La battaglia. Storia di Waterloo

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La battaglia. Storia di Waterloo

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Economica Laterza 371

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Carlo Magno. Un padre dell’Europa 9 agosto 378 il giorno dei barbari (con C. Frugoni)

Dizionario del Medioevo Dello stesso autore in altre nostre collane:

Benedette guerre. Crociate e jihad «Saggi Tascabili Laterza»

Il ducato di Savoia. Amministrazione e corte di uno stato franco-italiano «Quadrante Laterza»

Lepanto. La battaglia dei tre imperi «i Robinson/Letture»

Terre d’acqua. I vercellesi all’epoca delle crociate «Percorsi»

(con F. Cardini, A. Prosperi, M. Viroli, P. Rossi, G. Ricuperati, R. Romanelli, E. Gentile, A. Melloni)

Gli anni di Firenze «i Robinson/Letture»

(con E. Cantarella, F. Cardini, P.C. Marani, G. Galasso, M. Meriggi, A. De Francesco, E. Galli della Loggia, G. Berta, S. Luzzatto)

I giorni di Milano «i Robinson/Letture»

(con A. Carandini, L. Canfora, A. Giardina, A. Pinelli, A. Foa, V. Vidotto, E. Gentile, A. Portelli)

I giorni di Roma «i Robinson/Letture»

(con C. Frugoni)

Medioevo. Storia di voci, racconto di immagini «Grandi opere»

Alessandro Barbero

La battaglia Storia di Waterloo

Editori Laterza

© 2003, Gius. Laterza & Figli Progetto grafico di Luigi Fabii/Pagina Le tavole 1-2 e 4-14 sono state realizzate da Alberto Morera Nella «Economica Laterza» Prima edizione 2005 Quarta edizione 2011 Edizioni precedenti: «i Robinson / Letture» 2003 www.laterza.it Questo libro è stampato su carta amica delle foreste, certificata dal Forest Stewardship Council

Proprietà letteraria riservata Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari Finito di stampare nel gennaio 2011 SEDIT - Bari (Italy) per conto della Gius. Laterza & Figli Spa ISBN 978-88-420-7759-6

È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico. Per la legge italiana la fotocopia è lecita solo per uso personale purché non danneggi l’autore. Quindi ogni fotocopia che eviti l’acquisto di un libro è illecita e minaccia la sopravvivenza di un modo di trasmettere la conoscenza. Chi fotocopia un libro, chi mette a disposizione i mezzi per fotocopiare, chi comunque favorisce questa pratica commette un furto e opera ai danni della cultura.

La storia di una battaglia è un po’ come la storia di un ballo. Alcuni possono ricordarsi tutti i piccoli eventi il cui grande risultato è la battaglia vinta o perduta; ma nessuno può ricordarsi l’ordine, o l’esatto momento, in cui si sono verificati, ed è proprio questo che fa tutta la differenza. Wellington Io mi oppongo a qualunque proposito di scrivere una cosiddetta storia della battaglia di Waterloo. Perché se si scrive la storia vera, cosa succederà alla reputazione di metà di coloro che ne hanno acquistata una, e la meritano per il loro coraggio, ma se i loro errori fossero resi pubblici NON ne uscirebbero così bene? Wellington Lasciate stare la battaglia di Waterloo. Wellington

Nel pomeriggio del 1º marzo 1815, una flottiglia composta da una nave da guerra e sei piccole imbarcazioni gettò l’ancora al largo di Antibes, in vista di quelli che sono oggi i luoghi di vacanza più lussuosi della Costa Azzurra, ed erano allora miserabili villaggi di pescatori, aggrappati a un territorio inospitale. Appena ancorate, le navi misero in acqua le loro scialuppe e cominciarono a sbarcare a terra squadre di soldati, sotto gli occhi sbalorditi del funzionario doganale accorso per contestare l’irregolarità di quell’approdo. I primi soldati giunti a terra andarono a bussare al forte di Antibes, e lì vennero prontamente arrestati; ma le scialuppe continuavano a trasportarne altri, finché sulla spiaggia ci furono più d’un migliaio di granatieri, due cannoni e addirittura uno squadrone di lancieri, che fra loro parlavano polacco. Finalmente, verso sera, il padrone di tutta questa gente venne a terra di persona, percorrendo una passerella improvvisata che i suoi uomini sorreggevano per lui, immersi nell’acqua fino alla vita; e un ufficiale fu spedito a notificare al comandante del forte che l’imperatore Napoleone, dopo dieci mesi di esilio all’isola d’Elba, era tornato in Francia per riprendere possesso del suo trono. Anche in un’età che non conosceva ancora i mass-media, la notizia del ritorno di Napoleone era così strabiliante che fece in pochi giorni il giro del continente, suscitando ovunque costernazione o entusiasmo. L’Europa aveva davvero creduto che le guerre napoleoniche fossero finite, e con esse la Rivoluzione che per venticinque anni aveva incendiato il mondo. I re avevano ripreso possesso dei loro troni, gli eserciti erano stati smobilitati, la coscrizione obbligatoria abolita, e una classe politica cosmopolita e IX

soddisfatta di sé si preparava a gestire tranquillamente una lunga pace. Il fatto che Napoleone fosse ancora vivo, in esilio su un’isola da qualche parte nel Mediterraneo, era certamente fastidioso, ma ci si sforzava di rimuoverlo: quando il duca di Wellington annunciò al Congresso di Vienna che l’esiliato era fuggito dall’Elba ed era sbarcato in Francia i delegati scoppiarono a ridere, credendo che fosse una barzelletta. Bastarono pochi giorni per far loro cambiare idea: il 13 marzo il Congresso pubblicò una risoluzione, formulata nel francese diplomatico dell’epoca, in cui dichiarava Napoleone un fuorilegge, soggetto alla «vindicte publique»; dopodiché il Parlamento inglese e le cancellerie di mezza Europa cominciarono a discutere per stabilire se, in base a questa formula, chiunque poteva ammazzarlo impunemente, o se invece bisognava prima arrestarlo e mandarlo sotto processo. Il 20 marzo, intanto, l’imperatore entrava trionfalmente a Parigi, da dove spedì lettere personali a tutti i sovrani d’Europa, assicurando nel tono più modesto che desiderava soltanto la pace, e rinunciava a qualsiasi rivendicazione sui territori che in precedenza, all’apogeo del suo impero, erano appartenuti alla Francia. Ma le cancellerie europee non si degnarono di rispondere a queste missive; a Londra, il primo ministro non diede al Principe Reggente nemmeno il permesso di aprirla, e la fece rimandare indietro ancora sigillata. Già il 25 marzo le quattro grandi potenze che l’anno prima avevano sconfitto Napoleone – Inghilterra, Austria, Russia e Prussia – firmarono un trattato di alleanza che le impegnava a mettere in campo un esercito di 150 mila uomini ciascuna, per invadere la Francia appena possibile; l’Inghilterra, che era allora la potenza economica dominante nel mondo, accettò di finanziare la mobilitazione degli alleati, e la banca Rothschild cominciò a rastrellare liquidi, per fornire al governo di Sua Maestà l’immensa somma di 6 milioni di sterline, che si stimava necessaria a pagare tutto questo. Così stando le cose, a Napoleone non restava che riarmarsi, e lo fece con tutte le sue straordinarie capacità organizzative, che non erano affatto diminuite col passare degli anni. L’esercito lasciato in eredità dai Borboni venne riportato a organici pieni, i coscritti dell’anno precedente furono richiamati, la Guardia Nazionale fu mobilitata, si avviò la produzione in massa di moschetti, si acquistarono o confiscarono tutti i cavalli disponibili, bruciando X

in poche settimane le riserve del Tesoro ed estorcendo finanziamenti alle banche riluttanti. Anche così, tuttavia, l’imperatore non poteva pensare di opporsi con successo ai quattro eserciti che stavano per invadere la Francia: ci aveva già provato l’anno prima, quando le sue risorse erano decisamente più vaste, e gli era andata male. L’unica speranza era di batterli sul tempo; giacché gli eserciti dell’epoca, anche se il periodo di addestramento dei coscritti poteva ridursi in caso di urgenza a poche settimane, richiedevano comunque alcuni mesi per equipaggiarsi e mettersi sul piede di guerra. All’inizio dell’estate, soltanto due dei quattro eserciti invasori erano già radunati alle frontiere della Francia: l’uno, al comando del duca di Wellington, comprendeva oltre al contingente britannico le truppe dei Paesi Bassi e di diversi principati tedeschi; l’altro era quello prussiano al comando del vecchio feldmaresciallo von Blücher. Preso a sé, ognuno dei due eserciti era più debole di quello che Napoleone aveva destinato alla difesa della frontiera settentrionale, l’Armée du Nord; perciò l’imperatore, se fosse riuscito ad attaccarli separatamente, avrebbe avuto buone probabilità di batterli. Per comprendere il piano di Napoleone, bisogna aver chiaro che un esercito acquartierato in attesa di cominciare le operazioni militari occupava un territorio immenso. I soldati, all’epoca, erano alloggiati presso i civili, che avevano l’obbligo legale di ospitarli, e per alloggiare e nutrire una simile quantità di uomini e cavalli era indispensabile disperderli: l’esercito di Wellington e quello di Blücher, all’inizio di giugno, erano acquartierati praticamente su tutto il territorio del Belgio, l’uno a nord-ovest, l’altro a sud-est. Sarebbero occorsi almeno due o tre giorni perché ciascuno di questi due generali fosse in grado di concentrare le sue truppe e dare battaglia in condizioni ottimali; avanzando di sorpresa in mezzo a loro, l’imperatore contava di annientare il primo dei due che gli fosse venuto a tiro, senza che l’altro fosse in grado di intervenire. La segretezza, ovviamente, era la condizione indispensabile per il successo del piano: nei primi giorni di giugno Napoleone chiuse le frontiere, e ordinò che non un uomo, non una diligenza, non una lettera uscisse dalla Francia. Poi, con estrema rapidità, concentrò l’Armée du Nord a ridosso della frontiera belga; e all’alba del 15 giugno le prime pattuglie di cavalleria entrarono in territorio nemico, subito seguite da lunghe colonne di fanteria. Cominciava XI

quella campagna di Waterloo che ai superstiti di entrambe le parti, tutti egualmente convinti di aver lottato per la giusta causa, sarebbe poi apparsa, come scrisse un ufficiale inglese, «un terribile scontro combattuto per una posta terribile: libertà o schiavitù per l’Europa».

1. La vigilia Era quasi sera. Fin dal primo pomeriggio aveva cominciato a piovere, e le colline del Brabante inzuppate d’acqua s’erano tramutate in un mare di fango. Solo la strada acciottolata, la grande strada maestra che dal confine francese portava a Bruxelles, era ancora percorribile, sia pure a fatica; e su di essa si accalcavano i soldati, i cavalli, i cannoni di Napoleone, all’inseguimento dell’esercito di Wellington in ritirata. In condizioni normali, quel 17 giugno la luce avrebbe dovuto durare fin oltre le nove di sera; ma da quando il sole caldo del mattino aveva lasciato il posto agli acquazzoni l’orizzonte si era oscurato, come se stesse calando un crepuscolo precoce. In entrambi gli eserciti tutti i soldati, fino all’ultimo ragazzotto olandese o tedesco reclutato da poche settimane nella milizia e completamente ignaro di che cosa fosse la guerra, capivano che per oggi non ci sarebbe più stata battaglia. Ma domani? Cavalcando sotto il diluvio, Napoleone arrivò alla locanda chiamata la Belle Alliance, che sorgeva, e sorge tuttora, in un punto panoramico accanto alla strada maestra, nel comune di Plancenoit. Da lì si vedeva la strada discendere a sbalzi attraverso un’ampia zona di campi coltivati, che la pioggia aveva ridotto ad acquitrini, e poi risalire verso una lunga cresta, parallela alla linea dell’orizzonte, su cui spiccava, all’epoca, un grande olmo solitario. Lì, la strada per Bruxelles incrociava un’altra strada, di minore importanza, chiamata localmente lo chemin d’Ohain, che correva lungo l’intera lunghezza della cresta; superato l’incrocio la strada 3

NORD Mont-Saint-Jean

Merbe-Braine

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e sc Ru

Smohain La Haye Frischermont

Braine l’Alleud

Papelotte Haye Sainte Hougoumont

La Belle Alliance

Plancenoit

Rossomme

500 metri

Le Caillou

Tav. 1. Il campo di battaglia (Waterloo si trova circa due chilometri più a nord, fuori mappa).

maestra discendeva, ormai non più visibile, verso un’altra fattoria e un gruppetto di case, a malapena un villaggio, chiamati entrambi Mont-Saint-Jean. Un uomo a piedi ha bisogno di un buon quarto d’ora per percorrere la distanza dalla Belle Alliance fino al crocevia, che esiste ancor oggi, anche se le strade sono tutte asfaltate, e al posto dell’olmo è sorto un gruppetto di alberghi e ristoranti. Napoleone allungò il cannocchiale che uno degli aiutanti s’era affrettato a porgergli, ed esplorò l’orizzonte. Una scura colonna di fanteria nemica stava attraversando di buon passo l’avvallamento e si preparava a risalire il versante opposto, sotto la protezione di una linea di cavalleria inglese, schierata lungo la cresta e pronta a caricare per coprire la ritirata di quegli ultimi fanti, come aveva già 4

fatto più volte nel corso di quella faticosa giornata. Le prime avanguardie della cavalleria francese erano anch’esse discese nell’avvallamento e si tenevano a poca distanza dalla retroguardia nemica, per farle sentire sul collo il fiato dell’inseguimento. Pioveva a dirotto, e sotto il cielo basso e cupo era impossibile vedere qualcosa di più. Il grosso dell’esercito di Wellington, quell’esercito raffazzonato in cui si parlavano quattro lingue, composto com’era di truppe inglesi, tedesche, belghe e olandesi, era già sparito dietro la dorsale di Mont-Saint-Jean. L’imperatore smontò da cavallo, entrò nella locanda, e mentre si toglieva il cappello e il pastrano fradici di pioggia fece distendere su un tavolo la mappa che portava sempre con sé, in un apposito scomparto della carrozza da viaggio, insieme a tutti i libri e i documenti che potevano tornargli utili durante la campagna. Sulla carta geografica realizzata da Ferraris per il governo austriaco nel 1777, e stampata a Parigi da Capitaine nel 1795, si vedeva abbastanza chiaramente che la strada maestra, dopo aver oltrepassato la cresta e il villaggio di Mont-Saint-Jean, costeggiava ancora qualche fattoria isolata e qualche mulino a vento, e finalmente raggiungeva un altro grosso villaggio: Waterloo. Alle spalle di quest’ultimo incombeva un vasto bosco, la foresta di Soignies; e la strada, dopo Waterloo, s’inoltrava risolutamente fra gli alberi. Continuando a seguirla col dito sulla carta, era facile calcolare che una colonna di fanteria, marciando sul pavé, avrebbe impiegato poche ore per attraversare la foresta; e sbucando all’aperto si sarebbe trovata in vista dei campanili di Bruxelles. Per Napoleone la situazione si chiariva, perché le alternative ormai erano soltanto due. Se il duca di Wellington aveva intenzione di difendere Bruxelles, doveva dare battaglia prima di Waterloo, e dunque il suo esercito doveva essersi fermato lì, al riparo di quella lunga, bassa cresta che lo nascondeva al cannocchiale dell’imperatore. Non si dava battaglia in una foresta, in un’epoca in cui la vista e la voce del generale e dei suoi aiutanti erano l’unico mezzo per manovrare un esercito e mantenerne la coesione. Quanto a rifugiarsi nella metropoli con tutto l’esercito, e attendere passivamente gli eventi, i generali di un’altra generazione l’avrebbero forse fatto; ma dopo quel che Napoleone aveva insegnato al mondo nessuno sarebbe stato così pazzo da mettersi in trappola da solo, e proprio davanti a lui. Perciò, se Wellington vo5

leva difendere Bruxelles, evitando al suo alleato, il re dei Paesi Bassi, l’onta di perdere una delle sue capitali fin dai primi giorni di guerra, avrebbe passato la notte a Mont-Saint-Jean, e l’indomani avrebbe dato battaglia. Se invece le colonne nemiche stavano ancora proseguendo la loro triste ritirata sotto la pioggia, voleva dire che le avanguardie si erano già inoltrate nella foresta di Soignies, e che il duca aveva rinunciato a difendere Bruxelles. Ma questa ipotesi, nonostante l’apparenza favorevole, non rallegrava affatto l’imperatore. In mezzo a quelle stesse dolci colline, più a oriente, ma non troppo lontano di lì, un altro esercito era in marcia sotto la pioggia: l’esercito prussiano che Napoleone aveva battuto il giorno prima a Ligny, e che ora si stava ritirando, senza che fosse ancora ben chiaro su quali strade e in che direzione. Accettando di abbandonare Bruxelles, e ritirandosi ancora più indietro, Wellington avrebbe ancora potuto congiungersi con i prussiani; e in quel caso la presa della città non avrebbe più significato nulla. Se Napoleone era entrato in Belgio, attaccando per primo i due eserciti nemici che si stavano ammassando sulle frontiere della Francia, era proprio per affrontarli e batterli separatamente: lasciarsi sfuggire gli inglesi, ora, e permettere che si riunissero con i prussiani, equivaleva a veder sfumare l’obiettivo della campagna. Perciò l’imperatore preferiva che Wellington, anziché prolungare nell’oscurità notturna la marcia dei suoi uomini spossati, si fermasse a dare battaglia lungo la dorsale di Mont-Saint-Jean. Quella battaglia, Napoleone si sentiva capace di vincerla; e allora la foresta di Soignies si sarebbe trasformata in una trappola mortale alle spalle dell’esercito sconfitto. Era dunque urgente scoprire che cos’aveva in mente Wellington; perché se dall’altra parte della collina le sue truppe stavano continuando la ritirata, bisognava spingersi subito avanti, e proseguire l’inseguimento senza concedere respiro. Se invece l’esercito nemico si preparava a bivaccare al riparo della cresta, anche le esauste truppe francesi, via via che raggiungevano le alture della Belle Alliance, potevano essere smistate ai bivacchi, a cuocere la zuppa e cercar di dormire qualche ora sotto la pioggia, in vista della battaglia dell’indomani. Insieme all’avanguardia della cavalleria francese erano arrivate alla Belle Alliance due batterie d’artiglieria a cavallo, con dodici pezzi da sei libbre. L’imperatore ordinò a quei cannoni di en6

Bruxelles NORD

Campi di battaglia Ritirata inglese il 17 giugno

Wavre

Waterloo Mont-St. Jean

ChapelleSt. Lambert Plancenoit

Nivelles

Genappe

Quatre-Bras

Gembloux Sombreffe

Frasnes

Ligny

Fleurus

Namur

10 10 km km

Charleroi

Tav. 2. L’area strategica della campagna.

trare in posizione e aprire il fuoco contro la cresta dove ancora s’intravvedeva, dietro un velo di pioggia, la cavalleria nemica in attesa. A quella distanza, e sotto l’acquazzone, i cannoni non potevano fare molto danno, ma se gli inglesi erano lì soltanto in copertura, avrebbero comunque abbandonato la posizione per riprendere la marcia, ora che la fanteria era tutta in salvo. Invece, non passò molto che l’artiglieria nemica cominciò a rispondere al fuoco, e 7

non con qualche pezzo soltanto, ma con un gran numero di batterie dislocate lungo tutta la cresta. La fanteria francese che sopraggiungeva incolonnata sulla strada maestra si trovò sotto il fuoco, e subì qualche perdita prima che i suoi ufficiali riuscissero a farla retrocedere verso una posizione più riparata; e alcune palle di cannone colpirono la locanda della Belle Alliance. Dopo un po’, Napoleone decise che ne sapeva abbastanza, e ordinò di interrompere l’azione. Wellington aveva deciso di accettare battaglia davanti alla foresta, e il suo esercito era perduto. Finché rimase un po’ di luce, l’imperatore continuò a sorvegliare col cannocchiale quello che l’indomani sarebbe diventato il campo di battaglia. La dorsale di Mont-Saint-Jean era la principale posizione difensiva, e senza dubbio l’esercito nemico avrebbe atteso l’attacco al riparo di quel rilievo, che lo proteggeva dal bombardamento dell’artiglieria: a quanto raccontavano i generali dell’imperatore, quella era sempre stata la tattica favorita di Wellington, che durante la lunga e feroce guerra di Spagna li aveva battuti uno dopo l’altro. Ma davanti alla cresta c’erano alcune posizioni avanzate che potevano intralciare l’offensiva francese, e senza dubbio il nemico le avrebbe fortificate. Al centro, proprio accanto alla strada per Bruxelles, sorgeva la fattoria della Haye Sainte, un edificio di pietra circondato di robuste mura, mezzo nascosto in una piega del terreno; sarebbe stato necessario prenderla, prima di poter sfondare il centro dello schieramento nemico. In fondo a sinistra, il cannocchiale di Napoleone mostrava un folto d’alberi; l’occhio non vedeva nient’altro, ma la carta indicava che nel bosco si annidava un complesso di edifici, il castello di Hougoumont. Se avesse deciso di aggirare il nemico da quel lato, Napoleone avrebbe dovuto innanzitutto impadronirsi di quel bosco, che era molto spostato verso di lui, sul fondo dell’avvallamento, a metà strada fra la dorsale della Belle Alliance e quella di MontSaint-Jean. Sul lato opposto, infine, a destra dell’imperatore, a mala pena visibili in mezzo alle rade macchie d’alberi, c’erano diversi piccoli abitati, segnati sulla carta coi nomi di Papelotte, la Haye e Smouhen (o Smohain, secondo la grafia attuale), che se difesi avrebbero protetto dall’aggiramento il fianco sinistro del nemico. Mentre Napoleone esaminava la posizione, i suoi comandanti di corpo giunsero a rapporto e ricevettero istruzioni per il bivacco delle loro truppe: sul crinale della Belle Alliance, o più indietro, 8

Tav. 3. Ingrandimento della mappa di Ferraris e Capitaine.

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lungo la strada, nel caso di quei corpi che erano ancora troppo lontani per arrivare fin lì. A parte gli ordini per il bivacco, i generali non ricevettero dall’imperatore nessun’altra disposizione. «Domani vedremo» disse Napoleone a d’Erlon, comandante del I corpo, prima di salire a cavallo per raggiungere la fattoria di Le Caillou, qualche chilometro più indietro, dove il numeroso personale della sua corte gli stava preparando la cena e il letto da campo. E in verità, l’imperatore sapeva troppo poco dello schieramento assunto dal nemico al riparo della cresta per poter decidere in anticipo quel che sarebbe accaduto. Lui stesso, d’altronde, aveva sempre ripetuto che le battaglie non si possono pianificare sulla carta, come se fossero rappresentazioni teatrali, ma bisogna saperle gestire improvvisando: «on s’engage, et puis on voit». Purché il nemico restasse dov’era, ci sarebbe stato tutto il tempo di costringerlo a smascherare le sue posizioni; e solo allora si sarebbe visto dove sferrare l’attacco decisivo. Napoleone cenò da solo, in una stanza della fattoria di Le Caillou. Nella stanza accanto era stata apparecchiata una tavola cui presero posto i suoi aiutanti di campo e parecchi ufficiali superiori, fra cui il colonnello Combes-Brassard, capo di stato maggiore del VI corpo. Qualcuno, mentre cenavano, parlò a voce alta della battaglia che li aspettava l’indomani; e l’imperatore lo sentì. Entrò bruscamente nella stanza, fece qualche passo con le mani dietro la schiena, poi esclamò, senza rivolgersi a nessuno in particolare: «Una battaglia! Signori! Lo sapete bene che cos’è una battaglia? Ci sono degli imperi, dei regni, il mondo o il niente, fra una battaglia vinta e una battaglia perduta!». Poi rientrò nel suo alloggio, senza aggiungere altro. Il colonnello Combes-Brassard disse in seguito che in quel momento gli era sembrato di ascoltare una sentenza del Destino.

2. «Chi attaccherà per primo domani?» Il duca di Wellington non aveva mai avuto intenzione di abbandonare Bruxelles senza combattere. Due giorni prima, ricevendo la terrificante notizia che Napoleone aveva invaso il Belgio, senza 10

che le sue spie fossero riuscite ad avvertirlo in anticipo, il duca aveva tentato di concentrare il suo esercito fra Bruxelles e la frontiera, per intercettare appena possibile l’avanzata nemica, mentre il suo collega prussiano, il feldmaresciallo Blücher, radunava le sue forze più a oriente. Ne era nata, il 16 giugno, la duplice battaglia di Quatre Bras e Ligny, in cui Wellington era riuscito a fatica ad arrestare le colonne francesi comandate dal luogotenente di Napoleone, il maresciallo Ney, mentre a poca distanza l’imperatore, col grosso del suo esercito, aveva sconfitto i prussiani. Il mattino seguente, constatando che la disfatta prussiana rendeva indifendibile la posizione di Quatre Bras, Wellington aveva ordinato la ritirata («Il vecchio Blücher si è preso una gran bella batosta e si è ritirato. Siccome se n’è andato lui, dobbiamo andarcene anche noi»). Ma il duca era comunque deciso a tentare di nuovo la sorte davanti a Bruxelles. Se avesse abbandonato la capitale del Belgio senza combattere, la battaglia di Quatre Bras sarebbe apparsa come una sconfitta, perché è il perdente che si ritira e abbandona al nemico gli obiettivi strategici all’indomani d’uno scontro: la stampa inglese lo avrebbe mangiato vivo. Il duca di Wellington era un generale prudente, ma era anche un politico ambizioso, con un’immagine da difendere: non aveva scelta se non quella di affrontare un’altra battaglia. E vista la situazione c’era un solo luogo in cui poteva farlo, davanti a quel villaggio di Waterloo ch’era l’ultimo abitato prima della grande foresta. La leggenda si è impadronita dell’episodio in cui Wellington, la sera del 15 giugno, consultando la carta geografica in casa del duca di Richmond a Bruxelles, dopo aver espresso la sua irritazione per come stavano andando le cose («Napoleone mi ha fregato, perdìo!»), avrebbe indicato col dito due punti uno dopo l’altro: Quatre Bras («ma non lo fermeremo qui») e Waterloo («e allora, devo affrontarlo qui»). In realtà non si trattava di una preveggenza soprannaturale: la serie di creste e avvallamenti paralleli a sud di Waterloo era il luogo più adatto per una battaglia difensiva in tutto l’ampio tratto di strada, circa 35 chilometri, che separa Quatre Bras da Bruxelles. Fin dall’anno prima, quando era capitato lì durante un giro d’ispezione, Wellington aveva notato quel posto, con l’occhio del professionista abituato a valutare il terreno ovunque gli capiti di andare, e farsi un appunto mentale che potrà venir buono in futuro. 11

Negli ultimi tempi, poi, quando era ormai chiaro che Napoleone si preparava a colpire, il duca era tornato a Waterloo e aveva confermato a più d’un ufficiale che quello era il luogo dove intendeva dare battaglia, se si fosse trovato nella necessità di difendere Bruxelles. Già all’alba del 16 giugno, quando le truppe alleate erano state appena messe in allarme, fra gli ufficiali inglesi correva voce che bisognava marciare verso un posto chiamato Waterloo, anche se ai più quel nome non diceva niente. Sir Augustus Frazer, che comandava l’artiglieria a cavallo, scrisse quel mattino in una lettera alla moglie, dopo un colloquio col suo superiore Sir George Wood: «Ho appena saputo che il duca partirà fra mezz’ora. Wood pensa verso Waterloo, che però non riusciamo a trovare sulla mappa. È già di nuovo la solita storia». L’indomani, appena cominciata la ritirata da Quatre Bras, Wellington mandò indietro a Waterloo il suo capo di stato maggiore, il colonnello de Lancey, coll’incarico di individuare con precisione la posizione da difendere. De Lancey prese in considerazione dapprima la dorsale della Belle Alliance, ma decise che lì la linea difensiva sarebbe stata troppo lunga, e alla fine optò per il crinale successivo, quello di Mont-Saint-Jean. In quel tardo pomeriggio del 17, dunque, il duca di Wellington, man mano che le sue truppe risalivano il pendio e scomparivano alla vista del nemico, non le fece proseguire verso Bruxelles sulla strada maestra, ma le avviò a bivaccare lungo l’intera lunghezza della cresta, già in posizione per ricevere l’attacco francese il mattino dopo. Lungo tutta la dorsale, trasversalmente alla strada per Bruxelles, correva lo chemin d’Ohain, e dietro questo viottolo profondamente infossato, in gran parte bordato di salici e di rovi, presero posizione le truppe alleate; gli artiglieri misero in batteria i loro cannoni e si prepararono a bivaccare sotto i vagoni delle munizioni, mentre l’esausta fanteria, che non aveva nemmeno quel riparo, si buttava a dormire come poteva nei campi. Soltanto gli innumerevoli carri su cui erano stati caricati i feriti gravi di Quatre Bras, e insieme a loro la folla dei feriti meno gravi, che riuscivano ancora a trascinarsi sulle proprie gambe, continuarono la triste marcia sul pavé, verso gli ospedali di Bruxelles. Quando i francesi comparvero in forze sulle alture della Belle Alliance, e la loro artiglieria cominciò a sparare, lungo tutta la linea di Wellington i serventi tornarono ai pezzi e risposero al fuo12

co, per ordine dei generali più vicini o per iniziativa degli stessi comandanti di batteria. «Aprimmo il fuoco sulla fanteria francese che ci aveva seguiti un po’ troppo da vicino, ed era disposta a continuare», ricorda uno dei loro ufficiali; «il punto di riferimento che avevamo era la Belle Alliance, proprio dove la strada, a quell’epoca, si allargava in una specie di spianata». Il duca di Wellington, che non aveva dato nessun ordine, fu piuttosto seccato di quel bombardamento indiscriminato, che smascherava le sue posizioni; e si diede da fare per farlo smettere, anche se ci volle un po’ di tempo perché l’ordine raggiungesse le batterie più lontane. Il capitano Cavalié Mercer, comandante di una batteria a cavallo, stava partecipando allegramente al cannoneggiamento quando un tale in borghese capitò in mezzo ai suoi cannoni e si mise a chiacchierare con lui. Portava un cappotto logoro e un cappello rotondo che aveva visto giorni migliori. Mercer lo prese per un turista inglese venuto da Bruxelles a vedere la battaglia, e lo trattò piuttosto bruscamente; solo quando l’altro si fu allontanato lo avvertirono che quello era Sir Thomas Picton, uno dei generali più conosciuti dell’esercito, rispettato per il suo coraggio e temuto per il suo carattere irascibile (ma per chi l’aveva conosciuto bene in Spagna era semplicemente «quel vecchio furfante di Picton»). Nel frattempo era calata l’oscurità e lungo tutta la linea il cannoneggiamento stava cessando. Uno degli ufficiali di Mercer agitò la mano in direzione dei francesi e gridò: «Bonsoir, à demain!». Nel villaggio di Waterloo, gli ufficiali addetti al comando avevano requisito le case dei contadini e scarabocchiato col gesso sulle porte i nomi dei generali che vi dovevano pernottare. Prima di andare a dormire, il conte di Uxbridge, comandante della cavalleria, pensò di andare a chiedere al duca quali fossero i piani per l’indomani. Lord Uxbridge era uno dei molti ufficiali che non avevano mai combattuto agli ordini di Wellington e che gli erano stati imposti dal ministero della Guerra, suscitando da parte sua sgradevolissimi commenti. La presenza di Uxbridge lì era tanto più spiacevole in quanto sei anni prima il nobile lord, che era un protetto e un compagno di baldorie del Principe Reggente, era scappato con lady Charlotte Wellesley, moglie del fratello di Wellington e madre di quattro bambini. Benché lui stesso coniugato e padre di otto figli, Uxbridge l’aveva alla fine sposata, dopo un anno 13

e mezzo di esitazioni e pettegolezzi, un duplice divorzio, un duello e la nascita d’una figlia illegittima. L’epoca vittoriana era ancora di là da venire, e il duca di Wellington non era certo uomo da scandalizzarsi per così poco, tuttavia non risulta che fosse esattamente felice di ritrovarsi fra i piedi lord Uxbridge anche in Belgio. Fra gli ufficiali della cavalleria, la nomina era stata altrettanto impopolare: Shakespear, del 10° Ussari, trascorse la vigilia della battaglia a riflettere sugli errori che Sua Signoria aveva commesso finora e su quelli che molto probabilmente avrebbe commesso l’indomani; secondo Tomkinson, del 16° Dragoni Leggeri, era «un soldato troppo giovane perché si possa affidargli un comando indipendente» (a quanto pare lo stile spavaldo di Uxbridge, che continuava a vestire la divisa del suo vecchio reggimento, il 7° Ussari, mascherava piuttosto bene i suoi quarantasette anni). Lord Uxbridge, dunque, raggiunse la locanda di Waterloo, sulla cui porta era scritto col gesso «Sua Grazia il duca di Wellington», e andò a chiedergli quali fossero i piani per il giorno dopo. Sua Grazia ribatté con un’altra domanda. «Chi attaccherà per primo domani, io o Bonaparte?» «Bonaparte», rispose il generale. «Bene», proseguì il duca, «Bonaparte non mi ha informato dei suoi progetti, e siccome i miei piani dipendono dai suoi, come potete pensare che io vi dica quali sono?». A questo punto, però, Wellington capì d’essersi spinto troppo in là, e cercò di rimediare. Appoggiò familiarmente una mano sulla spalla dell’ussaro perplesso e aggiunse: «C’è solo una cosa sicura, Uxbridge, ed è che qualunque cosa succeda, voi ed io faremo il nostro dovere».

3. «Il momento decisivo del secolo» Al pari di Napoleone e di Wellington, anche il principe Blücher, comandante dell’esercito prussiano, aveva cavalcato tutto il giorno in mezzo agli acquazzoni; colla differenza che non aveva quarantasei anni come i suoi due colleghi, ma settantadue. La sera prima, alla fine della battaglia di Ligny, il vecchio era stato quasi am14

mazzato mentre comandava una carica di cavalleria, e solo per miracolo era sfuggito alla cattura: un aiutante l’aveva coperto col suo mantello, mentre a poca distanza passavano al galoppo i corazzieri francesi. Ma il 17 Blücher era di nuovo in sella, dopo essersi fatto massaggiare le contusioni con aglio e schnaps, e aver fortificato lo stomaco con un magnum di champagne. Incontrando l’ufficiale di collegamento inglese, Sir Henry Hardinge, si sentì in dovere di scusarsi: «Ich stinke etwas», puzzo un po’; anche se è probabile che Sir Henry avesse altro a cui pensare, dal momento che i chirurghi gli avevano appena tagliato un braccio maciullato da una palla di cannone. Fino alla sera il vecchio principe rimase in sella sotto la pioggia, in mezzo ai suoi soldati che si ritiravano verso nord, in direzione del nodo stradale di Wavre. Nel caos seguito alla battaglia di Ligny, questa cittadina era stata scelta come punto d’incontro di tutte le truppe prussiane in ritirata soprattutto perché era possibile identificarla con chiarezza sulle mappe. Quando il barone Müffling, l’ufficiale di collegamento prussiano accreditato presso Wellington, la trovò sulla carta la mattina del 17, restò scosso vedendo quant’era indietro («ma foi, c’est fort loin!»; ovviamente i colloqui fra gli ufficiali inglesi e prussiani avvenivano in francese, la lingua internazionale dell’epoca, benché fosse anche la lingua del nemico). Solo allora Wellington, che fino a quel momento era convinto che Blücher avesse tenuto duro a Ligny, si rese conto della necessità di abbandonare la posizione di Quatre Bras e ritirarsi altrettanto indietro, per evitare di essere aggirato. Ma la carta mostrava anche che da Wavre le truppe di Blücher, anziché proseguire la ritirata verso nord, avrebbero potuto benissimo piegare verso occidente e marciare in direzione di Waterloo. Decidendo di ritirarsi verso Wavre, anziché ad est, verso Liegi e Namur, dove si trovavano le loro piazzeforti e i loro magazzini, i generali prussiani avevano mantenuto aperta la possibilità di restare in contatto con l’alleato; e di rado una decisione strategica presa in pochi minuti, alla luce delle lanterne, sotto la pioggia battente e in mezzo al caos di un esercito in disfacimento, si sarebbe rivelata più azzeccata. «Fu il momento decisivo del secolo», osservò più tardi Wellington; un commento che dovrebbe mettere fine una volta per tutte alle discussioni circa l’entità del contributo prussiano alla sconfitta di Napoleone. (L’imperatore, quan15

to a lui, non ebbe mai il minimo dubbio. «Dovrebbe accendere un bel cero al vecchio Blücher», osservò una volta a Sant’Elena, parlando di Wellington. «Senza quello là, non so dove sarebbe adesso Sua Grazia, come lo chiamano loro, ma io di sicuro non sarei qui»). Dopo aver deciso di ritirarsi, il duca mandò un biglietto a Blücher informandolo che l’indomani avrebbe dato battaglia a MontSaint-Jean, purché il feldmaresciallo fosse venuto in suo aiuto con almeno un corpo d’armata. Quella sera, i generali prussiani discussero a lungo il da farsi, in mezzo all’immenso bivacco delle loro truppe nelle campagne intorno a Wavre. Il parere decisivo era quello del capo di stato maggiore, von Gneisenau; perché se il comandante in capo era Blücher, considerato un eroe nazionale e capace di esercitare sui soldati uno straordinario ascendente morale, chi ne pianificava a tutti gli effetti le manovre era Gneisenau. Come osservò malignamente Müffling, «non era un segreto in Europa che il vecchio principe Blücher, che aveva passato i settant’anni, non capiva assolutamente niente della conduzione d’una guerra; tanto che quando gli sottoponevano un piano non riusciva a farsene una chiara idea, né a giudicare se era buono o cattivo. Questa circostanza rendeva necessario mettergli al fianco qualcuno in cui avesse fiducia, e che possedesse inclinazioni e abilità da impiegare nell’interesse generale». Questo sistema duale di comando, che la Germania imperiale avrebbe ripristinato cent’anni dopo con l’altra celebre coppia composta da Hindenburg e Ludendorff, non era però semplicemente l’accoppiata di un politico e un tecnico, come diremmo oggi: giacché, nel caso specifico, anche il «tecnico» Gneisenau aveva le sue idee, che non concordavano sempre con quelle del suo superiore. Gneisenau, infatti, si fidava poco di Wellington, con cui aveva litigato durante la preparazione della campagna; inviando Müffling al suo comando, gli aveva raccomandato «di stare molto in guardia col duca di Wellington, perché attraverso le sue relazioni coll’India, e l’abitudine a negoziare con gli astuti Nababbi, questo distinto generale si era talmente abituato alla duplicità da diventare un maestro di quell’arte, tanto da superare in doppiezza gli stessi Nababbi». Durante la notte catastrofica che era seguita alla disfatta di Ligny, Gneisenau aveva ripensato amaramente alle promesse di Wellington, che nei giorni precedenti, e ancora la matti16

na della battaglia, aveva garantito che sarebbe intervenuto in aiuto dei prussiani. Che il duca, severamente premuto egli stesso a Quatre Bras, si fosse trovato nell’impossibilità di adempiere al suo impegno, lo sappiamo bene noi oggi, ma Gneisenau in quelle ore affannose non poteva e non voleva saperlo; sicché gli era rimasta impressa la convinzione che dell’alleato non ci si poteva fidare. Si può capire, dunque, che a Gneisenau non piacesse affatto l’idea di correre dei rischi per venire in soccorso di Wellington, tanto più che ancora la sera del 17 il comando prussiano non aveva notizia di gran parte dei suoi convogli di munizioni, con cui aveva perduto i contatti durante la ritirata. Ma Blücher era deciso a mantenere i patti, e alla fine riuscì a convincere il suo riluttante capo di stato maggiore. Alle undici di sera poté dare la buona notizia a Sir Henry Hardinge («Gneisenau ha ceduto! Andiamo a raggiungere il duca»), e dettò subito un biglietto per Wellington, in cui garantiva che all’alba il IV corpo d’armata di von Bülow – l’unico dei quattro corpi prussiani che non avesse ancora combattuto, e dunque il più fresco – si sarebbe messo in marcia verso Waterloo, mentre un altro corpo, il II al comando di von Pirch, si sarebbe preparato a seguirlo. Sulla carta, quei due corpi equivalevano quasi all’intero esercito di Wellington: se fossero arrivati sul campo di battaglia, il rapporto di forze si sarebbe drammaticamente ribaltato a sfavore di Napoleone.

4. La natura degli eserciti Mentre le truppe si preparano stancamente a bivaccare, sguazzando nel fango e cercando un po’ di paglia e legna asciutta per accendere il fuoco, è tempo di soffermarci a osservare un po’ più da vicino la natura degli eserciti contrapposti, evidenziando ciò che li accomunava e ciò che li divideva. In generale, la qualità delle truppe che stavano per affrontarsi fra la Belle Alliance e Mont-SaintJean era relativamente omogenea. L’Europa del 1815 era in guerra da più di vent’anni, e attraverso quell’esperienza tutti gli eserciti avevano imparato il mestiere al livello più alto, finendo per assomigliarsi. Un po’ come accadrà nel 1918 e nel 1945, il divario tat17

tico fra gli eserciti più avanzati, com’era a quell’epoca il francese, e gli eserciti più conservatori, come l’inglese, era ora molto meno ampio di quanto non fosse all’inizio delle guerre rivoluzionarie. Le truppe francesi erano ancora capaci di marciare più velocemente e manovrare con maggior disinvoltura di quanto non riuscisse a fare chiunque altro, ma non si trattava più d’un divario sufficiente a decidere l’esito di una battaglia. Le differenze che nonostante tutto è possibile identificare nella qualità delle truppe in campo avevano poco a che fare anche con il carattere nazionale. Questa affermazione avrebbe certamente sorpreso i contemporanei, che avevano invece molta fiducia nei clichés sulle caratteristiche razziali dei vari popoli, cui attribuivano un indiscusso valore scientifico. È comunque un fatto che il comportamento delle truppe sul campo di battaglia di Waterloo fu sostanzialmente lo stesso quale che fosse la loro nazionalità. Anche nel composito esercito di Wellington lo scarto fra truppe britanniche e truppe «straniere» – che ufficiali e soldati inglesi, col loro radicato sciovinismo, consideravano incolmabile – non si rivelò così significativo alla prova del fuoco. Il fatto che nell’armata di Wellington soltanto il 35 per cento dei soldati appartenesse all’esercito britannico, mentre il 26 per cento a quello dei Paesi Bassi, il 16 per cento a quello dello Hannover, il 9 per cento a quello del Brunswick, il 9 per cento alla cosiddetta King’s German Legion, il 5 per cento a quello del Nassau, era certamente uno svantaggio dal punto di vista organizzativo, ma sul piano tattico non era così grave come a volte si è sostenuto. Una differenza importante nasceva invece dal modo di reclutamento della truppa, che era essenzialmente il frutto d’una decisione politica. Gli eserciti del 1815 si trovavano nel bel mezzo del passaggio dal reclutamento professionale, o diciamo pure mercenario, tipico dell’Ancien régime, alla coscrizione obbligatoria che avrebbe caratterizzato gli eserciti nazionali del futuro. La Francia rivoluzionaria era stata la prima ad adottare il principio della coscrizione universale, per cui tutti i giovani in età di leva erano soggetti alla chiamata; anche se di fatto, ogni anno, se ne arruolava soltanto una minoranza, per mezzo di una procedura di sorteggio. In generale, sotto l’Impero venivano chiamati centomila coscritti all’anno, il che significava estrarne a sorte all’incirca uno su sette; gli ultimi coscritti che raggiunsero in massa i reparti furono quelli del 1814, la cui chia18

mata era stata anticipata all’anno precedente. L’esercito ricostituito da Napoleone al ritorno dall’isola d’Elba era dunque composto in maggioranza da soldati che avevano almeno una campagna alle spalle, anche se agli occhi dei veterani dell’Egitto o di Austerlitz i coscritti del ’14 (soprannominati i «Marie-Louise» dal nome dell’imperatrice) sembravano ancor sempre dei ragazzini. Oltre alla Francia, l’unico regno che praticava la coscrizione obbligatoria era la Prussia, dove il risveglio nazionale delle guerre di liberazione del 1813-14 aveva permesso al governo di far passare il principio rivoluzionario del servizio militare universale; poiché il potenziale umano a disposizione non era abbondante, ogni anno veniva estratto a sorte un coscritto su cinque. Ma proprio perché la coscrizione era stata adottata così di recente, i sudditi che avevano più di vent’anni non erano mai passati attraverso il servizio di leva, e il re non poteva permettersi di non utilizzare questa risorsa. Perciò la Prussia aveva organizzato a fianco dell’esercito regolare una milizia territoriale, o Landwehr, composta da civili sorteggiati su base provinciale, che si sottoponevano a un addestramento periodico, inquadrati da ufficiali prestati dall’esercito regolare o richiamati in servizio dalla pensione. I diversi contingenti nazionali che costituivano l’eterogeneo esercito di Wellington erano invece lo specchio di organizzazioni statali che per ragioni politiche non potevano permettersi di adottare la coscrizione obbligatoria. Negli eserciti dell’Inghilterra, dei Paesi Bassi, dello Hannover, del Brunswick e del Nassau, i reparti di linea erano costituiti da professionisti che firmavano per servire parecchi anni o ancora più spesso a vita, arruolati da ufficiali reclutatori che battevano il paese allettando i volontari con il pagamento d’un premio in contanti. Nell’esercito inglese, il cui bacino di reclutamento coincideva con le isole britanniche, la stragrande maggioranza dei volontari erano sudditi del re, sicché l’esercito conservava una spiccata connotazione nazionale. I re dei Paesi Bassi e dell’Hannover e i principi tedeschi minori, che avevano appena ripreso possesso dei loro territori dopo la lunga parentesi dell’occupazione francese, costituirono invece i loro reggimenti di linea arruolando soldati di mestiere, spesso appena congedati dall’esercito francese o da quello del regno napoleonico di Westfalia, e senza preoccuparsi della loro nazionalità. Tutti questi sovrani risparmiavano così ai loro sudditi il cari19

co del servizio militare obbligatorio. Anche in questi paesi, tuttavia, la fame di uomini provocata dalle guerre napoleoniche era tale che si dovette affiancare l’esercito regolare con una milizia territoriale, formata da civili che ogni provincia era obbligata a fornire in proporzione ai suoi abitanti. In genere, il sorteggio della milizia era pilotato con criteri tali da ridurne al massimo l’impatto sociale, ed evitare ogni confusione con l’odiata coscrizione. Nei Paesi Bassi, ad esempio, la milizia venne reclutata in ragione di un uomo ogni cento abitanti, con ampie esenzioni per figli unici, orfani con sorelle a carico, e così via, in modo da rendere il provvedimento politicamente più tollerabile. In questo modo era possibile sfruttare il potenziale umano disponibile nel paese senza suscitare la stessa opposizione che avrebbe sollevato la coscrizione universale. Nell’esercito di Wellington, i contingenti dei Paesi Bassi, dello Hannover e del Nassau erano dunque costituiti in parte da reggimenti regolari e in parte da milizia; soltanto il contingente britannico era interamente composto da reparti di linea, perché in Gran Bretagna precise garanzie costituzionali impedivano l’impiego della milizia fuori dal regno. La differenza fra truppe di linea e milizia era la più importante, sul piano dell’efficienza, che si potesse riscontrare sul campo di battaglia di Waterloo. Improvvisati e poco addestrati, i reparti della milizia, anche se inquadrati da ufficiali e sottufficiali di mestiere, avevano inevitabilmente un livello di preparazione e di coesione morale inferiore a quello delle truppe regolari. Forse meno marcato fra i prussiani, per il forte spirito nazionale che animava comunque gran parte della loro Landwehr, questo divario era particolarmente sensibile negli altri eserciti continentali; ed è una delle ragioni per cui il duca di Wellington, valutando l’esercito che era stato messo ai suoi ordini, l’aveva giudicato «un esercito infame, molto debole e male equipaggiato».

5. L’esercito inglese: «la schiuma della terra» Il fatto che l’esercito inglese fosse interamente composto di professionisti non comportava affatto quelle implicazioni elitarie che 20

l’espressione può suggerire al lettore odierno. Il mestiere del soldato, malpagato e sottoposto a una durissima disciplina, non era granché apprezzato nel Regno Unito, anzi era una vocazione decisamente proletaria. Non a caso un’alta percentuale di arruolati era costituita da irlandesi, giacché l’Irlanda, sovrappopolata com’era di contadini miserabili, era da sempre il maggior fornitore di carne da cannone degli eserciti di Sua Maestà: i battaglioni di fanteria che Wellington schierò a Waterloo, fatta eccezione per alcuni reggimenti scozzesi dal reclutamento marcatamente regionale, comprendevano in genere una percentuale fra il 20 e il 40 per cento di irlandesi. Nel corso delle guerre napoleoniche, peraltro, anche l’esercito britannico, disperatamente a corto di uomini, aveva dovuto far ricorso al serbatoio di reclute costituito dalla milizia: sugli uomini sorteggiati localmente per entrare nei reggimenti territoriali si esercitavano forti pressioni perché dopo aver completato l’addestramento firmassero per entrare fra i regolari, sicché a Waterloo molti reggimenti erano costituiti per più di metà da uomini che si erano arruolati dopo un’esperienza nella milizia. È opinione comune che queste reclute abbiano prodotto, statisticamente, un certo innalzamento nell’origine sociale e nell’educazione della truppa, che ora comprendeva anche qualche giovane di famiglia piccoloborghese e dotato d’una certa istruzione, d’altronde destinato a diventare immancabilmente sottufficiale: dobbiamo a uomini di questo genere i non molti casi di lettere o diari provenienti dall’esercito di Wellington e scritti da uomini di truppa anziché da ufficiali. E tuttavia, la grande maggioranza dei soldati era ancor sempre composta da disoccupati che non avevano trovato un altro modo per campare. Le poche statistiche disponibili mostrano che circa la metà, prima di arruolarsi, erano stati braccianti agricoli, e gli altri operai tessili o apprendisti artigiani. In una società classista come quella inglese, questa origine proletaria spalancava un abisso fra gli ufficiali e i loro uomini: il duca di Wellington, che non era un uomo di sentimenti democratici, affermò un giorno senza mezzi termini che l’esercito inglese era reclutato fra «la schiuma della terra». Questo caritatevole giudizio era condiviso dai suoi nemici. Quando parlano degli Angluches, i veterani francesi sono sempre stupiti dalla dura demarcazione di classe che divide i soldati dai lo21

ro ufficiali. I soldati inglesi ubbidiscono ciecamente, se sbagliano sono puniti colla frusta, e in libera uscita si ubriacano come non si è mai visto fare a nessun altro; i sottufficiali sono ottimi, «non salgono mai più in alto e trovano la cosa del tutto naturale, tanto l’idea di classe è innata nella loro testa». Quanto agli ufficiali, «sono per lo più molto coraggiosi, ma abbastanza ignoranti del loro mestiere, perché l’educazione inglese non è indirizzata verso la professione delle armi. Per di più sono aristocratici in tutte le loro maniere, scostanti e altezzosi». Sul piano sociale, insomma, l’impressione che i francesi si fanno degli inglesi e del loro esercito è senza appello: «gli ufficiali, tutti della classe dei nobili o dei gentlemen, erano ubbiditi senza discussione dai soldati, tutti della classe dei proletari», ricorda un veterano di Napoleone. Una sensibilità più moderna, che suggeriva di trattare più umanamente la truppa, stava cominciando appena allora a nascere nella società inglese; ma la Gran Bretagna era ancora il paese dove si poteva essere condannati a morte per più di sessanta reati diversi, e dove capitava tutti i giorni che donne o ragazzi fossero impiccati per il furto d’un frutto. Si capisce che nei ranghi dell’esercito gli ufficiali, soprattutto quelli della vecchia scuola, mantenessero la disciplina con estrema spietatezza: per infrazioni anche banali un soldato poteva essere condannato a centinaia di frustate, che diventavano mille o duemila nei casi più gravi, ed erano somministrate col gatto a nove code fino allo svenimento della vittima. Ancora nelle settimane precedenti a Waterloo parecchie condanne di questo genere vennero eseguite in pubblico, fra il disgusto dei civili belgi e lo sgomento delle autorità locali, che intervennero presso i comandi inglesi per invitarli a limitare queste dimostrazioni di barbarie. Sulla composizione aristocratica del corpo degli ufficiali, peraltro, il giudizio va sfumato. Fra gli ufficiali inferiori dei reggimenti inglesi c’erano anche molti figli di impiegati e negozianti, esponenti della laboriosa borghesia urbana che creava la ricchezza dell’Inghilterra; costoro però facevano difficilmente carriera e invecchiavano come tenenti o tutt’al più capitani, non avendo i soldi per pagarsi l’avanzamento. Abitualmente, infatti, la promozione si otteneva acquistando quella che in inglese si chiama tuttora una commission, e che si traduce malamente con «grado»: giacché si tratta piuttosto di un incarico di comando, paragonabile a que22

gli uffici pubblici che in tutte le monarchie d’Ancien régime si vendevano al miglior offerente. L’acquisto di un grado era a tutti gli effetti un investimento, dal momento che quando s’era stancato della vita militare qualunque ufficiale poteva rivendere la sua commission. Il ministero si limitava a sanzionare la compravendita, e a verificare che nessuno potesse saltare uno o più passaggi: era comunque necessario occupare tutti i gradi, uno dopo l’altro, per poter procedere nella gerarchia. Ma i ricchi avanzavano egualmente molto in fretta, acquistando una commission di grado superiore appena se ne offriva una in un reggimento qualsiasi. Arthur Wellesley, non ancora duca di Wellington, era alfiere a diciott’anni e tenente colonnello a ventiquattro: in sei anni aveva avuto cinque promozioni, tutte a pagamento, ed era passato attraverso sette reggimenti diversi, senza aver mai prestato un solo giorno di servizio in guerra. E tuttavia, la promozione per merito non era sconosciuta nell’esercito di Sua Maestà, ed è possibile citare qualche caso stupefacente di ascesa dai ranghi: Sir John Elley, colonnello delle Royal Horse Guards, che fu ferito a Waterloo mentre prestava servizio nello stato maggiore di Wellington, era il figlio d’un portinaio, ed era entrato nell’esercito come soldato semplice. Il criterio seguito dal ministero era di applicare la promozione al merito soltanto per sostituire gli ufficiali caduti in battaglia, dal momento che in quel caso i posti si liberavano da sé senza che fosse necessario rimborsare nessuno. Si capisce allora come mai quando la brigata di Sir John Lambert, in viaggio dall’America all’Inghilterra nella primavera 1815, seppe che Napoleone era fuggito dall’Elba e aveva ripreso il potere in Francia, gli ufficiali si abbandonarono a scene di esultanza. Il maggiore Harry Smith, aiutante di brigata, appresa la grande notizia da un mercantile incontrato nel canale della Manica lanciò in aria il cappello e gridò: «Urrà! Sarò tenente colonnello prima della fine dell’anno!». Il 40° reggimento*, imbarcato su un’altra nave, ebbe la notizia da una fregata inglese, * La traduzione in italiano delle designazioni dei reggimenti attivi a Waterloo presenta qualche problema, soprattutto per la fanteria. Al numero d’ordine, per i reggimenti inglesi seguiva la designazione Foot Regiment, o «reggimento a piedi»; nell’uso si parlava indifferentemente di 40th Foot, o 40th Regiment, ed è quest’ultima designazione che abbiamo scelto di utilizzare.

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e «i giovani ufficiali, nell’aspettativa della promozione, furono così felici che pagarono agli uomini un bicchiere di grog, perché tutti fossero allegri quanto loro» (non avevano torto: di lì a poche settimane, il comandante del reggimento e uno dei capitani vennero uccisi a Waterloo, e quattro subalterni ebbero la loro promozione subito dopo). Se si considera che nel 1815 l’esercito inglese combatteva ininterrottamente da molti anni, e che le battaglie nella Penisola Iberica erano costate un pesantissimo tributo di sangue, è lecito pensare che a Waterloo ci fosse una percentuale di ufficiali promossi per merito molto più alta rispetto a qualche anno prima, o a qualche anno dopo. Il fatto che l’esercito fosse in definitiva più borghese e più meritocratico di quel che si potrebbe credere non significa comunque che si debba fare un gran conto della sua professionalità, intesa nel senso moderno: «nell’esercito inglese nessuno legge mai un regolamento o un ordine se non alla stregua di un romanzo divertente», protestava il duca di Wellington, e come vedremo la condotta di molti ufficiali a Waterloo conferma questa osservazione. Era il coraggio con cui dava l’esempio ai suoi uomini, frutto del rigido senso dell’onore che accomunava tutti i gentlemen, a fare il buon ufficiale, e non altro. Va precisato che il meccanismo delle nomine era del tutto diverso per i comandanti di brigata, di divisione e di corpo d’armata, i quali, non trattandosi d’una commission che potesse essere acquistata, ma di un incarico temporaneo conferito per la durata d’una campagna, erano scelti con la prudenza propria in questo campo delle monarchie d’Ancien régime, ed erano dunque di solito uomini maturi, anche se non anziani: l’età media dei comandanti di corpo e di divisione nell’esercito inglese a Waterloo era di 44 anni e mezzo. L’unica eccezione era il principe d’Orange, figlio del re dei Paesi Bassi, cui era stato affidato il comando d’un corpo, per evidenti ragioni politiche, benché avesse solo 23 anni, secondo un’abitudine anch’essa diffusa nelle vecchie monarchie. Nel complesso, comunque, il secco giudizio che il duca di Wellington e i veterani francesi davano dell’esercito inglese non riguardava affatto la sua efficienza militare. Per quanto proletario e semianalfabeta, il soldato inglese, ben nutrito di carne e birra, riscaldato col gin, e intimamente persuaso della propria superiorità razziale sulla marmaglia straniera che si trovava ad affrontare, era 24

un magnifico combattente, come può immaginare chiunque abbia visto in azione gli hooligans del calcio. Il paragone non è irrispettoso, dal momento che lo stesso Wellington ammise «la frequenza e l’enormità» dei delitti commessi dai suoi soldati contro la popolazione civile, e aggiunse che non sapeva spiegarselo «se non col fatto che abbiamo molti uomini che hanno abbandonato le loro famiglie a far la fame, per la tentazione di poche ghinee con cui ubriacarsi». A sua volta, il generale francese Foy, sulla base dell’esperienza fatta in Spagna, scrive che «il soldato inglese è stupido e intemperante», ma aggiunge che questo è un vantaggio: «una disciplina di ferro trae partito da alcuni dei suoi difetti, e neutralizza gli altri», sicché in definitiva «la forza principale dell’esercito inglese viene dal fatto che masse di uomini ignoranti si lasciano condurre ciecamente da uomini più illuminati di loro». Il duca di Wellington sarebbe stato certamente d’accordo, e il suo commento spregiativo che abbiamo riportato all’inizio si conclude in realtà con un ambiguo elogio del soldato britannico: «Detto fra noi, i nostri amici sono la schiuma della terra. La gente dice che si arruolano spinti da una bella vocazione militare: tutte chiacchiere; non esiste niente del genere. Alcuni dei nostri uomini si arruolano perché hanno messo incinta la ragazza; altri perché sono ricercati; molti di più per la smania di ubriacarsi; è difficile immaginare una collezione simile, e in realtà c’è da meravigliarsi che siamo riusciti a farne della gente così in gamba».

6. L’esercito francese: «tutti devono marciare» L’esercito francese, reclutato sulla base della coscrizione obbligatoria, presentava un volto completamente diverso. Certo, anche se l’obbligo di presentarsi al sorteggio di leva gravava in teoria su tutti i cittadini maschi, una moltitudine di esenzioni, favori e corruzioni, insieme al diritto perfettamente legale di pagarsi un rimpiazzo se si avevano i soldi per farlo, garantiva che il peso della coscrizione gravasse soprattutto sul proletariato rurale; e tuttavia l’esercito poteva e voleva considerarsi rappresentativo dell’intera 25

società, in un modo che sarebbe stato inconcepibile per gli inglesi. Lo stesso Wellington osservava: «Un esercito francese è composto molto diversamente dal nostro. La coscrizione richiama un’aliquota di ogni classe; non importa se è tuo figlio o il mio: tutti devono marciare». Nel 1815, i quadri erano quelli dei reggimenti mantenuti in servizio, sia pure a organico ridotto, dai Borboni durante la prima Restaurazione; ad essi si era aggiunto un certo numero di ufficiali, sottufficiali e soldati che erano stati congedati nel 1814, ed ora avevano deciso di rispondere all’appello di Napoleone ritornando sotto le bandiere. Le idee egualitarie della Rivoluzione, rimaste vive nell’esercito e perfettamente conciliabili col culto dell’imperatore, si rispecchiavano in particolare negli ufficiali, che in maggioranza erano soldati o sottufficiali promossi per merito: si è calcolato che circa i tre quarti di tutti gli ufficiali che servirono sotto Napoleone erano stati promossi dai ranghi. A titolo di confronto, nell’esercito inglese l’equivalente percentuale oscillava fra il cinque e il dieci per cento. Ai livelli più elevati, l’esercito di Napoleone contava anche un gran numero di ufficiali di carriera che avevano già servito sotto l’Ancien régime e provenivano dalla vecchia nobiltà; ma l’imperatore non faceva nessuna differenza fra costoro e quei loro parigrado che erano saliti dal nulla, e che ai vecchi tempi sarebbero stati probabilmente i lacchè o gli attendenti dei primi. Il conte d’Erlon, comandante del I corpo, era un soldato semplice al tempo della monarchia, e allo scoppio della Rivoluzione fu promosso al grado di caporale; fra i suoi quattro comandanti di divisione, Marcognet era figlio d’un vero conte, proveniva dalla nobiltà rurale della Vandea ed era già stato ufficiale prima della Rivoluzione, al pari di Durutte, che era stato addirittura condannato a morte come monarchico sotto il Terrore; ma il terzo, Donzelot, era un soldato semplice del re che era stato promosso ufficiale al tempo di Robespierre, e il quarto, Quiot, s’era arruolato volontario a sedici anni nel 1791, nel pieno della Rivoluzione. Largamente interclassista e formato in gran parte da gente d’umile origine, il corpo degli ufficiali di Napoleone a Waterloo non era però più così giovane come in passato. Soprattutto nei ranghi più elevati, l’età media non si distingueva da quella di eserciti ben più conservatori come quello inglese. I 26 comandanti di cor26

po e di divisione che combatterono a Waterloo avevano un’età media di 44 anni e mezzo, esattamente la stessa dei loro parigrado inglesi; e anche qui il più giovane era un principe del sangue, Gerolamo Bonaparte, fratello di Napoleone, cui era stata affidata una divisione benché avesse solo 31 anni. Sotto questo aspetto, l’esercito imperiale assomigliava ormai più a quelli delle vecchie monarchie che non all’esercito rivoluzionario da cui era nato. Un veterano, il capitano Blaze, osservò a questo proposito: «Dopo ogni battaglia un nugolo di ufficiali mandati da Parigi piombava sui nostri reggimenti per impadronirsi dei migliori posti vacanti. La nuova nobiltà era avida come la vecchia; tutte le nobiltà possibili sono uguali. Se l’Impero fosse durato ancora dieci anni, si sarebbe citato come un fatto notevole che un plebeo diventasse colonnello». Sulla qualità dell’esercito che Napoleone condusse a Waterloo sono state avanzate valutazioni contrastanti. Secondo alcuni quest’armata, i cui soldati erano tutti francesi, era la migliore che l’imperatore avesse comandato da molti anni. In teoria, del resto, i soldati avrebbero dovuto essere tutti quanti veterani di almeno una campagna, dal momento che i coscritti del 1815 non fecero in tempo a raggiungere i reparti; eppure parecchie testimonianze assicurano che in molti reggimenti c’era comunque una forte percentuale di soldati giovani, che non erano mai stati esposti al fuoco. Il giudizio più condivisibile è probabilmente quello di Henry Houssaye, lo storico ottocentesco che, dopo aver analizzato una massa enorme di documenti e testimonianze, concluse così: «impressionabile, sempre pronto a discutere, senza disciplina, sospettoso dei suoi capi, turbato dalla paura del tradimento e perciò forse suscettibile di panico, ma agguerrito e amante della guerra, spasimante per la vendetta, capace di sforzi eroici e di slanci furiosi, e più focoso, più esaltato, più ardente di qualunque altro esercito repubblicano o imperiale, tale era l’esercito del 1815. Napoleone non aveva mai avuto in mano uno strumento di guerra così temibile, né così fragile». Le opinioni dei contemporanei, per lo più negative, sono viziate dal fatto ch’essi scrivevano sotto l’impressione della catastrofe. Il capitano Duthilt osservò che troppi reggimenti erano stati costituiti amalgamando uomini che avevano combattuto a lungo su fronti diversi, che non si conoscevano fra loro e non potevano avere piena fiducia nei loro ufficiali; i soldati che avevano sperimen27

tato le sconfitte degli ultimi anni e poi avevano servito i Borboni, e ancor più i prigionieri reduci dall’Inghilterra o dalla Russia, avevano perduto molto del loro entusiasmo. Desales, che comandava l’artiglieria del I corpo, scrisse: «Avevo un personale piuttosto numeroso; ad eccezione degli ufficiali, e di qualche sottufficiale, tutta questa gente non era né molto istruita, né molto agguerrita. C’era un abisso fra loro e i nostri vecchi soldati del campo di Boulogne». Ma quando i nemici se li trovarono di fronte, li giudicarono agguerriti più che a sufficienza. Come disse un ufficiale inglese, a chi gli chiedeva se a Waterloo si era trovato di fronte alla Vecchia Guardia: «mi spiace molto di non essere stato informato sull’identità dei nostri avversari. Potevano essere la Vecchia Guardia, la Giovane Guardia, o magari neanche Guardia per niente; ma quel che è certo è che erano lì, e sembravano abbastanza pericolosi e abbastanza cattivi da poter essere qualsiasi cosa».

7. L’esercito prussiano L’esercito della Prussia, che sotto Federico il Grande era considerato il primo d’Europa, aveva subìto una drastica riorganizzazione nel corso delle guerre napoleoniche, dopo che Napoleone l’aveva annientato nel 1806. Il nuovo esercito, benché assai più piccolo del precedente, aveva dimostrato un discreto livello di efficienza durante le guerre di liberazione del 1813-14. La Prussia non aveva soltanto adottato il sistema francese del servizio di leva obbligatorio, ma l’aveva modernizzato, introducendo il principio per cui i coscritti che avevano finito il loro servizio militare rimanevano in organico, e potevano essere richiamati in caso di guerra per costituire dei reggimenti della riserva. Inquadrati da ufficiali e sottufficiali di professione, questi reggimenti erano bensì meno efficienti di quelli di linea, ma nell’insieme altrettanto affidabili; trasformati in breve tempo da sudditi a cittadini attraverso la ventata di rinnovamento delle guerre di liberazione, i contadini tedeschi, e in parte polacchi, che costituivano il grosso delle reclute continuavano a essere ottimi soldati come ai vecchi tempi. A inquadrarli era un corpo di ufficiali ancor sempre tratto nel28

la sua totalità dalla nobiltà terriera, e che conservava un forte legame col vecchio esercito prussiano di Federico il Grande: a Waterloo, quasi tutti gli ufficiali prussiani dal rango di capitano in su erano in servizio da prima del 1806. È comunque significativo constatare che nell’esercito di Blücher l’età media dei comandanti di corpo e di divisione era la stessa che abbiamo riscontrato presso gli eserciti di Napoleone e di Wellington, ossia 45 anni; a conferma, ancora una volta, della tendenza al livellamento che caratterizzava tutti gli eserciti dell’epoca. E anche qui l’unico generale veramente giovane era un principe del sangue, il principe Wilhelm, figlio del re, che a diciott’anni comandava la cavalleria del IV corpo, e che sarebbe vissuto abbastanza a lungo da diventare imperatore del nuovo Reich tedesco nel 1871. Alla vigilia di Waterloo, tuttavia, l’esercito prussiano era soggetto a quella che possiamo ben chiamare una crisi di crescenza. Il Congresso di Vienna aveva riportato il regno di Prussia al rango di grande potenza europea e aveva notevolmente allargato i suoi confini, mettendo a disposizione dell’esercito un ampio bacino di reclutamento; il cui materiale umano era tuttavia meno affidabile di quello delle vecchie province. Nello stesso momento il governo prussiano aveva deciso di inquadrare nell’esercito di linea i reggimenti di riserva, nonché le numerose formazioni di volontari (Freikorps) costituite durante le guerre di liberazione, e diversi reparti tedeschi passati dal servizio napoleonico a quello prussiano. Questa moltitudine di formazioni, di efficienza diseguale e vestite con le uniformi più diverse, vennero trasformate sulla carta in reggimenti di linea prussiani, ma la loro riorganizzazione era appena cominciata quando il ritorno di Napoleone costrinse la Prussia a concentrare il suo esercito in Belgio. Ben 25 reggimenti di fanteria, dei 31 che comprendeva allora l’esercito prussiano, erano agli ordini di Blücher nel giugno 1815. Ma di quei 25 solo 7 erano reggimenti di vecchia tradizione, già esistenti prima del 1813, con organico stabile e rivestiti di uniformi regolari. Altri 10 erano reggimenti della riserva, appena rinumerati come reggimenti di linea, ma ancora in parte vestiti con vecchie uniformi donate dall’Inghilterra, o con uniformi francesi preda di guerra. Due reggimenti avevano costituito in precedenza la fanteria del granducato di Berg, ed erano stati incorporati tali e quali, con le loro uniformi bianche di taglio francese. Altri due 29

provenivano dalla Legione Russo-Tedesca, costituita dai russi nel 1812 con prigionieri di guerra delle nazionalità più svariate, e vestivano ancora l’uniforme russa verde scuro. Altri tre reggimenti, infine, erano stati costituiti rifondendo i reduci dei Freikorps, le superstiti truppe del regno napoleonico di Westfalia e rimpiazzi reclutati nelle province renane di nuovo acquisto. Beninteso, la maggior parte di questi reggimenti si comportarono decorosamente sul campo di battaglia; ma è chiaro che la loro coesione, il loro livello di addestramento e anche il loro patriottismo non erano paragonabili a quelli dei vecchi reggimenti prussiani. Il numero dei soldati già addestrati e congedati risultò insufficiente per completare i nuovi, ambiziosi organici, sicché anche i reggimenti di linea dovettero incorporare una certa percentuale di reclute insufficientemente addestrate; e nell’insieme, il rendimento dei reparti prussiani risultò diseguale. Come scrive il più recente storico della partecipazione prussiana, e tedesca, alla battaglia di Waterloo, Peter Hofschroer, «l’esercito messo in campo dal regno di Prussia nel 1815 era, in termini di qualità del materiale umano, equipaggiamento e coerenza organizzativa, probabilmente il peggiore che la Prussia abbia mai impiegato nell’intero corso delle guerre rivoluzionarie e napoleoniche». Un discorso a parte è da fare per la milizia, o Landwehr, che nel 1815 fornì ben 18 reggimenti di fanteria e 17 di cavalleria all’esercito in Belgio. Rispetto alle milizie di altri paesi, la Landwehr prussiana aveva una qualità un po’ più alta, giacché la maggior parte dei suoi reggimenti aveva già partecipato alle guerre di liberazione, e ancora nel 1815 molti dei miliziani presenti nei ranghi erano di fatto dei veterani. In fin dei conti la fanteria della Landwehr era sì inferiore sul campo alla fanteria di linea, ma non così nettamente come in altri eserciti; meno facile è dare un giudizio positivo sulla cavalleria della milizia, che giudiziosamente altri paesi evitarono di organizzare, giacché la cavalleria aveva bisogno di un addestramento molto più intensivo per essere davvero utilizzabile in battaglia. Ma per i generali e forse soprattutto per i politici prussiani, in quella tarda primavera del 1815, la quantità contava molto di più della qualità.

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8. Gli eserciti minori Abbiamo fin qui esaminato i tre maggiori eserciti che si affrontarono sul campo di Waterloo; ma prima di continuare è indispensabile fornire qualche informazione sugli altri eserciti in campo, quelli del regno dei Paesi Bassi, dell’elettorato di Hannover, dei ducati di Brunswick e di Nassau, che insieme alla cosiddetta King’s German Legion, formata da tedeschi al servizio inglese, fornivano quasi due terzi delle truppe al comando di Wellington. Tutti questi eserciti avevano in comune la caratteristica d’essere stati costituiti, o ricostituiti, da pochissimo tempo. Il Belgio e l’Olanda erano stati annessi da Napoleone alla Francia e avevano recuperato la loro indipendenza soltanto nel 1814, dopodiché il Congresso di Vienna aveva provveduto a unificarli in un unico regno. Il nuovo esercito poteva contare su un discreto bacino di reclutamento, perché Belgio e Olanda avevano fornito ogni anno a Napoleone il dovuto contingente di leva, e moltissimi ufficiali originari dei due paesi avevano fatto carriera negli eserciti della Rivoluzione e dell’Impero. Assorbendo quei veterani, l’esercito dei Paesi Bassi si assicurò quadri eccellenti, che però avevano combattuto troppo a lungo agli ordini di Napoleone perché la loro fedeltà non suscitasse qualche sospetto. E in verità si possono capire quei timori di fronte a biografie come quella di Jean-Baptiste Van Merlen, che comandava una brigata di cavalleria a Waterloo: arruolato volontario a quindici anni fra i rivoluzionari belgi insorti contro la dominazione austriaca, poi fuggiasco in Francia, sottotenente nell’esercito francese a diciannove anni, veterano della guerra di Spagna dove s’era distinto proprio contro gli inglesi come comandante di cavalleria, nominato generale e barone d’Impero nel 1812, Van Merlen, come molti altri ufficiali belgi e olandesi, si trovava per la prima volta a combattere contro quell’esercito francese che era stato il suo per tutta la vita. Gli eserciti dell’Hannover e del Brunswick erano stati ricostituiti entrambi nel 1813, dopo che i due principati avevano riguadagnato la loro indipendenza dai francesi; entrambi erano formati da reclute, inquadrate da professionisti che avevano combattuto in Spagna al servizio inglese, ma anche da ufficiali e sottufficiali del disciolto regno napoleonico di Westfalia. Alle truppe rego31

lari lo Hannover aveva affiancato una Landwehr, la cui organizzazione non era però ancora effettiva al ritorno di Napoleone dall’isola d’Elba, e dovette essere completata frettolosamente in pochi mesi. La truppa di entrambi gli eserciti, nel 1815, era piuttosto giovane e inesperta; i brunswickesi in particolare, nonostante la loro minacciosa uniforme nera e la testa di morto che campeggiava sugli shakò di alcuni reparti, colpirono gli ufficiali inglesi soprattutto per la loro eccessiva giovinezza («erano tutti dei perfetti bambini», osservò il capitano Cavalié Mercer). Nell’esercito del Brunswick l’età media dei comandanti di compagnia era di ventott’anni e quella dei comandanti di battaglione di trenta, età impossibilmente basse per gli standard dell’epoca; per di più, a causa delle gravi perdite subite a Quatre Bras, nella giornata di Waterloo diversi battaglioni erano comandati da un capitano, e una delle brigate da un maggiore. Molto diverso era il caso di una forza mercenaria come la King’s German Legion (più brevemente KGL), formata nel 1803 con ufficiali e soldati dell’esercito dello Hannover che erano fuggiti in Inghilterra quando i francesi avevano invaso il loro paese, e che re Giorgio aveva mantenuto al proprio servizio. Nel corso degli anni la Legione aveva combattuto con Wellington in Spagna, acquisendo un’elevata professionalità, tanto che i suoi reparti erano considerati a tutti gli effetti pari ai migliori reparti inglesi. Lo sforzo di assimilarli nell’esercito di Sua Maestà non era però del tutto riuscito: le truppe della Legione vestivano la divisa inglese, e almeno in parte erano addestrate secondo il manuale inglese, ma gli ordini continuavano a essere dati in tedesco. L’assimilazione era più avanzata fra gli ufficiali: molti ufficiali subalterni nel 1815 erano inglesi, mentre alcuni ufficiali tedeschi provenienti dalla Legione occupavano posizioni di comando nell’esercito britannico, come Karl von Alten («Sir Charles Alten» per gli inglesi), che a Waterloo comandava una divisione. In parte analoga, ma sul fronte opposto, l’esperienza delle truppe di Nassau: Napoleone, infatti, aveva mantenuto al suo servizio due reggimenti di fanteria reclutati in quel ducato renano, che si erano battuti bene incorporati nell’armata francese di Spagna. Uno di questi reggimenti, il 2° Nassau al comando del colonnello von Kruse, aveva disertato passando agli inglesi nel dicembre 1813, quando Wellington aveva ormai invaso la Francia meri32

dionale; e un anno e mezzo dopo faceva ancora parte dell’esercito alleato in Belgio. L’altro reggimento, il 1° Nassau, era stato disarmato e internato dai francesi in Spagna, ma nel corso del 1814 i suoi uomini erano ritornati in patria, e intorno a un nucleo di quei veterani von Kruse aveva ricostituito il reggimento, reclutando volontari e un battaglione di milizia. Un terzo reggimento, chiamato di Orange-Nassau, era stato reclutato dal sovrano del principato omonimo, che confinava col ducato di Nassau, partendo anche in questo caso da quadri che avevano servito Napoleone in Spagna. Questi reggimenti, che complessivamente contavano oltre 7000 uomini, e cioè più di un decimo dell’esercito di Wellington, non costituivano però un contingente unitario; e vale la pena di illustrare la loro situazione per mostrare quanto fosse eterogeneo l’esercito alleato, ed intricata la sua struttura di comando. Dopo che il Congresso di Vienna aveva attribuito al principe di OrangeNassau il regno dei Paesi Bassi, il reggimento di Orange-Nassau era stato incorporato in quell’esercito, e vestiva la divisa olandese. Il 2° Nassau, pur continuando a vestire la divisa verde del ducato, era entrato anch’esso al servizio olandese; perciò i due reggimenti vennero riuniti in un’unica brigata, formalmente parte dell’esercito dei Paesi Bassi, anche se in realtà composta da tedeschi, e posta al comando del principe Bernardo di Sassonia-Weimar. Il 1° Nassau, invece, composto in maggioranza di reclute a mala pena addestrate, aveva raggiunto l’esercito solo pochi giorni prima dell’inizio della campagna, e costituiva una forza indipendente al comando di von Kruse, promosso nel frattempo generale. La complicazione organizzativa dell’esercito di Wellington, insomma, rispecchiava puntualmente l’eterogeneità della coalizione politica da cui era nato.

9. «La peggiore notte della nostra vita» Il sergente William Wheeler, del 51° Leggero, era bagnato fradicio («come se mi avessero tuffato a testa in giù nel fiume»). Il reggimento s’era accampato per la notte in un campo di grano all’estrema destra della linea alleata, dietro il castello di Hougou33

mont, in una terra di nessuno dove era sempre possibile che una pattuglia nemica sbucasse all’improvviso dall’oscurità; perciò gli ufficiali avevano proibito di accendere il fuoco e avvolgersi nelle coperte, e gli uomini rimasero tutta la notte seduti sui loro zaini, sotto la pioggia gelida, fumando senza interruzione per cercare di scaldarsi e di tenersi svegli. «Mi criticavate sempre perché fumavo, quando sono stato a casa l’anno scorso», scrisse Wheeler alla famiglia, «ma se non avessi avuto una buona scorta di tabacco questa notte credo che sarei morto». Anche qualcos’altro contribuì a tenere in vita gli uomini del 51°: la sera prima, un uomo era venuto dal villaggio più vicino per vendere pane, formaggio e l’acquavite di ginepro tipica della zona. Durante la marcia, uno dei soldati della squadra di Wheeler aveva raccolto una borsa di monete perduta da un cavalleggero belga, e s’era guardato bene dal restituirgliela; i veterani, ben sapendo che in guerra non mancano le occasioni, s’erano già accordati col sergente per mettere in comune tutto il bottino, e così quella sera avevano potuto pagarsi generi di conforto in abbondanza. Alla lunga, però, la pioggia finì per metterli tutti di cattivo umore. Chi aveva già combattuto in Spagna ricordava che molte grandi battaglie erano state precedute da temporali con tuoni e fulmini, ed erano state tutte delle vittorie; ma nemmeno quella era una gran consolazione per gli uomini inzuppati d’acqua e tremanti di freddo. L’unica vera soddisfazione era sapere che il nemico si trovava nella stessa miseria. Wheeler e i suoi uomini stavano già fumando e bevendo da un pezzo quando il sergente Mauduit della Guardia Imperiale arrivò finalmente al bivacco, lui pure bagnato fino al collo e distrutto dalla stanchezza. La marcia della Guardia, quel giorno, era stata riottosa e indisciplinata. Gli uomini entravano a forza nelle case dei contadini per cercare da mangiare, e fermavano i carri dei rifornimenti per saccheggiarli, ridendo in faccia ai troppo pochi gendarmi incaricati di mantenere l’ordine lungo la strada. (Il generale Radet, comandante della polizia militare, era così sconvolto che offrì quella sera stessa le sue dimissioni). Al calar del buio la truppa era ancora in marcia, e molto lontana dai villaggi dove era stato previsto di acquartierarla. Nell’oscurità e sotto la pioggia battente, qualche reparto perse il suo comandante e non seppe più dove dirigersi; la strada era così fangosa che molti cercavano di abbreviare il 34

cammino tagliando per i campi, salvo smarrirsi nel buio e vagare tutta la notte alla ricerca delle loro unità. I veterani della Guardia maledivano i loro generali, accusandoli di non sapere il proprio mestiere; e più d’uno, sospettando i pezzi grossi di simpatie per i Borboni, borbottava amaramente: «Tradimento!». Il reggimento del sergente Mauduit arrivò a mezzanotte nel cortile d’una fattoria, e per fortuna ebbe l’ordine di fermarsi a passare lì la notte. Era ora, pensò il sergente, che giornata, e che notte! I calzoni e i cappotti degli uomini erano incrostati di fango; molti avevano addirittura perso le scarpe, ed erano arrivati fin lì a piedi scalzi. Nei campi dietro il castello di Hougoumont, il capitano Cavalié Mercer stava cercando di dormire sotto una tenda da campo, che divideva con gli altri quattro ufficiali della sua batteria. Quando si accorse che era impossibile chiudere occhio, perché dalla tela inzuppata l’acqua gocciolava all’interno, uscì insieme al suo luogotenente, e trovò una siepe che offriva un po’ di riparo. L’altro si era portato da casa l’ombrello, e per questo era stato preso in giro senza pietà, ma ora si scoprì che dopo tutto aveva avuto ragione: al riparo dell’ombrello i due riuscirono ad accendere un fuoco, e sedettero a fumare tranquillamente il sigaro. Dopo un po’ passò di lì un soldato tedesco, uno sbandato o un disertore, e si fermò ad accendere la pipa al fuoco; i due ufficiali lo convinsero a cedere loro una gallina che aveva rubato in qualche cortile, e la misero subito in pentola. Ben presto, però, gli altri ufficiali uscirono dalla tenda per rivendicare la loro porzione, e spartita fra così tanti commensali la cena risultò frugale. Il capitano Duthilt, aiutante di campo d’un generale di brigata nel corpo di d’Erlon, vide la truppa accamparsi per la notte lungo la strada maestra, sulle alture sopra il villaggio di Plancenoit. Uomini e cavalli erano interamente ricoperti d’una fanghiglia nera e oleosa: il capitano se lo spiegava con la vicinanza delle miniere di carbone, e col fatto che la strada era usata per il trasporto del minerale. Fu distribuito il pane e nel villaggio abbandonato dai suoi abitanti si fece cuocere alla bell’e meglio del riso; ma non ce n’era abbastanza per tutti, e quanto a vino e acquavite, i soldati dovettero farne a meno. Il giorno prima, infatti, la colonna dei carriaggi del I corpo era stata colta da un panico improvviso, parecchi conducenti se l’erano squagliata, e molti vagoni erano stati saccheggiati. In mezzo a un paesaggio surreale di borse sfondate e 35

bauli aperti, il capitano Duthilt aveva poi ritrovato la sua valigia, squarciata con un coltello e svuotata di tutto: aveva perduto i suoi bagagli, le sue carte e il poco denaro che possedeva, e il suo generale e l’altro aiutante si trovavano anch’essi nella medesima situazione. Il capitano Cotter, del 69° reggimento, accampato sul crinale dietro la Haye Sainte, aveva rinunciato a dormire. La notte era troppo fredda, battuta da un gelido vento siberiano, e il terreno paludoso era così imbevuto di pioggia che ovunque si affondava nel fango fino alle caviglie, sicché stendersi in quell’acquitrino gli era parso fuori discussione. Per cercare di scaldarsi, il capitano andò su e giù tutta la notte, scrutando il cielo in attesa dei primi segni dell’alba, che con tutte le sue incognite avrebbe almeno messo fine a quella tortura. Inevitabilmente gli tornò alla memoria, come a chissà quanti altri ufficiali inglesi quella notte, la pagina famosa dell’Enrico V di Shakespeare, in cui i due eserciti accampati attendono il mattino, durante la notte che precede la battaglia di Azincourt; e come il Delfino, anche il capitano Cotter si trovò a ripetersi sempre più nervosamente: «Non verrà mai l’alba?». Nella fattoria della Haye Sainte i fucilieri del 2° Leggero, un battaglione della King’s German Legion, stavano un po’ meglio dei camerati accampati all’aperto. Il fuciliere Friedrich Lindau, però, era disgustato che la sua compagnia fosse stata collocata nel frutteto, perché lì non c’era nemmeno un angolo asciutto. «Continuava a piovere, e il frutteto era pieno di fango, nessuno stava comodo; qualcuno si era appoggiato a un albero o a un pezzo di muro, altri si erano seduti sugli zaini; coricarsi era impossibile». Lindau sentì dire che nella cantina della fattoria avevano trovato del vino, scese giù e trovò una botte mezza piena; riempì la borraccia e uscì fuori a cercare i suoi fratelli, che servivano tutt’e due in altri reparti. Appena uscito, però, i camerati lo circondarono e gli bevvero tutto il vino, e Lindau dovette scendere parecchie altre volte in cantina a riempire la borraccia, senza mai riuscire a portarne un po’ ai fratelli; in compenso nella sua compagnia tutti bevvero a sazietà, e questo li aiutò a sopportare la notte nel frutteto fangoso. Poco lontano di lì gli uomini del 7° Ussari, in piedi accanto ai loro cavalli, stavano passando «la peggiore notte della nostra vita», come riferì il sergente Cotton. «Ci siamo avvolti nelle cappe, allungandole sulle selle, e aggrappandoci alle cinghie delle staffe, per 36

tenerci su se ci addormentavamo; sdraiarsi per terra, con l’acqua che scorreva sotto di noi, era impensabile, e comunque coricarsi in mezzo agli zoccoli dei cavalli non era prudente». Alla fine uno degli ussari, «un camerata mio, Robert Fisher, uno che prima di arruolarsi faceva il sarto», propose di andare in cerca di qualcosa su cui stendersi. Il sergente Cotton partì e ritornò dopo un po’ con un fascio di stoppie, «che mi ero fatto dare in una fattoria; ora so che era la fattoria di Mont-Saint-Jean». Gli ussari ammucchiarono in terra le stoppie e si sdraiarono su quel letto improvvisato. «Il povero sarto venne poi ammazzato il giorno dopo». Il maggiore Trefcon, capo di stato maggiore di una divisione del II corpo francese, passò gran parte della notte a lavorare col suo comandante, il generale Bachelu, al riparo dalla pioggia in un granaio abbandonato. I due ricevettero i rapporti dei colonnelli e dei comandanti di brigata, calcolarono gli effettivi disponibili, e presero tutte le disposizioni per entrare in battaglia l’indomani. Poi mangiarono qualcosa e si buttarono a dormire, dopo essersi divisi una balla di paglia. Durante la notte uno dei due brigadieri della divisione, che non aveva trovato un altro alloggio, entrò nel granaio in cerca di riparo, e Trefcon dovette dividere la sua paglia con lui. «I soldati non erano meno stanchi di noi», osservò il maggiore. «Si coricarono dove potevano, la maggior parte si addormentò semplicemente nel fango». La differenza fra le reclute e i veterani si manifestò nella capacità di sistemarsi con un minimo di comodità, anche in quelle condizioni eccezionali. Quasi tutti coloro che bivaccarono quella notte, di qualsiasi nazionalità fossero, avevano una coperta in cui avvolgersi, anche se gli scozzesi del 42° «Black Watch», quando le coperte erano state distribuite dopo lo sbarco in Fiandra, se le erano rivendute di nascosto; ma qualche veterano, che sapeva tutti i trucchi, spalmò la coperta di fango, e dormì sotto quel riparo come sotto un telo impermeabile.

10. Sulla strada di Bruxelles Chi fece più fatica a dormire furono gli uomini dei reggimenti accampati vicino alla strada maestra, perché per tutta la notte il pavé 37

fu ingombro di traffico. Il caporale Dickson, degli Scots Greys, fu tenuto sveglio da un brontolio incessante che gli ricordava quello del vento in un camino: erano i vagoni dell’esercito francese che seguitavano ad arrivare alla Belle Alliance. Dall’altra parte il traffico era ancora più fitto, perché ai carriaggi militari si inframmezzava una folla di feriti e di civili in fuga. Il 40° reggimento aveva cercato riparo dalla pioggia nelle stalle, nei granai e nei porcili dei dintorni di Waterloo; ma il sergente Lawrence, un veterano che a ventiquattro anni si era già fatto sei anni di guerra in Spagna e in America, racconta che «per tutta la notte ci fu uno schiamazzo ininterrotto, perché migliaia di civili al seguito dell’esercito stavano ritirandosi verso Bruxelles, spaventati all’idea di rimanere lì dopo la faccenda di Quatre Bras. Era un vero spettacolo, perché a causa della pioggia e del traffico le strade erano quasi inutilizzabili, e la gente rimaneva qualche volta completamente bloccata nel fango; e come se non bastasse, per tutta la notte continuò incessante l’andirivieni dei carriaggi». Il sergente Costello, del 95° Fucilieri, aveva avuto la mano destra fracassata a Quatre Bras, ma le grida dei feriti gravi che venivano trasportati a Bruxelles sui vagoni gli impedivano di dormire ancor più del dolore fisico. A ogni carro che transitava col suo carico di feriti, una quantità di gente, soprattutto donne, si affollava alla ricerca dei propri conoscenti. Costello, col braccio al collo, si avvicinò a un carro da cui aveva sentito provenire uno scoppio di risa omeriche, e si fece raccontare che cos’era successo. Uno dei feriti sul carro, in cui Costello riconobbe un suo vecchio socio, all’avvicinarsi di una donna che conosceva bene perché era la moglie d’un camerata aveva contraffatto la voce, tanto che la donna nell’oscurità lo scambiò per il marito. Subito gli allungò una bottiglia di liquore e continuò a camminare ansiosamente accanto al carro, sforzandosi di vederlo in faccia, finché l’uomo non le restituì la bottiglia vuota, accompagnandola con l’augurio che suo marito non fosse ferito per niente. La delusione e la rabbia della donna vennero accolte dagli sghignazzi di tutti i soldati presenti, a cui il sergente Costello non mancò di unirsi, congratulandosi col socio per il suo spirito d’iniziativa. Qualcuno, magari, si stupirà che a Waterloo i soldati fossero accompagnati dalle mogli; ma a quell’epoca, al seguito di un esercito c’era di tutto. Il maggiore Harry Smith, e il fratello che si tro38

vava con lui come volontario, erano sbarcati in Belgio portando con sé la moglie spagnola del maggiore, Juana, due servitori, una cameriera, sei cavalli e due muli. Anche un certo numero di soldati aveva il permesso di portare con sé, e nutrire a spese dell’esercito, le mogli e i figli che altrimenti sarebbero finiti sulla strada. Quando il 42° «Black Watch» si imbarcò dall’Irlanda per raggiungere Ostenda, portò con sé quattro donne per ogni compagnia, col diritto di ricevere mezza razione a testa. Quando poi, giunto in Fiandra, il reggimento dovette imbarcarsi su chiatte per continuare il viaggio sul canale, ebbe l’ordine di portare solo due donne per compagnia, mentre le altre vennero sbarcate senza tante cerimonie e rinchiuse in lacrime in una caserma; ma ben presto riuscirono tutte a scappare e raggiunsero i mariti. Se la proporzione era la stessa in tutti i reggimenti, l’esercito di Wellington doveva avere al suo seguito molte migliaia di donne, e altre ancora s’erano aggiunte dopo lo sbarco. Il granatiere Jack Parsons, del 73° reggimento, aveva raccattato una ragazza fiamminga e se l’era portata dietro fino a Waterloo; all’alba, siccome aveva fatto un brutto sogno ed era in preda ai cattivi presentimenti, chiese al suo capitano di aiutarlo a fare testamento, e lasciò alla ragazza la sua paga arretrata, tutto quello che possedeva al mondo. Nei primi giorni della campagna, donne e bambini erano rimasti accanto ai rispettivi mariti e padri, correndo talvolta gli stessi rischi. Durante la ritirata da Quatre Bras, alcuni fucilieri del 95° trovarono lungo la strada una donna uccisa da una palla in testa, con un bambino ancora vivo in braccio; lo raccolsero e lo portarono con sé, finché non ritrovarono il padre e glielo consegnarono. Ma la notte prima della battaglia di Waterloo il duca ordinò che tutti i non combattenti fossero rimandati indietro, per non intralciare le operazioni dell’esercito. Non tutti obbedirono: Elizabeth Watkins, una bambina di cinque anni, sarebbe rimasta sul campo insieme alla madre durante tutta la battaglia, aiutandola a strappare tela per farne delle bende; era ancora viva, e se ne ricordava ancora, nel 1903. Ma la maggior parte delle donne e dei bambini, come pure degli altri civili, domestici, impiegati e venditori ambulanti, si affollò nell’oscurità sulla chaussée, verso la relativa sicurezza di Bruxelles. Wellington ordinò di rispedire nella capitale, e di lì instradare verso Anversa, anche i bagagli dei reggimenti e quelli privati 39

degli ufficiali, in modo da non avere sulle braccia nulla che potesse limitare, l’indomani, la mobilità dell’esercito. Questa moltitudine di carriaggi e bestie da soma si aggiunse alla folla di profughi che già ingombrava la strada, in fuga dalla distruzione incombente su quello che fino a pochi giorni prima era stato un tranquillo angolo di campagna. Spaventati dalle devastazioni dei soldati, tutti i contadini della zona avevano lasciato le loro case e si affrettavano verso la foresta di Soignies, con le povere masserizie caricate su carri e col bestiame scampato alle requisizioni. Una quantità di vagoni carichi di pane, foraggio e rum destinati alle truppe, che cercavano di risalire in senso inverso la folla dei profughi, rimasero abbandonati in mezzo alla strada: per trasportarli, l’intendenza di Wellington aveva requisito cavalli ai contadini, ma nella confusione generale i proprietari erano tornati a riprendersi le loro bestie ed erano scappati nella foresta. Questo sembra aver dato il colpo di grazia alla strada, che si trasformò in un immenso ingorgo, in cui era quasi impossibile muoversi. Quella notte gli uomini della brigata di Sir John Lambert, in marcia da Bruxelles per raggiungere Waterloo, dovettero aprirsi la strada rovesciando senza complimenti nei fossi i carri abbandonati o impantanati, così da impedire che si strozzasse del tutto quella che era pur sempre l’unica linea di ritirata disponibile per l’esercito di Wellington.

11. Lettere nella notte Proprio il timore che il nemico potesse rimettersi in marcia e sgusciar via nella notte impediva di dormire a Napoleone. Subito dopo cena l’imperatore s’era coricato nel letto da campo allestito dai domestici, in una stanza della fattoria di Le Caillou, col fuoco acceso nel camino; ma prima dell’una era già di nuovo sveglio. Poiché non riusciva a riaddormentarsi, uscì accompagnato soltanto da un aiutante di campo, raggiunse a piedi la linea dei bivacchi e la percorse tutta, scrutando l’orizzonte. Negli intervalli fra un acquazzone e l’altro, i soldati di entrambi gli eserciti erano riusciti ad accendere il fuoco, e il chiarore di quelle migliaia di falò dise40

gnava nitidamente le loro posizioni nell’oscurità. Napoleone avrebbe poi ricordato: «La foresta di Soignies sembrava in fiamme; l’intero orizzonte era illuminato dai fuochi dei bivacchi; regnava il più profondo silenzio». Giungendo nelle vicinanze del bosco di Hougoumont, verso le due e mezza di notte, l’imperatore sentì il rumore d’una colonna in marcia, e si allarmò: se il nemico si ritirava, Napoleone era già deciso a svegliare immediatamente le sue truppe e riprendere l’inseguimento nell’oscurità. Ma quasi subito quel rumore si spense, mentre la pioggia riprendeva più fitta che mai. Questo, almeno, è quello che racconta l’imperatore nelle sue memorie. È un peccato che di questa emozionante ricognizione notturna non ci sia nessuna traccia nelle testimonianze dei suoi domestici: i quali affermano concordemente che Napoleone dormì, è vero, pochissimo, perché il traffico lungo la strada era rumoroso e arrivavano ad ogni momento ufficiali per consegnare rapporti o chiedere istruzioni; ma se ne restò comunque in casa fino al mattino. Il suo valletto, Marchand, lo vide aggirarsi svestito nella stanzuccia, tagliandosi distrattamente le unghie con un paio di forbicine, e guardando dalla finestra la pioggia che continuava a flagellare la campagna. Intorno alle tre di notte, l’imperatore decise davvero che una ricognizione era necessaria; ma ci mandò uno dei suoi ufficiali d’ordinanza, il generale Gourgaud, ed era di nuovo sotto le coperte quando costui tornò a riferire che a causa della pioggia le strade erano in cattive condizioni e il terreno impraticabile, sicché non c’era nessuna fretta di mettersi in marcia. Alle tre di notte anche il duca di Wellington era sveglio, nella sua stanza alla locanda di Waterloo. Si era alzato poco prima, aveva fatto mettere due candele sul tavolo e aveva cominciato a scrivere un gran numero di lettere. Il loro tono dimostra che il duca era ben consapevole dei rischi che correva accettando di dare battaglia a Waterloo, e che non aveva ancora ricevuto il rassicurante biglietto di Blücher, con la promessa di raggiungerlo in forze il giorno dopo. Al duca di Berry, fratello di re Luigi XVIII, che si trovava allora in esilio a Gand, Wellington scrisse una lunga lettera in francese, avvertendolo che la corte avrebbe fatto meglio a rifugiarsi nella cittadella di Anversa, per imbarcarsi su una nave inglese nel caso che l’esercito fosse costretto a sgomberare il Belgio. 41

Al governatore di Anversa ordinò di porre la fortezza in stato d’assedio, concedendo l’ingresso soltanto ai Borboni e ai civili in fuga dal nemico. A Sir Charles Stuart, ambasciatore a Bruxelles, raccomandò di tenere tranquilli i numerosi inglesi che si trovavano in città: «che si preparino tutti a partire, ma senza fretta e senza panico, perché andrà ancora tutto a finir bene». Finalmente, il duca scrisse un biglietto a lady Frances Webster, una giovane signora che aveva frequentato molto intimamente a Bruxelles nelle settimane precedenti. Fin dove, esattamente, si fosse spinta questa intimità è rimasta da allora una questione dibattuta. Lady Frances era una deliziosa ventiduenne, sposata a un ufficiale degli ussari che la tradiva pubblicamente, e aveva imparato da un pezzo a vendicarsi delle infedeltà del marito; d’altra parte, era incinta all’ottavo mese, il che è bastato ai biografi per scagionare il duca da ogni sospetto. Questo zelo vittoriano appare però eccessivo se si considera che l’anno precedente, a Parigi, Wellington aveva avuto una storia con la Grassini, cantante dell’Opéra, e un’altra con mademoiselle Georges, la più famosa attrice della Comédie Française, tutt’e due ben note per essere già passate nel letto di Napoleone. Siccome, d’altra parte, i rapporti fra il duca e sua moglie erano notoriamente improntati alla più assoluta indifferenza, non ci sarebbe da stupirsi se fra i piaceri mondani che avevano allietato fino all’ultimo il suo soggiorno a Bruxelles Sua Grazia avesse trovato il tempo di allacciare una liaison con la giovane compatriota. In ogni caso, è a lady Frances Webster che il duca scrisse la sua ultima lettera, prima di far sellare i cavalli e raggiungere le sue truppe sotto la pioggia battente. «Siccome mando un messaggero a Bruxelles, vi scrivo una riga per dirvi che voi e lord Mountnorris [il padre di lady Frances] dovreste fare i preparativi per lasciare Bruxelles. Abbiamo combattuto una battaglia disperata venerdì, che ho vinto, anche se avevo solo poche truppe. I prussiani sono stati molto maltrattati, e si sono ritirati la notte scorsa, il che ha obbligato anche me a ritirarmi fin qui ieri. L’andamento delle operazioni potrebbe costringermi a scoprire momentaneamente Bruxelles, ed esporla al nemico; perciò vi raccomando di tenervi pronti a partire per Anversa col minimo preavviso». Ci si può chiedere, leggendo questa lettera, se il duca era davvero deciso fino in fondo a dar battaglia, o se una voce interiore non lo avverti42

va che avrebbe fatto meglio a portar fuori di lì il suo esercito prima che fosse troppo tardi. Quando diede ordine ai domestici di sellare il suo purosangue Copenhagen, Wellington si stava forse chiedendo se fermandosi a Waterloo non aveva commesso l’errore della sua vita. Verso le quattro albeggiava. Napoleone era sempre a Le Caillou, ed è piuttosto improbabile che fra i suoi pensieri ci fosse posto per una ragazza. Anche il timore che il nemico sgomberasse la posizione nottetempo era svanito: diversi ufficiali mandati in ricognizione, e qualche spia che s’era avvicinata ai bivacchi nemici, avevano confermato che gli inglesi non s’erano mossi. La preoccupazione dell’imperatore era piuttosto che il perdurare del maltempo gli impedisse di approfittare del suo vantaggio, e annientare quell’esercito che era stato così incauto da fermarsi ad aspettarlo. Ma quando vide che fra un piovasco e l’altro il disco rosso del sole cominciava a occhieggiare fra le nuvole, basso sull’orizzonte, l’imperatore si tranquillizzò; e si convinse che quell’alba annunciava una grande giornata. «Stasera», disse, «dormiremo a Bruxelles». Fra i dispacci arrivati durante la notte ce n’era uno di Grouchy, scritto alle dieci della sera prima. Questo maresciallo era stato incaricato di inseguire i prussiani sconfitti, conducendo con sé la maggior parte delle truppe che avevano combattuto a Ligny. Il dispaccio costrinse Napoleone a occuparsi di una questione con cui era ben deciso a non perdere tempo: il suo istinto, infatti, gli diceva che dopo la disfatta subita i prussiani si ritiravano verso est, per ripararsi dietro le piazzeforti di Liegi e di Namur, e che almeno per un paio di giorni non si sarebbe più sentito parlare di loro. Invece Grouchy informava l’imperatore che secondo i rapporti della sua cavalleria almeno una delle colonne prussiane si era incamminata verso nord, in direzione di Wavre. Ma anche a sud-est, sulla strada di Namur, la cavalleria aveva sorpreso prussiani in ritirata e catturato cannoni e carriaggi; il maresciallo, a questo punto, non era in grado di dire quale fosse la direzione presa dal grosso, anche se non dubitava di scoprirlo presto. In ogni caso, se fosse risultato che le forze in marcia verso Wavre erano di qualche consistenza, Grouchy assicurava che le avrebbe incalzate per impedir loro di raggiungere Wellington. 43

Bruxelles NORD

Waterloo

ChapelleSt. Lambert

Wavre

Mont-St. Jean

Campi di battaglia Ritirata prussiana secondo le supposizioni di Napoleone Ritirata prussiana effettiva Inseguimento di Grouchy

Plancenoit verso Liegi 10 km Genappe

Nivelles

Quatre-Bras Frasnes

Sombreffe

Gembloux

Ligny

Fleurus

Namur

10 10 km km

Charleroi

Tav. 4. La ritirata prussiana e l’inseguimento di Grouchy (17-18 giugno).

Il dispaccio era datato da Gembloux, una località a nord-est di Ligny. Di per sé, non era affatto strano che il maresciallo si trovasse lì, giacché lo stesso Napoleone gli aveva ordinato di inseguire i prussiani in quella direzione. Non è chiaro, però, come Grouchy pensasse di poter fermare, partendo di lì, delle colonne nemiche dirette verso Wavre, che per forza di cose erano già più vicine di lui al campo di battaglia di Waterloo; e anche Napoleone, se 44

avesse dato importanza a quelle colonne e verificato la situazione sulla mappa, avrebbe dovuto avvertire qualche inquietudine. Ma l’imperatore era convinto che dopo la disfatta di Ligny il vecchio Blücher si sarebbe ben guardato dall’arrischiare un’altra volta il suo già malconcio esercito, e che la sola apparizione delle avanguardie di Grouchy lanciate all’inseguimento sulla strada di Wavre avrebbe persuaso i prussiani ad accelerare la ritirata; perciò stabilì che non era il caso di impensierirsi, e non si preoccupò neppure di rispondere a Grouchy, nella tranquilla convinzione che da quella parte sarebbe andato tutto per il meglio. Con le luci dell’alba, cominciò a farsi sentire in Napoleone anche la stanchezza per la nottataccia, e per le troppe ore passate a cavallo il giorno prima. Uno dei suoi ufficiali di stato maggiore, il colonnello Pétiet, aveva già notato che l’imperatore non riusciva più a stare in sella così a lungo come in passato: «appena smontava, per studiare le mappe o ascoltare i rapporti o mandare messaggi, la gente del seguito gli metteva davanti un tavolino di legno grezzo e una seggiola dello stesso genere, e lui restava lì seduto anche per molto tempo». Se a Waterloo Napoleone fosse tormentato da dolori alla vescica, o forse dalle emorroidi, come molti hanno ipotizzato, è impossibile sapere con certezza; ma Pétiet s’era spaventato del suo mutamento fisico fin da quando l’aveva rivisto al ritorno dall’isola d’Elba: «la sua corpulenza, il colorito pallido e opaco, la camminata pesante lo rendevano molto diverso dal Generale Bonaparte che avevo conosciuto all’inizio della mia carriera». Mentre fuori faceva giorno, Napoleone, scaldandosi al fuoco che scoppiettava nel camino, si fece portare gli ultimi dispacci ministeriali da Parigi, e s’immerse nella loro lettura, quasi per scacciare il pensiero del lavoro che lo aspettava. Il duca di Wellington era appena montato in sella, e stava uscendo col suo seguito dal villaggio di Waterloo, quando lo raggiunse l’ufficiale prussiano che portava il biglietto di Blücher. Wellington chiamò vicino a sé il barone von Müffling, e insieme decifrarono il dispaccio, in cui Blücher prometteva di venire in aiuto con forze doppie di quelle richieste dal duca. In precedenza, la collaborazione fra i due comandi aveva lasciato piuttosto a desiderare, e Wellington era incline ad attribuire proprio alla lentezza prussiana il ritardo con cui gli era giunto l’avviso dell’avanzata di Napoleone («Blücher ha scelto l’uomo più grasso del suo esercito per 45

portarmi un espresso, e quello ci ha messo trenta ore per fare trenta miglia»). Ora, però, il duca aveva la conferma scritta che gli alleati non intendevano abbandonarlo. Gli ultimi dubbi sull’opportunità di dare battaglia a Waterloo debbono essere caduti in quel momento; e tuttavia, restava da vedere se Blücher sarebbe riuscito a mantenere la sua promessa, e a mantenerla entro un tempo ragionevole, perché dall’arrivo di quei rinforzi dipendeva la vittoria o la sconfitta.

