IL PROGRAMMA MINIMO DI CLASSE per la prassi dei comunisti in una fase non rivoluzionaria

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IL PROGRAMMA MINIMO DI CLASSE per la prassi dei comunisti in una fase non rivoluzionaria

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Enzo Gamba - Gianfranco Pala IL PROGRAMMA MINIMO DI CLASSE per la prassi dei comunisti in una fase non rivoluzionaria

Laboratorio politico Napoli 1996 [esaurito]

Indice Premessa: la situazione politica I rivoluzionari in una fase non rivoluzionaria Che cos’è il “programma minimo” Il programma dei comunisti La lotta dei rivoluzionari per le riforme I criteri di impostazione del programma La crisi e le contraddizioni del capitale Le contraddizioni del rapporto di capitale e l’antitesi di classe La contraddizione della merce La contraddizione della forza-lavoro Il “programma minimo” e gli obiettivi possibili di lotta La strutturazione del “programma minimo” L’organizzazione della classe e i comunisti

... se trascurasse anche per un istante le caratteristiche di classe che differenziano il proletariato dalla piccola borghesia, se concludesse fuori tempo un’alleanza svantaggiosa con questo o quel partito di intellettuali piccolo-borghesi poco degno di fede, se perdesse di vista anche per poco i suoi obiettivi autonomi e la necessità (in ogni e qualsiasi situazione e congiuntura politica, in ogni e qualsiasi svolta e rivolgimento politico) di porre come cardine lo sviluppo della coscienza di classe e dell’organizzazione politica autonoma del proletariato, ... sarebbe pericoloso qualsiasi atto politico. ... le condizioni che non dobbiamo dimenticare in nessun caso: colpire insieme, marciare in ordine sparso, non confondere le organizzazioni, controllare l’alleato come un avversario, ecc. ... dobbiamo farci spaventare ... da quello spirito di codismo e di inerte passività che disgrega il partito del proletariato, esprimendosi in tutte le possibili teorie sull’organizzazione-processo. [Lenin]

Premessa La situazione politica

1. Tutte le più visibili manifestazioni politiche di questi ultimi anni, dalle trappole elettorali alle prese di posizione contro le varie manovre finanziarie e contro la riforma delle pensioni, hanno reso ancor più evidenti i limiti progettuali e programmatici, strategici e tattici della cosiddetta “sinistra”. Alla domanda: “cosa contrapporre al progetto e al programma della destra”, nella sinistra in genere è stato o un appiattirsi neocorporativo sulle linee della borghesia (esemplificativa l’indicazione di Ciampi allora e di Prodi oggi quale futuro Presidente del Consiglio di un governo sostenuto dalla “sinistra” o, a livello economico sociale, la posizione dei “Progressisti” sulla riforma previdenziale), oppure, quando non vi era assenza di indicazioni, un guazzabuglio di obiettivi spesso in contraddizione tra loro. Per capire come la vecchia sinistra (non di classe) sia di fatto diventata la “nuova destra”, basti pensare a quella che essa stessa ha definito la “costituzione economica della II repubblica”, ossia il protocollo d’intesa neocorporativa del 3 luglio 1993, alla violazione golpista della costituzione, col patrocinio della stessa Corte costituzionale, rappresentata dalla riforma elettorale maggioritaria, alle più recenti proposte di cancellierato alla tedesca o di semipresidenzialismo alla francese, ecc.. 2. Anche nella sinistra di classe o in quella che ama “sentirsi” nuova (e non vetero dogmatica) le cose non è che funzionino meglio. La “contaminazione” con altre culture, visto la poca conoscenza della propria e l’eclettismo che la ispirava, ha prodotto risultati velleitari, idealistici, connotati da pragmatismo (si pensi a vari piani e progetti che intenderebbero proporre panacee per risolvere la crisi del lavoro, e alle indicazioni dei teorici che sostanziano quelle proposte). Il “meglio” che si possa vedere nella sinistra di classe è stato il porre un programma di obiettivi più estremizzati di quelli che una volta si dicevano “revisionisti”, ossia di un radicalismo pur sempre riformistico, molto spesso puramente negativi e difensivistici. Nella “sinistra di classe” ciò rappresenta effettivamente il meglio in quanto l’alternativa, sempre presente e dura a morire come i suoi portatori, è lo spacciare il programma strategico rivoluzionario come l’unico possibile, su posizioni che spaziano dalla presunta “maturità del comunismo”, al concepire il processo rivoluzionario come atto di coscienza volontaristica di classe, all’automatismo deterministico delle contraddizioni del capitale. Il motivo di tale posizione è in molti casi dovuto alla confusione tra il carattere storico del tipo di rivoluzione (socialista) e le fasi e tempi storici del suo contraddittorio processo di avveramento. Per coloro i quali non esistono mai, per principio, nell’epoca della crisi dell’imperialismo e delle rivoluzioni proletarie, fasi “non rivoluzionarie”, il problema dell’adeguare alle condizioni storiche oggettive la presenza soggettiva dei comunisti consiste, al massimo, nell’agitare a parole obiettivi di carattere “comunista”. Ovviamente anche

per costoro, forse più che per altri, rimane poi insormontabile il problema di fare i conti, teoricamente e politicamente, con l’esperienza storica delle difficoltà e della reversibilità dei processi di transizione. 3. Quando invece qui si parla di fase “non rivoluzionaria” - sia detto ora in apertura una volta per tutte - ci si riferisce a ciò che attiene alla questione della “presa di potere”, alla sua maturità e attualità: ossia, a quella fase in cui non esistono le condizioni storico-sociali perché il processo rivoluzionario possa configurarsi in un periodo di transizione socialista sulla base della presa del potere politico. Non per caso in queste fasi non si può parlare neppure di “programma di transizione” in senso proprio, in quanto questo implica la dittatura del proletariato. È bene chiarire sùbito, anche se brevemente quest’ultimo concetto, se è vero che già Engels [nell’introduzione del 1891 a La guerra civile in Francia di Marx] osservava che “i filistei socialdemocratici sono stati recentemente afferrati da un sacro terrore sentendo pronunciare l’espressione "dittatura del proletariato"”: un simile terrore afferra ancora oggi parecchie persone, anche tra coloro che si ritengono comunisti, nella sinistra di classe. La ragione di ciò può essere rintracciata proprio nell’ipocrisia verbale dell’ideologia dominante, che si risciacqua volentieri la bocca con la parola “democrazia”. Ora, mentre etimologicamente “dittatura” vuol chiaramente significare il comandare, il dettare leggi, applicandosi quindi il termine esplicitamente a chi detenga siffatto comando (un individuo, un autocrate, un magistrato eletto, un organismo o una classe), “democrazia” vorrebbe dare a intendere che si tratti di “potere del popolo”: e quest’ultima circostanza è quanto di più lontano dalla realtà, antica e moderna, si possa immaginare. “Il potere politico, nel senso proprio della parola, è il potere organizzato di una classe per l’oppressione di un’altra” - scrivevano Engels e Marx [a conclusione del programma politico del Manifesto, nel 1848]. È ovvia, perciò, la ragione per cui i “filistei” borghesi quanto più esercitano unilateralmente il potere - il potere di classe - tanto più amano nascondersi dietro false parole chiamandolo invece “potere del popolo”. Cosicché, dietro un termine che ambiguo non sarebbe, se non fosse usato ambiguamente, qual è “democrazia”, l’ideologia che la vuole imporre come parola costringe a farle porre appresso una sequela di aggettivazioni, assai spesso inconsistenti col termine stesso: affinché “democrazia” diventi tutto quello che non è. Semplicemente Engels, Marx, Lenin, chiamavano il “comando della classe borghese” col termine proprio di dittatura della borghesia, poiché quella era, ed è, la classe sociale che “dètta” legge, senza doversi inventare una terminologia come “democrazia borghese”, a tal punto mistificatoria che testualmente vorrebbe dire “potere del popolo ... borghese”! Similmente - per quanti, come i comunisti, ritengano impossibile che il potere sia esercitato contemporaneamente dalla borghesia e dal proletariato - quando si presentino le condizioni storiche per cui a “dettar” legge siano i lavoratori, è molto più corretto e non equivoco parlare di dittatura del proletariato. Con il che si vuole designare lo stato - come ha scritto Marx [nella Critica al programma di Gotha, del 1875] - al quale “corrisponde un periodo di transizione politica” che si colloca come “periodo di trasformazione rivoluzionaria, tra la società capitalistica e la società

comunista”. Riacquisire terminologia e linguaggio autonomi, di classe, scientificamente corretti e adeguati all’epoca storica, è tale dunque da non provocare alcune “terrore”. Anzi, sarebbe più saggio aver paura della parolina “democrazia”. Pertanto, è ovvio che il non porre l’obiettivo della presa di potere non significa che non sia necessario prospettare il problema futuro della transizione: ossia non significa rinunciare strategicamente alla questione del potere - della “dittatura del proletariato”, codesta sì “democratica” - ma analizzare scientificamente le contraddizioni di fase, in atto, della particolare formazione economica sociale capitalistica in cui si lotta. Il programma minimo va considerato allora come quel programma che concretizzerebbe “la prassi dei rivoluzionari in una fase non rivoluzionaria”, nella rammentata accezione dell’inattualità della presa di potere. Ossia quel programma e quella linea strategica e tattica che si colloca in tutta quella lunga fase dove il problema è, per dirla con Lenin, trovare le forme di passaggio e di avvicinamento alla rivoluzione proletaria. Già Engels [nel commentare il Programma di Erfurt, nel 1891] avvertiva che per la classe lavoratrice è importante formulare “rivendicazioni che possano avvicinarla” al suo “scopo” che è l’“eliminazione delle classi”. 4. Dal primo istante, fino al compimento della trasformazione rivoluzionaria, la connessione temporale della prassi tra strategia e tattica è legata solo dall’identità di classe. Tale identità e autonomia degli obiettivi di classe caratterizza ogni fase politica. E questa è un’avvertenza così importante da doversi tener presente perfino in un periodo come quello di un governo rivoluzionario provvisorio, dove essa sembrerebbe ovvia, cui Lenin si riferiva [se si pensa che la citazione di apertura, del luglio 1905, considera appunto La dittatura democratica rivoluzionaria]. Reputava, infatti, “davvero molto pericolosa la partecipazione al governo rivoluzionario provvisorio” in mancanza di quella necessaria autonomia di classe che dovrà tradursi, senza farsi “spaventare”, nella “idea della dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini”. È allora maggiormente evidente e proprio per le stesse ragioni che, in una fase come quella presente, il programma non rivoluzionario dei rivoluzionari si configuri come inevitabile espressione di minoranza: proprio per questo motivo è altrettanto evidente che esso sia verosimilmente non attuabile in quanto tale. La tattica, di cui si concreta gran parte del “programma minimo”, adegua in ogni momento le azioni di lotta al miglioramento delle condizioni strategiche, per la transizione, sottese al programma stesso. E in una fase come l’attuale la frammentazione della classe lavoratrice su scala planetaria, a séguito delle nuove forme di organizzazione del lavoro, rende più lontano e arduo il raggiungimento di una coscienza di classe che innata non è. Quando la coscienza di classe capace di restituire identità al proletariato e alla sua avanguardia comunista è del tutto carente, un primo obiettivo del “programma minimo” può essere ben espresso con quanto ricordava Marx [in una lettera a Engels, del 26.9.1868]: “Per la classe operaia la cosa più necessaria è che cessi di fare agitazioni con il permesso delle superiori autorità. Una razza addestrata così burocraticamente deve fare un corso completo di "auto-aiuto"”. Ciò serve affinché

le masse, sviluppando e centralizzando la lotta, si pongano in condizione di imparare per loro diretta esperienza. È dunque la credibilità pratica di massa dei suoi elementi, la leva capace di mediare dialetticamente per il successivo raggiungimento di obiettivi concreti resi maggioritari. La questione dei rapporti di forza esistenti, spesso da più parti, sul versante riformistico, evocata come alibi, serve qui invece come analisi scientifica per il riconoscimento della realtà e di condizioni di lotta non avventuriste. 5. Non è un caso che i “programmi minimi” che Marx ed Engels formularono o a cui contribuirono erano essenzialmente programmi minimi che avevano una funzione principalmente elettorale, quindi all’interno di una più complessiva tattica che, muovendosi su diversi piani, compreso quello istituzionale, puntava ad una progressiva accumulazione delle forze e delle condizioni oggettive e soggettive per il processo rivoluzionario. In tale ottica, perfino il suffragio universale era visto da Engels non come fine a se stesso ma in quanto mezzo di organizzazione per affrontare l’inevitabile scontro armato scatenato dalla borghesia, preparando tramite esso i rapporti di forza per il momento opportuno in cui tale scontro non fosse più suicida. A questo proposito, tutto il “minimalismo” riformista si rifugia nel parlamentarismo, rabbassato a mero “cretinismo parlamentare” per dirla con Marx e Lenin, se si misuri l’attuale infimo livello dell’elettoralismo partitico con le grandi potenzialità contraddittorie che almeno caratterizzavano le lotte per il suffragio universale. L’intendimento engelsiano è chiaro; come anche lo è quello leninista sul parlamento borghese, come luogo di aggregazione, riferimento di massa e lotta contro le classi dominanti. Come per il problema della transizione anche per una fase più tattica come quella del programma minimo vale la considerazione che le condizioni attuali della teoria marxista e di quello che rimane del movimento comunista non permettono un’elaborazione compiuta del “programma minimo”, ma quantomeno, ovviando alla sciatteria teorico politica oggi imperante, è possibile tentare un approfondimento dei criteri inerenti qualsiasi discorso programmatico. Affrontare in questo modo il dibattito ha il pregio di enucleare in concreto i limiti di comprensione della realtà e, conseguentemente, di mettere a nudo, per poi superarla, sia la progettualità strategica debole, sia l’inconsistenza tattica propositiva.

I rivoluzionari in una fase non rivoluzionaria

6. Qualora l’aggettivo “minimo”, impiegato per denotare una particolare forma di “programma” dei comunisti, disturbasse qualcuno, in nome di un rivoluzionarismo più velleitario che possibile, nulla impedirebbe di cambiarlo. Tuttavia, codesto aggettivo, per le ragioni che tosto risulteranno chiare, è indubbiamente il più adeguato, nell’accezione marxiana e marxista. Allorché i comunisti elaborano e propongono un loro programma alle masse proletarie e alla popolazione sottomessa dal sistema di potere vigente, un tale programma non può che esprimere il punto di vista delle classi lavoratrici cui essi si riferiscono. Cionondimeno, nella formulazione di un qualsiasi programma di classe, i comunisti tengono conto delle condizioni economiche e sociali e della situazione politica in cui il proletariato si trova in relazione allo stato dei rapporti di forza e di potere espressi dalle classi dominanti. Perciocché la portata e l’estensione del programma, pur restando fermo e imprescindibile anzitutto il suo carattere di classe, varia a seconda della perseguibilità tattica di obiettivi - non solo immediati, ma anche di preparazione di lotte a venire - che vanno dall’organizzazione della resistenza proletaria per la mera difesa dell’esistente alla prospettiva della presa di potere. Il giudizio meticoloso e scientifico su quali siano le condizioni presenti in un dato momento e in un dato luogo chiarisce le circostanze che fanno sì che un tale programma di classe possa essere minimo o massimo. Entro la dialettica di questa coppia si pone il problema del programma di transizione: dopo la presa del potere o al massimo nella fase breve del dualismo di potere. Tali criteri marxisti furono ripresi da Lenin nell’esperienza pratica della “dittatura del proletariato” sulla borghesia sconfitta e contro la nobiltà dispersa, dopo l’ottobre. Ma è ovvia l’osservazione che le condizioni dei rapporti di forza politici erano in quella fase profondamente diverse. Allora i “còmpiti immediati” della presa di potere sovietica, pur nella loro minimalità, si inscrivevano nella specificità storica della prima fase di un “programma di transizione”, che è realtà ben diversa dalla fase antagonistica borghese del “programma minimo” sul quale lo stesso Lenin aveva dato determinanti contributi nei suoi scritti [dalle Due tattiche, del 1905, a L’estremismo, del 1920], sia prima che dopo la rivoluzione d’ottobre. 7. Questa differenza ancora oggi non è ben compresa da molti. Già Marx [nella Critica del programma di Gotha, in occasione dell’unificazione del partito socialdemocratico tedesco nel 1875] commentava ferocemente il pressappochismo delle parole d’ordine tipiche del velleitarismo verbale rivoluzionariesco accompagnate da rivendicazioni pratiche copiate dalle piattaforme dei partiti democratici della borghesia. A proposito di alcuni obiettivi velleitari - “belle cosette”! - faceva notare che “tutte quelle belle cosette implicano il riconoscimento della pretesa sovranità del popolo”. Appunto: una pretesa “democrazia” reale che è

