Il tempo della politica

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Il tempo della politica

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Tendenze

Mario Tronti Htempo della politica La linea, la teoria l'organizzazione del movimento operaio alla prova della crisi capitalistica

, Editori Riuniti

Tendenze 1

Mario Tron ti

Il tempo della politica

Editori Riuniti

I edizione: febbraio 1980 © Copyright by Editori Riuruti Via Serchio, 9/ll - 00198 Roma Copertioo di Pierluigi Cerri ( Gregotti Associati) CL 63-2059-7

InJice

Nota editoriale

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1l tempo della politica 1. La forma della politica

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2. La nuova questione sociale

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3. Le nuove forze antagoniste

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4. La manovra della crisi

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5. Tattica e teoria

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6. Movimento e Stato

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7. Oltre l'autonomia del politico

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8. Kommunismus in Western Europe

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9. Crisi e critica della democrazia

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10. L'Azione Parallela

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Nota editoriale

La collana che prende avvio con la pubblicazione del libro di Mario Tronti ha un titolo programmatico che si sforzerà di rispettare. Tendenze è insieme il riconoscimento di un dato e l'enunciazione di un criterio di lavoro. Si parte da un'area di temi, discipline, situazioni, su cui si ascoltano a sinistra voci diverse e discordi e al tempo stesso si conviene sull'utilità, quanto meno virtuale, di queste dissonanze. È già un guadagno non piccolo di chiarezza se esse vengono in luce senza schermirsi dietro indizi vaporosi e controversi, ma in realtà si pretende qualcosa di piu di un atto di registrazione. Si vorrebbe offrire· al mondo politico e culturale un materiale piu ricco di quello in uso nel dibattito corrente, piu adatto a penetrare nell'intrico delle società complesse e a suggerire nuovi campi di investigazione. un'ambizione troppo alta, difficile da sostenere? Una scommessa, un rischio? È un modo, ci sembra, di accertare che cosa è per noi, oggi, la pratica del pluralismo e quale produttività di conoscenza possiede. Parola chiave del nostro lessico, conquista irrevocabile della nostra politica e della nostra cultura, il pluralismo non è un'attitudine diplomatica bensi la piena consacrazione del metodo della democrazia e della scienza. Legittimare la diversità delle ipotesi non è tutto, bisogna incoraggiarne la unilaÈ

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teralità, affinché sia possibile la verifica sperimentale. Ecco perché è bene, tra l'altro, che una proposta editoriale « aperta » come Tendenze si annunci anche con la novità del « taglio » e del « genere », con il linguaggio diretto del pamphlet che si discosta da tante sapienti mimetizzazioni accademiche. Riteniamo che Il tempo della politica sia conforme a queste intenzioni. Esso appare « discutibile » e vuole essere discusso proprio a causa della parzialità che rivendica ed esibisce. Tronti vede - e non aggira - « un problema di riconversione culturale della mentalità comunista ». Non meraviglia, perciò, che egli chiami in causa categorie ed esperienze centrali di questa tradizione: il concetto di democrazia, la politica di alleanze, la cosiddetta « forma pa1'tito ». Altrettanto naturale è il confronto con questo punto di vista. E tanto piu fecondo, crediamo, se ne vengono accolte alcune rnllecitazioni: l'invito a riguardare la politica come intelligenza e dominio dei grandi processi epocali; l'individuazione della crisi come rivolgimento che non ammette facili presunzioni di conoscenza; il senso dell'urgenza dei compiti: « Non si controlla il tempo. Il tempo si usa».

