Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina 8806173782, 9788806173784

Racconta Nuto Revelli che la prima idea di questo libro risale addirittura ai mesi della sua guerra partigiana. D'a

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Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina
 8806173782, 9788806173784

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Il mondo dei vinti di Nuto Revelli

Storia d’Italia Einaudi

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Edizione di riferimento: Il mondo dei vinti, Einaudi, Torino 1997

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Sommario Premessa Introduzione Capitolo primo La pianura La collina La montagna Le Langhe Capitolo secondo Il mondo dei vinti La pianura Contiamo sempre di meno nel mondo che cambia L’America era come l’Italia Anche dove non sanno che c’è il comunista, c’è il comunista Avevamo nascosto la bandiera del socialismo Ma che festa quando è arrivato il 25 aprile! Oggi sono tutti ricchi. Chi accetterebbe ancora una vita come la nostra? Il più povero di Peveragno è più ricco del ricco di allora Non ci siamo mai ribellati Via per il mondo a cercare la vita A certe mire c’è proprio il Signore, se no dovevo morire

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III

La sogno ancora adesso la filanda Mai guardare il sesso, se no diventi cieco Il pane degli altri ha sette croste Li conosco i fascisti che mi hanno fucilato La collina Chi non andava in Francia non era gente Mettere i generali soldati, e i soldati generali Entravamo e uscivamo dal fornello di casa Con i proverbi dei vecchi i giovani morirebbero di fame La donna non figurava ma comandava Trecentosessantacinque polente all’anno Chi moriva era morto, e il lavoro continuava Avevano ragione quelli che scioperavano Voleva che prendessi il fucile, per fare la rivoluzione. Ma io sono scappato via Quel rompiballe di D’Annunzio A diciassette anni mi sono detto: «Possibile che il mondo sia tutto cattivo così?». Sono andato in America Mi piacciono tanto gli articoli di Vittorio Gorresio e di Arturo Jemolo Sì, sappiamo di essere abbandonati Il mondo sarebbe santo se tutti fossero come noi L’America dei cow-boy Sono mica cattivi i cileni. Ma non stimano i soldi Il fascismo di oggi è solo il risveglio della morte Quando leggo che il governo di Pinochet è al potere scoppio di rabbia! Dovremmo fare come in Sardegna..

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La montagna Eh, ce n’era gente di Valdieri in America Eravamo come i colombi L’ho girata tutta la California, paese per paese I libri delle masche, i libri del potere Forse eravamo ottantamila i disertori Se Dio era così, era un Dio socialista Il mio moroso mi ha rubata La guerra... Vedevamo solo un gran massacro Tornare a casa era l’entusiasmo del nostro pensiero Ero la maestra delle mie marmotte Il prete e la montagna Era già un lusso la polenta Come una guerra che non finiva mai Io dico la verità, io ci credevo al fascio Avere i capelli a zero era come denunciare la propria miseria Via di qui la malinconia mi uccide La Francia era la nostra seconda patria Quante trecce ho tagliato a Udine! Per vivere dovevamo andare per il mondo Io avevo già il pane Alpini, indossate la maglia di acciaio L’assassinio di Matteotti ci ha spalancato gli occhi Una vira da sbirri Se chi comanda provasse un po’ la nostra vita I nostri morti in guerra superano quasi i vivi di oggi In America, a cercare l’oro

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Le Langhe Io in guerra sparavo al cielo! Quando Nenni era un giovanottino... Dio era d’accordo con gli altri Con la prepotenza non si acchiappano nemmeno le mosche Qui hanno paura che Agnelli vada in rovina Ho letto Pavese e Fenoglio, anche quella è storia, è storia nostra Era qui la ghenga dei disertori I napoletani gridavano: «Oh sant’Antonio capocchia nera» La guerra di Libia l’hanno fatta per distruggere gli alpini Aspettiamo che la morte arrivi Abbiamo ancora conosciuto la fame di pane Una lira al giorno per sedici ore di lavoro Le masche e la Madonna del Deserto Io ci credo alle masche Mia madre mi ha venduta per poche pagnotte di pane Erano i padroni che ci facevano vedere le masche Io avevo bisogno del mondo, erano i soldi che cercavo L’ottanta per cento dei padri giocavano a bassetta Io cercavo i Re del Perù Abbiamo un governo malfattore Due miserie messe assieme A Mussolini bisognava sparargli un colpo in testa Soldi fanno soldi, pidocchi fanno pidocchi

461 461 468 475 481 485 495 507 513 516 521 524 525 528 531 537 551 562 569 570 572 576 578 584

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Se avessi detto che non ero comunista il gallo avrebbe cantato! I partigiani avrebbero dovuto fermare i tedeschi, far correre i «repubblichini», e vivere d’aria È tutta una camorra quella della «Coltivatori Diretti»

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PREMESSA

Le duecentosettanta testimonianze che ho raccolto sono registrate col magnetofono. Durata media di ogni testimonianza, tre ore. Ho riascoltato ogni testimonianza almeno tre volte, prima di realizzarne il testo definitivo. Nella traduzione dal dialetto ho rispettato, per quanto possibile, anche la struttura delle frasi parlate. Ho salvato quasi tutte le espressioni dialettali più significative. Ho dato un ordine cronologico al discorso dei testimoni. Ho tagliato i rami secchi, le ripetizioni, i discorsi incerti o inconcludenti, pur di recuperare dello spazio, pur di rendere più leggibili i racconti. Ho tagliato anche non pochi dei discorsi validi, quando riproponevano temi ormai acquisiti, ormai non. Nella trascrizione delle frasi dialettali non mi sono avvalso di metodi «ortodossi»; ho scelto la via più semplice, quella «parlata». Ho riportato i nomi delle località così come il testimone li ha pronunciati, anche se hanno subito delle deformazioni. L’introduzione è cresciuta in parallelo con la raccolta delle testimonianze, come un diario. Era importante cogliere dal vivo la realtà di ieri, «fotografarla». Una realtà che non era immobile. Non poche delle realtà «fotografate» nel 1970 oggi sono già diverse, sono già superate! I temi che l’introduzione propone sono soltanto un invito ad approfondire il discorso. Valga un esempio per tutti. Al tema «guerra 1915-18» dedico pochissime pagine, ma incentro tutto il mio discorso sull’autolesionismo e la diserzione, le due facce del dramma forse più dimenticate o sottovalutate. Si contano a centinaia i libri che parlano della «grande guerra». Sappiamo quasi tut-

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to della guerra vissuta dai «colti», della «guerra dei generali». Non sappiamo quasi nulla della guerra subita dai milioni di contadini-soldati. All’Accademia di Modena imparavamo anche i dettagli di ogni singola battaglia, e un numero, il numero dei morti e basta. Si insegna ancora così la storia nelle nostre scuole militari? Eppure non mancano gli innovatori – gli Isnenghi, i Rochat, i Quazza – che vogliono il discorso delle «classi subalterne» dentro e non fuori dalla storia. La selezione delle testimonianze, la scelta degli ottantacinque racconti da pubblicare, è il problema più difficile che ho dovuto affrontare e risolvere. Devo un ringraziamento ai testimoni, ai «mediatori», alle centinaia di collaboratori. Devo un ringraziamento all’amico Manlio Rossi Doria che mi ha spinto a scavare, a portare avanti questa non facile ricerca. È il terremoto dell’industrializzazione che negli anni sessanta ha sconvolto irrimediabilmente la campagna povera del Cuneese. Tutti i problemi di allora si sono poi risolti da soli, con l’esodo che si è trasformato in valanga. Ma la storia della campagna povera del Cuneese non è un episodio marginale, non è un episodio a sé. È la storia di mezza Italia, del nord come del sud, del Veneto come della Calabria. Una società che abbandona al proprio destino le sacche di depressione e di miseria, che soffoca le minoranze, è una società malata. Il Belice e il Friuli insegnano. La società che ieri non ha saputo e non ha voluto risolvere i problemi della campagna povera del Cuneese, non può risolvere oggi i problemi del Belice e del Friuli. Nuto Revelli 8 settembre 1976.

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Questo l’elenco delle testimonianze che per motivi di spazio non compaiono nel volume. Accanto ai dati riguardanti i singoli testimoni ho indicato il nome del «mediatore». ABELLO PIETRO, nato a Stroppo, classe 1910, contadino, operaio. (Fortunato Marchisio). AGGERI MARGHERITA, nata a Servagno, classe 1886, contadina. (Nino Rolando). ALBERTO LUIGI, nato a Barge, classe 1891, commerciante bestiame. (Aldo De Agostini, Giuseppe Beltramo). ALIBERTI GIUSEPPE, nato a Borgo San Dalmazzo, classe 1912, operaio. (Dalmazzo Giraudo). ALLIETTA CATERINA, nata a Trinità di Demonte, classe 1929, contadina. (Giovanni Migliore). ALLINSO MARTINO, nato a San Michele di Vignolo, classe 1914, manovale. (Dalmazzo Giraudo). ALLIONE GIOVANNI, nato a San Maurizio di Demonte, classe 1902, contadino. (Giovanni Migliore). ALLOA GIUSEPPE, nato a Madonna del Pilone di Cavallermaggiore, classe 1886, contadino. (Don Giacomo Quaglia). ALTARE GIOVANNI, nato a Bonvicino, classe 1892, contadino. (Maria Camilla). ANDREIS BERNARDO, nato a Marmora, classe 1911, esercente. (Don Oreste Golé). ANDREIS GIACOMO, nato a Marmora, classe 1899, fabbro. ANDREIS MADDALENA, nata a Marmora, classe 1910, contadina. ARFINENGO ANSELMO, nato a Castiglione Tinella, classe 1905, albergatore. (Paolo Rocca). ARMANDO MARGHERITA, nata a Pra Gaudino di Cervasca, classe 1906, contadina. (Pino Luchese). ARNAUDO BATTISTA, nato a Vignolo, classe 1887, contadino. (Dalmazzo Giraudo).

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AUDISIO GIUSEPPE, nato a Cherasco, classe 1895, contadino. (Ugo Gregorio). BARALE ANTONIO, nato a Borgo San Dalmazzo, classe 1916, contadino. (Anna e Alberto Cipellini). BARBERIS GIOVAN BATTISTA, nato a Vignolo, 1892, contadino, (Dalmazzo Giraudo). BASSO MATTEO, nato a Rastello di Roccaforte Mondovì, classe 1918, contadino. (Giovan Battista Dho). BASSO TERESA, nata a Prea di Roccaforte Mondovì, classe 1924, contadina. (Giovan Battista Dho). BATTAGLIA PIERINO, nato a Monchiero, classe 1909, contadino. (Giovanni Vivalda, Mario Lanza). BELMONDO LORENZO, nato a Murenz di Pietraporzio, classe 1895, Contadino. (Gigi Roveda). BERNARDI DALMAZZO, nato a Vignolo, classe 1912, contadino. (Dalmazzo Giraudo). BERTAINA ANNA, nata a Moiola, classe 1932, contadina. (Giovanni Migliore). BERTAINA STEFANO, nato a Vernante, classe 1921, operaio. (Giovanni Migliore). BERTOIA LUIGI, nato a Prunetto, classe 1913, contadino. (Dario Gallizio). BOFFREDO FRANCESCO, nato a Rastello di Roccaforte Mondovì, classe 1914, contadino. (Giovan Battista Dho). BOFFREDO GIOVAN BATTISTA, nato a Rastello di Roccaforte Mondovì, classe 1916, contadino, esercente. (Giovan Battista Dho). BORGOGNO GIOVANNA, nata a Barolo, classe 1887, contadina. (Rita Borgogno). BORGOGNO RITA, nata a Larolo, classe 1912, esercente. BOSCHIS ETTORE, nato a Barolo, classe 1888, contadino, (Rita Borgogno).

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BOSCHIS VITTORIO, nato a Barolo, classe 1881, contadino. (Rita Borgogno). BOSCO GIOVANNI, nato a La Morra, classe 1909, contadino. (Giovan Battista Burlotto). BRAVO BARTOLOMEO, nato a Madonna del Pilone di Cavallermaggiore, classe 1917, contadino. (Don Giacomo Quaglia). BRERO STEFANO, nato a Verduno, classe 1888, contadino. (Giovan Battista Burlotto). BRINATTI SEBASTIANO, nato a Rossana, classe 1926, contadino. BRUNA GIUSEPPE, nato a Vignolo, classe 1895, contadino. (Dalmazzo Giraudo). BRUNA MATTEO, nato a Vignolo, classe 1934, contadino. (Dalmazzo Giraudo). BRUNO PIETRO, nato a Rittana, classe 1896, contadino. (Eugenio Olivero). CASALE ESTER, nata a Santo Stefano Belbo, classe 1887, sarta. (Paolo Rocca). CASAVECCHIA CATERINA, nata a Guarene, classe 1868, sarta. (Carlo Lefevre). CAVALLERO MARIA, nata a Mombarcaro, classe 1903, contadina. (Gino Barattero). CEAGLIO MARIA, nata a Sant’Antonio Baligio dt Fossano, classe 1901, contadina. (Ugo Poggio). COGNO GIUSEPPE, nato a La Morra, classe 1915. (Giovan Battista Burlotto). CORASCELLO GIUSEPPE, nato a Roccasparvera, classe 1897, fabbro. (Pino Luchese). CORNERO ORSOLA, nata a Bossolasco, classe 1913, contadina. (Maria Camilla). CORSINI LUIGI, nato a Niella Belbo, classe 1911, contadino. (Augusto Pregliasco). COSSAI BARTOLOMEO, nato a Savigliano, classe 1888, contadino. (Eugenio Olivero).

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CULASSO PIETRO, nato a Monsola di Villafalletto, classe 1899, contadino. (Eugenio Olivero). DALMASSO GIUSEPPE, nato a La Breol (Francia), classe 1913, contadino. (Beppe Macario). DAMIANO VITTORIO, nato a Santa Lucia di Monterosso Grana, classe 1940, operaio. DEGIOANNI ANTONIO, nato a Roviera di Vinadio, classe 1885, contadino, falegname. DEMAGISTRIS FRANCESCO, nato a Verduno, classe 1920, contadino. (Celestino Gallo). DE MATTEIS GIANNI, nato a Cuneo, classe 1929, giornalista, sindaco di Castelmagno. DESDERI GIULIO, nato a Borgo San Dalmazzo, classe 1914, contadino. DESMERO ALDO, nato a San Maurizio di Demonte, classe 1953, contadino. (Giovanni Migliore). DESMERO MARGHERITA, nata a San Maurizio di Demonte, classe 1907, contadina. (Giovanni Migliore). DHO GIOVAN BATTISTA, nato alla frazione Dho di Roccaforte Mondovì, classe 1925, carabiniere. DURBANO MARIA, nata a San Pietro Monterosso, classe 1897, contadina. (Vittorio Damiano). DUTTO FRANCESCO, nato a Peveragno, classe 1896, contadino, muratore. ELLENA GUGLIELMINA, nata a Marmora, classe 1901, contadina, (Don Oreste Golé). FERRERO MARIO, nato a Guarene, classe 1921, artigiano. (Carlo Lefevre). FOLCO SPIRITO, nato a San Maurizio di Demonte, classe 1919, contadino, (Giovanni Migliore). FRACCHIA GIOVAN BATTISTA, nato a Mombarcaro, classe 1898, ex messo comunale. FRANZONI mons. ENELIO, parroco di Santa Maria delle Grazie di Bologna. Testimonianza di mons. Franzoni e dei suoi «ragazzi di Bologna», lavoratori volontari a Castelmagno.

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GALLIANO GIOVANNI ANTONIO, nato a Sampeire, classe 1903, contadino, esercente. (Chiaffredo Rubo). GALLO CELESTINO, nato a Verduno, classe 1904, contadino. (Giovan Battista Burlotto). GARELLI GIUSEPPE, nato a Villanova Mondovì, classe 1889, contadino. (Giuseppe Castellino). GARNERO GIOVANNI, nato a Sampeire, classe 1895, contadino. (Chiaffredo Rabo). GARZINO MADDALENA, nata a Sampeire, classe 1899. (Chiaffredo Rabo). GARZINO PORFIRIO, nato a Sampeire, classe 1897, artigiano. (Chiaffredo Rabo). GAUDINO VINCENZO, nato a Guarene, classe 1913, contadino. (Carlo Lefevre). GAVARINO ATTILIO, nato a Lequio Berria, classe 1905, agricoltore. (Michele Calandri, Arturo Oreggia). GERBAUDO ELIGIO, nato a Centallo, classe 1901, contadino. (Pierino Dalmasso). GERBINO PIETRO, nato a Canosio, classe 1920, contadino. GIAVELLI GIACOMO, nato a Bersezio, classe 1886, contadino. (Nino Rolando). GIORDANA ELISABETTA, nata a Caudano di Stroppo, contadina. (Vincenzo Cucchietti). GIORDANENGO ANNA, nata a Robilante, classe 1895, contadina, (Beppe Macario). GIORDANENGO GIOVANNI, nato a Buenos Aires (Argentina), classe 1896, contadino. GIORDANENGO GIOVANNI, nato a Robilante, classe 1904, contadino. (Beppe Macario). GIORDANENGO GIUSEPPE, nato a Robilante, classe 1909, contadino. (Beppe Macario). GIORDANENGO GIUSEPPE, nato a Robilante, classe 1912, contadino, operaio. (Beppe Macario).

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GIORDANENGO GIUSEPPINA, nata a Tetto Cannone di Cervasca, classe 1893, contadina. (Dalmazzo Giraudo). GIORDANO BATTISTA, nato a Vernante, classe 1919, contadino. (Dalmazzo Giraudo). GIORDANO BIAGIA, nata a Crava di Roccadebaldi, classe 1895, contadina. (Giuseppe Castellino). GIORDANO LUCIA, nata alla borgata Montasso di Robilante, classe 1926, contadina. (Beppe Macario). GIORDANO SIMONE, nato alla borgata Montasso di Robilante, classe 1904, contadino, (Beppe Macario). GIRAUDO DALMAZZO, nato a Vignolo, classe 1883, contadino. (Dalmazzo Giraudo). GIRAUDO GIOVAN BATTISTA, nato a Vignolo, classe 1893, contadino, panettiere, (Dalmazzo Giraudo). GIRAUDO LUCIA, nata a Vignolo, classe 1905, contadina. (Dalmazzo Giraudo). GIRAUDO MARGHERITA, nata a Vignolo, classe 1889, contadina. (Dalmazzo Giraudo). GOLÉ don ORESTE, nato a San Chiaffredo di Busca, classe 1932, sacerdote. GOLETTO GIUSEPPE, nato a Roccasparvera, classe 1899, contadino. (Pino Luchese). ISOARDO CARLO FELICE, nato a Chiappi di Castelmagno, classe 1903, contadino. (Gianni De Matteis). LAMBERT MARIANNA, nata a Ferriere di Bersezio, classe 1892, contadina. (Nino Rolando). LIBOIS GIORGIO, nato a Peveragno, classe 1903, contadino, (Dalmazzo Giraudo). LOVERA ELISABETTA, nata a Cervignano, classe 1898, contadina. (Alberto Bianco). LUCCHESE GIOVANNI ANTONIO, nato a Roccasparvera, classe 1903, contadino. (Pino Luchese). LUCHESE GIUSEPPE, nato a Roccasparvera, classe 1924, dipendente Enel.

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MACARIO GIACOMO, nato a Robilante, classe 1920, contadino. ( Beppe Macario). MAGLIANO FIORINA, nata a Mombarcaro, classe 1924. (Gildo Milano). MANERA FERDINANDO, nato a Serravalle Langhe, classe 1920, contadino. (Tersilla Fenoglio Oppedisano). MANERA MARGHERITA, nata a Serravalle Langhe, classe 1881. (Ferdinando Manera). MARENCO STEFANO, nato a Monastero Vasco, classe 1892, contadino. (Mario Lanza). MARRO CATERINA, nata a Cervasca, classe 1907, contadina. (Dalmazzo Giraudo). MARRO SIMONE, nato a Cervasca, classe 1896, contadino. (Dalmazzo Giraudo). MARTINA MAURIZIO MARCELLINO, nato a Sampeire, classe 1918, ispettore scolastico. (Chiaffredo Rabo). MARTINI ANTONIO, nato a Vignolo, classe 1898, contadino. (Dalmazzo Giraudo). MARTINI CATERINA, nata a Marsiglia (Francia), classe 1897, contadina. (Dalmazzo Giraudo). MARTINI LUCIA, nata a Cervasca, classe 1899, contadina, esercente. (Dalmazzo Giraudo). MARTINI MAURIZIO COSTANTINO, nato a Bersezio, classe 1892, contadino. (Nino Rolando). MASSOLO LORENZO, nato a Aisone, classe 1900, contadino. (Elena Biancotto). MASSUCCO AGOSTINO, nato a Sale Langhe, classe 1904, contadino. (Gildo Milano). MATTALIA DANIELE, nato a Elva, classe 1921, contadino, operaio. (Giovanni Migliore). MATTIO ANNA CATERINA, nata a Roccasparvera, classe 1920, contadina.

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MATTONE GIORDANO, nato a Prea di Roccaforte Mondovì, classe 1932, contadino, muratore. (Giovan Battista Dho). MAURO BRUNO, nato a Rittana, classe 1897, contadino, (Dalmazzo Giraudo). MAZZONE LUIGI, nato a Saliceto, classe 1892, contadino. (Augusto Pregliasco). NITTARDI ANNA, nata a Vignolo, classe 1903, contadina. (Dalmazzo Giraudo). NITTARDI GIOVAN BATTISTA, nato a Vignolo, classe 1891, contadino. (Dalmazzo Giraudo). NOVO UGO, nato a La Morra, classe 1914, contadino, cantautore. (Giovan Battista Burlotto). OCCELLI FRANCHINA nata a Vignolo, classe 1900, contadina. (Dalmazzo Giraudo). OCCELLI MARIANNA, nata a Roccasparvera, classe 1889, contadina. (Pino Luchese). OCCELLI STEFANO, nato a Roccasparvera, classe 1880, contadino. (Pino Luchese). OGERO ANNA, nata a Robilante, classe 1916, contadina. (Beppe Macario). OLIVERO CATERINA, nata a Preit di Canosio, classe 1924, contadina. OLIVERO MICHELE, nato a Cervasca, classe 1891, contadino. (Dalmazzo Giraudo). ORSI BARTOLOMEO, nato a Villanova Mondovì, classe 1910, contadino, artigiano. PANERO BARTOLOMEO, nato a Centallo, classe 1899, contadino. (Pierino Dalmasso). PANERO RITA, nata a Centallo, classe 1912, contadina, (Pierino Dalmasso). PATETTA FILIPPO, nato a Ceva, classe 1910, contadino. (Enrico Draj). PELLEGRINO BARTOLOMEO, nato a Boves, classe 1904, contadino. (Edoardo Pettiti).

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PERLO ANTONIO, nato a Caramagna Piemonte, classe 1908, dirigente industria tessile. PERONA GIACOMO, nato a Roccasparvera, classe 1908, contadino. (Pino Luchese). PEROTTI CHIAFFREDO, nato a Barge, classe 1919, contadino. (Giuseppe Beltramo). PEROTTI MICHELE, nato a Barge, classe 1915, contadino. (Giuseppe Beltramo). PEROTTI TOMASO, nato a Barge, classe 1926, contadino. (Giuseppe Beltramo). PIEMONTE MARIA, nata a Mombarcaro, classe 1902, contadina. (Ferdinando Manera). POLITANO CARIO, nato a Peveragno, classe 1886, contadino. (Francesco Dutto). PONZO CATERINA, nata a Canosio, classe 1891, contadina. PONZO CATERINA, nata a Canosio, classe 1903, esercente. PONZO INNOCENZO, nato a Rastello di Roccaforte Mondovì, classe 1891, contadino. (Giovan Battista Dho). PRIERI MAURIZIO, nato a Peveragno, classe 1884, contadino, operaio. (Francesco Dutto). QUIDO CARLA, nata ad Alba, classe 1924, contadina. (Tersilla Fenoglio Oppedisano). RAVERA ORSOLA, nata a Loreto di Fossano, classe 1807, contadina. (Giuseppe Cena). RAVINALE MICHELE, nato a Verduno, classe 1896, contadino. (Giovan Battista Burlotto). REINERO BERNARDO, nato a Canosio, classe 1900, contadino, esercente, (Don Oreste Golé). RININO DOMENICO, nato a Narzole, classe 1904, contadino. (Ugo Gregorio). RISSO BERNARDO, nato a San Maurizio di Demonte, classe 1925, contadino. (Giovanni Migliore).

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RISSO LUCIA, nata a Vernante, classe 1890, contadina. (Giovanni Migliore). RISTORTO BARTOLOMEO, nato a Cervasca, classe 1893, contadino. (Dalmazzo Giraudo). ROBBIONE ALDO, nato a Roccasparvera, classe 1950, impiegato. (Pino Luchese). ROLANDO ANGELO, nato a Ferriere di Bersezio, esercente. (Nino Rolando). ROSSO MARIA PIERA, nata a San Pietro Monterosso, insegnante. (Vittorio Damiano). ROSTAGNO MARIA, nata a Sampeire, classe 1903, insegnante. (Chiaffredo Rabo). ROULPF GIOVANNI, nato a Pontechianale, classe 1898, contadino. (Chiaffredo Rabo). SALTETTO GIOVANNI, nato a Vinadio, classe 1892, esercente. (Bianco Assunto). SANDRI DARIO, nato a Mango, classe 1924, industriale macchine agricole. (Dario Gallizio, Bartolomeo Orsi). SANDRI GIUSEPPE, nato a Neviglie, classe 1911, contadino. (Tersilla Fenoglio Oppedisano). SCALITTI CARLO, nato ad Albaretto Torre, classe 1918, contadino. (Celestino Gallo). SCARZELLA PIETRO, nato a Sale Langhe, classe 1902, contadino. (Mario Ferraro, Gildo Milano). SERALE FRANCESCO, nato a Vignolo, classe 1885, contadino. (Dalmazzo Giraudo). SIGNORILE CLARA, nata a Grasse (Francia), classe 1893, esercente. SILVESTRO MICHELE, nato a Cervasca, classe 1882, contadino. (Pino Luchese). SOMÀ BATTISTA ONORATO, nato a S. Paul la Colm, Gard (Francia), contadino, commerciante. (Giovan Battista Dho). TRAVAGLIO COSTANTINO, nato a Bossolasco, classe 1890, contadino. (Ferdinando Manera).

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TRAVAGLIO DOMENICO, nato a Bossolasco, classe 1886, contadino. (Ferdinando Manera). TRAVAGLIO MICHELE, nato a Bossolasco, classe 1893, contadino. (Ferdinando Manera). TROISO DOMENICO, nato a Guarene, classe 1933, impiegato. (Carlo Lefevre). VADDA VITTORIO, nato a Sale Langhe, classe 1891, contadino. (Gitto Barattero). VALLAURI BARTOLOMEO, nato a Robilante, classe 1883, contadino. (Beppe Macario). VALLE LUIGI, nato a Cortemilia, classe 1891, esercente. (Dario Gallizio). VERA GIACOMO, nato a San Giacomo di Demonte, classe 1916, dipendente Enel. VIANO MARIUCCIA, nata a Chiappi di Castelmagno, classe 1939, contadina. (Sergio Einaudi, Beppe Garnerone). VIANO PIETRO, nato a Chiappi di Castelmagno, classe 1915, contadino. (Gianni De Matteis). VIGLIERCHIO GIOVANNI EMANUELE, nato a Mombarcaro, classe 1883, contadino. (Giovan Battista Fracchia).

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INTRODUZIONE

Capitolo primo

Il mio dialogo con la gente contadina incomincia con la primavera del 1941, nella caserma «Cesare Battisti» del 2° reggimento alpini. Il battaglione Borgo San Dalmazzo era appena rientrato dall’Albania, io ero appena uscito dall’Accademia di Modena. Stanchi, disincantati, i miei soldati subivano la vita militare come una malattia, sognavano soltanto le «licenze agricole». Io invece ero orgoglioso della mia divisa, ero impaziente di combattere, di vincere! Poi la Russia, la lunga marcia della follia. Anche nei quaranta gradi sotto zero il mio dialogo continuava incredibilmente vivo. «Ricorda, – mi dicevo, – ricorda tutto di questo immenso massacro contadino, non devi dimenticare niente». E maledivo la guerra, i generali, il fascismo. L’8 settembre, ancora nella caserma «Cesare Battisti», il dialogo più difficile. Ammazzare il colonnello che tradiva? Ammazzarlo come un cane? La 4a armata in fuga dalla Francia rotolava su Cuneo buttando le armi, l’esercito si stava sfasciando. Non sarebbero bastate le pallottole per ammazzare tutti i colonnelli che scappavano. Infine la grande stagione della speranza, la guerra partigiana. Tutta la montagna del Cuneese parlava di abbandono, di miseria. Le baite di Paralup erano più povere delle isbe, quattro muri a secco, la porta così bassa che obbligava all’inchino, una crosta di ghiaccio per tetto. Il vento, passando, lasciava nelle baite l’odore della neve. Meno fredde le baite di San Giacomo, Torre, Palanfré. Ma sempre grotte. Era questo l’ambiente dal

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quale avevano strappato i miei alpini di Russia, queste le baite che gli alpini cercavano nei lunghi giorni della disperazione. E la mia rabbia cresceva. Non capivo perché la gente non scegliesse la strada aperta della ribellione, ignoravo che dopo secoli di miseria non si esce dal ghetto sparando. Mi dicevo: «Se le madri degli alpini “dispersi” sapessero, se avessero vissuto un attimo solo della nostra ritirata, con le mani ammazzerebbero i fascisti e i tedeschi, li strozzerebbero». Sempre, non appena si avvicinava la tempesta, il dialogo diventava difficile per non dire impossibile. A modo suo la gente aveva scelto: «I partigiani sono dei nostri», diceva. Ma non cercava la lotta, cercava la sopravvivenza. E ci subiva. Sento ancora il silenzio che precedeva i rastrellamenti, vedo ancora gli sguardi attoniti dei vecchi. Combattendo sbagliavamo, scappando sbagliavamo, sbagliavamo sempre. La famiglia di Bastian1 era partigiana sul serio. I tedeschi incendiarono tutti i tetti di paglia di San Giacomo, i muri delle baite e la chiesa li distrussero col tritolo. Bastian e la sua donna, Lucia2 diventarono più partigiani di prima. Forse, in quel mondo di poveri, dove la paura e la solidarietà si confondevano, eravamo più padroni che ospiti. Forse chiedevamo troppo. Era la guerra che soprattutto contava. «A questa gente, – dicevamo, – penseremo poi». Il primo confronto elettorale mi disse che il mondo contadino era proprio incapace di una scelta libera, autonoma: il «voto» diventò subito un tributo da pagare ai parroci, ai «capi-mafia», ai padroni. 1 Sebastiano Vera, nato a San Giacomo di Demonte, classe 1885. 2 Lucia Biancotto in Vera, nata a S. Giacomo di Demonte, classe 1889.

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Risalivo le valli a parlare di monarchia e repubblica, a portare il discorso nuovo del Partito d’Azione. Ma incontravo soltanto diffidenza e paura. Roccasparvera era un paese dei nostri, i partigiani mi organizzarono un comizio. Mi dissero: «Arrivi domenica, dieci minuti prima che sia finita la messa, e come escono li incontriamo tutti». Non appena finì la messa le donne filarono via quasi correndo. Gli uomini invece sostarono sulla piazza, come sempre, raccolti tra la chiesa e la parrocchia. Erano tanti, anziani e vecchi, un buon pubblico. Il preambolo, con la gente attenta che mi seguiva, che voleva capire. Poi il tema di battaglia, l’invito a unirsi, a organizzarsi, a diventare «adulti». Ma si schiuse la porta della parrocchia, e nella penombra apparve il viso pallido del prete. Subito i vecchi si raccolsero in crocchio come per la parlata solita della domenica. Anche gli anziani si raccolsero in crocchio. Poi incominciarono a indietreggiare come sotto l’incubo di una rappresaglia imminente, si dispersero rasentando i muri. Restarono pochi ad ascoltarmi, i miei partigiani della brigata «Carlo Rosselli» e i comunisti. Erano gli anni delle grandi scelte. Occorrevano almeno e subito alcune riforme timide, prudenti, che ponessero fine allo sfruttamento, al colonialismo. Ma la fiammata della Liberazione si era spenta troppo in fretta. Era di nuovo il potere che contava, il potere fine a se stesso; era il controllo delle masse contadine la grande risorsa della restaurazione. La nostra campagna povera aveva una dimensione enorme, i due terzi della provincia di Cuneo erano fazzoletti di terra dispersi o ricuciti in poderi di pochi ettari. La montagna e l’alta Langa erano le zone più depresse. In montagna la terra apparteneva ai morti tanto

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era difficile frazionare la miseria3 . In pianura, ai margini dell’agricoltura ricca, la piccola proprietà sopravviveva a stento. Ristrutturare il mondo contadino voleva dire emancipare la gente, svegliarla, educarla politicamente, inserirla nel sistema, demolendo una volta per sempre i confini del ghetto. Ma il clero, che disponeva di un potere enorme, temeva il progresso. Il clero diseducava, ricattava le coscienze, speculava su tutto, anche sui «dispersi» di Russia, anche sui morti, pur di conservare intatto l’enorme serbatoio dei voti. Il clero era l’arbitro di ogni scelta politica, e la sua crociata era la conservazione. Il candidato democristiano al parlamento che non disponeva di almeno una ottantina di parroci come «grandi elettori» non aveva alcuna probabilità di successo4 . La Democrazia Cristiana possedeva la forza per vincere, ma voleva stravincere. Con il discorso dei «dispersi» di Russia, tutti vivi, tutti in mano all’Anticristo, il clero e la Democrazia Cristiana tendevano ad accentuare le incomprensioni tra i partigiani e i reduci, tendevano a rafforzare il fronte dell’anti-Resistenza. In quel clima da crociata nascevano le «squadre bianche», armate più di stupidità e di paura che di Sten e di Bren, ma comunque pericolose perché guardate con tolleranza, per non dire con simpatia, dall’autorità succube del potere. Alla Resistenza «imbalsamata» la Democrazia Cristiana concedeva tutti gli onori: alla Resistenza viva ma «sovversiva», botte in testa. Nel 1946 è la monarchia che vince in provincia di 3 La terra, nelle successioni ereditarie, non veniva quasi mai spezzettata, volturata: restava intestata al morto. Gli eredi pagavano la taia, le imposte, come se il morto fosse vivo. 4 Nella circoscrizione «Cuneo-Asti-Alessandria» ogni candidato al parlamento, per avere una certa probabilità di riuscire eletto, doveva disporre di almeno venticinquemila voti di preferenza. Il parlamentare eletto con l’appoggio della «Coltivatori Diretti» realizza da sempre settantamila voti di preferenza.

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Cuneo, grazie soprattutto all’attivismo del clero. «Ci siamo tolta adesso la repubblica [quella di Salò!] Torniamo a votare per la repubblica?»: questa la propaganda più deteriore che usciva dai pulpiti. Tutti i partiti, non uno escluso, giuravano di difendere la piccola proprietà contadina. Ma la Democrazia Cristiana appariva la più credibile. La Democrazia Cristiana, con il suo discorso rozzo, spicciolo, benedetto dai parroci, riusciva a plagiare la folla immensa dei proprietari di miseria. Spinte dal basso non ne venivano, non ne potevano venire. Il contadino giudicava la politica un mestiere complicato e difficile, un «mestiere sporco» da lasciare agli altri. Il contadino aveva nel sangue la vocazione alle deleghe. Leggeva soltanto il bollettino parrocchiale, e imparava che le cooperative e il comunismo erano la stessa cosa. Considerava la proprietà – il fazzoletto di terra, la casa di pietre a secco, le due vacche magre – un bene da difendere con le unghie e con i denti. Con la tessera della «Coltivatori Diretti» si sentiva sufficientemente inserito, protetto. Magari imprecava, perché il raccolto delle patate era invendibile, perché il latte costava meno dell’acqua minerale5 . Ma non si ribellava mai. Il contadino era un oggetto e sapeva di esserlo. Sul finire degli anni cinquanta, lo specchietto per le allodole, il sistema che inventa la motorizzazione. I figli svegliano i padri, l’emulazione fa il resto. Aziende di pochi ettari, un fazzoletto di terra qua e un fazzoletto di terra là, si attrezzano con trattori enormi. È l’epoca d’oro del commercio delle macchine agricole. Si sfrutta l’in5 Negli anni cinquanta e sessanta le patate non avevano prezzo: la produzione era troppo abbondante. Ogni autunno i montanari protestavano. Allora interveniva l’autorità militare che acquistava una parte del prodotto. Così i soldati svolgevano la... funzione dell’Aima, mangiavano patate fino a scoppiare!

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genuità, l’incultura del contadino: si specula rifilandogli il trattore grosso, di prestigio. Nasce così la gara a chi possiede il trattore con più cavalli. È un po’ come se l’automobilista a cui occorre un’utilitaria acquistasse un pullman. Sono molti i contadini che cadono nel tranello. Il mal comune è mezzo gaudio: il contadino che sbaglia, che subisce la truffa, tace perché teme il ridicolo, tace perché spera che anche gli altri ci cadano. Il trattore grosso, importante, richiede un’attrezzatura adeguata, richiede l’aratro, l’erpice a dischi, la falciatrice, la fresa, l’elevatore, il rimorchio. Incomincia così la corsa verso l’indebitamento, una corsa inarrestabile. Il contadino risparmiatore, avaro, prudente, nemico giurato di qualsiasi impegno scritto, impara a firmare le cambiali a ruota libera. Poi gli anni sessanta, la grande svolta. Decolla l’industria e un terzo della nostra provincia rapidamente cambia faccia, si trasforma in un’isola di benessere che affiora dal mare immenso della campagna povera. Le città crescono come fungaie, a vista d’occhio. La campagna ricca, che succhia i miliardi dei «piani verde», prospera, resiste. L’edilizia rurale, antica, fatiscente, un po’ si svecchia. Nascono a centinaia le stalle moderne, razionali. La Michelin, dopo uno sguardo alla nostra agricoltura arretrata, intuisce che la zona di Cuneo è un serbatoio incredibilmente ricco di mano d’opera sana, rassegnata, disponibile. Agli amministratori della città di Cuneo la Michelin rivolge questo discorso più pratico che bonario: «Siamo qui per darvi una mano, per aiutarvi a risolvere il problema dell’occupazione. Quali vantaggi, quali infrastrutture ci offrite? Siete in concorrenza con altre province, con altri comuni. La zona di Cuneo ci interessa perché è ricca di acqua». Ma la «ricchezza» di cui parla la Michelin non è l’acqua del fiume Stura. La Michelin si ripropone di arruolare migliaia di operai, e li vorrebbe tutti contadini. Dall’arruolamento esclude i meridionali,

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e questa sua scelta, forse più paternalistica che razzistica, è la scelta già realizzata da un’altra «multinazionale», la Ferrero di Alba, l’industria del «gigante buono» per intenderci, l’industria che nei «Caroselli» della televisione difende e aiuta sempre i poveri. Non appena la Michelin si insedia e dà inizio alle operazioni di arruolamento, le parrocchie e il vescovado diventano gli «uffici di collocamento», il tramite naturale tra la campagna e la fabbrica. I giovani scendono a battaglioni dalle valli, accorrono dalla campagna povera e meno povera a cercare un inserimento qualsiasi nel mondo degli «altri». L’esodo, grandioso e caotico, vissuto come scelta di civiltà, ricorda l’emigrazione antica. Adesso la Francia e le Americhe le abbiamo in casa6 . Arrivano anche i sardi, i calabresi, i siciliani, a cercare il nostro «nord». Cresce così la nuova società industriale, e intanto si spegne la vecchia società contadina. Non si tenta nemmeno di salvare un equilibrio minimo tra la città e la campagna. I problemi sono tanti e complessi. Ma è chi detiene il potere economico che vede lontano, che affronta i problemi e li risolve. Il mondo politico è succube del potere economico, è condizionato dall’euforia delle trasformazioni rapide, facili: intrallazza subito con i nuovi padroni, oppure guarda e subisce. Si aiuta soltanto il volano dell’industria a girare più veloce, dimenticando le sacche di miseria, dimenticando le profonde contraddizioni del sistema. Le tradotte dei «pendolari Fiat» non sono che la manifestazione più evidente del nostro mercato della mano d’opera caotico, insen6 La Michelin scremerà anche la mano d’opera artigiana, arruolando centinaia di operai specializzati, meccanici, falegnami, muratori, elettricisti... Questo contraccolpo sarà solo in parte negativo, perché obbligherà non poche aziende artigiane ad adeguare i salari, a osservare le norme previdenziali. La Michelin di Cuneo occupa oggi circa 5500 lavoratori; la Michelin di Fossano circa 600.

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sato, incivile: «importiamo» i sardi, i calabresi, i siciliani, ed «esportiamo» gli operai-contadini di Ceva, Magliatto Alpi, Monchieiro... Il part-time, questo fenomeno imponente, torna comodo all’industria ma apre la strada dell’autodistruzione. Sono non pochi gli operai che lavorano sedici ore al giorno: in fabbrica li tiene svegli la macchina, il cottimo: in campagna si addormentano sul trattore. L’operaio-contadino non combatte ancora contro il cottimo: lotta per... conquistare il «turno della notte», vende a buon mercato la salute. Certo le briciole di questa «corsa al progresso» raggiungono anche le zone più depresse. In pianura, nei traslochi di San Martino, tra le povere masserizie spiccano già le macchie bianche degli elettrodomestici, delle stufe a gas, dei frigoriferi. Nelle valli e nell’alta Langa, dove si rabbercia una casa, dove si rattoppa un portico o una stalla, esiste sempre il «pendolare» della fabbrica, esiste sempre una «busta paga». Ma il grande gioco ormai è fatto. Con la campagna povera irrimediabilmente alle corde, con l’esodo che si è trasformato in valanga, l’industrializzazione conclude felicemente la sua fase del decollo. Senza i giovani il mondo contadino non ha più un domani. Il suo avvenire sarà tristissimo, sarà un’agonia penosa sotto lo sguardo distratto degli «altri». Gli anni sessanta. In quei tempi «rastrellavo» la pianura, la montagna, le Langhe. Entravo in centinaia di case contadine e incontravo una realtà che mi affascinava e mi offendeva. Giravo a cercare la guerra, a cercare il passato7 , e avvertivo che la guerra dei poveri non finisce mai. Nelle valli, attorno alle frazioni spente, i grandi campi, i nuovi «latifondi», denunciavano la scomparsa del7 A cercare le testimonianze della Strada del davai (Torino 1966), e le lettere e gli epistolari dell’Ultimo fronte (Torino 1971).

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la vita con le cento proprietà senza confini. Tetti sfasciati, muri screpolati, pilastri strapiombanti, come dopo un terremoto; le porte spalancate di una fuga senza ritorno; gli aratri di legno, le slitte, le masserizie, disperse attorno alle baite, cose ormai morte. A San Giacomo di Demonte, tra i ruderi della baita di Bastian, un albero di sambuco, gagliardo, già forte. Al Collettino di Valdieri, tra le macerie di un portico, le scartoffie disperse di un antico «archivio familiare». A monte di Rittana, sul pavimento di una baita deserta, abbandonata, un ventaglio di lettere, l’epistolario completo di un alpino scomparso sul fronte russo. Nell’alta Langa più o meno l’ambiente della montagna, l’abbandono. Non pochi tetti nuovi, di coppi rossi, allegri come papaveri, nascondevano l’incredibile storia dell’esodo più recente, la storia delle rate dei «mutui agricoli» pagate a Torino con i salari Fiat. Nella bassa Langa i filari non curati, non puliti, parlavano di stanchezza, parlavano di una mano d’opera ormai più operaia che contadina. A volte mi invitavano a riflettere strane visioni colte al volo. Caterina, la desmentiòura8 di Pianche, diventò un simbolo. Era un giorno di autunno, la montagna già morta. Nella breve piana tra il greto dello Stura e la parete di roccia, dietro il sipario della prima neve, come in una stampa antica, un fagotto nero raccolto sotto un ombrello enorme, e quattro pecore miopi, rassegnate, immobili. A volte erano gli incontri con gente senza nome che mi invitavano ad approfondire il discorso. Maturava così un nuovo impegno: la guerra diventava uno dei 8 Caterina Bagnis, nata a Pianche di Vinadio, classe 1890, contadina. Desmentiòura: da desmentié, dimenticare. È la «maga» che pratica la desmentía, che fa dimenticare un dolore, che guarisce. È la «maga» benefica.

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tanti terremoti del passato, ormai mi interessava tutto. Ero «entrato» nel mondo contadino e non riuscivo più a uscirne. I dati statistici, le «mozioni dei partiti», i documenti ufficiali delle associazioni contadine, le inchieste a livello scientifico, sono «storia» scritta dagli «altri» e mi interessano marginalmente9 . Scappo da Cuneo, città sorda e bigotta, e cerco il mondo dei vinti, dove un dialogo è ancora possibile, dove col dialogo respiro la vita. Voglio che parlino gli emarginati di sempre, i «sordomuti», i sopravvissuti al grande genocidio, come parlerebbero in una democrazia vera. È il mondo dei vinti che mi apre alla speranza, che mi carica di una rabbia giovane, che mi spinge a lottare contro la società sbagliata di oggi. Non sono un nostalgico delle società pastorali, non sono il turista che ama trascorrere il week-end in campagna. Non ho mai detto a un montanaro «beato te che respiri quest’aria sana, beato te che vivi delle nostre cose perdute». Il discorso che vado cercando parte da lontano, affonda le sue radici nella campagna povera, ma poi si dirama in cento direzioni, poi tende a raggiungere il mondo della fabbrica. Mi interessa il passato in quanto mi aiuta a capire la realtà di oggi. Il sindacalista che parla agli operai della Michelin o della Ferrero, se non vede il cordone ombelicale che unisce ancora l’uomo della fabbrica al suo retroterra naturale, alla campagna, rischia di parlare a vuoto o di essere frainteso. Il sindacalista dovrebbe conoscere il retroterra dell’operaio-contadino, così come conosce le strutture e i problemi della fabbri9 Ho assistito a due soli convegni aventi per tema i problemi della nostra montagna. Il primo organizzato dai partiti della sinistra, il secondo dalla Democrazia Cristiana. Entrambi deludenti. Tra le solite autorità, impazienti che i dibattiti finissero, tra la solita piccola folla dei «politici» e dei burocrati dei partiti, dei cosiddetti «specialisti», i soliti quattro o cinque montanari, estranei, spauriti, silenziosi.

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ca. Non basta incontrare l’operaio-contadino al cancello della fabbrica: occorre incontrarlo nel paese, nella borgata, nel ciabot10 , nella baita, e magari sorprenderlo mentre governa le bestie, mentre trasporta a spalle il bariun11 del fieno, mentre rastrella le foglie secche. È lì che il dialogo diventa incisivo, è lì che la teoria del part-time non regge alla verifica. Oggi il nostro «meridione» e il nostro «nord» si guardano, si sfiorano, si confondono. L’ampia fascia di pianura che da Cuneo scende verso Torino non è uniforme come appare. Fossano, Centallo, Saluzzo, Racconigi, sono i centri della nostra agricoltura ricca. Lagnasco è terra di miliardari, con i frutteti modello, con l’esportazione fiorente. A Cuneo e Alba le industrie più importanti, la Michelin e la Ferrero, le due grandi calamite che hanno attratto l’ultima generazione giovane della campagna povera. Ma ai margini delle grosse aziende agricole, ai margini delle nuove fabbriche-caserma, incontriamo ancora il podere di pochi ettari, la piccola proprietà che stenta a sopravvivere, che vegeta senza speranza, senza un domani. È viaggiando in lungo e in largo, è toccando la pianura, la montagna, le Langhe, che si riesce a disegnare il mosaico scombinato delle nostre realtà sociali varie e contrastanti. A dieci chilometri da Cuneo, a dieci chilometri dalla Michelin, moderna, sofisticata, incontro già l’India, sulle colline di Roccasparvera. A trenta chilometri da Cuneo l’India è a Castelmagno, a Desertetto. L’autostrada Torino-Savona attraversa la pianura ricca del Cuneese. È dopo Mondovì che il paesaggio cambia. I viadotti ormai sorvolano una collina povera, aspra. Poi la «porta» dell’autostrada che si apre sull’alta Langa, Piccolo podere. Attrezzo rudimentale, per fasciare il fieno e portarlo a spalle. 10 11

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il «casello meccanizzato», le sbarre comandate dalle cellule fotoelettriche tanto il traffico in entrata e in uscita è irrilevante. E appare Montezemolo, un mondo fermo nel tempo, dove le case sono ancora di pietra e fango, dove i buoi trascinano l’aratro, il mondo di cento anni fa. Le «cronache del regime» esaltano «il matrimonio riuscito tra la campagna povera e l’industria», esaltano «la provincia agricola di Cuneo, la più motorizzata, la più meccanizzata d’Italia»12 . Ma la verità l’abbiamo sotto gli occhi, è il paesaggio che parla. Quando dall’alto della Pedaggera e dei Tre Cunei13 cerco la vita nelle ampie conche, riconosco più case grige, spente, morte, che case fresche di calce, vive, giovani; riconosco i noccioleti che parlano di stanchezza, di abbandono, e i fazzoletti di vigna come bandiere stinte, eroiche, e i dirupi del Belbo che rivogliono il bosco. Non mi lascio tradire dall’edilizia residenziale, dalle ville di zucchero, estranee, ostili come le torri e i castelli che dominavano la miseria antica. Non mi lascio tradire dalla «seconda», dalla «terza casa» degli «altri». L’alta Langa, come tutta la campagna povera, ormai è un cronicario immenso, è il dormitorio di centinaia di «pendolari», è il rifugio degli scarti, degli invalidi, degli emarginati dalla «società del benessere». Soltanto nel buio l’alta Langa ridiventa giovane, quando i pullman delle industrie restituiscono alla collina le matote e i fanciot14 rastrellati all’alba! Alla campagna povera il sistema ha sempre e soltanto offerto un turismo insensato, da rapina. Il turismo 12 È vero che la provincia di Cuneo è la più motorizzata d’Italia. Ma questo primato conferma l’irrazionale. Si pensi alla miriade delle piccolissime aziende agricole che dispongono di «parchi macchine» costosissimi, di «parchi macchine» che invecchiano non per l’uso ma con il trascorrere degli anni! 13 Località dell’alta Langa. 14 Le ragazze e i ragazzi.

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che non rispetta l’ambiente, che ferisce il paesaggio, che umilia il fragile tessuto contadino, non fa che riproporre sotto nuova forma l’antico sfruttamento, l’eterno colonialismo. L’agriturismo, se programmato, se correttamente indirizzato, avrebbe salvato alcuni brandelli del nostro tessuto contadino. Ma anche questa scelta è mancata, lasciando che i barbari si scatenassero. Limone Piemonte non esiste più, è un quartiere di Torino o di Montecarlo, è un vespaio di cemento. I pochi contadini superstiti sono ormai i «baraccati» in una città folle. Sampeire è sulla strada buona, ancora quattro o cinque grattacieli e diventerà un quartiere di cemento, come Limone Piemonte. Su Acceglio incominciano a volare gli sparvieri, la speculazione è alle porte. Nel Monregalese lo sfruttamento è già a un livello più avanzato, le montagne appartengono all’industria del turismo, le montagne sono proprietà privata. A Desertetto è sorto un villaggio residenziale, le ville pretenziose, orribili, a quattro passi dalle baite di pietra e fango, a quattro passi dai tetti di paglia15 . Nel breve arco di un decennio l’industria ha distribuito nel Cuneese un largo benessere, ha favorito l’esodo sacrosanto dalle zone più depresse. Ma ha preteso e pretende contropartite enormi. L’industria umilia e spreme il mondo contadino. Nella Valle Bormida il fiume inquinato dalle industrie di Cengio è una serpe di melma schifosa che avvelena l’ambiente. La nebbia del Bormida si impasta col veleno, sale verso l’alto, dove arriva la nebbia arriva la peste. 15 Nel 1970 gli abitanti di Desertetto erano ancora una trentina. Nel 1975 sono ancora due. Adesso le vecchie baite vengono spianate, cancellate per sempre. È l’edilizia cittadina che trionfa.

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Il ricatto che i padroni impongono è spietato, crudele: «Volete i figli in fabbrica? Godetevi il veleno». Il torrente Vermenagna scorreva in un alveo di plastica, l’acqua biancastra trasportava la silice in pianura, plastificava i fossi e i canali, intasava le falde acquifere, mortificava l’humus, inaridiva i campi. A trenta, a quaranta chilometri dalle basi delle industrie estrattive, l’acqua era ancora lattiginosa, inquinata. Sorsero allora i bacini di decantazione, così tra Robilante e Vernante, ai piedi delle cave, incominciarono a crescere le montagne dei rifiuti, del sottoprodotto della silice, montagne enormi, bianche come cadaveri. I padroni dicono che queste montagne morte un giorno o l’altro diventeranno preziose, non appena verrà scoperta la formula che trasforma la sabbia in humus! E intanto cercano sempre nuove piane su cui fabbricare altre montagne morte. Nel Vallone del Piz il Pian della Regina era un paradiso terrestre, una conca incredibilmente ricca di polle d’acqua impetuose, prepotenti. L’Enel ha succhiato tutta l’acqua a monte, proprio tutta, anche l’acqua delle piccole sorgenti. Oggi Pian della Regina è una conca arida, morta, la sua acqua è nei canali di cemento. Se un contadino arrabbiato, se una delle tante vittime dei padroni, del sistema, tagliasse un cavo della corrente elettrica bloccando per dieci minuti una delle tante industrie che rapinano, che inquinano, succederebbe il finimondo. È tutto qui il bilancio delle forze. I veleni di Cengio e di Robilante sono il prodotto della società che conta: le proteste timide del mondo contadino sono le litanie di una società che muore. I miei interlocutori più validi sono i vecchi, perché sanno. I vecchi sono narratori e attori straordinari. Accettano sempre il dialogo, hanno fame di parlare. Quando li incontro per caso mi parlano del vento e della pioggia, della campagna che va a perdere, della miseria antica che era uguaglianza. Con la nostalgia dei vent’anni mi

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dicono: «Nella miseria la gente era allegra, cantava. Una fetta di polenta, una manciata di castagne, e venivamo su come querce, il lavoro non spaventava». Parlano, parlano, ma non si compromettono, la prudenza non è mai troppa, non si sa mai... Anche l’incontro organizzato, con il «mediatore» che mi presenta come «l’uomo di cui fidarsi», nasce sulla diffidenza istintiva. È sempre la diffidenza il primo ostacolo che mi trovo di fronte, una diffidenza che non mi offende, che giustifico. Non è facile entrare nelle case contadine, non è facile inchiodare un contadino a un tavolo per ore e ore. Senza una rete efficiente di «basisti», di «mediatori», non si entra nelle case contadine. Il «mediatore» mi propone l’incontro e presenzia all’intervista: rompe il ghiaccio, sgela l’interlocutore, lo invita a parlare disinvolto, «in famiglia». Sempre, da come il padrone di casa mi accoglie, avverto se il «mediatore» è valido o meno valido. L’ospitalità contadina è tradizione, ma l’ospitalità formale non mi basta. Chiedo molto di più, chiedo che il testimone non si difenda con l’autocensura. Il dialetto è un lasciapassare indispensabile, chi non parla piemontese è straniero. Dico a tutti i testimoni: «Parlate alla vostra moda». Col patois l’interlocutore si esprime meglio, è più libero16 . In tutte le case il bicchiere di vino è d’obbligo, così i dialoghi appena avviati regolarmente si interrompono, e incomincia il rito del vino fatto in casa, del «vino di uva, speciale, del nostro». L’alternativa al bicchiere di 16 Nella parlata del montanaro sono ancora rintracciabili alcune espressioni del gergun, di questo linguaggio antico, in disuso da tempo, recuperato poi dai montanari che emigravano in Francia. I francesi capivano il patois, ma non capivano il gergun, che funzionava così da linguaggio «cifrato», di difesa. «Anche i pastori di Roaschia, quando scendevano in pianura per svernare, usavano il gergun come linguaggio di difesa» (testimonianza di Dalmazzo Giraudo, ex garzone pastore a Roaschia).

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vino è la tazza di caffè. Ma il padrone di casa, che ha già scelto, che ha già programmato un bicchiere del suo vino in compagnia, cortesemente insiste, si impone. Se non accetto, offendo. Non pochi incontri sono vere e proprie veglie, con le famiglie raccolte, con i vicini di casa che ascoltano: con i nipoti che si elettrizzano ma poi ciondolano, dormono. Giuseppina Giordanengo, classe 1893, mi riceve con la tavola imbandita, un gran piatto di «risole»17 e il vino bianco. Vuole che mangi e beva come se dovessi smaltire una fame antica, e mi difendo a stento. «Sü, munsü, ciapé lí, – continua a dirmi. – A salüte ’d tüit, bagném che l’é süit»18 . Sono dieci le persone che assistono all’incontro, figlie, generi, nuore, nipoti. Gli incontri nei cronicari sono i più penosi, chi non conosce i cronicari di montagna non conosce la vera miseria19 . Arteriosclerotici, gente sana, dementi, uno addosso all’altro, la folla anonima dei lager, dei manicomi, delle galere. Le testimonianze riflettono l’ambiente. Ogni frase di chi vegeta in un «ricovero» esprime la nostalgia dell’aria, del sole, della libertà nella miseria. Arrivare al momento giusto è una delle regole del gioco. L’inverno è la stagione più adatta, nelle altre stagioni anche i novantenni lavorano. Maria Isoardi, ottantadue anni, margara di Chiappi, un po’ mi ascolta, poi taglia corto. «Non ho tempo da perdere, – mi dice, – perché dovrei aprirvi il cuore e raccontarvi le mie miserie?» È l’ora della mungitura, e la cucina è in gran disordine. Mi ripresento l’indomani, senza troppe illusioni. La cucina sembra un salotto, Frittelle dolci. «Su, signore, prendete. Alla salute di tutti, bagnamo (beviamo) che è asciutto». 19 Non tutti i cronicari sono lager, ma quasi tutti sono una prigione, sono sovraffollati. 17 18

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sul fornello è già pronta la caffettiera, sul tavolo è già pronto il vassoio delle feste. Conversiamo quattro ore, diventiamo amici. A Perno di Monforte, in un pomeriggio pieno di sole, invito un ottantenne al discorso. È accucciato lungo la strada, fuori del portone di casa, nel corridoio di ombra. Sembra un pensionato, un senza lavoro. Accetta il dialogo, si infervora, aggancia il tema della guerra del ’15, mi parla di Oslavia, della vita al fronte... Ma sul più bello tronca il discorso. Ha visto che gli altri contadini stanno riprendendo il lavoro, stanno muovendo verso i campi: afferra il tridente, se lo mette a spall’arm, e si incammina dondolando. Anna del Preit la intervisto su all’alpeggio, durante le ore del pascolo, così mentre lavora racconta. Quando una comunità si presenta disponibile allora passo di casa in casa, allora scavo, approfondisco i temi, allargo il discorso. È nel confronto delle voci che i miti si ridimensionano, che i miti crollano. I racconti-testimonianza dovrebbero procedere lungo un binario fisso, dovrebbero seguire un filo cronologico. Ma non è la regola che conta. Si parte da lontano con i ricordi dell’infanzia, con i ricordi della vita familiare e della vita comunitaria di allora: si supera così il rodaggio, si spiana così il terreno per il decollo. È in questa prima fase che alcuni dei testimoni inseriscono le storie ’dle guere, le storie raccontate dai padri o dai nonni. Poi i temi di fondo, il lavoro, l’emigrazione, la «grande guerra», l’avvento del fascismo nelle campagne, il «ventennio», la seconda guerra mondiale, la pagina partigiana, il dopo Liberazione, il mondo contadino di ieri e di oggi. Propongo i temi e lascio che il discorso si apra, si snodi. Non interrompo mai l’interlocutore, e dimostro interesse anche quando esce dal seminato, quando salta di palo in frasca, quando mi ripete cose già dette. Non pretendo né sintesi, né risposte nette. Ascolto per imparare, ascolto tut-

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to, anche le cose che non rientrano nei confini della mia ricerca. Il contadino dispone di certe antenne, di certe difese: il contadino fiuta se «l’altro» gioca o fa sul serio. Soltanto con l’interlocutore che intenzionalmente rifiuta il discorso o mi racconta delle frottole, insisto, provoco. Se il testimone è un ex combattente, un cavaliere di Vittorio Veneto o un reduce di Russia, allora tattico, allora manovro, per impedirgli di agganciare fuori tempo il tema della guerra. La guerra è la grande esperienza, è la ferita mal cicatrizzata che riprende a sanguinare non appena la tocchi. È lì che tutti i reduci vorrebbero arrivare subito, sono sempre i ricordi di guerra quelli che più urgono, che tendono a esplodere20 . Il magnetofono non disturba, non distrae, non intimidisce il testimone. A volte lo responsabilizza. Per alcuni dei testimoni più vecchi il magnetofono è una scatola qualunque, per quasi tutti i testimoni è «la scatola che ascolta e scrive tutto». Antonio Giraudo, detto Tuniun, ottantasette anni, si fa sorprendere mentre spacca la legna. È un’ambizione di tutti i vecchi farsi sorprendere sul lavoro. Giraudo non vuole che altri ascoltino il suo discorso, così devo sistemare il magnetofono nell’orto, su un francobollo di terra quasi a picco sul fiume Stura. Giraudo mi parla della Francia, dell’America, di New Orleans e di San Francisco, della guerra del ’15 e del «Piave mormorò». Mi parla delle miniere degli Stati Uniti, «dove si incontravano tutti i poveri del mondo, i neri, i polacchi, i russi, i giapponesi...». Mi parla dei suoi figli Bastian e Ma20 «Ma quando è che parliamo della guerra?» mi dicono i testimoni. Il testimone che inserisce fuori tempo il tema «guerra» rilascia una testimonianza amputata, priva di equilibrio: una testimonianza in cui il discorso di fondo, il discorso di vita contadina, risulta sfuocato, marginale, come soffocato dalle descrizioni minutissime dei fatti d’arme, della vita al fronte, della prigionia.

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té «dispersi» sul fronte russo, e la sua voce trema. Infine mi chiede che cosa è la «scatola» che ha di fronte. «È un magnetofono, un registratore, una macchina giapponese che ha raccolto i nostri discorsi e li ripete». «Ma lei sa il giapponese?» Giuseppe Garelli21 , ottantaquattro anni, residente a Beinette, lo incontro al Caffè della Stazione, mentre sta discutendo con cinque amici. Mi avvicino al suo tavolo in punta di piedi, mi presento come l’amico ’d Castlin ’d Pasqué22 e poi tento di inserire il discorso che mi sta a cuore. Ma la diffidenza è nell’aria. Prendono le distanze, divagano, mi studiano prima di aprirsi al discorso. Allora gioco la carta della guerra del ’15, e subito la diffidenza svanisce. Adesso parlano anche troppo, con le voci che si sovrappongono. Sistemo sul tavolo il magnetofono. Uno di loro mi dice: «Ma bravo, ha portato la fisarmonica?». Un altro azzarda sottovoce: «Ma non è un registratore?». Tre ore di conversazione intensa, viva, poi si passa alle canzoni antiche. Vanno in orbita, fermarli diventa impossibile. È quasi notte quando li richiamo all’ordine. Mi chiedono di riascoltare almeno una delle canzoni registrate. Si divertono, si entusiasmano anche perché nelle pause del coro si sente il gorgoglio del «dolcetto» che scorre. «Valgono di più quattro ore trascorse in armonia che tutto l’oro del mondo», mi dicono. Non finiscono più di ringraziarmi, devo promettere che ritornerò presto, che ritornerò ancora. Sono molti i testimoni che prendono gusto al dialogo, che temono di non aver detto proprio tutto, che mi propongono un altro incontro. Quasi tutti i testimoni mi chiedono di riascoltare le loro voci. Si divertono, si meravigliano della fedeltà 21 Giuseppe Garelli, nato a San Grato di Villanova Mondovì, classe 1889, contadino. 22 Giuseppe Castellino.

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della registrazione. Scoprono un mondo. Anna del Preit ascolta, poi mi dice: «È come aver fermato il tempo, è come vivere il passato un’altra volta». La pianura Margarita, un paese della pianura quasi ricca, un paese a una dozzina di chilometri da Cuneo, malgrado tutto è ancora un centro contadino. Ma in crisi, perché la sua campagna è vecchia23 . A Margarita avvicino i Bongioanni, un robusto clan familiare che amministra un’ottima cascina di sessanta giornate24 in una pezza sola. Avvicino alcuni contadini anziani e vecchi, tutti con i figli che lavorano in fabbrica. Poi finalmente trovo l’azienda giusta, l’azienda che risponde alle mie esigenze, l’azienda-campione della piccola proprietà, un nucleo familiare deciso a non arrendersi. Pietro Balsamo, detto l’American, classe 1894, conduce con i figli Annetta e Francesco ventinove giornate di terra, di cui diciotto in affitto, un’azienda di circa undici ettari. I Balsamo abitano nel centro del paese, la loro terra è sparsa, lontana dal concentrico. Venti bestie nella stalla, «ma non venti vacche». Sotto il portico il «parco macchine» del valore di circa cinque milioni25 , un’attrez23 A Margarita, su centododici «coltivatori diretti» censiti dal Comune, sono appena quindici i giovani che si dedicano professionalmente all’agricoltura. Nel discorso contadino sono considerati giovani tutti gli uomini nell’età compresa tra i venti e i quarantanni. 24 Giornata: unità di misura di superficie corrispondente a 3810 metri quadrati (circa il terreno arabile nel corso di una giornata da un paio di buoi). 25 La valutazione del parco macchine è riferita all’anno in cui ho acquisito la testimonianza dei Balsamo, il 1970.

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zatura moderna, adatta per un podere di almeno trenta ettari. La casa dei Balsamo è un rustico rimodernato, accogliente. La cucina-tinello, linda e anonima con gli elettrodomestici che fanno parete, parla di benessere. Eppure i Balsamo si lamentano. Dicono: «Ancora pochi anni fa chi coltivava venti giornate era già importante. Oggi morire non muore, bisogna però vedere in che modo vive». E mi parlano del «piano verde» che aiuta soltanto i ricchi, mi parlano della piccola proprietà inesorabilmente alle corde, del divario tra la campagna e la città, dell’esodo dei giovani. Tutti temi attuali, tutti temi che mi appassionano. Ma se voglio capire la realtà di oggi devo partire da lontano, devo cercare un ordine cronologico nel discorso. Chiedo a Pietro Balsamo «di fare un salto all’indietro, un salto di sessant’anni». E subito il suo pessimismo scompare. «Oggi la vita è miliardaria, – mi dice Balsamo quasi urlando. – Solo quarant’anni fa tribolavamo quasi tutti. La terra buona apparteneva al conte Solaro, aveva mille e più giornate, quattordici cascine. Era il padrone del paese: quando il conte passava, la gente si piegava, giù il cappello, lo riverivano. La gran parte della gente viveva di stenti. C’erano i ciabot piccoli e medi, c’era il mezzadro, il piccolo proprietario, l’affittuario. Chi andava meglio era il mezzadro, le imposte le pagava il padrone, il mezzadro spartendo la roba si salvava, aveva solo da pensare a mangiare. Il piccolo proprietario doveva invece pagare le imposte, e in più le spese per conservare la casa, e non si salvava. Anche l’affittuario viveva di miseria. Sono mica tanto lontani i tempi che passavano quindici giorni senza che il povero riuscisse a mangiare

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un pezzo di pane, ’d pan barbarià26 . Ancora venti anni fa molte famiglie facevano il grano e lo vendevano per pagare l’affitto di San Martino. In primavera un po’ lo ricompravano, se disponevano ancora di soldi. Quasi tutte le famiglie erano numerose, i figli maschi che avanzavano andavano da vachét27 o da servitori, e le ragazze da servente. Mio nonno affittava una cascina di trenta giornate e cinque figli da allevare erano troppi. Aveva una scrofa nera dalla pelle molto spessa a forza che era vecchia. Un giorno ammazza la scrofa e porta la pelle a conciare a Boves, così il calzolaio di Margarita, Curam Piluca, rimedia tre paia di scarpe polacche per i tre figli maschi. In quei tempi tutti andavano a messa scalzi o con gli zoccoli nei piedi. Una domenica, come milord inglesi, mio padre e i due fratelli si mettono in cammino con le scarpe nuove. Ma i cani fiutano da lontano l’odore delle scarpe, e accorrono e annusano. Basta nen sbarueie28 , diventano sempre più numerosi, più insistenti. Pietro, il più bullo dei fratelli, vinto dalla vergogna, torna a casa, rinuncia alla messa. Se questa era un po’ la vita dell’altro secolo, la nostra vita non è stata tanto meglio. Io ho sempre lavorato a pagare i debiti, e in più le guerre a rendere più difficile la situazione. Io dico ai giovani di adesso che li vedo sempre a fare festa, a fare sciopero, e non sono mai contenti: “E se tornassero i nostri tempi?”». 26 Pane misto di grano e di segala. La semina veniva effettuata miscelando il 60 per cento di grano con il 40 per cento di segala. 27 ’L vaché o ’l vacherot è il bambino, il ragazzino che va come servo di campagna. ’L servitú e la serventa sono invece il giovanotto e la ragazza che sono a servizio in campagna. 28 Non basta spaventarli.

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Dopo Margarita, Peveragno. Qui altra situazione, qui anche la piccolissima azienda agricola, anche l’azienda di tre giornate, riesce a sopravvivere. La chiave del miracolo? Nel recente passato Peveragno ha saputo scegliere una coltivazione valida, la coltivazione della fragola, e oggi esporta quasi tutto il suo prodotto in Svizzera, oggi guarda con una certa sicurezza al domani. È con le sue sole forze, è con l’ingegno e la laboriosità, che la gente di Peveragno ha trasformato la sua «zona depressa» in una «serra» ricca di prodotti pregiati. A Peveragno nessuno sfugge al discorso sulle fragole. Così imparo come si coltivano, come si curano, come si soffoca l’erba, come si utilizza il nailon. Imparo quanto rende un fazzoletto di terra, una giornata di fragole. Apprendo che le operazioni di raccolta sono una tortura, apprendo che le donne e i bambini... resistono di più alla fatica, che le artrosi dilagano. Basta dire la parola magica, la parola «fragole», perché la gente si entusiasmi, e mi descriva le lunghe file dei carrettini e dei trattori che si trasformano in camion, in milioni, in miliardi. Forse la gente esagera, i miliardi non sono farfalle. Ma una cosa è certa: grazie alle fragole, e grazie anche alle «buste-paga» dell’industria, oggi Peveragno conosce il benessere, ha cambiato faccia. Negli anni cinquanta, quando Peveragno era ancora un paese povero, un paese di contadini, muratori, manovili, una grossa impresa mineraria diede inizio alla ricerca dell’uranio sulle pendici della Bisalta, e la gente sperò nel miracolo di avere un’industria in casa. Erano venti gli operai di Peveragno che lavoravano in quelle gallerie di sondaggio. Sei sono morti presto, sono morti male, con i polmoni pietrificati. I vivi, i superstiti, sono tutti malati di silicosi29 . Il tempo, come una spugna maledetta, can29 «La Montecatini iniziò i lavori della Bisalta nel 1949, e li sospese nel 1960. Quaranta gli operai, venti di Peveragno

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cella sempre le piccole storie dei poveri. Oggi la gente di Peveragno ricorda ancora la tragedia della Bisalta, la ricordano soprattutto gli anziani e i vecchi, con pietà. Ma non mancano i distratti, non mancano i rinoceronti che non ricordano o ricordano a sproposito. C’è chi mi parla soltanto dei milioni e dei miliardi, c’è chi mi dice che i soldi delle fragole è più prudente depositarli alla Posta che non nelle banche, e poi magari conclude: «L’abbiamo poi trovato noi l’uranio della Bisalta, vent’anni dopo, con le fragole». I soldi e le fragole: un discorso importante, che non sottovaluto. Ma troppo trionfalistico, troppo monotono, troppo arido. È il dialogo che cerco, un dialogo a livello umano, e non l’ostentazione di una prosperità forse più fittizia che reale30 . Lungo il Viale della Rimembranza avvisto tre pensionati che sonnecchiano su una panchina. Li sveglio, li stimolo con l’antico discorso dell’emigrazione. L’indomani li incontro già sotto un portico, schierati di fronte al magnetofono, docili come scolaretti, disponibili.

e venti i marchigiani. Ma nei primi anni la mano d’opera era tutta di Peveragno. In galleria si lavorava con la “perforazione ad asciutto”, la silicosi era scontata, inevitabile. Con l’arrivo dei venti operai marchigiani ebbe inizio la “perforazione ad acqua”, e il pericolo della silicosi scomparve. Questi i morti di Peveragno: Cavallo Bartolomeo, Giordano Stefano, Giubergia Stefano, Marro Giuseppe, Pellegrino Giacomo, Toselli Stefano. Dei superstiti i malati più gravi di silicosi sono Macagno Vincenzo detto Piche, e Garro Giuseppe detto Pulac» (testimonianza del capocantiere della Montecatini, il marchigiano Ricci). 30 La coltivazione delle fragole si sta ormai estendendo a macchia d’olio sia in collina che in pianura. L’augurio è che non si ripeta la storia dei frutteti, con la sovraproduzione. L’augurio è che un giorno o l’altro non debba intervenire l’Aima.

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Carlo Politano, detto Pulitan, classe 1886, lungo lungo, la voce sottile, in falsetto; Maurizio Prieri, detto Murisiu Dunadrin, classe 1884, massiccio, il faccione rotondo, i baffi a manubrio, la voce a rintocchi lenti; e Francesco Dutto, detto Camilu, classe 1896, il più intraprendente, il più ansioso di parlarmi della guerra del ’15, della sua prigionia, dei tedeschi. Carlo Politano, di cui siamo ospiti, mi indica un quadretto-fotografia appeso accanto all’uscio di casa: «È il gruppo del circolo parrocchiale, questo è mio figlio Bartolomeo, è rimasto in Russia, non ne ho più saputo niente. Era ancora venuto a salutarmi prima di partire. “Guarda pà, – mi aveva detto, – stai solo tranquillo, la Russia a momenti l’hanno occupata tutta, noi andiamo là non a combattere ma a tagliare il grano”. E io a lui: “Rompiti un braccio che sei ancora in tempo, così non parti più”. Uno che l’ha passata sa che cosa è la guerra...». Chiedo a Politano di parlarmi degli anni a cavallo del 1900. Mi racconta la sua esperienza della Francia e dell’Argentina. Anche Maurizio Prien, come Politano, appartiene alla vasta schiera degli ex emigrati che non hanno fatto fortuna. Prien raggiunse l’Argentina nel 1901 e rimpatriò nel 1903, per rispondere alla chiamata alle armi; «Il sindaco aveva tirato per me il numero31 il centosette su duecentoquattro coscritti, e mi sono toccati tre anni da per31 Fino all’anno 1910 all’incirca, i coscritti venivano selezionati e arruolati in base a sorteggio. I contingenti delle singole classi di leva erano troppo abbondanti, cosi l’autorità militare stabiliva di anno in anno la percentuale dei coscritti a cui sarebbero spettati due o tre anni di ferma. Le operazioni di sorteggio erano demandate all’autorità civile. Tanti numeri in un’urna quanti erano i coscritti: a chi estraeva un numero «piccolo» spettavano tre anni, a chi estraeva un numero «grosso» spettavano due anni. A chi estraeva il numero «più grosso», la «rosa», spettava l’esonero.

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manente, e poi la guerra. Nel 1920 divento fuochista nel Filatoio Musso, dove lavorano sessantaquattro filere e le altre sbatöse32 e muraschere33 , cento e più donne. Guadagno centoquindici lire al mese, lavoro dalle quattro del mattino alle sei di sera, e non penso più all’America». Francesco Dutto apre il discorso con una breve lezione sui soprannomi di Peveragno: «Qui siamo tutti battezzati due volte, – mi dice, – o Fracassa o Ghignassa o Giacassa, suma tüti stranumà34 . Io ho ereditato il mio soprannome dal cé, dal padre di mio padre». Dutto mi parla dell’emigrazione verso la Francia, mi parla di ieri, di oggi. Poi ingrana il discorso della guerra del ’15, e va su di giri, si entusiasma: mi racconta la sua lunga prigionia come se la rivivesse, mi ripete dieci volte il suo numero di matricola in tedesco. Sempre inseguendo il tema dell’emigrazione incontro altri testimoni preziosi. Giovanni Giordanengo, detto ’l Magu, nato a Buenos Aires, classe 1896, al quale mi presento senza l’aiuto di un «mediatore», mi dice: «Ho sentito parlare di lei, so che lei è un americano di passaggio, so che lei vuole conversare in argentino. Ma sono trascorsi troppi anni e non la ricordo più bene la lingua della Castiglia». Conversiamo tre ore buone, in piemontese! Con Giorgio Libois, detto Giors ’die Furme, classe 1903, testimone del naufragio del «Mafalda», il tema è l’emigrazione degli anni venti. Giovanni Toselli, detto Gianin d’Ariund, classe 1887, mi riporta sul binario giusto: mi parla dell’emigrazione antica, ma inquadran32 Sbatösa, sbattrice o scopinatrice; l’operaia che cerca i capofili dei bozzoli e li sporge alla filera, alla filandina. Ogni sbatösa serviva quattro filatrici. La grupösa, l’annodatrice, legava i fili che si strappavano. Ogni grupösa serviva nove filatrici. 33 Muraschera: l’operaia che recupera la murüsca, la strusa, cioè il sottoprodotto della trattura della seta. 34 Abbiamo tutti un soprannome.

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dola nel contesto sociale di allora. Anche Caterina Toselli, detta Nuia, classe 1890, con un racconto vivo, tutto fatti e persone, mi restituisce la vita della comunità di Peveragno negli anni attorno al 1900. Dopo Margarita e Peveragno estendo la mia ricerca ad altre zone, affidandomi al caso, al chi trovo trovo. A Fossano, ai margini del cemento, in una casa nuova, incontro una coppia di ex contadini, di «trapiantati», Giuseppe Daniele e la moglie Orsola. I Daniele mi insegnano che la fame vera era la fame di pane. Nella casa parrocchiale di Busca, con don Giacomo Quaglia come «mediatore», raccolgo la testimonianza di Giuseppe Fino, padre del prevosto. A Grava di Rocca de’ Baldi, Michele Costamagna, detto Chin ’l Giardiné, mi riceve sotto il portico, le sedie disposte in circolo, i suoi familiari e Castlin ’d Pasqué che lo invitano a ricordare, a raccontare. Chin premette che al passato non pensa mai, Chin ricorda tutto ma prende tempo. Vuole trovare il tono adatto. Solo dopo un lungo preambolo, tutto battute e schermaglie, darà inizio al discorso vero, sdrammatizzando gli avvenimenti, rivivendoli con distacco. A Monsola, nella casa di Eugenio Olivero, l’incontro con due contadini vecchi35 e parliamo del lontano passato. A San Chiaffredo di Busca, nella casa di Marco Cosio, l’incontro con cinque contadini giovani36 : parliamo delle «cooperative impossibili», della realtà contadina di oggi. A Busca, con Aldo Lerda come «mediatore», l’incontro con altri cinque contadini giovani37 e ricevo la conferma che i piccoli proprietari respingono proprio la cooperaBartolomeo Cossai e Pietro Culasso. Chiaffredo Ballero, Quinto Dalmasso, Romano Dalmasso, Domenico Graffino, e Giovanni Salvagno. 37 Luigi Graffino, Piero Minetti, Angelo Rosso, Filippo Sasia, e Stefano Sasia. 35 36

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zione. I rari giovani che accetterebbero le «cooperative», la «rivoluzione», sono privi di potere decisionale, dipendono dai padri, subiscono. Alla Madonna del Pilone, nella casa di Bartolomeo Bravo, mi aspettavo di incontrare tre o quattro agricoltori giovani. Ne arrivano venti, da Cavallermaggiore, Savigliano, Fossano. Il tema dell’incontro è la situazione delle aziende medie, delle cascine sulle cinquanta-cento giornate: un tema che non rientra nei confini della mia ricerca, ma che si presenta stimolante. È la prima volta che incontro un gruppo così numeroso di agricoltori, e mi colpisce la spigliatezza, il livello intellettuale di questi giovani. Si sentono «governati» dai padri, si sentono prigionieri della «Coltivatori Diretti». Sognano la ribellione, scalpitano, ma non intravvedono altri ancoraggi sicuri, e si perdono così nella protesta velleitaria. Sono forze vive, plasmabili, preziose. A San Giuseppe di Sommariva Perno, con don Giovanni Gulasso come «mediatore», con don Giacomo Quaglia e don Matteo Lépori che assistono all’incontro, assemblea improvvisata nel bar della frazione. Sono presenti una trentina di frazionisti, di giovani e meno giovani, ex contadini, operai-contadini, operai. Sono assenti le forze più vive di San Giuseppe, i sedici componenti della «cooperativa», della «stalla sociale» in disarmo: sono assenti «perché un malato di cancro sfugge a chi vuole parlargli del suo male». I sedici della «stalla sociale» avevano lanciato una sfida alla burocrazia, al mito della fabbrica, all’esodo totale. Hanno dovuto arrendersi. Quattrocento gli abitanti della frazione San Giuseppe, un centinaio di famiglie. E appena quattro i nuclei familiari che vivono ancora di sola agricoltura. Tutta la restante campagna si regge ormai con i «pendolari» dell’industria, con gli operai-contadini. La fuga dalla terra, qui come altrove, è la risposta al caos, alla politica dell’elemosina, alla superficialità, alle direttive insensate, al-

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le promesse mai mantenute. L’agricoltura non è un rubinetto che si apre e si chiude a piacimento: l’agricoltura è un malato grave, in agonia, che necessita di cure energiche, urgenti. Fino a ieri si premiavano i contadini che ammazzavano le vacche, fino a ieri si incentivavano i frutteti: oggi si premiano i contadini che hanno le vacche nella stalla, oggi si premiano i frutticultori che spiantano i frutteti. Oggi, sulle colline di San Giuseppe, sono in funzione le motoseghe: gli alberi da frutta diventano legna da ardere! Dopo un dialogo disordinato, a ruota libera, pongo ai miei interlocutori della frazione San Giuseppe questa domanda precisa: «Che cosa ne pensate del fascismo di oggi?». Ed ecco alcune risposte, le più significative: «Il fascismo? A San Giuseppe il fascismo non esiste, il problema non ci interessa»; «Il fascismo è un’invenzione di Roma»; «Non ci interessa il fascismo, come non ci interessa la politica»; «I partiti sono tutti uguali, votiamo ogni cinque anni senza sapere per chi votiamo, mettiamo una croce e basta»; «Le bombe fasciste? Tutte storie, tutte balle, tutta propaganda»; «L’abbiamo provato il fascismo, a noi non ha fatto né del bene né del male»; «La guerra fascista? Ma la guerra non c’entra con il fascismo, la guerra c’era dappertutto e non solo in Italia»; «Oggi contiamo zero, siamo del primo che ci conquista»; «Oggi non c’è più la fiducia, oggi le parole dei partiti non hanno più un significato»; «Più votiamo, più a Roma litigano»; «Intanto se Roma vuole, il fascismo verrà». Uno dei presenti, un anziano, il più saggio, si rivolge al parroco e gli dice sottovoce: «Priore, sarà necessario che riprendiamo le riunioni in parrocchia, che riprendiamo a parlare di come va il mondo».

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La collina38 Come primo ponte tra la pianura e la montagna scelgo la zona di Vignolo e di Cervasca, una fascia di piano con alle spalle la collina, una zona a quattro passi da Cuneo. Così mi riesce facile rispondere alle chiamate di Dalmasin39 il mio «basista» più valido, più efficiente. «L’hei turna trüvane ün ’dl’aut secul. Paga sentilu»40 , mi telefona Dalmasin, e ogni sua telefonata è un incontro prezioso. Dalmasin conosce e ama la sua gente. Boscaiolo, manovale a tempo perso, vive sulla collina di San Costanzo come un eremita. Ma non è un misantropo. Si interessa di politica, è socialista. Dalmasin crede ancora nella fraternità, nell’amicizia. Dice: «La politica è importante, tutti dovrebbero scegliere con coscienza un partito. Ma la politica senza l’amicizia è niente,. è una giungla dove prospera la superbia». Ex combattente nei Balcani, reduce fortunato del fronte russo, odia la guerra come odia tutte le ingiustizie. Crede nel mio lavoro di ricerca e mi organizza le interviste anche perché il dialogo lo aiuta a non sentirsi solo, lo avvince. L’appuntamento è sempre in Vignolo, presso la Trattoria dei Passeggeri. Lì Dalmasin mi descrive il personaggio che dovrò incontrare, mi orienta. Poi mi guida nella ragnatela dei viottoli, tra i ciabot dispersi, dove con l’aria si respira la diffidenza, dove «all’imbrunire i forestieri sono tutti zingari o male intenzionati da cui difendersi», Dalmasin riesce a sgelare anche gli ambienti più difficili. A volte mi presenta come «il colonnello», e mica i padroni di casa mi buttano fuori, anzi, mi guardano 38 La collina intesa come fascia pedemontana. Quindi escluse le Langhe. 39 Dalmazzo Giraudo, nato a Vignolo, classe 1917. 40 «Ne ho di nuovo trovato uno dell’altro secolo. Paga (è interessante)sentirlo».

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con più rispetto! Appena iniziano le interviste Dalmasin mi aiuta con la discrezione che è fatta di sensibilità, saggezza, intelligenza. Entro così in trenta case contadine, e scopro che Vignolo e Cervasca erano paesi poverissimi. Oggi sono paesi che non conoscono l’esodo, che resistono, proprio perché la generazione giovane ha scelto da tempo la strada della fabbrica. Oggi, lungo la fascia pedemontana che unisce Vignolo a Caraglio, incontro povertà e benessere, ciabot in disarmo e cascinotte che sopravvivono. Le colture specializzate, i fagioli, i peperoni, i pomodori, hanno reso prospere non poche piccole aziende agricole. L’edilizia rurale si è ringiovanita, l’edilizia residenziale un po’ rallegra il piano e la collina. Ma è verso l’alto, dove le strade diventano mulattiere, che riappare l’India! Nel 1960, mentre decollava l’industrializzazione, gli ultimi tesòu41 di Vignolo e di Cervasca lavoravano ancora la canapa con i telai di legno, con i telai a mano. Il salto dal vecchio al nuovo è stato violento. Siamo nel 1974, e sulle colline di Vignolo e di Cervasca c’è chi sta morendo di fame. Francesco42 , che rifiuta l’elemosina, che si lascia morire, che si spegne come una candela tra la sua gente distratta, non è purtroppo un caso limite. Lungo l’arco della nostra collina che si spopola, tra le valli Tanaro e Po, si contano infatti a centinaia gli sbandati come Francesco, i «dispersi», i malati. Le trasformazioni rapide costano, e stritolano soprattutto i fragili, gli indifesi. Non esiste pietà per chi si emargina, non esiste pietà per le foglie secche. Si dice che le comunità montane sono la Tessitori. Francesco Silvestro, classe 1924. Morirà nel 1974. Il Silvestro era in coma all’ospedale di Cuneo. Ignoti sfondarono l’uscio della sua baita, rubarono i mobili, una madia e un guardaroba. Chissà in quale negozio di antiquariato, chissà in quale «casa bene» saranno finiti i poveri mobili di Francesco! 41 42

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democrazia inventata dal basso. Ma le comunità montane che non funzionano diventano un’assemblea di burocrati e basta. Ha forse senso che nell’era delle comunità montane la vita di un uomo valga quanto la vita di un passero? I miei testimoni di Vignolo e di Cervasca. Alcuni appartengono alla categoria degli «sradicati», dei «trapiantati». Sono ospiti dei figli e delle nuore, abitano in case rimodernate o nuove, sono i privilegiati. Ma sono anche i più nostalgici del passato. Mi parlano delle baite abbandonate come del paradiso perduto. I testimoni più liberi, più autentici, li incontro nell’ambiente in cui sono sempre vissuti, nelle case antiche, dove i mobili sono un tavolo rugoso, le quattro sedie impagliate, la stufa di ghisa; dove l’oggetto più elegante è il quadro con le insegne del cavalierato di Vittorio Veneto o la fotografia di un congiunto «disperso» in Russia. Francesco Serale, detto Cec, ottantotto anni, vive in un grosso cascinale disabitato, nella frazione San Michele. La sua casa: una stanza adibita a cucina e l’ex stalla trasformata in camera da letto. Cec è arzillo, autosufficiente. Come non pochi dei suoi coetanei fuma il sigaro alla moda di una volta, infilando la punta del «toscano» in bocca, «si gusta di più con il fuoco in bocca, perché così il «toscano» non tuba, e poi consuma poco o niente». Questa la vita di Cec, la sua vita di oggi, di ogni giorno: «Io sono abituato a vivere soletto tra le cose antiche. Mio nipote è un imbianchino, un muratore: vuole sempre imbiancare i muri di questa cucina, ma io non voglio. Sono nato da una famiglia povera, e voglio che tutto resti com’era allora. Da ventisei anni prendo la piccola pensione, tredicimila lire al mese, poi quindicimila, poi diciottomila, e adesso ventiquattromila. Non mi lamento, con un po’ di economie vivo. Mi governo la casa, mi preparo da mangiare, poi vado a trovare i vicini.

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D’inverno leggo. La maestra mi rispetta, è gentile: tutte le mattine mi porta il giornale, giache è mica nuovo, è del giorno prima. Me lo regala. Leggo ancora senza occhiali, più che altro leggo le disgrazie, e anche un po’ di politica. Non sono più capace a lavorare la terra: la mia mano è ancora giusta, mi faccio ancora la barba con il rasoio, ma stento a piegarmi, la terra per me è ormai troppo bassa. Tutte le feste vado a fare la partita all’osteria, spendo duecento lire, tutta in economia. Per fortuna che ho la pensione, altrimenti toccherebbe anche a me andà a ciamant43 . Titu ’d Batistin era senza la pensione: lavorava da un mezzadro, niente paga, era vecchio e ancora grazie che lo mantenevano. È morto l’anno scorso sul lavoro, nei campi, accanto a un fosso, è morto solo e soletto com’era vissuto, non aveva un soldo sulla pelle. Se non fosse per la pensione... La pensione e la mutua e l’ospedale sono cose belle: venire malato e sapere che l’ospedale è pagato è una grande cosa». Cec mi parla a lungo dell’emigrazione verso la Francia e verso l’Argentina. Conversiamo quattro ore di seguito, fin oltre la mezzanotte. Margherita Lovera, detta Nota ’d Batistin ’d Drea, ottant’anni, è una «trapiantata» che vive in Vignolo, ospite del figlio operaio della Michelin. Non le manca nulla, il cucinino dove mi riceve è stipato di. elettrodomestici. Eppure Nota ricorda con nostalgia la sua baita, mi dice: «Vent’anni fa la vita era più bella, i figli mi facevano corona, il lavoro della tessitura rendeva ancora bene, era una vita libera che mi piaceva, là sulla collina di San Costanzo...». Chiedo a Nota se il lavoro della tesòura44 era molto faticoso, e mi risponde con i gesti, disegnando nell’aria le varie operazioni che eseguiva al telaio di legno. Poi, all’improvviso, si irrigidisce sull’attenti: si pie43 44

Chiedere l’elemosina. Tessitrice.

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ga in due, con una flessione rapidissima porta le mani a toccare le punte dei piedi. E mi stupisce, mi spaventa! «Il lavoro della tesòura manteneva giovani», mi dice con orgoglio. Giovanni Battista Comba, detto Batí ’dla Lüba, ottant’anni, era in veglia «a scegliere i fagioli, ad ammazzare il tempo» nella casa di una vedova sua coetanea. Ha accolto subito l’invito di Dalmasin, la proposta di continuare la veglia all’osteria parlando di «cose antiche», di cose della vita contadina. Ma nella sala i tavoli sono tutti impegnati con le partite a tressette, così l’avvio al discorso non riesce facile. Alcuni minuti per esporre i temi, per superare il rodaggio, poi Batí ’dla Lüba incomincia ad alzare la voce, prende coraggio. Diventa il personaggio da ascoltare. Con le partite che man mano si spengono cresce la piccola folla attorno al nostro tavolo. Gli anziani tempestano Batí ’dla Lüba di domande, e nel confronto il discorso procede sul terreno più adatto, diventa il testamento di un vecchio, l’esperienza di una vita raccontata ai paesani. Mancano i giovani ad ascoltare: i giovani sono impegnati con il «turno della notte» alla Michelin o stanno scorrazzando come tanti indemoniati da un paese all’altro. La «catena di montaggio» funziona anche fuori dalla fabbrica... Dalmazzo Giraudo, detto Maciu dei Mau, novantenne ma vispo, è nato e cresciuto sulla collina alta di Vignolo. Maciu dei Mau mi dice subito: «Io ho sempre fatto il contadino, la 3P45 m mi ha passato la medaglia e un diploma largo così». Poi, cercando tra i ricordi della sua infanzia, ritrova intatta la storia della guerra che gli raccontava il padre: «Mio padre aveva fatto otto anni il soldato, a ventun anni era andato in Sicilia, ed era rimasto 45 Associazione giovanile della «Coltivatori Diretti». Le 3P (Provare, Progredire, Produrre) ne costituiscono l’intero programma.

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là fino a quando avevano preso tutto con Garibaldi, fin a quand l’avíu barbà tüt. Ma che vite cattive! L’ha raccontata tante volte mio padre questa storia. Sparavu na trunada ’nle bandie46 , di notte scendevano verso il basso con i prigionieri, i prigionieri li buttavano nel mare, erano gente cattiva, fin che cula gent se sun pasié47 . Anche a Napoli la gente era cattiva. I napoletani buttavano giù dalle finestre l’olio fritto e i vasi di fiori sulla testa dei nostri soldati. I nostri tant l’han fait che i’han co pasié48 , là c’era il Re Borbone, i nostri hanno preso Napoli e l’hanno restituita al nostro Re. Della compagnia di mio padre su trecento sono rimasti vivi tre. [...]». Giovanni Allinio, detto Gianot, settantasette anni, vive nella frazione San Michele. Gianot apparteneva alla schiera dei mesòu49 gli specialisti delle campagne del grano. Gianot è così preciso con il suo racconto, è così documentato, che lo ascolto una prima volta all’osteria e una seconda volta a casa. Michele Olivero, detto Chinu, ottant’anni, vive nella casa del figlio, in un condominio di Cervasca. Chinu mi esibisce il campionario della sua produzione artigiana, del suo lavoro di tesòu: vuole che tasti le lenzuola di pura canapa, e le lenzuola di canapa e cotone, e i grembiuli decorati di nero e rosa. Poi mi invita ad ammirare il quadretto con le insegne del cavalierato di Vittorio Veneto, e un ritratto di famiglia, la «fotografia»: – lui, la moglie, e i sei figli il ricordo più prezioso della sua «vita martire», di una vita che adesso gli appare quasi felice! Simone Marro, detto Dinu, Pacific, Barbarusa, Barbeta, lo incontro nella casa della sorella, in un cascina46 Sparavano con un fuoco massiccio nelle montagne (nei boschi). 47 Fino a quando quella gente si è calmata. 48 I nostri tanto hanno fatto che hanno calmato anche loro. 49 Mietitori. Da mesòira, falcetto.

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le appena a monte di Cervasca. Piccolo di statura, robusto come un torello, Dinu un po’ nasconde il suo viso di bambino nella folta barba bianca che gli scende a cascata lungo il petto. «Mi è cresciuta da soldato questa barba, mi dice Dinu. – Era rossa come un incendio, non la taglio dai tempi della guerra del ’15». I Giordanengo. Cinque anni fa vivevano ancora a Tetto Cannone, tra i «dispersi». Oggi vivono a la villa50 , sulla collina bassa di San Michele. Sono sei i Giordanengo: la madre anziana, Ciutina; il figlio Piero, operaio della Michelin; la nuora e i tre nipoti. Il salto dalla montagna alla collina ha sconvolto la vita dei Giordanengo, ma in meglio. Eppure nei loro discorsi è la nostalgia del passato che predomina. Siamo scesi nel 1969, per forza, – mi dice Ciutina, e nella sua voce c’è più rabbia che rassegnazione. – Se mio figlio non fosse entrato alla Michelin saremmo scesi lo stesso. Eravamo senza la strada, senza la luce, senza la scuola... E poi il reddito di sei vacche era troppo piccolo. Ma tornerei domani a Tetto Cannone». Anche la nuora giovane, Maria, è prigioniera del passato. «Mi sono sposata nel 1962, venivo dalla pianura, da Beinette. A Tetto Cannone vivevo bene, tornerei volentieri lassù. Qui ci sono più comodità, là c’era più libertà. Se ci avessero dato la strada e la luce elettrica saremmo rimasti lassù, mica solo noi, anche gli altri. Eravamo ormai troppo isolati, troppo soli. Questa mia figlia, Gemma, è nata per la via, sotto i faggi, ecco perché ha messo gli occhi così larghi, così grandi. È nata quindici giorni prima del tempo. Io stavo scendendo verso San Michele, mi è preso male, l’ho comperata sulla mulattiera. Una donna che era lì per caso mi ha aiutata, si è messa Gemma nel grembiule, e siamo tornate a casa. A Tetto Cannone avevamo anche il problema della scuo50

Al paese.

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la. Il figlio di Lurens, Gian Piero, tutti i giorni raggiungeva San Michele, dove frequentava la quinta elementare. Partiva da Pragudin con il buio e tornava a casa con il buio. C’era sempre il pericolo che incontrasse i cinghiali. Suo padre e sua madre urlavano mentre lui scendeva, uh uh uh, e lui rispondeva. La stessa storia quando tornava su alla sera: Gian Piero urlava e da Pragudin i genitori rispondevano. Tutte le estati ritorniamo a Tetto Cannone, per noi è una festa. A Tetto Cannone avevamo una mula forte, che è poi morta di mal di cuore. Se Mora non fosse morta forse saremmo ancora lassù. Mio marito la sogna sempre la sua mula! Ormai lassù sono rimasti in pochi, uno qui e uno là, dispersi tra Tetto Giordano e Tetto Cannone. Francesco è uno dei dispersi. Francesco è mica vecchio, è un uomo anziano che vive di niente, che vive mangiando soltanto patate. Sembra la morte in vacanza, sembra un teschio, non un morto. È solo pelle e ossa, ha il colore della neve, le sue mani sono lunghe, secche, bianche. Meno male che la barba un po’ gli copre il viso scavato. Ogni tanto la gente dice: “Francesco l’é mort per lí, l’é mort per lí...”51 . Ogni tanto nelle osterie la gente ne parla e dice: “Sarà suta la fioca...”52 . Ma lui sempre ricompare come un fantasma, con il tascapane vuoto a tracolla. Mah, andrà a finire che morirà di fame». Dopo questi discorsi, che mi aiutano a capire la realtà di oggi, Ciutina incomincia a parlarmi dei tempi di una volta, di quando tra Costabella e Tetto Cannone vivevano almeno trenta famiglie. Ciutina sa raccontare, la nuora e i nipoti la ascoltano incantati. Sono belle le sue storie delle masche53 , e un po’ incantano anche me. Ma è «Francesco è morto chissà dove, chissà dove...». «Sarà sotto la neve». 53 Streghe. Masche e mascun, streghe e stregoni. 51 52

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il mondo di allora che non mi incanta. Non ho mai creduto nella libertà dei poveri, e penso che i Giordanengo abbiano scelto giusto arrendendosi. Oggi vivono ancora ai margini della cosiddetta «società del benessere», oggi sono ancora cittadini di terza classe. Ma bene o male sorto usciti dal tunnel, sono usciti dal buio degli eterni emarginati. Il racconto di Ciutina si spegne quando Piero rientra a casa dal turno della Michelin. Con Piero vorrei affrontare il tema della fabbrica, ma avverto subito che lo rifiuta, che lo evade. Piero mi parla dei tempi difficili, «i primi mesi della Michelin sono stati una malattia, poi è subentrata l’abitudine». Mi parla del «turno della notte» che ha sconvolto tutte le regole di vita, «la notte è fatta per dormire». Poi subito si aggrappa al discorso della montagna, e ricompaiono i miti: ricompare la mula Mora, docile, intelligente, forte; ricompare la casa vera, quella di Tetto Cannone, con i campi e i fieni e i castagni giovani. «Qui ci sono più comodità, – mi dice Piero, e intanto posa lo sguardo sugli elettrodomestici. – Più comodità a spendere i soldi. Qui si invecchia prima. Dieci anni e sarò anch’io baciòc54 come tutti gli anziani della Michelin». La gente di Roccasparvera non li ricorda più tutti i suoi «dispersi»: la gente di Roccasparvera ripete più volte la conta e ne dimentica sempre uno o due. Sotto forse dodici, forse tredici, anonimi e senza peso come le foglie secche, vivi soltanto per l’anagrafe del comune: Minic del 1899, Cunsu del 1901, Sirol del 1925, Cavala del 1938... Ognuno con la sua storia fatta di scelte mancate, errori, frustrazioni, ingiustizie subite. «Saranno ancora una quindicina, – mi dice il sindaco di Boccasparvera, Pino Luchese. – Subito dopo la guerra erano più di trecento gli abitanti della collina. Perché 54

Malandato di salute (morto di sonno).

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fare una vita di miseria, perché restare lassù a ogni costo? Lungo la nostra collina mancano le strade, manca la luce elettrica, manca l’acqua potabile, devono portarsi tutto sulla schiena; lassù con il trattore non riescono a lavorare. È un bene che ci sia stato lo spopolamento. I pochi che sono rimasti lassù vivono nelle baite che crollano, vivono con le bestie, una vacca o due. Tirano avanti a forza che sono abituati alla miseria, a malapena rimediano un beneficio di poche centinaia di lire al giorno. Con l’inverno possono morire che nessuno se ne accorge, restano isolati anche un mese nella neve. Nei tempi andati le castagne erano la grande risorsa di questa campagna povera, ma oggi tutti i castagni sono malati di cancro, così il prodotto vale poco o niente. La collina si ripopola soltanto con la bella stagione: allora arriva la gente da Cuneo, Torino, Asti, Alessandria. Magari sono ex contadini. Sistemano le automobili in circolo, lasciando un piantone, un guardiano, perché temono che i contadini gli buchino le gomme. Poi invadono la campagna, e rubano, rovinano, e fanno anche i prepotenti. Durante la stagione dei funghi lo spettacolo diventa desolante: portano via i funghi, ma se trovano le patate rubano anche quelle. Un turismo peggiore della tempesta! Anche nel paese notiamo un certo spopolamento. Nel 1961 gli abitanti di Roccasparvera erano settecentotrentanove. Nel giro di nove anni la popolazione è ancora scesa di ottantadue unità. Ogni anno contiamo sette-otto nascite e dodici-quattordici morti. I matrimoni sono sempre sette-otto, ma solo il trenta per cento di queste nuove coppie poi risiede nel nostro comune. L’agricoltura stenta ad andare avanti: c’è il pascolo, il grano non rende più, le patate chiedono troppo lavoro e poi magari valgono poco o niente. È il bestiame che salva le piccole aziende. Tutti i giovani di Roccasparvera hanno cercato un lavoro nelle industrie, all’Italcementi, alla Michelin... E ri-

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siedono qui fino a quando non si sposano. Qui non abbiamo né la farmacia, né il medico, né una macelleria, né un collegamento di autobus: ecco perché i giovani che si sposano cercano casa a Borgo San Dalmazzo o a Cuneo. Così vediamo che il paese declina lentamente. La terra è sempre più svalutata, solo gli anziani e i vecchi si dedicano ancora all’agricoltura. Possiamo dire che il novanta per cento delle famiglie contadine di Roccasparvera ha un figlio o due in fabbrica. E questi figli aiutano i vecchi a mandare avanti la campagna, anche quelli sposati che abitano a Borgo o a Cuneo tornano qui nel tempo libero ad aiutare i padri. Se non fosse per gli operai-contadini la nostra campagna sarebbe tutta deserta. Avremmo forse due o tre aziende grosse e basta. L’industria ha favorito l’esodo. Ma anche se non fosse arrivata la grossa industria nei dintorni di Cuneo, i nostri giovani sarebbero scappati lo stesso, sarebbero andati all’estero, come avveniva una volta. Se oggi qui c’è il benessere dobbiamo proprio dire grazie all’industria. Giovani di Roccasparvera che facciano soltanto il contadino non ce n’è nemmeno uno. Il nostro contadino più giovane ha trentacinque anni. L’età media di chi si dedica ancora professionalmente alla campagna si aggira attorno ai cinquantacinque anni. Il 31 gennaio 1969 i libretti di pensione dei nostri «coltivatori diretti» erano centocinquantatre. L’età media di questi pensionati è sui settant’anni. Tra vent’anni ne avremo più pochi di questi libretti! Mentre i giovani spendono, e magari comprano l’automobile a rate, i vecchi cercano ancora di risparmiare. I vecchi sono invidiosi dei giovani. Vedono che la vita dei giovani è facile, pensano ai sacrifici compiuti, al sudore, alle economie tremende del passato; pensano a tutta una vita spesa per realizzare un pezzo di terra che oggi è svalutata. I vecchi si rendono conto che i giovani hanno ra-

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gione ad andare in fabbrica, ma soffrono nel vedere che la terra è svalutata. Qui a Roccasparvera la vita è migliorata soltanto dopo l’ultima guerra. Prima qui si viveva come cento anni fa, come all’inizio del secolo. Il fascismo? Non parliamo del fascismo, il fascismo ha fatto niente per queste comunità, anzi ha portato del danno perché ha tentato di bloccare l’emigrazione verso la Francia. Quando ero un bambino e frequentavo la scuola elementare, ci riempivano la testa con la propaganda, con la storia dell’impero, con la guerra d’Africa. Dovevamo frequentare i corsi premilitari, per forza, era obbligatorio: dopo due assenze arrivava il maresciallo dei carabinieri a cercarci. Gli istruttori facevano i prepotenti. Una volta uno degli istruttori ci ha picchiati perché non tenevamo il passo giusto: l’odio è rimasto, gli rinfacciamo ancora oggi quelle prepotenze. La gente di qui aveva una mentalità contro il fascismo, non le subiva le prepotenze. Mio padre era antifascista: suo fratello lo avevano condannato a cinque anni di confino perché aveva insultato un gerarca. Nel 1944, nei mesi di maggio-giugno, si può dire che tutti i giovani di Roccasparvera sono andati con i partigiani: eravamo una quarantina in montagna, sia per odio nei confronti dei fascisti, sia perché qui non si poteva più vivere. Dopo la Liberazione il nostro sindaco era un comunista. Così, con il sostegno di noi partigiani, quasi tutte le strade hanno cambiato nome, le abbiamo dedicate a Duccio Galimberti, Carlo Rosselli, Giacomo Matteotti, e poi ai giovani partigiani caduti, Stefano Viale, Roberto e Raffaele, Luigi Fantino... E abbiamo anche la Piazza della Liberazione. Poi magari tu parli con i vecchi e li trovi tutti prudenti sul discorso della guerra partigiana, sul discorso della politica. Intanto perché non sanno come tu la pensi, allora le tue domande li mettono in imbarazzo, allora stanno lì, non si pronunciano perché hanno pau-

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ra di sbagliare. Non si pronunciano sulla politica, ma se potessero dire tutta la verità direbbero che oggi non sentono più tanto il terrore del prete: però un po’ di paura è rimasta del prete, e allora sono prudenti, e se parlano dei partigiani non dicono né bene né male, dicono male dei banditi che toglievano l’onore ai loro figli che erano su in montagna a fare i partigiani». La testimonianza di Pino Luchese non fa che ripropormi situazioni e problemi che già conosco. È l’eterno discorso. I paesi posti all’imbocco delle valli, i paesi che si affacciano sulla pianura, più o meno resistono, più o meno conoscono un certo benessere. Sono le «buste-paga» dell’industria, sono le categorie non contadine, il supporto economico di queste comunità che nel passato erano poverissime. Ma basta uscire da Roccasparvera, basta esplorare la collina, per incontrare l’India, per incontrare quel mondo dai confini incerti, dove sopravvivono gli eterni dimenticati. Alla «Società», nella parte bassa di Roccasparvera, Stefano Occelli, Marianna Occelli, e Giuseppe Caroscelli, mi parlano dell’emigrazione verso la Francia. Giovanni Antonio Lucchese mi parla dell’Argentina, Antonio Giraudo mi parla dell’America del nord, degli Stati Uniti. È nella parte alta di Roccasparvera, dove le strade sembrano scale, dove le case sembrano appiccicate alla collina, che realizzo le due interviste più complete. I temi di Michele Silvestro sono l’emigrazione negli Stati Uniti e la guerra del ’15. I temi di Michele Giuseppe Luchese crescono invece con il discorso, e sono vari e interessanti. Luchese è un attore e un narratore straordinario, e ha fame di parlare. Non si scompone nemmeno quando apprende che nella stalla gli è nato un vitello: si scusa, scompare un attimo, e quando ritorna riafferra il discorso nel punto esatto in cui l’aveva lasciato. Si commuove quando mi parla dei giovani, che non rispettano

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più i vecchi. Si commuove quando mi parla della pensione contadina, «Eh crispa, non è una cosa importante la pensione contadina?». Si alza in piedi, si toglie il cappello, si inchina di fronte ai suoi benefattori... ignoti55 , «mi tolgo tanto di cappello di fronte a quelli lì, sia chi che sia, ci hanno riconosciuti...». E piange, piange come un bambino. Dopo Roccasparvera, la collina media e alta. A Tetto Ciapin l’unico nucleo familiare ancora esistente, quello dei Goletto, si raccoglie volentieri attorno a un tavolo, «intanto fuori piove». Sono due in una le famiglie dei Goletto, la famiglia vecchia e la famiglia giovane. Anche Giacu Titot56 prende parte all’incontro. Giuseppe Goletto, classe 1899, mi dice che la fame di una volta era meno penosa dell’isolamento di oggi: «Nel passato qui eravamo troppi a mangiare, mangiavamo polenta e castagne, e carne niente. Oggi mangiamo meglio, ma siamo rimasti in pochi, siamo troppo soli. Da ragazzo scendevo a la Rocca due volte al giorno per andare a scuola, anche se nevicava, anche con un metro di neve: mezz’ora a scendere e un’ora a salire di mulattiera. La stessa vita è toccata trent’anni dopo a mio figlio Celestino. Adesso toccherà a mio nipote, a Valerio...». Valerio è un bambino «adulto», che sa mungere, che sa come nascono i vitelli. Valerio ascolta attentamente i nostri discorsi e capisce tutto, e parla con gli occhi. 55 Tra i contadini anziani è diffusissima la convinzione che sia l’onorevole Bonomi a pagare le pensioni d’invalidità e di vecchiaia. Sono i parroci e la «Coltivatori Diretti» che hanno fabbricato questa favola da Medioevo. «Guai se Bonomi perde, guai se vincono i comunisti: perderete la pensione e la mutua contadina». Questa l’«educazione civica» che la Democrazia Cristiana gradisce da sempre. È anche con queste truffe che la Democrazia Cristiana ha sempre stravinto. 56 Giacomo Perona, nato a Roccasparvera, classe 1908.

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Non è un selvaggio, è un ragazzino sveglio, prigioniero del suo mondo. Non ha mai giocato con un bambino della sua età. Il cane, il gatto, e Giacu Titot sono i suoi amici. «Valerio, va’ a dire al tempo che non piova più», gli ordina Giacu Titot. E finalmente Valerio si illumina, ride come un bambino. Sono gente civile, i Goletto. A ogni scadenza elettorale i galoppini della Democrazia Cristiana si arrampicano sempre fino a Tetto Ciapin, arrivano sempre puntuali a promettere la solita strada, la solita luce elettrica. I Goletto non li hanno mai presi a bastonate, forse non li bastoneranno mai! A monte di Tetto Ciapin, verso Costabella e Tetto Cannone, cerco i «dispersi». Ma sono inafferrabili. Allora, salendo da Cervasca, raggiungo Pragudin57 , la borgata più vicina al deserto, alla terra di nessuno. Pragudin sta crollando. Prit e Ghitin58 mi guidano tra le baite della piccola frazione, e di ogni baita mi raccontano la storia. «La vede questa casa con la Madonna dipinta sul muro? È la casa ’d Madlenin, in quelle due stanzette vivevano dieci persone. Ma non si avvicini troppo, a volte basta il rumore della voce perché un muro crolli. In quest’altra casa vivevano sei persone. È una casa grande come una stanza, non ha il camino: era abitazione, fienile, essiccatoio delle castagne, stalla, cantina». Tra i ruderi, tra i muri sbrecciati delle povere case di Pragudin, sono riconoscibili i pavimenti delle stalle: lì la vegetazione è più fiorente, lì i frassini e i sambuchi crescono più in fretta cercando il sole. Prit mi indica una volta a botte che sorregge le macerie del tetto. Mi dice: «Sapesse quanta allegria è passata Pra Gaudino. Spirito Armando, classe 1903. Margherita Armando, classe 1906. 57 58

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in questa stalla, la più bella di Pragudin. Quanti balli, quante veglie, quante feste...». Poi entro nella casa di Prit e Ghitin, nella cucina a pianterreno. Un tavolo rugoso, una credenza, tre sedie, il caminetto, tutto raccolto nei dieci metri quadrati. Appeso al soffitto il lumino a petrolio. Nulla che ricordi il mondo degli «altri», il consumismo: non una borsa di nailon, non un recipiente di plastica. Soltanto una radiolina a transistor che spunta da un ripiano, tra le casseruole. «Quella radio ci serve solo per sapere l’ora, – mi dice Prit. – Sono già saliti fino a Pragudin per controllare se pagavamo le quattromila lire dell’abbonamento!» Chiedo a Prit come si viveva nei tempi di una volta, e la sua risposta mi sorprende. «Mica male, – mi dice, – avevamo ancora tutti dei soldi, riuscivamo a risparmiare. Famiglie di Pragudin che non avessero dei soldi in banca non ce n’erano: alla banca, non alla Posta. Uno solo li ha perduti i soldi, uno della borgata lì sotto; li aveva messi al Piccolo Credito, alla “banca dei preti”, e li ha perduti tutti». Ma man mano che il discorso si allarga e prende forma, la «stirpe» dei «banchieri» di Pragudin si ridimensiona. È vero che nei tempi di una volta la gente riusciva a risparmiare, ma quei piccoli risparmi avevano il sapore del pane di segala che si toglievano dalla bocca! Prit e Ghitin parlano, raccontano volentieri, ed è un piacere ascoltarli; è un po’ come se nelle baite di Pragudin fosse tornata la vita. Mi cantano una canzone, La barbiera59 pur di accontentarmi. È difficile far cantare 59 La barbiera era una canzone popolarissima. Il suo tema è l’emigrazione, è il problema delle «vedove bianche». Ecco il testo, nella versione di Prit e Ghitin: «Oh bela barbiera, bela barbiera, | vorresti farmi la barba a me? | Ben volentieri te la faria | ma ho paura del mio marì. | Il mio marito l’è andato in Francia | con la speranza di presto tornar, | ma che ritorna che non ritorna | la vostra barba la voglio tagliar, | la vostra barba è così lunga e riccia e bionda | innamorar mi fa. | Mentre faceva

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i vecchi; temono sempre di cadere nel ridicolo. Poi mi organizzano un incontro con i superstiti della frazione, una coppia di mezza età senza figli e una coppia con due bambini. Manca soltanto Francesco all’appuntamento, manca soltanto il «barbone di Pragudin»: ormai la casa di Francesco è la montagna intera. Siamo su un breve slargo, chiusi tra le macerie, chiusi tra i cespugli di rovi e di ortiche. Conversiamo nella luce stanca del tramonto, parliamo di quando Pragudin era una comunità viva, parliamo delle scelte mancate, dell’Italcementi, della Michelin, dei ciabot di pianura. E più parliamo, più mi sento un disertore. Nella Valle Vermenagna, la più segnata dalla colonizzazione antica e recente, i nuclei familiari contadini sono ormai rari come le mosche bianche. Limone è un blocco di cemento, Limone vive di turismo. Vernante vive sul turismo e sull’industria. Robilante, dove esiste ancora un fragile tessuto contadino, è un paese assediato dalle cave di silice e dalla «cementiera», è un paese inquinato. Ma i suoi abitanti considerano l’industria che inquina un male necessario, e non si ribellano. Poco a valle c’è l’Italcementi che infarina tutto e tutti, ed è molto peggio. Scelgo Robilante e la sua collina come terreno della mia ricerca. Beppe Macario, detto Beppe ’l Fré, classe 1929, diventa il mio «mediatore» prezioso in tutte le case dove Macario mi accompagna l’accoglienza è cordiale, generosa, senza riserve. Giuseppe Giordanengo, detto Giüspin ’dla Rusa, classe 1909, contadino della piana di Robilante, e Giuseppe Dalmasso, detto Giüspin ’dla Maruna, classe 1913, con-

l’insaponata | la bella barbiera cambiava i color... | Era il suo marito il forestiero | che le aveva parlato d’amor».

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tadino della bassa collina del Malandré, aprono le testimonianze attualizzando il discorso. Giuseppe Giordanengo così puntualizza la situazione di oggi: «Con poca terra qui nel piano io sono riuscito ad allevare la mia famiglia. Oggi la cosa non mi sarebbe più possibile, oggi per allevare una famiglia dovrei essere nel grosso. Tutti i miei figli lavorano in fabbrica, e nel tempo libero mi aiutano a mandare avanti la campagna. La fabbrica li rende nervosi, è il cottimo che li stanca. Certo per loro sarebbe meglio un lavoro solo, quello della campagna. Ma ci vorrebbe la rendita». Giuseppe Dalmasso conferma e completa il discorso di Giordanengo: «Ormai l’unica condizione perché il contadino vada avanti è quella di avere almeno un figlio in fabbrica: allora c’è l’entrata, c’è il mese che aiuta. Non esiste più un solo giovane che si adatti a fare il contadino, la nostra terra è troppo disprezzata. Qui abbiamo creduto nella motorizzazione: qui tutti hanno comprato il trattore e poi non l’hanno utilizzato. Le macchine sono fatte per i giovani, non per gli anziani e i vecchi. Oggi in non pochi trattori, in non pochi motori, ci sono i tordi che vanno a farci il nido. Se il governo avesse costruito tante strade subito dopo la guerra, l’esodo dalla nostra campagna non sarebbe stato totale: invece la valanga è partita, e non la fermano più. Hanno aiutato soltanto i grossi, e così la grande massa dei piccoli ha dovuto arrendersi. Adesso è tardi per parlare delle cooperative. Adesso le fanno le strade, ma non sono per noi, sono per il turismo. Era nel passato che avevamo bisogno di aiuto: avrebbero dovuto capire che quando non c’è il soldo non c’è il coraggio». Con Bartolomeo Vallauri, detto Minetu ’l Minör, classe 1883, speravo di approfondire il discorso dell’emigrazione. Ma Minetu è un uomo stanco, logoro, ormai quasi senza ricordi. Nelle lunghe pause, penose, mi rivolge sempre la stessa domanda: «Lei sa dov’è Strassburg? È

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nell’Alsazia. Cinque anni ho lavorato a Strassburg, io ho mangiato più pane all’estero che a Robilante». A volte soggiunge: «Io tutte le qualità di lavoro le ho fatte in giro per il mondo. E non ho mai cambiato padrone. Se volevamo mangiare ci toccava lavorare sotto gli altri». L’unico discorso che Minetu riesce ancora ad affrontare è quello della guerra del ’15. Come aggancia questo tema Minetu risuscita, ritrova intatti tutti i suoi ricordi. Mi parla del Tonale, degli assalti, della vita di linea, e mentre racconta imita il fischio delle pallottole, e si piega e si contorce come se le pallottole lo sfiorassero. È la guerra la sua grande esperienza, non il lavoro nelle miniere di mezza Europa! A Tetto Moretta, quasi ai piedi del Malandré, l’incontro con Anna Lucia Giordanengo, detta Lüsiota, classe 1891. Lüsiota è scesa da Tetto Montasso per incontrarmi, mi ha così risparmiato «dui ure ben bandà ’d mülatiera»60 . Sotto il portico, con le figlie e le nuore e i nipoti che l’ascoltano, Lüsiota racconta con gioia. È disinvolta, precisa, lucidissima. Racconta con gioia, ma la sua voce giovane, festosa, a tratti si incupisce: tutte le cose più importanti, più dolorose, le sussurra appena. Ad ascoltare la nostra «parlata» manca soltanto uno dei figli di Lüsiota, Giuseppe. Vedo un enorme bariun di fieno che cammina, che sale e risale lungo il campo ripido: è Giuseppe che approfitta della domenica di sole per ricoverare il fieno. Questa la giornata lavorativa di Giuseppe: dieci ore sui cantieri, come carpentiere; e tre ore dedicate alla stalla, alla campagna. Due giornate in una! Poi a Tetto Litta, sulla collina alta del Malandré. Giacomo Macario, detto Giacu ’d Miliu, classe 1920, è uno dei pochi superstiti dei battaglione sciatori «Monte Cervino». Macario appartiene alla schiera di quelli che non parlano. Gli ricordo la guerra, la sua ritirata di Russia, 60

«Due ore ben strette (a passo svelto) di mulattiera».

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e allora si sgela, allora accetta di parlare. Era questa la chiave giusta! Non gli chiedo delle sue scelte mancate, Macario ha perduto un fratello sul fronte russo, e vive con una sorella inferma, menomata. Gli chiedo del Malandré, della collina che va a perdere. «Lo vede quel muro lassù? – mi dice Macario, e intanto mi trascina sui margine dell’aia. Mi indica un rudere lontano, una macchia bianca che affiora dal bosco. – È l’ultimo muro rimasto in piedi, là c’era una borgata61 . Nel tempo di una volta dica un po’ quanti garzoni c’erano lassù da maritare? Diciotto garzoni da maritare in quella borgata. Il Malandré era tutto popolato, la gente cantava nei campi mentre lavorava. Adesso c’è solo più il merlo che canta. Ma non credo che la montagna vada a perdere del tutto. È in vista che i giovani scappano, ma per noi anziani è difficile andare giù: in pianura la terra è cara, e qui la nostra terra costa niente. Avremmo bisogno della strada, della luce elettrica. Il turismo? Mah! Arrivano già adesso a rubarci i funghi, arrivano da Genova, da Savona: non sono ancora nati i funghi e già li rubano, è in vista, neanche con il fucile li mandi via. Un giorno ero al pascolo, e un individuo intanto cercava i funghi. Il mio cane incomincia ad abbaiare. “Chiami un po’ il cane che può mordermi”, mi dice quell’individuo con un tono di voce dura. “Io non lo chiamo, il cane è al pascolo e fa il suo lavoro”. “Come? Non sai che io sono un carabiniere?” “Ah sì? Se sei un carabiniere fa’ servizio a Robilante, e non qui ai funghi”. La stessa discussione l’ha poi avuta con Gianin Gros, voleva portare anche lui in caserma». A monte di Tetto Litta, quasi sulla displuviale che guarda verso Rosbella, a Tetto Belom, l’incontro con i Giordanengo, l’ultimo nucleo familiare ancora esistente nella zona. Sono tre i Giordanengo: il capo-famiglia, 61

Tetti Puriata.

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Giuseppe, detto Giüsep ’d Batista del Maestru, classe 1912; la moglie Lucia, e Liliana di nove anni. Il figlio più anziano, Battista, è sposato e risiede in Francia. L’altro figlio, Domenico, è soldato di leva. C’è il festino a Rosbella, e Liliana mugugna, scalpita, ride e piange, si sente prigioniera. Il viottolo che sale verso Rosbella attraversa proprio l’aia dei Giordanengo, così tutta la gente di passaggio si ferma un attimo a conversare, a scambiare quattro parole di saluto. Alcune motociclette sfrecciano come in una gara di motocross, e Liliana si elettrizza. Poi finalmente arriva la motocicletta giusta, anche Liliana vola verso Rosbella, così diamo inizio all’intervista. Giuseppe Giordanengo attualizza subito il discorso, mi parla della sua situazione, di oggi: «Ho sempre lavorato, – mi dice, – ho sempre risparmiato per comprare altra terra. La campagna qui intorno è tutta mia. La coltivo a patate, orzo, segala. La lavoro con il cavallo. Nella stalla ho quattro vacche, un toro, e due manze. [...]. Mia moglie mi rimprovera sempre, mi dice sempre: “Compri terra, compri terra, e dovrai poi lavorarla”. Ma io mi arrangio. C’è il capitale. [...]. Da qui la gente è scappata, in tutto il Malandré ci sono ancora cento persone, una trentina verso la parte alta e tutti gli altri al basso. Quaranta i vecchi, appena cinque i ragazzi che vanno a scuola. Molti gli uomini e le donne sui cinquant’anni, da sposare, così andrà tutto a perdere. [...] I miei figli? Battista è sposato in Francia, lavora la campagna. Domenico è militare, e come ritorna a casa non farà più il contadino. Vuole fare il carpentiere, ha già provato, guadagnava cinquecento lire l’ora. Liliana va a scuola e poi farà le medie. Far studiare Liliana? Con le scuole medie incominceranno i fastidi, all’età delle medie non li comandi più. Io dico sempre: ecco perché non possono più tenere fermi i giovani, perché li fanno studiare troppo, ne sanno più dei capi. La stessa cosa avviene nelle famiglie.