ben lungi dall’essere effettiva in qualsiasi regime borghese. In risposta a questo duplice errore - duplicità che si riscontra inevitabilmente, sempre, in tutte le posizioni massimaliste a parole e men che riformiste nei fatti, Marx ammoniva [nella critica del 1869 a Bakunin per il suo “rivoluzionario” programma contenente “una parafrasi della "armonia del capitale e del lavoro" già predicata dai socialisti borghesi”] che “il programma per il momento non si deve occupare né di quest’ultima [la dittatura rivoluzionaria del proletariato] né della natura dello stato futuro nella società comunista”. Non a caso proprio l’incomprensione della differenza tra programma minimo e programma di transizione, ma soprattutto del nesso strategico che li unisce sono stati alla base delle numerose esperienze negative nel movimento operaio e comunista. In particolare la rottura di tale nesso, unita alla progressiva cancellazione del programma massimo sono stati alla base delle egemonie riformistico-borghesi che hanno caratterizzato la destra socialdemocratica della II Internazionale e l’ultima fase della III Internazionale e del periodo del Cominform: da ciò la necessità di distinguere tra lo scorretto uso che del termine “Programma minimo” è stato fatto storicamente e la profonda validità teorica e scientifica di tale concetto marxiano. 8. Proprio il legame processuale che si instaura tra la prima fase di transizione socialista, l’obiettivo strategico, e la sua preparazione tattica di cui il programma minimo fa parte, fa in modo che quest’ultimo sia correttamente fondato. Lo stesso ragionamento è valso storicamente anche per quei programmi minimi che erano sottesi alle linee tattiche che avevano come obiettivo strategico fasi di “nuova democrazia” quale sbocco dei fronti unici perfino nelle forme dei fronti popolari antifascisti o antimperialisti. Ovviamente questi ultimi non sono i caratteri distintivi del processo rivoluzionario che oggi si pone nel nostro paese e nella stragrande maggioranza del cosiddetto mondo occidentale. In Italia e in Europa, storicamente e materialisticamente, la tendenza della rivoluzione è proletario e socialista cioè di una rivoluzione che proceda alla trasformazione dei rapporti sociali di produzione e proprietà, risolva le questioni sociali che la precedente società, appunto per il suo carattere capitalistico, è impossibilitata a risolvere, instauri una piena “democrazia proletaria” nel quadro della “dittatura del proletariato” che “è la forma particolare dell’alleanza di classe tra il proletariato, avanguardia dei lavoratori, e numerosi strati non proletari di lavoratori” - per dirla con Lenin. Quindi sono sì i caratteri della fase di transizione socialista, nei suoi aspetti economico-sociali, politici e istituzionali, che determinano materialisticamente i contenuti e le forme della tattica e del programma minimo, ma tale tattica e programma si pongono al di qua della fase della presa di potere. Ma giacché di presa del potere (politico) in quel caso si tratta, è necessario ed indispensabile che a livello sociale siano maturati tutti i necessari cambiamenti in termini di quei rapporti reali che, per condizioni economiche e materiali, rapporti di forza sociali, sviluppo delle contraddizioni capitalistiche e condizioni internazionali, permettano l’effettivo inizio di una fase di transizione socialista, cioè tutte quelle condizioni alla cui

realizzazione è deputata la tattica e il programma minimo. Quanto detto porta a fare due considerazioni. 9. La prima considerazione è riferita ai caratteri peculiari della fase imperialistica. Storicamente in tale fase, rispetto al capitalismo dei primi dell’ottocento, viene tendenzialmente meno l’aspetto progressivo ed espansivo del capitalismo. La sua “missione storica” di preparazione delle condizioni economico-sociali per il passaggio alla società socialista e poi comunista si sintetizza oggi nell’unificazione del mercato mondiale. Se da un lato dunque il capitale si conferma la principale forza sociale in questo processo, dall’altro si sviluppano gli aspetti parassitari, distorti, “putrescenti” e reazionari di esso. Il carattere monopolistico e finanziario dell’imperialismo transnazionale con connesso sviluppo degli “investimenti” improduttivi e speculativi, lo sviluppo diseguale a livello mondiale con formazione di aree di crisi economica, pauperismo e disoccupazione anche nei paesi capitalisticamente dominanti e con la conseguente dislocazione della formazione di nuovo proletariato industriale insieme allo sviluppo di nuovi strati di semiproletariato e di piccola borghesia, l’espropriazione capitalistica delle grandi masse popolari, oltre che di settori della stessa borghesia, compiuta sulla base dei prezzi monopolistici e del massiccio intervento statale a sostegno del capitale, la tendenza alla reazione che si configura nella ristrutturazione neocorporativa e autoritaria della società - questi sono i dati salienti del presente periodo storico e dell’incapacità a risolvere realmente quelle contraddizioni che in teoria potrebbero essere risolte nella società capitalistica. Ecco perché nella prima fase della transizione socialista, insieme alle fondamentali misure socialiste, dovranno ancora esser portate a termine perfino tutta una serie di trasformazioni e riforme di natura economica, sociale e politica che per il loro carattere e il loro contenuto sono solitamente definite “democraticoborghesi”. Solo il proletariato, appunto perché non teme la fuoriuscita dal sistema capitalistico, è in grado di risolvere queste questioni. Tali obiettivi, che continuano a sostanziare in parte il programma di transizione socialista, in una fase di dittatura del proletariato che va oltre la fase “pre-socialista” della società, sono nel contempo il fondamento materiale dell’alleanza strategica tra il proletariato e gli strati semiproletari, di piccola borghesia e di nuova classe media, cioè quegli strati che, al pari del proletariato, subiscono l’oppressione e l’espropriazione capitalistica. “La pressione sui lavoratori si è accresciuta. E dicendo lavoratori si intende lavoratori di tutte le classi. Il piccolo commerciante, rovinato dalla grande impresa commerciale, l’impiegato, l’artigiano, l’operaio urbano e quello rurale, tutti cominciano ora a sentire la pressione dell’attuale sistema di produzione capitalistico. E noi additiamo loro una via d’uscita scientificamente fondata” - così rifletteva Engels su tale questione [in un’intervista al The Daily Chronicle, del 1° luglio 1893]. 10. La seconda considerazione è riferita alla linea strategica. Da quanto detto si riconferma la validità della concezione leniniana della rivoluzione ininterrotta, che riprendeva le prime indicazioni di Engels e Marx

[nell’indirizzo per i comunisti rivoluzionari della Lega, di marzo e giugno 1850] che indicavano come primo obiettivo: “il rovesciamento di tutte le classi privilegiate, la loro sottomissione alla dittatura del proletariato, durante la quale sarà mantenuta la rivoluzione in permanenza sino a che non si sarà realizzato il comunismo”. In sintesi tale concezione indica come nella fase imperialistica il proletariato e di conseguenza i comunisti si pongano alla testa di un movimento capace di impugnare tutte le contraddizioni sociali e democratiche per svilupparle dialetticamente in modo conseguente, per fasi, con un’azione di lotta contro la borghesia e i suoi governi, affinché si passi da una fase non rivoluzionaria a una in cui sia all’ordine del giorno la presa di potere. E per arrivare a quel giorno, scriveva Marx [in un altro successivo documento della Lega dei comunisti, del 15.9.1850] “noi diciamo agli operai: "Dovete affrontare quindici, venti, cinquant’anni di guerra civile per cambiare i rapporti, per diventare capaci di esercitare il potere"”. Pur confermando la netta differenza delle forme e dei contenuti dell’azione rivoluzionaria in situazione capitalistica rispetto a quella della fase di transizione, si stabilisce un nesso dialettico nell’unitarietà del processo rivoluzionario che si concretizza nella subordinazione strategica del programma minimo al programma massimo di cui il programma di transizione rappresenta la sua iniziale realizzazione. Dunque, le ragioni per cui i comunisti suggeriscono la forma minima di un programma risiedono nell’adeguatezza di una lotta di classe tale che non consente, in quel momento e in quel luogo, di porre all’ordine del giorno la questione della presa di potere. E tanto meno, ovviamente, quella, susseguente a essa, della gestione iniziale di un tale potere, dei compiti immediati di un programma di transizione; o, ancora peggio, del perseguimento subitaneo di obiettivi consoni alla realizzazione di un programma comunista. Emerge con chiarezza come, quando non si tratti di prendere il potere, ossia non si abbiano condizioni oggettive e forze sufficienti per abbattere, onde sostituirlo, il vigente modo di produzione capitalistico, non abbia alcun senso formulare “programmi” che siano adeguati, invece, alla fase della transizione socialista (dittatura rivoluzionaria del proletariato), e ancor meno alla costruzione della futura società comunista. Scrivere programmi di tal fatta in fasi sbagliate è perciò politicamente scorretto e, nella loro dabbenaggine da “libro dei sogni” che anime belle amano designare come “bisogno di comunismo”, essi sono anche pericolosi e fuorvianti per le lotte del proletariato. Ancora Marx, nella Lega dei comunisti, si scagliava contro quanti, anziché considerare condizioni oggettive e tempi storici, dicevano: “"Dobbiamo impadronirci immediatamente del potere, o se no possiamo anche metterci il cuore in pace". Al posto dei rapporti reali si è sbandierata la volontà come elemento decisivo della rivoluzione. Al posto del processo rivoluzionario reale si è dovuta mettere la frase della rivoluzione”.

Che cos’è il “programma minimo”

11. In una fase in cui non sia, non possa essere, all’ordine del giorno la questione della presa di potere - ossia si sappia che permangono e permarranno per un tempo non certo breve alla base della società rapporti di proprietà privata dei mezzi di produzione, nel loro modo capitalistico - nella lotta di classe del proletariato i comunisti non possono che riconoscere lo stato di cose esistenti, e adeguare tale lotta al livello minimo praticabile in siffatte condizioni. Queste sono le ragioni marxiste dell’adeguatezza dell’attribuzione del carattere di programma minimo come progetto comunista in una fase che non sia rivoluzionaria. L’azione permanentemente rivoluzionaria dei comunisti in siffatte fasi si manifesta perciò in una serie di circostanze che, prima di svilupparle, è bene riepilogare a mo’ di sommario e di traccia da sviluppare: - il punto di vista di classe che informa comunque la strategia di lotta e rivendicativa, anche attraverso la sua articolazione tattica, pur se “minima”; - codesta consapevolezza di “minima”, in quanto articolazione della lotta entro il modo di operare e le contraddizioni della produzione capitalistica; - il riconoscimento scientifico e politico del perdurare del rapporto di capitale, adeguandovi la prosecuzione della propria lotta di classe ma non come “programma socialista”, indicandone tuttavia la connessione con il programma di transizione; - gli obiettivi della lotta che, dunque, muovono tutti dalla specificità delle contraddizioni capitalistiche, di merce, denaro, proprietà e potere; - la totale autonomia delle forme di lotta, che si inscrivono nella permanente e ininterrotta opposizione al capitale, di cui approfondire le contraddizioni immanenti; - la profonda differenza, per il succitato riferimento di classe, che assume questo livello minimo dello scontro da quello che è il minimalismo del riformismo; - la conseguenza per cui anzitutto il “programma minimo” dei comunisti, in quanto di classe, non è un “programma comune” interclassista; - sulla base della ricordata autonomia di classe e della continuazione della lotta di opposizione, la necessità tattica di alleanze e fronti comuni; - una seconda conseguenza, per cui è possibile anche formulare un programma comune democratico, ma assolutamente distinto e separato dal programma minimo di classe; - la necessità di comprendere praticamente a livello di massa che governo non è potere e che perciò il “governo” non può che rappresentare il potere dato, sia pure in forme diverse e internamente contraddittorie; - la comprensione del fatto che il capitale è stretto nelle sue contraddizioni più con la lotta d’opposizione che con la cooptazione proletaria al “governo”; - una terza conseguenza che, pertanto, fa sì che il programma minimo di classe finché minoritario si configuri necessariamente come programma d’opposizione e di lotta e non di “governo”;

- la costruzione del programma attraverso un lungo lavoro e dibattito comune nella classe lavoratrice per farle apprendere praticamente le proprie condizioni oggettive (carattere “maieutico”, di insegnamento, di autoformazione e di aggregazione per la lotta e la coscienza di classe) - la percezione che il “programma minimo”, per tutto ciò che precede, non è immediatamente realizzabile in quanto tale ma serve per accumulare forze finalizzate alla “lotta, critica, trasformazione”. 12. Dunque, purché si abbia la capacità di comprendere l’appropriato significato di quel “minimo” che qualifica il programma dei comunisti da un punto di vista di classe e marxista e che nulla ha a che fare con la tarda accezione datale dai riformisti, se ne percepisce sùbito la portata dirompente in antitesi alla forma dell’unità sociale capitalistica. In esso cioè non vi è niente di riduttivo, come è invece invalso negli anni attraverso le pratiche riformistiche, che partiti e sindacati operai hanno mutuato dalla borghesia in termini di “litanìe democraticistiche” e “liturgìe nazionalistiche”. Le forze comuniste che maggiormente, negli anni recenti, hanno dibattuto sulla questione del “programma minimo” si sono sempre situate tra quelle che meno coltivavano (o non lo facevano affatto) l’illusione volontaristica e spontaneista di una “rivoluzione dietro l’angolo”. Quel dibattito era, ed è, la necessaria e ineludibile premessa per la considerazione del successivo processo di transizione: tenendo ben distinto e separato, come accennato, il programma minimo, sotto la dittatura della borghesia, dal programma di transizione, sotto la dittatura del proletariato. Il dibattito in questione assume la storia del socialismo come processo lungo e tortuoso di contro, da un lato, come si è detto, al vitalismo movimentistico del “bisogno di comunismo”, “tutto e sùbito”, e, dall’altro, alla stasi del riformismo. Del resto, per avere qualche breve riferimento storico, basti vedere la corposità economica e politica dei programmi minimi intesi in senso marxista, con tutte le loro diverse anticipazioni e sviluppi. 13. Il dibattito sul problema del programma minimo ha antiche radici marxiane (che meritano oggi una più precisa ricostruzione storica della sua “memoria”). Fu costantemente presente a Marx [lettera a Bracke, del 5.5.1875] che “ogni passo in avanti, ogni movimento reale è più importante di una dozzina di programmi”. Ma proprio per tali ragioni, in quella stessa lettera Marx osservava come servisse un programma serio adeguato alla situazione politica del momento, sì da essere “preparato da una lunga attività comune” per individuare obiettivi concreti e praticabili; mentre da parte dei parolai e dei riformisti “al contrario, si fabbrica un programma di principio” del tutto inutile. Marx [nelle “istruzioni” per i delegati al congresso di Ginevra del 1867, per la I associazione internazionale dei lavoratori, riuniti nel 1864 in sindacati nazionali e di categoria] formulò una traccia di programma riprendendo anche alcuni obiettivi non di transizione indicati nel Manifesto. Quel prototipo servì più volte in séguito, a cominciare dal programma del partito socialdemocratico tedesco, scritto da Bebel e Wilhelm Liebknecht seguendo la traccia marxiana per il congresso di Eisenach (23.6.1869). In seguito, lo stesso Marx scrisse le “considerazioni” preliminari per

il programma minimo del partito operaio francese nel 1880 (programma che fu elaborato e scritto dai lavoratori stessi), parimenti ispirato a quella vecchia stesura. Successivamente anche il programma del partito spagnolo e quello di Erfurt, l’uno citato e l’altro riveduto da Engels, ripresero quei criteri [per la documentazione completa si rinvia all’opuscolo di Comunismo In/formazione # 1, L’inchiesta operaia].