12. «Pochissimi di noi saranno ancora vivi stasera» Cominciava appena a far giorno. In un raggio di pochi chilometri, quasi 150 mila uomini lividi per il freddo, con addosso divise umide i cui colori avevano già cominciato a stingere, con la barba non rasata da diversi giorni e incrostati di fango da capo a piedi, si affaccendavano intorno agli avanzi dei falò spenti dalla pioggia, cercando di ravvivare un po’ di fuoco fra le braci. Tutto il legno, la paglia e l’acqua che si erano potuti trovare nei villaggi e nelle fattorie della zona, demolendo steccati, porte e finestre e svuotando stalle e fienili, erano già stati convogliati verso i bivacchi. Pian piano il sangue ricominciava a circolare nelle membra, e anche i molti che s’erano svegliati anchilosati per il freddo e incapaci di muoversi riuscivano un po’ per volta a rimettersi in piedi. Dappertutto echeggiava un crepitio di spari isolati, che ai vecchi soldati ricordava il rumore d’un combattimento d’avamposti: gli uomini, dopo aver asciugato e pulito le canne e le pietre focaie dei loro moschetti, li rimettevano in funzione sparando un colpo, per essere sicuri che fossero di nuovo utilizzabili. Le condizioni igieniche dovevano essere spaventevoli, eppure sappiamo che molti, forse più di quello che accadrebbe oggi, approfittarono di quelle prime ore di luce per farsi la barba e magari anche indossare una camicia pulita: «perché ai soldati», come osservò un ufficiale francese, «non piace combattere quando sono sporchi». Il capitano Verner, del 7° Ussari, aveva trascorso tutta la notte in sella col suo squadrone, in un campo di segala così alta che i 49

cavalli quasi vi sparivano, per coprire da quella posizione avanzata il fianco destro dell’esercito alleato. La sera prima, quando gli avevano affidato quella responsabilità, il capitano non si era sentito per niente soddisfatto, perché durante la ritirata da Quatre Bras i suoi uomini erano stati duramente impegnati; ma ovviamente aveva obbedito senza discutere, seguendo il sergente maggiore del reggimento, nel buio pesto della notte, fino al luogo in cui doveva prendere posizione il picchetto. Dopo essere rimasti lì tutta la notte, con i cavalli che affondavano nel fango fino al ginocchio e la pioggia che entrava negli stivali, gli ussari si accorsero alla prima luce che il luogo dove si trovavano era solo a pochi metri di distanza dalla prima linea, e dunque la loro veglia notturna era stata perfettamente inutile. Verner testimonia che nemmeno nei momenti più duri della guerra in Spagna aveva visto i suoi uomini così stanchi e depressi. Al centro dello schieramento di Wellington, i reggimenti della brigata di Sir Colin Halkett stavano cercando di scuotersi dal torpore notturno. Gli uomini del 30° non avevano più mangiato niente di caldo da tre giorni; il giorno prima avevano cominciato a cuocere il rancio durante una sosta nella ritirata, ma quasi subito la marcia era ricominciata in gran fretta, e la zuppa e la carne erano state buttate nei campi. Da allora in poi i carri dei rifornimenti non erano più arrivati fino a loro, sicché tutti quanti avevano dovuto affrontare la notte senza niente da mangiare, tranne gli avanzi del chilo e mezzo di pane che era stato distribuito due giorni prima. Al mattino, gli ufficiali del reggimento si accorsero che i loro uomini, quasi tutti novellini senza nessuna esperienza che erano andati al fuoco per la prima volta a Quatre Bras, erano «quasi pietrificati dal freddo; molti non riuscivano a stare in piedi, e qualcuno era del tutto istupidito». Il generale Desales, comandante dell’artiglieria del I corpo, aveva ceduto il suo alloggio al suo superiore, il conte d’Erlon, e perciò aveva passato la notte al bivacco. Quando finalmente smise di piovere, verso l’alba, era bagnato fino all’osso. Aveva una gran voglia di cambiarsi e indossare biancheria asciutta; aggirandosi in mezzo ai vagoni dell’artiglieria trovò una carrozza aperta e abbandonata, e senza perdere tempo ci entrò per spogliarsi, rivestendosi con quel che c’era ancora di asciutto nei suoi bagagli. Famoso per aver costruito a tempo di record i ponti sul Danubio du50

rante la campagna di Wagram, ciò che gli era valso il titolo di barone e quattromila franchi di rendita, Desales, come molti altri ufficiali, s’era adattato abbastanza bene al ritorno dei Borboni nel 1814; dopo tutto era nato a Versailles, e suo padre era un antico servitore di casa reale. «Avevo succhiato col latte l’amore dei Borboni, e del resto da bambino li vedevo tutti i giorni». Il ritorno inatteso di Napoleone e la partenza precipitosa di Luigi XVIII lo avevano convinto a presentarsi all’imperatore e chiedergli di rientrare al suo servizio, purché gli fosse riconosciuto il grado di generale che aveva ottenuto dopo l’abdicazione. Napoleone, che aveva un gran bisogno di tecnici, glielo confermò; e ora Desales era lì, al comando dei quarantasei cannoni del I corpo, a scrutare il cielo per capire se davvero la giornata sarebbe stata migliore di quella precedente. All’estrema sinistra della linea alleata, sul crinale dietro la fattoria della Papelotte, i tre reggimenti di ussari della brigata di Sir Hussey Vivian si rimettevano faticosamente in ordine, dopo una notte disastrosa in cui i loro cavalli, spaventati dai tuoni e dai lampi, avevano impedito a tutti quanti di chiudere occhio. Gli ufficiali del 10° Ussari si rifugiarono in una casa di contadini, e lì, interamente nudi, fecero asciugare le divise al fuoco del camino. Il reggimento aveva come colonnello onorario il Principe Reggente, ed era in quel momento un reggimento di gran moda, noto alle malelingue londinesi come «the Prince’s Dolls», le Bambole del Principe; perciò la compagnia era scelta, e comprendeva il figlio del duca di Rutland, il figlio del conte di Carlisle, e i nipoti di altri quattro lords. Ma si conoscevano appena, perché erano tutti nuovi: l’anno prima il colonnello George Quentin era stato mandato alla corte marziale coll’accusa di codardia davanti al nemico, e gli ufficiali del reggimento, che avevano tutti quanti sostenuto l’accusa, erano stati trasferiti in massa dopo la sua assoluzione. Anche fra i nuovi ufficiali il colonnello non era esattamente popolare: al momento di rivestirsi uno di loro, il capitano Wood, si accorse con soddisfazione che «il vecchio Quentin» si era bruciato la suola degli stivali e non riusciva più a infilarseli. Nel castello di Hougoumont il soldato Matthew Clay, del 3° Foot Guards, si mise a frugare gli edifici abbandonati il giorno prima da padroni e contadini, alla ricerca di qualcosa da mangiare. Trovò un pezzo di pane raffermo e una casseruola dove era stata 51

messa a bollire una testa di maiale; ma la carne non aveva finito di cuocere, ed era così ripugnante che Clay rinunciò ad assaggiarla. Quando ebbe consumato il pane pensò a rimettersi in ordine; come tutti era fradicio fino alle ossa, ma il giorno prima, passando accanto al corpo d’un soldato tedesco morto, era stato così previdente da spogliarlo e prendersi la sua biancheria, così adesso era almeno in grado di mettersi addosso qualcosa di asciutto. Quando si fu cambiato la camicia e le mutande, ci infilò sopra la giubba scarlatta ancora umida, e se ne andò a cercare un po’ di paglia, per sedersi all’asciutto in attesa di ordini. Gli uomini dell’85° di linea* avevano passato la notte in mezzo al fango, senza nessun riparo dalla pioggia. Il reggimento era stato costituito nei porti normanni di Granville e Cherbourg, e perciò comprendeva un gran numero di ex prigionieri di guerra, catturati in Spagna e reduci dagli infernali pontoni galleggianti su cui gli inglesi segregavano i loro prigionieri. Il capitano Chapuis era sicuro che tutti costoro non vedevano l’ora di venire alle mani con gli Inglisman e saldare i conti per le vessazioni subite, ed erano disposti a farsi ammazzare piuttosto che cadere un’altra volta in prigionia. Quel mattino però, guardandosi intorno, il capitano ritrovò ben poco dello spirito combattivo con cui l’85° era partito per la guerra: al momento dell’appello, il cupo silenzio che regnava nei ranghi dimostrò che dopo una notte come quella gli uomini erano svuotati, e avrebbero avuto bisogno di qualche ora di vero riposo prima di poter marciare contro il nemico. Sir Augustus Frazer, comandante dell’artiglieria a cavallo, aveva dormito sotto un tetto nel villaggio di Waterloo, e si sentiva abbastanza in forma. Alle prime luci dell’alba sedette a scrivere una lunga lettera alla moglie, raccontando quel che era accaduto a Quatre Bras e cercando di immaginare cosa sarebbe successo quel giorno. Sotto il tono fiducioso e tranquillo traspare a tratti l’angoscia per le perdite subite nei giorni precedenti. «Abbiamo portato in salvo tutti i nostri feriti, tranne quelli che saranno rimasti in mezzo al grano alto senza che nessuno li trovasse. Poveracci! È in queste scene, non nel combattimento vero e proprio, che si vede la mi* I reggimenti di fanteria francese saranno sempre designati con questa espressione, traduzione letterale della designazione ufficiale in uso in Francia (85e de ligne).

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seria della guerra. La notte scorsa ho visto Henry Macleod, non ha più febbre né dolori, e si sta rimettendo. Ha tre ferite di lancia nel fianco, una scorticatura in testa, e una contusione alla spalla. Il povero Cameron mi dicono è morto, ma non voglio crederci. Addio. In mezzo a tutte queste strane scene il mio spirito è con te, ma è tranquillo e composto, e non c’è motivo per cui non debba essere così. Andrà tutto molto bene. Dio ti benedica». Nella batteria del capitano Mercer, un caporale mandato in cerca di munizioni era appena tornato con un carro carico di viveri. Distribuito e bevuto sul posto il rum, i cannonieri avevano messo a bollire la farina d’avena e preparato un porridge improvvisato, che chiamavano in gergo «tiramisù». Mercer, constatando che c’era anche della carne, rifiutò di mangiare quella roba e diede ordine di cuocere la zuppa. Mentre aspettavano che il rancio fosse pronto, anche i suoi ufficiali si chiedevano che cosa sarebbe accaduto quel mattino. Nessuno poteva escludere che fra poco l’esercito avrebbe ricominciato la ritirata, esattamente com’era successo il giorno prima, ancora incalzato dai francesi lungo la chaussée che portava a nord. Poiché non aveva niente da fare, Mercer andò a passeggio fra i bivacchi della cavalleria, ascoltando le chiacchiere degli uomini. «Qualcuno pensava che i francesi avessero paura di attaccarci, altri invece che l’avrebbero fatto presto; qualcuno che il duca non avrebbe aspettato l’attacco, altri invece sì, perché certamente non gli avrebbe permesso di andare a Bruxelles». Dopo un po’ il capitano se ne tornò alla sua batteria, sperando che la minestra fosse pronta; solo per scoprire che era arrivato il momento di muoversi, e i soldati avevano buttato via tutto. Un po’ più indietro, i fucilieri del 2/95° avevano avuto il permesso di saccheggiare le fattorie dei dintorni, e stavano facendo a pezzi tutto ciò che era di legno per asciugare i vestiti vicino al fuoco, oltre a scannare e cuocere il poco bestiame che i contadini avevano lasciato indietro. Alcuni fucilieri, entrando nel cortile d’una fattoria, ci trovarono uno dei loro compagni, morto, e conclusero immediatamente che era stato avvelenato, anche se è più probabile che si fosse semplicemente ammazzato bevendo troppa acquavite. Fuori di sé per la rabbia, i fucilieri cominciarono a distruggere sistematicamente tutto ciò che si trovava nella fattoria; scesi in cantina, sfondarono le botti e riempirono di vino le borracce. Poi, siccome il morto apparteneva a una compagnia appena arrivata 53

dall’Inghilterra, e vestita con uniformi nuove, mentre la loro si trovava nelle Fiandre da più di un anno e le loro uniformi erano ridotte in stracci, pensarono bene di denudare il cadavere e si spartirono i suoi capi di vestiario. Nei campi presso la Belle Alliance, i soldati del 28° di linea avevano finito di smontare i fucili per asciugarli, ingrassarli e cambiare le pietre focaie, e si stavano preparando da mangiare. La sera prima, battendo la zona, s’erano impadroniti di una pecora, ed erano stati abbastanza previdenti da tenerla in serbo per l’indomani. Ora uno dei caporali, che prima di arruolarsi era stato garzone macellaio, macellò la bestia, la scuoiò e la tagliò a pezzi; dopodiché la carne fu messa a bollire insieme a una certa quantità di farina, che il caporale Canler aveva trovato chissà dove. Appena diciottenne, Canler non aveva mai conosciuto altra vita che quella dell’esercito: figlio d’un soldato, era vissuto con lui al campo, e a quattordici anni si era arruolato come tamburino. Benché avesse mangiato molte cattive zuppe, notò che quella era particolarmente disgustosa, perché non c’era sale, e il cuciniere aveva pensato bene di insaporirla con un pugno di polvere da sparo. Tuttavia la gente era talmente affamata che ne mangiarono tutti, e anche il capitano e il sottotenente della compagnia vennero a reclamare la loro parte. Alle spalle del 73° reggimento si era fermato un vagone dell’intendenza carico di acquavite, e due uomini per ogni compagnia erano andati a fare rifornimento. Il granatiere Morris era uno di loro, e mentre aspettava il suo turno gli mostrarono un erculeo cavaliere delle Life Guards che si faceva largo e tracannava una gran quantità di liquore; Morris lo osservò con ammirazione, perché era il famoso Shaw, uno dei più forti pugili d’Inghilterra. Tornato alla sua compagnia, Morris scoprì che la razione di acquavite era stata calcolata per tutti gli uomini segnati sui ruoli, senza tener conto di quelli che erano stati uccisi o erano finiti in ospedale dopo la carneficina di Quatre Bras; sicché dopo aver finito la distribuzione se ne ritrovò una buona quantità avanzata. Morris, che non aveva ancora vent’anni, e il sergente Burton, che ne aveva più di cinquanta, approfittarono dell’occasione per prepararsi una doppia razione di grog, e Burton ordinò al compagno di tenere da parte un po’ di acquavite per dopo la battaglia. Morris pensava che non ne valesse la pena: «Pochissimi di noi saranno ancora vivi stasera», 54

obiettò. Ma il vecchio sergente aveva un felice presentimento: «Tom, te lo dico io com’è, non hanno ancora fabbricato la pallottola né per te né per me». Non lontano dalla Haye Sainte, il conte di Uxbridge osservò gli avanzi di una capanna che i fucilieri del 1/95° avevano cominciato a demolire la sera prima, alimentando il fuoco con la paglia del tetto; ma il comandante del battaglione, Sir Andrew Barnard, aveva impedito che fosse abbattuta, per la buona ragione che intendeva passarci la notte. (Sir Andrew era uno cui piaceva vivere bene: si portava dietro un cuoco francese, fatto prigioniero a Salamanca, ed era capace di bere tranquillamente a cena tre bottiglie di vino; del resto era uno degli ufficiali più popolari dell’esercito). Dal tetto della capanna, di cui era rimasta solo l’armatura di travi, saliva un filo di fumo e lord Uxbridge vi entrò, deducendo che lì c’era qualcosa di caldo. Infatti ci trovò Sir Andrew e i suoi ufficiali che facevano il tè, e ne bevve una tazza con loro: degnazione che impressionò grandemente gli ufficiali più giovani, provenendo da un così gran personaggio. Quel tè rimase impresso nella memoria di molti: il capitano Kincaid, aiutante del battaglione, che svegliandosi quel mattino non aveva più trovato la sua cavalla e aveva dovuto passare un’ora a sguazzare nel fango prima di ritrovarla in mezzo ai ronzini dell’artiglieria, ricordava con gratitudine la marmitta che bolliva sul fuoco, in cui erano stati versati latte e zucchero in abbondanza, e da cui in quelle prime ore della giornata «quasi tutti i pezzi grossi dell’esercito, dal duca in giù, vennero a prendersi la loro tazza». Erano già le sette del mattino quando il maggiore von Bornstedt, comandante d’un battaglione del 1° Kurmark Landwehr*, arrivò con i suoi uomini esausti ai bivacchi preparati per loro sulla riva del fiume Dyle, presso Wavre. Gli uomini, che appartenevano al III corpo d’armata di Thielemann, avevano marciato non solo per tutto il giorno precedente, ma per tutta la notte, sostenendo diversi combattimenti con le pattuglie più avanzate del nemico, perché il battaglione costituiva la retroguardia dell’intero * Non ho ritenuto utile cercar di tradurre i nomi dei reggimenti della Landwehr prussiana, che comprendono un numero d’ordine e il nome della provincia di reclutamento, in questo caso la Marca Elettorale (Kurmark) di Brandeburgo.

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asne Fiume L

Bierges Ohain

Wavre

Dyle

Chapelle-St. Lambert

Smohain

Fium e

Lasne 1 km

Frischermont

NORD Maransart

Ottignies

Plancenoit

Tav. 5. Percorso di von Bülow.

esercito prussiano. Mentre marciavano s’erano inzuppati di pioggia, come tutti, e non avevano mai avuto il tempo di fermarsi a mangiare; ora, finalmente, vennero distribuiti pane e acquavite. Gli uomini erano pronti a stramazzare al suolo per strappare finalmente qualche ora di sonno, ma il maggiore pretese che per prima cosa pulissero e asciugassero i fucili, perché potevano essere attaccati da un momento all’altro; e i soldati, pur brontolando, capirono che aveva ragione. Il maggiore von Witowsky, con una pattuglia del 6° Ussari, era stato mandato fin da prima dell’alba a esplorare le strade che il corpo di Bülow avrebbe dovuto percorrere quel mattino per raggiungere Waterloo. Più che strade erano piste, riempite di fango dalle piogge dei giorni precedenti; i due corsi d’acqua che sbarravano la strada, la Dyle e la Lasne, erano torbidi e ingrossati, e potevano essere superati solo in corrispondenza dei rari ponti, mentre c’era poco da fidarsi dei guadi; ma queste cattive notizie erano largamente riscattate dalla stupefacente assenza del nemico. Se la cavalleria francese stava cercando i prussiani, non li stava cercando lì: quando gli slesiani e i polacchi che costituivano la pattuglia di Witowsky vennero per la prima volta a contatto con una pattuglia nemica, erano già in vista del campanile di Maransart, quasi alle 56

spalle dell’ignara ala destra francese. Altri ufficiali prussiani, mandati fuori con la stessa missione, stavano giungendo in quelle ore all’identica conclusione: di lì a poco i loro rapporti avrebbero cominciato a raggiungere la testa delle colonne di Bülow, con l’informazione vitale che la strada era libera.

13. La colazione dell’imperatore Era già chiaro da diverse ore, quando un ufficiale proveniente dagli avamposti giunse a Le Caillou e riferì a Napoleone che, a giudicare dalle apparenze, il nemico stava ripiegando. L’imperatore, elettrizzato, smise di occuparsi della corrispondenza parigina e dettò una nota frettolosa per il comandante del I corpo, ordinandogli di mettersi immediatamente all’inseguimento; poi fece sellare i cavalli e montò in sella, per andare a controllare di persona quel che stava succedendo sulla linea dei bivacchi. Ma quando l’imperatore raggiunse d’Erlon, scoprì che le sue truppe non si erano mosse: secondo il generale, il nemico davanti a lui non si stava affatto ritirando, e gli unici movimenti visibili erano di reparti in marcia per andare a occupare le posizioni di battaglia. Napoleone non era convinto e volle verificare coi suoi occhi; giunti agli avamposti, lui e d’Erlon smontarono, per non offrire un bersaglio troppo vistoso a qualche sentinella nemica, e osservarono col cannocchiale quel che stava succedendo sulla cresta di Mont-Saint-Jean. L’imperatore non tardò a convincersi che il generale aveva ragione, e che l’esercito di Wellington stava prendendo posizione per resistere all’attacco. «Ordinate agli uomini di cuocere la zuppa e di mettere in ordine le armi, e verso mezzogiorno vedremo», stabilì Napoleone. Mezzogiorno può sembrare molto tardi, ma l’imperatore aveva i suoi motivi per prendersela comoda. Una buona metà del suo esercito era stata costretta a bivaccare molto indietro rispetto alla posizione della Belle Alliance, e aveva bisogno di diverse ore per portarsi in linea: l’avanguardia del II corpo sarebbe giunta a Le Caillou non prima delle nove. Se poi ricordiamo che il terreno, fangoso per tutta l’acqua che era caduta nelle ultime ventiquattr’ore, 57

non permetteva la manovra della cavalleria né soprattutto dell’artiglieria, che si spostava sempre con grande fatica in mezzo ai campi, è facile capire perché l’imperatore, avendo davanti a sé un’intera, lunghissima giornata di giugno, e un sole che in poche ore avrebbe asciugato il terreno, non avesse nessuna fretta di incominciare. Così se ne tornò a Le Caillou, e invitò d’Erlon a fare colazione con lui. La colazione à la fourchette venne servita nella massiccia argenteria del servizio imperiale. All’epoca, era uno spuntino decisamente sostanzioso, con carne fredda e vino, per gente che era già in piedi da parecchie ore e non poteva certo accontentarsi d’un caffelatte. Mentre le truppe che erano già in linea pulivano i fucili e preparavano la minestra, e quelle che avevano bivaccato più indietro arrancavano attraverso i campi fangosi per portarsi sulle posizioni assegnate, Napoleone indugiò a tavola con i suoi generali. La compagnia era numerosa: oltre al capo di stato maggiore dell’esercito, maresciallo Soult, c’erano il comandante della Guardia, Drouot, e naturalmente d’Erlon, accompagnato dai suoi quattro comandanti di divisione. Divorata la colazione, Napoleone fece spiegare su un tavolo la mappa e dopo averla studiata annunciò ai generali: «L’esercito nemico è più numeroso del nostro, ma abbiamo novanta probabilità a nostro favore, e nemmeno dieci contro». Come confessò poi a Sant’Elena, mai nessuna delle sue battaglie gli era sembrata più sicura. In quel momento entrò nella stanza della locanda il maresciallo Ney. Il più coraggioso, anche se forse non il più intelligente, dei generali di Napoleone aveva raggiunto l’esercito appena da cinque giorni, e aveva già fatto in tempo a fare una brutta figura, conducendo con poco successo l’attacco a Quatre Bras. Ora, anche lui aveva sentito dire che Wellington si stava ritirando, e veniva in gran fretta ad avvertire l’imperatore. Napoleone, compiaciuto, lo informò che si sbagliava e che ormai l’esercito nemico, anche se avesse voluto, non era più in grado di ritirarsi senza rischiare una catastrofe. «Wellington ha tirato i dadi, e sono in nostro favore», concluse. Soult, che aveva già combattuto contro Wellington in Spagna e non se l’era cavata bene, suggerì che si sarebbe potuto ordinare a Grouchy di raggiungerli con una parte delle sue truppe, ma Napoleone lo interruppe. «Siccome siete stato sconfitto da Wellington, lo considerate un gran generale. E io vi dico che è un 58

cattivo generale, che gli inglesi sono cattive truppe, e che sarà facile come far colazione». Può darsi che l’imperatore non credesse fino in fondo a quello che diceva, ma il suo sistema era sempre stato di parlar male del nemico in pubblico, per rafforzare il morale dei suoi uomini: «e in guerra il morale è tutto». In ogni caso, la sua unica esperienza diretta di Wellington, maturata in quegli ultimi giorni, non giustificava certo l’alta opinione che i suoi generali sembravano avere del comandante nemico. Tanto per cominciare, si era fatto sorprendere impreparato dall’invasione; e adesso non si era forse lasciato sospingere con le spalle alla foresta, senza nessuna possibilità di ritirata, davanti a un esercito più forte del suo? Con ogni probabilità, Napoleone era davvero convinto che il duca fosse stato sopravvalutato. (Anche dopo Waterloo, del resto, l’imperatore non cambiò affatto idea sul suo avversario, anche se adesso si trovava in imbarazzo a esprimerla ad alta voce, e preferiva parlare di lui il meno possibile: come constatò Las Cases a Sant’Elena, «in generale, all’imperatore ripugnava menzionare lord Wellington», ma quando era indotto a farlo ne parlava malissimo). Altri generali si unirono alla tavolata: Reille, comandante del II corpo, che stava finalmente raggiungendo le sue posizioni davanti a Hougoumont, e due dei suoi comandanti di divisione, fra cui il principe Gerolamo, fratello di Napoleone. Richiesto del suo parere, Reille, che aveva anch’egli combattuto in Spagna, avvertì che la fanteria inglese era eccellente, e in una buona posizione difensiva, grazie alla sua fermezza di carattere e superiorità di fuoco, era quasi impossibile da sloggiare. Ma l’esercito inglese era anche l’ultimo esercito dell’Ancien régime, impermeabile ai cambiamenti rivoluzionari, abituato a marciare con prudenza e senza mai allontanarsi dai suoi depositi: «è meno agile, meno flessibile, meno esperto nella manovra rispetto al nostro. Se non possiamo batterli attaccando frontalmente, possiamo farlo manovrando». Ma il parere di Reille giungeva troppo tardi. Fin dalla sera prima l’imperatore aveva deciso che l’esercito nemico, fermandosi dietro la cresta di Mont-Saint-Jean ad attendere l’attacco, si era messo in trappola da solo, e ora aveva fretta di finirlo; sicché interruppe il generale con un’esclamazione d’incredulità. (Secondo un’altra versione, Reille non toccò affatto quest’argomento con Napoleone, ma soltanto in privato con d’Erlon; e quando il colle59

ga gli suggerì di parlarne all’imperatore, replicò: «A cosa serve? Non ci ascolterebbe!»). Neppure una strana notizia portata da suo fratello Gerolamo scosse la tranquillità di Napoleone. Quella notte, il principe aveva cenato a Genappe alla locanda del Re di Spagna; poche ore prima, il duca di Wellington aveva pranzato in quella stessa locanda insieme ai suoi ufficiali, e un cameriere riferì a Gerolamo che durante il pranzo essi avevano parlato del piano di marcia dei prussiani, da Wavre, per unirsi all’esercito alleato. Ma Napoleone alzò le spalle, incredulo: dopo la batosta di Ligny, affermò, i prussiani avevano bisogno di almeno due giorni per riprendersi, e comunque Grouchy si sarebbe occupato di loro. Il piano dell’imperatore era ancora largamente indefinito; ci sarebbe voluto molto tempo, e molto lavoro, per arrivare a smascherare le forze e le debolezze dello schieramento di Wellington. Egli disse ai suoi generali: «Farò entrare in azione la mia numerosa artiglieria, farò caricare la mia cavalleria per costringere i nemici a farsi vedere, e quando sarò ben sicuro del punto in cui si trovano le truppe nazionali inglesi, marcerò dritto contro di loro con la mia Vecchia Guardia». Ma al di là di questa procedura che potremmo definire di routine, di una cosa Napoleone era certo: quella battaglia avrebbe salvato la Francia, e sarebbe entrata negli annali del mondo. Alle dieci, mentre i generali risalivano a cavallo per raggiungere le loro truppe, Soult scrisse a Grouchy: «L’imperatore mi incarica di informarvi che in questo momento Sua Maestà sta per far attaccare l’esercito inglese che ha preso posizione a Waterloo».

14. I numeri in campo Molti libri su Waterloo precisano fino all’ultimo decimale gli ordini di battaglia degli eserciti in campo, con una meticolosità che seduce, fino a quando non ci si accorge che da uno studioso all’altro quelle cifre così dettagliate non concordano mai. I primi di quei libri, del resto, furono pubblicati quando erano ancora vivi gli ufficiali che avevano preso parte alla battaglia, e costoro accolsero con derisione l’ingenua fiducia degli storici nelle cifre ufficiali, ri60

portate nei ruolini dei reggimenti. Il maggiore De Lacy Evans, aiutante di campo della brigata di cavalleria di Sir William Ponsonby, leggendo in un libro che la brigata era entrata in battaglia con 1123 sciabole, obiettò «che questo va benissimo per i ruolini, ma le 1123 sciabole non erano in campo secondo la mia umile memoria e convinzione». Studiosi recenti, sulla base dei registri, attribuiscono alla brigata una forza complessiva ancora superiore, di 82 ufficiali e 1233 uomini; eppure un altro ufficiale, il capitano Clark, confermava che «quanto alla forza della brigata in campo il 18 giugno, non l’ho mai calcolata a più di 950, o al massimo 1000 sciabole». Dai ruolini, infatti, bisognava sottrarre i domestici degli ufficiali, rimasti indietro con i cavalli e i bagagli dei loro padroni, i soldati incaricati di custodire i feriti e assistere i chirurghi, e tutti quelli impegnati nella custodia dei magazzini, degli ospedali, delle prigioni, o nella scorta dei convogli, per finire con gli assenti senza permesso; sicché le forze realmente in campo erano sempre molto inferiori a quelle previste sulla carta. Tenuto conto di questi limiti della documentazione, si può azzardare una stima del numero dei combattenti effettivamente a disposizione dei comandanti. L’esercito con cui Napoleone intendeva dare l’assalto alla cresta di Mont-Saint-Jean doveva contare circa 69.000 combattenti; e più precisamente, 48.000 fanti, 14.000 cavalieri e 7000 artiglieri, addetti a circa 250 bocche da fuoco. Non era un esercito particolarmente imponente, per l’epoca: a Wagram, nel 1809, l’imperatore aveva comandato 170.000 uomini e 500 cannoni, e a Lipsia, nel 1813, addirittura 195.000 uomini e 700 cannoni. Le forze di cui disponeva a Waterloo erano più simili a quelle dei vecchi tempi, prima che l’Impero riuscisse a mobilitare le risorse umane e materiali di mezza Europa per moltiplicare le sue armate: se si eccettuano i cannoni, in cui Napoleone aveva una fede incrollabile e che non aveva mai smesso di moltiplicare, le forze ai suoi ordini erano più o meno le stesse di Austerlitz, dove l’esercito francese aveva schierato dieci anni prima 73.000 uomini e 139 pezzi d’artiglieria. Napoleone aveva torto quando pensava che l’esercito di Wellington fosse più numeroso del suo. Il numero degli uomini effettivamente disponibili era identico, circa 68.000, di cui 51.000 fanti, 11.000 cavalieri, un po’ meno di 6000 artiglieri. Fra questi, le truppe britanniche contavano appena 24.000 uomini; circa 18.000 61

appartenevano all’esercito dei Paesi Bassi, e 26.000 erano divisi fra i quattro contingenti tedeschi: la King’s German Legion, con 6000 uomini, l’esercito regolare dello Hannover, con 11.000, quello del Brunswick, con 6000, e quello del ducato di Nassau con quasi 3000. (Per una bizzarria dinastica cui si è già accennato, anche l’esercito dei Paesi Bassi contava, oltre a circa 4000 belgi e 9000 olandesi, un po’ più di 4000 uomini reclutati nei principati di Nassau: sicché erano in totale 30.000 i tedeschi nell’esercito di Wellington). Numericamente equivalente all’esercito di Napoleone, quello di Wellington era però molto inferiore in artiglieria, perché aveva in campo poco più di 150 cannoni, un centinaio in meno rispetto a quelli francesi. La debolezza dell’armata alleata era accresciuta dalla presenza di un forte contingente di milizia. Mentre Napoleone poteva contare su 48.000 fanti di linea, Wellington ne aveva in effetti appena 38.000; altri 13.000 erano miliziani inesperti. Era questo fattore, insieme all’enorme sproporzione nel numero dei cannoni, a far sì che di quei due eserciti, apparentemente pari per numero di uomini, uno si fosse ritirato per tutto il giorno precedente, e l’altro l’avesse inseguito. È per queste ragioni che al mattino del 18 giugno Wellington si preparava a difendersi e Napoleone si accingeva ad attaccare, convinto che l’avversario avesse commesso un errore fatale accettando di dar battaglia per coprire Bruxelles. Ma Wellington contava sull’arrivo dei prussiani; e davvero questo poteva cambiare le cose. Certo, l’esercito di Blücher non era più così imponente come era stato due giorni prima, quando contava circa 95.000 fanti, 13.000 cavalli, 5000 artiglieri con 300 cannoni, insomma quasi il doppio delle forze di cui disponeva Wellington. Nella disastrosa giornata di Ligny e nella ritirata successiva era infatti sparito un buon quarto dell’intero esercito prussiano, fra morti, feriti, prigionieri e fuggitivi. Anche così, però, le forze che restavano erano più che sufficienti per ribaltare i rapporti di forza tra Napoleone e i suoi avversari, se fossero arrivate in tempo sul campo di Waterloo: il IV corpo di von Bülow, che fin dalle prime luci dell’alba si era messo in marcia verso Waterloo, contava da solo qualcosa come 25.000 fanti, 3000 cavalli, 2000 artiglieri con 88 cannoni, e anche se gran parte di queste forze non era costituita da truppe di linea, ma da reparti della milizia terri62

toriale, è evidente che il loro arrivo sul campo di battaglia avrebbe mutato drasticamente i rapporti di forza. La vittoria o la sconfitta, in definitiva, dipendevano largamente dalla possibilità che i prussiani riuscissero a mantenere la promessa fatta a Wellington, nonostante le strade piene di fango e i fiumi in piena, e soprattutto la cavalleria di Grouchy che da qualche parte li stava ancora cercando. La battaglia di Waterloo sarebbe stata anche una battaglia contro l’orologio, ed è certamente a questo che pensava il duca quel mattino quando espresse, parlando con Uxbridge, la sua fiducia nelle scarse truppe inglesi di cui disponeva: «So che non scapperanno, e ci vorranno comunque un po’ di ore per ammazzarli tutti».

15. Lo schieramento di Wellington Al sorgere del sole, nessuno dei due generali aveva la minima idea dello schieramento avversario, dal momento che le truppe di Napoleone erano ancora in parte in marcia verso la Belle Alliance, mentre quelle di Wellington avevano bivaccato al riparo della cresta di Mont-Saint-Jean. Sia l’uno che l’altro, dunque, aveva preso le proprie disposizioni sulla base di una valutazione ipotetica di quel che sarebbe potuto accadere. Il criterio con cui Wellington aveva smistato i suoi reparti è indicativo delle sue preoccupazioni in vista dello scontro imminente, e conviene osservarlo più da vicino. È necessario premettere che anche se l’esercito alleato era suddiviso in due corpi d’armata e una riserva, questa suddivisione era una misura più amministrativa che tattica, e venne scarsamente rispettata sul campo di battaglia, dove l’unità di manovra era costituita dalla divisione. Quando aveva il tempo di farlo, Wellington trasmetteva i suoi ordini tramite i due comandanti di corpo, lord Hill e il principe d’Orange, collocati rispettivamente all’ala destra e al centro dello schieramento; ma in caso d’urgenza il duca diede ordini direttamente alle divisioni, e le spostò liberamente senza tener conto della loro appartenenza. Perciò anche noi descriveremo lo schieramento di Wellington facendo riferimento innanzitutto alle divisioni. 63

Il fronte che il duca si proponeva di difendere formava un arco di neppure quattro chilometri, decisamente poco rispetto alle consuetudini della battaglia napoleonica e alle dimensioni dell’esercito di Wellington: il campo di battaglia di Austerlitz aveva un’estensione di otto chilometri, quello di Lipsia arrivava a dodici. Era dunque evidente che il duca avrebbe avuto modo di schierare le sue truppe in profondità, ammassando una gran quantità di riserve. La strada acciottolata che corre da sud a nord in direzione di Bruxelles costituiva l’asse naturale del campo di battaglia; il centro della linea difensiva era rappresentato dall’incrocio fra questa strada e la stradina infossata chiamata lo chemin d’Ohain, dove sorgeva l’olmo diventato poi famoso come ‘l’albero di Wellington’. Poteva quindi essere naturale attendersi che le forze alleate fossero disposte in parti più o meno uguali sui due lati della strada maestra. Le disposizioni di Wellington, invece, furono del tutto diverse. Su quella che per lui era la sinistra della strada, fra il crocevia e la Papelotte, per una lunghezza di circa due chilometri, il duca schierò soltanto due divisioni, quella anglo-hannoveriana di Picton e quella belga-olandese di Perponcher, e cioè precisamente le divisioni che erano state più provate nella battaglia di due giorni prima a Quatre Bras. In tutto rappresentavano circa 11.000 baionette; ma soltanto 7500 fanti appartenevano a battaglioni di linea, il resto era milizia. Il duca stesso si rendeva conto che era poco per tenere due chilometri di fronte, e decise di schierare lì anche le due brigate della divisione di Sir Lowry Cole, una sola delle quali però, con circa 2500 miliziani hannoveriani al comando del colonnello Best, era già in linea; l’altra brigata, quella di Sir John Lambert, molto più forte perché contava un po’ più di 2000 regolari inglesi, era ancora in marcia da Bruxelles. Il duca ordinò a Sir John di prepararsi a entrare in linea a sinistra della divisione di Picton, e prendere il comando di entrambe le brigate, giacché Sir Lowry Cole se n’era andato in Inghilterra per sposarsi; come vedremo, le cose andarono poi diversamente, ma anche se le truppe di Lambert avessero preso posizione all’ala sinistra, il totale non avrebbe comunque superato le 16.000 baionette, di cui più di un terzo miliziani, con 33 cannoni. È vero che anche le brigate di cavalleria inglese di Vivian, Vandeleur e Ponsonby erano schierate lì, in seconda linea rispetto alla fanteria, 64

65

Clinton

Mitchell

Hougoumont

Alten

Somerset Kruse

Smohain

500 metri

Papelotte

Perponcher

La Haye

Vivian Vandeleur

La Belle Alliance

Haye Sainte

Ponsonby Picton

Lambert de Collaert

Cooke

Brunswick

Arentschildt Dornberg Grant

Merbe-Braine

Mont-Saint-Jean

Tav. 6. Lo schieramento di Wellington (ogni simbolo di unità rappresenta una brigata o una batteria).

Artiglieria

Fanteria

Cavalleria

Chassé Braine l’Alleud

NORD

o ell

Frischermont

sc Ru

e che le loro 3000 sciabole rappresentavano una riserva rispettabile per un eventuale contrattacco; ma rimane l’impressione che Wellington non si aspettasse d’essere attaccato in forze su quel lato, o comunque non se ne preoccupasse troppo, dal momento che proprio in quel settore sbucavano le strade provenienti da Wavre, da cui doveva materializzarsi l’atteso rinforzo prussiano. Il centro era molto più forte. Qui, a ridosso dell’avamposto rappresentato dalla Haye Sainte, venne schierata la divisione anglo-hannoveriana di Alten: erano ben 7000 baionette, tutte di regolari, e poiché il fronte loro affidato era lungo poche centinaia di metri, si può calcolare che fosse di gran lunga meglio difeso rispetto all’ala sinistra. Di riserva alle loro spalle, il 1º Nassau di von Kruse contava altre 2500 baionette, tutte di regolari, anche se inesperti; nello stesso settore erano schierate la brigata di cavalleria pesante di lord Edward Somerset, forte di 1000 sciabole, e poco più indietro l’intera divisione di cavalleria olandese, con altre 3400 sciabole. Se si aggiunge una poderosa concentrazione di 50 cannoni, in parte già in linea, in parte in riserva, apparirà evidente la robustezza del centro di Wellington. Ma l’ala destra era ancora più forte. Dove il pendio digrada in direzione di Hougoumont, nel castello stesso e nel parco, lungo un arco che a volo d’uccello non misura più d’un chilometro e mezzo, erano schierati in prima linea la divisione delle Guardie, al comando del generale Cooke, con 3700 baionette scelte, e quasi un migliaio di tiratori scelti tedeschi, distaccati dalle divisioni di Perponcher e Alten. Più indietro, e in parte scaglionate più a destra, per evitare che il nemico potesse aggirare quel fianco manovrando lungo la strada che Nivelles conduce a Mont-Saint-Jean, c’erano la brigata inglese di Mitchell, la divisione anglo-hannoveriana di Clinton, il corpo del Brunswick, e ancora più distaccata, presso la cittadina di Braine l’Alleud, la divisione belga-olandese di Chassé: in tutto una poderosa riserva di 20.000 baionette, di cui quasi 15.000 regolari. Le brigate di cavalleria anglo-hannoveriana di Dornberg, Grant e Arentschildt, insieme alla cavalleria del Brunswick, aggiungevano 3700 sciabole a un settore che, con i suoi 74 cannoni, era di gran lunga più denso e protetto di quanto non fosse l’ala sinistra. Lo schieramento di Wellington era insomma nettamente sbilanciato, con un’ala destra molto forte e scaglionata in profondità, 66

un centro fortissimo e un’ala sinistra decisamente più debole. È chiaro, a giudicare da queste disposizioni, che il duca intendeva tenere a tutti i costi i due avamposti che proteggevano la sua linea, la fattoria della Haye Sainte e il castello di Hougoumont, ma che a parte questo si aspettava, e temeva, di essere attaccato sulla sua destra, e fors’anche di dover far fronte a un movimento aggirante in quella direzione, che avrebbe tagliato la sua linea di comunicazione con i porti della Manica. Per contro, Wellington non era troppo preoccupato del suo fianco sinistro, dove aveva smistato, quasi per far loro riprendere fiato, le truppe che si erano più dissanguate a Quatre Bras, e dove si aspettava da un momento all’altro di veder sboccare la testa delle colonne prussiane. Nel complesso, la posizione che Wellington si proponeva di difendere è sempre stata giudicata eccellente. I due edifici murati di Hougoumont e La Haye Sainte erano vere e proprie fortezze, che si poteva sperare di difendere per tutto il giorno contro qualsiasi attacco frontale; la dorsale di Mont-Saint-Jean nascondeva il grosso delle truppe alla vista del nemico e le riparava almeno in parte dal fuoco dell’artiglieria, anche se un bombardamento intenso era egualmente in grado di provocare perdite tirando alla cieca al di sopra della cresta. Può stupire, dunque, che Sir Thomas Picton, dopo aver percorso a cavallo l’intera lunghezza dello schieramento, abbia sentito il bisogno di commentare con Sir John Colborne, colonnello del 52° Leggero: «Non ho mai visto nessun esercito schierarsi su una posizione peggiore». Ma Sir Thomas era famoso per il suo cattivo umore; per di più, a Quatre Bras una palla di cannone gli aveva incrinato due o tre costole, ma il generale non l’aveva detto a nessuno tranne al suo domestico, per evitare di essere rispedito a Bruxelles; sicché si può capire che fosse più irritabile del solito.

16. Lo schieramento di Napoleone Che cosa avrebbe fatto Napoleone? Avrebbe approfittato della debolezza dello schieramento nemico, colpendo la vulnerabile ala sinistra, o avrebbe cercato di manovrare per aggirare il fianco destro 67

di Wellington, come il duca temeva? In verità, Napoleone alle dieci del mattino non aveva ancora deciso in che modo si sarebbe sviluppata l’azione, per il buon motivo che lo schieramento di Wellington, riparato dalla cresta di Mont-Saint-Jean, non gli era affatto noto come invece lo è a noi. Tutto quello che sapeva è che la posizione, come riferì uno degli ufficiali mandati in ricognizione subito dopo l’alba, era difesa «da un esercito di cannoni, e da montagne di fanteria». Perciò l’imperatore fece schierare le sue truppe in un ordine il più possibile simmetrico, così da non pregiudicare nessuno dei futuri sviluppi, conservando fino all’ultimo la possibilità di impegnare il grosso delle sue forze a destra, a sinistra o al centro. Per Napoleone, d’altronde, era questo il modo normale di aprire una battaglia, valutando tutte le possibili alternative e mantenendo in sospeso la decisione fino a quando non avesse raccolto indizi sufficienti: la qualità più significativa d’un piano napoleonico era di essere flessibile, dopodiché, come ripeteva l’imperatore, «tutto sta nell’esecuzione». Lo schieramento adottato da Napoleone rifletteva esattamente questa esigenza di flessibilità. La sua ala destra, schierata nei campi oltre la Belle Alliance, a est della strada maestra che divideva in due il campo di battaglia, era costituita dal I corpo di d’Erlon, il più forte dell’intero esercito, dato che due giorni prima non aveva partecipato alle sanguinose battaglie di Ligny e Quatre Bras: le sue quattro divisioni contavano circa 16.000 moschetti e 46 cannoni, oltre a 1500 cavalieri che all’estrema destra sorvegliavano gli avamposti nemici all’altezza della Papelotte. All’ala sinistra, a ovest della strada, prese posizione il II corpo di Reille, che era stato in origine ancora più forte del I; ma tre delle sue quattro divisioni s’erano logorate a Quatre Bras, mentre la quarta era stata talmente maltrattata a Ligny che era stata lasciata sul posto per riorganizzarsi (o almeno così affermò Napoleone; ma secondo Clausewitz «non c’è nessun dubbio che fu dimenticata»). Reille aveva comunque ancora 13.000 baionette, 1300 cavalieri, 36 cannoni; la sua fanteria, che aveva bivaccato a Genappe, a metà mattinata stava ancora prendendo posizione davanti al castello di Hougoumont, mentre la cavalleria s’era già spinta oltre, in direzione di Braine l’Alleud. Al centro, lungo la strada, fra Le Caillou e la Belle Alliance, era ammassata la riserva, sulla cui forza d’urto Napoleone contava per 68

69

Piré

Jeanin

Simmer VI Corpo

La Belle Alliance II Corpo Bachelu Foy

Guyot

Kellermann

Jerome

Hougoumont

Rossomme

Guardia a piedi

Subervie

Domon

Donzelot

Haye Sainte

Quiot

Plancenoit

Lefebvre-Desnouettes

Milhaud

Marcognet I Corpo

Jaquinot

Smohain

Durutte

Papelotte

Tav. 7. Lo schieramento di Napoleone (ogni simbolo di unità rappresenta una brigata).

500 metri

Artiglieria

Fanteria

Cavalleria

NORD

Frischermont

sferrare l’attacco decisivo, se una o l’altra delle due ali non fosse stata in grado di sopraffare da sola le forze che aveva di fronte. Erano il VI corpo di Mouton, conte di Lobau, e la fanteria della Guardia Imperiale al comando di Drouot. Il corpo di Mouton era stato fin dall’inizio il più debole dell’esercito, e aveva poi distaccato una delle sue tre divisioni per l’inseguimento dei prussiani, per cui non contava che 6000 moschetti e 30 cannoni; ma anche queste erano truppe fresche, che non avevano ancora combattuto. Quanto alla fanteria della Guardia, le sue tre divisioni avevano contribuito alla vittoria di Ligny, ma non al punto di logorarsi, e coi loro 13.000 moschetti, tutte truppe scelte, e 72 cannoni concentravano in sé una forza d’urto e una potenza di fuoco poderose. La numerosa cavalleria della riserva venne schierata dall’imperatore secondo lo stesso principio di simmetria, in modo da garantire la massima flessibilità d’intervento. A destra, a ridosso della fanteria di d’Erlon, c’erano il IV corpo di Milhaud, con i suoi 2700 corazzieri, e la cavalleria leggera della Guardia, al comando di Lefebvre-Desnouettes, con 2000 lancieri e cacciatori a cavallo. A sinistra, in sostegno della fanteria di Reille, c’erano il III corpo di Kellermann, con quasi 3000 sciabole fra corazzieri, carabinieri e dragoni, e la cavalleria pesante della Guardia, agli ordini di Guyot, con 1600 sciabole fra granatieri a cavallo e dragoni. Al centro, infine, dietro la Belle Alliance, c’era ancora un’ultima riserva, costituita dalle due divisioni di cavalleria leggera di Domon e Subervie, con in tutto 2000 lancieri e cacciatori a cavallo. Nel complesso, tutta questa cavalleria era accompagnata da dieci batterie di artiglieria, che allineavano un totale di 60 cannoni.

17. «Vive l’Empereur!» Mentre le truppe erano ancora in marcia per raggiungere le posizioni, Napoleone salì a cavallo per esplorare ancora una volta gli avamposti. Gli ufficiali dell’artiglieria avevano riferito che il terreno si era rassodato, e presto sarebbe stato possibile manovrare i pezzi. A Le Caillou rimasero il valletto Marchand, le carrozze coi bagagli dell’imperatore e i suoi cuochi, che avevano l’ordine di 70

preparare la cena per le sei di sera («una spalla di montone ben cotta»). Insieme all’imperatore e ai suoi aiutanti cavalcava un abitante del luogo, un contadino chiamato De Coster, che possedeva un’osteria lungo la strada, poco lontano di lì. Alle cinque del mattino i francesi l’avevano buttato giù dal letto e l’avevano costretto a seguirli, perché all’imperatore serviva una guida; per evitare che se la squagliasse, gli avevano legato le mani dietro la schiena e l’avevano issato a forza su un cavallo, che era poi stato legato con una cinghia alla sella d’un cavalleggero della scorta. Al passaggio dell’imperatore le truppe lo salutarono con crescente entusiasmo, finché le grida di quelle migliaia d’uomini non soffocarono anche la musica delle bande reggimentali, che si spompavano a suonare le gloriose marce della Rivoluzione e dell’Impero. Tutti si sforzavano di vedere da vicino Napoleone, che in molti casi non avevano ancora veduto di persona dopo il suo ritorno dall’Elba. «Mi è sembrato in ottima salute, straordinariamente attivo e preoccupato. Si è tolto il cappello diverse volte per salutarci», osservò un giovane ufficiale; e però aggiunse, con una punta di disagio: «Sembra profondamente immerso nei suoi pensieri e parla poco, a scatti e parole concise per dare gli ordini. Quanto alla carnagione, è decolorato, quasi di cera, ma non giallo, piuttosto bianco di cero pasquale». Ma la grande maggioranza non ebbe occasione di fare osservazioni così ravvicinate, né di concepire motivi d’inquietudine. I fanti levarono alti i loro shakò sulla punta delle baionette, la cavalleria brandì le sciabole, e da ogni parte si alzò il ruggito possente: «Vive l’Empereur!». «Mai», scrisse un ufficiale del corpo di d’Erlon, «quelle parole erano state urlate con maggiore entusiasmo; eravamo come in delirio». In realtà, non tutti condividevano quell’entusiasmo, specialmente quei soldati che erano rimasti a pancia vuota. Un fante dello stesso I corpo ricordò che al mattino era stata distribuita doppia razione di acquavite; «con un tozzo di pane saremmo stati benissimo, ma pane non ce n’era. Si può immaginare di che razza di umore eravamo. Molti dicono che eravamo entusiasti, e che tutti cantavano, ma è una menzogna. Marciare tutta la notte senza razioni, dormire nell’acqua, senza il permesso di accendere un fuoco, e ora prepararsi per affrontare la mitraglia, levava qualsiasi desiderio di cantare. Eravamo solo contenti di estrarre le scarpe dai buchi in cui si seppellivano a ogni passo; gelati come eravamo, e 71

fradici dopo aver attraversato il grano bagnato, anche i più coraggiosi avevano l’aria scontenta. È vero che le bande reggimentali suonavano marce, che le trombe della cavalleria, i tamburi della fanteria e i tromboni si sovrapponevano e facevano un effetto grandioso; ma quanto a me, non ho sentito nessuno cantare a Waterloo». Artificiale o sincero che fosse, l’entusiasmo con cui i soldati acclamarono quel mattino il loro imperatore era comunque il frutto d’una ben orchestrata propaganda. Napoleone aveva fatto di tutto perché l’ondata di eccitazione che aveva attraversato la Francia come una scossa elettrica alla notizia della sua fuga dall’Elba non si spegnesse, soprattutto fra la truppa. Per galvanizzare l’esercito erano state immaginate trionfali cerimonie, come la consegna delle aquile ai reggimenti del ricostituito esercito imperiale. Si trattava di aste simili a quelle delle antiche legioni romane, sormontate da un’aquila di bronzo, cui era attaccata la bandiera tricolore; ce n’era una sola per reggimento, e l’imperatore le aveva consegnate ai reparti con una solenne cerimonia al Campo di Marte, appena diciotto giorni prima. I reggimenti che non si trovavano a Parigi le avevano ricevute ancora più tardi, alla vigilia della campagna: il colonnello Fantin des Odoards, comandante del 22° di linea, aveva presentato l’aquila l’11 giugno al reggimento schierato in quadrato. «Questa nuova insegna, appena uscita dall’officina del doratore, è stata solennemente benedetta nella chiesa di Couvins; poi ogni soldato, toccandola con la mano, ha giurato individualmente di difenderla fino alla morte», riferì commosso il colonnello. Benché i soldati, poco rispettosamente, chiamassero l’aquila «il cucù», a Waterloo avrebbero dimostrato che quel giuramento era preso sul serio. Nelle settimane precedenti la battaglia, Napoleone accrebbe l’entusiasmo dei suoi uomini con massicce distribuzioni di onorificenze. Il 93° di linea fu passato in rivista a Parigi nella piazza del Carrousel; in precedenza, l’imperatore aveva chiesto al colonnello venti nomi di soldati da insignire della Legion d’Onore. Il colonnello ne scrisse venticinque, ma Napoleone se ne accorse, non concesse la decorazione agli ultimi della fila e gettò via l’elenco con irritazione. Uno dei soldati che videro così sfumare il loro nastrino scrisse poi: «Vidi il foglio per terra, e il vento lo portò via insieme ai miei sogni di adolescente. Non ho mai provato in vita mia una 72

pena più acuta». Errori mediatici come questo, che un leader d’oggi non commetterebbe più, contribuiscono forse a spiegare perché non tutti condividessero in cuor loro l’entusiasmo per l’imperatore; e tuttavia è innegabile che durante i Cento Giorni Napoleone non era riuscito soltanto a mettere in piedi un’armata, ma anche a galvanizzarla a sufficienza in vista della prova che l’attendeva. Lungo la dorsale occupata dagli alleati, tutti gli occhi erano fissi sullo straordinario spettacolo di quell’esercito che stava prendendo posizione in piena vista a poco più d’un chilometro di distanza, con le bandiere al vento e le baionette scintillanti sotto il sole, ed esplodeva in urla di entusiasmo man mano che l’imperatore, a cavallo, passava in rassegna un reggimento dopo l’altro. Agli occhi del tenente Wheatley, uno dei molti ufficiali subalterni inglesi che erano entrati nella King’s German Legion negli ultimi anni, lo spettacolo di quelle masse scure di truppe che si stagliavano all’orizzonte e discendevano verso di lui, «con un movimento a scatti, contraendosi e distendendosi, come un campo di zolle animate, aveva un aspetto spettrale e confinava col soprannaturale». Il caporale Farmer dell’11° Dragoni Leggeri, uno dei reggimenti della brigata di Vandeleur schierata all’estrema sinistra della linea alleata, paragonò la discesa di quelle colonne apparentemente senza fine a certi spettacoli che si vedono in sogno. L’alfiere Macready, del 30° reggimento, un ufficiale giovanissimo che aveva preso servizio solo da qualche mese, si accorse che quella vista gli dava i brividi, e pensò che tutte quelle migliaia di uomini che si accalcavano intorno a lui con gli occhi fissi sul nemico dovevano provare in quel momento la medesima emozione. Più d’uno, in realtà, provava emozioni anche più forti, e meno dignitose. Nel 40° reggimento, una recluta che non era mai stata in battaglia si avvicinò al sergente Lawrence e gli disse che voleva uscire dai ranghi, perché si sentiva molto male. «La capivo benissimo la ragione della sua malattia», riferì poi Lawrence, «così lo sospinsi di nuovo in fila, dicendo, ‘ehi, Bartram, è l’odore di un po’ di polvere che ti ha fatto ammalare; è tutto lì quello che hai’; ma questa medicina non gli piacque affatto, e si buttò a terra e si rifiutò di avanzare d’un pollice». Il sergente preferì lasciar perdere, perché altrimenti avrebbe dovuto sparargli; ma qualche tempo dopo, quando l’uomo si ripresentò al reggimento, lo spedì alla corte marziale, che gli fece somministrare trecento frustate. Nel 16° Dra73

goni Leggeri, uno dei soldati saltò giù da cavallo e se la diede a gambe. «Non ci stava del tutto con la testa», riferì il capitano Tomkinson; «era un vecchio soldato, ma non dei più furbi, e per molti anni aveva servito come calzolaio del plotone. Gli uomini, dopo la battaglia, non se la presero con lui per averli abbandonati, conoscendo il tipo d’uomo e la sua debolezza». Qualcun altro non se la cavò così a buon mercato: uno dei dragoni di Tomkinson, che si era assentato prima del combattimento per rubare, venne denunciato al capitano, e pestato dai commilitoni il mattino dopo la battaglia. Molti cercavano di individuare Napoleone, consapevoli che per la prima volta in vita loro stavano per confrontarsi col grand’uomo in persona, e divisi fra l’odio e il disprezzo ufficialmente riversati su ‘Buonaparte’ dall’opinione pubblica britannica, e l’ammirazione che quasi controvoglia provavano in cuor loro. Perfino i soldati avvertivano dentro di sé questi sentimenti contrastanti: «è sicurissimo che l’Imperatore comanderà l’esercito francese, e ci vorrà un generale più bravo del solito per resistere a un simile gegnio», aveva scritto a casa qualche tempo prima il sergente Wheeler, con la sua peculiare ortografia. A maggior ragione la pensavano così gli ufficiali, come il capitano Mercer, che confessava d’avvertire dentro di sé «la brama di vedere Napoleone, quel poderoso uomo di guerra – quel genio stupefacente che aveva riempito il mondo con la sua fama». Naturalmente, a quella distanza era difficile essere sicuri di averlo visto davvero. Sir Hussey Vivian aveva un cannocchiale ed era abbastanza certo di averlo individuato, «prima che cominciasse l’attacco, quando, con un gran seguito di ufficiali, cavalcò in mezzo alle colonne che si stavano schierando davanti a noi, salutato con grida di ‘Vive l’Empereur’. Guardando attraverso il cannocchiale mi sembrò di riuscire a distinguere il piccolo Eroe, e in verità ne sono quasi sicuro». Quando anche le ultime truppe furono entrate in linea, sgolandosi a furia di acclamazioni, Napoleone ordinò al maresciallo Ney di restare sul posto a coordinare l’azione; quanto a lui, intendeva mantenere uno sguardo d’insieme su tutto il campo di battaglia, e perciò aveva deciso di installare il suo quartier generale su un’altura quasi due chilometri più indietro, vicino alla fattoria di Rossomme. Da lì era possibile sorvegliare col cannocchiale l’intero orizzonte: da Hougoumont, a sinistra, fino al bosco detto di Pa74

ris, o di Frischermont, e alle alture di Chapelle-St. Lambert, che sbarravano l’orizzonte sulla destra. Secondo una procedura consolidata, i suoi aiutanti prepararono una seggiola e un tavolino, su cui vennero dispiegate le carte. Napoleone, affaticato dalla cavalcata, sedette pesantemente e aspettò che la battaglia cominciasse: qualcuno dei giovani ufficiali del suo seguito notò, con un po’ d’inquietudine, che in contrasto con l’entusiasmo delle truppe l’imperatore sembrava fin troppo apatico.

18.

Che cos’è una battaglia

La battaglia, dunque, stava per cominciare. Ma che cosa significava esattamente, nel 1815, una battaglia? La descrizione più acuta è stata data da Clausewitz nel quarto libro del suo trattato Della guerra, apparso postumo nel 1832. Qui il teorico prussiano non sta descrivendo Waterloo in particolare, ma, per così dire, l’idea generale della battaglia napoleonica, che conosceva bene per esperienza diretta, oltre che per averci riflettuto parecchio. Scrive dunque Clausewitz: In che consiste oggi generalmente una grande battaglia? Si schierano tranquillamente grandi masse affiancate ed in profondità; non si spiega che un’aliquota, relativamente piccola, del tutto, e si lascia che questa si esaurisca in una lotta che consiste in un combattimento a fuoco di parecchie ore, inframmezzato e reso alquanto movimentato, da una parte e dall’altra, da assalti parziali, attacchi alla baionetta e da cariche di cavalleria. Quando quest’aliquota ha gradatamente esaurito le sue energie, e non ne restano che avanzi di troppo scarso rendimento, la si ritira e la si sostituisce con un’altra. Così, la battaglia procede con una intensità distruttrice moderata, simile a polvere umida che bruci; e quando l’oscurità della notte obbliga a cessare il combattimento, perché nessuna delle due parti ci vede a sufficienza e quindi non vuole affidarsi ciecamente al caso, si valuta allora quanto resta all’uno ed all’altro di masse ancora utilizzabili, che cioè non si sono ancora abbattute su loro stesse come vulcani la cui forza eruttiva si è esaurita. Si valuta altresì quanto terreno si è guadagnato o si è perduto, e le condizioni di sicurezza alle spalle; si sommeranno questi risultati isolati colle impressioni isolate di bravura o di

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paura, di sagacia o d’incapacità che si è creduto notare tanto nelle nostre truppe quanto nelle avversarie durante il combattimento; e ne deriva una impressione complessiva dalla quale scaturisce la decisione di abbandonare il campo di battaglia o di ricominciare la lotta nel mattino seguente.

Questo schizzo corrisponde meglio di quel che si potrebbe credere alle vicende di Waterloo, anche se in quel caso la sensazione di sconfitta s’impadronì dell’esercito francese prima che dei suoi comandanti, e la decisione di abbandonare il campo di battaglia fu presa dalle truppe stesse in modo più spontaneo e caotico di quel che Napoleone avrebbe desiderato. E del resto, il primo abbozzo di questa definizione della battaglia si trova proprio nel precedente libro di Clausewitz sulla campagna di Waterloo: In tutte le battaglie contemporanee si assiste a una lunga usura delle forze opposte lungo la prima linea, dove esse sono a contatto; quest’azione dura parecchie ore, il fuoco provoca poche oscillazioni in questo conflitto, fino a che una delle due parti riceve dalle sue riserve una preponderanza visibile, vale a dire delle masse fresche, e allora assesta il colpo decisivo alle truppe già vacillanti dell’avversario.

E poco oltre: Le nostre battaglie durano delle mezze giornate e delle giornate intere. Il loro effetto totale deriva per la più gran parte da una lenta usura, una lenta distruzione dei due eserciti che sono a contatto lungo il loro fronte, e che, come due elementi incompatibili, si distruggono là dove si toccano. Così la battaglia continua a bruciare lentamente e moderatamente come polvere umida; ed è solo quando la maggior parte delle forze contrapposte è stata consumata e ridotta a scorie inutilizzabili, che si può arrivare a una decisione con le truppe restanti.

Questa analisi di Clausewitz, che quel 18 giugno si trovava a Wavre e vi sarebbe rimasto tutto il giorno insieme al corpo d’armata di Thielemann, è indispensabile per capire il modo in cui Napoleone impostò la battaglia di Waterloo.

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19.

Gli ordini di Napoleone

Erano circa le undici e mezza, o tutt’al più mezzogiorno, quando la fanteria di Reille si mise in movimento per entrare a contatto col nemico, in direzione del bosco di Hougoumont; e quasi subito in quella zona le rispettive artiglierie aprirono il fuoco. Lungo tutto il fronte parecchi ufficiali cavarono l’orologio dal taschino e presero nota dell’ora esatta in cui la battaglia era cominciata; gli orologi inglesi, ancora regolati sull’osservatorio di Greenwich, segnavano un’ora in meno rispetto a quelli francesi, il che contribuisce a spiegare l’estrema discordanza delle testimonianze. Sull’altro lato del campo di battaglia, la fanteria di d’Erlon non si era ancora messa in movimento, e gli artiglieri stavano ancora faticando nel fango per portare i cannoni in batteria, ma era chiaro che anche lì l’azione non avrebbe tardato a cominciare. I due generali, Reille e d’Erlon, rispettivamente sulla sinistra e sulla destra dello schieramento francese, si preparavano a mettere in esecuzione gli ordini dell’imperatore con i loro due corpi, mentre il resto dell’esercito, con la Guardia, il corpo di Mouton e tutta la cavalleria, rimaneva in attesa. Ma quali erano, precisamente, le istruzioni che essi avevano ricevuto? L’ordine generale di Napoleone era stato dettato alle undici, ed era indirizzato al maresciallo Ney, che aveva l’incarico di coordinare l’offensiva. In esso l’imperatore stabiliva che l’attacco sarebbe cominciato verso l’una con l’obiettivo di impadronirsi del villaggio di Mont-Saint-Jean, «dov’è l’intersezione delle strade di Nivelles e di Bruxelles». Il fatto che le truppe alleate, in gran parte invisibili all’imperatore, fossero in realtà schierate più avanti di Mont-Saint-Jean, immediatamente a ridosso della cresta; e che Napoleone e i suoi generali, faticando a identificare sulla mappa quello che vedevano col cannocchiale, abbiano forse confuso la fattoria della Haye Sainte col villaggio di Mont-Saint-Jean, è tutto sommato irrilevante, giacché entrambi gli abitati si trovano sul medesimo asse, quello della strada di Bruxelles. In quel settore, per realizzare lo sfondamento, l’imperatore ordinò di ammassare le tre batterie di riserva del I, II e VI corpo d’armata, con i loro poderosi cannoni da 12 libbre, in modo da battere il centro della posizione nemica. Subito dopo il bombardamento, il generale d’Erlon do77

veva avanzare con la sua divisione di sinistra, mentre le altre si tenevano pronte ad appoggiarlo; quanto al II corpo, doveva cercare di avanzare di pari passo col I corpo. Sul rovescio del foglio, il maresciallo Ney scarabocchiò a matita: «Il conte d’Erlon osserverà che è da sinistra che l’attacco comincerà, anziché da destra. Comunicare questa nuova disposizione al generale Reille». Quest’ordine dalla formulazione così sbrigativa, e quest’aggiunta sibillina, hanno fatto colare fiumi d’inchiostro; e tuttavia, ragionando a mente fredda è possibile dare un’interpretazione sensata delle intenzioni di Napoleone. In primo luogo, è chiaro che l’imperatore prevedeva di impegnare il nemico lungo tutto il fronte, mettendo in movimento tanto il I quanto il II corpo, in attesa di trovare il punto adatto per sfondare. Quale fosse questo punto, l’ordine non lo dice e non poteva dirlo, perché l’imperatore non lo sapeva ancora; aver designato Mont-Saint-Jean come obiettivo dell’avanzata significava soltanto che l’imperatore non aveva intenzione di manovrare per aggirare il nemico sulla destra o sulla sinistra, ma di aggredirlo frontalmente. Il compito di Reille e d’Erlon, in ogni caso, non era di lanciare subito un’offensiva alla baionetta, ma di prendere gradualmente contatto col nemico, ed esercitare una pressione via via crescente, che poteva anche svilupparsi per ore, in attesa che si delineassero le condizioni per una spinta decisiva. Una volta ingaggiato il combattimento, sarebbero state le reazioni del nemico, il comportamento delle sue truppe, i movimenti delle sue riserve, a rivelare all’imperatore il momento e il luogo in cui sferrare l’attacco finale. Ma restare aperti a tutte le possibilità non significa rinunciare a prevedere l’esito più probabile: ed è chiaro che Napoleone si aspettava di impegnare più a fondo il corpo di d’Erlon, rispetto a quello di Reille. La formulazione dell’ordine dimostra che l’imperatore rifletté piuttosto in dettaglio sui movimenti da prescrivere al I corpo, mentre le indicazioni per il II corpo appaiono molto più generiche; del resto il villaggio di Mont-Saint-Jean, scelto come punto focale dell’attacco, si trovava sulla direttrice di avanzata di d’Erlon, e proprio lì Napoleone ordinò di ammassare le batterie da 12 libbre. Si può quindi concludere che in linea di massima, per quel poco che poteva prevedere in quel momento, l’imperatore si aspettava risultati più decisivi dall’avanzata della sua ala destra, che non da quella dell’ala sinistra. Napoleone sostiene nelle sue 78

memorie di aver voluto manovrare in modo da separare gli inglesi dai prussiani, tagliando loro la ritirata su Bruxelles e respingendoli verso il mare; e benché le affermazioni dell’imperatore non siano sempre da prendere come oro colato, in questo caso non si vede perché non dovremmo credergli. Che Napoleone, pur restando pronto ad ogni evenienza, prevedesse di sfondare in linea di massima l’ala sinistra nemica, è dimostrato anche dal fatto che all’ultimo momento cambiò le disposizioni di marcia per il I corpo, modificando quel che aveva ordinato a voce ai suoi generali durante la colazione a Le Caillou. In origine, la presa di contatto da parte di d’Erlon doveva avvenire da destra, nell’area della Papelotte, per poi estendersi gradualmente a tutto il fronte; così che la pressione finale, e probabilmente risolutiva, sarebbe stata esercitata lungo l’asse della strada di Bruxelles, quando anche l’ultima delle divisioni del I corpo fosse entrata in azione in quel settore. Ma a un certo momento Napoleone deve avere avuto una delle intuizioni soprannaturali da cui in passato erano nate le sue grandi vittorie. Osservando col cannocchiale quel poco che si vedeva delle truppe nemiche schierate a ridosso della dorsale, l’imperatore si rese conto che l’ala sinistra di Wellington era la parte più debole dello schieramento, e che proprio lì, dunque, bisognava tentare lo sfondamento. La prova di tutto ciò sta nell’aggiunta scarabocchiata da Ney sul retro dell’ordine: «Il conte d’Erlon osserverà che è da sinistra che l’attacco comincerà, anziché da destra. Comunicare questa nuova disposizione al generale Reille». Il cambiamento riguardava evidentemente l’ordine di marcia delle quattro divisioni del I corpo, e non poteva nascere se non dalla decisione di esercitare uno sforzo gradualmente crescente, a partire dal centro, contro l’ala sinistra di Wellington. Minacciato sulla sua destra dall’avanzata di Reille e inchiodato al centro dall’offensiva della prima divisione di d’Erlon, l’esercito nemico sarebbe stato sfondato ancora più a sinistra, proprio là dov’era più debole; dopodiché le restanti divisioni del I corpo, piegando ad angolo retto, avrebbero investito Mont-Saint-Jean, tagliando la strada di Bruxelles e chiudendo in una sacca il grosso dell’armata di Wellington. Resta da capire, a questo punto, quali fossero le disposizioni indirizzate al comandante del II corpo, Reille; giacché furono le sue truppe, e non quelle di d’Erlon, ad aprire la battaglia, e con 79

un’ora di anticipo rispetto a quel che aveva stabilito l’imperatore. Il fatto che nell’ordine scritto le istruzioni per il II corpo siano così laconiche si spiega facilmente se ricordiamo che quel mattino Napoleone aveva parlato a lungo con Reille e con i suoi comandanti di divisione, fra cui suo fratello Gerolamo: evidentemente, le disposizioni stabilite allora non ebbero più bisogno di modifiche. Reille doveva avanzare, cercando di coordinare i suoi movimenti con quelli del I corpo; e poiché aveva davanti a sé il bosco di Hougoumont, sembra ovvio che avesse avuto ordine di impadronirsene, come infatti affermarono più tardi tanto lo stesso Reille quanto il principe Gerolamo. Di più è improbabile che fosse stato detto, perché nessuno sapeva come si sarebbero messe le cose una volta cominciato; Reille comunque comprese, e spiegò ai suoi ufficiali, che lo sforzo principale doveva essere compiuto dal corpo di d’Erlon, e che il loro compito era semplicemente di coprire, occupando il bosco, il movimento avanzante dell’ala destra. Uno di quegli ufficiali, il chef de bataillon Jolyet, conferma che i suoi ordini erano «di impedire al nemico di sboccare sulla nostra sinistra; ero stato ben avvertito che era su di noi che doveva fare perno l’esercito, e che per conseguenza bisognava a tutti i costi mantenere la posizione», cioè il possesso del bosco di Hougoumont. Abbiamo parlato fin qui del bosco, e non del castello, giacché dalle posizioni francesi gli edifici di Hougoumont risultavano invisibili, nascosti com’erano dagli ontani del parco. L’imperatore e i suoi generali sapevano, dalle loro carte, che lì c’era un abitato, anche se la mappa di Ferraris e Capitaine è incredibilmente imprecisa in quel punto, e dà l’impressione che si tratti addirittura d’un villaggio; ma per la maggior parte dei subalterni e dei soldati quello davanti a loro era semplicemente un bosco, di cui bisognava impadronirsi perché così prevedeva il piano dell’imperatore. Che poi la fanteria del principe Gerolamo abbia cominciato ad avanzare verso il bosco già prima di mezzogiorno, quando ancora quella di d’Erlon non si era messa in marcia e non era cominciato il bombardamento di artiglieria, è un fatto che può stupire, visto che nell’ordine dell’imperatore si prevedeva di non iniziare la battaglia fino all’una; ma non si tratta in fin dei conti d’una questione così rilevante. Reille afferma di aver ricevuto l’ordine di avanzare nel bosco alle undici e un quarto, e dunque la cosa più probabile è che Napoleone abbia deciso di accelerare i tempi, giacché il II corpo 80

doveva sgombrare il bosco di Hougoumont se voleva mantenere l’allineamento con il I corpo, quando quest’ultimo si fosse mosso in avanti a sua volta. E forse la speranza che il bosco non fosse neppure difeso può aver fatto sì che Napoleone e i suoi generali considerassero quel movimento come un puro e semplice aggiustamento della linea, e non ancora come l’inizio della battaglia; salvo cambiare idea quando l’avanzata della fanteria venne salutata da una nutrita fucileria proveniente dal bosco.

20.

La tattica della fanteria napoleonica

Fin qui abbiamo spiegato quel che si può ricostruire delle intenzioni di Napoleone, e degli ordini che i suoi comandanti di corpo, in prima linea, si preparavano a eseguire nella tarda mattinata. Ma per riuscire a immaginarci concretamente ciò che accadde a partire da quel momento, è necessario introdurre alcuni concetti fondamentali della tattica napoleonica, così da capire com’era manovrata la fanteria e quali opzioni si presentavano ai suoi ufficiali quando si trovavano sotto il fuoco nemico. Il battaglione di fanteria, che coi suoi cinque o seicento uomini costituiva l’unità fondamentale di manovra, poteva essere schierato in diverse formazioni; i manuali prescrivevano accuratamente i movimenti da eseguire per passare nel modo più rapido dall’una all’altra, provocando la minor confusione possibile, e gran parte dell’addestramento consisteva nell’insegnare agli ufficiali la giusta sequenza di ordini per ogni evenienza, e nell’abituare i soldati ad eseguirli in fretta e meccanicamente anche quando si trovavano sotto il fuoco. Semplificando un po’, si può dire che in combattimento le tre formazioni possibili per un battaglione erano la linea, la colonna e il quadrato; e ognuna delle tre merita di essere esaminata più da vicino. La linea era la normale formazione di combattimento della fanteria europea da un secolo e mezzo, ossia da quando il moschetto si era definitivamente affermato come l’arma principale del soldato a piedi. Un battaglione schierato in linea, su due o tre file, copriva un fronte piuttosto ampio, d’un centinaio di metri o anche 81

Compagnia francese schierata su tre file, più una quarta fila di sottufficiali (ed eventuali soldati in soprannumero)

Compagnia inglese (tipicamente sotto organico) schierata su due file, più una terza fila di sottufficiali (ed eventuali soldati in soprannumero)

Compagnia inglese (sotto organico) schierata su quattro file (per passare più rapidamente alla formazione del quadrato)

Tav. 8. Fanteria schierata in linea.

più, e sviluppava al massimo la sua potenza di fuoco, perché tutti gli uomini erano in grado di sparare. In condizioni normali, la fanteria inglese era addestrata a schierarsi su due sole file, il che estendeva al massimo il fronte e ottimizzava la capacità di fuoco, mentre quella continentale preferiva una linea su tre file, più corta e più solida. In realtà, a Waterloo questa differenza non ebbe alcuna rilevanza, perché la fanteria inglese, per le ragioni che vedremo, combatté quasi sempre in una formazione d’emergenza su quattro file, rinunciando a quel margine di vantaggio che anche gli avversari le riconoscevano per il suo eccellente addestramento al tiro. La colonna, divenuta di largo impiego durante le guerre napoleoniche, era una formazione più compatta, che sacrificava la 82

Battaglione francese in colonna d’attacco

Battaglione francese in quadrato da colonna per divisione

Battaglione francese in linea

Battaglione inglese in linea

Battaglione inglese in colonna per compagnie

Battaglione inglese in quadrato su quattro file

Tav. 9. Formazioni tattiche dei battaglioni di fanteria (ogni rettangolo rappresenta una compagnia).

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potenza di fuoco del battaglione per il vantaggio psicologico d’una formazione scaglionata in profondità. Questo non significa naturalmente che gli uomini fossero schierati in fila per quattro in un lungo serpente, come quando marciavano lungo la strada. In battaglia, la colonna era una formazione diversa, più larga che profonda: un battaglione francese in colonna consisteva di nove file di uomini, una dietro l’altra, con un fronte di circa 40 metri e una profondità che serrando le file si poteva ridurre anche soltanto a una quindicina di metri. Preferita dai francesi come dai prussiani in caso di attacco alla baionetta, per il sostegno morale che garantiva agli uomini, circondati da ogni parte da una moltitudine di camerati, e per la forza d’urto che poteva sviluppare su un fronte così ristretto, la colonna offriva però un bersaglio ideale all’artiglieria nemica, e poteva sviluppare una potenza di fuoco relativamente ridotta. Come vedremo, la consapevolezza di questi svantaggi e il tentativo di trovar loro una soluzione giocarono un ruolo importante nel modo in cui i generali francesi combatterono la battaglia di Waterloo. Né la linea, né la colonna erano comunque formazioni adatte per far fronte a una carica di cavalleria che, giocando sulla velocità e sulla forza d’urto, poteva manovrare in modo da sfuggire al fuoco della fanteria e investirla da una direzione inaspettata. Tutti i manuali di addestramento sottolineavano che di fronte alla cavalleria i fanti dovevano schierarsi in quadrato; un termine che peraltro non va inteso troppo alla lettera da un punto di vista geometrico. Il manuale inglese prevedeva che un battaglione, essendo composto da dieci compagnie, formasse piuttosto quello che si chiamava un ‘oblungo’, con tre compagnie davanti, tre dietro, e due su ciascun fianco; la testimonianza di un ufficiale di stato maggiore, poi, riferisce che a Waterloo venne sperimentato un oblungo ancora diverso, con quattro compagnie sui lati lunghi e una sola sui fianchi. Spesso, poi, accadde che due battaglioni sotto organico fossero riuniti in un solo quadrato, e benché anche questa manovra fosse prevista dal manuale, il risultato non dev’essere sempre stato geometricamente così regolare; le perdite, infine, con la loro casualità rendevano ben presto impossibile mantenere una formazione precisamente simmetrica. Quello che noi continuiamo per comodità a definire quadrato era dunque una formazione a geometria variabile, il cui lato cor84

to poteva coprire anche solo una dozzina di metri, mentre quello lungo poteva arrivare a sessanta o settanta; ma che comunque assiepava spalla a spalla molte centinaia di uomini, presentando in tutte le direzioni quattro file di baionette. Contro una formazione di questo genere, la cavalleria per lo più non riusciva a spingere la carica fino in fondo, perché era impossibile indurre i cavalli ad andare a impalarsi contro le punte d’acciaio; e anche nei pochi casi in cui i cavalieri, anziché girare al largo, giungevano effettivamente a contatto fisico, il numero di baionette schierato dinanzi al petto d’ogni cavallo era tale da rendere scontato il risultato. Questo, naturalmente, a patto che gli uomini nel quadrato tenessero i nervi saldi; perché se invece cominciavano a vacillare all’approssimarsi della cavalleria, e qualcuno abbandonava il posto in preda al panico, era possibile per i cavalieri aprirsi un passaggio a forza in mezzo a loro, e in questi casi era inevitabile che il quadrato si sfasciasse. Sul campo di battaglia di Waterloo, la fanteria di Wellington dovette rimanere in quadrato per gran parte della giornata; e proprio questo spiega perché, anche quando si schierava in linea, abbia quasi sempre adottato una formazione eccezionale su quattro file. Il passaggio da quest’ultima al quadrato, e viceversa, era infatti molto più rapido, soprattutto se l’emergenza consigliava di interpretare il regolamento in modo creativo. E a questo proposito vale la pena di notare che il contrasto fra la necessità di applicare procedure standardizzate e imparate a memoria, per garantire la cooperazione automatica di così tanti uomini, e l’opportunità di semplificare o ignorare quelle procedure in circostanze d’emergenza, è uno dei principali problemi con cui dovevano confrontarsi gli eserciti dell’epoca; ed è un vero Leitmotiv nelle testimonianze degli ufficiali che combatterono a Waterloo. In particolare, il passaggio dal quadrato alla linea venne spesso compiuto dalle truppe inglesi senza rispettare le prescrizioni del manuale di addestramento, pubblicato da Sir David Dundas nel 1788. Un ufficiale del 3/1° Foot Guards riferì che a un certo punto il battaglione dovette avanzare per sloggiare alcuni soldati nemici che lo tenevano sotto il loro fuoco. «Per scacciarli il battaglione, anziché perdere tempo a spiegarsi in linea (il che sarebbe stato poco prudente, a causa delle grandi masse di cavalleria nemica che si aggiravano nei dintorni), si aprì dal centro della faccia 85

posteriore del quadrato; quella faccia e le due facce laterali ruotarono a destra e a sinistra fino a trovarsi in linea con il lato frontale, formando così una linea irregolare di quattro file». Più tardi, di fronte all’avanzata della Guardia Imperiale, il comandante del battaglione ebbe l’idea di ricorrere allo stesso metodo poco ortodosso; ancora vent’anni dopo uno dei suoi colleghi, nonostante la pietà per il poveraccio che era stato ammazzato subito dopo, non poteva fare a meno di scandalizzarsi all’idea di una violazione così smaccata del regolamento: «il duca di Wellington ordinò alla prima brigata delle Guardie di far fronte a sinistra e formare la linea per quattro, ciò che il povero Frank D’Oyley eseguì facendo ruotare in avanti i fianchi del quadrato, col risultato che i granatieri e la mia compagnia, la prima, si trovarono al centro della linea. Che cosa avrebbe detto Dundas!!!».

21.

La linea dei tiratori

Ortodosse o no, le diverse formazioni del battaglione di fanteria rappresentano il linguaggio fondamentale che è necessario possedere per comprendere una battaglia napoleonica. Ma non sono tutto: giacché la tattica dell’epoca era in realtà dominata dalla cooperazione fra queste formazioni di massa e una minoranza di truppe scelte addestrate al combattimento individuale. Anche quando era schierato in prima linea, il battaglione di fanteria non si trovava mai per molto tempo a contatto diretto col nemico. Il grosso dei suoi uomini stavano schierati e potremmo quasi dire accalcati spalla a spalla, i sottufficiali si affannavano a mantenere l’allineamento, le bandiere sventolavano al centro delle file, ma solo in brevi istanti critici il battaglione riceveva l’ordine di avanzare con la baionetta in canna, mentre i tamburi battevano la carica. Anche i momenti in cui gli uomini sparavano, tutti insieme e al comando degli ufficiali, erano relativamente rari: un fante portava con sé nella cartuccera al massimo cinquanta o sessanta cartucce, sufficienti per mezz’ora di fuoco sostenuto, e l’enfasi che l’addestramento poneva sulla capacità di caricare e sparare il più in fretta possibile dimostra che ci si aspettava un conflitto a fuoco breve e risolutivo. 86

Solo un piccolo numero di uomini si trovava davvero a contatto col nemico, mantenendo un fuoco irregolare ma costante, per tutta la durata della battaglia. Erano soldati addestrati ad agire a coppie, in ordine sparso, precedendo il grosso e iniziando il combattimento a fuoco non appena avvistate fra le pieghe del terreno e i campi di grano e segale le vedette avanzate del nemico. L’uso di questi tirailleurs si era progressivamente affermato nel tardo Settecento, a integrazione delle linee di fanti schierati spalla a spalla e manovrati dagli ufficiali al passo cadenzato; il loro numero era stato accresciuto negli eserciti francesi a un punto tale da contribuire alle grandi vittorie della Rivoluzione e di Bonaparte, e ora tutti gli eserciti l’avevano adottato come una regola pressoché automatica. Ogni battaglione di linea presente sul campo di battaglia aveva una compagnia addestrata per questo ruolo, conosciuta come la compagnia leggera; o almeno, nel caso degli eserciti tedeschi, una squadra di tiratori scelti, Scharfschützen. L’agilità e la velocità erano le principali qualità fisiche che si richiedevano a questi soldati, selezionati di solito fra quelli di più bassa statura, oltre che fra i migliori tiratori. In generale, questi che d’ora in poi chiameremo appunto tiratori erano armati con gli stessi moschetti ad anima liscia della fanteria di linea; semplicemente, erano addestrati a usarli meglio. L’esercito inglese aveva cominciato a introdurre in alcuni reparti l’uso del fucile rigato, che aveva una portata e una precisione di gran lunga superiori; questo fucile, chiamato il Baker Rifle, armava i battaglioni del 95° Fucilieri, una formazione d’élite interamente addestrata al combattimento in ordine sparso, e anche la fanteria leggera della King’s German Legion. I tiratori francesi usavano tutti il normale moschetto calibro 17, che del resto era decisamente più preciso e più maneggevole del moschetto d’ordinanza inglese, il calibro 18 chiamato familiarmente «Brown Bess», per non parlare del pesante moschetto prussiano calibro 19. Un ufficiale inglese osservò che «i loro bei moschetti lunghi e leggeri, di piccolo calibro, sono più efficienti, per il combattimento di tiratori, della nostra abominevole, goffa macchina», e aggiunse che troppo spesso la Brown Bess rivelava difetti di fabbricazione: «i nostri soldati strisciavano in giro per impadronirsi dei moschetti dei morti e dei feriti, sperando che il meccanismo funzionasse meglio del loro, e buttavano via i peggiori con una specie di rabbia». 87

Armati di fucili rigati o più spesso di moschetti comuni, erano i tiratori, al comando dei loro ufficiali muniti di fischietto, a costituire la linea di avamposti dell’esercito. L’intero schieramento di Wellington era coperto da una linea di tiratori, avanzati di qualche centinaio di metri rispetto alla posizione principale, e che fecero del loro meglio per tener duro lì tutta la giornata, eccetto quando l’avvicinarsi della cavalleria nemica o l’avanzata in forze della fanteria li costringeva a ripiegare in tutta fretta verso la più vicina formazione amica. A sua volta, ogni attacco dei francesi era preceduto da una fitta catena di tirailleurs, che cercavano di prevalere nel combattimento a fuoco su quelli nemici, costringendoli a sgombrare la terra di nessuno. Se gli attaccanti riuscivano ad avere la meglio, avanzando fino a portata di tiro dei battaglioni schierati in difesa, cominciavano a logorarli con un fuoco individuale e mirato, così da innervosire gli uomini schierati immobili spalla contro spalla, e se possibile tirar giù da cavallo qualcuno dei loro ufficiali superiori, riducendo la capacità di resistenza della linea difensiva in attesa dell’attacco vero e proprio. Anche le batterie d’artiglieria costituivano un bersaglio ideale per i tiratori che, quando riuscivano a spingersi a portata di tiro, cercavano di abbattere i serventi o almeno i cavalli. Raramente il comandante d’una batteria poteva permettersi di sprecare munizioni preziose per sparare contro bersagli così elusivi; anche in questo caso, perciò, era indispensabile coprire le batterie con uno schermo di tiratori, abbastanza solido da impedire a quelli nemici di accostarsi troppo ai cannoni. Va da sé che i tiratori finivano per logorarsi abbastanza in fretta in questa forma di combattimento, e che le compagnie leggere non erano sufficienti per il compito, neppure se rafforzate, com’era l’uso nei momenti critici, da tutti quei soldati del battaglione che si distinguevano per la buona mira. Il principale problema tattico che tutti gli eserciti si ponevano era dunque quello di rafforzare la linea dei tirailleurs. La soluzione più diffusa fu di costituire interi reparti addestrati a operare in ordine sparso, e chiamati per questo fanteria leggera; giudiziosamente collocati, questi battaglioni potevano fornire una linea di tiratori a copertura dell’intero fronte, immettendo continuamente uomini a rimpiazzare quelli perduti o demoralizzati. I prussiani, i cui battaglioni di fanteria non avevano una compagnia leggera ma soltanto una 88

squadra di Scharfschützen, giunsero addirittura a fornire un battaglione di fanteria leggera, che essi chiamavano fucilieri, a ognuno dei loro reggimenti di fanteria di linea: la proporzione dei fucilieri rispetto ai moschettieri era dunque, in questo caso, di uno a due. In aggiunta a questo alcuni eserciti, e in particolare proprio quello prussiano, sperimentarono la misura ancor più drastica di addestrare al combattimento come tiratori un terzo di tutti gli uomini dei battaglioni di linea. Poiché normalmente la fanteria continentale, quand’era schierata in linea per far fuoco o per avanzare, si disponeva su tre file, venne deciso che gli uomini della terza fila, che comunque avevano più difficoltà a sparare efficacemente, fossero impiegati in caso di necessità per rafforzare la linea dei tiratori; e benché nei reparti meno addestrati, ad esempio quelli della Landwehr, questa misura fosse in realtà poco applicabile, essa permise comunque all’esercito prussiano del 1815 di raggiungere un notevole livello di flessibilità tattica, coprendo i propri battaglioni con sciami di tiratori ancora più numerosi di quelli francesi. Tutto questo non significa, sia chiaro, che fossero solo i tiratori a sostenere il peso del combattimento. Per tutta la durata della battaglia, i cannoni di entrambi gli eserciti tiravano incessantemente, fino a esaurimento delle munizioni, contro qualunque bersaglio appetibile: e quei bersagli erano innanzitutto i battaglioni di fanteria e i reggimenti di cavalleria schierati immobili a circa un chilometro di distanza. Inoltre l’azione di fuoco dei tirailleurs si dirigeva appena possibile contro i reparti formati, cui poteva infliggere danni considerevoli, soprattutto mirando agli ufficiali. Infine, quando il comandante in capo decideva che in un certo settore lo schieramento nemico era sufficientemente logorato dal combattimento a fuoco, e che era ora di cercare lo sfondamento decisivo, toccava alla fanteria di linea essere mandata avanti a passo cadenzato, e quest’avanzata allo scoperto sotto il fuoco era in assoluto il momento in cui le truppe rischiavano di subire più perdite. Ma in genere rimane vero che il combattimento duraturo, quello che bruciava come polvere umida lungo tutto il fronte, marcando con una serie irregolare di spari e brandelli di fumo bianco la linea di contatto fra i due eserciti, era sostenuto dai tiratori. Perfino nel manuale di Dundas stava scritto che la fanteria leggera «è diventata la parte principale del nostro esercito», e l’affermazione sarebbe suonata ancora più ovvia a un ufficiale francese o prussiano. 89

Considerata l’efficacia dei tirailleurs, è naturale chiedersi perché non si potesse impiegare in questo modo tutta la fanteria, e fosse invece necessario conservarne la maggior parte in ordine chiuso e manovrarla meccanicamente secondo le prescrizioni del manuale. Una possibile risposta è che le abitudini sono dure a morire, e le innovazioni spesso sostituiscono gradualmente l’esistente, incontrando opposizioni tenaci prima d’affermarsi del tutto: bisognerà aspettare il 1914 perché gli eserciti europei, muniti ormai di armi da fuoco incomparabilmente più potenti di quelle napoleoniche, si accorgano della necessità di impiegare tutti gli uomini in ordine sparso anziché in formazione serrata. Ma va anche detto che l’uso dei tiratori in collaborazione ravvicinata con il battaglione schierato presentava concreti vantaggi. Non tutti gli uomini, infatti, avevano l’intelligenza necessaria per operare con una certa autonomia individuale; la maggior parte dei soldati erano tenuti molto meglio sotto controllo se marciavano spalla a spalla e rispondevano agli ordini stereotipati dei loro ufficiali. Inoltre, non c’era il tempo per addestrare tutte le reclute al combattimento in ordine sparso, dal momento che l’addestramento di un buon tiratore durava circa il doppio. Non a caso la differenza forse più significativa fra le truppe regolari e la milizia è che quest’ultima, appunto per mancanza di addestramento, era poco o per nulla utilizzabile come fanteria leggera. C’era poi un innegabile effetto morale nella formazione in ordine chiuso. Il fuoco di qualche centinaio d’uomini che sparavano tutti insieme a comando aveva un’efficacia, anche psicologica, superiore rispetto a quello individuale, pur preciso, dei tiratori; e quella moltitudine che marciava all’assalto al suono dei tamburi con le baionette in canna aveva un effetto d’urto, anche in questo caso soprattutto psicologico, cui nessun generale poteva rinunciare. Gli stessi tiratori non avrebbero combattuto senza la rassicurante certezza che dietro di loro c’era il battaglione formato, dove potevano correre a rifugiarsi in caso di pericolo, e soprattutto se il rumore degli zoccoli e delle sciabole sguainate tradiva l’avvicinarsi della cavalleria nemica: giacché i tiratori sparsi per la campagna erano sicuri di farsi massacrare se la cavalleria gli fosse capitata addosso all’improvviso. (Il manuale inglese comprendeva delle istruzioni per il tiratore che si fosse trovato in questa situazione, ma non 90

erano molto rassicuranti: il consiglio principale era quello di fingersi morto). In compenso i reparti di fanteria leggera, abituati all’iniziativa individuale, e assai più addestrati al tiro al bersaglio di quanto non fosse la fanteria di linea, erano le truppe più adatte per difendere o attaccare posizioni fortificate, dove non era possibile schierare gli uomini secondo le formazioni previste dal manuale. I combattimenti attorno a Hougoumont e alla Haye Sainte coinvolsero, come vedremo, essenzialmente fanteria leggera, impegnata in furiosi corpo a corpo nei frutteti e nei giardini, e fin nell’interno stesso degli edifici; non a caso, tanto Wellington quanto Napoleone avevano destinato fin dall’inizio a questi settori la maggior parte dei loro battaglioni leggeri, anche a costo di sguarnire degli indispensabili tiratori altri settori della linea. Una volta compreso questo che era il principio fondamentale, e per così dire la grammatica, del combattimento napoleonico, è possibile provare a raccontare quel che accadde sul campo di Waterloo a partire dal mezzogiorno di quel 18 giugno: ovvero dal momento in cui i cannoni di Reille aprirono il fuoco contro le truppe nemiche schierate sulle alture alle spalle del castello di Hougoumont, e le sue colonne, precedute da una moltitudine di tiratori, si misero in marcia verso le siepi e i fossati che delimitavano il parco e il frutteto della tenuta.

22.

Hougoumont

Il castello di Hougoumont era una poderosa residenza nobiliare, interamente circondata da mura, con stalle, granai e abitazioni per i contadini. La facciata della casa padronale, col cortile principale chiuso da un robusto portone di legno, era rivolta a nord, verso le linee inglesi; e un viottolo infossato, diventato poi famoso come ‘la strada coperta’, permetteva alle truppe schierate sull’altura di fronte al castello di inviare ai difensori, in qualunque momento, munizioni e rinforzi. Sul fianco orientale dell’edificio, dunque a destra per chi guardava dalle linee francesi, si estendevano un grande giardino murato, con lati di circa duecento metri, e più oltre un frut91

teto. Alle spalle del castello, e dunque in direzione dei francesi, si stendeva per circa mezzo chilometro un vasto parco alberato, quello che finora abbiamo chiamato il ‘bosco’, e accanto ad esso un pascolo; il tutto circondato da una siepe fittissima e un fossato pieno d’acqua, che servivano a rinchiudere il bestiame. Questa topografia, però, la conoscevano soltanto i fanti tedeschi che in quel momento occupavano il castello: gli alberi del parco erano tutto quello che i francesi riuscivano a vedere dalle loro linee. In condizioni normali, un attacco era sempre preceduto da un cannoneggiamento più o meno prolungato; ma i francesi non potevano tirare sul nemico, perché non lo vedevano, e anzi in realtà non sapevano neppure se c’era. Se avessero conosciuto la posizione un po’ meglio, avrebbero magari potuto tirare sul castello: benché l’artiglieria dell’epoca fosse costituita in prevalenza da cannoni ad anima liscia che tiravano in linea retta, tutte le batterie comprendevano anche uno o due obici, concepiti apposta per tirare a parabola e colpire obiettivi nascosti. Ma Reille non giudicò utile aprire il fuoco contro un complesso di edifici di cui non sapeva praticamente nulla, se non che erano segnati sulla carta. L’unica cosa da fare era mandare della fanteria leggera nel bosco, e vedere che cosa sarebbe accaduto. Ai suoi ordini Reille aveva tre divisioni. Per cominciare l’attacco fu scelta quella comandata dal principe Gerolamo, che era anche la più forte, giacché contava circa 6500 baionette, la metà dell’intero corpo. Questa divisione, che formava l’estrema sinistra dell’intero esercito francese, era schierata obliquamente di fronte all’angolo sudoccidentale del parco, e copriva un fronte di circa 800 metri: un fante, marciando nel fango col suo carico sulle spalle, avrebbe impiegato almeno dieci minuti per passarla tutta in rassegna. Il principe Gerolamo non doveva il suo comando a nessuna particolare qualità militare, anzi aveva dato cattiva prova comandando l’esercito della Westfalia durante la campagna di Russia, quando era re di quel regno inventato da suo fratello. Nell’esercito era più noto per i frequenti duelli, e per una moglie americana così scandalosa che Napoleone le aveva rifiutato l’ingresso in Francia. Ma la famiglia è sempre la famiglia, sicché Gerolamo comandava la divisione; e del resto il lavoro vero non spettava a lui, ma al suo capo di stato maggiore, il generale Guilleminot, che gli era stato messo accanto per dirigerlo. 92

La divisione del principe era formata da due grosse brigate, al comando del barone Bauduin e del barone Soye; entrambe comprendevano reggimenti esperti, a organico pieno, costituiti in gran parte da veterani della Grande Armée che avevano già combattuto contro gli inglesi in Spagna. Per avanzare nel bosco, Gerolamo decise di impiegare per prima la brigata di Bauduin, particolarmente adatta a quel tipo di combattimento in quanto comprendeva un eccellente reggimento di fanteria leggera, il 1° Leggero, su tre battaglioni. Due giorni prima, a Quatre Bras, i quadrati del reggimento al comando del colonnello de Cubières avevano respinto le cariche della cavalleria di Wellington, e sotto il loro fuoco era caduto il giovane duca di Brunswick; ora, Bauduin ordinò al colonnello di avanzare con i suoi battaglioni fino ai margini del bosco, e mandare avanti una catena di tiratori a esplorarlo. Gli uomini di Cubières, come tutti quelli del corpo d’armata di Reille, avevano bivaccato molto più indietro, lungo la strada maestra. Alle cinque erano stati svegliati e avevano proseguito la marcia fino a Le Caillou, dove nelle prime ore della mattinata si trovava ancora l’imperatore. Dopo una sosta si erano rimessi in marcia, e avevano appena preso posizione davanti a Hougoumont quando giunse l’ordine di avanzare verso il bosco. Mentre i tirailleurs del 1° Leggero, precedendo le colonne, correvano verso il parco, saltavano il fossato e la siepe e sparivano fra gli alberi, i cannoni di Reille aprirono il fuoco contro quel poco che si vedeva della linea inglese, sulle alture al di là di Hougoumont. Sentendo quelle prime cannonate l’alfiere Leeke, del 52° Leggero, un diciassettenne che aveva raggiunto il reggimento da poco più di un mese, si persuase nel suo candore che il nemico stava sparando al duca di Wellington, il quale s’era appunto fermato nelle vicinanze con i suoi aiutanti. Di lì a poco, vide una cosa che passava sibilando in mezzo al grano. «Quella, padron Leeke, è una palla di cannone, se non ne ha mai vista una prima, signore», lo istruì beffardamente un sergente. A loro volta i cannoni inglesi posizionati sulle alture cominciarono a tirare contro i battaglioni di Cubières, che erano avanzati allo scoperto mentre i loro tiratori scomparivano nel bosco. Le prime palle attraversarono con mortale precisione le file del 1° Leggero, provocando parecchie vittime; e del resto i battaglioni in colonna offrivano agli artiglieri un ottimo bersaglio. Perciò gli uf93

ficiali francesi fecero scendere i loro uomini in una stradina, infossata come tutte quelle della zona, che correva proprio lungo il loro fronte, per ripararli il più possibile dal bombardamento; e poiché nel bosco risuonava un intenso scambio di fucileria, cominciarono a mandar dentro alla spicciolata un numero crescente di uomini.

23.

La difesa del castello

Che il castello di Hougoumont dovesse essere difeso a tutti i costi era apparso evidente a Wellington fin dalla sera prima. La responsabilità della difesa spettava innanzitutto alla divisione delle Guardie, schierata sulle alture immediatamente alle spalle, con due brigate al comando di Sir John Byng e Sir Peregrine Maitland. Ognuna comprendeva due soli battaglioni, ma molto più numerosi del normale e formati di truppe scelte, per la selezione e l’addestramento puntiglioso che caratterizzavano le Guardie, anche se in realtà la maggior parte degli uomini avevano avuto il battesimo del fuoco soltanto due giorni prima a Quatre Bras. Sapendo di poter mandare rinforzi nel castello in qualunque momento, il comandante della divisione si era limitato, la sera del 17, a collocarvi le sue quattro compagnie leggere, forti di un centinaio di uomini ciascuna: due, al comando del tenente colonnello Macdonell, nell’edificio e nel giardino, e altre due, al comando del tenente colonnello lord Saltoun, nel frutteto. Arrivando alle posizioni loro assegnate, gli inglesi vi avevano trovato una pattuglia francese, che avevano dovuto scacciare a fucilate prima di prendere possesso del castello. Ma prima degli edifici bisognava difendere il parco, e Wellington aveva deciso che per quel genere di combattimento, ancor più della fanteria leggera inglese, era ideale quella tedesca: i cui uomini, chiamati non per nulla Jäger ovvero cacciatori, erano reclutati per tradizione fra i guardacaccia, e con le loro divise verde scuro potevano addirittura mimetizzarsi fra gli alberi. Fin dalla sera, alcune compagnie di cacciatori dell’Hannover erano state distaccate dai loro reparti per ordine del duca e spedite nel parco del ca94

stello; ma al mattino, esaminando la posizione, Wellington si convinse che non bastava, e ordinò a uno dei battaglioni della brigata del principe di Weimar, il I/2° Nassau, di lasciare la Papelotte e spostarsi nel parco di Hougoumont. All’arrivo di questo battaglione, che contava sette o ottocento uomini, gli ufficiali delle Guardie ritennero di poter lasciare ai tedeschi la responsabilità della difesa, e abbandonarono il castello con i loro uomini, attestandosi nelle vicinanze. A dire il vero la scelta del battaglione di Nassau per la difesa del castello e soprattutto del parco appare discutibile. È vero che tutti i fanti del Nassau vestivano di verde e portavano la designazione ufficiale di Jäger, il che fa pensare all’intenzione di impartire loro un addestramento da fanteria leggera; e in effetti le testimonianze degli ufficiali delle Guardie dimostrano ch’essi erano convinti che si trattasse di fanteria leggera; ma in realtà è probabile che il battaglione fosse un normale battaglione di fanteria, nient’affatto addestrato per questo tipo di combattimento. Il maggiore von Büsgen, che lo comandava, prese possesso del castello, che a quel punto era vuoto, e avanzò una parte dei suoi uomini, compresa la compagnia leggera, fino al margine del bosco. In questo momento c’erano a Hougoumont circa un migliaio di fucili, di cui forse metà difendevano l’approccio del parco. I primi tiratori francesi entrati nel bosco incontrarono, comprensibilmente, una certa difficoltà ad andare avanti; e si capisce che prima il reggimento di Cubières, e poi l’intera brigata di Bauduin abbiano dovuto mandar dentro una quantità crescente di uomini. Per raggiungere il parco i tirailleurs dovevano percorrere un certo spazio allo scoperto sotto il fuoco sgradevolmente preciso dell’artiglieria inglese; una volta nel bosco, gli alberi, che non erano poi molto fitti, offrivano un riparo solo parziale contro la vivace fucileria dei tedeschi. Il generale Bauduin, che spingeva avanti i suoi uomini stando a cavallo, come tutti gli ufficiali superiori che dovevano spostarsi in fretta lungo il campo di battaglia, rappresentava un bersaglio eccellente e venne ucciso quasi subito, il primo di sette generali francesi che sarebbero stati ammazzati quel giorno. Anche dopo la morte di Bauduin, comunque, i suoi comandanti di reggimento sapevano quel che dovevano fare: tenere i loro uomini al riparo, il più possibile a ridosso del bosco, e mandar 95

dentro sempre più gente. Per quanto i difensori tedeschi fossero tenaci, alla lunga i francesi erano in grado di opporre loro un numero molto maggiore di moschetti. In breve tempo gli Jäger, a corto di munizioni e demoralizzati dal crescente numero di nemici che s’inoltrava nel bosco, vennero respinti fino alla casa e al giardino. Lì, molti riuscirono in qualche modo a entrar dentro e continuarono a combattere; ma alcuni dei Nassauer, il cui reggimento era stato già duramente provato a Quatre Bras, decisero di aver visto abbastanza, e se la svignarono. Lo stesso Wellington si trovò in mezzo a un gruppo di fuggiaschi, e quando cercò di fermarli uno di loro gli tirò una fucilata a casaccio, prima di darsela a gambe. «Vedete come scappano? Be’, è con questa gente che devo vincere la battaglia», commentò il duca con l’ufficiale di collegamento austriaco che si trovava in quel momento al suo fianco. Così la fanteria leggera francese arrivò sotto il muro che proteggeva il giardino e il retro del castello. Questo muro, di per sé, era difficile da superare, perché era alto quasi due metri; ma l’edificio, lì, aveva un portone posteriore, da cui si poteva pensare di entrare, mentre il frutteto più a destra non era neppure murato, ma soltanto chiuso da una siepe, sia pure fittissima e più alta d’un uomo: perciò i francesi si fecero sotto senz’altro. Lungo tutto il muro e la siepe, però, insieme ai tedeschi superstiti erano schierate ora le compagnie leggere delle Guardie, che erano ritornate precipitosamente sulle posizioni, non appena i generali inglesi si erano resi conto che i tedeschi stavano evacuando il bosco. Nel corso della notte, le Guardie avevano avuto tutto il tempo per fortificare l’edificio, barricando il portone, aprendo feritoie nel retro del castello e improvvisando piattaforme che permettevano di sparare al di sopra del muro; mentre i francesi, sbucando dal bosco, si trovavano allo scoperto. Perciò il primo assalto fallì, e i tirailleurs, demoralizzati dalle perdite, dovettero ripiegare nel bosco. Wellington, che fino a questo momento era rimasto sulle alture dietro Hougoumont, sorvegliando ansiosamente l’andamento dello scontro, decise che era il momento di forzare la mano, e riprendere possesso del parco. In linea di massima, era impossibile tirare con l’artiglieria contro i francesi ben nascosti fra gli alberi; ma Wellington disponeva di una batteria di sei obici, al comando del maggiore Bull, e quello era il momento di vedere se gli obici, comprati da poco, valevano tutte le sterline che erano costati. Il ri96

sultato giustificò la spesa. Al contrario dei cannoni che sparavano palle di piombo, capaci di ammazzare o storpiare anche parecchi uomini uno dopo l’altro se investivano un reparto formato, oppure cartucce a mitraglia, efficaci solo entro un raggio di tre o quattrocento metri, gli obici potevano tirare a parabola, e sparavano munizioni d’altro genere: granate esplosive, che facevano strage con le schegge, o l’ancor più mortale shrapnel, un’invenzione inglese, che scoppiando a mezz’aria annaffiava un’ampia zona con una mortale pioggia di pallettoni. L’unico limite di questa tecnologia, che evidentemente aveva il futuro davanti a sé, era la difficoltà di regolare la granata perché esplodesse alla distanza giusta. Il maggiore Bull, però, oltre a essere a quest’epoca uno dei rarissimi ufficiali britannici che portavano la barba, conosceva il suo mestiere. Le granate e gli shrapnel cominciarono a esplodere in mezzo ai tirailleurs nascosti fra gli alberi, e alle colonne di fanteria che s’erano fatte sotto fino alla siepe, e quasi subito tutta quella gente cominciò ad arretrare in disordine, mentre le Guardie avanzavano con la baionetta in canna e riprendevano possesso del bosco.