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È vero che le ragazze si sposano e chi le prende le prende, e si arrangia. Ma i giovani non vogliono più essere comandati da padre e madre, e hanno più caro dare magari cento lire al padre che chiedergliene cinque. E poi è la compagnia diversa che li cambia, uno fa andare l’altro in fabbrica. Qui da noi dovrà venire il turismo: costruiranno la strada, e la mia terra si valorizzerà. [...]. Nui suma abituà si a munt, si la malincunia as mangia nen62 . Con l’inverno, voi non lo credete, la neve arriva fino al tetto, e come arriva la neve più niente che muove. Noi qui viviamo tranquilli. Io mi vorrei fare la tomba qui, vorrei restare qui anche da morto». Nel 1970 hanno consegnato a Giuseppe Giordanengo un diploma e una medaglia d’oro, nel corso della solita cerimonia dedicata al «Sacrificio valligiano». Costano poco i diplomi e le medagliette! La società che conta ha sempre narcotizzato le sue vittime con le belle parole, con le belle cerimonie. Basta pensare al cavalierato di Vittorio Veneto: anche lì il diploma e la medaglietta, cinquant’anni dopo, escludendo dal «beneficio» gli ex prigionieri di guerra, perché la prigionia non conta, perché il «vero» soldato deve sparare fino all’ultima cartuccia, e poi morire o scappare, ma mai arrendersi! Giuseppe Giordanengo spera ancora nel turismo. Ma i villaggi residenziali, ma la «seconda» o la «terza casa» degli «altri», nascono dove il mondo contadino sta morendo, dove il mondo contadino è ormai scomparso. I villaggi residenziali sono come i grattacieli che nelle periferie delle grandi città umiliano e offendono i «baraccati». Prima di staccarmi dalla collina del Malandré cerco ancora un confronto-verifica, un dialogo conclusivo con Beppe Macario. Gli dico: «La gente del Malandré, co62 «Noi siamo abituati qui a monte, qui la malinconia non ci mangia (non ci consuma)».

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me quasi tutta la gente contadina, quando parla, quando racconta, è sincera. Ma non è libera, si blocca di fronte ad alcuni temi che giudica troppo scabrosi, troppo impegnativi. Il tema del sesso: tutti lo sfuggono, come se fosse peccato il solo parlarne. La religione, la chiesa, il prete: questi temi li affrontano come se il parroco fosse lì ad ascoltarli. Chiedere per chi votano è quasi uno sgarbo: subito si chiudono in difesa, come se di fronte avessero un investigatore che pesca nel torbido, che gioca a incastrarli. Dalle testimonianze che ho raccolto in pianura, in collina, in montagna, nelle Langhe, traspare un’incultura politica catastrofica. La nostra guerra partigiana è passata “sopra” al nostro mondo contadino, senza lasciare dei segni profondi, senza incidere». Beppe Macario, con una testimonianza lucida, precisa, riuscirà a rispondere a tutti i miei quesiti. Beppe Macario, pur restando ancorato alle testimonianze acquisite nella zona del Malandré, allargherà il discorso, analizzando alcuni dei «grandi temi» che sono propri dell’intera campagna povera del Cuneese. La montagna La montagna la percorro in lungo e in largo, tocco le valli del Monregalese, salgo e risalgo lungo le valli Gesso, Stura, Grana, Maira, Varaita, e Po. Valli diverse ma tutte uguali, tutte soffocate dai molti problemi senza soluzione. A Rastello, nell’alta Valle Ellero, arrivo il giorno di Pasquetta. Non trovo un borgo di montagna, ma un parcheggio caotico, le automobili ammassate, disposte per dritto e per traverso, nei campi, negli slarghi, nei cortili. E la gente che si muove a stento, gomito a gomito nelle stradine intasate, come la folla anonima dei supermercati. Non una faccia contadina, solo facce di forestieri, di «occupanti».

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Rastello ha appena ottenuto la sua strada asfaltata, grazie alla spinta del turismo incipiente. Ed ecco il risultato. Rastello sta morendo come comunità contadina. Un albergo nuovo, una vecchia trattoria rimodernata, un piccolo condominio, rappresentano le premesse turistiche, il domani di questo borgo di montagna. Le poche baite ancora in piedi, le molte baite ormai in rovina, rappresentano il passato. Se non fosse che l’acquisto dei ruderi e delle baite è problematico, perché i proprietari vivono in Francia o nelle Americhe, a quest’ora sarebbe già entrato in funzione il bulldozer a spianare tutto. Muoiono così i nostri villaggi di montagna, muoiono male. Anche nel Vallone dell’Arma di Demonte, dove il turismo tarda ad arrivare, non incontro che ruderi e povere baite soffocate dalle ortiche, dai rovi, dai sambuchi. «Qui il Signore è passato di notte, – mi dice Stefano Bertaina di San Giacomo di Demonte. – Ma era il Signore piccolo. Il Signore grosso si è fermato ai Puras, più a valle». Lungo la strada che porta al Viridio stanno scendendo in gruppo una ventina di giovani. Sono calabresi, arruolati dalla Forestale, «paracadutati» nel Vallone dell’Arma come operai avventizi, come boscaioli! All’altezza di San Maurizio abbandono la strada asfaltata e seguendo la mulattiera raggiungo Pra Fioretto. Ancora case in rovina, sei case su dieci sono un groviglio di pietre e travi e paglia. Avvisto verso l’alto una baita intatta, a ridosso di un olmo: lo straccetto bianco disteso lungo la balconata mi dice che la baita è ancora viva. E incontro Ghitinota63 , una donna anziana, sola. Ghitinota accoglie il mio accenno di domanda, parla volentieri, mi dice: «Chi vuole che resti ancora qui d’inverno, con tre o quattro metri di neve. Sapesse con la neve quanto è lon63 Margherita Desmero, nata a Pra Fioretto di Demonte, classe 1907, contadina.

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tano San Maurizio! Chiediamo poi solo una stradina larga come un carretto... Le vede le nostre case? Crollano una dopo l’altra. È l’olmo che protegge la mia casa, senza l’olmo il vento l’avrebbe già portata via. Cinquant’anni fa vivevo meglio di adesso. Pra Fioretto era pieno di gente, io ero lesta, andavo per la montagna a raccogliere le erbe, rimediavo ancora qualche soldo. Oggi con la pensione a malapena arrivo a mangiare. Carne? Oh misericordia! Ne ho mangiato una volta, quest’inverno: un agnello si era impiccato a La Barcia, la padrona non riusciva a venderlo, me ne ha regalato un pezzo. Fosse solo per me i macellai e gli osti potrebbero chiudere i negozi. Qui abbiamo soltanto sudore e miseria, sarei meglio morta che viva. Io con l’età che ho mi carico a spalle i fasci di legna, mi faccio ancora il fieno in quel prato brutto com’è. Se voglio mangiare devo lavorare. Io prego sempre, prego anche lavorando. Io lo dico, l’hai ’l bunhör ’d Nusgnur64 , dei santi protettori, di sant’Anna. Tante volte ho dei lavori da fare e mi dico “ma non arrivo nessuna volta a fare questo lavoro”: faccio il segno di santa croce, prego camminando, recito la mia novena del giorno, lavoro, e come ritorno a casa mi dico “io non so, ho fatto il lavoro e non mi sono stancata”. Vorrei morire se non dico il vero. E dopo recito il ringraziamento. Una volta incontro il parroco che mi dice: “Ghitinota, preghi, preghi?” “In quanto a quello, reverendo, devo dirgli la verità come prego. Quando prego, prego da inginocchiata, tante volte da seduta perché sono stanca che non posso più resistere. E più che prego, prego lavorando”. “Ah, povera donna, – mi ha risposto il parroco, – fate sempre così che sarete aiutata dal Signore”. Il Signore è bravo, se fosse cattivo io non ci sarei più. E chi mi aiuta se non il Signore? Lassù c’è il libro di Dio, e su quel libro tutto è notato, e alla fine tutti noi saremo giudicati. L’ho det64

Ho la fortuna (la grazia) del Signore.

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to tante volte, io muoio volentieri, non una morte lunga perché ho nessuno a cudirmi, ma non mi fa pena a partire. Dico anche come aveva detto mia nonna, “parto volentieri perché io la coscienza so di averla pulita”, tutto quello che ho fatto nella mia vita posso dirlo, non mi vergogno a dirlo, tutti lo sanno: ho sempre tribolato, ho mangiato senza sale, ho avuto debiti e non ho fatto perdere un soldo a uno. Io muoio volentieri, so che lassù si sta bene, mentre qui tribolo alla mia età». Ghitinota mi indica la stalla di Caterina65 : «Spingete la porta, – mi dice, – entrate, perché Caterina è cieca e sorda». Nella stalla buia, nera come una grotta, Caterina né mi vede né mi ascolta. È seduta accanto al gias del vitello, trascorre le giornate meditando sulle sue miserie. Devo alzare la voce perché mi ascolti. Caterina grida e piange. «Siamo mal piazzati, – dice. – Quest’inverno è venuta tanta neve, sono crollate quasi tutte le case, anche una casa e una stalla delle nostre. Eravamo assediati dalla neve, un mese che non sapevo se ero viva o ero morta dalla paura. Le travi del tetto scricchiolavano, e noi a piangere, a pregare. Una volta era passato sul giornale che il prefetto voleva che tutte le frazioni avessero una strada, ma per noi niente, ci lasciano proprio morire così. Io sono vecchia, ma se fossi giovane vorrei andare a vedere qualcuno a Cuneo o in qualche posto, per la questione della strada. Ci diano una piccola strada, non da camion, una stradina che passi un carretto. Già i nostri vecchi avevano chiesto tanto la strada. Poi l’abbiamo chiesta tanto noi, e l’anno scorso abbiamo ancora fatto un ricorso al comune di Demonte. È salito il geometra e mi ha detto: “Già che faremo la strada, tanto sarà farla per un carretto come per un camion”. Ma nemmeno per il carretto l’hanno poi fatta. E adesso come facciamo 65

Caterina Desmeri, di ottantaquattro anni.

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ad aggiustare le nostre case? Ci portiamo già tutto sulla schiena, il fieno, la legna... Come faremo a portare su i materiali, i mattoni, la calce?». Non appena le due figlie di Caterina e il nipote Aldo rientrano dal pascolo il discorso si ravviva, ma sui soliti temi, l’isolamento, la neve tremenda dell’inverno 1971, l’abbandono, la strada già sognata dai nonni, già sognata da tre generazioni. Aldo, un giovane sveglio, in gamba, mi dice sottovoce: «Se non aprono la strada sarò costretto a scappare anch’io». Sempre nella Valle Stura cerco e trovo Giulia ’dle Masche. La credevo irraggiungibile, inavvicinabile. «A l’é mata, a dörm ’nl’erca, – mi aveva detto la gente, – a viagia sempre ’d nöit, a l’ha le gambe sirà a forsa che viagia; quand ca mör völ che i bütu n’as ’nsima a l’erca e che la sutru; a l’é ’nmascà, sua mare i’era co na masca, a porta tüti i sold ’dla pensiun al setmin ’d Bernés che la desmasca»66 . Giulia ’dle Masche non è né matta né «ammascata». Soffre di un esaurimento nervoso che la isola, che la emargina. «Vivo sola come un cane, – mi dice, – passo magari sei mesi senza vedere una persona, senza scambiare una parola. Ho curato mia madre per oltre vent’anni, fino a quando è morta. Vivo di niente, vivo bene sola. No, non la prendo la pensione. So che forse mi spetterebbe una pensione, ma i soldi non mi interessano, non so che cosa farne dei soldi». Nell’arco delle nostre valli si contano a centinaia i «fragili di nervi», gli alcolizzati, i misantropi: un mondo che i sani ignorano o temono o disprezzano. Ogni tanto 66 «È matta, dorme nella madia, cammina sempre di notte, ha le gambe storte a forza di camminare; quando muore vuole che mettano un asse sopra alla madia e la sotterrino; è “ammascata”, anche sua madre era una masca; porta tutti i soldi della pensione a un settimino di Bernezzo che la desmusca (che le toglie il malocchio)».

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la corda di un impiccato scuote le comunità distratte. Ma poi subito la vita riprende come prima. Se il «matto», invece di impiccarsi, insiste nel disturbare, allora scatta la molla dell’autodifesa: un certificato medico, il visto dei carabinieri, e la porta dei manicomio che si spalanca. «È peggio avere un matto che un morto in casa», dice la gente. La strada che porta al manicomio è sempre breve. Non esiste nemmeno un censimento statistico dei malati, dei fragili, dei «dispersi»67 . Si dice che l’ottanta per cento dei ricoverati nell’ospedale psichiatrico di Racconigi provenga dalla campagna povera. Perché non tentare un lavoro di assistenza, di prevenzione, proponendo finalmente un’alternativa civile al manicomio, al lager? Nell’alta Valle Stura, con Nino Rolando68 che mi fa da guida, raggiungo la meravigliosa conca di Ferriere. Da lontano Ferriere mi appare intatto, come un villaggio partigiano nell’imminenza di un rastrellamento, come se tutta la popolazione fosse su nel bosco, nell’attesa, al riparo. Ma più mi avvicino, più mi rendo conto che Ferriere è un villaggio morto. Tetti sfasciati, muri pericolanti, balconi di legno che ciondolano, finestre vuote, spente. Anche il tetto della chiesa ha ceduto, e quando le chiese crollano è proprio la fine! Il cimitero, chiuso tra le case come un giardino, è l’unica cosa ancora viva di Ferriere, con i fiori di plastica che colorano la graniglia, con i tumuli ordinati, puliti. Lungo il viottolo che conduce alla chiesa, nel corridoio delle case grige, fragili, vedo una ruota della Sip, nuo67 Eppure la nostra burocrazia, in fatto di censimenti, non scherza. Magari conosce il numero esatto dei paracarri che uniscono Borgo San Dalmazzo al Colle della Maddalena, Quando un paracarro ciondola «l’organizzazione» interviene subito a raddrizzarlo... 68 Nino Rolando, Italo a Ferriere, classe 1919 ex alpino del battaglione Borgo San Dalmazzo, ferito sul fronte russo, decorato di medaglia d’argento al valor militare, operaio.

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va di fabbrica, sfacciatamente gialla. Sembra l’occhio di una civetta. Chiedo a Rolando: «Ma c’è il telefono? Oppure è uno scherzo di cattivo gusto?». «C’è il telefono, c’è la teleselezione, ma funziona soltanto d’estate, per i margari. Se vuoi telefonare fuori stagione devi scendere a Cuneo, prelevare la chiave del centralino, e tornare a Ferriere...». L’ultimo «ferrariot» è sceso definitivamente a valle nel 1960, quando la mulattiera che univa Bersezio a Ferriere si è trasformata in strada carrozzabile. Chissà che un giorno o l’altro non costruiscano a Ferriere la scuola nuova, una scuola programmata magari negli anni cinquanta! Ispeziono le case, tutte le case di Ferriere, come se fossi un funzionario zelante del Genio Civile dopo un terremoto. Nino Rolando mi racconta la storia di ogni casa, di ogni famiglia. Molte le porte fermate dall’esterno con un filo di ferro. «Non conviene chiudere le porte a chiave, i briganti che salgono a cercare le “antichità” le sfonderebbero». Porte socchiuse, porte spalancate, les mangioros de les fes e de les vacios69 nelle ampie stalle, i rimasugli del fieno, le scorte della legna ancora intatte, le slitte sui fienili, les bacias70 buttati tra le ortiche. «È Ferriere che va giù, – mi dice Nino Rolando. – Hai lu piciuotu inscí71 , ho l’obbligo di ritornare e ritornerò sempre. Altrimenti non salirei più a Ferriere. Io ricordo Ferriere con la terra tutta seminata a orzo, segala, grano, patate. Nel 1900 vivevano a Ferriere trecentoventi anime, e si rubavano la terra. Facevano i contratLe mangiatoie delle pecore e delle vacche. Recipienti ottenuti scavando il legno, una specie di grossi catini. 71 Ho il bambino qui. – Il figlio di Nino Rolando, Fulvio, studente di diciassette anni, è morto a Ferriere in una disgrazia alpinistica. 69 70

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ti di notte, perché di giorno se vedevano due persone a discutere assieme guai, arrivava un altro e offriva cinque lire in più della terra. Povera la mia gente, se hanno voluto un pezzo di pane sono andati a cercarlo in Francia, in Argentina. Fa proprio piangere il cuore, perché la vita che si è passata qui è impossibile arrivare a farla credere. Benché la miseria, benché la povertà, c’era un’armonia che arrivava a coprire tutto. E in più la fratellanza, la conoscenza della necessità dell’uno e dell’altro che portava a un’amicizia che non esisterà mai più. Abbiamo visto che emigravano da questo misero paese e andavano a pestare i marciapiedi di Nizza e di Marsiglia, ma poi ritornavano perché erano nati qui e volevano morire qui, volevano restituire alla terra di Ferriere le ossa. Ogni casa ha la sua storia, l’emigrazione, la Francia, l’Argentina, le guerre. Questa casa diroccata era del figlio del Ciorni, ecco i ricordi di Ferriere: il figlio del Ciorni era in Libia a servire la Patria, e la moglie moriva a Ferriere, e i due figli piccoli in mano di altri. La Patria l’ha pagato bene il figlio del Ciorni: guarda la sua casa, un mucchio di pietre tra le ortiche. Questa è la casa di Luigi Giavelli, classe 1921, alpino del battaglione Borgo San Dalmazzo, 14a compagnia, “disperso” in Russia, “presente alle bandiere”. Questa è la casa della madre di Victor, la casa di Giovanna Giavelli, una santa donna. Giovanna, quando era bambina, andava sulla Costa Azzurra a far ballare la marmotta». Dopo Ferriere, Grange di Argentera. È ancora Nino Rolando che nella luce stanca del tramonto mi aiuta a trovare il viottolo giusto, la baracca dei Rosso. Grange ricorda le rappresaglie naziste, i bombardamenti a tappeto, i terremoti. Non una casa in piedi, solo muri sbrecciati, e pietre e travi e rovi. La strada internazionale del Colle della Maddalena scorre a quattro passi da questo villaggio disastrato. Ma chi passa non sa e non vede, e chi sa tira diritto. Proprio come avveniva nei giorni bui

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della nostra ritirata di Russia; i feriti, i congelati, i fragili che si perdevano, erano cose ai margini della pista: la colonna era cieca e sorda, la colonna correva cercando la vita... Tra le macerie di Grange vivono Teresa Rosso, di ottant’anni, e le figlie Elena e Paolina. Vivono con le bestie, una mula, sei galline, quattordici pecore, sei gatti, due cani, e tanti topi e tante vipere. Sembrano fantasmi, le tre donne di Grange. Sono persone civili, incredibilmente lontane dalla nostra «società del benessere». Vittime di ingiustizie antiche e recenti hanno scelto, e ormai difendono il loro ghetto come l’ultima trincea. Teresa prega sempre, giorno e notte. Elena e Paolina lavorano come bestie da soma. Non temono l’inverno, non temono né i cinque metri di neve né i venti gradi sotto zero, «dopo la neve viene il sole», dicono. Si nutrono di verdure fresche o secche. Carne non ne mangiano mai, «fortunate quando non abbiamo carne, ne mangiamo solo quando ci muore una bestia». Grange non fa testo, Grange è un caso limite. Ma dice come tutto precipiti quando si sfrangia il tessuto sociale, quando le comunità si assottigliano, quando cresce il deserto. Chiedo a Teresa Rosso: «Come mai tutte le case di Grange sono diroccate?» «È la guerra». «Ma non vi fa impressione vivere sempre in mezzo alle macerie?» «In principio sì, adesso siamo abituate». «Come si viveva qui una volta?» «Eh, na volta l’é pasà...72 . Qui si viveva quasi da signori, undici famiglie, dodici case, e ottanta vacche. Grange era la villa gloria73 . Guardate queste montagne, 72 73

Eh, una volta è passata... Il paese della felicità (del benessere).

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erano tutti campi coltivati a lenticchie. La più bella mula del comune era la nostra, ce l’hanno rubata i tedeschi». «Com’erano i tedeschi?» «Di buoni ce n’erano pochi, per noi erano il nemico. Poi sono venuti i “repubblicani”74 . Quando poi la guerra è finita sono ancora venuti i francesi, i “degollisti”, gente più prepotente dei tedeschi, hanno bruciato le poche case di Grange che i tedeschi avevano lasciato in piedi. Noi siamo andate due volte da profughi, nel 1940 e nel 1945». «E i partigiani?» «Erano dei nostri i partigiani, a noi non hanno fatto del male, a noi non hanno preso niente. I tedeschi hanno ammazzato proprio qui un tenente dei partigiani, era ferito, l’hanno torturato e poi ucciso davanti ai nostri occhi». «Perché non vivete in paese, ad Argentera?» «Siamo nate qui e vogliamo vivere qui. Chiedete un po’ a Nino Rolando che è di Ferriere, vivrebbe ancora volentieri oggi a Ferriere. E poi la gente di Argentera è invidiosa, siamo scappate di disperazione da Argentera. Dopo la guerra qui era rimasta in piedi soltanto la chiesa, e in quella chiesa sconsacrata noi ricoveravamo il fieno. Un brutto giorno arriva il prete. Ma quello non era un prete, aveva solo la divisa da prete. Arriva don X, con alcuni operai, sistema sedici mine e fa saltare in aria la chiesa. Ma i muri non crollano al completo, resistono. Allora don X ritorna con un carabiniere, a colpi di mazza demolisce proprio tutto75 . Quasi quasi non fossimo nate sarebbe stato meglio. Abbiamo ancora la fortuna che il I fascisti, i «repubblichini». La chiesa di Grange venne distrutta per «convincere» i Rosso a scendere ad Argentera? Venne distrutta perché il fieno ricoverato nell’ex chiesa offendeva Dio? 74 75

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Padreterno tiene un po’ la gente a freno. Non credete al Padreterno? Ah, io ci credo». «Voi parlavate e io scrollavo un po’ la testa, e vi dico il perché. Con gente come voi il Padreterno non dovrebbe essere più giusto?» «Non parlate così, è una bestemmia la vostra. È più che giusto il nostro Signore, c’è solo il Signore che ci aiuta. Voi dite che ogni tanto il Signore si addormenta. È perché lo meritiamo. Io prego sempre, la notte prego di continuo, così passo il tempo». «E che cosa chiedete al Signore quando pregate?» «La morte che arrivi. Che cosa volete che chieda? La morte che venga». Dopo Grange raggiungo Bersezio, Sambuco, Vinadio, Aisone, Roviera, a cercare nuovi incontri. A Pianche, nella casa di Pierotu e Caterina Bagnis, l’ambiente che incontro è di festa, sono arrivate le figlie dalla Francia e i generi e i nipoti. Un angolo sereno, finalmente; una famiglia che è rimasta salda, forte. Chiedo a Pierotu perché ha dipinto la ringhiera del suo balcone con i colori verde, bianco, e rosso. «È un gusto che mi sono voluto togliere quando mi hanno fatto cavaliere di Vittorio Veneto. I miei figli non volevano, dicevano che avrei fatto ridere. A me piace così». Pierotu è il saggio del paese, Pierotu è un interlocutore vivace e piacevolissimo. Anche Caterina sa tante cose, e le racconta bene, ma resta sempre un po’ nell’ombra, proprio come si conviene alla donna, alla moglie Pierotu ricorda ancora la storia ’dla guera che gli raccontava il nonno. Caterina crede nella magia e mi parla delle sue esperienze di desmentiòura. Tornerò altre due volte ad ascoltare i Bagnis. Sono questi i miei maestri, sono i Bagnis che mi insegnano la vera storia del mondo contadino, la storia viva. Non tutta la montagna è come San Giacomo di Demonte, Pra Fioretto, e Grange di Argentera. Nella Val-

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le Stura, come in tutte le valli, esistono anche i contadini ricchi, i padroni di cinquanta vacche e cento pecore. Ma è la «bassa forza» che conta, la popolazione anziana e vecchia che opera ormai su un tessuto sfilacciato, antico, fuori del tempo; la «bassa forza» che non mangia e risparmia, e che magari deposita alla Posta la pensione intera perché teme sempre che la terra le frani sotto i piedi. Sono poveri anche i meno poveri che vivono nel culto della miseria. La Valle Stura, come tutte le nostre valli, ormai si regge con le «buste-paga» dell’industria76 . Ma i «pendolari» tendono a scendere verso il basso, tendono ad abbandonare le antiche residenze. È così che i paesi si dimezzano, è così che le comunità si assottigliano e si spengono. L’Italcementi prima, e poi le industrie decollate con gli anni sessanta, hanno calamitato tutte le forze giovani della Valle Gesso. Non per niente i cantieri che nell’alta valle costruiscono gli impianti idroelettrici dell’Enel devono utilizzare soprattutto mano d’opera forestiera. Sono veneti, bergamaschi, sardi, calabresi, siciliani, gli operai che lavorano nel Vallone delle Rovine, e ottantasei turchi che rappresentano l’emigrazione più disperata. A Entraque sono sorti i palazzi, i «condomini» come «seconda», come «terza» casa degli «altri». A Valdieri e a Roaschia l’edilizia si è ringiovanita, con l’arrivo di un crescente benessere. Ma il rovescio di questa medaglia è il regresso continuo dell’agricoltura. Le «cave del cemento» continuano a mangiare le montagne, modifican76 Tra le iniziative valide realizzate nella Valle Stura, va ricordato il caseificio di Demone. È ancora una volta a Gian Romolo Bignami – uno dei pochi che ha creduto e crede nella rinascita della montagna – che spetta il merito di questa e delle altre iniziative valide realizzate nelle valli. Sempre nella Valle Stura (bassa e media), nel giugno 1976 è finalmente sorto un presidio sanitario per iniziativa di tre giovani medici, Fausta Michelotti, Corrado Camilla, Guido Cento.

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do addirittura la topografia della valle. Con la costruzione delle grandi dighe, con la canalizzazione delle acque da parte dell’Enel, il sistema idrografico della Valle Gesso ne è uscito irrimediabilmente sconvolto. Questa la situazione di Valdieri, della «capitale» della Valle Gesso77 . Su una popolazione di milleduecentodieci abitanti sono centosessantadue i censiti come «coltivatori diretti». Ma i nuclei familiari che vivono ancora di sola agricoltura sono rarissimi, forse tre o quattro. Il contadino più giovane di Valdieri ha quarantotto anni. L’età media della popolazione contadina della Valle Gesso si aggira attorno ai sessant’anni. Nella Valle Grana, fino all’altezza di Pradleves, i segni delle «buste paga» e del turismo sono visibili. Poi incomincia il «terzo mondo», la strada che si inerpica tra i dirupi, le rare case appollaiate sull’alto come fortezze. Campomolino, la capitale della zona di Castelmagno, conta ancora ventitre abitanti residenti. Riolavato, Narbona, Batuira, sono ormai frazioni spente. Al Colletto sedici abitanti; a Nerone, due; a Ghiotti, sei; a Chiappi, venticinque. Una popolazione di anziani e di vecchi. Chi non conosce il piccolo mondo di Castelmagno Ignora che cosa vuole dire non mollare, non arrendersi. Una popolazione emarginata, bastonata, dissanguata da sempre, lontana anni-luce non soltanto da Torino e da Roma, ma da Cuneo. Un Comune che amministra un bilancio di miserie. E gli «altri», e i burocrati, che rendono tutto difficile, che ignorano i problemi o li ingigantiscono, che vorrebbero Castelmagno come Ferriere! 77 Si calcola che nel Comune di Valdieri siano ancora trenta i contadini di professione. Venticinque i nuclei familiari in cui il marito o la moglie si dedica professionalmente all’agricoltura. I «coltivatomi diretti» pensionati sono centosettantotto. (Tutti i dati citati risalgono al 31 dicembre 1975).

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Basta uno sguardo ai viottoli più importanti di Campomolino – via Specchio dei Tempi, via Rotary Club – per renderci Conto della situazione di Castelmagno. Qui anche i sussidi, anche le elemosine sono gradite, perché aiutano a sopravvivere. Ma chi vuole comprendere a fondo la storia di Castelmagno deve osservare la grande lapide di marmo che ricorda i sessantadue morti in guerra. La gente di Castelmagno. Giacu Ciot è quasi un ricco, con quindici vacche. Pietru Gandola è un «meno povero», con cinque vacche. Linu è un povero, con una vacca in affitto. Giuseppino Falco è morto come un cane randagio: si è trascinato sulla neve cercando aiuto, l’hanno poi trovato l’indomani, assiderato. I suoi risparmi: milleduecento lire, e una coperta militare78 . Nell’autunno del 1971 l’autorità scolastica di Cuneo decise di chiudere per sempre la scuola di Castelmagno: il numero degli scolari era sceso sotto la quota minima, sotto la quota cinque. Ero a Chiappi quando arrivò la notizia. Le donne si raccolsero in gruppo, sgomente. Piangevano. Si interrogavano a vicenda, si spiavano: temevano che come conseguenza della scuola che chiudeva altre famiglie sarebbero scese in pianura, si sarebbero arrese. Avevano appena preso coscienza dell’importanza della scuola, sognavano per i loro figli un domani più umano, più civile. La decisione di un burocrate analfabeta arrivava a stroncare sul nascere le loro povere speranze. Nel lontano passato gli uomini di Castelmagno emigravano in Francia e a Torino. In Francia diventavano minatori, a Torino diventavano lustrascarpe e fuochisti79 . Negli anni sessanta anche i giovani di Castelmagno hanno scelto l’industria, la Michelin. Ma sono scesi al piano Testimonianza di Gianni De Matteis. I luatrascarpe che lavoravano alla stazione ferroviaria Porta Nuova di Torino erano quasi tutti ex montanari della media e alta Valle Grana, organizzati in cooperativa. 78 79

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portandosi al seguito le quattro vacche. Temevano che «il pane della Michelin avesse sette croste»“80 . Contadini erano e contadini volevano restare. Hanno affittato i piccoli ciabot in disarmo nei dintorni di Cuneo, sono le donne che governano la stalla mentre il marito lavora alla Michelin. Sognano il mese delle ferie. Ogni agosto ritornano a Castelmagno con le vacche che magari sono cresciute di numero. Un mese di ferie, un mese di lavoro ai fieni. Gianni De Matteis è il sindaco «ribelle» di questo mondo eroico e strano. Gianni De Matteis è un vulcano di iniziative, dieci le inventa, una la sbaglia, cinque le realizza. Gianni De Matteis è un fiero «rompiscatole». Sfida l’Autorità, perché vuole che Castelmagno continui a vivere. Se la montagna muore, se la democrazia agonizza, è proprio perché la razza dei «rompiscatole» si va estinguendo. Nelle Valli Maira, Varaita, Po, le situazioni e i problemi si ripetono con una monotonia drammatica. Le comunità che si sfrangiano, le scuole che chiudono, la posta che si ferma al capoluogo, l’isolamento che cresce giorno dopo giorno. Nelle nostre valli non sono in funzione le «camere a gas», così l’immagine del genocidio appare forse eccessiva alla folla dei «benpensanti», dei turisti distratti, dei gerarchi dispensatori di elemosine, dei colonialisti. Ma i fatti parlano, e dicono che non c’è più spazio per gli ignoranti, per i mediocri, per le furbizie elettoralistiche. E l’ultima volta che il problema della nostra montagna si ripresenta come scelta di civiltà: o lasciamo che tutto vada in rovina, «intanto gli anziani e i vecchi muoiono»; oppure affrontiamo il problema con una volontà politica nuova, tentando di salvare il salvabile prima che il genocidio si compia. 80

Cioè fosse un pane duro, amaro.

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A Lottulo, nella media Valle Maria, il «monumento» che ricorda la miseria antica è una scalinata enorme, un pianet81 sopra l’altro, il fazzoletto rubato alla roccia, appiccicato alla parete. Il «monumento» di Lottulo racchiude la storia di molte generazioni di schiavi. Sempre lungo la strada statale che corre lungo il fondo valle, poco a monte di Lottulo, il corridoio di Stroppo Sottano. Al primo montanaro che incontro82 rivolgo la solita domanda banale: «Come va da queste parti?» «Siamo ormai in pochi, tutti anziani e vecchi», è la solita risposta. «Ho un negozio di commestibili e dovrò chiuderlo perché ormai manca la gente. Vendo qualcosa nei giorni in cui pagano le pensioni contadine, qui la Posta paga le pensioni a giorni alterni, così ogni borgata ha il suo giorno, ma sono piccole cose. A Stroppo più nessuno fa il pane. Con la bella stagione arrivano i forestieri, ma si portano le provviste, così il commercio è in continuo regresso. Mio figlio studia all’Iti, e non farà più la nostra vita, così almeno spero». Caudano, una delle tante borgate di Stroppo, conta ancora dieci abitanti residenti. Tutti gli uomini validi di Caudano lavorano alla Fiat di Torino o alla Michelin di Cuneo. È Vincenzo Cucchietti che mi inserisce nel piccolo mondo della sua borgata. Cucchietti si è arreso nel 1966, perché le figlie dovevano continuare gli studi e non esisteva altra scelta. «Ho resistito fin che ho potuto, – mi dice Cucchietti, – la mia è stata una scelta difficile. Ho dovuto vendere le cinque vacche, ho dovuto vendere la mia mula Mora, una mula a cui mancava soltanto la parola. Mora conosceva i miei passi, la mia voce. Mi ha fatto più pena vendere la mula che le vacche. Sembra impossibile come l’uomo si affeziona alle bestie, e come 81 I pianet sono dei ripiani costruiti trattenendo con i muri a secco la terra buona trasportata con le gerle. 82 Chisifredo Abello, classe 1922.

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le bestie si affezionano all’uomo». Oggi Cucchietti lavora a Strevi, in provincia di Alessandria, ma è un po’ come se fosse sempre rimasto a Caudano. Ha modernizzato la sua baita, pensa già alla pensione! Cucchietti mi aiuta a diventare amico di Martin del Torc83 , uno dei tanti personaggi difficili, inavvicinabili. Martin, cinquantacinque anni, è un uomo intelligente, candido, buono come il pane. Ma non comunica più con nessuno, si amministra la sua solitudine e basta. Sembra una vittima dei campi di sterminio, sembra un superstite di Mauthausen. Soffre di deperimento organico, come Francesco di Pragudin. Per snidarlo dalla sua baita mi occorre sempre una mezz’ora di pazienza. Poi Martin cede, spalanca l’uscio di casa, incomincia a parlare, a conversare, e parlerebbe quarantotto ore di seguito. Quando Martin rivive il passato, quando rivive i tempi felici di Caudano, si illumina, ridiventa un uomo sereno, normale. «Qui era tutto un giardino, – mi dice Martin, – qui intorno alle nostre borgate, fino su alla roccia, erano campi coltivati. Nella buona stagione era un andare e un venire continuo di gente lungo le mulattiere. Adesso non si vede più una pernice, qui era il regno delle pernici gaie. Anche le bestie qui non trovano più il sostentamento minimo per sopravvivere, ed emigrano, proprio come fa la gente. Nei tempi andati aprivamo i viottoli tra la neve, c’era la forza allora, c’erano tante braccia giovani: lungo i muri delle case riaffiorava la terra, così gli uccelli trovavano un po’ di pastura per sopravvivere. Adesso, come arriva la neve, arriva la morte per tutti. Arrivano i cinghiali, l’inverno scorso sono arrivati cinque cinghiali fin sulla mia porta di casa. Altroché le pernici gaie! Quest’estate i cinghiali hanno già invaso i nostri pochi campi coltivati, hanno distrutto il grano, le patate, tutto. C’era 83 Martino Giordana, detto Martin del Turc, nato a Caudano di Stroppo, classe 1917.

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chi di notte metteva i lumini nei campi, per tenere lontano i cinghiali. Ma con i lumini o senza i lumini i cinghiali arrivavano. Avevo trovato una compagnia, una volpe domestica come un cane. La incontravo sempre su quel ripiano. Si avvicinava, si lasciava quasi accarezzare. Un giorno che avevo la radiolina a transistor e stavo ascoltando le canzonette di “Radio Montecarlo”, la volpe si è messa a ballare, ballava proprio, giocava a divertirmi. Ma poi si è dimenticata di me, ed è scomparsa per sempre. [...]. St’inverno qui sono scesi tre metri di neve e passa. Siamo rimasti più di una settimana completamente isolati. È passato l’elicottero, sono venuti a farsi vedere ma non hanno buttato giù niente. Se ci hanno visti? Sì che ci hanno visti, io ho ancora preso uno straccio rosso e l’ho messo sopra un bastone come una bandiera, ma non è servito a niente. Poi fanno vedere alla televisione che l’elicottero ha buttato qua e là, se hanno qualcosa da mandare lo mandano laggiù in India, hanno fatto il ponte aereo con l’India... Allora è inutile che mettano in bilancio i miliardi per la montagna... Dove sono finiti quei miliardi? Dicono che li mandano alla Cassa del Mezzogiorno, e laggiù diranno che li mandano alla Cassa della Mezzanotte. Si ricordano di noi solo quando ci sono le elezioni, allora mandano tanta propaganda per posta, volantini, lettere, facsimili delle schede con sopra la mano che fa la croce. Oh, ne abbiamo già di croci noi qui...». Ponte Marmora, vent’anni fa, sembrava ancora un villaggio del Far West, era ancora il punto di incontro e di sosta dei carrettieri in transito lungo la Valle Maira. Oggi Ponte Marmora è un borgo di case spente. Canosio, uno dei villaggi più belli dell’alta valle, un po’ si rianima con la breve stagione del turismo estivo. Ma sono le frazioni alte che a poco a poco si spengono per sempre. A Preit e al Colletto vivevano centinaia di persone. Ne vivono ancora sette.

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Marietta Ponzo mi dice: «Siamo più in pochi su al Colletto, uno qui e uno là, dove un tempo vivevano cento persone. Abbiamo lavorato come bestie, una vita intera di sacrifici, di miseria. Ci siamo nutriti con il pane ’d frümentin, risparmiando un soldo dopo l’altro. E la guerra del ’15? Anche noi donne abbiamo fatto quella guerra... Oggi siamo padroni di un pezzo di terra che non vale niente. Il nostro domani? Scendere in pianura, scendere in città a morire in quelle scatole che sembrano prigioni, oppure finire la nostra vita al “ricovero”». Le Langhe Le colline che si staccano dal Tanaro sotto un mosaico di vigneti, di campi verdi e gialli, di terre nude, dure, arse, grige e bianche, pronte per gli scassi. Poi il confine tra la bassa e l’alta Langa, il giardino dei vigneti che si dirada, le colline che si spogliano, che diventano montagna. Chi non conosce le Langhe rischia di perdersi in questo oceano di mari calmi e di mari in burrasca, sempre diversi e sempre uguali, riconoscibili dalle pareti di tufo, dai ritani84 profondi, dalle torri, dai castelli, dai bricchi. È un paesaggio, quello delle Langhe, che sempre mi incanta. La bassa Langa geometrica ma morbida; l’alta Langa a tratti aspra, come tagliata con l’accetta, ma mai cupa come la montagna. Tra Pollenzo e Verduno ho raccolto la testimonianza di Pasquale Roggero. Tutte le volte che supero il Tanaro di Pollenzo, come vedo la casa di Roggero, rivivo il suo racconto. È così che imparo a leggere il paesaggio delle Langhe, incontrando la gente, conoscendo la gente. Senza la gente le Langhe diventano un palcoscenico meraviglioso ma spento. 84

Di grano saraceno.

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Il castello di Verduno, il castello dei Burlotto, è un po’ la mia base di partenza da cui muovo alla ricerca di sempre nuovi testimoni. A Barolo, il caposaldo dei Mascarello: una base sicura, dove mi sento di casa, dove l’amicizia e la comunanza di ideali si incontrano. Giulio Cesare Mascarello, classe 1895, socialista, diventa uno dei miei maestri preziosi. È parlando con uomini come Mascarello che imparo a conoscere la Langa che non vuole arrendersi. Mascarello cura ancora i suoi fazzoletti di vigna con l’impegno, con l’amore di una volta. Nella conca di Barolo, nel cuore della Langa prospera, i giovani che si dedicano professionalmente all’agricoltura si contano ormai sulle dita di una mano. Sono i vecchi gli ultimi credenti. I vecchi conoscono tutti i segreti della loro terra, i vecchi sanno come prevenire, come combattere le malattie dei vitigni. Sono maestri nel potare, maestri senza eredi. I vecchi dicono che dal notaio si va soltanto per comprare! Se i vigneti della bassa Langa non sono ancora noccioleto lo dobbiamo ai contadini anziani e vecchi che resistono, che non si arrendono. In questa Langa ricca esistevano tutte le premesse per salvare il tessuto contadino, per salvare l’artigianato antico. In questa Langa ricca l’attaccamento alla terra è una tradizione che malgrado tutto resiste. Il personaggio più odiato nella bassa Langa del Barolo è un industrialotto che a colpi di milioni ha cancellato dozzine di piccole proprietà, ricucendole in poderi di molti ettari. Il langhèt85 non perdona il forestiero che specula, che gioca con la terra, che gioca con le cose serie. Quando la lotta politica scade e diventa linciaggio, qui sono ancora le storie legate alla terra quelle che più incidono: magari si mormora che l’onorevole Amintore Fanfani sta com85

Langarolo.

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prando a man salva i vigneti del Barolo, e la voce corre e rimbalza con una rapidità incredibile. La proprietà frazionatissima è una delle cause dell’esodo dei giovani, «nemmeno nella conca di Barolo si riesce a vivere su tre giornate di vigna». Le «Cantine Sociali» hanno dovuto superare un rodaggio difficile, sono nate comunque con vent’anni di ritardo, quando le industrie di Alba e di Bra erano ormai una calamita a cui pochi sapevano resistere. Alba, la capitale delle Langhe, è la città più viva del Cuneese. Ma è una città abnorme, è il collo di un immenso imbuto, è una città che scoppia. Con Bartolo Mascarello che mi fa da guida imparo a conoscere anche il piccolo mondo dello sferisterio «Mermet» di Alba, un mondo che non è estraneo alla mia ricerca. Il gioco del pallone elastico era ed è rimasto uno sport contadino. Nel passato, e il discorso è valido fino agli anni cinquanta, fino alla vigilia della motorizzazione e dell’industrializzazione, si contavano a migliaia i contadini che giocavano al balun a pügn, a pantalera o a la lunga, sulle piazze, nei cortili, sulle aie delle cascine. Il gioco coinvolgeva tutti, i giovani e i vecchi: nel gioco i giovani mettevano la forza e i vecchi l’astuzia. Oggi, negli sferisteri, il grande pubblico è ancora contadino, un pubblico che dialoga di continuo con i giocatori, come in una festa paesana, come in famiglia. Sono otto giocatori in campo, due quadriglie, ma è come se fossero cento o mille tanto il pubblico partecipa, vive la partita. Al «Mermet» di Alba incontro le vecchie glorie: Augusto Manzo, otto volte campione d’Italia, e ’l Muleta, Purel, Parisot, Vigin ’dla Maestra, Dante... Parisot ha il suo posto fisso sul fondo del campo. Parisot è cieco, arriva con il suo bastone bianco. Non vede ma le sente le partite. Vive il gioco cogliendo le voci dei giocatori e del pubblico, vive il gioco interpretando i fischi perentori o timidi dell’arbitro, i colpi secchi delle

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battute e dei rimandi, i tocchi leggeri che vincono o perdono le «cacce». Parisot, nel buio del «Mermet», rivive le sue antiche battaglie. Se gli rivolgo una domanda, parla, parla, e magari mi descrive una partita del 1924, giocata a Beinette o a Murazzano, e si ricorda di quella «caccia» combattuta e vinta, di quel «gioco» che non finiva mai. Anche Dante presenzia a tutte le partite. Non ha un posto fisso, è un irrequieto. Cammina di continuo nel corridoio tra la gente, e mentre sbircia il gioco del pallone lancia e accetta sfide di geografia: Dante ha una memoria formidabile, conosce anche i rigagnoli dell’Urss o degli Stati Uniti, provoca e vince sempre. Ma è quando parla di politica che Dante si fa ascoltare a bocca aperta, quando racconta come nel 1922 da semplice «mugic» diventò comunista. Dante è un personaggio più unico che raro: la sua testimonianza di antifascista coerente vale dieci pagine di un libro di storia. Vigin ’dla Maestra è quasi sempre in prima fila, verso la metà del campo, lontano dal totalizzatore, lontano dall’ambiente delle scommesse. Sembra un magistrato in pensione tanto è impeccabile nel suo completo grigio. Vigin ha trascorso tutta la sua vita sul gioco: le bocce, il pallone elastico, ma soprattutto le carte erano gli strumenti del suo lavoro. Vorrei intervistarlo, vorrei che mi parlasse dei Basilisc, dei Ghindu, dei Tranta86 , delle cascine «Monaco» e «Montecarlo», del gioco d’azzardo nelle Langhe. Ma Vigin non ama confessarsi. «Chiel a l’é na specie ’d Fenoglio?»87 mi dice prendendo le distanze. E si chiude in difesa, come se di fronte avesse un sola, un baro fuoriclasse. Giocatori famosi, molto noti nelle Langhe. «Lei è una specie di Fenoglio?». Per dire: «Lei è un curioso come Beppe Fenoglio che poi raccontava tutto?». 86 87

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Nelle Langhe il gioco d’azzardo è sempre stato un vizio diffusissimo, una droga. Non si può parlare del mondo contadino delle Langhe ignorando il tema del gioco. Il gioco coinvolgeva gli umili e gli abbienti, il manovale e il notaio, il servo di campagna e l’esattore delle imposte. Il langhet è scaltro o crede d’esserlo: il langhet non teme i bari, anzi li ammira quasi, perché li giudica maestri di scaltrezza, campioni da battere, da emulare. Le uniche «cooperative» che nell’Albese avevano un certo successo erano proprio quelle dei sola, dei bari. I sola erano solidali tra di loro, come una mafia: si distribuivano le zone e i clienti, non si tradivano mai. I bari, i pela foi, si lasciavano alle spalle i foi plà, e correvano subito alla ricerca di nuovi foi da plé88 . A Cerretto, nell’alta Langa, ricevo la conferma che il tema delle masche è straordinariamente ricco di risvolti sconcertanti. Tersilla Fenoglio Oppedisano, insegnante, partigiana, comunista, mi dice che nel dopoguerra, negli anni delle «crociate», il discorso delle masche coincideva con il discorso anticomunista. E la cosa non mi sorprende, non mi stupisce. Ancora negli anni cinquanta, per molta gente del Cuneese, il comunista non era l’avversario politico ma l’Anticristo, un personaggio da temere perché «leggeva troppi libri, perché non andava in chiesa». A Montelupo l’ambiente che incontro mi ricorda il profondo Sud. Entro in due case, ma concludo poco. A Lequio Berria, nel podere di Attilio Gavarino, Cimiru mi insegna che la Langa della speranza è ancora viva. Cimiru, ex servo di campagna, ha vissuto la pagina partigiana sognando quella giustizia che non è arrivata mai. Cimiru malgrado tutto è rimasto ottimista. Gli chiedo che cosa ne pensa del fascismo di oggi, dei fascisti che spadroneggiano, che ammazzano, che seminano 88

I pela stupidi, gli stupidi pelati, gli stupidi da pelare.

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il terrore. «A s-ciodu pí, – mi risponde Cimiru, – a l’han tante cius ma s-ciodu pí»89 . A Serravalle Langhe Ferdinando Manera, detto Nandin, reduce di Russia, partigiano delle «Garibaldi», mi organizza una dozzina di interviste. Nandin ha rischiato una volta sola di sbagliare. Eravamo scesi verso il Belbo, a Tetto Bricco, per un incontro che credevamo facile. Nel primo buio le poche case del Bricco mi erano apparse addormentate: non un’anima viva, il silenzio di Ferriere. Poi un cane che abbaia, una luce che si accende, e appaiono i Boeri. Nandin mi presenta, dice: «Qui c’è l’uomo di cui vi avevo parlato». Ma Cin Boeri taglia corto, con una battuta che non ammette replica: «Niente politica, non voglio parlare di politica». Interviene la moglie di Cin, Maria, più conciliante. Riusciamo così a varcare l’uscio di casa, a sederci attorno al tavolo. La televisione rotta è un aiuto insperato. Chiacchieriamo cinque ore di seguito, con Cin che gira a ruota libera. Ogni tanto la moglie deve intervenire a frenarlo, «descuata nen tanti pataras»90 è il solito rimprovero. Cin mi parla della guerra di Libia, della guerra del ’15, dell’Argentina, di ieri, di oggi. Cinque ore conversando sempre e soltanto di politica! A Mombarcaro, con l’aiuto dei sindaco91 e con l’ex messo comunale92 come «mediatore», riesco a entrare in una dozzina di case, riesco ad affrontare anche il tema dei «matrimoni misti», dei matrimoni tra i langhet e le donne del meridione. Il tessuto sociale dell’alta Langa sta cam89 «Non schiudono più, hanno tante chiocce, ma non schiudono più». 90 «Non scoprire tanti stracci sporchi». 91 Giovanni Saettone, ex partigiano delle formazioni «Garibaldi». 92 Giovanni Battista Fracchia, nato a Mombarcaro, classe 1898.

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biando male e in fretta. Ma senza questo tipo di matrimoni, senza l’arrivo delle cosiddette «calabrotte», senza questo incontro tra le due Italie povere, l’alta Langa non conterebbe che pochissimi nuclei familiari giovani93 . A San Benedetto Belbo Eugenio Corsini mi apre tutte le porte. San Benedetto, il paese di nascita di Beppe Fenoglio, è un po’ la capitale morale dell’alta Langa. A San Benedetto la biblioteca non è un museo ma una sorgente di iniziative, di idee. A San Benedetto è cultura la «cooperativa agricola» sorta dal basso; è cultura la «Corale» che non vuole degradarsi a richiamo turistico; è cultura la difesa del paesaggio, la guerra alla speculazione edilizia, la difesa del borgo antico. Nella zona di Saliceto, Sale Langhe, Montezemolo, sono i partigiani Augusto Pregliasco, Gildo Milano, Mario Ferraro, i miei «mediatori» preziosi. È tra l’Arbi e Montezemolo, in un piccolo ciabot sperduto, che riscopro le radici profonde che legano il langhet alla sua terra. Pietro Scarzella, uno dei tanti contadini poveri di questa Langa della malora, mi indica con orgoglio i suoi fazzoletti di terra sparsi. Poi, come se mi parlasse di un’amante troppo costosa dalla quale non riesce a staccarsi, mi dice con 93 Nelle Langhe i matrimoni con, le cosiddette «calabrone» si contano ormai a centinaia. Il fenomeno si va estendendo anche alla pianura e alla montagna. Nei passato ’l bacialé, il mediatore dei matrimoni contadini, era un personaggio del posto, che conosceva nel profondo la realtà sociale in cui viveva. Oggi il bacialé è un piazzista che passa da una cascina all’altra alla ricerca dei tutun, dei contadini meno giovani o anziani che cercano moglie. Il bacialé offre ai tutun una serie di fotografie e di indirizzi. Ogni fotografia costa cinquantamila lire, anche se poi l’affare non andrà a buon fine. Se l’aspirante sposo chiede che il bacialé lo assista lungo l’intera avventura, allora la tariffa supera le duecentomila lire, compreso il rimborso del viaggio in Sicilia o in Calabria. Quando è il parroco che vuole fare il bacialé le cose vanno ancora peggio!

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rabbia: «’Sta porca terra mi mangia anche la pensione contadina!» A Cortemilia, con Dario Gallizio come «mediatore», l’incontro con Pinet94 , l’amico dei partigiani «autonomi». Pinet ricorda ancora le promesse dell’onorevole Calissano, la storia della famosa galleria ferroviaria che avrebbe dovuto collegare Cortemilia con Alba bucando le colline. «Cortemiliesi! – era solito esclamare l’onorevole Calissano nei suoi comizi, e intanto si portava una mano all’orecchio. – Cortemiliesi! Sento giù il fischio della vaporiera che sta arrivando a Cortemilia». Era un personaggio importante, l’onorevole Calissano. Quando, nel corso di una partita di pallone elastico, la palla restava impigliata in una grondaia, c’era sempre tra il pubblico chi lanciava il solito suggerimento: «’Ndé a ciamé l’onorevole Calisan, chiel a l’ha i bras lung»95 . La storia delle promesse elettorali dedicate ai cuneesi è proprio un libro senza fine. Sono trent’anni che la gente delle Langhe aspetta l’acquedotto. Sono trent’anni che la gente della Valle Bormida aspetta che il fiume non inquini. Sono trent’anni che la Democrazia Cristiana promette la ricostruzione della ferrovia Cuneo-Nizza, semidistrutta dai tedeschi nell’aprile del 1945. Trent’anni! Pochi, se si pensa che i cortemiliesi aspettano ancora la vaporiera dell’onorevole Calissano, promessa nel 1900!96 . Luigi Valle, nato a Cortemilia, classe 1891. «Andate a chiamare l’onorevole Calissano, lui ha le braccia lunghe». 96 Negli anni sessanta, in coincidenza con il decollo dell’industria, i nostri parlamentari democristiani si sono scatenati nella, gara dei trafori. Ogni parlamentare voleva bucare una montagna, voleva il suo traforo con la Francia: chi proponeva di bucare la montagna dei Maurin, chi l’Ischiator, e chi il Monviso. La Sitraci, una società finanziata con danaro pubblico, riuscì a battere tutti in velocità. Incominciò a bucare la montagna 94 95

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Capitolo secondo

La fame di pane, la gente che emigrava in Francia e nelle Americhe, la scuola dei poveri e i vacherot, le masche, il prete, i lunghi inverni e le lunghe veglie, questo il mondo dei miei «testimoni». Mettiamo nel conto anche le guerre e il quadro è completo. Ma una cosa è inventariare queste miserie, e magari «tornirle», magari abbellirle letterariamente, e un’altra cosa è ascoltare centinaia di testimonianze e poi trascriverle come tanti testamenti. È tutto qui il senso della mia ricerca, nel dare un nome e un cognome ai «testimoni», nel rispettare, senza mai forzare, senza mai distorcere, i loro discorsi. Le testimonianze sono un libro a sé, sono un documento leggibilissimo anche senza alcuna chiave di lettura. Ma il discorso che ho recepito lungo l’arco della ricerca è molto più ampio di quello che esce dalle testimonianze. Ho intervistato duecentosettanta contadini, ma ho avvicinato almeno un migliaio di persone. Ecco perché giudico non necessaria ma nemmeno inutile una mia interpretazione delle testimonianze, una interpretazione che tenda soltanto a fare emergere i «grandi temi» così ricchi di suggerimenti, di proposte, di inviti ad allargare e approfondire i discorsi. Negli anni a cavallo del 1900 il contadino che possedeva un fazzoletto di prato o di sterpaglie si considerava già «padrone», e lottava per aggiungere altra terra alla terra, sopportando le fatiche e le privazioni più tremende. Si spiega anche così la «tranquillità sociale» di allora, la mancanza di sussulti, spinte dal basso, ribelliodel Ciriegia, spendendo due miliardi di quelli di allora, di quelli buoni. Poi all’improvviso troncò i lavori. Oggi il «traforo del Ciriegia» è un buco senza uscita, un buco pieno di promesse demagogiche, interessi passivi, sterpaglie.

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ni. Il piccolo proprietario, il padrone di miseria, smaltiva la rabbia non ragionandoci sopra, non cercando sia pure confusamente un discorso di classe, ma lavorando come una bestia. Il frazionamento della proprietà era il prodotto di una macchina infernale che di continuo polverizzava la terra: ogni successione voleva dire un piccolo podere, magari appena ricucito, che si sbrindellava. La struttura della famiglia, e il discorso è valido fino a dopo la seconda guerra mondiale, era rigida, di tipo patriarcale. Quasi tutti i miei testimoni dicono che era l’uomo che comandava, «i’era l’om che purtava le braie»97 . «La donna non figurava ma comandava», sentenzia invece Bartolomeo Spada, e a mio giudizio fa bersaglio98 . Giuseppe Dalmasso sottolinea che «la donna era la più sacrificata, ma in casa comandava perché l’uomo era quasi sempre via. Molte donne davano del “voi” all’uomo, al marito, come segno di rispetto e di dipendenza. Ma poi in casa comandavano». Altri dicono ancora che «la donna comandava quando era in casa sua, l’om che l’avía pendü ’l capel al ciò99 doveva subire il comando della donna». Che comandasse o meno, la donna contadina non era molto di più di una bestia da soma. Alla don«Era l’uomo che portava i pantaloni». Parlando con molti commercianti di macchine agricole e di bestiame, ho raccolto questo discorso che dice quanto la tradizione continui: «La donna contadina di oggi assiste sempre alle trattative, ma non parla mai. Assiste, e intanto lavora o sta seduta in un angolo della cucina. Ma sempre, prima di decidere, l’uomo interroga la donna: “E ti mama, co ne dises?” (E tu mamma, che cosa ne dici?) Se la risposta della donna è vaga, incerta, diventa inutile insistere, il contratto non si fa più». 99 L’uomo che aveva appeso il cappello al chiodo, cioè l’uomo che aveva sposato una donna abbiente, l’uomo che era andato a vivere nella cascina dei suoceri. 97 98

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na si chiedevano una resistenza fisica e morale senza fine. L’uomo trovava il suo rifugio nell’osteria, l’uomo si drogava con il vino. La donna trovava il suo rifugio in chiesa, la messa e il vespro erano le sue occasioni per evadere. Anna Nittardi ricorda che a Vignolo erano molti gli ubriachi della domenica, e conclude: «Ah, ’d grandi patele le fumne se sun pié«100 . Giovan Battista Barberis, detto Batistin ’d Gepe ’d Rabas, così completa il discorso di Anna Nittardi: «Era un mondo crudele il nostro, la gente che non riusciva a risolvere il problema della fame diventava irritata. Chi pagava le tasse era il contadino, il povero. Le famiglie erano quasi tutte numerose, comprando tanti figli pensavano “loro vengono poi alti e ci aiutano”. Qui a Vignolo c’erano delle famiglie numerose che vivevano con mezza giornata di terra e una capra. Quando gli affari andavano male gli uomini si sfogavano con le donne, le picchiavano, patele ’d Santa Maria, i’eru nise ste done, fasíu cumpasiun101 . C’era uno che mi contava: “Co vos fa? Trafiguma, trafiguma, e guadagnuma niente. Arivuma a cà e patluma. la fumna”102 La donna non arrivava a mantenere i figli, mancava il mangiare, e allora gli uomini facevano ’d cule gufade lí103 . Ma quelli che picchiavano di più le donne erano i negozianti, non i contadini». L’alimentazione consisteva in patate, castagne, polenta. Il pane era già un lusso. C’era chi insegnava la filastrocca ai figli, pur di rendere la polenta più appetibile: «Ah, le donne si sono prese delle gran botte». Botte di Santa Maria, erano livide ’ste donne, facevano compassione. 102 «Cosa vuoi farci? Traffichiamo, traffichiamo, e non guadagnamo niente. Arriviamo a casa e picchiamo la moglie». 103 Di quelle goffaggini lì. 100 101

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«La pulenta bin cundía la mangiu fina i senatur, avucat ’n cumpagnia, president e prucüratur»104 . Giovan Battista Giraudo, di Vignolo, classe 1893, mi dice: «Mio nonno aveva il forno, e tutti i sabati la gente portava le ule a cuocere, le òlle con i fagioli e le patate dentro. La gente pagava un soldo per la cottura. Chi non aveva il soldo pagava con na casülà, con un mestolo di fagioli e patate cotte. Mio nonno aveva un secchio. Prendeva la casülà dall’òlla, la buttava dentro al secchio, con quella roba la famiglia di mio nonno mangiava poi per l’intera settimana. Ai miei tempi il pane costava sei soldi il chilo, la pasta otto soldi, il burro tre soldi l’etto, il salame sei soldi. Ma la maggior parte della gente sapeva soltanto i prezzi di questi generi alimentari, non arrivava mai ad assaggiarli. C’era gente che aveva mezza giornata di terra e una capra o due, e vivevano lì». Autosufficienza nel vestire. Le donne filavano la lana e la canapa, le calzature più diffuse tra i montanari erano gli zoccoli e i ciambirun105 . Tra i miei testimoni c’è chi ha conservato le lenzuola del fardel106 come una reliquia. Le lenzuola di sola canapa erano le migliori perché «la canapa pura è più sana; nella canapa pura si riposa meglio». I «contratti del fardel» sono un elenco di oggetti fabbricati in casa, cose povere di gente povera. Su un «contratto» in carta da bollo da lire una, compilato a Robilante, siglato con le croci dei promessi sposi e con le firme dei due testimoni, leggo le seguenti voci: «Il letto, lire 35, il cause, lire 21; i camise, lire 55; i faude, 104 «La polenta ben condita la mangiano perfino i Senatori, avvocati in compagnia, presidenti e procuratori» (testimonianza di Maria Dotto di Valdieri). 105 Calzatura dalla suola di cuoio, bucata lungo i bordi. I legacci che passavano nei buchi della suola tenevano fermi gli stracci di lana che avvolgevano il piede. 106 Dote.

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lire 45; i fasuletti, lire 32; i fudili, lire 5; i ciaràfi, lire 6; la spussa, lire 25; la stansa di sua marina, lire 25. Somma del fardello, lire 200,90»107 . Fortunata, una donna dell’alta Langa che vive in un piccolo ciabot lungo il Belbo, mi ha raccontato la storia dell’ésse108 la storia del suo fardel consistente in un solo lenzuolo. La suocera di Fortunata era gelosa di quel lenzuolo, e lo voleva. Così Fortunata era costretta a nasconderlo, a difenderlo. Dopo anni di liti e di dispetti vinse la suocera, ottenendo di venire poi avvolta in quel lenzuolo, da morta! La base del matrimonio era la roba, l’interesse. Padri e madri decidevano per i figli, contrattavano. Nelle Langhe i bacialé, a Vignolo i rüfian, erano i sensali, erano i mediatori dei matrimoni: favorivano gli incontri tra le famiglie, evitavano che le contrattazioni diventassero troppo aspre, troppo impegnative. 107 Il «contratto» porta questa data: «L’anno del Signore 1880, agli otto del mese di dicembre». La somma dei parziali del fardel ammonta a lire 250. Evidentemente si è giunti a una transazione con la stima di lire 200,90. Queste le voci del fardel: il letto, le calze, le camicie, le sottane, i fazzoletti, i grembiuli, i pannolini, il vestito della sposa, la stanza della madrina. 108 L’ésse, cioè l’essere, la consistenza della dote.

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Purté la crava a la spusa109 , la bernà o la pürà110 , e la ciabra111 , erano scherzi e vendette contadine così radicate nella tradizione che resistono ancora oggi. La retorica dice che la nostra «razza contadina» è da sempre sana, robustissima. Si contavano a migliaia i fragili, i denutriti, i relitti! Con l’incesto abbastanza diffuso, con le malattie veneree che importavano dalla Francia, la percentuale dei tarati e dei folli risultava più alta di quanto non si creda. Ancora negli anni quaranta, in non poche delle nostre valli, lo spettacolo dei gozzuti era impressionante. Ecco, nelle parole di Mario Lanza, medico condotto negli anni 1930-38, un quadro parziale ma significativo della situazione di allora: «Nella mia zona di montagna la percentuale dei gozzuti era del sessanta per cento. Un ter109 Portare la capra alla sposa. – Quando in una famiglia era la sorella più giovane che si sposava, gli amici umiliavano la sorella più anziana e ancora nubile trascinando una capra fin sul sagrato della chiesa oppure facendo comparire una capra durante il pranzo degli sposi. 110 La bernà. Quando una ragazza o un ragazzo rompevano un fidanzamento, e si sposavano con un altro o con un’altra, scattava la vendetta. Il giorno delle nozze c’era chi segnava con della cenere o con della calce il percorso che dalla chiesa portava alla casa del moroso o della morosa abbandonata. Si voleva ricordare così, a chi aveva... tradito, a chi aveva rotto l’antico fidanzamento, la strada giusta, la strada che avrebbe dovuto percorrere nel giorno delle nozze. La pürà o la pürnà è un’altra vendetta contadina. Il porro è sempre simbolo di dileggio. Per punire, per umiliare una coppia di sposi, si «seminavano» lungo il percorso del corteo nuziale alcuni porri. 111 La ciabra è la «scampanata», la vendetta contadina che nelle Langhe assume a volte la forma del linciaggio morale vero e proprio. La ciabra viene dedicata a chi infrange le leggi morali o le tradizioni della comunità. Con frastuoni e urla si dileggiano le vittime. La ciabra può durare anche quaranta notti di seguito, come avvenne con la ciabra di Monforte d’Alba, nel 1946.

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zo dei gozzuti era di idioti. Alta anche la percentuale dei casi di nanismo, il quattro per cento. I matrimoni consanguinei, l’alcolismo domenicale, l’alimentazione a base di castagne e polenta, erano le cause di molte malattie. La gente di montagna ricorreva raramente al medico, tendeva ad autogestire la medicina. Le gastroenteriti infantili venivano curate (e guarite) con il nerofumo del camino ingurgitato a cucchiaini. Anche il petrolio, ingurgitato a cucchiaini, “guariva” i disturbi intestinali. Molto diffuso era il decotto di riundella, di malva, come rimedio per tutte le malattie. Si ricorreva ai papin ’d farina linusa, cioè agli impacchi caldi di farina di lino, per curare la polmonite e i dolori intercostali in genere. Le ferite venivano “curate” orinandoci sopra o applicandovi delle ragnatele. La gallina dalle piume nere, squartata in metà, per lungo, e collocata in testa come una cuffia, “guariva” le cefalee. I giovani sotto leva rifiorivano fisicamente perché potevano finalmente fruire di un’alimentazione adatta, e perché praticavano una vita meno disagiata, più regolare». Con le comunità che tendevano ad autogestire la medicina e anche la chirurgia, i guai erano numerosissimi e irreparabili. Si pensi soltanto alla folla degli storpi, vittime dei setmin112 dei maghi, degli aggiustatori di ossa. Si contavano a centinaia le desmentiòure, le maghe benefiche che praticavano la desmentià alle persone e agli animali. Esistevano poi i setmin specializzati nel togliere il malocchio, i setmin che desmascavu. I parti avvenivano nelle stalle: un lenzuolo sulla paglia, e come andava andava. «Della partoriente che era morta nella stalla, sulla paglia, si diceva “l’é morta ’d 112

Settimini.

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paiola”»113 . Quando ho chiesto a Maria Isoardi dov’era nata, mi ha afferrato per un braccio, mi ha accompagnato fuori dalla sua baita, mi ha indicato una montagna. «La vede quella punta? Mia madre era lassù a fare il fieno, le sono venute le doglie, si è messa a correre verso il basso. Mi ha comprata a metà strada, mi ha messa nel grembiule, e sono qui a contarla». Un vecchio medico condotto di montagna rivive con questo racconto la storia di un parto difficile: «Da ore e ore faticavo attorno a una partoriente, la luce del lume a petrolio illuminava a malapena la parte bassa della stalla, il pavimento di paglia. Come alzai lo sguardo intravvidi delle ombre che muovevano, erano le teste di tre bambini che sporgevano dal trabial114 , i bambini avevano assistito a tutto!» La mortalità infantile – che nel racconto dei testimoni si riduce a un’operazione matematica, a una sottrazione, tanti nati, tanti morti, tanti vivi – raggiungeva quote altissime. La mortalità infantile non era una maledizione, era «il destino». Quasi tutti i decessi venivano addebitati al mal del grif o del grip o a la gramisela, al mal ’dle coste, a la puntüra115 , tutti mali misteriosi, mitici. A un bambino assalito dalla febbre, dalla polmonite, si diceva: «Ma cos’hai? Hai visto il lupo?»116 . Nel racconto di Lucia Giordanengo il discorso della mortalità infantile è appena accennato, ma lascia il segno con la storia dei tre bambini morti nella stalla e ritrovati all’alba tra le foglie secche: «Maín ne ha avuti diciotto figli, e solo sei 113 «È morta della paglia», quasi fosse di per sé una malattia (testimonianza di Maurizio Marcellino Martina, nato a Sampeire, classe 1918, ispettore scolastico). 114 Soppalco di assi, sotto la volta della stalla, che fungeva da giaciglio. Detto anche bauti. 115 Alla difterite, alla pleuro-polmonite, alla tubercolosi. 116 Testimonianza di Margherita Pellegrino, nata a Tetto Levetta, Valle Colla di Boves, classe 1912.

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vivi, un mattino tra le foglie della stalla ne ha trovati tre morti, due gemelli e un altro. Io ho avuto solo quattro figli, il più piccolo mi è morto dopo un giorno. Era nato il 25 dicembre, mio marito ha detto al prete, a don Armando: “Lo battezzeremo tra un mese o due”. Ma il prete ha insistito: “No no, bisogna portarlo ancora di quest’anno” E mio cognato, Toni ’d Parin, a dirci: “Ma che bambino robusto. ’Sto bambino qui se lo sbattete contro il muro non muore tanto è forte, tant a l’é ’ngurdí”. Hanno ascoltato il prete, l’hanno portato subito al battesimo, e il giorno dopo è morto. Morivano così, ’d mal del grif«. La quota della mortalità infantile rimane alta fino agli anni che seguono la seconda guerra mondiale, «era già finita da un po’ la guerra e i segnet117 erano ancora frequenti, suonava la campana piccola e la gente diceva «i’é turna mortie chei masnà»118 . Le donne anziane e vecchie di Vignolo ricordano ancora con simpatia e riconoscenza un personaggio favoloso, Cin ’d Luleta, l’omino sgraziato che passava da una nutrice all’altra a püpé le done, a succhiare il latte troppo abbondante. Cin ’d Luleta lo prendevano in braccio come si prende un bambino, e lui succhiava e toglieva il tormento. Lo ricompensavano con pochi soldi o con un piatto di minestra. Anche Giuseppina Giordanengo mi parla di Cin ’d Luleta che püpava le fumne. E subito soggiunge: «Ma i’era me om che püpava, era mio marito che mi toglieva sempre il latte. Il mio seno scoppiava, a non togliere il latte si moriva. Il latte delle donne è migliore del latte delle vacche, così chi succhiava il latte delle donne ingrassava, rifioriva. A mio marito veniva un viso rotondo così!» 117

I segni piccoli, i rintocchi della campana piccola.

«È di nuovo morto qualche bambino» (testimonianza di Giuseppe Dalmasso, di Robilante). 118

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Si ricorreva al medico solo quando il paziente era molto grave, «il dottore faceva un po’ il lavoro che adesso fa il prete, che porta l’estrema unzione»119 . Arrivava il medico, e trovava un malato quasi morto. L’ospedale era un lusso, «andare all’ospedale voleva dire vendere una vacca». L’analfabetismo era un fenomeno normale, scontato. La scuola non era obbligatoria, l’esercito dei vacherot la disertava in massa. Erano le stagioni e il lavoro che regolavano la frequenza scolastica, «andavamo a scuola da poco prima di Natale a Pasqua, come scappava la neve ci affittavano». Ogni paese di metà valle aveva la sua «piazza», il suo mercato della mano d’opera infantile. Barcelonnette era la «piazza» dei vacherot e delle pastorelle che si affittavano in Francia. Ma le testimonianze più preziose sono quelle dei vacherot che si «affittavano» in pianura, perché aprono una finestra sul mondo degli «altri», perché ci restituiscono il mondo dei meno poveri e dei ricchi. Ecco, in queste quattro parole, l’esperienza di un vacherot di pianura120 : «A la matin, pan e bastun121 . Le rare volte che mi davano anche una fetta di salame era così sottile che se la guardavo in trasparenza vedevo a volare i moscerini sulla punta della Bisalta». Pietro Abello mi racconta invece la storia del vacherot di montagna. Mi dice: «Eh, mi viene ancora da piangere a pensare agli anni della mia infanzia. Mia madre ci portava a la fera dei vaché122 , alla fiera dell’Annunziata, il 25 marzo, a Prazzo. Ne aveva cinque di noi intorno, e tutti da affittare. Lì c’erano i pastori di Acceglio, Chiapera, Preit, Le chiedevano: “Volete affittarlo questo qui?” “Sí sí”. “Quanto Testimonianza di Sebastiano Brinatti, di Rossana. Testimonianza di Giuseppe Garelli. 121 Al mattino, pane e bastone. 122 Alla fiera (al mercato) dei servi di campagna (dei pastori). 119 120

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volete?” “Mah! Il primo anno ho preso cinque lire, il secondo venticinque, adesso non saprei...” “Ti diamo cinquanta lire, un paio di scarpe e un chilo di lana”. Era un mercato così. Il primo anno mi sono affittato alla borgata Rotonda di Marmora, non avevo ancora sette anni. Lì facevo la fame, ero a servire da gente miserabile, una vedova di settant’anni che aveva una figlia con due bambini. Io portavo al pascolo la vacca e la capra. Al mattino mi davano un pezzo di pane duro, di segala: lo mettevo nella taschetta e salivo al pascolo. Lasciavo il pane nell’acqua della sorgente, a mezzogiorno lo toglievo dall’acqua e lo mangiavo. Andavo sempre a cercare i nidi dei merli e delle ghiandaie, era un modo per togliermi la fame. Dal 20 maggio al 15 ottobre guadagnavo come paga cinque lire e un pane di segala. [...]. Poi nel 1921 mi sono affittato a Ussolo, lì sì che stavo bene, il padrone si chiamava Magnetto Tomaso, è lui che mi ha fatto cristiano. mi ha insegnato il Viadoro123 , mi ha fatto cresimare, mi ha fatto capire un po’ com’era il mondo». Un discorso a sé, ma non molto diverso da quello dei vacherot, è il discorso ’dle masnà ’dl’uspedal’124 . I contadini più poveri e già carichi di figli, per (fruire di un piccolo compenso economico, chiedevano in assegnazione uno o più trovatelli. La sorte di questi bambini era quasi sempre scontata in partenza. «Eh, io l’ho conosciuta presto la vita, – mi dice un contadino della bassa Valle Stura. – Ero dell’ospedale, non avevo ancora sei anni e i miei padroni mi chiedevano già di lavorare come un uomo. Non mi davano da mangiare, mi trattavano peggio di un cane. Il pane lo cuocevano una volta all’anno, a Natale, e lo conservavano appeso bene in alto, in modo che non potessi raggiungerlo. I sacchi delle castagne bianche li mettevano all’incontrario, in modo che io non 123 124

È la preghiera del mattino: «Vi adoro mio Dio...» Dei bambini dell’ospedale.

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riuscissi ad aprirli, a slegarli. Avevo poi già dieci anni quando per la fame ho bucato uno dei sacchi delle castagne bianche e ne ho preso due o tre manciate. Il padrone se n’è accorto subito, è andato su tutte le furie, si è messo a gridare che ero proprio un bastardo, gridava forte, voleva che tutti lo sentissero. Sono rimasto così offeso, così umiliato, che sono scappato in Francia». Il culto della forza, della resistenza fisica, affiora da moltissimi racconti. I deboli erano un peso, erano l’ultimo scalino nella gerarchia familiare. L’allenamento alla fatica incominciava fin dagli anni dell’infanzia: era una scuola vera e propria. Giuseppina Giordanengo, di Tetto Cannone, ricorda con orgoglio e con angoscia le lunghe marce con la gerla del letame sulle spalle, fin su alla barma125 del Colletto: «Ero ancora una bambina ma mi incamminavo già verso i campi alti, nelle notti gelate, sotto la luna fredda, così la neve reggeva meglio. Mio padre mi accompagnava con il lanternino, mio padre sperava di diventare ricco a forza di fare dei sacrifici...». Danda Lüsiota126 , di Canosio, ha conservato un ricordo vivissimo di quando aveva nove anni e i suoi familiari erano tutti su all’alpeggio della Gardetta, «in quelle notti d’estate partivo da Tetto Lübac con il mulo, ma dopo Preit lo perdevo sempre il mulo, mi addormentavo camminando. Poi dormivo lungo il bordo della mulattiera, e intanto il mulo arrivava su alla Gardetta». «I na i’é per l’asu e per cul che lu tira«127 , ecco una delle tante frasi fatte che invitavano ad accettare la fatica. Gli uomini gareggiavano a chi era più forte, più resistente. Diventava famoso chi portava sulla schiena cen125 Piccola costruzione in pietra a secco, come ricovero per le pecore. 126 Lucia Isoardi. 127 «Ce n’è (da la lavorare) per l’asino e per quello che lo tira».

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tocinquanta chili di lose, di lastre di ardesia; chi afferrava un sacco da un quintale e se lo metteva a spalle. Dalmazzo Giraudo128 mi dice: «Eh, noi grandi fatiche le abbiamo fatte... Noi portavamo tutto a gorbe129 o in un bidone del petrolio, il letame, tutto. Gran fatiche, portavamo tutto sulla testa, ho ancora il segno qui, il solco. Lo vede il solco? La mia testa è sfondata perché la cinghia della gorba reggeva sulla testa, non sulle spalle. Ho portato dieci mria di patate da Tetto Giordano fin giù in pianura, e c’erano quattro dita di neve, e tutto lo sforzo era proprio qui dove c’è il solco, sulla testa. Portavo cento chili di foglie, ’n tel bariun: piantavo la testa ’n tel bariun, e avanti. Un anno io e mio fratello Titu abbiamo portato quarantaquattro bariun di foglie». Dell’uomo forte, robusto, si diceva: «A l’é pí fort d’en mersu russ«130 . A Castelletto di Roccasparvera ricordano ancora Gian del Giari131 che «con appena tre soste, e nei piedi aveva gli zoccoli slegati, ha portato a spalle un quintale di farina lungo due ore di mulattiera in salita». L’erbu ’dla cucagna132 era una delle tante occasioni di confronto tra i giovani, era una gara di forza e di abilità, era purtroppo anche una fabbrica di sciancati. Nelle comunità contadine fiorivano le scommesse più insensate: bere dieci litri di vino uno dopo l’altro, ingurgitare ventiquattro uova fresche... Tutto il mondo è paese. I miei alpini del battaglione Tirano, valtellinesi e bergamaschi, mangiavano le rane vive, mangiavano il vetro dei bicchieri! 128 129

Dalmazzo Giraudo, detto Maciu dei Mau, di Vignuolo. A gerle.

130 «È più forte di un larice rosso» (testimonianza di Margherita Gerbino). 131 Giovanni Occelli, classe 1903, di Tetto Giari (testimonianza di Giuseppe Guerra). 132 L’albero della cuccagna.

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Esistevano le comunità litigiose e le comunità calme. Una delle molle che faceva scattare le liti, era la roba. Si litigava per un passaggio, per un muro in comune, per un confine, per la gallina che razzolava nel campo del vicino. Le donne «tastavano» la gallina che doveva fare l’uovo, la tenevano d’occhio per evitare che andasse a posare l’uovo in casa di altri. Le uova che sfuggivano al controllo, seminate qua e là, provocavano discussioni a non finire. Bernardo Andreis, della borgata Rainero di Marmora, mi parla del forno che serviva l’intera comunità. Funzionava quaranta giorni di fila, cuoceva ’l pan ’d sel per tutto l’anno, ed erano quaranta giorni di festa, di pace. Ma come si spegneva il forno la gente riprendeva a litigare. «Eh, la gente era arrabbiata a causa della povertà, a causa della miseria: as pignucavu, as ciamavu per giustisia133 . Giursin del Culet, un uomo piccolo e largo, era uno di quelli a cui piacevano le liti. Una volta ha avuto una discussione con l’avvocato contrario, e gli ha detto: “Stia tranquillo che io resisto, io mangio ancora il pane di tre anni fa”. Ma l’avvocato contrario gli ha risposto: “Io invece bevo il vino di tre anni fa”. Era un vanto avere ancora del pane dell’anno prima, oh cuiún, voleva dire che uno ne avanzava del pane, era ricco. Una sera qui nell’osteria hanno litigato per i lavori del bosco, per il legname. Sul tavolo c’era una lampada a petrolio, con un colpo l’hanno buttata per aria, si sono incendiati come torce. Capelli in testa non ne avevano più. Litigavano per cose da niente, andavano a cercare delle cose antiche di cinquant’anni. La sera dell’incendio c’era anche don Biglione, l’aveste visto a scappare... Eh, la gente beveva tanto vino. Uscivano da messa, non parliamo di andare a casa prima dell’indomani, c’era chi si fermava qui anche due o tre giorni a giocare alle carte, a giocare al133

Si picchiavano, si citavano in tribunale.

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la morra134 , roba dell’altro mondo. In questa osteria, alla domenica, c’erano sempre almeno novanta persone. Oh, erano decisi gli uomini di allora. Andavano a lavorare alla legna, su nel bosco, con il fucile. La Finanza e i Carabinieri avevano paura». Pietro Abello, di Stroppo, conferma e completa il discorso di Andreis: «Più o meno la gente di Stroppo era povera. C’era chi aveva due o tre vacche in più, ma anche il ricco viveva come noi, come il povero, e faceva delle grandi economie per portare i soldi alla Posta. Eh, la gente aveva i soldi in testa, non Gesù Cristo! Il montanaro che portava a vendere un vitello o una capra poi andava all’osteria. Aveva quattro soldi in tasca, offriva da bere a tutti, non pensava più a fare le economie, il vino gli dava coraggio: “Vieni qui che pago io”, offriva da bere a tutti. Dopo un po’ non si riconoscevano più l’uno con l’altro, erano bevuti, e allora litigavano per delle cose da niente, per un confine, per un passaggio. C’erano delle liti, delle cause, che duravano sei anni. Uno ha perduto la causa in municipio, poi dal pretore a Dronero, poi a Cuneo, poi a Torino, poi in Cassazione. Ha dovuto pagare cinquantaduemila lire, ed è morto di crepacuore. Il padre di mia madre catava le rüse135 a Marmora, a Albaretto Macra. A uno che non sapeva fare i propri interessi lui gli diceva: “Quanto vuoi di quella lite lì?” “Dammi duecento lire”. Lui era d’accordo con gli avvocati di Cuneo, comprava la lite con duecento lire, e ne realizzava magari mille. [...]». Era la veglia la grande occasione degli incontri, il momento in cui la gente riusciva a conversare, a confron134 «Nel giocare alla morra c’era chi si faceva, sanguinare la mano a forza di picchiare il tavolo col pugno. Passavano le notti a giocare alla morra» (testimonianza di Ugo Poggio, di Canosio). 135 Comprava le liti.

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tarsi. I giovani, con l’arrivo dell’inverno, con la stagione morta, incominciavano a girare come trottole, percorrendo magari ore e ore di cammino per frequentare le stalle più ospitali, più allegre. I giovani di Vignolo si caricavano sulle spalle Nét, un bravo suonatore di fisarmonica, poliomielitico. Sapevano che con Nét tutte le stalle si aprivano: «Andavamo in dieci o dodici a prelevarlo, e lo portavamo a spalle anche lontano, anche ai Fioretti, anche a Pragudin. Una sera a Pragudin ci siamo contati trentadue giovani nella stalla ’d Bou a ballare, ragazzi e ragazze, i’eru merase là tüti i giúu«136 . «Nelle stalle la disciplina era rigorosa, con i padri e le madri che fungevano da carabinieri», dicono quasi tutti i testimoni. Gian ’d Barca137 e pochi altri lasciano invece intendere che il sangue giovane aveva le sue pretese, «dovevamo salvare la forma e muovere con prudenza, ma poi presto o tardi si realizzava, si concludeva». Sabino, il più erotico, il più trionfalistico dei testimoni, rincara la dose, giurando che doveva difendersi dalle ragazze tanto erano possessive, vogliose. Che il sangue giovane avesse le sue pretese non c’è dubbio. Ma i freni esistevano, e scattavano al momento giusto perché la paura era tremenda. La ragazza che inciampava, che restava incinta, perdeva ogni reputazione, e non aveva molte scelte: o ricorreva alle solite praticone, o emigrava, o cercava il suicidio. Le comunità erano spietate, erano severissime nei confronti delle «ragazze madri». Nella migliore delle ipotesi la «ragazza madre» poteva trovare un vedovo che la sposasse. Dai pulpiti i parroci infierivano, indicavano le «pecorelle smarrite» con tanto di nome e cognome. Era breve la strada tra la campagna povera e la prostituzione. Si pensi al mon136 Si erano trasferiti là tutti i giovani (testimonianza di Michele Olivero, detto Chinu di Ulivé, di Cervasca). 137 Giovanni Girando.

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do delle servente, alle bambine di nove-dieci anni «paracadutate» a Cuneo, Torino, Nizza, Tolone, Marsiglia... Anche le donne già fatte, come uscivano dall’isolamento della campagna, incontravano mille insidie. Quando «sbagliavano», quando «cadevano», avevano la prostituzione come alternativa facile. Ecco l’unica testimonianza che affronta il tema delle «ragazze madri», della condizione femminile. La testimone non mi ha chiesto di nascondersi dietro l’anonimo. Ma proprio perché conosco l’ambiente contadino in cui la testimone vive, voglio che la testimonianza non abbia né un nome né un cognome. Dirò soltanto che la testimone ha quarant’anni. «La ragazza di montagna aveva una grande soggezione della verginità. La ragazza di montagna tribolava a cascare, perché aveva il terrore, perché vedeva il sesso come un nemico. Forse era il discorso dei preti, forse erano i genitori che ci mettevano addosso le paure. E poi veniva il disonore, veniva la condanna spietata da parte della comunità. La ragazza che sbagliava era condannata a una vita solitaria, tutti la abbandonavano, tutti la isolavano. Magari continuava a vivere in famiglia, ma era come un peso, come una vergogna da tollerare. Non per niente erano molte le ragazze che preferivano abortire ricorrendo al ferro da calza: si perforavano l’utero, rischiando di morire di infezione o di emorragia; oppure ricorrevano alle solite praticone, o sparivano dalla comunità. Anch’io sono una di quelle, avevo vent’anni quando ho sbagliato. Mi sono sposata in fretta, come fanno in Sicilia, le nozze riparatrici. Oh, non le parlo di cento anni fa, le parlo di venti anni fa... Sono andata a vivere con i suoceri. Mia suocera mi ha fatto pesare il mio errore fino a quando è morta. L’errore l’ha fatto pesare solo a me, non a suo figlio! La gente era severa nei miei confronti, c’era chi mi teneva lontana, chi non mi salutava più, come se fossi stata infetta! Noi donne di montagna eravamo come le capre, non

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eravamo donne. Da giugno a ottobre dovevamo lavorare come bestie per procurarci tutta la roba per il lungo inverno. Le donne di montagna non compravano i figli d’estate, li compravano nell’autunno, ed erano il frutto dell’inverno: nell’inverno l’uomo era sempre lì, era sempre sopra! Con l’estate l’uomo non lo vedevi più, l’uomo era su a la meira, era su al pascolo, ai fieni. Così non poche donne aspettavano i negozianti di vitelli, per andarsi a coricare insieme. Mica tutte le donne, ma una parte delle donne si comportava proprio così. La combinavano di nascosto, salvavano le apparenze, e l’ipocrisia della comunità faceva il resto. La donna era una bestia. Il letto doveva tenerlo, doveva governare la casa e i figli, doveva mungere nella stalla, e poi doveva rastrellare il fieno. La donna lavorava sedici ore al giorno, lavorava di più dell’uomo. Il rapporto intimo si riduceva a un fatto meccanico, senza nessuna affettuosità. L’uomo era il padrone, l’uomo aveva i soldi, l’uomo aveva tutto». Nelle stalle, durante le veglie, le donne filavano la canapa e la lana. Gli uomini conversavano, cantavano, giocavano alle carte. In montagna il gioco delle carte era un passatempo, con i fagioli come fiches, Nelle Langhe non poche delle stalle erano invece bische, con il gioco d’azzardo che prevaleva138 . Nelle veglie la cultura contadina trovava il suo spazio. I narratori di favole e di aneddoti, i lettori dei romanzi di appendice, erano contesi perché davano lustro alle stalle, alle veglie. Ma il discorso più corale, più avvincente, che passava nelle stalle, era quello delle masche. Altroché 138 Un discorso a sé è quello delle veglie della notte dei Santi. Nella zona di Monsola la gente raccolta in vià recitava il rosario. Poi mangiava le barote, le castagne bollite. Ma una parte delle barote doveva restare sul tavolo l’intera notte, a disposizione dei morti. L’indomani la sveglia era anticipata, coal i morti potevano occupare i letti e i giacigli dei vivi.

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i racconti di guerra! Le paure della guerra erano paure lontane, precise, logiche: le paure delle masche erano invece sempre lì, in casa, attuali e misteriose. Ho raccolto moltissime storie delle masche, tutte diverse e tutte uguali, tutte intessute con i soliti ingredienti, con i soliti simboli. Sono riuscito a intervistare quattro o cinque masche, forse le ultime superstiti: donne semplici, candide, povere; donne che hanno subito da sempre ogni sorta di umiliazioni, ogni sorta di persecuzioni, quando non sono state anche picchiate a sangue. Quando la religione e la superstizione si mischiano, si confondono, la strada che porta ai roghi diventa breve. E la nostra campagna povera era terra di falò, di roghi! Vedevano le masche i contadini che nel pieno della notte tornavano dall’osteria; vedevano le masche gli ubriachi, i malati di esaurimento nervoso, i denutriti, gli ingenui, i bigotti. Le masche erano il male, le masche sapevano leggere, le masche «lavoravano di fisica» e distribuivano il malocchio. Tutte le sventure – la malattia, la disgrazia, il bambino che perdeva un occhio, la mucca che perdeva il latte – venivano addebitate alle masche e ai mascun. Giuseppina Giordanengo mi dice: «Avevamo una paura santa delle masche. Vedevamo le masche anche se non esistevano. C’erano delle donne che entravano nelle case dove le ragazze dormivano, quelle donne tagliavano le trecce alle ragazze, per venderle, Le trecce valevano dei soldi. E poi si dava la colpa alle masche, si diceva che era ’l mascot che tagliava le trecce, che rubava i capelli». Tra gli scongiuri, la croce: disegnando una croce sulla porta della masca si neutralizzava il malocchio, si metteva in pena la masca. Il fuoco, che tra gli scongiuri che purificano è giudicato il più efficace, altro non è che l’edizione addomesticata del rogo: non potendo arrostire le masche si fanno bollire gli abiti delle persone «ammascate», si arroventano le catene degli animali colpiti dal malocchio, così è la masca che bolle, che arde, che soffre.

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Posso dire che quasi tutti i miei interlocutori anziani e vecchi hanno creduto e credono ancora nelle masche. A tutti ho chiesto se il prete osteggiava il discorso delle masche. I più mi hanno risposto che il prete combatteva e vinceva le masche praticando gli esorcismi, e quindi credeva nelle masche. Una cosa è comunque certa: anche i preti che non credevano nelle masche ne favorivano il discorso, incentivando la superstizione. Le masche erano il male, erano i diavolo: la chiesa e il prete erano invece il bene, erano il Dio in terra. Prosperava così l’industria dell’esorcismo, una truffa che cresceva sull’ignoranza, una truffa che procurando prestigio alla chiesa e un discreto cespite economico alle parrocchie, confermava che le masche esistevano. Sul discorso delle masche speculavano i furbi, i filibustieri, i buontemponi139 . Il clero e le comunità contadine: ecco uno dei «grandi temi» che le testimonianze toccano appena. Esistevano i preti validi e i preti non validi, i preti colti e i preti ignoranti. Il prete valido era un grande personaggio, e lavorava in terra di missione: era maestro, medico, pastore di anime, era un uomo povero tra i poveri. Le comunità li ricordano i preti giusti, i preti buoni. Al Malandré ricordano don Massa, con venerazione. Dopo vent’anni dalla sua morte i contadini del Malandré continuano a regalare il loro «voto» alla Democrazia Cristiana proprio nel ricordo di don Massa! A San Pietro del Gallo, frazione di Cuneo, venerano don Brondello, l’ex cappella139 Il discorso delle masche era della «bassa forza», era della gente contadina. Anche la borghesia aveva le sue masche, le sue paure, ma le amministrava in altro modo. All’inizio del secolo, in Vignolo, viveva un personaggio abbastanza famoso, lo «spiritista», un personaggio non temuto dalla gente contadina, che anzi lo guardava con rispetto. «A cercare lo “spiritista” arrivavano da Cuneo e da altre parti i signori in carrozza. Nessuno di Vignolo pensava che lo “spiritista” fosse una masca (testimonianza di Dalmazzo Giraudo).

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no militare della guerra del ’15, «un buon prete, un bravo medico140 che concedeva ai poveri più di quanto non chiedeva. Don Brondello possedeva soltanto una bicicletta, e quando è morto quella bicicletta era vecchia come lui, perdeva i pezzi»141 . Le comunità ricordano anche i preti sbagliati, i preti troppo esosi, i preti alcolizzati, i preti lazzaroni: «I preti solo in chiesa». Ricordano i preti erotici, che approfittavano delle ragazze, «che erano troppo lesti con le donne». Alcuni dei preti erotici sono finiti male, ammazzati: un ruzzolone dall’alto di un sentiero di montagna, e l’omicidio diventava disgrazia! All’inizio del secolo i preti erano così numerosi che i vescovi riuscivano a stento a collocarli. I vescovi inventavano sempre nuovi incarichi, sempre nuove cappellanie, ma gli organici del clero risultavano irrimediabilmente straboccanti. In un paesino delle Langhe vivevano undici preti: il parroco, i due curati, e otto preti disoccupati. I preti senza impiego organizzavano bevute e pranzi a non finire: trascorrevano le notti giocando a tarocchi e schiamazzando. La gente li giudicava severamente, li spiava. Pianté ’n clero voleva dire fare chiasso, organizzare una bisboccia: pianté ’n clero era un po’ l’equivalente ’d bati la catolica. In un altro paesino delle Langhe, dove si contava un prete ogni venti abitanti, il parroco entrò in crisi perché doveva fornire troppo vino da messa ai suoi preti disoccupati:»Usano il vino da messa, per organizzare abbondanti libagioni», scrisse quel parroco al vescovo di Alba. Il livello morale e intellettuale di non pochi preti era modesto, così l’anticlericalismo più acido, più fe140 Negli anni della guerra del ’15 i cappellani militari, vivendo negli ospedali, un po’ avevano imparato il mestiere del medico e del chirurgo. 141 Testimonianza di Giovan Battista Fantino, nato a Cuneo, frazione San Pietro del Gallo, classe 1905, trebbiatore.

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roce, trovava mille spunti per prosperare142 . Erano troppe le vocazioni sbagliate. Molte famiglie contadine volevano almeno un figlio prete, e la spinta era in questa frase, più ricca di motivazioni pratiche che spirituali: «Fate prèivi, che stas bin d’anima e ’d corp»143 . Tutta la carta stampata che circolava nell’ambiente rurale proveniva dalle parrocchie, un po’ come succede ancora oggi. Il tema «lavoro» è scritto sul viso cotto del contadino, è scritto sulle sue mani larghe, di cuoio. Il contadino che lavorava da un sole all’altro non moriva di fame, ma non alzava la testa. L’emigrazione era l’unica via di scampo, l’unica strada della speranza, l’unica scelta di civiltà di cui il contadino povero disponeva. Le montagne che ci separano dalla Francia era come se non esistessero. Emigravano i contadini della pianura, della montagna, delle Langhe. «Chi non emigrava non era gente», sentenzia Michele Giuseppe Luchese, di Roccasparvera. Ogni autunno, dopo il raccolto delle castagne, le valli erano percorse dalle lunghe file degli emigranti stagionali in cammino verso il confine, verso la Francia. Dall’alta Valle Varaita emigravano le famiglie al completo: si portavano al seguito i neonati, nelle culle, come in un trasloco da una casa all’altra. La Francia ci sopravvanzava di almeno cinquant’anni in fatto di progresso, di benessere: in Francia l’industria era florida e l’agricoltura avanzata. Nel 1910 un contadino di Barbaresco144 , da Tolone scrive al padre, e gli descrive la macchina favolosa che realizza gli scassi: «Qui nelle vigne ci sono due grossi argani che tirano un grosso 142 È dopo la guerra del ’15 che la zavorra diminuisce, che il livello morale e intellettuale del clero migliora. 143 Fatti prete, che stai bene di anima e di corpo. 144 Pietro Mosso, detto Boba, nato a Barbaresco, classe 1887.

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aratro, nen sempre cavé, cavé145 gli scassi vengono fatti a macchina, così in pochi giorni la vigna è pronta per l’impianto». Subito il padre risponde al figlio, gli dice: «Io qui non ne parlo con nessuno della macchina che fabbrica gli scassi. E tu, quando farai ritorno a Barbaresco, cerca poi di non dire a nessuno quanto hai visto. La gente non ti crederebbe, e diventeremmo solo la favola del paese». Nelle campagne del Nizzardo i padroni invitano i nostri contadini a non raccontare le storie delle masche: «Sono soltanto stupidaggini, noi non vogliamo che spaventiate i nostri figli». La Francia ha fame di mano d’opera capace e rassegnata, ha fame di mano d’opera artigiana, operaia, contadina. Padre e figlio che emigrano in Francia con un mestiere artigiano, con un mestiere da sellaio o da bottaio, in cinque mesi di lavoro e di economie incredibili riescono a risparmiare quanto occorre per acquistare una vacca. Le paghe contadine e operaie sono modeste. Niente libretti di lavoro, niente assicurazioni sociali. Nelle miniere chi muore, muore. Ma il contrasto tra la miseria del Piemonte146 e il benessere della Francia invita a ben sperare. Non poca dell’emigrazione stagionale tende a trasformarsi in permanente, sono migliaia i cuneesi che scelgono la Francia come unica patria. Emigrano anche i bambini, scappano da casa tanto hanno nel sangue il discorso del lavoro, dei soldi, della Francia. Bertu del Düca147 ha dodici anni quando scappa da casa e raggiunge la «perriera»148 di Nizza. Lavora alcuni mesi, e poi fa ritorno a San Michele di Cervasca. Non sempre zappare, zappare. I testimoni non nominano mai l’Italia. L’Italia è il Piemonte. 147 Bartolomeo Ristorto. 148 Cava di gesso, dove lavoravano molti contadini di Vignolo e di Cervasca. 145 146

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Come si avvicina al cortile di casa, come intravvede la nonna minacciosa che lo attende al varco, Bertu le muove incontro ostentando sul palmo della mano una moneta, tutti i suoi risparmi. «Beh! L’as vagnà ’d pí ti che ’n preve»149 , gli dice la nonna, che intasca le poche lire e lo perdona. «Se volevamo vedere come erano fatti i soldi dovevamo andare in Francia», dicono tutti i miei testimoni. Anche il flusso verso le Americhe era notevole. Il contadino che emigrava in Argentina si ambientava facilmente: riusciva a capire «la lingua della Castiglia», riusciva a comunicare, a farsi intendere. Il contadino che emigrava negli Stati Uniti incontrava invece delle difficoltà enormi. Bastava un attimo di disperazione, di coraggio, di ribellione, perché nell’animo del contadino scattasse la molla dell’America. Bastava una disgrazia, una tempesta, e la risposta era immediata. Il contadino non analizzava preventivamente le difficoltà che avrebbe incontrato. Sapeva che nel Nuovo Messico o in California il lavoro non mancava, era il mito dell’America che lo spingeva a rischiare, ad andare allo sbaraglio. «L’agenzia» gli risolveva tutti i problemi burocratici, lo assisteva fino al momento dell’imbarco. Poi il viaggio che non finiva più, le bigatere150 sotto il livello dell’acqua, il rancio servito nei gavettini come ai soldati. A Napoli l’incontro con i «terroni», con gli emigranti del meridione, «gente ancora più povera di noi, gente che mangiava tanto e sempre, e poi vomitava». A Palermo l’incontro con gli emigranti algerini, marocchini, turchi, e la scoperta che «al mondo siamo tutti uguali, tutti di carne e ossa, i cristiani e i non cristiani, i neri e i bianchi». Era dai sola dell’Albese Beh! Hai guadagnato più tu che un prete. Le cuccette a ripiani, come gli assi dei bigat, come il «castello» per i bachi da seta. 149 150

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che il nostro emigrante doveva guardarsi: i sola si pagavano le spese del viaggio cercando i foi da plé, i patiti del gioco d’azzardo. A New York la visita medica, i «non idonei» segnati sulla schiena con il gesso, «con un marchio come le pecore». Attorno al porto era tutto un fiorire di trattorie piemontesi, sarde, venete, calabresi, siciliane, così l’emigrante trovava subito la trattoria giusta, dove i padroni lo accoglievano parlandogli in piemontese o in patois, dove magari gli offrivano un piatto di polenta e coniglio. Era in questa trattoria amica che arrivavano le offerte di lavoro: telefonavano da lontano, dalle miniere del Washington o dell’Oklahoma, e cercavano un po’ di gente in gamba, una trentina di piemontesi. L’emigrante non ci pensava su due volte, rinunciava subito al Nuovo Messico o alla California, accettava al volo la nuova offerta di lavoro. L’indomani era già nella stazione ferroviaria, tra la selva dei binari, come un sordomuto. Si metteva nel nastro del cappello il biglietto del treno, così i ferrovieri «leggevano» e gli indicavano il binario giusto. Tre giorni e tre notti di viaggio, poi l’arrivo in un villaggio squallido, di baracche. Poche ore per ambientarsi, l’incontro con il paesano di Valdieri o di Rittana, la riconferma che «il mondo è proprio piccolo». Poi la vita sul fondo di una miniera, guadagnando una paga favolosa, tre dollari tutti i giorni dell’anno. Niente «libretti di lavoro», niente «assicurazioni sociali». «Anche negli Stati Uniti chi muore, muore, e il lavoro continua». Saranno le guerre a tagliare le strade dell’emigrazione, la «piccola guerra» di Libia prima, la «grande guerra» poi. Il contadino non ha mai avuto il culto dei papé, delle carte. Ma alcuni documenti li ha salvati e li salva dalla dispersione. Nei piccoli «archivi familiari», nelle scatole di latta e di cartone, conserva tutti i documenti in «carta da bollo», tutti i documenti che parlano di roba,

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di soldi: la copia della delega rilasciata cinquant’anni fa al commercialista151 ; i contratti dei fardel, i testamenti, le bollette delle imposte, le volture. Ma in questi «archivi» di famiglia, sono sempre i documenti militari i più numerosi: la corrispondenza di guerra dei padri e dei figli, le copie dei «fogli matricolari», i brevetti di «tiratore scelto», i fogli del congedo, le pratiche delle pensioni di guerra mai realizzate... In certi «archivi familiari» ho rintracciato addirittura la documentazione dei nonu e dei nunun152 : i diplomi della «Medaglia commemorativa delle guerre combattute per l’Indipendenza e l’Unità d’Italia»; i contratti del «congedo assoluto per surrogazione»; i «regolamenti di disciplina militare» del 1840 e del 1859. In tutte le case contadine esiste almeno un segno della vita militare, delle guerre antiche o recenti. In molte case contadine il segno è la fotografia di un Caduto. Non si può parlare del mondo contadino ignorando le guerre. Le guerre erano la maledizione perenne, le guerre erano peggiori della tempesta. La guerra di Libia coinvolge centinaia di contadini del Cuneese. Altroché «Tripoli bel suol d’amore...». Guai a chi tocca! Batí ’dla Lüba153 , soldato di cavalleria, nel 1912 è nella bassa padana a fronteggiare gli s-ciavandé154 che scioperano, a proteggere i «crumiri» che arrivano con le tradotte dal Veneto. Mentre svolge questo ingrato compito di polizia, Batí ’dla Lüba incomincia a capire che il «dovere del soldato» è una formula di comodo inventata dai padroni, dalle classi dominanti. Ma all’improvviso lo 151 Le deleghe degli anni trenta, relative alla Banca Cassin, al Piccolo Credito, alle varie banche fallite. 152 Nonni e bisnonni. 153 Giovanni Battista Comba, nato a Vignolo, classe 1882. 154 I braccianti.

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trasferiscono a Napoli, lo imbarcano come un baule, e lo mandano a mangiare la sabbia dell’Africa. I moru ricoperti di mosche e di piaghe, i moru selvaggi, depravati; le donne sifilitiche, «impestate», che mostrano tutto dando spettacolo; la sabbia nelle gavette, nelle marmitte del rancio, negli occhi, nell’aria che si respirava; la sete tremenda; i beduini massacrati a migliaia dai nostri alleati, dagli ascari: ecco che cosa è rimasto di questa «pagina di gloria» nei ricordi sfuocati dei miei testimoni. Sulle lapidi che ricordano i nostri «Caduti di tutte le guerre» lo spazio dedicato ai morti di Libia è breve. Non per niente l’espressione popolare «ses pí fol che la guera ’d Libia»155 è più bonaria che blasfema. «Una guerra stupida», ecco la sintesi storica realizzata dagli «umili». La guerra del ’15 non è più una guerra stupida, ma un terremoto che sconvolge nel profondo l’intera società contadina. Con la guerra del ’15 anche i mulse156 , anche i «riformati», diventano «abili», diventano «idonei» come carne da cannone. Il contadino non crede nei «sacri destini della Patria», non capisce gli avvenimenti che stanno bruciando l’Europa. «Il dovere» è l’unico imperativo che la Patria gli appiccica frettolosamente sull’uniforme. I tempi sono brevi la guerra è guerra, quel che conta e disporre di un «materiale umano» che subisca, che si pieghi, che accetti comunque di andare al massacro. Sarà poi la vita di linea, sarà poi la vita al fronte che farà scattare le molle della rabbia e dell’emulazione. Nel vivo del combattimento le armi spareranno da sole. Ci saranno i compagni da vendicare, ci saranno le «licenze premio» e le medaglie, crescerà il cosiddetto «spirito di corpo», la concor155 156

«Sei più stupido della guerra di Libia». Gli smilzi (i fragili).

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renza tra gli alpini e la «buffa»157 . Nascerà anche il mito del valore. «L’autolesionismo velleitario» diventa ben presto un fenomeno di massa. «L’autolesionismo autentico» nasce invece dopo i primi massacri. Se pensiamo che lo Stato, da sempre, si ricordava della gente contadina solo e soltanto quando gli tornava comodo, non dobbiamo né scandalizzarci né indignarci di fronte al grande fenomeno dell’«autolesionismo autentico»: l’autolesionismo è un fenomeno scontato, è una risposta irrazionale finché si vuole, ma non certo meno indegna degli «esoneri» arraffati dalla folla dei privilegiati, dalla folla dei «borghesi» imboscati. Gli autolesionisti si sottopongono alle torture più incredibili. Le due gocce di acido muriatico nelle orecchie, l’iniezione di petrolio nella spina dorsale, sono casi limite. Ma si contano a migliaia gli «sdentati», i contadini che bevono infusi diabolici di tabacco e di paglia, che ricorrono alle erbe micidiali, che si procurano mali passeggeri e mali gravi. C’è chi sbaglia le dosi e muore a casa. «Dei bei gesti i giovani li hanno fatti pur di non andare in guerra», dicono i miei testimoni. Negli anni 1915-18 i contadini imparano la topografia di alcune zone dell’Italia. Un po’ imparano anche la geografia dell’Europa. I miei testimoni, i miei cavalieri di Vittorio Veneto, sanno tutto del Friuli, del Trentino, del Carso. Ricordano i paesi, i villaggi, i fiumi, i torrenti, le mulattiere, le montagne. Ricordano le trincee piene di neve e di fango, e il rancio marcio, e la «torreggiana»158 che un po’ coloriva i «tubi» pallidi. Ricordano i massacri inutili, gli assalti bestiali all’arma bianca. Ricordano la 157 Termine dispregiativo, che fa parte del gergo degli alpini. La «buffa» è la fanteria, cioè tutte le specialità della fanteria meno gli alpini! 158 Una specie di ragù, confezionato in scatola, con cui si condivano i maccheroni («tubi»).

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«morale» degli ufficiali, le solite prediche intessute di retorica, di «Patria» e di «guerra santa». Alcuni dei testimoni rivivono le partenze dei «reparti complementi»159 da Dronero: le compagnie di alpini che nel buio attraversavano il paese e raggiungevano la stazione ferroviaria, il colonnello Gattone che regolarmente tentava di rivolgere ai partenti alcune parole di commiato, la rabbia che esplodeva nei vagoni bestiame! Antonio Martini, detto Toni ’d Petu ’d Toni, nato a Vignolo, classe 1898 – che vivrà le battaglie del Monte Rombon e del Monte Canin, e conoscerà una durissima prigionia a Mauthausen, nei Carpazi, e in Galizia – è uno dei tanti che hanno conosciuto il colonnello Gattone. Ecco, nel racconto di Antonio Martini, la partenza di un «reparto complementi» da Dronero: «Quando Vittorio mi ha chiamato, sono andato a servire Vittorio! Ho pensato: “Vado alla guerra, so mica se torno ancora a casa...” Io ero ricco a casa, ricco lavorando: mi guadagnavo il pane, beh, vero o no? E andavo alla guerra? Ad andare alla guerra piangevo come un bambino. Mio padre da soldato era stato nei corazzieri, quelli del crok a Novara, mio padre era l’uomo più alto di Vignolo. Mio padre mi dice: “E porte bin, se no l’has pöi pí da veni a cà”. Eh, miracu!160 . Tanti si facevano togliere i denti, un altro faceva lo zoppo. Io no, io non ho fatto niente. Dei miei amici nemmeno uno che voleva fare la guerra, c’erano perfino dei preti tra noi soldati, e degli studenti, nemmeno uno che voleva fare la guerra. A Dronero ci vestono. Dopo due giorni la partenza. La mia compagnia è la 19a, il mio comandante è il capitano Gaj. Sono le quattro del mattino quando nel cortile della caserma il colonnello Gattone ci dice: “Mi raccomando, il massimo silenReparti che andavano a rinsanguare i battaglioni al fronte. «E comportati bene, se no hai poi solo da non tornare più a casa». Eh, miracolo. 159 160

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zio attraversando il paese”. Ma come usciamo dalla caserma tutta la gente di Dronero è alle finestre. Di noi chi canta, chi piange, tutta la gente dalle finestre che ci saluta ad alta voce e con il fazzoletto. Alla stazione il colonnello Gattone si mette sul marciapiede, proprio di fronte ai nostri carri bestiame, e alle spalle ha la vetrata del caffè, del bar della stazione. “Ragazzi, – grida Gattone, – ragazzi, andate al fronte. Fate i valorosi, combattete...” Io avevo visto che molti dei miei compagni avevano raccolto dei rucas, delle pietre, e se le erano messe in tasca o da altre parti. Basta... Come Gattone ha detto quelle parole dai vagoni sono partite le pietre, Cristu alé, io non so se lo hanno colpito in testa, hanno rotto tutti i vetri della stazione, Gattone è scappato nel caffè, si è salvato,se no Gatun lu masavu, lu masavu, lu masavu...161 . Gatun spediva noi ai fronte, che facessimo i valorosi... Eh, una cosa così! Intanto il treno è partito. Per un mese non abbiamo più preso un soldo di cinquina, eravamo al fronte, in trincea, e abbiamo dovuto pagare tutti i vetri rotti della stazione di Dronero, Mah... Ecco qui le mie decorazioni, la mia croce di guerra, le mie medaglie. E devo ancora prendere quella di Vittorio Veneto, se me la dànno: perché io sono stato prigioniero e non me la dànno, se io ero a Torino o a Milano invece che sul Rombon e sul Canin allora me l’avrebbero già data l’onorificenza di Vittorio Veneto. Sul Rombon c’eravamo in dodici di Vignolo, ci siamo ancora io e Gianot vivi, i’autri tüti caputà«162 . Anche Giuseppe Giachino, detto Pinotu ’d Bnot, nato a La Morra, classe 1895, conserva un ricordo preciso della sua partenza per il fronte: «Sono partito piangendo, sono partito con un fagotto sotto le ascelle, e nel fagotto avevo un fazzoletto e un paio di calze. Lasciavo mia madre sola con sei figli da allevare. Lungo la strada 161 162

Se no, Gattone lo ammazzavano. Gli altri tutti cappottati (tutti morti).

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della Fontanazza passavo nelle case: tutti mi chiamavano per salutarmi e per offrirmi un bicchiere di vino, così alla fine ero un pochino brillo, ero diventato allegro. Dopo una notte di baldoria trascorsa con gli amici a Rivalta ho poi raggiunto Monte Fior, verso l’altipiano di Asiago...»163 . Mauro Bruno, nato a Rittana, Tetto Bergia, classe 1897, riesce a dire tutto della guerra con queste poche frasi: «In guerra degli ufficiali ne moriva uno su dieci: dei soldati ne morivano novanta su cento, era questa la percentuale. Studenti con noi non ce n’era quasi nessuno, se sapevano solo un po’ a scrivere erano nei comandi, nelle furerie. Il nostro capitano ci diceva che occorrevano sette soldati nelle retrovie per sostenere un soldato in prima linea. [...]. Io in guerra non ho mai pianto per la paura, ma ho pianto per la gran sporcizia che avevo addosso, il mio corpo era tutto una crosta. Tredici mesi quasi senza mettere la testa alla sosta164 , sempre in prima linea. Eh, la Patria... Eh, la guerra... Io lo ricordo il Rombon! Mah... Per gli ufficiali la cosa era diversa, il sottotenente voleva passare tenente, e il tenente capitano. Ma il povero soldato...» Pasquale Roggero nel 1916 è sul Carso. Ottiene la sospirata licenza, raggiunge la sua famiglia a Rivalta. Quindici giorni, poi il fratello Minot attacca il cavallo al biroccio e accompagna Pasquale a Bra, alla stazione ferroviaria. Ma come Pasquale vede i binari si rifiuta di partire. Scappa, rientra a Rivalta «ancora prima del cavallo». L’indomani la stessa storia, «mi vad a la mort, mi vad a la mort«165 continua a dire Pasquale a Minot. 163 Dal «Giornalino» della terza classe delle Scuole Elementari di Barolo, dicembre 1975: La guerra ’15-18, interviste. Insegnante: Franca Mascarello. 164 Al riparo (al coperto). 165 «Io vado alla morte...».

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Poi si decide, sale sul treno, ma come il treno muove salta giù dall’altra parte, prende per i campi, e ancora una volta ritorna a Rivalta. Il terzo giorno chiede e ottiene che Minot non lo accompagni più alla stazione, lascia intendere che così il distacco gli riuscirà più facile. Raggiunge la stazione di Bra, ma non sale nemmeno sul treno. Non torna a casa. Si nasconde in campagna, presso gli amici di Rivalta, così i suoi familiari non si disperano, non lo pensano fucilato, lo credono di nuovo al fronte. Ritornerà sul Carso dopo quarantasette giorni, e la passerà liscia. Il suo reparto era stato decimato, imperava il disordine, la confusione. L’episodio di Pasquale Roggero dice quanto fosse breve il passo verso la diserzione: dice inoltre che il nostro contadino-soldato, prima di disertare, ci pensava su mille volte. Non esiste un censimento dei Cuneesi che si diedero alla macchia. Furono comunque pochi, forse un migliaio166 . Nel 1917 quindici disertori armati vivevano alla macchia nell’alta Langa, i’eru ’n ti rian167 , organizzati come una banda. Riuscivano a sopravvivere perché la popola166 I militari denunciati come disertori perché residenti in Francia o nelle Americhe, o perché raggiunsero i reparti con qualche ora o qualche giorno di ritardo, furono parecchie migliaia. Numerosi gli sbandati di Caporetto che vennero denunciati come disertori e poi vennero assolti. «Se non mi fermavano a Reggio Emilia correvo fino a Reggio Calabria», dice uno dei testimoni. Questi i dati risultanti da una ricerca condotta dal colonnello Chiaffredo Rabo presso l’Archivio di Stato di Cuneo (Ruoli della classe 1893, tremila militari appartenenti al Distretto Militare di Cuneo): su oltre duecento soldati denunciati ai Tribunali Militari, ne risultano condannati centocinquanta, di cui sette per codardia, centosedici per diserzione, ventisette per reati vari (insubordinazione, rifiuto di obbedienza, furto, rissa, ecc.). La maggior parte dei condannati usufruì delle amnistie del dopoguerra. 167 Erano (nascosti) nei rian (nei valloni).

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zione li aiutava con l’omertà. Offrivano le loro braccia preziose alle famiglie contadine, alle donne che avevano i mariti al fronte. Comparivano e scomparivano di continuo tra il Belbo e il Bormida. I carabinieri ogni tanto riuscivano a localizzarli, ma non li affrontavano mai: «I carabinieri percorrevano sempre la strada lunga, mai le scorciatoie», i carabinieri non cercavano il confronto armato. Il gruppo entrò in crisi quando uno dei componenti della banda violentò e poi uccise una ragazza. Allora la popolazione voltò le spalle alla banda dei disertori, e il gruppo fu costretto a sbandarsi, a sparire dalla zona. Ma l’autolesionismo e la diserzione non sono che i due risvolti più vistosi del grande dramma. Dai racconti dei miei testimoni esce un discorso molto più importante, esce la conferma che non è mai esistita una sola Patria, una sola Italia! A un vecchio contadino, venerato dall’Associazione Nazionale Alpini, ho chiesto che cosa era per lui la Patria quando stava combattendo sull’Ortigara. Mi ha risposto con un cristu pieno di rabbia, con un pugno sul tavolo, e con questa frase: «La mia patria era la licenza, la famiglia, la casa». Nella guerra 1915-18 gli interventisti, gli entusiasti, erano tanti. Ma appartenevano quasi tutti alla borghesia, alle classi cosiddette colte. L’onorevole Alessandro Scotti, uno dei capi del partito dei Contadini d’Italia, rivive con queste parole i giorni del suo «maggio radioso»: «Ero interventista, ero un sottotenente degli alpini. Appartenevo a una famiglia di patrioti. Mio padre era stato bersagliere con La Marmora e poi con Cialdini; un mio fratello aveva preso parte alla guerra d’Africa del 1896. Il mio insegnante elementare, il maestro Camera, era un maestro risorgimentale. Questo l’ambiente in cui ero stato allevato. Quando sono partito per il fronte mio padre mi ha detto: “Io sono arrivato fino all’Isonzo, tocca a te

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andare oltre”. Il mio sogno era di conquistare Trento e Trieste». Non metto certo in discussione gli ideali patriottici dell’allora sottotenente Alessandro Scotti. Ma mi chiedo: quanti dei suoi soldati, quanti dei suoi contadini in divisa, erano interventisti, erano entusiasti della guerra? Con Momenti della vita di guerra168 Adolfo Omodeo ci ha restituito il testamento degli «eletti», il testamento del fior fiore della borghesia italiana: pagine fondamentali per chi intenda calarsi nella realtà di allora, e ritrovare i sentimenti, gli entusiasmi, le delusioni dei «figli del Risorgimento». Ma con Momenti della vita di guerra Adolfo Omodeo ha scritto per chi sa leggere tra le righe anche l’altra storia, la storia degli «umili», la storia con la «s» minuscola. Leggendo le pagine dell’Omodeo basterà infatti ricordare che nei massacri morivano un ufficiale, un «colto», e almeno cinquanta soldati, cinquanta «non colti». Se nelle pagine dell’Omodeo il discorso degli «umili» è nelle cose non dette, nel diario di guerra di Giuseppe Garrone169 è invece in questo grido pieno di rabbia, in questa frase stringata come una sentenza: «Che cosa si può pretendere dal soldato, il solo che dia veramente tutto...». Anche gli entusiasti, anche gli «eletti», dopo anni di vita al fronte, dove il soldato marciva nelle trincee, incominciavano a capire, incominciavano a cercare una risposta ai dubbi, alle prime ombre della crisi morale che inesorabilmente cresceva. I migliori questa rispo168 ADOLFO OMODEO, Momenti della vita di guerra, Itutroduzione di Alessandro Galante Garrone, Einaudi, Torino 1968. 169 GIUSEPPE e EUGENIO GARRONE, Lettere e diari di guerra: 1914-1918, Introduzione di Alessandro Galante Garrone, Garzanti, Milano 1974.

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sta la trovavano nell’abnegazione spinta fino al sacrificio estremo. Il Prefascismo, le ultime competizioni elettorali, l’avvento del fascismo nelle campagne, il fascismo del «ventennio», sono già temi troppo politici, troppo impegnativi per il contadino spoliticizzato. «Della politica ne capivamo poco o niente, – dicono in coro i miei testimoni, – la nostra politica era il lavoro e basta». Altroché ritrovare nel Cuneese l’antica tradizione liberale! È già tanto se i testimoni spoliticizzati ricordano i nomi di Giolitti, Soleri, Galimberti, Curreno Calissano. Ricordano i nomi dei galoppini locali, e mi parlano delle scodelle di trippa, delle solite deleghe rilasciate in bianco. Magari mitizzano Giolitti, «il galantuomo che non voleva la guerra del ’15». Ma non vanno oltre con i loro ricordi. Sono i rari testimoni politicizzati – i socialisti e i comunisti di ieri e di oggi, i Martinengo, i Mascarello, i Bassignana, i Bruno, i Cane – che invece ricordano tutto: quando mi parlano del prefascismo rivivono quel momento storico, rivivono le antiche battaglie elettorali, e mi recitano i lontani messaggi di Paolino e di Roberto170 , quei messaggi che invitavano alla speranza e alla ribellione. L’avvento del fascismo nelle campagne è una delle pagine ancora da scoprire. Ma non basterà scavare nel mondo contadino, dove le testimonianze sono ormai vaghe, inconsistenti. Per ricostruire, sia pure per grandi linee, quel momento storico, occorreranno le testimonianze di chi viveva la politica, di chi era protagonista. Negli anni 1920-22 il fascismo, striminzito e organizzato perlopiù da «forestieri», da gente «importata», ri170 Stefano Paolino, nato a Niella Tanaro, classe 1885, parlamentare socialista, eletto nel 1919. Riccardo Roberto, nato ad Alba, classe 1879, avvocato, parlamentare socialista, eletto nel 1919. Poi nel 1921 con il Pci.

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volge subito la sua azione squadristica contro le fragili organizzazioni operaie. Bra, Fossano, Savigliano, Saluzzo, Mondovì, Alba, diventano i principali obiettivi, i principali nodi da sciogliere. Il fascismo della «prima ora» ignora quasi il mare immenso della campagna povera: la campagna, stremata dalla guerra, scremata dei suoi uomini migliori, cadrà da sola! Ecco alcuni esempi della tattica scelta dai vari Sciavicco e Ponzinibio171 , una tattica che tende a coinvolgere le masse degli ex combattenti, una tattica di provocazione 171 Carlo Sciavicco, comandante della «Coorte» di Cuneo. Lino Ponzinibio, nato a Bussoleno (Torino), «squadrista», «marcia su Roma», «sciarpa littorio», «membro del direttorio e capo degli squadristi cuneesi». Nella seconda guerra mondiale, prigioniero in Urss, decorato con la medaglia d’oro al valor militare. È forse istruttivo aggiornare un attimo il discorso sul fascismo, e constatare come le vecchie mummie fasciste si infilino ancora oggi nelle caserme, mettendo sull’attenti anche i generali. Nel 1975, nel trentesimo della Liberazione, l’autorità militare decide di dedicare un cippo alla memoria dell’eroe della Resistenza Ignazio Vian, sottotenente degli alpini, impiccato a Torino, in corso Vinzaglio, nel luglio 1944. La cerimonia avviene in Cuneo, il 18 febbraio, nella caserma che porta il nome di Ignazio Vian. Sono presenti i congiunti di Ignazio Vian, i generali Zavattaro e Poli, le autorità civili, una piccola folla di partigiani, la grande folla dei parenti delle ottocento reclute che si apprestano a giurare fedeltà «alla Repubblica nata dalla Resistenza». Ecco i tempi della cerimonia. Viene frettolosamente scoperto il cippo. Nessuno legge la motivazione della medaglia d’oro dedicata alla memoria di Ignazio Vian, nessuno dice che Ignazio Vian è morto impiccato, da partigiano! Le reclute, sul presentat’arm, stanno per gridare «lo giuro», quando salta fuori lo «squadrista» Lino Ponzinibio, che rappresenta l’Associazione Medaglie d’Oro d’Italia, un polpettone che raggruppa fascisti ed ex partigiani. Il Ponzinibio sale su un palchetto, parla alle truppe, dice quattro parole retoriche, si gode gli onori militari. Lo speaker, con voce tonante, legge la motivazione della medaglia d’oro concessa al reduce di Russia Ponzinibio. Le reclute giurano, la bella festa è finita. È così che si truffano

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che vuole il disordine, che trova nel disordine l’alibi per ogni tipo di violenza. Cito da un testo fascista sullo squadrismo in Piemonte172 : «Il 20 febbraio (1921) il 74° reggimento fanteria della gloriosa brigata «Lombardia» celebra nella piazza d’armi di Bra la solenne cerimonia del giuramento delle reclute. Durante lo sfilamento attraverso le vie cittadine per rientrare in caserma il socialcomunismo locale, rinforzato da pattuglie di guardie rosse giunte da Torino, prendendo a pretesto che un nucleo di premilitari, accodato alle truppe, canta Giovinezza, copre di insulti soldati e ufficiali, indirizza loro le più turpi accuse, e non manca la fucilata proditoria che per fortuna va a vuoto. A sera i fascisti si adunano, scendono in piazza, cercano i provocatori dei disordini, infliggono loro la meritata lezione: un morto e parecchi feriti segnano il bilancio della triste giornata. Nell’ottobre dello stesso anno, a Savigliano, tutta la cittadinanza accoglie con fervido entusiasmo la bandiera del 157° reggimento fanteria, decorata di medaglia d’oro al valor militare, reduce da Roma. La plebaglia rossa, formata in gran parte dai rifiuti delle locali officine meccaniche, vuole tentare una manifestazione di protesta, ma l’intervento di alcuni nuclei fascisti, che pestano subito e sodo, fa desistere i male intenzionati. Un mese più tardi gli stessi fascisti incendiano la Tipografia Operaia, editrice del settimanale comunista “La Riscossa”, per dimostrare ai servi di Lenin che la Patria non si nega né si disprezza».

le nuove generazioni. E poi le autorità militari si scandalizzano perché i «proletari in divisa» si ribellano... 172 DANTE MARIA TUNINETTI, Squadrismo squadristi piemontesi, Pinciana, Roma 1942.