Il programma dei comunisti

14. Il “programma” dei comunisti - dunque inizialmente “minimo”, in preparazione delle forze da accumulare per la transizione - si configura perciò come processo, per preparare il quale occorre “una lunga attività comune”. È una tale mediazione storica - e la corrispondente individuazione dei “termini medi”, nel loro divenire - che, se è percepita dal soggetto storico collettivo come essere sociale, lo rende capace di definire la tattica in funzione della strategia rivoluzionaria, per la futura presa di potere da parte del proletariato e il successivo superamento del modo di produzione capitalistico: ma appunto, come si è visto, solo quando i rapporti reali lo permettano. Il carattere processuale del programma minimo, fondato e articolato intorno alle contraddizioni del capitale, si traduce esso stesso in una forma dialettica: da un lato, accettando per le condizioni di lotta il quadro di riferimento istituzionale borghese, pur senza rabbassarsi a mero riformismo legalitario; dall’altro, costringendo con tale lotta il capitale all’arretramento nei punti deboli della sua contraddittorietà, senza far conto su alcuna sua “filantropia”. È chiaro come una simile dialettica, articolata intorno alle contraddizioni del capitale, non possa contemplare immediatamente (per ciò che si è dianzi detto) un “programma comune” di compromesso sociale e costituzionale, che metta assieme interessi di classi sociali diverse e contrapposte. Del resto, è in questo senso complessivo che il programma minimo differisce da un programma comune di compromesso sociale e costituzionale. Non per caso tale confusione è invece preferita dal riformismo di ogni tempo. Ancora nella critica marxiana al programma di Gotha, a proposito delle rivendicazioni di stampo borghese, si trova la notazione sarcastica contro “questa specie di democraticismo confinato entro i limiti di ciò che è permesso dalla polizia e non è permesso dalla logica”. È ovvio, dunque, che il programma minimo non sia neppure concepito per l’accettazione definitiva del sistema di potere borghese: bisogna essere particolarmente stupidi per impegnarsi a rispettare per sempre l’ordine legale esistente - scriveva Engels nel suo ultimo scritto [l’introduzione del 1895 alle Lotte di classe in Francia di Marx]. Una costituzione, economica e sociale, di compromesso interclassista, per la sua stessa definizione, non può essere “prevista” come parte di un programma minimo di classe. Ne può risultare in quanto esito di successive mediazioni, certo. Tuttavia, nel suo carattere “formale” (è vero che una qualsiasi costituzione o è formale o non è), essa è destinata a scontrarsi sùbito con la sua inapplicazione “materiale” (questa sì) da parte dell’amministrazione capitalistica. Qualsiasi fase di compromesso di tal genere integra ciò che sovente si suole ricomprendere sotto la categoria del “dualismo di potere”. 15. Proprio questa è una circostanza contraddittoria, giacché il potere in quanto tale non può essere “dualistico”, dovendosi dirimere rapidamente la prevalenza

dell’una o dell’altra parte. Si delinea così l’incongruenza (che merita ulteriori chiarimenti) della pretesa di ipotizzare stabilmente un governo che non sia piena e coerente espressione del potere borghese. Certo, le forme di codesta espressione sono molteplici (come le forme possibili dello stato, circostanza ampiamente già menzionata da Marx), possono evidenziare alcune contraddizioni interne alla borghesia stessa, ma non possono stabilmente confliggere con il capitale, la sua proprietà e il suo modo di produzione. Il riformismo borghese di ogni epoca ha sempre evitato di dire e di far capire che il proletariato - in quanto classe cosciente autorganizzata - non può mai, per definizione, far parte o men che meno guidare un “governo” nella società borghese. Perfino alcuni governi eccezionali, come quelli conseguenti allo stato di guerra, di guerra civile o di grandi calamità naturali, sono spesso frutto di mistificazioni patriottiche e nazionalistiche, organizzate per il successo degli affari borghesi. Si confonde, scientemente e vilmente, potere con governo. Il governo non può che essere consono al potere esistente. Ne va della questione del “diritto di proprietà” e della “libertà del denaro”. Nella società borghese, perciò, i governi non possono che essere essi stessi borghesi. Il “dualismo di potere”, si è detto, dura poco, non può durare. I comunisti, in un governo dello stato borghese, non potrebbero fare i “comunisti”, non potrebbero prendere provvedimenti e misure “comuniste”. Farebbero altre cose, a volte forse necessarie, ma sicuramente non quelle comuniste, e surrogherebbero, non richiesti, solo le manchevolezze della borghesia. La cosa non è nuova se si ricorda come, pur in un contesto storico e con un blocco sociale diverso, già Marx ammoniva la Lega dei comunisti (15.9.1850): “Non c’è bisogno di molto entusiasmo per appartenere a un partito che, si crede, andrà al governo. Noi ci consacriamo a un partito che neppure se darà il meglio di sé potrà andare al potere. Se il proletariato andasse al potere, non adotterebbe misure realmente proletarie ma piccolo-borghesi. Il nostro partito potrà andare al governo soltanto quando i rapporti reali permetteranno di realizzare le sue concezioni. Quando si arriva troppo presto al potere, i proletari non andrebbero da soli al potere ma insieme ai contadini e ai piccoli borghesi, e sarebbero costretti a realizzare non le proprie misure ma le loro. Non c’è bisogno di essere al governo per realizzare qualcosa”. La rivoluzione non si fa con la legge. È la legge che cambia con il processo rivoluzionario. Ma sarebbe sciocco e infantile ritenere che tutti i governi borghesi siano uguali. La loro differenza, entro il dominio e la legge del capitale, è il segno delle contraddizioni che confondono la borghesia. Di esse il proletariato può avvalersi opponendosi in modo da farle scoppiare entro i differenti governi della borghesia stessa. L’alternativa tra opposizione o governo è perciò falsa come una moneta di latta, e non a caso è un risultato ovvio dell’ideologia istituzionalistica. 16. Il programma minimo pone obiettivi antagonistici interni al sistema democratico borghese, nel senso che non richiede la soppressione del rapporto di capitale, ossia del rapporto di proprietà capitalistica, con la conseguente rottura del mercato unico mondiale capitalistico. Ovverosia, esso pone obiettivi immediatamente antagonistici, come obiettivi che, pur teoricamente interni alla

logica della società capitalistica borghese, nell’attuale fase dell’imperialismo transnazionale e del mercato mondiale sviluppano progressivamente e in senso storico contraddizioni tali in campo avversario da richiedere, per la loro compiuta realizzazione, un futuro cambiamento rivoluzionario dell’assetto statuale. In questo senso è inevitabile che il programma minimo sussuma in sé obiettivi di carattere “democratico” che il sistema borghese non è più in grado di realizzare. Per questo motivo per programma minimo si intende proprio quel programma in processo che - contemporaneamente alle indicazioni programmatiche di “massima”, quelle appunto che strategicamente si connaturano come momento di potenziale rottura per un passaggio rivoluzionario alla fase di transizione - veda i loro parziali adattamenti e adeguamenti alle varie fasi in cui si opera, in riferimento agli effettivi rapporti di forza. 17. Gli obiettivi posti dal programma minimo quindi, essendo la loro “fattibilità” in relazione ai rapporti di forza, sono obiettivi di un programma di opposizione. In linea di principio, solo in un caso tali obiettivi potrebbero essere posti come obiettivi di governo. È il caso di un governo, al quale i comunisti possono partecipare o dare il loro appoggio, che, in una fase di profonda crisi politico-sociale della borghesia e di laceranti contraddizioni e divisioni interne al fronte borghese, fosse il risultato politico-istituzionale di un grande movimento di lotta di un largo fronte proletario e popolare. Ma tale governo, per l’instabilità del dualismo di potere che si verrebbe a creare, o diventerebbe lo strumento che faciliterebbe il passaggio a una fase rivoluzionaria e alla presa del potere politico, o diventerebbe lo strumento per un momentaneo rafforzamento finalizzato a una ritirata tattica intesa come accumulazione delle forze per meglio organizzare la resistenza di classe del proletariato. Essendo quella presente, ovviamente, una situazione in cui non si pone nemmeno lontanamente la possibilità di un governo di “unità popolare” come quello prima ipotizzato, ogni partecipazione a governi formati dagli attuali partiti borghesi di “centrosinistradestra” sarebbe pesantemente condizionata da questi ultimi oltre che dal quadro internazionale. Per i lavoratori nello stato del capitale, anche e soprattutto in una fase politicamente non rivoluzionaria, vi è un modo di “governare”, unico e peculiare. È quello di organizzarsi e lottare - per “opporsi” fuori e dentro il quadro istituzionale. Appunto come diceva Marx, “non c’è bisogno di essere al governo per realizzare qualcosa”. 18. Riassumendo il programma minimo deve quindi rispondere alle seguenti esigenze tattiche e strategiche: - unire e rafforzare la classe; - porre le condizioni per stabilire alleanze con altre classi; - coprire l’arco di tempo da una fase difensiva ad una di attacco; - sottintendere al progetto un processo di lunga lena. Ecco perché inevitabilmente i suoi obiettivi devono coprire tutto il campo in cui si articola lo scontro e la lotta di classe contro la borghesia e devono essere quindi,

simultaneamente e inscindibilmente, di natura economica, sociale, politica e istituzionale. 19. Dunque, non è eludibile una discussione seria sui contenuti e sulla forma da conferire al programma di azione politica del “movimento reale” della classe lavoratrice in ciascuna particolare fase. La questione che sùbito è bene chiarire è che un simile programma non debba sottostare all’uggiosa querelle della cosiddetta “compatibilità” col sistema. Codesto è affar loro, dei padroni, e non pertiene affatto al proletariato. Quando da parte dell’ideologia dominante si è parlato di compatibilità, si è inteso farlo per rimuovere qualsiasi antagonismo anche all’interno delle regole del sistema vigente, e non solo contro di esso. La borghesia, infatti, è conscia della propria lotta fratricida: e sa bene che esiste una vasta gamma di comportamenti e di azioni di lotta proletaria, che sono “incompatibili” con il suo precario equilibrio e col regolare procedere dell’accumulazione di plusvalore per l’intero fronte padronale. Nondimeno, questo tipo di incompatibilità è piuttosto da riguardare come antagonismo di classe. E nulla ha a che spartire con il concetto borghese di “compatibilità”, che la sinistra rivoluzionaria più avveduta ha da sempre provveduto a demistificare. Tuttavia occorre anche non dimenticare il vecchio avvertimento di Marx [Il salario, del 1847] secondo cui è inevitabile che, se l’accumulazione delle forze non conduce alla trasformazione sociale, la rovina dei capitalisti porti con sé la rovina dei lavoratori stessi.

La lotta dei rivoluzionari per le riforme

20. Anche nelle fasi non rivoluzionarie come la presente, dunque, esistono sempre spazî più o meno ampi di lotta proletaria, rispettosa, per così dire, dei vincoli del sistema ma dalla propria prospettiva di classe. Epperò essa è capace di incrinare stabilità, rompere equilibri, spostare contraddizioni del capitale: dappoiché instabilità, squilibrio e contraddittorietà sono immanenti al modo di produzione capitalistico stesso. In una siffatta prospettiva, la “minimalità” del programma interno al dis/funzionamento del perdurante rapporto di capitale è guidata dalla strategia in positivo del processo rivoluzionario in divenire. Solo l’obiettivo finale è il superamento dialettico e storico del modo di produzione capitalistico. Ma è un obiettivo che sfugge alla “volontà” teleologica del soggetto rivoluzionario stesso, essendo l’intero processo ricompreso nell’eterogeneità dei fini, dei modi e dei tempi della storia. È qui che si gioca, realmente, l’unica vera compatibilità che riguarda i comunisti. Ovverosia, la compatibilità tra gli obiettivi credibili, eventualmente praticabili, del programma minimo e il fine strategico massimo della trasformazione socialista. È il nesso tra la prassi politica, che concerne la tattica, e la strategia rivoluzionaria comunista. Ma esso non può essere svilito nella banale sequenzialità di una tattica intesa come piccolo cabotaggio della quotidianità. Codesto è tatticismo volgare, spesso opportunistico, rispetto ai cattivi tempi lunghi, protratti all’infinito, di una rivoluzione di là da venire. In ciò si inscrive una malintesa nozione di strategia. La coerenza tattica strategica non conosce vincoli temporali. È in tale contesto generale quindi che si pone il fondamentale aspetto rivoluzionario della lotta per le riforme, aspetto messo in luce e praticato più volte nella storia del movimento operaio e comunista. Il fatto che nel nostro paese il riformismo - conforme al cosiddetto “revisionismo” vecchio e nuovo di stampo socialdemocratico, proprio nella togliattiana “democrazia progressiva” e nelle “riforme di struttura” della cosiddetta “via italiana al socialismo” - trovasse il suo massimo esempio di distanziamento da una corretta impostazione rivoluzionaria della lotta per le riforme comportò nei comunisti l’identificazione tra “riforme” e il “riformismo” tipico di quel revisionismo. Cosicché la lotta dei rivoluzionari per le riforme - una cosa troppo seria, ammoniva Lenin, per lasciarla fare ai riformisti! - è stata progressivamente annullata dalla fine degli anni ‘60 in poi avallando la schematica opposizione “o rivoluzione o riforme”, proprio per l’incapacità a sostenere il confronto con il riformismo borghese. 21. Quando si parla di riforme, nella tradizione comunista italiana, il riferimento implicito è all’esperienza togliattiana e del Pci; ma se ne parla senza essere in grado di superare sia i limiti di quel riformismo sia, al contempo, quelli dello schematismo di una sua critica. Ci si viene così a trovare in una situazione dove oggi ricompaiono,

senza una adeguata critica, ragionamenti e indicazioni programmatiche molto simili a quelle, già negativamente sperimentate, di allora. Innanzitutto, vi è la sottovalutazione del programma di classe, definito “ristretto”, in favore di un “programma nazionale”. Si ha qui un tatticismo adialettico e compromissorio che di fatto nega alla lotta del proletariato, su di un programma di classe antagonista ed autonomo, il ruolo di fondamento del processo contraddittorio che determina, nel rapporto con gli alleati e nello scontro con la borghesia e i loro rappresentanti politici, avanzamenti a livello storico-politico. Il velleitarismo e la confusione tattica tra programma di classe e programma comune da “fronte nazionale”, tra programma minimo e programma massimo e di transizione è definitivo (come peraltro emerge chiaramente dalla pretesa togliattiana di “sommare” Cattaneo, Mazzini e Garibaldi a Marx, Engels e Lenin, ben sapendo qual fosse il feroce giudizio di questi su quelli!) In una fase di crisi mondiale in cui i rapporti tra le classi a livello nazionale per il proletariato toccano oggi il punto più basso da venticinque anni a questa parte, si ripropongono “riforme” “possibili” in tutti i campi, da quello sociale a quello istituzionale, si pongono cioè, al di là dei reali rapporti di forza sociali, obiettivi di riforma, spesso, da un punto di vista astratto, giusti e condivisibili. Il problema però non è tanto nella “giustezza” delle riforme, nei “contenuti” formali verbalmente dichiarati, ma, ancor prima di quelli, nei criteri di impostazione di un programma “minimo” che risponda alle esigenze tattico-strategiche di questa fase. Il classico errore del riformismo subalterno (massimalismo a parole opportunismo nei fatti) consiste nel non sapere come, quando e con chi attuare queste riforme. La storia si è già incaricata di dare la risposta.

I criteri di impostazione del programma

22. Ancor prima di un problema di analisi delle singole proposte programmatiche che si individuano come pertinenti alla fase in cui ci si trova a operare, c’è quindi un problema di criteri di impostazione, di “metodo” nel senso del procedere alla determinazione delle relazioni dialettiche e dei concetti che sono insiti nel contenuto, nella sostanza del problema: “il metodo, in questo modo, non è forma esterna, ma l’anima e il concetto del contenuto” - come diceva Hegel. Parlare di programma minimo infatti significa implicitamente parlare di tutto ciò che concettualmente lo determina, gli sta a monte e lo condiziona. “Il socialismo pratico consiste in una corretta conoscenza del modo di produzione capitalistico in tutti i suoi vari aspetti” - scriveva Friedrich Engels [concludendo La questione delle abitazioni, nel 1872]. Riepilogando, in sintesi, i criteri che occorrono riguardano - analisi concreta della realtà economico sociale internazionale (e al suo interno di quella nazionale); - indicazioni strategiche che rimandino alla prima fase di transizione; - indicazioni tattiche che, riallacciandosi a quelle strategiche, “costruiscano” nuovi rapporti di forza e costituiscano la fase di accumulazione delle forze e di avvicinamento al momento della rottura rivoluzionaria; - individuazione delle forze motrici sociali e politiche del processo in generale e, in particolare, dell’aspetto del progetto politico dei comunisti. È ovvio che in questa sede tali corpose problematiche, pur presenti, rimarranno sullo sfondo della discussione, toccando al massimo le questioni della tattica e le sue relazioni con la strategia, perché è proprio in riferimento a tali questioni che si pone il problema del programma minimo. 23. Il programma minimo infatti è un programma di fase che sostanzia gli elementi generali della tattica che in sintesi si possono così riassumere: nella lotta contro il fronte borghese, puntando ad una sua divisione, unire le masse operaie e proletarie e, attorno ad esse, le masse popolari in una prospettiva di superamento strategico del capitalismo. Il fronte proletario stabilisce quindi delle alleanze anche con altre classi e ceti proprio sulla base del suo programma e del suo punto di vista di classe. Tale alleanza trova la sua materiale ragione d’essere nelle contraddizioni, di tipo sociale ed economico, che vengono generate dai processi di oppressione ed espropriazione dell’imperialismo. È l’indicazione, all’interno di un progetto politico complessivo, degli obiettivi tattici, anche a livello istituzionale, che rende possibile il processo di accumulazione delle forze. Per i comunisti quindi il programma minimo è al contempo sia la concretizzazione, in termini di obiettivi e di indicazioni, della tattica nella attuale fase, sia il riferimento tattico programmatico a cui risponde e si relaziona, dal lato soggettivo, il progetto politico dei rivoluzionari: quello che delinea le forme e le