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Il tempo della politica

1. La forma della politica Il discorso è su questi anni settanta. È difficile sfuggire alla sensazione, per la verità non molto chiara, un po' soffusa, eppure molto intensa, che sta passando sotto le nostre mani, senza che riusciamo ad afferrarlo, un processo di movimento e di mutamento del fatto della politica. Le scansioni sono lente, i salti si può dire che non ci sono, gli spostamenti sono quasi impercettibili. Poi, ogni tanto, ci accorgiamo che le trasformazioni sono avvenute, nei pensieri, nel senso comune, nel costume, nel sociale, nel civile. Ci deve essere un difetto negli strumenti della rilevazione, se appare immobile proprio quello che cambia, e cioè il fare politico delle élite e delle masse, mentre i buoni e bravi livelli istituzionali non crollano e non mutano. Se sia possibile capire le cose mentre avvengono, per descriverle e raccontarle, per utilizzarle in favore delle nostre lotte, - su questo vediamo l'arricciare il naso della storia scritta. Se sia possibile buttare uno sguardo all'indietro, su un immediato passato di fatti e di pensieri, senza perdersi nel labirinto delle interpretazioni e senza citare un centinaio di fonti, - su questo dice no il ditino da maestro di scuola della teoria accademica. E cioè. Se sia ancora possibile quella riflessione per l'azione che si chiama pensiero politico, di stampo agitatorio, di natura rivoluzionaria, che si rivolge ai quadri pratici del movimento e del partito, sul modello irraggiungibile delle opere storiche marxiane o degli opuscoli leniniani clandestini, 3

su questo scorgiamo lo scuotere di testa e la morale riprovazione del politico della salvezza. Eppure, in questo tardo e ostinato mutamento di tutto ciò che è politico in senso soggettivo, in mezzo a questa vera e propria rivoluzione permanente della soggettività politica che stiamo vivendo - ognuno di noi come sa e come può - provare, sperimentare un'espressione adeguata che miri a cogliere il nocciolo oscuro del problema attraverso la critica della scorza razionale, - ecco un compito che vale la pena di tentare di assolvere. La rappresentazione tiene in sé l'inquietante passo di danza dell'argomento. Ci vuole un'accorta acrobazia di analisi politiche. E ci vuole la rete di sicurezza di prime proposte d'organizzazione. Cominciamo da oggi. Indietro si fa sempre in tempo a tornare. lo penso che un punto di svolta, in senso forte, finirà per collocarsi, a guardare le vicende dei prossimi anni, nel '78. Quell'anno è riuscito a rappresentare, in tutte le forme, la fine di un decennio in sé stranamente concluso. Si potrebbe dire di piu: che viene a chiudersi un trentennio di storia repubblicana. L'arco di sviluppo e crisi della politica di unità nazionale è cosi perfetto che il suo classico disegno esprime forse solo allora l'uscita dal secondo dopoguerra, verso qualcosa d'altro. Ma limitiamo lo sguardo al breve tempo intenso che ci separa dalla fine anticipata degli anni sessanta. Nello stesso senso in cui il '68 fu un anno « di base », cosi il '78 è stato un anno « di vertice »: questo tutto giocato sul politico e dentro lo Stato, quello nel sociale e contro le istituzioni. La domanda di allargamento dell'orizzonte della politica, che saliva dal basso del decennio, ha avuto nel finale, come risposta, un regolamento di conti nei punti alti della macchina statale. In mezzo, tra quell'esplosione della contestazione giovanile e questa vendetta del sistema, c'è la storia del periodo, cioè c'è la politica di oggi, i comportamenti e i compiti del movimento operaio. 4

Emblematico è tutto quello che in quell'anno è finito. Due morti si collocano infatti al centro della scena. Moro e Montini, e il loro modo di fare politica, erano stati anche, tra l'altro, una risposta al '68. Questo non è stato infatti l'improvvisa insorgenza di un momento, ma il crescere a salti, a strappi, di un malessere, di un disagio, di un rifiuto riguardo agli approdi ultimi della civiltà capitalistica, negli anni sessanta e nel mondo. L'impatto critico si era sentito con le nuove generazioni delle società piu sviluppate, ma anche con tutte le forze antagonistiche all'organizzazione di questa società, dagli operai di fabbrica ai popoli del Terzo mondo. Moro .e Montini erano stati due protagonisti di questi anni, çomplesse figure critiche di un orizzonte di potere. Sensibilità al nuovo, antenne per captare i segnali del futuro, e cioè capacità di cogliere l'emergere di condizioni mai avvenute, che chiedono di rompere con la pigra gestione della tradizione: questo da un lato. Dall'altro lato, abilità, sapienza, gradualità, moderazione nell'incorporare, nell'incanalare, nel controllo, nel governo. Un grande senso del tempo, come luogo risolutore delle contraddizioni storiche. Secoli di storia della Chiesa e un trentennio di potere dc giocano qui il loro ruolo. Il movimento operaio, con il suo passato di lotte, di rivolte, di eroiche e sfortunate imprese, si trova svantaggiato nel confronto. Non ha la pazienza nel ritessere la tela che noi stessi, attraverso le cose, abbiamo disfatto. Viene il dubbio che per questo sono tutti cosi d'accordo nel togliere Lenin dal libro delle nostre azioni. In fondo è l'unico genio tattico che il movimento operaio abbia avuto: non a caso per primo ha mostrato che si può prendere al momento giusto la decisione di vincere.