24. Il bombardamento nel settore di Hougoumont Constatando che tutti i progressi fatti in più di un’ora erano stati vanificati, il principe Gerolamo non fu certo soddisfatto. Ancora una volta non stava facendo bella figura; eppure suo fratello, almeno così afferma il principe nelle sue memorie, gli aveva ordinato personalmente di prendere Hougoumont «a tutti i costi». Evidentemente bisognava mandar dentro altra gente; perciò la brigata di Soye ebbe l’ordine di avanzare a sostegno di quella di Bauduin. Mentre i battaglioni di Bauduin, che cominciavano già a risentire delle perdite subite, restavano al riparo della strada infossata, quelli di Soye avanzarono allo scoperto, attirandosi a loro volta il fuoco dei cannoni inglesi, e giunti a ridosso del bosco mandarono dentro i loro tiratori. Ancora una volta, in mezzo agli alberi ormai sfrondati e in qualche caso mezzo abbattuti dalla tempesta di pallottole, i tiratori francesi si trovarono in superiorità numerica, e costrinsero i difensori ad arretrare fino al castello e al 97

muro del giardino; lì, però, la loro avanzata si fermò, perché prendere d’assalto il muro e il portone barricato era chiaramente impossibile. Quel che rese possibile la prosecuzione dell’attacco, sbloccando questa situazione di stallo, fu il bombardamento dell’artiglieria francese. Fin dall’inizio dell’azione i cannoni di Reille avevano aperto il fuoco contro tutto quello che si vedeva, e benché la distanza, che in media era di un buon chilometro, fosse quella massima per i pezzi da sei libbre, c’erano sempre abbastanza palle che arrivavano a bersaglio. Tutte le testimonianze di parte inglese confermano che fin dal primo momento la fanteria ammassata sulle alture alle spalle di Hougoumont si trovò sotto il fuoco e subì perdite che sebbene diluite nel tempo finivano, alla lunga, per logorare i nervi degli uomini. La colonna di compagnie, la formazione in cui la maggior parte dei battaglioni di Wellington erano stati schierati in attesa di entrare a contatto col nemico, era una formazione molto profonda, con tutte le dieci compagnie schierate una dietro l’altra come i pioli di una scala; facile da manovrare, poteva trasformarsi in una linea in un paio di minuti e in un quadrato ancora più in fretta, ed era dunque la formazione ideale per delle truppe in attesa; ma certo non era adatta a sostenere il fuoco dell’artiglieria. Il 23° Fucilieri, schierato alle spalle delle Guardie, si trovò sotto il fuoco di alcuni cannoni che s’erano spinti avanti fino alla strada di Nivelles; dopo che già parecchi uomini erano rimasti feriti, un capitano venne ammazzato da una palla che lo prese in pieno, e il colonnello Ellis ordinò agli uomini di sdraiarsi a terra. Il 51° Leggero, che copriva l’estrema destra dello schieramento alleato a ovest di Hougoumont, aveva di fronte a sé una distesa di campi di grano, più alti d’un uomo, in mezzo a cui si nascondevano i tiratori francesi: per cui si trovava contemporaneamente sotto il fuoco dell’artiglieria e quello dei moschetti. Il sergente Wheeler trovò l’esperienza tutt’altro che piacevole, e lo stesso dev’essere accaduto agli uomini del 15° Ussari, che erano stati distaccati a copertura di quel fianco: «Una granata cadde nella colonna degli ussari ed esplose. Vidi una sciabola e un fodero volar via dalla colonna [...]. Granate e mitraglia piovevano come grandine, era maledettamente seccante. Siccome non vedevamo il nemico, anche se ci stavano tirando addosso niente male, i trombettieri suonarono l’ordine di 98

sdraiarsi a terra». Uno dopo l’altro, tutti i reggimenti finirono per prendere la stessa precauzione, e tutta quella moltitudine di uomini giacque pancia a terra in mezzo al grano fradicio, mentre le palle francesi fischiavano sopra le loro teste. Una prima conseguenza del bombardamento fu dunque di tenere sotto pressione la fanteria inglese, costringendola a restare il più possibile al coperto. Ma ancora più importante, per i francesi, era distrarre l’artiglieria inglese, che all’inizio dell’attacco aveva dimostrato la sua efficacia ogni volta che i battaglioni di Reille s’erano esposti in ordine chiuso. Superiore di numero a quella nemica, l’artiglieria di Napoleone aveva ordine di praticare ogni volta che fosse possibile il fuoco di controbatteria, tirando, cioè, contro i cannoni avversari; Wellington, invece, aveva dato espressamente ordine di non lasciarsi attirare in questo genere di duelli, per non sprecare munizioni preziose. Senonché, come osservò lo stesso Napoleone, per gli artiglieri rispondere al fuoco quando erano presi di mira dai cannoni nemici era un riflesso pressoché automatico. «Non si può mai far tirare gli artiglieri contro le masse di fanteria, quando si trovano attaccati loro stessi da una batteria nemica. È la vigliaccheria naturale, l’istinto violento di conservazione: ci si mette subito in guardia contro chi ci attacca, e si cerca di distruggerlo per non essere distrutti». Puntualmente, non appena le batterie inglesi piazzate alle spalle di Hougoumont si accorsero d’essere prese di mira dai cannoni francesi, la proibizione di Wellington venne dimenticata. Il capitano Mercer, che era stato collocato all’estremità della linea con l’ordine di tirare sulla cavalleria francese se questa si fosse fatta troppo avanti, cominciò subito a perdere qualcuno dei suoi cavalli, che costituivano il bersaglio più vistoso, dal momento che la batteria ne aveva più di duecento. Seccato, Mercer decise di infischiarsi degli ordini e aprì il fuoco contro l’artiglieria francese («una follia che avrei pagata cara se il nostro duca fosse capitato in quella parte del campo»), ma dovette lasciar perdere quasi subito, perché si accorse che stava attirando l’attenzione di troppe batterie nemiche, e rischiava di avere la peggio. Appena più indietro, i fanti del 14° reggimento (soprannominati derisoriamente «i contadini», perché erano tutti giovanissime reclute appena arrivate dalla campagna del Buckinghamshire) erano sdraiati a terra, mantenendo però la formazione in quadrato, perché la cavalleria fran99

cese non era mai molto lontana: Mercer intravvedeva le loro lance dai pennoni bianchi e rossi oltre i campi di grano, alti quanto un uomo, in mezzo a cui correva la strada di Nivelles. Anche altri comandanti di batteria non resistettero, e cominciarono a rispondere al fuoco. Il capitano Samuel Bolton, che comandava sei cannoni da 9 libbre schierati sei o settecento metri dietro il castello, ne distaccò tre per impegnare una batteria francese, che secondo uno dei suoi ufficiali «stava provocando una grande devastazione fra le nostre truppe dentro e presso Hougoumont»; e quei tre pezzi continuarono per più di un’ora a tirare contro la batteria nemica, nel tentativo di costringerla a cambiar posizione. Il loro aiuto fu poco apprezzato dalla fanteria inglese schierata in quella zona: il 71° reggimento se n’era stato finora abbastanza tranquillo in un avvallamento, ma l’arrivo dei cannoni di Bolton, che presero posizione proprio davanti a loro, «attirando l’attenzione del nemico, ci tirò addosso un pesante fuoco di palle e granate, con conseguenze molto distruttive per le nostre colonne che stavano sdraiate a terra alle loro spalle», come testimoniò molti anni dopo un ufficiale del 71°, ancora seccato per quello zelo non richiesto. Anche la batteria di obici del maggiore Bull, che aveva tirato così efficacemente contro la fanteria francese penetrata nel bosco, venne presa di mira dall’artiglieria nemica; e anche Bull non tardò a rispondere al fuoco, giustificandosi più tardi coll’affermare che non meno di ventidue cannoni francesi stavano tirando direttamente su di lui. Alla lunga le perdite, in uomini, cavalli e vagoni, e il dispendio di granate logorarono la batteria a tal punto che gli obici dovettero essere riportati nelle retrovie, per rifornirsi di munizioni e riparare i materiali danneggiati: dopo non più di due ore dall’inizio del combattimento, la batteria di Bull fu costretta ad abbandonare la linea del fuoco. Wellington, che si trovava ancora nella zona, era talmente irritato dalla disobbedienza della sua artiglieria che ordinò di mettere agli arresti il primo comandante di batteria che gli capitò davanti; questi, tuttavia, riuscì a dimostrare che i suoi cannoni stavano tirando contro la fanteria nemica, e non contro i cannoni come la maggior parte dei suoi colleghi, e il duca, a denti stretti, acconsentì a lasciar perdere.

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25.

L’attacco al portone nord

Fra mezzogiorno e l’una la battaglia s’era accesa in tutto il settore di Hougoumont, anche se per la stragrande maggioranza degli uomini ammassati lì da entrambe le parti questo significava soltanto restare sdraiati in avvallamenti o strade infossate, mentre di tanto in tanto una granata esplodeva nelle vicinanze, o una palla di cannone passava fischiando sopra le loro teste. L’artiglieria era sempre più impegnata a duellare, batteria contro batteria, mentre aumentavano le perdite di uomini e cavalli, i cannoni si surriscaldavano e diventavano più imprecisi, i cassoni di munizioni si svuotavano a un ritmo allarmante. Ma questa situazione apparentemente di stallo favoriva in realtà la fanteria francese, che non era più tenuta sotto tiro dall’artiglieria nemica, e se non era in grado di prendere d’assalto il muro meridionale del castello, poteva però manovrare sui fianchi: nei pascoli alla sua destra, da dove poco prima l’avevano scacciata gli obici di Bull, e nella pianura alla sua sinistra, sotto la copertura delle batterie a cavallo spinte avanti oltre la strada di Nivelles. Perciò la divisione del principe Gerolamo cominciò a manovrare. I battaglioni di Soye, spinte avanti nel bosco le compagnie leggere, avanzarono in colonna nei pascoli, superarono la siepe e invasero il frutteto. Sotto la loro pressione, i difensori inglesi e tedeschi al comando di lord Saltoun dovettero sgomberare il frutteto e vennero ricacciati nella strada coperta che correva davanti al castello. Lì, tuttavia, l’attacco di Soye si arrestò, perché tanto la strada coperta, infossata e bordata di rovi, quanto il muro del giardino erano difficili da superare, difesi com’erano da centinaia di fucili. Le truppe francesi che erano entrate nel pascolo e nel frutteto, incapaci di avanzare oltre, iniziarono un intenso combattimento a fuoco contro i difensori, che tuttavia poteva difficilmente volgere a loro vantaggio. Per cercare di sloggiare i difensori dalle loro posizioni, i francesi trascinarono dentro il frutteto un cannone; preoccupato, lord Saltoun fece uscir fuori i suoi uomini dalla strada coperta e cercò di impadronirsene, ma il fuoco nemico li costrinse a tornarsene in gran fretta al riparo. Il giovane tenente colonnello, che a cavallo offriva un bersaglio facilissimo, non si fece nemmeno un graffio, anche se nel corso di quelle ore di com101

battimento quattro cavalli vennero uccisi sotto di lui. Il cannone, comunque, non si rivelò così efficace come i francesi speravano, e lo scambio di fucilate continuò piuttosto inconcludente; i francesi, però, si trovavano più esposti e subivano maggiori perdite. Nel frattempo, anche le truppe della brigata che era stata di Bauduin stavano manovrando sull’altro lato del castello. Il capitano Mercer, dalla sua posizione sulle alture che dominavano la strada di Nivelles, vedeva i tiratori inglesi e quelli francesi impegnati in un’incessante schermaglia in mezzo al grano alto. Sotto la pressione nemica, la linea dei tiratori inglesi dovette cedere terreno; non tanto da mettere in pericolo la posizione, ma abbastanza da permettere alla fanteria nemica di manovrare indisturbata nella pianura, lungo il fianco occidentale del castello. Il colonnello de Cubières, che dopo la morte di Bauduin aveva preso il comando dell’intera brigata, aveva già perso molti uomini nel bosco, ma ne aveva ancora abbastanza per tentare un’altra via. I suoi soldati avanzarono allo scoperto, meno disturbati, ora, dall’artiglieria inglese, aggirarono il castello, scesero nella strada coperta e si trovarono davanti al portone settentrionale. Quel portone, in legno, era l’unica via di comunicazione fra la guarnigione di Hougoumont e le riserve schierate più indietro, e perciò non era stato barricato; ancora poco prima le Guardie l’avevano usato per portare un carro di munizioni nel cortile. La comparsa di Cubières e dei suoi uomini davanti al portone segnò il momento più critico per i difensori di Hougoumont; e non è un caso se più di un ufficiale inglese, molti anni dopo la battaglia, si ricordava ancora dell’ufficiale francese a cavallo, con un braccio al collo per la ferita ricevuta due giorni prima a Quatre Bras, che incitava i tirailleurs a farsi sotto. Il colonnello de Cubières, barone d’Impero, era nato marchese Despans de Cubières; era dunque uno dei molti giovani nobili dell’Ancien régime, appena bambini all’epoca della Rivoluzione, che si erano schierati con l’imperatore e avevano fatto carriera nella Grande Armée. Al ritorno di Napoleone dall’Elba, tre mesi prima, il ventinovenne Cubières era comandante in seconda del 1° Leggero, e aveva assistito alla crisi morale dei suoi soldati, divisi fra il giuramento che avevano prestato ai Borboni e l’antica fedeltà all’imperatore. Appena arrivato a Parigi, Napoleone aveva passato in rivista il reggimento e aveva chiesto chi lo comandava. Cubières aveva fatto un passo 102

avanti e aveva risposto: «Sire, è il colonnello de Beurnonville; ma è malato». Napoleone aveva ribattuto: «Beurnonville non è dei nostri; siete voi, colonnello Cubières, che prenderete d’ora in poi il comando del 1° Leggero»; e si era allontanato, mettendo fine con un gesto d’impazienza alle proteste del colonnello. La battuta di Napoleone è indicativa d’un aspetto che si rischia talvolta di dimenticare: quanto, cioè, fosse profondamente ideologica l’Armée du Nord del 1815, da cui erano stati buttati fuori, per quanto possibile, tutti quelli che non erano «dei nostri». Ma Cubières era un uomo eccezionale anche per quei tempi, e comandava un reggimento eccezionale. Il 2 maggio i soldati, come tutti i cittadini francesi, erano stati chiamati a votare per plebiscito il cosiddetto Acte additionnel, la nuova Costituzione, cioè, che Napoleone aveva escogitato per la Francia. Davanti al reggimento schierato in piazza d’armi, il colonnello de Cubières dichiarò che avrebbe votato contro, perché la Costituzione riservava troppo potere all’imperatore e non poteva essere il fondamento di una Francia veramente liberale; un plebiscito così frettoloso era anch’esso, a suo parere, una procedura troppo poco democratica; perciò lui, Cubières, invitava i soldati del suo reggimento a bocciarlo. Il 1° Leggero fu l’unico reggimento di tutto l’esercito a votare, quasi all’unanimità, contro l’Acte additionnel (l’unica eccezione fu un capitano che osservò, «Amo di tutto cuore il colonnello, ma in fatto di Costituzioni non ne sa mica quanto l’imperatore, lui ne ha già fatte parecchie»). Napoleone fu ben poco soddisfatto di quel voto, i cui registri vennero poi opportunamente smarriti; eppure Cubières restò al suo posto, cavandosela con una lettera di biasimo. E ora Cubières, a cavallo, col braccio al collo, aveva portato gli uomini del suo reggimento fin sotto il portone settentrionale di Hougoumont. Le due compagnie leggere delle Guardie al comando di Macdonell, che avevano preso posizione all’esterno del castello, vennero sorprese da quest’avanzata e tornarono indietro di corsa per rientrare nel cortile, attraverso il portone ancora aperto. Durante questa rotta un sergente inglese sparò a bruciapelo una fucilata a Cubières, buttandolo giù da cavallo, poi saltò in sella al suo posto e spronò la bestia fin dentro il cortile, riuscendo a mettersi in salvo subito prima che i suoi compagni richiudessero il portone. Cubières, che era soltanto ferito, riuscì a rialzarsi e a metter103

si in salvo, e rimase poi sempre con l’impressione che gli inglesi, vedendolo così invalido, avessero deliberatamente evitato di sparargli ancora; molti anni dopo, quando serviva il Papa come governatore di Ancona, incontrò un ufficiale dei Coldstream Guards che aveva combattuto a Hougoumont, e gli espresse la sua gratitudine per quel comportamento cavalleresco. Mentre Cubières veniva portato in salvo, la situazione dei suoi uomini che si affollavano sotto il portone si faceva precaria, perché dal parapetto e dalle feritoie i difensori tiravano su di loro a bruciapelo. L’unico modo per entrare era sfondare il portone con le asce in dotazione agli zappatori, l’equivalente dei nostri genieri: uno degli ufficiali del 1° Leggero, il tenente Legros, che per i suoi muscoli era soprannominato appunto l’Enfonceur («lo sfondatore»), si fece sotto al portone e cominciò a darci dentro. Legros, che era stato lui stesso uno zappatore e sapeva usare la scure, fece a pezzi la sbarra di legno che teneva chiuso il portone; poi, sotto la pressione della massa, la paratia cedette e un gran numero di francesi irruppero all’interno. Nella mischia selvaggia che seguì, Legros e i suoi uomini si ritrovarono per un momento padroni del cortile, mentre i difensori in preda al panico cercavano rifugio all’interno degli edifici: un ufficiale tedesco fu inseguito fin dentro la casa da un francese armato di scure, che lo raggiunse e con un colpo gli mozzò di netto una mano. Quel mattino, Müffling aveva espresso a Wellington qualche dubbio sulla capacità di resistenza del castello; «Ah, voi non conoscete Macdonell», s’era limitato a rispondere il duca. In quel momento critico, il tenente colonnello dimostrò d’essere degno della fama che lo circondava, come uno dei più formidabili combattenti dell’esercito. Insieme a qualche altro ufficiale e un sergente, il trentaquattrenne Macdonell riuscì a farsi largo tra i nemici, richiudere quel che restava del portone e bloccarlo con un’altra sbarra; dopodiché tutti i francesi che erano entrati nel cortile vennero uccisi, compreso Legros. O meglio, tutti tranne uno: il soldato Matthew Clay si precipitò nel cortile in tempo per vedere Macdonell, con la faccia coperta di sangue, che finiva di barricare il portone, e per imbattersi in un tamburino francese, che era stato risparmiato perché era solo un ragazzo. Clay lo prese in consegna e lo portò all’interno del castello, nella stanza dove erano stati radunati i feriti, raccomandandogli di rimanere lì e stare tran104

quillo, perché nessuno gli avrebbe fatto del male. Intanto i francesi rimasti fuori, sotto il fuoco preciso dei difensori, avevano cominciato a sbandarsi, mentre quelli che cercavano di arrampicarsi sul muro venivano abbattuti ad uno ad uno. Ma molti tirailleurs, anziché ripiegare verso le loro linee, risalirono il pendio in direzione delle posizioni inglesi, nascondendosi in mezzo al grano maturo. Appena sopra di loro, il tenente colonnello Webber-Smith aveva fatto mettere in posizione i sei cannoni da 9 libbre della sua batteria, e al pari di altri comandanti dell’artiglieria inglese aveva subito aperto il fuoco contro l’artiglieria a cavallo francese sul lato opposto del pianoro, completamente indifferente agli ordini di Wellington che proibivano questo genere di duelli. La batteria era impegnata nel combattimento, e aveva già subìto le prime perdite, quando all’improvviso i tiratori francesi nascosti nel grano aprirono il fuoco a distanza ravvicinata. Nel giro di pochi minuti molti degli artiglieri e dei cavalli vennero colpiti, e Webber-Smith dovette dar ordine di attaccare i cannoni e sgombrare di lì, prima che fosse troppo tardi. Più o meno a questo punto Sir John Byng, che comandava la brigata delle Guardie schierata dietro il castello, decise che era ora di contrattaccare in forze per alleggerire la pressione sui difensori. Una compagnia dopo l’altra i suoi due battaglioni, il 2/Coldstream Guards e il 2/3° Foot Guards, discesero il pendio e raggiunsero la strada coperta; al loro arrivo i tirailleurs, colti di sorpresa, ripiegarono in disordine, sgomberando anche il frutteto. Dopo un breve scontro a fuoco una parte delle Guardie riuscì a entrare nel cortile, e gli altri entrarono nel giardino da una porticina laterale, andando a dare il cambio agli esausti uomini di lord Saltoun. Nonostante le perdite subite dai difensori, il castello era ora difeso da più di millecinquecento fucili, e il rischio che i francesi riuscissero a impadronirsene sembrava sempre più remoto. Non a caso è proprio in questa fase, verso l’una e mezza del pomeriggio, che Wellington si allontanò per la prima volta da Hougoumont per andare a sorvegliare il centro del suo schieramento, dove il fragore dei cannoni lasciava intuire che si stava addensando un’altra tempesta.

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26.

La «Grande batterie»

Poco dopo le undici del mattino d’Erlon e il suo capo dell’artiglieria, il generale Desales, stavano sorvegliando le truppe che prendevano posizione sul pendio alla destra della Belle Alliance quando li raggiunse il generale de La Bédoyère, aiutante di campo dell’imperatore (quello stesso che esattamente due mesi dopo, condannato per alto tradimento da un tribunale borbonico, sarebbe stato fucilato fuori Parigi all’età di appena ventinove anni). La Bédoyère portava l’ordine di Napoleone dettato alle undici, e che già conosciamo, in base al quale all’una del pomeriggio il I corpo doveva cominciare l’attacco in direzione di Mont-Saint-Jean, mettendo in movimento per prima la sua divisione di sinistra, e sostenendola via via con le altre. L’ordine aggiungeva che le tre batterie di riserva del I, II e VI corpo d’armata, con i loro poderosi cannoni da 12 libbre, dovevano ammassarsi e battere il centro della posizione nemica. Consegnato l’ordine scritto, La Bédoyère informò a voce Desales che l’imperatore gli affidava il comando di tutta l’artiglieria schierata al centro, formata non solo dalle tre batterie di corpo d’armata, ma anche dalle quattro batterie divisionali del I corpo, con sette o otto pezzi da 6 libbre ciascuna. Si sarebbe così organizzata una Grande batterie di 54 cannoni, che Desales doveva schierare su una sola linea, a mezza costa lungo il pendio della Belle Alliance. Per i generali di Napoleone, questa disposizione suonava familiare: da sempre l’imperatore, che non per niente era stato in gioventù ufficiale di artiglieria, insegnava che prima dell’attacco è necessario logorare il nemico con un bombardamento d’artiglieria, e che a questo scopo bisogna concentrare il maggior numero possibile di cannoni contro il punto che s’intende sfondare. Perciò Desales si mise immediatamente al lavoro, che non era semplice, come vedremo subito. Una batteria, infatti, era un’organizzazione estremamente ingombrante. Ogni pezzo da 12 libbre aveva bisogno di una quindicina di serventi, molti dei quali facevano la spola con i vagoni delle munizioni, parcheggiati per ragioni di sicurezza almeno trenta o quaranta metri più indietro. Per ogni pezzo c’erano due o tre vagoni, tirati da quattro cavalli ciascuno, oltre all’avantreno, che sta106

zionava anch’esso a una certa distanza, con i suoi sei cavalli da tiro e i conducenti. Un cannone pesava circa una tonnellata, e poiché non c’era un freno per assorbire il rinculo, arretrava d’un paio di metri dopo ogni colpo, e doveva essere rimesso in posizione a forza di braccia; come pure a braccia avveniva il trasporto dai vagoni delle palle di ghisa, che pesavano quasi cinque chili l’una. Si capisce che ogni cannone richiedesse un ampio spazio di manovra, tanto che una batteria francese di otto bocche da fuoco, con i suoi 200 fra artiglieri e conducenti e quasi 150 cavalli, finiva per occupare un fronte d’un centinaio di metri e una profondità di una cinquantina; come pure si capisce che una volta messi in posizione i pezzi da 12, nel fango tenace delle colline fiamminghe, fosse tutt’altro che semplice spostarli di nuovo. La posizione che Napoleone aveva scelto per la Grande batterie presentava dei vantaggi e degli svantaggi. Il pendio digradante verso le linee avversarie sembrava fatto apposta per schierare un così gran numero di cannoni proprio in faccia al nemico, con un effetto morale garantito; e del resto le testimonianze degli ufficiali inglesi confermano che l’arrivo delle batterie, che prendevano posizione una dopo l’altra, fu osservato con crescente inquietudine. Il capitano Kincaid, del 1/95° Fucilieri, che si trovava su una collinetta un centinaio di metri dietro la Haye Sainte, si era guardato intorno con pigra curiosità, finché non si accorse di quel che stava succedendo nel settore proprio davanti a lui, fino a un istante prima deserto; e da quel momento non riuscì più a staccare gli occhi «dagli innumerevoli puntini neri che stavano prendendo posizione a intervalli regolari: e riconoscendovi altrettanti pezzi di artiglieria, seppi per esperienza, anche se non si vedeva ancora nient’altro, che non eravamo destinati a rimanere spettatori oziosi». Con i loro cannocchiali, gli ufficiali dell’artiglieria francese percorrevano la posizione nemica, cercando di individuare i possibili bersagli. Lungo tutta la dorsale di Mont-Saint-Jean era visibile un gran numero di batterie, qualcuna allo scoperto, altre difese dalle siepi che costeggiavano la strada infossata. Alle spalle della Haye Sainte non si vedeva nient’altro; a destra, invece, era ben visibile una lunga linea di fanteria, schierata sul crinale esposto, più avanti e più in basso rispetto ai cannoni inglesi. È dubbio se gli artiglieri di Desales sapessero che quella linea, parte della divisione olandese di Perponcher, rappresentava solo una frazione dell’ala sinistra 107

nemica, e che il grosso si trovava più indietro, sdraiato pancia a terra sul versante protetto del pendio; quello che vedevano rappresentava comunque un bersaglio più che sufficiente a giustificare la concentrazione di artiglieria ordinata dall’imperatore. Fra le bocche dei cannoni e la posizione da battere, però, c’era una distanza tale che il fuoco rischiava di avere un effetto soprattutto morale. A mille metri nemmeno i proiettili da 12 potevano arrivare con grande precisione di tiro, mentre per i pezzi da 6 tirare a quella distanza equivaleva a sparare a casaccio. Ma Napoleone, evidentemente, aveva preferito non arrischiare i suoi cannoni spingendoli più avanti; la grande concentrazione di bocche da fuoco avrebbe supplito all’imprecisione del tiro. Del resto, il compito della Grande batterie era di conseguire innanzitutto un effetto psicologico, come è chiaro dall’ordine stesso dell’imperatore, che aveva espressamente ordinato a Desales di aprire il fuoco con tutti quei cannoni nello stesso momento, «per stupire e scuotere il morale del nemico». Non tutti gli ufficiali dell’artiglieria francese, però, erano disposti ad accontentarsi di un effetto morale. Il generale Ruty, che comandava tutta l’artiglieria dell’Armée du Nord, raggiunse Desales mentre costui stava sorvegliando lo schieramento dei suoi pezzi, e osservò che nel corso dell’attacco sarebbe stato opportuno spostare le batterie più in avanti, per far fuoco da una distanza meno proibitiva; perciò gli ordinò di andare in ricognizione verso le linee nemiche, e identificare in anticipo una posizione adatta. Desales aveva le sue perplessità, convinto com’era, «per teoria e per pratica», che spostare così tanta artiglieria nel pieno della battaglia è sempre pericoloso; ma gli ordini sono ordini, e il generale cavalcò giù per il pendio, fino a scoprire che qualche centinaio di metri più in basso uno sperone del terreno, quasi a tiro di fucile dalla Haye Sainte, formava una piattaforma naturale su cui si sarebbero potuti schierare i suoi pezzi in caso di bisogno. Compiuta la sua ricognizione Desales tornò indietro, e poiché ormai era quasi ora di cominciare pensò di assegnare dei comandanti ai diversi settori della Grande batterie. Il più esperto dei suoi subordinati era il colonnello Bernard, e Desales voleva affidargli il comando delle batterie da 12; ma il colonnello aveva perduto un occhio all’assedio di Saragozza, e gli fece notare che non era l’uomo più adatto per quel compito, dal momento che i pezzi da 12 108

erano gli unici che a quella distanza potevano ancora tentare di mirare. Perciò l’uomo cieco da un occhio venne mandato a comandare le batterie da 6, e il comando delle batterie da 12 venne affidato a un altro colonnello, più giovane e ancora tutto d’un pezzo. Quanto a Desales, raggiunse il maresciallo Ney, che caracollava impaziente al centro dello schieramento, e lo informò che per quanto riguardava gli artiglieri si poteva cominciare. Quando la Grande batterie aprì il fuoco, fra mezzogiorno e l’una, lo scontro era già impegnato da tempo nella zona di Hougoumont; eppure il boato di tutti quei cannoni sommerse ogni altro rumore, e Desales avvertì sotto di sé il suolo che tremava. Non avevano certo torto i soldati francesi che da sempre soprannominavano il cannone, con familiarità mista a ripugnanza, le brutal. Sulla collinetta dove si trovava il capitano Kincaid, uno dei primi colpi prese in pieno l’unico albero, facendo precipitare una pioggia di rami sui due ufficiali medici del battaglione, che avevano collocato proprio lì il loro posto di medicazione, credendo d’essere al sicuro. I più esperti fra i soldati di Wellington, tuttavia, non tardarono ad accorgersi che con quel bombardamento il nemico si proponeva soprattutto un effetto psicologico. «La maggior parte delle palle, per fortuna, passava sopra le nostre teste, portando via un uomo qua e là», testimonia un ufficiale della divisione di Picton. «Il fuoco era di gran lunga troppo alto; i veterani dicevano che aveva solo l’intenzione di spaventare, come al solito». Le palle e le granate che passavano alte sopra la cresta, tuttavia, andavano a cadere in verticale fra le truppe ammassate in seconda linea. C’è anzi da chiedersi se a un certo punto le batterie francesi non abbiano cominciato deliberatamente a tirare col massimo alzo possibile, per raggiungere il versante coperto, soprattutto dopo che la fanteria olandese schierata inizialmente sul versante esposto venne ritirata in tutta fretta in una posizione più riparata. Tirando così alla cieca, ovviamente, la speranza di colpire qualcuno era più che mai affidata al caso, ma il bombardamento era così intenso che la fanteria acquattata pancia a terra dietro la Haye Sainte e dietro lo chemin d’Ohain fino alla Papelotte cominciò lo stesso a subire perdite. Perfino la cavalleria schierata in riserva all’ala sinistra di Wellington, parecchie centinaia di metri dietro la cresta, cominciò ad essere raggiunta da un po’ troppe palle, e Sir William Ponsonby, che comandava una delle due brigate di caval109

leria pesante, fece arretrare i suoi uomini alla ricerca di una posizione meno pericolosa. È possibile calcolare l’intensità del fuoco mantenuto dalla Grande batterie? L’esercizio rischia d’essere fine a se stesso, perché basato per forza di cose su medie statistiche, di cui è meglio diffidare; tuttavia proviamoci. Desales disponeva di 24 pezzi da dodici e 30 pezzi da sei, cui possiamo aggiungere i 18 pezzi da sei delle batterie di artiglieria a cavallo. La velocità di tiro era di un colpo al minuto per i pezzi da dodici, più faticosi da rimettere in posizione dopo il rinculo, e due per quelli più leggeri, il che rappresenta un totale di 120 colpi al minuto. Il bombardamento, però, era disperso su un fronte di oltre due chilometri, e gli artiglieri francesi si diedero coscienziosamente da fare per batterlo tutto: perfino il generale von Vincke, che comandava la brigata di milizia hannoveriana collocata all’estrema sinistra dello schieramento di Wellington, riferisce che le batterie nemiche entrate in posizione a mezzogiorno, nonostante una distanza di duemila passi che avrebbe dovuto renderle innocue, riuscivano lo stesso a colpire le sue retrovie, tanto che il posto di medicazione della brigata dovette essere spostato più indietro. Si può perciò calcolare una media di un colpo al minuto ogni venti metri di fronte; aggiungendo, però, che la profondità del fronte era di parecchie centinaia di metri, al cui interno i colpi tirati coll’alzo più elevato cadevano assolutamente a casaccio, senza che il terreno, troppo imbevuto d’acqua, permettesse alle palle di rimbalzare. Si spiega, così, la sensazione di insicurezza che non tardò a invadere tutte le truppe alleate dislocate nel settore, ma si spiega anche che alla lunga le perdite effettive siano state sopportabili, nonostante qualche colpo azzeccato facesse correre un brivido nella schiena di tutti coloro che avevano la sfortuna di assistervi. Mentre la cavalleria di Ponsonby si spostava per mettersi al riparo, il tenente Wyndham degli Scots Greys, un ufficiale giovanissimo che aveva raggiunto il reggimento appena da un mese, incontrò cinque o sei soldati scozzesi che portavano verso le retrovie un loro ufficiale ferito, avvolto in una coperta; e rimase piuttosto scosso «quando una granata arrivò e cadde vicino a loro e li distrusse tutti». Non appena cominciò il bombardamento le batterie alleate risposero bravamente al fuoco, ignorando anche in questo caso gli ordini del duca, che del resto non era lì per impedirlo. Desales vi110

de attraverso il cannocchiale che i cannoni nemici erano protetti dalla strada infossata come da una trincea, e che non sarebbe stato per niente facile ridurli al silenzio. L’artiglieria francese era più esposta, e non tardò a subire le prime perdite: una granata esplose a poca distanza da Desales, ferendo tutti quelli che si trovavano intorno a lui. Colpito da una scheggia alla spalla, il generale si tastò per capire se era ferito, ma scoprì con sollievo che la scheggia si era fermata nel colletto della redingote; però il braccio gli restò a lungo indolenzito per la contusione, e Desales conservò poi sempre un sano rispetto per la precisione del fuoco di controbatteria inglese. Ma sulla cresta di Mont-Saint-Jean, senza che il generale francese potesse saperlo, la situazione era ancora più scomoda. Con crescente inquietudine gli ufficiali della fanteria alleata vedevano esplodere davanti a loro i cassoni dell’artiglieria quando una palla nemica li colpiva, e ben presto si accorsero che in mezzo al fumo qualche batteria, a corto di munizioni, cominciava ad attaccare i cavalli ai cannoni per sgombrare da quell’inferno. Le bellesfilles de l’Empereur, come gli artiglieri francesi chiamavano affettuosamente i loro 12 libbre, stavano facendo un buon lavoro. La fanteria del corpo di d’Erlon, ammassata immediatamente dietro i cannoni, capiva bene, dal movimento delle staffette e dal gesticolare dei comandanti, che stava per giungere il momento di mettersi in marcia e «dare un bel colpo di pettine», come dicevano i soldati. Il capitano Martin, del 45° di linea, uno svizzero di appena ventun anni, era di buon umore come tutti i suoi uomini: la notte era stata orrenda, ma il mattino aveva portato un po’ di carne di vacca, che a gente così affamata era parsa deliziosa, e acquavite in abbondanza, sicché tutti avevano ben bevuto. «Ci stavamo tutti preparando; si pulivano le armi, e ci si esortava a vicenda a chiudere la campagna con un colpo solo. Ahimè! Non sapevamo quanto avevamo ragione».

27.

Notizie dei prussiani

Napoleone era seduto sull’altura dietro la fattoria di Rossomme, con la carta spiegata su un tavolino, e aspettava che il maresciallo Ney mettesse in movimento la fanteria di d’Erlon. Il maggiore Le111

monnier-Delafosse, aiutante di campo del generale Foy, si trovava lì in attesa d’una batteria di artiglieria che doveva condurre in posizione, e ne approfittò per osservare il suo imperatore. «Era seduto su una sedia di paglia, davanti a un tavolo rustico, su cui era aperta la mappa. Aveva in mano il suo famoso cannocchiale, e lo dirigeva spesso sui vari punti del campo di battaglia. Quando si riposava gli occhi, raccoglieva uno stelo di frumento e se lo metteva in bocca come uno stuzzicadenti. Alla sua sinistra il maresciallo Soult, solo, aspettava i suoi ordini, mentre dieci passi più indietro erano raggruppati tutti i suoi aiutanti, a cavallo. Gli zappatori del genio stavano spianando dei gradini tutt’intorno perché la gente potesse raggiungere l’imperatore più facilmente [...]. Alla fine dovetti andar via con l’artiglieria, e non l’ho mai più rivisto». Ma Napoleone non stava sempre seduto sulla sua sedia di paglia. La guida, De Coster, lo descrisse mentre andava su e giù, talvolta a braccia conserte, ma più spesso con le mani dietro la schiena, o con i pollici nelle tasche del pastrano; ora guardava l’orologio, ora prendeva un pizzico di tabacco, ora fissava l’occhio al cannocchiale, percorrendo il campo di battaglia. Proprio durante una di queste perlustrazioni, gli parve d’intravvedere in lontananza, sulla destra, qualcosa che prima non c’era. L’imperatore chiese il parere di Soult, e questi dopo aver esaminato l’orizzonte affermò che si trattava di truppe in movimento. Gli altri ufficiali si affrettarono a puntare i loro cannocchiali, ma poiché la giornata era tutt’altro che limpida i pareri furono discordi: secondo qualcuno era solo un folto d’alberi, secondo altri erano truppe in riposo, con le armi impilate. Ma qualcuno giudicò, d’accordo con Soult, che non soltanto erano truppe, ma si stavano muovendo verso di loro. Confrontando quel che vedevano con la carta geografica, calcolarono che se davvero si trattava di colonne in marcia, la loro testa doveva essere quasi all’altezza del villaggio di Chapelle-St. Lambert, a sette o otto chilometri di distanza, appena al di là del fiume Lasne; il che voleva dire che nel giro di tre ore avrebbero potuto raggiungere l’estrema destra francese, schierata davanti alla Papelotte. Soult suggerì che poteva trattarsi delle truppe di Grouchy, e a tutta prima l’ipotesi parve plausibile, oltre che piacevolmente rassicurante. Ma il solo fatto che sia stata presa in considerazione indica che l’imperatore e i suoi generali non stavano lavorando con l’efficienza abituale in altri tempi. Infatti dall’ultimo di112

10 km

e asn eL m fiu

Wavre

Mont-St. Jean ChapelleSt. Lambert

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Dy le

Plancenoit Walhain Sart-à-Walhain

Genappe

Quatre-Bras Gembloux Sombreffe

NORD

Frasnes Ligny

Tav. 10. Movimenti di Grouchy la prima mattina del 18 giugno (alle ore 6 il maresciallo si trovava ancora a Gembloux).

spaccio di Grouchy, datato alle sei del mattino, risultava che a quell’ora il maresciallo si trovava ancora a Gembloux, e aveva intenzione di marciare su Sart-à-Walhain, spingendosi cioè ancora più a nord-est, prima di piegare a nord-ovest verso Wavre, avendo ormai accertato che il grosso delle truppe prussiane si era ritirato in quella direzione. Se l’imperatore si fosse chinato sulla carta geografica per calcolare la distanza col compasso, come era solito fare in passato, avrebbe visto subito che Grouchy, data l’ora in cui si era mosso e la direzione che s’era proposto di prendere, non poteva materialmente essere già arrivato a Chapelle-St. Lambert. Ma questi calcoli nessuno si prese la briga di farli, e l’idea pericolosamente vaga che di lì a poco Grouchy sarebbe apparso all’orizzonte continuò ad aleggiare nella testa di tutti. 113

Nell’incertezza, in ogni caso, l’imperatore ordinò alle due divisioni di cavalleria di Domon e Subervie di schierarsi a copertura del fianco destro, spingendosi fino al bosco di Frischermont, che sbarrava il campo di battaglia da quel lato. Questa decisione lascia pensare che Napoleone non credesse veramente al materializzarsi di una minaccia da quella parte: quei sei reggimenti di cavalleria leggera, poco più di duemila cavalli in tutto, non erano certamente adatti per inoltrarsi nel bosco e contestare alle avanguardie prussiane il passaggio della Lasne, e infatti si limitarono a prendere posizione al di qua del bosco. Se invece della cavalleria l’imperatore avesse mandato nel bosco qualche battaglione di fanteria leggera, spingendo una linea di tiratori fino alla scarpata che dominava il corso d’acqua, l’avanzata di von Bülow avrebbe potuto essere ritardata quasi indefinitamente. Ma evidentemente l’intenzione di Napoleone era semplicemente di rafforzare lo schermo di cavalleria su quel fianco e moltiplicare le ricognizioni, per accertare la natura delle truppe in avvicinamento, nella speranza che si trattasse davvero di Grouchy. Lo stesso generale Domon interpretò la sua missione nel senso più ottimistico: egli disse ai suoi ufficiali che la battaglia era vinta, che il loro compito era di effettuare il collegamento con le truppe di Grouchy, e che quella sera avrebbero dormito a Bruxelles. L’incertezza sulle truppe che s’intravvedevano dietro il campanile di Chapelle-St. Lambert venne tuttavia dissipata ben presto, perché un drappello di ussari raggiunse l’imperatore portando un prigioniero prussiano. Li mandava il colonnello Marbot, comandante del 7° Ussari, che quel mattino aveva avuto ordine di spingersi in ricognizione oltre l’estrema destra francese. Sorpassato il bosco di Frischermont, gli ussari dovevano pattugliare le strade e i ponti sulla Lasne e sulla Dyle, in attesa di stabilire un contatto con le avanguardie di Grouchy. Marbot era una vecchia volpe, che avrebbe poi scritto un libro di memorie fra le più colorite dell’epopea napoleonica, e sapeva il suo mestiere: il primo corriere prussiano che cercò di passare di lì venne acchiappato e spedito all’imperatore, insieme col dispaccio di cui era latore. Era un biglietto indirizzato a Wellington, e lo informava che il corpo di Bülow, in marcia come promesso verso il campo di battaglia, aveva raggiunto Chapelle-St. Lambert. Il prigioniero, che parlava francese, non si fece pregare per confermare all’imperatore che le trup114

pe visibili in lontananza erano proprio l’avanguardia del corpo di Bülow; che l’intero esercito prussiano aveva passato la notte a Wavre, e che durante la marcia, quel mattino, non avevano incontrato nemmeno un francese. A quell’ora, Wellington era già stato informato da un pezzo che i prussiani erano in arrivo. Il capitano Taylor, del 10° Ussari, che comandava uno squadrone collocato in sorveglianza all’estrema sinistra dello schieramento alleato, era stato raggiunto in mattinata da un altro ufficiale prussiano, giunto fin lì alla testa d’una pattuglia di ussari; e questi aveva riferito che il corpo di Bülow era ormai vicino. Avendo comunicato questa grande notizia, il prussiano se n’era tornato indietro, e Taylor aveva immediatamente spedito uno dei suoi ufficiali ad avvertire il duca; dopodiché lui e i suoi uomini cominciarono a osservare ansiosamente l’orizzonte, in attesa che si materializzassero le colonne prussiane. Ma l’attesa si rivelò sgradevolmente lunga, e il fatto che di tanto in tanto comparisse sul posto un aiutante di campo del duca, mandato a verificare se finalmente era apparso qualcosa, non faceva che accrescere l’imbarazzo di Taylor. Sotto i suoi occhi, ma troppo lontano perché potesse farci qualcosa, la cavalleria francese partì in ricognizione nella direzione da cui dovevano sbucare i prussiani; ma di questi ultimi non c’era traccia. La notizia che i prussiani erano in arrivo si propagò comunque molto rapidamente fra gli ufficiali inglesi. Sir Augustus Frazer la apprese da un aiutante di campo di lord Uxbridge, che stava cercando il duca per riferirgliela, e che pregò lui, Frazer, di darsi da fare allo stesso scopo. Sir Augustus copiò diligentemente il rapporto del capitano Taylor, da cui risultava che Bülow con i suoi uomini era arrivato in un luogo che Frazer trascrisse come «Occey»; dopodiché lo cercò sulla mappa, e prevedibilmente non lo trovò da nessuna parte. In ogni caso Sir Augustus galoppò alla ricerca di Wellington, ma si fermò lungo la strada a comunicare la notizia a Sir Thomas Picton, a discutere con lui della situazione, e a rettificare la posizione di certi cannoni; quando finalmente, molto più tardi, riuscì a trovare il duca e consegnò il rapporto di Taylor al suo segretario lord Fitzroy Somerset, questi rispose freddamente «che Sua Grazia lo sapeva già».

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28.

La marcia di von Bülow

Anche se nessuno lo sospettava, le informazioni che l’ufficiale prussiano aveva comunicato al capitano Taylor peccavano per eccesso di ottimismo: la marcia di von Bülow era molto più difficoltosa del previsto. Le strade su cui stavano procedendo le sue truppe erano spaventose, anzi erano semplici piste di terra battuta, in cattivo stato dopo le piogge degli ultimi giorni; per seguirle bisognava salire su e giù per le colline, attraversare dense aree boscose e passare corsi d’acqua così gonfi che soltanto pochi ponti permettevano di attraversarli con sicurezza. Era il terzo giorno consecutivo di marcia per le esauste truppe del IV corpo, composto in maggioranza da reclute inesperte della Landwehr; quasi nessuno aveva avuto da mangiare quel mattino se non un po’ di pane e acquavite, e insomma non stupisce che dovendo trascinare qualcosa come 88 fra obici e cannoni su quel genere di strade, sprofondando nel fango fino al ginocchio, la loro marcia fosse piuttosto lenta. Quel che è peggio, il IV corpo, anche se era l’unico ancora fresco dell’esercito prussiano, era però anche quello che aveva bivaccato più lontano; e pur mettendosi in marcia alle prime luci del giorno, i suoi uomini avevano dovuto attraversare gli accampamenti degli altri tre corpi e le vetuste viuzze della cittadina di Wavre prima di imboccare le piste fangose che alla fine li avrebbero condotti a Waterloo. Il principale ponte di pietra utilizzabile per attraversare la Dyle immetteva proprio nel centro di Wavre; e lì si produsse una situazione che chiunque sia stato bloccato in macchina da un ingorgo può figurarsi facilmente. A un certo punto un singolo cannone da 12 libbre cui si era spezzato un asse bloccò l’intera colonna; la strada era stata appena sgombrata quando un mulino vicino al ponte prese fuoco, e l’incendio si comunicò rapidamente agli edifici adiacenti. Il ponte, in quel momento, era ingombro di carriaggi carichi di munizioni, sicché il panico si diffuse fra le truppe e la colonna si dissolse in una moltitudine di fuggiaschi urlanti, che solo a fatica gli ufficiali riuscirono a rimettere in riga al di là del fiume. L’accumulo dei ritardi fu tale che l’ultima delle quattro brigate che costituivano il corpo riuscì a mettersi in marcia soltanto alle dieci del mattino, benché i suoi uomini fossero stati svegliati e intruppati sulla strada già da sei ore; a 116

quell’ora, la colonna di Bülow si snodava per quasi dieci chilometri, e la sua avanguardia era già all’altezza di Chapelle-St. Lambert. Esaminando oggi la carta geografica, è facile concludere che se le truppe di Bülow, anziché fermarsi lì, fossero scese nella valle della Lasne, avessero attraversato il torrente e continuato a marciare lungo le piste che conducevano al bosco di Frischermont, non avrebbero incontrato resistenza degna di nota, e sarebbero giunte sul campo di battaglia entro il primo pomeriggio. Può darsi che le caratteristiche personali di Bülow abbiano influito sulla prudenza dei suoi movimenti; il generale era un uomo già anziano, fervente luterano, compositore di musica religiosa, e al tempo stesso molto compreso del proprio rango e facile a offendersi: Gneisenau, che era suo parigrado ma aveva meno anzianità, non gli mandava mai degli ordini senza formularli nel modo più ossequiente. Ma Bülow era anche un buon generale, che nel 1813 aveva sbaragliato a Dennewitz il maresciallo Ney, ciò che gli era valso fra l’altro il titolo di conte; e certamente sapeva fare il suo mestiere. Ora, quando ebbe raggiunto Chapelle-St. Lambert Bülow non vedeva nulla davanti a sé, se non una brusca discesa, quasi uno strapiombo, là dove la pista scendeva nella valle; al di là del torrente, una salita altrettanto impervia, dove i suoi cannoni avrebbero dovuto essere sospinti a forza di braccia; e ancora più in là una foresta che gl’impediva completamente la visuale. Come se non bastasse, le disposizioni trasmesse da Gneisenau la sera prima stabilivano espressamente che avrebbe dovuto avanzare solo fino a Chapelle-St. Lambert, e non procedere oltre senza prima verificare che l’esercito di Wellington fosse davvero impegnato in battaglia a Waterloo; giacché se all’ultimo momento il duca avesse deciso di non restare ad aspettare l’attacco di Napoleone, non dovevano essere i prussiani ad andarci di mezzo. (Sappiamo già che Gneisenau si fidava poco di Wellington, tanto che ancora quel mattino aveva scritto a Müffling: «La prego di scoprire con la massima certezza se il duca ha davvero intenzione di dare battaglia nella sua posizione attuale, o se si tratta solo d’una dimostrazione che potrebbe provocare dei grossi guai al nostro esercito»). Perciò è difficile rimproverare il generale von Bülow se arrivando con l’avanguardia a Chapelle-St. Lambert, e sapendo che sarebbero occorse parecchie ore prima che tutto il suo corpo fosse radunato in quell’area, si guardò bene dallo spingere subito ol117

tre le sue truppe. Il cannoneggiamento a Waterloo non era ancora cominciato, e in quelle circostanze gli ordini ricevuti gli vietavano espressamente di andare avanti; del resto, era chiaro che in quel momento Wellington non aveva ancora bisogno di aiuto. In attesa di saperne di più, il comandante del IV corpo decise che il nemico era ormai troppo vicino per correre dei rischi, e che era venuto il momento di spiegare i suoi battaglioni uno di fianco all’altro in ordine di battaglia, passando dalla formazione di marcia alla profonda colonna d’attacco di otto file, preceduta da una moltitudine di tiratori, prevista dal manuale prussiano. Il passaggio dalla colonna di marcia allo schieramento di battaglia era una delle manovre più complesse per le truppe dell’epoca; tutti gli ufficiali conoscevano, o avrebbero dovuto conoscere, a memoria la sequenza dei comandi necessari, ma si trattava comunque d’un lavoro lungo, tanto più con truppe esauste, e in gran parte poco addestrate, com’erano quelle del IV corpo. Il fatto che, mentre gli ufficiali prussiani erano intenti a questa manovra, cominciasse, in lontananza, il cannoneggiamento di Waterloo servì a persuadere Bülow che dopo tutto la battaglia ci sarebbe stata; ma confermò anche che prima di andare avanti era assolutamente necessario spiegare le truppe in ordine di combattimento. Si capisce perciò che siano trascorse parecchie ore fra il momento in cui un ufficiale degli ussari prussiani, alla testa della sua pattuglia, aveva incontrato il capitano Taylor a Smohain, e quello in cui i primi battaglioni di Bülow, completato il loro spiegamento sulle alture dietro Chapelle-St. Lambert, cominciarono ad avanzare. Quando Napoleone, intorno all’una, si accorse che in quella zona stava succedendo qualcosa, la linea dei tiratori prussiani aveva appena cominciato a spingersi avanti, per attraversare la Lasne e inoltrarsi nel bosco di Frischermont.

29. I nuovi ordini per Grouchy Il modo in cui Napoleone reagì alla scoperta che, dopo tutto, le colonne in avvicinamento verso la sua destra non erano quelle di Grouchy costituisce uno degli enigmi della battaglia di Waterloo. L’imperatore, nelle sue memorie, afferma di aver ordinato che l’in118

tero corpo di Mouton, o meglio le due divisioni che gli rimanevano, per un totale di 6000 moschetti e 30 cannoni, lasciasse la Belle Alliance, dov’era incolonnato davanti alla Guardia Imperiale, per prendere posizione a copertura del fianco destro, di fronte al bosco di Frischermont. Certo non si trattava di una forza numerosa, ma era fresca, e il quarantacinquenne Mouton, creato conte di Lobau per il suo eroismo durante la campagna del 1809, era uno dei più audaci e intraprendenti generali francesi; sicché c’era da credere che avrebbe saputo tener testa per qualche ora ai prussiani, permettendo a Napoleone di liquidare nel frattempo la partita con Wellington. Senonché, come vedremo meglio più avanti, risulta che quando i prussiani, parecchie ore dopo, sbucarono davvero dal bosco di Frischermont le truppe di Mouton non erano affatto in posizione per affrontarle, e riuscirono solo con molto ritardo ad assumere uno schieramento difensivo, molto più arretrato di quel che sarebbe stato desiderabile. La testimonianza del colonnello Combes-Brassard, capo di stato maggiore del VI corpo, offre una spiegazione credibile di questa stranezza, confermando al tempo stesso l’inattendibilità delle memorie di Napoleone. Combes-Brassard afferma testualmente che le truppe di Mouton vennero sì spostate all’ala destra nel primo pomeriggio, ma per sostenere l’attacco del I corpo, e che tutti vennero completamente presi di sorpresa quando i prussiani sbucarono sul loro fianco. Vedremo più avanti che questa interpretazione coincide perfettamente con la situazione che si era creata nel frattempo, e con le altre testimonianze disponibili, sicché è difficile non prestarle fede. Con ogni probabilità, il trasferimento del VI corpo all’ala destra aveva lo scopo di rafforzare le divisioni di d’Erlon, impegnate in quello che l’imperatore considerava in quel momento l’attacco decisivo; solo più tardi Napoleone, per evitare l’accusa di avere sottovalutato la minaccia di Bülow, avrebbe preteso che la manovra fosse stata diretta fin dal primo momento contro i prussiani. Ma allora, l’imperatore non fece niente per fronteggiare la minaccia che stava addensandosi sul suo fianco destro? In realtà, il suo calcolo si può comprendere solamente tenendo conto di un altro elemento, che ne faceva parte integrante: e cioè la speranza, per non dire la certezza, che presto o tardi le colonne di Grouchy sarebbero apparse all’orizzonte, per colpire sul fianco le colonne 119

prussiane provenienti da Wavre. Gli ordini inviati da Napoleone in quel momento dimostrano molto chiaramente ch’egli si cullava in questa illusione. Quando gli ussari di Marbot portarono il corriere prussiano prigioniero, Soult aveva appena finito di scrivere un messaggio per Grouchy, datato «dal campo di battaglia di Waterloo, all’una del pomeriggio», con l’ordine di manovrare in modo tale da avvicinarsi il più possibile all’esercito di Napoleone, «per essere sempre in grado di piombare su quelle truppe nemiche che cercassero di disturbare la nostra destra, e schiacciarle». A questo dispaccio l’imperatore fece aggiungere un poscritto del seguente tenore: «Una lettera appena intercettata ci informa che il generale Bülow deve attaccare il nostro fianco. Ci sembra di intravvedere questo corpo sulle alture di Saint-Lambert; dunque non perdete un istante per avvicinarvi a noi e raggiungerci, e per schiacciare Bülow che prenderete in flagrante». Napoleone, insomma, era persuaso che Grouchy sarebbe arrivato sul campo di battaglia in tempo per risolvere qualunque problema provocato dall’avanzata prussiana. Sapendo come andò a finire, è inevitabile accusarlo di eccessivo ottimismo. Ma era davvero irrealistica questa convinzione? Calcolando sulle mappe moderne, si constata che da Gembloux, dove aveva trascorso la notte, e passando per Sart-à-Walhain come aveva annunciato nell’ultimo dispaccio, Grouchy avrebbe dovuto percorrere circa 25 chilometri per raggiungere Chapelle-St. Lambert. Ora, 25 chilometri di cattive piste, in un paese fortemente boscoso, e col fiume Dyle da attraversare, potevano voler dire anche dodici o tredici ore di marcia per una colonna di fanteria con tutti i suoi carriaggi e i suoi cannoni; ma un comandante energico avrebbe potuto impiegarci di meno. Se davvero Grouchy si era messo in marcia alle sei, come pretendeva il suo dispaccio, non era tecnicamente impossibile che le sue colonne apparissero all’altezza di Chapelle-St. Lambert nel tardo pomeriggio, in tempo per investire sul fianco e alle spalle la linea di Bülow, che a quell’ora avrebbe comunque appena avuto il tempo di iniziare il suo attacco. Ai vecchi tempi, più di un maresciallo aveva compiuto imprese del genere; perché non avrebbe dovuto riuscirci Grouchy? C’era tuttavia un presupposto su cui poggiava tutta questa ipotesi; e cioè che il maresciallo, una volta raggiunta Sart-àWalhain, avesse piegato subito verso occidente, raggiungendo la 120

le Dy

Mont-St. Jean

10 km

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NORD

Frasnes Ligny

Tav. 11. Movimenti di Grouchy il 18 giugno (la linea tratteggiata indica il percorso che Grouchy avrebbe dovuto compiere per raggiungere nel tardo pomeriggio il campo di battaglia di Waterloo; la linea continua indica i suoi movimenti effettivi).

Dyle ai ponti di Mousty e Ottignies, che non a caso Napoleone aveva espressamente indicato al colonnello Marbot fra le località dove bisognava spingere le sue pattuglie di ussari. In quel caso, e solo in quel caso, le colonne di Grouchy avrebbero potuto comparire all’orizzonte in tempo, nonostante la stanchezza della marcia, per impegnare i prussiani, che dopo tutto non erano meno esausti di loro. Ma in realtà le colonne di Grouchy, nel momento in cui Soult aggiungeva il suo poscritto al dispaccio dell’una, erano già avanzate troppo a nord per poter usare quei ponti; e continuavano a marciare verso nord, giacché il maresciallo, ormai informato con certezza che il grosso delle truppe prussiane era concentrato presso Wavre, aveva deciso di puntare diritto su di loro. 121

Grouchy è stato molto criticato per non aver ascoltato il consiglio dei suoi subordinati, che volevano marciare invece verso occidente, da dove proveniva sempre più intenso il rombo del cannone; ma in verità gli ordini che aveva ricevuto fino a quel momento gli impedivano qualunque altra opzione, e Napoleone avrebbe dovuto saperlo. Il giorno precedente, incaricando il maresciallo di inseguire i prussiani in ritirata, l’imperatore aveva sottolineato la necessità di non perdere a nessun costo il contatto col nemico, che doveva essere incalzato «con la spada alle reni»; in quel momento, tutti al comando francese erano convinti che i prussiani si stessero ritirando verso Gembloux e Namur, cioè verso est, e Grouchy aveva ovviamente spinto le sue colonne in quella direzione. Il successivo dispaccio dell’imperatore, inviato da Le Caillou alle dieci del mattino e che Grouchy ricevette nel primo pomeriggio, riconosceva che almeno una parte delle forze prussiane si era invece diretta a nord, verso Wavre, ma vincolava comunque Grouchy a inseguirle nella stessa direzione, anziché piegare a ovest verso Waterloo («Sua Maestà desidera che voi dirigiate i vostri movimenti su Wavre [...] spingendo davanti a voi i corpi dell’armata prussiana che hanno preso questa direzione e che avrebbero potuto fermarsi a Wavre, dove dovete arrivare il prima possibile»). È vero che in aggiunta a tutto ciò, nel dispaccio delle dieci, Napoleone ingiungeva a Grouchy di manovrare in modo tale da avvicinarsi e mettersi in collegamento con lui, ma è chiaro che nelle intenzioni dell’imperatore questo avvicinamento doveva avvenire passando per Wavre. Alle dieci, infatti, Napoleone era ancora convinto che le colonne prussiane fossero in affannosa ritirata, e lontanissimo dal sospettare che in realtà esse avevano già intrapreso la loro marcia di avvicinamento a Waterloo. Certo, l’imperatore sapeva che teoricamente da Wavre esse avrebbero potuto piegare verso occidente, ma credeva che la comparsa della cavalleria di Grouchy sarebbe bastata per far loro riprendere la fuga verso nord; e sarebbe stato proprio Grouchy, allora, dopo essersi impadronito di Wavre e del suo ponte, a piegare finalmente verso occidente per portare il peso delle sue truppe sul campo di battaglia. Quando, intorno all’una, Napoleone si accorse che la faccenda stava andando diversamente, e che i prussiani erano già sul punto di minacciare la sua ala destra, mandò bensì a Grouchy un dispaccio 122

del tutto diverso dal precedente, in cui l’unica urgenza era quella di dirigersi verso Waterloo per prendere Bülow «in flagrante»; ma dimenticò che il maresciallo stava ancora obbedendo agli ordini ricevuti in precedenza, e avrebbe continuato a farlo ancora per chissà quante ore, prima di ricevere il nuovo dispaccio. È semmai l’imperatore, dunque, e non Grouchy, a portare la responsabilità dell’equivoco; l’imperatore, che conoscendo gli ordini da lui stesso mandati al maresciallo, e confrontandoli con la carta geografica, non avrebbe dovuto aspettarsi per quel giorno nessun aiuto da parte d’un Grouchy che in quel momento stava marciando verso nord per arrivare a Wavre «il prima possibile», e che anche se non avesse incontrato alcuna opposizione, non sarebbe comunque potuto arrivare a Chapelle-St. Lambert prima di notte. Certo, Grouchy poteva decidere di disobbedire agli ordini, come gli suggerirono i suoi comandanti di corpo; ma questo generale era appena stato fatto maresciallo, ed esercitava un comando indipendente per la prima volta in vita sua, sicché non può stupire che abbia scelto la linea più prudente. In ogni caso è fin troppo facile oggi, sapendo quel che accadde poi, e disponendo di mappe molto migliori delle loro, criticare i generali del 1815 per i loro sbagli decisivi, e stabilire quel che avrebbero dovuto fare nell’urgenza e nell’affanno del momento; non è questo che ci interessa. Accontentiamoci di stabilire un fatto: per come Grouchy aveva impostato l’inseguimento dei prussiani, in base agli ordini dell’imperatore e comunque col suo pieno consenso, all’una del pomeriggio l’arrivo del maresciallo sul campo di battaglia, che Napoleone giudicava probabile se non certo, era invece già virtualmente impossibile. Non è chiaro, a questo punto, fin dove si possa prestar fede a Napoleone, quando afferma nelle sue memorie d’aver detto a Soult: «Questa mattina avevamo novanta probabilità a nostro favore. Ne abbiamo ancora sessanta contro quaranta, e se Grouchy rimedia al terribile sbaglio che ha commesso perdendo tempo a Gembloux, e marcia rapidamente, la nostra vittoria sarà ancor più decisiva, perché il corpo di Bülow sarà completamente distrutto». Come spesso accade con le memorie dell’imperatore, queste parole devono essere un misto di ricordi autentici e di altri opportunamente ritoccati: l’accenno al «terribile sbaglio» ha tutta l’aria d’essere stato concepito negli anni seguenti, quando s’era già crea123

ta la leggenda del fatale ritardo di Grouchy. Ma la speranza che nonostante tutto il maresciallo potesse ancora arrivare in tempo, per distruggere, insieme all’esercito di Wellington, anche il corpo di Bülow, quella sì sembra riflettere davvero ciò che passava nella testa di Napoleone mentre Mouton partiva in ricognizione per studiare il terreno su cui avrebbe dovuto schierare il suo corpo, i cannoni di Desales continuavano a martellare la posizione di Wellington, e la fanteria di d’Erlon, al suono ritmato dei suoi tamburi, si preparava ad avanzare contro la Haye Sainte.

30.

La Haye Sainte

Il centro del fronte alleato era tenuto da truppe tedesche. A destra della strada per Bruxelles, dal punto di vista di Wellington, era schierata una brigata della King’s German Legion comandata dal colonnello von Ompteda, con quattro battaglioni, di cui uno nell’edificio della Haye Sainte. Ancora più a destra era schierata un’altra brigata tedesca, composta da truppe regolari dell’Hannover: cinque battaglioni al comando del generale conte Kielmansegge, un nobile sassone famoso per il suo odio verso Napoleone e per la sua scandalosa separazione dalla moglie, che al contrario era un’ammiratrice entusiasta dell’imperatore e viveva stabilmente a Parigi. In tutto, le due brigate contavano meno di 5000 moschetti, dal momento che i battaglioni della King’s German Legion, parzialmente smobilitati l’anno precedente quando si credeva che l’Europa entrasse in un lungo periodo di pace, non raggiungevano i quattrocento uomini ciascuno. La strada maestra formava il confine fra queste truppe, appartenenti alla divisione di Sir Charles Alten, e quelle della divisione di Sir Thomas Picton, schierate all’ala sinistra; ma poiché in quel punto la chaussée tagliava la collina come un solco profondo parecchi metri, fiancheggiato da banchine scoscese, ed era dunque abbastanza difficile da attraversare, gli uomini di Picton non vennero coinvolti nella difesa della Haye Sainte, ad eccezione dei fucilieri del 1/95°, attestati proprio a ridosso della strada. Le truppe di Ompteda e Kielmansegge, dopo aver mandato la linea dei loro tiratori ad appostarsi nel vallone in fondo al pendio, erano schie124

rate in colonna di compagnie: dopo un traumatico incontro con la cavalleria francese a Quatre Bras, i loro ufficiali erano piuttosto nervosi e avevano preferito tenere gli uomini in questa formazione, che poteva trasformarsi in pochi secondi in un quadrato, anziché spiegarli in linea. Per evitare di offrire un bersaglio troppo cospicuo all’artiglieria nemica, gli uomini avevano avuto ordine di sdraiarsi a terra sul versante interno della cresta. Due batterie, ciascuna con sei pezzi da 9, erano collocate qualche decina di metri davanti a loro, sul pendio che scendeva verso il nemico: a destra quella tedesca del capitano Cleeve, anch’essa appartenente alla King’s German Legion, a sinistra, proprio dietro la fattoria, quella inglese di Sir Hew Ross. Nella fattoria della Haye Sainte il colonnello von Ompteda aveva collocato un battaglione di fanteria leggera, il 2° KGL, al comando del maggiore von Baring: quei fucilieri tedeschi, meno di quattrocento, con le loro uniformi verde scuro e il loro addestramento speciale nel tiro al bersaglio, rappresentavano il primo scoglio contro cui avrebbe dovuto infrangersi l’attacco francese. Al pari dei fucilieri inglesi del 95°, non erano armati con il comune moschetto ad anima liscia, ma con il fucile rigato Baker, che permetteva di tirare con precisione anche a due o trecento metri di distanza; sicché il loro fuoco irregolare era molto più micidiale di quello d’un battaglione di linea. Il fucile Baker aveva però anche un difetto intrinseco, e cioè era più lento da caricare, proprio perché la palla doveva essere spinta a forza in una canna rigata; la procedura di caricamento non prevedeva l’uso di cartucce preconfezionate, ma quello, più arcaico, della fiaschetta di polvere; sicché i fucilieri potevano sparare un solo colpo al minuto, contro i due o anche tre del moschetto. Poiché l’importanza della rapidità di tiro era un dogma indiscutibile per i militari dell’epoca, nessuno aveva mai pensato di armare l’insieme della fanteria col fucile rigato, e da ciò nasceva anche un altro inconveniente: che le truppe armate di fucile non potevano usare le stesse munizioni degli altri, ma avevano bisogno di un munizionamento speciale. Questo problema, come vedremo, si rivelò alla fine decisivo nel combattimento per la Haye Sainte. Come posizione difensiva, quest’ultima non era paragonabile al castello di Hougoumont, benché si trattasse comunque d’un edificio rispettabile. Su un cortile murato si affacciavano la casa 125

contadina, le stalle e il granaio, tutti edifici in pietra e mattoni coi tetti di tegole. Il cancello principale si apriva direttamente sulla strada; oltre il granaio, in direzione dei francesi, c’era un frutteto circondato da una siepe, mentre dietro la casa c’era un orto. Quel mattino, quando erano stati informati che avrebbero dovuto difendere la fattoria, gli uomini di Baring si erano dati da fare per fortificarla, ma il risultato non era stato così soddisfacente come a Hougoumont. Il problema peggiore l’avevano provocato loro stessi, perché la sera prima, dando prova di scarsa previdenza, avevano tirato giù il cancello del granaio, che dava sui campi a ovest, e l’avevano bruciato per cuocersi la zuppa; sicché da quel lato la fattoria era aperta. Il mulo su cui erano caricati gli attrezzi da lavoro del battaglione era andato perduto il giorno prima, per cui non c’era neanche un’ascia con cui lavorare, e gli zappatori del battaglione, che avrebbero potuto fare qualcosa di più, erano stati mandati a Hougoumont. I fucilieri avevano fatto il possibile, aprendo tre feritoie nei muri, ma non avevano potuto costruire delle piattaforme, perché tutta la legna disponibile, compresi i carri della fattoria, era stata bruciata durante la notte. Pochi metri dietro la casa, ma dal lato opposto della strada maestra, tre compagnie di fucilieri del 1/95° occupavano una collinetta, alla cui base era stata scavata una cava di sabbia, e che si presentava come un’ottima posizione per piazzare qualche tiratore scelto e tenere sotto tiro la strada. Sir Andrew Barnard aveva schierato l’altra metà del battaglione appena più indietro, lungo lo chemin d’Ohain, e aveva affidato al suo aiutante, che tutti conoscevano familiarmente come Johnny Kincaid, il comando di quel posto avanzato. Fin dal mattino i fucilieri avevano accumulato sulla strada rami d’albero e detriti provenienti dalla fattoria, col proposito di costruire una barricata e impedire il passaggio alla cavalleria nemica; Kincaid la stava osservando con soddisfazione, quando un plotone di dragoni leggeri inglesi passò proprio di lì e spazzò via tutto come se fosse paglia, con non poca sorpresa del capitano. Ma i fucilieri erano gente ostinata e raccolsero di nuovo i rami per sbarrare la strada, anche se uno degli aiutanti di campo di Wellington, il tenente Cathcart, che s’era trovato lì, osservò poi che la barricata «se ricordo bene non è mai stata un granché». Assai più di quell’ammasso di rami e cespugli, la difesa della posizione era affidata ai fucili rigati del 95°, forse il reparto più scelto dell’inte126

ro esercito inglese, e a due pezzi d’artiglieria che Sir Hew Ross aveva collocato proprio sulla strada, all’altezza della cava di sabbia.

31. Il primo attacco contro la Haye Sainte Contro i fucilieri di Kincaid e quelli di Baring, che quel mattino erano riusciti a far cuocere un vitello trovato alla Haye Sainte ed erano dunque pronti a tutto, avanzò poco dopo l’una la prima delle divisioni di d’Erlon, comandata da Donzelot; obbedendo all’ordine di Napoleone, che stabiliva di cominciare l’attacco del I corpo da sinistra, proprio contro la Haye Sainte, e poi estenderlo gradualmente verso destra. Benché le quattro divisioni di d’Erlon fossero identiche come struttura – ognuna su due brigate, ogni brigata di due reggimenti, ogni reggimento di due battaglioni –, la divisione di Donzelot era la più forte, perché molti dei suoi battaglioni contavano sei o settecento uomini, contro i quattro-cinquecento delle altre. Quel che più conta, una delle due brigate della divisione, quella di Schmitz, comprendeva l’unico reggimento di fanteria leggera assegnato al I corpo d’armata, il 13° Leggero, ed era dunque particolarmente adatta per l’attacco alla Haye Sainte. Il vecchio, esperto Donzelot mandò dunque avanti le sue due brigate: quella di Schmitz direttamente contro il frutteto, quella di Aulard più a destra, coll’idea di sorpassare la fattoria e attaccarla di fianco. In quel momento la posizione infossata della Haye Sainte si rivelò inaspettatamente pericolosa per i difensori: Baring, che si trovava nel frutteto insieme a metà dei suoi uomini, vide comparire quasi all’improvviso la linea dei tiratori nemici già a portata di tiro, e fece appena in tempo a ordinare ai suoi di buttarsi a terra e non sparare ancora, perché la raffica avesse maggior effetto, quando i tirailleurs aprirono il fuoco per primi. «Il primo colpo spezzò la briglia del mio cavallo, e il secondo uccise il maggiore Bösewiel, che era in piedi vicino a me», riferì poi Baring. I francesi, ovviamente, tiravano agli ufficiali. I fucilieri risposero al fuoco, ma a quella distanza ravvicinata la superiorità dei loro fucili Baker era più che bilanciata dalla maggior lentezza nel ricaricarli, e comunque i tiratori francesi erano molto più numerosi, sicché difendere il frutteto si rivelò subito fuori discussione. Se ne accorsero anche 127

i generali francesi, che quasi subito mandarono avanti i loro uomini in colonna, «mostrando il più grande disprezzo per il nostro fuoco», e irruppero nel frutteto. Alla testa della colonna c’erano le compagnie di zappatori del I corpo, formate da uomini scelti per la loro forza fisica e attrezzati con asce; l’imperatore aveva espressamente ordinato che si tenessero pronte per barricarsi negli edifici conquistati e impedire al nemico di rioccuparli. Uno degli aiutanti di campo del maresciallo Ney, il colonnello Levavasseur, li aveva incontrati pochi minuti prima, tranquillamente seduti al riparo d’un rilievo di terra, mentre aspettavano l’ordine dell’attacco. L’ufficiale che li comandava, riconoscendo dall’uniforme un aiutante di campo, e dunque una persona influente e vicina ai potenti, decise che quella era l’occasione buona per farsi notare e guadagnare una promozione; perciò si avvicinò a Levavasseur e gli tese il suo biglietto da visita, esclamando: «Signor aiutante di campo, tenete, ecco il mio nome». Poi fece battere la carica ai suoi tamburini, e si avviò verso il frutteto alla testa degli zappatori. Quando i francesi fecero irruzione, i fucilieri superstiti se la svignarono e si rifugiarono nel granaio; Baring, che li seguiva ancor sempre a cavallo, rovinò a terra quando l’animale ebbe una gamba spezzata da una palla, e senza tanti complimenti fece smontare il suo aiutante e salì a cavallo al suo posto. Ci si può chiedere se in un combattimento del genere il comandante del battaglione non avrebbe fatto meglio a smontare, anziché offrire al nemico un bersaglio così cospicuo; ma che il comandante dovesse restare a cavallo era un dogma, e non senza buone ragioni: sia perché stando in sella vedeva molto più lontano, sia perché era veduto dai suoi uomini, rafforzando in modo decisivo il loro morale. Una volta ridotti nel granaio, i fucilieri tedeschi ripresero subito coraggio, e il loro fuoco riuscì a tenere in scacco i francesi nel frutteto; il nemico cercò di dare fuoco all’edificio, ma per fortuna durante la notte tutta la paglia era stata portata via, e il granaio era vuoto, sicché per il momento non s’incendiò. Nel frattempo l’altra brigata, al comando di Aulard, era avanzata in colonna lungo la strada e nei campi a est della Haye Sainte, preceduta da una linea di tiratori. La barricata li costrinse a girare tutti quanti più a destra, passando per i campi, mentre il fuoco preciso dei fucilieri dalla fattoria e dalla cava di sabbia mieteva 128

le prime vittime. Il tenente Graeme, della King’s German Legion, era appostato dietro la barricata con una squadra di fucilieri, e rimase sorpreso dal gran numero di tiratori che precedevano la colonna nemica, «fitti quasi come una linea di truppe nostre quando avanzano». Nonostante il fuoco, i francesi aggirarono la barricata e attaccarono la fattoria; Graeme e i suoi uomini fecero appena in tempo a rientrare attraverso il cancello principale e chiuderselo alle spalle. Poi salirono sul tetto di una costruzione adiacente al muro, che tutti chiamavano il porcile, anche se Graeme lo trovava un nome assurdo, dal momento che proprio lì dentro era stato trovato il famoso vitello. Da lì, i fucilieri tenevano la strada sotto tiro ancor meglio che dalla barricata, e con sollievo videro che i francesi non tentavano di scalare il muro o sfondare il cancello, ma giravano al largo e risalivano il pendio verso la cava di sabbia. Kincaid, dalla collina, aveva osservato con crescente inquietudine le colonne francesi che prendevano posizione proprio davanti a lui, e che ora s’erano messe in marcia al rullo ossessivo dei loro tamburi, accompagnato dal grido di «Vive l’Empereur!», urlato all’unisono da centinaia di gole. Man mano che si avvicinavano, le loro urla arrivavano sempre più forti; e Kincaid pensò che forse s’illudevano di spaventarli a quel modo, e farli scappar via. Con orgoglio britannico paragonò la rumorosa avanzata dei francesi al cupo silenzio con cui i suoi uomini, intorno a lui e più in basso nella cava di sabbia, aspettavano l’attacco. All’inizio le cose non andarono male: i tirailleurs, benché numerosi, erano tenuti in scacco dai fucilieri del 1/95°, che tirando da una posizione così vantaggiosa li ridussero presto al silenzio. Ma per tutta risposta i battaglioni di Aulard vennero avanti in colonna, e nonostante le perdite terribili che subivano sorpassarono la linea dei loro stessi tiratori e in pochi istanti raggiunsero la collina e la cava. Sopraffatti dal numero, i fucilieri di Kincaid abbandonarono di corsa la posizione, per raggiungere il resto del battaglione che era schierato pancia a terra sulla cresta dietro di loro; alcuni ufficiali scambiarono effettivamente qualche colpo di sciabola con gli ufficiali francesi che precedevano la colonna, prima di squagliarsela a loro volta. Quanto ai due cannoni che Sir Hew Ross aveva collocato sulla strada, erano stati quasi subito distrutti dal fuoco paurosamente concentrato della Grande batterie.

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32.

La carica di Crabbé

Dal punto di vista dei generali tedeschi che osservavano la situazione dalla dorsale dietro la Haye Sainte, il momento era critico. Una colonna francese aveva occupato il frutteto, mentre l’altra aveva sorpassato la fattoria, scacciato gli inglesi dalla collinetta e dalla cava di sabbia, e stava già spingendo i suoi tiratori verso l’orto dietro la casa, minacciando di prendere i difensori alle spalle; altri tirailleurs, nonostante il fuoco che proveniva dal tetto del porcile, erano riusciti ad addossarsi al muro, e sparavano dentro il cortile attraverso una delle feritoie aperte quel mattino dai difensori. Il grosso di questa seconda colonna, comunque, era nei campi al di là della strada, e dunque non erano i tedeschi, ma Sir Thomas Picton che doveva occuparsene; a loro toccava invece mandare rinforzi agli uomini di Baring che rischiavano di essere sopraffatti nel granaio. Venne deciso di mandare avanti un battaglione e il generale Kielmansegge scelse per questo uno dei suoi due battaglioni di fanteria leggera, ancora una volta la più adatta al terreno su cui si stava combattendo. I quasi seicento uomini del battaglione Lüneburg, al comando del loro colonnello von Klencke, si levarono in piedi, avanzarono fino alla cresta, la superarono e discesero il pendio aperto a ovest della Haye Sainte, in linea, secondo alcuni testimoni, in ordine sparso, secondo altri; del resto sappiamo già, dall’osservazione appena citata del tenente Graeme, che fra le due formazioni non c’era poi una grande differenza, e comunque attaccando in discesa è difficile che gli uomini, non essendo oltretutto dei veterani, potessero mantenere una formazione ordinata. L’arrivo dei rinforzi convinse Baring che era il momento buono per tentare un contrattacco; perciò uscì coi suoi uomini dal granaio, la cui porta che dava sui campi, ricordiamolo, aveva perduto i battenti, ed ebbe la soddisfazione di vedere che i tirailleurs, momentaneamente sopraffatti, si sbandavano e tornavano indietro. La soddisfazione, tuttavia, non durò a lungo. Un ufficiale arrivò di corsa dall’interno dell’edificio e lo avvertì che i nemici erano ormai dietro la casa e stavano impadronendosi dell’orto; subito dopo Baring, che stando a cavallo vedeva ciò che i suoi uomini non potevano ancora vedere, guardando verso la sua destra si accorse che una moltitudine di corazzieri francesi era comparsa 130

all’improvviso sulla linea dell’orizzonte, che data la conformazione del terreno era a solo poche centinaia di metri di distanza, e scendeva di buon passo verso di loro, in mezzo al grano alto. Tenere a portata di mano della cavalleria per appoggiare l’avanzata della fanteria era una delle buone regole d’un generale napoleonico. Mentre gli uomini di d’Erlon prendevano posizione per l’attacco alla Haye Sainte, il maresciallo Ney aveva convocato tutti i colonnelli di cavalleria, e aveva fatto distaccare dai loro reggimenti un certo numero di squadroni per tenerli direttamente sotto il proprio comando. Ora, cogliendo l’occasione, Ney affidò il comando di quegli squadroni a uno dei suoi aiutanti, il colonnello Crabbé, e gli ordinò di spazzare via tutto quello che si trovava davanti. Crabbé, che curiosamente era un belga, nativo proprio di Bruxelles, era un vecchio ufficiale di cavalleria, esattamente coetaneo di lord Uxbridge, giacché aveva quarantasette anni, e ci sapeva fare. Il terreno fra Hougoumont e la Haye Sainte ha questa particolarità, di formare una specie di dorsale che risale dal castello e poi ridiscende verso la fattoria, sicché chi si trova nei campi a ridosso della Haye Sainte non può vedere ciò che accade dall’altra parte. Incolonnati i suoi squadroni uno dietro l’altro, Crabbé avanzò al riparo di questa gobba che lo copriva alla vista del nemico, e poi sbucò all’improvviso sul suo fianco. I corazzieri rappresentavano la più poderosa forza d’urto a disposizione di un comandante napoleonico. Nel 1815 era già riconoscibile in molti eserciti la tendenza, destinata poi a rafforzarsi progressivamente fino alla Prima Guerra Mondiale, a ridurre la distinzione fra cavalleria pesante, usata soprattutto per l’urto in battaglia, e cavalleria leggera, impiegata soprattutto per l’esplorazione e la copertura degli avamposti. Ma i corazzieri francesi erano indiscutibilmente l’incarnazione della cavalleria pesante, formata da uomini e cavalli di stazza superiore al normale, ed equipaggiata con elmo e corazza. Ai bei tempi, gli standard fissati da Napoleone prevedevano che i corazzieri potessero reclutare solo uomini alti almeno un metro e 80, in servizio da almeno dodici anni, e veterani di almeno tre campagne; e anche se la ricostituita cavalleria del 1815 non poteva permettersi standard così esigenti, si trattava comunque di combattenti veterani, fisicamente poderosi, e che prendevano una paga speciale. Ogni corazziere, con l’equipaggiamento completo, pesava quasi un quintale e mezzo, e mon131

tava un cavallo abbastanza robusto da portare al galoppo, sia pure per un breve tratto, un peso del genere. Si capisce che la forza d’urto della cavalleria, purché impiegata al momento giusto, fosse assolutamente sproporzionata al semplice numero. Se non fosse stato così, del resto, i governi non avrebbero speso così tanto per mantenerla; giacché essa rappresentava per l’erario un costo terrificante. Quando Napoleone era tornato dall’Elba, aveva autorizzato la spesa di un milione di franchi per comprare cavalli; la somma era bastata per acquistarne poco più di seimila, di cui oltre tre quarti per la cavalleria leggera, dato che i cavalli per i corazzieri costavano il triplo degli altri. Mettere in campo e mantenere per la durata d’una campagna un solo reggimento di cavalleria, che consumava quattro tonnellate di foraggio al giorno, costava quanto equipaggiare e mantenere dodici battaglioni di fanteria; un singolo corazziere veniva a costare allo Stato come venti fanti. E tuttavia, in genere, i risultati valevano la spesa. Vedendo i corazzieri che discendevano la china, il maggiore von Baring comprese in un istante quello che stava per succedere, e si mise a urlare ai suoi uomini di radunarsi intorno a lui e rientrare subito nel granaio; ma la catastrofe travolse tutti quanti prima che fosse possibile obbedirgli. Quando i tedeschi sentirono il rumore degli zoccoli, fecero la prima cosa che dei tiratori sorpresi dalla cavalleria in campo aperto tendono a fare, e che è anche la peggiore: cioè se la diedero disperatamente a gambe, cercando di raggiungere la sommità della cresta, dove nel frattempo gli altri battaglioni, realizzando il pericolo, si stavano schierando in quadrato. Baring comandava da poco il battaglione, e i suoi uomini non conoscevano la sua voce, che del resto non doveva essere facile da sentire in quel momento; sicché nessuno si fermò accanto a lui. In un istante i corazzieri raggiunsero i fuggiaschi e cominciarono a sciabolarli. Il colonnello von Klencke venne abbattuto, e il suo battaglione distrutto: dai ruolini compilati dopo la battaglia, risulta che 228 uomini del Lüneburg andarono perduti a Waterloo, fra morti, feriti e dispersi, il che equivale già a quasi metà della sua forza, ma se si aggiungono i prigionieri liberati poi quella sera stessa e quelli che semplicemente si eclissarono fino al giorno dopo, il risultato è che il battaglione aveva cessato di esistere. Una 132

delle sue due bandiere cadde nelle mani dei francesi, per essere recuperata solo dopo la battaglia. Agli uomini di Baring non andò molto meglio; il maggiore, che era a cavallo, riuscì a raggiungere la cresta, ma molti fucilieri, mentre passavano di corsa lungo la casa, vennero abbattuti dai tirailleurs che nel frattempo si erano impadroniti dell’orto. Anche molti degli uomini che si trovavano nella fattoria e nel cortile se la diedero a gambe nel panico generale e si unirono alla pazza corsa su per il pendio. Per fortuna, un gruppetto di uomini rimase dentro gli edifici: il tenente Graeme con una dozzina di fucilieri sul tetto del porcile, il tenente Carey e l’alfiere Frank con un’altra squadra nella fattoria vera e propria. (Tutt’e tre gli ufficiali erano inglesi, un fatto non troppo raro fra i subalterni della Legione dopo le gravi perdite subite in Spagna). Per il momento, il loro fuoco teneva in scacco i francesi nell’orto e nel frutteto, e continuava a infliggere perdite alle colonne di Aulard che stavano risalendo il pendio oltre la cava di sabbia; ma tutto lasciava pensare che in quella situazione la difesa della Haye Sainte non avrebbe potuto reggere a lungo. I corazzieri francesi, nel frattempo, proseguivano la loro galoppata verso la cresta, dove i battaglioni di Kielmansegge e di Ompteda li aspettavano ammassati in quadrato. Quasi subito, tuttavia, fu chiaro che i francesi non avevano intenzione di condurre la carica fino in fondo. Non sappiamo quanti squadroni aveva condotto con sé il colonnello Crabbé, ma probabilmente erano soltanto quattro o cinque, non più d’un mezzo migliaio di sciabole. Non era stato neppure necessario impiegarli tutti per annientare i Lüneburger: quando caricavano uno dopo l’altro, con gli uomini schierati su due file, gli squadroni di cavalleria coprivano ciascuno un fronte di almeno una cinquantina di metri, sicché due, al massimo tre squadroni erano stati sufficienti per investire di fronte e di fianco il disgraziato battaglione hannoveriano. Ma in ogni caso Crabbé non aveva più abbastanza forze fresche per attaccare seriamente i quadrati, tanto più che giungendo in cima al pendio i cavalli dei corazzieri erano ormai a corto di fiato. Il capitano von Scriba, che si trovava in un grande quadrato formato da due battaglioni hannoveriani, li vide egualmente farsi sotto al trotto, subire qualche perdita per il fuoco di fila proveniente dai quadrati, e 133

poi, a una distanza di quaranta o cinquanta passi, cambiare direzione e sparire senza nemmeno tentare un attacco. Le reclute di von Scriba, in gran parte ragazzi al loro primo combattimento, videro allontanarsi la cavalleria francese con un «urrà» di sollievo; a farne le spese, tuttavia, furono gli uomini di Sir Hew Ross, che poco più in là continuavano a sparare i loro quattro cannoni superstiti, sul pendio alle spalle della fattoria. I corazzieri, ridiscendendo dalla cresta, giunsero improvvisamente in mezzo a loro, e molti artiglieri vennero fatti a pezzi prima che potessero correre a ripararsi in mezzo ai quadrati, com’era stato loro raccomandato di fare in casi del genere. I superstiti si buttarono al riparo nella strada infossata, o sotto i loro stessi cannoni, dove le sciabole dei corazzieri non potevano raggiungerli, mentre i primi cavalieri francesi spingevano già i cavalli oltre la strada maestra, fino a raggiungere la cava di sabbia ormai occupata dai tirailleurs: la Haye Sainte era circondata.

33.

L’avanzata di d’Erlon

Mentre infuriava il combattimento intorno alla fattoria, Wellington, che fino a quel momento era rimasto a sorvegliare la difesa di Hougoumont, dovette rendersi conto che lo sforzo principale del nemico sarebbe stato esercitato molto più a sinistra, perché cavalcò lungo la linea, seguìto dalla folla dei suoi aiutanti, per andare a verificare quello che stava succedendo. Il gruppo si fermò sotto l’olmo solitario che segnava, visibile a chilometri di distanza, l’incrocio fra la strada maestra e lo chemin d’Ohain, poche centinaia di metri dietro la Haye Sainte. Da qui era visibile l’intera linea francese, compresa la fattoria della Belle Alliance, imbiancata a calce e col tetto di tegole, che segnava il centro della posizione di Napoleone; più a sinistra erano in piena vista le divisioni di d’Erlon che s’erano messe in marcia dopo quella di Donzelot, e si stavano anch’esse avvicinando alla linea inglese, così fitte che l’intero avvallamento sembrava pieno di soldati in marcia. In realtà, d’Erlon aveva concentrato in poco spazio una quantità stupefacente di moschetti. Delle sue quattro divisioni, come abbiamo visto, la prima, quella di Donzelot, stava investendo la 134

Haye Sainte, e una delle sue due brigate, comandata da Aulard, aveva già respinto i fucilieri del 1/95° oltre la cava di sabbia. Le altre tre divisioni, quelle di Quiot, Marcognet e Durutte, stavano attraversando l’avvallamento acquitrinoso e si preparavano a risalire il pendio opposto; ognuna aveva la brigata di sinistra spinta più avanti e quella di destra un po’ più indietro, in supporto. Complessivamente, il fronte occupato dalle sette brigate era di un migliaio di metri, a partire dalla strada maestra, e in quello spazio ristretto d’Erlon aveva ammassato ventotto battaglioni, qualcosa come quattordicimila uomini. Tutta questa fanteria impiegò almeno venti minuti ad attraversare il bassopiano, spianando al passaggio i campi di segale che quel mattino arrivava quasi ad altezza d’uomo, e risalire il pendio fino alla linea inglese, marciando nel fango al ritmo cadenzato di 76 passi al minuto, previsto dal regolamento francese e scandito dal rullo monotono dei tamburi. Si sono versati fiumi d’inchiostro sulla formazione in cui d’Erlon e i suoi subordinati avevano schierato la loro gente, e dunque, giacché ci vorrà così tanto tempo prima ch’essi arrivino alla cresta, possiamo soffermarci a parlarne anche noi. Abitualmente, il battaglione di fanteria francese avanzava in colonna, proprio come il 1° Leggero all’attacco di Hougoumont: nove file di fanti, di cui almeno le prime, le più numerose, contavano 50 o 60 uomini ciascuna, con un fronte di una quarantina di metri. Quel mattino, però, d’Erlon aveva fatto colazione col suo imperatore a Le Caillou, e sparecchiata la tavola si era fermato a discutere con gli altri generali, confrontando le rispettive esperienze nell’affrontare la fanteria inglese. Tutti si erano trovati d’accordo che cercare di spiegare in linea le loro truppe quando si trovavano già sotto il fuoco sarebbe stato troppo rischioso: era molto meglio portarle avanti già schierate in linea, anziché in colonna. In questo modo ogni battaglione, dopo aver mandato avanti i suoi tirailleurs, sarebbe stato formato da tre sole file, con un fronte di quasi cento metri, e avrebbe sviluppato una potenza di fuoco quasi tripla, giacché tutti gli uomini delle tre file erano in grado di sparare. C’era un’unica obiezione, ma poderosa, contro l’avanzata in linea: la fanteria francese era abituata alla formazione più profonda in colonna, che garantiva un indispensabile effetto morale, giacché ogni soldato aveva dietro di sé una massa impenetrabile di came135

rati che lo sosteneva e lo spingeva in avanti. Quel mattino a Le Caillou, però, i generali francesi devono essersi ricordati che ai vecchi tempi, prima che fosse introdotta la formazione in colonna, gli eserciti della Rivoluzione avevano guadagnato lo stesso effetto morale facendo avanzare i battaglioni in linea uno dietro l’altro, in modo che ciascuno fosse sostenuto e sospinto da quelli che lo seguivano. D’Erlon decise che le divisioni di Quiot, Marcognet e Durutte, che rappresentavano la forza d’attacco principale, avrebbero adottato proprio questa formazione: ogni brigata avrebbe formato una colonna di quattro battaglioni in linea, con appena cinque o sei passi di distanza fra l’uno e l’altro. Queste sei masse, ognuna con un fronte di quasi un centinaio di metri, scaglionate in un arco di neppure un chilometro, avrebbero esercitato sulla linea inglese una pressione tale da sfondarla; mentre le perdite subite nel combattimento a fuoco dal primo battaglione d’ogni colonna sarebbero state facilmente rimediate facendo avanzare al suo posto, in prima linea, il battaglione che seguiva. Era l’una e mezza passata, e il combattimento intorno alla Haye Sainte infuriava già da un po’, quando Ney segnalò a d’Erlon che anche le altre divisioni potevano avanzare. E così avanzarono, discendendo il pendio, attraversando il vallone acquitrinoso e risalendo il versante opposto: prima la divisione di Quiot con la brigata di Bourgeois più avanti e quella di Charlet in supporto, poi la divisione di Marcognet con la brigata di Grenier più avanti e quella di Nogues in supporto; ancora più in là, la prima delle brigate di Durutte si era appena messa in movimento e la seconda si preparava a seguirla, giacché l’ordine dell’imperatore prevedeva che l’attacco si sviluppasse progressivamente da sinistra verso destra. I tamburini, raccolti in gruppo dietro ogni battaglione, suonavano il pas de charge, fra urla sincopate di «Vive l’Empereur!», mentre qualche ufficiale, portandosi davanti ai ranghi con la sciabola sguainata, scandiva l’incoraggiamento più caratteristico dell’esercito imperiale, che anche i veterani inglesi ricordavano d’aver sentito tante volte e non senza un’impressione profonda: «L’Empereur récompensera le premier qui avancera!». (Ma un veterano smagato come il capitano Blaze ci assicura che nell’esercito di Napoleone, «dal comandante in capo fino al caporale, quando si tratta di avanzare contro il nemico, tutti usano la stessa formu136

la: ‘Sacré nom de Dieu, en avant, en avant sacré nom de Dieu!’ Altra eloquenza non se n’è mai fatta»). Naturalmente, tutti i ventotto battaglioni avevano mandato fuori i loro tirailleurs: il che significa qualcosa come duemilacinquecento uomini che avanzavano in ordine sparso davanti alle colonne, così fitti da formare una catena ininterrotta. È chiaro che d’Erlon, diversamente da Reille davanti a Hougoumont, non stava solo tastando il terreno, ma aveva avuto ordine di lanciare un attacco di sfondamento, aprendo una breccia nello schieramento di Wellington. Se la battaglia fino a quel momento aveva bruciato, per tornare all’immagine di Clausewitz, irregolarmente come polvere bagnata, ora il tempo degli avvenimenti stava per subire un’accelerazione drammatica. L’impiego di un nugolo di tiratori era comunque necessario per far sloggiare dai loro nascondigli, come infatti avvenne, i tiratori nemici appiattati fra il grano e dietro la siepe dello chemin d’Ohain, e rendere più impreciso il fuoco delle batterie attestate lungo la sommità; ma al momento dell’urto le colonne, come già aveva fatto quella di Aulard alla cava di sabbia, avrebbero raggiunto e sorpassato la linea dei tiratori, investendo la posizione nemica con tutto il peso dei loro battaglioni schierati. Sulla cresta, davanti a loro, il primo responsabile della difesa era il generale olandese conte Perponcher-Sedlnitzky. La sua divisione costituiva la prima linea di difesa, una linea, in verità, così allungata che di fatto le due brigate di Perponcher finirono per trovarsi separate, e combattere ciascuna per proprio conto: quella di sinistra infatti, al comando del principe Bernardo di Weimar, si era trincerata nella zona della Papelotte, mentre quella di destra, al comando del conte Van Bijlandt, era schierata davanti allo chemin d’Ohain, sul pendio esposto proprio in faccia ai francesi: un battaglione in ordine sparso a formare la catena di tiratori, altri tre in linea, uno solo in riserva. Quei duemilacinquecento uomini, che per coprire un fronte più esteso avevano avuto ordine di disporsi su due linee all’uso inglese, anziché su tre all’uso continentale, occupavano quasi tutto il fronte che stava per essere investito dall’attacco di d’Erlon; solo all’altezza della cava di sabbia subentravano a difendere la prima linea i quattrocento fucilieri del 1/95° al comando di Sir Andrew Barnard. Quella degli olandesi non era una posizione felice, anche per137

2° Dragoni

NORD

6° Dragoni 1° Dragoni 2° Life Guards

brigata Best 7° mil. 5° mil. 8° mil. 28°

Ompteda 79° 95° 32°

27° jag. 1°

92° 44°

7° lin. 42°

105°

45° Grenier

Bourgeois 28°

51° Aulard Cava di sabbia

25° 21° 54° Nogues

19°

Charlet 46°

Haye Sainte

55° 2° leggero K.G.L.

500 metri

Tav. 12. L’avanzata di d’Erlon e il cedimento della fanteria alleata (ogni simbolo di unità rappresenta un battaglione di fanteria od uno squadrone di cavalleria).

ché la brigata di Van Bijlandt, formata interamente da truppe inesperte e anzi per più di metà da miliziani, era stata duramente provata a Quatre Bras; dei suoi cinque battaglioni uno esisteva ormai solo di nome, con un pugno di uomini intorno alla bandiera, e anche gli altri erano decisamente sotto organico. Perché, esattamente, quella gente si trovasse davanti alla strada infossata, anziché al riparo dei rovi e dei salici che la costeggiavano, è una faccenda su cui non si è ancora smesso di discutere. Poiché il battaglione di fanteria leggera, il 27° Jaager, era stato scelto per costituire la linea avanzata di tiratori a difesa dell’intera ala sinistra, è probabile che 138

il generale Van Bijlandt abbia preferito non disperdere i suoi esausti battaglioni, mantenendoli tutti vicini l’uno all’altro. Del resto l’abitudine di tenere la fanteria al riparo del terreno e farla giacere a terra fino all’ultimo momento era caratteristica di Wellington e dei generali che come Picton avevano combattuto con lui in Spagna, molto meno, invece, dei generali continentali: sicché Perponcher, che comandava la divisione olandese, fece semplicemente quello che chiunque altro al suo posto avrebbe fatto, una volta informato che le sue truppe dovevano costituire la prima linea. Un po’ più indietro, sul versante coperto della cresta, il responsabile della seconda linea era appunto Sir Thomas Picton. Due delle sue brigate, al comando di Sir James Kempt e Sir Denis Pack, si trovavano esattamente sulla direttrice di marcia delle prime colonne francesi; più a sinistra erano schierate due brigate di milizia hannoveriana al comando dei colonnelli Best e von Vincke. Poiché le divisioni di d’Erlon, secondo gli ordini che avevano ricevuto, tendevano a convergere verso sinistra, puntando in direzione di Mont-Saint-Jean, il peso dell’attacco, una volta superata la resistenza degli olandesi, era destinato a gravare essenzialmente sulle brigate di Kempt e Pack, che con l’unica eccezione del 1/95° erano sdraiate ventre a terra forse un centinaio di metri dietro la strada infossata. Erano otto battaglioni di truppe scelte, inglesi e scozzesi, tutti veterani della Penisola Iberica, e i loro generali, compreso Picton, erano ben noti per la loro bellicosità: erano dei «mangiafuoco», come dicevano i soldati, accomunati anche dal carattere impaziente e irascibile. Ma tutt’e due le brigate si erano logorate a Quatre Bras, tanto che i battaglioni erano ridotti a non più di 400 uomini ciascuno; tre dei quattro battaglioni di Pack avevano perso il loro comandante, e nel complesso la brigata aveva perduto quasi due terzi dei suoi ufficiali. A conti fatti, Picton e Perponcher potevano fare affidamento su appena 6 mila moschetti per coprire quegli otto o novecento metri di fronte contro cui stava salendo «Johnny», come i veterani inglesi chiamavano in gergo il nemico: ovvero, in questo caso, i 14 mila fanti del corpo di d’Erlon. A difendere la posizione c’erano naturalmente anche i cannoni; ma non ce n’erano abbastanza. L’artiglieria schierata lungo il fronte attaccato da d’Erlon arrivò a comprendere, nel momento culminante, un massimo di 29 pezzi, e si trattava in gran parte di 139

batterie che non erano più in piena efficienza: quella belga del capitano Stevenart aveva perduto a Quatre Bras sei dei suoi otto cannoni, e i due rimasti erano comandati da un subalterno, perché anche il capitano Stevenart era stato ucciso; quella hannoveriana del capitano Braun aveva perduto a Quatre Bras tutti e sei i suoi cannoni, e li aveva sostituiti appena il giorno prima con cinque vecchi pezzi inglesi da 6 libbre; quella, pure hannoveriana, del capitano von Rettberg aveva già consumato a Quatre Bras metà della sua scorta di munizioni. In compenso, però, la maggior parte dei cannoni non erano stati messi in batteria sul pendio esposto, ma dietro lo chemin d’Ohain, in qualche caso aprendo a forza dei varchi per i pezzi nella siepe che costeggiava la strada infossata; questo spiega perché, quando i cannoni di Desales aprirono il fuoco contro la posizione inglese, le batterie non siano state spazzate via, tranne i due cannoni del tenente colonnello Ross collocati allo scoperto sulla strada maestra. Ma la situazione degli artiglieri era egualmente piuttosto scomoda, e i loro resoconti lasciano intendere chiaramente la spaventosa intensità del fuoco francese. La batteria di Braun aveva già perduto il suo comandante, ferito alla coscia da una scheggia, prima ancora di arrivare in posizione; i cannoni non erano ancora stati staccati dai cavalli, quando una granata fece esplodere l’avantreno d’un pezzo, distruggendolo e uccidendo tre artiglieri e quattro cavalli; e quando i primi tirailleurs francesi si fecero sotto, anche il subalterno che aveva preso il comando della batteria venne ammazzato. Nonostante ciò, durante l’avanzata di d’Erlon l’artiglieria alleata, tirando sopra le teste della fanteria olandese schierata più in basso, aprì larghi vuoti fra le file compatte degli attaccanti, che avanzavano a ranghi serrati; ma senza riuscire ad arrestarne la marcia. Tornando per un momento ai nostri calcoli prediletti, e supponendo che tutti i cannoni abbiano tirato ininterrottamente contro le colonne di d’Erlon, dal momento in cui si misero in marcia fino a quello in cui gli artiglieri dovettero abbandonare i loro pezzi, si può calcolare che siano stati sparati contro quei 14 mila uomini un migliaio di colpi di cannone, al ritmo di uno al secondo. Se però si considera che la rapidità e l’efficacia del tiro declinavano rapidamente in condizioni di stress; che in generale una percentuale altissima di colpi finiva fuori bersaglio; e soprattutto che 140

diverse batterie inglesi, nonostante gli ordini, erano in realtà impegnate a tirare contro i cannoni della Grande batterie, la prova cui vennero sottoposti gli attaccanti apparirà proporzionalmente più ridotta, e non stupirà che il fuoco dei cannoni non sia stato sufficiente a fermare l’avanzata di quella marea di uomini. Il capitano Duthilt, aiutante di campo del generale Bourgeois, era stupito dell’entusiasmo dei soldati, che fin dal primo momento si erano spinti avanti al passo di carica, incalzando da vicino la linea dei tirailleurs e lanciando urla di trionfo. Ben presto, però, il fango grasso e oleoso in cui avanzavano rallentò la loro marcia; le ghette si rompevano e qualcuno cominciò addirittura a perdere le scarpe. Il caporale Canler, del 28° di linea, si era appunto accorto d’aver rotto il sottopiede d’una ghetta, sicché il piede gli usciva dalla scarpa; si chinò per rimediare, e in quel momento sentì un colpo violento allo shakò: una palla lo aveva attraversato da parte a parte, sfiorandogli il cranio. Il caporale non ebbe tempo di fermarsi a riflettere, ma zoppicando tornò a riprendere il suo posto; gli ufficiali, infatti, «continuavano a ripetere il grido terribile: ‘Serrate le file!’», ogni volta che si aprivano dei vuoti nei ranghi, e gli uomini, come ubriacati da quelle grida incalzanti e dal rullare cupo dei tamburi, continuavano la loro salita. Nonostante la fatica, le urla d’entusiasmo erano così assordanti che diventava difficile sentire i comandi degli ufficiali. «Ci fu presto un po’ di confusione nei ranghi, soprattutto quando la testa della colonna giunse a portata di fuoco dal nemico», riferì il capitano Duthilt; ma l’avanzata sembrava egualmente inarrestabile.

34.