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Ma la violenza non tarda a colpire anche il mondo contadino. Scorrendo le squallide pagine della Storia della Rivoluzione Fascista del Chiurco173 ho scoperto che la «squadra» più consistente della «Legione squadrista della provincia di Cuneo» era quella di Vinadio, forte di ventiquattro squadristi della «prima ora». Ho cercato subito un testimone, uno qualunque, e ho proprio incontrato il personaggio giusto, l’ex comandante della «squadra» di Vinadio. Ho appreso così che il fascismo campagnolo, in fatto di violenza, era almeno brutale quanto il fascismo cittadino. Gli «squadristi antemarcia» di Vinadio, quando ricercavano le bandiere rosse delle sezioni socialiste e comuniste nascoste dai militanti, non scherzavano. La «caccia al tesoro» era il pretesto per manganellare, intimidire, terrorizzare. Casimiro174 , uno dei socialisti che non voleva arrendersi, riuscì a schivare le schioppettate dei fascisti di Vinadio scappando di notte, saltando da un tetto all’altro. Casimiro emigrò subito in Francia. Le razioni di olio di ricino che i fascisti di Vinadio distribuivano ai «rossi» apparivano legali perché «regolarmente autorizzate» dal maresciallo dei carabinieri: «I socialisti da punire li portavamo sempre nella caserma dei carabinieri, era con il maresciallo d’accordo e presente che davamo l’olio di ricino». Bernardo Andreis, di Marmora, mi dice: «Il fascismo? Qui il fascismo ha voluto dire niente, qui ha portato altra miseria, ha fatto scappare la gente. La gente ha passato il colle di notte, e deve ancora ritornare. Una volta, nel 1922, erano quindici o venti d’accordo, tutti di Marmora. Sono partiti nella notte, sono scappati in Francia pur di togliersi dal fascismo». 173 G. A. CHIURCO, Storia della Rivoluzione Fascista, Vallecchi, Firenze 1929. 174 Casimiro Giordano, nato a Vinadio, classe 1885, deceduto nel 1942.

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Anche nelle Langhe il fascismo della «prima ora» correva alla caccia delle bandiere rosse. Il «californiano» di Govone prendeva invece di mira i balli pubblici: imponeva alle orchestre di suonare Giovinezza, e quando la risposta era un rifiuto nasceva la rissa con relative manganellate e schioppettate. I carabinieri arrivavano sempre tardi! «Il fascismo era solo prepotenza, – mi dice Pierino Battaglia175 . – Qui a Monchiero, nel 1922, quasi tutte le domeniche succedeva qualche scontro. Verso la mezzanotte arrivavano sempre quindici o venti fascisti da Bra, in divisa e con il manganello, arrivavano con una camionetta militare. Entravano nei balli e nelle piole176 e giù botte e olio di ricino. Davano la caccia ai “rossi”, ai socialisti. Una volta i fascisti hanno sorpreso un vecchio di Monchiero che si riposava lungo la scala di casa. L’hanno picchiato con il manganello, e poi gli hanno infilato l’olio di ricino in gola. La gente, di fronte a casi di questo genere, mugugnava, diceva che era una crudeltà quella dei fascisti. Ma aveva paura e scappava. Il fascismo ha mandato mio fratello Giuseppe a morire in Russia: io ho fatto il partigiano per vendicare mio fratello». Mentre i capi di questo fascismo della «prima ora» erano «forestieri», i picchiatori delle «squadre» erano invece gente nostra, sottoproletari, contadini, studenti: mandian177 , e anche gente in buona fede, gente rozza, incolta, che credeva nella «rivoluzione sociale» inventata dai padroni! Numerosi gli ex combattenti, che dal fascismo si attendevano tutto. Poi il fascismo che diventa «regime», i lunghi anni del cosiddetto «consenso». Tra i testimoni c’è chi crede che 175

Pierino Battaglia, nato a Monchiero, classe 1909, conta-

dino. 176 177

Osterie. Nel dialetto di Vinadio: pelandroni, teppisti.

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il fascismo sia durato pochi anni, forse quattro o cinque. La stragrande maggioranza dei testimoni giudica il fascismo una parentesi senza forma né sostanza. Vittorio Boschis178 , uno dei pochi testimoni che hanno invece capito tutto, mi dice che il fascismo era soltanto servilismo e paura: «Con l’arrivo del fascismo il mio paese si è spaccato in due, il fascismo ha diviso la gente, ha rovinato le amicizie: di qua c’erano i fascisti veri, e di là i fascisti per forza, quelli della “tessera del pane”. Qui a Barolo non eravamo più liberi di parlare. All’osteria stavamo sempre prudenti, ci guardavamo alle spalle prima di parlare: bastava una parola sbagliata e si finiva male». Negli anni 1930-35 una crisi profonda investe la nostra agricoltura arcaica. Crollano i prezzi dei prodotti agricoli. Il fascismo ha inventato la polizia confinaria, così l’emigrazione stagionale si trasforma in permanente. Chi vuole mangiare deve più che mai scappare in Francia. Bartolomeo Orsi179 ci restituisce il clima di quegli anni difficili: «A Villanova Mondovì la proprietà era molto frazionata. La mia famiglia era numerosa, dieci figli. Le nostre undici giornate di terra erano spezzettate in ventun pezzi, era terra di collina asciutta che rendeva poco o niente. Tre vacote180 nella stalla, si produceva appena appena il pane per mangiare. Si viveva mangiando un pezzo di pane e toma, e sovente solo pane asciutto. Nel 1931 vado soldato, ma dopo il servizio militare la crisi si è fatta tremenda e per quanto cerchi non trovo più un lavoro. Nel 1935 giro in lungo e in largo a cercare un martinet181 che mi assuma, mi raccomando a Bertolino di Borgo Aragno, mi spingo fino ad Alba, giro dappertutVittorio Boschis, nato a Barolo, classe 1881, contadino. Bartolomeo Orsi, nato a Villanova Mondovì, borgata Orsi, classe 1910. 180 Vacche magre. 181 Officina con i maghi, per la forgiatura del ferro. 178 179

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to. Ma niente da fare. A Dogliani mi offro a Borroero, gli dico: “ho venticinque anni, sono animato da buona volontà, un po’ conosco già il mestiere. Se volete vengo per niente, vengo un anno gratis. Mi date solo da mangiare”. Ma nemmeno così concludo. Avevo bisogno di perfezionarmi nel mestiere, ero disposto a qualunque sacrificio, ma era proprio il lavoro che mancava. O andare in Liguria a raccogliere le olive, o emigrare, o restare sulla nostra terra che a malapena ci sfamava». È con l’agricoltura in crisi che nasce e cresce il mito dell’Abissinia, dell’Impero. La prospettiva di una guerra facile, di «un posto al sole», trova abbastanza consenzienti le popolazioni della campagna povera. «Se Mussolini si fosse un po’ fermato al momento giusto... – dicono quasi tutti i miei testimoni. – Dopo la guerra di Abissinia eravamo all’onore del mondo». Ma Mussolini non si è fermato al momento giusto! Nel giugno 1940 la guerra contro la Francia, una vera e propria guerra civile. Poi l’Africa Settentrionale, poi il fronte greco-albanese. Infine il fronte russo, la tomba della divisione alpina «Cuneense». Anche nella seconda guerra mondiale il fenomeno dell’autolesionismo assume dimensioni notevoli. Adesso sono i padri, sono i veterani della guerra del ’15 che insegnano ai figli come si può sfuggire al massacro, come difendersi. E si ripete la solita storia delle bocche «sdentate», degli infusi diabolici, delle sinoviti traumatiche. La diserzione rimane invece un fenomeno trascurabile, un po’ di fughe in Francia nell’imminenza del giugno 1940 e basta. L’ambiente è molto diverso da quello della guerra del ’15. Non esiste spazio per il disertore, per chi scelga di vivere alla macchia. Adesso in ogni paese, in ogni villaggio, c’è almeno una spia, c’è almeno un fascista. Di tutte le partenze è quella per il fronte russo la più drammatica.

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L’artigliere alpino Guido Castellino, di Villanova Mondovì, classe 1922, ricorda con queste parole il distacco dall’Italia182 : «5 agosto 1942. Con la 12a batteria raggiungiamo la stazione ferroviaria di Mondovì. C’è una massa di parenti. Gli alpini anziani sono disperati. Volenti o nolenti dobbiamo partire. Alcuni vecchi della guerra 1915-18 ci incitano a scappare, ma nessuno dà ascolto ai loro consigli». L’alpino Francesco Demagistris, di Verduno, classe 1920, conserva un ricordo altrettanto triste della sua partenza da Cuneo: «Il 3 agosto la folla dei nostri familiari assedia la caserma “Cesare Battisti”. Come usciamo dalla caserma per raggiungere la stazione ferroviaria i familiari si mischiano ai reparti. Attraversiamo Cuneo con i nostri congiunti che ci abbracciano, che si disperdono, che piangono. La nostra sfilata sembra un funerale». Il lungo viaggio attraverso l’Europa, le distanze misurate con i giorni di tradotta, un po’ di geografia imparata in fretta. Poi, in Polonia, in Ucraina, l’impatto con la Storia, l’incontro con i tedeschi, con gli ebrei. Parlano con gli occhi, gli ebrei. Sono già relitti umani. Si trascinano da un binario all’altro, non chiedono che di morire lungo le tradotte, perché il mondo sappia! A Varsavia un’ebrea «distinta», ancora vestita con gli abiti di casa, un’ebrea appena «rastrellata», si avvicina alla tradotta dell’11a batteria e dice soltanto: «Qui ci eliminano duecento per notte, ci ammazzeranno tutti183 . Un vecchio che sembra uscito da un’icona si inginocchia e tende verso le tradotte un crocefisso. Gli alpini guardano ma non capiscono. Gli alpini, senza saperlo, sono vittime e complici di un’unica violenza, della violenza fascista che li ha voluti sordi e ciechi. Da La strada del Davai, Einaudi, Torino 1966. Testimonianza dell’artigliere alpino Michele Bernelli di Crava di Rocca de’ Baldi. 182 183

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Poi le lunghe marce verso il fronte. Nei rari villaggi l’incontro con la popolazione russa stremata dalla guerra. La vita sul Don è guerra di posizione. Sul Don il nostro soldato soffre anche la fame di pane. Infine la ritirata che travolge tutto e tutti. Sono scalzi, i soldati di Mussolini, scalzi nei quaranta gradi sotto zero! Più di trent’anni ci separano dal 10 giugno 1940, e in molte case contadine si piangono ancora i morti della guerra d’Africa, della Grecia, della Russia. Ma quando in queste case affronto il tema della seconda guerra mondiale incontro una disinformazione che stupisce, che spaventa. È un po’ come se un colpo di spugna avesse cancellato la storia. Troppi mi dicono che «la guerra di Mussolini era il destino della vita». Al tema «guerra partigiana e popolazioni contadine» ho dedicato tutto lo spazio possibile, scavando in profondità, tentando di scoprire anche le radici più nascoste della «non resistenza», dell’atteggiamento agnostico proprio di una parte della gente del Cuneese. Sapevo in partenza che il discorso si sarebbe incentrato sulle requisizioni e sulle paure subite, sapevo che trent’anni di diseducazione civica hanno lasciato il segno. Sapevo inoltre che il nostro contadino è prudente, che non va mai o quasi mai contro corrente, l’acqua enta sempre lasela ’ndé ’n tel bas184 . Era quindi positivo che i miei interlocutori non conoscessero il mio passato partigiano, che mi giudicassero soltanto un tipo strano, un curioso alla ricerca del tempo perduto, delle «storie di una volta», delle «antichità». Non avevo né schemi fissi né tesi obbligate da difendere. Non sono lo storico che si avvicina al passato con freddezza, con distacco. Dentro di me si affollavano i ricordi, vivi e brucianti come se la guerra partigiana si fosse momentaneamente interrotta ieri. Non avevo fretta: 184

L’acqua bisogna sempre lasciarla andare verso il basso.

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non ho mai creduto nelle ricerche del tipo «a domanda risponde», non lavoro a cottimo. Il contadino procede con il passo lento, il contadino non ostenta mai le corsette rapide del bersagliere: le risposte valide del contadino occorre sempre cercarle negli episodi che racconta, nei lunghi giri di parole. Adeguare il mio passo al passo dei miei interlocutori era la prima regola che mi ero imposto. Con il mio modo di condurre le interviste il tema della guerra partigiana si inseriva da solo, senza provocare né traumi né eccessive diffidenze: si inseriva a caldo, come continuazione logica della testimonianza, nel rispetto cronologico del racconto. Se l’interlocutore non agganciava il tema, bastava un cenno, bastava un richiamo ai tedeschi per ricondurlo sui binario giusto: un richiamo ai tedeschi dell’8 settembre, senza però citare i partigiani, lasciando così il terreno aperto, sgombro. In altre parole era importante non influenzare il testimone, non innescarlo fuori tempo. Offrendogli subito il tema della guerra partigiana avrei corso il rischio di raccogliere come risposta soltanto un silenzio o una frase compiacente. Non è facile una ricerca contadina, richiede non poca umiltà e altrettanta pazienza. Davo per scontato che molta della retorica resistenziale sarebbe saltata per aria, e la cosa non mi preoccupava affatto. Mi ripromettevo di raccogliere tutto il raccoglibile, anche le cose che non piacciono185 . Non ho mai creduto nella storia intessuta di «verità rivelate», ho sempre 185 Dicendo che il nostro mondo contadino ha subito la guerra partigiana non offendo le popolazioni: esalto il sacrificio dei contadini che hanno combattuto in prima linea, esalto il sacrificio dei partigiani che si muovevano in un ambiente antico, difficile, spoliticizzato. D’altra parte il discorso che esce dalle duecentosettanta testimonianze non vuole dire una parola definitiva su un tema così vasto, complesso, impegnativo. Quel che conta è di uscire una buona volta dai vecchi schemi, proponen-

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giudicato la retorica resistenziale un sottoprodotto della «storia» inventata. Sono i «documenti» che contano, e non gli slogans: sono le voci dei testimoni che possono aiutarci a interpretare meglio i «documenti» di allora, Risalendo alle fonti, riavvicinandomi a quel mondo che ci aveva aiutati, che ci aveva sfamati; confrontandomi, imparando, mi sarei forse liberato delle troppe cose retoriche e false accumulate in questi trent’anni. Quando si dice che la nostra guerra partigiana era «guerra di popolo» non si sbaglia, non si pecca di trionfalismo. Ma se non vogliamo che anche questa formula diventi uno slogan vuoto, una frase di comodo, dobbiamo cercarne la verifica, restituendo un contenuto esatto ai due termini dell’equazione. «Guerra di popolo» non vuole dire popolazioni coinvolte, ma popolazioni protagoniste della Storia. Nei mesi che precedono il 25 luglio tra la nostra gente contadina lo scontento è così profondo da trasformarsi in «antifascismo di guerra». La divisione alpina «Cuneense» è scomparsa sul fronte russo, i fascisti tentano di minimizzarne il disastro dicendo che gli alpini sono tutti salvi, tutti prigionieri186 . Ma i pochi reduci, i pochi superstiti del Don parlano chiaro, dicono la verità: «I tede-

do un sentiero nuovo. Toccherà poi agli «specialisti» estendere e approfondire la ricerca, prima che sia troppo tardi! 186 Subito dopo il disastro di Russia, nel teatro «Littorio» di Cuneo, il giornalista Paolo Zappa tenne una conferenza sul tema Vittorie dell’Asse. Sostenne che la divisione alpina «Cuneense» era caduta prigioniera, si era arresa, e quindi gli alpini erano tutti salvi, tutti vivi. Sempre nel tentativo di rinfrancare il morale delle popolazioni, i fascisti, in combutta con l’esercito, organizzarono una grossa parata di falsi reduci: sfilarono nelle vie di Cuneo un po’ di reduci veri, cioè le salmerie della «Cuneense», i fortunati delle retrovie, di Rowenki. E in più tutti gli alpini imboscati, tutti gli alpini del Deposito, del Distretto, ecc. ecc.

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schi hanno abbandonato gli italiani in un mare di ghiaccio»; «I tedeschi, a colpi di baionetta, tagliavano le mani dei soldati che si aggrappavano ai loro camion»; «Nella steppa, nei quaranta gradi sotto zero, gli alpini scalzi, vinti dal freddo e dalla fame, sono morti combattendo, sono morti assiderati». Queste voci semplici, sacrosante, risvegliano nella nostra gente lo spirito antitedesco della guerra del ’15: nei confronti dei fascisti cresce il disprezzo, mentre al mito dell’invincibilità dell’alleato tedesco subentra l’odio. La nostra gente contadina, che aveva sognato la guerra facile, una «guerra lampo», adesso implora disperatamente la pace. La caduta del fascismo, la breve parentesi badogliana, un po’ aiutano a ben sperare. La gente sa poco o nulla di Badoglio. Alcuni veterani della «grande guerra» ricordano il Badoglio del Sabotino, e dicono: «Meglio un generale che Mussolini!» C’è chi ricorda le grandi vittorie dell’Abissinia e crede che Badoglio torni a vincere. Il Re, «il Re soldato», ispira ancora tenerezza. È in questa situazione confusa, colma di attesa e di speranza, che scoppia l’8 settembre, che scoppia un’altra guerra. Ma la gente non capisce, non può capire. Il termine «armistizio», nel vocabolario contadino, è una data di festa, è il 4 novembre e basta. La gente crede che l’armistizio di Badoglio sia la pace. Ma con il 9 settembre lungo le valli Vermenagna e Stura scendono già le avanguardie della 4a armata in fuga dalla Francia. Sono i reparti motorizzati, i più veloci, i privilegiati. L’indomani il caos, una processione continua di truppe sbandate, di soldati a piedi, in bicicletta, a cavallo, la folla immensa dei senza gradi alla ricerca disperata di una via di scampo. Rotolano su Cuneo cinquantamila soldati. Non l’ombra di un colonnello, non l’ombra di un generale. I soldati buttano le divise, buttano le armi. Svendono l’esercito, offrono tutto, i teli da tenda, i muli, i cavalli, i camion. I soldati hanno il terrore di cadere

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prigionieri, vedono i tedeschi da ogni parte, seminano il panico187 . Mentre il «disordine di Badoglio» imperversa, scatta una grandiosa gara di solidarietà. Tutti i contadini, ma soprattutto i contadini poveri, soprattutto i proprietari di miseria, sono generosi nel dare. Cadono le barriere razziali, anche i «terroni» adesso sono italiani da aiutare. Saltano fuori giacche, pantaloni, camicie, gli indumenti borghesi dei figli lontani, dei figli «dispersi» o morti sui vari fronti di guerra. Cito una sola voce dei miei testimoni, la voce della contadina Rina Panero, classe 1912, di Centallo. I Panero non avevano nessun congiunto in guerra, non avevano idee politiche, a malapena seguivano gli avvenimenti per capire se la guerra era finita o continuava. I Panero avevano il problema di sopravvivere perché erano contadini poverissimi. Questo il loro 8 settembre: «È del ’43 lo sbandamento? Abbiamo subito preparato una fornata di pane. Che pena che facevano, abbiamo distribuito una pagnotta a tutti. Gli sbandati avevano una paura dei tedeschi... Ci dicevano: “Guardate solo che non ci sia nessuna macchina sulla strada”. E via, scappavano. Nostra madre piangeva, ci diceva: “Pensate un po’ se ne avessimo anche uno dei nostri...”» Dunque nei giorni dell’8 settembre la nostra gente contadina ha scelto. Ma con una scelta istintiva, con una scelta più umana che politica. Capire l’8 settembre non era facile! Il 19 settembre l’incendio di Boves scuote e terrorizza le popolazioni dell’intero Cuneese. Incomincia la guerra vera. I tedeschi hanno alle spalle una grossa esperienza, 187 Nei giorni 10, 11, 12, moltissimi soldati hanno scelto la strada di casa, hanno abbandonato il Cuneese. I più sfortunati, e tra questi non pochi meridionali, sono invece caduti nelle mani dei tedeschi. Sono forse cinquemila i prigionieri rinchiusi nelle caserme di Cuneo: verranno internati in Germania.

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sono maestri nel seminare il terrore: vogliono stroncare sul nascere ogni tentativo di resistenza, ma soprattutto vogliono pestare le popolazioni. I tedeschi sanno che le bande partigiane, senza l’aiuto dei contadini, non possono sopravvivere. Nelle valli sono sorti i primi gruppi armati. Sono pochi i primi partigiani, e malgrado l’incendio di Boves la gente li aiuta, li ospita, li sfama. Non li teme ancora. Un po’ li giudica dei velleitari, degli «sbandati» che attendono la pace. La gente stenta a orientarsi, stenta a capire anche i termini più semplici della situazione. La gente nomi dispone di alcun ancoraggio politico: come alternativa alla guerra vede la pace e basta. La gente subisce gli eventi, vive alla giornata. L’unico ancoraggio sicuro a cui si aggrappa è ancora e sempre il prete, il parroco. La guerra fascista ha provocato un’emorragia tremenda, ha bruciato un’intera generazione giovane. Quasi tutti i contadini-soldati, quasi tutti gli uomini nell’età compresa tra i venti e i trent’anni, sono infatti «dispersi» o caduti sui vari fronti di guerra. Un’ipoteca pesante, un’ipoteca che incide sul morale della gente, e che invita alla prudenza188 . Ma almeno alcune scelte maturano e diventano punti fermi. Adesso i fascisti sono giudicati «stranieri», gentaglia più pericolosa dei tedeschi. I partigiani sono «i patrioti», non «i ribelli». Le prime puntate partigiane in pianura, i primi «colpi di mano», entusiasmano le popolazioni. Anche nell’animo del contadino più pauroso, più agnostico, sta crescendo la rabbia, il gusto della rivincita, il gusto di risentirsi padrone in casa. La nuova 188 La conferma che la generazione dei soldati era quasi scomparsa la riceviamo esaminando i ruolini partigiani. Nel marzo 1944 la banda «Italia Libera» di Paralup ha una forza di centoquarantanove uomini. L’età media di questi partigiani non supera i vent’anni.

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divisione alpina «Cuneense», rifatta dopo il disastro di Russia, era «al Brennero» nel «periodo critico», nei giorni dello sbandamento. Si contano a migliaia i soldati della provincia di Cuneo internati in Germania, e chi ha un congiunto prigioniero dei tedeschi si rinsalda nella scelta istintiva dell’8 settembre. Molti gli ex soldati meridionali che sono diventati vacherot, braccia preziose in campagna. Vivono alla macchia, ospiti delle famiglie contadine, e sollecitano una solidarietà che matura come scelta di parte. Le rare spie di estrazione sociale contadina, per la verità pericolosissime, devono lavorare con il batticuore tanto si sentono odiate e controllate dalle popolazioni. I «bandi» tedeschi e fascisti non promettono che disperazione e morte. I giovani sotto leva non rispondono alle chiamate, e la loro «non scelta» presto o tardi si trasformerà in «scelta» più o meno cosciente. E la prima volta che la nostra gente contadina è arbitra del proprio destino, ma le ipoteche del passato sono un freno alle spinte, agli entusiasmi, al desiderio di fare. Non esiste una sola casa contadina che neghi al partigiano un piatto di minestra, una fetta di polenta, una pagnotta di pane. Ogni contadino è un informatore prezioso. Ma questa solidarietà non sorretta da motivazioni politiche è precaria, condizionata dalla paura, dal terrore delle rappresaglie. Come riprendono i rastrellamenti l’atteggiamento delle popolazioni subisce infatti una svolta. Il secondo incendio di Boves, gli incendi di San Matteo, dei Damiani, e di San Pietro Monterosso189 , sono molto di più di un monito. Adesso le «bande» sono viste come calamite pericolose, che attirano gli eccidi e gli incendi. Con le «bande» ormai dislocate in ogni valle, con le «bande» 189 Località della media Valle Grana, che subirono il rastrellamento del 12 gennaio 1944.

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che arruolano, che si dilatano, anche i problemi logistici incominciano a pesare sulle popolazioni povere. È la montagna che sta pagando il prezzo più alto: la pianura ricca è lontana dalla «zona di operazioni», la pianura ricca sta godendo i grossi vantaggi della «borsa nera». Bene o male i partigiani devono mangiare almeno una volta al giorno, e non sono vegetariani! Le «bande» più salde, meglio organizzate, amministrano con saggezza il problema dei rifornimenti, delle requisizioni. Si procurano il grano e il bestiame con i «colpi di mano» agli ammassi, solo in caso di emergenza ricorrono ai prelievi in loco: quando requisiscono pagano il quintale di grano o il vitello al «prezzo di ammasso», rilasciando il relativo «buono di requisizione». Certo non mancano gli abusi, gli errori, gli episodi di indisciplina, i «casinisti», i profittatori. Ai margini delle formazioni partigiane operano i banditi più o meno mascherati: sono i delinquenti di sempre, che nei disordine vanno a nozze; sono gli eterni «sbandati» dell’ex 4a armata, che nella delinquenza vedono la strada meno impegnativa, più comoda. Basta un cappello alpino, basta un indumento militare, per truccarsi da partigiano! Parlo della mia esperienza diretta, parlo delle formazioni «Giustizia e Libertà», delle formazioni di Livio Bianco e Duccio Galimberti. Il nostro partigiano che sgarra, che taglieggia la popolazione, che si comporta come un bandito, finisce al muto. A Paralup fuciliamo due giovani colpevoli di un furto. Ma non basta la disciplina di ferro. I comandi non riescono a controllare tutto e tutti. Amministrare centinaia di uomini, magari dispersi su un territorio immenso, non è un’impresa facile. Ho vissuto le due guerre, la «guerra regolare» e la «guerra partigiana». È più difficile comandare una brigata partigiana che un reggimento in «zona di operazioni», anche perché nella guerra partigiana l’aspetto operativo e l’aspetto logistico sono fortemente condizionati dall’am-

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biente, dalla presenza della popolazione amica, alleata190 . Non per niente nella guerra partigiana la scala gerarchica del Regio Esercito non regge. Diventano grandi comandanti partigiani l’avvocato, l’operaio, l’ufficiale di complemento, il soldato semplice. Livio Bianco191 diventa un valoroso «generale» dei partigiani, un organizzatore e un realizzatore come pochi, un combattente di prim’ordine, un trascinatore di uomini: prima dell’8 settembre Livio Bianco non era un uomo d’armi, era un brillante avvocato che non aveva mai sparato un solo colpo di fucile! Anche il geometra Ettore Rosa192 diventa un valoroso «generale», come l’artigiano Ermes Bazzanini193 , come l’operaio Gustavo Comollo194 . I Bianco, i Rosa, i Bazzanini, i Comollo, diventano grandi comandanti partigiani perché sanno che cosa vuole dire «guerra di popolo», perché non vivono la guerra per la guerra ma si guardano in190 Può sembrare un paradosso. Ma la popolazione amica, che pur offre contropartite enormi, tende a bloccare l’iniziativa partigiana, chiedendo che si evitino i combattimenti, gli scontri. La popolazione amica inoltre, mal sopporta l’onere logistico che il ciclo operativo comporta. La popolazione è per l’immobilismo, per la «resistenza passiva», per la «non guerra» dei «renitenti». Il nemico gioca su queste contraddizioni, e pestala popolazione, affinché i contrasti esplodano, affinché si rompa il fronte unito «partigiani-popolazione». 191 Bianco, Dante Livio (Livio), commissario politico della 1a divisione alpina «Giustizia e Libertà», infine comandante regionale delle formazioni «Giustizia e Libertà» del Piemonte. 192 Rosa, Ettore (Rosa), comandante della 1a divisione alpina «Giustizia e Libertà», e infine del Gruppo Divisioni «Giustizia e Libertà» e della V zona. 193 Bazzanini, Ermes (Ezio), commissario politico della 15a brigata e poi della 11a divisione «Garibaldi». 194 Comollo, Gustavo (Pietro), commissario politico della 11a divisione «Garibaldi» e poi della V zona.

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torno, cercando un legame continuo con le popolazioni. Sono uomini del popolo tra il popolo. Il clero ha scelto fin dai giorni dell’8 settembre, schierandosi dalla parte giusta: il clero ha condizionato e condiziona decisamente l’atteggiamento delle popolazioni. Il parroco di Boves, don Giuseppe Bernardi, e il vicecurato, don Mario Ghibaudo, sono stati uccisi dai tedeschi di Peiper il 19 settembre 1943. Il parroco di Borgo San Dalmazzo, don Raimondo Viale, ex confinato politico, salva molti ebrei, rischia molto di più del partigiano che vive in «banda». Il parroco di Castelmagno, don Michele Denina, dà molte prove di generosità, di coraggio. Nel corso di un rastrellamento ospita nella sua casa parrocchiale un partigiano ferito e due ebrei. Il clero, finalmente libero di esprimersi, dà il meglio di se stesso: protegge le comunità, a volte tenta una mediazione tra le parti in conflitto, aiuta, consiglia. Quasi tutti i «cambi di ostaggi» avvengono tramite i sacerdoti. Certo non mancano i don Abbondio, non mancano i preti fascisti. Ma sono pochi. Nell’estate, prima che riprendano i grandi rastrellamenti, il morale delle popolazioni migliora. Il morale sale e scende come un’altalena: basta un periodo di calma, di quiete, perché il morale salga; basta un eccidio, basta una rappresaglia, perché il morale scenda. L’ultimatum fascista del 25 maggio195 conclusosi con una manifestazione di impotenza, le «valli libere», la vittoria e la pace che appaiono imminenti, rendono matura una nuova svolta. L’esercito dei «renitenti» – un esercito preziosissimo che coinvolge migliaia di famiglie, che si regge su una rete fittissima di «informatori», di «vedette» – si 195 Il Decreto del Duce, pubblicato il 25 aprile 1944 sulla «Gazzetta Ufficiale d’Italia», prometteva quanto segue. «Gli sbandati, i, renitenti, i ribelli, che non si arrenderanno entro il 25 maggio all’autorità fascista, saranno puniti con ha pena di morte mediante la fucilazione nella schiena».

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sta infatti assottigliando: molti dei «renitenti», molti dei cosiddetti «valligiani», diventano partigiani. Le schematizzazioni comportano il rischio della superficialità, sono sempre pericolose. D’altra parte se volessi ridisegnare il mosaico delle formazioni partigiane del Cuneese – tenendo conto della loro consistenza numerica fluttuante, delle migrazioni, dei vari cicli operativi che scompaginavano le bande – uscirei dal seminato. Dirò soltanto che il mare in cui nuotano i partigiani del Cuneese è il mare della campagna povera. La montagna conosce un partigianato relativamente «stabile», di formazioni legate al territorio, non disperse su grandi spazi, bene inquadrate militarmente. La pianura conosce il maquis, con le «bande» che forzatamente si mimetizzano, che compaiono e scompaiono nella nebbia. Le Langhe conoscono un partigianato combattivo ma articolato in cento gruppi non facilmente controllabili, abbastanza autonomi tanto nell’attività operativa che nella logistica. Tre ambienti, tre popolazioni, tre esperienze di guerriglia diverse. In alcune zone operano soltanto le formazioni «Giustizia e Libertà», in altre soltanto le «Garibaldine» o le «Autonome». In certe zone della montagna o delle Langhe coabitano formazioni di diversa colorazione politica. Nell’Albese è presente una formazione «Matteotti». Nell’intero Cuneese non esiste nemmeno una piccola «banda» di impronta cattolica o democristiana196 . Le formazioni cosiddette «Autonome» – che al vertice hanno l’impronta monarchica – operano nelle Langhe. 196 I cattolici, è opportuno sottolinearlo, hanno partecipato alla Resistenza. Ma erano dispersi in tutte le formazioni partigiane, comprese le «Garibaldi». Nel Cln provinciale era presente anche ha Democrazia Cristiana, e sarebbe ingiusto dimenticare l’impegno di uomini conte l’avvocato Giovanni Campagno o la dedizione delle numerose staffette partigiane, come Giovanna Pellegrino, Gianna Luciano...

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Le formazioni «Giustizia e Libertà», le più forti, le meglio inquadrate militarmente, operano soprattutto nelle valli. Le «Garibaldi» operano nelle valli e nelle Langhe. A sé il Gruppo Divisioni Autonome «Rinnovamento», noto e cresciuto in Valle Pesio come formazione unitaria, non monarchica. Un calcolo approssimativo dice che nell’estate 1944 operano nel Cuneese seimila partigiani. Ogni giorno i «Notiziari dell’attività ribellistica», compilati dal prefetto fascista e inviati al Ministero dell’Interno, al Quartier Generale, al Capo della Polizia, registrano decine di «colpi di mano», di azioni e sabotaggi compiuti dai «fuorilegge», dai «banditi», dai «ribelli»197 . Ormai i fascisti si sentono assediati, chiusi in una morsa tremenda, e rispondono come sempre con le rappresaglie, con le torture, i massacri, gli incendi. I fascisti guardano ogni notizia, ogni fatto, con la lente di ingrandimento. Senza una massiccia presenza dei tedeschi si sentono perduti, impotenti. I rastrellamenti dell’estate-autunno incidono di nuovo sul morale delle popolazioni. L’inverno 1944-45 si presenta durissimo. Nel cuore dell’inverno le brigate partigiane che operano nelle valli, nelle immediate retrovie del fronte alpino, devono smistare verso le Langhe una parte delle loro forze. Poi la primavera 1945, poi i giorni del 25 aprile, con le popolazioni protagoniste nella battaglia della Liberazione. 197 Sono i documenti fascisti, e particolarmente i «Notiziari dell’attività ribellistica», che ci restituiscono un quadro complessivo dell’intensissima attività delle formazioni partigiane. I tedeschi e i fascisti, pur deformando gli episodi, registravano tutto. Certo occorre saperli leggere questi documenti. Nella prosa dei tedeschi e dei fascisti tutti i partigiani, tutti i civili fucilati o impiccati, diventano «banditi», briganti da strada. Tutti i colpi logistici, diventano volgari «rapine a mano armata».

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Il prezzo pagato dalla nostra gente, il prezzo visibile, è scritto sulle lapidi, sui cippi disseminati a centinaia nelle valli, in pianura, nelle Langhe. Sono duemila i nostri Caduti in combattimento, gli impiccati, i morti sotto le torture, i morti nei campi di sterminio e nei campi di prigionia tedeschi198 . Molti di questi Caduti sono contadini, anche se le lapidi e i cippi non lo dicono! Ma ascoltiamo la voce dei testimoni. Quasi tutti dicono che la guerra di Liberazione era una «guerra fratricida». C’è chi rincara la dose e soggiunge: «Era roba dei partiti», quindi roba da poco, roba di politica. É ancora e sempre il discorso della «non scelta» che prevale, è ’l ficte nen199 che riemerge e condiziona. Esce, dal discorso contadino, una simpatia e una solidarietà totale nei confronti dei «renitenti», giudicati «i veri patrioti». I partigiani, volontari e teste calde, sono invece i «rompiscatole» che rendevano più difficile la situazione. Questa la sentenza pronunciata da non pochi dei testimoni: «Se i partigiani non fossero esistiti sarebbe andata meglio. I partigiani erano come gli zingari, in continuo movimento. Noi invece non scappavamo mai. Era anche colpa dei partigiani se i tedeschi e i fascisti bruciavano i nostri paesi, le nostre case». Una sentenza ingiusta, sbagliata, che ricalca la tesi della peggiore propaganda antipartigiana del dopo Liberazione. È certo lecito «parlare male di Garibaldi», purché si sappia chi era Garibaldi! Il contadino che «parla male» della Resistenza, che «parla male» dei partigiani, e poi conclude: «Ma 198 Il dato numerico relativo ai nostri Caduti è approssimativo. Nessuno, in questi trent’anni, si è degnato di censire, di contare i nostri morti. Presso l’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo è finalmente in corso una ricerca approfondita tendente a censire tutti i Caduti della seconda guerra mondiale. 199 Il non ficcarti (non immischiarti).

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i partigiani erano dei nostri», continua a dibattersi nell’eterna confusione. I testimoni si dilungano nell’inventariare e descrivere i nascondigli dei «renitenti». Ma una cosa non la dicono, forse perché la ignorano, forse perché fingono di ignorarla. Non dicono che la sicurezza delle «tane» che ospitavano i «renitenti» era tutta e soltanto nella forza, nella presenza attiva dei partigiani. Senza la presenza attiva dei partigiani, i tedeschi e i fascisti avrebbero stroncato il fenomeno della renitenza nel giro di dieci giorni. Tutti gli eccidi, tutte le rappresaglie, sono scolpiti nella mente dei testimoni. Salvi, Frezza, Ronza, Ferrari, Brachetti, Pavan, Pocar, Languasco, Gagliardi, Rossi, sono ancora il simbolo del terrore. Non per niente i testimoni, quando mi descrivono le imprese dei Salvi o dei Languasco, tremano, si emozionano. Raccontano, ed è come se rivivessero un brutto sogno, come se disegnassero un ex voto. Hanno paura a parlare dei fascisti e del fascismo, come se ne temessero il ritorno! Soltanto i congiunti dei partigiani, soltanto i congiunti dei fucilati e degli impiccati, quando raccontano vanno oltre l’episodio, e mi parlano senza mezze parole del fascismo di ieri e di oggi. Lorenzo Falco, ex partigiano, sopravvissuto ai campi di sterminio, non esita, mi dice: «Il fascismo di oggi è solo il risveglio della morte». Il discorso delle requisizioni, così come lo propone la campagna povera, è indicativo della solitudine intellettuale in cui vive da sempre il nostro contadino. È nell’isolamento che l’episodio marginale, che l’episodio della gallina rubata o del vitello requisito, si ingigantisce, si pietrifica. Strappare un vitello a un contadino povero era come strappargli un figlio, e non stupisce che la rabbia antica persista ed esploda. Sono le sentenze dei contadini ricchi, sono le sentenze degli ex borsaneristi, quelle che più offendono, che più feriscono. I discorsi più sciocchi e qualunquisti non li ho raccolti nella campagna

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povera, ma nella pianura grassa del Cuneese. Ai discorsi più rozzi non trovo altra risposta che questa: «Hanno perdonato il tedesco e il fascista che gli ha portato via il figlio, non hanno perdonato il partigiano che gli ha portato via il vitello»200 . I contadini di Villafalletto non rimpiangono i tempi tristi delle «brigate nere», i tempi dei Bugané e dei Lingua201 . Ma quando parlano del conte Falletti, grosso proprietario terriero, caporione repubblichino, ne parlano quasi con rispetto, come se il conte fosse ancora lì ad ascoltarli. Dicono: «Sì, è vero, il conte aveva trasformato il suo palazzotto in un fortilizio, con i fascisti della sua guardia del corpo che sparavano e uccidevano. Ma la colpa era dei partigiani, rompiscatole e imprudenti. Bastava che non si immischiassero. Chi si immischiava era giusto che ne pagasse le conseguenze». «Chi si immischiava...» era cosciente dei rischi a cui andava incontro. Valga questa breve testimonianza a esaltare il sacrificio degli umili, a esaltare il sacrificio delle centinaia di contadini che hanno combattuto a fianco a fianco dei partigiani, in prima linea. Sono le testimonianze come questa che dànno un contenuto autentico e non retorico alla formula «guerra di popolo». «Nell’aprile 1944 i tedeschi e i fascisti hanno incendiato e poi distrutto con il tritolo le nostre case di San Giacomo di Demonte. Mai che mio padre e mia madre abbiano detto: “La colpa è dei partigiani”. Dopo la Liberazione io ho fatto l’inventano per i «danni di guerra». Noi, anche come movibile, avevamo perduto tutto, dieci pecore e i mobili e il vestiario, proprio tutto. Ma mia madre 200 Testimonianza di Giuseppe Rossanino, nato a San Damiano d’Asti, classe 1916, contadino, partigiano della 6a divisione alpina autonoma di Cisterna. 201 Brigatisti neri tristemente famosi. Anche guardie del corpo del conte Falletti.

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non voleva che segnassi tutto, era convinta che fossero i partigiani a dover pagare. Dobbiamo ancora prenderli oggi quei «danni di guerra». La pratica dall’Intendenza di Finanza dev’essere passata al Genio Civile, ci daranno poi forse trecentomila lire per la casa distrutta, ma chissà quando... Subito dopo la Liberazione i partigiani ci hanno regalato alcune coperte, noi non avevamo più niente. Ricordo le parole di mia madre: “Sono solo contenta che i partigiani si ricordano ancora di noi, che ci vogliono bene”»202 . Ho avuto in visione alcuni diari delle parrocchie, documenti importanti, documenti dai quali traspaiono gli stati d’animo dei parroci e anche gli stati d’animo delle popolazioni. Uno dei diari – scritto dal parroco di un piccolo paese dell’alta Langa – è una requisitoria violenta contro i «garibaldini» che operavano nella zona. I «garibaldini» sono dipinti come una specie di lanzichenecchi, «prepotenti, bestemmiatori, ubriaconi». Anche i «repubblichini» sono dipinti come gentaglia, «sempre gravidi di odio e di crudeltà». Poi, all’improvviso, nella cupa prosa di don C. si apre questo squarcio di azzurro che mi appare un po’ sospetto: «Discesero dalle montagne nell’inverno 1944-45 le formazioni Gl [Giustizia e Libertà], che tosto per la disciplina, educazione, gentilezza, causarono nella popolazione un senso di sollievo. Avvezzi al pericolo e al sacrificio, sempre sereni, domandavano con grazia quanto loro abbisognava, volevano pagare ad ogni costo, gentilmente ringraziavano anche quando non potevano avere quanto domandato. All’albergo Cacciatori entrarono un giorno due di questi, e accoccolatisi attorno alla stufa stavano godendo un po’ di tepore dopo essere stati di servizio. L’albergatore offrì loro del vino, che ricusarono. Ad uno di questi scappò 202 Testimonianza di Giacomo Vera, nato a San Giacomo di Demonte, classe 1916, figlio di Bastian e Lucia.

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detto: “Ho piuttosto fame!!!”, parlando col compagno. Sentì l’albergatore, che allora offerse da mangiare. Ricusarono perché... non potevano pagare. Si rifocillarono dopo ripetute insistenze e la promessa da parte dell’albergatore di non dire nulla, onde i loro superiori non ne venissero a conoscenza. Questo e altri episodi del genere attirarono la simpatia della popolazione che avrebbe dato persino il cuore». Che i partigiani «gielle» fossero meglio inquadrati dei «garibaldini» e degli «autonomi» è indubbio. È vero che in alcune zone dell’alta Langa le popolazioni accolsero i «gielle» come «i liberatori», è vero che la montagna aveva lasciato nei «gielle» un’impronta di rigore «gobettiano». Ma forse don C., come non pochi parroci del Cuneese, nell’inverno 1944-45 pensava già troppo al dopo Liberazione. Forse don C., sbagliando, vedeva nei «gielle» un alleato politico, le forze della controrivoluzione! La Resistenza non era immobilismo, la Resistenza era anche violenza e rabbia. La Resistenza è passata sopra il nostro mondo contadino come un grosso temporale: l’acqua impetuosa, scivolando su un terreno antico, compatto, impermeabile, si è perduta subito nel grande mare della speranza! In questi trent’anni non una ma cento volte mi sono sentito rivolgere questa domanda: «Come si spiega che la provincia di Cuneo, partigiana, ha poi scelto la Democrazia Cristiana come partito unico?». La risposta è nelle centinaia di testimonianze che ho raccolto.

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IL MONDO DEI VINTI

La pianura

Contiamo sempre di meno nel mondo che cambia PIETRO BALSAMO, detto l’American, nato a Margarita, classe 1894, contadino. ANNETTA BALSAMO, nata a Margarita, classe 1930, contadina. FRANCESCO BALSAMO, nato a Margarita, classe 1935, contadino.

(7 maggio 1970 – Carlo Fenoglio)203 . Pietro Balsamo: Nel secolo scorso a fare il servizio militare andavano tre o quattro del paese, a caso li prendevano, e quei poveretti facevano il servizio per tutti. Mio padre era del 1841, è andato a vent’anni da soldato, è tornato che ne aveva venticinque, arrivato a casa da soldato non era più capace ad attaccare le briglie al carro, i cinque fratelli lo schernivano, allora lui ha deciso di andare in America. Preso l’imbarco a Genova, tre mesi e venti giorni per arrivare a Buenos Aires sulla nave a vela, aveva come bagaglio un sacco con un paio di pantaloni di ricambio. Otto anni è stato là, e poi aveva da sposarsi è tornato in qua. Era ricco, aveva una catena d’oro, ha scelto la ragazza che più gli piaceva, ha subito trovato. Poi voleva ritornare in America, ma aveva raccontato del viaggio molto pericoloso, a momenti allo Stretto di Gibilterra la sua nave a vela era affondata, così la sposa si è spaventata, non ha più voluto partire. Con i ri203 Data in cui la testimonianza è stata raccolta e nome del mediatore.

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sparmi dell’America mio padre ha comprato le sue prime giornate di terra. A quei tempi tutti tribolavano, in campagna c’era una miseria infinita, la gente passava quindici giorni senza assaggiare il pane, mangiavano polenta, patate, pane di meliga. Le famiglie erano numerose, anche i figli dei piccoli proprietari, i figli che avanzavano, andavano da vaché e da servente204 . Tutte le donne filavano la cauna: la biancheria era tutta ’d tela ’d cà, di tela fatta in casa. Pietro, il fratello di mio padre, aveva una vestimenta di tela di canapa mista a un filo di cotone blu, ’d tela müfia205 : era un milord, dopo il conte Solaro c’era lui che aveva una vestimenta completa. Gli altri due suoi fratelli invece portavano gli orecchini d’oro, anche gli orecchini d’oro era un segno di personalità. La famiglia di mio padre era distinta, era di gente che stava già bene. Tutti seminavano la canapa, e poi la mettevano a marcire nel fiume, e ricavavano la rista206 . Soltanto alla domenica sera non si lavorava, non si filava. Ma il lunedì mattina le donne dovevano alzarsi alle tre – facevano così le sorelle di mio padre – per filare la rista che non avevano filato la domenica sera. Anche quando sfüiavu la melia207 si alzavano alle tre del lunedì, per recuperare il lavoro perduto la domenica sera. I giovani ’ndavu ’n vià208 , a controllare se le ragazze lavoravano, se filavano. La ragazza pigra non trovava a sposarsi. «Moriamo di fame tutti e due», pensava il giovane. Quando una madre era in gamba a presentare la figlia, quando aveva voglia di sposarla, faceva passare Da servi e da serve di campagna (cfr. p. XXXV, nota 2). Di tela ammuffita. 206 La canapa pronta per essere filata. 207 Sfogliavano le pannocchie di granturco. 208 Andavano in veglia. 204 205

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di fronte ai giovanotti che era la figlia che faceva tanta tela, anche la tela fatta dalla madre figurava fatta dalla figlia. A vié209 un po’ lontano, da un paese all’altro, i giovani andavano sempre in comitiva di cinque o sei, avevano paura che i giovani di là li bastonassero, c’era concorrenza e rivalità tra i giovani di paesi diversi. Anche alle feste andavano in comitiva, fare un po’ la ronda a una ragazza di un altro paese era pericoloso, li aspettavano al ritorno, li picchiavano. [...]. In tutte le famiglie si diceva il rosario nella stalla. Si aspettava che i vicini arrivassero per la veglia e si diceva il rosario. Con serietà, non per abitudine. Se uno degli ospiti avesse parlato male, «un’altra volta non vieni più, neh...», gli dicevano i padroni della stalla. Annetta Balsamo: In questa strada eravamo quelli che avevamo la stalla più grossa, la più adatta per sté ’n vià210 . E allora non venivano mica solo quelli di campagna, venivano anche quelli di altri mestieri, anche le donne degli artigiani, degli operai. Ognuno doveva mantenersi ’l ciair, cioè ognuno a turno doveva arrivare nella nostra stalla con il lume. A casa loro l’ambiente era freddo, venivano qui e noi davamo la stalla e la calur211 gratis. Ognuno si portava da casa la sedia perché per filare la panca non va, ci vuole lo schienale della sedia per attaccarci la rucca. Ogni sera erano sempre sei o sette le filoire212 nostre ospiti. I loro uomini si coricavano sulla paglia, magari facevano un sogno o chiacchieravano tra di loro, e intanto le donne filavano. Mia madre mi raccontava che qui veniva una donna che aveva il marito geloso, lei filava e in grembo le cadevano le briciole ’dla riA vegliare. Per stare in veglia. 211 Il calore (il tepore) della stalla. 212 Le filatrici. 209 210

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sta. C’era uno che gli piaceva scherzare, le passava sempre la mano sulle ginocchia con la scusa di far scendere sti canavöi213 , e la poveretta subiva e tremava, non osava parlare, sapeva che poi a casa il marito gliele passava. Questa vita nelle stalle, a vié, si faceva ancora trent’anni fa. Poi tutto è cambiato. Vuole sapere come si viveva intorno al 1910? Mia madre era di Pianfei, di una famiglia di campagna numerosa. Era nata nel 1903, e nel 1910, all’età di sette anni, era già da serventa in campagna qui vicino a Margarita. A San Magno i padroni l’hanno lasciata andare a casa, lei era tanto piccola, non sapeva più trovare la strada di casa, si è perduta. A quattordici anni mia madre ha lasciato il lavoro da serventa ed è andata in filatura prima a Cuneo, poi a Rocca de’ Baldi, poi a Villanova fino del 1929 che si è sposata. Partivano il lunedì mattina presto da Pianfei a piedi lei e sua sorella con nella taschetta un po’ di pane, andavano a piedi a Cuneo alla filatura. Al sabato sera tornavano a Pianfei sempre a piedi, cinquanta soldi in due alla settimana guadagnavano. Pietro Balsamo: È del 1908-909 che da qui sono partiti tanti per l’America, tutti contadini. In quell’anno ne saranno andati trenta. Prima ne erano andati di meno perché non avevano i mezzi per pagarsi il viaggio, trecento lire costava. Verso il 1910 i servitori erano poi già un po’ cercati, in due o tre anni si guadagnavano i soldi del viaggio. In Francia ne andavano tantissimi, a piedi. Non era un problema andare. in Francia, era come andare in campagna qui nei dintorni di Margarita. Passavano il confine di notte, senza documenti, andavano a Nizza o a Mentone a fare i lavori di campagna. Poi, con la guerra del ’15, l’emigrazione è finita. 213

Questi scarti della rista, della canapa.

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Io nel 1915 avevo vent’anni, ero in fanteria, 52° reggimento, brigata Garibaldi con Ezio e Peppino Garibaldi, cinque anni e due mesi, sono stato al Col di Lana, Valle San Pellegrino, Val Cordevole, le Tofane, sul fronte della 4a armata. Poi di lì abbiamo fatto la ritirata di Caporetto, siamo venuti al Piave, Monte Pallone, Monte Pertiga, Monte Grappa. Poi il 17 aprile 1918 ci hanno presi e portati diretti a Bligny, a Verdun, perché eravamo in subbuglio, c’era la ribellione tra di noi, non volevamo più saperne della guerra. Che cosa mi era passato per la testa quando era scoppiata la guerra del ’15? Eravamo innocenti totali, non sapevamo perché facevamo quella guerra, capivamo proprio niente. Ne parlavamo solo tra noi, tutta gente che non avevamo scuole, che non leggevamo i giornali... Io a scuola avevo imparato l’alfabeto e a coltivare i rapanelli e il prezzemolo, ho ancora quel libro sul quale abbiamo studiato sei tra fratelli e sorelle, ecco è questo il libro, il terzo che l’ha adoperato sono io, l’avevano fatto rilegare per me. Eh, la guerra! Sì, ce n’erano di imboscati, tanti. Chi faceva il bandito, chi scappava in Francia. C’erano di quelli che si rovinavano la salute per non andare in guerra: prendevano il decotto di tabacco, si mettevano delle cose strane nelle orecchie. Ho dei compagni che si sono ammazzati al fronte, quando le cose erano serie. [...]. Annetta Balsamo: Vuole sapere com’è la nostra vita contadina oggi? Se nel passato i contadini non erano istruiti oggi invece un po’ lo sono, l’istruzione è arrivata dopo l’ultima guerra. Nei nostri paesi oggi abbiamo delle persone istruite, ma sono ancora troppo verdi, sono ancora troppo giovani per poter governare. Nei nostri paesi possiamo ancora dire che il prete è l’unica persona che può aiutarci, non possiamo ancora fidarci di nessuno. [...]

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Qui a Margarita non abbiamo le scuole medie. Toccherebbe che dotassero noi ignoranti di scuole, dovrebbero metterle qui le scuole medie, e non obbligare i poveri contadini a portare i figli a Cuneo o da altre parti. Altrimenti succede che i giovani non appena hanno le scuole medie dicono «non sono più di campagna, non siamo più delle zoccole». E magari si vergognano di essere figli di contadini, ma non si vergognano che i loro genitori prendono o prenderanno la pensione contadina. Io sono fatta differente, io sono in un pezzo solo, io non mi vergogno di essere una contadina. [...]. Sabato sera sono stata in una cascina, erano le nove passate. C’era il vecchio di ottant’anni che usciva dalla stalla con un secchio, era andato a büre214 o a dare la pietanza alle bestie, tutto senza la luce, tutto nel buio perché non hanno la luce elettrica. Il figlio è del 1926, sposato con una donna del 1935, e il ragazzino più alto fa la terza elementare. Vedo il vecchio che esce dalla stalla, e poi dalla cucina esce la sposa vestita come una qualsiasi serventa, i’era già ciadlase tüte le bestie da sula215 . C’era il ragazzino che fa la terza elementare, è salito sul motore, l’ha fatto partire, c’è salito dietro il padre, sono andati nei campi a lavuré o a disché o a cuncimé216 , erano le nove di sera, era buio, e la donna doveva ancora preparare la cena. Al mattino il ragazzo va a scuola, torna a casa, mangia pranzo, e poi va tutto il giorno a lavorare in campagna. Niente luce elettrica, si toglie gli occhi a studiare quel ragazzino, giornali non ne leggono..., ma questo è un vivere? Al mattino prima di andare a scuola – ha otto anni – aiuta la madre a mungere le vacche. Sono proprietari di venti giornate, le hanno comprate qualche A scremare il latte. Si era già occupata da sola di tutte le bestie. 216 Ad arare, o a lavorare con l’erpice a dischi, o a concimare. 214 215

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anno fa con il prestito, adesso vorrebbero fabbricarsi la casa ma non hanno i soldi. Vorrebbero vendere la terra ma non c’è più chi la rileva alla pari, e sembrava che avessero comprato a buon prezzo... Questa famiglia paga 118000 lire di tassa di famiglia. E sono tante qui le famiglie in queste condizioni. Il conte Solaro ha messo in vendita tutte le sue terre, il conte liquida, lui li prende i soldi, il conte li conta i soldi, e gli altri lavorano. C’è chi vorrebbe cedere il mutuo ma non trova. Hanno comprato per paura di restare in mezzo a una strada, la terra aumentava di prezzo perché c’erano i prestiti, erano mezzadri, avevano il diritto di prelazione, per sette o per diciassette hanno comprato, adesso hanno i debiti e prima di pagarli si frustano la vita e quella della loro famiglia. Pietro Balsamo: Il governo, lo Stato, la società italiana, devono dire grazie fin tanto che ci siamo noi bunumas che seguitiamo a fare i poveri proprietari: noi lavoriamo ventiquattro ore a dieci lire l’ora, fa solo duecentoquaranta lire e siamo contenti lo stesso, la mano d’opera stipendiata costerebbe quattrocento cinquecento lire l’ora, allora il grano verrebbe mille lire il chicco. Nella Russia non fanno progresso perché non c’è l’interesse privato, noi qui facciamo come dice la barzelletta di Pierino. Un giorno Pierino chiede a suo padre perché il cane che ha le gambe più lunghe corre più piano della lepre. «Perché la lepre corre per conto proprio, invece il cane corre solo per conto del padrone, insegue la lepre per conto del padrone». E noi siamo lo stesso in campagna. L’altra sera eravamo due o tre qui in casa, c’erano anche due maestri e un deputato, l’onorevole Sarti. Mio figlio ha detto all’onorevole: «Noi non sappiamo farci le nostre ragioni, non sappiamo protestare per le troppe promesse mai mantenute. Noi non possiamo avere la parola che avete voi per questo fatto: io tutte le mattine

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parto non appena è giorno, vado in campagna tutto il giorno sul trattore, non ho tempo a leggere, a studiare, alla sera torno a casa sono addormentato, non parlo più con nessuno, ho la lingua paralizzata tanto sono stanco». Oggi la vita in confronto di una volta è miliardaria, però vediamo troppe ingiustizie, c’è tante leggi, ma tante, e se io tutte in favore di chi prende già i contanti. Non per niente i giovani se ne vanno via tutti dalla campagna. Noi abbiamo sempre fiducia che domani le cose vadano meglio... Francesco Balsamo: Non è la fiducia... Qualche anno fa si sperava che le cose dell’agricoltura migliorassero, invece la cosa va sempre più degradando. Manca la mano d’opera, i giovani vanno tutti in fabbrica, dovremmo trasportare la nostra casa dove abbiamo i campi ma la nostra casa non ha le ruote, è una spesa, un debito che non riusciamo a fare. Dovremmo smettere un giorno o l’altro, non più fare i contadini. Io faccio parte del 3P217 , un’associazione utile per lo sviluppo mentale, ma è l’aspetto finanziario che più conta, i programmi a parole sono belle cose, ma se poi mancano i mezzi per realizzarli? Abbiamo centododici famiglie iscritte alla «Coltivatori Diretti», e appena quindici giovani nel 3P, tutti i giovani ancora contadini di Margarita, uno ogni dieci famiglie. Due o tre anni fa si diceva che i nostri vecchi non volevano innovazioni. Oggi i vecchi non ostacolano più, il vecchio è arretrato ma lascia fare, dice «se sapete fare meglio, fate». Ma a noi manca la finanza, e allora è tutto inutile. Oggi ci vogliono gran capitali, il «piano verde» aiuta solo i grossi, uno solo di noi quindici del 3P ha usufruito del «piano verde», noi non eravamo considerati autosufficienti, noi non entravamo nel diritto. A 217

Cfr. p. XLV, nota I.

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noi tutti dicono che l’agricoltura migliorerà, ci fanno vivere di speranza. Ma il governo interviene sempre quando è troppo tardi. In montagna finché c’era la gente non la aiutavano, quando non c’è più stato nessuno sono arrivati su con la luce, con le strade. Lo stesso capiterà qui. Chi non ha la luce elettrica si stufa e scappa. Quando non ci sarà più nessuno allora verranno a mettere la luce perché la gente ritorni in campagna. Noi di campagna siamo già vecchi quando abbiamo trent’anni, vediamo già la vita tramontata. Viviamo troppo isolati, è il nostro lavoro che porta all’isolamento. Annetta Balsamo: Francesco guida il trattore, io gli vado dietro sulla macchina operatrice, lui ha il suo orologio e io il mio, regoliamo con l’orologio il lavoro, senza parlarci, intanto lui non mi sentirebbe a parlare tanto è rumoroso il motore. Non parliamo più tra noi, a volte passiamo una settimana senza parlarci. Una volta andando sui campi con le bestie e il carro si andava in compagnia, una volta era tutto un discorso. Adesso la macchina ci isola, ci ha fatto diventare più chiusi di prima, siamo schiavi della macchina. La macchina ci tira, ci fa marciare. Corro a casa a guardare le bestie, poi devo fare il pranzo di corsa, poi di corsa devo portare il mangiare sui campi. Diventiamo sempre più frusti, più nervosi. In campagna abbiamo messo le bestie a star bene, le persone stanno peggio: le persone sono al servizio delle bestie. Se non fosse che abbiamo investito i nostri risparmi nelle attrezzature, oggi daremmo un calcio a tutto. L’ottanta per cento dei contadini darebbe un calcio a tutto. Sono tanti alla Camera che parlano di noi, ma tutto va come va. Noi contadini dobbiamo già essere in due per contare per uno delle altre categorie, non abbiamo né istruzione né lingua né esperienza. Quando riusciamo a capire le cose è già tardi, ce ne vuole due di noi per farne uno degli altri. Non possiamo fare sciopero perché do-

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po tre giorni le vacche muoiono, nei Comuni siamo già in minoranza, contiamo sempre di meno nel mondo che cambia. L’America era come l’Italia GIOVANNI FORZANO, nato a Margarita, classe 1887, contadino.

(7 maggio 1970 – Pietro Balsamo). Ero di una famiglia povera, padre, madre, tre sorelle e io, una sorella era da serventa e io da servitore. [...]. Quando sono partito per l’America? Fate un po’ il conto, avevo ventisei anni. Sono andato in là sposato. Mio padre non voleva che mi sposassi, sono uscito di casa, mi sono sposato, otto giorni dopo siamo partiti, siamo andati alla bella ventura. Partiti da Genova col bastimento francese «Paraná». C’era gente di tutte le razze sul «Paraná», noi eravamo nella terza classe, la più bassa, dormivamo al piano dell’acqua, tutte cuccette, sü stagere218 , come i soldati. Ventisette giorni di viaggio ad andare in giù, a venire in su con il «Re Vittorio» solo ventitre giorni di viaggio. Mangiavamo un po’ ’d fasöi brüvé219 un po’ di insalata, avevamo pagato centottanta lire di viaggio a testa. Genova, Marsiglia, Valenza in Spagna, Armeria, Dover, un porto grosso dove hanno caricato il carbone. A Dover siamo rimasti un po’ fermi, siamo andati con un vaporetto a fare un giro nel paese, c’era la gente vestita di bianco e loro erano neri, gente che mangiava cuchet220 , Su ripiani (nelle cuccette). Di fagioli lessi. 220 Bozzoli. Qui con il significato di datteri. 218 219

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gente grossa, robusta, nera nera. Poi Montevideo, poi Buenos Aires. Ci siamo presentati all’emigrazione, in treno siamo andati nella pampa a Montemiele, c’erano tanti italiani, tutti contadini. Per noi l’America era come l’Italia. Io ho cominciato subito a lavorare in campagna, e mia moglie faceva la serva alla padrona. Tanto di paga al mese, mangiavamo. Siamo stati solo tre anni, là non c’era da fare risorse. Tornati con quattromila lire di risparmio abbiamo comprato un po’ di terra, abbiamo ripreso a lavorare giorno e notte. Mi sono salvato dalla guerra del ’15 perché ero riformato. Abbiamo avuto due figli e sette figlie, ma le sette figlie sono morte tutte piccole, e uno dei figli, Piero, è morto in Russia, era nell’artiglieria alpina, mai più saputo niente della Russia... Ci siamo consumati sul lavoro, con una vita di lavoro abbiamo messo assieme quindici giornate di terra, un pezzo qui e un pezzo là, tutto col sudore, tutto con i gomiti. Quando compravamo una vacca era un avvenimento grosso, bisognava già essere capitalisti per comprare una vacca, facevamo festa quel giorno, facevamo le tagliatelle quel giorno, grosse come il dito, erano lasagne non tagliatelle! Sempre fatto miserie..., proprio colte tutte le grane del miglio... E la vita con i bigat221 ? Che fatica, li sogno ancora ora. Povere donne, l’uomo partiva al mattino che era buio a ’ndé a sbüré222 , la donna a casa a pulire i bigat, a guardare i bambini, le bestie, tutto. I soldi dei bigat erano i primi e gli ultimi che prendevamo di tutto l’anno. Niente grano da vendere né meliga. Con i bigat pagavamo le imposte. A San Pietro bisognava scucuné223 , era il momento del raccolto. La I bachi da seta. Ad andare a raccogliere la foglia dei gelsi. 223 Raccogliere i cuchet, i bozzoli. 221 222

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donna in campagna era proprio una schiava. La gioventù di oggi è ricca e non sa di esserlo, non ha l’idea della vita che abbiamo fatto noi. Anche dove non sanno che c’è il comunista, c’è il comunista GIACOMO MARTINENGO, nato a Margarita, classe 1886, contadino, panettiere, operaio.

(30 giugno 1970 – Giancarlo Martinengo). Mio padre aveva una macelleria, e affittava un po’ di terra. Eravamo quattro fratelli e due sorelle, io ero il più giovane. Sono andato da vaché nel 1900, anche due miei fratelli erano da vaché: an mandavu da vaché per mustese a vagnese ’l pan224 . Da vaché ero in due cascine abbastanza grosse, di mezzadri. Non sono morto di fame e non sono diventato tubercolotico, ecco tutto. Da mangiare mi davano del pane ammuffito. Mio padre allora vendeva la carne a otto lire il chilo, ma nessuno della campagna che la comprasse, non avevano i soldi. Il contadino vendeva le uova per comprare il sale, e la farina per comprare lo zucchero. Arrivavano le donne nei negozi e offrivano la loro roba in permuta. Tanti i mezzadri che scappavano, che non avevano i soldi per pagare l’affitto. [...]. Qui a Margarita c’era il conte Solana, era lui il padrone del paese, tutta la terra bella era sua. Perdonava niente a nessuno, non lasciava mangiare, non lasciava alzare la testa a nessuno. La gente come lo guardava? Quando il conte usciva dalla chiesa, dalla messa, la gente andava a baciargli la mano, a chiedere 224 Ci mandavano da servi di campagna perché imparassimo a guadagnarci il pane.

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la carità. Il primo giorno dell’anno, nel cortile del suo castello, il conte radunava i bambini e a ognuno regalava un soldo. Sono andato anch’io tante volte a prendere il soldo, nel 1890-95. Quando passava il conte la gente si inginocchiava come se fosse passato il vescovo. [...]. La scuola arrivava fino alla terza. Ma io ho fatto la sesta perché l’anno in cui è morto Giuseppe Verdi sono andato a lavorare a Cuneo, come apprendista panettiere. [...]. Alla vigilia della guerra del ’15 a Margarita c’era già il socialismo, eravamo già quaranta e passa iscritti in quei tempi là. Adesso alle ultime elezioni i comunisti hanno già avuto cento e più voti, siamo andati avanti no? C’eravamo noi, i cugini Carlin225 e Tistot, veniva Germanetto226 , veniva l’onorevole Paolino, e facevano propaganda. Gli iscritti erano gli operai della cartiera Crosio e della cartiera del conte Solaro, e un po’ di servitori di campagna, nessun contadino era iscritto al socialismo. Il I° maggio, quando sfilavamo nelle strade del paese, le donne ci buttavano l’acqua benedetta appresso, dicevano: «L’é pasaie i diaulot»227 . I contadini ci guardavano di brutto e i carabinieri anche. C’era mica da scherzare, perché eravamo i sovversivi. Ci radunavamo in piazza, cantavamo due canzoni delle nostre, e poi ci ritiravamo ognuno a casa, era quello il nostro I° maggio. Poi è scoppiata la guerra. Ero già sposato, avevo tre figli. La guerra per noi è stata un disastro, e per Carlo Martinengo, nato a Margarita, classe 1886. Giovanni Germanetto, nato a Torino (1885-1959), militante comunista. Nel 1921 segretario della federaziione di Cuneo. Scrittore, autore del libro autobiografico Memorie di un barbiere. Dal 1926 in Urss. Dirigente dell’Internaziontile dei Sindacati rossi. 227 «Sotto passati i diavoletti». 225 226

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la campagna ha significato farsi un po’ di soldi. La gente di campagna, nel 1915, ha capito che il prezzo delle bestie incominciava ad aumentare e il prezzo delle piante anche. Ecco, i proprietari di terra hanno capito questo, ed erano quasi contenti della guerra. Ma poi hanno capito che dovevano mandare i figli in guerra... Un mio fratello si è tolto i denti, altri pochi di Margarita si sono fatti togliere i denti, li avevano già guasti! Uno di Fossano si è avvelenato con il piombo, è morto. Un altro, era meridionale, si è fatto fare un’iniezione di petrolio nella spina dorsale, è diventato tutto storto, è finito in galera. Mi hanno richiamato nel 1916 e messo in fanteria. Dopo tre mesi che ero in trincea sono rimasto ferito al collo, una pallottola me l’ha bucato da parte a parte. Eh, quella guerra... Avessi avuto la forza li ammazzavo tutti io gli italiani, tutti, non ci davano nemmeno da mangiare in trincea. Sul colle Bricon, vicino a Trento, abbiamo fatto tanta di quella fame, arrivava più niente, nemmeno sigari e sigarette. Che cosa dicevano i miei amici contadini in trincea? Chi scriveva a casa di fare dire messe, chi pregava, ognuno aveva ’l so trigu228 . Io bestemmiavo. Non era mica una guerra..., niente vestiti, scalzi, i piedi gonfi, pien ’d piöi229 , niente acqua da bere, il mangiare una volta al giorno quando arrivava, quando l’artiglieria non sbatteva giù i muli. Non si poteva alzare la testa se no gli altri sparavano, tapun tapun, era difficile salvare la pelle. Dopo la guerra il morale della campagna si è fatto forte, si è tirato su. Il conte Solaro ha venduto un po’ delle sue cascine, e il contadino che durante la guerra si era fatto un po’ di soldi le ha comprate. Poi Mussolini ha 228 229

Il suo intrigo (il suo metodo come scaramanzia). Pieni di pidocchi.

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messo delle tasse enormi sulla terra, e chi aveva comprato e aveva continuato a mangiare polenta si è salvato, gli altri hanno dovuto vendere. Nel 1922 è arrivato il fascismo. Qui a Margarita non è successo niente, il fascismo ha fatto tutti i suoi comodi. Non c’era lavoro, solo miseria e disoccupazione enormi, allora sono partito per l’America. A Castes, nella pampa, c’era un mio cognato. Sono partito da solo, da Genova, sul «Taormina», tremila lire il prezzo del viaggio. Eravamo tutti emigranti italiani, qualche turco, le stive erano piene, uomini e donne separati, a dormire sulle bigatere230 , tutta gente disperata. Napoli, Palermo, lì abbiamo caricato tanti meridionali. Ci servivano già a tavola, Mussolini aveva disposto così: era aumentato di molto il prezzo del viaggio ma ci servivano a tavola. Sbarcato a Buenos Aires, in treno ho raggiunto Castes, vicino alle Ande. Lì ho fatto il panettiere, nella pampa era pieno di piemontesi. [...]. Sono rimasto in Argentina tre anni, poi appena ho guadagnato i soldi per il viaggio di ritorno sono rimpatriato. Era l’anno 1927, mi sono messo a lavorare a Cuneo, agli «Edili», a fare il manovale falegname. Ormai il fascismo era ancora più forte, era già forte quando ero partito per l’America. Poi è uscito un posto da notturnista alla Stipel e come invalido di guerra mi sono sistemato. L’Italia andava male, non si poteva parlare. Un giorno, era del 1936, abbiamo fatto il pranzo di leva a Margarita, eravamo sette o otto. Ci siamo contati un po’ di balle e basta. Ma l’Autorità ha chiuso le due osterie per sei mesi, ha inventato la storia che noi avevamo bruciato il quadro di Mussolini durante il pranzo di leva. Arrestato il padre di Giancarlo, Carlin, che era mio cugino: arrestati tutti noi, il maestro Musso, Viglione che aveva 230

Cfr. p. XCIX, nota.

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l’osteria a Morozzo, Sarale, Mondino, Ghio. Hanno fatto il processo alla moda sua. A me hanno rifilato tre anni di confino, a Carlin cinque anni. Io sono finito a Matera e Carlin nell’Abruzzo, a Castello di Teramo. Mussolini mi passava sette lire al giorno. Sono poi tornato dal confino nel 1937, proprio il giorno in cui uno dei miei figli tornava dalla guerra d’Africa, dall’Abissinia! [...]. Nel 1939 Mussolini è venuto a Cuneo, mi hanno arrestato, mi hanno tenuto otto giorni in prigione perché era sovversivo. Poi ho perduto l’impiego alla Stipel, avevo sempre la polizia in casa a fare le perquisizioni, sono scappato, ho fatto perdere le mie tracce. Poi c’è stato lo sbandamento dell’8 settembre e mi sono messo subito con i partigiani, per forza, subito. Facevo il servizio di controspionaggio, «Servizio X». Nei giorni dello sbandamento la campagna ha rastrellato tutta quello che trovava dell’esercito, vestiario, benzina..., gente che oggi è miliardaria e già allora era ricca, eppure arraffava. La campagna si è comportata male, l’é mac buna per chila231 , cercava solo di incassare soldi. Faceva la borsa nera, il lucro e basta, dio soldo era quello che contava. Ahi..., alla campagna non piacevano i partigiani, quando i partigiani andavano a chiedere un po’ di grano o qualche bestia facevano dei salti alti così. Qualcuno capiva qualcosa, Bottasso era uno bravo, ma gli altri pensavano quasi tutti ai soldi e basta. Qui noi non avevamo mica paura dei tedeschi, i fascisti ci facevano paura, e le spie del paese. Qui abbiamo ancora dieci fascisti oggi, e sappiamo chi sono... In quel tempo della guerra partigiana il parroco don Vivalda non si interessava, faceva il parroco e basta. Don L. invece era fascista in pieno, da sempre. Eh, alla Liberazione qualche schiaffo e qualche calcio in culo Don L. se li è presi. Niente, poi abbia231

È sola buona per sé stessa (pensa solo a sé stessa).

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mo perdonato tutto, noi eravamo umani, chei parole ’n po carcà232 e tutto è finito lì. Oggi la campagna vota tanto Democrazia Cristiana, sia i contadini piccoli come i grossi. Io ho fatto tanta fame e tanto sonno, diciotto ore al giorno di lavoro. Ormai sono vecchio, per me è finita. Ma penso, ma spero che la società migliori ancora, il rospo del comunismo sarà tra quindici, sarà tra vent’anni, devono mangiarlo. Anche dove non sanno che c’è il comunista, c’è il comunista. Mi spiace solo di essere vecchio, perché vorrei ancora combattere, vorrei almeno votare ancora due volte. Siamo in una società in cui c’è chi non riesce a mangiare e c’è chi ha troppi soldi e non sa come spenderli. Ai giovani che non si interessano di politica io dico: «Durante il fascismo noi non potevamo dire solamente “povera Italia”. Volete provare il fascismo? E provatelo. Vi piace la guerra? E. provatela». Quando parlo di politica con la gente di campagna o stanno zitti o mi dicono «’ndé ’n po a vüddi ’n Rüssia»233 . Tutto quello che sanno rispondermi! Avevamo nascosto la bandiera del socialismo BATTISTA MARTINENGO, nato a Margarita, classe 1901, contadino, muratore.

(30 giugno 1970 – Giancarlo Martinengo). Noi eravamo otto di famiglia, con padre e madre. Qui prima della guerra del ’15 c’era una grande crisi. Mio padre era muratore. Dai dieci ai diciotto anni sono andato da servitore nelle cascine dei dintorni, da gente 232 233

Qualche parola un po’ pesante. «Andate un po’ a vedere in Russia».

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che affittava. Vivevo male, il lavoro era duro. In una cascina di ottanta giornate che il conte Solaro affittava, ai Cios, alle tre del mattino andavo già a tagliare l’erba e lavoravo fino a mezzogiorno, avevo sedici anni e mi addormentavo da in piedi mentre passeggiavo a voltare l’erba. Per colazione due peperoni bagnati nell’olio. Alle quattro del pomeriggio caricavamo il fieno, poi alla cascina lavoravamo fino alle undici di notte per scaricarlo. Tutte le sere polenta con un po’ di latte, e d’estate polenta con due pomodori di quelli lunghi. Questa la nostra vita, tanta miseria. Eh, i tiravu lüstre234 ! In campagna, diciamo nel 1910, la gente portava gli zoccoli con la paglia dentro o un po’ di fieno, anche d’inverno. Nessuno portava le calze. Dalla campagna venivano a messa con le scarpe a spalla, le scarpe le mettevano solo nel paese per non consumarle, erano le scarpe polacche, chiodate, e niente calze. [...]. Nel 1922 sono tornato da soldato dopo ventiquattro mesi in Sicilia. C’era il fascismo. Qualcuno di noi voleva reagire, ma l’affare veniva stretto, era un pasticcio. Un giorno del 1923, lavoravo a Cuneo da muratore, andavo e tornavo da Cuneo a piedi ogni giorno, come arrivo a casa mia madre mi dice: «Stamattina eri appena partito sono venuti quattro carabinieri, hanno perquisita la casa, hanno buttato tutto per aria». Mio padre aveva un quadro con la fotografia di un certo Francisco Ferrer235 . Un carabiniere gli ha chiesto: «Chi è quello lì?» «È un maestro spagnolo, e l’hanno ammazzato». Allora il carabiniere; ha preso mio padre per la barba, gliel’ha stiracchiata. «Fallo sparire, – gli ha detto, – perché se torLe tiravamo lucide (si faceva la fame). Francisco Ferrer, fucilato nel 1909, perché ritenuto responsabile della sommossa di Barcellona. 234 235

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niamo un’altra volta e c’è ancora quel quadro facciamo fuori anche te, ti ammazziamo». Nel paese avevamo nascosto la bandiera del socialismo. Tutte le notti venivano i fascisti da Fossano, da Cuneo, a cercarla. Veniva Cazzaniga, venivano tanti... Qui nel paese c’erano le spie. Chi erano gli antifascisti di Margarita? Erano gente come noi, operai, muratori, tutta gente che lavorava sotto gli altri. La campagna era tagliata fuori dal discorso dell’antifascismo, non si interessava. di politica. C’era una sola famiglia di contadini, benestanti, proprietari, i Giachin, tre fratelli, che erano delle nostre idee: scaldati, avevano paura di niente, erano sempre con noi, erano tornati dall’America del nord. Anche ai Giachin facevano le perquisizioni, don L. aveva detto che avevano una mitraglia in casa e allora i carabinieri andavano a perquisire. Il I° maggio? Non osavamo nemmeno farci vedere vestiti da festa! A volte, all’osteria, c’era chi di noi beveva un po’ troppo e diventava imprudente, sincero. Un giorno Carlin si è messo a gridare «abbasso Mussolini». Allora gli amici a dirgli «Carlin fa ’l piesí, sta chet, sta chet...»236 , tutti a calmarlo prima che arrivassero i carabinieri. Eravamo una trentina senza la tessera del fascio. Non ho mai comprato la divisa fascista ai miei figli. La campagna invece li vestiva i figli da balilla, diceva che era un obbligo, aveva paura. La campagna prendeva la tessera del fascio, sempre perché aveva paura, e dava il rame alla patria ancora per paura. Senza la tessera trovare un lavoro era impossibile. Un giorno Varino dell’Ufficio di Collocamento mi dice: «Stanno facendo la caserma dell’Autocentro in Piazza d’Armi a Cuneo. Vuoi un lavoro là? Ma l’hai presa la tessera del fascio?» «No, e non la prendo». «Eh, 236

«Carlin fa’ il piacere, stai calmo, stai calmo».

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Martinengh, alura marciuma mal...»237 . La gente non ci voleva bene, ci isolava sempre un po’, è ancora adesso così, hanno ancora paura oggi di noi, qui è il covo della Democrazia Cristiana. Nel 1935 è venuta dura per la campagna, la guerra d’Africa, l’Abissinia, l’ha daie ’n bot a cui ’d campagna238 . Mussolini con le sanzioni aveva detto «facciamo da noi». La roba di campagna non valeva più niente, chi affittava non riusciva più a pagare l’affitto, portavano i vitelli e i maiali al mercato e non trovavano a venderli. Ma poi è incominciata la guerra del 1940 e tutta la roba ha ripreso a salire e la campagna a guadagnare. Allora si sono fatti i soldi tutti, i piccoli e i grossi. Borsa nera, il grano a trentamila lire al quintale, qui venivano i liguri, i genovesi a comprare. Una famiglia come la nostra doveva pagare il pane fuori tessera trecento lire al chilo. Se noi chiedevamo alla campagna mezzo litro di latte ci dicevano «no». Abbiamo sempre mangiato pane nero e tanta polenta e gran puree di patate, la gente di campagna non osava farci pagare cara la roba e ci diceva «no», che non ne avevano da vendere. Mia moglie Letizia, che in politica l’ha sempre pensata come me, che aveva già suo padre socialista, durante la guerra ricamava i fardei239 per la gente di campagna, e si faceva pagare con latte, burro, uova, ci aggiustavamo così. Poi è venuto lo sbandamento, l’8 settembre. Non parliamo della campagna, non era dalla parte dei partigiani. I partigiani i bucin240 li pagavano al prezzo dell’ammasso, con i buoni di requisizione, e la campagna di un bucin prendeva magari centomila lire a borsa nera. La «Eh, Martinengo, allora andiamo male...». Ha dato un colpo a quelli della campagna. 239 I corredi da sposa. 240 I vitelli. 237 238

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campagna leggeva una vita infame ai partigiani, diceva «sun ’d partigian per so cunt, venu a più la roba e dop s’la tenu»241 . Qui c’era un bravo partigiano, Ambrogio Tomatis, un gran lavoratore. Dopo la Liberazione l’hanno perseguitato, «ti ’ndavi a rubé i bucin»242 gli dicevano. Allora Ambrogio è andato a lavorare nel Belgio, nelle miniere, pur di togliersi da questo ambiente antipartigiano, e in dodici anni di vite grame si è preso la silicosi. Se c’erano anche i figli dei contadini tra i partigiani? Pochi, e per forza. C’erano più operai che contadini nei partigiani. Noi in quel periodo siamo sempre rimasti qui. Una volta è arrivato Frezza243 a cercarci, che spavento, avevamo i capelli dritti! Abbiamo aiutato i partigiani, e tanto anche, eravamo della loro idea. Poi alla Liberazione abbiamo perdonato tutti quelli che ci avevano fatto del male, tutti i fascisti, e anche le spie. Un giorno mio figlio è passato davanti alla chiesa, era già dopo la Liberazione. Il curato gli chiede: «Sei già andato a messa?» «No». «Io sodi che razza sei...» «Sono di una razza più buona della tua, balengu»244 , gli ha risposto mio figlio. Era un bambino, aveva nove anni, ma capiva già, sapeva già quello che si diceva. Il curato l’ha rincorso, gli ha stiracchiato un orecchio. 241 «Sono partigiani per conto loro, vengono a prendere la roba e poi se la tengono». 242 «Tu andavi a rubare i vitelli». 243 Ufficiale della polizia fascista, tristemente noto per la strage di San Benigno di Cuneo. 244 Stupido (tonto).

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Eh, nui fuma sempre i pasage a i’autri. Cui che ancöi a sun ’nle fabriche devu dise grasie a nui245 . Ma che festa quando è arrivato il 25 aprile! PAOLA MARTINENGO in PONSETTO, nata a Margarita, classe 1906.

(1° settembre 1970 – Giancarlo Martinengo). Dovessi raccontare tutto è un calvario. Era mica facile essere comunisti in un paese come Margarita. Carlin, zio Battista, zio Cecu, e noi: queste le quattro famiglie dei Martinengo che erano comuniste. Poi c’erano i Pagliero e pochi altri. La gente di campagna era tanto ignorante e bisoc246 , pensava al lavoro e non si immischiava. La gente di Margarita non ci guardava più, non ci salutava mica, era diventato pericoloso anche solo salutarci: mica solo i fascisti ci schivavano, quasi tutti ci schivavano perché avevano paura. Ricordo ancora le feste del I° maggio, i cortei prima del 1922. C’era la bandiera rossa, eravamo tanti, tanti socialisti, una quarantina con quelli di Crava, anche i bambini nel corteo, cantavamo Bandiera rossa e l’Internazionale, e gridavamo «viva la Russia, viva Lenin», e da sotto «viva il: comunismo e abbasso il Papa». La gente ci guardava di brutto, «i diaulot che pasu»247 , dicevano i bisoc. Poi sono venuti i tempi difficili, quand che batíu ’d pí248 . Una volta, avrò avuto diciassette anni, era 245 Eh, noi facciamo sempre i passaggi (prepariamo sempre la strada) agli altri Quelli che oggi sono nelle fabbriche devono dire grazie a noi. 246 Bigotta. 247 «I diavoletti che passano (che sfilano)». 248 Quando picchiavano di più.

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forse del 1923, di notte sono arrivati i fascisti da Cuneo, vestiti di nero e col manganello. Hanno invaso la nostra casa, hanno buttato tutta per aria, «la vostra famiglia la allevate nel fango», dicevano a mio padre e a mia madre, e giù insulti e maltrattamenti. C’era anche Cazzaniga, e un certo Dante che è poi morto in sanatorio, ed erano i due peggiori. Mia madre, povera donna, quanti piur, quanti sböi249 . Una volta sono venuti dalla zio Battista a cercare la bandiera rossa. Gli hanno detto: «Noi siamo due comunisti perseguitati, ci vogliono arrestare. Ospitateci stanotte». «No, non vi conosco, non vi voglio in casa». «Ah sì? Siamo due fascisti e vogliamo la bandiera rossa. Domani torniamo in cinquanta, la cerchiamo finché la troviamo la bandiera rossa». L’indomani una paura... Mia madre, parlando con pardon, correva al gabinetto dalla paura. Mia madre era coraggiosa, ma ci tormentavano troppo di continuo, non ci lasciavano vivere. Un giorno mia madre ha saputo che una quindicina di fascisti stavano per picchiare Giuseppe, all’osteria: è corsa là come un fulmine, ha affrontato i fascisti, li ha insultati, «vigliacchi» gridava, ed è riuscita a portarlo in salvo. Quante volte i fascisti hanno minacciato di bruciarci la casa. Vivevamo sempre nella paura, nel terrore. Nel paese di Margarita c’erano le spie, don L. era una spia dei primi. Nelle osterie, quando entrava qualcuno dei nostri, preferivano non servirli, non dargli da bere, «è meglio se andate da un’altra parte» dicevano. Nel 1927, una notte, sono arrivati due carabinieri fascisti, in divisa, e hanno prelevato mio fratello Giuseppe e l’hanno portato nella caserma di Morozzo. Gli hanno dato tante botte da ammazzarlo. L’indomani mattina mia madre l’ha ritrovato sugli scalini di casa, era tutto 249

Quanti pianti, quante paure.

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gonfio, sfigurato e sanguinante. «Ma che cosa ti hanno fatto?» «In caserma i carabinieri mi dicevano “tu sei comunista”, e giù botte da farmi svenire». Giuseppe è poi morto giovane, anche in seguito alle bastonature di quei fascisti. E lo zio Cecu? Una volta è arrivato un fascista di Pianfei, con la rivoltella, se lo trovava lo ammazzava. E il padre di Giancarlo, Carlin? Era forte come un leone, una volta ha perduto la pazienza, ha afferrato il segretario del fascio, gli ha dato ’n patacun250 , poi l’ha messo nel bial251 , e lo teneva sotto. «Gavlu mac Carlin, se no lu fas möri»252 gridava la gente. Dopo pochi giorni sono arrivati i fascisti da Cuneo e ci hanno fatto diventare matti. Una volta i nostri hanno fatto il pranzo di leva, il pranzo dei cinquant’anni, in un’osteria invece che in un’altra. È bastato quello, è corsa la voce che durante il pranzo il Martinengo e i suoi amici avevano bruciato il quadro del Duce. Non era vero niente, loro avevano solo bruciato la fotografia del munta e cala253 , uno scherzo, una tradizione così, la fotografia con sopra segnati gli anni. Si diceva che bruciando la fotografia del munta e cala gli anni non sarebbero più passati, anzi i coscritti sarebbero ringiovaniti invece di invecchiare! Allora hanno messo tutti in prigione, il maestro Musso e i nostri e anche quelli di campagna. Carliti l’hanno condannato a cinque anni di confino. Un pugno. Nel canale. 252 «Toglilo solo Carlin, se no lo fai morire» 250 251

253

Sali e scendi. – È una specie di «calendario alla rovescia».

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I fascisti di Margarita facevano il corteo, passavano davanti alla nostra casa e gridavano: «Cosa fanno i comunisti? Schifo! Cosa fanno i socialisti? Schifo!» Poi cantavano: «Noi siamo delle squadracce e ce ne andiamo, ma se qualcuno di voi ci bisticciate vi daremo quattrocentomila bastonate». E noi zitti, una paura da morire. C’erano tutte le frasche di Margarita tra i più violenti. Dicevano a Carlin: «Devi cambiare idea». E lui: «Per farmi cambiare idea dovrete cambiarmi la testa». Anche mio marito l’hanno picchiato a Cuneo, nel 1923. C’era Antonio Bonino con una squadraccia. Mio marito era appena uscito dal «Circolo del lavoro», era in compagnia di Carena e di un altro. In via Roma, di fronte al tabaccaio della Pipa Grossa, i fascisti hanno cominciato a prenderli a spintoni, a provocarli. Poi giù botte in testa con il manganello, li hanno picchiati a sangue. Tempi brutti, erano i barabba che comandavano. In quegli anni passava sempre a trovarci l’onorevole Paolino, un uomo bravo come il sole. Faceva il viaggiatore di olio. «Vös d’öli?»254 diceva a mio padre. Scambiava due parole e poi partiva subito, era sempre pedinato, viveva con la paura che lo arrestassero da un momento all’altro. L’hanno messo tante di quelle volte in prigione, tutte le volte che c’era una manifestazione fascista lo arrestavano. È poi morto di crepacuore. Ma che festa quando è arrivato il 25 aprile, quando è arrivata la Liberazione! Carlin, il padre di Giancarlo, è diventato sindaco, e non è stato capace a castighene gnün255 , nemmeno i suoi peggiori persecutori, nemmeno le spie ha voluto punire. E stato troppo buono. Io dico tanto, ma alla Liberazione ho salvato un ragazzo, un fascista, l’ho salvato dalla fucilazione. Mi ha fatto tanta 254 255

«Vuoi dell’olio?» Di punire nessuno.

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pena sua madre, era una mia vicina di casa e così l’ho salvato. Sì, al 25 aprile abbiamo perdonato. Ma oggi mi chiedo se sono morti per niente i nostri partigiani. La gente dimentica, la gente ha dimenticato. Vivessi mille anni mi ricordo del fascismo e del male che ha fatto. Oggi sono tutti ricchi. Chi accetterebbe ancora una vita come la nostra? GIOVANNI TOSELLI, detto Gianin d’Ariund, nato a Peveragno, classe 1887, contadino, muratore.

(9 maggio 1970 – Giovanni Balsamo). Nel 1900 metà della gente di Peveragno era in Francia o in America. Oh, ne partivano tanti per l’America, partivano per arrivare là a Natale a fare ancora la cuseccia256 , con la vettura fino a Beinette e poi in treno a Genova dove si imbarcavano. Oh, ragazze disposte a sposarsi, disposte ad andare in America? Oh, ne trovavano di ragazze, allora si andava facilmente in America. Qui non cera lavoro, c’era miseria. Noi eravamo cinque figli, tre maschi e due femmine. Mio padre affittava poca terra, aveva una vacca, faceva il contadino e il calzolaio. Mio fratello più vecchio, Giacomo, del 1879, faceva il calzolaio. L’altro mio fratello, Domenico, del 1881, ha fatta un po’ il servitore, poi è scappato in America, aveva sedici anni. Anche una sorella del 1884 era in America, è ancora là, vedova. Nel 1904 io sono scappato in Francia. Vede come si disperdevano le famiglie? La vita qui era difficile. Come noialtri: a scuola ci mandavano poco, se ne avevano bisogno a casa a fare 256

La campagna del grano.

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una fascina stavamo a casa. Ho fatto la terza a strappi, due o tre mesi d’inverno. Il maestro, Teu, il padre di Caterina, mi chiedeva sempre: «Che casa vuoi fare da alto?» «Il predicatore». In quei tempi tanti andavano in seminario a studiare da prete. Un giorno il maestro manda a chiamare mio padre e gli dice: «Chin, mandlu a studié to fí che ries bin». «Ma mi pös pà». «Sagrinte guan, mi te drövu la bursa»257 . Non è bastato. Sono ancora andato a scuola due mesi, in quarta, e poi via da vaché. Mi ricordo, io avevo sette anni, facevo seconda elementare, c’era mezzo metro di neve su a Neretta oltre la Madonna dei Boschi sulla montagna, e facevo fascine con sette anni sopra la neve, mio padre e mio zio tagliavano le piante nel bosco, mi scapulavu258 , facevo fascine, con un pezzo di polenta e una mela cotta, e andavo a bere l’acqua della neve. Pane d’inverno mai, sempre solo polenta, patate, castagne. Le famiglie vivevano quasi tutte così, da ogni parte; c’erano solo tre o quattro famiglie di Peveragno che se la facevano bene, c’era i Giacumet, e Cuciet, Legressia... Gli altri tutti basso tutti basso 259 , non si mangiava, non c’era modo di mangiare. Così in paese. La montagna ancora peggio, non lo vedevano mai il pane, altroché scappare in Francia e in America. C’era chi cavava 260 tutto con la pala: la terra rendeva quattro quintali di grano per giornata, adesso ne fanno diciotto, su due giornate doveva magari vivere una famiglia di dieci figli, la vita era grama. 257 «Chin, mandalo a studiare tuo figlio che riesce bene». «Ma io non posso». «Non preoccuparti, io ti apro la mia borsa». 258 Io pulivo i rami. 259 Tutti con un livello di vita basso. 260 Lavorava i campi (zappava).

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A atto anni ero già a guadagnarmi da mangiare. Da vaché a Beinette non sono mai andato a mangiare una volta in cucina, sempre nel cortile con la scodella sulle ginocchia. Lavoravo da gente che non aveva cognizione, gente proprietari mica poveri, mi davano ancora meno da mangiare che al cane, avrei mangiato dieci volte, fosse adesso gente così la metterebbero in galera e farebbero benissimo. Ho patito tanto tanto da vaché. A nove anni mi mandavano a bagnare la meliga da solo fra quelle bialerase 261 , di notte: ero un bambino e ne sapevo niente, e passavo dei gran spaventi. La paga era diciotto lire all’anno. Dopo gli anni da vaché sono diventato muratore. A diciassette anni, nel 1904, sono andato a Marsiglia e poi a Tolone alla ventura, a portare i sacchi da un quintale di soda. Per poter lavorare ho dovuto dare cinque lire di mancia a un poliziotto che ha scritto sulle mie carte che avevo un anno di più. Poi sono ritornato a Peveragno, dove da muratore guadagnavo due lire al giorno. Nel 1906, a Morozzo, guadagnavo poi già quattro lire e quindici centesimi al giorno, una buona paga, erano già soldi. Le filere262 guadagnavano venticinque soldi, e andavano e venivano a piedi da Cuneo. Anch’io andavo sempre a piedi, anche lontano da Peveragno: dormivo sui fienili dal lunedì al sabato, appendevo il pane a un filo di ferro perché i topi non me lo mangiassero. Poi sono andato coscritto a tirare il numero. Ma prima di presentarmi alla visita medica ho preso dodici cicchetti di grappa e ho mangiato mezzo sigaro, non avevo voglia di fare il soldato. Il dottor Abrate come mi ha visto mi ha detta: «Ma cosa hai fatto?» «Niente». Ha 261 262

Grossi fossi. Le filandine.

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capito subito, mi bianc ma na pata263 , mi ha fatto abile. Tanti non erano abili, chi per l’asma o per il cuore o per il poco mangiare, tutto dovuto alle vite grame. Mi hanno mandato negli alpini al battaglione Borgo San Dalmazzo, 13a compagnia, capitano Trossarello. Ero già sposato, mia moglie stava per comprare un figlio. Dudes volte l’hei sautà la bara264 , da Borgo andavo a casa sempre di notte, e rientravo al reparto per la sveglia. Ma il mio primo figlio è nato morto. Poi scoppia la guerra, che disperazione! Che cosa mi è passato per la testa? Ma nemmeno un soldato era convinto di fare quella guerra, partivamo tutti mal volentieri. Uno da sposare è tutto diverso..., ha nessuno dietro. Noi avevamo famiglia, dovevamo lasciare il lavoro. Solo qualcuno volontario voleva fare la guerra, per fare carriera. Noi siamo andati in guerra per forza. Tanti qui di Peveragno prendevano porcherie per non partire, e ne sono morti... Partito il 31 luglio 1915, e tornato nel dicembre del ’18. Sono stato nella conca di Plezzo, con la brigata Aosta, siamo andati a occupare Plezzo con la fanteria, noi alpini a fare coraggio alla fanteria. Su a Plezzo eravamo su una posizione avanzata che ci prendevano da tutte le parti, quota 900, dall’alto ci buttavano giù le pietre, da una parte sparavano con un cannone a zero, e dall’altra ancora con le mitraglie. Non ci arrivava più il mangiare, e sono venuto a pesare trentacinque chili. Anche un certo Salimbeni di Pradleves, che pesava ottantasei chili, è venuto a trentasei chili. C’era un certo bosniaco, un volontario, che viveva in una galleria nella roccia da solo, e aveva cinque fucili e una mitraglia, e chiudeva sempre il passaggio alle nostre corvées dei viveri. Allora il capita263 264

Io bianco come uno straccio. Dodici volte ho saltato la barra (sono scappato).

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no mi ha mandato a prendere quel merlo, mi ha dato diciotto uomini, ci siamo tolte le scarpe, ci siamo fasciati i piedi nelle fasce mollettiere, abbiamo montato un trucco e l’abbiamo sorpreso. Era un giovane, aveva per due mesi di viveri e munizioni. Uno l’ha preso per i piedi e l’altro per le braccia, l’abbiamo buttato giù da un burrone, a momenti ammazza il nostro capitano sotto, a momenti gli piomba addosso. Poi è venuta la ritirata, la nostra divisione ha resistito due giorni nella conca di Plezzo, i nostri 149 prolungati sparavano già verso le nostre retrovie, all’indietro, allora si salvi chi può, siamo scappati, nella nostra vallata c’erano due metri di morti... Eh, l’abbiamo vinta quella guerra, ma l’abbiamo perduta. La statistica dice che sono di più i tubercolotici tornati dalla guerra del ’18 che i morti di quella guerra. Io ho preso il gas l’iprite sul Montello, e come sono tornato a casa, dopo il primo giorno di festa, ero già malato di polmonite, ho tribolato due anni. E mi è toccato ricominciare da principio e vivere su due giornate e mezza di terra e il resto in affitto perché non trovavo lavoro da muratore, nessuno faceva ancora costruire. Questa casa l’abbiamo costruita io e mia moglie. Abbiamo comprato una vacca da tiro per ammucchiare i materiali, mattoni, ghiaia, legnami. Io e mia moglie andavamo a Baves tutte le notti a ritirare i mattoni, partivamo alle tre di notte e tornavamo prima che i bambini si svegliassero. È brutto quando mancano i soldi, quando mancano diciannove soldi a fare la lira. I debiti fanno paura. Oggi sono tutti ricchi. Chi accetterebbe ancora una vita come la nostra?

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Il più povero di Peveragno è più ricco del ricco di allora CATERINA TOSELLI, vedova TASSONE, detta Nuia, nata a Peveragno, classe a 1890.

(3 gennaio 1972 – Dalmazzo Giraudo). Mio padre da giovane era nell’America del nord, a New York, a cercare fortuna. Si diceva che là gli alberi fossero carichi di sterline. Mia madre da bambina andava a servire in campagna da vachera, dalle parti di San Magno, presso gente che se la faceva bene. Un mattino, mentre andava al pascolo, e intanto mangiava un pezzo di pane duro, incontra un uomo che le dice: «Cul pan lì ai tu fà piurà a mangialu e ai tu fà piurà a cagalu. Dailu a la vaca, mi ’t ne dugn ’n toc del mé»265 . Mia madre ogni sera doveva scegliere se lavorare ancora o saltare la cena, la padrona le diceva: «L’has pi car ’ndà a cugiate o desnò mangié sina e filé ’n füs?»266 . Se lavorava fino alla mezzanotte a filare la canapa le spettava ’n tüpinet267 di minestra, altrimenti niente. In quei tempi la miseria e l’avarizia toccavano un po’ tutti: i poveri erano molti, i meno poveri vivevano come i poveri, avevano paura di conoscere la miseria, di tornare indietro, e si privavano anche del minimo indispensabile. Nel 1875 mia padre torna dall’America per sposarsi. È un giovane elegante, porta la camicia con il colletto duro, ha i gemelli d’oro, è un buon partito. Mia madre è una bella donna di vent’anni, lavora alla filatura. Come mio 265 «Quel pane lì ti fa male a mangiarlo e ti fa piangere a cacarlo. Daglielo alla vacca, io te ne do un pezzo del mio». 266 «Hai più caro (preferisci) andare a coricarti, o altrimenti mangiare cena e filare un fuso?» 267 Una ciotola.

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padre la vede si innamora, e chiede a Madlenin ’dla Frera se può aiutarlo a conoscere tanto una bella ragazza, Lina ’d Carulina, e Madlenin li fa incontrare. Quel giorno stanno insieme fino alla mezzanotte, poi mia madre ha paura a tornare a casa e lui la accompagna, lui entra in casa e dice: «Mare268 , voglio sposare vostra figlia, la porto in America». Otto giorni appresso erano già sposati. Nel viaggio verso l’America il bastimento quasi affonda. La stiva si riempie d’acqua, le onde portano in mare la cabina e il capitano. Tutti gridano: «Si salvi chi può». A New York c’è la banda musicale che li aspetta, per festeggiare lo scampato pericolo. Al Santuario della Madonna della Riva269 c’è perfino un quadro che ricorda quel viaggio. In America ammucchiano una piccola fortuna, poi tornano a Peveragno e mettono su il «Ristorante Americano» e una bottega. Chi lavora è mia madre: mio padre beve, fa il signore e fa il prepotente. Quattordici figli deve mettere al mondo mia madre, di cui sei morti piccoli. Anch’io sono andata da serva da bambina, a cinque lire il mese. Poi ho cominciato a lavorare nella nostra osteria. I miei ricordi di allora? Ho visto tante volte gli americani che partivano. Ogni autunno, alle quattro del mattino, sulla piazza di Santa Maria c’erano sempre due o tre break270 e una ventina di emigranti con il saccone da viaggio, la mala. La piazza era piena di amici e di parenti, le spose piangevano. Con i break raggiungevano Beinette, e poi in treno Genova. Ricordo ancora la prima automobile, sopra c’era il re che tornava dalle manovre nella Valle Pesio. Mia madre Madre. Santuario nelle vicinanze di Cuneo, ricchissimo di ex voto. 270 Carrozze a cavalli (diligenze). 268 269

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era cuoca al pranzo del re, io ero molto orgogliosa che mia madre servisse il re, da dietro un pilastro guardavo il re che mangiava una pesca, la mangiava come noi... La vita del paese? La gente allora amava incontrarsi, era una tradizione ’ndé ’n víe271 nelle stalle. I giovani erano gelosi delle ragazze, se la gioventù di Cuneo tentava di arrivare a Peveragno veniva accolta a sassate. Mio fratello lavorava a Torino, era cameriere. Una volta è andato in una stalla ’n víe. Gli hanno tagliato tutti i bottoni del paletò per gelosia, per dispetto. Lavorava a Torino ed era considerato un forestiero! La vita passava molto nelle osterie. Avrò avuto dieci anni, ricordo che ogni sera veniva nella nostra osteria un vecchio della Madonna dei Boschi272 , e leggeva ad alta voce un romanzo, tre grossi libri, e tutta la gente lo ascoltava silenziosa, attenta. La domenica in tutte le osterie c’era almeno una fisarmonica. Ogni frazione aveva la sua osteria, da noi venivano quelli della Madonna273 , uomini e donne, giovani e anziani e vecchi. Scendevano per la messa grande e poi aspettavano l’ora del vespro. Giocavano alla morra e a tressette, ballavano, cantavano. A casa vino non ne avevano, e si sfogavano. Chi riusciva pagava, chi non riusciva, marcava il debito sul registro. Il lunedì, giorno di mercato, nella nostra osteria erano numerose le donne. Avevano venduto le uova e il burro, e si concedevano un piatto di trippe, due soldi la scodella, oppure un piatto di brodo, un soldo la scodella, e magari anche la piccola274 tre soldi, e un mezzo di vino, sei soldi. Andare in veglia. Frazione di Peveragno, verso la collina. 273 Della Madonna dei Boschi. 274 La pietanza a prezzo fisso, un piatto di carne e verdura. 271 272

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Proprio di fronte alla nostra osteria abitava la madre ’d Giana ’d Matelu, una che faceva il gioco delle carte, leggeva la mano, diceva l’avvenire. La domenica sul suo balcone c’era sempre la fila delle donne di campagna. Erano andate a messa, e attendendo l’ora del vespro correvano dietro all’indovina. La gente credeva alle masche. La gente faceva bollire le catene delle vacche per allontanare le masche dalla stalla; la gente metteva un bicchierino di acqua nel latte per difendere le bestie dalle malattie, dalle masche. Il prete, che era l’uomo più rispettato del paese, non combatteva queste credenze, lasciava fare. I pranzi di nozze? La gente di campagna li organizzava in casa, dopo aver preso in prestito i piatti, i servizi, Il primo giorno le nose, le nozze vere e proprie, dal mattino alla mezzanotte grande festa con gli invitati. L’indomani l’arnos, la festa riservata ai giovani. Altre occasioni per incontrarsi erano le elezioni. La domenica del voto arrivava Soleri e pagava le trippe e un mezzo litro a tutti, la nostra osteria si riempiva dei suoi elettori, mangiavano, bevevano, e gridavano «viva Soleri». Galimberti pagava da altre parti. A raccontare queste storie si direbbe quasi che in quei tempi si viveva bene. Invece la miseria era tanta, e la gente tirava avanti a forza di economie. La gente della collina alta si adattava a tutto, pur di sopravvivere. Era così a Peveragno, era così dalle altre parti. Dalla Valle Pesio le famiglie andavano sulle montagne di Valdieri ed Entraque a lavorare alle carbunere275 , a fare il carbone di legna. Erano magari dodici famiglie, in gruppo, accampate alla meno peggio. Per mangiare mettevano a bollire ’nle brunse276 un po’ di acqua ed erba: a turno infilavano 275 276

Carbonaie. Nei paioli.

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in quella brodaglia ’l cundisaire, un pezzo di lardo appeso a un cordino, e quel pezzo di lardo serviva per giorni e giorni. A Peveragno le Margrotule – due vecchie che erano mica povere, che avevano un bel po’ di campagna, me le ricordo come se le vedessi adesso – mettevano la polenta nemmeno nel piatto, la tenevano in una mano e nell’altra mano tenevano l’acciuga. Mangiavano un boccone di polenta e leccavano l’acciuga. Quando la polenta era finita l’acciuga era ancora intatta. Era molto interessata la gente, anche i pochi ricchi del paese non sprecavano, tendevano a fare sempre più soldi, a risparmiare le cento lire. Oggi il più povero di Peveragno è più ricco del ricco di allora. Non ci siamo mai ribellati GIUSEPPE DANIELE, nato a Cherasco, frazione Cervere, classe 1887, contadino.

(25 ottobre 1970 – Giuseppe Cena). Sapesse che vita abbiamo fatto per mettere assieme dieci giornate di terra! Siamo partiti da zero, abbiamo tribolato fino a che la famiglia è cresciuta, oh sacramenta. Quante volte abbiamo mangiato na fisca d’ai e pan müfí, anticristu277 . Avevamo niente. Mio padre affittava ’n ciabutin278 di tre giornate, otto figli..., e lo lavoravano á zappa, zappavano anche di notte, l’unica bestia era una scrofa. Padre e madre andavano nei campi, mi portavano appresso come un fagotto, mi buttavano sotto un gelso, e mia madre di punta e mio padre dietro con una corda 277 278

Uno spicchio d’aglio e pane ammuffito. Una piccola cascina.

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trascinavano le spianau279 , mettevano bene in piano, poi seminavano il grano, prendevano la zappa e facevano la piüvà280 per volta seminavano così. I particular, i proprietari, avevano già qualcosa di più, aravano già, ma quello che aveva niente bisognava che zappasse. Oh giache allora... Poi c’erano le cascine grosse, quelli che vivevano bene. Per fortuna mio padre buonanima lo mandavano a chiamare per i lavori da manovale alla fattoria «La Torre», e gli davano quattro o cinque soldi al giorno, se no morivamo tutti di fame. Mi avessero dato del pane asciutto a volontà, ma non potevano darmelo, in otto a mangiare uno al culo dell’altro, io e buonanima di mia sorella andavamo sempre alle cascine a chiedere la carità. Una volta siamo passati in una cascina, ci hanno dato una fetta di polenta con la cugnà, la cugnà ’d pume281 , ispa, abbiamo fatto una festa... A casa mangiavamo solo polenta e rape fritte nel lardo. Morivano tanti bambini per denutrimento, per fame: eh, la miseria è brutta! Mangiavamo il pane ammuffito con la barba sopra: con una manata toglievamo il più grosso della muffa e non perdevamo una briciola, altroché adesso che tanti il pane lo buttano via, lo sprecano. Eravamo appena coperti, vestiti con ’n cuteliun, con una sottana di tela andante. Fino agli otto anni anche i maschi portavano la vesta, la sottana. Quasi sempre scalzi, d’inverno con un paio di zoccoletti. Dormivamo sul fienile, e all’inverno nella stalla, si metteva la stufa nella stalla perché la scrofa non patisse il freddo, na L’asse per spianare la terra arata. Il solco e il colmo. 281 Mostarda di mele. 279 280

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berlecia suta e na berlecia t’sura282 , per aria su quattro assi, tutti ammucchiati. Padre e madre invece dormivano nella stanza. Eravamo tanti montati così, poca terra e tanti figli, e nessuno che ci dava una mano. C’era solo un contadino, il padrone di una cascina grossa, quello era un galantuomo, quello lo ricordo sempre. Era amico di mio padre e gli diceva: «Giacu, guarda: non lasciare patire i tuoi bambini, vieniti a prendere un sacco di grano, vieni, vieni. Eh, pagare lo pagherai poi». Sapeva della nostra fame. Intanto i miei fratelli hanno patito, sono morti tutti uno dopo l’altro prima dei quindici anni, solo una sorella è vissuta fino ai quarant’anni, si può dire che sono morti di fame, denutriti, a non mangiare. Le nostre tre giornate di terra ci davano poco grano a piüvà, non avevamo letame e la terra rendeva poco. Quando avevo otto anni mi hanno aggiustato283 in campagna da andare al pascolo ai maiali, allora mi sono comprato un pantalone e la giacca, prendevo settanta lire l’anno, lì mangiavo. Io preferivo aggiustarmi che stare a casa, ero il più alto e a non mangiare pativo già. Man mano che crescevo, da servitore guadagnavo di più. E poi d’estate andavo a fare la campagna del grano, cun la mesoira284 , quindici giorni senza posare ’l fer285 , un calore addosso, il sole che bruciava e da bere acqua e aceto a volontà. Scuola io ne ho fatta poca perché quando toccava andare a scuola mi aggiustavano, andavo a scuola tre 282 Un leggero strato (di paglia o di fogliame) sotto (al piano stalla) e un leggero strato sopra (su un soppalco, sul bauti, sul trabial). 283 Sistemato (affittato). 284 Con la falciola. 285 Il ferro (l’attrezzo, la falciola).

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mesi d’inverno. Ho appena fatto la seconda, da soldato non sapevo nemmeno fare il mio nome, non sapevo nemmeno scrivere a casa. Ho imparato da soldato a scrivere. Quasi tutti eravamo così; eh, che scuole che avevamo... Che cosa era il prete per noi? Il prete aveva il suo lavoro, c’era il prete, ma faceva il suo lavoro, non ci aiutava. Se uno non andava in chiesa facevano che dire che era un ebreo, così uno per l’altro andavano tutti in chiesa, dicevano «così nessuno mi legge la vita». Mah, era così! Padre e madre hanno visto l’inferno. Malata, mia madre non aveva i soldi a comprarsi un po’ di caffè, un po’ di zucchero. Quando andava già bene prendeva una gallina e mio padre portava la gallina al negozio e tornava a casa con un po’ di caffè. Ma si faceva così quando mia madre era proprio malata. Mica adesso che i giovani li hanno a barun286 i soldi, e se gli dici qualcosa ti rispondono che i’eru foi: i’eru foi per forsa287 perché non avevamo un soldo. Istofu288 , io adesso ho una casa e sto bene, ma adesso sono vecchio e muoio. Ma la vita l’ho passata grama e in più la guerra... Ho tirato il numero a Cherasco, in Comune, erano centodieci i miei coscritti. Andare a fare il soldato per me voleva dire perdere le giornate e mi rincresceva, ma se no si stava mica male, finalmente mangiavo. Solo che avevo la madre a casa, ma riuscivo lo stesso ad aiutarla, non andavo mai in libera uscita, prendevo la cinquina, la ammucchiavo lì, mandavo tutto a casa. Sono stato un anno cuoco al battaglione Borgo San Dalmazzo, lì A mucchi. Che eravamo stupidi: eravamo stupidi per forza. 288 Come ispa, cristiandor ecc,: esclamazioni per evitare la bestemmia, per non dire «Cristo». Istofu sta per Cristoforo. 286 287

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mangiavo delle belle cotolette, sono ingrassato da qui a lì, mi sono aggiustato un po’ i polmoni. Ma poi è venuta la guerra, io ero di terza categoria come capofamiglia. Hanno perduto ’l Ludin, una montagna, forse era del 1916, allora ci hanno richiamati anche noi di terza e siamo andati a riprendere quella montagna, ’l Ludin. Poi al Crestarossa, altra montagna del Veneto, altra battaglia. Poi l’Ortigara, nel Trentino, ah matot...289 , non so come sono riuscito a togliermela, a mucchi i morti, hanno cominciato a salire in mattinata da Bassano i tedeschi e ci hanno preso su un fianco, ne hanno fatto una strage. Che cosa pensavamo noi di quella guerra? Non avevamo nessuna voglia di farla, per forza andare. A noi non interessava la guerra, noi eravamo poveri diavoli, a noi non conveniva. Interessava a qualcuno per farsi i soldi, ma non a noi. «Andiamo là a perdere tempo e ancora a farci ammazzare», ecco che cosa ci dicevamo. È sull’Ortigara che ho visto la guerra più brutta. Là i colpi di mortaio cadevano e facevano tremare la terra. Una notte siamo usciti dalla trincea, ero con la 15a compagnia del battaglione Borgo San Dalmazzo. Abbiamo raggiunto una valletta che era piena di morti. Abbiamo costruito una lunga morena con i morti, abbiamo tolto i morti e ci siamo ammucchiati al loro posto. Poi al mattino, alle sette, arriva l’ordine di partire all’assalto. «Fuori», grida il capitano. «Prima esce lei, poi usciamo noi», gli dicono i soldati. Le mitraglie dei tedeschi sparavano a gran forza raso terra. Esce il capitano, esce la prima ondata di alpini, e muoiono tutti. Io ho tardato un attimo: «Se ho da morire muoio qui», mi sono detto. Poi la nostra artiglieria ha cominciato a bombardarci, e anche i tedeschi hanno preso a bombardarci. I nostri ci bombardavano per farci uscire dalla trincea, per spingerci al289

Ah, ragazzo...

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l’assalto. Neh che guerra falsa! In quel batiböi290 ne sono morti migliaia e migliaia. Mah! Quante volte mi sono nascosto sotto i morti per ripararmi dalle schegge degli shrapnel! Com’erano i nostri ufficiali? Ce n’erano dei buoni e dei cattivi. I cattivi ogni tanto li trasferivano di reparto perché se no i soldati li ammazzano. Il soldato stava sempre zitto, ma l’ufficiale cattivo aveva paura di essere ammazzato. Non ci siamo mai ribellati, non eravamo mica capaci di ribellarci. Non avevamo nemmeno più fame in trincea, tanta era la paura, tante erano le sofferenze. Avevamo sempre tanta sete. Oh, dell’Ortigara mi ricordo sempre. Poi una volta sono andato avanti con trenta esploratori, c’era stato un combattimento e ne avevo visti a cadere tanti, a cadere giù come le mosche. Siamo finiti in una buca, gli austriaci ci hanno accerchiati, allora abbiamo alzato un fazzoletto, siamo caduti prigionieri. Anche gli altri della mia compagnia sono caduti prigionieri. I primi giorni Siamo vissuti con un mestolo di brodaglia. Poi in treno ci hanno portati in Ungheria. Rape alla mattina e alla sera, nient’altro. Più niente pancia avevamo, ne sono morti tanti dei nostri, tutte le mattine erano trenta o cinquanta i nostri morti: tanti morivano senza male, come un pollastrino quando ha la malattia. Facevamo cuocere le bucce delle patate, delle rape. Io vivevo a cicoria. Mi dicevo: «Così non posso più andare avanti». Un giorno arriva l’ordine: «Chi vuole andare in Galizia? Occorrono sessanta uomini a lavorare in una fattoria di millecinquecento giornate». Allora mi sono trascinato in fila. L’indomani siamo saliti sul treno, un giorno e una notte, siamo arrivati a Leopoli, vicino alla Russia. 290

Scompiglio.

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Lì sono andato un’altra volta a chiedere la carità, l’avevo chiesta da piccolo la carità e l’ho chiesta da alto, andavo a bussare alle porte delle case, mi dicevano: «Ceta, ceta, aspetta, aspetta», mi davano una fetta di pane nero o una patata. Una volta ho imbattuto in una casa dove c’era un medico, mi ha dato una bella pagnotta di pane bianco, mi ricordo, l’ho baciata quella pagnotta prima di mangiarla. Mi dicevo: «Oh, ’sta volta mi riprendo un po’». L’ho mangiata, non mi ha nemmeno toccato le budella tanto ero vuoto. «Se veniste in due a segare la nostra legna...» mi ha detto il medico. «Sì sì, io chiamo un mio compagno». Alla sera siamo andati là a segare la legna, un’ora e mezza, e finito il lavoro ci ha dato una buona minestra di orzo. E dopo la minestra una bella e buona polenta. Noi mangiavamo tutto. Allora ci ha fatto preparare ancora una purea di patate. Iste, non riuscivamo più a tirare il fiato. Cristofu, avremmo mangiato fino a scoppiare. L’indomani siamo andati a lavorare per la prima volta alla fattoria. Là c’erano delle pentole di patate bollite, e noi giù a mangiare. Un mio amico aveva già la pancia gonfia, e io a dirgli: «Stai attento che crepi». È rimasto lì con una patata in bocca, morto, si sono strappate le budella, le nostre budella erano fini, sottili, patite. Nella fattoria piano piano mi sono ripreso con le forze, ero contento, mi sentivo rivivere. Poi è finita la guerra e il padrone della fattoria voleva che restassimo là: «No io non ci sto in questi paesi, a mangiare patate e cavoli». Ah, era brava gente, contadini, bravi sicuro. Mi ricordo sempre, una volta ero seduto lungo una strada e mangiavo una patata, è passata una donna, mi ha guardato, e si è messa a piangere. Eh, era più duro fare della fame che fare la guerra! Tra i prigionieri i più smilzi resistevano, ma i più grossi si sgonfiavano e morivano tutti.

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Quando sono tornato a casa ho trovato la solita miseria: ero pulito, a zero. Gli altri si erano fatti i soldi e noi a zero. Mia madre ormai era sola, era vissuta di stenti, aveva tirato avanti con il mio piccolo sussidio, l’avevano truffata col sussidio. La «Combattenti» era d’accordo con il Distretto, avevano rubato cinquanta lire a mia madre, a ogni madre di soldato avevano rubato cinquanta lire, l’ho proprio constatato io quando sono tornato dalla guerra, e le ho pretese quelle cinquanta lire. Che fregun...291 . Ho subito ripreso a fare il manovale nelle cascine a una lira al giorno. All’estate andavo col ferro a tagliare il grano, le giornate erano lunghe, due lire al giorno, con due lire si comprava giusto una camicia. Lavorando guadagnavo i soldi per comprare la crusca per i maiali, e mantenevo mia madre. Poi sono riuscito a comprare una vacca, poi un’altra, ho affittato un po’ di terra, cüdíu la fervaia292 . Nel 1924 mi sono sposato e ho avuto quattro figli. [...]. Via per il mondo a cercare la vita MICHELE COSTAMAGNA, detto Chin ’l Giardiné, nato a Isola di Bene Vagienna, classe 1886, contadino.

(28 giugno 1973 – Giuseppe Castellino). Mio cé, il padre di mio padre, era fattore alla masueria293 di Isola sotto un padrone proprietario di cento giornate a vigneto. Comandava i boari. Poi ha dato una dote un po’ grossa a due figlie, mille lire, allora è staChe truffatori. Rispettavo la briciola. 293 Grossa tenuta a mezzadria. 291 292

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ta la sua rovina. Si è trasferito qui a Crava a fare il giardiniere. Così sono cresciuto quasi nella miseria perché mio padre aveva niente e la famiglia era numerosa, padre, madre, sei figli, e il nonno, in nove a vivere di niente. Non sapevo che cosa erano le scarpe, sempre scalzo o con gli zoccoli nei piedi. Gli zoccoli costavano tre lire il paio, e le tre lire non c’erano mai. Solo a novembre ci compravano gli zoccoli, quando sentivamo già freddo ai piedi. Al pascolo mettevo sempre i piedi nudi nello sterco per scaldarli un po’. Mangiavamo polenta e minestra, e i taiarin a la baciasa294 , tagliatelle con acqua e un po’ di pomodoro. Non avevamo nemmeno l’alloggio per dormire, noi bambini andavamo nella stalla del vicino, aveva anche dei bambini, dormivamo tutti assieme. A dieci anni ero già da vaché, dai Caplin ’dla Rocca, gente che era padrona di otto dieci vacche. Prendevo ventisette lire tutto l’anno, dall’aprile a Santa Caterina. E mangiavo meglio che a casa, anche polenta e minestra ma anche un po’ di pastasciutta ogni tanto. Poi, negli anni successivi, sono andato dai Maccagno, dove tutte le mattine alle quattro c’era la sveglia. Il padrone mi svegliava e mi diceva «va’ a dí ’n paternoster»295 . Allora io mi spostavo verso la greppia, mi coricavo dentro, e facevo ancora un sogno. Come usciva un po’ di bordello allora mi svegliavo, e il paternoster era già detto. A quattordici anni ero da servitore dai Turco, un piccolo proprietario che aveva venduto tutta la sua terra per farsi il capitale a andare in cascina da mezzadro. Turca aveva quattro figli e tirava a risparmiare. Mi diceva sempre: «Alla tua età io portavo già i sacchi da un quintale». Polenta tutte le sante sere, niente ’d pansa 294 295

Le tagliatelle con molta acqua. ’L bacias è la pozzanghera. «Va’ a dire un paternoster».

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a taula296 mi metteva un bicchiere di latte nella scodella e poi mi faceva: «La polenta non bisogna tenerla in mano e poi bagnarla tutta nel latte. Devi prendere un boccone per volta con la forchetta e bagnarlo nel latte». Così il latte durava di più. Costava due soldi al litro il latte. Anche lui e la sua famiglia mangiavano così, polenta e latte. Ma delle volte che io uscivo dalla cucina per dare da mangiare ai maiali, e magari tornavo a prendere un po’ di crusca, lo vedevo che si tagliava pane e formaggio di nascosto. Mai che mi abbia detto: «Prendi un pezzo di pane». È già morto, è morto anche lui, e non ha lasciato semente. Anche i suoi figli sono già morti, senza aver fatto fortuna. In quei tempi là noi servitori si andava a dormire stanchi, alle dieci di sera, e alle quattro bisognava già aver munta perché passavano a ritirare il latte. All’inverno dormivamo sul bauti297 nelle stalle, come i colombi, sui ripiani di assi che poggiavano sulle chiavi di ferro, sui tiranti delle volte. Le volte erano umide per il calore delle bestie, colavano acqua. Scendevamo di là sporchi come mostri, più nessuna fisionomia, tüti scagasà da le musche298 , non le sentivamo mica le mosche nel sonno. Scendevamo e correvamo a lavarci. Un giorno, era estate, sono andato con Turco a bagnare la meliga. Lui mi dice: «Va’ in fondo al campo, e quando arriva l’acqua mi fai un urlo». Io vado, mi corico nel solco, e mi dico: «Quando arriva l’acqua mi sveglia». Mi addormento subito. Poi sento gridare: «Ma cosa fai lì?». Mi sveglio di soprassalto, mi vedo il padrone daNiente pancia a tavola (si tirava la cinghia). Soppalco di assi sotto la volta della stalla, che fungeva da giaciglio. 298 Tutti smerdacchiati dalle mosche. 296 297

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vanti. Avevo già tutta l’acqua addosso, era calda l’acqua e non mi aveva svegliato! [...]. A scuola ci sono andato poco, i peiravo pà a ’ndé a scola, i’ava da ’ndé da vaché299 , ho fatto solo la seconda. La gente erano tutti particular con due o tre giornate, con due vacche, non di più, gente quasi povera come noi. Erano quattro i ricchi a Crava: il padrone di una fornace, il geometra proprietario di una cascina di sedici giornate, un tale che aveva sposato la farmacista, e il signor T., il presidente del consorzio delle bialere. I ricchi passeggiavano per le vie di Crava e noialtri come gli passavamo vicino ci toglievamo il cappello, se no... Un mio amico, Cavallotto, un giorno va dal signor T. a chiedere lavoro, se lo prendeva a sgüré le bialere300 . Il signor T. gli dice:, «No». Poi si gira a parlare con il suo aiutante, e parla forte, che Cavallotto senta: «Viene a chiedere lavoro e non si toglie nemmeno il cappello». Mio caro, oh giache, eravamo schiavi peggio dei cani. Nel 1904 sono andato in Francia perché ero stufo di fare il servitore che non mi davano da mangiare. A Nizza c’era già un mio fratello, sono andato a Sant’Isidoro a ciadlé le vache301 in una cascinotta, guadagnavo prima venti lire il mese, poi trenta. Mai dormito su un letto, sempre dormito sui sacchi di crusca. Mandavo i soldi a casa, e come me facevano anche il fratello che era in Francia e gli altri due che erano in America, in Argentina. Tra tutti cominciavamo a fare qualcosa, mio padre poteva comprare una vacca, poi un’altra. 299 Avevo altro da fare che andare a scuola, avevo da andare da vaché. 300 A ripulire i fossi (i canali). 301 A governare le vacche.