modalità storicamente peculiari della ricostruzione di un soggetto collettivo cosciente, di una “organizzazione di parte” dei comunisti - di un “partito” comunista, insomma - e quindi del futuro del processo rivoluzionario. 24. Per tali motivi, un qualsiasi programma minimo nella prospettiva della transizione non sa che farsene di semplici “bandiere”, fossero anche quelle generiche dell’anticapitalismo. Se la fase non permette la rottura del dominio della proprietà privata, dell’economia del profitto e delle istituzioni della borghesia, il superamento del modo di produzione capitalistico può divenire solo prospettiva strategica. D’altra parte essa è cultura portante per l’indebolimento immediato del fronte padronale. Questa è scienza della rivoluzione. Viceversa, un “anticapitalismo di bandiera” non solo non è d’aiuto, ma può perfino essere fuorviante in quanto illusorio. Parole forti per linee morbide. Grave errore sarebbe ridurre la questione del programma minimo al basso chiacchiericcio retorico delle promesse elettorali, svilendo così la lotta di classe al solo livello delle proposte istituzionali. La questione delle istituzioni è un affare serio, e merita anch’essa la considerazione rivoluzionaria del punto di vista di classe. Non si tratta, cioè, di rabbassarla a un maneggio di alleanze tatticistiche per nuove maggioranze e governi alternativi. Tra l’altro, così agendo, non si terrebbe neppure conto che sugli affari riguardanti le istituzioni sono più attrezzati proprio coloro che degli assetti ed equilibri istituzionali formali fanno il loro sporco mestiere. È, questa, una prudenza da avere di fronte a troppe componenti della sinistra che fanno il gioco dei “progressisti-conservatori”, come già li chiamava Marx. Ieri come oggi, tali forze sovente si collocano soggettivamente, in modo ambiguo, a mezza strada tra strategia rivoluzionaria e riformismo, come ibrida unione di forze comuniste e tendenze socialdemocratiche. “I lavoratori non possono più fidarsi dei politici. Speculatori e cricche d’ogni sorta si sono impadronite delle istituzioni legislative, e la politica è diventata un affare” - asseriva Marx già più di un secolo fa [in un’intervista a George Harney, del 18 dicembre 1878]. 25. Riassumendo: quello “minimo” è perciò un programma di “fase” che si colloca in un quadro politico non rivoluzionario e che, conseguentemente, assume un carattere “popolare, democratico, di resistenza di massa”. Esso ha come proprio orizzonte, come proprio riferimento strategico la futura prima fase di transizione: cioè la fase in cui, sulla base della conquista del potere politico statuale sarà possibile attuare quegli obiettivi su cui e per cui si era costituito quel blocco sociale di tipo socialista che rappresenta il soggetto sociale del processo rivoluzionario teso al superamento dei rapporti capitalistici di produzione. Ovviamente le condizioni per passare a una fase di transizione non sono tanto, o solo, le condizioni di tipo soggettivo e politico, ma essenzialmente quelle di carattere oggettivo. Si tratta di quelle condizioni, cioè, che si riferiscono allo sviluppo delle contraddizioni economiche e strutturali dell’imperialismo a livello mondiale. Esse rimandano alla considerazione dei rapporti di forza tra le classi, a livello internazionale oltre che nazionale, tali che siano favorevoli al blocco sociale proletario e popolare a fronte di una crisi politico-sociale del fronte borghese e del

suo settore determinante, la grande borghesia sovranazionale articolata nelle sue “sezioni” nazionali. La contemporanea presenza di tali condizioni oggettive possono permettere al processo di transizione non solo volontaristicamente di iniziare, ma di durare e materialmente rivoluzionare i rapporti sociali e rispondere alle esigenze delle masse. E se la dimensione che si può dire esterna alla forma data delle istituzioni borghesi coincide con la strategia tesa al superamento del modo di produzione capitalistico, quella interna corrisponde alla tattica che sia coerente e renda praticabile siffatta strategia nel corso del tempo. Ma la successione, logica e politica, di queste due forme di lotta non è temporale, come troppo spesso si è frainteso. Non vi è un “prima”, tutto incartato sui cascami di una realpolitik attenta solo ad affarucci di “religione della vita quotidiana” (per citare Marx), e un “dopo”, buttato al di là dei limiti del presente storico nell’utopismo onirico degli “sforzi donchisciotteschi” (per insistere con Marx). In un tal genere di connessione tra strategia e tattica, a critica del riformismo minimalista, già Engels [per il programma di Erfurt], osservava che “abbandonare l’avvenire del movimento in favore del presente”, sia pure con “intenzioni "oneste", è e sarà sempre opportunismo, ed è forse l’opportunismo "onesto" il più pericoloso di tutti”.

La crisi e le contraddizioni del capitale

26. La fase attuale è di profonda e prolungata crisi del capitalismo, nella sua forma imperialistica transnazionale, su scala mondiale. Ma questa crisi di capitale si è rovesciata in maniera ancor più drammatica - in ciascun paese, dominante o dominato - nel suo opposto dialettico, in crisi di lavoro. E la crisi del lavoro soggettivamente, da un punto di vista del proletariato, in quanto riferita al soggetto sociale collettivo - si è trasmutata in una crisi (più grave di tutte le altre) del movimento operaio, delle organizzazioni dei lavoratori e della coscienza, prima di classe e poi comunista. Dunque, se il capitale sta male, il lavoro sta peggio. In siffatte condizioni, nessuno può ritenere di trovarsi in una fase rivoluzionaria o solo pre-rivoluzionaria - seppur mai, in questi ultimi decenni, si fosse potuto supporre che una tale fase si sia presentata sul proscenio della storia e della lott a di classe, come alcuni comunisti o sedicenti tali hanno sognato o farneticato. La fase è decisamente conservatrice, o peggio reazionaria e controrivoluzionaria. Cionondimeno, la presenza “residuale”, ieri e oggi, e rinnovata, oggi e domani, dei comunisti e dei rivoluzionari può esprimersi in un’articolazione specifica della propria prassi politica, in risposta alle contraddizioni immanenti del capitale. Siccome la lotta di classe non si interrompe per il semplice fatto che i proletari non hanno le forze per attaccare - ma anzi, proprio in tali circostanze, essa si intensifica nell’opposta direzione per l’accresciuta virulenza dei padroni - codesta lotta di classe ha da essere perseguibile da parte proletaria individuando tempi, forme e modi proprî d’attuazione adeguati alla fase. 27. Individuati i criteri di impostazione del programma minimo però, rimane completamente aperto il problema di come sia possibile, non solo elaborarlo, ma in che modo sia possibile praticarlo e realizzarlo. Si tratta di capire come far leva sulle contraddizioni, per fare in modo che esso non rimanga solo una sfilza di cose buone e giuste, consolatorie come possono essere i sogni, o angoscianti perché irraggiungibili, come possono essere gli incubi, ma che politicamente si tramutano in quel velleitarismo massimalistico che si riduce nei migliori dei casi a praticare un minimalismo difensivistico alla giornata. Soprattutto in questa fase di sconfitta ideologica oltre che materiale, con una accentuata interiorizzazione dell’ideologia neocorporativa, può prevalere un senso di impotenza e di sconforto nell’analizzare i processi economico-sociali che il grande capitale mette in atto: non si colgono contraddizioni e, anche quando ci sono, non si vedono prospettive di uscita diverse da quelle che il grande capitale pratica, quasi che il processo di accumulazione e riproduzione del capitale sia come una locomotiva che non è possibile fermare pena la catastrofe per tutti. Invece proprio dalla ripresa del concetto di contraddizione è possibile impostare correttamente il problema sopra esposto.

28. Nella totalità capitalistica lo sviluppo storico non avviene in modo lineare, teleologico e predestinato: esso avviene come risultato delle contraddizioni intrinseche (di tutte le contraddizioni, da quelle più semplici a quelle più complesse) del modo di produzione capitalistico e delle formazioni economico sociali capitalistiche. La contraddizione è tale perché inevitabilmente si manifesta come debolezza, squilibrio, crisi che comporta storicamente la necessità di un mutamento che ripristini solidità, equilibrio e sviluppo ad un livello superiore. Sono quindi le contraddizioni del capitale nel loro aspetto di debolezza a determinare “scelte” che appaiono inevitabili e necessarie per il loro superamento: impedire, limitare o indirizzare queste scelte, è possibile proprio perché frutto di debolezza e crisi, e significa modificare i rapporti di forza in termini più favorevoli alle classi lavoratrici e scatenare le contraddizioni in campo avverso. Infatti queste “scelte necessarie” sono tali solo in senso di classe: il capitale non può che convenire oggettivamente nel far ricadere le conseguenze della crisi sul proletariato e strati popolari (e a volte anche di piccola borghesia) nel loro complesso, mentre per i lavoratori è possibile che esse ricadano sulla lotta interna dei capitali, a far leva sul grande capitale transnazionale. Quest’ultimo infatti è quello che conta e decide e che quindi è in grado di scaricarne le conseguenze sui suoi “anelli deboli”, il capitale più piccolo e nazionalistico, che è spesso anche il più coercitivo e reazionario, anche a rischio della riduzione quantitativa del processo di accumulazione e riproduzione del capitale. Seguendo quindi un criterio di analisi che, partendo dalle contraddizioni capitalistiche individui i loro momenti di crisi e debolezza che determinano, per il capitale, “necessità imperative”, è possibile avere il quadro complessivo delle scelte e tendenze del capitale ai vari livelli in questa fase storica e nel contempo, in opposizione a quelle tendenze, individuare gli obiettivi e le battaglie che costituiscono appunto il programma minimo di classe dei lavoratori. Questa è la fase storica dell’imperialismo transnazionale e del mercato unico capitalistico a livello mondiale, pur nella contraddittorietà interimperialistica tra e all’interno dei tre poli imperialistici. In essa si manifestano in ugual modo le tendenze del capitale e della borghesia sovranazionale quale principale e comune avversario di classe a livello planetario e si determina una progressiva omogeneità nelle forme e condizioni di sfruttamento del proletariato internazionale. Va da sé che, in tali condizioni, il programma minimo assuma la dimensione politica dell’internazionalismo. È possibile cioè pensare ai contenuti e ai criteri portanti di tale programma come alla base su cui è materialmente ricostruibile l’unità del proletariato non solo nazionale, ma quantomeno europeo, in opposizione al comune nemico.

Le contraddizioni del rapporto di capitale e l’antitesi di classe

29. Conviene vedere, seppur schematicamente, quali siano le contraddizioni che in questa particolare fase di crisi stanno producendo scelte determinanti, a livello economico, sociale, politico e istituzionale, per il nuovo assetto imperialistico a livello internazionale e nazionale. A livello economico le contraddizioni legate alla tendenziale caduta del saggio di profitto e della quasi trentennale crisi da sovraproduzione di capitali e di merci, comporta una stasi del ciclo di accumulazione dove i livelli di concorrenzialità sono maggiori e decisivi sulla scena del mercato mondiale rispetto ad una fase espansiva e quindi i processi di concentrazione e centralizzazione aumentano in qualità e quantità. Da ciò la necessità per il grande capitale di accentuare gli aspetti di finanziarizzazione e internazionalizzazione all’interno di una nuova definizione della gerarchia del capitale a livello mondiale, di procedere ad una maggiore intensificazione dello sfruttamento, flessibilità, mobilità, fluidificazione e preacarizzazione della forza-lavoro a fronte di un grande esercito industriale di riserva e della flessibilità dei processi produttivi. Infine la necessità di diminuire, in vari modi, se non addirittura il salario reale diretto, il costo del lavoro per unità di prodotto. A livello sociale le contraddizioni relative all’impossibilità di una coincidenza armonica di interessi ed esigenze tra la borghesia del grande capitale e le classi proletarie e popolari, l’accentuarsi della divaricazione tra il carattere sociale della produzione e il carattere privato della appropriazione e la non programmabilità dello sviluppo della produzione capitalistica, “impongono” alla grande borghesia dell’imperialismo transnazionale nella sua specificità e collocazione nazionale scelte che stanno caratterizzando la società capitalistica a livello mondiale in questo fine millennio. A fronte dello sviluppo di momenti e organismi decisionali sovranazionali tale da rendere subalterno il livello nazionale, la grande borghesia transnazionale ha la necessità di procedere ad una diminuzione generalizzata del salario sociale globale di classe, di aumentare il potere di normazione, formazione, controllo della forza-lavoro, di aumentare la pervasività del capitale nella sfera sociale, di adeguare pienamente le sovrastrutture sociali (dallo stato ai partiti e ai sindacati) alle esigenze del capitale, di far apparire quest’ultimo sempre più sociale e meno privato, meno anarchico e più programmabile. 30. A ben guardare, le risposte a queste esigenze definiscono il programma borghese di gestione della fase e di trasformazione della struttura sociale al fine di superare la situazione di crisi che si trova articolata, per il caso italiano, nel protocollo del 3 luglio 1993. Tal cosiddetto “protocollo d’intesa” è in linea con le tendenze neocorporative che puntano a una gestione sociale non conflittuale, formalmente aclassista, ma, in realtà, di piena subalternità del proletariato alle esigenze del capitale e della borghesia. Tendono in sostanza ad una società che sia

il risultato di coercizione classista più consenso aclassista. Appunto per questo carattere di complessività, il “protocollo del 3 luglio 1993” rappresenta una sorta di “programma minino” al contrario: in negativo gli obiettivi del programma borghese individuano i terreni di scontro su cui è possibile articolare con possibilità di successo una battaglia operaia e popolare che sappia contrastare lo sviluppo “pacifico” e senza contraddizioni che il neocorporativismo ha a livello sociale. A livello politico-ideologico il permanere della contraddizione di classe, nei termini di una presenza di opposizione antagonista comunista, impone al capitale lo sviluppo e la ridefinizione di una ideologia e di una politica corporativa e autoritaria, adeguata alla nuova fase dell’imperialismo e della borghesia transnazionale. Il neocorporativismo, a livello sia reale sia ideologico, è funzionale all’obliterazione della contraddizione di classe, alla scomparsa della classe “per sé”, alla creazione di un consenso sociale atomizzato e aclassista che permetta un maggior controllo ed una migliore gestione dei processi di sfruttamento e di espropriazione sociale. È in questo quadro che si inserisce l’apparente scontro democratico tra due poli, l’alternanza tra due schieramenti, la semplificazione politica del maggioritario: mantenere le sembianze di un pluralismo fra forze politiche diverse, tutte però interne alle compatibilità e all’orizzonte capitalistico e complessivamente omogenee sulle fondamentali scelte del capitale. Politicamente, quindi, la tendenza autoritaria neocorporativa non è il risultato delle scelte soggettive dei rappresentanti politici della borghesia, ma più realisticamente un risultato “necessario” che trova il suo fondamento nella materialità e nella specificità degli attuali rapporti sociali di produzione. La tendenza all’abolizione perfino dei momenti di “democrazia borghese”, relativi ai processi di decisione e gestione dei rapporti sociali e della società “civile” in genere, assume la parvenza dell’“oggettività”! Tale situazione si ripercuote anche a livello istituzionale dove la presenza di una opposizione parlamentare che possa, anche solo potenzialmente, incidere, spinge ad una ristrutturazione degli organismi e dei poteri istituzionali in funzione di un potere esecutivo che sia più “diretta” espressione del capitale nella gestione del suo stato. 31. In sintesi queste sono le tendenze che a vari livelli si stanno determinando quali conseguenze delle contraddizioni del capitale, tendenze che rappresentano in negativo il riferimento nell’individuazione degli obiettivi del programma minimo. Nondimeno, qui è utile rammentare ancora, sottolineandone i tratti salienti, quale sia il senso di fondo e la cultura critica portante che caratterizza il programma minimo. Ovverosia, occorre che il carattere di classe e la propositività dei punti di tale programma abbiano una reciproca organicità in una concezione di totalità del processo sociale. Affinché il programma stesso abbia valenza universale - ossia, possa risultare validamente perseguibile da tutti i potenziali destinatari, e non solo da alcuni più svelti e maggiormente favoriti dalle circostanze - e non si rabbassi a una “lista” di punti separabili, ma viceversa configuri attraverso la loro portata tattica il percorso della strategia rivoluzionaria. Per cominciare un serio dibattito, si può tentare di indicare quei criteri di fondo che guidino l’individuazione dei punti da porre nel programma minimo, pur senza alcuna pretesa di priorità e di esaustività.

