abbia condensato nei racconti della sua nascita, con lo stile colorito delle storie pie dell’epoca, le conclusioni a cui essa è giunta. Sebbene anche questi racconti dipendano da una tradizione anteriore, non è lecito metterli sullo stesso piano delle primitive raccolte che riportano le parole di Gesù e le opere da lui compiute. Matteo apre il suo vangelo con la genealogia di Gesù, alla quale fanno seguito cinque brani che contengono ciascuno una citazione profetica. Il suo racconto dunque è così strutturato: a) Genealogia di Gesù (Mt 1,1-17). b) Annunzio a Giuseppe (Mt 1,18-25). c) Visita dei magi (Mt 2,1-12); Fuga in Egitto (Mt 2,13-15); Massacro degli innocenti (Mt 2,16-18); Ritorno a Nazaret (Mt 2,19-23). In Luca invece si possono notare, dopo il prologo di tutto il vangelo (Lc 1,1-4), tre complessi narrativi formati ciascuno da due racconti paralleli (dittici), seguiti da un prolungamento narrativo: d) Dittico degli annunzi (Lc 1,5-56): + Annunzio a Zaccaria (Lc 1,5-25). + Annunzio a Maria (Lc 1,26-38). • Visita di Maria a Elisabetta e Magnificat (Lc 1,39-56). e) Dittico delle nascite (Lc 1,57 - 2,21): + Nascita e circoncisione di Giovanni (Lc 1,57-66). • Benedictus (Lc 1,67-80). + Nascita e circoncisione di Gesù (Lc 2,1-21). f) Dittico delle visite al tempio (Lc 2,22-52): + Presentazione di Gesù (Lc 2,22-24). • Incontro con Simeone e Anna (Lc 2,25-40). + Gesù fra i dottori (Lc 2,41-50). • Conclusione. Vita nascosta di Gesù a Nazaret (Lc 2,51-52).

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a) Genealogia di Gesù (Mt 1,1-17); b) Annunzio a Giuseppe (Mt 1,18-25)

88. Come è nato Gesù Matteo apre il suo racconto riportando la genealogia di Gesù (Mt 1,117), che Luca invece inserisce, con vistose differenze, dopo il battesimo di Gesù (Lc 3,23-38). Subito dopo egli descrive la situazione che si è verificata per il fatto che Maria era rimasta incinta, poi riferisce l’apparizione dell’angelo a Giuseppe e il suo messaggio, di cui propone l’interpretazione, mediante una citazione biblica; infine, accenna all’obbedienza di Giuseppe.

E

1,18

cco come avvenne la nascita di Gesù Cristo. Sua madre Maria era promessa sposa di Giuseppe, ma prima che andassero a vivere insieme rimase incinta per opera dello Spirito Santo. 19Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. 20 Mentre però stava considerando queste cose, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: « Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; 21ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati ». 22 Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: 23 Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele (Is 7,14), che significa Dio con noi. 24 Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; 25egli non la conobbe finché diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.

Mt 1,18-25 Cfr. Lc 3,23-38

Verginità di Maria L’annunzio a Giuseppe è la rilettura in chiave messianica di un oracolo del secolo VIII a.C. che si riferiva probabilmente alla nascita del re Ezechia. Anche se suppone la « nascita verginale » di Gesù in senso letterale, Matteo pone l’accento non sulla verginità fisica di Maria, ma sull’attuazione delle promesse fatte ai padri.

La genealogia parte da Abramo e termina con Giuseppe, « lo sposo di Maria dalla quale fu generato Gesù chiamato Cristo ». Se Gesù, il Messia, era generato non da Giuseppe, discendente di Davide, ma da Maria, come si poteva affermare che egli era « figlio di Davide »? Per spiegarlo, l’evangelista narra le modalità della sua nascita. Gesù è stato concepito per un intervento dello Spirito, ma è diventato discendente di Davide in quanto Giuseppe, pur non essendo il padre naturale di Gesù, ha preso Maria come sua moglie e ha adottato il bambino come suo figlio, imponendogli il nome suggerito dall’angelo. Per Matteo, si adempie così un testo profetico che, applicato al Messia, ne annunzierebbe la nascita « virginale », sebbene nell’originale ebraico si parli non di una vergine (come nella traduzione greca), ma di una « giovane donna ». L’attuazione delle promesse è sottolineata continuamente nel primo vangelo.

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V. Una storia preannunziata – Matteo 1-2; Luca 1-2 Matteo non aggiunge altri dettagli sulla nascita di Gesù, ma racconta un episodio riguardante alcuni astrologi venuti dall’Oriente, guidati da una stella, per vedere il neonato re dei giudei. È qui che, per la prima volta, il lettore viene a sapere che Gesù è nato a Betlemme, la città di Davide. Diversamente da Luca, Matteo non dice nulla di una venuta dei suoi genitori da Nazaret.

89. I magi dall’Oriente Il narratore informa il lettore circa l’arrivo dei magi a Gerusalemme in cerca di notizie sul neonato re dei giudei. Poi entra in campo Erode, il quale dà loro le indicazioni richieste. Infine, essi giungono a Betlemme e adorano il bambino.

Mt 2,1-12

« Alcuni Magi vennero da Oriente a Gerusalemme » (Mt 2,1b).

142

D

2,1

opo che Gesù fu nato a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, alcuni magi vennero da Oriente a Gerusalemme 2 e dicevano: « Dov’è il neonato re dei giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo ». 3All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. 4Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. 5 Gli risposero: « A Betlemme di Giudea, perché così è stato scritto dal profeta:

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c) Visita dei magi (Mt 2,1-12)... 6

E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele » (Mi 5,2). 7 Allora Erode, chiamati segretamente i magi, si fece dire da loro con esattezza quando era apparsa la stella 8e li inviò a Betlemme dicendo: « Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo ». 9 Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 10Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 11Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 12Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. I magi vengono dal lontano Oriente per ossequiare il re dei giudei. Erode e con lui tutta Gerusalemme, pur conoscendo le profezie riguardanti la nascita del discendente davidico, si turbano, ed Erode progetta di eliminarlo. Affiora qui per la prima volta il tema matteano del Messia rifiutato dai suoi e accolto dai gentili (cfr. Mt 8,11-12). I doni dei magi significano il riconoscimento della sua messianicità da parte delle nazioni (cfr. Is 60,6). Avvertito da un angelo, Giuseppe prende con sé Maria e il bambino e fugge in Egitto, mentre Erode fa uccidere tutti i bambini di Betlemme inferiori ai due anni (Mt 2,1-18). Alla morte di Erode, Giuseppe, avvertito nuovamente da un angelo, ritorna in terra di Israele e va a stabilirsi a Nazaret (Mt 2,19-23). Luca premette al racconto dell’infanzia un brano che funge da introduzione a tutto il suo vangelo.

Betlemme Villaggio della Giudea in cui è nato il re Davide. In esso dovrà nascere, secondo Michea, il nuovo Davide degli ultimi tempi. Per questo i vangeli dell’infanzia situano in Betlemme la nascita di Gesù, anche se altrove non si parla di questo particolare.

Universalismo (2) In base al simbolismo biblico, Matteo pensa alla salvezza dei gentili come a un grande pellegrinaggio, che li condurrà non più ad adorare Dio in Gerusalemme, ma a riconoscere in Gesù il Messia. Solo dopo la risurrezione si verificherà l’invio dei discepoli ad annunziare il vangelo in tutto il mondo.

90. Prologo del terzo vangelo In questo prologo l’evangelista allude alle sue fonti, poi esprime gli intenti che lo hanno spinto a scrivere il vangelo.

P

1,1

oiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, 2come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da prin-

Lc 1,1-4

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V. Una storia preannunziata – Matteo 1-2; Luca 1-2

Teofilo Questo personaggio, a cui Luca dedica anche il secondo volume (Atti degli apostoli) della sua opera, doveva essere un cristiano influente della sua comunità. Dal momento però che il suo nome significa « Amante di Dio », non è escluso che si tratti di un personaggio simbolico che rappresenta tutti coloro che hanno aderito alla nuova fede.

cipio e divennero ministri della Parola, 3così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teofilo, 4in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In questo breve prologo, Luca delinea il suo progetto letterario. Egli spiega di avere attinto quanto ha scritto nel suo vangelo da fonti, orali e scritte, nelle quali erano stati conservati i ricordi dei primi testimoni oculari e predicatori del vangelo. Il suo lavoro, frutto di pazienti ricerche, ha lo scopo di contribuire alla formazione cristiana di Teofilo. Il Vangelo di Luca, così come gli altri due, non è dunque una biografia di Gesù, ma un’opera di « catechesi » basata sul primo annunzio cristiano. Il racconto lucano dell’infanzia di Gesù è strutturato sulla base di due dittici, riguardanti rispettivamente l’annunzio e poi la nascita di due personaggi straordinari, Giovanni il Battista e Gesù. Dittico degli annunzi. Gli annunzi delle nascite sono costruiti secondo il modello biblico delle manifestazioni divine. I riferimenti alle Scritture sono numerosi, ma sono integrati in un racconto originale. Il primo annunzio è quello riguardante la nascita di Giovanni il Battista.

91. Annunzio a Zaccaria La struttura del racconto è convenzionale e comprende i seguenti momenti: descrizione della situazione, apparizione del messaggero angelico, timore da parte dell’interessato, trasmissione del messaggio e, infine, un segno di conferma.

Lc 1,5-20

Gerusalemme (2) Per Luca, il vangelo comincia e finisce in questa città, che appare come il luogo dove si compie la salvezza e ha inizio la missione cristiana.

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A 1,5

l tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccaria, della classe di Abia, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta. 6Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. 7Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni. 8 Avvenne che, mentre Zaccaria svolgeva le sue funzioni sacerdotali alla presenza del Signore durante il turno della sua classe, 9gli toccò in sorte, secondo l’ordine del servizio sacerdotale, di entrare nel tempio del Signore per fare l’offerta dell’incenso. 10Fuori, tutta l’assemblea del popolo stava pregando nell’ora dell’incenso. 11Improvvisamente gli apparve un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso.

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d) Dittico degli annunzi (Lc 1,5-56) 12

Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. Ma l’angelo gli disse: « Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. 14Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, 15perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre 16e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. 17Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto ». 18 Zaccaria disse all’angelo: « Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni ». 19L’angelo gli rispose: « Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annunzio. 20Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo ». 13

Zaccaria ed Elisabetta sono presentati come persone giuste, cioè fedeli a Dio e osservanti della legge. Essi non hanno figli. Zaccaria, che è un sacerdote, durante l’esercizio delle sue funzioni riceve la visita di Gabriele che gli annunzia la nascita di un figlio. La descrizione che l’angelo fa del nascituro riecheggia diversi testi biblici (cfr. Gdc 13,4.7; Sir 48,10). La domanda di Zaccaria riflette un atteggiamento di incredulità. Perciò sarà sordomuto fino alla nascita del bambino: questa condizione rappresenta un segno, ma anche una punizione. Come conseguenza, al termine del suo soggiorno nella sala anteriore del santuario, egli non può dare la benedizione sacerdotale. Zaccaria, ormai muto, esce dal tempio e torna a casa; dopo un certo tempo, Elisabetta resta incinta e si tiene nascosta per cinque mesi (Lc 1,21-25). Immediatamente dopo l’annunzio a Zaccaria, Luca riferisce quello fatto a Maria.

« Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elia » (Lc 1,16a).

Annunzio a Zaccaria Il racconto è composto sullo sfondo dei testi biblici riguardanti il profeta degli ultimi tempi. Particolarmente significativi sono quelli in cui si preannunzia il ritorno di Elia (cfr. Ml 3,23-24; Sir 48,1-11). La sterilità della moglie è un tema biblico molto noto.

92. Annunzio della nascita di Gesù Questo secondo annunzio è più solenne del precedente, ma la struttura è la stessa: descrizione della situazione e apparizione dell’angelo, turbamento di Maria e comunicazione del messaggio, domanda esplicativa di Maria e risposta dell’angelo, conferimento di un segno e accettazione da parte di Maria.

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V. Una storia preannunziata – Matteo 1-2; Luca 1-2

Lc 1,26-38

Annunzio a Maria Le parole dell’angelo sembrano un discorso fatto a tavolino, elaborato da un esperto biblista che sceglie accuratamente e cuce insieme diversi testi delle Scritture.

Fede di Maria Dal seguito del vangelo non appare che ella conoscesse le prerogative speciali del figlio. Il racconto documenta non tanto un evento capitato a Maria, quanto piuttosto il nascere della devozione mariana.

A

1,26

l sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: « Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te ». 29 A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 30L’angelo le disse: « Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine ». 34 Allora Maria disse all’angelo: « Come avverrà questo, poiché non conosco uomo? ». 35Le rispose l’angelo: « Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36 Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anche lei un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio ». 38Allora Maria disse: « Ecco la serva del Signore: avvenga pure quanto tu hai detto ». E l’angelo si allontanò da lei. L’angelo annunzia a Maria che sarà madre del Messia atteso dai giudei. Di fronte a questo messaggio anche Maria, come Zaccaria, resta turbata. Tuttavia, la sua domanda, diversamente da quella di Zaccaria, non è un’espressione di incredulità, ma una richiesta di informazioni più precise: probabilmente si tratta di un espediente narrativo che consente al narratore di introdurre ulteriori spiegazioni. Il segno che le è dato consiste nella gravidanza di Elisabetta, ormai al sesto mese. Alla fine Maria dà un’adesione piena alla richiesta dell’angelo. Il dittico degli annunzi ha un’appendice che consiste nel racconto della visita che Maria fa a Elisabetta (Lc 1,39-45). In questa occasione l’evangelista pone sulle labbra di Maria una preghiera in forma di salmo che, secondo lui, esprime bene il suo stato d’animo.

93. Il cantico di Maria La preghiera si divide in due strofe ritmate, riguardanti la prima Maria stessa e l’altra Israele. Ciascuna di esse termina con un accenno alla misericordia del Signore.

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d) Dittico degli annunzi (Lc 1,5-56)

1,46

A

llora Maria disse: « L’anima mia magnifica il Signore 47 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, 48 perché ha volto lo sguardo all’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. 49 Grandi cose ha fatto a me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; 50 di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. 51 Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha fatto fallire i progetti dei superbi; 52 ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; 53 ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. 54 Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, 55 come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre ». Maria ringrazia Dio per i benefici di cui l’ha colmata. Il testo gioca su una contrapposizione: Maria è l’umile schiava, ma l’Onnipotente ha fatto per lei grandi cose. La seconda strofa contiene un ringraziamento per l’opera di salvezza che Dio ha attuato in favore di Israele, suo servo: Dio manifesta contemporaneamente la sua misericordia all’umile sua

Lc 1,46-55

Magnificat Luca ha voluto fare esprimere proprio da Maria quello che è il significato profondo del vangelo di Gesù. Questa preghiera, nella quale si esprime la spiritualità dei « poveri di JHWH » riprende diversi motivi dei Salmi, e in modo particolare ricalca la preghiera di Anna in 1Sam 2,1-10. In essa è forte il motivo di una liberazione che sovverte i paradigmi umani e mette al primo posto i poveri e gli umili.

« Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te » (Lc 1,28).

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V. Una storia preannunziata – Matteo 1-2; Luca 1-2 schiava e al suo servo Israele. Nel versetto finale si riprende il tema del compimento delle promesse già enunciato da Elisabetta. Maria rimane con Elisabetta per circa tre mesi, poi torna a casa sua (Lc 1,56). Dittico delle nascite. L’evangelista narra anzitutto la nascita di Giovanni il Battista, seguita immediatamente dalla sua circoncisione; al momento di imporre il nome al bambino, Zaccaria riprende l’uso della parola ed esprime il suo ringraziamento a Dio (Lc 1,57-66).

94. Il cantico di Zaccaria Questa preghiera si compone di due lunghe strofe riguardanti rispettivamente Israele e il neonato bambino. In realtà, essa è un brano poetico in cui ogni verso possiede la propria autonomia.

Lc 1,67-79

Redenzione di Israele Anche la preghiera di Zaccaria dà voce alla spiritualità dei « poveri di JHWH ». In essa il posto centrale è occupato dall’attesa della liberazione di Israele, che Dio sta per realizzare visitando il suo popolo mediante un Salvatore potente. Giovanni il Battista splende di luce riflessa in quanto è totalmente subordinato a lui.

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Z

1,67

accaria, suo padre, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo: 68 « Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, 69 e ha suscitato per noi un Salvatore potente nella casa di Davide, suo servo, 70 come aveva promesso per mezzo dei suoi santi profeti d’un tempo: 71 salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano. 72 Così egli ha manifestato la sua misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, 73 del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, 74liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, 75in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni. 76 E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, 77 per far conoscere al suo popolo la salvezza e concedergli la remissione dei suoi peccati. 78 Grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, ci visiterà dall’alto un sole che sorge, 79 per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace ».

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e) Dittico delle nascite (Lc 1,57 - 2,21) L’inno inizia celebrando l’azione salvifica di Dio a favore della casa di Davide. Questa salvezza, annunziata dai profeti, si è ora attuata, realizzando la promessa fatta ai padri e compiendo l’alleanza stipulata con Abramo. Giovanni, infatti, è il profeta che dovrà preparare le vie del Signore. Al termine, la visita di Dio, annunziata all’inizio, è identificata con la visita messianica del figlio di Davide, l’astro che sorge: questa visita sarà l’opera della misericordia di Dio, cioè della sua fedeltà a Israele. Al termine della preghiera, Luca riporta un riassunto di quanto è avvenuto successivamente: « Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele » (Lc 1,80). Egli passa poi a descrivere, con maggiore dovizia di particolari, l’altra nascita, quella di Gesù.

95. Nascita di Gesù e visita dei pastori Diversamente da quanto scrive Matteo, Giuseppe e Maria vivono a Nazaret e si spostano a Betlemme in occasione di un evento pubblico. Il narratore descrive anzitutto la situazione e la nascita di Gesù. Subentrano poi i pastori che ricevono un messaggio angelico. Infine, i pastori si recano al luogo dove si trova Gesù con i suoi genitori.

I

2,1

n quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. 3Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. 4Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 5Doveva farsi censire assieme a Maria, sua sposa, che era incinta. 6Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. 8 C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. 9Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, 10ma l’angelo disse loro: « Non temete: ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà condivisa da tutto il popolo: 11 oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. 12Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia ». 13E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:

Lc 2,1-20

Quirinio Legato romano della provincia di Siria, sotto il cui governo, nello stesso anno, è stata posta anche la Giudea dopo la deposizione di Archelao. Di lui si sa che fece un censimento in quella regione negli anni 6-7 d.C., ma non al tempo della nascita di Gesù (6 a.C.).

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V. Una storia preannunziata – Matteo 1-2; Luca 1-2 « Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere » (Lc 2,15b).

Pastori All’epoca di Gesù rappresentavano una categoria emarginata e disprezzata. Il fatto che, per Luca, siano essi a ricevere per primi l’annunzio della nascita di Gesù, corrisponde a una precisa scelta di questo evangelista, per il quale Dio privilegia i poveri e gli ultimi.

14

« Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama ». 15 Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: « Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere ». 16 Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. 17E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. 19Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. 20I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. La nascita del Salvatore è presentata come un mistero, annunziato dagli angeli anzitutto agli ultimi, i pastori. Costoro si recano da lui, lo contemplano e parlano di lui a quanti incontrano. Anche Maria medita questo evento custodendolo nel suo cuore. Mentre la circoncisione di Giovanni era stata raccontata con dovizia di particolari, quella di Gesù occupa poco spazio (Lc 2,21). Dittico delle visite a Gerusalemme. Dopo la notizia della circoncisione di Gesù è situato un nuovo dittico, quello riguardante le due visite da lui fatte a Gerusalemme (Lc 2,21-40).

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f) Dittico delle visite al tempio (Lc 2,22-52)

96. Circoncisione e presentazione di Gesù al tempio L’evangelista si sofferma anzitutto sui riti compiuti da Giuseppe e Maria a Gerusalemme. Dopo di ciò descrive l’incontro con Simeone, il quale recita un breve cantico e poi benedice Maria.

2,22

Q

uando venne il tempo della loro purificazione, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore 23-24e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore. 25 Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Lo Spirito Santo gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. 27Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la legge prescriveva a suo riguardo, 28anch’egli lo accolse fra le braccia e benedisse Dio, dicendo: 29 « Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, 30 perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, 31 preparata da te davanti a tutti i popoli: 32 luce che si rivela alle genti e gloria del tuo popolo, Israele ». 33 Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: « Ecco, egli sarà causa di caduta e di risurrezione per molti in Israele e diventerà segno di contraddizione 35affinché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima ».

Lc 2,22-35

Luce delle genti Questa espressione, pronunziata dal vecchio Simeone, è ricava dai carmi del Servo di JHWH (cfr. Is 42,6; 49,6). Ancora una volta Luca presenta Gesù profondamente radicato nel mondo ebraico, ma al tempo stesso mette in luce la sua missione universale.

Maria e Giuseppe sono fedeli a Dio e osservano le prescrizioni della legge. In questo contesto di fede essi si recano con Gesù al tempio. L’evangelista confonde qui due riti, il riscatto del primogenito e la purificazione della madre. Su questo sfondo una figura profetica, il vecchio Simeone, riconosce pubblicamente Gesù come il salvatore atteso dal suo popolo. Egli coglie anche l’occasione per cantare il suo Nunc dimittis e annunzia a Maria le sofferenze che l’aspettano. Anche la profetessa Anna riconosce in Gesù colui che porta la salvezza a Gerusalemme (Lc 2,36-38). Un nuovo sommario descrive in sintesi la vita di Gesù a Nazaret (Lc 2,39-40).

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V. Una storia preannunziata – Matteo 1-2; Luca 1-2

97. Gesù fra i dottori nel tempio Nel suo primo pellegrinaggio a Gerusalemme, Gesù, ormai adolescente, si allontana dalla comitiva; i suoi genitori lo cercano e lo ritrovano nel tempio intento a parlare con i dottori. Infine, Luca riporta un breve sommario della vita nascosta di Gesù.

Lc 2,41-52

Dottori della legge I vangeli narrano diversi scontri tra Gesù e i dottori della legge, i quali erano gli interpreti ufficiali della parola di Dio. Con la scena di Gesù che siede fra loro, Luca vuole far capire che egli era contrario non alla legge, ma a una interpretazione fuorviante, di cui proprio i dottori erano spesso responsabili.

« Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso » (Lc 2,51).

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2,41

I

suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine. 43Trascorsi i giorni della festa, essi ripre-

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f) Dittico delle visite al tempio (Lc 2,22-52)

sero la via del ritorno; ma non si accorsero che il fanciullo Gesù era rimasto a Gerusalemme. 44Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo fra i parenti e i conoscenti; 45non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46 Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. 47E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 48Al vederlo, restarono stupiti, e sua madre gli disse: « Figlio, perché ci hai fatto questo? Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo ». 49 Ed egli rispose loro: « Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? ». 50Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. 51 Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. 52E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini. Gesù appare qui per la prima volta come un efficace maestro. Le parole con cui egli risponde a Maria descrivono simbolicamente il senso di tutto il suo progetto di vita, che consisterà nel dedicarsi totalmente a compiere la volontà del Padre, cioè ad annunziare la salvezza promessa a Israele. In prospettiva appare qui il suo distacco dai genitori, anche se per il momento egli resta a loro sottomesso.

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V. Una storia preannunziata – Matteo 1-2; Luca 1-2

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racconti dell’infanzia hanno una finalità religiosa. In essi gli evangelisti hanno condensato i frutti maturi di una profonda esperienza di fede durata alcuni decenni dopo la morte di Gesù. Questi è presentato fin dal momento della nascita come il Cristo, il Figlio di Dio, al quale compete la dignità regale: a lui spetta il compito di aggregare una nuova umanità e di coinvolgerla nel suo stesso rapporto filiale con Dio. I racconti dell’infanzia non contengono dunque informazioni storiche e neppure dogmi astratti o affermazioni dottrinali, ma intuizioni di fede, espresse con il linguaggio, i simboli e le formule che il popolo di Israele aveva elaborato nella sua secolare esperienza di Dio. Matteo si rivolge soprattutto al passato, descrivendo la messianicità di Gesù con l’aiuto delle leggende giudaiche riguardanti Mosè. Egli descrive la sua nascita dal punto di vista di Giuseppe, il quale, ispirato da Dio, gli conferisce la discendenza davidica e lo salva dalla persecuzione di un feroce tiranno. Luca invece racconta la nascita di Gesù a partire da Maria, la figlia di Sion, che porta in se stessa, come nuova arca dell’alleanza, il Figlio di Dio; diversamente da Matteo, egli guarda al futuro e, con l’aiuto di una Scrittura riletta alla luce della Pasqua, indica gli sviluppi futuri della storia. Mentre Matteo adotta il linguaggio di un giudaismo cristiano ancora molto consapevole dei privilegi del popolo eletto, Luca riporta la lettura, traboccante di immagini bibliche, delle comunità giudeo-cristiane della diaspora. Ambedue gli evangelisti concordano sul fatto che con la nascita di Gesù è accaduto un evento che riguarda tutta l’umanità. Secondo Matteo, sono i magi dell’Oriente che anticipano il pellegrinaggio escatologico delle nazioni al monte Sion; Luca, invece, racconta che Gesù è proclamato « luce delle genti » per bocca di un rappresentante dell’antico profetismo. Tuttavia, entrambi riconoscono in Gesù un autentico figlio di Israele, destinato a portare a compimento la secolare esperienza di Dio fatta dal suo popolo.

Ha fatto in me grandi cose Lodate, servi del Signore, lodate il nome del Signore. 2 Sia benedetto il nome del Signore, da ora e per sempre. 3 Dal sorgere del sole al suo tramonto sia lodato il nome del Signore. 4 Su tutte le genti eccelso è il Signore, più alta dei cieli è la sua gloria. 5 Chi è come il Signore, nostro Dio, che siede nell’alto

113,1

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e si china a guardare sui cieli e sulla terra? 7 Solleva dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero, 8 per farlo sedere fra i principi, fra i principi del suo popolo. 9 Fa abitare nella casa la sterile, come madre gioiosa di figli. 6

(Salmo 113[112],1-9)

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(Mt 1-2; Lc 1-2)



L’immagine di Gesù che emerge dai racconti dell’infanzia è elaborata a partire dai titoli cristologici, con i quali è messa in luce l’origine trascendente di Gesù. Egli è il Messia, discendente di Davide, e in quanto tale è il Figlio di Dio in modo unico. La sua nascita per opera dello Spirito Santo implica un intervento creatore di Dio che fa di lui il capostipite di una nuova umanità. Egli tuttavia non è un essere divino, ma un uomo dotato di una missione speciale in favore di Israele e di tutta l’umanità.



Questi racconti non sono documenti storici in senso moderno, ma racconti simbolici a scopo religioso. In essi, gli evangelisti vogliono esprimere il senso della vita di Gesù, mostrando che il suo rapporto con il Padre risale al momento stesso della sua nascita: fin da allora egli ha adottato in modo pieno un progetto divino rivelato nelle Scritture. Per comprendere questi racconti è dunque necessario liberarli da una interpretazione puramente letterale e vedere in essi un primo annunzio del vangelo.



In Matteo la nascita di Gesù è contrassegnata da uno scontro all’ultimo sangue con il potere politico dispotico che allora dominava in Palestina. In contrasto con Erode, Gesù è presentato come un re privo di qualsiasi potere, che soccombe di fronte alla sua astuzia e crudeltà. Ma è lui il vincitore e nell’adorazione dei magi si preannunzia il successo della sua futura missione. Il vero potere non è dunque quello che si basa sulla forza, ma quello che fa leva sulla non violenza, di cui Gesù sarà maestro.



Nel suo racconto dell’infanzia di Gesù, Luca mette in luce soprattutto la presenza accanto a lui di persone umili e semplici, manifestando così la preferenza di Dio per i poveri e gli emarginati. Molte di queste persone sono semplici donne, a partire da Maria, madre di Gesù, fino alla profetessa Anna, che lo riconosce e lo accoglie nel tempio. In questo modo, Luca indica con chiarezza quali dovranno essere le preferenze della Chiesa. Soltanto identificandosi con i poveri essa potrà rimanere fedele al suo maestro.

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Il Vangelo del discepolo prediletto Giovanni

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l quarto vangelo è un’opera che si pone sulla linea della precedente tradizione sinottica. Anche il suo autore, come i primi tre evangelisti, si è prefisso lo scopo di scrivere le memorie riguardanti Gesù, ispirandosi allo schema della predicazione apostolica (ke-rygma). Il suo intento non è dunque quello di fare una biografia di Gesù e neppure una riflessione teologica sulla sua persona, ma di riferire una serie di avvenimenti di cui egli è stato protagonista, illustrati con le sue stesse parole. Anch’egli non vuole fare altro che annunziare il « vangelo », cioè la « buona novella » della salvezza, affinché i suoi lettori possano credere che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo abbiano la vita nel suo nome (Gv 20,30-31). Tuttavia, il Vangelo di Giovanni si distacca dai precedenti in quanto inserisce gli avvenimenti riguardanti Gesù in un quadro storico e geografico diverso. In esso sono ricordate non una ma tre pasque di Gesù; ciò induce ad attribuire al ministero di Gesù una durata di quasi tre anni. Inoltre, ignora la maggior parte dei racconti riportati dai sinottici e, in compenso, narra cinque importanti miracoli di Gesù che non sono ricordati da loro. Gesù, pur pronunziando a volte singoli detti simili a quelli registrati dai sinottici, si esprime solitamente con lunghi discorsi, spesso prolissi e astratti, in aperta polemica con un’unica categoria di persone, che egli designa con il nome di « giudei ». È significativo anche l’uso del simbolismo: pur raccontando eventi umani e terreni, l’evangelista vuole aiutare il lettore ad andare oltre le apparenze, affinché possa scoprire e contemplare la realtà trascendente da cui continuamente scaturisce la sua salvezza. Il quarto vangelo si presenta come opera di un autore anonimo, designato come « il discepolo che Gesù amava » (cfr. Gv 21,24). Questi è stato identificato dalla tradizione con l’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo, ma si tratta di un’attribuzione molto problematica e spesso contestata. Oggi si pensa che l’opera sia stata composta, a partire da un’antica tradizione simile a quella dei sinottici, non da un’unica persona, ma da una « scuola » che ha portato a termine il suo lavoro verso il 100 d.C., probabilmente a Efeso, capitale della provincia romana d’Asia. Il quarto vangelo descrive la manifestazione della presenza di Dio (gloria) nella vita di Cristo in due momenti: A. I segni della gloria ancora nascosta (Gv 1-12). B. La piena manifestazione della gloria di Dio (Gv 13-21).

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VI. Il Vangelo del discepolo prediletto – Giovanni

A. I segni della gloria ancora nascosta (Gv 1-12)

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ella prima parte del suo vangelo, l’autore racconta quelli che egli stesso definisce come i « segni » compiuti da Gesù durante il suo ministero (cfr. Gv 2,11). Si tratta di gesti, non necessariamente miracolosi, che manifestano, in modo ancora limitato e imperfetto, quella gloria che compete a Gesù in quanto figlio unigenito di Dio (cfr. Gv 1,14). In forza di questa scelta, l’evangelista, pur avendo, come i sinottici, l’intenzione di narrare gli episodi più salienti della vita di Gesù, ignora la maggior parte dei racconti da essi riportati (fra i quali ben ventinove miracoli), ricordandone solo cinque, di cui due miracoli. Essi sono: 1) Purificazione del tempio (Gv 2,13-16; cfr. Mc 11,15-19); 2) Moltiplicazione dei pani (Gv 6,1-12; cfr. Mc 6,33-44; 8,1-9); 3) Gesù che cammina sulle acque (Gv 6,16-21; cfr. Mc 6,45-52); 4) Unzione di Betania (Gv 12,1-8; cfr. Mc 14,3-9); 5) Ingresso di Gesù in Gerusalemme (Gv 12,12-19; cfr. Mc 11,1-11). In compenso, il quarto vangelo narra cinque importanti miracoli di Gesù che non sono ricordati dai sinottici: 1) L’acqua cambiata in vino a Cana (Gv 2,1-11); 2) Guarigione del figlio di un funzionario regio (4,46-54); 3) Guarigione di un infermo alla piscina di Betzaetà (5,19); 4) Guarigione del cieco nato (9,1-7); 5) Risurrezione di Lazzaro (11,1-44). È vero che questi miracoli, a eccezione del primo, riecheggiano analoghi racconti sinottici, tuttavia è fuori discussione che essi assumono nel quarto vangelo contorni notevolmente diversi. I segni compiuti da Gesù sono narrati dall’evangelista in modo da stimolare il lettore a non fermarsi alla loro realtà materiale, ma a guardare oltre, per « vedere » in essi la manifestazione del Figlio in carne umana. A tal fine, egli non solo pone dei segnali nei racconti stessi, ma prende spunto da ciascuno di essi per introdurre un lungo « discorso di Gesù » che ne spiega il significato spirituale. Egli abbandona la forma parabolica, usata spesso dal Gesù dei sinottici, per fare posto alla metafora e all’allegoria (il buon pastore, il granello di frumento, la vite e i tralci). Un aspetto costante di questi discorsi è il confronto polemico tra Gesù e i suoi avversari. Il libro dei segni è così strutturato: • Prologo (Gv 1,1-18). a) Inizio della manifestazione di Gesù (Gv 1,19-51). b) I primi segni di Gesù (Gv 2,1 - 4,54). c) Gesù e le feste giudaiche (Gv 5,1 - 10,42). d) Verso il compimento dell’ora (Gv 11,1 - 12,36). • Conclusione (Gv 12,37-50).

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A. I segni della gloria ancora nascosta (Gv 1-12)

98. Il Verbo si è fatto carne Il prologo del quarto vangelo è una solenne composizione innica in cui si presenta Gesù come il Verbo increato di Dio. Esso è diviso in strofe che, quanto a contenuto, possono essere così delineate: il Verbo eterno, la testimonianza di Giovanni il Battista, la venuta del Verbo, nuova testimonianza di Giovanni, Gesù, Verbo di Dio, fonte della grazia e della verità.

I

1,1

n principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. 2 Egli era, in principio, presso Dio: 3 tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. 4 In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; 5 la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. 6 Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. 7 Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 8 Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. 9 Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. 10 Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. 11 Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. 12 A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, 13 i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. 14 E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi;

Gv 1,1-18

Preesistenza Nel mondo giudaico questa prerogativa apparteneva alla Toˆra-h, in quanto manifestazione della sapienza personificata. Per i primi cristiani, essa qualifica Gesù in quanto è lui l’« incarnazione » del Verbo/Sapienza di Dio. Questa immagine mette bene in luce il carattere universale del dono fatto da Dio all’umanità per mezzo di Cristo.

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VI. Il Vangelo del discepolo prediletto – Giovanni « In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini » (Gv 1,4).

Gloria di Dio Parafrasi per indicare la manifestazione del Dio invisibile e trascendente. Gesù ne è stato lo strumento privilegiato. Non si tratta però di una rivelazione astratta e concettuale, ma concreta e vissuta. La grazia e la verità sono infatti i due attributi fondamentali di Dio che indicano il suo agire nel mondo.

e noi abbiamo contemplato la sua gloria, che gli compete in quanto Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. 15 Giovanni gli dà testimonianza e proclama: « Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me ». 16 Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. 17 Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. 18 Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. I primi cristiani hanno cercato di capire l’originalità della persona di Gesù proiettando su di lui i tratti delle grandi figure bibliche (Profeta, Messia, Figlio dell’uomo, Figlio di Dio). Questo testo altamente poetico è una rilettura della sua persona e della sua opera alla luce di una figura fondamentale del giudaismo, quella della sapienza/parola di Dio.

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A. I segni della gloria ancora nascosta (Gv 1-12) Questa è presentata, in alcuni testi sapienziali, come un’entità autonoma, personificata, che svolge la sua opera nella creazione del cosmo e nel conferimento della salvezza all’umanità (cfr. Pro 8,22-32; Sap 7,2230), e alla fine è identificata con la legge mosaica (cfr. Sir 24,1-22; Ba 3,24 - 4,4). In quanto mediatore finale della salvezza, Gesù svolge il ruolo assegnato nella riflessione sapienziale alla sapienza/parola di Dio. Ma in questa corrente di pensiero, colui che ha portato la luce e la vita a questo mondo non può essere altro che il mediatore della creazione di tutte le cose. Perciò Gesù è considerato come l’essere preesistente, principio dell’esistenza e dell’armonia del mondo, e al tempo stesso come colui che « viene » in questo mondo per guidarlo nel suo cammino verso Dio. In questo suo ruolo, egli trova una resistenza inspiegabile da parte delle « tenebre » che designano l’umanità immersa nell’errore e nel peccato. Ma egli vince le tenebre e a coloro che credono in lui dà la possibilità di diventare figli di Dio. A lui spetta il compito di portare in modo pieno quella « grazia e verità » di cui era stata mediatrice la legge di Mosè. È lui il Figlio unigenito che introduce l’umanità all’incontro con Dio. A lui danno testimonianza la legge, rappresentata da Mosè, e i profeti, l’ultimo dei quali è Giovanni il Battista, la cui testimonianza è inserita all’interno dell’inno.

Parola (1) Nel mondo giudaico questo termine designa lo strumento con cui Dio opera nella creazione e nella storia. Esso è anche la traduzione del greco logos, che indica la ragione suprema che regola tutte le cose. Adottando questo termine, Giovanni ha aperto una porta al dialogo tra mondo giudaico e greco.

Inizio della manifestazione di Gesù (Gv 1,19-51). I primi avvenimenti del ministero di Gesù sono situati nel ciclo di una settimana (Gv 1,19 - 2,12), che richiama simbolicamente la settimana della creazione. A essa fa seguito la prima comparsa di Gesù a Gerusalemme in occasione della Pasqua (Gv 2,12-25). La prima manifestazione di Gesù ha luogo con la testimonianza di Giovanni il Battista. Questi, interrogato dagli inviati dei sacerdoti, nega di essere il Messia e il profeta, e si definisce « una voce che grida nel deserto: Preparate la via del Signore ». Incontrando Gesù, egli lo indica come l’« Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo » e afferma di essere venuto a battezzare con acqua per farlo conoscere a Israele: egli è colui che battezza in Spirito Santo (Gv 1,19-34). Una seconda volta Giovanni incontra Gesù e gli rende nuovamente testimonianza.

99. I primi discepoli di Gesù La seconda testimonianza resa da Giovanni a Gesù dà inizio alla chiamata dei primi discepoli. Anzitutto si uniscono a lui due discepoli di Giovanni. Uno dei due, Andrea, porta a Gesù suo fratello Simone. Poi Gesù chiama Filippo, il quale a sua volta conduce a lui Natanaele.

I

1,35

l giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: « Ecco l’agnello di Dio! ». 37E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così,

Gv 1,35-51

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VI. Il Vangelo del discepolo prediletto – Giovanni

Agnello di Dio Questa espressione contiene diverse reminiscenze bibliche, quali l’agnello pasquale, le vittime dei sacrifici, ma soprattutto il Servo di JHWH, che prende su di sé, per toglierli, i peccati del popolo (cfr. Is 53,7). Secondo qualche autore, « agnello » sarebbe una possibile traduzione di « servo ».

Discepoli Circa la loro chiamata Giovanni diverge dai sinottici (cfr. Mc 1,16-20; Lc 5,1-11). È possibile che il quarto evangelista abbia elaborato diversamente antichi ricordi per mettere in luce il loro rapporto con Giovanni il Battista e per delineare il loro cammino interiore.

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seguirono Gesù. 38Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: « Che cosa cercate? ». Gli risposero: « Rabbi – che, tradotto, significa Maestro –, dove dimori? ». 39Disse loro: « Venite a vedere ». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. 40 Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: « Abbiamo trovato il Messia » – che si traduce Cristo – 42e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: « Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa » – che significa Pietro. 43 Il giorno dopo, quando stava per ritornare in Galilea, Gesù incontrò Filippo e gli disse: « Seguimi! ». 44Filippo era di Betsaida, la città di Andrea e di Pietro. 45Filippo trovò Natanaele e gli disse: « Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella legge, e i profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret ». 46Natanaele gli disse: « Da Nazaret può venire qualcosa di buono? ». Filippo gli rispose: « Vieni e vedi ». 47 Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: « Ecco davvero un israelita in cui non c’è falsità ». 48Natanaele gli domandò: « Come mi conosci? ». Gli rispose Gesù: « Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi ». 49 Gli replicò Natanaele: « Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele! ». 50Gli rispose Gesù: « Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste! ». 51 Poi soggiunse: « In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo ». La chiamata dei primi discepoli è presentata da Giovanni come un’esperienza personale che si comunica da persona a persona. Natanaele è colpito perché Gesù l’ha visto « quando era sotto il fico », forse in un momento di intima esperienza religiosa. Nella sua risposta alla confessione di fede di Natanaele, Gesù si presenta simbolicamente come la « scala di Giacobbe » (cfr. Gn 28,12), su cui salgono e scendono gli angeli di Dio, cioè come colui che ristabilisce i rapporti tra Dio e l’umanità.

I primi segni di Gesù (Gv 2,1 - 4,54). Questa parte è incorniciata dai due segni fatti a Cana. Dopo aver chiamato i primi discepoli, Gesù si trova, sempre nell’arco della settimana inaugurale, in Galilea dove, nel contesto di una festa di nozze, compie un gesto straordinario che l’evangelista designa come il primo « segno » da lui compiuto.

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A. I segni della gloria ancora nascosta (Gv 1-12)

100. Il segno di Cana Il racconto di questo evento è molto lineare. Il narratore accenna prima alla situazione che provoca l’intervento di Maria. Subito dopo, descrive l’iniziativa di Gesù che cambia l’acqua in vino. Chiude l’episodio un commento conclusivo dell’evangelista.

2,1

T

re giorni dopo vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: « Non hanno più vino ». 4E Gesù le rispose: « Donna, non sono d’accordo con te. Non sta forse per giungere la mia ora? ». 5Sua madre disse ai servitori: « Qualsiasi cosa vi dica, fatela ». 6 Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro: « Riempite d’acqua le anfore »; e le riempirono fino all’orlo. 8 Disse loro di nuovo: « Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto ». Ed essi gliene portarono. 9Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10e gli disse: « Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora ». 11 In questa occasione, a Cana di Galilea, Gesù diede inizio ai suoi segni, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. 12 Dopo questo fatto scese a Cafarnao, assieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi discepoli. Là rimasero pochi giorni. Maria sembra piuttosto delusa perché gli sposi sono rimasti privi di vino e pensa che non ci sia più nulla da fare. Ma Gesù, alludendo alla venuta ormai imminente della propria ora, quella cioè in cui avrebbe manifestato pienamente la sua gloria sulla croce, si dice in disaccordo con lei, e cambia l’acqua in vino. L’evangelista sottolinea che è questo il primo dei segni compiuti da Gesù. Il vino nuovo è il simbolo della salvezza messianica. Per la prima volta Gesù appare quindi come l’inviato di Dio e suscita la fede dei suoi discepoli. Mentre Gesù compie il primo dei suoi segni, Maria è accanto a lui, così come si troverà ai suoi piedi quando sulla croce egli manifesterà pienamente la gloria di Dio (cfr. Gv 19,25-27). Ella è dunque partecipe dall’inizio alla fine del suo progetto di salvezza.

Gv 2,1-12

Maria e Gesù L’interpretazione del racconto dipende dal senso che si dà alle parole di Maria (« Non hanno più vino »). Di solito, si afferma che Maria inviti Gesù a intervenire e che egli risponda negativamente, poi però cambia idea e compie il miracolo richiesto. È più probabile, invece, che Maria intendesse dire semplicemente che non c’era più nulla da fare. In questo caso, Gesù esprime il suo dissenso e fa il miracolo.

Con questo episodio giunge a termine la settimana inaugurale. In occasione della Pasqua, Gesù si reca poi a Gerusalemme, dove ha luogo

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VI. Il Vangelo del discepolo prediletto – Giovanni l’episodio della purificazione del tempio, presentato come un annunzio esplicito della sua morte e risurrezione (Gv 2,13-22; cfr. Mc 11,15-18 // Mt 21,12-16 // Lc 19,45-48). Gesù si ferma a Gerusalemme e vi compie molti segni (Gv 2,23-25). È lì che avviene l’incontro con un notabile giudeo.

101. La visita di Nicodemo L’incontro con Nicodemo offre a Gesù l’occasione di parlare della rinascita che egli è venuto a portare, riletta dall’evangelista nell’ottica del battesimo cristiano.

Gv 3,1-8

« Come può nascere un uomo quando è vecchio? » (Gv 3,4a).

3,1

V

i era tra i farisei un uomo di nome Nicodemo, uno dei capi dei giudei. 2Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: « Rabbi, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può compiere i segni che tu fai, se Dio non è con lui ». 3Gli rispose Gesù: « In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio ». 4 Gli disse Nicodemo: « Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere? ». 5Rispose Gesù: « In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. 7Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. 8Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito ». Nessuno può entrare nel regno di Dio se non in forza di una rinascita, cioè di una profonda trasformazione interiore di cui è artefice lo Spirito di Dio. Nella prospettiva della prima comunità cristiana che rilegge le parole di Gesù, questo avviene mediante l’acqua, cioè il battesimo. Con il tema della rinascita va di pari passo quello dell’amore infinito di Dio, che si manifesta nella croce del Figlio. Questi è venuto nel mondo non per condannarlo ma per salvarlo. Egli è come la luce che mette allo scoperto le opere di ciascuno, perché possa fare consapevolmente le sue scelte (Gv 3,9-21). Dopo la Pasqua, Gesù si ferma in Giudea dove amministra il battesimo. Una controversia sulla purificazione tra un giudeo e i discepoli di Giovanni, dà

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A. I segni della gloria ancora nascosta (Gv 1-12) a quest’ultimo l’occasione di dare la sua ultima testimonianza su Gesù (Gv 3,22-36). Dopo di ciò, Gesù si mette in cammino per la Galilea, passando attraverso la Samaria (Gv 4,1-4). Qui incontra una donna samaritana.

102. L’incontro di Gesù con la samaritana Il racconto si apre con una indicazione di tempo e di luogo. Inizia poi il dialogo con la donna samaritana, alla quale Gesù fa balenare la possibilità di ottenere l’acqua viva; questa diventa il tema della successiva conversazione che culmina con la richiesta dell’acqua viva da parte della donna. Il dialogo continua con l’annunzio del culto in Spirito e verità e, infine, Gesù si rivela a lei come il Messia.

G

4,5

iunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6 qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7-8 Mentre i suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi, arriva una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: « Dammi da bere ». 9Allora la donna samaritana gli dice: « Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana? ». I giudei infatti non hanno rapporti con i samaritani. 10Gesù le risponde: « Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti

Gv 4,5-26

Mariti della samaritana La samaritana, che aveva avuto cinque mariti e l’attuale non era il suo, potrebbe essere una metafora del suo popolo che, secondo 2Re 17,29-41, aveva adorato cinque divinità e, accanto a esse, offriva culto anche a JHWH senza essergli veramente fedele.

« Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno » (Gv 4,14a).

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dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva ». 11 Gli dice la donna: « Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame? ». 13Gesù le risponde: « Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna ». 15« Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua ». 16 Le dice Gesù: « Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui ». 17Gli risponde la donna: « Io non ho marito ». Gesù allora soggiunge: « Hai detto bene: “Io non ho marito”. 18 Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero ». 19Gli replica la donna: « Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare ». 21Gesù le dice: « Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai giudei. 23Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e costoro devono adorarlo in spirito e verità ». 25 Gli rispose la donna: « So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa ». 26Le dice Gesù: « Sono io, che parlo con te ». L’acqua viva promessa da Gesù non si situa sul piano delle cose materiali, ma rappresenta, come nel discorso con Nicodemo, lo Spirito che trasforma l’intimo della persona. In forza dello Spirito, sia ai giudei che

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A. I segni della gloria ancora nascosta (Gv 1-12) ai samaritani è possibile raggiungere la salvezza, perché è lui l’artefice del culto « in Spirito e verità ». Questo culto, che non si svolge in templi materiali, si attua mediante l’adesione a Gesù, nel quale è presente la verità/fedeltà di Dio. Per questo egli può qualificarsi come il Messia. La presenza di Gesù in Samaria dà origine, secondo Giovanni, a un movimento di conversioni fra i samaritani (Gv 4,27-42). Gesù ritorna poi in Galilea, dove, nuovamente a Cana, guarisce il figlio di un funzionario (Gv 4,43-54; cfr. Mt 8,5-13 // Lc 7,1-9). Gesù e le feste giudaiche (Gv 5,1 - 10,42). Questa parte del vangelo è caratterizzata dalla partecipazione di Gesù a particolari feste giudaiche. Dopo il secondo segno di Cana, Gesù si reca nuovamente a Gerusalemme in occasione di una festa non precisata, e lì guarisce un infermo e fa un discorso sull’opera del Figlio (Gv 5,1-47). Nuovamente in Galilea, all’approssimarsi della Pasqua, Gesù si reca in una località nei pressi del lago di Tiberiade dove moltiplica i pani (Gv 6,1-15 // Mc 6,32-44; Mt 14,13-21 // Lc 9,10-17), poi ritorna a Cafarnao camminando sulle acque (Gv 6,16-21 // Mc 6,45-52 // Mt 14,22-33). Allora i presenti, non vedendolo più, si dirigono con le barche a Cafarnao dove lo trovano nella sinagoga e gli domandano: « Rabbi, quando sei venuto qua? » (Gv 6,22-25). Questa domanda offre lo spunto per un importante « discorso di Gesù ».

Moltiplicazione dei pani (2) Giovanni colloca cronologicamente questo miracolo all’approssimarsi della Pasqua. Egli si rifà dunque espressamente ai temi che nel mondo giudaico erano collegati a questa festa: l’uscita dall’Egitto, l’alleanza e il conferimento della legge mosaica.

103. Discorso del pane di vita Gesù anzitutto invita gli ascoltatori a compiere l’opera di Dio. Alla loro richiesta di un segno, Gesù promette di dare loro il vero pane dal cielo. Infine, egli stesso si presenta simbolicamente come il pane inviato dal Padre.

6,26

G

esù rispose alla folla: « In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo ». 28Gli dissero allora: « Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? ». 29Gesù rispose loro: « Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato ». 30 Allora gli dissero: « Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? 31I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo ». 32Rispose loro Gesù: « In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. 33Infatti il pane di Dio è colui che

Gv 6,26-40

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VI. Il Vangelo del discepolo prediletto – Giovanni

Eucaristia Nel contesto dell’ultima cena, il quarto evangelista non parla dell’istituzione dell’eucaristia. Egli affronta qui questo tema per metterne maggiormente in risalto il significato alla luce di numerose immagini del Primo Testamento. Soprattutto, egli vuole sottolineare l’aspetto relazionale dell’eucaristia: essa non è un semplice rito, ma un momento di incontro personale con Cristo e di assimilazione a lui.

discende dal cielo e dà la vita al mondo ». 34Allora gli dissero: « Signore, dacci sempre questo pane ». 35 Gesù rispose loro: « Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. 36Vi ho detto però che voi, pur avendomi visto, non credete. 37Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, 38perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 39E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. 40Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno ». La manna è stata il dono per eccellenza che Dio ha fatto al suo popolo per sostenerlo nel duro cammino del deserto e della fedeltà all’alleanza. Ora Gesù si presenta simbolicamente come il pane vero, donato da Dio per la salvezza di tutta l’umanità. Mangiare questo pane significa entrare in un profondo rapporto personale con Cristo, nel quale soltanto il discepolo può incontrare Dio. Chiunque crede in lui può ottenere fin d’ora la vita eterna e, nell’ultimo giorno, la risurrezione finale. Nella prospettiva del rito eucaristico, mangiare Cristo, pane del cielo, diventa, nella seconda parte del discorso, mangiare il suo corpo e bere il suo sangue (Gv 6,41-58). È celebrando la cena del Signore che il discepolo entra in un rapporto personale immediato con lui, identico a quello che hanno avuto i primi discepoli durante la sua vita terrena. Le parole di Gesù non sono capite e molti discepoli lo lasciano, a eccezione dei Dodici, fra i quali c’è però Giuda che sarà il traditore (Gv 6,59-71). In seguito, a Gerusalemme, in occasione della festa delle Capanne, Gesù discute con i giudei circa la propria origine (Gv 7,1-52). A questo punto è stato inserito un racconto che ha tutta l’apparenza di un antico frammento della tradizione sinottica.

104. Gesù perdona una donna adultera L’episodio è ambientato nel tempio, dove Gesù sta insegnando. Gli scribi e i farisei cercano di provocarlo portandogli un caso particolarmente delicato, quello di una donna sorpresa in adulterio. La risposta di Gesù spiazza gli interlocutori, i quali se ne vanno. Gesù allora dice una parola di conforto alla donna.

Gv 8,1-11

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G

8,1

esù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.

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A. I segni della gloria ancora nascosta (Gv 1-12) « Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani » (Gv 8,9).

3

Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e 4gli dissero: « Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici? ». 6Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. 7Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: « Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei ». 8E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. 10 Allora Gesù si alzò e le disse: « Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? ». 11Ed ella rispose: « Nessuno, Signore ». E Gesù disse: « Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più ». L’ipocrisia degli scribi e dei farisei appare subito all’inizio, nel fatto che essi portano da Gesù solo la donna sorpresa in adulterio e non l’uomo che era necessariamente con lei. Inoltre essi, di fronte alla provocazione di Gesù, se ne vanno senza fiatare. Dicendo alla donna di non più peccare, Gesù dimostra di non giustificare quanto ella ha compiuto, ma le garantisce il perdono gratuito di Dio. Solo in forza di questo perdono, la donna potrà evitare di peccare nuovamente. A Gerusalemme continua il dibattito tra Gesù e i farisei circa la sua identità (Gv 8,12-30). Ai giudei, che si vantano di essere figli di Abramo, Gesù contesta di non fare le opere del loro padre e conclude: « Prima che Abramo fosse, IO SONO » (Gv 8,31-59). È riportato poi un altro racconto, nel quale l’evangelista rielabora una delle tante guarigioni di ciechi operate da Gesù e riportate dai sinottici.

Pericope dell’adultera Lo stile di questo brano fa pensare che esso sia un’aggiunta di origine sinottica. L’adulterio era punito in Israele con la morte per lapidazione dei due colpevoli (cfr. Lv 20,10; Dt 22,22). Esso però non si verificava se un uomo sposato aveva rapporti con una donna nubile. Questa discriminazione era espressione di una società patriarcale, in cui la donna era totalmente sottomessa all’uomo.

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105. Guarigione del cieco nato Il racconto è particolarmente prolisso. Anzitutto è descritto l’intervento di Gesù che, di sua iniziativa, guarisce il cieco. Segue un primo interrogatorio del cieco guarito da parte della gente, poi un secondo da parte dei farisei. Non convinti delle sue risposte, costoro interrogano i suoi genitori, i quali lo riconoscono come loro figlio ma non danno ulteriori spiegazioni. Allora i farisei si rivolgono nuovamente all’uomo e cercano invano di fargli dire che chi lo ha guarito è un peccatore. Alla fine il cieco guarito incontra Gesù e fa la sua professione di fede.

Gv 9,1-41

« Io sono » Questa espressione allude al nome divino, interpretato, mediante un’etimologia popolare, come « Io sono colui che sono » (cfr. Es 3,14). Il Gesù giovanneo utilizza questa espressione per indicare, da una parte, la propria trascendenza e, dall’altra, il proprio ruolo come rivelatore di Dio in questo mondo.

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M

9,1

entre se ne andava, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita. 2Allora i suoi discepoli lo interrogarono: « Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco? ». 3Rispose Gesù: « Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma ciò è avvenuto perché in lui siano manifestate le opere di Dio. 4Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. 5Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo ». 6Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco 7e gli disse: « Va’ a lavarti nella piscina di Siloe (che significa Inviato) ». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. 8 Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: « Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina? ». 9Alcuni dicevano: « È lui »; altri dicevano: « No, ma è uno che gli assomiglia ». Ed egli diceva: « Sono io! ». 10Allora gli domandarono: « In che modo ti sono stati aperti gli occhi? ». 11Egli rispose: « L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango,mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Siloe e lavati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista ». 12Gli dissero: « Dov’è costui? ». Rispose: « Non lo so ». 13 Condussero dai farisei quello che era stato cieco: 14era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. 15Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: « Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo ». 16Allora alcuni dei farisei dicevano: « Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato ». Altri invece dicevano: « Come può un peccatore compiere segni di questo genere? ». E c’era dissenso fra loro. 17Allora dissero di nuovo al cieco: « Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi? ». Egli rispose: « È un profeta! ». 18 Ma i giudei non credettero che egli fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i suoi genitori. 19E li

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A. I segni della gloria ancora nascosta (Gv 1-12)

interrogarono: « È questo il vostro figlio, del quale voi dite che è nato cieco? Come mai ora ci vede? ». 20I genitori di lui risposero: « Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; 21ma come ora ci veda e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé ». 22Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei giudei; infatti i giudei avevano già stabilito che chiunque lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. 23Per questo i suoi genitori dissero: « Ha l’età: chiedetelo a lui! ». 24 Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: « Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore ». 25Quello rispose: « Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo ». 26Allora gli dissero: « Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi? ». 27Rispose loro: « Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli? ». 28Allora lo insultarono e dissero: « Tu sei suo discepolo! Noi siamo discepoli di Mosè! 29Noi sappiamo che a Mosè Dio ha parlato; ma costui non sappiamo di dove sia ». 30 Rispose loro quell’uomo: « Proprio questo stupisce: che voi non sappiate di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. 31Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. 32Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. 33Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla ». 34Gli replicarono: « Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi? ». E lo cacciarono fuori. 35 Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: « Tu, credi nel Figlio dell’uomo? ». 36Egli rispose: « E chi è, Signore, perché io creda in lui? ». 37Gli disse Gesù: « Lo hai visto: è colui che parla con te ». 38Ed egli disse: « Credo, Signore! ». E si prostrò dinanzi a lui. 39Gesù allora disse: « È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi ». 40Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: « Siamo ciechi anche noi? ». 41Gesù rispose loro: « Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane ».

« Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco? » (Gv 9,2b).

Espulsione dalla sinagoga Questa prassi è stata applicata sistematicamente ai cristiani a partire dalla fine del secolo I d.C. Si è trattato però non di una decisione improvvisa, ma di un processo che si è consolidato in alcuni decenni.

La guarigione del cieco avviene quando egli si immerge nella piscina di Siloe che, spiega l’autore, significa « inviato ». In questo gesto è anticipa-

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VI. Il Vangelo del discepolo prediletto – Giovanni to simbolicamente il cammino che l’uomo farà verso una conoscenza sempre più approfondita di Gesù, l’inviato di Dio, fino alla fede in lui. Invece i farisei, che vorrebbero fargli negare l’evidenza dei fatti, si irrigidiscono sempre più nel loro rifiuto. Alla fine appare che simbolicamente, in forza dell’annunzio di Gesù, i ciechi cominciano a vedere, mentre coloro che credono di vedere diventano ciechi. È solo riconoscendo Cristo che ogni essere umano scopre il vero senso della sua vita. Nel capitolo successivo, Gesù applica a se stesso l’allegoria del pastore (cfr. Ez 34) e quella della porta dell’ovile (Gv 10,1-10). Egli sviluppa poi la prima di queste due similitudini.

106. Il buon pastore Il brano si divide in tre parti. Anzitutto Gesù si definisce come buon pastore; egli poi mette in luce il rapporto strettissimo che lo lega alle sue pecore; infine, fa consistere il suo compito di pastore nel dare la vita.

Gv 10,11-18

Allegoria del pastore Nell’antichità era molto comune considerare i governanti come pastori. In Israele l’unico pastore era JHWH (cfr. Is 40,11; Ez 34). L’infedeltà dei pastori da lui scelti teneva desti il desiderio e l’attesa di un suo intervento diretto. Gesù si presenta come il vero rappresentante dell’unico pastore.

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D

10,11

isse Gesù: « Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13infatti è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. 17 Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio ». L’allegoria contenuta in questo brano si rifà alla parabola sinottica del buon pastore (cfr. Mt 18,12-14 // Lc 15,4-7). Da essa però si distacca, in quanto qui si illustra non tanto la misericordia di Dio verso i peccatori, quanto piuttosto l’influsso salvifico esercitato da Gesù nei confronti di coloro che credono in lui. L’allegoria fa leva sulla mutua conoscenza che intercorre tra il pastore e le pecore. Anche tra Gesù e i suoi discepoli si instaura quella profonda sintonia di pensieri e di intenti che fa di costoro i continuatori della sua opera nel mondo. Gesù insiste sul fatto che il Padre lo ama ed egli « dà la sua vita per poi riprenderla di nuovo »: sono

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A. I segni della gloria ancora nascosta (Gv 1-12) qui adombrate la sua morte e la sua risurrezione, intese unitariamente come l’espressione di un dono totale di sé, mediante il quale egli esercita in modo pieno la sua funzione di pastore. Per aver detto queste cose, Gesù è accusato di essere un indemoniato (Gv 10,19-21). La seconda parte del discorso è ambientata nella festa della Dedicazione: Gesù dichiara di essere Figlio di Dio e i giudei decidono di ucciderlo; Gesù allora si ritira oltre il Giordano (Gv 10,22-42). Verso il compimento dell’ora (Gv 11,1 - 12,36). Questa sezione, in cui si descrive il precipitare degli eventi verso la fine dell’attività pubblica di Gesù, si apre con il racconto della risurrezione di Lazzaro. Nell’introduzione si spiega che, informato della malattia dell’amico, Gesù di proposito si reca da lui solo con grande ritardo, e arriva a Betania quando egli è già morto (Gv 11,1-16).

Figlio di Dio Questo appellativo faceva parte dei titoli messianici (cfr. 2Sam 7,14). Giovanni lo usa in un senso trascendente, suggerito dalla concezione secondo cui la sapienza era generata da Dio fin dall’eternità (cfr. Pro 8,22-25).