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All’inverno stavo in Francia, con l’estate tornavo in Italia, andavo con mio padre a tagliare il grano a val302 in pianura, a Marene. Andavamo sulla piazza una squadra di quattro o cinque, sulla piazza di Marene erano sempre almeno sessanta i manovali che si offrivano. I padroni ci chiamavano, ci aggiustavano, tre lire al giorno, alle otto ci portavano la minestra di fagioli mezzi crudi, a mezzogiorno una zuppa di vino e pane, a merenda lo stesso, a cena ci buttavano la paga e ce ne andavamo via. E quando non trovavamo ad aggiustarci? Compravamo un chilo di pane in due o tre, e un chilo di ciliege, sotto gli olmi della piazza e basta. Era un brutto lavoro quello di tagliare il grano, ce n’erano che morivano per i colpi di calore, nei solchi. Nel 1908 sono andato anch’io in Argentina, eravamo nove della Crava, servitori e anche figli di mezzadri che non andavano d’accordo in famiglia. C’era l’abitudine di andare via per il mondo a cercare la vita. Sono partito da Genova, duecento lire il viaggio con il «Mendoza», dormendo sotto, nelle cuccette come le bigatere. Barcellona, Stretto di Gibilterra, poi cielo e mare. Eravamo tre o quattro che non pativamo il mare, giocavamo alle carte, a ciamé ’l des. Diciassette giorni di mare, poi ho visto Montevideo e mi sono già fatto un po’ di coraggio. Sbarcato a Buenos Aires, sono andato a Santa Regina, poi a Rofino, Cagna de Seca, con la ferrovia del Pacifico. Quando sono arrivato a destinazione nella pampa là non tagliavano ancora il grano. Non c’erano case, solo terra e cielo. Ci siamo sistemati sotto una tenda. Poi 302 A valle. Anche se Crava è in pianura, come Marene, si usano i termini montanari «a val» e «a munt», a valle e a monte. Marene è nel cuore della pianura del Cuneese, mentre Crava dista pochi chilometri dalla fascia collinare pedemontana.

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abbiamo fatto i mun ’d pata303 in un giorno con le forme a dieci buchi abbiamo fatto tutti i mattoni occorrenti per la casa. Quattro muri, il tetto di lamiere, ma un tetto bene ancorato a terra con dei tiranti di filo di ferro, perché il vento è fortissimo, non ci sono né montagne né alberi che lo fermino, quando viene il temporale porta via tutto. Una volta sono andato a fare una cuseccia, una campagna del grano, con un paesano di Crava. Io mi sono coricato nella casa, lui mi dice: «Ah, io dormo all’aperto, dormo sul carro». Nella notte è venuto un temporale, il carro spinto dal vento ha incominciato a correre all’indietro, poi il timone si è piegato e il carro si è rovesciato. Quando si andava dietro alla macchina a vapore per la trebbiatura eravamo dodici manovali a servire la macchina, e trebbiavamo quattrocento quintali al giorno. La paga era di sessanta centesimi al quintale, il pesos valeva quarantaquattro soldi. Il fuoco alla macchina a vapore lo facevamo solo con la paglia, era un gran lavoro a buttare sempre nuova paglia nella caldaia. Con noi, come manovali, c’erano degli spagnoli e dei montenegrini. I montenegrini erano alti e grossi, ma lenti, ci mettevano mezz’ora a piegarsi e poi ad alzarsi. Sono stato anche sotto padrone per l’aratura, per la semina. In un’azienda abbiamo fatta diciottomila quintali di grano, era un’azienda di trecento quadre, milleduecento giornate. La paga era di cento pesos per la stagione. Chi invece era in rendita, come i miei fratelli, aveva sette quadre per profitto, ventotto giornate di cui godeva il prodotto, ma il rischio era suo. Dava il suo lavoro per l’intera azienda, e prendeva come paga il prodotto di sette quadre. Eh, l’ho girata l’Argentina. Era una vita di fatica, più fatica che in Francia. Ma ero giovane. I sacchi da settanta chili li facevo volare! Giravamo da un posto 303

I mattoni di terra (di fango).

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all’altro a fare le campagne del grano. Con ’l Biundin ’d Murus e un altro di Crava ci siamo spinti anche al Nord, viaggiavamo magari cinque giorni col treno. Eravamo armati di rivoltella, e io avevo un lungo coltello che mi serviva anche per mangiare. Gli argentini fanno che prendere il boccone della carne con i denti, e poi tagliano da sotto. Quando non sono ubriachi sono bravi gli argentini. Ma ’l Biundin ’d Murus mi diceva sempre: «Il più bravo argentino bisognerebbe bruciarlo vivo». Nella pampa vivevamo proprio isolati. Quando eravamo al lavoro in quelle piane immense, per avvertirci che era mezzogiorno alzavano una pertica con sulla punta un sacco, noi da lontano vedevamo, a cavallo raggiungevamo la baracca per il pranzo, la solita minestra con carne bollita. Con gli argentini andavamo abbastanza d’accordo. Un vecchio discorrendo mi raccontava di quando erano passate le prime vaporiere nella pampa. Non si capiva che bestie fossero quelle vaporiere. Lì era gente molto abile a catturare le bestie con il laccio. Si sono messi in tre o quattro, hanno lanciato il laccio, hanno catturato la ciminiera della macchina a vapore, ne hanno fatte di capriole! Una volta in un’osteria c’era un argentino che suonava la chitarra e cantava: «Giò me pongo a cantar con mi chitarra a la mano, vale di più un argentino che cinquanta italiano». Nella stanza accanto c’era due o tre piemontesi, e uno dice «bugi nen, bugi nen che vadu mi»304 . Si presenta davanti all’argentino, «Eh, amigo, come stai?» gli dice. Gli offre un cicchetto, poi gli chiede la chitarra e incomincia a cantare: «Giò me pongo a cantar con mi chitarra a la mano, vale di più un italiano che cinquan304

«Non muovetevi, non muovetevi che vado io».

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ta compadron». E poi gli ha spaccato la chitarra in testa. Era così che bisognava fare. [...]. Poi sono venuto malato, non mi veniva più il fiato. [...]. Appena mi sono ripreso un po’ ho pensato: «È meglio che me ne vada». Sono andato in un negozio, ho prenotato il bastimento «Regina Elena». Dopo cinque anni di lavoro, cinque campagne del grano e altrettante a cogliere la meliga, aveva in tutto ottocento lire di risparmio, i soldi li tenevo in una saccoccia di serpe cucita all’interno della sciarpa nera che mi avvoltolava la vita. A Buenos Aires ho aspettato otto giorni la partenza del bastimento. C’era chi voleva prendermi i soldi, chi valeva truffarmi, ma io sapevo difendermi, diffidavo di tutti. [...]. Appena ritornato a Crava ho pensato di ripartire, di tornare subito in America. Ma mia madre mi dice: «Eica305 , è morto cé, io eredito quindicimila lire, tuo padre aggiunge diecimila lire con un debito al quattro per cento, compriamo un po’ di terra, e ti sposi....». Abbiamo comprato dieci giornate a duemilacento lire, in due anni abbiamo pagato il debito. Nel 1915 mi sono sposato, nel 1916 la prima bambina aveva due mesi quando sono partito per la guerra. [...]. Sono tornato a casa nel 1919, mia figlia non mi conosceva ancora. Ha visto un uomo vestito da soldato, è scappata via. [...]. Poi è venuto il fascismo, ma io non ci facevo caso, non mi interessava. Del fascismo pensavamo che era un fastidio, che non andava bene. Portavamo anche la camicia nera, così per far vedere, per far credere che non eravamo in disaccordo, ma non eravamo di quel partito. Il fascismo non ci ha dato né vantaggio né danno, lo stesso come se non ci fosse stato. [...]. 305

Guarda...

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A certe mire c’è proprio il Signore, se no dovevo morire GIUSEPPE FINO, nato a Revello, classe 1909, contadino, operaio.

(18 aprile 1974 – don Giacomo Quaglia). Mio padre, assieme ai due fratelli, conduceva in affitto una cascina di cento giornate. Nel 1909, a San Martino, si mette per conto suo, affitta un ciabot vicino a Revelo. Ma nel 1910 muore. Io ho tredici mesi, la mia sorella più alta ha nove anni. Mia madre deve vendere subito le otto vacche a cento lire l’una, e tutti gli attrezzi, e cedere il fieno. Ci trasferiamo presso i nonni materni, mia madre ha trentasette anni. Eh, se mio padre fosse rimasto in vita non avrei mica fatto le vite che ho poi fatto! Mia madre, pur di rimediare qualche soldo, lavorava durante l’estate alla filanda di Revello, ’nla campagna a giré i cucun306 . Stendevano i bozzoli sulle stuoie dell’essiccatoio, in alto, tutto a mano, preparavano i bozzoli per la cottura. Dalle stuoie un po’ di bozzoli cadevano a terra, allora c’eravamo noi, otto o nove bambini, che li raccoglievamo. A noi bambini davano due soldi al giorno. Nella filanda di Revello lavoravano duecento ragazze. Sono uscito la prima volta di casa nel 1917, non avevo ancora otto anni. Mio zio era manovale in una cascina dove cercavano un bambino come vaché. Così sono andato dai Gramaglia, casiné307 , gente ricca ma avara. Dovevo guardare i maiali. Dormivo sotto il portico, sulla paglia. Non mangiavo a tavola ma nel cortile, come un cane. Una volta che avevano fatto la polenta mi sono presentato a chiederne ancora una fettina. Il padrone, 306 Nella campagna, cioè nella stagione in cui si giravano i bozzoli, in cui si preparavano i bozzoli per la cottura. 307 Propietari di cascina.

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stu bacan308 , ha tagliato con il filo una fetta di polenta, poi me l’ha placcata con rabbia sulla mano, non dalla parte della crosta ma dalla parte che la polenta scottava. Io l’ho buttata subito quella fetta di polenta, sono scappato via. Ma la mia mano è poi gonfiata, e si è spellata tutta. Mah! Era gente così, avara e ignorante. Lì dai Gramaglia non prendevo nessuna paga, i’eru lì per ’l guvern309 e basta. In agosto mio zio litiga con i Gramaglia, decide di cambiare padrone. Allora io lo seguo, torno a casa. Ma quella sera mia madre mi ha dato tante di quelle botte..., mi ha detto «sta’ tranquillo che l’anno prossimo ti affitto in un posto dal quale non scapperai più». Infatti mi ha messo a Cantogno, vicino a Villafranca Piemonte, ben lontano da Revello. Era il giorno di Pasqua quando mi sono presentato al nuovo padrone. Mia sorella è venuta con me, da serventa nella stessa cascina. La cascina era grossa, una sessantina di giornate in affitto. C’era la guerra e la mano d’opera mancava. I miei padroni avevano due figli sotto le armi. Lì era una galera. Dormivo nella stalla, con un altro vaché di nove anni, sopra al cabec310 . Sotto avevamo una trentina di vacche. Nell’estate ci siamo ricoperti di pidocchi, i pidocchi ci mangiavano, ci facevano morire. Anche le mosche ci mangiavano, di notte ci svegliavano, era un brusio continuo, come di uno sciame di api. Al mattino, quando scendevamo dal cabec, avevamo la faccia nera come il soffitto. C’era una signora che da Villafranca veniva alla cascina a comprare le uova. Una volta mi dice: «Vieni un po’ qui che ti guardi». Mi apre la camicia, «Oh povero bam’Sto villano (’sto lazzarone). Ero lì per il governo (cioè per essere mantenuto e basta). 310 Al soppalco. Sinonimo di bauti, di trabial. 308 309

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bino, come fai a vivere così?». Ero tutto morsicato, una sola piaga. Ha chiamato i padroni, ha voluto che vedessero, gli ha detto: «Ma lo fate morire questo bambino...». Allora i padroni mi hanno spogliato, hanno fatto bollire i miei stracci. Poi mi hanno mandato a dormire su un carro, suta la curmà311 , su un po’ di paglia pulita. Al mattino non mi svegliavo più, i padroni mi tiravano su dalla paglia ma io cadevo di nuovo giù tanto ero stanco, tanto dormivo bene. La stessa cosa per l’altro vaché, era anche lui nelle mie condizioni. Ogni mattino all’alba i padroni tagliavano già la fetta di pane e la fettina di formaggio, il formaggio era duro, scremato, sapeva di sale. Poi ci chiamavano, ci davano il pane e il formaggio, e mettevano subito in libertà i venticinque maiali. I maiali avevano fame come noi, correvano nei campi lontano, e noi dietro di corsa, spaventati perché temevamo sempre di perderli. A mezzogiorno polenta o minestra, alla sera polenta e latte. Sempre così. Mia sorella era privilegiata, mangiava a tavola con i padroni. Noi vaché ci sedevamo sui tre scalini esterni della cucina, il piatto di terra nera tra le ginocchia. A volte osavamo chiedere ancora una fettina di pane, di solo pane, pane... Eravamo come i mendicanti. La fame? Avremmo mangiato le pietre! [...]. Poi è uscita la spagnola, l’altro vaché era di Cardé, è venuto malato, è tornato a casa. L’hanno presa tutti la spagnola, meno io. Guardate che il Signore aiuta, a certe mire c’è proprio il Signore, altrimenti dovevo morire. Tutti hanno preso la spagnola, e anche le galline hanno preso una malattia e morivano. I padroni potevano solo mangiare il brodo, facevano bollire tutte le galline 311

Sotto lo spiovente del tetto.

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morte di malattia e io mangiavo tanta carne. Alura sun arpatame!312 [...]. I padroni pregavano sempre, in quei tempi si pregava tanta per la guerra. Tutte le sere anch’io e il vecchio servitore dovevamo andare a benedizione, sospendevamo il lavoro e scalzi andavamo in chiesa. Come tornavamo dalla benedizione riprendevamo il lavoro, a careté, a fare i mucchi di terra nei campi, le mutere. Mi chiamavano alle tre del mattino, avevo poi solo otto anni, un freddo, un freddo... C’era sempre la nebbia bassa, c’era sempre la galaverna, la brina attaccata alle piante. Io tiravo la coppia dei buoi e il servitore vecchio buttava giù la terra per le mutere. Lavoravamo fino a notte tarda, fino a quando cadevamo dalla stanchezza. [...]. In quella cascina il dilemma era vivere o morire. I miei piedi erano come quelli degli africani, erano una suola dura. La rugiada del mattino è acidosa, brucia anche il cuoio. [...]. Sul collo dei miei piedi l’erba bagnata e la polvere avevano formato una crosta che si spaccava, che fasía siola, e sanguinava. Avevo sempre un bruciore come il fuoco. Tutti i vaché erano rovinati così nei piedi. Da Pasqua a Natale la mia paga era di ottanta lire. Tre anni ho lavorato in quella cascina. Poi mi sotto affittato un po’ di qua e un po’ di là, e infine da certi Vada, vicino a Revello. Ero poi già un giovanotto, stavo poi già bene. Da Santa Caterina313 a Natale guadagnavo già quattromila lire, il valore di due vacche delle più belle. Anche lì i denti non te li facevano posare a causa della carne. Ma mangiavo già a tavola con i padroni, ti davano già un bicchiere di Allora mi sono rifatto! Dal 29 aprile a Natale. In altre zone della pianura quando si parla di Santa Caterina si intende il 25 novembre. 312 313

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vino dell’America314 . Nel 1927 sono diventato operaio da Locatelli. [...]. La sogno ancora adesso la filanda TERESA BERTOLINO,nata a Rocca de’ Baldi, classe 1910, contadina, operaia.

(3 novembre 1971 – Antonio Perlo). In campagna mancava la grana, niente soldi, almeno in casa mia. Avevamo una dozzina di giornate, eravamo piccoli proprietari, ma in casa il pane non mancava, aveva un profumo quel pane... Vivevamo con le economie, seguendo il proverbio di mio padre: «A la matin pulenta, al dobdisné cundía, a la seira la putía»315 . La putía era la pacíarina, farina di grano turco e acqua e sale, e dentro un chilo di castagne, la cena era tutta lì. A volte, per pranzo, polenta e rape fritte nel lardo, rape nere, bruciacchiate. Ma com’erano buone! Ecco un particolare che mi fa pena parlarne. Quando si è sposato un mio fratello come fare ad accompagnarlo? Sono andata da una vicina di casa a farmi imprestare un paio di scarpe. Avevamo le scarpe di tela bianca, e con un po’ di farina e di acqua facevamo il bianchetto. E le scarpe nere le pulivamo con il nerofumo del camino. Tenevamo i bigat. Le donne mettevano la semente dei bachi in seno, al caldo, fino a quando non schiudevano. Mia madre la semente la teneva invece sotto il cuscino, nella lana, tra due mattoni sempre ben caldi. Mio padre portava il Cristo in processione, si vestiva con il camice bianco e portava la croce grossa. Ogni 25 aprile in Vinello di uva «americana». «Alla mattina la polenta, al dopopranzo condita, alla sera la putía, la poltiglia». 314 315

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processione portava anche la semente dei bachi, in una scatola. Quando i bachi stavano per maturare, quando venivano con il collo giallo, allora per farli montare si metteva nella stanza un braciere can la camomilla, così i bachi montavano e facevano il bozzolo. Se andava bene, il mazzo più bello dei bozzoli lo regalavamo al parroco. C’era la gara a chi faceva ’1 masulin del parcu316 più bello. Così il parroco che non lavorava guadagnava più di noi. Regalavamo anche il grano e la meliga al parroco, passava lui a prendere la duna317 . Ero bambina, vedevo le donne che andavano a lavorare alla filanda di Crava, e le invidiavo318 . Facevo le prove, andavo a piedi da casa alla filanda, sognando che un giorno o l’altro la filanda mi assumesse. Avevo una gran volontà di lavorare. Nel 1921, a undici anni, finalmente sono diventata una filera, a Crava. Nella filanda lavoravano duecentocinquanta persone. Prima ho fatto la sbatösa, poi la grupösa319 , e poi avanti. Ero felice di lavorare. Non c’era ancora la busta paga, niente marchette, dieci ore al giorno, ventiquattro lire alla quindicina. Occorreva molta agilità nelle dita e la vista buona, l’occhio clinico. Mi piaceva da matti il lavoro della filanda, la sogno ancora Il mazzolino del parroco. La donazione. 318 Un terzo del personale occupato nelle filande era di bambine di sei anni; assumere bambine di sei anni era normale. Fino alla vigilia della guerra del ’15 tutte le filande funzionavano con il fuoco a legna, ogni basina, ogni bacinella, aveva il suo fornelletto. Spettava alle bambine accendere quei fornelletti, tutte le mattine alle quattro. Ma non poche dette madri venivano loro ad accendere i fornelletti, le bambine arrivavano poi alle cinque e mezza, e mantenevano accesi i fornelletti lungo l’intero giorno, e nel frattempo facevano, le sbatöse, le sbattitrici. 319 Cfr. p. XXXVIII, nota 2. 316 317

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adesso la filanda, tornerei domani a lavorare in filanda. Non ricordo più in quale anno, forse era il 1921, le ore di lavoro sono diminuite, sono diventate nove per merito dei socialisti. E la festa delle filere? Alla fine di maggio finiva la stagione della filanda. Allora fabbricavamo un fantoccio pieno di paglia, con dentro due chili di sale. Si partiva dalla filanda cantando, si andava tutte sulla piazza di Grava a brüsé la veia320 . Cantavamo: «Brüsi la veia, deie a la veia, la veia l’é già s-ciupà, viva la libertà»321 . Lì in piazza, attorno alla vecchia che schioppettava, c’era tutta la gente del paese, e noi che cantavamo. C’era anche il ballo pubblico, era una bella festa. Poi la filanda di Rocca de’ Baldi ha chiuso, sono andata a lavorare alla filanda di Monesiglio. Ma a Monesiglio noi operaie forestiere eravamo in pensione dalle suore di San Gaetano, e non mi piaceva, estate e inverno la ritirata era alle venti e trenta, e poi se una era malata, era assente, doveva pagare lo stesso la mensa. Infine ho lavorato alla filanda Sant’Anna di Cuneo fino a quando ha chiuso. Ho fatto la filera fino ai quarantanove anni, ho lavorato una vita nelle filande, ho ventiseimila lire di pensione. Io non sono di nessun partito, ma perché la Previdenza non alza le pensioni? Fa pena. E chi ha dodicimila lire di pensione? È tremendo. Alla filanda di Cuneo nel 1943 c’è stato uno sciopero, due giorni di sciopero. Il direttore era uno con il pizzetto, severissimo, non sopportava niente. Non avevamo scioperato per la paga, ma per il trattamento che ci riservava il direttore. Due delle nostre compagne erano finite in prigione, la Racca e la Maria Vallati. A bruciare la vecchia. «Bruciate la vecchia, picchiate la vecchia, la vecchia è già scoppiata, viva la libertà». 320 321

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Se andavamo d’accordo tra filere? Sì che andavamo d’accordo. Dicevamo sempre tra noi: «Chi porta spia porta spiun, val nen ’n butun»322 . A Cuneo mangiavamo in filanda, le pastasciutte e i minestroni di Marietta. Ci portavamo da casa due mele, due uova, qualche patata. Le uova e le patate le facevamo cuocere nelle bacinelle, cuocevano assieme ai bozzoli, nell’acqua sporca. Specialmente le patate odoravano di bigat. Ma com’erano buone! Sento ancora la nostalgia della filanda, lo giuro. Lavorando risparmiavo, rimediavo qualche soldo. Mio padre tribolava, impiegava due anni a pagare ’n vultin323 . Tante cose brutte vorrei dimenticarle, ma non la fìlanda. Una volta ho deciso di comprarmi un vestito, con i miei risparmi. Mio padre mi dice: «Compralo il vestito, ma non metterlo, perché devo ancora pagare un debito, lo metterai dopo». E io non l’ho messo, cose dell’altro mondo, un vestito da due lire al metro. Un giorno avevo trentadue lire di risparmi, volevo comprarmi qualcosa. Mio padre mi dice: «Io devo comprare una vacca», e così gli ho consegnato i miei risparmi. Quando mio padre è stato sul letto di morte si è ancora ricordato di quelle trentadue lire, e ha pronunciato queste parole: «Una vacca è poi di Teresa, che mi ha imprestato i soldi». [...]. Mah, mio padre e mia madre a forza di sacrifici hanno allevato una famiglia onesta. Ma poi è venuta la guerra, un mio fratello è morto in Russia, un altro fratello è morto in Grecia, e un altro ancora nel periodo partigiano.[...]. Se nelle filande cantavamo lavorando? Cantavamo sempre, dalla mattina alla sera. Ma le ho dimenticate le canzoni di allora. Una delle canzoni diceva: «Testa bas322 323

«Chi Porta spia porta spione, non vale un bastone». Un aratro.

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sa, vestita di nera, mesta e dolente davanti a me passò...». Cantavamo anche un’altra canzone così bella, La Pierina, che raccontava la storia di un uomo tradito che ammazzava la sua morosa, la Pierina. Poi le toglieva il cuore e lo portava all’oste, perché lo cucinasse. Poi l’uomo tradito invitava al banchetto l’amante della Pierina. «Vieni con me, ti porto con me all’osteria, mangia mangia anima bella, mangerai una vitella che stenterai a digerire». E quest’altra canzone? «Sia le bele sia le brüte San Michel i’é peisa tüte324 , presto o tardi la morte viene, beate quelle che fan del bene». E quest’altra? «A mezzanotte in punto son partiti e verso al cimitero sono andati, andavano pian piano e avviliti, facevano pietà quei disgraziati. Ohi che pena, ohi che dolor, si vanno ad ammazzare causa dei genitor». Erano quasi tutte canzoni tragiche, raccontavano cose che erano successe, così dicevano i nostri vecchi. Ma ecco una canzone un pa’ allegra: «Se vüdeise le filere quand che van dal sautisé, lur a cumpru la sautisa pöi la lasu da paghé»325 . Mai guardare il sesso, se no diventi cieco BERNARDINO GALLEANO, detto Nadu, nato a Pianfei, classe 1913, contadino.

(22 agosto 1971 – Arturo Oreggia). Nel 1902 mio padre era in Argentina. Nel 1909 rimpatria per sposarsi. Nel 1910 ha il primo figlio, nel 1912 il secondo, nel 1913 il terzo, nel 1914 il quarto, poi arri324

Sia le belle sia le brutte san Michele le pesa (le giudica)

tutte. 325 «Se vedeste le filere quando vanno dal salsicciaio, loro comprano la salsiccia poi la lasciano da pagare».

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va la guerra se no chitava nen...326 . La mia famiglia non era ricca, più o meno tutte le famiglie della frazione Ambrosi erano come la nostra. Due vacche e una scrofa nella stalla: due giornate di terra e tre le affittavamo. Ma la nostra era una famiglia ordinata, mia madre era in gamba, imponeva una disciplina, e lavorava come un uomo. In casa mangiavamo. A sette anni ero già da vaché, in una cascina di quaranta giornate, trenta lire di paga da marzo fino ai Santi. Ero fortunato, mangiavo a tavola con i padroni. Mio fratello invece era sfortunato, era da vaché in una cascina di gente avara. In quei tempi i poveri passavano da una cascina all’altra a chiedere l’elemosina e la gente non dava soldi ma pagnotte di pane. I poveri quel pane dell’elemosina lo vendevano, e i padroni di mio fratello erano di quelli che lo compravano per darlo al vaché. Dopo gli anni da vaché ho incominciato ad aggiustarmi da manovale per le campagne del grano. Partivamo con la mesoira attaccata alla bicicletta, andavamo sulle piazze di Fossano, Sant’Albano, Genola, Cavalleirmaggiore, Racconigi. Nel 1928 la paga era di cinquanta lire al giorno a lavorare da un sole all’altro, a ’ngiaulé dietro la falciatrice, a legare i covoni. Nel 1932-34 guadagnavo solo più undici soldi per cabala, per ogni mucchio di sedici covoni. A fare quarantaquattro cabale al giorno bisognava già essere svelti. Lavoravamo in cascine di trecento giornate, il mangiare era buono, e da bere ci davano acqua e menta. Uno dei pochi divertimenti di noi giovani era andare a vié nelle stalle: andavamo a vedere le matote, andavamo a giocare alle carte sotto il lume a petrolio. Avevamo la nostra squadra e tutte le sere giravamo a cercare le stalle più ospitali. C’era la stalla seria e l’altra un po’ 326

Se non smetteva.

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più libera. Se in una stalla ci facevano dire il rosario una sera, lì non andavamo più. A volte aspettavamo da fuori che avessero finito di dire il rosario, spiavamo dalla finestra... Nelle stalle madre e figlie filavano la canapa o ricamavano, si mettevano una castagna bianca o un fico secco in bocca per fare saliva, inumidivano sovente le dita con la saliva per filare. Il ballo era l’altro nostro divertimento, ballavamo nei cortili, da ogni parte. Ma ballare era già un segno di libertinaggio. Cantavamo tanto, le canzoni vecchie di allora. Una delle nostre canzoni preferite diceva: «È arrivato il maggio con il canto del cucù, e il cucù invita il merlo, siamo fuori dell’inverno, la lengera non trambla più»327 . Il sesso. In quei tempi tanti giovani erano così timidi che non riuscivano nemmeno a parlare con una ragazza. Quello del sesso era un discorso proibito. La morale corrente era questa: «Per carità... Non bisogna mai parlare di quella cosa. E mai guardare il sesso, se no diventi cieco». Per molti giovani la prima esperienza coincideva con i giorni da baiét: da coscritto si finiva sempre in una casa di tolleranza. Era poi la vita militare che un po’ svegliava i giovani. Fare l’amore era difficile, le ragazze erano mica libere come adesso. Nelle ore del pascolo magari si diceva a una ragazza: «L’has damanca d’en manual?»328 . E se la proposta ardita andava a bersaglio tanto meglio. Anche sui balli si presentavano le occasioni. Era più facile concludere con le ragazze che non sapevano ballare, che si annoiavano ai bordi delle balere. Le ragazze ballerine erano più sveglie e sapevano come difendersi! 327 328

La povera gente non barcolla più. «Hai bisogno di un manovale?»

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Se credevamo nelle masche? Noi ci siamo allevati ascoltando i discorsi delle masche. Con quelle storie vecchie ci riempivano di paura. Un carrettiere aveva un bastone che batteva i cavalli, un bastone che si animava e poi picchiava, picchiava. Allora il carrettiere decise di bruciare quel bastone stregato. Lo buttò sul fuoco, e quel bastone bruciando piantava di brai ’d Santa Maria...329 . Se in una famiglia succedeva una disgrazia subito si diceva: «Sono le masche che ci hanno maledetti». Mettevano nell’acqua bollente gli abiti delle vittime, così chi aveva procurato il male soffriva le pene dell’inferno. Si raccontava che la tale donna del paese era una masca, e si trasformava in gatto, in cane: «Abbiamo buttato dell’acqua bollente su un gatto, e il giorno dopo quella tale era a letto ustionata». A certe donne del paese non bisognava far vedere un bambino appena nato, perché quelle certe donne portavano il malocchio, erano masche. C’era chi giurava di aver incontrato di notte della gente vestita di bianco, delle masche. Allora in quel punto, lungo quella strada, piantavano subito una croce o costruivano un pilone. ’L Pilun ’dla Munia330 era un posto di masche. Quando la scrofa non allattava i maialetti bisognava farla benedire. Ma occorrevano tre benedizioni, contemporanee e in tre parrocchie diverse. Anche quando i bigat non salivano ’sle s-ciondrütte, non si arrampicavano lungo l’erica, occorrevano le tre benedizioni. Gli zingari godevano la stessa cattiva fama delle masche. Se non si faceva la carità agli zingari succedeva una disgrazia in casa. 329 330

Faceva delle grida di Santa Maria. Il Pilone della Monaca.

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Io non ne ho mai viste delle masche. Ma quella paura, quell’affanno, li portavo dentro di me. Una notte mi sono sentito portare via la calotta da in testa, e subito ho pensato alle masche: la calotta era rimasta impigliata in un ramo. Un’altra notte, al chiar di luna, ho visto i cespugli che muovevano, e la paura mi ha preso: poi ho sentito a fare beh beh, era un gregge di pecore. Mia sorella, quando aveva tredici anni, soffriva di un male che la immobilizzava, che la rendeva rigida e pesante. Allora l’hanno portata dal setmin331 di Morozzo. Il setmin ha detto a mio zio: «Certe sere sentirete qualcosa». Mia nonna buonanima una sera era al pozzo, ha sentito un urlo straordinario. Mio zio in quello stesso momento si è sentito come a strozzare. E mia sorella è guarita all’improvviso. Il matrimonio e le ciabre332 . La festa del matrimonio durava due giorni, ’l dì ’dle nose e ’l dì ’dle none333 . Al pranzo di nozze gli amici sistemavano sotto le sedie degli sposi brasa e ginéiver, brace e ginepro, proprio come si metteva ai bigat per farli montare, per farli arrampicare lungo l’erica. Ancora adesso si fa questo scherzo. La ciabra veniva riservata a tutti i vedovi che si risposavano. Durava sei o sette sere, fino a quando lo sposo non offriva da bere o da mangiare. La ’nbürnà veniva invece riservata alla ragazza o al ragazzo che rompeva un fidanzamento per sposarsi con un altro o con un’altra. Con la calce o la segatura si segnava il tragitto che univa la chiesa alla casa del ragazza o della ragazza tradita. Magari si disegnava anche un cuore trafitto, con la scritta «povera Maria». Oppure lungo il tragitto degli sposi, bene in vista, si metteva una tegola con sopra un porro dritto. Settimino. Cfr. p. LXXXIV, nota 5. 333 Il giorno delle nozze e il giorno ’dle none. 331 332

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Che cosa ricordo degli anni del fascismo? [...]. Ricordo che il fascismo faceva tante promesse, quasi come adesso... Ma problemi ne ha risolti pochi. Adesso almeno si può parlare, allora guai a dire una parola di più. Cichin ’dla Basa una volta ha detto soltanto che la divisa fascista non serviva a niente, «Ma cosa farne di quella baracca...». Ha avuto tante di quelle grane! Frequentavamo i corsi premilitari, per forza: ci promettevano di toglierci sei mesi da soldato. Un bel vantaggio! Non soltanto non ci hanno tolto i sei mesi, ma ci hanno fatto fare sette anni di naia e di guerra. Ho combattuto in Albania, con il 44° reggimento della divisione Forlì: quanta fame! Poi all’8 settembre i tedeschi mi hanno catturato in Grecia e spedito in Germania. Mi hanno poi liberato i russi il 25 aprile 1945. I russi ci hanno trattato bene, i russi erano persone come noi. Il pane degli altri ha sette croste GIUSEPPE CASTELLINO, nato a Grava di Rocca de’ Baldi, frazione Scalagrano, classe 1916, contadino.

(4 luglio 1971). [...]. A fé piasa334 a Fossano, i giorni di mercato, dove adesso c’è la piazza delle corriere, c’erano sempre una ottantina di servente e servitú che si offrivano, Nui gagnu teníu na vinca, ’guret ’n man335 , era il segnale che volevamo affittarci, come un distintivo per dire che eravamo liberi, disponibili. Anche a Magliano Alpi c’era il. mercato, in maggio all’Annunziata c’era la fiera dei servitori che venivano anche dalla Langa. La fiera era A fare piazza. Noi bambini tenevamo un fuscello (un rametto sottile) in mano. 334 335

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di fronte alla chiesa, e se usciva il padrone si partiva subito, non tornavamo nemmeno più a casa. Questi mercati c’erano fino a prima dell’ultima guerra. Poi ci sono stati di nuovo, ci sono ancora oggi, ma solo per i meridionali, per i calabresi, ancora due anni fa ne ho visti alcuni sul mercato di Fossano che volevano aggiustarsi. Devi sapere che il pane degli altri ha sette croste, ah caro Nuto..., sette croste, allora era dura caro mio a mangiarlo. [...]. La scuola? La scuola era sempre dopo. In primavera come scappava la neve mi aggiustavo, mi affittavo, e restavo là fino a quando i stalamu le vache336 , fino al 25 novembre, a Santa Caterina. [...]. Il fascismo? Non ricordo niente del fascismo, noi pensavamo solo a lavorare, mai visto un giornale, ho poi capito tutto dopo. Nei tempi della guerra di Abissinia ero servitore, capivo che non andava bene, avevo paura che la guerra si allargasse. È da soldato che ho cominciato a capire di più, c’era la radio, ho cominciato a capire ha voce del Duce che diceva: «Combattere senza discutere», marcava già male. I’eru nui al batü337 , capivamo che se la guerra si allargava andavamo noi sotto. I diciotto mesi da permanente li ho fatti da rassegnato ma non mal volentieri: all’ottantanove per cento fa bene, apre la mente, ti fa più uomo, ti insegnano a essere sotto un freno, ti insegnano a vivere, se sbagli paghi, la disciplina insomma: diciotto mesi e poi a casa. Non guadagnavo a fare il soldato, ma i’era ’d pan che düvía rende338 , un debito che doveva pagare, c’era poco da fare. Ma poi è venuto lo spesso, la guerra contro la Francia, la guerra contro la Grecia, la guerra contro la Russia: la guerra era diventata un Ritiravamo nella stalla le vacche. Eravamo noi alla battuta (eravamo noi sul giuoco). 338 Ma era del pane che dovevo rendere (era un dovere che dovevo assolvere). 336 337

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mestiere, e non andava più bene, cercavano di rovinarti per sempre. Io ancora oggi non so dov’è la Russia, sono rimasto prigioniero là: la Russia è qui nelle mie costole, è qui nella mia salute rovinata per sempre. [...]. Li conosco i fascisti che mi hanno fucilato BARTOLOMEO GARRO, nato a San Benigno di Cuneo, classe 1921, contadino, commerciante.

(3 settembre 1972 – Enrico Giano). Le cascine di San Benigno erano quasi tutte dei signori di Cuneo o di gente che era tornata dall’America. I mezzadri vivevano peggio suta ’n pui arpatà339 che sotto un proprietario ricco. La gente di San Benigno era molto religiosa, San Benigno era il posto delle vocazioni, dei preti e delle suore. [...]. Noi eravamo padre, madre, quattro fratelli e tre sorelle. Mio padre faceva il giardiniere in una delle grosse cascine dell’avvocato Ballano. Aveva fatto la guerra del ’15, gli mancava una gamba, aveva la quarta categoria di pensione. In casa mangiavamo. Per avanzare il pane bianco facevamo il pane di farina di granoturco, e poi compravamo tante castagne. Molti vivevano come noi. A dieci anni sono andato la prima volta sotto padrone, da vaché. Mi trattavano bene, mangiavamo alla moda di una volta, polenta e castagne per avanzare il pane. Mangiavamo un po’ di carne quando moriva una gallina di malattia. [...]. Nel 1935 mi sono affittato a Centallo, non avevo ancora compiuto i quindici anni, mi sono affittato a cinquecento lire. Ma quasi subito ho trovato un altro padrone che mi ha offerto cinquecentotrenta 339

Sotto un pidocchio rifatto (un arricchito).

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lire, l’hei fait la cua340 , sono scappato, sono andato dal nuovo padrone dove si mangiava meglio, dove mangiavo tanta frutta. Avevo sempre le gambe spelate, salivo sugli alberi a cercare i nidi, era l’unico sistema per mangiare un po’ di carne. Nel 1940, in una cascina di San Benigno, prendevo duemilacinquecento lire all’anno come servitore. Nell’estate ho chiesto al padrone se mi lasciava andare a Cavallermaggiore a tagliare il grano. Lui mi ha risposto: «Va’ pure, ma della paga prendiamo poi metà a ciascuno». A Cavallermaggiore ho guadagnato cinquemila lire, duemilacinquecento le ho date al mio padrone di San Benigno, lui mi ha regalato cinquecento lire di buona mano, di mancia. Quell’anno gli sono costato cinquecento lire, quelle della mancia! Nel 1941 sono partito da soldato, a Cuneo, nel 7° artiglieria Gaf. Poi mi hanno trasferito per un corso a Porto Nettuno, nei giorni dell’8 settembre 1943 ero a Trieste. [...]. Il 12 settembre sono già arrivato a casa. Nella campagna attorno a San Benigno c’era una banda di tre o quattro briganti che andavano a rubare le bestie e poi le vendevano per proprio conto. Sabotavano i partigiani. Una notte hanno rubato una motocicletta e alcune armi nel deposito dei partigiani, alle Chiesasse. Erano briganti mascherati da partigiani, li conoscevamo per nome e cognome. Venivano con il camion a caricare, a un contadino hanno rubato sette bestie in una volta. I contadini di San Benigno erano contro i fascisti, all’8 settembre avevano aiutato i soldati sbandati. Ma a poco a poco avevano poi perduto la fiducia nei partigiani, per 340 Letteralmente: ho fatto la coda. Espressione di scherno dedicata al servo di campagna che abbandonava il lavoro, che non rispettava il contratto.

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colpa di quei pochi disonesti. Ancora oggi incontro dei contadini che mi dicono: «Non parlate dei partigiani...» Per noi giovani era pericoloso vivere a casa, vivevamo sempre all’erta. Proprio in montagna, proprio sempre in banda con i partigiani, c’era nessuno di San Benigno, forse uno. Io ho poi collaborato con i partigiani, nel giugno 1944, tramite Faustino Dalmazzo sano andato in Valle Maira. Tenevo i collegamenti tra la pianura e la montagna, ero con Cecu Riba che venne poi ucciso a Centallo. Sono un partigiano della 20a brigata. Il 2 febbraio 1945, era un venerdì mattina, era il giorno della Candelora, alle dieci aveva inizio la funzione nella parrocchia di San Benigno. Prima della santa messa il parroco doveva regalare la candela grossa ai massari, e la paiütta, la candela piccola, ai fedeli. Io sono arrivato sulla piazza della chiesa quando la funzione era già incominciata, in chiesa c’erano duecento persone, uomini, donne, e bambini. Mentre fuori dalla chiesa stavo parlando con alcuni uomini vedo che arriva un moto-sidecar con sopra una mitragliatrice Breda puntata in avanti. Tiriamo a scappare, io tento di infilare la porta della chiesa parrocchiale, ma la moto si para dinnanzi e uno dei fascisti grida: «Non muovetevi, altrimenti spariamo». Arriva un camion con una ventina di fascisti armati, indossano il giaccone di pelle, sono della questura, della polizia di Cuneo. Li comanda un tenente, Frezza, uno piccolo e tozzo, ’n trapun341 alto così. I fascisti, arrivando, hanno già sparato contro Dutto e un soldato sbandato: Dutto si è salvato per miracolo, il soldato, un meridionale, è rimasta ucciso. I fascisti radunano tutti noi che siamo sulla piazza della chiesa. Poi entrano in chiesa, catturano altri giovani e 341

Un talpone.

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li portano fuori. Obbligano i vecchi, le donne, e i bambini, a rimanere in chiesa. Poi tornano in chiesa, vanno a chiamare il signor Priore. Come arriva il Priore il tenente Frezza si mette a urlare: «Lei è d’accordo con i ribelli, per avvertirli del pericolo ha suonato le campane». Il Priore l’aveva fatta suonare la campana piccola, come sempre, non per segnalare l’arrivo dei fascisti ma per segnalare l’inizio della messa. Il priore dice a Frezza: «Noi qui si usa suonare la campana quando incomincia ha santa messa...» «Lei torni pure al suo posto, lei torni in chiesa. Io rispetto la sua divisa e la stola che indossa. Ma questi giovani li sistemiamo noi». Il tenente Frezza si avvicina al mio gruppo, siamo ormai schierati contro il muro. Ci chiede i documenti, vuole sapere da ognuno di noi dove eravamo la notte scorsa. Distribuisce calci e schiaffi. In mezzo a noi uno è sposato. Il tenente Frezza lo toglie dal gruppo. Un altro ha i documenti in regola, è della classe 1922. Lo toglie dal gruppo. Restiamo in sedici. Accanto a me c’è Bartolomeo Degiovanni, Trumlinot, del 1926. Io gli suggerisco: «Parla, digli di quale classe sei». Lui mi risponde: «Non ho il coraggio di parlare, il tenente è troppo inferocito». Allora intervengo io, dico al tenente: «Questo è un giovane, è del 1926, non deve ancora prestare il servizio militare». Allora Trumlinot prende coraggio, parla, dice: «Signor tenente, non mi spetta ancora il servizio militare, non mi hanno ancora mandato a chiamare. Quando mi chiamano mi presento». Anche Giorgis e Giacoma sono del 1926 e parlano, si fanno avanti. Sono salvi. Restiamo in tredici, tutti figli di contadini, tutti innocenti, davanti al plotone di esecuzione. La mitraglia prova il settore di tiro, ci inquadra come bersaglio. Io ho l’impressione che le raffiche non potranno colpirmi, forse potranno colpirmi nel braccio destro

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perché sono l’ultimo della riga. Il tenente Frezza urla: «Voi siete tutti delinquenti, tutti malfattori. Di notte andate a rubare, a uccidere, e adesso vorreste salvarvi». Poi ordina di fare fuoco. Sento cinque raffiche, non vedo più nessuno vicino a me, resto in piedi. «Sono rimasto solo», penso. Tutti gli altri sono caduti sulla neve, e gridano e piangono. Il tenente Frezza ordina di nuovo di fare fuoco, uno sten spara contro di me. Cado in avanti, una pallottola mi ha colpito nel torace. Sento i gemiti, sento dei colpi singoli di mitra, sono i colpi di grazia. Infine un gran silenzio. Un fascista grida: «Signor tenente, questo vive ancora». Cadendo in avanti ho battuto il mento, ho del sangue in bocca. Tento di alzarmi per riprendere un po’ di fiato, ma come butto le mani in avanti per sollevarmi vedo che il tenente Frezza mi è vicino con il mitra. Sento un colpo, paf, e ricado giù. Perdo i sensi. Il tenente voleva colpirmi alla tempia, proprio nel momento in cui mi stavo muovendo, così la pallottola è entrata sotto l’orecchio destro ed è uscita sotto l’orecchio sinistro. Sento che mi toccano, sento delle voci amiche. Sento chie dicono: «Fai portare l’olio santo». La mia povera mamma era a messa e sapeva che io ero al muro. Adesso che i fascisti hanno aperta la porta della chiesa e sono scappati, anche mia mamma è corsa a vedere la tragedia. Poveretta, non mi conosce più, tanto il mio viso è coperto di sangue. A poco a poco riprenda coscienza, vedo mia madre che mi bacia, che sta piangendo. C’è chi suggerisce di portarmi via, di soccorrermi. Ma restano tutti lì, immobili. Hanno paura che i fascisti ritornino, sono sotto l’impressione del massacro. Resto lì due ore, con accanto i due o tre più coraggiosi. Poi un brav’uomo, Giovanni Gallo, va a prendere na siviera, una scala che fa da barella, e mi mette sopra. Ma nessuno osa sollevare la barella dall’altra parte... Allora Gallo corre a prendere un car-

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retto, mi sistema sopra, mi porta nella stalla della famiglia Oggero, lì vicino alla chiesa. Sento la gente che prega, sento il parroco che dice: «Muore da un momento all’altro, muore, muore». Sento che mormorano, che dicono: «Se arrivano i fascisti ci bruciano la casa». Hanno tutti tanta paura. Io non posso parlare, ho le mandibole spaccate, ho la lingua bruciata. Ma mi dico: «No no, non muoio». E faccio segno con un dito, con un dito dico: «No na, non muoio». Mi sento vivo. Qualcuno dice: «Correte a cercare un medico». Il medico di Tarantasca, Vezzosi, prima di venire vuole il permesso dal tenente Frezza, gli telefona, gli dice: «Uno dei fucilati di San Benigno è ancora vivo. Mi chiedono di assisterlo. Possa medicarlo?». Il tenente Frezza gli risponde: «Lo medichi pure, lo guarisca. Visto che non è morto con le pallottole verrò poi a impiccarlo». Il dottor Vezzosi dice che devo essere ricoverato subito all’ospedale. Ma nessuno osa portarmi. Infine un bravo padre di famiglia, Bartolomeo Fantino, Trumlin, mi carica sul suo biroccio. Precede il biroccio l’ex guardia civica di San Benigno, e lo seguono mio padre e mio zia, in bicicletta. Quando arriviamo all’Ospedale Santa Croce di Cuneo è armai buio, sono le diciannove. I medici mi guardano, mi medicano. Sono piantonato da un fascista. Nella notte la ferita al torace riprende a sanguinare, perdo sangue dalla schiena, sto morendo dissanguato. Il fascista che mi piantona impedisce che mi facciano una trasfusione. Mi dànno l’ossigeno, mi riprendo. Dopo diciassette giorni di degenza il professor Delfino e le suore suggeriscono ai miei genitori di portarmi via. Hanno saputo che i fascisti hanno intenzione di arrestarmi. Arriva mio padre, di notte, alle tre. Mi porta nello stallaggio dell’osteria «Tre Muletti», dove mi coprono con della paglia. Come finisce il coprifuoco mi

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travestono da suora, la mia testa è tutta fasciata di bianco. Mi caricano su un break di quelli chiusi, di quelli che le suore adoperano per andare a fare la colletta. Mio padre si siede accanto a me, c’è una donna alla guida del break. Superiamo il posto di blocco, usciamo da Cuneo. A San Benigno resto nascosto. Ogni giorno il dottor Vezzosi viene a curarmi le ferite. Dopo un mese il dottor Vezzosi e il dottor Toselli devono operarmi alle mandibole perché non possa più chiudere la bocca. Mi legano sul tavolo della cucina, e mi operano! Poi un po’ miglioro, e allora trascorro le giornate nascosto tra le cataste dei meliàs, in campagna. [...]. Lì conosco i fascisti che mi hanno fucilato, alcuni li incontro per le strade di Cuneo. Quando li vedo li schivo. Una volta ho incontrato quello che guidava il moto-sidecar, e l’ho insultato. Mi voleva denunciare, mi ha detto: «Sono già stato condannato una volta, non mi condanni più tu. Stai attento perché ti mando in galera». Mah! Dopo la Liberazione il processo ai fascisti di San Benigno è durato quattro mesi. Frezza l’hanno condannato all’ergastolo, ma poi l’hanno liberato quasi subito. Adesso starà meglio di me342 . 342 Bartolomeo Garro, dopo la Liberazione, ha ricostruito l’eccidio di San Benigno con alcune pagine di appunti. Ha intitolato queste pagine: Partenza per l’aldilà e ritorno.

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La collina

Chi non andava in Francia non era gente MICHELE GIUSEPPE LUCHESE, nato a Roccasparvera, classe 1885, contadino.

(1° maggio 1970 – Pino Luchese). Roccasparvera è un paese molto antico. Un giorno ho chiesto a don Barale, «Mi dica un po’ priore, discendiamo mica da n.n. noi Luchese?» «No, no no, i Luchese sono antichissimi, quando nel 1700 c’è stata la, rivoluzione dei giacobini hanno già buttato giù dal ponte un certo Luchese di sessantaquattro anni, sposato con una certa Milanesio, quel giorno hanno fatto diciotto vittime, qui nel paese». Qui i francesi hanno fatto vittime e brutalità, ne hanno fatte barberíe, sono passate di qui tutte le legioni, spagnoli, austriaci, francesi... Queste cose le imparavo a scuola, dal maestro Giavelli di Sambuco. Se eravamo tanti a scuola? Quando ero ragazzo c’erano due scuole, prima seconda terza: sessanta settanta ragazzi da un maestro e sessanta settanta ragazze da una maestra, divisi. Sc c’era ’d masnai343 , c’era popolazione, in quei tempi erano circa tremila gli abitanti di Roccasparvera. Cinquanta a scuola c’erano sempre: però mi scusi la parola, i’era pöi nen tant cumuditus cume ura344 , se c’era da andare a mazzolare un po’ di legna o pulire i campi delle pietre, via via, e quelli che avevano niente, avanti da servitori. A dieci dodici anni si andava già via da vaché, le famiglie erano tutte numerose. Giacu ’J Cicu dì Pragudin 343 344

Dei bambini. Non era poi tanto comodo come ora.

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aveva quattro razze di famiglia: vedovo con due figli aveva sposato Maria di Moiola, una vedova con due figli, e in più due dell’ospedale345 , e ne hanno avuti altri tre dall’ultimo matrimonio. Tanti con figli prendevano i bambini dell’ospedale, facevano l’allevamento e guadagnavano così quel poco con gli n.n. La mia famiglia aveva un po’ di bosco, di castagneto, e un po’ di prato, più o meno avevano tutti così, qui era tutta piccola proprietà. Chi era ricco era Cassin di Cuneo, banchiere e presidente della Camera di Commercio e deputato, lui aveva qui una cascina grande che dava cento sacchi di grano all’anno, aveva mille diavoli, palazzi a Cuneo e altre sei cascine e la più piccola era quella di La Rocca. Si faceva come si poteva, patate, meliga, castagne, ci adattavamo alla miseria. Intendiamoci poi bene – a me fa mica niente che c’è la donna che ascolta – ora il pane lo fanno per condimento non per nutrimento, invece quel tempo là si bagnava solo il boccone della polenta sopra la buntà e si mangiava o buono o cattivo che fosse, «basta che sia pieno» come diceva Giuanin Dragunat. La buntà era un po’ di latte e un po’ di toma di latte scremato, ma il più buono era l’appetito ecco, mi capisce? Giacu ’d Cicu allora aveva una mula e faceva anche un po’ il carrettiere, lui ne aveva anche dei suoi (figli), tutte le primavere partiva con la mula e il carro con le sponde, otto o dieci vacherot sopra e avanti, partivano e andavano a Barcellona346 in Francia, là facevano il mercato, chi ne aveva bisogno si presentava e chi aveva bisogno di lavoro era lì, si contrattava. Partivano alla primavera e all’autunno tornavano in qua. Due trovatelli. Barcellonnette, oltre il Colle della Maddalena, nella Valle dell’Ubaye. 345 346

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Chi non andava in Francia non era mica gente, oh per carità, chi non andava in Francia non era pregiato. ’Ndasíu ram e reis347 , uomini e donne e bambini. Le donne? Partivano di qui, andavano in Francia a raccogliere fiori a Hyères di Tolone, otto dieci donne in gruppo andavano in là a piedi. Mio suocero era del 1846 – è morto del 1946 a cento anni e due mesi – andava a Piedi a Marsiglia, lavorava in una fabbrica da zucchero. Lo zio di mia moglie, Cichin, è morto a Parigi, lavorava anche in una fabbrica da zucchero. Tanti si fermavano là, momenti la Francia di tre parti due sono di nazionalità italiana. Anche mia moglie è andata a raccogliere fiori in Francia. Noi all’autunno abitavamo su alla barma, sulla collina alta: in principio di novembre, quando erano finite le castagne, li vedevamo passare, venivano su da Bernezzo in fila, tanti non avevano poi ancora delle valige, due stracci in un sacco e partivano e andavano in Francia a scampare un po’ la vita. Mio fratello del 1887, Bertu, è stato in Francia a Barcellona a piedi, ma non ha trovato lavoro ed è tornato in qua a piedi, aveva cinquanta soldi in tasca, due lire e cinquanta, tutto il suo avere, è arrivato e tumbava348 dalla stanchezza. Eh, la miseria! In quei tempi là c’era Giolitti che governava, Giolitti era un grande uomo, rispettato all’interno e all’esterno, con un passaporto da quattro soldi la gente andava tutto dove voleva. Guardi, qui la miseria c’è stata fin dopo la guerra del 1940. Ma sa a chi dobbiamo dire grazie se poi è andata meglio? A quel ministro che è morto..., era un veneto, gli altri Stati gli hanno dato una grande simpatia particolarmente l’America..., ecco, De Gasperi... 347 348

Ci andavano rami e ramaglie. Cadeva (crollava).

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Io non ho fatto la guerra del ’18, ero il sostegno della casa, ho avuto l’esonero agricolo. Quattro maschi e una sorella, il primo si era sposato, il seconda del 1881 è morto da bambino, il terzo ero io, il quarto è Berto che l’ha girà mund e pais349 . Berto ha dovuto partire per la guerra. Eravamo in un bosco io e mio fratello, e arriva mia sorella gridando: «Bertu, Bertu ven giü, i carabinié...»350 . È partito da soldato piangendo, subito subito su l’atto351 . Aveva già fatto tre anni da permanente, quattro anni di guerra, sette anni da soldato. Si è salvato, ha la croce da cavaliere di Vittorio Veneto, gli passano sessantamila lire all’anno, non che io mi vanti perché è mio fratello, lo merita. La guerra del ’18 ha lasciato solo miseria, hanno conquistato ’d muntagnas, ’d rucas...352 , ma ora silenzio, perché io non so di roba di politica né niente. Che cosa pensavamo di quella guerra? Mi scusi, bisognava ubbidire, bisogna essere sottoposti alla legge. Sì, ce ne sono che hanno fatto i disertori, hanno finito malamente: come quello che a forza di prendere della porcheria..., prendevano anche del decotto di tabacco, non è partito ed è morto a casa, oh ne sono morti tanti. Il fascismo? Noi con il fascismo abbiamo sempre seguitato il nostro regime ’d víttimo353 , sempre. Tanto per dirle, il fascismo era tanto bello fin di un certo punto, ma dopo no, perché sa, Mussolini non è che avesse delle cattive idee, aveva delle buone idee, è solo che ha dato un po’ troppa responsabilità ai suoi dipendenti, è lì che l’hanno condotto alla perdizione. Mi scusi la parola, io non sono mai stato un politicone da una parte o Che ha girato mondo e paesi. «Berto, Berto vieni giù, i carabinieri...» 351 Immediatamente. 352 Delle montagnacce, delle pietracce. 353 Regime da vittime. 349 350

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dall’altra, ubbidisco alle leggi e basta. Ma per esempio la guerra contro la Francia era un’idea sbagliata, noi con tutta la nostra parentela che abbiamo là come potevamo andare avanti. È stato un errore tremendo andare contro la Francia. Poi qui sono arrivati i tedeschi, li ricordo perché ne abbiamo ospitati qui, gli ho dato della paglia per dormire, c’erano quattro ufficiali che giocavano alle carte a sua moda, non ci hanno dato un dispiacere grosso così, però noi li rispettavamo perché intanto non li capivamo e loro non capivano noi, ma c’erano anche degli italiani a pari di noi altri vestiti da tedeschi che ci prendevano per coglioni, e quelli erano i peggiori. I partigiani? Io avevo due figli nei partigiani, erano al sicuro nei partigiani. Andavo a lavorare su al Ciöt Rösa sopra Rittana, lassù c’era il distretto dei partigiani. Cosa pensavamo di quella guerra? Uno sparava addosso all’altro..., ecco. Passata la guerra abbiamo avuto i francesi, prima un battaglione mal combinato, poi sono venuti i veri degollisti dai Bassi Pirenei, questi erano prudenti, rispettosi, e ci dicevano che quelli di prima erano tutto l’avanzo della Francia, come da noi i «Muti». Da qui è passato tutto, sono passati anche i «repubblicani», i republican l’han pà fait vaire ’d bel..., l’era n’idea sbaglià354 . La vita di oggi? È fin troppo comoda, perciò la gioventù non si abbassa più a niente, Vogliono solo più divagarsi, divertirsi e stare bene, lavorare più poco che si può. L’avvenire è nelle mani del Signore, ora io non sono né un profeta né uno spiritista, ma da un’estremità siamo saltati a un’altra. Sa cosa voglio dirgli? Noialtri a lei diamo risposta, con lei parlo, ma io fosse con i giovani 354 I repubblicani (repubblichini) non hanno mica fatto tanto di bello, era un’idea sbagliata.

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non parlo, più che qualche balade355 , qualche bestialità... Perché? Perché più che del fol e dello stupido non ci dànno più: non lo dicono direttamente ma oh, uno non è poi mica un morto finito. Sia che sia, come che sia sia, non c’è più il rispetto dovuto, perché una volta la parzialità era dovuta al vecchio, al contrario ora la parzialità e il rispetto è dovuto ai giovani che non sono ancora capaci a guadagnarsi il pane. Abbandonando la campagna i giovani stanno meglio, hanno meno fastidi, più nessuna responsabilità, fanno quelle poche ore, dorme soave nel suo letto e ciau, non come noi che io passo una parte della notte in aria perché c’è ’l sagrin356 dell’interesse, se una bestia va male per un anno noi più niente. Tanto per dirle, guardi quella vacca che un momento fa ha fatto il vitello, lei ha visto la nostra preoccupazione, abbiamo solo quattro vacche, e se andava male? Ma mi scusi, sa che noi lavoriamo tutta l’annata notte e giorno, noi non andiamo poi mica per lì a traverso a fare bacanage357 per le contrade e per le piazze, i campagnin358 li hanno mai visti a fare bacanage, né fanno sciopero né un Cristo né Santa Maria, noi abbiamo altri sagrin per la testa. La vita oggi è cambiata da così a così. Sì, è cambiata in meglio. Ma non per tutti. Per parte mia no, non c’è più il dovuto rispetto per il vecchio. Oggi c’è il benessere, troppa abbondanza, alla radio parlano di milioni e miliardi come niente. Che vada sempre bene come oggi, io auguro ogni bene ai giovani perché ho anche della famiglia, i nipoti. Ma il benessere bisogna anche saperlo curare, non sprecarlo. Mio padre viveva ancora pegBalle (stupidaggini). La preoccupazione. 357 Fracasso. 358 I contadini. 355 356

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gio di noi, ci diceva sempre che noi eravamo già ricchi, «Voi mangiate già pane finché volete», ci diceva. Mio cé, a dirla, s’è scappato da in famiglia con l’età di nove anni, ha girato, ha girato, è andato a finire a Mondovì chiedendo la carità, poi si è affittato in una cascina dove è stato undici anni. Noi vecchi abbiamo tutta una vita di sacrifici sulle spalle, abbiamo tirato avanti facendo delle croci, lavorando abbiamo preservato quel poco. I giovani dovrebbero capirci, se no torturano soltanto la persona. Ho ottantacinque anni finiti, grazie a Dio né carabinieri né pretore né tribunale non so per cosa sono a fare, la mia fedina penale è bianca come la neve. Se la pensione contadina è importante? Eh crispa, non è una cosa importante? Ho qualche soldo in tasca, se voglio prendermi un piacere: uno si sente più sollevato, uno può bere un bicchiere di vino. Posso solo dire grazie a quelli lì che hanno avuto l’idea, mi tolgo tanto di cappello davanti a quelli lì, sia chi che sia, ci hanno riconosciuti... Se guardo la televisione? No, non vado mai vederla da mio figlio, non mi interessa niente vedere quelle marionette che ballano. Il giornale lo leggo qualche volta. Cosa dico degli uomini che vanno sulla luna? Io ci credo. Io non dico né bene né male che vanno sulla luna, io dico niente, non mi affermo. Viene Caifa a comandare? Beh, ascoltiamo Caifa, la sua legge che mette. Ne viene un altro? Bassiamo la testa e ascoltiamo la sua legge, da buon cittadino andiamo dove ci mena. Il giovane invece si ribella, è per questa ribellione che c’è tante avventure nel mondo. Sì sì, lei dice che il giovane si ribella anche contro la guerra, ed è giusto. Ma la guerra ci sarà sempre, c’è stata dall’inizio del mondo e ci sarà fino alla fine del mondo. Il Signore se vuole castigare una parte della popolazione in qualche maniera la castiga. Guardi il Vietnam, una umanità come noi, bianchi neri o rossi che

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siano sono come noi, eppure la guerra continua. C’è solo da rassegnarsi, senza atti di superbia. Oh Dio, c’è quelli là, i capitalisti, che sussidiano armi, viveri, una cosa e l’altra, e si mettono i soldi in tasca. Un cittadino incita l’altro, uno odia l’altro, e i capitalisti si fanno i soldi. Una volta c’erano due avvocati e due paisan359 come me che avevano una questione da risolvere. Un bel giorno uno dei paisan va per trovare il suo avvocato e sente dalla porta i due avvocati che discutono fra di loro insieme, e uno dice all’altro: «Ti pela ’l to fasan, mi pelu ’l mé»360 . ’L paisan, che non era uno stupido, torna a casa, va dal suo avversario e gli dice: «Di, l’é ura che as dësgrupuma, bütumse d’acordi anche nui dui»361 . Sarebbe bello che la povera gente ragionasse così, si mettesse d’accordo. Ma è un sogno, e allora bisogna ubbidire, rassegnarsi. Lei dice che i miei figli si sono ribellati, quando sono andati a fare i partigiani. Ha ragione. Boh, dovevano andare nella «repubblica» a farsi massacrare? Si sono buttati dove era più sicuro, oh giache! Mettere i generali soldati, e i soldati generali ANTONIO GIRAUDO, detto Toni ’d Tuniun, nato a Roccasparvera, classe 1883, contadino.

(10 aprile 1970 – Pino Luchese). Avrò avuto sedici anni quando sono andato la prima volta in Francia, qui c’era solo miserie, d’autunno andavo in Francia per guadagnare quattro soldi, poi tornavo Contadini. «Tu pela il tuo fagiano, io pelo il mio». 361 «Di’, e ora che ci sleghiamo (che ci svegliamo), mettiamoci d’accordo anche noi due». 359 360

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toccava donarli a padre e madre. Quando sono venuto in qua dalla Francia a tirare il numero avevo trenta lire di risparmio, guadagnavo trenta soldi al giorno a lavorare a l’artiglié362 , a La Segna di Tolone363 , scaudavu rivüre364 , fabbricavamo bastimenti. Alla visita militare mi hanno fatto rivedibile, ero gracile, gracile, i’eru trop milse365 . Quando sono partito per l’America? Sun ’dl’83, cuntí cura l’abbia per lì ai vintedui ani366 . Là c’erano due del Castelletto367 , due uomini sposati, quelli del Trapuné. Mi scrivono dall’America di andare là che loro ci pensavano a darmi un lavoro, loro erano anche manovali in un cantiere in America. Sono partito con due donne: una era quella ’d Giacu, che aveva già il suo uomo in America, l’altra donna era l’Angiulina ’d Blin. Siamo andati a piedi fino a Nizza, poi in treno fino a Havre. Da Genova il viaggio era più lungo. Il viaggio l’ha pagato mio padre, l’é ’ndeit a ’npregné i sold368 , quattrocento lire. A Havre c’era il bastimento ben caricato completo, uomini donne bambini. Cosa pensavamo durante il viaggio? Pensavamo quello che si pensa quando si va in guerra, pí che möri a riva nen369 . Arrivato in America, in un’osteria piemontese il padrone m’ha dunà na mica ’d salam grosa cusí370 , non l’ho potuto mangiare era troppo salato l’ho buttata nel cesso, All’arsenale. A La Seyne di Tolone. 364 Scaldavo i ribattini. 365 Ero troppo smilzo. 366 Sono dell’83, fate voi il calcolo di quando avevo ventidue anni. 367 Frazione di Roccasparvera. 362 363

È andato a prendere a prestito i soldi. Più che morire non arriva. 370 Mi hanno donato un salame grosso così. 368 369

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oh cristu che rabia, il padrone ha capito che ero io, l’aveva solo donato a me il salame, e il cesso che non funzionava più... Siamo arrivati a San Francisco diretto, abbiamo passato il Mississippi, lei l’ha già visto il Mississippi? Ah, sa dov’è... Quello sì che è un fiume che ci monta il treno sul bastimento e poi passa di là! Poi siamo andati a lavorare alle mine371 dove si fabbricava una specie di lago. Lì uno è saltato per aria, più che italiano non poteva essere. C’era tutte le razze di gente, giapponesi, indiani, di tutto, oh..., sono ancora più bravi di noi, io non ho mai avuto da dire niente con nessuno, ho girato tutto il mondo si può dire, sono andato in Germania, in Francia, un po’ dappertutto, non ho mai fatto un debito di soldi un debito di pane o di qualunque roba, ho sempre pagato tutti, ho sempre lasciato stare tutti, mi trovavo tranquillo come un angelo. A New Orleans, sotto San Francisco, mi ricordo nemmeno più che lavoro facevamo, facevamo mine in una perriera, in una cava di pietre. Eravamo tre della Rocca, Catu ’d Biun, Pinotu ’d Titot, Ninu del Maté, e c’erano anche Dinu ’d Censu, Drea ’d Cristina, Giursin ’d Cristina. Poi abbiamo disfatto la ghenga372 . Poi sono andato a lavorare alla ferrovia, a sistemare binari, sotto un’altra impresa. Guadagnavo dieci lire il giorno, due dollari. Mica fatica, oh... lavoravamo di notte, c’era un trenino, caricavamo il materiale sui vagoni e lo scaricavamo in un precipizio. Sono mica stato tanto in America, stantavu ’dla socia373 , sono stato un asino fatto completo eppure è stato così, oh parlé374 , ahi ahi ne Mine (per dire miniere). Banda (combriccola). 373 Pativo (avevo nostalgia) della fidanzata lontana. 374 Espressione per dire: «Oh, non parlarmene». 371 372

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ho fatta una, quando sei giovane sei giovane, sono ancora pentito oggi di essere tornato dall’America, sono pentito come di capelli che ho in testa. Avevo un po’ di soldi, li ho portati qua, sono andato in banca a Cuneo, non mi hanno mica dato l’aggio, mi hanno truffato sul cambio, a la bunanima d’en pover diau375 , avrei potuto almeno tenermi un dollaro o due..., e invece ho dato via tutto. A la Rocca ho ricominciato a lavorare la terra, mio padre non lavorava più ma lo rispettavo, gli ho sempre portato rispetto. Mi sposo, e poi viene la guerra. Ho fatto la guerra anche. Ero riformato da recluta, ma per la guerra ’15-18 mi hanno messo negli alpini. Ero sul Trentino, che dovrebbero darci la pensione e invece ci dànno solo dei paternoster376 . Ero in trincea e aspettavo che venisse il nemico, avevamo un capitano che aveva ancora più paura di noi, Barberis, a marca mal e suma dase persuné377 vicino al Piave mormorò378 . Prigioniero degli austriaci abbiamo sempre girato, in Prussia con Ciot ’d Tintinela, Giursin ’J Ramin, Mauret mio cugino, Valentin. Ho lavorato in una miniera di ferro, a bota379 . ’L minör se s-ciancava ma ’n sasin, bestemiava cuma na müla, mi l’avíu ’n cristu d’en pic che sarà stet ’n miria, tra mi e chiel saruma nen guadagnase ’l vitò, oh povra gent...380 . Alla buonanima di un povero diavolo. Il cavalierato di Vittorio Veneto. 377 Segna male (promette male) e ci siamo dati prigionieri. 378 Ecco un esempio di come la retorica fascista sulla guerra 1915-18 ha lasciato il segno: il Piave diventa il «Piave mormorò, come nella canzone. 379 A cottimo. – L’episodio, come lo ricorda Giraudo, sarebbe avvenuto durante la prigionia. Ma la miniera di cui parla era quasi certamente negli Stati Uniti. 380 Il minatore si strappava (faticava) come un assassino, bestemmiava come una mula, io avevo un cristo di un picco che 375 376

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Dopo la guerra torno a lavorare in campagna, mio padre era morto, lavoro due o tre giurnaiole381 , un po’ di bosco, allora le castagne valevano rma rendevano poco, rimedio da mangiare. Ne ho avuto tredici figli. Sei maschi, due sono rimasti in Russia, negli alpini, morti, sono stati gelati, sun stet che i’ han vulü stee, bunumas, Bastian e Maté382 . Maté pativa talmente il freddo... Bastian incontra Lerda il ciclista di Borgo, nella ritirata, e gli dice: «Vado ancora a vedere Maté che patisce tanto il freddo e poi vengo». Va e trova Maté morto, a l’é tumbà rutund ma ’n prüs, co mort chiel383 . Dei figli rimasti in Russia non ho mai più saputo niente, più niente, più niente... Matteo, alla vigilia di partire per la Russia, mi fa: «Padre, io parto». E io: «Fatti furbo, hai niente altro da fare che farti furbo. Qui sai quello che c’è, piuttosto di lasciarci la pelle hai solo da scappare, no?». Più che giusto. Lui è morto di fronte all’altro bunumas. Sì sì, partire per la Russia doveva partire, ma come c’è stata la rivolta e si sono scappati tutti non avevano che da venire assieme agli altri, Lerda è venuto, era camionista, è stato fortunato... Mah! Se io sapevo dove era la Russia? Pazienza l’America... Nemmeno i figli sapevano, ohi. Io non l’avrei poi aggiustata così, c’era Lerda che ti caricava sul camion, lasciavo Maté là che si aggiustasse anche lui e almeno ne veniva ancora a casa uno.

sarà stato una miria, tra me e lui non ci saremo guadagnati il vitto, oh povera gente... 381 Scarse giornate di terra. 382 Sono stati che hanno voluto stare, poveracci, Sebastiano e Matteo. 383 È caduto come una pera, anche lui morto.

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Pensavo sempre: «Non tornano più, il freddo...», Maté non poteva sopportare la Russia... Bah! Mah! La vita di oggi? A l’é ’n mund mal futü384 , è che non c’è più nessun rispetto di niente, i giovani comandano i vecchi, marca male, marca che i vecchi non venissero tanto vecchi sarebbe meglio. Sì sì, vanno nella luna, e temo che con il loro troppo progresso che quella luna lì possa portare danno alla popolazione della terra, che un momento o l’altro succederà ancora qualche diavolo, beh, a forza di pestarla quella luna... Sì sì sì, ci credo che vanno sulla luna. Mia moglie non ci crede. Io credo invece, credo come dicono i preti «bisogna credere e non védere», è giusta questa qui? Questa qui è giusta per loro, per me non è mica giusta «credere e non védere». Io credo che dopo me ci sia un bel zero, quel che ho visto ho visto, eh..., voglio altro che dire, è solo una camorra quella lì..., non vada poi a dirlo al prete... Oggi la gente basta che uno possa mangiare l’altro. Una volta la gente tribolava ma era tranquilla. Adesso se uno ha quattro soldi non bisogna dirlo. Basta leggere i giornali. Il governo? A mio giudizio bisognerebbe toglierli e metterli loro a la piasa d’i pover diau385 , eh, a lavorare, mettere i generali soldati e i soldati generali, più che giusto. Una volta fanno uno scandalo, poi altro scandalo, poi un altro, ma quelli là li mettono in tasca e non li tirano mica più fuori. Nen mac sempre ’nsaché i medesim386 . E Saragat. Saragat è un brav’uomo, fino a oggi è andato avanti a calci in culo, ma di guerre non ne ha ancora fatte fare nessune. Se vado a votare? Sicuro che vado a votare. Volessero ben mettermi sindaco non È un mondo mal fottuto (mal combinato). Al posto dei poveri diavoli. 386 Non soltanto sempre i medesimi che insaccano (che rubano). 384 385

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accetterei, chi è senza istruzione ha solo da stare zitto. [...]. I giovani di oggi che lasciano la campagna per andare giù a lavorare in fabbrica vanno a rubare il pane agli altri. E tutto questo è brutto. Chi resta lavorare la campagna? Hanno solo da pagare giusto le patate e il resto ’n pian cunfurme, e la gente giovane resterebbe a lavorare la campagna. Entravamo e uscivamo dal fornello di casa ANNA LUCIA GIORDANENGO, detta Lüsiota, nata alla frazione Montasso di Robilante, classe 1891, contadina.

(21 giugno 1970 – Beppe Macario). La mia frazione era di quattro case e tanti ciabot sparsi attorno, ogni famiglia aveva la stalla e ’l casot, ’l casot era l’essiccatoio delle castagne che serviva anche da cucina, una baita senza soffitto e senza camino: no, il soffitto veramente c’era, era fatto di rami intrecciati come una rete, e sopra ci mettevamo le castagne a seccare. Sul pavimento in terra del casot accendevamo il fuoco, così il calore e il fumo seccavano le castagne. Nel pentolone della minestra cadevano i gianin387 , non facevano mica schifo, erano una cosa familiare! Ha mai sentito dire che i contadini una volta entravano e uscivano dal fornello di casa? Era proprio così: uscivamo dalla porta del casot che funzionava anche da fornello, come si apriva la porta il fumo faceva «puf». Nella nostra frazione c’era una sola famiglia che aveva una vera cucina: tutti gli altri vivevano nei casot. 387

I vermetti.

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La nostra vita? ’N po pres cuma la vita dei nostri vei388 . Al mattino presto un pugno di castagne, e poi al pascolo. Alle otto si faceva la polenta che durava tutto il giorno. Solo mio padre mangiava nel casot: noi uscivamo fuori, a turno perché i piatti erano pochi. Avevamo un po’ di bosco, due vacche, un po’ di latte e un po’ di castagne; la meliga dovevamo già comprarla. Tra vicini si andava d’accordo: la gente era come adesso, dei buoni e dei meno buoni, ma era più familiare. A quindici anni, io, mio padre, e un fratello – mio padre menava il carretto – siamo andati a piedi a Castelletto Stura a misunà389 in pianura, a cogliere le spighe abbandonate. Il raccolto era metà nostro e metà del padrone. In una dozzina di giorni abbiamo avuto di nostra parte sette mine390 a ciascuno di grano, ogni mina era di diciotto chili. Si cudiva tutto pur di rimediare qualche soldo. Dalla Valle Maira arrivavano i cavié391 a offrirci i tagli di stoffa. Ci chiedevano di vendere i capelli, i cavei grüà, i cavei del pentu392 , oppure le trecce, i capelli lunghi. Quattro volte li ho venduti i capelli lunghi, e così le mie sorelle. Ce li rovesciavano tutti davanti, tenendoli in pugno. «I ne i’é già prü»393 , diceva nostra madre che tutelava i nostri interessi. Poi li rovesciavano all’indietro, e giù col taglio, lasciando una crestina in modo che la testa non restasse proprio pelata. La darera vira394 – avePressappoco come la vita dei nostri vecchi. A spigolare. 390 Recipiente di legno, cilindrico: unità di misura, della capacità. Una mina di granoturco equivale a diciassette chili, una mina di segala a sedici, una mina di grano a diciotto. 391 Raccoglitori di capelli. 392 I capelli del pettine (i capelli caduti). 393 «Ce n’è già abbastanza». 394 La volta successiva. 388 389

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vo poi già quindici anni – ho venduto due trecce lunghe un metro, proprio un metro misurato. Tanti capelli tanta stoffa, o soldi o la vesta395 . Ogni sera nelle stalle filavamo la canapa. La piantavamo noi la canapa, e com’era matura la mettevamo a marcire nell’acqua non fredda. Poi battevamo la fascinetta per fiaccarla. Poi la bres-ciavu col pettine di ferro e ricavavamo la rista. Le ragazze che dovevano imparare filavano le cucie, lo scarto. Nelle stalle, intorno alla lanterna a petrolio, eravamo sempre sette o otto le donne che filavano. Alla vita portavamo una cintura, e appeso alla cintura ’l pendulin, alcuni anelli di legno passanti l’uno dentro l’altro a catena in cui si infilava la rucca. I’eru i viur che un la punta del cutel fasíu ’l pendulin, i viur che regalavu i pendulin a le viere396 . Filando mi sono preparato ’l fardel, filando e ricamando. Avevo una dozzina e mezza di camicie di tela di casa e dieci paia di calze di lana e di cotone tutte a mano, ne ho ancora tre paia nuove nuovissime. La settimana prima dello sposalizio venivano la madre dello sposo e lo sposo a presià ’l fardel397 , e nell’occasione si faceva una merenda tutti assieme. Si stimava ogni cosa scrivendo tutto, così quando il padre moriva chi aveva preso un po’ di più ’d fardel prendeva meno di legittima. Se stimava anche la spusa398 , cioè la biancheria e il vestito che la sposa avrebbe indossato il giorno dello sposalizio. «E la spusa vaire la bütuma?399 », e si stimava il prezzo. A ceriO i soldi o il taglio di un vestito. Erano i giovani (che partecipavano alla Veglia) che con La punta del coltello che fabbricavano il pendolino, i giovani che regalavano il pendolino alle ragazze. 397 A stimare il prezzo del corredo. 398 Si stimava anche la sposa. 399 «E la sposa quanto la valutiamo?» 395 396

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monia finita lo sposo tornava a casa con il fardel. La terra era la roba più importante, si divideva soltanto quando padre e madre erano morti. La guerra. Il mio sposo è andato al fronte, sono rimasta qui con quattro figli piccoli. Lavoravo come un uomo, da la muntagna purtavu giü i baríun ’d fen e tacà al cutin l’avíu sempre du cit400 . Mi dicevo «Non finirà miti più» Le mie gemelle, quando il mio uomo è partito per la guerra, avevano sette mesi: quando l’hanno rivisto erano già alte, correvano già come farfalle, e non l’hanno più riconosciuto. Nel 1921 pare401 aveva male a un ginocchio e non poteva andare in pianura a tagliare il grano. A piedi, da sola, sun calà a val402 , sono andata a Torre Bava sotto Cuneo a fé la manuala, a misuirà403 quindici giorni Alla sera avevi messo i miei vestiti in una bealera era lo stesso. I masué404 ci portavano da mangiare dietro il ciabot perché non perdessimo tempo. Finita la campagna del grano ho chiesto che mi indicassero la via più breve per tornare a casa. Mi hanno detto: «Segui questa bealera, è acqua del Vermenagna, ti accompagnerà a casa». [...]. Le mie gemelle sono in Francia, sposate là. Anche due figli sono in Francia in campagna. 400 Dalla montagna portavo giù i fagotti di fieno, e attaccati alla sottana avevo sempre due bambini. 401 Padre (marito). 402 Sono scesa a valle. 403 A fare la manuala, a spigolare. 404 I mezzadri.

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La vita di oggi? Oh è cambiata in meglio. Ma noi siamo vecchi. Si füsa giúu vuría sté a munt, a mi ’n pias sté a munt405 . Con i proverbi dei vecchi i giovani morirebbero di fame GIUSEPPE MACARIO, detto Beppe ’l Fré, nato a Robilante, classe 1929, artigiano.

(28 maggio 1970). Se vogliamo capire perché il contadino non è ancora un uomo libero dobbiamo tornare un momento al suo passato. Qui al Malandré di Robilante la campagna era povera, qui vivevano con due vacche e un po’ di castagne. L’altra risorsa era la legna. Prendevano all’appalto i lotti dal Comune e poi aspettavano che le piante crescessero, aspettavano anche vent’anni prima di tagliare quelle piante. E questa attesa era una scuola di rassegnazione, di pazienza. C’erano le squadre dei boscaioli che andavano a Valdieri, a Entraque, e nell’alta Valle Stura, sempre a piedi, e là prendevano i lotti a contratto dalle imprese, tanto al miriagramma di legna resa in basso, piavu a fà e calà406 . Vivevano mesi e mesi nelle baracche di rami e di paglia, al mattino un pezzo di pane, alle undici una fetta di polenta, dall’alba al tramonto a tagliare con la scure, a scapulé407 , a fare fascine. Un lavoro massacrante. Lavoravano come bestie, e guadagnavano a mala pena da mangiare. Come veniva l’inverno, giù con le slitte per portare la legna in basso. Poi cominciarono a usare 405 Se fossi giovane vorrei stare a monte (in montagna), a me piace stare in montagna. 406 Prendevano a farla (a prepararla) e a scenderla (a trasportarla a valle). 407 A pulire i rami.

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le funi metalliche, le cordine tese, alle quali agganciavano i fasci della legna. Il boscaiolo scendeva lungo le corde tese per ingrassarle, così le disgrazie erano frequenti, quasi ogni anno ne moriva uno di Robilante. Vuole un’idea della povertà di una volta? I vecchi facevano il testamento, poi quando morivano agli eredi restava magari un pezzo di terra largo come una stanza da dividere, la terra vicino ai casei, alla casa. Oppure, se la terra era più abbondante, c’erano magari dieci figli, dieci eredi. Allora la terra restava indivisa. Uno o due dei figli continuavano a lavorare la terra ricevuta in eredità, e pagavano l’affitto ai fratelli che emigravano. Malgrado questa miseria il nostro contadino riusciva a risparmiare. Il libretto dei risparmi lo teneva alla Posta, dopo che il Piccolo Credito era fallito bruciando moltissimi risparmi. Prendiamo i ragazzi di una volta, quelli del Malandré. Alcuni uscivano dall’isolamento facendo l’esperienza da vaché, non sempre positiva. La gioventù aveva energia da sprecare, la necessità di parlare, la curiosità di confrontarsi, il movimento della vita insomma. Se i giovani restavano chiusi in casa non vedevano niente, non sapevano niente. Alura s’embarunavu al pilun408 , sette-otto, magari stanchi come bestie. «’Nduma ’n vié là?» «’Nduma»409 . Nelle stalle c’era la disciplina, pare e mare che viavu ’nsema. Se ’n viur i’era mac ’n po liber ’n tel parlé410 interveniva subito il padre o intervenivano gli altri viur a richiamarlo all’ordine. Era con la veglia che si conoscevano le ragazze. Quando un giovane voleva chiedere la mano di 408 Allora si ammucchiavano (si radunavano) all’altezza del pilone. 409 «Andiamo in veglia là?» «Andiamo». 410 Padre e madre che vegliavano insieme. Se uno dei partecipanti alla veglia era solo un po’ libero nel parlare.

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una ragazza si faceva aiutare da due o tre amici. Andavano mi quella stalla come se niente fosse, poi come il padre usciva dalla stalla l’interessato lo seguiva, gli diceva: «Se füsi cuntent mi l’avría l’idea ’d manteni l’amicisia cun la fia». «Ben, mi ne parlu pöi ’n cà e ’t disuma pöi cheicos»411 . Magari il padre non diceva poi più niente a quel giovane, e tutto finiva lì. I matrimoni erano poco liberi, venivano tanto organizzati dai vecchi, si guardava tanto la roba. Anche la storia dei matrimoni ci insegna qualcosa, ci aiuta a capire l’ambiente di allora. Il matrimonio era una festa importante, anche le famiglie modeste organizzavano il pranzo in casa, magari con la cuoca del paese. ’Npregnavu i sold412 . C’erano due o tre persone, contadini o esercenti, che imprestavano i soldi, le cento o le duecento lire. Non erano usurai, erano persone onestissime che si accontentavano di un piccolo interesse: erano i ricchi di allora, che tutti stimavano, che tutti guardavano con rispetto. Oggi ci sono magari i miliardari qui a Robilante, ma non c’è più chi ha bisogno. E anche questo vuole dire un po’ di libertà acquisita, la libertà di chi non deve sempre e comunque dipendere. [...]. Se sono religiosi o superstiziosi i nostri contadini? Come giudicano il prete? Parlo degli anziani e dei vecchi, ormai non ne esistono più contadini giovani. Era gente che credeva, quello che diceva il prete veniva dal cielo. Prima di dare inizio alla semina il contadino si faceva il segno della croce. Le famiglie dicevano il rosario tutte le sere. La messa era un dovere sacrosanto, credevano pro411 «Se foste contento io avrei l’idea di mantenere l’amicizia con la ragazza». «Bene, io ne parlo poi in, casa e ti diciamo poi qualcosa». 412 Prendevano a prestito i soldi.

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prio in Dio. Al Malandré c’era don Massa come parroco, un bravo prete che ha lasciato un buon ricordo. È morto tanti anni fa, ma la gente continua a essere religiosa nel suo ricordo. Ed è giusto che sia così, perché don Massa la aiutava la gente povera. La comunità del Malandré era abbastanza unita, la gente doveva aiutarsi a vicenda se voleva sopravvivere. Quando in una famiglia c’era una disgrazia, un morto, accorrevano tutti a offrirsi. Alcuni provvedevano a ciadlà, a cudià le bestie, a seguire i lavori più urgenti. Altri organizzavano i turni per vié ’l mort413 . Era una gara a chi poteva fare di più. ’L rusari ’nbarunava giúu e vei414 , il rosario lo dicevano intero. Ecco com’era la povertà di allora: andavano a chiamare uno della vallata, un falegname, che saliva su con la scure e la sega, e costruiva la cassa nel cortile del morto con i quattro assi che trovava. Mio nonno, parlo di sessanta anni fa, in casa teneva na mala ’d post415 , una piccola catasta di assi. «Ma gavi ’n po chi taule, chi post da lì, l’é mac ’n culagiari»416 , gli diceva sempre mia nonna. «Füsa a morine ün l’has gnanca pí dui pustei a bütelu drinta»417 , gli rispondeva mio nonno. Anche mio zio, dietro al sofà, aveva na mala ’d post per farsi la cassa da morto. La famiglia che non aveva la cassa da morto era un disonore, come una famiglia che oggi non riuscisse a pagare le spese del funerale. L’ambizione di oggi è di avere la cassa da morto più bella dei mobiPer vegliare il morto. Il rosario ammucchiava (radunava) giovani e vecchi. 415 La mala è il baule (la cassapanca). Na mala ’d post è la ctasta di assi. 416 «Ma togliete un po’ quelle tavole, quegli assi da lì, è solo un vivaio di topi». 417 «Dovesse morire qualcuno non hai nemmeno più due assi per metterlo dentro». 413 414

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li di casa. La cassa di una volta era invece semplice, così semplice che a volte la paglia del giaciglio spuntava dalle fessure! Al funerale partecipavano tutti. Caricavano la cassa su un carretto, il corteo appresso, man mano che si scendeva a valle si univano quelli delle altre borgate, così fino a Robilante dove c’era la vettura ad aspettare. Ancora oggi la tradizione del funerale è molto radicata, anche i giovani abbandonano il lavoro, lasciano la fabbrica, per partecipare a un funerale. Quando un giovane incontra un vecchio che si lamenta della salute, il giovane gli dice: «Vuoi farmi perdere la giornata per andare alla tua sepoltura?» Legata al funerale c’era la dona418 . Oggi la dona è scomparsa perché non ci sono più i poveri. Ma tanti anni fa i ricchi facevano dire la messa con la dona ai poveri. Come finiva la messa sulla porta della chiesa veniva distribuita la pagnotta di pane, ed erano sempre in tanti a riceverla. E poi c’era ’l ciusiment, era così fino a dieci anni fa, c’era cioè la donazione al bisognoso di tutto il vestiario del morto, scarpe, vestiti, biancheria, cappello, tutto, che andava in suffragio dell’anima dello scomparso. Chi ne beneficiava doveva essere vertius419 , cioè una persona che portasse poi con dignità le cose del morto, una persona devota che andasse in chiesa, non certo un ubriacone o una lengera. Era un po’ questo il nostro mondo di una volta, un mondo dove la povertà e le leggi della sopravvivenza avevano un peso determinante. Lei mi dice che il contadino di fronte a certe domande, a certi argomenti, si blocca, ha paura a rispondere. Non è tanto la paura, è la prudenza. 418 419

La donazione. Virtuoso.

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Prendiamo il periodo della guerra partigiana. La gente in quell’epoca era diventata per forza prudente. Si può dire che la gente di qui teneva quasi tutta per i partigiani. Ma aveva sempre paura di sbagliare. E oggi la gente marcia ancora un po’ con quella cadenza. Hanno preso quella prudenza lì nel parlare, e sentono che ancora oggi non possono confidarsi completamente. Forse c’è anche un po’ di paura. In quei tempi là bastava che ci fosse un partigiano da poco, e quello screditava tutti gli altri. Quando passavano i partigiani della valle, i giovani del posto, conosciuti, la gente non aveva paura, la gente era tranquilla. Ma e gli altri? Con il cuore la gente era dalla parte dei partigiani, ma il giudizio era severo. Dopo la Liberazione sono tornati i prigionieri, avevano sette o otto anni di vita militare e la guerra sulle spalle, erano stanchi e malati, non sapevano, non capivano che cosa era successo durante la loro assenza. Non pochi dei partigiani erano ragazzi, erano giovanissimi, alcuni del 1926, e non potevano aver fatto grandi cose: comunque erano rimasti quasi a casa, erano rimasti nella propria vallata. A vedere questi qui che facevano i galletti, a sentire in famiglia il discorso del bucin, del micun ’d pan420 , del telo da tenda, nei prigionieri cresceva la critica. ’L bucín ’l micun ’d pan, il telo da tenda che magari i partigiani avevano chiesto o preteso: non erano cose grosse, erano solo balle. Ma con la critica diventavano cose grosse. Era un giro così, i contadini sono sempre stati sottomessi a un regime di vita così, sempre a subire, e allora si giustifica la loro prudenza. Eh, nella testa dei contadini c’è non poca confusione, sono d’accordo con lei. Guardiamo un momento che cosa era la vita militare per i contadini. All’arrivo della «cartolina precetto» organizzavano la festa dei coscritti. 420

Del vitello, della pagnotta di pane.

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Il giorno prima della visita medica si faceva già la festa, alla visita si arrivava ubriachi. Poi altra festa, al paese; la «classe» invitava al pranzo il sindaco, il prete, e avanti con un’altra sbronza. Insomma due o tre giorni di festa grossa. Nessun contadino andava volentieri a fare il soldato. Non parliamo poi della guerra. Ma che cosa era la Patria per noi? Ebbene, una buona parte di quelli che hanno sofferto con la guerra oggi partecipa ai raduni, alle adunate degli ex reduci. Si mettono il cappello da alpino in testa, e via. Non avevano voglia di fare il soldato, non volevano la guerra, e vanno ai raduni. Allora non erano poi tanto stufi della vita da soldato! Dicono che vogliono trovarsi tra di loro, ed è giusto. Ma con quel cappello alpino che gli ha rovinato la gioventù... Che cosa hanno votato e che cosa votano i contadini? La gente del Malandré vota forte «democrazia»421 . La religione ha fatto del bene a questa gente, don Massa è morto quindici anni fa, e la gente continua a votare «democrazia» nel suo ricordo. Con l’arrivo dell’industria la nostra collina si è spopolata, ormai i giovani sono scappati tutti. Eh, i giovani di oggi non ragionano più come i loro padri. Nel passato i contadini parlavano con i proverbi, regolavano la loro vita con i proverbi. Oggi i giovani dicono: «Con i proverbi dei vecchi oggi i giovani morirebbero di fame». Su a Snive422 vivono ancora tre contadini anziani. L’inverno scorso423 è scesa molta neve e dei tre di Snive non avevamo più notizie. Allora Gian Battista pensa: «Saran vivi? Saran morti?». Infila gli sci e sale fino a Snive. Come arriva in vista della casa di Bastianin sente il cane che abbaia, vede che Bastianin esce dalla baita e guarda il tet«Democrazia», per dire Democrazia Cristiana. Tetti nella zona di Madonna delle Piaggie. 423 L’inverno 1969-70. 421 422

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to. «Oh, cuntavu i füsa venü giü la spalà, – esclama Bastianin, – perché lu cian se l’é nen ’dla spalà diferent giapa pí»424 . La donna non figurava ma comandava BARTOLOMEO SPADA, detto Tumé ’d Rübatin, nato a Vignolo, classe 1878, negoziante di bovini.

(22 ottobre 1972 – Dalmazzo Giraudo). Nell’altro secolo la gente viveva come i maiali, un po’ di polenta, riso e fagioli, tanti facevano la fame. C’era solo la campagna su cui vivere, se l’annata andava bene si mangiava, altrimenti tiravu le müsole425 . In primavera i primi soldi erano sempre quelli dei bigat. Compravamo il seme, lo portavamo a benedire dal prete, poi al prete regalavamo ’l ramaset, un mazzo di rami di erica con sopra i bozzoli più belli, così la partita più ricca del paese era sempre quella del prete. Era uno importante il prete, ’n piota426 . La gente diceva: «I preve sun mac bun a pié427 , orate per me e per gli altri se ce n’è». In molte case carne non ne vedevano mai. Il caffè di segala o di orzo era già un lusso. Il vino si beveva solo all’osteria, in Vignolo c’erano nove osterie e in più la «Società». La mia parte di vino l’ho bevuta, cinque o sei litri al giorno, uno a colazione, uno a pranzo, uno a merenda, uno a cena, e poi continuavo. Se tutto il vino che ho 424 «Oh, credevo fosse venuta giù la spallata (di neve dal tetto, cioè che la neve fosse scivolata giù dal tetto), perché il cane se non è per la spallata non abbaia più». 425 Tiravano (stringevano) le museruole (sta per «tirare le cinghia»). 426 Sveglio (svelto). 427 I preti sono solo capaci a prendere.

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bevuto lo mettessero lassù, dalla costa di San Maurizio, poi dargli via libera, porterebbe via Vignolo. Quando nel commercio ero un po’ bevuto le parole venivano più a filo. Molti in Vignolo facevano una vita di miseria, eppure la gente era più allegra che adesso. Tutte le sere si andava in veglia, a vedere la ragazza, si partiva in otto dieci, si arrivava magari, fino a Piano Quinto. A carnevale a chi aveva fatto più veglie nelle stalle gli davano le paghe. Erano quelli delle stalle che ringraziavano. Avevano aperto le stalle in autunno, e a carnevale stavano per chiuderle. Era un onore avere avuto magari venti giovani fissi che frequentavano una stalla, dava lustro alla ragazza. Passavamo a cercare le paghe da una stalla all’altra, una volta a Santa Croce di Cervasca ho riempito la gorba, ho raccolto otto dozzine di uova, noci, mele, e risole428 . Da vent’anni a questa parte si è perduta anche questa usanza, da quando è arrivata la televisione non si va più in veglia. Noi eravamo cinque figli. Avevamo dieci giornate, tutta campagna, tutta terra buona, e tre vacche. Eravamo tra i più ricchi. Metà del paese avevano solo capre. Molte delle case di Vignolo erano ancora con i tetti di paglia, case povere. C’era tanta popolazione. Ho fatto la terza elementare, cento scolari da una maestra sola, la Teppati di Caraglio, una maestra severa che insegnava bene. Mio padre era del 1847. Quando si è sposato non aveva un soldo, quando è morto aveva venti giornate sue. È stato sindaco e consigliere di Vignolo cinquanta e passa anni. Allora c’erano due o tre partiti. Mio padre teneva per Galimberti. Quando Galimberti veniva in piazza a fare la parlata c’era mezzo paese ad ascoltare. Il giorno delle elezioni i candidati offrivano da mangiare e da be428

Frittelle dolci.

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re agli elettori, ogni partito aveva la sua osteria. Da mangiare una scodella di trippe, e la carnëtta, carne di capra o di pecora bollita. Pagava Galimberti o pagavano quelli che volevano uscire consiglieri. Gli elettori venivano anche dalla Francia, i candidati gli offrivano le spese del viaggio. Una volta Galimberti ha perduto le elezioni, ha fatto la parlata, ha detto: «Ades che la pianta l’é veia völi campela giü»429 . La campagna serviva solo per vivere. Anche oggi c’è gente qui a Vignolo che vive solo sulla terra, ma vive come vive. Molti emigravano in Francia e in America. Io l’avevo già qui l’America, io negoziavo. Chi faceva qualche soldo lo faceva commerciando. Eravamo cinque nel commercio delle bovine, mio padre e noi, i quattro figli. La nostra zona era la Valle Stura, da Gaiola ad Argentera. La parte più povera della vallata era l’ubec430 , da Festiona in su. A Demonte c’era gente che aveva sette otto vacche, i più ne avevano due o tre. Noi risalivamo lungo la vallata commerciando, comprando. ’Scendendo raccoglievamo il bestiame, tutto a piedi. Bisognava conoscere il mestiere, sapere come prenderli. Contavamo un po’ ’d cüche...431 . Prima cercavamo l’uomo che era stimato, gli pagavamo bene la sua bestia, gli davamo la buona mano, la mancia. Poi quello convinceva gli altri a vendere. Era ancora bel da dominare. Se la donna era decisa a vendere compravamo a buon prezzo: se la donna diceva al marito di non vendere, non c’era più niente da fare. La donna non figurava ma comandava. Una volta, in un giro solo, abbiamo comprato settantasette vacche. Allora c’erano le bestie... Il giorno della fiera sulla piaz«Adesso che la pianta è vecchia volete buttarla giù». La mezzanotte (il fianco esposto a nord). 431 Di frottole. 429 430

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za di Demonte si contavano tremila quattromila bestie di lusso. Venivano fin da Alessandria a comprare. Trecentosessantacinque polente all’anno MARGHERITA LOVERA, detta Nota ’d Batistin ’d Drea, nata a Borgo San Dalmazzo, classe 1895, contadina, tessitrice.

(12 febbraio 1974 – Dalmazzo Giraudo, Michele Calandri). Sun na burgarina432 . Abitavamo in un ex convento di frati, sulla via per Demonte, nella piana, a Tetti Deo. Quattordici in famiglia, nove maschi e cinque femmine. Ma ne sono morti cinque da piccoli, non si sa di quale malattia, in due o tre giorni morivano. Ero la più giovane dei viventi. Terra ne avevamo quattro giornate, due giornate erano di mio padre e due erano la dote di mia madre. A nove anni ho preso ad andare da manuala, a raccogliere le castagne. Sa quanto mi davano? Quattro soldi al giorno. Andavo da un vecchio, da Centu ’d Barbàno, lo chiamavano Barbàno perché aveva una lunga barba bianca, era cieco, e io avevo una paura... Barbàno era venuto a cercarci. «Batistin, mi mandassi un po’ una figlia da serventa a cogliere le castagne», aveva detto a mio padre. E mio padre a lui: «Ma io ve la mando, mando questa». Allora Barbàno con il braccio teso mi aveva cercata, «Ma dov’è, ma dov’è?» diceva. Io ero così piccola che non riusciva a trovarmi, ero un palmo sotto il suo braccio teso. Andavo su per i boschi, sola, piena di paura, e pensavo sempre alle parole di Barbàno, «Cogli poi 432

Sono nativa di Borgo San Dalmazzo.

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tutto, anche i mürac433 , belle e brutte». Ogni sera Barbàno arrivava nel bosco a controllare, aveva una capra per mano che lo guidava. Barbàno mi diceva sempre: «Ah, l’has pà cüíe ben ’ncò, ’l beru a fà ’ncu crüse»434 . Ne coglievo mezzo sacco al giorno di castagne. Partivo al mattino scuro e tornavo alla sera scuro. A mezzogiorno mio padre mi portava una fetta ’d pulenta mitunà435 , e com’era buona. Man mano che la famiglia aumentava di numero mio padre affittava altra terra. Prima aveva una vacca, poi due, poi tre. Le vacche le prendeva a credito, magari già pronte436 , così come nasceva il vitello lo vendeva e mungevamo poi subito per avere un po’ di latte da mangiare. I miei fratelli ai sette anni andavano da vaché. I loro soldi mio padre non li portava mica a casa, come li prendeva li portava subito dove li doveva. Eh, mia madre ha fatto una vita! [...]. A mezzogiorno mangiavamo sempre la polenta, se non si faceva la polenta non era pranzo. Trecentosessantacinque polente all’anno. Alla sera tagliatelle al latte o minestrone. La carne due volte l’anno, a Pasqua e Natale. Eravamo tutti grassi così, e mai male a un’unghia. Vestiti alla meno peggio. Suma sempre steit bin pulit ma tacunà437 . A tredici anni sono andata da serventa a Cuneo, in un posto dove non mi davano da mangiare, era la famiglia di un capitano. La padrona, una napoletana, era avara. Guadagnavo diciotto lire al mese. Dopo quindici giorni Mürac o grullu, le castagne di scarto. «Ah, non le hai mica colte bene oggi, la capra fa ancora scricchiolare», cioè la capra trova ancora delle castagne, e le fa scricchiolare sotto i denti. 435 Di polenta mitunà, cotta a fuoco lento nel latte. 436 Gravide. 437 Siamo sempre stati ben puliti ma rattoppati. 433 434

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mia madre è venuta a vedermi, ero consumata, mia madre mi guardava e mi diceva soltanto: «Oh ’n che stat, oh ’n che stat...»438 . In quella casa mi davano solo gli avanzi, quando c’erano. Morivo di fame. Tornare a casa non volevo, mi vergognavo. Era una vergogna rinunciare al posto, una vergogna di fronte ai vicini. Quando uno rinunciava al posto la gente diceva: «Oh, ha purtà le siule»439 . E piuttosto di sentirmi dire questa cosa sarei morta. A quindici anni ero poi già pí descruculia440 , ho incominciato a comprare i funghi, un buon mestiere, guadagnavo bene. [...]. Ho avuto anche l’idea di farmi suora, avevo visto mia madre che aveva tribolato tanto, non volevo fare la sua fine. «Se mi faccio suora sarò tranquilla», mi dicevo. Quando andavo ancora a scuola le suore mi cissavano sempre... Mi sono sposata nel 1926, si è presentato Battista, appena l’ho visto mi è piaciuto, era un destino. Ma Battista abitava in montagna, a San Maurizio, così mio padre e mia madre piangevano, mi dicevano: «Stesse in basso, ma sta così in alto, farai una vita lassù...». Battista mi diceva: «Io faccio tela e tu mi aiuti, io non ti lascerò andare in campagna». Ho ancora la vesta da sposa, di seta nera, ben ricamata. La donna comprava la guardaroba e portava ’l fardel. Battista mi ha accompagnata dall’orefice, mi ha detto: «Prendi quello che vuoi». Allora io ho scelto ma senza esagerare, ho scelto normale pensando al domani, pensando che dovevamo avere l’interesse in comune. Una bella catena d’oro doppia, con l’orologio d’argento da taschino, e questo anello, che adesso è sottile perché si è consumato lavorando. «Oh in che stato, oh in che stato». «Oh, ha portato le cipolle». 440 Più slegata (più sveglia). 438 439

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Un bel matrimonio, mi sono sposata a Borgo. Il landò era a tiro di due, seguito da quattro carrozze, tutto offerto da Battista. A Vignolo la bicchierata. Poi a piedi fino a San Maurizio, con i parenti al seguito. Lassù il pranzo era già pronto. Pomodori e peperoni interi, acciughe al verde con uova dure, e salame. Appresso il bollito e il pollo arrosto con patate. Infine frutta, formaggio, paste dolci, caffè. Mi hanno fatto uno scherzo durante il pranzo, hanno messo un po’ di brace sotto la mia sedia, con sopra una manciata di camomilla. In casa avevamo due telai, uno nostro e l’altro di mio cognato, li avevano studiati e fabbricati loro, senza lodarli erano intelligenti. In famiglia si andava tanto d’accordo. Lavorando guadagnavamo bene, era un buon mestiere, si mangiava sopra. Buonanima del padre di Dalmasin441 era il nostro vicino di casa e ci diceva sempre: «Noi d’inverno abbiamo qualche soldo risparmiato e lo spendiamo. Voi invece anche d’inverno mangiate e risparmiate». I nostri clienti erano i masué della pianura, ci ordinavano i fardel per le spose e anche la tela per la famiglia. I masué ci fornivano le matasse di canapa e di cotone filate a mano dalle masuere, noi compravamo solo il filo colorato per i disegni, per i ricami. Era un lavoro di fatica, al lume della lucerna a petrolio. Mi urdíu, grupavu, fasítu le spole, giasavu. Disponevo i venti fili di base, poi legavo i mille fili di testa in due ore, lavoravo con le spole, infine giasavu, con la papocia di meliga impastavo i fili, li uguagliavo, e con le brusche li mettevo bene in piano. Chi faceva gran fatica era mio marito, era lui che faceva funzionare il telaio con i pedali, era lui che tirava la tela, e ci voleva la forza, bisognava essere pronti, in gamba. Mio marito aveva imparato il mestiere da suo padre. Le pezze erano larghe novanta centimetri e lunghe diciotto metri. 441

Del padre di Dalmazzo Giraudo.

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Facevamo mezza pezza al giorno. Valeva dodici lire la pezza, guadagnavamo sei lire al giorno. Lavoravamo la canapa pura, e la canapa e cotone. Le lenzuola di sola canapa erano più dure ma più sane. Il cotone è più molle, più umido. Il lavoro da tesòura mi piaceva tanto, i masué erano soddisfatti e lodavano la nostra tela. E poi rendeva, era un mestiere sicuro. Mio marito ha mai dovuto andare a fare la campagna del grano, e noi non siamo mai stati costretti a tenere i bachi da seta. Abbiamo tessuto fino al 1960, avevamo poi già la luce elettrica, così a lavorare di notte non ci toglievamo più gli occhi. Nel 1960 avevamo ancora tanti clienti. Chi moriva era morto, e il lavoro continuava GIOVANNI ALLINIO, detto Gianot, nato a San Michele di Cervasca, classe 1895, contadino.

(14 settembre 1972 – Dalmazzo Giraudo). Mio padre si è sposato due volte e sarebbe stato padre di sedici, nove della prima donna e sette della seconda. Della prima donna ne sono morti otto su nove, sun mort tüti ciot442 : della seconda donna io sono il più giovane, avevo tre sorelle e gli altri morti. Di terra avevamo cinque giornate di bosco, di castagneto. Nella stalla una vacca. In più avevamo l’osteria. Della fame ne abbiamo fatta, tante volte avessimo avuto un pezzo di pane l’avremmo mangiato, mangiavamo patate e pane di meliga, pan ’d 442

Sono morti tutti da piccoli.

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bragheta443 un pane mica buono, troppo asciutto. Più o meno tutti si viveva così, con poco. A scuola il mio maestro, Magnét, l’avía na cana a quatr chére444 e picchiava sulle orecchie, una paura cramentu... Quando sentivo a suonare la campana della scuola tremavo come una foglia. Appena ho avuto tredici anni allora giü dai masué, giù in pianura a tagliare il grano. Ne avrò fatte venti campagne del grano. Partivamo a San Pietro, il 29 giugno, tutta la banda, una squadra di otto. Andavamo sulla piazza di Cavallermaggiore, lì c’erano sempre cento duecento uomini tüti cun la caplina e la mesoira, nen ’l dagn445 perché era ancora tutto a piüvà446 . Arrivavano i masué con i birocci, noi si contrattava uniti, tutti otto della squadra o niente. Il lavoro? Si lavorava da crepare, dalle cinque del mattino alle otto di sera, da quand ’l sul spuntava a quand ’l sul se stremava447 . Le cascine erano di cinquanta sessanta giornate, il padrone metteva uno dei suoi di punta che tirasse, che ci trascinasse. A mezzogiorno quello spariva, e ne veniva un altro fresco a tirare. Talin, il più duro della mia squadra, lo tallonava quello messo lì dal padrone, gli gridava: «Va’, va’, se no ti taglio le gambe, dài, dài». Era come una gara, e il padrone rideva soddisfatto a vederci affannati. Cinque pasti al giorno. Colazione alle sette, insalata; pranzo alle undici, 443 Pan ’d bragheta, per dire pane scadente, pane di farina di granoturco. Nell’alta Valle Colla di Boves ’l pan ’d bragheta era un pane di farina di segala e castagne lesse, cotto al forno. 444 Aveva un bastoncino a quattro spigoli. 445 Tutti con la cappellina e il falcetto, non la falce. 446 Cioè con il grano sui colmi del terreno arato (sui colmi tra un solco e l’altro). 447 Da quando il sole spuntava a quando il sole si nascondeva.

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insalata; merenda a mezzogiorno, insalata; merendun448 alle quattro, una fetta di salame e un pezzo di pane, otto fette di salame e otto pezzi di pane già preparati per tutta la squadra, non uno di più; cena alla sera, un piatto di minestra. Da bere vino di clinto e di americana che mandava gran diarree e ci toccava correre con il culo per aria. Tüte le seire l’avíu la brüsarola449 , un male che ci faceva camminare con le gambe larghe. Strade asfaltate allora non ce n’erano, erano tutte strade bianche di polvere. Nel fazzoletto da naso mettevamo due o tre manciate di quella polvere: andavamo al fosso, ci lavavamo il culo, ci asciugavamo un po’, e poi giù giù la polvere in mezzo alle chiappe come se fosse borotalco. E l’indomani stavamo benissimo, ma ogni sera era la stessa storia. Che il Signore mi possa far perdere gli occhi, che ne ho cinque di famiglia neh, se non dico il vero. Dopo Cavallermaggiore andavamo a Fossano, da Martina. Lì da Martina abbiamo mangiato tante di quelle mosche nella pastasciutta, la cuoca era la madre vecchia... Un anno, proprio a Centallo, ne sono morti tre a fare la campagna del grano. Io e Miciu ’d Parse prendevamo già a bota450 le cascine piccole, si tagliava già con la falce, il grano era già in piano. Un giorno trattiamo cinque giornate. A bota non si scherzava, si doveva lavorare tutto il giorno a tagliare e poi la notte a ’ngiaulé La grossa merenda. Tutte le sere avevamo l’infiammazione in mezzo alle chiappe. 450 A contratto, un tanto per il taglio del grano nell’intera cascina. 448 449

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e a fé le cabale451 . Cerchiamo in piazza due garzoni, incominciamo. Ma dopo cinque sei ore, saranno state le undici, uno dei nostri garzoni, il più giovane, si sente male. Cade lungo e disteso, tira calci, ha la schiuma alla bocca, e quasi muore. Un po’ di acqua sulla faccia, poi il padrone del ciabot lo accompagna alla stazione, lo mette sul treno che se ne torni a casa, a Bernezzo. Arriva il cognato del padrone, un uomo grosso, a darci una mano. Lavora tre o quattro ore, poi cade fulminato, la faccia tutta nera come un cappello, nera come una scarpa, morto. Io grido, chiamo soccorso. Arrivano con un biroccio, il biroccio parte con il morto, corre corre attraverso i campi ma non c’è rimedio. L’indomani sento la campana che suona a morto e dico a Miciu: «Miciu, un altro...». Chi moriva era morto, non se ne parlava più. E il lavoro continuava. [...] Ma quando parliamo della guerra? Io ho tre guerre da raccontare. A contarla in fretta sono andato da permanente nel 21° artiglieria da campagna, con Michel ’d Cicu, Vincens ’d Magnet, Bepi e altri. Mio fratello Trumlin era in America del nord, San Francisco di California, io ero di terza categoria. Ventidue giorni a Piacenza, poi mi trasferiscono al 63° fanteria a Salerno. Là divento l’attendente del maggiore comandante. Ma un brutto giorno mi fanno la visita medica, mi vestono subito per il fronte. Io sto piangendo quando arriva il maggiore: «Cosa hai combinato? – mi dice, – ti avevo detto che in mia assenza non dovevi lasciarti comandare da nessuno, non dovevi passare la visita medica. Adesso non posso più fermarti, devi andare al fronte». Però il maggiore 451 A legare i piccoli fasci di spighe segati dai mietitori. Unendo questi fasci si ottengono i covoni. La cabala o capala è la bica (la catasta dei covoni).

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mi insegna bene: «Metti i sigari in un bicchiere d’acqua, fatti furbo, fatti venire il cardiopalma». Raggiungo Monfalcone, poi il Monte Sei Busi, un affare, quanti morti..., la terra della trincea era rossa come le tegole, argillosa, avevamo sempre la faccia sporca. Vado due volte all’assalto, uno spavento così... Gli austriaci erano a pochi metri. L’aiutante maggiore ci dice: «Coraggio, che all’una si va all’assalto. C’è il caffè e poi c’è l’assalto». Ma Dio Signore, dopo la prima golata il caffè non va più giù, sentiamo già bum, è l’Italia che apre il fuoco, il Monte Sei Busi che diventa una grande fiammata. I tedeschi urlano: «Urrà, urrà». Buttano i razzi e si vede un ago per terra. Noi stesi fuori della trincea facciamo i morti. Poi il razzo si spegne e avanziamo di due metri. I reticolati mi imprigionano la giacca, ho le mani che sanguinano come una capra. Questa è la guerra della fanteria! Eh, era tremendo andare all’assalto; «Siamo già tutti morti», ecco cosa pensavamo in quei momenti. Piangevamo. Solo i più anziani, come Maté ’dla Bibia, non si disperavano tanto, loro erano già più stagionati, più scaltri. A noi il cuore saltava. Allora ho incominciato a chiedere visita, mangiavo un sigaro e bevevo un bicchiere d’acqua. E così che ho ottenuto sei mesi di convalescenza. [...]. Ma dopo un mese e mezzo che ero a casa sono venuti i carabinieri a cercarmi, ho dovuto raggiungere Salerno. Là il mio maggiore mi ha di nuovo voluto come attendente, mi ha fatto dichiarare inabile al servizio al fronte. Accompagnavo i suoi due bambini a spasso, tenevo la casa pulita, servivo sua moglie. Come il maggiore usciva lei mi chiamava, il maggiore era vecchio. Madama mi diceva: «Allinio...» «Comandi signora». «Dammi il vaso». Lei era sempre a letto, io voltavo la faccia dall’altra, lei pisciava, oh, era una bella donna giovane. Eh, ero stupido, un asino. «Allinio...» «Comandi signora». «Portami il caffè a letto».

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Ma un brutto giorno un mio paesano, Notu ’d Campelu, mi dice: «Gianot, tutti i riformati devono passare una visita medica, c’è il manifesto». Mi trasferiscono negli alpini, a Dronero, dove comanda tutto il colonnello Gattone. Da Dronero dobbiamo partire per il fronte. Allora, nel cortile della caserma, Gattone ci fa il discorso. Incomincia a gridare: «Alpini, andate al fronte a battervi, a salvare la Patria...». Salta fuori uno di Saluzzo, ci sono sempre le teste matte, e lo interrompe: «Gatun, – gli grida, – ti stas a cà. Gatun, se veni cun mi in guera mi ’t fas la pel, ’t masu»452 . Gattone da lontano com’è arriva alla seconda fila, vuole mandare tutti sotto processo, ma poi uno si spaventa e fa la spia, denuncia quello di Saluzzo. Mah, chissà dove sarà finito. Eh, gliene hanno fatte a Gattone! Da Dronero raggiungiamo Caporetto e Serpenizza, e poi il Rombon. Sono con la 18a compagnia. Sul Rombon i tedeschi sono a dieci metri, loro ci danno il cognac e noi diamo le pagnotte a loro. Gridano: «Italiano buono, non sparare». Vengono nella nostra trincea, assaggiano il loro cognac per dimostrarci che non è avvelenato, parlano, siamo amici per la pelle, parlano come parliamo noi adesso, si fanno capire. Sono stufi anche loro, dicono: «Apetit». Dieci minuti appresso a questo incontro salta tutto per aria, è la guerra. Ho già detto che ho cinque figli, io per primo stessi secco come un chiodo se non dico la verità, parlavamo tranquilli, poi all’improvviso ognuno scappava al proprio posto, turna ’d bote da magnin453 avanti a chi ne ammazzava di più. Prima avevamo parlato a bocca a bocca: «Voi prut prut, voi pane, pagnocca». E noi: «Jà, jà». 452 «Gattone, tu stai a casa. Gattone, se vini con me in guerra io ti faccio la pelle, ti ammazzo». 453 Di nuovo delle botte da magnin. Il magnin è il calderaio.

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Sul Monte Stol mi hanno preso prigioniero. Mi hanno messo in rango, in colonna, noi e gli ufficiali. Gli ufficiali piangevano come bambini, dicevano: «Oh, ci manderanno tutti sotto processo, abbiamo perduto...». Nevicava. Mentre camminavamo i pastrani gelati facevano crak crak. I napoletani avevano i piedi gelati, piangevano forte: «Mamma mia, – gridavano, – siamo tutti perduti». Un mestolo di rape al giorno, oh madonna! I tedeschi cercavano gli «urulog», ci facevano vedere un pezzetto di pane nero e ci proponevano il cambio. Io avevo il mio Longines ben nascosto. Attraversando l’Austria le donne dai balconi urlavano: «Italiani, Cadorna piange, piange, ha perduto tutti i suoi soldati». Arriviamo a Mauthausen. Lì ne hanno già cremati tanti. Ogni mattina tolgono i morti dalle baracche e li portano ai forni. «Ormai siamo tutti morti», pensiamo. Un mestolo di rape al giorno, come bestie. Poi tremilaottocento ci mandano in Rumania. Ci caricano su una tradotta, cavalli otto uomini quaranta, per fare i nostri bisogni ci aiutiamo uno con l’altro, facciamo la scaletta, c’è un finestrino su in alto, si mette il culo fuori e avanti. Nel nuovo campo in Rumania facciamo una gran fame. I tedeschi pelano le patate, buttano le bucce nella latrina. Allora noi italiani, per la madonna, andiamo a recuperare quelle bucce sporche di merda, le laviamo, le mangiamo. Allora i tedeschi non le buttano più le bucce, ma le offrono, le vendono a noi. Adesso fanno la pelata lunga, così una manciata di bucce è una razione che riempie il cappello, costa zwei mark, due marchi. Le bucce le facciamo seccare sulla stufa, poi neanche le risole, neanche le bignette sono buone così. Ma se io avessi un tedesco qui vicino..., mi lu sagnu, mi lu brüsu vivu454 . 454

Io gli tolgo il sangue, io lo brucio vivo.

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C’è un tedesco vecchio, un brav’uomo. Lui non mangia pur di rimediare qualche soldo da mandare alla moglie. Chiede sessanta marchi di una pagnotta di pane nero, noi la compriamo in dodici, abbiamo venti qualità di bilance, le fabbrichiamo noi di legno, ogni briciola è importante. Se questo tedesco vecchio è un brav’uomo, gli altri quattordici sono invece perfidi. Quando ci portano a lavorare nel bosco noi mangiamo l’erba come le capre, e i tedeschi perfidi ci picchiano sulla schiena col fucile. Il tedesco vecchio invece ci lascia mangiare l’erba a volontà, torniamo nelle baracche gonfi come barilotti. Se un prigioniero scappa, ma lo riprendono, allora ci radunano tutti ad assistere alla punizione. L’interprete spiega: «Scappato, kaput». Lo mettono nudo il prigioniero, poi un caporale impestato lo picchia con il nerbo di bue. È come se lo vedessi... Incomincia dalle gambe, poi sui coglioni, poi sul torace, poi sulla faccia, lo riduce nero come un cappello. Ogni tanto l’interprete mette in piedi il prigioniero, poi riprende le staffilate, così fino a quando il prigioniero è morto. Mangiaris, uno di Vignolo, fa. una smorfia mentre stanno ammazzandone uno dei nostri, di Saluzzo. Un tedesco gli salta addosso, lo prende a schiaffi. L’interprete conclude sempre così: «Se domani ne scappa un altro, alles kaput». Una notte arrivano i francesi a liberarci. Tutti i tedeschi del campo sono scappati. È rimasto soltanto il vecchio buono, è lì sulla porta del campo che ci guarda a uscire, tanti che passiamo lui ci bacia le mani. Prendiamo a saltare attraverso la Rumania, mangiamo cavoli, mele, capre, tutti i diavoli. Siamo in otto, c’è Culin, Ghisulf, Cichin ’d Magnet... In una casa una donna ci dice: «Aleman futi futi», ci fa vedere la sua bambina che i tedeschi hanno violentato. [...]. Duecento chilometri a piedi e arriviamo a Giurgiu. I francesi che ci amministrano ci dànno un caffè speciale,

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pastasciutta, tutto è a posto. Ma arrivano gli ufficiali italiani, ’sti italiani de sgorbi, egoisti, rubano le nostre razioni, il caffè diventa cattivo come una merda, lo zucchero lo regalano tutto alle puttane. Allora noi cominciamo a dire che vogliamo tornare subito in Italia. E i francesi a dirci: «Se andate in Italia andate ai pesci, il mare è tutto minato». Prendiamo il Danubio, con dei barconi raggiungiamo Costanza. Poi in treno arriviamo a Costantinopoli. Ci imbarcano, ma verso lo Stretto dei Dardanelli la nave si rompe e si ferma nel mezzo del mare. Nel buio vediamo un fanale e poi tante luci, è un bastimento francese, bello, con tutte le tendine agli oblò, si accosta e con il megafono i marinai francesi ci dicono: «Italiani, avete bisogno di soccorso?». Noi tutti a piangere come bambini. Un’ora, poi sentiamo a tirare su le nostre ancore, e si riparte. E di nuovo noi a piangere. Due giorni di viaggio, ma poi a Gallipoli siamo di nuovo fermi. Cosa farci, l’era ’n frubi, na baraca455 . Infine arriviamo a Bari. C’è il vaiolo sulla nostra nave, restiamo al largo. Poi sbarchiamo a Barletta. Lì incontro Pin ’d Ciula, che fa il magazziniere. Mi porta all’osteria, dove bevo del vino nero, grosso, che fa diciassette diciotto gradi. Sto mangiando la pastasciutta quando mi sento un colpo nella schiena e cado lungo e disteso. Poi come un po’ mi riprendo sento una fanfara che suona, ho quarantadue di febbre! Mi portano dal dottore militare, che mi dice: «È la nostra malattia, tifo esentematico nella testa». Mi portano all’ospedale, dopo cinquantadue giorni mi sento guarito. Ma una sera alle sei, di nascosto, mangio una gavetta di pastasciutta, sono debole con le budella fini, così a mezzanotte sono morto e mi portano nella sala mortuaria. Ma al mattino alle sei risuscito, vedo 455

Era un arnese da poco (un ferrovecchio), una baracca.

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dei lampadari bianchi, vedo un morto qui e un morto là, mi metto a urlare: «Infermiere, infermiere». Arriva uno vestito di bianco, mi riporta nel mio letto. [...]. Avevano ragione quelli che scioperavano GIOVANNI BATTISTA COMBA, detto Batí ’dla Lüba, nato a Vignolo, frazione Pavia, classe 1892, contadino.

(26 settembre 1972 – Dalmazzo Giraudo). Eravamo nove in famiglia, padre, madre, quattro maschi e tre femmine. Avevamo poca roba, due tre giornate di bosco e una vacca. Mio padre negoziava: portava il pollame in Francia, e dalla Francia tornava con pelli di volpe e di faina. Partiva dalla frazione Pavia di Vignolo con un carretto a mano ben carico, con su anche settecento chili, mica solo gabbie di galline, anche una gabbia di conigli e due cestini di uova. Dopo il Colle di Tenda cominciava già a vendere, specialmente le galline ovaiole erano cercate. Con la stagione buona faceva, un viaggio la settimana, e d’inverno ogni venti giorni. Nemmeno la neve lo fermava. È morto quando io ero ancora ’n badagu456 , un bambino. Girava per le montagne francesi a cercare le pelli, le comprava dai pastori, e un brutto giorno, non è più tornato a casa. Siamo andati due volte a cercarlo, lì era passato, qui era passato, ma il corpo non si trovava L’ha poi trovato un pastore, un ragazzino, dopo quaranta giorni: ha visto un alpenstok che usciva dalla neve sul fondo di un burrone. Allora siamo tornati in Francia, l’abbiamo seppellito a Mollieres. Il mio maestro, Tanciu, era un bell’uomo, forte, istruito, ma rovinato nelle gambe, aveva le gambe molli. An456

Uno sciocco (uno che non sa, un bambino).