La contraddizione della merce 32. Il criterio maggiormente delicato e onnicomprensivo - il più “semplice”, in senso hegeliano, e quindi il più difficile a essere compreso - richiede di capire di essere dentro le condizioni storiche del modo di produzione capitalistico. In un programma minimo, per essere all’altezza dello scontro nella fase politicamente non rivoluzionaria, per i comunisti non si prescinde dalla constatazione di tale necessità. Piaccia o no, è ancora qui che si è costretti a muoversi, per saper cogliere ed esperire nel rapporto di capitale tutte le contraddizioni della merce. Insomma, nella duplicità della merce, vi è la possibilità di aprire spazî per cominciare a capovolgere, qua e là, ma non annullare come pretenderebbe il debole pensiero di fughe utopistiche, il rapporto tra valore d’uso e valore di scambio. Si può invece provare a subordinare il secondo al primo, anziché il contrario com’è ora. Questa è l’unica possibilità tuttora data, giacché è illusione infondata del socialismo borghese - quello propugnato da coloro che Marx chiamava i “professori della democrazia sviluppata” - ritenere che sia possibile, qui e ora, “sganciare” l’uso della ricchezza sociale dalla sua forma di valore. Di più: neppure nella prima fase di una transizione socialista ciò è possibile; la forma di merce del prodotto continua a prevalere. Nell’epoca moderna, inoltre, si ha di fronte un vincolo ancor più stretto: quello della forma capitalistica della merce. Ciò implica l’appropriazione privata, non solo del valore, ma anche del plusvalore, di cui il plusprodotto può rappresentare la forma di esistenza dell’uso sociale del processo di sviluppo. Ma per far ciò, è sulla garanzia di profitto per il capitale che si gioca l’esito “contrattualistico” della lotta, e non su fughe “autocentrate” in termini immediati di produzione e gestione della “ricchezza” in quanto tale. 33. La tesi dello “sviluppo autocentrato” (precapitalistico o riferito al piccolo e medio capitale nazionale) è, sul piano internazionale, l’omologo fuggente delle “autoproduzioni”, sul piano locale, dei cosiddetti lavori socialmente utili. Una genìa di soggetti sociali che vorrebbero “sganciarsi” dal modo di produzione capitalistico transnazionale del mercato mondiale, senza prima riuscire a dominare quel modo di produzione stesso, cadono preda di soggettivismo, volontarismo, utopismo. Simili progetti sono insensati, non foss’altro perché attraverso essi non è possibile formulare alcuna proposta che abbia valenza e realizzabilità universale. Al più si limitano a ovviare localmente e parzialmente a un’infima quota di problemi particolari. Viceversa, un primo avvio di dominanza del valore d’uso sul valore di scambio, e del plusprodotto sul plusvalore, può essere impostato con la lotta già entro la produzione capitalistica di merci. Subordinando ma non escludendo i secondi termini delle relazioni, poiché non ci sono le condizioni oggettive per far ciò, si pongono tuttavia limiti certi all’arbitrio delle scelte dei capitalisti. Per alcuni tra loro più che per altri. Una tale linea può creare conflittualità all’interno del fronte borghese. Ma ciò, a es., non significa affatto - come vuole la tradizione provinciale, dalla mentalità ristretta, del socialismo romantico borghese dei “progressisticonservatori” - appoggiare il piccolo capitale nazionale. Questo, di norma, è anche

più retrivo del grande capitale monopolistico finanziario transnazionale. “I cagnolini pechinesi spesso sono pi crudeli dei loro padroni” - osservava Lu Hsün. 34. Tantomeno ciò significa favorire il fronte dei “produttori”, buoni, contro il parassitismo degli “speculatori”, cattivi. Codesta distinzione non esiste ed è degna solo di essere scritta sulla lavagna di un pessimo maestro d’asilo, della genìa dei Proudhon riprodottasi fino a Keynes - come, dopo Marx, ha insegnato Grossmann e come non hanno appreso molti “comunisti keynesiani”. Essere adeguati alla fase di grande trasformazione in corso in questo fine millennio, impone ai comunisti di puntare alto sul livello delle contraddizioni epocali. È con la grande borghesia transnazionale che occorre oggi misurarsi, lottarci contro per poi porre condizioni a quel livello più alto. Così se ne può influenzare sùbito il rivoluzionamento produttivo e lavorativo in atto: il resto del mercato segue dappresso, come il cane il suo padrone. È dunque contro il capitale imperialistico - epperò anche a esso - che bisogna rivolgersi per imporre trasformazioni sui settori chiave dell’economia mondiale. Tuttavia, ciò non vuole affatto dire che si stabilisca una “alleanza” con questa parte del capitale contro un’altra; né tantomeno che i momenti di in/contro con l’una o l’altra frazione del capitale configurino schieramenti fissi e stabili. L’autonomia di classe dei lavoratori è tale da definire strategicamente un continuo movimento tattico delle momentanee alleanze, tese sia a raggiungere obiettivi limitati e concreti sia a indebolire il fronte avversario. Marx cita al proposito la duplice alleanza tattica del proletariato inglese: una volta con gli industriali contro gli agrari, per l’abolizione dei dazî sul grano, un’altra volta, a parti invertite, contro gli uni con gli altri, per ottenere la riduzione della giornata lavorativa. Queste lotte furono entrambe vinte, entro le leggi del capitale, ma con grandi vantaggi per il proletariato. Solo in siffatto contesto, la stessa produzione capitalistica può assumere caratteri sociali e utili, inevitabilmente contraccambiati con quote di profitto. È in questo senso, a esempio, che si preciserà meglio il senso di alcune lotte del movimento autonomo dei lavoratori espressosi in Italia nel 1969-70 attraverso i consigli di fabbrica, laddove si pose correttamente il tema delle produzioni socialmente utili (e non dei “lavori”, da cui la terminologia è stata assunta e distorta per infelice assonanza). Su simili obiettivi sarà importante insistere. 35. Qui si trova un altro nodo, su cui la sinistra storicamente manifesta ritardi: non basta il solo assetto formale della proprietà pubblica di contro a quella privata. E ciò nonostante il previo e chiaro avvertimento di Engels a proposito delle condizioni entro cui è possibile porre obiettivi più avanzati. Engels [per il programma di Erfurt] riprese infatti l’osservazione di Marx secondo cui occorre che “la rappresentanza popolare abbia tutto il potere; laddove, secondo la costituzione, possa fare ciò che vuole, avendo dietro di sé la maggioranza della nazione”; ossia, occorre avere “la concentrazione di tutto il potere politico nelle mani dei rappresentanti del popolo”. Se così non è, se lo stato non è sotto il potere del popolo, per una corretta lotta alla privatizzazione può paradossalmente essere utile combattere la statalizzazione quando essa sia intesa come dogma

La “forma” non è certo indifferente o casuale, ma adeguata al concetto. La proprietà pubblica in una prospettiva di transizione, anche se non immediata, rimane pur sempre un obiettivo fondamentale. Tuttavia, proprio per le contraddizioni che tale forma, nella fase attuale, potenzialmente implica, perfino un’impresa formalmente “privatizzata” può essere capace di fornire produzione utile alla società, certo sotto qualche tipo di controllo forte da parte dei lavoratori. In tale compito, paradossalmente, essa può essere perfino superiore al falso “pubblico”: proprio perché falso, cioè occupato da logiche privatistiche; in esso è lo stato a essere usato dai privati a spese della collettività. Strumento di controllo è la definizione di standards qualitativi sociali, solo rispetto ai quali si può garantire il profitto, senza revisione dei prezzi in corso d’opera o al momento della consegna o della distribuzione. Engels [in una lettera Paul Lafargue, del 6.3.1894] mise in luce le contraddizioni insite nell’intervento dello stato negli affari economici, a cominciare dal “protezionismo bello e buono e, per di più, a beneficio esclusivo dei grandi proprietari”. Era completamente erroneo, sosteneva Engels, presentare come socialista qualsiasi “proposta di affidare allo stato” una qualche funzione economica. “Ma cosa fa?” - si chiedeva Engels riferendosi a quel tipo di “socialista” che avrebbe sostenuto le statalizzazioni a ogni costo. Si affida al governo, quando “il governo è il comitato esecutivo della "maggioranza della Camera", e la maggioranza della camera è la rappresentanza, la più esatta possibile, di speculatori” protagonisti dei più grandi scandali finanziari. Ed è a questi stessi speculatori, rieletti alla Camera continuava Engels – “che voi vi volete affidare per sopprimere la speculazione! Non vi basta che essi derubino” la nazione quando, “per lo meno, essi impiegano i proprî capitali e si servono dei loro crediti personali; volete mettere a loro disposizione svariati miliardi e il credito nazionale perché vuotino le tasche ancora più a fondo, per mezzo del socialismo di stato!”. Ed Engels perciò se la prendeva - in quel caso specifico nella figura di Jaurès - con “questo professore dottrinario, ma ignorante, soprattutto in economia politica, questo talento essenzialmente superficiale” che “abusa della sua facondia per spingersi in primo piano e per atteggiarsi a portavoce del socialismo, che neanche comprende. Altrimenti non avrebbe osato tirar fuori un socialismo di stato che rappresenta una delle malattie infantili del socialismo proletario, una malattia di cui si è fatta esperienza in Germania più di una dozzina d’anni fa, sotto il regime [bismarckiano] delle leggi eccezionali, quando esso era l’unica forma tollerata da governo (e perfino protetta da esso)”. Engels additava qui l’“imbecillità” dei lassalliani che, statalizzando a tutti i costi, avrebbero finito per affidare tutto nelle mani dei burocrati bismarckiani: bella prospettiva!

La contraddizione della forza-lavoro

36. La contraddizione della merce, qui tratteggiata, assume una forma specifica in relazione al carattere di merce della forza-lavoro. Solo in tale àmbito si pone correttamente, dal punto di vista di classe, la questione del salario. Nella concezione critica marxiana, il salario è da intendere esclusivamente come salario sociale reale. Il salario - spiegava Marx – “vale non per il singolo individuo ma per la specie”. Il salario si concepisce come grandezza sociale innanzitutto perché riguarda il proletariato intero come classe. Il salario non si esaurisce nell’acquisto diretto delle merci di sussistenza, ma è invece composto anche dall’insieme di prestazioni collettive che derivano dalla ricchezza sociale generale. [Per una definizione esauriente si rimanda senz’altro all’opuscolo di Comunismo In/formazione # 3, Il salario sociale]. È facile capire quale portata, per la lotta di classe del proletariato, abbia la coscienza del significato sociale reale del salario, di contro alle forme ideologiche che ne fanno un elemento meramente remunerativo e partecipativo individuale, qua e là surrogato o integrato da attività sottosalariate e precarie prestate nell’ambito del cosiddetto “volontariato”, o in rivendicazioni che riprendono la parola d’ordine piccolo-borghese del salario minimo o, peggio ancora, del reddito minimo garantito. In altri termini in questi ultimi obiettivi si insinua tutta l’ambiguità dell’“assistenzialismo statale” che il capitale utilizza come ammortizzatore delle lotte. In tal senso Marx ironizzava, a proposito di questo obiettivo nel programma del partito operaio francese. Del resto, con la “legge sui poveri” già alla fine del XVIII secolo in Inghilterra come notò Marx [nel Capitale, illustrando la legge generale dell’accumulazione capitalistica] – “sotto forma di elemosina la parrocchia integrava il salario nominale fino alla somma minima richiesta per la pura e semplice vegetazione del lavoratore”, consentendo così al capitalista che, “nella proporzione fra il salario pagato e il deficit salariale compensato dalla parrocchia, il salario s’abbassi al di sotto del suo minimo”. Con simili provvedimenti di “integrazione” salariale, “sciaguratamente il lavoro, invece di garantire al lavoratore che sgobba duramente e alla sua famiglia un’indipendenza sicura e permanente, conduce perlopiù soltanto al pauperismo attraverso un giro più o meno lungo: a un pauperismo che per tutto il giro è così prossimo che ogni malattia o una qualsiasi disoccupazione transitoria rende necessario il ricorso all’aiuto della parrocchia”. Oggi “parrocchia” e “stato” coincidono, senza che i fautori del “reddito minimo garantito” (o di “cittadinanza”) si avvedano dell’imbroglio e dei rischi sottostanti, peraltro ben evidenziati storicamente dal commento di Hobsbawm [nel suo studio sulla rivoluzione industriale inglese] che ne sottolinea le due principali conseguenze nefaste: da un lato, servì di fatto a trasferire ricchezza dai contribuenti ai proprietari che approfittavano della legge per abbassare i salari, aumentando il carico fiscale e il debito pubblico, dall’altro impoveriva e rendeva i lavoratori sempre più dipendenti

dal sistema assistenziale statale ed ecclesiastico. “Si trattò di un ultimo, inefficiente, sconsiderato e fallito tentativo di conservare un ordinamento sociale tradizionale di fronte all’economia di mercato”. Evidentemente, tale sconsideratezza non era l’ultima! 37. La categoria di salario sociale, reale e globale di tutta la classe, inoltre, sussume anche la questione della mancanza di lavoro per vasti strati proletari. Non solo la disoccupazione secca, ma soprattutto le forme di comando capitalistico sulla forza-lavoro sono le figure attualissime delle forme stagnante (precarietà occupazionale e salariale, con tanto di flessibilità, mobilità, ecc.) e latente (problemi dell’immigrazione, del lavoro femminile e giovanile) dell’esercito industriale di riserva. Ciò eleva l’analisi di classe marxiana infinitamente al di sopra dei balbettii keynesiani e post-keynesiani. Solo in strettissima connessione a tutto quanto precede - a partire dalla contraddittorietà della merce - può porsi la questione della riduzione dell’orario di lavoro: una rivendicazione permanente, da oltre un secolo, del marxismo, da Marx in poi. Solo in questo quadro generale essa non si sminuisce a bassa pratica sindacale aziendale. E, soprattutto, si evita di confonderla demagogicamente con il patteggiamento da gestione solidaristica della disoccupazione, voluto dai padroni, come “ammortizzatore” sociale a costo zero. Dunque, questa rivendicazione di classe comporta un livello di lotta molto alto. Alla salvaguardia della parità di salario sociale reale, si accoppia imprescindibilmente anche quella delle condizioni d’uso della forza-lavoro. 38. Per questa via, si colloca tra i punti rilevanti di un programma minimo la fissazione di prezzi amministrati e politici e delle tariffe. Se collegati a tale problema, e dunque al reddito disponibile per la classe lavoratrice e gli strati popolari, acquistano ben altra rilevanza altri tre punti di programma. Il primo riguarda il fisco: avvertendo, con Marx, che attraverso il sistema delle imposte non si incide alla radice la sperequazione dovuta allo sfruttamento, un programma minimo credibile e di facile presa sulla coscienza immediata delle masse può far leva sul principio della progressività diretta (che peraltro in Italia è ancora principio costituzionale). Il secondo riguarda la gestione del debito pubblico, che è “credito” dei privati, diceva Marx, ossia l’alienazione dello stato ai privati stessi; quindi si tratta di delineare l’indicazione di una scelta non avventuristica che sappia distinguere le forme di reddito o di capitale che stanno dietro l’anonimato falsamente omogeneo di un titolo di credito. Per tassare i titoli occorre stabilire preventivamente la loro nominatività (il primo atto di governo di Mussolini, subito dopo la cosiddetta marcia su Roma, fu l’abolizione della nominatività dei titoli). Qualsiasi escamotage intorno alla nominatività pone immediatamente il problema della praticabilità dell’obiettivo, data l’equivalenza tra tassazione dei titoli e diminuzione del tasso di rendimento, e quindi della possibilità di prescindere dal rinnovo dei titoli del debito pubblico senza aumentarne il tasso stesso.

Il terzo rivendica il controllo diretto dei fondi di assistenza e previdenza da parte dei lavoratori (anche questo, come molti altri punti, già presente nei programmi dell’epoca di Marx). [Per un’analisi più particolareggiata di quest’ultima questione si rinvia all’opuscolo di Comunismo In/formazione # 2, Pensioni senza fondo]. 39. La contraddizione del rapporto di lavoro salariato, in un programma minimo organico che voglia essere sintesi tattica rivoluzionaria, si ritrova al di là delle rivendicazioni economiche e sociali in alcuni punti più genericamente politici e istituzionali. La totalità universalistica del programma consiste proprio in questo. Laddove lo stato non sia neppure in grado di supplire, come surrogato della comunità, alla “comunità reale” - nel senso hegeliano e marxiano della questione è un programma di classe che può farlo. In questo senso è di fondamentale importanza mettere al centro di un “programma minimo” quanto Engels ebbe a indicare [correggendo l’impostazione data dagli estensori del programma di Erfurt]. Lamentarsi per la “privazione dei diritti politici è una frase retorica”, quando si sia constatata la “dipendenza politica” delle classi dominate. È considerando ciò, viceversa, che in un programma di classe è necessario rivendicare anzitutto “doveri uguali” come “complemento dei diritti uguali democratico-borghesi”. In questo senso è di grande momento la capacità che la classe proletaria in quanto tale può mostrare nell’esprimere, dal suo proprio punto di vista e con i suoi proprî caratteri di parte, una reale solidarietà di classe. Siffatta solidarietà - da imporre conseguentemente come “dovere uguale” a tutte le classi - è la sola che possa contrapporsi credibilmente ai simulacri di “solidarietà” cattopadronale e sindacalcorporativa. Quest’ultima tende unicamente ad ammortizzare conflitti sociali mediante il principio dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII della “sussidiarietà” familistica, a fronte delle carenze delle istituzioni pubbliche. Alla base di tale attitudine caritatevole vi sono, infatti, le obnubilazioni ideologiche dominanti che conducono a quel “volontariato” coatto - che in quanto tale è l’opposto di un “dovere sociale” - con un senso posticcio della comunità sempre più frequentemente sbandierato come recupero interclassista o aclassista. La fusione dei criteri a base economica del programma con quelli relativi alla proposta di nuovi assetti sociali presenta, in questo quadro, alcuni caratteri positivi in grado di criticare e annullare pericolose tendenze diversive. Una solidarietà nel senso anzidetto muove realmente dall’identità di classe, e cioè dal carattere di merce della forza-lavoro, con tutto ciò che comporta in funzione del salario sociale. Così, si può pensare al ripristino in chiave moderna di un “mutuo soccorso” della classe per se stessa, attiva e in riserva, attraverso una completa autogestione, che nulla ha a che vedere, come si preciserà tra poco, con un “regime mutualistico” di diffusa solidarietà di cittadinanza. 40. Non è certo un caso che molti punti sopra delineati rimandino, anche in Italia, a nodi costituzionali borghesi non sciolti, corrispondendo a norme della costituzione inapplicata (che, provvisoriamente, è ancora vigente). Anche alcune rivendicazioni “democratiche” possono essere ricondotte entro una generale prospettiva di classe; solo così esse superano e integrano aspetti meramente ideologici. Molti di codesti

punti hanno caratteristiche sociali e politiche tali da tradursi più facilmente in punti di aggregazione di facile esplicazione. Si pensi alle relazioni internazionali e al problema della pace, con particolare attenzione agli aspetti militari; all’attuazione delle autonomie amministrative locali, nel senso giacobino e comunardo indicato da Engels [nella Storia della Lega dei comunisti del 1885]; all’adeguamento legislativo di tutti i principî costituzionali inerenti la “formazione” culturale della società, come sostrato economico, attraverso il salario sociale, delle più alte ragioni di libertà; alla scuola, non circoscritta al suo tradizionale ruolo separato di “tempio dello studio” ma sempre più profondamente inserita nel sistema comunicativo; ai problemi della comunicazione di massa (tv e stampa), con quanto ciò comporta quindi per la libertà di espressione (non intesa in senso individuale).