107. La risurrezione di Lazzaro A Betania Gesù incontra prima Marta e poi Maria. Infine, si reca al sepolcro, dove fa togliere la pietra che lo chiude e richiama in vita il suo amico Lazzaro.

Q

11,17

uando Gesù arrivò a Betania, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. 18Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri 19e molti giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. 20Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21Marta disse a Gesù: « Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà ». 23Gesù le disse: « Tuo fratello risorgerà ». 24Gli rispose Marta: « So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno ». 25 Gesù le disse: « Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo? ». 27Gli rispose: « Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo ». 28 Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: « Il Maestro è qui e ti chiama ». 29Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31Allora i giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. 32 Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: « Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non

Gv 11,17-44

Morte e vita Nella Bibbia la vita si identifica con un’esistenza piena di significato e di rapporti positivi, mentre la morte indica uno stato di alienazione e di chiusura. Ambedue si attuano in questa terra, sempre però nella prospettiva di un rapporto con Dio e di un’esistenza futura.

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VI. Il Vangelo del discepolo prediletto – Giovanni

« Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà » (Gv 11,25).

sarebbe morto! ». 33Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, 34domandò: « Dove lo avete posto? ». Gli dissero: « Signore, vieni a vedere! ». 35Gesù scoppiò in pianto. 36Dissero allora i giudei: « Guarda come lo amava! ». 37Ma alcuni di loro dissero: « Proprio lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse? ». 38 Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39Disse Gesù: « Togliete la pietra! ». Gli rispose Marta, la sorella del morto: « Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni ». 40Le disse Gesù: « Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio? ». 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: « Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato ». 43Detto questo, gridò a gran voce: « Lazzaro, vieni fuori! ». 44Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: « Liberatelo e lasciatelo andare ». L’episodio fa perno sulle parole dette da Gesù a Marta a poi a Maria, nelle quali egli si qualifica come « risurrezione e vita ». Di fronte alla morte di Lazzaro, Gesù appare « turbato » e piange, indicando così il suo rifiuto nei confronti della morte stessa, intesa come un evento negativo e senza speranza. La risurrezione di Lazzaro appare quindi come il segno della proposta decisiva che Gesù fa ai suoi ascoltatori: solo se credono in lui essi potranno avere la vita vera che comincia già quaggiù e trova il suo compimento dopo la morte fisica. Questa appare dunque come un semplice passaggio. Sullo sfondo si profila la risurrezione di Gesù, mediante il quale la morte è sconfitta in modo definitivo. La risurrezione di Lazzaro provoca la reazione del sinedrio, che decide la morte di Gesù (Gv 11,45-57). È poi narrato l’episodio simbolico, riportato anche dai sinottici, dell’unzione di Betania (Gv 12,1-11; cfr. Mc 14,3,9 // Mt 26,6-13; cfr. Lc 7,36-50). Infine, Giovanni racconta l’episodio sinottico dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme (Gv 12,12-19 // Mc 11,111 // Mt 21,1-11 // Lc 19,28-40). La prima parte del vangelo termina con un brano nel quale Gesù preannunzia la sua prossima glorificazione.

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A. I segni della gloria ancora nascosta (Gv 1-12)

108. La glorificazione del Figlio dell’uomo Il brano si apre con la richiesta di alcuni greci che vogliono vedere Gesù. Per tutta risposta Gesù si qualifica con l’immagine del chicco di grano caduto in terra, prospettando così la sua morte imminente. Le sue parole sono confermate da un segno dal cielo, che i presenti interpretano diversamente. Gesù allora ne indica il significato.

12,20

F

ra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni greci. 21Costoro si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli domandarono: « Signore, vogliamo vedere Gesù ». 22Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. 23 Gesù rispose loro: « È venuta l’ora in cui il Figlio dell’uomo è glorificato. 24In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. 27Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! 28Padre, glorifica il tuo nome ». Venne allora una voce dal cielo che diceva: « L’ho glorificato e lo glorificherò ancora! ». 29La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: « Un angelo gli ha parlato ». 30 Disse Gesù: « Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31Ora ha luogo il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me ». 33Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Gv 12,20-33

Greci È incerto se questo termine indichi qui i gentili o i giudei ellenisti. Probabilmente l’evangelista allude ai « timorati di Dio », cioè a simpatizzanti del giudaismo, che si trovano a Gerusalemme per la festa. Proprio a loro Gesù, incompreso dai suoi, rivela il mistero della sua persona. Essi sono le primizie dei gentili che dopo la morte di Gesù crederanno in lui.

Gesù si manifesta ad alcuni greci, segno che saranno proprio i gentili a comprendere e ad accogliere il suo insegnamento. A loro Gesù si rivela, presentando la sua morte imminente come una glorificazione e un innalzamento. Paradossalmente proprio nel momento della sua massima umiliazione, quando sarà innalzato sulla croce, Gesù manifesterà in modo pieno la gloria di Dio, mettendosi così nel solco tracciato dal Servo di JHWH (cfr. Is 52,13). Per i suoi discepoli si apre il difficile cammino della sequela. Questa proclamazione pubblica è seguita da un nuovo dibattito sulla venuta del Figlio dell’uomo, al termine del quale Gesù si ritira (Gv 12,3436). L’evangelista prende lo spunto per fare una triste considerazione sull’incredulità dei giudei (12,37-43), a cui fa seguito un’ultima proclamazione pubblica di Gesù sul suo ruolo di rivelatore del Padre (Gv 12,44-50). Termina così il « libro dei segni ».

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VI. Il Vangelo del discepolo prediletto – Giovanni

N

el prologo del suo vangelo, il quarto evangelista annunzia fin dall’inizio la dignità trascendente di Gesù, indicando in lui la luce che viene nel mondo e che splende nelle tenebre. In questa prospettiva, egli presenta Gesù come l’inviato ultimo e definitivo di Dio, colui che opera segni prodigiosi, nei quali è simboleggiata e contenuta la salvezza. Egli dà il vino nuovo a Cana, scaccia i venditori e i cambiavalute dal tempio, guarisce il figlio di un funzionario regio, risana un infermo presso la piscina di Betzaetà, moltiplica i pani, dà la vista a un cieco e risuscita un morto. Tutti questi segni sono accompagnati da lunghi discorsi, nei quali mette in luce, facendo ricorso a importanti concetti biblici, la sua dignità trascendente: egli è la « Parola » di Dio, il Figlio unigenito, il Messia, il Figlio dell’uomo. Come buon pastore, Gesù aggrega i suoi e li guida nel difficile cammino della fede verso la luce vera e verso la vita. Egli stesso, orientandosi verso la sua morte e risurrezione, diventa il modello al quale i suoi discepoli devono ispirarsi. Dai suoi gesti traggono significato il battesimo e la cena, i due riti sacri della comunità nei quali il credente di tutti i tempi incontra il suo Maestro. L’adesione a Gesù comporta però l’uscita dalla sinagoga, con la quale si identificano coloro che ricercano la loro sicurezza nella legge mosaica e sono incapaci di comprendere e di accettare l’intervento personale e salvifico di Dio nella storia. Mediante un ricco simbolismo biblico, l’evangelista mostra che la vita annunziata da Gesù non è solo una realtà che succede alla morte, ma prima di tutto è il frutto, già ora disponibile, di una morte accettata e vissuta fino in fondo come dono di sé e come espressione di fedeltà a Dio e agli uomini. La morte, di cui egli stesso farà l’esperienza, rappresenta il suo innalzamento e la sua glorificazione, in quanto rivela la vera natura di Dio e il rapporto indissolubile che intercorre tra lui e il suo Figlio. Perciò, con la sua glorificazione Gesù porterà a termine l’opera di Dio, annunziata mediante i segni da lui compiuti.

Grandi sono le opere del Signore Renderò grazie al Signore con tutto il cuore, fra gli uomini retti riuniti in assemblea. 2 Grandi sono le opere del Signore: le ricerchino coloro che le amano. 3 Il suo agire è splendido e maestoso, la sua giustizia rimane per sempre. 4 Ha lasciato un ricordo delle sue meraviglie: misericordioso e pietoso è il Signore. 5 Egli dà il cibo a chi lo teme, si ricorda sempre della sua alleanza.

111,1

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Le opere delle sue mani sono verità e diritto, stabili sono tutti i suoi comandi. 9 Mandò a liberare il suo popolo, stabilì la sua alleanza per sempre. Santo e terribile è il suo nome. 10 Principio della sapienza è il timore del Signore: rende saggio chi ne esegue i precetti. La lode del Signore rimane per sempre. 7

(Salmo 111[110],1-5.7.9-10)

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A. I segni della gloria ancora nascosta (Gv 1-12)



La preesistenza di Gesù in quanto Verbo mostra che la salvezza da lui operata mediante la sua morte e risurrezione era già presente e operante in tutte le epoche e in tutti i popoli. La sua opera non consiste dunque nel rivelare qualcosa di nuovo e di sconosciuto. Al contrario, egli ha voluto dare un segno concreto e comprensibile a tutti di quello che è il vero bene, in modo da creare nell’umanità un movimento opposto a quello che sostiene il dominio del male.



Gesù è la luce che splende nelle tenebre. Queste non consistono soltanto in tutte le forme di criminalità più o meno organizzata, ma anche in un concetto formalistico di religione, identificata con l’osservanza di riti e di norme, incapace di aprirsi sinceramente all’altro. Perciò Gesù inaugura il culto in Spirito e verità, che consiste nel partecipare con lui a un grande progetto di rinnovamento dei rapporti umani nell’obbedienza a un Dio che è amore.



La verità che Gesù è venuto a portare non consiste in un complesso di concetti astratti, da accettare in modo acritico, ma in un rapporto personale e profondo con Dio. In lui, infatti, c’è la verità in senso pieno, in quanto lui solo è il Dio « affidabile ». Il possesso di una verità concettuale sfocia facilmente in una difesa delle proprie prerogative che divide. La ricerca del Dio-Verità, invece, non può fare altro che unire tutti in un impegno di giustizia e di solidarietà.



La vita che Gesù è venuto a portare non consiste nella sopravvivenza fisica, ma piuttosto nella scoperta di un senso da dare alla propria esistenza. La vita fisica, perciò, non è un bene da difendere a qualsiasi costo, ma una carta da giocare per un bene più grande, che si coglie nella fede in Cristo e nell’amore per i fratelli. Specialmente oggi, in un momento in cui la medicina fa sperare in un prolungamento sempre maggiore della vita, bisogna ricordare che la vita è bella solo quando è donata.

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VI. Il Vangelo del discepolo prediletto – Giovanni

B. La piena manifestazione della gloria di Dio (Gv 13-21)

L

a seconda parte del quarto vangelo (Gv 13-21) è solitamente chiamata « libro della gloria » perché in essa è descritta, non più attraverso i segni ma in modo chiaro ed esplicito, la gloria di Gesù, nella quale si manifesta la gloria del Padre. Questa parte si apre con tre discorsi pronunziati da Gesù durante l’ultima cena, nel contesto della Pasqua ormai imminente (Gv 13-17). Essi rappresentano il suo testamento spirituale, nel quale mette in luce le intuizioni e le speranze che lo hanno guidato in tutto il suo ministero. Dal contesto liturgico e teologico della Pasqua traggono ispirazione i due grandi temi dell’amore fraterno e dello Spirito, che rappresentano il nucleo centrale dei discorsi. È probabile che i discorsi fossero originariamente autonomi, come risulta dal fatto che in Gv 14,30 l’esposizione sembra ormai conclusa, mentre poi prosegue per altri due capitoli; d’altra parte, l’ultimo discorso (Gv 17) è completamente autonomo rispetto ai precedenti. Subito dopo i discorsi pronunziati da Gesù nell’ultima cena, ha inizio il racconto della sua passione e morte (Gv 18-19). In questa parte del vangelo, l’autore segue da vicino il racconto dei sinottici: è significativo, però, il fatto che egli abbia operato una drastica scelta all’interno del materiale tradizionale, omettendo molti importanti dettagli da loro riportati e aggiungendone altri dotati di un chiaro significato simbolico. Infine, l’evangelista dà la sua versione della risurrezione e delle apparizioni di Gesù (Gv 20). Anche qui il resoconto giovanneo si avvicina a quello della tradizione sinottica, specialmente come è riportata da Luca (Lc 24,36-49), con il quale ha in comune alcuni elementi specifici: l’aspetto corporeo di Gesù, la gioia, la missione, la remissione dei peccati, il dono dello Spirito. L’ultimo capitolo del vangelo (Gv 21) è un antico frammento della tradizione giovannea, dotato di alcune caratteristiche proprie, che è stato collocato in questo punto dell’opera, al momento della redazione finale, dopo le parole conclusive dell’autore (Gv 20,30-31). Il « libro della gloria » si può quindi dividere nelle seguenti parti: a) Discorsi dell’ultima cena (Gv 13-17). b) La passione (Gv 18-19). c) La risurrezione (Gv 20,1-29). d) Conclusione (Gv 20,30-31). e) Appendice (Gv 21).

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B. La piena manifestazione della gloria di Dio (Gv 13-21)

109. Gesù lava i piedi ai discepoli Discorsi dell’ultima cena. Il primo capitolo ha il ruolo di introduzione a tutta la raccolta. Nel brano qui riportato, dopo un’introduzione dell’evangelista, si racconta la lavanda dei piedi, al termine della quale Gesù spiega il significato del suo gesto.

13,1

P

rima della festa di Pasqua, avendo amato i suoi che erano nel mondo, Gesù li amò fino alla fine: sapeva infatti che era venuta per lui l’ora di passare da questo mondo al Padre. 2-3 Egli sapeva anche che era venuto da Dio e a Dio ritornava e che il Padre gli aveva conferito ogni potere. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, il proposito di tradirlo, 4Gesù si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. 5Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. 6Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: « Signore, tu vuoi lavare i piedi a me? ». 7Rispose Gesù: « Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo ». 8 Gli disse Pietro: « Tu non mi laverai i piedi in eterno! ». Gli rispose Gesù: « Se non ti laverò, non avrai parte con me ». 9Gli disse Simon Pietro: « Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo! ». 10 Soggiunse Gesù: « Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti ». 11Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: « Non tutti siete puri ». 12 Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: « Capite quello che ho fatto per voi? 13Voi mi chiamate Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono. 14Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi ».

Gv 13,1-15

Ora di Gesù Con questa espressione si indica nel quarto vangelo il momento decisivo della sua vita. Essa era già stata anticipata nel primo segno compiuto da Gesù a Cana di Galilea e nei segni successivi, ma si è attuata precisamente nel suo passaggio da questo mondo al Padre mediante la morte in croce. È in questa « ora » che Gesù porta a compimento il progetto del Padre.

La lavanda dei piedi simboleggia la morte di Gesù in croce, vista come il suo gesto supremo d’amore verso il Padre e verso i suoi discepoli. Questa morte assume, come bene suggerisce il gesto di lavare i piedi, il significato di una radicale purificazione dal peccato e di una piena riconciliazione dei discepoli con Dio e fra di loro. L’amore che purifica è quello che ha ispirato Gesù a lottare contro i detentori del potere politico e religioso e a prediligere i più piccoli ed emarginati. La lavanda dei piedi è anche simbolo del battesimo cristiano, perché con esso i credenti di tutti i tempi sono coinvolti nella persona di Gesù e nel suo progetto. Infine, con questo gesto l’autore ha voluto simboleggiare anche il sacramento

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VI. Il Vangelo del discepolo prediletto – Giovanni dell’eucaristia, di cui non parla in questo contesto perché l’aveva già presentata precedentemente (Gv 6). Nell’eucaristia infatti, come nella lavanda dei piedi, Gesù mette se stesso totalmente a disposizione dei discepoli allo scopo di creare fra loro rapporti nuovi di comunione e di solidarietà.

Amore e comandamenti Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, per Giovanni non vi sono altri comandamenti accanto a quello dell’amore. È soltanto amandosi l’un l’altro che i discepoli compiono tutti i « comandamenti di Dio » che nel giudaismo erano contenuti nella legge.

Gesù continua la sua esortazione iniziale facendo cenno al tradimento di Giuda (13,16-20) che poi egli annunzia in modo esplicito smascherando il colpevole che esce nel buio della notte (13,21-30). In seguito, promulga il comandamento nuovo (13,31-35) e predice il rinnegamento di Pietro (Gv 13,36-38). Primo discorso (Gv 14). Il tema di fondo di questo discorso sono la partenza imminente di Gesù e il suo ritorno al Padre. In base a indizi letterari e tematici, si può suddividere in tre parti: Gesù annunzia la sua partenza ed esorta i discepoli a credere in lui che è la via verso il Padre (14,1-14), poi assicura la sua presenza con chi persevera nel suo amore, osservando i suoi comandamenti (14,15-24) e, infine, promette l’invio del Paraclito e il dono della pace (14,25-31). Secondo discorso (Gv 15-16). In questo discorso Gesù riprende e sviluppa gli stessi temi del primo, sottolineando però maggiormente i risvolti che il suo ritorno al Padre avrà nella vita dei suoi discepoli. La sezione si apre con l’allegoria della vite.

110. Gesù è la vera vite In questo testo Gesù elabora anzitutto l’allegoria della vite in chiave di unione tra lui e i suoi discepoli, poi li invita a rimanere nel suo amore e, infine, dà loro l’appellativo di « amici ».

Gv 15,1-17

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G

15,1

esù disse ai suoi discepoli: « Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3 Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunziato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. 9 Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e

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B. La piena manifestazione della gloria di Dio (Gv 13-21)

rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. 12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14 Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. 16Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri ». La vite è un importante simbolo biblico per indicare l’alleanza tra JHWH e Israele (cfr. Is 5,1-7; Mc 12,1-9). Questo simbolismo è qui utilizzato da Gesù per indicare la necessità che i suoi discepoli abbiano un’unione vitale con lui e fra loro. Essa consiste anzitutto nell’accogliere le sue parole, e poi nel praticare i suoi comandamenti che si riassumono nell’amore vicendevole. L’unione con Gesù porta il discepolo ad assumere spontaneamente la di lui logica e a produrre molti frutti. L’immagine della potatura significa che questa assimilazione a Cristo non è senza sofferenza.

Il discorso si focalizza poi sui rapporti tra i discepoli e il mondo. Gesù preannunzia sofferenze e persecuzioni (Gv 15,18-25), ma promette loro la venuta dello Spirito, che in loro e per mezzo loro gli renderà testimonianza (15,26-27). L’opera dello Spirito è ripresa nel brano seguente.

111. L’invio del Paraclito All’inizio di questo brano si trova un nuovo riferimento alle persecuzioni a cui saranno soggetti i discepoli. Il momento centrale è costituito dall’annunzio dell’invio dello Spirito, che rappresenta la conseguenza immediata della partenza di Gesù. In chiusura è sottolineato il compito dello Spirito come guida alla verità.

«Vi ho costituiti (...) perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda » (Gv 15,16c).

Allegoria della vite Nel giudaismo la vite era Israele (cfr. Is 5,1-7). Ora la vite si identifica con Gesù e con coloro che si stringono intorno a lui. È da questo stretto rapporto personale con lui che scaturisce nei discepoli la propensione all’amore reciproco.

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VI. Il Vangelo del discepolo prediletto – Giovanni Gv 16,1-15

Paraclito Con questo appellativo si indica in Giovanni lo stretto collegamento tra Gesù e lo Spirito di Dio. Lo Spirito compete anzitutto a Gesù. Egli però, mediante il suo esempio e il suo insegnamento, lo trasmette ai suoi discepoli. Ciò significa che è lui a guidarli perché possano attuare nel mondo il suo progetto.

V

16,1

i ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. 2Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. 3E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. 4Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto. Non ve l’ho detto dal principio, perché ero con voi. 5Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. 6Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. 7Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. 8E quando verrà, renderà il mondo consapevole riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. 9Riguardo al peccato, perché non credono in me; 10riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; 11 riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato. 12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito di verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annunzierà. 15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quello che è mio e ve lo annunzierà. Gesù promette l’invio dello Spirito e lo qualifica con l’appellativo di « Paraclito ». Questo termine, che significa « avvocato difensore », indica che il suo compito sarà quello di difendere, cioè di attuare nel corso della storia l’opera di Gesù. Egli svolgerà il suo compito in tre modi: mediante la vittoria sul peccato, identificato con l’incredulità nei confronti di Gesù; mediante l’attuazione della giustizia, cioè l’estensione a tutti del suo rapporto con il Padre; mediante il giudizio, che consiste nell’eliminazione del potere diabolico che pretende di dominare il mondo. Svolgendo il suo ruolo, lo Spirito guida i discepoli verso la verità piena, in quanto porta a pienezza il loro rapporto con Dio a cui Gesù ha dato inizio. È nei discepoli, e attraverso di loro, che lo Spirito realizza il suo compito. Solo la sua potenza può garantire la permanenza del messaggio di Gesù nei suoi discepoli e nel mondo. Preghiera sacerdotale (Gv 17). Il terzo discorso è così chiamato perché in esso Gesù si esprime sotto forma di preghiera a Dio in favore dei suoi discepoli. Esso si apre con una pressante richiesta al Padre perché li custodisca e li difenda.

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B. La piena manifestazione della gloria di Dio (Gv 13-21)

112. Preghiera sacerdotale di Gesù Questa prima parte del discorso abbraccia tre momenti: glorificazione di Gesù, rapporto tra lui e i suoi discepoli, preghiera di Gesù perché i discepoli, rimanendo nel mondo, possano essere una cosa sola.

17,1

D

opo aver detto tutte queste cose, Gesù alzò gli occhi al cielo e disse: « Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. 2Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3 Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. 5E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse. 6 Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. 7Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. 9 Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. 10Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. 11Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che tu mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi ». La gloria che Gesù chiede per se stesso non consiste in un onore umano, ma nella manifestazione di Dio attraverso la sua morte e risurrezione. Il rapporto che lo unisce al Padre trova la sua logica conseguenza in quello che si instaura tra lui e i suoi discepoli, ai quali egli ha rivelato tutto quello che il Padre gli ha dato. Gesù prega per loro, affinché siano una cosa sola: solo così renderanno palese nel mondo il rapporto profondissimo che lega Gesù al Padre. Egli non prega, invece, per il mondo che qui assume il significato di una potenza diabolica ormai non più ricuperabile. Nella seconda parte della preghiera sacerdotale, Gesù non chiede che i suoi discepoli siano tolti dal mondo ma che siano custoditi dal maligno. E ripete la richiesta che siano una cosa sola, perché il mondo creda che egli lo ha mandato (Gv 17,12-26).

Gv 17,1-11

Sacerdozio di Gesù Nell’ultimo discorso della cena, pur senza usare questa terminologia, l’evangelista presenta Gesù in atteggiamento sacerdotale che prega per i suoi discepoli. È questo un segno della sua presenza costante accanto a loro. Con il suo aiuto essi potranno vincere le potenze del male.

Mondo Nel quarto vangelo questo termine indica a volte quella parte di umanità che si è chiusa al messaggio evangelico. Per essa Gesù non prega, in quanto la considera ormai fuori dal suo influsso salvifico. Ma per i discepoli è impossibile dire chi si trovi in questo stato. Perciò la preghiera deve essere universale.

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VI. Il Vangelo del discepolo prediletto – Giovanni «Non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi » (Gv 17,9).

Arresto di Gesù Secondo Giovanni, Giuda guida il plotone che arresta Gesù. Esso è composto di guardie giudaiche e di soldati romani. È questo un ricordo, forse attendibile, della parte svolta dai romani nell’arresto di Gesù. Passione (Gv 18-19). Il racconto inizia subito al termine dei discorsi dell’ultima cena. Esso si apre con l’arresto di Gesù (Gv 18,1-11), in seguito al quale egli è poi portato prima davanti ad Anna e poi davanti a Caifa: non si tratta però, come nei sinottici, di un processo, ma di un semplice interrogatorio; intanto Pietro rinnega per tre volte Gesù (18,12-27). Infine, ha luogo il processo davanti a Pilato.

113. Gesù davanti a Pilato Prima di procedere nei confronti di Gesù, Pilato si informa su quali siano i capi d’imputazione sollevati contro di lui. Poi affronta l’interrogatorio di Gesù, che verte sulla sua qualifica di re. Al termine dell’interrogatorio, Pilato lo dichiara innocente.

Gv 18,28-38

184

C

18,28

oloro che avevano arrestato Gesù lo condussero dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. 29 Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: « Che accusa portate contro quest’uomo? ». 30Gli risposero: « Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato ». 31Allora Pilato disse loro: « Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge! ». Gli risposero i giudei: « A noi non è consentito mettere a morte nessuno ». 32Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.

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B. La piena manifestazione della gloria di Dio (Gv 13-21) 33

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: « Sei tu il re dei giudei? ». 34Gesù rispose: « Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me? ». 35Pilato disse: « Sono forse io giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto? ». 36Rispose Gesù: « Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei; ma il mio regno non è di quaggiù ». 37Allora Pilato gli disse: « Dunque tu sei re? ». Rispose Gesù: « Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce ». 38Gli dice Pilato: « Che cos’è la verità? ». E, detto questo, uscì di nuovo verso i giudei e disse loro: « Io non trovo in lui colpa alcuna ». Gesù è trasferito al tribunale di Pilato con l’intenzione di farlo condannare a morte come ribelle. Perciò viene accusato di essersi arrogato il titolo di Messia, che in termini politici contiene la pretesa di essere re e quindi implica la ribellione contro il potere di Roma. E, difatti, l’interrogatorio di Pilato verte sulla sua regalità. Secondo il quarto vangelo, nel corso del processo Gesù ammette esplicitamente di essere re, ma precisa in qual senso debba essere intesa questa sua dignità. Essa consiste non nell’esercizio del potere, ma nella testimonianza alla verità, che si identifica con la fedeltà di Dio nei confronti del suo popolo. Pilato non può capire, ma riconosce l’innocenza di Gesù.

Regalità di Gesù Il colloquio pacato di Gesù con Pilato ha lo scopo di mostrare come il titolo di « Messia », attribuito dai cristiani a Gesù, non entra in collisione con il potere romano, perché si colloca su un altro piano, quello della ricerca della verità. Questo era molto importante per i cristiani che vivevano nell’impero romano e potevano essere accusati di non riconoscere il potere di Cesare.

Pilato fa il tentativo di liberare Gesù come segno di buona volontà verso i giudei in occasione della Pasqua, ma i giudei esigono che sia invece liberato Barabba (Gv 18,39-40). Seguono gli oltraggi e la condanna a morte, nonostante i ripetuti tentativi fatti da Pilato per liberarlo (19,116a). Alla fine Gesù è crocifisso (19,16b-22). Grande rilievo assume il racconto della sua morte.

114. La morte di Gesù Gli ultimi momenti di Gesù sono descritti in modo solenne, per mostrare come nella sua morte si siano adempiute le Scritture. Il racconto comprende tre momenti: la divisione delle vesti di Gesù, le parole rivolte a Maria e l’offerta dell’aceto, a cui segue immediatamente la morte.

19,23

D

opo aver crocifisso Gesù, i soldati presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascuno. Ma siccome la tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo,

Gv 19,23-30

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VI. Il Vangelo del discepolo prediletto – Giovanni «Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: È compiuto! E, chinato il capo, consegnò lo spirito » (Gv 19,30).

Maria ai piedi della croce Questa scena richiama quella delle nozze di Cana. In ambedue è descritto simbolicamente il ruolo che Maria ha svolto sia nella vita di Gesù sia nella Chiesa, rappresentata nella figura del discepolo prediletto. Maria è presentata come la « donna » della Genesi, che entra in lotta con il serpente e genera colui lo vincerà in modo definitivo.

Data della morte di Gesù Gesù è morto nel pomeriggio di un venerdì. Ma, mentre per i sinottici si tratta della festa di Pasqua, per Giovanni Gesù muore alla vigilia del giorno festivo, quando nel tempio sono sacrificati gli agnelli pasquali. Sullo sfondo di questo rito, Gesù è presentato come l’Agnello pasquale, al quale non è spezzato osso (cfr. Es 12,46).

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24

dissero fra loro: « Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca ». Così si compiva la Scrittura, che dice: Si sono divisi fra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte (Sal 22[21],19). 25 Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: « Donna, ecco tuo figlio! ». 27Poi disse al discepolo: « Ecco tua madre! ». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. 28 Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era finito, affinché si compisse la Scrittura, disse: « Ho sete ». 29Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. 30Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: « È compiuto! ». E, chinato il capo, consegnò lo spirito. La divisione delle vesti da parte dei soldati è vista dall’evangelista come l’attuazione di una profezia contenuta in Sal 22[21],19. La presenza di Maria ai piedi della croce, ricordata solo da Giovanni, richiama l’episodio iniziale delle nozze di Cana: idealmente Maria appare accanto a Gesù dall’inizio alla fine del suo ministero. Il discepolo che Gesù amava, che prende presso di lei il posto di Gesù, rappresenta la comunità dei discepoli. L’espressione « consegnò lo spirito », con la quale è indicata la morte di Gesù, allude al dono dello Spirito che Gesù, innalzato sulla croce, fa alla Chiesa. Nel brano successivo si narra quanto è avvenuto dopo la morte di Gesù (Gv 19,31-37). Nel fatto che a Gesù, ormai morto, non siano rotte le gambe, come era uso per abbreviare l’agonia dei condannati, l’evangelista vede la sua assimilazione all’agnello pasquale, le cui ossa

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B. La piena manifestazione della gloria di Dio (Gv 13-21) dovevano rimanere intatte (cfr. Es 12,46). Un soldato trafigge il costato di Gesù con un colpo di lancia, nel quale l’evangelista vede l’attuazione di un’altra profezia (cfr. Zc 12,10). Egli osserva che dal costato trafitto sono usciti acqua e sangue, simbolo dei due grandi sacramenti della Chiesa (battesimo ed eucaristia). Infine, l’evangelista narra l’intervento di Giuseppe d’Arimatea e di Nicodemo che ottengono da Pilato il corpo di Gesù, lo ungono con oli aromatici e lo seppelliscono in un sepolcro nuovo (Gv 19,38-42). La risurrezione (Gv 20-21). Al mattino del giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si reca alla tomba di Gesù e, avendola trovata vuota, informa i discepoli. Due di essi, Pietro e il discepolo che Gesù amava, vanno anch’essi alla tomba e constatano che essa è vuota; per primi essi allora credono nella risurrezione (Gv 20,1-10). È poi narrata la manifestazione del Risorto a Maria di Magdala (20,11-18). Infine, l’evangelista racconta la duplice apparizione di Gesù agli Undici.

115. Gesù appare ai discepoli L’evangelista ricorda due apparizioni parallele ai discepoli, l’una in assenza di Tommaso e l’altra quando anch’egli è presente. L’apparizione agli Undici comprende i seguenti momenti: saluto, conferimento della pace e invio con lo scopo di annunziare il perdono dei peccati. Dopo un intermezzo, in cui Tommaso dichiara la sua incredulità, è narrata la seconda apparizione di Gesù, concentrata unicamente su questo discepolo.

L

20,19

a sera del primo giorno della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, stette in mezzo a loro e disse: « Pace a voi! ». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: « Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi ». 22Detto questo, soffiò e disse loro: « Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati ». 24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: « Abbiamo visto il Signore! ». Ma egli disse loro: « Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo ». 26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo a loro e disse: « Pace a voi! ». 27Poi disse a Tommaso: « Metti qui il tuo

Maria di Magdala Questa donna assume un ruolo molto importante nei racconti della risurrezione di Gesù. È strano che ella non appaia mai durante il suo ministero pubblico, se non una volta in Luca (Lc 8,2), mentre Marco la nomina fra le donne che in Galilea seguivano Gesù come discepole (cfr. Mc 15,40-41). Si può supporre che la tradizione ne abbia cancellato il ricordo.

Gv 20,19-29

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VI. Il Vangelo del discepolo prediletto – Giovanni

dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente! ». 28Gli rispose Tommaso: « Mio Signore e mio Dio! ». 29Gesù gli disse: « Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che crederanno anche senza avere visto! ». Nella sua prima apparizione, Gesù si presenta come colui che dona la pace ai suoi discepoli e dà loro il mandato di attivare un grande movimento di perdono e di riconciliazione. Per questo conferisce loro il dono escatologico dello Spirito. L’episodio di Tommaso vuole suggerire che la fede in Gesù è possibile anche senza un incontro fisico con lui: ciò è importante perché anche i futuri discepoli si sentano pienamente coinvolti nel mandato assegnato da Gesù agli Undici. Al racconto della seconda apparizione di Gesù fa seguito immediatamente la prima conclusione del vangelo: fra i tanti segni fatti da Gesù, l’evangelista ne ha scritti solo alcuni perché i lettori credessero che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché così avessero la vita nel suo nome (Gv 20,30-31). Dopo la conclusione il redattore finale ha aggiunto un brano nel quale si racconta un’altra apparizione di Gesù ai discepoli sul lago di Tiberiade: egli si mostra loro sulla riva, ma essi non lo riconoscono; dietro sua indicazione, essi fanno una pesca abbondantissima; solo allora capiscono che è lui. Il discepolo che Gesù amava è il primo a riconoscerlo; Pietro allora si butta in acqua e raggiunge per primo Gesù; questi offre loro da mangiare pesce arrostito e pane (21,1-14). Dopo di ciò si svolge un dialogo tra il Risorto e Pietro.

«Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci » (Gv 21,11a).

116. La seconda vocazione di Pietro Nella prima parte di questo racconto Gesù conferisce a Pietro il ruolo di capo dei discepoli e di quanti aderiranno in futuro a lui. Nella seconda, invece, si delineano i rapporti tra Pietro e il discepolo che Gesù amava.

Gv 21,15-23

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Q

21,15

uand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: « Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di costoro? ». Egli rispose: « Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene ». Gli disse: « Pasci i miei agnelli ». 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta:

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B. La piena manifestazione della gloria di Dio (Gv 13-21)

« Simone, figlio di Giovanni, mi ami? ». Egli rispose: « Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene ». Gli disse Gesù: « Pascola le mie pecore ». 17Per la terza volta gli disse Gesù: « Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene? ». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli avesse domandato: « Mi vuoi bene? », e gli disse: « Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene ». Gli rispose Gesù: « Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi ». 19 Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: « Seguimi ». 20 Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: « Signore, chi è che ti tradisce? ». 21Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: « Signore, che cosa sarà di lui? ». 22Gesù gli rispose: « Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi ». 23Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: « Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? ».

Movimento giovanneo Nell’appendice del quarto vangelo è forse attestata l’adesione delle comunità giovannee al più vasto movimento cristiano, simboleggiato nella figura di Pietro. Ma al tempo stesso è rivendicato il ruolo specifico che compete nella Chiesa al gruppo del discepolo prediletto, portatore di un rapporto più personale e diretto con Cristo.

Pietro ottiene da Gesù stesso il primato, ma prima deve cancellare, con una triplice attestazione di amore, la macchia del triplice rinnegamento. È il suo amore per Gesù che lo porterà a seguirlo fino ad affrontare, come lui, il martirio. Le parole circa la sorte del discepolo che Gesù amava sono erroneamente interpretate come predizione che egli non sarebbe morto. Esse invece indicano simbolicamente la permanenza nella Chiesa, accanto alla struttura istituzionale, rappresentata da Pietro, di un movimento che punta sul rapporto esperienziale con Gesù, di cui le comunità giovannee si sentono portatrici. Al termine, il redattore finale ha posto una seconda conclusione di tutto il libro in cui si attribuisce al discepolo prediletto la composizione del quarto vangelo e si ribadisce che le cose in esso raccontate sono solo una piccola parte di ciò che è accaduto in realtà (Gv 21,24-25).

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VI. Il Vangelo del discepolo prediletto – Giovanni

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a gloria di Gesù, preannunziata dai segni raccontati nella prima parte, culmina nella sua morte in croce. In quel momento egli è innalzato, ritorna al Padre e fa il dono dello Spirito, che confermerà dopo la sua risurrezione. Il significato di questa gloria è spiegato da Gesù nei discorsi da lui pronunziati durante l’ultima cena. Egli sottolinea il fatto che, dopo essere venuto dal Padre, a lui ritorna, mostrando così di essere unito a lui mediante un rapporto unico di amore. Sebbene la morte, la risurrezione, il ritorno al Padre e il dono dello Spirito siano momenti separati per motivi narrativi, essi formano un unico evento. Tutta l’opera di Gesù non ha altro scopo se non quello di manifestare la gloria del Padre, attuando la salvezza dell’umanità che consiste nella partecipazione all’amore che unisce indissolubilmente il Figlio al Padre. In questo processo salvifico, un ruolo di primaria importanza spetta allo Spirito, il dono divino per eccellenza, inviato dal Padre per mezzo di Gesù. Egli è il « Paraclito », l’avvocato che difende l’opera di Gesù e la porta a termine agendo nell’intimo dei cuori. Con questa sua azione rinnovatrice, lo Spirito dà ai credenti l’esatta comprensione del messaggio di Gesù, non rivelando nuove dottrine, ma conducendoli a una comprensione sempre più piena di quanto egli ha insegnato. I discepoli, assieme a quanti, in forza della loro parola, crederanno in Gesù, sono i depositari della salvezza da lui annunziata e realizzata. Essi sono uniti a lui come i tralci alla vite, e si distinguono dal resto del mondo non per particolari riti, strutture o dottrine, ma per il loro rapporto vicendevole di amore, nel quale si manifesta l’amore che unisce il Padre e il Figlio. Vivendo in un mondo ostile a Dio, essi sono destinati a fare, come Gesù, l’esperienza dell’odio e della persecuzione. Ma ciò non potrà scalfire la loro gioia, in quanto proprio in forza di queste sofferenze essi renderanno testimonianza al loro Signore. La comunità dei discepoli, annunziando la vittoria di Dio sulle potenze del male, diventa così un segno di speranza per tutta l’umanità.

Il mio servo sarà innalzato Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente. 53,1 Chi crederà al nostro annunzio? A chi sarà manifestato il braccio del Signore? 3a Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire. 4a Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori. 7a Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca.

52,13

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Con oppressione e ingiusta sentenza fu eliminato. 10b Siccome ha offerto se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. 11 Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si è addossato le loro iniquità. 8

(Isaia 52,13; 53,1.3a.4a.7a.8.10b-11)

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B. La piena manifestazione della gloria di Dio (Gv 13-21)



Al termine della lavanda dei piedi, Gesù dice ai discepoli che la stessa cosa essi devono fare non a lui ma fra di loro. È questo il vero significato della sua morte e risurrezione prefigurata nell’eucaristia. Questo rito, ripetuto lungo i secoli dai cristiani, non deve essere inteso come un atto di culto nei confronti di Gesù, ma come un gesto di amore vicendevole, dal quale ha origine la comunità. Solo così i credenti manifestano al mondo la sua presenza.



Nei discorsi della « cena », Gesù afferma che i suoi discepoli devono essere nel mondo, ma non del mondo. Essi quindi non devono illudersi di seguire Gesù fuggendo da questo mondo, ma opponendosi alla sua mentalità. Questa direttiva esige un forte senso critico, che impedisce di accettare passivamente i meccanismi di violenza e di sopraffazione che predominano in questo mondo. Ciò è possibile solo se si è disposti a pagare di persona.



La morte di Gesù in croce è presentata dal quarto vangelo come la sua « glorificazione ». Non si tratta però di una gloria umana, ma della manifestazione più piena di un Dio che è amore. In questa morte è significato anche il ritorno di Gesù al Padre e l’invio dello Spirito. La vera gloria si ottiene dunque non con l’uso di strumenti umani, quali il potere, i soldi, il successo, ma mediante un amore che si manifesta nella solidarietà e nella condivisione.



La risurrezione di Gesù rappresenta il punto di partenza di un grande movimento in favore della riconciliazione e della pace. Il compito affidato ai discepoli è quello di annunziare il perdono di Dio. Questo si attua non mediante la conversione a una nuova religione, ma con la lotta pacifica contro tutto ciò che divide l’umanità, creando violenza e sopraffazione. A questo scopo deve tendere la comunità, nella quale si anticipa il mondo nuovo voluto da Gesù.

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Il Vangelo per le vie del mondo Atti degli apostoli

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l canone del Nuovo Testamento riporta, subito dopo i quattro vangeli, un altro scritto di carattere narrativo, intitolato « Atti degli apostoli », che si presenta, assieme al terzo vangelo, come il secondo volume di un’unica opera (cfr. Lc 1,1-4; At 1,1-2). Il titolo del libro, attribuitogli solo qualche decennio dopo la sua pubblicazione, è stato suggerito dal fatto che esso rivela analogie con un genere letterario che era usato nell’antichità per narrare le gesta di personaggi famosi. In realtà, però, il libro degli Atti degli apostoli non narra le vicende di tutti gli apostoli, ma solo una serie di avvenimenti, la maggior parte dei quali ha come protagonisti Pietro e soprattutto Paolo, che illustrano l’espansione del cristianesimo primitivo da Gerusalemme fino al centro dell’impero romano (cfr. At 1,8). L’opera è scritta in uno stile vivace e interessante. In essa sono abilmente mescolati generi letterari diversi, come ad esempio racconti di miracoli e di viaggi, resoconti di esperienze missionarie, preghiere, lettere. Un ruolo speciale è riservato ai « discorsi », collocati nei punti strategici dell’opera con lo scopo di illustrare il significato degli eventi narrati, e i « sommari », che rievocano sinteticamente tutta una serie di eventi. Gli Atti degli apostoli sono scritti, come tutti i libri biblici, con intenti religiosi. L’autore vuole mostrare come le comunità cristiane presenti nel mondo ellenistico, pur essendo composte in massima parte di gentili, siano le autentiche continuatrici, in stretta comunione con la Chiesa madre di Gerusalemme, dell’antico Israele. Questo scopo religioso non pregiudica la storicità del libro, ma le notizie in esso contenute devono essere analizzate criticamente e messe a confronto con quelle riportate nelle lettere di Paolo. A partire dal secolo II d.C., gli Atti degli apostoli sono stati attribuiti, assieme al terzo vangelo, a un certo Luca identificato poi con un collaboratore di Paolo (cfr. Fm v. 24; Col 4,14; 2Tm 4,11). Nei tempi moderni, questa identificazione ha suscitato molte obiezioni perché gli Atti degli apostoli riflettono una problematica teologica e un’organizzazione ecclesiastica tipiche di un periodo posteriore. Si pensa quindi che il libro sia stato scritto non prima dell’85 d.C., qualche anno dopo la composizione del terzo vangelo. Gli Atti degli apostoli possono essere divisi, in base ad At 1,8, in due grandi parti: A. I primi passi del Vangelo (At 1,1 - 15,35). B. Fino ai confini della terra (At 15,36 - 28,31).

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli

A. I primi passi del Vangelo (At 1,1 - 15,35)

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ella prima parte degli Atti degli apostoli si raccontano gli eventi che hanno avuto luogo a partire dalla risurrezione di Gesù fino all’« assemblea di Gerusalemme » (At 15,1-35). In questo periodo, il vangelo è stato annunziato non solo in Giudea e in Samaria, ma anche nelle comunità giudaiche della Siria e nella parte meridionale della Galazia proconsolare, con occasionali aperture ai gentili. Ma secondo Luca è a Gerusalemme che si decide in modo definitivo e irrevocabile lo statuto dei gentili ammessi nella Chiesa. Solo allora comincerà in modo ufficiale la missione ai gentili. Dal punto di vista storico è possibile che Luca, come egli stesso riferisce nel prologo del vangelo (Lc 1,1-4), si sia servito di fonti le quali potevano risalire a qualcuno dei protagonisti della prima ora (Pietro, Filippo, Barnaba, Sila). Ma si tratta di semplici supposizioni, perché egli ha rifuso il suo materiale in modo tale da rendere impossibile riconoscere in esso blocchi originariamente autonomi. Per di più, a parte quanto Paolo stesso dice della propria conversione/vocazione e degli inizi della propria attività, non esistono altre informazioni con cui confrontare quanto si dice in questa parte del libro. Resta quindi il dubbio che, accanto a informazioni attendibili, si trovino tratti più o meno leggendari, suggeriti dallo scopo religioso dell’opera. In questa parte del libro sono particolarmente evidenti alcune caratteristiche del metodo narrativo di Luca, quali il ricorso ai discorsi, ai sommari, alle ripetizioni. A volte egli anticipa l’apparizione di un personaggio le cui vicende saranno narrate in seguito o interrompe una narrazione per inserire in essa uno o più cicli narrativi diversi. Altre volte, egli adotta il genere delle « vite parallele » che consiste nel mettere in luce le somiglianze tra un personaggio e un altro. In questa prima parte degli Atti degli apostoli sono contenute le seguenti sezioni narrative: • Prologo. Dalla Risurrezione all’Ascensione di Gesù (At 1,1-11). a) L’annunzio a Gerusalemme (At 1,12 - 5,42). b) Le vicende di Stefano e del suo gruppo (6,1 - 8,4). c) La missione in Samaria e nella zona costiera (8,5 - 12,24). d) Primo viaggio missionario di Paolo e Barnaba (13,1 - 14,28). • Conclusione. L’assemblea di Gerusalemme (At 15,1-35).

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A. I primi passi del Vangelo (At 1,1 - 15,35)

117. I quaranta giorni di Gesù con i discepoli Nel brano che fa da introduzione a tutto il libro, Luca si rivolge, come nel prologo del vangelo, a Teofilo e gli ricorda il contenuto della sua prima opera. Seguono alcune notizie circa il periodo trascorso da Gesù risorto con gli apostoli, l’ascensione e la formazione del primo nucleo della comunità di Gerusalemme.

1,1

N

el mio primo libro, o Teofilo, ho raccontato tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi 2fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. 3 Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. 4Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, « quella, disse, che voi avete udito da me: 5Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo ». 6 Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: « Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele? ». 7Ma egli rispose: « Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, 8ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra ». 9 Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. 10Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro 11e dissero: « Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo ».

At 1,1-11

Ascensione Questo evento è descritto solo da Luca (Lc 24,50-53; At 1,9-11), dal quale dipende il finale canonico di Marco (Mc 16,19). Il terzo evangelista ha voluto esprimere in termini narrativi la piena comunione con il Padre che Gesù ha raggiunto in seguito alla sua morte e risurrezione. Egli si ispira soprattutto al racconto biblico del rapimento di Elia (cfr. 2Re 2,7-15).

Alla luce di questo prologo, il terzo vangelo e gli Atti degli apostoli si presentano come due opere strettamente collegate che riguardano rispettivamente il momento fondante del movimento cristiano e quello della sua successiva diffusione: il primo va dalla nascita del suo fondatore fino alla sua ascensione al cielo, il secondo si estende dalla Pentecoste fino al momento in cui esso è saldamente stabilito nella capitale dell’impero romano. Le istruzioni di Gesù risuscitato agli apostoli si limitano alla promessa dello Spirito che farà di loro i testimoni stabiliti da Dio. Essi svolgeranno la loro opera da Gerusalemme

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli fino ai confini della terra, che per Luca indicano Roma, la capitale dell’impero. L’ascensione di Gesù era già stata raccontata da Luca nel suo vangelo (cfr. Lc 24,50-53) con modalità diverse. Qui l’evangelista vuole suggerire che un lungo periodo di tempo separa questo evento dal ritorno di Gesù. L’annunzio a Gerusalemme (At 1,12 - 5,42). Dopo il prologo, Luca descrive la diffusione del cristianesimo nella città santa del giudaismo. Egli inizia con l’elenco di coloro che saranno i depositari del dono dello Spirito e i primi testimoni del Risorto.

118. La prima comunità cristiana In occasione del ritorno a Gerusalemme di coloro che hanno assistito all’ascensione, Luca mette in risalto soprattutto il gruppo degli Undici. Egli aggiunge però che con loro c’erano anche altre persone. Il luogo di convegno è probabilmente quello in cui si è svolta l’ultima cena (cenacolo).

At 1,12-14

Chiesa primitiva Essa comprende non solo gli undici discepoli, ma anche un gruppo di donne discepole di Gesù. Fra loro si trova Maria, madre di Gesù, della quale non si dice che fosse con lui durante il suo ministero itinerante. I fratelli di Gesù svolgeranno un ruolo direttivo nella comunità primitiva.

A

1,12

llora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. 13Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo zelota e Giuda figlio di Giacomo. 14Tutti costoro erano perseveranti e concordi nella preghiera, assieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui. Il primo nucleo della comunità cristiana è formato anzitutto dagli undici discepoli di Gesù, gli unici dei quali si dice espressamente il nome. È significativa però la presenza accanto a loro delle donne che per prime avevano testimoniato la risurrezione di Gesù. Fra esse, Luca nomina anche Maria, la madre di Gesù. Un altro gruppetto è formato dai fratelli di Gesù, che durante il suo ministero pubblico gli erano stati contrari (cfr. Mc 3,20-21; Gv 7,5). Luca sottolinea soprattutto la concordia vicendevole che si è instaurata fra queste persone, di cui è prova la loro perseveranza nella preghiera. L’annunzio a Gerusalemme (At 1,15 - 5,42). Il primo passo del nascente movimento cristiano consiste, secondo Luca, nel chiudere la ferita dolorosa aperta con il tradimento di Giuda.

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119. Il dodicesimo apostolo Il lettore si trova improvvisamente di fronte a un gruppo di centoventi fratelli, ai quali Pietro si rivolge con l’autorevolezza del capo. Egli descrive anzitutto la morte di Giuda, poi enuncia la necessità di sostituirlo. La nomina del successore avviene con la partecipazione di tutta la comunità.

I

1,15

n quei giorni, mentre i fratelli erano radunati in numero di circa centoventi persone, Pietro si alzò in mezzo a loro e disse: 16 « Fratelli, era necessario che si compisse ciò che nella Scrittura è stato predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, diventato la guida di quelli che arrestarono Gesù. 17Egli infatti era stato uno dei nostri e aveva avuto in sorte lo stesso nostro ministero. 18Giuda dunque comprò un campo con il prezzo del suo delitto e poi, essendo precipitato in avanti, il suo ventre si squarciò e si sparsero tutte le sue viscere. 19La cosa è divenuta nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme, e così quel campo, nella loro lingua, è stato chiamato Akeldama, cioè “Campo del sangue”. 20Sta scritto infatti nel libro dei Salmi: La sua dimora diventi deserta e nessuno vi abiti (Sal 69[68],26), e il suo incarico lo prenda un altro (Sal 109[108],8) . 21 Bisogna dunque che, fra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi, 22cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato assunto in cielo sotto i nostri occhi, uno divenga testimone, assieme a noi, della sua risurrezione ». 23 Ne proposero due: Giuseppe, detto Barsabba, soprannominato Giusto, e Mattia. 24Poi pregarono dicendo: « Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostra quale di questi due tu hai scelto 25per assumere il ministero e l’apostolato che Giuda ha abbandonato per andarsene al suo destino ». 26Tirarono a sorte fra loro e la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli.

At 1,15-26

« Ne proposero due: Giuseppe, detto Barsabba, soprannominato Giusto, e Mattia » (At 1,23).

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli Pietro suppone che anche la vicenda di Giuda facesse parte del progetto di Dio descritto nelle Scritture. Perciò cita due testi dai quali ricava, da una parte, che essa era stata preannunziata, e dall’altra, che Giuda doveva essere sostituito, cosa che è subito decisa all’unanimità. La sostituzione di Giuda serve a Luca per far passare l’idea secondo cui l’appellativo di « apostolo », che agli inizi del cristianesimo era attribuito a una larga cerchia di persone, è riservato al gruppetto dei dodici discepoli scelti da Gesù, i quali vengono così a rappresentare le colonne del movimento cristiano. Dalle caratteristiche che deve avere il sostituto di Giuda, risulta che essi sono i testimoni autorizzati perché sono stati con Gesù durante tutto il periodo della sua vita pubblica, e devono attestare che il Maestro è veramente risorto. Il numero « 12 » ha una forte valenza simbolica, perché richiama i dodici patriarchi del popolo eletto che Gesù aveva voluto ricostituire nella sua purezza originaria.

Giuda La sua morte è qui descritta da Luca alla luce di Sap 4,19 (la morte dell’empio), mentre Matteo si rifà alla morte di Achitofel, consigliere di Davide passato al seguito di Assalonne (Mt 27,3-10; cfr. 2Sam 17,23).

La nascita vera e propria della comunità cristiana ha luogo nel momento della discesa dello Spirito, che rappresenta il punto di partenza di tutti gli sviluppi successivi.

120. L’esperienza dello Spirito Luca narra l’evento fondante della Chiesa descrivendo anzitutto l’esperienza dei diretti interessati, poi le reazioni dei presenti.

At 2,1-13

Discesa dello Spirito È narrata sulla falsariga delle leggende giudaiche riguardanti la teofania e il dono della legge (cfr. Es 19-20).

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2,1

M

entre stava iniziando il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2Venne all’improvviso dal cielo un fragore, simile a un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. 3Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posavano su ciascuno di loro, 4e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. 5 Abitavano allora a Gerusalemme giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. 6A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7 Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: « Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8E come mai ciascuno di noi li sente parlare nella propria lingua nativa? 9Siamo parti, medi, elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, 10della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, romani qui residenti, 11giudei e proseliti, cretesi e arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle

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grandi opere di Dio ». 12Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: « Che cosa significa questo? ». 13Altri invece li deridevano e dicevano: « Si sono ubriacati di vino dolce ». Luca non specifica su chi sia disceso lo Spirito, ma bisogna supporre che si trattasse del gruppetto che si era radunato nel cenacolo dopo l’ascensione di Gesù. Il fenomeno provocato dallo Spirito è probabilmente quello chiamato « glossolalia », parlare in lingue, cioè una preghiera in una lingua sconosciuta (cfr. At 10,46; 19,6; 1Cor 14). Luca lo avrebbe trasformato in un fenomeno di comunicazione (« Parlare in altre lingue »), per sottolineare l’origine di una missione destinata a tutto il mondo. Nelle tradizioni giudaiche si trovava l’idea secondo cui, nel momento in cui Dio donava la legge, erano presenti al Sinai anche altre popolazioni: a loro per prime Dio l’avrebbe proposta, ma esse l’avrebbero rifiutata per vari motivi, mentre Israele l’ha accolta con gioia. Sullo sfondo di queste concezioni, anche la presenza, fra i testimoni, di giudei provenienti da diverse parti del mondo allora conosciuto significa che il vangelo sarà annunziato a tutte le nazioni.

Glossolalia Questo fenomeno, consistente nel pregare in una lingua sconosciuta, era molto diffuso nella Chiesa primitiva. Scrivendo alla comunità di Corinto, Paolo si preoccupa di dare direttive precise in proposito (cfr. 1Cor 12-14).

Il sospetto che gli apostoli siano ubriachi offre a Pietro l’occasione per spiegare che cosa è accaduto. Il discorso che è messo qui sulla sua bocca rappresenta, nell’intenzione di Luca, la sintesi programmatica del primo annunzio cristiano (ke- rygma), così come avveniva in ambiente giudaico, ma rivolto tendenzialmente a tutto il mondo.

121. Il vangelo annunziato ai giudei In contrasto con le supposizioni dei presenti, Pietro spiega il comportamento suo e dei suoi compagni alla luce di una profezia biblica. Poi passa direttamente al primo annunzio, sviluppando questi temi: vita terrena di Gesù; morte, risurrezione, ascensione cielo e dono dello Spirito; argomentazione biblica; testimonianza degli apostoli; invito alla conversione.

2,14

A

llora Pietro con gli Undici si alzò in piedi e disse ad alta voce: « Uomini di Giudea, e voi tutti abitanti di Gerusalemme, fate attenzione alle cose che sto per dirvi. 15Questi uomini non sono ubriachi, come voi supponete: sono infatti le nove del mattino; 16accade invece quello che fu detto da Dio per mezzo del profeta Gioele: 17 Negli ultimi giorni effonderò su tutti il mio Spirito; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno,

At 2,14-41

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli

Spirito Gioele lo presenta come il dono per eccellenza che Dio farà al suo popolo negli ultimi tempi. Luca prolunga la citazione di questo profeta per poter sottolineare il carattere universale della salvezza (cfr. At 2,21).

Argomento biblico I pochi versetti citati non costituiscono da soli una prova della risurrezione di Gesù. Essi sono scelti in quanto, letti alla luce dell’evento fondamentale del cristianesimo, sembrano esprimere l’idea centrale di tutta la Bibbia, cioè la vittoria di Dio sulle potenze del male.

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i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni. 18 E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno. 19 Farò prodigi lassù nel cielo e segni quaggiù sulla terra, sangue, fuoco e nuvole di fumo. 20 Il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue, prima che giunga il giorno del Signore, giorno grande e glorioso. 21 Allora chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato (Gl 3,1-5). 22 Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret era un uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece fra voi per opera sua, come voi sapete bene. 23Secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, egli è stato consegnato a voi, ma voi, per mezzo di persone empie, l’avete crocifisso e l’avete eliminato. 24Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. 25Dice infatti Davide a suo riguardo: Contemplo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. 26 Per questo si rallegra il mio cuore ed esulta la mia lingua, e anche la mia carne riposa nella speranza, 27 perché tu non mi abbandonerai negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. 28 Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza (Sal 16[15],8-11). 29 Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. 30Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, 31previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione. 32 Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. 33Innalzato dunque alla destra di Dio, dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire. 34Davide infatti non salì al cielo; tuttavia egli dice:

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A. I primi passi del Vangelo (At 1,1 - 15,35)

Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, 35 finché io ponga i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi (Sal 110[109],1). 36 Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso ». 37 All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: « Che cosa dobbiamo fare, fratelli? ». 38E Pietro disse loro: « Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo: così riceverete il dono dello Spirito Santo e otterrete il perdono dei vostri peccati. 39Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro ». 40Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: « Salvatevi da questa generazione perversa! ». 41Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e in quel giorno si unirono a loro circa tremila persone.

« Allora Pietro con gli Undici si alzò in piedi e disse ad alta voce: Uomini di Giudea (...), fate attenzione alle cose che sto per dirvi » (At 2,14b).

Dopo un accenno alla vita terrena di Gesù, il nucleo centrale del messaggio cristiano è identificato da Pietro con la risurrezione di Gesù. In essa i primi testimoni vedono l’adempimento delle attese religiose giudaiche nel loro insieme. Da questa convinzione ha origine la ricerca nelle Scritture di quei testi nei quali sono contenute, o sono ritrovati con stratagemmi esegetici, le promesse che si ritengono attuate nel Nuovo Testamento. È questo il metodo normalmente diffuso nel mondo ebraico (midrasˇ). Pur essendo scritto da Luca, questo discorso contiene tratti di arcaicità, come appare dal fatto che a Gesù sono attribuiti i titoli di Signore e di Cristo solo a partire dalla sua risurrezione, e non dal suo battesimo (Marco), dalla sua nascita (Matteo e Luca), o dalla sua origine nel seno del Padre (Giovanni e Paolo).

Il primo ciclo narrativo degli Atti degli apostoli termina con un « sommario » riguardante la vita della comunità.

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli

122. La Chiesa di Gerusalemme, madre e modello Questo bozzetto della comunità primitiva si apre con un elenco dei gesti che caratterizzavano la vita dei primi credenti in Cristo. Al termine, si dà una breve notizia circa l’espansione della comunità.

At 2,42-47

Comunità Secondo Luca, il cristianesimo non può essere vissuto se non in una comunità nella quale la sequela di Gesù dà origine a rapporti nuovi fra le persone. La comunità è anche l’agente primario della missione, in quanto solo una testimonianza di vita può attirare l’adesione di coloro che si trovano al di fuori.

2,42

T

utti i credenti erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nel praticare la comunione fraterna, lo spezzare del pane e le preghiere. 43Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44 Essi stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; 45vendevano le loro proprietà e sostanze e dividevano il ricavato fra tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46Ogni giorno erano perseveranti nel frequentare insieme il tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, 47lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. Questo testo non è tanto una descrizione oggettiva della prima comunità di Gerusalemme, quanto piuttosto l’indicazione di un ideale di comunità quale scaturisce dall’annunzio evangelico della salvezza. L’importanza di questo sommario appare dal fatto che esso è ripreso, con sfumature diverse, anche in seguito (cfr. At 4,32-35; 5,12-16). La comunità si fonda sull’insegnamento (didache¯) degli apostoli, quale è stato delineato nel « discorso di Pietro ». L’autorevolezza dei primi testimoni è garantita dai prodigi e dai segni che essi compiono. I credenti vivono in un rapporto profondo di « comunione » (koino¯nia) vicendevole, in forza del quale mettono in comune non solo le loro sostanze, ma anche i loro talenti, le loro esperienze e il loro rapporto con Dio. Essi pregano nel tempio e spezzano il pane nelle case. Si tratta dunque di una comunità con una identità propria, ma che partecipa ancora al culto giudaico ed è impegnata nell’osservanza della legge mosaica. All’esterno essa provoca timore reverenziale, ma anche simpatia: ciò le permette di espandersi acquistando sempre nuovi membri.

Il racconto degli Atti degli apostoli prosegue con la narrazione della guarigione di uno storpio da parte di Pietro e di Giovanni (At 3,1-10); questo episodio fornisce l’occasione per riportare un nuovo discorso missionario di Pietro (3,11-26). A esso fa seguito l’arresto dei due apostoli, i quali sono portati davanti al sinedrio, dove testimoniano con coraggio la loro fede (4,1-22). Una volta liberati essi si uniscono agli altri disce-

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A. I primi passi del Vangelo (At 1,1 - 15,35) poli e, insieme, pregano affinché sia loro concesso di poter annunziare con franchezza la parola di Dio (At 4,23-31). L’autore riporta poi un altro sommario riguardante la vita comunitaria (4,32-35) nel quale si pone l’accento sulla comunione dei beni. Come esempio di generosità nel seguire questa prassi Luca cita il caso di Barnaba (4,36-37), anticipando così la figura di un protagonista delle vicende successive. Anania e Saffira sono invece puniti per avere mentito circa il prezzo ricavato dalla vendita del loro podere (5,1-11). Un altro sommario (5,12-16) sottolinea i rapporti dei credenti con il resto della popolazione. Conclude la sezione un nuovo racconto di persecuzione: gli apostoli, incarcerati e poi liberati miracolosamente, testimoniano la loro fede davanti al sinedrio, il quale alla fine li mette definitivamente in libertà dietro suggerimento di un rabbino di nome Gamaliele (5,17-42), lo stesso che, secondo At 22,3, è stato maestro di Paolo.