L’attacco alla strada infossata

La rada linea di tiratori che copriva il fronte alleato venne rapidamente sopraffatta dai nemici, molto più numerosi. Nel frattempo i generali olandesi, misurando la profondità delle masse che avanzavano verso di loro, avevano avuto il tempo di rendersi conto che la brigata di Van Bijlandt, schierata in linea senza alcuna difesa sul versante esposto del pendio, non aveva la minima possibilità di far fronte all’attacco, e avevano tardivamente deciso di farla ripiegare fino alla strada infossata. Gli inesperti battaglioni dei Paesi Bassi, 141

nelle loro divise blu così simili a quelle dei francesi, erano già rimasti troppo a lungo sotto il cannoneggiamento, sul pendio in faccia alla Grande batterie, ed è probabile che il loro ripiegamento non sia avvenuto in buon ordine. I soldati inglesi alle loro spalle, vedendoli ritirarsi, li fischiarono impietosamente, e partì perfino qualche fucilata; del resto, non si può escludere che qualche miliziano abbia approfittato dell’occasione per squagliarsela del tutto. Quando la catena dei tiratori francesi, seguita dappresso dalla testa delle colonne, giunse davanti alle batterie attestate dietro la strada infossata, un certo panico si diffuse anche fra gli artiglieri. Sir William Gomm, dello stato maggiore di Wellington, vide due cannoni sgombrare in gran fretta all’avvicinarsi dei nemici, e non poté fare a meno di notare che quel ripiegamento stava avvenendo con «considerevole agitazione». Ma la maggior parte dei pezzi vennero semplicemente abbandonati, e del resto gli artiglieri non potevano fare nient’altro: stava alla fanteria, a quel punto, respingere l’attacco e riprendere possesso della strada infossata, e con essa dei cannoni. Almeno un sergente d’artiglieria ci credeva così poco, che prima di abbandonare il suo pezzo lo inchiodò: lo rese, cioè, inutilizzabile, col classico sistema di piantare un chiodo nel focone da cui si dava fuoco alla polvere, per evitare che potesse usarlo il nemico. Il grosso della fanteria di Picton era schierato almeno un centinaio di metri più indietro rispetto allo chemin d’Ohain e alla siepe di rovi che lo costeggiava; e rimase lì fino all’ultimo, pancia a terra, per ridurre i danni dello sbarramento di artiglieria. La conseguenza di questo schieramento arretrato, reso indispensabile dalla concentrazione di cannoni che Napoleone aveva realizzato proprio lì davanti, fu naturalmente che le colonne di d’Erlon poterono arrivare fino alla siepe senza dover affrontare il fuoco dei moschetti inglesi, ma soltanto quello disordinato della fanteria olandese che era appena ripiegata fino alla strada infossata. Gli unici soldati inglesi in grado di vedere l’avanzata delle colonne e di sparare su di loro, se si eccettuano i picchetti presto sopraffatti dei tiratori, erano i fucilieri del 1/95°, con le loro corte, micidiali carabine Baker; costoro tuttavia, come sappiamo, erano già impegnati a contenere la prima delle colonne d’attacco, quella di Aulard. Diversamente dalle altre, la brigata di Aulard avanzava in co142

lonna, in testa i due battaglioni del 51° di linea, e più indietro i due del 19° di linea. Nonostante le perdite subite per il fuoco dei fucilieri inglesi che aveva di fronte e di quelli tedeschi dai tetti della Haye Sainte, i francesi avevano occupato di slancio la cava di sabbia e la collinetta retrostante, costringendo gli avamposti collocati lì, al comando del capitano Kincaid, a sgombrare in gran fretta. Il resto del battaglione, attestato nella strada infossata, avrebbe dovuto resistere più a lungo, ma aveva già sofferto parecchio per il fuoco dell’artiglieria, e quando vide ripiegare gli avamposti ebbe un attimo di sbandamento: Kincaid aveva appena spinto il suo cavallo attraverso un varco nella siepe, quando si accorse con sgomento che Sir Andrew Barnard era stato ferito e non era più in grado di comandare, l’ufficiale che aveva preso il comando dopo di lui era già stato messo fuori combattimento a sua volta, e tutto quello che restava del battaglione stava ripiegando piuttosto disordinatamente verso le retrovie. Kincaid urlò agli uomini di fermarsi, e poiché erano pur sempre veterani pieni d’esperienza riuscì in qualche modo a farli schierare in linea a poca distanza dalla strada. Era tempo, perché il 51° di linea era salito fino alla siepe, aveva superato i cannoni abbandonati, e trovandosi finalmente in vista della fanteria inglese stava freneticamente manovrando per passare dalla formazione in colonna a quella in linea. Questa manovra, imparata a memoria dagli ufficiali e mille volte ripetuta in piazza d’armi, prevedeva che le compagnie schierate in seconda e in terza fila avanzassero obliquamente fino ad allinearsi con quelle della prima fila, così da poter sparare sul nemico. Prima che il fuoco dei suoi uomini facesse sparire tutto nel fumo, Kincaid fece in tempo a vedere i francesi che si facevano sotto e si allargavano rapidamente, «entusiasmati e incoraggiati dal valore dei loro ufficiali, che ballavano e agitavano le sciabole davanti a tutti». Anche un altro ufficiale della brigata di Kempt ricorda con ammirazione «lo stile brillante con cui gli ufficiali francesi conducevano avanti le loro compagnie spiegandole in linea»: evidentemente ci fu un attimo in cui i due schieramenti nemici si guardarono in faccia, a una distanza di forse appena cinquanta o sessanta metri, e rimase stampato in modo indelebile negli occhi di molti. Poi, appunto, tutto disparve nel fumo. Gli altri battaglioni della brigata di Kempt, all’apparire della 143

colonna nemica, si erano levati in piedi e avevano aperto anch’essi il fuoco. Sotto quel martellamento, e a una distanza così ravvicinata, la manovra di spiegamento del 51° di linea, e del 19° che lo seguiva e stava cercando di spiegarsi più a destra, venne interrotta bruscamente; Aulard, che comandava la brigata, venne ucciso, e lo stesso accadde, allora o poco dopo, al colonnello Rignon che comandava il 51°; le compagnie, riparandosi dietro la siepe, risposero al fuoco ciascuna come poteva. La fanteria inglese non si era schierata nell’abituale formazione su due file, che le avrebbe permesso di sviluppare la massima potenza di fuoco, ma in quella più prudente su quattro file, perché gli ufficiali inglesi temevano d’essere attaccati dalla cavalleria mentre erano impegnati a tener testa all’avanzata della fanteria francese. Era una decisione comprensibile, ma spiega anche perché gli uomini di Picton non abbiano automaticamente prevalso in quel primo scambio di fucilate. Kincaid si accorse, incredulo, che le file dei suoi fucilieri si stavano assottigliando paurosamente, e che qualcosa non andava dovette capirlo anche Sir Thomas Picton, perché si portò in mezzo agli uomini di Kempt e ordinò di caricare alla baionetta: «Carica! Carica! Urrà!». Contrattaccare alla baionetta, dopo una breve sparatoria, era la tattica favorita della fanteria inglese, e anche in questo caso, davanti a quel migliaio di giubbe rosse che avanzavano al passo di corsa, i francesi cominciarono qua e là ad arretrare; ma non dappertutto, e mantenendo comunque il loro fuoco. Il 32° reggimento arrivò alla strada infossata e si trovò d’un tratto in mezzo ai francesi che ripiegavano giù per il pendio; l’alfiere che portava la bandiera del reggimento cadde ferito, e il tenente Belcher la prese in consegna, guardandosi intorno alla ricerca di un altro alfiere. Improvvisamente si trovò di fronte a un ufficiale francese, cui era stato appena ammazzato il cavallo; anziché scappare, il francese gli sbarrò la strada e afferrò l’asta della bandiera per strappargliela, mentre Belcher, preso alla sprovvista, si aggrappava al lembo di seta. Il francese cercò di sguainare la sciabola con l’altra mano; ma prima che ci riuscisse il sergente di guardia alla bandiera lo colpì al petto con la lunga picca che era l’emblema dei sottufficiali nella fanteria inglese, e che di solito serviva per mantenere l’allineamento dei ranghi. Qualcuno gridò «risparmiate quel coraggioso!», ma era troppo tardi, perché uno dei fanti aveva già spianato il moschetto e ammazzato l’ufficiale ferito. 144

Ma un po’ più a sinistra gli scozzesi del 79°, i «Cameron Highlanders», si trovarono sotto una fucileria così intensa che preferirono fermarsi al di qua della siepe, accontentandosi di rispondere al fuoco. Rispetto alla norma dei reggimenti britannici, i cui uomini provenivano da tutti gli angoli del Regno, i Camerons erano un reggimento eccezionalmente compatto; la maggioranza dei soldati erano scozzesi, e ben nove dei loro ufficiali appartenevano al clan Cameron. Era insomma uno di quei reparti in cui i rapporti di parentela e di clientela fra gli uomini e i loro capi garantivano una coesione fuori del comune, e del resto anche gli ufficiali inglesi meno inclini ad apprezzare i barbari del Nord ammettevano che erano truppe straordinarie per la difesa: Tomkinson, del 16° Dragoni Leggeri, pensava che nelle situazioni in cui contano freddezza, fermezza e obbedienza agli ordini le truppe scozzesi fossero le migliori, anche se non valevano le altre nel combattimento di tiratori, e in generale quando occorreva rapidità di reazione. Ma i Camerons avevano perduto a Quatre Bras quasi metà dei loro effettivi, e il reggimento, al pari degli altri che avevano partecipato alla battaglia, era ancora sotto shock per quel macello. Contro tutte le previsioni, lo scontro a fuoco non prese una buona piega: i francesi davanti a loro non erano affatto intenzionati a dargliela vinta, e lo stesso Wellington, che non era lontano, si accorse che dopo un po’ i Camerons «sembravano averne avuto più che abbastanza per il loro gusto». Sir Thomas Picton vide con orrore che gli scozzesi cominciavano a sbandarsi, e fece segno al primo ufficiale che gli capitò davanti ordinandogli di andare a fermarli. Il generale non era noto per la dolcezza delle sue maniere (era «il diavolaccio più rozzo e sboccato che sia mai vissuto», secondo il preciso giudizio del duca), e anche in quel caso il suo linguaggio fu all’altezza della necessità. Ma mentre parlava con l’ufficiale, che era il famoso capitano Seymour, aiutante di campo di lord Uxbridge e «l’uomo più forte dell’esercito inglese», Sir Thomas fu colpito da una palla di moschetto che lo prese in testa attraverso il cilindro, e rovinò giù da cavallo. Un momento dopo anche il cavallo di Seymour gli mancò sotto, colpito a morte; il capitano si districò dalla carcassa e vide che uno dei suoi soldati s’era già chinato sul corpo del generale e gli stava svuotando le tasche. Seymour gli riprese il borsellino e gli occhiali di Sir Thomas, e chiamò il suo aiutante di campo, il capi145

tano Tyler; ma si accorsero subito tutt’e due che non c’era niente da fare, Picton era morto. Tyler si ricordò che nemmeno quarantott’ore prima, la sera di Quatre Bras, il generale gli aveva confessato d’essere partito da casa col presentimento di non tornarci più; ma che dopo i pericoli scampati quel giorno cominciava invece a credere che nessuno sarebbe riuscito ad ammazzarlo.

35. Il combattimento a fuoco lungo lo «chemin d’Ohain» Mentre sui due lati della strada infossata la brigata di Aulard e quella di Kempt, tutt’e due già malconce e nessuna delle due schierata in una formazione prevista dai manuali, continuavano a spararsi addosso in mezzo al fumo, poco più in là i battaglioni di Quiot stavano anch’essi risalendo il pendio; la prima brigata, quella di Bourgeois, era già quasi arrivata alla cresta. Davanti a loro, la brigata di Van Bijlandt si stava rapidamente sbandando, senza che si possa farne troppa colpa alle inesperte reclute olandesi. Arretrate all’ultimo momento al riparo della strada infossata, schierate in una formazione su due linee che non era loro familiare, e a corto di munizioni dopo l’enorme dispendio di Quatre Bras, il loro fuoco, com’era prevedibile, non bastò ad arrestare l’avanzata dei veterani di Quiot. A quel punto, la maggior parte dei loro ufficiali era già stata uccisa o ferita, compreso il generale Van Bijlandt, e la brigata era comandata dal colonnello De Jongh dell’8° battaglione di milizia, che era stato ferito a Quatre Bras e ora si era fatto legare alla sella. Quando il primo reggimento francese, il 105° di linea, giunse davanti a loro, la maggior parte degli olandesi smisero di combattere e se la squagliarono. Soltanto l’unico battaglione belga della brigata, il 7° di linea, rimase in posizione e continuò a sparare, mentre le ultime compagnie della brigata di Kempt, vedendo i francesi venire così avanti sul loro fianco sinistro e oltrepassare la siepe, cominciavano a volgersi in quella direzione. Fra gli ufficiali del 7° di linea c’era il tenente Scheltens, che fino all’anno prima era sergente nei granatieri della Vecchia Guardia, e aveva combattuto con Napoleone dalla Spagna alla Russia, prima di prendere servizio nel nuovo esercito belga, dove professionisti come lui erano apprezzati per quel che valevano. «Il bat146

taglione», ricorda Scheltens, «rimase a giacere dietro la strada fino a quando la testa della colonna francese non fu a distanza d’un tiro di pistola; allora la linea ebbe l’ordine di alzarsi e aprire il fuoco, e i francesi commisero l’errore di fermarsi per rispondere al fuoco». Un tiro di pistola equivale in realtà a pochi passi: «eravamo così vicini che quando il capitano L’Olivier fu ferito al braccio da una palla di moschetto, il fondo di cartone della cartuccia rimase fumante nel tessuto della sua giubba». Questi combattimenti a fuoco fra due linee di uomini in piedi, che si sparavano addosso a poche decine di metri di distanza, sono forse l’aspetto più incomprensibile della battaglia napoleonica. Certo, i moschetti fabbricati in serie per gli eserciti dell’epoca erano armi molto scadenti e ai soldati non veniva insegnato a mirare, sicché a una certa distanza il fuoco era piuttosto inefficace. Il colonnello Hanger, veterano della guerra in America, aveva pubblicato appena l’anno prima, nel 1814, un opuscolo in cui affermava che «il moschetto di un soldato, se non è troppo mal calibrato (e molti lo sono), colpisce un uomo a 80 metri; può colpirlo anche a cento; ma uno dev’essere davvero molto sfortunato per essere colpito da un normale moschetto a 150 metri, ammesso che l’avversario mirasse proprio a lui; e quanto a sparare a un uomo a 200 metri, tanto vale sparare alla luna». Ma qui si tratta di ben altro: di centinaia di uomini che sparavano tutti insieme, senza mirare, è vero, ma a una distanza inferiore ai cento metri, e contro un bersaglio che in apparenza era impossibile mancare. I generali più curiosi dell’epoca avevano addirittura svolto dei test per capire quanti proiettili potevano andare a segno in questa situazione: i prussiani, per esempio, avevano verificato che sparando a cento passi di distanza contro un bersaglio di legno alto un metro e ottanta e lungo trenta metri, paragonabile a un battaglione francese in colonna, almeno due terzi delle pallottole giungevano a segno. In base ai test inglesi, condotti nel poligono della Torre di Londra con un bersaglio lungo cinquanta metri, i tre quarti di una salva sparata da cento metri di distanza giungevano a segno. Da queste cifre si deduce che due battaglioni di quattro o cinquecento uomini, sparandosi addosso da un centinaio di metri, avrebbero dovuto annientarsi a vicenda nel giro di un minuto. Ma nella realtà questi combattimenti a fuoco potevano protrarsi per dieci minuti, o magari anche di più; e nessuno era annientato. I Ca147

merons, che sostennero un combattimento del genere in condizioni poco favorevoli, e secondo la testimonianza del duca in persona a un certo punto cominciavano ad averne abbastanza, in tutta l’intera giornata di Waterloo ebbero circa 175 fra morti e feriti: molti, certo, ma sempre meno di metà dei presenti all’appello mattutino. È dunque inevitabile concludere che i risultati ottenuti nei test in piazza d’armi non avevano assolutamente niente a che vedere con la realtà, e che durante una vera battaglia, in condizione di stress, completamente avvolti e accecati dal fumo dei loro stessi moschetti, la stragrande maggioranza dei soldati sparavano senza colpire nessuno. In Inghilterra qualcuno calcolò che la cifra più attendibile di colpi a bersaglio a cento metri di distanza non era il 75% prodotto dai test, ma più verosimilmente il 5%. Qualcun altro è arrivato a calcolare che sull’arco complessivo d’una battaglia soltanto una pallottola ogni 459 colpiva il suo uomo, e per quanto la cifra possa apparire ridicola, è probabile che non sia lontana dalla realtà. Per Waterloo, dove molti combattimenti a fuoco vennero condotti a pochissima distanza, chi ha provato a rifare questo calcolo è arrivato a una perdita ogni 162 colpi. Da parte nostra aggiungiamo che nel corso delle battaglie di Quatre Bras e Waterloo la divisione di Perponcher consumò più di 500 mila cartucce, ed ebbe circa 2200 perdite, il che equivale a una perdita subita ogni 227 colpi sparati; e questo senza considerare che in realtà una forte quota delle perdite era dovuta all’artiglieria. Il fatto stesso che il combattimento a fuoco a distanza ravvicinata fosse considerato possibile, e che anzi tutto l’addestramento della truppa mirasse a ottenere un ritmo di fuoco ottimale e una capacità di resistere al panico in quelle condizioni, dimostra che quando due battaglioni si affrontavano in questo modo il risultato non era la loro immediata distruzione; ma che invece continuavano a spararsi per un tempo piuttosto lungo, entrambi completamente nascosti dal fumo, e perdendo, ciascuno, magari soltanto tre o quattro uomini al minuto, finché la sensazione che il fuoco nemico fosse più efficace e che la soglia di pericolo stesse crescendo un po’ troppo non si faceva strada in uno dei due battaglioni, producendone lo sbandamento. Tornando a quello che succedeva sullo chemin d’Ohain, il fatto che gli uomini di Bourgeois, arrivando alla siepe, si siano impe148

gnati in una sparatoria, anziché andare avanti alla baionetta, è forse meno strano di quel che parve a Scheltens: dopo tutto, i generali francesi avevano deciso di mandare avanti la loro gente in linea proprio per questa eventualità; e del resto, senza che l’ufficiale belga potesse saperlo, l’altra brigata della divisione Quiot, quella di Charlet, stava già risalendo il pendio un po’ più a destra, ed entro pochi minuti sarebbe entrata in azione aprendo il fuoco o avanzando alla baionetta sul fianco dei difensori. Ben difficilmente il centro della linea di Picton avrebbe potuto resistere a questa nuova pressione: giacché era precisamente questa la situazione in cui gli uomini, rendendosi conto che le probabilità stavano cambiando a vantaggio del nemico, decidevano di solito di salvare la pelle. Certo, gomito a gomito con i belgi c’era ancora una brigata britannica, quella di Pack, composta per tre quarti da veterani scozzesi; ma dritto contro di loro stava già avanzando l’intera divisione di Marcognet, anch’essa organizzata in due colonne, al comando di Grenier e Nogues. Al pari di quelli di Kempt, gli uomini di Pack erano rimasti a lungo pancia a terra a una certa distanza dalla strada, ma si erano poi schierati in linea per quattro, ciascun battaglione su un fronte di appena cinquanta o sessanta metri, e s’erano fatti sotto alla siepe, mentre i francesi avanzavano dall’altra parte. La fanteria di Grenier, il 45° di linea in testa, arrivò alla siepe ancora coi moschetti in spalla, e nell’attraversare la strada infossata si accorse di colpo che la fanteria nemica era schierata lì davanti. Mentre i francesi imbracciavano i moschetti, gli scozzesi aprirono il fuoco per primi, e la testa della colonna per un momento sembrò sbandarsi; ma quasi subito i francesi risposero al fuoco, e anche in questo caso con mortale efficacia. Il primo battaglione, il 42° «Black Watch», che era avanzato fin quasi alla siepe, si fermò di netto e rinunciò ad attraversarla; un sergente del reggimento spiegò poi che gli scozzesi, a gambe nude sotto il kilt, non avevano osato buttarsi fra i rovi. Ma di fatto è probabile che sia stato il fuoco nemico a fermarli e anzi ributtarli indietro, perché Sir Denis Pack avanzò in mezzo agli uomini del battaglione successivo, il 92° o «Gordon Highlanders», e si mise a gridare: «Novantaduesimo, stanno scappando tutti alla vostra destra e alla vostra sinistra, dovete caricare questa colonna!». Ma i Gordons, che come tutti gli altri battaglioni della brigata avevano per149

duto a Quatre Bras quasi due terzi dei loro ufficiali, erano già rimasti per troppo tempo sotto il fuoco dell’artiglieria, e avevano visto ammazzare troppi camerati senza avere ancora sparato un colpo di fucile. Anziché avanzare alla baionetta come sperava il loro generale, aprirono anch’essi il fuoco, e com’era inevitabile ebbero quasi subito la peggio; sicché cominciarono ad arretrare in disordine, mentre gli uomini del 45° di linea attraversavano in massa la siepe fra urla di trionfo. Dalla sua sedia sull’altura di Rossomme, Napoleone non vedeva nulla di tutto ciò, se non il fumo bianco che avviluppava ormai tutta la cresta. Ma poiché quello era il suo mestiere e lo faceva da vent’anni, è probabile che sapesse leggere in quel fumo come in un libro aperto. All’altezza della Haye Sainte, dove il combattimento s’era acceso da più tempo, il fumo non progrediva: lì, evidentemente, la resistenza inglese era più accanita. Ma più a destra il combattimento s’era ormai spostato al di là della strada infossata, ed era chiaro che i francesi, padroni della sommità, stavano gradualmente respingendo indietro la linea nemica. L’imperatore, eccitato, decise che era ora di avvicinarsi un po’ di più al campo di battaglia, e salì a cavallo per trasferirsi, con tutti i suoi aiutanti di campo, sedia, tavolo e carta geografica, sull’altura della Belle Alliance, quasi due chilometri più avanti, e ad appena milletrecento metri dalla linea nemica. Anche il disgraziato De Coster dovette seguirlo, e quando qualche palla vagante cominciò a fischiare a poca distanza, prese a dimenarsi a tal punto che l’imperatore lo rimproverò: «Su, amico mio, non agitatevi così. Una palla di moschetto può ammazzarvi da dietro come da davanti, e produce una ferita molto peggiore» (questa, almeno, è una delle versioni possibili; un’altra vuole che Napoleone abbia detto: «Smettetela di inchinarvi così, non siamo mica alle Tuileries!»). Quando Napoleone, smontato di sella presso la Belle Alliance, tornò a osservare col cannocchiale il campo di battaglia, le sue previsioni parvero confermate: quasi ovunque, e sempre più nettamente man mano che l’occhio si spostava verso destra, il fumo stava avanzando, segno che la pressione degli uomini di d’Erlon aveva ragione della resistenza nemica. Per quanto ferrea fosse la loro disciplina, ciascuno degli uomini di Wellington impegnati dietro la strada infossata doveva essersi già ben accorto che ad ogni minuto cresceva la possibilità d’essere il prossimo a cadere morto 150

o storpiato, e intanto le loro giberne erano sempre più leggere: quando un camerata era ferito, la tentazione di lasciar perdere tutto e accompagnarlo al sicuro si faceva sentire sempre più forte tra i vicini. Ci voleva poco perché quest’idea prendesse il sopravvento in un intero battaglione e magari in una brigata, soprattutto se in precedenza gli uomini erano già rimasti esposti troppo a lungo al bombardamento e avevano perduto troppi dei loro ufficiali; e se gli uomini di Picton avessero cominciato a sbandarsi, non ci sarebbe stato nessuno per prendere il loro posto, perché in quel settore Wellington non aveva ammassato riserve. Alle due del pomeriggio, lungo lo chemin d’Ohain tra la Haye Sainte e la Papelotte, i francesi stavano vincendo la battaglia di Waterloo.

36.

L’intervento della cavalleria inglese

In quel momento critico, mentre lungo la cresta avviluppata nel fumo le truppe di Van Bijlandt e Pack cominciavano ad arretrare e sbandarsi sotto il fuoco francese, il generale di grado più elevato presente sul posto era il conte di Uxbridge. Anche Wellington non era molto lontano; a quell’ora, aveva già raggiunto il posto di comando sotto l’olmo, al crocicchio dietro la Haye Sainte, da cui non si sarebbe più allontanato per gran parte del pomeriggio; ma da quella posizione, in mezzo al fumo della fucileria che allungava ovunque i suoi tentacoli biancastri, e mentre tutt’intorno esplodevano con cadenza implacabile le granate della Grande batterie, il duca non poteva valutare pienamente quello che stava succedendo più a sinistra. La sua attenzione doveva essere assorbita soprattutto dall’attacco contro la fattoria, dai tirailleurs che l’avevano già aggirata e s’erano impadroniti dell’orto, dai corazzieri che s’erano spinti minacciosamente fino alla sommità della cresta: finché qualcuno non fosse venuto ad avvertirlo, Wellington non poteva sapere che Picton era stato ucciso, né che l’intera ala sinistra, debole com’egli l’aveva voluta, era sul punto di disgregarsi sotto la pressione delle colonne di d’Erlon. Lord Uxbridge era giunto anch’egli da poco nella zona, dopo aver ispezionato la cavalleria schierata dietro Hougoumont: a conferma che le preoccupazioni dei generali inglesi, quel mattino, era151

no tutte concentrate sul loro fianco destro. In quanto comandante della cavalleria, Wellington l’aveva esplicitamente autorizzato a usarla senza attendere istruzioni né permessi, giacché in battaglia l’impiego della cavalleria richiede soprattutto tempismo e colpo d’occhio, e il giudizio immediato d’un ufficiale che si trovi sul posto può contare più di quello del comandante in capo. Uxbridge, dunque, aveva carta bianca ed era appena arrivato nella zona della Haye Sainte, quando i corazzieri di Crabbé si spinsero a ridosso dei quadrati, e poi, evitando di affrontarli, ridiscesero il pendio, andando a sciabolare gli artiglieri di Sir Hew Ross. Senza rifletterci più del necessario, il comandante della cavalleria decise che bisognava caricare e ributtare indietro il nemico; e poiché c’era lì, schierata dietro i quadrati di Ompteda e Kielmansegge, la più forte delle sue dieci brigate, la cosiddetta Household Brigade, così chiamata perché era formata da reggimenti della Guardia, lord Uxbridge spronò il cavallo fino a raggiungere lord Edward Somerset, che la comandava, e gli ordinò di prepararsi a caricare. Non è chiaro fino a che punto Uxbridge si rendesse conto che il pericolo maggiore si stava materializzando ancora più a est, oltre la strada maestra, dove la fanteria francese s’era ormai attestata lungo lo chemin d’Ohain; doveva però avere, coll’istinto del comandante di cavalleria di cui nonostante tutto non era affatto sprovvisto, la sensazione che quella carica poteva essere decisiva, e che doveva essere condotta in forze, senza inutili economie. Perciò spinse il suo cavallo al di là della strada acciottolata, e giunse alle spalle della fanteria di Picton, dov’era schierata in riserva la sua seconda brigata di cavalleria pesante, al comando di Sir William Ponsonby. Questa brigata era conosciuta come la Union Brigade, perché i suoi tre reggimenti di dragoni erano uno inglese (il 1° Dragoni o Royals), uno scozzese (il 2° Dragoni o Scots Greys) e uno irlandese (il 6° Dragoni o Inniskillings). Uxbridge raggiunse il comandante della brigata e gli ordinò di prepararsi a caricare; poi tornò indietro, deciso a condurre personalmente all’attacco la cavalleria della Guardia, da quell’ussaro che era sempre rimasto nonostante i suoi quarantasette anni. Le due brigate di cavalleria pesante che stavano per entrare in azione rappresentavano una forza d’urto poderosa. I loro cavalli, dalle code tagliate corte secondo l’usanza inglese, erano probabilmente i migliori del mondo, in un’epoca in cui tutti gli eserciti con152

tinentali risentivano della paurosa moria di cavalli provocata dalle guerre degli ultimi tre anni, a partire dalla campagna di Russia. In Prussia, per esempio, che non aveva mai avuto buoni allevamenti di cavalli, e che era uscita tremendamente impoverita dalla disfatta del 1806, la cavalleria pesante era stata fortemente ridimensionata; nell’esercito affidato a Blücher non ce n’era affatto, sicché tutta la cavalleria prussiana presente a Waterloo era montata ed equipaggiata secondo gli standard più modesti della cavalleria leggera. Perfino in Francia i corazzieri non erano più montati su animali poderosi come sarebbe stato necessario per ottimizzare la loro forza d’urto, ma su bestie di qualità complessivamente mediocre; e comunque, a Waterloo parecchi reggimenti erano gravemente sotto organico, proprio per la scarsità di montature adeguate. L’Inghilterra, per contro, aveva sempre posseduto cavalli eccellenti, oltre ai mezzi finanziari per procurarsene ovunque; sicché dal punto di vista materiale la cavalleria inglese era in quel momento insuperabile. Tomkinson, del 16° Dragoni Leggeri, osservò che durante la campagna di Waterloo i cavalli del suo reggimento, appena giunti dall’Inghilterra, e in una stagione dell’anno in cui i cavalli si trovano normalmente al meglio della condizione fisica, erano in una forma eccellente, e questo doveva essere ancora più vero per gli animali in dotazione alla cavalleria pesante. Magnifica dal punto di vista materiale, la cavalleria inglese lo era però molto meno da quello tecnico. Il tenente Waymouth, del 2° Life Guards, che partecipò alla grande carica nella brigata di Somerset, pensava che le spade in dotazione ai suoi uomini rappresentassero un grosso svantaggio rispetto a quelle dei corazzieri francesi, perché erano più corte di sei pollici; un altro ufficiale descrisse la spada d’ordinanza come «un affare ingombrante, goffo, mal concepito; è troppo pesante, troppo corta e troppo larga». Ma il problema maggiore era il modo di impugnarla, col gomito piegato e la punta in alto, prescritto dal regolamento britannico; come osservò ancora Waymouth, «nel nostro esercito c’è l’abitudine di tenere le spade in una posizione sbagliata mentre si carica; i francesi impugnano le loro in un modo che risulta molto meno faticoso, e molto migliore sia per l’attacco che per la difesa». Il fatto è che la cavalleria francese aveva perfezionato i suoi accorgimenti grazie all’esperienza accumulata in anni e anni di campagne inin153

terrotte; un’esperienza che alla cavalleria inglese mancava quasi del tutto. Al difetto di esperienza, gli ufficiali inglesi univano una formazione e un sistema di valori in cui la competenza e la professionalità non erano certo al primo posto. Il caso estremo di sprezzo del pericolo accoppiato a irresponsabilità è probabilmente quello di lord Portarlington, comandante del 23° Dragoni Leggeri, che la sera prima della battaglia di Waterloo se n’era andato senza permesso a Bruxelles, e la mattina arrivò sul campo troppo tardi per raggiungere il suo reggimento. Disperato, e comprendendo troppo tardi d’essersi giocato l’onore, il colonnello si unì a un altro reggimento, combatté tutto il giorno nelle sue file, ed ebbe il cavallo ammazzato sotto di sé; ma la sua assenza dal reggimento che avrebbe dovuto comandare era comunque imperdonabile, e Portarlington fu obbligato a rassegnare le dimissioni. (Deciso a riguadagnare il suo onore, l’ex colonnello acquistò un brevetto da alfiere in un reggimento di fanteria, e ricominciò la carriera dalla gavetta, arrivando al grado di capitano; ma la buona società non lo perdonò mai, e Portarlington sprofondò nell’alcolismo, dissipò tutto il suo patrimonio e morì in miseria in uno slum di Londra). Un caso limite, senza dubbio; ma consideriamone un altro. Il maggiore Thornhill, del 7° Ussari, il vecchio reggimento di lord Uxbridge, era stato scelto da quest’ultimo come suo primo aiutante di campo. Quando Thornhill fu mandato da uno dei reggimenti della Household Brigade, le Royal Horse Guards o «Blues», coll’ordine di caricare, il comandante del reggimento, Sir Robert Hill, «con estrema gentilezza e cortesia mi invitò a unirmi a loro nella carica». Il maggiore accettò senza pensarci due volte, accompagnò i dragoni nella carica giù per il pendio, ebbe il cavallo ammazzato e rimase così stordito dalla caduta da non ricordarsi più niente di quello che era successo dopo. A quanto pare, nemmeno per un istante gli era venuto in mente che in quanto aiutante di campo di lord Uxbridge avrebbe dovuto tornare subito da lui, e con tutta evidenza la cosa non venne in mente neanche a Sir Robert Hill. È inevitabile concludere che il concetto di professionalità, come noi lo intendiamo oggi, era ancora ben poco diffuso all’epoca, meno che mai, in ogni caso, fra gli ufficiali della cavalleria inglese: al suo posto c’era il codice d’onore, e doveva bastare. Questo handicap diventava tanto più vistoso quanto più nu154

merosi erano i reparti impiegati, giacché era proprio nel coordinamento dei reparti e nella gestione oculata delle riserve che la mancanza di addestramento degli ufficiali si faceva sentire. «I nostri ufficiali di cavalleria», osservò Wellington, «hanno preso l’abitudine di galoppare contro tutto. Non considerano mai la situazione, non pensano mai di manovrare di fronte al nemico, e non si preoccupano mai di mantenere una riserva». Quanto a capacità di manovra, la cavalleria inglese era talmente inferiore a quella nemica da sciupare tutto il vantaggio che avrebbe potuto garantirle la sua superiorità fisica: uno squadrone inglese, sempre secondo il duca, poteva tener testa a due francesi, ma uno scontro di quattro squadroni contro quattro era meglio evitarlo. Il nemico era della stessa opinione: con tutto il rispetto per i magnifici cavalli degli inglesi e la temerarietà dei loro ufficiali, il generale Foy affermò che a tutti gli effetti pratici la cavalleria francese era superiore alla loro. Come vedremo, l’esito ultimo della grande carica ordinata da Uxbridge non smentì questi giudizi, anche se nel complesso l’azione ebbe un successo sbalorditivo e con ogni probabilità salvò Wellington dalla sconfitta. Le due brigate di cavalleria che Uxbridge si apprestava a mettere in movimento contavano complessivamente circa duemila sciabole. È una cifra inferiore a quella che risulta dai ruolini, ma sappiamo già, dalle testimonianze degli ufficiali che presero parte alla battaglia, che gli uomini effettivamente presenti erano molto meno di quelli in forza sulla carta. Nel caso della cavalleria, poi, la misura delle forze effettivamente impiegabili non era data dal numero degli uomini, ma da quello dei cavalli, che di solito era ancora inferiore. Il 16° Dragoni Leggeri contava sui ruolini 31 ufficiali e 402 uomini, ma il solito Tomkinson afferma positivamente che il reggimento era sbarcato nei Paesi Bassi con 330 cavalli, e che la mattina di Waterloo ne restavano soltanto 320: come dire che non più di tre quarti degli uomini possono aver partecipato davvero al combattimento. Ancora ad aprile, del resto, quando le prime unità stavano appena cominciando a sbarcare in Belgio, il ministero aveva informato Wellington che, dopo le riduzioni d’organico decise alla fine della guerra precedente, i reggimenti di cavalleria non potevano permettersi un organico superiore a 360 cavalli ciascuno, e non si vede come avrebbero potuto aumentarlo in così poco tempo: sembra chiaro che ogni brigata di cavalleria ingle155

se va valutata a un massimo d’un migliaio di sciabole, anche quando i ruolini ne calcolano un buon 20 o 30% in più. Ma in ogni caso, una forza di duemila sciabole è da considerare come assolutamente degna di rispetto, e capace, in certe circostanze, di decidere l’esito di una battaglia. Le brigate di Somerset e Ponsonby contavano in tutto diciannove squadroni, di cui non più di tre, contro tutte le buone regole di prudenza, vennero tenuti in riserva. Ogni squadrone, che era a tutti gli effetti la principale unità tattica, contava poco più d’un centinaio di cavalli, e quando era fermo in attesa dell’ordine di caricare occupava un fronte di almeno una cinquantina di metri, destinato ad ampliarsi parecchio quando i cavalieri spronavano in avanti: giacché ben difficilmente i cavalli al trotto procedevano spalla a spalla, a rischio d’urtarsi e farsi male. Tenendo conto della distanza che proprio per questo era indispensabile lasciare fra uno squadrone e l’altro, la carica delle due brigate deve aver coperto un fronte d’almeno un chilometro e mezzo, e se si prova a visualizzarla ci si rende conto dell’impatto che una cosa del genere può aver provocato: giacché l’intero campo di battaglia, ricordiamolo, non misurava più di quattro chilometri. E così i dragoni, che fino a quel momento erano rimasti smontati, e anzi sdraiati a terra fra le zampe dei loro cavalli, per ridurre i danni delle palle di cannone che di tanto in tanto venivano ad abbattersi in mezzo a loro, rimontarono in sella al richiamo delle trombe; seguendo gli ordini familiari degli ufficiali si allinearono per plotoni fino a disporsi su due file, uno squadrone dopo l’altro; estrassero rumorosamente le sciabole dai foderi e mossero in avanti, al passo, verso il fumo e gli spari. Fra loro doveva essersi diffuso lo stato d’animo descritto da tutti coloro che hanno vissuto un’esperienza simile: la sensazione eccitante che ormai si è in ballo, e o la va o la spacca, unita, nel caso dei cavalleggeri, alla sensazione di potenza e quasi di invincibilità che si prova quando si sta in sella e si comincia a prendere velocità. Lord Uxbridge, nella sua uniforme da ussaro, cavalcava davanti alla Household Brigade; solo molto più tardi gli venne in mente che forse, in quanto comandante in capo della cavalleria, avrebbe fatto meglio a restare indietro e sorvegliare l’impiego delle riserve, ma in quel momento l’idea non lo sfiorò neppure. Dall’altra parte della strada maestra, Sir William Ponsonby si 156

preparava a mettere in movimento la Union Brigade; e intanto stava pensando che il suo bel cavallo da battaglia era troppo costoso per rischiare di farlo ammazzare, dal momento che il ministero gli avrebbe rimborsato solo il prezzo standard di 20 sterline, appena una frazione del valore reale. Era già da qualche giorno che Sir William si preoccupava per questo; soltanto due sere prima aveva cercato di procurarsi un altro cavallo, comprando quello di un colonnello di fanteria che era rimasto ferito a Quatre Bras, ma non erano riusciti a mettersi d’accordo sul prezzo. Ora l’idea di arrischiare il suo prezioso purosangue lo angustiava più che mai; perciò lo rimandò indietro insieme al suo domestico, e montò invece sul cavallo di quest’ultimo, un ronzino senza valore. Occupato in questi calcoli, dimenticò forse di avvertire il colonnello degli Scots Greys che il suo reggimento doveva restare di riserva, così com’era stato disposto al mattino; o forse, l’idea di non partecipare alla grande carica era semplicemente troppo per quel colonnello e i suoi ufficiali, e gli ordini, anche per loro, non contavano più d’un romanzetto; fatto sta che quando Sir William diede il segnale i Greys spronarono avanti insieme agli altri, e la Union Brigade avanzò in un’unica linea, senza nemmeno uno squadrone di riserva. Giunta a circa un centinaio di metri dallo chemin d’Ohain la brigata si fermò, per consentire alla fanteria in ritirata di mettersi al sicuro passando negli intervalli fra gli squadroni. Il generale Ponsonby si spinse avanti fino alla sommità della cresta, per dare il segnale dell’attacco al momento più opportuno, quando cioè la linea della fanteria nemica fosse stata impegnata ad attraversare la strada infossata, che in quel settore non correva lungo la dorsale, ma un po’ più in basso. L’artiglieria francese continuava a battere la cresta e il ronzino di Sir William si spaventò quando una palla di cannone passò troppo vicina; il generale aveva sulle spalle un mantello non allacciato, che gli scivolò a terra. Ponsonby vide che quello era il momento di caricare, ma gli dispiaceva perdere il mantello, perciò diede ordine al suo aiutante di campo, il maggiore De Lacy Evans, di dare il segnale, e smontò da cavallo per recuperare il mantello. De Lacy Evans si tolse il cappello e lo sventolò, ordinando la carica; e la brigata si mosse. Mentre gli Inniskillings cominciavano ad accelerare il passo, molti di loro videro un uomo a cavallo, in abiti civili, che agitava anch’egli il cappello e gridava «Ora è il momento»; accanto a lui, 157

egualmente a cavallo, un ragazzino con il braccio al collo e la testa fasciata si rizzava sulle staffe, al massimo dell’eccitazione. L’uomo che agitava il cappello era Sua Grazia il duca di Richmond, che pur possedendo il grado di generale non aveva nessun incarico nell’esercito di Wellington, ma era egualmente venuto fin lì per assistere alla battaglia, dove tre dei suoi figli prestavano servizio come aiutanti di campo. Il ragazzino accanto a lui era il più giovane dei tre, lord William Pitt Lennox, a quindici anni cornetta dei «Blues» e aiutante di campo di Sir Peregrine Maitland. Qualche giorno prima l’adolescente era caduto da cavallo, si era rotto un braccio e fracassato la testa, perdendo la vista dall’occhio destro; ma appena aveva saputo che l’altro aiutante di campo di Maitland, il diciottenne lord Hay, era stato ucciso a Quatre Bras, aveva insistito per riprendere servizio (sempre a proposito del codice d’onore dell’aristocrazia inglese!). Quella mattina, dunque, il ragazzino si era presentato a Sir Peregrine, col braccio al collo, l’occhio bendato e la testa rotta: e siccome il generale non gli aveva permesso di rimanere con lui in quello stato, s’era rassegnato ad assistere alla battaglia da spettatore insieme al padre. Mentre il duca, incurante delle pallottole che fischiavano tutt’intorno, si fermava a conversare con l’uno o con l’altro generale, lord William aveva il suo daffare per tener buono il suo cavallo spaventato, ed evitare che gli prendesse la mano trascinandolo chissà dove, magari in mezzo ai francesi; ma si sentì immensamente orgoglioso quando il padre si volse verso di lui e gli disse, «Sono lieto di vedere che ti comporti così bene sotto il fuoco». Poi la cavalleria si mosse in avanti, e il ragazzino rimase lì, a rizzarsi sulle staffe pieno di eccitazione, per veder meglio quel che sarebbe successo.

37.

La carica della Household Brigade

Il terreno su cui la brigata di lord Edward Somerset stava avanzando non era il più adatto per una carica. Gli squadroni dovevano discendere un leggero pendio, reso sdruccioloso dal fango, poi risalire il pendio opposto fino alla sommità, e lì superare l’ostacolo tutt’altro che semplice rappresentato dalla strada infossata e dai 158

fitti rovi che la costeggiavano. Lo chemin d’Ohain era troppo largo per poter essere varcato con un salto, sicché i cavalli dovettero per forza scendere nella strada e poi risalire dall’altra in mezzo ai rovi. Prima d’arrivare lì, come se non bastasse, la cavalleria aveva dovuto passare in mezzo alla fanteria alleata, che non appena sentì le trombe e gli zoccoli dei cavalli dietro di sé cercò di aprire dei varchi per lasciarli passare. Lord Uxbridge in persona testimonia che in quelle condizioni la cavalleria non caricò come una valanga al galoppo, ma piuttosto come una successione di squadroni più o meno isolati, che a stento riuscivano a riordinare le file e mettersi al trotto prima di cozzare uno dopo l’altro contro il nemico. «Mi ricordo che il terreno era spaventosamente rotto, e pur avendo un cavallo molto attivo feci parecchia fatica per discenderlo. Verso il fondo del pendio trovai la nostra fanteria, per lo più in linea, ma che si stava schierando in quadrato per ricevere la cavalleria nemica, e apriva degli intervalli per noi via via che i nostri squadroni si presentavano. Così passammo attraverso la fanteria, al meglio e il più in fretta possibile in quelle condizioni (ma per forza di cose non con precisa regolarità), poi riordinammo le file e caricammo». Ma nonostante la difficoltà del terreno, la carica era stata lanciata con tempismo. I corazzieri di Crabbé si trovavano ancora dispersi sul pendio scivoloso, non avevano avuto il tempo di riordinare le file dopo la carica, e stavano cominciando ad attraversare a piccoli gruppi la strada maestra, che rappresentava a sua volta un ostacolo formidabile, incassata com’era fra due scarpate alte più di un uomo; non avevano la minima speranza di resistere all’attacco che si abbatté improvvisamente su di loro. Stretti fra la carica che li investiva a sinistra e alle spalle, e la recinzione della Haye Sainte che li chiudeva sulla destra, spronarono in avanti cercando di raggiungere la strada maestra, ma il passaggio era così stretto e la strada così infossata che molti di loro vennero abbattuti prima di arrivarci, e altri rovinarono giù per la scarpata, intasando la chaussée con un groviglio di uomini e cavalli morti o agonizzanti; è questo l’episodio che Victor Hugo reinterpretò poi a modo suo in una pagina famosa dei Miserabili. Il capitano Kelly, del 1° Life Guards, un famoso spadaccino, raggiunse il colonnello del 1° Corazzieri e lo abbatté a sciabolate, poi smontò da cavallo per strappargli le spalline, che conservò come trofeo (Kelly rimase poi sempre convinto di averlo ammazzato, ma in realtà quel colonnello, che si 159

chiamava Michel Ordener, e ad appena 28 anni era già veterano di otto campagne e conte dell’Impero, era solo stordito, tornò in azione di lì a poco e visse poi fino al 1862). Inseguendo i corazzieri, una parte della cavalleria inglese si trovò a sua volta a ridosso della strada maestra. Alcuni discesero in quello che ormai era un carnaio di uomini e cavalli agonizzanti, per continuare a massacrare i fuggiaschi; altri si sarebbero forse fermati davanti a quell’ostacolo, ma i tiratori francesi appostati nell’orto della Haye Sainte, nella cava di sabbia e sulla collinetta retrostante cominciarono a prenderli di mira e ad abbatterli con mortale precisione, sicché non restò loro che andare avanti. Alcune centinaia di cavalieri attraversarono la strada alla bell’e meglio e risalirono la scarpata opposta, dove si scontrarono con quei pochi corazzieri che avevano già passato la strada pochi minuti prima. Lo scontro, a sciabolate, fu breve e violentissimo; e uno dei protagonisti fu il famoso pugile Shaw, caporale del 2° Life Guards. Shaw era uno dei personaggi più conosciuti di un esercito che sapeva apprezzare il pugilato, e data la sua enorme stazza se la cavava bene anche con la sciabola, soprattutto dopo aver tracannato quel mattino una gran quantità di acquavite: in mezzo ai corazzieri francesi, fu visto roteare la lama così in fretta da abbatterne uno dopo l’altro addirittura nove, o almeno così si disse dopo la battaglia. Ma fare così bella figura non era sempre prudente: un corazziere, che aveva notato l’energumeno, si allontanò dalla mischia, imbracciò la corta carabina di cui tutti i cavalleggeri erano provvisti, prese la mira con calma e lo abbatté da cavallo. Il pugile Shaw si trascinò fino al muro della Haye Sainte, e lì morì dissanguato. (La notizia della sua morte gettò nel lutto gli sportivi inglesi. Sir Walter Scott, che era un suo tifoso, fece traslare il corpo in Inghilterra; un calco del suo cranio è esposto al museo di Windsor). Alla lunga, comunque, i corazzieri superstiti vennero messi in rotta, e si dispersero in tutte le direzioni; a quell’ora avevano perduto anche il loro comandante, perché il colonnello Crabbé era stato ferito a morte nella mischia. Un corazziere rimasto isolato galoppò lungo la cresta e si spinse così lontano da finire dietro agli uomini di Pack, schierati in linea a ridosso della strada infossata. Furioso di vedersi così tagliata la strada, o forse semplicemente perché aveva perso la testa, l’uomo li caricò mulinando la sciabola, e c’era anche caso che riuscisse a passare, giacché stava arri160

vando alle loro spalle; ma un soldato abbatté il suo cavallo con una fucilata, poi corse fuori dalla linea, uccise il corazziere a colpi di baionetta, lo frugò in fretta per rubargli la borsa, e tornò di corsa fra i compagni. Inseguendo i corazzieri, i dragoni inglesi sbucarono di colpo sul fianco della brigata di Aulard, che stava resistendo a fatica al contrattacco della brigata di Kempt. Anche questa volta l’effetto morale fu immediato e catastrofico: travolti dai loro stessi corazzieri in fuga, e subito dopo dalla moltitudine dei dragoni che li inseguivano mulinando le sciabole, tanto i due battaglioni del 51° di linea, che si trovavano in prima linea fin dall’inizio della battaglia e avevano già subìto forti perdite, quanto i due del 19° di linea che si trovavano più a destra si lasciarono prendere dal panico e scapparono a rotta di collo. I fucilieri tedeschi, dalle mura della Haye Sainte, salutarono con entusiasmo l’arrivo dei dragoni che passando al galoppo lungo la recinzione della fattoria spazzavano via tutto di fronte a sé; il tenente Waymouth, del 2° Life Guards, ebbe il tempo di riconoscere un ufficiale della Legione che conosceva di vista, il tenente Graeme, appostato sul tetto del porcile. Subito dopo Graeme scese nel cortile con i suoi uomini, aprì il portone che dava sulla strada e uscì a rastrellare i francesi, che gettavano le armi e si davano volentieri prigionieri pur di sfuggire alle sciabolate della cavalleria. Anche Kincaid e i suoi fucilieri videro con immenso sollievo la cavalleria che irrompeva in mezzo ai loro nemici e li metteva in rotta. Un istante prima il capitano, che stava a cavallo della sua giumenta in un varco della siepe, si era accorto con preoccupazione che alcuni corazzieri stavano puntando diritto verso di lui, e quando cercò di sfilare la sciabola dal fodero scoprì che la pioggia della notte precedente l’aveva fatta arrugginire tanto da impedirgli di sguainarla. Per quanto Sir James Kempt in persona gli avesse ordinato di non muoversi di lì, Kincaid stava valutando piuttosto in fretta l’opportunità di disobbedire, quando all’improvviso i corazzieri vennero travolti dalla cavalleria inglese, e ributtati in mezzo alla loro stessa fanteria, trasformandola all’istante in una folla di fuggiaschi. Kincaid riconobbe dagli elmi le Life Guards e si disse che dopo tutto erano dei veri soldati e non dei manichini buoni soltanto per le parate in Hyde Park, come qualche volta aveva pensato. La colonna francese era stata sbaragliata in un istante. «Cen161

tinaia di fanti si buttavano a terra e fingevano d’essere morti, mentre la cavalleria galoppava sopra di loro, e poi si rialzavano e correvano via. Non ho mai visto una scena simile in tutta la mia vita». La rotta della fanteria francese non fu ovunque totale; qualche fante, dopo essersi rialzato, si mise a sparare alle spalle dei cavalieri inglesi, e qua e là qualcuno di costoro venne tirato giù da cavallo e trascinato via prigioniero. È quel che capitò, per esempio, al tenente Waymouth, che cadde gravemente ferito dalla sciabolata d’un corazziere e rimase poi per parecchie settimane prigioniero del nemico; il capitano Irby, dello stesso reggimento, ebbe il cavallo ucciso sotto di sé mentre ritornava indietro dopo la carica, venne catturato e trascinato via, ma riuscì poi a fuggire già il giorno dopo da una cantina in cui era stato rinchiuso insieme ad altri prigionieri. Ma nel complesso la carica aveva avuto pieno successo, e la brigata di Aulard aveva praticamente cessato di esistere. Fra tutt’e due, il 51° e il 19° di linea ebbero 17 ufficiali uccisi e 24 feriti nell’arco della giornata: una percentuale altissima, circa metà del totale in organico. Gli altri squadroni della Household Brigade, dopo aver respinto i corazzieri verso la chaussée, proseguirono la carica giù per il pendio, con lord Uxbridge alla testa, investendo i tirailleurs della brigata di Schmitz ch’erano appostati presso la recinzione della Haye Sainte. Che cosa sia successo esattamente qui non è del tutto chiaro; lord Uxbridge si limitò a riferire che tutto quello che s’erano trovati di fronte aveva ceduto in un momento, e in effetti non è verosimile che una linea di tirailleurs abbia anche solo cercato di tener testa a sei o settecento cavalieri che discendevano il pendio a crescente velocità. Tuttavia il fuoco dei tiratori francesi, nascosti fra le stoppie e lungo i muri della fattoria, dev’essere stato maledettamente efficace. Sir Robert Hill, che comandava i «Blues», vide distintamente il suo collega, il comandante del 1° Life Guards, cadere ammazzato da una fucilata mentre guidava il suo reggimento all’inizio della carica. Anche il colonnello dei King’s Dragoon Guards venne ammazzato quasi subito, e il suo corpo fu poi ritrovato a poca distanza dalla Haye Sainte; mentre la carica partiva, aveva gridato ai suoi uomini: «A Parigi!». La perdita di tanti ufficiali contribuisce forse a spiegare perché, dopo la rotta dei corazzieri di Crabbé, i dragoni inglesi abbiano continuato la loro carica, senza aver ricevuto ordini precisi 162

NORD 2° Dragoni

6° Dragoni 1° Dragoni

brigata Best

2° Life Guards

45° 105° 25° 21°

51° Corazzieri in rotta

19°

28°

54° 46° 55°

2° leggero K.G.L. 500 metri

Tav. 13. La carica di Ponsonby ed il crollo del corpo di d’Erlon (ogni simbolo di unità rappresenta un battaglione di fanteria od uno squadrone di cavalleria).

in proposito, ma per pura forza d’inerzia; spazzando via i tirailleurs isolati, ma senza trovarsi di fronte nessun obiettivo che giustificasse davvero quel prolungamento dell’azione. «Dopo che i corazzieri erano stati rovesciati», testimoniò lord Uxbridge, «avevo inutilmente cercato di fermare la mia gente facendo suonare ai trombettieri il segnale del raduno», ma nessuno era stato a sentirlo. Come spesso accadeva in casi simili, la carica s’era frazionata in un’infinità di combattimenti isolati, e di episodi talvolta anche bizzarri. Il tenente Story, che era da poco tornato in servizio dopo ben sette anni di prigionia in Francia, stava per abbattere a sciabolate un 163

soldato nemico, quando quello buttò il fucile e chiese pietà, assicurandogli che lo conosceva bene. Story, incredulo, riconobbe un soldato che aveva conosciuto quando era prigioniero nella fortezza di Verdun, e risparmiò la vita a lui e al suo compagno, prendendoli prigionieri. Alla fine, comunque, il risultato fu che i tirailleurs superstiti si misero in qualche modo al riparo, i battaglioni di Schmitz si schierarono in quadrato presso il frutteto della Haye Sainte, abbastanza minacciosi per far passare la voglia di andarli a disturbare, e la cavalleria si ritrovò in fondo al pendio senza saper bene cos’altro fare, con le bestie spossate e la forza d’urto esaurita, ed esposta al fuoco preciso della fanteria nemica ammassata sul pendio opposto. In quel momento, per sua stessa ammissione, lord Uxbridge cominciò a rendersi conto che in quanto comandante in capo di tutta la cavalleria forse il suo posto non era lì. Ma per adesso ogni brutto presentimento era tacitato dallo straordinario successo della carica; tanto più che le urla di trionfo che si levavano dall’altro lato della strada maestra dimostravano che anche la carica della Union Brigade, partita subito dopo, aveva avuto lo stesso, fenomenale successo.

38.

La carica della Union Brigade

Al pari di quelli di Somerset, anche gli uomini di Ponsonby avevano dovuto attraversare le file della loro fanteria prima di arrivare a contatto col nemico. In realtà in molti casi fu piuttosto la fanteria, già in piena ritirata, a guadagnare le retrovie passando negli intervalli fra uno squadrone e l’altro; là dove i fanti tenevano ancora la posizione, i cavalleggeri si aprirono la strada direttamente in mezzo a loro, come accadde agli Scots Greys che attraversarono le file del 92°, fra le grida esultanti degli highlanders e gli insulti di quelli che venivano urtati e buttati a terra dai cavalli. In mezzo al frastuono della carica, il lamento familiare delle cornamuse accrebbe l’eccitazione dei Greys; uno di loro riconobbe il suonatore dei Gordons che stava in disparte su un’altura e suonava la vecchia canzone scozzese di «Johnny Cope». Che poi davvero qualcuno dei fanti, pazzo d’entusiasmo, si sia aggrappato alle staf164

fe dei dragoni per seguirli nella carica, al grido di «Scotland forever», fa parte di quella mitologia patriottica della battaglia di Waterloo che ha avuto larghissima diffusione dal 1815 a oggi, e che non è il caso di riprendere qui. In compenso gli squadroni della Union Brigade non ebbero bisogno di attraversare lo chemin d’Ohain e riordinare le file prima di caricare, perché il nemico era già al di qua della strada infossata, o almeno la stava attraversando, nel momento in cui la cavalleria sbucò all’improvviso dal fumo mulinando le sciabole. Investite di fronte e senza il minimo preavviso da quel migliaio di cavalleggeri, le divisioni di Quiot e Marcognet si sbandarono con spaventosa rapidità. «La mia impressione», scrisse lord Uxbridge, «è che i francesi vennero completamente sorpresi dal primo attacco della cavalleria. Essa era rimasta abbastanza nascosta dall’altura che sorgeva proprio davanti alla sua posizione. Credo che l’ala sinistra della nostra fanteria si stesse in parte ritirando, quando decisi questo movimento, e allora questi 19 squadroni che si precipitavano su di loro giù per il pendio li sorpresero talmente che non ci fu una grande resistenza, e di sicuro si è provocato raramente un tale disastro in così pochi minuti». L’aiutante di campo di Sir William Ponsonby, De Lacy Evans, fu così colpito dalla rapidità della catastrofe da concludere che la fanteria nemica doveva essere composta da reclute inesperte. «La colonna nemica cui mi trovavo di fronte, arrivando sulla sommità della posizione sembrava praticamente inerme, riusciva a sparare pochissimo sia di fronte che sui fianchi, era incapace di manovrare, doveva aver già perduto molti dei suoi ufficiali durante la salita, e i nostri fanti isolati che erano rimasti indietro le sparavano addosso impunemente a distanza ravvicinata. Quando ci avvicinammo a un passo moderato», giacché anche in questo caso la natura del terreno escludeva il galoppo sfrenato caro all’oleografia, «la prima fila e i fianchi cominciarono a voltare le spalle; il retro delle colonne aveva già cominciato a scappare». In realtà, quella di d’Erlon era una solida fanteria, con una forte proporzione di veterani, ed entusiasticamente devota al suo imperatore. Il primo dei due reggimenti della brigata di Bourgeois, il 105° di linea, si era anzi fatto notare per il suo fanatismo: in marcia verso la frontiera, aveva assalito e demolito una casa di nuova costruzione su cui erano dipinti i gigli dei Borboni, e le autorità lo165

cali avevano dovuto arrestare lo sfortunato proprietario per calmare la furia dei soldati. Può darsi che fosse una fanteria più emotiva di quella inglese, anzi è senz’altro così; ma il punto è un altro, e cioè che in quelle circostanze, trovandosi improvvisamente faccia a faccia con una carica di cavalleria in massa, mentre era schierata in una formazione inadatta e reduce da un logorante combattimento a fuoco, qualsiasi fanteria sarebbe andata in rotta. Il primo reggimento della Union Brigade, i Royals, si abbatté proprio sul 105° di linea, che aveva oltrepassato la siepe e stava respingendo i belgi del 7°. I tre squadroni del reggimento inglese coprivano ciascuno un fronte d’una cinquantina di metri, il che vuol dire che investirono simultaneamente di fronte e sul fianco la linea francese, non più lunga di un’ottantina di metri. Quando i francesi se ne accorsero, la cavalleria era a meno di cento metri di distanza, e dunque mancavano pochi secondi all’urto; il capitano Clark, che comandava lo squadrone centrale, vide il nemico dare segni di panico, sparare nonostante tutto una raffica che abbatté una ventina di dragoni, e che in quelle condizioni estreme offre un’ultima conferma dell’efficacia del fuoco francese, e poi, giacché non c’era tempo di fare nient’altro, darsela a gambe verso il riparo offerto dalla siepe e dalla strada infossata. Un istante dopo i dragoni erano in mezzo a loro e sciabolavano senza pietà, benché a questo punto molti francesi avessero buttato le armi cercando di arrendersi. «L’intera colonna si era trasformata in un’unica, densa massa, con gli uomini così pressati gli uni contro gli altri che non potevano usare i loro moschetti, e noi non abbiamo avuto altro da fare se non continuare a sospingerli giù per il pendio», riferisce Clark. Il capitano era nella mischia da qualche minuto quando vide l’ufficiale che portava l’aquila del 105° cercare di metterla in salvo verso le retrovie. Come si può immaginare, la perdita dell’aquila era considerata una catastrofe per un reggimento imperiale, e la sua cattura era ambitissima dal nemico. Immediatamente il capitano Clark ordinò al suo squadrone, «A sinistra, attaccare la bandiera», e spronò il cavallo in quella direzione; raggiungendo l’ufficiale, che gli dava la schiena, lo trafisse con la spada. Quando l’ufficiale cadde il capitano allungò la mano per afferrare la bandiera, ma riuscì soltanto a sfiorare la frangia, e gridò freneticamente: «Prendete la bandiera, prendete la bandiera, appartiene a me». Uno dei suoi uomini, il caporale Styles, la afferrò prima che cadesse e gliela conse166

gnò; il capitano, nell’agitazione del momento, voleva staccare l’aquila dall’asta per mettersela nel risvolto della giubba, ma il caporale gli disse: «Per favore, signore, non la rompa», e allora il capitano, riacquistando la padronanza di sé, acconsentì: «Molto bene, portatela indietro il più in fretta possibile, appartiene a me». La carica dei Royals sancì la distruzione della brigata di Bourgeois. Il 105° di linea avrebbe lamentato alla fine della giornata 12 ufficiali uccisi e 20 feriti, su un organico totale d’una quarantina; il colonnello Genty, ferito, fu catturato, ed entrambi i comandanti di battaglione uccisi. Il 28° di linea, che si trovava più indietro, se la cavò appena un po’ meglio. Il caporale Canler, sfuggito per un pelo alla cattura, stava zoppicando verso le retrovie, fermandosi di tanto in tanto a frugare nelle tasche di qualche ufficiale morto, senza far differenza fra inglesi e francesi. A un certo punto s’imbatté nel suo colonnello, che galoppava avanti e indietro gridando: «A me, Ventottesimo! A me!», nella speranza di radunare qualcuno dei suoi uomini; ma senza grandi risultati, tanto che lo stesso caporale non lo stette nemmeno a sentire. Poco dopo, mentre vagava «un po’ alla ventura» insieme a qualche camerata, Canler incontrò un generale che li fermò e gli chiese dove credevano di andare. A scanso di guai, gli uomini risposero che cercavano di raggiungere il loro reparto, ma il generale scosse la testa. «È inutile, il vostro reggimento è allo sbando». Anche se al 28°, diversamente dal 105°, le perdite consistevano più in fuggiaschi che in morti e feriti, la brigata di Bourgeois era fuori combattimento. Al centro, gli Inniskillings ebbero un successo un po’ meno trionfale, perché la loro carica si diresse contro l’altra brigata della divisione di Quiot, quella comandata dal colonnello Charlet, che era rimasta di rincalzo. Questo significa che gli Inniskillings dovettero attraversare la strada infossata e poi discendere una parte del pendio prima di venire a contatto, e i francesi ebbero più tempo per prepararsi a resistere, o forse, dovremmo dir meglio, per scappare. Giacché non pare che il 54° e il 55° di linea abbiano tentato seriamente di fare resistenza, e comunque gli Inniskillings, urlando a piena gola il selvaggio «urrà» irlandese, li misero in rotta esattamente com’erano stati messi in rotta gli uomini di Bourgeois; tuttavia le statistiche disponibili mostrano che i due reggimenti ebbero perdite inferiori, benché pur sempre gravi, e soprattutto non 167

ebbero la spaventosa percentuale di morti rilevata al 105° di linea, letteralmente tagliato a pezzi a colpi di sciabola. Il che non vuol dire che lo scontro non abbia avuto i suoi momenti drammatici, per entrambe le parti. Il colonnello degli Inniskillings, Muter, vide «un soldato francese, in ginocchio, prendere di mira deliberatamente l’aiutante del reggimento, che si trovava vicino a me, nel bel mezzo di una delle colonne francesi, e ficcargli un proiettile in testa». Ma nel complesso il reggimento catturò meno prigionieri degli altri, e fu l’unico dei tre che formavano la Union Brigade a non prendere un’aquila, cosa di cui il colonnello Muter, a tanti anni di distanza, non sapeva ancora capacitarsi: tanto che alla mensa del reggimento correva, e probabilmente corre ancor oggi, la leggenda per cui un soldato degli Inniskillings si era impadronito di un’aquila, ma se l’era poi fatta sottrarre, ingenuamente, da un caporale di un altro reggimento. (A titolo di curiosità ricordiamo qui che con gli Inniskillings combatteva l’unico ufficiale italiano dell’esercito di Wellington, il principe Ruffo di Castelcicala, che molti anni dopo sarà l’ambasciatore del regno delle Due Sicilie a Londra). Ma la carica più drammatica fu quella degli Scots Greys. Montati sui loro poderosi cavalli grigi, e resi ancor più imponenti dai colbacchi di pelle d’orso, i dragoni scozzesi investirono in pieno la brigata di Grenier, che stava attraversando la strada infossata. Per qualche lunghissimo istante sembrò che la fanteria francese, e in particolare il reggimento di testa, il 45° di linea, dovesse riuscire a respingere l’attacco col fuoco dei suoi moschetti, e certamente qualche compagnia ebbe il tempo di sparare più di una raffica contro i Greys, che data la natura del terreno avanzavano a un trotto molto moderato. Il tenente Wyndham fece in tempo a notare «il modo straordinario con cui i proiettili colpivano le nostre sciabole mentre risalivamo il pendio», vide parecchi dei suoi uomini buttati giù da cavallo, e subito dopo aver attraversato la siepe fu ferito lui stesso. Un altro ufficiale si rivolse al capitano Cheney e buttò lì: «Quanti minuti abbiamo ancora da vivere, Cheney?». «Due o tre al massimo, ma molto probabilmente neanche uno», replicò freddamente il capitano. Ma in realtà la maggior parte dei francesi si trovò la cavalleria addosso prima di averla vista arrivare, come raccontò il capitano Martin del 45° di linea. «I nostri soldati non avevano aspettato l’or168

dine di passare la strada infossata; si precipitano, saltano le siepi e naturalmente le file si disordinano. Noi ci sforzavamo di fermarli e rimetterli in ordine. Stavo sospingendone uno nei ranghi, quando me lo vidi cadere addosso con la testa spaccata da una sciabolata. Mi voltai di scatto, e vidi la cavalleria inglese che si apriva la strada a forza proprio in mezzo a noi, tagliandoci a pezzi. Ebbi appena il tempo di precipitarmi in mezzo alla folla, per evitare la stessa sorte». Quel che seguì fu più un massacro che un combattimento; la smania di sangue che s’impadronisce spesso dei soldati a cavallo quando si trovano in mezzo a un nemico quasi inerme sembra essersi manifestata in grado estremo quel giorno fra gli Scots Greys. «E così», conclude il capitano Martin, «ci trovammo senza difesa davanti a un nemico implacabile, che sciabolava senza pietà perfino i ragazzi che ci servivano da tamburini». In realtà, però, furono in molti a riuscire ad arrendersi, buttando a terra i moschetti e slacciando i cinturoni, o forse le sciabole dei Greys non erano poi così affilate: la brigata di Grenier, alla fine della giornata, ebbe soltanto 3 ufficiali uccisi e ben 59 feriti, una sproporzione assolutamente insolita. Un ufficiale dei Gordons, dalla sua posizione sull’altura, vide gli Scots Greys «calpestare letteralmente la colonna», e questa è probabilmente la descrizione più oggettiva di quel che accadde: i morti, alla fin fine, non furono dunque moltissimi, anche perché in un istante il fumo nascose ogni cosa; ma la brigata ne uscì comunque schiacciata. Anche in questo caso, come in quello della brigata di Bourgeois, fu proprio il reggimento di testa, che aveva guidato l’attacco vittorioso e si era maggiormente esposto e logorato fino a quel momento, a subire lo sbandamento più completo e con esso la vergogna di perdere l’aquila. Il sergente Ewart degli Scots Greys, un gigante alto un metro e novanta, aveva appena decapitato con una sciabolata un ufficiale francese e si stava guardando intorno in cerca di altre vittime, quando vide l’aquila del 45° di linea oscillare sopra le teste dei fuggiaschi. Spronando il cavallo, Ewart raggiunse l’ufficiale che la portava, scambiò con lui un paio di sciabolate, e finalmente gli spaccò la testa e s’impadronì trionfalmente del trofeo. Era la seconda aquila catturata durante la battaglia di Waterloo, e sarebbe rimasta anche l’ultima: a testimonianza dell’ostinazione con cui i francesi, anche al momento della disfatta finale, continuarono a difendere i loro «cucù» – e naturalmente, dell’ef169

fetto assolutamente catastrofico e al di là di ogni aspettativa ottenuto dalla carica della cavalleria pesante. Subito dopo aver travolto la brigata di Grenier, i Greys investirono il primo reggimento della brigata di Nogues, il 21° di linea, che si trovava ancora a tre o quattrocento metri dalla strada infossata, e dunque aveva avuto tempo di accorgersi di quello che stava succedendo, e di formare affrettatamente un quadrato. Avvicinandosi in un disordine ormai quasi completo, i dragoni si trovarono sotto il fuoco del quadrato, che abbatté in gran numero uomini e cavalli; anche il tenente Wyndham, che nonostante la ferita aveva continuato a caricare insieme ai suoi uomini, fu ferito una seconda volta, al piede, e messo fuori combattimento. Ma l’impeto dei dragoni era tale, e tale probabilmente lo sgomento delle reclute francesi di fronte a quello che stava accadendo tutto intorno a loro, che quando la cavalleria si fece sotto il quadrato si sfasciò, e il 21° venne travolto. Il colonnello, che per ironia si chiamava Carré («quadrato») ed era un veterano delle guerre rivoluzionarie, fu ferito e catturato; gran parte dei suoi soldati gettò via il moschetto e si buttò in ginocchio, chiedendo pietà. «Urlavano ‘prigionieri!’ e buttavano via le armi, e si slacciavano i cinturoni, e correvano verso le nostre retrovie. Sissignore, correvano come lepri!», ricordò uno dei Greys. Nel frattempo i Royals e gli Inniskillings avevano inseguito i fuggiaschi fino in fondo al pendio, e anch’essi, com’era accaduto alla Household Brigade dall’altra parte della strada maestra, cominciavano a trovarsi sotto il fuoco della fanteria nemica ammassata in riserva presso la Belle Alliance. I comandanti di squadrone cercarono di radunare i loro uomini e ricondurli indietro, ma i reggimenti si erano talmente dispersi che riuscirono a farsi ascoltare solo da pochi, e con quei pochi si avviarono su per il pendio, spingendo davanti a sé i prigionieri. Per un momento la situazione sembrò mettersi male, perché molti francesi che si erano buttati a terra o avevano alzato le mani ora raccoglievano i moschetti e ricominciavano a sparare. Il capitano Clark trovò che il nemico mancava di fair play: «I francesi in questa occasione si comportarono molto male; molti dei nostri soldati caddero sotto il fuoco di uomini che si erano arresi, e le cui vite erano state risparmiate solo pochi minuti prima». Lui stesso si vide affrontare da un francese che si alzò improvvisamente in piedi, gli puntò il moschetto alla te170

sta e premette il grilletto; solo un sussulto improvviso salvò la pelle al capitano, ma la palla gli portò via la punta del naso. Ma alle spalle della cavalleria stava già avanzando la fanteria di Kempt, Van Bijlandt e Pack, che completò il rastrellamento dei prigionieri. Quest’avanzata, peraltro, si svolse nella confusione più totale: i fanti inglesi spararono addosso ai belgi, che indossavano divise blu simili a quelle del nemico, e poco dopo, essendosi accorti dell’errore, lasciarono andare dei francesi, scambiandoli per belgi; un ufficiale si spinse così avanti all’inseguimento dei fuggiaschi che alla fine questi ultimi gli saltarono addosso e lo fecero prigioniero, spogliandolo di tutto quello che aveva addosso e lasciandolo in camicia. Pari alla confusione sembra essere stata la ferocia dell’azione, per cui la definizione di rastrellamento costituisce un eufemismo. Gli scozzesi del 42°, il cui colonnello Sir Robert Macara, ferito a Quatre Bras, era stato tagliato a pezzi dalla cavalleria francese insieme agli uomini che cercavano di metterlo in salvo, urlavano «Dov’è Macara?» mentre liquidavano alla baionetta i francesi disarmati che cercavano di arrendersi. Il sergente Robertson, dei Gordons, vide un francese che parlando in ottimo inglese offriva il suo orologio e il suo denaro a chiunque accettasse di proteggerlo. Il tenente Scheltens salvò la vita a due ufficiali francesi che arrendendosi gli rivolsero un segno d’intesa massonico; per loro fortuna anche il belga era massone, e si assicurò che fossero condotti sani e salvi nelle retrovie. È impossibile dire quanti non ebbero la stessa fortuna e vennero massacrati sul posto; e tuttavia i francesi rimasti indietro nella rotta erano così numerosi, che alla fine almeno duemila prigionieri vennero condotti sotto scorta verso le retrovie. L’unica divisione a scampare al disastro fu quella di Durutte che, secondo gli ordini di Napoleone, doveva entrare in azione per ultima, e perciò si era appena messa in marcia verso le alture, dove gli inesperti miliziani dei colonnelli Best e Vincke aspettavano l’attacco con crescente nervosismo. Lo stato d’animo che regnava in questo settore della linea alleata, che pure era finora il meno impegnato, è testimoniato dalla vicenda dei chirurghi della brigata di Vincke, i quali avevano appena stabilito il posto di medicazione nelle retrovie, quando ebbero l’ordine di andare ancora un po’ più indietro, per sottrarsi al bombardamento di artiglieria. Trovata una casa contadina che faceva al caso loro, si preparavano a ope171

rare i primi feriti quando sentirono gridare, fuori, che bisognava andarsene di lì. Il chirurgo Oppermann uscì a vedere che cosa succedeva, e incontrò il chirurgo-capo della brigata, che gli disse: «Bisognerà ripiegare più indietro». I chirurghi obbedirono, e dopo aver marciato per dieci minuti si fermarono e cominciarono finalmente a lavorare; è evidente che gli uomini feriti dal bombardamento di artiglieria e dal fuoco dei tirailleurs venivano trasportati a braccia fin lì, e si può immaginare quanti altri uomini validi approfittassero dell’occasione per abbandonare la linea. «Lavorammo tutti insieme per mezz’ora», continua Oppermann; «fuori, però, il tumulto cresceva continuamente e mi trovai costretto a prendere una decisione rapida, perché a ogni momento arrivavano uomini a cavallo, totalmente in preda al panico, gridando ‘Indietro! Indietro! Muovetevi! Muovetevi!’». Alla fine i chirurghi se la squagliarono definitivamente e si fermarono soltanto a Bruxelles, avendo perduto nel trambusto tutti i loro costosi strumenti, che il ministero li costrinse poi a ripagare. Ma il generale Durutte, i cui uomini erano entrati in linea solo da poco dopo una marcia di molte ore, e che a sentir lui credeva solo a metà in un attacco organizzato a quel modo, non volle o non fece in tempo a impegnare fino in fondo la sua divisione. Giustamente preoccupato per i forti picchetti nemici che intravvedeva sulla sua destra, fra le siepi e i muri delle fattorie di Papelotte e La Haye, e poi ancora oltre fino al bosco di Frischermont, aveva tenuto di riserva una parte delle sue forze, e questo approccio prudente finì per ridurre i danni quando la cavalleria inglese si fece viva da quelle parti mettendo fine alla sua avanzata. Gli uomini di Durutte, formando prontamente i quadrati, respinsero i fiacchi tentativi di qualche gruppo dei Greys di caricarli, e rimasero praticamente l’unica forza organizzata del corpo di d’Erlon in quel momento di panico in cui altre cinque brigate si erano trasformate, nel giro di pochi minuti, in una marea di fuggiaschi.

39.

Dragoni contro cannoni

Gli Scots Greys, che secondo gli ordini di lord Uxbridge dovevano rimanere di riserva, furono invece il reggimento che proseguì la 172

carica più a lungo. Mentre gli ufficiali dei Royals e degli Inniskillings, soddisfatti del risultato ottenuto e preoccupati per le perdite subite, cercavano di radunare i loro squadroni dispersi e avviarli su per il pendio, il colonnello James Hamilton dei Greys decise che non bastava ancora. Il trentottenne Hamilton era un uomo dalla storia curiosa: figlio d’un sergente di nome Anderson, era nato in un accampamento dell’esercito inglese durante la Guerra d’Indipendenza Americana, e dopo il ritorno in patria era cresciuto come un qualunque ragazzino degli slums di Glasgow. Il generale Hamilton, che era stato comandante di reggimento dell’antico sergente, lo prese sotto la sua protezione e lo mandò a scuola a sue spese; più tardi prese il ragazzo con sé, lo allevò in casa propria con l’aiuto d’una sorella zitella, e infine lo adottò, gli diede il proprio nome e all’età di sedici anni gli comprò un brevetto di ufficiale negli Scots Greys. Ventidue anni dopo, James Hamilton era il comandante del reggimento: gli Scots Greys erano tutta la sua vita, e per quanto possa sembrare strano, quella era la prima volta che li conduceva in battaglia, perché il reggimento non era mai uscito dal Regno. La smania di dimostrare finalmente quanto valevano, unita alla totale mancanza di esperienza sia di Hamilton che di tutti i suoi ufficiali, spiega quello che accadde poi. Avvistati in lontananza i cannoni della Grande batterie, il colonnello decise di andarli a prendere, e spronò senz’altro in quella direzione, seguito da gran parte del suo reggimento. L’attacco contro la Grande batterie è uno degli aspetti meno chiari della battaglia di Waterloo. Gli storici, in genere, danno per scontato che gran parte dei cannoni vennero raggiunti e messi fuori uso; eppure, i resoconti di testimoni oculari che abbiano effettivamente partecipato all’azione sono pochissimi. Lo stesso lord Uxbridge riferisce che un gran numero di cannoni caddero nelle mani dei suoi uomini («o almeno, vennero oltrepassati», aggiunge prudentemente), ma quanto al risultato effettivo della carica si riduce a citare un generale francese, di cui non ricorda il nome, il quale avrebbe testimoniato che più di quaranta cannoni erano stati messi fuori combattimento. Il resoconto più vivace dell’azione è quello d’un sottufficiale dei Greys, il caporale Dickson, che ricorda il colonnello Hamilton nell’atto di indicare l’obiettivo ai suoi uomini, e dipinge in modo particolarmente crudo il comportamento dei dragoni, una volta giunti in mezzo ai cannoni: «Che ma173

cello! Abbiamo sciabolato gli artiglieri, azzoppato i cavalli, tagliato le loro cinghie e le briglie. Sento ancora i francesi gridare ‘Diable!’ mentre li colpivo, e il risucchio prolungato del fiato fra i loro denti, quando la spada li trafiggeva. I conducenti dell’artiglieria sedevano sui cavalli e piangevano mentre passavamo in mezzo a loro; ci sembravano solo dei ragazzini». Ma se, come sembra di poter concludere dall’assenza di testimonianze provenienti dagli altri reggimenti, il colonnello Hamilton riuscì a condurre in mezzo ai cannoni soltanto gli Scots Greys, senza che nessun altro lo seguisse in quella carica quasi folle, è legittimo chiedersi quanto efficace abbia potuto essere, alla fine, l’attacco; tanto più che in ogni caso nessuno dei cannoni poté essere portato via, e di lì a poco i superstiti dei Greys dovettero abbandonare la posizione in tutta fretta. È dunque forte la tentazione di ritenere che l’attacco non abbia avuto in realtà alcun significato, e di accettare il resoconto di Napoleone, secondo cui la cavalleria inglese si limitò a impossessarsi momentaneamente di pochi cannoni, che furono poi subito ripresi. Ma una testimonianza certamente credibile, quella del generale Desales, conferma che l’improvvisa comparsa della cavalleria in mezzo ai cannoni della Grande batterie ebbe davvero un effetto disastroso, non tanto per le perdite materiali, che furono tutto sommato scarse, quanto per il panico da cui anche gli artiglieri, come i fanti pochi istanti prima, si lasciarono travolgere. Desales era impegnato a coordinare il fuoco degli oltre cinquanta cannoni che l’imperatore aveva messo ai suoi ordini, quando il chef d’escadron Waudré, che comandava le due batterie a cavallo del I corpo, venne ad avvertirlo che il nemico stava schierando forti masse di cavalleria; e gli chiese, preoccupato, se non fosse il caso di avvertire l’imperatore. Desales gli rispose con impazienza di ritornare al suo posto, perché l’imperatore aveva un eccellente cannocchiale e di sicuro non aveva bisogno dei loro consigli. Poi tornò a occuparsi dei suoi cannoni, e decise che era venuto il momento di obbedire all’ordine ricevuto, e cominciare a spostarli in avanti; quell’ordine, come sappiamo, non gli piaceva, ma bisognava comunque eseguirlo, e Desales si ripromise di farlo con la massima prudenza, spostando una batteria alla volta sotto il fuoco di copertura delle altre. Aveva appena raggiunto il maresciallo Ney per avvertirlo di quel che intendeva fare, quando si accorse che il 174

colonnello incaricato di comandare le tre batterie da 12 le aveva già mosse di sua iniziativa e stava guadagnando la nuova posizione, qualche centinaio di metri più in basso, quasi all’altezza della Haye Sainte. Desales seguì con ansia quel movimento, e aveva appena tirato un sospiro di sollievo vedendo che i cannoni erano arrivati in posizione e riaprivano il fuoco, quando il maresciallo Ney esclamò: «Vi caricano!». In quello stesso momento la fanteria francese in rotta dilagava fra i cannoni, inseguita dalla cavalleria. Gli artiglieri avevano smesso di sparare, «per paura di ammazzare i nostri» (anche se il capitano Martin era sicuro che per un po’ avevano tirato nel mucchio, ammazzando molti dei suoi uomini); e un momento dopo vennero travolti nella rotta. Bastarono pochi minuti ai dragoni inglesi per oltrepassare la linea dei pezzi da 12 e raggiungere, in mezzo alla folla dei fuggitivi, anche le batterie da 6 che erano rimaste sulla posizione originaria; la maggior parte degli artiglieri se la diede a gambe, mentre i dragoni abbattevano a sciabolate uomini e cavalli. Desales si precipitò, dice lui, in mezzo a quella catastrofe, riuscì a prendere il comando di una delle batterie da 12 e a rischierarla lungo la strada maestra, aprendo subito il fuoco contro la cavalleria; ma nonostante i suoi sforzi il panico che aveva travolto gli artiglieri non poté essere sedato. Quando alla fine gli Scots Greys abbandonarono la posizione, i cannoni erano ancora tutti sul posto, perché i dragoni non avevano modo di portarli via; se si fosse potuto riportare in linea gli artiglieri superstiti il danno sarebbe stato poco, «e della gente d’onore avrebbe dovuto ritornare al suo posto, poiché nemmeno un pezzo, nemmeno un cassone era stato preso dal nemico»; invece, conclude amaramente Desales, la maggior parte dei fuggiaschi non si fece più vedere. Solo il colonnello che aveva portato sulla nuova posizione le batterie da 12 si presentò a rapporto, dopo aver tentato vanamente di radunare i fuggitivi. Desales, fuori di sé, lo accolse esclamando: «Signore! Quando si è commesso un errore simile, non ci si ripresenta più, ci si fa ammazzare!». Anni dopo il generale disse che quelle parole, di cui nell’eccitazione del momento non aveva misurato la portata, gli rimordevano ancora. Il colonnello era poco più d’un ragazzo, era stato promosso da Napoleone in persona pochi mesi prima, al suo passaggio per Gre175

noble dopo la fuga dall’Elba, ed era pieno di esaltazione. «Povero giovane! Partì al galoppo. Non ho mai più sentito parlare di lui». Il resoconto del comandante della Grande batterie concorda fino in fondo con quello che un anonimo generale francese fece qualche tempo dopo a lord Uxbridge, per cui la carica aveva messo fuori combattimento più di quaranta cannoni; tanto da giustificare il sospetto che quel generale fosse proprio Desales. Può darsi che nella sua irritazione per la vigliaccheria degli artiglieri, e nell’ansia di scaricare su di loro la responsabilità del disastro, il generale abbia esagerato il numero delle batterie che rimasero effettivamente fuori uso, ma nel complesso non c’è motivo di non prestar fede al suo racconto. Come vedremo, la catastrofe della Grande batterie non ebbe in realtà un effetto decisivo, perché Napoleone disponeva di immense riserve di cannoni, addirittura più di quelli che poteva materialmente schierare su un fronte così ristretto; ma dal punto di vista morale, il panico che s’impadronì degli artiglieri di Desales, così come s’era impadronito dei fanti, non era certamente un buon presagio.

40.

I lancieri di Jacquinot

Per quanto buono fosse il suo cannocchiale, Napoleone, dalla sua posizione sull’altura della Belle Alliance, non aveva avuto il tempo di arginare il disastro. Ma prima che la cavalleria nemica fosse giunta alla fine della sua cavalcata, fermandosi a corto di fiato sul fondo del pendio o in mezzo ai cannoni della Grande batterie, l’imperatore stava già reagendo. Il corpo di Milhaud, che formava la riserva di cavalleria dell’ala destra, ebbe ordine di contrattaccare; il generale Farine, che era già stato ferito a Ligny e lo sarebbe stato di nuovo di lì a poco, e il generale Travers si mossero con i loro quattro reggimenti di corazzieri, e quei dieci squadroni freschi, quasi milletrecento sciabole, partirono all’inseguimento dell’esausta cavalleria inglese, che stava risalendo in disordine il pendio per riguadagnare le posizioni di partenza. All’estrema destra della linea francese, davanti alla Papelotte, anche il generale Jacquinot, che comandava la cavalleria leggera del I corpo, aveva assistito incredulo alla catastrofe, e aveva im176

mediatamente manovrato i suoi squadroni per intervenire. Uno dei suoi quattro reggimenti, il 7° Ussari del colonnello Marbot, era distaccato per sorvegliare l’avanzata prussiana, e Jacquinot ne tenne di riserva un altro, mandando invece dentro al galoppo i suoi due reggimenti di lancieri: in tutto meno di settecento cavalli. Napoleone stava da tempo moltiplicando nella sua cavalleria i reparti armati di lancia, sull’esempio degli ulani austriaci e dei cosacchi russi; la nuova arma aveva i suoi detrattori, perché coi suoi quasi tre metri di lunghezza era un attrezzo scomodo e ingombrante, e la cavalleria inglese non l’aveva ancora mai presa in considerazione, ma ben presto i lancieri di Jacquinot ne avrebbero dimostrato la terrificante efficienza. I due reggimenti si aprirono a ventaglio, e cominciarono a rastrellare per tutta la sua lunghezza il terreno su cui s’era consumata pochi minuti prima la catastrofe del I corpo. I comandanti della cavalleria inglese si accorsero subito che nelle condizioni in cui si trovavano i loro uomini, e soprattutto i loro cavalli, non c’era neppure da pensare di resistere al duplice contrattacco. Lord Uxbridge, vedendo i corazzieri che si facevano sotto, si affrettò a tornare indietro per far intervenire delle riserve; benché avesse completamente dimenticato di dare ordini in proposito, si aspettava, o almeno così disse in seguito, che le altre brigate di cavalleria schierate in quel settore si sarebbero spinte avanti a sostegno della grande carica, ma con sgomento si accorse che non s’era mosso nessuno. Quando ebbe raggiunto il crocevia alle spalle della Haye Sainte, incontrò Wellington circondato dai suoi aiutanti di campo e dalla folla degli attachés stranieri, e constatò con sollievo che tutta quella troupe dorée era in preda all’entusiasmo per il successo della carica («pensavano che la battaglia fosse bell’e finita»). Così, benché la coscienza gli dicesse che aveva fatto molto male a guidare la carica di persona anziché restare indietro a coordinare le riserve, lord Uxbridge decise che non era il caso di angustiarsi più di tanto, e rimase lì insieme agli altri per vedere quel che sarebbe accaduto. Sull’altro versante del campo di battaglia, al di là della strada maestra, anche Sir William Ponsonby si era accorto che le cose si mettevano male. Già da un po’ lui e i suoi aiutanti si sbracciavano per fermare la folle cavalcata, ma nessuno li stava a sentire, tanta era l’eccitazione dell’inseguimento. «I nostri uomini ci erano sfuggiti di mano», riferì poi il maggiore De Lacy Evans. «Il generale, i 177

suoi aiutanti, e tutti gli ufficiali a portata di voce facevano ogni sforzo per riordinarli; ma i fuggiaschi indifesi erano una tentazione troppo grande per i dragoni, e i nostri sforzi abortirono». A un certo punto, Ponsonby e i suoi ufficiali si accorsero che i lancieri francesi, con le loro lunghe lance dalle bandierine bianche e rosse, stavano avvicinandosi minacciosamente e in buon ordine. «Se fossimo riusciti a schierare un centinaio di uomini», commentò Evans, «avremmo potuto fare una ritirata rispettabile, e salvare molta gente; ma non potendo farlo, eravamo così indifesi contro il loro attacco, come la loro fanteria era stata contro il nostro. Ognuno vedeva quel che stava per succedere». Sir William e i suoi aiutanti, rincorrendo vanamente gli Scots Greys, giunsero in mezzo ai cannoni francesi; «avevamo dovuto proseguire fin lì per poter continuare a gridargli di fermarsi, perché tutti quanti, tranne forse i cornetta, vedevamo quel che sarebbe accaduto», ripete il maggiore Evans, ancora ossessionato, a distanza di tanti anni, dal ricordo di quel disastro annunciato (e forse anche dei ragazzi morti: c’erano tre giovanissimi ufficiali col grado di cornetta negli Scots Greys, e tutt’e tre vennero uccisi a Waterloo). Un istante dopo i lancieri di Jacquinot giunsero in mezzo a loro, e ognuno dovette cercare di scamparla per conto proprio. «Quelli che avevano i cavalli migliori, o meno scoppiati, ce la fecero. Qualcuno cercò di tornare indietro aggirando la sinistra dei lancieri, e costoro caddero tutti nelle mani del nemico». De Lacy Evans, con pochi altri, galoppò fino alla strada maestra, scampò al fuoco della fanteria francese che era ancor sempre attestata sotto la Haye Sainte, poi si buttò su per il pendio e in qualche modo se la cavò. Sir William Ponsonby, insieme al suo aiutante di brigata, il maggiore Reignolds, si buttò invece dall’altra parte, e subito un lanciere galoppò al suo inseguimento. Il cavallo di Sir William, come si ricorderà, era un ronzino da poco prezzo, e attraversando un campo arato rimase impantanato nel fango; in un attimo il lanciere gli fu addosso. Contro un uomo armato di lancia la sciabola del generale non valeva nulla, sicché Ponsonby la buttò e si arrese. Reignolds lo raggiunse, e il lanciere li fece scendere entrambi da cavallo, sotto la minaccia della lancia. L’uomo era nervoso, ed eccitato per aver fatto evidentemente una preda importante; Sir William dovette avere un cattivo presentimento, perché tirò fuori il 178

suo orologio e una miniatura e li passò all’aiutante, pregandolo di consegnarli a sua moglie. In quel momento un gruppetto di Scots Greys passò a poca distanza e si diresse urlando in quella direzione, coll’idea di liberare i prigionieri. In un attimo, il francese uccise il generale e il suo aiutante con due colpi di lancia, poi mosse spavaldamente contro i dragoni e in meno di un minuto ne abbatté tre, mentre gli altri se la squagliavano, completamente incapaci di tener testa a quell’arma maledetta. Nelle mani dei veterani di Jacquinot, le lance avevano rivelato un’efficacia terrificante. «Mai prima di allora mi ero reso conto della grande superiorità della lancia sulla spada», disse il vecchio Durutte, che aveva visto tutto dalla sua posizione davanti alla Papelotte. Non è un caso che nel corso dell’Ottocento tutti gli eserciti abbiano armato di lancia un numero crescente di reggimenti, finché alla vigilia della Prima Guerra Mondiale tutta la cavalleria europea, compresi i corazzieri, era dotata di lancia. Nei ricordi dei superstiti di Waterloo, i lancieri che galoppavano a loro piacimento sul campo di battaglia, mettendo in fuga davanti a sé gli uomini armati di sciabola, e fermandosi per finire con tutta tranquillità i feriti senza neppure dover scendere di sella, rimasero come un’immagine di vivido orrore. Wyndham, degli Scots Greys, li vide inseguire e abbattere i dragoni che avevano perduto il cavallo durante la carica e cercavano di salvarsi a piedi, e notò la crudeltà con cui si accanivano contro le loro vittime. «A Bruxelles, qualche settimana dopo, ho trovato molti dei nostri uomini con 10 o 12 ferite di lancia in corpo, e uno, Lock, ne aveva 17 o 18, ed è sopravvissuto per raccontarlo». Il caporale Dickson ricordò come i suoi amici, dopo aver avuto i cavalli ammazzati, erano stati circondati e uccisi uno dopo l’altro; gli sembrava ancora di vederli, mentre scivolavano nel fango e tentavano di ripararsi dai colpi di lancia con le mani. Un ufficiale dei Greys che ebbe la fortuna di cavarsela con una ferita di poco conto, il tenente Hamilton, rivela che i lancieri francesi avevano già prima della battaglia un posto speciale nell’immaginario dei loro nemici. «Uno dei lancieri», raccontò, «stava per colpire con la lancia la testa del mio cavallo, e io gli ho tirato una sciabolata mentre passavo; non sapevo se avevo colpito il braccio o la lancia, e non lo avrei mai saputo, perché non mi sono certo girato a guardare, ma mentre recuperavo la sciabola mi è sgocciola179

to del sangue sul cinturone bianco. Così, guardando la mia sciabola, ho capito che avevo ferito il lanciere e probabilmente mi ero salvato la vita. Quando l’ho visto che cercava di colpire il mio cavallo, avevo paura che mi sparasse con la pistola, perché avevo sentito che i lancieri rossi qualche volta lo facevano». Anche se qui c’è qualche confusione fra i lancieri della Guardia Imperiale, che avevano divise scarlatte, e quelli di linea dalle divise verdi, è evidente che i lancieri di Napoleone colpivano l’immaginario degli inglesi come un nemico esotico e vagamente barbarico, esattamente come accadrà agli ulani del Kaiser allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Questo spiega perché siano così presenti nei ricordi dei sopravvissuti, molto più, ad esempio, dei corazzieri di Milhaud, che pure contribuirono in misura almeno equivalente all’inseguimento e alla distruzione della cavalleria pesante inglese. Gli Scots Greys, contro cui si diresse in primo luogo l’attacco dei lancieri, vennero annientati. Su 24 ufficiali del reggimento che avevano preso parte alla carica, otto rimasero uccisi e otto feriti, e fra gli uomini si ritrovano più o meno le stesse proporzioni di perdite: terrificanti, dato che di solito i feriti erano molto più numerosi dei morti. Il cadavere del colonnello Hamilton fu ritrovato il giorno dopo privo di entrambe le braccia e con una palla nel cuore, oltre che, ovviamente, con le tasche svuotate dai ladri; qualcuno giurò di averlo veduto cavalcare senza braccia, con le redini fra i denti, prima di sparire per sempre. Ma anche gli altri due reggimenti della Union Brigade ebbero perdite analoghe, nell’ordine di quasi due terzi degli uomini che presero parte alla carica: circa seicento morti e feriti su meno di mille, una proporzione che fa impallidire quella della famosa carica di Balaclava. Quanto alla Household Brigade, dopo essere sfuggito all’inseguimento dei corazzieri lord Edward Somerset riuscì a rischierare in posizione qualche squadrone, soprattutto dei «Blues», che trovandosi inizialmente in seconda linea avevano mantenuto un certo ordine; ma degli squadroni che avevano caricato in prima linea, meno di metà degli uomini tornò indietro. Complessivamente, dunque, la carica di Uxbridge, nonostante il suo straordinario successo iniziale, si era conclusa con la distruzione delle due brigate impegnate. La cavalleria pesante, come osservò freddamente il capitano Kincaid, non sapeva mai quando fermarsi, e «si era bruciate le dita». Tomkinson, che aveva assisti180

to a tutto lo spettacolo dalle posizioni della sua brigata sulle alture dietro la Papelotte, commentò che non poteva andare a finire in un altro modo, dal momento che gli uomini delle due brigate, e anche gran parte dei loro ufficiali, si trovavano in battaglia per la prima volta nella loro vita, e non avevano la minima idea di quel che bisognava fare dopo che lo slancio iniziale s’era esaurito. Ma Tomkinson era anche sicuro che il nemico ammazzava i prigionieri: di un intero squadrone del 1° Dragoon Guards si presentarono dopo la battaglia soltanto uno o due uomini, e non è normale, osserva Tomkinson, che gli altri siano stati tutti uccisi senza che nessuno abbia cercato di arrendersi. In verità, è pressoché certo che alcuni dei cavalleggeri fatti prigionieri vennero davvero massacrati dai francesi per vendetta, subito dopo la cattura o anche più tardi e a sangue freddo. Il generale Gourgaud, aiutante di campo dell’imperatore, stava sospingendo verso le retrovie un dragone inglese prigioniero, quando un sergente di fanteria uscì dai ranghi, abbatté l’uomo col calcio del moschetto e lo finì a colpi di baionetta, prima che lo stesso Gourgaud facesse in tempo a impedirlo. Gli interminabili elenchi di dispersi sui ruolini della Household Brigade, addirittura 124 per il 1° Dragoon Guards, sono tutto ciò che resta di moltissimi uomini che durante la grande carica svanirono letteralmente nel nulla, probabilmente in modo simile a questo, senza che i loro cadaveri fossero mai identificati.

41. «Tu n’es pas mort, coquin?» Quando videro i lancieri francesi partire alla carica e travolgere gli spompati squadroni della cavalleria pesante, i comandanti di alcune delle brigate di cavalleria leggera schierate nelle retrovie del fronte alleato decisero di propria iniziativa di intervenire nella mischia. Il vecchio e litigioso Sir John Ormsby Vandeleur mosse avanti due dei suoi tre reggimenti, il 12° e il 16° Dragoni Leggeri, tenendo prudentemente il terzo di riserva. Alcuni squadroni partirono abbastanza presto da partecipare alla disfatta della fanteria francese: investirono infatti i quadrati di Durutte, e benché nel complesso la fanteria riuscisse a tener duro e a ripiegare senza finire in 181

rotta, anche quell’ultima divisione francese fu costretta a tornare precipitosamente sulle posizioni di partenza, dopo aver lasciato nelle mani del nemico un gran numero di prigionieri. Nel corso di questo scontro confuso il comandante del 16° fu quasi ammazzato da una palla che gli entrò nella schiena e uscì dall’altra parte. Siccome una ferita del genere sembrava poco onorevole, gli ufficiali del reggimento dedussero che il colonnello era rimasto vittima di quello che oggi si chiamerebbe friendly fire, colpito, cioè, dalla stessa fanteria alleata che si trovava più indietro sulla cresta. Lo scontro fra i reggimenti di Vandeleur e i lancieri di Jacquinot toccò vertici di estrema ferocia, come sperimentò a sue spese il comandante del 12° Dragoni Leggeri, Sir Frederick Ponsonby, un lontano cugino di Sir William. Due sere prima, Ponsonby si era aggirato per il campo di battaglia di Quatre Bras esaminando i cadaveri dei corazzieri, per verificare se le loro corazze erano a prova di pallottola. Finalmente ne aveva trovata una che lo aveva soddisfatto, perché era trapassata da tre buchi, e aveva concluso che dopo tutto nemmeno la famosa cavalleria di Napoleone era invincibile. Ma sul campo di battaglia di Waterloo lo aspettava un nemico ancora più pericoloso dei corazzieri. Nel combattimento con i cavalleggeri di Jacquinot, Sir Frederick venne ferito a entrambe le braccia, perse il controllo del cavallo che lo trasportò in mezzo ai nemici, e finalmente fu abbattuto da una sciabolata sulla testa. Quando rinvenne giaceva nel fango, e cercò a fatica di rialzarsi; un lanciere che gli passava accanto vide che si muoveva e lo colpì alla schiena con la lancia, gridandogli: «Tu n’es pas mort, coquin?». Il ferro entrò sotto la scapola e gli bucò un polmone. Il colonnello, che aveva solo trentadue anni, sentì il sangue che gli riempiva la bocca e il respiro che gli si bloccava, e svenne, convinto che fosse tutto finito. Il 12° Dragoni Leggeri offre un bell’esempio di come, dopo una sola carica e un breve combattimento, un reggimento di cavalleria potesse diventare praticamente inutilizzabile, in misura del tutto sproporzionata rispetto alle perdite ufficialmente ammesse. Al momento di salire a cavallo i tre squadroni contavano in tutto 310 cavalleggeri; quando il reggimento si radunò dopo lo scontro, poté formare due soli squadroni dimezzati, con appena 94 uomini. Il che non vuol dire che gli altri fossero stati tutti ammazzati, tant’è vero che in tutta la giornata il reggimento registrò fra la trup182

pa soltanto 45 morti e 61 feriti: una percentuale beninteso altissima, ma pur sempre meno di metà di quelli che risultavano assenti già dopo la prima carica. Era il numero dei prigionieri, di quelli che erano rimasti isolati e non avrebbero più raggiunto il reggimento fino all’indomani, e soprattutto di quelli che avevano perduto il cavallo e non erano più di nessuna utilità, a far lievitare le perdite a più del doppio. Un reggimento di cavalleria era un po’ come un’arma a un solo colpo: si poteva usare una volta sola. Oltre ai cavalleggeri di Vandeleur, un ruolo importante nel mettere fine all’inseguimento della cavalleria di Napoleone toccò alla divisione di cavalleria dei Paesi Bassi, schierata sul versante coperto del pendio che discendeva verso Mont-Saint-Jean, agli ordini del generale barone de Collaert. Gli ufficiali inglesi non nascondevano la loro diffidenza nei confronti di questi alleati politicamente sospetti, e in realtà è vero che fra le loro file il tasso di diserzioni era decisamente anomalo. Basti citare il caso dell’8° Ussari, un reggimento belga reclutato grazie all’impegno d’un grande latifondista, il duca di Croy, che lo considerava praticamente come sua proprietà. Come molti reparti belgi, era stato equipaggiato alla bell’e meglio, tanto che a un’ispezione passata a marzo meno di metà degli uomini risultava fornita di un cavallo. È forse anche per questo che da gennaio il reggimento aveva perduto più di duecento disertori; ma almeno altrettanto contavano l’ostilità dei belgi verso gli olandesi e il vincolo che molti sentivano ancora verso la Francia imperiale: tanto che durante la giornata di Waterloo altri 33 ussari passarono al nemico, motivando apertamente la loro diserzione col rifiuto di combattere contro gli antichi compagni d’arme. Nonostante questo, però, la cavalleria dei Paesi Bassi si comportò piuttosto bene nelle prime cariche della battaglia, fino a quando l’usura non la rese praticamente inutilizzabile; in particolare gli ufficiali dimostrarono una combattività del tutto degna dei veterani napoleonici che di fatto erano. Il barone de Ghigny, che comandava una delle due brigate leggere, decise di sua iniziativa di attraversare la strada maestra e intervenire contro i lancieri di Jacquinot. Il primo dei suoi due reggimenti, che era proprio l’8° Ussari, discese in buon ordine il pendio; il colonnello Duvivier, che era ufficiale della Legion d’Onore e barone d’Impero, e fino all’anno prima comandava un reggimento di cacciatori a cavallo nell’esercito di Napoleone, lo condusse alla carica contro i gruppi ormai dispersi dei 183

cavalleggeri francesi. Il terreno era già calpestato al punto d’essere quasi intransitabile, e lo scontro non si protrasse a lungo; ma bastò a convincere i lancieri di Jacquinot a riguadagnare le loro posizioni, mettendo fine all’azione in quel settore. Sull’altro versante, a occidente della Haye Sainte, dove i corazzieri stavano risalendo il pendio all’inseguimento dei rimasugli della Household Brigade, il generale Trip van Zoudtlandt, che fino all’anno prima era stato colonnello francese e portava le cicatrici d’una ferita ricevuta alla Beresina, avanzò contro di loro con i tre reggimenti di carabinieri della sua brigata pesante, due olandesi e uno belga. Le forze erano più o meno pari, circa milleduecento sciabole per parte, ma i corazzieri stavano cavalcando in salita ed erano già disordinati quando comparvero davanti alla linea dei cavalieri nemici, che si erano appena messi in movimento. Un ufficiale francese si spinse avanti fin quasi ai musi dei loro cavalli, si rizzò sulle staffe e brandendo la sciabola sfidò qualsiasi ufficiale a battersi con lui. Un tenente belga, anch’egli un veterano napoleonico, accettò la sfida, che non era rara sui campi di battaglia dell’epoca; per qualche istante, nella terra di nessuno fra i due schieramenti, i due si scambiarono furiose sciabolate, ferendosi a vicenda, ma il belga ebbe la peggio e cadde trafitto. Poi le due linee si scontrarono, e il combattimento divenne generale, finché i corazzieri francesi, trovandosi in svantaggio, abbandonarono il campo e ripiegarono fino in fondo al pendio. Col disordinato scambio di sciabolate fra i corazzieri di Milhaud e i carabinieri di Trip sul pendio scivoloso a occidente della Haye Sainte, la colossale azione di cavalleria iniziata con la carica di Crabbé e proseguita con la grande carica di lord Uxbridge sembrava essersi esaurita. Ma i corazzieri erano stati messi in scacco solo momentaneamente: a giudicare dalla fretta con cui gli ufficiali li stavano sospingendo per rimetterli in fila, per loro quello era solo l’inizio. Potevano essere le tre, tutt’al più le quattro del pomeriggio, il che voleva dire che c’erano ancora cinque o sei ore di luce. Lungo la cresta, l’esercito di Wellington era ancor sempre schierato in una posizione puramente difensiva, e non appariva in grado di andare oltre qualche contrattacco locale. L’esperienza delle ultime ore suggeriva che sloggiarlo di lì non sarebbe stato facile come far colazione; ma alla fine, nessuno tra i francesi dubitava che la battaglia poteva ancora essere vinta. 184

42. «Mi pare che vada molto male» Quando i duelli di cavalleria s’interruppero per un momento nella terra di nessuno fra i due schieramenti, è assai improbabile che chi si trovava sul campo di battaglia abbia avuto la sensazione di quella pausa di cui spesso parlano gli storici. La memorialistica dà piuttosto l’impressione che a Waterloo tutti quanti siano sempre stati sotto tensione, senza un momento per tirare il fiato; e del resto, in nessun punto del campo di battaglia si era mai al sicuro dal rischio d’una palla di cannone, o dalla fucilata d’un tiratore nascosto fra le stoppie a cento o duecento metri di distanza. Intorno alle posizioni fortificate di Hougoumont, della Haye Sainte, della Papelotte il combattimento continuava a infuriare con violenza fra i difensori trincerati negli edifici e la moltitudine dei tirailleurs appostati all’esterno; e lungo tutto il fronte altri tiratori si muovevano nella terra di nessuno, ormai già disseminata di uomini e cavalli morti o agonizzanti, per cercare di guadagnare terreno e spingere avanti la linea degli avamposti. Testimone involontario di questo genere di combattimento fu Sir Frederick Ponsonby che, rinvenendo, si trovò ferito e immobilizzato in una zona dove si aggiravano i tiratori nemici. Uno di costoro pretese i suoi soldi, minacciando di ammazzarlo; Ponsonby si lasciò frugare, e l’uomo trovò quel che cercava e se ne andò. Un secondo venne con le stesse intenzioni, ma ripartì deluso, dopo averlo perquisito ancor più meticolosamente. Finalmente passò di lì un ufficiale alla testa di alcuni soldati; costui gli diede un sorso 187

di brandy, ordinò a uno dei suoi uomini di mettergli uno zaino sotto la testa, e poi se ne andò, scusandosi se lo lasciava lì: «Dobbiamo inseguire gli inglesi in ritirata». Ancora più tardi giunse un altro tirailleur, che decise di usare quel corpo immobilizzato come riparo, e rimase lì a lungo, ricaricando e sparando parecchie volte, «e chiacchierando allegrissimo per tutto il tempo». Alla fine anche costui se ne andò, raccomandandogli di non preoccuparsi: «sarete contento di sapere che stiamo sgombrando; bonsoir, mon ami». Anche l’artiglieria francese continuava a battere ostinatamente la posizione avversaria. Non appena esauriti i combattimenti di cavalleria, Napoleone si era preoccupato di rimettere in funzione la Grande batterie; per fortuna la Guardia Imperiale, incolonnata lungo la strada maestra, aveva una tale quantità di cannoni e cassoni di munizioni che la batteria poté subito essere ricostituita. Gli ufficiali reclutarono dei fanti dalle formazioni più vicine, per dare una mano agli artiglieri nella manovra dei cannoni, e il fuoco riprese con la stessa intensità di prima (altrettanto intenso, peraltro, continuò anche il fuoco di controbatteria inglese, nonostante gli ordini di Wellington: il generale Desvaux de St. Maurice, comandante dell’artiglieria della Guardia, venne ucciso da una palla di cannone mentre sovrintendeva allo schieramento dei suoi 12 libbre). L’interruzione del bombardamento era stata così breve che dalle posizioni del nemico nessuno se n’era nemmeno accorto, un altro elemento che indurrebbe a ridimensionare il significato della carica dei dragoni inglesi contro i cannoni della Grande batterie. Il duca di Wellington non aveva dunque nessun motivo per tirare il fiato. Le riserve francesi, per quanto si poteva vedere col cannocchiale, erano poderose, anche se una parte di esse si stava spostando verso il bosco di Frischermont, in attesa di quell’avanzata prussiana che però tardava maledettamente a materializzarsi. La linea difensiva, per contro, nonostante il successo ottenuto contro l’attacco di d’Erlon, aveva cominciato ad assottigliarsi pericolosamente: i battaglioni di Picton, ora comandati da Kempt, erano allo stremo delle forze e quelli di Alten, su cui era diretto in gran parte il martellamento dell’artiglieria francese, non stavano molto meglio. Perciò tutta la fanteria che ancora si trovava di riserva dietro il centro, e che non era molta, ebbe ordine di portarsi in linea per riempire i vuoti che s’erano aperti. La brigata di Sir John Lambert, forte di oltre duemila mo188

schetti, prese posizione dietro la Haye Sainte, riducendo il fronte occupato dalla semidistrutta brigata di Kempt. Erano tre reggimenti veterani ed erano appena arrivati dall’America, dove avevano partecipato alla campagna di Sir Edward Pakenham in Louisiana e alla disastrosa battaglia di New Orleans, in cui quel generale, cognato di lord Wellington, si era fatto ammazzare. I loro quadri erano ridotti all’osso, al punto che gli irlandesi del 27° (chiamati anch’essi Inniskillings) erano comandati da un capitano; ma una robusta immissione di reclute aveva riempito i ranghi della truppa. Gli uomini di Lambert, che fino a due giorni prima si trovavano ancora a Gand, avevano marciato buona parte della notte attraverso la foresta di Soignies, si erano aperti il passaggio a forza lungo la strada ingombra di profughi, e arrivando al villaggio di Waterloo si erano buttati a dormire nei campi e nelle stalle. Ora, a mala pena svegli e istupiditi dalla stanchezza, vennero fatti marciare in gran fretta e sotto il fuoco dell’artiglieria giù per l’ultimo tratto di strada, fino al crocevia di Mont-Saint-Jean; gli Inniskillings presero posizione dietro i resti del 1/95°, che avevano ripreso la cava di sabbia e la collinetta retrostante, e gli altri si scaglionarono più indietro. Per offrire all’artiglieria un bersaglio meno vistoso, gli uomini ebbero l’ordine di sdraiarsi a terra, dove molti non avrebbero tardato a riaddormentarsi se la comparsa di qualche squadrone di cavalleria nemica non li avesse costretti, di tanto in tanto, a saltare in piedi per schierarsi in quadrato. Appena più a destra il 1° Nassau del colonnello von Kruse, forte come una brigata coi suoi tre battaglioni, quasi 2500 baionette, ebbe l’ordine di avanzare a ridosso della prima linea, prendendo posizione fra i quadrati di Kielmansegge e quelli di Halkett. I Nassauer, quasi tutti reclute inesperte, nelle loro caratteristiche divise verdi, si ammassarono in quadrato intorno alle loro bandiere di seta giallo pallido, in una zona dove in teoria l’angolo morto del terreno avrebbe dovuto proteggerli dal bombardamento, ma dove in realtà bombe e granate piovevano così spesso da lasciar pensare che gli artiglieri francesi riuscissero in qualche modo a vederli. Il colonnello decise che se i suoi uomini offrivano un bersaglio troppo visibile, era per colpa delle fodere di tela bianca che proteggevano i loro shakò, e ordinò di sfilarle: certo gli shakò costavano all’erario ed era meglio non rovinarli, ma in quella situazione il danno diventava trascurabile. 189

La necessità di portare in linea una parte delle riserve si fece sentire per Wellington anche all’ala destra, dove la pressione contro la recinzione di Hougoumont non accennava ad allentarsi. Padroni della terra di nessuno, i tirailleurs occupavano una posizione dominante, da cui tenevano sotto tiro l’interno del castello, restando nascosti in mezzo al grano alto; «non si facevano mai vedere distintamente», osservò uno dei difensori, «ma ci infastidivano molto sparando contro la porta di comunicazione fra il cortile e il giardino, di cui naturalmente potevano vedere la parte superiore». Il duca ordinò alla brigata della King’s German Legion comandata dal colonnello du Plat di portarsi avanti, spostandosi lentamente in quadrato per evitare sorprese da parte della cavalleria, e mandare nell’edificio le sue compagnie leggere. Poco dopo lo stesso ordine fu trasmesso al colonnello Olfermann che, dopo la morte del duca di Brunswick, comandava le truppe di quel ducato, schierate di riserva nello stesso settore. Olfermann mandò avanti i suoi cinque battaglioni di fanteria leggera, almeno uno dei quali aveva ancora in organico un certo numero di veterani della Spagna, e anche questi, dopo essersi fermati in quadrato sulle alture dietro il castello, cominciarono a mandar dentro tiratori alla spicciolata via via che se ne percepiva il bisogno, così da mantenere costante il volume di fuoco che dalle mura di Hougoumont teneva in scacco i tiratori di Reille. È improbabile che Wellington abbia mai avuto la possibilità di fermarsi a calcolare, se non a occhio, quante delle sue truppe erano già impegnate, e quante ancora disponibili di riserva; ma non si vede perché noi non dovremmo concederci questo lusso. Possiamo dunque calcolare che fra le tre e le quattro del pomeriggio, su 83 battaglioni di fanteria che costituivano il suo esercito, il duca ne aveva in linea 60, di cui 17 ormai fortemente logori, mentre gliene restavano in riserva ancora 23: lo stretto indispensabile per guardare alla situazione con un minimo di ottimismo. Napoleone, da parte sua, aveva impegnato fino a quel momento 57 dei suoi 103 battaglioni; di questi 57, buona parte erano così malconci da non poter più essere utilizzati in un’offensiva, ma rimanevano comunque ancora 46 battaglioni freschi, compresi i 22 della Guardia. Anche l’imperatore, dunque, aveva motivo di essere ottimista, tanto più in quanto l’ipotesi di un’offensiva prussiana con190

tro la sua destra non si era ancora minimamente materializzata: l’esito della battaglia era davvero appeso a un filo. Fin dall’inizio, del resto, l’enorme numero di tirailleurs in azione nella terra di nessuno, e l’intensità d’un cannoneggiamento di cui non avevano mai sperimentato l’uguale, avevano diffuso fra gli ufficiali inglesi un pessimismo del tutto inconsueto. Il capitano Mercer stava parlando col suo superiore, il colonnello Gould, e costui gli confessò che la situazione gli pareva disperata, anche perché in caso di ritirata l’unica strada attraverso la foresta si sarebbe intasata in un istante. «In effetti mi pare che vada molto male», confermò Mercer, ma poi cercò di dire qualcosa di incoraggiante, accennando che il duca in un modo o nell’altro li avrebbe tirati fuori dai guai; «tuttavia ero pieno di pensieri neri: non volevo tradirmi, perché parlavamo davanti ai miei uomini, ma non potevo impedirmi di pensare che la faccenda era davvero abbastanza disperata e che stavamo avviandoci a una catastrofe. In quel caso, decisi che avrei inchiodato i miei cannoni e mi sarei ritirato attraverso i campi coi cavalli e tutto, tenendomi ben lontano dalla strada». Indicative di un umore tutt’altro che ottimista sono anche le voci che circolarono per Bruxelles durante il tardo pomeriggio e la sera, via via che arrivavano dal campo di battaglia i primi ufficiali feriti. Un membro del Parlamento, Mr. Creevey, che si trovava in città con tutta la famiglia, aveva appena respirato vedendo arrivare i prigionieri del corpo di d’Erlon, scortati da uno squadrone delle Life Guards, quando s’imbatté in un altro parlamentare, che era stato sul campo di battaglia e gli assicurò che «non poteva andar peggio». Un soldato ferito, incontrato poco dopo, confermò che «i francesi avanzano in modo tale che non so cosa potrà fermarli». Mr. Creevey passò a casa d’un conoscente, dove trovò un giovane ufficiale ferito, e sul punto di collassare, il quale predisse che quella sera il nemico sarebbe entrato a Bruxelles. Tornando a casa in preda all’agitazione, Mr. Creevey fu raggiunto dal messaggio d’un amico, il generale Sir Edward Barnes, aiutante generale di Wellington, il quale era stato ferito e chiedeva di potersi ricoverare a casa Creevey. Il latore del messaggio, maggiore Hamilton, assicurò che la battaglia era perduta, che Sir Edward, pur noto nell’esercito come «un mangiafuoco», era dello stesso parere, e consigliò ai Creevey di lasciare immediatamente Bruxelles. Per quanto condizionati dall’esperienza personale di ciascuno, e dallo shock delle 191

ferite ricevute, tutti questi resoconti sono così concordanti fra loro da confermare che sul campo di battaglia il morale degli ufficiali inglesi era piuttosto scosso. Anche l’imperatore, tuttavia, cominciava a trovarsi alle strette. La disfatta subita dalle truppe di d’Erlon limitava drasticamente le sue possibilità: non si poteva più pensare ormai, col I corpo scosso e decimato, di manovrare contro l’ala sinistra nemica. Per come si erano messe le cose, e per la collocazione delle sue riserve, giunte sul campo di battaglia dalla strada di Bruxelles e ammassate fra Le Caillou e la Belle Alliance, a Napoleone non restava altro che concentrare gli sforzi contro il centro della linea di Wellington. In altre circostanze si sarebbe forse potuto manovrare; ma ora non c’era tempo, perché non rimanevano più di sei ore di luce, e del resto il terreno, la pesante argilla delle Fiandre zuppa di pioggia e ridotta a un pantano dal passaggio di così tanti scarponi, non avrebbe più consentito di spostare abbastanza in fretta le truppe e i cannoni. Manovrare era fuori discussione; bisognava prendere Hougoumont o la Haye Sainte, e se possibile tutt’e due, e poi sfondare il centro dello schieramento nemico, e l’imperatore aveva ancora abbastanza forze per farcela. Il duca di Wellington, quando si accorse che il nemico si preparava ad attaccare di nuovo il centro della sua posizione, si lasciò scappare un commento poco lusinghiero per Napoleone. «Al diavolo, è solo un picchiatore dopo tutto» borbottò, quasi deluso che l’avversario alla fin fine non si fosse rivelato all’altezza della sua fama. Come molti gentiluomini inglesi, il duca era un appassionato di pugilato, e gli veniva naturale descrivere una battaglia col linguaggio d’un incontro di boxe, come traspare da una lettera scritta a un amico qualche giorno dopo: «Mai visto un incontro fra due picchiatori così. Eravamo tutt’e due quello che i pugili chiamano dei ghiottoni» (un termine dello slang sportivo che designava chi non ha paura del corpo a corpo, e si lascia massacrare piuttosto che arrendersi). Anche il maggiore Harry Smith commentò più tardi la battaglia in termini pugilistici: «è stato come un corpo a corpo fra due pugili, ‘pesta pesta’ finché uno dei due non cede». E certo dopo che la promettente manovra di d’Erlon ebbe una conclusione così inaspettata e ingloriosa, la battaglia di Waterloo cessò quasi completamente d’essere una battaglia manovrata, per trasformarsi in un monotono e ripetitivo scontro frontale; il che spiega anche 192

la crescente ripetitività e confusione di tutti i resoconti, man mano che ci si inoltra nel pomeriggio. Ma per come s’erano messe le cose, e soprattutto il terreno, nemmeno Napoleone ormai avrebbe potuto tirarne fuori qualcosa di diverso.