Il “programma minimo” e gli obiettivi possibili di lotta

41. In una situazione di profonda e prolungata crisi economica politica e sociale, perciò, non sorprende che riaffiorino pseudo-teorie che ben rappresentano tale crisi attraverso confusioni e incertezze. Epperò, per l’appunto, ancor più si impone una precisione scientifica della trasformazione socialista di contro a ridipinte caricature di pregresse utopie. È l’antagonismo delle classi a guidare la necessaria critica delle “nuove” ideologie Si rammenti quanto Engels disse [a proposito dell’Evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, tra il 1873 e il 1885], circa il fatto che “la situazione storica teneva in suo potere anche i fondatori del socialismo: all’immaturità della posizione delle classi, corrispondevano teorie immature”. Tale constatazione, tuttavia, costituiva una giustificazione storica della grandezza dei Saint-Simon, Fourier, Owen: oggi, viceversa, estendendo le osservazioni engelsiane si ha il dovere teorico politico di dire ben altro. Alla maturità della posizione delle classi, su scala mondiale, nella fase imperialistica transnazionale del tardo capitalismo, fa ora riscontro un vergognoso depistaggio ideologico che mira ad allontanare l’esame della società da una corretta analisi delle classi. Che tutto ciò abbia alle sue spalle un reale processo di scomposizione e ricomposizione internazionale del proletariato, attraverso la definizione di nuove figure di lavoro materiale e mentale, non è motivo sufficiente né per accedere alle mode postmoderne della “fine delle classi”, e neppure all’asserita presunta necessità di ridefinire la categoria stessa di “classe” (come se una categoria, e non solo la sua forma di esistenza, dipendesse dalla mera fenomenicità degli eventi storici). Da parte comunista, non si può che combattere, anche teoreticamente, quella tendenza “nuovista” oggi dominante che - per completare leninianamente la parafrasi engelsiana - potrebbe essere indicata come “una teoria putrescente che corrisponde alla putrescenza del rapporto di classe capitalistico”. Sicché, sovente, quanto appare come “anti-sistema” è, al contrario, puramente difensivo di privilegi costituiti. È di lì che provengono le varie proposte che prospettano un “limite alla crescita” come “limite di civiltà”. Sono proposte che ricordano l’adagio popolare del “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”, e che, in nome della cosiddetta “sostenibilità planetaria”, rifuggono da qualsiasi accenno all’antagonismo di classe. Si tratta del vecchio discorso economico classico dello “stato stazionario” contro l’horror del ristagno e del crollo, per garantire lo status quo. 42. I nuovi apostoli della giustizia sociale ritengono di potere andare al di là, come dicono, del rapporto tra capitale e lavoro, prescindendone. Marx - da parte sua, e da par suo criticando l’economia politica e l’intera ideologia borghese [nel Capitale, sùbito appresso al famoso hic rhodus, hic salta!, a proposito della trasformazione del denaro in capitale e, dunque, del rapporto tra capitalista e lavoratore salariato] -

prese la posizione esattamente opposta. “Lasciamo la sfera rumorosa della circolazione che sta alla superficie ed accessibile a tutti gli sguardi, per seguire l’uno e l’altro nel segreto laboratorio della produzione, sulla cui soglia sta scritto: vietato l’ingresso agli estranei. Qui si vedrà non solo come produce il capitale, ma anche come lo si produce, il capitale. Finalmente ci si dovrà svelare l’arcano della fattura del plusvalore”. Francamente, anche col massimo rispetto che alcuni potrebbero avere per gli apostoli dell’ideologia “critica-critica” e di quant’altro pacificamente venga proposto, sembra smisuratamente più pregnante l’analisi di Marx: è questione di propendere per una parte o per l’altra, e qui è opportuno che la scienza non abbia dubbi in merito. Dopo l’indicazione scientificamente rivoluzionaria di rompere quel cartello con su scritto “vietato l’ingresso”, ci sembra del tutto riduttivo e fuorviante essere ributtati fuori, come “estranei”, alla “superficie accessibile a tutti gli sguardi”. Per i comunisti è imprescindibile rimanere, con la propria teoria politica antagonistica, saldamente dentro il “laboratorio della produzione”: e di lì soltanto far partire tutti gli attacchi - anche sulle altre questioni di rilievo planetario apparentemente più rilevanti, in quanto realmente appaiano tali. E i temi concreti riguardano questioni come quelle della differenza di genere, del ricambio dell’ambiente naturale o della difesa della pace, qui e ora, nel modo di produzione capitalistico alla fine del II millennio. 43. Si dà il caso, invece, che sconclusionate prese di posizioni vengano sovente assunte come proprie anche da chi oggi si proclama “comunista”. In documenti politici “programmatici” fondamentali di quella parte politica si può così leggere l’invito ad avviare “un’area non mercantile” per “il progresso generale del Paese”, entro “una proposta di sviluppo ambientalmente e socialmente equilibrato” e, naturalmente, “sostenibile”, che sia “misurato non solo sul profitto, ma sull’utilità sociale”. Parole, codeste, più impraticabili che belle. L’insensatezza di simili fughe è ben rappresentata, a esempio, dalle proposte sui presunti cosiddetti “lavori socialmente utili” o “lavori concreti”, di matrice proudhoniana recentemente riproposti come “novità” da ambientalisti postmoderni e intellettuali del caos. La adialetticità di codesti modi di argomentare, al pari di quella dei loro cattivi maestri vecchi e nuovi, intorno al rapporto di capitale, non sa la mediazione tra lavoro concreto e lavoro astratto, e dunque tra ricchezza e valore, cosicché neppure quella tra lavoro salariato e capitale possa risultarne. In una situazione sociale internazionale in cui è precario tutto il lavoro, il lavoro salariato - a séguito della sovraproduzione mondiale generalizzata che distrugge capitale e, nella sua forma di “capitale variabile”, la forza-lavoro - come si può discettare a cuor leggero di “lavori socialmente utili”? Se non ci si chiede chi decida la forma sociale del lavoro, e perciò quale sia la fonte del suo pagamento, ogni fuga oltre la sfera del mercato, nella cattiva infinità del delirio, è possibile. Peraltro, codesti stessi “lavori socialmente utili” non sarebbero forse inevitabilmente pagati con salario addirittura con sottosalario - e dunque sussunti sotto la forma della merce, ossia del mercato, ancorché non capitalistico?

44. Le ultime osservazioni svolte consentono di passare a considerazioni più generali in merito all’ideologia retrostante il tema in esame, riallacciandosi poi alle già ricordate critiche di Engels e Marx in proposito. L’assoluta incomprensione, o comunque insufficienza di analisi, della crisi mondiale, da parte di codesti nuovi apostoli della giustizia sociale, non consente loro di individuarne le cause, erroneamente capovolte in effetti, nella forma imperialistica del mercato mondiale L’“Italia” - ossia, per esser precisi, la frazione dominante sul mercato capitalistico italiano del capitale finanziario transnazionale - è perciò anch’essa subordinata all’ordine economico internazionale, proprio perché la sovraproduzione generalizzata di capitale, in tutte le sue forme, con la corrispondente caduta ciclica dei profitti, ha condotto al periodico ristagno dell’intero mercato mondiale e alla crisi di lavoro. In una simile situazione, le chiacchiere sul lavoro e sulla produzione presunta “immateriale”, che nulla dicono sul significato di “lavoro salariato” dal capitale, sono appunto un parlar vuoto. Prima di aver dato l’addio al proletariato e al lavoro salariato, gli ideologi del nuovismo avevano già fatto cadere con noncuranza anche la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo. Non sanno che cosa sia lavoro salariato, in quanto lavoro dipendente dal comando del capitale come forma del rapporto sociale dominante, e dunque caratteristico, qui, anche del lavoro prestato per lo stato (del capitale, appunto). Essi perciò volutamente ignorano quale debba essere la proporzione tra lavoro produttivo e improduttivo, tra produzione e circolazione, sotto le leggi del capitale e del suo plusvalore. Ancora una volta costoro non si fanno scrupoli di parlare con un linguaggio e con concetti che potrebbero essere impiegati solo se fossimo già fuori del capitalismo: il minimalismo del riformismo borghese coincide con il massimalismo verbale di un comunismo che si finge già dato! Chi può non dirsi d’accordo con un siffatto genere di interventi proposti, quale bambino simbolico non è capace di scrivere la letterina natalizia di buoni propositi e di sognati desideri? Ma proprio in una tal sorta di facilità demagogica, di astratta giustizia sociale e di utopica inattualità, è sempre risieduta la peculiarità - velleitaria, avventurista e di piccolo riformismo a un tempo - del “socialismo” borghese e piccolo-borghese di ogni tempo, di cui il proudhonismo è il riferimento costante fino a Keynes incluso (per quanto sorprendente possa apparire ai più una tale strettissima ed esplicita connessione tra i due personaggi miti del riformismo). 45. Le cose in realtà stanno altrimenti. Anche i “nuovi” salariati dei lavori socialmente utili (qualora non rientrassero direttamente in attività capitalisticamente produttive) sarebbero necessariamente comunque pagati con quote del reddito (nazionale) e non con capitale. Il capitale, infatti, interviene solo quando si valorizza, cioè quando il prodotto in questione “rende” perché è diventato una necessità per i produttori, una condizione per il profitto. Altrimenti esso scarica l’onere sullo stato, a fondo perduto (mediante imposte o debito pubblico, il che è lo stesso). In tal caso, è lo stato medesimo che deve trovarsi nelle condizioni di procedere a una “trasformazione coatta di una parte del plusvalore o del plusprodotto del paese” - come dice Marx.

In altri termini, se l’attività non valorizza capitale, ma lo stato del capitale decide ugualmente di farla perché la ritiene un valore d’uso necessario alla società siccome occorre pagarla perché costa - deve essere possibile imporre una sovrimposta, per consentirne comunque la circolazione nello scambio. Solo in tal caso - quando lo stato avesse i soldi per pagare l’opera e vi fosse costretto dal risultato della lotta delle classi - il cosiddetto lavoro socialmente utile figurerebbe come lavoro necessario dell’individuo “collettivo”, ossia in quanto membro della collettività, come “condizione generale della sua attività produttiva”. Ciò, comunque, non significherebbe affatto uscire dall’area mercantile. Chiunque, poi, può giudicare da sé se oggi vi siano le condizioni - ossia, soldi e lotta - per riuscire in ciò con una garbata proposta contrattualistica. 46. Perciò, quanti ritengano di poter individuare - particolarmente oggi in Italia, ma anche altrove in altri momenti - un “nuovo intervento pubblico” di investimento ispirato genericamente a una non meglio identificata “produttività sociale e di lungo periodo”, e cioè non secondo il “criterio privato di efficienza”, ma con uno proprio da inventare contro il vecchio “statalismo”, sovrappongono tre o quattro fonti di confusione tutte in una volta. Oltre a non riuscire a dire di che si tratti realmente, quando parlano di un eventuale simile criterio, costoro fanno mostra di non sapere neppure: - in quali condizioni storiche della fase ciclica dell’accumulazione di capitale sia lecito e credibile parlare di nuovo “investimento”; - in quali circostanze, testè ricordate, il capitale sia in grado di abbandonare il cosiddetto “criterio privato di efficienza” per accollare le proprie spese generali al suo stato, il quale a sua volta possa farle pagare coattivamente come sovraimposte alla collettività; - in quali rapporti di forza tra le classi, infine, si possa “inventare” uno statalismo “nuovo”, non senza aver avuto prima la bontà di spiegare al volgo le mancanze, vere o presunte, di quello “vecchio” (cercando magari di tener presenti i ricordati avvisi di Engels e Marx sulle cattive “statalizzazioni”, riuscendo a distinguere tra Bismarck e Lenin!). In altri termini, facendo chiarezza sulle fonti di tali confusioni, il “nuovo intervento pubblico” di cui si parla - per non essere ridotto al solito rimboschimento assistenziale et similia (il recente “piano Treu”, con lavori di otto ore al giorno “pagati” 600 mila lire lorde al mese, insegna!) - e, per essere veramente tale, richiederebbe la dittatura del proletariato, o almeno il pieno potere democratico dei rappresentanti del popolo. 47. Siccome - per dirla ancora con Marx - c’è uno specifico rapporto tra il capitale e le condizioni generali della produzione sociale, differente da quelle del capitale particolare e del suo particolare processo di produzione, se gli ideologi di quello che loro stessi amano definire “post-keynesismo” non riescono a capirlo, qualsiasi “piano del lavoro” formulato su simili basi d’argilla rischia di tradurre l’indisponibilità del tempo di lavoro vivo in proposte occupazionali insostenibili, oppure in un ulteriore dilagare di lavori precari e sottopagati. Dappoiché una cosa è

certa: non sono le occasioni di lavoro, le cose da fare, che mancano, ma il denaro che il capitale vuole dedicare a ciò, direttamente o indirettamente tramite lo stato. Allora, anche gli “apostoli del regime mutualistico”, epiteto con cui Marx designava i fautori del solidarismo comunitario interclassista, che concionano dicendo che “occorre colpire i ceti della rendita e della speculazione”, fanno solo del vuoto moralismo e una cattiva analisi proudhoniana del capitale, cioè del nesso tra produzione e denaro, che non è affatto “perverso”, ma semplicemente capitalistico! Ossia, è perverso quanto lo è il capitale tutto. La critica qui svolta sta a significare unicamente l’indicazione dei criteri fuorvianti di un “programma” - né minimo né altro, ma solo raffazzonato - presunto di sinistra che invece si colloca con pieno agio entro lo stato di cose esistente. Ciò che emergerebbe con assoluta chiarezza da un tale tipo di programma è il non mettere per nessun motivo in discussione la struttura di classe capitalistica con i suoi rapporti di forza. Una volta ci si chiedeva, per prime cosa chi fosse il nemico e quale classe o classi sostenessero il potere sociale. Di nuovo, in nome di un presunto “interesse generale”, almeno interclassista, appare sempre più decisamente l’impianto neocorporativo. 48. Come già ai tempi di Engels e Marx, che ebbero a combattervi contro, ritorna ancora la bandiera del “genere umano” sempre pronta a sventolare ogni volta che il concetto di classe e di relativa lotta si fanno troppo insidiosi per la “classe” dominante, l’unica legittimata a essere tale. Rispolverando codesto vecchio arnese del pensiero liberal-libertario, anche il pensiero della “sinistra” postmoderna si può permettere il lusso di contrabbandare come “nuova” un’utopia anticapitalistica tutta entro il modo di produzione capitalistico: giacché, senza intaccare le leggi del dominio del capitale - come imbrogliarono già più di un secolo fa Pierre Joseph Proudhon e Eugen Dühring - si pretenderebbe di “migliorarne” il funzionamento a fini di equità e giustizia, con provvedimenti che, da soli, in quanto tali, richiederebbero un totale ribaltamento dei rapporti di classe. L’incoerenza delle argomentazioni è pari soltanto alla confusione. Tutti i partiti borghesi, da An a Pds, ormai sono soliti scrivere programmi di cose “buone e giuste”, come le ricordate letterine di Natale di un bravo bambino; le differenze sostanziali sono poche e perlopiù si riferiscono unicamente ai “valori” ideologici, che costituiscono quei “programmi di principio”, inutili e retorici, già aborriti e criticati da Marx [a proposito del programma di Gotha]. Il resto degli odierni programmi delle varie fazioni della borghesia è infatti rappresentato da “elenchi civili” tra loro del tutto equivalenti: occupazione, investimenti, risanamento dei conti pubblici, equità fiscale, rigore monetario, giustizia, sicurezza, salute, istruzione, e via crogiolandosi nell’interclassismo populista. La sinistra che voglia essere di classe non ha alcun bisogno di stare in simili compagnie. 49. La somma delle parti non coincide mai con la loro totalità, per dirla in maniera hegeliana. Un programma politico non è ben fatto - non è proprio un programma se si limita a elencare obiettivi, anche singolarmente giusti. Senza insieme indicare come amalgamarli, realmente e praticamente, per trasmutarli in qualcosa di coeso e

coerente, capace di tenuta da tutti i suoi versanti, e per giunta credibile e appetibile per le masse chiamate a lottare per quegli obiettivi, in tal caso non si tratta di programmi. E affinché una siffatta totalità sia coerente e non eclettica e sincretica, come vuole la praticaccia bell’e pronta senza princìpî, si richiede rigore di analisi. Non è facile tirar fuori nodi cruciali da “liste” che collazionino in maniera raffazzonata una sequela di tematiche alla moda, senza indicare i criteri di classe capaci di dare coerenza ai contenuti del programma. Ma come si fa a rilanciare con forza la lotta di classe, se le categorie teoriche che stanno alla base dell’esame della situazione economica sociale e politica, e che dovrebbero servire a dare corpo a quel programma e a quelle lotte pratiche, sono mutuate dalle teorie borghesi o dal senso comune inter-a-classista di moda? I concetti che stanno dietro a termini, ormai entrati nel linguaggio comune omologato, quali società complessa, aree sistemiche, mondializzazione, nord-sud, sviluppo autocentrato, e poi cittadinanza, alternativa, civiltà, democrazia, partecipazione, per approdare moralisticamente su poveri, esclusi, ingiustizie, attraverso formule inerenti produttività, produzione snella, keynesismo-fordismo-taylorismo, che ruotano attorno al non-senso di pieno impiego, stato sociale, lavori socialmente utili, fuori mercato, ecc. - tutti tali concetti e termini, si diceva, non fanno “programma” ma stanno solo a indicare la cattiva digestione di cattivi insegnamenti di cattivi maestri e consiglieri. 50. In sintesi, dall’insieme delle “questioni sociali” - così definite “giornalisticamente” (questo era l’adirato giudizio di Marx contro i lassalliani del programma di Gotha) - emerge la necessità di ricondurre al loro carattere di lotta di classe le antitesi relative allo stato, al lavoro, all’orario, ecc. Insomma, una simile operazione non è possibile senza ricomprendere, per esperirla fino in fondo, quella contraddizione della merce dianzi discussa, nel precipuo significato marxiano dell’inseparabilità di valore d’uso e valore di scambio (con plusvalore), sia in essa stessa, sia nella società in quanto la forma dominante della merce dètta le sue leggi anche sulla residuale e subalterna produzione immediata di valori d’uso, che perciò al mercato capitalistico debbono sempre fare mediatamente riferimento. È in tale prassi che rientra in primo luogo, dal punto di vista di classe del proletariato, la contraddizione della merce forza-lavoro, così com’è stata analizzata. È da simili contraddizioni che è emersa l’esemplare vacuità del parlare di “lavori concreti” per una variopinta produzione immediata di valori d’uso, che magari possono anche essere in linea di principio significativi, ma che non sono neppure in grado di confrontarsi, quanto a importanza storica, con i lavori richiesti dalla scuola, dalla sanità, dai trasporti, ecc., che in una fase di crisi il capitale taglia senza remore dalle spese del suo stato asociale. Se non si ha la forza di ripristinare almeno questi ultimi, che sono parte integrante del salario sociale, globale di classe, in una precisa e stringente gerarchia programmatica di priorità, non ha senso parlar d’altro, confondendo la produzione di ricchezza in generale, valori d’uso, che non contraddistingue il modo di produzione capitalistico da qualsiasi altro, con la produzione specifica di quel modo, l’unica che lo caratterizza e lo riproduce, quella di ricchezza astratta nella forma di valore e plusvalore.