Apostoli Luca assegna loro non una funzione direttiva all’interno della comunità, ma solo il compito di essere testimoni autorizzati della salvezza portata da Cristo.

Le vicende di Stefano e del suo gruppo (At 6,1 - 8,4). Un nuovo ciclo di racconti prende spunto dalla figura di Stefano che, con il suo martirio, dà l’avvio all’espansione del movimento cristiano al di fuori della città santa.

123. Una nuova leadership comunitaria Stefano e i suoi sei compagni sono scelti, apparentemente, per organizzare il servizio delle mense. Dopo aver raccontato questo episodio, Luca inserisce un ritornello sulla diffusione del movimento cristiano, poi descrive l’attività di evangelizzazione svolta da Stefano, a cui fanno seguito la sua cattura e la comparsa di fronte al sinedrio.

6,1

I

n quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. 2Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: « Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. 3 Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. 4 Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola ». 5 Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmenas e Nicola, un proselito di Antiochia. 6Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. 7 E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede. 8 Stefano intanto, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni fra il popolo. 9Allora alcuni della sinagoga detta dei

At 6,1-15

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli

Stefano Egli è stato ucciso forse perché ha assunto un atteggiamento critico nei confronti della legge e del tempio, ma soprattutto perché sosteneva in toni eccessivamente forti la prossima fine del mondo e il ritorno di Gesù come Messia. Così facendo ha provocato non solo la reazione del mondo giudaico, ma anche il proprio isolamento all’interno della comunità.

liberti, dei cirenei, degli alessandrini e di quelli della Cilicia e dell’Asia, si alzarono a discutere con Stefano, 10ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava. 11Allora istigarono alcuni perché dicessero: « Lo abbiamo udito pronunziare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio ». 12 E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio. 13 Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: « Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la legge. 14Lo abbiamo infatti udito dichiarare che Gesù il Nazareno, distruggerà questo luogo e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato ». 15E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo. Dal racconto di Luca emerge il formarsi nella comunità di una polarizzazione tra il gruppo palestinese, guidato dai Dodici, e quello ellenistico, guidato dai Sette. Per evitare che il lettore interpreti questo fatto come una spaccatura della comunità, Luca presenta Stefano e i suoi compagni come i precursori di una figura ecclesiale dei suoi tempi, il « diacono », sottolineando così la totale sintonia tra i due gruppi. Luca approfitta anche di questo episodio per definire in termini spirituali il ruolo degli apostoli, mostrando come a essi competa specialmente la preghiera e il servizio della Parola. Nonostante sia presentato come un semplice « servitore della mensa », Stefano manifesta una grande statura missionaria, in quanto annunzia il vangelo a coloro che condividono la sua stessa cultura ellenistica. Le accuse che gli sono rivolte sono espressamente qualificate come false, ma forse sono false soltanto le modalità con cui erano riportate dai suoi avversari. In occasione del suo arresto, Stefano pronunzia un discorso in cui si dimostra critico nei confronti del tempio e della legge (At 7,1-53) e alla fine è lapidato (7,54-60). Fra i lapidatori è presente anche Saulo. Questa uccisione provoca una persecuzione rivolta soprattutto agli ellenisti, i quali devono fuggire da Gerusalemme e cominciano a predicare in Giudea e Samaria (8,1-4). La missione in Samaria e nella zona costiera (At 8,5 - 12,24). Con l’uccisione di Stefano e la fuga dei suoi compagni inizia un nuovo ciclo narrativo. Luca non racconta in modo dettagliato la loro attività, ma si limita a narrare le vicende di uno dei Sette, Filippo. Questi si reca a Samaria, dove ottiene molte conversioni, fra le quali quella di un mago, Simone, che aveva molto sèguito fra la gente (8,5-13). Quando gli apostoli a Gerusalemme vengono a conoscenza del successo di Filippo, mandano in Samaria Pietro e Giovanni con il compito di far scendere lo Spirito Santo sui nuovi convertiti. L’evangelizzazione attuata dagli ellenisti riceve così l’approvazione e il sostegno dei Dodici. Il mago Simone offre ai due apo-

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A. I primi passi del Vangelo (At 1,1 - 15,35) stoli del denaro per ottenere il potere che essi hanno esercitato, ma è duramente rimproverato da Pietro (At 8,14-25). Filippo si porta poi nella zona costiera della Palestina, dove avviene un incontro significativo.

124. Un funzionario etiope aderisce a Cristo Il nuovo episodio si svolge nella strada che va da Gerusalemme a Gaza. Dopo avere introdotto i suoi personaggi, Filippo e un funzionario (eunuco) della regina d’Etiopia, Luca descrive il loro incontro, a cui fanno seguito la catechesi di Filippo e il battesimo del funzionario. Il racconto termina con la scomparsa di Filippo.

8,26

U

n angelo del Signore parlò a Filippo e disse: « Alzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta ». 27Egli si alzò e si mise in cammino, quando incontrò un etiope, eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, amministratore di tutti i suoi tesori. Egli era venuto per il culto a Gerusalemme, 28e mentre stava ritornando, seduto sul suo carro, leggeva il profeta Isaia. 29 Disse allora lo Spirito a Filippo: « Va’ avanti e accostati a quel carro ». 30 Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: « Capisci quello che stai leggendo? ». 31Egli rispose: « E come potrei capire, se nessuno mi aiuta? ». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. 32Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: Egli fu condotto al macello come una pecora e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. 33 Lo hanno umiliato fino a negargli il giudizio, chi potrà descrivere la sua discendenza? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita (Is 53,7b-8). 34 Rivolgendosi a Filippo, l’eunuco disse: « Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro? ». 35 Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunziò a lui Gesù. 36Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c’era dell’acqua e l’eunuco disse: « Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato? ». [37] 38Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò. 39 Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. 40Filippo invece si trovò ad Azoto ed evangelizzava tutte le città che attraversava, finché giunse a Cesarea.

At 8,26-40

Servo di JHWH (2) Luca racconta che l’eunuco sta leggendo un brano dei carmi dedicati a questo personaggio. Tale dettaglio fa comprendere l’impatto che queste composizioni profetiche hanno avuto sulla prima predicazione cristiana. Esse offrivano spunti molto significativi per comprendere tutta la vicenda di Gesù e per annunziare il suo prossimo ritorno.

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli Il protagonista di questo racconto non è di sicuro un giudeo in senso pieno, ma forse un proselite, in quanto si è recato a Gerusalemme per il culto e legge un testo del profeta Isaia. La sua conversione è importante perché segna un ulteriore passo del cristianesimo verso i gentili. Il funzionario legge un brano dell’ultimo carme del Servo di JHWH, in cui si mettono in luce la sofferenza e la morte dell’inviato di Dio. Ciò rende facile a Filippo annunziargli, proprio a partire dalle Scritture, la persona di Gesù. Siccome l’uomo aveva già una formazione giudaica, gli basta la fede in lui per essere ammesso seduta stante al rito del battesimo.

« Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato? » (At 8,36b).

Due episodi. A questo punto, Luca interrompe il racconto dell’attività degli ellenisti, che riprenderà più tardi (cfr. At 11,19-26), per fare spazio, secondo un metodo da lui adottato anche altrove, a due episodi molto significativi per gli sviluppi successivi della missione. Il primo episodio (At 9,1-9) è l’adesione al movimento cristiano di Saulo, anch’egli ellenista, che con il nome di Paolo diventerà il protagonista più importante della prima missione cristiana. Luca aveva già segnalato la figura di Saulo, che aveva partecipato alla lapidazione di Stefano e subito dopo aveva dato origine a una persecuzione violenta contro i cristiani (cfr. At 7,58; 8,1a.3). Ora riferisce che cosa ha fatto sì che egli si trasformasse da persecutore in missionario del vangelo.

125. Chiamata di Saulo Il racconto si apre con una notizia riguardante l’attività di Saulo come persecutore, a cui fa seguito la descrizione dell’esperienza da lui avuta sulla via di Damasco.

At 9,1-9

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S

9,1

aulo, spirando ancora minacce e stragi contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote 2e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco, al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme tutti quelli che avesse trovato, uomini e donne, appartenenti a questa Via. 3 E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo 4e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: « Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? ». 5Rispose: « Chi sei, o Signore? ». Ed egli: « Io sono Gesù, che tu perseguiti! 6Ma tu alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare ». 7Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce, ma non vedendo nessuno. 8Saulo

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A. I primi passi del Vangelo (At 1,1 - 15,35)

Saulo precristiano La persecuzione da lui capeggiata contro i cristiani doveva avere le stesse motivazioni che hanno portato all’uccisione di Stefano. Più che sostenere l’osservanza della legge, Saulo voleva preservare Israele dalla tragedia a cui pensava lo avrebbe portato un messianismo apocalittico troppo acceso.

allora si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco. 9Per tre giorni rimase cieco e non prese né cibo né bevanda. Il motivo specifico per cui Saulo perseguitava i cristiani non è detto. La sua opposizione nei loro confronti derivava certamente dal suo zelo per le tradizioni dei padri che, secondo lui, il movimento cristiano metteva a repentaglio mediante l’annunzio di Gesù come Messia. Saulo non vede direttamente Gesù risorto, ma ne fa una profonda esperienza interiore. Egli lo coglie come capo della comunità che perseguita. In questo momento la sua mente si illumina ed egli comprende che Gesù è il portatore di una salvezza che riguarda non solo Israele, ma il mondo intero. Il suo carattere focoso lo porta ad aderire senza riserve a Gesù: in base alla descrizione che egli stesso ne fa, la sua, più che una « conversione », è una « vocazione » di carattere profetico (cfr. Gal 1,15-16). Il racconto continua con la visione avuta da un certo Anania il quale, messo al corrente della missione che sarà affidata a Saulo, si reca da lui e lo accoglie nella Chiesa (At 9,10-19a). Luca completa il racconto della vocazione di Saulo con alcune notizie: a Damasco Saulo annunzia con fervore che Gesù è il Cristo, suscitando forti reazioni che lo costringono a fuggire (9,19b-25). Egli allora si reca a Gerusalemme dove, grazie ai buoni uffici di Barnaba, diventa membro effettivo della comunità di quella città; anche lì però suscita una violenta opposizione che lo costringe a fuggire; egli ritorna allora nella sua città natale di Tarso (9,2630). Dopo la sua partenza la comunità gode un periodo di pace (9,31). Il secondo episodio (At 10,1-48), che Luca inserisce nel ciclo riguardante la missione degli ellenisti, è la conversione del centurione Cornelio. Questo episodio è inserito all’interno del racconto di un viaggio missio-

Anania Questa figura serve a Luca per dimostrare la lealtà di Saulo al giudaismo anche dopo l’adesione al cristianesimo. I forti accenti apocalittici del nuovo credo di Saulo sono passati sotto silenzio da Luca, il quale ha preso ormai coscienza del « ritardo della parusia ».

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli nario di Pietro nella regione costiera, dove guarisce un paralitico a Lidda (At 9,32-35) e risuscita una donna a Giaffa, dove si ferma a casa di un certo Simone, conciatore di pelli (9,36-43).

126. Pietro e un centurione romano Il racconto è costituito da due visioni parallele, destinate rispettivamente a Cornelio e a Pietro, in seguito alle quali si verifica l’incontro tra Pietro e Cornelio e la conversione di quest’ultimo.

At 10,1-23

Norme alimentari La legislazione biblica in questo campo era molto rigida (cfr. Lv 11-16). La sua osservanza non precludeva contatti sporadici con i gentili, ma rappresentava un ostacolo molto forte a una piena comunanza di mensa e di vita. L’osservanza di queste prescrizioni da parte dei giudeo-cristiani avrebbe precluso una diffusione significativa del cristianesimo al di fuori del giudaismo.

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V

10,1

i era a Cesarea un uomo di nome Cornelio, centurione della coorte detta Italica. 2Era religioso e timorato di Dio con tutta la sua famiglia; faceva molte elemosine al popolo e pregava sempre Dio. 3Un giorno, verso le tre del pomeriggio, vide chiaramente in visione un angelo di Dio venirgli incontro e chiamarlo: « Cornelio! ». 4Egli lo guardò e preso da timore disse: « Che c’è, Signore? ». Gli rispose: « Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite dinanzi a Dio ed egli si è ricordato di te. 5Ora manda degli uomini a Giaffa e fa’ venire un certo Simone, detto Pietro. 6Egli è ospite presso un tale Simone, conciatore di pelli, che abita vicino al mare ». 7 Quando l’angelo che gli parlava se ne fu andato, Cornelio chiamò due dei suoi servitori e un soldato, uomo religioso, che era ai suoi ordini, 8spiegò loro ogni cosa e li mandò a Giaffa. 9 Il giorno dopo, mentre quelli erano in cammino e si avvicinavano alla città, Pietro, verso mezzogiorno, salì sulla terrazza a pregare. 10A un certo punto gli venne fame e voleva prendere cibo. Mentre glielo preparavano, fu rapito in estasi: 11vide il cielo aperto e un oggetto che scendeva, simile a una grande tovaglia, calata a terra per i quattro capi. 12 In essa c’era ogni sorta di quadrupedi, rettili della terra e uccelli del cielo. 13Allora risuonò una voce che gli diceva: « Coraggio, Pietro, uccidi e mangia! ». 14Ma Pietro rispose: « Non sia mai, Signore, perché io non ho mai mangiato nulla di profano o di impuro ». 15E la voce di nuovo a lui: « Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano ». 16 Questo accadde per tre volte; poi d’un tratto quell’oggetto fu risollevato nel cielo. 17Mentre Pietro si domandava perplesso, tra sé e sé, che cosa significasse ciò che aveva visto, ecco gli uomini inviati da Cornelio: dopo aver domandato della casa di Simone, si presentarono all’ingresso, 18chiamarono e chiesero se Simone, detto Pietro, fosse ospite lì. 19 Pietro stava ancora ripensando alla visione, quando lo Spirito gli disse: « Ecco, tre uomini ti cercano; 20àlzati, scendi e va’ con loro senza

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A. I primi passi del Vangelo (At 1,1 - 15,35)

esitare, perché sono io che li ho mandati ». 21Pietro scese incontro a quegli uomini e disse: « Eccomi, sono io quello che cercate. Qual è il motivo per cui siete venuti? ». 22Risposero: « Il centurione Cornelio, uomo giusto e timorato di Dio, stimato da tutta la nazione dei giudei, ha ricevuto da un angelo santo l’ordine di farti venire in casa sua per ascoltare ciò che hai da dirgli ». 23Pietro allora li fece entrare e li ospitò. Cornelio è un « timorato di Dio », cioè un gentile molto vicino al giudaismo, che però non ha fatto ancora il passo decisivo che consiste nel ricevere la circoncisione. La visione che gli è concessa gli apre la strada verso il movimento cristiano. La visione avuta da Pietro significa l’abolizione delle norme di purità alimentari, che rappresentavano la principale barriera fra giudei e gentili. Secondo Marco, Gesù stesso le aveva abrogate (cfr. Mc 7,19), ma Luca nel suo vangelo aveva omesso la sezione marciana in cui si affronta questo argomento. In seguito alla visione, Pietro capisce che Dio non fa differenza di persone e può così entrare nella casa di Cornelio. Al seguito degli inviati, Pietro si reca a Cesarea, una città ellenistica a nord di Giaffa, sulla costa del Mediterraneo, sede del Procuratore romano della Giudea, dove incontra Cornelio (At 10,23b-33). Poi Pietro fa un discorso, al termine del quale lo Spirito scende su Cornelio e su tutta la sua famiglia, costringendo così Pietro a battezzarlo senza passare attraverso la circoncisione (10,34-48). Ritornato a Gerusalemme, Pietro deve rendere conto di quanto ha compiuto: la comunità, di stampo giudaizzante, non è d’accordo sul conferimento del battesimo ai gentili senza che questi abbiano prima ricevuto la circoncisione, ma alla fine deve arrendersi alla volontà divina (11,1-18). Luca coglie questa occasione per raccontare un’altra volta, per bocca di Pietro, quanto è accaduto, sottolineando così l’importanza che egli accorda a questo episodio. Al termine del racconto, Luca riprende il ciclo narrativo riguardante gli ellenisti del gruppo di Stefano, i quali nel frattempo sono giunti fino ad Antiochia.

Circoncisione Non si sa quando questo rito, proveniente dall’Africa, sia stato adottato dagli israeliti, ma ha ricevuto la massima importanza durante l’esilio come segno dell’alleanza (cfr. Gn 17,11). La sua accettazione era richiesta, salvo qualche eccezione, da chi voleva farsi giudeo. Essa indicava l’appartenenza non soltanto alla religione, ma anche al popolo giudaico e metteva chi la riceveva in una particolare situazione legale e sociale.

127. Una comunità ad Antiochia di Siria La nascita di una comunità ad Antiochia è narrata in due momenti: anzitutto gli ellenisti giungono ad Antiochia, dove per la prima volta si rivolgono anche ai gentili; l’arrivo di Barnaba poi dà un grande impulso alla loro attività missionaria.

11,19

I

ntanto quelli che si erano dispersi a causa della persecuzione scoppiata a motivo di Stefano erano arrivati fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiochia e non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai giudei. 20Ma alcuni di loro, gente di Cipro e di Cirene, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai greci, annun-

At 11,19-26

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Barnaba Originario di Cipro, questo personaggio era un « ellenista » come Stefano e i suoi compagni. È possibile che egli si trovasse già ad Antiochia insieme a coloro che erano fuggiti da Gerusalemme. Luca si serve della sua figura come trait d’union tra la Chiesa madre e la nuova comunità di Antiochia, aperta ai gentili.

ziando che Gesù è il Signore. 21E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore. 22 Questa notizia venne riferita alla Chiesa di Gerusalemme, la quale inviò Barnaba ad Antiochia. 23Quando egli giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò e, 24da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a restare fedeli al Signore, con cuore risoluto. E una folla considerevole aderì al Signore. 25Barnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo: 26lo trovò e lo condusse ad Antiochia. Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati « cristiani ». Antiochia di Siria era un’importante città ellenistica, in cui viveva un considerevole numero di giudei. Essa era il luogo più favorevole per entrare in contatto con il mondo greco. La fondazione in essa di una comunità cristiana è importante, sia perché lì per la prima volta si verifica di fatto l’apertura ai gentili, sia perché da lì partirà la missione di Paolo. Luca sottolinea il ruolo di Barnaba, perché è lui che ha garantito il carattere apostolico di questa comunità e per di più ha inserito in essa un personaggio valido ma discusso quale era Saulo. Si forma così una dinamica comunità mista di giudei e greci, in cui Saulo troverà il predellino di lancio per l’evangelizzazione dei gentili.

Barnaba e Saulo sono poi inviati a Gerusalemme in occasione di una carestia, per portarvi gli aiuti raccolti dai cristiani di Antiochia (At 11,27-30): essi li consegnano ai « presbiteri », i quali appaiono qui per la prima volta come un gruppo direttivo in seno alla comunità. Segue un intermezzo, nel quale si narra la persecuzione scatenata contro i cristiani da Erode Agrippa I, il quale fa uccidere l’apostolo Giacomo e arrestare Pietro; questi è poi liberato miracolosamente e si allontana definitivamente dalla città (12,1-19). Dopo un breve resoconto della morte di Agrippa (12,20-23), Luca accenna al ritorno di Barnaba e Saulo da Gerusalemme ad Antiochia (12,24-25). Primo viaggio missionario di Paolo (At 13-14). Ad Antiochia Saulo entra a far parte del gruppo direttivo della comunità, composto di profeti e dottori, nel quale egli occupa l’ultimo posto mentre il primo è assegnato a Barnaba. Dietro indicazione dello Spirito e su decisione della comunità, Barnaba e Saulo sono destinati a una missione speciale (13,13). Essi intraprendono allora, in compagnia di Giovanni Marco, nipote di Barnaba, quello che è designato come il primo viaggio missionario dell’Apostolo (13,4 - 14,28). Dopo una sosta a Cipro, dove convertono alla nuova fede il proconsole romano Sergio Paolo (13,4-12), i missionari giungono in Asia Minore, dove Marco si separa da loro (At 13,13-15). Da questo momento Saulo comincia a essere designato con il suo secondo nome, Paolo, e passa al primo posto rispetto a Barnaba; ad Antiochia di Pisidia fa il suo primo discorso missionario (13,16-43), rivolto,

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A. I primi passi del Vangelo (At 1,1 - 15,35) come quelli precedenti di Pietro, a un uditorio giudaico. Esso provoca favore, ma anche una forte contestazione.

128. Il vangelo passa ai gentili Il brano qui proposto illustra l’insorgere da parte dei giudei di reazioni scomposte contro Paolo e Barnaba, alle quali essi reagiscono passando ai gentili.

13,44

I

l sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. 45Quando videro quella moltitudine, i giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. 46Allora Paolo e Barnaba con franchezza dichiararono: « Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi dimostrate degni della vita eterna, noi ci rivolgiamo ai gentili. 47Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra » (Is 49,6b). 48 Nell’udire ciò, i gentili si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. 49 La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. 50Ma i giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscita-

At 13,44-52

Primo viaggio missionario di Paolo Nelle sue lettere Paolo non ricorda le comunità fondate nella Licaonia e nella Frigia, forse perché erano seguite da Barnaba. Non è escluso che questo e il successivo fossero un solo viaggio, che ha portato Paolo fino alla Grecia. Luca lo avrebbe diviso in due parti per motivi di carattere narrativo.

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Presbiteri (1) La notizia della loro costituzione nelle comunità fondate durante il primo viaggio (At 14,23) è un anacronismo di Luca. Nelle sue lettere, Paolo non parla mai di presbiteri. Questi fanno la loro comparsa nelle lettere pastorali, dove appaiono come un’istituzione abbastanza recente.

rono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li cacciarono dal loro territorio. 51Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Iconio. 52I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo. Luca attribuisce alla gelosia dei giudei il passaggio di Paolo e Barnaba ai gentili. Costoro erano in gran parte, come Cornelio, « timorati di Dio ». Verosimilmente essi sono accolti nella comunità senza essere previamente circoncisi. Luca però non lo dice, perché riserva la parola decisiva su questo problema all’assemblea degli apostoli. La difficoltà dei giudei nei confronti del messaggio di Paolo e Barnaba consiste precisamente in questa apertura ai gentili, che secondo loro mette in discussione lo statuto speciale del popolo eletto. Per i missionari, invece, l’apertura ai gentili fa parte del progetto di Dio esposto nelle Scritture, che essi ritengono chiaramente espresso in un testo che riguarda il Servo di JHWH. Ad Antiochia di Pisidia nasce una comunità cristiana, ma i missionari, a motivo dell’opposizione scatenata contro di loro dai giudei, devono lasciare la città. Fra grandi sofferenze, l’evangelizzazione continua a Iconio, Listra e Derbe (At 14,1-20), dove sorgono altrettante comunità. Poi Paolo e Barnaba visitano nuovamente le comunità da loro fondate mettendo a capo di ciascuna alcuni presbiteri (14,21-23). Infine, dopo aver predicato a Perge, fanno ritorno via mare ad Antiochia (14,19-28). Assemblea di Gerusalemme o « primo concilio » (At 15,1-35). Dopo il ritorno di Paolo e Barnaba dal loro viaggio missionario, il problema della circoncisione è sollevato ad Antiochia da alcuni giudeo-cristiani, i quali ritengono che i gentili possano salvarsi solo se si sottopongono a essa. Per dirimere la questione, la comunità di Antiochia invia a Gerusalemme una delegazione con a capo Paolo e Barnaba per discutere il problema con gli apostoli e gli anziani. Dopo avere indicato le premesse (At 15,1-6), Luca racconta come si sono svolti i fatti.

129. Lo scoglio della circoncisione Nella sua relazione dell’incontro, Luca riporta prima l’intervento di Pietro e poi, dopo un breve intermezzo, quello di Giacomo.

At 15,7-21

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15,7

S

orta una grande discussione, Pietro si alzò e disse loro: « Fratelli, voi sapete che, già da molto tempo, Dio in mezzo a voi ha scelto che per mezzo mio le nazioni ascoltino la parola del vangelo e vengano alla fede. 8E Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; 9e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede. 10Ora dunque, perché tentate Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri

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padri né noi siamo stati in grado di portare? 11Noi invece crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati, così come loro ». 12 Tutta l’assemblea tacque e stette ad ascoltare Barnaba e Paolo che riferivano quali grandi segni e prodigi Dio aveva compiuto fra le nazioni per mezzo loro. 13 Quando essi ebbero finito di parlare, Giacomo prese la parola e disse: « Fratelli, ascoltatemi. 14Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere dalle genti un popolo per il suo nome. 15 Con questo si accordano le parole dei profeti, come sta scritto: 16 Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la tenda di Davide, che era caduta; ne riedificherò le rovine e la rialzerò, 17 perché cerchino il Signore anche gli altri uomini e tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome, dice il Signore, che fa queste cose, 18 note da sempre (Am 9,11-12). 19 Per questo io ritengo che non si debbano importunare quelli che dalle nazioni si convertono a Dio, 20ma solo che si ordini loro di astenersi dal consumare carni sacrificate agli idoli, dalle unioni illegittime, dagli animali soffocati e dal sangue. 21Fin dai tempi antichi, infatti, Mosè ha chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe ». Gli apostoli e gli anziani di Gerusalemme devono confrontarsi non con una idea astratta, ma con un’esperienza vissuta, quella di Paolo e Barnaba, dalla quale appare l’opera dello Spirito. Pietro si pronunzia rifacendosi anch’egli a un’esperienza concreta, quella della conversione di Cornelio, dalla quale conclude che per la salvezza è sufficiente la fede in Gesù. Giacomo, fratello del Signore, che ha assunto la guida della comunità, arriva alla stessa conclusione di Pietro partendo da un testo biblico, ma suggerisce che dai gentili diventati cristiani si esiga l’osservanza di quattro clausole, atte a facilitare la convivenza di giudei e gentili nella stessa comunità: astenersi dalle carni sacrificate agli idoli, dai matrimoni proibiti dalla legge mosaica, dal mangiare le carni soffocate e il sangue. Paolo invece, ricordando lo stesso evento, afferma che Pietro, Giovanni e Giacomo non gli hanno imposto nulla, se non di interessarsi dei poveri (cfr. Gal 2,9-10). La posizione di Giacomo è accettata dall’assemblea che decide di comunicare per lettera alla Chiesa di Antiochia le disposizioni da essa emanate. Per sottolinearne l’importanza, decide anche di inviare una delegazione che le commenti a viva voce. Di essa fanno parte, oltre a Paolo e Barnaba, anche Giuda e Sila. Gli inviati tornano ad Antiochia e portano a termine il loro mandato. Poi Giuda e Sila tornano a Gerusalemme (At 15,22-35).

Assemblea di Gerusalemme Luca dà un carattere ufficiale a questo incontro, che invece per Paolo aveva solo un significato privato. Per lui infatti il problema della circoncisione è stato risolto definitivamente in questa occasione. Le difficoltà incontrate da Paolo a motivo dei giudaizzanti dimostrano invece che il problema si è protratto ancora per alcuni decenni.

Clausole di Giacomo Lo scontro tra Paolo e Pietro avvenuto subito dopo ad Antiochia non si sarebbe verificato se ci fosse stata questa direttiva, la quale riguardava appunto i banchetti comunitari. Secondo At 21,25, Paolo viene a conoscerle quando si reca a Gerusalemme alla fine della sua missione in Oriente.

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N

ella prima parte degli Atti degli apostoli, Luca mette in luce anzitutto che la nascita della Chiesa avviene per opera dello Spirito. Per lui non si tratta di un’altra religione, ma dello stesso Israele che per mezzo di Gesù entra nella fase escatologica della sua storia. La testimonianza degli apostoli, sintetizzata nei discorsi di Pietro davanti alle autorità e al popolo giudaico, rappresenta la sintesi del messaggio di Gesù. Dal gruppo originario, rappresentato dai discepoli di origine palestinese, si distacca però il gruppo ellenistico, capeggiato da Stefano, più vivace e aperto ai giudei della diaspora. La morte di Stefano e la persecuzione che ne deriva spingono i suoi compagni verso una nuova impresa missionaria, che si estende a tutta la Giudea e alla Samaria. In questa prima parte degli Atti degli apostoli, l’adesione di Saulo al nascente movimento cristiano ha un’importanza decisiva. È lui infatti che porterà il vangelo fino a Roma, dando così attuazione al compito che il Risorto aveva affidato ai suoi discepoli (cfr. At 1,8). Egli però non è un discepolo della prima ora. Luca perciò mostra che anche Saulo è venuto alla fede in seguito a un incontro personale con il Risorto. Ma ricorda anche che è stato Pietro, per impulso dello Spirito, a battezzare il primo gentile, il centurione Cornelio, senza farlo passare attraverso la circoncisione (At 10,1 - 11,18). Solo allora Luca informa che la predicazione degli ellenisti è giunta fino ad Antiochia (11,20), dove ha inizio una comunità, anch’essa riconosciuta e confermata dalla Chiesa madre mediante l’invio di Barnaba, composta di giudei e gentili (11,22-24). Proprio da Antiochia, Saulo parte con Barnaba per il suo primo viaggio missionario, in cui già l’annunzio passa dai giudei ai gentili. Ma è solo al loro ritorno che si pone espressamente il problema se sia necessario esigere la circoncisione e l’osservanza della legge mosaica da parte dei gentili che aderiscono al cristianesimo ed è proprio a Gerusalemme che è data la soluzione definitiva. In questo modo, Luca pensa di aver garantito la genuinità di tutta la missione cristiana ai gentili: le nuove comunità dei gentili formano quindi un tutt’uno con la Chiesa madre di Gerusalemme. Il lieto annunzio della salvezza Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annunzia la pace, del messaggero di buone notizie che annunzia la salvezza, che dice a Sion: « Regna il tuo Dio ». 8 Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce, insieme esultano, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore a Sion.

52,7

Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo. 10 Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio. 9

(Isaia 52,7-9a.10)

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A. I primi passi del Vangelo (At 1,1 - 15,35)



La Chiesa, secondo Luca, nasce come opera dello Spirito. Essa si basa sull’annunzio di Gesù, morto e risuscitato, che rappresenta il centro della predicazione degli apostoli. Questo messaggio diventa significativo nella misura in cui si incarna in una comunità i cui membri hanno tutto in comune. La salvezza che essi propongono si manifesta nella vittoria sul proprio egoismo e nella capacità di mettere al primo posto il bene di tutti.



Nella Chiesa di Gerusalemme, il formarsi del gruppo di Stefano dà origine a un impegno missionario più vivace, ma provoca resistenze all’interno della comunità, nella quale non tutti la pensano nello stesso modo. La spaccatura appare dal fatto che, quando Stefano è ucciso, solo i suoi amici devono scappare. Ma saranno loro i primi missionari fuori da Gerusalemme. Il dissenso non è un male in se stesso, ma lo diventa se nasce dalla difesa di interessi personali.



L’adesione di Saulo al movimento cristiano è dovuta a un’esperienza di liberazione dai condizionamenti provocati dal suo gruppo di appartenenza. Incontrando il Signore risorto, il futuro apostolo comprende che la salvezza, di cui era depositario il suo popolo, si attua solo se è proposta agli altri e se diventa la molla di una trasformazione che dal cuore si estende alla comunità e a tutta l’umanità. In questa convinzione sta il senso profondo della sua chiamata.



Il dibattito sulla circoncisione e sull’osservanza della legge solleva il problema dell’universalità del cristianesimo. I riti giudaici infatti erano concepiti non solo come culto a Dio, ma anche come difesa dell’identità di un popolo. Il loro abbandono rendeva possibile ai cristiani di uscire dall’ambito del giudaismo e di inserirsi a tutti gli effetti nel mondo greco. Era questo il primo passo di un processo di inculturazione spesso trascurato.

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B. Fino ai confini della terra (At 15,36 - 28,31)

I

l racconto dell’assemblea svoltasi a Gerusalemme (At 15,1-35) apre la porta della Chiesa ai gentili e dà il via alla grande missione cristiana nel mondo greco-romano. Libero dalle pastoie di un’eccessiva dipendenza dalla legge mosaica, Paolo può ora intraprendere senza remore i suoi viaggi, durante i quali fonderà numerose e fiorenti comunità in Anatolia e in Grecia, fino a giungere, benché prigioniero, al centro dell’impero romano. Diversamente, però, da quanto racconta Luca, le lettere di Paolo attestano che la controversia sarebbe durata ancora parecchi anni e con esito incerto. Ma per Luca essa è stata chiusa sul nascere dalle massime autorità della Chiesa. La grande missione paolina è presentata da Luca secondo lo schema dei viaggi che portano l’Apostolo a estendere sempre più il suo raggio di attività. Al di là della forma letteraria, risulta però che Paolo non è stato una specie di cavaliere errante, ma uno « stratega della missione » che, quando gli è stato possibile, ha trascorso anche lunghi periodi in uno stesso luogo per favorire la maturazione delle comunità appena fondate. In questa parte del libro degli Atti degli apostoli è possibile un confronto tra i fatti da esso riportati e le notizie contenute nelle lettere di Paolo. Ne risulta l’attendibilità del quadro storico fornito da Luca, mentre restano discutibili diversi fatti da lui narrati. Soprattutto colpiscono i silenzi di Luca circa eventi importanti, come la polemica con i giudaizzanti e la colletta per la Chiesa di Gerusalemme. Inoltre, appaiono qui quei brani, chiamati « sezioni noi », nei quali l’autore, diversamente da quanto avviene nel resto del libro, si esprime in prima persona plurale (16,10-17; 20,5 - 21,18; 27,1 - 28,16). Ciò potrebbe significare che Luca in quel periodo era compagno di viaggio di Paolo: la cosa però non è dimostrata, perché questo procedimento è usato anche in altre opere del tempo, senza che l’autore partecipasse effettivamente alle vicende narrate. E, per di più, diversi elementi fanno propendere per una composizione più tardiva del libro. Il contenuto di questa parte degli Atti degli apostoli può essere così suddiviso: • Introduzione. Paolo si separa da Barnaba (At 15,36-41). a) Secondo viaggio missionario di Paolo (At 16,1 - 18,22). b) Terzo viaggio missionario di Paolo (At 18,23 - 21,16). c) Prigionia di Paolo a Gerusalemme e a Cesarea (At 21,17 - 26,32). d) Viaggio e arrivo di Paolo a Roma (At 26-33 - 28,29). • Epilogo. Soggiorno di Paolo a Roma (At 28,30-31).

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B. Fino ai confini della terra (At 15,36 - 28,31)

130. Una decisione difficile e sofferta Secondo viaggio missionario di Paolo (At 15,36 - 18,22). Dopo l’assemblea di Gerusalemme, si profila per Paolo e Barnaba l’opportunità di riprendere la loro attività missionaria. Ma tra i due apostoli sorge un dissidio. Luca descrive anzitutto la tensione che si è creata tra Paolo e Barnaba al momento di intraprendere un nuovo viaggio e informa che l’esito è stato la separazione dei due missionari.

D

15,36

opo alcuni giorni Paolo disse a Barnaba: « Ritorniamo a far visita ai fratelli in tutte le città nelle quali abbiamo annunziato la parola del Signore, per vedere come stanno ». 37Barnaba acconsentì, ma voleva prendere con sé anche Giovanni, detto Marco; 38Paolo invece riteneva che non si dovesse accettare uno che si era allontanato da loro, in Panfilia, e non aveva voluto partecipare alla loro opera. 39 Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro. Barnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro. 40Paolo invece scelse Sila e partì, affidato dai fratelli alla grazia del Signore. 41E, attraversando la Siria e la Cilicia, confermava le Chiese. La separazione dei due amici e collaboratori è attribuita da Luca a un banale dissidio riguardante la persona di Marco. Questa potrebbe essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ma probabilmente la

At 15,36-41

Paolo e Barnaba La loro separazione è stata un avvenimento doloroso, ma forse ha dato a Paolo la possibilità di svolgere un’attività più libera da condizionamenti. Questo episodio mostra come il verdetto della propria coscienza conti più dell’amicizia.

« Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro » (At 15,39a).

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli causa vera era un’altra. Quando ad Antiochia era scoppiato un dissidio tra Paolo e Pietro circa la comunione a mensa tra giudei e gentili, Barnaba si era messo dalla parte di Pietro (cfr. Gal 2,11-13). Purtroppo quindi era venuta meno quella sintonia che è necessaria per un’efficace collaborazione e la separazione diventava inevitabile.

Circoncisione di Timoteo È discutibile se Paolo possa veramente aver fatto circoncidere Timoteo. Comunque, ciò non sarebbe in contrasto con le sue idee circa la pratica della legge da parte dei gentili, perché Timoteo per nascita era un giudeo. Per Luca, è questo un ottimo argomento per dimostrare la lealtà di Paolo nei confronti del giudaismo.

Con il suo nuovo compagno, Paolo visita anzitutto Derbe e Listra. In quest’ultima città prende con sé Timoteo, ma prima lo fa circoncidere. Egli voleva così evitare le critiche dei giudei, i quali sapevano che, sebbene suo padre fosse greco, la madre era giudea e quindi anche lui era per nascita giudeo (At 16,1-5). Attraversata la Frigia, la Galazia e la Misia, i missionari giungono a Troade da dove, in seguito a un sogno avuto da Paolo, passano in Grecia (16,6-10): inizia qui la prima delle tre « sezioni noi » (cfr. 16,10-17). Dopo essere sbarcato nel porto di Neapolis, Paolo si reca a Filippi, distante dalla città circa 12 chilometri, dove, come era sua abitudine, si mette subito in contatto con la comunità giudaica: questa doveva essere molto piccola, se non aveva una sinagoga e si radunava presso un corso d’acqua, il Gangite, situato a 2 chilometri dalla città. Essa era formata prevalentemente da donne, una delle quali, di nome Lidia, commerciante di porpora della città di Tiatira, si converte e ospita i missionari nella sua casa (16,11-15). Avendo liberato una schiava, che era affetta da uno « spirito di divinazione » e faceva l’indovina, Paolo è messo in carcere assieme a Sila. Durante la notte, però, essi sono liberati miracolosamente e, dopo la conversione del carceriere e le scuse dei magistrati, lasciano la città (16,16-40). Paolo si reca allora a Tessalonica, dove in breve tempo fonda una comunità.

131. La comunità di Tessalonica Luca racconta la fondazione di questa comunità secondo uno schema abbastanza fisso. Paolo si rivolge prima ai giudei nella sinagoga, poi, in seguito alla loro ostilità, prende probabilmente alloggio in una casa privata, che sarebbe precisamente quella di Giasone, dove lo cercano i suoi avversari. Infine, l’opposizione dei giudei lo obbliga a fuggire precipitosamente, lasciando però nella città una comunità consistente, anche se immatura.

At 17,1-10a

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P

17,1

ercorrendo la strada che passa per Anfipoli e Apollonia, giunsero a Tessalonica, dove c’era una sinagoga dei giudei. 2Come era sua consuetudine, Paolo vi andò e per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture, 3spiegandole e sostenendo che il Cristo doveva soffrire e risorgere dai morti. E diceva: « Il Cristo è quel Gesù che io vi annunzio ». 4Alcuni di loro furono convinti e aderirono a

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B. Fino ai confini della terra (At 15,36 - 28,31)

Predicazione di Paolo Dalla 1Tessalonicesi si ricava che il messaggio di Paolo aveva una forte connotazione apocalittica (cfr. 1Ts 1,10) e non rifuggiva dal ricorso alla minaccia dell’ira di Dio e del giudizio nei confronti di chi non si convertiva.

Paolo e a Sila, come anche un grande numero di greci credenti in Dio e non poche donne della nobiltà. 5 Ma i giudei, ingelositi, presero con sé, dalla piazza, alcuni malviventi, suscitarono un tumulto e misero in subbuglio la città. Si presentarono poi alla casa di Giasone e cercavano Paolo e Sila per condurli davanti all’assemblea popolare. 6Non avendoli trovati, trascinarono Giasone e alcuni fratelli dai capi della città, gridando: « Quei tali che mettono il mondo in agitazione sono venuti anche qui 7e Giasone li ha ospitati. Tutti costoro vanno contro i decreti dell’imperatore, perché affermano che c’è un altro re, Gesù ». 8Così misero in agitazione la popolazione e i capi della città che udivano queste cose; 9dopo avere ottenuto una cauzione da Giasone e dagli altri, li rilasciarono. 10aAllora i fratelli, durante la notte, fecero partire subito Paolo e Sila verso Berea. In questo brano Luca mostra come i temi centrali della predicazione di Paolo fossero la morte e la risurrezione di Gesù, illustrati a partire dalle Scritture. L’opposizione dei giudei è determinata non tanto da motivi dottrinali, quanto piuttosto dalla gelosia per il successo di Paolo, il quale si rivolgeva specialmente ai « greci credenti », cioè a coloro che erano simpatizzanti del giudaismo. La denunzia che i giudei fanno è però di carattere politico, e sotto questa luce doveva apparire la predicazione di Paolo agli occhi delle autorità romane. Queste non erano disposte a chiudere facilmente un occhio su quanto poteva mettere in questione l’ordine pubblico, che era ben saldo nelle mani di Roma.

Dimensione politica Per Luca, il più grande ostacolo all’evangelizzazione era la gelosia dei giudei. Ma in realtà il vero pericolo per i predicatori consisteva nel fatto che le autorità romane potevano vedere nel vangelo un attentato nei confronti del potere di Cesare.

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli I giudei di Berea, dove si rifugiano Paolo e Sila, si dimostrano più accoglienti nei loro confronti e molti abbracciano la fede. Ma i giudei di Tessalonica lo vengono a sapere e si intromettono, costringendo nuovamente Paolo a fuggire. Egli allora si reca ad Atene, lasciando a Sila e a Timoteo la consegna di raggiungerlo in un secondo tempo (At 17,10b15). In Atene, città rinomata per la filosofia e la cultura, Luca colloca un importante « discorso di Paolo ». Egli si introduce raccontando che alcuni filosofi epicurei e stoici, sentendo che nell’agorà Paolo parlava di Gesù e della risurrezione, lo conducono all’Areopago, la collina su cui si riuniva il consiglio della città, e lo interrogano su quanto va insegnando (17,16-21). Luca fa dell’Areopago di Atene la cornice di un discorso tipo della predicazione cristiana indirizzata agli intellettuali del mondo greco.

132. Ad Atene: Paolo tra i filosofi Il discorso si apre con una introduzione, il cui scopo è quello di guadagnare la simpatia degli ascoltatori, e continua con una forte polemica contro l’idolatria, a cui fa seguito un invito pressante alla conversione.

At 17,22-31

Filosofia popolare Era così chiamato l’insieme di dottrine filosofiche diffuse ai tempi di Paolo nel mondo greco-romano. In essa predominavano le concezioni stoiche ed epicuree. I predicatori cristiani dovevano necessariamente confrontarsi con i filosofi itineranti e con i loro insegnamenti.

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A

17,22

llora Paolo, in piedi in mezzo all’Areopago, disse: « Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. 23Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un dio ignoto”. Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annunzio. 24 Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo 25né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. 26Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio 27perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”. 29Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. 30 Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, 31perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti ».

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B. Fino ai confini della terra (At 15,36 - 28,31) « Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano » (At 17,30).

In questo discorso si mescolano spunti biblici e idee filosofiche. Secondo Luca, Paolo cerca di esprimere le sue idee con espressioni che si avvicinano a quelle dei filosofi, ma in realtà fa loro violenza, usandole con un significato diverso da quello originario. Nella prima parte del discorso egli contesta l’idolatria, presentando l’unità e la trascendenza di Dio con espressioni che, sebbene rispecchino il linguaggio biblico, in realtà sono di stampo immanentista. Poi invita i presenti alla conversione, annunziando loro che Dio sta per giudicare il mondo mediante un suo rappresentante a cui ha affidato questo compito dopo averlo risuscitato dai morti. L’annunzio di Cristo è dunque molto ridotto, forse perché Luca ritiene che il discorso sia stato interrotto prima della fine.

Dialogo con il mondo greco Era già stato iniziato dai giudei ellenisti, i quali consideravano la loro religione come una « filosofia ». Questa qualifica è passata ai cristiani, i quali si sono messi molto presto nell’alveo tracciato dai giudei. Non si può però parlare di una vera inculturazione del messaggio, ma di una sovrapposizione di concezioni, spesso solo apparentemente simili.

Quando sentono parlare di risurrezione dei morti, gli ateniesi congedano Paolo in malo modo. Sebbene ad Atene non sia sorta una comunità, l’intervento di Paolo non è stato un insuccesso, perché alcuni, come Dionigi, membro dell’Areopago, e una donna di nome Damaris diventano credenti (At 17,32-34). Lasciata Atene, Paolo si reca a Corinto, allora capitale dell’Acaia.

133. Nascita di una Chiesa a Corinto A Corinto Paolo risiede presso una coppia di amici e parla nella sinagoga; poi si sposta in una casa privata dove accoglie chiunque sia interessato al suo messaggio. Infine, gli appare il Signore che lo conforta e lo incoraggia.

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli At 18,1-11

Predicazione Dal racconto di Luca appare che questo termine non ha lo stesso significato di oggi. Esso indica non un discorso pubblico, ma un annunzio da persona a persona. Paolo apprezzava il lavoro manuale, anche perché gli permetteva di diffondere il vangelo stando a contatto diretto con la gente.

Gallione Fratello del filosofo Seneca. La sua presenza a Corinto è attestata negli anni 51-52 d.C. Questo fatto è importante perché permette una datazione dell’attività di Paolo, sempre però che si accetti lo schema dei viaggi adottato da Luca.

222

D

18,1

opo questi fatti, Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. 2Qui trovò un giudeo di nome Aquila, nativo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia, con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine con cui Claudio allontanava da Roma tutti i giudei. Paolo si recò da loro 3e, poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì in casa loro e lavorava. Di mestiere, infatti, erano fabbricanti di tende. 4Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere giudei e greci. 5 Quando Sila e Timoteo giunsero dalla Macedonia, Paolo cominciò a dedicarsi totalmente alla predicazione, testimoniando davanti ai giudei che Gesù è il Cristo. 6Ma, poiché essi si opponevano e lanciavano ingiurie, egli, scuotendosi le vesti, disse: « Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente. D’ora in poi mi rivolgerò ai gentili ». 7Detto ciò, andò a stare nella casa di un tale, di nome Tizio Giusto, un timorato di Dio, la cui abitazione era accanto alla sinagoga. 8Crispo, capo della sinagoga, credette nel Signore assieme a tutta la sua famiglia; e molti dei corinzi, ascoltando Paolo, credevano e si facevano battezzare. 9 Una notte, il Signore apparve in visione a Paolo e gli disse: « Non avere paura; continua a parlare e non tacere, 10perché io sono con te e nessuno potrà farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso ». 11Così Paolo si fermò un anno e mezzo, e insegnava fra loro la parola di Dio. Corinto era importante soprattutto per il commercio, fonte di un notevole benessere economico, che però era concentrato nelle mani di pochi. Nella città avevano luogo i « giochi istmici », i quali attiravano gente di ogni razza, lingua e religione. Dal punto di vista religioso, Corinto era celebre per il culto della dea Afrodite. Non mancavano però altri culti, fra i quali erano particolarmente fiorenti quelli orientali e misterici. Vi era inoltre una consistente comunità giudaica. In questo ambiente cosmopolita, pieno di contraddizioni e di contrapposizioni, Paolo fonda la più vivace delle sue comunità. Dopo un anno e mezzo di permanenza a Corinto, Paolo è denunziato dai giudei al proconsole romano Gallione, fratello del filosofo Seneca, con l’accusa di voler introdurre un culto contrario alla legge; Gallione però ricusa di occuparsi del caso, ritenendo che si tratti di una questione interna alla comunità giudaica (At 18,12-17). Paolo resta ancora a Corinto « parecchi giorni », poi parte con Aquila e Priscilla, fa una breve sosta a Efeso, dove lascia i suoi compagni, promettendo di raggiungerli quanto prima, e si reca prima a Gerusalemme e poi ad Antiochia (18,18-22), da dove dà inizio a un nuovo viaggio missionario.

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B. Fino ai confini della terra (At 15,36 - 28,31) Terzo viaggio missionario di Paolo (At 18,23 - 21,16). Partendo da Antiochia, Paolo percorre la Galazia e la Frigia, confermando le comunità precedentemente fondate (18,23). Nel frattempo si reca a Efeso e poi a Corinto un personaggio che avrà un ruolo determinante nella comunità di questa città.

134. Apollo: un biblista prestato alla missione Apollo è un uomo di grande cultura, ma Luca qui sottolinea che la sua preparazione era incompleta. Priscilla e Aquila lo aiutano ad approfondire le sue conoscenze e poi lo indirizzano a Corinto.

18,24

[

M

entre Paolo era assente] arrivò a Efeso un giudeo, di nome Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, esperto nelle Scritture. 25Questi era stato istruito nella via del Signore e, con animo ispirato, parlava e insegnava con accuratezza ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. 26 Egli cominciò a parlare con franchezza nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio. 27 Poiché egli desiderava recarsi in Acaia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. Giunto là, fu molto utile a quelli che, per opera della grazia, erano divenuti credenti. 28Confutava infatti vigorosamente i giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo. Apollo è un uomo colto, ottimo conoscitore delle Scritture. Non è escluso che fosse discepolo del filosofo giudeo Filone di Alessandria. Il fatto che egli conoscesse solo il battesimo di Giovanni è forse un segno che in Alessandria, da dove egli proveniva, era annunziato un tipo di cristianesimo che non poneva l’accento, come invece faceva Paolo, sull’opera dello Spirito. Mediante Priscilla e Aquila egli entra dunque nella sfera del cristianesimo di stampo paolino e continua a Corinto la sua opera evangelizzatrice.

At 18,24-28

Efeso Gli incontri che Paolo fa in questa città mostrano che il cristianesimo vi era già arrivato in una forma diversa da quella da lui adottata. Luca tace la presenza di altri « cristianesimi », perché il suo progetto narrativo ha come tema la diffusione del cristianesimo paolino. A Efeso avrà sede in seguito la centrale del cristianesimo giovanneo.

Nel frattempo Paolo raggiunge Efeso, capitale della provincia romana d’Asia. Luca narra che all’inizio di questo periodo egli battezza dodici seguaci di Giovanni il Battista che, come Apollo, ancora non conoscevano l’azione dello Spirito (At 19,1-7). Dopo sei mesi di predicazione nella sinagoga, Paolo è costretto a lasciarla e continua la sua attività per circa due anni nella scuola di un certo Tiranno, compiendo numerosi miracoli (19,8-11). Il suo prestigio è accresciuto dal fatto che due giudei, che facevano esorcismi nel nome di quel Gesù che egli predi-

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli

Strategia missionaria La lunga permanenza di Paolo a Efeso è stata determinata forse dall’editto di Claudio, che gli impediva di proseguire per Roma (cfr. At 18,2; 19,21). Ma soprattutto a Efeso egli poteva evangelizzare una grande città ellenistica e al tempo stesso mantenere i contatti con le comunità già fondate e bisognose di assistenza. cava, sono malmenati dagli indemoniati (At 19,12-19). La sezione termina con un ritornello in cui si sottolinea la diffusione della Parola (19,20) e da un brano di transizione in cui si accenna al fatto che Paolo sta ormai progettando di recarsi a Gerusalemme per poi intraprendere il viaggio verso Roma (19,21-22). A seguito delle conversioni fatte da Paolo, gli artigiani che facevano le statuette di Artemide si sentono defraudati dei loro guadagni e inscenano una sommossa contro di lui (At 19,23-41). L’Apostolo si salva, ma è costretto a lasciare la città; egli attraversa allora la Macedonia e si reca a Corinto, dove si ferma tre mesi. Da Corinto si mette in viaggio per Gerusalemme, accompagnato da alcuni collaboratori: Sopatro di Berea, figlio di Pirro, Aristarco e Secondo di Tessalonica, Gaio di Derbe e Timoteo, e gli asiatici Tichico e Trofimo. Forse si tratta dei rappresentanti delle comunità paoline, i quali, insieme con l’Apostolo, portano a Gerusalemme il ricavato della colletta (cfr. 1Cor 16,3-4; Rm 15,25-26), di cui però Luca non fa menzione. Costoro lo precedono a Troade, dove egli giunge via terra passando per Filippi (At 20,1-6). Dopo una sosta a Troade, dove risuscita un ragazzo di nome Eutico che era caduto dalla finestra (20,7-12), Paolo raggiunge via mare Mileto (20,13-16). Qui egli manda a chiamare i presbiteri della Chiesa di Efeso (20,17) e rivolge loro un importante discorso.

135. A Mileto: un doloroso congedo Nel « discorso di Mileto », l’unico negli Atti degli apostoli indirizzato a cristiani, Paolo riassume anzitutto la sua attività apostolica e svela il significato del viaggio che sta facendo; poi consegna ai presbiteri il

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B. Fino ai confini della terra (At 15,36 - 28,31) suo testamento spirituale, facendo intravedere la sua prossima morte. Infine, fa loro un’accorata esortazione portando come esempio il suo comportamento.

Q

20,18

uando i presbiteri di Efeso giunsero da Paolo, questi disse loro: « Voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo, fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia: 19ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato le insidie dei giudei; 20non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi, in pubblico e nelle case, 21testimoniando a giudei e greci la necessità di convertirsi a Dio e di credere nel Signore nostro Gesù. 22E ora, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. 23So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. 24Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché io conduca a termine la mia corsa e adempia il servizio, che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio. 25 E ora, ecco, io so che non vedrete più il mio volto, voi tutti fra i quali sono passato annunziando il regno. 26Per questo attesto solennemente oggi, davanti a voi, che io non sono responsabile nei confronti di quanti si perdono, 27perché non mi sono sottratto al dovere di annunziarvi tutta la volontà di Dio. 28Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come episcopi per pascere la Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. 29Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; 30 perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di dottrine perverse, per attirare discepoli dietro di sé. 31Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, fra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi. 32 E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati. 33Non ho desiderato né argento né oro né il vestito di nessuno. 34Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. 35In tutte le maniere vi ho mostrato che si deve lavorare in questo modo per soccorrere i deboli. Ricordatevi le parole del Signore Gesù, che disse: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!” ».

At 20,18-35

Testamento spirituale È questo un genere letterario molto diffuso nella Bibbia e nella letteratura dell’epoca. Luca condensa nel discorso ai presbiteri di Mileto la sua immagine di Paolo, mettendo in risalto soprattutto i caratteri eroici della sua personalità e passando sotto silenzio i suoi dissidi con altri cristiani di diversa tendenza. Un altro testamento di Paolo si trova nella 2Timoteo (4,1-8).

Presbiteri/episcopi A Mileto Paolo raduna i suoi più stretti collaboratori di Efeso. Luca presuppone che Paolo abbia introdotto a Efeso la struttura presbiterale e identifica l’appellativo di « presbitero » con quello di « episcopo ». È questo chiaramente un anacronismo.

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli In questo discorso, messo sulle labbra di Paolo, Luca concentra quelli che, secondo lui, sono i tratti caratteristici della sua persona. In tutta la sua attività egli ha dimostrato grande zelo, rettitudine e coraggio di fronte alle difficoltà. Ora egli, sapendo che non lo vedranno più, raccomanda agli anziani di vigilare sul gregge, prendendo esempio da lui e dal suo disinteresse per le cose materiali. In questo discorso, scritto molti anni dopo gli avvenimenti che vi si narrano, Luca allude, facendo parlare l’Apostolo stesso, alla sua morte, evitando così di doverne informare il lettore alla fine della sua opera. Il viaggio da Mileto a Gerusalemme avviene via mare. Luca ricorda tre tappe, Tiro, Tolemaide e Cesarea, dove l’Apostolo incontra la comunità cristiana del luogo (At 21,1-14). Sebbene molti lo sconsiglino, egli prosegue con coraggio, come un tempo aveva fatto Gesù, verso Gerusalemme. Al suo arrivo trova ospitalità nella casa di un certo Mnasone di Cipro (21,15-16). Prigionia di Paolo a Gerusalemme e a Cesarea (At 21,17 26,32). Giunto a Gerusalemme, Paolo si reca da Giacomo e dai presbiteri, ai quali racconta la sua attività fra i gentili (21,17-19). Essi allora gli suggeriscono come deve comportarsi.

« Lo Spirito Santo vi ha costituiti come episcopi per pascere la Chiesa di Dio » (At 20,28b).

136. A Gerusalemme: l’arresto di Paolo Per evitare che i giudei lo accusino di trasgredire le leggi dei padri, Giacomo e i presbiteri consigliano a Paolo di finanziare quattro giudei che devono sciogliere un voto. In quella occasione essi comunicano a Paolo le decisioni dell’assemblea di Gerusalemme, dimenticando forse che anche Paolo era presente in quella occasione.

At 21,20-26

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21,20

G

iacomo e i presbiteri], dopo avere ascoltato Paolo, davano gloria a Dio; poi gli dissero: « Tu vedi, fratello, quante migliaia di giudei sono venuti alla fede e sono tutti osservanti della legge. 21Ora, essi hanno sentito dire di te che tu insegni a tutti i giudei sparsi fra i gentili di abbandonare Mosè, dicendo di non circoncidere più i loro figli e di non seguire più le usanze tradizionali. 22Che cosa facciamo? Senza dubbio verranno a sapere che sei arrivato. 23Fa’ dunque quanto ti diciamo. Vi sono fra noi quattro uomini che hanno fatto un voto. 24Prendili con te, compi la purificazione assieme a loro e paga tu per loro perché si facciano radere il capo. Così tutti verranno a sapere che non c’è nulla di vero in quello che hanno sentito dire, ma che invece anche tu ti comporti bene, osservando la legge.

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B. Fino ai confini della terra (At 15,36 - 28,31) 25

Quanto ai gentili che sono venuti alla fede, noi abbiamo deciso e abbiamo scritto loro che si astengano dalle carni sacrificate agli idoli, dal sangue, da ogni animale soffocato e dalle unioni illegittime ». 26Allora Paolo prese con sé quegli uomini e, il giorno seguente partecipò con loro al rito della purificazione. Poi entrò nel tempio per comunicare ai sacerdoti la data in cui scadeva il loro voto e per fissare il giorno in cui ciascuno di loro doveva presentare l’offerta. Raccontando l’incontro tra Paolo e Giacomo, Luca tende a mettere in luce la loro piena sintonia. In realtà, però, appare abbastanza chiaro che, per Giacomo, le accuse rivolte a Paolo non erano del tutto infondate. I suoi dubbi lasciano pensare che la colletta portata dall’Apostolo non sia stata del tutto gradita. Perciò Luca, che non ne aveva parlato precedentemente e neppure aveva menzionato i motivi per cui era stata fatta, non ha ritenuto opportuno parlarne qui, sebbene risulti che ne fosse al corrente (cfr. At 24,17.26).

Avversari di Paolo Paolo deve dimostrare la sua lealtà giudaica ai giudeo-cristiani, ma poi viene assalito dai giudei. Si può supporre che sia stato proprio il suo isolamento nella comunità di Gerusalemme a renderlo più vulnerabile nei loro confronti.

Il seguito del racconto è caratterizzato da tre importanti discorsi di difesa pronunziati da Paolo in occasioni diverse (At 22,1-21; 24,10-21; 26,1-23). Mentre si trova nel tempio, l’Apostolo è riconosciuto e rischia di essere ucciso, ma all’ultimo momento è salvato dal tribuno della coorte romana che presidiava la città; egli si presenta a lui come un giudeo di Tarso in Cilicia e chiede di poter rivolgere la parola alla folla (At 21,27-40). Ottenuto il permesso, Paolo pronunzia il suo primo discorso apologetico (22,1-21) nel quale, invece di soffermarsi sui reati che gli sono attribuiti, presenta la propria persona e le proprie idee. A tal fine, egli racconta il suo passato, in modo simile al resoconto che ne fa Luca in At 9,1-18, ma con qualche differenza significativa, quale l’accenno alla sua origine e alla sua accurata formazione giudaica, l’essere stato accolto nella Chiesa da un devoto giudeo quale era Anania che autenticò quella chiamata assicurandogli che proveniva dal Dio dei padri, l’aver ricevuto la missione proprio mentre era in preghiera nel tempio. Di fronte alle proteste della folla, il tribuno fa condurre Paolo nella fortezza Antonia e ordina di interrogarlo ricorrendo alla tortura, ma ciò gli è risparmiato perché si dichiara cittadino romano; il giorno dopo è condotto di fronte al sinedrio (22,22-30). Un alterco con il sommo sacerdote offre a Paolo, che senza riconoscerlo lo denomina « sepolcro imbiancato », l’occasione di affermare la sua lealtà verso le istituzioni giudaiche (23,1-5).

137. Paolo testimone della risurrezione Condotto di fronte all’organo supremo dell’amministrazione giudaica, Paolo gioca abilmente la carta dei contrasti tra sadducei e farisei circa la risurrezione dei morti. E difatti incassa il sostegno di questi ultimi. Infine, nella notte gli appare il Signore che gli preannunzia il viaggio a Roma.

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli At 23,6-11

Sadducei e farisei Erano i due gruppi principali in cui si divideva il giudaismo all’epoca di Paolo. I farisei erano gli eredi, assieme agli esseni, degli « asidei », un gruppo di giudei praticanti, già attestato al tempo dei maccabei (1Mac 2,42; 2Mac 14,6). I sadducei, invece, formavano un movimento di estrazione sacerdotale. Mentre i primi erano più progressisti, i secondi si attenevano solo alla lettera del Pentateuco.