43.

La Papelotte

Nonostante la rotta subita, il corpo di d’Erlon riuscì quasi subito a riprendere una certa pressione contro il nemico con la prima e l’ultima delle sue divisioni, al comando di Donzelot e di Durutte, in azione rispettivamente nella zona della Haye Sainte e in quella della Papelotte. Quest’ultima zona era difesa dalla brigata olandese del principe Bernardo di Weimar; che peraltro era olandese soltanto di nome, essendo costituita dal reggimento di Orange-Nassau e dal 2° Nassau, e dunque interamente da truppa tedesca. Il superiore diretto del principe era il generale Perponcher-Sedlnitzky; ma costui rimase per quasi tutto il giorno insieme all’altra brigata della sua divisione, quella di Van Bijlandt, sicché il principe Bernardo operò a tutti gli effetti come un comandante indipendente. Le truppe al suo comando erano eccellenti, e si erano già comportate bene due giorni prima a Quatre Bras, quando lo spirito di iniziativa del principe aveva contribuito non poco a salvare la giornata. Poiché uno dei suoi cinque battaglioni era stato distaccato a Hougoumont per ordine di Wellington, restavano alla brigata circa tremila moschetti, di cui un quarto Landwehr, per far fronte a eventuali tentativi di aggiramento da parte dei francesi. Il principe Bernardo aveva trincerato la sua brigata nelle due fattorie della Papelotte e La Haye; in un gruppo di case appena un po’ più a est che si chiama oggi La Marache e che le carte di allora chiamavano Smouhen o Smohain, lo stesso nome del fiumiciattolo fangoso che nasce lì vicino; infine, nel vecchio castello medievale di Frischermont. In linea d’aria, questa successione di abitati si estendeva lungo un fronte di oltre un chilometro; era una zona di stradine infossate e bordate d’arbusti, interrotta da rovi e acquitrini, impraticabile per i cavalli, e ideale per la difesa. Dopo aver mandato i suoi tiratori il più avanti possibile nell’avvallamento paludoso che segnava il confine della sua posizione, il principe 193

collocò una o più compagnie in ciascuno dei quattro abitati, e tenne la maggior parte delle sue forze in riserva, quasi all’altezza dello chemin d’Ohain, da dove poteva indirizzare rinforzi in ogni direzione quando fosse risultato necessario. I tiratori di Durutte avevano preso contatto con gli avamposti dei Nassauer già durante la sfortunata avanzata di d’Erlon. In un primo momento si era trattato solo d’una misura prudenziale, adottata da Durutte per garantire da sorprese il proprio fianco destro; ma dopo il fallimento dell’offensiva principale, quel generale concentrò i suoi sforzi nel tentativo di sloggiare sul serio gli avamposti nemici dalla zona della Papelotte. Secondo quello che potremmo quasi definire un protocollo, tanto era seguito con automatismo dai generali francesi, Durutte aprì il fuoco contro la posizione nemica con i cannoni che aveva a disposizione, a quanto pare una batteria da 12 della Guardia; e i Nassauer, che fino allora erano rimasti allo scoperto, dopo che le palle cominciarono a fare le prime vittime si appiattirono dietro i muri e le siepi, in attesa. Poi Durutte mandò avanti la linea dei suoi tirailleurs; i tiratori tedeschi appostati fra le stoppie e nei fossati aprirono il fuoco, e il combattimento cominciò a divampare lungo tutto il fronte. Fra le case di Smohain e intorno alle mura della Papelotte lo scontro non fu meno accanito di quello che infuriava alla Haye Sainte; ma siccome la posizione era meno importante, e soprattutto non erano coinvolte truppe inglesi, disponiamo di pochissime testimonianze su ciò che accadde realmente. A un certo punto, gli uomini del reggimento di Orange-Nassau si accorsero di avere quasi finito le munizioni; poco più in là, quelli del 2° Nassau ne avevano ancora, ma non potevano condividerle, perché erano armati di moschetti francesi, mentre gli Orange-Nassau avevano moschetti inglesi. Allora un tamburino di nome May, un ragazzino di quattordici anni, si sfilò di dosso il tamburo, corse fino alla linea delle truppe hannoveriane attestate sulle alture alle spalle, riempì il tascapane di cartucce e tornò giù di corsa a distribuirle. Quando ebbe finito tornò su una seconda volta; una palla vagante lo colpì all’anca, ma la sua forza era già spenta e il ragazzino quasi non se ne accorse («me la trovai più tardi nelle mutande»). La terza volta, il principe Bernardo in persona lo vide correre giù col tascapane pieno di cartucce, e gli disse che oramai ce n’erano abbastanza, e non doveva più esporsi al pericolo. Dopo questa sce194

na da puro libro Cuore, il tamburino May rimise in spalla il suo tamburo e tornò in mezzo ai suoi camerati. (Di lì a poco, il ragazzino si prese una palla nella gola, e giacque privo di sensi fino a sera, quando i portaferiti lo raccolsero e lo portarono in ospedale; contro tutte le aspettative se la cavò, e qualche anno dopo il principe di Weimar lo incontrò, lo riconobbe e gli conferì una decorazione). Nonostante l’accanimento dello scontro, è dubbio che Durutte abbia impegnato davvero fino in fondo le sue truppe. Tutto indica che soltanto una delle due brigate a sua disposizione venne impiegata nella zona della Papelotte, mentre l’altra servì a tenere sotto pressione, con i suoi tiratori abilmente impiegati in massa, l’inesperta fanteria hannoveriana del colonnello Best schierata sulle alture un po’ più indietro; questa brigata era ancora pressoché intatta alla fine della giornata, quando Napoleone la fece trasferire nel settore della Haye Sainte per impiegarla nell’offensiva finale. In definitiva, Durutte non impegnò più di duemila moschetti contro i tremila del principe Bernardo, e non stupisce dunque che non sia riuscito a sloggiare i Nassauer dalle loro posizioni fortificate, anche se è probabile che gli edifici di Smohain e della Papelotte siano stati più volte presi e poi ripersi nel corso della giornata. Né, del resto, si poteva chiedere di più, dato che col fallimento dell’offensiva di d’Erlon il ruolo della divisione era diventato evidentemente quello di proteggere contro eventuali iniziative nemiche il fianco destro dell’esercito, e nient’altro. Aggirare il nemico sulla sua sinistra era stato giudicato impossibile fin dal mattino, quando una ricognizione di cavalleria aveva verificato che lo Smohain, benché stretto e poco profondo, era molto fangoso, e sarebbe stato troppo rischioso attraversarlo sotto il fuoco dell’artiglieria nemica. Perciò, in quella zona l’offensiva francese mirava soltanto al consolidamento delle posizioni, in una prospettiva essenzialmente difensiva. Quel che Durutte non sapeva, è che a Smohain confluiva una delle strade di terra battuta provenienti da Wavre, su cui stavano marciando le colonne prussiane; sicché sarebbe stato di vitale importanza, per i francesi, impadronirsi almeno del ponte di pietra che scavalca il fiumiciattolo, e trincerarsi nelle case circostanti. Ma i generali sul campo di battaglia non sapevano quasi niente di quello che a noi oggi, a torto, sembra così ovvio. 195

44. Il secondo attacco contro la Haye Sainte Nel settore della Haye Sainte fu subito evidente che i francesi si preparavano a riprendere l’offensiva, e con ben maggiore impegno; i difensori della fattoria, che dopo la carica della cavalleria inglese erano usciti in mezzo ai nemici morti e feriti, meravigliandosi del loro numero, non tardarono a decidere che era meglio rientrare e barricarsi nell’edificio. Il tenente Graeme era di nuovo appostato coi suoi uomini sul tetto del porcile, quando vide un singolo corazziere avvicinarsi al trotto lungo la strada. Appena fu vicino, l’uomo agitò la spada come per salutare; Graeme pensò che fosse un disertore, e raccomandò ai suoi uomini di non sparare. Il corazziere si spinse avanti fino alla barricata che bloccava la strada, si alzò sulle staffe come per spiare al di là, poi d’un tratto girò il cavallo e tornò al galoppo verso le linee francesi. I fucilieri gli spararono dietro, «ma nella fretta credo che quel coraggioso abbia avuto la fortuna di scampare al nostro fuoco», conclude non senza ammirazione il tenente. Ritornato nel cortile della Haye Sainte, il maggiore von Baring non tardò ad accorgersi che del suo battaglione restava troppo poca gente per poter pensare di tenere la fattoria ancora a lungo. Il suo superiore, il colonnello von Ompteda, gli mandò altre due compagnie di fucilieri, e con questo rinforzo, nemmeno centocinquanta carabine Baker da aggiungere a forse altrettante che gli rimanevano, il maggiore si fortificò come poté, rinunciando però a rioccupare il frutteto. Era tempo, perché due colonne di fanteria francese, precedute come al solito da una moltitudine di tirailleurs, si stavano di nuovo facendo sotto su entrambi i lati della fattoria, minacciando di circondarla. Si trattava, con ogni probabilità, dei due reggimenti della brigata di Schmitz, che avevano sofferto poco per la carica della cavalleria inglese, ed erano più che mai decisi a impadronirsi della Haye Sainte. Meravigliando il maggiore tedesco per il disprezzo con cui affrontavano il fuoco preciso dei suoi uomini, i francesi arrivarono in un istante sotto le mura della fattoria e cercarono di forzare l’ingresso. Il combattimento infuriò soprattutto intorno alle poche feritoie che gli uomini di Baring avevano aperto quel mattino nel muro di cinta. I francesi cercavano di strappare le canne dei fucili 196

dalle mani dei difensori, e alla fine si impadronirono di una delle feritoie; a partire da quel momento un soldato francese appostato all’esterno se ne servì per sparare nel cortile, usando i moschetti già carichi che i compagni gli passavano uno dopo l’altro. Sul lato occidentale i francesi cercavano di entrare dal portone del granaio, che come si ricorderà era stato divelto la notte precedente; nel varco, che i difensori tenevano sotto tiro, si ammucchiarono in pochi minuti un gran numero di cadaveri, finché quelli che sopraggiungevano non cominciarono a usarli come riparo per sparare all’interno. Il cavallo di Baring venne ucciso e il maggiore rovinò a terra con lui; il suo domestico, convinto che fosse stato ammazzato, ne approfittò per andarsene di lì al più presto, sicché quando si rialzò Baring non ritrovò più né il domestico né il cavallo di riserva. Tuttavia abbastanza ufficiali erano già stati buttati giù di sella, e il maggiore non tardò a trovare un cavallo che vagava spaventato nel cortile, lo fermò e gli salì sopra. Nonostante la cattiva condotta del suo servitore, Baring rimase commosso dalla fiducia con cui i fucilieri obbedivano a lui e agli altri ufficiali, in una situazione in cui le probabilità di lasciarci la pelle erano sempre più alte: «Questi sono i momenti in cui impariamo a sentire che cos’è un soldato per un altro, che cosa vuol dire davvero la parola ‘camerata’», osservò nella sua relazione, con teutonico sentimentalismo. Il fuciliere Lindau teneva d’occhio da un pezzo un ufficiale nemico a cavallo, che trottava continuamente nei campi davanti alla fattoria, incitando all’assalto i suoi uomini. Aspettò a lungo che il francese giungesse a portata di tiro, e finalmente sparò; il cavallo, colpito a morte, si abbatté travolgendo il cavaliere nella caduta. Di lì a poco i fucilieri fecero una sortita dal portone carraio, disperdendo i tiratori francesi che s’erano fatti sotto lungo la strada; Lindau corse dal suo uomo e cominciò a frugarlo. Gli aveva appena strappato la catena d’oro dell’orologio quando l’ufficiale, che era soltanto stordito, alzò la sciabola insultandolo. Il fuciliere lo abbatté senza tanti complimenti, spaccandogli la testa col calcio del fucile, poi tagliò via la sacca che l’ufficiale portava legata alla sella, e stava per sfilargli un anello d’oro dal dito quando i camerati gli gridarono: «Vieni via, arriva la cavalleria!». Lindau se la svignò col suo bottino e riuscì appena in tempo a riguadagnare il cortile prima che il portone fosse sprangato dietro di lui. 197

Durante i ripetuti attacchi dei tirailleurs, in effetti, la cavalleria francese fu sempre presente in forze sul pendio che conduceva alla fattoria, sorpassandola più volte per andare a disturbare i quadrati alleati attestati più indietro. Non è chiaro in che misura l’azione sia stata condotta di loro iniziativa dai generali dei corazzieri, e in che misura invece sia stata ordinata dal maresciallo Ney, o addirittura da Napoleone, che comunque non era lontano; è possibile che la cavalleria si sia mossa spontaneamente in avanti, appena riordinate le file dopo lo scontro precedente, e che i comandanti abbiano approvato un’azione destinata comunque a rendere più precaria la situazione dei difensori della Haye Sainte. Agli attacchi parteciparono innanzitutto i corazzieri di Milhaud, tutti quelli che rimanevano, almeno, dopo la distruzione degli squadroni distaccati sotto Crabbé: in tutto, forse una ventina di squadroni, in parte già provati, ma ancora forti di quasi duemila sciabole. Ovviamente questa cavalleria non avanzò tutta insieme, né avrebbe potuto, dato l’immenso fronte che rappresentava: i quadrati schierati dietro la Haye Sainte si videro arrivare addosso qualche centinaio di cavalli per volta, via via che un reggimento dopo l’altro mandava avanti un paio di squadroni, tenendo gli altri in riserva. Ma questo non vuol dire che la prova fosse meno drammatica, per i veterani di Lambert e Ompteda e ancor più per le inesperte reclute di Kielmansegge, che si trovavano nella posizione più esposta. Proprio nel caso di truppe poco addestrate, la tensione provocata dall’avvicinarsi della cavalleria spingeva spesso gli uomini ammassati nei quadrati a sparare troppo presto; e la cavalleria poteva sfruttare questo errore per farsi sotto mentre i fanti erano impegnati a ricaricare i moschetti, nella speranza che sapendosi disarmati si lasciassero prendere dal panico. Quando i corazzieri si presentarono davanti ai quadrati di Kielmansegge, gli ufficiali hannoveriani faticarono per impedire che gli uomini sparassero troppo presto; in uno dei quadrati, il capitano von Scriba sentì il comandante che minacciava di sparare con la pistola a chiunque avesse tirato senza ordine. La tensione si tagliava col coltello. Per usare un termine che all’epoca non si usava, il confronto fra gli uomini a piedi ammassati in quadrato e quelli a cavallo che si avvicinavano con prudenza era innanzitutto psicologico. (Dico con prudenza perché, contro un quadrato, solo gli incoscienti si lanciavano al galoppo, e del 198

resto il terreno fangoso e in salita non l’avrebbe permesso). Il capitano von Scriba vide i corazzieri «avvicinarsi al trotto e fermarsi a 70 o 80 passi. La tentazione di sparare era grande, ma l’intero quadrato restò immobile col dito sul grilletto». I francesi, innervositi, si avvicinarono ancora un po’, poi rinunciarono a caricare e si spinsero oltre, girando intorno al quadrato. A questo punto le reclute ebbero l’ordine di sparare. «Guidata da un generale di brigata, la cavalleria passò lungo il lato destro, che comandavo io, a sei passi di distanza», riferisce von Scriba. «Ho notato che quando fu dato l’ordine di mirare, tutti gli uomini del lato destro puntarono i moschetti contro il cavallo del generale; e quello scartò per allontanarsi dal pericolo». Certamente ci volevano nervi saldi per fare la guerra in questo modo, da una parte e dall’altra, e sempre più si capisce l’importanza dell’addestramento, coi suoi automatismi, e del ferreo inquadramento da parte degli ufficiali. Tuttavia il fuoco, come capitava così spesso, risultò inefficace: «La cavalleria subì qualche perdita in questo attacco, ma non così tante come avrei creduto, data la distanza ravvicinata. Questo mi fece pensare che i nostri uomini mirassero troppo alto, e da allora gli ufficiali continuarono a ripetere di starci attenti», conclude il capitano tedesco. Anche il sergente Lawrence, in quadrato col 40° in una posizione più arretrata, non fu troppo impressionato dalle prime cariche dei corazzieri, che lui e i suoi uomini, stupiti dagli elmi e dalle corazze scintillanti, credevano in buona fede fossero «le Guardie del corpo di Bonaparte». Sopravvalutando quell’armatura, che incontravano per la prima volta, gli ufficiali avevano dato ordine di non mirare agli uomini, ma ai cavalli; e quando i corazzieri arrivarono a portata di tiro, il fuoco dei quadrati abbatté abbastanza animali da intralciare il passo agli altri, facendo abortire la carica. «Era uno spettacolo davvero comico vedere queste Guardie colle loro armature da caminetto che cercavano di scappar via dopo che i cavalli erano stati ammazzati sotto di loro; non riuscivano quasi a muoversi, e molti vennero catturati da quelli delle nostre compagnie leggere che erano fuori come tiratori. Penso che questo abbia sistemato le Guardie del corpo di Bonaparte, perché poi non le abbiamo più viste», conclude soddisfatto il sergente, ormai persuaso che elmi e corazze erano roba del passato, come 199

quelle armature arrugginite che doveva aver visto al paese sul caminetto dello squire. Non tutti i quadrati, però, se la cavarono così a buon mercato, soprattutto quando la cavalleria riuscì a coordinare la propria azione con quella della fanteria. Uno dei battaglioni della brigata di Ompteda, l’8° KGL, veterani tedeschi della Spagna che in condizioni normali avrebbero potuto resistere indefinitamente alle minacciose manovre dei corazzieri, si trovò in difficoltà quando d’improvviso la cavalleria nemica scomparve e di fronte al quadrato apparve una solida linea di fanteria francese. Un combattimento a fuoco fra quelle due formazioni era decisamente troppo squilibrato a vantaggio del nemico; perciò il colonnello von Schroeder diede ordine di schierarsi in linea. Ma mentre i suoi uomini cercavano di ubbidirgli, già sotto il fuoco e in crescente disordine, la fanteria nemica aprì le file per lasciar passare qualche squadrone di corazzieri. Preso in pieno allo scoperto, il battaglione si sbandò; il colonnello von Schroeder fu ammazzato e un corazziere trionfante portò via la bandiera. Gli uomini della Legione erano pur sempre dei veterani e dopo essere scappati a gambe levate in mezzo alle sciabolate dei corazzieri gli ufficiali superstiti riuscirono a riordinare le file e riportarli, bene o male, ad occupare il loro posto nella linea; «ma ora il quadrato era molto più piccolo di prima». I francesi avevano di nuovo preso l’iniziativa; per strappargliela, i comandanti inglesi decisero che era necessario far intervenire la loro cavalleria. La brigata di Somerset, o quel che ne restava, aveva appena avuto il tempo di rischierarsi dietro la Haye Sainte, quando lord Uxbridge mandò uno dei suoi aiutanti a ordinare la carica. I tre squadroni dei «Blues», gli unici ancora più o meno intatti, caricarono giù per il pendio e ancora una volta, con la pura forza del loro peso fisico, ebbero la meglio sugli squadroni che si trovarono di fronte, sgombrando momentaneamente il campo; la fanteria francese che si assiepava intorno alle mura della Haye Sainte dovette correre al riparo, e anche il secondo attacco contro la fattoria s’interruppe. Ma era chiaro che si trattava soltanto d’un respiro di breve durata: la cavalleria francese, appena riformate le file, si sarebbe di nuovo spinta in avanti, e l’assedio sarebbe ricominciato. Il maggiore Baring, i cui uomini dai tetti e dalle mura della Haye Sainte avevano accolto con grida di derisione il ripie200

gamento della cavalleria nemica, cominciò a preoccuparsi di non avere abbastanza munizioni; fece verificare, e scoprì che se n’erano già consumate più di metà. Un ufficiale fu mandato indietro al comando di brigata, a chiedere che ne mandassero con urgenza; gli fu risposto di non preoccuparsi, e che fra poco sarebbero arrivate.

45.

Le grandi cariche contro i quadrati

Mentre il maggiore Baring contava le munizioni nelle giberne dei suoi uomini, gli ufficiali alleati lungo tutta la dorsale fra la Haye Sainte e Hougoumont, su un fronte di un chilometro e mezzo, si accorsero con preoccupazione crescente che la cavalleria francese si preparava a farsi sotto con forze ancora maggiori. Accanto agli instancabili corazzieri di Milhaud, che erano sul punto di risalire per la terza volta il pendio, l’imperatore stava mandando in linea la divisione di cavalleria leggera della Guardia, al comando di Lefebvre-Desnouettes. Questa divisione sceltissima comprendeva il reggimento dei cacciatori a cavallo, forte da solo come tre o quattro reggimenti ordinari, giacché contava milleduecento sciabole, e il reggimento dei lancieri con oltre ottocento uomini; dei cinque squadroni di lancieri uno era ancora composto da polacchi, veterani che seguivano le fortune di Napoleone fin dalla campagna del 1806-7 e lo avevano accompagnato all’Elba, e polacco era il comandante del reggimento, Jerzmanowski. Era dunque una marea di almeno tremilacinquecento cavalli quella che stava per risalire il pendio, in mezzo al fango scivoloso, per investire la linea nemica; così tanti che i loro squadroni si estesero rapidamente verso sinistra, minacciando non più soltanto i battaglioni schierati dietro la Haye Sainte, ma l’intera linea di Wellington fino alle alture dietro Hougoumont. Di fronte alla massa di cavalieri che si stava radunando a qualche centinaio di metri di distanza, la fanteria attestata lungo la dorsale non poteva far altro che attendere in quadrato; via via che gli attacchi si sviluppavano, poi, Wellington fece entrare in linea quasi tutte le riserve che gli rimanevano. La seconda brigata del Brunswick, composta da fanteria di linea, portò i suoi tre battaglioni a 201

ridosso dei quadrati di Halkett; la brigata inglese di Adam formò quattro quadrati in sostegno a quelli di Maitland e du Plat; la brigata olandese di Detmers, richiamata dall’estrema destra, schierò nella stessa zona quattro dei suoi battaglioni; perfino la brigata di Vincke, coi suoi quattro battaglioni di milizia hannoveriana, venne ritirata dall’estrema sinistra e formò due quadrati in riserva del centro, sul versante coperto del pendio, davanti alla fattoria di Mont-Saint-Jean. In tutto, nel corso di quel pomeriggio, qualcosa come 36 quadrati, di cui 20 tedeschi, 12 inglesi, 3 olandesi e uno belga, si trovarono a far fronte alle cariche della cavalleria di Napoleone. Per ripararli dal bombardamento dell’artiglieria, i quadrati erano schierati sul versante coperto, in modo che soltanto le palle di rimbalzo o le granate sparate alla cieca potessero colpirli; e per quanto possibile erano disposti a scacchiera, così da ottimizzare l’effetto del loro fuoco. Ogni volta che uno squadrone di cavalleria francese, arrivando sulla cresta e trovandosi di fronte un quadrato, avesse rinunciato a caricarlo, spingendosi oltre e lasciandoselo alle spalle, se ne sarebbe trovato di fronte un altro, finendo comunque in un campo di tiro incrociato. Benché il fuoco dei quadrati fosse poco efficace, una situazione del genere, prolungandosi, era destinata a logorare gli attaccanti senza portare a nessun risultato tangibile: ed è evidentemente questo che si aspettavano Wellington e i generali inglesi e tedeschi che osservavano coi loro cannocchiali l’ammassarsi della cavalleria francese ai piedi del pendio. La teoria militare dell’epoca, del resto, dava loro ragione: in un manuale pubblicato a Parigi nel 1813, il generale Thiébault afferma che se la fanteria forma due linee di quadrati disposti con i giusti intervalli e sostenuti dall’artiglieria, «non riesco a immaginare quel che la cavalleria potrebbe intraprendere contro di loro». Si capisce, a questo punto, che Napoleone abbia voluto dissociarsi dalle grandi cariche contro i quadrati, lasciando intendere che erano state compiute senza la sua autorizzazione, o almeno troppo presto, quando la situazione non era ancora matura. Ma è davvero improbabile che un movimento così importante abbia potuto essere intrapreso, a poche centinaia di metri di distanza dalla sedia dell’imperatore, senza un suo ordine esplicito. È più verosimile, invece, che Napoleone dalla sua posizione non fosse in gra202

do di apprezzare la profondità delle masse schierate da Wellington al riparo della cresta, e che abbia davvero sperato di realizzare uno sfondamento decisivo: così com’era accaduto ad Eylau, dove era stata precisamente una carica di cavalleria, condotta con più o meno lo stesso numero di sciabole, a sfondare lo schieramento russo. Che Napoleone ci abbia creduto davvero, lo dimostra la frase raccolta da Las Cases a Sant’Elena, nemmeno un anno dopo, quando l’imperatore confessò il suo rimpianto di non aver avuto con sé quel giorno Murat, che aveva comandato la sua cavalleria in tante battaglie: lui, commentò, ci sarebbe riuscito. «E forse ci avrebbe valso la vittoria. Perché di cosa c’era bisogno in certi momenti della battaglia? Sfondare tre o quattro quadrati inglesi». Se la responsabilità di Napoleone è di non aver verificato di persona la consistenza della linea nemica, formata in modo tale che i suoi stessi manuali gli avrebbero dimostrato l’impossibilità di sfondarla, chi porta forse la colpa di non avergli spiegato la situazione è il suo esecutore sul posto, il maresciallo Ney. Ma «il rosso», come lo chiamavano i suoi uomini, era tutto meno che un teorico, e se la rideva dei manuali. Impegnato a spingere avanti i suoi squadroni, con la sciabola sguainata, e a far ammazzare cavalli sotto di sé, rimanendo ogni volta miracolosamente illeso, Ney, al pari del suo imperatore, allo sfondamento evidentemente ci credeva. Se soltanto la cavalleria, osservando segni di sbandamento in un quadrato, magari composto da reclute, fosse riuscita a entrarci e metterlo in rotta, si sarebbe aperta una falla nella linea di Wellington; e se lo stesso successo si fosse ripetuto in diversi quadrati vicini, la falla sarebbe diventata impossibile da tamponare. All’inizio, i quadrati non erano soli ad affrontare la marea della cavalleria avanzante, anche se alla fine tutto si ridusse davvero a questo. Sulla sommità della cresta erano piazzate le batterie d’artiglieria, forse sei o sette nello spazio d’un chilometro e mezzo fra la Haye Sainte e Hougoumont; e molto più avanti, quasi sul fondo del pendio, i comandanti di ogni quadrato mantenevano una linea di tiratori, continuamente impegnata a scambiarsi fucilate con la corrispondente linea dei tiratori nemici. Tanto gli ufficiali di artiglieria quanto quelli delle compagnie leggere avevano ordini precisi sul da farsi quando la cavalleria nemica si fosse fatta avanti: e cioè, in sostanza, sparare fino all’ultimo e poi sgombrare, andando a rifugiarsi in mezzo ai quadrati, giacché né una linea di tirato203

ri né una di cannoni avevano la minima possibilità di tener testa alla cavalleria. Toccava ai quadrati respingere l’attacco; a quel punto, gli artiglieri avrebbero dovuto tornare ai loro cannoni e riaprire il fuoco sulla cavalleria in ritirata, e poi, con prudenza, anche la linea dei tiratori sarebbe stata ristabilita. Nei fatti, in quel pomeriggio di giugno, l’attacco della cavalleria francese fu condotto con tanta violenza, e con forze così numerose, che qualcosa andò subito storto. Molti tiratori, sorpresi allo scoperto, vennero massacrati prima d’avere il tempo di ritirarsi. Macready, il giovanissimo ufficiale che comandava la compagnia leggera del 30°, all’indomani della battaglia fece l’appello e constatò che su 54 uomini presenti nei ranghi il mattino precedente gliene rimanevano soltanto dieci. «Non sapevo se ridere o piangere». Più tardi, il ragazzo esplorò il campo di battaglia alla ricerca di qualcuno dei suoi uomini che fosse ancora vivo, ma ne trovò soltanto uno, ferito così gravemente che non sarebbe sopravvissuto a lungo. «Era un buon soldato religioso. Visse ancora abbastanza per raccontarmi i particolari rivoltanti del macello», ovvero come la cavalleria francese, sorprendendoli allo scoperto, li aveva ammazzati tutti quanti, finendo i feriti a sciabolate. Anche l’artiglieria trovò che obbedire alle istruzioni ricevute era meno facile del previsto, come lo stesso Wellington riferì tempo dopo, ancora schiumante di rabbia, in una lettera a lord Mulgrave, comandante generale dell’artiglieria del Regno. «La cavalleria francese ha caricato, e ha preso posizione sullo stesso terreno su cui si trovava la nostra artiglieria, in genere a pochi metri dai cannoni. Non ci si poteva attendere che gli artiglieri rimanessero ai pezzi in una situazione simile. Ma avevo il diritto di aspettarmi che gli ufficiali e gli artiglieri avrebbero fatto la stessa cosa che ho fatto io, e tutto il mio staff, cioè rifugiarsi nei quadrati di fanteria fino a quando la cavalleria nemica non fosse stata costretta a sgombrare. Invece non hanno fatto niente del genere: se la sono semplicemente squagliata, portandosi via cassoni, munizioni e tutto; e quando, dopo qualche minuto, la cavalleria francese è stata respinta, e si sarebbe potuto fare buon uso dei cannoni, non c’erano artiglieri per farli funzionare; e di fatto sarei rimasto senza artiglieria per tutta la seconda parte della battaglia, se non avessi mantenuto una riserva fin dall’inizio». All’artiglieria inglese, insomma, successe l’identica cosa che 204

era successa poco prima alla Grande batterie; ed è, ancora una volta, una testimonianza dell’impatto terrificante d’una carica di cavalleria, il fatto che giungendo in mezzo ai cannoni essa fosse in grado di creare un tale panico fra gli artiglieri da farli disperdere in una rotta irrecuperabile. Almeno in due casi furono gli stessi comandanti delle batterie, vedendo avvicinarsi la cavalleria, a dar ordine di attaccare i cannoni agli avantreni e riportarli nelle retrovie. Uno di loro, il capitano Sinclair, aveva già perduto quattro cannoni in uno scontro con i francesi in Spagna, due anni prima, e le conseguenze erano state tutt’altro che positive per la sua carriera: si può ben capire il suo nervosismo all’idea che potesse capitargli di nuovo. Bisogna aggiungere che gli artiglieri cominciavano a essere a corto di munizioni, e insomma non mancano certo le attenuanti per la loro condotta; fatto sta che Wellington era fuori di sé, e quando, qualche mese dopo, si parlò d’una ricompensa in denaro per gli ufficiali d’artiglieria presenti a Waterloo, espresse decisamente la sua opposizione. La cavalleria francese, dunque, si ritrovò padrona della cresta. La carica in salita su per il pendio, l’inseguimento dei tiratori nemici in fuga, la cavalcata entusiasmante in mezzo ai cannoni abbandonati avevano certamente stancato i cavalli e disordinato le file; e ora lì, davanti a loro, c’erano i quadrati della fanteria di Wellington, ciascuno una banda di poche centinaia di uomini stretti intorno a qualche bandiera, tutti con la baionetta in canna, quelli delle prime file in ginocchio, gli altri in piedi. Non sappiamo quali istruzioni avessero, esattamente, i generali della cavalleria, né se il maresciallo Ney si sia spinto fin lì insieme a loro, anche se è molto probabile di sì; ma era difficile sbagliarsi, bisognava sfondare quei quadrati. C’erano lì, in quel momento, più di tremila cavalli, ed era la cavalleria della Grande Armée, la più famosa del mondo. Gli ufficiali dei corazzieri, dei cacciatori a cavallo e dei lancieri, riordinate le file dei loro uomini, brandirono le sciabole e li condussero avanti. Per quasi tutti i quadrati, i primi attacchi furono quelli che andarono più vicini a provocare il panico. Molti soldati, non solo nei quadrati tedeschi ma anche in quelli inglesi, erano giovani reclute che si trovavano al fuoco per la prima volta in vita loro. Un ufficiale dei Royal Engineers, che aveva cercato riparo in un quadrato, osservò: «La prima volta che i corazzieri si avvicinarono al qua205

drato in cui mi ero rifugiato, gli uomini, tutti giovani soldati, sembravano allarmati. Spararono alto e con poco effetto, e in uno degli angoli c’era abbastanza agitazione da farmi sentire decisamente a disagio». Il soldato Morris, del 73°, che pure sapeva mantenere i nervi saldi, tanto da addormentarsi per un’ora quando il reggimento aveva avuto l’ordine di sdraiarsi a terra, non apprezzò affatto il momento in cui «un buon numero di corazzieri francesi apparve sulla cresta davanti a noi, prese l’artiglieria che avevamo piazzato là e scese al galoppo verso di noi»; era così impressionato dalle dimensioni degli uomini e dei cavalli, dagli elmi luccicanti e dalle corazze d’acciaio, da dirsi «che con quelli non avevamo la minima possibilità di farcela». La stessa sensazione prevaleva fra gente molto più esperta del diciannovenne Morris. Il maggiore Baring, nel cortile della Haye Sainte, ordinò ai suoi fucilieri di sparare contro la cavalleria che passava a ranghi serrati sul fianco della fattoria, ma la vide proseguire l’avanzata «senza nemmeno accorgersi del nostro fuoco» e caricare spavaldamente i quadrati. «Io ho potuto assistere all’intero spettacolo e non ho paura di ammettere che più di una volta ho sentito il cuore che sprofondava». Molto più in là, sulle alture dietro Hougoumont, il capitano Mercer stava ancora parlando col colonnello Gould quando vide la cavalleria nemica risalire il pendio e sommergere i cannoni delle batterie attestate in prima linea, e per un momento ebbe l’impressione che anche i quadrati fossero spariti in quella marea di sciabole. «Gli unici oggetti visibili erano pochi cannoni sparpagliati in disordine, colla bocca in aria e senza artiglieri», commenta Mercer. «A questo punto cominciammo a temere di essere sommersi anche noi come probabilmente era successo alla prima linea. ‘Ho paura che sia tutto finito’ disse il colonnello Gould, che era ancora lì con me. La cosa sembrava anche troppo verosimile, e stavolta non potei far altro che dargli ragione, perché pareva proprio così». Ma la presa dei cannoni non significava nulla, se non fossero stati sfondati o almeno respinti indietro i quadrati; e una carica contro una linea di quadrati non era affatto questione di slancio cieco e di cozzo brutale di masse. Era molto più simile, come abbiamo già visto, a una rischiosa partita psicologica. I corazzieri francesi erano fermi in piena vista sulla sommità della cresta, a poco più d’un centinaio di metri dai quadrati più vicini: abbastanza 206

perché fosse perfettamente inutile, per la fanteria, mettersi a sparargli addosso. Quando uno squadrone era pronto a muoversi e aveva deciso il suo obiettivo, si avviava al passo, gli ufficiali superiori davanti a tutti, con le sciabole sguainate. Se, a quel punto, gli uomini del quadrato cominciavano ad agitarsi un po’ troppo, gli ufficiali dei corazzieri potevano correre il rischio di accelerare il passo mettendosi al trotto, il che vuol dire che ai fanti restava soltanto il tempo di tirare una raffica. Se la raffica era sparata male, troppo presto o troppo alta, la cavalleria poteva passare al galoppo; e allora i fanti, con ogni probabilità, avrebbero perso la testa e se la sarebbero squagliata, coll’inevitabile risultato di farsi massacrare. Se invece la fanteria, tenuta a posto a forza di spintoni e di bestemmie da ufficiali e sottufficiali, conservava i nervi saldi, e aspettava a sparare fino all’ultimo, la cavalleria di solito rallentava il passo, e prima del cozzo deviava a destra o a sinistra, in cerca di un altro bersaglio; ricevendo in pieno il fuoco del quadrato, che a questo punto poteva sparare in piena sicurezza. Va da sé che la partita non era equa. La vittoria, per un quadrato, voleva dire soltanto un attimo di respiro, prima che si presentasse un altro squadrone; mentre la sconfitta voleva dire la rovina e la morte. Uno squadrone di cavalleria, invece, poteva incassare parecchie sconfitte a questo gioco, prima che il debole fuoco dei quadrati cominciasse a intaccare seriamente la sua capacità offensiva. Ma la partita era riequilibrata nell’altro senso, giacché in termini di pura forza d’urto la cavalleria non aveva la minima possibilità di sfondare a sciabolate un quadrato, o anche solo di convincere i suoi cavalli riluttanti a spingersi in mezzo alle baionette. «I cavalli, nonostante tutti gli sforzi dei loro cavalieri, si fermavano, tremanti e coperti di schiuma, a una ventina di metri dal quadrato, e generalmente resistevano a tutti gli sforzi di costringerli a caricare la linea delle baionette», osservò l’alfiere Gronow, che trascorse diverse ore nel quadrato del 3/1° Foot Guards. In definitiva, l’esito finale dipendeva esclusivamente dal coraggio della fanteria: se teneva i nervi saldi non poteva succederle niente, mentre il coraggio della cavalleria, di per sé, non bastava a mettere un’ipoteca sulla vittoria. Fra le quattro e le sei del pomeriggio, sul pendio che dallo chemin d’Ohain digradava a nord verso Mont-Saint-Jean, si giocarono innumerevoli partite di questo genere; e la fanteria inglese e te207

desca, grazie alla durezza del suo addestramento, all’energia dei suoi ufficiali e al coraggio dei suoi fanti, tenne sempre duro. Il capitano von Scriba racconta come gli ufficiali riuscirono a costringere le loro reclute a trattenere il fuoco finché i corazzieri non furono a venti o trenta passi, e la raffica, benché inefficace, bastò per sbandare i corazzieri e farli arretrare; subito dopo i francesi tornarono a farsi sotto, ma quando arrivarono alla stessa distanza di prima la fanteria, miracolosamente controllata dai suoi ufficiali, riuscì a non sparare ancora, e ai corazzieri saltarono i nervi, sicché cambiarono direzione e sfilarono senza danno lungo i fianchi del quadrato. A volte, questo gioco psicologico assumeva cadenze da commedia. Il duca di Wellington ricordava d’aver visto dei quadrati «che non volevano far fuoco finché i corazzieri non avessero caricato, e i corazzieri non caricavano finché noi non avessimo fatto fuoco». Ma nel gioco era possibile introdurre delle varianti, e comunque lo si giocava sempre in due. Quando si resero conto che la tattica dei quadrati era di trattenere il fuoco fino all’ultimo, gli ufficiali dei corazzieri cominciarono a mandare avanti dei cavalieri isolati, che si spingevano a pochissima distanza dal nemico e lo prendevano di mira con le corte carabine di cui erano dotati. Questi uomini rischiavano la pelle sul serio, perché se il quadrato, esasperato, avesse risposto con una raffica, li avrebbe tirati giù senz’altro; ma era precisamente quello che aspettavano gli ufficiali francesi, che avrebbero approfittato dell’occasione per lanciare i loro uomini alla carica prima che la fanteria avesse il tempo di ricaricare i moschetti. Gli ufficiali inglesi e tedeschi riuscirono a impedire ai loro uomini di sparare, ma la situazione era così sgradevole che non poteva essere sopportata a lungo; tanto che fu necessario far uscire dai quadrati dei tiratori scelti, con tutti i rischi che ciò comportava, per cercare di allontanare i corazzieri e le loro carabine. Ovunque, le capacità e i nervi dei comandanti erano sollecitati all’estremo da questo genere di confronto. A ridosso della Haye Sainte, uno squadrone di corazzieri aveva già caricato più volte il quadrato del 5° KGL; ogni volta, respinto, si riparava in una depressione del terreno, e l’ufficiale comandante, con grande freddezza, rimaneva di vedetta allo scoperto, aggirandosi intorno al quadrato, per cogliere il momento favorevole e ordinare una nuo208

va carica. Il colonnello von Ompteda, comandante della brigata, che si era rifugiato in quel quadrato, chiese a parecchi tiratori scelti di abbattere l’ufficiale francese, ma lo mancarono tutti. Finalmente, dopo che il quadrato era stato caricato già cinque volte, un fuciliere d’un altro reggimento, chiamato John Milius, che era stato ferito nella terra di nessuno e trascinato al riparo dentro il quadrato, si offrì di tentare il colpo. Aveva una gamba rotta e aveva perduto molto sangue; ma si fece portare in prima fila, prese di mira l’ufficiale francese col suo Baker rigato e lo ammazzò al primo colpo. In apparenza, la cavalleria stava facendo pochi progressi; eppure la situazione di Wellington non era affatto favorevole. Il nemico aveva sommerso la sua linea difensiva, i suoi cannoni erano temporaneamente perduti, lui stesso e tutti i suoi generali erano costretti a ripararsi all’interno dei quadrati, da dove l’esercizio del comando diventava inevitabilmente più difficile; e la cavalleria nemica, come raccontò egli stesso più tardi, «passeggiava in mezzo a noi come se fosse stata la nostra». Se Napoleone, in questo momento, avesse mandato avanti la fanteria della Guardia, che costituiva la principale riserva ancora a sua disposizione, la linea della dorsale avrebbe potuto essere definitivamente occupata, i cannoni inglesi resi inutilizzabili, e con ogni probabilità i francesi avrebbero vinto la battaglia di Waterloo. Il fatto che l’imperatore non abbia impiegato le sue riserve a sostegno della cavalleria gli è sempre stato rimproverato come un eccesso di prudenza, che alla fine gli costò la battaglia. Vale dunque la pena di provare ad analizzarne le ragioni. È possibile che abbia giocato la preoccupazione per le colonne prussiane che si stavano avvicinando da est, e che proprio in quel momento, come vederemo fra poco, cominciavano a sbucare dal bosco di Frischermont. Alla luce di quel che accadde più tardi, è anche verosimile che l’imperatore non avesse comunque intenzione di lanciare l’attacco finale finché Hougoumont e la Haye Sainte resistevano ancora, ben sapendo quanto sarebbe stato rischioso spingere il grosso delle sue forze in uno spazio così ristretto, lasciandosi alle spalle quei due bastioni ancora in mano al nemico. Ma forse un motivo ancor più convincente della sua inazione è che il combattimento intorno ai quadrati avveniva al di là della dorsale, fuori dalla visuale di Napoleone, e l’imperatore, finché il maresciallo 209

Ney o i comandanti della cavalleria non gli avessero comunicato qualcosa, non poteva sapere quel che stava succedendo. Qualche anno prima, Napoleone sarebbe salito a cavallo e si sarebbe spinto lui fin laggiù; ma aveva quarantasei anni, ed era stanco. Restò seduto sulla sua sedia da campo vicino alla Belle Alliance, masticando fili di paglia e aspettando notizie.

46. «Dov’è la nostra cavalleria? Perché non vengono ad attaccare questa gente?» L’unica forza che poteva tentare di sloggiare la cavalleria francese dalla cresta e dare respiro ai quadrati era la cavalleria alleata; e lord Uxbridge la impiegò senza risparmio. Fra la Haye Sainte e Hougoumont le brigate di cavalleria di Grant, Dornberg e Arentschild avevano in tutto sette reggimenti, quattro inglesi e tre della Legione, a cui vanno aggiunti il reggimento di ussari del Brunswick e un reggimento di volontari hannoveriani, i Cumberland Hussars. Il comandante della cavalleria olandese, de Collaert, aveva altri sette reggimenti, in gran parte, però, già logorati dalla carica compiuta poco prima. Il totale era comunque imponente: oltre seimila sciabole, di cui almeno metà ancora fresche, sicché sulla carta lord Uxbridge avrebbe dovuto essere in grado di spazzare via dalla cresta la cavalleria nemica. Ma in realtà la sua era quasi tutta cavalleria leggera, e non si poteva pensare di impiegarla in massa contro i corazzieri, o i lancieri della Vecchia Guardia. Uxbridge preferì tenerla alle spalle dei quadrati, abbastanza vicina perché i fanti ne avvertissero la presenza rassicurante, per poi lanciare qualche squadrone quando se ne presentava l’occasione, nel momento in cui la cavalleria nemica si lasciava sorprendere, sbandata e in ripiegamento, dopo una carica fallita. In più di un’occasione questi contrattacchi ebbero successo, anche se gli ufficiali della cavalleria alleata, inglesi e tedeschi allo stesso modo, continuavano a dimostrare lo stesso impavido disprezzo degli ordini e la stessa imprevidenza di cui avevano già dato prova in precedenza i loro colleghi. La vicenda che segue può essere considerata tipica. Il generale von Dornberg decise a un certo punto di attaccare un reggimento di corazzieri con due dei suoi 210

reggimenti, il 23° Dragoni Leggeri, inglese, e il 1° Dragoni Leggeri KGL, e dunque con forze doppie; ma avvertì i comandanti che se il nemico ripiegava, soltanto uno squadrone per ogni reggimento doveva inseguire, mentre gli altri dovevano riformare i ranghi e tenersi in copertura. I primi squadroni del reggimento francese, attaccati su entrambi i fianchi, vennero effettivamente messi in rotta; dopodiché tutta la cavalleria di Dornberg, dimentica degli ordini, si precipitò dietro di loro. Ma il colonnello francese, diversamente dal suo avversario, aveva davvero degli squadroni di riserva, contro cui l’inseguimento andò a infrangersi; subito dopo, mentre la cavalleria inglese e tedesca risaliva il pendio in disordine e con i cavalli sfiatati, un nuovo reggimento di corazzieri comparve a sbarrarle la strada. Gli squadroni di Dornberg caricarono alla disperata; i francesi si fermarono e li attesero immobili, con le spade in pugno. Al momento dell’urto, i dragoni leggeri si accorsero che le loro sciabole ricurve non erano in grado di tener testa alle lunghe spade dei corazzieri, né di sfondare le loro corazze. Mentre i suoi uomini cominciavano a scoraggiarsi, il generale von Dornberg cercò di condurne qualcuno contro il fianco del nemico. «A questo punto venni trafitto nel torace, a sinistra, fino al polmone, e il sangue cominciò a uscirmi dalla bocca, impedendomi di parlare. Fui costretto a tornare indietro e non posso dire altro dell’azione». Il resoconto di von Dornberg è abbastanza desolante da far tornare alla mente i caustici commenti del duca di Wellington circa la capacità di manovra della sua cavalleria; ma è tutt’altro che l’unico di questo genere. Il capitano von Goeben, del 3° Ussari KGL, racconta come lord Uxbridge in persona ordinò a due squadroni di attaccare due reggimenti di cavalleria francese che stavano risalendo il pendio. «Questo attacco venne compiuto, costringendo quella parte dei nemici che i due squadroni poterono raggiungere a ripiegare. Ma nel frattempo, dato che la linea nemica era talmente più forte, i nostri vennero aggirati su entrambi i fianchi, perdendo un gran numero di ufficiali, uomini e cavalli». Segue un lungo e deprimente elenco di ufficiali uccisi o gravemente feriti durante l’azione; quando il reggimento tedesco, che aveva cominciato la giornata con almeno cinquecento sciabole, riuscì a riordinare le file dietro la protezione dei quadrati, non restavano a cavallo più di centoventi uomini. 211

Oltre all’insipienza tattica di troppi ufficiali inglesi e tedeschi, anche la superiorità materiale dei corazzieri francesi, con la loro pesante armatura, venne regolarmente confermata in quasi tutti i combattimenti. Non contento dell’azione precedente, il capitano von Kerssenbruch, cui era toccato il comando del 3° Ussari dopo che il colonnello era stato ammazzato da una palla di cannone, volle caricare sul fianco alcuni squadroni di corazzieri; ma quasi subito gli ussari ebbero la peggio, il capitano venne ucciso e i superstiti arrivarono al galoppo in mezzo ai quadrati, mescolati ai corazzieri che li inseguivano. Il fuoco della fanteria convinse i francesi a dare indietro, ma parecchi di loro, trascinati dall’impeto, finirono oltre le linee nemiche. Quando gli ussari cercarono di riformare le linee, si accorsero che uno dei corazzieri era finito in mezzo a loro; poiché rifiutava di arrendersi, provarono ad abbatterlo a sciabolate, ma ci misero un bel po’ prima di riuscirci, tanto il suo elmo e la corazza si dimostrarono resistenti ai colpi. Per molti ufficiali della cavalleria alleata questa fase della battaglia si rivelò piuttosto frustrante. Il capitano Robbins, del 7° Ussari, il coccolatissimo reggimento personale di lord Uxbridge, non ricordava quasi nient’altro se non che lui e i suoi uomini, smontati di sella per offrire un bersaglio meno vistoso, erano stati spostati più volte avanti e indietro, sempre sotto il fuoco dell’artiglieria nemica. «Finalmente, essendo molto disturbati da palle e granate, e non avendo ancora visto il nemico, mentre però perdevamo molti uomini e cavalli, ci spostarono sotto la copertura della strada infossata». Neanche quello, però, era un posto tanto sicuro: «alcuni cannoni dell’artiglieria a cavallo erano appena stati costretti ad andarsene di lì, perché i cannoni nemici avevano aggiustato il tiro e stavano facendo gravi danni». Finalmente il reggimento ebbe l’ordine di montare in sella, e affrontare la cavalleria nemica che stava avanzando presso il castello di Hougoumont. Fecero appena in tempo a vedere che si trattava dei lancieri della Guardia, schierati su tre linee, «ordinati come in piazza d’armi», e a caricarli. «In questa carica fui ferito e caddi, e da questo momento in poi non sono in grado di dire cosa sia successo». Non stupisce che alla lunga la cavalleria alleata abbia cominciato a perdersi d’animo. I pochi squadroni che restavano della Household Brigade vennero ancora impiegati in una carica fallimentare; dopodiché si dovette schierarli nelle retrovie, su una so212

la fila anziché due, «per fare impressione». («Fortunatamente per noi», commentò uno dei pochi ufficiali rimasti, «nessuno ci attaccò»). Subito dopo, lord Uxbridge raggiunse la brigata di Trip e ordinò di caricare; poi sguainò la sciabola e partì al trotto. Il suo aiutante, il capitano Seymour, gli corse dietro per avvertirlo che nessuno lo stava seguendo; Uxbridge tornò indietro fuori di sé, ma nonostante i suoi sforzi non riuscì a convincere gli olandesi a muoversi. Di lì a poco Uxbridge vide i Cumberland Hussars mostrare chiari segni di agitazione e cominciare ad arretrare senza aver ricevuto alcun ordine; e immediatamente mandò Seymour a vedere che cosa stava succedendo. Questi ussari tedeschi, tutti volontari che entravano in battaglia per la prima volta, erano già rimasti a lungo sotto il bombardamento, senza che ai loro ufficiali, inesperti come loro, venisse in mente di farli smontare di sella per ridurre le perdite; Waymouth, del 2° Life Guards, ricordò di averli visti immobili in sella, mentre tutta la cavalleria inglese era smontata e si riparava sotto i cavalli, e di essersi chiesto con stupore che cosa diavolo li aveva presi, per restare a farsi ammazzare così. Ora, però, gli ussari ne avevano abbastanza; il colonnello von Hake, che li comandava, spiegò all’incredulo Seymour che poiché erano volontari, e i cavalli erano di loro proprietà, non pensava di poterli costringere a restare in linea. Il capitano ordinò inutilmente di fermarsi, parlò dell’onore del reggimento, prese per le briglie il cavallo del colonnello dicendogli fuori dai denti quel che pensava di lui, e alla fine lo pregò almeno di schierare i suoi uomini nelle retrovie, fuori dalla portata dei cannoni nemici; ma nessuno lo ascoltava, e il reggimento si sbandò. Un certo numero di ufficiali e soldati, indignati dalla vigliaccheria dei camerati, lasciarono i ranghi e si unirono ad altri reggimenti; il resto tornò indietro al galoppo fino a Bruxelles. Questi episodi vennero poi molto pubblicizzati, e il colonnello von Hake finì davanti a una corte marziale, che lo cacciò dall’esercito con ignominia; ma la verità è che a quell’ora neppure la cavalleria inglese aveva più voglia di battersi. Le esortazioni di lord Uxbridge incontravano ovunque la stessa, ostinata riluttanza, tanto che alla fine gli scappò detto che si vergognava d’essere inglese. I fantaccini bloccati nei quadrati, che probabilmente non avevano mai amato granché la cavalleria, si stavano facendo la stes213

sa opinione, magari poco generosamente. In un quadrato, in cui s’era rifugiato lo stesso duca di Wellington, gli uomini erano così esasperati di vedere i corazzieri passeggiare tranquillamente a poca distanza che qualcuno si mise a gridare: «Dov’è la nostra cavalleria? Perché non vengono ad attaccare questa gente?». In realtà la funzione principale che la cavalleria di Wellington poté svolgere durante le cariche dei corazzieri francesi sembra essere stata quella di prendere posizione a ridosso dei quadrati, soprattutto quelli composti da reclute, impedendo agli uomini di farsi prendere dal panico e scappare, e convincendoli se necessario a piattonate sulle spalle. Schierati in doppia fila, coi musi dei cavalli spinti quasi contro le schiene degli uomini, i reggimenti di cavalleria occupavano uno spazio così esteso che diventava fisicamente impossibile per i fanti squagliarsela, anche se molti, soprattutto quelli che si trovavano nelle posizioni più vulnerabili, erano facilmente tentati di farlo. Il sergente Cotton, del 7° Ussari, ricordava di aver spesso veduto «qualcuno delle truppe straniere che partiva in fuga dall’angolo d’un quadrato, e subito uno o due ufficiali superiori gli galoppavano dietro per intercettarli, e riuscivano sempre a riportarli alle bandiere. Io li ho aiutati a farlo più di una volta, ed ero stupito dalla prontezza con cui gli stranieri ritornavano appena arrivavamo dietro di loro».

47. «Vous verrez bientôt sa force, Messieurs» Ma la prova più dura, per i fanti, era il continuo bombardamento dell’artiglieria, che aveva intensificato il suo fuoco in concomitanza con l’avanzata della cavalleria. Costretti a stare in piedi e in formazione serrata, gli uomini erano molto più esposti di prima alle palle che rotolavano giù per il pendio e alle schegge delle granate che gli obici francesi sparavano alla cieca oltre la cresta. Le memorie dei sopravvissuti lasciano l’impressione che un po’ tutti, nei quadrati, fossero impegnati a contare i morti, e a chiedersi quando sarebbe toccato a loro. Tom Morris, che custodiva ancor sempre le scorte di liquore del 73°, rimase a guardare affascinato una granata che era caduta poco lontano, e mentre la miccia finiva di bruciare si chiese quanti uomini avrebbe ammazzato. «La scheg214

gia che toccò a me era un pezzo di ghisa grezza, grande più o meno come una fava, che si piazzò nella mia guancia destra; il sangue mi colò abbondante giù nei vestiti, e mi dava piuttosto fastidio. Il nostro povero vecchio capitano era orribilmente spaventato, e continuava a venire da me a prendere un goccio per tenersi su il morale. Verso la fine della giornata fu tagliato in due da una cannonata». Gli uomini non lo rimpiansero molto, perché il capitano aveva sessant’anni, aveva dimenticato tutte le manovre, e due giorni prima, a Quatre Bras, se i sergenti non avessero corretto i suoi sbagli li avrebbe portati tutti quanti al macello. In uno dei quadrati hannoveriani dietro la Haye Sainte, il capitano von Scriba teneva freddamente il conto delle palle che cadevano in mezzo ai suoi uomini, con cadenza anche troppo regolare. «Circa alle due e mezza» (ma quasi tutte le ore indicate dai testimoni oculari sono inattendibili, ed era sicuramente molto più tardi) «il nostro comandante, il tenente colonnello von Langrehr, ebbe il cavallo ucciso da una palla di cannone. Immediatamente montò sul cavallo del maggiore Müller. Pochi minuti dopo, fece fermare un cavallo senza cavaliere e ci salì, restituendo il suo al maggiore. Meno di un quarto d’ora dopo, il nostro bravo comandante, cui volevamo tutti così bene, ebbe la gamba destra fracassata da una palla di cannone. Tuttavia rimase in sella, disse con calma qualche parola d’addio e cedette il comando del quadrato al maggiore von Schkopp», poi se ne andò quietamente a morire un po’ più indietro. Mentre aspettava la palla di cannone che prima o poi doveva toccare a lui, il capitano von Scriba osservava con preoccupazione il quadrato di Nassau schierato accanto al suo. Fin da quando l’artiglieria francese aveva aggiustato il fuoco i Nassauer avevano cominciato a innervosirsi, e l’ordine di levare le coperture di tela degli shakò per essere meno visibili a distanza non era bastato a tranquillizzarli. «Più di una volta li abbiamo visti sbandarsi in disordine; per fortuna i loro ufficiali, che davano uno splendido esempio, sono sempre riusciti a riportarli al loro posto. Si vedeva benissimo che subivano perdite tremende». Per fortuna degli alleati, in nessuno di questi casi c’erano degli squadroni di cavalleria abbastanza vicini da approfittare dell’occasione. Anche se evidentemente alcune batterie francesi avevano manovrato in modo da portarsi in vista dei quadrati, i loro cannoni erano comunque piazzati a gran215

de distanza, e interrompevano il fuoco quando la cavalleria avanzava contro il nemico, riprendendolo solo quando la vedevano ripiegare; e questa è certamente una delle circostanze che contribuirono a salvare dalla distruzione lo schieramento alleato. In alcuni quadrati, per proteggere gli uomini dalla pioggia di palle e di schegge si ordinò di sdraiarsi a terra, cosa che sarebbe stata evidentemente impossibile se la cavalleria nemica fosse stata in vista. Il capitano Pattison, del 33°, raccontò la strana sorte di tre ufficiali che «erano sdraiati a terra uno vicino all’altro in mezzo al quadrato. Io mi ero alzato in piedi, per vedere quello che succedeva alla nostra sinistra, quando un proiettile, probabilmente una scheggia di granata, colpì Hart alla spalla così forte da ucciderlo all’istante, e passando sopra Trevor, portò via una delle orecchie di Pagan. Costui si alzò barcollando e sanguinando abbondantemente, e io con qualcun altro lo feci sdraiare su una barella per portarlo indietro. La barella si era appena mossa, quando una palla di cannone colpì uno di quelli che la portavano e gli strappò la gamba. Un altro uomo prese il suo posto, e il tenente fu portato a Waterloo dove i chirurghi si occuparono di lui». Poche centinaia di metri più in là, i battaglioni di Adam stavano subendo l’identico pestaggio. Leeke, che reggeva la bandiera del 52°, commentò che «stare in piedi a farsi cannoneggiare, senza avere nient’altro da fare, è all’incirca la cosa più sgradevole che possa capitare ai soldati in battaglia». Abbiamo appena visto che in genere gli ufficiali stavano sdraiati a terra insieme ai loro uomini, ma gli ufficiali cui erano affidate le bandiere, e i sottufficiali incaricati di scortarle, erano costretti a stare in piedi. Uno dei sergenti di Leeke, scorgendo una palla che veniva dritta contro di lui, la evitò «chinandosi non appena la vide arrivare; questo era perfettamente giustificabile dato che i suoi compagni stavano tranquillamente sdraiati a terra», commenta Leeke, il quale tuttavia sente lo stesso il bisogno di giustificarlo. (Più tardi, in un momento in cui gli uomini erano in piedi, una granata passò bassa su di loro, e molti istintivamente abbassarono la testa. «Vergogna, vergogna!» urlò Sir John Colborne, che comandava il reggimento. «Che cosa siete, reclute?»). Di lì a poco toccò a Leeke. Ipnotizzato, l’alfiere vide i serventi d’un cannone francese a molte centinaia di metri di distanza caricare il loro pezzo, e quando diedero fuoco alle polveri vide ad216

dirittura la palla che usciva dalla bocca del cannone, diretta precisamente contro di lui. Subito pensò, «che faccio, mi muovo?», ma poi si rispose di no, e rimase bravamente immobile, stringendo l’asta della bandiera. «Non so esattamente a che velocità volano le palle di cannone, ma penso che siano passati due secondi da quando ho visto la palla uscire dal cannone a quando ha colpito il quadrato. Non ha preso i quattro uomini in fila davanti a me, ma quei poveracci alla loro destra. Era un tiro leggermente parabolico, e dopo aver colpito il primo all’altezza delle ginocchia, è arrivato a terra sotto i piedi del quarto, ferendolo gravemente; da lì è rimbalzato, passando a un pollice o due dall’asta della bandiera. I primi due uomini sono caduti fuori dal quadrato; temo che non siano sopravvissuti. Gli altri due sono caduti all’interno. L’ultimo ha strillato parecchio». È ovvio che erano soprattutto episodi come questo a restare impressi nella memoria dei sopravvissuti, a scapito, magari, di lunghi periodi in cui sul quadrato non cadeva neanche una palla: ed è il caso di sottolineare che alla fine le perdite di questi reggimenti furono molto più basse di quel che si potrebbe credere leggendo certi resoconti; e tuttavia, psicologicamente, la prova era dura. Nel tardo pomeriggio, il sergente Lawrence del 40° ebbe l’ordine di prendere servizio alla bandiera. «Questo, anche se ero abituato a fare la guerra come chiunque altro, era un lavoro che non mi piaceva affatto; ma comunque mi ci sono messo con tutto l’animo che avevo», ricordava il sergente molti anni dopo. «C’erano già stati quel giorno prima di me quattordici sergenti ammazzati o feriti mentre erano di servizio a quella bandiera, con ufficiali in proporzione, e la bandiera e l’asta erano ridotte quasi a pezzi. Questo lavoro non sarà mai cancellato dalla mia memoria; anche se ora sono un uomo vecchio, me lo ricordo come se fosse ieri. Non ero lì da più di un quarto d’ora, quando una palla di cannone arrivò e portò via la testa al capitano. Era proprio vicino a me, perché la mia sinistra toccava la destra del povero capitano, e mi ritrovai tutto sporco del suo sangue». Il quadrato teneva duro, ma il morale non era più così alto. «Gli uomini, stanchi com’erano, cominciavano a perdersi d’animo, ma gli ufficiali li incoraggiavano continuamente, al grido di ‘Tenete la posizione, uomini!’ Per me è un mistero come ce l’abbiamo fatta, perché alla fine eravamo rimasti così in pochi che bastavamo appena a formare il quadrato». 217

A questo punto del pomeriggio, sembra invece che il morale dei francesi stesse di nuovo salendo alle stelle. Un ufficiale dei corazzieri, disarcionato e trascinato a forza dentro un quadrato inglese, sentendosi domandare dagli ufficiali nemici quante forze aveva in campo Napoleone, «rispose con un sorriso in cui si mescolavano derisione e minaccia: ‘Vous verrez bientôt sa force, Messieurs’». A qualche centinaio di metri in linea d’aria il maresciallo Ney, avvicinandosi al generale Desales che aveva ripreso il comando della ricostituita Grande batterie e stava dirigendo il fuoco contro i quadrati inglesi alle spalle della Haye Sainte, gli disse allegramente: «Avete mai visto una battaglia simile? Che accanimento!». Ma anche lui era di ottimo umore: dopo lo smacco di d’Erlon, tutto quanto andava di nuovo per il meglio. «Stasera», disse Ney a Desales, «verrete a cena da me a Bruxelles».

48.

Blücher all’attacco

I francesi sarebbero stati molto meno tranquilli se avessero saputo che già da parecchie ore gli ufficiali prussiani li spiavano col cannocchiale, dopo aver attraversato indisturbati il bosco di Frischermont. Dopo mezzogiorno il maggiore von Falkenhausen, con una pattuglia di ulani, si era addirittura spinto fino alla strada maestra, alle spalle della Belle Alliance e dell’intero esercito nemico; lì aveva catturato alcuni stupefatti francesi, i quali gli avevano confermato che Napoleone era in azione, e che la Guardia era con lui. Il generale von Valentini, capo di stato maggiore di Bülow, si era inoltrato nella boscaglia insieme a qualche aiutante; incontrato un contadino, l’aveva fatto issare a forza su un cavallo dell’artiglieria, e si era fatto accompagnare da lui fino al margine del bosco. Nei campi, dove il grano maturo era più alto di un uomo, s’intravvedevano come papaveri le giubbe rosse di qualche soldato inglese che se l’era squagliata dalla battaglia; ma dei francesi non c’era traccia. Piacevolmente sorpreso dall’assenza dei nemici, von Valentini si stava facendo spiegare dal contadino la strada migliore per proseguire verso Smohain, quando qualcuno gridò: «Ferma! A sinistra, lancieri nemici!». Il gruppetto si allontanò al galoppo, ma 218

quasi subito si vide che quelli erano in realtà gli ulani di von Falkenhausen, di ritorno dalla loro scorreria. Quando fu ben sicuro che in tutto il bosco di Frischermont non c’erano nemici, Valentini si spinse oltre, smontò ed esaminò l’orizzonte col cannocchiale. Qua e là individuò qualche sentinella francese, ma erano tutti intenti a guardare davanti a sé, e nessuno si sognava di guardare a destra, verso di lui. Un po’ più tardi il principe Thurn und Taxis, l’inviato bavarese presso Blücher, si spinse a sua volta fino al margine del bosco, e poté osservare il campo di battaglia fino alla Haye Sainte, avvolta dal fumo. «Per quanto sembri incredibile, vedevamo il nemico da dietro, a distanza di un’ora e mezza di marcia, e coi cannocchiali vedevamo perfino i feriti che venivano trasportati indietro». Alla fine lo stesso Blücher si spinse fin lì. Quel mattino il vecchio si era alzato all’alba, aveva cacciato in malo modo il medico che voleva ungergli con una pomata la spalla dolorante («Se devo andare all’altro mondo, non fa differenza andarci unto o non unto. E se invece le cose vanno bene, presto faremo tutti il bagno a Parigi»), aveva dettato un biglietto combattivo per Müffling («Anche se sono vecchio e malato, oggi cavalcherò alla testa delle mie truppe per attaccare il fianco destro del nemico appena Napoleone si muoverà contro il duca. Ma se il nemico non attacca oggi, allora la mia opinione è che domani dobbiamo attaccare l’esercito francese insieme»), poi s’era messo in strada per raggiungere l’avanguardia («mi sarei fatto legare in sella piuttosto che perdermi la battaglia»). Ora, insieme a Gneisenau e Bülow, il feldmaresciallo esaminava a suo piacimento le retrovie dell’esercito nemico ignaro; ma nonostante una situazione così favorevole, nel gruppo non regnava affatto l’ottimismo. Le riserve ammassate da Napoleone dietro la Belle Alliance apparivano imponenti, e qualcuno osservò che la prospettiva di doverle affrontare non era affatto allegra. La maggioranza, però, si trovò d’accordo che quando si fosse accorto d’essere minacciato, Napoleone avrebbe piuttosto raddoppiato gli sforzi per sfondare la linea di Wellington, e Blücher osservò seccamente che aveva forze più che sufficienti per farcela. Fra gli ufficiali dello stato maggiore prussiano, la fiducia nella capacità di resistenza dell’alleato era ridotta al minimo. Ma Blücher, nel corso della mattinata, aveva tenuto informato il duca dei suoi pro219

gressi, e a un certo punto Müffling, accompagnato da alcuni ufficiali tedeschi dello staff di Wellington, era venuto a discutere la situazione, sottolineando come l’intervento prussiano fosse assolutamente indispensabile per salvare la giornata: ora, dunque, non era più possibile tirarsi indietro. Il feldmaresciallo ordinò a Bülow di riprendere la marcia e occupare in forze il bosco di Frischermont. L’avanguardia del IV corpo, ferma a Chapelle-St. Lambert, aveva avuto il tempo di tirare il fiato per qualche ora. La truppa, in gran parte miliziani della Landwehr, ne aveva un gran bisogno; avrebbero anche avuto bisogno di mangiare qualcosa, ma non c’era modo di cucinare niente, e del resto non c’era acqua. Molti raccolsero nelle gamelle quella delle pozzanghere, ci mescolarono caffè macinato, zucchero e rum, e quello fu il principale nutrimento in vista della battaglia che li aspettava. Non c’è da stupirsi se, quando finalmente si mossero, ci vollero diverse ore perché il grosso della truppa, con i suoi carriaggi e i suoi cannoni, riuscisse ad attraversare la valle della Lasne, ridotta a un acquitrino dalle piogge della notte, e poi l’ampia zona di boscaglie, interrotta da radure, che costituiva il bosco di Frischermont. I cannoni sprofondavano nel fango fino ai mozzi, i cavalli scivolavano e s’impantanavano nella melma, i soldati bestemmiavano e cercavano di convincere i loro ufficiali che era impossibile passare di lì. Ma Blücher era a cavallo in mezzo a loro, e qualcuno giurò di avergli sentito gridare: «Forza, ragazzi, non è vero che è impossibile. Ho promesso a mio fratello Wellington di arrivare. Non vorrete mica farmi diventare un bugiardo?». Alle quattro, finalmente, metà della fanteria del corpo di Bülow, e quasi tutta la cavalleria, erano in posizione lungo il margine interno del bosco; coperti di fango fino a renderli irriconoscibili («sembravano tutti dei mulatti», commentò un ufficiale), ma pronti a entrare in azione sbucando di sorpresa sul fianco scoperto del nemico. In un primo momento, i generali prussiani avevano stabilito di radunare lì tutto il IV corpo prima di cominciare; ma ora, benché una parte della fanteria e quasi tutta l’artiglieria fossero ancora per strada, Blücher decise che non era possibile aspettare ancora, perché tutto lasciava pensare che Wellington non avrebbe più resistito a lungo; perciò ordinò di attaccare senz’altro. Per quanto il vecchio principe poteva giudicare dal suo posto di osservazione, il bo220

sco di Frischermont rappresentava l’accesso di un altipiano, segnato sulla sinistra dalla valle della Lasne, e a destra dalla valle dello Smohain; benché entrambi questi corsi d’acqua fossero appena dei ruscelli, facili da guadare in circostanze normali, le sponde scoscese e il terreno paludoso li trasformavano in ostacoli non indifferenti. Ma una volta superato il bosco e giunti in vista del campo di battaglia, l’altipiano si allargava, perché i due corsi d’acqua divergevano sempre più; sicché i generali prussiani avrebbero avuto tutto lo spazio di manovra necessario per spiegare le loro truppe e investire il fianco destro francese, com’era stato concordato con Wellington. Se nessuno li avesse fermati, in quell’ora e mezza di marcia calcolata dal principe Thurn und Taxis la loro cavalleria avrebbe raggiunto la Belle Alliance. E all’inizio sembrò davvero che nessuno fosse in grado di fermarli. Solo quando i primi prussiani uscirono dal bosco i generali francesi parvero accorgersi del pericolo e cercarono di fare qualcosa: fino a quel momento, come scrisse Bülow il giorno dopo nel suo rapporto, «il nemico aveva dimostrato una negligenza incomprensibile, e non sembrava prestare la minima attenzione alla nostra esistenza». Questa testimonianza, al pari di quelle citate più sopra, conferma che in quel momento le truppe di Mouton erano schierate a sostegno dell’ala destra, così paurosamente indebolita dopo la disfatta di d’Erlon, e fronteggiavano le posizioni di Wellington, senza che nessuno si fosse preoccupato di avvertirle che prima o poi i prussiani avrebbero potuto sbucare sul loro fianco. Il colonnello Combes-Brassard, capo di stato maggiore di Mouton, vedendo quelle truppe che uscivano dal bosco galoppò a vedere di chi si trattava, e con sgomento si accorse che erano i prussiani. «Il loro arrivo si produceva senza che l’imperatore avesse dato alcun ordine. Eravamo aggirati». Intorno alle quattro e mezza, quando la linea di Bülow cominciò a emergere in forze dal bosco di Frischermont, soltanto gli squadroni di lancieri e cacciatori e cavallo di Domon e Subervie erano collocati in una posizione adatta per cercare di rallentarne l’avanzata; e infatti furono usati senza risparmio. Le pattuglie di cavalleria che formavano l’avanguardia prussiana vennero attaccate e disperse; i comandanti di entrambe le brigate di cavalleria che Bülow aveva mandato avanti rimasero uccisi in queste scaramucce, un fatto che conferma la scarsa capacità tattica dell’inesperta 221

cavalleria prussiana. Ma ogni volta la cavalleria francese dovette poi sgombrare sotto il fuoco delle batterie nemiche che prendevano posizione sul margine della boscaglia; coperta da quel fuoco, la linea dei tiratori prussiani prese a estendersi, e ben presto coprì l’intero altipiano, toccando Smohain a destra e la Lasne a sinistra, su un fronte di quasi due chilometri e mezzo. La direzione della loro avanzata era stata dibattuta nei messaggi che Wellington e i generali prussiani si erano scambiati in precedenza per mezzo di Müffling. Una volta sbucato dalla boscaglia, infatti, Bülow poteva spingere le sue colonne sia verso nord-ovest, in direzione di Smohain, per allacciare il contatto con l’estrema sinistra di Wellington, sia verso sud-ovest: in una direzione cioè che lo portava ad allontanarsi dagli alleati, minacciando invece le retrovie del nemico. Le piste di terra battuta permettevano entrambe le manovre, e in un primo momento Bülow aveva cercato di avanzare contemporaneamente su entrambe. Ne era nato anzi un incidente con gli uomini del principe Bernardo di Weimar, perché avanzando in quel terreno rotto da innumerevoli siepi e fossati, e intravvedendo in lontananza quella fanteria vestita di blu, dall’equipaggiamento così simile a quello francese, i prussiani avevano senz’altro aperto il fuoco; i Nassauer avevano risposto, e la sparatoria si era prolungata per almeno dieci minuti prima che gli ufficiali di entrambe le parti si rendessero conto dell’equivoco e riuscissero a far cessare il fuoco. All’inizio, dunque, era perfettamente possibile che le truppe di Bülow si dirigessero su Smohain, e proseguendo lungo la strada infossata andassero a prendere il posto delle esauste brigate di Pack, Bijlandt e Kempt; è certamente questo che Wellington aveva in mente quando aveva ripartito le sue forze, ed è in vista di questi soccorsi che la sua ala sinistra era stata lasciata deliberatamente così debole. Ma Bülow, quel mattino, aveva anche concordato con Müffling che l’avanzata lungo lo chemin d’Ohain sarebbe stata possibile solo se la strada non era minacciata dal nemico; in caso contrario, era molto meglio che l’offensiva prussiana si dirigesse più a sud, divergendo dalla linea di Wellington, per investire i francesi sul fianco e magari addirittura alle spalle. Perciò, quando si accorse che la Haye Sainte e la Papelotte erano sotto attacco, il generale prussiano concluse che manovrare lungo la strada di Ohain diventava pericoloso; e richiamò le forze che aveva già spin222

to in quella direzione, orientando decisamente verso sud-ovest la marcia delle sue colonne. A questo punto in realtà Wellington, visti i paurosi vuoti che s’erano aperti nella sua fanteria, avrebbe di gran lunga preferito che i battaglioni prussiani venissero a prendere posizione accanto ai suoi. Il capitano Seymour ebbe ordine di raggiungere immediatamente Bülow, e riferirgli questa pressante richiesta. Mentre l’aiutante partiva per consegnare il messaggio, il suo cavallo venne ucciso sotto di lui; un altro ufficiale partì al suo posto, e riuscì a trovare il generale prussiano e a riferirgli il desiderio del duca. La missione, tuttavia, ebbe scarso successo. Può darsi che Bülow non avesse nessuna intenzione di rinunciare ad attaccare Napoleone per assumere un ruolo puramente difensivo, che per di più lo avrebbe messo agli ordini di Wellington; in ogni caso, replicò che ormai non era più possibile cambiare il piano d’avanzata. Tutto quello che poteva fare era di scrivere a Blücher raccomandando che un altro corpo prendesse invece la direzione di Smohain; ma quanto a lui, il suo sforzo sarebbe stato compiuto più a sud. Sbucando dal bosco di Frischermont, scrisse più tardi il generale prussiano, la linea dell’orizzonte «è disegnata dalla strada di Bruxelles che corre lungo una cresta, dove si distingue da lontano la fattoria chiamata la Belle Alliance, costruita in un punto dominante. Questo punto molto visibile fu indicato a tutte le truppe come l’obiettivo comune dell’attacco». Le cariche della cavalleria di Domon e Subervie avevano guadagnato a Mouton il tempo indispensabile per rischierare le sue truppe, ad angolo retto con lo schieramento di d’Erlon, e fronteggiare la spinta crescente delle colonne prussiane. Quel generale, che era uno dei più esperti comandanti francesi, fece tutto quanto era possibile, e le sue truppe si batterono bene; ma la loro era una missione senza speranza, soprattutto su un terreno aperto come quello che si stendeva al di qua del bosco di Frischermont. Mouton aveva in tutto quindici battaglioni, in gran parte sotto organico, con poco più di 6000 moschetti e 30 cannoni; i sei reggimenti di cavalleria leggera di Domon e Subervie aggiungevano duemila sciabole e 12 cannoni. Bülow, quando sbucò dal bosco con metà della sua fanteria, aveva già diciotto battaglioni, ma erano battaglioni prussiani a organico pieno, per un totale di 12.000 moschetti; la sua cavalleria contava otto reggimenti, per un totale di 223

oltre tremila sciabole, anche se parecchi squadroni erano dispersi fin dal mattino in esplorazione; delle sue undici batterie, qualcuna rimase impaludata definitivamente nel fango della Lasne, ma col tempo Bülow arrivò comunque a schierarne otto, per un totale di 64 cannoni. Per quanto Mouton fosse un generale coraggioso e fortunato, non aveva nessuna possibilità di resistere a lungo in aperta campagna contro forze doppie delle sue. Per un po’ di tempo, la sua artiglieria mantenne un fuoco vivace contro le colonne prussiane che si facevano sotto; ma quando si accorse che la linea nemica era molto più estesa della sua e minacciava di avvilupparlo ai fianchi Mouton, giustamente, diede ordine di arretrare. Ripetute cariche della cavalleria di Domon e Subervie costrinsero il nemico a rallentare la sua avanzata; la cavalleria prussiana continuò a dimostrarsi incapace di tener testa a quella francese, guidata da uomini come il colonnello Sourd, del 2° Lancieri, cui il chirurgo Larrey aveva amputato il braccio appena il giorno prima in seguito a una furiosa scaramuccia con la cavalleria inglese, ma che insisté per mantenere il comando del reggimento e lo guidò in effetti per tutto il giorno; ma azioni come queste potevano, appunto, rallentare l’avanzata di Bülow, non bloccarla. Sia pure molto lentamente, e attraverso una continua e logorante schermaglia di avamposti, i prussiani guadagnavano terreno. «Là dove i nostri tiratori avevano preso solidamente piede», riferì Bülow, «l’artiglieria si portava avanti con la rapidità che la situazione esigeva, e li sorpassava per dirigere il suo fuoco a distanza ravvicinata contro il nemico. La linea dei battaglioni ammassati seguiva, e dietro a questi la cavalleria di supporto, tenendo sempre d’occhio la catena dei tiratori che procedeva in avanti». L’avanzata dei prussiani, inclinando sempre più verso sudovest, minacciava di portarli alle spalle di Napoleone, chiudendo in una sacca l’intero esercito francese. Il corpo di Mouton arretrava in buon ordine, mantenendo la sua linea di tiratori e continuando a sparare con tutte le sue bocche da fuoco; le perdite prussiane cominciavano già a salire più di quelle francesi, ma Mouton non poteva fermarsi, perché il nemico minacciava di aggirare la sua ala destra. Nel tardo pomeriggio, le palle dei cannoni prussiani cominciarono a cadere sulla strada di Bruxelles, non lontano da dove si trovava l’imperatore, e qualcuna sfondò il tetto della Belle Al224

liance, ormai piena di feriti francesi e di chirurghi intenti al loro sanguinoso lavoro. Volgendo il cannocchiale in quella direzione, Napoleone poté vedere i tiratori prussiani che si spingevano sempre più a sud, lungo la strada che costituiva l’asse principale della loro avanzata, e che scendeva verso la Lasne; di lì a poco, continuando a scendere, si sarebbero inoltrati fra le prime case del villaggio di Plancenoit, che sorgeva proprio a ridosso del corso d’acqua.

49.

Plancenoit

Plancenoit era il centro più grosso della zona, abbastanza grande perché ci volessero cinque o sei minuti per attraversarlo a piedi di buon passo; un vero villaggio dunque, con una strada acciottolata, una chiesa parrocchiale in pietra e un cimitero murato, mentre Smohain o Mont-Saint-Jean non erano che gruppetti di case. I suoi abitanti l’avevano abbandonato già il giorno prima, e nelle case avevano trascorso la notte i soldati francesi, bruciando le porte e le imposte per scaldarsi; all’alba, però, si erano spostati altrove, e ora il villaggio era vuoto. Ed era spaventosamente vicino alle retrovie di Napoleone: dopo le ultime case di Plancenoit la strada risaliva un leggero pendio per meno d’un chilometro, e sbucava sulla strada maestra proprio dietro la Belle Alliance. Altri sentieri, proseguendo fra le colline, andavano a sbucare ancora più indietro, a Rossomme o addirittura a Le Caillou. Certo Mouton avrebbe occupato e difeso Plancenoit, riconoscendo in quel villaggio l’unica posizione in cui si poteva affrontare favorevolmente l’avanzata nemica; ma da quel che Napoleone poteva vedere nel suo cannocchiale, era chiaro che il generale non aveva truppe a sufficienza per resistere a lungo. E se il villaggio fosse stato perduto, il nemico non avrebbe tardato a risalire fino a trovarsi a portata di moschetto dalla strada maestra, sul fianco e alle spalle delle riserve francesi. Con riluttanza, l’imperatore decise che una parte della Guardia doveva essere dirottata in quella direzione, per impedire ai prussiani di occupare Plancenoit. I ventidue battaglioni della Guardia Imperiale erano tutta la fanteria fresca che gli restava per 225

sferrare l’attacco decisivo contro la linea di Wellington, e ogni battaglione distolto per affrontare i prussiani avrebbe ridotto le probabilità di vittoria; ma non c’era alternativa. Napoleone ordinò a Duhesme, che comandava la divisione della Giovane Guardia, di occupare Plancenoit con i suoi otto battaglioni. Per tutto il giorno gli uomini della Guardia erano rimasti seduti a terra o sui loro zaini ai lati della strada di Bruxelles, fumando e chiacchierando, in attesa che venisse il loro turno; come sempre, la Giovane Guardia occupava la posizione più avanzata, perché era meno preziosa della Vecchia Guardia, e veniva mandata in azione per prima; e anche adesso toccò a loro riscuotersi per primi, prendere posto nei ranghi ai comandi dei loro ufficiali, e mettersi in marcia non verso il nemico che avevano di fronte, ma verso quello che stava per sbucare alla loro destra. Insieme con tre batterie di artiglieria, in tutto 24 cannoni, la divisione Duhesme si mosse verso Plancenoit, per andare ad aggiungere i suoi quattromila moschetti ai seimila di Mouton, e impedire a tutti i costi che i prussiani si impadronissero del villaggio. Nel combattimento per Plancenoit l’esercito di Blücher stava per manifestare tutte le sue qualità e tutti i suoi limiti. Dal punto di vista del morale, gli ufficiali e la truppa erano animati da un odio fanatico per i francesi, che li aveva aiutati ad affrontare le fatiche di una marcia nel fango cominciata all’alba, e che li portò ora, nel tardo pomeriggio, a battersi con particolare ferocia: lo scontro fra le case del villaggio, prese, perse e riprese una per una, fu sanguinoso e senza quartiere com’era stato, due giorni prima, quello di Ligny. Al tempo stesso, troppa di quella truppa era composta da reclute della Landwehr, non abbastanza addestrate e scarsamente coese. Il corpo di Bülow era l’unico di tutto l’esercito a comprendere non un terzo, ma ben due terzi di Landwehr nella sua fanteria; e certi cedimenti improvvisi, certi momenti di panico ingiustificato che si manifestarono a più riprese nel combattimento per Plancenoit hanno probabilmente la loro origine nell’inesperienza di troppi reggimenti. Come disse Müffling a Wellington, «la nostra fanteria non possiede la stessa forza fisica e capacità di resistenza della vostra. La maggior parte delle nostre truppe sono troppo giovani e inesperte». Sul piano tattico l’esercito prussiano aveva sperimentato grosse innovazioni: la linea dei tiratori, presso di loro, era più nume226

rosa e meglio diretta che in qualunque altro esercito, e certamente questo spiega la difficoltà che gli uomini di Mouton ebbero fin dall’inizio a tener testa alla loro avanzata. Ma, di nuovo, i reggimenti della Landwehr non erano in grado di sostenere questo tipo di combattimento allo stesso livello delle truppe di linea, e non disponevano del battaglione di fucilieri che invece costituiva parte integrante di ogni reggimento di fanteria. Il corpo di Bülow, insomma, aveva in proporzione un minor numero di tiratori addestrati rispetto agli altri corpi prussiani, e doveva coprire un fronte d’avanzata assai ampio. Quando arrivarono davanti a Plancenoit, i tiratori prussiani avevano già esaurito gran parte della loro capacità offensiva e delle loro munizioni, il che rese l’attacco contro il villaggio meno manovriero di quel che avrebbe dovuto essere. I riformatori prussiani avevano anche elaborato una formazione d’attacco per le loro brigate che era stata coscienziosamente insegnata a tutti gli ufficiali, e che costituiva una reale innovazione: la coordinazione fra la linea dei tiratori e i battaglioni che seguivano in colonna era diventata un sistema, abbastanza semplice da poter essere imparato e messo in pratica in qualsiasi circostanza, e che forniva ai comandanti di brigata un riferimento sicuro cui attenersi quando bisognava prendere delle decisioni. Ma l’avanzata del IV corpo era stata condotta su un fronte troppo ampio; i generali prussiani avevano cominciato subito a distaccare ora due, ora tre battaglioni per coprire i fianchi, verso Smohain e verso la Lasne; perciò l’ordinata formazione prevista dai loro manuali non era più attuabile, e anche questo contribuì a un certo disordine, a una certa improvvisazione degli attacchi. Finalmente, l’inesperienza di gran parte della truppa, e anche degli ufficiali, si manifestò nell’eccessivo spreco di munizioni. Già prima di cominciare l’attacco contro Plancenoit, qualche reggimento segnalava di aver quasi esaurito le cartucce nel combattimento ostinato con la linea dei tirailleurs di Mouton. Anche l’artiglieria prussiana non era usata in modo economico, e Clausewitz la criticò duramente nella sua relazione della campagna: «Noi teniamo troppa artiglieria in riserva e sostituiamo una batteria quando ha bruciato tutte le munizioni; questo fa sì che molte batterie cerchino di consumarle il più in fretta possibile». Il risultato, concluse freddamente il generale prussiano, è che i francesi, con meno cannoni, provocavano regolarmente molte più perdite di quel227

le che subivano da parte dei prussiani. Più avanti, nella stessa relazione, Clausewitz ampliò questa conclusione, in termini che sembrano un commento diretto a quel che era capitato a Plancenoit: «Nel combattimento a piè fermo, noi consumiamo troppo in fretta le nostre truppe. I nostri ufficiali chiedono rinforzi troppo presto, e li ricevono troppo facilmente. Ne risulta che, senza guadagnare terreno, noi impieghiamo più truppe dei francesi, che di conseguenza abbiamo più morti e feriti, e che le nostre masse fresche si trasformano prematuramente in detriti logori». Quando Blücher ordinò di attaccare Plancenoit, solo metà della fanteria del IV corpo era in grado di prendere parte all’azione, la 15a brigata di von Losthin e la 16a di von Hiller; le altre due brigate del corpo stavano ancora marciando per raggiungere la prima linea, anche se erano ormai abbastanza vicine. Una brigata prussiana era sulla carta una formazione poderosa, equivalente a una divisione di qualunque altro esercito, con nove battaglioni di fanteria; la 15a brigata, però, che aveva sostenuto il maggior peso del combattimento fino a quel momento, era già piuttosto logora e uno dei suoi battaglioni aveva dovuto essere tolto dalla linea perché aveva completamente esaurito le cartucce; quanto alla 16a brigata, aveva distaccato quasi tutti i suoi tiratori per coprire il fianco sinistro, dove il pendio boscoso digradava rapidamente verso la Lasne. Tuttavia i generali prussiani ordinarono egualmente l’attacco, senza aspettare rinforzi. «I nostri generali avevano troppo l’idea che avanzare è meglio che star fermi e sparare. Ogni cosa va fatta a suo tempo», commentò Clausewitz. La 15a brigata, all’ala destra, si trovò di fronte la più debole delle due divisioni di Mouton, schierata sulla leggera altura appena fuori Plancenoit. I prussiani erano circa il doppio quanto al numero di moschetti, ma i francesi erano più freschi e con più munizioni, e la loro artiglieria era più esperta. Il generale von Losthin aveva un solo reggimento di linea, il 18°, che fino a tre mesi prima era stato un reggimento della riserva, reclutato fra i tedeschi e i polacchi della Posnania, ed era tuttora vestito con vecchie giubbe grigie recuperate tra i fondi di magazzino; nella marcia da Wavre gli uomini si erano strappati i colletti per il caldo, un episodio che in seguito avrebbe procurato al reggimento il privilegio di portare colletti rosa. La Landwehr della brigata era formata anch’essa da tedeschi e polacchi della Slesia; tutta gente proveniente da pro228

vince magari non tanto omogenee etnicamente, ma tradizionalmente fedeli al re. Perciò, benché fossero in marcia dalle quattro del mattino, non avessero mangiato nulla, e gli rimanessero ormai poche cartucce nelle giberne, andarono avanti con entusiasmo. L’attacco, tuttavia, s’infranse quasi subito. Uno dopo l’altro, i plotoni di tiratori del 18° esaurirono le munizioni e batterono in ritirata; abbastanza in disordine, qua e là, perché la cavalleria prussiana schierata nelle retrovie dovesse spronare avanti, per rassicurarli e riportarli in linea. Gli ufficiali cominciarono a chiedere dei volontari che uscissero dalle file per andare a rafforzare la linea dei tiratori, ma anche così era improbabile che si potesse andare molto avanti, anzi il rischio era che venissero avanti i francesi. Il tenente Culemann vide un ufficiale nemico che gridava continuamente ai suoi uomini «Vive l’Empereur! En avant, mes braves!», sospingendoli al contrattacco. Il tenente chiamò il miglior tiratore del battaglione, il sergente Walter, e gli chiese di tirar giù quell’uomo da cavallo. Mentre il sergente si accingeva a sparare, una palla lo colpì alla mano sinistra. Culemann, che era anche lui a cavallo, lo raggiunse e gli offrì la staffa perché potesse appoggiarsi, e il sergente, benché ferito e sanguinante, riuscì a prendere la mira e ad abbattere l’ufficiale francese. In quel caso gli uomini di Mouton, ben consapevoli della propria inferiorità numerica, rinunciarono a spingersi oltre; ma nemmeno i prussiani stavano facendo alcun progresso. Il generale von Losthin era un comandante esperto, e tuttavia, alla luce del fatto che tre mesi dopo venne mandato in pensione, c’è da chiedersi se qualcosa non sia andato storto nel modo in cui condusse la sua brigata: quel che è certo è che in quel settore l’attacco prussiano si arenò di netto. A Plancenoit, in un primo momento, parve che le cose si mettessero meglio. Il colonnello von Hiller, che comandava la 16a brigata, spinse avanti i suoi uomini in colonna, senza una forte linea di tiratori, giacché li aveva distaccati tutti altrove. I prussiani si inoltrarono fra le prime case del villaggio, e lì si scontrarono con la seconda delle due divisioni di Mouton, che aveva appena fatto in tempo a prendere posizione. Nonostante le forti perdite provocate dai tiratori nemici appostati nelle case, i prussiani si aprirono la strada fino alla piazza centrale, dove sorgevano la chiesa e il cimitero. Tenendo conto che il reggimento di linea della brigata, il 15°, era un ex reggimento di riserva reclutato nelle nuove provin229

ce di Westfalia, dove il patriottismo prussiano non era affatto radicato, e che la superiorità numerica degli uomini di von Hiller rispetto alla divisione francese era minima, l’impeto con cui avevano occupato gran parte del villaggio era veramente degno dell’entusiasmo che Blücher si era sforzato di infondere nei «suoi ragazzi». Giunti alla piazza, però, essi si trovarono improvvisamente di fronte alla Giovane Guardia che stava accorrendo per occupare a sua volta il villaggio. Nello scontro confuso che seguì, i prussiani, ora in inferiorità numerica, vennero messi in rotta; e dopo aver tentato senza successo di difendere almeno le ultime case, dovettero arretrare fino all’aperta campagna. Blücher, furibondo, cavalcò fra gli uomini della 16a brigata cercando di rianimarli, e spiegò personalmente al colonnello von Hiller che dalla presa di Plancenoit dipendeva la vittoria; perciò bisognava tornar sotto un’altra volta. Mentre i westfaliani e gli slesiani di von Hiller si riordinavano, a buona distanza dal villaggio, e si preparavano a tornare all’attacco, un corriere raggiunse il feldmaresciallo con un messaggio proveniente da Wavre. Il generale von Thielemann, che era stato lasciato laggiù col suo corpo per coprire le spalle dell’esercito, riferiva di essere stato attaccato da Grouchy con forze superiori, e chiedeva aiuto. Il vecchio Blücher si consultò nervosamente con il suo capo di stato maggiore. La situazione, come ha scritto Peter Hofschroer, era tutt’altro che allegra. «Il principale attacco di Blücher stava fallendo, i suoi rinforzi arrivavano troppo lentamente, le difese del suo alleato mostravano segni di collasso sotto l’attacco francese, e ora la sua linea di ritirata rischiava di essere tagliata». Era uno di quei momenti in cui i nervi di un comandante sono messi a dura prova; ma i due generali prussiani sapevano di non avere scelta. Mandare dei rinforzi a Thielemann, in quel momento, era fuori discussione. «Non vedrà nemmeno la coda di un cavallo», esclamò Blücher. Gneisenau si preoccupò di esprimere il concetto in termini più formali, ma la risposta che dettò per il comandante del III corpo era lo stesso raggelante: «Deve disputare con tutte le forze ogni passo del nemico, perché anche le più gravi perdite subite dal suo corpo sarebbero più che compensate da una vittoria contro Napoleone qui». 230

50. «Che io sia dannato se non perderemo questa posizione» Mentre gli uomini di Mouton prendevano posizione a Plancenoit e affrontavano l’attacco prussiano, la cavalleria francese aveva continuato le sue cariche contro i quadrati. Nonostante il progressivo logoramento, che certamente aveva ormai costretto parecchi reggimenti ad abbandonare l’azione, la pressione non era diminuita, perché Napoleone aveva ordinato che l’altro corpo di cavalleria di riserva, quello di Kellermann, sostituisse il corpo di Milhaud. Il corpo di Kellermann era stato duramente impegnato a Quatre Bras, ma contava pur sempre ancora tremilacinquecento sciabole fra dragoni, corazzieri e carabinieri. Anche la divisione di cavalleria pesante della Guardia, al comando di Guyot, era entrata in linea e presto venne impiegata a sua volta nelle cariche. I suoi due reggimenti, i granatieri a cavallo e i dragoni dell’Imperatrice, contavano fra tutt’e due altre milleseicento sciabole: anche tenendo conto che ciascun reggimento della Guardia aveva distaccato uno squadrone di scorta all’imperatore, il numero dei cavalieri complessivamente impegnati in quel pomeriggio contro i quadrati era salito a più di ottomila, anche se, ovviamente, non più di metà di questo numero si trovò simultaneamente in azione in un dato momento. Napoleone sostiene nelle sue memorie che Guyot si lasciò coinvolgere nel combattimento senza aver ricevuto ordini espliciti, ma non è detto che si debba credergli, perché a Sant’Elena, come sappiamo, l’imperatore era incline a dissociare le proprie responsabilità da quegli aspetti della battaglia di Waterloo che i commentatori avevano maggiormente criticato. Per principio, la cavalleria della Guardia non entrava mai in combattimento senza un ordine diretto che poteva venire soltanto dal suo comandante o dall’imperatore in persona; alla battaglia di Wagram, questa consuetudine inamovibile aveva suscitato la furia del maresciallo Macdonald, che andò a un pelo dall’accusare di vigliaccheria un generale della Guardia, per il suo rifiuto di caricare senza quell’ordine dall’alto. Si può dunque tranquillamente credere a Guyot quando afferma che nel tardo pomeriggio l’imperatore gli ordinò di mettere la sua divisione a disposizione del maresciallo Ney, il che equi231

valeva ad autorizzare il suo impiego immediato nelle cariche. Solo a cose fatte, quando Napoleone si convinse che la sua cavalleria era stata sacrificata inutilmente, il ricordo di quel che era accaduto venne volutamente manipolato per dissimulare la responsabilità dell’imperatore. La fanteria intruppata nei quadrati continuava a tener duro; ma fino a quando? «I nostri quadrati erano uno spettacolo scioccante», ricorda l’alfiere Gronow, del 1° Foot Guards. «All’interno eravamo quasi soffocati dal fumo e dall’odore delle cartucce bruciate. Era impossibile muoversi d’un passo senza calpestare un compagno ferito o un cadavere; i lamenti dei feriti e dei moribondi erano spaventosi. Alle quattro il nostro quadrato era un ospedale in piena regola, pieno di soldati morti, morenti o mutilati». Durante una delle cariche dei corazzieri, lo stesso Wellington cercò rifugio in quel quadrato. «Era accompagnato soltanto da un aiutante di campo, tutto il resto del suo staff era stato ucciso o ferito. Per quanto potevo giudicare, appariva perfettamente padrone di sé; ma sembrava molto pensieroso e pallido». Vista la difficoltà di sfondare i quadrati a viva forza, i cavalieri francesi continuavano con la loro nuova tattica: si avvicinavano al passo o tutt’al più al trotto, e arrivati a dieci o quindici passi di distanza scaricavano le loro carabine. «Ma il loro fuoco produceva poco effetto, come capita di solito col fuoco della cavalleria», commenta Gronow. «I nostri uomini avevano ordine di non sparare a meno che i nemici non fossero molti e molto vicini, allo scopo di risparmiare le munizioni, e non sprecarle contro soldati isolati. Il risultato era che quando la cavalleria aveva scaricato le carabine, ed era ancora a una certa distanza, a volte ci trovavamo a guardarci in faccia senza saper bene cosa fare». Poco lontano di lì, anche la batteria del capitano Mercer venne attaccata da cavalieri isolati, armati di carabina; Mercer era così ansioso d’impedire ai suoi uomini di sprecare munizioni contro di loro, che si mise a cavalcare su e giù davanti ai cannoni. Un granatiere a cavallo lo prese deliberatamente di mira, sparò e lo mancò. Mercer gli fece segno di no col dito, e aggiunse, in francese, «Coquin!», cioè, più o meno, «Furfante!»; l’uomo rise, e cominciò a ricaricare. «Mi sentivo piuttosto stupido in quel momento», confessa Mercer, «ma mi vergognavo, dopo tutte quelle bravate, di farglielo capire e continuai la mia passeggiata. Come per 232

prolungare la mia tortura, ci mise un sacco di tempo a prendere la mira. A me almeno sembrò un secolo. Ogni volta che mi giravo vedevo la bocca della sua infernale carabina che mi seguiva. Finalmente il colpo partì, la palla mi fischiò vicino alla nuca e nello stesso istante il primo conducente di uno dei miei pezzi, Miller, cadde: il maledetto proiettile lo aveva preso in fronte». Per gran parte della giornata, la batteria di Mercer era rimasta in una posizione relativamente tranquilla, in riserva dietro Hougoumont; ma a un certo punto Sir Augustus Frazer, che comandava l’artiglieria a cavallo, era arrivato lì al galoppo, ordinando al capitano di portarsi in prima linea. «Aveva la faccia nera come uno spazzacamino, per il fumo, e la manica destra stracciata da una palla, o una scheggia, che gli aveva appena sfiorato la carne». Frazer accompagnò Mercer e gli fece prendere posizione subito dietro la strada infossata, in mezzo a due quadrati di truppe del Brunswick; lo informò che la cavalleria nemica lo avrebbe caricato entro pochi minuti, e che al suo arrivo gli artiglieri dovevano cercare rifugio nei quadrati, poi scomparve. «Lì si respirava un’atmosfera nuova», commenta Mercer; «l’aria era soffocante, come in un forno. Eravamo avvolti in un fitto fumo, e malgrado l’incessante ruggito del cannone e della fucileria, sentivamo distintamente tutt’intorno un ronzio misterioso, come quello prodotto nelle sere d’estate da una miriade di scarabei [...]. Sembrava che se uno avesse allungato un braccio, avrebbe rischiato di farselo strappar via». Gli uomini di Mercer avevano appena cominciato a staccare i cannoni dagli avantreni e metterli in batteria, quando i granatieri a cavallo della Guardia risalirono effettivamente il pendio verso di loro. «I due quadrati cominciarono subito un fuoco debole e inconcludente; erano in uno stato tale che mi aspettavo di vederli sbandarsi da un momento all’altro. Le loro file, caotiche e disordinate, presentavano grossi vuoti, che gli ufficiali e i sottufficiali erano impegnati a riempire spingendo gli uomini e addirittura prendendoli a botte; i soldati stavano lì piantati come tanti tronchi, e sembravano completamente stupefatti e disorientati. Dovrei aggiungere che erano tutti perfetti bambini: nessuno dei soldati dimostrava più di diciott’anni». Le truppe più inesperte erano chiaramente arrivate al limite della sopportazione e qualche quadrato cominciava realmente a sfasciarsi. Nei rari casi in cui una batteria francese riuscì a portar233

si abbastanza sotto da tirare non più alla cieca, ma in piena vista dei bersagli, le perdite divennero catastrofiche. Il più esposto dei tre battaglioni di Kruse, il I/1° Nassau, che era stato portato avanti fino a occupare una posizione in prima linea, si trovò appunto sotto un fuoco di questo genere, proveniente da cannoni che s’erano spinti fino a tre o quattrocento metri di distanza, e tanto più difficile da sopportare in quanto i soldati vedevano benissimo che le batterie inglesi schierate davanti a loro erano state abbandonate. Quando uno squadrone di corazzieri cavalcò tranquillamente fino a un centinaio di metri dai Nassauer e si fermò lì in attesa, quasi sfidandoli a sparare, le reclute cominciarono a dare segni di panico; vedendo la loro agitazione, i corazzieri caricarono e distrussero una parte del quadrato, catturando parecchi prigionieri. Anche nel quadrato del 3/1° Foot Guards il fuoco dell’artiglieria francese aprì a un certo punto un varco, sufficiente perché due ufficiali dei corazzieri penetrassero all’interno, urlando e brandendo le sciabole. Se qualcun altro li avesse seguiti, il quadrato avrebbe rischiato di sfasciarsi; ma evidentemente i due avevano troppo sopravanzato i loro uomini, o forse nessuno ebbe il coraggio di seguirli. Sospinte dai loro sergenti, le Guardie richiusero il varco, mentre i due ufficiali francesi venivano uccisi a pistolettate dagli ufficiali che si trovavano al centro del quadrato. In questo caso non si trattava d’un inesperto battaglione tedesco, ma della fanteria più rigidamente addestrata che Wellington avesse in campo, e tuttavia c’era mancato poco; Gronow, che aveva assistito affascinato all’intera scena, ne rimase così colpito da notare esattamente i nomi dei due ufficiali che avevano liquidato gli intrusi (entrambi vennero uccisi a loro volta prima di sera). Fors’anche per evitare che una resistenza puramente passiva finisse per far saltare i nervi ai loro soldati, in molti casi i generali inglesi e tedeschi cominciarono a manovrare i quadrati, cercando di ostacolare i movimenti della cavalleria e magari addirittura di guadagnare l’iniziativa. Il quadrato, infatti, non era necessariamente una formazione immobile: truppe ben addestrate potevano avanzare in quadrato, sia pur lentamente. Quello dove si trovava il capitano von Scriba, dopo aver respinto diversi attacchi, ebbe ordine dal principe d’Orange di avanzare contro la cavalleria nemica che si stava allineando a poca distanza e si preparava a caricare. Sorpresa da questo movimento improvviso, la cavalleria si sbandò 234

sotto il fuoco del quadrato, e i tedeschi continuarono ad avanzare. Quasi subito, però, l’artiglieria francese e i tirailleurs appostati intorno alle recinzioni della Haye Sainte aggiustarono il tiro contro di loro; per qualche minuto il quadrato cercò di restare dov’era, ma alla fine gli ufficiali si resero conto che se fossero rimasti lì i loro uomini sarebbero andati in rotta, e ordinarono la ritirata, non prima che il maggiore von Schkopp, comandante del quadrato, fosse stato ferito. «Gran parte degli uomini sul lato che fronteggiava il nemico erano stati buttati giù, uccisi, feriti o momentaneamente paralizzati dallo shock». Sulle alture dietro Hougoumont, le difficoltà della fanteria inglese erano moltiplicate dai tirailleurs che si avvicinavano in mezzo al grano alto, ogni volta che le cariche di cavalleria davano un momento di respiro. Per far fronte a questa minaccia, i battaglioni della brigata di Adam vennero rischierati in linea per quattro, così da far fuoco con qualche efficacia quando il nemico si faceva troppo sotto. Anche così, però, gli uomini erano sempre più impazienti e ogni tanto qualcuno abbandonava la posizione e correva avanti per scaricare il fucile contro i nemici; il generale Adam era così furioso per questa indisciplina dei suoi uomini che li affrontò a cavallo, colla sciabola sguainata, e giunse a colpirne uno con una piattonata sulla testa, per ottenere che tornasse nei ranghi. Finalmente, Wellington ordinò alla brigata di avanzare oltre la linea dei cannoni, per allontanare definitivamente i tiratori nemici che stavano rendendo la vita difficile anche agli artiglieri. «Che io sia dannato se non perderemo questa posizione, se non facciamo attenzione», disse il duca al suo segretario, lord Fitzroy Somerset. Il capitano Mercer, che aveva dovuto smettere di sparare perché Wellington era passato a cavallo proprio davanti ai suoi cannoni («coll’aria seria, e visibilmente molto stanco»), vide la fanteria di Adam risalire il pendio alle sue spalle e portarsi sulla cresta, prima di ridiscenderla verso il nemico; e notò come anche un movimento così limitato fosse faticoso date le condizioni infami del terreno. «Sua Grazia fu quasi subito seguito da una linea di fanteria che, risalendo il pendio coll’arma in pugno, sprofondando fino alle caviglie nella tenace argilla e lottando per superare i molti ostacoli che ingombravano il terreno, riusciva a presentare solo un fronte disordinato e irregolare, mentre i deboli ‘urrà’ che riuscivano a tirar fuori mostravano quanto fossero senza fiato per la fatica». 235

L’avanzata della brigata di Adam era, in linea di massima, una buona mossa, perché quando fosse giunta un’altra carica si sarebbe evitato che la cavalleria nemica restasse padrona dei cannoni, cosa che pur producendo in pratica pochi danni non aveva un bell’effetto morale sui soldati; e siccome il terreno, lì, scendeva rapidamente, gli artiglieri avrebbero potuto continuare a sparare sopra le teste dei fanti. La posizione degli uomini di Adam, però, diventò ovviamente ancora più pericolosa. Il fuciliere Lewis, del 2/95°, aveva già osservato con inquietudine i suoi compagni cadere tutt’intorno con sgradevole frequenza («il compagno davanti a me fu ferito da una scheggia di granata [...] mi affiancai a un altro, ma non avevamo fatto venti passi che arrivò una fucilata di fianco e gli staccò netto il naso [...]. Il mio vicino di sinistra ebbe il braccio sinistro strappato da una palla di cannone proprio sopra il gomito. Costui mi si aggrappa e mi inonda i pantaloni di sangue, prima di crollare a terra»), quando il battaglione ebbe l’ordine di avanzare oltre i cannoni, solo per trovarsi immediatamente caricato dalla cavalleria. Erano le prime cariche da cui i battaglioni di Adam fossero investiti direttamente, e gli ufficiali inglesi, come già altri prima di loro quel pomeriggio, furono sollevati di scoprire che i corazzieri non erano, dopo tutto, così minacciosi come sembravano. L’alfiere Leeke li vide farsi sotto «con stile magnifico e perfettamente ordinati, prima al trotto, poi al galoppo, fino a quaranta o cinquanta metri dal quadrato; lì, siccome uno o due cavalli vennero buttati giù, gli altri per sorpassare l’ostacolo presero una nuova direzione, che li portò verso i fianchi; e tutti quanti preferirono seguire questa direzione, anziché spingere la carica fino in fondo e galoppare sulle nostre baionette». I soldati semplici condividevano lo stesso sollievo. «La Guardia Imperiale di Boney, con tutta l’armatura, ci ha caricati e ha scoperto che non poteva combinare niente», si vantò il fuciliere Lewis scrivendo a casa qualche giorno dopo. Questa testimonianza, peraltro, conferma anche che la nuova tattica dei corazzieri, i quali facevano l’uso più largo possibile delle loro corte carabine, non era del tutto inefficace. «Ci sparano con le carabine, poi fanno subito dietrofront, mentre un compagno al mio fianco si accascia con una palla in pieno stomaco e il sangue gli sprizza fuori come un maiale sgozzato. Ebbe appena il tempo di dire: ‘Lewis, sono fregato!’ e subito spirò. Noi continuavamo a 236

sparare alle Guardie Imperiali mentre si ritiravano, ma spesso quelli si voltavano e sparavano, e mentre caricavo il fucile una palla lo colpì proprio sopra la mano sinistra, e spezzò la bacchetta e stortò la canna in modo tale che non potevo più mandar giù la palla». È probabile che il fuciliere Lewis abbia un po’ calcato le tinte, per impressionare i parenti cui era destinata la lettera, ma certamente la confusa successione di cariche e sparatorie si stava rivelando logorante per tutti, per i quadrati non meno che per gli squadroni che li attaccavano.