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davamo a scuola nella sua stalla nui ’dla testa gnoca457 , i vacherot, e qualcosa imparavamo. I vecchi dicevano che Tanciu l’avevano rovinato le masche, l’aveva rovinato un uomo di qui che lavorava di fisica. Da cit Tanciu a i’era ardí cuma ’n parpaiun458 . Un giorno va a prendere l’acqua alla fontana e lì incontra il vecchio che lu ’nmasca459 . Come torna a casa sente già le gambe molli, è rovinato per sempre. Mah! Adesso che abbiamo nominato le masche dobbiamo dire il giorno, dobbiamo dire che oggi è martedì, e non sbagliarci se no le masche potrebbero farci del male. Così mi hanno insegnato i miei vecchi. Ma è meglio se cambiamo discorso... A dieci anni ero già ’n vacherot. A quindici anni decido di andare in Francia, da solo. Ma mia madre non vuole. Tanto faccio che mi firma la cuntenta460 in Comune, si pagava quattro soldi e con quel foglio firmato si poteva andare fino in capo al mondo. A Vignolo avessimo voluto lavorare per niente non trovavamo, da vaché non ci davano da mangiare, almeno in Francia si mangiava. Col treno arrivo a Vievola. Lì incomincia il servizio con i break, ci sono due o tre ditte in concorrenza e i macareu461 litigano sempre tra di loro e giü bote da magnin per accaparrarsi i clienti. Certe volte [per via della concorrenza] portano i clienti gratis fino a Nizza e là gli pagano ancora il caffè. A Nizza mi presento alla gipiera, la cava di gesso dove lavoravano tanti di Vignolo. Pasiensa, un mio vicino di casa, come mi vede mi chiede se gli ho portato i toscani. Gliene offro due, e l’indomani sono già al lavoro. Dalle Noi della testa goffa (dura, grossolana). Da piccolo Tanciu era ardito (sveglio) come un farfallone. 459 Che lo colpisce con il malocchio. 460 L’autorizzazione. 461 Garzoni dei break. 457 458

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cave portano giù le pietre con i carri, e noi con le mazzette le riduciamo a pezzetti come ghiaia. Niente libretto di lavoro, niente marchette, quel che conta è lavorare. Guadagno tre lire il giorno a fare dodici ore, cinque soldi l’ora. Nell’estate lavoro quasi tutte le notti, dopo le dodici ore del giorno faccio ancora la nüciada462 , altre sei ore, così guadagno quattro e cinquanta per le diciotto ore. Smonto alle due della mattina, dormo tre ore, poi ricomincio la giornata e la notte. Giache, mica come adesso che fanno tre ore e trovano già lungo! Ci sono tre macine che macinano di continuo, così il lavoro non manca mai. Di Vignolo siamo più di sessanta su duecento operai. Quattro donne di Vignolo tengono pensione, ci passano un piatto di minestra o un piatto di carne, di carne di montone. Le comprano a sacchi le teste dei montoni a due soldi l’una perché i francesi non le mangiano. Per il mangiare pago tre lire e sessanta centesimi la settimana senza il vino, senza il pane e la buntà463 . A dormire pago una lira la settimana: quattro pali, due assi, un po’ di paglia, e il giaciglio è fatto. I francesi più o meno vivono come noi. Si portano una pagnottina di pane, l’aprono, ci infilano un po’ di olio e un po’ di olive, si accontentano del pan bagnà464 . Nell’ora di colazione spalancano il giornale e mentre mangiano leggono. La domenica un po’ di allegria. Cantiamo cuma ’d lene465 , giochiamo al pallone a pugni466 , ragazze ce ne La nottata (il turno della notte). Il companatico (il formaggio, il salame, ecc.). 464 Pane bagnato. 465 A gran voce. 466 Al pallone elastico. 462 463

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sono tante ma non sguisse467 come adesso, più serie. A volte scendiamo fino a Nizza, ma là si spende troppo. Dopo dieci mesi torno a Vignolo con ottanta scudi di risparmio, quattrocento lire, tanto da comprare quattro piccole vacche. Consegno tutto a mia madre. L’anno dopo vado ancora al gesso, alla solita gipiera. Poi cambio lavoro, vado alle saline di Hyères a togliere il sale. Un lavoro a cottimo che comincia il 16 luglio. Grande fatica nei bacini a fare i mucchi, ognuno ha i suoi mucchi da fare e come ha finito alza la pala e arriva il caporale a controllare e segnare. Calziamo scarpe alte di corda perché il sale brucia i piedi. Siamo tutti italiani, tutti lingere, tutti scappati da casa. Io e uno di qui, Paiera, andiamo a dormire sotto le piante su un po’ di erba secca468 . Paiera canta bene, vengono a cercarlo mentre dorme, lo vogliono nelle osterie, così quasi tutte le notti si fa allegria. Le canzoni di allora erano belle, Moretto, La Barbiera, Tre surele che venu da Liun... A volte Paiera canta per le strade e la gente si ferma ad ascoltarlo: uno di noi passa poi con il cappello a raccogliere i soldi, ma lui non vuole. Paiera sembrava una radio tanto cantava bene! Nel 1911 sono coscritto nei Lancieri di Aosta, a Ferrara e poi a Ravenna. Nel 1912 si parla di partire per la Libia. Io ero a casa, avevo quattordici giorni di licenza, sono venuti i carabinieri a prendermi. La licenza me l’ero guadagnata a premio a montare sull’albero della cuccagna, era proprio sulla punta dell’albero la licenza, una busta gialla. Quei maramau469 non erano capaci a salire. Noi eravamo tre soci: io, uno di Mondovì, e un toscano, Sguizzanti (storte). Cioè a passare le notti, dormendo all’aperto. 469 Per dire quei meridionali, quei terroni. 467 468

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un boscaiolo dalla testa rossa ma andava anche come un gatto. I miei soci hanno fregato un po’ l’albero, l’hanno pulito un po’ del grasso, sono andati un po’ su. Allora io dico al tenente: «Signor tenente, questa volta vado». «Ma tu scherzi». «Non scherzo, vado». Io mi sono arrampicato come uno scoiattolo, e sono andato. Lasü an sun grimpà a la rua470 , ho preso la bandieretta di seta con lo stemma del reggimento su, ho preso la busta gialla, i soldi, ma più che mi piaceva era la licenza. Appresso avevo solo da partire, otto giorni di licenza e in più il viaggio. Il capitano mi ha chiamato, «Se mi fai un favore rimandi la licenza di qualche giorno e io ti do poi cinque giorni di più». Ho accettato. C’era sempre sciopero, gli s-ciavandé del posto erano pagati poco o niente, a momenti non potevano nemmeno mangiare, e così scioperavano. C’erano padroni che avevano una tenuta come da qui a Cuneo, e questi grossi padroni facevano venire dal Veneto altri s-ciavandé al posto di quelli in sciopero per i lavori della canapa. Era così a Ferrara e a Ravenna. I veneti arrivavano sempre di notte chiusi nei vagoni delle bestie, facevano anche una vita, io mi dicevo sempre: «Andrei a impiccarmi piuttosto di fare una vita così». Andavamo ad aspettarli alla stazione e li accompagnavamo al lavoro nei campi. E poi a guardarli a lavorare, un plotone per volta con il moschetto pronto perché se no arrivavano quelli dello sciopero e li accoppavano tutti, eh, arrivavano con i tridenti e con le zappe e i bastoni. Le grosse cascine erano come caserme guardate dai carabinieri e da noi soldati: lì i veneti dormivano, lì gli passavano il rancio. E sul lavoro sempre noi a guardarli. Un giorno che c’era un festino poco distante un veneto ha voluto andare 470

Lassù mi sono aggrappato alla ruota.

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a fare ’l galarin471 là, l’hanno poi trovato in un fosso morto. Oh, ne hanno ammazzati due o tre dei veneti. Se potevano prenderli... Avevano altroché ragione quelli che scioperavano. Erano tanti quelli che scioperavano, in gruppo, e canzoni e canzoni, cantavano sempre, uomini e donne, giovanotti e ragazze. Si mantenevano andando a pescare, a prendere rane e anguille nei canali, vivevano così. Anche i veneti guadagnavano poco, bisognava che ci fosse anche una gran miseria dalle loro parti se venivano a lavorare sotto i moschetti dei carabinieri e dei soldati. Io mi dicevo: «Ma piuttosto vado a fare il ladro che lavorare così». Se dovevano andare a posare i pantaloni toccavano avere una o due sentinelle col moschetto spianato. In un posto il prefetto si è preso un mattone sulla testa. Lì c’era la fanteria, gli scioperanti tiravano pietre e la fanteria non riusciva più a tenerli. Allora siamo arrivati, noi della cavalleria, con i cavalli, oh fanno paura, li toccavi un po’ con gli speroni... Ne avranno messi trenta in prigione quel giorno, a Coparo. Ah, era un brutto mestiere il nostro! Poi sono andato a casa in licenza, e infine siamo partiti per la Libia, da Napoli. A Palermo siamo scesi dal piroscafo, eravamo una decina di Cuneo, e abbiamo fatto na ciucasa472 . Il piroscafo cornava che era ora di partire, sono venuti i carabinieri, ci hanno portati sul piroscafo di peso. Siamo sbarcati a Bengasi, non c’era il porto, il mio piroscafo si è fermato lontano dalla terraferma, abbiamo caricato i cavalli sui barconi, nel trambusto l’orologio mi è caduto in mare, l’ho pescato ma non è più andato bene. 471 472

Il bellimbusto, (il dongiovanni). Una grossa sbronza.

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Sul piazzale di Bengasi c’era una montagna di sale alta come la nostra chiesa, c’erano le saline lì e c’erano tante donne, tüte fumnase473 , nere, con delle boccacce, sporche, sapevano perfino l’odore di selvaggio, faceva schifo a vedere, poi abbiamo preso l’abitudine anche a quelle donne. Erano calde oh, come mettere un chiodino in un fornello... Eh, c’era il pericolo di malattie. Un maresciallo, ’n maraman di Grosseto, un toscano, era un bestemmiatore, nella sua baracca tutti i giorni ne aveva una. Noi avevamo la base a Bengasi, guardavamo i beduini, andavamo a fare i rastrellamenti, era come quando qui passavano i tedeschi a prendere i partigiani. Partivamo a piedi in colonna, andavamo a bruciare tutti i raccolti di orzo nelle campagne, razziavamo le pecore e i montoni, oh ne mangiavamo sempre carne di montone, volevamo farli perdere i beduini, oh pütan. Tutta la Cirenaica la comandava il generale Amerio, e Cantore era invece maggior generale degli alpini, era sempre Cantore che comandava le colonne dei rastrellamenti. Sparavamo, porca l’oca, era mica proibito di sparare. Eh, la prima volta non sono andato a rastrellare perché avevo il cavallo ferito a una gamba, non è più guarito, l’ho poi venduto a Modena a un vetturino, era un buon cavallo da corsa a cui mi ero affezionato. La seconda volta noi eravamo a cavallo e gli ascari a piedi, e c’era con noi anche l’artiglieria. C’era la banda araba, duecento e più arabi con i loro cavalli, ci siamo incamminati nel deserto, tutti i pozzi erano avvelenati, soffrivamo una gran sete. Di notte, fuori dalle tende, mettevamo le gavette: la rugiada scendeva a gocce, rimediavamo un gavettino di acqua. Da mangiare ci davano solo roba asciutta, scatolette. Si può dire che 473

Tutte donnacce.

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ogni giorno c’era un combattimento con morti e feriti, gli ascari ammazzavano tutti, le donne e anche i masnaiun474 , per ammazzare adoperavano le sciabole di Menelik. Noi’ dicevamo agli ascari: «Ma è un bambino...» «Questo venire grande, venire beduino come gli altri, e mettere al mondo altri beduini». Le donne erano cariche di gioielli al braccio e al collo, pöi pà roba ’d valüta475 , era roba di latta. Gli ascari avevano gli zaini pieni di quella roba. Eh, gli ascari non avevano compassione di niente. E come erano lesti ad afferrare in un gregge gli agnelli più belli, piantavano la sciabola nella schiena degli agnelli e in un attimo li pelavano. I beduini erano armati di mauser con le pallottole lunghe. Erano vestiti di stracci, con quei baracanas che un po’ li coprivano. [...]. Il generale Amrio li addomesticava lui i beduini! So che due o tre beduini li hanno fatti impiccare, prima gli hanno fatto scavare la fossa. Per sentito dire Amerio era già stato in Africa, e le donne l’avevano ’nciastralu, l’avevano castrato. Eppure si è sposato dopo che è tornato in Italia. [...]. Voleva che prendessi il fucile, per fare la rivoluzione. Ma io sono scappato via BARTOLOMEO RISTORTO, detto Bertu del Düca, nato a San Michele di Cervasca, classe 1893, contadino.

(19 dicembre 1972 – Dalmazzo Giraudo). Mia madre è morta nel 1902, siamo rimasti sei bambini, il più vecchio de1 1889 e il più giovane del 1899, siamo rimasti con mio padre, mio parsé476 , mia nonna. Avevamo cinque giornate tra bosco e terra sparsa. Mio paI bambini. Poi mica roba di valore. 476 Mio nonno. 474 475

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dre negoziava dove poteva guadagnare qualcosa. Andava a comprare le pule477 a Fossano, e le portava in Francia, ogni volta portava trenta quaranta coppie di pule. Fino a oltre Vinadio le portava con il carretto, poi a spalle fino a Isola, fino a Nizza. Si sistemava sulle spalle una specie di cavalletto, come fosse una sedia con lo schienale aderente alla schiena, e sopra la mensola ci piazzava la cesta lunga. Tornava dal viaggio e consegnava dieci lire a mia nonna, ne guadagnava quindici per viaggio se andava bene, e mia nonna gli diceva: «Beh, l’has ’ncu vagnà, bunhör ’a ti»478 . Eh, c’era miseria, la gente si accontentava. [...]. A dieci anni sono andato da vacherot a Madonna dell’Olmo, in una cascina di venticinque giornate, dai masué, Faticavo a caricare il fieno, a caricare i gerbi, erano pesanti. Non avevo più scarpe, tutti i piedi rovinati. Ma resistevo perché volevo guadagnare qualche soldo, e poi se avessi ceduto la gente avrebbe detto: «L’ha fait la cicia, l’ha fait la cua»479 . Guadagnavo ventisette lire per la stagione. Lì mangiavo un po’ di pane e un po’ di latte. La donna era sempre ubriaca, quando con il padrone tornavo dai campi lui mi diceva: «Bertu, staseira mangiuma nen, senti ma fiera...»480 , lui sentiva da lontano l’odore della cena bruciata. Il secondo anno sono andato dal conte del Culumbé, un brav’uomo. La figlia del conte aveva un giardino di quattro giornate e io lavoravo lì. Il conte aveva il cuoco, la cuoca, le creade, erano molto ricchi e io stavo bene. Poi, a Santa Caterina sono tornato a casa, due miei amici Le galline. «Beh, hai ancora guadagnato, fortuna di te». 479 «Ha fatto la bambola, ha fatto la coda (non ha resistito)». 480 «Bertu, stasera non mangiamo, senti come puzza». 477 478

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mi hanno detto: «Bertu, andiamo a Nizza, là si sta bene, là ci piazziamo di sicuro». Allora mi sono presentato in Municipio a chiedere il passaporto, ma il segretario mi dice: «Hai undici anni, ci vuole tuo padre». «Mio padre è andato a Mondovì a vendere le castagne secche, come fa a venire?» «Allora ci vuole il tuo parsé». «Ma mio parsé ha ottant’anni e passa». Sono andato all’osteria, da Tita Fassi, lui mi ha accompagnato in Municipio, così il Comune mi ha dato la carta, il permesso per l’espatrio. Come è venuta la notte ho preso di nascosto la patagna, il sacco con un pantalone e una camicia, e via. Eravamo in quattro, io, mio cugino Teu, e Bastianet che era dell’ospedale e che è poi morto subito dopo la guerra, e Allinio Maurizio, Munisin, che è poi rimasto disperso in guerra. Avevamo tutti dagli undici ai dodici anni. Fino a Borgo siamo andati a piedi. Poi in treno fino a Vievola, poi con la vettura a cavalli fino a Nizza. Ci siamo presentati alla gipiera, vicino a piazza d’Armi una fabbrica che fabbricava anche i bunbun481 di gesso per il carnevale. Alla gipiera ho incontrato mia zia, che faceva da mangiare agli operai, mia zia mi ha detto: «Beh, ses co sí?» «Begià, sun sí». «T’un meravii che to pare t’ha lasà veni ’n sa». «Eh, i sun ’ncura sét o öt a cà...»482 . L’indomani lavoravamo già a rompere pietre dalla mattina alle cinque fino alla sera alle sette, e ancora tre ore di notte. Guadagnavo tre lire e sette soldi il giorno. A mangiare pagavo venticinque soldi per un piatto di minestra e un pezzo di formaggio. Dormire, sulla paglia. Erano centocinquanta gli operai, pochi i ragazzi come noi. Al mattino alle cinque faceva pena, tutto coperto di Le palline di gesso. «Beh, sei anche qui?» «E già, sono qui». «Mi meraviglio che tuo padre ti abbia lasciato venire in qua». «Eh, ce ne sono ancora sette o otto a casa...» 481 482

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brina, faceva freddo. Fosse oggi far provare a qualcuno quella vita... Il 15 gennaio siamo tornati a casa. Come ho visto mia nonna nel cortile di casa gli sono andato incontro mostrando le dieci lire che avevo sul palmo della mano, tutti i miei risparmi. «Beh, l’has vagnà ’d pí ti che ’n preve, – mi ha detto, – ma vas pí nen n’autra vira, criste»483 . Allora ho preso a lavorare alle piante pur di guadagnare qualche soldo. Quando avevo cinque lire in tasca ero già tranquillo. Nell’estate del 1911 sono andato a Barcellona a piedi, a lavorare al Funs, a fare una strada. Lì se volevi avanzare qualche soldo dovevi tirare cinghia e dormire sulla paglia. Poi io e mio fratello abbiamo incominciato a commerciare nei capretti. [...]. Mah, a raccontare queste cose a chi non ha provato sembra una grande cosa, ma se le contassi a quelli della mia età non ci farebbero nemmeno caso perché eravamo tutti uguali allora, c’era chi aveva mezza giornata di più o di meno, ma tribolavamo tutti. C’erano dei masué in pianura che tremavano, che non avevano i soldi per pagare noi manovali alla sera. Uno di questi, un padre di famiglia, una volta mi ha detto: «Voi guadagnate poco, ma io darei fuoco al grano. Mi tocca andare a impegnare i soldi per pagarvi». Era miseria anche per loro. Io ero una testa che mi piaceva guadagnare qualche soldo, non mi piaceva la miseria. Avevo tredici anni, sono andato da Tita del Gavot, ho preso a bota a fare le fascine in un suo bosco di gaggia. Una lira a mazzolare tutto il giorno, i pantaloni strappati a pezzi, le mani che sanguinavano, un mese ho fatto questa vita, non mangiavo più tanto ero mal ridotto. 483 «Beh, hai guadagnato più tu di un prete, ma non ci vai più un’altra volta, criste».

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Quando ho avuto diciotto anni ho pensato di andare nei carabinieri. Mio padre mi ha detto: «Ah, è mica il tuo mestiere». Allora ho pensato di andare in America, e mio padre: «Va’, ma io i soldi non te li do». Sempre lavorando di qua e di là è arrivato il tempo che sono partito da soldato, era il 10 settembre del 1913. Mio fratello era già sotto, era caporalmaggiore degli alpini in Tripolitania. Mi hanno messo nei granatieri a Roma.[...]. Il 17 maggio del 1915 sono arrivato a Palmanova, sempre con il 1° Granatieri. Era già da un po’ che predicavano la guerra. A noi ci sembrava di andare a nozze, noi non sapevamo che cosa era la guerra. [...]. Poi dalle parti di Cividale viene a passarci in rivista D’Annunzio, un poeta. Dall’altra parte del fiume, proprio di fronte a noi, c’era una garitta con gli austriaci della dogana. Il mattino del 24 maggio arriva un capitano tutto armato e ci dice: «Ragazzi, da stasera a mezzanotte la guerra incomincia. Sentirete un colpo da 305 sparato da Palmanova, è il segnale della guerra». Allora io grido agli austriaci della dogana: «Cosa fate lì? Aspettate che vi facciamo prigionieri?». E loro mi rispondono: «Dove vuoi che andiamo? Se abbandoniamo il posto ci arrestano». [...]. Poi siamo arrivati a Monfalcone, tutte le luci erano ancora accese, gli austriaci non credevano che noi arrivassimo presto così. L’indomani mattina, con il mio comandante di battaglione, Manfredi, siamo andati a occupare una collina. Ma la nostra artiglieria si è messa a sparare con i 149, non ho poi mai più visto la nostra artiglieria a sparare bene così, ne ha ammazzato un bel numero dei nostri! E come se non bastasse, il comandante dell’artiglieria è poi venuto ad aggredire il nostro comandante di battaglione, a fargli la colpa di non averlo avvertito della nostra avanzata. Allora il mio comandante di battaglione ha tirato fuori la pistola e voleva ucciderlo, e an-

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che il comandante dell’artiglieria ha impugnato la pistola e voleva uccidere il mio comandante di battaglione! Dopo sei mesi siamo saliti sul Sei Busi. Lì sono andato diverse volte all’assalto. [...]. Poi sono caduto prigioniero ad Asiago, perché gli ufficiali del Sabotino ci hanno tradito. [...]. Appena dopo la cattura incontro un caporalmaggiore di Trento, vestito da austriaco, che mi chiede in regalo una delle mie stellette. Mi dice: «Non voglio sapere che cosa fai a casa di professione, ma ascolta me. Dichiara. che fai il contadino, anche se sei un maestro. Se non vai a lavorare in campagna ti spetta la fame. In campagna invece una patata o un uovo riuscirai sempre a rimediarlo». Era il 31 maggio del 1916. Alla sera ci chiudono in un forte. L’indomani riprendiamo il cammino, la gente di Trento ci sfotte, ci grida: «Italiani avanzate, state occupando Trento». Poi c’è un bel paese, un posto di villeggiatura. Lì un generale tedesco con il chiodo ci parla in italiano, ci dice: «Italiani, la guerra per voi è finita. Fate. il vostro dovere da prigionieri come lo facevate in tempo di pace». In un campo di concentramento vicino a Vienna restiamo fermi quaranta giorni. Poi con due russi e dodici italiani mi trasferiscono in un paese poco lontano. Una fame, parlavamo solo di mangiare. Lì nel nuovo paese arrivano i padroni con il sindaco, e ogni padrone deve scegliere un prigioniero. Il padrone che, mi sceglie è un vedovo con tre figlie, la più vecchia delle figlie è gobba. Ho appena raggiunto la sua casa che ci sediamo tutti attorno al tavolo, io non capisco una parola, loro parlano ed è come se balbettassero. Poi una delle ragazze sparisce, e ritorna con tre uova sbattute e un pezzo di pane, oh cristu! Appresso un bel bicchiere di vino. Poi mi dice: «Tu nicht rauch?» ma io non capisco. Allora si mette un dito in bocca, sparisce di nuovo, e ritorna con un pacchetto da cento sigarette.

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Dopo cinque mesi incomincio a capirli già nel parlare. Come la Russia ha fatto quel bataclan484 , quando in Russia c’è stata la rivoluzione; gli austriaci hanno preso le truppe dal fronte russo e le hanno mandate sul fronte italiano. Allora arriva una lettera al mio padrone, che se mi lascia libero mandano a casa suo figlio. Io sono deciso, a scappare per la campagna, ma il mio padrone mi dice: «No, no, non finirai in un campo di concentramento, non avere paura. Io so già chi ti prende». Alla sera arriva uno, un consigliere del paese, un uomo di settantadue anni che ha cinque figli sotto le armi. Sua moglie tiene il letto da molti anni. Ha una figlia del mio tempo. Vado con lui, è un brav’uomo, mi paga tre corone al giorno, e poi mi regala altri soldi di premio. Io lo dico, gente brava come questa io non l’ho mai più trovata. Il mio nuovo padrone si chiama Vosna Leopold, e sua figlia Anna. [...]. Il 3 novembre 1918, con un carro carico di fieno, sto andando verso Vienna. Un soldato che porta a spalle un sacco di patate mi chiede di poter salire sul carro. Mi dice: «Krieg fertig, la guerra è finita». A Vienna dormo come al solito nell’osteria. Sento a dire che gli italiani sono già a Gratz. L’indomani mattina vado a scaricare il fieno e poi prendo la strada del ritorno. Il fiume che attraversa Vienna è il Danubio. C’è un ponte, c’è la ferrovia, e poi una grossa caserma. Sento che i soldati austriaci stanno rompendo tutti i vetri della caserma. Poi vedo un soldato austriaco che arriva sulla piazzetta, tiene un maggiore per il collo, il maggiore sanguina dal viso. «Oh cristu, – mi dico, – ’sta volta ci siamo». «Plasmi steno, plasmi steno, – mi grida il soldato, – fermati, fermati». Io ho i due cavalli che tirano, stento a fermarli, Quel soldato mi porge un 484

Sconvolgimento.

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fucile, mi dice: «Signori tutti kaput. Ci hanno fatto fare la guerra. Noi eravamo amici e ci hanno mandati al massacro. Li ammazziamo tutti i signori». Vuole che io prenda il fucile, vuole che mi unisca ai ribelli per fare la rivoluzione. Ma io scappo via, li faccio di corsa i diciassette chilometri che mi separano dal paese. Come arrivo al paese incomincio a gridare: «Fiöi485 , c’è la pace. È finita la guerra, non togliete più le patate». Arriva il sindaco, e ci dice: «Ragazzi, siete in piena libertà. Non abbiamo più né esercito né niente. Ascoltate me. Nelle campagne tutti sparano, ammazzano di qua e di là. Restate ancora qui con i padroni per qualche giorno». Il 10 novembre è festa. Organizziamo un ballo con la gente. [...]. Poi decidiamo di partire. Io sono già lungo la strada quando mi raggiunge Anna, che mi dice: «Volevo ancora salutarti, mia madre ti manda dodicimila corone per il viaggio». A Vienna saremo centomila i prigionieri liberi. La città è deserta, non si vede un solo borghese, tutte le persiane sono chiuse. [...]. Raggiungiamo Lubiana, e dopo venti giorni arriviamo a Trieste. Il 24 dicembre torno a casa con quindici giorni di licenza. Dico a mio padre: «Vüghes?486 . Se andavo in America invece di passare questi anni sul Carso... E intanto mi sono salvato per grazia di Dio, e sono tornato a casa carico di pidocchi. Se andavo in America potevo avanzare un po’ di soldi, non di pidocchi». Finisce la licenza e devo raggiungere Fiume. La città è di nessuno, c’è D’Annunzio, ci sono i francesi, tutti vogliono Fiume. Lì siamo italiani contro italiani. Vede la politica com’è? Di sera facciamo le ronde, poi arriva il plebiscito. Allora il nostro colonnello Dina, un milanese, 485 486

Ragazzi. Vedi?

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un brav’uomo, ci dice: «Domani mattina andrete a bloccare quella strada, non alzate le baionette, ma se non si fermano li picchiate nelle gambe». L’indomani arrivano dieci navi di italiani, di borghesi, che gridano: «Viva l’Italia». I soldati fiumani hanno un nastrino con su scritto «italiani o morte». Quando la faccenda di Fiume finisce il colonnello Dina ci dice: «Io ho fatto tutta la guerra, sono rimasto ferito sul Sabotino. Per conto mio chi ha fatto la guerra siete voi, dal soldato al sergente». Ci regala cinquanta lire a ciascuno, ci dice: «Ricordatevi del colonnello Dina». A casa mi aspetta la solita vita. Sì, ho ancora votato prima del fascismo, io votavo socialista. Non ero per il fascio, non c’era più la legge durante il fascismo. Sul mercato dei vitelli a Cuneo ho visto i fascisti che davano l’olio di ricino. Qui a Vignolo c’era un tale che era iscritto al fascio, era un contadino, e sembrava Cadorna tanta era l’importanza che si dava, era soltanto un prepotente, voleva dare l’olio di ricino. Io l’ho picchiato. Allora voleva mandarmi al confino. Eh, quando è arrivata anche qui la guerra io sono diventato un partigiano, ho fatto il partigiano, da casa. Eh, i contadini su di lì in montagna erano tutti partigiani. Io, al Gorré di Rittana, ho conosciuto Duccio Galimberti. Povero Duccio, è poi andato a morire giù di lì a Centallo. [...]. Quel rompiballe di D’Annunzio GIUSEPPE BRUNA, nato a Vignolo, classe 1898, contadino.

(22 gennaio 1972 – Dalmazzo Giraudo). [...]. Avevo nemmeno diciotto anni, non mi facevo ancora nemmeno la barba, e mi chiamano a fare il soldato

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negli alpini. Vado a finire a Ala di Trento, sul Monte Sugno, in guerra, di rincalzo. Eh, la guerra! Tra noi dicevamo: «Non andiamo mai più a casa; la guerra non finirà mai più, è la fine del mondo, che il diavolo si porti via tutto». Se potevamo avere un fiasco di vino in tre o quattro, «Sa, beviamo una volta», e cercavamo di dimenticare. Noialtri avevamo l’interesse della guerra? Gli ufficiali ci parlavano della patria. Noialtri quando potevamo avere la licenza e venire a casa la patria era quella lì. [...]. Poi è venuto l’armistizio, ero a Feltre con la 59a divisione, alle tre del pomeriggio è arrivato un portaordini con la bandiera bianca. Vicino a una chiesa c’era l’hotel, la mensa degli ufficiali tedeschi. Siamo saliti al secondo piano con le corde, abbiamo portato abbasso la pianola, poi due giorni di festa. Arrivavano i camion pieni di fiaschi di vino, nemmeno con la baionetta si riusciva a tenere indietro i soldati; «La guerra è finita», gridavamo, e ballavamo tra soldati, una gran festa, una festa come la nostra patronale. Poi quaranta giorni a raccogliere nei campi le armi abbandonate, le munizioni, i cappelli di ferro, tutta la porcheria. Poi mi hanno spedito a Fiume contro D’Annunzio. D’Annunzio aveva conquistato Fiume con i suoi arditi e veniva da noi a rubare i cavalli e le artiglierie che noi dovevamo difendere, tre miei amici sono morti lì, contro D’Annunzio. La guerra era finita e D’Annunzio faceva il caporione, faceva come l’imperatore di Fiume. Tra noi dicevamo: «Ma cristu, la guerra è finita e quel rompiballe di D’Annunzio ci fa ancora sparare addosso». Poi sono ancora andato in Serbia, sono tornato a casa solo nell’ottobre del 1921. [...]. Nel 1922, in ottobre, sono partito per l’America, avevo tre fratelli negli Stati Uniti, uno a Chicago e due a San Francisco. Sono partito con otto del paese, tutti contadi-

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ni, tutti che avevano fatto la guerra. Eh, eravamo giovani, credevamo che l’America fosse il paradiso. In America se vuoi mangiare devi lavorare, e duro anche: là non ti regalano niente. L’agenzia Raineri di Cuneo ci ha preparato tutto. A Genova abbiamo alloggiato in un hotel, due per letto. Dopo un momento che eravamo a letto è cominciato il subbuglio. «Ma cosa c’è? Cristu, i pidocchi». Le cimici ci mangiavano vivi. Abbiamo messo i fagotti come cuscini, abbiamo dormito tutti e otto sul pavimento. La nave era la «Colombo». A Napoli abbiamo completato il carico. Un gran mal di mare, solo l’odore della cucina mi dava già fastidio. Dodici giorni di viaggio, poi è apparsa la Statua della Libertà, l’isola di Castel Garda. Lì ci hanno fatto la visita medica: giù i pantaloni, il medico ci piantava due dita nella pancia, ci faceva tossire, poi via. Avevamo il viaggio in treno già pagato dall’agenzia. Io dovevo andare a San Francisco. Eravamo come dei sordomuti. Il biglietto del treno lo tenevamo sul cappello, così i ferrovieri lo vedevano e ci indirizzavano al treno giusto. New York, Pittsburgh, la Virginia, l’Arizona, Chicago, San Francisco: quattro giorni e cinque notti di treno. Faceva impressione, perché viaggiare senza lingua è meglio essere morto, ha capito? È come se adesso io gli dicessi in americano che lei è un coglione, e lei non capisce e magari pensa: «Ma come parla bene l’americano». A un certo punto i miei sette paesani sono scesi, hanno cambiato treno, loro andavano a San Giüsep. Mi sono trovato solo, sagrinà a mort487 , una fame da morire, non capivo niente, non parlavo, come il treno si fermava avevo paura a scendere, ad andare a comprare da mangiare. 487

Preoccupato a morte.

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Passa il capotreno con le righe rosse, io gli faccio capire che ho un fratello a Chicago, se può fargli un telegramma dicendogli che sto per arrivare a San Francisco. Do al capotreno l’indirizzo e i soldi per il telegramma. In una stazione cambio treno. Mi sistemo in un angolo del nuovo scompartimento, sembro un povero, sono solo soletto con il mio fagotto. Sono preoccupato, sento una fame da morire. Istu, davanti a me sento parlare in italiano, istu, il cuore comincia a battermi forte, «Qui c’è uno che parla italiano...». Mi faccio coraggio: «Siete italiani,?» chiedo. «Sì, can de l’ostia. Cosa vuoi?» «Io ho dato uno scudo al capotreno perché faccia un telegramma a mio fratello che vive a Chicago, ho chiesto a mio fratello di venire ad aspettarmi a San Francisco e di portarmi da mangiare. A San Francisco ho due fratelli, ma ho paura che non vengano ad aspettarmi alla stazione». «Can de l’ostia, ma non prenderti paura, vedrai che a San Francisco li trovi i tuoi fratelli». Arrivo a San Francisco. Noi emigranti ci indrappellano. Ci sono le donne internazionali che parlano tutte le lingue: controllano le nostre carte, vogliono sapere dove andiamo. La stazione è piena di quei pascariello, napoletani, calabresi, che ci dicono: «Venite con noi, che vi accompagnamo dove volete», e se uno ci cade lo portano in città e poi gli rubano i soldi. Cerca cerca non vedo nessuno che mi aspetta. Due delle donne internazionali mi dicono di non staccarmi da loro, di non perdermi. Ho le lacrime tigli occhi, mi incammino tra le due donne con il mio fagotto in mano. Vedo un uomo che mi viene incontro, che Dio mi tolga gli occhi se non dico la verità. «Da dove vieni?» mi chiede l’uomo. «Dall’Italia». «Da quale parte dell’Italia?» «Dalla provincia di Cuneo». «Di che paese sei?» «Di Vignolo». «E ’d chi ses fí?» «Sun ’l fí del Frà».

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«E mi sun to fratel»488 . E giù a piangere. «Ma perché non mi sei venuto incontro?» mi dice mio fratello. «Perché non ti conoscevo». Nel 1912, quando era partito per l’America, mio fratello era un ragazzo. Adesso aveva la barba e i baffi, era un uomo. Sembra una cosa da niente, ma trovarsi in una città di due milioni di abitanti, da solo, senza conoscere la lingua... Mi vedo ancora in mezzo a quelle due donne, con il mio fagotto. Sembravo un povero. A San Francisco trovo subito lavoro in una fabbrica da carta, guadagno tre dollari e settantacinque centesimi. Pago trenta soldi al giorno per mangiare. Poi trovo lavoro in un ristorante. Ci sarebbe il mezzo di fare dei soldi con il proibizionismo, ma è un mestiere pericoloso, c’è il rischio di venire rimpatriati con l’infamia. Torno in Italia nei 1932, con lo scopo di sposarmi e poi ritornare in America. Ma il destino non mi ha accompagnato e sono ancora qui adesso. [...]. A diciassette anni mi sono detto: «Possibile che il mondo sia tutto cattivo così?». Sono andato in America GIOVANNI BATTISTA GIRAUDO, detto Bambin, nato a Vignolo, classe 1893, contadino.

(12 maggio 1972 – Dalmazzo Giraudo). [...]. A undici anni andavo già da vaché, era la strada di tutti. A San Bernardo di Cervasca guadagnavo quarantacinque lire l’anno dalla primavera all’inverno, otto mesi. Alle quattro del mattino ero già in piedi. I padroni non avevano nemmeno da mangiare per loro, tengono più bene i cani oggi che i servitori allora. Dormivo 488 «E di chi sei figlio?» «Sono figlio del Frà». «E io sono tuo fratello».

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sul fienile avvolto in una serpiera, in una tela di sacco di quelle da dare da mangiare alle bestie. A quattordici anni sono andato a servire i muratori, ero già forte, guadagnavo trenta soldi al giorno dal mattino alle cinque alla sera alle nove, da un sole all’altro su per le scale a pioli a portare pietre e mattoni. Una vita troppo dura, allora mi sono messo anch’io a fare ’l cravuté489 , come mio padre. A quindici anni guadagnavo già dieci lire la settimana, camminando giorno e notte. Il primo capretto l’ho comprato ai Ciòt di Roaschia. Sono partito alle tre di notte, ho camminato due giorni per guadagnare due lire. A diciassette anni mi sono detto: «Possibile che il mondo sia tutto cattivo così?» È arrivato dall’America un mio cugino, Gepu Parola, Gepu ’d Magnasa, un uomo di trent’anni, che mi ha detto: «St’autunno torno in America. Se vuoi venire... Là io parlo a uno, là mi te piasu da munt o da val»490 . Mio padre l’ha ’npregnà491 le cinquecento lire del viaggio, l’agenzia ha fatto le pratiche, siamo andati in treno fino a Havre. Io avevo il passaporto, anche se ero minorenne Gepu garantiva. Era l’ottobre del 1910. A Havre ci siamo imbarcati sulla nave «Savoia», era la prima volta che vedevo il mare. Ero giovane, non pensavo a niente, avevo già del coraggio. Eh, la vita a Vignolo era troppo grama, tutti parlavano dell’America, e io mi dicevo: «L’America sarà meglio di Vignolo, andiamo in America e qualcosa sarà». Ne andavano cento all’anno di Vignolo in America, i vignulin sono gente in gamba, gente piena di iniziativa, gente laboriosa. Il commerciante di capretti. «Là io ti piazzo (ti trovo un lavoro) da monte o da valle (in un modo o nell’altro)». 491 Ha preso in prestito. 489 490

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A Havre sulla nave saremo stati duemila tremila, tutta povera gente, di tutte le razze. Durante il giorno passeggiavamo sul ponte della nave, parlavamo anche con gli altri italiani, ma ci tenevamo piuttosto tra noi di Vignolo. Diciotto giorni è durato il viaggio. A New York, a Castel Garda, c’era la visita medica. Il dottore ci guardava in faccia. Uno di Vignolo la faccia non l’aveva bella, il medico l’ha segnato con il gesso sulla vestimenta come si fa con le bestie, e lui è andato avanti, si è cancellata la marca, poi si è infilato tra di noi abili. Era uno del 1884, già un po’ anziano. A vedere New York con i palazzi di sessanta piani, a vedere la Statua della Libertà, mi ha fatto impressione. Siamo subito partiti in treno diretti per la California, per San Giüsep di San Francisco. Sei giorni e sei notti di treno. C’erano i neri che passavano a vendere pane e salame sul treno. Che stendüre ’d tera bruna...492 C’erano tanti campi di meliga, ogni pianta aveva tre füse, tre pannocchie, e mandrie di vacche e tante pecore, poi le montagne del Colorado, poi le industrie straordinarie di Chicago, tutte le fabbriche che fumavano. Ci facevamo coraggio tra di noi. A San Giüsep c’era uno zio degli attuali proprietari della Trattoria dei Passeggeri di Vignolo. Aveva un’osteria e ci siamo alloggiati lì. Noi avevamo ancora cento lire, pagavamo uno scudo al giorno per il mangiare. Lì a San Giüsep c’erano tanti giardinieri italiani che prendevano gli emigranti e li facevano lavorare sotto di loro: facevano già i furbi con gli italiani. Io e Gepu ’d Magnasa ci siamo piazzati da uno di questi giardinieri, venticinque dollari al mese lavorando dal mattino allo scuro, alla sera allo scuro. Poi è venuto a trovarci uno di Vignolo, Dreiu ’d Baröl, e mi dice: «Qui ti rovini, sei tutto il 492

Che distese di terra buona...

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giorno nel bagnato, io sono già pieno di dolori». Allora abbiamo parlato con uno di Borgo San Dalmazzo che era in America da alcuni anni, aveva una piccola cascinotta. Con Gepu sono andato ad aiutarlo a raccogliere l’uva. Questo qui di Borgo ci aveva promesso di piazzarci, e noi lavoravamo per lui senza prendere un soldo di paga. Io avevo solo più uno scudo in tasca, e Gepu anche. Allora decidiamo di andare a cercare un altro lavoro in campagna, ci siamo detto: «Anche solo che ci governino, anche solo che ci mantengano, poi verrà anche la bella stagione». Mentre giravamo per la campagna uno ci riconosce come italiani. Era un certo Borgetto, di Castelnuovo d’Asti. «Da dove venite?» ci chiede. «Dall’Italia». «Anch’io vengo dall’Italia. Volete lavorare? Venticinque scudi al mese». «Sì, accettiamo». Questo Borgetto era il fattore di un americano, e dirigeva un’azienda di cento giornate. Lì alle tre del mattino eravamo già in piedi a preparare i cavalli. C’era da potare trenta giornate di vigna, e il resto era a frutteto, pesche e prugne. C’era da passare la cultiveta, una specie di erpice a dischi che sbriciolava la terra, e poi passavamo ’l rol, ’l rubat493 e la terra diventava liscia come la carta. Là dopo marzo non piove più. La terra è buona, le pesche, le prugne, l’uva, erano una meraviglia a vederle, con l’uva si faceva ’l vin fandel, quattordici gradi d’alcool, due o tre miria d’uva per vitigno. Veniva poi ancora un secondo raccolto con dieci gradi. Alla domenica andavo a lavorare da altri americani, ero contento come una passula, come un uccello, mi sono messo da parte quasi duemila lire. Ma con l’autunno io e Gepu decidiamo di andare a Ewer Gris, dove c’era un americano tanto nominato che 493

Il rullo, l’attrezzo per rompere le zolle.

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si chiamava Miller, uno che aveva mille giornate di vigna e poi tanta altra terra, uno che comprava tutta l’uva della zona e aveva una vineria, una vinicola, dava di paga trenta scudi tutti i mesi dell’anno. Da Miller lavoriamo cinquanta giorni. C’è un cinese che ci fa da mangiare, il capocantina è jugoslavo, ci sono dei tedeschi, e anche qualche italiano, uno è della provincia di Cuneo, si chiama Cairot. L’uva la raccolgono a contratto una sessantina di giapponesi, arrivano con i draiva, con i carri a tiro da quattro, noi tutto il giorno a caricare uva, alla sera abbiamo le braccia stanche, rotte. Apprendiamo che a cento chilometri da Ewer Gris c’è una fabbrica di cemento di proprietà di uno svizzero, e là c’è il padre ’d Giusepin che fa un po’ da boss, da capo. Mio cugino Gepu mi dice: «Andiamo là, là pagano dieci lire al giorno, due dollari per dieci ore di lavoro». Andiamo là a insaccare. Ci sono più di mille operai, si mangia tanto cemento, tanta polvere. Travaiuma ’d festa e minca dí494 , niente libretti di lavoro, niente. Uno di Vignolo, Martin Artuc, è morto così. Ogni autunno dieci persone devono scendere a pulire dal di sotto le botole, si deve andare sotto i frantoi, dove si incrosta la polvere del cemento. Lui va là sotto a lavorare, viene giù una valanga di polvere, e lo seppellisce. Alla moglie hanno dato quattromila lire in tutto come risarcimento del marito morto. Lavoro quattro anni al cemento. Poi scoppia la guerra, i giornali che stampano a San Francisco, «Il Popolo» e «L’Italia», dicono che noi italiani dobbiamo rimpatriare. Combiniamo in tre o quattro, il viaggio è pagato, ci diciamo: «Torniamo in Italia, sarà mica la fine del mondo». Ho diecimila lire di risparmi. 494

Lavoriamo nei giorni festivi e in tutti gli altri giorni.

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Nell’agosto del ’15 ci imbarchiamo, saremo tremila sul bastimento, siamo venuti quattrocentomila italiani dall’America a fare la guerra in Italia. Napoli è tutta imbandierata per il nostro arrivo. Il 4 settembre sono già arruolato a Genova nelle salmerie. Nel gennaio del 1916 sono già a Cividale con il 158° reggimento della brigata Liguria, poi sugli altipiani di Asiago, poi al Pasubio, poi sul Monte Corno. [...]. Mah, eravamo carichi di pidocchi, mangiavamo un po’ di risetta495 con la torreggiana, una porcheria. Dovevamo fare il nostro dovere, se non andavamo avanti gli ufficiali ci sparavano. [...]. Infine il 4 novembre del 1919 la guerra finisce, torno a casa libero. Ma a casa non c’è lavoro. Allora vado di nuovo in America, sempre con mio cugino Gepu ’d Magnasa, sempre al cemento. Cosa fare? Ricominciamo da principio, a impacchettare il cemento, cinque dollari al giorno di paga, otto ore di lavoro. Ma c’è da rovinarsi la salute. Resto là altri quattro anni, risparmio centomila lire, nel 1924 torno a Vignolo. [...]. Mi piacciono tanto gli articoli di Vittorio Gorresio e di Arturo Jemolo PAOLO BORGETTO, detto Paulin ’d Chet o Bon d’Entuna, nato a Vignolo, classe 1897, contadino.

(14 aprile 1973 – Dalmazzo Giraudo). [...]. Io ero il primo di cinque fratelli, la mia era una famiglia benestante, avevamo cinque vacche nella stalla. Scapà496 di quattro o cinque famiglie, noi, quelli ’d Tine 495 496

Riso mal cotto. Escluse quattro o cinque famiglie.

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’d Beta, i Lüciu..., gli altri non so come facessero a vivere. C’era una grande miseria, come nevicava la gente diceva: «Beati quelli che hanno pane e polenta». Vignolo era un paese clamà, famoso. Lo chiamavano il paese dei sessanta macellai, il povero che non gliela faceva proprio più ammazzava un capretto, lo metteva nella gerla, lo portava a vendere a Cuneo. Ogni sera arrivavano i carri da Entraque, Vinadio, Pradleves, carichi di capretti macellati. Ognuno ritirava i suoi, e appena era notte incominciava la marcia attraverso il fiume Stura, per frodare il dazio. C’erano come tante squadre, ogni squadra con la sua, guida che andava in avanscoperta per segnalare che non ci fossero le guardie. Ogni cravuté aveva otto o dieci capretti sulla schiena, frodava un soldo al chilo di dazio, ma poi i macellai ne approfittavano, pagavano un soldo al chilo in meno la carne non regolare. Su tre vignulin, due facevano ’l cravuté. Andavano a piedi a Bagni di Vinadio o a Castelmagno, arrivavano lassù dopo ore e ore di cammino, magari a mezzanotte. Compravano, poi camminavano tutto il giorno successivo per tornare a Vignolo. Poi nella notte ripartivano per raggiungere Cuneo. Cosa guadagnavano? Non lo so, erano sempre nella miseria, erano sempre senza soldi. Picchiavano le mogli, poi andavano all’osteria, e là altre liti per pagare il conto. La verità è che erano dei disperati. Avevano solo il vino per distrarsi, tutte le feste rüse da patele497 all’osteria, perché quando si trattava di pagare il conto non c’erano i soldi. Eh, in quei tempi là i grossi, i potenti, avevano un bel comandare, i piccoli erano tutti fragili, senza soldi, sottomessi! La gioventu del paese litigava con la gioventù degli altri paesi. Litigavano tra giovani di borgate diverse, già 497

Liti da pugni (da botte).

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a San Michele i’era la rüsa498 . Se uno andava in un’altra borgata e ordinava un litro di vino, c’erano quelli del posto che gli prendevano il vino e così cominciava la rüsa. Non parliamo dei giochi, della morra, un gioco falso la morra, nessuno che volesse perdere. ’D gran patele499 . Ma non si andava mai dai carabinieri, l’indomani tutto era aggiustato, chi le aveva prese le aveva prese, tutto restava in famiglia. Nei nostri paesi quando venivano i carabinieri era un avvenimento, la voce correva: «Atensiun, i carabinié»500 , oh la tema c’era, tutti avevano un pochino la coscienza non proprio pulita. Nei piccoli commerci c’era l’invidia. Magari quattro o cinque parenti discutevano dove andare a comprare i capretti. Poi ognuno partiva di nascosto, chi arrivava prima comprava mancando ai patti. C’era gente che voleva commerciare ma non aveva un soldo sulla pelle, allora chiedevano in prestito le cento lire e facevano tutta la campagna dei capretti con le cento lire ricevute in prestito dai ricchi. Se malgrado la miseria i giovani erano allegri? I giovani si divertivano tanto ad andare a veié. Io da giovane leggevo volentieri, allora come andavo a Cuneo compravo un libro, mi piacevano le storie dei Reali di Francia, Bon d’Antona era un personaggio di quelle storie e mi è rimasto come soprannome. Le storie che leggevo sui libri andavo poi a raccontarle nelle stalle dove c’erano delle ragazze. Anche la storia di Montecristo la raccontavo e piaceva tanto. Le stalle erano serie, bastava che il capofamiglia tossisse che noi ne avevamo già basta, stavamo già zitti. Sì, è vero, c’erano anche delle ragazze che sbagliavano, c’erano le ragazze madri, ma venivano ripudiaC’era la lite. Delle gran botte. 500 «Attenzione, i carabinieri». 498 499

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te, la comunità le giudicava colpevoli. Se non trovavano poi un vedovo le ragazze madri non si sposavano più. In quei tempi erano i genitori che combinavano i matrimoni, e volevano roba, soldi. «Niente con niente fa la minestra chiara», dicevano. «Ma ti vös piete chilalà? L’é stes ma ’nbrasé l’umbra d’en muré»501 . ’L rufian faceva da ambasciatore, padre e madre lo mandavano a sentire, a proporre il matrimonio. Dicevano al rüfian: «Cumbin-a, cumbin-a, ’t catuma pöi la cravata rusa o ’n bel capel»502 . Il 15 dicembre del 1916, avevo diciannove anni, sono partito da soldato, nei carabinieri. Ma ho chiesto subito di andare volontario al fronte. Mi hanno mandato sul Tagliamento, a Codroipo, nelle retrovie. Allora ho chiesto di andare in Francia, ero fatto così, la guerra non mi faceva paura. Mi hanno assegnato al 2° corpo d’armata del generale Ardrizzi. Sono stato sulla Marna, a Reims, Bligny..., ero aggregato alla brigata Alpi, la comandava Peppino Garibaldi. [...]. Mi hanno congedato il 22 dicembre del 1919. Il 20 ottobre del 1920 ci sono state le elezioni. Io mi sono presentato nella lista dei militari in congedo, nella lista dei combattenti, e sono uscito eletto consigliere. C’era il Partito Popolare con Galimberti e il Partito Liberale con Soleri. Ogni partito aveva i suoi galoppini che pagavano da bere nei due o tre giorni che precedevano il voto. Qualsiasi cosa avessero detto i comizianti la gente diceva sempre «bravo», c’eravamo noi pochi giovani che capivamo qualcosa di politica, i vecchi gridavano: «Brav, ti l’has dit ben»503 , ma non capivano. Allora era mica co501 «Ma tu vuoi prenderti quella là? È la stessa cosa che abbracciare l’ombra di un gelso». 502 «Combina, combina, ti compriamo poi la cravatta rossa o un bel cappello». 503 «Bravo, hai detto bene».

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me adesso, allora l’elettore aveva già la scheda del voto in tasca. «Tu chi voti?» chiedeva il galoppino all’elettore: «Ah, non votare così, teh, io ho già la scheda giusta qui». Gli prendeva la scheda, gliene metteva un’altra in tasca. Noi della lista dei combattenti non avevamo nessuna idea politica, eravamo tutti ex soldati. La nostra lista è uscita in piena maggioranza. Una volta ho avuto una discussione con il nostro parroco, con don Armando Cavallo. Nei nostri paesi si incominciava a parlare di socialismo, e Cavallera doveva fare un comizio qui a Vignolo, dove dominava Soleri. Don Armando mi ha detto: «Guarda Paulin, il socialismo è un temporale, i liberali sono invece una pioggia lunga, continua, che fa del male». Aveva meno paura dei socialisti che dei liberali, perché i socialisti erano ancora deboli, mentre i liberali erano forti e anticlericali. Lui i liberali li chiamava «i massoni». Il 1922 è l’anno della Marcia su Roma, nel 1925. Ci sono state le elezioni. Io ero un fascista, come combattente. Nel 1926 mi sono iscritto al Partito Fascista, mi sono buttato lì. A Vignolo è successo niente. Abbiamo messo su una mezza sezione con il colonnello Miravalle del 2° alpini, saremo stati una dozzina. Ancora adesso non so perché mi sono iscritto al fascio. I contadini stavano lì, passivi, a guardare. Poi sono venute le ultime elezioni, i fascisti si sono autonominati, ed è finito tutto. Dopo un po’ è incominciata la paura a parlare, la paura di sbagliare. La sezione da dodici iscritti è arrivata a quindici, niente di più. Io nel 1930 non ho più preso la tessera, non mi piaceva più il fascio, non mi piaceva essere comandato dagli altri. Eh, i contadini non capivano niente, non dicevano di no, stavano lì zitti. I contadini quando hanno poi visto che la guerra di Abissinia andava bene un po’ si sono entusiasmati, la propaganda batteva forte, si parlava tanto dell’impero, i contadini dice-

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vano: «Eh, laggiù ce n’è della terra, laggiù i giovani troveranno del lavoro». Ma poi hanno incominciato a dubitare, perché i fascisti alzavano un po’ troppo la voce e volevano dominare la gente con la forza. Noi del paese tra noi parlavamo liberamente, ma guardandoci bene in faccia. [...]. Che cosa penso della politica di oggi? Eh, non vedo chiaro, e mi fa un po’ paura. [...]. Io voto socialista perché sono convinto che sia questa la strada. Io la seguo la politica, mi piace tanto leggere il giornale, soprattutto la politica estera mi interessa. Mi piacciono tanto gli articoli di fondo, gli articoli di Vittorio Gorresio e di Arturo Jemolo. La cronaca nera non mi interessa, disgrazie ne abbiamo già troppe nelle nostre case. Ho soltanto la terza elementare, e a volte gli articoli di politica sono difficili, e allora li leggo due volte! E poi nei giorni che seguono cerco di capire se quel certo discorso era giusto, cioè voglio la verifica. Leggo anche un po’ di sport, io da giovane ero un giocatore di pallone elastico. Leggo anche qualche libro. Oh, Vittorio Gorresio è molto in gamba nei suoi scritti, sfiora la legge con molto coraggio e dice la verità. La nostra campagna, oggi? È ancora un po’ come quella di una volta, tutta sparsa, frazionata. Se noi decidessimo di motorizzarci dovremmo vendere la terra per comprare il trattore e le altre macchine. Io questo errore non lo faccio. Noi paghiamo, facciamo fare i lavori da chi è specializzato nel «conto terzi». Abbiamo sei vacche e tiriamo avanti. Eh, la vita è migliorata, e molto anche. Nei nostri paesi i giovani fanno i muratori o lavorano alla Michelin, hanno tutti la loro macchinotta, non hanno da pagarsi l’affitto di casa, coltivano ancora il pezzetto di terra e vivono bene, possono mangiare e risparmiare. Abbiamo una gioventù qui a Vignolo di grandi lavoratori, una gioven-

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tù da invidiare, i nostri giovani di oggi sono pieni di volontà e di iniziativa. Oh, io sto volentieri in mezzo ai giovani, perché li ammiro! Ma la campagna andrà a perdere. A me piace la campagna, la lavoro. Se fossi giovane e avessi almeno venti giornate di terra non andrei in fabbrica, farei il contadino: terrei venti bestie nella stalla e sarei a posto, con nessuno che mi comanda. La fabbrica rovina la salute, in fabbrica la vita è più sfruttata. Quando uno fa otto ore attaccato a una macchina per forza diventa nervoso. In campagna la vita è più sana. [...]. Mah, spendono grandi miliardi per mandare l’uomo sulla luna, con tutto quello che ci sarebbe da fare per l’umanità. Vanno sulla luna anche perché stanno preparando la guerra di domani! Sì, sappiamo di essere abbandonati SPIRITO ARMANDO, detto Prit, nato a Pra Gaudino di Cervasca, classe 1903, contadino.

(21 agosto 1971 – Pino Luchese). Qui la gente viveva di economie, la gente viveva mangiando patate, polenta, castagne. E nella miseria riusciva a risparmiare. Mangiare un uovo era già un delitto. Qualcosa si guadagnava con il legname, con il castagno, con il faggio. Il grano rendeva ancora, e poi c’era l’orzo e la biada. Facevamo il pane tutte le settimane, tutte le sette famiglie di Pragudin cuocevamo il pane nel forno della frazione. Carne ne mangiavamo solo quando si faceva una grande festa, due o tre volte l’anno un pezzettino di carne. Le famiglie erano tutte numerose. C’erano dieci di una famiglia che vivevano tutti in una stanza, dormivano estate e inverno nella stalla. I bocia504 dor504

I bambini.

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mivano ’sla trabià di travi e assi sotto la volta della stalla, si arrampicavano su con lo scalotto. I nostri vecchi nascevano, vivevano, morivano nelle stalle. Lavoravamo tanto e sempre. Qui neve ne veniva poca, così d’inverno, nelle terre deserte, rompevamo la roccia con le mine, e con le pietre facevamo le fase, i mür, muri a secco alti tre metri e spessi un metro, che tenevano su la terra. Avevamo le cave della terra: dove la terra era buona andavamo giù profondo fino a trovare la roccia, si scavava a picco e pala bel profondo. Poi sul fondo del buco sistemavamo uno strato di pietre, e sopra le pietre mettevamo un metro di terra buona ricavando il piano. Così risparmiavamo sempre nuova terra che serviva a colmare, a costruire nuovi terrazzini. Oh, qui a Pragudin ce n’è di quella terra lì recuperata col sudore. Mah, a vedere la situazione così di adesso..., tutta questa terra abbandonata, deserta... Non bisogna più parlarne là... Per forza cudivamo la terra, fuori della terra non si trovava a guadagnare un soldo. Non si facevano le volture della terra per non spendere, uno trascurava e l’altro anche, pur di non pagare, buona parte della terra di Pragudin è ancora intestata ai morti, la famiglia paga la taia, paga le imposte a nome dei vecchi, dei morti. Mi ricordo io, per avere qualche soldo in mia gioventù ’ndasíu a sié, a sbrülé la föia, a taié gran ’n pianüra505 . Facevamo quelle campagne lì per avere quei pochi soldi d’inverno a scendere al paese, a Roccasparvera. Andavamo al paese la domenica, all’Osteria del Bersagliere, da Lüciu a giocare a tressette. Alla sera una fame da assassino, ma ci spiaceva spendere. Il brodo due soldi, una pagnottina di pane due soldi, avevo per là diciassette anni e mi spiaceva spendere quei quattro soldi, e tornavo a 505 Andavamo a tagliare il fieno, a raccogliere la foglia dei gelsi, a tagliare il grano in pianura.

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casa con una fame da assassino. Adesso è ricca la gente, se ha voglia di lavorare del lavoro ne trova fin che vuole, ma in quei tempi là non c’era lavoro. Quasi tutti i ragazzi e le ragazze andavano da vaché e da servente in pianura. C’era di quelli che li trattavano male. Una volta ero a Centallo a tagliare il grano, c’era unbocia di otto anni, magro: si coricava sotto il portico ’nl’erbi di crin506 , un palmo di paglia sotto, due stracci di giacca a mettersi sopra, l’ho visto io, nel 1928, era come una bestia. Al mattino era ancora buio lo facevano saltare giù, chissà cosa gli facevano fare a quel bocia... Devo dire che padri e madri hanno fatto vite più o meno come le nostre, con un po’ più di fame. Ora le racconto un fatto di mio padre e di mia madre. Erano in Costabella, sopra del Ciapin, avevano già quattro figli, bestie non ne avevano nessuna, non arrivavano ad avere i soldi a comprarne. Castagne non ne vedevano la razza, non venivano. Mangiavano polenta e basta. Mio padre faceva un po’ di legna, tirava dui carusele ’d bosch507 alla settimana da Costabella fino a Borgo San Dalmazzo, tre ore di mulattiera e poi un’ora di strada buona a scendere, così rimediava qualche soldo. A Borgo comprava un po’ di meliga, un po’ di farina di grano, si faceva quella vita lì. Allora mia madre è andata a fare la nürissa, la nutrice in Francia. Mio fratello più piccolo aveva un anno, mia madre l’ha messo a balia da mia nonna e poi è andata a Nizza. Molte di qua andavano a fare le nürisse con i grandi signori, era un mestiere che rendeva. Mio padre aveva una capra rossa alta così, era con quella capra che mia nonna allattava mio fratello. Un giorno mio padre va a portare la legna a Borgo e fa ciuca508 . Nella mangiatoia dei maiali. Tirava due carrettini di legna. 508 Si ubriaca. 506 507

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Proprio quel giorno la capra rossa prende da partorire, nascono due capretti ma la capra muore. E adesso come fare? Mio padre scrive a mia madre che la capra è morta, che la nonna non vuole più tenere il bambino. Allora il padrone di mia madre risponde da Nizza di dirgli la valuta, quanto costa un’altra capra con il latte, che lui paga, manda i soldi. E così fa. Padre questa storia l’avrà contata mille volte, io questa storia la ricordo bene perché avevo già sette anni e l’ho vissuta. Eh, ce n’era gente allora a Pragudin, eravamo trenta e passa gli scolari. A scuola ho preso l’attestato di terza, la scuola era qui vicino, in una stalla. Il mio maestro era un uomo di Cervasca, non patentato, uno che aveva fatto la terza ma che insegnava bene. I nostri padri ci mandavano a scuola, loro erano alfabeti, ma ci tenevano alla scuola. Si cominciava ai Santi e si finiva a Pasqua, la scuola andava dietro ai lavori, dietro alla campagna. Cosa mangiavamo? Tanta polenta, tutte le mattine si faceva la polenta, polenta con un po’ di latte. Vino in casa non se ne vedeva mai. Ogni tanto al paese, in compagnia, gli uomini fasíu ciuca509 . Stavano magari due mesi senza assaggiare il vino, all’osteria bevevano. Stanchi, si ubriacavano subito. Cantavano, gridavano, cantavano tanto le canzoni di guerra, alzavano la voce, si facevano coraggio con il vino. Qui a Pragudin d’estate, alla sera, ci radunavamo tutti fuori, in gruppo. Allora propaganda tutti assieme, si cantava, si discorreva della terra, tutta roba di interesse, si rideva, si scherzava. C’era poi uno della borgata che ne contava più del diavolo. D’inverno invece si andava ’n véie, qui c’era una stalla con due ragazze da sposare e quando arrivava Notu Goletto da Tetto Ciapin con la fisarmonica era festa grande. 509

Si ubriacavano.

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Nelle stalle i vecchi parlavano tanto delle masche, ci tenevano a quelle funambule. Raccontavano che una donna aveva maledetto le vacche e allora il padrone aveva fatto scaldare sul fuoco le cheine, le catene, e quella donna aveva sentito il fuoco che le bruciava addosso, era corsa subito a togliere il danno. Le masche strangolavano i bambini, di notte i bambini bisognava tenerli d’occhio. I bambini bisognava farli battezzare subito, altrimenti le masche venivano a prenderli. Come nasceva un bambino bisognava mettergli una catenina al collo con la medaglia della Madonna se no le masche venivano a rubarli. Ne morivano tanti bambini, ne allevavano la metà, e anche gli adulti morivano. Chi era forte veniva avanti, chi veniva malato potevano dargli un po’ di sciroppo e gli toccava morire, teh, quel tempo là il dottore costava, era mica come ora, ora la gente è ricca. A Bernezzo c’era una desmentiòura510 che toglieva il fuoco, che guariva le bruciature: guariva anche la furia del sangue in faccia, la risipola, strofinava sulla faccia malata una moneta e il male svaporiva. Mio parsé, mio nonno, era tanto perseguitato dalle masche. Na nöit che andasía ’n véie l’ha sentí ’n galot, ’n brai dui volte visin ai pé511 . Come è tornato a casa ha trovato nella stalla una vacca morta. Zia Lena non aveva ancora i denti, era piccola piccola. I suoi erano a lavorare in campagna, a Tetto Giordano. Era nel 1900. Quando i suoi sono tornati a casa zia Lena era nella culla con tutte le labbra tagliate, tagliate con le forbici. Un’altra bambina l’hanno trovata senza un occhio, tutta roba delle masche. Cfr. p. XXV, nota 2. Una notte che andava in veglia ha sentito un urlo, un grido due volte vicino ai piedi. 510 511

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Non ho fatto la guerra del ’15, ero troppo giovane. Di Pragudin ne sono morti tre in quella guerra. Ma ne sono morti di più di spagnola che in guerra, nel 1918 di spagnola è morto anche mio padre. Quando arrivava il dottore erano già morti. Mio padre aveva fatto tre anni di guerra in Africa, e poi un anno e mezzo di prigione. Era nella cavalleria, c’era stato lo sbandamento, lui veniva indietro a cavallo, a cinquecento metri ha visto una pattuglia di neri, ha sparato, combinazione erano dei nostri, ne ha ammazzato uno e così l’hanno messo in prigione. Nell’ultima guerra ,mi hanno richiamato due anni sotto, a Padova e a Bergamo. Marcava già brutto, tutte le sere a Bergamo i soldati picchiavano i fascisti, hanno dovuto mandarli via i fascisti, mandarli in campagna. Poi è venuto lo sbandamento, ero già a casa. Sono passati tanti soldati e cavalli e muli, tutti i soldati sbandati chiedevano da mangiare. Pensavamo: «Ora andrà alla fine questa guerra». Sono arrivati i tedeschi, i fascisti, e i partigiani. Che cosa pensava la gente? Sono sincero, la gente non aiutava. Se vuoi bene a uno, e poi l’altro? Tutti restavano fuori, nen fichese, non mischiarsi. Sa nen che mistu che i’era...512 . Speravamo solo che andasse alla fine. La gente era di nessun partito, come me. Sappiamo come sono i partiti, ne contano tante e poi se vogliamo mangiare dobbiamo lavorare. Essere rossi o bianchi? È la persona che fa, non il colore. I partigiani hanno dormito tante volte nella nostra stalla, dei partigiani non avevamo paura: avevamo paura delle spie, cristianamund! Qui i partigiani non hanno mai preso un vitello, erano ancora bravi. C’erano anche le bestie tra i partigiani che ne combinavano senza che il comando sapesse: il comando però era giusto. La gent savia gnanca pí lur, tucava nen parlé, purtene gnün, lasé 512

Non sa che pasticcio che c’era...

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’ndé l’acqua ’sempre ’n tel pí bas, cul temp là i’era parei513 . Eh, ’sti poveri partigiani ne hanno passate delle paure. Una volta sono arrivati i «repubblicani», i nostri si sono nascosti nella fontana, lì c’era una caverna che saliva venti metri, sono saliti su. Alura l’acqua venía türbia514 , le nostre ragazze avevano paura che i «repubblicani» vedessero l’acqua torbida e capissero che i nostri erano nascosti là nella caverna. I fascisti volevano andare alla fontana, e le ragazze non li lasciavano andare: «Andiamo noi a prendervi l’acqua», dicevano le ragazze, e facevano le gentili. Se venissimo vecchi di cento anni la nostra vita non cambia. Mi sono sposato nel 1929, e avevamo in saccoccia tra tutti e due trecento lire, e non un solo piatto, non un cucchiaio. Avevamo i soldi per fare le nozze e basta. Ho comprato l’oro, in quei tempi la vera costava ottantacinque lire ma era grossa, la vera della donna adesso è diventata piccola a forza di lavorare, si è consumata. Sì sì, solo alla donna spettava la vera. Alla donna ho comprato anche la catena e gli orecchini, e lei ha comprato a me l’öia, la spilla d’oro per la cravatta. Ci siamo sposati alla frazione San Michele e poi abbiamo fatto la festa qui in casa, una quarantina tra parenti e amici qui al pranzo. Era d’autunno. Appena sposati abbiamo preso a lavorare, pagavamo l’affitto di casa ai fratelli. In pieno inverno lavoravo quindici ore a picco e pala alla diga di Roccasparvera, e andavo e venivo a piedi. Un boccone di pane a mezzogiorno, e avanti. In primavera ci siamo divisi, ognuno per suo conto a lavorare in campagna. Mai avanzato tanto come in quell’anno, tremila li513 La gente non sapeva nemmeno più, non bisognava parlare non parteggiare per nessuno, lasciare andare l’acqua sempre verso il basso, quel tempo là era così. 514 Allora l’acqua diventava torbida.

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re da parte, a lavorare ai grani, ai fieni, alle melighe. Eravamo allenati al lavoro. Io avevo già fatto le campagne del grano cun i mesoire, cun i fer515 , a piedi a Genola, a Savigliano, una squadra di sette otto, dove ci aggiustavamo, dove ci davano il mangiare, e da bere acqua e aceto che disinfettava. Ero già abituato a lavorare da un sole all’altro. E il lavoro dei bigat? Andavamo a piedi, con un telo, da qui al Ponte di Ferro di Boves a fare la foglia. Una donna di qui andava a piedi a Confreria, coglieva la foglia, si caricava ottantacinque chili a spalle e la portava su a Pragudin. Mangiava un boccone e tornava a fare un altro viaggio. Vede una volta come facevano qui a Pragudin? Il suocero di Toni Goletto, Armando Giovanni, nel 1900 doveva andare coscritto a Cuneo a fare la visita. Ma non aveva un soldo. Allora suo padre gli ha detto: «Prenditi un sacco di patate e lo vendi». È partito da qui con un sacco di patate di ottantacinque chili sulla schiena, è andato a Cuneo, dove ha venduto le patate e così ha fatto festa. Mio padre ha portato tre sacchi di cemento da Roccasparvera a qui sulla schiena, centocinquanta chili, per due litri di vino di scommessa. Un quintale lo portavano tutti a spalle quelli di Pragudin. Io da Roccasparvera a qui ho portato undici miria e due chili, centododici chili di patate da semente. Quella sera è arrivato qui Toni Goletto con la fisarmonica, sono ancora andato a ballare, la fatica era tutta passata. Lavoravamo ma sapevamo anche essere allegri. A carnevale facevamo le maschere, i magnin, anche ivecchi si divertivano. Mio padre aveva settant’anni e faceva ancora le maschere, andava a Cervasca. Invece adesso sono tutti più asciutti. Facevamo anche le ciabre. L’ulti515

Con i falcetti, con le falci.

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ma ciabra è del 1945, a Gepu ’d Tancin: aveva una figlia giovane, e aveva invece sposato la figlia più vecchia. Oggi qui non viviamo mica male, ma siamo in pochi, quattro famiglie piccole. Quando noi moriamo ci sarà più nessuno... Sicuro che fa pena... pensando a tutti i sacrifici, accudire la terra come un tesoro, una spiga di grano per la strada la raccoglievamo, l’erba la tagliavamo anche nei cespugli, adesso ci sono ortiche dappertutto, e bössu516 e tante serpi grosse, e tutti i viottoli sono scomparsi. Qui va a perdere tutto! Sì, sappiamo di essere abbandonati. Viviamo come cento anni fa al lume del petrolio e del carburo. La gente è obbligata ad andare via da in montagna, oggi non si mangia più in montagna. Strade nessuna, e così nessun trattore, lavoriamo ancora tutto a mano. Io e mia moglie siamo pensionati. Ma chi ha niente? E se le bestie vanno male? E se viene la tempesta? Quest’anno se non avessimo la pensione non mangeremmo: le patate con la siccità non rendono. Eh, a Castelmagno è peggio, tüt sbürià517 , solo le case abitate resistono. Anche da noi è così, anche le nostre case di pietra e argilla crollano. Va proprio tutto a perdere. I nostri giovani sono andati tutti alla Michelin, in fabbrica, e qui è venuta a mancare la forza. Dovremmo emigrare in pianura e là affittare almeno trenta giornate, ma ci vogliono i soldi. Un giorno o l’altro asfalteranno anche la strada che porta a Pragudin, ma sarà tardi, sarà per i turisti, non per noi. Eh crenun...518 . Qui attorno c’è ancona uno per valle. A Tetto Giordano c’è Mattio. Ha quattro vacche, mette il fieno a gias519 . Un giorno Mattio mi ha detto: «Più di una volta mi è tocRovi. Tutto franato. 518 Crenun o sacrenun, esclamazioni per evitare la bestemmia. 519 A giaciglio (come lettiera). 516 517

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cato piangere». Sirol è solo, Cavala è solo. Sono uno per valle e non vanno d’accordo tra di loro. Anche a Costabella le case sono tutte giù abbandonate... Se dura poi sempre così per i giovani va bene. Ma non dura. Perché tutte le nazioni sono già ben motorizzate e mancherà il lavoro. Noi non lo vediamo più, ma cambierà. Qui tornerà popolato come una volta. Il mondo sarebbe santo se tutti fossero come noi ANGELA GIUSIANO, nata a Lemma di Rossana, frazione Grossa, classe 1896, contadina.

(13 settembre 1970 – Sebastiano Brinatti). Noi eravamo nove di famiglia, più di sedici i nati, mia madre ha comprato più volte una coppia di gemelli e poi sempre seguitava a uno. Ne sono morti sette o di più, morivano... Io mangiare ho sempre mangiato, ai bambini buttavano la roba là e si governavano da loro. Mi i’eru na tisicun-a, niente dubia, strisula, fin-a, ne valíu gnün-e mi da giúu520 , eppure mi sono allevata. Vivevamo a castagne, polenta e leità521 , il pane lo mangiavamo anche, pane asciutto, pan ’d barbarià522 , pochi lo facevano di sola segala. Il pane era poco e se guardavamo la fetta di pane in trasparenza vedevamo l’Eremo. Le castagne le mettevamo a seccare nei secòu523 , con il fuoco sotto, la tüba524 faceva morire i gianin525 . Poi avevamo le tasche 520 Io’ ero una tisicona, niente robusta, sottile, fine, non ne valevo nessuna io da giovane. 521 Latte scremato. 522 Pane misto di grano e di segala. 523 Essiccatoi. 524 Il fumo. 525 I vermetti.

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pistuire, un sacchetto di tela ricoperto da una pelle di coniglio, afferravamo quel sacchetto uno per parte e battevamo le castagne secche contro un ceppo. Poi mettevamo le castagne ’n tel val che munda, l’aria del vaglio che girava mandava via la pelle, la pula. Ne facevamo dieci dodici sacchi, ogni giorno ’n palot ’nla brunsa526 , e quello era il nostro pane. Perché morivano tanti masnai, tanti bambini così? Non morivano poi mica di fame no. A volte erano mal curati, era come per i conigli, non li guardavano mica i conigli, avevano l’erba i conigli e che si arrangiassero. Uno o due dei nostri è andata che dormivano nella stanza alta, un freddo del diavolo d’inverno, si è bagnato, si è pisciato addosso, aveva due anni, mia madre va a vederlo e lo trova tutto freddo gelato, e lì si è preso la Polmonite e non curato per tempo è partito. Una mia sorella aveva la bronchite, tüsía ma na carbunera527 , era verde come quelle foglie, di sangue lì non ce n’era più, niente da fare dal medico non si andava, anche lei è morta. Eh, nelle famiglie i bambini morivano quasi la metà, se avevano da vivere vivevano, se no morivano. E anche le donne, anche le madri morivano. Le donne compravano tutte nella stalla. Magari per non prendere un’ostetrica, per non spendere, lasciavano morire la moglie. C’era tra i contadini chi faceva diversi mestieri, il contastorie, il veterinario, il medico: per i parti c’erano le donne pratiche che poi ne capivano poco o niente, a volte si trovavano di fronte a un’emorragia, facevano il consulto, era una cosa tragica, le madri colpite dall’emorragia morivano quasi tutte. A Lemma c’erano una quindicina di famiglie. Eravamo centoventi i bambini a scuola, andavamo a scuola 526 527

Una paletta di castagne nel paiolo. Tossiva come una carbonaia.

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portando un pezzo di legna ognuno per il riscaldamento. Ho fatto una terza mal fatta, ma so ancora qualcosa di quella scuola, «Carlo Alberto era il re della piccola Sardegna, si mise in capo di liberare gli italiani, ma i potenti non vollero concedergli il Lombardo-Veneto, perciò i milanesi lo costrinsero ad abbandonare la città». Anche il catechismo lo sapevamo a memoria. Avevamo quattro giornate di terra, due vacche e un asino. Noi saremmo morti di fame, ma mio padre faceva i rastrelli e le scope, lavorava i rami ’dla biula, della betulla, e così rimediava qualche soldo. A sei anni andavo già al pascolo in montagna con le due vacche, avevo una gran paura dei temporali e della nebbia, una volta mi sono perduta nella nebbia in alta montagna, quanto ho gridato e quanto ho pianto, le vacche erano disperse, io non trovavo più la strada di casa... [...]. Mi hanno affittata a undici anni, nella mia roata, e piangevo che ero troppo in fuori, stantavu528 . Poi mi hanno affittata a Venasca, andavo al pascolo con le sei bestie legate, e i padroni mi sgridavano sempre perché la corda si strappava. Lì mangiavo di più che a casa mia, mangiavo in cucina ma dietro al buffé, loro a tavola e io nascosta là dietro in un angolo. I padroni avanzavano la minestra, c’era un cane grosso di nome Paris, mi dicevano: «Questa minestra che avanza è per te e per il cane». Mi facevano sbattere le uova con la panna, io sbattevo fino a quando non sentivo più la mano, e loro mangiavano la panna senza offrirmene nemmeno un cucchiaino. Era gente così, erano affittavoli. Avevano preso ’n bailot, un bambino da allevare a pagamento, era di Revello, toccava a me allevare quel bambino. Mi davano centosessanta lire di affitto per tutto l’anno. 528

Stentavo (avevo la nostalgia) della mia casa.

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Quando mi sono affittata alla Torassa avevo poi già vent’anni. C’era la guerra, in campagna non c’era più nessun uomo, io e il manovale abbiamo raccolto ventotto giornate di meliga in due cascine grosse, a me davano ventotto soldi al giorno e a lui tre lire. Io non tenevo indietro dal tiro, e allora ho protestato, «Io vado via, io faccio il lavoro che fa lui», ho detto. Mi hanno offerto trenta soldi, io con due soldi di aumento sono rimasta. E poi a spogliare la meliga fino a mezzanotte, la padrona era poi sempre sulla porta a vedere se lavoravamo. Mah, come sono cambiati i tempi! Oggi qui viene una famiglia di Torino in villeggiatura, a volte avanzano ’n tudeschin, una pagnottina di pane duro, e la dànno al nostro cane. A me fu impressione a vedere a sprecare quel pane, penso alla nostra miseria di una volta... Io le prime scarpe di cuoio le ho comprate a quindici anni, prima avevo le scarpe rosse fatte con la pelle delle bestie. A quindici anni ho avuto finalmente un paio di scarpe vere, una specie di stivaletti con tanti bottoni, le portavo poco ma andavo sempre a guardarle tanto mi piacevano. Andavo scalza, c’era poi già la brina, e allora mettevo un piede sull’altro per scaldarli un po’. Fino ai venticinque anni sono stata affittata, e anche i miei fratelli e sorelle erano affittati. Ognuno di noi faceva la sua borsa, ma davamo tutto a nostro padre. Avevo diciotto anni, ho detto a mio padre che le mie zoccole erano rotte e dovevo comprarmene un paio. E chiel l’ha müsicà ’n po’529 , e poi mi ha dato diciotto soldi. La nostra vita in questi paesi era semplice, ci accontentavamo di poco. Si andava tanto a vié, nelle stalle le donne filavano la canapa, la rista, i giovani regalavano ’l ruet alle ragazze. Le stalle più popolate erano quelle dove c’erano delle ragazze, le stalle dove vivevano solo due 529

E lui ha musicato un po’ (ha brontolato un po’).

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vecchi nessuno le cercava. I’eru ’d bunumas530 , eravamo proprio sinceri, qualcuna c’era sulla quantità che non potevamo capirla, ma la gran parte di noi giovani eravamo seri. C’erano anche quelle che mancavano, ma erano poche. Eh, la moralità una volta non era poi come adesso, adesso le ragazze sono imbastardite. Qui quando una ’ragazza restava incinta i genitori la sognavano anche di notte, era la fine del mondo. La religione allora era veramente religione. Non come adesso, i giovani di oggi sono dei diavoli. La sera di Natale si faceva la torcia. Una betulla lunga due metri e grossa come il collo di una bottiglia, si pestava la punta, sfilacciata, si accendeva a mezzanotte quando in colonna scendevamo dalla montagna per andare alla messa, i’eru i buru, sti burasun531 di quindici anni che portavano le torce. E anche tornando a casa si ripeteva la fiaccolata, a casa ci aspettava una tazza di caffelatte ed era già festa grossa. La prima barra di cioccolata l’ho mangiata che avevo quarant’anni! La sera dell’Epifania si faceva il gioco dei biglietti. Si mettevano in un cappello una trentina di nomi di ragazzi e altrettanti di ragazze. Poi si tiravano su i biglietti combinando le coppie. A un certo punto nella stalla si spegneva il lume, «Parisia cumanda», si diceva, ed entrava nella stalla Parisia, un bamboccio di paglia che era poi la Befana. Si riaccendeva il lume, e con Parisia presente la festa continuava. Il 25 marzo la fin ’dla vià, la veia l’é pasà532 . Si faceva una grossa luminaria in ogni casa, i giovani si ammucEravamo dei poveracci (innocenti). Erano i «bocia», ’sti ragazzini. 532 La fine della veglia, la veglia è passata. 530 531

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chiavano su un bricco, accendevano un falò, bruciavano la veia, bevevano, si ubriacavano. Anche le feste patronali erano feste, grosse. C’era tanto alcolismo, giovani e vecchi tutti bevevano. Si mangiava poco ma bere tanto, era una necessità il bere con l’alimentazione tanto scarsa. Fino al 1890 qui non c’era la filossera, c’era anche un po’ di vigna e il vino non mancava. Dopo, per via della filossera, il vino andavano a cercarlo all’osteria. Litigavano gli uomini, c’era sovente la rissa. La gelosia per le ragazze era normale, così se in una frazione arrivava un giovane forestiero lo aggredivano e giù botte. In ogni festa si picchiavano, e qualcuno aveva il pugnale. C’era chi aveva proprio la violenza addosso, chi aveva proprio il gusto di picchiare: c’erano gli attaccabrighe. Dire a uno della Morra: «Muracé» era già un’offesa, una provocazione: si staccavano la cinghia dei pantaloni, e con quel nerbo di bue giù staffilate e calci. Si può dire che tutte le domeniche da una parte o dall’altra gli uomini si picchiavano. I nostri vecchi, parlando di questa violenza, dicevano: «Eh, chi l’é mort fa ’d tema, chi l’é vivu fa ’d guera533 ». In occasione delle feste patronali la gente si sfogava tanto con i mortaretti, più c’erano scoppi più la festa era importante, contava che da lontano sentissero le nostre feste. Se credevamo alle masche? Sì sì, ci credevamo tanto alle masche. Ne ho sentite tante storie delle masche, ma non le ho mai viste le masche. Nadu del Verdarole abitava in uno dei ciabot del conte, il conte ne aveva sei ciabot. Nadu era convinto di riuscire a fermare la tempesta, e la gente ci credeva, solo i più furbi ridevano. Quando il tempo girava e si sentiva 533

«Eh, chi è morto fa della terra, chi è vivo fa della guerra».

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col tuono il temporale che si avvicinava, tutti correvano a suonare la campana alla cappella per allontanare la tempesta. Nadu, dove si trovava, lungo una strada o in casa d’altri, stendeva per terra la giacca o il mantello, andava sul suo: «Adesso sono sul mio», diceva: si inginocchiava, pregava, e la sua magia riusciva sempre. Se tuonava e non tempestava diceva di aver fermato la tempesta; se tempestava diceva: «Non l’ho preso a tempo». Fino a quattro anni fa la gente correva ancora a suonare le campane delle chiese per parare la tempesta. Se il prete per noi era importante? Era tutto il prete, la gente gli dava molto retta. Non ci aiutava ma teneva il suo posto. Tutte le sere dicevamo il rosario. Il primo giorno di quaresima, mercu scürot, da noi si chiama ’l magnin534 . La gioventù faceva festa in quel giorno, i ragazzi giravano da una casa all’altra e tutti avevano le facce nere di fuliggine. Gli adulti invece si riunivano nelle stalle a pregare, e con la brocia si diceva un rosario speciale. Il primo giorno di quaresima dicevamo quaranta paternoster, e ’sla brocia, su un bastoncino, ognuno di noi segnava il primo incastro: la sera dopo ne dicevamo solo più trentanove paternoster, e un altro incastro nella brocia, così scalando un paternoster ogni sera si arrivava alla fine della quaresima. Era una tradizione così, tutti facevano così. Allora Dio era tanto, era tutto. La nostra vita era anche regolata dai proverbi, c’era il giorno di marca, e anche le stagioni erano marcate, segnate. «Se sant’Urs sülía la paia, fa quaranta dí d’invernaia», che vuol dire: «Se sant’Orso soleggia la paglia, fa quaranta giorni di brutto e bel tempo, d’invernaia, ’d bataia, di battaglia». Ne sapevo tanti proverbi. Anche le stelle erano importanti. Mio padre vedeva in cielo il carro, il bue, e conosceva Sirio, Venere, Giove... Mi ricor534

Il calderaio.

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do un altro proverbio, «trist l’an che ’l pigher l’induvina», per dire che l’annata in cui il pigro, il ritardatario, indovina una cultura, è un anno triste: «La merculina i ne i’é nen üna che l’induvina», per dire che non una sola ragazza che si sposa di mercoledì l’indovina. La gente parlava tutto a proverbi... Se i matrimoni erano combinati? Erano quasi tutti di convenienza, era il soldo che comandava. I sensali dei matrimoni, i rüfian, sapevano dove andare a cercare le ragazze ricche: i rüfian erano molto conosciuti, era proprio un mestiere il loro. Ce n’erano di quelli in gamba e altri che erano ’d baciasaire, ’d turtu535 . Al rüfian, se l’affare andava bene, si regalava un foulard giallo o un cappello, si invitava al pranzo di nozze. Roba da rüfian vuole dire roba gialla, un oggetto giallo, ancora oggi. Mio padre diceva sempre: «A fé ’l rüfian l’é pöi na maria cosa, se va ben ses giò pagà, se va mal l’han ’ncu da paghete»536 . Se un aspirante sposo aveva dei soldi era più bello. Se uno aveva solo delle rive contava poco. «Mettetegli cinquecento lire sul culo alle vostre figlie, poi vedrete che si sposano subito», diceva un rüfian a un contadino, a un padre di famiglia povero. Se emigravano tanti? Eh, con la miseria che c’era chi poteva scappava. Mio padre andava sempre in Francia a fare la stagione dell’inverno a Cannes, negli alberghi a pulire le casseruole e a lavare i piatti. Chi andava in Belgio, chi andava nell’America a lavorare nelle mine di carbone o di metalli, nell’Illinois, nel Colorado. Mio cognato era nell’Arizona, ed era già contento perché là mangiava del pane a volontà. Tante famiglie di Lemma ne avevano uno o due in America. C’era mica nessun Dei pasticcioni, degli stupidi. «Fare il ruffiano è poi una cattiva cosa, se va bene sei già pagato, se va male hanno ancora da pagarti». 535 536

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posto che si guadagnava come nell’America del nord: dall’America mandavano i soldi a casa, e qualche volta il mortorio, eh ne morivano nelle mine. Là i neri erano segregati, l’ultima categoria erano i neri e i giapponesi, poi venivano gli italiani. I giapponesi erano addetti ai lavori lungo le ferrovie o giardinieri: ai neri e agli italiani spettavano tutti i lavori più umili. Che cosa ricordo del fascismo? Non ne so niente del fascismo, ho mai preso un giornale in mano. Sono andata una volta a vedere il Duce a Cuneo, mi avevano dato un fazzoletto con sopra scritto «Viva il Duce», mi è piaciuto quel viaggio, tutti gridavano: «Viva il Duce», ma io non gridavo. Noi nel mondo siamo sempre stati sinceri, senza nessuna balla per la testa, quella storia lì del fascismo per noi è già una cosa troppo grossa. Sì, voto la Democrazia Cristiana, ma lasumla lí dubià537 . Se c’è poi qualcosa nell’altro mondo va bene, io spero che ci sia, e se non c’è pazienza, del male non ne ho fatto. Io vivo alla mia moda fin che muoio, vualà. «Se Nusgnur manda la crava, manda co ’l bisun»538 , dicevano i nostri vecchi. Quando siamo nati morire non volevamo, eppure non morire non si può, da vecchi siamo solo più un ingombro, se uno è nato suta na maría pianütta539 è vissuto male, e pazienza... Eh, il mondo di oggi mi fa impressione. È cambiato in meglio? È cambiato che non si vive più, sono tutti avvelenati, hanno la porcheria per la testa, non parliamo dei giovani di oggi... Ma il mondo sarebbe santo se tutti fossero come noi! 537 Ma lasciamola lì piegata (cioè non parliamo di queste cose). 538 «Se nostro Signore manda la capra, manda anche il cespuglio». 539 Sotto un cattivo pianeta (cioè con un oroscopo cattivo).

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Se la pensione contadina è importante? Cosa faremmo senza quelle diciottomila lire di pensione. Ci sarebbero di quelli che morirebbero di fame. Ce ne dànno già troppi, ma abbiamo rabbia che a quelli della fabbrica impestata ne dànno di più di pensione: noi vecchi continuiamo a lavorare, a far rendere la terra, siamo noi che procuriamo il mangiare agli altri. La nostra terra di qui nessuno la compra, i nostri giovani sono scappati tutti in pianura, qui diventerà tutto deserto e verranno i lupi. Se credo che l’uomo va nella luna? Non ci credevo, ma adesso ci credo perché ho visto la televisione. Non riuscivo a capire che la luna fa chiaro, fa luce, e là sopra invece è tutto buio. E non la pensavo grande la luna. È ben distante se noi la vediamo così piccola. L’America dei cow-boy GIOVANNI GIACOMO RUATTA, nato alla frazione Rio Torto di Verzuolo, classe 1885, contadino.

(20 giugno 1970 – Lucia Rovera vedova Ballatore). Eravamo nove di famiglia, io, sei sorelle e due fratelli, orfani di padre e madre. Vivevamo basta che sia, in un ciabutinot di. dodici giornate, eppure tutti in salute, una salute di ferro. Mangiavamo. Nel 1903 mia fratello Sandro, era della classe 1881, torna dalla Francia dopo due anni di miniera e mi fa: «’Nduma ’n Merica, mi l’hei i sold per ’l viage e tüt»540 . Sandro suonava l’armonica, sul bastimento avremmo anche avuto un po’ di allegria, sei o sette giovani di Piasco e Villanovetta decidono di unirsi a noi, la società541 di Sa540 «Andiamo in America, io ho i soldi per il viaggio e tutto ciò che occorre». 541 L’agenzia della società di navigazione.

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luzzo ci organizza il viaggio, centocinquanta lire la spesa del biglietto a testa. Il più giovane ero io, con diciassette anni. Abbiamo pensato: «Della campagna siamo pratici abbastanza, poi se’ c’è da andare nelle mine andiamo nelle mine, a casa c’è poco da guadagnare, laggiù il vitto è a buon prezzo, e poi la paga è superiore». Siamo partiti in silenzio, vicino a Natale. Ci siamo imbarcati a Genova. Sul bastimento spagnolo «Manuel Calvo» eravamo tutti emigranti, trecento e passa. A Napoli e a Palermo ne abbiamo caricati altri, solo uomini, della bassa Italia. Mangiare si mangiava. Ogni squadra andava a prendere la minestra alla cucina con un grosso catino, poi veniva distribuita ’n tei piatlin ’d tola542 . Barcellona, Malaga, Cadice, bei posti. Poi diretti a New York. Prima dello sbarco la visita medica: mi hanno guardato in faccia, fatto buono, e via. Nevicava, quarantaquattro gradi sotto zero, noi non pativamo niente, noi avevamo solo un giaccone alla bella meglio, gli altri tutti incappottati. In un albergo vicino al porto i padroni erano italiani, piemontesi anche, e ci dicono subito: «Oggi facciamo la polenta e coniglio uso Piemonte», intanto dalle miniere lontane duemila chilometri telefonano se c’è qualcuno che vuole andare nelle mine. Noi eravamo destinati per andare diretti in California, ma la proposta del padrone dell’albergo ci sembra conveniente, ci dice: «Hanno telefonato dalle miniere del Colorado: se andate lì lavorate sei mesi con una bella paga, poi vi pagano il viaggio per andare in California gratis». Due giorni e mezzo di treno e arriviamo a Starville, l’America a momenti è come un altro Piemonte, ci sono tutte le lingue ma riusciamo a farci capire. Prendiamo alloggio in una casa della compagnia delle miniere, noi no542

Nei piattini di latta.

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ve assieme, ci facciamo noi il mangiare. Una sera un albergatore sente Sandro che suona l’armonica e ci vuole tutti nei suo locale: è un albergo di piemontesi, e il padrone offre a Sandro di suonare tutte le sere guadagnando una buona paga. Nel lavoro di miniera c’è un po’ di pericolo, ogni tanto scoppia il gas, sbatte lontani i travi. Allora dico a Sandro: «È meglio che tu non venga più nella mina, tu hai solo da farci da mangiare, e poi vai a suonare all’albergo e guadagni la tua buona paga». Nell’albergo dove suonava c’erano sempre centinaia di operai, si ballava tutte le sere, c’erano italiani, francesi, tedeschi, russi, sono bravi i russi, brava gente e lavoratori, andavamo d’accordo. Lavoravamo in una mina da carbone, sette otto ore al giorno: c’era un po’ di pericolo ma armavamo sempre, toccavamo col picco per capire. Guadagnavamo sette otto dollari al giorno, tanti in proporzione dell’Italia che si guadagnavano due lire al giorno. Il mangiare costava poco, con uno scudo al giorno, con cinque lire, con un dollaro, si mangiava a volontà. Sei mesi, poi comincia ad andare male, comincia lo sciopero, tutte le miniere ferme perché gli operai volevano le paghe differenti. Noi non eravamo per gli scioperi. L’Unione, una specie di sindacato, dava da mangiare gratis a chi scioperava, una minestra basta che sia, roba che ’ndasía pà vaire543 . Allora siamo andati con i cow-boy, a un mestiere un po’ selvaggio, a governare le bestie, a mungere. Ci davano da mangiare. Poi abbiamo sentito che in California c’erano dei piemontesi, gente dei nostri. Ci siamo spostati a San Francisco, abbiamo trovato lavoro con i muratori che costruivano fabbricati per una grossa ditta americana, palazzi di sessanta piani di altezza. Un mattino, nel 1905 sono lì 543

Roba scadente, cattiva.

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che mi sto alzando, sento un rumore, vu vu vu, mi dico: «Scommetto che è il terremoto». L’é bütase a supaté544 , tutti i palazzi erano di legno, in un momento tutta la città prende fuoco, la terra si era abbassata, le rotaie della ferrovia erano per aria. Tanti i morti. Siamo scappati un po’ fuori in montagna a vivere sotto le tende. Poi siamo andati nel Washington, a lavorare in una galleria per treni, con la compagnia Gret nord. C’erano dei mille operai. A picco e pala guadagnavamo sei sette dollari al giorno, la compagnia si tratteneva un dollaro per la mensa. Sandro di giorno lavorava nella galleria con noi, di notte andava a suonare l’armonica negli alberghi: dava anche lezione di armonica, cominciava a commerciare, a far arrivare armoniche dall’Italia. Dopo un anno il lavoro alla galleria è finito, troviamo una buona paga nelle grandi boschine attorno a Pod Costa, a disboscare. Buttavamo giù grosse piante di legno rosso «radut», un legno dolce che con gli anni e l’umidità diventava più duro del cemento, serviva a costruire palazzi. Eravamo dei mille operai. Due anni e passa, poi decido di girare un po’ l’America a piedi seguendo il destino, da solo soletto con un fagotto sulle spalle. Dove trovo lavoro mi fermo, alla buona ventura. A Gilroj, vicino a San Giuseppe di California, in un’osteria toscana, incontro un cow-boy che mi dice: «Nt’ vede smii che sii piemunteis»545 . E io: «No, sun pà piemunteis, sun ’d. Salüse»546 . Mi offre un lavoro, mi accompagna a Monte Madonna in una delle grosse cascine del miliardario Miller Nloc, un grande cow-boy, del quale era fattore. L’indomani, su un bel cavallo rosso e sella bianca arriva Miller Nloc, un uomo di settant’anSi è messo a scuotere (a tremare). «Nel vederti sembra che tu sia piemontese». 546 «No, non sono piemontese, sono di Saluzzo». 544 545

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ni, ’n piota. Miller Nloc mi racconta i suoi passaggi, di quando girava in lungo e in largo per le praterie con sei uomini armati di pistole. Come incontrava un villaggio cercava l’osteria: primo saluto, un colpo di pistola, ben, nel pavimento di legno del salone. Poi chiedeva: «Ho fatto qualche danno?». E offriva da bere a tutti. Aveva idee buone; era gente che capiva qualcosa. Partiva da Los Angeles con venti bestie, arrivava al mattatoio di San Francisco con tremila quattromila bestie. Non le rubava mica, montagne di qua e montagne di là, erano le bestie che si univano alla mandria... Le bestie valevano solo cinquanta lire l’una, tanto i tori come le vacche, la terra valeva uno scudo, cinque lire per giornata. Cosa farne con tutti quei soldi che guadagnava col bestiame? Comprava terra, non per larghezza, per lunghezza, quarantasette milioni di giornate di terra aveva comprato, nelle sue terre passavano le ferrovie San Pacifico e Santa Fé. Dopo Monte Madonna vado a lavorare nelle vigne e nei frutteti a Santa Clara di San Francisco. Il mio nuovo padrone è un americano, un miliardario, Arte Pierce, Santa Clara di California, n. 11, padrone di cinquecento giornate di vigna e quattrocento di frutteto. Lavoro alle vigne, ho il mestiere, ero già pratico. Le paghe non sono tanto alte, ma si mangia e si beve bene. Crescono tutte le razze di qualità del Piemonte, quagliano, moscatello, barbera, dolcetto. Le viti sono basse, facili da lavorare: i filari sono distanti, si passa con i cavalli e i macchinari. Il clima è buono, all’estate mai temporali: l’üva resta pasarula, ’d rapun cusí547 attaccata finché non fa ventidue gradi zuccherini. Niente verderame, solo zolfo si adopera. E tanta frutta, ciliegie, pesche, albicocche. Anche lì c’è l’Unione. Alle cinque del pomeriggio le fabbriche fischiano, passa il padrone a dirci di smettere. 547

L’uva resta passita, dei grappoli grossi così.

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Soltanto nella stagione del raccolto facciamo più di otto ore. Il fattore è piemontese, alessandrino, Vigiu Ravizza: suo figlio, don Ravizza, oggi vive a Costigliole d’Asti. Nel 1915 viene la guerra e ricevo la cartolina. Mi chiedono se voglio servire con l’Italia o con l’America. Tanto è qui come là, scelgo l’America. Il sergente mi mette una mano sulla spalla, mi dice: «Prenderai poi una bella pensione». Il servizio militare non è pesante. Mi salvo tre volte da partire per la Francia e una volta per la Russia. Torno sovente a Santa Clara di San Francisco: le bevande sono proibite, faccio provvista di qualche barile di vino, così tengo allegri il mio sergente e il mio capitano. Nel 1919 mi congedano con un grosso premio. Allora riprendo il lavoro alle vigne, sempre con la stessa famiglia, con Arte Pierce. Mio fratello Sandro intanto ha messo su una bottega, fa venire dall’Italia tremila armoniche al mese, da Stradella, Vercelli, Ancona. Vive a Chicago, dove ha anche aperto una fabbrica, e mi vorrebbe con lui. Ma Chicago non mi piace, troppo fumo, grandi fabbriche, troppi rubalizi, troppo pericolo. Quelli della bassa Italia hanno organizzato una società, «la mano nera», chiedono soldi, la città sembra fatta apposta per i ricatti, ammazzano. I negri hanno un loro quartiere, come quelli della bassa Italia. Gli italiani non sono ben visti né a Chicago né a San Francisco, la storia di Sacco e Vanzetti lo dimostra, erano anarchici innocenti, è lo spagnolo che ha ammazzato, loro erano innocenti eppure sono finiti sulla seggiola elettrica. Nel 1929 Sandro mi chiede se voglio andare a fare un giro in Italia. Rimpatrio con il bastimento americano «La Quitania», un lusso, tutti seduti a tavola come nei ristoranti. Cosa fare a Rio Torto? Mi sposo, mi sistemo

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in un ciabot sopra Venasca, i tiru ’n po lustre548 , devo soccorrermi facendo il manovale a ore. Nel 1934 arriva Sandro, «Ma come fai ad andare avanti?» mi dice. Mi aiuta, mi passa un mensile, una pensione. Nel 1938 Sandro muore avvelenato a Chicago, l’ha ammazzato una donna giovane che viveva con lui, una donna di Roma, è scappata con tutti i soldi di Sandro, lui le aveva dato tutta la fiducia, l’è ’ndaita parei549 . Qui il peggio è venuto con l’ultima guerra del 1940, un disordine straordinario. La gente non sapeva più cosa pensare, tüti sbüí550 , una parte degli uomini li mandavano in Germania, una parte li fucilavano. Roba dei partiti, facevano i rastrellamenti, in una meira551 su in montagna ventidue in un solo colpo ne hanno uccisi di partigiani. Un giorno bruciano ottanta e più case a Venasca, anche la nostra casottina bruciano. Vengono dei russi, prigionieri dei tedeschi, bravi. Io mi arrangio con qualche parola di russo, gli dico che sono stato in America e andavo a lavorare con i russi nelle miniere e nel taglio dei boschi e facevo allegria con loro. Un ufficiale guarda la mia casa bruciata ben bene, poi mi dice: «Domani tutto fatto». L’indomani arrivano con coperte, materassi, camicie e anche da mangiare, un po’ di tutto. Bravi i russi. Sono mica cattivi i cileni. Ma non stimano i soldi ENRICO DRAJ, nato a Ceva, classe 1884, contadino.

(6 settembre 1970 – Felice Draj, Giuseppe Cena). 548

Le tiro un po’ lustre (stento un po’ a tirare avanti).

È andata così. Tutti spauriti. 551 Baita all’alpeggio. 549 550

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Mio padre buonanima affittava una cascina di cinquanta giornate in una pezza sola, mille lire l’anno di affitto, adesso si vende ’n pulastrin552 per mille lire. Io e mio fratello Bastian, che l’é binel553 , dalla cascina ad andare a scuola a Ceva tutti i giorni facevamo a piedi venti chilometri. Nel 1896 ci siamo trasferiti a Poggi, in un’altra cascina da mezzadri, dove c’era tanta vigna: la nostra padrona era la più brava padrona che c’era in Italia. Nel 1897 è venuta la tempesta, sette volte è scesa, ha fatto pulizia. Dopo la tempesta abbiamo ripreso a lavorare, il contadino non si stufa mai di lavorare, lavora sempre... Qui erano tanti i piccoli proprietari, cascine grosse poche, come adesso. A noi nel 1897 il pane è mai mancato, mio padre si arrangiava, ma tanti hanno fatto la fame, tanti mangiavano solo polenta e castagne e gran minestroni di verdura. Andavano in giornata tanti, da manovale. Io in primavera andavo a scué, a pulire i canali, due lire il giorno da un sole all’altro, non le otto ore, fino ai vent’anni. Si cominciava con il sole che si levava, senza gli stivali, scalzi. A volte in marzo c’era ancora il ghiaccio nell’acqua. La gente viveva male. Sacramundu, nei boschi abitavano negli scau, nei casottini, negli essiccatoi, in una stanza senza fornello, senza camino, vivevano lì dentro. Tanti vivevano così, ancora quarant’anni fa vivevano così nei boschi, estate e inverno. Andavamo tanto a vié, a trovare le ragazze. Camminavamo delle ore a piedi per andare a trovare una ragazza. Una volta sono andato in una stalla che ci vuole nove ore a piedi da qua, per trovare una ragazza che è ancora viva adesso, che ha due o tre anni più di me... 552 553

Un pollo giovane. Che è gemello.

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Se il prete era un personaggio importante? Più di adesso. Poco alla volta la religione va giù, da tutte le parti. Una volta i carabinieri andavano sempre dal prete per le informazioni. Nel 1907 Sono andato in America, ho pagato centosessantacinque lire, eravamo quattro di Poggi San Spirito. L’agente ci ha accompagnati a Genova, ci ha fatto assegnare le cuccette delle più belle che c’erano. Lì a Genova, al momento del carico, è arrivato un vaporino da Napoli, ’na partia ’d fiöi che fasía sgiai554 , miseria a Napoli bisognava che ce ne fosse ma non poca, uomini donne bambini meridionali. Ventuno giorni è durato il viaggio, con la nave «Toscana». Mangiavamo a tavola anche noi della terza categoria, ma in due turni. I meridionali vivevano per conto loro, prendevano i pidocchi e li buttavano per terra, non li ammazzavano. Avevano una fame! L’indomani che eravamo partiti nel Golfo del Leone c’è stata una gran burrasca. Quelli che erano già stati in America ci avevano detto: «Mangiate poco o niente, neh...». Quel giorno della burrasca io avevo mangiato poco e non avevo fumato, avevo solo bevuto un bicchiere di vino buono delle bottiglie portate da casa. Invece i napoletani avevano una fame, mangiavano, buttavano giù quei maccheroni interi, poi facevano i fuochi, vomitavano, e andavano subito a prendere il rancio un’altra volta, avevano fame oh, erano gente più misera di noi anche com’erano calzati e vestiti. Alla sera si riunivano sempre in mezzo alla stiva, c’era uno che predicava a sua moda in napoletano, e gli altri tutti attorno ad ascoltare in silenzio. Perché mi sono deciso ad andare in America? Là avevo già un fratello, e a casa eravamo troppi. Un mio ami554

Una partita (un gruppo) di giovani che faceva, impressio-

ne.

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co ha detto: «Ah, io vado in America», anche lui aveva già un fratello là. E un altro: «Vado anch’io». E un altro ancora: «Ah, ven co mi dagià»555 . Così siamo partiti in quattro assieme. Pensavamo di andare in Argentina a guadagnare qualche soldo, non a fare fortuna. Mio padre mi aveva dato duecento lire: centosessantacinque le avevo spese per il viaggio, quindici lire le avevo spese alla bottega del bastimento, con venti lire che cosa potevo fare, fare fortuna con niente? Noi siamo andati in Argentina, ma altri di qui andavano negli Stati Uniti, in California e nelle miniere di zolfo. Arrivato a Buenos Aires sono andato nella pampa. Poi ho scritto a mio fratello che viveva a Sant’Andres de Chindes, nella provincia di Buenos Aires, mio fratello era in Argentina da sette anni e faceva il fabbro e il falegname. L’ho raggiunto, e ho lavorato lì tre anni. Infine con lui e un suo socio sono andato a Santiago del Cile. Ah cramundu, a raccontare quel viaggio... Siamo partiti da Buenos Aires, ventidue ore di treno in pianura, siamo arrivati a Mendoza. Poi altre sette ore di treno per arrivare alla frontiera, a tremila metri di altezza. Lassù c’è La Cuova, una specie di stazione con due ferrovieri e basta. Lassù abbiamo perduto il treno. L’indomani siamo ripartiti a dorso di mulo, siamo andati a prendere la ferrovia a Caracol dall’altra parte del colle, che freddo ad attraversare quel colle, di là dal colle nevicava, era il mese di dicembre, na freid d’antecrist556 , in Argentina tagliavano il grano e qui nevicava. Poi abbiamo preso un treno merci, vagoni da bestie, e dopo cinque ore siamo arrivati in fondo alla Cordigliera delle Ande, nella città di Los Angeles. Lì c’era una vallata come fosse la vallata 555 556

«Ah, vengo anch’io, già che ci sono». Un freddo da anticristo.

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del Tanaro, il giorno dopo abbiamo raggiunto Santiago del Cile. Il socio capitalista di mio fratello aveva un apparato ad acetilene, per l’illuminazione, aveva il brevetto di quella apparecchiatura. Ha venduto il brevetto, ha preso un mucchio di soldi e la promessa di alcune macchine da fabbro e da falegname. Ma queste macchine, che sono poi arrivate per via mare attraverso lo Stretto di Magellano, erano tutte rotte. Allora io e mio fratello siamo andati per nostro conto a lavorare sotto una ditta inglese. Eh, il cileno lo chiamano les roto cileno perché è sempre a pezzi, stracciato, lavora ma beve fin che ha dei soldi. Sono mica cattivi i cileni, ma non sono interessati, non stimano i soldi. Cinque mesi, poi siamo tornati in Argentina, a Salto di Buenos Aires. Abbiamo messo una bottega da carradore. Lavoravamo almeno sedici ore al giorno e la domenica mattina sempre. Mio fratello è ancora adesso là. Sono tornato a Ceva nel 1911, mi sono sposato, sono ripartito subito con mia moglie. Sempre facendo il carradore sono rimasto in Argentina fino al 1921. Così, per fortuna, mi sono schivato la guerra. Un mio fratello da Ceva mi aveva scritto di tornare in Italia, ma io gli avevo risposto: «Se fossi lì scapperei...». Quanti riservisti, padroni di cascine, gente che aveva delle botteghe bene incamminate..., gli pagavano il viaggio a queste famiglie intere purché tornassero in Italia a fare la guerra. Eh, ne erano venuti tanti, uh quanti volontari. Alla stazione di Salto passavano dei treni completi di riservisti. Eh, erano altroché matti! Dopo la guerra gli hanno pagato di nuovo il viaggio a tornare in Argentina, maledivano il momento che erano andati in Italia, dicevano: «Eravamo sistemati qui, adesso siamo a zero». Nel 1921, quando sono ritornato in Italia, con il gran lavoro fatto avevo un po’ di risparmi. Mi sono comprato

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una casa. In Italia stava arrivando il fascismo. Eh, anche a Ceva ce n’erano dei fascisti. A Mini, un invalido della guerra del ’15, i fascisti hanno fatto bere l’olio di ricino: era rosso Mini, è sempre stato rosso, è morto rosso, mai nessuno glielo ha fatto voltare... Mini, Patetta Domenico, era un uomo giusto, un gran lavoratore, lavorava nei boschi ai castagneti, aveva una pensione di cinque lire al giorno come invalido di guerra. I fascisti gliel’hanno tolta quella pensione, perché era sovversivo. [...]. Il fascismo di oggi è solo il risveglio della morte LORENZO FALCO, nato a Vignolo, classe 1923, contadino, operaio.

(31 agosto 1972 – Dalmazzo Giraudo). [...]. A undici anni sono andato la prima volta da vaché a Tetti Pesio, dall’aprile fino a novembre, cinquanta lire per la stagione. [...]. Nel 1942 non trovavo lavoro, ero senza soldi. Allora sono andato sul mercato di Caraglio ad affittarmi. Ho trovato un padrone di Levaldigi, un mezzadro che conduceva una cascina di ottanta giornate, la cascina dei Tetti Nuovi, sessanta le bestie nella stalla tra vacche e maiali, seimilatrecento lire di paga da marzo alla vigilia di Natale. Lì mangiavo solo dei gran minestroni di fagioli, c’era molto lavoro, non mi sono mai tolto i pantaloni a dormire in dieci mesi. I padroni erano molto religiosi, con l’autunno dicevamo il rosario tutti assieme nella stalla, quindici misteri, io mi addormentavo sempre da in piedi. Guai se avessero sentito una bestemmia, lì ho imparato a dire crustu e sacratu. Tutte le feste ero obbligato ad andare alla messa, mi sedevo in un banco e mi addormentavo. Guai parlare a una ragazza: non avevo mai un soldo in tasca, e poi non c’era mica il tempo di pensare alle morose.

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Nel 1943 sono andato soldato nella Guardia alla Frontiera, prima a Briga, poi a Tenda. A Tenda mi ha sorpreso l’armistizio. Sono scappato, sono tornato a casa. [...]. Ma a casa non si poteva più vivere. Dormivo una notte a casa e due notti fuori, nei casot, nei boschi. Tutti gli ex soldati e tutti i giovani sotto leva dovevano vivere così. Nella primavera del 1944, per non più fare questa vita, decido di andare in montagna con i partigiani. Prima raggiungo Pianche, poi vado sopra Valloriate, a Tet d’Iule, con i partigiani di Ginetto Renaudo. Infine mi sposto in Valle Grana. [...]. Nella notte tra il 26 e il 27 novembre i repubblichini della «Littorio» accerchiano il mio distaccamento su ai Foresti. C’è un metro e mezzo di neve e restiamo intrappolati. [...]. All’alba del 27 mi prendono prigioniero assieme a Michele Bruno di Bernezzo e a Giorgio Viale di Cuneo. Ci portano a Pradleves, dove vedo anche molti tedeschi. Dànno fuoco a un albergo. Poi ci mettono al muro, noi tre e altri prigionieri. Fingono di fucilarci. Infine ci portano alla Castiglia di Saluzzo. Dopo alcuni giorni i tedeschi riuniscono una quarantina di noi prigionieri, ci trasferiscono a Torino, alle «Nuove». Non sappiamo se vogliono fucilarci o deportarci in Germania. Lì un fascista mi interroga, in presenza dei tedeschi. Mi chiede perché all’atto della cattura ero armato. Gli rispondo: «Piuttosto di farmi prendere dalle camicie nere...». Mi dà un pugno, cado a terra lungo e disteso. Il fascista parla il piemontese come lo parlo io, e si comporta duramente per farsi bello di fronte ai tedeschi. Poi i tedeschi ci indrappellano, siamo una lunga fila di prigionieri. Ci portano alla stazione, ci chiudono nei vagoni bestiame. Il treno parte, nessuno di noi sa dove andremo a finire. Ogni cinque minuti passa un tedesco a controllarci, tutti i tedeschi che ci scortano hanno i cani poliziotto. Il viaggio dura tre giorni: da mangiare

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ci dànno solo un po’ di pasta di acciughe, niente acqua da bere, così la sete ci divora. Arriviamo a Bolzano, il nostro campo di concentramento è circondato da un muro alto. Nella mia baracca c’è un prete che è deciso a scappare, sta scavando un tunnel sotto il muro di cinta con un lavoro da trapun, scava come una talpa. Ma un avvocato di Bologna, un uomo sui sessant’anni, fa la spia. Allora i tedeschi prendono tutti noi della baracca, saremo una sessantina, e ci chiudono in un recinto come tante galline in un pollaio. Non ci dànno niente né da mangiare né da bere, tre giorni e tre notti al freddo, siamo tutti gelati, «Qui moriamo tutti», ci diciamo. I tedeschi vogliono che i responsabili del tunnel si autodenuncino. Infine un giovane della mia età alza la mano, si prende lui la colpa. Allora ci riportano nella baracca, nel blocco E. Infine ci caricano su una tradotta, siamo come le bestie, uno sull’altro nei vagoni, i bisogni bi facciamo lì... L’avvocato di Bologna, la spia, è su un altro vagone, non sul mio. So soltanto che i prigionieri l’hanno subito ammazzato. Quattro giorni di viaggio, e arriviamo a Mauthausen. Lì ci prendono i pochi bagagli, ci obbligano a svestirci, buttiamo i pantaloni qua e la camicia là. Non ci dànno nemmeno una coperta, ci consegnano soltanto una camicia e un paio di pantaloni dei loro. Ci perquisiscono, ispezionano il nostro corpo. Ci guardano in bocca, se vedono delle protesi in oro le strappano via. Cercano gli anelli, le catenine, gli orologi. Ci guardano tra le chiappe, c’è un tedesco che con due dita ci apre le chiappe e guarda che non ci sia magari un anello nascosto, lo giuro sulla memoria di mio padre e di mia madre che i tedeschi si comportavano così. Ci lasciano alcuni giorni nel freddo, siamo mezzi nudi, congelati. Niente da mangiare. Poi ci mandano al lavoro.

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Nella mia squadra ci sono due russi e un polacco, sono fortunato, ho imbattuto bene. Dobbiamo portare dei pezzi di ferro alle macchine che fabbricano i caricatori dei fucili. Il vitto consiste in un bicchiere di brodo di rape al mattino, e un bicchiere di rape alla sera. Non possiamo assaggiare l’acqua, dicono che è avvelenata. Ne muoiono tanti, gente che non, sentiva nessun male ma poi crolla all’improvviso. Tu stai discorrendo con un amico, lo vedi che cade giù morto. Vai a dormire alla sera, al mattino ne trovi tre qui e due là, morti sui tavolacci dei castelli. Senza mangiare, senza bere, come si può andare avanti? Siamo tutti degli scheletri. E se protesti, se sul lavoro scambi una parola con un compagno, ti condannano subito a venticinque nerbate di bue. Arriva l’SS, «Komme, komme...», e ti rifila le venticinque nerbate. È toccata anche a me questa punizione, per quindici giorni non riuscivo più a camminare, la mia schiena era nera come un cappello. Una volta, per dare un esempio, hanno preso uno di Torino, l’hanno messo a testa prima dentro a un mezzo fusto di acqua, l’hanno quasi affogato. Poi l’hanno ucciso a nerbate, era il giovedì di Pasqua del 1945. «Oggi spetta a te, domani spetta a me», pensavamo. Nessuno di noi si sognava di uscire ancora vivo. I forni crematori fumavano giorno e notte. Molti li facevano morire con i gas, oppure con la mitraglia, ma i più li facevano morire di deperimento. Vedevi solo i carri a gabbia che caricavano i morti, e vualà. Ogni mattina si buttavano fuori dalle finestre delle baracche i morti della notte, non esisteva più alcuna pietà. Nella mia baracca eravamo ottanta, ci siamo salvati in due. Michele Bruno, il partigiano di Bernezzo, era del 1921, l’hanno portato nell’infermeria, è morto là. Nel giro di quindici giorni sono morti un padre e i suoi due figli, il padre ha visto i figli a morire, è morto l’ultimo. Mah. Ai morti, se erano

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vestiti meglio di noi, portavi via la camicia o gli zoccoli, più nessuna pietà, vualà. Eravamo così deperiti che non pensavamo più a niente. Poi sono arrivati gli americani a liberarci. Le SS erano già scappate. Ci siamo buttati sui mucchi delle immondizie a cercare le bucce di patate. Se nel magazzino trovavano ancora una pagnotta di pane, si buttavano in cinquanta a tuffo! Io, l’ebreo che era il nostro interprete, e un valdostano, abbiamo riempito una gavetta di quella immondizia marcia, poi siamo usciti dal campo, abbiamo raggiunto Linz. A Linz ho incontrato uno di Caraglio che adesso abita a Bernezzo dove fa il pollivendolo: lui era stato prigioniero militare. Mi ha dato da mangiare un po’ di caffè e di latte, ma poco, se no scoppiavo. Poi con una tradotta sono arrivato fino a Bolzano. Lì venivano i camion dalle province, a prelevare i prigionieri. Ho aspettato che arrivasse anche un camion della provincia di Cuneo. Quando ero in montagna, da partigiani, pesavo ottantadue chili. Adesso ne pesavo ventisette, ero uno scheletro, solo pelle e ossa. Finalmente ho trovato un camion della provincia di Cuneo. A Bolzano, e poi tutto dove il camion sostava, volevano ricoverarmi in un ospedale. Ma io niente, io piangevo, io scappavo, e loro mi rincorrevano e mi riafferravano per gli stracci. Io volevo morire a casa! Eh, l’ho sbagliata. Se mi avessero ricoverato in un ospedale oggi avrei una pensione di guerra, e invece ho niente. Il camion mi ha portato fino al Punt’ ’dla Mia, poco oltre il sanatorio «Carle». Lì abitava una mia madrina. Sono sceso dal camion, ma non mi reggevo in piedi. Mi sono seduto lungo la strada. Passa un mio amico, Mario Malabocchia che oggi fa il meccanico alla polizia. «Ciao Mario», gli dico. «Ma chi sei?» «Sono Renzo». «Ma tu sei Renzo?» «Sì sì, sono Renzo. Fammi un piacere. Non

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posso più camminare, portami dalla mia madrina». Mi ha caricato sulla canna della sua bicicletta, mi ha portato dalla mia madrina. Lei si che mi ha riconosciuto subito! Mi hanno steso su un letto, poi sono arrivati Carluccio e Battistino, e anche loro non mi hanno riconosciuto. Poi è arrivato un mio cugino di Vignolo, mi ha caricato sul suo biroccio, mi ha messo su come un ciciu, come un bamboccio, e mi ha portato a Vignolo. Oh, c’era tutto il paese ad aspettarmi, c’era tanta gente come nel giorno del festino. Forse era il 29 giugno, era nella stagione del grano. Ho incominciato a mangiare dieci volte al giorno, poco per volta se no scoppiavo. Ero come un bamboccio, ero ebete. L’emozione mi rendeva come un rimbambito. Venivano gli amici a trovarmi, io li guardavo per ore e ore, in silenzio, senza parlare. Mi sono occorsi due anni perché mi riprendessi un po’. Mah, non voglio più parlarne di Mauthausen, non voglio più pensarci. Il passato è il passato. Le rare volte che parlo, che ricordo il mio passato, poi di notte sogno Mauthausen! Che cosa ne penso del fascismo di oggi? Non trionferà più, almeno qui da noi. Nel meridione non so. Qui da noi il fascismo ha procurato troppi danni, troppe sventure. Il fascismo di oggi è solo il risveglio della morte. Quando leggo che il governo di Pinochet è al potere scoppio di rabbia! MATTIO RASETTO, nato a Barge, frazione Gabbiola, classe 1912, contadino.

(7 ottobre 1974 – Virginia e Ludovico Grjmonat, Maria Rovano).

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La mia era una famiglia povera, cinque fratelli e una sorella. Poca terra e pieni di debiti. Padre e madre ci dicevano: «Una volta era ancora peggio, noi ci nutrivamo di patate e castagne. Voi mangiate già meglio, voi mangiate già il pane. Una volta era raro vedere qualcuno con una pagnotta di pane. Se si vedeva uno che arrivava da Barge con una pagnotta di pane, si chiedeva: “Avete un malato in casa?”» Mio padre era tornato mal ridotto dalla guerra del 1915-18, era rimasto sotterrato tre volte dalle granate. Quando era al fronte aveva fatto il voto di far costruire un «pilone» se si fosse salvato. Ma quel «pilone» non l’ha poi mai fatto costruire, perché gli sono sempre mancati i soldi. A nove anni ero già da garzone, da servo in campagna. Nel 1927, avevo quindici anni, ero garzone a Santa Güstina di Cavour in una cascina di sessanta giornate, con trenta vacche. Lavoravo dal mattino alle quattro fino alla mezzanotte. Mi trattavano mica male, guadagnavo duemilatrecento lire per tutto l’anno. Poi sono andato a lavorare a Scalenghe, vicino ad Airasca, anche li i padroni erano mica cattivi, erano solo un po’ avari. Avevo sempre fame una fame da lupo, il pane era misurato. Non osavo mai chiederne, quando finivo di mangiare avevo più fame di prima. A Scalenghe guadagnavo solo più mille lire l’anno, c’era la crisi. Poi sono tornato a lavorare nei ciabot vicino a casa, alla Gabbiola, da Gusto, con i Cumba. Lì stavo meglio che con i casiné557 della pianura. Nel 1950 sono andato a lavorare in Francia, a Bries, dietro al Monviso, come manovale muratore. Guadagnavo settantacinque franchi all’ora, c’erano molti algerini, loro guadagnavano solo settanta franchi all’ora. [...]. 557

I proprietari di cascine.

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Adesso sono qui, sulla collina di Barge, nel ciabot del professore. Sette otto le giornate di terra, l’alloggio, la stalla con due vacche. Se non fosse che il professore mi aiuta non potrei vivere. Ho una piccola pensione di invalidità, trentacinquemila al mese, il professore mi regala uno stipendio sulle trecentomila lire all’anno, non mi fa pagare l’affitto, le bestie sono mie, così riesco a vivere. Vivo da solo. Come potevo sposarmi quando ero giovane? Ero senza soldi. Vivo da solo, così le mie bestemmie nessuno le ascolta. Sono un uomo libero. Mi piace tanto leggere, leggo molto, leggo «l’Unità» e qualche volta «La Stampa» e il «Sempre Avanti». Ho seguito tutta la guerra del Vietnam, seguo quanto sta succedendo nel Cile. Lo sport non mi interessa, volto pagina. Che cosa ricordo del fascismo? Ricordo che nel 1922 mio padre e la gente dicevano: «Ma guarda! Hanno tirato fuori Mussolini... Andiamo male, porco cane, andiamo male». Io ero un bambino, sentivo che si lamentavano del fascio, sentivo che si chiedevano: «Ma come avrà fatto quel Mussolini? Era poi solo un sergente. Avrà salvato qualche generale in guerra...». Ma nei nostri posti non si parlava poi mica tanto di politica, mio padre non era in grado di leggere tutto un giornale. Nel 1926 ero andato a San Grato di Agliasco, sopra Paesana, per la festa al santuario. Là un albergo aveva messo i banchetti e vendeva anche il vino. Sono arrivati i fascisti da Saluzzo, erano una dozzina, avevano i manganelli e la camicia nera, e in testa l’elmo o quei berrettini con il fiocco. Hanno spaccato tutto, rubavano le bottiglie di vino e le rompevano per bere. Hanno stracciato una bandiera rossa, poi l’hanno bruciata sul piazzale. Forse hanno anche dato l’olio di ricino al prete che era lì a dire la messa.

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Poi il fascismo è diventato la guerra. Prima l’Etiopia, poi l’Egeo, poi la Francia, poi l’Albania, la Grecia, la Russia... Ma cosa voleva fare Mussolini? Gli stati uniti d’Europa? Ma fosse stato a casa sua! Avesse piuttosto concesso i passaporti a chi voleva andare all’estero, invece di mandare la povera gente a morire in quelle guerre sbagliate. Lasciala vivere la gente, che vada a guadagnarsi il pane per il mondo... E dopo lo sbandamento dell’8 settembre? Io ero su alla Gabbiola, come sentivo i cani che abbaiavano scappavo, pur di non cadere nella trappola. I partigiani andavano e venivano, non avevano una base fissa perché la nostra montagna non si prestava, non era adatta alla guerriglia. I partigiani erano dei nostri, i contadini avevano l’idea di tenere per i partigiani, i contadini li avrebbero invitati a cena i partigiani, ma avevano paura dei tedeschi e dei fascisti, avevano sempre paura che arrivassero gli altri. Io marciavo così, e tanti marciavano come me, tanti erano amici dei partigiani. Ma le leggi, ma i bandi dicevano di mai aiutare i partigiani. I tedeschi e i fascisti ammazzavano, quanti innocenti hanno ammazzato. I contadini tra loro dicevano: «Una volta, quando c’era Giolitti, andava bene. Il nostro partito sarebbe quello di Giolitti». Un giorno gli aeroplani hanno buttato dei manifestini, credo fossero americani o russi. Una facciata dei manifestini era scritta in un linguaggio che non capivo, e l’altra facciata era invece scritta in italiano. Ricordo ancora cosa c’era scritto: «Italiani, passate questo manifestino alle truppe tedesche. I tedeschi hanno perduto la guerra per i sottoindicati motivi, ecc. ecc.». Allora ho capito, e mi sono detto: «Non va più alla lunga che la guerra finisce. Li distribuirei proprio volentieri questi manifestini. Ma se mi metto a fare il postino dei tedeschi...»