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P

aolo, sapendo che il sinedrio era composto in parte di sadducei e in parte di farisei, disse a gran voce: « Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti ». 7Appena ebbe detto questo, scoppiò una disputa tra farisei e sadducei e l’assemblea si divise. 8I sadducei infatti negano la risurrezione, gli angeli e gli spiriti; i farisei invece professano tutte queste cose. 9 Ci fu allora un grande chiasso e alcuni scribi del partito dei farisei si alzarono in piedi e protestavano dicendo: « Non troviamo nulla di male in quest’uomo. Forse uno spirito o un angelo gli ha parlato ». 10La disputa si accese a tal punto che il comandante, temendo che Paolo venisse linciato da loro, ordinò alla truppa di andare a prenderlo e di ricondurlo nella fortezza. 11 La notte seguente gli apparve il Signore e gli disse: « Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme su quanto mi riguarda, così è necessario che tu mi dia testimonianza anche a Roma ». La contesa tra farisei e sadducei mette in luce una delle spaccature presenti nella società giudaica dell’epoca, rappresentata anche nel sinedrio, l’organo supremo dell’amministrazione giudaica. L’apparizione del Signore a Paolo, oltre che approvare il suo operato, gli mostra come gli ostacoli da lui incontrati a Gerusalemme abbiano uno scopo provvidenziale. Essi faranno sì che egli, come aveva progettato, si rechi a Roma, non però come uomo libero, bensì come prigioniero. I giudei decidono di uccidere Paolo, ma il loro complotto è svelato dal figlio di sua sorella (At 23,12-22). Il tribuno allora invia l’Apostolo sotto scorta a Cesarea dal procuratore Felice, al quale spiega in una lettera di accompagnamento come sono andati i fatti (23,23-35). Felice istruisce contro di lui un processo che si apre con un discorso di Tertullo, rappresentante dell’accusa, che lo presenta come un sobillatore (24,1-9). Al che Paolo risponde con un secondo discorso apologetico.

138. Lealtà di Paolo al suo popolo In questo discorso, Paolo anzitutto rifiuta l’accusa di aver fomentato una sommossa, poi dichiara la sua fede nel Dio dei padri e, infine, accusa i giudei dell’Asia di avere provocato il tumulto che ha portato al suo arresto.

At 24,10-21

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Q

24,10

uando il governatore gli fece cenno di parlare, Paolo disse: « So che da molti anni sei giudice di questo popolo e parlo in mia difesa con fiducia. 11Tu stesso puoi accertare

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B. Fino ai confini della terra (At 15,36 - 28,31)

che non sono passati più di dodici giorni da quando sono salito a Gerusalemme per il culto. 12I miei accusatori non mi hanno mai trovato nel tempio a discutere con qualcuno o a incitare la folla alla sommossa, né nelle sinagoghe, né per la città 13e non possono provare alcuna delle accuse che mi fanno. 14 Questo invece ti dichiaro: io adoro il Dio dei miei padri, seguendo quella Via che chiamano setta, credendo in tutto ciò che è conforme alla legge e sta scritto nei profeti, 15nutrendo in Dio la speranza, condivisa pure da costoro, che ci sarà una risurrezione dei giusti e degli ingiusti. 16Per questo anche io mi sforzo di conservare in ogni momento una coscienza irreprensibile davanti a Dio e agli uomini. 17 Ora, dopo molti anni, sono venuto a portare elemosine alla mia gente e a offrire sacrifici; 18in occasione di questi, mi hanno trovato nel tempio dopo che avevo compiuto le purificazioni. Non c’era folla né tumulto. 19Furono alcuni giudei della provincia d’Asia a trovarmi, e sono loro che dovrebbero comparire qui davanti a te ad accusarmi, se hanno qualche cosa contro di me. 20Oppure dicano i presenti stessi quale colpa hanno trovato quando sono comparso davanti al sinedrio, 21se non questa sola frase, che io gridai stando in mezzo a loro:“È a motivo della risurrezione dei morti che io vengo giudicato oggi davanti a voi!” ». In questo discorso, Luca attribuisce a Paolo l’affermazione di essere un leale seguace del giudaismo. Questo è importante per stabilire la continuità tra Israele e le nuove comunità della diaspora da lui fondate. L’affermazione secondo cui Paolo è venuto a Gerusalemme per portare delle elemosine alla sua gente nasconde forse la notizia, non riportata da Luca, della colletta fatta da Paolo in favore della Chiesa di Gerusalemme. Nella speranza di ottenere da lui del denaro (altro accenno al fatto che Paolo ha portato a Gerusalemme i soldi delle collette), Felice trattiene per due anni Paolo a Cesarea, fino cioè alla venuta del suo successore Porcio Festo (At 24,22-27). Questi, dietro pressione dei capi giudei, propone a Paolo di essere processato a Gerusalemme, ma egli si rifiuta e, avvalendosi del suo diritto di cittadino romano, si appella a Cesare e chiede di essere giudicato a Roma (25,1-12). Intanto il re Agrippa II, figlio di Agrippa I (cfr. At 12,1-23), con la sorella Berenice fa visita a Festo, il quale espone loro il caso di Paolo (25,13-27). Chiamato in loro presenza, l’Apostolo prende la parola e pronunzia il suo terzo discorso apologetico (26,1-23), che rappresenta la sintesi dei due precedenti: di nuovo il racconto della sua vocazione si intreccia con la sua « professione di fede », incentrata nella risurrezione di Gesù, vista non come rinnegamento, ma come adempimento delle speranze di Israe-

Via Questo termine, in greco odos, designa negli Atti degli apostoli il movimento che fa capo a Gesù. Esso lascia intendere che Gesù veniva compreso dai suoi primi discepoli specialmente come un Maestro di vita.

Felice Il passaggio di consegne tra Felice, diventato procuratore nel 52 d.C., e Festo è avvenuto in un momento imprecisabile tra il 53 e il 60 d.C. Non si sa con chiarezza se i due anni a cui si accenna in At 24,27 riguardino la prigionia di Paolo sotto Felice o il periodo di governo di Felice stesso.

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli le. Alla fine i presenti riconoscono l’innocenza di Paolo, il quale però non può essere messo in libertà in quanto si è appellato a Cesare (At 26,24-32). Viaggio di Paolo a Roma (At 27,1 - 28,16). In quest’ultima sezione del libro ritorna per la terza volta l’uso della prima persona plurale (« sezioni noi »). L’autore elenca le tappe del primo tratto di navigazione da Cesarea fino a Buoni Porti, nell’isola di Creta (27,1-8). Lì Paolo è fatto imbarcare, contro il suo parere, su una nave diretta a Fenice, un altro porto di Creta, con l’intenzione di passare in esso l’inverno (27,9-12), ma una tempesta sconvolge i piani del pilota e del capitano della nave.

139. Fiducia nella tempesta In questo testo Luca adotta il genere letterario dei racconti di viaggi. Anzitutto descrive la situazione dei navigatori, poi fa entrare in scena il prigioniero che, guidato dal suo Dio, li incoraggia e indica loro la via d’uscita dalla situazione di pericolo.

At 27,13-26

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A

27,13

ppena cominciò a soffiare un leggero scirocco, ritenendo di poter realizzare il loro progetto, levarono le ancore e si misero a costeggiare Creta da vicino. 14Ma non molto tempo dopo si scatenò dall’isola un vento di uragano, detto Euroaquilone. 15La nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento: abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. 16Mentre passavamo sotto un isolot-

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B. Fino ai confini della terra (At 15,36 - 28,31)

to chiamato Cauda, a fatica riuscimmo a mantenere il controllo della scialuppa. 17La tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per fasciare con funi lo scafo della nave. Quindi, nel timore di finire incagliati nella Sirte, calarono la zavorra e andavano così alla deriva. 18Eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta e il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico; 19il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave. 20Da vari giorni non comparivano più né sole né stelle e continuava una tempesta violenta; ogni speranza di salvarci era ormai perduta. 21 Da molto tempo non si mangiava; Paolo allora, alzatosi in mezzo a loro, disse: « Uomini, avreste dovuto dare retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. 22 Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. 23Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, 24e mi ha detto: “Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione”. 25Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia che Dio farà come mi è stato detto. 26Ma è inevitabile che andiamo a finire su qualche isola ». Il racconto intende presentare ancora una volta il viaggio di Paolo come un evento provvidenziale, che si inserisce nel progetto di Dio che ha come scopo il suo arrivo a Roma. L’avere superato questa prova rappresenta anche un verdetto divino che mette in luce la sua innocenza quanto alle accuse che gli venivano fatte. Le parole di Paolo si avverano e la nave si incaglia in un luogo dell’isola di Malta (At 27,27-44). Il soggiorno di Paolo in questa località è caratterizzato da numerosi miracoli (28,1-10). Dopo tre mesi, Paolo può ripartire per Roma. Dopo una sosta a Siracusa e a Reggio, Paolo giunge a Pozzuoli. Qui alcuni fratelli di Roma gli vanno incontro e lo accompagnano nella capitale, dove incontra tutta la comunità nei pressi del Foro di Appio e delle Tre Taverne; a Roma Paolo ottiene di abitare per suo conto con un soldato di guardia (28,11-16).

140. Paolo a Roma: l’annunzio ai gentili Luca racconta che, arrivato a Roma, Paolo convoca i notabili della comunità giudaica e comunica loro il motivo della sua venuta. Essi si radunano da lui una seconda volta, ma la maggior parte di loro non

Racconti di viaggio Erano molto diffusi nell’antichità classica. Luca imposta il suo libro degli Atti degli apostoli come un grande racconto di viaggi. L’ultimo, quello da Cesarea a Roma, assume un andamento romanzesco, assente nei precedenti, che denota l’abilità letteraria dell’autore.

Comunità di Roma Era molto antica e vivace, sebbene non fosse stata fondata da alcun personaggio noto della Chiesa primitiva. Svetonio ne attesta l’esistenza probabilmente già nel 41, oppure nel 49 d.C., quando Claudio, proprio per i contrasti suscitati nella comunità giudaica dall’annunzio del vangelo, espulse da Roma tutti i giudei.

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli accoglie le sue parole. Allora Paolo dichiara che d’ora in poi si rivolgerà ai gentili. Il racconto termina con una breve notizia riguardante il soggiorno di Paolo a Roma.

At 28,17-31

Rottura con il giudaismo Si era realizzata molte volte durante la predicazione di Paolo, a partire dall’episodio di Antiochia di Pisidia (cfr. At 13,46-47). Ora che l’annunzio è giunto al centro dell’impero romano, questa rottura diventa definitiva e il vangelo comincia a distaccarsi progressivamente dalla matrice giudaica. Quando vengono accusati da Nerone dell’incendio di Roma (64 d.C.), i cristiani sono ormai riconosciuti come un gruppo autonomo.

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28,17

re giorni dopo il suo arrivo a Roma, Paolo fece chiamare i notabili dei giudei e, quando giunsero, disse loro: « Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo o contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato nelle mani dei romani. 18Questi, dopo avermi interrogato, volevano rimettermi in libertà, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. 19 Ma poiché i giudei si opponevano, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere, con questo, muovere accuse contro la mia gente. 20Vi ho chiamati per vedervi e per parlarvi, poiché è a causa della speranza d’Israele che io sono legato da questa catena ». 21Essi gli risposero: « Noi non abbiamo ricevuto alcuna lettera sul tuo conto dalla Giudea né alcuno dei fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. 22Ci sembra bene tuttavia ascoltare da te quello che pensi: di questa setta infatti sappiamo che ovunque essa trova opposizione ». 23 E, avendo fissato un giorno, molti vennero da lui, nel suo alloggio. Dal mattino alla sera egli dava la sua testimonianza parlando loro del regno di Dio, e cercava di convincerli riguardo a Gesù, partendo dalla legge di Mosè e dai profeti. 24Alcuni erano persuasi delle cose che venivano dette, altri invece non credevano. 25 Così se ne andarono in disaccordo fra loro, mentre Paolo diceva: « Ha detto bene lo Spirito Santo, per mezzo del profeta Isaia, ai vostri padri: 26 Va’ da questo popolo e di’: Udrete, sì, ma non comprenderete; guarderete, sì, ma non vedrete. 27 Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi; ciò è avvenuto perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano, e io li guarisca! (Is 6,9-10). 28 Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio fu inviata alle nazioni, ed esse ascolteranno! ». [29] 30 Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, 31annunziando il regno

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di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento. Nonostante abbia segnalato l’esistenza a Roma di una comunità cristiana, Luca ricorda solo i contatti che Paolo ha avuto con i giudei della capitale. Sebbene non lo dica, egli vuole dare l’impressione che sia stato proprio Paolo ad attuare il programma assegnato da Gesù risorto ai discepoli, in base al quale essi sarebbero stati suoi testimoni fino agli estremi confini della terra (cfr. At 1,8). A conclusione del libro, Luca mette sulla bocca di Paolo la citazione di Is 6,9-10. Proprio in questo testo egli trova la spiegazione di quella che poteva sembrare una contraddizione insanabile: il movimento cristiano rappresenta il compimento delle promesse fatte a Israele e al tempo stesso gran parte di questo stesso popolo non l’ha accolto. La sua risposta si sviluppa su due versanti: da un lato, non si può affermare che tutti i giudei abbiano rifiutato Cristo, perché in realtà anche a Roma una parte di essi ha aderito al suo annunzio (cfr. At 28,24); dall’altro, il fatto che molti gli si siano opposti rientra nel piano di Dio preannunziato dai profeti, in forza del quale la salvezza doveva essere estesa ai gentili (cfr. 28,28). Ciò non toglie però che questa stessa salvezza resti comunque disponibile a tutti, sia gentili che giudei (cfr. 28,30). La minaccia di « volgersi ai gentili », già fatta precedentemente ad Antiochia di Pisidia (cfr. 13,44-48) e a Corinto (cfr. 18,5-8), viene qui portata definitivamente a effetto.

Finale degli Atti degli apostoli Luca non racconta la morte di Paolo a Roma. Ciò non significa che non ne fosse al corrente: egli ricorre a un procedimento retorico, la sospensione narrativa, attestato nella cultura greco-romana. Il suo scopo è quello di mostrare che la storia non finisce ma continua. Il cristianesimo, giunto fino ai confini della terra (At 1,8), continua ormai la sua marcia nell’impero romano.

Il racconto di Luca si arresta bruscamente con l’arrivo di Paolo a Roma e con la sua permanenza di due anni nella capitale. Ciò ha fatto pensare che l’opera fosse stata composta proprio allora, cioè verso l’inizio degli anni 60, quando Paolo, liberato dalla prigionia, avrebbe intrapreso il viaggio verso la Spagna. Questo argomento però non è determinante, perché Luca non accenna a una liberazione di Paolo e alla ripresa dei suoi viaggi. È più verosimile che Luca, con l’arrivo di Paolo a Roma, abbia concluso il suo progetto storiografico e non ritenga opportuno informare il lettore circa la fine dell’Apostolo. D’altra parte, egli l’ha già fatto quando, nel « discorso di addio » rivolto a Mileto ai presbiteri di Efeso, ha messo sulle labbra stesse dell’Apostolo l’annunzio della sua fine (cfr. At 20,25).

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VII. Il Vangelo per le vie del mondo – Atti degli apostoli

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li Atti degli apostoli non sono un libro di storia in senso moderno, ma contengono notizie molto importanti circa le origini cristiane. A partire dal confronto tra l’opera di Luca e le lettere di Paolo, è possibile ricostruire in modo sufficientemente attendibile i primi passi del cristianesimo nel mondo greco-romano e la vita del grande apostolo e missionario. Ma, soprattutto, gli Atti degli apostoli ci fanno conoscere le modalità con cui i primi cristiani di estrazione paolina, verso la fine del secolo I d.C., rileggevano le origini del loro gruppo all’interno del movimento cristiano già ampiamente diffuso nel mondo greco-romano. Il libro testimonia anche il significato che la persona e l’opera di Paolo hanno assunto in seno alle prime generazioni cristiane. Il racconto lucano ha avuto un ruolo non indifferente nel far sì che l’Apostolo, duramente contestato in vita, assumesse pienamente dopo la sua morte il ruolo che gli competeva all’interno della Chiesa. Gli Atti degli apostoli hanno svolto un ruolo determinante nella formazione delle idee e rappresentazioni più comuni riguardanti la Chiesa e la sua missione nel mondo. Anche se a volte la lettura che ne è stata fatta ha subìto i condizionamenti di situazioni nuove e di principi teologici diversi, questo libro ha tenuto viva la convinzione secondo cui la salvezza, promessa al popolo di Israele, si attua nelle comunità cristiane sparse nel mondo, le quali rendono presente e attuale in tutti i luoghi e in tutte le epoche il messaggio di Gesù. Secondo gli Atti degli apostoli, l’annunzio della salvezza ai gentili, sebbene sia stato favorito dall’irrigidimento di una parte di Israele, rappresenta un aspetto determinante del piano di Dio. Questa convinzione era già stata espressa da Luca nel discorso inaugurale di Gesù a Nazaret (Lc 4,23-27), ma viene espressamente alla luce nel « discorso di Paolo » ad Antiochia di Pisidia (At 13,46-47). Per Luca, l’accesso dei gentili alla salvezza fa parte delle promesse riguardanti i tempi messianici (cfr. Lc 24,46-47), senza che esso implichi l’esclusione dei giudei. È proprio attraverso il formarsi di comunità composte a pari diritti da giudei e gentili, che la salvezza promessa a Israele raggiunge « ogni carne ».

Dio regna sulle genti Popoli tutti, battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia, 3 perché terribile è il Signore, l’Altissimo, grande re su tutta la terra. 5 Ha scelto per noi la nostra eredità, orgoglio di Giacobbe che egli ama. 8 Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte.

47,2

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Dio regna sulle genti, Dio siede sul suo trono santo. 10 I capi dei popoli si sono raccolti come popolo del Dio di Abramo. Sì, a Dio appartengono i poteri della terra: egli è eccelso. 9

(Salmo 47[46],2-3.5.8-10)

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L’annunzio del vangelo è avvenuto anzitutto nelle grandi città ellenistiche. Ciò era dovuto in gran parte al fatto che solo lì il greco poteva essere capito. Ma vi erano anche altri fattori che determinavano questa scelta: la presenza di comunità giudaiche, una maggiore diffusione della cultura, l’allentarsi del controllo sociale sulle persone. Anche oggi la città resta l’ambito primario in cui la Chiesa deve mettere alla prova la sua missione di annunziare Cristo.



Il successo della missione paolina appare soprattutto nella sua capacità di dare vita a piccole comunità in grado di perdurare anche in assenza dell’Apostolo. Ciò che attirava maggiormente l’adesione di giudei e gentili era la contestazione di una società corrotta e la promessa di un mondo nuovo, più giusto e solidale, che si sarebbe attuato entro breve tempo, ma che era già anticipato nella vita della comunità. Anche oggi il successo del cristianesimo dipende dalla capacità di rendere viva e attuale questa speranza.



Il discorso di Paolo ad Atene è presentato da Luca come un modello di predicazione cristiana in un ambiente ellenistico di un certo livello culturale. In esso si nota un tentativo di entrare in dialogo con le categorie filosofiche dell’epoca. Ma in realtà il Paolo lucano non fa altro che ammantare di un linguaggio filosofico concetti di estrazione giudaica. La via da lui indicata è valida anche oggi, ma è necessario un maggiore rispetto del punto di vista dell’interlocutore.



Paolo conclude il ciclo della sua attività missionaria in Oriente con il « discorso di Mileto » rivolto ai presbiteri di Efeso. In esso si mette in luce lo stretto rapporto che esiste tra attività pastorale ed evangelizzazione. Quest’ultima dovrebbe essere il motore della prima, che è valida solo nella misura in cui gli operatori pastorali sanno ricercare, insieme, una risposta sempre nuova ai problemi della gente che, oggi sempre più, non si sente soddisfatta da formule tradizionali ripetitive e stereotipate.

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Un missionario scrive alle sue Chiese 1Tessalonicesi, 1-2Corinzi, Filippesi, Filemone, Galati e Romani

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elle sue lettere, Paolo rivela il suo talento di teologo e scrittore, ma soprattutto manifesta il suo vero carisma: la missione. Dopo aver fondato nel mondo ellenistico numerose e fiorenti comunità cristiane, egli contribuì alla loro crescita nella fede inviando loro numerose lettere che, verso la fine del secolo I d.C., furono raccolte nell’epistolario che porta il suo nome. Esso abbraccia tredici lettere, delle quali però solo sette sono state sicuramente composte da lui. Le lettere di Paolo non hanno dunque nulla in comune con gli scritti di un teologo che elabora a tavolino le sue dottrine. Al contrario, esse si presentano come scritti « occasionali », in quanto sono state concepite in funzione di occasioni concrete. Tuttavia, non si può parlare di documenti privati, perché erano indirizzate a comunità cristiane e dovevano essere lette in pubblico. La più antica delle lettere di Paolo è quella da lui inviata alla comunità di Tessalonica, quando era impegnato nell’evangelizzazione di Corinto. Le altre lettere sicuramente paoline videro la luce a Efeso e dintorni, durante il terzo viaggio missionario (At 18,23 - 21,16). Da Efeso, Paolo scrisse a Corinto le due lettere canoniche, ma egli stesso allude ad altre due missive (cfr. 1Cor 5,9; 2Cor 2,4) che sono andate perse, a meno che non siano parzialmente conservate all’interno delle due rimaste. Egli ebbe anche un fitto scambio epistolare con Filippi. Inoltre, prese contatti con comunità che non erano state fondate direttamente da lui, come è il caso della lettera indirizzata a Filemone. Una lettera « circolare » è stata inviata poi a diverse comunità da lui fondate in Galazia. Infine, da Corinto, prima di mettersi in viaggio per Gerusalemme, Paolo scrisse la Lettera ai Romani, in cui riprende i temi della Lettera ai Galati. Nelle sue lettere, Paolo fa proprio il formulario epistolare dei suoi tempi, adattandolo però al suo scopo specifico. Egli inizia con un prescritto, nel quale sono indicati il mittente e i destinatari, ai quali è rivolta un’espressione di saluto. Tra il saluto e il corpo epistolare, Paolo introduce un « ringraziamento » a Dio, che varia a seconda delle situazioni. Ogni lettera termina con un poscritto. Dividiamo le lettere di Paolo, in base agli interessi predominanti, in due gruppi: A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5, 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25). B. La giustificazione mediante la fede (Gal 1-6; Rm 1-16).

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese

A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25)

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urante il suo secondo viaggio missionario (cfr. At 15,36 - 18,22), Paolo ha evangelizzato la Galazia, poi ha svolto la sua opera prima nella città di Filippi e successivamente a Tessalonica; infine, si è recato a Corinto dove ha avuto modo di soggiornare più a lungo. Filippi e Tessalonica si trovavano sulla via Egnazia che collegava il Bosforo con l’Illiria; inoltre Tessalonica, come pure Corinto, erano città marittime, dotate di un’intensa attività portuale. In queste città, a una minoranza di ricchi commercianti o amministratori corrispondeva una maggioranza di poveri, artigiani, scaricatori di porto, schiavi. In esse la comunità cristiana doveva confrontarsi, oltre che con l’influente comunità giudaica e con la religione tradizionale greca e romana, anche con il culto imperiale e un caleidoscopio di religioni orientali che esercitavano una forte suggestione sul popolo. Nel suo racconto (At 16,11-40; 17,1-9; 18,1-17), Luca mette in luce come in ciascuna di queste città Paolo abbia iniziato la sua predicazione nella locale sinagoga, ma poi si sia ritirato da essa per l’opposizione dei giudei. Nonostante ciò, risulta che nelle comunità vi era anche un certo numero di giudei. In genere, come nel resto della società, i loro membri erano prevalentemente poveri, ma non mancavano persone più avanti nella classe sociale. Era consistente anche l’elemento femminile. La 1Tessalonicesi, la più antica dell’epistolario, è stata composta a Corinto verso il 51 d.C., mentre 1-2Corinzi e Filippesi sono state scritte da Efeso e dintorni a metà degli anni 50. La Lettera a Filemone è piuttosto anomala, perché è un semplice biglietto di raccomandazione indirizzato a un cristiano di una comunità non precisata, forse Colosse, in favore di uno schiavo fuggitivo. Il suo tema è quello della schiavitù. In questo periodo, Paolo è stato fatto oggetto di attacchi alla sua persona e al suo insegnamento. Essi erano provocati in gran parte da altri predicatori più legati al giudaismo e alla legge mosaica (giudaizzanti), che in qualche modo facevano riferimento alla Chiesa di Gerusalemme. Paolo ha reagito con forza ai suoi avversari, ma al tempo stesso ha fatto di tutto per evitare il rischio di rompere i ponti con la Chiesa madre. A tal fine, ha indetto fra le sue comunità una colletta, il cui ricavato è stato portato da lui personalmente a Gerusalemme alla fine del terzo viaggio missionario.

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A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25)

141. Una missione in chiave comunitaria Prima Lettera ai Tessalonicesi Questa lettera si caratterizza per il lungo ringraziamento, a cui fanno seguito alcune direttive pratiche. Il suo contenuto può essere così delineato: • Prescritto (1Ts 1,1). a) Ringraziamento (1Ts 1,2 - 3,13). b) Direttive pratiche (1Ts 4,1 - 5,22). • Poscritto e saluti (1Ts 5,23-28). Prescritto e ringraziamento (1Ts 1,1 - 3,13). Il presente brano contiene il prescritto, a cui fa seguito un primo ringraziamento nel quale si mette in luce, da una parte, la chiamata di Dio e, dall’altra, la generosità con cui i tessalonicesi hanno risposto; al termine, è riportata una breve sintesi del ke-rygma primitivo.

P

1,1

aolo e Silvano e Timoteo alla Chiesa dei tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace. 2 Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere 3e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. 4Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. 5Il nostro vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione: ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene.

1Ts 1,1-10

« Vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero » (1Ts 1,9b).

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Ke- rygma di Paolo Da 1Ts 1,10 si deduce che, nei primi tempi della sua missione, Paolo metteva in primo piano l’attesa di una catastrofe imminente, da cui solo la fede in Cristo poteva liberare. In seguito, egli porrà l’accento sull’infinita misericordia di Dio che giustifica il peccatore.

E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, 7così da diventare modello per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. 8Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne. 9 Sono infatti coloro a cui ci rivolgiamo che raccontano come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero 10e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene. Nel ringraziamento con cui si apre la lettera, Paolo mette in luce anzitutto il comportamento dei membri della comunità che, come conseguenza della loro vocazione, praticano le grandi virtù della fede, della speranza e della carità. Egli si congratula con loro per il loro impegno missionario, in quanto sono diventati un modello per i credenti che risiedono in altre zone della Macedonia e anche in Acaia, dove ora Paolo si trova. Soprattutto sottolinea come, attraverso di loro, sia giunto a tutti il suo messaggio che si riassume così: abbandonare gli idoli, servire il Dio vivente e attendere il ritorno di Gesù, morto e risuscitato, che ci libera dall’ira imminente. Si tratta dunque di un messaggio fortemente apocalittico, in cui l’appartenenza alla comunità cristiana è vista come la liberazione dalla rovina che sta per colpire questo mondo malvagio. Questo messaggio sarà continuamente richiamato nel corso della lettera. Il tema del ringraziamento si sposta dal comportamento dei destinatari a quello adottato da Paolo nella sua predicazione a Tessalonica. Anzitutto egli mette in luce la propria sincerità e onestà.

142. Un annunzio disinteressato Paolo ricorda anzitutto il suo arrivo a Tessalonica dopo le persecuzioni subite a Filippi, poi dà una valutazione del lavoro svolto in quella città e, infine, sottolinea l’affetto che lo lega ai tessalonicesi.

1Ts 2,1-8

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V

2,1

oi stessi infatti, fratelli, sapete bene che la nostra venuta in mezzo a voi non è stata inutile. 2Ma, dopo aver sofferto e subìto oltraggi a Filippi, come sapete, abbiamo ricevuto dal nostro Dio il coraggio di annunziarvi il suo vangelo in mezzo a molte lotte. 3 E il nostro appello non è stato mosso da menzogna, né da disoneste intenzioni e neppure da inganno; 4noi annunziamo il vangelo

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A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25)

così come Dio ci ha trovati degni di affidarcelo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori. 5Mai infatti abbiamo usato parole di adulazione, come sapete, né siamo stati mossi da cupidigia: Dio ne è testimone. 6E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, 7pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo. Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. 8Al punto tale che, per l’affetto che ci lega a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma anche la nostra stessa vita, tanto ci eravate diventati cari. Paolo è preoccupato che i tessalonicesi non apprezzino fino in fondo il lavoro da lui svolto nell’evangelizzazione della loro città, perché in ciò vede una garanzia di fedeltà al vangelo. Perciò sottolinea che la sua predicazione a Tessalonica, come d’altronde poco prima a Filippi, è avvenuta in mezzo a grandi sofferenze. Non si può dunque pensare che egli avesse secondi fini. Anzi, egli è consapevole di avere avuto per loro un amore simile a quello di una madre per i suoi bambini.

Tenerezza di Paolo Nonostante la sua irruenza, Paolo dimostra verso i suoi cristiani una dolcezza simile a quella di una madre e di un padre nei confronti dei propri figli (1Ts 2,7b.11-12). Per lui, la salvezza non si attua mediante una comunicazione astratta di dottrine, ma all’interno di un rapporto interpersonale profondo.

Paolo prosegue sottolineando ancora una volta il suo disinteresse, la sua dedizione e il modo paterno con cui li ha esortati (1Ts 2,9-11). Nel brano successivo, ritorna al tema della risposta generosa data dai tessalonicesi all’annunzio evangelico (2,12-16). Egli riferisce poi le sue ansie per la comunità che aveva dovuto lasciare forzatamente dopo un periodo di tempo troppo breve, e ricorda loro che, non potendo recarsi a Tessalonica, vi aveva inviato Timoteo (2,17 - 3,5). Infine, accenna al ritorno di Timoteo che gli ha portato buone notizie, quindi riprende e conclude il suo ringraziamento (3,6-13). Direttive pratiche (1Ts 4,1 - 5,24). Anzitutto, Paolo mette a fuoco il tema della santità a cui i tessalonicesi sono chiamati (4,1-8) e dell’amore fraterno che essi già praticano (4,9-12). Egli risponde poi a una domanda che gli è stata fatta circa la sorte dei defunti.

143. La speranza nella risurrezione Paolo affronta il nuovo tema dichiarando anzitutto brevemente di che cosa si tratti. Egli mette poi in chiaro alcuni principi dottrinali e, infine, descrive l’evento escatologico della risurrezione. Il brano termina con una breve esortazione.

4,13

N

on vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri, i quali non hanno speranza.

1Ts 4,13-18

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese « Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti » (1Ts 4,13a).

Escatologia paolina In base alla sua cultura, Paolo ritiene che la salvezza si attui non in un altro, ma in questo stesso mondo, che un giorno sarà totalmente trasformato. Egli quindi è in sintonia con l’attesa del regno di Dio annunziato da Gesù. La risurrezione finale dei giusti è dunque una conseguenza della risurrezione di Gesù, ma si attuerà al momento del suo ritorno.

14

Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. 15Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. 16 Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; 17quindi noi, che viviamo e che saremo rimasti ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo per sempre con il Signore. 18 Confortatevi dunque a vicenda con queste parole. I tessalonicesi pensavano, alla luce della predicazione di Paolo, che la seconda venuta di Gesù fosse imminente, e si aspettavano che proprio allora si sarebbe attuata in modo pieno la salvezza. Perciò, erano preoccupati per la sorte di coloro che nel frattempo erano morti. Per loro, ci sarebbe stata ugualmente quella salvezza che essi attendevano e che non avevano fatto in tempo a vedere? Paolo li rassicura affermando che, è vero, Gesù ritornerà molto presto, ma ciò non vuol dire che in quel momento tutti saranno ancora vivi. Anche i defunti saranno partecipi della salvezza finale. Essi, infatti, saranno risuscitati per primi e poi vivi e defunti, tutti insieme, andranno incontro al Signore. Anche per i morti c’è dunque una speranza di salvezza. In questo testo per la prima volta Paolo utilizza il concetto di risurrezione per descrivere il destino finale dei credenti.

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A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25) Infine, Paolo fa una riflessione sui tempi e i momenti della fine (1Ts 5,111) e aggiunge alcune raccomandazioni finali (5,12-22). Chiude la lettera il poscritto (5,23-28) che contiene un augurio di pace, una richiesta di preghiere, un saluto generale e la formula conclusiva tipica delle lettere paoline: « La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi ». Prima Lettera ai Corinzi In questa lettera Paolo corregge abusi e risponde a numerosi problemi della comunità di Corinto. La lettera è considerata normalmente come uno scritto unitario, ma non si può escludere che le sue diverse sezioni fossero in origine missive autonome. In base ai temi trattati, la lettera può essere così divisa: • Prescritto e ringraziamento (1Cor 1,1-9). a) Alcuni comportamenti devianti (1Cor 1,10 - 6,20). b) Sessualità nel matrimonio e nel celibato (1Cor 7). c) Le carni sacrificate agli idoli (1Cor 8,1 - 11,1). d) Le assemblee comunitarie (1Cor 11,2 - 14,40). e) La risurrezione finale (1Cor 15,1-58). • Epilogo e poscritto (1Cor 16).

Comunità di Corinto Dalle lettere che le ha inviato, risulta che Paolo ha avuto con essa un rapporto piuttosto difficile. Ciò era dovuto in gran parte alla sua grande stratificazione sociale, che comportava la presenza di spinte diverse e a volte contrastanti.

Prescritto e ringraziamento (1Cor 1,1-9). La situazione della comunità a cui è indirizzata la lettera appare già nella parte introduttiva della lettera.

144. Una comunità viva e ricca di doni In questo prescritto, Paolo attribuisce a se stesso come mittente e ai destinatari qualifiche assenti nella lettera precedente; ugualmente esteso è il ringraziamento.

P

1,1

aolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sostene, 2alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati a essere santi assieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome di Gesù Cristo, Signore nostro e loro: 3grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo! 4 Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, 5perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza. 6La testimonianza di Cristo si è stabilita fra voi così saldamente 7che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. 8Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. 9Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!

1Cor 1,1-9

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese Il fatto che Paolo insista sulla sua vocazione di apostolo è segno che essa era messa in questione, mentre le qualifiche attribuite alla comunità manifestano una stima non incrinata dai rimproveri che seguiranno. Anche il ringraziamento mette in luce la quantità di doni che la comunità ha ricevuto da Dio. Sullo sfondo, vi è l’attesa del ritorno di Gesù. Di tutti questi temi l’Apostolo parlerà nel corso della lettera. Per ora, vuole solo fare vedere che, nonostante le critiche che farà, la sua stima per la comunità resta fuori discussione.

Partiti a Corinto Nonostante Paolo citi quattro gruppetti in cui si divideva la comunità, è chiaro che in pratica lo scontro si è verificato fra coloro che sono rimasti fedeli a lui e quelli che invece si rifacevano all’insegnamento di Apollo.

Alcuni comportamenti negativi (1Cor 1,10 - 6,20). Nella comunità si sono verificati abusi che non le fanno onore. Il primo di essi consiste nelle divisioni in partiti (1,10 - 4,21). La situazione era stata creata involontariamente dalla presenza a Corinto di Apollo (cfr. At 18,24-28). Nella prima parte della sua argomentazione, Paolo affronta questa tematica mettendo a fuoco il ruolo di Cristo nella comunità (1Cor 1,10 - 3,4). Come primo passo egli attribuisce a Cristo la qualifica di « sapienza di Dio ».

145. Cristo crocifisso, « sapienza di Dio » Paolo affronta il problema dei partiti di Corinto in chiave esortativa. Egli descrive anzitutto la situazione che si è creata, poi passa a delineare il suo ruolo come predicatore del vangelo; infine, fa appello alla sapienza della croce e applica a Cristo il concetto biblico di sapienza di Dio.

1Cor 1,10-25

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1,10

V

i esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni fra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. 11Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che fra voi vi sono discordie. 12Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: « Io sono di Paolo », « Io invece sono di Apollo », « Io invece di Cefa », « E io di Cristo ». 13È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? 14 Ringrazio Dio di non avere battezzato nessuno di voi, eccetto Crispo e Gaio, 15perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. 16Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefanas, ma degli altri non so se io abbia battezzato qualcuno. 17Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunziare il vangelo, non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. 18 La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio.

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A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25) 19

Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti (Is 29,14). 20 Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto (Is 19,12)? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? 21Infatti, il mondo, pur essendo immerso nella sapienza di Dio, facendo appello alla propria sapienza, non ha conosciuto Dio; allora è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. 22Mentre i giudei chiedono segni e i greci cercano sapienza, 23noi invece annunziamo Cristo crocifisso: scandalo per i giudei e stoltezza per i gentili; 24ma per coloro che sono chiamati, sia giudei che greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. 25Infatti, ciò che in Dio appare come stolto è più sapiente della sapienza umana, e ciò che in Dio appare come debole è più forte della potenza umana. Con la sua cultura e il suo zelo, Apollo aveva raccolto involontariamente attorno a sé una parte della comunità, affascinata dalla sua interpretazione filosofica delle Scritture, la quale si contrapponeva a quella che si sentiva più legata alla predicazione di Paolo, incentrata sulla morte e risurrezione di Cristo. Gli altri due gruppi sono secondari e difficilmente identificabili. Paolo affronta questa situazione, in primo luogo sottolineando di non avere mai voluto legare a sé le persone, evitando a tale scopo persino di amministrare personalmente il battesimo ai neoconvertiti: Cristo, infatti, è l’unico loro salvatore. In secondo luogo, egli contrappone la sapienza umana alla sapienza di Dio: mentre la prima è basata sull’orgoglio e sul potere, la seconda è un dono di amore da parte di Dio che l’ha diffusa in tutto il cosmo da lui creato. Ma siccome l’umanità ha preferito la sua sapienza alla sapienza di Dio, questi l’ha inviata nuovamente al mondo nella persona di Cristo. La sapienza umana considera come stoltezza la sapienza di Dio, ma in realtà è, essa stessa, stoltezza che porta alla distruzione.

Sapienza di Dio L’uso di questo concetto nella polemica con i corinzi attesta che ben presto i cristiani hanno riletto la persona di Cristo in chiave sapienziale. Così facendo essi hanno aperto la strada a una visione molto alta della sua persona e l’hanno posto al centro non solo del progetto salvifico di Dio, ma anche di tutta la creazione.

Paolo convalida poi le sue affermazioni portando anzitutto l’esempio della comunità, formata in gran parte da gente di bassa estrazione sociale, per la quale Cristo è diventato sapienza, giustizia, santificazione e redenzione (1Cor 1,26-31); egli porta poi anche il suo esempio personale, ricordando di non avere fondato la comunità facendo ricorso alla sapienza umana ma solo alla potenza di Dio (2,1-5). Infine, passa a

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese descrivere la sapienza di cui anch’egli è dotato (1Cor 2,6-15) e conclude dicendo che i corinzi non sono capaci di assimilarla in quanto dimostrano, con le loro divisioni, di essere ancora carnali (3,1-4). L’Apostolo mette poi in luce la vera funzione dei predicatori (1Cor 3,5 4,21). Come primo passo egli delinea il loro ruolo.

146. Non padroni ma servi della comunità Il brano inizia con una dichiarazione riguardante i due principali predicatori della comunità, Apollo e Paolo. Viene poi un’affermazione di principio riguardante il ruolo dei predicatori. Alla fine, l’attenzione si sposta di nuovo sui due personaggi in questione.

1Cor 3,5-9

« Ma che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede » (1Cor 3,5a).

M

3,5

a che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede, e ciascuno ha operato come il Signore gli ha concesso. 6Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. 7 Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere. 8Chi pianta e chi irriga sono sullo stesso piano: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro. 9 Siamo, infatti, collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio. Per delineare il ruolo dei predicatori, Paolo si serve di due metafore, quella dell’agricoltore e quella del costruttore. Quanto alla prima, egli afferma di avere compiuto nella comunità il lavoro di chi pianta, mentre Apollo ha irrigato. Pur avendo svolto funzioni diverse, sia Paolo che Apollo sono semplicemente servitori di Dio per il bene della comunità. Al termine, questa è paragonata esplicitamente al campo in cui i predicatori hanno lavorato, e anche a un edificio, l’edificio di Dio. Si introduce così la seconda metafora che viene elaborata subito dopo. Paolo ha posto come fondamento della comunità la persona di Cristo, sulla quale poi ciascuno costruisce con materiali diversi, più o meno buoni (1Cor 3,10-17). Nessuno perciò deve credersi sapiente o mettere la sua gloria negli uomini, perché tutto, compresi Paolo, Apollo e Cefa, appartiene a loro ed essi appartengono a Cristo (3,18-23). Perciò ciascuno deve considerarli come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio (4,1-7). Soprattutto egli afferma che nessuno deve ritenersi come un arrivato e, per rendere più efficace questa richiesta, egli presenta il proprio esempio di dedizione e di sofferenza (4,8-13). E conclude mettendoli al corrente dell’immi-

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A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25) nente visita di Timoteo e preannunziando una sua venuta fra loro (1 Cor 4,14-27). Paolo affronta poi altri tre abusi che si sono verificati nella comunità, ai quali dedica uno spazio relativamente breve. Essi sono: * Il rapporto di un cristiano con la sua matrigna (1Cor 5,1-13). * Le liti fra cristiani (1Cor 6,1-12). * La fornicazione (1Cor 6,12-20). Una volta corretti gli abusi, Paolo passa a rispondere ad alcuni quesiti che gli erano stati posti.

147. La vita sessuale nella coppia Sessualità nel matrimonio e nel celibato (1Cor 7,1-40). È questo il primo tema che è stato proposto a Paolo, il quale inizia col dare alcune direttive riguardanti casi specifici. In questo primo brano (1Cor 7,1-40) Paolo affronta con una certa estensione la situazione delle persone sposate, poi dice una parola ai non sposati e alle vedove e, infine, si rivolge alle coppie in crisi.

R

7,1

iguardo a ciò che mi avete scritto, è certo cosa buona per l’uomo non legarsi a una donna, 2ma, per evitare il pericolo di fornicazione, ciascuno abbia normali rapporti con la propria moglie e ogni donna con il proprio marito. 3Il marito dia alla moglie ciò che le è dovuto; ugualmente anche la moglie al marito. 4La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma deve dipendere dal marito; allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma deve dipendere dalla moglie. 5Non astenetevi dai vostri rapporti, se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera. Poi tornate insieme, perché satana non vi tenti a motivo della vostra mancanza di controllo. 6Naturalmente non siete obbligati a separarvi neppure per questi brevi periodi. 7Certo vorrei che tutti fossero celibi come me; ma ciascuno riceve da Dio il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro. 8 Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io; 9ma se non ne hanno la capacità, si sposino: è meglio sposarsi che soffrire inutilmente. 10 Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito – 11e qualora si separasse, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito – e il marito non ripudi la moglie.

1Cor 7,1-11

Matrimonio Le riserve di Paolo nei suoi confronti non derivavano, come forse per i corinzi, da motivi di carattere ascetico, ma dalla convinzione secondo cui la fine del mondo era ormai imminente. In questa prospettiva egli teme che esso possa diventare un ostacolo alla piena unione con Dio che il momento richiede.

A Corinto vi erano persone regolarmente sposate le quali, facendo proprio lo slogan (attribuito a Paolo) secondo cui è cosa buona non toccare donna, cioè non avere rapporti sessuali, si astenevano da essi. Paolo

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese non nega la validità evangelica della proposta celibataria, ma esige che le persone sposate abbiano normali rapporti sessuali con il proprio coniuge, come segno di quella mutua appartenenza che è tipica della vita coniugale. Non esclude che a volte di comune accordo possano astenersi, ma ritiene che ciò debba avvenire solo per breve tempo e per dedicarsi meglio alla preghiera. Egli sottolinea che anche il matrimonio è un carisma, e come tale deve essere vissuto pienamente. Ai non sposati e alle vedove consiglia invece, se lo ritengono opportuno e possibile, di restare come sono. Infine, per quanto riguarda le coppie in crisi, esige dai coniugi che non si separino e, se ciò è avvenuto, proibisce loro di risposarsi.

Celibato L’importanza che Paolo dà a questo stato di vita deriva dal fatto che si tratta di una proposta nuova, che implica una piena disponibilità al regno di Dio che sta per venire. Al di fuori di questa prospettiva escatologica, la proposta del celibato resta valida, ma non così urgente.

A proposito dell’indissolubilità del matrimonio, Paolo spiega poi che essa non ha la stessa urgenza nel caso di una coppia in cui solo uno dei coniugi è diventato cristiano: se colui che non ha aderito al cristianesimo non vuole convivere, la parte cristiana è libera (1Cor 7,12-16). Ma, come regola generale, Paolo consiglia che ciascuno resti nella condizione in cui si trovava quando è diventato cristiano (7,17-24). Infine, nella prospettiva degli ultimi tempi ormai imminenti, sconsiglia alle vergini, ai celibi e alle vedove di farsi una famiglia (7,25-40).

148. Il ruolo della coscienza Le carni sacrificate agli idoli (1Cor 8,1 - 11,1). Era questo un problema che creava forti tensioni nella comunità, in quanto la vita civile offriva diverse occasioni di consumare carni che erano state sacrificate a qualche divinità. Paolo affronta la trattazione presentando, non senza una certa simpatia, la posizione di quei cristiani i quali ritengono che si possa mangiare qualunque tipo di carne, senza badare alla provenienza. Ma subito dopo li mette in guardia dai pericoli che la loro posizione comporta.

1Cor 8,1-13

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R

8,1

iguardo alle carni sacrificate agli idoli, so che tutti abbiamo la conoscenza. Ma la conoscenza riempie di orgoglio, mentre l’amore edifica. 2Se qualcuno presume di conoscere qualcosa, non ha ancora imparato come bisogna conoscere. 3Chi invece ama Dio, riceve da lui la vera conoscenza. 4Riguardo dunque al mangiare le carni sacrificate agli idoli, noi sappiamo che non esiste al mondo alcun idolo e che non c’è alcun dio, se non uno solo. 5In realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo che sulla terra – e difatti ci sono molti dèi e molti signori –, 6per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi viviamo per lui; e un solo Signore, Gesù Cristo, per mezzo del quale esistono tutte le cose e noi per mezzo suo (andiamo al Padre).

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A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25) 7

Ma non tutti hanno la conoscenza; alcuni, infatti, per la consuetudine che hanno avuto fino a ora con gli idoli, ritengono che a essi appartengano le carni a loro sacrificate, e così, se ne mangiano, la loro coscienza, debole com’è, resta contaminata. 8Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio: se non ne mangiamo, non veniamo a mancare di qualcosa; se ne mangiamo, non ne abbiamo un vantaggio. 9È giusto sentirsi liberi, ma badate che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli. 10Se uno di costoro infatti vede te, che hai la conoscenza, stare a tavola in un tempio di idoli, egli non sarà forse spinto, contro la sua coscienza, a mangiare le carni sacrificate agli idoli? 11E così, in forza della tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! 12Peccando contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. 13Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello. Paolo si mette spontaneamente dalla parte di coloro che hanno la conoscenza, e difende il loro comportamento: se gli idoli non esistono, le carni a essi sacrificate non hanno alcuna connotazione negativa. Ma è preoccupato per i fratelli più deboli, che considerano il mangiare carni sacrificate agli idoli come un ritorno all’idolatria. Se sono spinti ad andare contro la loro coscienza, ancora poco formata, essi commettono peccato. Trattandosi di un ambito secondario, Paolo esige perciò che quanti si vantano di avere la conoscenza rispettino la coscienza dei loro fratelli più deboli. La coscienza ha dunque l’ultima parola e deve essere sempre rispettata, sia la propria che quella degli altri. Paolo prosegue portando come esempio a cui riferirsi la propria disponibilità verso tutti (1Cor 9,1-27). Egli poi mette in guardia i corinzi nei confronti dell’idolatria, portando loro l’esempio degli israeliti dell’esodo i quali, nonostante tutti i doni che avevano ricevuto, avevano ceduto a questa tentazione (10,1-13). Infine, dà loro direttive pratiche dettagliate (10,14 - 11,1). Le assemblee comunitarie (1Cor 11-14). In questo ambito Paolo affronta tre problemi, il primo dei quali riguarda l’abbigliamento delle donne durante le assemblee.

149. Le donne nella comunità Paolo affronta l’argomento dando prima i motivi per cui la donna deve coprirsi il capo e poi quelli che impongono all’uomo di pregare a capo scoperto. Egli conclude con un principio generale sulla parità tra uomo e donna.

Mediazione di Cristo In 1Cor 8,6 Gesù viene nuovamente presentato, alla luce delle concezioni sapienziali giudaiche, come il mediatore non solo della salvezza, ma anche della creazione. Da qui ha origine il concetto di « preesistenza ».

Coscienza (2) Per la prima volta Paolo fa qui appello alla coscienza, vista come la facoltà in forza della quale ciascuno può e deve decidere ciò che è bene e ciò che è male. La sua preoccupazione è quella che la coscienza di tutti sia pienamente rispettata, anche quando è ancora debole e immatura. Si afferma qui il principio della dignità e del rispetto di ogni persona umana.

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese 1Cor 11,2-12

Uomo e donna Paolo affronta il problema del velo della donna con un certo imbarazzo, perché per lui uomo e donna nella comunità sono uguali (cfr. Gal 3,28). Ma non è così nella società civile e Paolo non vuole porre le premesse per evitare malintesi dannosi per la comunità.

Carismi La lunghezza della trattazione mostra l’importanza di questo tema. Infatti, senza una valorizzazione di tutti i carismi, la comunità rischia di diventare una massa amorfa, gestita da alcuni suoi membri per scopi inconfessati di potere.

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11,2

V

i lodo perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse. 3Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. 4Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. 5Ma ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto, manca di riguardo al proprio capo, perché è come se fosse rasata. 6Se dunque una donna non vuole coprirsi, vada fino in fondo e si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. 7 L’uomo non deve coprirsi il capo, perché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. 8E infatti non è l’uomo che deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; 9né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. 10Per questo la donna deve avere sul capo un segno di autorevolezza a motivo degli angeli. 11 Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna. 12Come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio. In questo brano, Paolo non intende sostenere l’inferiorità della donna e la sua sottomissione all’uomo. Al contrario, egli ammette senza difficoltà che la donna eserciti nella comunità un carisma, quello della profezia, che per lui è il più importante (cfr. 1Cor 14,1). Ciò che vuole evitare è il fatto che le donne, quando nell’assemblea prendono la parola per pregare o profetizzare, assumano atteggiamenti che culturalmente erano criticabili, come poteva essere quello di lasciare cadere sulle spalle quella parte dell’abbigliamento femminile che copriva il capo. Paolo ritiene che questo modo di fare sia sconveniente perché, in base agli usi del tempo, non faceva onore alla donna stessa né all’uomo di cui, secondo l’ordine della creazione, essa rappresenta la gloria. Egli si premura però di sottolineare che, nel piano di Dio, uomo e donna sono di pari dignità (cfr. Gal 3,28). Paolo conclude rifacendosi al buon senso dei suoi corrispondenti e invitandoli a evitare inutili contestazioni (1Cor 11,13-16). Sempre a proposito delle assemblee Paolo critica il fatto che, nella celebrazione della cena del Signore, i più poveri restino esclusi dal pasto comunitario (11,17-34). Infine, affronta il tema dei carismi, il cui esercizio aveva luogo principalmente durante i raduni comunitari (1Cor 12-14). L’occasione gli è offerta dal fatto che nella comunità aveva preso piede soprattutto un carisma, quello della « glossolalia », che consisteva nel pregare Dio in una lingua sconosciuta. Egli anzitutto indica come criterio dell’autenticità dei carismi la professione di fede espressa nella formula « Gesù è Signore » (12,1-3). Poi affronta direttamente il tema della « diversità e unità dei carismi ».

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A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25)

150. I doni dello Spirito Paolo prende posizione contro l’esaltazione di un solo carisma e ne afferma la molteplicità. Presenta poi un primo elenco di carismi e, infine, introduce il paragone del corpo.

12,4

V

i sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; 6vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. 7A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. 8 A uno infatti, per mezzo dello Spirito, è dato il dono di esprimere con parole adatte la sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, quello di esprimere la conoscenza; 9a uno, mediante lo stesso Spirito, il dono della fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono di fare guarigioni; 10a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue. 11Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole. 12 Come infatti il corpo, pur avendo molte membra, è uno solo e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, la stessa cosa avviene per il Cristo. 13Infatti, noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, giudei o greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.

1Cor 12,4-13

« A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune » (1Cor 12,7).

Paolo sottolinea la diversità dei doni conferiti alla comunità, dividendoli in « carismi », « ministeri » e « attività »; egli poi li fa risalire rispettivamente allo Spirito, a Cristo e a Dio, mostrando così come essi, nonostante la diversità, formino un’unica cosa. Concentrandosi sui carismi, egli sottolinea da una parte che essi sono conferiti a tutti e a ciascuno, e dall’altra che essi hanno come unico scopo il bene comune. Egli poi ne dà un elenco approssimativo, in cui all’inizio pone la sapienza e la conoscenza, che indicano rispettivamente la percezione dei misteri di Dio e la loro applicazione alla vita ordinaria. All’ultimo posto mette la glossolalia, un carisma con il quale è strettamente connesso quello dell’interpretazione di quanto espresso in un linguaggio sconosciuto. L’unità e la diversità dei carismi richiamano a Paolo l’immagine del corpo il quale si presenta come un « organismo », non malgrado, ma in forza della diversità delle membra.

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese Il paragone del corpo è illustrato per esteso nel brano successivo (1Cor 12,14-27), al termine del quale è proposto un altro elenco di carismi, in cui ai primi posti si trovano gli apostoli, i profeti e i dottori (12,28-31). A questo punto l’Apostolo introduce un brano scritto in prosa ritmata, nel quale fa l’elogio dell’amore, che sta all’origine e alla base di tutti i carismi.

151. L’inno all’amore L’inno si divide in tre parti: nella prima si indica l’inutilità dei carismi senza amore, nella seconda si delinea la dinamica interna dell’amore, mentre nella terza ne è sottolineata la priorità e al tempo stesso la perpetuità.

1Cor 13,1-13

Amore Il fatto che Paolo ne tratti nel contesto del discorso sui carismi, mette in luce come questa virtù si attui pienamente solo in uno scambio di doni che è possibile unicamente nel contesto di una comunità. Questa, infatti, è l’ambito in cui si verifica un’esperienza che poi si riversa nella vita sociale e politica.

13,1

S

e parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cembalo che strepita. 2E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. 3 E se anche spendessi tutti i miei beni per distribuire cibo ai poveri e addirittura vendessi me stesso per liberare gli schiavi, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. 4 La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, 5non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. 7Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. 9Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. 10Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. 12Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo a faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. 13Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità! In questo brano, l’Apostolo indica qual è la « via più sublime », seguendo la quale la comunità può fare un’autentica esperienza cristiana e risolvere i problemi che via via emergono. L’amore di cui si parla in que-

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A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25) sto brano non è un atteggiamento di tipo assistenziale, che spinge l’uno ad aiutare l’altro, ma senza mai coinvolgersi nella sua vita. Al contrario, esso porta ciascuno a sentirsi parte dell’altro e ad anteporre il bene di tutti al proprio interesse personale. Questo tipo di amore trova il suo massimo sviluppo nella comunità che, come un tempo il popolo di Israele, rappresenta un tutto omogeneo, le cui parti si armonizzano fra loro in forza della fede comune. Da qui l’amore si espande in cerchi concentrici, fino a raggiungere tutti coloro che si trovano nel bisogno. Questo brano rappresenta un importante momento di sintesi non solo dei principi a cui deve ispirarsi l’uso dei carismi, ma anche di tutto il contenuto della lettera, di cui rappresenta il centro. Dopo avere indicato i principi generali riguardanti i carismi, Paolo si dilunga nelle direttive pratiche (1Cor 14,1-40), da cui risulta che fra i carismi il più importante è quello della profezia, mentre la glossolalia occupa l’ultimo posto. Anche la glossolalia è permessa, purché sia esercitata con ordine e la preghiera dei glossolali sia tradotta, da loro stessi o da altri, in un linguaggio comprensibile.

Profezia e glossolalia Negli incontri comunitari Paolo esclude categoricamente quelle comunicazioni che risultano incomprensibili ai presenti. Per questo mette al primo posto la profezia e pone rigide regole alla glossolalia. I discorsi lunghi e incomprensibili deteriorano inevitabilmente la vita della comunità.

La speranza cristiana (1Cor 15,1-58). In questo lungo capitolo, Paolo affronta il tema della risurrezione finale. Egli non indica all’inizio i termini del problema, ma mette in luce il dato fondamentale della fede cristiana, la risurrezione di Cristo, che egli illustra a partire dai testimoni oculari, ai quali aggiunge anche se stesso (15,1-11). Egli soggiunge poi che, se i morti non dovessero risorgere, allora neppure Cristo sarebbe risorto, e quindi sarebbe vana la predicazione degli apostoli, così come sarebbe vana la fede in lui (15,12-19). Si tratta di un assurdo, al quale l’Apostolo reagisce fortemente.

152. Il destino dei defunti Proprio l’insostenibilità della tesi contraria porta Paolo ad affermare la risurrezione di Cristo e con essa quella dei credenti, che forma un tutt’uno con la sua, anche se avviene in un momento successivo. Egli conclude che, quando Cristo ritornerà, vincerà l’ultimo nemico, la morte, e consegnerà il regno al Padre.

15,20

C

risto è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. 21 Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. 22Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. 23Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. 24Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza.

1Cor 15,20-28

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È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. 26L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, 27perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però, quando dice che ogni cosa gli è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. 28E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti.

Attesa della fine Il tempo che separa la risurrezione di Gesù dal suo ritorno è considerato da Paolo come il periodo del suo regno. Questo prende forma nella lotta contro i poteri di questo mondo ed egli conduce per mezzo di coloro che non si lasciano coinvolgere e dominare da essi.

Se è vero che Cristo è risorto, non può essere negata la risurrezione di coloro che credono in lui. Egli è infatti la primizia, il primo frutto di un progetto che, per essere valido, deve abbracciare tutta l’umanità. La risurrezione di Cristo e la sua vittoria sulle potenze che dominano questo mondo non ha altro scopo che quello di attuare la piena sottomissione di tutte le cose alla sovranità di Dio. Dio manifesterà pienamente il suo regno solo quando tutta l’umanità entrerà nella vita nuova che per primo Cristo ha ricevuto. La risurrezione di Cristo e quella dei credenti sono quindi due realtà inscindibili: se si nega la seconda, non si può non negare coerentemente anche la prima. A sostegno dell’affermazione secondo cui i morti risorgeranno, Paolo porta poi due argomenti: la pratica del battesimo per i morti e le prove che lo hanno colpito a Efeso (1Cor 15,29-34). Scrivendo a persone impregnate di cultura greca, Paolo spiega poi che il corpo risuscitato sarà spiritualizzato (15,35-53) e conclude con un inno trionfale a Cristo vincitore della morte (15,54-58). La lettera termina con un epilogo (1Cor 16,1-18), nel quale l’Apostolo parla delle collette e dei suoi progetti di viaggio e fa ancora alcune raccomandazioni, e con i saluti (16,19-20). Seconda Lettera ai Corinzi Dopo la prima lettera di Paolo, la situazione a Corinto è cambiata ed egli si trova a doversi difendere da atteggiamenti aperti di sfida nei propri confronti. Le sezioni di cui si compone la lettera non sono ben amalgamate fra loro, al punto tale da far ritenere che esse corrispondano ad altrettante missive inviate da Paolo in tempi diversi alla comunità di Corinto. È possibile che in essa siano conservate totalmente o in parte due lettere che Paolo ricorda (cfr. 1Cor 5,9; 2Cor 2,4) ma che sono andate perdute. La lettera contiene le seguenti parti o missive originariamente autonome: • Prescritto e ringraziamento (2Cor 1,1-11). a) Lettera di riconciliazione (2Cor 1,12 - 2,13 + 7,5-16). b) Prima autodifesa di Paolo (2Cor 2,14 - 7,4). c) Le collette per i poveri di Gerusalemme (2Cor 8-9). d) Seconda autodifesa dell’Apostolo (2Cor 10-13). • Epilogo e poscritto (2Cor 13,11-13). La lettera inizia con il prescritto e il ringraziamento, nel corso del quale Paolo, dopo aver ringraziato Dio per la consolazione ricevuta, descrive

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A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25) l’entità delle prove che ha dovuto subire a Efeso, accreditando così l’ipotesi secondo cui avrebbe subito anche una prigionia (2Cor 1,1-11). Lettera di riconciliazione (2Cor 1,12 - 2,13 + 7,5-16). Paolo passa poi a narrare i fatti: egli ricorda i cambiamenti nei suoi piani di viaggio, che gli avevano procurato l’accusa di inaffidabilità, e la visita fatta alla comunità. In questa circostanza aveva ricevuto un’offesa che lo aveva spinto a ritornare a Efeso, senza ripassare da Corinto. In compenso aveva scritto loro una lettera scritta « fra molte lacrime » (1,12 - 2,13). A questo punto Paolo si interrompe bruscamente, per poi riprendere successivamente i suoi ricordi (cfr. 2Cor 7,5-16). Prima autodifesa (2Cor 2,14 - 7,4). Questa sezione della lettera si divide in quattro parti. Nella prima di esse, in polemica con coloro che « mercanteggiano la parola di Dio », Paolo presenta quelli che sono i caratteri specifici del suo ministero (2,14 - 4,6). In questo contesto egli elabora il tema della nuova alleanza.

153. Il ministero della « nuova alleanza » Dopo una introduzione in cui qualifica i corinzi come una lettera da lui scritta, Paolo dichiara di essere il ministro di una nuova alleanza, di cui afferma poi lo splendore; infine, sottolinea come il velo di Mosè, passato sul cuore dei giudei, impedisca loro di comprendere correttamente le Scritture.