51.

La strada di Nivelles

L’unico tentativo che la cavalleria francese non fece mai fu quello che Wellington aveva maggiormente temuto; di aggirare, cioè, la sua ala destra, a occidente di Hougoumont, dove le alture difese dalla fanteria alleata discendevano piuttosto bruscamente in un vallone attraversato dalla strada di Nivelles. In quella zona, i cacciatori a cavallo e i lancieri della divisione di Piré si tennero in vista per tutto il giorno, con le loro lunghe lance ben visibili sopra i campi di grano maturo, spingendosi ogni tanto in avanti come se volessero attaccare; ma l’intento di queste manovre era soltanto di attrarre il fuoco delle batterie nemiche, e bloccare in quella zona, se possibile, qualche reggimento di cavalleria inglese, distraendo la sua attenzione da settori più importanti. Pur intervenendo all’occasione per sostenere qualche drappello di tirailleurs in difficoltà, gli uomini di Piré non si spinsero mai oltre, sicché in quel settore gran parte della giornata trascorse in un alternarsi ininterrotto di schermaglie, nelle quali ora l’uno, ora l’altro aveva la peggio, senza che mai si raggiungesse alcun risultato risolutivo. Le testimonianze provenienti dai reggimenti dislocati lungo la strada di Nivelles si distinguono nettamente dalle altre, in quanto non sembrano descrivere l’esperienza di una grande battaglia, ma piuttosto quella del combattimento d’avamposti e, a volte, quasi d’una guerriglia. Il sergente Wheeler, del 51° Leggero, era appostato con due uomini «dietro una roccia o grossa pietra, in mezzo ai rovi. Era sulla nostra destra e piuttosto avanti. Circa un’ora dopo che eravamo lì, vedemmo un ufficiale degli ussari che veniva 237

avanti cautamente per dare un’occhiata alle nostre posizioni. Uno dei miei uomini era quello che si chiama una botta garantita; gli chiesi se poteva essere sicuro di beccarlo. ‘Certo che posso’, rispose, ‘ma lasciamolo venire più vicino se vuole, in ogni caso la sua condanna a morte è già firmata e ce l’ho in mano, se solo cerca di tornare indietro’». Quando l’ufficiale francese fu abbastanza vicino, venne ucciso con un sol colpo, «e in un minuto avevamo trascinato dietro la roccia il suo corpo e il cavallo. Facemmo un bel bottino, quaranta doppi napoleoni, e avevamo appena avuto il tempo di strappare i galloni d’oro dall’abito dell’ussaro morto, quando ci richiamarono indietro». Anche se nel complesso le truppe dislocate nel settore ebbero perdite insignificanti rispetto a quelle impegnate in zone più calde, questa guerra di agguati e di sorprese era combattuta con particolare spietatezza. Gli ussari del 7° erano rimasti a lungo fermi in sella nella zona senza correre apparentemente alcun rischio, tanto che un sergente aveva tenuto la moglie vicino a sé a cavallo di un pony; ma d’un tratto alcuni di loro cominciarono a cadere, senza che si capisse chi era che gli sparava addosso (la moglie del sergente si spaventò, e il marito cominciò a insultarla grossolanamente, finché un ufficiale, disgustato, non gli ordinò di rimandarla indietro). Finalmente qualcuno si accorse che quel fuoco irregolare proveniva da un campo di segala, alta più di un uomo, a poca distanza sulla loro sinistra. Una squadra di ussari cavalcò fin lì, e sorprese un gruppo di tirailleurs, abbattendoli tutti quanti a sciabolate. L’episodio più famoso avvenuto in questa zona è quello dello squadrone di corazzieri che, dopo essersi spinto in mezzo ai quadrati, cercò di riguadagnare le proprie linee tornando indietro lungo la strada di Nivelles, solo per trovarla bloccata da una barricata di alberi abbattuti, dietro cui era appostata una compagnia del 51°. Il sergente Wheeler era lì e ha lasciato un grafico resoconto di quel che accadde: «ce n’erano quasi un centinaio, tutti corazzieri. Vengono giù al gran galoppo, e gli alberi buttati di traverso alla strettoia li bloccano. Li abbiamo visti che arrivavano e li aspettavamo, abbiamo aperto il fuoco, e abbiamo finito il lavoro in un attimo. Ora che abbiamo ricaricato e il fumo s’è disperso, ne era rimasto solo uno, che filava via tutto solo; un altro l’ha salvato il capitano John Ross da quelli del Brunswick che volevano ammazzarlo. Sono andato a vedere l’effetto del nostro fuoco, e non ave238

vo mai visto prima uno spettacolo del genere, c’era giusto lo spazio per un centinaio di uomini e cavalli, e giacevano tutti lì in mucchio. Quelli che sono morti subito erano i più fortunati, perché i cavalli feriti si agitavano e scalciavano e hanno finito presto quello che avevamo incominciato. Esaminando gli uomini non ne abbiamo trovato neanche uno che potesse cavarsela, e siccome avevamo altro da fare abbiamo dovuto lasciarli al loro destino». Questo episodio fece una tale impressione che non meno di cinque testimoni lo rievocarono spontaneamente a molti anni di distanza, insistendo tutti, tranne uno, sulla totale distruzione dei corazzieri. È per lo meno curioso che l’unico a fornire una versione diversa sia proprio il capitano John Ross, che comandava la compagnia appostata alla barricata. Secondo il capitano i corazzieri, una settantina in tutto, si erano arresi dopo essere penetrati in mezzo ai quadrati, e trovandosi sotto la scorta di pochi dragoni leggeri avevano deciso di tentare la sorte, cercando di scappare per la strada di Nivelles. Avvertito dal fuoco irregolare che si levava al loro passaggio, il capitano Ross appostò i suoi uomini dietro la barricata e al loro arrivo aprì il fuoco; l’ufficiale che comandava i corazzieri, trovandosi la strada sbarrata e vedendo arrivare all’inseguimento i dragoni leggeri inglesi, preferì non ricadere nelle loro mani e offrì la sua spada al capitano Ross. «In quest’occasione vennero uccisi dodici cavalli e otto corazzieri, e gli altri, circa sessanta, vennero appiedati, catturati o dispersi», conclude il capitano; e il confronto fra le sue cifre e quelle del sergente Wheeler è indicativo dei rischi che corriamo dando fiducia alla memoria di chi era là.

52. «Della fanteria! E dove volete che la prenda?» Benché indebolita, la cavalleria alleata schierata a sostegno dietro i quadrati cercava ancora di coordinare la propria azione con quella della fanteria, per far pagare cari i loro attacchi agli squadroni francesi. Un ufficiale hannoveriano ebbe l’impressione che la cavalleria nemica fosse deliberatamente attirata a portata di tiro dei quadrati da attacchi simulati della cavalleria inglese, e osservò che alla lunga i corazzieri erano logorati da queste manovre e i loro attacchi proseguivano con sempre minore slancio. Anche il maggio239

re von Goeben, del 3° Ussari KGL, si accorse che dopo un po’ il nemico cominciava a non avere più tanta voglia di farsi sotto. A più riprese alcuni squadroni dei cacciatori a cavallo della Guardia si portarono a tre o quattrocento passi dal suo reggimento, che era ormai ridotto a un’ottantina di uomini. «Gli ufficiali avevano alti, grossi colbacchi di pelo d’orso e più d’uno andava su e giù a cavallo, sfidando i nostri ufficiali a singolar tenzone. Siccome loro erano molto più forti, il reggimento non poté accettare questo onore, e la cavalleria nemica non fece nient’altro che offrire questi grandi colbacchi di pelliccia come bersaglio per i tiratori scelti della fanteria». I famosi lancieri rossi della Guardia cercarono di spingere più a fondo i loro attacchi, come le lunghe lance di cui erano armati avrebbero dovuto in teoria permettere; ma in realtà le baionette che da un quadrato fronteggiavano ciascun cavalleggero erano così tante che spingere avanti i cavalli era comunque impossibile. Il capitano de Brack, che comandava uno squadrone, vide alcuni dei suoi lancieri, esasperati, rizzarsi sulle staffe e scagliare le lance come dei giavellotti; ma non era certamente una soluzione al loro problema. I lancieri rossi caricarono anche un quadrato del Brunswick, ma nemmeno questa volta riuscirono ad avvicinarsi; appena la carica fu respinta due fanti tedeschi uscirono dalle file, raggiunsero un ufficiale che era rimasto intrappolato sotto il suo cavallo, lo frugarono per derubarlo, poi gli spararono in testa con la sua stessa pistola, fra urla di «Vergogna! Vergogna!» provenienti dalla truppa inglese. Gli attacchi della cavalleria, dunque, stavano cominciando a perdere vigore. Intorno ai quadrati c’era ormai una tale quantità di uomini e soprattutto cavalli morti o agonizzanti che farsi sotto diventava materialmente difficile. Certo, anche all’interno dei quadrati era pieno di feriti e moribondi; poiché i cavalieri nemici continuavano ad aggirarsi nei dintorni, era impossibile mandare nelle retrovie gli ufficiali feriti, com’era abitudine dell’esercito inglese, e quanto ai soldati semplici, non ci si provava neppure. Ma la cavalleria stava pagando un prezzo ancora più alto: il fuoco dei quadrati era lento, irregolare e inefficace, ma alla lunga incideva. «Non dimenticherò mai lo strano rumore che facevano i nostri proiettili contro le loro corazze; era come una grandinata che tamburella sui vetri», osserva ancora Gronow; e aggiunge che alla fine le cariche 240

di cavalleria, di cui dapprima gli uomini avevano tanta paura, erano diventate un sollievo, perché quando la cavalleria si faceva sotto l’artiglieria nemica era costretta a sospendere il fuoco. La stessa osservazione è ripetuta da altri. L’ufficiale dei Royal Engineers che aveva cercato riparo in un quadrato si accorse presto che la cavalleria non osava spingersi a contatto con le baionette. «Di tanto in tanto un individuo più audace degli altri cavalcava fino alle baionette, agitava la sciabola e ci minacciava; ma la massa si teneva a distanza, tirando le redini a cinque o sei metri, come se avessero paura di farsi sotto, e però si vergognassero di ritirarsi. I nostri uomini si accorsero presto che il vantaggio era nostro, e da allora in poi, quando sentivano il rumore della cavalleria che si avvicinava, pareva che lo considerassero come un piacevole cambiamento». Reynell, che comandava il 71°, il reggimento più avanzato della brigata di Adam, spinto fin quasi all’altezza della siepe di Hougoumont, parla delle «ripetute visite dei corazzieri. Non dico attacchi, perché queste colonne di cavalleria in nessuna occasione hanno tentato di sfondare il nostro quadrato, ma si sono limitate ad avanzare fino a dieci o quindici metri, e lì sono tornate indietro, prendendosi quel po’ di fuoco che potevamo mandargli addosso, e al passaggio anche quello del quadrato vicino». Macready, del 30°, si spinge fino a osservare che i suoi uomini «cominciarono a compatire l’inutile ostinazione del nemico, e quando quelli avanzavano qualcuno borbottava: ‘Ecco quei dannati pazzi che arrivano di nuovo’». Nel tardo pomeriggio, mentre il sole cominciava lentamente ad abbassarsi sull’orizzonte, il morale degli uomini intruppati nei quadrati ricominciò a salire. Dall’altra parte succedeva il contrario, e gli ufficiali francesi, nonostante l’intrepidità cui tutti i testimoni nemici rendono omaggio, facevano sempre più fatica a radunare e riportare avanti le file sempre meno numerose dei loro cavalieri. «Nel mezzo del nostro terribile fuoco», ricorda Gronow, «vedevamo i loro ufficiali muoversi come alla parata, mantenendo l’ordine nei ranghi, e incoraggiandoli. Non riuscivano più a caricare, ma non volevano ritirarsi, e agitavano le spade con grandi urla di ‘Vive l’Empereur!’». Superato l’iniziale momento d’equilibrio, lo scontro psicologico tracollava ormai chiaramente da una parte sola, ed erano sempre più numerosi quelli che se ne rendevano conto, reagendo ciascuno a suo modo: con esaltazione suici241

da, talvolta, gli ufficiali francesi, con spirito sportivo i loro avversari. Tomkinson, del 16° Dragoni Leggeri, che assisteva allo spettacolo a distanza, racconta come «un ufficiale dei corazzieri cavalcò fino a uno dei nostri quadrati con un distaccamento dei suoi uomini. Vide che non aveva nessuna possibilità di successo, e cavalcò da solo al galoppo contro il quadrato, e gli spararono e lo uccisero. Ai nostri uomini dispiacque la sua sorte». L’artiglieria inglese aveva giocato un certo ruolo nel logorare la forza d’urto della cavalleria, ma meno di quel che si suppone di solito, per diversi buoni motivi. Uno è che, come riferisce Sir Augustus Frazer, «i nostri cannoni, per il rinculo, erano talmente arretrati da perdere la loro posizione originale, che era quella giusta. In un terreno così fangoso e tenace i serventi dell’artiglieria facevano molta fatica, e nonostante tutti i loro sforzi non sono più stati in grado di riportare i cannoni sulla cresta senza i cavalli; e impiegare i cavalli avrebbe voluto dire perderli». Si deve dunque immaginare che i cannoni di molte batterie non fossero più, come all’inizio, sulla sommità della cresta, ma fossero scivolati all’indietro, sul versante protetto, da dove non potevano più sparare sulla cavalleria in ripiegamento. Ma soprattutto bisogna ridimensionare l’immagine oleografica degli artiglieri inglesi che fra una carica e l’altra ritornano ai cannoni per sparare a zero sul nemico in ritirata. Le cariche della cavalleria penetravano così in profondità che in più di un’occasione i corazzieri giunsero a sciabolare uomini e cavalli dell’artiglieria che si trovavano nelle retrovie con gli avantreni e i vagoni di munizioni; e in queste circostanze era inevitabile che la disorganizzazione e il panico si diffondessero fra i serventi. Come sappiamo per esplicita testimonianza di Wellington, molti di costoro, una volta abbandonati i loro pezzi per mettersi al sicuro, non ci ritornarono più fino alla fine della battaglia. Almeno in un caso, come riferisce Tom Morris, accadde addirittura il contrario: la cavalleria francese, spingendosi fra i cannoni piazzati a poche decine di metri dai quadrati, portò con sé degli artiglieri che girarono un cannone e spararono a bruciapelo contro il nemico. Diversi colpi a mitraglia aprirono larghi vuoti tra le file del 73°, ed è una dimostrazione della solidità della fanteria inglese il fatto che gli uomini abbiano richiuso le file, tirando i feriti all’interno del quadrato e buttando 242

fuori i morti, senza permettere alla cavalleria di sfruttare l’occasione. La batteria del maggiore Lloyd, che era stata piazzata fin dal mattino davanti ai quadrati di Halkett, è una delle poche di cui si sappia con certezza che i suoi uomini tornarono davvero ai pezzi negli intervalli fra una carica e l’altra, tirando a mitraglia dietro la cavalleria nemica che ripiegava in disordine giù per il pendio: «proprio lì davanti, ho veduto quattro o cinque uomini e cavalli coricati l’uno sull’altro come carte da gioco, e gli uomini non erano neanche stati sbalzati di sella, per l’effetto della mitraglia», commentò uno dei subordinati di Lloyd. Eppure in almeno un’occasione il comandante della batteria, vedendo che la cavalleria nemica stava ripiegando, si spinse a cavallo fino ai cannoni, solo per scoprire che nessuno dei suoi artiglieri lo aveva seguito. Lloyd smontò, verificò che i cannoni erano carichi, il che la dice lunga sulla fretta con cui i serventi li avevano abbandonati, ne sparò da solo uno, poi un secondo, e finalmente, non potendo fare altro, se ne ritornò indietro. La batteria che inflisse alla cavalleria francese i danni maggiori fu l’unica i cui serventi, contravvenendo agli ordini, rimasero costantemente ai pezzi anziché rifugiarsi nel quadrato più vicino. Il capitano Mercer si fidava così poco delle giovani reclute tedesche intruppate nei quadrati accanto a lui («i quadrati dei Sauerkraut»), che aveva preferito non mandare i suoi artiglieri a ripararsi in mezzo a loro: «cercare rifugio in mezzo a gente in quello stato sarebbe stata una pazzia; nel preciso momento in cui i miei uomini avessero abbandonato i cannoni, sono sicuro che quelli si sarebbero sbandati». Se la batteria fosse stata in posizione sul pendio una decisione del genere sarebbe stata impossibile, ma i cannoni di Mercer si trovavano più indietro, proprio in linea coi quadrati, ed erano protetti dalla banchina della strada infossata. Così il capitano li fece caricare con carica doppia, a palla e a mitraglia, e respinse diverse cariche dei granatieri a cavallo della Guardia; alla fine c’erano così tanti cavalli morti davanti ai suoi cannoni, che anche volendo la cavalleria nemica non sarebbe più riuscita a raggiungerli. In due ore di cariche incessanti i reggimenti francesi avevano subìto perdite tali, in uomini e cavalli, che la loro forza d’urto era ormai spenta. Per farsene un’idea, si può calcolare che i venti reggimenti coinvolti nelle cariche abbiano avuto in organico poco più 243

di cinquecento ufficiali; di questi, una cinquantina vennero uccisi a Waterloo, e circa duecentocinquanta feriti. Rimasero uccisi o feriti un comandante di corpo su due, cinque comandanti di divisione su sei, dieci comandanti di brigata su dodici, undici colonnelli su venti: gli ufficiali superiori della cavalleria di Napoleone, evidentemente, comandavano stando in sella, e guidavano le cariche con la sciabola in pugno, pagandone il prezzo al pari dei loro uomini. A questo tasso di perdite umane, che è già superiore al cinquanta per cento, bisogna poi aggiungere le perdite in cavalli, che di solito erano molto superiori a quelle in uomini, e altrettanto debilitanti. Sembra dunque ragionevole concludere che alle sei di sera non più d’un quarto dei cavalieri della Guardia e dei corpi di Kellermann e Milhaud erano ancora in sella ai loro cavalli e in grado di maneggiare una sciabola: un livello di perdite sufficiente a distruggere la coesione e il morale di qualunque unità, anche la più agguerrita, rendendola di fatto inutilizzabile. Visto il risultato finale della battaglia, la prolungata azione contro i quadrati va certamente giudicata come un errore fatale, che logorò la poderosa cavalleria di Napoleone senza nessun risultato concreto. Non c’è dubbio che l’imperatore aveva un’idea imperfetta della consistenza dello schieramento di Wellington, e che Ney e i suoi generali proseguirono l’attacco senza mai porsi il problema se quello che stavano facendo avesse davvero qualche probabilità di riuscita. Ma il vero punto dolente sta nel mancato impiego della fanteria della Guardia per sostenere l’attacco della cavalleria. Napoleone afferma nelle sue memorie che la sua intenzione era appunto questa, ma che la cavalleria attaccò troppo presto, quando non era ancora possibile sostenerla; nel linguaggio come al solito reticente e ambiguo dell’imperatore, questo significa probabilmente che al momento in cui si sarebbe dovuto decidere l’impiego delle riserve Napoleone esitò, e alla fine si tirò indietro. Nella fase culminante delle cariche, il maresciallo Ney mandò a chiedere all’imperatore della fanteria con cui sostenere l’attacco; Napoleone, con malagrazia, gli rimandò la risposta famosa: «Della fanteria! E dove volete che la prenda? Volete che la fabbrichi?». In realtà, in quel momento l’imperatore aveva ancora a disposizione la Media e la Vecchia Guardia; ma ora che i prussiani minacciavano il suo fianco, quei dubbi che gli avevano impedito di impiegare le riserve prima di allora erano diventati ancora più per244

suasivi. In primo luogo, non era chiaro se le forze distaccate sulla destra sarebbero bastate ad arrestare l’avanzata prussiana, e Napoleone non poteva permettersi di restare senza riserve per far fronte all’attacco di Bülow, se questi fosse sbucato da Plancenoit minacciando di tagliare la strada maestra alle spalle della Belle Alliance. In secondo luogo, Hougoumont e la Haye Sainte resistevano ancora, e l’imperatore era ancora meno disposto di prima a far avanzare le sue ultime riserve nell’abisso fra quei due caposaldi; sicché solo la presa dell’uno o dell’altro avrebbe potuto dare il segnale dell’avanzata finale. Ormai gli restavano appena truppe fresche a sufficienza per un’unica spinta offensiva, ed era vitale che quella spinta fosse applicata al momento giusto. In quel pomeriggio soffocante, provato, come tutti, dalla notte trascorsa quasi in bianco e dalla tensione logorante della giornata, e abituato a pensare che la Vecchia Guardia doveva essere impegnata solo nel momento finale d’una battaglia, Napoleone esitò, e alla fine decise di attendere: sia pure con quel disagio e quell’inquietudine crescente che l’avrebbero portato a convincersi, già nei giorni seguenti, che la carica della cavalleria era stata lanciata troppo presto, e che era tutta colpa di Ney se la manovra prematura non aveva avuto successo.

53.

L’ultimo sforzo contro Hougoumont

Oltre al tentativo, fallito, di sfondare il centro della posizione avversaria, le cariche della cavalleria francese ebbero anche un altro scopo, che non sempre viene sottolineato a sufficienza. Si trattava di sostenere la pressione che la fanteria di Reille e d’Erlon stava esercitando contro Hougoumont e la Haye Sainte, e che nelle intenzioni di Napoleone era appunto destinata a sbloccare prima o poi la battaglia, aprendogli uno spazio sufficiente per sferrare l’attacco finale. A questa pressione la cavalleria contribuì in modo decisivo, non solo inchiodando alle sue posizioni la totalità delle truppe di Wellington e impedendo qualsiasi spostamento di riserve, ma anche coordinando la propria azione con quella della fanteria: sia nell’area di Hougoumont, dove l’offensiva alla fine fallì, 245

sia in quella della Haye Sainte, dove invece, intorno alle sei del pomeriggio, ebbe finalmente successo. L’attacco contro Hougoumont era stato sostenuto dai tirailleurs delle divisioni del principe Gerolamo e poi di Foy per tutto il pomeriggio. Quei generali sono accusati di solito di aver proseguito un attacco senza speranza, sperperando inutilmente le loro truppe senza nessun risultato concreto, e senza ordini specifici che li obbligassero a farlo. In realtà, Napoleone vedeva perfettamente quel che accadeva a Hougoumont, così come Foy vedeva lui, attraverso il cannocchiale, così vicino da distinguere ogni suo gesto («Lo vedevo andare su e giù, col suo cappotto grigio addosso, e chinarsi spesso sul tavolino dove era aperta la mappa»). La prosecuzione dell’attacco contro Hougoumont era parte integrante della strategia di Napoleone, e del resto proprio nel pomeriggio l’imperatore in persona mandò un ordine specifico ai generali che se ne stavano incaricando: anche se finora non l’avevano fatto, perché il castello era quasi invisibile in mezzo alla folta vegetazione, essi dovevano radunare i loro obici e tirare a granate incendiarie sugli edifici, per cercare di appiccarvi il fuoco. Ricevendo quest’ordine, Reille lo trasmise ai comandanti delle sue batterie, e di lì a poco quegli ufficiali, che avevano avuto tutta la giornata per aggiustare il tiro sul bersaglio, aprirono il fuoco contro il castello. I loro obici tirarono con tanta precisione che quasi subito un incendio cominciò a svilupparsi all’interno di Hougoumont, divampando prima in un pagliaio all’aperto, per poi comunicarsi al tetto del granaio e a quello della casa padronale. La guarnigione dovette distaccare sempre più uomini per cercare di tenere a bada le fiamme e mettere in salvo i feriti; molti dei quali, però, bruciarono vivi, insieme ai cavalli degli ufficiali che erano stati ricoverati nel granaio. Il duca di Wellington, vedendo le fiamme alzarsi dal castello, scrisse in fretta un ordine per l’ufficiale comandante, di cui ignorava il nome, avvertendolo che la posizione doveva essere tenuta a qualunque costo; bisognava evacuare i locali in fiamme, ma appena i tetti fossero crollati gli uomini dovevano rioccupare le rovine. A poco a poco i soldati abbandonarono gli edifici più minacciati, per poi ritornarvi non appena l’incendio aveva finito di divorarli; in poco tempo quasi tutto il castello fu ridotto a una rovina calcinata, su cui gravava un’immensa nuvola di fumo nero. Soltanto la cappella fu risparmiata dalle 246

fiamme, cosa che non mancò di impressionare i soldati, giacché sembrava che il Crocifisso appeso sopra l’ingresso le avesse tenute lontane. Lungo le mura del castello e nel frutteto, ormai quasi completamente devastato e raso al suolo, la fanteria francese continuava a farsi sotto. Più volte i difensori dovettero sgombrare il frutteto e rifugiarsi nella strada coperta, ma la sostenuta fucileria proveniente dal muro del giardino riuscì sempre a impedire al nemico di avanzare. Quando l’incendio cominciò a divorare gli edifici, i granatieri di Foy mossero ancora una volta in avanti contro il muro meridionale del castello, e sotto la copertura delle fiamme e del fumo riuscirono a penetrare nel cortile attraverso una porticina laterale. Il fuoco dalle finestre della casa li tenne in scacco finché un contrattacco delle Guardie non li costrinse a sgombrare, lasciando nelle mani del nemico parecchi prigionieri; anche i francesi, però, ritirandosi si portarono via un certo numero di prigionieri tedeschi catturati all’inizio dell’azione. Tutta l’area del bosco e dei pascoli era così saldamente in mano francese che le loro batterie erano ormai avanzate fino a ridosso delle siepi di Hougoumont; sono quelli i cannoni che tenevano sotto tiro, a poche centinaia di metri di distanza, i quadrati schierati sulle alture dietro il castello. Per i generali inglesi che osservavano l’attacco, c’era il pericolo concreto che il nemico si spingesse così sotto da isolare il perimetro di Hougoumont, e allora la difesa avrebbe davvero rischiato di crollare, giacché non sarebbe più stato possibile mandar dentro compagnie di tiratori e carri di munizioni per alimentare il fuoco dei difensori; è probabilmente per questo che prima il colonnello du Plat, e poi il generale Adam ebbero ordine di spingere le loro truppe il più avanti possibile, fino a raggiungere la strada coperta che era diventata l’arteria vitale della guarnigione. Nonostante questo sostegno, in certi momenti il fuoco dei tirailleurs divenne così intenso, anche contro l’ingresso posteriore del castello, che la guarnigione di Hougoumont rischiò seriamente di trovarsi isolata. L’infaticabile capitano Seymour era stato incaricato di trovare delle munizioni e instradarle a tutti i costi fino al cortile del castello, dove le cartucce cominciavano a scarseggiare. Incontrato un soldato del treno, come si chiamava allora il servizio dei carriaggi, a cui era stato affidato un vagone di munizioni, 247

Seymour gli spiegò di cosa c’era bisogno, e l’uomo frustò i cavalli e scese direttamente la collina in direzione del portone di Hougoumont. Il fuoco di cui era fatto segno era così fitto che il capitano non poté fare a meno di ammirare il coraggio di quell’uomo, e pensò che difficilmente i suoi cavalli sarebbero arrivati vivi fino in fondo; e tuttavia il carro arrivò fino al portone, e i difensori ricevettero le munizioni di cui avevano disperatamente bisogno. Nel settore di Hougoumont le cariche francesi, condotte soprattutto dalla cavalleria della Guardia, vennero coordinate regolarmente con l’azione della fanteria che teneva i pascoli e parte del frutteto. La cavalleria inglese, che all’inizio si precipitava volentieri alla carica per respingere le puntate offensive del nemico, ne pagò le conseguenze più pesanti. Più di una volta un reggimento, scendendo al trotto giù per il pendio, si trovò inaspettatamente sotto il fuoco dei tirailleurs nascosti in mezzo al grano alto, e dovette riguadagnare in gran fretta le posizioni di partenza per evitare che la fanteria nemica avanzasse alle sue spalle tagliandolo fuori; altre volte, la cavalleria francese ripiegando attirò gli inseguitori contro la fanteria di Reille schierata in quadrato, con conseguenze invariabilmente disastrose. Il tenente Lane, del 15° Ussari, racconta come due squadroni del reggimento caricarono i granatieri a cavallo della Guardia, i quali, tuttavia, rifiutarono lo scontro. «Subito dopo, in linea e senza riserve, attaccammo un quadrato di fanteria francese, e i nostri cavalli arrivarono a pochi passi dal quadrato. Non riuscimmo a sfondarlo, e naturalmente subimmo perdite pesantissime [...]. Alla fine della battaglia, i due squadroni erano paurosamente malridotti». Anche la fanteria di Wellington dovette sperimentare l’efficacia con cui, nella zona di Hougoumont, i francesi riuscivano a coordinare le cariche della cavalleria e la pressione dei fanti. Appena discese dal pendio per prendere posizione lungo la strada coperta, le truppe tedesche di du Plat si trovarono di fronte ai tirailleurs di Foy che stavano avanzando verso il castello, ma furono costrette a restare in quadrato per respingere la cavalleria che subito si fece sotto minacciosa; non appena la cavalleria si allontanava, da dietro le siepi i tiratori francesi li prendevano di mira. Il colonnello du Plat venne ucciso già all’inizio di quest’azione confusa e sanguinosa, mentre cercava di portare avanti i suoi uomini e far sgombrare il nemico alla baionetta; gli uomini della Legione erano dei 248

professionisti e nel complesso tennero le loro posizioni, impedendo alla fanteria nemica di guadagnare terreno e respingendo una dopo l’altra le cariche della cavalleria, ma dopo un po’ erano così diminuiti che due dei loro battaglioni dovettero riunirsi per formare un solo quadrato. Tutti i cavalli dei loro ufficiali erano stati abbattuti dal fuoco dei tirailleurs. Più tardi, quando anche Adam mandò avanti i suoi reggimenti, quel che restava dei battaglioni di du Plat poté ripiegare un po’ più indietro; al loro posto, quasi all’angolo del frutteto di Hougoumont, prese posizione in quadrato il 71°, un reggimento di fanteria leggera scozzese, sostenuto da due compagnie di fucilieri del 3/95°. Anche per costoro, il nemico si manifestò innanzitutto sotto forma di una fitta linea di tiratori, in cappotto grigio, che sbucò all’improvviso dal fumo proprio davanti a loro. Colti anch’essi di sorpresa, i francesi aprirono immediatamente il fuoco sul 71°, che anziché rispondere cominciò freddamente a manovrare per rischierarsi in linea. Un ufficiale dei fucilieri riferì che «i francesi e il 71° erano più vicini di quanto io abbia mai visto due reparti nemici in formazione regolare, e molto più vicini di quanto non sia la distanza a cui ci si affronta di solito». Questo non era semplicemente l’ennesimo tentativo di mandar sotto dei tirailleurs. Osservando che la fanteria inglese era in quadrato in posizione molto avanzata sul fianco di Hougoumont, Reille decise di attaccarla in forze, impiegando accanto alla divisione di Foy anche l’ultima delle sue tre divisioni, quella di Bachelu, con altri tremila moschetti. Sulla carta si trattava di truppe fresche, che erano rimaste per tutto il giorno in posizione con l’arma in spalla («secondo qualcuno ci avevano dimenticati», commentò il maggiore Trefcon, capo di stato maggiore della divisione); ma in realtà gli uomini di Bachelu avevano subìto perdite così terribili due giorni prima a Quatre Bras, ed ora erano rimasti così a lungo sotto il fuoco dell’artiglieria nemica, che il loro spirito offensivo era spento. Per un momento soltanto sembrò che la fanteria francese, avanzando in colonna dietro il fitto schermo dei tirailleurs, sarebbe riuscita a venire a contatto fisico col nemico: mentre stavano arrivando a portata di fucile, Foy, che era uno dei generali più popolari dell’esercito francese, batté la mano sulla spalla del suo aiutante, il maggiore Lemonnier-Delafosse, e gli dis249

se: «Domani a Bruxelles, e promosso colonnello dall’imperatore!». Ma i duemilacinquecento uomini della brigata di Adam, interamente composti da fanteria leggera, per un terzo armati di carabine Baker, e subito rischierati nella formazione su quattro linee adottata ovunque quel giorno dalla fanteria inglese, arrestarono di netto l’attacco col loro fuoco, grazie anche all’appoggio dei cannoni in posizione alle loro spalle. Il generale Bachelu fu ferito da una scheggia di granata alla testa, il suo cavallo fu ucciso, e un’altra scheggia della stessa granata ferì il generale di brigata Campi; il maggiore Trefcon fu colpito al petto da due palle spente, che gli produssero soltanto due lividi dolorosi, ma il suo cavallo venne ucciso sotto di lui, e rovinando al suolo il maggiore si lussò il polso e svenne per il dolore. Il generale Foy prese una pallottola nella spalla mentre cercava di impedire ai suoi uomini di scappare, e di lì a poco tutta la moltitudine degli attaccanti era ritornata di corsa nell’avvallamento da cui era partita. Anche il maggiore Lemonnier-Delafosse era rotolato a terra quando il suo cavallo era stato ucciso; mentre si rialzava, vide una mezza pagnotta attaccata allo zaino d’un soldato morto. «Me ne impadronii e la divorai, è la parola giusta; da due giorni mi ero nutrito solo di birra». Ma appena la fanteria francese tornò a sparire nel fumo, gli scozzesi del 71° si videro arrivare addosso la cavalleria, e riuscirono appena in tempo a riformare il quadrato, in cui dovette rifugiarsi in gran fretta lo stesso generale Adam. Quando la cavalleria, impotente davanti al quadrato, batté in ritirata, gli ufficiali scozzesi si resero conto che i tirailleurs nemici erano ancora attestati nelle vicinanze e li tenevano sotto tiro; allora il reggimento riuscì a compiere il miracolo di avanzare in linea, respingendo il nemico davanti a sé, occupare con i suoi tiratori una parte del frutteto, e poi schierarsi di nuovo in quadrato non appena la cavalleria nemica si fece rivedere. Truppe meno esperte, come quelle del Brunswick, non avrebbero mai potuto manovrare in quel modo, davanti al nemico e sotto il fuoco; il 71° era un reggimento veterano di fanteria leggera, ci riuscì e tenne duro; e si deve in gran parte alla sua resistenza se nonostante le cariche incessanti della cavalleria della Guardia e i ripetuti tentativi della fanteria di Reille i francesi non riuscirono a isolare il perimetro di Hougoumont. È più o meno a questo punto che il duca di Wellington fu sentito dal genera250

le Adam mentre borbottava, quasi fra sé: «Credo che li batteremo, dopo tutto». Non è questo l’unico caso in cui la superiore capacità di manovra della fanteria inglese, in grado di passare freddamente dal quadrato alla linea e di avanzare e arretrare a seconda del bisogno senza perdere l’inquadramento, si rivelò vincente contro gli attacchi della cavalleria e della fanteria francese. Lord Saltoun, che aveva riguadagnato le alture con i superstiti della sua compagnia leggera, vide il 3/1° Foot Guards manovrare per sfuggire all’azione combinata della cavalleria e dei tirailleurs. «Durante gli attacchi di cavalleria contro il centro un gran numero di tiratori nemici era strisciato su per il pendio, e disturbava molto pesantemente il terzo battaglione, che era in quadrato [...]. Il battaglione, che soffriva moltissimo per questo fuoco, si schierò in linea e li respinse giù per la collina e si spinse fino a una posizione più avanzata, e lì riformò il quadrato». L’offensiva contro il perimetro murato del castello di Hougoumont rappresentava, dal punto di vista di Napoleone, soltanto un aspetto di una manovra molto più ampia, il cui obiettivo era di forzare l’intera ala destra dello schieramento di Wellington. Bisognerà dunque rettificare l’impressione spesso ripetuta dagli storici, che l’attacco contro Hougoumont sia stato per i francesi un gigantesco spreco, in cui un piccolo numero di difensori tenne impegnata, e alla fine sconfisse, una moltitudine immensamente superiore di nemici. Certo, dentro il perimetro del castello non ci furono mai, in un dato momento, più di duemila moschetti, ma il numero dei battaglioni che si logorarono nella fornace fu molto più alto: all’inizio della giornata la posizione era difesa dal I/2° Nassau del maggiore von Büsgen, rafforzato da qualche compagnia di Jäger hannoveriani; quasi subito, ai tedeschi si affiancarono i due battaglioni di Guardie della brigata di Sir John Byng; nel corso dell’azione, la brigata di du Plat e la brigata di fanteria leggera del Brunswick mandarono nel castello tutte le loro compagnie leggere; e alla fine della giornata anche queste truppe erano così logore che fu necessario affiancar loro l’ultima riserva di cui Wellington disponesse in quel settore, la brigata di Landwehr hannoveriana del colonnello Hew Halkett. Questo ufficiale, che era fratello di Sir Colin Halkett, essendo superiore in grado ai diversi tenenti colonnelli delle Guardie presenti sul posto assunse prima di sera il 251

comando del castello, collocando un battaglione nel frutteto, due nella strada coperta e uno solo all’esterno presso la recinzione. Se si aggiunge che la pressione del corpo di Reille, come abbiamo visto, non si esercitò soltanto contro le truppe all’interno della recinzione, ma contro tutta la fanteria alleata schierata nel settore, tenendola costantemente impegnata fino alle fasi finali della battaglia, apparirà chiaro che la sproporzione delle forze impiegate a Hougoumont non è altro che una leggenda storiografica. Nel corso della giornata, i francesi impiegarono nel settore le tre divisioni del II corpo, per un totale di 33 battaglioni e meno di quattordicimila moschetti; contro di loro, Wellington impegnò le brigate di Byng, di du Plat, di Adam, di Hew Halkett, 5 battaglioni del Brunswick, uno del Nassau, tre compagnie di cacciatori hannoveriani e due compagnie della brigata di Maitland: ovvero l’equivalente di 21 battaglioni, 6 inglesi e 15 tedeschi, per un totale di dodicimila moschetti. Per di più, nel corso del pomeriggio diverse batterie d’artiglieria, come quelle di Rogers e di Sinclair, che erano in azione nella zona della Haye Sainte, ebbero l’ordine di trasferirsi verso Hougoumont, segno che il duca di Wellington continuava a essere così preoccupato del castello da essere disposto a sguarnire per questo il suo centro, non senza conseguenze spiacevoli di cui parleremo subito. Il bilancio negativo, per Napoleone, non consiste dunque nel fatto che Hougoumont abbia tenuta impegnata una quantità spropositata delle sue truppe, contro un numero irrisorio di nemici; ma nel fatto che il castello, alla fine, non cadde. Alla lunga, infatti, la chiave di tutto erano gli edifici; e lì la guarnigione tenne duro, benché in certi momenti si sentisse isolata e quasi abbandonata. Il tenente colonnello Hepburn, che era dentro il castello, si trovò a un certo punto a comandare l’intera brigata di Byng, quando questi dovette prendere il comando della divisione delle Guardie per il ferimento del generale Cooke; e tuttavia, come confessò poi, «non sapevo niente di quel che stava succedendo altrove». Il maggiore von Büsgen, che comandava i Nassauer, afferma che «né quando venni distaccato a Hougoumont, né durante il combattimento, nessuno mi disse mai da chi dovevo prendere ordini. Vista l’intensità del combattimento, e il campo visivo ristretto da alberi, siepi e mura, non vedevo niente di quel che accadeva un po’ più in là». Ma in mezzo alle rovine fumanti, fra 252

cumuli di detriti carbonizzati dove il suolo scottava ancora, nel fango paludoso della strada coperta e fra gli avanzi contorti dei meli del frutteto, i difensori del castello tennero duro fino alla fine, mentre lungo il muro meridionale ogni tentativo dei tirailleurs di farsi avanti lasciava nuovi cumuli di morti. L’attacco finale di Napoleone non sarebbe passato attraverso Hougoumont.

54.

La presa della Haye Sainte

Il successo di cui l’imperatore aveva bisogno per proseguire la sua offensiva giunse dall’altra parte del campo di battaglia: mentre i tiratori di Reille erano tenuti in scacco sotto le mura di Hougoumont, quelli di d’Erlon riuscirono finalmente a impadronirsi della Haye Sainte. Il confronto fra la situazione dei due edifici fortificati mostra che questo esito era alla fin fine il più probabile: Hougoumont, infatti, era un complesso molto più poderoso, e anche dopo che gran parte degli edifici fu bruciata poteva ospitare una guarnigione di duemila fucili; entro il perimetro della Haye Sainte, il maggiore Baring non ne aveva, né avrebbe forse potuto averne, più di qualche centinaio. Ma soprattutto, Wellington aveva ammassato dietro Hougoumont tali masse di uomini, che le cariche della cavalleria francese non riuscirono mai a isolare la guarnigione dal grosso dell’esercito alleato, benché il castello fosse piuttosto lontano dalla linea principale: per tutto il pomeriggio, rinforzi e carri di munizioni continuarono a entrare nel cortile attraverso il portone settentrionale. Alle spalle della Haye Sainte, per contro, dove più intenso era il bombardamento della Grande batterie, la linea di Wellington si era così assottigliata che la pressione combinata delle cariche di cavalleria e della moltitudine di tiratori mandati avanti da Donzelot rischiava continuamente di isolare la guarnigione. Finché la cavalleria alleata conservò abbastanza forze da poter lanciare, di tanto in tanto, una controcarica, la situazione si mantenne abbastanza fluida: i battaglioni tedeschi di Ompteda e Kielmansegge ebbero un certo spazio per manovrare, lanciando occasionali contrattacchi, e a più riprese ne approfittarono per mandare rinforzi dentro la fattoria. Non che ci fosse molta gente a disposizione per questo: 253

Ompteda riuscì ancora a radunare una compagnia leggera, quella del 5° KGL, poi dovette rendersi conto che i suoi battaglioni erano già ridotti all’osso, e mandò a chiedere al colonnello von Kruse due compagnie del suo 1° Nassau, che vennero debitamente distaccate dai quadrati e mandate a rinforzare gli uomini di Baring. Ma a misura che gli interventi della cavalleria alleata si diradavano, le truppe di Ompteda e Kielmansegge dovettero sempre più ridursi a un ruolo puramente passivo, cercando di tener duro in quadrato sulla dorsale dietro la fattoria. A partire dal tardo pomeriggio, nessuno venne più a portare rinforzi né ordini al maggiore Baring e ai suoi uomini assediati dentro la Haye Sainte; le munizioni per i fucili Baker, che il maggiore aveva richiesto con insistenza, non arrivarono mai. Baring stava riflettendo su questo fatto che gli pareva inspiegabile, dal momento che aveva già mandato tre ufficiali a rinnovare la richiesta, quando si accorse che i francesi all’esterno, esasperati per la resistenza dei difensori, avevano finalmente deciso di ricorrere allo stesso mezzo già usato a Hougoumont, e stavano dando fuoco alla fattoria. Il granaio, che era l’edificio più esposto, cominciò subito a bruciare e disparve in uno spesso fumo nero. Per fortuna la Haye Sainte era ben fornita d’acqua e i difensori, usando le gamelle che facevano parte dell’equipaggiamento dei Nassauer, riuscirono a spegnere l’incendio; ma il granaio, che fin dall’inizio mancava del portone, era sempre più difficile da difendere, nonostante l’ostinazione dei tedeschi. Baring vide il fuciliere Lindau, con la testa fasciata da uno straccio già mezzo inzuppato di sangue, ripararsi dietro la porticina posteriore del granaio e da lì tenere sotto tiro l’ingresso principale, impedendo ai francesi di irrompervi. L’ammirazione del maggiore fu tanto più grande in quanto l’uomo aveva in tasca una borsa gonfia d’oro, trovata nella sacca dell’ufficiale francese che aveva tirato giù da cavallo poco prima, e stava dunque mettendo a repentaglio non soltanto la sua pelle, ma anche il suo bottino. Colpito da tanta abnegazione, e vedendo che lo straccio non bastava a fermare l’emorragia, il maggiore ordinò al fuciliere di lasciare la posizione e mettersi al riparo, ma Lindau rifiutò di andarsene, borbottando: «Solo una canaglia potrebbe abbandonarla adesso, signor maggiore». «Questo valoroso di lì a poco fu catturato, e perse il suo tesoro», annota con partecipazione Baring. Può darsi che nelle sue pa254

role ci sia anche un po’ di senso di colpa, perché quando Lindau aveva trovato la borsa, aveva pregato proprio il maggiore di tenergliela. Baring, però, rifiutò di assumersi quella responsabilità: «Chi lo sa che cosa ci attende oggi? Sei tu che devi sapere come mettere in salvo i tuoi soldi». In realtà, se il maggiore avesse accettato di prenderlo in consegna, l’oro del povero Lindau si sarebbe salvato. Ma Baring in quel momento aveva ben altro per la testa: quando tornò a contare le munizioni dei suoi uomini, si accorse con spavento che restavano soltanto tre o quattro colpi a testa. Gli ultimi arrivati, i Nassauer, ne avevano ovviamente molti di più, ma non servivano, perché erano cartucce da moschetto, inadatte al fucile rigato; quanto agli uomini, il maggiore preferisce non soffermarsi troppo sulla loro prestazione, ma erano reclute inesperte, e certamente non potevano sostituire i fucilieri. La fattoria era avvolta nel fumo spesso dell’incendio, e i francesi erano riusciti a portare qualche pezzo di artiglieria in vista del muro esterno, in cui il bombardamento aveva già cominciato ad aprire delle brecce: benché i fucilieri, senza perdersi d’animo, approfittassero di ogni istante di riposo per tornare a riempirle coi detriti, era evidente che in quelle condizioni non si poteva durare a lungo. Baring scrisse un biglietto avvertendo esplicitamente che non avrebbe potuto tener testa a un altro attacco, e mandò fuori un ufficiale perché tentasse di portarlo al colonnello von Ompteda; quando i tirailleurs si fecero di nuovo sotto al granaio, e l’incendio ricominciò a divampare, mentre i fucilieri consumavano l’ultimo fondo di polvere, ne scrisse ancora un altro, spiegando che se non avesse ricevuto delle munizioni sarebbe stato costretto ad abbandonare la posizione, giacché alla fin fine l’unica cosa che restava da salvare erano le vite dei suoi uomini. Intanto i francesi, rendendosi conto che il fuoco dei difensori si era fatto più rado, vennero sotto anche dalla parte della strada, e alcuni zappatori, muniti di ascia, cominciarono ad abbattere il portone carraio. Finalmente, mentre gli uomini del 13° Leggero si arrampicavano sui muri e irrompevano nel cortile, il maggiore prese la decisione più difficile della sua vita. «Per quanto la decisione di cedere la posizione fosse inesprimibilmente dolorosa, il mio senso del dovere come uomo prevalse su quello dell’onore, e diedi ordine di ritirarci attraverso la casa nel giardino posteriore». Più che una ritirata, però, fu una fuga disordinata, con i fran255

cesi alle calcagna, incattiviti dall’ostinata resistenza dei difensori, e decisi a non dare quartiere a nessuno. Il passaggio attraverso la casa era stretto, e molti uomini vennero catturati; i più fortunati se la cavarono con una scarica di botte prima di essere brutalmente sospinti verso le retrovie, ma a qualcuno andò anche peggio. Parecchi feriti, che gridavano invano «Pardon!», la supplica convenzionale con cui si chiedeva salva la vita, vennero finiti a colpi di baionetta. L’alfiere Frank si rifugiò con un braccio rotto nell’interno della casa, si nascose dietro un letto, e rimase lì nascosto fino a sera; ma quando due fucilieri cercarono rifugio nella stessa stanza, i francesi irruppero dietro di loro, gridando «Pas de pardon à ces coquins verts!», e spararono a entrambi. Il tenente Graeme si trovò la strada sbarrata da un ufficiale e quattro uomini; l’ufficiale lo prese per il colletto e uno degli uomini gli tirò un colpo di baionetta, ma Graeme aveva ancora la spada, e parò il colpo. L’ufficiale, che lo aveva lasciato andare, tornò a prenderlo per il colletto e gli diede uno scossone, ma Graeme si liberò di scatto e se la svignò; i francesi gli spararono dietro, gridando «Coquin!», ma non lo inseguirono, e Graeme raggiunse il suo comandante. Con i pochi superstiti, Baring risalì di corsa il pendio e andò a unirsi alle due compagnie del 1° Leggero, che formavano un piccolo quadrato dietro la strada infossata («anche se non potevamo sparare un colpo, contribuivamo a far numero»). Il fuciliere Lindau, rimasto disarmato, si era rifugiato insieme ad altri camerati e a un ufficiale dietro lo steccato che chiudeva un angolo del cortile, e lì si era arreso ai francesi. I loro catturatori li costrinsero a saltare lo steccato per uscire dal loro rifugio, urlando furiosamente «En avant, couillons!», e pungolandoli a colpi di baionetta. Appena giunti sulla strada vennero spogliati di tutto: lì Lindau perdette la sua borsa d’oro, oltre a due orologi. La violenza con cui erano trattati esasperò a tal punto i prigionieri che qualcuno si chinò a raccogliere delle pietre per difendersi; ma il capitano che era con loro riuscì a calmarli, evitando così che fossero massacrati tutti. Fra i nemici, i prigionieri riconobbero un ufficiale che era stato catturato da loro l’anno precedente, «nel cimitero ebraico di Bayonne», e costui tentò di proteggerli, proibendo ai suoi uomini di spogliarli; ma quelli gli risposero con fischi e ululati. Finalmente i prigionieri vennero consegnati a un gruppo di corazzieri, reduci dai combattimenti di quel pomeriggio, che aveva256

no ordine di accompagnarli nelle retrovie. «La maggior parte dei corazzieri aveva la testa fasciata. Ci costrinsero a correre veloci come i loro cavalli, e uccisero con una sciabolata uno del primo battaglione, perché non riusciva a correre abbastanza in fretta». Come a Hougoumont, così anche nell’area della Haye Sainte la coordinazione tra la fanteria e la cavalleria francese riuscì molto più efficace di quanto non fosse accaduto sul resto del campo di battaglia. Si potrebbe credere che gli squadroni di Kellermann e Milhaud fossero ormai troppo logorati da ore e ore di cariche per poter ancora prendere l’iniziativa; invece, non appena i tiratori di Donzelot si impadronirono della fattoria, i corazzieri si ripresentarono ancora una volta su per il pendio. Il tenente Graeme non aveva ancora avuto il tempo di tirare il fiato, quando il quadrato in cui si trovava venne caricato dalla cavalleria; con suo sollievo, i fucilieri appostati nella strada infossata avevano ancora munizioni a sufficienza per tenerla lontana («credo che abbiano scoperto che le loro corazze non erano spesse abbastanza per i fucili rigati»), ma intanto i tirailleurs si erano spinti così avanti, sotto la protezione della cavalleria, che la posizione stava diventando rapidamente intenibile. In quel preciso momento Graeme, che con altri ufficiali stava in piedi sul bordo della strada, agitando il cappello per incoraggiare i suoi uomini a tener duro, ebbe la mano destra fracassata da una fucilata, e dovette abbandonare il campo di battaglia. L’avanzata dei tirailleurs dopo la caduta della Haye Sainte fu ovunque così improvvisa da provocare panico e costernazione. Il duca di Wellington, rendendosi conto che il fuoco dei difensori stava venendo meno, si era spinto pericolosamente in avanti, ben oltre la strada infossata, per cercare il modo di mandar loro delle munizioni; e rimase lì fino a quando i primi tiratori nemici non si affacciarono oltre l’angolo della casa, abbastanza vicini da prenderlo di mira. Solo allora il duca e i suoi aiutanti decisero che era ora di sgombrare, ma c’era un solo varco nella fitta siepe che costeggiava lo chemin d’Ohain, sicché ci volle qualche istante prima che potessero passare tutti; l’ultimo, il tenente Cathcart, stava aspettando il suo turno e osservava con inquietudine i tirailleurs che erano ormai a soli duecento metri, quando uno di loro gli sparò. La palla colpì il cavallo, che rovinò a terra; Cathcart cercò freneticamente di farlo rialzare, poi, rendendosi conto che non ci 257

sarebbe riuscito, lo lasciò lì a morire e se la svignò a piedi dietro agli altri. A questo punto, i generali che assistevano all’azione dalla dorsale dietro la Haye Sainte cominciarono a perdere la testa. Sir Charles Alten raggiunse il colonnello von Ompteda e gli ordinò di riprendere la fattoria con l’unico battaglione ancora quasi a pieni ranghi che gli rimaneva, il 5° KGL. L’idea di discendere il pendio con un solo battaglione, di fronte alla fanteria nemica che si era ormai trincerata dietro le mura della Haye Sainte e agli squadroni di corazzieri che battevano la zona, era così azzardata che il colonnello von Ompteda fece qualcosa di impensabile: obiettò all’ordine, e disse al suo generale che secondo lui non era il caso di avanzare. Il principe d’Orange, che era il superiore di entrambi e che oltre ad avere solo ventitré anni doveva aver perduto la testa anche lui, gli ordinò seccamente di obbedire. «Va bene, lo farò», ribatté a voce un po’ troppo alta il colonnello; poi chiamò il comandante del battaglione, von Linsingen, e mormorò «cerchi di salvare i miei nipoti»: come molti ufficiali superiori, in un’epoca in cui il clientelismo più disinvolto era all’ordine del giorno, Ompteda aveva procurato dei posti da ufficiale nel suo reparto a due nipoti di quattordici e quindici anni, ma ora, evidentemente, aveva paura di portarli a farsi ammazzare. Il tenente Wheatley, del 5° KGL, era rimasto fino a quel momento in quadrato con il resto del battaglione, confortandosi spesso con un pizzico di tabacco e ripetendosi i versi del poeta Southey («Ma fu una famosa vittoria»). Improvvisamente arrivò l’ordine di schierarsi in linea e andare avanti al passo; a poche decine di metri dal nemico Ompteda fece suonare la carica, e si spinse a cavallo in mezzo alla fitta linea dei tiratori francesi. Questi si sbandarono, e Wheatley si era appena messo a correre dietro a un tamburino che cercava di squagliarsela saltando un fosso, quando la cavalleria francese apparve sul fianco del battaglione e lo investì in pieno. Wheatley sentì qualcuno che gridava «Cavalleria! Cavalleria!», ma non ci badò, ansioso com’era di afferrare il tamburino che era rimasto impigliato fra i rovi; aveva appena fatto in tempo ad allungare le mani, quando una piattonata lo stese a terra svenuto. Il colonnello von Ompteda era circondato dai fanti nemici, e gli ufficiali francesi, stupefatti per il suo coraggio, gridavano ai loro uomini di non ammazzarlo; ma Ompteda, anch’egli ormai 258

fuori di sé, cominciò a distribuire sciabolate sulle teste di quelli che lo circondavano, e qualcuno perse la pazienza. Quando il tenente Wheatley rinvenne, il colonnello era morto a due passi da lui, con la bocca aperta e un buco in gola, e lui era prigioniero dei francesi; von Linsingen aveva afferrato i due nipoti del comandante e li aveva portati in salvo; il resto del battaglione era stato tagliato a pezzi, e la sua bandiera era andata perduta. Il capitano Kincaid, che coi fucilieri superstiti del 1/95° era appostato a poca distanza, vide la distruzione del battaglione hannoveriano e gli parve così fulminea che ben pochi, secondo lui, potevano essersi salvati (tranne «un ufficiale su un cavallino nero, che filò verso le retrovie come se l’avessero lanciato con una paletta»). Gli uomini di Kincaid erano a distanza di tiro e stavano per aprire il fuoco contro i corazzieri, quando apparvero dei dragoni leggeri inglesi e si spinsero contro al nemico; ma, a quanto pare, senza troppo entusiasmo. «Alcuni cominciarono a scambiarsi sciabolate, ma sembrava che sarebbe finita in pareggio, e che nessuno si sarebbe fatto molto male»; alla fine i fucilieri, spazientiti, cominciarono a sparare nel mucchio, e la cavalleria, da entrambe le parti, si dileguò in un momento. Mentre i corazzieri si allontanavano, Kincaid fece in tempo a vedere, con rabbia impotente, che qualcuno di loro si protendeva dalla sella per ammazzare a sciabolate i feriti che giacevano al suolo. Questa e altre testimonianze lasciano l’impressione che dopo un intero pomeriggio di combattimenti la cavalleria francese, nonostante tutto, avesse ancora una capacità d’azione che quella avversaria aveva ormai perduto. Sir Colin Halkett, per dare animo ai suoi battaglioni ormai ridotti a un pugno d’uomini, cercò di indurre a caricare un reggimento olandese che si era schierato dietro di loro, ma dopo pochi passi gli olandesi si fermarono, rifiutando di andare avanti, e voltarono i cavalli per ritornare indietro; i fanti di Halkett, intruppati nei quadrati, per l’indignazione cominciarono a sparargli addosso, buttandone parecchi giù di sella. La brigata di cavalleria leggera di Van Merlen, composta dal 5° Dragoni Leggeri, belga, e dal 6° Ussari, olandese, si comportò molto meglio, caricando l’artiglieria francese che stava prendendo posizione accanto alla Haye Sainte; ma i risultati non furono molto migliori. Il generale Van Merlen, che Napoleone aveva creato barone d’Impero appena tre anni prima, fu ucciso da una palla di 259

cannone che lo prese allo stomaco, e la sua brigata si dissolse; il colonnello Van Boreel, che comandava gli ussari, cercò di prendere il comando, ma i superstiti dei dragoni leggeri, rifiutando di obbedire a un olandese, andarono a unirsi all’altra brigata leggera, comandata dal belga de Ghigny. A questo punto, la divisione di cavalleria dei Paesi Bassi aveva subìto perdite tali che non poteva più essere considerata operativa: la brigata di de Ghigny aveva perduto più di metà dei suoi uomini. Il comandante della divisione, de Collaert, era stato ferito a un piede da una scheggia di granata; la ferita era abbastanza grave per costringerlo a lasciare il campo di battaglia, e del resto il generale ne sarebbe morto, anche se solo un anno dopo. La divisione, che era l’ultima riserva di cavalleria ancora disponibile dietro il centro di Wellington, a tutti gli effetti pratici non era più utilizzabile, e la cavalleria francese, benché azzoppata dalla fatica e dalle perdite, era rimasta padrona del campo. Quando Sir James Kempt, che comandava la divisione che era stata di Picton, osservando con costernazione la caduta della Haye Sainte volle ordinare a Sir John Lambert di contrattaccare col 27° e riconquistare la fattoria, dovette accorgersi quasi subito che era impossibile per quello o qualunque altro reggimento abbandonare la formazione in quadrato, «perché la cavalleria nemica li circondava».

55.

L’avanzata dell’artiglieria francese

Ora che la Haye Sainte era caduta, i generali francesi potevano finalmente fare quello che non avevano osato fino a quel momento: e cioè portare avanti la loro artiglieria, sostenuta da quegli squadroni di corazzieri che avevano ancora abbastanza uomini in sella, e cavalli abbastanza freschi per continuare a combattere. In qualche caso i cannoni vennero sotto anche troppo spavaldamente, e pagarono la loro imprudenza: due pezzi vennero staccati dagli avantreni e messi in batteria proprio davanti ai fucilieri di Kincaid, e cominciarono a tirargli addosso a mitraglia; ma erano così vicini che in pochi minuti il fuoco dei fucili Baker abbatté la maggior parte degli artiglieri e li ridusse al silenzio. Ma in generale i francesi portarono avanti così tanti cannoni, e una quantità in apparenza 260

così inesauribile di munizioni, che i tiratori alleati trovarono difficile mantenere le loro posizioni avanzate: i francesi infatti tiravano a mitraglia anche contro di loro, qualcosa che normalmente non si faceva mai, appunto per non sprecare munizioni, e che alla lunga non poteva non incidere sul morale dei già decimati tiratori schierati in copertura della linea di Wellington. Il tenente Pratt, che all’inizio della battaglia comandava la compagnia leggera del 30°, era sempre riuscito finora a uscire dal quadrato e a rioccupare una posizione più avanzata, quasi ai piedi del pendio, dopo ogni carica della cavalleria; ma ora si accorse che quando cercava di farsi avanti, i suoi uomini venivano regolarmente accolti dalla mitraglia. Per un po’ Pratt cercò di tener duro, ma si accorgeva benissimo che non sarebbe durata a lungo, e che ormai il nemico era padrone della terra di nessuno. «In quel momento fui ferito, e naturalmente non ho più visto nulla di quel che è successo dopo». Il 73°, che formava il quadrato insieme al 30°, non aveva più nemmeno un tiratore da mandar fuori, perciò il capitano che in quel momento comandava il reggimento chiese dei volontari disposti ad andar fuori con lui. Tom Morris e suo fratello William, insieme a pochi altri, accettarono di accompagnarlo, ma appena usciti dal quadrato la mitraglia li investì, abbattendo quasi tutti. I due Morris erano gli unici ancora illesi: presero per le braccia il capitano, che aveva una gamba rotta, e lo riportarono indietro. L’alfiere Macready, che aveva preso il comando della compagnia leggera del 30° dopo il ferimento di Pratt, decise che i pochi uomini che gli restavano erano più utili all’interno del quadrato, per riempire i vuoti aperti dalla mitraglia. A un certo punto «l’artiglieria francese trottò su per il nostro pendio, e dai colbacchi riconobbi che erano della Guardia Imperiale; lo avevo appena fatto notare a un camerata, quando due cannoni si fermarono a una distanza orribilmente ridotta, la miccia era già pronta e paff!, la loro mitraglia investì il quadrato. Ricaricarono subito, e continuarono a mantenere un fuoco distruttivo. C’era da ammirare i nostri per come riempivano i vuoti dopo ogni scarica». Come Macready aveva previsto, i suoi uomini erano indispensabili lì, per quanto il giovanissimo ufficiale si sentisse in colpa a esporli al pericolo in quel modo. «Ordinai a tre dei miei ragazzi di entrare in linea, e avevano appena avuto il tempo di prendere posto quando due vennero 261

malamente feriti; uno di loro, che si chiamava Anderson, mi guardò in faccia, con una specie di lamentoso rimprovero, e senza volerlo mi venne da dire, ‘per Dio, non è stata colpa mia!’». Il tenente Rogers, che si trovava nello stesso quadrato, si ricordava molto bene di quei due cannoni. «Non li dimenticherò mai. Ogni scarica apriva un vero squarcio nel quadrato. Mi stupiva vedere con quanta freddezza i nostri uomini e quelli del 73° li richiudevano». L’azione dei sottufficiali, soprattutto dei veterani che avevano combattuto in Spagna, contribuì in modo decisivo a tenere gli uomini al loro posto, benché nessuno di loro si ricordasse di una situazione così drammatica. Il sergente maggiore Ballam, del 73°, era pallido come un morto quando si rivolse al comandante del reggimento e mormorò: «Non è mai stato così in Spagna, signore». Eppure, vedendo uno degli uomini che di tanto in tanto si piegava sulle gambe quando le palle gli passavano troppo vicine, andò a fargli un cicchetto: «Dannazione, signore, perché vi chinate? Non dovete chinarvi neanche se vi strappano la testa!». (L’uomo, che era permaloso, se la legò al dito. Pochi minuti dopo, quando una pallottola colpì in faccia il sergente maggiore ammazzandolo all’istante, il soldato si chinò sul cadavere sfigurato ed esclamò, rifacendogli il verso: «Dannazione, signore, perché state per terra? Non dovete stare per terra neanche se vi strappano la testa!»). Appena più a est, gli ufficiali del I/1° Nassau, che era già stato quasi travolto da una carica dei corazzieri, videro con orrore una batteria francese spingersi spavaldamente fino a trecento metri, e aprire il fuoco a mitraglia contro il quadrato. Nel giro di pochi minuti le perdite divennero tali che il comandante del battaglione, maggiore von Weyhers, ordinò alle sue reclute di caricare alla baionetta per impadronirsi dei cannoni. I Nassauer, istupiditi dal frastuono e dal fumo, si erano appena mossi quando il maggiore fu abbattuto dalla mitraglia, e i suoi uomini si fermarono esitanti; la maggior parte ritornarono indietro, ma due compagnie cominciarono invece un disordinato fuoco di fila contro gli artiglieri. Un istante dopo uno squadrone di corazzieri sbucò fuori da dietro i cannoni e li travolse, abbattendoli a sciabolate, mentre gli ufficiali dei Nassauer, la cui professionalità doveva essere davvero sbalorditiva, riuscivano a fermare la fuga dei superstiti e riordinarli in qualcosa che assomigliava ancora a un quadrato. 262

Anche gli artiglieri di Wellington si accorsero che il fuoco nemico, benché sembrasse impossibile, era diventato ancora più intenso. Il capitano Samuel Bolton era a cavallo in mezzo ai suoi cannoni, e stava parlando col tenente Sharpin, in piedi accanto a lui e con la mano appoggiata alla sua staffa. «In quel momento», ricorda Sharpin, «i tiri di una batteria francese volavano molto fitti in mezzo a noi». Una palla passò proprio in mezzo ai due ufficiali, e Bolton, con ammirevole freddezza, osservò: «Credo che per oggi il pericolo più grave l’abbiamo scampato». Subito dopo un’altra palla colpì il terreno davanti a lui, rimbalzò spappolando la spalla del cavallo e sfondò il petto del capitano. La bestia e l’uomo caddero in un unico mucchio, e quando gli artiglieri riuscirono a tirarlo fuori da sotto la carcassa, il capitano Bolton era morto. Un’altra batteria francese si portò sul fianco della batteria del capitano Mercer, e aprì il fuoco a meno di 500 metri; il resoconto di Mercer è indicativo dello stato d’animo in cui cominciavano a trovarsi gli artiglieri alleati in quello scorcio di pomeriggio. «La rapidità e precisione di questo fuoco era spaventosa. Quasi ogni colpo raggiungeva il bersaglio, e io ero sicuro che alla fine ci avrebbero annientati tutti. I nostri cavalli e avantreni, trovandosi un po’ più indietro sul pendio, erano stati finora abbastanza coperti rispetto al fuoco di fronte; ma ora i colpi piovevano proprio in mezzo a loro, buttandoli giù a due per volta, e creando una confusione tremenda. I guidatori riuscivano a mala pena a districarsi da un cavallo morto che un altro cadeva, o magari toccava a loro. In molti casi le borse da sella vennero strappate dal dorso dei cavalli, e il loro contenuto sparso tutt’intorno. Vidi esplodere una granata sotto i due più bei cavalli della batteria, e andarono giù tutt’e due». Sotto la pressione del fuoco francese la batteria di Mercer venne letteralmente sospinta indietro, perché i suoi pezzi rinculavano dopo ogni colpo, e gli artiglieri rimasti erano troppo esausti per riportarli avanti a forza di braccia. «Alla fine eravamo pericolosamente vicini agli avantreni e ai vagoni delle munizioni, alcuni dei quali erano completamente senza cavalli, e altri in totale confusione per la perdita dei guidatori; molti cavalli giacevano morti, ancora attaccati ai loro carriaggi». Quando, più tardi, giunse l’ordine di cambiare posizione, Mercer non aveva più abbastanza cavalli per muoversi. Più fortunato, il capitano Cleeve della King’s German Legion 263

ebbe l’ordine di ripiegare con la sua batteria per rifornirsi di munizioni, perché i vagoni erano vuoti. «Ad eccezione del cannone numero 4, che rimase dov’era e tornò poi in azione più tardi, riuscii a trascinare i miei cannoni fuori dal caos, perché avevamo ancora con noi gli avantreni. Ci fermammo in un campo vicino a Mont-Saint-Jean e feci riempire i cassoni vuoti». Quando la batteria tornò in posizione, diversi cannoni inglesi, che erano rimasti isolati, si unirono a quelli di Cleeve: un particolare che dimostra il coraggio dei loro serventi, ma anche l’estrema disorganizzazione in cui si trovava ormai l’artiglieria di Wellington. Non a caso, nessun rapporto ufficiale di fonte inglese si preoccupa di menzionare un fatto del genere. Soltanto la straordinaria disciplina dei serventi permise a qualche batteria di mantenere la posizione. «Il terreno su cui ci trovavamo era pieno di solchi, per il rinculo dei cannoni e per le palle che arrivavano radenti al suolo, e molti buchi di granate che esplodevano dopo essersi sepolte nel terreno», racconta il capitano Rudyard, della batteria di Lloyd. «Via via che i cavalli venivano uccisi o resi inutilizzabili, la loro bardatura era rimossa e portata sui vagoni, o altrove. Gli zaini dei nostri uomini erano ben impilati davanti e dietro agli avantreni e ai vagoni, per lasciarli più liberi di lavorare. Ogni cannone, ogni vettura, ogni pezzo d’equipaggiamento, tutto era stato colpito in parecchi punti». Rudyard era ammirato dal fatto che il duca di Wellington, il principe d’Orange e i loro aiutanti capitavano spesso nelle retrovie della batteria, e condividevano gli stessi pericoli. «Vidi una palla troncare le gambe anteriori al cavallo di un aiutante di Sua Altezza, e la bestia continuò per qualche istante ad arretrare sulle zampe posteriori col suo grassissimo cavaliere, vestito di verde. Il mio cavallo fu attraversato da una palla di cannone dietro la gualdrappa, e neppure lui cadde subito». La linea alleata non era esposta soltanto al fuoco dell’artiglieria, ma anche a quello d’una moltitudine di tirailleurs che, nella zona della Haye Sainte, erano ormai padroni di tutte le posizioni dominanti occupate, al mattino, dai fucilieri inglesi e tedeschi: dalla fattoria stessa alla collinetta che dominava la cava di sabbia. Del loro fuoco fece le spese soprattutto il 27° (Inniskillings), che era stato collocato nel luogo più esposto di tutti: l’angolo nordorientale del crocevia, appena duecento metri dietro la Haye Sainte, e im264

mediatamente a ridosso della collinetta su cui ora erano appostati i tiratori francesi. Gli Inniskillings rimasero lì in quadrato fino a sera, obbedendo a un ordine di Sir James Kempt, per cui non dovevano mollare la posizione a nessun costo: giacché soltanto la loro presenza lì impediva al nemico di penetrare in profondità nel centro della linea difensiva. Senza mai muoversi di un passo, il reggimento perse in tre o quattro ore più di due terzi dei suoi uomini: la percentuale più alta di qualsiasi battaglione impegnato a Waterloo. «Alle sette di sera», riferì Kincaid, «il 27° giaceva morto in quadrato, pochi metri dietro di noi»; e il maggiore Harry Smith, riprendendo senza saperlo la stessa immagine, osservò che alla fine della giornata il generale Lambert comandava tre reggimenti, «due vivi e uno morto». A quell’ora il reggimento era comandato da un tenente, e otto delle sue dieci compagnie erano comandate da sergenti. Nel quadrato del 27°, in quelle poche ore, accadde di tutto: anche che la moglie incinta d’un soldato, che era rimasta con lui anziché riparare nelle retrovie, si desse da fare per curare i feriti, finché non venne colpita da una scheggia alla gamba; al marito andò peggio, perché perse entrambe le braccia. La tragedia degli Inniskillings ha finito per simboleggiare, nella storiografia militare inglese, l’aspetto più disumano della battaglia napoleonica: come ha osservato John Keegan, fu probabilmente una fortuna che nelle settantadue ore precedenti gli uomini avessero marciato per novanta chilometri e non avessero quasi mai dormito, perché se non fossero stati anestetizzati dalla stanchezza non avrebbero potuto resistere a quell’orrore. Ma quando, vent’anni dopo, il capitano Siborne cominciò a costruire il suo grande plastico della battaglia di Waterloo, Sir John Lambert insisté che la collinetta su cui erano appostati i tiratori francesi doveva assolutamente essere rappresentata, «perché ha avuto un ruolo così importante in quel settore, e così onorevole e fatale per il 27° reggimento, che conservò la sua formazione e perse più uomini e ufficiali di ogni altro reggimento durante la giornata, e altrimenti avrebbe consentito al nemico la possibilità di sfondare in una zona importantissima». La drammaticità del momento è confermata dal gran numero di generali e aiutanti di Wellington che vennero feriti o uccisi proprio in questa fase della battaglia, soprattutto nella zona alle spalle della Haye Sainte. Il segretario del duca, lord Fitzroy Somerset, 265

che si trovava al suo fianco poco dietro il crocevia, fu colpito al braccio da una fucilata sparata dal tetto della fattoria, e dovette essere portato al posto di medicazione, dove i chirurghi glielo tagliarono («Ehi!», esclamò il paziente. «Non buttate via quel braccio finché non avrò tolto l’anello dal dito!»). Uno degli aiutanti di campo, il tenente colonnello Canning, venne ferito da una palla all’addome mentre si dava da fare per tenere in linea le truppe tedesche sul punto di sbandarsi; «benché perfettamente cosciente, poteva appena parlare, per il dolore», riferì un testimone. «Lo misero a sedere, mettendogli degli zaini tutt’intorno, ma morì pochi minuti dopo». Un altro aiutante, Sir Alexander Gordon, che era anche un amico personale di Wellington, ebbe la gamba fracassata da una palla di cannone mentre incoraggiava un quadrato del Brunswick che stava cominciando a vacillare; lo portarono indietro a Waterloo e gli amputarono la gamba, ma non sopravvisse fino al giorno dopo. Il quartiermastro generale, Sir William de Lancey, un giovane di trentaquattro anni che Wellington aveva descritto una volta come «il tipo più ozioso che abbia mai conosciuto», fu buttato giù da cavallo da una palla di cannone che gli passò così vicina da provocargli gravissime lesioni interne, benché dal di fuori non si vedesse nulla; sarebbe morto nel giro di pochi giorni, fra le braccia della moglie che aveva sposato solo due mesi prima. Sir Charles Alten aveva appena osservato uno dei quadrati della brigata Kielmansegge che stava arretrando sotto la mitraglia, e aveva ordinato a quel generale di fermarlo, quando venne ferito da una scheggia di granata e obbligato a lasciare il campo; Kielmansegge prese il comando della divisione, o di quello che ne restava, ma subito dopo venne ferito anche lui; e poco più tardi, come vedremo, toccò a Colin Halkett, che gli era subentrato a sua volta, benché a questo punto non rimanesse quasi più niente da comandare. Poco più a occidente, nel frattempo, il comandante della divisione delle Guardie, George Cooke, aveva avuto il braccio destro spappolato da una palla di cannone. In questo momento critico la fanteria tedesca tenne duro a stento, e solo grazie all’impegno spasmodico dei suoi ufficiali; ma la fanteria inglese dimostrò in pieno quelle qualità di tenacia per cui era giustamente famosa. «Gli uomini nei ranghi borbottavano a bassa voce ‘È un maledetto lavoro’», notò Macready; «si trattava di vedere quale parte aveva le spalle più larghe, e poteva star lì 266

a farsi ammazzare più a lungo». I suoi uomini avrebbero preferito di gran lunga attaccare i cannoni, che avevano preso posizione a poche centinaia di metri di distanza; ma non potevano, perché la cavalleria francese era sempre pronta accanto ai pezzi, mentre quella alleata era sparita dal campo di battaglia. «I nostri uomini», riferì un altro ufficiale, «dicevano che era un maledetto assassinio, e protestavano molto perché non avevano il permesso di attaccare». Nel quadrato andò a un certo punto a rifugiarsi Wellington in persona, e qualcuno fra gli uomini cominciò a esclamare a voce alta: «Dobbiamo farci massacrare qui? Andiamo a dargli dell’acciaio!». Il duca li sentì e ribatté immediatamente: «Aspettate ancora un po’, ragazzi! Ci andrete fra pochissimo». E in verità la cosa non poteva durare a lungo. Nel quadrato del 3/1° Foot Guards i sergenti stavano dietro ai loro uomini, con le picche tenute orizzontalmente, per costringerli a restare in linea; «la situazione del nostro battaglione a un certo punto era così disperata», ricorda un sergente, «che la linea è stata tenuta solo dalle nostre picche tenute su contro le schiene degli uomini; non per mancanza di coraggio da parte loro, perché ormai erano disperati, solo per un momento le perdite hanno talmente fatto vacillare la linea!». Il quadrato hannoveriano in cui si trovava il capitano von Scriba, «sotto il fuoco dell’artiglieria aveva perduto la sua forma originaria; dapprima divenne un triangolo irregolare, e poi una massa senza forma di uomini ammucchiati insieme e rivolti verso l’esterno da tutte le parti». Lungo tutto il fronte, all’interno dei quadrati pieni di morti e feriti, soffocati dal fumo e con le munizioni sempre più scarse, un numero crescente di ufficiali si convinceva che non sarebbe andata a finir bene. «Lì ho pensato che le cose stavano andando male», confessò il tenente Howard, del 33°, in una lettera al fratello; gli ufficiali superstiti decisero di mandare in salvo nelle retrovie le bandiere del battaglione, e poco dopo venne fatto lo stesso con tutte le bandiere della brigata di Halkett, una decisione assolutamente senza precedenti. Il capitano Kincaid, che teneva ancora con un pugno di fucilieri la strada infossata dietro la collinetta, era «stanco e logoro, non tanto per la fatica quanto per l’ansietà». Quando si guardava intorno in mezzo al fumo sempre più fitto, non vedeva nient’altro che morti e agonizzanti. «Non avevo mai sentito parlare di una battaglia in cui tutti venivano am267

mazzati, ma sembrava che questa fosse un’eccezione, perché a turno se ne stavano andando tutti».

56. Il nuovo attacco a Plancenoit La tradizione vuole che più o meno a quell’ora il duca di Wellington sia stato sentito dire: «Bisogna che venga la notte, o che arrivino i prussiani». L’assenza di notizie da parte di questi ultimi era tanto più frustrante in quanto le avanguardie prussiane che un po’ di tempo prima s’erano spinte fino alla Papelotte erano tornate da un pezzo a sparire nella boscaglia, e dietro di loro, nonostante le promesse, non era ancora arrivato nessuno. «Il tempo che impiegavano per arrivare sembrava interminabile», scrisse poi Wellington. «Tanto loro quanto il mio orologio sembravano essersi fermati». Certo, il fumo che si levava in lontananza intorno al campanile di Plancenoit, e il rumore del cannoneggiamento proveniente da sud, avrebbero potuto suggerirgli che i prussiani erano già in azione; ma per il momento il duca non era in grado di intravvedere nessuna conseguenza visibile del loro intervento per la disperata battaglia che stava combattendo sul crinale. In realtà, benché Wellington non potesse saperlo, le conseguenze c’erano già, ed erano decisive. Sui trentasette battaglioni che Napoleone aveva ammassato quel mattino lungo la strada maestra, fra Rossomme e la Belle Alliance, e che dovevano costituire la sua riserva strategica, da far avanzare al momento opportuno per sfondare il punto più debole dello schieramento alleato, ben ventitré erano già stati distolti per far fronte all’avanzata di Bülow, e si stavano lentamente consumando nella fornace di Plancenoit. Esauste per l’interminabile marcia nel fango, anche le ultime due brigate del IV corpo erano finalmente arrivate davanti al villaggio; una, la 14a di von Ryssel, era incompleta, avendo lasciato due battaglioni sotto Wavre, ma il vecchio Blücher aveva comunque a disposizione l’equivalente di 34 battaglioni, o, se si preferisce, qualcosa come 24.000 moschetti, contro 10.000 che formavano la linea difensiva francese. Ovviamente queste cifre sono del tutto teoriche, perché entrambi gli avversari si erano già fortemente logorati, e i prussiani, avanzando, avevano disperso le loro 268

forze molto più di quanto non fosse accaduto ai francesi; ma le citiamo lo stesso, perché sono comunque indicative dell’enorme sproporzione numerica. E così i prussiani tornarono all’attacco, in testa, questa volta, i due battaglioni dell’11° Fanteria, al comando del colonnello von Reichenbach: questo reggimento, reclutato in Slesia, era il primo dei vecchi reggimenti di linea prussiani, appartenente all’esercito regolare ricostituito nel 1808, che Blücher fosse stato in grado di portare in battaglia quel giorno. Anche i due reggimenti della Landwehr che insieme all’11° costituivano la brigata di von Ryssel erano verosimilmente di buona qualità, reclutati com’erano in Pomerania, una delle regioni più patriottiche del vecchio regno di Prussia. (Curiosamente, von Ryssel era invece nato in Sassonia, e aveva fatto tutta la sua carriera nell’esercito sassone alleato di Napoleone, guadagnandosi nel 1813 la Legion d’Onore, prima di ritrovarsi improvvisamente suddito prussiano). Sotto questa raddoppiata pressione, gli uomini di Duhesme dovettero sgomberare le prime case del villaggio, e la battaglia ricominciò a infuriare nelle stradine di Plancenoit, con tutta la ferocia sanguinaria d’un combattimento casa per casa, condotto con la baionetta e il calcio del moschetto. Spinti dal numero e dall’entusiasmo, i prussiani giunsero fino al centro del villaggio, e lì, intorno alla chiesa e alla cinta murata del cimitero, lo scontro divenne ancor più selvaggio; ma alla fine, logorati dal fuoco spaventoso che li bersagliava dalle case e dal cimitero, gli uomini di Blücher vennero ributtati fuori. La tenacia dei difensori di Plancenoit merita di essere analizzata. Le case più meridionali del villaggio, dove c’era il rischio concreto che i prussiani avanzando potessero spingersi sul fianco o addirittura alle spalle dei francesi, erano difese dal 5° di linea, e questo non era un reggimento qualunque. Era il reggimento che il 7 marzo, pochi chilometri a sud di Grenoble, era stato schierato dai suoi ufficiali monarchici per sbarrare la strada a Napoleone, appena sbarcato in Francia dopo la fuga dall’Elba. Era il reggimento davanti al quale Napoleone era avanzato da solo, fino a pochi metri dalle canne dei moschetti, chiedendo ai soldati: «Sparereste al vostro imperatore?»; al che i soldati si erano ammutinati e l’avevano portato in trionfo. Ma il fatto più straordinario è che il colonnello Roussille, pur disapprovando la defezione dei suoi uomini, aveva chiesto a Napoleone di poter restare al loro comando, di269

chiarando: «il mio reggimento mi ha abbandonato, ma io non voglio abbandonarlo»; e l’imperatore lo aveva lasciato al comando del 5° di linea, e la sera di Waterloo Roussille era lì, e sarebbe stato mortalmente ferito mentre i suoi uomini difendevano con successo Plancenoit. E tuttavia non bisogna forse esagerare l’importanza di questi fattori ideologici. Giacché, per ironia della sorte, nell’altra divisione del VI corpo, che difendeva con le unghie e coi denti le alture a nord di Plancenoit, c’era il 10° di linea, al comando di un colonnello quasi omonimo, Roussel; e quello era un reggimento che fino a qualche settimana prima aveva combattuto nel Mezzogiorno agli ordini del duca d’Angoulême, il Borbone che aveva cercato di sollevare le popolazioni meridionali contro Napoleone. Entrando a Laon all’inizio della campagna, i soldati del 10° di linea si erano rifiutati di gridare, come gli altri, «Vive l’Empereur», ma avevano gridato invece «Vive le roi de Rome», uno slogan che a molti era sembrato di cattivo augurio, e nient’altro che un espediente per sottolineare la loro fedeltà al re. Eppure, a Plancenoit i monarchici del 10° si batterono altrettanto bene quanto i bonapartisti del 5° di linea. Alla fine, il fattore che spiega più di ogni altro l’ostinata resistenza francese è probabilmente la Giovane Guardia. Questi quattro reggimenti di fanteria leggera erano stati costituiti soltanto dopo il ritorno di Napoleone dall’Elba, richiamando veterani in congedo, accogliendo un gran numero di giovani volontari di Parigi e di Lione, e rifondendovi reparti di irregolari corsi, sicché non erano certamente reparti solidi come i granatieri o i cacciatori della Vecchia Guardia; ma l’entusiasmo suppliva all’eterogeneità dei quadri. A comandarli, poi, c’era Duhesme, e questi era un uomo eccezionale; tutt’altro che esente da critiche dal punto di vista personale, perché era un vecchio giacobino mangiafuoco che come molti altri s’era arricchito in modi poco chiari, ed era stato coinvolto in faccende così scabrose (con accuse addirittura di assassinio) che nel 1810 l’imperatore l’aveva licenziato ed esiliato da Parigi; ma era uno straordinario comandante sul campo, uno specialista proprio in quei combattimenti di fanteria leggera in cui i suoi uomini si stavano misurando fra le case di Plancenoit: e ora, ristabilito in tutti i suoi gradi e i suoi onori, si dovette certamente anche a lui se i prussiani vennero cacciati un’altra volta dal villaggio. 270

La loro rotta fu così precipitosa che i tiratori della Giovane Guardia, inseguendo i fuggiaschi, uscirono da Plancenoit e avanzarono in aperta campagna, giungendo a portata di tiro dell’avvallamento dove gli altri battaglioni prussiani, già logorati durante il combattimento precedente, si stavano faticosamente riordinando. Il loro fuoco preciso e inaspettato provocò un panico momentaneo tra le file dell’esausta fanteria prussiana, finché uno squadrone del 6° Ussari non caricò i tirailleurs, travolgendone alcuni e costringendo gli altri a ritornare precipitosamente nel villaggio. In ogni caso, i progressi compiuti dai prussiani erano stati di nuovo azzerati, e l’attacco di Blücher riportato per la seconda volta al punto di partenza. Ma dalla strada di Wavre continuavano incessantemente a sboccare sempre nuovi rinforzi. Il II corpo, comandato da von Pirch, si era messo in marcia fin dalla tarda mattinata alle calcagna del corpo di Bülow, e ora i suoi uomini, anch’essi esausti e coperti di fango fino ai capelli, cominciavano a essere in vista. Ormai certo che ben presto avrebbe avuto a disposizione nuove riserve, che si esita a definire fresche, ma che, insomma, in tutto il giorno non avevano ancora sparato un colpo, Blücher ordinò a Bülow di tornare all’attacco con quello che aveva; e questa volta, i logori battaglioni della 14a e della 16a brigata non si fermarono al centro del villaggio, ma riuscirono a farsi strada fino in fondo. Duhesme, che aveva animato così a lungo la resistenza, era ora moribondo per una ferita alla testa; alcuni dei suoi uomini lo riportarono indietro, tenendolo in sella a forza di braccia, e in un primo momento cercarono di metterlo in salvo, ma quella notte dovettero abbandonarlo, e il generale morì due giorni dopo prigioniero dei prussiani. Intorno al cimitero così a lungo conteso, interi gruppi di uomini della Giovane Guardia cominciarono ad alzare le mani e darsi prigionieri, anche se non pare che i prussiani, esasperati per la loro ostinata resistenza, fossero sempre disposti ad accettare la resa. Napoleone, che stava organizzando le ultime riserve per l’attacco finale contro la vacillante linea di Wellington, dovette ancora una volta puntare il cannocchiale verso la sua destra, e prendere in fretta delle contromisure. Non aveva nient’altro in mano se non i tredici battaglioni della Media e Vecchia Guardia (avrebbero dovuto essere quattordici, ma uno, il 1/1° Cacciatori, era stato lasciato alla fattoria di Le Caillou, con i bagagli e il tesoro dell’im271

peratore). Tutti i battaglioni avevano già lasciato la loro posizione originaria, ai due lati della strada maestra subito a nord di Rossomme, e si erano portati avanti fin quasi alla Belle Alliance, in attesa di avanzare contro gli inglesi. Ora, affrettatamente, Napoleone ordinò che quelli che si trovavano sulla destra della strada si schierassero in quadrato, per formare un’estrema linea di difesa in caso di sfondamento prussiano; e due di quei battaglioni, scelti fra i migliori in assoluto, il 1/2° Granatieri e il 1/2° Cacciatori della Vecchia Guardia, ricevettero l’ordine di tornare indietro e andare a riprendere Plancenoit. Erano poco più di mille baionette, ma tutti veterani con dieci o dodici campagne dietro di sé, con la pelle coperta di tatuaggi e grossi orecchini d’oro alle orecchie, come pirati d’altri tempi. Come scrisse un inglese che li aveva veduti a Fontainebleau l’anno prima, «gente più spaventosa della Guardia di Napoleone non ne ho mai vista. Avevano l’aspetto di briganti purosangue, veterani e disciplinati. Depravazione, temerarietà e sete di sangue erano scolpite nelle loro facce. Mustacchi neri, giganteschi colbacchi d’orso e un’espressione feroce erano le loro caratteristiche». Gli altri soldati non li amavano troppo, benché ognuno desiderasse in cuor suo di essere un giorno chiamato a farne parte: la durezza e l’arroganza degli ufficiali della Guardia, il soldo doppio e la doppia razione che spettavano fino all’ultimo tamburino, la precedenza sempre accordata alle loro necessità quanto ad acquartieramenti e sussistenza, suscitavano tanto più risentimento in quanto, a ben vedere, la Guardia era mandata al fuoco molto più raramente della carne da cannone che formava i reggimenti di linea. Ma a Plancenoit i due battaglioni dimostrarono di meritare tutti i privilegi che Napoleone gli aveva sempre accordato. Il generale Morand li instradò rapidamente, schierati in colonna; non c’era molta strada da fare, del resto, le ultime case di Plancenoit erano a meno di un chilometro dalla chaussée, e appena cominciata la discesa del pendio che portava verso il villaggio i veterani incontrarono i fuggiaschi della Giovane Guardia che stavano scampando dal combattimento, e si sentirono dire che i prussiani erano alle loro calcagna. I tamburi batterono il pas de charge, e gli uomini della Vecchia Guardia avanzarono a passo cadenzato verso Plancenoit, con le baionette inastate. Quello che accadde poi si spiega solo con l’estrema stanchez272

za delle truppe prussiane, con l’inesperienza di gran parte di quelle reclute, con le perdite terribili che avevano già subito; e forse anche col terrore superstizioso che in quel crepuscolo di giugno incutevano i colbacchi d’orso della Guardia. Fatto sta che i due battaglioni di Morand investirono e travolsero i primi tiratori prussiani che stavano facendo cautamente capolino dalle ultime case del villaggio, si fecero strada a colpi di baionetta e di calcio del moschetto lungo le strade selciate, in mezzo ai cumuli di morti e feriti e alle case incendiate, e tutta quella moltitudine di prussiani davanti a loro, parecchie volte superiore per numero, si lasciò ricacciare in disordine e poi in rotta catastrofica. Massacrati e calpestati senza pietà dai francesi trionfanti, i prussiani vennero ributtati fuori dal villaggio. Nel giro di venti minuti la Vecchia Guardia era padrona di Plancenoit, così ubriaca di sangue e di vittoria che il generale Pelet, comandante del 2° Cacciatori, trovò i suoi uomini intenti a sgozzare i prigionieri, e dovette usare le maniere forti per riuscire a salvarne qualcuno. Dietro di loro, i battaglioni della Giovane Guardia, rimessi in linea dai loro ufficiali e rincuorati da quel trionfo, stavano tornando a difendere le posizioni. Alle sette e mezza di sera, l’offensiva di Blücher era di nuovo tornata, per l’ennesima volta, al punto di partenza.

57.

Ziethen a Smohain

Ironicamente, non fu l’attacco contro Plancenoit, condotto da Blücher con la maggior parte delle sue forze e a costo di perdite terribili, a convincere Wellington che finalmente i prussiani stavano arrivando seriamente in suo aiuto. Quella convinzione il duca l’ebbe soltanto quando vide altre masse di prussiani sbucare molto più vicino a lui, presso la Papelotte; e soprattutto quando seppe che questa volta gli alleati, anziché scomparire di nuovo nella boscaglia più a sud, entravano in azione contro l’estrema destra francese. Finalmente il comando prussiano aveva seguito le indicazioni di Bülow, dando ordine all’ultimo dei corpi d’armata partiti da Wavre, il I corpo al comando di von Ziethen, di marciare lungo la strada più settentrionale: quella che seguiva il corso del fiumiciattolo Smohain e sbucava presso il gruppetto di case dello 273

stesso nome, nel bel mezzo della zona che i Nassauer del principe Bernardo avevano difeso per tutto il giorno contro gli uomini di Durutte. Il capo di stato maggiore del I corpo, von Reiche, era appena arrivato sul posto, precedendo la colonna, quando un agitatissimo Müffling lo raggiunse, informandolo «che il duca di Wellington stava ansiosamente aspettando il nostro arrivo e aveva ripetutamente dichiarato che non gli restava più molto tempo, e che se non arrivavamo presto sarebbe stato costretto a ritirarsi». Insieme, i due si misero alla ricerca del generale von Ziethen, a cui Müffling ripeté che non c’era un momento da perdere. Ziethen, però, come Bülow prima di lui, non aveva troppa voglia di spingere i suoi uomini avanti alla cieca lungo quella stradina infossata, col rischio di ritrovarsi all’improvviso proprio sulla direttrice dell’offensiva francese. Un ufficiale mandato a esaminare la situazione riferì che lungo tutta la linea di Wellington c’erano segni di disgregazione, feriti e sbandati si affollavano nelle retrovie, e anche le truppe che difendevano la Papelotte e Smohain stavano perdendo terreno davanti all’avanzata nemica: continuando ad andare avanti, i prussiani rischiavano di trovarsi nel bel mezzo d’una disfatta. Mentre Ziethen esitava, arrivò al galoppo da sud un altro ufficiale; era il figlio del famoso Scharnhorst, il riformatore dell’esercito prussiano caduto due anni prima durante le guerre di liberazione, e serviva come aiutante di campo di Bülow. Questo maggiore von Scharnhorst riferì che l’attacco contro Plancenoit stava fallendo, che il IV corpo aveva bisogno di aiuto, e che per ordine di Blücher anche le truppe di Ziethen dovevano piegare a sud-ovest per andare a sostenerlo. Von Reiche, che era appena tornato a sua volta da una ricognizione e aveva formalmente promesso un immediato soccorso agli ufficiali dei Nassauer impegnati alla Papelotte, cercò di protestare, ma il suo capo decise che gli ordini erano ordini e segnalò all’avanguardia di piegare verso Plancenoit. Fra le esauste truppe alleate schierate lungo lo chemin d’Ohain, che da ore e ore subivano il bombardamento della Grande batterie e faticavano sempre più a tenere a bada le infiltrazioni dei tiratori nemici, la vista di quell’ennesima colonna prussiana che anziché raggiungerle piegava a sud come per ritirarsi provocò un comprensibile sgomento. Müffling e Reiche, tuttavia, continuarono a discutere con 274

Ziethen, implorandolo di ripensarci. Entrambi avevano compreso che i rinforzi prussiani erano indispensabili a Wellington; Müffling, poi, sapeva anche che il duca era già sull’orlo dell’esasperazione per il mancato soccorso, che in generale gli ufficiali inglesi non sapevano nulla dell’azione a Plancenoit, e che l’esercito prussiano rischiava, ad onta dei suoi sforzi, di perdere la faccia davanti all’alleato. Di fronte alla loro insistenza, Ziethen si assunse alla fine la responsabilità di ignorare la richiesta d’aiuto proveniente da Bülow e procedere secondo il piano originario. Le sue colonne ripresero l’avanzata verso la Papelotte, e di lì a poco cominciarono a entrare in azione contro i tiratori francesi, che stavano di nuovo premendo duramente contro gli esausti Nassauer, erano penetrati nella recinzione della Papelotte e avevano scacciato i difensori da Smohain. In realtà il corpo di Ziethen, che aveva potuto mettersi in marcia soltanto alle due del pomeriggio, formava sulla stradina fangosa una colonna così lunga, e così rallentata dal sovraffollamento e dal pessimo stato del terreno, che soltanto la sua avanguardia fece in tempo ad entrare in azione prima di notte; in pratica, solo i tre reggimenti della 1a brigata di von Steinmetz presero parte al combattimento, ed erano stati così logorati due giorni prima a Ligny che fra tutt’e tre non schieravano nemmeno quattromila moschetti. Ma queste forze fresche, sostenute da diverse batterie di artiglieria, erano comunque più che sufficienti a fermare l’avanzata di Durutte; tanto più che una delle due brigate di quel generale era appena stata richiamata verso la Haye Sainte, per prendere parte all’offensiva finale contro il centro della linea di Wellington. A Durutte non restavano più che quattro battaglioni, con forse millecinquecento moschetti; e non avevano nessuna possibilità di farcela contro le forze fresche schierate dai prussiani. Nella confusione di quel crepuscolo, in un’area fitta di siepi e boscaglia come quella intorno alla Papelotte, non mancarono, ancora una volta, gli incidenti di quello che oggi chiameremmo, con un termine tratto dal lessico dell’esercito americano, friendly fire. I prussiani che avanzavano in ordine sparso verso Smohain si videro correre incontro all’improvviso una folla di soldati in uniformi apparentemente francesi, e aprirono senz’altro il fuoco contro di loro. In realtà quegli uomini erano i Nassauer in fuga da Smohain, e il principe Bernardo di Weimar, che era in mezzo a lo275

ro e cercava di riordinarli, si trovò anch’egli sotto il fuoco amico. Rendendosi conto che a sparargli addosso erano i prussiani, il principe galoppò alla ricerca del loro comandante, e fu abbastanza fortunato da incontrare quasi subito il generale von Ziethen. Vedendosi aggredire da quell’ufficiale straniero che protestava violentemente, in ottimo tedesco, per il comportamento dei suoi uomini, Ziethen s’impermalì, e ignorando d’aver a che fare con un principe rispose seccamente: «Amico mio, non è colpa mia se i suoi uomini sono vestiti come i francesi!». Sulle alture alle spalle della Papelotte, l’ultimo reggimento della brigata di Steinmetz, il 1° Westfalisches Landwehr, stava avanzando con i suoi tiratori verso la linea tenuta dagli uomini di Pack. Gli scozzesi erano così nervosi che anch’essi, quando videro venire verso di loro quegli sconosciuti, cominciarono senz’altro a sparargli addosso. Ma l’ufficiale che comandava la prima pattuglia riuscì quasi subito a far capire chi era, e di lì a poco i prussiani stringevano le mani degli scozzesi di Pack e degli hannoveriani di Best: la congiunzione fra i due eserciti alleati era finalmente realizzata. Senza perdere tempo, una delle batterie a cavallo di Ziethen si arrampicò sulla cresta e mise in posizione i suoi cannoni a fianco dei battaglioni di Wellington, mentre altre due batterie entravano in posizione a poche centinaia di metri da Smohain e aprivano il fuoco ad alzo zero contro gli edifici appena occupati dai tirailleurs. Sotto quel fuoco inatteso i francesi si sbandarono; ma il coriaceo Durutte riuscì a riprendere in mano i suoi uomini, e un nuovo, sanguinoso combattimento divampò fra le recinzioni, le siepi, le stradine alberate intorno a Smohain. I brandeburghesi del 12° reggimento si erano riforniti di munizioni prima di entrare in azione; «ciascuno di noi ricevette 80 cartucce, prese in prestito dal vagone di un’altra unità, perché il nostro era rimasto impantanato molto indietro. Mangiammo qualche boccone lì, in piedi, poi andammo avanti verso il nemico», ricorda il soldato semplice Johann Karl Hechel. Mentre procedevano lungo la strada verso Smohain, riparandosi dietro il filare di pioppi che la costeggiava, i tiratori del reggimento vennero presi di mira, alle spalle, dagli uomini della Landwehr westfaliana, che li avevano scambiati per francesi; andando avanti trovarono il nemico attestato nell’ultimo tratto della 276

strada, che scendeva infossata verso il villaggio, lo scacciarono a viva forza e irruppero fra le prime case di Smohain. Hechel saltò una siepe, si guardò intorno e vide parecchi feriti a terra. Uno, un nemico, che non poteva muoversi, gridava senza interruzione: «Italiano! Italiano!». Hechel, che era figlio di un maestro di scuola e parlava francese, gli chiese se più avanti c’erano altri francesi, e quello rispose di sì («Oui, Monsieur»). Altri soldati prussiani arrivarono sul posto, e volevano finire il disgraziato a colpi di baionetta, ma Hechel disse di lasciarlo vivere; l’uomo gli si aggrappò e gli baciò la mano. Procedendo in mezzo ai cadaveri, Hechel vide un sergente prussiano, morto, con la catena dell’orologio che usciva dal taschino, e si chinò per impadronirsene; in quel momento una palla gli fischiò accanto all’orecchio. La mano di Dio è su di me, pensò il devoto protestante Hechel, ma devo andarmene di qua, e subito. E però, pensò subito dopo, nutrito com’era di Bibbia, «Dove potrei andare lontano dal Tuo spirito, dove potrei fuggire il Tuo volto?». Hechel riguadagnò la stradina infossata e riprese posizione fra i tiratori che sostenevano un vivace combattimento a fuoco con i francesi, a distanza d’un tiro di pietra; finché non sentì un improvviso calore al basso ventre. Gli occhi gli si velarono, e barcollò, gridando «Camerati, sono ferito!». Subito due uomini lo presero sotto le ascelle e lo portarono indietro; «un terzo prese il mio zaino e ci seguì. Non gli dispiaceva mica allontanarsi dal fuoco». Un ufficiale li raggiunse di corsa e chiese dove andavano; «non è vero che quest’uomo è ferito», esclamò, poiché non si vedeva il sangue. I camerati fecero sedere Hechel, gli sbottonarono i pantaloni, e un fiotto di sangue e budella traboccò fuori. L’ufficiale ebbe un gesto d’orrore e ordinò di portarlo in salvo; «‘ma tu’, disse al terzo, ‘butta quella roba e torna al tuo posto!’». Il racconto di Hechel testimonia l’ostinazione con cui gli uomini di Durutte, fra cui gli ex prigionieri dell’85° di linea, continuarono a resistere, anche in quell’ora estrema, sul terreno che avevano conteso al nemico per tutta la giornata; ma la sproporzione di forze era tale che l’esito del combattimento era soltanto questione di tempo. Alla fattoria di Le Caillou, dove sostavano gli equipaggi e tutti i bagagli di Napoleone, il valletto Marchand cercava con inquietudine di indovinare dal frastuono dell’artiglieria l’andamento della battaglia, quando il mamelucco Alì, uno dei più fedeli servitori 277

dell’imperatore, arrivò al galoppo a cercare qualcosa da mangiare per il padrone. Alì, che in realtà era un normalissimo francese, ex impiegato presso un notaio, fece appena in tempo a dirgli «La va male», e spiegare che stavano arrivando i prussiani, prima di ripartire a briglia sciolta. Marchand, in preda a un cattivo presentimento, cercò il generale Fouler, direttore della scuderia imperiale, e questi gli disse che non bisognava lasciar trapelare niente, ma che se fosse stato per lui, i bagagli non avrebbero dovuto rimanere così vicini al campo di battaglia; oramai, però, solo un ordine dell’imperatore poteva farli allontanare. Marchand pensò che per fortuna la vettura personale dell’imperatore, piena d’oro e di diamanti, era ancora più avanti, presso la Belle Alliance: almeno, quella responsabilità toccava a qualcun altro.