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Il 25 aprile lavoravo su a una meira in montagna. Sento tutte le campane che suonano a distesa, lascio tutto là, scendo di corsa a casa, trovo gli amici, tutti che piangono dalla contentezza, ci ubriachiamo. L’indomani, a Barge, c’è un commissario che fa il comizio, parla un po’ a fatica perché ha un polmone solo, è circondato da un plotone dei suoi partigiani. In giro c’è ancora qualche tedesco sbandato. Ci sono le quattro bandiere che sventolano, quella americana con tante stelle, quella russa con la falce e martello, quella inglese a strisce, e quella italiana. La gente piange di gioia. Eh sì, l’avevamo viste brutte noialtri, non potevi più dormire a casa, e sempre con la paura che i tedeschi e i fascisti ammazzassero e bruciassero. Io sono un ignorante. Ma credo nella giustizia. I fascisti e i tedeschi hanno ucciso tanti di quegli innocenti... Con la Liberazione è cambiato qualcosa, ma poco. In principio, con Ferruccio Parri presidente del consiglio, sembrava che andasse bene. Poi, con De Gasperi, ho capito che si tornava indietro. Quando leggo che il governo di Pinochet è al potere mi indigno, scoppio di rabbia. Mi dico: «Gli Stati che sostengono Pinochet vogliono mantenere la guerra». Sì, sono iscritto alla «Coltivatori Diretti», per forza. Ma ho sempre votato a sinistra, voto Pci. Oggi anche la «Coltivatori Diretti» dice che le leggi per l’agricoltura vanno male. Ho letto sul giornale della «Coltivatori» una lettera che mi ha fatto ridere. Era la lettera di un piccolo proprietario, diceva così: «Caro direttore, avevo fatto la domanda per ottenere un contributo di cinquecentomila lire. Vi ringrazio tanto perché l’ho ottenuto. Ma ho dovuto spendere trecentomila lire per le pratiche, per il notaio e il geometra ecc. ecc., mi sono rimaste duecentomila lire». Per forza la campagna piccola va a perdere, per forza la montagna diventerà deserta. I piccoli pro-

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prietari sopravvivono perché hanno i figli in fabbrica, all’Indesit, alla Fiat, perché hanno i figli che fanno i «pendolari». I nostri prodotti sono disprezzati, l’anno scorso le castagne valevano cinquemila lire al quintale! Se te re regalano, a raccoglierle non ti salvi. La campagna va male, ma temo che anche le fabbriche un giorno o l’altro si troveranno in difficoltà. La nostra terra, la terra di noi piccoli, vale poco o niente. Ma la gente della città viene qui a comprare le baite. Non si sa mai, domani che capiti qualche bisbiglio, magari una guerra civile... È per questo motivo che la gente di città compra le baite di montagna. Dovremmo fare come in Sardegna.. CELESTE GOLETTO, detto Celeste Ciapin, nato a Roccasparvera, Tetto Ciapin, classe 1937, contadino, poi operaio, e dal 1974 di nuovo contadino.

(16 maggio 1970 – Pino Luchese). La nostra terra è sempre stata poca. Avevo appena imparato ad abbottonarmi i pantaloni e facevo già il boscaiolo a guadagnarmi la pagnotta, a buttare giù piante, ai castagni. Poi il servizio militare, una perdita di tempo, un danno e basta, Ritorno a casa e vedo che le rendite diminuiscono. Mi sposo, trovo un lavoro all’Italcementi, all’insaccamento, mangiare polvere a volontà e fatica. La respirazione è faticosa, ne vedo tanti che restano pieni di polvere, sono ancora lontani dalla pensione e hanno già la silicosi. Non sembra, ma tutti i giorni sempre polvere, sempre polvere... Dànno un po’ di «indennità polvere», ma la paga non è nemmeno tanto alta, è tra le più basse della zona. Pensare che i padroni spaccano un po’ di pietra e guadagnano milioni e milioni al giorno, ma se devono aumentare la paga di una lira...

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Quando arrivo dalla «cementiera» faccio un giro attorno al tavolo, metto un pezzo di pane nella sacca, prendo ’l bariun, e su a ritirare il fieno. La mia giornata comincia alle cinque del mattino e finisce alle dieci di sera. Bisogna tirarla la vita, fino a quando sarò rovinato, e dopo addio. Ho moglie e figli, e per tirare avanti devo fare questa vita. Viaggiando su e giù con la moto risparmio un’ora di mulattiera. Ma quando piove o nevica devo lasciare la moto a Roccasparvera e arrangiarmi a piedi: parto ale quattro del mattino e rientro a casa che è di nuovo notte. Vi dico solo che ho già provato la vita com’è. Io leggo i giornaletti della «Coltivatori» che riceve mio padre. Ci prendono anche in giro, scrivono che non ci devono più essere case rurali senza la luce elettrica e senza strade. Ma almeno non le dicano queste cose. Non si accontentano di farci tribolare, ci prendono anche in giro. Siamo troppo rassegnati. Scioperi non ne facciamo, ribellarci non ci ribelliamo. Qui ci sono ancora quattro persone anziane che potrebbero rimediare un po’ di soldi con la raccolta dei funghi, ossí, a döv ’ncura grané ’l bulé558 che c’è già l’invasione dei turisti. E il governo non prende provvedimenti. Dovremmo fare come in Sardegna, dovrebbe mettersi qualcuno a fare il brigante, qui dovrebbe uscire qualche elemento così, da cominciare ad accendere qualche focolaio per fargliela capire. 558

Ossì, deve ancora nascere il fungo.

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La montagna

Eh, ce n’era gente di Valdieri in America GIOVANNI CARANTA detto Peru, nato a Desertetto di Valdieri, classe 1896, contadino.

(5 settembre 1970 – Domenico Lovera)559 . Quia Tet ’d Ciuina, in queste poche baracche, una Volta vivevano sessanta persone. Mio cé560 aveva cinque fratelli. Uno si era fatto sette anni di guerra, della guerra del 1848, i’era turnà talment cun ’l sang sbüi561 che tutte le notti dava l’allarme, gridava nel buio. È poi morto per causa di quella guerra. Cinque fratelli sposati, otto figli in media per famiglia, in quaranta vivevano in queste tre baracche, e in più due altre famiglie, può immaginare se non c’era miseria. Quando sono nato io a Desertetto vivevano settecentocinquanta persone sopra dei dodici anni, qui c’era il prete, settecentocinquanta che pagavano due lire l’anno, la quota per mantenere il prete. Sotto i dodici anni ce n’erano tanti, la popolazione era sui mille abitanti. Si mangiava patate. Me raine nonu562 è quello che ha scoperto le patate. Ha visto attorno al forno delle piante strane, ha tirato fuori una patata: «Ma guarda ’n po che qualità ’d nissöi»563 , perché loro prima mangiavano i 559 Data in cui la testimonianza è stata raccolta e nome del mediatore. 560 Nonno. 561 Era tornato talmente con il sangue spaventato (sconvolto). 562 Mio bisnonno. 563 «Ma guarda un po’ che qualità ’d nissöi, di patatine selvatiche».

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nissöi, una patatina selvatica grossa come un mezzo uovo. Ha fatto cuocere quella patata: «Uh che cosa buona». Allora hanno cominciato a seminare le patate, questo avveniva duecento anni fa, le prime patate mangiate a Desertetto. Oh, l’é pasaine ’d miseria564 . Proprio fame noi non ne abbiamo fatta. Mio padre era del 1863, era un gran lavoratore, a dodici anni andava già a lavorare in Francia, andava lì dietro, a Cannes, a Nizza, a Saint Raphaël. Se ho fatto la guerra del ’15? Eh, ne ho fatto io dei sacrifici per l’Italia! Trenta mesi di linea. Mi hanno chiamato avevo diciannove anni. Prima col 2° alpini, battaglione Argentera; poi al 6° alpini con il battaglione sciatori Monte Pasubio, e poi al Cividale dell’8° alpini. Cercavamo solo di salvarci. La prima volta che sono andato in linea era il 28 maggio del 1916, sul Trentino, sul Monte Fiore, c’era la ritirata mentre Asiago bruciava. Noi eravamo quattro battaglioni su una posizione in alto, loro sette divisioni, quattromila uomini contro sessantamila, li abbiamo tenuti. Del mio battaglione Argentera eravamo duecentoventisette fucili in linea, otto giorni dopo siamo andati a riposo in ventidue, il resto tutti morti e feriti. Eh, in guerra ammazzano! E l’Ortigara? Volevano farci prendere quella montagna con centocinquanta uomini. E allora avanti. Era un’ora prima del giorno,»compagnie affiancate, poi plotoni, poi squadre sparpagliatevi e andate avanti». Io sono arrivato addosso a uno che ha fatto un grido, era un austriaco che aveva ancora più paura di me, ho fatto ’n girabarachin565 , mi ha sparato ma non mi ha colpito. E sul Monte Fiore? Abbiamo avuto un attacco serio, l’indomani c’era la nebbia, siamo poi usciti a contare 564 565

Oh, ne è passata della miseria. Una giravolta (une capriola).

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gli austriaci morti, erano più di trecento. In questo attacco ero vicino a un mio amico di Valdieri, Audisio. È arrivato un colpo di artiglieria Che mi ha coperto di terra. Audisio mi ha dissotterrato, ero ferito alla testa, il sangue che colava. Sono andato all’infermeria e mi hanno messo ’n tacun566 . Nell’infermeria c’era il capitano Nasali Rocchia steso su una barella, e accanto il capitano Giordanengo di Roccavione che lo toccava, Che gli diceva: «Oh, povero Nasali. Te l’avevo detto che non ci salvavamo più qui». Discorreva con Nasali morto! L’indomani sera hanno portato anche il capitano Giordanengo morto, erano andati sette volte all’assalto alla baionetta sul Monte Fiore. C’era un caporalmaggiore di Carrù che gli dicevano Patrissio. Giordanengo gli fa: «Patrissio, salta fuori».«Capitano, che salti fuori lei, poi salto fuori io». Il capitano esce e cade subito colpito. Eh, la guerra era più pericolosa per l’uffisialità, sì perché gli ufficiali erano più controllati, tutti chiedevano: «Dov’è il tenente?». Il soldato poteva anche nascondersi due o tre giorni Che nessuno lo cercava. Uh, lì sul Monte Fiore sono rimasti trentotto ufficiali tra morti e feriti in due mesi che siamo stati nel Trentino. Che cosa pensavamo di quella guerra? Pensavamo che la guerra era la rovina, le guerre non sono per il benessere ma per la distruzione. Io sapevo già quasi come adesso. Ma il novantanove per cento dei contadini non sapeva, non capiva: il basso popolo era innocente al completo, non sapeva nemmeno da che parte leva il sole, senza istruzione e senza niente come fare... La bassa gente cercava solo di salvarsi la pelle, quello è un istinto. [...]. Nel 1923, con mio cugino Alfonso Onorato, ho deciso di andare nel Nuovo Messico. Là viveva un mio zio 566

Un rappezzo.

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fin dal 1894, aveva due piccole mine567 . Là la vita era meglio, qui c’era une gran miseria, là c’era un tenore di vita. Siamo partiti da Genova con il «Conte Verde», millenovecento lire il prezzo del viaggio, undici giorni di traversata. Non abituato ad andare sull’acqua un po’ di paura c’era sul bastimento. Arrivati a New Vork, a Castel Garda, un’isoletta dove passavano tutti gli emigranti del mondo, facevano la visita medica. Noi del «Conte Verde» eravamo milleottocento, e quaranta non erano in regola, hanno dovuto tornare in Italia. Poi abbiamo preso il treno emigranti, ma là non facevano come qui da noi che mettono i viaggiatori come le acciughe in barde, là ce ne sarebbero ancora stati mille sul treno. Eravamo comodi, con un servizio specialissimo di lusso, la compagnia Santa Fé passava pranzo e cena, c’era il «pacco viaggio» o il ristorante sul treno. Ad andare lassa, nel Nuovo Messico, c’erano tremila miglia, quattromilaseicento chilometri o anche di più, tre notti e tre giorni in treno. Il Nuovo Messico ha un’estensione come l’Italia, ed è tutto boscaglie, minerali, terra fertilissima. Eh, ce n’era gente di Valdieri in America. Ci saranno state almeno cento persone, a famiglie intere. Solo di Desertetto eravamo ventinove in America. Se speravamo di fare fortune? Mah, uno ha tante idee, la speranza era di fare un po’ di risorsa. Mio zio ha fatto fortuna, ha fatto laureare due figli e gli altri quattro li ha arrangiati. Se fosse come gli indiani, loro sono anticapitalisti, uno agli indiani può dare tante cose ma loro le rifiutano. Il governo dava loro terreni, bestiame, ma loro non erano per capitalizzare. Noialtri invece 567

Miniere.

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siamo stati allevati nella miseria, se uno può guadagnare un soldo lu guarda il per n’autra volta568 . Con il treno siamo arrivati a Manero, un comune di duecentocinquanta elettori. C’erano tante mine piccole, dei messicani. I messicani sono gente di colore oliva, gente mica cattiva, ma con poca voglia di lavorare e abbastanza ladri. Come fanno conoscenza con uno gli chiedono subito se ha un dollaro da prestargli, e poi non lo rendono. Ma sono bravi, sono più umani di noi, se hanno solo un piatto di fagioli lo dividono, loro dicono: «Tutti quelli che sono spagnoli sono fratelli», fanno comunità tra loro. Mio zio aveva cinque figli e una figlia. Aveva due minote569 in cui lavoravano dieci uomini in una, e otto nell’altra, tutti messicani. Abbiamo cominciato a lavorare con lui. Si lavorava tutto a mano, i vagonetti venivano trainati dai muli sottoterra. Mio zio guadagnava abbastanza. A noi dava cinque dollari al giorno, e pagavamo trentacinque dollari al mese di pensione. A volte facevamo doppia giornata, risparmiavamo mille dollari l’anno, il dollaro valeva ventidue lire. In casa nostra il problema della lingua non esisteva: mio zio e mia zia parlavano piemontese, i bambini parlavano lo spagnolo, i ragazzi che andavano già a scuola parlavano l’inglese. Mi ’an desbrüiavu mei che a Cuni, ’ndasíu a Chicago, i’è ’d pi ’d raie pendue a Chicago che lon ch’ai ne ï’è ’n tüta l’Italia570 . Nel 1930 l’America era al punto in cui siamo noi oggi, là avevano una macchina ogni cinque persone. Là chi può arrivare a far soldi fa soldi. La Costituzione degli Lo custodisce lì per un’altra volta. Piccole miniere. 570 Io mi sbrogliavo meglio che a Cuneo, andavo a Chicago, ci sono di più rotaie appese a Chicago di quante ce n’è in tutta Italia. 568 569

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Stati Uniti sarebbe giusta, rispetta perfino i cani, ma la legge come la fanno la violano. È come qui, in tutto il mondo è così. Nella mina il lavoro era pericoloso, quando uno si mette due o tremila miriagrammi sulle braccia ogni giorno, alla sera lo stomaco fa male. Lavoravamo a trecento quattrocento metri di profondità, mica tanto basso, erano mine piccole. Assicurazioni nessuna. C’era l’assicurazione ma non obbligatoria, la faceva solo chi voleva. E capitava che se uno moriva della mina davano alla famiglia qualche sacchetto di farina, qualche ciaraferia571 così, come compenso. Passavano tre ispettori, quello dello Stato, quello dell’assicurazione, quello del governo. Ma prima di scendere nella mina erano passati dal padrone che offriva loro un bicchiere di whiskv e gli riempiva le borse, dappertutto è così... C’era l’Unione che passava un po’ di giustizia, ma anche quella teneva per i padroni. Eh, la giustizia è contro il buon senso! Così fino al 1933. Poi avevo qui mio padre e mia madre, e non volevo abbandonarli del tutto. Non potevo più dormire pensando a loro, se uno è sposato perde l’affezione ai vecchi, ma quando uno è solo non può stare lontano..., a l’è ’l ciabot che l’ha fame turné572 . Ho portato in qua i pochi risparmi, ma si sono poi perduti da soli con la svalutazione. Qui al Ciabot ’d Ciuina nel 1933 c’era ancora una ventina di persone. L’Italia era cambiata in meglio. Ma c’era il fascismo, e io ero contro il fascismo; e sarò sempre contro tutte le dittature tanto di destra che di sinistra. Ero contro il fascismo perché bisognava seguire la volontà di uno solo, mentre che se le cose vengono risolte in comunità c’è una giustizia più perfetta. Lasciamo solo perdere il fascismo! Mi ha dato il vantaggio che tutto il mio 571 572

Piccola cosa. E la casa che mi ha fatto tornare.

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sudore che ho portato dall’America l’ho perduto con la svalutazione della lira. Poi è venuta la guerra del 1943, da qui sono passati i tedeschi. Al Ciabot ’d Ciuina eravamo ancora una quindicina di persone. I contadini per chi tenevano? Tenevano dove erano forzati di andare. Qui c’erano gli sbandati, c’erano i repubblichini e i tedeschi, era una specie di anarchia, il più forte mangiava il più debole. Qui c’erano dieci dodici sbandati armati che rubavano, c’era un certo Armando, uno sbandato, ex carabiniere arrivato dalla Francia con lo sbandamento, l’hanno ammazzato su di là per prendergli ottocento lire, sono gli sbandati che l’hanno ammazzato, è ancora là tra le rocche... I partigiani passavano solo di notte, erano su ai Chiot, loro avevano da pensare ai tedeschi. Io tenevo solo che fosse venuta la pace e la libertà, era un mal vivere. I repubblichini arrivavano qui con il fucile, ci obbligavano ad andare a lavorare. per loro, sono andato su quella montagna a togliere la neve, o andare o ci ammazzavano. Nel 1945 eravamo in mezzo alla strada, derisi da tutti: «L’Italia è la padrona del mondo», aveva detto Mussolini, ma non era vero. E De Gasperi domanda. aiuto alla Russia, e la Russia risponde: «Fino a quando gli italiani non avranno rimesso a posto tutte le pietre che hanno buttato giù, nessun prigioniero verrà reso dalla Russia». Il ministro dell’approvvigionamento dite a De Gasperi: «Non c’è più niente da mangiare». Allora De Gasperi manda un cablogramma a New Vork, al sindaco La Guardia che era un napoletano, La Guardia sente dall’altra parte del filo l’SOS, telefona a Washington, e dall’America partono navi e navi di farina bianca ed è arrivato il benessere. Ma adesso non camminiamo di nuovo bene. Il benessere ha il suo limite. In America nel 1929 hanno poi fatto la svalutazione di Wall Street e hanno sconvolto le eco-

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nomie di tutto il mondo. Alla vigilia di quel disastro anche là c’era il benessere, la gente ’non aveva più voglia di lavorare. Poi è venuta la crisi e andavano a inginocchiarsi davanti alla porta di mio zio, «Bernard, fase travaié, dase ’n po ’d farina»573 . La nostra Costituzione è mica mal fatta, ma bisognerebbe cambiare qualche clausola. Per esempio a proposito degli scioperi ci vorrebbe più controllo. Ma come! C’è gente tra gli statali che prende ottocentomila lire al mese e fa sciopero? L’operaio ha diritto allo sciopero, ma quelli delle ottocentomila lire no. Non so se andiamo avanti così... Solo le Mutue hanno un deficit di seicentosettanta miliardi. Io ho una piccola pensione contadina, è un bell’aiuto; per noi che viviamo con due patate e un po’ di latte è un aiuto enorme. Si capisce che se uno deve andare a vivere in città non paga l’alloggio a dormire, ma in campagna risolve il problema. Noi li abbiamo i politicanti; e sono competenti; Colombo, Saragàt, Moro e compagnia, ma non basta perché salta fuori quello che è malcontento, i franchi tiratori, e vogliono avere il portafoglio e fanno la crisi. Un giorno o l’altro succede come in Francia del 1958 che ogni ventiquattro ore facevano un governo nuovo, e tutto per i soldi. Una volta un deputato guadagnava seimila lire l’anno; pagava cinquecento lire di tasse, gli restavano cinquemilacinquecento lire. Se non siamo capaci a vivere in democrazia andiamo purtroppo a finire nel regime dei colonnelli: Il fascismo l’abbiamo passato, sappiamo che cosa vuole dire la dittatura. La sinistra non può portare nessun benessere. La Russia se avesse un regime capitalistico sarebbe il paese più forte del mondo. Invece in Russia il benessere è molto miserabile. Ho visto una statistica che dice che il tenore di vita della Russia è tra 573

«Bernardo, fateci lavorare, dateci un po’ di farina».

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gli ultimi degli europei. Come dare credito a un regime così? Se ci credo che l’uomo va nella luna? Sì che ci credo, perché la scienza è andata avanti in tutti i rami. Se leggo i giornali? Leggo sempre la «Guida» e «Famiglia Cristiana», sono appassionato della lettura. Con l’inverno mi abbono a un quotidiano, così il postino viene a portarmi il giornale e vede se sono vivo o morto. Quando leggo dimentico che fa freddo, mi prendo delle panciate di freddo leggendo, quando mi accorgo che il freddo mi ha preso sono ormai tutto legato. Leggo con il lumino a petrolio, qui la luce elettrica non è mai arrivata. Vivo solo, sono solo. Ho il mio cane Barbis e quattro gatti che mi tengono compagnia. I quattro gatti sono preziosi, se no i topi mi mangerebbero anche le scarpe. Soffro di reumatismi, e mi curo da solo. Mi sono salvato dal letto con il petrolio. Sarà quindici anni che mi curo questa gamba con il petrolio. Il petrolio tira fuori l’acqua, è il miglior medico che esista, i dottori dicono che non è vero perché è contro il loro mestiere. Il medico di qua a l’ha vultame la ghina574 , mi ha detto: «A l’has, turna bütaie l’impiaster?»575 . Prendo uno strofinaccio, lo bagno in un mezzo bicchiere di petrolio, poi friziono, poi lego lo straccio attorno alla gamba: In dieci minuti è come se avessi la gamba nel fuoco, sento l’acqua che va su e giù, as furma na cücala, na búrfia, pöi as cherpa, as’siula576 , e l’acqua corre tutta per terra. Il petrolio ha un potere enorme come medicinale. C’è chi su una ferita mette le ragnatele: io metto invece il petrolio. Anche a Mi ha voltato la faccia (mi guarda di storto). «Hai di nuovo messo l’impiastro?» 576 Si forma una vescica, poi si apre. 574 575

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berlo non fa male. È come il vivo di sambuco: è una purga straordinaria. Mah! Per me non c’è più né oro né argento che valgono; ho solo più da vivere qualche giorno... Mio zio è vissuto fino ai novant’anni, ma lui lo sapeva che sarebbe diventato molto vecchio: una donna di qui, la Biruna, aveva il dono di saper leggere la mano, conosceva la pelle della mano, a mio zio aveva detto: «Verrai di novant’anni», e ha indovinato. Sa che cosa è che mi regola il tempo che passa? È questa montagna che ho di fronte: quando il sole passa tra quei due corni è mezzogiorno. Adesso vado a prendere un pugno di erbe per le mie capre... Eravamo come i colombi GIOVANNI GIRAUDO detto Gian ’d Barca, nato a Valdieri, classe 1885, contadino.

(10 agosto 1970 – Alberto Bianco). Parliamo degli anni attorno al 1900: Vivevo con la mia famiglia, padre, madre, tre sorelle e tre fratelli, al Ciabot ’d Barca. Avevamo dodici giornate577 di terra, tre vacche, e due altre vacche le prendevamo «in guardia». Si viveva, mio padre negoziava nei vitelli, la vite era misera, la gente si accontentava, c’era tante volte che mancava anche il pane di segala, c’era gran patate, ecco si mangiava gran patate. Da ragazzo lavoravo a fé ’lusaté, n’hei purtane ’d lose ’sla schina578 . La nostra baita era proprio, vicina 577 Giornata: unità di misura di superficie coirispondente a 3810 metri quadrati (circa il terreno arabile nel corso di una giornata da un paio di buoi). 578 A lavorare alla cava di ardesia, ne ho portate delle lastre di ardesia sulla schiena.

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a la cava ’dle lose579 . Un giorno mia nonna e mio cé mi hanno mandato a Valdieri a prendere il pane, ma lungo la strada del ritorno avevo fame, mi sono detto: «Io ne prendo un pezzo, lassù hanno solo la bilancia grossa, non se ne accorgono». Ne ho mangiato un pezzetto, ne avrei mangiato un chilo. Lassù l’hanno pesato e la barra andava giù e ho dovuto confessare. Eh, ci mancava anche il pane, c’era solo patate e cavalé, patate e une specie di ricotta. Mio cé, Gian, era del 1822, mi diceva sempre: «Vusauti ora u cuntenti pí tò»580 . Una volta di nascosto da suo padre mio cé ha mangiato le patate da semente tanta era la fame, le ha dissotterrate. Mangiavano l’erba panabeu, un’erba che fa una grana piccola; cresce nei boschi di faggio, macinavano l’erba panabeu con la segala e facevano il pane. E pensare che i tempi di mio cé erano già migliori di quelli di suo padre... Me cé a l’ha ’npregnà le scarpe per ’ndé a pasé al cunsei581 . In quei tempi là tutti portavano gli zoccoli d’estate e i ciambirun d’inverno; gli stracci di lana dei ciambirun erano tenuti fermi da una pelle di capra legata con cordini. Li ho ancora visti io i ciambirun, tutti i vecchi li portavano. Naru ’d Sant’Ana era un guardacaccia di Vittorio Emanuele II. Un giorno Naru è andato a Torino con i ciambirun, si presenta al palazzo reale, ma la sentinella non lo lascia entrare. Naru insiste: «Dite a Sua Maestà che c’è Naru ’d Sant’Ana...». Allora avvertono il re che al cancello c’è un certo Tanara. Ma il re capisce ai volo, «Ah, l’é Naru», dice, e lo riceve subito. Alla cava delle lastre di ardesia. «Voi ora non vi accontentate più di niente». 581 Mio nonno ha preso in prestito le scarpe per andare al «consiglio», a tirare il numero da coscritto. 579 580

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Ventisei soldi al chilogrammo costava la carne di vitello. Mio padre faceva dei pezzi di mezzo chilo, di un chilo, e mi mandava a vendere la carne ad Andonno. Ma pochi la compravano. «L’uma nen ’d pan da mangeie ’nsema, – mi dicevano. – Se l’has nen ’l sold tüt l’é car»582 . Avevo quindici anni, dai campi alti portavo giù il fieno in testa, il fieno nel telo, e c’era un’ora e mezza di cammino. Il mio fagotto pesava trenta quaranta chili, mio padre ne portava di più, una sera l’ha pesato il telo, era sessanta chili di fieno. Se ’ndasíu a vié?583 . Tanto, era un’abitudine, se volevi vedere le ragazze bisognava andare a vié, se no scappavano. Succedeva di tutto nelle stalle. Quando la lucerna si spegneva si mandava la mano dove andava andava, eh..., la cosa cambia mica, il passerotto è sempre quello..., sì sì è sempre quello. Magari quando c’era la madre facevamo gli angeli, ma quando non c’era... pà tan che l’on584 , facevamo basta che sia, ’l pasarot l’e sempre cul...585 . Il prete? Uh uh, qui la gente era del prete. Mio cé era anche solo cattolico come me, quando avevamo altro da fare lasciavamo perdere quelle cose lì. Ma i preti comandavano. Al tempo di messa grande, a mezzogiorno, fuori della chiesa c’era sempre un gruppetto di giovani che se la contavano. Usciva il curato, alzava solo un braccio, e tutti correvano in chiesa. Comandavano i preti, e se uno poi avesse avuto bisogno di qualcosa glielo negavano, non passavano a benedirgli la casa, lo facevano passare per un senza Dio. 582 «Non abbiamo del pane con cui mangiarla. Se non hai il soldo tutto è caro». 583 Se andavamo a vegliare? 584 Mica tanto che quello. 585 Il passerotto è sempre quello.

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Qui a Valdieri i due lavori erano: fare il lusaté o fare il guardacaccia. Il capo dei guardacaccia era la massima autorità del paese: viveva in una palazzina, aveva il cavallo, una carrozza, il calesse, e l’attendente. Il guardacaccia aveva uno stipendio fisso tutto l’anno, era calzato e vestito, l’affitto di casa pagato, una mantellina gratis, e un carro di legna. Mio padre era batör, partecipava, alle battute e poi alla sera metteva in ordine i camosci morti. Erano trecento i batör, io da ragazzo sono andato tre anni a fare ’l batör, in trecento circondavamo la montagna al completo per spingere i camosci verso il re e i suoi amici di caccia, nel 1900 sono ancora andato a fare ’l batör con il re Umberto. A noi giovani davano cinque lire al giorno, ai batör effettivi dieci lire. Se era un vantaggio per noi avere la famiglia reale in vacanza a Sant’Anna di Valdieri? Un certo aggio lo davano. Erano trenta i guardacaccia fissi, trenta famiglie che vivevano bene. In agosto la regina Elena organizzava sempre la duna586 , c’erano sempre trecento quattrocento persone che arrivavano anche da Entraque. In fila, si passava sul ponte, e lì a ognuno regalavano dieci soldi. I reali dal palazzo guardavano. Regalavano anche qualche caramella e qualche galletta. Qui a Valdieri c’era il «Circolo monarchico Gesso», e lì andavano le autorità, la gente già un po’ ricca. Poi c’era la «Società», la «Società operaia di mutuo soccorso», e lì andavano quasi tutti i lusaté, erano un centinaio i lusaté, piuttosto socialisti, un po’ mal visti perché erano come i comunisti di oggi. Soldi da spendere all’osteria ce n’erano pochi. Nelle sere di autunno – dopo le castagne non c’era più lavoro, non erano ancora andati in Francia, per la Francia partivano tutti dopo i Santi – gli uomini si 586

La donazione.

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riunivano in tutti i cantoni del paese. Stavano lì a godersi l’ultimo sole, e intanto cantavano, facevano dei bei cori. Eh, ne andavano tanti in Francia con il fagotto, uomini e donne, passavano da la cola587 , andavano solo d’inverno, qui non c’era lavoro nemmeno a due soldi al giorno, per forza andare in Francia, andavano anche i ragazzi di dieci anni a fare i servitori. Le carte costavano poco, quattro soldi, ma tanti per non spendere andavano senza. Sono anche andato io, avevo già sedici anni, ma a lavorare duro, a fare il fieno e le uve nel Var. Poi sono andato a fare ’l leitasé, lì prendevo di più, trenta lire al mese, portavo il latte in città. La cena a mezzanotte, la sveglia alle quattro per mungere. Quando uno ha la salute tutto va. Eh, se avessi avuto del pane come ne ho adesso sarei venuto un palmo più alto! Poi sono tornato a casa per fare il soldato. Mio padre aveva tirato per me il numero, il centouno, un numero grosso che mi ha permesso di fare solo due anni invece di tre. La mia speranza era sempre di diventare guardacaccia, ma ero troppo piccolo di statura. Prima di partire soldato, per non perdere tempo, sono ancora andato a guardare le due vacche del re, a Sant’Anna, alle case reali. Lì vedevo sempre il re e la regina. Il re era sempre nervoso. Una volta, era mattino presto, ero lì col grembiule bianco e sull’attenti, il re mi ha parlato, mi ha detto:«L’eve già fait ’l suldà?» «No, maestà, st’utun vad suldà». «Faras ’n bun suldà»588 . Elena invece era graziosa, voleva sempre che facessi i tumin589 . Le vac587 Per dire dal Colle di Ciriegia o dal Colle delle Finestre, i due passaggi abituali. 588 «Avete già fatto il soldato?» «No, maestà, quest’autunno vado soldato». «Farai un buon soldato». 589 I latticini.

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che dei reali le facevano arrivare da fuori, avevano paura che le vacche del posto fossero malate. Arrivava il camion con su le vacche dei reali e la gente diceva: «Arivu le vache ’dla regina»590 . Dopo il servizio militare sono andato a lavorare a Ollieres Saint-Etienne, nelle miniere di carbone, con due miei fratelli. L’altro fratello era soldato altrimenti sarebbe venuto anche lui. Lì c’era gente di tutte le razze; anche dei greci c’erano, avevano i turbanti in testa, non erano ben visti, avevano dei coltelli lunghi così. Lavoravamo a novecento metri sotto, guadagnavo cinque lire al giorno. Avevamo buona volontà di stare poco tempo e portare a casa dei soldi. Il capo ci diceva: «Vuoi face ancora mezza giornata?», la sciolta591 delle otto ore finiva alle sedici, noi ci fermavamo altre tre ore, così invece di cinque lire prendevamo cinque e cinquanta. A volte lavoravamo anche di notte, una mala vita, l’aria era cattiva, mangiavamo un pezzo di pane là sotto, e poi avanti al lavoro. C’erano i cavalli là sotto che tiravano i carrelli, la galleria era molto lunga e piena di topi. Pensavamo che i nostri vecchi erano vissuti ancora peggio di noi. Quaranta di Valdieri erano andati a lavorare in una miniera di piombo e argento in Provenza, e si erano piombati i polmoni, tutte le sere si ubriacavano per disinfettare un po’, ma sono morti tutti giovani. I soldi li mandavo tutti a casa perché vedevo che a casa c’era la miseria. Sono rimasto sei anni di seguito in Francia senza venire a casa. Ogni tre mesi risparmiavo novanta lire. Allora prendevo in prestito dieci lire per poter spedire cento lire a mio padre. 590 591

«Arrivano le vacche della regina». Il turno.

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Nel 1908, ai primi di maggio, sono tornato in Italia e ho appreso che nella mia galleria di Ollieres SaintEtienne c’era stata una grossa esplosione. Nel 1910 decido di andare in America, «Vad ’n Merica bele cit»592 , mi sono detto. Mio fratello Bruno vuole partire con me. Non sapevamo niente dell’America, sapevamo soltanto che ’dla Prà ce n’erano in California, leitasé. Abbiamo chiesto alle famiglie ’dla Prà dove erano i loro parenti, ma non ci hanno voluto dare la direzione, erano gelosi. Allora abbiamo pensato di andare nell’Oklahoma, nelle miniere di carbone. Ci siamo decisi una domenica sera, il martedì siamo andati a Cuneo per ritirare il «nulla osta» militare, il giovedì eravamo già a Torino con il fagotto, con il sacco, e due giorni dopo ci imbarcavamo a Havre. Quando si è giovani si ha coraggio. La nave era il «Savoia» francese, saremo stati in quattrocento cinquecento sulla nave, quasi tutta gioventù, francesi, italiani; austriaci, di tutte le nazioni. Certe notti il mare passava sopra il bastimento. Mangiare poco, per il viaggio avevamo speso settantacinque scudi. Arrivati a New Vork, a Castel Garda, è salita sulla nave la commissione per la visita medica. Ci guardavano gli occhi e se avevamo l’ernia. Se ti riformavano ti facevano un segno col gesso sulla schiena, cuma ai beru593 , e avevi il viaggio di ritorno pagato. Appena sbarcato abbiamo sentito gridare in italiano: «Hotel Bertini. Chi vuole un albergo italiano?» È bastata quella voce per darci coraggio. Noi sapevamo che a Manchester, nell’Oklahoma, c’erano una ventina ’d paisan di Valdieri. Siamo andati alla stazione ferroviaria, lì era pieno di italiani in transito. Abbiamo preso il biglietto del treno, e lo tenevamo bene in vista, che i condutto592 593

«Vado in America anche se sono piccolo di statura». Come alle pecore.

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ri del treno lo vedessero. Sono i conduttori che ci hanno indirizzati al binario giusto. Nell’Oklahoma abbiamo subito trovato gli amici, i paisan. Un bravo giovane, un certo Giraudo, ci ha detto: «Arrivate proprio in un bel tempo, qui c’è sciopero, ventummila uomini fermi». Allora abbiamo fatto festa; siamo andati da una cugina di mia madre, «Stiamo allegri, – ci dicevamo, – qui siamo in America, siamo mica in Italia». Lì a Manchester nella miniera di carbone c’erano d’ogni dualità di gente. Lì abbiamo lavorato cinque anni. Si lavorava a contratto, cinque sei dollari al giorno. I soldi li mandavo quasi tutti a casa. Volevamo guadagnare, travaiavu fin che rubatavu594 , cinque sei tonnellate al giorno era la media del lavoro, ne facevamo sempre dieci noi. Certi giorni facevamo lavoro doppio, pur di guadagnare. C’erano italiani, francesi, americani, inglesi, e tanti neri, gente brava come noi. I bianchi se avessero potuto li ammazzavano tutti i neri: disprezzavano i neri come disprezzavano noi italiani. Gli americani che facevano i colpi, che facevano i banditi, si dipingevano la faccia di nero con la padella, così la colpa era sempre dei neri. Eh, Kennedv il presidente voleva mettere i neri al pari dei bianchi, l’hanno ammazzato! Poi è venuta la guerra del ’15. Io non volevo farla quella guerra. In America era una babilonia, non sapevano dove trovarci. C’erano i manifesti di chiamata ma ben pochi si presentavano. Si presentava qualche meridionale che voleva tornare a casa con il viaggio di ritorno pagato. Bisognava non avere bisogno di carte, di documenti dagli uffici, poi era quasi impossibile che ci trovassero. Mi sono sposato. Mia moglie era anche lei emigrata; era nell’Oklahoma da due anni, ho fatto la sua conoscen594

Lavoravamo lino a quando non crollavamo.

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za, l’ho vista vispa, mi ha detto sì, aveva quattordici anni e ventitre giorni, quando siamo andati al «matrimonio office» il segretario ha detto al capoufficio: «Jon, troppo giovane». E io ho risposto: «Orengo, tira avanti». Poi ho lavorato anche nelle miniere di ferro del Michigan, a Cristal Fars. Ricordo che in quei tempi è successa la faccenda di Sacco e Vanzetti, hanno fatto una colletta, io ho dato cinquanta soldi per salvarli. Nel 1921 io volevo ancora restare in America. Cul diau lí ’d mia fumna l’ha rablame via595 , ha voluto rimpatriare, diceva che avevamo già troppi soldi. Ma arrivato a Valdieri ho capito subito che i soldi erano pochi, e nel 1922 siamo ripartiti per l’America. Ci siamo lasciati alle spalle il fascismo, anche a Valdieri era successa la baruffa, Pinotu ’d Becia e i suoi figli i’eru ’nciarmà ’n tei sucialista, l’avíu ’n curage da sasin596 e se l’erano vista brutta. Anche Barilot, anche Vernera, se l’erano vista brutta. Barilot sapeva dov’era nascosta la bandiera socialista, i fascisti e la polizia la volevano la bandiera; ma Barilot con uno strappone è scappato, gli hanno sparato, l’hanno ferito, dopo il cimitero, dal pilone, Barilot è riuscito a nascondersi in un tubo dell’acqua, a salvarsi. Tornato in America ho lavorato nelle vigne di Los Angeles, in un’azienda di seimila giornate, trentamila tonnellate d’uva facevano, vini di tutte le qualità, Tokai, Angelica, Portos..., e poi i vini da tavola. Io lavoravo nella vineria. In Italia c’era il fascismo, ma in America ridevano del fascismo. Ci dicevano: «Voi avete un solo re, un solo king, invece noi ne abbiamo tanti king: abbiamo Quel diavolo lì della mia donna mi ha trascinato via. Erano introdotti nei socialisti, avevano un coraggio da assassino. 595 596

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Barben, il re delle patate; e Morgan, il re delle banche; e Rockfeller, il re del petrolio». Nel 1930 siamo tornati per sempre a Valdieri. Mia moglie diceva che pativa l’aria dell’America ma erano tutte storie, era più forte di un cannone. A. dire la verità quando ero in America avevo sempre un po’ in testa l’Italia, la nostalgia. Eravamo un po’ come i colombi che vogliono sempre tornare nel posto da dove sono partiti. Mio fratello Bruno? Bruno in America è stato solo otto mesi, poi mio padre gli ha scritto, è tornato a Valdieri perché c’era il posto da guardacaccia. Un giorno Bruno ha chiesto a Sua Maestà: «Maestà, ades as tuca ’ndé ’n guera anche nui?»597 . E il re: «I primi a ’ndé ’n guera seve vuiautri»598 . Si è dovuto fare tutta la guerra del 1915-18, e poi è. tornato a fare il guardacaccia. Io a Valdieri ho ripreso a fare ’l lusaté, l’ho poi fatto fino al 1966. Con i risparmi dell’America mi sono comprato tre giornate di terra e mi sono fatto fare questa casa. Se in quei tempi là ne andavano anche tanti in Argentina? Sì sì, ne andavano, e qualcuno si è fermato là, se erano delle famiglie grosse a poco a poco compravano della terra e facevano fortuna. Là trovavano a sposarsi. Gran parte di quelli che sono andati nell’America del nord sono tornati a Valdieri. Nell’America del nord sposarsi con un’americana voleva dire sposarsi male, altre abitudini, altre teste, mah, se uno voleva sposarsi la donna prima cosa gli chiedeva se aveva la macchina, l’automobile! Oggi la vita è cambiata, uh uh, è cambiata tanto. Cambiata in meglio. Andiamo troppo bene adesso. Ho letto un articolo qualche giorno fa, diceva che i senatori e 597 598

«Maestà, adesso tocca anche a noi andare in guerra?» «I primi ad andare in guerra siete voi».

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i ministri hanno paghe e pensioni favolose e c’è camorra molto più favolosa, e loro litigano e ridono, ma non possiamo farli andare in prigione, loro sono quelli che fanno mettere in prigione noi. Ma andiamo bene, non dobbiamo lamentarci troppo. I giovani di oggi? Eh, tanti birbun!599 A volte io conto loro le nostre miserie di quei tempi là, e ridono e sa cosa dicono? Disu che nui i’eru foi, perché l’han pà prüvù, ai nostri temp anche lur saríu stait foi cuma nui!600 . Se credo che l’uomo va nella luna? Sì che ci credo. Se fossi giovane vorrei andarci anch’io nella luna, ma per lucro. Ne hanno parlato tanto i giornali, leggo sempre il giornale, tutti i giorni. Peccato che non ho le scuole e non capisco tutto, ho solo fatto la quarta elementare, all’esame di quarta non meritavamo la seconda ma ci promuovevano lo stesso pur di farci fuori, la scuola di allora era povera, andavamo a scuola portando sotto il braccio un pezzo di legna da ardere, faceva così freddo nella scuola che la penna scappava dalle dita gelate... Chi non crede che l’uomo va nella luna a l’é ’ndaré ’d müsica601 : che mentalità che hanno, non credono alla realtà, vogliono aspettare che il Supremo venga giù a dirglielo? Mah! Tante teste tante idee. C’era uno che avrebbe voluto diventare un rospo, perché i rospi quando fanno quella cosa là stanno uno sopra l’altro un anno. Istu, füsa parei tanti lasaríu le patate da descausé...602 . Tanti birbanti. Dicono che noi eravamo stupidi, perché non l’hanno mica provata (quella vita), ai nostri tempi anche loro sarebbero stati stupidi come noi! 599 600

601 602

È indietro di musica (capisce poco). Cristo, fosse così tanti lascerebbero le patate da scalzare...

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L’ho girata tutta la California, paese per paese LORENZO BLUA detto Lancin, nato a Desertetto di Valdieri, casse 1884, contadino.

(10 agosto 1970 – Alda e Alberto Bianco). Qui una volta c’era mente, lavoro non ce n’era, la metà della gente non arrivava a farsi il pane, le famiglie al minimo erano di sei figli, certe ne avevano dieci dodici, possiamo parlare di miseria nel mangiare, non c’era un soldo di guadagno. La gente lavorava bene la terra, ma ci volevano le bestie che aiutassero, e quelle non c’erano. Il fieno si portava tutto sulla testa, andavamo a farlo su in montagna. C’erano di quelli che non posavano mai ’l mesou603 tutta l’estate, dalla prima erba fino a quando nevicava. Tutto il vallone del Colletto era curato, fino alla chiesa, fino alla Madonna, tutto lavorato a zappa, patate, segala, lenticchie, orzo, biada. Uno quando si levava la fame andava bene. Vi dico solo, pioveva sovente, faceva le stagioni, d’inverno neve enorme, la primavera già calda, la neve spariva ogni ventiquattro ore, c’erano due metri di neve, faceva delle cantine sotto e là c’era già l’erba che spingeva. Eh, allora c’era tanta gente. Al Desertetto, mi ricordo io, all’ultimo ciabot lassù, verso la cava, c’erano da ventitre a ventiquattro giovanotti e altrettante ragazze. Adesso è tutto deserto. Sì sì, io sono nato al Desertetto, sono nato vicino alla cappella. La mia famiglia era abbastanza numerosa, tre maschi, sei sorelle, più padre e madre. Io ho cominciato ad andare al pascolo alle capre avevo sette anni, andavo nei boschi su di là, solo, con trenta capre dal mattino alla sera.. Mia madre mi aveva fatto una saccoccia per la merenda che portavo a tracolla, 603

Il falcetto.

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dentro avevo un pezzo di pane e di toma, quando saltavo da una pietra all’altra la saccoccia mi batteva sui garretti e dicevo: «Il pane mi fa male». Scalzo, ero sempre scalzo, passavo ’sle ciapere604 , passavo sui bòsui605 , sentivo mai niente, avevo una crosta spessa sotto i piedi. Le prime scarpe le ho avute a dieci anni, e non potevo portarle, nen custümà606 mi davano fastidio. Alla domenica don Marro di Boves diceva la messa, appena fuori dalla messa mi toglievo le scarpe, le mettevo a spalle. Ho ancora portato i ciambirun, fino ai quindici anni, tenevano caldo. La suola era di pelle di asino o di cavallo, i vecchi avevano un ferro apposta per forarla, stracci attorno al piede, e sulla neve andavano benissimo. Mio cé raccontava che lui scendeva a Cuneo con i ciambirun e la lesa607 , la lesa carica di legna. In quei suoi tempi la gioventù non andava ancora in Francia, d’inverno lavoravano su nel bosco al taglio del faggio, piante alte, forti. Il primo del Desertetto che è andato in Francia io non l’ho più conosciuto, era l’anno 1850: è tornato dopo l’inverno, là si era guadagnato il pane, così uno dopo l’altro hanno cominciato ad andare in Francia. Non avevo ancora sedici anni sono già partito per la Francia, a piedi attraverso il Colle di Ciriegia, con altri tre abbiamo marciato fino a San Lorenzo del Var oltre Nizza, e da lì poi siamo andati a Saint Raphaël; alla ventura. Si andava in Francia senza carte, così, la polizia francese ci diceva niente. Finita la campagna, con l’inverno, restava più nessun uomo, a Valdieri. Il padre se aveva un figlio di sedici anni se lo portava dietro, andavano tanto a lavorare nella zona di Cannes, Sui ghiaioni. Spine. 606 Non abituato. 607 La slitta. 604 605

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nei boschi, a Cannes c’era una vetreria che bruciava le süche ’d brüch, i ceppi di brughiera, e lì c’era molto lavoro. Lì lavoravano anche alla notte quando c’era la luna. Alcuni facevano il carbone, le carbunere. A Saint Raphaël, girando, io e mio cugino abbiamo trovato un lavoro nella segheria ’d munsü Laudon608 , quaranta soldi al giorno, dieci ore di lavoro. Dopo una coppia di mesi ho chiesto l’aumento, gli altri prendevano tutti cinquanta soldi, dieci soldi di più mi mantenevano il pane. Lui mi ha risposto: «Tu e l’altro siete troppo giovani», mio cugino era anche della mia classe, è poi morto nel nord America. «Giovani, ma portiamo dieci ore al giorno i tronchi dentro e le tavole fuori, a spalle di filata, facciamo il lavoro degli altri, le stesse ore... Allora pagatemi le due giornate che mi spettano e vado via». «No, dovete dare gli otto giorni, dopo gli Otto giorni vi pagherò anche le due giornate che vi spettano». «E io non lavoro più, perdo le due giornate, che vi portino solo fortuna». E sono andato via. Abbiamo girato nelle cascine, alla fine siamo andati a raccogliere olive. Sono rimasto quattro anni in Francia, però tutte le estati venivo a vedere la mia famiglia. I soldi li davo quasi tutti a mio padre. Ho fatto un po’ di tutto in Francia. Mio cugino si è impiegato in una bastida, in una cascina, venti lire al mese e lo governavano. Io ho trovato lavoro da un certo munsü Rus, un genovese, uno che aveva disertato, un bersagliere, andavo su a la colla, in montagna a tagliare ’l brüch per fare le scope, venti lire al mese e governato alla lingera609 . Poi sono tornato in Piemonte per fare il soldato. Ho tirato il novantotto, la «rosa» era centoquaranta, il centootto l’ha tirato Tendin e ha fatto tre anni negli alpini, 608 609

Del signor Laudon. Trattato da povero.

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il centonove faceva solo due anni. Mi hanno messo nell’artiglieria da montagna, tre lunghi anni. Se non era di mio padre e di mia madre io scappavo da soldato, eravamo sempre sulla frontiera, c’era solo da scendere... Della mia batteria è scappato uno solo. L’idea di scappare mi è passata per la testa, ma non ho voluto date quel disgüst610 ai miei genitori, io ero troppo amante dei genitori. Altrimenti sarei scappato, anzi sarei rimasto in Francia. Io non sono mai stato volontario, vualà! Vite grame in quei tre anni. Su in montagna marce di quindici venti ore, zaino di trenta chili; i muli con diciassette miria sulla schiena, i muli più sono in salita più corrono, mio caro, lì attaccato alla cavezza, poi quando i muli scendono il servente del cannone deve rompere i colpi del carico, ogni passo uno strappone, arrivavo che ero morto. Un lavoro inutile, fare vite così per niente. Sì, il pane sotto la vita militare era migliore di quello di casa, ma ne davano poco, nessuno metteva pancia. Nel 1908 sono partito per l’America del nord; per l’Oklahoma, con un mio cognato che era appena tornato dall’Argentina. Non sognavo di fare fortuna, chiedevo solo di lavorare e guadagnare qualche soldo. Mi sono imbarcato a Havre, sul piroscafo «Chicago», era vecchio e piccolo, e ben pieno di emigranti, turchi, arabi, di tutte le razze. Mi pare di aver pagato trecentosettanta lire. Mangiavamo come i soldati, dormivamo nelle cuccette, sulle bigatere611 a tre piani. Dovevamo arrivare a New Vork in otto giorni, abbiamo avuto quattro giorni di burrasca straordinaria, le onde passavano da parte a parte, quando dondolava così non faceva tanta impressione, ma quando le onde lo prendevano di punta allora Dispiacere. Da bigat, baco da seta. Ripiani fatti di assi, usati per l’allevamento dei bachi da seta. 610 611

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il bastimento montava montava montava, allora dalle sedie dove eri seduto si staccava il culo, e il bastimento faceva crik e crak, ah cristian... Pensate un po’, faceva solo più cento centocinque nodi in quei quattro giorni. Così abbiamo avuto due giorni di ritardo. Arrivati là noi della terza classe ci hanno sbarcati nell’isola Castel Garda, dove ci hanno passato la visita medica, ci hanno guardati negli occhi. Poi in treno sono andato a Macalista, nell’Oklahoma che allora si chiamava Indian Teritori. A Macalista, il paese delle mine, tutte le case erano di legno. Tante le case di quelli di Desertetto, di cugini, di parenti: abbiamo trovato Desertetto in America, era così, avevamo gli indirizzi, uomini, donne, famiglie. Abbiamo continuato a parlare patois, come se fossimo stati a Desertetto, abbiamo fatto festa. A Macalista è dove c’era più gente di Valdieri, specie dei ciabot612 , tra famiglie e tutti saranno stati cento, di una famiglia sola c’erano cinque fratelli! Ho trovato subito lavoro in miniera, solo nelle miniere si trovava lavoro, la campagna era tutta deserta, in campagne c’era solo qualche indiano e qualche nero. In miniera c’erano italiani, neri, polacchi della Polonia russa e austriaca e germanesa, tanti della Polonia. Le cücie i’eru base, tüt a bota, tant la tona613 , più lavoravi più guadagnavi. Nel 1916 c’era la guerra ed è aumentato il prezzo perché c’era l’Union, una cosa seria, l’Union ci proteggeva: senza la carta dell’Union non si poteva entrare nella mina. Se uno si ammazzava l’Union faceva niente, si interessava solo della paga, per le disgrazie non c’era niente del tutto. In questa mina ho lavorato sei anni. 612 613

Specie dei Tetti (delle borgate). Le cave erano basse, tutto a cottimo, un tanto alla tonnel-

lata.

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Nel 1970 ho deciso di fare una gita attraverso gli Stati Uniti. Sono partito il 1° aprile da Macalista, sono arrivato fino a San Franciaco. Volevo vedere l’America. Sei mesi ho girato, la California l’ho girata tutta paese per paese. Ah, grandement bella, bella la campagna e buona la terra, la verdura cresceva talmente che si piegava, troppa potassa nella terra. Poco distante da San Franciaco di California, a Santa Rosa, sono stato quindici giorni nell’hotel di un tirolese, lì scavavano a fare canali, c’erano tante piante di riundela, di malva, ma giganti, le ho viste io, c’erano delle piante di riundela con due metri di radici. In questi sei mesi io ho sempre marciato che ero un francese, non ho fatto riconoscere in nessun posto che ero un italiano, là i francesi erano tanto rispettati, gli baciavano la mano al francese. In tanti stati l’italiano non lo volevano, perché l’italiano compra e vende il lavoro, negozia e poi lo cede ad altri, troppo camorrista... Sapete cosa dicevano? «Bled degu idli», non dicevano che erano bianchi gli italiani, ma che erano come i neri. I neri sono più bravi di noi italiani, ma gli americani li disprezzavano. Nelle mine ce n’erano pochi americani a lavorare! Negli anni della guerra 1915-18 ero là. Non volevo farla quella guerra. Hanno fatto un censimento di tutti gli italiani, io il questionario l’ho compilato presso la mia mina, ho dichiarato che se l’Italia mi chiamava non avrei risposto, c’era troppo pericolo nella traversata, per l’acqua, per i bastimenti. Piuttosto parto sotto la bandiera degli Stati Uniti. Così ho ricevuto una cartolina verde, mi avevano assegnato alla seconda classe come volontario, e non alla quinta classe degli stranieri. Ma poi le mine hanno fatto ricorso dicendo che se partivano tutti i minatori il tonnellaggio del carbone sarebbe diminuito, e ci hanno esonerati.

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Sono tornato a Desertetto nel 1927, a fare una gita, per vedere mio padre. Ma il 4 luglio hanno ratificato la, legge che limitava l’emigrazione dall’Europa, non sono più partito. Quasi tutti i miei risparmi dell’America, settemila dollari, li ho perduti con il Banco di Sconto che è fallito. Nel 1922 è venuto il fascismo. Mi sun mai intrigame614 . A qualcuno il fascismo ha dato vantaggio, a me no. Il fascismo per la gente di campagna ha fatto niente, ha fatto fallire un po’ di banche... Mah! Vuole sapere che cosa penso della vita di oggi? La vita è cambiata, ma è una vergogna, ’n vacabundage615 . Si parla di progresso: era più salute nel mangiare quando mi sono allevato io che adesso che si mangiano le bistecche, tutto artificiale. Oggi non ci sono leggi, c’è solo ladri. Ma così non dura. Succede una guerra mondiale, il secolo si finisce ma non in bene, il secolo si finisce distrutto, succede una guerra mondiale. Guardate le formiche, una deve ammazzare l’altra, quando non c’è più posto nella tana... I giovani di oggi? Ah! A scuola non gli insegnano nemmeno come è stata la nostra vita, cosa volete che sappiano. Quello che viaggia il mondo si istruisce di più di quello che ha le scuole: perché la carta cosa si scrive sopra lo porta, invece se uno vede impara, capisce. Io viaggiando ho imparato a rispettare tutta la gente del mondo, anche i neri che sono gente più brava, più franca degli italiani. La luna? Non ci credo che vanno sulla luna. Perché luna e sole sono due mondi inviolabili, senza quei due lì il mondo è alla fine. No no, non ci credo. 614 615

Io non mi sono mai intrigato (immischiato). Un mondo di vagabondi (in senso dispregiativo).

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I libri delle masche, i libri del potere GIUSEPPE BRUNO, detto Bep ’d Tïta Ciot, nato a Chiotti di Valloriate, classe 1893, contadino.

(3 aprile 1974 – Giuseppe Sanino). Eravamo cinque figli e padre e madre. Avevamo poca terra, tutta roba di montagna, e due vacche nella stalla. Ai Chiotti vivevano altre otto famiglie, tutte più o meno povere come la nostra. Nella zona erano pochi i ricchi, quelli che avevano tre o quattro vacche e l’asino: All’inverno dormivamo al trabià616 , sotto la volta della stalla. Padre e madre dormivano invece ’sla letera617 . D’estate dormivamo sul fienile. Le s-ciôu, l’essiccatoio delle castagne, era la nostra cucina. Mangiavamo tutto l’inverno castagne e patate. [...]. Non ricordo di aver mangiato della carne da giovane, nemmeno alla festa, nemmeno a Sant’Anna. L’ultimo giorno di carnevale andavamo poi a comprare due litri di vino, e mangiavamo la pastasciutta. Finito di mangiare noi bambini ci incontravamo fuori, e uno chiedeva all’altro: «Hai bevuto del vino?». E per dimostrare che l’avevamo proprio bevuto facevamo venire su una golata e la sputavamo sulla neve, come prova: Eh, era così. [...]. Io mi sono affittato la prima volta in Francia, a Barcellonetta, quando avevo tredici anni. Il 20 aprile là c’era la fiera. Sella piazza c’era il mercato dei pastori, eravamo sempre trecento e più bambini e bambine da affittare. Mi sono affittato per sei mesi vicino a Larche, la papa era cento lire e un paio di scarpe. Là stavo bene nel mangiare, avrei fatto la firma di mangiare sempre così. Il 616 Soppalco di assi che fungeva da giaciglio, detto anche bauti, o trabial, o cabec. 617 Sul giaciglio.

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secondo anno mi sono affittato sotto Gap, alla Rocca de Charnò, trecento lire di paga a guardare una trentina di pecore. Quando avevo sedici anni sono andato a La Lunda, viclno a Hyères, a zappare nelle vigne. Là gli scassi li facevano già a macchina, con le macchine a vapore, con gli argani che tiravano gli aratri. Guadagnavo quaranta soldi al giorno, due lire, e due litri di vino piccolo, ’d picütta. Sono rimasto in Francia fino al 1913, quando sono partito da coscritto. Ho dovuto fare tutta la guerra del’15, con il 2° alpini, battaglione Borgo San Dalmazzo. Ho combattuto sul Monte Ludin, Monte Nero, Rombon, San Michele, Santa Maria, Santa Lucia, Smerle...618 . [...]. Nei giorni della ritirata di Caporetto sono caduto prigioniero a Cividale, ci hanno mandati a Linz, poi a Innsbruck, dove mangiavamo soltanto patate e barbabietole. Lavoravamo ad aggiustare la ferrovia. Settecento grammi di pane da dividere in sedici soldati, avevamo fabbricato delle bilance per fare le razioni. Di millecinquecento che eravamo ci siamo salvati quattrocento. [...]. Poi la guerra è finita, sono tornato a piedi in Italia. A Piacenza ho preso il treno per Cuneo, poi ho raggiunto Valloriate. A Valloriate incontro una donna che mi chiede di che borgata sono. «Sono di Chiotti», le dico. «Ne sono morti due stamattina di Chiotti, sono morti di spagnola». «E chi sono?» «Tita Ciot e sua figlia». Mi sono messo a piangere disperato, sono entrato nell’osteria a bere qualcosa... Poi mi sono incamminato verso casa. Mio padre aveva sessantadue anni e mia sorella ventidue, erano lì morti. Mia madre era a letto malata, anche mio fratello era a letto malato. Soltanto la moglie di mio fratello era in piedi, con i tre bambini. Dopo due giorni anche mio fratello è morto. Mia cognata è tornata 618

Merzli.

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a casa sua portandosi via i bambini. Io sono rimasto solo con mia madre. Poi mi sono sposato, nel 1925 sono tornato in Francia, ancora a Hyères, ancora a lavorare alla vigna. Io guadagnavo dieci lire al giorno, e mia moglie cinque lire: lavoravamo anche di notte, al chiar di luna, pur di risparmiare. Nel 1937 sono ritornato a Valloriate. Con i risparmi della Francia abbiamo comprato ’n ciabot a San Pietro del Gallo, siamo riusciti a far studiare nostra figlia da maestra. [...]. Ma lei vuole che io le racconti le storie dette masche619 . Ne so tante, a Valloriate si parlava tanto delle masche. Chele ’d Lurens ’d Teve raccontava che una sera aveva lavato i recipienti della toma e voleva portare quel liquido su a lu meira620 per non sprecarlo, per darlo da bere alle vacche. Ma aveva paura ad attraversare il vallone ’d Chiafríe, il vallone delle masche. Infine ha preso l’asino, ha caricato i recipienti, è salito a cavalcioni déll’asino ed èpartito. Ma come ha raggiunto il vallone ’d Chiafrie sono arrivate le masche, che hanno incominciato a mungere il latte dalla schiena dell’asino, era un latte bollente, e glielo sprizzavano addosso. Poi le masche hanno accompagnato Chele fino a la meira, e gli hanno detto: «Hai avuto fortuna che eri a cavallo dell’asino, se no di te non ci sarebbe nemmeno più un’unghia». L’asino ha la croce sulla schiena, è il pelo che disegna la croce, così le masche non possono fare del male né all’asino né a chi lo cavalca. Nelle nostre borgate c’erano tre giovani, uno era Pietro, il fratello di Malin, io l’ho conosciuto, era un giovane che, aveva studiato, era un po’ maestro. Una domenica 619 620

Masche e mascun: streghe e stregoni. È l’abitazione-stalla all’alpeggio.

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questi tre giovani decidono di scendere a Valloriate a bere una volta e a fare una partita alle carte. Partono, bevono, giocano; poi uno di loro propone di andare ’n veia621 in una casa dove ci sono delle ragazze. Ma Pietro rinuncia, dice: «Ah, io vado a coricarmi». Prende la strada in salita, si incammina nel bosco verso casa. Arriva nel vallone delle masche, un vallone che era sempre asciutto, e vede che il vallone è pieno d’acqua, e vede che dalla montagna rotolano giù delle grosse pietre. Eppure deve superarlo quel vallone. Si decide, lo attraversa, ma quando è sull’altra sponda si accorge che l’acqua non l’ha bagnato. Allora si mette a urlare ben forte: «Stanotte l’avete combinata a me, ma domani notte la combino a voi. Me la pagherete cara». L’indomani mattina, era autunno, pioveva, Pietro si mette a segare della legna ben secca, prepara due grosse fascine, le sistema nello s-ciòu. Alla sera mangia cena, poi i suoi di casa vanno a vegliare in una stalla dai vicini, Pietro resta solo. Si accende il fuoco, prende il libro, si mette a leggere, a leggere, mentre nel caminetto l’acqua bolle nel paiolo. Dopo un po’ entra una donna e dice: «Buona sera». Poi ne entra un’altra, e un’altra ancora. Pietro non alza mai la testa, continua a leggere. «Chiudi il libro, – implorano quelle donne, – per l’amor di Dio chiudi il libro». Ma Pietro continua a leggere fino a quando lo s-cidu non è ben pieno di masche. A questo punto Pietro parla a tutte quelle donne, dice: «Guardate, io vi perdono. Ma giurate che non farete mai del male né a me né alla mia discendenza, se no vi farò passare tutte nell’acqua bollente». Le masche giurano, e lui finalmente chiude il libro. Allora si vedono tanti gatti che corrono giù nel bosco, miagolando, gnau gnau, tutta la gente che era ’n veia esce spaventata dalle stalle. Pietro aveva tanti libri, e quando è morto i suoi 621

In veglia (a vegliare).

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fratelli che hanno aperto quei libri si sono ricevuti degli schiaffi in faccia senza capire da dove arrivavano. I libri di Pietro erano i libri delle masche, i libri del potere. Una volta Titu, un mio vicino di casa, avrà avuto sessant’anni, va a Caraglio al mercato. Era autunno già un po’ piovoso. Mentre di notte tornava ai Chiotti, verso il Colle di Valloriate, vede nel vallone un chiaro, una luce: Titu si dice: «Questa sarà sicuro la pietra preziosa del rospo», perché si credeva che i rospi avessero una pietra preziosa nel collo. Titu abbandona la mulattiera, si incammina verso quel chiaro. Ma come gli arriva vicino vede una fiamma altissima che quasi lo acceca. «Oh povero me, non è la pietra preziosa del rospo!» Di corsa torna sulla mulattiera e poi grida ben forte: «Sia quel che Dio vuole, adesso sono sul confine di Valoria, adesso sono in casa mia». In quell’attimo, come risposta, sente un gran frastuono, come di tante orchestre. Per fortuna che ha pronunciato la frase «sia quel che Dio vuole», è la frase che l’ha salvato, la frase che ha spaventato le masche. [...]. Eh, ce n’erano su da noi donne conosciute come masche, erano tutte donne vecchie. C’era una dei Chiotti Soprano che in casa aveva i due figli sposati e le nuore. Tutti dicevano che era una masca. Quando questa donna si è trovata sul letto di morte non riusciva a morire, sperava solo che qualcuno andasse a trovarla e le desse la mano, solo così poteva trasmettere il potere della masca e morire in pace. Ma nessuno andava a trovarla, tutti avevano paura. Anche le nuore non si fidavano a darle la mano. Infine una delle nuore ha pensato di porgere alla suocera una scopa. Quella scopa si è messa a ballare nella stanza, poi ha infilato la porta, è scomparsa. È alla scopa che è andato il dono, il potere della masca. [...].

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Forse eravamo ottantamila i disertori PIETRO BRUNO, media Valle Stura, classe 1896, contadino.

(2 giugno 1973) La mia era una famiglia piccola, fame non ne ho mai fatta. Vivevamo a castagne, polenta, e pan ’d barbaria622 . Avevamo due vacche. [...]. A dodici anni sono andato la prima volta a Barcelonnette. Dal mio paese partiva un carro con i bambini sopra, pagavamo una lira per persona, ci portava fino a Pianche. Poi da Pianche a Barcelonnette andavamo a piedi. A Barcelonnette, nel mese di aprile, ogni giovedi c’era il mercato dei bambini; c’erano sempre trecento quattrocento bambini e bambine che si affittavano, alle dieci del mattino il mercato era già deserto, tutti affittati. Il primo anno, dal terza giovedì di aprile fino a San Martino, ho guadagnato centodieci franchi, la mia padrona era una vecchia sola, portavo le sue pecore al pascolo. Il secondo anno ho guadagnato centoventicinque franchi. Poi ho preso ad andare dalle parti di Grassa623 , all’inverno; cinquanta soldi al giorno a raccogliere le olive. Il nostro lavoro era in Francia o in America, qui non c’era da guadagnare une lira al giorno. Poi è venuta la guerra. Io ero negli alpini, battaglione Argentera. Siamo partiti con la tradotta da Borgo San Dalmazzo, eravamo tutti brilli, gli ufficiali ci avevano offerto da bere. Scaricati a Cividale, abbiamo raggiunto a piedi Caporetto. Da Caporetto vedevamo che sul Monte Rosso era un fuoco solo, non capivamo come lassù potesse vivere della gente. Tra noi ci dicevamo: 622 623

Pane misto di grana e di segala. Grasse.

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«Andiamo lassù, moriremo tutti». Mah, la guerra è una brutta bestia! Nel 1916, sul Monte Fiore; il capitano Giordanengo di Roccavione è stato un uomo. Il maggiore gli dice: «Tu prendi la compagnia, la 122, e la porti lassù». Giordanengo gli risponde: «I miei uomini hanno tutti una mamma. Io i miei uomini non li porto lassù». Allora il maggiore ha mandato la 117. Sono morti quasi tutti. Noi, giovani e vecchi, piangevamo a vedere quei disastri. E sull’Ortigara? Gli austriaci erano sull’alto, il terreno era scoperto. Andavamo all’assalto in pieno giorno. Tra i reticolati degli austriaci c’erano i varchi, e gli austriaci lì non sparavano, volevano che infilassimo quei varchi e ci arrendessimo. Finita un’ondata, morti quelli, avanti gli altri. Mah! Erano matti a mandarci così al massacro. Avevamo un tenente terribile, un lombardo. Un mio compagno mi dice: «Stanotte sono di vedetta, lo ammazzo». L’ha aspettato, con un colpo di moschetto l’ha buttato giù, l’ha ammazzato. Si è poi giustificato così: «Non mi ha detto la parola d’ordine, io ho sparato». Non è successo niente. Durante gli assalti noi avevamo l’ordine di sparare fino a distanza ravvicinata. Poi dovevamo andare all’arma bianca e scannarci con le baionette. Ma prima di arrivare alla lotta corpo a corpo un po’ scappavano loro e un po’ scappavamo noi, eh... Sul Monte Fiore una notte siamo andati undici volte all’assalto, gli austriaci erano tutti ubriachi. Una volta mi hanno mandato con una corvée a fare la pulizia in una trincea. Era piena di morti, cento e più morti, una gamba qua e un braccio là. Abbiamo preso quei morti, li abbiamo buttati giù dal burrone. La guerra era queste cose qui. Poi è arrivato il disastro di Caporetto. Sono rimasto ferito a una gamba. Da Serpenizza, trascinandomi, ho raggiunto il Tagliamento. Ho visto saltare il ponte con

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sopra la popolazione, erano quattrocento i profughi, sono tutti morti. Gli austriaci erano a duecento metri. Un mio amico mi ha preso a spalle, e a nuoto mi ha portato sull’altra sponda. Dopo la ritirata di Caporetto sono tornato al fronte, in linea. Un giorno arriva l’ordine: «Bruno Pietro e Luchese Bartolomeo si presentino al comando». Ci presentiamo al comando, siamo una trentina di soldati, tutti alpini. Un tenente degli arditi ci dice: «Voi siete tutti volontari, tutta gente pronta ad andare all’assalto». Ci smistano nelle retrovie. Venti giorni di istruzione. Dobbiamo saltare un largo fosso pieno di acqua profonda, dobbiamo strisciare sul terreno mentre le mitraglie sparano delle pallottole vere a file, delle nostre schiene. Non pochi dei miei compagni restano feriti. Poi ci mandano a Schio, al Campo Jolanda. Abbiamo i maglioni neri, con sullo stomaco la testa da morto. Abbiamo il pugnale. Abbiamo ancora il cappello alpino. La paga è di dieci soldi al giorno. Non sappiamo più cosa dirci. L’unico vantaggio è che mangiamo bene. Per la prima azione partono sessantatre camion di arditi. Ne tornano indietro ancora tre! La legge è questa: prendere la trincea in mezz’ora o in due ore, o morti o vivi. Quando andiamo all’assalto siamo mezzi ubriachi, i liquori dànno il coraggio nella testa. Liquori a volontà, purché andiamo avanti. [...]. Alla fine del 1917 resto ferito alla testa da due schegge di shrapnel. Cinquantadue giorni di ospedale a Novara, poi mi dànno un foglio con la proposta di quindici giorni di convalescenza. Devo presentarmi all’ospedale militare di Torino. Mi presento a Torino, dove mi dicono: «Il tuo reparto è stato formato in zona di guerra, tu sei un ardito. Devi tornare in zona di guerra, là ti daranno la convalescenza». Mi mandano a Mestre. Da Mestre mi spediscono a Verona, al 6° alpini. Da Verona mi spediscono a Treviglio. Nessuno mi vuole. Sono ormai

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tredici mesi che non torno a casa, tredici mesi di trincea. La testa mi fa male. Prendo il treno per Cuneo, torno a casa. L’indomani la testa mi fa più male del solito, arriva il medico di Borgo, e mi dice: «Guai se ti muovi di lì, devi stare a letto». Passano due mesi. Come fare a presentarmi? Se mi presento mi fucilano. Nessuno mi ha cercato: Scappo in Francia, a Grassa, dai miei vecchi padroni. Poi finisce la guerra, viene l’amnistia, forse siamo ottantamila i disertori. Mi presento al console di Tolone, torno in Italia. Mi processano, mi condannano a due anni, poi mi assolvono. Mah! Sul Rombon avevo visto fucilare due contadini che erano rientrati al reparto con ventiquattro ore di ritardo. Il colonnello aveva schierato sei soldati, e i due poveretti erano lì a pochi passi. «Sparate», aveva ordinato il colonnello, ma il plotone di esecuzione aveva sparato all’aria. Allora il colonnello ne aveva presi altri sei: «Sparate o sparo io a voi». E avevano sparato! Se i comandi non facevano così ne sarebbero rimasti ben pochi al fronte. [...]. Se Dio era così, era un Dio socialista GIUSEPPE ANTONIO BRUNO, detto Giüsep ’d Testa, nato a Demonte, frazione Cornaletto, classe 1892, contadino.

(2 febbraio 1974 – Mario Lanza). Eravamo padre, madre, due fratelli e due sorelle: un altro fratello era morto quando aveva tre mesi; era morto forse ’dla punciüra624 perché le stalle erano malsane. Avevamo tre giornate di registro, di terra a catasto, di cui pa624

Di tubercolosi.

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gavamo l’imposta al governo. Poi avevamo anche un po’ di terra comunale in affitto, di cui pagavamo il dovuto al Comune. Avevamo anche un po’ di terra a L’Arbré. Due le vacche nella stalla, e dieci capre e dieci pecore. Quasi tutte le trenta famiglie del Cornaletto erano come la nostra. Come vivevamo in famiglia? Proprio bene. Mangiavamo la polenta fatta con il granoturco di Cremona. Ci facevamo il pane, c’erano tre forni a Cornaletto Soprano. Eravamo tutti piccoli proprietari. A Cornaletto Sottano invece c’erano le cascine del conte Borelli, tre cascine di venticinque giornate ciascuna, di terra buona, condotte dai mezzadri. Il conte Borelli aveva altre quattro cascine nella zona, e poi era padrone di montagne. Era forse il più ricco di Demonte. Un altro ricco di Demonte era il conte Lanza. Noi mangiavamo tanta polenta e cavalé, polenta e toma grassa, e patate e tagliatelle al latte. La budria era la minestra di carote, patate, porri, un pugno di lenticchie e tagliatelle. Mio padre con il latte delle capre, delle pecore, e delle mucche, faceva i formaggi da vendere. Tutte le settimane portava in piazza due ceste di tome, tome di latte misto, buone. Vendevamo trenta Chili di toma alla settimana, erano trenta lire negli anni dal 1900 al 1910. In quei tempi un manovale guadagnava due lire al giorno di paga. Mio padre non aveva fatto le scuole, ma sapeva leggere e scrivere, aveva imparato da un contadino che sapeva. A chi gli diceva: «Ma perché non affitti i tuoi figli?», lui rispondeva: «Affittando i miei figli mando via la forza, la mando ad arricchire gli altri». Il vino costava cinque lire alla brenta, un po’ di vino in casa lo bevevamo. Coltivavamo le lenticchie, c’erano delle coste che non valevano una lira, terreni magri solo buoni da pecore e da capre, era là che venivano le lenticchie migliori. Mio padre le lenticchie belle le portava ai ne-

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gozi di Demonte, le cambiava con il riso. Un quintale di lenticchie scelte valeva un quintale e mezzo di riso. Mio padre quando seminava le lenticchie diceva sempre che seminava il... riso. Le bestie erano la ricchezza della nostra famiglia. All’autunno mio padre vendeva le bestie grasse, pecore e capre, a sette otto lire caduna. Le bestie con i denti guasti valevano solo cinque lire. Venivano i francesi a comprare, e volevano solo bestie sane, compravano capre, pecore, castrato, guardavano il dente delle bestie, contrattavano. Li ricordo ancora i francesi, sul mercato avevano una calza piena di marenghi. Ogni autunno dovevamo regolarci di tenere soltanto le bestie in base al fieno disponibile, a comprare del fieno non si trovava. Chi aveva sbagliato i conti e restava senza fieno era poi costretto a svenderle le bestie. Il fieno era oro. [...]. Posso dire che non ho mai fatto della fame. Mio padre aveva delle idee, non stava nella miseria, trafficava, prendeva sempre qualche iniziativa. La fame la faceva chi era troppo attaccato ai soldi, chi voleva risparmiare a tutti i costi. Ma i figli di questi contadini troppo ingordi, troppo avari, non appena erano adulti andavano via da casa, andavano a cercarsi un lavoro sotto gli altri, oppure emigravano in Francia o in America[...]. Il 5 settembre del 1912; sono andato a Piacenza a fare il soldato nel 21° artiglieria da campagna. Per me era come andare a lavorare sotto un padrone. Mi sembrava di fare niente in confronto a casa. Poi è scoppiata la guerra del ’15. C’era qualcuno che cantava, eravamo in tanti, ci facevamo coraggio. Io pensavo: «Per essere un buon guerrigliero non devo farmi uccidere». Sapevo che il nemico era arrabbiato e che se fosse venuto in casa nostra saremmo diventati suoi schiavi.. [...]. Sono stato sotto l’Altissimo, poi sul Monte Plava, poi a Campomulo, e

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sul Carso, a Doberdò e nel Vallone Rosso. [...]. Quando è venuta la ritirata dal Carso sono arrivato fino al Piave. Io avevo due cavalli da salvare, Argira, il cavallo del mio padrone, del tenente Izzo, e Torasia, il mio cavallo. Il tenente Izzo mi aveva detto: «Guarda, Bruno. Devi fuggire. Porta in salvo il mio cavallo». Nella ritirata ne ho viste di tutti i colori, la strada era un formicaio, c’erano quattro colonne, degli sbandati a piedi, delle carrette, delle trattrici, dei reparti un po’ inquadrati e dei cavalli. Sono anche svenuto durante la ritirata. Ho perduto il mio cavallo. Ma Argira l’ho portato al di là del Piave, l’ho consegnato al mio tenente! [...]. Nel 1919 sono tornato a casa, in congedo. C’erano le elezioni al Comune, c’era la propaganda, c’era la parlata625 sulla piazza di Demonte. Mi pareva che il socialista parlasse meglio degli altri, perché cercava di aiutare il piccolo. Con poche compagne ho fondato la sezione socialista. Alle elezioni il «socialista» è rimasto in minoranza perché il popolo non capiva, ma siamo riusciti eletti quattro. I contadini avevano paura dei socialisti, dicevano che era l’anarchia. Avevamo i preti contro, i preti mentre dicevano messa facevano propaganda. Noi, invece eravamo costretti a fare la propaganda di nascosto, passando ogni sera di casa in casa. I nostri nemici ci criticavano, dicevano di noi: «Si riuniscono a complottare. Sono pochi. Che cosa credono di combinare? Niente». Abbiamo cominciato in una ventina, e man mano che uscivamo con delle ragioni giuste il partito aumentava. Il prete dal pulpito diceva: «Ma voi socialisti credete o non credete che esiste Dio?». Noi non potevamo rispondergli perché rispettavamo la chiesa. Ma capivamo che il prete usava un modo prepotente di fare la propaganda politica. Noi eravamo cristiani, ma dicevamo: 625

Comizio.

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«La politica è una cosa e la religione è un’altra». Perché Dio è salito sul Monte Sinai, e ha detto al basso popolo: «Fuggite da lì, dove vi fanno lavorare sotto il bastone, dove vi fanno trascinare l’aratro. E poi loro mangiano il pane e voi mangiate solo miserie». Se Dio era così, era un Dio socialista, che voleva una società giusta, nuova, e non dei ricchi. Era un Dio che diceva: «Venite con me sulla montagna, che non sarete più sfruttati, che non sarete più schiacciati». Noi non eravamo contro la religione, noi dicevamo dei preti: «Ci credete voi in Dio? O fingete di crederci per dominare il basso popolo?» Poi è venuto il fascismo, e allora abbiamo visto i picchetti armati in chiesa, i soldati armati che presentavano le armi all’Elevazione! Noi avevamo creato una cooperativa di generi alimentari, vestiario, e altre cose. I negozianti e gli albergatori hanno incominciato a dire: «Noi paghiamo le imposte e voi ci danneggiate». Noi vendevamo senza lucro, ci bastava pagare le spese. La nostra merce costava metà prezzo. La nostra cooperativa aveva la sede nel palazzo del Comune. Nel 1925-26 i fascisti hanno minacciato di bruciarla, come avevano fatto a Torino, in Toscana, e da altre parti. I commercianti ridevano. Io ero ancora consigliere comunale, il nostro sindaco, il conte Borelli, ci ha detto: «Bisogna chiudere, altrimenti ve la bruciano la cooperativa». Così abbiamo svenduto tutto. Ho dovuto stare vent’anni in silenzio, fingendo di non essere contro il fascismo. Eravamo schiavi, prigionieri come topi in una trappola. Quasi tutti i contadini non capivano niente del fascismo. Quando poi, nel 1943, è incominciata la lotta partigiana, i contadini dicevano: «I partigiani sono contro di noi, ci prendono il vitello». E io a spiegare che i partigiani a volte erano costretti a requisire il vitello; dovevano

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vivere, non vivevano di aria. Io tenevo per i partigiani, dicevo che avevano ragione. Io, li aiutavo i partigiani. Uno dei miei figli, Guido, del 1921, era disperso in Russia, con gli alpini. Era ammalato prima di partire per la Russia, aveva fatto le febbri maltesi. Io gli avevo detto: «Marca visita e farai il sedentario». Ma lui si era lasciato convincere dai compagni. Io avevo fatto quattro anni di guerra, io sapevo. Al cinematografo avevamo visto assieme la ritirata di Napoleone. Guido pensava che quello spettacolo non fosse vero, che fosse solo per divertimento. Io invece sapevo che era storia vera. Erano tanti i giovani che vinti dalla propaganda partivano per la Russia come ad andare a nozze. [...]. Che cosa penso della montagna di oggi? Io sapevo che lei sarebbe venuto a interrogarmi, e allora ho scritto questo Programma improvvisato per aiutare la montagna626 . Leggo le prime righe, incomincia così: «Non si deve premiare chi lavora nella grande proprietà redditizia, indebolendo lo Stato. Ma si deve premiare chi è capace di lavorare nel rustico senza chiedere niente allo Stato, allevando famiglie forti e robuste perché ancora nutrite di vegetali e carni naturali, come Dio diede alla natura. Certe politiche guidate dai socialisti italiani per rafforzare il governo a favore dei piccoli contadini non sono state ascoltate finora da nessun governo, perché i piccoli hanno bisogno di lavorare oggi per mangiare domani, mentre i grandi accumulano la roba nei magazzini e la lasciano piuttosto marcire prima di darla fuori a buon prezzo sui mercati». [...]. 626 Relazione di dodici pagine, in cui Giuseppe Antonio Bruno suggerisce come si dovrebbero organizzare gli allevamenti del bestiame, come si dovrebbero sfruttare i pascoli montani.

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Il mio moroso mi ha rubata MARGHERITA ALLIETTA, nata a Trinità di Demonte, classe 1889, contadina.

(10 novembre 1971 – Giacomo Vera, Giovanni Migliore). Quando sono nata c’erano tre metri di neve, mi hanno perduta lungo la strada quando mi hanno portata a battezzare a Demonte, ero dentro a una cesta, mi hanno poi subito ritrovata. Quando mi hanno portata a vaccinare è andata meglio, non c’era la neve, ero dentro a una cesta sull’asino, io da una parte e un bambino dall’altra, ün per banda ’dl’asu627 . Eh, siamo nati e cresciuti con la miseria, mangiavamo la miseria. Ma fame vera non ne abbiamo fatta, mangiavamo quello che avevamo. Facevamo polenta e latte, mio padre ci obbligava a mangiare con la forchetta per paura che pescassimo troppo latte. I maccheroni a carnevale, Pasqua e Natale. Poi ’d bodi628 , porri, cavoli. La notte di Natale c’era poi un po’ di caffè di orzo. Eravamo quattro sorelle e un fratello, io ero la più giovane. Tre sorelle sono morte da piccole, di tosse asinina, mio fratello è morto in una disgrazia lavorando al bosco, padre e madre sono morti nel 1920 il giorno dell’Epifania sotto la valanga ai Purassa. Eh, dormivamo nella stalla sul gabet, sul bauti, sotto la volta, tra le ragnatele. A nove anni ero già a servire nella borgata. Com’eravamo vestiti? I bambini con ’l tumbarel, con i pantaloni che si aprivano sul sedere, e le 627 628

Uno per parte dell’asino. Delle patate.

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bambine con la vestina e baste. Le ragazze portavano la veste e sotto le braie spartie629 . Più o meno eravamo tutti poveri. Mio padre d’inverno andava in Francia per guadagnarsi la boba630 , andava sopra a Marsiglia a lavorare alla mina. Io a dieci anni andavo in montagna da manuala a fare i fieni, a fare i fiori, a cogliere le violette, venti soldi al giorno guadagnavo alle violette, venti giorni di fila per prendere venti lire. A diciassette anni sono andata in Francia da serventa631 . [...]. E quando mi sono sposata? Mio padre non voleva che mi sposassi, voleva che aspettassi ancora un anno. Io avevo vent’anni e il mio moroso ne aveva ventotto, era un margaro, ci parlavamo da otto anni. Lui una notte mi ha rubata. Oh, succedevano queste cose, avevano già rubato quattro o cinque ragazze della frazione, una sola non si era poi sposata. Una notte abbiamo fatto la vià insieme, poi mia madre mi ha detto: «Domani mattina ricordati che c’è la messa da morto». Ma io sapevo già di scappare. Ero nella stalla che mi aggiustavo i capelli, e intanto mangiavo un pezzo di pane e mi dicevo: «Per un po’ non mangerò più». Mi i’eru ’ncu nen fora tua632 , ero minorenne, allora con noi doveva venire uno della borgata per testimoniare che ero io che avevo rubato il mio moroso. Eh già; così il mio moroso non era responsabile. Siamo scappati in tre, io, il mio moroso, e il testimone. Siamo scesi a Demonte, dove abbiamo preso alloggio all’osteria di Tartaglia. Poi l’indomani mattina il mio uomo è tornato su da mio padre a ciameie la Le mutande spartite (aperte). Il mangiare. 631 ’L servitù e la serventa sono il giovanotto e la ragazza che vanno a servizio in campagne. 632 Io non ero ancora fuori tutela. 629 630

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cuntenta633 . Aveva paura, ma tutto è andato bene. La sera ero già a casa, e poco dopo ci siamo sposati a Demonte, abbiamo fatto il pranzo in sette otto, io avevo ’l cutin bianc634 , pioveva e avevo paura di sporcarlo, ventinove lire ha speso il mio sposo nel pranzo di nozze. Alla sera siamo tornati a Trinità, per cena mia madre aveva pronta la minestra di fagioli. Poi siamo partiti per Ruffía, dove avevamo comprato l’erba635 . La gente di là diceva: «Ariva, ariva, l’ha rubà la spusa, la spusa ariva»636 , io ero vergognata, mi sono nascosta sotto la coperta del carro perché non mi vedessero. Non c’era nemmeno un letto, abbiamo accostato due panche, un po’ di paglia, abbiamo dormito nella stalla. [...]. Se a Trinità c’erano delle masche? Si si che c’erano, e tante anche. Una mie zia, magna Pina, era una masca. Ha mai detto a nessuno gli anni che aveva, all’ospedale non riusciva a morire, siamo andati per vestirla perché la credevamo morta ed era di nuovo viva, era altroché una masca quel diavolo là. Ne ha combinate... Noi avevamo comprato un pezzo di terra da lei, senza fare lo strumento, solo con un uomo come testimone. Quando il testimone è morto ha voluto di nuovo la terra. Tutti dicevano che era una masca. La picchiavano, era sempre livida, del colore della lavanda. Una volta che è venuta in casa di un vicino, la casa tremava tutta e le casseruole ballavano. Noi avevamo alcune bestie e lei ci chiedeva sempre: «E le bestie stanno bene?». Una volta ne sono morte due in una settimana. Tutta la gente la temeva, la chiamavano la Pinassa. In una famiglia c’era una A chiedergli la cuntenta, l’autorizzazione. Il vestito bianco. 635 Comprare l’erba: comprare il fieno e l’erba, per svernare (cioè affittare una stalla con la dotazione di foraggio). 636 «Arriva, arriva, ha rubato la sposa, la sposa arriva». 633

634

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bambina riuscita male, malata: dicevano che la colpa era della Pinassa che le aveva dato della roba da mangiare. Un nostro parente aveva le bestie da bast, il mulo e l’asino, che morivano. Allora è andato da un setmin637 che gli ha consigliato di attaccare qualcosa di benedetto alle orecchie delle bestie malate. Quando magna Pina se n’è accorta ha detto: «Maledetta quella mano che ha appeso quelle cose lì alle orecchie», era arrabbiata perché non poteva più fare del male. Una figlia di magna Pina che viveva in Francia ha avuto un bambino morto in una disgrazia. L’indomani magna Pina aveva già indovinato la disgrazia, sapeva già, girava nei campi e gridava la notizia a tutti. Eh, se sono masche... La gente diceva che era lei che aveva fatto morire quel bambino a distanza. Sì che credevamo nelle masche. A messa le masche voltano la schiena all’altare, quando il prete si presenta con il Santissimo. [...]. Che cosa ricordo della guerra? Ricordo che non avevamo paura dei partigiani, mentre invece avevamo una grande paura dei tedeschi e dei «Muti». Su a Bandia, nell’agosto del 1944, i tedeschi hanno ammazzato Pietro Beltrando, un nostro cugino, padre di cinque figli, e un margaro che era con lui, Bertino di Monasterolo. Dopo due giorni li hanno scesi ai Puracia, il Beltrando l’hanno sotterrato, il Bertino è rimasto nel deposito del camposanto. Da Demonte è salito su Cheiu638 con il carro per prelevarlo, non ha trovato solamente uno che lo aiutasse a portare la cassa, tutti avevano paura. «Se nessuno mi aiuta trascino la cassa con il cavallo», ci ha detto Cheiu. Allora io e un’altra donna l’abbiamo aiutato. [...]. 637 638

Settimino. Cheiu, il becchino di Demonte.

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Qui ormai non si può più vivere, qui se la gente dovesse solo mangiare sulla terra morirebbe di fame. Il settanta per cento della nostra terra di montagna è ancora intestata ai morti, qui la terra è dei morti. La guerra... Vedevamo solo un gran massacro ANDREA MARINO, detto Ciulin, nato a Vinadio, frazione Lentre, classe 1885, contadino.

(18 giugno 1970 – Adelina e Assunto Bianco). Mi sono allevato non c’era nemmeno pane per uno, mio padre ci ha allevati nove, quattro figlie e cinque figli, avevamo un po’ di prati di montagna, na vaca e ’n bucin639 , ci siamo allevati a ciarduse, ’d servage640 , li facevamo cuocere con un po’ di latte e li mangiavamo con la polenta, un po’ di patate, pane poco, non ce n’era. Il pane d’estate lo facevamo ogni mese, e a settembreottobre facevamo le cialende, sei sette fornate, a maggio mangiavamo ancora quel pane duro, lo tagliavamo cul taiet, pan ’d sel, parluma pà ’d pan ’d gran641 . Lentre faceva tre gruppi di case, dei Gian, ’d Bidun, di Ciulin, sessanta abitanti solo a Lentre, centouna persona i tre gruppi di case assieme. A scuola, a Lentre, erano sempre trentaquattro trentasei gli scolari. Il maestro era messo dal Municipio, i padri pagavano. Io scuole ne ho fatto niente, i genitori non mi mandavano. Cosa farci: ho imparato da soldato a fare la mia firma. Eh, c’era miseria allora, più o meno eravamo tutti allo stesso Una vacca e un vitello. Erbe selvagge (specie di spinaci). 641 Con l’attrezzo tagliapane, pane di segala, non parliamo di pane di grano. 639 640

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piano, ecco perché sun scapase642 , a Marsiglia, da ogni parte in Francia, partivano da buceta643 , andasíu a guardé, a fé i paster644 subito dietro il Colle della Maddalena, fiöi e fie645 . Andavano in là in primavera, in aprile maggio, tornavano in qua prima dell’inverno con venti venticinque lire, così era quando ero giovane. Gli uomini sono andati tutti in Francia, andavano a Lüc, nel Var, nelle miniere, oppure a lavorare in campagna. Là si guadagnava qualcosa, qui c’era niente. Così le famiglie si disfacevano, perché si sposavano là. Anch’io a sedici anni sono andato nel Var, a piedi; da solo. Qui a Vinadio quelli della nostra qualità di campagna la maggioranza viveva come noi. In America ne sono andati pochi; tutti verso la Francia, ma queste nostre famiglie non si sono mica perdute, sono lì in Francia. Padre e madre ci facevano filare diritti, e noi ubbidienti, se no cinghia..., cinghia nel mangiare: In Francia andavamo volentieri, ci trovavamo meglio anche nel mangiare. In Francia ho lavorato a venti soldi al giorno, in campagna, cul bicu a fé le cutüre ’nle vigne646 , nel Var. Chi comandava nella mia famiglia? Quando toccava al padre comandava il padre, quando toccava alla madre comandava la madre. Il figlio più vecchio aveva più forza e comandava i fratelli più piccoli647 . Con un paio di zoccoli nei piedi andavamo avanti, e gli uomini portavano i ciambirun, la suola era fatta con Sono scappati. Da ragazzini. 644 Andavano a governare, a fare i pastori. 645 Ragazzi e ragazze. 646 Col picco a fare gli scassi nelle vigne. 647 Il figlio più vecchio, in alcune zone, era denominato ’l fuete, il frustino, proprio perché esercitava la funzione del comando. 642 643

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il cuoio degli imballaggi dell’America, tutto il contorno della suola veniva bucato, nei buchi passavano le corde che tenevano fermi attorno al piede gli stracci. di lana. Vestiti come potevamo, con i pantaloni di drap, di lana filata in casa e poi portata a tessere a Bagni di Vinadio. Quasi tutti non portavamo mutande, io ero sempre pelato qui perché il drap era ruvido e grattava. Niente calze. Le donne filavano anche la canapa per la teila ’d cà648 . Per casa avevamo un fienile, na crota649 che faceva da cucina, più che abitavamo era nella stalla. A vié si andava da uno e dall’altro, ma quando il padre era severo li teneva tutti in casa. I nostri divertimenti di allora? Cun la lesa650 a scivolare d’inverno. Le domeniche gli uomini scendevano in paese, erano poche le ciuche651 perché costavano. Ho tirato il numero a Vinadio, su centoquaranta ho tirato il centoquattordici e ho fatto due anni di soldato. Per forza andare volentieri da soldato, era così... Poi è venuta la guerra, ero sposato con due figli, ho dovuto lasciare la moglie con padre e madre e le masnà652 , e partire. La gioventù non voleva mica andare in guerra, anche qui se sbrüiavu per nen pasé abil653 , e poi cosa fare, più che partire. La guerra..., vedevamo solo un gran massacro! Andare a rubare la terra a uno e all’altro, la guerra ce l’hanno fatta fare solo per far ammazzare la gente..., oh povre mi654 ! Noi abbiamo fatto quattro Per la tela di casa. Una cantina (una grotta). 650 Con la slitta. 651 Le ubriacature (le sbronze). 652 I bambini. 653 Si sbrogliavano per non passare abili. 654 Oh povero me. 648 649

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province e poi gli altri ce le hanno mangiate, quelli che hanno poi perduto la guerra del 1940. Io sono rimasto ferito a Tolmino a una gamba, quattro anni mi sono tenuto quella scheggia nella gamba. Mio fratello Onoré è rimasto ferito da una bomba a mano agli occhi, era negli alpini, è tornato cieco completo, gli hanno poi dato una piccola pensione. L’altro mio fratello Pietro era in fanteria, è rimasto prigioniero a Caporetto nella ritirata. Io ero con il battaglione Val Cenischia del 4° alpini. Al momento di Caporetto ero a Serpenizza, siamo saliti sul Monte Stol, poi scesi a Nimis, noi sul Serpenizza eravamo trincerati che se non c’era il tradimento giammai ci vincevano, ma lolí l’han falu a spres655 , ci hanno fatti scendere a Nimis, lì ho visto passare il re con la macchina e via scappava, quaranta giorni avanti e indietro, soldati, popolazione tutti mischiati, uh, cose ’dl’aut mund, cose ’dl’aut mund656 . Abbiamo passato il Tagliamento per tempo, poi hanno fatto saltare il ponte, con bestie uomini donne bambini di tutto, cose dell’altro mondo. Le guerre le fanno solo per distruggere. Dopo Caporetto l’impressione era che fosse tutto finito. A Bassano ci hanno riordinati, e poi mandati sul Grappa, sul Salarolo, prima di Natale, e appena montati lassù siamo andati all’attacco quattrocento soldati e sette ufficiali, e ritornati in tredici. [...]. Finita la guerra ancora grazie poterci ritirare a casa, ’d cansun l’han disne657 , promesse tante, e poi niente. Aspetto ancora adesso la polizza del cavalierato di Vittorio Veneto, qui c’è solo un maresciallo che l’ha ricevuta. Ma quella cosa lì (la ritirata) l’hanno fatto apposta. Cose dell’altro mondo. 657 Delle canzoni ce ne hanno dette. 655 656

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Finita la guerra ho ripreso la mia vita di prima. Pietro, congedato, è rimasto qui un mese, poi è subito scappato in Francia. Qui poi è venuto il fascio, ero mica d’accordo con il fascio perché vedevo che l’affare non andava bene, essere maltrattati dai mandian658 , nel 1922 venivano con i manganelli, quelli della prima ora, e andavano a prendere a casa quelli che non si piegavano, e gli davano olio di ricino, qui c’era Biscara e altri... Casimiro era mio coscritto, era di Pratolungo, era contrario al fascio: i fascisti di qui sono andati a cercarlo, è scappato da un tetto all’altro, ha preso su, e via in Francia, i fascisti vüsíu barbelu659 . La più parte della gente non era per i fascisti, perché mandian, perché non ragionavano, picchiavano solo. Se il fascismo ci ha portato dei vantaggi? Niente, niente. Per via del fascismo ne sono scappati tanti uomini in Francia, sensa papé660 . Quando il fascismo ha deciso di bloccare quelli che andavano a lavorare in Francia ha ottenuto questo risultato, che tanti sono andati lo stesso in Francia, era tutta gente che aveva fatto la guerra e non aveva paura di niente, e non sono mai più ritornati. Poi viene la seconda guerre mondiale, enta piela661 . La guerra contro la Francia, i fratelli di qua e di là, li fanno combattere uno contro l’altro. Qui era «zona di operazioni», siamo dovuti scappare a Bergemoletto, con le bestie, tutto di corsa, il 9 giugno. Poi è avvenuto un po’ di tutto, con i tedeschi, con i fascisti. La guerra è la guerra. Qui c’erano anche i partigiani, anche quelli lì, no, no, oltre che fare del bene facevano anche del Dai pelandroni (dai fannulloni). I fascisti volevano ammazzarlo. 660 Senza carte (senza passaporto). 661 Bisogna prenderla. 658 659

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male, facevano bruciare le nostre case, Lentre l’hanno bruciato, nui ’ntanà ’n’na quintania662 mentre i tedeschi bruciavano. Hanno bruciato a Lentre; a Castellar, ai Pigaglio..., nella primavera del 1944. E la battaglia del Natale 1943?. Qui Bastianot era ferito, era un contadino di Neraisa, l’ho preso sull’asino e l’ho portato su in salvo, e i tedeschi da ogni parte. Con i partigiani non potevamo discutere perché i’eru ’ncuntrari a nui, bele fait, che nui l’avíu stabilí, ferm, e lur cercavu ’d bataié, tirava la tempesta da nui663 . Mi hanno preso una bella manza, me l’hanno pagata un po’ meno dell’ammasso, e io a dire a Victor e al comandante: «Lasciatemi quella manza, ho due vitelline, uno me lo pagate e l’altro ve lo regalo», e loro: «Noi abbiamo una popolazione da far mangiare; non guardiamo le vostre storie». Nui i’eru gent ferma664 , la pensavamo così. La nostra montagna oggi? I giovani scappano tutti, qui restiamo noi vecchi e dobbiamo lavorare per vivere. I giovani sono tutti in fabbrica, ma se il lavoro cessa non so cosa faranno. A forza di fare macchine, ’ste fabbriche... La pensione contadina, oh perdio ci aiuta bene, soccorre tante famiglie, con diciottomila lire viviamo. Ci fa pena vedere tanta terra abbandonata, qui ci saranno quattromila cinquemila giornate incolte da più di vent’anni. Tanti proprietari sono all’estero, io direi di fare un blocco di tutta la terra abbandonata e fare una montagna e il Comune la affitti ai pastori da farla rendere. Oppure la Forestale prenda tutta questa terra e faccia delle piantagioni di larici, di abeti. Qui la proprietà, Noi rintanati in un’intercapedine tra due case. Perché erano su posizioni contrarie alle nostre, ecco fatto, noi eravamo ancorati, fermi (ancorati alle case), e loro cercavano di battagliare, attiravano la tempesta su di noi. 664 Noi eravamo gente saggia (o meglio, con un’idea solida). 662 663

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la terra, è come un foglio a quadretti, un pezzetto di qua un pezzetto di là, come tanti francobolli. Tra noi vecchi queste cose ce le diciamo, ma in Comune non ne parlano mai di questi problemi. Io di politica non mi interesso, vado a votare, sono anche stato assessore nel Comune come indipendente, ma niente politica. Che cosa era il prete per noi? Nel passato c’era don Otta, sa cosa faceva? Il 1° dell’anno, qui a Vinadio allora c’era più di quattromila persone, la gente andava a messa, poi sostava tutta sulla piazza della chiesa, c’erano tanti tanti bambini. Don Otta aveva fatto bollire dui peirol665 di castagne, il curato apriva due finestre della parrocchia, poi lui e l’arciprete buttavano giù le castagne, aveste visto ’sta gente, come uno sciame di vespe. Dopo don Otta è venuto don Quaranta, quello era un testone duro. Poi don Renaudo, poi don Marchisio. Erano personaggi importanti per confessare le donne, per convincerle. «Mai mettere quella materia fuori da quella porta», dicevano alle donne sposate, la contavano sempre così, loro erano per le famiglie numerose. La gente allora teneva tanto per il prete, adesso tante di meno, per le donne quello che diceva il prete era sacro, era vangelo. Io ho mai ascoltato i preti. La luna? Acché, ’n’autra storia lí, bale...666 . Con quei miliardi organizzassero un po’ meglio la vita qui. Quando i generi e le figlie e una nipote che studia a Parigi vengono a trovarmi vogliono farmi credere che l’uomo va sulla luna. «Ma va ’n po a cugiete»667 , dico loro, non ci credo. Due pentoloni. Macchè, un’altra storia lì, balle... 667 «Ma va un po’ a coricarti» (per dire: «Smettila di prendermi in giro, togliti di mezzo»). 665 666

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Ma torniamo a parlare della nostra montagna. Se andaste a Castellar, tutta terra abbandonata, e una volta c’erano sedici famiglie e non c’è più nessuno. Repügna...668 . Molti sono in Francia, s’ne batu le ciape...669 . Sì, la vita adesso è cambiata in meglio. Io ricordo ancora Vinadio con tutti i tetti di lose670 o di paglia, adesso i tetti sono quasi tutti di lamiere. Ma se le fabbriche si fermano a forza di fare macchine, che cosa succederà? Io lavoro ancora oggi come una volta, venti ore su ventiquattro, lavoro la campagna, ho tre vacche, alla sera torno stanco e mi attacco alla coda dell’asino, arrivo a casa e briculu671 ancora, io ho sempre da fare. Tornare a casa era l’entusiasmo del nostro pensiero PIETRO BAGNIS, detto Pierotu, nato a Pianche (Vinadio), classe 1890, contadino. CATERINA ARNAUDO in BAGNIS, nata a Pianche (Vinadio), classe 1890, contadina.

(24 ottobre 1971 – Nino Rolando, Adolfo Tosello). Pietro Bagnis: Come vivevamo nel 1900? Di miserie. Non parliamo della miseria che io ho visto in mia gioventù, la fame che ho visto... Eravamo quattordici in casa, nonno e nonna, zii e zie..., si viveva su due vacche e un po’ di capre e pecore. La pulenta ’d frumentin, la polenta di grano saraceno era il principale alimento, una polenta verde con un po’ ’d leità672 andava bene. Mio padre si toglieva la polenta dalla bocca per darcela. MangiaRipugna. Se ne battono le chiappe (per dire che a loro il problema non interessa più). 670 Ardesia. 671 Faccio piccole cose (piccoli lavori). 672 Latte scremato. 668 669

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vamo tante castagne secche, d’inverno si viveva a castagne. Usavamo il petrolio come luce, come illuminazione: il petrolio e il sale erano gli unici prodotti che compravamo. Mio nonno mi raccontava di essere vissuto ancora peggio. Guardate, i nostri vecchi si sono nutriti con le ninsole673 , cose che vengono nella terra, grosse come noci, nere, un po’ dolci, ma che avevano solo il gusto della terra. Le facevano cuocere come le patate. Un po’ anche mio padre ne ha ancora mangiate, ne ho ancora assaggiate io. Nel secolo scorso c’era chi mangiava le serpi, così ho sentito dire: tagliavano la testa alle serpi, le condivano con un po’ di sale rosso, di sale da pastorizia, e con le patate le serpi erano buone. Le donne filavano e cardavano la lana. A Bagni di Vinadio i tessitori fabbricavano ’l drap, una stoffa fortissima con la quale si facevano coperte, giacche, pantaloni. Le donne filavano la canapa per le camicie e le lenzuola. Gli asciugamani? Non sapevamo cosa fossero. Fino ai sette anni anche i maschi portavano la vesta. Le donne non sapevano che cosa fossero le culotte. Ho ancora portato i ciambirun. Pelavano una vacca, e dalla pelle non conciata, secca, ricavavano le suole. Un po’ di stracci di lana o di sacco legati attorno al piede, e la calzatura era completa. Anche gli zoccoli erano fabbricati dai nostri vecchi. Con due vacche si era già un po’ ricchi. Chi aveva una vacca e chi niente, c’erano delle famiglie numerose che vivevano su cinque o sei capre. L’oste e il tabaccaio erano un po’ benestanti, gli altri eravamo tutti sul medesimo grado di miseria. Non c’era lavoro, non c’era guadagno. Durante l’inverno chi non era scappato in Francia guadagnava qualche soldo a togliere la neve, dal mattino presto a sera tarda per venti soldi, una lira al giorno. Qui 673

Letteralmente: nocciole.

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a Pianche vivevano trecento persone, adesso siamo ancora cinquanta. Le nostre case non erano come sono oggi, con le stanze. C’erano solo stalle e fienili. I vecchi dormivano nelle stalle, su un palco di tavole, e sotto c’erano le pecore, le vacche, i maiali. I giovani dormivano sui fienili. Io dormivo sul fienile, sempre, estate e inverno. Avevo dieci anni quando una notte è venuta una burrasca di neve. Al mattino, come mi sono svegliato, potevo fare così, potevo mangiare la neve tanta ne avevo sui fianchi, su di me, ero avvolto dalla neve. Ho fatto tante di quelle miserie di fame... Dicevo a mia nonna: «Nona, l’eve nen na crusta?», na crusta ’d pan ’d bià674 , una crosta di pane nero, di segala. Lei era senza denti e mangiava solo il pane molle, e le croste le metteva in saccoccia. «Va ’ncura a cerché dui brancà ’d bosc,» mi diceva la nonna, «pöi mi guardu ’n po’»675 . Io partivo di corsa, e tornavo con la legna. Allora lei affondava la mano nella saccoccia, fruguliava a lungo, e finalmente tirava fuori una crosta sporca di terra e di polvere, eh, era un biscotto ma di quelli... La mortalità dei bambini era molto forte, morivano tanto di polmonite. Le nostre medicine erano l’olio di ricino e la panada di pane di segala con latte e burro. Quando il dottore veniva, uno era già morto. Un’estate eravamo su al ciabot che ci vuole due ore da Pianche, verso il Monte Vaccia. Io e una mia sorella avevamo la tosse asinina, allora mio padre, mia madre, i nonni, gli zii, tutti d’accordo dicono: «Bisogna far cuocere un topo». Nella cantina dove tenevano i formaggi i topi c’erano e bei grossi. Hanno messo una trappola, hanno preso un 674 «Nonna, non avete una crosta?», una crosta di pane di segala. 675 «Va’ ancora a cercare due manciate di legna, poi io guardo un po’».

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bel topo, lo hanno pelato pulito, e lo hanno fatto cuocere in un po’ di acqua, dentro ’n brunsinot676 . «Nonna, non è ancora cotto il topo?» chiedevamo di continuo io e mia sorella. «Aspettate ancora un momento che cuoce bene», ci rispondeva la nonna. Il recipiente era piccolo, la nonna era affaccendata in altre cose, il brodo si è consumato quasi tutto, sono rimasti due cucchiai di brodo, non di più. Abbiamo bevuto quel brodo, e poi abbiamo mangiato il topo. Ve lo dico in verità di Dio che non è una bugia che mi invento. Avevamo sette otto anni, e pur di toglierci la tosse che ci soffocava, pur di guarire, abbiamo bevuto il brodo e mangiato il topo. Caterina Bagnis: Noi invece non ne abbiamo fatta della fame. Eravamo undici tra fratelli e sorelle. Avevamo una vacca e qualche pecora e abbastanza terra, tante castagne, e lu seciòu677 , vendevamo le castagne a quaranta soldi al miriagrammo. Eh, ne sono morti dei miei fratelli e delle mie sorelle: Una sorella di un anno è morta di polmonite, un fratello di due anni è morto di morbillo, un fratello di quattro anni è morto di convulsioni, un fratello di diciassette anni e una sorella di ventidue sono morti ancora di polmonite, due fratelli sono morti nella guerra ’15-18. [...]. Qui a Planche non c’è mai stato tanto il discorso delle masche, soltanto i nostri vecchi parlavano tanto de les maisus. Qui c’era ’l drac, uno spirito folletto che faceva gli scherzi e poi spariva con una risata. I nostri vecchi di certe donne del paese magari dicevano: «Quelle lì l’é na maisia», ma noi non sapevamo. Una volta il prete di Sambuco mi ha detto che una certa donna di qui era na maisia, una indemoniata. Ma in genere i preti erano contro queste cose. I preti non volevano sentire 676 677

Piccolo paiolo di bronzo o di ghisa. L’essiccatoio.

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a parlare delle desmentiòure678 , di quelle che tolgono il colpo di sole o che tagliano i vermi o che tolgono i dolori: non vogliono riconoscere queste superiorità. Io tolgo il veleno. Come faccio non posso dirlo, se no perdo la capacità. Una volta una nostra manza è stata punta da uno sciame di vespe, aveva una testa così, e l’ho guarita. Un’altra volta ho guarito una donna di Sambuco. Tolgo anche il veleno delle vipere, ma soltanto alle bestie, alle persone non mi fido. Pietro Bagnis: La guerra ’15-18? Quello che ho passato, munsü...679 . Già mio nonno mi aveva parlato tanto della guerra, lui era della classe 1828. Delle volte; quando era nella stalla, io gli dicevo: «Nonu, cunteme ’n po la storia ’dla guera»680 , avevo cinque o sei anni e credevo che fossero storie, favole. Mio nonno mi diceva: «Povero te, a Pastrengo, San Martino, Solferino, c’era la cavalleria ungherese, la più trista quando veniva alla carica, faceva dei flagelli...». Piangeva mentre raccontava, come faccio io adesso che ripenso alla mia guerra. Il 25 maggio 1915 sono partito da Nizza, per presentarmi soldato. Sono partito a la ventura, lasciando in Francia la moglie e il figlio Luigi che aveva due anni. Mia moglie, con Luigi in braccio, è ancora venuta a salutarmi a Cuneo, altroché piangere, avevo la speranza di ritornare presto ma sapevo che andavo in guerra e mi disperavo. Tra noi soldati dicevamo: «Andiamo al fronte, in breve tempo la vinciamo, facciamo presto e torniamo a casa». Non eravamo istruiti, ci facevamo delle illusioni. Quindici giorni a Cuneo, poi subito al fronte con il 33° reggimento fanteria, e poi con il 74°. Noi non capivamo 678 Da desmentié, dimenticare. È la «maga benefica» che pratica la desmentia, che fa dimenticare il dolore, che guarisce. 679 Signore... 680 «Nonno, raccontatemi un po’ la storia della guerra».

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niente, andavamo al comando come un gregge, «tu mi comandi e io obbedisco». Siamo andati diretti a Oslavia. Là nelle trincee c’era un fango, una sporcizia, si faceva tutto nella trincea, pisciare, tutto. Gli austriaci erano a centoventi metri e gridavano: «Italiani, venite avanti se volete tabacco, venite avanti se volete sigarette». E noi ben zitti. Le prime cinque pagnotte non le ho assaggiate, il pane veniva ancora dall’interno, era marcio. La carne puzzava, una puzza, una schifosità, eravamo nel fango e nei pidocchi, ecco che cosa era la guerra. [...]. Poi siamo andati sul Sabotino. Da Gorizia e da Monfalcone sparavano sulle nostre posizioni. Un mattino hanno incominciato a bombardare forte; «Qui siamo perduti», ci siamo detti. Nella galleria c’erano gli ufficiali, noi eravamo obbligati a restare in trincea. C’era uno di, San Rocco di Bernezzo, ci dice: «Fiöi681 , siete contenti che recitiamo il rosario?». Abbiamo detto il rosario mentre le bombe scoppiavano. Eh, quel giorno ne sono morti tanti. [...]. E sugli altipiani di Asiago, a Cima Undici, a Cima Dodici? Il 24 maggio 1916 ci siamo schierati per un’azione, tutto il reggimento. È venuto il prete, ci ha detto: «Ragazzi, vi do la benedizione papale, fra qualche minuto qualcuno di voi non sarà più vivo». Dieci minuti dopo scendevano già le barelle dei morti e dei feriti, e noi sempre avanti, sempre su contro i plotoni dei tedeschi affiancati. Siamo rimasti quarantotto ore nella neve fino al ginocchio, mezzi congelati; eh, chi non ha fatto la guerra non lo crede. E quando mi hanno preso prigioniero, ferito sul campo di battaglia, sul Montebello di Asiago? La prima medicazione da parte dei tedeschi è stato un colpo con il calcio del fucile nella schiena, un austriaco mi ha puntato la baionetta contro la fronte e un altro mi ha dato il 681

Ragazzi.

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colpo nella schiena. Ero ferito a una gamba e a un braccio. Un mio compagno mi ha preso a spalle, mi ha portato assieme agli altri feriti. Eh, mica per niente avevo pianto quando ero partito per la guerra, sapevo che cosa era la guerra. Noi soldati cosa capivamo? Ci hanno portati a combattere, si combatteva senza sapere perché, si combatteva per vincere e tornare a casa, tornare a casa era l’entusiasmo del nostro pensiero. Se abbiamo vinto è perché abbiamo avuto un eroismo noi soldati. In quella guerra, ho conosciuto gli austriaci e i tedeschi. La crudeltà, l’inumanità di quel nemico era spaventosa. Li odio ancora adesso i tedeschi. Io che cosa avevo fatto a loro? Il tuo governo ti ha mandato contro di me, il mio governo mi ha mandato contro di te... Era gente crudele, senza umanità. Da ferito mi hanno portato a Innsbruck, poi tre mesi e mezzo all’ospedale in Ungheria, ci trattavano peggio dei cani. Infine mi hanno portato vicino a Vienna, a lavorare alla ferrovia. Ricevevo qualche pacco da casa, lenticchie, castagne secche, pane di segala arrostito. I pacchi arrivavano mezzi marci, quando arrivavano. Il 4 novembre 1918, appena avuta la notizia dell’armistizio, abbiamo detto: «Adesso comandiamo noi». Siamo partiti a piedi da Vienna, duecentoquaranta chilometri per arrivare a Trieste, partiti in quarantuno e arrivati in cinque. A Trieste ci hanno chiusi nel porto, con i carabinieri di sentinella, e niente da mangiare. Eravamo migliaia e migliaia. Tutte le mattine passava l’autoambulanza a ramazzare i morti, ce n’erano sempre venticinque o trenta. [...]. Ero la maestra delle mie marmotte GIOVANNA GIAVELLI, nata a Ferriere, classe 1886, contadina.

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(20 dicembre 1971 – Maria e Nino Rolando). Io non sapevo né leggere né scrivere, per me malör682 sono mai andata a scuola. Eravamo sette di famiglia, solo il più vecchio sapeva un po’ a leggere e a scrivere, ma gli altri niente, tutti alfabeti. Padre e madre un po’ sapevano per l’uso di famiglia, per face, qualche papé683 , qualcosa. Ho solo frequentato un po’ la prima, tra vecchi e giovani eravamo sempre una quarantina a scuola. C’era barba Bét che faceva un po’ da maestro e un po’ da prete, non era prete ma faceva la predica, sapeva come un prete, aveva l’istruzione, aveva il libro. Sì, poi ne abbiamo anche avuti dei preti veri, ma aiutavano poco. Don Massa era bravo, era un prete di Roccavione. Padre e madre parlavano della loro miseria, avevano sempre avuto la miseria addosso. Avevano una vacca e un asino per lavorare la terra, all’autunno lasciavano le bestie allo zio e andavamo in Francia. Eh, per forza andare in Francia, tanti andavano in Francia a chiedere l’elemosina o da pastori a governare le bestie a Barcellona684 . Non si poteva vivere a Ferriere, con poco pane e poco orzo, chi ne aveva... Ci toccava andare via. Pinotu de Perit faceva cuocere le serpi, faceva le serpi fritte, diceva che la carne delle serpi era fine. Quasi tutti vivevano come noi, di miseria. Mangiavamo polenta d’orzo, polenta di meliga poca, e un po’ di castagne. Se dormivamo nelle stalle? No, dormivamo nelle stanze, le stalle erano umide perché avevamo poca paglia per i giass685 . C’era un uomo grande avaro, che faceva soffrire la famiglia. A suo figlio che andava al pascolo alle pecore dava la borsa con dentro na sunaia686 perché la gente Per mia disgrazia. Carta (documento). 684 Bercelonnette, in Val dell’Ubaye. 685 Giacigli (lettiere). 686 Un sonaglio. 682 683

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non criticasse, così la borsa sembrava piena di roba da mangiare. Quel figlio è poi andato in Francia; e quando è tornato a casa il padre gli ha chiesto: «E ’nlura Gianot, cuma l’has trüvà i to padrun ’n Fransa?» «Oh, varda pare, vos che te disa? ’L pi gram padrun che l’hei trüvà l’é stait me pare»687 . Mia madre è morta quando avevo sette anni, ha lasciato cinque bambini. Da allora ho incominciato a far ballare la marmotta. All’autunno mio padre andava a scavare sotto terra, tirava fuori le marmotte; tre o quattro, e le mettevamo in una cassetta. Ero io la maestra delle marmotte, con un bastoncino le addestravo, le facevo ballare e fischiare. Le battezzavo anche, ogni marmotta aveva il suo nome. Da mangiare davo loro delle mole, cavoli, orbe, e del pane. Le marmotte a colpi ’d bastunet ballavano, se le toccavo più forte fischiavano, non volevano che le picchiassi. Facevo presto ad ammaestrare le marmotte, con l’autunno avanzato le marmotte erano già ’ndutrinà688 . Allora andavamo in Francia a la sado, a chiedere la carità. Mio padre aveva quarant’anni, si metteva a spalle il carretto e la cassetta delle marmotte, tre o quattro giorni a piedi passando dal Colle del Puriac, scendevamo a San Martin del Var e poi fino a Nizza. Portavamo non una ma alcune marmotte, per paura che qualcuna morisse. Arrivati a Nizza o a Cannes mio padre si cercava un lavoro, e noi bambini andavamo in giro a chiedere l’elemosina. Io e un fratello, il più giovane, lavoravamo con la marmotta. La marmotta ballava mentre io cantavo la canzone in francese, una canzone fatta da me: 687 «E allora Gianot, come li hai trovati i tuoi padroni in Francia?» «Oh, guarda padre, vuoi che ti dica? Il più cattivo padrone che ho trovato è stato mio padre». 688 Addottrinate (ammaestrate).

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Mi vo a sentir lu gal, noni e mu maire mi volu maridar, vu prendre un ome che sabe travaiar, travaiar la vigna e risˆcpurtar lu prà. La marmota l’ha mal ai pié, e i fo mettre ’n platr, ave che si ave che là, la marmota va a salvà689 .

Soldi non ne davano mica tanti, un soldo o due. Andavo sempre a Cannes perché là c’erano i signori, ci conoscevano da un anno all’altro, come ci vedevano dicevano: «Ecco quelli delle marmotte che arrivano». Le marmotte rosse erano cattive, le grige invece erano brave. Una marmotta rossa una volta mi ha morsicato una mano. Un giorno un commissario di polizia ha ammazzato una mia marmotta grigia, ma gli ha portato male. L’hanno poi tolto da commissario, l’ho visto che faceva i pizzi se voleva mangiare, che faceva i ridò690 per le finestre. Eh, guadagnavamo poco. Io ho sempre fatto tutte cose da povera, non potevo diventare ricca. Guadagnavo duecentolire tutta la stagione, mica tutti gli inverni, solo quando andava bene. Andavamo a chiedere la sado alle cucine degli hotel, ci davano gli avanzi del pane, un soldo al chilo. Compravamo le teste dei montoni, un bel piatto di quello. Com’eravamo vestiti? Malamente, un po’ ’d drap di quello duro addosso e le zoccole nei piedi. Eppure noi bambini eravamo sempre allegri, cantavamo sempre. C’erano altri di Ferriere che facevano ballare la marmotta, Maria del Bagnulin era una di quelle. Ce n’erano 689 Io vado a sentire il gallo, | i nonni e mia madre mi vogliono maritare, | voglio prendere un uomo che sappia lavorare, | lavorare la vigna e tenere in ordine il prato. | La marmotta ha male alle zampe, | e le faccio mettere un medicamento, | ave che qui ave che là, | la marmotta vado a salvare. 690 Le tendine.

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della Valle Maire, di Acceglio, che venivano in Francia a far ballare la scimmia, ma la scimmia graffiava. Mah, abbiamo fatto una vita che non siamo ancora ricchi adesso... Già mio nonno andava in Francia a suonare la viola, andava a Brest, in Bretagna, tutto a piedi. Mio nonno faceva vedere la lanterna magica: metteva un lenzuolo bianco di bucato, e lì sopra passavano le immagini e lui faceva un parlamento. Nel 1940, nel tempo di guerre, li avevo ancora quei vetri della lanterna magica, quelle lastre, ma noi siamo andati profughi e al ritorno ho trovato, tutte le lastre rotte. Mi ricordo l’immagine di una fontana che pisciava per aria, e mio nonno che faceva il parlamento; che diceva dove si trovava quella bella fontana. Mio nonno guadagnava un soldo per persona, dieci quindici soldi erano già la sua giornata. Girava tutta la Francia. Mi sono sposata a ventiquattro anni. Ho avuto un figlio, Victor, e due gemelle. Victor mi è molto affezionato, tutte le sere, proprio tutte, dopo la sua giornata di lavoro viene a trovarmi. Da sposata sono vissuta già un po’ meglio. Mangiavamo castagne, polenta, tagliatelle di farina bianca, un po’ di formaggio. Mio marito andava in Francia a tusuné i beru691 dalle parti di Marsiglia, a Arles. Se credevamo nelle masche? Si parlava tanto delle masche. Le masche facevano del male. Le faie invece erano un tipo di masche, ma non facevano del male, afferravano un pastore e lo facevano ballare, di giorno, su al pascolo, e quello, tornava giù spaventato e sudato, erano i vecchi che raccontavano. Su una montagna di Ferriere c’è il «ballo delle masche», nelle notti di luna vedevano lassù le masche che ballavano, tante in gruppo. Mio padre contava che lassù le masche passavano a cavallo, di corsa, e si sentiva che battevano le mani e urlavano uh uh 691

A tosare le pecore.

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sui prati di notte sotto la luna. Ma io non le ho mai viste quelle masche. Sì, nel paese c’erano due o tre persone, uomini e donne, che erano masche, che facevano del male alla gente e alle bestie. E poi c’era lu servant, l’uminet, un uomo piccolo, con il cappello puntito, lu spirit fulét, mio fratello l’aveva visto, lu servant aveva battuto le mani e via, era scomparso. Il mugnaio di Ferriere aveva una bella mula nella stalla, e lu servant aveva preso confidenza con quella mula, dal fienile porgeva sempre il fieno nella stalla, e teneva pulita la mula a brusca e striglia. Lu servant si era anche innamorato di Garitin, della moglie di mio cé, di mio nonno André, e le puliva sempre la veste e poi scappava, era come il vento, batteva le mani e scappava. La guerra? La guerra è poco bella. Uno dei miei fratelli, Giulio, è morto in Germania nette guerre del ’15. Un altro, Andruot, era negli arditi, si è guadagnato tante medaglie. Eh, la guerra l’ho provata anch’io. Nel 1940 ero sfollata a Demonte, ventidue giorni. Quando sono ritornata a Ferriere sul mio campo di patate c’erano stati i muli dei soldati, la miseria era già di nuovo lì. Poi nel 1944 a Ferriere sono arrivati i tedeschi, ancora tutti bravi. I «Muti» erano poco bravi, avevano la piuma da alpino, ma erano alpini sbagliati. Sembravano galeotti. I partigiani erano solo buoni per le uova e per il burro. Sono qui all’ospedale di Demonte da molti anni. Mi piacerebbe tornare in Ferriere, nella mia casa. Ma proverei una gran pena, ne stranguiun, andare a vedere Ferriere e poi tornare via... Mi piaceva lavorare la campagna, l’aria era buona, l’acqua era buona, l’acqua era il nostro vino, tutte queste cose messe assieme si chiamano libertà, era come avere le ali... Qui mi sento un po’ come in prigione. La notte, quando sogno, sogno lassù, la mia casa, la prima, la casa dove sono nata. È una casa tutta nera, ma mi piace. Se socchiudo gli occhi vedo Ferriere, lo vedo un deserto, ci sarà l’aquila lassù...