C

3,1

ominciamo di nuovo a raccomandare noi stessi? O abbiamo forse bisogno, come alcuni, di lettere di raccomandazione per voi o da parte vostra? 2La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei vostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. 3È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole che sono cuori umani. 4 Proprio questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio. 5Non che noi possiamo pensare di possedere qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, 6il quale anche ci ha resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza, fondata non sulla lettera, ma sullo Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita. 7 Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu avvolto di gloria al punto che i figli d’Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore, pur effimero, del suo volto, 8quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito? 9Se già il ministero che porta alla condanna fu glorioso, molto di più abbonda di gloria il ministero che porta alla giustizia. 10Anzi, sotto questo aspetto, ciò

2Cor 3,1-18

Nuova alleanza Questa tematica ha influenzato profondamente tutto il movimento cristiano che in essa ha trovato il fondamento di un rapporto nuovo con Dio, basato sulla fede e sull’amore.

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese

« Molto di più abbonda di gloria il ministero che porta alla giustizia » (2Cor 3,9b).

Uso delle Scritture Paolo si riferisce a tre testi biblici (Ger 31,33; Ez 36,27; Es 34,29-35), considerandoli come parte di un’unità letteraria omogenea da cui ricava gli spunti che gli interessano.

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che era glorioso, non lo è più, a causa della gloria incomparabile che ci è stata data. 11Se dunque ciò che era effimero è stato glorioso, molto più lo sarà ciò che è duraturo. 12 Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza 13e non facciamo come Mosè che poneva un velo sul suo volto, perché i figli d’Israele non vedessero la fine di ciò che era solo effimero. 14Ma le loro menti furono indurite; infatti, fino a oggi quel medesimo velo non è rimosso, ma rimane quando si leggono i libri dell’antica alleanza, perché è in Cristo che esso viene tolto. 15Fino a oggi, quando si leggono i libri di Mosè, un velo è steso sul loro cuore; 16 ma quando vi sarà la conversione al Signore, il velo sarà tolto (Es 34,34). 17 Il Signore, di cui qui si parla, è lo Spirito e, dove c’è lo Spirito del Signore, c’è la libertà. 18E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore. In questo testo Paolo entra in polemica con i missionari cristiani ancora legati al giudaismo. A tale scopo, egli confronta il suo ministero con quello di Mosè, servendosi di tre testi biblici: la profezia della nuova alleanza (Ger 31,31-34); la promessa dello Spirito (Ez 36,27); il volto raggiante di Mosè (Es 34,29-35). Paolo riconosce che Mosè, pur essendo ministro di una legge che era incisa sulla pietra ed era portatrice di morte, tuttavia era dotato di una gloria che appariva nel suo volto raggiante. Paolo invece è diventato ministro della nuova alleanza preannunziata da Geremia, in quanto Dio si è servito di lui come strumento per scrivere la sua legge nel cuore dei corinzi, cioè per donare loro un’obbedienza spontanea e piena alla sua volontà. Se dunque il ministero di Mosè è stato circonfuso di gloria, a maggior ragione lo è quello di Paolo. Ma, mentre Mosè si metteva un velo sul viso per timidezza, perché non si vedesse (secondo Paolo) il progressivo scomparire del fulgore dal suo volto, Paolo si comporta con grande franchezza. E soggiunge che il velo di Mosè si trova ancora sul cuore dei giudei, impedendo loro di capire le Scritture: esso sarà tolto solo quando si convertiranno a Dio (il Signore), accettando Cristo. Sul volto di Paolo, invece, risplende senza veli la gloria di Cristo.

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A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25) Paolo conclude la prima parte della sua autodifesa affermando che, in forza del suo ministero, egli annunzia apertamente la verità (2Cor 4,1-6). Nella seconda parte egli descrive anzitutto le tribolazioni del suo ministero (4,7-18), indicando poi qual è la speranza che lo sostiene.

154. Alla fine della vita terrena In questo testo, Paolo prospetta per la prima volta la possibilità che egli possa morire prima della venuta di Cristo. Poi esprime la sua fiducia, sapendo che la cosa più importante è la fedeltà a lui. Infine, fa un accenno al giudizio finale.

S

5,1

appiamo infatti che, quando sarà disfatto questo corpo, nostra tenda e abitazione terrena, noi riceveremo da Dio nei cieli un’abitazione eterna, non costruita da mani d’uomo. 2-3Il nostro corpo può essere paragonato anche a un abito,dal quale gemiamo e desideriamo di non essere svestiti mentre siamo in attesa di ricevere un abito nuovo in cielo. 4In realtà, mentre siamo in questa tenda sospiriamo come sotto un peso, perché non vogliamo essere spogliati ma rivestiti, affinché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. 5È Dio che, avendoci fatti proprio per questo, ci dà lo Spirito come caparra. 6 Sappiamo che, finché abitiamo nel corpo, siamo in esilio lontano dal Signore, 7camminiamo infatti nella fede e non nella visione. 8Siamo dunque pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore. 9Tuttavia, sia che abitiamo nel corpo, sia che andiamo in esilio da esso, ci sforziamo di essere a lui graditi. 10 Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male. Nonostante il suo desiderio di essere ancora vivo al momento della venuta di Cristo, Paolo non esclude di potere essere colto dalla morte prima che si compiano le sue attese. Anche se in quel momento egli fosse « nudo », cioè privo del suo corpo mortale, non cambierebbe nulla, perché quello che conta è abitare con il Signore ed essere graditi a lui, sia in questa come nell’altra vita.

2Cor 5,1-10

Corpo come abito Paolo non pensa che con la morte l’anima si separi dal corpo, ma immagina che il quel momento l’essere umano sia privato del corpo mortale e riceva un corpo spirituale, ad analogia di quanto avverrà al momento della risurrezione finale (cfr. 1Cor 15,42-44). Egli afferma così che la piena comunione con Dio avrà luogo già al momento della morte.

Nella terza parte della sua autodifesa, Paolo presenta la sua attività apostolica come un ministero in funzione della riconciliazione tra l’umanità e Dio (2Cor 5,11 - 6,2). Dopo di ciò, ritorna al tema del suo comportamento personale.

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese

155. La vita apostolica In questo brano Paolo indica, anzitutto, l’impegno per essere fedele al suo ministero. Egli elenca poi le situazioni disagiate in cui si trova a operare e mette in luce il suo modo di reagire alle provocazioni esterne. Infine, sottolinea che il suo modo di essere è del tutto diverso da quanto altri spesso pensano di lui.

2Cor 6,3-10

« In ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio con molta fermezza » (2Cor 6,4).

6,3

D

a parte nostra non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga criticato il nostro ministero; 4ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio con molta fermezza. Nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, 5nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; 6 con purezza, con sapienza, con magnanimità, con benevolenza, con spirito di santità, con amore sincero, 7con parola di verità, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; 8 nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama. Siamo ritenuti come impostori, eppure siamo veritieri; 9come sconosciuti, eppure siamo notissimi; come moribondi, e invece viviamo; come puniti, ma non uccisi; 10come afflitti, ma sempre lieti; come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto! Paolo non si limita a sopportare le sofferenze con l’imperturbabilità dei filosofi, ma si serve di ogni circostanza per testimoniare un amore vissuto. In questo modo egli annunzia il vangelo che non è tanto comunicazione di verità astratte, quanto piuttosto uno stile di vita alternativo a quello di questo mondo.

Paolo conclude invitando i corinzi ad aprirgli il loro cuore (2Cor 6,11-13; 7,2-4). Questa conclusione è interrotta da un brano in cui l’Apostolo invita i lettori a staccarsi dal giogo degli infedeli (6,14 - 7,1). È questa chiaramente un’aggiunta, nella quale alcuni studiosi ravvisano un frammento della 1Corinzi che è andata perduta (cfr. 1Cor 5,9). Subito dopo è riportata la parte conclusiva della lettera di riconciliazione, dove Paolo dice che in Macedonia si è incontrato con Tito che gli ha portato buone notizie della comunità (7,5-16). Le collette per i poveri di Gerusalemme (2Cor 8-9). In questi due capitoli, che in realtà potrebbero essere due lettere originariamente autonome, l’una inviata a Corinto e l’altra alle Chiese dell’Acaia, si parla della colletta per i poveri di Gerusalemme. Nella prima di esse, Paolo si introduce portando l’esempio delle Chiese della Macedonia (8,1-6) e prosegue indicando i motivi che lo hanno spinto a prendere questa iniziativa.

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A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25)

156. La colletta Paolo non fa mistero dell’importanza che assegna alla colletta e la raccomanda portando l’esempio di Cristo. Poi la presenta come un mezzo per raggiungere un’effettiva uguaglianza tra coloro che donano e coloro che ricevono.

8,7

S

iccome siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, distinguetevi anche in quest’opera di generosità. 8Non dico questo per darvi un comando, ma solo per mettere alla prova, con la premura verso gli altri, la sincerità del vostro amore. 9Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. 10 E a questo riguardo vi do un consiglio: la colletta è una cosa vantaggiosa per voi, che fin dallo scorso anno siete stati i primi non solo a intraprenderla, ma anche a volerla. 11Ora dunque realizzatela perché, come foste pronti nel volerla, così lo siate anche nel portarla a compimento, secondo i vostri mezzi. 12Quello che conta, infatti, è la buona volontà: essa riesce gradita se ciascuno dà non in proporzione di ciò che non possiede, ma di ciò che possiede. 13Non si tratta, infatti, di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza. 14È questo il tempo opportuno nel quale la vostra abbondanza deve supplire alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: 15 Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno (Es 16,18).

2Cor 8,7-15

Colletta La raccolta di fondi per la comunità di Gerusalemme fa parte del progetto missionario di Paolo. Egli è convinto che solo mediante un intenso rapporto di comunione con la Chiesa madre sarà possibile alle sue comunità ricevere l’attuazione delle promesse fatte a Israele.

La colletta, come la intende Paolo, non è un’elemosina da parte di alcuni verso altri più bisognosi. Al contrario, egli vede in questo dono materiale un segno di riconoscenza per il dono della fede che le nuove comunità, composte in gran parte di gentili, hanno ricevuto dalla Chiesa madre di Gerusalemme. Proprio a motivo della tensione che si è verificata a causa del diverso atteggiamento nei confronti delle usanze giudaiche, il dono deve servire a rafforzare, o magari a ristabilire, la comunione fra le Chiese. Come motivazione di questo scambio di beni, egli porta il gesto di Gesù che si è reso solidale con noi per arricchirci dei suoi doni. Paolo raccomanda poi i delegati che hanno ricevuto l’incarico di organizzare la colletta (2Cor 8,16-24). Nel capitolo successivo, egli si rivolge alle Chiese dell’Acaia e le esorta a essere all’altezza delle aspetta-

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese tive che ha nei loro riguardi (2Cor 9,1-5), mettendo poi l’accento sui benefici che verranno anche a loro dalla colletta (9,6-15). Seconda autodifesa (2Cor 10-13). Alcuni studiosi pensano che questa sia la lettera scritta da Paolo « fra molte lacrime » (cfr. 2Cor 2,4). Anzitutto, Paolo respinge l’accusa di debolezza (2Cor 10,1-11) e di ambizione (10,12-18). Egli poi si vede costretto a fare il proprio elogio (11,121a), ma alla fine mette in luce qual è il suo vero vanto.

157. Il vanto nella debolezza Paolo possiede in massimo grado le prerogative che i corinzi apprezzano nei suoi avversari. Per dimostrarlo mette in luce le prove che ha dovuto subire, presentandole come marchio del suo apostolato. Ma soprattutto si vanta della sua debolezza.

2Cor 11,21b-33

Debolezza Paolo sa di essersi speso più di altri per la diffusione del vangelo. Tuttavia è convinto che di fronte a Dio non contino le proprie realizzazioni personali, ma la fedeltà a lui che si manifesta, soprattutto, nelle situazioni di povertà e di sconfitta.

11,21b

Q

uello di cui qualcuno osa vantarsi – lo dico da stolto – lo posseggo anch’io. 22Sono ebrei? Anch’io! Sono israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! 23Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. 24Cinque volte dai giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; 25tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. 26Viaggi innumerevoli, pericoli sui fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai gentili, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; 27disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. 28Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. 29Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema? 30 Se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza. 31Dio e Padre del Signore Gesù, lui che è benedetto nei secoli, sa che non mentisco. 32A Damasco, il governatore del re Areta aveva posto delle guardie nella città dei damasceni per catturarmi, 33ma da una finestra fui calato giù in una cesta, lungo il muro, e sfuggii dalle sue mani. Paolo afferma di non essere privo di alcuna delle prerogative di cui i suoi avversari si vantano. Anzi, sa di essere superiore a loro. Dal fatto che egli si riferisca anzitutto ai privilegi che provenivano dall’apparte-

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A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25) nenza al popolo eletto, si comprende che i suoi avversari erano giudaizzanti. L’elenco impressionante delle sofferenze da lui affrontate nel suo apostolato mette in luce l’estensione e la profondità della sua azione missionaria, senza nascondere gli ostacoli anche « politici » che essa incontrava. Tuttavia, Paolo ritiene che vantarsi sia una pazzia e afferma di non potersi vantare se non della sua debolezza, perché in essa si manifesta la potenza di Dio. Paolo continua il suo autoelogio parlando delle visioni che ha avuto (2Cor 12,1-6), ma subito dopo ricorda che, perché non montasse in superbia, gli è stata messa una « spina nella carne » (12,7-10) e conclude confessando che l’essersi vantato è stata una pazzia, ma è stato spinto a ciò proprio dai corinzi (12,11-13). Infine, parla della terza visita che sta per fare alla comunità ed espone le sue preoccupazioni circa lo stato in cui teme di trovarla (12,14 - 13,10). La lettera termina con le ultime raccomandazioni, i saluti e l’augurio finale (13,11-13). Lettera ai Filippesi L’unità della lettera è discussa. Essa infatti è divisa in tre parti, che potrebbero corrispondere ad altrettante missive inviate da Paolo ai filippesi in momenti diversi: • Prescritto e ringraziamento (Fil 1,1-11). a) Confidenze ed esortazioni (Fil 1,12 - 2,18; 4,2-9). b) Missione di Timoteo ed Epafrodito (Fil 2,19 - 3,1). c) L’autodifesa di Paolo (Fil 3,2 - 4,1). d) Ringraziamento per gli aiuti ricevuti (Fil 4,10-20). • Poscritto (Fil 4,21-23). Dopo il prescritto e il ringraziamento (Fil 1,1-11), ha inizio la prima parte della lettera. Confidenze ed esortazioni (Fil 1,12 - 2,30). Paolo si presenta come l’Apostolo in catene, testimone di Cristo (1,12-26). Numerosi indizi fanno pensare che questa prigionia abbia avuto luogo a Efeso, dove egli ha subito persecuzioni e condanne (cfr. 1Cor 15,32; 2Cor 1,8-9; 2Cor 11,23), forse poco prima della sommossa degli orefici (cfr. At 19,21-41) che interruppe bruscamente la sua permanenza in quella città. Egli esorta poi i filippesi a essere anch’essi testimoni di Cristo nella vita quotidiana (Fil 1,27-30). L’esortazione offre l’oc casione per inserire una composizione poetica forse in uso nella comunità.

Inno cristologico Ancora una volta la persona di Gesù è riletta alla luce di immagini tipiche del mondo giudaico. Il linguaggio adottato in questa composizione è poetico e allusivo. Piuttosto che cercare affermazioni dogmatiche, è importante cogliere in essa una proposta di vita personale e comunitaria.

158. Inno cristologico Questo inno, che probabilmente non è composto da Paolo e faceva parte della liturgia primitiva, è introdotto da un brano che contiene un invito pressante all’umiltà e all’amore. L’inno si divide in due parti, nella prima delle quali si descrive l’abbassamento di Cristo e, nella seconda, la sua esaltazione.

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese Fil 2,1-11

V

2,1

oi rendete piena la mia gioia, se fra voi c’è la consolazione che viene da Cristo, il conforto frutto dell’amore e la comunione dello spirito, se vi sono sentimenti di misericordia e di compassione, 2se avete un medesimo sentire e lo stesso amore, rimanendo unanimi e concordi. 3Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. 4Ciascuno non cerchi il bene proprio, ma anche quello degli altri. 5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: 6 egli, pur essendo nella condizione di Dio, non considerò come un privilegio da difendere il suo essere come Dio, 7 ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, 8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. 9 Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, 10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, 11 e ogni lingua proclami: « Gesù Cristo è Signore! », a gloria di Dio Padre. L’ipotesi che si tratti di un inno prepaolino si basa sul fatto che in esso il binomio paolino di « morte e risurrezione » è sostituito da quello di « umiliazione-esaltazione ». Non è escluso, però, che l’Apostolo vi abbia apportato qualche ritocco marginale. La prima parte dell’inno è elaborata alla luce della vicenda di Adamo: diversamente da lui, Gesù non ha voluto gestire in termini di potere il suo rapporto unico con Dio, ma si è umiliato fino alla morte in croce, assumendo la figura del Servo. Nella seconda parte, si afferma che, proprio dall’umiliazione estrema, prende origine l’esaltazione, in forza della quale Cristo riceve il titolo

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A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25) di « Signore », che fa di lui la piena manifestazione di Dio. Per questa sua esperienza di umiliazione e di esaltazione, Cristo diventa esempio per i credenti nei loro rapporti vicendevoli. L’esortazione poi prosegue e termina con un invito a lavorare per la propria salvezza (Fil 2,12-18). Missione di Timoteo ed Epafrodito (Fil 2,19 - 3,1). Paolo ricorda ai filippesi la missione svolta fra loro da Timoteo (2,19-24) e ripercorre le vicende di Epafrodito, loro inviato presso di lui, che ora sta per tornare da loro (2,2530). Questa parte della lettera termina con un invito alla gioia (3,1), a cui si agganciano le esortazioni contenute in Fil 4,29. Apologia di Paolo (Fil 3,2 - 4,1). Improvvisamente, scoppia la polemica nei confronti dei predicatori giudaizzanti, la cui presenza si è fatta sentire anche a Filippi. È questo forse un brano di una lettera successiva.

159. La rinunzia ai propri privilegi In polemica con i predicatori giudaizzanti, Paolo elenca i suoi punti di merito come membro del popolo eletto, ma subito afferma che, per ottenere la giustizia che viene dalla fede in Cristo, ha considerato tutto ciò non come un privilegio, ma come una perdita.

G

3,2

uardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno mutilare! 3I veri circoncisi siamo noi, che celebriamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci vantiamo in Cristo Gesù senza porre fiducia nella carne, 4sebbene anche in essa io possa confidare. Se qualcuno ritiene di poter avere fiducia nella carne, io più di lui: 5circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio di ebrei; quanto alla legge, fariseo; 6quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge, irreprensibile. 7 Ma queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. 8Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a confronto della sublime conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, al fine di guadagnare Cristo 9ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, cioè la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: 10perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, e possa entrare in comunione con le sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, 11nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti.

Fil 3,2-11

Cattivi operai Dal contesto appare che costoro sono missionari di tendenza giudaizzante. Essi si vantano delle proprie prerogative giudaiche, ma per Paolo, che ne è dotato più di loro, esse hanno perso tutto il loro valore di fronte alla « conoscenza » di Cristo.

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese « Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura » (Fil 3,8b).

Schiavitù Paolo non arriva a elaborare un progetto di liberazione degli schiavi, ma ne pone le premesse. Nelle lettere deuteropaoline, invece, si ritorna allo schema della sottomissione degli schiavi ai loro padroni. È questa una involuzione che non deve essere attribuita a Paolo.

Per Paolo, la salvezza non consiste nel possesso di privilegi derivati dalla propria appartenenza religiosa o sociale, ma nel rapporto particolare che si stabilisce con Cristo mediante la fede in lui. La conoscenza di Cristo non è un fatto puramente intellettuale, ma consiste nel lasciarsi coinvolgere nel suo rapporto con il Padre, associandosi fin d’ora alla sua morte e risurrezione. Nonostante la profondità del suo rapporto con Cristo, Paolo è consapevole di non essere arrivato alla meta, ma di essere ancora in cammino (Fil 3,12-16) e invita i filippesi a farsi suoi imitatori (3,17 - 4,1). Ringraziamento per gli aiuti ricevuti (Fil 4,10-20). È forse questa la missiva più antica contenuta nella corrispondenza di Paolo con i filippesi: essa potrebbe essere stata scritta da lui subito dopo avere ricevuto, tramite Epafrodito, gli aiuti dei filippesi (cfr. Fil 2,25). La lettera termina con il consueto poscritto (4,21-23). A Filemone La lettera inizia con il prescritto e con un ringraziamento a Dio per il fervore e la carità di Filemone (Fm vv. 1-7). Poi, Paolo viene al tema che gli sta a cuore.

160. Il superamento della schiavitù Nel corpo della lettera, Paolo spiega brevemente la situazione, poi accenna al suo desiderio di avere con sé Onesimo e al tempo stesso suggerisce a Filemone di riceverlo come un fratello; infine, si dice disposto a pagare di persona per quanto Onesimo gli deve.

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A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25)

P

v. 8

ur avendo in Cristo piena libertà di ordinarti ciò che è opportuno, 9io, Paolo, ormai vecchio e ora anche prigioniero per Cristo Gesù, preferisco piuttosto esortarti in nome dell’amore. 10Ti prego per Onesimo, mio figlio, che ho generato nelle catene, 11lui, che un giorno ti fu inutile, ma che ora è utile a te e a me. 12 Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore. 13 Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il vangelo. 14Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario. 15Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; 16non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. 17 Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso. 18E se in qualche cosa ti ha offeso o ti è debitore, metti tutto sul mio conto. 19Io, Paolo, lo scrivo di mio pugno: pagherò io. Per non dirti che anche tu mi sei debitore, e proprio di te stesso! 20Sì, fratello! Che io possa ottenere questo favore nel Signore; da’ questo sollievo al mio cuore, in Cristo! 21Ti ho scritto fiducioso nella tua docilità, sapendo che farai anche più di quanto ti chiedo.

Fm vv. 8-21

« È stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma (...) come fratello carissimo » (Fm vv. 15-16a).

In modo molto cauto e sfumato, Paolo chiede a Filemone non solo di accogliere Onesimo come un fratello, ma di metterlo a sua disposizione perché possa essere suo collaboratore nell’opera dell’evangelizzazione. Implicitamente, gli chiede dunque di liberarlo. In tal modo, l’Apostolo dà un insegnamento circa il modo in cui i cristiani più abbienti devono trattare i loro schiavi: egli non impone direttamente la loro liberazione (cfr. 1Cor 7,21-22), ma esige che si stabilisca tra padroni e schiavi cristiani un rapporto di vera fraternità e uguaglianza (cfr. Gal 3,28). Tuttavia, è difficile immaginare come ciò potesse avvenire senza eliminare la barriera sociale che li divideva. La lettera termina con il poscritto e i saluti (Fm vv. 22-25).

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese

N

elle lettere inviate da Paolo alle comunità della Grecia è delineato, in modo vivace e concreto, il progetto missionario di Paolo. Il suo annunzio è tutto incentrato sulla figura di Gesù nel quale egli vede la manifestazione più piena della sapienza di Dio, inviata in questo mondo per ricondurre a Dio l’umanità. Per lui, Gesù è soprattutto il Cristo, il Messia atteso dai giudei, il Signore che è stato esaltato da Dio in forza della sua risurrezione dai morti e un giorno molto vicino ritornerà per instaurare in modo pieno il regno di Dio. La salvezza da lui portata è disponibile sia per i giudei che per i gentili e consiste nell’adesione personale a lui e nell’attesa vigilante del suo ritorno. È allora che egli raccoglierà i suoi eletti rimasti ancora in vita e risusciterà i defunti, rendendo sia gli uni che gli altri partecipi della sua gloria. Un posto speciale nella predicazione di Paolo spetta alla comunità che egli definisce come un corpo che si identifica con Cristo. Nei confronti della società in cui si inserisce, la comunità dei credenti in Cristo si caratterizza per i rapporti interpersonali profondi, per l’uguaglianza di tutti i suoi membri e per la loro complementarità, che appare soprattutto nell’esercizio dei carismi. Questa unità nella diversità rappresenta quindi la manifestazione visibile della presenza di Cristo in essa. Nella comunità si entra in forza della fede in Cristo, che è rappresentata simbolicamente nel rito del battesimo, mentre la celebrazione della « cena del Signore » è l’ambito in cui la comunità si riconosce come suo corpo. Un largo spazio è attribuito da Paolo all’opera dello Spirito, che egli considera ormai come lo Spirito di Gesù. Esso, per ora, è dato soltanto come una caparra, perché la pienezza dello Spirito si avrà solo alla fine. Allo Spirito spetta il compito di guidare i credenti in rapporto con Cristo e i fratelli nel loro cammino verso il Padre, aiutandoli a superare tutti quei vizi che caratterizzavano la loro esperienza precedente e a condurre una vita santa, ispirata all’amore.

Ti lodino, o Dio, i popoli tutti Dio abbia pietà di noi e ci benedica, rivolga a noi il suo sguardo sorridente; 3 perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti. 4 Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti. 5 Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine, governi le nazioni sulla terra.

67,2

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Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti. 7 La terra ha dato il suo frutto. Ci benedica Dio, il nostro Dio, 8 ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra. 6

(Salmo 67[66],2-8)

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A. I problemi delle giovani comunità (1Ts 1-5; 1Cor 1-16; 2Cor 1-13; Fil 1-4; Fm vv. 1-25)



Le comunità paoline non avevano nulla che rassomigliasse a una gestione autoritaria. In esse ciascuno contribuiva efficacemente in prima persona, mediante l’esercizio del proprio carisma, alla crescita di tutti. L’assenza di una forte spinta dal basso è oggi l’ostacolo più grande che impedisce alla Chiesa di dialogare con il mondo contemporaneo e di proporre un tipo di salvezza che sia credibile e incida efficacemente sui meccanismi della convivenza civile.



Dal punto di vista giudaico, l’umanità si divideva in due tronconi, giudei e gentili, separati da un abisso invalicabile. Il fatto che, nella comunità cristiana, gli uni e gli altri comunicassero fra loro su un piede di parità era un segno della rimozione di tutte le discriminazioni sociali. Oggi, questa esperienza si ripete quando i cristiani riescono a superare qualsiasi forma di razzismo, di intolleranza e di violenza, mantenendo il rispetto per la diversità di ciascuno.



L’uguaglianza di uomo e donna, pur nel rispetto della loro diversità e complementarità, era uno dei capisaldi delle prime comunità cristiane, che si differenziavano così da una società fondamentalmente patriarcale. L’affermazione della dignità della donna nella Chiesa non è credibile se non comporta una vera parità anche in quelli che sono i ruoli direttivi. A essi, però, le donne dovrebbero poter accedere salvaguardando la propria sensibilità specifica.



In una società basata sul lavoro gratuito degli schiavi, la loro ammissione a pari diritto nella Chiesa costituiva una forte presa di posizione in favore della dignità della persona. Questo comporta oggi che la Chiesa sappia fare una scelta in difesa degli ultimi, non tanto mediante interventi di carattere assistenziale, quanto piuttosto garantendo loro una piena partecipazione alla vita comunitaria. Solo così si potranno creare meccanismi efficaci di partecipazione e di sviluppo in tutti i campi.

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese

B. La giustificazione mediante la fede (Gal 1-6 e Rm 1-16)

L

e due lettere inviate da Paolo rispettivamente ai cristiani della Galazia e a quelli di Roma sono molto simili come stile e contenuto, ma presentano anche notevoli diversità che derivano sia da una maturazione personale di Paolo, sia dalla diversa situazione in cui si trovavano le due comunità. La Lettera ai Galati è indirizzata ad alcune comunità della Galazia propriamente detta (Galazia settentrionale), alla cui evangelizzazione Luca accenna appena all’inizio del secondo viaggio missionario di Paolo (cfr. At 16,6). I destinatari erano in gran parte gentili convertiti al cristianesimo e risiedevano in località rurali. L’occasione della lettera è costituita dall’arrivo in quelle comunità di un’ondata di missionari cristiani giudaizzanti, i quali volevano fare sì che esse adottassero la pratica della legge mosaica. La lettera è stata dunque scritta da Efeso verso la metà degli anni 50. La Lettera ai Romani è di poco posteriore. Essa è stata composta da Paolo al termine del terzo viaggio missionario, quando, dopo aver lasciato definitivamente l’Anatolia, si trovava a Corinto in procinto di recarsi a Gerusalemme per consegnare alla Chiesa madre il denaro della colletta (cfr. At 20,2-3; Rm 15,25-26; 16,23). Roma era allora una grande città di circa un milione di abitanti. Al vertice della scala sociale vi era l’aristocrazia senatoriale. La maggior parte della popolazione apparteneva agli strati più bassi della società (plebei, liberti e schiavi). Gli inizi del cristianesimo nella capitale dell’impero non sono noti. Ai primi passi del cristianesimo nella capitale dell’impero sembra accennare lo storico latino Svetonio (69-140 d.C.) quando ricorda che l’imperatore Claudio « scacciò da Roma i giudei che tumultuavano continuamente per istigazione di un certo Cresto », che probabilmente era Cristo. Si può supporre quindi che, in seguito a questo evento, la comunità fosse formata in prevalenza di gentili. È possibile che Paolo abbia scritto questa lettera per fare una sintesi del suo pensiero elaborato nel corso dell’attività precedente e, al tempo stesso, per preparare la sua difesa nei confronti delle accuse che verosimilmente gli sarebbero state mosse a Gerusalemme. Egli la invia alla Chiesa di Roma forse per garantirsi il suo appoggio nei confronti della Chiesa di Gerusalemme, dove sta per recarsi, ma soprattutto per preparare il terreno a un successivo viaggio in Spagna e, a tal fine, per aiutarla a comporre i suoi dissidi interni.

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B. La giustificazione mediante la fede (Gal 1-6 e Rm 1-16)

161. La chiamata di Paolo Lettera ai Galati Lo scritto si può dividere nel seguente modo: • Prescritto e ammonizione (Gal 1,1-10). a) Argomentazione autobiografica (Gal 1,11 - 2,21). b) Argomentazione dottrinale (Gal 3,1 - 4,31). c) Parenesi (Gal 5,1 - 6,10). • Poscritto (Gal 6,11-18). Prescritto e ammonizione (Gal 1,1-10). Paolo si presenta polemicamente come « apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre ». Il consueto ringraziamento è sostituito da una dura ammonizione, determinata dal fatto che i galati stanno per passare dal suo a un altro vangelo: essi, infatti, sotto la spinta di predicatori cristiani giudaizzanti, stanno per adottare la pratica delle legge mosaica.

Galati L’urgenza dell’intervento di Paolo nei confronti di questi cristiani deriva dal fatto che essi non venivano dal giudaismo. Per loro, quindi, l’adozione delle pratiche giudaiche significava l’abbandono del cristianesimo e l’ingresso nel giudaismo.

Argomentazione autobiografica (Gal 1,11 - 2,21). Paolo ritiene che la prova migliore in favore della legittimità del suo vangelo, secondo il quale la salvezza viene da Cristo senza la mediazione della legge mosaica, consista nella sua trasformazione da persecutore ad apostolo. Egli descrive questo evento anzitutto come frutto di una vocazione divina. Poi prosegue indicando quali sono stati successivamente i suoi rapporti con la comunità di Gerusalemme.

V

1,11

i dichiaro, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è di origine umana; 12infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma mi è stato conferito per rivelazione di Gesù Cristo. 13 Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese

Apostolo Al tempo di Paolo questa qualifica era attribuita a un numero abbastanza ampio di persone che avevano avuto un rapporto diretto con Gesù ed esercitavano la missione (cfr. 1Cor 9,1-2). Luca invece la riserva ai Dodici, facendo di essi i testimoni autorizzati del vangelo e le colonne della Chiesa (cfr. At 1,21-22).

la devastavo, 14superando nelle pratiche giudaiche la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. 15Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque 16di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunziassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, 17senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. 18 In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per incontrare Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; 19degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 20In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mentisco. 21Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. 22Ma non ero personalmente conosciuto dalle Chiese della Giudea che sono in Cristo; 23avevano soltanto sentito dire: « Colui che una volta ci perseguitava, ora va annunziando la fede che un tempo voleva distruggere ». 24E glorificavano Dio per causa mia. Paolo sottolinea il fatto che, prima del suo incontro con Cristo, egli era un feroce persecutore della Chiesa, a motivo dello zelo per le tradizioni dei padri. La sua trasformazione da persecutore ad apostolo non può essere stata provocata che da un’esperienza personale e diretta di Cristo, che egli equipara a quella dei primi testimoni della risurrezione. Egli considera il cambiamento che si è verificato in lui non come una « conversione », ma come una « vocazione » analoga a quella dei profeti. Da qui deriva l’autorevolezza del suo vangelo che egli ha confrontato, alla pari, con Pietro e con Giacomo, fratello del Signore, i quali si sono trovati d’accordo con lui. Appare così la sua autonomia e al tempo stesso la sua comunione con i primi apostoli, ai quali si rifacevano i predicatori giudaizzanti giunti in Galazia.

Pietro e Paolo ad Antiochia La controversia scoppiata fra di loro (Gal 2,11-14) riguardava la comunione di mensa tra giudei e gentili diventati cristiani e non l’imposizione a questi ultimi della legge mosaica (cfr. At 15,20).

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Paolo aggiunge poi che, pur non essendo di origine umana, il suo vangelo è stato riconosciuto dai « notabili » di Gerusalemme, dove è salito quattordici anni dopo (Gal 2,1-10), in occasione forse dell’assemblea di Gerusalemme (cfr. At 15,1-4). Egli poi lo ha difeso coerentemente anche di fronte a Pietro (Gal 2,11-14). Riferendo questo episodio, Paolo ricorda quello che egli ha detto in quella circostanza.

162. Il vangelo di Paolo Questo brano può essere considerato come la sintesi del vangelo di Paolo. In esso egli enuncia per la prima volta la sua tesi circa la giustificazione mediante la fede, passando poi a sottolineare come questo principio valga per tutti, giudei e greci.

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B. La giustificazione mediante la fede (Gal 1-6 e Rm 1-16)

N

2,15

oi, che per nascita siamo giudei e non gentili peccatori, sapendo tuttavia che l’uomo è giustificato non per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù, per essere giustificati in virtù della fede in lui e non mediante le opere della legge; poiché in forza delle opere della legge non verrà mai giustificato alcuno. 17-18 Ma se, dopo avere abbandonato la legge, ritorno a essa, riconosco di essere stato un trasgressore. Ciò vorrebbe dire che noi, avendo cercato la giustificazione in Cristo, siamo rimasti peccatori come gli altri. Si dovrà allora concludere che Cristo ci ha spinti al peccato? Impossibile! 19In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, 20e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. 21Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano.

Gal 2,15-21

16

Ciò che Paolo non può accettare è il fatto che dei gentili, i quali hanno trovato in Cristo la loro salvezza, vengano attratti dall’osservanza delle pratiche giudaiche. Egli pensa che questo passo comprometta la loro fede in Cristo, in quanto implica la convinzione che Cristo non sia l’unico mediatore della salvezza. Ciò significherebbe affermare che la morte di Cristo in croce è stata inutile, perché inadeguata allo scopo che doveva conseguire. Per scongiurare questo errore, Paolo afferma che il peccatore diventa giusto unicamente mediante la fede in Cristo. Argomentazione dottrinale (Gal 3,1 - 4,31). Paolo dimostra ora la validità del suo vangelo riferendosi anzitutto all’esperienza cristiana degli stessi galati (3,1-5). Egli porta poi un argomento scritturistico tratto dall’esempio di Abramo, sottolineando come la benedizione a lui promessa si riceva solo mediante la fede (3,6-14). E aggiunge che la legge non ha potuto annullare la promessa (3,15-18). Egli passa poi a delineare il ruolo della legge nell’economia della salvezza.

Osservanza della legge Questo impegno deve scaturire dal cuore di una persona, come conseguenza di un incontro personale con Cristo, e non può essere imposto come condizione previa per ottenere la salvezza.

Ruolo di Cristo Secondo Paolo, dall’esempio di Cristo scaturisce una potenza che penetra nel cuore di ogni essere umano. Per quelli che lo conoscono in modo appropriato è lui l’unico mediatore della salvezza.

163. Il ruolo della legge La legge era considerata dai giudei come il dono per eccellenza che Dio aveva fatto al suo popolo. Paolo perciò non la squalifica, ma ne mostra i limiti, sottolineando anzitutto che essa ha svolto un ruolo in parte positivo, aggiungendo però che esso è totalmente inadeguato ai fini della giustificazione.

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese Gal 3,19-29

« Non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù » (Gal 3,28).

Q

3,19

ual è allora il significato della legge? Essa fu aggiunta a motivo delle trasgressioni, fino alla venuta della discendenza per la quale era stata fatta la promessa, e fu promulgata per mezzo di angeli attraverso un mediatore. 20Per questo motivo all’origine della legge non c’è uno solo, ma molti, mentre la promessa è stata data direttamente dal solo Dio. 21La legge è dunque contro le promesse di Dio? Impossibile! Se infatti ci fosse una legge capace di dare la vita, la giustizia verrebbe davvero dalla legge; 22la Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perché la promessa venisse data ai credenti mediante la fede in Gesù Cristo. 23 Ma prima che venisse la fede, noi eravamo custoditi e rinchiusi sotto la legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. 24Così la legge è stata per noi un pedagogo, che ci ha condotti al vero maestro, che è Cristo, perché fossimo giustificati mediante la fede in lui. 25Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo. 26 Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, 27 poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. 28Non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. 29Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa. Secondo l’Apostolo, la legge è stata data in seconda battuta, cioè dopo la promessa, con lo scopo di fare sì che il peccato, nascosto nel cuore dell’essere umano, venisse alla luce, diventasse una « trasgressione », rivelandosi così per quello che è. Non era dunque scopo della legge dare la vita: sarebbe quindi un errore aspettarsi da essa la giustificazione del peccatore. La legge tutt’al più ha portato l’uomo a Cristo, come fa il pedagogo, cioè lo schiavo che, a volte con mezzi coercitivi, conduce il bambino dal suo maestro. È mediante la fede in Cristo che i peccatori sono diventati figli di Dio, cioè hanno accettato, diversamente dagli altri, la paternità universale di Dio. Questo loro statuto appare dalla vita comunitaria, nella quale sono state abbattute le barriere e tutti hanno trovato in Cristo la loro unità.

Paolo passa poi a trattare il tema della libertà e dell’adozione filiale, mettendo in luce anzitutto l’opera di Cristo e dello Spirito (Gal 4,1-7) e richiamandosi nuovamente all’esperienza fatta dai galati al momento della

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B. La giustificazione mediante la fede (Gal 1-6 e Rm 1-16) loro conversione (Gal 4,8-20). Infine, porta un nuovo argomento scritturistico, che consiste nell’allegoria delle due donne che simboleggiano le due alleanze (4,21-31). Parenesi (Gal 5,1 - 6,10). In questa parte della lettera, Paolo rielabora in chiave esortativa quanto ha detto precedentemente. Anzitutto invita i galati a restare saldi nella fede, la quale opera per mezzo dell’amore (5,112); poi spiega come proprio nell’amore consista la pienezza della legge.

164. La libertà del credente La legge, che Paolo ha rifiutato come mezzo di giustificazione, ritrova la sua importanza dopo che questa si è verificata, in quanto è la legge che traccia il percorso della vita cristiana. Anzitutto egli sottolinea che non si tratta più della legge con le sue molteplici prescrizioni, ma del comandamento dell’amore che ne rappresenta la sintesi. Egli mette poi in luce il ruolo dello Spirito, il quale elimina le opere della carne e produce i i frutti dell’amore. In conclusione, chi appartiene a Cristo è in grado di eliminare le passioni e i desideri della carne.

V

5,13

oi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; al contrario, mediante l’amore siate a servizio gli uni degli altri. 14Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo comandamento: Amerai il tuo prossimo come te stesso. 15Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, rischiate di distruggervi del tutto gli uni gli altri! 16 Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. 17La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. 18 Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la legge. 19 Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, 21invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. 22Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; 23contro queste cose non c’è legge. 24 Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. 26Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.

Gal 5,13-26

Carne e Spirito Il termine « carne » indica l’uomo chiuso nei suoi istinti egoistici, mentre lo « spirito » è la spinta interiore che lo porta ad aprirsi a Dio e al prossimo. Per Paolo, lo spirito è un dono che viene da Dio e coincide con il suo Spirito.

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese Paolo ritiene che, per l’essere umano giustificato da Cristo, il comandamento dell’amore rappresenti un adeguato codice di comportamento, perché in esso tutta la legge è pienamente contenuta. L’amore però non ha più per lui i connotati della legge, cioè non è una regola imposta dall’esterno, ma piuttosto è il frutto dello Spirito che guida interiormente il credente. Con l’aiuto dello Spirito questi può vincere tutti quei vizi che sono tipici di chi non ha ancora conseguito la giustificazione.

Giustizia di Dio Attributo di Dio, in forza del quale egli è fedele a se stesso, e quindi non può recedere dall’alleanza conclusa con Israele (cfr. Sal 143[142],1-2.11). Essa si identifica con la misericordia, in forza della quale è sempre disposto a perdonare il suo popolo e ad accoglierlo quando si allontana da lui.

In chiusura, Paolo sottolinea la dimensione escatologica propria della fede cristiana (Gal 6,1-10). La lettera termina con il poscritto e con i saluti (6,11-18). Lettera ai Romani Il tema principale della lettera è quello della giustizia che si consegue mediante al fede in Cristo. Paolo lo affronta a ondate successive, riprendendolo più volte secondo angolature diverse. Il suo contenuto può essere così delineato: • Prescritto, ringraziamento ed esordio (Rm 1,1-15). a) Giustificazione mediante la fede (Rm 1,16 - 5,21). b) La nuova realtà del credente (Rm 6,1 - 8,39). c) Veracità di Dio e destino di Israele (Rm 9,1 - 11,36). d) La vita cristiana (Rm 12,1 - 15,13). • Epilogo e poscritto (Rm 15,14 - 16,27). La lettera si apre con il consueto prescritto e un lungo ringraziamento nel quale Paolo comunica il suo progetto di recarsi a Roma (Rm 1,1-15). Giustificazione mediante la fede (Rm 1,16 - 5,21). La prima ondata di riflessioni inizia con l’enunciazione del tema: « La giustizia di Dio si rivela di fede in fede » (1,16-17). Prima di svilupparlo, però, Paolo descrive la rivelazione dell’ira di Dio, anzitutto sui gentili (1,18-32) e poi sul mondo giudaico (2,1 - 3,8). Secondo lui, l’umanità prima di Cristo era immersa nel peccato e quindi meritevole del castigo divino (3,9-20). Paolo è convinto però che Dio non è voluto arrivare fino a quel punto, ma le ha dato un’ultima, grande possibilità di salvezza. Egli passa perciò a elaborare in modo positivo il suo assunto.

165. La giustificazione mediante la fede Paolo descrive anzitutto la manifestazione della giustizia di Dio per mezzo della fede in Cristo. Egli passa poi a mostrare come, in forza della sola fede, l’intervento di Dio diventi disponibile per tutti, giudei e greci.

Rm 3,21-31

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O

3,21

ra invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti: 22 giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, 23perché tutti hanno pec-

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B. La giustificazione mediante la fede (Gal 1-6 e Rm 1-16)

cato e sono privi della gloria di Dio, 24ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. 25 È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia nel tempo presente mediante la remissione dei peccati passati, 26 commessi nel tempo della pazienza di Dio, così da risultare lui giusto e rendere giusto colui che si basa sulla fede in Gesù. 27 Dove dunque sta il vanto? È stato escluso! Da quale legge? Da quella delle opere? No, ma dalla legge della fede. 28Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge. 29Altrimenti Dio sarebbe Dio soltanto dei giudei. Ma non lo è anche dei gentili? Certo, anche dei gentili! 30Poiché unico è il Dio che giustificherà i circoncisi in virtù della fede e gli incirconcisi per mezzo della fede. 31Mediante la fede, togliamo dunque ogni valore alla legge? Nient’affatto, anzi confermiamo la legge nella sua vera natura. La manifestazione della giustizia di Dio è direttamente in antitesi con quella della sua ira: infatti, mentre questa consiste nell’abbandono dell’uomo al suo peccato in vista della condanna finale, la giustizia di Dio ha come unico scopo l’eliminazione del peccato e la giustificazione dell’empio. Secondo Paolo, mediante la sua morte in croce Gesù ha manifestato la giustizia di Dio, cioè la sua immensa misericordia per l’umanità peccatrice, secondo quanto era già stato preannunziato mediante la legge e i profeti, cioè mediante le Scritture. L’efficacia della sua morte deriva dal fatto che egli, il Figlio di Dio, è stato fedele al Padre sino alla fine, opponendosi alle potenze disgregatrici del male. La fede in lui trasforma l’empio in giusto, perché lo coinvolge nella sua lotta contro il peccato, colmando la separazione da Dio che esso provoca. Questo coinvolgimento non è imposto da una prescrizione legale, ma è il frutto spontaneo del cuore e non presuppone alcuna condizione previa. In questo modo la giustificazione è messa a disposizione di tutti, sia giudei che gentili. Non solo, ma la legge stessa resta confermata, perché chi è giustificato per mezzo della sola fede è l’unico in grado di osservarla pienamente, in quanto essa è riassunta nel comandamento dell’amore (cfr. Rm 13,8-10).

« L’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge » (Rm 3,28).

Paolo passa poi alla prova scritturistica, mostrando come già Abramo, capostipite del popolo ebraico, sia stato giustificato mediante la fede (Rm 4,1-25). Infine, descrive gli effetti positivi della giustificazione, primo fra tutti il conseguimento di un nuovo rapporto con Dio.

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese

166. I frutti della giustificazione Questo brano si può dividere in due parti: nella prima, si parla delle due grandi virtù, la speranza e l’amore, a cui la fede dà origine; nella seconda, si afferma che la speranza non può deludere coloro che hanno fatto l’esperienza della riconciliazione con Dio.

Rm 5,1-11

Riconciliazione Non è il peccatore che, dopo essersi allontanato da Dio, possa prendere l’iniziativa di riconciliarsi con lui. Al contrario, è Dio stesso che va in cerca del peccatore per riportarlo a sé. Per Paolo, ciò è evidente nel dono d’amore che Dio ci ha fatto in Cristo.

G

5,1

iustificati dunque mediante la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. 2Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e della quale ci vantiamo, saldi nella speranza di entrare in contatto con la gloria di Dio. 3E non solo: ci vantiamo anche delle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, 4la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. 5La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. 6 Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. 7Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. 8 Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi in quanto, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. 9A maggior ragione ora, giustificati mediante il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. 10Se infatti, quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. 11Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione. La giustificazione crea un rapporto speciale con Dio e apre alla speranza di essere un giorno pienamente in comunione con lui. Questa speranza rende tollerabili le tribolazioni, anzi fa di esse uno strumento per crescere sempre di più nella fede mediante l’esercizio della pazienza. La speranza non può deludere perché è frutto dell’amore che lo Spirito infonde nei cuori di coloro che sono stati giustificati (cfr. Ez 36,27). A dimostrazione di ciò, Paolo ricorda che, se Cristo ha dimostrato il suo amore per noi quando eravamo peccatori, a maggior ragione lo dimostrerà ora che siamo stati riconciliati con Dio, portandoci alla salvezza piena. Egli conclude sottolineando come solo chi è stato giustificato possa gloriarsi, non però in se stesso, ma in Dio. Paolo prosegue poi riprendendo il tema della liberazione dal peccato in quanto frutto della giustificazione operato da Cristo.

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B. La giustificazione mediante la fede (Gal 1-6 e Rm 1-16)

167. La vittoria sul peccato In questo brano Paolo racconta anzitutto come il peccato sia entrato nel mondo, poi spiega come per mezzo di Cristo si attui la liberazione piena e definitiva.

A

5,12

causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, poiché tutti hanno peccato. 13Fino alla legge infatti c’era il peccato nel mondo in quanto, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la legge, 14la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. 15 Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti. 16E non è accaduto per il dono di grazia come per il peccato di uno solo: il giudizio infatti viene da un solo atto ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. 17Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Paolo descrive l’ingresso del peccato nel mondo con l’aiuto delle categorie mitologiche proprie della tradizione biblica. Alla luce di due testi biblici (Gn 3,1-7; Sap 2,24), egli afferma che il peccato e, di conseguenza, la morte sono entrati nel mondo per mezzo di un uomo, Adamo, al quale si sono associati tutti i suoi discendenti. Questa situazione si è protratta fino all’avvento della legge mosaica. In questo periodo mancava una norma che trasformasse il peccato in trasgressione, tuttavia la presenza della morte indica che il peccato era consapevole e quindi colpevole. Ma con la venuta di Gesù, quelli che credono in lui passano dalla solidarietà con Adamo peccatore alla solidarietà con lui. L’abbondanza della grazia da lui portata vince così la potenza distruttrice del peccato.

Rm 5,12-17

Peccato originale Non consiste nel peccato di Adamo trasmesso da padre in figlio, ma nelle strutture di sopraffazione e di violenza tipiche della società umana. Esso è « originale » perché è proprio di ogni essere umano e risale fino alle origini dell’umanità. Per questo, ogni peccatore si identifica con Adamo, rappresentato come tipo e iniziatore di una situazione di peccato.

Paolo conclude il suo discorso sulla liberazione dal peccato sottolineando come la potenza della grazia manifestata in Cristo sia infinitamente superiore a quella del peccato (Rm 5,18-21). La nuova realtà del credente (Rm 6,1 - 8,39). Paolo sa che la sua dottrina sulla giustificazione mediante la sola fede può dare occasione all’accusa di aprire la strada al peccato. Perciò inizia la seconda ondata di riflessioni mostrando come questa accusa sia priva di fondamento.

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese

168. Battesimo e liberazione Paolo presenta il battesimo come il rito mediante il quale il credente partecipa alla morte e alla risurrezione di Cristo. Da questo principio egli deduce che nel battezzato il peccato è totalmente eliminato e quindi non ha più potere su di lui.

Rm 6,1-11

Battesimo Questo sacramento non ha un’efficacia salvifica autonoma, ma agisce come segno visibile e comunitario della fede e come rito di aggregazione alla Chiesa. È solo la fede che può incorporare a Cristo e trasformare il peccatore in giusto. Senza la fede il battesimo non ha alcuna efficacia salvifica.

C

6,1

he diremo dunque? Rimaniamo nel peccato perché abbondi la grazia? 2È assurdo! Noi, che già siamo morti al peccato, come potremo ancora vivere in esso? 3O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? 4Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti assieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. 5Se, infatti, siamo stati intimamente uniti a lui mediante una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. 6 Lo sappiamo: l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. 7Infatti chi è morto, è liberato dal peccato. 8Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, 9sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. 10Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio. 11 Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù. Il battesimo è un segno che esprime pubblicamente l’adesione piena alla persona di Gesù, e quindi alla sua morte e risurrezione. Colui che vive come Cristo e accetta di morire con lui per l’avvento del regno di Dio, mette fine una volta per tutte al dominio del peccato e si apre in modo radicale alla nuova vita acquistata da Cristo mediante la sua risurrezione. È proprio in questa partecipazione al progetto di Cristo, e non nell’impegno a osservare una legge, che si attua una volta per tutte la liberazione dal peccato. Paolo conclude questa riflessione con un invito a non lasciarsi più dominare dal peccato (Rm 6,12-23). Egli affronta poi il tema della liberazione dalla legge, portando anzitutto l’esempio della vedova che, alla morte del marito, è liberata dalla legge che la teneva legata a lui (7,16). Egli passa poi a descrivere la natura dei rapporti che si sono stabiliti prima di Cristo tra la legge e il peccato.

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B. La giustificazione mediante la fede (Gal 1-6 e Rm 1-16)

169. Legge e peccato Il brano inizia con una domanda retorica, a cui è data una risposta tassativamente negativa. Segue un bozzetto in cui si descrive l’interazione fra uomo, peccato e legge. Al termine, è delineato in modo sintetico il rapporto dialettico tra peccato e legge.

C

7,7

he diremo dunque? Che la legge è peccato? No, certamente! Però io non ho conosciuto il peccato se non mediante la legge. Infatti non avrei conosciuto il desiderio perverso, se la legge non avesse detto: Non desiderare. 8Ma, presa l’occasione da questo comandamento, il peccato scatenò in me ogni sorta di desideri. Senza la legge infatti il peccato è morto. 9E un tempo io vivevo senza la legge ma, sopraggiunto il precetto, il peccato ha ripreso vita 10e io sono morto. Il comandamento, che doveva servire per la vita, è divenuto per me motivo di morte. 11Il peccato infatti, prendendo occasione dal comandamento, mi ha sedotto e per mezzo di esso mi ha dato la morte. 12 Di conseguenza, la legge è santa, e santo, giusto e buono è il comandamento. 13Ciò che è bene allora è diventato causa di morte per me? No davvero! Ma il peccato, per rivelarsi come tale, mi ha dato la morte servendosi di ciò che è bene; ma in tal modo, per mezzo del comandamento, il peccato ha dimostrato di essere oltremisura peccaminoso.

Rm 7,7-13

Legge Diversamente da quanto spesso si pensi, Paolo non è contrario alla legge in quanto tale e neppure vuole abolirla. Egli rifiuta semplicemente una legge imposta dall’esterno, fosse anche con l’autorità di Dio, la cui osservanza è considerata come mezzo necessario per ottenere la salvezza. Per il credente la legge, identificata con l’amore, resta un valido codice di comportamento.

« Il peccato infatti, prendendo occasione dal comandamento, mi ha sedotto e per mezzo di esso mi ha dato la morte » (Rm 7,11).

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese Paolo si esprime qui in prima persona, non allo scopo di presentare una sua esperienza personale, ma in quanto si considera come rappresentante del genere umano a cui appartiene. In quanto « uomo », egli si identifica spontaneamente con Adamo (« uomo »), il primo che ha sperimentato contemporaneamente proprio quelle tre realtà: la legge (il precetto di « non desiderare » il frutto dell’albero della conoscenza), il peccato e la morte (spirituale). Egli osserva che, prima del peccato, l’Io, cioè l’uomo (Adamo in quanto rappresentante di tutta l’umanità) « viveva » (in senso pieno, cioè nell’amicizia con Dio) « senza alcuna legge ». Non che mancasse anche allora un precetto divino (cfr. Gn 2,17), ma l’uomo non lo sentiva come tale, poiché la sua osservanza era per lui un’esigenza interiore che scaturiva dall’amicizia con Dio. Perciò, in assenza di una legge sentita come tale, « il peccato era morto », cioè non esisteva come realtà capace di influenzare l’essere umano e di condurlo al male. Il peccato appare invece quando l’uomo comincia a sentire la volontà di Dio come « legge »: in altre parole, il sentire che esiste una legge è già conseguenza e sintomo di un cedimento al peccato. In questo momento la legge, che con le sue proibizioni ha sostanzialmente lo scopo di difendere la vita, diventa occasione di trasgressione, in quanto indica ciò che è male ma non è capace di impedire che venga commesso. La conseguenza è la rovina dell’essere umano, il quale è condannato, proprio mediante la legge, alla morte non quella fisica, ma a quella spirituale. Causa di morte per l’uomo è dunque il peccato, non la legge, la quale è santa e giusta; essa però ha collaborato in qualche modo con il peccato, il quale ha bisogno del suo aiuto per rivelarsi. Ma, accanto a questa funzione negativa, la legge svolge anche un ruolo parzialmente positivo, in quanto, aiutando il peccato a rivelarsi, lo smaschera, rendendo l’essere umano consapevole della situazione dolorosa in cui è venuto a trovarsi.

Peccato e morte In rapporto al peccato, la morte rappresenta il fallimento della persona, sia in questa che nell’altra vita. Questo tipo di morte si vince unicamente accettando la propria morte, nel senso di un superamento del proprio egoismo e di un’apertura a Dio e al prossimo.

L’Apostolo descrive poi la tensione che si è creata nell’uomo peccatore tra il desiderio di obbedire alla volontà di Dio e il dominio del peccato (Rm 7,14-25). Infine, egli passa a delineare la vita nello Spirito.

170. L’opera dello Spirito In questo brano Paolo mette in luce il ruolo svolto dallo Spirito di Dio nella giustificazione dell’uomo peccatore. Egli mostra poi che nel credente lo Spirito vince i desideri della carne. Mediante l’opera dello Spirito il credente vive una vita nuova.

Rm 8,1-11

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8,1

O

ra, dunque, non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. 2Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. 3Infatti ciò che era impossibile alla legge, resa impotente a causa della

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B. La giustificazione mediante la fede (Gal 1-6 e Rm 1-16)

carne, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, 4perché l’unico precetto della legge fosse compiuto in noi, che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito. 5 Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. 6Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. 7Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge, e neanche lo potrebbero. 8Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio. 9 Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. 10Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo Spirito è vita a causa della giustizia. 11E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

Legge dello Spirito Non è una legge dettata dallo Spirito e neppure lo « spirito della legge », ma piuttosto è lo Spirito stesso che, infuso nei cuori (cfr. Ez 36,27), li trasforma, portandoli a compiere spontaneamente la volontà di Dio (cfr. Ger 31,33).

Il credente è liberato dalla legge non perché questa sia stata abolita, ma perché egli la osserva pienamente, senza alcuna costrizione. Nella prospettiva della salvezza portata da Cristo, però, la legge si riassume in un unico comandamento, quello dell’amore (cfr. Rm 13,8-10). Il credente ha ormai la possibilità di osservarlo non in virtù di capacità proprie, ma perché lo Spirito opera in lui e gli ispira una nuova mentalità in forza della quale egli aderisce a Dio e alla sua volontà. Pur vivendo ancora in una carne mortale, egli è già partecipe di quella vita immortale che lo Spirito ha conferito a Cristo mediante la risurrezione e darà un giorno a tutti coloro che gli appartengono. Paolo prosegue poi la sua riflessione mostrando come la trasformazione operata dallo Spirito nel cuore dell’essere umano abbia un riflesso anche sull’ambiente in cui vive.

171. Il rinnovamento di tutte le cose La presenza dello Spirito guida il credente a fare una profonda esperienza di Dio che ha luogo specialmente nella preghiera. Egli così si rende conto che tutto il creato parteciperà un giorno alla liberazione portata da Cristo.

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese Rm 8,12-25

Vita nello Spirito Secondo Paolo, il credente fa il bene non per una sua scelta personale, rinnovata giorno per giorno, ma perché è guidato dallo Spirito. È lo Spirito che opera in lui e per mezzo di lui. Anche la preghiera è guidata dallo Spirito, che infonde nel cuore un sentimento filiale nei confronti di Dio.

« La creazione, infatti, attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio » (Rm 8,19).

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8,12

C

osì dunque, fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne, per vivere secondo la carne, 13perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. 14Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. 15E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: « Abba! Padre! ». 16Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. 17E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. 18 Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. 19La creazione, infatti, attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio. 20 Essa infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza 21di essere anch’essa liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22Sappiamo, infatti, che tutta la creazione geme e soffre nelle doglie del parto fino a oggi. 23 Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. 24Nella speranza, infatti, siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? 25Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.

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B. La giustificazione mediante la fede (Gal 1-6 e Rm 1-16) Il sentirsi figlio di Dio costituisce per il credente la sorgente di una grande speranza, che a sua volta è fonte di coraggio nell’affrontare le inevitabili sofferenze della vita: queste cessano così di essere un ostacolo e diventano il mezzo per eccellenza che gli permette di rendersi partecipe delle sofferenze di Cristo e di raggiungere la sua stessa gloria. Ma, nel momento attuale, lo Spirito rappresenta solo una « primizia »: perciò il credente deve saper attendere con speranza e perseveranza la gloria futura che gli sarà donata quando, al momento della risurrezione finale, la sua dignità di figlio apparirà in tutta la sua pienezza. In questa attesa, il credente si trova in profonda sintonia con tutto il creato che attende anch’esso di poter essere liberato dal potere del peccato. In quanto animato dallo Spirito, il credente evita di servirsi delle creature in contrasto con le loro finalità e anticipa nell’oggi la trasformazione finale di tutte le creature. Paolo afferma poi che lo Spirito ispira la preghiera dei credenti (Rm 8,26-27) e sottolinea come Dio non abbandoni mai coloro che credono in lui (8,28-30). E conclude la sua riflessione sull’opera dello Spirito nel cuore dei credenti con un inno all’amore di Dio (8,31-39).

Liberazione del creato Il peccato non solo deteriora i rapporti fra persone, ma incide anche negativamente sull’ambiente, indebitamente sfruttato dall’ingordigia umana. Perciò, solo una trasformazione del cuore umano può salvaguardare il creato dalla rovina. Perciò, Paolo collega strettamente il destino dell’ambiente a quello dell’uomo.

Veracità di Dio e destino di Israele (Rm 9,1 - 11,36). Paolo sa che alla sua dottrina si oppone un’altra obiezione: come mai, se il vangelo è il compimento delle promesse fatte ai padri, i giudei non l’hanno accettato? Egli risponde anzitutto dimostrando che i veri discendenti di Abramo sono i credenti in Cristo (9,1-33). Poi aggiunge che gli israeliti non hanno scoperto la giustificazione mediante la fede perché cercavano la propria giustizia fondata sulla legge (10,1-21). Infine, l’Apostolo ricorda che almeno una parte (resto) di Israele ha trovato in Cristo la salvezza (11,112) e annunzia la conversione finale di tutto il popolo.

172. L’Israele escatologico Paolo si introduce esprimendo la sua speranza di salvare almeno qualcuno degli israeliti. Egli passa poi a spiegare che alcuni di essi sono stati tagliati dal ceppo di Israele per fare posto ai gentili. Egli poi ammonisce costoro perché non si vantino di questo privilegio e aggiunge che Dio può nuovamente innestare nel tronco i rami che ne sono stati staccati; infine annunzia che un giorno tutto Israele sarà salvato.