C'è questo contrastato e contraddittorio esito di un'epoca della politica. I fermenti, le spinte, le insoddisfazioni verso lo stato di cose esistente, le domande di cambiamento, le volontà di trasformazione, il caotico addensarsi e l'oscuro crescere di altre dimensioni della lotta 5

di classe, tutto questo « nuovo » che selvaggiamente è partito in avanti con i primi anni sessanta, e che nel '68'69 è solo diventato senso comune di una società in crisi, - bene, tutto questo sembra oggi come catturato da un ritorno in grande della politica di sempre. Il progetto di intervento delle masse che fanno politica ha avuto come risposta l'alta politica di uomini al governo delle istituzioni. Quanto piu profondo e ampio è stato il movimento che giustamente è stato detto di contestazione, tanto piu complessa e articolata è venuta avanti la risposta del sistema. Ci sono vari strati, vari livelli di questa risposta. E tutti vanno ricomposti nell'unità di un processo di cattura del nuovo, che può essere capito solo complessivamente. Un punto c'è tuttavia che regge tutti gli altri. Il terreno istituzionale ha tenuto. E ha tenuto - ecco il problema - non per l'efficienza delle istituzioni, ma per la flessibilità della politica. Il vero materiale antisismico, che permette alla costruzione dello Stato moderno di oscillare per non cadere, è il fare politico borghese, la sua capacità di adattarsi alla storia dei -singoli paesi, e di rispondere cosf ai bisogni del momento, senza cedere alle nuove domande, ma senza rifiutarle. Non è vero che c'è un modello di Stato che unifica l'occidente capitalistico. Dagli Stati Uniti alla Francia, dall'Inghilterra alla Germania e all'Italia, le forme istituzionali cambiano. Quelle che rimangono, valide per tutti, sono le regole della politica. La democrazia è oggi anche una tecnica di governo. Non sta tanto nel Corpus iuris delle Costituzioni formali, quanto nelle leggi non scritte delI'operari politico. Tra capitalismo e socialismo, non cambia la lettera del diritto, cambia il modo di produrlo. IL movimento operaio ha avuto un effettivo bisogno~, a un certo punto, di contrapporre la compattezza rigida delle proprie strutture organizzate, di partito o di Stato, all'estrema mobilità della manovra politica capitalistica. Lenin aveva ragione: per conquistare quel tipo di potere occorreva quel tipo di organizzazione. Il leninismo era - ed è - la capacità 6

di adattare un partito alla conquista di uno Stato: una lezione che dobbiamo ancora imparare. Ed è il contrario dell'altra che ci viene dal socialismo: un modello universale di partito, o un modello universale di Stato, che è poi la via maestra per la sconfitta della rivoluzione in occidente. È impressionante la forza stabilizzatrice, la potenza di integrazione, la possibilità di vittoria che è venuta al campo capitalistico in questi decenni dal crescere del contrasto che ha visto da un lato una pluralità di realtà statali borghesi ·unificate dalla forma della politica e dall'altro la stella fissa di una proposta ideologica di macchina mondiale del Socialismo da far funzionare in tutti i climi e per tutte le stagioni. Abbiamo già celebrato il decennale di una conseguenza vistosa di questo stato di cose: per il '68 cecoslovacco c'è voluta l'Armata rossa, per il '68 francese è bastata l'apparizione di De Gaulle in televisione. Questa ripresa di importanza in occidente della forma della politica chiede un supplemento di riflessione. A ben vedere, è questo il tratto specifico della risposta capitalistica all'insorgenza della contestazione. Questa aveva una forza potenziale, cioè una carica di potenza in nuce, nella possibilità che si creasse un raccordo tra i soggetti tradizionali della lotta di classe e le nuove forze antagonistiche, nel pericolo che si saldasse un fironte di attacco anticapitalistico, esteso, non monolitico, articolato. Il problema c'era: operai e studenti uniti nella lotta. La soluzione è mancata. Per difetto di due dementi: un elemento di analisi e un elemento di organizzazione. Il marxismo occidentale si è trovato impreparato a capire. Anche dove era andato piu avanti, come qui da noi, non ha avuto la forza - io dico, non gli sono bastati gli strumenti - per tirare le conseguenze della necessità di una riforma che adattasse il modo di pensare teorico al modo di agire delle nuove masse. Il marxismo non ortodosso degli anni sessanta aveva posto delle premesse, era partito alto, con un intreccio corretto tra coraggiose anticipazioni di pensiero ed espeì