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Il prete e la montagna DONAURELIO MARTINI, nato a Sampeire, classe 1914, parroco di Vinadio.

(28 giugno 1970 – Assunto Bianco). Ho preso la messa nel 1940, sono quasi sempre vissuto in mezzo alla gente di montagna, prima a Valdieri, poi nel Vallone dell’Arma, poi a Madonna Bruna in Valle Gesso, poi qui a Vinadio. Ero a Valdieri nel 1943, quando è successo il disastro degli alpini in Russia, la disfatta, e ricordo il viavai continuo nella casa parrocchiale, padri madri fratelli sorelle che imploravano notizie; «Chissà i nostri», ci chiedevano, e noi a scrivere al Vaticano e il Vaticano ci rispondeva che non era possibile avere notizie. L’illusione era che fossero tutti prigionieri, e si sperava. Poi la speranza è caduta, dopo la guerra. Nel Vallone dell’Arma, a Trinità, sono stato parroco dal 1949 al 1958. Avevo centottanta parrocchiani. Già in quei tempi i giovani volevano andare via, capivano che in montagna non c’era avvenire. Anche le famiglie più forti si sono poi smembrate. Una famiglia di Trinità che poteva vivere bene – c’era il padre e due figli, avevano quattordici mucche – si è smembrata: i due figli sono andati a lavorare alla Fiat, il padre di settant’anni è rimasto solo. Questo il discorso dei figli: «Se restiamo a Trinità non troviamo a sposarci». Il discorso del matrimonio è decisivo: o restare celibi, poveretti, e allora si dànno al vino; oppure scappare. Qui a Vinadio è successa la stessa cosa. Dalle frazioni i giovani sono partiti, i vecchi sono morti, le frazioni oggi sono deserte. A Neraisa vivevano trecento persone, st’inverno c’erano ancora due vecchietti, il padre e la madre di Estienne. Oggi questo fenomeno dello spopolamento si sta già verificando nei paesi, non solo a Vinadio, ma a

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Aisone, a Demonte, noi parroci ne siamo all’atto pratico. Vinadio non ha più di seicento persone contate, con tutte le frazioni arriviamo a mille, nel lontano passato, erano tremila. Nel 1969 abbiamo avuto dodici matrimoni, dieci coppie di giovani sono andate via col matrimonio, e le altre due coppie non è detto che restino qui per sempre. Sette otto battesimi, e venti sepolture. Se andiamo avanti di questo passo... Aisone ha trecentocinquanta persone, in gran parte anziani e vecchi. Anche là gran sepolture e battesimi pochissimi. Sono settanta i giovani che da Aisone vanno a lavorare in fabbrica, le ragazze alla Vestebene, gli uomini alla Michelin. I giovani hanno ragione a scappare, se nel passato la popolazione avesse avuto le occasioni di oggi sarebbe mica rimasta lassù a vivere sulla montagna più disgraziata. L’Autorità è restia all’esodo, e dice: «Fermiamoli». È un principio sbagliato, è un’illusione credere di fermarli. Né le strade né la luce elettrica riescono a fermarli. Bisogna aiutare i pochi che ci sono ancora ad andare via, dove la zona è povera e non si presta a colture valide bisogna aiutarli ad andare via. Comprare i loro terreni, ricomporre la proprietà, e adibirla a pascolo, a rimboschimento. Adesso compriamo miliardi di legname in Francia, legname di alto fusto, abeti, pipi, larici, e qui potremmo avere tutto foreste! Date fiducia al prete che dà sempre la parola disinteressata. Costruire strade inutili per fermarli? Serve a niente, serve alle imprese costruttrici, non ai contadini. Ci vorrebbe un po’ di turismo, ma qui l’estate è troppo breve, spegnamo le stufe a metà giugno e a metà agosto le riaccendiamo. È il principio della fine per la nostra montagna. I vecchi ricordano che a Neraisa c’erano quaranta scolari, e oggi non li abbiamo più a Vinadio quaranta scolari. Chissà tra vent’anni come saranno questi nostri paesi. Ogni famiglia di qui ha uno due tre figli che lavorano alla Michelin, alla Cometto, alla Bongioanni. I figli restano a Vinadio fino a quando si

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sposano, poi si staccano, scendono in basso: cento chilometri di viaggio ogni giorno li stanca. Io penso che anche senza le due guerre mondiali, senza quei massacri, la montagna avrebbe conosciuto lo stesso l’esodo di oggi. Nei tempi antichi questa era una valle aperta, una valle di passaggio degli eserciti stranieri, e le popolazioni si erano insediate in alto per sfuggire agli incendi e ai saccheggi. Quanta disperazione nei secoli scorsi! La gente di questa valle imprecava contro Dio e gli eserciti, e forse è anche in questa rabbia e in questa disperazione la radice lontana dello scarso spirito religioso della gente di oggi. Qui la religione è nel tradizionalismo di famiglia, se i genitori sono religiosi anche i figli lo sono. Altrimenti no. Della parte vecchia di Vinadio, dove vive il vecchio vinadiese, quasi nessuno frequenta la chiesa. Le vocazioni qui sono rarissime, qui come in tutta la Valle Stura. Il seminario della nostra diocesi raccoglie vocazioni in pianura, a Bernezzo, Boves, Borgo San Dalmazzo, e nelle frazioni di Cuneo, San Pietro del Gallo, Passatore, Spinetta, dove resiste ancora lo spirito patriarcale, dove la tradizione attecchisce. Qui a Vinadio, nel passato, tutte le sere nelle stalle dicevano il rosario. A Trinità, nel Vallone dell’Arma, ha tentato di salvare questa tradizione del rosario, ma poi tutto si è perso anche là. Qui la politica è un caos, nei paesi prevale l’interesse personale, familiare, e la politica vera diventa meno che zero. Qui il paese è spaccato in metà perfetta: due liste, sei contro sette, e la lista minoritaria ha perduto un consigliere per un solo voto. Si spiega anche così che non pochi comuni della Valle Stura hanno dovuto ricorrere ai Commissari Prefettizi. Qui, recentemente, è venuto il responsabile provinciale della «Coltivatori Diretti», e ha promesso tante cose: «Vi porteremo il commercio, il turismo». Io l’ho invitato a risolverci i problemi terra terra. L’anno scorso il prez-

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zo delle patate era di diciannove lire al chilo, a Cuneo nei negozi le vendevano centoventi lire al chilo. Qui arrivano i negozianti di bestiame, sono d’accordo tra di loro, pagano poco le bestie, e la carne nei negozi è a un prezzo proibitivo. Abbiamo parlato anche delle cooperative, ma la diffidenza del montanaro è infinita, l’anziano non dà fiducia, non vuol saperne. La vita è cambiata, la società è cambiata. Oggi c’è contrasto, rottura, tra i vecchi e i giovani. Nel passato la gente viveva e moriva nelle stalle. «Ah, sapesse prevost che fame che c’era una volta...» mi dicevano i vecchi di Trinità. A San Giacomo di Demonte c’erano centinaia di persone. Ma dove si mettevano? Ma come vivevano in quelle quattro case! Era una vita? Oggi i giovani guardano l’avvenire in un altro modo, ed è umano che sia così. Qui, ogni estate, arrivano dalla Francia i nipoti, i pronipoti dei nostri emigrati. Vanno a riconoscere i terreni dei padri, dei nonni. «I nostri vecchi vivevano qui?» dicono. C’è un vecchio che arriva da Parigi e raggiunge sempre la sua baita: vede solo più i muri in piedi, e attorno le ortiche, è una morte, soffre nel vedere tanto sfacelo. Era già un lusso la polenta GIOVANNI BATTISTA PONZO, detto Carabin, nato a Canosio, classe 1888, contadino, muratore.

(27 settembre 1971 – Margherita e Pietro Gerbino, Miranda Ponzo). Come si viveva nei tempi di una volta? Male, malissimo. Si faceva il pane di autunno, ai Santi, conforme alla famiglia, sette otto fornate, una settantina di pagnotte. C’era un forno per tutto il paese di Canosio. Il pane si conservava sul fienile, nei rastrelli di legno, e serviva per

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tutto l’anno: ’l pan ’d sel, ’l pan dür692 . Mangiavamo tante patate: la marmitta sul tavolo, tutti attorno a pelarle con le unghie, magari c’era una briciola di sale in un pezzo di carta, allora si toccava il sale con le patate. Ricordo ancora le mie tre zie, andavano a zappare nei campi vestite con il costume, con il grembiulone e i pizzi, e raccoglievano i gravaiun, una specie di patatine selvatiche, le mettevano poi a cuocere ’n ten bruns693 . Io avevo dieci anni, raccoglievo sempre delle radici grosse, bianche: avevo fame e le trovavo buonissime. E i’assetu? E i ciabrabruc mangiati asciutti? La polenta era già rara, bisognava già avere i soldi per comprare la farina. Era già un lusso la polenta. Mangiavamo tagliatelle di lenticchie e di orzo, facevano un brodo scuro, e buono che era, la pignatta era sempre vuota. Chi aveva delle vacche faceva la leità. La leità si metteva dentro alle scodelle di terra rossa, piatti non ne avevamo, e poi si sbriciolava un po’ di pane duro dentro. Oppure nella pignatta con la leità si aggiungeva un po’ di pane grattato, e si faceva cuocere, e si otteneva ’l pan ’d cucét, cioè il pane cotto. Carne? Dicevano che era un peccato di gola mangiare un pezzettino di carne, se moriva una gallina preferivano buttarla via ma non pare il peccato di gola, non abituarsi al gusto. Non la mangiavano. Queste cose le ho viste, le ho vissute io. Con ’l frumentin694 si faceva la polenta verde, buona anche la polenta ’d frumentin. A partire dalla montagna alta a venire giù era tutto rosso di grano e di segala, tutto lavorato, tutto zappato a mano. A Sant’Anna si finiva i fieni e si incominciava a tagliare il grano. Chi portava giù la roba con l’asino e chi sulla schiena. Un anno, con buonanima di mio padre, abbiamo portato giù centosedici fagotIl pane di segala, il pane duro. In un paiolo. 694 Grano saraceno. 692 693

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ti sulla schiena, fagotti di cinquanta sessanta chili l’uno, ogni viaggio dai campi a qui durava mezz’ora. A battere quelle fascinette di segala e di grano usavamo il legno, non ne perdevamo una sola spiga. La maggior parte della gente viveva così, tutti vivevano così. Mio padre e mia madre avevano conosciuto una miseria più grosse della mie. Avevano affittato una baita sopra Preit, vivevano lassù con due vacche. Quando c’era la festa di Canosio mia madre dava; a mio padre ’n tumin695 . Mio padre da sopra Preit scendeva al paese con il tumin, andava a comprarsi na grissa ’d pan696 , e festeggiava così il giorno della Madonna. Eravamo dieci in famiglia, padre, madre, tre zie, tre sorelle, due fratelli. Abitavamo già qui, in questa casa a Canosio. Ci mettevamo tutti seduti accanto al fuoco, e se la fiamma del lumino a olio era troppo grossa la tiravamo indietro. Oggi abbiamo la luce elettrica, e diciamo che non è abbastanza bella... Buonanima di mia madre accendeva il fuoco con un fiammifero di legno, e poi conservava, il fiammifero usato. Il giorno dopo, quando doveva riaccendere il fuoco, se trovava ancora ’n carbunet, un pochino di brace, adoperava il fiammifero usato, così risparmiava. Invece adesso se ne spreca una scatola al giorno di fiammiferi. Le famiglie di una volta erano tutte numerose e vivevano all’economia. Se dormivamo nette stalle? No no, qui le case sono fatte a calce, e non a pera süita697 come a Castelmagno: qui la gente dormiva tutta nelle case. Questa casa dove abitiamo era del conte Martina, una famiglia ricca: si diceva che i Martina girassero l’oro con la pala! Mio padre ha girato tutta la Francia, all’inverno diventava muratore, è stato a Tolone, Hyères, Saint Raphaël... Un latticino. Uno sfilatino di pane. 697 A pietra asciutta (a pietra a secco, senza calce). 695 696

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Oh, ne andavano anche tanti in America, Toni ’d Pon, Toni ’d Catalina, Laura Bernardin, Toni del Maisu, Pinsan, Toni ’d Tan. Andavano nell’America del nord, a fare di tutto, andavano a Chicago e da altre parti. Se hanno fatto fortuna? Sono andati e sono venuti. Il più che ha portato dei soldi era uno del Colle698 , alla domenica veniva giù a messa, si metteva sempre la mano nel taschino e poi diceva: «Ah, se vuoi che ti impresti qualche soldo...». Aveva risparmiato settantamila lire in cinque anni di America, e all’osteria sfotteva, quando c’era da pagare il conto fingeva sempre di non avere i soldi. Mah! Gli altri come sono partiti sono tornati: si sono guadagnata la vita; erano andati là per mangiare. Mundin dei Giursin è tornato senza ’n pic699 , Pesana nemmeno ’n pic... In Francia si guadagnava qualche soldo. Qui c’erano dieci o dodici mercanti di stoffa. Nell’estate arrivavano dalla Francia i rappresentanti con due bauli, con i campionari, e i mercanti di qui ordinavano la stoffa. Poi con l’autunno si presentavano in Francia ai magazzini, prelevavano le pezze, le arrotolavano in una coperta, se le mettevano a spalle, e giravano da un paese all’altro a vendere. In primavera, quando tornavano a Canosio, purtavu ’ncura na campagnota700 . [...]. Le masche? Buonanima di mio padre durante la veglia contava sempre delle masche. Lui andava molto a caccia, e io da bambino, lo accompagnavo. Aveva un, fucile a una canna sola, ad avancarica, andava a caccia delle marmotte su in montagna. Un giorno passa al Pian del Preit, lì viveva una donna con due figlie, una donna vecchiotta, e la gente diceva che era una masca. Quella donna dice a mio padre: «Oh Peire, e beh, vas a la ciasa? Del Colle di San Giovanni. Un picco (un soldo). 700 Portavano ancora un piccolo gruzzolo. 698 699

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Mi ’n tel ciamp ’nl’erge l’hai le marmote an mangiu tüt»701 . E mio padre: «Se l’has ’d marmote vatie a ciapé»702 . Ha girato tutto il giorno per la montagna, non ha visto un uccelletto così. Quelle donna l’avía ’nmascalu703 . Eh, ce n’erano tante masche, facevano del male, erano furbe. Mio padre partiva presto al mattino, andava a lavorare al camposanto di San Michele di Prazzo, prendeva sempre la mulattiera dietro Canosio, la scorciatoia. Sul fondo della discesa c’è una grossa pietra, e poi un prato. Una mattina lì dal prato gli salta davanti una capra. Mio padre afferra il martello e glielo lancia contro. Alla sera, quando torna a casa, apprende che in paese c’è una donna con il braccio trüsà, rotto, stroncato. Era la masca, la Brüciera. Io la ricordo la Brüciera, una donna povera, che non aveva voglia di lavorare e fasía viré i taroc a ün e l’altr704 . La gente le conosceva quelle lì, la gente aveva paura delle masche. In paese ce n’erano quattro o cinque. A Lúbac viveva una donna con una figlia storpia che si muoveva soltanto con l’aiuto di due bastoni. Questa figlia storpia correva sempre il rischio di bruciarsi con la stufa. Allora la madre le ha messo una mano sulla stufa accesa, perché imparasse a stare lontana dal fuoco. Sempre questa donna, questa masca, un venerdì che la gente andava a tagliare la legna del Comune, ha incontrato un mio cugino che stava scendendo lungo la mulattiera con l’asino carico. Lei saliva con l’asino scarico. La regola era che fosse lei a schivarsi, ma lei non voleva saperne. Allora mio cugino le dice: «Mi rambu nen», io non mi scanso. Lei l’ha maledetto, così l’asino di mio cugi701 «Oh Pietro, e beh, vai alla caccia? Io nel campo nell’orzo ho le marmotte che mi mangiano tutto». 702 «Se hai delle marmotte vattele a prendere». 703 Lo aveva ammascato. 704 Faceva girare i tarocchi (le scatole) a uno e l’altro.

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no è rotolato giù con il carico. Io so ancora il punto dove l’asino è rotolato. La domenica successiva quella donna stava andando a messa, mio cugino con un bastone gliene ha date na sleppa705 ! Mio cé era caduto malato. Sempre questa donna è riuscita a entrare nella sua casa e ha detto a mio cé: «Oh Batista, cosa fai?». Poi con due dita gli ha pizzicato il naso. Mio cé è poi morto, e dove lei gli aveva stretto il naso era del colore del vino. [...]. La Brüciera aveva regalato quattro mele a una vicina di casa, che le aveva messe in un cassetto. Quando hanno cercato le quattro mele hanno trovato nel cassetto quattro gomitoli di capelli. Le masche si passavano la discendenza dall’una all’altra. Mio padre diceva sempre: «Per roba delle masche tocca passare tre porti, e poi andare nella parrocchia a far benedire qualcosa». Da qui andavano tutti a Prazzo. Si portava un grumo di zucchero o un pezzetto di pane al parroco di Prazzo che lo benedisse. Se il prete era un personaggio importante? Si, era importante. Verso la fine dell’altro secolo Marmora era senza parroco, allora il parroco di Canosio, don Bernardin, andava là a dire la messa. Una volta quelli di Marmora gli hanno messo un cane morto nell’acqua benedetta, per fargli dispetto. Un altro parroco di Canosio l’hanno invece picchiato, è riuscito a scappare, si è poi rifugiato sol nostro campanile della parrocchia. La gente di Canosio era religiosa, tutte le sere nelle case si diceva il rosario. La gente andava tanto in chiesa, più che adesso. La domenica il piazzale era sempre pieno, solo dal Colle scendevano cinquanta persone. Oggi ne scende ancora una, Toni ’d Catalina. [...]. La guerra? Io ho tirato il numero a Prazzo. Ero del 2° genio zappatori, a Casale Monferrato. Dopo cinquan705

L’ha picchiata sodo (abbondante).

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ta giorni di istruzione sono partito per il fronte. Eh, eravamo forzati. Non pensavo più di salvarmi. Carso, San Gabriele, Monte Santo, Castagnavizza, Gorizia, San Michele, San Martino, Monte Cucco... Ho lavorato un anno e mezzo a scaricare le gallerie del San Michele, erano piene di torpedini, un lavoro pericoloso, da disperati. [...]. Nel 1917, sul San Michele, era andato al massacro l’11° bersaglieri. Un anno dopo i morti erano ancora tutti là, allo scoperto. Nelle trincee i morti erano in piedi, uno teneva su l’altro. E tutte le parti di ferro erano verdi per via del gas iprite, le stellette, i chiodi delle scarpe, i bottoni delle giubbe... A Castellavizza ho visto un grande prato tutto coperto di grigioverde. Avevano tentato di conquistare la collina, l’han barbaie tüti706 , erano alpini, tutti morti. Sì che faceva piacere quel prato di morti, uno accanto all’altro! E la ritirata di Caporetto? Arrivati a San Vito del Tagliamento c’erano due ponti. Uno squadrone di cavalleria insisteva per passare sull’altra sponda. Allora un capitano ha puntato la pistola contro il comandante dello squadrone, voleva che i cavalieri attraversassero il fiume a guado, erano sette le colonne che tentavano di passare: colonne di camion, uomini, muli, artiglierie, profughi, una gran confusione. Il ponte è poi saltato con lo squadrone di cavalleria sopra, gli austriaci erano a trecento metri. E sopra le nostre teste volavano gli aeroplani. «Non andiamo più a casa, è la morte», pensavamo. [...]. Un giorno, a Bassano del Grappa, ho visto un reggimento di alpini che saliva verso le linee, erano tutti fiulinot, tutti giovani. Che pena che facevano. Davanti avevano la banda musicale, e loro dietro che piangevano, ra706

Li hanno «rubati» tutti (ammazzati tutti).

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gazzini di diciotto anni, andavano sul Grappa, è un bell’ossario il Grappa... [...]. La nostra vita di oggi? La montagna va a perdere, la gente scappa via, qui non si vive più. Canosio ha ancora centocinquanta abitanti. Ma non c’è più un contadino giovane, i giovani sono tutti all’Enel, nella Michelin, alla Burgo, alla Fiat. Se la gente della città sapesse la vita che si fa in montagna! La gente della città ci prende ancora in giro, ci dice che siamo fortunati, che qui abbiamo l’aria buona. Ma la situazione di oggi non dura. Gira gira, verrà di nuovo il giorno che ricominceremo da principio. Io non lo vedrò più quel giorno, ma presto o tardi arriva. Come una guerra che non finiva mai GIACOMO ANDREIS, detto Sofía, nato a Marmora, residente alla borgata Serre di Canosio, classe 1891, contadino.

(25 settembre 1971 – Ugo Poggio). Eravamo quattro fratelli e due sorelle. Mio padre era sibré707 , andava stagionalmente nelle Langhe. Noi che restavamo a casa prendevamo in guardia le pecore da quelli di Roaschia, le portavamo al pascolo. Al pascolo portavo sempre un pezzo di pane duro nella taschetta, e come trovavo la sorgente lo mettevo a mollo nell’acqua: pane e acqua dal mattino alla sera, pane e acqua! Eh, c’era disciplina nelle nostre case. Chi comandava nelle famiglie? Eh le bestie sensa cua sun mal da duminé!708 . Avevo undici anni, mio padre scendeva in pianura a tagliare il grano, io lo accompagnavo. Io portavo l’acqua e aceto alla squadra, guadagnavo dieci soldi al gior707 708

Artigiano del legno che fabbricava i mastelli, le botti. Le bestie senza coda sono difficili da dominare!

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no. All’autunno partivamo a piedi con i ferri del mestiere appresso. Alba, Neive, Mango, Feisoglio, Mombarcaro, Castelnuovo, giravamo la bassa e l’alta Langa, tutto a piedi. Eh, nelle Langhe la gente viveva meglio che in montagna. I contadini ricchi erano i più avari con noi, i poveri invece erano generosi. Quando non andavamo nelle Langhe battevamo la pianura da una cascina all’altra sempre a fé i butalé709 , con quattro fette di polenta fritta in tasca, a dormire sui fienili, eh, na vita sasinà...710 . Era come in guerra, la nostra vita era come una guerra che non finiva mai. A volte, sui fienili abbandonati, dovevamo appendere dei recipienti che raccogliessero le gocce dell’acqua. Mica per niente mi sono rovinata la salute... Sono anche andato a lavorare in Francia, a Hyères, e poi a Arles a fare il pastore. Passavamo attraverso la montagna, quando c’era già la neve, senza carte. Un anno, avevo quattordici anni, era il 16 novembre, con mio padre sono salito da Demonte, per San Giacomo e la Val Covera. C’era molta neve, e per non sprofondare abbiamo srotolato i sacchi, cioè le lenzuola dei pagliericci, e passavamo lì sopra, quattro metri, e poi li stendevamo di nuovo, avanti così a quattro metri per volta per non sprofondare. Un anno siamo partiti in quattro di sera verso la Gardetta, per raggiungere Larche. Avevamo uno pratico come guida. Ma una, spia ci ha traditi, ha denunciato la guida ai carabinieri. La nostra guida ha voluto accompagnarci lo stesso fino in alto, ha voluto che continuassimo il cammino. Lui invece è tornato indietro, ma in retromarcia, marcando le pedate all’incontrario, così i carabinieri non hanno capito che era tornato indietro. Uno dei nostri poi si è sentito male, ha bevuto dell’alcool ed è caduto come morto. Abbiamo dovuto portarlo a spalle, e 709 710

A fare i bottai. Una vita da assassino (disagiata).

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trascinarlo sulla neve. Quando siamo arrivati in Francia avevamo tutte le gambe spelate, i pantaloni consumati a forza di sprofondare nella neve. Eh, la Francia allora ci dava da mangiare. Mah! Facevamo delle vite grame, ma la gente si voleva ancora bene, ci aiutavamo ancora tra di noi. A fare il fieno ci mettevamo tutta una squadra, a turno passavamo da una famiglia all’altra, tutto sulla schiena portavamo, e uno voleva essere più forte dell’altro. [...]. Io avevo tre fratelli negli Stati Uniti, in California, a Maclar, a lavorare nelle segherie. Mi hanno mandato i soldi per il viaggio. Eh, ne andavano tanti in America. Siamo partiti ventidue di Marmora in una volta sola, uomini e donne. Era il 1907. Da Torino e Modane abbiamo raggiunto Havre. Il bastimento era l’«Alsazia Lorena», duecentocinquanta lire il costo del viaggio. Prima della partenza, le punture. Il mangiare? ’N po baioca711 . Ci portavano il mangiare nelle cuccette, con le marmitte, come dare il rancio ai soldati. Il bastimento ballava, mangiavamo e rigettavamo, ma mangiavamo lo stesso. Eravamo trecento nel mio stanzone, le donne per conto loro. C’erano meridionali, toscani, lombardi, veneti, tutta bassa forza come noi. Siamo rimasti fermi due giorni nel mezzo del mare, c’erano le burrasche, le onde scavalcavano il bastimento, avevamo paura. Il capitano è venuto nelle nostre camerate, si è messo a gridare: «Se sentite le trombe a suonare saltate fuori, si salvi chi può». Ma poi la burrasca è passata, e abbiamo raggiunto New York. Li c’era la visita medica. Ci guardavano l’occhio, ci toccavano il polso, con una mano sentivano i battiti del cuore, e via, una visita da soldato. Eh, New York mi ha fatto impressione, quei palazzi a vista d’occhio, e le strade sotterranee per gli automobi711

Un po’ di porcheria (di roba scadente).

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li e sopraelevate per i tram. Camminando sentivamo sopra alle nostre teste i tram che correvano, piegavamo la schiena dalla paura... A Maclar siamo arrivati con una ferrovia piccola, come il trenino di Dronero. Li lavoravamo più di cento di Marmora, tutti sotto la stessa compagnia. Dieci ore al giorno, sette lire e mezza di paga, cioè uno scudo e un quarto. A Marmora guadagnavo trenta soldi o due lire al giorno quando c’era il lavoro. Eh, se ne faceva della fatica. C’era l’Unione che avrebbe dovuto difendere i nostri interessi, ma non faceva mica tanto per noi. C’erano anche i greci con noi, ma in squadre separate, caricavano i vagoni. Gli italiani eravamo ben visti perché rüscavu712 . Non erano tanto ben visti quelli della basse Italia. I padroni apprezzavano noi, i vitun, i montanari: un po’ meno i patoc, quelli della pianura. I meridionali, i blek bego, non erano apprezzati. Li conoscevano dal fisico e dal loro modo di parlare, dalla pronuncia. Sono rimasto là quattro anni. Poi mia madre era sola qui e sono tornato. Avevo mica tanti soldi da parte, eh ho pagato il viaggio. Là si facevano gli scioperi, tremila in sciopero, e con lo sciopero non guadagnavamo. I miei ventuno amici sono rimasti tutti là. Anche i miei tre fratelli sono rimasti là, non mi hanno mai scritto, sono morti là. Anche mia moglie ha tre fratelli là. Oh, ce n’erano tanti di Marmora, na Marmorada, e poi altri del Colle e di Preit, a famiglie intere. Là il lavoro era pesante, nei boschi a buttare giù piante, e noi nella segheria a fare le tavole. Abitavamo in baracche di legno. E anche se lavoravamo forte riuscivamo a stare un po’ allegri. Ballavamo, giocavamo alle carte e alle bocce, giocavamo tanto al pallone a pugno713 . [...]. 712 713

Lavoravamo. Al pallone elastico.

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Nel 1911 sono tornato dall’America, nel 1915 sono partito da soldato. La guerra l’ho fatta con il 244° fanteria. Eh, la guerra ci ha rovinati. Ci avevano promesso la polis714 di mille lire, in quei tempi là con la polis avremmo comprato quattro vacche! Andavamo all’assalto, non capivamo più niente, le punture ci avvelenavano, eravamo come i cani arrabbiati. Passavamo sui morti senza fare un fiato. Erano le punture che ’n balurdíu ’l servel715 , andavamo avanti come ubriachi a infilzare la gente nelle baionette. Sul Piave ero così stufo che marcavo sempre visita, io ero anche un po’ carogna, allora mi hanno legato per molti giorni al palo dei reticolati. Gli austriaci erano a meno di cento metri, mi vedevano perché era di pieno giorno, ma non sparavano. Gli austriaci erano più educati di noi, pensavano: «Quello lì legato al palo è contrario al suo esercito, è un punito, così non spariamo». [...]. Eh, la patria era poco o niente per noi. Il mangiare era solo come Dio voleva, eravamo carichi di pidocchi. Dormivamo nel fango con il telo da tenda sotto, senza paglia né niente. La guerra è la rovina delle popolazioni. Quando sono tornato a casa per quattro mesi non ho potuto dormire, tutte le notti mi svegliavo di soprassalto, mi pareva di sentire l’allarme e le bombe e l’assalto. [...]. Io dico la verità, io ci credevo al fascio GIOVANNI TOLOSANO, nato a Marmora, frazione Tolosano, classe 1889, contadino, bottaio.

(27 settembte 1971 – Vittorio Isoardi). 714 715

La polizza premio. Che ci intontivano il cervello.

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Mio padre era della classe 1849, era nato al Colle San Giovanni di Canosio. Era povero. Aveva il mestiere da sibré716 , tutti gli inverni andava in Francia, lavorando riusciva a comprare un po’ di terra, tutti gli anni con i risparmi della Francia faceva uno strumento, ne ha fatti quindici strumenti, un pezzetto qui e un pezzetto là. Poi ha insegnato anche a me ad andare in Francia, avevo undici anni e mi ha portato con lui. Si partiva al principio di ottobre e si tornava alla fine di aprile. Andavamo a lavorare nelle tre vallate, Tinée, Vésubie, e del Var. Guadagnavamo millecento milleduecento lire, tutte in marenghi d’oro. Tanti di Canosio andavano in Francia a fare i mersier717 o i sibré o i tonellié718 . Da Marmora andavano a fare i bastör719 e i sibré. Noi quando guadagnavamo quattro lire in un giorno era già tanto. Camminavamo, i nostri piedi sotto erano come la toma, bianchi, bruciati. Passavamo da Servagno, Sambuco, Sant’Anna, Colle della Lombarda, Isola: con i ferri sulla schiena, carichi come asini. Mio padre ha fatto quarantacinque anni questa vita, e io undici inverni. Un anno, era il mese di aprile, la bufera ci ha sorpresi nel ritorno, sopra Sant’Anna di Vinadio. Una cresta di neve ha ceduto, io e mio padre siamo caduti giù, mio padre ha perduto il portamonete con le milletrecento lire dentro, tutte le economie e i risparmi dell’inverno, io avevo quindici anni. Abbiamo cercato per ore e ore il portamonete nella bufera, nella neve, tutti e due a piangere, a cercare con le mani che gelavano. Poi l’abbiamo trovato, ci siamo abbracciati e baciati, erano le nove del mattino, abbiamo camminato fino alle nove Fabbricanti di mastelli. I mercanti di stoffa. 718 I bottai. 719 I fabbricanti di basti. 716 717

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di notte, eravamo stanchi morti, non abbiamo più visto le case di San Bernolfo dalla stanchezza. Mah, allora c’era la miseria, si viveva a pane di segala. Quel pane non era ben cotto e ammuffiva. Per farcelo mangiare ci dicevano: «Questo pane vi fa trovare i nidi nel bosco». A tagliarlo quel pane con il taiun, tubava, fumava, faceva polvere. Latte non ne vedevamo mai, serviva a fare la toma da vendere. Non ho mai mangiato un pezzo di toma, non ho mai toccato un uovo. Mio padre era molto avaro, metteva tutto da parte, del suo guadagno non spendeva un soldo. Era così che riusciva a comprare la terra, per la grande economia che faceva. Eh, ce n’era gente che faceva ancora più miseria di noi. [...]. Da Acceglio venivano i calzolai ad aggiustare le scarpe, passavano da una famiglia all’altra, trenta soldi al giorno e mantenuti. Nel 1915 sono partito per la guerra con il 32° fanteria. Ci hanno portati oltre Udine, al fronte. Là un reggimento era stato decimato; eravamo disperati. «Siamo arrivati in un bel posto», ci dicevamo, e le gambe tremavano. Siamo andati all’arma bianca. Un austriaco con un colpo di fucile mi ha rotto la baionetta. Allora ho buttato via il fucile, ho preso quell’austriaco per il collo, ma era un uomo forte, sono stato un bel momento per perdere, poi l’ho rovesciato su un fianco, è passato il mio amico Fantone, allora gli ha sparato un colpo in testa. Eh, gli austriaci a noi non ci avevano mica fatto niente, ma i nostri comandi ci facevano andare. Prima degli assalti ci distribuivano l’anice, partivamo sempre un po’ storditi. Un’altra volta, era il 21 ottobre 1915, alle dieci del mattino, il capitano ha tirato il sorteggio, quale dei quattro plotoni della compagnia doveva uscire per primo: Il nostro tenente era ricco, con un bell’orologio e gli anelli di diamanti. Ci dice: «Se muoio non lasciate poi che gli austriaci mi prendano l’orologio e gli anelli». Esce per primo, e cade morto. Esce il sergente maggiore e va

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avanti. Esce il sergente e cade morto. Esce il primo soldato e cade morto. Esce il secondo soldato e cade morto. Adesso tocca a me, sono tutto agitato, mi preparo bene, salto fuori dalla trincea, vado avanti tra le pallottole, poi mi stendo dietro a una piccola pietra. Per forza uscire dalla trincea, il maggiore era là con la rivoltella puntata che ci obbligava a uscire uno dopo l’altro. Sono dietro alla piccola pietra quando sento un colpo nella spalla e poi un altro colpo nel piede; «Oh pover mi, sun fotü»720 , mi dico. Sto lì ben disteso perché le pallottole fischiano. Sono su un punto un po’ defilato, in un avvallamento, era lì il gabinetto della compagnia. Ho la faccia proprio dentro a una merda, ho la faccia coperta di mosche, sono tutto nella merda ma non mi muovo, tre ore resto lì senza muovere. Sento che urlano: «Urrà, urrà», vanno all’assalto. Sento il sangue alla spalla e al piede, e resto tre ore sempre lì con la faccia nella merda. Con il buio tento di trascinarmi all’indietro, il terreno è coperto di morti, saranno più di duecento i nostri morti. Mi trascino fino alla trincea, vedo una bottiglia, bevo, è urina. La trincea è vuota, i nostri sono tutti fuori, avanti, o morti o vivi, hanno conquistato la trincea degli austriaci. La gamba destra gonfia a vista d’occhio, continuo a perdere sangue. Arriva un portaferiti, gli chiedo di aiutarmi, mi risponde: «L’ordine è di portare giù solo i morti». Hanno paura che puzzino i morti, vogliono sotterrarli. Poi arriva un colonnello, cammina lungo la trincea, impugna una rivoltella, va a vedere se ci sono dei soldati nascosti, mi vede, grida: «Cosa fate qui?» «Signor colonnello, sono ferito, fate il favore, fatemi portare via...» «Non possiamo, aggiustati come puoi, l’ordine è di ricuperare solo i morti». Eh, la guerra è così, se non ci fossero gli ordini severi scapperebbero tutti! 720

«Oh povero me, sono fottuto».

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Allora mi trascino giù rotolando lungo la montagna, sono tutto inzuppato di sangue, c’è più di un chilometro dal posto di medicazione, è tutto a pietre, a scalini, a salti, rotolo, un po’ resto intontito, poi riprendo a rotolare, infine faccio un salto di quattro metri e cado come morto proprio nel posto di medicazione. Un tenente medico ordina di medicarmi, mi bendano alla meglio, resto lì su una barella fino all’indomani. Poi con la barella mi portano a Plava, due chilometri più in basso. A Plava concentrano i feriti alla stazione ferroviaria. Lì ci sono anche i pezzi dell’artiglieria e i nostri ci hanno messo sopra la croce rossa. Ma gli austriaci se ne accorgono, incominciano a bombardare, noi feriti saremo trecento tutti ammucchiati, ne restiamo vivi trentaquattro. Nella notte ci portano verso Florian. [...]. Poi arriviamo a Udine, nel campo contumaciale, saremo cinquemila adesso i feriti. In uno stanzone al primo piano sono sette o otto i medici che operano, c’è anche il dottor Lerda di Torino. C’è una finestra spalancata, e sotto nel cortile c’è un camion. I medici tagliano braccia e gambe, e le buttano dalla finestra, le buttano sul camion perché non puzzino. La mia gamba è sempre più gonfia, nessuno si cura di me, dopo cinque giorni mi trascino al posto di medicazione, mi guardano se no morivo. [...]. Finita la guerra torno alla mia solita vita borghese. [...]. Nel 1921, con la moglie e i due figli, parto per l’Argentina, devo raggiungere Bergamina, nella pampa, dietro alla macchina a vapore, a fare la cuseccia. Ho pagato milleseicento lire del viaggio, con la nave «Indiano». A Dakar sulla nostra nave scoppia il colera, ne muoiono quarantacinque, i morti li buttano ai pesci. La nave viaggia solo a dodici nodi per paura delle mine galleggianti, ventuno giorni di mare e poi quindici giorni di quarantena a Buenos Aires.

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Mia moglie è malata, devo mandarla in qua con i figli perché in Argentina muore. Non ho i soldi per il loro viaggio di ritorno, lavorando rimedio i soldi. La saluto quando parte, è come morta, la vedo che mi saluta dalla nave con il fazzoletto bianco, mi siedo su un mucchio di ghiaia, avrò pianto un’ora di seguito. Eh, vedete se la mia vita non è bella... Rimango in Argentina fino al 1925. Poi torno a Canosio e c’è il fascio. La gente è contro il fascio, sono quasi tutti contrari. Io dico la verità, io invece ci credevo al fascio. Siamo cinque o sei i fascisti, e facciamo l’adunata e diventiamo quindici o venti, il capo è il medico di Marmora. Parliamo di aiutarci uno con l’altro, di volerci bene tra noi. Ma nel 1940 arriva la guerra. Io ho fatto il podestà dal 1940 al 1945. I partigiani volevano fucilarmi. Un periodo brutto dal 1943 al 1945, i partigiani hanno il comando a La Margherita, vanno per la montagna, se vedono i tedeschi scappano, fanno saltare i ponti, portano via le bestie. Un giorno arriva uno di Acceglio a dirmi: «Mi dispiace, ma sono venuto ad ammazzarvi». Interviene un certo Bressi, un capo dei partigiani, e mi salva. Qui i partigiani hanno preso sette bestie da basto, sette muli. Vacche non ne hanno prese, ma prendevano i formaggi ai margari. Qui venivano anche i «repubblicani». Se rubavano? Loro non rubavano, loro erano della legge, venivano per far rispettare la legge, come potevano rubare..., i «repubblicani» erano della legge, non avevano mica bisogno di rubare. Hanno solo bruciato cento case, cento baite, perché i partigiani ci dormivano dentro, hanno bruciato anche una mia grangia. Eh, quello che ho visto io... Alla fine della guerra, il 25 aprile, ero su nei campi che lavoravo. Sono arrivati sette partigiani, con i pantaloni corti, armati. Mi hanno portato ad Acceglio, poi a Dronero. A Dronero qualcuno mi conosceva, mi chiede-

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va: «Dove vai Tolosano?» «Vado al mattatoio». I partigiani non mi hanno maltrattato. Uno del Preit, Giordano, invece l’hanno fucilato. Poi mi hanno portato a Cuneo, nel campo di concentramento. Lì ero libero con gli altri, parlavo, c’erano diversi amici, segretari, podestà, tanta gente nobile, capi, presidenti, ufficiali, il più indietro ero io. Il 3 maggio dal comando americano è arrivato l’ordine di non più ammazzare se non i processati. L’abbiamo saputo subito. Quel 3 maggio è il giorno più bello della mia vita! Dopo cinque mesi, il 7 ottobre, mi hanno processato a Cuneo. Chi mi aveva dichiarato colpevole non si è presentato al processo, sono stato assolto per non aver commesso il fatto. Io ho sempre pensato che il fascismo ha fatto anche del bene. Prima del fascismo anche gli altri avevano fatto niente a favore della gente di montagna. Noi credevamo nella forza dei tedeschi. Poi è l’America che ha deciso tutto. Che cosa sono oggi? Oggi sono nella Democrazia Cristiana, dove prendo un padrone lo servo e lo servo con fiducia. Avere i capelli a zero era come denunciare la propria miseria MADDALENA ANDREIS, nata a Marmora, frazione Tolosano, classe 1910, contadina.

(24 settembre 1971). Noi eravamo cinque minas721 , il primo aveva nove anni mentre stava per nascere il sesto. Avevamo una capra. Allora mio padre ha dovuto andare in America perché c’erano i debiti da pagare, nel 1914 è andato nell’America del nord, a San Francisco, da manovale in 721

Bambini.

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una segheria. Qui a Marmora faceva ’l butalé. Quando mio padre è partito per l’America io avevo quattro anni, ricordo che tutti piangevano. Là in America vivevano la mia mirina e il mio pirino722 , erano loro che avevano spedito a mio padre i soldi per il viaggio. Mia madre ha tribolato tanto per allevarci. Man mano che noi crescevamo ci mandava al pane degli altri, io sono stata affittata due anni al Preit, avevo otto anni e lavorando dal mese di San Giovanni fino a settembre mi guadagnavo il grembiule della scuola ed ero mantenuta. Andavo al pascolo. Ogni sera c’era un po’ di minestra, a colazione gli avanzi della minestra della sera, poi partivo con nella taschetta un pezzo di pane duro che bagnavo nell’acqua, rosicchiavo tutto il giorno quel pezzo di pane, avevamo i denti buoni. La borgata Tolosano in quegli anni era un formicaio, c’erano diciassette famiglie dal mio ricordo, e la famiglia più piccola era la nostra con sei minas. Vivevamo malamente, mangiavamo lenticchie, orzo, e la polenta ’d frumentin, e tante trifulos, tante patate. A noi ragazze mia madre diceva: «Mangia lentigios minestra ’dles figios»723 , e ai ragazzi: «Mangia fasöi minestra dei fiöi»724 . Madre faceva la frittata, trüciavu mac la pulenta cuntra la frità725 che prendesse un po’ di gusto, un po’ di odore. Eppure le nostre facce erano grasse così, e bianche e rosse, e mai malati. Le nostre abitazioni erano case rusticos, ma noi dormivamo nelle lenzuola, non nei giacigli. Come sono stata un po’ grandinota726 sono andata da serventa al Colle, guadagnavo poi già duecentoventi lire Madrina e padrino. «Mangia lenticchie minestra delle ragazze». 724 «Mangia fagioli minestra dei ragazzi». 725 Sfregavamo solo la polenta contro la frittata. 726 Altina. 722 723

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al mese, tanto lavoro ma stavo bene, pastasciutta, pane molle, un bicchiere di vino nel buono del lavoro. Alla fine di settembre scendevamo a Chiusa Pesio a raccogliere le castagne, a ciastagnar. Sul mercato di Chiusa Pesio eravamo sempre una quarantina di ragazze, tutte della vallata, ad affittarci. La prima volta io avevo quattordici anni ed ero là con una mia sorella. Guadagnavamo, lavorando ottobre e novembre, fino a Santa Caterina, duecentocinquanta trecento lire. Il lavoro era pesante, dalle quattro del mattino fino a notte. Un anno i padroni mi hanno regalato cinquanta chili di castagne come premio, e contenta che ero, mi sono portato sulla schiena quel sacco per cinque chilometri, dalla cascina fino a Chiusa Pesio. Quel regalo voleva dire mangiare la minestra di castagne lungo l’inverno. Eh, se ne facevano delle economie! Quando avevo sei anni ho venduto la prima volta i capelli, avevo na caviada727 che scendeva fino ai piedi, madre ha rimediato settanta lire e con quei soldi ci ha vestiti tutti. A undici anni li ho di nuovo venduti i capelli, quanto ho pianto, me li hanno tagliati proprio a raso, proprio a zero, sono andata tutto l’anno a scuola con la berretta e le amiche ridevano, settantacinque lire li avevano pagati, io provavo vergogna. Erano i più poveri che vendevano la caviada, avere i capelli a zero era come denunciare la propria miseria. Intanto mio padre mandava i primi soldi dall’America, mia madre pagava i debiti, e comprava una vacca, e comprava qualche pezzo di terra. Prima avevamo niente, solo una capra, ma malgrado la povertà mia madre era sempre riuscita a non farci fare la fame. Noi andavamo anche a raccogliere le erbe medicinali, violette, the, genziana, rimediando quelle duecento lire per stagione. 727

Una capigliatura.

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Nel 1924 mio padre è tornato dall’America con trentamila lire di risparmi. Ha comprato una casa, un po’ di terra, ha fatto diversi strumenti. A diciotto anni mi sono sposata. Allora la tradizione era che la sposa, subito dopo il matrimonio, doveva andare dagli suoceri a canté Martina728 . La sposa stava fuori dell’uscio, e dall’interno della casa la suocera diceva cantando: «Chi è chi l’ha lí fora?» «Oh sa sun mi madone, sangue del mio, oh sa sun mi madone». «Co t’l’has catà Maddalena?» «’N bel capel madone, sangue del mio, ’n bel capel madone»729 . Quando la canzone stava per finire la suocera apriva la porta di casa. Eh, una volta qui era un po’ come nella bassa Italia adesso. Succedeva che i giovani rubavano le ragazze per sposarle, ne sono capitati tanti casi così. [...]. Via di qui la malinconia mi uccide MARGHERITA ELLENA in ANDREIS, nata a Marmora, borgata Tolosano, classe 1911, contadina.

(23 settembre 1971 – don Oreste Golé). [...]. Nel tempo della mia gioventù qui nella borgata c’erano ventisette ragazze da sposare e venticinque ragazzi. Oggi non c è più nessuno. Ogni sera andavamo a vegliare, cantavamo tanto, e ballavamo. A carnevale noi ragazze indossavamo i vestiti colorati, i ragazzi si mascheravano da carabiniere o da dottore, ridevamo da coricarci per terra. Preparavamo l’arburin, un pino alto un A cantare Martina. «Chi è che è lì fuori?» «Oh sono io madonna, sangue del mio, oh sono io madonna». «Cosa ti sei comprata, Maddalena?» «Un bel cappello madonna, sangue del mio, un bel cappello madonna». 728 729

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metro, e lo decoravamo con i fiori fatti a mano, nastri colorati e caramelle. Cantavamo La cansun ’dl’Arburin, tutte strofe a botta e risposta tra uno sposo, una sposa, e i sapadin, i sapadin sono quelli che zappano: – Bundí bon giorno vui sapadin, l’eve tant bin sapà la vigna, bundí bon giorno vui sapadin, l’eve nen vist passé na fia? – Bundí bon giorno lu duma a voi, suma pà chi sia. – Pagheria cento scú qualchedün che ’nla musteissu. – Oh no no per cento scú vuluma pà tradí na fia. – Ne pagriu anche dusent qualchedün che ’nla musteissu. – Oh cun ti, cun ti galant, oh cun ti cun ti argeant, nui ve andremo a musté la fia. – Maledet cui sapadin che l’é lur che l’han tradime. – Oh no no tradia ses pà, ti saras la dolce mia. Hai sun già tre barche ’n mar, sun già là per mneve via, ün vassel l’é carià d’or l’autr a l’é d’argenteria, l’autr a l’é per mneve via730 . 730 « – Buon dì buon giorno a voi sapadin, | avete tanto bene zappato la vigna, | buon dì buon giorno a voi sapadin, | non avete visto passare una ragazza? | – Buon dì buon giorno lo diamo a voi, | non sappiamo chi sia. | – Pagherei cento scudi | a qualcheduno che me la indicasse. | – Oh no no per cento scudi | non vogliamo tradire una ragazza. | – Ne pagherei anche duecento | a qualcheduno che me la indicasse. | – Oh con te, con te galante, | oh con te con te argento, | noi andremo a indicarvi la ragazza. | – Maledetti quei sapadin | che son loro che mi hanno tradita. | – Oh no no tradita non sei, | tu sarai la dolce mia. | Ci sono già tre barche in mare, | sono già là per

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L’ultima sera di carnevale cantavamo: «Sü e giü per le muntagne fumse curage bergé, che si ancöi l’é la cucagna e nui suma ’d carlevé»731 . Eh, se hanno da diventare un pianto tutte le canzoni che ho cantato non mi asciugo mai più gli occhi! Adesso all’inverno vivo in pianura. Ma mi piace di più qui. In pianura mi sento tanto forestiera, non mi trovo con la gente. A me piace parlare, mi piace stare con la gente, ma in pianura ognuno pensa per conto suo ed è preso dalla fretta. Via di qui la malinconia mi uccide. La Francia era la nostra seconda patria GIOVAN BATTISTA PORACCHIA, nato a Canosio, borgata Preit, classe 1909, contadino.

(26 settembre 1971 – Ugo Poggio). L’emigrazione verso la Francia ha avuto inizio negli anni attorno al 1870. In quei tempi qui c’era la miseria. Mio padre mi raccontava che una donna di Sambuco che andava in Francia a far ballare la marmotta aveva portato con sé cinque o sei bambini di Preit, quei bambini li mandava in giro a chiedere l’elemosina. Quella donna aveva venduto a un nero uno di quei bambini, un bambino della borgata Corte, che si chiamava Roccia. Quel Roccia è poi ancora ricomparso a Preit, quando aveva ormai cinquanta anni. Molti di Preit andavano in Francia a fare i negozianti di stoffa. Nell’inverno guadagnavano quel tanto da com-

portarvi via, | un vascello è carico d’oro | l’altro è di argenteria, | l’altro è per portarvi via». 731 «Su e giù per le montagne facciamoci coraggio pastori, che qui oggi c’è la cuccagna e noi siamo a carnevale».

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prare due vacche. Negli anni 1890-1910 da Preit emigravano anche negli Stati Uniti e un po’ in Argentina. Nel 1900 qui vivevano quattrocentocinquanta persone, settanta i bambini a scuola. Erano molte le famiglie che avevano dalle sei alle dodici vacche, ma c’erano anche le famiglie con una vacca o due. L’emigrazione era tutto, era indispensabile. La Francia era la nostra seconda patria. Preit, con i suoi pascoli, aveva bisogno di bambini in affitto. Fino al 1870 i bambini affittati costavano niente. Poi, con l’inizio dell’emigrazione verso la Francia, bisognava già pagarli. Il mercato dei bambini era a Prazzo, in occasione della fiera dell’Annunziata. Nel 1935 un bambino di dieci anni, affittato, guadagnava quattrocento lire, il costo di un vitello, da giugno a settembre. Nel contratto il padrone regalava al bambino un paio di scarpe o un vestito. La contrattazione sul mercato di Prazzo avveniva più o meno così. «Se vos afitate u piciot a ia lu presi e la strena»732 . Il contratto lo facevano a bucia, a bocca, la parola era parola, se truciavu la man, ’l cuntrat era fat733 . Si andava a bere ’n got, era il padrone che offriva. La nostra scuola aveva la seconda e la terza. Andavamo tutti a scuola, al mio ricordo non c’era un bambino di Preit e delle borgate che non frequentasse regolarmente la scuola. A scuola imparavamo le cose pratiche, le cose necessarie nella vita, necessarie per gente come noi che saremmo poi emigrati all’estero. Il maestro ci insegnava a fare un contratto, a capire che cosa sono le cambiali. Poca la geografia, poco il disegno e la poesia. Cose pratiche ci insegnava. Che cosa era qui il prete? Negli anni attorno al 1880 qui c’era un seminario con una quindicina di ragazzi pro732 733

Se vuoi affittare il bambino c’è il prezzo e la strenna». Si sfregavano (si toccavano) la mano, il contratto era fatto.

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venienti anche dalle altre vallate. Qui abbiamo avuto anche tre preti, il parroco e i due curati. La nostra popolazione, prima che incominciasse l’emigrazione verso la Francia, era molto religiosa. Si diceva il rosario tutte le sere, in tutte le famiglie. È con l’emigrazione che le cose sono poi cambiate, chi tornava dalla Francia non voleva più saperne di tante storie. In Francia c’era più libertà, là le famiglie non erano numerose come le nostre. «La Fransa l’é ’l paradis ’dla pansa»734 , diceva la nostra gente. In Francia c’era la libertà sessuale, in Francia il problema del mangiare non esisteva. Fino ad Avignone la lingua era come la nostra, il provenzale. Dalla Francia la nostra gente portava idee larghe, moderne. [...]. Le nostre speranze di oggi? I governi hanno sempre promesso di aiutarci, ma la nostra terra è senza valore, e dobbiamo andare via per forza. Solo una dittatura potrebbe trattenerci qui, inchiodandoci alla terra. I nostri prodotti agricoli sono genuini, sono all’antica, ma non possono fare la concorrenza ai prodotti falsi che figurano più belli dei nostri. Noi siamo svantaggiati nei confronti della pianura, là lavorano tutto con le macchine. Nelle valli francesi la fuga dei giovani dalla montagna è incominciata prima che da noi. È la nostra emigrazione che ha compensato quell’esodo, che ha aiutato le valli del versante francese a sopravvivere. Quante trecce ho tagliato a Udine! DANIELE MATTALIA, nato a Elva, classe 1897, contadino.

(3 febbraio 1973 – Letizia e Ines Cavalcanti). 734

«La Francia è il paradiso della pancia».

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Eravamo undici in famiglia. Come vivevamo? A latte, polenta, e pane duro. Il pane molle lo mangiavamo soltanto all’autunno quando cuocevamo il pane. Il pane bianco lo mangiavamo alla festa di San Pietro e non sempre a Natale. Nelle feste grosse facevamo poi il risotto. Fame non ne ho mai fatta. Mio padre andava a lavorare a Marsiglia e a Parigi, e poi andava anche in Lombardia a fé ’l cavié735 , così un po’ di soldi entravano in casa. Eh, padre e madre avevano avuto una vita più grama della nostra. Il loro pane di segala era fatto con la farina passata al setaccio grosso. Il nostro pane invece era già di farina passata al setaccio piccolo. Io avevo quattordici anni quando sono andato la prima volta sul Veneto a comprare i capelli, sono andato in provincia di Udine con due soci, un mio cugino del 1887 e un altro. Nel Veneto c’era una miseria ancora più grossa che nelle nostre valli, là il pane non lo vedevano mai. Io le province del Veneto le ho passate tutte. Compravamo solo trecce nel Veneto, i cavei del gente736 non ci interessavano. Partivamo verso la fine di settembre, tornavamo a Elva ai primi di giugno. Se mi faceva pena tagliare le trecce alle belle ragazze? Oh, solo arrivarci... Il nostro problema era di lasciare sulla testa delle ragazze solo più una corona di capelli. Le ragazzine di dieci dodici anni piangevano. Ma le madri avevano bisogno di soldi e ci facilitavano il lavoro. Quante trecce ho tagliato a Udine! Pagavamo cinque o dieci lire per treccia, ma le lire di allora valevano di più dei biglietti da mille di adesso. Andavamo da un paese all’altro, camminando. Il nostro deposito era a Cittadella, in provincia di Padova: i capelli li immagazzinavamo lì, e sempre lì ricevevamo i soldi per gli acquisti. 735 736

A comprare i capelli. I capelli del pettine.

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Sotto i cinquanta centimetri di lunghezza non tagliavamo, a meno che fossero capelli speciali, il vero bianco o il vero biondo o il vero nero. Ma il capello più pregiato aveva il colore bianco cenere. I capelli li pagavamo sempre prima di tagliarli. In provincia di Venezia ho tagliato dei capelli lunghi un metro e venti, che pesavano tre etti, e due etti li avevo ancora lasciati su quelle teste. Entravamo nei cortili dove c’erano tante famiglie grosse, e tutta gente in miseria. Era così nelle montagne del Veneto, ma anche in pianura. Ogni stagione voleva dire due quintali di capelli, un bel sacco pieno, i capelli pesano come il piombo. Duemila lire di guadagno per ognuno di noi tre, erano soldi, in quei tempi una vacca valeva cinquecento lire. Un anno siamo partiti da Orsinocci di Verona a piedi, per risparmiare la spesa del treno: in poco più di una settimana siamo arrivati a piedi fino a Elva. Eh, risparmiare le dieci lire di viaggio era importante. La mia famiglia era numerosa, mio padre voleva ancora sempre comprare della terra. A Elva eravamo milletrecento abitanti e c’era una gran fame di terra. Se volevi affittare un pezzo di terra grosso come un fazzoletto non lo trovavi. Una volta mio padre decide di comprare un pezzo di terra e il venditore alla sera viene in casa nostra a contrattare, chiede novecento lire. Ma attraverso i muri i vicini di casa sentono la discussione. Sul buono della notte i vicini vanno a casa del venditore, fanno salire il prezzo di quelle terra di cento lire. Quando al mattino mio padre va per scrivere, per fare il contratto, deve pagare cento lire di più la terra contrattata la sera prima. Si facevano dei sacrifici tremendi per comprare un pezzo di terra, la terra era tutto, mangiavamo sulla terra. [...]. A diciannove anni sono partito da soldato con l’artiglieria alpina, 1° reggimento. Sono andato sull’Ortigara, con i pezzi da 65 Skoda, sparavamo anche a zero

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con quei pezzi. Cosa pensavamo di quella guerra? Ne capiu ’n diau bele giüst737 , ne capivamo niente. I’eru ’d rascasun738 . Vivevamo come le talpe, se alzavi la testa le pallottole arrivavano come la tempesta. Mesi e mesi sempre là nella stessa tana, era lì che era dura. Proprio una bella giovinezza. Il 24 giugno 1917 sono rimasto ferito, pesavo ancora cinquantanove chili. Che cosa era per noi la patria? In quella guerra eravamo ancora abbastanza patriottici. Ma era triste quella guerra. Ho visto il 6° alpini che andava all’assalto, andavano lo stesso come le capre quando vanno al sale. Andavano... Saltavano fuori dalla trincea dicendo il rosario! Dopo la guerra ho ripreso il mio lavoro da cavié. I due terzi della popolazione di Elva viveva sui capelli. Mio padre aveva dieci dodici ragazze che lavoravano i capelli in casa, e in più mia sorella. Lavoravano solo i cavei del pentu. Bisognava farli puliti. Erano matasse di capelli e si doveva selezionarli e mazzolarli con tutte le teste da una parte e le punte dall’altra, capello per capello. Mia sorella era una specialista a scegliere i capelli, ha fatto questo lavoro fino al 1940. I capelli selezionati e lavati li vendevamo poi ai grossisti di Saluzzo che li spedivano a Parigi e a Londra. Mi sono sposato nel 1921. Nel 1923 la nostra casa di Elva ha preso fuoco, allora ho deciso di andare in Francia anche perché i capelli erano giù di prezzo. Suma pasà de sfros, per i roc739 , dal Pelvo e poi dal Maurin. C’erano i fascisti di guardia alla frontiera, la montagna era come il muro di Berlino. E noi quattro con i fagotti sulla schiena, peggio dei ladri... Sono andato prima a Bercelonnelle e poi a Parigi, dove ho trovato lavoro come terrazziere. Ne capivamo un diavolo bello giusto. Eravamo ragazzini. 739 Siamo passati di frodo, per le rocce. 737 738

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Guadagnavamo, ma lavoravamo come delle bestie, come macchine. Senza libretti, senza niente. Gli italiani sono stupidi, i bergamaschi sono i più ignoranti, i bergamaschi tiravano sul lavoro, volevano la gara a chi resisteva di più, così chi rideva era il padrone. [...]. Nel 1926 sono tornato a casa e ho ripreso a lavorare ai capelli e a fare il contadino. [...]. Poi è arrivata la guerra anche a Elva. La popolazione teneva per i partigiani, li soccorreva. Fino al 1938 a Elva avevamo avuto un prete fascista sfegatato. Poi era venuto don Parisia, un prete bravo, un prete che teneva per i partigiani. [...]. Dopo la Liberazione la nostra vita è cambiata di poco, miseria c’era, miseria è rimasta. Eravamo più tranquilli, ecco tutto. La popolazione ha preso a votare compatta per la Democrazia Cristiana. Nel 1957-58 hanno poi fatto la strada di Sampeire, c’erano ancora cinquecento persone a Elva, la gente ha incominciato a scappare. Adesso abbiamo tre strade che ci uniscono con la vallata, da Ponte Marmora, da Sampeire, da Stroppo, ma a Elva ci sono solo più centoventi persone. Eh, la montagna va a perdere. Se non raggruppano le proprietà formando dei grossi pascoli che diano da vivere a poche persone, la montagna diventerà deserta. I giovani sono scappati tutti, i vecchi muoiono. Nel passato Elva era come una famiglia unica, eravamo più uniti. Adesso la gente non parla più, non comunica più. Adesso c’è l’invidia. La gente ha incominciato ad avere i milioni nella testa, e poi in tasca. Il soldo fa superbia. Per vivere dovevamo andare per il mondo GIOVANNI PIETRO MUSTAT, nato a Elva, classe 1907, contadino.

(9 maggio 1973 – Ines Cavalcanti, Dario Anghilante).

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La prima volta sono andato in Francia con mio padre, nelle vallate delle Alpi Marittime. Mio padre era nativo della Valle Varaita e aveva il mestiere da muleta, da arrotino. Ci portavamo dietro gli attrezzi, la molla, e giravamo tutti i paesi e le borgate. Io andavo a raccogliere il lavoro, mentre mio padre lavorava sulla piazza. Io aggiustavo anche i parapioggia. Dormivamo sui fienili. Mangiavamo sulla piazza, avevamo il fornellino a carbone. Se la stagione andava già un po’ bene guadagnavamo duecento lire, il valore di una vacca. Con la primavera tornavamo a Elva. Poi ho incominciato il mestiere del marsíer, giravo le valli Tinea, Vésubie e del Var, tutte le vallate di Nizza, a fare il mercante di stoffa con il fagotto sulle spalle. Un inverno, con mio zio, sono andato a tagliare i capelli alle donne. Siamo passati dalle parti di Piacenza, abbiamo raggiunto le valli di Brescia e di Bergamo, e poi siamo arrivati nel Trentino. Avevo sedici anni. Compravamo soltanto le trecce, i cavei del pentu non ci interessavano. Pettinavamo le ragazze, e poi avanti con il taglio dei capelli, a zero, mi faceva impressione vedere quelle donne proprio rasate, lasciavamo solo una corona in circolo, così pettinando verso il centro della testa i pochi capelli rimasti riuscivano a coprire un po’ il bianco. Sia nel Bresciano che nel Trentino la gente era molto povera, più povera che nelle nostre valli. Ma era gente più pulita, più ordinata di noi. Ci dicevano: «Siamo stati profughi in Piemonte durante la guerra, ma sono mica tanto puliti nelle cascine». In certi paesi prima di passare dalla stalla alla cucina si cambiavano di abito infilavano zoccoli o pantofole pulite. Una volta, in una valle di Bergamo dov’era saltata la diga, mio zio ha visto tante ragazze che entravano in una filatura. Mi ha detto: «Oh, ho visto due o tre ragazze che hanno dei capelli biondi e ricci bellissimi. Io ho prova-

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to, ma ho combinato niente. Devi andare tu che sei giovane. Le aspetti quando escono dal lavoro e ti fai invitare stasera alla veglia». Allora mi sono fatto coraggio, alla sera sono andato alla veglia con quel gruppo di ragazze. Ho preso a parlare, poi ho chiesto che mi dessero un po’ dei loro capelli. Nella stalla c’erano anche le madri, hanno incominciato a dire: «Ma accontentatelo un po’ questo bravo giovane». Ho tagliato i capelli a tutte otto quelle ragazze, alcune di quelle trecce erano bellissime, valevano cento volte le trecce comuni. A tagliare alla prima ho avuto un po’ di paura, se piangeva mi comprometteva il taglio di tutte le altre. Non ha pianto, anzi rideva, e anche le altre erano allegre, ridevano. [...]. In quei tempi vivevano a Elva milletrecentoventi persone. C’era la forza. Ogni inverno la popolazione teneva aperta la strada che da Elva per il Colle porta a Stroppo. Tutto a desene, a squadre di dieci. Elva non è mai stata bloccata dalla neve, quando aprivamo la strada a braccia, quattordici desene, centoquaranta volontari che lavoravano gratis l’intero inverno. Ogni desena aveva il suo comandante. La famiglia che non poteva fornire un uomo forniva una donna. Forse c’erano più donne che uomini nelle desene. [...]. Io avevo già il pane DONPIETRO GARNERO, nato a Sampeire, classe, 1886, parroco di Prazzo.

(29 settembre 1971). La mia era una famiglia di contadini poveri, dodici i figli. Mia madre mi raccontava che fino a che era stata da sposare non aveva mai saputo che cosa volesse dire togliersi la fame. Tante volte, d’inverno, andavano a letto presto per attutire gli stimoli della fame. Mia

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madre veniva dalla frazione Dughetti, era una trovatella. Suo padre ne aveva allevati tre trovatelli, per usufruire di quella quota minima, di quel piccolo sussidio, una miseria. I cibi erano scarsi, la patata appena conosciuta, la mangiavano come companatico la patata, con il pane di segala, ’l pan dür, che cuocevano una volta all’anno, a novembre. In quei tempi non c’era ancora l’emigrazione, è poi cominciata nel 1868, quando mia madre era poi già sposata. Emigravano nell’America del sud, in Argentina e nel Cile. Io avevo sette otto anni quando la prima famiglia di Sampeire, della borgata Ruera, è emigrata in Argentina, credo chiamata da un prete salesiano, dal missionario don Martin Pietro, anche lui nativo della borgata Ruera. I bambini andavano ad affittarsi in Francia. Mia madre passava dal Colle dell’Agnello, andava ad affittarsi a Saint Braus, a Peirabros... Mi raccontava che la sua padrona usciva dalla baita, raccoglieva delle grosse bracciate di ortiche, le faceva cuocere quelle ortiche, e la minestra era tutta lì. D’altra parte anche a casa, anche alla borgata Ruera, mia madre mangiava tanta erba. ’L liun, una specie di pisello selvatico, duro; poi tante lenticchie, e i gravaiun, un bulbo un po’ più piccolo di una noce, un po’ nero, non dolce ma un po’ gradevole. Li ho ancora mangiati io i gravaiun, ma io avevo già il pane, io non l’ho più sentita la miseria. Mia madre era del 1849, mio padre era forse del 1846, loro sì che avevano sentito la miseria. Il mio pane, ’l pan ’d sel, ’l pan dür, lo conservavamo sul solaio. ’L müfi blanc740 si mangiava ancora, ’l müfí giaun741 era immangiabile. Mia madre per farci mangiare 740 741

L’ammuffito bianco. L’ammuffito giallo.

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’l müfi giaun, ci diceva: «Mangiatelo, che vi fa venire alti». Io ne ho mangiato tanto ’d müfi giaun, e infatti sono alto di statura. Il pane lo tagliavamo al gral, al taiet. Per rammollirlo un po’ lo appendevamo sopra il paiolo delle patate che bollivano, il vapore lo ammolliva un po’. Sono parroco di Prazzo da sessantaquattro anni, sono venuto qui nel 1908. La mia comunità è religiosa. Su verso Marmora la gente è invece molto meno religiosa. Ero un ragazzo, vivevo a Sampeire, e sentivo già parlare male di Marmora, gente sempre con il coltello, cose tremende. Raccontavano che la gente di Marmora aveva legato un parroco alla greppia, nella stalla vicina alla canonica. E quel prete era poi morto di freddo nella notte. Raccontavano che la gente di Marmora aveva sistemato un palo su un formicaio, e a quel palo aveva legato uno della Forestale, l’aveva lasciato morire così... Tutta la vallata che si stacca da Ponte Marmora era di gente litigiosa. A Prazzo c’era la pretura che teneva udienza tutti i venerdì. Ricordo che la pretura lavorava quasi solo per quelli di Marmora e di Preit. Adesso le dico una filastrocca, io l’ho sentita quando ero bambino. A Sampeire viveva uno della Roccia742 , un garzone calzolaio, e me la cantava sempre. Comincia da Busca, dalla pianura, e poi sale lungo tutta la Valle Maira. Dice così: Büsca büscaia, trista canaia, i foi ’dla Mura, i mat del Vilar, i’usurié de Druníe, i barutié ’dla Roccia, i pulentié di Teˆc, i pelocian de Cartignan, i pumatà de San Damian, i sautou ’d Lotu, i rümatà de l’Arma, i bei d’Albaré vüden l’aighe e patisu la sé, i trifuliér de Strop, i’imbrinà ’d Pras, 742

Roccabruna.

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i cutilié ’dla Marmo, i grup ’d Cianös, i ciabrié del Preit, i griˆc de San Micel, i badagu d’Usol, i vacias d’Asei743 .

Se la gente credeva alle masche? Sì, ci credeva. E quelle povere vecchie che le facevano passare per masche? Dicevano che quella certa vecchia savia ’dla pato, sapeva ’dla pato. Io ho studiato che cosa vuol dire ’dla pato, deriva da Epatta, la maniera di scoprire quando capitava la Pasqua, si faceva l’Epatta per sapere l’avvenire. I vecchi facevano l’Epatta, facevano i loro conti, e scoprivano la data della Pasqua. Eh, qui c’era la superstizione. Le desmentiòure soffiavano negli occhi per togliere il fuoco, per togliere il dolore delle bruciature. Il malato doveva mettere un piede su una pietra, poi la desmentiòura gli girava attorno pregando. L’era na mia-ciüra744 di superstizione e religione, la superstizione è falsa religione. Per dire a una persona che era furba le dicevano «ses na masca»745 . È mica tanto che io ho ancora dato delle benedizioni. Su da Marmora dicevano che superando tre ponti sul Maira e andando poi da un parroco a far benedire la zolla di zucchero o il pezzetto di pane gli spiriti cattivi sparivano. [...]. 743 Busca buscaglia triste canaglia, | gli stupidi della Morra, i matti del Vilar, | gli usurai di Dronero, i mangia barote (i mangia castagne) di Roccabruna | i mangia polenta dei Tetti, i pelacani di Cartignano, | i mangiatoti di mele di San Damiano, i saltatori di Lottulo, | gli abbrustoliti di l’Arma, i belli di Albaretto | vedono l’acqua e soffrono la sete, | i mangiatori di patate di Stroppo, i «coperti di brina» (i lenti) di Prazzo, | gli accoltellatori di Marmora, i nodi di Canosio, | i capriani di Preit, i grilli di San Michele, | gli stupidi di Ussolo i vaccari di Acceglio. 744 Era una mescolanza (un miscuglio). 745 «Sei una masca».

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La montagna oggi? Va a perdere. Io ho solo più la speranza nel turismo e nella programmazione delle ferie, ho in testa le ferie distribuite entro l’anno e non la furia di agosto. Mah! Chiudono la stalla quando i buoi sono scappati. Quando sono arrivato a Prazzo gli abitanti erano trecentosessantacinque, e poi quattrocento e otto. All’ultimo censimento erano duecentoventotto, oggi saremo ancora centocinquanta. Un matrimonio ogni due anni, un battesimo ogni due anni, e quattro cinque morti ogni anno. San Michele faceva milleduecento abitanti. Adesso ne fa meno di duecento. Ussolo faceva cinquecento e più abitanti. Adesso ne fa settanta. La mia unica speranza è nella programmazione delle ferie. Alpini, indossate la maglia di acciaio VINCENZO CUCCHIETTI, nato a Stroppo, borgata Caudano, classe 1912, contadino, operaio.

(11 agosto 1972). [...]. Nella stagione del fieni la nostra montagna era popolata giorno e notte. Le donne si alzavano alle tre del mattino, a preparare la polenta. Gli uomini intanto si incamminavano verso i prati alti per incominciare a tagliare l’erba. Alle quattro anche le donne si incamminavano con gli asini e con i muli e le slitte legate ai basti. Alla sera, quando dai prati alti tornavamo alla borgata dovevamo ancora ricoverare il fieno sul fienile. Era questa la nostra vita. Nella frazione lì sotto, nelle fraziona Pessa, vivevano otto famiglie, e ognuna di queste famiglie aveva l’asino. Nel buono della notte sentivo sempre questa gente che risaliva, che attraversava la nostra borgata. Era come una carovana, come une colonna di alpini, di salmerie. Erano i primi ad andare al fieno. Gridavano agli asini: «Oh oh, ’nduma...» Gridavano: «Alé cui ’d Cau-

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dane, l’é ura ’d levese»746 . Anche i bambini salivano fino ai prati alti: le bestie arrivavano lassù sudate, spettava ai bambini riaccompagnarle subito giù alla borgata. [...]. Alla politica eravamo completamente estranei. Il parroco, il segretario comunale, il medico condotto erano le sole persone che capivano qualcosa di politica. Noi sapevamo vagamente che Giolitti era il capo del governo, che saliva qualche volta lungo la valle, che era del Partito Liberale. È dopo la guerra 1915-18 che per la prima volta sentiamo parlare dei partiti. Nasce il Partito Popolare, ed ecco con la bandiera spiegata si fa avanti il Partito Socialista. Alcuni reduci della guerre del ’15, esasperati dalle brutte vite della trincea, fanno una propaganda brutale e spietata a favore del Partito Socialista. I pochi che hanno aderito al Partito Popolare vengono derisi, insultati. I socialisti abbonano il parroco al giornale «L’Asino», il parroco non può più uscire dalla canonica. Su tutti i muri appare la sua caricatura. Il capo dei socialisti di Stroppo insegna si bambini Bandiera rossa. Molti ex combattenti, emigrati in Francia, mandano soldi al Partito Socialista. [...]. Alla vigilia delle elezioni i socialisti passano di casa in casa con la scheda, e insegnano come si deve votare. «Bisogna scegliere questo simbolo che è contro la guerra, – dicono, – tutti gli altri simboli sono a favore della guerre». La parole «guerra» brucia ancora, così la propaganda fa presa. Infatti il consiglio comunale sarà dei socialisti. Ma poi le cose assumono une brutta piega. Scioperi a catena, gli operai occupano le fabbriche, la vita della nazione è paralizzata. C’è un partito armato che si fa avanti, che approfittando del disordine si impadronisce 746 «Oh oh, andiamo...» «Alè quei di Caudano, è ora di alzarsi».

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del governo. Noi continuiamo a restare estranei ai grandi fatti che agitano il paese, noi siamo inconsapevoli di tutto, olio di ricino e il manganello da noi non compaiono. Gli amministratori socialisti di Stroppo vengono convocati in Municipio e dichiarati decaduti. Entra in carica un «direttorio» capeggiato dal Podestà. Per il parroco è une liberazione. Adesso può muoversi liberamente da una borgata all’altra, adesso può svolgere la sua missione. Nessuno gli dà torto se simpatizza per il Partito Fascista. Nelle scuole ci insegnano a cantare Giovinezza, arrivano gratis i fez e le camicie nere. In occasione delle feste nazionali tutte le scolaresche delle borgate devono confluire nel capoluogo, dove si svolgono le manifestazioni patriottiche. Per noi ragazzi, che entusiasmo! Qualche anziano, qualche reduce di guerra, ci dice soltanto: «Ve ne accorgerete un giorno o l’altro...» [...]. Nel 1935 incominciano le grane. Con la guerre di Abissinia quattro classi vengono chiamate sotto le armi per istruzione, e le classi che dovevano andare in congedo vengono trattenute. Ma la guerre di Abissinia si conclude presto e con la vittoria. Il segretario del fascio di Stroppo raduna la popolazione e fa il discorso, dice: «Abbiamo un uomo che le potenze straniere ci invidiano, un uomo lungimirante. Non esiste al mondo un altro uomo perfetto come Mussolini». La gente adesso crede davvero nel Duce, la propaganda fascista dopo la vittoria dell’Africa diventa più penetrante, più insistente. Se Mussolini adesso dicesse: «Siamo sbarcati sulla luna», la gente lo crederebbe. La gente non sa che cosa è il fascismo, ma ne è entusiasta. [...]. Nel 1935 sono sotto le armi per il servizio da permanente, sono nell’artiglieria alpina. Per noi che arriviamo dalla montagna la vita militare è come un paradiso, finalmente mangiamo la carne, a casa non riuscivamo mai ad

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assaggiarla. E poi facciamo una vita regolare. I soldati di città maledicono il brodo del rancio, che per noi è una primizia. Soffriamo soltanto per la lontananza da casa. Poi arriva il congedo. Ma nel 1938 mi richiamano per i fatti di Monaco. Altro congedo, altro richiamo nel 1939; altro congedo, e infine il richiamo dal 1940 per la guerra contro la Francia. Il mio reparto è la 12a battgria dal 4° reggimento. Il 10 giugno da Mondovì raggiungiamo Rittana, e poi Chiapera nell’alta Valle Maira. Giudichiamo la guerra contro la Francia una guerra ingiusta, insensata, una vara e propria tragedia. Non per niente il nostro accampamento è sempre circondato dalle sentinelle, hanno paura che i soldati disertino e scappino in Francia. Se la nostra gente dell’arco alpino nel passato si è sfamata, se è riuscita a sopravvivere, deve dire grazie alla Francia. [...]. Dopo la guerra contro la Francia «radio scarpa» parla della Jugoslavia. Raggiungiamo la Carnia, ma con l’autunno rientriamo a Mondovì, dove mi congedano. Ma mi richiamano quasi subito. Mi ammalo, riesco a schivare l’Albania. Poi salta fuori la grana della Russia. Abbiamo una grande fiducia nei tedeschi, siamo convinti che la guerra è ormai vinta. Ci facciamo coraggio, sperando. Mah! Tra noi contadini ne parliamo della Russia. Abbiamo solo paura che la Russia sia un’avventura, abbiamo paura della lontananza, dell’ignoto. Il 4 agosto ci caricano sulla tradotta, a Mondovì, su quaranta vagoni. Appena il carico è ultimato la tradotta raggiunge la pensilina, la stazione. Lì c’è una folla di padri madri sorelle morose amici conoscenti, chi ha portato un fiasco di vino e chi una pagnotta di pane. Le donne fasciste distribuiscono cartoline e medagliette, su una faccia Belle medagliette c’è la Madonna e sull’altra Mussolini. La tradotta sosta ancora un’ora. Chi piange, chi

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è ubriaco, anche i più forti sono a pezzi, è uno spettacolo che fa pena. Quando il treno fischia la gente non si stacca dalla tradotta. Deve intervenire la polizia ferroviaria, la tradotta muove lentamente perché la gente non si stacca... Dopo Mondovì, nelle campagne di Fossano e di Savigliano, i parenti sono lungo la ferrovia, e gridano e piangono, si disperano al nostro passaggio. Dalla nostra tradotta partono grida di saluto. Io guardo il Monviso e mi dico: «Un po’ a sinistra dal Monviso c’è la mia valle, c’è la mia borgata, c’è mia moglie, c’è la mia bambina...» Alessandria, Cremona, Mantova, Udine, Tarvisio. Poi l’Austria, poi la Polonia e le lande sterminate. Nelle stazioni, lungo i binari, gli ebrei che lavorano hanno tutti una stella gialla sulla schiena, un marchio. Noi non sappiamo che quella stella gialla vuole dire «ebreo». Donne vestite di stracci, dallo sguardo triste, donne umiliate, vengono a chiederci un pezzo di galletta. In alcune stazioni le donne russe accorrono lungo la nostra tradotta per intraprendere dei piccoli commerci, due uova in cambio di un pettine, cose dal genere. Le donne russe cercano le nostre medagliette. Riesco a fare fuori la medaglietta che le donne fasciste mi hanno regalato a Mondovì. Le donne russe conoscono la Madonna, non conoscono Mussolini. «È Crist, è Crist», dico io a queste donne, così vendo Mussolini per Cristo... Sedici giorni di viaggio, poi finalmente le operazioni di sbarco. Il generale Battisti riunisce tutta la divisione «Cuneense», sale su un’autocarretta, ci dice: «Venite vicino, voglio che sentiate tutti, ho delle cose importanti da dirvi». E ci parla: «Noi andremo sul Don, in pianura. Quando siamo partiti avevamo tutti il desiderio di andare a combattere in montagna, sul Caucaso. Invece gli ordini superiori dicono che noi alpini dovremo combattere in pianura. La configurazione geografica dal fronte che

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dobbiamo raggiungere è come questa: colline basse, intercalate da tratti di pianura. Siete contenti? Io non sono contento. Dove andremo le nostre corde manilla, le nostre piccozze, i nostri scarponi chiodati, i nostri muli, non servono a niente. Noi siamo addestrati per la montagna, ma dobbiamo ubbidire ai comandi superiori. E scriveremo anche là sul Don il nostro motto “di qui non si passa”. Alpini, indossate la maglia di acciaio, chi deve dormire dorma, ma chi deve vegliare vegli. Saremo sulla difensiva, ma quando arriverà l’ordine di andare avanti andremo avanti». Restiamo tutti mogi mogi, più nessuno di noi che ha voglia di ridere. Riprendiamo le marce a piedi, nel polverone nero dell’Ucraina, la polvere si impasta col sudore, ogni sera siamo irriconoscibili, non ci conosciamo più tra noi. Arriviamo sempre morti dalla stanchezza, e dobbiamo farci da mangiare, chi va alla ricerca di un cavolo, chi di un pomodoro, i più fortunati hanno catturato una gallina lungo la marcia. Che pietà! Poi il 24 settembre la «Cuneense» dà il cambio a una divisione tedesca, sul Don. Io, fortunato, rimango con i muli, nelle retrovie, siamo quaranta gli alpini fortunati. Viviamo in un kolkos alla periferia di Rossoch, due o tre per isba. Coabitiamo con la popolazione. Nella mia isba c’è una madre con la figlia di diciotto anni, Maruska. Gli altri due figli sono nell’armata rossa. Mi sono trascritto da un vocabolario italiano-russo alcune parole, le più importanti; così riesco a farmi capire. In principio la popolazione dimostra un po’ diffidente. Ma poi ci vuole subito bene. Non ho mai visto della gente brava così. La popolazione conosce tutti noi quaranta per nome, è una popolazione di vecchi e giovanissimi. I russi non hanno né fiammiferi né sale. Noi scriviamo a casa che ci mandino tanti fiammiferi nei pacchi. Ai russi raccontiamo come si vive nei nostri paesi: parliamo della

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proprietà privata, della nostra terra che passa di padre in figlio, in eredità. Tutte cose che a loro sembrano impossibili. [...]. Ogni sera arrivano dei giovani, sono i figli dei contadini che ci ospitano, vengono a casa a cercare sigarette. Noi non lo sappiamo, ma questi giovani vivono alla macchia e sono tutti partigiani. Un giorno partecipo a una festa, e arrivano alcuni ufficiali dei partigiani, e prendono parte alle danze. Non uno che faccia una mossa. A noi dicono: «Siamo soldati russi scappati dai tedeschi». Lo starosta747 , che è li che ascolta, ci dice: «Italiani bravi». [...]. Poi con altri otto artiglieri mi trasferiscono a Rossoch. Anche lì viviamo nelle isbe, con la popolazione. La sera del 14 gennaio vedo che i russi della mia isba – il padre, la madre, e le due ragazze – parlano tra loro sottovoce, non cantano più come facevano le altre volte. L’indomani mattina arriva il bello. Due di noi sono andati come al solito a prelevare il caffè dagli alpini, ma non tornano più. Come mai? All’improvviso vediamo che spunta un carro armato con sopra cinque o sei uomini in tuta bianca, sembrano dei nostri, ridono, e noi li salutiamo. Il carro armato ci passa vicino, sulla pancia del carro c’è una stella rossa... A cinquanta metri ne spunta un altro con nessuno sopra, spara delle raffiche. Raggiungiamo di corsa i nostri camminamenti. Poi arrivano gli stukas in picchiata, bombardano e rafficano. In un momento Rossoch diventa un incendio. Sotto una grande tettoia c’erano duecento muli con i conducenti. Due carri armati russi sono entrati là sotto, hanno schiacciato i muli e i soldati. Comincia così la tragedia, il caos di Rossoch. 747

Il capo del paese, il sindaco.

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Sono con un gruppetto di sbandati, con noi c’è anche un civile russo, un giovane che ha collaborato con i tedeschi. Ha ancora la fascia al braccio con su la croce uncinata. Piange disperato, ci dice: «Adesso mi ammazzano». Gli suggeriamo di togliersi intanto la fascia dal braccio. Uno degli sbandati è di Gaiola, un altro è di Sambuco. C’è chi piange e chi bestemmia, c’è chi guarda un’immagine e prega. Nell’aria ormai c’è la disperazione. È sera quando ci incamminiamo verso Podgornoe. Una delle mie mani è congelata, sento il sangue che batte. Un mio amico non riesce più a togliersi le scarpe, ha già i piedi congelati. Il freddo è sui venticinque gradi sotto zero. Il giorno 17 raggiungiamo Podgornoe. Li c’è una confusione tremenda, ospedali che sgombrano, sussistenze che sgombrano. Arrivano i carri armati russi e la confusione aumenta ancora, più nessuno capisce niente. Sono con uno di Stroppo, abbiamo deciso di restare sempre insieme. Lui vede che degli alpini stanno distribuendo delle pagnotte, si sposta di dieci metri, sparisce in pieno giorno. Mi inserisco in una colonna di alpini, riesco a uscire da Podgornoe. Cammino giorni e giorni, con la colonna. Un mattino dobbiamo superare un passaggio obbligato, dove i partigiani sparano dai fianchi. Davanti a noi ci sono due slitte ungheresi stracariche di feriti, i feriti sono su come grappoli d’uva. Le granate colpiscono le slitte, vedo braccia gambe teste che volano per aria, vedo che la neve diventa rossa. Le slitte testano lì, i cavalli scappano impazziti trascinando le barre delle slitte. Incontro un alpino del battaglione Dronero, Michele Chiappello, della Piatta Soprana di Montemale. Sono sfinito, sono stanco morto, non siamo più uomini ma bestie. Chiappello mi resta accanto; «Sa, fa’ ancora cento

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metri», continua a dirmi. Mi aiuta; mi convince a non arrendermi. [...]. Il 2 febbraio esco dalla sacca, a Bielgorod. Raggiungo Karkov. Infine col treno inizio il viaggio verso l’Italia. [...]. A Udine ci scaricano come bestie. Siamo ottocento, quattrocento i malati e i feriti. Ci radunano sul piazzale della stazione, c’è un cordone di carabinieri che ci guarda. Sembriamo prigionieri, siamo tutti a testa bassa. Finalmente arriva un treno ospedale, il numero 43. Arrivano le donne fasciste, con i cestini pieni di gallette e cartoline. Sul treno ospedale tutte le poltrone sono di velluto rosso, non osiamo sederci. Il treno è caldo, i pidocchi si svegliano, camminano sulla giubba, sembrano file di muli. L’indomani arriviamo a Lavagna. C’è la popolazione che ci attende. Gente che piange, piangono tutti, piango anch’io. Ci sistemano in un cotonificio adibito a ospedale, i lettini sono con le lenzuola bianche, li riempiamo di pidocchi. Al mattino il risveglio. Apro la finestra, vedo il mare, vedo i giardini pieni di fiori! Mi fermo lì tre mesi, le dita della mia mano congelata sembrano di legno. Poi mi concedono due mesi di convalescenza, finalmente torno a casa. Quanta gente viene a cercarmi, gente che arriva da Stroppo, che arriva da tutte le borgate. Cercano notizie. Un padre e una madre scendono tutti i giorni da una frazione lontana, tutti i giorni vanno a Stroppo ad aspettare la corriera, ad aspettare qualche notizia del figlio disperso. [...].

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L’assassinio di Matteotti ci ha spalancato gli occhi SPIRITO MAGNO ROSSO, detto Prit Draghét, nato a San Pietro Monterosso, frazione Piébruno, borgata Bonaglia, classe 1896, contadino.

(11 maggio 1974 – Vittorio Damiano). Noi eravamo padre, madre, io e una sorella. Avevamo tre o quattro giornate di terra, di cui mezza giornata coltivabile. Nella stalla due vacote. Mangiavamo patate, pan ’d bià748 , e qualche volta un po’ di riso e polenta. Le castagne le compravamo. Erano buoni i bodi ’n balo, cioè le patate messe in un paiolo senza acqua. Sullo strato superiore delle patate si metteva uno straccio umido, bagnato, così queste patate cuocevano con il vapore. Le patate sotto restavano invece ben arrostite. Erano buone anche le patate al forno, quando facevamo le fornate di pane. E i maté? Patate schiacciate con porri, riso, sale e pepe, ne facevamo delle gavie...749 , erano buone fatte al forno. Tante delle nostre specialità sono andate perdute perché il contadino di oggi non dispone più del forno a legna. La nostra era già una famiglia che aveva della stima, che aveva del pane da mangiare. Padre e madre ci mandavano a scuola, e non ci lasciavano mancare niente. Mio nonno era vissuto trentacinque anni a Torino, facendo il calzolaio. Aveva già l’ambizione che noi studiassimo. Attorno a noi era tanta la miseria. Avevamo un vicino di casa, Curbas, con sei figli e una sola vacca nella stalla. I figli di Curbas venivano da noi a cercare qualcosa da mangiare. Magari avevamo sul tavolo la minestra di lenticchie, e gliene offrivamo un piatto. Uno di quei bam748 749

Pane di segala. Gavia: recipiente di terra cotta.

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bini ci diceva: «Sarei capace a trangugiarla, questa minestra, e poi a rimetterla fuori per rimangiarla». Avevano sempre una fame... Nella mia frazione c’era gente che seminava le patate e poi le dissotterrava quasi subito per togliersi la fame. Nella mia frazione vivevano più di duecento persone, e le famiglie un po’ benestanti erano solo tre o quattro. La gente, vivendo nella povertà, nella miseria; era litigiosa. Ma se una famiglia aveva bisogno di aiuto allora nasceva l’unione. Ané ’n vegliar era un modo di incontrarsi, di riconoscersi nella comunità. Chi cantava, chi suonava l’armonica, c’era l’allegria tra i giovani. Nelle stalle si parlava tanto delle masche, si parlava sempre di quello. Chi era più istruito leggeva dei libri e poi raccontava le storie nelle stalle. I libri erano il Guerin Meschino, Fioravanti, il Brigante Musolino, Bertoldo... Le masche! La masca uomo era ’l magu. Tutte le disgrazie erano colpa delle masche. Quando si incontrava una donna bisognava lasciarla passare a sinistra, se no portava sfortuna. Si diceva che ogni chiesa aveva la sua masca. I preti dicevano: «Sono le masche che portano la tempesta». Don Antonio aveva la fama di non lasciar tempestare, di dominare le masche. I nostri vecchi raccontavano che un giorno stava per tempestare, e avevano sentito le masche che dicevano: «Ascoltiamo il consiglio del prete, andiamo a far tempestare lontano da questa parrocchia». Quando minacciava un temporale, se don Antonio si trovava lontano dalla sua parrocchia, stendeva il fazzoletto da naso per terra; poi ci saliva sopra e incominciava a leggere il libro: «Qui sono sul mio territorio», diceva, e così neutralizzava le masche, così difendeva lo stesso la sua parrocchia dalla tempesta. Ricordo benissimo che ai Damiani una casa è bruciata due anni di seguito. Ma quel fuoco bruciava soltanto

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le cose, non le persone. Le fiamme con le persone non erano calde, non sprigionavano calore. Sono tanti i testimoni, tutta la gente della frazione. Se si toccavano le fiamme, non scottavano. Il parroco non riusciva a fare niente, allora è salito il vescovo, e gli incendi non si sono più ripetuti. I padroni di quella casa dicevano soltanto: «Non parliamone più». Certo la meraviglia era stata grossa. Una ragazza, al catechismo, aveva poi parlato al prete di quella povera gente, di quella casa bruciata due volte. E il prete le aveva risposto: «Ecco, così non lavorano più nei giorni di festa...» Si parlava anche tanto dei curs, delle anime morte che avevano peccato e che di notte si mettevano in processione lungo la montagna. La medicina la gestivamo noi, con i nostri poveri mezzi. L’ostetrica era una donna vecchia della borgata, una pratica. Batista ’d Bergera toglieva i denti, metteva a posto le ossa, faceva il medico, il chirurgo, tutto. Era in gamba, faceva anche l’ostetrico. C’era chi sapeva fare la desmentia. Tilde tagliava i vermi. La sitela, la risipola, veniva guarita facendo passare una moneta d’argento sulla pelle infetta. Sadin era l’uomo più brutto della frazione, aveva gli occhi fuori dalla testa. Sadin succhiava il latte alle donne. Una donna un giorno ha detto: «Da quello lì non mi farò mai togliere il latte, piuttosto preferisco morire». Sadin l’ha saputo, e quando quella donna ha avuto bisogno del suo aiuto si è rifiutato e l’ha lasciata morire. Molti emigravano. Partivano le famiglie al completo, mettevano sul carretto le poche masserizie e i bambini, e a piedi raggiungevano la Francia passando da Tenda. In Francia i bambini li sistemavano nei negozi, a servizio. Si può dire che quasi tutti andavano a Nizza, a Cannes, a lavorare nelle campagne. Non poche donne andavano a

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fare le nürisse, era un mestiere come un altro, la miseria voleva così. Anch’io sono andato a piedi in Francia. C’è nessuna famiglia della nostra montagna che non abbia mangiato del pane in Francia. Negli anni 1911, 1912, 1913, ho lavorato a Nizza con i muratori. Poi nell’autunno del 1915 sono partito da soldato con il 1° alpini, e nel 1916 sono andato al fronte sul Pal Piccolo e sul Pal Grande, e infine nel Trentino, sul Monte Maio. Sono rimasto ferito sul Cimon, tredici ferite avevo quando sono caduto prigioniero. Dopo due mesi di ospedale a Posen, in Engadina, mi hanno trasferito a Mauthausen. Infine tramite la Commissione Americana e Svizzera mi hanno restituito all’Italia come grande invalido. Che coca era per me la patria quando ero al fronte? Era la mia famiglia, la nostra casa e basta. Dopo la guerra, nel 1925, con la mia famiglia, sono di nuovo andato a Nizza. Là ho lavorato quattordici anni con lo stesso padrone, in un’azienda di trasporti. Tornavo in Italia solo nell’estate, quindici giorni, a fare i fieni. In Italia ormai c’era il fascismo. Per me, per molti di noi, dopo la morte di Matteotti il fascismo era il nemico. Non che ci interessassimo di politica, non ci interessiamo nemmeno oggi di politica perché non siamo colti. Ma è l’assassinio di Matteotti che ci ha spalancato gli occhi. Noi non eravamo fascisti, e quel delitto ci ha messi a terra. L’impressione era quasi come se avessero assassinato uno di noi. Per tutta la gente della mia frazione quel delitto è stata una cosa grossa, decisiva. Negli anni 1939-40 ho trovato in Francia chi mi ha detto: «Ti sei allevato con il pane di Mussolini». Io gli ho risposto così: «Io sono piemontese. Sì, l’Italia è il paese di Mussolini. Ma la Francia è la mia nürissa. E allora la Francia mi è più cara che l’Italia». In Francia con il vero

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francese si andava d’accordo. Ma con il francese un po’ imbastardito era difficile andare d’accordo. Sono rimpatriato l’8 giugno 1940, sono tornato qui, alla miseria, proprio nella vigilia della guerra. [...]. Lo sbandamento dell’8 settembre 1943? Oh, ne abbiamo aiutati tanti soldati, Desaiacomo Giuseppe di Belluno era uno dei tanti sbandati, è vissuto venti giorni con noi. Credevamo che la guerra fosse finita, e invece incominciava. [...] Noi eravamo amici dei partigiani. Era un periodo critico e li aiutavamo i partigiani. Ma quanta paura! Tra i contadini c’era quello che li portava i partigiani e c’era quello che invece gli dava contro. Noi vedevamo quei giovani malandati, che dormivano dove trovavano, e li aiutavamo. A noi non hanno mai fatto del danno i partigiani. I tedeschi e i fascisti ci hanno bruciato la casa, nel pieno dell’inverno. Eh, quante volte siamo scappati perché c’erano i combattimenti. La montagna di oggi? Nella mia frazione vivevano duecento persone. Ne vivono ancora quattordici, tutti vecchi. Ai Verra ci sono ancora due anime, e tante ortiche, tanti muri screpolati. Anche ai Damiani non c’è più nessuno. Se si fossero ricordati di aiutare la montagna venti anni fa, facendo le strade, qualcosa avrebbero salvato. A Frise hanno fatto una bella scuola nuova, ma quando la scuola è stata finita non c’erano più gli allievi. Oggi in montagna non c’è più il modo di vivere. Lo sviluppo economico della pianura è stato troppo rapido, ha attirato tutte le forze valide della montagna, tutti i giovani. Eppure alla lunga la montagna ritornerà buona, ritornerà abitata. Ci vuole qualcosa di grosso, di grave, che faccia di nuovo apprezzare la gente contadina, la nostra montagna.

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Mah, non siamo mai contenti. Quando eravamo giovani avevamo i denti e ci mancava il pane. Adesso abbiamo il pane e ci mancano i denti. Una vira da sbirri MAGNO ARNEUDO, nato a Castelmagno, frazione di Narbona, classe 1892, contadino.

(14 settembre 1971 – Silvio Einaudi). Oh, povero me, a Narbona vivevano venticinque famiglie, centocinquanta persone, tutti Arneudo. Facevamo una vita da sbirri, mangiare il pane di segala che cuocevamo una volta all’anno, a Natale; mangiare i’orle, gli spinaci selvatici nella minestra, e le ortiche. E i’assetu, crudi, era solo erba ma avevamo fame, oh povero me. Avevamo due vacche, il più ricco ne aveva tre quattro. In tutta Narbona c’erano forse quattro famiglie che non prendevano la roba a credito dai negozi, che non facevano debito. A scuola andavamo al Colletto, anche d’inverno. Partivamo tutti gli scolari di Narbona in gruppo e c’era sempre il pericolo che lungo il cammino ci sorprendesse la valanga. A vié, nella mia stalla, c’erano magari quindici venti persone: giocavamo a carte, un soldo per mano, a ciamé ’l des. Stavamo allegri, cantavamo; io ero il primo cantatore. Se ricordo le canzoni di allora? Ricordo la Canzone del Gallo, la cantavamo tanto nella osterie. [...]. Oh povero me, allora la gente cantava. Il giorno dell’Assunta lì davanti alla cappella c’era tutto Campomolino ad ascoltare, cantavamo di buona voglia. C’era tanta gioventù. [...]. Io andavo tanto in Francia, tutti gli inverni. Mussolini non faceva più il passaporto, noi passavamo attraverso la

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montagna. Una volta eravamo in tre, abbiamo tentato di passare da Briga e da Tenda, ma non siamo riusciti. Allora siamo tornati a Bersezio, abbiamo preso il tabaccaio come guida, gli abbiamo dato venti franchi e venti lire italiane a testa, ci ha portati in Val Tinée. Abbiamo camminato di notte, come ladri, come briganti, e andavamo poi solo a cercare un lavoro. Ho lavorato a Hyères nella carriera a rompere pietre tutto il giorno con una mazza di dodici chili. Dove ci prendevano lavoravamo. Partivamo all’autunno dopo i fieni, una vita da sbirri... Un anno, eravamo in cinque, siamo andati a lavorare sotto il governo, a pulire la brusaia750 sui colli, nei boschi, tre lire al giorno di paga a mangiare pane e acqua, cinque mesi a mangiare pane e acqua. Mi sono sposato che avevo trentadue anni, all’autunno lasciavo la moglie con le bestie e andavo in Francia, la miseria faceva fare quello. [...]. Se chi comanda provasse un po’ la nostra vita MARIA ISOARDI Vedova MARTINI, nata a Castelmagno, frazione Chiotti, classe 1893.

(19 settembre 1971 – Silvio Einaudi, Beppe Garnerone). Mia mare l’ha catame ’n tel faudal751 , era a rastrellare su in alto, le sono prese le doglie e ha incominciato a correre, mi ha comprata a metà strada su quel prato. Oh per carità, dovessi raccontare la vita che ha fatto mia madre fa piangere le pietre. Mia mare ’ndasía ’nciamand, nove figli in casa da mantenere, ho perfino vergogna a dirlo ma devo dirlo, per parare la fame a lei e a noi andava a 750 751

La sterpaglia. Mia madre mi ha comprata nel grembiule.

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chiedere la carità giù in basso, un po’ di castagne, patate, pane. Padre lavorava, ma la terra era poca. Mangiavamo i graviut e i’assetu, tutto quello che trovavamo. Eh, quasi tutti vivevano così, di miseria. La gente non mangiava pane fin che voleva. Mangiava polenta ’d frumentin, e pan ’d sel, duro come una pietra, ’l pan ’d Natal che si faceva une volta all’anno. Avevamo due pecore nelle stalle, come fare a mangiare. Mah, adesso siamo signori in confronto di una volta. [...]. Nelle famiglie si facevano le più grosse economie. Le donne lavoravano di giorno nei campi e di notte nelle stalle a filare la rista752 . Gli uomini nelle stalle facevano la calza, oh ce n’erano molti vecchi che sapevano fare la maglia di lana. D’estate andavamo sempre scalzi. Io ho portato le prime scarpe quando è morta una del mio tempo, Ginota, e mi ha lasciato ’l despöi753 , un paio di scarpe e un grembiule. Io ho detto a mia madre: «Ades sì che blagu»754 . A quattordici anni sono andata a Torino da serventa, in una famiglia di artisti, di gente di teatro, guardavo i bambini. Dopo tre anni mi sono sposata. Ma è venuta la guerra e nel 1917 il mio povero uomo l’hanno preso prigioniero, era negli alpini, battaglione Dronero, Viano Enrico, classe 1888. Mi scriveva che moriva di fame, mi chiedeva da mangiare. Io ho preso i sei marenghini d’oro, tutto quello che avevo, e ho incominciato a mandargli tanti pacchi di pane e di castagne. Ma lui non li riceveva e continuava a scrivermi che aveva fame. È poi morto di La canapa. Corredo del defunto lasciato in donazione a un povero del paese, un povero virtuoso che portasse con dignità quegli indumenti. 754 «Adesso sì che mi pavoneggio». 752 753

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fame, di deperimento organico, e mi ha lasciata sola con un figlio. Poi degli amici mi hanno scritto dalla Francia, «Maria, se vieni ti facciamo guadagnare centocinquanta lire al mese». Allora sono andata subito in Francia, a piedi, senza passaporto, attraverso la montagne. Il figlio l’ho lasciato qui a una donna pagando cinquanta lire al mese di pensione. Ma in Francia mi hanno arrestata e messa in prigione perché non avevo il passaporto. Poi mi hanno liberata. Ho trovato il lavoro, dieci anni con lo stesso padrone. Ogni estate il padrone mi concedeva due mesi pagati, così da Cap d’Antibes tornavo a vedere mio figlio. Poi ho trovato a guadagnare cinquanta lire di più, sempre a Cap d’Antibes, con le sorelle della regina del Montenegro. Servivo a tavola e tenevo pulita l’argenteria, lì mangiavano con i piatti e con le posate d’argento. Tre anni, poi sono tornata qui per sempre. Mi sono risposata, ho avuto altri due figli. [...]. Se qui si parlava delle masche? Oh povr om755 , si parlava tanto delle masche. Si parlava del curs, che passava con un lanternino e portava male, portava la morte. Allora la gente per difendersi buttava delle patate di terra lungo la strada, così ’l curs non poteva più passare. Si diceva che le masche cantavano e ballavano e suonavano su nei prati, di notte. Le masche erano uomini e donne, la gente aveva tenta paura delle masche. Eh bunumas..., anch’io sono rimasta ’nmascà. Ero giovane, in casa sentivo i sunai e tüti i criste756 e pin e pun. Allora sono andata dai frati di Caraglio, ma i frati mi hanno detto: «Non possiamo più liberarvi, siete già troppo caricata». Allora sono andata da una donna di Bernezzo che abi755 756

Pover’uomo (povero me). I sonagli e tutti i cristi (cioè molti rumori).

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tava in una casa lunga, avevo paura che mi ammazzasse. Mi ha fatta coricare in un letto, e dovevo tenere gli occhi chiusi. Ha preso na caudera757 piena di acqua, e dentro ci ha messo una pezza di stoffa nera. Due ceppi di legno, ha fatto fuoco dalla sera al mattino alle sei. Lei era sempre lì accanto al mio letto, ha pregato tutta la notte. Al mattino ha tolto la stoffa nera dall’acqua. Da quel momento io non ho mai più sentito quei rumori strani in casa. [...]. Sì, oggi si vive meglio. Ma la gente scappa tutta dalla montagna. Ci sono ancora sei famiglie, qui a Chiappi, quattro bambini in età scolastica. E ci chiudono la scuola. La scuola per noi è la vita. Vediamo già le nostre case che crollano, queste povere case che rappresentano i sacrifici dei nostri vecchi. Viviamo già nell’abbandono, come se fossimo cittadini diversi dagli altri. Adesso anche la scuola ci portano via... È come se ci portassero via i nostri nipoti: se chiudono la scuola le famiglie devono dividersi oppure scendere per sempre in pianura. Eh, se chi comanda provasse un po’ la nostra vita! Noi non abbiamo avuto un’istruzione, noi andavamo a scuola portando un pezzo di legna sotto il braccio. La diano almeno ai nostri nipoti un po’ di istruzione, ma non la facciano pagare così cara. Spendono tanti soldi per andare nella luna, sprecano tanti soldi. Ma diano delle scuole, diano un po’ di istruzione, porco cane. Aiutino le popolazioni come la nostra, diano del lavoro alla povera gente. Non chiudano le scuole, è un delitto privare i nostri nipoti di un po’ di istruzione. Manchiamo già di tutto, manchiamo anche di un medico. Ci aiutino, perché se no perdiamo ancora quelle piccole cose che abbiamo conquistato nel passato. Noi siamo gente civile, e vogliamo vivere come gente civile. 757

Un grosso recipiente.

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I nostri morti in guerra superano quasi i vivi di oggi MICHELANGELO ISOARDI, nato a Torino, classe 1934, contadino-operaio. MAGNO MARTINI, nato a Castelmagno, frazione Chiappi, classe 1934, contadino-operaio.

(16 luglio 1970). Isoardi: I nostri vecchi facevano il pane una volta l’anno, ’l pan d Natal, ’l pan d’ordi758 , pane d’orzo, un pane duro che tagliavano col taiapan759 . Mangiavano anche le tagliatelle d’orzo, tanta polenta, compravano magari trenta quaranta mine di farina di meliga, e poi patate, cavoli, e la lèità, il siero del latte fatto cuocere. Caffè d’orzo. Niente carne, niente vino. Martini: Il vino lo bevevano solo alla festa di San Magno, il 19 agosto. Gli osti compravano una brenta di vino all’anno, e se ne vendevano solo mezza brenta il rimanente lo restituivano al negoziante, così raccontava mio padre. Isoardi: La prima guerra mondiale ha già fatto una prima trasformazione, la gente ha cominciato ad andare via, in Francia e a Torino, dopo la guerra. La mia famiglia è andata a Torino, i miei facevano i lustrascarpe all’angolo di via Cernaia con via Francesco d’Assisi. Di Narbona, Valiera e Campofei, sono una dozzina a fare i lustrascarpe a Porta Nuova ancora oggi. Mio padre quando è andato a Torino aveva tredici anni, aveva già il padre e il fratello là. In Francia andavano molti a fare i pastre, i pastori, nelle Basse Alpi. Saranno una quarantina le famiglie di Castelmagno che vivono in Francia: alcuni hanno fatto fortuna, sono arrivati ad avere anche mille pecore. 758 759

Il pane di Natale, il pane d’orzo. Tagliapane.

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Da Chiappi, ogni estate, gli uomini scendevano in pianura a tagliare il grano, si portavano dietro le figlie a misuné, a raccogliere le spighe, e tornavano su con un quintale di grano di guadagno. Nell’autunno uomini donne ragazze scendevano a Bernezzo, a Roaschia, due mesi a raccogliere castagne, fino a venti anni fa andavano ancora. Miseria nel mangiare e nel vestire. In tante famiglie c’era un solo paio di scarpe, le adoperavano a turno per andare a messa, gente che non aveva i soldi per spedire una lettera, per comprare un francobollo, era così fino alla prima guerra mondiale. I vestiti erano di lana, le donne hanno filato con il ruet fino a dieci anni fa. A Valiera e Campofei erano specializzati nel commercio dei pesci salati, delle acciughe, i’anciué760 partivano con il carretto e su il barile, andavano a Vigevano, Novara, Milano. Dopo la prima guerra mondiale alcuni hanno fatto fortuna, oggi sono padroni di, negozi. A Valiera e Campofei nel 1900 viveva un centinaio di persone: oggi a Valiera ci sono ancora cinque persone, e nessuna a Campofei. Nella prima guerra mondiale Castelmagno ha avuto quarantatre Caduti, questo numero dice che in quei tempi c’era tanta popolazione. Nella seconda guerra mondiale ha avuto ventitre morti. Ormai a Castelmagno vivono una settantina di persona, i morti in guerra superano quasi i vivi di oggi..., Castelmagno ha dato un contributo di sangue che fa spavento! La mia famiglia è tornata a Chiappi nel dicembre 1942, la nostra casa a Torino era stata bombardata e anche la mia scuola, è così che siamo tornati in montagna. Avevo tredici anni e ho vissuto tutto il periodo partigiano su a Castelmagno. Adesso che sono un uomo capi760

I venditori di acciughe.

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sco che era un periodo di odio da una parte e dall’altra, l’uomo non contava più niente, vendette personali..., io stimo tanto la Resistenza ma alcuni singoli partigiani li condanno. Un certo «Aiaccio», studente, in una settimana ha rubato tre o quattro vacche e le ha vendute a un negoziante di Pradleves. Altri sequestravano i formaggi. C’erano dei bravissimi ragazzi nei partigiani, come Fulvio Arlaud, ma c’era anche qualche pecora nera. La gente aveva paura a denunciare i ladri: i comandi non sapevano dei furti, volevano che la roba fosse pagata, ma la gente aveva paura a denunciare i ladri. C’era chi vestiva la divisa dal partigiano per fare il delinquente. E c’erano invece tanti partigiani, quasi tutti, che vivevano a pane duro e castagne. I tipi come «Aiaccio» con l’arma in pugno pretendevano la gallina, il coniglio, le uova: la gente queste cose le condannava e non le ha dimenticate. Negli ultimi tempi, nel 1943, il comando voleva fucilare «Aiaccio». È stato un periodo di paura. Il 27 novembre 1944 la «Monterosa» mi ha preso come ostaggio, mi ha venduto un uomo del posto, un contadino. La gente parlava, vendeva..., per invidia e per paura. Quando un uomo si trova con un mitra piantato contro lo stomaco ci vuole della forza, del coraggio per non parlare. Ci sono uomini che muoiono da martire e altri che venderebbero padre e madre. Ho collaborato con i partigiani, Nino Monaco, Flavio, Nanni... Tutta la gente collaborava con i partigiani, li chiamava «patrioti», era stufa del fascismo. Un errore dei partigiani è stato di aprire un po’ le maglie a tutti, chi era stato nei fascisti per farsi perdonare è venuto su e ha confuso le acque. Che il fascismo avesse portato l’Italia alla rovina era evidente, i bombardamenti, i figli alpini in Russia, famiglie delle nostre che avevano quattro figli soldati, erano

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canto e più i militari lontani, la gente si era resa conto. Il fascismo da noi non aveva portato niente di buono, nessun vantaggio. La gente dice: «Il fascismo ci ha fatto la strada». Ma la strada era per fare la guerra alla Francia, una strada militare. Il fascismo ha cominciato il rimboschimento, per la scuola ha fatto la refezione, ha dato cinque paia di sci ai ragazzi, ai «balilla», ecco ricordiamo queste cose. La nostra gente non era fascista, non un fascista c’era a Castelmagno. In un primo tempo i partigiani erano i liberatori. Poi, come sono cominciati i rastrellamenti, la gente aveva paura perché i partigiani attiravano i tedeschi. La gente comunque teneva per i partigiani, era contro il fascismo. Oggi la gente non ne parla più. I vecchi sono morti, i giovani ne sanno poco o niente. Sette o otto giovani di Castelmagno erano nei partigiani, uno è morto, Gertosio, del 1923, è morto nella liberazione di Cuneo, gli hanno sparato mentre attraversava il fiume Stura. Solo a Chiappi c’era una trentina di giovani tutti renitenti, gente che odiava la guerra e voleva curarsi i propri favori, gente già stufa per gli anni perduti nella vita militare. Di Campofei e Valiera erano tre o quattro i partigiani, lustrascarpe e facchini scappati da Torino, magari erano andati nei partigiani anche per mangiare: il pane era tesserato, tutti i giovani renitenti erano senza la tessera, almeno lì un pezzo di pane lo mangiavano. Nei fascisti nemmeno uno di Castelmagno. Finita la guerra abbiamo fatto i conti. Quattordici di Castelmagno erano rimasti in Russia. Dalla Germania ne tornarono otto di Chiappi, gente che aveva vissuto anche l’esperienza della Jugoslavia. «Non sappiamo come i tedeschi siano arrivati fin qui e non abbiano bruciato tutto», ci dicevano. I reduci non avevano livore nei confronti dei partigiani, era tutta gente rovinata che odiava i tedeschi, che odiava la guerra.

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Nel 1946 sono partiti i primi, a piedi, ad andare in Francia. Altri sono andati a Torino, è ripreso l’esodo. Io già da due o tre anni volevo venirmene via. Avevo due vacche e quindici giornate di prati e pascoli, vivevo con la madre vecchia, e non vedevo la possibilità di tenere tante bestie. Visto che gli altri che avevano scelto la fabbrica miglioravano, mi sono deciso. Ad ambientarmi nel lavoro e nella società ho impiegato sei mesi, ero troppo abituato alla vita libera. L’inizio è stato duro: in fabbrica c’è l’orario, c’è il turno della notte, c’è tanta gente. Poi io amo la montagna, via dalla montagna sono un uomo morto. Ancora oggi, appena sono libero dalla fabbrica, scappo lassù: lavoro la terra, zappo l’orto... Odio la città che mi fa ricco, amo la montagna con la neve, con il freddo. Adesso mi sono abituato alla città, ho nuovi amici. Ma fuori dalla fabbrica vedo una società confusa, un fracasso indemoniato, la gente che non si accontenta più a torto o a ragione, più ne ha più ne vuole, non è mai contenta, forse il benessere è solo artificioso. Martini: Anch’io lavoro in fabbrica, alla Michelin. Ma la mia passione è con le bestie, la fabbrica non mi va, non mi piace. È un anno che sono in fabbrica ma un giorno o l’altro cambio ancora, torno in montagna. In fabbrica non ho nessuna soddisfazione, solo quella di prendere la busta paga. La terra mi piace, non la fabbrica. Io in fabbrica lavoro con impegno, come lavorerei a casa mia, non farei mai nessun torto alla fabbrica perché mi hanno preso, perché mi hanno dato un lavoro che è un gran vantaggio. Ho ancora dodici bestie a Chiappi, e la moglie che le guarda. Veniamo giù all’inverno e compriamo il fieno, mettiamo le bestie in pensione in cascina. Tribolo a fare le due cose, ma anche a mia moglie piacciono le bestie e la terra. Quando in primavera torniamo in montagna è ben contenta. Il sabato alle due del

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pomeriggio, come finisco il turno alla Michelin, corro su in montagna e aspetto solo le ferie per fare i fieni. Isoardi: Devo dire che questa società non mi convince. E poi c’è troppa corruzione, trappe gelosie. In fabbrica mi trovo tra gente come me, tutta gente di montagna, di campagna, gente di Baves, di Valgrana, con i miei problemi. A volte vengono i sindacalisti a distribuire i volantini, arrivano con l’automobile fuori serie, coupé. Noi non parliamo di politica, sul posto di lavoro si parla di niente. Se la montagna andrà a perdere? È difficile prevedere l’avvenire. Se le case vanno come ieri come oggi, in montagna non resterà più nessuno, sparisce tutto. Muoiono proprio le comunità. Salvo una recessione, la disoccupazione, fatti grossissimi che non ci auguriamo. In tutto Castelmagno non c’è più una ragazza da sposare: sono andate come donne di servizio a Torino o da altre parti, si sono sposate là. Li conto uno a uno tutti gli scapoli di Castelmagno..., sono trenta, uomini che hanno superato i trent’anni. Voglio dire che le ragazze hanno scoperto la città prima degli uomini, sono scappate prima. Il turismo da noi non risolve nessun problema. Anzi, favorisce l’esodo, perché mette in mostra il disprezzo che la gente di pianura ha per la gente di montagna: nasce un confronto che offende, che mortifica. I turisti pestano l’erba, rovinano le piante, raccolgono i fiori, le erbe, la genzianella con le radici, piccole case che diventano grosse case: disturbano il nostro mondo. Nell’estate abbiamo i lavori pesanti. I turisti ci rivolgono domande stupide, ci chiedono quanto guadagnamo, e magari aggiungono che siamo gente fortunata. Diventa uno scontro tra due modi di vivere diversi. Il turismo che si insedia, il turismo permanente, trasforma il nostro ambiente in un posto di villeggiatura e non più di lavoro. A Limone la comunità contadina è morta: c’è il droghiere,

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il tabaccaio, l’albergatore, ma il contadino è andato via. Ormai è tardi per salvare la montagna: anche volessero stipendiare un giovane perché resti lassù, non lo trovano più. Nel 1953 Chiappi aveva cento abitanti: ne ha ancora ventinove, l’età media si aggira sui sessant’anni. A Campomolino sono ancora diciannove, la persona più giovane ha quarant’anni. Con tutta la gente che dice di voler tirare su la montagna, ecco qual è la situazione delle nostre comunità! Che cosa ha significato per me fare il soldato? Niente. Mi hanno staccato dalla famiglia, mi sono fatto degli amici tra i soldati e tra gli ufficiali. Ma come esperienza pratica di uomo il servizio militare mi è servito a niente: diciotto mesi perduti. Mi ha fatto capire che cosa vuol dire la famiglia: ho voluto più bene a padre e madre, ai miei vecchi di casa. Come soldato dell’artiglieria alpina mi sono poi iscritto due o tre anni all’Ana. Poi mi sono accorto che gli iscritti cercavano i festini, la baldoria, la cagnara, e non mi sono più iscritto. Il richiamo dell’Ana è forse che lì coltivano amicizie utili magari nella vita civile; e poi ci sono delle giornate di festa con le adunate. Che cosa è per i contadini la «Coltivatori Diretti»? Non sanno che cosa sia questa associazione, ma sono quasi tutti iscritti. La tessera è cara, 3500 lire, e la detestano. Ma poi dicono che se hanno una piccola pensione, se hanno l’assistenza malattie,. se hanno gli assegni familiari per i figli, tutto questo lo devono alla «Coltivatori Diretti». Adesso si nota una tendenza a ricorrere alle Acli e ad altre associazioni. La politica a Castelmagno? La politica ha sempre portato odio e divisioni. Castelmagno è diviso, spaccato, gente che non si parla, la politica è degenerata in rissa, in rancori. Siamo ancora quattro gatti a Castelmagno, e dovremmo essere tutti come fratelli..., e non sfotterci a vicenda.

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Il prete? Nei paesi di montagna il prete è il personaggio più importante. Il prete in gamba vale di più del medico, del sindaco: è come un padre che aiuta i figli, che li consiglia, che li sgrida. In America, a cercare l’oro GIOVANNI GARNERO, nato a Sampeire, classe 1895, contadino.

(25 agosto 1973 – Chiaffredo Rabo). [...]. I contadini dell’alta valle non mandavano i loro figli al pascolo, non li facevano tribolare. Affittavano i bambini degli altri. Era da Casteldelfino in su che affittavano i bambini. Alla vigilia della fiera di Sampeire i contadini scendevano dall’alta valle con la mula. Sul mercato i bambini da affittare erano sempre almeno una trentina, tanti di sei sette anni, masnaiote che piangevano, che facevano pena. Una mia cognata si è affitata a Chianale, aveva sette anni, tutto il giorno al pascolo, anche quando pioveva; «Va sü a pié i beru»761 , le dicevano, quando tornava al paese era nel pieno della notte. Ah, mio caro. Quando prendevano venticinque trenta lire per tutta la stagione erano contenti. Marcandavu762 un paio di scarpe, il salario era poco. Anche il mangiare era poco, un pezzo di pane duro e la leità. Le ragazze quando erano poi un po’ grandine andavano in Francia, quindici venti ragazze assieme. Partivano da Gilba, da Paesana, da Brossasco, e venivano in su cantando, sembrava che andassero a nozze, ragazze e ra«Va’ su a prendere le pecore». Contrattavano, cioè davano come paga al pastore un paio di scarpe. 761 762

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gazzi assieme con il loro fagotto a spalle, allora c’era nessuna finanza che li fermava, andavano a lavorare sul versante francese, verso Guillestre. La Francia era la nostra America. Bunhör ’dla Fransa763 , altrimenti qui avremmo avuto altre miserie. Facevamo delle belle vite! Qui c’era niente, le famiglie erano numerose e con poca terra. Da Sampeire ne andavano pochi in America. Toni ’l Filoso voleva portarmi con lui in America, lui era già stato là a cercare l’oro, e aveva fatto fortuna. Era andato in America con suo, fratello Minic. Ma Minic qualcuno l’aveva derubato nel deserto, gli aveva portato via tutto l’oro. Minic era tornato a Sampeire, ma per il dolore era diventato matto, è morto matto. Io parlo del 1912, quando Toni ’l Filoso voleva portarmi con lui in America. Io sarei andato volentieri a provare, ma mio padre non ha voluto. Mio padre diceva a Toni ’l Filoso: «Va pà pí via; l’has pà pí damanca»764 . E lui gli rispondeva: «L’hei ’ncu da fé lagiü»765 . Toni ’l Filoso è tornato in America e là è scomparso per sempre. [...]. Per fortuna c’era la Francia. «Non andare più via, non ne hai più bisogno». 765 «Ho ancora da fare laggiù». 763 764

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Le Langhe

Io in guerra sparavo al cielo! PASQUALE ROGGERO, nato a La Morra, frazione Rivalta, classe 1890, contadino. ANNA ROGGERO, nata a La Morra, frazione Rivalta, classe 1897, contadina.

(19 luglio 1970 – Giovan Bassista Burlotto). Pasquale Roggero: Na volta la vita i’era lüstra766 . Quattro fratelli, sette giornate di vigne, un po’ di campi e di boschi, quattro vacche, un bue, un cavallo, tutti lì sopra a lavorare, la nostra era già una famiglia benestante. Una famiglia di oggi mangia di più di dieci famiglie di allora messe assieme. Avevamo le pecore, mangiavamo formaggio, brus767 , frutta, polenta e salsiccia, ammazzavamo il maiale a Natale. Il pane lo facevamo noi una volta la settimana, andavamo qualche volta dal macellaio, avevamo di tutto, i’autri le favu pí fine768 . Il vestire? Solo alla festa le scarpe, lungo la settimana portavamo gli zoccoli, tutti avevamo però un paio di scarpe. Padre e madre comandavano, tutti sottomessi, adesso è diverso. Si andava tanto a vié, facevamo sette otto chilometri a piedi, d’inverno tutte le sere, nelle stalle bisognava essere un po’ conosciuti, giocavamo molto alle carte solo per divertirci, non per mangiarci i soldi. C’era la disciplina nelle stalle, le ragazze filavano la rista per fare le lenzuola, le camicie. A Rivalta tessevano. Nelle stalle ognuno restava al suo posto. I giovani andavano nelle stalle a vüghe Una volta la vita era lucida (tirata al lucido, difficile). Formaggio forte. 768 Gli altri le facevano più sottili (tribolavano di più). 766 767

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l’ésse769 , a vedere il capitale, quanti buoi, quante vacche avevano le famiglie delle ragazze da marito. Anna Roggero: Chi combinava. i matrimoni era ’l bacialé, uno del paese stimato. Al di là del Tanaro abitava un bacialé, i divu Nicola miracu770 , una volta ha accompagnato ’n matot771 che voleva partire per l’America ma prima voleva sposarsi, l’ha accompagnato a chiedere la ragazza. ’L matot è rimasto un po’ lontano dalla casa della ragazza, è rimasto per ore e ore stà suta ’l mu772 , in attesa. ’L bacialé intanto era in casa da padre e madre a contrattare, a chiedere se ’l matot poteva venire anche lui in casa a vedere lei... «Cu vena püra»773 , hanno risposto infine padre e madre, e hanno anche offerto al matot da bere. Ma la ragazza non è comparsa. «Bsognerà vüdde l’idea che l’ha chila»774 , questa la conclusione, un modo per dire «no» senza offendere. Il lavoro del bacialé era difficile, l’eru cose delicà, e se ’ndavu nen per drit?775 . Oggi padre e madre sanno niente, i giovani si arrangiano tra loro. Noi eravamo sedici di famiglia, una caserma, come un plotone di soldati. La terra manteneva uniti, per forza restare uniti. In famiglia comandava di più l’uomo, la donna dava l’idea..., ancora adesso è così: «Il padrone sono io ma chi comanda è mia moglie...». La donna era più sottomessa, stava sempre in casa, aveva tanti figli da guardare. A vedere l’ésse, cioè l’essere, la consistenza del capitale. Lo chiamavano Nicola. – Miracu, miracolo, per dire «così mi sembra forse». 771 Un ragazzo. 772 Seduto sotto il gelso. 773 «Venga pure». 774 «Bisognerà vedere l’idea che ha lei, la ragazza». 775 Erano cose delicate, e se non andavano per diritto? 769 770

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Pasquale Roggero: Nel 1910 sono andato soldato da permanente nel 51° reggimento fanteria a Perugia. Nel 1911 invece di mandarmi in congedo mi mettono nel 52° reggimento e il giorno dei Santi mi imbarcano per la Libia, per il secondo sbarco. A me la Libia interessava poco, abbiamo fatto un bell’affare, diciotto mesi nel deserto sotto le tende, la sabbia che abbiamo mangiato là..., nelle gavette c’era sempre un dito di sabbia sul fondo, nelle marmitte anche. Pensavamo: «Ma fare tanti morti per venire a prendere della sabbia e quattro datteri e un po’ di limoni...», c’era niente niente, solo sabbia che volava e riempiva le buche, e tanti morti di malattia e in combattimento, mangiare male, un calore del ghibli che bruciava fino a quarantacinque cinquanta gradi, avevamo sempre sete, sempre solo voglia di bere. I moru776 ci odiavano, non ho mai posato il fucile dalla spalla, erano traditori, se potevano ci facevano la pelle, per loro eravamo nemici. Nel 1913 torno a casa a marzo, e in agosto sono già a Bra richiamato. Poi la guerra del ’15, una guerra che ha rovinato le famiglie contadine, di certe famiglie ne sono partiti tre, noi eravamo quattro sotto le armi, in campagna non c’erano più braccia, toccava alle donne lavorare per gli uomini... Eh, i giovani non volevano partire per la guerra. Un nostro parente diceva: «Mi vöi vene malavi, mi vöi vene malavi»777 , aveva una pleurite e l’ha trascurata, non mangiava più, fumava a gran forza. È morto a casa, è morto per non andare a morire in guerra! Chi si faceva togliere i denti, chi beveva i decotti di paglia: «Per morire là muoio a casa». Come la pensavo io? La pensavo come la gran parte dei contadini, non volevo la guerra. La sità i’era pia776 777

I negri. «Io voglio ammalarmi...»