A

11,13

voi, gentili, ecco che cosa dico: come apostolo dei gentili, io faccio onore al mio ministero, 14nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. 15Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti? 16 Se le primizie sono sante, lo sarà anche tutta la pasta; se è santa la radice, lo saranno anche i rami. 17Se però alcuni rami sono stati

Rm 11,13-27

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese

Salvezza di Israele Paolo ragiona secondo le categorie bibliche, in base alle quali un giorno tutto Israele sarà restaurato nella pienezza del suo rapporto con Dio. Questa « conversione » a Dio comporterà un’adesione a Gesù, il Messia di Israele, ma non l’ingresso nella Chiesa istituzionale, che allora avrà terminato il suo compito.

tagliati e tu, che sei un olivo selvatico, sei stato innestato al loro posto, diventando così partecipe della radice e della linfa dell’olivo, 18non vantarti contro i rami! Se pensi di vantarti, ricordati che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te. 19 Dirai certamente: i rami sono stati tagliati perché io vi fossi innestato! 20Bene; essi però sono stati tagliati per mancanza di fede, mentre tu rimani innestato grazie alla fede. Tu non insuperbirti, ma abbi timore! 21Se infatti Dio non ha risparmiato quelli che erano rami naturali, tanto meno risparmierà te! 22 Considera dunque la bontà e la severità di Dio: la severità verso quelli che sono caduti; verso di te invece la bontà di Dio, a condizione però che tu sia fedele a questa bontà. Altrimenti anche tu verrai tagliato via. 23Anch’essi, se non persevereranno nell’incredulità, saranno innestati; Dio infatti ha il potere di innestarli di nuovo! 24Se tu infatti, dall’olivo selvatico, al quale appartenevi secondo la tua natura, sei stato tagliato via e, contro natura, sei stato innestato su un olivo buono, quanto più essi, che sono della medesima natura, potranno venire di nuovo innestati sul proprio olivo! 25 Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’ostinazione di una parte d’Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte quante le genti. 26Allora tutto Israele sarà salvato, come sta scritto: Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà l’empietà da Giacobbe. 27 Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati (Is 59,20-21; 27,9). L’indurimento dei giudei che non hanno accettato Cristo ha avuto la sua ragione di essere, in quanto ha consentito ai predicatori cristiani di rivolgersi ai gentili. Costoro sono stati innestati nella « radice santa », cioè nel grande tronco che è Israele, e sono diventati anch’essi popolo di Dio: si è realizzata così la speranza di Israele, in forza della quale alla fine dei tempi i gentili si sarebbero aggregati al popolo di Dio. I giudei non credenti in Cristo sono ora separati dalla « radice santa », di cui è depositaria la comunità cristiana, composta di giudei e di gentili. Essi restano però ordinati a essa. Verrà un giorno in cui anch’essi saranno nuovamente innestati nel tronco di Israele e allora sarà il pieno compimento del piano di Dio e scoccherà l’ora finale della risurrezione. All’Israele storico compete dunque il diritto non solo di sopravvivere, ma anche di essere rispettato e accolto nella sua fede e nelle sue tradizioni.

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B. La giustificazione mediante la fede (Gal 1-6 e Rm 1-16) Al termine della lunga sezione sul destino di Israele, Paolo mostra come la sua disobbedienza abbia causato la salvezza dei gentili, un tempo disobbedienti a Dio (Rm 11,28-32) e conclude con un inno alla misericordia di Dio (11,33-36). La vita cristiana (Rm 12,1 - 15,13). L’ultima sezione della lettera mostra le ripercussioni che la dottrina della giustificazione mediante la fede ha nella vita di ogni giorno. Il primo brano mette in luce le caratteristiche fondamentali di una vita di fede.

173. Il culto spirituale In questo testo, Paolo presenta complessivamente la vita cristiana come un culto a Dio. Poi suggerisce il retto esercizio dei carismi e, infine, dà alcune direttive riguardanti la pratica quotidiana dell’amore vicendevole.

V

12,1

i esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 2Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. 3 Per la grazia che mi è stata data, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto conviene, ma valutatevi in modo saggio e giusto, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. 4Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, 5così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri. 6Abbiamo doni diversi, secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia, la eserciti secondo ciò che detta la fede; 7chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna, si dedichi all’insegnamento; 8chi esorta, si dedichi all’esortazione. Chi dona, lo faccia con semplicità; chi presiede, presieda con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia. 9 La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; 10 amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. 11Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. 12Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. 13Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità.

Rm 12,1-13

Culto spirituale Letteralmente, Paolo parla di un culto « razionale », cioè conforme alla ragione umana. Esso implica non riti compiuti spesso in modo meccanico, ma l’obbedienza alla volontà divina, le cui esigenze devono essere scoperte volta per volta mediante la virtù del discernimento.

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese « Lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare » (Rm 12,2b).

Sottomissione all’autorità In Rm 13,1-7 Paolo invita i cristiani di Roma a obbedire alle autorità costituite, vedendole come rappresentanti di Dio per mantenere l’ordine stabilito. Questo brano è in sintonia più con quanto si afferma nelle lettere pastorali (1Tm 2,1-2; Tt 3,1; cfr. 1Pt 2,13-15) che con il pensiero di Paolo. Perciò, molti pensano che si tratti di un’aggiunta posteriore.

La vita cristiana può essere definita come un culto offerto a Dio, non con gesti rituali ma mediante un operare quotidiano e costante in conformità con la sua volontà. Al credente che deve prendere ogni giorno numerose decisioni piccole e grandi, Paolo non propone come criterio una legge, bensì la sua coscienza, la quale è ora guidata e illuminata dallo Spirito (cfr. 1Cor 8,7-13). Anzitutto, Paolo segnala l’esercizio dei carismi che sono i grandi canali attraverso cui si attua l’impegno fondamentale dell’amore (cfr. 1Cor 12-14). Egli ne parla per impedire che questi doni divengano occasione di tensioni e di lotte per il controllo della comunità. Perciò sottolinea soprattutto come nessuno in forza del proprio carisma sia autorizzato ad andare al di là dei limiti che gli sono assegnati. Poi ritorna sulla necessità di mantenere e di approfondire l’unità fra tutti i membri della comunità, eliminando quegli atteggiamenti che portano all’individualismo e quindi all’incomprensione reciproca. Paolo prosegue sottolineando la necessità del perdono vicendevole (Rm 12,14-21). Egli raccomanda poi la sottomissione all’autorità politica (13,1-7) e, infine, ritorna nuovamente sul tema dell’amore fraterno.

174. Amore e attesa della fine La legge mosaica resta valida per i credenti unicamente in quanto si identifica con l’amore. Dopo avere esposto questo principio, Paolo raccomanda ai cristiani di Roma la vigilanza che è richiesta a loro in prossimità della fase finale della storia umana.

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B. La giustificazione mediante la fede (Gal 1-6 e Rm 1-16)

N

13,8

on abbiate debiti con alcuno, se non quello dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la leg9 ge. Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai (Es 20,13-17), e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso (Lv 19,18). 10L’amore non fa alcun male al prossimo: pienezza della legge infatti è l’amore. 11 E questo voi farete, consapevoli del momento che vivete: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. 12La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. 13Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. 14Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non lasciatevi prendere dai desideri della carne. Anche i rabbini consideravano l’amore del prossimo come il più grande comandamento, ma ritenevano obbliganti anche tutti gli altri precetti. Paolo insiste invece sul fatto che, nell’osservanza di questa « parola », c’è la « pienezza » dell’obbedienza a Dio e alla sua legge che egli identifica con il decalogo. La pratica dell’amore non è il risultato della buona volontà umana, ma piuttosto è un dono gratuito di Dio che opera mediante il suo Spirito (cfr. Rm 5,5). Il credente, che si trova in prossimità della pienezza finale, deve vivere in attesa che essa si realizzi. È chiaro ancora una volta che la liberazione dalla legge non sfocia in un comportamento moralmente corrotto, ma in una vita nuova, nella quale i vizi di un tempo sono totalmente cancellati. L’ultima esortazione di Paolo riguarda i rapporti tra i « forti » e i « deboli » (Rm 14,1-23), cioè tra quelli che hanno abbandonato le pratiche giudaiche e quanti si sentono ancora legati a esse: a tutti raccomanda rispetto e tolleranza reciproci (15,1-13). Nell’epilogo della lettera, Paolo riprende il tema dei suoi progetti di viaggio (Rm 15,14-32) e conclude con un lungo brano, in cui anzitutto invia i suoi saluti personali a cristiani di Roma che conosce personalmente o che hanno collaborato con lui.

175. Amici e collaboratori I numerosi saluti inviati da Paolo a Roma vogliono dimostrare che egli conosceva quella comunità meglio di quanto noi oggi possiamo immaginare e lui stesso non era uno sconosciuto ai suoi membri.

Rm 13,8-14

Amore e legge Nell’identificazione tra legge e amore sta la chiave di lettura di tutta la teologia paolina. L’amore non si può comandare, ma può solo sgorgare spontaneamente dal cuore umano. Se l’amore è la sintesi di tutta la legge, solo chi è capace di infondere nei cuori l’amore può garantire che la legge sia compiuta secondo sue giuste esigenze.

Forti e deboli Uno degli scopi per cui Paolo ha scritto la sua lettera è stato quello di sanare il dissidio tra queste due categorie di persone, che si ispiravano a due visioni diverse e contrastanti della legge e della sua osservanza.

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese Rm 16,1-16

Ministeri femminili Paolo invia i suoi saluti a numerose donne, molte delle quali ricoprivano incarichi di responsabilità nelle chiese domestiche. Questa è una conferma che egli non faceva distinzione nella Chiesa tra uomo e donna (cfr. Gal 3,28). L’accusa di misogenismo che a volte gli è rivolta dipende da quanto gli attribuiscono le lettere deuteropaoline (1Tm 2,11-15).

16,1

V

i raccomando Febe, nostra sorella, che è diaconessa della Chiesa di Cencre: 2accoglietela nel Signore, come si addice ai santi, e assistetela in qualunque cosa possa avere bisogno; essa infatti ha svolto il compito di patrona nei confronti di molti e anche di me stesso. 3 Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù. 4Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa, e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese dei gentili. 5Salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa. Salutate il mio amatissimo Epeneto, che è stato il primo a credere in Cristo nella provincia dell’Asia. 6Salutate Maria, che ha faticato molto per voi. 7 Salutate Andronico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia: sono insigni fra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me. 8 Salutate Ampliato, che mi è molto caro nel Signore. 9Salutate Urbano, nostro collaboratore in Cristo, e il mio carissimo Stachi. 10Salutate Apelle, che ha dato buona prova in Cristo. Salutate quelli della casa di Aristobulo. 11Salutate Erodione, mio parente. Salutate quelli della casa di Narciso che credono nel Signore. 12Salutate Trifena e Trifosa, che hanno faticato per il Signore. Salutate la carissima Perside, che ha tanto faticato per il Signore. 13Salutate Rufo, prescelto nel Signore, e sua madre, che è una madre anche per me. 14Salutate Asincrito, Flegonte, Erme, Patroba, Erma e i fratelli che sono con loro. 15Salutate Filòlogo e Giulia, Nereo e sua sorella e Olimpas e tutti i santi che sono con loro. 16Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo. Vi salutano tutte le Chiese di Cristo. Anzitutto Paolo raccomanda ai destinatari una cristiana (adelphe-, sorella) di nome Febe: egli la presenta come diaconessa (diakonos) della comunità di Cencre, il porto orientale di Corinto. Paolo aggiunge che Febe ha svolto nei confronti di molti cristiani e anche di lui stesso il ruolo di prostatis. Questo termine, corrispondente al latino « patrono », indicava una persona influente che prendeva sotto la sua protezione uno straniero o un liberto: si suppone quindi che ella abbia accolto e assistito nella sua casa missionari e altri cristiani che si recavano a Cencre. Certo si trattava di una donna che aveva svolto un importante servizio nella comunità a cui apparteneva, ma è difficile stabilire se le fosse stato conferito in senso proprio il ministero diaconale di cui si parla nelle Pastorali (1Tm 3,8.12). Oltre a Febe sono enumerate alcune donne che svolgono un ruolo direttivo nella comunità di Roma. Una donna, Giunia, insieme col marito Andronico, riceve l’appellativo di « apostola ». Prisca è stata, con il marito Aquila, una collaboratrice di Paolo; Maria, Trifena e Trifosa, nonché Perside, « si sono affaticate » ri-

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B. La giustificazione mediante la fede (Gal 1-6 e Rm 1-16) « Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è diaconessa della Chiesa di Cencre » (Rm 16,1).

spettivamente per i romani e per il Signore. Appare poi che a Roma esistevano diverse comunità domestiche, fra le quali Paolo ricorda quelle che si riunivano a casa di Prisca e Aquila, di Aristobulo, Narciso, Asincrito e di Filologo e Giulia. Dopo avere elencato le persone a cui manda i suoi saluti, Paolo mette in guardia i romani nei confronti di coloro che provocano divisioni e si rallegra per la loro obbedienza (Rm 16,17-20) e indica alcune persone che si uniscono a lui nell’inviare i loro saluti a Roma (16,21-24). Chiude la lettera una dossologia (16,25-27), che probabilmente è un’aggiunta posteriore.

Chiese domestiche Per lungo tempo i cristiani si sono riuniti nelle case private, senza bisogno di edifici dedicati al culto. Questa prassi non richiedeva particolari investimenti di denaro e, inoltre, rendeva possibile la conoscenza reciproca e il dialogo fraterno fra i partecipanti.

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VIII. Un missionario scrive alle sue Chiese

L

a Lettera ai Galati e la Lettera ai Romani si differenziano in quanto nella prima si tratta di difendere la legittimità di un cristianesimo indipendente dalle osservanze giudaiche, mentre nella seconda è necessario spiegare il vero significato della legge a cristiani che la praticavano fin dall’origine della fede in Cristo. Nella sua riflessione teologica, Paolo mette al primo posto la « giustizia di Dio », cioè quell’attributo in forza del quale Dio è sempre disposto a salvare Israele e tutta l’umanità. L’azione del Dio giusto ha come scopo la « giustificazione » dell’uomo: questa consiste essenzialmente nel perdono del peccatore, il quale è reintegrato nello stato di amico e di alleato di Dio. La rivelazione piena e definitiva della giustizia divina ha avuto luogo mediante la venuta di Cristo (Rm 3,21). La giustificazione realizzata da Cristo deve essere accolta dall’uomo mediante la fede (Rm 1,17; 3,22.24). Questa per Paolo non è un’opera, ma un aprirsi radicale a Dio, un gesto di fiducia in lui e nella sua potenza salvifica. Pur essendo un atto profondamente umano, la fede è ancora un dono di Dio, perché scaturisce dalla predicazione del vangelo, cioè dall’annunzio dell’intervento salvifico e gratuito di Dio in favore dell’umanità. Per mostrare che cos’è in pratica la fede, Paolo porta l’esempio di Abramo, il quale divenne giusto perché credette nelle promesse di Dio e proprio per questo fu costituito padre di tutti i credenti, sia giudei che gentili (Rm 4,11-13.18-22). È la fede che apre anche ai gentili l’accesso alla salvezza. In questa prospettiva, Paolo ridimensiona il ruolo della legge. Egli non la rifiuta in quanto manifestazione della volontà divina, ma piuttosto come strumento della giustificazione e della salvezza. Paradossalmente, solo chi rifiuta alla legge questo ruolo che non le compete diventa il vero osservatore della legge. Inoltre la legge, colta nel suo vero significato, non consiste in una lista minuziosa di precetti, ma in un unico comandamento, quello cioè che prescrive di amare il prossimo come se stessi (cfr. Lv 19,18). Ma in realtà l’amore non è un comandamento, bensì un dono dello Spirito che trasforma il cuore umano e lo rende capace di condurre una vita santa, fedele alla volontà di Dio. La giustizia si affaccerà dal cielo Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza. 9 Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con fiducia. 10 Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria abiti la nostra terra. 11 Amore e verità s’incontreranno, 8

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giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo. 13 Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto; 14 giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino. 12

(Salmo 85[84],8-14)

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B. La giustificazione mediante la fede (Gal 1-6 e Rm 1-16)



Qualsiasi progetto di liberazione deve partire da un atteggiamento di fede. Questa non consiste fondamentalmente nell’accettazione di particolari dogmi o norme rivelate, ma nel riconoscimento della dignità umana che non può essere mai sacrificata sull’altare delle ideologie. Su questa fede possono trovarsi d’accordo sia laici che religiosi. Senza di essa, si giunge inevitabilmente alla violenza, che vanifica qualsiasi sforzo di trasformazione sociale.



L’idea di una legge che determini in anticipo quello che bisogna fare o evitare mina alla radice qualsiasi impegno per un mondo migliore. Ciò vale sia per le leggi imposte servendosi dell’autorità divina, sia per quelle che vengono affermate in forza di una ideologia. Le opere richieste dalla legge, qualunque essa sia, non devono avere mai la prevalenza su un rapporto sincero fra persone. Solo se sono interpellate personalmente, queste sapranno contribuire in modo efficace alla propria liberazione.



La figura di Adamo peccatore è il simbolo di una società in cui dominano l’odio e la violenza. Ogni essere umano, pur non essendo un delinquente, si identifica con Adamo, in quanto è più o meno colpevole di questo stato di cose o, per lo meno, è connivente con esso. Per tirarsene fuori, l’individuo ha bisogno di un aiuto speciale che gli viene, oltre che dalla fede intesa in modo corretto, dal sostegno di altri che sono, come lui, alla ricerca di un mondo più giusto.



La giustificazione consiste nel passaggio da una situazione di egoismo a un impegno fattivo per gli altri. Questa trasformazione diventa possibile quando l’individuo si accorge che è possibile essere diversi, pur continuando a vivere nel mondo. Questa presa di coscienza è frutto di un dono che viene dall’alto o, meglio, dal profondo di ciascuno. Spesso questo dono è risvegliato dall’esempio di persone che hanno fatto una scelta radicale. Gesù si è assunto in prima persona questo compito.

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Le comunità rileggono Paolo 2Tessalonicesi, Colossesi, Efesini, 1-2Timoteo e Tito

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a critica letteraria moderna ha messo in luce come sei lettere dell’epistolario paolino, composte e inviate a nome dell’Apostolo, non siano effettivamente opera sua. Si tratta anzitutto di 2Tessalonicesi, poi delle due lettere inviate a due comunità della provincia romana di Asia (Colossesi ed Efesini) e, infine, delle tre lettere pastorali (1-2Timoteo e Tito). Il procedimento in forza del quale un autore assume un’identità diversa dalla sua è denominato « pseudoepigrafia » o « pseudonimia », mentre le lettere così composte sono chiamate « deuteropaoline ». La loro composizione è attribuita alla « scuola paolina », cioè a quei lontani discepoli dell’Apostolo che, alla fine del secolo I d.C., hanno curato la raccolta e la redazione dell’epistolario autentico. I motivi in forza dei quali queste lettere sono dichiarate non autentiche possono essere colti anche dal lettore ordinario. In esse, il rapporto diretto tra Paolo e le sue comunità viene ormai a mancare. Le circostanze in cui risultano composte sono estranee al corso della sua vita, quale risulta dalle lettere precedenti e dagli Atti degli apostoli. Sono stati fatti, è vero, diversi tentativi per trovare loro una collocazione adeguata, ma si tratta per lo più di ipotesi difficilmente verificabili. Inoltre, manca un aggancio diretto e immediato con la situazione e i problemi di coloro ai quali sono indirizzate. Esse si situano invece in un periodo storico successivo, nel quale la Chiesa sente ormai la necessità di preservare le autentiche tradizioni apostoliche e di difenderle nei confronti di coloro che divulgano false dottrine. Il loro scopo è dunque quello di dare una interpretazione retrospettiva delle lettere autentiche di Paolo, a volte correggendolo e attribuendogli idee diverse da quelle da lui espresse, in contrasto con le idee di altri cristiani paolini di orientamento diverso. La 2Tessalonicesi segue un ordine molto simile a quello della lettera autentica inviata a Tessalonica, alla quale si fa anche esplicito riferimento (cfr. 2Ts 2,15): simili sono il prescritto, il ringraziamento, la parenesi escatologica, la parenesi etica, il poscritto. Interessanti sono anche i richiami verbali e tematici. Tuttavia, dal punto di vista letterario, si riscontrano in essa forme stilistiche e schemi letterari che fanno pensare a una mano diversa. Soprattutto, tra il mittente e i destinatari viene a mancare quel rapporto familiare e affettuoso tipico della lettera precedente. Rispetto a essa, di sostanzialmente nuovo c’è solo il passo in cui è contenuta la dottrina escatologica: mentre in 1Ts 4,15.17 si dava per scontato che l’evento finale si sareb-

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be verificato nell’arco di una generazione, in 2Ts 2,1-12 l’autore, servendosi di simboli a volte oscuri e di allusioni velate, mette in guardia i lettori nei confronti di quanti affermano che il giorno del Signore è « imminente ». Si può supporre dunque che essa sia stata composta in Macedonia verso la fine del secolo I d.C. La Lettera ai Colossesi ha come destinatari i cristiani di Colosse, una città situata nell’alta valle del Lico, un affluente del Meandro, che dista circa 200 chilometri da Efeso, capitale della provincia romana dell’Asia proconsolare, di cui anche Colosse faceva parte. Durante il suo terzo viaggio missionario, Paolo si ferma a Efeso per circa tre anni (cfr. At 20,31), probabilmente dal 52 al 55 d.C. Da Efeso il cristianesimo si è diffuso nella valle del Lico per opera dei discepoli di Paolo (cfr. At 19,10.26). Secondo quanto si afferma in Col 4,12-13, il vangelo è stato annunziato a Colosse non da Paolo, ma da un suo collaboratore, Epafra, che era con lui, insieme con Aristarco, Marco, Dema e Luca (cfr. Col 1,7; 4,10.14), gli stessi che si trovavano accanto a lui quando scriveva la Lettera a Filemone (cfr. Fm vv. 23-24). Inoltre Onesimo, lo schiavo per cui l’Apostolo aveva scritto il biglietto a Filemone, viene presentato come un cristiano di Colosse, incaricato con Tichico di portare a destinazione la missiva (cfr. Col 4,9). È dunque possibile che la vera Lettera ai Colossesi sia quella, autenticamente paolina, che va sotto il nome di Filemone, mentre l’attuale Lettera ai Colossesi sarebbe stata composta dalla « scuola paolina » in Asia proconsolare verso la fine del secolo I d.C. In realtà, più che una lettera vera e propria essa è un’omelia in forma epistolare. La Lettera agli Efesini si presenta come una rilettura di Colossesi, che riprende però in modo originale e autonomo, superandola per solennità, profondità di pensiero e utilizzazione delle Scritture. Anch’essa non è una lettera vera e propria, ma piuttosto un’omelia liturgica o, meglio, un piccolo trattato teologico, al quale è stata sovrapposta, mediante l’introduzione e la conclusione, una cornice epistolare. Contro l’autenticità paolina sono portati diversi argomenti, come lo stile, il contenuto e specialmente la mancanza di riferimenti personali, molto strana trattandosi di una comunità ben nota a Paolo. Le lettere pastorali (1-2Timoteo e Tito) sono indirizzate a due personaggi molto vicini a Paolo, con il quale collaborarono nel periodo più significativo e fecondo del suo apostolato. Il primo è ricordato spesso sia negli Atti degli apostoli, a partire da At 16,1-3, sia nelle lettere paoline; il secondo invece è menzionato solo nelle lettere. Non è escluso che essi abbiano svolto anche un’attività missionaria in proprio, sia quando Paolo era ancora in vita sia dopo la sua scomparsa. Le lettere a loro inviate sono oggi generalmente considerate come non autentiche. L’analisi del loro contenuto mostra che esse, pur così simili fra loro, non hanno gli stessi centri di interesse. In 1-2Timoteo prevale la polemica antiereticale, che invece è quasi assente nella Lettera a Tito; all’ordinamento ecclesiastico sono interessate la 1Timoteo e Tito, mentre in 2Timoteo prevalgono le istruzioni circa la funzione del pastore, che sono appena accennate nella 1Timoteo e assenti nella Lettera a Tito. Infine, l’idealizzazione di Paolo, pur essendo presente in tutte e tre, è sviluppata specialmente nella 2Timoteo. Dal contenuto e dallo stile, molto curato, delle tre lettere, si può arguire che esse siano state composte verso la fine del secolo I d.C., soprattutto con lo scopo di combattere le nascenti eresie e di avvalorare in nome di Paolo la struttura presbiterale che proprio allora stava facendosi strada nelle comunità paoline.

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2Tessalonicesi

176. Il ritardo della parusia Seconda Lettera ai Tessalonicesi Il piano dell’opera può essere così delineato: • Prescritto (2Ts 1,1-2). a) Ringraziamento (2Ts 1,3-12). b) La venuta del Signore (2Ts 2,1-12). c) Esortazioni (2Ts 2,13 - 3,15). • Poscritto (2Ts 3,16-18). Dopo il prescritto (2Ts 1,1-2) e il ringraziamento (1,3-12), l’autore introduce questo brano riguardante la venuta del Signore. In esso egli afferma espressamente che il ritorno del Signore non è imminente. Esso sarà preceduto dalla manifestazione dell’uomo empio, la quale è ancora impedita da un misterioso ostacolo: quando questo sarà tolto e apparirà l’uomo empio con tutti i suoi adepti, allora Cristo lo distruggerà. Solo allora sarà la fine.

2,1

R

iguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, 2di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. 3 Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, 4l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio. 5 Non ricordate che, quando ancora ero fra voi, io vi dicevo queste cose? 6E ora voi sapete che cosa lo trattiene perché non si manifesti se non nel suo tempo. 7Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo colui che finora lo trattiene. 8 Allora l’empio sarà rivelato e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua venuta. 9La venuta dell’empio avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di miracoli e segni e prodigi menzogneri 10e con tutte le seduzioni dell’iniquità, a danno di quelli che vanno in rovina perché non accolsero l’amore della verità per essere salvati. 11Dio perciò manda loro una forza di seduzione, perché essi credano alla menzogna 12e siano condannati tutti quelli che, invece di credere alla verità, hanno acconsentito all’iniquità.

2Ts 2,1-12

Uomo empio Secondo le concezioni apocalittiche, alla fine del mondo Dio riporterà una vittoria piena e definitiva sulle potenze del male. Per esprimere questo concetto, il male è personificato e si immagina che esso alla fine si ribellerà contro Dio, che lo distruggerà con la sua potenza (cfr. Ez 38-39; Dn 11,36-39).

In questo testo si risponde a una problematica, sorta alla fine del secolo I d.C., riguardante il « ritardo della parusia ». L’autore vuole far comprendere ai suoi lettori come ci sia ancora un lungo periodo di tempo

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IX. Le comunità rileggono Paolo (2Tessalonicesi, Colossesi, Efesini, 1-2 Timoteo e Tito) « Chi non vuole lavorare, neppure mangi » (2Ts 3,10b).

Ostacolo Il misterioso ostacolo che impedisce la manifestazione dell’uomo empio è designato una volta al neutro e un’altra volta al maschile. Difficile quindi dire se per l’autore si tratti di una persona o di una cosa. Secondo alcuni studiosi, esso consisterebbe nella predicazione del vangelo che prima della fine dovrebbe arrivare a tutte le genti.

prima che tale evento si verifichi. Egli si rifà all’idea apocalittica secondo cui la fase ultima della storia è preceduta dallo scatenarsi del potere del male e afferma che esso è ancora impedito da un misterioso ostacolo che probabilmente si identifica semplicemente con il piano di Dio, il quale stabilisce i tempi a suo piacimento. In tal modo, l’autore non esclude l’attesa del ritorno del Signore, ma richiama l’attenzione sul tempo presente, il quale fa parte anch’esso della storia della salvezza. Esortazioni (2Ts 2,13 - 3,15). La lettera prosegue con un nuovo ringraziamento a Dio e con l’esortazione a mantenere le tradizioni (2,13-17) e la richiesta di preghiere (3,1-5). Infine, l’autore fa un accorato richiamo a coloro che si comportano in modo indisciplinato.

177. Lavorare con le proprie mani Il brano inizia con un’esortazione. Poi l’autore, sempre identificandosi con Paolo, presenta il suo esempio di lavoro assiduo. Infine, esorta i lettori a fare altrettanto.

2Ts 3,6-15

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F

3,6

ratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, vi raccomandiamo di tenervi lontani da ogni fratello che conduce una vita disordinata, non secondo l’insegnamento che vi è stato trasmesso da noi. 7 Sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, 8né abbiamo mangiato gratuita-

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2Tessalonicesi

mente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi. 9Non che non ne avessimo diritto, ma l’abbiamo fatto per darvi noi stessi come modello da imitare. 10E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi. 11 Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. 12A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità. 13Ma voi, fratelli, non stancatevi di fare il bene. 14Se qualcuno non obbedisce a quanto diciamo in questa lettera, prendetene nota e interrompete i rapporti con lui, perché si vergogni; 15non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello.

Lavoro manuale L’autore di 2Tessalonicesi richiama alle comunità paoline questo tema che stava molto a cuore all’Apostolo, il quale ne aveva fatto un aspetto essenziale della sua strategia missionaria. Qui esso viene proposto come l’impegno fondamentale del cristiano nell’attesa di una parusia, che si è ormai allontanata nel tempo.

Paolo ha sempre ritenuto per se stesso come un punto d’onore quello di lavorare con le proprie mani e aveva esortato i tessalonicesi a fare lo stesso (cfr. 1Ts 2,9). Ora, l’autore di questa lettera aggiunge che l’Apostolo si era comportato in questo modo per dare un esempio ai suoi cristiani e che egli non solo ha esortato i tessalonicesi a lavorare con le proprie mani, ma ha detto che chi non lavora non deve neppure mangiare. In una società in cui il lavoro manuale era riservato agli schiavi e a coloro che appartenevano alle classi più umili, questo sviluppo dell’insegnamento di Paolo indica il vero senso della presenza del credente nel mondo. Il ritardo della parusia implica, per i credenti, la necessità di impegnarsi in questo mondo, contribuendo al progresso e allo sviluppo di tutti.

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IX. Le comunità rileggono Paolo (2Tessalonicesi, Colossesi, Efesini, 1-2 Timoteo e Tito) Chiudono la lettera il poscritto e i saluti (2Ts 3,16-18). Lettera ai Colossesi Lo scritto si può così dividere: • Prescritto e ringraziamento (Col 1,1-23). a) Esposizione dottrinale (Col 1,24 - 3,15). b) Esortazioni e direttive (Col 3,16 - 4,6). • Notizie personali e poscritto (Col 4,7-18). La lettera si apre con il consueto prescritto (Col 1,1-2) a cui fa seguito il ringraziamento per la fede dei cristiani di Colosse (1,3-10) e l’invito a ringraziare il Padre che ha conferito loro la redenzione e il perdono dei peccati per mezzo del suo Figlio diletto (1,11-14), al quale l’autore rivolge poi la sua lode.

178. L’inno cristologico Qui, nella composizione poetica di Col 1,15-20, il Figlio è presentato come la manifestazione della sapienza divina che ha operato prima nella creazione e poi nella redenzione dell’umanità.

Col 1,15-20

Regalità cosmica Nei decenni successivi alla morte di Paolo si assiste a una progressiva esaltazione di Gesù, il quale è presentato come il sovrano non più soltanto della Chiesa o dell’umanità, ma di tutto il cosmo. A ciò ha portato la rilettura della sua persona alla luce delle categorie sapienziali.

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1,15

C

risto è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, 16 perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. 17 Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. 18 Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. 19 È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza 20 e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.

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Colossesi Questo inno deve essere letto a partire dalla seconda parte. In quanto capo del corpo che è la Chiesa, Cristo è lo strumento di cui Dio si serve per la redenzione per tutta l’umanità. Per questo motivo, egli è anche colui che, mediante il suo sangue, riconcilia con Dio tutti gli elementi di questo mondo. Alla luce della riflessione sapienziale, colui che svolge un ruolo così alto non può essere che la manifestazione della sapienza di Dio. Perciò nella prima parte dell’inno si attribuisce al Cristo anche l’appellativo di « immagine di Dio » e gli si riconosce il ruolo di mediatore della creazione. Per questa via si giunge così ad attribuire all’uomo Gesù un ruolo cosmico. Al termine dell’inno, l’autore passa a indicare i tre temi che intende approfondire nel corso della lettera. Essi sono: l’opera di Cristo per la santità dei credenti, la fedeltà al vangelo ricevuto e l’opera di Paolo (Col 1,21-23).

Potenze Anch’esse sono create per mezzo di Cristo e in vista di lui. È questo un cambiamento significativo rispetto a 1Cor 15,24-27, dove si dice che il regno di Cristo consiste nel ridurre al nulla le potenze che dominano questo mondo.

Esposizione dottrinale (Col 1,24 - 4,1). In questa parte, l’autore affronta in ordine inverso i temi sopra enunciati, cominciando dall’ultimo.

179. Il ministero di Paolo In questo brano appare l’idealizzazione della figura di Paolo, che è presentato come il grande missionario, al quale è stato dato il compito di manifestare pienamente il piano salvifico di Dio.

O

1,24

ra io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa. 25Di essa sono diventato ministro, in forza della missione affidatami da Dio verso di voi, per portare a compimento l’annunzio della parola di Dio, 26il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi. 27A loro Dio diede il compito di far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai gentili: Cristo in voi, speranza della gloria. 28È lui infatti che noi annunziamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo. 29Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza.

Col 1,24-29

In chiave apocalittica, la salvezza è presentata come un mistero, presente in Dio da tutta l’eternità, la cui rivelazione è affidata ai santi, cioè a Paolo e ai primi cristiani di origine giudaica, i quali a loro volta devono farlo conoscere ai gentili. Questo mistero consiste essenzialmente nel fatto che tutti gli esseri umani, per mezzo di Cristo, possono sperare nel-

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IX. Le comunità rileggono Paolo (2Tessalonicesi, Colossesi, Efesini, 1-2 Timoteo e Tito) la gloria, cioè in un rapporto pieno e duraturo con Dio. Fra tutti questi inviati, Paolo occupa un posto privilegiato per il suo impegno, per la sua sapienza e soprattutto perché ha messo tutto se stesso a disposizione di questa missione, accettando a tale fine prove e sofferenze. L’autore affronta poi il secondo argomento prima enunciato, riguardante la fedeltà dei colossesi al vangelo e il rifiuto delle dottrine erronee che si vanno diffondendo (Col 2,1-23). Infine, prende in considerazione il primo tema, riguardante l’opera di Cristo per la santificazione dei credenti.

180. Vivere da risorti Il nuovo rapporto che si instaura con il Cristo risuscitato deve provocare nei credenti una trasformazione profonda. L’autore pensa anzitutto a un cambiamento radicale di mentalità, poi suggerisce l’atteggiamento da assumere nei confronti dei vizi del mondo e, infine, ritorna all’idea di un cambiamento interiore.

Col 3,1-15

« Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù » (Col 3,1a).

300

3,1

S

e dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; 2rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! 4Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria. 5 Fate morire dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria; 6a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono. 7Anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi. 8Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca. 9Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni 10e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, a immagine di Colui che lo ha creato. 11 Qui non vi è greco o giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti. 12 Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine,

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Efesini

di magnanimità, 13sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. 14Ma sopra tutte queste cose vi sia l’amore, che è il vincolo della perfezione. 15E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché a essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie! I credenti devono rinunziare a quei vizi che deteriorano il rapporto fra le persone. Di conseguenza, saranno abbattute nella comunità le barriere che le dividono le une dalle altre. Perché ciò avvenga, si presuppone da una parte che ognuno volga la mente e il cuore alle realtà superiori, e dall’altra che si rivesta di tutte quelle virtù che sono l’espressione più alta dell’amore. Esortazioni e direttive (Col 3,16 - 4,6). L’autore prosegue con l’esortazione a dare spazio alla parola di Dio e all’ammonizione vicendevole (3,16-17). Poi passa a proporre alcune direttive riguardanti la vita familiare, chiamate « tavole domestiche » (3,18 - 4,1). Dopo una nuova esortazione (4,2-6), la lettera termina con alcune notizie personali (4,7-9) e con il poscritto (4,10-18).

Vizi e virtù Gli elenchi di vizi e virtù sono un genere letterario di origine filosofica, che i giudei ellenisti hanno spesso utilizzato per esprimere i valori morali della legge. Anche Paolo ne ha fatto uso abbondante. Questi elenchi però sono utilizzati specialmente nelle lettere deuteropaoline, che delineano con essi una morale molto vicina a quella dei filosofi greci.

Lettera agli Efesini L’opera si può così dividere: • Prescritto (Ef 1,1-2). a) Il mistero della salvezza (Ef 1,3 - 3,21). b) Parenesi (Ef 4,1 - 6,20). • Poscritto (Ef 6,21-24). La lettera inizia con un breve prescritto (Ef 1,1-2) a cui fa seguito immediatamente la prima parte. Il mistero della salvezza (Ef 1,3 - 3,21). In questa parte si delineano i fondamenti della vita cristiana. Essa si apre con una solenne composizione poetica che sostituisce il solito ringraziamento.

181. Cristo capo dell’universo In questo inno di lode si ringrazia Dio per i benefici concessi in Cristo ai credenti (elezione, redenzione, conoscenza del mistero). Poi si sottolinea come i doni di Dio riguardino anzitutto i giudei e poi i gentili.

1,3

B

enedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. 4 In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nell’amore,

Ef 1,3-14

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IX. Le comunità rileggono Paolo (2Tessalonicesi, Colossesi, Efesini, 1-2 Timoteo e Tito) 5

Cristo cosmico Per la Lettera agli Efesini, il piano di Dio consiste nel far sì che tutte le cose trovino in Cristo il loro capo. Questo concetto è molto simile a quello del Verbo giovanneo, che identifica il Cristo con il logos, principio che dà ordine e armonia a tutte le cose.

« Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola » (Ef 2,14).

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predestinandoci a essere suoi figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà, 6 a lode e gloria della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. 7 In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. 8 Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, 9 facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito 10 per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare, in Cristo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra. 11 In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati, secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà,

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Efesini 12

perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. 13 In lui anche voi, dopo avere ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, 14 il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria. La chiamata dei credenti a essere figli di Dio non è avvenuta per caso, ma corrisponde a un progetto divino che risale a prima della creazione: in altre parole, Dio ha creato il mondo in vista degli eletti che ha redento con il sangue di Cristo. Così facendo, li ha resi partecipi del suo progetto, che ha lo scopo di costituire Cristo come capo di tutte le cose. Per i giudei, ciò significa entrare in possesso dell’eredità promessa ai padri, mentre per i gentili la redenzione di Cristo comporta il dono dello Spirito che li contrassegna per la piena partecipazione alla gloria di Dio. Non vi è dunque più distinzione tra giudei e gentili: sebbene giungano da esperienze religiose diverse, essi sono fatti partecipi di un unico disegno di salvezza.

Giudei e gentili La chiamata dei gentili alla salvezza su un piede di parità con i giudei è un aspetto importante del piano di Dio. Essa si rende necessaria perché Dio sia veramente il Dio di tutti. Qui l’autore di Efesini riprende un tema molto caro a Paolo (cfr. Rm 3,29-30).

L’autore sviluppa poi il tema della supremazia universale di Cristo (Ef 1,15-23) e aggiunge che anche i gentili sono risuscitati in lui (2,1-10). Ma questo presuppone una profonda riconciliazione tra giudei e gentili, sulla quale l’autore richiama l’attenzione subito dopo.

182. Riconciliazione tra giudei e gentili In questo brano, l’autore ricorda anzitutto qual era la situazione dei gentili prima di Cristo. Egli soggiunge poi che il muro di separazione, identificato con la legge mosaica, che divideva giudei e gentili è stato eliminato da Cristo. Infine, mette in luce il nuovo statuto dei gentili, i quali nella comunità godono di piena parità con i giudei.

2,11

P

erciò ricordatevi che un tempo voi, gentili per nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi perché resi tali nella carne per mano d’uomo, 12ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo.

Ef 2,11-22

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Abolizione della legge L’autore di Efesini ne fa una condizione perché giudei e gentili possano essere riconciliati. In questo egli va oltre l’insegnamento di Paolo, il quale non ha decretato l’abolizione della legge in quanto tale, ma ha criticato semplicemente un suo uso improprio come mezzo di salvezza.

Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. 14 Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. 15 Così egli ha abolito la legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, 16 e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. 17 Egli è venuto ad annunziare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini. 18 Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. 19 Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. 21In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; 22in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito. La legge mosaica costituiva l’identità dei giudei e impediva loro di comunicare con i gentili, i quali perciò erano considerati come estranei al popolo di Dio ed esclusi dalle promesse. Per riconciliare questi due tronconi dell’umanità, Cristo ha eliminato la legge con tutte le sue prescrizioni, e quindi ha unito a sé giudei e gentili, facendo di essi un solo corpo. Così, anche i gentili sono diventati concittadini dei santi e formano con essi un tempio vivo che ha come pietra angolare Cristo e come fondamento gli apostoli e i profeti.

A questo brano programmatico fa seguito una solenne preghiera di Paolo in cui si celebra il mistero di Cristo e la sua conoscenza (Ef 3,1-21). Parenesi (Ef 4,1 - 6,20). In questa parte della lettera si trova anzitutto un appello all’unità e al corretto uso dei carismi (Ef 4,1-16), a cui fa seguito la descrizione della nuova vita in Cristo (4,17 - 5,20). È poi riportato un « codice familiare » nel quale sono date direttive per il comportamento dei singoli membri della famiglia. Anzitutto è messo a fuoco il rapporto fra coniugi.

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Efesini

183. L’ideale cristiano del matrimonio L’esortazione ai coniugi è preceduta da un invito, valido per tutti, alla sottomissione vicendevole. Poi, le mogli sono invitate a sottomettersi ai loro mariti, e questi sono esortati ad amare le loro mogli. Infine, è sottolineata l’unità che deve instaurarsi fra i coniugi.

5,21

N

el timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri. 22 Le mogli siano sottomesse ai loro mariti, come al Signore; 23 il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del suo corpo. 24E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto. 25 E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, 26per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, 27e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. 28Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. 29Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, 30poiché siamo membra del suo corpo. 31 Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. 32Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! 33Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito. Spesso i profeti hanno utilizzato l’immagine del matrimonio per simboleggiare l’alleanza tra Dio e il suo popolo. I primi cristiani applicavano questo simbolismo al rapporto tra Cristo e la Chiesa. L’autore prende spunto da questa immagine e ricava da essa le direttive a cui i coniugi cristiani devono ispirare i loro rapporti vicendevoli. Egli argomenta che, come la Chiesa è soggetta a Cristo, così la moglie deve essere sottomessa al proprio marito il quale, dal canto suo, deve amarla fino a dare la sua vita per lei, come ha fatto Cristo con la Chiesa. Ciò ha senso solo all’interno di quel rapporto di sottomissione reciproca di cui l’autore ha parlato all’inizio del brano. Si afferma così un rapporto di rispetto e di amore vicendevoli che supera, pur senza eliminarlo, il carattere patriarcale della famiglia, ancora presente in questo testo. L’attenzione dell’autore si sposta poi agli altri membri della famiglia, nella quale devono essere rispettati i normali rapporti gerarchici.

Ef 5,21-33

Sottomissione È questo un tema tipico delle lettere deuteropaoline, nelle quali appare una concezione gerarchizzata della Chiesa e della società. Per questo, pur esigendo da tutti una sottomissione vicendevole, l’autore la raccomanda in modo speciale alle donne nei confronti dei loro mariti.

Matrimonio come mistero Il vero mistero (sacramento) non è il matrimonio ma la Chiesa. In quanto parte di questo mistero, anche il matrimonio cristiano ne assume i connotati. Solo in questa prospettiva si può parlare di indissolubilità, che non è un precetto ma un dono.

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184. Orientamenti di vita per la famiglia In questo brano, l’autore affronta anzitutto il rapporto tra genitori e figli, poi approfondisce quello che riguarda gli schiavi e i loro padroni.

Ef 6,1-9

« E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore » (Ef 6,4).

306

F

6,1

igli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. 2 « Onora tuo padre e tua madre! » (Es 20,12). Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa: 3perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra. 4 E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore. 5 Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni con rispetto e timore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, 6non servendo per farvi vedere, come fa chi vuole piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, facendo di cuore la volontà di Dio, 7prestando servizio volentieri, come chi serve il Signore e non gli uomini. 8Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo che libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene. 9Anche voi, padroni, com-

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1-2Timoteo

portatevi allo stesso modo verso di loro, senza fare ricorso alle minacce, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e in lui non vi è preferenza di persone. Anche per quanto riguarda i rapporti fra gli altri membri della famiglia, l’autore vede la necessità di una gerarchia ben precisa, per cui ciascuno deve stare al suo posto, perché questa è la volontà di Dio. Tuttavia, lo schema gerarchico è parzialmente superato in quanto ciascuno è invitato ad assumere il suo ruolo con grande rispetto dell’altro, non per costrizione, ma per convinzione. L’uguaglianza fra persone consiste non tanto nella parità di diritti e di opportunità, quanto piuttosto nel riconoscimento della dignità che compete a ogni persona umana in forza del suo rapporto con Dio e della sua obbedienza a lui. Al termine dello scritto si trova un piccolo trattato sul combattimento spirituale, in cui ogni virtù è paragonata a un pezzo dell’armatura militare (Ef 6,10-20). Conclude la lettera il consueto poscritto (6,21-24). Lettere pastorali Le lettere si compongono di piccoli brani, spesso senza un evidente collegamento fra loro. Prima Lettera a Timoteo Il contenuto dello scritto può essere così delineato: • Prescritto (1Tm 1,1-2). a) Raccomandazioni a Timoteo (1Tm 1,3-20). b) Come comportarsi nella casa di Dio (1Tm 2,1 - 4,11). c) Istruzioni a Timoteo circa il governo (1Tm 4,12 - 6,19). • Poscritto (1Tm 6,20-21).

Codici familiari Le lettere deuteropaoline fanno spesso ricorso a questi elenchi di doveri propri dei diversi membri della famiglia. Esse se ne servono per garantire il mantenimento dell’ordine costituito. Molto diverso era l’atteggiamento di Paolo, che affermava l’uguaglianza di tutti i membri della Chiesa (Gal 3,28), proponendola come un modello di trasformazione sociale.

La lettera si apre con il prescritto (1Tm 1,1-2), dopo il quale inizia subito la prima parte. Raccomandazioni a Timoteo (1Tm 1,3-20). L’autore inizia le sue esortazioni segnalando la minaccia dei falsi dottori (1,3-7). Segue un brano in cui si richiama Timoteo alla sua responsabilità.

185. Giusti e peccatori di fronte alla legge Questo brano inizia con una dichiarazione circa la validità della legge, a cui fa seguito un riferimento all’esperienza di Paolo come esempio della misericordia di Dio e, infine, sono date alcune disposizioni a Timoteo.

1,8

N

oi sappiamo che la legge è buona, purché se ne faccia un uso legittimo, 9nella convinzione che la legge non è fatta per il giusto, ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccato-

1Tm 1,8-17

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Immagine di Paolo L’Apostolo è qui presentato come il tipo del peccatore che, per pura grazia, ha ottenuto il dono della conversione ed è diventato testimone della misericordia di Dio per tutti. In realtà, egli non era un convertito, ma un giudeo zelante che è stato chiamato alla sequela di Cristo e alla missione (cfr. Gal 1,13-16).

ri, per i sacrileghi e i profanatori, per i parricidi e i matricidi, per gli assassini, 10i fornicatori, i pedofili, i mercanti di uomini, i bugiardi, gli spergiuri e per ogni altra cosa contraria alla sana dottrina, 11secondo il vangelo della gloria del beato Dio, che mi è stato affidato. 12 Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al suo servizio: 13io prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, 14e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato assieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. 15Questa parola è affidabile e degna di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. 16Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. 17Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen. 18 Questo è l’ordine che ti do, figlio mio Timoteo, in accordo con le profezie che sono state fatte a tuo riguardo, perché, fondato su di esse, tu combatta la buona battaglia, 19conservando la fede e una buona coscienza. Alcuni, infatti, avendola rinnegata, hanno fatto naufragio nella fede; 20fra questi Imeneo e Alessandro, che ho consegnato a satana, perché imparino a non bestemmiare. A proposito della legge, l’autore riprende a modo suo uno dei punti specifici dell’insegnamento paolino. Secondo lui, la legge non ha niente a che fare con chi conduce una vita giusta, mentre fa sentire la sua severità a quanti praticano tutta una serie di vizi. Per costoro non è certo strumento di salvezza, ma di condanna. Poi l’autore, identificandosi con Paolo, presenta la sua vocazione come un segno della misericordia divina per tutti i peccatori. Infine, invita Timoteo a impegnarsi nella difesa della retta fede, in contrasto con gli insegnamenti di due personaggi, Imeneo e Alessandro, presentati come precursori degli eretici che si fanno strada nelle comunità. Come comportarsi nella casa di Dio (1Tm 2,1 - 4,11). L’autore passa poi a spiegare come ciascuno debba comportarsi nella Chiesa, in base al suo stato e ai compiti che gli sono affidati. Come primo impegno dei credenti è segnalata la preghiera.

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1-2Timoteo

186. Una preghiera per tutti In questo testo si parla di preghiera anzitutto in termini generali, indicandone l’ampiezza; si passa poi a indicarne le motivazioni.

R

2,1

accomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomi2 ni, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. 3 Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvato4 re, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. 5Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, 6che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, 7e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei gentili nella fede e nella verità. 8Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche.

1Tm 2,1-8

Salvezza universale L’autore ritiene che la salvezza portata da Cristo debba essere messa a disposizione di tutti. Non si pronunzia però sulla salvezza di coloro che non sono ancora stati evangelizzati e forse non lo saranno mai.

Alla luce della concezione gerarchica tipica delle lettere deuteropaoline, la preghiera deve essere fatta per tutti in base alla condizione loro assegnata da Dio. Perciò, i primi da ricordare nella preghiera sono quelli che detengono l’autorità, affinché garantiscano le condizioni di una vita pacifica. La motivazione della preghiera dei cristiani è indicata soprattutto nella volontà di Dio, che vuole la salvezza di tutti. Questa consiste nel riconoscere il vero Dio e Gesù Cristo, l’unico mediatore tra Dio e l’umanità. Si sottolinea poi che la preghiera può e deve essere fatta in ogni luogo. Dopo questo testo, l’autore fa una divagazione sul comportamento delle donne, alle quali raccomanda sobrietà nel vestire e sottomissione al proprio marito, e soprattutto proibisce d’intervenire nelle assemblee (1Tm 2,9-15). Affiora qui l’intento delle pastorali di correggere l’insegnamento di Paolo (cfr. 1Cor 11,2-16) e di ristabilire l’ordine gerarchico nella Chiesa. Dopo aver parlato della preghiera, l’autore affronta il tema che gli sta particolarmente a cuore, quello cioè dei ministeri della comunità.

187. Gli episcopi e i diaconi A proposito dei ministeri, l’autore si limita a trattare quelli degli episcopi e dei diaconi, indicando per ciascuno le condizioni necessarie per accedervi.

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IX. Le comunità rileggono Paolo (2Tessalonicesi, Colossesi, Efesini, 1-2 Timoteo e Tito) 1Tm 3,1-13

Episcopo Questo termine significa « sorvegliante » e designa una particolare carica nell’amministrazione delle città-stato greche. Esso appare solo una volta nelle lettere autentiche di Paolo (Fil 1,1). Nelle lettere pastorali designa una funzione di governo nella comunità. Secondo At 20,28, è l’equivalente di presbitero, che richiama la figura biblica dell’« anziano ».

« I diaconi siano sposati una sola volta e capaci di guidare bene i figli e le proprie famiglie » (1Tm 3,12).

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3,1

Q

uesta parola è degna di fede: se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro. 2Bisogna dunque che l’episcopo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, 3non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. 4Sappia guidare bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi e rispettosi, 5perché, se uno non sa guidare la propria famiglia, come potrà avere cura della Chiesa di Dio? 6Inoltre, non sia un convertito da poco tempo, perché, accecato dall’orgoglio, non cada nella stessa condanna del diavolo. 7È necessario che egli goda buona stima presso quelli che sono fuori dalla comunità, per non cadere in discredito e nelle insidie del demonio.

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Allo stesso modo i diaconi siano persone degne e sincere nel parlare, moderati nell’uso del vino e non avidi di guadagni disonesti, 9e conservino il mistero della fede in una coscienza pura. 10Perciò siano prima sottoposti a una prova e poi, se trovati irreprensibili, siano ammessi al loro servizio. 11Allo stesso modo le donne siano persone degne, non maldicenti, sobrie, fedeli in tutto. 12I diaconi siano sposati una sola volta e capaci di guidare bene i figli e le proprie famiglie. 13Coloro infatti che avranno esercitato bene il loro ministero, si acquisteranno un grado degno di onore e un grande coraggio nella fede in Cristo Gesù.

Diacono Questo titolo è usato qui per la prima volta per designare un incarico speciale nella comunità. Non si dice quali siano le competenze specifiche del diacono ma, alla luce di At 6,1-6, sembra che avesse soprattutto funzioni di carattere caritativo.

La sopravvivenza delle comunità, sottoposte dall’esterno alle persecuzioni e dall’interno alle pressioni degli eretici, dipende da una buona organizzazione, in forza della quale il governo sia affidato a persone degne. Sia gli episcopi che i diaconi devono essere scelti in base al loro comportamento nella famiglia e nella comunità. Perciò tutti possono, e devono, esprimere il loro parere sui candidati. Si suppone una direzione collegiale della comunità. Non si parla di celibato, anzi le capacità dimostrate nel governo della propria famiglia sono la migliore raccomandazione per gli aspiranti. Si indicano le qualità richieste per le donne: è incerto se esse siano qui le mogli dei diaconi o le diaconesse. Al termine del brano dedicato ai ministeri, l’autore presenta la Chiesa come « colonna e sostegno della verità » (1Tm 3,14-16). Egli descrive poi il comportamento dei falsi dottori (4,1-5) ed esorta Timoteo a essere il modello del vero pastore (4,6-11). Istruzioni a Timoteo circa il governo (1Tm 4,12 - 6,19). A questo punto è data a Timoteo una serie di istruzioni riguardanti il governo in generale (4,12 - 5,2), e poi circa il comportamento di categorie diverse di fedeli (5,3 - 6,2). Subito dopo, l’autore riprende il tema del trattamento da riservare ai devianti (6,3-10). Infine, mette a fuoco la trasmissione del vangelo sotto la supervisione di Dio (6,11-16). Un’ultima raccomandazione è rivolta ai ricchi cristiani (6,17-19) a cui fa seguito immediatamente il poscritto (6,20-21). Seconda Lettera a Timoteo Questa lettera si può così dividere: • Prescritto e ringraziamento (2Tm 1,1-5). a) Il vero pastore (2Tm 1,6-18). b) Il comportamento di Timoteo (2Tm 2,1-26). c) In vista degli ultimi tempi (2Tm 3,1 - 4,18). • Poscritto (2Tm 4,19-22). La lettera si apre con il prescritto (2Tm 1,1-2) a cui fa seguito il ringraziamento (1,3-5), nel quale si ricorda la fede della mamma e della nonna di Timoteo. Il vero pastore (2Tm 1,6-18). Il ringraziamento iniziale sfocia in una serie di raccomandazioni.

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188. L’imposizione delle mani Timoteo è presentato come un modello di capo cristiano, il cui compito è quello di continuare fedelmente l’opera del suo maestro.

2Tm 1,6-11

Imposizione delle mani In ambiente giudaico può essere segno di benedizione (cfr. Gn 48,14) o del conferimento di un incarico (cfr. At 13,3). Nel rabbinismo l’imposizione delle mani è il rito con cui viene conferito l’ufficio di rabbino. Parallelamente, nelle Chiese delle lettere pastorali diventa il rito con il quale sono assegnati gli uffici stabili nella comunità.

1,6

T

i ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. 7Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. 8Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il vangelo. 9Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, 10ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del vangelo, 11del quale io sono stato costituito messaggero, apostolo e maestro. I particolari biografici riguardanti la famiglia di Timoteo, ricordati nel ringraziamento iniziale, servono per raccomandare la perseveranza nella fede. Questa è stata rafforzata dall’imposizione delle mani dell’Apostolo, che fa di lui il suo degno successore e il continuatore della sua opera. Le esortazioni che gli sono fatte hanno lo scopo di presentare il suo comportamento come modello ai ministri della Chiesa. Nella persona di Paolo, presentato nella condizione di carcerato, l’autore fa appello alla chiamata di Dio, che si basa non sulle nostre opere, ma sul suo progetto di salvezza. Questo è stato concepito da Dio fin dall’eternità, ma è stato manifestato da Cristo e Paolo ne è diventato l’annunciatore. Identificandosi ancora con Paolo, l’autore richiama le sofferenze da lui patite (2Tm 1,12-18). Egli prosegue esortando Timoteo a rendersi partecipe delle sue sofferenze in comunione totale con Cristo (2,1-13) e a lottare contro le false dottrine (2,14-26). Egli lo mette poi in guardia nei confronti dei pericoli connessi con gli ultimi tempi (3,1-9), e gli ricorda il comportamento encomiabile tenuto in passato (3,10-13). In questo contesto l’autore ricorda l’importanza delle Scritture.

189. Il ruolo delle Scritture Nel ministero assegnato da Paolo a Timoteo svolgono un ruolo di primo piano le Scritture, che coincidono qui ancora con la Bibbia ebraica (Primo Testamento).

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1-2Timoteo 3,14

T

u però rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente, sapendo da chi lo hai appreso, 15tu che fin dall’infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù. 16Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, 17perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. In questo testo viene alla luce il concetto di ispirazione delle Scritture. Dal contesto appare però che l’autore non ha in mente tanto l’azione di Dio nella composizione delle Scritture, quanto piuttosto la capacità che queste hanno, per disposizione divina, di ispirare una vita giusta e ricca di opere buone. A questo punto è inserito un brano che contiene gli ultimi desideri di Paolo in vista della sua morte imminente.

190. Il testamento di Paolo

2Tm 3,14-17 « Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia » (2Tm 3,16).

Ispirazione La parola theopneustos, « ispirato da Dio », mette in luce l’opera dello Spirito nella composizione delle Scritture. Ciò non significa che le Scritture siano dettate da Dio, ma piuttosto che esse sono state scritte da uomini assistiti da Dio, i quali hanno trasmesso senza errori quelle verità che riguardano la salvezza.

All’Apostolo ormai morente è attribuita la previsione dei movimenti ereticali sorti al tempo dell’autore e la loro sconfessione anticipata. Il modo in cui Paolo si è comportato nel corso di tutta la sua vita apostolica è poi presentato come esempio a Timoteo.

4,1

T

i scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: 2 annunzia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. 3Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, 4rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. 5Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del vangelo, adempi il tuo ministero.

2Tm 4,1-8

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IX. Le comunità rileggono Paolo (2Tessalonicesi, Colossesi, Efesini, 1-2 Timoteo e Tito) 6

Eresie Mentre nelle lettere autentiche di Paolo si registra la presenza di semplici avversari dell’Apostolo, nelle lettere pastorali si accenna a gruppi che si sono staccati dalle Chiese paoline, sostenendo dottrine che sono da esse considerate eterodosse. Dai credenti si esigono dunque discernimento e coraggio nella ricerca della verità.

Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. 7Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. 8Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Per legittimare ancora più efficacemente le sue idee, l’autore le presenta come espressione dell’insegnamento dato da Paolo a Timoteo. A tal fine, egli ricorre al genere letterario del testamento, molto comune nella Bibbia. In questo testamento attribuito a Paolo, non sono descritti gli errori contro i quali egli ha combattuto e neppure le tesi che ha voluto affermare. Quello che interessa maggiormente è la figura dell’Apostolo in quanto tale, dalla quale il gruppo paolino, rappresentato dall’autore, intende ricavare la propria legittimazione. Si tratta dunque di un’esaltazione postuma di Paolo allo scopo di affermare la verità della propria interpretazione del suo messaggio, in contrasto probabilmente con altri che si rifacevano anch’essi al suo insegnamento per affermare concezioni diverse. Al termine della lettera sono ancora riportate ulteriori notizie e raccomandazioni (2Tm 4,9-18) a cui fa seguito immediatamente il poscritto (4,19-22). Lettera a Tito Il piano di questa lettera può essere così delineato: • Prescritto e missione di Tito (Tt 1,1-9). a) Rapporti con i credenti (Tt 1,10 - 2,15). b) Rapporti con i non credenti (Tt 3,1-11). • Epilogo e poscritto (Tt 3,12-15). La lettera inizia con il prescritto (Tt 1,1-4), a cui fa seguito immediatamente un brano in cui emerge la preoccupazione predominante dell’autore.

191. Presbiteri ed episcopi Tito è presentato come un delegato di Paolo che deve introdurre la struttura presbiterale nelle comunità dell’isola di Creta. Per aiutarlo in questo si elencano le caratteristiche che devono avere i prescelti.

Tt 1,5-9

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1,5

P

er questo ti ho lasciato a Creta: perché tu metta ordine in quello che rimane da fare e stabilisca alcuni presbiteri in ogni città, secondo le istruzioni che ti ho dato. 6Ognuno di loro sia irreprensibile, sposato una sola volta e abbia figli credenti, non accusabili di vita dissoluta o indisciplinati. 7L’episcopo, infatti, come

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Tito

amministratore di Dio, deve essere irreprensibile: non arrogante, non collerico, non dedito al vino, non violento, non avido di guadagni disonesti, 8ma ospitale, amante del bene, assennato, giusto, santo, padrone di sé, 9fedele alla Parola, degna di fede, che gli è stata insegnata, perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare i suoi oppositori. I « presbiteri » di cui si parla sono probabilmente le stesse persone che in 1Tm 3,1-13 sono chiamate « episcopi ». Si tratterebbe quindi di un’unica categoria di persone designate con nomi diversi, uno di origine ellenistica (episcopo) e l’altro di origine giudaica (presbitero). Colui che è scelto come presbitero/episcopo deve essere una persona affidabile e matura, oltre che esempio di una genuina religiosità. Per questo è necessario che si tratti di una persona adulta, che abbia già svolto ruoli di servizio all’interno della comunità. La pluralità di presbiteri/episcopi nella stessa comunità è indizio di una direzione collegiale. Rapporti con i credenti (Tt 1,10 - 2,15). L’autore mette poi Tito in guardia nei confronti dei falsi dottori (Tt 1,10-16). Seguono direttive riguardanti i rapporti con diverse categorie di credenti.