nenze politiche originali, ha marcato un ritardo nello sviluppo, non ha completato in tempo il quadro dei rovesciamenti, sul « politico » ha rilevato gli esiti del movimento, invece di prevederne i passaggi e i conflitti, invece di indicarne prima, per impedirle, le fughe in avanti e i vicoli: ciechi. Non gli ha giovato, certo, lo schematismo nella produzione dei suoi concetti e il settarismo nella logica di pensarli, ma gli ha anche nociuto l'isolamento a cui è stato costretto all'interno del movimento operaio, l'ha bloccato l'ostacolo che lo ha inchiodato al di qua di una pratica in grande, l'unica che poteva al tempo stesso verificare certe ipotesi e fare esplodere quello che c'era dentro, la produttività strategica della scoperta. E tocchiamo cosi il secondo elemento di difetto: un difetto di organizzazione, un difetto di leninismo. È mancato il riflesso pronto nell'adattare la forma di partito alle nuove forme di lotta, ripeto, estesa orizzontalmente a nuovi soggetti, articolata su nuovi bisogni, puntata verticalmente su nuovi obiettivi. Dico la forma del partito, perché il sindacato ha tentato di mettere in piedi una sua risposta, nei termini di una riforma dell'organizzazione. E i limiti, le difficoltà, le incertezze di oggi sono dovute a tanti motivi, ma tutte forse si addensano intorno al nodo irrisolto della questione del partito che, proprio come struttura, come macchina, prima non ha anticipato, poi non ha seguito, infine ha abbandonato il nuovo della situazione ad uno sviluppo selvaggio, su cui hanno messo le mani vecchie manovre della vecchia politica. C'è stato dapprima uno scarto e un diverso grado di sviluppo, poi un conflitto e una contraddizione tra linea e organizzazione. Una linea strategicamente aperta, che veniva da lontano, in grado di raccogliere, di filtrare, di interpretare la carica contestativa delle nuove forze con tutti i loro nuovi interessi, veniva limitata e impedita nella sua propulsiva capacità di espansione da uno schema non volutamente ma oggettivamente lento e pesante, da una forma storica di organizzazione: efficiente giorno per 8

giorno e immobile negli anni. Le vicende dell'organizzazione giovanile parlano per tutto il resto. E tutto il resto non è il problema di cambiare nome alle strutture di base, o di aprire il vertice ai sopravvissuti della contestazione. È l'affrontare con la forza capace del pensiero, per portarlo nell'alto della decisione pratica, il modo contemporaneo di porsi del rapporto tra linea e organizzazione: attività delle masse e azione del partito, politica e tattica. La risposta capitalistica ha utilizzato e ha esasperato questi vuoti, riempiendoli con la propria iniziativa, diversa però dal passato, e questo è quanto le è stato imposto dall'esterno, dalle cresciute dimensioni della lotta di classe. In questo senso, non è vero che il '68 è stato sconfitto, o piu precisamente, non è vero che gli anni sessanta non hanno avuto uno sbocco politico; lo hanno avuto nell'unico senso in cui potevano averlo, a certe condizioni date dal movimento operaio, impegnando il fronte capitalistico a cambiare la forma della politica. La rivolta antiautoritaria ha avuto come effetto di mettere in crisi le strutture rigide del potere. Il processo è stato lento, le conseguenze sono state lontane dalle cause, e su questa distanza, su questa lentezza, si è innestato un nuovo modo di fare politica da parte delle classi dirigenti. « Tutto e subito»: quale slogan piu sessantottesco di questo? La risposta è stata: « Qualcosa, forse, domani ». Abbiamo visto cosi il gollismo entrare in un sicuro e inarrestabile declino. Abbiamo visto impallidire, tremare e crollare la stella di Nixon. Abbiamo visto le socialdemocrazie al governo camminare in equilibrio sul crinale di una costa, con il Berufsverbot da una parte e il patto sociale dall'altra. E abbiamo visto, qui da noi, il Fanfani delle crociate passare la mano al Moro del confronto. Sbagliano i nostri estremisti quando mettono sopra la faccia vera dello Stato borghese di oggi la maschera di una democrazia soprattutto repressiva, quando tornano a chiudere la figura del potere nella divisa del gendarme che fa la 9