La strutturazione del “programma minimo”

50. Conviene riprendere - e ripetere quasi parola per parola - i temi generali fin qui esposti, per strutturarli analiticamente in funzione della stesura di un programma politico. È proprio nel progetto di cui si sta discutendo che si avvita la cerniera tra tattica e strategia, tra contraddizioni nel e del sistema, di cui il programma minimo costituisce una delle due parti, l’altra essendo il superamento del capitalismo. “Acconto”, definiva Engels [nella citata intervista a The Daily Chronicle, del 1° luglio 1893] qualsiasi riforma alla quale fosse costretta la borghesia a séguito delle lotte del proletariato. “Il nostro programma è un programma autenticamente socialista. La nostra prima richiesta è la socializzazione di tutti i mezzi di produzione. Accettiamo bensì tutto ciò che un governo ci concede, ma solo come un acconto, per il quale non ci sentiamo debitori della minima riconoscenza. Votiamo sempre contro il bilancio”. Proprio per questa ragione è importante riprendere e collegare ai criteri di programma il concetto scientifico di “espropriazione” di classe inteso come generale sottrazione di ricchezza. Ciò di cui parlava Engels rappresenta perciò l’acconto di quella riappropriazione che oggi costituisce la base di riforme per migliori condizioni di vita, cioè quello che qui è stato definito salario sociale globale di classe. Dunque è come criterio di programma, e non come lista di semplici punti, che va bene riprendere il concetto articolato di “difesa della forza-lavoro” - per la sua rigidità, contro le varie forme di flessibilità, (mobilità, intensità, straordinari, ecc.) e per il salario diretto, - collegato alla difesa più generale dei bassi redditi, o sarebbe meglio dire delle condizioni di vita delle classi a basso reddito, anche attraverso l’organizzazione trasversale sul territorio - il che include tutta la strategia relativa al salario sociale (prezzi politici e amministrati, tariffe, fisco, pensioni, servizi sociali, casa, ecc.). 51. La riduzione dell’orario di lavoro in Italia, recentemente, fu posta da alcune componenti della “sinistra rivoluzionaria” all’inizio degli anni settanta, allorché i rapporti di forza erano favorevoli al proletariato, ma fu inascoltata e contrastata dall’incipiente partecipazione neocorporativa degli apparati sindacali (anche da parte di chi, oggi, se ne fa bello). Tuttavia, pur nella situazione profondamente cambiata delle condizioni di lotta, essa conserva intatta la sua carica prorompente ora non più solo contro ma entro la crisi - purché non la si confonda demagogicamente con il patteggiamento da gestione solidaristica della disoccupazione, caro ai padroni (si veda il caso Volkswagen-IGMetall) e ai loro lacchè (tipo la concezione proposta dalla Cisl e fatta propria anche da Cgil e Uil). Questa rivendicazione, che non può essere assunta come “concessione”, implica, come si è detto, un livello di lotta molto alto: i margini di manovra nella lotta sono dati dalla definizione della contrattabilità in termini di produttività e intensità, salvaguardando così non solo la “parità di salario”, come si suol dire a sinistra, ma

anzitutto il pieno reintegro del salario sociale e il controllo proletario delle condizioni d’uso del lavoro. Nelle lotte dei Cdf del 1969-70, presupposto per la riduzione di orario era la lotta contro lo straordinario: senza di essa è inutile anche oggi porre l’altra questione. 52. È importante qui notare come molti punti di un “programma minimo” - ben al di là del verbalismo rivoluzionariesco dell’estremismo soggettivistico e volontaristico sessantottino - fossero impliciti nelle lotte operaie del 1969-70: condizioni d’uso della forza-lavoro, lotte su ritmi, straordinari, mobilità, nocività, ecc., qualità della produzione socialmente utile, aumenti salariali egualitari, difesa dei redditi bassi, lotte per la casa, la salute, la scuola e sul territorio, ecc., attraverso Cdf e Cdz. Non per caso fu immediata (fin dal 1971-72) la risposta negativa e distruttiva data dalla sinistra storica riformista, attraverso l’istituzionalizzazione neocorporativa delle rappresentanze sindacali, l’accentramento contrattualistico del conflitto, il nuovo modello di sviluppo e il compromesso storico. [A proposito della questione del “corporativismo” si rimanda agli opuscoli di Comunismo In/formazione # 5, Il neocorporativismo, e # 6, Documenti del corporativismo fascista]. Strettamente connessa alla definizione programmatica del punto precedente è perciò la lotta contro la disoccupazione, sia in quanto tale, sia soprattutto in quanto forma della riproduzione dell’esercito industriale di riserva come precarietà occupazionale e salariale, con tanto di flessibilità, mobilità, ecc., quali forme di comando capitalistico sulla forza-lavoro. Il problema dell’immigrazione, del lavoro femminile e giovanile, rientrano nello stesso quadro programmatico. Si pone così al centro del programma il nodo dell’individuazione di forme di controllo operaio - e non di semplice “informazione” - innanzitutto sulle condizioni occupazionali e di organizzazione del lavoro. In tale ambito si pone correttamente, dal punto di vista di classe, la rammentata centralità del salario sociale, globale di classe. Ma il cardine di codesta lotta altro non è che la traduzione economica diretta della fondamentale contraddizione della merce nel rapporto di capitale: la forma di merce della forza-lavoro, sulla quale si è già ampiamente discusso. Solo se si comprende il carattere immanente di tale contraddizione - dato che la forza-lavoro come merce è l’unica ricchezza della classe lavoratrice nel modo di produzione capitalistico, e quindi base e fondamento unico dell’antitesi sociale moderna - si individua correttamente il perno su cui far ruotare la coscienza di classe, la tattica della classe e la futura identità comunista: e di qui il programma minimo e quello di transizione, in vista di quello massimo che abolisce quella forma stessa. 53. L’obiettivo di lotta centrato sul “salario sociale” esprime tutta l’autonomia di classe dei lavoratori ed è tale da definire strategicamente un continuo movimento tattico delle momentanee alleanze, tese sia a raggiungere obiettivi limitati e concreti sia a indebolire il fronte avversario. Da questo punto di vista emerge con forza la profonda differenza tra “salario sociale”, in quanto rappresenta la forma concentrata dell’antagonismo di classe nella struttura del modo di produzione capitalistico, e tale da estendersi alle forme della sovrastruttura politica e istituzionale, da un lato,

e “stato sociale” dall’altro, in quanto quest’ultimo esprime unicamente il surrogato borghese di quello, il tentativo di risposta che il capitale dà attraverso il “suo” stato, usato come ammortizzatore e normalizzatore del conflitto sociale. In siffatto contesto di controllo autonomo di classe da parte del proletariato, non solo la riappropriazione di ricchezza in forma salariale è sociale, ma la stessa produzione capitalistica di merci può assumere caratteri effettivamente “sociali” nel loro valore d’uso. Non occorre dire che tale produzione nel modo capitalistico abbia come forma antitetica i profitti, posti sotto condizione, nella loro contraddittorietà dell’antitesi dell’unità sociale, così come la stessa utilità sociale della produzione (e non del “lavoro” (come già rammentato a proposito delle lotte dei Cdf nel 1969-70). Si riuniscono per tal via obiettivi di lotta che vanno dalle condizioni d’uso della forza-lavoro sul luogo di lavoro, alla qualità della produzione, al rispetto ambientale per il ricambio organico con la natura. 54. Si è accennato che in questo quadro rientrano anche le forme di lotta concrete per la proprietà pubblica di contro a quella privata, senza apriorismi e ideologismi impropri relativi alla statalizzazione a ogni costo, anche quando lo stato sia più reazionario della borghesia “democratica” (gli esempi storici dello stato prussiano di Bismarck e dell’interventismo corporativistico fascista e nazista sono sufficientemente chiari). Si tratta invece, piuttosto, di pervenire anzitutto, come condizione sufficiente alla definizione di standards qualitativi sociali, solo rispetto ai quali si può sopportare di garantire il profitto del capitale. Questo elemento del controllo di conformità del valore d’uso prodotto, insieme all’inevitabilmente connesso controllo dei costi in corso d’opera in base a quelli stipulati all’atto della concessione, sono da considerare come un momento decisivo intorno al quale organizzare le lotte di classe a livello sociale e di massa. Solo così, entro un simile programma, è possibile rendere funzionali alcuni settori decisivi dell’industria e dei servizi sociali, attraverso processi di trasformazione e ristrutturazione, mediante la definizione di conformità allo scopo e di economicità. Per questa via, si colloca tra i punti rilevanti di un programma minimo - per una “riappropriazione” che contrasti l’avvenuta “espropriazione” di ricchezza sociale ai danni del proletariato da parte della borghesia - anche la fissazione di prezzi amministrati e politici: per generi di uso sociale e popolare, dalla casa alle tariffe per servizî, energia, trasporti, comunicazioni, ecc., àmbito nel quale soltanto rientrano anche i temi classici della assistenza sanitaria, della previdenza e dell’istruzione garantita, altrimenti relegati nel cahier des doléances di ogni parte politica. Allora, anche le lotte sul fisco - e contro l’evasione, ormai spudoratamente riconosciuta e comunicata dalle stesse fazioni borghesi in lotta tra loro - non si staccano dal tutto come mera bandiera ideologica e denuncia moralistica, “litanìa democraticistica” priva di attuabilità posti i rapporti di forza fondati sui rapporti di proprietà e di produzione esistenti. Il fisco è un’esca buona per tutti, di facile presa per ogni parte politica. Ma con esso, come detto, non si cambiano quei rapporti, anche se la “progressività” e la forma “diretta” dell’imposizione su redditi e patrimoni sono parole d’ordine complementari da inserire in un programma minimo, purché organico e complessivo.

55. Un altro punto immediatamente connesso a questo tipo di programma è, appunto, il ricordato controllo diretto dei fondi di assistenza e previdenza da parte dei lavoratori, già indicato da Marx, ma oggi non solo contro l’ingerenza dei padroni e delle loro istituzioni finanziarie, bensì anche contro i parvenus arrampicatori dei sindacati istituzionalizzati neocorporativi, che in tali fondi vendono un grosso boccone come merce di scambio per il loro consenso obbediente agli interessi borghesi. Una potenzialità alternativa - come indicazione di aggregazione di classe attiva e in riserva - potrebbe essere la riconsiderazione critica dell’esperienza ottocentesca del mutuo soccorso, purché una siffatta azione vada a integrare antagonisticamente, e non a sostituire con una solidarietà ecumenica su base volontaristica, il valore della forza-lavoro come merce. Ovverosia, non si tratta di riproporre la vecchia utopia del “regime mutualistico” di memoria fourierista e proudhoniana, né come “volontariato” cattolico né come luogo extra-istituzionale (anarchico) di aggregazione sociale (quale oggi vorrebbe essere per alcuni, a sinistra, il cosiddetto “terzo settore”, quasi una generalizzazione dei “centri sociali”, vagheggiata come forma post-anarchica). Quella riproposizione aggregativa verte più direttamente e materialisticamente sull’autogestione dei fondi di assistenza e previdenza da parte dei lavoratori, in quanto parte del salario sociale globale di classe. Una simile ripresa della forma antagonistica di quella esperienza può essere in grado di comportare una significativa autogestione, in termini di: integrazioni di reddito; ripartizione di salario differito, in quanto pensioni; ricerca e definizione di posti e condizioni di lavoro per giovani, immigrati e altri emarginati; assistenza parasanitaria, non sostitutiva ma di sostegno e convogliamento verso quella pubblica; interventi di protezione e consulenza, anche legale, su questioni economiche, sociali, territoriali, ecc. Inutile proseguire l’elenco. Una solidarietà nel senso anzidetto, dunque, fa piazza pulita di tutte le mistificazioni del sottosalario legato al volontariato e alle attività presunte senza fini di lucro (il cosiddetto non-profit, i presunti “lavori di cura” domestici e i lavori “socialmente utili” in genere). Essa apre la strada a un’ipotesi universalistica per superare dialetticamente anche gli equivoci che fanno séguito alle mistificazioni suddette. In un particolarismo alla lunga impraticabile, tali equivoci impastoiano le aspirazioni giovanilistiche di centri sociali, piccole cooperative, supponenti “esodi” dal mercato, e via fuggendo dal capitale che, invece, c’è eccome. Al margine di questo problema si colloca anche la lotta contro gli equivoci connessi alla partecipazione e cogestione dei lavoratori, le cosiddette “commissioni paritetiche” tanto care ai sindacati neocorporativi e alla “sinistra” post-comunista: già Engels [per il programma di Erfurt] ammoniva che “con camere del lavoro composte per metà da operai e per metà da imprenditori saremmo fottuti”, per la maggioranza padronale “essendo sufficiente una "pecora nera" tra gli operai”. 56. Anche la questione della costituzione inapplicata supera immediatamente la mera parvenza della rivendicazione retorica di una pretesa giusta “democrazia sociale” e di anodini diritti civili e politici. Basta che, al livello minimo del

programma non rivoluzionario dei rivoluzionari, tale questione istituzionale si leghi alla portata strutturale dell’antagonismo di classe sul “salario sociale”. Si è dianzi rammentato come Engels [per il programma di Erfurt] indicasse l’inutilità delle lamentele sulla “privazione dei diritti politici” quando si fosse constatata la “dipendenza politica” delle classi dominate. Che in Italia la costituzione “formale” del 1948 rimanesse “materialmente” inapplicata era più che ovvio, dal momento che il “dualismo di potere” fu rapidamente risolto con il colpo di stato (demandato dall’imperialismo Usa all’apparato democristiano) compiuto dalla borghesia il 18 aprile 1948. Senza la prosecuzione della lotta di resistenza di classe che l’aveva ottenuta come compromesso sociale, la dissoluzione avanzante, ancorché non immediata, di quelle conquiste era scontata. Ma - in condizioni storiche e di rapporti di forza completamente mutati, e in situazione di crisi prolungata - la ripresa della lotta di classe su quei nodi istituzionali è capace di tradursi in punti di aggregazione di facile esplicazione. Il programma riconnette organicamente i vari punti, altrimenti separati a mo’ di lista, li amalgama e li compone in una sola prospettiva di lotta di classe. Il programma non si limita alle rivendicazioni economiche immediate ma, componendo queste a un livello superiore con la conflittualità sulle forme istituzionali e sociali, si eleva dialetticamente in vero e proprio programma politico per la formazione della coscienza e l’accumulazione delle forze. Su questa base il programma politico può anche trasformarsi in programma elettorale e contribuire perfino a definire un programma comune entro un blocco sociale unito. Si può così operare quel collegamento organico, ricordato dianzi in generale, che vada dai problemi del lavoro, del controllo sull’economia, del fisco e dei diritti sociali, alle relazioni internazionali, con particolare attenzione agli aspetti militari, fino a rivendicare a furor di popolo, se non “le armi al popolo” stesso come una volta, di certo l’abbandono del cosiddetto “nuovo modello di difesa” e il ripristino integrale dell’esercito non professionale, con lo scioglimento dei corpi speciali; dall’attuazione vera e piena delle autonomie locali, e delle regioni in esse, in un’ottica capace di spiazzare e superare nei reali contenuti sociali la demagogia federalista e separatista, sia nella versione veterocorporativa leghista sia nell’appartenenza meridionalistica; l’adeguamento legislativo a tutti i principî costituzionali inerenti la “formazione” culturale della società, dalla comunicazione di massa (tv e stampa) con quanto ciò comporta per la libertà di espressione (non intesa in senso individuale), fino alla scuola, non circoscritta al suo tradizionale ruolo separato di “tempio dello studio”, ma profondamente inserita nel sistema comunicativo consensuale dell’era della rivoluzione informatica; a questo lato della questione si connette la richiesta della immediata soppressione di tutti gli oneri che lo stato sostiene per la religione e gli istituti della chiesa. Non è male ricordare, al proposito, quanto Engels scrisse [per il programma di Erfurt], ritenendo che occorre trattare “tutte le chiese come società private”, in particolare per l’istruzione e i suoi oneri, al posto dell’insignificante richiesta di “laicità della scuola”. 57. Del resto quando in un programma si ricercano immediatamente forme “alternative” di organizzazione sociale e della produzione, che si attuino