Presbiteri (2) Le comunità giudaiche erano governate da un consiglio di anziani (presbiteri). È questa la fisionomia che assumono anche le comunità cristiane, quando alla spontaneità originaria subentra il ruolo di cariche istituzionali.

192. Direttive di vita cristiana Questo testo è un ulteriore esempio di quel genere letterario chiamato « codice familiare ». In esso sono fatte raccomandazioni a tutti i membri della famiglia perché conducano una vita retta. Prima si danno orientamenti per gli anziani, poi per i giovani e per gli schiavi. Infine, si indica nella grazia di Dio e nell’attesa del ritorno del Signore la molla di una vita cristiana autentica.

2,1

T

u però insegna quello che è conforme alla sana dottrina. Gli uomini anziani siano sobri, dignitosi, saggi, saldi nella fede, nella carità e nella pazienza. 3Anche le donne anziane abbiano un comportamento santo: non siano maldicenti né schiave del vino; sappiano piuttosto insegnare il bene, 4per formare le giovani all’amore del marito e dei figli, 5a essere prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti, perché la parola di Dio non venga screditata. 6 Esorta ancora i più giovani a essere prudenti, 7offrendo te stesso come esempio di opere buone: integrità nella dottrina, dignità, 8 linguaggio sano e irreprensibile, perché il nostro avversario resti

Tt 2,1-15

2

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IX. Le comunità rileggono Paolo (2Tessalonicesi, Colossesi, Efesini, 1-2 Timoteo e Tito) « Esorta ancora i più giovani a essere prudenti, offrendo te stesso come esempio di opere buone » (Tt 2,6-7).

svergognato, non avendo nulla di male da dire contro di noi. 9Esorta gli schiavi a essere sottomessi ai loro padroni in tutto; li accontentino e non li contraddicano, 10non rubino, ma dimostrino fedeltà assoluta, per fare onore in tutto alla dottrina di Dio, nostro salvatore. 11 È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini 12e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, giustizia e pietà, 13nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. 14Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone. 15Insegna queste cose, raccomanda e rimprovera con tutta autorità. Nessuno ti disprezzi! Il tema della sottomissione pervade la visione comunitaria e sociale di questo autore. Le norme morali qui contenute sono vicine a quelle degli stoici, e d’altro canto manca in esse un riferimento specifico al messag-

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Tito « Gli uomini anziani siano sobri, dignitosi, saggi, saldi nella fede, nella carità e nella pazienza » (Tt 2,1).

gio evangelico. Sembra invece che i cristiani abbiano fatto proprio lo standard morale tipico della società in cui vivevano, impregnato di luoghi comuni tipici della filosofia popolare. Rapporti con i non credenti (Tt 3,1-11). Anche a questo proposito sono date alcune direttive. A esse fa seguito un epilogo, nel quale sono riportate una nuova messa in guardia nei confronti dei falsi dottori (3,9-11) e alcune direttive pratiche (3,12-14). Chiude la lettera il consueto poscritto (3,15).

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IX. Le comunità rileggono Paolo (2Tessalonicesi, Colossesi, Efesini, 1-2 Timoteo e Tito)

N

elle origini cristiane, le lettere deuteropaoline rispecchiano un periodo storico successivo a quello di Paolo. Ormai si è attutita l’attesa della parusia imminente, si fanno strada forti tensioni con l’autorità statale, che richiede maggiori garanzie circa la lealtà dei cristiani nei propri confronti. A quelli che erano un tempo gli oppositori di Paolo, succedono ora le prime eresie che rischiano di lacerare profondamente il tessuto delle comunità. Di riflesso, si sente maggiormente la necessità di organizzare la vita delle comunità, in modo da garantirne il funzionamento e da isolare gli eretici. In questo contesto si accentua l’esaltazione di Cristo, a cui è attribuito un ruolo cosmico. Ciò che si richiede è più il riconoscimento dottrinale della sua superiorità che non la sequela. Anche Paolo è idealizzato come maestro di vita cristiana e organizzatore di comunità, mentre l’originalità del suo messaggio passa in seconda linea. Le implicazioni della vita cristiana sono indicate nei « codici familiari », nei quali i rapporti sono improntati a una concezione gerarchica, in forza della quale quelli che appartengono a un gradino inferiore devono sottomettersi a chi ha compiti e responsabilità superiori. La sottomissione è richiesta anche nei confronti dell’autorità statale. All’interno della Chiesa si fa strada la forma di governo presbiterale, che tanto influsso avrà nello sviluppo successivo della Chiesa. Non si tratta però ancora, come nel secolo II d.C., di un episcopo circondato da un consiglio di presbiteri, ma di un gruppo i cui membri sono chiamati presbiteri oppure episcopi, i quali governano in modo collegiale la comunità. Gli episcopi e i presbiteri sono dunque le stesse persone, che ora rivestono un ruolo direttivo istituzionale. La presenza attiva delle donne nella vita comunitaria è sensibilmente ridotta, in forza del principio che le vuole sottomesse ai loro mariti. La Chiesa si prepara così ad affrontare le sfide della società chiudendosi in se stessa, con un ridimensionamento dell’autentico spirito evangelico.

Chi è questo re della gloria? Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. 2 È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. 3 Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? 4 Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli, chi non giura con inganno. 5 Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza.

24,1

318

Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. 7 Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi, soglie antiche, ed entri il re della gloria. 8 Chi è questo re della gloria? Il Signore forte e valoroso, il Signore valoroso in battaglia. 10 Il Signore degli eserciti è il re della gloria. 6

(Salmo 24[23],1-8.10b)

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2Tessalonicesi, Colossesi, Efesini, 1-2Timoteo e Tito



Con il passare del tempo, Gesù assume sempre nuovi connotati, che fanno di lui un essere superiore, più vicino a Dio che all’uomo. L’esaltazione di Gesù ha dato origine col tempo a una religione di tipo devozionale, in cui ha più importanza la sottomissione al volere di Dio rappresentato da Cristo e dai suoi ministri che la propria crescita nella fede. Oggi, a questo deve subentrare un nuovo tipo di cristianesimo basato maggiormente sulla riscoperta del progetto umano di Gesù.



Negli scritti deuteropaolini si propone un tipo di Chiesa strutturata sul modello della società civile. In essa la sottomissione diventa la norma fondamentale a cui i credenti devono attenersi nella famiglia, nella Chiesa e nella società. In un mondo tendenzialmente democratico, questo concetto perde tutta la sua efficacia. A esso si deve sostituire quello originario di comunione, l’unico capace di suscitare l’impegno di ciascuno per il bene di tutti.



L’introduzione dei ministeri ordinati corrisponde a un bisogno di sicurezza e di stabilità che si ottiene però a scapito di una partecipazione creativa da parte di tutti alla vita della comunità. Con questo passo la Chiesa si orienta già al connubio con il potere romano. Oggi si auspica un rinnovamento della Chiesa, che sarà possibile solo a condizione che la sua leadership sappia adottare una collegialità effettiva, che parta dalla base e raggiunga i vertici più alti della gerarchia ecclesiastica.



L’idealizzazione della figura di Paolo, in quanto grande missionario e martire insigne, ha contribuito a mettere in secondo piano quelli che erano gli aspetti veramente provocatori del suo insegnamento. Oggi gli studi critici, che distinguono tra lettere autentiche e lettere pseudoepigrafiche, permettono di « liberare » Paolo dalle riletture successive, mettendo in luce la dimensione non solo religiosa, ma anche sociale e politica, del suo messaggio.

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Omelie cristiane in forma epistolare Ebrei, Giacomo, 1-2Pietro e Giuda

L’

epistolario del Nuovo Testamento contiene altre otto lettere che non sono, e non si presentano, come opere di Paolo. La prima di esse, la cosiddetta « lettera » agli Ebrei, è anonima. Le altre lettere, chiamate « lettere cattoliche », si presentano come composte rispettivamente da Giacomo, da Pietro (due lettere), da Giovanni (tre lettere) e da Giuda. Le tre lettere giovannee saranno trattate nel capitolo successivo assieme all’Apocalisse di Giovanni. È molto probabile che le altre quattro siano state scritte verso la fine del secolo I d.C. da autori anonimi che si sono fatti scudo di personaggi importanti della prima generazione cristiana. Esse quindi non rispecchiano il pensiero di coloro a cui sono attribuite, ma piuttosto sono testimonianze degli sviluppi del cristianesimo alla fine del secolo I. Non è escluso che alcune di esse rivelino influssi diretti o indiretti della « scuola paolina ». La Lettera agli Ebrei è stata attribuita per lungo tempo a Paolo, a motivo del brano conclusivo in cui l’autore si rivolge direttamente ai destinatari presentando Timoteo come latore dello scritto (cfr. Eb 13,22-23). Paradossalmente però, in contrasto con il suo titolo, essa non è di Paolo, non è una lettera e non è stata inviata agli ebrei. Essa è semplicemente un’antica omelia cristiana, composta probabilmente a Roma e messa per iscritto per essere inviata a una o più comunità. Non sembra neppure che appartenga alla « scuola paolina ». Si tratterebbe dunque di un’autonoma riflessione cristiana, proveniente da circoli giudeo-cristiani molto sensibili al tema biblico del sacerdozio e del culto. Questo scritto infatti presenta la morte di Cristo come il vero e unico sacrificio, che egli stesso ha offerto a Dio come sommo sacerdote. In tal modo, il suo autore intende affrontare il problema della purificazione dei peccati, che per i cristiani di origine giudaica era attuata nei riti del tempio mentre sembrava assente nelle celebrazioni cristiane. La Lettera di Giacomo rivela qualità letterarie normalmente assenti negli altri scritti del Nuovo Testamento. Nonostante ciò non ha un piano preciso, ma è piuttosto una raccolta di esortazioni collegate da un’unica idea di fondo, l’esigenza cioè che i lettori armonizzino la propria condotta pratica con la fede che professano. Perciò, nonostante il prescritto iniziale, essa non appartiene al genere epistolare, ma a quello del trattato con finalità parenetiche. Il suo contenuto riecheggia i temi della filosofia popolare a sfondo stoico. Nella tradizione ecclesiastica essa è stata comunemente accolta come opera di Giacomo, fratello del Signore, ma

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ciò oggi non è più accettato. Difficilmente, infatti, potrebbe essere attribuito a lui uno scritto che si distingue per la perfezione linguistica, l’assenza di concezioni legaliste, l’emergere dei problemi connessi con il ritardo della parusia e l’uso della Bibbia nella versione greca dei LXX. Perciò si ritiene che sia stato composto verso la fine del secolo I d.C. da un anonimo scrittore giudeo-cristiano dotato di una buona cultura ellenistica. La 1Pietro si caratterizza per l’assenza di chiari riferimenti epistolari e per il suo stile esortativo. Si ritiene perciò che anch’essa sia un’omelia inserita in una cornice epistolare. Il suo contenuto fa ritenere che sia stata composta in un ambiente cristiano percorso da correnti giudeo-ellenistiche orientate in senso paolino. L’autore scrive a una comunità che sta vivendo un momento difficile nei suoi rapporti con l’esterno e suggerisce i comportamenti più appropriati alla situazione in cui si trova. È frequente il ricorso all’esegesi tipologica della Scrittura. La lettera si presenta come scritta da Pietro, apostolo di Gesù Cristo e come tale fu accolta dalla tradizione. Oggi si è più propensi a ritenere che si tratti di uno scritto composto verso la fine del secolo I d.C. da un anonimo cristiano che tutt’al più riporta tradizioni di origine petrina. Anche il luogo di composizione è sconosciuto. Tuttavia, il fatto che la lettera porti i saluti della comunità che dimora in Babilonia (1Pt 5,13) fa supporre che essa sia stata composta a Roma. La 2Pietro è uno scritto a carattere prevalentemente morale, che ha lo scopo di esortare i credenti perché siano costanti nella pratica degli impegni connessi con la loro fede, allo scopo di accedere al regno eterno. L’autore si presenta ai suoi lettori come l’apostolo Pietro (2Pt 1,1.14.16-18; 3,1.15) e afferma di scrivere per la seconda volta, identificandosi così con l’autore della 1Pietro. Manca però il poscritto epistolare, che è sostituito da una breve dossologia. Inoltre, non è data alcuna indicazione circa i destinatari, mentre le frequenti esortazioni sembrano rivolte ai cristiani in genere, piuttosto che a una comunità determinata. Perciò, la maggior parte degli studiosi moderni ritiene che l’autore della lettera non sia Pietro, ma un cristiano di origine giudaica, buon ellenista, distinto dall’autore della 1Pietro, dal quale si differenzia sia per la lingua sia per il genere letterario. È difficile dire se fosse un discepolo di Pietro, ma è certo che intende trasmettere un insegnamento che si rifà a lui in quanto responsabile dell’ortodossia dottrinale. La Lettera di Giuda è scritta in uno stile conciso, sobrio ed elegante. Anch’essa, più che una lettera è un’antica omelia cristiana nella quale si vuole difendere il messaggio apostolico da interpretazioni arbitrarie e devianti. La polemica non manca di vigore e, in certi momenti, riesce a creare un’atmosfera drammatica. L’autore fonda largamente la sua argomentazione sulle Scritture, da cui ricava esempi e profezie che applica alla situazione dei suoi lettori, ma anche sugli apocrifi giudaici, alla luce dei quali rilegge e utilizza la Bibbia. Queste caratteristiche rendono lo scritto molto vicino a 2Pietro. Si può dunque concludere che il suo ambiente d’origine è una comunità cristiana fortemente influenzata dalla cultura ellenistica e dagli apocrifi giudaici; questa comunità è ormai alla prese con le nascenti eresie, nei confronti delle quali l’autore mette in guardia i suoi lettori. L’autore si presenta come « Giuda, fratello di Giacomo ». È però ormai comune l’opinione secondo cui sarebbe stata composta da un ignoto cristiano che, per darle maggiore autorevolezza, l’avrebbe attribuita a Giuda, una figura che nel suo ambiente rivestiva una particolare autorità apostolica.

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193. Dio ha parlato nel Figlio Lettera agli Ebrei Questo scritto è un’antica omelia, dotata di uno stile letterariamente molto elevato, caratterizzato dal ricorso a procedimenti stilistici particolari (parole gancio, inclusioni, strutture concentriche, parallelismi, alternanza di brani dottrinali ed esortativi). Le grandi articolazioni dello scritto possono essere così delineate: • Prologo (Eb 1,1-4). a) Ruolo di Cristo nel piano di Dio (Eb 1,5 - 2,18). b) Cristo sommo sacerdote (Eb 3,1 - 5,10). c) Il sacerdozio e il sacrificio di Cristo (Eb 5,11 - 10,39). d) La fede perseverante (Eb 11,1 - 12,13). e) Le vie diritte (Eb 12,14 - 13,19). • Benedizione finale e poscritto (Eb 13,20-24). La « lettera » non si apre con il prescritto epistolare, ma con un solenne esordio (Eb 1,1-4) nel quale il Figlio è presentato anzitutto come la manifestazione ultima e definitiva di Dio. Di lui si dice poi che ha collaborato con Dio nella creazione e ha portato a termine la purificazione dei peccati.

D

1,1

io, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, 2ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio. Egli lo ha stabilito erede di tutte le cose e per mezzo suo ha fatto anche il mondo. 3Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli, 4divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato. In questo prologo, la persona di Gesù è riletta, come in altri testi cristiani (cfr. Gv 1,1-18; 1Cor 1,10-17; Col 1,15-20) alla luce delle concezioni sapienziali. Secondo questa corrente di pensiero, la Sapienza di Dio, identificata con la sua Parola, è stata lo strumento di cui Dio si è servito nella creazione e poi nella redenzione dell’umanità. In questa prospettiva, Gesù è compreso come la Parola definitiva che Dio ha rivolto all’umanità, colui che ha compiuto la purificazione dei peccati e quindi, di riflesso, come lo strumento della creazione.

Eb 1,1-4

Purificazione dei peccati È questa la preoccupazione dei destinatari dello scritto, probabilmente cristiani di origine giudaica. L’autore vuole dimostrare, in modo chiaro ed esauriente, come essa sia opera di Cristo e non dei sacerdoti del tempio.

Il grande portale iniziale lascia subito il posto all’esposizione omiletica che si divide in cinque parti, delle quali la terza occupa il posto centrale. Ruolo di Cristo nel piano di Dio (Eb 1,5 - 2,18). La prima parte dell’omelia si apre con un’esposizione dottrinale circa la superiorità del Figlio di Dio sugli angeli (1,5-14). A essa fa seguito un’esortazione sul dovere di

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X. Omelie cristiane in forma epistolare – Ebrei, Giacomo, 1-2Pietro e Giuda « Ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio » (Eb 1,2).

Solidarietà Non si tratta di un semplice sentimento di pietà o di condivisione delle sofferenze degli esseri umani, ma della partecipazione alla lotta non violenta per la loro liberazione. Questa avviene sostanzialmente mediante una vittoria sul peccato in tutte le sue manifestazioni.

riconoscere la sua autorità (Eb 2,1-4). Un altro brano espositivo mette in luce la sua solidarietà con l’umanità. L’autore mostra anzitutto come, nonostante la sua superiorità, Gesù si sia fatto partecipe della sofferenza e della morte che colpiscono tutti gli esseri umani (2,5-13) e prosegue indicando come, proprio da questa solidarietà, derivi la redenzione.

194. La liberazione dal peccato Cristo ha potuto liberare il genere umano in quanto ha in comune con esso la carne e il sangue. In forza della sua solidarietà con i peccatori, egli è diventato un sommo sacerdote misericordioso e fedele, capace di espiare i peccati del popolo.

Eb 2,14-18

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2,14

P

oiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, 15e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. 16 Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo. 17Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popo-

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Ebrei

lo. 18Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova. In questo testo, il peccato è presentato come conseguenza della paura, tipica di ogni essere umano, nei confronti della morte. Il diavolo, provocando questa paura (cfr. Gn 3,1-7; Sap 2,24), ha reso schiava l’umanità originando in ciascuno dei suoi membri atteggiamenti di difesa di sé e di aggressione nei confronti degli altri. Gesù ha vinto in se stesso la paura della morte e ha creato un movimento in favore della solidarietà e della giustizia. La sua morte in croce quindi, in quanto gesto supremo di fedeltà a Dio e agli uomini, non è una sconfitta, ma una vittoria, alla quale associa tutti quelli che credono in lui. Così facendo egli libera l’umanità dalla paura della morte e di conseguenza dalla schiavitù al peccato. L’autore osserva che solo così è potuto diventare un sommo sacerdote capace di espiare i peccati di tutto il popolo.

Diavolo Personificazione delle forze del male che dominano la società. Esso esercita il suo potere inducendo la paura della morte e facendo sì che gli esseri umani si illudano di allontanarla mediante il ricorso al potere, al denaro e alla violenza.

L’affermazione finale, secondo cui Cristo è diventato un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede (Eb 2,17), è ripresa e sviluppata nella parte seguente dello scritto. Cristo sommo sacerdote (Eb 3,1 - 5,10). In quanto sommo sacerdote, Cristo è anzitutto degno di fede (3,1 - 4,14): l’autore esprime questa idea prima concettualmente, mostrando la superiorità di Cristo su Mosè (3,16), e poi in modo esortativo, invitando i lettori a entrare nel riposo di Dio (3,7 - 4,14). Egli è anche misericordioso: questo concetto è introdotto con l’esortazione ad accogliere la sua opera misericordiosa (4,15-16). A essa fa seguito una nuova esposizione dottrinale riguardante la natura del suo sacerdozio.

195. Il vero sommo sacerdote L’autore sente di dovere indicare anzitutto i connotati del sacerdote israelitico. Solo dopo averlo fatto, egli afferma che Cristo è il vero e definitivo sacerdote, e ne dà la prova facendo ricorso alle Scritture. Infine, fornisce una sintesi dell’opera da lui svolta.

5,1

O

gni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e viene costituito per il loro bene nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. 2Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. 3A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stes-

Eb 5,1-10

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X. Omelie cristiane in forma epistolare – Ebrei, Giacomo, 1-2Pietro e Giuda

so, come fa per il popolo. 4Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. 5 Nello stesso modo non fu Cristo ad attribuire a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma gliela conferì colui che gli disse: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato (Sal 2,7), 6 come è detto in un altro passo: Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchisedek (Sal 110[109],4). 7 Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. 8Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì 9e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, 10essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek.

« Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e viene costituito per il loro bene nelle cose che riguardano Dio » (Eb 5,1).

Il concetto di sacerdozio, a cui l’autore intende rifarsi, ha come caratteristiche principali la solidarietà con il genere umano e la chiamata di Dio. La prima permette al sacerdote di sentire compassione per coloro a cui è inviato, mentre la seconda gli dà la possibilità di stabilire un rapporto strettissimo con Dio. Anche Gesù è stato designato da Dio come sommo sacerdote. Questa affermazione, che sembra in contrasto con il fatto che egli non è un discendente di Aronne, è convalidata mediante due testi bilici. Da essi appare che, proprio in quanto Messia, egli è Figlio di Dio (Sal 2,7) e anche sommo sacerdote, non però sulla linea di Aronne, ma su quella di Melchisedek (Sal 110[109],4), il re sacerdote di cui si parla in Gn 14,18-20. La sua solidarietà con i peccatori appare invece dal fatto che egli partecipò alle sofferenze umane fino al punto di pregare per essere liberato dalla morte. L’autore aggiunge che egli fu esaudito in forza del suo abbandono a Dio. L’allusione è qui alla risurrezione, cioè alla nuova vita che gli è stata conferita in forza della sua morte. Proprio perché è stato fedele fino alla fine al progetto di liberazione che Dio gli aveva affidato, egli è diventato causa di salvezza per coloro che credono in lui. Anche al termine di questo brano sono indicati tre temi: la perfezione, la salvezza eterna e il sacerdozio, che sono ripresi e sviluppati nella sezione seguente.

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Ebrei Il sacerdozio e il sacrificio di Cristo (Eb 5,11 - 10,39). È questa la parte centrale della « lettera ». Essa inizia con un’esortazione all’attenzione e alla generosità (5,12 - 6,20). A essa fanno seguito due brani espositivi in cui si approfondiscono due concetti: la natura del sacerdozio alla maniera di Melchisedek (7,1-28), e la perfezione che Cristo ha conseguito a motivo del suo sacrificio (8,1 - 9,28). Questa seconda esposizione si apre con una presa di posizione a proposito del culto prima della venuta di Cristo.

196. La fine del culto antico In questo brano l’autore, dopo aver presentato Cristo come il vero sommo sacerdote che svolge il suo servizio nel santuario celeste, descrive anzitutto il culto antico come imperfetto, in quanto terrestre e prefigurativo (Eb 8,1-6); subito dopo dimostra, Scritture alla mano, che la prima alleanza è destinata a scomparire.

I

8,1

l punto capitale delle cose che stiamo dicendo è questo: noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della Maestà nei cieli, 2ministro del santuario e della vera tenda, che il Signore, e non un uomo, ha costruito. 3 Ogni sommo sacerdote, infatti, viene costituito per offrire doni e sacrifici: di qui la necessità che anche Gesù abbia qualcosa da offrire. 4Se egli fosse sulla terra, non sarebbe neppure sacerdote, poiché vi sono quelli che offrono i doni secondo la legge. 5Questi offrono un culto che è immagine e ombra delle realtà celesti, secondo quanto fu dichiarato da Dio a Mosè, quando stava per costruire la tenda: « Guarda di fare ogni cosa secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte » (Es 25,40). 6 Ora invece egli ha avuto un ministero tanto più eccellente quanto migliore è l’alleanza di cui è mediatore, perché è fondata su migliori promesse. 7Se la prima alleanza infatti fosse stata perfetta, non sarebbe stato il caso di stabilirne un’altra. 8Dio infatti, biasimando il suo popolo, dice: « Ecco: vengono giorni, dice il Signore, quando io concluderò un’alleanza nuova con la casa d’Israele e con la casa di Giuda. 9 Non sarà come l’alleanza che feci con i loro padri, nel giorno in cui li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto; poiché essi non rimasero fedeli alla mia alleanza, anch’io non ebbi più cura di loro, dice il Signore.

Eb 8,1-13

Culto e alleanza L’autore mette giustamente in luce il rapporto che intercorre tra l’alleanza sinaitica e il culto del tempio. Il fatto che Geremia parli di una « nuova alleanza » mette in crisi l’alleanza fatta da Dio con Israele, non cancellandola ma portandola a compimento.

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Alleanza e perdono Ciò che sta più a cuore all’autore nella profezia di Ger 31,31-34 è la promessa di un perdono pieno e definitivo dei peccati. È questo che i destinatari temevano di non ottenere nella comunità di Gesù.

E questa è l’alleanza che io stipulerò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori; sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. 11 Né alcuno avrà più da istruire il suo concittadino, né alcuno il proprio fratello, dicendo: “Conosci il Signore!”. Tutti infatti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande. 12 Perché io perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più dei loro peccati » (Ger 31,31-34). 13 Dicendo « alleanza nuova », Dio ha dichiarato antica la prima: ma ciò che diventa antico e invecchia è prossimo a scomparire. L’autore preannunzia la sua argomentazione dicendo subito all’inizio che Gesù è il vero sommo sacerdote. Per fare capire la necessità di un nuovo sacerdote, egli fa poi una critica del sacerdozio aronitico. Questo dimostra il suo limite in quanto si esercita nel santuario terrestre che, alla luce di Es 25,40, non sarebbe che una copia di quello celeste. Inoltre, coloro che ne sono rivestiti sono ministri di un’alleanza che è ormai superata, come si deduce dal fatto che in Ger 31,31-34 se ne promette una nuova. Proseguendo la descrizione del culto prima di Cristo, l’autore dichiara inefficaci le antiche istituzioni (Eb 9,1-10), giungendo così alla dichiarazione centrale di tutto lo scritto. Cristo sommo sacerdote dei beni futuri (Eb 9,11a). Questa dichiarazione introduce un brano nel quale si descrivono le nuove istituzioni inaugurate da Cristo.

197. Il nuovo culto offerto da Cristo In contrasto con gli antichi ministri del culto, Cristo è il vero sommo sacerdote, l’unico capace di purificare i nostri peccati. Dopo l’affermazione iniziale, l’autore sottolinea che egli ha reso pienamente efficace il culto offerto a Dio e ha instaurato una nuova alleanza.

Eb 9,11-23

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9,11

C

risto, invece, è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione.

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Ebrei « Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova » (Eb 9,15).

12

Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. 13Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, 14quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? 15 Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa. 16Ora, dove c’è un testamento, è necessario che la morte del testatore sia dichiarata, 17perché un testamento ha valore solo dopo la morte e rimane senza effetto finché il testatore vive. 18Per questo neanche la prima alleanza fu inaugurata senza sangue. 19Infatti, dopo che tutti i comandamenti furono promulgati a tutto il popolo da Mosè, secondo la legge, questi, preso il sangue dei vitelli e dei capri con acqua, lana scarlatta e issopo, asperse il libro stesso e tutto il popolo, 20dicendo: Questo è il sangue dell’alleanza che Dio ha stabilito per voi. 21Alla stessa maniera con il sangue asperse anche la tenda e tutti gli arredi del culto. 22Secondo la legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue, e senza spargimento di sangue non esiste perdono. 23Era dunque neces-

Efficacia del sangue Nei sacrifici il sangue aveva un valore simbolico, in quanto esprimeva la comunione di vita ottenuta mediante il dono di Dio e la conversione a lui del popolo. Il sangue di Cristo realizza al massimo questa comunione, perché simboleggia la sua morte, nella quale si sono manifestati, da una parte, l’amore infinito di Dio per l’umanità e, dall’altra, la fede dell’essere umano nei suoi confronti.

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Spargimento del sangue Secondo l’autore, senza di esso non c’è perdono. Con espressioni rituali egli vuole dire che il perdono non può essere pieno e definitivo se non è frutto di un amore portato fino alle estreme conseguenze. Solo questo amore può spezzare la spirale dell’odio e della violenza.

sario che i simboli delle realtà celesti fossero purificati con tali mezzi; ma le stesse realtà celesti dovevano esserlo con sacrifici superiori a questi. Secondo Es 24,5-8, il sangue delle vittime, asperso sul popolo, provocava la purificazione dei peccati. L’autore perciò ritiene che, a maggior ragione, il sangue di Cristo versato sulla croce consegua questo effetto. Infatti, dopo la sua morte, egli è asceso al cielo, entrando così nel santuario celeste: questo è l’unico vero santuario, perché rappresenta la dimora di Dio. Per quanto riguarda l’alleanza, l’autore, giocando sul fatto che il termine con cui è designata in greco significa anche « testamento », afferma che essa può essere attuata solo mediante la morte del testatore. Ora, per la prima alleanza questa morte era quella delle vittime, il cui sangue era stato asperso sul popolo, mentre la nuova è conclusa mediante la morte di Cristo, significata dallo spargimento del suo sangue. L’autore riprende poi il tema del sacrificio di Cristo che, una volta per tutte, apre l’accesso al santuario celeste e annulla il peccato (Eb 9,2428). Infine, prolunga la sua riflessione presentando Cristo come causa di salvezza eterna (10,1-18). A questa esposizione fa seguito una esortazione conclusiva che consiste in un invito alla fedeltà e all’impegno (10,1939). Questi due temi saranno approfonditi, in ordine inverso, nelle due parti successive. La fede perseverante (Eb 11,1 - 12,13). Questa parte inizia con un’esposizione sulla fede degli antichi (11,1-40), a cui fa seguito un’esortazione a imitare Cristo nella perseveranza (12,1-13). Questo brano termina con l’invito a « raddrizzare le vie storte », che rappresenta un preannunzio della parte successiva. Le vie diritte (Eb 12,14 - 13,18). Questa parte si apre con un invito a cercare la pace e la santificazione (12,14-17), a cui fa seguito un’esposizione riguardante la bellezza delle realtà celesti con cui il credente entra in contatto, in contrasto con il carattere terrificante della manifestazione di Dio nella prima alleanza (12,18-29). Segue poi un’esortazione riguardante l’amore fraterno, l’ospitalità, la purezza del matrimonio, la fiducia in Dio (13,1-6). L’esortazione procede in modo espositivo mettendo in luce il tema del culto comunitario cristiano.

198. Il sacrificio di lode In questo brano finale, l’autore mette anzitutto in guardia dalla partecipazione ai riti giudaici e, in antitesi a essi, fa un accenno al culto cristiano. Sono poi riportate alcune esortazioni di carattere comunitario alle quali fa seguito, sotto forma di benedizione, l’epilogo dell’omelia.

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Ebrei 13,7

R

icordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio. Considerando attentamente la conclusione della loro vita, imitatene la fede. 8Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre! 9Non lasciatevi sviare da dottrine varie ed estranee, perché è bene che il cuore venga sostenuto dalla grazia e non da cibi che non hanno mai recato giovamento a coloro che ne fanno uso. 10Noi abbiamo un altare le cui offerte non possono essere mangiate da quelli che prestano servizio nel tempio. 11Infatti i corpi degli animali, il cui sangue viene portato nel santuario dal sommo sacerdote per l’espiazione, sono bruciati fuori dall’accampamento. 12Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, subì la passione fuori dalla porta della città. 13Usciamo dunque verso di lui fuori dall’accampamento, portando il suo disonore: 14non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura. 15 Per mezzo di lui dunque offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome. 16 Non dimenticatevi della beneficenza e della comunione dei beni, perché di tali sacrifici il Signore si compiace. 17Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi e devono renderne conto, affinché lo facciano con gioia e non lamentandosi. Ciò non sarebbe di vantaggio per voi. 18Pregate per noi; crediamo infatti di avere una buona coscienza, desiderando di comportarci bene in tutto. 19Con maggiore insistenza poi vi esorto a farlo, perché io vi sia restituito al più presto.

Eb 13,7-19

Sacrificio di lode Questa espressione indica il dono di sé a Dio, che può avvenire con o senza l’offerta di vittime animali (cfr. Sal 54[53],8; 116[115],17; 1Mac 4,56). Questo sacrificio, per i cristiani, avviene anzitutto nella vita (cfr. Rm 12,1), ma trova anche un’espressione cultuale nelle celebrazioni comunitarie.

Anche i cristiani hanno il loro altare sul quale sono posti gli alimenti che gli estranei non possono consumare. Abbiamo qui un riferimento ai banchetti comunitari propri dei cristiani e forse indirettamente all’eucaristia, vista però come un « sacrificio di lode », cioè come espressione di un culto spirituale. La partecipazione a questo culto implica l’abbandono dei riti giudaici. Questo distacco è simboleggiato nel fatto che Cristo è morto fuori dalla porta della città, dove si bruciavano le carni delle vittime sacrificate nel tempio: per seguire Cristo bisogna quindi abbandonare le pratiche giudaiche, operando un distacco totale dalla sinagoga. Le esortazioni successive mettono in luce le linee portanti di una spiritualità comunitaria: beneficenza e comunione dei beni, obbedienza ai capi, preghiera. L’omelia termina con una solenne benedizione (Eb 13,20-21). Dopo di essa è stato aggiunto un poscritto epistolare (13,22-25), in cui si definisce lo scritto come una « parola di esortazione » (omelia), inviata per mezzo di Timoteo, uno stretto collaboratore di Paolo, a un’altra comunità. Chi lo ha scritto ha imitato lo stile dei poscritti paolini, contribuendo così a fare passare tutto lo scritto come una lettera paolina.

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X. Omelie cristiane in forma epistolare – Ebrei, Giacomo, 1-2Pietro e Giuda Lettera di Giacomo In base ai temi trattati, lo scritto può essere così diviso: • Prescritto (Gc 1,1). a) Costanza e fedeltà nelle Prove (Gc 1,2-18). b) Ascolto e attuazione della Parola (Gc 1,19 - 2,26). c) Sapienza dall’alto e sapienza terrena (Gc 3,1 - 4,12). d) Orientamenti di vita comunitaria (Gc 4,13 - 5,11). • Esortazioni finali (Gc 5,12-20). Nel prescritto (Gc 1,1) si dice che la lettera è indirizzata alle dodici tribù disperse nel mondo. Subito dopo inizia una prima ondata di riflessioni. Costanza e fedeltà nelle prove (Gc 1,2-18). In questa prima parte sono raccolte alcune massime sapienziali: la fede, messa alla prova mediante le sofferenze della vita, apre la via alla perfezione (1,2-4); bisogna pregare con fiducia per ottenere la sapienza (1,5-8); la vera gloria appartiene al povero e non al ricco (1,9-11); la tentazione non viene da Dio (1,12-15); Dio è invece fonte di ogni bene salvifico (1,16-18). Ascolto e attuazione della Parola (Gc 1,19 - 2,26). La seconda parte si apre con un brano introduttivo in cui si mette a fuoco il tema della parola di Dio.

199. L’importanza di una vita santa Il brano in esame si apre con alcune esortazioni, alle quali fa seguito una breve similitudine con relativa spiegazione. Al termine è riportata una direttiva sulla vera religione.

Gc 1,19-27

Parola (2) Questo termine è usato nel Primo Testamento per indicare i singoli comandamenti del decalogo (cfr. Es 20,1). Dio non dà dei comandi, ma « parla al cuore » (cfr. Os 2,16; cfr. Ger 31,33) di coloro che credono in lui.

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1,19

L

o sapete, fratelli miei carissimi: ognuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira. 20Infatti l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio. 21Perciò liberatevi da ogni impurità e da ogni eccesso di malizia, accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. 22Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi. 23 Perché, se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il proprio volto allo specchio: 24appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica come era. 25Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla. 26 Se qualcuno ritiene di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana. 27Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo.

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Giacomo La preoccupazione espressa in questo brano è di carattere eminentemente pratico: il credente non deve accontentarsi di belle parole, ma deve praticare le direttive di vita che ha ricevuto, riassunte nella legge perfetta della libertà. Questa sarà poi identificata con il comandamento dell’amore. Tuttavia, l’autore è ben cosciente che una vita onesta non può essere solo effetto di buona volontà. Perciò mette all’origine della salvezza il dono della parola di Dio, che è stata seminata nel cuore dei credenti. Abbiamo qui un’allusione alla profezia della « nuova alleanza » (Ger 31,31-34). In conclusione, l’autore ritorna al vero senso della pratica religiosa che implica il controllo di sé e la solidarietà verso i più poveri e indifesi. Subito dopo l’autore riprende il tema della legge della libertà, mostrandone le implicazioni in campo comunitario.

200. La legge regale dell’amore

« Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi » (Gc 1,22).

L’autore si introduce ricordando le ingiustizie che si fanno a favore dei ricchi. Egli ritorna poi sul tema della solidarietà verso i poveri ed enuncia la legge regale dell’amore. Infine, indica con più precisione in che cosa essa consista.

F

2,1

ratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali. 2 Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. 3Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: « Tu siediti qui, comodamente », e al povero dite: « Tu mettiti là, in piedi », oppure: « Siediti qui ai piedi del mio sgabello », 4non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi? 5 Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto quelli che sono poveri agli occhi del mondo, ma ricchi nella fede ed eredi del regno, promesso a quelli che lo amano? 6Voi invece avete disonorato il povero! Non sono forse i ricchi che vi opprimono e vi tra-

Gc 2,1-13

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Ricchi e poveri Giacomo non impone ai ricchi di aiutare i poveri, ma esige da tutti i membri della comunità un atteggiamento di solidarietà, che si manifesta nel non fare preferenze di persona, ma nel dare pari opportunità a tutti.

scinano davanti ai tribunali? 7Non sono loro che bestemmiano il bel nome che è stato invocato sopra di voi? 8Certo, se adempite quella che, secondo la Scrittura, è la legge regale: Amerai il prossimo tuo come te stesso, fate bene. 9Ma se fate favoritismi personali, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori. 10 Poiché chiunque osservi tutta la legge, ma la trasgredisca anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto; 11infatti colui che ha detto: Non commettere adulterio, ha detto anche: Non uccidere. Ora se tu non commetti adulterio, ma uccidi, ti rendi trasgressore della legge. 12Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché 13il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà avuto misericordia. La misericordia ha sempre la meglio sul giudizio. La legge della libertà non è altro che il comandamento dell’amore, nel quale trovano la loro sintesi tutti i comandamenti del decalogo. Questi devono essere praticati tutti quanti, senza eccezione. Solo dal rispetto dei diritti degli altri deriva infatti la vera libertà. Ma in primo piano è posta la solidarietà verso i poveri, che rappresenta, come è stato detto al termine del brano precedente, il marchio della vera religiosità. Non si fa cenno invece ai precetti rituali della legge mosaica. L’autore affronta poi il tema della giustificazione, mettendo in luce il ruolo che in essa svolgono le opere.

201. La fede e le opere In questo testo l’autore mette in luce la necessità delle opere allo scopo di conseguire la giustificazione. A sostegno della sua tesi porta poi l’esempio di Abramo e di Raab.

Gc 2,14-26

334

2,14

A

che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? 15Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano 16 e uno di voi dice loro: « Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi », ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? 17 Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta. 18Al contrario, uno potrebbe dire: « Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede ». 19Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene;

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Giacomo

anche i demoni lo credono e tremano! 20Insensato, vuoi capire che la fede senza le opere non ha valore? 21 Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le sue opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare? 22Vedi: la fede agiva assieme alle opere di lui e per le opere divenne perfetta. 23E si compì la Scrittura che dice: Abramo credette a Dio e gli fu accreditato come giustizia, ed egli fu chiamato amico di Dio. 24Vedete: l’uomo è giustificato per le opere e non soltanto per la fede. 25Così anche Raab, la prostituta, non fu forse giustificata per le opere, perché aveva dato ospitalità agli esploratori e li aveva fatti ripartire per un’altra strada? 26Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta. La teoria paolina della giustificazione mediante la sola fede non esclude le opere, ma le valorizza solo come conseguenza della fede. Qui, invece, l’autore si confronta con una concezione di fede che vorrebbe rendere superflue le opere e sottolinea che sono proprio le opere a dimostrare la genuinità della fede. Abramo, infatti, ha conseguito la giustizia solo quando, in forza della sua fede, ha saputo obbedire a Dio fino a offrigli suo figlio in sacrificio (cfr. Gn 22). La stessa cosa vale anche a proposito di Raab, la prostituta (cfr. Gs 2,1-21). Quindi, l’autore conclude, la fede senza le opere è morta, cioè inutile.

Fede e opere La fede, nel senso di un’adesione piena e totale a Cristo, è scomparsa dall’orizzonte delle persone con cui dialoga Giacomo. Per loro, essa è solo un atteggiamento formale ed esterno. Giacomo ricorda che solo mediante le opere la fede manifesta la sua genuinità. Anche Paolo dice che la fede opera mediante la carità (cfr. Gal 5,6).

Sapienza dall’alto e sapienza terrena (Gc 3,1 - 4,12). In questa parte dello scritto, l’autore mette anzitutto in luce il pericolo di un uso scorretto della lingua (3,1-12). Egli passa poi a illustrare il contrasto tra la vera e la falsa sapienza (3,13-18). Infine, afferma la necessità di fare una scelta radicale tra Dio e il mondo.

202. Una scelta di campo In questo brano, l’autore mostra anzitutto come tutti i mali dell’umanità derivino dal desiderio cattivo. Egli passa poi a sottolineare come non si possa essere amici di Dio e del mondo e, infine, esorta i suoi lettori a sottomettersi a Dio.

D

4,1

a dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? 2Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; 3chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passio-

Gc 4,1-10

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« Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! » (Gc 4,2).

ni. 4Gente infedele! Non sapete che l’amore per il mondo è nemico di Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio. 5O forse pensate che invano la Scrittura dichiari: Fino alla gelosia ci ama lo Spirito, che egli ha fatto abitare in noi? 6Anzi, ci concede una grazia più grande; per questo dice: Dio resiste ai superbi, agli umili invece dà la sua grazia (Pro 3,34; Gb 22,29). 7 Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà lontano da voi. 8Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi. Peccatori, purificate le vostre mani; uomini dall’animo indeciso, santificate i vostri cuori. 9Riconoscete la vostra miseria, fate lutto e piangete; le vostre risa si cambino in lutto e la vostra allegria in tristezza. 10Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà. In sintonia con la filosofia stoica, l’autore segnala nel desiderio sfrenato, proibito anche dal decimo comandamento, l’origine di tutti i mali, al culmine dei quali egli pone la guerra fra nazioni e le liti fra persone. Il proliferare dei desideri è presentato come la caratteristica di questo mondo. Dio non può essere dalla parte di chi commette errori così grandi. Al credente quindi non resta che sottomettersi a Dio con tutta umiltà, perché solo così potrà ottenere la vera esaltazione. L’esortazione termina con un invito a non sparlare dei propri fratelli (Gc 4,11-12). Orientamenti di vita comunitaria (Gc 4,13 - 5,20). In quest’ultima parte, l’autore prende posizione contro i progetti arroganti dei ricchi (4,13 5,6) ed esorta alla paziente attesa della parusia (5,7-11). Dopo un’esortazione a non giurare (Gc 5,12), l’autore dà alcune direttive riguardanti la preghiera.

203. La preghiera cristiana Il questo testo l’autore, dopo un’esortazione iniziale, parla prima della preghiera per i malati e poi della confessione.

Gc 5,13-16

336

C

5,13

hi fra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia, canti inni di lode. 14 Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore.

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1Pietro 15

E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati. 16 Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti. Molto potente è la preghiera fervorosa del giusto. Questo testo raccomanda la preghiera per gli infermi e la loro unzione con l’olio da parte dei presbiteri della Chiesa, in obbedienza al comando di Gesù (cfr. Mc 6,13; 16,18). Questo gesto, però, non produce automaticamente la guarigione, ma aiuta ad approfondire la fede e, di conseguenza, realizza quella salvezza che consiste nel perdono dei peccati. Tutto ciò non può non « sollevare » il malato che ne riceve anche un benessere fisico. Inoltre, l’autore invita i credenti a confessare, gli uni agli altri, i propri peccati, sottolineando così che il perdono di Dio passa sempre attraverso il perdono dei fratelli.

Confessione Non si tratta semplicemente della manifestazione dei propri peccati al sacerdote, ma della comunicazione vicendevole fra i membri della comunità di tutto quanto riguarda il proprio cammino di fede e l’impegno nel mondo.

L’autore conclude l’esortazione sulla preghiera portando come esempio il profeta Elia (Gc 5,17-20). Così termina la lettera, senza alcuna parola di saluto. Prima Lettera di Pietro Il contenuto della lettera può essere così delineato: • Prescritto (1Pt 1,1-2). a) Identità e responsabilità dei rigenerati (1Pt 1,3 - 2,10). b) I cristiani nella società (1Pt 2,11 - 4,11). c) Presente e futuro della Chiesa (1Pt 4,12 - 5,11). • Poscritto (1Pt 5,12-14). Dopo il prescritto (1Pt 1,1-2), ha subito inizio la prima parte della lettera. Identità e responsabilità dei rigenerati (1Pt 1,3 - 2,10). Questa esposizione inizia con una preghiera di benedizione per la rigenerazione ottenuta dai credenti (1,3-5) e continua mettendo in luce il ruolo che in essa hanno avuto i profeti.

204. L’efficacia della parola profetica Nonostante le prove da cui sono afflitti, i cristiani godono di una grande gioia a motivo della loro fede, perché stanno per raggiungere la salvezza finale. Questa salvezza è stata preannunziata dai profeti, i quali hanno previsto le sofferenze di Cristo e i frutti che ne sarebbero derivati a coloro che avrebbero creduto in lui.

1,6

P

erciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove. 7Infatti come l’oro che, pur destinato a perire, è purificato col fuoco, così anche la vostra fede, che è molto più preziosa, deve essere messa alla prova,

1Pt 1,6-12

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X. Omelie cristiane in forma epistolare – Ebrei, Giacomo, 1-2Pietro e Giuda

Salvezza delle anime Il termine « anima » indica la persona umana nella sua interezza (cfr. 2Pt 1,22; 2,11). Perciò, la « salvezza delle anime » riguarda non l’anima separata dal corpo, ma piuttosto tutto l’essere umano, sia in questa che nell’altra esistenza.

affinché torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. 8Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, 9mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime. 10 Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti, che preannunziavano la grazia a voi destinata; 11essi cercavano di sapere quale momento o quali circostanze indicasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che le avrebbero seguite. 12A loro fu rivelato che, non per se stessi, ma per voi erano servitori di quelle cose che ora vi sono annunziate da coloro che vi hanno portato il vangelo mediante lo Spirito Santo, mandato dal cielo: cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo. Le prove da cui sono afflitti i destinatari della lettera non devono essere considerate come un ostacolo alla loro gioia, ma piuttosto come uno strumento prezioso per affinare la loro fede in Cristo e prepararsi alla sua manifestazione. Allora essi raggiungeranno la meta a cui tende la loro fede, cioè la « salvezza delle anime ». Questa salvezza è stata preannunziata dai profeti, ai quali è stata rivelata perché servisse non a loro, ma ai credenti in Cristo. In questo testo si parla dei profeti come di persone illuminate e guidate dallo Spirito. Nasce da qui il tema dell’ispirazione, cioè dell’assistenza dello Spirito, che riguarda prima la comunicazione orale dei profeti e poi i libri che la contengono. L’autore focalizza poi la sua attenzione sulle conseguenze etiche della rigenerazione (1Pt 1,13-25) e prosegue mettendo in luce la vocazione e la missione dei rigenerati.

205. Il sacerdozio dei credenti In questo testo si presenta la comunità cristiana con due immagini bibliche, quella del tempio e quella del sacerdozio. Ambedue sono ricavate dalla sfera cultuale, ma vengono a indicare la vita comune dei credenti.

1Pt 2,1-10

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A

2,1

llontanate dunque ogni genere di cattiveria e di frode, ipocrisie, gelosie e ogni maldicenza. 2Come bambini appena nati desiderate avidamente il genuino latte spirituale, grazie al quale voi possiate crescere verso la salvezza, 3se davvero avete gustato che buono è il Signore. 4Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, 5quali pietre vive siete

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1Pietro

costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. 6Si legge infatti nella Scrittura: Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso (Is 28,16). 7 Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo 8 e sasso d’inciampo, pietra di scandalo (Sal 118[117],22). Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. 9 Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. 10Un tempo voi eravate non popolo, ora invece siete popolo di Dio; un tempo eravate esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia. L’immagine della costruzione si ispira a un testo di Isaia, nel quale Dio è presentato come la pietra angolare di un edificio che rappresenta il resto di Israele. Secondo l’autore dello scritto, la pietra angolare si identifica con Cristo, mentre l’edificio è la comunità, i cui membri sono come pietre vive edificate su di lui. Con l’aiuto del Sal 118[117],22, egli afferma poi che questa pietra angolare può diventare una pietra d’inciampo per i non credenti. L’immagine del sacerdozio è invece ricavata da Es 19,6, dove si parla del sacerdozio di Israele in quanto popolo eletto. Ora alla comunità cristiana, formata in gran parte di gentili che non appartenevano al popolo di Dio, è stato conferito un sacerdozio santo, che si esercita in due modi: nella lode a Dio (« sacrifici spirituali ») e nell’annunzio della salvezza, che consiste nel proclamare le sue opere ammirevoli.

« Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato » (1Pt 2,9).

I cristiani nella società (1Pt 2,11 - 4,11). L’autore preannunzia il tema (2,11-12), a cui fa seguito un codice di comportamento sociofamiliare. Anzitutto egli invita i cristiani alla sottomissione nei confronti delle autorità (2,13-18). Poi sottolinea che i credenti non devono turbarsi se sono afflitti ingiustamente, perché Dio gradisce la pazienza con cui, dopo aver fatto il bene, si sopporta una sofferenza immeritata (2,19-21a).

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206. Cristo, esempio di non violenza A riprova di quanto detto, l’autore porta un inno in cui si presenta Gesù anzitutto come modello di sopportazione e poi come colui che riconcilia l’umanità con Dio.

1Pt 2,21b-25

Eliminazione del peccato Per raggiungere questo scopo Cristo ha rifiutato di rispondere alla violenza con la violenza. Perciò ha accettato che la violenza altrui si scaricasse su di sé, perdonando i suoi persecutori. Così facendo ha rotto la spirale della violenza e ha portato la riconciliazione.

2,21b

A

nche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: 22 egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; 23 insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. 24 Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. 25 Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime. La sofferenza non deve preoccupare colui che ne è colpito nonostante la sua innocenza. Infatti, è importante sopportare con pazienza, prendendo esempio da Cristo. Questi, pur non avendo peccato, ha saputo sopportare con grande pazienza e fiducia in Dio le sofferenze che gli venivano inflitte, in vista del bene di coloro che gli erano affidati. In questa descrizione, che si ispira al comportamento del Servo di JHWH (Is 53), è messo in primo piano, nella lotta contro il male, il ricorso alla non violenza. Con essa si ottiene la distruzione del peccato e non del peccatore, al quale è riservata, quindi, la possibilità di convertirsi e di essere salvato. L’autore passa poi a parlare del rapporto fra coniugi (1Pt 3,1-7) e tra fratelli (3,8-12). Subito dopo indica il comportamento da tenere nelle persecuzioni.

207. La pazienza nelle persecuzioni L’autore afferma anzitutto che nessun male può capitare a chi si impegna per la giustizia. Anzi, egli sottolinea che la persecuzione deve essere

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1Pietro vista come l’occasione per testimoniare la propria fede. Ancora una volta egli presenta l’esempio di Cristo, il quale ha accettato di morire per vincere il peccato.

E

3,13

chi potrà farvi del male, se sarete ferventi nel bene? 14Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non sgomentatevi per paura di loro e non turbatevi, 15ma adorate il Signore (Is 8,12b-13a), cioè Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. 16 Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. 17 Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, 18 perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. Il modo in cui il credente accetta la sofferenza inflitta ingiustamente dai suoi persecutori pone dei problemi e suscita delle domande alle quali egli deve saper rispondere dando ragione della propria speranza. Per l’autore, però, è importante che ciò sia fatto con delicatezza e senza arroganza. Cristo è presentato come esempio in quanto egli, pur essendo giusto, ha saputo morire per i peccatori.

1Pt 3,13-18

« Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi » (1Pt 3,15b).

L’autore interpreta poi la discesa di Cristo agli inferi come occasione per proclamare la salvezza a quanti erano periti nel diluvio, immagine del rito purificatore del battesimo (1Pt 3,19-22). Questa parte termina con un brano in cui si inculca la rinunzia alle passioni e il servizio (4,1-11). Presente e futuro della Chiesa (1Pt 4,12 - 5,11). La terza parte dello scritto inizia con una nuova riflessione sulle persecuzioni.

208. La beatitudine dei perseguitati Le persecuzioni che si sono scatenate contro i cristiani sono presentate in primo luogo come occasione di solidarietà con Cristo, e poi come il segno che sta iniziando il giudizio di Dio.

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X. Omelie cristiane in forma epistolare – Ebrei, Giacomo, 1-2Pietro e Giuda 1Pt 4,12-19

Persecutori L’autore di 1Pietro non identifica i responsabili delle persecuzioni alle quali si riferisce. È possibile che quando egli scriveva fossero già in atto le misure repressive prese da Domiziano nel 95 d.C., che per la prima volta colpirono i cristiani in tutte le parti dell’impero.

C

4,12

arissimi, la persecuzione, come un incendio, è scoppiata in mezzo a voi per mettervi alla prova: non meravigliatevi, come se vi accadesse qualcosa di strano. 13Ma, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché possiate rallegrarvi ed esultare anche nella rivelazione della sua gloria. 14Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria, che è lo Spirito di Dio, riposa su di voi. 15Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. 16Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; anzi, dia gloria a Dio per questo nome. 17 È questo il momento in cui ha inizio il giudizio a partire dalla casa di Dio; e se incomincia da noi, quale sarà la fine di quelli che non obbediscono al vangelo di Dio? 18E se il giusto a stento si salverà, che ne sarà dell’empio e del peccatore? 19Perciò anche quelli che soffrono per volontà di Dio, consegnino la loro vita al Creatore, che è fedele, compiendo il bene. Nella vita cristiana, la persecuzione ha il compito di mettere in luce se il credente è veramente fedele a Cristo e di farlo partecipare intimamente al suo progetto di salvezza. Perciò, la sofferenza accettata per e con Cristo dà la possibilità di partecipare anche alla sua gloria. L’autore vede nella persecuzione che colpisce i cristiani anche un segno dell’intervento di Dio come giudice di tutto il mondo. Se Dio permette che soffrano i suoi eletti, a maggior ragione punirà i peccatori. Seguono alcune esortazioni rivolte ai presbiteri della comunità (1Pt 5,1-5) e ai credenti in Cristo (5,6-9). Conclude lo scritto una benedizione di tipo omiletico (5,10-11) e il poscritto epistolare (5,12-14). Seconda Lettera di Pietro Lo scritto può essere così diviso: • Prescritto epistolare (2Pt 1,1-2). a) Chiamata alla fedeltà (2Pt 1,3-20). b) Contro i falsi dottori (2Pt 2,1-22). c) Il giorno del Signore (2Pt 3,1-18a). • Dossologia finale (2Pt 3,18b). Chiamata alla fedeltà (2Pt 1,3-20). Dopo il prescritto epistolare (1,1-2), l’autore inizia la sua esposizione mettendo in luce la liberalità divina e il dovere di praticare le virtù cristiane (1,3-11), appellandosi poi alla testimonianza apostolica (1,12-15). A essa egli aggiunge altre due prove: la trasfigurazione di Gesù e la parola profetica.

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2Pietro

209. L’importanza delle Scritture profetiche Identificandosi con Pietro, l’autore si presenta anzitutto come testimone oculare della gloria di Cristo che si è rivelata nel momento della sua trasfigurazione. A questa testimonianza egli aggiunge anche quella della parola profetica.

1,16

I

nfatti, vi abbiamo fatto conoscere la potenza della venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. 17Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: « Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento ». 18Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. 19 E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino. 20Sappiate anzitutto questo: nessuna Scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, 21poiché non da volontà umana è mai venuta una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono alcuni uomini da parte di Dio. Le nuove dottrine sono propagate da uomini che non hanno l’autorevolezza necessaria perché non sono stati, come gli apostoli, testimoni oculari di quanto Gesù ha detto e fatto. Inoltre essi si rifanno, sì, alle Scritture, nelle quali è contenuta la parola dei profeti, ma ne danno una interpretazione arbitraria. Essi infatti le interpretano privatamente, al di fuori del contesto comunitario in cui esse hanno avuto origine, in quanto i loro autori non hanno agito di loro iniziativa, ma sono stati mossi dallo Spirito.

2Pt 1,16-21

Parola profetica L’autore di 2Pietro parla dei profeti come persone ispirate da Dio. Egli però non limita l’intervento dello Spirito alla loro predicazione, ma lo estende ai libri che portano il loro nome. In base alla comune convinzione cristiana, questi libri parlano anticipatamente di Cristo, in quanto hanno posto le premesse del suo insegnamento e delle sue scelte.

Contro i falsi dottori (2Pt 2,1-22). In questa seconda parte l’autore mette in luce anzitutto la perversità dei falsi maestri (2,1-3) e richiama i castighi divini del passato (2,4-10). Infine, denunzia la corruzione dei falsi dottori e preannunzia la loro rovina (2,11-22). Il giorno del Signore (2Pt 3,1-18). In questa parte dello scritto, l’autore si richiama alla testimonianza degli apostoli (3,1-2), rivolgendosi nuovamente contro i falsi dottori che negano il giudizio (3,3-7). Infine, egli prospetta un futuro radioso.

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X. Omelie cristiane in forma epistolare – Ebrei, Giacomo, 1-2Pietro e Giuda

210. Nuovi cieli e una nuova terra L’autore affronta il tema del ritorno del Signore e spiega anzitutto che il suo ritardo è solo apparente ed è motivato dal desiderio di dare tempo a tutti perché si convertano. Egli quindi invita alla ricerca della santità e all’attesa vigilante. Il brano termina con un accenno alle difficoltà che suscita la lettura delle lettere di Paolo.

2Pt 3,8-16

Pazienza di Dio Attributo in forza del quale Dio ritarda la manifestazione della sua ira per permettere a tutti di convertirsi. L’autore spiega con questo attributo il ritardo della parusia e corregge l’idea, sostenuta da Paolo, della sua imminenza. Incidentalmente, fa sapere che al suo tempo esisteva già un « epistolario paolino », anche se non dice quali scritti abbracciasse.

U

3,8

na cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. 9Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. 10Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta. 11 Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, 12mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! 13Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia. 14 Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia. 15La pazienza del Signore nostro consideratela come salvezza: così vi ha scritto anche il nostro carissimo fratello Paolo, secondo la sapienza che gli è stata data, 16come in tutte le lettere, nelle quali egli parla di queste cose. In esse, al pari delle altre Scritture, vi sono alcuni punti difficili da comprendere, che gli ignoranti e gli incerti travisano per loro propria rovina. La prima generazione cristiana, al seguito di Paolo e dei primi predicatori, aveva puntato molto sull’imminente ritorno del Signore. Con il passare degli anni, si è cercato in vari modi di spiegare come mai l’evento escatologico tardava ad attuarsi. Per rassicurare i suoi lettori, l’autore spiega che la loro attesa non sarà delusa e dà indicazioni perché possano trarre profitto dal tempo che è loro concesso. Siccome l’imminenza del ritorno del Signore era attestata nelle lettere di Paolo, l’autore mette in guardia da una interpretazione tendenziosa del suo pensiero. Incidentalmente fa sapere che al suo tempo esisteva già una raccolta di lettere paoline e che esse erano considerate come Scrittura al pari dei libri della Bibbia ebraica.

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Giuda Lo scritto termina con un invito alla vigilanza (2Pt 3,17-18a), a cui fa seguito una dossologia (3,18b). Manca il poscritto epistolare. Lettera di Giuda Lo scritto può essere così diviso: • Prescritto e scopo della lettera (Gd vv. 1-4). a) Contro i falsi dottori (Gd vv. 5-16). b) Direttive ai credenti (Gd vv. 17-23). • Dossologia finale (Gd vv. 24-25). Prescritto e scopo della lettera (Gd vv. 1-4). L’autore, che si presenta come Giuda, fratello di Giacomo, si rivolge ai destinatari, designati come « prediletti », e li mette in guardia nei confronti di uomini empi e dissoluti. Contro i falsi dottori (Gd vv. 5-16). Costoro sono rappresentati alla luce dei protagonisti di eventi leggendari del passato: la generazione dell’esodo, gli angeli ribelli, gli uomini di Sodoma e Gomorra, il diavolo contro cui ha disputato l’arcangelo Michele, Caino, Balaam e Kore, i destinatari delle profezie di Enoc. Direttive ai credenti (Gd vv. 17-23). L’autore rivolge poi ai credenti un’esortazione pressante.

Apocrifi Il breve scritto attribuito a Giuda mette in luce la diffusione alla fine del secolo I d.C. di libri che non sono stati accolti nel canone. Successivamente, il loro ruolo si è affievolito ed essi sono stati messi al bando nella Chiesa, pur continuando a esercitare il loro influsso sulla spiritualità cristiana.

211. Un comportamento in armonia con la fede Questa esortazione ha come tema la necessità di ricordare le predizioni degli apostoli e poi quella di vivere nella fede e nella carità fraterna (Gd vv. 20-23).