guardia alla proprietà. E hanno torto quelli che dividono e moltiplicano e dissolvono questo potere in mille istituzioni, ognuna delle quali ha il solo compito di opprimere, distruggere, emarginare la personalità ricca di bisogni del « nuovo » individuo. In realtà, gli anni sessanta avevano chiesto un'altra dimensione della politica per le nuove masse. L'hanno ottenuta per il nuovo Stato, che era nato dalla grande crisi, aveva cominciato a crescere negli anni trenta, aveva interrotto questa crescita durante la guerra calda e durante la guerra fredda, era ripartito in avanti negli anni cinquanta. C'è stata dopo di allora una rivoluzione nel modo di fare politica borghese, che non è stata una scelta spontanea del sistema, ma la risposta forzata a una domanda aggressiva, l'attestarsi su posizioni piu adatte alla difesa del potere. Questo rivolgimento non ha toccato a fondo le macchine degli Stati, ha soprattutto investito il ceto politico, il modo del suo agire tradizionale, e quindi le forme della lotta in generale e di qui, appunto, gli strumenti dell'organizzazione, sia del consenso sia della contestazione. Laddove piu solido era l'apparato burocratico-amministrativo, meno si è sentito questo terremoto nei soggetti della politica. Laddove, come qui da noi, piu debole era la macchina, piu vistoso ha dovuto essere il mutamento dell'iniziativa politica. La tesi insomma è questa: se dopo gli anni trenta è lo Stato che ha salvato il capitalismo, dopo gli anni sessanta è la politica che ha salvato lo Stato. Il movimento operaio deve prendere atto di questa ulteriore svolta nella storia del capitale e subito adattare l'analisi, l'azione e l'orgimizzazione. Ma qual è allora il nuovo livello della forma della politica? Qual è quesro punto da cui bisogna ripartire, per pensare adeguate forme di lotta, per praticarle, per governarle? Siamo forse di fronte al ritorno di un'epoca della politica. Alcuni segni ce lo confermano. Alcuni protagonisti cominciano a parlare questa lingua. Tutti provengono da un orizzonte 10

grande-borghese. Dietro, certo, c'è una cultura di governo, ma dietro c'è anche - ecco la novità - la cultura della crisi. Per cui, questa ultima dimensione contemporanea, questa attuale natura capitalistica della politica, ha perso alcuni fondanti caratteri tradizionali, la presunzione alla totalità, la sicurezza del dominio, l'idea dell'unità assoluta del potere. Si tende a legittimare piu soggetti politici, anche alternativi, si fa del pluralismo un'ideologia del consenso, si pesano le situazioni, si misurano gli interessi, si bilanciano i bisogni. Una società scomposta in tanti comparti, divisa, frastagliata, disgregata, solo per metà è prodotto di una crisi oggettiva del meccanismo unico dello sviluppo capitalistico, per l'altra metà è lo specchio, l'immagine riflessa e quindi il risultato di questo modo di fare politica e della sua funzionalità a una conservazione articolata del potere. La sciabola è stata sostituita dal fioretto, il controllo è diventato mediazione, la direzione si è fatta confronto. Questo 'passaggio non è nuovo. Appunto la politica classica borghese, quella che ha anticipato, accompagnato ·e seguito la transizione al capitalismo, aveva già visto, e pensato, e praticato, questa riconversione postbellica del conflitto, questa fine della guerra per lo Stato con una pace di tutti contro tutti. Quali allora le novità di oggi? Due soprattutto: quello che è stato altre volte un passaggio provvisorio, strumentale, tattico, sembra essere oggi una svolta strategica di lungo periodo, da cui indietro non si torna; quella che è stata indietro una scelta di intelligenze singole ben attrezzate, sembra oggi una via obbligata per il sistema, un portato della estensione della lotta di classe, imposta dall'esterno e dal basso al ceto politico, che a sua volta deve farla passare, pena la sopravvivenza del potere, nella macchina, nel meccanismo amministrativo, nello Stato. Se si vuole proprio dire che la democrazia è ormai un bene universale, lo si dica allora in questo senso: che è ormai un dato acquisito quasi in via definitiva per tutte le grandi classi, ed è una 11