58.

L’ultimo attacco di Napoleone

I resoconti di tutti coloro che stavano nei quadrati fra le sei e le sette del pomeriggio sono così simili fra loro, da lasciare l’impressione che con una mezz’ora in più di bombardamento la linea di Wellington si sarebbe semplicemente sfasciata, senza che i francesi avessero neppure bisogno di attaccarla. Poiché le cose andarono diversamente, bisognerà chiedersi da che punto di vista la situazione reale era diversa; e la prima cosa che viene in mente è che le batterie francesi stavano sparando i loro ultimi cartocci di mitraglia, e non avrebbero affatto potuto continuare a sparare ancora per mezz’ora. Un pezzo da 6 libbre non aveva con sé, al mattino, più di tre cassoni di munizioni, sufficienti per un paio d’ore di fuoco sostenuto: quando cadde la Haye Sainte, e tutti i cannoni disponibili vennero frettolosamente portati avanti, è probabile che la maggior parte dei cassoni fossero già vuoti. L’enorme dispendio di munizioni sostenuto in quegli ultimi momenti non aveva, e non poteva avere, lo scopo di spazzar via la fanteria inglese e tedesca, ma soltanto di indebolirla il più possibile bruciando gli ultimi avanzi di polvere in attesa dell’attacco finale; gli ufficiali subalterni che si trovavano in mezzo alla tempesta potevano non saperlo, ma lo sapeva Napoleone e lo sapeva altrettanto bene Wellington, che altrimenti non avrebbe mantenuto i nervi così saldi, mentre i 278

suoi generali e i suoi aiutanti di campo cadevano fracassati intorno a lui, in una mattanza senza precedenti. L’imperatore, dunque, doveva attaccare; e decise di farlo lungo l’intera linea e con tutta la sua fanteria, compresa quella che aveva combattuto tutto il giorno ed era ormai allo stremo delle forze. Sulla sinistra, il corpo di Reille era tutto impegnato nell’assedio di Hougoumont, e anche se a questo punto non c’erano più molte speranze di prendere il castello, era indispensabile che i tirailleurs annidati nel parco mantenessero la pressione sull’esausta guarnigione. Più a destra, si potrebbe pensare che il corpo di d’Erlon, dopo la sua disfatta ad opera della cavalleria pesante inglese, non fosse più disponibile per nessuna operazione offensiva; ma non era così. I reggimenti travolti nella rotta avevano avuto parecchie ore di tempo per riprendere fiato e riordinare i ranghi, e un gran numero di sbandati erano stati costretti a tornare in linea. Sulla strada maestra era stato improvvisato un picchetto composto di pochi fanti e lancieri a cavallo, «con la consegna di lasciar passare solo i feriti e rimandare indietro tutti quelli che erano in grado di imbracciare le armi; in meno di un’ora avevamo fermato più di quattrocento fuggiaschi», riferì il caporale Canler, che ne faceva parte. Dopo la rotta del corpo di d’Erlon, gli uomini di Kempt e Pack erano rimasti per qualche tempo disoccupati, tanto che molti di loro uscivano impunemente dalla linea per frugare le tasche dei morti, «e forse anche dei feriti», commenta un ufficiale inglese; almeno un colonnello, preoccupato d’un tale rilassamento della disciplina, aveva dovuto ricorrere al piatto della sciabola per riportare nei ranghi i suoi uomini recalcitranti («tanto qualcun altro lo farà fra poco, e allora perché non noi?»); e d’altronde gli stessi ufficiali, almeno quelli che sapevano il francese, s’erano messi a ingannare il tempo leggendo le lettere trovate negli zaini dei francesi morti. Ma quell’interludio non era durato a lungo, e da un pezzo le truppe di Kempt e Pack erano costrette a fronteggiare la pressione d’un numero crescente di tiratori spintisi avanti nella terra di nessuno, mentre in fondo all’avvallamento le divisioni di Quiot e Marcognet tornavano a schierarsi in formazione d’attacco. Più a sinistra, la divisione di Donzelot, nonostante le perdite subite, aveva ancora abbastanza tirailleurs dentro la recinzione della Haye Sainte per sostenere l’offensiva col suo fuoco. La divisione di Durutte, infine, aveva una brigata impegnata allo stremo nel combat279

timento per la Papelotte, ma l’altra brigata, quella di Pégot, era quasi intatta, e l’imperatore ordinò di spostarla a ridosso della Haye Sainte, per prendere parte all’attacco. In buona sostanza, dunque, un ultimo sforzo venne richiesto all’intera linea dell’esercito francese; lungo tutto il fronte, da Hougoumont alla Papelotte, la moltitudine dei tirailleurs tornò a farsi sotto, non più soltanto per impegnare i tiratori nemici e difendere la posizione, ma per cercare, ancora una volta, di costringerli a sgomberare e aprire la strada alle colonne d’attacco; tutte le batterie che avevano ancora delle munizioni nei loro cassoni continuarono a tirare fino all’ultimo contro la cresta, e tutti i battaglioni tornarono a intrupparsi spalla a spalla dietro ai loro ufficiali, per avanzare contro le posizioni nemiche. In questo senso, è impossibile stabilire quante baionette abbiano partecipato all’ultima offensiva; perché praticamente tutti gli uomini del I e del II corpo ancora in grado di impugnare un moschetto vennero chiamati a prendervi parte. Ma tutto questo non era che lo sfondo, perché nessuna offensiva può essere condotta a buon fine impiegando esclusivamente truppe già logore. Dopo essere stati al fuoco parecchie ore, i reparti, anche se hanno subìto perdite limitate e mantengono un’apparenza perfettamente ordinata, hanno già consumato gran parte della loro forza morale. Se ricevono l’ordine di andare avanti, marceranno, ma alla prima difficoltà tenderanno a fermarsi; i loro tiratori faranno il possibile per aprire la strada, ma penseranno soprattutto a salvare la pelle e non farsi ammazzare proprio all’ultimo momento, e del resto avranno ormai poche cartucce nelle giberne. Basterà poco, l’esplosione di una granata in mezzo alle file, qualche grido di panico proveniente da chissà dove, l’impressione che altri stiano battendo in ritirata, perché la riluttante avanzata d’un battaglione si fermi di botto, nonostante tutte le esortazioni degli ufficiali, e perché gli uomini comincino a sbandarsi e a tornare indietro. È soltanto con delle riserve fresche, dunque, che un’offensiva può essere portata fino in fondo; ed è per questo che l’ultimo attacco ordinato da Napoleone alla sera della battaglia di Waterloo è conosciuto come l’attacco della Guardia. Lo sfondamento decisivo, cui l’imperatore mirava fin dal mattino, poteva essere realizzato solo mandando avanti quei battaglioni della Guardia Imperiale che costituivano l’ultima riserva fresca a disposizione; in de280

finitiva, è dal loro successo che sarebbe dipeso l’esito dell’intera azione. Si capisce, allora, perché l’avanzata prussiana su Plancenoit, nonostante fosse ormai in fase di stallo, avesse contribuito in modo decisivo a ridurre le probabilità di vittoria di Napoleone. Giacché se quel mattino l’imperatore disponeva, in vista di uno sfondamento, di una riserva strategica di trentasette battaglioni, ora ben venticinque erano stati impegnati nel combattimento contro i prussiani. Ne restavano dodici, o meglio undici, poiché anche il battaglione rimasto a Le Caillou non può essere calcolato; sei battaglioni della Media Guardia, e cinque della Vecchia Guardia: in tutto poco più di seimila uomini, tutti veterani. Mezz’ora prima, poco più d’un migliaio di loro camerati avevano buttato fuori i prussiani da Plancenoit: ora si trattava di vedere se gli altri avrebbero saputo sfondare lo schieramento di Wellington. Fino a poco prima, gli uomini della Guardia erano rimasti in ozio sui due lati della strada maestra, in attesa che venisse il loro momento, così com’era accaduto in tante altre battaglie, e da ultimo due giorni prima a Ligny. Non erano del tutto al riparo dal pericolo, perché non c’era nessun luogo del campo di battaglia dove di tanto in tanto non arrivasse una palla di cannone, a falciare chi magari se ne stava pacificamente seduto sul suo zaino a fumare la pipa. Nel primo pomeriggio, quando i granatieri della Vecchia Guardia erano appena giunti sulla posizione, una palla aveva ucciso una delle loro vivandiere, Maria, una donna dell’Elba che sull’isola s’era messa con un veterano e aveva voluto accompagnarlo nella nuova avventura. Ma nonostante questi rischi, gli uomini della Guardia avevano avuto ben poco da fare per tutto il pomeriggio, tanto da avere il tempo di scavare una fossa per Maria e seppellirla, con una croce di legno e un epitaffio inchiodato. Adesso, però, la loro ora era venuta.

59. «Voilà Grouchy!» Mentre la Guardia, accompagnata da Napoleone in persona, risaliva al suono allegro dei suoi tamburi la strada acciottolata fin quasi alla Haye Sainte, per poi allargarsi verso sinistra nel pianoro fra la Haye Sainte e Hougoumont, sulla destra la fanteria di d’Erlon 281

si metteva egualmente in marcia, preceduta dalla lunga fila dei tirailleurs. Il rumore della fucileria e del cannoneggiamento proveniente dalla zona della Papelotte s’era intensificato negli ultimi minuti, e gli uomini di d’Erlon guardavano nervosamente verso destra, cercando di capire che cosa stava succedendo laggiù. Napoleone intuì che l’arrivo dei prussiani rischiava di provocare il panico fra le sue truppe, e decise deliberatamente di ingannarle: i suoi aiutanti di campo ebbero l’ordine di galoppare lungo la linea diffondendo la notizia che le masse in arrivo erano quelle di Grouchy. Uno di costoro, il generale Dejean, raggiunse al galoppo il maresciallo Ney, che stava sorvegliando i preparativi dell’attacco, e urlò: «Monsieur le Maréchal! Vive l’Empereur! Voilà Grouchy!». Immediatamente Ney mandò uno dei suoi aiutanti, il colonnello Levavasseur, a portare la buona notizia alle truppe; e il colonnello galoppò lungo la linea, col cappello sulla punta della sciabola, gridando: «Vive l’Empereur! Soldats, voilà Grouchy!», mentre il suo urlo veniva ripreso da migliaia di voci. Sotto la spinta dell’entusiasmo, l’avanzata del I corpo fece vacillare ancora una volta la decimata fanteria delle divisioni di Picton e Alten, non meno esausta di quella francese. Un ufficiale della brigata di Pack riferì che «a quell’ora avevamo finito tutte le cartucce, e poiché non c’erano rifornimenti sottomano, i tiratori vennero richiamati; vedendo ciò, quelli del nemico si fecero sotto, passo dopo passo, con la massima audacia. Il carro delle munizioni fu portato il più in fretta possibile fino all’altura, e i cavalli tornarono indietro, lasciandolo lì per noi». Ma ogni uomo mandato al carro per recuperare munizioni venne ucciso o ferito, finché un sergente riuscì a mettersi in spalla un barilotto pieno di cartucce e scendere di corsa verso i compagni; anche costui cadde prima di arrivare, con una ferita nel calcagno, ma riuscì a far rotolare giù il barilotto, permettendo agli uomini di rifornirsi e continuare a tener duro. Sotto il fuoco dei tirailleurs annidati sui tetti della Haye Sainte, i fucilieri del 1/95° dovettero trincerarsi nella strada infossata. La fanteria di d’Erlon, tuttavia, non aveva più la forza di attaccare alla baionetta, e s’impegnò invece in un prolungato combattimento a fuoco. Il capitano Leach, che a quell’ora comandava il 1/95°, riferì che l’intera linea francese, lungo tutto il fronte della brigata di Kempt, s’era inginocchiata e sparava ininterrottamente. «Im282

magino che la distanza fosse un po’ più d’un centinaio di metri. Parecchie volte gli ufficiali francesi hanno fatto tentativi disperati di indurre i loro uomini a caricare la nostra linea; più di una volta ho veduto gruppi di francesi davanti a noi saltare in piedi, dalla loro posizione in ginocchio, e avanzare di qualche metro verso la siepe di rovi, con gli ufficiali in testa che facevano grandi gesti; ma il nostro fuoco era così intenso che quasi subito tornavano indietro di corsa, lasciando ogni volta parecchi morti e feriti dietro di sé». Nel corso di questo scontro a fuoco («credo fermamente che sia stato il più ravvicinato e prolungato che si sia mai visto») i fucilieri del 95° cominciarono a preoccuparsi d’essere aggirati sulla loro destra, giacché lungo la chaussée l’avanzata francese faceva ancora più progressi. Lì, infatti, c’era la brigata di Pégot, che rappresentava probabilmente la truppa più fresca presente nell’intera zona; di fronte ad essa, i superstiti fanti tedeschi delle brigate di Kielmansegge e Ompteda vennero costretti ad arretrare e cominciarono a sbandarsi. Gli uomini di von Baring, che dopo aver evacuato la Haye Sainte s’erano rifugiati nella strada infossata qualche centinaio di metri più indietro, erano di nuovo a corto di munizioni. Il maggiore, che continuava ad andare su e giù dietro di loro per cercare di rafforzare il morale, rovinò a terra quando il suo cavallo – il terzo quel giorno! – venne ucciso, e rimase stordito e imprigionato sotto la carcassa. I suoi uomini credettero che fosse morto e lo lasciarono lì; solo dopo un po’ uno di loro lo raggiunse, forse per derubarlo, e accorgendosi che era vivo lo aiutò a districarsi. Baring, con una gamba contusa e resa insensibile dall’urto, si trascinò indietro, offrendo dell’oro a chiunque gli avesse procurato un altro cavallo; ma nessuno lo stava a sentire. Finalmente un soldato inglese gli trovò un cavallo senza padrone e lo aiutò a issarsi in sella; Baring, dolorante, tornò in linea, dove gli riferirono che Sir Charles Alten era gravemente ferito. Costernato, il maggiore si accorse che sulle posizioni tenute dalla brigata di Ompteda erano ormai rimasti pochi uomini, e quando raggiunse la strada infossata la trovò vuota: anche i suoi fucilieri, esaurite le munizioni, se l’erano svignata verso le retrovie. A questo punto un solitario dragone francese comparve sul posto, e Baring, fremente per la rabbia e l’umiliazione, dovette ripiegare al galoppo per evitare d’essere catturato. Si capisce che poche decine di metri più in là 283

gli ufficiali del 95° avessero paura d’essere aggirati e attaccati alle spalle; uno di loro suggerì a Leach di concentrare una parte dei fucilieri sull’estrema destra, per tenere sotto tiro la chaussée. Ma il capitano ribatté che a difenderli doveva bastare il quadrato del 27°, che si trovava nell’angolo del crocevia alle loro spalle: «i francesi stanno arrivando così in fretta e così fitti davanti a noi, che non possiamo distaccare neanche un uomo». A sostegno del suo centro vacillante, Wellington aveva richiamato dall’estrema sinistra le due brigate di cavalleria di Vivian e Vandeleur, forti ancora di quasi duemila sciabole. Arrivando dietro la Haye Sainte, dopo aver trascorso gran parte della giornata nella relativa tranquillità delle retrovie, i loro ufficiali rimasero così scioccati da quello che videro da convincersi che le cose stavano andando molto male. «Non avevo mai visto niente di così pazzesco», affermò Sir Hussey Vivian; «il terreno letteralmente coperto di morti e moribondi, palle di cannone e granate che volavano più fitte delle palle di fucile, e le nostre truppe, o almeno una parte, che stavano arretrando». «Il terreno era coperto di feriti, tanto che certe volte era impossibile evitare di calpestarli», conferma il colonnello Murray, comandante del 18° Ussari. «Cavalli feriti o mutilati vagavano o giravano in tondo. Il rumore era assordante, e ovunque giungesse lo sguardo c’era un’aria di rovina e desolazione che non suggeriva certo idee di vittoria». Le schegge delle granate e le fucilate dei tirailleurs arrivavano paurosamente fitte; uno dei primi a restarne vittima fu il colonnello Quentin del 10° Ussari, quello stesso che all’alba si era bruciato gli stivali sul fuoco del camino, e che era in sella davanti ai suoi uomini quando venne ferito da una scheggia alla caviglia. «È difficile darne un’idea, e per me è un miracolo che non ci abbiano ammazzati tutti», conclude Sir Hussey Vivian; «ci aspettavamo da un momento all’altro di vedere il nemico sbucare dal fumo sotto il nostro naso, perché il fumo era letteralmente così spesso che non si vedeva a dieci metri di distanza». «Il fuoco diventava più intenso ad ogni istante», conferma il maggiore Luard, del 16° Dragoni Leggeri, «e dalla velocità con cui si avvicinava, sembrava che il nemico stesse conquistando la collina da cui eravamo parzialmente riparati. Confesso che in quel momento pensai che la giornata stava volgendo al peggio per noi, che la fanteria era battuta, e che noi, 284

la cavalleria, avremmo dovuto caricare alla disperata per recuperare quello che loro avevano perduto». Se non si arrivò a tanto, fu perché Sir John Lambert fece avanzare gli altri due battaglioni della sua brigata, portandoli in linea col quadrato degli Inniskillings, sul lato opposto della chaussée; schierati su due file, quei mille o milleduecento uomini coprivano un fronte di oltre trecento metri, ed è di fronte a questa lunga linea che l’avanzata francese nella zona della Haye Sainte finì per arenarsi, lasciando il posto a un confuso combattimento a fuoco. Il maggiore Browne, del 40°, vide i francesi avanzare fino all’altezza della fattoria, e lì fermarsi, ma non riuscì a capire se si trattava di una colonna disordinata, o di una moltitudine di tiratori. «Penso che fossero stati respinti nel tentativo di risalire la collina, in parte dal nostro fuoco, e in parte da quello delle truppe sulla nostra destra; ma la nuvola di fumo in cui eravamo quasi costantemente avvolti mi impedì di scoprire il motivo per cui restavano in una posizione così esposta, e con un contegno così intrepido e audace; via via che cadevano, il loro posto era preso da truppe fresche». I tirailleurs che occupavano la collinetta oltre la cava di sabbia (e che, come notò un altro ufficiale del 40°, «benché sdraiati a terra, sembravano scegliere i loro bersagli con grande precisione») cercarono a un certo punto di avanzare, ma il fuoco della linea inglese mise rapidamente fine a questo tentativo. Mentre gli uomini di d’Erlon, dalla Papelotte fino alla Haye Sainte, si impegnavano in questo ostinato combattimento a fuoco, dal lato opposto del campo di battaglia gli uomini di Reille avevano egualmente obbedito agli ordini ed erano avanzati per l’ultima volta contro Hougoumont. I tiratori s’impadronirono quasi subito del frutteto, e quel che restava della guarnigione dovette di nuovo barricarsi nel perimetro murato del castello. La brigata di Adam, che come sappiamo era discesa in fondo al pendio fino a prendere contatto con le siepi di recinzione del castello, e lì aveva respinto per parecchio tempo le cariche della cavalleria della Guardia, si trovò sotto il fuoco ravvicinato dei tirailleurs che sparavano dal frutteto, e dell’artiglieria portata avanti fino a poche centinaia di metri; Colborne, che comandava il 52°, vide alcuni dei difensori di Hougoumont scappare a gambe levate e pensò che questa volta il castello non avrebbe resistito. In quel caso la posizione della brigata di Adam, che già non era delle più felici, sa285

rebbe diventata insostenibile, e i generali inglesi decisero che era ora di ritirarla più indietro: Adam fece ripiegare la sua gente dietro la cresta, dove la maggior parte delle palle di cannone volavano alte sopra le loro teste, e rimandò indietro tutti i feriti che erano in grado di camminare. Questo ripiegamento lasciava allo scoperto diverse batterie, che per di più avevano quasi finito le munizioni, sicché gli artiglieri decisero spontaneamente che non era più il caso di restare lì; e stavano già abbandonando i cannoni, quando Sir Augustus Frazer piombò in mezzo a loro e li convinse energicamente a ritornare ai pezzi. Subito dopo un disertore francese risalì al galoppo il pendio, per avvertire gli inglesi che la Guardia Imperiale si preparava ad attaccarli. I resoconti su questo episodio sono così diversi nei dettagli, da offrire un bell’esempio della cautela con cui dovremmo sempre trattare le testimonianze oculari. Secondo Colborne il disertore era un colonnello dei corazzieri, che raggiunse le linee del 52° urlando «Vive le Roi», e si rivolse a lui personalmente con queste allarmanti parole: «Ce sacré Napoléon est là avec les Gardes. Voilà l’attaque qui se fait». (A quanto pare, Napoleone non era poi riuscito a epurare l’Armée du Nord da tutti coloro che non erano «dei nostri»). Secondo il maggiore Blair, aiutante di brigata del generale Adam, il disertore era un ufficiale degli ussari, e raggiunse lui, Blair, mentre era in conversazione con Frazer dietro le linee del 52°, avvertendo che la Guardia Imperiale avrebbe attaccato entro mezz’ora; Sir Augustus galoppò via per avvertire il duca, e Blair rimase per un po’ a sorvegliare il prigioniero, finché non si fu accorto che il suo avvertimento si stava verificando; allora lo mandò indietro sotto la scorta di un sergente. In una lettera alla moglie, Frazer conferma di aver parlato con l’uomo, e che era un ufficiale dei corazzieri; ma confessa di non aver capito se era un disertore o un prigioniero, e afferma di averlo consegnato ad Adam, incaricandolo di trasmettere l’informazione al duca. (Nel 1844 il sergente Cotton, che viveva facendo la guida turistica sul campo di battaglia di Waterloo, incontrò quell’ufficiale, che confermò di aver disertato per la sua fede monarchica; secondo Cotton apparteneva al 2° Carabinieri, e anche il capitano Duthilt, che però parla per sentito dire, conferma che «quell’infame criminale» era un capitano dei carabinieri a cavallo). La fanteria di Adam, ferma su quattro linee trenta o quaranta 286

metri dietro la cresta, non era in grado di vedere quel che Blair, a cavallo, vedeva dal margine più avanzato: e cioè la fanteria della Guardia, immediatamente riconoscibile per i suoi enormi colbacchi, che prendeva posizione lungo tutta la spianata fra Hougoumont e la Haye Sainte. L’alfiere Leeke, che reggeva la bandiera del 52°, approfittò di quell’intervallo di apparente tranquillità per guardarsi intorno, e analizzare le proprie sensazioni. Nell’aria si sentiva uno strano odore, quello del grano maturo calpestato, frammisto a quello della polvere da sparo. Tutt’intorno c’erano cavalli morti o feriti, e qualcuno di questi ultimi, anche quelli più orrendamente mutilati, cercava di mangiare il grano e la segale spiaccicati nei campi. Un gatto morto, probabilmente scappato da Hougoumont, ricordò al ragazzino casa sua e lo rese pensieroso, finché non si accorse che una palla di cannone stava rotolando giù per il pendio proprio verso di lui. Gli ricordò una palla da cricket, «così lenta che stavo per allungare un piede e fermarla, quando il mio sergente mi avvertì in fretta di non farlo, perché avrebbe potuto farmi molto male»; in effetti, gli avrebbe probabilmente portato via il piede. I tiratori nemici, intanto, si erano di nuovo fatti sotto; non è chiaro se fossero quelli delle colonne di Bachelu, che grazie alla ritirata di Adam avevano di nuovo lo spazio per schierarsi e avanzare lasciandosi alle spalle, sulla sinistra, il frutteto di Hougoumont, o se fossero già le prime squadre dei tirailleurs mandate avanti a copertura della Guardia Imperiale. Il generale Adam cercò di tener loro testa mandando avanti i tiratori dei suoi battaglioni, ma quasi subito qualche squadrone di corazzieri francesi cominciò a risalire il pendio, e i tiratori dovettero tornare precipitosamente nei ranghi. Fra gli artiglieri che servivano le batterie schierate alle spalle di Hougoumont, e il cui morale era già vacillante, quest’ennesima avanzata della cavalleria nemica provocò il panico; molti, eseguendo gli ordini, abbandonarono i pezzi e corsero a rifugiarsi presso la fanteria, ma in più di un caso ufficiali e serventi non ebbero il coraggio di lasciare i cannoni sul posto, e li portarono via, arretrando in mezzo a una crescente confusione fino alla strada di Nivelles. C’è da stupirsi che gli esausti reggimenti di Kellermann fossero ancora in grado di farsi sotto; eppure non c’è dubbio che nel settore di Hougoumont lo fecero, e in massa, tanto che a Frazer 287

l’ultimo attacco francese apparve addirittura come un attacco di cavalleria, in cui la fanteria della Guardia Imperiale ebbe solo un ruolo di sostegno. Ma i corazzieri erano troppo logori per andare lontano, e la loro carica, ancora una volta, si spense quando furono giunti, inutilmente, in mezzo ai cannoni inglesi abbandonati. Lord Saltoun li vide esitare di fronte al quadrato del 3/1° Foot Guards; «evitandoci, passarono fra noi e l’angolo interno del frutteto, prendendosi il nostro fuoco; non caricarono nello spazio fra noi e il 52°, dove c’erano i fucilieri, ma cavalcarono lungo il fronte del 52° coll’intenzione di aggirare il loro fianco destro, e vennero completamente distrutti dal fuoco di quel reggimento». Il 23° Dragoni Leggeri avanzò per respingere i superstiti, e il generale Adam, che s’era spinto avanti a cavallo per sorvegliare l’avanzata nemica, rischiò di essere trascinato nella loro cavalcata, riuscendo solo per un pelo a tornare fra i suoi uomini. Il suo domestico gli portò un cavallo fresco, e Adam lo montò; subito dopo una palla di moschetto lo ferì alla gamba, ma il generale strinse i denti e riuscì a rimanere in sella fino alla fine della battaglia. Non era quello il momento per andarsene, perché la Guardia Imperiale si stava facendo sotto per sferrare il colpo decisivo.

60.

L’avanzata della Guardia

Nonostante il fitto fumo che avviluppava il campo di battaglia, la Guardia era così riconoscibile all’aspetto, e l’avanzata delle sue colonne nel pianoro fra Hougoumont e la Haye Sainte era stata così solenne e imponente, fra le grida di «Vive l’Empereur!» ripetute da migliaia di gole rauche e il suono ossessivo dei tamburi, che sulla cresta almeno gli ufficiali a cavallo sapevano tutti quel che stava per accadere. La fanteria che durante le cariche di cavalleria era rimasta in quadrato sul versante coperto venne portata avanti, per impedire che i cannoni fossero raggiunti dal nemico e unire al loro fuoco quello dei suoi moschetti. Maitland, che comandava uno dei settori più esposti del fronte, ricevette la visita di Wellington, che gli ordinò di schierare i suoi uomini in linea; ancora una volta, però, nella formazione più robusta su quattro linee, anziché in quella consueta su due, «perché Sua Grazia si aspettava che la ca288

valleria nemica avrebbe preso parte all’azione». Maitland obbedì, portando avanti i suoi uomini fino alla strada infossata, e poi li fece sdraiare al suolo, per ridurre gli effetti del bombardamento. «Lo schieramento della brigata era a mala pena completato, quando l’avanzata del nemico divenne visibile». Wellington galoppò verso Hougoumont, e si fermò presso la prima batteria d’artiglieria che incontrò sulla sua strada, chiedendo a un ufficiale chi la comandava. L’ufficiale, che era il tenente Sharpin, disse che il comandante era il capitano Bolton, ma era appena stato ucciso, e il comando era passato al capitano Napier. «Sua Grazia allora mi disse, ‘Gli dica di tener d’occhio la sua sinistra, perché i francesi saranno presto da lui’, e poi cavalcò via». Alla batteria erano rimasti soltanto cinque cannoni, perché uno dei due obici era stato caricato per sbaglio con un cartoccio di mitraglia. Siccome per rimetterlo in sesto occorreva un lavoro piuttosto lungo, il sottufficiale che lo comandava ebbe l’ordine di portarlo nelle retrovie, rimetterlo in funzione e raggiungere la batteria al più presto; «ma per qualche ragione non ci ritrovò più fin dopo la battaglia». Sharpin aveva appena raggiunto il capitano Napier per comunicargli l’avvertimento di Wellington, «quando vedemmo i colbacchi dei francesi appena sopra il grano alto, a quaranta o cinquanta metri dai nostri cannoni». Schierandosi in linea, sia pure per quattro, la fanteria di Wellington occupava uno spazio molto più esteso di quello che aveva occupato stando in quadrato, il che permise di lasciare indietro i battaglioni più scossi, mandando avanti per far fronte all’attacco soltanto quelli più affidabili. Le tre brigate di Adam, Maitland e Halkett, interamente composte da fanteria inglese, una volta schierate in linea coprivano quasi l’intera lunghezza del fronte contro cui stava avanzando la Guardia Imperiale, ed è sulla loro fucileria che Wellington contava per respingere l’attacco. È difficile calcolare quanti uomini potevano comprendere, in quel momento, le tre brigate, ma alla fine della battaglia quella di Adam ne aveva ancora in linea circa duemila, poco più d’un migliaio quella di Maitland, e forse cinque o seicento quella di Halkett; prima del combattimento contro la Guardia Imperiale i loro ranghi erano certamente un po’ più numerosi, sicché una stima di almeno quattromila uomini appare credibile. Del resto, in fila per quattro questo vuol dire che le tre brigate presentavano al nemico un fronte di 289

mille uomini, che corrisponde perfettamente, tenuto conto degli ampi intervalli fra un battaglione e l’altro, al migliaio di metri coperto dal fronte d’attacco. Ma alle spalle di questa robusta linea rossa Wellington disponeva ancora di riserve cospicue, benché composte interamente da quelle truppe straniere nei cui confronti gli ufficiali inglesi erano così maldisposti. Alle spalle della brigata di Adam, i quadrati di fanteria leggera del Brunswick avevano subìto forti perdite sotto il bombardamento, e avevano dovuto distaccare parecchi contingenti per la difesa di Hougoumont, ma è probabile che contassero comunque ancora quasi 2000 moschetti, e la professionalità degli ufficiali aveva dimostrato che gli uomini, nonostante la loro inesperienza, non scappavano. Alle spalle delle Guardie era sopraggiunta già da tempo la divisione olandese di Chassé, che era stata collocata, al mattino, molto indietro e a destra, presso la cittadina di Braine-l’Alleud, per sbarrare la strada a un eventuale tentativo di aggiramento da quel lato. Il cinquantenne Chassé, già ufficiale napoleonico, veterano di Spagna e barone d’Impero, era stato ferito ancora l’anno prima combattendo per Napoleone contro i prussiani; ora però la sua divisione, forte di 6500 moschetti, per metà truppe di linea, era la principale riserva di cui Wellington potesse disporre al centro dello schieramento. Più a sinistra, verso la Haye Sainte, i tre battaglioni brunswickesi di fanteria di linea, ammassati intorno alle loro bandiere gialle e blu, e i tre dei Nassauer di von Kruse contavano all’inizio della battaglia più di quattromila moschetti; ora ne restavano molti di meno, e il loro morale non dava troppo affidamento, e tuttavia erano ancora in grado di combattere, come avrebbero dimostrato di lì a poco. Dietro a tutta questa fanteria, Wellington aveva anche ammassato riserve di cavalleria superiori a tutto quel che Napoleone poteva ancora mettere in campo. La brigata di Vivian, con le sue oltre mille sciabole, era l’unica formazione di cavalleria ancora fresca in tutto il campo di battaglia. La brigata di Vandeleur era ancora in discrete condizioni, e anche quelle di Grant, Dornberg, Trip e Ghigny, benché provate, schieravano ancora qualche squadrone in grado di combattere. Solo le due brigate di cavalleria pesante erano da considerare del tutto fuori combattimento. Arrivando lì, Sir Hussey Vivian aveva incontrato lord Edward Somerset alla testa di un drappello di dragoni, e aveva chiesto stupito: 290

«Lord Edward, dov’è la sua brigata?». «Qui», aveva risposto mestamente Somerset, accennando a quel centinaio di uomini malconci. Ma nell’insieme, alle spalle della linea alleata stazionavano alcune migliaia di cavalleggeri, e ora tutta questa cavalleria venne portata a ridosso della fanteria, per costringerla con le buone o con le cattive a mantenere la posizione. (L’aiutante del 18° Ussari, Duperier, un ufficiale promosso dai ranghi che compensava la scarsa padronanza della lingua scritta con la vivacità dei suoi ricordi, aveva visto degli ufficiali belgi che tenevano in riga i loro uomini a bastonate; durante l’attacco della Guardia Imperiale il suo reggimento venne portato così avanti che i musi dei cavalli toccavano quasi le schiene dei fanti, e Duperier decise di fare come i belgi: «a ognuno che si girava io gli mettevo la spada sulle spalle e gli dicevo che se non tornava al suo posto lo infilzavo, e ha funzionato perché hanno tenuto duro tutti»). È difficile, a questo punto, dar torto a chi sostiene che l’attacco della Guardia Imperiale rappresentò per Napoleone una scommessa quasi disperata. Ma la cosa cambia aspetto se ci si rende conto che l’oggetto della scommessa era la tenuta morale delle due armate. Dal punto di vista puramente materiale, i seimila uomini della Vecchia e Media Guardia non avrebbero mai potuto prevalere sullo schieramento che li fronteggiava: sul piano morale, invece, il discorso era diverso. La fanteria inglese e tedesca era provata fin quasi al limite del collasso, le sue perdite erano state spaventose, e la fama della Guardia Imperiale era radicata nella coscienza fin dell’ultimo miliziano. Quando quelle masse di veterani si fossero fatte sotto, era perfettamente possibile che gli uomini schierati di fronte a loro cominciassero a sbandarsi; e un tale sbandamento, al punto in cui erano giunte le cose, poteva comunicarsi all’intera armata di Wellington, trasformandola in una marea di fuggiaschi in rotta verso la foresta di Soignies. La fiducia nell’effetto morale spiega anche la prudenza con cui Napoleone organizzò quell’ultimo attacco, quasi pensasse che la sola vista della Guardia doveva determinare il collasso dei difensori, e che perciò non era necessario impegnarla tutta quanta, né correre rischi inutili. I due battaglioni del più vecchio reggimento, il 1° Granatieri, rimasero presso la Belle Alliance, come per garantire un estremo caposaldo nel caso le cose si mettessero male; dei nove battaglioni mandati all’attacco, solo cinque avanzarono in 291

prima linea, accompagnati dall’imperatore in persona fino all’altezza della Haye Sainte, fra urla entusiastiche di «Vive l’Empereur!», mentre gli altri quattro si mantennero due o trecento metri più indietro, costituendo una specie di seconda linea. Infine, ed è questo l’aspetto più insolito, tutti quei battaglioni non avanzarono né in colonna né in linea, ma in quadrato. In verità, le testimonianze degli ufficiali inglesi che si trovavano di fronte a loro parlano invariabilmente di colonne, ma dal loro punto di vista, e nel fumo che avviluppava l’intero campo di battaglia, era impossibile distinguere una formazione dall’altra. Le testimonianze francesi, invece, parlano di quadrati ed è a queste ultime che bisogna prestare fede. Benché fosse nato inanzitutto come una formazione statica, il quadrato poteva muoversi, anche se più lentamente d’una colonna, e truppe estremamente addestrate come la Guardia Imperiale potevano certamente farlo meglio e più in fretta di chiunque altro. La decisione di avanzare in quadrato venne presa dai generali della Guardia, e probabilmente dallo stesso Napoleone, come immediata reazione a quel che era accaduto poche ore prima alle colonne di d’Erlon: se la cavalleria inglese avesse di nuovo caricato all’improvviso giù per il pendio, si sarebbe trovata di fronte la Guardia Imperiale già in quadrato, e l’avrebbe pagata cara. E così avanzarono, in testa cinque battaglioni della Media Guardia, seguiti a distanza da un altro battaglione della Media e tre della Vecchia Guardia, con i tamburi che rullavano la carica. Avanzavano al passo cadenzato, con gli ufficiali che verificavano l’allineamento, accompagnati da tredici generali, poiché nella Guardia ogni singolo battaglione era comandato da un generale di brigata, e preceduti da una moltitudine di tirailleurs. Ma nonostante l’imponenza dell’avanzata, non bisogna dimenticare che in tutta questa forza d’assalto soltanto i battaglioni della Vecchia Guardia che formavano la seconda linea erano davvero all’altezza dei vecchi standard della Guardia Imperiale. I battaglioni della Media Guardia erano stati costituiti soltanto dopo il ritorno di Napoleone dall’Elba, trasferendo uomini dalla fanteria di linea: a ogni reggimento era stato imposto di fornire trenta uomini robusti, di alta statura, muniti di buone note personali e con un minimo di quattro anni di servizio, che a ben vedere non era poi molto. La mancanza di un’esperienza reggimentale condivisa era sottolinea292

Merbe-Braine Brunswick

Kruse

Chassé

27°

Halkett

Maitland Adam Haye Sainte

1/4° gr. 1/3° gr. 1/3° cacc. 2/3° cacc.

NORD 4° cacc.

2/2° gr. 2/2° cacc. 1/2° cacc.

Hougoumont

2/3° gr.

Foy 2/1° gr.

Jerome

1/1° gr.

500 metri

Tav. 14. L’attacco della Guardia.

ta perfino dall’aspetto: per mancanza di tempo e di fondi, i reggimenti della Media Guardia erano stati provvisti solo in parte di uniformi regolamentari, sicché molti uomini non portavano il colbacco di pelo d’orso, ma shakò, bicorni o addirittura berretti di lana; i cappotti, anziché del blu regolamentare, erano di tutti i colo293

ri. Erano insomma reparti buoni, ma non eccelsi: un dato che di solito non viene sottolineato a sufficienza nei resoconti di quest’ultima offensiva.

61.

L’attacco dei granatieri della Guardia

I primi due battaglioni, sulla destra, erano il 1/3° Granatieri e il 4° Granatieri, e furono anche i primi a venire a contatto con i difensori. Davanti a questo migliaio di uomini, che ai difensori accecati dal fumo tendevano ad apparire come un’unica colonna, era schierato quel che restava della brigata di Halkett; appena più indietro c’erano la brigata brunswickese di fanteria di linea e il reggimento di von Kruse, gli unici reparti tedeschi coinvolti nell’attacco della Guardia. Mentre gli uomini di Halkett si erano schierati su quattro file, non solo per paura della cavalleria ma perché partendo dal quadrato quella era la formazione più facile («nello stato in cui eravamo a quell’ora, nessuna potenza terrena avrebbe potuto formarci in qualunque tipo di linea, se non una linea per quattro», commentò Macready), la fanteria tedesca era probabilmente ancora in quadrato, l’unica formazione che garantisse un minimo di solidità alle reclute giovanissime che la componevano. Per tutta la giornata, davanti alla brigata di Halkett erano state in posizione due batterie, quelle di Lloyd e di Cleeve, ma a quell’ora di quei dodici cannoni e oltre seicento serventi non restava in linea più nulla. La batteria di Cleeve aveva finito le munizioni da un pezzo e aveva sgombrato in direzione delle retrovie; quella di Lloyd, che era rimasta ostinatamente sul posto, mandando di tanto in tanto un ufficiale con un vagone vuoto a fare il pieno di munizioni, era così usurata che i superstiti non poterono far altro che squagliarsela quando i primi tirailleurs comparvero davanti ai loro cannoni. Il maggiore Lloyd, che per tutto il giorno si era esposto al pericolo con una bravura che rasentava la follia, rimase un po’ troppo indietro e fu raggiunto da un ufficiale francese che lo abbatté a sciabolate; raccolto ancora vivo dopo la battaglia e portato in ospedale, sarebbe morto poche settimane dopo. Quando videro comparire di fronte a sé i granatieri, i difensori aprirono il fuoco; e le masse degli attaccanti che erano appena 294

sbucate dal fumo, anziché venire avanti alla baionetta, si arrestarono e cominciarono a rispondere al fuoco. Seguì un combattimento confuso, in cui nessuno sapeva bene che cosa stesse succedendo, e in cui parrebbe che più o meno tutti i reparti coinvolti, da una parte e dall’altra, prima o poi abbiano perso entusiasmo e siano arretrati, prima che i loro ufficiali riuscissero a riprendere il controllo. In attesa dell’attacco la fanteria inglese e tedesca si era portata avanti, e ora si trovava in una posizione molto avanzata, al di là dello chemin d’Ohain; ma quasi subito gli uomini di Kruse e poi i brunswickesi, trovandosi allo scoperto sotto il fuoco, arretrarono alla ricerca d’un riparo, e forse sarebbero arretrati anche un po’ di più, se la cavalleria schierata alle loro spalle non li avesse costretti a fermarsi. Gli uomini di Sir Colin Halkett, che erano in maggioranza reclute, avevano già visto la morte in faccia due giorni prima a Quatre Bras, e a quell’ora avevano già perduto quasi tutti i loro ufficiali, si ritrovarono soli, e benché sotto il loro fuoco preciso l’avanzata della Guardia si fosse fermata di netto, ben presto cominciarono anch’essi a sbandarsi. Il duca di Wellington, che si trovava appena un po’ più in là, dietro la brigata di Maitland, si accorse della confusione e ordinò, senza rivolgersi a nessuno in particolare: «Andate a vedere cosa c’è che non va». Il maggiore Kelly, distaccato allo stato maggiore proprio dalla brigata di Halkett, galoppò fin laggiù alla ricerca del generale; l’aveva appena trovato, e stava riferendogli le parole del duca, quando vide con orrore una palla di moschetto colpire Sir Colin in faccia, bucandogli la guancia e uscendo dall’altra parte. La velocità delle palle all’epoca era così bassa che il generale non cadde neppure da cavallo, ma bisognò comunque accompagnarlo nelle retrovie: la brigata, o quel che ne restava, era rimasta senza comandante. Il colonnello Elphinstone, comandante del 33° e uno degli ufficiali meno stimati dell’intero esercito, raggiunse Kelly per chiedergli se aveva degli ordini; nessuno, rispose il maggiore, tranne capire come mai c’è tanto disordine. Il colonnello ribatté che la faccenda era molto semplice: erano da troppo tempo sotto pressione, e gli uomini non ce la facevano più. Poiché era il colonnello più anziano rimasto, Elphinstone scoprì di dover prendere il comando della brigata, una responsabilità di cui avrebbe fatto volentieri a meno. «Cosa devo fare? Lei cosa farebbe?» chiese al maggiore, smarrito. Kelly, evidentemente esa295

sperato, stava rispondendogli di mettere il più possibile i suoi uomini al coperto, cercare di riordinare le file e farli sdraiare a terra, quando due sergenti del 73° lo raggiunsero di corsa, riferendo che da loro tutti gli ufficiali erano stati uccisi o feriti, e non avevano nessuno che li comandasse. Kelly, poiché si trattava del suo reggimento, li seguì per rendersi conto della situazione, e giunto in mezzo a loro non poté far altro che prendere il comando. I reggimenti vicini avevano già mandato al sicuro nelle retrovie le loro bandiere, e il maggiore decise che era il caso di fare la stessa cosa anche con le bandiere del 73° («che erano tutte bucate dalle palle, e quasi completamente strappate dall’asta», annota Morris). Le due bandiere, o quel che ne restava, vennero staccate e un sergente ebbe ordine di arrotolarsele intorno al corpo e partire di corsa per Bruxelles. Benché, per il momento, le colonne della Guardia avessero interrotto l’avanzata e fossero nascoste nel fumo, il maggiore Kelly aveva evidentemente ben poca speranza di poter tener duro ancora a lungo. A parte l’inetto Elphinstone (che nonostante tutto fece carriera, e trent’anni dopo condusse un intero esercito inglese a farsi annientare in Afghanistan), nella brigata non era più rimasto nessun ufficiale di grado superiore a lui, sicché è probabile che sia stato proprio Kelly a ordinare che i superstiti, approfittando di un istante in cui il fuoco nemico si era fatto meno intenso, arretrassero fino alla siepe che contornava la strada infossata, e che sembrava poter offrire un po’ di protezione. Anni dopo Macready rabbrividiva ancora pensando che «qualcuno al comando» aveva potuto dare un ordine del genere, senza tener conto del suo effetto morale. Appena cominciata la ritirata i francesi raddoppiarono il fuoco, fra urla di entusiasmo; i feriti inglesi si aggrappavano ai compagni, implorando di non abbandonarli; qualcuno si lasciò prendere dal panico, e in un attimo il ripiegamento si trasformò in una rotta. Ridotta a una folla di fuggiaschi, la brigata di Halkett si precipitò ben oltre la siepe, e solo a fatica gli ufficiali superstiti riuscirono a fermare gli uomini a forza di urla e strattoni. «Per fortuna il nemico non ne approfittò», commentò acidamente Macready. «Cinquanta corazzieri avrebbero annientato la brigata». La ragione per cui la Guardia Imperiale non approfittò della rotta inglese è che nel frattempo il principe d’Orange, l’unico comandante ancora in sella in tutta la zona, aveva compreso che quel 296

prolungato combattimento a fuoco rischiava di logorare la linea difensiva, e deciso di mettervi fine con una carica alla baionetta. Con la sciabola sguainata e con l’entusiasmo dei suoi ventitré anni, il principe si mise alla testa di uno dei battaglioni di von Kruse e lo condusse alla carica; i soldati, nonostante la stanchezza e l’inesperienza, si lasciarono prendere dall’entusiasmo e lo seguirono. Il quadrato del 1/3° Granatieri, vedendosi investire da quella carica inaspettata, ebbe un istante di confusione, prima di aprire il fuoco con la solita, spaventosa efficacia. Il principe d’Orange fu ferito quasi subito alla spalla, e i suoi aiutanti lo convinsero a fatica a tornare indietro, mentre la truppa, in preda al panico, ripiegava in disordine. Il colonnello von Kruse fu costretto a portare in linea anche il suo terzo battaglione, che era di milizia, e dietro quella protezione riuscì a riorganizzare quel che restava del reggimento; ma abbastanza indietro per non essere più coinvolto nel combattimento. Anche gli ufficiali della brigata di Halkett, intanto, erano riusciti ad arrestare la rotta dei loro uomini; tutti i tiratori rimasti vennero mandati sulla cresta, per tenere la posizione a qualunque costo, e dietro di loro gli avanzi dei battaglioni vennero rischierati. Quando finalmente furono in ordine, il maggiore Kelly li riportò in linea; appena in tempo, perché i due quadrati della Guardia, dopo aver respinto l’attacco del principe d’Orange, stavano di nuovo facendosi sotto. «L’ultima colonna d’attacco», riferì poi il maggiore, «apparve attraverso la nebbia e il fumo, che per tutto il giorno erano ristagnati spessi sul terreno. La loro avanzata era, come sempre coi francesi, molto rumorosa e visibilmente riluttante, cogli ufficiali qualche metro più avanti che incitavano i loro uomini». Avanzando, i granatieri mantenevano un fuoco confuso e disordinato, cui la fanteria inglese non replicò fino a quando il nemico non fu arrivato a distanza ravvicinata; seguì un breve conflitto a fuoco, al termine del quale i francesi cominciarono ad arretrare, e disparvero definitivamente nel fumo. L’inaspettata conclusione dell’attacco lasciò perplessi, ancor più che esultanti, gli ufficiali superstiti della brigata di Halkett. «Siccome c’eravamo aspettati grandi cose da loro, siamo rimasti stupefatti», commenta l’alfiere Macready: «noi giovani soldati pensavamo quasi che ci fosse sotto un trucco». Il maggiore Kelly ipotizzò che i reparti coinvolti non fossero della Guardia, ma del 297

corpo di d’Erlon, che era in azione poche centinaia di metri più in là, intorno alla Haye Sainte; ma Macready, che si spinse in mezzo ai feriti francesi e li interrogò, riferisce che erano tutti della Media Guardia. Poiché il combattimento era avvenuto in condizioni di visibilità zero, il maggiore Kelly concluse, saggiamente, che non bisognava pretendere di spiegare esattamente quel che era accaduto: per via del fumo, osservò, «ci siamo accorti dell’avvicinarsi del nemico solo per il chiasso e lo sbattere di armi che i francesi fanno sempre quando avanzano all’attacco, e per questa ragione mi è spesso capitato di pensare che l’accuratezza e i dettagli con cui quest’episodio è stato così spesso e così minuziosamente discusso debbono comprendere una buona dose di fantasia». In realtà, l’insuccesso dell’avanzata francese non fu dovuto alle poche centinaia di moschetti che poteva contrapporle la brigata di Halkett, ma al tempestivo intervento delle riserve olandesi della divisione Chassé. La batteria a cavallo del capitano Krahmer prese posizione accanto alla fanteria inglese e cominciò a sparare ad alzo zero con i suoi otto pezzi da sei libbre. Erano i primi cannoni con cui avesse dovuto confrontarsi la Guardia Imperiale in quel settore; ed è sotto il grandinare improvviso della mitraglia che i due quadrati dei granatieri cominciarono a vacillare. Macready ricordava bene quella batteria, anche se non aveva idea della sua nazionalità. «Di chiunque fossero quei cannoni», scrisse più tardi, «sono stati serviti davvero gloriosamente, e il loro grandioso bang, bang, bang, bang metallico, e la pioggia di mitraglia che seguiva, sono i suoni più graditi che siano mai giunti alle mie orecchie, fino al giorno del mio matrimonio». Nel frattempo il duca di Wellington aveva mandato un aiutante di campo al colonnello Detmers, comandante della prima brigata della divisione Chassé, ordinandogli di portare immediatamente in prima linea tre dei suoi battaglioni. Il colonnello incolonnò i suoi uomini e li fece marciare parallelamente alla cresta e dietro la sua curvatura, «in modo che erano, fino a un certo punto, riparati dalla fucileria, e solo le baionette erano colpite dalle pallottole»: un dettaglio che la dice lunga sull’intensità della sparatoria in quel momento culminante della battaglia. Finalmente il colonnello trovò un luogo adatto per svoltare a destra e spiegare in linea i suoi uomini, «fra la sinistra di due battaglioni che eseguivano un fuoco di fila molto violento e molto ben mantenuto, e 298

un battaglione formato in triangolo in posizione più arretrata»: ovvero, con ogni probabilità, fra i battaglioni della brigata di Maitland, e quel che restava della brigata di Halkett. Prendendo posizione in quel punto, gli olandesi venivano a trovarsi sul fianco dei granatieri della Guardia; ed era tempo, perché nello stesso momento in cui entravano in linea videro il «triangolo» cominciare a sbandarsi, e comunicare il suo panico ai reparti ancora più a sinistra. Senza perdere tempo, se non per una breve allocuzione alle truppe, il generale Chassé ordinò la carica all’intera brigata di Detmers: un battaglione belga di cacciatori, uno olandese di linea, e di rinforzo ben quattro battaglioni di milizia olandese. Per gran parte della mattinata, questa truppa era rimasta in posizione presso la cittadina di Braine l’Alleud, dove gli uomini erano stati ben nutriti dagli abitanti, e abbondantemente ristorati con birra e acquavite di ginepro. Ora tutta questa moltitudine corse avanti in colonna, pazza d’entusiasmo, «stamburando e urlando come matti, cogli shakò sulle punte delle baionette», secondo Macready. Non tutti gli esausti soldati inglesi capirono chi erano quegli stranieri, e mentre molti li salutavano con grandi urla e risate di sollievo, altri reagirono ben diversamente: «assomigliavano talmente ai francesi là davanti a noi, che sorpresi molti dei miei uomini a sparargli addosso», riferì un ufficiale. Ma di fronte a quella moltitudine di truppe fresche che scavalcavano la cresta e si precipitavano contro di loro, al grido di «Oranje boven» e, per i belgi, di «Vive le roi», i granatieri della Guardia non potevano avere dubbi; sicché cominciarono a ripiegare in crescente disordine, comunicando il panico alle truppe di d’Erlon che erano venute avanti sulla loro destra. In tutto quel settore, l’ultimo attacco di Napoleone era stato fermato.

62. «La Garde recule!» Mentre a poca distanza dalla Haye Sainte aveva luogo questo combattimento confuso, i due battaglioni del 3° Cacciatori stavano risalendo il pendio, anch’essi in quadrato, contro le posizioni tenute dalla brigata di Maitland. Anche questo reggimento era di nuova formazione, aveva completato i suoi ranghi assorbendo molti 299

uomini della Giovane Guardia, e vestiva in modo piuttosto irregolare. Sulla carta lo scontro, in cui per la prima volta nella storia delle guerre napoleoniche le Guardie francesi stavano per affrontare le Guardie inglesi, non era troppo diseguale: un migliaio di moschetti nei due quadrati francesi, poco più d’un migliaio nei due battaglioni inglesi, benché la formazione di questi ultimi permettesse un fuoco molto più efficace. Ma prima che si arrivasse a tiro di moschetto, da entrambe le parti l’artiglieria venne impiegata senza risparmio per cercare di indebolire l’avversario. Diverse sezioni d’artiglieria, di due pezzi ciascuna, avanzavano insieme ai quadrati della Guardia, si fermavano per sparare qualche colpo, poi appena possibile si portavano ancora più avanti. Gli uomini di Maitland erano tutti ventre a terra in mezzo a quel che restava d’un campo di grano, al riparo della strada infossata, che in quella zona era particolarmente profonda e costeggiata da un terrapieno: «senza questa protezione saremmo morti tutti», commentò più tardi uno di loro. Solo quando i pezzi francesi giunsero a distanza ravvicinata, insieme a una quantità di tirailleurs che si riparavano in mezzo ai cannoni, le perdite fra gli uomini di Maitland cominciarono a salire in modo preoccupante; ma a quel punto il 3° Cacciatori ne aveva già subite di molto più gravi. L’artiglieria inglese, che in tutto quel settore aveva diverse batterie ancora in grado di sparare, tirava contro di loro a mitraglia: «la tempesta li spazzava come una grandinata che flagella il grano maturo», scrisse un ufficiale inglese; e un altro, che si trovava più lontano, vide i quadrati come masse scure che avanzavano, e «lunghe lame di luce balenare attraverso la massa nera», ogni volta che le palle abbattevano intere file di uomini. Giunti alla sommità della posizione i cacciatori, esattamente come avevano fatto i granatieri un po’ più a destra, anziché avanzare alla baionetta si fermarono e cominciarono a sparare; e qualche ufficiale inglese ebbe l’impressione che mentre le prime file sparavano, le altre tentassero di manovrare per passare dalla formazione in quadrato a quella in linea. È difficile dire se questa rinuncia a spingere l’attacco fino in fondo alla baionetta riflettesse il morale già non troppo alto della Media Guardia, o piuttosto una decisione consapevole dei suoi generali, fiduciosi nella tremenda potenza di fuoco che i loro uomini potevano sviluppare; certo Maitland, che si trovava lì insieme al 300

duca di Wellington, non la giudicò una buona idea. «Qualunque intenzione avesse il nemico, fermandosi in una situazione così pericolosa, e in una posizione relativamente così indifesa, non gli venne dato il tempo di metterla in atto». Le quattro file degli uomini di Maitland scattarono in piedi, secondo la leggenda per ordine diretto di Wellington («In piedi Guardie, e sotto!»), e aprirono un fuoco che a una distanza così ravvicinata, forse non più di cinquanta o sessanta metri, si rivelò devastante. «Quelli che erano più lontani e sul fianco, e hanno veduto l’azione, ci dicono che l’effetto del nostro fuoco sembrò respingere fisicamente indietro la testa della colonna», scrisse un ufficiale del 1° Foot Guards. Fosse l’apparizione inaspettata degli uomini di Maitland o l’efficacia del loro fuoco, il 3° Cacciatori cominciò immediatamente a disgregarsi. Il generale Michel, che comandava la divisione dei Cacciatori della Guardia, venne ucciso in mezzo ai suoi uomini; allo stesso modo vennero uccisi il colonnello Malet che comandava il reggimento (un veterano che era stato tamburo maggiore al tempo della Rivoluzione, e aveva seguito Napoleone all’Elba) e uno dei due comandanti di battaglione, mentre l’altro, l’«indistruttibile» maggiore Angelet, veniva ferito per la dodicesima volta nella sua carriera. Qualcuno degli ufficiali superstiti cercava ancora di cambiare formazione e schierare il reggimento in linea, per poter rispondere al fuoco più efficacemente, ma questo tentativo di manovra finì per creare il caos tra le file dei cacciatori. Vedendo che gli assalitori si sbandavano, la brigata di Maitland avanzò alla baionetta, anche questa volta, secondo la leggenda, per ordine diretto di Wellington («Ora, Maitland, ora è il momento»): e con immenso sollievo, e non poco stupore, gli inglesi si accorsero che la Guardia Imperiale non stava ad aspettarli, ma arretrava in disordine e poi in fuga precipitosa giù per il pendio. Gli uomini di Maitland erano già avanzati parecchio all’inseguimento dei cacciatori in rotta, quando il quinto e ultimo battaglione della prima linea d’attacco, il 4° Cacciatori, si fece sotto minacciando il loro fianco. La prima idea di Maitland fu di far fronte a destra con tutta la sua linea, ma in mezzo al fumo e al fuoco dell’artiglieria francese che batteva il crinale l’ordine non fu capito, e forse non poteva esserlo; fra i soldati, che si aspettavano di essere caricati in qualunque momento dalla cavalleria nemica, cominciò a correre spontaneamente, come un passaparola, l’ordine 301

«formare il quadrato!», e in quel susseguirsi di ordini contraddittori la brigata cominciò a sbandarsi. Solo con una certa fatica gli ufficiali riuscirono a rimettere in riga i loro uomini e riportarli piuttosto in fretta sulle posizioni di partenza, incalzati dal quadrato francese che risaliva il pendio al loro inseguimento. Due giorni prima, a Ligny, il 4° Cacciatori aveva subìto perdite così forti che i suoi due battaglioni erano stati amalgamati in uno solo; fortissimo però, con più di ottocento moschetti. Tutta l’artiglieria inglese dislocata nella zona stava tirando contro quel quadrato, che veniva avanti come in mezzo alla tempesta, con i tamburi che rullavano ossessivamente il pas de charge. Gli ufficiali della batteria di Bolton li videro avanzare sotto il fuoco, «e la colonna oscillava, ad ogni scarica, come il grano maturo quando soffia il vento». Giunti sulla sommità del pendio, gli ufficiali francesi al pari dei loro colleghi cercarono di spiegare in linea i loro uomini, ma il fuoco dei cannoni e quello della fanteria di Maitland che aveva ripreso posizione lungo la strada infossata erano così distruttivi che la manovra fallì, e il quadrato si trasformò in una massa disordinata. Tuttavia, secondo il tenente Sharpin, i francesi rimasero lì per dieci minuti, rispondendo al fuoco come potevano, e cercando a più riprese di avanzare. Nel frattempo il generale Adam, constatando che tutte le colonne nemiche stavano attaccando le brigate alla sua sinistra, decise che era inutile restare dov’era, ma che c’era spazio per avanzare e contrattaccare. In un primo momento quest’avanzata fu contrastata aspramente dalla moltitudine dei tiratori nemici usciti dai quadrati. Il combattimento fu lungo e confuso; lord Hill, comandante del II corpo, che si trovava nella zona e stava sorvegliando l’avanzata della brigata, finì sotto il fuoco incrociato dei tirailleurs, ebbe il cavallo ucciso sotto di sé, e nella caduta si fece così male che per mezz’ora i suoi aiutanti lo credettero morto: il cavallo aveva in corpo cinque palle. Ma la brigata di Adam era interamente formata da fanteria leggera, compresi due battaglioni del 95° armati di fucili Baker: sotto la loro pressione, alla lunga i tiratori francesi dovettero abbandonare il campo, lasciando esposto il fianco del quadrato che avanzava. A questo punto entrò in scena Sir John Colborne. Il suo reggimento, il 52°, era il più forte della brigata, con circa mille moschetti, oltre ad essere in assoluto uno dei reggimenti di fanteria 302

leggera meglio addestrati dell’esercito inglese. Lo stesso Colborne era un comandante eccezionale, adorato dai suoi uomini; secondo Harry Smith, che aveva servito sotto di lui in Spagna, «in lui avevamo tutti la fiducia più automatica. Aveva più conoscenza del terreno, capiva meglio la disposizione dei picchetti, e di conseguenza aveva bisogno di impiegare meno uomini, sapeva meglio quel che il nemico avrebbe fatto, e anticipava più in fretta le sue intenzioni, di qualunque altro ufficiale; con quella freddezza e vivacità sotto il fuoco, non importa quanto intenso, che distingue il cacciatore quando trova la volpe nel terreno più adatto». (Solo una volta il suo coraggio aveva trovato un limite: alla presa di Ciudad Rodrigo una palla gli era entrata nella spalla destra e s’era conficcata nell’osso, dove i chirurghi apparentemente non potevano raggiungerla; qualche mese dopo la ferita cominciò a suppurare, e si dovette procedere comunque all’operazione. «Il dolore era troppo anche per lui. Metteva l’orologio sul tavolo e concedeva ai chirurghi cinque minuti di lavoro per volta; ci vollero tre o quattro giorni perché riuscissero a scavar fuori la palla dall’osso»). L’unico difetto di Colborne è che talvolta, in battaglia, tendeva a prendere decisioni troppo audaci, e già una volta aveva dovuto pentirsene. Nel 1811, ad Albuera, si era trovato a comandare provvisoriamente una brigata, e l’aveva portata avanti in mezzo a un temporale che riduceva la visibilità quasi a zero; i lancieri polacchi l’avevano presa sul fianco e spazzata letteralmente via in pochi minuti. Comprensibilmente, dopo di allora non gli era mai più stata affidata una brigata, sicché a distanza di quattro anni Sir John, nonostante la stima universale di cui godeva, era ancor sempre soltanto un comandante di reggimento. Eppure anche stavolta, vedendo avanzare sulla sua sinistra l’ultima colonna francese, Colborne decise all’improvviso di affidarsi alla sua intuizione: ordinò al suo reggimento di far fronte a sinistra, piegando ad angolo retto rispetto al resto della brigata, e venendo così a trovarsi sul fianco del nemico che li stava proprio allora sorpassando. Era una manovra pericolosa, anzi sarebbe stata pazzesca se ci fosse stata ancora della cavalleria francese nella zona; ma se riusciva, avrebbe avuto un effetto decisivo. Il suo superiore diretto, Adam, che come sappiamo non amava le iniziative individuali, galoppò fin lì e chiese a Sir John che cosa aveva intenzione di fare. «Far sentire a quella colonna il nostro fuoco», rispose Colborne. La tentazione 303

era troppo forte, e Adam cedette; permise al colonnello di andare avanti, e galoppò verso il reggimento successivo, perché si conformasse a quel movimento. Quando i primi tiratori mandati avanti da Colborne arrivarono a distanza di tiro dal nemico e aprirono il fuoco, il colonnello ebbe l’impressione che una parte della colonna francese si fermasse e si rischierasse in linea per fronteggiarli; la rapidità della manovra e l’intensità del fuoco nemico lo sorpresero non poco. In realtà, noi sappiamo che i cacciatori della Guardia stavano avanzando in quadrato, e perciò un intero fianco della loro formazione era già pronto per aprire il fuoco non appena il nemico si fece sotto da quel lato: un’altra dimostrazione che la formazione d’attacco escogitata dai generali francesi non era poi così sbagliata. «Il nemico continuava a spingersi avanti con grandi urla, che superavano il rumore della fucileria», ricorda un altro ufficiale inglese, anch’egli stupito, a distanza di tanti anni, dall’inattesa efficacia del fuoco che proveniva da quella colonna in movimento. Sir John Colborne, che a trentasette anni era diventato colonnello senza mai comperare un grado, ma esclusivamente a forza di promozioni al merito, per un istante dovette temere di essersi giocato un’altra volta la carriera; ma soltanto per un istante. Infatti il volume di fuoco sviluppato dal 52°, non appena tutta la sua linea fu giunta a distanza di tiro, era comunque superiore a quello che i francesi potevano opporgli; e oltre ad esso, il quadrato del 4° Cacciatori riceveva frontalmente il fuoco della brigata di Maitland e dell’artiglieria. Più di duemila moschetti e almeno una quindicina di cannoni tiravano a bruciapelo contro l’ultima colonna della Guardia, nella sua formazione troppo densa. Il quadrato smise di avanzare, e per un po’ continuò a rispondere al fuoco, ma le perdite fra i cacciatori diventavano rapidamente insopportabili; il comandante del reggimento cadde ferito, e quello del battaglione fu ammazzato. Dopo appena qualche minuto, Colborne si accorse che il quadrato cominciava a sbandarsi, e cogliendo ancora una volta il momento decisivo ordinò la carica alla baionetta. Istantaneamente il 4° Cacciatori si sfasciò, e i superstiti si precipitarono in rotta giù per il pendio. Quando nonostante il fumo che oscurava il campo di battaglia fu evidente a tutti che l’attacco della Guardia era fallito, qualcuno, almeno così vuole la leggenda, cominciò a gridare: «La Garde re304

cule!». Il panico si diffuse fulmineamente tra i soldati francesi, nonostante gli sforzi dei generali che cercavano di tenerli in formazione. Il maresciallo Ney, che aveva già avuto quattro o cinque cavalli ammazzati sotto di sé, urlò a d’Erlon che bisognava tener duro a tutti i costi: «perché se non moriamo qui, ci impiccheranno gli emigrati». (Si sbagliava solo su un punto, perché sei mesi dopo il tribunale borbonico lo fece fucilare; d’Erlon, anche lui condannato a morte, scampò all’estero, e fece poi ancora in tempo a diventare governatore dell’Algeria e maresciallo di Francia sotto Luigi Filippo).

63.

L’avanzata inglese

Napoleone aveva perduto la sua ultima scommessa; e fu la sua armata, ora, a subire quel collasso morale in cui aveva sperato di far precipitare l’esercito di Wellington. Al panico provocato in tutta l’ala sinistra francese, fra Hougoumont e la Haye Sainte, dallo spettacolo della Guardia in fuga si aggiunse all’ala destra il panico, altrettanto disastroso, prodotto dall’avanzata dei prussiani di Ziethen dalla parte di Smohain. La scoperta che quelle truppe non erano affatto il corpo di Grouchy, com’era stato annunciato dagli aiutanti di campo dell’imperatore, agì come una doccia fredda sul morale degli stravolti soldati francesi. Il colonnello Levavasseur aveva appena concluso la sua galoppata quando l’artiglieria prussiana aprì il fuoco, con ventiquattro cannoni, sul fianco e addirittura alle spalle della fanteria francese ormai avanzata fin quasi alla cresta. «L’entusiasmo», riferisce Levavasseur, «lasciò il posto a un profondo silenzio, allo stupore, all’ansietà». Il colonnello galoppò dal maresciallo Ney, ma questi, che sapeva benissimo cosa stava succedendo, gli proibì di andare a verificarlo. L’incredulo Levavasseur si rivolse a un altro generale, di cui non ha voluto lasciarci il nome, e questi finalmente ammise: «Voyez! Ce sont les Prussiens!». Molti testimoni collegarono in seguito il crollo morale dell’esercito francese all’incertezza che aveva regnato fra i soldati fin dall’inizio della campagna. Secondo il capitano Duthilt, che era stato buttato giù da cavallo, ferito alla testa da una sciabolata e fat309

to prigioniero già durante la grande carica della cavalleria pesante inglese, poi liberato dai lancieri di Jacquinot, e che ora si ritrovava, a piedi e coperto di sangue, in mezzo ai fuggiaschi, i soldati erano impressionati per i troppi ufficiali superiori che avevano tradito o si sospettava fossero pronti a tradire l’imperatore; non avevano fiducia nei loro comandanti né capacità di sopportare la disciplina, e soprattutto erano ossessionati dai proclami dei sovrani alleati, in cui si minacciavano brutalmente ai prigionieri «i deserti della Siberia o i pontoni inglesi e spagnoli, dove si sarebbero perduti per sempre»; sicché il terrore di cadere prigionieri contribuì ad affrettare il loro sbandamento. È vero che tutto questo non aveva impedito alla truppa di battersi bene fino al tramonto; ma ora era davvero finita. Gli stessi soldati alleati che difendevano la cresta rimasero stupefatti dalla subitaneità con cui i francesi cominciarono ad arretrare davanti all’avanzata prussiana. Il sergente Robertson, dei Gordon Highlanders, vide arrivare di corsa uno dei tiratori del reggimento che gli raccomandò di osservare le linee nemiche, perché «stava succedendo qualcosa di straordinario». I Gordons avevano perduto così tanti ufficiali che Robertson in quel momento comandava due compagnie, ed era munito di un cannocchiale; vi accostò l’occhio, e quello che vide furono uomini vestiti apparentemente delle stesse uniformi che si sparavano addosso fra loro. Il sergente, perplesso, non capiva cosa stesse succedendo, e qualcuno suggerì che forse fra le file dei francesi era scoppiato un ammutinamento; poi un aiutante di campo arrivò al galoppo gridando: «La giornata è nostra, i prussiani sono arrivati!». «Mai un condannato a morte ricevette con tanto sollievo la notizia della sospensione della pena», commentò sinceramente Robertson. All’estremità opposta del campo di battaglia, il duca di Wellington e il generale Adam stavano discutendo sull’opportunità di proseguire subito l’avanzata contro il nemico in ritirata. Adam, preoccupato per il disordine in cui si trovavano le sue file, chiese il permesso di fermarsi per riordinarle, e Wellington, riluttante, acconsentì; ma dopo aver osservato i francesi ancora per qualche istante ci ripensò. «Non resisteranno, meglio attaccarli»; e galoppò da Colborne per ordinargli di andare avanti. Gli uomini del 52° erano davvero in disordine, e in preda a un certo nervosismo, anche perché il loro fianco era completamente scoperto; quando si 310

videro passare a poca distanza una moltitudine di cavalieri urlanti, aprirono senz’altro il fuoco su di loro, salvo scoprire che erano invece i dragoni leggeri del 23° lanciati all’inseguimento del nemico. Il comandante dei dragoni stava protestando aspramente con Colborne, additando i suoi uomini e i suoi cavalli abbattuti dal fuoco della fanteria («È sempre così, perdiamo sempre più uomini per colpa dei nostri che del nemico!»), quando Wellington arrivò sul posto e gridò a Colborne: «Non importa! Vada avanti! Vada avanti!». Il colonnello, che era rimasto a piedi, perché i suoi uomini col loro fuoco disordinato erano riusciti ad ammazzare anche il suo cavallo, non se lo fece ripetere due volte, e il 52° riprese ad avanzare con la baionetta in canna. Nel frattempo il duca aveva deciso che quello era il momento di giocarsi il tutto per tutto, e stava percorrendo al galoppo l’intero arco del suo schieramento, da Hougoumont fino alla Haye Sainte e oltre, trasmettendo a tutti i comandanti l’ordine dell’avanzata generale. Il procedere della sua galoppata era segnato dal levarsi di un «urrà» di trionfo che si comunicava come un’onda all’intera linea del fronte. Parecchi memorialisti affermano che in quei momenti decisivi il duca raggiunse a cavallo il loro reggimento, s’informò di chi comandava lì, in genere un subalterno dopo che gli ufficiali superiori erano stati uccisi o feriti, e ordinò personalmente l’avanzata, fra le urla di entusiasmo dei soldati. Nella strada infossata dietro la Haye Sainte, Kincaid, che si trovava in mezzo al fumo e alla polvere e non aveva la minima idea di quel che stava succedendo, sentì «un urrà, che riconoscemmo subito come inglese, levarsi lontano sulla destra, e che fece drizzare le orecchie a tutti. Si avvicinava gradualmente, diventando più forte via via che si faceva più vicino». Kincaid e i suoi uomini, d’istinto, avanzarono con le baionette inastate, raggiungendo la collinetta sopra la cava di sabbia, e uscirono dal fumo per scoprire lo spettacolo stupefacente dell’intero esercito francese in fuga. Subito dopo il duca in persona sbucò in mezzo a loro, e agli «urrà» con cui lo accolsero replicò, freddo come sempre: «Niente urrà, ragazzi, ma avanti, e completate la vittoria!». Lord Uxbridge, allarmato dai rischi che un’avanzata così disordinata poteva comportare, consigliò di far fermare le truppe una volta raggiunta la cresta della Belle Alliance; ma Wellington ribatté con impazienza: «Oh, al diavolo! Se ti giochi un penny tan311

to vale giocarti una sterlina, questa è sempre stata la mia massima, e se le truppe avanzano andranno più lontano che possono». In realtà, la maggior parte degli uomini erano così stravolti che si limitarono ad avanzare di qualche centinaio di metri, assicurandosi che il nemico fosse in fuga davanti a loro, prima di fermarsi a bivaccare per la notte. L’avanzata fu condotta a fondo soltanto dalla brigata di Adam, dalla brigata olandese di Detmers e da uno dei battaglioni di Landwehr hannoveriana del colonnello Hew Halkett, che venne avanti dalla sua posizione presso Hougoumont per coprire il fianco destro scoperto della linea di Adam. Per incalzare il nemico in ritirata Wellington impegnò anche la cavalleria che gli rimaneva; e cioè i resti delle brigate di Dornberg, Vandeleur, Trip e de Ghigny, e soprattutto la brigata degli ussari al comando di Vivian, l’unica che non avesse ancora scambiato un colpo di sciabola in tutta la giornata. Benché questo generale, negli anni seguenti, abbia ceduto alla tentazione di magnificare un po’ troppo il suo ruolo, tanto che nei circoli dell’esercito si ironizzava volentieri su come Sir Hussey Vivian vinse la battaglia di Waterloo, non c’è dubbio che l’intervento di quel migliaio di sciabole fresche contribuì in modo decisivo ad accelerare la dissoluzione dell’esercito francese. Vivian era ossessionato dal ricordo di Marengo, quando la fortuna di Napoleone aveva tramutato una battaglia già persa in un trionfo, ed era ben deciso a evitare che la storia si ripetesse; perciò si preparò a condurre in azione la sua brigata con la deliberata intenzione di provocare al nemico tutto il danno possibile, e insisté con Wellington perché gli desse l’ordine di caricare senza perdere tempo. Quando il duca acconsentì, lord Uxbridge decise che avrebbe condotto personalmente la carica; ma in quel preciso istante una scheggia di granata gli fracassò il ginocchio destro. «Per Dio! Ho perso la gamba!», esclamò il lord; al che Wellington replicò freddamente: «Davvero, per Dio!». L’aneddoto potrebbe essere apocrifo, ma è indubbio che il codice d’onore di questi gentiluomini esaltava più di tutto il sangue freddo e la compostezza di fronte al pericolo. Lo conferma Duperier, del 18° Ussari, che non si trovava molto lontano di lì, e a un tratto vide lord Uxbridge stringere la mano a Vivian e avviarsi al passo verso le retrovie; vedendo ciò, sospettò che fosse stato ferito, «ma si comportò così bene che nessuno se ne accorse». Di lì a poco, in una casa di Waterloo, i chi312

rurghi amputavano la gamba, che lord Uxbridge fece seppellire con tutti gli onori nel giardino. Congedatosi dai comandanti della cavalleria, Wellington si diresse al galoppo verso gli uomini di Adam per incoraggiarli a continuare l’inseguimento, pieno come loro dell’eccitazione della vittoria. Intorno a lui non rimaneva quasi più nessuno del numeroso e luccicante staff che l’aveva accompagnato all’inizio della giornata: quando raggiunse la brigata di Adam, il maggiore Blair si stupì di vedere che era accompagnato da un solo ufficiale, e per giunta, quando rivolse la parola a quest’ultimo, si sentì rispondere in francese: «Monsieur, je ne parle pas un seul mot d’Anglais». (Per molti anni Blair rimase persuaso che l’uomo fosse un ufficiale francese al servizio di Luigi XVIII, e non finì di stupirsi che in un’ora come quella il solo compagno di Wellington fosse un francese; ma in realtà si trattava del conte di Sales, inviato del re di Sardegna). Nel frattempo Sir Hussey Vivian discese il pendio al trotto con i suoi squadroni, e li guidò contro le masse di cavalleria francese che coprivano il ripiegamento della fanteria. In condizioni normali, gli ussari avrebbero avuto qualche difficoltà ad affrontare corazzieri e lancieri, ma a questo punto la cavalleria di Napoleone era così stanca e demoralizzata che per lo più non resse l’urto. Solo gruppi isolati di francesi decisero di battersi anziché squagliarsela; lo stesso Vivian si trovò a un tratto la strada sbarrata da un corazziere che non aveva affatto voglia di arrendersi, e il generale, che aveva il braccio destro al collo per una ferita ricevuta l’anno prima, riuscì a mala pena a difendersi impugnando la sciabola colla sinistra, finché il suo attendente, un tedesco, non lo raggiunse «e buttò il tipo giù da cavallo». Il maggiore Poten, del 1° Ussari KGL, ebbe la fortuna d’incontrare un avversario più sportivo: pur avendo perduto il braccio destro in Spagna, il maggiore cavalcava col suo reggimento, accompagnato da due sottufficiali incaricati di scortarlo, ma nella confusione si ritrovò solo, e un corazziere gli galoppò incontro con la sciabola levata. Poten gli mostrò la manica vuota, al che il corazziere fermò il braccio a mezz’aria, trasformò la sciabolata in un saluto, e spronò via. Incalzata dagli ussari di Vivian, e dalle altre brigate di cavalleria inglese e olandese che si erano messe in movimento subito dopo, quel che restava della cavalleria di Napoleone non tardò a sgomberare il campo: gli inseguitori si trovarono a un certo punto 313

a cavalcare letteralmente in mezzo alle corazze, buttate via dai corazzieri per poter scappare più in fretta. Nell’insieme, peraltro, la cavalleria francese si ritirò in modo relativamente ordinato, «urlando le minacce più spaventevoli», come osservò non senza divertimento il colonnello Hew Halkett. Il capitano Barton, del 12° Dragoni Leggeri, giunse col suo reggimento quasi addosso ai granatieri a cavallo della Guardia, che si stavano ritirando in formazione serrata. «Si accorsero appena della nostra presenza; solo passandoci accanto ci tirarono qualche colpo di pistola o di carabina. Noi eravamo un po’ avanti rispetto al resto della brigata, e troppo deboli per infastidirli, sicché se ne andarono dal campo di battaglia letteralmente al passo, con andatura maestosa». Barton, alquanto imbarazzato, si lasciò persuadere in seguito dalle chiacchiere di un ufficiale francese che i granatieri a cavallo non erano stati impegnati durante la battaglia, e che dunque era stata una buona idea non venire alle mani con loro; ma è istruttivo paragonare il suo resoconto con quello del capitano Mercer, da cui si potrebbe credere che i granatieri fossero stati praticamente annientati caricando la sua batteria.

64.

I quadrati della Vecchia Guardia

In mezzo alla marea crescente dei fuggiaschi, che il ripiegamento della cavalleria rischiava di esporre senza difesa all’inseguimento dei vincitori, l’unica resistenza efficace fu compiuta dai quattro battaglioni della Guardia, tre della Vecchia e uno della Media, che avevano costituito la seconda linea d’attacco. Erano poco più di 2000 moschetti, e dunque in nessun caso potevano sperare di tener testa alla marea che si riversava contro di loro; ma ritirandosi passo a passo, senza perdere la coesione, lasciando dietro di sé una scia ininterrotta di morti e di feriti, coprirono la ritirata dell’esercito francese lungo la strada per Charleroi, permettendogli fra l’altro di salvare tutte le sue insegne: giacché, per quanto possa sembrare incredibile, nessun’aquila venne perduta nel corso della ritirata. (Gli ufficiali prussiani che in quello stesso momento stavano finalmente impadronendosi di Plancenoit si stupirono sentendo che i francesi, pur ritirandosi con una fretta che assomigliava an314

che lì a una rotta, non gridavano «Sauve qui peut!» ma «Sauvons nos aigles!»). In quella sera di giugno, i quadrati della Vecchia Guardia scrissero l’ultima pagina dell’epopea napoleonica, entrando direttamente nella leggenda. La cavalleria inglese, che tentò a più riprese di sfondarli, si accorse a sue spese che la loro capacità difensiva era ancora intatta. Il maggiore Howard, del 10° Ussari, ricevette l’ordine di caricare un quadrato e chiese il parere di un collega; costui rispose che era meglio aspettare l’arrivo della fanteria, perché il quadrato sembrava troppo solido per caricarlo. Il maggiore, perplesso, osservò che poiché aveva avuto l’ordine di attaccare, disobbedire gli sembrava una faccenda spinosa, e andò avanti col suo squadrone; ma un altro conoscente, che lo salutò con un cenno del capo, osservò «che aveva la faccia di uno la cui ora è venuta». Come previsto il quadrato tenne duro, gli ussari si dispersero prima di arrivare a contatto, il maggiore Howard che galoppava davanti a tutti si prese una palla in faccia e cadde giù da cavallo proprio davanti alle baionette nemiche, dopodiché un francese uscì dai ranghi e gli spaccò la testa col calcio del moschetto. In altri casi, l’attacco contro i quadrati della Guardia abortì ancor prima di cominciare. Il colonnello Muter, degli Inniskillings, comandava quel che restava della Union Brigade, con un braccio al collo e l’elmo deformato dalle sciabolate, quando un giovane ufficiale di stato maggiore, l’Onorevole George Dawson, fratello del disgraziato lord Portarlington, arrivò di corsa portando l’ordine di unirsi alla carica. «Non dimenticherò mai i loro sguardi, quando gli comunicai quell’ordine», confessò poi Dawson. A fatica i dragoni superstiti, molti dei quali feriti o contusi, rimontarono in sella e si spinsero avanti al passo, finché non giunsero sotto il fuoco di un quadrato francese; una delle prime palle colpì Dawson al ginocchio e lo buttò giù da cavallo. «Penso che ora ne abbia basta, signore», brontolò il colonnello Muter, nel suo largo dialetto scozzese; e la carica si fermò lì. In generale, i resoconti degli ufficiali inglesi lasciano l’impressione che gli inseguitori abbiano imparato quasi subito a lasciare in pace i quadrati della Guardia, che si ritiravano relativamente in buon ordine, incalzando invece i reparti più esausti della fanteria di linea: che di fronte alla cavalleria cercavano egualmente di formare il quadrato, ma poi tendevano ad andare in rotta, buttare le 315

armi e arrendersi. Duperier, i cui ricordi sono vivaci almeno quanto la sua ortografia, caricò col suo squadrone «un reggimento dei franciesi, si sentiva solo ‘Vive le Roy’, ma era troppo tardi e poi i nostri uomini non capivano mica il franciese, così ci siamo aperti la strada a sciabolate finché non siamo arrivati addosso alle riserve, che ci anno salutato con una raffica a una distanza di due sciabole». A quel punto gli ussari voltarono i cavalli e ricominciarono a inseguire i fuggiaschi, che offrivano molto più «divertimento» (parola di Duperier) e meno resistenza dei quadrati della Guardia. Dovunque arrivava la cavalleria, interi reparti buttavano le armi e si stringevano gli uni agli altri per non farsi calpestare, o si gettavano a terra per sfuggire alle sciabolate e restavano lì in attesa che qualcuno li prendesse prigionieri. Murray, che comandava il 18° Ussari, descrisse con stupefazione le moltitudini che si gettavano a terra, «i prigionieri che ululavano ‘Vive le Roi’... Quando caricavamo, non solo la fanteria si buttava a terra, ma anche i cavalieri saltavano giù da cavallo, molti in ginocchio, tutti urlando ‘pardon’». A questo punto i fuggiaschi erano pressoché indifesi, e dipendeva solo dagli inseguitori se farli prigionieri o macellarli. Murray si trovò a un certo punto a galoppare nel bel mezzo di una folla di francesi, e quando uno di loro fece l’atto di colpirlo con la baionetta, «il mio attendente fu obbligato a sciabolarne cinque o sei uno dopo l’altro, per garantire la sicurezza del suo padrone» («non una storia che convincerebbe una corte d’inchiesta», come nota sardonicamente John Keegan). Quando il generale Durutte, rimasto isolato dai suoi uomini in fuga dalla Papelotte, fu raggiunto dai cavalleggeri di Vandeleur, una sciabolata gli spappolò la mano destra, e un’altra gli spaccò la faccia, lasciandolo sfigurato e cieco da un occhio (e tuttavia vedremo fra poco che il generale sfuggì alla cattura, arrivò vivo a Parigi, dopo aver subito per strada l’amputazione della mano destra, e visse poi altri dodici anni). Anche Tomkinson, del 16° Dragoni Leggeri, notò che all’arrivo dei suoi cavalleggeri «immediatamente molti fanti buttavano le armi e si affollavano tutti insieme per maggior sicurezza»; altri «stavano per terra tutti insieme, urlando quando qualcuno si faceva male, o i cavalli gli calpestavano le gambe». Tomkinson inseguì un uomo che dopo aver buttato giù il fucile lo aveva raccolto e aveva sparato contro i dragoni; l’uomo si gettò per terra in mezzo agli altri, e il cavallo di Tomkinson, chiamato Ciclope perché aveva un 316

occhio solo, senza accorgersene calpestò il mucchio, sollevando urla di dolore. Addentrarsi in mezzo a questa folla terrorizzata, e solo in parte disarmata, era comunque pericoloso: almeno un ufficiale del 16° venne ucciso in mezzo ai fanti in preda al panico, finché in qualche modo i dragoni non riuscirono a circondarli e convincerli ad arrendersi. Un altro ufficiale, appena diciannovenne, scomparve nell’inseguimento e non fu mai più trovato. Probabilmente, concluse Tomkinson, i francesi lo avevano ucciso, era rimasto nascosto in mezzo al grano, e il giorno dopo i contadini lo avevano spogliato, rendendolo irriconoscibile. I quattro quadrati della Guardia riuscirono a tener duro fino al calar del buio, dissolvendosi poi nella folla dei fuggiaschi che intasava la strada verso la Francia; anch’essi, tuttavia, lasciarono nelle mani degli inseguitori un certo numero di prigionieri. Un ufficiale hannoveriano, il tenente Richers, ha lasciato una grafica descrizione dell’attacco del suo battaglione di milizia, che al comando di Hew Halkett incalzò quei quadrati, accelerandone la ritirata e in qualche caso la disgregazione. «Il battaglione avanzava in silenzio, teso per il gran numero di palle di cannone, sia nostre sia nemiche, che volavano sopra le nostre teste. Dopo aver disceso il pendio e risalito la cresta dall’altra parte, ci trovammo di fronte a un battaglione della Vecchia Guardia. I nostri tiratori si spiegarono contro quelli nemici e cominciò il combattimento a fuoco. Noi avanzavamo, ma il nemico tenne fermo dov’era. Il centro della nostra linea di tiratori involontariamente si scansò per lasciare il passaggio alla colonna, perché era chiaro che stava per cominciare la carica alla baionetta. Appena il battaglione avanzando raggiunse la linea dei tiratori, accelerò il passo; i tiratori nemici si dispersero, e la colonna francese ci sparò una salva». Il fuoco francese, anche in una formazione sfavorevole come il quadrato, era ancor sempre temibile, tanto più per un reparto di reclute: «Credo che tutti abbiamo esitato e ci siamo fermati dove eravamo». Il colonnello Halkett, che in quel breve combattimento fece in tempo ad avere tre cavalli uccisi sotto di sé, salvò la situazione spingendo avanti i suoi uomini con un «urrà!»; e vedendoli avanzare con le baionette spianate i francesi si persero d’animo. «Aspettarono ancora un momento, poi oscillarono, volsero le spalle e si ritirarono un breve spazio, ancora abbastanza in buon ordine. Poi la loro formazione cominciò a disgregarsi e alla fine scapparono in 317

totale disordine», continua il tenente Richers. «Era chiaro che noi eravamo più freschi e quelli della Vecchia Guardia già spompati, perché inseguendoli ci avvicinavamo sempre di più, catturandone molti che non ce la facevano più a correre. Si continuava a sparare, ma sempre correndo. Gli ufficiali nemici tentavano di rimettere in linea i loro uomini, agitando le spade e gridando ‘En avant!’, ma era tutto inutile, perché quando un ufficiale riusciva a radunare un po’ di uomini intorno a sé, il nostro inseguimento li costringeva a riprendere la fuga». Il più famoso di tutti i prigionieri catturati in questa occasione fu il generale Cambronne, comandante del 2/1° Cacciatori; lo stesso che poco più di tre mesi prima era sbarcato ad Antibes, al comando di quel migliaio di granatieri che avevano accompagnato l’imperatore nella sua fuga dall’Elba. Cambronne è l’uomo che secondo il resoconto apparso pochi giorni dopo su un giornale parigino esclamò «La Guardia muore ma non si arrende!», e che molto più probabilmente, quando i suoi uomini cominciarono a sbandarsi, gridò invece «Merde!». Chi gli urlava di arrendersi, ricevendo questa graziosa replica, era il colonnello Hew Halkett; e fu proprio lui ad accorgersi, a un certo punto, che il generale era rimasto fuori dal quadrato insieme a due aiutanti, e cavalcava su e giù incoraggiando i suoi uomini. I tiratori hannoveriani se ne accorsero subito anch’essi, e cominciarono a sparare verso i tre ufficiali, finché il cavallo di Cambronne fu colpito e cadde, trascinando a terra il suo cavaliere. «Ordinai ai miei tiratori di farsi sotto», ricorda Halkett, «e feci una galoppata verso il generale. Quando stavo per sciabolarlo gridò che si arrendeva, e lo stavo accompagnando indietro quando il mio cavallo fu colpito e crollò. In pochi istanti riuscii a farlo rialzare, e scoprii che il mio amico, Cambronne, se l’era filata all’inglese nella direzione da cui era venuto. Lo raggiunsi subito, lo acchiappai per i cordoni delle spalline e lo consegnai a un sergente, perché lo portasse al duca». Il colonnello non sapeva ancora chi fosse il suo prigioniero, e glielo domandò, in mezzo a una moltitudine di ufficiali tedeschi che s’erano avvicinati pieni di curiosità. Il prigioniero era ferito e aveva la faccia piena di sangue; si pulì la bocca dal sangue col dorso della mano, e disse, «Je suis le général Cambronne».

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65.

L’incontro alla Belle Alliance

Mentre l’avanzata inglese sospingeva indietro il nemico, anche i prussiani riuscirono finalmente ad aver ragione dell’ostinata resistenza francese: sia alla Papelotte, dove gli uomini di Durutte, ridotti ormai a poche centinaia di moschetti, sentendo avvicinarsi la fucileria sul loro fianco e quasi alle loro spalle avevano ceduto di colpo alla pressione di Ziethen, sia a Plancenoit, dove le truppe fresche portate in linea da Pirch riuscirono finalmente a soverchiare la resistenza della Guardia Imperiale. L’attacco venne condotto innanzitutto dal 25° Fanteria, che era stato formato a partire dal Freikorps del famoso comandante partigiano von Lützow, e ne vestiva ancora l’uniforme nera. La chiesa di Plancenoit bruciava, come quasi tutte le case del villaggio, e lingue di fiamma uscivano dalle finestre; ma dalle mura del cimitero una rabbiosa fucileria continuava a impedire ai prussiani di avanzare oltre la piazza, già piena di cumuli di morti. L’unico modo di sloggiare i difensori era di aggirarli; il maggiore von Witzleben condusse il battaglione di fucilieri del 25° attraverso il bosco a sud del villaggio e irruppe fra le case alle spalle dei francesi. Gli uomini della Guardia Imperiale difesero ostinatamente ogni casa, ogni siepe e ogni muretto, ma i tiratori prussiani, ormai enormemente superiori di numero, guadagnavano comunque terreno. Rendendosi conto che rischiavano d’essere chiusi in una tenaglia, i francesi rinunciarono a difendere il villaggio e cominciarono una ritirata sempre più frettolosa verso Le Caillou, abbandonando i cannoni e i vagoni dell’artiglieria. Fino alla strada i battaglioni mantennero un certo ordine, formandosi a più riprese in quadrato per respingere la cavalleria prussiana; ma arrivati sul pavé ogni parvenza di ordine disparve, e il fuggi-fuggi divenne generale. Alla Belle Alliance, il maresciallo Soult incontrò il generale Radet, comandante della polizia militare, e gli ordinò di radunare tutti gli uomini appiedati della cavalleria e di armarli di moschetti. Radet si mise al lavoro aiutato dai suoi aiutanti di campo e da un pugno di gendarmi, rastrellò fucili sul campo di battaglia e armò tutti i corazzieri appiedati che riuscì a riunire, oltre agli sbandati della fanteria. Quando i prussiani sbucarono da Plancenoit, preceduti da una catena di tiratori, Radet schierò i suoi uomini raccogli319

ticci e tenne duro per un po’, al suono d’un tamburo che batteva la carica; intanto provvide a far mettere in salvo le vetture dell’imperatore e del maresciallo Soult, i cui conducenti avevano già cominciato a staccare i cavalli e a svignarsela. Poi, coll’avanzare del crepuscolo, ciascuno pensò a cavarsela come poteva; anche perché la locanda da cui Napoleone aveva diretto la battaglia per gran parte della giornata era il punto di riferimento verso cui convergevano, oltre alla fanteria di Pirch e Bülow che risaliva da Plancenoit, anche quella di Ziethen che avanzava dalla Papelotte, e quella di Adam e di Hew Halkett proveniente da Hougoumont. Ormai era quasi buio e l’unica formazione ancora in grado di combattere in tutto l’esercito di Napoleone era il 1° Granatieri della Vecchia Guardia, comandato dal generale Petit: il meglio del meglio, un migliaio d’uomini in tutto, quasi metà decorati della Legion d’Onore. Tenuti di riserva presso la Belle Alliance, i due battaglioni non avevano partecipato all’offensiva e ora ripiegavano ordinatamente in quadrato, fermandosi ogni pochi passi per rettificare l’allineamento e per sparare. Sotto il loro fuoco non solo vennero tenuti a distanza gli inseguitori, ma anche la folla dei fuggiaschi che cercavano di entrare nei quadrati per cercarvi protezione, e che ne avrebbero determinato certamente lo sfascio. «Sparavamo su tutti quelli che si presentavano», ammise il generale Petit, «amici e nemici, per paura di lasciare entrare gli uni insieme agli altri». Napoleone, che poco prima aveva cercato rifugio in uno dei quadrati, stava già galoppando verso Le Caillou, da dove partì subito dopo per la Francia, scortato dal 1/1° Cacciatori della Vecchia Guardia, che era rimasto per tutto il giorno a guardia degli equipaggi e del tesoro imperiale. Subito dopo aver attraversato la strada presso la Belle Alliance il maggiore Blair, aiutante di brigata di Adam, incontrò i primi prussiani; di francesi nella zona non ce n’erano più, e gli ufficiali inglesi erano occupati a scrivere col gesso i numeri dei loro reggimenti sui cannoni nemici abbandonati, per poterli poi rivendicare come preda. (Hew Halkett, che sosteneva di aver preso con la sua brigata una dozzina di cannoni della Guardia Imperiale, e li aveva lasciati sul posto per continuare l’inseguimento, li ritrovò il giorno dopo, con sua grande irritazione, marcati con i numeri del 52° e del 71° reggimento). Anche il 18° Ussari, ancora guidato da Sir Hussey Vivian in persona, incontrò i prussiani poco lontano dalla 320

strada, e nell’entusiasmo ne sciabolò parecchi, scambiandoli per francesi. Il crepuscolo stava avanzando rapidamente, e nell’oscurità incombente inglesi e prussiani si spararono addosso praticamente ogni volta che s’incontrarono, provocando innumerevoli incidenti di ‘fuoco amico’. Lo stesso Wellington si accorse di una batteria prussiana che stava sparando contro gli uomini di Adam, e dovette rivolgersi al conte di Sales perché galoppasse dagli artiglieri a cercare di avvertirli; il conte, giunto in mezzo ai cannoni, trovò per fortuna qualcuno che parlava francese, e riuscì a far cessare il bombardamento. In qualche caso gli ufficiali coinvolti in questi incidenti la presero con filosofia, come il tenente Ingilby dell’artiglieria a cavallo, la cui batteria venne presa di mira dall’artiglieria prussiana mentre stava attaccando i cavalli per partecipare all’inseguimento, e che commentò pacatamente: «dato che i prussiani probabilmente non avevano mai visto truppe inglesi fino ad ora, non era poi straordinario che ci scambiassero per nemici in quella confusione che si presentò ai loro occhi quando comparvero sul posto». Altri, però, reagirono meno sportivamente. Quando una batteria prussiana prese posizione a poche centinaia di metri e cominciò a sparargli addosso, il capitano Mercer ordinò senz’altro di rispondere al fuoco; di lì a poco un ufficiale tedesco arrivò al galoppo e spiegò costernato al capitano che stava sparando contro «i zuoi puoni alleati, i prussiani». Mercer ribatté che chiunque gli sparava addosso era un nemico, e continuò imperterrito a rispondere al fuoco. L’ufficiale tedesco se la svignò dopo che una palla l’aveva quasi ammazzato, e il bombardamento continuò a fracassare veicoli, uomini e cavalli da entrambe le parti, finché una batteria belga prese posizione a poca distanza; Mercer riuscì a convincere i belgi («erano tutti ubriachi come bestie») a sparare contro i prussiani anziché contro di lui, e di lì a poco gli alleati cessarono il fuoco e sgombrarono. Dopo le nove, non lontano dalla Belle Alliance, avvenne il famoso incontro fra Wellington e Blücher, che l’iconografia successiva ha poi sempre rappresentato proprio davanti alla locanda, dal momento che il suo nome risultava così profetico. Benché fossero tutt’e due in sella, il prussiano si protese verso l’inglese e riuscì ad abbracciarlo e baciarlo, con non poco sgomento di Wellington, poco abituato all’espansività continentale. «Mein lieber Kamarad! 321

Quelle affaire!» balbettò il vecchio («Era tutto il francese che conosceva», commentò poi malignamente il duca). I due generali decisero di comune accordo che i prussiani avrebbero continuato da soli l’inseguimento. Di solito questa decisione è spiegata con l’esaurimento delle truppe di Wellington, ma quelle di Blücher non erano certamente meno stanche. È più probabile che la misura rifletta la conduzione abitudinaria e la lentezza di movimento che caratterizzavano le truppe inglesi, anche quando erano comandate dal migliore dei loro generali; ed è anche verosimile che sia stata giudicata opportuna appunto per l’enorme numero di incidenti che si stava verificando all’incontro dei due eserciti alleati. L’esausta fanteria di Wellington si preparò a bivaccare sul terreno che aveva difeso per tutto il giorno. Ma prima di spegnersi, il combattimento continuò a lungo a bruciare irregolarmente lungo il fronte, sicché nessuno poteva considerarsi davvero al sicuro. Alcuni ufficiali della brigata di Halkett erano riuniti intorno al loro provvisorio comandante, il colonnello Elphinstone, e stavano commentando la giornata; il maggiore Chambers era il più allegro di tutti, perché si era trovato per anzianità a comandare il 30° reggimento, e dichiarò che si aspettava d’essere subito promosso tenente colonnello. Mentre tutti gli altri gli davano ragione e si congratulavano con lui, qualche sparo echeggiò poco lontano, e le palle fischiarono vicino a loro. Il capitano Pattison disse che sarebbe andato a vedere cosa succedeva, salutò gli amici e si spinse avanti di qualche passo, finché avvistò alcuni soldati francesi isolati che continuavano ostinatamente a sparare contro di loro. Una palla gli fischiò vicino, Pattison si voltò d’istinto e vide il maggiore Chambers, colpito al petto, che barcollava e cadeva a terra morto. Anche nelle retrovie, dove esigui drappelli di cavalleria o di milizia facevano la guardia a gruppi numerosi di prigionieri francesi, la tensione della battaglia era ben lontana dall’essersi allentata. Incolonnando i prigionieri e sospingendoli a forza sulla strada verso Bruxelles, i cavalleggeri inglesi o tedeschi non potevano permettersi di usare le buone maniere; ma più d’uno approfittò dell’occasione per maltrattare i francesi e farsi beffe della loro sconfitta. Qualcuno ricorda d’aver provato soprattutto pietà per quegli uomini esausti, stracciati, fradici e coperti di fango, molti sfigurati da ferite spaventose. Ma in qualche caso i prigionieri, compresi i feriti, erano così ostili e poco disposti a collaborare che 322

si dovette obbligarli a mettersi in marcia sotto la minaccia delle armi, e un ufficiale inglese osservò che sarebbe stato poco prudente avvicinarsi a loro senza la pistola carica o almeno la sciabola sguainata. (Il giorno dopo, all’ospedale di Bruxelles, il capitano Bridges dei Royal Engineers vide e sentì con i suoi occhi i feriti francesi che gridavano «Vive l’Empereur!» mentre i chirurghi segavano loro braccia e gambe).

66.