C

v. 17

arissimi, ricordatevi delle cose che furono predette dagli apostoli del Signore nostro Gesù Cristo. 18Essi vi dicevano: « Alla fine dei tempi vi saranno impostori, che si comporteranno secondo le loro empie passioni ». 19Tali sono quelli che provocano divisioni, gente che vive di istinti, ma non ha lo Spirito. 20 Voi invece, carissimi, costruite voi stessi sopra la vostra santissima fede, pregate nello Spirito Santo, 21conservatevi nell’amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo per la vita eterna. 22Siate misericordiosi verso quelli che sono indecisi 23e salvateli strappandoli dal fuoco; di altri, infine, abbiate compassione con timore, stando lontani perfino dai vestiti, contaminati dal loro corpo.

Gd vv. 17-23

Il ricordo di quanto hanno previsto gli apostoli deve servire a capire il progetto di Dio che si attua nell’oggi. Soprattutto è necessaria la perseveranza e l’aiuto da prestarsi a coloro che sono indecisi di fronte alle suggestioni di questo mondo, mentre si raccomanda una rottura netta con coloro che hanno già fatto una scelta diversa. Lo scritto termina con una dossologia rivolta a Dio per mezzo di Cristo (Gd vv. 24-25).

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X. Omelie cristiane in forma epistolare – Ebrei, Giacomo, 1-2Pietro e Giuda

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e lettere non paoline dell’epistolario del Nuovo Testamento sono scritti tardivi, per lo più di carattere omiletico, che rispecchiano le preoccupazioni dei cristiani al termine del secolo I d.C. L’autore della Lettera agli Ebrei si ispira al principio secondo cui anche l’esperienza cultuale di Israele giunge a compimento nella persona e nell’opera di Cristo. Perciò egli lo presenta come il vero sommo sacerdote che entra nel santuario celeste, al cospetto di Dio, non con il sangue di animali, ma con il proprio sangue, offrendo se stesso come vittima e compiendo la purificazione dei peccati una volta per tutte. Non si tratta però del sacerdozio aronitico, ma di quello che si ispira a Melchisedek, re e sacerdote, figura del Messia. La Lettera di Giacomo ha invece di mira l’esigenza di una vita moralmente onesta, orientata alla pratica del comandamento fondamentale dell’amore. Egli collega strettamente fede e pratica, ma sottolinea che le opere buone del credente sono rese possibili solo da un dono divino che tocca l’essere umano nel suo intimo. L’autore mette in luce come Dio abbia una preferenza per i poveri e gli umili, mentre resiste ai superbi, ed è sempre pronto a esaudire le preghiere di chi si rivolge a lui. Nella 1Pietro si afferma che i credenti formano in Cristo il tempio vivo di Dio, il popolo sacerdotale e la nazione santa, che offre a Dio sacrifici spirituali a lui graditi e fa conoscere a tutti le sue opere meravigliose. In questo cammino hanno grande importanza le sofferenze, determinate dalle persecuzioni, dalle quali appare che Dio ha già dato inizio al suo giudizio, cominciando proprio con i suoi. Nella 2Pietro, Dio è presentato come il Padre, fonte di ogni bene, che ha rivelato la sua gloria in Cristo, per mezzo del quale i credenti sono chiamati a entrare nel suo regno. Nella lettera di Giuda Dio è il Padre che ha preso l’iniziativa della salvezza, frutto della fede, e un giorno punirà gli empi che si discostano dalla retta via.

Non irritarti a causa dei malvagi Confida nel Signore e fa’ il bene: abiterai la terra e vi pascolerai con sicurezza. 4 Cerca la gioia nel Signore: esaudirà i desideri del tuo cuore. 5 Affida al Signore la tua via, confida in lui ed egli agirà: 6 farà brillare come luce la tua giustizia, il tuo diritto come il mezzogiorno. 7 Sta’ in silenzio davanti al Signore 3

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e spera in lui; non irritarti per chi ha successo, per l’uomo che trama insidie. 8 Desisti dall’ira e deponi lo sdegno, non irritarti: non ne verrebbe che male; 9 perché i malvagi saranno eliminati, ma chi spera nel Signore avrà in eredità la terra. (Salmo 37[36],3-9)

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Ebrei, Giacomo, 1-2Pietro e Giuda



La rilettura in chiave sacerdotale della vicenda di Gesù ha una punta polemica nei confronti del sacerdozio giudaico, che si serviva del culto a Dio per esercitare un potere politico-religioso sulla gente. Il messaggio cristiano proclama la liberazione dalla dipendenza nei confronti di qualsiasi casta sacerdotale che si appropria del rapporto con Dio e, al tempo stesso, mette in primo piano il ruolo sacerdotale di tutta la comunità. Il sacerdozio ministeriale dunque non può esistere se non al servizio di quello dei fedeli.



L’unico sacrificio è stato offerto da Cristo non in un tempio, ma mediante la sua morte accettata coraggiosamente come conseguenza del suo impegno in favore di un mondo nuovo. Perciò, unirsi al sacrificio di Cristo vuol dire impegnarsi con lui perché i valori per i quali ha dato la vita facciano la loro strada nel mondo. Anche la celebrazione dell’eucaristia ha senso se è celebrata non come un semplice rito, ma come un momento di partecipazione comunitaria al suo progetto.



Quando si scatenano le persecuzioni contro i cristiani, si richiede da costoro un sincero esame di coscienza per coglierne le motivazioni e gli scopi. A volte, infatti, esse non avvengono in odio a Cristo e al suo progetto di salvezza, ma come reazione alla ricerca da parte loro di un potere terreno. È giusto quindi protestare contro di esse, ma soprattutto bisogna preoccuparsi quando non avvengono, specialmente in presenza di strutture economiche e politiche ingiuste.



Fin dall’inizio vi sono state nella Chiesa rotture dolorose fra opposte fazioni, ciascuna delle quali, per prevalere sull’altra, l’ha accusata di eresia. Spesso è stata considerata come ortodossa la posizione della fazione vincente. È necessario perciò andare al di là di formulazioni contingenti del messaggio cristiano, per ritrovare il significato che la persona di Gesù assume nell’oggi, all’interno di culture diverse, accettando il fatto che nessuna interpretazione può dirsi unica ed esclusiva.

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XI

Gli interpreti del discepolo prediletto 1-3Giovanni e Apocalisse

A

ccanto al quarto vangelo, il canone cristiano ha conservato altri quattro scritti attribuiti a Giovanni, cioè tre lettere, e un libro apocalittico, chiamato appunto Apocalisse. Le diversità che intercorrono tra questi scritti e il vangelo impediscono di pensare che siano stati composti da uno stesso autore. Ma esistono anche notevoli somiglianze, dalle quali è possibile dedurre che derivino da un ambiente religioso e culturale comune, chiamato « scuola giovannea ». Con questa espressione si designa una comunità cristiana, composta forse da giudei e samaritani, alcuni dei quali precedentemente erano stati discepoli di Giovanni il Battista. Essa si sarebbe formata in Palestina, o in una regione limitrofa (Siria), attorno a un discepolo che aveva conosciuto Gesù (il « discepolo che Gesù amava »: cfr. Gv 13,23-25; 19,26; 20,2; 21,7.20). Dopo la caduta di Gerusalemme nel 70 d.C. e la dispersione delle comunità ebraiche e cristiane, questa comunità avrebbe lasciato la Palestina e si sarebbe ritrovata in un ambiente non giudaico, probabilmente a Efeso, in Asia Minore. Lì avrebbe subìto l’espulsione dalle sinagoghe (cfr. Gv 9,22; 12,42; 16,2), diventando così più reattiva verso coloro dai quali si sarebbe aspettata un aiuto. Il quarto vangelo sarebbe stato redatto in quella situazione, verso la fine del secolo I d.C., a partire da tradizioni anteriori orali e scritte basate sull’interpretazione della fede cristiana abbozzata dal « discepolo che Gesù amava ». Si capiscono perciò le posizioni molto critiche di questo vangelo nei confronti dei « giudei ». Le comunità giovannee si sarebbero allora rivolte al mondo gentile, con il quale speravano di intrattenere un dialogo fecondo (cfr. Gv 12,20-21), ma avrebbero avuto un’altra cocente delusione. A ciò si sarebbero aggiunte tensioni con i discepoli di Giovanni il Battista e anche una dolorosa scissione in seno alle comunità, soprattutto a partire da divergenti interpretazioni del vangelo appena redatto. In questo contesto, mentre un ultimo redattore aggiungeva al vangelo giovanneo il cap. 21, altri membri della comunità componevano le lettere giovannee e l’Apocalisse. È possibile che le difficoltà incontrate abbiano indotto le comunità giovannee ad accettare un’autorità ecclesiale esterna alla sua tradizione e a entrare nella « grande Chiesa ». Coloro che erano usciti dalla comunità, invece, avrebbero continuato per la loro strada, confluendo nei movimenti gnostici emergenti a partire dalla seconda metà del secolo II d.C. Questo capitolo si divide in due parti: A. Una comunità fondata sull’amore (1Gv 1-5; 2Gv vv. 1-13; 3Gv vv. 1-15). B. I regno di Dio tra presente e futuro (Ap 1-21).

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XI. Gli interpreti del discepolo prediletto – 1-3Giovanni e Apocalisse

A. Una comunità fondata sull’amore (1Gv 1-5; 2Gv vv. 1-13; 3Gv vv. 1-15)

L

a 1Giovanni si presenta come un’opera originale a carattere dottrinale e apologetico. Pur essendo stata considerata dalla tradizione come una lettera, essa non ha nulla a che vedere con il genere epistolare, anche se si può supporre che sia stata inviata a una o più comunità giovannee perché servisse come punto di riferimento nel loro cammino di fede. Lo scritto è molto vicino al quarto vangelo, con il quale ha in comune non solo il vocabolario e lo stile, ma anche le idee più importanti. Non mancano però le diversità, dalle quali si deduce che l’autore, pur appartenendo alla « scuola giovannea », è diverso da quello del vangelo. Mentre nel vangelo Gesù si oppone ai giudei increduli, nella lettera le critiche dell’autore sono rivolte a cristiani che si fanno paladini di idee teologiche e pratiche diverse dalle sue. Dagli accenni contenuti nella lettera, appare che questi avversari una volta appartenevano alla comunità dell’autore, ma poi l’hanno abbandonata perché, portando alle estreme conseguenze le idee del quarto vangelo, « negano la venuta di Gesù nella carne » (1Gv 4,2-3), cioè mettono in questione il valore salvifico della sua esperienza umana e della sua morte in croce, sottovalutando quindi la necessità di una lotta costante contro il peccato. Allo scopo di confutare i suoi avversari e di impedire che altri li seguissero nell’errore, l’autore ha voluto fare una specie di commento del quarto vangelo, precisando proprio quelle idee che essi avevano frainteso. Da questi rilievi si può dedurre che questo scritto è stato composto all’inizio del secolo II d.C. da un ignoto autore della « scuola giovannea ». Il luogo potrebbe essere Alessandria d’Egitto o, meglio, ancora Efeso. Questo scritto manca di quelli che sono i caratteri essenziali di una lettera, cioè il prescritto e il poscritto. Il suo contenuto può essere così delineato: • Prologo (1Gv 1,1-4). a) La rivelazione della luce divina (1Gv 1,5 - 3,10). b) Le esigenze dell’amore fraterno (1Gv 3,11 - 5,12). • Epilogo (1Gv 5,13-21). I due brevi scritti denominati 2-3Giovanni sono invece vere lettere, scritte con ogni probabilità dallo stesso autore, il quale se ne è servito per favorire la diffusione delle sue idee in altre comunità. Esse condividono con la 1Giovanni anche il tempo e il luogo di composizione.

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212. La comunione con Cristo Lo scritto inizia con un prologo che è molto vicino, come stile e come idee, a quello del quarto vangelo. Esso consiste in un lungo periodo interrotto da un inciso.

Q

1,1

uello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – 2la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, 3quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. 4Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena. L’autore si presenta come testimone diretto dell’esistenza terrena di Gesù, ma in realtà è il portavoce di quella « scuola giovannea » nella quale sono stati trasmessi i ricordi di Gesù. In polemica con i secessionisti, i quali si rifacevano al quarto vangelo per sostenere che il Figlio di Dio avrebbe attuato la salvezza semplicemente in forza della sua venuta e della sua manifestazione gloriosa, l’autore si rifà all’esperienza di un gruppo di persone che hanno incontrato storicamente Gesù, ascoltandone il messaggio fin dall’inizio della sua predicazione. Presentan-

1Gv 1,1-4

Comunione Le comunità giovannee mettono al centro del cristianesimo un rapporto esperienziale con Cristo e, per mezzo suo, con Dio. Questa dimensione è una prerogativa dei primi testimoni, ma tramite loro si estende anche alle successive generazioni cristiane.

« Questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede » (1Gv 5,4b).

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Secessione Per l’autore di 1Giovanni il vero peccato, che precipita i responsabili nelle tenebre, consiste nel rompere l’unità della comunità. Purtroppo le responsabilità delle divisioni non sono sempre da attribuirsi a una parte soltanto, ma devono essere equamente distribuite fra tutti coloro che ne sono coinvolti.

dosi come loro portavoce, egli sottolinea il ruolo salvifico non solo dell’incarnazione del Verbo, ma anche di tutto ciò che egli con le parole e con i gesti ha rivelato ai suoi discepoli. Dopo il prologo, l’autore inizia la trattazione del primo tema che gli sta a cuore. La rivelazione della luce divina (1Gv 1,5 - 3,10). In questa prima parte dello scritto si pone l’accento sulla luce che viene da Dio ed è fonte di comunione (1,5-7). Ciò si attua però a condizione che si elimini il peccato mediante il sacrificio di Cristo (1,8 - 2,2) e che si osservino i comandamenti di Dio.

213. Il comandamento nuovo La fede nel Dio che è luce comporta per i cristiani il compimento della sua volontà che è poi identificata con il comandamento dell’amore.

1Gv 2,3-11

Amore di Dio Equivalente di verità. Indica non l’amore del cristiano per Dio, ma l’amore che Dio ha per noi, dal quale deriva la nostra capacità di amare lui e il prossimo. La sua perfezione non dipende dagli sforzi umani, ma da Dio stesso e dalla fede di chi aderisce a lui.

2,3

D

a questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. 4Chi dice: « Lo conosco », e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. 5Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. 6Chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato. 7 Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto da principio. Il comandamento antico è la Parola che avete udito. 8Eppure vi scrivo un comandamento nuovo, e ciò è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera. 9Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. 10Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo. 11Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi. Il passaggio dai « comandamenti » al « comandamento », tipico della teologia giovannea, potrebbe far pensare che le due espressioni siano equivalenti, ma è probabile che l’autore abbia in mente proprio i comandamenti del decalogo, nella cui osservanza egli vede il test più significativo dell’amore fraterno. È questo il vero comandamento che scaturisce dal comportamento stesso di Cristo: esso è vecchio, perché i membri della comunità l’hanno ricevuto fin dall’inizio della loro vita cristiana (conversione e battesimo); al tempo stesso però è nuovo, perché tipico della nuova alleanza, che si sta attuando proprio ora con l’apparire della lu-

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A. Una comunità fondata sull’amore (1Gv 1-5; 2Gv vv. 1-13; 3Gv vv. 1-15) ce divina. Esso riguarda l’amore del fratello: chi non lo osserva resta nelle tenebre, mentre la sua osservanza immerge nella luce. Ancora una volta sono messi sotto accusa i secessionisti, i quali, partendo da un’errata interpretazione del prologo del quarto vangelo (Gv 1,10-11), ritengono che la « conoscenza di Dio » consista in un’adesione intellettuale a Cristo, senza un coinvolgimento personale in tutti gli aspetti della sua vita. La terza e la quarta condizione per ottenere la luce di Dio consistono rispettivamente nel guardarsi dal mondo (1Gv 2,12-17) e dagli anticristi, il cui errore deriva dal fatto che negano il Padre e il Figlio (1Gv 2,18-27). L’autore passa poi a indicare quali sono i veri figli di Dio (2,28 - 3,10).

Vittoria sul mondo Il mondo designa l’insieme di ciò che è ostile a Dio. Per colui che crede la vittoria è un dato acquisito, perché si basa non sulle proprie forze ma sulla potenza di Dio.

Le esigenze dell’amore fraterno (1Gv 3,11 - 5,12). In questa seconda parte si mettono anzitutto in luce le esigenze dell’amore (3,12-24). Si passa poi a parlare del discernimento degli spiriti (4,1-6) e si sottolinea la necessità di amare Dio nei propri fratelli (4,7-21). Infine, l’autore illustra il significato profondo della fede.

214. La fede che vince il mondo In questo brano l’autore collega anzitutto strettamente l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Egli prosegue poi mettendo in luce la testimonianza data a Cristo dal Padre.

C

5,1

hiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. 2In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. 3In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. 4Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. 5 E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? 6Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità. 7Poiché tre sono quelli che danno testimonianza: 8lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi. 9Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è superiore: e questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio. 10Chi crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé. Chi non cre-

1Gv 5,1-12

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de a Dio, fa di lui un bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha dato riguardo al proprio Figlio. 11 E la testimonianza è questa: Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. 12Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita. L’autore sottolinea anzitutto che solo un amore più grande, quello cioè che Dio ha manifestato mediante la morte di Cristo in croce, è capace di rigenerare l’uomo, ispirandogli un amore che abbraccia al tempo stesso sia Dio che gli altri credenti. Successivamente polemizza con i secessionisti, secondo i quali la rivelazione di Dio in Cristo aveva raggiunto il suo punto culminante nel battesimo (acqua), e afferma che è proprio sulla croce (acqua e sangue) che egli ha rivelato pienamente Dio, manifestando se stesso come suo Figlio. Siccome il sangue e l’acqua simboleggiano nel vangelo il dono dello Spirito, egli vede, dietro di essi, l’opera dello Spirito che nel vangelo è designato come lo « Spirito di verità » che deve condurre i discepoli alla « verità tutta intera » (cfr. Gv 16,13).

« Io, il presbitero, alla Signora eletta da Dio e ai suoi figli, che amo nella verità » (2Gv v. 1).

Lo scritto termina con un epilogo in cui si raccomanda la preghiera per i peccatori (1Gv 5,13-17) e si dà un’ultima sintesi del messaggio contenuto nella lettera (5,18-20). Al posto del saluto finale si trova l’esortazione a guardarsi dai falsi dèi (5,21). Seconda Lettera di Giovanni In questa lettera l’autore della 1Giovanni si presenta come il presbitero e interviene personalmente nelle vicende delle comunità per mantenerne l’unità e l’ortodossia.

215. La verità si manifesta nell’amore L’autore appare come un autorevole rappresentante della scuola giovannea, il quale si rivolge con l’appellativo di « Signora » a una comunità giovannea della zona che ha rapporti di comunione con la sede centrale, in cui egli opera.

2Gv vv. 1-6

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I

1

o, il Presbitero, alla Signora eletta da Dio e ai suoi figli, che amo nella verità, e non io soltanto, ma tutti quelli che hanno conosciuto la verità 2che rimane in noi e sarà con noi in eterno: 3grazia, misericordia e pace saranno con noi da parte di Dio Padre e da parte di Gesù Cristo, Figlio del Padre, nella verità e nell’amore. 4 Mi sono molto rallegrato di aver trovato alcuni tuoi figli che camminano nella verità, secondo il comandamento che abbiamo ri-

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cevuto dal Padre. 5E ora prego te, o Signora, per darti non un comandamento nuovo, ma quello che abbiamo avuto da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. 6Questo è l’amore: camminare secondo i suoi comandamenti. Il comandamento che avete appreso da principio è questo: camminate nell’amore. In questo testo, la Chiesa è presentata alla luce del simbolismo biblico della madre e dei figli. Il presbitero si rallegra perché alcuni membri della comunità, in modo speciale, camminano nella verità, raccomandando a tutti di progredire nella fedeltà al comandamento dell’amore vicendevole, che essi hanno udito fin dal momento della loro conversione e del loro battesimo: la retta comprensione della persona di Cristo e una prassi ispirata all’amore sono i due pilastri della vita cristiana. L’autore li ricorda non tanto perché la comunità rischi di dimenticarli, ma affinché essa si disponga a respingere le idee dei secessionisti.

Camminare nella verità Questa espressione è l’equivalente di camminare « nell’amore » oppure « secondo i suoi comandamenti ». Anche qui la verità assume una valenza pratica, in quanto risiede nei rapporti interpersonali ispirati all’amore, che a loro volta implicano l’osservanza di tutti i comandamenti.

L’autore prosegue mettendo in guardia i destinatari nei confronti dei seduttori, i quali « non riconoscono Gesù venuto nella carne » (2Gv vv. 7-11). La lettera termina con un breve epilogo e i saluti (2Gv vv. 12-13). Terza Lettera di Giovanni La lettera inizia con il prescritto, in cui il presbitero si rivolge a un certo Gaio del quale fa un ampio elogio soprattutto perché accoglie i suoi inviati (3Gv vv. 1-12). Essa continua con una critica nei confronti di Diotrefe, il quale invece non li accoglie, e con una lode nei confronti di Demetrio. Essa termina con il poscritto (3Gv vv. 13-15).

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L

a 1Giovanni apre il sipario, anche se in modo parziale e allusivo, su un dissidio che ha spaccato la comunità del discepolo prediletto di Gesù, ancora più doloroso in quanto questi metteva l’amore vicendevole al centro del suo insegnamento. Il dissidio, come avviene di solito in questi casi, si era evidenziato anzitutto in campo dottrinale. Spingendo fino alle estreme conseguenze l’intuizione giovannea, in base alla quale Gesù è l’incarnazione del Verbo preesistente alla creazione, una parte della comunità aveva cominciato a mettere in secondo piano il suo messaggio e le sue opere, non esclusa la sua morte in croce. Il vero evento salvifico diventava così per loro l’apparizione in terra del Figlio di Dio, mentre di riflesso la salvezza veniva a essere concepita come la conseguenza di una scelta puramente intellettuale (la « conoscenza » in senso greco). Questa posizione dottrinale aveva anche un forte influsso nei rapporti fra i membri della comunità, in quanto provocava fra di loro una dolorosa spaccatura. In modo particolare, sembra che gli scissionisti appartenessero alla parte più facoltosa della comunità: se così fosse, il loro atteggiamento separatista avrebbe procurato un danno anche economico a coloro che seguivano l’autore della lettera, commettendo un palese tradimento del comandamento dell’amore. Sullo sfondo di questa situazione, l’autore della lettera sviluppa da un lato il concetto di una luce divina che si è rivelata in Cristo, ma dall’altra sottolinea che questi ha attuato la salvezza non semplicemente comunicando astratte dottrine di carattere religioso, ma dando se stesso sulla croce per lottare efficacemente contro il peccato. Questo, poi, può essere vinto solo mettendo al centro della propria vita il comandamento dell’amore che egli ha insegnato. Con queste precisazioni, egli apriva la via all’ingresso del quarto vangelo nel canone delle Scritture, superando le diffidenze suscitate dalla sua cristologia, ritenuta dalle altre comunità come eccessivamente « alta ». Sulla stessa linea, nella 2Giovanni l’autore condanna come « anticristi » quelli che « vanno oltre » nella loro esaltazione di Cristo, mentre nella 3Giovanni biasima il comportamento discriminatorio verso i suoi inviati.

Ecco, com’è bello e com’è dolce Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme! 2 È come olio prezioso versato sul capo, che scende sulla barba, la barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste.

133,1

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3

È come la rugiada dell’Ermon, che scende sui monti di Sion. Perché là il Signore manda la benedizione, la vita per sempre. (Salmo 133[132],1-3)

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Lo spostamento dell’attenzione dalla sequela di Cristo all’esaltazione della sua persona è stato la causa di molte divisioni che si sono verificate nella storia della Chiesa. Oggi, l’unità delle Chiese non deve ricercarsi sul piano delle formule cristologiche, ma su quello ben più impegnativo della ricerca della giustizia, dei diritti di tutti e della pace. Per raggiungere questi scopi, i cristiani devono mettere al primo posto l’amore dei fratelli, nei quali è presente Cristo.



Il vero peccato per i credenti si annida nella mancanza di amore verso i propri fratelli. Questo peccato assume forme drammatiche quando si subordina l’amore all’accettazione di formule religiose contingenti. Il tradimento dell’amore, in qualunque modo si manifesti, è anche un tradimento dell’amore di Dio, la cui paternità si riconosce soltanto accettando come fratelli tutti i suoi figli. L’amore di Dio e l’amore del prossimo non possono mai essere dissociati.



Una comunità si divide molto più facilmente quando si ritiene depositaria di tutta la verità, in antitesi con « quelli di fuori », considerati come peccatori da convertire. L’unità viene più facilmente preservata quando i membri della comunità giocano la loro credibilità al servizio del mondo circostante, assumendone su di sé le contraddizioni e le sofferenze. Una visione « confessionale » del cristianesimo è in contraddizione con le intenzioni del suo fondatore.



La lotta contro lo spirito di questo mondo deve avvenire anzitutto all’interno della comunità e di ciascuno dei suoi membri. Ciò che conta maggiormente nei rapporti con il mondo è la coerenza con le proprie scelte. Nei confronti degli altri bisogna saper sempre distinguere il peccato dal peccatore, verso il quale è necessario rispetto e comprensione. La lotta nei confronti di strutture ingiuste avviene prima di tutto mediante il rifiuto di collaborare con esse.

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B. Il regno di Dio tra presente e futuro (Ap 1-21)

L’

Apocalisse si presenta come la « rivelazione (apocalypsis) di Gesù Cristo (...) fatta al suo servo Giovanni » (Ap 1,1). Da qui è derivato il termine apocalisse con il quale è stato designato non solo il libro, ma anche il genere letterario da esso adottato. Questo genere era molto diffuso nel mondo giudaico ai tempi di Gesù e della Chiesa primitiva. L’autore dell’Apocalisse giovannea lo adotta per comunicare un messaggio di speranza in un tempo di crisi e di sofferenza, annunziando la prossima sconfitta delle potenze nemiche di Dio e l’instaurazione del suo regno in questo mondo. L’uso di simboli sofisticati è un altro elemento che accomuna l’Apocalisse alle analoghe opere giudaiche. In base alle caratteristiche proprie del genere apocalittico, l’autore intende incoraggiare e fortificare i suoi lettori provati dalla persecuzione e da altre tribolazioni. Egli perciò allude, anche se in modo velato, agli eventi del suo tempo, dandone una interpretazione ricavata dalla fede nel Dio che opera nella storia umana. Al tempo stesso, però, annunzia il compimento finale del piano di Dio, mettendo i credenti al corrente delle sofferenze che ancora li aspettano. L’Apocalisse si presenta a più riprese come opera di Giovanni. Perciò, nonostante alcuni dubbi iniziali, la tradizione ecclesiale l’ha ritenuta come opera dell’apostolo che portava questo nome. Nei tempi moderni, si è pensato che essa faccia parte, assieme al vangelo e alle lettere giovannee, di quel movimento religioso cristiano chiamato « scuola giovannea ». L’epoca e l’ambiente di composizione dell’opera non sono noti ma, a motivo del clima religioso e delle allusioni in essa contenute, si pensa che sia stata scritta a Efeso verso la fine del secolo I d.C. Allora, la rottura tra cristianesimo e impero romano era diventata aperta e irreversibile e la Chiesa, già indebolita dalle prime eresie e dalla delusione provocata dal ritardo della seconda venuta del Signore, si trovava ad affrontare la difficile prova della persecuzione. Il contenuto dell’Apocalisse può essere così delineato: • Prologo (Ap 1,1-3). a) Lettere alle Chiese dell’Asia (Ap 1,4 - 3,22). b) La Chiesa di fronte a Israele (Ap 4-11). c) La Chiesa di fronte alle potenze totalitarie (Ap 12-20). d) Il popolo di Dio degli ultimi tempi (Ap 21,1 - 22,15). • Epilogo (Ap 22,16-21).

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B. Il regno di Dio tra presente e futuro (Ap 1-21)

216. Il Figlio dell’uomo scrive alle Chiese Il prologo del libro (Ap 1,1-3) contiene indicazioni circa il titolo e l’autore, il quale attesta che le cose in esso contenute sono autentiche e dichiara beato chi le legge e le pratica. Lettere alle Chiese dell’Asia (Ap 1,4 - 3,22). Questa sezione si apre con un brano che funge da prescritto epistolare delle lettere che saranno poi riportate: in esso l’autore si rivolge in modo complessivo alle sette Chiese a cui sono indirizzate le lettere, presenta i suoi saluti e quelli dei sette spiriti e di Gesù Cristo e pronunzia una dossologia rivolta anzitutto a Cristo, presentato subito dopo con caratteri che ricordano il « Figlio dell’uomo », e poi a Dio, definito come « Alfa e Omega, Colui che è, che era e che viene » (Ap 1,4-8). Dopo questo prescritto, l’autore riferisce anzitutto la visione nel corso della quale gli è stato conferito l’ordine di scrivere alle sette Chiese, poi descrive colui che gli è apparso e, infine, ripropone il mandato che gli è stato affidato.

1,9

I

o, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù. 10Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: 11« Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smir ne, a Pergamo, a Tiatira, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea ». 12 Mi voltai per vedere la voce che mi parlava, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro 13e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. 14I capelli del suo capo erano simili a lana candida come neve. I suoi occhi erano come fiamma di fuoco. 15I piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente, purificato nel crogiuolo. La sua voce era simile al fragore di grandi acque. 16Teneva nella sua destra sette stelle e dalla bocca usciva una spada affilata, a doppio taglio, e il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza. 17 Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su

Spada a due tagli Immagine suggerita da Is 11,4 (« verga della sua bocca »). In Eb 4,12 indica la parola di Dio. Qui invece si riferisce probabilmente al potere giudiziale di Cristo.

Ap 1,9-20

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Stelle e candelabri Le stelle indicano gli angeli protettori delle Chiese o, più semplicemente, i loro responsabili. I candelabri simboleggiano invece le Chiese stesse. Il Figlio dell’uomo appare fra i candelabri e tiene nella mano destra le stelle, in quanto sia gli uni che le altre gli appartengono.

di me la sua destra, disse: « Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, 18 e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi. 19Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito. 20Il senso nascosto delle sette stelle, che hai visto nella mia destra, e dei sette candelabri d’oro è questo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese, e i sette candelabri sono le sette Chiese ». In questo brano, l’autore vuole dare il massimo rilievo a quello che sta per scrivere ponendolo sotto l’autorità dell’apostolo Giovanni, iniziatore di quella « scuola » a cui egli appartiene, il quale sarebbe stato istruito da una visione. Le sette Chiese a cui sono indirizzate le lettere sono situate nella provincia romana dell’Asia: il loro numero significa che il messaggio in esse contenuto è rivolto a tutte le Chiese (giovannee) diffuse in quell’area geografica. Colui che consegna il messaggio è Gesù Cristo, descritto come un « Figlio dell’uomo », cioè come il giudice escatologico, rivestito di caratteri tipicamente divini (cfr. Dn 7,13). La sua veste indica la sua dignità sacerdotale. La sua autorità è simboleggiata nella spada a due tagli che esce dalla sua bocca (cfr. Is 49,2; Eb 4,12). In forza della sua risurrezione egli è pienamente associato a Dio.

Lettere alle Chiese Sono formulate in base a situazioni tipo in cui ogni comunità può specchiarsi. I lettori potranno cogliere nell’una o nell’altra quegli aspetti che più si confanno alla loro situazione specifica.

Dopo questa introduzione è riportato il testo delle sette lettere nelle quali l’autore fa lodi e rimproveri alle singole Chiese e dà loro direttive pratiche. Le Chiese destinatarie sono rispettivamente quelle di Efeso (Ap 2,1-7), Smirne (2,8-11), Pergamo (2,12-17), Tiatira (2,18-29), Sardi (3,1-6), Filadelfia (3,7-13) e da ultima la Chiesa di Laodicea.

217. Il rischio della tiepidezza Il Cristo risorto si rivolge all’angelo della Chiesa, che è il capo (vescovo) e rappresentante della Chiesa stessa. Anzitutto gli muove dei rimproveri, ai quali fa seguire dei consigli e, infine, dice una parola di incoraggiamento.

Ap 3,14-22

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A

3,14

ll’angelo della Chiesa che è a Laodicea scrivi: « Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della creazione di Dio. 15Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! 16Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. 17Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo.

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B. Il regno di Dio tra presente e futuro (Ap 1-21) 18

Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, e abiti bianchi per vestirti e perché non appaia la tua vergognosa nudità, e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. 19Tutti quelli che amo, io li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convertiti. 20 Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. 21Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono, come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono. 22Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese ». I rimproveri, che l’autore attribuisce a Cristo, mostrano che la Chiesa cui si rivolge, come d’altronde anche le altre alle quali è inviata una lettera, sta passando attraverso la crisi determinata dal « ritardo della parusia » e ha perso il primitivo fervore. A essa consiglia di ritornare a Cristo, il quale è disposto a darle doni preziosi (oro, vesti bianche, collirio) che simboleggiano una ripresa dello zelo originario. L’incoraggiamento viene dal fatto che il Cristo è sempre presente e disponibile, e garantisce ai suoi la gloria futura. In questa, come nelle precedenti lettere, si coglie un forte richiamo a una maggiore autenticità cristiana.

Tiepidezza Le Chiese a cui sono rivolte le lettere non mancano di impegno, ma questo si esercita soprattutto nel campo rituale e organizzativo. Perciò esse sono esortate a riscoprire la loro ispirazione iniziale, dedicandosi con più fervore alla pratica dell’insegnamento genuino di Cristo.

La Chiesa di fronte a Israele (Ap 4-11). In questa sezione si affronta il tema dei rapporti tra Chiesa e Israele. La Chiesa non si sostituisce al popolo dell’alleanza, ma rappresenta il « resto di Israele » fedele al suo Dio, che si apre ai gentili, estendendo a essi le promesse divine. Questa parte inizia con una descrizione della liturgia intorno al trono divino, nella quale Dio appare, seduto sul trono e circondato da ventiquattro vegliardi e quattro esseri viventi che lo esaltano come il Creatore e il Signore della storia (Ap 4,1-11). A questa segue una seconda a visione.

« Poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca » (Ap 3,16).

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218. La Scrittura interpretata da Cristo In questa visione appare anzitutto Dio che tiene in mano un libro legato con sette sigilli. Subito dopo si presenta Cristo, raffigurato come un agnello immolato a cui è conferito il compito di aprire il libro.

Ap 5,1-10

Interpretazione Le Scritture non possono essere interpretate solo con strumenti storico-critici. Esse sono proiettate verso il futuro, quindi possono essere interpretate correttamente solo a partire dal loro compimento. Perciò i cristiani ritengono che l’interpretazione delle Scritture appartenga solo a Cristo.

Popolo sacerdotale Il sacerdozio è prerogativa di tutto il popolo di Dio (cfr. Es 19,6; Is 61,6). Per i cristiani, esso appartiene anzitutto a Cristo (cfr. Eb 5,1-10) e alla Chiesa (cfr. 1Pt 2,5.9). Il sacerdozio ministeriale non è ancora attestato nel Nuovo Testamento.

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E

5,1

vidi, nella mano destra di Colui che sedeva sul trono, un libro scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette 2 sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: « Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli? ». 3Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra, era in grado di aprire il libro e di guardarlo. 4Io piangevo molto, perché non era stato trovato nessuno degno di aprire il libro e di guardarlo. 5Uno degli anziani mi disse: « Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli ». 6 Poi vidi, in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un Agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. 7Giunse e prese il libro dalla destra di Colui che sedeva sul trono. 8E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, 9e cantavano un canto nuovo: « Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue, uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, 10 e hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la terra ». Il libro rappresenta le Scritture del Primo Testamento. I sigilli che impediscono di aprirlo significano che il suo vero contenuto non è stato ancora rivelato. Il compito di interpretare le Scritture è conferito a Cristo, il quale è immaginato come un agnello immolato che siede sul trono di Dio ed è associato alla sua gloria. Questo compito gli spetta perché, in forza della sua morte e risurrezione, ha riscattato un popolo che proviene da tutte le parti del mondo, nel quale trova pieno compimento la funzione regale e sacerdotale che era stata attribuita a Israele (cfr. Es 19,6). Le Scritture diventano dunque comprensibili solo in funzione di Cristo e della Chiesa.

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B. Il regno di Dio tra presente e futuro (Ap 1-21) Tutte le creature del cielo e della terra danno gloria all’agnello immolato (Ap 5,11-14). Segue poi l’apertura dei sette sigilli. Dopo quella di ciascuno dei primi quattro, appare un cavaliere pronto a distruggere (6,1-8). Dopo lo scioglimento del quinto sigillo (6,9-11) appaiono le anime dei giusti immolati prima della venuta di Cristo. Allo scioglimento del sesto sigillo fa seguito lo scatenarsi di terribili segni cosmici (6,1217). È imminente una grande sciagura, dalla quale però sono preservati gli eletti.

219. L’Israele degli ultimi tempi Il veggente descrive una moltitudine proveniente da Israele e poi un’altra formata da gentili. Successivamente, uno degli anziani spiega chi sono tutti costoro. Infine, si descrive la felicità del popolo di Dio degli ultimi tempi.

D

7,1

opo questo vidi quattro angeli, che stavano ai quattro angoli della terra e trattenevano i quattro venti, perché non soffiasse vento sulla terra, né sul mare, né su alcuna pianta. 2E vidi salire dall’Oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: 3« Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio ». 4E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele: 5 dalla tribù di Giuda, dodicimila segnati con il sigillo; dalla tribù di Ruben, dodicimila; dalla tribù di Gad, dodicimila; 6 dalla tribù di Aser, dodicimila; dalla tribù di Nèftali, dodicimila; dalla tribù di Manasse, dodicimila; 7 dalla tribù di Simeone, dodicimila; dalla tribù di Levi, dodicimila; dalla tribù di Ìssacar, dodicimila; 8 dalla tribù di Zàbulon, dodicimila; dalla tribù di Giuseppe, dodicimila; dalla tribù di Beniamino, dodicimila segnati con il sigillo. 9 Dopo queste cose vidi una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti

Israele e la Chiesa Secondo l’Apocalisse, non c’è contraddizione tra Israele e la Chiesa. Questa, infatti, non è altro che l’Israele escatologico, il quale ha accettato Gesù come il suo Messia. A essa, proprio in quanto rappresenta la pienezza di Israele, si sono ormai aggregati i gentili.

Ap 7,1-17

Grande tribolazione Con questa espressione si indica la crisi degli ultimi tempi, che apre la porta alla nuova creazione (cfr. Dn 12,1). Per l’autore dell’Apocalisse si tratta della persecuzione romana.

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candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. 10E gridavano a gran voce: « La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello ». 11E tutti gli angeli, che stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: 12« Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen ». 13 Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: « Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono? ». 14Gli risposi: « Signore mio, tu lo sai ». E lui: « Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. 15Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. 16 Non avranno più fame né sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, 17 perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi ». I centoquarantaquattromila rappresentano il resto di Israele, cioè i giudei che si sono convertiti a Cristo e hanno formato la prima cellula della Chiesa. Gli altri sono i gentili, che erano esclusi dal popolo eletto ma sono stati ammessi a farne parte in forza della loro adesione a Cristo, rappresentata nelle vesti purificate dal suo sangue. La Chiesa, in quanto nuovo popolo di Dio, è ora composta di giudei e gentili che a pari diritto entrano a far parte dell’Israele degli ultimi tempi.

« Vidi una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua » (Ap 7,9).

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B. Il regno di Dio tra presente e futuro (Ap 1-21) Quando, infine, è aperto il settimo sigillo, si fa un silenzio di mezz’ora che rappresenta le preghiere dei santi. Poi ai sette angeli che stavano davanti a Dio vengono date sette trombe. Un angelo con un incensiere porta in cielo le preghiere dei santi (Ap 8,1-5). Sono poi suonate le sette trombe. Dopo il suono di ciascuna delle prime due accadono sconvolgimenti terrestri (8,6-9), dopo quello delle altre due si verificano sconvolgimenti celesti (8,10-12). Il suono della quinta e della sesta tromba scatenano rispettivamente due « Guai! », che consistono, il primo, in un’invasione di cavallette (9,1-12) e, il secondo, nello sterminio di un terzo dell’umanità (9,13-21). Appare poi un angelo che porta un piccolo libro aperto (il vangelo) e lo fa divorare a Giovanni perché deve profetizzare su molti popoli, nazioni e re: prima della rovina di Gerusalemme, il vangelo è annunziato ai gentili (10,111). È poi predetta la distruzione del tempio e l’esperienza dei due testimoni che sono uccisi e poi risorgono (11,1-13). Si preannunzia allora il terzo « Guai! »: suona la settima tromba e appaiono i ventiquattro vegliardi che adorano Dio. Dopo di ciò, si apre il santuario e tra folgori e tuoni l’arca dell’alleanza diventa visibile a tutti: è questo il segno della distruzione del tempio che rappresenta la fine dell’antica alleanza (11,14-19).

Trombe Facevano parte della liturgia del tempio. Simbolicamente, esse servivano per annunziare un evento escatologico (cfr. Gl 2,1; Mt 24,31; 1Ts 4,16). Qui si tratta dei flagelli che preparano la distruzione di questo mondo e l’avvento del regno di Dio.

La Chiesa di fronte al potere romano (Ap 12-20). In questa terza parte, la Chiesa si confronta con il potere totalitario per eccellenza, detenuto da Roma, che si arroga l’autorità stessa di Dio. Questa contrapposizione è descritta simbolicamente in una grande visione.

220. La minaccia di un regime totalitario Una donna sta per partorire, ma davanti a lei si erge un drago pronto a divorare il bambino che sta per nascere. Ma questo è rapito in cielo verso Dio, mentre la donna fugge nel deserto.

U

12,1

n segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. 2Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. 3Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; 4la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. 5Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. 6La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.

Ap 12,1-6

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XI. Gli interpreti del discepolo prediletto – 1-3Giovanni e Apocalisse In questa visione, la donna simboleggia anzitutto il resto di Israele, il popolo fedele che genera il Messia e al tempo stesso la Chiesa, il nuovo Israele, che continua a generarlo; indirettamente rappresenta anche Maria, la madre di Gesù. Il drago simboleggia satana, cioè il potere politico che fa di tutto per eliminare Cristo, il quale però gli sfugge ed è glorificato in cielo, dove partecipa al potere stesso di Dio. La donna allora fugge nel deserto che rappresenta il luogo del pellegrinaggio terreno della Chiesa, la quale gode della protezione di Dio.

« È stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte » (Ap 12,10b).

Segue il grande conflitto tra Dio e satana, che si apre con la descrizione delle forze in campo. Lo schieramento delle due opposte potenze avviene anzitutto in cielo.

221. Sconfitta del potere nemico di Dio Le forze che si confrontano in cielo sono, da una parte, l’arcangelo Michele con i suoi angeli e, dall’altra, il drago, identificato con satana, anch’esso circondato dai suoi angeli. La sconfitta di quest’ultimo è poi celebrata con un cantico.

Ap 12,7-12

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12,7

S

coppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva assieme ai suoi angeli, 8ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. 9E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e satana e seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli. 10 Allora udii una voce potente nel cielo che diceva: « Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, perché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. 11 Ma essi lo hanno vinto grazie al sangue dell’Agnello e alla parola della loro testimonianza, e hanno amato la loro vita fino a morire. 12 Esultate, dunque, o cieli

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B. Il regno di Dio tra presente e futuro (Ap 1-21)

e voi che abitate in essi. Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è disceso sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo ». Il drago viene sconfitto ed è precipitato sulla terra. Nel cantico si dice che la vittoria è dovuta al sangue dell’Agnello e alla testimonianza di coloro che hanno creduto in lui. Tutta la storia è nelle mani di Dio, il quale assicura ai suoi eletti la vittoria sulle potenze del male che ancora dominano, anche se per breve tempo, in questo mondo.

Babilonia È lo pseudonimo, diffuso nel giudaismo, per indicare Roma, la capitale dell’impero. Essa riceve l’appellativo di « prostituta », come Ninive (Na 3,4) e Tiro (Is 23,16), in quanto capitale del vizio e dell’idolatria.

Il drago, precipitato sulla terra, insegue invano la donna, figura della Chiesa (Ap 12,13-18). Sulla terra si scontrano due potenze avverse: da una parte, si pone una bestia che sorge dal mare e rappresenta l’impero totalitario (Ap 13,1-10), accompagnata da un’altra, bestia che viene dalla terra e rappresenta le ideologie al servizio dell’impero (13,1118); dall’altra, si schiera l’Agnello e i 144.000 che lo seguono (14,1-5). Dopo di ciò, gli angeli annunziano l’ora del giudizio che porrà fine alle sofferenze dei giusti (14,6-13). Allora si attuerà la salvezza che, per i fedeli è raffigurata nella messe, per i martiri nella vendemmia (14,14-20). Segue il canto di vittoria dei salvati (15,1-4). Allora appare il tempio del cielo, dal quale escono sette angeli che riversano sul mondo sette coppe che significano altrettanti flagelli (15,5 - 16,21). È poi descritta la prostituta famosa, che rappresenta Babilonia, cioè Roma (17,1-18). Seguono canti celebrativi della caduta di Babilonia (18,1-24), di cui l’ultimo è particolarmente significativo.

222. La caduta di Babilonia In questa composizione la rovina di Babilonia è descritta mediante il ricorso a note immagini bibliche.

18,21b

C

« on questa violenza sarà distrutta Babilonia, la grande città, e nessuno più la troverà. 22 Il suono dei musicisti, dei suonatori di cetra, di flauto e di tromba, non si udrà più in te; ogni artigiano di qualsiasi mestiere non si troverà più in te; il rumore della macina non si udrà più in te;

Ap 18,21b-24

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XI. Gli interpreti del discepolo prediletto – 1-3Giovanni e Apocalisse 23

la luce della lampada non brillerà più in te; la voce dello sposo e della sposa non si udrà più in te. Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra e tutte le nazioni dalle tue droghe furono sedotte. 24 In essa fu trovato il sangue di profeti e di santi e di quanti furono uccisi sulla terra ». « E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno » (Ap 21,4).

In questo carme si può cogliere l’opposizione radicale della comunità cristiana nei confronti di Roma, la potenza mondiale che, con Domiziano (95 d.C.), aveva dato inizio alle persecuzioni contro i cristiani. Costoro hanno perso la speranza di poter convivere pacificamente con il potere e non aspettano altro che la sua fine. In Roma viene identificato ogni potere oppressivo dell’uomo e della sua libertà. L’intervento risolutore non viene però affidato alle armi e alla violenza ma unicamente a Dio, il quale potrà così dimostrare che la potenza del bene è superiore a quella del male. All’annunzio della caduta di Babilonia fa seguito il canto trionfale degli eletti (Ap 19,1-10). Infine, è descritta la vittoria finale del Messia: in cielo appare il Guerriero vittorioso mediante il suo sangue (19,11-21) e sulla terra ha inizio il regno millenario della Chiesa (20,1-15). Il popolo di Dio degli ultimi tempi (Ap 21,1 - 22,5). Nell’ultima parte si descrive l’instaurazione finale del regno di Dio.

223. La Gerusalemme nuova L’autore annunzia anzitutto la venuta della nuova Gerusalemme, simbolo del popolo di Dio degli ultimi tempi. Poi descrive il rinnovamento personale e profondo dei suoi membri.

Ap 21,1-8

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E

21,1

vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. 2E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3 Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: « Ecco la tenda di Dio con gli uomini!

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B. Il regno di Dio tra presente e futuro (Ap 1-21)

Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. 4 E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate ». 5 E Colui che sedeva sul trono disse: « Ecco, io faccio nuove tutte le cose ». E soggiunse: « Scrivi, perché queste parole sono certe e vere ». 6E mi disse: « Ecco, sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita. 7 Chi sarà vincitore erediterà questi beni; io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio. 8 Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte ».

Gerusalemme celeste Nella città santa del giudaismo si compiono le promesse fatte da Dio al suo popolo. In questa prospettiva essa cessa di essere considerata come una realtà terrena e diventa un dono, che Dio fa discendere direttamente dal cielo.

La Gerusalemme nuova è descritta come una sposa con cui Dio celebra la festa di nozze. Essa non è però una città terrena, bensì una realtà che viene dal cielo, cioè creata da Dio e in totale sintonia con lui. La Gerusalemme nuova sarà il luogo in cui Dio abiterà sulla terra. Non sarà più un edificio, ma la comunità stessa, che riceverà l’acqua della vita e della salvezza. La Chiesa è poi presentata come la Gerusalemme escatologica che scende dai cieli: si tratta della Chiesa terrena nel momento della sua gloria finale (Ap 21,9-14). Segue una lunga descrizione della Gerusalemme escatologica (21,15 - 22,5). Chiude il libro un epilogo in cui se ne dichiara l’autorevolezza (22,6-20).

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XI. Gli interpreti del discepolo prediletto – 1-3Giovanni e Apocalisse

I

l libro dell’Apocalisse mette a fuoco la realtà escatologica del popolo di Dio, già oggi anticipata nella Chiesa, formata ormai da giudei e gentili. La fase finale della storia umana è preceduta da due periodi di crisi, lo scontro della Chiesa con l’antico Israele e la persecuzione romana. Mentre il primo si è risolto con l’ingresso dei gentili nel popolo di Dio, il secondo è già in atto al momento della compilazione del libro. Il messaggio di questo libro è sintetizzato molto bene nelle lettere indirizzate « alle sette Chiese che sono in Asia », con le quali esso inizia (Ap 2,1 - 3,22). L’autore non si limita a metterle in guardia nei confronti dei pericoli esterni che le minacciano, ma segnala soprattutto il rischio che esse corrono di conformarsi allo spirito di questo mondo e di perdere il fervore dei primi tempi. In modo speciale l’autore denunzia, come risulta dal seguito del libro, le pretese mostruose, addirittura diaboliche, del potere imperiale romano. A coloro che, di fronte a quelle pretese, avrebbero potuto dubitare dell’efficacia della loro fede, compromettendosi o lasciandosi andare, ricorda che questa è l’ora della perseveranza e della fede dei santi (cfr. Ap 13,10; 14,12). L’Apocalisse non pretende tanto di svelare l’avvenire o di descrivere la fine dei tempi, quanto piuttosto di proclamare che la fine dei tempi è già venuta nell’evento Gesù Cristo, con la conseguente contestazione del mondo presente. Essa si potrebbe definire un canto di vittoria, che celebra la liberazione e la salvezza acquisite nella morte e nella risurrezione di Cristo (Ap 7,10). In base alle concezioni apocalittiche, la storia è guidata da Dio verso un fine di bene e di felicità. È questa fede che sostiene il credente attraverso le prove della vita e lo spinge ad anticipare già nell’oggi quel mondo nuovo la cui venuta finale è vista come opera esclusiva di Dio. Perciò i destinatari di questo libro sono invitati a riconoscere in Gesù Cristo l’« agnello immolato che siede sul trono » (Ap 5,6.9), colui che ha vinto le potenze della morte, non concedendo nulla a quello che l’autore del libro qualifica come il « male ». In questo senso, il libro congiunge strettamente il genere profetico e quello apocalittico.

L’Agnello immolato 5,12

« L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione ».

13b

« A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli ». (Apocalisse 5,12-13b)

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B. Il regno di Dio tra presente e futuro (Ap 1-21)



Tutta la Chiesa è presentata nell’Apocalisse come il popolo sacerdotale. In essa non si esclude la distinzione di compiti tra presbiteri (sacerdoti) e laici, ai quali sono affidati carismi e ministeri diversi per la crescita della comunità. Ciò non implica, però, che ai primi spetti la gestione della Chiesa e ai secondi la santificazione del mondo. Sia gli uni che gli altri sono ugualmente responsabili dell’edificazione della comunità e della testimonianza nel mondo.



La « tiepidezza » è il vero male che colpisce le comunità. Essa si manifesta quando si interpreta la fedeltà a Cristo in chiave di semplice pratica di riti e di ossequio all’autorità religiosa. A volte, le comunità sembrano vive perché le presenze sono numerose e i riti sono compiuti con la partecipazione di tutti: ma ciò può nascondere un vuoto di significato che prima o poi porta alla ricerca del potere e, alla fine, causa la dissoluzione della comunità.



Sia la Chiesa che la Sinagoga si sono ritenute legittime eredi di Israele e delle sue prerogative, ponendo così un dilemma non facilmente risolvibile. La risposta si può trovare unicamente considerando l’elezione non come un privilegio, ma come un servizio. Non si può attribuire a Dio una scelta a favore dell’una piuttosto che dell’altra. L’elezione appartiene a tutti coloro che hanno preso coscienza di un ruolo da svolgere per il bene di tutta l’umanità.



Le persecuzioni ufficiali hanno messo in luce, dopo un periodo di cauto rispetto, la radicale incompatibilità tra Chiesa e impero romano. La concessione di alcuni privilegi da parte del potere costituito non deve mai impedire ai cristiani di opporsi a qualsiasi regime che calpesti la dignità della persona umana. La libertà religiosa non può essere ricercata se non come parte di una libertà più grande, che include l’autodeterminazione dei popoli e la difesa dei diritti umani.

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PROSPETTIVE E SVILUPPI

U

n primo approccio al Nuovo Testamento ha riservato forse al lettore attento alcune sorprese. Anzitutto quella di non trovare in esso tante dottrine o precetti morali, che fanno parte della catechesi ordinaria della Chiesa. Più a monte, è difficile non accorgersi che la raccolta dei libri sacri cristiani non ha lo scopo di trasmettere teorie astratte o di dare direttive etiche, ma di raccontare eventi e indicare percorsi di vita che si considerano utili per la salvezza del lettore e di tutta l’umanità. Un’altra sorpresa consiste nella constatazione che esistono notevoli diversità fra i vari scritti che compongono la raccolta, al punto tale da far pensare che all’inizio vi fossero non uno ma diversi « cristianesimi », fra i quali a volte c’erano tensioni latenti o aperti dissidi. Infine, non possono non sorprendere l’ampio ricorso a generi letterari di tipo simbolico, il continuo riferimento al Primo Testamento, l’uso « spregiudicato » della storia, il carattere evolutivo di tanti concetti a cui si è spesso abituati a dare un significato univoco. Altrettanto sorprendenti sono i risultati di uno studio della persona di Gesù. Anche il lettore non specialista, ma dotato di una certa sensibilità letteraria, si accorge che i testi che lo riguardano non solo sono stati scritti alcuni decenni dopo la sua morte, ma lo presentano attraverso il prisma di una fede che tende a mettere sempre più in luce il carattere trascendente della sua persona. Poco per volta il regno di Dio, annunziato da Gesù, diventa una realtà di un altro mondo, alla quale si accede dopo la morte, e colui che ne era stato l’umile annunciatore è esaltato come un essere divino disceso dal cielo, dove è ritornato per ottenere l’adorazione di tutta l’umanità. Questa tendenza, già presente nei testi del Nuovo Testamento, si è sviluppata successivamente fino a formare un quadro interpretativo globale, nel quale tutti gli aspetti di questi libri hanno trovato una nuova sistemazione. Se si vuole riscoprire il significato originario del Nuovo Testamento, è necessario ripercorrere all’indietro tutti gli strati che si sono sedimentati in esso. Per fare ciò bisogna anzitutto riscoprire il significato « politico » della morte e risurrezione di Gesù alla luce di quanto egli ha detto e fatto durante il suo ministero pubblico. L’eliminazione di questo scomodo personaggio non può avere avuto le sue cause se non nelle scelte da lui fatte precedentemente e nei rapporti che ha stabilito con la gente del suo tempo. D’altra parte, è importante studiare a fondo le prime comunità cristiane per scoprire, al di là dei singoli aspetti della loro vita, qual era il progetto « terreno » in base al quale le persone si aggregavano e si distinguevano dall’ambiente circostante. Al termine di questo libro, la ricerca non è finita. Certamente i brani proposti, con le introduzioni, i commenti e le informazioni di cui sono stati corredati, hanno aperto una pista di ricerca. Il passo successivo sarà quello di fare una lettura personale dei testi che non si trovano in questo libro e soprattutto di misurare la portata di questi testi nella propria vita personale e comunitaria.

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Schede di approfondimento

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1. Scheda

Situazione storica della Palestina

Nel secolo I a.C. la Giudea era un piccolo regno autonomo, governato dagli asmonei, discendenti dei maccabei all’interno dell’impero siriano. Le rivalità all’interno della famiglia reale offrirono al generale romano Pompeo l’occasione di conquistare la Giudea (63 a.C.). I primi decenni del dominio romano in Giudea furono complicati dalla lotta per la conquista del potere nella stessa Roma, da cui emerge come vincitore Ottaviano, il quale assume poi il titolo di Augusto (31 a.C. 14 d.C.). Approfittando della situazione ai vertici dell’impero, gli asmonei tentarono a più riprese di riprendere il regno. Alla fine però prevalse Erode, figlio di Antipatro, un idumeo, ministro di Ircano, l’ultimo degli asmonei (47-41 a.C.). Egli fu nominato dal senato romano re della Giudea (40 a.C.), e poi della Samaria, della Galilea, della Perea e delle regioni a est del lago di Tiberiade. Erode (37-34 a.C.) è ricordato per la sua tirannia e per le sue costruzioni, fra le quali la restaurazione del tempio di Gerusalemme. Dal 9 a.C. al 39 d.C. regna nel territorio dei nabatei, in Transgiordania, il re Areta IV. Alla morte di Erode, il regno fu diviso fra tre dei suoi figli. Erode Antipa, l’Erode dei vangeli, che imprigionò e giustiziò Giovanni il Battista, regnò sulla Galilea e sulla Perea fino a quando fu deposto nel 39 d.C.; Filippo governò sui territori nordorientali, mentre ad Archelao toccarono la Giudea, l’Idumea e la Samaria. Quando Archelao fu deposto nel 6 d.C., i suoi territori furono posti sotto il governo dei procuratori romani, i quali lasciavano al sinedrio, presieduto dal sommo sacerdote, l’amministrazione ordinaria della regione. Nel frattempo a Roma muore Augusto e gli succedono Tiberio (14-37 d.C.), Caligola (37-41 d.C.), Claudio (41-54 d.C.), noto per l’espulsione dalla capitale di tutti i giudei (49 d.C.), riammessi poi dal suo successore Nerone (54-68 d.C.). Quest’ultimo attribuì l’incendio di Roma (64 d.C.) ai cristiani, molti dei quali furono crocifissi. Il governo dei procuratori romani, fra i quali il più noto fu Ponzio Pilato (26-36 d.C.), fu brevemente interrotto quando Erode Agrippa I, un nipote di Erode il Grande, che nel 39 d.C. era succeduto a Erode Antipa sul trono di Galilea e Perea, fu fatto re di Giudea, Idumea e Samaria. Il suo regno durò dal 41 al 44 d.C., anno della sua morte, quando il potere tornò nelle mani dei procuratori romani. Nel 49 d.C. Agrippa II, figlio di Agrippa I, re di Calcide, è nominato ispettore del tempio con il diritto di designare il sommo sacerdote. Fra i procuratori di questo periodo sono particolarmente importanti Felice (52-60 d.C.), il quale sposa Drusilla, sorella di Agrippa II, e Festo (60-62 d.C.). Le date del loro governo però non sono sicure. Con ogni probabilità, nel 52 d.C. Gallione, fratello di Seneca, è proconsole in Acaia (Corinto). A causa della corruzione del governo romano, scoppia nel 66 d.C. la prima ribellione giudaica, domata da Vespasiano, il quale nel frattempo è acclamato imperatore (69-79 d.C.). Suo figlio Tito conquista Gerusalemme e distrugge il tempio (70 d.C.). Dopo Vespasiano, diventa imperatore Tito (79-81 d.C.), il cui successore, Domiziano (81-96 d.C.), scatena nel 95 d.C. la prima persecuzione ufficiale contro i cristiani. Nel 130-135 d.C., sotto l’imperatore Adriano (117-138 d.C.), scoppia un’altra insurrezione giudaica guidata da Simeone Ben Koseba (detto Bar Kokeba, figlio della stella). Gerusalemme è rasa al suolo e ricostruita con il nome di Aelia Capitolina.

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2. Scheda

La tradizione dei vangeli

In base ai racconti dell’infanzia (Mt 2,1; Lc 2,4-6), Gesù è nato a Betlemme da una famiglia che, secondo Matteo risiedeva sul posto, mentre secondo Luca, proveniva da Nazaret. In questo piccolo centro della Galilea, essa si è trasferita dopo la sua nascita. Stando ai racconti di Matteo e Luca, era allora re della Giudea Erode il Grande, il quale è morto nel 4 a.C. In base all’età dei bambini da lui fatti uccidere, si deve supporre che Gesù sia nato al massimo due anni prima (cfr. Mt 2,16), quindi nel 6 a.C. Il suo ministero pubblico si situa, in base a indizi contenuti nei vangeli, tra il 28 e il 30 d.C., data probabile della sua crocifissione. Gesù ha svolto un ministero esclusivamente orale e neppure i suoi immediati discepoli hanno lasciato qualcosa di scritto. Quello che ci resta della sua vita e del suo insegnamento, a parte le allusioni contenute nelle lettere di san Paolo, è registrato nei vangeli, composti tra il 70 e il 100 d.C. I ricordi riguardanti Gesù sono stati trasmessi da comunità cristiane che basavano la loro fede sulla sua risurrezione. Esse ne facevano uso nei diversi ambiti della loro vita: ciò ha contribuito alla selezione del materiale e ha influito sul modo in cui è stato trasmesso. Anzitutto, il ricordo di quanto Gesù aveva detto e operato era tenuto vivo nell’ambito della missione. Questa si esercitava mediante il ke-rygma (primo annunzio), che aveva lo scopo di presentare in modo sintetico il messaggio di Gesù a coloro che ancora non lo conoscevano, invitandoli ad aderire a lui e a entrare nella comunità. In questo ambito erano trasmessi i ricordi riguardanti la passione, morte e risurrezione di Gesù, numerosi detti, controversie e racconti di miracoli. Questo annunzio as