forma della politica imposta con la lotta al processo deJla transizione fuori dal capitalismo. Il livello di oggi della politica borghese è qualcosa di raffinato, di sofisticato, è un fatto di vertice, un atto di cultura. Porta in corpo le lotte di questo secolo tra i tanti soggetti che le hanno combattute, tra le classi, tra i partiti, tra gli Stati, tra grandi individui e grandi intellettuali. Non bisogna sottovalutare i] grado di maturità raggiunto da questa soggettività della politica, sulla spinta di questa storia. Non si possono dare risposte approssimative, non ci si può attestare su una linea di difesa dogmatica dti principi o su una disponibilità a una loro revisione comodamente pragmatica, non si possono contrapporre armi rozze e infantili, antiquate e non in grado di arrivare a colpire. La politica di oggi è innanzi tutto senso della complessità delle situazioni, capacità di tener ferme le contraddizioni, senza sopprimerle, cioè senza risolverle, aspettando che esplodano, perché solo ad esplosione avvenuta è possibile riconnettere i pezzi, ricomporre quelle schegge della realtà che sono risultate vitali. C'è allora questa sapienza dell'attesa, questo gusto del tempo, questa scienza del non-fare, che vengono ad essere la vera cultura della vera politica. Il anni tra la fine degli anni trenta e l'inizio degli anni sessanta, ci sono 16

state due guerre, una calda e una fredda. È qui che si è interrotto il passaggio dagli USA nel resto del capitalismo di quella ripresa in grande di storia politica delle lotte di classe che era uscita dalla grande crisi e dalla sua forza~a soluzione statale. Ma bisogna dire di piu. Questa soluzione, cioè la reale fuoriuscita dalla crisi, nello stesso capitalismo americano, fu il passaggio alla guerra, la trasformazione della lotta di classe dentro il New Deal nella guerra antinazista: un capolavoro, a suo modo politico, ma di una politica che non è piu, appunto, precisamente del nostro tempo, che è arrivata fin dietro le nostre spalle e poi è stata costretta a cedere, in questa vera e propria « età della Riforma >> che ha investito l'orizzonte del politico. Possiamo dire dunque che, prima degli anni sessanta e come causa dei loro esiti successivi, prima delle due guerre degli anni quaranta e cinquanta, si era già consumato un fallimento dello Stato, come gestione razionale del soci~le, come governo equilibratore di interessi contraddittori, come primato della soluzione politica sul ciclo economico in crisi. La verità è che la macchina politica borghese - il suo corpo burocratico-amministrativo e la sua anima ideologica - dopo aver fatto uscire il capitalismo dal punto acuto della grande crisi, non ha retto alle conseguenze di questa uscita; dopo aver riequilibrato i fattori della produzione e gli attori del mercato non ha retto allo squilibrio che questo provocava nei rapporti di forza tra le classi. La recente storia dello Stato, quella degli ultimi decenni, si può leggere in questa chiave: da un lato la conquista di un'autonomia del politico, in senso forte, concessa per necessità dal capitale, dall'altro la perdita di controllo sullo sviluppo sociale e quindi la crescita selvaggia, cioè l'estendersi a tappeto, del conflitto di classe. · Una delle idee piu assurde che I'imagerie sessantottesca abbia prodotto nelle menti solitamente confuse