L’inseguimento prussiano

A Le Caillou, il valletto Marchand aveva ascoltato con crescente inquietudine l’avvicinarsi della fucileria. Di sua iniziativa fece imballare il letto da campo dell’imperatore e lo fece caricare su un mulo; poi chiuse a chiave e caricò nella propria carrozza il grande nécessaire imperiale, che conteneva fra l’altro centomila franchi in oro e trecentomila in biglietti di banca. Quando il rivolo incessante di feriti e di fuggiaschi che da ore risaliva la strada verso la frontiera si trasformò in una marea, Marchand senza chiedere l’autorizzazione a nessuno diede ordine di andar via di lì col numeroso corteo di vetture che formava l’equipaggio imperiale; ma la strada era ingombra di carriaggi, e si procedeva a passo d’uomo. Lo stesso Napoleone, che cavalcava lungo la strada con la scorta del 1/1° Cacciatori, non tardò a raggiungere il convoglio delle carrozze, e stravolto dalla stanchezza salì sulla sua berlina da campagna, dando ordine di proseguire verso la Francia. Pochi minuti dopo i prussiani raggiunsero Le Caillou, dove diedero fuoco alla fattoria e ai granai adiacenti, bruciando vivi tutti i feriti francesi che erano stati ricoverati negli edifici. L’inseguimento del nemico sconfitto venne condotto dai prussiani con un parossismo di ferocia, frutto della tensione accumulata nei combattimenti senza quartiere per le strade di Plancenoit, ma anche della fanatica propaganda antifrancese con cui erano state abbeverate le truppe di Blücher. Il tenente Jackson, dello staff di Wellington, si trovò in mezzo ai prussiani fra la Belle Alliance e Rossomme, e temette seriamente che gli avrebbero sparato, tanta era la loro eccitazione; ovunque intorno a lui i feriti francesi venivano ammazzati a colpi di baionetta. A un certo punto il tenente 323

s’imbatté in un gruppo di fanti prussiani che discutevano se ammazzare o no un cavalleggero ferito; avvicinandosi vide che era un dragone leggero inglese, e si mise a gridare «Er ist ein Engländer!», finché quelli non se ne andarono. A questo punto, Jackson ne aveva abbastanza dei fedeli alleati. «Mi liberai dai prussiani appena possibile, e fui ben contento di ritrovarmi con la pelle ancora sana in mezzo al 52°». Il dottor Larrey, capo chirurgo della Guardia Imperiale e inventore dell’ambulanza, stava cercando di scampare in mezzo alle folate della cavalleria prussiana, ed era già stato ferito da due sciabolate quando un ulano lo abbatté con un colpo di lancia. Smontando per derubarlo, l’ulano si accorse che non era morto; allora, dopo avergli preso tutto ciò che poteva valere qualcosa, gli legò le mani dietro la schiena e lo condusse sanguinante dal suo generale. Secondo Larrey il cavalleggero, tratto in inganno dalla sua corporatura e dalla redingote grigia che indossava, era convinto di avere catturato Napoleone. Il generale nemico si accorse subito che non era così, e ordinò freddamente di fucilare il prigioniero: Larrey era già davanti al plotone d’esecuzione, quando un chirurgo prussiano che aveva lavorato con lui a Berlino lo riconobbe e riuscì a salvargli la vita. L’efficacia dell’inseguimento prussiano, che accrebbe enormemente il bottino dei vincitori e contribuì in modo decisivo a spezzare il morale dell’esercito di Napoleone, è tanto più notevole in quanto i prussiani, non meno stanchi degli inglesi, disponevano di pochissime truppe ancora in grado di marciare. Gneisenau si mise personalmente alla testa dell’avanguardia e spinse avanti per tutta la notte i suoi uomini esausti. «Fece battere ininterrottamente il tamburo, per segnalare il suo arrivo e spandere dappertutto il terrore fra i nemici, cacciarli per la paura dai loro bivacchi e mantenerli in uno stato di rotta», riferisce Clausewitz. Fino all’alba i francesi continuarono a fuggire, incalzati dal tamburo prussiano, e abbandonando cannoni e bagagli ogni volta che la strada si faceva difficile; è nel corso di questo inseguimento, e non della battaglia vera e propria, che l’armata di Napoleone fu privata di quasi tutti i suoi cannoni, trasformando la sconfitta in catastrofe. «Fu la più bella notte della mia vita», scrisse più tardi Gneisenau. Il bottino maggiore fu raccolto là dove la strada attraversava dei centri abitati, con gli inevitabili ingorghi. A Genappe, dove la 324

strada attraversava la Dyle su un unico ponte, molti artiglieri staccarono i cavalli e se la squagliarono abbandonando i cannoni agli inseguitori. Mentre le case cominciavano a bruciare e i fucilieri prussiani sgomberavano una barricata affrettatamente costruita con carriaggi e cannoni all’ingresso del villaggio, anche Napoleone dovette abbandonare la sua carrozza e risalire a cavallo; poco dopo il maggiore von Keller, del 15° reggimento di fanteria, si impadroniva della spada dell’imperatore, delle sue medaglie e di una borsa di diamanti, e perfino del suo cappello caduto a terra nel panico. (Poco tempo dopo la splendida carrozza blu e oro, con le ruote vermiglie e i vetri a prova di proiettile, era già stata acquistata da un imprenditore inglese ed era esibita al pubblico a Londra, dove pagando pochi scellini qualsiasi curioso poté provare l’emozione di sedercisi dentro). Poco più avanti gli ulani raggiunsero le ultime carrozze del corteo imperiale, abbandonate da Marchand e rimaste in mezzo alla strada, ciascuna con sei od otto cavalli ancora aggiogati; a parte le bestie, non c’era in vista anima viva. Anche in queste vetture erano nascoste borse di pietre preziose, che Napoleone, con un riflesso più da avventuriero che da imperatore, portava sempre con sé come riserva di ricchezza liquida per i casi di emergenza. Spinti avanti dai loro ufficiali, gli ulani si riempirono in fretta le tasche con quel che trovarono, poi cavalcarono oltre; arrivando dopo di loro, i fucilieri del 15° si impadronirono del grosso del bottino. Il giorno dopo, scrisse uno dei loro ufficiali, c’erano fucilieri che vendevano per pochi franchi diamanti grossi come piselli. (La voce che le carrozze di Napoleone erano piene di pietre preziose si sparse veloce come il fulmine: il mattino seguente, un ufficiale inglese passando vicino ai relitti incontrò parecchi soldati prussiani che scavavano e setacciavano il terreno, nella speranza che ne fosse caduta qualcuna). È a Genappe che la ritirata dell’esercito francese si trasformò definitivamente in rotta. Il colonnello Brô, comandante di uno dei reggimenti di lancieri che avevano tratto una così terribile vendetta della cavalleria inglese, era rimasto ferito al braccio destro nella mischia, ed era così indebolito dalla perdita di sangue che era costretto a farsi sorreggere dal suo domestico. Sentendo dire che tutti i feriti dovevano ripiegare su Charleroi, Brô pagò il conducente d’un calesse che faceva parte del convoglio di bagagli e si fece con325

durre indietro, ma non riuscì ad andare oltre Genappe, perché la strada era ingorgata dai carriaggi dell’artiglieria. Era ancora lì quando i fuggiaschi cominciarono a riversarsi per la strada, annunciando che la battaglia era perduta e l’esercito si ritirava. Due cavalieri, passando in gran fretta, gli urlarono che Napoleone era stato ucciso in un quadrato della Guardia; e Brô ci mise un po’ prima di rimettersi da quella notizia tremenda e pensare a salvarsi la pelle. Intorno a lui i fuggiaschi folli di paura si ammazzavano fra loro per aprirsi la strada più in fretta; il generale Radet, che cercava di mantenere l’ordine, fu tirato giù da cavallo e mezzo ammazzato a colpi di calcio del moschetto. Il maggiore Trefcon, dolorante per le contusioni e per il polso lussato, si era trascinato verso le retrovie alla ricerca di un’ambulanza, e ben presto si ritrovò anche lui sulla strada di Genappe, in mezzo a una folla crescente di fuggiaschi. «Incontrai un vecchio caposquadrone dei corazzieri, che avevo conosciuto in altri tempi in Spagna. Anche lui era ferito e cercava le ambulanze. Avvicinandosi a me mi disse: ‘Mio povero colonnello, siamo ben disgraziati. La battaglia è persa’. Ero furioso, e credo di avergli risposto delle villanie. Il caposquadrone non disse più niente; dondolava tristemente la testa e aveva l’aria inebetita. Mi faceva pietà». Molto presto, però, Trefcon dovette ammettere che il suo vecchio camerata aveva ragione: i fuggiaschi erano così numerosi e così disperati che la giornata non poteva che essere perduta. Sballottato in mezzo alla folla e indebolito dalle contusioni, il maggiore decise di abbandonare la strada e cercare scampo in mezzo alla campagna; lì, per un colpo di fortuna, riuscì a fermare un cavallo abbandonato, lo inforcò e spronò verso il confine. In una casa di Genappe il chef de bataillon Jolyet, ferito al ventre presso Hougoumont, era steso sulla paglia, dopo essersi confortato con un po’ di pane e un bicchiere di birra, e stava pensando che forse l’esercito si sarebbe fermato lì e avrebbe dato battaglia l’indomani, quando sentì le trombe della cavalleria prussiana che galoppava nelle strade del villaggio. «Pauvre France! Pauvre armée!» mormorarono lui e gli altri che erano con lui; tuttavia spensero la candela e chiusero la porta a chiave, sperando ancora di cavarsela. Al mattino, un ufficiale prussiano batté alla porta e li costrinse ad aprire; dopodiché sequestrò gli orologi, il denaro e perfino le spalline degli ufficiali, con l’aria di dire che erano già for326

tunati a essere lasciati in vita. Jolyet, che aveva nascosto una parte del suo denaro nelle calze, fu perquisito da parecchi soldati, e uno stava addirittura per cavargli gli stivali, ma i suoi stessi camerati lo scacciarono; tuttavia, ricorda Jolyet, «mi presero le bretelle, la cravatta, la cintura, la camicia; ma ebbero la magnanimità di lasciarmi il cappotto e i calzoni». Subito fuori Genappe il generale von Gneisenau riunì intorno a sé i fucilieri, e diede ordine di cantare l’inno «Herr Gott, Dich loben wir» («Signore Iddio, noi ti lodiamo»); poi, nel buio ormai fitto, ordinò di riprendere l’inseguimento. Precedendoli di poco, Marchand era già quasi arrivato a Quatre Bras con le carrozze che gli rimanevano, quando si accorse che un cannone impantanato in mezzo alla strada rendeva impossibile proseguire; in quello stesso momento i cavalleggeri prussiani raggiunsero le ultime vetture e cominciarono a saccheggiarle. Marchand aprì il nécessaire, s’infilò in petto i biglietti di banca e se la squagliò, abbandonando tutto il resto. Tutte le carrozze caddero nelle mani dei prussiani, e migliaia di luigi d’oro sparirono nelle tasche dei soldati prima che gli ufficiali riuscissero a fare un po’ d’ordine e a piazzare delle sentinelle. Anche le vetture del quartier generale e quelle personali dei marescialli vennero catturate in questo tratto di strada; ma Gneisenau continuava a spingere avanti quel che restava dei suoi uomini ubriachi di fatica e appesantiti d’oro. «Alla fine», riferisce ancora Clausewitz, «la truppa che il generale Gneisenau spingeva infaticabile in avanti non era molto più forte di un battaglione di fucilieri con il suo tamburino, che il generale aveva fatto mettere in sella su uno dei cavalli da carrozza di Bonaparte». Quanto a lui, Napoleone proseguiva la fuga a cavallo, in mezzo alla folla dei suoi soldati in rotta, e accompagnato da pochi aiutanti di campo. Il generale Durutte lo incontrò a Gosselies, già ben oltre Quatre Bras, sulla strada di Charleroi. Nonostante le sue spaventose ferite, Durutte era stato aiutato da un cavalleggero, che gli aveva stretto il fazzoletto al braccio ferito per arrestare l’emorragia; e aveva poi incontrato uno degli ufficiali del suo staff e uno dei suoi domestici, che l’avevano accompagnato nella fuga attraverso i campi. Quando si sentiva svenire il generale chiamava il domestico, che lo sosteneva tenendolo per il colletto e lo rianimava con un sorso d’acquavite. A Gosselies, Durutte riconobbe l’imperatore e volle andare a presentarsi, per spiegargli che in quelle condi327

zioni aveva paura di non poter continuare a combattere. Ma Napoleone, «seccato d’essere riconosciuto, o assorto nelle sue riflessioni», non si degnò nemmeno di rispondergli. Solo uno dei suoi aiutanti esclamò: «Oh, generale, come vi hanno conciato!». Nelle ultime ore della notte la folla dei fuggiaschi raggiunse Charleroi, dove un unico ponte permetteva di attraversare la Sambre e rientrare in Francia. Nelle strette viuzze in discesa che davano accesso al ponte, quel poco che restava di carriaggi venne definitivamente abbandonato. Ovunque erano sparpagliati sacchi di farina e di riso, botti di vino e acquavite, e centinaia di pagnotte, che i fuggiaschi si fermavano a infilzare sulle baionette prima di riprendere il cammino. L’ufficiale pagatore dell’Armée du Nord, Peyrusse, arrivò al ponte con un vagone tirato da sei cavalli e contenente il tesoro personale dell’imperatore, un milione di franchi in oro, solo per accorgersi che nessuna vettura poteva proseguire. Allora Peyrusse distribuì fra gli uomini della scorta i sacchetti d’oro, prendendo nota di tutti i nomi, e facendoli giurare di ritrovarsi dall’altra parte del fiume. In quel momento si sentì sparare a poca distanza e qualcuno gridò: «I prussiani! Salvatevi!». Nel panico generale, gli uomini di Peyrusse si dispersero e tutto l’oro venne saccheggiato; l’indomani, l’ufficiale pagatore non ritrovò nemmeno un franco. Mentre i primi ulani prussiani entravano a Charleroi, in una delle vetture bloccate sulla strada il ministro degli Esteri di Napoleone, Maret, duca di Bassano, ordinava di stracciare tutti i documenti ufficiali che aveva con sé, e di disperderli nel fango. A parziale contrasto con queste immagini di disgregazione c’è il fatto che nonostante tutto la maggior parte dei reparti combattenti riuscì a mettersi in salvo mantenendo un minimo di coesione: durante l’intero inseguimento i prussiani non catturarono neppure un’aquila, segno che da un certo punto di vista l’esercito di Napoleone non si era affatto disgregato. Del resto, i francesi portarono con sé durante la ritirata un gran numero di prigionieri inglesi, che vennero liberati solo molti giorni o addirittura settimane dopo. Nella marcia affannosa verso la Francia, il tenente Wheatley fu costretto ad attraversare quella notte il campo di battaglia di Quatre Bras. Ovunque c’erano cadaveri denudati e insepolti, così tanti che nel buio era impossibile non calpestarli. Il prigioniero, che era scalzo perché gli avevano rubato gli stivali, confessò poi con 328

qualche imbarazzo che camminare sulla carne morta e ridotta in gelatina era una sensazione gradevole rispetto alla tortura del pavé.

67.

La notte sul campo di battaglia

Sul campo di battaglia, ufficiali e soldati dell’esercito vittorioso cercavano di cucinarsi qualcosa prima di sprofondare nel sonno. Qualche fortunato aveva ancora alcoolici a sufficienza per festeggiare lo scampato pericolo. Quando i superstiti del 73° vennero radunati per l’appello, il soldato Morris si trovò di fronte il suo vecchio amico, il sergente Burton. Questi gli diede una pacca sulla schiena e disse: «Fuori il grog, Tom; non te l’avevo detto che non l’hanno ancora fabbricato, il proiettile per te o per me?». Il capitano Walcott, dell’artiglieria a cavallo, che aveva l’ordine di fare il giro delle batterie per stabilire l’elenco dei morti e dei feriti, passò gran parte della notte aggirandosi sul campo di battaglia su un cavallo sfiancato che s’era fatto dare da un soldato («perché il mio cavallo da battaglia era stato fatto prigioniero»); quando si presentò a rapporto, alle due e mezza, era stanco morto, ma soprattutto pieno di brandy con cui i comandanti di batteria e gli ufficiali prussiani lo avevano abbondantemente ristorato. La distribuzione d’un qualsiasi rancio era fuori discussione, e ciascuno dovette arrangiarsi come poté. Il sergente Lawrence fu incaricato di cercare del foraggio per il cavallo del generale Lambert, e finì per trovarne un sacco abbandonato dai francesi. Con delizia scoprì che oltre al foraggio il sacco conteneva un prosciutto e due pollastri, e Sir John gli permise di tenerseli, avvertendolo però di tenersi alla larga dai prussiani, «che erano gente di mano lesta e glieli avrebbero certamente rubati se li avessero visti». Lawrence stava appunto cuocendo il prosciutto, quando una folla di quei medesimi prussiani passò a poca distanza, e due di loro si avvicinarono per accendere le pipe al fuoco. I due notarono il prosciutto, e osservarono casualmente che sembrava buono. Il sergente cavò immediatamente la spada e tagliò a ciascuno una fetta di prosciutto, dopodiché ebbe la soddisfazione di vederli accomiatarsi senza altre pretese. A pancia piena, Lawrence cercò di dormire, ma era troppo agitato e sofferente per riuscirci; una 329

scheggia di granata gli aveva scorticato la guancia, e il moschetto d’un compagno che era in linea dietro di lui durante la battaglia, maneggiato male, gli aveva scottato la faccia. Molti altri non avevano nemmeno la forza di mettersi a mangiare, non parliamo poi di cucinare; come quell’ufficiale della divisione di Picton che cadde addormentato nel momento stesso in cui si suonava il rompete le righe. Quando si svegliò, in piena notte, i suoi uomini stavano cucinando delle costolette usando come padella la corazza d’un corazziere morto; allora s’accorse d’avere fame, e partecipò alla loro cena. Le corazze, osservò, andavano benissimo per cucinare, ma bisognava che non fossero bucate dalle pallottole; altrimenti «il sugo se ne andava via dai buchi». Forse saggiamente, gli artiglieri della batteria di Mercer preferirono usare le corazze per sedersi; avevano trovato in un fosso un pezzo di carne pieno di terra e buttato via chissà quando, l’avevano ripulito con le sciabole e fritto nella padella da campo, su un falò di manici di lancia e calci di moschetto; poi raccolsero intorno al fuoco un gran numero di corazze e si sedettero tutti insieme a mangiare. In circostanze simili nessuno aveva voglia di fare lo schizzinoso. Il 51° si fermò a bivaccare per la notte nel frutteto di Hougoumont. «Il posto era pieno di francesi morti e feriti», ricorda il sergente Wheeler. «Io andai nell’edificio, che spettacolo! Nel cortile le Guardie giacevano a mucchi, molti che erano stati feriti dentro o vicino alla casa erano arrostiti, certuni che avevano tentato di trascinarsi lontano dal fuoco erano lì morti con le gambe bruciate e ridotte in cenere». In mezzo a quell’orrore, un tenente del reggimento trovò una pagnotta di pane nero nel tascapane di un francese morto; un ufficiale delle Guardie, egualmente morto, giaceva lì accanto, e la materia cerebrale uscita dalla sua testa aveva inzuppato il tascapane e dunque anche la pagnotta. Il tenente la ripulì accuratamente e la divorò. «Non avevo assaggiato cibo dall’alba del giorno prima, e crepavo di fame». L’alfiere Keowan, del 14°, non riusciva a trovare il suo domestico, che se n’era andato in caccia di bottino. Rimasto solo, Keowan dovette arrangiarsi; insieme a un altro ufficiale riuscì a mettere le mani su della carne cotta, appartenente a un animale ignoto, e la mandò giù con un po’ d’acqua sporca di sangue: «ecco il vino che bevemmo nel nostro festino da cannibali». Poi si prepararono un giaciglio di paglia, «perché i saccheggiatori non ci 330

prendessero per morti», e si buttarono a dormire; anche un ufficiale giovane come Keowan sapeva che in quel momento il campo di battaglia era pieno di soldati che frugavano le tasche dei morti e anche dei feriti, e non esitavano a finirli nell’oscurità notturna per evitare che si lamentassero. Coprendosi col cappotto insanguinato preso sul cadavere d’un dragone francese, Keowan fece fatica a dormire, «per le urla dei moribondi e l’agitazione della mente», e quando si assopì non fece che rivivere i momenti più agitati del combattimento. Gli ufficiali di stato maggiore potevano concedersi qualcosa si meglio, come il tenente Jackson, che andò a cenare alla locanda di Waterloo. La sala era piena di ufficiali stranieri affamati, che commentavano vivacemente i fatti della giornata. Per fortuna un collega aveva riservato un tavolo, e ben presto i due sedettero davanti a un ragout fumante. «Non avevo mangiato niente dal mattino presto e prima di sedermi credevo di aver fame, invece non riuscii a mandar giù neanche un boccone». Il collega era nella stessa situazione, ma un ufficiale dello stato maggiore olandese chiese il permesso di sedersi al loro tavolo e fece fuori tutto da solo, senza smettere un istante di raccontare le proprie imprese. Stravolto dal sonno, Jackson cercò una camera; l’oste gli offrì quella prenotata per Sir William de Lancey, che in quel momento era in ospedale. Jackson vi salì, ma appena entrato fu accolto da un gemito, e sollevando la candela vide sdraiato sul letto un ufficiale francese, in divisa e stivali, colla testa spaccata da una sciabolata e sangue dappertutto. L’uomo raccontò di essere stato fatto prigioniero all’inizio della battaglia e chiese com’era andata a finire; apprendendo la notizia della disfatta, digrignò i denti e disse: «meglio la morte!». Poi, però, ci ripensò. «Oh, be’! I nostri momenti di gloria li abbiamo avuti, è inutile lottare contro il destino». Jackson lo lasciò solo e se ne andò a dormire, avvolto nel suo mantello, sul pavimento della sala comune; ma faticò molto a prendere sonno, perché la sala era ancora piena di ufficiali stranieri che mangiavano, bevevano e discutevano rumorosamente. Finalmente il tenente si assopì, ed ebbe un incubo spaventoso, in cui lui e tutto l’esercito inglese scappavano a rotta di collo inseguiti dalla Guardia Imperiale, e l’ufficiale francese ferito lo minacciava colla sciabola, accusandolo di avergli mentito. 331

Molti soldati avevano cose più urgenti da fare piuttosto che dormire. La ricerca del bottino non giustificava le assenze senza permesso, ma dopo una giornata come quella gli ufficiali erano disposti a chiudere un occhio. Il tenente Hay, del 12° Dragoni Leggeri, era stupito ma non troppo di non veder ritornare due cavalleggeri che aveva mandato a fare un giro di pattuglia; «erano due irlandesi, impeccabili come soldati, ma entrambi furfanti pronti a tutto, che non conoscevano le parole paura e pericolo». I due ricomparvero più tardi portando con sé tre prigionieri francesi: li avevano sorpresi mentre saccheggiavano una fattoria, e li avevano catturati dopo averne ammazzato un quarto a sciabolate. Hay, indulgente, non volle sapere altro. Qualche saccheggiatore si faceva degli scrupoli, come quel gruppo di dragoni leggeri dell’11° che era smontato da cavallo in cerca di bottino; mentre si aggiravano fra i cadaveri, gli speroni continuavano a impigliarsi nei vestiti dei morti, e talvolta li facevano inciampare e cadere sui corpi maciullati. Il loro caporale, Farmer, ammise che l’esperienza era spaventosa; ma non c’era niente da fare. «Sarebbe ridicolo nascondere che quando il sanguinoso lavoro della giornata è finito, il primo desiderio del sopravvissuto è di assicurarsi, in forma di bottino, un po’ di ricompensa per i pericoli che ha corso». Raramente i saccheggiatori si curavano di soccorrere i feriti, anzi c’era il rischio concreto che li finissero per derubare anche loro. Un ufficiale inglese si risvegliò nel buio per scoprire che non poteva muoversi, e che un francese gli giaceva addosso, morto, con una spaventosa ferita di sciabola in faccia. Mentre il ferito tratteneva il fiato per non farsi sentire, un soldato prussiano frugò un altro ufficiale inglese che giaceva poco lontano, e poiché quello resisteva lo pugnalò a morte. Lo sciacallo stava per muoversi verso il primo ferito, quando un soldato e un sergente inglesi comparvero sul posto; l’ufficiale li chiamò, e i due lo liberarono dal cadavere, lo aiutarono ad alzarsi in piedi e gli diedero un sorso di brandy. Quando stavano per andarsene, l’ufficiale confessò che aveva paura d’essere ucciso dal prussiano, che s’era nascosto dietro un cavallo morto. Subito il sergente stanò il prussiano e lo uccise; poi il soldato consegnò all’ufficiale un moschetto carico, perché potesse difendersi. Si scusarono molto, ma non potevano restare con lui: avevano abbandonato il loro reggimento per saccheggiare, e non potevano rischiare di farsi scoprire. «Abbiamo combattuto abba332

stanza duro da meritarci un po’ di questa roba che non appartiene a nessuno, prima che all’alba arrivino qui quegli zoticoni dei fiamminghi». L’incubo dei saccheggiatori ossessionò anche Sir Frederick Ponsonby, che era ancora immobilizzato nello stesso posto dov’era rimasto per tutto il pomeriggio, vivo per miracolo dopo che due squadroni di cavalleria prussiana gli erano passati sopra al trotto. Quando rinvenne, era piena notte e un dragone inglese moribondo era strisciato fino a lui e si era aggrappato alle sue gambe; lo schiacciava col suo peso, lo stringeva rantolando quando gli prendeva un attacco di convulsioni, e per tutto il tempo l’aria fischiava con un rumore atroce attraverso la ferita aperta nel suo costato. La notte era limpida, e tutt’intorno si aggiravano soldati prussiani intenti a derubare i caduti; più d’uno si avvicinò anche a dare un’occhiata a Sir Frederick, ma per fortuna lo lasciarono stare. Finalmente un soldato inglese disperso passò di lì e si fermò a fargli compagnia, liberandolo dal peso del moribondo e tenendo a distanza i saccheggiatori con una spada raccattata per terra, finché, al mattino, il colonnello poté essere caricato su un carro e portato dai chirurghi. Anche quegli ufficiali che trovavano immorale il saccheggio evitavano di rendersi impopolari cercando di proibirlo; tutto quello che potevano fare era rinunciare a comprare. Un ufficiale della divisione di Picton scrisse che quella notte «il bottino era in vendita in grande quantità, soprattutto orologi d’oro e d’argento, anelli, eccetera eccetera. Orologi, avrei potuto comprarne una dozzina per un dollaro l’uno, ma non credo che nessuno degli ufficiali ne abbia comprati; probabilmente pensavano tutti, come me, che nel giro di pochi giorni le nostre tasche sarebbero state svuotate così in fretta com’erano state quelle dei francesi». Molti erano convinti che quella appena combattuta sarebbe stata soltanto la prima battaglia d’una lunga campagna. «Intorno alle quattro del mattino ci siamo tirati su e abbiamo cominciato a discorrere. Abbiamo parlato della battaglia, colla testa sempre più piena soprattutto di quello che avrebbero detto di noi a casa. Non c’era nessuna esaltazione! Nessuna! Molti di noi, in Spagna, avevano preso le misure del soldato francese – eravamo sicuri che la campagna era appena cominciata, e ci aspettavamo un’altra battaglia 333

disperata entro un giorno o due, perciò decidemmo di non vendere la pelle dell’orso prima d’averlo preso». In effetti la maggior parte dei combattenti, dal suo limitato punto di vista, non era stata in grado di apprezzare l’ampiezza dello scontro, e quella notte quasi nessuno aveva un’idea chiara di quel che era successo. Kincaid, incontrando un conoscente, gli chiese che cosa gli era capitato durante la battaglia. «Che m’impicchino se lo so», rispose l’altro. «Sono rimasto giù nel fango tutto il giorno, e qualsiasi furfante che avesse un cavallo mi è passato sopra al galoppo»; da raccontare non aveva nient’altro. Macready, che era un ragazzino senza esperienza, si chiedeva addirittura, come Fabrizio del Dongo, se quella che aveva visto potesse davvero essere considerata una battaglia, o se non sarebbe stata classificata dagli storici come uno scontro minore. Il tenente Ingilby, dopo aver percorso a cavallo gran parte del terreno, riferì di aver visto così tanti morti e feriti, e così tanti cannoni abbandonati dai francesi, che quella che avevano vinto doveva essere stata davvero una grande battaglia; ma gli altri ufficiali gli fecero capire che era meglio non esagerare. Anche Sir Hussey Vivian, che dopo qualche ora di sonno era andato a presentarsi a Wellington verso le quattro del mattino, riferì che ovunque c’erano cannoni francesi abbandonati; e anche il duca rimase sorpreso. «Mi disse che nessuno dei rapporti che aveva ricevuto corrispondeva a quello che gli avevo descritto, e sono più che sicuro che a quell’ora non era consapevole dell’ampiezza della sua vittoria».

68. «Una massa di corpi morti» Alle prime luci dell’alba il campo di Waterloo offriva uno spettacolo spaventoso, a cui non era possibile sfuggire neppure avvolgendosi nella coperta e chiudendo gli occhi, perché l’aria era piena di rumori ancora più atroci. Gli spari dei soldati che finivano a pistolettate i cavalli agonizzanti e le martellate dei maniscalchi che recuperavano i ferri dai cavalli morti si sovrapponevano alle urla in tutte le lingue dei feriti che morivano di disidratazione, implorando un po’ d’acqua, coi corpi già lividi e gonfi come cadaveri. Ma per quanto orrido lo spettacolo, c’erano già i primi amatori ve334

nuti apposta da Bruxelles per vederlo, magari senza immaginare ciò che avrebbero trovato. Il capitano Mercer vide scendere da una carrozza un signore elegantemente vestito, col cappello a cilindro, che si premeva contro il naso un fazzoletto bianco profumato. «Si muoveva con cautela cercando di non calpestare i corpi (ai quali lanciava occhiate spaventate en passant), per evitare di macchiare le brillanti calze di seta che coprivano le sue estremità inferiori. Tutto quello che indossava era pulito e alla moda, come se fosse appena uscito dal negozio; e non smetteva mai di applicarsi il fazzoletto al naso». Anche molti ufficiali si erano trasformati in turisti, desiderosi di imprimersi nella memoria quello spettacolo irripetibile. Il capitano Pattison trascorse la mattina aggirandosi per il campo di battaglia, pieno di compassione per la sorte degli uomini e soprattutto dei cavalli che giacevano ovunque uccisi o feriti. Il cadavere di un artigliere francese attrasse la sua attenzione. «Era stato messo a sedere con la schiena appoggiata alla ruota di un avantreno sfasciato, e aveva un’espressione così vivace che bisognava esaminarlo da vicino per accorgersi che la scintilla vitale l’aveva lasciato. Lo shakò gli era caduto dalla testa e giaceva accanto a lui, lasciando la faccia completamente visibile. I suoi occhi azzurri sembravano fissi su di me, e continuavano ad avere anche nella morte un’espressione viva. Il braccio destro era levato come in un gesto di grande agitazione, e per un istante lo immaginai ancora vivo, nell’atto di esclamare con entusiasmo ‘Vive l’Empereur!’». Ma non tutti gli ufficiali che percorrevano il campo di battaglia erano spinti dalla curiosità. Molti reggimenti avevano mandato fuori delle pattuglie per raccogliere i propri feriti e seppellire i morti. Il maggiore Harry Smith, al comando di una di queste squadre, aveva già visto molte battaglie, ma nessuna così devastante. «A Waterloo l’intero campo da destra a sinistra era una massa di corpi morti. In un punto, alla destra della Haye Sainte, i corazzieri francesi erano letteralmente ammucchiati uno sull’altro». Il maggiore si ricordò che la battaglia era stata combattuta di domenica, e recitò silenziosamente il salmo 91: «Mille cadranno accanto a te, e diecimila alla tua destra, ma tu non sarai toccato». Non lontano dalla strada maestra, gli ufficiali del 95° Fucilieri fecero scavare una fossa comune e vi seppellirono i caduti del loro reggimento, facilmente riconoscibili grazie alle divise verdi; tutt’intorno echeg335

giavano gli spari isolati delle pattuglie prussiane, che finivano i feriti troppo gravi per essere trasportati, compresi i loro. Entrambi gli eserciti sgombrarono la zona molto prima di aver completato il seppellimento dei morti, che richiese in tutto dieci o dodici giorni; l’orrendo lavoro venne lasciato ai contadini del posto. I cadaveri erano raccolti e trasportati coi carri alle fosse comuni, grandi buchi quadrati profondi un paio di metri; in ognuno si scaricavano alla rinfusa trenta o quaranta cadaveri, completamente nudi, perché per i contadini più poveri anche un paio di scarpe sfondate o una giubba stracciata avevano pur sempre un valore. Un testimone racconta di aver visto scavare una di queste fosse: «i contadini stavano spogliando i cadaveri prima di buttarli dentro, e alcuni ebrei russi partecipavano alla spoliazione dei morti strappandogli i denti d’oro, un’operazione che compivano con la più brutale indifferenza. Le martellate di questi sciagurati mi risuonavano orrendamente nelle orecchie, mescolate alle pistolettate dei belgi che stavano uccidendo i cavalli feriti». Le carogne dei cavalli vennero ammassate e bruciate; almeno un testimone afferma di aver visto fare la stessa cosa con i cadaveri dei francesi, e del resto una stampa uscita a Londra nel 1817 mostra i contadini impegnati ad accumulare legna sotto un mucchio di cadaveri nudi, nel cortile di Hougoumont. La mattina del 19 anche il capitano Mercer era stato in quel cortile, e quel che racconta lascia pochi dubbi sul tipo di trattamento riservato ai cadaveri, soprattutto a quelli degli sconfitti. In mezzo ai corpi gonfi e anneriti degli uomini che erano morti bruciati nell’incendio si affaccendavano contadini del posto e soldati tedeschi, senza preoccuparsi affatto dei «molti poveri diavoli ancora vivi, che stavano lì seduti e cercavano di bendare le loro ferite». Mercer stava parlando con un dragone tedesco «quando due contadini, dopo aver vuotato le tasche d’un francese morto, sollevarono il cadavere per le spalle e lo buttarono a terra con tutte le forze, profferendo le ingiurie più grossolane, e prendendolo a calci in testa e in faccia. Lo spettacolo rivoltante era senza dubbio destinato a farci piacere, ma ebbe l’effetto contrario, come scoprirono molto presto. Mi ero appena lasciato sfuggire un’espressione di disgusto, quando la sciabola del dragone brillò sopra la testa dei due furfanti, e si abbatté così vigorosamente sulle loro schiene e le loro spalle che si misero a urlare e scapparono». 336

Quanto ai feriti, erano davvero dei poveri diavoli. Durante la notte molti erano stati calpestati dai cavalli impazziti che scorrazzavano sul campo, scalciando tutto quello che incontravano, oppure schiacciati dai carriaggi dell’artiglieria. Il capitano Ingilby era sicuro che solo l’artiglieria francese poteva essere così disumana da passare sui corpi dei feriti, ma il suo resoconto lascia comunque capire che il pericolo era onnipresente. «Era quasi impossibile non passare coi cannoni sui cadaveri di entrambi gli eserciti che riempivano il terreno; e quando, durante la notte, venni mandato a prendere certi vagoni di munizioni, abbiamo fatto fatica a non stritolare molti dei feriti sulla strada presso la Haye Sainte, che s’erano trascinati fin lì nella speranza di trovare aiuto. Ce n’erano alcuni, ancora vivi, che dovevano essere stati schiacciati dall’artiglieria francese durante la sua ritirata». Altri erano morti per lo shock e la perdita di sangue, o sotto il coltello dei saccheggiatori; anche durante il giorno, del resto, quelli che non erano in grado di muoversi non erano affatto al sicuro dai ladri: il capitano Tomkinson allontanò a piattonate un contadino sorpreso a sfilare gli stivali a un soldato inglese ancora vivo. Anche quando non erano abbandonati sul campo di battaglia, il destino dei feriti era poco invidiabile. Il soldato Hechel, ferito al ventre nel combattimento per Smohain, venne portato dai compagni fino a un posto di medicazione; ma il chirurgo, dopo averlo appena guardato, rifiutò di occuparsene: «Buttatelo lì, non ne ha più per due ore». Prima che i camerati lo lasciassero, Hechel regalò loro il suo orologio, «che mi era costato trenta franchi. Se ci avessi pensato, gli avrei regalato anche i cinque talleri che avevo cucito nella fodera della giacca due anni prima, quando avevo dovuto lasciare la mia cara patria, e che non avevo mai toccato da allora». La stanza in cui giaceva Hechel insieme a molti altri feriti era adiacente a una stalla, e piena di brocche di latte; i feriti soffrivano la sete, ma il contadino non voleva sprecare il suo latte per loro. Alla fine portò un pentolone d’acqua e lo lasciò in mezzo alla stanza, e Hechel bevve tanto da sentirsi male, finché l’acqua non cominciò a uscirgli dalla ferita. Sarebbe rimasto lì per tre giorni, senza cure né nutrimento, mentre gli altri feriti intorno a lui morivano uno dopo l’altro; alla fine, i pochi sopravvissuti pregavano Dio perché mettesse fine alle loro sofferenze. «Ma il Signore dice: ‘i miei pensieri non sono i vostri pensieri’». Il terzo giorno i su337

perstiti vennero caricati su una carretta e portati in ospedale a Bruxelles, fra sofferenze spaventevoli quando la carretta sobbalzava sul pavé. Quell’ospedale, dove erano già ricoverati i feriti di Quatre Bras, era diventato un girone infernale. Il fuciliere Costello ci incontrò un ragazzo tedesco non ancora ventenne, reclutato come conducente d’artiglieria. Aveva perso tutt’e due le gambe per una palla di cannone; mentre era a terra, un corazziere gli aveva fracassato un braccio con una sciabolata, e una pallottola vagante l’aveva ferito all’altro braccio. In ospedale, i chirurghi erano stati costretti ad amputargli entrambe le braccia, uno sopra il gomito e l’altro sotto: «giaceva lì, un tronco senza rami, e fino al momento in cui me ne sono andato, mentre molti morivano per ferite meno gravi, lui era ancora vivo». Il ricovero in ospedale non aumentava granché le probabilità di cavarsela; innumerevoli feriti morivano per la peritonite, la cancrena e la perdita di sangue, aggravata dai salassi che insieme alle amputazioni costituivano la principale cura praticata dai chirurghi. Le statistiche dimostrano che i feriti continuarono a morire per mesi, addirittura fino a tutto il 1816, e che alla fine il numero dei morti risultò aumentato di almeno il cinquanta per cento rispetto a quello calcolato all’indomani della battaglia.

69.

Lettere a casa

Le perdite dell’esercito vittorioso erano così spaventose che in quelle prime ore di quiete molti ufficiali non riuscivano a pensare a nient’altro. «Di solito, quando si incontrava un conoscente dopo una battaglia, gli si chiedeva chi era stato colpito», osservò Kincaid; «ma stavolta la domanda era: ‘chi è ancora vivo?’». Poco prima di mezzanotte, Sir Augustus Frazer scrisse alla moglie una delle lunghe lettere cui l’aveva abituata. «Come farò a descrivere le scene attraverso cui sono passato da stamane? Sono così stanco che reggo a stento la penna. Abbiamo ottenuto una gloriosa vittoria, e contro Napoleone in persona. Non c’è mai stata una battaglia così sanguinosa, mai un fuoco così intenso [...]. Io l’ho scampata abbastanza bene, il cavallo di Maxwell, che montavo all’ini338

zio, ha preso una palla nel collo, e più tardi sono caduto quando la mitraglia ha ferito la mia giumenta in parecchi punti, e una palla mi ha scorticato il braccio destro, proprio sopra il gomito, ma non mi fa male e posso scrivere benissimo. Durante una pausa del combattimento ho sepolto il mio amico Ramsay, e gli ho tolto dal corpo il ritratto di sua moglie, che portava sempre sul cuore. Tutti quelli che hanno assistito alla sepoltura piangevano. Ho appena fatto in tempo a tagliargli la ciocca di capelli che accludo, e a deporre il suo corpo ancora caldo nella fossa, quando abbiamo dovuto smettere di singhiozzare e rimetterci al lavoro [...]. I feriti sono così tanti che non oso elencare i loro nomi. Il nostro Bolton è morto, e anche il giovane Spearman. Che strana lettera è questa, e da che strana giornata viene fuori! Oggi è domenica!» Anche per molti altri ufficiali la prima preoccupazione fu di scrivere a casa: per assicurare che erano ancora vivi, e per raccontare quello che avevano fatto. La mattina del 19 il capitano Taylor, del 10° Ussari, portò i cavalli del reggimento a pascolare in un campo di trifoglio, poi entrò nella fattoria adiacente e la trovò «piena di ufficiali che scrivevano in Inghilterra». In molte di queste lettere, che pure si vorrebbero rassicuranti, si ritrova lo stesso tono angosciato con cui Frazer scrisse alla moglie, dominato dall’orrore delle perdite. Wray, del 40°, non riuscì a scrivere un resoconto delle sue esperienze, ma soltanto una lista di lutti: «Il povero maggiore Heyland, che comandava, è stato colpito al cuore, e il povero Ford è stato colpito alla spina dorsale ma non è morto subito e l’hanno portato via. Il povero Clarke ha perso il braccio sinistro, e ho paura che Browne perderà la gamba, l’hanno colpito alla parte alta della coscia e l’osso è terribilmente fratturato. Ci sono altri otto dei nostri ufficiali feriti, ma stanno tutti bene tranne Thornhill, che è stato ferito alla testa. Anthony si è preso la sua ottava ferita e sta bene». Kelly, del 1° Life Guards, scrisse alla moglie, al «mio carissimo caro amore», per informarla che era vivo, anche se ferito, ma il tono della lettera non è affatto trionfale. «Tutti i miei bei soldati tagliati a pezzi...» C’erano però anche lettere di tutt’altro tono. Prima di andare finalmente a dormire, il vecchio Blücher scrisse alla moglie: «Insieme col mio amico Wellington, abbiamo messo fine al balletto di Napoleone. Il suo esercito è in rotta completa, e la totalità della sua artiglieria, cassoni, bagagli ed equipaggi è nelle mie mani. Mi han339

no appena portato le insegne di tutte le diverse decorazioni di cui era insignito, trovate in una scatola nella sua carrozza. Ho avuto due cavalli uccisi sotto di me. Presto sarà tutto finito con Bonaparte». Alle due del mattino il principe d’Orange scrisse in francese ai genitori, il re e la regina dei Paesi Bassi: «Vittoria! Vittoria! Miei carissimi genitori, oggi abbiamo avuto un magnifico scontro contro Napoleone. È il mio corpo quello che si è battuto di più e a cui dobbiamo la vittoria, ma la battaglia è stata interamente decisa dall’attacco che i prussiani hanno fatto contro la destra nemica. Sono ferito da una palla alla spalla sinistra, ma solo leggermente. Per la vita e per la morte, tutto vostro, Guillaume». Fra gli ufficiali inglesi, sembra paradossalmente che siano stati i più giovani e più frivoli, meno inclini a riflettere sulla tragedia delle perdite, a cogliere per primi la portata dell’evento. Il trentenne Sir William Gomm, tenente colonnello dei Coldstream Guards e capo di stato maggiore della divisione di Picton, scrisse alla sorella per rassicurarla: aveva due contusioni di nessuna importanza, e due cavalli feriti, il che invece ne aveva molta. Era così rauco per aver gridato «urrà» tutto il giorno, che riusciva a stento a parlare. «Sono stato quattro giorni senza lavarmi la faccia o le mani, ma aspetto da un momento all’altro la mia acqua di lavanda». Ma sotto questa posa da dandy traspariva la certezza d’aver assistito a una giornata storica, paragonabile soltanto alle grandi vittorie di Marlborough contro gli eserciti di Luigi XIV: «Non abbiamo mai fatto niente del genere dopo Blenheim». Il tenente Howard, del 33°, era egualmente consapevole dell’importanza dell’accaduto, benché i rischi corsi contribuissero a raffreddare il suo entusiasmo. «Grazie a Dio sono sano e salvo», scrisse al fratello, «però c’è mancato poco, un proiettile mi ha bucato il cappello e dev’essere passato a un millimetro dalla mia testa. Conto di riportarmi il cappello in Inghilterra. Faccio fatica a credere d’essere vivo, e in grado di scriverti, dopo quello che ho visto. Possiamo quasi dire che l’Inghilterra ha sconfitto la Francia in un solo giorno». Diversamente da altri, il tenente non nutriva alcun dubbio sulla portata dello scontro cui aveva partecipato, anche se il coltivato understatement del gentiluomo non permette di capire fino in fondo i suoi veri sentimenti in proposito. «Avevo spesso manifestato il desiderio di assistere a una grande battaglia. Ora l’ho vista e mi ritengo completamente soddisfatto». 340

70. «Spero di non vedere più un’altra battaglia» Era buio quando Wellington rientrò al villaggio di Waterloo, per mangiare qualcosa e cercare di dormire qualche ora nella stessa locanda in cui aveva trascorso la notte precedente. Tanto lui quanto il suo cavallo erano così stanchi e innervositi da provocare un incidente che avrebbe anche potuto essere fatale: quando il duca, smontato di sella, gli diede una pacca sulla groppa, Copenhagen scalciò, e per poco non colpì in pieno il suo padrone. Come gli era già accaduto altre volte, l’eccitazione della battaglia, dileguandosi di colpo, aveva lasciato Wellington in uno stato di tale spossatezza da rasentare la depressione, accentuata, stavolta, dalle perdite spaventose che sapeva d’aver subìto, fin nella cerchia dei suoi più stretti collaboratori. («Quando sono nel pieno della battaglia», confessò un mese dopo a lady Shelley, «sono troppo occupato per provare qualunque sensazione; ma subito dopo è terribile. È impossibile pensare alla gloria. La mente e i sentimenti sono esausti»). Prima di sedersi a tavola andò a vedere Sir Alexander Gordon, forse l’amico più intimo venuto con lui in Belgio, a cui avevano amputato la gamba poche ore prima; gli diede la notizia della vittoria e gli assicurò che senza dubbio se la sarebbe cavata, ma l’altro non rispose. Poiché nella locanda non c’erano letti liberi, il duca ordinò di portare Sir Alexander a riposare nel suo letto, e scese a cenare. La tavola era apparecchiata esattamente come la sera prima, con un coperto per ognuno dei suoi aiutanti; ma ce n’era solo uno in grado di sedersi a tavola con lui, l’inviato del re di Spagna, il generale don Miguel de Alava, che condivideva già da anni la vita dello staff di Wellington, e vi si era integrato perfettamente. Il duca mangiò poco e in silenzio, continuando a volgersi verso la porta ogni volta che qualcuno entrava, nella speranza di poter aggiungere un nome alla lista di quelli che erano ancora vivi. Durante tutta la cena brindò una sola volta, bevendo con Alava alla memoria della guerra di Spagna: in stridente contrasto con l’abitudine dei numerosi, entusiastici brindisi che sempre concludevano un pranzo inglese, tanto più in circostanze apparentemente trionfali come quelle. Prima di andare a dormire, il duca allargò le braccia e pronunciò la frase che poi sarebbe stata ripetuta all’infinito, fra 341

l’altro da lui stesso: «La mano di Dio Onnipotente è stata su di me quest’oggi». Poi si avvolse nel mantello e si buttò su una branda che era stata preparata frettolosamente per lui. Aveva dormito forse due ore, quando lo svegliarono perché il quartiermastro generale, l’ufficiale responsabile dei rifornimenti e dell’alloggiamento della truppa, aveva bisogno di ordini; e poiché ormai era sveglio, il suo medico personale, il dottor Hume, lo avvertì che Sir Alexander Gordon era morto. Poi gli lesse la lista delle perdite che era riuscito a mettere insieme fino a quel momento, e a un certo punto si accorse che il duca, incredibilmente, piangeva. Wellington si asciugò le lacrime con un gesto brusco della mano, e Hume vide che il suo volto era sudicio di sudore e di polvere; non aveva ancora avuto il tempo di lavarsi. Poi il duca pronunciò un’altra delle frasi destinate a diventare celebri: «Be’, grazie a Dio, non so cosa voglia dire perdere una battaglia, ma certo niente può essere più doloroso che vincerne una perdendo così tanti amici». C’era troppo lavoro per tornare a dormire. Wellington si lavò e si rase, poi sedette a scrivere il dispaccio ufficiale in cui annunciava al governo la vittoria. Questo dispaccio occupò quattro colonne sul «Times» del 22 giugno, e ci vollero senza dubbio parecchie ore per scriverlo, tanto più tenendo conto delle continue interruzioni; è un resoconto preciso e spassionato, nello stile del duca, che alcuni hanno poi trovato ammirevole per il suo understatement, e altri intollerabilmente freddo. Com’era necessario in un documento di quel genere, Wellington si preoccupò di menzionare tutti quegli ufficiali che si erano distinti nel combattimento, ma forse esagerò nel dosare gli elogi, e da quel politico che era riservò un occhio di riguardo ai generali influenti e ben introdotti a corte e ai rappresentanti stranieri, mentre per esempio dimenticò di menzionare Sir John Colborne; sicché il dispaccio, quando fu pubblicato, suscitò in qualcuno duraturi risentimenti. (Lo stesso duca, molti anni dopo, quando gli fu chiesto se ci fosse qualcosa nella sua vita di cui s’era pentito e che avrebbe potuto far meglio, rispose: «Sì, avrei dovuto lodare di più»). All’alba, portando con sé il dispaccio da spedire, il duca risalì a cavallo e partì per Bruxelles, per essere in grado di comunicare meglio e più rapidamente con l’Inghilterra; la politica, in un momento come quello, diventava più importante della guerra. E tut342

tavia, dopo aver sigillato il dispaccio ufficiale, che venne immediatamente mandato a Londra insieme con le due aquile catturate durante la battaglia, Wellington trascorse gran parte della giornata scrivendo lettere private, da cui traspare chiaramente quello shock emotivo che nel dispaccio per il governo era stato così accuratamente mascherato. Una delle prime, datata alle otto e mezza del mattino, era per lady Frances Webster. «Le mie perdite sono immense. Lord Uxbridge, Lord Fitzroy Somerset, il generale Cooke, il generale Barnes e il colonnello Berkeley sono feriti; il colonnello de Lancey, Canning, Gordon, il generale Picton uccisi. Il dito della Provvidenza è stato su di me, ed io solo ne sono uscito illeso». La morte dei suoi amici toglieva qualsiasi trionfalismo alla sensazione d’essere stato protetto dalla Provvidenza, e anzi la trasformava quasi in un senso di colpa. Scrisse al conte di Aberdeen per annunciargli la morte di suo fratello, Sir Alexander Gordon: «Non posso esprimevi il rimpianto e il dolore con cui guardo intorno a me, vedendo le perdite che ho subìto, prima fra tutte quella di vostro fratello. La gloria che risulta da simili imprese, pagata così cara, non è una consolazione». «Le perdite che ho subìto mi hanno stroncato», scrisse al duca di Beaufort, annunciandogli che suo fratello, Lord Fitzroy Somerset, aveva perduto un braccio; «e non riesco a entusiasmarmi per i risultati che abbiamo ottenuto». Certamente è all’opera, qui, una retorica del lutto, e non bisognerà prendere proprio alla lettera tutto ciò che il duca poté scrivere in queste tristi lettere; ma che si trovasse in uno stato di profonda agitazione, e tutt’altro che entusiastico, è fuori di dubbio. Nella lettera più sincera di tutte, quella al fratello William, traspare un altro motivo conduttore destinato a tornare più volte a galla: la consapevolezza, cioè, che quella grande vittoria era stata a un pelo dal trasformarsi un una grande catastrofe. «È stata la faccenda più disperata in cui mi sia mai trovato. Non sono mai stato così nei guai in nessuna battaglia, e mai così vicino ad essere battuto. Le nostre perdite sono immense, specialmente nel migliore di tutti gli strumenti, la fanteria britannica. Non l’ho mai vista comportarsi così bene». («È sicuro che gli ho fatto passare un brutto quarto d’ora», commentò Napoleone a Sant’Elena). Riconoscendo Mr. Creevey in mezzo alla folla che sostava sotto le finestre del suo albergo, il duca lo fece salire, e anche a lui disse le stesse cose, anche se già temperate da una punta di soddisfazione perso343

nale. «È stata una faccenda maledettamente seria», dichiarò il duca. «C’è mancato proprio un niente; la faccenda più incerta fino all’ultimo che abbiate mai visto in vita vostra. Per Dio! Non credo che sarebbe finita bene, se io non fossi stato là». La consapevolezza d’essere stato vicinissimo a perdere la battaglia rimase viva ancora per qualche tempo nel duca, prima che il trionfalismo con cui fu accolto in patria cominciasse ad appannarla. Un mese dopo la battaglia uno dei suoi uomini di fiducia, Thomas Sydenham, che non era stato a Waterloo ma lo aveva raggiunto poco dopo a Parigi, scrisse al fratello di avere a lungo parlato col Padrone, com’essi lo chiamavano fra loro, di quella memorabile giornata. Il duca continuava a non avere una grande opinione di Bonaparte come generale, e seguitava a descriverlo tramite metafore pugilistiche poco lusinghiere: «dice che l’ha sempre considerato un gran ghiottone, che combatte molto duro per impadronirsi d’una posizione, ma non ha più risorse se il suo attacco principale fallisce». E tuttavia, continua Sydenham, «ho notato che quando parla della battaglia di Waterloo la menziona sempre con qualche espressione di orrore, come ‘è stata una faccenda tremenda’, ‘una battaglia terribile’, o ‘una giornata spaventosa’, levando le braccia e agitando le mani. Ha ripetuto più volte che non ha mai dovuto darsi tanto da fare per una battaglia, che nessuna battaglia gli è mai costata una tale ansietà». Fra i giovani ufficiali dello staff, la cui ammirazione per il grand’uomo era temperata da una punta di irriverenza, non era un segreto che il Padrone era andato vicino a perdere la battaglia di Waterloo. Il capitano Jackson, dopo aver parlato con alcuni di loro, riferì che «tutti erano d’accordo che il duca non era mai stato premuto così severamente prima, e mai aveva avuto tanta difficoltà a mantenere la sua posizione». Ma quello che fa più onore a Wellington è aver deciso, l’indomani della sua più grande vittoria, che il mestiere delle armi era uno sporco mestiere. Poche settimane dopo, in una conversazione con lady Shelley, quest’idea aveva già assunto una forma compiuta: «Spero in Dio di aver combattuto la mia ultima battaglia. Non è una bella cosa dover sempre combattere». Ma già quella prima notte, al capezzale di Sir William de Lancey, che sembrava dover sopravvivere alle sue lesioni e invece sarebbe morto pochi giorni dopo, il duca aveva detto: «Spero di non vedere più un’altra battaglia; questa è stata troppo scioccante. È troppo vedere uomini 344

così valorosi, così degni gli uni degli altri, che si tagliano a pezzi in quel modo». Lord Fitzroy Somerset, che era presente, lo raccontò ad altri, e la frase del duca circolò fra gli ufficiali, riscuotendo l’approvazione di molti. Qualcuno la riferì anche a Sir Augustus Frazer: il duca, gli dissero, aveva confessato di non aver mai visto una battaglia simile, e sperava di non vederla mai più. Frazer trovò che c’era un solo commento adeguato: «A questo augurio noi tutti rispondiamo: Amen».

Nella giornata di Waterloo, quasi 200 mila uomini si erano affrontati in un fazzoletto di terra di appena quattro chilometri per quattro: mai, né prima né dopo di allora, un così gran numero di soldati è stato ammassato in un campo di battaglia così circoscritto. (A titolo di confronto, più di 250 mila uomini della VI armata di Paulus vennero circondati dai sovietici nella sacca di Stalingrado, sul finire del 1942; ma la sacca aveva un diametro di 60 chilometri). È naturale chiedersi quanti di loro vi trovarono la morte, ma i limiti delle statistiche impediscono di rispondere con certezza a questa domanda. I dati più attendibili elencano per l’esercito di Wellington 3500 morti, 3300 dispersi, 10.200 feriti; dei dispersi inglesi, una buona metà tornarono in seguito ai loro reggimenti, mentre gli altri vennero dichiarati ufficialmente morti. Ma finché qualcuno non avrà esaminato, reggimento per reggimento, tutti i dati conservati al Public Record Office, sarà impossibile stabilire quanti dei feriti non sopravvissero, anche se si può proporre una stima approssimativa fra i mille e i duemila. Le perdite prussiane, secondo le statistiche disponibili, assommano a 1200 morti, 1400 dispersi, 4400 feriti; ma non sono stati pubblicati dati né sulla sorte dei dispersi né sulla mortalità dei feriti, ed è improbabile che lo siano in futuro, data la distruzione degli archivi militari prussiani durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Quanto ai francesi, è impossibile calcolare le loro perdite, poiché nessuno si preoccupò di aggiornare i ruolini reggimentali nei giorni immediatamente successivi alla catastrofe. Il 22 giugno, a Laon, quando la grande fuga ebbe finalmente termine, Soult, d’Erlon e Reille riuscirono a radunare circa 349

30.000 uomini ancora disciplinati e in grado di combattere, con una cinquantina di cannoni: quasi 40.000, dunque, erano andati perduti, ma è impossibile sapere quanti di costoro erano rimasti, morti, feriti o prigionieri, sul campo di battaglia, e quanti se n’erano semplicemente tornati a casa. Tuttavia la pubblicistica francese, nei primi anni dopo Waterloo, valutava le perdite dell’imperatore a 24-26.000 uomini, di cui 6-7000 prigionieri, e la cifra non appare affatto inverosimile; purché, s’intende, ad essa si aggiungano altri 15.000 uomini, un terzo dei superstiti, che disertarono le bandiere nei giorni seguenti, sotto l’impressione della disfatta e dello spietato inseguimento prussiano. Molti storici propongono cifre più alte per i morti e i feriti francesi, coll’argomento che le perdite subite dagli sconfitti a Waterloo debbono essere state decisamente superiori a quelle avversarie; l’unico dato statistico disponibile, quello relativo agli ufficiali, induce tuttavia a dubitarne. In tutto, durante la battaglia risultano morti o dispersi 207 ufficiali francesi, e altri 66 morirono in seguito alle loro ferite. Collazionando le statistiche avversarie, più numerose e contraddittorie, anche perché riguardano parecchi eserciti del tutto separati dal punto di vista amministrativo, si arriva a un minimo di 218 ufficiali morti o dispersi nell’esercito di Wellington e 61 in quello prussiano. I feriti morti in seguito, tranne rare eccezioni, non risultano compresi in questi totali, né sono stati pubblicati dati attendibili in proposito, salvo per l’esercito britannico. Escludendoli dunque dal computo e limitandoci al solo dato comparabile, risulterebbe che nella giornata del 18 morirono o andarono dispersi 207 ufficiali tra i francesi, e 279 fra i loro avversari: è dunque legittimo chiedersi se dopo tutto le perdite dell’esercito di Napoleone nel corso della battaglia non siano state addirittura inferiori a quelle del nemico. Contrariamente a quel che si crede, insomma, l’Armée du Nord non venne interamente distrutta a Waterloo; ma la sua volontà di resistenza era stata spezzata per sempre. «Gli uomini spariscono in tutte le direzioni alla prima occasione», comunicò Soult all’imperatore quattro giorni dopo la battaglia. «La cavalleria mostra più disciplina ed è in migliori condizioni. La fanteria è totalmente demoralizzata e gli uomini vanno dicendo le cose più incredibili». L’imperatore, a quella data, non era più con l’esercito, perché s’era precipitato a Parigi nella speranza di tenere in pugno la situazione 350

politica; ma s’ingannava, tanto che quello stesso giorno, il 22, fu costretto ad abdicare. Quegli uomini che nonostante tutto rimasero sotto le bandiere, e che ancora nei primi giorni di luglio tennero sanguinosamente in scacco i prussiani alla periferia di Parigi, non combattevano più per l’imperatore, ma per la Francia. Benché tutti riconoscessero la sua importanza epocale, ci volle un po’ di tempo perché ci si mettesse d’accordo sul nome da attribuire alla battaglia del 18 giugno. La tradizione vuole che Blücher, colpito dal valore profetico del nome della Belle Alliance, abbia suggerito già quella sera di battezzarla così, ed è un fatto che i prussiani si sforzarono per molto tempo di accreditare questa denominazione: una delle piazze più importanti di Berlino venne ribattezzata Belle-Alliance-Platz, e fino alla Prima Guerra Mondiale gli storici tedeschi preferivano parlare della «Schlacht bei BelleAlliance». I francesi, almeno all’inizio, erano incerti; durante la battaglia, il maresciallo Soult aveva scritto a Grouchy il suo dispaccio dell’una datandolo «Du champ de bataille de Waterloo», ma qualche tempo dopo il colonnello Combes-Brassard parlava ancora della «bataille de Soignies», e le pubblicazioni apparse a Parigi negli anni immediatamente successivi si riferivano per lo più alla «journée de Mont-Saint-Jean». Ma Wellington preferì utilizzare il nome di Waterloo, da cui datò il dispaccio della vittoria, e che aveva il vantaggio d’essere decisamente più pronunciabile per un inglese; l’egemonia britannica in Europa e nel mondo, che proprio Waterloo aveva sancito, fece sì che questa versione finisse per imporsi. E così la battaglia di Waterloo entrò nella storia, e nella leggenda. Tutte le generazioni vissute in Europa fino alla Prima Guerra Mondiale la considerarono come lo spartiacque che aveva impresso una svolta decisiva alla storia del mondo. Per molti, la battaglia aveva aperto un’era mirabolante di pace, prosperità e progresso: il capitano Pattison, scrivendo nel 1868 i suoi ricordi in un memoriale destinato ai nipotini, ne parla come dell’evento «che detronizzò Napoleone e assicurò all’Europa una pace ininterrotta per più di quarant’anni; e durante questo periodo noi tutti ne abbiamo raccolto i frutti». Per altri, meno soddisfatti di vivere in un mondo dominato dal commercio inglese e vigilato dalle cannoniere di Sua Maestà, il nome di Waterloo aveva un rintocco sinistro: era la «morne plaine», la triste pianura di Victor Hugo, dove l’aqui351

la finì nel fango e s’infranse il sogno generoso del più grande uomo mai vissuto. Gli uni e gli altri, comunque, si sarebbero trovati d’accordo con l’affermazione dello scrittore francese: «Quel giorno fu mutata la prospettiva del genere umano. Waterloo è il cardine del secolo Diciannovesimo». Com’è noto, il Ventesimo secolo si è poi incaricato di spazzar via le illusioni di illimitato progresso e di pace perpetua diffuse all’indomani di Waterloo. Le grandi celebrazioni previste per il centesimo anniversario della battaglia, caduto nel 1915, dovettero essere annullate per i motivi che si possono ben immaginare. Dopo di allora altri grandi uomini sono apparsi alla ribalta della storia, capaci di salire dal nulla e ripiombarvi a capofitto, spargendo molto più sangue di quanto non avesse fatto Napoleone. Al tempo stesso, una storiografia sempre più attenta alle forze profonde, ai condizionamenti economici, ai fattori strutturali e alla lunga durata ci ha abituati a non credere più che un singolo evento, per quanto memorabile, possa invertire l’evoluzione della storia umana. Se si dovesse scrivere uno di quei divertimenti che in inglese si chiamano what-ifs e in italiano, più pomposamente, ucronie, immaginando che cosa sarebbe successo se Napoleone avesse vinto la battaglia di Waterloo, la tentazione sarebbe quella di proporre una storia diversa solo negli anni immediatamente successivi al 1815. Le idee liberali sarebbero state meno emarginate e perseguitate di quanto non sia accaduto in realtà al tempo della Santa Alleanza, e probabilmente in Francia non ci sarebbe stata la rivoluzione del 1830; ma dopo quella data le differenze si ridurrebbero a semplici dettagli, come la diversa carriera politica di lord Wellington. L’egemonia economica, e dunque politica, dell’Inghilterra nel mondo si sarebbe imposta lo stesso; la Prussia, mezzo secolo dopo, avrebbe egualmente posto la sua candidatura alla guida d’una Germania unita; e quanto alla Francia, è seducente immaginare che prima o poi sarebbe comunque salito al trono Napoleone III, e che suppergiù dal 1850 la storia del mondo sarebbe stata perfettamente identica a quella che conosciamo. Ma questi sono i ragionamenti dello storico, che può permettersi di vedere le cose da lontano e far passare i decenni sulla punta delle dita. Per gli uomini che combatterono sul campo di battaglia di Waterloo, e per la maggior parte dei loro contemporanei, la vita sarebbe stata in qualche modo diversa se l’esito fosse mutato. 352

Tutti coloro che vivevano allora in Europa occidentale, e che ebbero notizia della battaglia e compresero ciò che essa significava, provarono un’intensa emozione, e le attribuirono subito una poderosa forza simbolica. Una volta incisi così profondamente nella memoria collettiva, i grandi avvenimenti continuano a vivere di vita propria, nonostante il mutare dei tempi: ed è per questo che ancor oggi, a quasi due secoli di distanza, e magari senza neppure sapere esattamente il perché, tutti noi continuiamo a essere affascinati dal nome di Waterloo.

La bibliografia su Waterloo è immensa; ma alcune pubblicazioni recenti hanno a tal punto sistematizzato, ampliato, e in parte modificato la nostra conoscenza della battaglia, da soppiantare a tutti gli effetti quasi tutta la vecchia bibliografia. Citiamo, in ordine cronologico, il libro di D. Hamilton-Williams, Waterloo. New Perspectives, London 1993, controverso, drastico nel denunciare la visione ‘politicamente corretta’ della battaglia imposta nell’Ottocento dalla storiografia inglese, molto spesso inaffidabile nei dettagli, e tuttavia importante; quello più accurato, ma altrettanto innovativo di P. Hofschroer, 1815: The Waterloo Campaign. The German Victory: from Waterloo to the Fall of Napoleon, London 1999, che con ampio ricorso a fonti finora poco utilizzate enfatizza il ruolo degli eserciti tedeschi; quello di P.J. Haythornthwaite, Waterloo Men. The Experience of Battle, 16-18 June 1815, Marlborough 1999, d’impianto decisamente più tradizionale e unilateralmente di parte inglese, ma con una ricchissima scelta di testimonianze; quello, di taglio enciclopedico, di M. Adkin, The Waterloo Companion, London 2001, poderosa raccolta di informazioni, con un’eccellente serie di mappe. Da parte francofona, va citata soprattutto la serie di volumi, o meglio album, fortemente illustrati, di B. Coppens e P. Courcelle, cui si sono aggiunti ora altri collaboratori, e che formano una collana dal titolo Waterloo 1815. Les Carnets de la Campagne. Ne sono finora usciti cinque, ciascuno con un proprio titolo, il primo dei quali è Hougoumont, Bruxelles 1999; tutti offrono testimonianze, immagini e punti di vista inediti su singoli aspetti della battaglia, con una maggiore attenzione al punto di vista francese di quanto non accada nelle altre opere segnalate. Fra i classici che vale sempre la pena di leggere, o per la vastità della ricostruzione o per l’acutezza dell’analisi, indicherei, con una scelta del tutto personale, almeno W. Siborne, History of the Waterloo Cam-

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paign, London 1848; H. Houssaye, 1815, Paris 1899; E. Longford, Wellington. The Years of the Sword, London 1969; nonché J. Keegan, The Face of Battle. A Study of Agincourt, Waterloo and the Somme, London 1976 (trad. it., Il volto della battaglia, Milano 2001), probabilmente lo studio più acuto e istruttivo della realtà del combattimento napoleonico. La principale monografia su Waterloo finora disponibile in italiano, D. Chandler, Waterloo, Milano 1982, non è invece interamente all’altezza di altre opere di questo grande studioso. Le testimonianze coeve citate nel presente libro sono in parte tratte, quando si tratta di ufficiali inglesi, dal volume Waterloo Letters, a cura di H.T. Siborne, London 1891. Le altre sono in genere reperibili a stampa sotto il nome dell’autore, in edizioni ottocentesche e non di rado in nuove edizioni o reprints dell’ultimo decennio; e possono comunque essere facilmente reperite tramite la bibliografia sopra citata. In particolare, alcune testimonianze che allo specialista appariranno forse meno familiari, come quelle del capitano von Scriba, del caporale Canler e del soldato Hechel, sono state portate in luce l’una da P. Hofschroer, le altre da B. Coppens e P. Courcelle. Solo tre fra le testimonianze da me utilizzate sono state finora pressoché ignorate dalla storiografia, e sono quelle del generale Desales, del colonnello Combes-Brassard e del chef de bataillon Jolyet, originariamente pubblicate in sedi diverse fra il 1895 e il 1903, e ora ripubblicate nel volume Souvenirs et correspondance sur la bataille de Waterloo, Paris 2000. I dati statistici sugli ufficiali caduti a Waterloo sono tratti, per l’esercito francese, da A. Pigeard, Les campagnes napoléoniennes, Entremont-le-Vieux 1998, vol. II, pp. 778-80; per gli eserciti alleati, dalle appendici di Siborne, History of the Waterloo Campaign, cit., integrato, per quanto riguarda l’esercito inglese, da C. Dalton, The Waterloo Roll Call, London 1904, e per quanto riguarda gli altri eserciti dalle pubblicazioni specialistiche contenute nella serie «Men-at-Arms» della casa editrice Osprey.

Indice delle tavole

Tav. 1. Tav. 2. Tav. 3. Tav. 4. Tav. 5. Tav. 6. Tav. 7. Tav. 8. Tav. 9. Tav. 10. Tav. 11. Tav. 12.

Il campo di battaglia L’area strategica della campagna Ingrandimento della mappa di Ferraris e Capitaine La ritirata prussiana e l’inseguimento di Grouchy Percorso di von Bülow Lo schieramento di Wellington Lo schieramento di Napoleone Fanteria schierata in linea Formazioni tattiche dei battaglioni di fanteria Movimenti di Grouchy la prima mattina del 18 giugno Movimenti di Grouchy il 18 giugno L’avanzata di d’Erlon e il cedimento della fanteria alleata Tav. 13. La carica di Ponsonby ed il crollo del corpo di d’Erlon Tav. 14. L’attacco della Guardia

4 7 9 44 56 65 69 82 83 113 121 138 163 293

Indice dei nomi

127-29, 133, 135, 137-38, 142-44, 146, 161-62.

A Aberdeen, duca di, fratello di Sir Alexander Gordon, 343. Adam, Frederick, comandante di una brigata inglese, divisione Clinton, 202, 216, 235-36, 241, 247, 249-52, 285-90, 293, 302-4, 310, 312-13, 320-21. Alava, don Miguel de, inviato del re di Spagna presso Wellington, 341. Alì, mamelucco di Napoleone, 277278. Alten, Sir Charles (Karl von), comandante di una divisione nell’esercito di Wellington, 32, 6566, 124, 188, 258, 266, 282-83. Anderson, sergente, padre del colonnello Hamilton degli Scots Greys, 173. Anderson, soldato del 30° reggimento, brigata di Halkett, 262. Angelet, maggiore del 3° Cacciatori della Guardia Imperiale, 301. Arentschildt, Sir Frederick (Friedrich von), comandante di una brigata di cavalleria anglo-hannoveriana, 65-66. Aulard, generale, comandante di brigata nella divisione Donzelot,

B Bachelu, generale, comandante di una divisione nel corpo di Reille, 37, 69, 249-50, 287. Ballam, sergente maggiore del 73° reggimento, brigata di Halkett, 262. Baring, von, maggiore, comandante del 2° Leggero KGL, brigata di Ompteda, responsabile della difesa della Haye Sainte, di cui ha lasciato una dettagliatissima relazione, 125-28, 130, 132-33, 196197, 200-1, 206, 253-56, 283. Barnard, Sir Andrew, comandante del 1/95° fucilieri, brigata di Kempt, 55, 126, 137, 143. Barnes, Sir Edward, aiutante generale di Wellington, 191, 343. Barton, capitano del 12° Dragoni Leggeri, brigata di Vandeleur, 314. Bartram, soldato del 40° reggimento, brigata di Lambert, 73. Bauduin, generale, comandante di brigata nella divisione del principe Gerolamo, 93, 95, 97, 102. Beaufort, duca di, fratello di lord Fitzroy Somerset, 343.

363

Brack, de, capitano dei Lancieri della Guardia Imperiale, 240. Braun, capitano di artiglieria, comandante di una batteria hannoveriana, 140. Bridges, capitano dei Royal Engineers, 323. Brô, colonnello del 4° Lancieri, divisione di cavalleria di Jacquinot, 325-26. Browne, maggiore del 40° reggimento, brigata di Lambert, 285, 339. Bull, maggiore di artiglieria, comandante di una batteria inglese, 9697, 100-1. Bülow, von, generale, comandante del IV corpo prussiano, 17, 56-57, 62, 114-20, 123-24, 218-24, 226227, 245, 268, 271, 273-75, 320. Burton, sergente del 73° reggimento, brigata di Halkett, 54, 329. Büsgen, von, maggiore, comandante del I/2° Nassau, brigata del principe di Sassonia-Weimar, 95, 251252. Byng, Sir John, generale, comandante di una brigata di Foot Guards, 94, 105, 251-52.

Belcher, tenente del 32° reggimento, brigata di Kempt, 144. Berkeley, Sir George, colonnello, dello staff di Wellington, 343. Bernard, colonnello di artiglieria, comandante di un settore della Grande batterie, 108. Best, colonnello, comandante di una brigata hannoveriana, divisione di Cole, 64, 138-39, 163, 171, 195, 276. Beurnonville, de, colonnello, ex comandante del 1° Leggero, brigata Bauduin, 103. Bijlandt, Van, conte, comandante di una brigata dei Paesi Bassi, divisione di Perponcher, 137-39, 141, 146, 151, 171, 193, 222. Blair, maggiore, aiutante di brigata del generale Adam, 286-87, 313, 320. Blaze, Elzéar, capitano, memorialista militare, 27, 136. Blücher, Gebhardt, von, principe di Wahlstadt, feldmaresciallo, comandante dell’esercito prussiano in Belgio, XI, 11, 14-17, 29, 41, 4546, 62, 153, 218-20, 223, 226, 228, 230, 268-69, 271, 273-74, 321-23, 339, 351. Bolton, Samuel, capitano di artiglieria, comandante di una batteria inglese, 100, 263, 289, 302, 339. Boreel, Van, colonnello, comandante del 5° Ussari olandese, brigata di Van Merlen, 260. Bornstedt, von, maggiore, comandante di battaglione del 1° Kurmark Landwehr, corpo d’armata di Thielemann, 55. Bösewiel, von, maggiore del 2° Leggero KGL, brigata di Ompteda, 127. Bourgeois, generale, comandante di brigata nella divisione Quiot, 136, 138, 141, 146, 149, 165, 167, 169.

C Cambronne, generale, comandante del 2/1° Cacciatori della Vecchia Guardia, 318. Cameron, colonnello del 92° reggimento (Gordon Highlanders), ucciso a Quatre Bras, 53. Campi, generale, comandante di brigata nella divisione Bachelu, 250. Canler, caporale del 28° di linea, brigata Bourgeois; ha lasciato una testimonianza interessante sull’attacco del corpo di d’Erlon, 54, 141, 167, 279.

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mandante di una divisione nell’esercito di Wellington, 65-66. Colborne, Sir John, colonnello del 52° Leggero, brigata di Adam, 67, 216, 285-86, 302-4, 310-11, 342. Cole, Sir Lowry, generale, comandante di una divisione nell’esercito di Wellington, assente dalla battaglia perché in licenza matrimoniale, 64. Combes-Brassard, colonnello, capo di stato maggiore del corpo di Mouton; la sua testimonianza contiene un gran numero di informazioni finora poco valorizzate dalla storiografia, 10, 119, 221, 351. Cooke, George, generale, comandante della divisione inglese della Guardia, 65-66, 252, 266, 343. Costello, sergente del 1/95° Fucilieri, brigata di Kempt, ferito a Quatre Bras, autore di un memoriale ricco di aneddoti, 38, 338. Cotter, capitano del 69° reggimento, brigata di Halkett, 36. Cotton, sergente del 7° ussari, brigata di Grant, poi memorialista e guida turistica sul campo di battaglia di Waterloo, 36-37, 214, 286. Crabbé, colonnello, aiutante di campo del maresciallo Ney, comandante della prima carica di cavalleria contro il centro di Wellington, 130-31, 133, 152, 159-60, 162, 184, 198. Creevey, membro del Parlamento, a Bruxelles il giorno della battaglia, 191, 344. Croy, duca di, colonnello onorario dell’8° Ussari belga, brigata di Ghigny, 183. Cubières, de, colonnello, comandante del 1° Leggero, brigata Bauduin, uno dei protagonisti dell’at-

Canning, tenente colonnello, aiutante di campo di Wellington, 266, 343. Carey, tenente del 2° Leggero KGL, brigata di Ompteda, 133. Carré, colonnello del 21° di linea, brigata Nogues, 170. Cathcart, tenente, aiutante di campo di Wellington, 126, 257. Chambers, maggiore del 30° reggimento, brigata di Halkett, 322. Chapuis, capitano dell’85° di linea, brigata Brue, 52. Charlet, colonnello del 54° di linea, comandante di brigata nella divisione Quiot, 136, 138, 149, 167. Chassé, generale, comandante di una divisione dei Paesi Bassi, 6566, 290, 293, 298-99. Cheney, capitano del 2° Dragoni (Scots Greys), brigata di Ponsonby, 168. Clark, capitano del 1° Dragoni (Royals), brigata di Ponsonby; nella sua testimonianza descrive la cattura dell’aquila del 105° di linea durante la carica della cavalleria inglese contro il corpo di d’Erlon, 61, 166, 170. Clarke, alfiere del 40° reggimento, brigata di Lambert, 339. Clausewitz, von, generale, capo di stato maggiore del corpo di Thielemann, scrittore militare, autore di una storia della campagna del 1815, 68, 75-76, 137, 227-28, 324, 327. Clay, Matthew, soldato semplice del 3° Foot Guards, brigata di Byng, autore di una testimonianza importante sulla difesa di Hougoumont, 51-52, 104. Cleeve, capitano di artiglieria, comandante di una batteria hannoveriana, 125, 263-64, 294. Clinton, Sir Henry, generale, co-

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D’Oyley, Sir Francis («Frank»), tenente colonnello del 3/1° Foot Guards, brigata di Maitland, 86. Drouot, generale, comandante della Guardia Imperiale, 58, 70. Duhesme, generale, comandante della divisione della Giovane Guardia, 226, 269-71. Dundas, Sir David, autore del manuale di addestramento inglese (1788), 85-86, 89. Duperier, tenente, aiutante del 18° Ussari, brigata di Vivian, autore di una colorita testimonianza sulle ultime fasi della battaglia, 291, 312, 316. Du Plat, colonnello, comandante di una brigata della King’s German Legion, divisione di Clinton, 190, 202, 247-49, 251-52. Durutte, generale, comandante di una divisione del corpo di d’Erlon, 26, 69, 135-36, 171-72, 179, 181, 193-95, 274-77, 279, 316, 319, 327. Duthilt, capitano, aiutante di campo del generale Bourgeois, 27, 35-36, 141, 286, 309. Duvivier, colonnello dell’8° Ussari belga, brigata di de Ghigny, 183.

tacco a Hougoumont, 93, 95, 102104. Culemann, tenente del 18° Fanteria, corpo di Bülow, 229.

D Dawson, George, tenente, dello staff di Wellington, 315. De Collaert, generale, comandante della divisione di cavalleria dei Paesi Bassi, 65, 183, 210, 260. De Coster, contadino del luogo, guida di Napoleone, 71, 112, 150. Dejean, generale, aiutante di campo di Napoleone, 282. De Jongh, colonnello, comandante dell’8° battaglione di milizia olandese, brigata di Bijlandt, 146. Desales, generale, comandante dell’artiglieria del corpo di d’Erlon, autore di un importante memoriale sulle operazioni della Grande batterie, 28, 50-51, 106-11, 124, 140, 174-76, 218. Desvaux de St. Maurice, generale, comandante dell’artiglieria della Guardia Imperiale, 188. Detmers, colonnello, comandante di brigata nella divisione Chassé, 202, 298-99, 312. Dickson, caporale del 2° Dragoni (Scots Greys), brigata di Ponsonby, 38, 173, 179. Domon, generale, comandante di una divisione di cavalleria leggera francese, 69-70, 114, 221, 223-24. Donzelot, generale, comandante di una divisione del corpo di d’Erlon, 26, 69, 127, 134, 193, 253, 257, 279. Dornberg, Sir William (Wilhelm von), generale, comandante di una brigata di cavalleria anglohannoveriana, 65-66, 210-11, 290, 312.

E Elley, Sir John, vice aiutante generale di Wellington, 23. Ellis, Sir Henry, colonnello del 23° Fucilieri, brigata di Mitchell, 98. Elphinstone, colonnello del 33° reggimento, brigata di Halkett, 295296, 322. Erlon, d’, generale, comandante del I corpo francese, 10, 26, 35, 50, 57-90, 68, 70-71, 77-80, 106, 111, 119, 124, 127, 131, 134-40, 142, 150-51, 163, 165, 172, 188, 191195, 218, 221, 223, 245, 253, 279,

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281-82, 285, 292, 298-99, 305, 349. Ewart, sergente, 2° Dragoni (Scots Greys), brigata di Ponsonby, 169.

ra dei Paesi Bassi, 183, 260, 290, 312. Gneisenau, von, generale, capo di stato maggiore dell’esercito di Blücher, 16-17, 117, 219, 230, 324, 327. Goeben, von, capitano del 3° Ussari KGL, brigata di Arentschildt, 211, 240. Gomm, Sir William, tenente colonnello, dello staff di Wellington, 142, 340. Gordon, Sir Alexander, tenente colonnello, aiutante di campo di Wellington, 266, 341-43. Gould, Charles, tenente colonnello di artiglieria, 191, 206. Gourgaud, generale, aiutante di campo di Napoleone, 41, 181. Graeme, tenente, 2° Leggero KGL, brigata di Ompteda; uno dei testimoni più importanti della difesa della Haye Sainte, 129-30, 133, 161, 196, 256-57. Grant, Sir Colquhoun, generale, comandante di una brigata di cavalleria anglo-hannoveriana, 65-66, 210, 290. Grenier, generale, comandante di brigata nella divisione Marcognet, 136, 138, 149, 168-70. Gronow, alfiere del 3/1° Foot Guards, brigata di Maitland; la sua testimonianza è fra le più vivide sulle cariche di cavalleria contro i quadrati, 207, 232, 234, 240241. Grouchy, conte Emmanuel de, maresciallo, comandante dell’ala destra francese, impegnata nell’inseguimento dei prussiani in direzione di Wavre, 43-45, 58, 60, 63, 112-14, 118-24, 230, 281-82, 309, 351. Guilleminot, generale, capo di stato

F Falkenhausen, von, maggiore di cavalleria del 3º Schlesisches Landwehr, corpo di Bülow, 218-19. Fantin des Odoards, colonnello del 22° di linea, 72. Farine, generale, comandante di una brigata di corazzieri del corpo di Milhaud, 176. Farmer, caporale dell’11° Dragoni Leggeri, brigata di Vandeleur, 73, 332. Ford, tenente del 40° reggimento, brigata di Lambert, 339. Fouler, generale, direttore della scuderia imperiale, 278. Foy, generale, comandante di una divisione del corpo di Reille, 25, 69, 112, 155, 246-50, 293. Frank, alfiere del 2° Leggero KGL, brigata di Ompteda, 133, 256. Frazer, Sir Augustus, tenente colonnello, comandante dell’artiglieria a cavallo nell’esercito di Wellington; le sue lettere alla moglie sono una delle testimonianze più significative della battaglia, 12, 52, 115, 233, 242, 286-87, 338-39, 345.

G Genty, colonnello del 105° di linea, brigata di Bourgeois, 167. Gerolamo Bonaparte, fratello di Napoleone, comandante di una divisione del corpo di Reille, 27, 59-60, 80, 92-93, 97, 101, 246. Ghigny, de, generale, comandante di una brigata di cavalleria legge-

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mandante del 2/3° Foot Guards, brigata di Byng, 252 Heyland, maggiore, comandante del 40° reggimento, brigata di Lambert, 339. Hill, lord, comandante del II corpo d’armata nell’esercito di Wellington, 63, 302. Hill, Sir Robert, colonnello, comandante delle Royal Horse Guards o «Blues», brigata di Somerset, 154, 162. Hiller, von, colonnello, comandante la 16ª brigata del corpo di Bülow, 228-30. Hofschroer, Peter, storico militare, 30, 230. Houssaye, Henry, storico militare, 27. Howard, Frederick, maggiore del 10° Ussari, brigata di Vivian, 315. Howard, James, tenente del 33° reggimento, brigata di Halkett, 267, 340. Hugo, Victor, scrittore, 159, 351. Hume, medico personale di Wellington, 342.

maggiore della divisione del principe Gerolamo Bonaparte, 92. Guyot, generale, comandante della divisione di cavalleria pesante della Guardia Imperiale, 69-70, 231.

H Hake, von, colonnello, comandante dei Cumberland Hussars, 213. Halkett, Sir Colin, comandante di una brigata inglese della divisione di Alten, 50, 189, 202, 243, 251, 259, 266-67, 289, 293-99. Halkett, Hew, comandante di una brigata hannoveriana della divisione di Clinton, 251-52, 312, 314, 317-18, 320, 322. Hamilton, James, colonnello del 2° Dragoni (Scots Greys), brigata di Ponsonby, 173-74, 180. Hamilton, Andrew, maggiore, aiutante di campo di Sir Edward Barnes, 191. Hamilton, Archibald, tenente del 2° Dragoni (Scots Greys), brigata di Ponsonby, 179. Hanger, colonnello, scrittore militare, 147. Hardinge, Sir Henry, ufficiale di collegamento inglese presso il comando prussiano, 15, 17. Hart, tenente del 33° reggimento, brigata di Halkett, 216. Hay, lord, aiutante di campo di Maitland, ucciso a Quatre Bras, 158. Hay, tenente del 12° Dragoni Leggeri, brigata di Vandeleur, 332. Hechel, Johann Karl, soldato del 12° Fanteria, corpo di Ziethen, autore di una delle pochissime testimonianze dal basso sui combattimenti intorno a Smohain nella fase finale della battaglia, 276-77, 337. Hepburn, tenente colonnello, co-

I Ingilby, tenente dell’artiglieria a cavallo, batteria di Gardiner, 321, 334, 337. Irby, capitano del 2° Life Guards, brigata di Somerset, 162.

J Jackson, tenente, dello staff di Wellington, autore di una bella testimonianza sulle fasi finali della battaglia, 323-24, 331, 344. Jacquinot, generale, comandante della divisione di cavalleria del corpo di d’Erlon, 176-79, 182-84, 310.

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Klencke, von, colonnello, comandante del battaglione hannoveriano Lüneburg, brigata Kielmansegge, 130, 132. Krahmer, capitano, comandante di una batteria belga della divisione Chassé, 298. Kruse, von, generale, comandante del 1° Nassau, 32-33, 65-66, 189, 234, 254, 290, 293-95, 297.

Jerzmanowski, colonnello, comandante dei Lancieri della Guardia Imperiale, 201. Jolyet, chef de bataillon del 1° Leggero, brigata Bauduin, 80, 326-27.

K Keegan, John, storico militare, 265, 316. Keller, von, maggiore del 15° fanteria, corpo di von Bülow, 325. Kellermann, generale, comandante del III corpo di cavalleria francese, 67-70, 231, 244, 257, 287. Kelly, Dawson, maggiore, dello staff di Wellington, comandante della brigata di Halkett durante la carica della Guardia Imperiale, 295298. Kelly, Edward, capitano del 1° Life Guards, brigata di Somerset, 159, 339. Kempt, Sir James, generale, comandante di brigata nella divisione Picton, 139, 143-44, 146, 149, 161, 171, 188-89, 222, 260, 265, 279, 282. Keowan, alfiere del 14° reggimento, brigata di Mitchell, 330-31. Kerssenbruch, von, capitano del 3° Ussari KGL, brigata di Arentschildt, 212. Kielmansegge, generale conte, comandante di una brigata hannoveriana della divisione Alten, 124, 130, 133, 152, 189, 198, 253-54, 266, 283. Kincaid, John, capitano, aiutante del 1/95° fucilieri, brigata di Kempt; autore di una ricchissima testimonianza sui combattimenti nella zona della Haye Sainte, 55, 107, 109, 126-27, 129, 143-44, 161, 180, 259-60, 265, 267, 311, 334, 338.

L La Bédoyère, de, generale, aiutante di campo di Napoleone, 106. Lacy Evans, De, maggiore, aiutante di brigata di Sir William Ponsonby; uno dei pochi testimoni superstiti della carica della Union Brigade e della controcarica dei lancieri francesi, 61, 157, 165, 177-78. Lambert, Sir John, comandante di una brigata inglese, divisione Cole, 23, 40, 64-65, 188-89, 198, 260, 265, 285, 329. Lancey, de, Sir William, colonnello, quartiermastro generale, ovvero capo di stato maggiore, dell’esercito di Wellington, 12, 266, 331, 343, 345. Lane, tenente del 15° Ussari, brigata di Grant, 248. Langrehr, von, colonnello del battaglione Bremen, brigata Kielmansegge, 215. Larrey, capo chirurgo della Guardia Imperiale, 224, 324. Las Cases, Emmanuel, conte de, del seguito di Napoleone a Sant’Elena, 59, 203. Lawrence, sergente del 40° reggimento, brigata di Lambert, autore di una delle più significative testimonianze ‘dai ranghi’ sui com-

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Luard, maggiore del 16° Dragoni Leggeri, brigata di Vandeleur, 284. Lützow, von, ex comandante di Freikorps, tenente colonnello comandante di una brigata di cavalleria nel corpo di Ziethen, fatto prigioniero a Ligny, 319.

battimenti nella zona della Haye Sainte, 38, 73, 199, 217, 329. Leach, capitano del 1/95° Fucilieri, brigata di Kempt, 282, 284. Legros, tenente del 1° Leggero, brigata Bauduin, 104. Leeke, alfiere del 52° Leggero, brigata di Adam; autore di una testimonianza molto colorita sui combattimenti nella zona a ridosso di Hougoumont, 93, 216, 236, 287. Lefebvre-Desnouettes, generale, comandante della cavalleria leggera della Guardia Imperiale, 69-70, 201. Lemonnier-Delafosse, maggiore, aiutante di campo del generale Foy, 112, 249-50. Lennox, lord William Pitt, figlio del duca di Richmond, aiutante di campo di Sir Peregrine Maitland, 158. Levavasseur, colonnello, aiutante di campo del maresciallo Ney, autore di una delle testimonianze più importanti provenienti dal comando francese, 128, 282, 309. Lewis, fuciliere del 2/95° Fucilieri, brigata di Adam, 236-37. Lindau, Friedrich, fuciliere del 2° Leggero KGL, brigata di Ompteda, 36, 197, 254-56. Linsingen, von, colonnello del 5° KGL, brigata di Ompteda, 258259. Lloyd, maggiore di artiglieria, comandante di una batteria inglese, 243, 264, 294. Lock, soldato del 2° Dragoni (Scots Greys), brigata di Ponsonby, 179. L’Olivier, capitano del 7° battaglione belga di linea, brigata di Bijlandt, 147. Losthin, von, generale, comandante la 15ª brigata del corpo di Bülow, 228-29.

M Macara, Sir Robert, colonnello del 42° Highlanders (‘Black Watch’), ucciso a Quatre Bras, 171. Macdonald, maresciallo di Napoleone, non a Waterloo, 231. Macdonell, tenente colonnello del 2/Coldstream Guards, brigata di Byng, uno dei protagonisti della difesa di Hougoumont, 94, 103-4. Macleod, Henry, capitano, dello staff di Wellington, 53. Macready, alfiere del 30° reggimento, brigata di Halkett; la sua testimonianza è di primaria importanza per i combattimenti nella zona della Haye Sainte, dalle prime cariche contro i quadrati fino all’attacco della Guardia Imperiale, 73, 204, 241, 261, 266, 294, 296-99, 334. Maitland, Sir Peregrine, comandante di una brigata di Foot Guards, 94, 158, 202, 252, 288-89, 293, 295, 299-302, 304. Malet, colonnello, comandante del 3° Cacciatori della Guardia Imperiale, 301. Marbot, colonnello, comandante del 7° Ussari, divisione di Jacquinot, 114, 120-21, 177. Marchand, valletto di Napoleone, autore di importanti memorie, 41, 70, 277-78, 323, 325, 327. Marcognet, generale, comandante

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Morris, Thomas, soldato semplice del 73° reggimento, brigata di Halkett, autore di una delle più importanti testimonianze dal basso sull’intera battaglia, 54, 206, 214, 242, 261, 296, 329. Morris, William, soldato semplice del 73° reggimento, brigata di Halkett, 261. Mouton, conte di Lobau, generale, comandante del VI corpo francese, 70, 77, 119, 124, 221, 223-29, 231. Müffling, von, generale barone, ufficiale di collegamento prussiano presso il comando di Wellington, 15-16, 45, 104, 117, 219-20, 222, 226, 274-75. Müller, maggiore del battaglione Bremen, brigata Kielmansegge, 215. Mulgrave, lord, comandante generale dell’artiglieria del Regno Unito, 204. Murat, re di Napoli, maresciallo di Napoleone, 203. Murray, colonnello del 18° Ussari, brigata di Vivian, 284, 316. Muter, colonnello del 6° Dragoni (Inniskillings), brigata di Ponsonby, 168, 315.

di una divisione del corpo di d’Erlon, 26, 69, 135-36, 149, 165, 279. Maret, duca di Bassano, ministro degli Esteri di Napoleone, 328. Maria, vivandiera della Vecchia Guardia, 281. Marlborough, generale inglese d’inizio XVIII secolo, 340. Martin, capitano del 45° di linea, brigata di Grenier; una delle poche testimonianze di parte francese sull’avanzata del corpo di d’Erlon e la carica della cavalleria inglese, 111, 168-69, 175. Mauduit, Hippolyte, sergente della Guardia Imperiale, 34-35. May, tamburino del reggimento di Orange-Nassau, brigata del principe di Sassonia-Weimar, 194-95. Mercer, Cavalié, capitano d’artiglieria, comandante di una batteria a cavallo inglese, autore di coloritissime memorie sui combattimenti nel settore a ridosso di Hougoumont e le cariche contro i quadrati, 13, 32, 35, 53, 74, 99-100, 102, 191, 206, 232-33, 235, 243, 263, 314, 321, 330, 335-36. Merlen, Jean-Baptiste, Van, comandante di una brigata di cavalleria leggera dei Paesi Bassi, 31, 259. Michel, generale di divisione della Guardia Imperiale, 301. Milhaud, generale, comandante del IV corpo di cavalleria, 69-70, 176, 180, 184, 198, 201, 231, 244, 257. Milius, John, fuciliere del 1° Leggero KGL, brigata di Ompteda, 209. Miller, conducente nella batteria di Mercer, 233. Mitchell, colonnello del 51° Leggero, comandante di una brigata della divisione Colville, 65-66. Morand, generale di divisione della Guardia Imperiale, 272-73.

N Napier, capitano di artiglieria, batteria di Bolton, 289. Ney, maresciallo di Napoleone, incaricato di coordinare l’offensiva contro la posizione di Wellington a Waterloo, 11, 58, 74, 77-79, 109, 111, 117, 128, 131, 136, 174-75, 198, 203, 205, 210, 218, 231, 244245, 282, 305, 309. Nogues, generale, comandante di una brigata della divisione Marcognet, 136, 138, 149, 170.

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Perponcher-Sedlniztky, conte, generale, comandante di una divisione dei Paesi Bassi, 64-66, 107, 137, 139, 148, 193. Pétiet, colonnello, dello stato maggiore di Napoleone, 45. Petit, generale, comandante del 1° Granatieri della Vecchia Guardia, 320. Peyrusse, ufficiale pagatore dell’Armée du Nord e responsabile del tesoro di Napoleone, 328. Picton, Sir Thomas, generale, comandante di una divisione anglohannoveriana, 13, 64-65, 67, 109, 115, 124, 130, 139, 142, 144-46, 149, 151-52, 188, 260, 282, 330, 333, 340, 343. Pirch, generale, comandante del II corpo d’armata prussiano, 17, 271, 319-20. Piré, generale, comandante la divisione di cavalleria del corpo di Reille, 69, 237. Ponsonby, Sir Frederick, colonnello del 12° Dragoni Leggeri, brigata di Vandeleur, autore di una testimonianza memorabile sulle sue esperienze mentre giaceva ferito sul campo di battaglia, 182, 187, 333. Ponsonby, Sir William, generale, comandante di una brigata di cavalleria pesante («Union Brigade»), 61, 64-65, 109-10, 152, 156157, 163-65, 177-78, 182. Portarlington, lord, colonnello del 23° Dragoni Leggeri, brigata di Dornberg, 154, 315. Poten, maggiore del 1° Ussari KGL, brigata di Vivian, 313. Pratt, tenente del 30° reggimento, brigata di Halkett, 261.

O Olfermann, colonnello, comandante del corpo del Brunswick, 190. Ompteda, von, colonnello, comandante di una brigata della King’s German Legion, divisione di Alten, 124-25, 133, 138, 152, 196, 198, 200, 209, 253-55, 258, 283. Oppermann, chirurgo della brigata di Vincke, 172. Orange, Willem, principe d’, comandante del I corpo dell’esercito di Wellington, 24, 33, 63, 234, 258, 264, 290, 297, 340. Ordener, Michel, colonnello del 1° corazzieri, corpo di Milhaud, 160.

P Pack, Sir Denis, generale, comandante di una brigata della divisione Picton, 139, 149, 151, 160, 171, 222, 276, 279, 282. Pagan, tenente del 33° reggimento, brigata di Halkett, 216. Pakenham, Sir Edward, generale, cognato di Wellington, 189. Parsons, Jack, soldato semplice del 73° reggimento, brigata di Halkett, 39. Pattison, capitano del 33° reggimento, brigata di Halkett, autore di una testimonianza importante sull’azione nella zona della Haye Sainte, 216, 322, 335, 351. Paulus, Friedrich, feldmaresciallo tedesco, comandante della VI armata a Stalingrado, 349. Pégot, generale, comandante di una brigata della divisione Durutte, 280, 283. Pelet, generale, comandante del 2° Cacciatori della Vecchia Guardia, 273.

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Q

mento (Gordon Highlanders), 171, 310. Robbins, capitano del 7° Ussari, brigata di Grant, 212. Rogers, maggiore di artiglieria, comandante di una batteria inglese, 252. Rogers, tenente del 30° reggimento, brigata di Halkett, 262. Ross, Sir Hew, tenente colonnello di artiglieria, comandante di una batteria a cavallo inglese, 125, 127, 129, 134, 140, 152. Ross, John, capitano del 51° Leggero, brigata di Mitchell, 238-39. Roussel, colonnello, comandante del 10° di linea, corpo di Mouton, 270. Roussille, colonnello, comandante del 5° di linea, corpo di Mouton, 269-70. Rudyard, capitano di artiglieria, batteria di Lloyd, 264. Ruffo di Castelcicala, principe Paolo, ufficiale del 6° Dragoni (Inniskillings), 168. Ruty, generale, comandante dell’artiglieria dell’Armée du Nord, 108. Ryssel, von, generale, comandante della 14ª brigata del corpo di Bülow, 268-69.

Quentin, colonnello del 10° Ussari, brigata di Vivian, 51, 284. Quiot, generale, comandante di una divisione del corpo di d’Erlon, 26, 69, 135-36, 146, 149, 165, 167, 279.

R Radet, generale, comandante della polizia militare dell’Armée du Nord, 34, 319, 326. Ramsay, capitano di artiglieria, comandante di una batteria a cavallo inglese, 339. Reiche, von, colonnello, capo di stato maggiore del corpo di Ziethen, 274. Reichenbach, von, colonnello, comandante dell’11° Fanteria, corpo di Pirch, 269. Reignolds, maggiore, aiutante di brigata di Sir William Ponsonby, 178. Reille, generale, comandante del II corpo francese, 59, 68, 70, 77-80, 91-93, 98-99, 137, 190, 245-46, 248-50, 252-53, 279, 285, 349. Rettberg, von, capitano di artiglieria, comandante di una batteria hannoveriana, 140. Reynell, colonnello, comandante del 71° reggimento, brigata di Adam, 241. Richers, tenente del battaglione hannoveriano Osnabruck, brigata di Hew Halkett, 317-18. Richmond, duca di, generale britannico, a Waterloo come privato cittadino, 11, 158. Rignon, colonnello, comandante del 51° di linea, brigata di Aulard, 144. Robertson, sergente del 92° reggi-

S Sales, de, conte, inviato del re di Sardegna presso Wellington, 313, 321. Saltoun, lord, tenente colonnello del 1° Foot Guards, 94, 101, 105, 251, 288. Sassonia-Weimar, principe Bernardo di, comandante di brigata nell’esercito dei Paesi Bassi, 33, 137, 193-95, 222, 274-75. Scharnhorst, von, maggiore, aiutante di campo di Bülow, 274.

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Scheltens, tenente del 7° battaglione belga di linea, brigata di Bijlandt, autore di una delle rarissime testimonianze provenienti dall’esercito dei Paesi Bassi, 146-47, 149, 171. Schkopp, von, maggiore, comandante del battaglione Verden, brigata Kielmansegge, 215, 235. Schmitz, generale, comandante di brigata nella divisione Donzelot, 127, 162, 164, 196. Schroeder, von, colonnello dell’8° KGL, brigata di Ompteda, 200. Scott, Sir Walter, scrittore, 160. Scriba, von, capitano del battaglione Bremen, brigata Kielmansegge; autore di una delle poche testimonianze provenienti dall’esercito hannoveriano, importante per i combattimenti nella zona della Haye Sainte e le cariche della cavalleria contro i quadrati, 133-34, 198-99, 208, 215, 234, 267. Seymour, capitano, aiutante di campo di lord Uxbridge, 145-46, 213, 223, 247-48. Shakespear, capitano del 10° Ussari, brigata di Vivian, 14. Sharpin, tenente di artiglieria, batteria di Bolton, autore di una testimonianza fra le più vivide provenienti dall’artiglieria alleata, 263, 289, 302. Shaw, caporale del 2° Life Guards, brigata di Somerset, pugile di fama nazionale, 54, 160. Shelley, lady Frances, amica di lord Wellington, 341, 344. Siborne, capitano, storico militare, 265. Sinclair, capitano di artiglieria, comandante di una batteria inglese, 205, 252.

Smith, Harry, maggiore, aiutante di brigata di Sir John Lambert, autore di colorite memorie, 23, 38, 192, 265, 303, 335. Somerset, lord Edward, comandante della brigata di cavalleria inglese della Guardia («Household Brigade»), 65-66, 152-53, 156, 158, 164, 180, 200, 290-91. Somerset, lord Fitzroy, segretario di Wellington, 115, 235, 265, 343, 345. Soult, maresciallo, capo di stato maggiore dell’Armée du Nord, 58, 60, 112, 120-21, 123, 319-20, 349351. Sourd, colonnello, comandante del 2° Lancieri, divisione Subervie, 224. Southey, Robert, poeta neoclassico inglese, 224, 258. Soye, generale, comandante di brigata nella divisione del principe Gerolamo, 93, 97, 101. Spearman, tenente di artiglieria, batteria di Bolton, 339. Steinmetz, von, generale, comandante della 1ª brigata del corpo di Ziethen, 275-76. Stevenart, capitano di artiglieria, comandante di una batteria belga della divisione di Perponcher, ucciso a Quatre Bras, 140. Story, sottotenente del 1° Life Guards, brigata di Somerset, 163164. Styles, caporale del 1° Dragoni (Royals), brigata di Ponsonby, 167. Subervie, generale, comandante di una divisione di cavalleria leggera, 69-70, 114, 221, 223-24. Sydenham, Thomas, uomo di fiducia del duca di Wellington, 344.

374

Vandeleur, Sir John Ormsby, comandante di una brigata di cavalleria inglese, 64-65, 73, 181-84, 284, 290, 312, 316. Verner, capitano del 7° Ussari, brigata di Grant, 49-50. Vincke, von, generale, comandante di una brigata hannoveriana della divisione di Picton, 110, 139, 171, 202. Vivian, Sir Hussey, generale, comandante di una brigata di cavalleria anglo-hannoveriana, 51, 6465, 74, 284, 290, 312-13, 320, 334.

T Taylor, capitano del 10° Ussari, brigata di Vivian, 115-16, 118, 339. Thiébault, generale, scrittore militare, 202. Thielemann, generale, comandante del III corpo d’armata prussiano, 55, 76, 230. Thornhill, maggiore, aiutante di campo di lord Uxbridge, 154. Thornhill, alfiere del 40° reggimento, brigata di Lambert, 339. Thurn und Taxis, principe, inviato bavarese presso Blücher, 219, 221. Tomkinson, capitano del 16° Dragoni Leggeri, brigata di Vandeleur, autore di vivaci memorie, 14, 74, 145, 153, 155, 180-81, 242, 316-17, 332. Travers, generale, comandante di una brigata di corazzieri del corpo di Milhaud, 176. Trefcon, maggiore, capo di stato maggiore della divisione Bachelu, 37, 249-50, 326. Trevor, tenente del 33° reggimento, brigata di Halkett, 216. Trip van Zoudtlandt, generale, comandante della brigata di cavalleria pesante dei Paesi Bassi, 184, 213, 290, 312. Tyler, capitano, aiutante di campo di Sir Thomas Picton, 146.

W Walcott, capitano di artiglieria, batteria di Webber-Smith, 329. Walter, sergente del 18° Fanteria, corpo d’armata di Bülow, 229. Watkins, Elizabeth, figlia d’un soldato, 39. Waudré, chef d’escadron, comandante dell’artiglieria a cavallo del corpo di d’Erlon, 174. Waymouth, tenente del 2° Life Guards, brigata di Somerset, 153, 161-62, 213. Webber-Smith, tenente colonnello di artiglieria, comandante di una batteria a cavallo, 105. Webster, lady Frances, amante del duca di Wellington, 42, 343. Wellesley, William, fratello del duca di Wellington, 13. Wellington, Arthur Wellesley duca di, comandante dell’esercito anglo-olandese in Belgio, V, X-XI, 3, 5-6, 8, 10-21, 23-26, 29, 31-33, 3943, 45, 50, 57-68, 79, 85-86, 88, 91, 93-96, 98-100, 104-5, 109-10, 114-15, 117-19, 124, 126, 134, 137, 139, 142, 145, 150-52, 155, 158, 168, 177, 184, 188-93, 201-5, 208-9, 211, 214, 219-23, 226, 232,

U Uxbridge, lord, generale, comandante della cavalleria alleata, 13-14, 55, 63, 115, 131, 145, 151-52, 154156, 159, 162-65, 172-73, 176-77, 180, 184, 200, 210-13, 311-13, 343.

V Valentini, von, generale, capo di stato maggiore del corpo di Bülow, 218-19.

375

234-35, 237, 242, 244-46, 248, 250-53, 257, 260-61, 263-68, 271, 273-76, 278, 281, 284, 288-91, 295, 298, 301, 309-13, 321-23, 334, 339, 341-44, 349-52. Wheatley, tenente del 5° KGL, brigata di Ompteda, 73, 258-59, 328. Wheeler, William, sergente del 51° Leggero, brigata di Mitchell, uno dei memorialisti più importanti per i combattimenti avvenuti all’estrema destra dello schieramento alleato, oltre Hougoumont, 33-34, 74, 98, 237-39, 330. Wilhelm, principe di Prussia, comandante della cavalleria del corpo d’armata di Bülow, 29. Witowsky, von, maggiore del 6° Ussari, corpo d’armata di Bülow, 56.

Witzleben, von, maggiore del 25° Fanteria, corpo d’armata di Pirch, 319. Wood, capitano del 10° Ussari, brigata di Vivian, 51. Wood, Sir George, colonnello, comandante dell’artiglieria inglese, 12. Wray, tenente del 40° reggimento, brigata di Lambert, 339. Wyndham, tenente del 2° Dragoni (Scots Greys), brigata di Ponsonby, 110, 168, 170, 179.

Z Ziethen, von, generale, comandante del I corpo prussiano, 273-76, 309, 319-20.

Indice del volume

Prologo

IX

Parte prima

«Domani vedremo» 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11.

La vigilia «Chi attaccherà per primo domani?» «Il momento decisivo del secolo» La natura degli eserciti L’esercito inglese: «la schiuma della terra» L’esercito francese: «tutti devono marciare» L’esercito prussiano Gli eserciti minori «La peggiore notte della nostra vita» Sulla strada di Bruxelles Lettere nella notte

3 10 14 17 20 25 28 31 33 37 40

Parte seconda

«Sarà facile come far colazione» 12. 13. 14. 15.

«Pochissimi di noi saranno ancora vivi stasera» La colazione dell’imperatore I numeri in campo Lo schieramento di Wellington 377

49 57 60 63

16. 17. 18. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 25. 26. 27. 28. 29. 30. 31. 32. 33. 34. 35. 36. 37. 38. 39. 40. 41.

Lo schieramento di Napoleone «Vive l’Empereur!» Che cos’è una battaglia Gli ordini di Napoleone La tattica della fanteria napoleonica La linea dei tiratori Hougoumont La difesa del castello Il bombardamento nel settore di Hougoumont L’attacco al portone nord La «Grande batterie» Notizie dei prussiani La marcia di von Bülow I nuovi ordini per Grouchy La Haye Sainte Il primo attacco contro la Haye Sainte La carica di Crabbé L’avanzata di d’Erlon L’attacco alla strada infossata Il combattimento a fuoco lungo lo «chemin d’Ohain» L’intervento della cavalleria inglese La carica della Household Brigade La carica della Union Brigade Dragoni contro cannoni I lancieri di Jacquinot «Tu n’es pas mort, coquin?»

67 70 75 77 81 86 91 94 97 101 106 111 116 118 124 127 130 134 141 146 151 158 164 172 176 181

Parte terza

«Un corpo a corpo fra due pugili» 42. 43. 44. 45. 46.

«Mi pare che vada molto male» La Papelotte Il secondo attacco contro la Haye Sainte Le grandi cariche contro i quadrati «Dov’è la nostra cavalleria? Perché non vengono ad attaccare questa gente?» 378

187 193 196 201 210

47. 48. 49. 50. 51. 52. 53. 54. 55. 56. 57. 58. 59. 60. 61. 62.

«Vous verrez bientôt sa force, Messieurs» Blücher all’attacco Plancenoit «Che io sia dannato se non perderemo questa posizione» La strada di Nivelles «Della fanteria! E dove volete che la prenda?» L’ultimo sforzo contro Hougoumont La presa della Haye Sainte L’avanzata dell’artiglieria francese Il nuovo attacco a Plancenoit Ziethen a Smohain L’ultimo attacco di Napoleone «Voilà Grouchy!» L’avanzata della Guardia L’attacco dei granatieri della Guardia «La Garde recule!»

214 218 225 231 237 239 245 253 260 268 273 278 281 288 294 299

Parte quarta

«Vittoria! Vittoria!» 63. 64. 65. 66. 67. 68. 69. 70.

L’avanzata inglese I quadrati della Vecchia Guardia L’incontro alla Belle Alliance L’inseguimento prussiano La notte sul campo di battaglia «Una massa di corpi morti» Lettere a casa «Spero di non vedere più un’altra battaglia»

309 314 319 323 329 334 338 341

Epilogo

349

Bibliografia

357

Indice delle tavole

361

Indice dei nomi

363