contraddittoriamente entro il modo di produzione capitalistico - classico è l’esempio delle cooperative, purché non siano quelle promosse dallo stato reazionario, come nelle pretese lassalliane-bismarckiane - è facile cadere in quelle recenti versioni neo-proudhoniane che vanno sotto i nomi di “terzo settore”, “non-profit”, “commercio equo e solidale”, “lavori socialmente utili”, ecc., nelle quali non c’è proprio nulla di nuovo, perché ciò costituirebbe addirittura un arretramento perfino rispetto alle cooperative (ormai la quasi totalità) trasformate in società di capitali con lavoro salariato. Nelle pretese “nuove” alternative, tra l’altro - e non è per ciò stesso un caso o una conseguenza secondaria - i proponenti evitano sempre di indicare chiaramente la fonte delle spese da sostenere per sopportarne il costo. Infatti risulterebbe sùbito evidente che si tratterebbe solo, pur nel caso ottimale in cui esse fossero pienamente realizzabili, di trasferimento di ricchezza entro la classe lavoratrice tra i suoi diversi strati e a favore del capitale che, attraverso lo sfruttamento di lavoro irregolare e sottopagato, si avvale indirettamente di tali forme occulte della produzione di plusvalore. Va da sé che sulla carta si potrebbero aggiungere tante altre “belle parole”. Ciò sarebbe del tutto inutile. Giacché l’intento presente è unicamente di mostrare quale carattere di sintesi e di organicità un programma minimo possa oggi avere come espressione di una linea coerentemente rivoluzionaria. Laddove i concetti di rivoluzione e delle varie antinomie sono quelli ampiamente illustrati, fuori dagli emblemi e dai simboli, al di là delle bandiere ideologiche e fideistiche. Condizione per la rivoluzione proletaria è la trasformazione del modo di produzione, e non viceversa, è stato detto. Con un’appropriazione illimitata di massa, da parte di tutti gli individui, degli strumenti di produzione, anch’essi praticamente già illimitati come prodotto finale dell’epoca precedente, le relazioni universali moderne divengono proprietà di tutti. Tale appropriazione è un processo reale pratico, non un atto politico. La rivoluzione stessa diviene un processo necessario per trasformare ed emancipare la coscienza sociale. Tutte queste condizioni necessarie diventano anche sufficienti solo quando procedono insieme.

L’organizzazione della classe e i comunisti

58. Nella situazione presente, per molti versi simile al recente passato ancorché aggravata, ci si può rammentare, e si può indicare a chi non c’era, che una ventina d’anni fa nella “sinistra rivoluzionaria” italiana si sviluppò proficuamente un significativo dibattito sul problema del “programma minimo”. Le forze che maggiormente ne dibattevano si collocavano tra i marxisti che seguivano anche gli insegnamenti leninisti nella maniera più riflessiva e critica, ossia non succube del dogmatismo spesso allora imperante. Senza nominare alcune tra quelle forze comuniste, per non far torto a nessun altro gruppo o singolo rivoluzionario di allora eventualmente dimenticato, è facile tuttavia ricostruire un percorso di lotta e di discussione teso a formulare un programma da contrapporre al gradualismo riformista - cui gli pseudo-rivoluzionari romantici e futuri pentiti avevano lasciato gratuitamente, e malamente, il monopolio della concretezza, da quello gabellata col falso fine di trasformazione della società - per sfidare il potere borghese. Questo, del confronto inevitabile col riformismo, è forse il passaggio più delicato al cui vaglio deve sottostare il programma minimo dei comunisti in una fase non rivoluzionaria - ed è strettamente dipendente dalla vessata questione della lotta di classe proletaria costretta all’interno della forma di relazioni capitalistica, dianzi discussa. È fin troppo facile, infatti, tacciare di “riformista” qualsiasi obiettivo che sia interno al modo di produzione capitalistico, e dunque tale da non implicarne la rottura immediata. 59. Per rispondere sùbito a tale obiezione, vi è un criterio - tanto semplice quanto ineludibile - implicito in quanto già esposto, con cui misurare la portata degli obiettivi (anche riformatori, certo) del programma minimo dei comunisti. Esso consiste - semplicemente e ineludibilmente - anzitutto nel rammentato carattere di classe dell’obiettivo perseguito e delle forme di lotta poste in essere, di contro alla vocazione interclassista (o addirittura aclassista: gli “utenti”, i “cittadini”, fino alla stessa “specie” umana, categoria recentemente rinverdita) che è possibile riscontrare in qualsiasi richiesta formulata dal riformismo collaborazionista e non conflittuale. Che codesto criterio valga da guida sicura è tanto più importante quanto più, nelle soluzioni concrete dei problemi concreti, la similitudine di alcune rivendicazioni appaia significativa. Si sono prima segnalati alcuni punti erratici contenuti nei programmi “democratici” dei partiti borghesi. Alcuni risultati perseguibili possono essere uguali o quanto meno simili a quelli delineati da forze progressiste, riformiste e non comuniste. Ma non lo è mai il percorso di classe seguìto dai comunisti. Proprio qui si gioca la forza dell’alleanza possibile, contingente momentanea e finalizzata, e la capacità di egemonia su di essa da parte dei comunisti, nella loro autonomia di classe.

Si poteva leggere su qualche foglio rivoluzionario di vent’anni fa che “un programma di fase deve oggi porsi l’obbligo di colpire e dividere il fronte borghese e nel medesimo tempo di costituire la base su cui riaggregare le masse proletarie e popolari in una prospettiva anticapitalistica. Il programma deve riferirsi dunque a una fase in cui, pur restando nel quadro istituzionale borghese e delle leggi del profitto capitalistico, le lotte operaie e popolari cercheranno di indebolire il fronte borghese nel suo complesso, di colpirlo e di dividerlo, strappandogli concessioni e riforme. Sarà nel corso di questa lotta che si porranno le premesse per la fase successiva, e cioè per la fase prerivoluzionaria. È su questi temi - quelli cioè dell’accumulazione delle forze e dell’indicazione, all’interno di un progetto politico complessivo, degli obiettivi tattici, anche a livello istituzionale, che la rendano possibile - che si gioca la costruzione del partito e, quindi, il futuro della rivoluzione”. 60. Se lo sviluppo delle contraddizioni “semplici” - nel senso hegeliano già rammentato, cioè basilari, ma non per questo più direttamente comprensibili per le masse - non è immediatamente tale da risultare in un processo di riforme, esso è pur sempre il percorso migliore, se non l’unico, per “accumulare le forze” rivoluzionarie e comuniste. Non è, quello attuale, il nostro tempo: questo è il tempo altrui, il tempo del consociativismo borghese neocorporativo. Il nostro è destinato a svolgersi in un ragionevole futuro. Ancora oggi, come e più di venti o trenta anni fa, la forma dello scontro di classe è contro la reazione e il golpismo, malcelati dietro l’interclassismo falsamente “produttivo” e “onesto”, e l’unanimismo “tecnico” e “morale”. Per indebolire il fronte borghese, la cornice del programma minimo inquadra un disegno popolare democratico e di resistenza di massa. La domanda più semplice cui esso può immediatamente rispondere riguarda chi oggi debba pagare la crisi: pochi, in tutta la popolazione italiana, hanno dubbi in proposito, ma la forza dell’ideologia dominante è tale da deviarne i giusti propositi e carpire il consenso di 83 su 100 (com’è stato per il caso del referendum contro la “proporzionale” per il “maggioritario”), per provvedere a soluzioni completamente opposte. Non è questione, qui, di malizia dei padroni o di ignavia e tradimento di alcuni presunti amici, ma è responsabilità di comunisti il non riuscire a svolgere una tattica e una strategia credibile e semplice: il non avere una strategia e un programma chiari, ovvero, detto altrimenti, il non riuscire a comprendere scientificamente la realtà, almeno per provare a cominciare a lottare, per criticarla e trasformarla. Non si tratta, cioè, di essere più bravi a fare promesse, cosa di cui tutti i demagoghi sono capaci e, di sicuro, con maggiore esperienza e furbizia dei comunisti. E neppure di seguire le vaghe onde di un movimentismo empirico - ora “economicistico”, ora “politicistico” - per affidarsi solo alle momentanee lotte immediate rivendicative, di corto respiro. Dopo anni di abbandono fideistico al carisma dell’apparato, nel meno peggiore dei casi, o di abbandono tout court, non è facile ricostruire un processo di lunga lena, con un lavoro alla base, non occasionale ma ininterrotto, tale da renderlo un processo che costruisca e corregga continuamente ogni progetto immediato affinché sia coerente con la prospettiva della transizione.

61. Praticare il programma minimo quindi significa innanzitutto (ri)organizzare la classe: ciò richiede l’organizzazione di classe articolata rispetto alle esigenze, ai livelli e alle dimensioni internazionali dello scontro con il fronte borghese. In quanto il programma minimo presuppone l’esplicitazione di una tattica che pone come prioritario l’obiettivo dell’unità della classe operaia e proletaria, proprio l’unità della classe a livello sindacale fa in modo che il sindacato unitario della classe lavoratrice costituisca un obiettivo preliminare in antitesi al simulacro istituzionalizzato di un sindacato neocorporativo quale quello attuale, chiaramente dipendente dal governo e dai partiti della borghesia pur mascherati da progressisti. Già Marx [in un’intervista a Joseph Hamann, del 30.9.1869] affermava: “I sindacati non possono né debbono mai dipendere da un’associazione politica, come dimostra chiaramente l’attuale decadenza del nostro sindacato. I sindacati non debbono mai essere collegati a un’associazione politica o dipenderne, se vogliono assolvere al loro compito; guai se ciò avviene; ciò significa infliggere loro un colpo mortale. I sindacati sono le scuole del socialismo. Nei sindacati gli operai vengono educati al socialismo, poiché in essi la lotta contro il capitale si svolge giorno dopo giorno sotto i loro occhi”. Ed è infatti proprio dai sindacati di classe - come indicava Marx [nella ricordata intervista a George Harney, del 18 dicembre 1878], a proposito della “trasformazione della politica in un affare” - che “si sono sviluppate le organizzazioni politiche, per il chiaro bisogno di un partito operaio autonomo”. L’agitazione sindacale è dell’intera classe, e perciò in prima istanza è distinta dalla politica, anche dei comunisti. Molti obiettivi del programma minimo, infatti, possono anche riguardare la classe in quanto tale, al di là della strategia rivoluzionaria dei comunisti. Ma il “programma minimo” integra la strategia e la politica dei comunisti che non può essere scissa dagli interessi sindacali della classe lavoratrice. Anzi, è proprio la cultura portante della rivoluzione che sa integrare le rivendicazioni immediate in un programma che non sia una “lista”, mera elencazione di buone intenzioni, proprio per non ridurle a quella lista. Nel contempo, pur nella piena consapevolezza che il sindacato è di classe e non è comunista, si abbia anche la forza di confutare le diverse tendenze “nuoviste” che vorrebbero, da un lato, la completa separatezza tra sindacato e partito di classe, con il pretesto della vetustà e preoccupante ambiguità della tesi della “cinghia di trasmissione”, o, dall’altro, la completa e immediata identificazione movimentista pansindacalista della lotta economica e della lotta politica. 62. Le stesse considerazioni sul carattere politico di classe del programma minimo - tale per cui può succedere, per così dire, che chi è per la “difesa delle pensioni” non lo sia per la “dittatura del proletariato” - porta a dire che anche il livello dell’unità della classe a livello sociale e politico non può essere surrogata interamente dalla forma partito. Infatti non basta neppure trincerarsi dietro l’ambigua formula populista del “partito comunista di massa”, in quanto essa contraddice sia il carattere comunista di un partito che per essere tale richiede innanzitutto a livello teorico politico una formazione di coscienza e di quadri, sia la capacità di pervadere e dirigere realmente masse inevitabilmente egemonizzate

dalla ideologia dominante, poiché esso in tal modo sarebbe ridotto a semplice partito parlamentare di opinione. Codesta unità di classe, invece, può concretizzarsi in strutture e in organismi di massa del proletariato, autonomi e di base (come provarono a essere per un certo periodo i Consigli di Zona), nella prospettiva di un movimento politico organizzato, che proprio negli obiettivi del programma minimo trova le sue discriminanti politiche e non ideologiche, senza però cadere nella “cattiva infinità” della trappola, denunciata da Lenin, dell’“organizzazione-processo”. Le iniziative per la costruzione di un movimento di tal genere sono concettualmente parte integrante degli obiettivi immediati dei comunisti. Come nell’ambito sindacale, proprio l’impegno in questi organismi di massa della classe rappresenta il principale lavoro politico della “parte” dei comunisti, ossia del loro “partito”. Dunque, il partito. Il partito, si è detto, come organizzazione di parte, adeguata alla fase, del soggetto politico portatore della strategia ricompresa nel programma minimo, per la preparazione materiale e formale del socialismo. Il partito che divenga tale in un processo che è posto e non presupposto: con un programma come avverte Marx - che non sia scritto con le parole d’ordine ricevute ma sia fatto dai lavoratori stessi con le loro lotte.

(IV di copertina) In una fase in cui non sia, non possa essere, all’ordine del giorno la questione della presa di potere - ossia si sappia che permangono e permarranno per un tempo non certo breve alla base della società rapporti di proprietà privata dei mezzi di produzione, nel loro modo capitalistico - nella lotta di classe del proletariato i comunisti non possono che riconoscere lo stato di cose esistenti, e adeguare tale lotta al livello minimo praticabile in siffatte condizioni. Queste sono le ragioni marxiste dell’adeguatezza dell’attribuzione del carattere di programma minimo come progetto comunista in una fase che non sia rivoluzionaria. Il programma minimo va considerato allora come quel programma che concretizza “la prassi dei rivoluzionari in una fase non rivoluzionaria”, nell’accezione dell’inattualità della presa di potere. Ossia quel programma e quella linea strategica e tattica che si colloca in tutta quella lunga fase dove il problema è, per dirla con Lenin, trovare le forme di passaggio e di avvicinamento alla rivoluzione proletaria, le forme di preparazione per la transizione. Lo sviluppo delle contraddizioni “semplici”, basilari, non sempre è direttamente comprensibile dalle masse, e non è immediatamente tale da risultare in un processo di riforme. Ma esso è pur sempre il percorso migliore, se non l’unico, per “accumulare le forze” rivoluzionarie e comuniste. Non è, quello attuale, il nostro tempo: questo è il tempo altrui, il tempo del consociativismo borghese neocorporativo. Il nostro è destinato a svolgersi in un ragionevole futuro. Ancora oggi, come e più di venti o trenta anni fa, la forma dello scontro di classe è contro la reazione e il golpismo, malcelati dietro l’interclassismo falsamente “produttivo” e “onesto”, e l’unanimismo “tecnico” e “morale”. Per indebolire il fronte borghese, la cornice del programma minimo inquadra un disegno popolare democratico e di resistenza di massa. La domanda più semplice cui esso può immediatamente rispondere riguarda chi oggi debba pagare la crisi. Non si tratta di essere più bravi a fare promesse, cosa di cui tutti i demagoghi sono capaci e, di sicuro, con maggiore esperienza e furbizia dei comunisti. E neppure di seguire le vaghe onde di un movimentismo empirico - ora “economicistico”, ora “politicistico” - per affidarsi solo alle momentanee lotte immediate rivendicative, di corto respiro. Dopo anni di abbandono fideistico al carisma dell’apparato, nel meno peggiore dei casi, o di abbandono tout court, non è facile ricostruire un processo di lunga lena, con un lavoro alla base, non occasionale ma ininterrotto, tale da renderlo un processo che costruisca e corregga continuamente ogni progetto immediato affinché sia coerente con la prospettiva della transizione. L’impegno negli organismi di massa della classe rappresenta il principale lavoro politico della “parte” dei comunisti, ossia del loro “partito”. Dunque, il partito. Il partito come organizzazione di parte, adeguata alla fase, del soggetto politico portatore della strategia ricompresa nel programma minimo, per la preparazione materiale e formale del socialismo. Il partito che divenga tale in un processo che è posto e non presupposto: con un programma - come avverte Marx - che non sia scritto con le parole d’ordine ricevute ma sia fatto dai lavoratori stessi con le loro lotte.