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sà diferent778 , in città la pensavano diversa. Sono stato sul Carso, in faccia a Gorizia, vite cattive: poi sul Trentino, sui Sabotino quasi un anno al comando di Badoglio, istu, i camminamenti pieni d’acqua, pioveva sempre... La guerra dell’ufficiale era diversa dalla guerra del soldato: l’ufficiale aveva un’altra situazione familiare, un’altra paga, e la carriera. Bella carriera ho fatto io, mi sono rovinato la salute, sono tornato a casa che sembravo morto, non mi hanno più conosciuto. L’hanno menata lunga per darci poi questa piccola pensione di Vittorio Veneto! Io non ho mai sparato in guerra. Perché sparare? A volte mi davano l’ordine di sparare, quando ero di vedetta: piantavo il calcio del fucile per terra e sparavo al cielo, poi ascoltavo che la pallottola tornasse giù, lú cunus nen chiellí, perché maselu...779 . Sono rimasto ferito sul San Michele, schegge nel fianco, nella schiena, in un piede. Uscito dall’ospedale sono tornato al fronte e mi hanno preso prigioniero, sono finito in Austria nelle baracche a fare una gran fame, a vivere di rape e cavoli. Nel 1916 ero sul Carso, di fianco al San Michele, dopo due mesi di trincea non ne potevo più. Il mangiare e il bere arrivavano all’una dopo mezzanotte, quando arrivavano: una sete tra quelle pietre... E non veniva mai nuvolo, mai una goccia di pioggia. «Se scappo di qui...», mi dicevo. Mi dànno una licenza di quindici giorni, torno a casa e riprendo a vivere. Ero d’accordo con i miei amici rimasti al fronte, loro mi spedivano delle cartoline in franchigia, se c’erano dei combattimenti mettevano i saluti e poi un po’ di puntini, se i combattimenti erano brutti mettevano una fila di puntini, era un codice tra noi per capire, io avevo anche fatto così con loro quando 778 La città (la gente della città) era sistemata in modo differente, era un’altra cosa. 779 Non lo conosco quello lì, perché ammazzarlo...

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erano in licenza. Mi arrivano tre o quattro cartoline con lunghe file di puntini, scade la licenza e dovrei tornare al fronte. Mio fratello Minot780 mi porta alla stazione di Bra, col cavallo. Ma come vedo il treno scappo, torno a casa, arrivo a casa prima del cavallo... L’indomani la stessa cosa: «Vadu a la mort, vadu a la mort»781 , dico a Minot. Salgo sul treno, ma scendo subito dall’altra, e me ne torno a casa. A casa, mia madre si dispera e mio fratello anche, mia madre piange, la licenza è scaduta e rischio di finire male. Allora dico ai miei di casa che è meglio se vado alla stazione da solo. Vado alla stazione ma non parto, e non torno a casa: resto nascosto presso gli amici. Quando finalmente mi sento deciso di partire sono ormai passati molti giorni. Ad Asti vedo una fila di soldati attaccati uno con l’altro con le catene, li fanno salire su un vagone, li portano al fronte. Con un treno e l’altro arrivo fino a Modena, poi prendo una tradotta che mi porta al fronte. Arrivo in linea che sono ormai trascorsi quarantasette giorni, il mio reparto è impegnato in un’azione, non mi succede niente, mi confondo nella confusione. Dopo la guerra riprendo a fare il contadino. Nel 1922 mi sposo, e subito con mia moglie parto per l’Argentina. Là avevamo dei parenti, erano andati giù a barca a vela tanti anni prima, erano ricchi, avevano una grossa ciatra, una grossa cascina a Maria Quara. Duemila lire a testa il viaggio sul barco «Duca degli Abruzzi», partenza da Genova, sognavamo di andare a fare fortuna. A Napoli cinque ore di sosta per caricare i meridionali, gente tutta differente da noi, mangiavano tanta pastasciutta e poi non la tenevano. A Napoli c’era un po’ di baraonda 780 781

Domenico Roggero, della classe 1885. «Vado alla morte, vado alla morte».

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per via dei fascisti; «Si l’é mei che scapuma»782 , ci siamo detti. Ventun giorni di viaggio, ’l mangé i’era pà marí783 , mangiavamo nei piattini come i soldati, dormivamo nelle cucce, tutti sognavamo di fare fortuna in America... Tutti gli anni da Pollenzo ne partivano quindici o venti per l’America. Due o tre andavano solo a fare la cuseccia784 , dietro la macchina a battere il grano, a fare i macchinisti, in tre mesi di lavoro si guadagnavano il viaggio e anche un buon profitto, tornavano subito qui dopo la cuseccia, qui non facevano più niente sti bacan785 , giravano da un’osteria all’altra a divertirsi fino al prossimo autunno. Noi avevamo trovato lavoro a San Francisco di Cordoba, un paese come Alba, in un mulino. Mia moglie lavorava a cucire nelle famiglie. Tutti parlavano piemontese, i neri non lo parlavano ma lo capivano. Nel 1927 siamo tornati qui, con il «Principessa Giovanna», con una nave dove si mangiava già a tavola e con i tovaglioli. Abbiamo ripreso a fare i contadini. Qui abbiamo trovato i fascisti, non andava mica bene. Meno si parlava meglio era, sempre attenti a chi ascoltava, si viveva sul sospetto, tutti sottomessi, si parlava di tutt’altro meno che di politica, anche a Rivalta prima di parlare... Io parlo già poco, in quei tempi parlavo ancora meno, bisognava stare in gamba, se non era proprio uno di fiducia non parlavo. «Qui è meglio che scappiamo». Il cibo non era mica cattivo. 784 La campagna del grano. 785 Questi lazzaroni. – Ma qui l’espressione ha un significato bonario, quasi per dire «questi fortunati». 782 783

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Poi nel 1935-36 è cominciata la guerra di Abissinia, la roba di campagna valeva niente. Mangiare polenta a tagliare i grani, era mai successo...786 . Poi un’altra guerra, qui c’erano i tedeschi, i fascisti, e i partigiani, na pau, na pau...787 . I tedeschi, briganti, mettevano i posti di blocco, ore e ore in sosta perché controllavano i documenti a tutti. Venivano i partigiani, eravamo con loro: venivano i tedeschi e i fascisti, eravamo con loro. È arrivato un tedesco, mi ha detto: «Mamma scritto domani grande festa: coniglio, coniglio». «Sì sì, venga avanti», e gli ho indicato un mio coniglio da rubare! Alla sera sono venuti i partigiani e hanno voluto una gallina. A Roddi i partigiani hanno ucciso un tedesco, facevano di quelle cose lì, sparavano dall’alto della collina e poi scappavano, lasciavano gli altri nella bagna, i tedeschi hanno ammazzato i padroni della cascina e il parroco e il curato, e hanno bruciato la cascina. Li abbiamo visti quei tedeschi, sono passati qui dopo aver ammazzato, con i sidecar delle moto pieni di maiali e di pecore, i maiali che gridavano... Per chi teneva la gente? In alto, sulle colline dell’alta Langa, tenevano per i partigiani. Qui la gente teneva alla pelle e basta: veniva il tedesco, gli davano quel che chiedeva; veniva il fascista, lo stesso; veniva il partigiano, lo stesso. Il 2 novembre 1944 sono arrivate le SS, quelli con la morte qui, nella nostra casa i fascisti hanno deciso di fare l’infermeria, c’erano i fascisti volontari di Bra e Savigliano e Cuneo, i fascisti volontari per riprendere Alba occupata dai partigiani. «Sa chi siamo noi? – mi dicono i fascisti, – noi siamo la morte». Hanno piazzato le ar786 Era mai successo che i proprietari delle cascine dessero la polenta ai manovali che tagliavano il grano. 787 Una paura, una paura...

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mi, hanno sparato, sperato, avevano paura dei partigiani, avevano paura che scendessero dalle colline... «Se noi fossimo i partigiani voi sareste più contenti», ci dicevano. «Come si veste Lulú788 ?» ci chiedevano. Al giovedì Alba è stata liberata e la nostra casa anche, se ne sono andati i tedeschi e i fascisti. [...]. Oggi c’è troppa signoria, non si conosce più il padrone dalla serva, c’è troppi soldi. Non vorrei morire per vedere come finisce, al governo non sono d’accordo, i giovani sono scappati tutti dalla campagna, qui andiamo a finire in rovina. Anche i preti non sono più come dovrebbero, si vestono in borghese, e le suore con le veste corte. Cambia tutto, cambiano anche loro... Mah! Papa Giovanni era un papa umile, era un vero contadino. Quando Nenni era un giovanottino... GIULIO CESARE MASCARELLO, detto Rino, nato a Barolo, classe 1895, contadino, vinificatore.

(28 luglio 1970). Negli anni attorno al 1900, qui i proprietari avevano in media un giornata o due di terra, e andavano come manovali a lavorare nelle aziende importanti. Ancora quando sono tornato a casa da soldato, nei 1919, i piccoli proprietari andavano a lavorare nella proprietà del conte di Mirafiori a venti soldi al giorno, a una lira al giorno. 788 Luis Chabas, (Lulú). Già con il maquis in Savoia. Poi, dopo l’8 settembre 1943, con la Resistenza nelle Langhe, dove diventò un personaggio da leggenda. Il 9 febbraio 1945 venne ucciso per errore da una pattuglia partigiana: Lulú era travestito da ufficiale tedesco, rientrava da una delle sue azioni spericolate.

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Io ricordo i discorsi che mi facevano quelli più vecchi di me di vent’anni. Qui, in occasione della festa patronale, gli amici si organizzavano in gruppo, con venti soldi mangiavano il pollo, bevevano, l’ospitalità contadina portava a offrire il vino dell’uno e dell’altro, il contadino ha l’ambizione di far gustare il proprio vino, poveri sì, ma era una povertà sana, gente modesta che nel loro modo di vita era forse più contenta e felice di adesso. Certo facevano delle economie incredibili, solo le poche famiglie dei proprietari importanti mangiavano la carne la domenica, da maggio in avanti la povera gente mangiava gran frutta. Voglio dire che il povero di allora non era né stracciato né chiedeva l’elemosina: viveva modestamente, e si accontentava. Impastavano in casa, andavano a cuocere al forno, poi tornavano con una bella cesta completa di pane per tutta la settimana e l’appendevano in cantina, anche se il pane metteva un po’ di muffa non guastava, ma in cantina induriva un po’, così se ne mangiava di meno, durava di più. Prima del 1915 era normale vivere così. Chi poi aveva i servitori studiava proprio come far diventare ben duro il pane perché ne mangiassero meno. Avere pane a volontà per un servitore era già un privilegio. Io mi ricordo di una famiglia che aveva due servitori: al mattino prima cosa una bella polenta, i servitori partivano per il lavoro con due fette di polenta asciutta e basta. Bevevano acqua cruda o vinello. Anche il padrone viveva più o meno come il servitore: il padrone dava l’esempio sul lavoro, così il servitore fasía nen la lüccia789 . Lavoro dal giorno alla notte. Si alzavano mezz’ora prima che fosse giorno, guardavano le bestie, toglievano il letame. Finito quel lavoro andavano in campagna, e solo quando 789

Non faceva lo scansafatiche.

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veniva notte tornavano a casa, e guardavano di nuovo le bestie. Mi ricordo un piccolo proprietario che aveva venduto la sua poca terra e aveva comprato una cascina dell’ex Opera Pia di Barolo790 facendo ancora qualche debito, l’ho visto io quel proprietario nei campi che rincalzava la meliga, l’ho visto con i miei occhi che a mezzogiorno si inginocchiava così nel solco e mangiava un boccone e poi subito riprendeva il lavoro sotto il sole che spaccava le pietre. In pochi anni quella campagna era diventata fertile, oggi i figli di quel gran lavoratore sono benestanti. È dopo il 1918, dopo la guerra, che l’Opera Pia di Barolo ha deciso di vendere, di smobilitare le sue immense proprietà. Nella zona di Barolo e dintorni c’era una grande fame di terra, ma i soldi mancavano. Avere anche solo un boccone di terra nella zona dei Cannubi era l’ambizione di tutti i contadini. Molti ricorsero ai prestiti, molti riuscirono a comprare una giornata o due di terra buona o meno buona. Le cascine grosse, indivise, non trovavano acquirenti. Un tale diede cinquantamila lire di caparra per l’acquisto di una grossa cascina, e poi fu costretto a perdere la caparra. Mio padre aveva una discreta proprietà, sette otto giornate in vari pezzi. Una vigna era ancora di arnonu ’d mia mare791 . A Barolo esisteva il «Collegio di Barolo», una istituzione importante, preziosa. L’ho frequentato anch’io quel collegio, fino ai quattordici anni, fino alla seconda tecnica. Uno dei miei insegnanti, il professor Fissore, era rustico, severo, maneggiava sempre un bastone a nodi. Un giorno mi chiama alla lavagna, c’era su scritta una frase 790 L’Opera Pia, voluta dalla vedova del Marchese di Barolo, disponeva di quasi tutta la terra dei dintorni. 791 Dei bisnonni di mia madre.

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con l’accento grave, io confondevo sempre l’accento grave con l’accento acuto. «È questo l’accento grave», mi dice il professore, e giù due bastonate in testa. Da quel giorno non ho più voluto saperne di andare a scuola, anche se mio padre mi diceva che il professore aveva ragione, che me le ero meritate le due bastonate. Allora mio padre mi ha mandato a comprare il giornale «La Stampa». Nelle «offerte di lavoro» c’era scritto: «Cercasi aiutante pasticciere a Voltri...». Benissimo, così avrei mangiato paste a volontà. Mi trasferisco a Voltri. Nel locale c’erano due pasticcieri e un caramellista, il negozio aveva un gran lavoro. Alla fine del primo mese il padrone paga i dipendenti e a me niente. Ecco i germi del mio impegno politico... Il pasticciere capo, un certo Ferrari, emiliano, di Parma, socialista, mi dice: «Tabalöri, fate paghé dal padrun» 792 Allora prendo coraggio e il mese successivo chiedo a Manera, il mio padrone, di pagarmi. A malincuore mi dà cinque lire, uno scudo. Sempre Ferrari mi fa leggere qualcosa sul socialismo, poi mi consiglia di cercare lavoro in un bar di Genova dove avrei guadagnato anche quaranta lire. A Genova c’era una «società di mutuo soccorso tra pasticcieri e baristi» che funzionava anche un po’ come ufficio di collocamento. Mi trovano un posto come barista nel bar Piaggio di Sampierdarena. Lì vicino c’era la Camera del Lavoro e l’Universale. All’Universale erano frequenti le conferenze e anch’io andavo a sentirle: lì è venuto Nenni, era repubblicano, era un giovanottino. Ho cominciato così a interessarmi di politica. Ho assistito agli scioperi dell’Ansaldo, scioperi duri, lì volavano i pugni. Ho assistito alle lotte tra interventisti e neutralisti, ’d patele ’dla furca793 . Io ero neutralista. Poi la mia classe di terra de792 793

«Sciocco, farti pagare dal padrone». Delle botte della forca.

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ve andare sotto le armi nell’agosto del 1915. Per sfuggire al servizio militare – in quei tempi si diceva che la guerra sarebbe durata soltanto tre mesi – mi metto d’accordo con un padrone pescatore, preparo i documenti, così passo nella classe di mare di cui è previsto il richiamo nel gennaio 1916. Infine mi arriva la cartolina precetto, devo presentarmi a La Spezia. Cinquanta sessanta giovani nelle mie condizioni non dormono più a casa ma dormono nelle chiatte del porto, non si presentano alle armi, risultano irreperibili, aspettano che la guerra finisca. Nessuno mi cerca, vivo anch’io tranquillo un paio di mesi, non mi presento. Un brutto giorno con una retata arrestano tutti quelli che dormivano sulle chiatte. Allora mi presento a La Spezia. In una caserma saremo cinquemila seimila uomini. Un bel giorno riesco a farmi assegnare nei «semaforisti». Mi mandano a scuola sei mesi, poi mi destinano all’Isola di Sant’Antioco, nel sud della Sardegna, perché ero schedato come neutralista. Là ci incontriamo trentatre schedati, tutti neutralisti, anarchici, socialisti. Il nostro maresciallo è anche lui schedato perché ha sposato una tedesca. Viviamo da papi, nessuno ci disturba. Poi mi trasferiscono a Brindisi. [...]. Nel 1919 mi congedano. Arrivo ad Alba, con due soldi mi faccio portare da un break fino al Gallo, poi proseguo a piedi verso Barolo. A sentire quel profumo di fieno rinasco. Entro in casa, stanno scodellando un minestrone delizioso. Mi dico: «Barolo è ancora il posto migliore che esiste al mondo». Decido di restare a Barolo per sempre, divento un produttore di vini. Arriva il fascismo. Qui venivano le squadre fasciste da fuori, i potenziali fascisti di qua non volevano scoprirsi con la violenza. C’era un solo fascista violento di Barolo, un certo Manzone che andava con quelli di Bra a picchiare in provincia. A Castiglione Falletto c’era un bullo

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con tanto di pugnale, un certo Pini, anche lui andava in giro da un paese all’altro a picchiare. A Barolo nessuno che parlasse di politica, il socialista era un sovversivo da isolare, il socialista era quello che... voleva la roba degli altri. Mi sono abbonato all’«Avanti!», avevo due fotografie di Matteotti, le ho appese dietro l’avre, dietro le imposte di una finestra, così quando le imposte erano aperte le fotografie guardavano il muro e non si vedevano. Un giorno i carabinieri mi hanno fatto una perquisizione in casa, hanno messo tutto a soqquadro, i materassi, tutto; «Questi sono libri sovversivi», mi hanno detto. Poi mi hanno portato verso La Morra, e mia madre che piangeva disperata. Infine mi hanno lasciato libero. I contadini di me dicevano: «Ha voluto fare il socialista, adesso ne sopporti le conseguenze». Erano tutti piccoli proprietari che pensavano ai propri affari, come fanno ancora oggi, avevano e hanno in testa il pezzo di vigna da lavorare, da potare, e basta. Anche oggi qui non si sente mai un discorso di politica, mai che commentino un articolo dei giornali. Tra loro parlano sempre e soltanto di cose di campagna, dei prezzi, del ragno rosso, oppure giocano a tressette. C’è la «Colli Diretti»794 , che poi sono colli storti. Io dico al contadino: «Lo sai bene che la “Colli Diretti” è solo elettorale». Ma il contadino non capisce. Il fascismo è stato un brutto periodo, il fascismo ha rovinato l’Italia. Ricordo sempre l’amico onorevole Paolino, socialista. Arrivava in bicicletta a vendere l’olio d’oliva, viveva passando da un paese all’altro, cercando i compagni. Era ridotto così un galantuomo come l’onorevole Paolino, mentre i briganti fascisti imperavano! 794

«La Coltivatori Diretti».

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Dire che i contadini erano fascisti? I contadini non hanno capito niente del fascismo, erano abbastanza soddisfatti dell’Impero, dell’Italia importante, ma di politica ne capivano niente. Poi è venuta la guerra partigiana. Qui i contadini tenevano per i partigiani, erano contro i fascisti e i tedeschi. Ma non partecipavano con passione, stavano sempre un po’ in disparte. Io ero nel Cln. Noi del Cln tra il resto regolavamo le requisizioni, mettendo ordine, imponendo il prezzo di ammasso. Gestivamo anche la distribuzione della carne alla popolazione, con severità, con rigore, un lavoro difficile ma utile. La responsabilità del Cln era quasi tutta mia, ne ero il presidente. Dopo la Liberazione ho fatto il sindaco di Barolo. Poi gli altri si sono organizzati elettoralmente per non perdere il dominio sul paese. Il contadino era ed è rimasto diffidente. Due anni fa ho visto che il ragno rosso invadeva le nostre vigne, allora ho chiesto subito l’aiuto dei tecnici per scegliere un trattamento adatto di disinfestazione. I tecnici, due forestieri, dopo aver esaminato le mie vigne scendevano verso Barolo quando hanno adocchiato un’altra vigna qualsiasi molto infestata dal ragno rosso. Si sono fermati, hanno esaminato alcune foglie di quelle viti con la lente, poi uno dei tecnici ha detto all’altro: «Anche qui tra otto giorni sarà tutto un fuoco». Il proprietario di quella vigna li spiava dai filari. Ha sentito il discorso, si è precipitato da me col fiato grosso in gola: «Guarda che i due che erano nelle tue vigne sono loro che portano il ragno rosso, lo portano per guadagnare poi con la disinfestazione». E non sono riuscito a convincerlo che si sbagliava, che la sua diffidenza era proprio fuori posto.

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Dio era d’accordo con gli altri ANGELO FANTINO, detto Angelus, nato a Monforte, classe 1897, contadino.

(13 luglio 1974 – Bartolo Mascarello). [...] Mio padre aveva quasi tre giornate di vigna riuscivamo a vivere, non per vanto ma la mia famiglia imprestava ancora qualcosa a qualcuno. La nostra era una famiglia piccola, padre, madre, e due figli. E poi avevamo due mestieri, quello da contadino e quello da carrettiere. Era non poca la gente che viveva peggio di noi. C’era chi emigrava nell’America del nord, in California; o in Argentina o nel Brasile. Là pochi facevano fortuna, i più scampavano. Sulla piazza di Monforte c’era sempre il mercato della manovalanza. Tutte le mattine arrivavano i proprietari delle cascine a scegliere i manovali, «Prendi anche me, prendi anche me», dicevano i manovali, e chi non trovava lavoro tornava a casa Si può dire che in tutte le stagioni dell’anno sulla piazza del mercato c’erano sempre un centinaio di manovali che si offrivano. Il lavoro non si fermava mai, a meno che tempestasse. I manovali arrivavano con la zappa. Se era nel tempo del grano arrivavano, con la siesa, con la mesoira795 , ma l’arma più importante era la zappa, la zappa andava bene in tutte le stagioni. Nel 1910 il manovale guadagnava una lira al giorno. Nel lavoro del grano, a mezzogiorno, davano al manovale una minestra di zucche, pane a volontà, il lavoro diciotto ore su ventiquattro, dal levare del sole al tramonto. Chi erano i manovali? Erano i piccoli proprietari con la famiglia grossa, con la mano d’opera in esuberanza. 795

La falce (il falcetto).

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Quattro o cinque di una famiglia magari non avevano il lavoro a casa, e allora andavano da manovali sotto gli altri. Indossavano i bragun ’d teila796 senza niente sotto, così erano più comodi. Il lavoro per i manovali non cessava mai, così una lira al giorno quasi tutti riuscivano a rimediarla, anche d’inverno. Con la brutta stagione c’erano i pali della vigna da pelare, perché sotto la scorza si annidano gli insetti, e poi il palo di castagno pulito dura di più. Poi c’erano i pali nuovi da preparare, e le buche da scavare nelle vigne. C’erano i guret797 da preparare, tagliarli, sceglierli, metterli a bagno. [...]. In quei tempi si andava tanto a vegliare nelle stalle. La gente si riuniva a giocare alle carte. Giocare è sempre stato un vizio tradizionale, i langarò i’han i dí fin ’dle man798 . Magari un manovale lavorava l’intero giorno, poi alla sera il padrone gli guadagnava a carte i soldi della paga, i soldi della giornata. Oh, giocava la gente! C’erano dei contadini che andavano al mercato, vendevano una coppia di buoi, e prima di tornare a casa la liquidavano. Una coppia di buoi valeva mille lire, mille lire che erano grosse come questo cortile. Qui c’era la banda, Basilisc, Tranta, Gianetu ’dla Basilia. La cascina che c’è lassù a San Pé, Tranta l’ha guadagnata a giocare, una cascina di trentacinque giornate. Un certo C. un giorno va a Dogliani al mercato, un martedì, dove incontra uno di Cissone che porta le zoccole nei piedi e un cappellaccio in testa. «Volete che facciamo una partita?» propone C. a quello di Cissone. «E facciamola». Si mettono a giocare a carte, un gioco tutto basato sui «Re». Attorno al loro tavolo si radunano quaI pantaloni larghi di tela. Salici selvatici, i cui rami servono come legacci nelle vigne. 798 I langaroli hanno le dita fini delle mani (cioè i polpastrelli ben levigati). 796 797

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ranta persone a vederli, fiutano subito che sarà una partita interessante. C. prende le carte, tocca a lui darle per primo. C. ha già fatto sparire i quattro «Re» dal mazzo. Poi tocca al contadino di Cissone dare le carte, e subito volta un «Re». Sono due bari. C. ha fatto sparire in partenza i quattro «Re», e l’altro ne sta inserendo dei nuovi, uno alla volta. C. dice subito: «Ti ho capito, non gioco più con te. Prenditi la lira». Tra bari si capivano al volo! Il giocatore che perdeva manteneva la parola. Chi mancava alla parola era screditato per sempre non solo nel gioco, in tutto. Ma non succedeva, la legge diceva di pagare i debiti. Io sono rimasto in famiglia fino agli undici anni. Poi mi hanno messo nel «Collegio di Barolo», ma sono scappato a Torino a lavare i bicchieri, in una piola in via Bertolé, otto soldi al giorno e calci in culo a volontà. A quindici anni sono andato a Genova, a lavorare in un bar con l’amico Mascarello. È a Genova che ho incominciato a capire qualcosa di politica. [...]. Nel 1915 sono partito da Parma con l’artiglieria pesante, con i pezzi da 149, e sono andato al fronte. Eravamo dei bambini. Siamo scesi dalla tradotta vicino a Cormons, siamo andati sul Sabotino. Non sapevamo nemmeno dove erano gli otturatori dei nostri pezzi. Allora sono venuti dei graduati anziani dalla Val Lagarina a farci istruzione, ci raccontavano della vita dura di guerra, e noi credevamo che ci contassero delle balle, invece erano verità. [...]. Sull’altipiano di Asiago noi abbiamo sparato venti minuti di seguito nel culo degli alpini. Li abbiamo fatti andare avanti per forza, mancavano i collegamenti, tutte le linee telefoniche erano strappate. Quando il mio capitano si è accorto dello sbaglio si è messo a urlare disperato. Lì c’era un cappellano militare che ha detto soltanto: «Speriamo in Dio...» «Quale Dio? – gli ha urlato il

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mio capitano, – il tuo Dio che non ha compassione di quattordici milioni di madri che chiedono che i loro figli tornino a casa? Il tuo Dio... Vergognati». Il cappellano è scappato via. Quello che hanno di bello i preti è che quando hanno da stare zitti stanno zitti. Da lì mi sono fatto il concetto: «Guarda qui da chi siamo comandati, qui siamo condotti da una potenza occulta, sí ’d pöli feie niente perché sun pí fort che ’l brus»799 . Loro approfittano della guerra per comandare, per fare i loro interessi. Tanto è vero che a Caporetto il mio capitano diceva: «Qui comanda padre Semeria, altroché Capello». Padre Semeria era il capo dei cappellani. Nei giorni di Caporetto; dalla Bainsizza sono arrivato a Modena. Quarantadue giorni di ritirata, è sempre piovuto, andavamo nei campi a raccogliere rape e cavoli. Prima mangiavamo i cavalli, poi dopo il Tagliamento non abbiamo più trovato niente. C’erano le colonne di uomini donne bambini, e gli austriaci vestiti da soldati italiani che ci sparavano nei fianchi. L’impressione era che la guerra fosse finita. Possiamo ringraziare quelli del ’99, il ’99 si è preso tante di quelle batoste, è riuscito a fermarli al Piave. Sono andato fino a Modena da sbandato, poi mi hanno di nuovo acciuffato. Giravano delle pattuglie che se ti prendevano da sbandato facevano solo che spararti. C’erano i caproni, i carabinieri, che fucilavano, oh ne ho viste delle fucilazioni. [...]. Dopo la guerra ho incominciato a fare il trebbiatore, un mestiere faticoso, che durava trenta quaranta giorni. Risalivamo lungo la Langa fino ad Albaretto, lavoravamo dalle due del mattino fino alla mezzanotte. La mano d’opera non mancava, potevamo scegliere i ragazzi migliori. La trebbiatura era una festa dal primo giorno all’ulti799 Qui non puoi fargli niente perché sono più forti del brus, del formaggio forte.

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mo. Se in una casa ci avevano fatto le raviole, nella casa accanto le raviole erano ancora più grosse; «A casa mia voglio che stiate meglio», ci diceva ogni contadino. C’erano anche quelli che ci offrivano del vino mischiato, allora noi lo versavamo per terra, di fronte a loro. A mezzanotte la cena, e poi via di corsa. Dormivamo viaggiando, anche i conti li facevamo viaggiando, a volte perdevo il libretto dei conti perché mi addormentavo viaggiando. Nel 1920 c’era ancora la democrazia, comandava ancora Giolitti. Ma se qualcuno disturbava il potere lo prelevavano, lo portavano nella fortezza di Fenestrelle, e là gli fiaccavano lo stomaco con i sacchetti di sabbia. Era la polizia che si comportava così. Uno di Monforte, un certo G., l’hanno portato a Fenestrelle, l’hanno insabbiato. Dopo ventidue giorni è ritornato a Monforte, pesava solo più trenta chili, era un fascio di ossa. [...]. Nel 1922 è arrivato il fascismo. Tutti i disgraziati, per ambizione o per tornaconto, sono diventati squadristi. Comandare faceva comodo. Il marchese Scarampi del Cairo, ex combattente, proprietario del castello di Monforte, era uno dei capi. Poi c’era anche la bassa forza, i Battaglino, i Cita, i Carlu ’d Nasei. Nessun contadino con i fascisti, i contadini avevano da lavorare. I fascisti ne davano di botte, e ne prendevano. Noi fin che si parlava soltanto di botte ci difendevamo, ma quando i fascisti hanno incominciato a sparare non gliel’abbiamo più fatta. I fascisti del posto facevano venire la squadra da Torino, e con loro c’era Pini di Castiglione Falletto. Arrivavano con la camicia nera, il berretto con il fiocco, il manganello, e la bottiglia dell’olio di ricino. Magari sulla piazza c’erano i contadini che parlavano, quelli di campagna sì che sapevano che cosa era il fascismo. «Giù il cappello», gridavano i fascisti. «Perché?». Pak, un pugno in faccia, e il cappello che volava a terra. Se eri un

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po’ pronto rispondevi con un altro pugno, altrimenti te lo tenevi. Io ero iscritto al Partito Socialista, c’era Romita il vecchio, un galantuomo. Un giorno del 1922 Romita viene a fare un comizio e ci dice: «Tenete duro». «Tenete duro le balle. Siete voi, i capi, che dovete tenere duro e aiutarci un po’, che non vi vediamo quasi mai. A chi ci rivolgiamo domani, in caso di necessità? A Dio? Dio è d’accordo con gli altri...» Eravamo una cinquantina, i socialisti, e tra noi c’erano anche dei contadini. Era evidente che la nostra battaglia era perduta, eravamo indifesi. I carabinieri erano con i fascisti. Avevamo tre carabinieri nativi di Monforte, che facevano servizio ad Alessandria. Ci dicevano: «Quando andiamo di pattuglia e incrociamo una squadra di fascisti ci voltiamo dall’altra parte, facciamo finta di non vederli». «Bei carabinieri», dicevamo noi. «Eh, magari li fermiamo, ma non diciamo niente, se no...» E le ultime elezioni, prima che il fascismo diventasse regime? C’era la scheda tricolore, ben riconoscibile. Se uscivi dal seggio elettorale e non avevi votato la scheda tricolore c’erano i fascisti fuori che ti aspettavano e ti prendevi la paga subito, una bastonata sulla schiena. [...]. Venti anni è durato il fascismo, e quando è arrivato il tempo di fargliela pagare ai fascisti, nel 1945, noi li abbiamo perdonati. Era gente di qui, magari coetanei, magari gente con la quale eravamo andati all’asilo da bambini, gente di famiglie che conoscevamo... Mah, passata la festa gabbato lo santo. Fosse sul momento ti senti di prenderlo per il collo, poi lo perdoni. Il 25 aprile uno solo dei fascisti di Monforte è stato schiaffeggiato. Nessuno è intervenuto a difenderlo, la gente guardava e

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diceva: «Daie che l’é ura»800 . Tutto è finito così, con quei quattro schiaffi. E i nostri partigiani fucilati, impiccati, torturati dai fascisti? Ah no, uh cristu, il fascismo non torna più. Hanno fatto tante di quelle porcherie che sono vergognosi a tornare, hanno lasciato dei ricordi atroci. La situazione di oggi? Per me è un letamaio, una concimaia, a cominciare dai Fanfani, Andreotti, Colombo... Ma mi creda, quando la bassa plebe poi si ribella è terribile, è più crudele dei crudeli, perché a forza di combinarcene... Adesso dànno il fido a chi si compra il panfilo. E i soldi del «piano verde»? Era il piccolo da aiutare, e loro hanno aiutato il grosso. Poi non hanno il coraggio di prelevare i soldi dove sono, allora non c’è rimedio. Io vivo con la pensione contadina di trentaquattromila lire, e in più le cinquemila lire del Cavalierato. Io non ho più paura di niente, io mangio, io vivo. E la mia idea non la cambio. [...]. Con la prepotenza non si acchiappano nemmeno le mosche FRANCESCO ABBONA, nato a Monchiero, classe 1892, contadino.

(4 febbraio 1971 – Mario Lanza, Giovanni Vivalda). Eravamo padre, madre, nonno, nonna, tre figli e due figlie. Avevamo dieci giornate di terra. Soldi nessuno. Vivevamo a polenta e pane ammuffito, andavamo incontro a padre e madre che tornavano dal forno per prendere na grissa801 e toglierci la fame. Il pane si faceva una vol800 801

«Dàgli che è l’ora». Uno sfilatino di pane.

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ta alla settimana. Polenta, patate, castagne, fagioli. Vino ne avanzavamo, facevamo mille miria di uve, di dolcetto. Carne solo a Pasqua, San Fedele, Natale, con una lira di carne era già festa. Quasi tutti vivevano così. I ricchi, i particular con venticinque giornate di terra erano pochi, tre o quattro in paese. Noi avevamo una vacca, e tre pecore per fare le tume, era mia mamma che accudiva le tome, mia mamma merita stima e rispetto perché era molto affezionata alla famiglia, lavorava, teneva la casa in ordine, una donna che ce n’era solo una per ogni provincia. Fame non ne ho fatta. Ma c’era miseria, mancava la produzione, non esistevano i concimi, il contadino si rovinava, si ammazzava a lavorare. Alcuni emigravano, andavano negli Stati Uniti o in Francia. Ho fatto la terza elementare, la scuola era a Monchiero alto. Ma ho imparato più da soldato che a scuola. Se andavamo a vié? Tutte le sere andavamo nelle stalle a fare la partita a carte, a cercare le mambruche, le ragazze. Ma allora eravamo controllati, padre e madre controllavano. C’era familiarità e buon senso, la gente si voleva bene. C’era serietà. Eh, i disertori ci sono sempre..., c’era anche chi nelle stalle scantonava. Ma la disciplina prevaleva perché le ragazze settant’anni fa erano più sorvegliate, invece adesso... Se si facevano le ciabre802 ? Oh, io ne ho sentite delle ciabre. Se un giovane andava con una ragazza e la butava ’n cundisiun803 , gli facevano la ciabra, «taii la cua», «deie ai beru»804 , facevano delle grida, durava anche un mese, tutte le notti, ma quella era tutta ignoranza. 802 È la «scampanata», la vendetta contadina che si esprime attraverso beffe e scherni contro chi infrange le leggi della comunità. 803 La metteva incinta. 804 «Tagliagli la coda», «picchiate i montoni».

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Che cosa era il prete per noi? Bisogna dire la verità, qui nei nostri paesi hanno sempre comandato loro, e se cercano un’informazione vanno dal prete o dal sindaco ancora oggi, ma piuttosto dal prete. Nel 1912 ho tirato il numero settantotto, e mi hanno mandato a Casale nel 2° genio. Poi mi hanno spedito in Africa. Eh, su quel bastimento ho passato dei brutti giorni. Ci hanno caricati a Siracusa su un barcone, come bestie, e mandati nella Libia sporca, in quel paese di pidocchi e di piattole. Là quando c’era il ghibli erano fastidi. Pensavo mai più di tornare a casa: il clima non andava, e poca acqua marcia. Eh, noi eravamo quelli della destinazione ignota... Poi nel 1913 abbiamo viaggiato otto giorni: Porto Said, Canale di Suez, Mar Rosso, siamo andati a Massaua e poi sugli altipiani a costruire le strade. Là c’era il pericolo dei ribelli. Com’era la popolazione? Erano mal ridotti gli abissini, sporchi, mangiavano l’orzo pestato come una focaccia. «Italiano gaetana, italiano ricco, – ci dicevano, – abissino mafis, abissino niente». Erano dei disgraziati, povera gente, meschini. Nel 1916 ho fatto domanda di tornare in Italia e mi hanno mandato sul fronte francese a costruire i reticolati e i camminamenti. Eh, la guerra non mi ha dato nessun vantaggio. Un mio fratello, Giovan Battista, è morto nella guerra del ’15. Nel 1922 è venuto il fascismo. Si andava male in quei tempi, molte imposte e pochi introiti, c’era miseria. Mi perdoni la parola, adesso vivo più tranquillo di allora. Tacere, ecco che cosa era il fascismo. I fascisti venivano da Bra, se sapevano che uno era rosso andavano a cercarlo, gli davano le purghe, l’olio di ricino. Eh, il fascismo mi ha aiutato poco, anzi mi ha buttato giù. Mi sono accorto del fascismo perché sono venuti con la prepotenza, e con la prepotenza non si acchiappano nemmeno le mosche. Nel 1935 continuava a esserci una mi-

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seria enorme, era venuta la congiuntura, poco prodotto e molte tasse. Mangiavamo a forza di lavorare, ’d gümé, lavorando ci toglievamo la più grossa. «L’aratro traccia il solco e la spada lo difende», gridava Mussolini. Abbiamo perduto l’Abissinia, la Libia, l’Eritrea, la Cirenaica. E il fascismo ha ancora mandato i nostri in Russia, e sono tutti morti, ’l fascismo l’ha cupaie tüc805 , un progetto sbagliato, Cristo... E quando la guerra è arrivata qui? Avevamo il centro dei partigiani a Monchiero, oh madonna, venivano i «repubblicani», piantavano una confusione, mi hanno sparato due o tre volte nei filari. Una volta ho preso mio figlio Bruno in braccio perché quei briganti dei tedeschi e delle bande nere non mi ammazzassero. Eh, i contadini stavano tutti mansueti, pensavano a salvarsi. Qui il tedesco era il padrone, rubava, ammazzava. Il tedesco ha il chiodo in testa, è un lavoratore, fa pochi scioperi, è una nazione che produce, ma in Italia ha solo dato danno. I tedeschi bisogna lasciarli dove sono. Noi possiamo ringraziare gli americani, perché l’Italia era in rovina, ponti, ferrovie, palazzi, tutto a ramengo. L’americano ci ha dato del fiato. Io oggi non mi lamento. Ho diciottomila lire di pensione, una volta avevo solo e sempre delle imposte da pagare. Posso essere in errore perché io sono il più ignorante che c’è a Monchiero, ma oggi quello che lavora, quello che fa il suo dovere, quello che tiene le carte al gioco, ha un pezzo di pane in mano: ogni categoria ha la sua pensione, il governo deve pagare miliardi e miliardi, per forza deve aumentare le imposte. Ma ci sono anche quelli che prendono la pensione di invalidità e sono sani e bianchi e rossi come una rosa fiorita. 805

Il fascismo li ha accoppati tutti.

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Come va la campagna? Chi è nel grande, attrezzato, tira avanti. Ma il piccolo proprietario deve scomparire. Le cooperative? Ne sono fallite tante cantine sociali... Qui ci siamo solo più noi, i vecchi, in campagna. I giovani sono andati alla Fiat. Qui attorno a me ci sono cinque case vuote, e la terra resta incolta. Fa pena, è ingiusto, ma cose giuste mai viste al mondo. Morto io qui diventa deserto, la campagna va a gerbido. Che cosa penso della democrazia? Il partito è una foglia che si muove, va da una parte e va dall’altra a seconda dove l’aria tira. È l’uomo che conta... Che cosa voto? L’unico partito che va bene è il partito socialista di Nenni. [...]. Qui hanno paura che Agnelli vada in rovina DANTE CANE, nato a Magliano Alfieri, classe 1899, contadino, esercente. CESARE CANE, nato a Magliano Alfieri, classe 1907, contadino, esercente.

(28 luglio 1970 – Bartolo Mascarello). Dante: In famiglia c’eravamo padre, madre, due maschi e due sorelle. Avevamo un po’ di terra e la trattoria. Qui la gente era povera, qui il contadino lavorava una media di tredici quattordici ore al giorno. Nel paese i ricchi erano pochi, sei o sette, contadini con una ventina di giornate di terra. Tutti gli altri avevano dei fazzoletti di terra, e stentavano a vivere. Le famiglie numerose conoscevano la miseria. Nel 1911 qui è venuta una grandinata di chicchi grossi come una boccia, io ero nei campi, mi sono riparato sotto i salici, se no mi ammazzava. Ha spaccato tutti i tetti di Magliano e tutti i vetri, ha distrutto il grano, la meliga, la frutta, l’uva, tutto. Allora, cosa fare? Due o tre per famiglia sono andati in Francia, a Marsiglia, a fare i mura-

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tori: otto o dieci sono partiti per l’America del nord, per la Pennsylvania, a cercare lavoro nelle miniere di carbone. Nel 1913 altra grandinata più violenta ancora, e altra gente che ha dovuto emigrare. Molti sono andati a Torino a fare i manovali alla Fiat e alla Lancia. Cesare: Qui la gente si sfamava a malapena. Qui noi si era scalzi sempre, nella vigna, dappertutto. Si comprava un paio di scarpe per famiglia quando si vendevano i cuchet in Alba, scarpe lunghe adatte per tutti i piedi e tenendo conto della crescita, scarpe che si portavano solo i giorni di festa, solo la domenica. Tutti i giorni dell’anno polenta, estate e inverno, i giorni di lavoro e anche il giorno della festa del paese, sempre polenta, e tanti zucchini e tanti fagioli. Il novanta per cento della gente viveva così, una pagnotta di pane durava una settimana. Dante: A nove dieci anni andavamo già a servire i muratori, dodici soldi al giorno nel 1911. A colazione un’acciuga e un pezzetto di pane. Il bocia doveva indossare le pantofole, con sotto la corda e sopra la tela, diciotto soldi al paio costavano, si strappavano presto ed erano una grossa spesa. Il muratore invece indossava le scarpe polacche, cinque lire al paio costavano. Avevo sempre la spalla piena di croste, se non correvo mi tiravano i mattoni nella schiena... Si viveva così, eravamo tanti a vivere così, per forza. C’era una gran miseria, il pane era misurato. Dalla montagna scendevano gli anciué806 con il carretto a due ruote e il barile: le acciughe erano la nostra carne, un’acciuga al posto di una bistecca o del bollito. Chi aveva due vacche era già benestante. Più avevi roba più contavi in paese, diventavano consiglieri comunali solo i ricchi. Comandavano i ricchi e il segretario comunale. 806

Gli ambulanti delle acciughe.

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Cesare: Che cosa era il prete in un paese come il nostro? Era un padrone, come adesso. In quei tempi là non si parlava ancora di socialismo. C’era il Conte di Mirafiori che veniva a fare i comizi, la banda musicale e una quarantina di liberali andavano ad aspettarlo all’ingresso del paese, la gente era contenta e felice, perché il conte offriva da bere e da mangiare a tutti; «Pag pöi mi»807 , diceva, li addormentava così, sicuro... Dante: Qui, una sera del 1914, c’erano le elezioni politiche, è venuto l’avvocato Roberto a fare un comizio, è arrivato su una moto guidata da un compagno, un certo Sasso. Ha trovato nessuno che gli desse un tavolino e una sedia, il macellaio gli ha poi imprestato un tavolino. Ci saranno state settanta ottanta persone ad ascoltarlo, era uno scandalo andare a sentire un socialista. Io ho una memoria spaventosa, mi ricordo ancora le parole dell’avvocato Roberto: «Contadini, ma vedete bene che morite di fame con la vita che fate. Date il voto ai socialisti». Ero un ragazzo, ma stavo attento come un gatto, portava dei paragoni straordinari, paragonava il contadino al ranocchio che un po’ mangia e un po’ non mangia, avrà parlato due ore contro la borghesia, io ero contento perché parlava contro i preti, diceva: «Verrà un giorno che il vescovado di Alba sarà il palazzo della “Casa del Lavoro”. L’avvocato Roberto ha preso dei voti anche in un paese come il nostro. Nel 1919 sono già usciti eletti quattro deputati socialisti in provincia di Cuneo: Cavallera, Lombardo, Paolino e Roberto. In quelle elezioni sono risultati eletti centocinquantasei deputati socialisti in Italia. Nel 1921, al congresso di Livorno, Roberto ha poi aderito al Partito Comunista, con Gramsci, Bordiga, Terracini... 807

«Pago poi io».

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Se ho fatto il militare? Salandra, Sonnino, tutti. Quei delinquenti borghesi, hanno chiamato sotto le armi il ’99 prima del ’98. Il 10 giugno 1917, non avevo ancora diciotto anni, mi presento a Torino, in corso Vittorio, alla Caserma La Marmora. Mi mandano nel canavesano, alla 3a batteria, a fare istruzione. Io ero già antimilitarista, non volevo saperne della guerra. Il rancio faceva schifo che nemmeno i maiali lo mangiavano, acqua e cavoli e patate, andavamo nelle cascine a rubare la frutta per toglierci la fame. Scrivevamo a casa di mandarci un po’ di pane. Arrangiandomi, passando da un reparto all’altro, collezionando punizioni, sono sempre riuscito a schivare il fronte. [...]. Che cosa ne pensavano i contadini della guerra? Chi poteva cercava un posto in fabbrica a Torino e si imboscava. C’era chi mangiavi i sigari e si rovinava la salute, uno del 1895, malato, non si curava per paura che lo dichiarassero abile: è morto a casa! Ogni cinquanta contadini c’era una testa calda, un entusiasta. Certo il morale della gente era basso: arrivavano i mortuori808 , uno era caduto prigioniero, l’altro era disperso... Economicamente i contadini stavano un pochino meglio, si aiutavano con la «borsa nera», andavano già al forno a Natale e a Pasqua, ma questo leggero miglioramento non li aveva tolti dalla miseria. È dopo il 1918 che la vita nelle campagne migliora sensibilmente. Nel 1921 sono andato a Torino a lavorare nelle Acciaierie Fiat di via Cigna, dentro un sacco avevo un paio di pantaloni e un paio di scarpe rotte. Mi hanno detto: «Va’ là». Non mi hanno chiesto chi ero né niente. Ho indossato i pantaloni da lavoro, ho preso una carretta, ho cominciato a portare ferro, ai forni. Gramsci, Togliatti, Terracini, venivano fuori dell’Acciaieria. A mez808

Annunci di morte.

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zogiorno, quando si fermava il lavoro e gli operai andavano a mangiare, Gramsci e i suoi si arrampicavano alle finestre e si mettevano a predicare il socialismo. Distribuivano l’«Ordine Nuovo», un giornale come «l’Unità» ma più di sinistra. Io lo leggevo tutto l’«Ordine Nuovo», una riga dopo l’altra. In prima pagina c’era il «bollettino di guerra», tutte le patele809 che i nazionalisti avevano dato a quelli di sinistra. Nel 1922 arriva lo squadrismo anche nei nostri paesi. Il Comune di Magliano faceva circa milletrecento abitanti. Nella nostra frazione di Sant’Antonio gli abitanti saranno stati cinquecento. Su cinquecento abitanti i socialisti iscritti erano sei o sette, comunista c’ero solo io. Tutti gli altri erano niente, erano niente nel senso che davano il voto ogni tanti anni e basta, molti liberali e una quarantina del PP, del Partito Popolare Italiano di don Sturzo, gente che non sapeva nemmeno che cosa fosse la politica. Chi organizzava lo squadrismo qui era un tale che si era fatto i soldi in vent’anni di California, con il proibizionismo, lui lo diceva liberamente a tutti di aver fatto molti soldi in quel modo. C’era lui e sette otto altri di Canove di Govone, gente povera, contadini. Ma tutto è partito da quello della California, che sapeva quello che voleva; era uno sveglio, istruito, era del 1886. Senza lui, i sette otto di Canove non avrebbero mai pensato al fascismo. Arrivavano nei paesi come padroni, in camicia nera, con la rivoltella, con il manganello, comandavano loro. Entravano in un’osteria: «Tu sei antifascista, tu anche, andate a dormire...», e giù manganellate in testa. Le 809

Le botte.

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mogli dei fascisti dicevano: «Oh, me om ne maseise ben ün i fan pà gniente»810 . Ed era la verità. Cesare: Nel 1926 abbiamo organizzato il pranzo dei coscritti. Alla sera c’era la banda del paese che suonava, al ballo c’era tutta la popolazione, trecento persone. Sul tardi, verso le dieci, prima arriva il californiano in camicia nera e dice: «Lasne balé staseira»811 . Subito ne arriva un altro che comincia a litigare e si prende un pugno. Spariscono, corrono a Govone dove ne trovano quindici dei loro ubriachi, arrivano tutti sul nostro ballo. «Qui ci sono degli antifascisti, – cominciano a gridare, – qui bisogna cambiare musica, qui suoniamo con le pallottole». «Suna Giovinezza suna Giovinezza»812 , urla il californiano. E noi: «No, la sunuma nen, la sunurna nen»813 . La gente, visto così, scappa via. I fascisti si mettono a sparare, sei colpi di rivoltella ci sparano contro. Io non avevo paura nemmeno delle rivoltelle, cristu, se avessero avuto solo il manganello a pugni li avrei sfasciati, avevo tanta di quella forza, ero allenato, ero un giocatore di 1a categoria di pallone elastico. Ma la gente aveva paura, la gente cominciava a pensare che era meglio essere amici di quei delinquenti, era meglio non averli contro. Il vicebrigadiere dei carabinieri aveva assistito alla sparatoria ma era sgattaiolato via. Se fosse intervenuto i fascisti l’avrebbero picchiato. Ormai i fascisti diventavano i padroni della situazione: i maggiorenti del paese si smascheravano, cominciavano a inserirsi, a far vedere che tenevano per loro. Anche il vicebrigadiere dei carabinieri, anche il prete ormai tene810 «Oh, mio marito ne ammazzasse ben uno non gli fanno mica niente». 811 «Lasciaci ballare stassera». 812 «Suona Giovinezza, suona Giovinezza». 813 «No, non la suoniamo, non la suoniamo».

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vano per il fascio. Noi venivamo segnati come sovversivi, e la gente cominciava a schivarci, a guardarci di brutto, mica tutti per la verità, i più paurosi. Capo primo che noi non andavamo in chiesa, e per i contadini era già una colpa grave. E per di più eravamo contro i fascisti. Dante: Poi i contadini hanno cominciato a iscriversi al fascio, come rurali, capivano niente di politica, erano mugic, si iscrivevano con la speranza di avere delle piccole facilitazioni. Poi il fascio ha chiuso le iscrizioni. È venuto da me un contadino, proprio da me, a dirmi: «Tu che conosci tanta gente, tu che giri molto, ti do mille lire se mi fai iscrivere al fascio, voglio trovare un lavoro, un impiego». La tessera del fascio era già la tessera del pane! Io e mio fratello Cesare giocavamo al pallone elastico, il gioco era il nostro mestiere, eravamo dei personaggi, tutti ci conoscevano. Io il podestà l’avrei fatto bollire nell’olio, ma lui era gentilissimo con me perché giocavo bene al pallone. Il pallone elastico era un gioco molto popolare, era un gioco nato nell’ambiente contadino: il novanta per cento degli uomini giocavano al pallone, nelle piazze, nelle strade, nei cortili, sulle aie delle cascine. Nelle Langhe il gioco d’azzardo teneva tutti svegli: i contadini giocavano a carte nelle stalle, se non giocavano d’interesse si addormentavano, allora imparavano i trucchi e poi giocavano a soldi. Nel pallone succedeva la stessa cosa, era l’azzardo che li teneva svegli. C’erano dei cento contadini che venivano a vederci a giocare da un paese all’altro, era un gioco di bandiera tra paese e paese, ma non un gioco di patele, il pubblico contadino si entusiasmava ma senza perdere la testa, senza fanatismo. Discussioni tante, ma patele mai. Andava da paese a paese. A Barbaresco non volevano perdere, non ti lasciavano guadagnare per nessun motivo. A Piozzo era anche così. Il fascismo l’ha danneggiato il pallone elasti-

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co, col fascismo era obbligatorio iscriversi al «Dopolavoro». Io e Cesare non ci siamo iscritti. Dopo lo squadrismo il fascismo ha continuato a essere violento in un’altra forma, controllando tutto. Una parola mal detta voleva dire una denuncia, ti denunciavano ai carabinieri e finivi in galera. Poi è venuta la guerra d’Africa. Qui era un periodo di crisi grave, la campagna non rendeva, da qui i contadini andavano a Neive e a Barbaresco a fare gli scassi a picco e pala per quattro cinque lire al giorno, c’era di nuovo la fame. L’emigrazione verso gli Stati Uniti l’avevano chiusa nel 1922. Si poteva andare in Argentina, da Govone ne saranno andati trenta a tagliare il grano e la meliga, ma non facevano risorse, guadagnati i soldi del viaggio di ritorno rimpatriavano. L’Africa voleva dire un lavoro, ne sono andati diversi di qui volontari in Africa, con i camion, non come soldati ma come lavoratori. Cesare: Parlo io della guerra, io ero soldato. Il 10 giugno 1940, quando Mussolini ha dichiarato la guerra alla Francia, qui a Magliano davanti alle scuole ci saranno state cento persone a sentire il discorso. Hanno applaudito con entusiasmo. Non capivano niente, erano contenti. Nel 1942-43, nell’autocentro ad Alessandria, su cento soldati novanta erano contro il fascismo. Sentivamo Radio Londra, speravamo solo che la guerra finisse. Il 26 luglio, quando è caduto il fascismo, tutti i soldati hanno fatto festa, abbiamo cantato l’intera notte. Dante: Il 25 luglio, alle undici di notte, eravamo riuniti come sempre, in tanti, nella trattoria. Arriva un certo Nino, un fascista della prima ora ma non pericoloso, mi chiama fuori. «L’hei sentí Radio Londra, Mussolini

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i’é pí nen». «Cuma?» «L’han gavalu»814 . Torno dentro: «Signori e signore c’è una notizia drammatica, Mussolini non c’è più». Tutta la notte con chitarra e fisarmonica a cantare. Poi salta fuori Badoglio con: «La guerra continua». Adesso anche la popolazione contadina era stufa del fascismo, il fascismo era la guerra, i figli sotto, le imposte aumentate, i prodotti all’ammasso e mille proibizioni. Ogni domenica gli operai venivano da Torino a fare le provviste di viveri, erano stufi da non poterne più, erano più antifascisti di quanto non lo siano oggi. Cesare: All’8 settembre, ad Alessandria, come arriva la notizia dell’armistizio si fa gran festa. Ma l’indomani arriva una colonna di tedeschi e la festa finisce. Scappiamo. Arrivo a Magliano e vedo il mio paese pieno di soldati. Mi metto in borghese, vado dal colonnello comandante del reggimento e gli dico: «Senta colonnello, vengo da Alessandria, là i soldati che non sono scappati finiranno prigionieri in Germania». Allora il colonnello mette in libertà i suoi soldati. I contadini di qui erano convinti che con l’8 settembre fosse finito tutto. Verso la fine del 1943 qui incominciano ad arrivare i partigiani, a requisire i vitelli. Mangiare dovevano mangiare, ma tra i partigiani c’erano anche degli individui che approfittavano, e tutta l’attenzione della gente era rivolta proprio sui pochi disonesti. È stato un male grosso, perché un disonesto faceva il male per cento. Noi li abbiamo sempre aiutati i partigiani, ma i disonesti li consideravamo nemici. Qui c’erano le sorgenti di acqua salata, trivellando in profondità si tirava fuori l’acqua, si faceva bollire, e sul fondo del recipiente restava il sale, tre dita di sale che la gente vendeva a borsa nera ai torinesi. Magari arrivava un partigiano cretino, disonesto: requi814 «Ho sentito Radio Londra, Mussolini non c’è più», «Come?» «L’hanno tolto».

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siva quel sale, e così nasceva un nuovo motivo di scontento. È vero che un vitello è poi solo un vitello, e un po’ di sale conta poco o niente. Ma qui la gente era povera, qui non c’erano le stalle di cento bestie, non c’erano i contadini ricchi che con la guerra guadagnavano tanti soldi da non credere. È vero che la «repubblica» ammazzava e rubava a man salva, così il contadino perdonava anche il partigiano disonesto; il contadino non aveva paura dei partigiani, e se poteva li aiutava. Dante: Il 24 maggio 1944, erano le due del pomeriggio, mi trovavo sullo stradone con un amico, quando passano tre o quattro ragazzini in bicicletta e ci dicono: «C’è la repubblica che viene su». Io penso subito: «Stasera non ci siamo più tutti». Arriva la colonna di carrette e cavalli, ci sono centottanta uomini, al comando di due criminali famosi, il capitano Gagliardi, marchigiano, e il tenente Rossi. Sono «brigate nere». Venendo da Alba hanno già ammazzato un contadino al Mussotto, e poi un altro ancora, e un altro a Govone, e qui a Magliano, vicino alla chiesetta, hanno fucilato un nostro cugino, il partigiano Giovanni Cane, classe 1920, diciotto colpi nella pancia. Corro a casa. Verso sera, arriva il podestà con il capitano Gagliardi, il capitano ci dice: «Preparate cena per noi». «Ma abbiamo niente, non abbiamo burro...» «Noi non siamo gente da burro, arrangiatevi, preparate cena e basta». Io taglio815 , m’incammino, ma mi arriva alle spalle una raffica. Sparano anche dall’alto. Allora mi infilo in un portone, mi rifugio da una famiglia composta da padre, madre, la figlia, e un bambino. Dopo mezz’ora sentiamo a battere con il calcio dei mitra contro la porta; «Aprite», gridano. Ci troviamo di fronte tre ubriachi che ci dicono: «Qui vi ammazziamo tutti». Poi si rivolgono 815

Io taglio (la corda, cioè mi allontano).

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alla ragazza: «Tu, vieni con noi che devi andare a dormire col capitano», e la trascinano via. Tornerà poi dopo la mezzanotte la ragazza, l’hanno portata nella villa della maestra dove c’erano gli ufficiali. Eh, già, si comportava così la «repubblica», come si faceva a non odiarli. Cesare: Alla Liberazione abbiamo perdonato tutti. Hanno preso qualche fascista, l’hanno portato in piazza, gli hanno dato qualche pugno e tutto è finito lì. Oggi a Magliano siamo una cinquantina i comunisti. I fascisti qui sono sette o otto, e stanno nascosti. Ma la gente di campagna è come sempre antioperaia, è contro lo sciopero. L’ha paüra che Agnelli vada a rabel816 . Qui ci sono tanti «dicì» e tanti «piselli»817 , nella nostra frazione sono centododici i «piselli». Il vecchio Romita tanti anni fa ha fatto costruire qui un riparo per le acque del Tanaro, una spesa di quaranta milioni. Prima di quel riparo qui non c’era nemmeno un socialdemocratico, adesso sono forti, raccolgono i voti per abitudine. Ho letto Pavese e Fenoglio, anche quella è storia, è storia nostra GIUSEPPE BASSIGNANA, nato a Murazzano, classe 1896, contadino.

(29 luglio 1970 – Ugo Roello). Nel 1905 mio padre ha comprato un ciabot e due giornate di terra a Belvedere, ha speso novecento lire. La nostra famiglia era piccola, padre, madre, e due figli maschi. La maggior parte dei contadini vivevano meschinamente. Noi il poco grano che facevamo, lo mangiavamo, 816 817

Ha paura che Agnelli vada in rovina. Socialdemocratici.

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andavamo al forno al paese. Il pane costava sei soldi il chilo. Io la fame non l’ho fatta perché mangiavamo tanta polenta, polenta a grande velocità, tutti i giorni dell’anno. C’erano degli individui che facevano la fame,. c’era gente che non vedeva mai il pane, c’era gente che mangiava solo polenta. Me pare ’nuece cüsava sempre818 . Se andiamo più indietro e ascoltiamo che cosa diceva la mia gente, cuocevano solo a Pasqua, all’Assunta, e a Natale, tre volte all’anno: così raccontavano i miei vecchi. E poi facevano i turtin con la pasta senza lievito abbrustolita sulla brace. Noi siamo già vissuti meglio dei nostri vecchi. Mio nonno aveva studiato un po’ da prete, poi ha trovato una che studiava da monaca, le ha detto: «Sa, fuma mac che rangela mi e ti»819 , l’ha sposata e ha avuto dodici figli. Mio padre scuole ne aveva fatte poche ma era uno sveglio, era sempre in mezzo ai preti, lo faceva anche per tenerseli buoni per l’eredità, aveva due fratelli preti, preti poveri non ce n’erano, uno dei fratelli era canonico e l’eredità era importante. Nella nostra famiglia ci sono sempre stati dei preti. Ca senta cuma l’era l’afare820 . Una volta diventavano preti solo quelli che erano di famiglia benestante, che avevano un certo reddito: sia per non fare il soldato e le guerre, sia per vocazione, erano tanti i contadini che volevano farsi prete. Ma c’era una legge ecclesiastica la quale impediva che il prete fosse povero. Oh, facevano in fretta a farli diventare preti: che saveise lese ’l latin, che lu capiisa na fervaia i’era ’n preve821 . Noi 818

Mio padre invece cuoceva sempre (andava sempre al for-

no). «Su, facciamo che aggiustarla io e te». Senta com’era l’affare. 821 Che sapesse leggere il latino, che lo capisse una briciola, era un prete. 819 820

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ne abbiamo avuti tre di quella razza lì. Oh, tante famiglie contadine ci tenevano ad avere il figlio prete, era un orgoglio, era un balzo sociale. Preti ce n’erano di tutte le qualità. Io non sono contrario al prete perché io la religione la tengo, che sia giusta o non giusta a me hanno messo in testa questa religione e sono un credente. Non credo che il mondo si sia fatto da solo, e poi la religione è dappertutto. Ma credere in Dio e credere nei preti è un’altra cosa. Io in politica ho sempre fatto tutto quello che ho potuto per andare contro i preti. Io sono un fondatore del Partito dei Contadini d’Italia e me ne vanto. Prunotto e Scotti erano già più anziani di me. Noi giovani di allora abbiamo dato tutto al Partito dei Contadini, abbiamo perduto dei soldi e del tempo e ci siamo forse fatti criticare. I preti erano contro di noi in modo assoluto, vergognoso, io lo dico davanti a chiunque, i preti avevano il loro partito, il partito dei preti, e tutti i contadini un po’ grossi erano con loro, erano con i preti. Perché ’l cuntadin i’era tenü ’n na cundisiun talment maría...822 . Adesso si dice mezzadro, cioè il contadino che riceve metà. Ma allora ’l masué, il mezzadro, riceveva un terzo, oh ce ne sarebbe da discorrere di queste cose... Noi del Partito dei Contadini non eravamo contro la religione. Una volta abbiamo deciso di fare la sezione del partito a Bossolasco e di inaugurare la bandiera, io ce l’ho ancora la bandiera della mia sezione di Dogliani, l’ho mica venduta anche se il partito è andato in rovina..., è andato in rovina perché i preti sono furbi, hanno girato hanno girato e hanno organizzato la «Coltivatori Diretti», hanno promosso i piccoli, i poveri diavoli, da contadini a coltivatori diretti, gli hanno fatto fare un bel passo avanti! Ma in principio sembrava che i preti non ci 822 Perché il contadino era tenuto in una condizione talmente cattiva...

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fossero contro, noi la propaganda la facevamo anche in sacrestia, anche in fondo alla chiesa durante la messa, e i preti sembravano d’accordo. Ma poi hanno cominciato una lotta esagerata, mi dic propri na vergogna823 . Ma per tornare col discorso alla sezione di Bossolasco, quel giorno dell’inaugurazione c’erano tutte le bandiere sorelle, da Dogliani, da Govone, da una ventina di paesi. Abbiamo inaugurato il monumento ai Caduti della guerra 1915-18, uno dei nostri ha fatto il discorso. Era l’anno 1920. Poi abbiamo chiesto al prete di benedire la bandiera di Bossolasco. «Non posso venire, non sono autorizzato», ci ha risposto il prete. Noi partiamo tutti assieme per andare a messa, io avevo a spalla la bandiera di Dogliani, il prete si fa avanti e ci dice: «Non posso lasciarvi entrare in chiesa con le bandiere, – e la sua voce era piagnucolante, sgradevole. – Se volete venire alla messa dovete posare le bandiere». Io avevo quasi voglia di dirgli: «La nostra bandiera è immacolata, è del colore dell’Italia, bianco rosso verde. È più bella della vostra sottana che è nera e sporca». Non siamo entrati in chiesa. E così che ci hanno fatti passare per sovversivi, per dei fuorilegge. Noi non eravamo nemmeno socialisti, facevamo solo l’interesse della categoria. I proprietari un po’ grossi erano con i liberali o con i preti. Ma i liberali erano ancora un po’ domestici, certo non tenevano per i masué ma ragionavano. I preti invece ci mettevano la religione tra i piedi; «Chi non è con noi è contro di noi, siete contro Dio, avete rinunciato al Paradiso, vi siete meritato l’inferno». Io volevo dire ai preti: «Voi siete i miscredenti, mischiare la religione con una cosa simile, che noi difendiamo solo il nostro pane...». Noi volevamo solo un po’ di giustizia. I nostri dirigenti purtroppo non erano d’accordo tra loro, io non 823

Io dico proprio una vergogna.

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posso né lodarli né disprezzarli, posso solo dire che era difficile dirigere il Partito dei Contadini, il contadino era ignorante e invidioso. Poi è arrivato il fascismo, e come..., sempre la stessa storia, è arrivato il fascismo per combattere il comunismo, proprio come avviene oggi. Io che ero ’n servitú824 non potevo essere del partito dei padroni. Mi sono sempre interessato di politica, già da ragazzo. Quando nel 1907 a Belvedere è venuto un socialista, un certo Fia di Farigliano, un giovanotto in gamba, oh aveva una grossa cravatta rossa, in quei tempi là uno che aveva una cravatta rossa era segno che era un socialista, e i socialisti di allora erano più mal visti che i comunisti di oggi..., oh il prete, l’ira di Dio..., bene, quel Fia la prima volta che l’ho sentito ha già parlato allora della pensione: «Se fossimo uniti quando arriveremo a sessantacinque anni avremmo la pensione, l’unione fa la forza», oh ne ha dette tante cose. Io non sapevo che cosa voleva dire avere la pensione e l’ho chiesto a mio padre che mi ha risposto: «Eh, vuol dire avere un po’ di soldi garantiti quando uno è poi vecchio». Io avevo già l’istinto di essere contro i ricchi, perché io ero povero. Ma se io fossi stato ricco può darsi che sarei diventato come loro, io voglio mica negarlo. Ma torniamo al fascismo. Io so l’origine precisa del fascismo. Durante la guerra c’erano gli arditi, mesi balengu825 , un po’ prepotenti, portavano il distintivo della morte sul loro berretto. Gli arditi li adoperavano per movimentare il fronte. Noi di qua e gli austriaci di là sparavamo ogni tanto qualche fucilata, qualche cannonata, la guerra secondo noi doveva finire così. Allora arrivavano gli arditi, attaccavano, e la guerra scoppiava. Dopo la 824 825

Un servo di campagna. Mezzi scemi.

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guerra è con gli arditi, e con quei matti lì e con gli interventisti, che hanno messo su il fascismo, per combattere i socialisti. A Dogliani arrivavano le squadre da Mondovì, Cuneo, Bra, c’erano anche dei contadini tra gli squadristi, macarun826 che non capivano niente. Venivano squadre da fuori, e a loro volta i nostri di Dogliani andavano forse a picchiare da altre parti. I fascisti l’avevano contro di noi, eravamo quattrocento gli iscritti di Dogliani al Partito dei Contadini, l’avevano contro di noi ma andavano adagio a picchiarci. Quando la banda suonava in piazza la Marcia Reale s avvicinavano ai masué, gli buttavano via il cappello da in testa. Con i fascisti c’era il medico, il segretario comunale e qualche mezzo ricco. Certo i fascisti non se la prendevano cun ’l partí di preve827 che era formato quasi solo di donne, se la prendevano con noi. Una volta che abbiamo inaugurato una bandiera sono arrivati i fascisti, e Corrado gli ha detto: «Vi invitiamo, siamo democratici, siamo patriottici anche noi. Ma quando saremo nel teatro ve ne andrete». E così è avvenuto, e non ci sono stati incidenti. Poi il fascismo è diventato legale. Ma il contadino è rimasto agnostico. I fascisti dicevano: «Chi non si iscrive adesso non si iscrive più». E il contadino niente. Per molti contadini il fascismo è passato senza che se ne accorgessero. Per me il fascismo è stato una pietra sullo stomaco, terribile. Ci hanno in parte catturati tramite i figli, io pagavo sei tessere per i miei figli, a scuola era obbligatorio avere la tessera fascista. Io però non mi sono mai iscritto al fascio. Il fascismo ha diviso i paesi, ha rotto tante amicizie. 826 827

Maccheroni (minchioni). Con il partito dei preti.

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Il disastro era già cominciato con la guerra del ’15. Se ho fatto quella guerra? Sicuro, la guerra l’hanno fatta i contadini, d’altri non c’era nessuno. Ero nel 201° fanteria, brigata Sesia. Adesso sono «cavaliere». Che cosa pensavano i contadini? Pensavano a niente, pensavano solo a scappare, a salvare la pelle, o di andare in un reparto che non combatteva. ’L cuntadin l’é ignurant a ses dubie828 . Non dico che non ci fosse patriottismo tra i contadini, gli ufficiali ci facevano sempre un po’ di morale, ma poi la morale non bastava più perché le cose andavano male, eravamo sempre in trincea, mal vestiti, mal nutriti, faceva paura, ’n fasíu ’d prüche, de strapasine829 , quando c’è stato Caporetto che cosa ci hanno detto..., «Vigliacchi, traditori, avete venduto il fucile, avete venduto la mamma», ma ogni sorta di bestialità! Io la prima volta che sono andato in trincea era l’inizio del 1916, sono stato due mesi senza posare le giberne, non le mutande, le giberne. Dopo gli ufficiali ci hanno detto: «Adesso potete slacciare le giberne». Poi la Russia ci ha salvati. La Russia prima era ferma, gli austriaci che erano in trincea lungo il fronte russo erano tutti giardinieri, piantavano i fiori, intanto i russi erano sempre fermi, non muovevano. Quando i russi sono venuti un po’ avanti il nostro fronte si è alleggerito perché hanno tolto i tedeschi per mandarli contro i russi: così abbiamo respirato un po’, siamo andati nella zona di Gorizia, abbiamo partecipato alla sua liberazione, il 31 agosto sono stato ferito, ho ancora qui la ferita nella gamba, sono stato novantacinque giorni all’ospedale, il periodo più bello della mia vita di soldato, poi quaranta giorni di convalescenza, così mi sono salvato un po’ di guerra. 828 829

Il contadino è ignorante a sei pieghe. Ci facevano delle sgridate, delle paternali.

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Quando è arrivata la ritirata di Caporetto io non ero già più mitragliere, ero zappatore lungo la strada tra Plava e il Monte Santo. Una sera sentiamo sulla nostra destra un fuoco di fucileria furioso. Cosa sarà? Sarà un attacco?. Intanto arrivano gli aeroplani a bassa quota. Ma quello lì è tedesco? Ma quello lì è austriaco? Sono passate due automobili scoperte piene di generali, andavano verso le retrovie, uno dei generali aveva quattro righe, era il Re. Al mattino ci arriva un ordine come se niente fosse: «Raggiungete il vostro reggimento che si trova a Caporetto». A Piava era già una cosa spaventosa. Sul ponte un carreggio dopo l’altro, abbiamo superato il ponte passando lungo il parapetto. Siamo saliti sul Monte Curaro, c’erano le, trincee bell’e fatte e blindate, avessero voluto i nostri lì resistevano. Ma c’era stato il tradimento, questa era la voce del soldato. Un po’ oltre Monte Curaro abbiamo incontrato i francesi che erano appena arrivati con i loro cannoni da 105, i francesi ci dicevano: «A Roma? A Roma?». E noi a loro: «Paris? Paris?». Non erano ancora arrivati i francesi e già ci prendevano in giro. Poi abbiamo incontrato l’11° reparto di assalto che ci ha insultato: lì c’erano gli arditi, i balengu, i prepotenti, più che tutto i balengu. Quando il fronte era ancora fermo noi in trincea stavamo bravi e i tedeschi anche, eravamo tutti contadini tanto da una parte come dall’altra, e l’avevamo capita che non aveva senso ammazzarci tra noi. Allora arrivavano gli arditi, i balengu, a agitare le acque, a creare il subbuglio. Eh già che l’avevamo capita, perché quando facevamo dei prigionieri vedevamo che era povera gente ignorante come noi, gente che non capiva niente come noi. La ritirata di Caporetto, è stata un grande disastro. I nostri ufficiali che ci gridavano: «Vigliacchi, avete buttato le armi...». Io l’avevo conservato il fucile, l’avevo in mano. E i nostri ufficiali? Il mio colonnello si era

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messo una benda su un occhio, fingeva di essere ferito, viaggiava a cavallo, e col frustino cercava di colpirci perché camminassimo lesti. Oh, ci trattavano male i nostri ufficiali, eravamo solo contadini, i contadini non hanno mai contato niente. Ah, io i contadini li conosco bene. Si dice: «Contadino scarpe grosse e cervello fino». Ma il contadino che ha il cervello fino se può cambia mestiere, cerca di far studiare i suoi figli perché non restino contadini ma diventino medici, avvocati, ragionieri, preti. Come figli di contadini avranno sempre la terra, ma con i masué! Se dicessi che i contadini sono tutti bucin830 direi una cosa troppo grossa, sbagliata. Ma chi era un po’ in gamba è scappato dalla campagna, è passato dall’altra, non vuole più saperne dei contadini. Anzi, se lei va in città e dà del contadino a qualcuno, ebbene gli fa una delle offese più grosse. Quando ero ragazzo se mio padre avesse potuto mi avrebbe fatto prete: mi ha mandato due anni a scuola a Mondovì con quel motivo lì preciso, ma poi gli sono mancati i soldi per farmi continuare le scuole. Mia madre buonanima, che è morta quando io avevo cinque anni, aveva detto a mio padre: «Sti fanciòt bütie nen a servi ’n campagna, bütie a servi ié sgnur»831 . Mia madre era stata anche una serventa, aveva sempre lavorato sotto i ricchi, «Bütie suta ié sgnur che as fa menu fatiga, se sta mei»832 . Infatti mio padre mi ha messo a servire in casa di un medico, avevo tredici anni, guardavo il suo cavallo, ma era tanto cattivo quel cavallo e ne avevo paura, e poi madama era una piaga d’Egitto, tutto che non andava bene, era gente tanto ricca e tanto avara. Il paVitelli (stupidi, rozzi). «Questi bambini non metterli a servire in campagna, mettili a servire i ricchi». 832 «Mettili sotto i ricchi che si fa meno fatica, si sta meglio». 830 831

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ne in quella casa durava quindici giorni, l’ultimo pane era sempre ammuffito. Si faceva la nuova infornata ma la padrona voleva sempre che finissi il pane vecchio, così mangiavo sempre il pane duro, ammuffito. Creda a me, i contadini erano e sono rimasti ignoranti, e poi sono divisi tra loro, e invidiosi. Einaudi, il professore, il grande economista, è stato di esempio ai contadini qui del posto. Nel 1900 è comparsa la filossera e non faceva paura a nessuno. Einaudi che i’era ’n gran filun833 , un eccellente padrone, ha capito subito e ha rifatto tutte le sue vigne: lui sapeva fare le pratiche per ottenere i soldi dal governo, e ha dato l’esempio agli altri contadini, altrimenti la filossera mangerebbe ancora adesso le nostre vigne. Trent’anni fa io mi interessavo già della meccanizzazione agricola, quarant’anni fa pensavo già al motocoltivatore. I contadini mi dicevano ridendo: «Ma cosa vuoi interessarti delle macchine, che siamo tanti e non ’c’è nemmeno il lavoro per tutti». «E bene, con le macchine facciamo doppio lavoro, e poi ci riposiamo. Ma è la cosa più bella che ci possa essere quella di far lavorare le macchine al nostro posto». Lei mi chiede se i contadini hanno capito qualcosa della guerra partigiana. I contadini erano ignoranti, i partigiani non erano poi ben visti dai contadini. Io sono convinto che i partigiani hanno fatto un’opera buona, santa. Certo avevano anche bisogno dei vitelli, certo dovevano anche mangiare. E non tutti i partigiani erano buoni, non tutti erano convinti, alcuni facevano il partigiano per forza. I nostri contadini erano agnostici, io do poca stima al contadino, sono un contadino ma la penso così. Non tenevano né per gli uni né per gli altri. Io invece tenevo per i partigiani. Anche alcuni preti erano agnostici, quando non tenevano per i repubblichini. Se i partigia833

Che era un gran filone (un uomo in gamba)

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ni fucilavano una spia c’era il prete che si commuoveva, che li metteva tutti sullo stesso piano: «Muoiono di qua e muoiono di là», e questo era già un modo di ragionare da fascista. C’era chi diceva che i partigiani stuzzicando i fascisti e i tedeschi hanno provocato il bombardamento di Dogliani. Ma era proprio il compito dei partigiani cula lí ’d tribüleie834 , se no non era guerra. Tutti si lamentano delle galline rubate dai partigiani, ma non parlano dell’Italia venduta prima ai tedeschi e poi agli americani. Oggi l’Italia è abbastanza bene incamminata. Per andare meglio bisogna votare un po’ comunista. Una volta un contadino mi ha detto: «Neh ti Bassignana, al tempo del fascismo non prendevamo tanti soldi ma stavamo meglio di adesso». Gli ho risposto: «Varda matot835 io non sono di questa opinione, perché per me il fascismo è stato una pietra sullo stomaco, è stato una cappa che mi ha impedito di vivere da uomo libero, e mi ha costretto a vivere di fatiche e umiliazioni e debiti». Io in questa zona sono il più povero, ho sette o otto giornate di terra, un po’ di vigna e di bosco e di prato: la mia terra utile, quella che rende, è poca. I miei figli hanno trovato un lavoro e lavorando vivono abbastanza bene. Ma scherziamo? Sotto il fascismo si tribolava, non si può tentare un confronto con adesso. Si sappia comunque che per tanta gente non è mai andata bene come adesso. I giovani che possono abbandonano la campagna. Ma la nostra campagna non invecchia. Adesso un uomo che sia fornito di macchine fa il lavoro di dieci uomini. Eravamo troppi a lavorare in campagna, e lavoravamo anche la terra che non rendeva. Adesso lavorano solo più le terre buone. Che cosa penso dei giovani di oggi? Dico 834 835

Quello di tormentarli. Guarda ragazzo.

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che sono agnostici, come i loro padri: sono agnostici e votano Democrazia Cristiana. Qui a Dogliani abbiamo la biblioteca Einaudi, una cosa utile, io la frequento la biblioteca, sono uno dei pochi contadini che la frequentano. Io leggo i libri che leggeva Einaudi, i libri di agricoltura. Leggo tanto la storia, la storia dell’Italia e dell’Europa, una storia che fa pietà a una pietra. La storia è la scienza più vicina a noi. Ho letto Pavese e Fenoglio, anche quella è storia, storia nostra. I contadini dovrebbero leggere, imparare, istruirsi. Solo adesso ho incontrato un contadino, con un’aria di superiorità e di scherno mi ha detto: «Alla televisione sta parlando Berlinguer...». Ho mica replicato, alla mia età vado a insegnare a un giovane come si deve vivere? Ma tra me ho pensato: «Fosse bene un delinquente Berlinguer oggi fa del bene a noi, perché ha una tendenza che è quella che guida il mondo». Un altro contadino tempo fa mi ha detto: «Votiamo votiamo ma le cose vanno sempre male lo stesso». «Quelli che ho votato io, – gli ho risposto, – sono quelli che dirigono il mondo». La pensione contadina è stata una cosa grossa, importante. «Per quello che ci dànno...» mi dicevano i contadini. E io di rimando: «State attenti, cinquemila lire sono poche, ma il fascismo non vi dava nemmeno cinque lire». Credono che sia Bonomi che gli dà la pensione. Non sanno che sono i comunisti che hanno voluto la pensione per i contadini. Sì, i comunisti hanno votato contro la pensione, perché la volevano più giusta! È bastata la presenza dei comunisti perché dessero la pensione. Ma non l’hanno ancora capita i contadini che sono duemila anni che nessuno si è mai interessato di noi? L’altro giorno ho visto che hanno ammazzato Annarumma a Milano. Il giornale cattolico diceva: «Annarumma era il figlio di un lavoratore», e sarà anche vero.

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Ma quel figlio lì era contro suo padre, non era più figlio di Annarumma ma era figlio del governo, forse lui sarà stato innocente e io non lo condanno, ma chi lo comandava e l’ha mandato contro gli operai che scioperavano... Noi del Partito dei Contadini, subito dopo la Liberazione, abbiamo fatto una protesta perché non volevamo più consegnare il nostro grano all’ammasso. In piazza ho discusso con un poliziotto. Lui mi dice: «Per colpa vostra è da stamattina alle quattro che siamo qui di servizio», «E noi, e noi contadini? Tutte le mattine dell’anno siamo di servizio fin dalle quattro». Quella volta lì il Prefetto ha nemmeno voluto riceverci, si è nemmeno degnato di uscire ’sla lobia836 , niente, come se non fossimo gente, come se non fossimo uomini. Era qui la ghenga dei disertori LORENZO BOERI, detto Cinu, nato a Serravalle Langhe, classe 1891, contadino.

(15 settembre 1973 – Carla e Ferdinando Manera). Eravamo sette in famiglia, padre, madre, due maschi e tre femmine. Avevamo quattordici giornate disperse a campo e bosco. Due buoi, dui mansin837 nella stalla, niente latte. I mansin li compravamo che non sapevano lavorare: tribolavamo due anni per abituarli al lavoro, poi li vendevamo e ne compravamo altri due da allevare, vendendo i mansin addestrati guadagnavamo qualche soldo. [...]. Il nostro mangiare? Intorno alle dieci facevamo la polenta con una piccola bagnetta calda o un po’ di mostar836 837

Sul balcone. Manzi piccoli.

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da, poi mangiavamo di nuovo alle quattro del pomeriggio, impastavamo un po’ di farina, la mettevamo sopra alla stufa ad abbrustolire, mangiavamo quello, i turtin, proprio buoni. Alla sera un piatto di minestra di verdura. Nel vestire i più eleganti erano i vecchi che indossavano le divise militari. Il padre di Michin era stato ferito a Pastrengo con un colpo di sciabola a una gamba, ricordo che girava con i due bastoni, andava a prendere la pensione di guerra di due soldi. All’inverno si vestiva sempre da soldato, con il bel frak blu scuro. Noi bambini lo facevamo disperare. Abitava laggiù in basso, verso il Belbo. Noi infilavamo una mano attraverso il finestrino della sua stalla, lui dormiva su un giaciglio, lo afferravamo per i capelli e lui si metteva a gridare: «Oh Üslina, vieni giù, vieni giù che il diavolo mi porta via». Üslina era la figlia. Noi scappavamo, per noi era un divertimento tormentare quel vecchio. [...]. A scuola sono andato fino alla seconda, bastava che imparassimo a fare il nostro nome, piuttosto ci mandavano al pascolo. In tutta Serravalle c’era un maestro solo, la sala del Comune era sempre piena di scolari. Da giovanotto ho incominciato ad andare a tagliare il grano, a Pollenzo in piazza eravamo sempre un bordello, duecento e passa con la mesoira. Partivamo da Pocapaglia, cinque lire al giorno, un lavoro duro, da prima che spuntasse il sole fino a quando si vedeva bisognava sempre tirarci dentro. Da bere ci portavano acqua cattiva con aceto, ohmi povr om, che vita, che vita. A tirare c’era uno di loro che pagavano di più, andava come il vento. Trumlin, che era un uomo forte, una volta ci ha detto: «Lasciate passare me». Ha superato quello che tirava, l’ha fatto tribolare due ore, l’ha costretto a cedere, a sparire. Noi a ridere!

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Poi da Pocapaglia passavamo a Roddi, poi attorno ad Alba, e infine tornavamo a casa. In sedici giorni guadagnavo settanta lire, per l’inverno a divertirmi. Con una lira o due ballavamo poi tutta una notte, andavamo tanto a vié, nell’inverno quasi che ballavamo una volta alla settimana nelle cucine, c’era l’armonica, ballavamo anche fino al mattino. Andavamo anche a trenta chilometri da qui, a piedi, con la neve o senza la neve, eravamo allegri senza soldi senza niente. [...]. Nel 1911 vado soldato a Perugia, in fanteria. Ma lì c’è tanta istruzione, su e giù a correre in caserma, allora faccio la domanda di volontario per la Libia, mi dico: «Vado laggiù, così sto un po’ fermo». In maggio seno già a Tripoli, sono già pentito. Un caldo, l’acqua arriva da Napoli, ne dànno mezzo litro da bere, ne berremmo un secchio. Nelle gavette ci sono sempre due dita di sabbia, del ghibli, mangiando sotto i denti la sabbia fa sempre crik crak. Abbiamo tante di quelle pulci, una cosa enorme. Ci dànno una polvere come fosse la farina di meliga, la mettiamo nella cintura attorno alla vita perché le pulci non salgano oltre le gambe. Ci mandano dalla parte del mare, lontano come se fosse da qui a Murazzano, ma perdiamo i collegamenti e sti a abas ci accerchiano. Io mi trovo sdraiato sopra a ’n brichet838 che sotto è tutta pianura, eh cristuna, resto lì, vedo tre o quattro neiras a pochi passi, loro non sparano a me e io nemmeno a loro, poi mi alzo, mi metto a correre come una biscia, arrivo correndo fino a Tripoli. «Maledetto, – mi dico, – in che posto sono venuto a ficcarmi». Gli arabi non hanno i cannoni, hanno solo i fucili che fanno tapun. Noi abbiamo invece le mitraglie che setacciano una cosa enorme. E poi noi a caricare il 838

Un piccolo bricco (un cucuzzolo).

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fucile facciamo presto, invece loro impiegano mezz’ora a ricaricare il fucile perché non hanno i caricatori ma i colpi sciolti in tasca. Com’era la popolazione? I bambini erano nudi come venuti al mondo, avevano sempre gli occhi che colavano e due file di mosche sul viso, non le facevano nemmeno scappare le mosche. Noi soldati stavamo alla larga dalle donne. Gli ufficiali ci dicevano: «Prendetevi ben guardia, che non hanno il sangue come il nostro. Non andate con le nere». Uno dei nostri, un toscano, si è rovinato. Le donne volevano solo dei soldi, «filus italiano, a bisef», per dire «soldi voi italiani ne avete tanti». Le donne ci dicevano: «Nico nico, mandruca, filus a bisef», allora noi mettevamo assieme quattro o cinque soldini, così le donne allargavano le gambe, e magari si buttavano un pugno di sabbia in mezzo alle gambe, e noi a ridere. A me avessero regalato un milione non le avrei toccate quelle donne. [...]. Una volta congedato avrei potuto restare laggiù, potevo avere un pezzo di terra e seminare i pomodori e l’insalata. Ma anche se mi avessero regalato tutta la Libia non sarei rimasto. Da Napoli eravamo partiti in duecento, siamo tornati in trenta. Sono arrivato a casa nel febbraio del 1914. Nel maggio del 1915 ero a casa che lavoravo nei campi, mi è già arrivata la cartolina del richiamo. Mi sono presentato a Borgo San Dalmazzo, dove mi dicono: «Domani si parte per il fronte». Ma io volevo ancora vedere, una volta padre e madre. Chiedo il permesso, mi dicono «no». Allora parto a piedi, e arrivo a piedi a Serravalle, settanta chilometri a piedi! A casa ho paura che vengano i carabinieri a cercarmi, ogni tanto scappo nelle rive a nascondermi, resto a casa quattro giorni, poi torno a Borgo. Ma il mio reparto è già partito per il fronte.

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Un caporale mi accompagna a Udine, hanno paura che scappi di nuovo. Mi mandano sul Sabotino, dove dobbiamo andare all’assalto. [...]. Poi ci portano sul Carso, dove resto ferito. Quaranta giorni e più di ospedale. [...]. Poi vado sul fronte di Gorizia. Oltre Gorizia c’è il cimitero, andiamo all’assalto contro il cimitero, spalanchiamo il portone e ci infiliamo dentro. Le altre compagnie invece sono passate sui fianchi del cimitero, sono già avanti. C’è il muro di cinta da superare, è alto tre metri. Dal portone non possiamo uscire tanto sparano. Vedo un tavolo nella sala mortuaria, mi infilo là sotto. Poi sento un bruciore nella schiena, dico a un mio amico: «Guarda un po’ cosa c’è». Lui guarda e mi dice: «C’è un buco che passano due dita». Sento caldo sulla pancia, mi slego i pantaloni, la pancia è inondata di sangue. Una scheggia ha trafitto il tavolo, e si è infilata nel mio fianco, tra due costole. Lascio che il combattimento si calmi, poi mi trascino fino al posto di medicazione. Lì infilano una pinza nella ferita, estraggono un bel pezzo della mia giacca, il buco è grosso come una noce, la scheggia me la tolgono poi a Novara. Altro periodo di ospedale, poi mi mandano sul Grappa. Lì è brutta, ístuna. Gli austriaci sono a cinquanta metri ma sono bravi. Da venti giorni non assaggio più il vino, dico al mio caporalmaggiore: «Lasciami andare indietro, allo spaccio», lo spaccio è come fosse da qui a Bossolasco. Sono quasi arrivato allo spaccio che incontro il cappellano. «Dove vai?» mi chiede. «Cribbiu siamo lassù che abbiamo sete, vado a prendere un fiasco di vino a pagamento». Tira fuori la pistola da quel suo bagagiun839 , a me il sangue dà il giro, se avessi il fucile 839

Portabagagli (la fondina).

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due schioppettate gliele darei, e poi tornerei in linea e mai più nessuno saprebbe che sono stato io... [...]. Eh, eravamo tutti stufi di quella guerra. L’ufficiale andava avanti e tu dovevi andargli appresso pei ’dle fee840 . Gli ufficiali stavano bene. Il mio capitano aveva nella sua baracca una tedesca, una friulana vestita da soldato. Sì, ne morivano anche degli ufficiali, se non va l’ufficiale non va il soldato. [...]. Disertori? Si, ne ho conosciuti tanti. C’era una squadra di disertori qui, in queste zone, nei boschi. Uno di questi disertori una notte è entrato in una casa, Marieta era sola con sua madre, quel disertore della bassa Italia ha buttato una mano sulla bocca di Marieta perché non gridasse, Marieta gli ha morso un dito, gliel’ha portato via al completo. Sempre questo disertore ha poi ammazzato quella fiulina841 che andava a messa a La Cerretta, lì dalla Pedaggera verso Roddino, lì c’erano dei boschi. Il disertore l’ha abbracciata, l’ha trascinata ’n na riana842 , era una bella matota, le ha fatto quello che ha voluto, poi le ha messo na süca843 sulla testa. Eh, qui c’era la ghenga dei disertori, erano una quindicina. La popolazione non li tradiva, i disertori aiutavano le famiglie contadine nei lavori, i carabinieri li temevano i disertori. [...]. Mah! Con la guerra hanno massacrato tanti di quegli uomini per prendere due montagne... Quando è finita la guerra avevo ventinove anni, nove anni li avevo passati da soldato. Ero già vecchio, ho ripreso a fare il contadino. Ma dopo un anno mi sono sposato, mi sono detto: «Visto così, facciamo che andare un po’ per il mondo». Sono partito per l’America, con la moglie, sono partito a Come delle pecore. Ragazzina. 842 In un valloncello. 843 Un ceppo. 840 841

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casaccio, così, non per fare fortuna, per lavorare. Era il 1923. La nostra nave era l’«Indiana», trentatre giorni di navigazione per raggiungere l’Argentina. [...]. Siamo poi tornati qui nel 1933, con qualche risparmio. [...]. I napoletani gridavano: «Oh sant’Antonio capocchia nera» MARIA PIEMONTE in BOERI, nata a Mombarcaro, classe 1902, contadina.

(15settembre 1973 – Carla e Ferdinando Mancia). Noi eravamo quattro matote e un matot. Nella stalla un vitellino e una pecora. Mio padre faceva il boscaiolo, vivevamo a castagne e polenta. Oh, a Mombarcaro c’era più miseria che qui a Serravalle. Io ero bambina, e quando avevo un pezzettino di pane facevo così con il grembiule per non perderne le briciole. Avevo dei vicini di casa che erano già ricchi, mi dicevano: «Se canti ’d Mussolini, – ma non di questo Mussolini, del brigante Mussolini, – ti diamo un pezzo di pane. E poi devi anche dire come dici sempre tu, oh che bun panot844 ». Io cantavo la canzone del brigante Mussolini, poi dicevo: «Oh che bun panot», prendevo quel pezzetto di pane ed ero felice. Eh, in quei tempi la donna si portava in campagna la culla, ogni tant ai dasía na cünà, e cavava, cavava. Cui che cavavu nen mangiava nen845 . Nella nostra famiglia c’erano anche il nonno e la nonna. Ricordo che mio nonno andava a prendere la pensione, aveva fatto la guerra per quelle piane..., aveva ancoOh che buon pane. Ogni tanto cullava un po’ e zappava, zappava. Quelli che non zappavano non mangiavano. 844 845

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ra divisa da soldato e la indossava tutti giorni perché una volta erano scarsi di robe e allora si vestivano con il frak della divisa da soldato. Con quel frak del nonno abbiamo poi ricavato una mantellina, e quella mintellina l’abbiamo adoperata tutti per andare a scuola. C’era la miseria, allora. Ma eravamo allegri. Adesso sembra un’Italia morta in confronto di allora. C’era la miseria ma la gente cantava, ballava, sapeva divertirsi. C’era tanta gioventù, la gente si accontentava di una fetta di polenta. Adesso la gente ha troppe pretese, troppe esigenze. [...]. Le masche? Una volta c’erano le masche, mia nonna mi raccontava sempre che le aveva viste le masche. Eh, anch’io ho visto le masche, nella mia vita: voglio dire che ho avuto una vita così dura da... vederle le masche! Forse oggi certe cose le masche non possono più farle, ma una volta quelli che avevano studiato la fisica qualcosa facevano. Vicino a noi abitava un vecchio che aveva un libro, lui diceva che era il libro del comando. Solo il parroco riusciva a mettere le cose a posto, a dominare le masche e i mascun, e lo spirito folletto. [...]. NeI 1923, ero sposata da poco, sono andata con mio marito in Argentina. La nostra nave, l’«Indiana» faceva tr tr tr, sembrava sempre che dovesse aprirsi da un momento all’altro, marciava inclinata così, in coperta non c’era più nessuno, tutti a cuccia..., pensavamo di andare ai pesci. Al piano di sotto al nostro c’erano ancora i meridionali, e anche gli arabi, i beduini. Facevano delle grida... I napoletani gridavano: «Oh Madonna, oh sant’Antonio capocchia nera», non ho mai dimenticato quelle grida. Tanti i bambini che piangevano, che imploravano la mamma. Sulla nave noi settentrionali avevamo le cuccette sopra del livello dell’acqua. Poi sotto c’erano i meridionali, e sotto ancora gli arabi. Che cosa mangiavamo? Avevamo pagato poco del viaggio e mangiavamo male, nella pasta

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c’erano delle baboie, degli scarafaggi grossi così, per carità... Durante il viaggio stavo bene attenta per imparare qualche parola, c’era gente di Carrù che parlava l’argentino, un po’ mi insegnavano la lingua. Quando siamo arrivati a Buenos Aires io e mio marito avevamo ancora dieci lire tra tutti e due. In un’osteria piemontese abbiamo mangiato pranzo. Poi l’ufficio dell’emigrazione ci ha trovato subito un lavoro presso una famiglia di signori italiani, a fare le pulizie. Quaranta pesos, qualcosa come quattrocento lire al mese, l’alloggio e mantenuti. L’unica condizione era che non comprassimo figli. Là era un’altra vita, là era un paradiso. Eh, ’n Merica se ün l’é fol lu desfolu846 . [...]. La vita di oggi? Tutti i giovani sono scappati dalla campagna. Si capisce che è un male, perché verrà la miseria, se lasciano perdere la campagna verrà la miseria. Sono le madri che spingono le ragazze ad andare in fabbrica, se avessi una figlia anch’io la spingerei ad abbandonare la campagna. Non avevo ancora sedici anni, pioveva grosso così, avevamo da seminare, un cappuccio di tela di sacco in testa e tutto il giorno a seminare. Eh, una volta era così. Ma non mi pare che oggi vada tanto bene, tanti soldi, tanto lusso, tante automobili, ma trent’anni fa era meglio di adesso, voglio dire che dopo l’ultima guerra vivevamo meglio perché c’era ancora molta gente. Adesso chi vive in campagna soffre dell’isolamento. Che cosa penso dell’uomo che va sulla luna? Penso che è una cosa grossa, straordinaria. Se tornassero i nostri vecchi chissà cosa direbbero... 846 Eh, in America se uno è stupido lu desfolu (lo fanno diventare normale).

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La guerra di Libia l’hanno fatta per distruggere gli alpini GIOVANNI MONTANARO, detto Linu, nato a Serravalle Langhe, classe 1892, contadino, commerciante.

(29 luglio 1971 – Ferdinando Manera, Maria Camilla). Noi eravamo in Belbo, facevamo i mugnai. Quando avevo nove anni siamo andati al mulino di Feisoglio. Poi è venuto ’l Bürmiun847 e ci ha portato via tutto, le piante, trenta maiali, tutto. Allora ci siamo trasferiti di nuovo a Serravalle. Fame non ne ho fatta, la farina non ci mancava. Io il pane lo regalavo. Eravamo pochi a mangiare pane bianco: in quei tempi il grano era quasi tutto nero per la malattia. Le famiglie erano numerose, otto dieci figli, ma si arrangiavano. La natura dava tanta roba: in Belbo c’era il pesce, andavano tutti a pescare, mangiavano gran polenta e toma. Molti i giovani che scappavano in Francia o in America, uno chiamava l’altro, come fanno adesso da laggiù a venire qui, ecco. A quattordici anni sono andato a Milano a fare ’l cervelé, ’l sautisé848 . Ma dopo due anni mio padre mi ha fatto prendere dai carabinieri perché ero minorenne e aveva bisogno di me al mulino. Poi sono andato a lavorare in Francia, e sono rimasto là fino all’età da coscritto. Se ho fatto la guerra? Come ho incominciato a fate il soldato mi hanno mandato in Libia. Siamo sbarcati a Derna, ero con la 10a compagnia del battaglione Mondovì. Quattrocento chilometri nella sabbia, abbiamo perduto tutti i camion, i nostri duecento muli sono morti: ci hanno dato sette otto ghirbe di acqua a ciascuno, le ab847 848

Il fiume Bormida grosso, cattivo. Il salsicciaio.

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biamo appese alle spalle, siamo proseguiti a piedi. C’era cinquanta gradi di calore. «Siamo andati a una mira»849 che avevamo perduto tutto. Più niente acqua, più niente viveri. Nell’attraversare i cespugli spinati le scarpe si erano rotte, camminavamo con i piedi avvolti nelle giacche. Più nessuna unghia, le pulci si infilavano sotto e scavavano. Come ci sedevamo sulla sabbia arrivavano le cicale, tac tac, ti portavano via la pelle dalla faccia. Eravamo coperti di croste. A Sar Saf la fanteria perdeva. «Voglio vedere di che cosa sono capaci questi alpini...» ha detto quel T. di merda, a l’ha fase cherpé tutï ’d disgüst850 , lui odiava le truppe di montagna. Siamo tornati su a Derna, altri cinquecento chilometri a piedi. Quando siamo arrivati c’era una cascata, tanti sono corsi a bere, hanno bevuto fino a che sono scoppiati. Gli alpini più grossi di fisico sono morti quasi tutti durante la marcia, noi più piccoli, più magri, eravamo più resistenti. Poi siamo andati a Cirene. A Marsa Susa c’era la base dei rifornimenti. Ma le nostre colonne dei muli si perdevano lungo le marce nel deserto, gli arabi le attaccavano e barbavu tüt851 . Vivevamo con mezzo litro di acqua al giorno, avevamo tutte le labbra secche. Anche il pane era misurato. Arrivavano le donne a cercare un pezzo di pane, erano attorno a noi come gatte; «Fare nik nik», ci dicevano, si tiravano su la vesta, si offrivano per un pezzo di pane. Oppure dicevano: «Fare fantasia», e scoprivano tutto. Ma erano rasate, non mi piacevano, mi facevano schifo, sembravano büse i...852 Guai toccarle, erano tutte impestate, sifilide cronica. Altroché cercare le donne, «Siamo arrivati a un punto». Ci ha fatti crepare tutti di malinconia (di dispiacere). 851 Arraffavano tutto. 852 Sterco. 849 850

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non riuscivamo nemmeno a pisciare. Il nostro medico ci diceva: «Guardate, siamo più in pochi, ma se qualcuno di voi vuole tornare in Italia lasciate stare le donne». Ma non aveva bisogno di farci quella predica! Poi ne abbiamo accerchiati novemila di loro, e fatti tutti prigionieri. Io ne ho ammazzati solo tre o quattro, poi ho lasciato perdere, io non sono un villano. Ogni nostra squadra ne aveva duecento da fucilare. Ma c’erano gli ascari, loro i neri li ammazzavano volentieri, con gli sciaboloni tatic e tatac li hanno fatti a pezzi. Dei novemila hanno salvato solo i duecento capi. D’altra parte che cosa farne di quei novemila? Noi eravamo solo più tremiladuecento dei dodicimila, gli altri tutti morti. Avevamo otto battaglioni di ascari, era quella la nostra forza. La guerra di Libia l’hanno fatta per distruggere gli alpini, ecco, mi lu dis franc e s-ciancà853 : noi ci hanno distrutti al completo, ci hanno fatti morire di birbanteria. Nel 1914 ci rimpatriano. Quaranta giorni di lazzaretto a Palermo, anche lì le donne venivano a cercarci ma le guardie le mandavano via. Noi eravamo come morti, altroché pensare alle donne. A Mondovì riceviamo grandi feste. I nostri ufficiali ci dicono: «Non scappate ragazzi, state buoni che adesso vi carichiamo su una tradotta e vi portiamo a fare i bagni di mare. Poi andrete tutti in congedo». Sa cosa hanno fatto quei briganti? Eravamo ancora carichi di pidocchi, io avevo ancora nei piedi duecentocinquanta spine del deserto, eravamo secchi dentro. Qui nella pelle avevo il buco delle giberne, l’ho ancora adesso quel buco, il buco della guerra di Libia... Ero partito che pesavo settantun chili, a Mondovì ne pesavo trentasei. Sa cosa hanno fatto? Ci hanno caricati su un vagone, uomini otto cavalli quaranta, alle tre del mattino quando mi sono svegliato eravamo a Brescia. Come 853

Io lo dico franco e strappato (deciso).

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le bestie ci hanno trattati. Poi sulle montagne oltre Verona a costruire trincee. Ricordo ancora un prato verde, era da un po’ che non vedevamo più l’erba, l’abbiamo mangiata quell’erba. [...] A Oseaco, sopra Verona, ci è arrivata la notizia del congedo del ’92. Allora noi della classe abbiamo mandato a prendere una damigiana di vino Clinto, e giù a bere, a cantare. Ci avevano detto: «Se stanotte all’una sentite un colpo di cannone vuole dire che la guerra è incominciata, se non lo sentite ciao». All’una suona l’allarme, zaino in spalla, siamo saliti sul Monte Piccolo, e nella marcia ne sono già morti trentasei della 10a, mitragliati alla schiena. Dopo’ un anno siamo scesi a Enego, per raggiungere gli altipiani di Asiago. Una notte che pioveva ci hanno ricoverati in una chiesa, eravamo tutti desdegnà854 , mezzi morti. Uno di noi ha attaccato il suo zaino al Cristo del pulpito, che si è rotto. Allora si è messo a gridare: «Cristu d’en plandrun, mi l’é set ani che portu ’l sainu, ti ses nen bun a reslu...»855 . Il parroco ha sentito, si è messo a protestare. Gli hanno ancora tirato dietro gli alpenstok, l’hanno fatto scappare. Allora è arrivato il capitano, un toscano, Aschini si chiamava, è poi morto sull’Ortigara. Il capitano ci ha fatti partire subito, ottanta chilometri a piedi fino a Barricate, a Campigoletto abbiamo dormito nella neve, siamo arrivati sull’Ortigara senza aver mangiato, lassù c’era solo delle damigiane con della roba forte, roba che ci stordiva, che ci bruciava dentro. Eh, l’Italia è furba, l’Italia manda sempre i suoi soldati sotto sotto. Gli austriaci erano a trenta metri dalla nostra trincea, li sentivamo a parlare. Più sulla sinistra i Sdegnati (demoralizzati). «Cristo d’un pelandrone, sono sette anni che io porto lo zaino, tu non sei capace a reggerlo». 854 855

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nostri si scambiavano le pagnotte con gli austriaci. Noi eravamo come rimbambiti, ci avevano fatto delle punture per renderci più forti, non sei più né una persona né niente. Eh, a chi deve combattere, al soldato semplice, la guerra non interessa. La guerra interessa a chi è seduto, a chi capisce che cosa avviene. Noi non capivamo niente, noi cercavamo solo di non morire. Non ci interessava ammazzare gli austriaci, ma bisognava ammazzarli perché se vengono avanti ammazzano te. Chi capita in quel giro è disgraziato. Io non sono più un bambino, ho ottant’anni. Dico che chi ha avuto qualche vantaggio dalla guerra sono tutti quelli prediletti, magari nascosti nei buchi, ma gli altri senza un nome sono niente. Il merito era sempre dei capi, mai dei bocia, di quello che portava ’l buiò...856 . E Caporetto? criste... Alla Catena dei Sei Monti, verso Gana, era crollata una galleria seppellendo molti soldati. Noi eravamo sotto un ponte quando arriva un colonnello senza una mano, del 6° alpini, e ci dice: «Ragazzi, venite con me». Io credevo che ci portasse al trenino di Vicenza. Va, va, va, camminiamo come da Alba a qui, una trentina di chilometri, ci ha portati sul Grappa. Lì sono arrivati gli arditi, più di quattrocento: salivano da Bassano con i camion, sono andati all’assalto al Losalone. C’era il buco di una bombarda, era pieno d’acqua: mi sono nascosto là dentro; «Se vado in fondo annego», mi dicevo, poi sono riuscito a tirarmi fuori, ero largo come un armadio, pieno di acqua e di fango. Gli arditi erano in gamba, tutti volontari, truppe d’assalto: facevano gli assalti e poi a riposo, ma tanti non andavano più a riposo! Gli alpini erano il corpo più disgraziato, sei sempre in trincea, sempre sempre, ad aspettare i conducenti che ti portino il vino acido. 856

Attrezzo per portare a spalle la calce.

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Sul Grappa sono rimasto ferito ai piedi, al braccio, a una mano. Avevamo quelle punture che ci facevano restare come scemi. E se non andavi avanti ti sparavano nella schiena. Se erano tanti i morti? Oh povra masnà...857 . Sotto l’Ortigara c’era un piano di morti... È meglio cambiare discorso, se no vengo matto. C’era chi si stufava della guerra e disertava. Tutti eravamo stufi, come rimbambiti. Gli ufficiali avevano le balle piene anche loro. Conosco un capitano che si è sparato, che si è ferito a una mano per farla finita... C’era il soldato che si sparava una schioppettata in una gamba pur di andare lontano dal fronte. [...]. Qui nella Langa saranno stati cinquanta i disertori, e avevano ancora tutti dei soldi. Aiutavano la gente nei lavori di campagna, aiutavano le donne che avevano i mariti al fronte, le tenevano allegre... La gente dava da mangiare ai disertori, anche perché aveva paura. Alla Pedaggera le due figlie ’d Minúciu le hanno trovate morte: portavano da mangiare nei boschi, chissà chi le ha ammazzate. [...]. Aspettiamo che la morte arrivi ANGELA GALLIANO in TRAVAGLIO, nata a Somano, classe 1904, contadina.

(21 luglio 1972 – Ferdinando Manera). Padre e madre non andavano d’accordo, era una guerra continua a forza della miseria, litigavano sempre come due giudei. Mio padre viveva in Belbo, e noi su alla Bicocca di Bossolasco, così la famiglia andava in rovina. Un giorno mio padre decide di partire per l’America portan857

Oh povero bambino.

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dosi appresso Geniu e Gianin, i miei due fratelli di dodici e tredici anni. Si fa imprestare cinquanta lire da Pulentun di Bossolasco per pagare il viaggio, ci abbandona con cinque lire ’nla meisa858 . Io e mia madre non credevamo più di finirle quelle cinque lire; «Oh tanti soldi così», ci dicevamo. Io avevo cinque anni. Con mia madre ho incominciato a girare da un ciabot all’altro, da manuela859 io sempre dietro a mia madre a cavé, a rastrellare l’erba, a masuné, a raccogliere le spighe, ne facevamo trenta quaranta mazzi di spighe, poi battevamo quel grano con il bastone, rimediavamo trenta chili di grano. Un giorno i miei zii hanno aspettato che io e mia madre fossimo in giro a lavorare, hanno caricato sul biroccio la nostra povera roba, il letto, il tavolo, tutto, hanno portato questa roba nella chiesa di San Cristoforo, nella chiesa dei morti. Avevo nove anni, e con mia madre mi sono trovata in mezzo alla strada. I miei zii non erano poveri, coabitavano con noi, hanno voluto farci un dispetto, erano attaccati alla roba, attaccati ai soldi, hanno voluto tutta la casa della Bicocca per loro. Allora mia madre e io abbiamo preso a girovagare da un casot all’altro come randagi, vivevamo nei casot abbandonati nel bosco, nei casot mezzi diroccati. Andavamo a lavorare di qua e di là in campagna, ci davano poco di paga, approfittavano. Eh, lavoro ne trovavamo fin che ne volevamo. Ma facevamo della fame nera, tanta da morirne. Nessuno ci aiutava, anche il prete non ci aiutava, i preti aiutano se costa niente. Sempre a cavé, e portare tutto a spalle, tutto in salita, su dal Belbo; i covoni di grano, la meliga, il fieno, i pali delle vigne, tutto a spalle. A portare il letame tutto il giorno guadagnavo die858 859

Nella madia. Manovale.

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ci soldi. Bisogna provarla la vita quando non sai se domani mangi... C’erano dei giorni che non mangiavamo! E se i padroni davano da mangiare a me non ne davano più a mia madre, mi davano una scodella di minestra e per quel giorno più niente. Eh, che miseria nera, nella pioggia a raccogliere cinquanta chili di castagne e alla sera non ci davano quattro soldi di paga... Mia madre era una santa donna, si accontentava, metteva pazienza. Vivevamo nella miseria, ci consolavamo cantando durante il lavoro. All’alba, prima di iniziare il lavoro, dicevamo sempre il rosario, tutte assieme le manuele Poi lavorando cantavamo, tagliando l’erba, raccogliendo le castagne. Mio padre avrebbe dovuto buttarci in un pozzo piuttosto di farci fare una vita così. A sei anni non sono andata a scuola, non sono nemmeno capace a fare la mia firma. La prima vesta me l’ha regalata madamin Bugét, in occasione della prima comunione. Ero di nessuno, la gente di me diceva: «Sta matota poveretta c’è nessuno che la guarda, l’e a rabel»860 Un anno, per fare la Pasqua, mi sono fatta imprestare la vesta e le scarpe da una mia amica, avevo poi già diciassette anni. Io fino ai vent’anni ho mai avuto un paio di scarpe nei piedi, all’inverno portavo un paio di ciabattoni. Eh, eravamo come in Africa noi! Ero una bella ragazza, avrei trovato a sposarmi. Due padroni di cascina volevano sposarmi. Ma non volevo abbandonare mia madre. A forza di sacrifici siamo diventati masué, pagavamo trentamila lire l’anno di affitto. Avevamo due o tre pecore. Dovevamo dipendere dagli altri per il letame, per i lavori più pesanti. E gli altri ci sfruttavano, volevano 860

È in rovina (è sola, abbandonata).

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la metà del nostro grano come compenso. Eh, l’abbiamo visto l’inferno! [...]. Poi mi sono sposata, quando ho avuto cinquant’anni con un uomo buono, comprensivo. Fino a cinquant’anni non ero mai andata né ad Alba né a Ceva, avevo sempre solo pensato a lavorare. Adesso la vita è cambiata, non lo capisco più questo mondo. Come andrà a finire? La campagna diventerà un bel zero. Tutti i giovani vanno a lavorare in fabbrica, e una grande invidia, l’invidia è più forte di una volta. Io ho sempre mangiato solo polenta e castagne, e anche oggi non riesco a vivere senza le castagne e la polenta, non riesco a mangiare diverso. Mah, aspettiamo che la morte arrivi... Abbiamo ancora conosciuto la fame di pane GIOVANNI EMANUELE VIGLIERCHIO, nato a Mombarcaro, classe 1883, contadino.

(2 novembre 1973 – Giovan Battista Fracchia). Quando sono nato c’era una gran miseria. Si viveva a castagne, patate, e polenta, uno era più disperato dell’altro. I bambini morivano di inedia, non passava settimana che non si sentisse a suonare la campana a morto. Se le famiglie erano molto numerose, cariche di figli, la colpa era anche un po’ dei preti. Oh, il parroco aveva un’importanza enorme, contava di più del sindaco. I preti tenevano tutti sotto lo sguardo, dominavano. La gente credeva a tutto. Grano ne veniva poco. È con l’inizio di questo secolo, è con la comparsa dei primi concimi, che la produzione del grano è aumentata di ben otto volte. Con la comparsa del concimi è diminuita la fame di pane.

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C’era la miseria, eppure la gente era più brava e più calma di adesso, con tutta la disperazione di allora la gente cantava e fischiava. La gente andava a messa scalza o con gli zoccoli nei piedi. C’era chi doveva vendere un pezzetto della sua terra per pagare le imposte. Eh, era dura la vita di allora. Avere la terra era come avere la vita, chi non aveva un po’ di terra non mangiava. I nostri vecchi non potevano parlarci di aver vissuto una miseria più brutta della nostra. Noi abbiamo ancora conosciuto la fame di pane. [...]. Una lira al giorno per sedici ore di lavoro CATERINA CHIAPASCO, nata a Monesiglio, frazione Ceriola, classe 1882, contadina, sarta.

(3 novembre 1973 – Giovan Battista Fracchia). Avevamo poca terra, ventiquattro mine861 di terra, la mina era la quarta parte di una giornata. Nella stalla due vacche mangiavamo castagne e polenta. La fame non l’ho mai fatta. C’era chi stava peggio e chi stava meglio di noi. La gente nei tempi della mia gioventù era robusta, perché tutti i fragili morivano, sia bambini che adulti. Io ero più larga che lunga. Da bambina sono andata a lavorare alla Filanda di Monesiglio, ottantaquattro le filere e quaranta le sbatöse862 . A rigore non avrebbero potuto assumere noi bambine di età inferiore ai dodici anni, ma qualcuna la 861 La mina: recipiente cilindrico, strumento di misura. La terra era valutata in base alle mine di grano o granturco che si riusciva a seminare. 862 Sbatösa: l’operaia che cerca i capofili dei bozzoli e li sporge alla filera, alla filandina.

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assumevano. Come arrivava un ispettore ci nascondevamo, poi restavamo otto giorni a casa. Le filere dormivano nella fabbrica, così al mattino sentivano tutte assieme la campana e tutte assieme erano pronte a cominciare il lavoro. Il mangiire ognuno se lo portava da casa. La campana suonava alle quattro del mattino, alle quattro e trenta incominciava il lavoro tanto d’inverno che d’estate. Alle otto di sera finiva l’orario di lavoro, ma alle otto e trenta eravamo ancora tutte attorno alle bacinelle a filare. Eh, i padroni si sono fatti ricchi in fretta con gente come noi! Guadagnavo una lira al giorno per sedici ore di lavoro. Mangiavamo lavorando per guadagnare venticinque soldi, cinque soldi in più per lo straordinario. Avevamo sempre le mani nell’acqua calda che quasi bolliva, le nostre povere mani erano cotte, la pelle bianca e sottile come un foglio di carta. Facevano male le mani, erano sensibili. Lavorando cantavamo, pregavamo, dicevamo il rosario. Cantavamo canzoni di amore e di guerra, cantavamo le litanie. Cantavamo La Traviata. Ogni gruppo cantava la sua canzone. Il padrone era contento se cantavamo, se pregavamo. Era invece proibito parlare, chi parlava si distraeva e veniva punita con la multa. Se pregavamo era meglio, forse il padrone sperava che noi pregassimo anche per lui! La sorella del padrone era una monaca, una madre badessa, e ogni estate veniva in fabbrica a farci gli esercizi spirituali. Dopo gli esercizi andavamo a confessarci e a fare la comunione. A sedici anni sono andata in Francia, a Nizza. Mia sorella lavorava da commessa in un magazzino, io invece ho imparato il mestiere da sarta. Mi piaceva, vestivamo le grandi signore e le grandi cocotte, vestivamo la principessa di Guglielmo e la principessa russa Markopa. Era-

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vamo una ventina di lavoranti. Guadagnavo tre lire e cinquanta al giorno. A Nizza ho conosciuto la vita della città, e all’inizio mi piaceva. Poi l’ho conosciuta meglio la città, e allora ho incominciato a sentire la nostalgia del mio paese. Ho trovato marito a Mombarcaro, ho ripreso a fare la contadina pur lavorando anche da sartora. Prendevo le spose dei dintorni, anche se qui non c’era il lusso c’erano però le donne ambiziose. E chi non era ambiziosa, vedendo le altre ben vestite, lo diventava. La donna che aveva la passione di vestire bene si arrangiava. O con le robiole o senza le robiole, trovava i soldi per comprarsi la vesta. Dopo il 1900 la vita era un po’ migliorata. Dopo la guerra del ’15 altro miglioramento più deciso, così la gente riusciva poi già a permettersi qualche spesa. Che cosa era la donna in campagna? La donna era forse più sacrificata dell’uomo. Io di notte facevo la sarta. Di giorno, mentre tiravo i buoi, riuscivo a lavorare a maglia: infilavo il braccio nella corda dei buoi, le mani restavano libere, ié scapin863 li facevo tutti tirando i buoi, camminando. Ho avuto tre fanciot e na matota864 , e prendevo ancora ’n beilot dall’ospizio, nel 1929 mi davano centosettanta lire al mese ’d beilage865 . [...]. Che cosa ricordo dell’ultima guerra? Quando i tedeschi sono arrivati la prima volta a Mombarcaro i nostri uomini sono scappati tutti. Io sono rimasta sola in casa. I tedeschi rubavano le galline, aprivano i pollai e strappavano la testa alle galline. I tedeschi mi sono entrati in casa, hanno preso il vino in cantina, hanno preteso che gli facessi da mangiare. Mi hanno chiesto se avevo dei figli. Ho risposto che mio figlio era prigioniero in GermaLe calze. Tre bambini e una bambina. 865 Di baliatico. 863 864

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nia, che l’avevano catturato a Chiusa d’Isarco. Io parlavo in francese, e uno di loro mi capiva. Gli ho domandato: «Quando tornerà mio figlio?». E lui mi ha detto: «Prima che torni suo figlio a casa questo galletto sarà grosso così». Qui la gente aveva paura di tutti. Non aveva paura dei partigiani, che erano giovani del posto. La gente teneva per diventare libera. Che cosa penso della situazione di oggi? Quando saranno morti i contadini anziani e vecchi verranno poi i professori e gli avvocati a lavorare la campagna. Adesso chi lavora ancora la terra ha più di cinquant’anni di età, e questi anziani hanno i figli che lavorano in fabbrica. Io mi tengo aggiornata sulla vita di oggi, sulla vita moderna. Mi piace leggere, leggo tutto il giorno, anche se ho fatto soltanto la seconda elementare. Lei prima mi parlava delle masche. Io non ho mai creduto alle masche, a quelle fissazioni. Invece credo che l’uomo va sulla luna, anche se la cosa non mi interessa. Sono vecchia, ho superato i novant’anni, ma ho ancora gusto alla vita. Leggo ancora il giornale senza occhiali. Non so se digerisco o meno perché sto sempre bene. Le masche e la Madonna del Deserto GIOVANNA MOSCA vedova BONINO, nata a Mombarcaro, frazione Costalunga, classe 1887, contadina.

(3 novembre 1973 – Giovan Battista Fracchia). Mio padre aveva cinquecento lire di terra, quattro cinque giornate. Mia madre è morta che avevo otto anni. Mangiavamo poco pane, e tante castagne e polenta anche. Polenta con le noci, con i fichi, con l’uva, con

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la ricotta. La storia dell’acciuga appesa al cordino?866 È una balla! Molta gente viveva come noi, chi aveva solo qualche pecora e chi aveva i mansot da lavoro. Eh, c’era tanta gente allora. A scuola eravamo sessanta, all’inverno portavamo ognuno un pezzo di legna per il riscaldamento. Ho fatto la terza, ho imparato, e sono ben contenta. La maestra era una mia parente. Il lavoro per noi non si fermava mai. A dieci anni ero già capace a filare la rista, non quella bella ma quella di seconda, e ci davano un soldo per fuso, lavoravamo per gli altri. E quando andavo a lavorare con i buoi? Passavo un braccio nella corda dei buoi, e tirando i buoi, camminando, riuscivo a fare la calza. A volte però dormivo camminando! Avrei potuto andare in America, in Argentina, ma ho rinunciato. Ne andavano tanti in America, qui per tanti c’era la miseria. Mio zio era sindaco, è morto nel 1905. Aveva preso in premio la medaglia perché aveva fatto del bel grano. La terra ha incominciato a rendere nel 1900, per via dei primi concimi. Il grano lo battevamo con ’l rubat, con il rullo. Allargavamo il grano nel cortile, poi giravamo con il rubat tirato dal manzo, giravamo in circolo. Poi Custantin, è andato a Torino a comprare una macchina da battere, e piano piano la battitura con ’l rubat è andata a perdere. Tenevamo i bigat, avevamo la stanza apposta. Era un lavoro faticoso. Mio padre era in America, io e mia madre raccoglievamo la foglia, avevamo i gelsi qui. Per i bigat adoperavamo i ramaset867 di ginestra e i bastoni 866 La testimone risponde alla mia domanda: «È vero che il pasto dei servi di campagna consisteva in una fetta di polenta che veniva insaporita sfregandola contro un’acciuga appesa in mezzo al tavolo?» 867 I rametti.

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dei ceci. Per proteggere i bigat dalle formiche usavamo spargere la cenere sul pavimento. La semente dei bigat la tenevamo addosso in seno, in una saccoccia al caldo perché schiudessero. I primi soldi dell’anno erano quelli deibigat. Mio padre è stato cinque anni in America. Qualche risorsa l’ha fatta, quando è tornato con i risparmi dell’America ha fatto aggiustare una stanza. Eh, la nostra vita di allora era semplice. Sa come curavamo le ferite? Con le ragnatele o la pelle della biscia